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FRANCESCO SAVERO GRAZIOLI

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, La dedica che compare nella fotografia in copertina è diretta all'architetto Clemente Busiri Yici, genero del generale Grazioli, Questa riproduzione fotografica, così come tutte le altre che compaiono nel testo, appartengono alla famiglia Grazioli che le ha gentilmente concesse per la pubblicazione. Le annotazioni manoscritte che compaiono in alcune di esse sono state apportate dallo stesso generale Grazioìi,


STATO

MAGGIORE UFFICIO

DELL'ESERCITO

STORICO

LUIGI EMILIO LONGO

FRANCESCO SAVERIO GRAZIOLI

RO MA

1989


PRESENTAZIONE

L'Ufficio Storico dello Stato Maggio re dell'Esercito è stato sempre alieno dal cimentarsi nella stesura e pubblicazione di opere di stampo biografico. Perché allora questo volume sul generale Francesco Saverio Grazio/i? Le motivazioni apparenti possono sembrare molte: la prestanza fisica, l'umanità mascherata da severo cipiglio, l'eclettismo, la cultura, la vivacità intellettuale, l'onestà e - ultime, benché qualità di primissimo piano - l'umiltà nell'apprendere e la fedeltà nel collaborare del Nostro, requisiti basilari del carattere di un ufficiale, specie se di Stato Maggiore. Tutte queste motivazioni, comunque, non fanno che confluire nella definizione della fisionomia ultima e riassuntiva di quest'uomo-soldato: la sua spiccata modernità, intesa come lungimirante e naturale capacità di guardare al futuro sulla scorta delle esperienze trascorse, unita ad una fervida immaginazione ed a un profondo senso della realtà. Cosa non sempre diffusa nei reggitori di eserciti, dimostratisi spesso più rivolti al passato che non al futuro. Questa capacità - in prima valutazione - potrebbe sembrare naturale, addirittura banale. Ma, a ben guardare, non lo è. Spesso, infatti, le incomprensioni politiche e talvolta popolari, le carenti assegnazioni di bilancio, il riconoscimento di dover adeguare le esigenze - sempre tante - alle possibilità - sempre poche -, mortificando i vertici militari fatalmente possono finire per appannarne, soprattutto psicologicamente, le capacità di reazione e di gestione razionalizzata di quello che c'è. Orbene, qualora si componga la concretezza personale con la realtà dei bilanci al fine di garantirne il miglior impiego nella consapevolezza antiegoistica non del bene di casta, ma del bene e del progresso della intera nazione, ed a questa si affianchino una visione sprovincializzata ed una perenne costruttività proiettata al futuro,. si otterrà comunque e sempre uno strumento militare di elevata dignità e, potenzialmente, · di elastica e reattiva capacità di adeguamento. Il che - al giorno d'oggi - con l'esasperazione delle leggi storiche di accelerazione, diventa assai più necessario ed impellente che non per il passato, sia pure entro i limiti di un consapevole contenimento della spesa. Tutta questa lunga esposizione per dire che il generale Grazio/i


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è stato privilegiato nella scelta dello Stato Maggiore dell'Esercito per L'emblematico possesso di queste modernissime qualità che, attualmente, ci si compiace di chiamare «manageriali » pensandole o credendole mutuate dall'ambiente esterno, mentre - nella realtà - esse sono state indotte all'esterno dall'ambiente militare; poiché - se manageriale vuol in fondo significare capacità coordinativa - è proprio nel campo militare che questa capacità nacque e si estrinsecò, ai fini della stessa sopravvivenza tribale o etnica o nazionale, fin dai tempi remoti, non foss'altro che per la necessità di coordinare tra loro in battaglia Le diverse componenti operative: la fanteria, la cavalleria, le macchine da guerra. Il Grazio/i, quindi, si potrebbe - ed a ragione - definire oggi un moderno «manager». Sotto certi aspetti, addirittura un avvenirista. La sua esperienza, maturata nella guerra di Libia, lo condusse al primo conflitto mondiale nel ristretto arengo degli ufficiali più sensibili e preparati. Progenitore - con altri minori - del corpo speciale degli «arditi », comandò nella battaglia di Vittorio Veneto il Corpo d'Armata d'assalto dimostrando elette e rare virtù e capacità di comando presso reparti disciplinarmente difficilissimi ai quali riuscì a conferire in massimo grado compagine, coesione e spirito. Egli, peraltro, si rendeva conto dell'atipicità di queste unità e del loro scopo, limitato nel tempo e nello spazio, la cui costituzione - imposta dalle esigenze -, assorbendo i migliori di tulle le armi (i più valorosi erano già caduti nel 1915 e 16), non faceva che depauperare la fanteria riducendola a quella definizione stereotipa, ma non senza verità: « carne da cannone », che le provocò il 94,6 percento dell'intera entità dei caduti della grande guerra. li Grazio/i - dicevo - era conscio di ciò ed asseriva infatti che il problema non si sarebbe risolto con la creazione dei reparti speciali, affondando esso invece le radici in una necessità di fondo che coinvolgeva l'addestramento dell'intera fanteria. Ma nel 1917 non c'era tempo per questo, anche se molto fu fatto. Soprattutto, però, il Graziali fu, fin dal 1917, l'antesignano della dottrina della mobilità che, sotto il nome della concezione dei « celeri », diverrà - peraltro più sulla carta che non nella realtà, e non per demerito suo - la dottrina dell'esercito fra le due guerre. Egli, inoltre, fu attento osservatore delle grandi manovre svoltesi in Germania ed in Russia e percepì - essendole affine come mentalità - la determinatezza della « bliz-krieg » in un conflitto futuro. E se le sue puntuali e dettagliate relazioni, anziché cadere in un ambiente passatista e conservatore, fossero state poste a base di concezioni più ardite e meno scettiche, forse l'Italia - nel secondo conflitto mondiale avrebbe riscosso migliori apprezzamenti e speso meno sangue. IL CAPO DELL"UFFICIO STORICO


CAPITOLO PRIMO

DAGLI INIZI ALL'ESPERIENZA LIBICA

Era una strana città, quella Roma agli inizi degli anni Settanta del XIX secolo, con un aspetto di vecchia signora di antica e specchiata nobiltà nella quale, ad onta del paludamento della sua storia secolare e della recentissima assunzione al ruolo di capitale d'Italia, coesisteva un che di decadente e di impoverito, ristrettasi a vivere in uno spazio molto angusto e limitato rispetto a quella che era stata la dimensione d'un tempo, tuttora contrassegnata dalle imponenti vestigia delle mura aureliane e di quelle successive, quasi rassegnata nel subire l'ibrida mescolanza delle testimonianze archeologiche della sua pagana grandezza con lo squallore di certi miserabili quartieri popolari addossati intorno od al di sopra di esse, sino a celarne la vista. Nello sconcertante miscuglio di miseria e grandezza, questa città che contava allora poco più di 200.000 abitanti aveva mantenuto peraltro immutati i tratti caratteristici dell'animo popolare che erano stati così realisticamente illustrati dal bulino di Bartolomeo Pinelli e dalla vena dialettale di Giuseppe Gioacchino Belli, e sul quale il dominio politico e sociale dell'ultrasecolare regime papale aveva influito a tal punto da ovattarlo in un superficiale e scettico conformismo, appena corretto dalla bonaria tendenza alla critica mordace e pasquineggiante. Il complesso urbanistico era concentrato nella bassa plaga circostante al Tevere, fra Ripa Grande a valle e la Passeggiata dì Ripetta a monte, mentre tutti i sette salienti collinari, nonché la vasta zona dei Prati di Castello fra Monte Mario ed il fiume, erano ancora quasi completa.mente disabitati, coltivati ad orti e vigneti e solcati , fuori dalle grandi vie consolari, da stradine e viottoli campestri. Proprio nel cuore cittadino, nel quartiere interposto fra piazza Venezia, il Campidoglio ed il Foro Traiano, il 18 dicembre 1869 nasceva Francesco Saverio Graziali, in una casa di via di Testa


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Spaccata il cui triplice prospetto si affacciava su tre strade dai nomi che non potevano essere più squisitamente romaneschi: via di Torre Spaccata, via Macel de' Corvi e via Marforio. Era una delle tante vecchie case della Roma papale, rustica in apparenza ma comoda ed accogliente nella sua semplicità, come usava allora, con mura maestre così spesse da lasciare vani sufficienti , presso le fin estre , ad accogliervi a conversare nelle serate estive i più anziani della famiglia, mentre su dalla strada saliva insistente il pettegolio della gente oziante fuori delle botteghe ancora aperte, ed una schiera di lampionai in tuta turchina e muniti di lunghe aste correva, sull'imbrunire, ad accendere ad uno ad uno i rari fanali a gas (1). Era un ambiente di schietto tipo ottocentesco romano medioborghese , del quale gli esponenti, che avevano raggiunto una certa agiatezza, erano fieri, o meglio ancora erano fieri dell'apparenza del1'agiatezza perché li faceva assomigliare ai signori. Erano galantuomini, termine che era molto diverso da quello di signore , perché quest'ultimo comprendeva il galantuomo ma questo non il signore. Si trattava di famiglie che vivevano chiuse nell'ambito della loro casa , per lo più religiose. La nuova borghesia aveva cominciato a profilarsi, a Roma , con la decadenza del governo pontificio e dell'aristocrazia , ed era costituita soprattutto dai numerosi appaltatori per la riscossione dei dazi governativi; una frazione di questa borghesia traeva origine dalle privative e dai monopoli di fabbricazione , era cioè artigiana, in contrapposizione con un'altra borghesia che era quella dei mercanti di campagna, di coloro cl'le prendevano in affitto le tenute degli aristocratici e si arricchivano sulla loro naturale pigrizia , una borghesia quindi agraria: quella che, una volta raggiunto il benessere , più tendeva ad avvicinarsi ai signori. Questo tipo di borghesia, con la ricchezza che le proveniva dalla pigra indifferenza degli aristocratici , si era emancipata sì nei loro confronti, ma non poteva rimanere indenne da una snobbistica, anche se bonaria, di criminazione razzistica , sia terminologica - il generone , così erano indicate le famiglie dei mercanti di campagna , ed il generetto, appellativo attribuito ai nuclei del ceto commerciante e della piccola borghesia bottegaia - sia comportamentale, quest'ultima applicata in forma inderogabile , come ad esempio nel non poter assolutamente disporre di un palco di primo ordine al teatro Apollo ma solo di terzo , e questo sarebbe perdurato· sin verso gli anni Ottanta del secolo. Sono state scritte pagine molfo godibili , su quest'epoca e su (1) Graziali F.S., Memorie, archivio familiare.


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questa ambientazione della Roma d'allora, quali ad esempio quelle di Antoniani e Sarazani (2). A questo tipo di borghesia agraria apparteneva la famiglia Graziali. Tra la fine del '700 ed i primi dell'800 , tale Vincenzo Graziali era giunto a Roma dalla natia Valtellina ed aveva aperto uno spaccio da orzarolo in via di San Vincenzo, nei pressi della Fontana di Trevi; dopo qualche tempo , aveva esteso l'attività commerciale con l'allestimento di due forni, ed infine aveva intrapreso a fare il mercante di campagna, attività che aveva svolto così bene da riuscire ad acquistare la tenuta di Castel Porziano - poi venduta dai discendenti a Re Vittorio Emanuele II che ne fece una riserva di caccia il cui possesso comportava l'omonima baronia. Era entrato così a far parte di quella nuova categoria nobiliare romana pervenuta al blasone non per diritto feudale né per nepotismo papale, ma in funzione del censo e della fortuna ed abilità negli affari. In seguito, per aggiungere lustro al nuovo stato, aveva acquistato il palazzo Oldofredi in via del Gesù ( quella che , dopo il 1870, diventerà l'attuale via del Plebiscito), di fronte a Palazzo Venezia, che diveniva così Palazzo Grazioli. Aveva avuto un figlio, Pio , che alla morte del padre, nel 1837, era divenuto - non si sa mercé quali meccanismi - il Duca Pio Graziali , futuro marito di una Lante della Rovere. Vincenzo Graziali aveva un nipote, Carlo , figlio del fratello Giovanni , che aveva aiutato a studiare allorché; da ragazzo , era rimasto orfano del padre e che poi, per lunghi anni, era stato amministratore dell'i11gente patrimonio dello zio , il quale aveva disposto che il giovane aggiungesse al cognome di Graziali anche quello della madre, Venier, in una sorta di snobistico desiderio di differenziare il ramo nobile della famiglia dall'altro non aristocratizzato. Carlo Graziali aveva sposato una nipote della baronessa Anna, moglie del barone Vincenzo, Margherita Pellegrini, e dalla loro unione era nato il primogenito Giovanni, padre deI personaggio di cui ci occupiamo, Francesco Saverio. Giovanni Grazioli si era unito in matrimonio con Teresa Busi ri , appartenente ad una delle migliori famiglie della borghesia romana più elevata, il cui padre era Andrea Busiri Vici (1818-1911), eminente figura di ingegnere, architetto e pittore, per molti anni Primo Architetto della Fabbrica di San Pietro . Aveva posto la propria (2) Antonioni L., Roma inizio di secolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1970; Sarazani F., Roma per bene , Palombi, Roma, 1956, Roma ad bestias, idem , 1956, Roma romanesca, idem, 1967.


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firma a molte opere durante i pontificati di Gregorio XVI e di Pio IX , elaborando numerosi progetti per la nuova edilizia romana (uno era quello per l'apertura del quartiere dei Borghi, con ingresso nella berniniana piazza di San Pietro) e facendo parte di numerose commissioni, fra cui quella del concorso per il monumento a Vittorio Emanuele II . Vasta anche la produzione pittorica nelle varie tecniche: famosi alcuni preziosi acquarelli dal vero eseguiti nella zona dei combattimenti presso Porta San Pancrazio nei giorni immediatamente successivi alle vicende dell'assedio di Roma nel 1849, dei quali la famiglia si ripromette di fare oggetto, con altri, di una prossima mostra. La famiglia Busiri era una delle tipiche famiglie nere, cioè di fede e stampo clericali, quelle nelle quali il tema della famosa questione romana avrebbe continuato a tenere banco anche dopo che erano trascorsi vari anni dalla breccia di Porta Pia , e nella quale non entravano che due giornali, L'Osservatore Romano e La Voce della Verità, organo del pensiero gesuitico. Giovanni Graziali aveva collaborato per un po' con il padre Carlo nell'amministrazione dei beni del barone Vincenzo, poi era stato assunto quale funzionario delle Dogane Pontificie che avevano allora sede a Palazzo Madama, futura dimora del Senato italiano. Dopo la presa di Roma, per restare fedele al vecchio regime pontificio , aveva rinunziato a prendere servizio con il nuovo governo , e per questa testimonianza di coerenza e di fedeltà era stato premiato da Pio IX con una modesta pensione vitalizia e con il dono annuale della grande medaglia commemorativa vaticana. Ma la pensione non gli era sufficiente per le necessità familiari, ed allora a scopo di arrotondamento aveva continuato a partecipare all'amministrazione della fiorente azienda dei molini sul Tevere, affidata alla casa del Duca Grazia li , ed alla cura degli affari di parecchie case pie e di alcune ricche famiglie romane. Faceva anche parte del Consorzio dell'Acqua Mariana, dove si trovava a collaborare con il suo intimo amico Filippo Pacelli, padre del futuro Pio XII. In complesso, si era fatta una discreta posizione che gli con entiva di vivere con sufficiente agiatezza insieme alla famiglia, accresciutasi nel 1873, dopo la nascita del primogenito Giulio - che avrebbe poi percorso una brillante carriera in magistratura - e di Francesco Saverio, di un terzo maschio, Stanislao , seguito poi da un quarto , Carlo, nato nel 1877. Giovanni e Teresa Graziali avevano preso dimora, fin dall'epoca del loro matrimonio avvenuto il 23 ottobre 1868, nella casa del padre di lui, Carlo, quella di via di Testa Spaccata dove, come abbiamo già detto, sarebbe nato Francesco Saverio con altri due fra-


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telli. Solo nel 1876 decidevano di andare ad abitare per conto proprio , in via delle Muratte, all'angolo con piazza Fontana di Trevi, in una casa acquistata in gioventù da Vincenzo Grazioli prima di diventare barone , con tanto di forno sottostante, e passato poi in enfiteusi al nipote Carlo. Lo scroscio altisonante dell'acqua della Fontana di Trevi disturbò non poco nei primi tempi i nostri sonni, così ricorda il generale Grazioli nelle sue memorie. Nelle stesse, Francesco Saverio rievoca la figura del padre come un esempio di rigida rettitudine e di profonda e sincera fede cattolica; tra gli amici più cari che aveva avuto in gioventù , come lui iscritti ad una delle varie confraternite religiose (di S. Ambrogio e Carlo, dei Soccorsi, delle SS. Stimmate, ecc.), c'era stato un giovane architetto , Giulio Busiri, morto poi prematuramente per febbri perniciose , del quale aveva sposato la sorella Teresa. Aveva in comune , con la grandissima maggioranza degli appartenenti alla media borghesia romana di allora, il carattere un po' superficiale, tendente a prendere gli eventi con tranquilla filosofia non disgiunta da un bonario spirito critico. Era animato da viva curiosità per tutto quanto accadeva in città, e voleva partecipi di questa sua tendenza anche i figli, ritenendo utile farli assistere, ad esempio , agli imponenti lavori di demolizione e di scavo per aprire l'ampio sbocco che , col nome di via IV Novembre, scende da Magnanapoli a piazza Venezia , nonché a tutte le manifestazioni celèbrative allora assai frequenti in quei primi anni di Roma capitale. Con Giulio, anche Francesco Saverio era stato battezzato nella parrocchia locale, la chiesa dei SS. Cosma e Damiano al Foro Romano. Come usava allora in un certo ceto, era poi stato mandato a balia sui colli, ad Albano , dove i genitori si recavano molto frequentemente a trovarlo tranne che nel settembre 1870, allorché per qualche tempo dovettero sospendere le visite perché era vietata a chiunque l'uscita dalle opere di fortificazione campale create in tutta fretta intorno a Roma dal generale Kanzler in vista dall'imminente attacco delle truppe italiane del generale Raffaele Cadorna (ed infatti Albano fu occupata da reparti della Divisione Angioletti , avanzate da sud verso Porta San G iovanni , qualche giorno prima del 20 settembre). A sette anni, insieme al fratello Giulio da cui lo dividevano tredici mesi, Francesco Saverio era avviato a frequentare gli anni di preparazione al ginnasio presso la Scuola Graziosi, una struttura privata molto frequentata che testimoniava la ostile diffidenza delle famiglie bene romane verso il nuovo regime, situata in via della


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Stamperia, nel punto dove questa si innestava allora con la via del Tritone. Era una scuola ad impronta molto religiosa, anzi prevalentemente, al punto tale che la trattazione delle altre discipline lasciava molto a desiderare. Sia pure loro malgrado, pertanto, nel 1880 i genitori lo iscrivevano al primo corso ginnasiale del liceo-ginnasio governativo Ennio Quirino Visconti , allogato nel bel palazzo del Collegio Romano, antico feudo dei Padri Gesuiti, detentori assoluti dell'insegnamento in quell'istituto sotto il governo papale. Trascorreva al Visconti tre anni, sino al 1883, completandovi le prime tre classi ginnasiali , senza peraltro brillare negli studi, vivacchiando anzi alla meno peggio e facendosi anche bocciare in latino alla fine del terzo anno. Era un bell'ambiente, quello del Visconti , con un elevato spirito di gruppo, anche se un po' esclusivo; tra i compagni , Francesco Saverio annoverava Attilio Giovannoni, divenuto poi cekbre architetto, Francesco Marchetti Selvaggiani, che avrebbe abbracciato la carriera ecclesiastica divenendo Cardinale Vicario di Roma, ed Ugo Oietti, il famoso scrittore e critico d'arte. Fra i docenti, un particolare legame lo univa al prof. Carra, valtellinese, insegnante di italiano , latino e storia, che aveva preso parte alle guerre di indipendenza e trascinava gli allievi con i suoi infiammati commenti alle opere dei grandi letterati cantori degli ideali patriottici e con i racconti delle sue vicende guerresche; a lui , Grazioli attribuiva il primo lievitare di quello spirito militare che lo avrebbe poi accompagnato per tutto il resto della sua vita. Mentre fino allora, nell'ambito familiare, aveva sempre sentito parlare di Roma soprattutto come sede venerata del Papato più che come capitale d'Italia, attraverso le parole di Carra realizzava più compiutamente il significato, l'idea nazionale ed i valori che ne erano alla base. Per contrastare in qualche modo lo spirito laico dominante a quel tempo nelle scuole governative , i genitori Grazioli avevano iscritto Giulio e Francesco Saverio alla Congregazione della Scaletta, che aveva sede nella Cappelletta di San Luigi, situata al di sopra della Chiesa di S. Ignazio ed a cui si accedeva attraverso un'interminabile scaletta a chiocciola, da cui il nome dell'istituzione. La Congregazione radunava ogni domenica , per la messa, gli esercizi spirituali ed una buona predica, numerosi giovinetti della migliore società romana, che ribadivano poi in famiglia, attraverso il costante esercizio delle pratiche religiose comandate, l'abitudine a questa osservanza che , a parte i contenuti spirituali , diveniva così anche un fatto di auto-disciplina ed un 'i mpronta caratteriale, Di pari passo , però, era


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seguita e curata anche la componente educativa fisica e mondana. Giulio e Francesco Saverio, ed in seguito anche Stanislao e Carlo , frequentavano l'unica palestra realmente valida allora a Roma, quella dei fratelli Calori in piazza di Spagna, ai piedi della salita di San Sebastianello, cui seguivano, qualche anno dopo, lezioni di equitazione presso il maestro Pieretti, ex dragone pontificio che aveva maneggio nel giardino di Palazzo Rospigliosi , in piazza Monte Cavallo, di ballo con il maestro Pascarella in via dell'Orso, di musica (Giulio di chitarra, Francesco Saverio di mandolino) presso il notissimo maestro Carrara. Come si vede, un mosaico educativo di chiaro stampo borghese , molto ortodosso ed aderente ai canoni di una concezione della vita nella quale forma e sostanza cercavano di essere complementari l'un l'altra , processo che non era sempre scontato, ma che quando si realizzava dava luogo ad una completezza strutturale della personalità che avrebbe poi sempre connotato il modus vivendi dei singoli in ogni frangente, dal più modesto al più importante, del proprio arco esistenziale. Ma non c'era, nella vita dei ragazzi Graziali , solo lo studio e le altre attività educative. Da piccoli, i genitori li accompagnavano in lunghe passeggiate, facendoli talvolta salire sugli omnibus a cavalli che , partendo da piazza Venezia, percorrevano il Corso, tra il selciato del quale cresceva l'erba, fino a piazza del Popolo, e poi il cosiddetto stradone fino a San Giovanni o la tortuosa via Papale fino a San Pietro , il tutto alla tariffa di due soldi; dopo il 1877, il viaggiopremio si era esteso anche al primo tranway a cavalli che da Porta del Popolo conduceva per la strettissima via Flaminia fino a Ponte Mollo , uno dei sei ponti sotto i quali scorreva il Tevere. Un'altra ambita parentesi ricreativa era la gita in botticcella al Pincio, a Villa Borghese, a Villa Pamphili, nei pochi giorni della settimana in cui erano aperte al pubblico , ad ammirare lo spettacolo della sfilata dei bellissimi equipaggi padronali che recavano alla consueta trottata pomeridiana la più scelta aristocrazia romana. Altro momento stimolante era rappresentato dall'andare ad assistere al ritorno dalle corse, sulla via Salaria quando queste avevano luogo ai prati Fiscali od in piazza San Giovanni in Laterano allorché, più tardi, si svolgevano alle Capannelle, con il passaggio degli elegantissimi stages con tiro a quattro od a sei guidati dai più bei nomi del patriziato. A volte, i ragazzi erano condotti allo Sferisterio, che allora aveva sede all'angolo fra via XX Settembre e via Quattro Fontane, a godersi il gioco del pallone a quei tempi molto in auge. D'estate, villeggiatura ai Castelli Romani, bagni (o meglio bagnature , come si diceva all 'e-


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poca) nel Tevere a Ripetta od al mare di Fiumicino o di Palo, lungo la via Aurelia, il cui raggiungimento costituiva di per sé un diversivo non trascurabile. Nel 1881 , allorché i due fratelli maggiori contavano rispettivamente 12 e 13 anni , i genitori avevano programmato un viaggio di istruzione attraverso l'Italia centro-settentrionale, con visita alle città ed alle zone più significative sotto l'aspetto geografico, storico , artistico e culturale. Francesco Saverio , in particolare, leggeva molto , specialmente i libri di Giulio Verne , O ' Azeglio , Dumas padre, De Amicis; lo aveva colpito , in modo particolare, una Storia aneddotica di Napoleone I di Emil de Saint Hilaire, capitatagli in mano per caso durante una malattia e che aveva finito per imparare quasi a memoria, punto di partenza , forse , della grande passio ne poi sempre nutrita per gJi studi napo leonici. Nell'adolescenza più avanzata, lo interessavano molto gli scrittori di viaggi e di e plorazioni quali R omolo Gessi, Emilio Casati, Orazio Antinori , Livingstone, Stanley, e fu sempre in quel periodo che si andava sviluppando in lui una spiccata attitudine al disegno, specie quello bozzettistico e caricaturale. *

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Nell'estate 1883, aJJ'età di 13 anni e mezzo, Francesco G raziali decideva di abbracciare la carriera militare - c'entrava per caso, in parte , anche la bocciatura in latino? Lui stesso ne adombra bonariamente la possibilità nelle sue memorie - e pertanto si preparava con cura agli esami di ammissione per il Collegio Militare di R oma , istituito proprio in quell'anno , tanto che le prove e rano sostenute in settembre presso quello di Firenze non essendo la struttura romana ancora in grado di funzionare. Ne usciva promosso a pieni voti , ed a mmesso addirittura al secondo corso. La sua decisione, se era stata accettata bene dai genito ri , aveva sollevato non poche recriminazioni e dissensi da parte degli altri parenti neri che non vedevano di buon occhio la militanza di un me mbro della famiglia nell'ese rcito italiano , e di tale malcontento si e ra fatta più di tutti interprete la nonna Bianca Busiri con un lapidario e malinconico commento: Peccato che un ragazzo cosi' intelligente vada a finire così male! In ottobre, entrava ne l Collegio Milita re di Ro ma , iniziando così que lla carriera che si sarebbe protratta in servizio attivo per ben 55 anni. Ne seguiremo gli svilappi. sotto il profilo cronologico ,


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richiamandoci per i dati temporali allo stato di servizio (3) e per gli altri elementi descrittivi alle memorie dell'interessato. Il Collegio Militare di Roma iniziava la sua vita in una sede estremamente degna, in uno dei più begli edifici della Roma di allora e di oggi, il cinquecentesco Palazzo Salviati , adagiato sulla riva destra del Tevere, non lontano né da San Pietro né da Castel Sant' Angelo, con una parte del giardino - compreso nell'ampio parco trasformato poi in orto botanico - che si estendeva in collina sino alla strada che dalla chiesa di S. Onofrio conduce al monumento a Garibaldi sul Gianicolo; una scalinata che lo risaliva formava, fra i maestosi alberi che lo racchiudevano, un angolo scenografico ricco di raccoglimento e suggestione. Avevano voluto il palazzo i cardinali Giovanni e Bernardo Salviati, figli di J a poco e Lucrezia de' Medici, e ne avevano affidato la realizzazione a Giovanni Lippi. Dopo essere passato in proprietà allo Stato italiano nel 1870, era stato sede del Tribunale Supremo di Guerra e Marina , del Tribunale Militare Territoriale e della Direzione Territoriale d'Artiglieria, divenendo poi dal 1883, come si è detto , sede del Collegio Militare che avrebbe ospitato sino al 1944; attualmente accoglie le strutture del CASO (Centro Alti Studi Difesa) . Sotto il profilo artistico, annovera vari affreschi e dipinti , fra cui le tempere ottocentesche delle volte delle sale terrene che risalgono proprio alla fondazione del Collegio. Ne fu autore Annibale Brugnoli da Perugia , che le aveva intonate alla particolare funzione dell'ambiente: nei locali che ospitavano il circolo ufficiali ed i docenti, aveva rappresentato i varì Corpi che costituivano l'esercito , mentre nelle volte del parlatorio allievi il pittore aveva rievocato, su quattro grandi quadri trapezoidali racchiusi da cornici dorate ed intagliate , i fatti d'arme più salienti delle guerre risorgimentali , Pastrengo, Montebello , San Martino , Custoza, con le rutilanti cariche degli squadroni di carabinieri e dei cavalieri di Monferrato, di Novara e di Aosta. Il Messaggero del 6 novembre 1883 aveva dato ampio risalto alla costituzione del Collegio Militare di Roma, la cui inaugurazione era stata fissata per il giorno 11 dello stesso mese, compleanno del Principe di Napoli (il futuro Vittorio Emanuele III), il più illustre degli allievi. In realtà, questi non fu mai allievo interno, ma nel periodo fra il 1884 ed il 1886 vi si recava , accompagnato dal precettore colonnello Osio e dal capitano Morelli, ad apprendere le istru(3) Ministero della Guerra, Ufficio Personale dei Generali, stato di servizio Grazioli Francesco (n. matricola 2449 - servizio del ruolo I).


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zioni militari pratiche e teoriche, sia all'interno del Palazzo Salviati che alla Farnesina, a Ponte Milvio ed ai Prati di Castello, zone di esercìtazioni esterne degli allievi. Il Collegio era articolato allora su quattro corsi con allievi, per il primo anno, provenienti dai Collegi Militari di Milano , Firenze e Napoli (nello stesso periodo ne era stato istituito uno anche a Messina) , per preparare i giovani all'ammissione alla Scuola Militare di Modena, ali' Accademia Militare di Torino ed a quella Navale di Livorno; con R.D. dell'll gennaio 1895, i corsi sarebbero poi stati portati a cinque (4). Comandava il Collegio il vecchio colonnello del Genio Parodi e, fra gli ufficiali di inquadramento, vi erano tre capitani e due tenenti anziani che avevano preso parte alle guerre d'indipendenza; l'aiutante maggiore, il capitano dei bersaglieri Campi , era tra quelli entrati in Roma attraverso la breccia di Porta Pia. Ovviamente vigeva un'atmosfera intensamente patriottica e spiccatamente anticlericale, secondo gli umori allora correnti nelle sfere politiche e militari della capitale. Fra i docenti civili, anch'essi in gran parte reduci delle guerre regie e garibaldine, e tra i quali alcuni godevano di chiara fama nella loro branca d'insegnamento, Graziali aveva simpatizzato in modo particolare con Camillo Antona Traversi, giovane milanese insegnante di letteratura italiana e già noto come brillante autore drammatico, e col romano Frattini, insegnante di matematica, che fra un teorema e l'altro trovava il modo di recitare qualche sonetto del Belli. Tra i compagni di corso, Grazioli annoverava non pochi rampolli dell'aristocrazia romana e della migliore borghesia liberaleggiante, che avevano voluto così dare buon esempio di piena adesione al nuovo regime instaurato a Roma da appena tredici anni; tra essi, alcune fra le più belle figure di ufficiali della nostra storia militare: Ugo Bignami, che da comandante di battaglione cadrà nel 1916 sull'altopiano di Asiago , medaglia d'oro al valor militare; Luigi Caldieri, caduto da colonnello comandante il 75° Fanteria anch'egli nel 1916 a San Grado di Mesna , medaglia d'oro al valor militare; Pietro D 'Agnino e Federico Pastore , morti entrambi ad Adua nel 1896 e decorati di medaglia d'argento al valor militare; Giuseppe Catalano, deceduto a seguito delle ferite riportate a Monte Sei Busi nel 1915, medaglia d'argento al valor militare; Luigi Fabbri, caduto sul San Michele nel 1915, anch'egli medaglia d'argento al valor mili(4) Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito - d'ora in poi USSME - , biblioteca , Memorie scoriche del Collegio Milicare di Roma (dal 1883 al 1917) , voi. I.


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tare; e Guido Ciani, Mauro De Donato, Vittorio Galli, Enrico Matassi , che persero tutti la vita nel corso della prima guerra mondiale. Graziali avrebbe sempre conservato un vivo , profondo ricordo degli anni trascorsi al Collegio Militare di Roma , di cui si ha traccia in uno scritto vergato per l'album ricordo del cinquantenario dell'istituto: La ricorrenza del cinquantenario del Collegio che coincide con la mia carriera militare, mi riporta d'un balzo e con nostalgico pensiero alle origini ormai lontane, per rievocare con commossa, devota riconoscenza tutti coloro che furono , fra le mura dell'austero palazzo tiberino, i miei primi educatori, tutti coloro che seppero infondermi indelebilmente nel cuore l'amore della Patria, la passione per la nobile carriera delle anni, l'orgoglio di comandare i soldati italiani ... Questo palpito del comando, germogliato fra le mura del collegio e maturatosi nella sua pienezza nei giorni della nostra fulgida vittoria, e le gioie impareggiabili che esso mi ha sempre procurato, irradiano di luce tutti i ricordi della mia vita , come il migliore premio di ogni fatica e come sublime conforto di ogni dolore (5).

Abbiamo rintracciato , tra il carteggio messoci gentilmente a disposizione dalla famiglia, una poesia scritta dal sedicenne allievo Graziali durante il secondo anno di permanenza al Collegio Militare , traboccante di epica , carducciana ridondanza , attestante , nel suo ingenuo barocchismo, di un trasporto idealistico adolescenziale che può oggi far sorridere per le sue modalità espressive, ma che manifesta di per sé stesso un'epoca ed un'atmosfera: Sogno dell'avvenire Viver con gloria, morir pugnando Son questi i palpiti , son del mio cuor. Ricchezze e fasti ho posto al bando Sol fama io voglio, fama d'onor. Potenti , nobili, ricchi e signori, Vivete in pace sopra i tesori, Che vi ammucchiarono gli antichi un dì. Oro, carrozze, servi , cavalli, Serate, musiche , trottate, balli, lo non v'ho amato né v'amerò. (5) USSME, biblioteca, A lbum-ricordo del cinquantenario del Collegio Militare di Roma.


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La Patria è runico mio forte amor, Per Lei sol palpito, Lei sola amo, Per Essa grido: sono Italiano! Nel petto battemi italo cor! Ahi! di Palestro !'ore felici Quando le schiere forti, vittrici l'ltale insegne fecer trionfar; Pei nostri cuori forti, animosi, ritorneranno ed i gloriosi rinnoveranno sereni dì. Allor sul campo. sopra un destriero Sbuffante, impavido, contro il guerriero Nemico impavidi ci caccercm. Ed al santo nome d'Italia amata Sconfiggeremo l'intera armata Che il suolo italico tentò assalir. E se nel campo ferito a morte Cadrò pugnando, cadrò da forte Pugnando impavido forte morrò. Potenti, nobi li, ricchi, signori, A voi sol restano lusso e tesori. Ma non la fama di santo onor. Io morto in campo con morte bella Rilucerò come una stella Nel cielo oscuro dell'avvenir ...

I tre anni di studio trascorrevano rapidamente, nel ritmo serrato dei programmi teorici e éielle istruzioni pratiche. Al termine, i promossi transitavano alla Scuola Militare di Modena, se aspiranti alle Armi di Fanteria e Cavalleria, od all'Accademia Militare di Torino se aspiranti all'Arma di Artiglieria, previo superamento dello speciale esame complementare di matematica richic to per questo istituto. Grazioli optava per esso, e nell'ottobre 1886 si trasferiva pertanto a Torino, in quell'Accademia di via della Zecca fondata nel 1678 con la denominazione di Accademia Reale e che. dopo la soppressione fra il 1798 cd il 1814 a seguito dell'occupazione francese, era divenuta Reale Accademia Militare nel 1815 cd infine Accademia Militare dal 1873 (6), annoverando tra i suoi allievi Alfieri, Cavour e tutti i maggiori capi militari piemontesi delle guerre napoleoniche e risorgimentali. Gli studi erano molto severi, (6) L'Esercito ed i suoi Corpi, voi. TI, tomo I, USSME, Roma, 1973, pagg. 116117.


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praticamente equipollenti a quelli universitari della facoltà di ingegneria civile , ma con in più numerose materie militari , e non lasciavano tempo libero agli allievi il cui scandito ritmo istruzionale veniva interrotto , sul piano emozionale, solo dal combattimento di Dogali del 26 gennaio 1887 che determinava intensa risonanza tra i frequentatori. All'epoca , inoltre, per l'avvenuto ampliamento degli organici militari ed urgendo un congruo numero di giovani ufficiali in servizio permanente , i corsi erano stati accelerati sì da essere completati in due anziché in tre anni (7). In questo periodo nasceva l'amicizia fra Grazioli e Giulio Douhet, che si sarebbe mantenuta sempre viva nel corso degli anni successivi. Grazioli aveva modo di distinguersi con particolare profitto nel corso degli studi , al termine dei quali veniva promosso con la qualifica di scelto. La promozione a sottotenente d'artigl ieria decorreva dal 6 agosto 1888, e come tale iniziava la frequenza della Scuola d'Applicazione d'Artiglieria e Genio, sempre a Torino , nell'edificio dell'Arsenale Militare, altro istituto ricco di tradiziGni e rinomato per la severità dei suoi studi tecnici , specie di balistica, meccanica applicata , polveri ed esplosivi , nel quale, anni prima, aveva lasciato un profondo solco d'alta cultura specialistica Francesco Siacci , esperto balistico di fama mondiale. Era una vita diversa rispetto a quella dell'Accademia Militare, gli ufficiali , in quanto tali, al di fuori dell'attività didattica si godevano la propria autonomia, alloggiavano e prendevano i pasti fuori , e- la Torino di quegli anni , civettuola e bon ton, era quanto di meglio si potesse desiderare in tema di modernità e spensieratezza. Nei due anni di corso , da settembre a giugno, si svolgeva la parte istruzionale teorica e pratica, con esercitazioni a San Maurizio , nel primo anno , ed in alcune piazzeforti del territorio nazionale nel secondo, mentre luglio ed agosto erano impiegati per i campi e le manovre fuori sede. La parte teorica, piuttosto ponderosa, era alleggerita dalle frequenti esercitazioni pratiche di equitazione, scherma ed istruzioni speciali d'Arma che avevano luogo alla Spianata di via Confienza, dove c'era anche una cavallerizza coperta. All'equitazione era attribuito particolare rilievo, ed oltre che questa la Scuola utilizzava anche la cavallerizza coperta della caserma Carlo Emanuele I di via della Zecca (l'attuale via Giuseppe Verdi) e quella della caserma Cavalli in corso Vittorio Emanuele , nonché di due campi ostacoli di cui uno a Sassi, alla bar(7) USSME, biblioteca, Memorie storiche dell'Accademia Militare di Torino e della Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio - dal 1871 al 1925, voi. I.


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riera del Colombaro ed un altro , detto degli Amoretti, alla barriera di Orbassano. L'ampio cortile della Spianata era organizzato in modo da rappresentare , lungo un suo lato, una batteria di opere fortificate ed una batteria da costa con relativo impianto telemetrico, così da consentire di svolgere l'istruzione sulle manodopere di forza dell'artiglieria pesante , sempre lasciando sufficiente spazio per le istruzioni della specialità da campagna o del Genio (8). Promosso tenente alla fine del 1889, la prima destinazione riportava Grazioli proprio nella sua città natale, al 13° Reggimento Artiglieria da Campagna nella caserma Castro Pretorio al Macao. La città aveva cominciato ad estendersi, a dar luogo a nuovi insediamenti ed a nuovi quartieri , la popolazione si avvicinava alle 400.000 unità , la vita però continuava a mantenere i ritmi di sempre, tra la bonaria indolenza dell'animo popolare e la mondana animazione di quell'aristocrazia che, auspice la regina Margherita , aveva cominciato ad aprirsi anche al nuovo regime ed alla Casa sabauda, con isole di elitari mo tra il blasonato e l'intellettuale impersonificato , in modo particolare, dal salotto della contessa Ersilia Lovatelli Gaetani , già da un decennio cenacolo di artisti quali Carducci , Mommscn, Gregorovius , Pascarella, D 'Annunzio. Carolina ed Alberto Hassler, che quattro anni prin:ia avevano trasferito il loro albergo dalla sottostante via Mario de' Fiori in cima alla scalinata di Trinità de' Monti, a pochi passi da Palazzo Zuccoli , avevano contribuito ad accrescere il tono di mondana internazionalità della città. Il reggimento era comandato dal colonnello Biancardi , già volontario lombardo nella campagna del 1859, giovane non di età ma sicuramente di spirito, pieno di spregiudicate ed avveniristiche iniziative nel campo delle applicazioni tecniche e tattiche e che avrebbe lasciato in Grazioli, come lui stesso ricorda nelle sue memorie, una notevole impronta. Era stato assegnato alla 6a batteria, comandata allora dal capitano Sodani, ciociaro , con tutte le caratteristiche di franca immediatezza tipiche della sua terra e con il quale quindi si realizzava subito una rapida intesa. Esercitazioni tattiche, istruzioni estive ai poligoni di tiro di Nettuno, Bracciano ed Arcinazzo, grandi manovre nella zona fra Terni e Foligno , per la parte militare, e vita mondana: nel 1893 prendeva parte al carosello storico in costume a Villa Borghese, in occasione delle nozze d'argento dei sovrani , aveva modo di assistere alla prima rappresentazione del (8) La Scuola di Applicazione d'Artiglieria e Genio , Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio Storico, Roma, 1939.


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Fa/staff di Verdi ed a quella di Cavalleria Rusticana del giovane Mascagni , entrambe nella barcaccia assegnata al reggimento al teatro Costanzi (l 'attuale Teatro dell'Opera) , mentre numerosissime si susseguivano le battute di caccia alla volpe alle quali prendevano parte , con alcuni dei più bei nomi dell'aristocrazia romana , gli ufficiali delle Armi a cavallo; bella vita, indubbiamente interessante , ma alla lunga piuttosto povera di contenuti, almeno per un carattere come quello del tenente Graziali. Per cercare quindi di sopravvivere alla routine del minuto servizio reggimentale ed a quella della mondanità, riprendeva a studiare, a scrivere ed a soddisfare le personali tendenze artistiche, schiccherando - Graziali stesso adopera questa forma onomatopeica nelle sue memorie - qualche bozzetto pittorico dal vero. Vidi subito, difatti , che la vita militare poteva essere per un giovane ufficiale o un campo chiuso di monotone e tediose occupazioni di caserma, o un campo brillantissimo delle più svariate attività intelleuuali di ogni genere a maggior vantaggio dello stesso rendime nto professionale, e come favorevole viatico a più brillante carriera. Soltanto così la vita militare, se affiancata da fervida passio ne di e mergere per intelletto e cultura dalla massa grigia dei mediocri, diventa veramente la più attraente vita del mondo (9) .

Verso la fin e del 1893, la batteria di cui faceva parte veniva trasferita a Rieti per il normale turno di distaccamento , e Grazioli , incaricato di predisporre gli alloggiamenti , compiva i 90 chilometri in una sola tratta , lui montando uno dei due cavalli da sella di proprietà e lasciando l'altro all'attendente che lo seguiva, già fido compagno di tante altre di queste marce di resistenza che il suo ufficiale amava oltremodo compiere. A Rieti la ristretta vita di guarnigione alimentava ancor di più le possibilità dello studio e delle letture , alternate ad alcune escursioni sul Terminillo e sul Velino con la sezione romana del Club Alpino Italiano ed a qualche ricevimento nella bella villa di San Mauro del Principe Potenziani. Per fi nalizzare i propri studi, ed anche per cercare di dare un'accelerata ad una carriera che all 'epoca , specie nei gradi inferiori , procedeva lentissima e per la quale il placido orizzonte internazionale non lasciava prevedere repentini cambiamenti di situazione , decideva di prepararsi all'ammissione alla Scuola di Guerra di Torino che, dopo tre

(9) Grazioli F..S., Mef!!orie, archivio familiare.


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anni di corso, gli avrebbe offerto la possibilità di entrare nel Corpo di Stato Maggiore. In verità, aveva anche pensato di fare domanda per essere inviato in Eritrea, ma le vicende di quel nostro possedimento coloniale, dopo l'episodio di Dogali, si erano ridotte a modesti avvenimenti privi di un qualche interesse, per cui aveva alla fine prevalso il progetto della Scuola di Guerra , tenendo anche conto che proprio nel 1894 scadeva per lui il quadriennio di servizio reggimentale previsto come periodo minimo per potervi aspirare. Chiuso nella sua stanza del tetro palaz.zone settecentesco reatino in cui aveva preso alloggio, Grazioli iniziava a studiare con lena , anche se in maniera del tutto atipica e personalizzata, al di fuori di ogni traccia di programma prestabilito o consigliato ma leggendo tutto ciò che gli capitava a tiro, non solo nell'ambito strettame nte professionale ma anche in quei settori di più ampio respi ro a sfondo storico, sociale ed umanistico in genere che rientravano, oltre tutto , nella sua sfera di attitudini ed interessi preferiti. I risultati dovevano confermare la bontà del metodo , perché nell'estate 1894 superava le prove scritte e nell'ottobre successivo, presentatosi agli esami orali a Torino, anche questi e con il massimo dei voti. Non senza un po' di rimpianto per il reggimento che aveva tenuto a battesimo i primi quattro anni della sua vita militare, si apprestava così ad iniziare un secondo periodo torinese. A quell'epoca la Scuola Superiore di Guerra, istituita nel 1867 in sostituzione della Scuola di Applicazione di Stato Maggiore , era situata in via Bogino, in un vasto palazzo poi scomparso in seguito ai bombardamenti aerei subiti da Torino durante la seconda guerra mondiale. I tre anni di corso previsti dalla normativa erano molto pesanti , ed al termine ciascuno di essi era completato con esercitazioni estive esterne (topografiche, tattiche, logistiche, fe rroviarie) e da un breve periodo di comando di reparto fatto in reggimenti di Arma diversa dalla propria, che per Grazioli furono il 90" reggimento fanteria a Novara , alla fine del primo anno di corso, ed il reggimento Lancieri di Savoia a Padova al termine del secondo. Grazioli non ricordava con piacere gli insegnamenti impartiti alla Scuola , che giudicava pesanti , retorici , ispi rati ad un dottrinarismo da tempo di pace molto lontano dalla guerra reale e , spesso, svolti anche da docenti non all'altezza; da questa esperienza non positiva sarebbe derivato poi quell'atteggiamento critico e di scarsa simpatia nei confronti di questa istituzione che ritroveremo in non pochi dei suoi scritti, quasi un'idiosincrasia viscerale che non lo avrebbe mai abbandonato nemmeno quando l'evoluzione della mentalità e della


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filosofia didattico-formativa ne avrebbe modificato impostazione e caratteristiche. Nel giudizio di Grazioli faceva eccezione, fra gli insegnanti, il colonnello Barone, docente di storia militare, con il quale aveva stabilito un valido legame intellettivo ed al quale avrebbe dato atto di aver molto contribuito allo sviluppo della sua personalità di comandante. Fra l'altro, Barone aveva diretto una campagna tattica con i quadri nelle Alpi e sull'Appennino Ligure , proprio sul terreno che nel 1796 era stato teatro della prima campagna napoleonica in Italia, il che aveva incrementato ulteriormente l'interesse e l'attenzione per il Bonaparte che Grazioli già coltivava da ragazzo. Al termine della campagna tattica svoltasi alla fine del primo anno , il giovane tenente venticinquenne aveva formulato una serie di considerazioni che riportiamo integralmente in allegato 1 quale interessante espressione dei primi fondamenti di un pensiero militare che , prendendo corpo e vieppiù maturandosi nel prosieguo delle esperienze e dell'evoluzione professionale, sarebbe sempre rimasto fedele a certi canoni concettuali di freschezza e di spregiudicata risolutezza . La vicenda di Adua dell 'l marzo 1896 determinava un intenso impatto emotivo nell'animo di Grazioli che , per quel poco che stiamo incominciando ad intravedere della sua personalità e del substrato motivazionale che connotava il modo con cui viveva la propria interiorità professionale e l'estrinsecazione comportamentale di questa, non ci stupisce, ma anzi troviamo in linea con la globale struttura temperamentale del soggetto. Faceva immediata domanda di interruzione del corso e di invio in E ritrea, subitamente respinta dal momento che avrebbe potuto essere accolta solo al termine del secondo anno di corso , cioè verso la fine dell'estate. Mordendo il freno , ma classificandosi egualmente tra i primi, Grazioli completava l'adempimento prescritto e finalme nte, il 20 ottobre 1896, si imbarcava a Napoli per l'Africa. Vi arrivava quando ormai era tutto finito. Il generale Baldissera , succeduto a Baratieri, aveva rioccupato Adigrat e c'era stato l'accordo con Menelik per la riduzione del nostro territorio eritreo alla linea del Mareb; la colonia era ormai in pace e gli umori del nuovo governo, dopo la caduta di Crispi , non lasciavano certo presagire nuove velleità belliche. Nonostante questa situazione alquanto stagnante, l'esperienza era comunque interessante, sia dal punto di vista umano che ambientale, ed il virus del mal 'd'Africa non tardava a colpire anche l'ormai ventisettenne Francesco Save-


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rio. Per un breve periodo era stato assegnato alla Direzione d'Artiglieria di Massaua, all'epoca oberata di lavoro per il riordinamento delle artiglierie della Colonia e per il recupero della gran massa di materiali dispersi nel corso della disordinata ritirata seguita ad Adua. Successivamente, veniva destinato alla Compagnia Indigeni Cannonieri , composta in parte di truppe nazionali ed in parte di truppe indigene di razza sudanese, dislocata ad Asmara, che raggiungeva a cavallo avendo come compagno di viaggio fino a Saati il maggiore Michelini , unico superstite della strage di Dogali dove aveva comandato la sezione di vecchie mitragliatrici, che così poco contributo avevano potuto offrire essendosi ben presto inceppate , e con il quale compiva un pellegrinaggio sul luogo del combattimento ascoltandone il resoconto dalla voce dello stesso Michelini. Asmara, a quei tempi , non era che un agglomerato di tucul con inframmezzata qualche rara casa in muratura costruita dagli italiani ; nel centro dell'abitato , il cosiddetto campo cintato , specie di caposaldo interno, e sullo fondo, u una grande amba, il Forte Baldissera, eretto all'epoca della nostra prima occupazione. Ovviamente non era il caso di parlare di svaghi, essendo questi limitati a qualche escur ione a cavallo nei dintorni ed a qualche colloquio con i capi indigeni locali. Dopo un certo tempo era trasferito al Comando del Distaccamento della Compagnia Cannonieri da impiantarsi nella piana fortificata di Saati; durante quel periodo, era stato comandato ad andare a ricevere al nostro confine meridionale le ceneri del maggiore Toselli che , dai piedi dell'Amba Alagi dove erano state provvisoriamente sepolte. venivano trasportate a Massaua per il successivo avvio in Italia. La piccola carovana era guidata dal capitano Enrico Caviglia , e con Grazioli presenziava alla cerimonia il tenente Pietro Badoglio. allora di presidio ad Adi Cajé, tre nomi che riecheggeranno vent'anni dopo con ben altri gradi e ben diverse incombenze. Nel frattempo, si era reso vacante un posto di ufficiale in servizio di Stato Maggiore presso il Comando di Asmara, ed il colonnello Caneva, futuro comandante del Corpo di Spedizione in Libia, che al momento, essendo rimpatriati tanto il governatore Baldissera che il vice-governatore e comandante del presidio di Asmara generale Viganò , reggeva il comando militare della città, chiamava a ricoprirlo Grazioli , in considerazione dei due anni da questi già brillantemente compiuti presso la Scuola di Guerra. Il momento era delicato, perché era imminente un riordinamento generale della Colonia , ormai in piena pace , con il passaggio da una forma di


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governo militare ad una civile; ed infatti poco dopo era nominato governatore l'on. Ferdinando Martini, insigne umanista ed una delle migliori teste di cui disponesse la classe politica italiana, competente in questioni coloniali, che avrebbe avviato l'Eritrea ad uno sviluppo modesto ma equilibrato protrattosi per tutta la sua decennale gestione . Era arrivato ad Asmara, città nella quale aveva trasferito la capitale da Massaua, fermamente deciso a colpire il fitto groviglio di interessi e privilegi radicatisi col tempo nell'ambiente civile e militare; questo presupposto, ed una istintiva inclinazione all'arguzia ed alla battuta, non potevano non piacere alla conformazione altrettanto satirica di Grazioli, ed infatti si era stabilita fra i due un'intesa che andava ben oltre i limiti delle rispettive posizioni gerarchiche e funzionali. Dall'Italia, intanto, da parte di un caro amico di Grazioli, Alberto Pelloux (figlio del generale e senatore Luigi Pelloux che nel frattempo, dopo la caduta del governo Rudinì seguito ai disordini di Milano del maggio 1898 ed alla repressione del generale Bava Beccaris, era divenuto Presidente del Consiglio alla fine di giugno dello stesso anno e che, forse attraverso l'amicizia con il figlio, teneva Grazioli in benevola considerazione) , gli giungevano pressioni affinché completasse i corsi della Scuola di Guerra , senza vanificare il biennio già fatto e pregiudicare così il futuro della carriera. Tutto sommato, l'esperienza africana era durata quasi due anni, e poteva ritenersi sufficiente; per questo e per le considerazioni legate al suo avvenire professionale, Grazioli presentava domanda di rimpatrio che avveniva a metà agosto 1898. Un anno dopo, aveva completato anche il terzo corso della Scuola di Guerra, classificandosi secondo su circa 50 allievi, il che gli procurava l'ammissione al breve corso di esperimento a Roma per il passaggio nel servizio di Stato Maggiore nonché il viaggio all'estero riservato ai primi tre classificati. Era particolarmente luminoso , quel settembre del 1899, anche nelle località del nord Europa meta del viaggio, già teatro di alcune fra le più famose battaglie della storia: Lipsia , Sadowa, Austerlitz; venivano toccate anche altre località come Zurigo , Basilea, Praga e Vienna, dove gli ufficiali erano ricevuti da Costantino Nigra, l'antico ed intelligente collaboratore di Cavour che, se pur già molto avanti negli anni, vi svolgeva le funzioni di ambasciatore. Durante il corso di esperimento Grazioli collaborava ad un grosso progetto per uno sbarco a Tripoli cui lo Stato Maggiore attendeva già da anni, ed infine, nei prim i mesi del 1900, veniva ammesso nel servizio di Stato Maggiore ed


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assegnato al comando della Divisione di Roma, aJJora situato nel fabbricato demaniale di piazza della Piletta e retto dal generale Fecia di Cossato. Il 16 luglio dello stesso anno arrivava la promozione a scelta a capitano e con questo grado, un paio di settimane dopo, dirigeva il corteo funebre di Re Umberto I nel tragitto dalla stazione Termini al Pantheon. Grazioli era il più giovane tra i capitani d'artiglieria; dopo di lui veniva Giulio Douhet, più anziano di Grazioli di circa sei mesi. Il primo an no del nuovo secolo doveva essere ricco di eventi anche nella sfera strettamente personale, dal momento che il 20 ottobre contraeva matrimonio con la signori na Anna Agnese Bianco, unione dalla quale, nel luglio dell'a nno successivo, nasceva la primogenita Andreina. Poco dopo, nel gennaio 1901, era trasferito presso il comando della Divisione di Livorno, incaricato fra l'altro di attendere agli studi sulla difesa costiera, ma vi rimaneva solo alcuni mesi , dal momento che nel luglio , quasi in concomitanza con la nascita della figlia, veniva nuovamente destinato in altra sede. Era allora d'uso, infatt i, che i capitani in servizio di Stato Maggiore, prima di essere chiamati a far parte del Corpo di Stato Maggiore , dovessero compiere un biennio di comando di reparto , corrispondente al grado, nell'Arma di provenienza. Graziol i era assegnato al 18° reggimento di artiglieria da campagna dislocato in Abruzzo, con sede principale ad Aquila e distaccamento a Sulmona , dove appunto la sua batteria veniva destinata dopo un paio di mesi dal suo arrivo e dove pertanto avrebbe trascorso pressoché interamente tutto il biennio , nel corso del quale aveva occasione di partecipare , fra l'altro, ad un ciclo di man ovre tatti che in Val Vomano svoltesi sotto la direzione dell'allora maggior generale Luigi Cadorna, comandante della Divisione di Aquila , nonché , nell'inverno 1902, con tutta la batteria al suo comando, ad un corso di circa sei mesi presso la Scuola Centrale di Tiro stanziata sul Poligono di Nettuno, riservato agli ufficiati di tutti i reggimenti dell'arma di artigl ieria. Le mansioni del comando e le cure della famiglia non lo distoglievano, peraltro, dalle letture e dagli studi, ed anzi proprio il periodo abruzzese lo vide dedicarsi con particolare interesse al problema della questione sociale, allora molto dibattuto , tanto che ne fece oggetto di una pubblica conferenza dal titolo L'esercito nel presente momento sociale, poi pubblicata sulla Rivista Militare Italiana e sulla quale ci intratterremo più diffusamente nell'ultimo capitolo. Quale comandante di batteria, del resto, aveva saputo recepire nel giusto modo l'esperienza umana derivantegli dal tipo di vita che


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1. -

Capitano d'artiglieria nel 1900.

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2. -

Con la moglie Anna Bianco subito dopo le nozze (1900).

la trnppa allora conduceva, conseguente al solco storico fra status militare e status civile che trovava momenti di coesione solo in atti puramente formali e ripetitivi come feste, ricorrenze, parate. Come considera Frascarelli in un recente volume che offre un interessante scorcio psico-sociale riferito all'esistenza del soldato tra la fine del1'800 e gli inizi del '900 , la sua esuberante giovinezza , già di per sé stessa penalizzata dalla vita di guarnigione povera di contenuti e monotona nel suo divenire , era spesso mal tollerata e questi , sempre più emarginato, trovava nella caserma l'unico rifugio alle numerose frustrazioni indotte dall'ambiente esterno e l'unico punto di coes·ione sociale. Era proprio la caserma che , pur imponendogli grosse


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coerc121oni alla propria libertà, assumeva un significato protettivo nei confronti degli stimoli negativi di un ambiente esterno incapace sia di capirlo che di accettarlo (10). Terminato il periodo di comando, con decreto in data 13 luglio 1903 Grazioli entrava a far parte del Corpo di Stato Maggiore del quale indossava l'uniforme con orgoglio, ma non senza rimpianto per quella dell'artiglieria. Era stato assegnato all'Ufficio Particolare del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, che era allora il generale Tancredi Saletta, che da colonnello, nel 1885, era stato il comandante del nostro primo corpo di spedizione a Massaua , uomo di temperamento rigido e duro, tutt'altro che facile, che compensava la scarsa duttilità ed agilità intellettiva con una notevole dose di buon senso e di tenace volitività. Aveva avuto occasione di conoscere l'organizzazione dell'esercito tedesco dell'epoca, e ne aveva tratto una così profonda e favorevole impressione da adoperarsi affinché, anche in Italia, la carica di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito fosse investita di quella autorità ed importanza che aveva in Germania, dove tuttora erano vivi i principi e le tradizioni di von Moltke. Ed a poco a poco , per una certa percentuale, vi era anche riuscito, agevolato in parte dalle incipienti preoccupazioni per il graduale perturbamento della situazione internazionale. Proprio approfittando di questo frangen te, ricorda Grazioli nelle sue memorie, aveva messo allo studio il grosso problema , sino allora piuttosto negletto, della difesa del nostro confine orientale nonché quello, sia pure come ipotesi secondaria, di una nostra eventuale offensiva oltre quel confine stesso. C'era da lavorare , ed il tempo trascorreva veloce in una serie di studi, ricognizioni sul terreno, esercitazioni con i quadri e grandi manovre che, ad anni alterni, avevano luogo nella pianura veneta, nella zona del Canavese ed in Campania. In quel periodo , Grazioli elaborava anche uno studio critico in merito ad un progetto di riforma del Corpo di Stato Maggiore che, a suo avviso , era ancora troppo anchilosato da vecchi schemi e da vincoli dottrinari in gran parte superati, ma l'iniziativa non raccoglieva il favore di alcuni esponenti dell'ambiente, e tra questi il più severo si rivelava il segretario del Comando del Corpo , il maggiore Armando Diaz, che da allora, secondo la versione di Grazioli, avrebbe sempre guardato con una

(10) Frascarelli M. La vira quotidiana del soldato italiano nel periodo umbertino (1878-1900), Calosci, Cortona, 1987.


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certa diffidenza questa sua tendenza all'analisi critica cd all'innovazione. E, d'altra parte, la valutazione di Graziali nei suoi confronti non era molto più indulgente, dal momento che nelle sue memorie lo definisce come persona che non spiccava affatto per emergenti doti di intelligenza e di uomo di comando, e per il quale nessuno avrebbe polllto prevedere in quel tempo la grande fortuna che poi ebbe. Pellio, subentrato nel 1908 a Saletta, poneva subito al proprio fianco Grazioli come più intimo collaboratore personale, ed il fatto ci sembra del tutto naturale considerando la profonda cultura generale e tecnico-professionale, l'elasticità di mente e la larghezza di vedute del nuovo Capo di Stato Maggiore. Non c'è nessuna fonte che non abbia messo in risalto queste sue caratteristiche, dalle quali discendeva, come ovvia conseguenza, la tendenza ad avvalersi del contributo di pensiero degli uomini più validi, valorizzandone l'opera e stimolandola a sempre nuovi traguardi. Era particolarmente portato ad ammodernare ed equilibrare meglio i criteri sull'impiego e l'addestramento tattico, esigenza tanto più sentita quanto più esasperato si era andato sviluppando in quegli anni l'estremismo francese deiroffensiva ad oltranza, e tanto più viva la polemica sulla manovra frontale, di avvolgimento e di avviluppamento. Con la sua notevole capacità di messa a punto, Pellio intendeva innanzitutto affermare il concetto dell'equilibrio , alieno da pregiudiziali più o me no dogmatiche, e nelle avvertenze che precedevano le Norme generali per l'impiego delle Grandi Unità in guerra, emanate in bozza nel 1910 e rese definitive nel 1913. così scriveva: Nelle cose di guerra o non esistonç> principi valevoli per tutti i casi o, se esistono, hanno carattere così generale che in pratica a ben poco possono servire, perché nella loro applicazione troppo influiscono le circostanze, sempre mutevoli. in mezzo alle quali si svolgono gli avvenimenti. Se poi si considera che tali avvenimenti, incalzando di solito con estrema rapidità , non Ja5ciano in genere gran tempo alla riflessione, si potrebbe senz·altro essere indotti a concludere che la sola guida per chi comanda stia nella propria genialità e nella prontezza cd acutezza del proprio intuito, se queste però non fossero. come sono, doti naturali che respericnza e lo studio possono sviluppare cd affinare. Da questa considerazione deriva l'importanza di alcune norme generali di condotta. desunte essenzialmente dall'esame critico, obiettivo dei fatti di guerra. le quali, pur non avendo nulla di assoluto, permettono, quando siano razionalmente seguite. di sfruttare nel massimo grado la potenza di cui


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si dispone e di sottrarre alla bizzarria del caso il maggior possibile numero di fattori del buon successo (11).

Era sintetizzata, in queste poche parole, la sua v1s10ne del campo di battaglia, impostata su un armonico funzionamento dei mezzi e delle dottrine di impiego, scevra da qualsivoglia assolutismo. Il trinomio sul quale Pollio intendeva fosse fondata la preparazione bellica delle Grandi Unità si articolava su dottrina, ordinamento tattico, addestramento, il che non costituiva certo una novità ma , come giustamente fa rilevare Stefani , era il modo di esprimere e di legare insieme i tre fattori in un tessuto connettivo conseguenziale che dava al pensiero una chiarezza ed una logicità di sviluppo del tutto inusuali (12). Riteniamo, e nei capitoli successivi, attraverso alcune manifestazioni del pensiero militare di Graziali, se ne potrà avere la conferma, che i due anni trascorsi accanto a Pollio abbiano lasciato in lui una traccia non indifferente, un presupposto di base al quale poi le esperienze di guerra direttamente vissute e maturate avrebbero dato un'impronta ancor più personale ed autonoma. Entrmbi, inoltre , tanto il Capo di Stato Maggiore quanto il s uo giovane collaboratore, avevano a fattor comune le passione per gli studi storici, e per Graziali era naturale , oltre che piacevole , unifo rmarsi all'orientamento del Capo che da essi amava trarre le indicazioni che riteneva più utili ai fini delle direttive da emanare per la preparazione bellica dell'esercito. E proprio La preparazione era il significativo titolo assunto da un giornale militare che aveva preso vita durante la gestione Pollio, nel corso della quale , forse per la prima volta, sembrava aleggiare nella struttura dell'esercito uno spirito fresco e vivificante che infondeva fiducia. La notte del 29 dicembre 1908, ventiquattro ore dopo il terremoto di Messina , GrazioJi era stato inviato nella città per coadiuvare il generale Mazza , comandante del Corpo d'Armata di Palermo , nella onerosa opera di Alto Commissario munito dei pieni poteri e responsabile della direzione di tutte le operazioni di soccorso nelle zone colpite. Di questa sua esperienza in terra siciliana una testimonianza particolarmente efficace è rappresentata da alcune lettere inviate alla moglie nei giorni immediatamente successivi al disastro, delle quali riportiamo alcuni stralci che ci sembrano (11) Stefani F. La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'esercito italiano, voi. l , USSME, Roma, 1984, pag. 420.

(12) Stefani F., op. cit. pag. 421.


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estremamente interessanti sia come contributo alla cronaca di quelle vicende e sia per la descrizione di tipo giornalistico che le caratterizza:

Messina, 2 gennaio 1909 Lo spettacolo della città distrutta è spaventevole, specie gli incendi che divampano ovunque con furore e dei quali giunge qui, oltre la vista paurosa, anche il puzzo nauseante dei cadaveri innumerevoli insepolti. Ma lo spettacolo veramente raccapricciante si ha a terra, ove sono rimasto tutta ieri di giorno e tutta stamanj. Mentre la facciata di molte case sulla marina è ancora in piedi, così da non dare a prima vista l'idea di una rovina completa, basta internarsi un po' nelle vie per vedere che tutto è distrutto. La città è un solo ammasso di macerie. E pure sotto tanta rovina ci sono ancora dei viventi. Ho assistito tamani all'estrazione di una vecchietta e di una splendida bambina di circa 8 anni, quasi illesa (dopo 6 giorni dal terremoto!). Ma i feriti sono a migliaia e fanno una pena immensa , sebbene purtroppo a tutto ci si abitui, e ormai ci abbia fatto l'occhio. La confusione nel comando quando giungemmo qui era spaventevole. Ora cominciamo a mettere le cose a posto, ma ci vuole una energia formidabile e talvolta perfino crudeltà , perché la popolazione superstite è pazza o scimunita e molti non vogliono saperne di partire, mentre è urgente di sgombrare da ogni persona questa città morta , anche per timore di infezioni. A terra si è assaliti sempre da folle di laceri , feriti , piangenti, che si aggrappano intorno chiedendo pane, e stante le immense difficoltà appena ora possiamo cominciare a soddisfarli perché abbiamo anche oltre 4000 uomini di truppa da sostentare. Ogni tanto assistendo a tante miserie e a tanto dolore vengono le lacrime agli occhi, ma poi si pensa quanto l'opera nostra è utile e ci si fa forza.

Messina, 4 gennaio 1909 In mezzo agli orrori è tuttavia per tutti noi un lavoro di estrema utilità, questo salvataggio, vettovagliamento e riorganizzazione di una grande città distrutta. Ancora stamani si sono estratte persone viventi. Stasera credo si sospenderanno questi lavori perché più oltre impossibile. Pur troppo!


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Poi si continuerà alacremente a seppellire i morti, che si scavano a centinaia e che occorre assolutamente seppellire per evitare infezioni. Perciò si sono costruite grandi fosse in molti punti abbastanza sgombri della città e nelle vicinanze, ove si gettano i cadaveri ricoprendoli con calce. Quanta gente e quanti orrori. Ricchi e poveri, donne, bambini in quantità, tutti alla rinfusa. E pure credi si fa l'abitudine a tutto, non ci si bada più. Ciò che più strazia è il quadro dei superstiti, degli sperduti, degli inebetiti, degli affamati . Grazie a Dio abbaimo viveri in abbondanza piovutici qui da tutte le parti del mondo e si sono organizzate distribuzioni periodiche in determinati punti della città, la quale è ripartita in settori ciascuno con a capo un generale. Altra questione gravissima sono i valori, rinvenuti per molti milioni e conservati sinora dalle truppe. Ci sono dei reggimenti che si trovano ad avere in consegna valori di oltre 2 milioni. Il tesoro del Duomo rintracciato ieri è composto di un milione e mezzo di gioielli, specialmente brillanti e perle. Le truppe fanno miracoli di resistenza a disagi d'ogni sorta.

In una lettera di una settimana dopo , al termine di una realistica descrizione delle condizioni della città, comparivano le prime considerazioni sull'azione di comando del generale Mazza: Messina, 12 gennaio 909 Ormai abbiamo perduta ogni speranza di trovare altri viventi . La immensa tomba è chiusa a ogni voce umana e nel profondo silenzio delle vie, che le macerie hanno ridotto a mulattiere o a sentieri talvolta impraticabili, dormono i morti a migliaia che non furono potuti scavare e non lo saranno ormai più, chi sa per quanto tempo. Le poche case rimaste in piedi dopo l'abbattimento completo della facciata (caso questo molto frequente in questo terremoto) sembrano enormi case da bambole, colle stanze tutte aperte da un lato e che lasciano vedere l'interno, colle pareti intatte, ma con tutti i pavimenti sprofondati. E guardando quelle povere pareti quanti pensieri tristi ci assalgono! Coloro che le abitavano non ci sono più oppure sono sprofondati sotto cumuli di macerie lì sotto e pure restano intatte appese alle mura tante loro cose care, ritratti di famiglia, ninnoli e talvolta, dove il pavimento non è tutto sprofondato, anche mobili e perfino let-


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ti! Letti che nel disordine come furono lasciati, parlano ancora della fuga pazza pel salvataggio. Lassù negli ultimi piani ci sono ancora dei morti (se ne vedono tanti!), che non è possibile per ora almeno raccogliere, tanto il rudero rimasto della casa è alto e impraticabile, e pericoloso avvicinarvi anche scale! Altre case hanno intatte le quattro mura principali, tanto che paiono intatte; ma dentro tutto è sprofondato e non sono che enormi tombe chiuse, nelle quali non è possibile pensare a scavare. Queste erano quelle che facevano più impressione, quando ardevano gli incendi per molti giorni dopo il m io a rrivo qui. Altre infine sono tutte polveriaate così da costituire un solo mucchio di macerie minute, e questo è il caso più frequente. Lì sotto ci sono sepolte famiglie intere, affetti, ambizioni, speranze, tesori ... tutto finito! Ormai si è iniziato su larga scala il lavoro di costruzione delle baracche, cominciando da quelle indispensabili per gli uffici civili: prefettura, municipio, tesoreria, tribunale, ccc .. ecc. , e poi quelle per le truppe e infine man mano che giungerà legname e personale del genio civile, quelle per la popolazione. Ogni giorno arrivano numerose grandi navi da guerra e mercantili, nazionali ed estere, cariche di enormi quantità di viveri e di legname. Ieri è giunta una nave americana con un milione e mezzo di razioni. Noi distribuiamo in media alle sole popolazioni 64000 razioni, e poi rende. vestiario. scarpe, ecc., ecc. Si stanno concretando le norme, gelosissime, per regolare lo scavo dei valori immensi ancora sepolti sotto le rovine di questa grande città. È la questione più grave. perché Messina era una città ricchissima; i proprietari sono scomparsi a centinaia e gli eredi non si sa chi siano ... Il generale Mazza conduce la nave del potere in questi momenti terribili con mano ferma, forse troppo ferma, che talvolta può parere anche crudele. Ma chi sta quì vede che forse ciò è necessario, per evitare mali maggiori. So che molti giornali lo criticano parecchio. Ma molte volte ingiustamente, ed io piano piano. con l'ufficio stampa che egli mi ha affidato, spero di persnadere i varì corrispondenti a vedere più chiaro ed a criticare meno. Intanto mi sono accaparrato tutta la loro simpatia trattandoli affabilmente e favorendoli in tutto. Sono circa 50, nazionali ed esteri. Oggi è giunto il famoso Barzini del Corriere della Sera, simpaticissimo.

li tema della gestione dei soccorsi e degli adempimenti organ izzativi ed amministrativi relativi alla vita della città colpita costituì-


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vano il contenuto di un'altra lettera , dove soprattutto era espressa l'amarezza per l'acrimonia con la quale, da parte degli organi di stampa, si giudicava l'operato dell'Esercito. Ci sembra di poter concludere, rileggendola ed avendo direttamente vissuto analoghe espe- . rienze nel corso di calamità pubbliche (alluvioni, terremoti) occorsi in questi ultimi anni in varie parti del territorio nazionale, che certe for me di preordinata e strumentalizzata distorsione della realtà fos sero le stesse anche 80 anni fa, quando ancora i mezzi di comunicazione di massa non avevano la funzione di cassa di risonanza che hanno oggi; il che non ci consola. ma quanto meno ci conferma una teoria della quale siamo sempre stati assertori, che cioè l'efficienza altrui, specie se ornata delle stellette, è riguardata da taluni con tanto più livore quanto più si pone come contraltare alla propria ignava inconsistenza: Messina , 20 gennaio 1909 L'anima di noi tutti quì è esulcerata e freme di dolore nel vedere le infamie di cui sono capaci i giornali contro di noi. Menzogne atroci che non hanno ombra di fondamento e che gettano nel fango l'opera nostra che pure non aveva altra ambizione che quella di essere riconosciuta utile al Paese ed a tanti sventurati dopo così enorme disastro. Il generale Mazza stamani, presenti noi, ha pianto. Povero vecchio! Io che lo vedo all'opera, che conosco ormai tutto l'animo suo retto e generoso, tutto lo slancio impetuoso per riuscire nella colossale opera di risorgimento di questa città infelice, posso comprendere quanto profondo sia lo strazio dell'animo suo per questa atroce campagna denigratrice, che si è diffusa come un baleno su tanti giornali , mossa da interessi locali ingiusti o da interessi politici non confessabili. Ti giuro che salvo una certa indecisione nei primi giorni, determinata dall'orrendo spettacolo e dall' immensità stessa del disastro superiore ad ogni immaginazione , ora le cose qui procedono con calma , con giusto criterio , con unità di indirizzo e di vedute. Fra una ventina di giorni se ci lasciassero fare, già la nuova Messina potrebbe riprendere lentamente la sua vita e il potere militare potrebbe cedere il posto al potere civile per il risorgimento graduale della città. Ma coloro che nel momento più terribile avevano perduta la testa e imploravano dal potere militare il soccorso della sua o rganizzazione più disciplinata e più forte, ora sentono il bisogno di coprirci di vituperi, dando lo spettacolo · di un accordo


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bestiale per negare all'opera di questa autorità militare ognj efficacia. Che infamia! E pure che fare? Come contrastare questa campagna denigratrice che parte non si sa da chi e perché , che ha trascinato giornali d'ogni colore. che ha assunto le proporzioni di una vera gazzarra? Il tempo e la calma ci daranno ragione; Ma intanto lavorare e tacere sotto tante accuse è per noi uno strazio superiore a quello provato quj durante l'opera penosa e faticosa dei primi giorni. Né è a credere che qui sia solo il generale Mazza a dirigere , ciò che potrebbe far supporre che egli come generale potesse essere incapace a responsabilità civili così enormi. Egli ha presso di sé funzionari civili giovani, provetti, intelligentissimi , pratici di questi frangenti , il fiore della nostra amministrazione, e non si può ammettere che qui nessuno capisca più niente e che non si commettano che errori! Credi, io che son qui lo vedo, e ti giuro che ben difficilmente altri potrebbe far meglio di quel che fa il generale e i suoi funzionari. Nulla posso dirti circa iJ mio ritorno. Il generale non mi lascerà scappare,,tanto presto, egli mi ascolta molto ed io cerco come po so di fargJj sentire vicino una voce amica e di smussarne certi angoli troppo acuti del suo fiero carattere. Certo la sua posizjone è terribile, e sarebbe vigliaccheria non aiutarlo con la più profonda devozione in un momento così difficile. Che scuola. questa, di vita vissuta per tutti noi, e che tesori di esperienza SÌ' raccolgono quì ! ( 13).

La permanenza di Grazioli in Sicilia si sarebbe protratta per circa tre mesi in quanto, dopo un primo periodo trascorso a Messina, si trasferiva a Palermo per redigere la relazione ufficiale sulle operazioni di soccorso. Gl i anni trascorsi da Graziol i presso lo Stato Maggiore avevano costituito per lui una valida esperienza intellettuale e professionale. l'occasione di far compiere un salto di qualità alla sua cultura di professionista delle armi affinandone le varie componenti ed ampliando la visuale d'insieme di tematiche e problemi, ed il tutto in parallelo con l'evoluzione di una personalità nella fase più favorevole del proprio sviluppo, tenendo conto che la permanenza di Grazioli in via XX Settembre si era protratta dai 33 ai 40 an ni. L'esperienza in que(13) Graziali F.S., Epistolario, archivio familiare; tutti i corsivi rappresentano sottolineature nel testo.


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stione ridimensiona , almeno in parte, il giudizio negativo che sull'ambiente dello Stato Maggiore dell'epoca è stato dato da più parti. Secondo De Bono, ogni ufficiale di Stato Maggiore, bel, biond e bestia e con un ben sviluppato istinto per la burocratizzazione, viveva olimpicamente distaccato dagli altri, in una condizione di splendido isolamento che gli faceva perdere ogni contatto con la realtà della vita militare, e la cui influenza, che giungeva dapertutto, si manifestava nociva ai vari interessi dell'esercito, e più o meno dello stesso tono erano le considerazioni di un De Rossi e di un Ranzi (14). Queste valutazioni potevano indubbiamente contenere una percentuale più o meno ampia di verità, anche se forse in parte un po' forzata e colorita, così come non si può non tener conto di quanto asserito viceversa da Stefani: ... un corpus dottrinale, quello del 1915, che fu il frutto di un lavoro durato più di 40 anni, al quale avevano concorso tutte le menti più elette dell'esercito italiano - che non furono, come comunemente si afferma, poche - e che nulla ebbe ad invidiare a quello dei maggiori eserciti europei per la modernità delle concezioni, l'equilibrio dei criteri, l'aderenza delle modalità d'azione agli scopi da conseguire , l'elasticità dei provvedimenti, la chiarezza delle procedure ed il rigore logico della metodica operativa ed addestrativa (15).

Anche se, sulla scorta di quanto poi avvenuto nella realtà durante le prime cinque battaglie dell'Isonzo, tra giugno 1915 e marzo 1916, tali affermazioni ci sembrano anch'esse un po' forzate· in chiave troppo ottimistica e da prendersi quindi con una certa riserva . Ma non è questo che soprattutto ci interessa e ci preme mettere in evidenza. Ciò che intendiamo invece sottolineare è che, tra le componenti della personalità di Grazioli quale essa si è venuta configurando, un ruolo notevole rivestiva la base motivazionale di quella che si stava rivelando sempre più una scelta di vita ancor prima che una scelta di carriera. Vogliamo riferirci, con questo, non tanto alla spinta motivazionale iniziale, alla quale non attribuiamo (14) De Bono E., Nell'esercito nostro prima della guerra, Milano, 1931; De Rossi E., Ca vita di un ufficiale italiano sino alla guerra, Milano, 1927; Ranzi F. , Il nazionalismo ed il problema militare italiano, Roma, 1910 - tutti citati da Wittham J. , Storia dell'esercito italiano , Rizzoli, Milano, 1979, pagg. 225-237. (15) Stefani F. , op. cit., voi. I. pag. 359.


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in genere soverchia importanza convinti come siamo che essa, per l'età ed il grado di informazione e maturità relativi, abbia carattere di scarsa congruità e sia il più delle volte il frutto di pulsioni emotive o contingenti (e la sua, Grazioli l'aveva vissuta a soli 13 anni e mezzo), quanto invece a quella in itinere, la motivazione cioè che l'individuo elabora e sviluppa nel corso dello svolgimento di una determinata attività, iniziata magari senza specifico stimolo o propensione vocazionale , e di cui prende coscienza con una progressione graduale che la rende proprio per questo ancor più attendibile e valida, reale, acquisendo per la propria dimensione esistenziale un significato di esclusività che fa diventare ad un certo punto quasi inimmaginabile una situazione professionale ed ambientale che non sia quella in atto. Il periodo al quale si riferisce la nostra analisi non era, storicamente, fra quelli favo revoli per l'esercito , che mostrava i sintomi di un malessere dalle radici profonde, soprattutto nel corpo degli uffi ciali ed in particolare fra i subalterni, alle prese con una carriera estremamente lenta, poco remunerata e con le difficoltà logistiche connesse ai trasferimenti. A questo aggiungasi la globale indifferenza con la quale l'opinione pubblica riguardava il problema della difesa nazionale, interrotta solo da rigurgiti di un antimilitarismo viscerale, alla quale faceva riscontro quella deU'ambiente politico e parlamentare, espressa in quest'ultima sede da dibattiti molto formali, scontati e delineati sul medesimo schema: ... una forte opposizione dell'estrema inistra, contraria alle spese per motivi politici ed economici, ed un numero generalmente ridotto di sostenitori del governo che manifestava amore e fiducia nell'esercito, senza considerare alcun problema; a tutto ciò si possono aggiungere alcuni discorsi di carattere tecnico, militare ed economico, sempre confinati ai dettagli meno importanti; sembrava quasi che i problemi militari discussi al Parlamento fossero catalogati tutti o come discorsi dell'opposizione, o retorici, o come pure spiegazioni tecniche (16).

Ma, e quì ritorniamo a l fatto re motivazionale di cui s'è detto, il capitano Grazioli apparteneva a quella categoria di persone che,

abbracciata un'attività e coinvolti nei molteplici aspetti di essa al (16) Rochat F. l'esercito italiano nell'estate 1914. in Nuova Rivista Storica, 45. 1961, pag. 304; sull'argomento, cfr. anche Meriggi M., Militari ed istituzioni politiche 11ell'età giolittiana, in Clio, 1/1987. ·


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punto tale da identificarvisi completamente, riescono a mantenere una loro coerenza intellettiva, spirituale e comportamentale che non viene meno neanche nei momenti di crisi, ma anzi proprio da essi sembra trarre maggior stimolo di perseveranza in un atteggiamento che è in parte espressione di conferma ed in parte anche di sfida, un modulo di diversificazione da coloro che, meno saldamente inseriti nel contesto di cui fa n parte , risultano più sensibili alle fluttu azioni delle circostanze e degli eventi. Mentre scriviamo, ci sovvengono per analogia le parole di una lettera che, nello stesso periodo (è datata ottobre 1907) un giovane di 19 anni, Francesco Baracca, scriveva ad un amico comunicandogli di essere stato ammesso alla Scuola Militare di Modena quale allievo del corso di cavalleria: ... comincia per me una nuova vita . Vi sono preparato perché non ho altra aspirazione che quella di potere un giorno vestire una divisa ed essere degno in ogni momento di essa. Sarò ubbidiente e disciplinato. È necessario, in quanto l'entusiasmo che mi ha condotto per questa strada m'impone di rispondere all'ansietà de lla mamma, all'aspettazione di mio padre, alla fiducia che ho in me stesso. Vado perciò a Modena con animo sereno ed esultante. disposto a qualunque rinuncia, a qualunque sacrificio , pur di riuscire ad essere un buon ufficiale (17).

Il desiderio espresso dal giovanissimo neo-allievo si era gia esaudito per il più ·anziano capitano di Stato Maggiore. Gli anni erano passati, ventisette dal giorno in cui aveva varcato il portone di Palazzo Salviati , e non erano stati tutti facili ed esaltanti, tra il grigiore della vita di guarnigione e la scarsa considerazione di un ambiente esterno generalmente indifferente quando non o tile, ma l'equazione personale era stata risolta senza scosse, non c'erano state crisi di identità neanche nei momenti nei quali sarebbe stato plausibile che vi fosse ro, ovvero erano state superate con la serena determinazione di colui a cui l'atmosfera del momento può ingenerare sconforto ma non titubanza . Era divenuto un buon ufficiale, e si apprestava a continuare ad esserlo ora che, all'inizio dei 40 anni , la promozione a maggiore lo introduceva in una dimensione gerarchica superiore ed in una fascia di responsabilità più elevata.

(17) Foschini A. Baracca, Editoriale Aeronautica. Roma, 1939, pag. 23.


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La Brigata Granatieri di Sardegna, con i suoi due reggimenti , 1° e 2°, rappresentava nella guarnigione di Roma una specie di aristocrazia militare, almeno per quanto riguardava l'aspetto formale esaltato dalle splendide uniformi da parata , cui non corrispondeva peraltro una altrettanto ragguardevole efficienza sul pia no addestrativo e tattico penalizzata com 'era dalle frequentissime incombe nze di carattere cerimoniale e rappresentativo, all'ordine del giorno nella vita quotidiana della capitale. L 'assegnazione di Graziali aveva coinciso con l'arrivo di un nuovo comandante di brigata, il generale Tassoni, già suo insegnante di storia militare alla Scuola di Guerra, che aveva dato avvio ad un'energica epurazione tra i quadri ufficiali della Grande Unità, liberandola di alcuni pesi morti che un malinteso spirito di corpo aveva lasciato allignare per anni a titolo di assoluta inconsistenza, e ad un contemporaneo incremento della componente addestrativa. A Graziali era stato dato il comando del III battaglione del 2° reggime nto , di stanza nella caserma Umberto I a S. Croce in Ge rusalemme. Arrivarvi in queste condizioni di alacrità e di fervore lavorativo costituiva un fatto molto positivo per lui , non solo perché in linea con il proprio carattere ed il proprio modo di concepire il significato della professione che aveva abbracciato, ma anche perché contribuiva in parte a lenire il cocente dolore per la perdita del secondogenito Mario, deceduto proprio in quei mesi , a soli sette anni di età, a seguito di una rapidissima ed incurabile malattia, solo parzialmente compensato dalla nascita quasi contemporanea della terzogenita Graziella. Sulla scorta delle direttive del comandante di Brigata, si dedicava con grande impegno all'addestramento del battaglione, con il quale prendeva anche parte, nel maggio 1911, all'inaugurazione del complesso del Vittoria no sul Campidoglio , nell 'ambito dei festeggiamenti per il cinquante nario della proclamazione del Regno . cerimonia per lui tanto più sentimentalmente significativa in quanto il monumento sorgeva per gran parte su quella zona della citta nella quale era venuto alla luce 42 anni prima. Negli ultimi giorni di se ttembre, mentre trascorreva un pe riodo di licenza con la famigl ia a Calvi, in Umbria, un telegramma dello Stato Maggiore lo convocava d'urgenza a Roma: doveva recarsi a Tripoli ed, in attesa dello sbarco delle nostre truppe, reclutare fra gli arabi guide ed informatori. Gli ordini prevedevano altresì che contattasse preliminarmente ad Augusta l'ammiraglio Aubry , che era al comando della nostra


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flotta pronta a muovere , il quale però, preoccupato che un'azione del genere potesse accentuare lo stato d'allarme in Turchia e provocare un ulteriore afflusso di armi verso la Tripolitania , aveva messo il più fermo divieto a qualsiasi partenza verso questa regione, anche se sotto mentite spoglie. Grazioli non intendeva, dal canto suo, tornare a Roma a mani vuote, e pertanto, di propria iniziativa, si imbarcava per Malta , dove si erano concentrati molti italiani ed arabi profughi dalla Tripolitania, con l'identità di copertura di giornalista . Rinchiuso nel lazzaretto dell'isola - all'epoca, nell'Africa del nord e nell'Italia meridionale imperversava il colera, e gli inglesi erano estremamente rigidi nell'imporre e far rispettare la quarantena - riusciva a contattare un arabo che gli procurava informatori e guide e gli dava ampie informazioni sullo stato delle cose a Tripoli e soprattutto sui vari umori delle popolazioni dell'interno, che contrastavano decisamente con le previsioni ottimistiche con le quali, in seno allo Stato Maggiore dell'Esercito, si guardava alla passeggiata militare. Gli eventi successivi allo sbarco, ed in particolare l'atteggiamento degli arabi delle regioni gebeliche, abilmente predisposto e pilotato dai turchi ai nostri danni, dovevano dare ragione alla relazione che Grazioli aveva compilato al rientro da Malta ed alla quale era stata riservata una frettolosa e distratta considerazione. In seguito ad ordine n. 597 R datato 25 ottobre 1911 del Comando della Divisione Militare di Roma , il III battaglione granatieri mobilitato partiva da Roma il 27 ottobre ed il giorno successivo si imbarcava a Napoli sul piroscafo Liguria diretto alla volta di Tripoli dove giungeva la sera del 30. Durante la permanenza a Tripoli si schierava con le sue quattro compagnie e la sezione mitragliatrici sul margine orientale della città per proteggerlo da eventuali offese nemiche, ingaggiando lungo la linea degli avamposti di Sciara Zaniet i primi scontri a fuoco con gli arabo-turchi che cercavano di disturbare i lavori di trinceramento. Poco dopo l'arrivo in Africa , i due battaglioni granatieri, a seguito della morte del comandante dell'altro battaglione del 1° reggimento maggiore Gregori e del suo aiutante maggiore tenente Osti, - il periodo di permanenza nell 'oasi di Tripoli fu tra i più aspri e duri della campagna; appena sbarcati furono soggetti all'infezione colerica che in pochi giorni uccideva , oltre ai predetti ufficiali, numerosi uomini di truppa (18) - furono (18) Scala E. Storia delle fanterie italiane. voi. VI (/ Granatieri di Sardegna), Tipografia Regionale (a cura dello Stato Maggiore Esercito - Ispettorato delle Armi di Fanteria e Cavalleria), Roma , 1954, pagg. 162-198.


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riuniti a costituire un reggimento di formazione di cui Grazioli, pur rimanendo comandante del III battaglione, assumeva il comando e che e ntrava a far parte, con 1'11° reggimento bersaglieri, il battagl ione alpino Fenestrelle ed un battaglione autonomo del 63" reggimento fanteria, della Brigata Mista agli ordini dapprima del generale Dal Mastro e poi del generale Lequio. Alle brillanti operazioni preliminari della Marin a ed ai primi facili successi seguiti allo sbarco erano sopravvenute , come è noto, giornate sanguinose e sorprese sconcertanti; il III battaglione granatieri consumava i suoi giorni, come le altre truppe, fra vita di trincea, ricognizioni, disagi dovuti alla precaria alimentazione, al freddo notturno ed alla difficile situazione sanitaria, essendo gli uomini intensamente distur bati dalla gastro-enterite e dalle febbr i reumatiche. La situazione logistica, in modo particolare, era oltremodo critica , anticipatrice delle stesse difficoltà che, nelle medesime zone, l'esercito italiano avrebbe sofferto trent'anni dopo; di essa abbiamo traccia in una comunicazione inviata da GrazioLi al suo comandante di reggimento: A nome di tutti i componenti di questo battaglione mobilitato mi è grato porgere a Lei, Sig. Colonnello ed agli ufficiali del Reggimento presenti a codesta sede, i nostri più vivi ringraziamenti per il delicatissimo pensiero avuto di voler devolvere interamente a beneficio dei militari di truppa di questo battaglione la somma di L. 500 generosamente concessa da S.M. il Re al Reggimento per la festa della Brigata. Considerando che tutti indistintamente i militari quì presenti danno diuturne prove di rara abnegazione e che tutti fanno del loro meglio per accrescere fama ed onore al nostro glorioso Reggimento. senza badare a pericoli e disagi. sentito il parere dei miei ufficiali. mi sono permesso di modificare alquanto le direttive date da codesto Comando a riguardo della ripartizione della predetta somma. Invece cioè di ripartirla fra i più me ritevoli, ho preferito impiegarla per acqui tare generi di conforto per tutto il battaglione, cosa di cui abbiamo molto bisogno, anche in vi ta delle condizioni sanitarie, che come dirò in seguito lasciano molto a desiderare, specialmente data la persistenza di casi di gastroenterite. Con una piccola parte della somma ho distribuito alcune gratificazioni ai militari di truppa adibiti a cariche speciali, particolarmente faticose e penose, quali ad esempio gli incaricati dell'assistenza ai colerosi (19). (19) Archivio USSME - d'ora in poi AUSSME - . Memorie Storiche 2" reggimento granatieri. rapporto n. 92 del 21.11.1911. da Grazioli a com .te rgt.


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Tra la fine di novembre ed i primi di dicembre il battaglione prendeva parte ai combattimenti per la riconquista dell'importante posizione di Henni e per l'occupazione di Ain Zara, posto d'acqua e di sosta piuttosto importante ad oltre 5 km da Tripoli verso l'interno. Di Ain Zara Grazioli forniva, in una lettera del 14 dicembr,e diretta alla moglie, una suggestiva descrizione ambientale: Vorrei darti un'idea del luogo dove ci troviamo, ma non è facile; dietro a noi l'oasi verde, di un verde smeraldo fonçé, cosparsa di palmeti radi e snelli, rumoreggiante lietamente di voci di soldati, di nitriti di cavalli, di fragore di carri. Intorno intorno sulle alture pure verdi che la ricingono gruppi staccati di truppa, sui cucuzzoli più elevati: le gran guardie degli avamposti. Fra noi e il centro dell'oasi uno stagno argenteo lungo 5 o 6 chilometri, folto di piante lacustri altissime, sul quale volano infiniti beccaccini che formano la gioia dei numerosi ufficiali cacciatori che sono qui. A sera, sul tramonto, sempre meravigliosamente bello, densi stuoli di storni vengono da lungi e con fracasso di mille aeroplani passano sulle nostre teste, si abbattono sullo stagno, stormeggiano e vanno a raccogliersi sui palmeti più lontani. Guardando in fuori dalla corona di alture appare grandioso e solenne il deserto, giallo nel suo infinito silenzio, senza un palpito di vita né vicina né lontana, ma imponente appunto per questo enorme squallore e splendido per le tinte sempre diverse che assume sotto questo gran mago di colori che è il sole africano . Sopra un gruppo di queste alture, che sembra stiano a contemplare il deserto, sta il campo del mio battaglione. Le quattro compagnie hanno ciascuna un settore da guardare, e ciascuna si è fatto una specie di fortino in terra dove tiene raccolti i propri uomini, i propri asinelli da trasporto, i materiali ecc. Io ho posto il mio comando nel punto più ridente e là sorge la mia tenda, vicina a quella del fedele Pericoli , - (ten. col. Pericoli, aiutante maggiore - n.d.r.) - entrambe circondate da quelle degli uomini di truppa del comando di battaglione. In questo luogo che è come il centro del battaglione, sono stati improvvisati alla meglio, sotto tende o anche allo scoperto, la mensa e la cucina ufficiali , l'ufficio del comando e la cucina della truppa. Vicina alla mia tenda, attaccata ad un tronco d'albero sta la cara cavalla Leda , che nonostante non abbia mia più avuto per soffitto che il cielo stellato o tempestoso, stà benone; si fa ogni giorno più bella e più vispa e , quando può, rompe la capezza per scorrazzare a suo bell'agio qualche ora, o verso l'oasi o anche verso il nemico, infischiandosene dei turchi e degli arabi


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insieme. Vicino a lei stà la pariglia di somarelli confiscati al nemico e che conterei di portare in regalo alle mie bambine insieme alla gazzella quando tornerò in Italia. Sono due gioielli , alti poco più di 50 centimetri , vispi e allegri e molto intelligenti. Questa è tutta la mia famiglia qui. La vita quassù è fisicamente un incanto. Si respira a pieni polmoni e il sole magnifico pensa a cacciarci dalle ossa la grande umidità e il freddo terribile della notte (20).

In quei due mesi trascorsi nell'oasi di Tripoli, Grazioli aveva avuto occasione di frequenti contatti con le numerose schiere di corrispondenti di guerra tra i quali figuravano alcune fra le più belle firme del giornalismo italiano, quali Barzini e Berri del Corriere della Sera , Molinari dell' lllustrazione Italiana, Piazza della Tribuna, Vassallo del Corriere d'Italia, Zoli e Lucatelli (più conosciuto , quest'ultimo, col nome di Oronzo Marginati con il quale fimava sul Tra vaso la notissima rubrica il cittadino che protesta) , alcuni dei quali aveva già avuto occasione di conoscere durante la permanenza a Messina e nel corso delle grandi manovre. Gli piaceva , tale dimestichezza con questi compagni simpatici delle nostre giornaliere imprese, narratori benevoli delle nostre gesta e spesso apportatori di nostre buone novelle alle famiglie lontane, dilettanti belligeranti che, dopo tutto, servono anche a tenere più allegro l'ambiente. NeJla stessa lettera scritta alla moglie il 28 novembre 1911 dagli avamposti di Henni, affiorava una nota romanticamente nostalgica quando le raccontava che: con Molìnari e Lucatelli abbiamo evocato più volte la nostra bella Roma. Era domenica, e si parlò del Corso la domenica mattina, delle belle signore che lo popolano e di cui ci pare di aver persino perduto il ricordo , del marciapiedi di Aragno e di tante altre cose che facevano un ben strano contrasto con la solennità e la tragicità del luogo e del momento in quell'albore di battaglia (21).

Proprio da Ain Zara , a metà dicembre , aveva inizio il fatto d'armi più importante del reparto , quello di Bir Tobras. Questo è il nome di un 'oasi a sud di Ain Zara, dove informatori avevano

(20) Grazioli F.S. , Epistolario, archivio fam iliare. (21) Grazioli F.S. , Epistolario , archivio familiare.


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4. -

Campo trincerato di Ain Zara nel settore occupato dai granatieri di Grazioli.

segnalato che le mehalla (22) accampate nel palmeto avevano imprigionato alcune famiglie di capi arabi a noi sottomessi, per cui il comando italiano decideva di compiervi un'esplorazione che, in realtà, era una spedizione punitiva. Veniva costituita una colonna mobile agli ordini del colonnello Fara, composta dal 27° e 33° battaglione del suo 11° reggimento bersaglieri, dal battaglione granatieri di Grazioli, da uno squadrone dei Cavalleggeri di Lodi e da una sezione di artiglieria da montagna , per un complesso di circa 1800 uomini. Il contingente, con i granatieri in testa, lasciava Ain Zara nella notte fra il 18 ed il 19 dicembre, confidando di piombare all'alba sulle posizioni nemiche lontane non più di una quindicina di chilometri; ma alle prime luci nessuna oasi è in vista, le due guide arabe, molto sospette, affermano di non sapersi più orientare, le truppe cd i quadrupedi cominciano ad accusare notevole stanchezza . Finalmente, verso mezzogiorno, lo squadrone mandato in esplorazione segnala l'avvistamento dell'oasi, ma Fara , anziché rinv~are l'attacco al giorno successivo ripristinando innanzitutto il collegamento con Ain Zara - da notare che il comando di divisione aveva lasciato partire la colonna senza predisporre collegamento telefonico né supporto da parte della ricognizione aerea - commetteva l'er-

(22) Meha/la

= ma,;sa d'armati, colonna.


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5. -

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Ain Zara: mensa ufficiali del battaglione granatieri.

rore di attaccare subito dopo, mandando avanti proprio il battaglione granatieri comandato da Grazioli, accentuandolo poi con l'affro ntare le posizioni arabe a sud-est dell'oasi, lasciando indietro e sulla destra il grosso delle mehalla. Accadde l'inevitabile; non appena Fara assalta la linea che ha di fronte , gli arabi attaccano da nord il fianco della colonna italiana, scarsamente protetta dai cavalleggeri, per cui egli si ritiene accerchiato ed ordina di asserragliarsi in quadrato resistendo ad oltranza ed aspetté;!.ndo il nuovo giorno ed i soccorsi mandati a chiedere ad Ain Zara da staffette a cavallo. Due lati del quadrato sono coperti dai bersaglieri, quelli più esposti dai granatieri , l'artiglieria prende posizione al centro e lo squadrone si raccoglie all'esterno, defilato al tiro. Gli uomini hanno scavato con ogni mezzo trincee e ripari di circostanza, si accendono scontri violenti , in alcuni casi sino all 'arma bianca, che il battaglione d i Grazioli paga con quattro morti e vari feriti , ma fortunatamente le azioni degli arabi, se pur impetuose, non rispondono ad un disegno unitario ; l'artiglieria italiana, dal suo canto, effettua un gran volume di fuoco , ma con tiri troppo lunghi e contro nemici dispersi che appaiono e scompaiono senza offrire ai cannoni un reale ·bersaglio. Durante la notte , mentre gli arabi si ritirano nell'oasi di Bir T obras per rifornirsi di munizioni, Grazioli , anche in relazione alle nostre che erano molto scarse , convince Fara a muovere verso Ain


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6. -

Zona del combattimento di Bir Tobras.

Zara mantenendo una formaz ione quadrata tale da poter rintuzzare ogni attacco. Il disimpegno riusciva bene, e durante la marcia la colonna incontrava le prime truppe inviate in aiuto. In allegato 2 è riportato un vivo e dettagliato resoconto del combattimento tratto da una lettera inviata qualche giorno dopo alla moglie , e nell'annesso all'allegato uno schizzo particolareggiato delle sue varie fa i, da Jui ste so disegnato al rientro dall'azione. Bir Tobras non fu un succes-

7. - Altura intorno alla quale la colonna Fara si dispose a quadrato durante il combattimento di Bir Tobras.


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so, certamente, ma non fu nemmeno una seconda Dogali , come ad un certo momento stava minacciando di poter diventare ; secondo il giudizio di Romano, fu un catalogo di errori e di malintesi , dal momento che i due avversari si erano reciprocamente sopravvaiutati, ed in più , da parte italiana, il comandante del raggruppamento tattico si era creduto più accerchiato di quanto ~n realtà non fosse poiché, in effetti, avrebbe avuto ancora agio di manovrare liberamente verso nord-est (23). Quale che sia stata, comunque, la condotta operativa di Fara in questa circostanza , resta il fatto che l'animatore ed il coordinatore della lotta sul terreno era stato il maggiore Grazioli, al quale veniva concessa la medaglia d'argen.t o al valor militare con la seguente motivazione: Nel combattimento di Bir Tobras guidò brillantemente il suo battaglione in azione offensiva. Nel ripiegamento, diede prova di suprema energia, di molto valore personale e di lodevole capacità tattica. Il riconoscimento era senza dubbio meritato , certo più della promozione a generale con la quale veniva gratificato Fara ed in gran parte dovuta proprio al comportamento del suo diretto collaboratore. Il III battaglione granatieri prendeva poi parte, nel gennaio 1912, alla difesa di Ain Zara contro un violento attacco notturno, e si trasferiva infine nel sobborgo tripolino di Dahra con l'incarico di presidiare con una compagnia il castello del Governatore e di fornire le guardie ai comandi ed agli stabilimenti militari. Nel frattempo, il contrabbando che da tempo si svolgeva indisturbato da ovest attraverso la frontiera tunisina, e di cui si privilegiava l'esercito arabo-turco per i suoi rifornimenti, si era andato intensificando, ed in marzo il comando del nostro corpo di spedizione aveva deciso di tentare di stroncarlo allestendo una nuova Divisione (Sa Speciale) che, al comando del gene,:ale Garioni, avrebbe dovuto sbarcare in un punto della costa libica il più vicino possibile alla frontiera tunisina. Proprio in quei giorni era venuto a scadere per Graziali il biennio di comando di battaglione , ed essendo imminente il suo rientro nel Corpo di Stato Maggiore (sarebbe poi avvenuto con R.D. del 28 aprile 1912), era stato prescelto qu_ale Capo di Stato Maggiore della Grande Unità. Il 4 aprile il comando della divisione salpava da Augusta a bordo della Re Umberto, dirigendo dopo alcuni giorni lo sbarco nella piccola penisola di Ras Macabez, da cui non dovevano peraltro conseguire risultati degni di particolare rilievo al di fuori del blocco di qualche carovana. La zona era inoltre estremamente (23) Romano S. La quarta sponda, Bompiani, Milano, 1977 , pagg. 189-190.


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inospitale e non consentiva possibilità logistiche, per cui veniva deciso di cambiare obiettivo e di muovere verso est; avendo constatato che tutto il fa scio di carovaniere procedenti dal confine tunisino si concentrava in territorio tripolino fra Zuara e Regdaline, fra il luglio e l'agosto si procedeva alla sua occupazione dopo aver sostenuto combattimenti aJJe secche di Bu-Chennez, a Sidi Said, Sidi Alì e Regdaline stessa, condotti con il sostegno di un contingente di truppe inviato via mare al comando del generale Tassoni. Graziali , nel frattempo, era promosso tenente colonnello con R.D. del 23 agosto 1912, e con lo scioglimento del Comando della Divisione avvenuto ai primi di ottobre, rientrava in Italia. Non era una permanenza destinata a durare a lungo. Conclusasi la guerra italo-turca, Giolitti aveva deciso l'istituzione di un Ministero delle Colonie nel quale confluissero tutti gli affari coloniali sino allora trattati da uno speciale ufficio del Ministero degli Esteri , e ne aveva affidato la direzione ad un suo fido seguace politico, l'on. Giuseppe Bertolini che , insediato a Palazzo Odescalchi in corso Umberto il Ministero, aveva creato all'inte rno di esso uno speciale Ufficio Militare con due ufficiali addetti designati dal ministro della Guerra Spingardi, uno per la Marina , nella persona del capitano di corvetta Piero Orsini, ed uno per l'Esercito in quella del tenente colonnello Grazioli. Compito dell'Ufficio era quello di presiedere, di concerto con il Ministero della Guerra , a tutto quanto nella vita coloniale avesse relazione con l'organizzazione e le operazioni militari , il che , se poteva sembrare un'attribuzione ben delineata e definita, in realtà non era di troppo facile attuazione dal momento che molti problemi diventavano , od erano fatti diventare, a fattor comune con l'Ufficio degli Affari Politici, a presiedere il quale Giolitti aveva posto un 'altra sua creatura , il noto giornalista Luigi Mercatelli, uomo non facile e , a differenza di Bertolini, più incline a farsi forte della protezione del suo patrocinatore. Nell'aprile 1913, cominciarono a manifestarsi notevoli dissensi fra Bertolini ed il generale R agni , che aveva sostituito il generale Caneva nel Governatorato della Tripolitania, incentrati sui metodi adottati da quest'ultimo per attuare la nostra espansione verso l'interno. Dopo la pace di Ouchy del 18 ottobre 19n, Ragni, con un atto di forza , aveva infranto la ribellione delle tribù berbere occidentali ed aveva potuto occupare tutta la linea del Gebel da Cussabat a Nalut; poi , mediante abili intese politiche con i principali notabili tripolini , alcuni dei quali aveva corrotto con non meno abile impiego di denaro , era riuscito a spingere l'occupazione sino a Sirte


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ed all'oasi di Gadames. A questo punto , però, la penetrazione si era arrestata perché, a sud · del Gebel , i capi tripolini della costa non avevano più alcuna influenza, essendo la vasta regione desertica più interna , sino al lontano Fezzan, dominata da fiere e bellicose popolazioni nomadi a noi ostilissime, anche perché in tal senso sobillate dalla Senussia, e capitanate dalla potente famiglia dei Seif El Nasser, nemici acerrimi dei notabili della costa. Il ministro Bertolini ed il suo staff si recavano quindi a Tripoli, ispezionavano tutta la Libia dal confine tunisino a quello egiziano e conferivano a più riprese con Ragni che però, fors'anche perché ormai espostosi in prima persona in un certo tipo di rapporti e di impegni , persisteva nel voler continuare ad adottare la linea di condotta sino al momento seguita. Bertolini e Mercatelli, allora , inducevano Giolitti a sostituire Ragni con il generale Garioni, molto amico del ministro e suo concittadino di Montebelluna; Garioni , che abbiamo visto essere stato diretto superiore di Grazioli durante la campagna di Macabez e di Zuara, richiedeva a sua volta quest' ultimo quale Capo dell'Ufficio Politico Militare del Governatorato della Tripolitania, designandolo pertanto come suo più diretto collaboratore. Graziali aveva lavorato bene, durante i sei-sette mesi nei quali aveva prestato servizio presso l'Ufficio Militare del Ministero , e ne fa testo una lettera indirizzata da Bertolini al Ministro della Guerra nella quale le espressioni di apprezzamento appaiono particolarmente sentite, aliene dagli abituali e convenzionali stereotipi di circostanza:

Il Ten. Col. nel Corpo di Stato Maggiore Cav. Francesco Saverio Grazioli sta per lasciare la direzione dell'ufficio militare presso questo Ministero, in seguito all'incarico testé affidatogli in Colonia. In tale occasione, sento il dovere di segnalare a V.E. l'opera efficacissima che questo distinto Ufficiale Superiore ha prestato nel!' Amministrazione Centrale delle Colonie, aggiungendo nuove benemerenze a quelle già conquistate con saggezza e con valore sui campi di battaglia. Il Ten. Col. Grazioli mi fu collaboratore prezioso, perché alle spiccate qualità professionali associa versatilità di ingegno, prontezza di percezione, attitudini direttive, onde nel separarmi da lui col più vivo rammarico, mi è solo grato pensare che la nostra Colonia non perde il contributo dell'opera sua. Nell'esprimere a V.E. i migliori ringraziamenti per aver consentito che fosse posto a mia disposizione questo valoroso ufficiale,


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La prego , ove nulla osti, di far risultare dalle sue note caratteristiche la mia piena soddisfazione per la sua opera (24) .

Il 30 maggio 1913 , Graziali tornava quindi in Africa per assumere il nuovo incarico , che comportava la direzione effettiva di tutti gli affari di politica interna della Colonia e, soprattutto, quella delle operazioni militari destinate ad estendere gradualmente il nostro domi nio oltre la linea gebelica già raggiunta, fino agli estremi confini meridionali della Tripolitania individuati dai monti di Tummo oltre il Fezzan (dove avevano trovato rifugio gran parte degli irriducibili guerrieri nomadi della Ghibla) , e dalla lontanissima oasi di Ghat. Per fare ciò, necessitava allestire un forte contingente militare, ed occorreva anche sbrigarsi, per sventare alcune mene francesi , già delineatesi, circa un subdolo intervento nel Fezzan attuato con il pretesto di sedare torbidi che avrebbero potuto essere nocivi alla tranquillità del vicino sud tunisino ed algerino. Secondo alcuni , l'urgenza dell'operazione era d'altra parte consigliata da tre ordini di ragioni: il desiderio di sottrarre il Fezzan allo stato di anarchia nel quale era piombato mentre si svolgeva nell,a regione litoranea la lotta fra le nostre truppe e gli arabi inquadrati dai turchi , stato di anarchia che poteva diventare pericoloso anche agli effetti internazionali; l'opportunità di portare rapidamente nostri funzionari e nostre fo rmazioni regolari sull'allora incerto confine sud-occidentale della nostra nuova colonia col sud algerino; la necessità di evitare che in quella remota regione, ad istigazioni dei ghiblani rifugiativi o dei senussiti, si organizzasse una base attiva dalla quale potessero in seguito partire offese , razzie e ritorni offensivi pericolosi per la no~tra occupazione della Ghibla , del Gebel e forse anche della stessa zona litoranea. Politicamente, infine , la nostra immobilità nelle zone costiere avrebbe completamente annullato il nostro prestigio presso le popolazioni dell'interno, ed avrebbe indotto anche i più tiepidi a schierarsi decisamente ed apertamente contro di noi (25). Secondo altri, fu L'impresa più temeraria ed intempestiva della storia coloniale di tutti i Paesi (26). (24) Ministero Difesa. Direzione Generale Ufficiali Esercito - Ufficio Generali - fascicolo personale Gen. Grazioli F.S. , foglio del ministero delle Colo nie, prot. n . 06063 del 26.5.1913, dal Ministro delle Colonie al Ministro de lla G uerra, f.to Bertolini. (25) Zoli C. Nel Fezzan, Alfieri & Lacroix, Milano, 1926, pag. 54. (26) Cadorna L. Altre pagine sulla grande guerra, Mondadori, Milano, 1925, pag. 48.


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Bertolini aveva un suo progetto, il quale prevedeva che una grossa colonna, partendo da Sirte a passando per l'oasi di El Giafra, puntasse sul Fezzan sino ad occuparlo interamente: doveva essere tanto forte e potentemente armata da poter fare a meno di qualsiasi appoggio locale e da garantirsi il successo negli inevitabili scontri che si sarebbero dovuti affrontare lungo il percorso. In realtà, la colonna si riduceva ad un battaglione eritreo, tre compagnie libiche e due batterie da montagna, in tutto 1100 uomfoi di cui 108 nazionali (27); inoltre eravamo privi di truppe cammellate e sahariane adatte alla guerra di movimento nel deserto, i primi reparti di questo tipo essendo ancora, in Tripolitania, agli albori della loro non facile organizzazione. A realizzare il suo disegno, chiamava il tenente colonnello di Stato Maggiore Antonio Miani, in servizio presso il Corpo d'Armata di Milano, il cui nominativo gli era stato suggerito dal Mercatelli, intimo amico di Miani. La scelta, a prescindere dai rapporti di carattere personale, aveva una _sua logica , essendo quest'ultimo un provetto ufficiale ricco di esperienza coloniale maturata in Eritrea, anche se estremamente ambizioso e di difficile comandabilità. Partita il 9 agosto 1913, la colonna giungeva dopo 16 giorni di marcia logisticamente difficilissima all'oasi avanzata di Socna,. già presidiata da un'altra colonna mobile leggera al comando del capitano Hercolani Gaddi; questo ufficiale era stato posto al fianco di Miani dal Governatore Garioni come esperto politico, ma la sua presenza sembrava complicare le cose anziché agevolarle perché, mentre Miani intendeva dare alla spedizione un carattere nettamente militare, fuori dalle rivalità e dagli intrighi dei capi indigeni e delle loro clientele, Hercolani Gaddi, immedesimatosi nel ruolo attribuitogli da Garioni, tendeva ad agire sobillando i capi arabi gli uni contro gli altri, con manovre ciniche e spericolate atte, il più delle volte, ad accrescere la tensione ed a preparare il terreno alla rivolta (28). Grazioli era intervenuto con decisione nei confronti del suddetto residente di Socna: L·ammettere che sola autorità da cui si può ottenere giustizia e protezione è quella del Governo italiano, se non è bene inteso, contrasta col concetto fondamentale di governare per mezzo dei

(27) Del Boca A. Gli italiani in Africa. Tripoli bel suol d'amore 1860-1922, Laterza. Bari , 1986. (28) Del Boca A ., op . cit.


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capi indigeni stop. L'autorità del Governo italiano deve rappresentare qualcosa di superiore ai capi indigeni pronta ad intervenire direttamente soltanto quando costoro non operino rettamente stop. In conseguenza non è a mmissibile il proposito generico affermato da VS di scuotere fortemente l'influenza dei capi indigeni stop. Si approvano i criteri di sorvegliare affinché nessuno che non sia autorizzato riscuota tasse, perché ciò costituirebbe vero e proprio atto di sovranità incompatibile con la nostra presenza stop. L'accenno alle questioni commerciali e civili è troppo vago stop. Occorrerà in proposito qualche direttiva più chiara (29).

Nel contempo , si era anche adoperato per spianare al massimo , dal punto di vista psico-sociologico, la penetrazione della colonna Miani, come è testimoniato da un brano della relazione compilata dal Governatore della Tripolitania per il Ministro delle Colon ie: ... nello stesso tempo che spingevo il Ten. Col. Miani a rompere gli indugi e ad iniziare la sua avanzata nel Fezzan propriamente detto, l'Ufficio Politico Militare, preoccupandosi della necessità di intensificare l'azione politica da Tripoli in concorso con l'attività del Ten. Col. Miani da Socna, ha ricercato il concorso di qualche capo indigeno influente (all'infuori della famiglia di Sef El Nasser e di Muntasser) che fosse buon conoscitore delle cose e degli uomini del Fezzan , intelligente cd astuto, capace cioè a fungere da intermediario energico ed avveduto fra la colonna Miani e le popolazioni dell'interno, essenzialmente allo scopo di rassicurarle sulle nostre intenzioni e deciderle in nostro favore (30).

D a Scena, ai primi di dicembre - la lunga sosta era dovuta alla necessità di fare incetta dei numerosissimi cammelli occorrenti, per la quale c'era l'ostruzionismo del vecchio capo dei Seif El Nasser la colonna Miani riprendeva la marcia e, attraverso ripetuti scontri con gruppi di nomadi ostili. perveniva ad occupare Sebha il 17 feb-

(29) Archi,io Storico-Diplomatico del Ministero Affari fateri. Fondo Archivio Storico Ministero Africa Italiana (d'ora in poi AS-D MAE, Fondo AS MAI), raccoglitore Tripoli tania, posizione 123/1, fascicolo 2, telegramma n. 12693 de l 26.8.1913, da Grazioli a Residente Socna. (30) AS-D MAE. 1-ondo AS MAL racc. Tripolitania. pm. 123/1. fase. 2. relazione senza protocollo del 9.10.1913, da Garioni a Ministro Colonie.


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braio 1914 e Murzuk il 3 marzo; Miani, promosso colonnello, installava nella prima delle due località la sede stabile del suo comando di Commissario Governativo del Fezzan. Ma la situazione nel Fezzan era tutt'altro che tranquilla. Le tribù nomadi che erano riuscite a disimpegnarsi durante gli scontri con la colonna Miani , si erano concentrate in una zona ad oriente del Fezzan sulla quale estendeva la sua influenza la setta senussita , aspramente ostile all' Italia. Miani , ricorda Grazioli, vagheggiava la creazione di un vice-reame permanente , credendo di poter costituire con la coscrizione una rete di presidi fissi nelle oasi , reclutando gente fra le tribù locali che erano invece assolutamente imbelli e costantemente vittime delle razzie dei nomadi ribelli. Richiedeva a Tripoli pesanti carovane di rifornimenti , necessarie per alimentare la propria sistemazione stabile, che erano incessantemente attaccate e spesso distrutte lungo le sue lunghissime retrovie , il che lo induceva ad insistere perché fossero scortate se mpre più massicciamente, da cui necessitava l' invio nel Fezzan di ulteriori truppe libiche ed eritree che aggravavano ancor di più il problema dei rifornimenti. Era , come si vede , una spirale negativa che, a Tripoli , si cercava di rompere affrettando la costituzione di reparti meharisti sahariani mercé i quali si sarebbe potuti passare , nel Fezzan , da un'occupazione stabile ad una mobile con aliquote di queste truppe, in forma similare a quella già in uso da parte francese nel sud algerino e tunisino , rinviando verso la costa i troppo pesanti battaglioni indigeni. Il Gran Senusso , inoltre , aveva intuito chiaram_e nte che se noi fossimo riusciti a consolidarci nel Fezzan, l'intera Libia sarebbe stata irrimediabilmente perduta per la Senussia e saldamente mantenuta in nostro possesso; importava ed urgeva, quindi, scalzarci dal Fezzan, il che avrebbe ridato animo ai nostri avversari della Sirtica , della Ghibla e del Gebel e , liberandoli da ogni preoccupazione da tergo, avrebbe consentito loro di attaccarci nella zona costiera. A tal fine , si erano infiltrati presso Miani emissari senussiti che, nel mentre lo assicuravano circa una loro completa sottomissione, fomentavano in sordina la rivolta. Miani , e questo fu certamente un suo grosso limite , non era riuscito ad individuare ed a valutare il tranello , nonostante ne fosse stato messo sull'avviso attraverso le notizie fatteglie pervenire da Grazioli che aveva organizzato un'efficace rete informativa. Del prodotto di tale attività intelligence e delle conseguenti valutazioni elaborate dall ' Ufficio Politico Militare, si può trovare una traccia in una interessante relazione inviata al Ministro delle Colonie dal Governatore della Tripolitania ma che , in


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base all'intestazione del predetto Ufficio, è certamente da attribuirsi a Grazioli che ne era il capo (31). Per sensibilizzare maggiormente Miani, il Governatore Garioni, nel maggio 1914, inviava direttamente sul posto Grazioli (32), che sembrava inizialmente riuscire nell'intento di far cambiare rotta al Commissario Governativo del Fezzan; ma in agosto, lo scoppio della prima guerra mondiale si incaricava di apportare l'ultima e decisiva mazzata alle fragili strutture della presenza italiana in quella regione, così come pure nella Ghibla e nella regione sirtica, ove anche erano già attivati focolai insurrezionali. Anche se l'Italia non entrerà in guerra che nel maggio 1915, infatti, la Turchia e gli Imperi Centrali la consideravano già come belligerante, e si sforzavano quindi di alimentare la rivolta sbarcando sulle coste, a mezzo di sottomarini, consiglieri militari (secondo il termine più moderno) tedeschi, austriaci, turchi, nonché quantitativi di armi, munizioni ed apparati trasmittenti; ed in effetti, sin dalla primavera del 1913 la Germania, nell'ipotesi di una guerra europea, aveva predisposto un piano per danneggiare al massimo anche sul territorio africano i propri potenziali avversari (33). Già alla fine di luglio i sintomi della rivolta erano presenti ovunque; Cadorna, inoltre , che il 10 dello stesso mese era subentrato a Pollio nella carica di Capo di Stato Maggiore, riteneva la Libia un settore del tutto secondario nello scenario del conflitto mondiale, e pertanto non solo non intendeva inviarvi più un solo uomo ma anzi divisava di attingervi forze il più possibile, tanto che ai primi di novembre ordinava il ritiro verso la costa di tutti i presidi dell'interno. Dopo la distruzione di quelJi di Sebha e di Ubari e lo sconfinamento di quello di Ghat in territorio tunisino, il resto della colonna Miani iniziava, ben inquadrato ed ordinato, il ripiegamento su Socna e raggiungeva Misurata alla fine di dicembre. Il colonnello Miani rientrava in Italia a metà gennaio 1915, e non perdeva tempo nel formulare una serie di accuse contro tutto e contro tutti. Era un uomo non facile, sicuramente valido ed esperto ma, come abbiamo già avuto occasione di rilevare, estremamente ambi-

(31) AS-D MAE, Fondo AS MAI raee. Tripolitania , pos. 123/1, fase. 6, relazione Situazione politico-militare nella regione delle oasi sirtiche, predoni e dissidenti, senza protocollo datata 16.5.1914, da Garioni a Ministro Colonie. (32) AS-D MAE, Fondo AS MAI, racc. Tripolitania , pos. 123/1, fase. 6, telegramma n. 530 del 4.6.1914 da Garioni a Ministro Colonie. (33) Del Boea A., op. cit.


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zioso e forse eccessivamente sicuro di sé; il conclamato e pressoché incondizionato sostegno del ministro Bertolini e del Mercatelli , inol- · tre, poteva aver alimentato una visione delle cose già strutturalmente unilaterale quando non strettamente personale , spingendolo ad interpretare in chiave persecutoria concezioni e disposizioni che contrastavano con il proprio punto di vista. Già nel luglio 1914, di fro nte al piano governativo per una diversa distribuzione delle forze militari nel Fezzan, aveva manifestato contrarietà accompagnate, in settembre , dalla richiesta di dimissioni e di rimpatrio (34). Soprattutto in Grazioli era portato a vedere un elemento di disturbo e di ostacolo , tenendo conto che questi , in funzione dell'incarico rivestito, era nei suoi confronti il tramite diretto della volontà del Governatorato della quale, inoltre, era logicamente in gran parte anche l'ispiratore per tutto quanto attinente alla sfera di una attribuzione alla quale lo stesso Grazioli, d'altra parte, non era certo tipo disposto ad abdicare. Se ne ha una riprova, ad esempio, in un telegramma diretto al Governatore nel quale, abilmente, sottolineava la necessità di richiamare il Miani all'ottemperanza delle disposizioni ricevute: Questo U fficio. pur esprime ndo il parere che sarebbe conveniente lasciare libero il Colonnello Miani di costituire quei re parti che egli ritiene necessari in quella regione . gradire bbe conosce re se furono comunicati al predetto Colonnello gli intendimenti del Governo a riguardo dei reparti di truppa da costituire nel Fezzan e se dovrà essere in conseguenza limitata la latitudine sulla quale si fonderà il Commissariato del Fezzan nella costituzione dei reparti stessi ... (35).

Il nuovo ministro delle Colonie Martini non aveva gradito l'atteggiamento risentito ed intempestivo di Miani , e non ne faceva mistero in una comunicazione diretta al generale Cigliana, Governatore interinale della Tripolitania dal 28 agosto al 29 novembre 1914 a seguito di una malattia che aveva colpito Garioni: Io non ammetto che un funzionario semplice subordinato responsabile verso il Governatore (che è solo responsabile verso (34) AS-0 MAE , Fondo AS MAI , racc. Tripolitania, pos. 123/2 fase. 12, telegramma n. 3224 del 16.9.1914, da Miani a Governatore Tripolitania. (35) AS-D-LAE. Fondo AS MAI. racc. Tripolitania, pos. 123/5, fase. 37, telegramma n. 13397 del 31.7.1914, da Grazioli a Governatore Tripolitania.


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il Ministro , aveva precisato alcune righe prima, chiarendo alcune spigolosità formali intercorse fra lui ed il destinatario n.d.r.) come è appunto il Miani, possa dare le dimissioni , quando meglio creda, da un ufficio di cui non può spogliarsi se non per iniziativa e determinazione di chi lo ha conferito , e tanto meno il persistere in esse, e ritengo questo solo fatto non conforme alla disciplina. Sarebbe stato quindi deplorevole atto di debolezza dannosissimo per molti riguardi , ammettere che il Miani potesse parlare di dimissioni , poiché indipendentemente dal suo venire a Tripoli ed a Roma ora o poi , egli deve conservare la sua carica di Commissario del Fezzan, con tutte le sue responsabilità, finché il Governo creda necessario di mantenergliela. Inoltre, a prescindere da questioni di persone che davanti agli interessi del Paese devono passare in seconda linea, mi preoccupavo soprattutto e grandemente della situazione nel Fezzan che poteva essere scossa da una crisi precipitata in quel Commissariato ... Ciò premesso, per mettere in chiaro le cose, e poiché il Miani persiste, nonostante i comuni tentativi ed il mio intervento, in un contegno di resistenza che io non posso ammettere, desidero che la E. V. lo richiami, anche a mio nome, ad una più corretta valutazione della sua posizione di funzionario e di militare. e lo inviti ad attendere l'arrivo del maggiore Maussier nel Fezzan col primo mezzo per poi partire in licenza e venire a conferire a Tripoli ed a Roma, dove saranno prese, d'accordo con V.E. , le determinazioni del caso sulla sua posizione e sull'assetto del Fezzan (36).

Il generale Garioni , che ritornato in italia aveva assunto il comando del VII Corpo d'Armata di Ancona , nel gennaio 1915, in vista del rientro in Italia del Mìani , sentiva il bisogno di ragguagliare il ministro in merito alle accuse mosse da questi a Grazioli con una lettera che riportiamo pressoché integralmente : Eccellenza, Non me ne voglia se Le rubo del suo tempo presioso, ma credo doveroso di riferirLe intorno ad un dissidio tra il Col. Miani ed il Ten. Col. Graziali , del quale dissidio il Generale Cigliana deve avere già informato V.E.

(36) AS-D MAE, Fondo AS MAI, racc. Tripolitania, pos. 123n, fase. 37. te legramma n. 657 del 27.10.1914, da Martini a Governatore Tripolìtania.


CAPITOLO PRIMO: DAGLI INIZI AI.L' ÈSPERIENZA LIBICA

Il Col. Miani , a torto, come è risultato da un'inchiesta del prefato generale. ed a malgrado di schiarimenti fornitigli dal Graziali stesso su alcune circostanze che avevano potuto fargli orgere dei dubbi, persiste nel ritenere che il Graziali abbia intrattenuto rapporti confidenziali di servizio col suo dipendente nel Fezzan, il capitano Mezzetti. Crede inoltre, od almeno dichiara, che il Grazioli, e qui la questione esorbita dal campo personale perché il Grazioli ha agito 5.cmpre come organo del Governo alla diretta dipendenza del Governatore, abbia ostacolato la spedizione nel Fezzan, non solo. ma che, con inopportune proposte, sia stato la causa determinante dell'abbandono di quella regione. Sta invece che, per mio ordine , tutti si sono prestati sempre nel miglior modo per facilitare la preparazione della spedizione ed il suo inoltro. Le difficoltà tra le quali. coll'allontanarsi dalla costa, la spedizione ven ne a dibattersi. a malgrado della buona volontà di tutti. furono conseguenza delle enormi distanze, delle regioni desertiche attraversate, delle mutate condizioni politiche per opera del Senussi, le quali, ad esempio, an nullarono quasi le prevision i dello stesso colonnello Miani per l'invio di cammelli dal Fezzan verso Nord. Ripetutamente il Gove rno ha cercato di persuadere il Col. Miani della materiale impos!.ibilità di inviargli ulteriori rinforzi, non solo, ma della necessità di addivenire al più pre to ad una trasformazione della troppo costosa cd insostenibile forma di occupazione. Mentre il Col. Miani trovavasi al Fezzan io sono stato molto longamine di fronte a qualche sua protesta ingiustificata e talvolta in termini meno corretti . preoccupato solo della buona riuscita della spedizione, per il che non volevo turbare in niun modo l'animo del comandante, assillato da tante difficoltà delle quali mi rendevo conto. Mi lusingavo però che, alla fine, il Col. Miani si sarebbe persuaso che tutti. ripeto, a cominciare dal Governatore. si erano adoperati e si adoperavano per assecondare l'azione nei limiti del possibile. Che poi l'opera sua sia stata altamente apprezzata. ne fanno fede la sua promozione straordinaria per merito di guerra, avvenuta per mia insi!>tente proposta, e la proposta, tuttora in corso, per un'alta onorificenza nell'Ordine Militare di Savoia. Ciò premesso - da quanto mi scrivono da Tripoli e lo tesso Governatore mc ne accenna - sembra che il Miani. irritato per l'abbandono del Fezzan - ciò che ha addolorato tutti. ma che devesi ad un complesso di circostanze imprevedute ed imprevedibili - insiste nell'attribuirne la causa alle mene del Graziali,

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contro il quale accentra le sue ire per la faccenda del Mezzetti e dichiarando che avrebbe portato formali accuse a V.E. (37) .

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Appena rientrato in Italia nel febbraio 1915, Miani aveva compilato una relazione sugli eventi di cui era stato protagonista, alla quale era seguita una replica da parte dell'Ufficio Politico Militare , cioè di Grazioli, ed in merito ad entrambi i documenti era stato chiesto a Cigliana un parere da parte del ministro che il predetto generale, ora al comando dell' XI Corpo d'Armata di Bari , anticipava sin dalle prime righe della sua risposta: Presa conoscenza della Relazione sommaria compilata dal Col. Miani e dalle osservazioni in proposito fatte dall'Ufficio Politico Militare del Governo della Tripolitania, io non posso che associarmi di massima, e per quanto riguarda la sostanza, a queste ultime, le quali sono indubbiamente basate su fatti e documenti irrefragabili.

Dopo una sintesi della situazione quale essa era in Tripolitania alla fine di agosto del 1914, con particolare riferimento al .concentramento di nuclei dissidenti od apertamente ribelli ad oriente delle oasi sirtiche, di Murzuck e della Ghibla, nonché alle subdole manovre di infiltrazione senussita, il rapporto così continuava: Tutto questo era noto al Colonnello Miani al quale, come del resto agli altri Commissari e Residenti della Colonia, le notizie sulla situazione erano periodicamente comunicate con telegrammi più o meno diffusi e poi con relazioni periodiche più ampie compilate dall'Ufficio politico. E ricordo perfettamente che fin da alJora mi sorse il dubbio che il colonnello Miani fosse poco convinto della situazione quale venivagli prospettata dal Governo della Colonia, almeno per quanto riferivasi al Fezzan, e che ritenesse, piuttosto, le minaccie interessare le oasi Sirtiche e la regione desertica a nord del Fezzan (Ghibla); certo è ch'egli fin da allora opinava essere necessario rimedio il rinforzare le truppe a sua disposizione, con che però si sarebbero indubbiamente ed enormemente aumentate le già gravi spese e difficoltà per i rifornimenti. Comunque sia, il 2 settembre avvenne l'aggressione di El Fatia, ai danni di una nostra carovana, diretta appunto al Fezzan con (37) AS-D MAE, Fondo AS MAI, racc. Tripolitania, pos. 123/2, fase. 10, foglio senza protocollo del 31.1.1915, da Garioni a Ministro Colonie.


CAPITOLO PRIMO: DAGLI INIZI ALL' C:SPcRIENZA LIBICA

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denari e rifornimenti vari, e che fu completamente perduta. Que~to grave incidente denotava che neppure la caro\'aniera interna della Ghibla era ormai più sicura; questa regione, infatti, da quel momento fu invasa da forti bande di predoni, provenienti da Sella cd ai quali molto probabilmente si unirono di poi gli Auled Busef di El Halga ed alcre tribù della regione. Questa situazione decise il Ministero delle Colonie ad affrettare la esecuzione del noto progetto pel quale già da tempo correvano studi fra Ministero stesso e Governo della Colonia, e relativo ad una diversa sistemazione delle forze coloniali nella regione periferica della Tripolitania. L'ordine per l'attuazione del progetto fu appu nto emanato dal Ministero con suo telegramma del 10 settembre. Il l3 settembre esso fu comunicato al colonnello Miani con le necessarie spiegazioni e con caldo appello alla esperimentata capacità cd energia di lui; è noto ch'egli rispose in modo piuttosto risentito e presentando le sue dimissioni. Solo qualche giorno dopo ed in seguito a categorico mio invito, egli '> i decideva a sottoporre al Governo le sue avversioni in merito alla progettata, nuova sistemazione. meritevoli invero di seria disamina e che furono sottopo~tc al Ministero col mio parere, nelle lince generali, favorevole.

Rievocati i motivi (fine della ferma) che avevano costretto il Governatorato a far rientrare verso la costa alcune truppe indigene e ad utilizzare nel modo più conveniente le rimanenti, soprattutto per le azioni di scorta alla nuova carovana che doveva sostituire quella perduta ad El Fatia , Cigliana concludeva come segue: Tanto i fatti quanto la situazione ed i conseguenti ordini furono comunicati al Col. Miani, il quale non parve sapesse rendersene ragione ché anzi protestò vivacemente e ripetutamente, asserendo erroneamente che il Governo della Colonia tendeva a diminuirgli le forze, mentre assolutamente occorreva invece aumentarle almeno con un altro battaglione che egli insistentemente chiedeva; ricordo che anche in questa occasione egli presentò le sue dimissioni. E ci vollero ripetuti o rdini del Governo per ottenere che ottemperasse finalmente alle disposizioni impartitegli. Questo laborioso, e dirò anche penoso, periodo di attività telegrafica fra Governo della Colonia e colonnello Miani per ottenere eh 'egli si rendesse conto della situazione generale - locché non pare siasi potuto raggiungere - e che eseguisse gli ordini del Governo - la qual cosa fu ottenuta non senza qualche difficoltà - mi confermò sempre più il dubbio che in realtà


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10. - In viaggio verso Sebha, sede del commissariato governativo del Fezzan (maggio 1914).

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Una sosta durante l'attraversamento del Fezzan.


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il colonnello non sapesse assurgere ad una spassionata, serena ed esatta valutazione della situazione internazionale, e ciò malgrado le notizie dategli frequentemente e in modo completo e malgrado gli si fosse ripetutamente fatto conoscere che nonostante le reiterate richieste del Governo della Colonia, il Ministero era nella assoluta impossibilità di inviare rinforzo qualsiasi, sopratutto poi di truppe eritree (38).

L'occupazione del Fezzan si era pertanto dissolta nel nulla per la sua fondamentale debolezza , dal momento che un fianco della spedizione ( quello orientale) era rimasto lungamente scoperto e su di esso si era sviluppata la decisiva aggressione araba, proprio perché la Sirtica , assolutamente inaffidabile, non aveva protetto alle spalle la penetrazione. Comunque fu un 'impresa che ebbe aspetti di notevole interesse sul piano politico , organizzativo , informativo e delle operazioni militari non ortodosse , dal momento che si trattò di vere e proprie operazioni di guerriglia offensiva e difensiva condotte in zone ad elevata specificità ambientale, e che meriterebbe di essere più profondamente studiata sulla scorta del numeroso materiale esistente presso l'Archivio Storico-Diplomatico del Ministero Affari E steri in seno al quale è custodita tutta la documentazione ereditata dal Ministero dell'Africa Italiana (39). La ripercussione dello sgombero del Fezzan non tardava a farsi sentire sinistramente in tutta la Ghibla, sul Gebel e persino nella Gefara; tuttavia, il Governo di Tripoli riteneva che fosse ancora possibile ristabilire, a lmeno in parte , la situazione, e predisponeva due grandi operazioni di polizia , una da effettuarsi nella Ghibla , partendo da Misda , e l'altra nella Sirtica. La prima spedizione , capeggiata dal tenente colonnello Gianninazzi, condusse il 7 aprile 1915 al rovinoso combattimento dell'Uadi Marsit, che ne costringeva i resti al repentino ripiegamento su Misda dopo soli quattro giorni dalla partenza , e la seconda , venti giorni dopo, al vero e proprio disastro di Kasr bu

(38) AS-D MAE, Fondo AS MAI, racc. Tripolitania, pos. 123/2, fase. 11, rapporto Considerazioni sulla relazione sommaria compilata dal Col. Miani e sulle osservazioni al riguardo faue dal!' Ufficio Politico Militare . senza protocollo , datato LS.4.1915, da Cigliana a Ministro Colonie . (39) Per eventuali approfo ndimenti. o ltre alle opere già citate, si segnalano: l'occupazione del Fezzan, Comando Regie Truppe Coloniali della Tripolitania, Tripoli, 1930; Cantalupo R. , L 'Italia musulmana, Casa Editrice Oltremare, Ro ma, 1932; Zoli C., La guerra italo-turca ed il primo decennio della nostra occupazione libica in La Rassegna italiana , XV, n. 172-173, setr./ott. 1932, pagg. 32-57.


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Adì, al quale ancora una volta era associato il nome del colonnello Miani. Questi , infatti, era stato nuovamente imposto, auspice Mercatelli e di riflesso il ministro Martini, al generale Tassoni, nuovo Governatore della Tripolitania dopo un breve interregno del Generale Druetti, figura, quest'ultima , inconsistente ed assolutamente inadatta a quell'incarico ed in quei frangenti. Miani aveva chiesto ed ottenuto di dirigere la grossa spedizione punitiva contro i Senussiti ed i ribelli della Sirtica, ma anche in questa occasione mostrava una disinvoltura che si tramutava in sprovvedutezza allorché, contattato un capo arabo della zona di Misurata, tale Ramadam Sceteni, noto a tutti quale tipica figura di losco avventuriero, gli affidava il comando delle forze indigene della spedizione. Era certamente strano , a questo punto, tale atteggiamento di Miani, perché, proprio per la sua esperienza e conoscenza dell'ambiente coloniale, non era ammissibile che potesse sfuggirgli in modo così macroscopico l'elevato tasso di pericolosità di una decisione del genere. Né meno assurda doveva risultare la sua condotta operativa, dal momento che la più elementare prudenza lo avrebbe dovuto indurre quanto meno a prendere misure di protezione per il contingente italiano (circa 4000 uomini), che invece veniva disposto al centro della colonna preceduto e fiancheggiato dai 3500 indigeni di Ramadam Sceteni i quali , non appena impegnato il combattimento, non fecero che fare dietro-front per stringere in una morsa di fuoco il corpo di spedizione nazionale i pochi superstiti del quale, Miani compreso , dovevano la salvezza all'intervento della retroguardia, costituita da 500 libici guidati da un capo rimasto fedele che , nelle settimane precedenti, aveva più insistentemente degli altri raccomandato a Miani di non fidarsi dell'altro. Kasr bu Adi era stato veramente un disastro , anche perché da esso il piano senussita contro la Tripolitania veniva ad ottenere un ingente contributo: La spedizione del Col. Miani aveva perduto in quel fatto d'armi: i fucili dei quali erano armati i reparti italiani, poiché anche i pochi scampati alla morte si erano alleggeriti delle proprie armi e munizioni per sottrarsi all'inseguimento avversario; una riserva di 5000 fucili di ricambio, che seguiva nel convoglio; alcuni milioni di cartucce da fucile; parecchie mitragliatrici; 6 sezioni d'artiglieria con abbondante munizionamento; l'intero convoglio di rifornimento viveri della spedizione; persino la cassa del comando. Inoltre, la defezione di R amadam Sceteni e


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delle forze indigene che erano state messe ai suoi ordini, raddoppiava automaticamente il numero dei Senussiti e ribelli del Kasr bu Adi; e il soffio della rivolta, ormai irrefrenabile, si propagava rapidamente a tutte le regioni delle quali quelle forze indigene erano originarie (40).

Grazioli non aveva fatto in tempo ad assistere a queste tristi vicende delle nostre armi, perché sin dal primo momento si era opposto decisamente ai criteri seguiti da Miani nel reclutamento di truppe indigene fra quelle tribù costiere della Sirte che si sapeva per certo essere profondamente intaccate dallo spirito della rivolta; portata la questione dinnanzi a Tassoni, questi si era detto senz'altro ct·accordo con Grazioli, ma si era dichiarato altresì impossibilitato a privarsi della collaborazione di Miani, impostogli dal Ministero. A questo punto, Grazioli decideva senza indugi di dissociare la propria responsabilità quale Capo dell'Ufficio Politico Militare, chiede ndo il l:>ubitaneo rimpatrio, ed il 19 marzo 1915 sbarcava a Siracusa. Due mesi dopo, gli pe rveniva la concessione della Croce di Ufficiale del'Ordine della Corona d'Italia di motu proprio del Re per specialissime benemerenze acquisite. L'esperienza, comunque, era stata interessante e formatrice, in particolare perché gli aveva consentito di compiere un primo assaggio del dualismo fra il potere militare e quello civile, a proposito del quale il sociologo Coletti, che aveva buona conoscenza dell'ambiente tripolino per aver fatto parte della Commissione per lo studio agrologico della Tripolitania, ne metteva efficacemente in evidenza gli effetti negativi sulla politica seguita nei confronti degli arabi: ... le due autorità cercavano ciascuna di imprimere alla propria azione sugli arabi il carattere. militare e militaresco o civile, di cui si consideravano come specifici rappresentanti. Da ciò un incrocio di azioni contraddittorie e che talora si neutralizzavano reciprocamente. I militari si studiavano, in certi casi, di trattenere la penetrazione. diremo così civile, e l'ufficio civile si studiava di regolare esso razione bellica o di utilizzarne subito per suo conto gli effetti ... Gli arabi, osservatori cd astuti come sono, si accorgevano perfettamente del dualismo che si combatteva in seno ai conquistatori ... sfruttavano. così, le pretese e le rivalità dei due poteri ( 41). (40) Zoli C.. po. cit . . pagg. 43-44. (41 ) Co lc tti F. La Tripolitania seue111rio11ale e la sua vira sociale studiare dal l'ero. 7anichelli. Bo logna. 1923. pagg. 32-34.


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Il giudizio di Coletti collimava con quello che alcuni anni dopo avrebbe espresso Gherardo Pàntano, Commissario del Gebel all'epoca delle vicende che abbiamo riassunto cd uomo di grande esperienza coloniale: ... nel complesso si aveva la sensazione che il castello della nostra occupazione, tirato su in fretta e con metodi diversi , non avesse solidità alcuna. Avevamo disfatto molte cose buone, ne avevamo fatto parecchie non buone; la nostra condotta troppo violenta o troppo blanda, spesso capricciosa, larga con alcune tribù, dura con altre, non ci aveva assicurato la fede delle popolazioni , che non avevano ancora capito che cosa volessimo (42).

La situazione in Libia, nei mesi successivi, sarebbe andata sempre più evolvendo negativamente. A metà maggio il Governo di Roma sostituiva Tassoni con il generale Ameglio, che ripiegava anche da Misurata Marina, da Zuara e da altre località della costa. facendo sì che alla vigilia della nostra entrata nella prima guerra mondiale l'occupazione italiana della Libia si limitasse solo a Tripoli , Tagiura ed Homs. Ma ben altri problemi si profilavano all'orizzonte, per i quali la questione nord-africana assumeva necessariamente un ruolo secondario che come tale si sarebbe mantenuto sino alla primavera del 1922.

(42) Pàntano G. 23 anni di vita africana. SA TET. Torino, 1943. pagg. 257-258 (prima edizione: Casa Edi trice Militare Italiana, Firenze, 1932).


CAPITOLO SECO DO

LA GRANDE GUERRA: I PRIMI TRE ANNI (Maggio 1915 - Maggio 1918)

Spiravano venti di guerra. Il Paese era in preda alla suspence. Nessuno sapeva esattamente cosa stesse per accadere, ma tutti sentivano che qualcosa sarebbe accaduto , e la polemica divampava più viole nta che mai sulla stampa e nelle piazze. Nell'ambiente militare, le perplessità non erano poche, in aderenza con un livello di preparazione non adeguato per affrontare un impegno~qu ale quello che si profilava; né la classe politica era esente da colpe, in questo senso, quando si pensi che Salandra e Sonnino - i soli, con il Re, a conoscenza degli impegni contratti con il Patto di Londra fi rmato il 26 aprile e che impegnavano l'Italia a dichiarare la guerra contro gli Imperi Centrali e ntro un mese, cioè entro la fine di maggio avrebbero custodito gelosamente tale egreto anche nei confronti dello Stato Maggiore, che ne sa rebbe stato messo al corrente solo il 5 maggio, appena tre settimane prima dell'intervento. A l tenente colonnello Grazioli , trascorso il periodo di licenza dopo il rimpatrio , era assegnato l'incarico di capo di stato maggiore del V Corpo d'Armata della 1a Armata, che incorporava la 93, 1sa e 34a Divisione. La linea di schieramento era data dalla frontiera trentina, fra il Garda e la Valle del Brenta. mentre il comando del Corpo d'Armata si trasferiva dalla sede di pace di Verona a quella di guerra , a Vicenza. Lo comandava il tenente generale Aliprindi , classico esponente di quella categoria di alti ufficiali che si accingevano ad entrare in guerra dopo un lunghi imo periodo di pace. Il V Corpo d'Armata aveva subito vita difficile. Vista la grande difficoltà di procedere speditame nte all'offensiva sul fronte giulio, ai massimi livelli si voleva strappare qualche buon successo su quello trentino, non valu tando adeguatamente che il nemico era ben asserragliato sugli altipiani e che così facendo ci saremmo esposti ad inu-


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tile logorio senza risultati · concreti. Aliprindi faceva presente tutto ciò, ma il vento epurativo aveva già cominciato a spirare in alto loco , associato a flussi di ambizione che salivano dal basso, per vui veniva rimosso, andand9 ad aprire l'elenco dei siluramenti che sarebbero poi proseguiti numerosi . li suo successore osava di più, tentando un'azione offe nsiva sull'altopiano di Vezzena che però non solo non riusciva, ma consentiva al ne mico di impadronirsi di importanti posizioni difensive. Anch 'egli e ra rimosso dal comando, ed a questo punto anche il capo di stato maggiore era destinato a cambiare inevitabilme nte destinazione. Era il 26 giugno 1915, ed il 30 Graziali era promosso colonnello a scelta. Con questo grado , dal 27 dello stesso mese iniziava le funzioni di capo di stato maggiore del XIII Corpo d'Armata. Si trattava di un Corpo d'Armata di nuova formazione, costituito a Roma il 20 maggio 1915 e mobilitato sotto la stessa data, che inquadrava le Divisioni 2sa, 30" e 31 3 • In attesa di entrare in linea, si trovava concentrato sulle colline moreniche de l Garda, fra Desenzano, Lonato e Rivoltella. Dopo un breve periodo in cui era stato comandato dal tenente generale Gaetano Zoppi (da non confondere con Ottavio, che ritroveremo poi al comando delJa l O Divisione d'Assalto), l'unità e ra ora alla guida del te nente gene rale Angele tti, figura non di particolare spicco, con il quale i rapporti di Grazioli stentavano a prende re quell'assetto complementare e reciproca mente in tegrativo indispensabile tra un comandante ed il suo capo di stato maggiore. Ma al comando della 25" Divisione c'era Luigi Capello. Molto è stato detto e scritto su di lui ; ne risulta il ritratto di un uomo di aspetto e modi piuttosto volgari, un self-made-man senza ascendenze aristocratiche, dall'illimitata ambizione di comando. Era tutt'altro che ortodosso, anche sul piano esteriore. Portava il berre tto a sghimbescio, indossava un giubbone grigioverde da soldato dove a ma lapena si scorgevano i gradi da generale. Non portava sciabola né pistola, ma solo un nodoso bastone di quercia ed un binocolo a tracolla. Sembrava un frate cercatore. Era nato per le armi, aveva dedicato tutta la sua vita alla guerra ed al suo studio , ta nto che non c'era procedura tattica o strategica che non avesse analizzato ed approfondito, assurgendo in lui la scienza militare a vera e propria Arte. A quelrepoca, aveva fa ma di essere eccessivamente prodigo del sangue dei suoi soldati; Grazioli stesso ricordava che sin dai tempi della Libia, durante l'occupazione della Cirenaica cui aveva partecipato quale comandante di brigata, i suoi uomini avevano chiamato Villa Capello uno dei cimiteri di guerra della zona. Ma


CAPITOLO SFCO'IDO: L-\ (,RANDE GUERRA I PRl~tl l RF- "'Il

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aveva l'arte di sapersi trascinare dietro le truppe, tanto con la parola. rude cd animatrice, che con l'esempio. Era eminentemente pratico, senza o rpelli dottrinari, energico e risoluto, di idee chiare e di ampio spirito di i!1iziativa. Aveva fascino e carisma, e rara stoffa di condottiero: così lo giud icava Graziali. Ma c'era anche un'altra sua qualità che avvinceva. Fin dai primi contatti che ebbi con lui appena giunsi al Xlll Corpo, rimasi sorpreso per la dimestichezza con la quale volle minutamente conoscere le mie personali impressioni tratte assistendo sulle prime linee ai combattimenti iniziali del V Corpo d'Armata. La sua non era pura curiosità , ma bisogno estremo di meditata indagine sulla essenza della nostra guerra in condizioni così diverse dalla guerra africana. e ne traeva osservazioni così giuste e concrete che il fatto mi impressionò. Non era frequente. a quei tempi, incontrare superiori così spogli di boriosa e scostante altezzosità gerarchica da allacciare con i propri inferiori , e con tanta appassionata serietà. discussioni tecniche a scopo di reciproca trasmissione di idee. Mi colpì poi, in sommo grado, constatare in lui, fante, così rara competenza nella tattica dell'artiglieria, allora in fase di radicale trasformazione dai vecchi canoni ai nuovi, ispirati ad una ben più agile ed efficiente manovra di fuoco (1).

Nell'ultima decade di luglio il Corpo d'Armata e ra assegnato a lla 3a Armata, ed entrava in linea nella zona centrale dell'altopiano carsico, fra San Martino e Monte Sei Busi. Il comando del Corpo si stabiliva a Turriaco, nella bella casa della marchesa Orsola Mangilli, e d il capo di stato maggiore sovrintendeva persona lmente ai lavori di rafforzame nto delle posizioni raggiunte. Tra novembre e dicembre, il Corpo d'Armata partecipava alla quarta battaglia dell'Isonzo, assecondando sulla sinistra l'azione dell'XT Corpo tendente alla conq uista del San Michele, impegnato in violenti combattimenti nella .lOna delle trincee dei Razzi , dei Morti e delle Frasche. Nel gennaio 1916 il comando del Corpo si trasferi va a Campolongo, da dove il s uo stato maggiore dirigeva il concorso delle artiglierie alle azioni dei Corpi d'Armata laterali Vll ed Xl durante la quinta battaglia isontina. Pe r Graziali, oltre all'intensa attività derivante dalle incombenze specifiche del proprio incarico, gratificata negli ultimi mesi di

(l) Grazioli F.S .. Memorie. archivio familiare.


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permanenza presso il Corpo da una maggiore scioltezza e costruttività dovute all'azione di comando più incisiva e moderna del generale Ciancio, subentrato al silurato Angeletti, il periodo trascorso al XIII era stato denso di osservazioni e considerazioni oltremodo utili sul piano dell'esperienza operativa. Nei ritagli di tempo lasciati liberi dalle mansioni di ufficio, effettuava ripetute ricognizioni delle prime linee che gli consentivano di farsi un concetto abbastanza chiaro di quello che stava effettivamente accadendo in quella fascia di reciproco e tretto contatto fra noi ed il nemico. In realtà, la ragione per cui le nostre truppe erano costrette a subire notevoli perdite consisteva essenzialmente nel fatto che le armi portatili automatiche e le artiglierie a tiro rapido di cui gli austriaci erano ampiamente dotati, unitamente al grosso ostacolo passivo rappresentato dai reticolati spinati, avevano conferito notevole superiorità alla difesa rispetto all'attacco. Questo, infatti, privi o quasi, come eravamo allora, di mezzi distruttivi idonei ad infrangere sul serio gli ostacoli ed a neutralizzare il fuoco avversario, si limitava da parte nostra all'impiego di fitte masse di uomini sui quali l'azione difensiva, a prescinde re dalla loro eventuale tenacia ed o tinazione, finiva per avere quasi sempre ragione, tanto più che godeva delras oluto vantaggio del dominio del terreno. Ma anche più tardi, quando le artiglierie fossero state in grado di distruggere l'ostacolo passivo, la penetrazione delle fanterie continuava a non essere assolutamente in grado, con i procedimenti e l'addestramento in vigore, a garantire un rendimento accettabile. L'avanzata, dopo l'allungamento del tiro dell'artiglieria amica, avveniva ad ondate serrate, un passo di intervallo fra uomo e uomo, susseguentisi a brevissima distanza, per linee di fucilieri ad intervallo di una decina di metri le une dalle altre. La divisione copriva un fronte di 1200 metri, su cui si schieravano sei compagnie del reggimento di testa della brigata avanzata, che costituivano la prima ondata. Dietro, a segui re, gli altri reparti della stessa brigata suddivisi in ondate successive di sei compagnie ciascuna, intervallate di un centinaio di metri le una dalle altre (2). Diveniva indispensabi le sanare questo disequilibrio fra difesa ed attacco, rovesciandone addirittura i termini a vantaggio di quest' ultimo mediante una radicale trasformazione, qualitativa e quantitativa, dei mezzi di distruzione e l'impiego, soprattutto , di metodi più razionali di aggressione ed avanzata. Queste considerazioni, molte volte formulate in comune con (2) Stcfani F., op. cit.. voi. I, pag. 649.


CAPITOLO SECONDO: 1, A GRANDE GUERRA: I PRIMI TRE ANNI

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Capello sulla rotonda di Villa Hohenlohe, sopra Sagrado, sede del Comando della 25 3 Divisione , possono essere considerate come la prima germinazione di un concetto di frazionamento della massa attaccante in elementi organici più snelli, più dinamici e manovrieri e quindi anche meno vulnerabili, costituiti da personale scelto, ove tale aggettivazione risultava da un compendio di vigoria fisica, coraggio senza limiti , impeto aggressivo ed addestramento tecnico speciale. L'idea prenderà form a circa un anno dopo, e darà luogo alla costituzione di quei Reparti d'Assalto di cui Grazioli , a buon titolo, è stato sempre considerato, con Capello e con il colonnello Bassi, uno dei capi storici. Sempre nel periodo trascorso quale capo di stato maggiore del XIII Corpo d'Armata , inoltre , si era sviluppato in lui un notevole interesse per l'estrema destra del nostro fronte giulio. la zona cioè del basso Timavo di fronte all'Hermada. Aveva effettuato a titolo personale alcune ricognizioni. pur trattandosi di un'area estranea al suo settore, da cui era scaturito un pro-memoria che era stato inviato al Comando Supremo. In esso , si proponeva di eseguire, in cooperazione con un attacco principale contro l'Hermada, uno sbarco di sorpresa nel golfo di Sistiana - che, fra l'altro risultava essere indifeso - da effettuarsi con un reparto speciale incaricato di attaccare l'Hermada di fia nco ed alle spalle con un colpo di mano. Suggeriva di impiegare un contingente scelto di ascari libici che sapeva concentrati in un campo di radunata in Sicilia, agli ordini del colonnello Nigra. In effetti, nel luglio 1915, il Governatore della Tripolitania tenente generale Ameglio. alle prese con i problemi della ribellione araba, aveva rappresentato come molto probabilmente gli ascari di alcuni battagl ioni libici non avrebbero accettato di combattere contro propri conterranei, così come dimostrato da episodi di diserzione già verificatisi in un reparto a Zuara. e d·altro canto anche i familiari degli ascari più affidabili avevano ricevuto intimidazioni e minacce da parte del resto della popolazione. Si era quindi pensato di trasferire tutti, uomini e familiari, in Sicilia , tenendo conto che i sondaggi effettuati avevano rilevato il loro gradimento in tal senso, come anche quello per un eventuale invio sul nostro fronte orientale contro gli austriaci (3). Nei giorni 12 e 13 agosto dello stesso anno, sette piroscafi erano partiti da Tripoli diretti a Siracusa con a bordo (3) AS-D MAE, Fondo AS MAI, racc. Libia, pos. 115/3 fase. 35, pro-memoria Ameglio del 21.7.1815.


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62 ufficiali, 2464 ascari, 1959 loro familiari e 397 quadrupedi, al comando del Nigra; a questi, nei mesi successivi, ne erano seguiti altri , tanto da portare il contingente, che era stato attendato a Floridia , centro agricolo del siracusano, ed in altre zone limitrofe, ad un ammontare di cinque battaglioni, due batterie d'artiglieria, due squadroni cavalleggeri ed uno squadrone cammellieri per un totale, alla fine di marzo 1916, di 2926 uomini ai quali andavano aggiunti i rispettivi familiari (4). Il Comando Supremo aveva preso accordi con la Presidenza del Consiglio per un impiego di queste truppe al fronte, e ne aveva avviato un addestramento speciale; nel marzo 1916, accolto favorevolmente il progetto di Graziali, aveva poi inviato questi a Floridia per un'ispezione e per prendere accordi con Nigra, mentre nel frattempo l'ufficiale della Marina addetto al Comando Supremo avrebbe provveduto a studiare e pianificare la parte navale dell'operazione. L'esito del sopralluogo di Graziali doveva essere stato positivo, come è testimoniato da un telegramma del Governatorato di Tripoli al Ministero delle Colonie nel contesto del quale era trascritto un messaggio del colonnello Nigra: Per norma comunico seguente telegramma circa ispezione compiuta Col. SM Graziali a reparti libici Sicilia per ordine Comando Supremo: 117 risposta 238 L. Colonnello SM rimasto due giorni assistette due esperimenti giorno e notte lancio bombe a mano razzi e scoppio tubi gelatina contro trinceramenti e reticolati compiuti da reparti diversi. Feci invito assistere brevi esercitazioni campagna tutti reparti raccolti due località diverse per ragioni dislocazione. Colonnello SM ha telegrafato Corpo d'Armata: - (quello di Palermo, che sovrintendeva a tutto quanto connesso con i reparti libici di stanza nel territorio di sua giurisdizione - n.d.r.) - Pienamente soddisfatto progresso istruzioni speciali ordinate Comando Supremo et ammirato disciplina spirito militare queste bellissime truppe F.to Col. Nigra (5).

Ma l'impiego al fronte italo-austriaco degli ascari libici sarebbe stato poi definitivamente accantonato a seguito delle pressioni del

(4) AS-D MAE, Fondo AS MAI, racc. Libia, pos. 115/3, fase . 35, prot. 67 del 29.3.1916, da Nigra a Ministero Colonie. (5) AS-D MAE, Fondo AS MAI, racc. Libia , pos. 115/3, fase. 35, prot. 305 del 13.3.1916, da Governatorato Tripoli a Ministro Colonie.


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Ministro delle Colonie Martini, che ne aveva anzi chiesto il rientro in Africa a seguito dei non pochi problemi che questi avevano creato nei rapporti con la popolazione siciliana, specie quella femminile (6). Nel maggio J916 l'offensiva di Conrad nel Trentino era stata massiccia ed imponente. li colpo era stato parato sull'estremo limite degli altipiani, quando le unità avversarie erano già in vista della pianura; l'esaurimento dell'offensiva austriaca, dopo gli iniziali successi, era il frutto della resistenza opposta dai nostri reparti nonché dalla conoscenza, da parte nemica, del concentramento nel triangolo Vicenza-Cittadella-Padova di quattro dei cinque Corpi d'Armata costituenti la sa Armata di riserva formata al primo profilarsi della minaccia, e della imminente offen iva russa del generale Brussilov sul fronte russo meridionale. La nostra strenua resistenza aveva fatto sì, però, che alcune Brigate fossero state semidistrutte. Era il caso della Lambro, di recentissima formazione, il cui comandante era stato fulmineamente silurato e per la cui sostituzione il Comando Supremo designava Graziali, con il grado di colonnello brigadiere. La Brigata era stata costituita nelraprile 1916 con il 205° e il 206° reggimento fanteria, e con la Brigata Taranto formava la 48" Divisione al comando del generale Giardino. Dopo una fase di raccolta e radunata fra Marostica e Nove di Brenta, a fine mese si trasferiva nella zona fra Asiago, Gallio, Lusane e Crosara, con i reparti destinati alle dipendenze di altre unità in lavori di rafforzamento delle linee e quindi distaccati tra loro e dal comando di Brigata. D ivampata l'offensiva, i battaglioni della Lambro venivano inviati isolatamente in differenti punti del settore di Asiago, dipendenti da due diversi comandanti di brigate già in linea, dove si battevano accanitamente per arrestare il nemico a Porta Manazzo, a Cima Portuie, a Bocchetta di Portule, a Castelletto ed a Brutta Bisa. Ma i loro sforzi non reggevano alla superiorità numerica avversaria, ed i reparti erano costretti a ripiegare gradualmente. riportando gravissime perdite fra caduti e dispersi (86 ufficiali e 3421 uomini di truppa). li 29 maggio la Brigata era riunita fra Covolo e Santa Caterina di Lusiana. Il 26 Grazioli giungeva per assumere il comando, rilevandolo dal colonnello brigadiere D'Antonio. Questi pagava la sua rimo(6) AS-D MAE, Fondo AS MAI. racc. Libia, po~. llS/3. fase. 35, prot. 3248 del 21.4.1916. da Ministro Colonie a Ministro Guerra.


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zione non tanto per vere e proprie colpe, che in realtà non aveva commesso, quanto per la scarsa reattività di cui aveva dato prova, non disgiunta da una certa dose di sfortuna. Infatti, destinato solo da un mese al comando di truppe operanti, in una brigata di nuo-. vissima formazione e che per di più, come s'è detto, era stata smembrata in due diversi settori del fronte , si era forzosamente trovato temporaneamente inoperoso nella sede del suo comando insieme ai due ufficiali che gli erano rimasti. Nel momento della disordinata ritirata in Val d'Assa, non aveva realizzato che forse era proprio quello il frangente di afferrare l'occasione al volo, di gettarsi nella mischia, di farsi vedere, di diventare egli stesso centro e perno di raccolta, senza chiedere autorizzazioni a nessuno, raccogliendo ovunque passassero i resti della sua brigata ed imbastendo una qualsiasi difesa, con uno di quei colpi di genio che, in guerra, possono talvolta rovesciare anche una situazione disperata. L'uomo era invece rimasto inerte, incerto, disorientato; questa la sua colpa, ma, come obiettivamente riconosce lo stesso Grazioli (7), più che di colpa sarebbe più giusto parlare di deficienza di prontezza, di decisione, di iniziativa, anche se secondo alcuni proprio queste carenze, a livello di comandante di brigata in guerra, configurerebbero di per sé stesse una colpa. Anche Grazioli, tenendo conto che si trattava del suo primo comando effettivo di truppe nella guerra in corso, non era proprio del tutto fortunato , dal momento che assumeva il comando di una brigata cui erano rimasti due logori battaglioni sui sei della sua formazione iniziale. Nel resto di maggio ed in giugno e luglio si dedicava pertanto, nella zona tra Vicenza e Padova , alla sua ricostituzione ed addestramento. Gli era valido collaboratore il tenente colonnello Pirzio Biroli, cui Grazioli affidava il comando del cosiddetto raggruppamento di marcia, l'aliquota cioè di complementi al seguito che, al quel tempo, ogni brigata aveva con sé. Alla data del 1° agosto la Lambro era nuovamente pronta ad entrare in linea alle dipendenze della 24a Divisione del VI Corpo d'Armata della 3a Armata, ed il giorno successivo veniva riunita sul fronte giulio, tra San Floriano ed Oslavia, in un settore compreso fra il torrente Peumica ed il Vallone dell'Acqua che i soldati avevano ribattezzato Lenzuolo Bianco; il nome derivava da una casetta bianca che esisteva allorché vi erano giunte per la prima volta le nostre truppe, la (7) Graziali F.S. In guerra con i fanti d'Italia, Libreria del Littorio. Roma, 1930.


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quale presentava in certe ore del giorno una sua facciata al sole in modo tale da dare l'impressione, da lontano, di un lenzuolo disteso ad asciugare. Stava per cominciare la battaglia di Gorizia , per la quale le direttive del Comando Supremo . emanate già alcuni mesi prima (il 14 marzo ed il 16 aprile), così delineavano il concetto generale dell'azione: ... concentrare il massimo sforzo contro il campo trincerato di Gorizia. proponendosi di far breccia successivamente su due tratti della linea avversaria e cioè: in un primo tempo contro la fronte Sabotino-Oslavia, per impadronirsi delle teste di ponte e ricacciare il nemico oltre Isonzo; in secondo tempo contro la fronte San Michele-San Martino ... (8).

La testa di ponte di Gorizia si estendeva dal Sabotino a Lucinico a protezione dei numerosi passaggi dell'Isonzo nel tratto Salcano-S. Andrea, ed era costituita da due pilastri laterali, il Sabotino ed il Podgora e da una cortina intermedia di collegamento. La cresta del Sabotino scendeva verso nord-est con un versante ripidissimo, rinserrando l'Isonzo in una stretta contro il costone Monte SantoVodice nel tratto Plava-Salcano; verso sud-est la cresta del Sabotino si abbassava rapidamente da 600 a 60 metri con fianchi rocciosi e scoscesi fino alla valle del Peumica. Dal vallone del Peumica al Vallone dell'Acqua la cortina era formata dalle colline di q. 188, del Dosso del Bosniaco, di Oslavia e Peuma, distinte fra di loro da seilette di facile accesso. In questa zona si svolgevano le strade adducenti all' Isonzo e, fra queste, la mulattiera di Val Peumica ed il fascio delle rotabili che da San Floriano, per la Selletta di Oslavia e per il Vallone dell'Acqua, raggiungevano la linea destra dell'Isonzo (9). Obiettivi assegnati alla Brigata Lambro erano di cooperare con la Brigata Abruzzi alla conquista di q. 165, impadronirsi delle posizioni di q. 188 e del Dosso del Bosniaco ed estendere l'attacco alle quote 130 e 138. Iniziata l'azione il 6 agosto, il III Battaglione irrompeva nelle trincee del L enzuolo Bianco , le sorpassava e puntava verso q. 188 senza successo, dopo aver lasciato sul terreno il (8) Di Lauro F. La bauaglia di Gorizia , in Saggi di storia etico-militare, USSME, Roma. 1976, pagg. 297-317. (9) La conquista di Gorizia. S1a10 Maggiore Regio Esercito. Ufficio Storico, Roma, 1925.


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13. -

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Momento di riposo nel castello di Gorizia, subito dopo rcntrata nella cillù.

comandante di reggimento e quello di battaglione, falciati dalla stessa mitragl iatrice mentre guidavano l'assalto alla testa del reparto. Il battaglione, lasciata a sinistra la q. 188. tentava di conquistare il Dosso del Bosniaco nelle cui trincee si svolgeva una violenta lotta corpo a corpo con baionetta e bombe a mano. D ata la viva reazione dei difensori, non vi riusciva, pervenendo solo ad aggrapparsi alla posizione. Nel frattempo, il II battaglione del 205° reggimento conquistava la q. 188. Il giorno successivo, i battaglioni di rincalzo II I del 205° e I del 206°, mentre sostenevano gli altri due, ne estendevano la conquista occupando il Dosso del Bosniaco che. la sera precedente, era stato quasi raggiunto dal II battaglione del 206° reggimento entrato anch'esso in azione. L'operazione aveva conseguito gli obiettivi. dando un rilevante contributo allo sgombero da parte austriaca di tutta la Val Peumica, anche se con la perdita di 33 ufficiali e 1200 uomini di truppa (1 O). (10) Le Grandi Unità nella guerra iwlo-austriaca 1915-19/8, voi. l, Stato Maggiore Regio Esercito, Ufficio Storico, Roma. l926, pag. 294.


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CAPITOL,0 SECONDO: LA GRANDE GUERRA: I PRJMI TRE ANNI

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La Lambro era scavalcata dalla Etna, inviata ad occupare le antistanti posizioni di g. 165 e q. 138, e permaneva nei giorni 8 e 9 nelle linee conquistate per rafforzarle e per riaprire al transito la rotabile di Gorizia , intersecata e sconvolta da trincee e camminamenti. Nella notte del 10 la Brigata si avvicinava all'Isonzo , ammassandosi a sud della confluenza del torrente Peumica ed improvvisando una passerella di circostanza sulla quale passava il fiume nella stessa notte, con il compito di occupare il margine tattico delle alture a nord-est di Gorizia verso Aisovizza, e precisamente nella r,egione Cremberg, a sud del San Gabriele. Frattanto, lo stesso giorno 10, Grazioli veniva promosso maggior generale per merito di guerra con questa motivazione: Comandante della Brigata Lambro, incaricato dell'attacco delle fortissime posizioni nemiche di q. 188, in due giornate di sanguinosa lotta nelle quali rifulsero le sue alte qualità di condottiero e soldato, riusciva a vincere l'ostinata resistenza nemica. Passato l'Isonzo con la Brigata, occupava una posizione sulle pendici collinose ad oriente di Gorizia e, con magnifica resistenz(l, le manteneva nonostante che i fieri contrattacchi ed intensi bombardamenti producessero perdite gravissime nella Brigata. La natura del terreno e le condizioni materiali e morali consentivano alla Brigata di iniziare la marcia su una sola colonna per la strada Borgo Carinzia-Salcano-cimitero di Gorizia-San Trijco-Damberg , ma proprio all'altezza del cimitero l'avanguardia era fatta segno a violento fuoco proveniente da San Troijco, dal San Gabriele e dal San Daniele. La Lambro assumeva rapidamente lo schieramento del caso: l'avanguardia oltrepassava il cimitero ed entrava in contatto col nemico che, se pur inferiore di numero, era fortemente trincerato, mentre iJ grosso si disponeva fra il cimitero e la stazione resistendo per tre giorni al fuoco d'artiglieria proveniente dalle alture suddette ed a quello dei nidi di mitragliatrice disposti sul pendio boscoso di Castagnevizza. Il 14 agosto la Brigata si portava all'attacco di queste posizioni, neutralizzandone l'attività. Durante i combattimenti, Grazioli, che per meglio dirigere la marcia della colonna si era portato in testa alla stessa , era rimasto impegnato in prima linea contribuendo notevolmente ad infondere calma e determinazione , confermandosi così il concetto già maturato in lui in Libia dell'insostituibile valore dell'esempio da parte del capo, della sua presenza viva in mezzo alle truppe per le quali costituire punto di riferimento soprattutto morale , e che il progredire del grado e delle conseguenti responsabilità direttive da svolgersi necessariamente lontano dalle linee non dovevano mai far venir meno tutte le


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Lv lC,1 è.MILIO LO NGO

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14. - Al comando della brigata « Lambro » in conversazione con il tenente Visconti Venosta (agosto 1916). ~

volte che fosse stato possibile . In una lettera scritta a metà ettembre da Gorizia alla figlia Andreina, affioravano note di considerazione affettuosa nei confronti dei suoi soldati: . . . non hanno più aspe no umano. Sono laceri a brandelli avendo dovuto superare sotto il fuoco i reticolati nemici, infranti sì, ma ancora aggrovigliati . Barbe e capelli da selvaggi. Fratelli d'Italia a bizzeffe. Bia ncheria proprio scomparsa; la maggior parte portano camice da donna sbracciate e con pizzi . trovate (?) a Gorizia. Roba da far ridere e piangere . E pure hanno l'occhio ardito , e qua ndo passo fra loro mi guardano sorridendo, pieni di coraggio e di fiducia. L'unica cosa pulita e lucente che hanno è il fucile. perché sanno che io sono innessibile in questo. Ora, nella posizione arretrata, questi poveri fi glioli si lavera nno , li rivestirò tutti a nuovo cd avranno otto giornj di fiato. Poi ... ricom inceremo da capo. Si tratta di uscire al più presto da una situazione impossibile, e la possibilità di uscirne c·è; basta volere e saper fare. Io sono sicuro che pre to


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ne usciremo, e allora noi e la città saremo assai più tranquilli che non ora ... (11).

È un brano molto bello, esprime nelle sue parole alcuni dei sentimenti che si ritroveranno nelle pagine che, diciotto anni dopo, Adolfo Omodeo dedicherà alla dolente generazione carsica (12). Nel mese di settembre la Lambro si alternava con la brigata Sesia in turni di linea e di riposo. Era inevitabile, dopo _i combattimenti del mese precedente, un certo grado di rilassamento negli uomini , che Grazioli tendeva a contrastare in ogni modo, con quella sua azione di comando certamente energica ed autorevole non disgiunta, in alcuni casi, da una tendenza anche educativa. Di quest'ultimo modo di fare il comandante, ci sembra indicativa una comunicazione inviata ai due comandi di reggimento, molto breve ed a prima vista di scarsa importanza: ... prego i Comandanti di Corpo di voler disporre perché da apposite squadre di cercatori siano raccolti tutti gli oggetti d'armamento (fucili , baionette, cartucce, ecc.) e di corredo tuttora abbondantemente sparsi nella zona stessa della nostra linea. Si installi in tutti, quadri e gregari, il sentimento della buona conservazione e proprietà della roba che il Paese tanto generosamente distribuisce all'Esercito, punendo chiunque ne sia causa di sperpero od abbandono non giustificato (13).

Certamente importante non era, ma significativa sì, in quest'ultimo paragrafo, di un senso dello Stato, della cosa pubblica, del bene comune che nemmeno lo stato di guerra, con il suo inevitabile disordine e scompiglio, doveva far venire meno. Un'ulteriore testimonianza di un modo del tutto personale di attuare la propria azione di comando, tanto più rimarchevole in un periodo in cui il fattore uomo, i suoi problemi e le sue necessità non sembravano essere tenuti in particolare considerazione da parte della maggioranza della dirigenza militare , è data da un altro documento risalente alla fine di ottobre del 1916. A metà di questo mese la Lambro aveva sostituito la Genova sul San Marco nel tratto q. 102-Casa (11) Grazioli F.S .. Epistolario, archivio familiare. (12) Omodeo A. Momenti della vita di guerra, Einaudi , Torino, 1968 (seconda edizione; prima edizione 1934) . (13) AUSSME, Diario Storico (d'ora in poi DS) Brigata Lambro , prot. 672 del 12.9.1916, da Grazioli a comandanti 205° e 206° rgt.


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Rosa-Casa Scoperchiata. Era un settore tormentatissimo. Il San Marco era un'altura facente parte delle colline ad est di Gorizia, in posizione centrale fra quelle del Panovitz e quelle prospicienti il corso del torrente Vertoibizza. Le condizioni del tempo erano pessime: pioveva a dirotto da giorni e giorni, molti tratti di trincea erano franati e le truppe, con l'acqua alla caviglia, cercavano in qualche modo di formarsi un riparo alla meglio per proteggersi dal tiro nemico. Ammiro l'eroismo di questi uomini, ai quali non posso dare altro che buone parole ed incitamenti a perseverare nella lotta contro il nemico, la pioggia ed il fango ... , così concludeva l'amaro rapporto inviato dal comandante del 205° reggimento a Grazioli. Questi, a sua volta, compilava una relazione per il comando della 483 Divisione nella quale denunciava lo stato di logoramento materiale e morale delle truppe ed insisteva per l'assoluta necessità di concedere loro un congruo periodo di riposo qualora l'offensiva per la quale erano state concentrate sulle nuove posizioni , e sino ad ora a più riprese rinviata , avesse ancora subito un ritardo (14). Non era neanche un tenero, però , e non esitava ad improntare l'azione di comando ad una estrema risolutezza, senza mezzi termini. Il 30 ottobre, un caporale ed un soldato erano usciti dalla trincea , dichiarando ad una sentinella di essere stati incaricati di effettuare una ricognizione. In realtà , erano passati al nemico. Grazioli, in quanto responsabile della linea di primo schieramento della 48a Divisione, emanava un ordine per cui sul fronte di ogni compagnia doveva esserci , giorno e notte , un servizio continuativo di vigilanza da svolgersi ad opera di un ufficiale subalterno che doveva controllare come nessuno uscisse dalla trincea senza legittima autorizzazione superiore. Ed aggiungeva: Verificandosi un caso analogo a quello accennato, detto ufficiale abbia l'ordine , nella sua responsabilità , di far aprire immediatame nte il fuoco della compagnia su chiunque osasse allontanarsi verso il nemico (15).

Il 16 dicembre trasmetteva ai suoi comandanti di reggimento il testo di un telegramma inviato da Cadorna nel quale si avvertivano (14) AUSSME, DS Brigata Lambro, protocollo illegibile del 29.10.1916, da Grazioli a Comando 48" Divisione. (15) AUSSME, DS Brigata Lambro, protocollo ilJcgibile del 30.10.1916, da Grazioli ai Com.ti dei reggimenti 205°, 206°, 143° e 150°.


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i comandi che gli austriaci avevano fatto circolare voci circa trattative di pace, al probabile scopo di agire psicologicamente sulle nostre truppe affievolendone lo spirito combattivo. Nel commentare la cosa, dopo aver messo in guardia gli ufficiali a rilevare i primi accenni di rilassamento , ammonendoli come fossero tanto più pericolosi in quanto privi di manifestazioni apertamente visibili, Graziali sottolineava loro: ... l'assoluta necessità di colpire con estremo e risoluto rigore la prima manifestazione di tale rilassatezza, ricordando ancora una volta le auree parole della ben nota circolare n. 1 del Comando Supremo circa il sacrosanto diritto e dovere repressivo che noi ufficiali tutti abbiamo ... (16).

La Brigata permaneva in linea, partecipando il 7 novembre all'azione per la conquista del tratto di fronte Aisovizza-Altura Cuore-Belpoggio-Casa Diruta-Casa Due Pini-q. 171; inviata finalmente a riposo, parte a Subida e parte a Gorizia, non faceva a tempo a goderselo più di una settimana, perché già il 14 era rimandata in zona a sostenere la A ve/lino contro un attacco in forze del nemico verso le nostre posizioni di Casa Diruta-Casa Due PiniAlbero della Vedetta. A 18 ufficiali e 530 uomini di truppa ammontavano le perdite , compresi i dispersi. Anche l'inizio del 1917 continuava a vedere la Lambro impegnata in questa fase di guerra di posizione e di logoramento succeduta alla conquista di Gorizia. Periodi di riposo e riordinamento si alternavano a ritorni in linea per azioni di contenimento e contrattacco. Ma già dalla metà di novembre era stata pianificata un'azione offensiva per occupare alcune posizioni sul San Marco , fra la strada di Aisovizza e quella di Ovcia-Draga sulla sinistra dell'Iseur , non escludendo un tentativo di prosecuzione verso est fino alla testata dell'Iseur stesso. Per l'assolvimento di tale compito, il 205° doveva inizialmente occupare la linea che da q. 227 scendeva a q. 185 , poi puntare contro i caposaldi delle quote 204 e 222 ed infine mirare all'occupazione di Kemperlisce; l'altro reggimento , il 206°, doveva conquistare il tratto di costone comprendente Casa Diruta-q. 171-q. 200 per crearvi un fianco difensivo fronte a nord e ad est, da servire come base per la progressiva conquista della zona collinosa San Marco-Stara Gora-Paskonisce di cui era incaricata la 48a Divisio-

(16) AUSSME, DS Brigata Lambro, circolare senza protocollo del 16.121916, da Grazioli ai Com.ti del 205° e 206° reggimento.


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ne (17). Un battaglione della Tanaro avrebbe rinforzato la Lambro. A prescindere dagli aspetti prettamente operativi dell'azione , riteniamo interessante ed emblematico del pensiero militare di Graziali e dell'azione di comando che ne derivava quanto emerge da una nota da lui inviata ai due comandi di reggimento della Brigata nonché, per conoscenza, al comando della 48a Divisione, In essa venivano premesse, con molto sereno realismo, le difficoltà che si sarebbero incontrate nell'operazione di conquista del San Marco, individuate in tre ordini di fattori: il fuoco ravvicinato delle armi leggere, fucili e mitragliatrici, inevitabile anche dopo il nostro fuoco preparatorio d'artiglieria, il tiro distruttivo del nemico concentrato sul breve spazio obiettivo del nostro attacco, una volta che questo fosse riuscito, ed infine i contrattacchi che ad esso sarebbero seguiti . Era il caso , quindi , di programmare un lavoro di preparazione materiale e morale, e di questa soprattutto il comandante della Lambro delineava gli aspetti di fondo: ... La ristrettezza estrema del tempo esige che si lasci da parte ogni raffinatezza di riordinamento e di preparazione - l'operazione avrebbe avuto luogo solo nel maggio successivo, ma al momento della stesura della nota sembrava dovesse essere imminente (n.d.r.) -. In simili contingenze, ci vuole un programma semplice, chiaro, speditivo, da svolgersi soprattutto con grande energia e disciplina da parte dei capi , facendo tacere ogni personale preferenza di metodi e di idee. Poiché è impossibile ricostruire l'efficienza dell'intera Brigata, proponiamoci di raccogliere tutte le forze vive ed operanti di essa in soli quattro battaglioni d'attacco. Ciascun reggimento ne costituisce due, senza scrupoli organici e valendosi degli uomini migliori che possiede, senza badare, se occorre, a cariche speciali ricoperte, diritti di grado e turni di servizio. I buoni sono ormai pochi, e non tutti i migliori sono rivestiti dell'autorità di grado corrispondente alle loro qualità personali. A me occorrono essenzialmente quattro ottimi comandanti di battaglione, sedici buoni comandanti di compagnia con discreti comandanti di plotone, e soprattutto energici e coraggiosi comandanti di squadra. Dico soprattutto - in corsivo nel testo (n.d.r.) - perché per la ristrettezza del terreno d'attacco, per la natura prevalentemente boscosa di esso, per la convenienza di non agglomerare troppa forza su un terreno che sarà vivamente battuto dall'artiglieria nemica, la nostra speranza starà nel riuscire a tener saldi i risul(17) Le Grandi Unità nella guerra italo-austriaca 1915-1918, op. cit., pag. 297.


CAPI ro1 o SECONl)O: LA GRANDE GUERRA: I PRIMI TRE ANNI

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tati che certamente riceveremo dall'assalto, mediante uno schieramento a gruppi, corrispondenti possibilmente alle squadre, disposte opportunamente nel nuovo margine tattico conquistato. Se è vero che noi dobbiamo lottare con una notevole deficienza quantitativa e qualitativa di ufficiali, è però anche vero che nella massa dei reggimenti esistono, fra i gregari, elementi che possiedono, indipendentemente dal grado che rivestono, qualità preziose di capi-squadra. Questi elementi i comandanti di reggimento, di battaglione, di compagnia. di plotone debbono conoscerli. Si traggano fuori dalle file e si affidi loro. per questa circostanza, il comando delle squadre. Coraggio, energia, e quel po· di intelligenza che occorre per ben capire le semplici cose che da loro si vogliono per arrivare a conquistare il San Marco, sono le qualità essenziali che essi devono avere. Chi darà prova di ben corrispondere a questa scelta personale, fatta in via eccezionale per un compito preciso, otterrà in premio il grado di cui avrà tenuto le funzioni nel combattimento, senza pregiudizio, beninteso, di ricompen e d'altro genere. Io farò ogni sforzo per ottenere che alla Brigata Lambro, subito dopo questa nuova prova, sia concesso quel riposo reale e veramente ristoratore a cui essa ha diritto per le molte, aspre prove già date. Non dovranno essere fatte promesse formali su ciò ai nostri dipendenti; ma i comandanti di reggimento lo sappiano per trarne energia a pretendere dai propri subordinati più di quanto sembri umanamente possibile ottenere, dopo i recenti sforzi compiuti ed i ben noti disagi patiti (18).

L'azione, come s'è detto, avrebbe avuto luogo dal 14 al 16 maggio e si sarebbe risolta in un insuccesso pagato con la perdita di 38 ufficia li e 1618 uomini di truppa. Ma Grazia li aveva cessato di essere il comandante della Lambro quattro giorni prima dell'attacco perché destinato, dall'll maggio 1917, ad assumere il comando interinale dell a 48a Divisione. Con rammarico, anche se stimolato dall'assunzione dell'incarico superiore alle cui funzioni era stato designato a scelta, lasciava la Brigata con cui aveva vissuto la prima esperienza di comando nel conflitto in corso, guidandola per un anno in cicli operativi che avrebbero guadagnato alle bandiere dei suoi reggimenti la medaglia d'argento al valor militare. La fallita

(18) AUSSME. DS Brigata Lambro , prot. 1983 del 19.11.1916, da Grazioli ai Com.li 205° e 206° rgt.


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azione sul San Marco , secondo il quadro che Graziali si era personalmente fatto attraverso l'osservazione diretta e le testimonianze di diversi ufficiali che vi avevano partecipato, era in gran parte da collegarsi al differente impiego che dell'artiglieria di grosso calibro veniva fatto da parte austriaca e da parte italiana. Una settimana dopo aver assunto il comando interinale della 483 Divisione , ne faceva oggetto di una relazione al Comando dell'VIII Corpo d'Armata , riportata interamente in allegato 3. In essa , si evidenziava il perfetto sincronismo tra le richieste di fuoco e l'inizio di questo, con concentramento minuzioso in prossimità di ogni porzione del terreno dove si trovavano addensate le nostre truppe destinate all'attacco; né era possibile ovviare oltre un certo limite a tale addensamento, sia per la ristrettezza del terreno stesso e sia per la necessità di arrivare con una adeguata consistenza di forze a contatto delle posizioni avversarie. Ne conseguiva la necessità di evitare soluzioni di continuità temporale fra l'allungamento del tiro delle nostre artiglierie e l'inizio dell'irruzione, e di effettuare un'efficace, prolungata azione di controbatteria sulle postazioni dei grossi calibri nemici. Proprio nei mesi trascorsi sul San Marco , Graziali aveva avuto modo di dare corpo a quelle idee sulla creazione di reparti speciali a chiara impronta offensiva che abbiamo visto germogliare in lui circa un anno prima sull'altopiano carsico , ai tempi del XIII Corpo d'Armata e delle conversazioni con Capello, che ora aveva ritrovato come suo comandante d'Armata, e che l'esperienza ricavata al comando della Lambro aveva ulteriormente alimentato. Molte volte , infatti , si era rilevato come , pur dopo un violento e prolungato fuoco d'artiglieria teso a preparare, con la distruzione dei reticolati nemici, l'assalto delle nostre fanterie , queste non riuscissero a vincere la prima, naturale esitazione a balzare d'impeto nelle trincee avversarie. Questo momento di incertezza veniva a vanificare l'effetto ottenuto col tiro di preparazione, in quanto dava tempo ai difensori di riprendersi sul piano psicologico e fisico e di preparasi alla difesa ravvicinata con le armi leggere, in modo particolare con le mitragliatrici, mandando a vuoto l'attacco. Proprio allo scopo di rimediare a questa fase di latenza nel momento della sortita , sarebbe stato utile poter disporre di piccoli nuclei leggeri, costituiti da personale con specifiche caratteristiche psico-fisiche di aggressività opportunamente integrate da un addestramento ed un equipaggiamento ad hoc , che avrebbero avuto il compito di attuare la penetrazione e di trascinarsi dietro la massa delle fanterie. Il 7 marzo


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CAPITOLO SECONDO: LA GRANDE GU E RRA : I PRIMI T RE ANNI

1917 Grazioli aveva diramato ai due comandanti di reggimento della Brigata la seguente direttiva: Allo scopo di costituire al più presto, organicamente completi, reparti speciali di attacco per operazioni offensive generali e parziali quali ad esempio: di colonna d'attacco; colpi di mano; incursioni di sorpresa; immediati contrattacchi, ecc ., determino che da parte dei signori comandanti di reggimento sia subito studiata, ed appena ne sarà dato l'ordine attuata, la costituzione di speciali nuclei secondo le modalità ed i criteri che seguono: Scelta del personale. Truppe. Ogni compagnia formerà un plotone speciale di 30 uomini, compresi i graduati (senza vincolo di grado), traendoli dai militari che per ardire e capacità siano i migliori della compagnia; la metà di essi potrà essere tratta dai lanciatori di bombe sia a mano sia con fucile. Nel plotone saranno compresi alcuni zappatori arditi quali guastatori. L'assegnazione dei militari a tali plotoni non dovrà aver nulla di rigido , tenendosi conto soltanto del merito e del valore degli individui e perciò, occorrendo, sarà in facoltà dei comandanti di corpo di trasferire, escludere, includere elementi fra i plotoni delle varie compagnie. Ufficiali. Dovrà essere assegnato un sottotenente od aspirante od anche aiutante di battaglia per ogni plotone costituito nel modo sopradetto. Tali capi plotone, oltre all'ardire ed al coraggio , avranno qualità di carattere, d'intelligenza e capacità professionali veramente spiccate. I quattro plotoni così costituiti per ogni battaglione formeranno un nucleo speciale al comando di un tenente che, oltre ai requisiti richiesti per i capi-plotone, dia affidamento di essere ottimo educatore ed istruttore dei suoi dipendenti. I nove nuclei speciali di ogni reggimento saranno riuniti in un reparto speciale al comando di un capitano. Infine i due reparti della Brigata formeranno un battaglione speciale o battaglione d'assalto. Un ufficiale superiore designato direttamente dal sottoscritto ne avrà il comando effettivo. Come si è concordato verbalmente stamani, per facilitare amministrativamente la costituzione dei nuclei speciali, ogni reggimento considererà i suoi tre nuclei quali vere e proprie compagnie organiche in sostituzione di altrettante nel reggimento, le quali perciò avranno la numerazione 1•, 2• , 3• Compagnia del... reggimento. La 4° Compagnia del battaglione senza vincolo di numero , anche se superiore all'organico, costituirà per ogni reggimento la compagnia dei portatori.

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Gli altri due battaglioni di ogni reggimento che, secondo quanto ho detto nella mia conferenza di stamane, sono pure sempre truppe d'attacco, dovranno anch'essi essere particolarmente curati ed addestrati così che tutta la Brigata possa dirsi senz'altro brigata d'attacco. N battaglione speciale saranno assegnate le quarte sezioni pesanti mitragliatrici reggimentali nonché tutte le sezioni pistole (19).

A questo primo foglio ne seguiva un secondo, dopo alcuni giorni , nel quale si impartivano ulteriori ordini a integrazione dei precedenti: a. Sulla base delle scelte fatte con i criteri già noti, si traggano

40 militari (bombardieri-fucilieri-guastatori e occorrenti ausiliari) per Compagnia, al comando di un Ufficiale , Aspirante od Aiutante di Battaglia scelto per energia, arditezza, capacità. Detti 40 militari formeranno un plotone ardito. I plotoni arditi così costituiti potranno eventualme nte essere raggruppati per l' istruzione o per l'impiego sotto un unico comando. E perciò, in ogni battaglione, sarà designato un comandante di compagnia scelto per dirigere tale istruzione. b. I sci uclei Arditi di battaglioni così costituiti potranno eventua lmente essere raggruppati per l'istruzione o per l'impiego in un unico Comando di Battaglione che mi riserbo di designare (20).

Per l'addestramento, Grazioli , faceva allestire al poligono dei bambardieri, sulla strada Subida-Russig, un completo sistema difensivo comprendente trincee di 1a e 2 8 linea con relativi reticolati, camminamenti. organi di fiancheggiamento, appostamenti per lanciabombe, caverne, ecc. corrispondente al modello tanto nostro che austriaco. Nel dare le direttive addestrative , lo stesso comandante di Brigata forniva alcune indicazioni sui temi da svolgere: ... snidare il nemico dai suoi nascondigli con getto di bombe seguito da lotta corpo a corpo - assalire mitragliatrici ancora in fun zione in appostamenti fiancheggianti - colpire l'avversa-

(19) AUSSME. DS Brigata Lambro. prot. 1277 del 7.3.1917. da Grazioli a Com.ti 205° e 206° rgt. (20) AUSSME. DS Brigata Lambro, prot. 1433 del 13.3.1917, da Grazioli a Com.ti 205° e 206° rgt.


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rio da appostamenti vicini alle sue trincee con lancio di bombe a mano , per poi affrontarlo alla baionetta - lotta a colpi di bombe, e ntro camminamenti - allargare l'occupazione di un tratto di trincea conquistata - assalto di sorpresa .. . (21).

L'iniziativa aveva trovato rispondenza nei dipendenti, come è provato dal rapporto con il quale il colonnello Rognoni , comandante del 206° reggimento (sostituirà poi Grazioli nel comando della Brigata), relazionava il suo diretto superiore dopo circa quaranta giorni dalla costituzione dei plotoni arditi: Hanno risposto benissimo allo scopo per cui vennero istituiti, anzi si è formato fra essi uno spirito di corpo veramente ammirevole che si manifesta in una gara continua nel distinguersi per intelligente servizio. L'addestramento speciale al quale vengono sottoposti ne forma dei reparti preziosi, su cui si può fare sicuro affidamento, sia che vengano impiegati per azioni di sorpresa, sia che vengano usati in esplorazioni od in momenti decisivi negli attacchi o contrattacchi. È desiderabile poter continuare l'addestramento speciale di tali plotoni ed aumentarli gradatamente di numero , scegliendo l'elemento migliore che man mano si rivela nelle compagnie, e facilitare e favorire con premi coloro che si rendono meritevoli di distinzione, avendo l'esperienza fatta dimostrato che il nostro soldato apprezza molto ogni piccola ricompensa che gli venga concessa dai suoi superiori. L'inquadramento di tali plotoni con ufficiali giovani ed energici si rende indispensabile, essendo l'esempio il miglior incitatore delle azioni ardite (22).

Nel dare comunicazione al comando della 483 Divisione, alla fine di marzo, del grado di addestramento raggiunto dalla Brigata e del programma successivo che aveva in animo di svolgere, ivi compreso quello dei plotoni arditi , Grazioli terminava la sua esposizione con un paragrafo intitolato Istruzione degli ufficiali, tanto breve quanto polemico, da cui traspariva senza mezzi termini una esplicita critica ai criteri seguiti in alto circa la gestione dei quadri, nonché in merito all'eccessiva invadenza dei comandi superiori nell'attività dei comandanti di brigata: (21) AUSSME, DS Brigata Lambro, prot. 1955 del 27.3.1917 , da Grazioli a Com.ti 205° e 206° rgt. (22) AUSSME, DS Brigata Lambro, relazione senza protocollo in data 13.4.1917. da Com.te 206" rgt. a Grazioli.


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... ho ordinato che ciascun comandante di battaglione impartisca in apposite riunioni periodiche ai dipendenti ufficiali la necessaria istruzione teorica sui regolamenti e le norme tattiche in vigore. I colonnelli, ogni tanto, in riunioni plenarie reggimentali integreranno il lavoro dei comandanti di battaglione e faranno le critiche alle esercitazioni cui hanno assistito. Ma naturalmente questo sistema richiederebbe comandanti di battaglione ottimi, il che resta un sogno fino a che la maggior parte dei comandi di battaglione permangono affidati ad ufficiali di complemento, bravi fin che si vuole, ma pressocché affatto ignari del mestiere delle armi, mentre una folla di ufficiali superiori effettivi, che sarebbero stati ottimi comandanti di battaglione, continua a restare addetta ai comandi ed alle intendenze, dove invece starebbero benissimo molti degli ufficiali di complemento suddetti. Termino permettendomi di esprimere un voto, che cioè dopo le chiarissime e minuziose direttive date dalle varie autorità superiori sul modo come impartire le istruzioni. ai comandanti di brigata sia lasciata piena libertà di raggiungere gli scopi importantissimi che loro sono stati affidati, mediante quel metodo e quell'impiego del tempo che essi giudicheranno più conveniente, buoni conoscitori come sono, per necessità di co e, delle disposizioni d'animo e del grado di resistenza delle proprie truppe (23).

L'argomento dei reparti d'assalto occupa una parte molto importante nella storia di guerra del generale Grazioli che di essi, come si è già detto, è stato uno dei capi storici e di cui ha rivestito il più alto livello gerachico essendone divenuto, come si vedrà di seguito, il comandante della più complessa struttura operativa, il Corpo d'Armata d'Assalto. Riteniamo necessario ed opportuno, pertanto , interrompere la sequenza cronologica della narrazione relativa agli eventi personali del protagonista nel contesto delle varie unità di cui ha fatto parte , per richiamare, pur nel rispetto dei limiti programmatici del presente lavoro, alcune notizie connesse alla costituzione ed all'evoluzione di questi reparti speciali che appunto nel Corpo d'Armata d'Assalto avrebbero trovato il punto di loro massimo sviluppo. Sui reparti d'assalto è stato pubblicato nel 1981 un volume da parte di Giorgio Rochat (24), che compensa la relativa concisione (23) AUSSME, DS Brigata Lambro, prol. 2126 del 31.3.1917. da Grazioli a Comando 48" Divisione. (24) Rochat G. Gli Arditi deffa Grande Guerra, Feltrinelli, Milano, 1981.


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(non arriva alle 180 pagine) con una ricchezza di dati che ne fa , a tutt'oggi, l'opera certamente più valida ed esauriente dal punto di vista dell'approccio in termini scientifici ad un argomento che, invece, era stato sino allora affrontato da una letteratura ammontante ad una quarantina di opere, la maggior parte delle quali a carattere solo agiografico, ovvero più proiettate verso l'interpretazione del ruolo politico degli Arditi a scapito della definizione del loro ruolo prettamente militare. Rochat è riuscito con la sua ricerca a fare un punto di situazione utilizzando tutto ciò che è reperibile attraverso le fonti a stampa (documentazione ufficiale, memorialistica e pubblicistica) , prescindendo forzosamente da un supporto archivistico che in effetti nemmeno l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito è in grado di offrire, pur nella dovizia di materiale concernente la prima guerra mondiale di cui dispone. Come infatti fa osservare Rochat, la carenza di dati ufficiali deriva dal fatto che i reparti d'assalto non ebbero mai un comando unico né un'amministrazione propria; questa fu sempre affidata a depositi di reggimenti di fanteria , che probabilmente affrontarono questo nuovo e transitorio compito con un'attenzione non sempre adeguata (25). L'autore citato , nella accurata rassegna critica delle varie pubblicazioni , assegna al libro di Salvatore Farina (26) prefàto da Grazioli la palma della più solida ed acuta opera sull'argomento (27) , pur ravvisando un limite di fondo nella maggiore attenzione dedicata alle vicende dei reparti d'assalto nel 1917 rispetto a quelle del 1918. Subito dopo , viene indicato il volume di Paolo Giudici (28), altra fonte di notizie sufficientemente attendibili e precise, e di entrambi i lavori Rochat dichiara di essersi largamente avvalso nella sua ricostruzione (29). Avevamo già letto entrambe le opere, e concordiamo con questa valutazione di merito accreditando al Farina soprattutto un più esteso, specifico e dettagliato riferimento agli aspetti di interesse dottrinario e tecnico quali organizzazione, criteri operativi , scelta ed impiego delle armi , addestramento, ecc. Anche noi fa remo spesso riferimento al volume in questione. Pertanto, per un approfondimento dell'intero argomento dei

(25) Rochat G., op. cit. , pag. 17 (nota n l). (26) Farina S. Le truppe d'assalto italiane, Stab. Tip. Il Lavoro Fascista , Roma, 1938 (27) Rochat G. , op. cit. , pag. 11 . (28) Giudici P. Reparti d'assalto , Editrice Alpes, Milano, 1938. (29) Rochat G., op. cit. , pag. 29.


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reparti d·assalto si rimanda ai lavori citati, ed in particolare a quello di Rochat che ne costituisce la più recente sintesi e messa a punto, anche in virtù dei numerosi riferimenti bibliografici che corredano le note ai vari capitolo. In questa sede, invece, ci limiteremo a focalizzare alcuni degli aspetti che maggiormente attengono alla partecipazione più o meno diretta di Francesco Saverio Grazioli, in quel 1917 che dei reparti d'assalto vide la nascita ed il primo impiego in azione, soffermandoci con maggiore, particolareggiata atten~ione su quelle tracce documentali che sono da ritenere più interessanti dal punto di vista del pensiero e della tecnica militari. *

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In effetti, l'idea madre per la costituzione di reparti speciali risaliva all'anno precedente, e più precisamente all'8 novembre 1916. Questa era la data, infatti , in calce alla memoria Costituzione ed impiego delle sezioni pistole mitragliatrici (30), presentata dal capitano Giuseppe Bassi, attraverso i canali gerarchici, al generale Giardino comandante della 48a Divisione, e che può essere storicamente considerato il primo documento attinente ai reparti d'assalto. Esso era l'espressione di un tentativo per imprimere un nuovo carattere al combattimento della fanteria attraverso la creazione di speciali nuclei offensivi che, armati in maniera adeguata e sostenuti appunto nell'assalto dal fuoco delle pistole mitragliatrici, dovevano incunearsi nelle difese nemiche favorendo l'attacco delle ondate successive. Nella memoria, stabilite alcune modifiche alla struttura di quest'arma automatica leggera , tra cui in special modo l'applicazione di un bipiede al posto dello scudo, (che, da solo, pesava 26 kg contro il chilo e mezzo del pri mo), se ne ravvisava l'ottimizzazione di impiego solo da parte di componenti di reparti speciali che, per scioltezza ed aggressività, competenza tecnica, specifiche attitudini e particolare addestramento, potessero garantire il miglior rendimento dello strumento, che rappresentava l'arma da trincea per eccellenza. Essa corrispondeva più o meno all'odierno fucile mitragliatore, presentava però alcune difficoltà di utilizzazione e pertanto (30) Ba~~i G. Costiw:ione ed impiego delle sezioni pistole mitragliatrici (memoria presentata al Comando della 48" Divisione in data 10.11.1916), in: Farina S .. op. cit., allegato l, pag. 375.


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era poco apprezzata e valorizzata nell'ambito della fanteria. In realtà, come ricorda Farina (31), la pistola mitragliatrice aveva delle esigenze particolari. L'esecuzione del fuoco intermittente, repentino, violento , eseguito a braccia flesse, era facilitato da una cinghia che, passando dietro il collo, era assicurata alle due maniglie della pistola. Il tiratore faceva leva a mezzo della cinghia sulla colonna vertebrale che si fletteva lievemente indietro, e con lo sforzo muscolare dell'avambraccio sollevava l'arm a all'altezza delle spalle premendo contemporaneamente con i due pollici le due leve di scatto. In questo modo , il peso di cinque ch ili e mezzo della pi tola era sostenuto da tutto il corpo e distribuito in egual misura a tutti i muscoli del tiratore che partecipavano al lavoro da compiere al momento dello sparo. Se è vero che i muscoli non erano gravati in maniera eccessiva perché lo sforzo muscolare era frazionato dal carattere celere ed intermittente del fuoco, è altrettanto vero che, nella nuova forma di impiego , il tiro si sarebbe compiuto in marcia veloce, in genere dopo uno sbalzo di corsa per portarsi alle brevissime distanze , con un accumulo non indifferente di lavoro; aggiungendosi a questo, per di più, il carico da stress derivante dalla situazione reale del combatt imento, si veniva a configurare una prestazione multipla sotto sforzo che chfamava in causa i valori di ventilazione polmonare e di capacità vitale dei singoli, strettamente correlati con il coefficiente di resistenza individuale. Da questa considerazione di ordine fisiologico doveva scaturire , nel prosieguo delle esperienze addestrative e reali , un parametro di base nella selezione del personale preposto all"impiego delJ'arma. Dal punto di vista ordinativo, la proposta avanzata da Bassi prevedeva la riunione delle sezioni pistole mitraglìatrìci reggimentali in un unico gruppo articolato su 3-4 sezioni , al comando di un ufficiale subalterno, mentre le singole sezioni sarebbero state dirette da un aiutante di battaglia od un sottufficiale. Ogni sezione doveva suddividersi in un reparto tiro cd in un reparto munizioni, ciascuno formato da due squadre ognuna delle quali al comando di un graduato; il reparto tiro era composto da dieci soldati (due porta arma tiratori ed otto porta caricatori), quello munizioni da quattordici , due dei quali dovevano fare da portatori delle cassette annesse nella configurazione originaria aJle pistole mitragliatrici , così come lo scudo, e di cui al pari di questo si proponeva reliminazione nella nuova versione a causa dell'ingombro e del facile smarrimento durante {31) Farina S.. op. cii .. pag. 90.


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l'assalto e l'irruzione. Ciascuna sezione disponeva quindi di due armi e di un totale di 100 caricatori. Gli uomini dovevano essere dotati di un armamento diverso da quello al momento in dotazione: Tenendo presenti i caratteri di mobilità del reparto e di scioltezza ed aggressività dei suoi componenti, oltre dell'impiego della pistola mitragliatrice nell'odierno combattimento, si ravvisa la necessità di modificare l'attuale armamento sostituendo al fucile il moschetto, il pugnale ed un cinturone porta-bombe, tranne per il soldato tiratore il quale arà armato soltanto di pistola a rotazione per difesa personale, allo scopo di togliergli qualsiasi impaccio per il puntamento. Nel combattimento ravvicinato ed in specie corpo a corpo, che sarà quello più frequente nelle azioni di tali arditi nuclei, il lancio di bombe a mano e l'impiego del pugnale sostituiscono vantaggiosamente l'azione di fuoco dei fucili per rintuzzare attacchi di ardite pattuglie nemiche a tergo e sui fianchi (32).

Per quanto si riferiva ai criteri di impiego offensivo, la memoria così si esprimeva: Giudico opportuno che alle prime ondate, costituite da lanciatori di bombe a mano, siano assegnate in maggior numero pistole mitragliatrici con il compito di proteggere le ondate d'assalto, sorprendere l'avversario col fuoco ed anche facilitare la lotta aspra e lenta nei camminamenti ed all'imbocco delle gallerie e delle caverne ove si annidano i nuclei nemici sfuggiti all 'azione dell'artiglieria. Rese impossibili così le minacce avversarie, specie sui fianchi , mentre le ondate potranno procedere senza esitazione, le pistole mitragliatrici si porteranno sulle posizioni da conquistare, affermandovisi con i lanciatori di bombe per sostenere il primo urto del contrattacco nemico, dando modo alle mitragliatrici pesanti , che le seguono, di appostarsi nei punti più opportuni (33).

(32) 11 moschetto era il mod. 91 , detto anche da cavalleria, più corto di 90 cm e con oltre un chilo in meno di peso rispetto al fucile anch'esso mod. 91 , il che andava a beneficio di una maggiore dotazione di bombe a mano. Tra queste, nella categoria offensiva, il petardo Thevenot era quello d'elezione: fran1umabilità in minutissime schegge, che non costituiva pericolo per il lanciatore, buona carica (170 gr) di esplosivo ad alta potenza , peso sui 400 gr, raggio d'azione sui 10 mt. (33) Questi criteri verranno poi sanciti dal Comando Supremo nella Istruzione provvisoria sull'auacco delle minori unicà di fanteria nella guerra di trincea del 15 giugno 1917.


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Abbiamo riservato un'attenzione particolare alla relazione del Bassi, oltre che per il significato storico nella genesi dei reparti d'assalto e per l'impostazione concettuale innovativa, frutto delle esperienze da lui già maturate negli oltre sei mesi di permanenza al fronte (34) , perché essa era stata inviata proprio a Grazioli perché, per sua speciale .competenza, ne operasse un'analisi ed una valutazione. H 6 aprile 1917, infatti, con un ritardo di cinque mesi invero un po' eccessivo, il generale Giardino così comunicava al comando della brigata Taranto: Ho preso visione della memoria del Cap. Bassi Sig. Giuseppe del 150° Fanteria Costituzione ed impiego delle Sezioni Pistole Mitragliatrici e con lui mi congratulo vivamente. Mi riservo di inoltrare la memoria stessa alle Superiori Autorità, per l'utilità che da essa vorranno trarre, quando il Comandante della Brigata Lambro, cui per sua speciale competenza ho sottoposto lo studio, avrà espresso il suo parere in merito. Pertanto, mentre desidero che sia comunicato all'interessato il mio sentito elogio, informo V.S. che ho dato facoltà al comandante della Brigata Lambro di chiamare a sé l'ufficiale per le maggiori spiegazioni che eventualmente occorressero (35).

Ma Grazioli a sua volta, come abbiamo visto, già dal 3 marzo aveva diramato gli ordini per la costituzione in seno alla sua Brigata di reparti speciali per operazioni offensive; anche per lui , come per Bassi, si cominciava a dare concretezza alle idee venute maturando attraverso l'esperienza bellica direttamente vissuta. In base alla successione delle date , è peraltro plausibile ritenere che l'occasione e lo stimolo per la loro emanazione gli sia stata offerta proprio dall'esame e dall'analisi della memoria di Bassi; questa, pervenuta il 10 novembre al comando di Divisione, non dovrebbe essere stata trattenuta da Giardino oltre i 2-3 mesi, termine che secondo logica ci sembra già in eccesso, e quindi avrebbe potuto essere stata tra-

(34) Bassi faceva parte della Brigata Taranto che, con la Lambro , costituiva la 48" Divisione comandata dal generale Giardino. Aveva guadagnato una prima medaglia d'argento nella battaglia per Gorizia, e sul San Marco, dove dall'agosto 1916 si t rovava al comando del III Btg. del 150° Fanteria , era stato protagonista di numerose azioni offensive che gli avvarranno poi la promozione a maggiore per merito di guerra. Sempre sul San Marco, nel maggio 1917, guadagnerà una seconda medaglia d'argento. (35) Farina S., op. cit., pag. 36.


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smessa a Grazioli ben ampiamente entro il mese di febbraio, consentendo la diramazione delle sue direttive alla data del 3 marzo. Oppure era stata inviata prima , ed era stata trattenuta più a lungo da Grazioli. Non disponiamo di dati di certezza in proposito , così come non sappiamo se Grazioli si sia avvalso della facoltà concessagli dal comandante di Divisione di convocare Bassi per chiarire e discutere sul problema. Quello che è invece certo è che il contatto intellettivo ed il concorso di pensiero fra G razioli e Bassi sono stati la matrice per la realizzazione dei reparti d'assalto italiani, anche se più al secondo che al primo è da accreditare la qualifica di creatore delle truppe d'assalto quale infatti gli viene attribuita dal Farina nel suo libro (36). Lo stesso Grazioli , del resto, in un suo scritto del dopoguerra riportato nel medesimo volume (37), così si esprime riferendosi al Bassi: ... fu per opera dell'allora Maggiore Bassi che in quel tempo ebbero vita i primi reparti d 'assalto (inverno-primavera 1917) ... il Col. Bassi deve ritenersi ideatore e primo organizzatore di tali reparti .. . È indubbio , d'altra parte , che come spesso avviene in

casi simili, senza la concordanza concettuale di Graziali e la sua autorevolezza patrocinatrice, in unisono a quella di Capello, il progetto avrebbe anche potuto non riscuotere una subitanea adesione ovvero correre addirittura il rischio di essere accantonato. Le unità costituite da Graziali venivano impiegate in azioni di dettaglio sul fronte della Lambro e nel tentativo offensivo di metà maggio nel settore del San Marco; ne derivavano risultati tali che, alla fine dello stesso mese , Graziali medesimo , assunto il comando della 48a Divisione , affidava a Bassi l'incarico di applicare ad una compagnia di formazione i nuovi criteri d'impiego ; dall'esito di questa sperimentazione sarebbe potuta scaturire la proposta per la costituzione di un reparto d'assalto. In verità, Graziali aveva chiesto a Bassi di sperimentare più ampiamente e razionalmente le idee contenute ne.lla sua relazione già una quindicina di giorni prima, dopo l'azione in cui l'ufficiale, col suo battaglione, aveva riconquistato alcuni punti della linea che si era stati costretti a cedere dopo un violento attacco austriaco e che gli aveva avvalso la seconda medaglia d'argento. La cosa, peraltro , non sarebbe stata possibile sino alla prima decade di giugno, perché Bassi ed il suo reparto erano dovuti intervenire d'urgenza, con altre truppe, per contenere

(36) Farina S., op. cit. , introduzione pag. Xl . (37) Farina S., op. cit. , pag. 16.


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uno sfondamento piuttosto pericoloso che aveva portato alcune pattuglie nemiche sin nei pressi della periferia di Gorizia. Nel periodo di tempo intercorso fra il novembre 1916 e la primavera-estate 1917 , frattanto , Bassi aveva avuto modo di maturare ulteriori considerazioni e di estendere quindi il suo studio iniziale anche ad altri aspetti di più ampia dimensione tattica. Cerchiamo di esprimerne una sintesi, quale emerge dalle pagine del volume di Farina alla cui stesura il Bassi aveva dato un notevole contributo consultivo, limitando la scelta ad alcune componenti più significative . Un aspetto riguardava il supporto di artiglieria di piccolo calibro all'azione offensiva dei nuclei assaltatori. Il presupposto da cui partiva Bassi era questo: la mitragliatrice pesante non offriva alcun appoggio di fuoco nel periodo intercorrente fra l'irruzione ed il raggiungimento della posizione-obiettivo, ·ed un appoggio piuttosto relativo da questa al suo consolidamento. Ciò riduceva l'operazione d 'attacco ad un semplice movimento in avanti, molto spesso arrestato dalla reazione della difesa attraverso contrattacchi e tiri fiancheggianti . Nel quadro generale dell'azione offensiva, veniva perciò a determinarsi una soluzione di continuità nel fuoco; questo , che dall'inizio dell'attacco all'irruzione era compito dell'artiglieria e delle bombarde, dal momento dell'irruzione e sino al conseguimento dell'obiettivo avrebbe dovuto essere effettuato dalla stessa fanteria . Tale non breve discontinuità veniva utilizzata dal nemico per mandare a vuoto l'azione offensiva. L'idea di Bassi era pertanto quella di eliminare questa fase di scompenso facendo avanzare le squadre speciali di lanciatori di bombe a mano e quelle di pistolettieri sotto l'arco della traiettoria del tiro delle mitragliatrici e dell'artiglieria someggiata, mettendole in condizioni di arrivare a neutralizzare i nuclei controffensivi nemici sfruttando la superiorità di fuoco mantenuta sino a distanza ravvicinata, senza decrementi di intensità o spostamenti di direzione. Le sezioni mitragliatrici dei reparti in linea , con tiri fiancheggianti , e le batterie leggere in posizione prestabilita, avrebbero ovviamente dato il loro concorso. Il secolare principio dell'andare avanti era la forma tangibile del successo sul terreno di combattimento , e doveva tradursi in un supporto materiale continuo da parte della bocca da fuoco i cui pregi potevano accoppiarsi a quelli della mitragliatrice, realizzando così un accompagnamento continuativo che, al ritmo della progressione degli assaltatori, si plasmava con essi per proteggerli sino alla distanza d'urto. Tale concetto , come ricorda Farina:


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... risolse raltro principio che la bocca da fuoco dovesse adattarsi allh velocità d'attacco e non la velocità d'attacco alla bocca da fuoco, poiché la celerità di tiro cd il facile impiego del cannone si addicevano alla celerità di cadenza dell'assaltatore che. lanciato all'attacco, doveva mettere in gioco senza interruzione tutte le energie sviluppate nell'addestramento (38).

Questo criterio di impiego era definito avanzata sotto l'arco della traiettoria dell'artiglieria, e rappresentava la soluzione più pratica del complesso ed arduo problema della cooperazione con l'artigliéria , così .come quella della soppressione del tiro di preparazione lontano, nel senso classico e consuetudin ario, che vanificava il fattore sorpresa, elemento invece di primaria importanza ne11a dottrina di impiego delle truppe d'assalto. Era il fuoco dell'artiglieria sul posto, combinato con quello dei cannoni 65/17 de11e sezioni someggiate e delle mitragliatrici , che veniva ad assumere tutti i caratteri di un vero e proprio tiro di preparazione ma sotto il quale avanzavano gli assaltatori, col nemico riparato nei ricoveri in attesa di percepire, com'era consuetudine ormai radicata da parte di tutti i be11igeranti. la fase di latenza fra il «vero» tiro di preparazione e quello di accompagnamento che preannunciava la sortita delle fanterie. Era molto frequente, da parte dei prigionieri , l'affermazione di essere stati catturati prima di esser i resi conto dell'avanzata delle truppe d'assalto. Anche la mitragliatrice,' s'é visto, doveva concorrere all'accompagnamento. Questo nuovo compito ottimizzava contemporaneamente anche la complementarità fra essa e la pistola mitragliatrice. in quanto la distribuzione di lavoro fra le due armi si realizzava attraverso un mutuo scambio di reciprocità di fuoco , sia pure in rapporto alle rispettive potenzialità, che si susseguiva in maniera naturale. Alla distanza d'urto ravvicinatissima, dove il tiro dell'arma pesante rappresentava un rischio, subentrava quella leggera che ne completava l'efficacia; ad obiettivo superato , nuova compenetrazione e proseguimento in abbinamento, naturalmente con diversificazione dei settori (più ampio per la prima, più limitato per la seconda). Nella fase di mantenimento della posizione conquistata, secondo la concezione di Bassi, la mitragliatrice doveva anche suppli re vantaggiosamente alla mancanza od alla scarsezza del concorso dell'artiglieria, eseguendo un tiro di sbarramento manovrato atto ad (38) Farina S. , op. cit., pag. 100.


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inchiodare l'avversario al terreno. Anche la sezione someggiata poteva operare allo stesso modo , e dall'integrazione del fuoco delle due componenti poteva crearsi la premessa per il successivo contrassalto. Un altro aspetto riguardava la selezione degli obiettivi entro l'area difensiva avversaria. Un'analisi accurata di un modello di area della profondità variabile dai 2,5 ai 3 km dimostrava come, in effetti, i punti di forza reale non fossero tanto nelle linee sistemate a difesa quanto, piuttosto, in quel reticolo di centri nevralgici sito all 'interno dell'area (caverne di ammassamento truppe, postazioni d'artiglieria e lanciabombe, ecc.) che trovavano la loro importanza in un duplice ordine di fattori: essere difficilmente individuabili ed opportunamente protetti, e rappresentare il complesso cuore-cervello della difesa nonché il centro propulsore della controffesa. Questi erano gli obiettivi di priorità uno, quelli a cui mirare attraverso l'aggiramento ed il fuoco, astraendosi dal tracciato della linea difensiva col suo insieme di compartimenti stagni che altro non erano che trappole ove la fanteria attaccante esauriva ogni slancio e si imbottigliava, esposta al fuoco e chiusa fra la trincea successiva ed i camminamenti laterali (39). Era un criterio nuovo , profondamente innovatore, che sanciva la fine, quanto meno in termini concettuali, delle ondate multiple, lineari, rigide, dirette a cercare di colpire l'avversario nei punti deboli (40). Era la rivalutazione della manovra, ma in un senso ancora più moderno in quanto esprimentesi in verticale oltre che con carattere aggirante, operata con formazioni di assaltatori elastiche, snodate, che pervenivano rapidamente all'imbocco dei rifugi e dei siti di ammassamento delle riserve interdicendone quell'entrata in azione che poteva spesso risultare determinante per neutralizzare l'operazione controffensiva. La validità della tattica sarebbe stata

(39) Un ufficiale ungherese prigioniero aveva detto, nel primo semestre del 1916: Voi italiani sfondate una porta e, invece di entrare decisamente da padroni, ve ne fa1e sbattere in viso un'altra che vi sbarra il passo. Non curatevi della trincea che è una trappola! Andare avanti e occupate le doline dove si annidano· le riserve, dove c'è il cuore della difesa e dove c'è il cervello che organizui la controffensiva (L'esercito italiano nella grande guerra), voi. VI, tomo II (Le istruzioni tattiche del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito), USSME. Roma, 1980, pag. 506. (40) Farina ricorda (op. cit., pag. 102, nota I) come ancora a gennaio 1918, nelle Norme per il combauimento offensivo delle nuove uni1à. veniva ribadito il vecchio assunto 11 risultato massimo si ouiene quando si attacca il nemico dal proprio punto forte nel suo punto debole.


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attestata dagli stessi austriaci, secondo quanto riferito dai nostri organi informativi (41). Il 12 giugno 1917 può essere considerata un 'altra data storica nella vita dei reparti d'assalto. Al poligono di Russig, la compagnia di formazione della 2 3 Armata a disposizione del tenente colonnello Bassi (42), articolata su quattro plotoni di fanteria ciascuno con due pistole mitragliatrici, una sezione mitragliatrici Fiat 1914 ed una sezione di artiglieria someggiata , si riuniva e dopo due settimane di intenso addestramento, presentava sul terreno al generale Graziali l'applicazione addestrativa e tattica, culminata in una manovra a fuoco, dei nuovi criteri d'impiego. L'esercitazione era ripetuta alla presenza del comandante d'Armata, ed anche Capello, al pari di Graziali , aveva modo di ricevere la conferma della loro piena validità. Era giunto il momento perché lo stesso Comando Supremo fosse investito del problema. A questo proposito , non abbiamo trovato conferma in altra sede di quanto asserito da Graziali in un suo scritto (43) circa la presenza anche di Cadorna ad una esercitazione tattica di Bassi e dei suoi uomini. Cadorna, ad ogni modo , aveva diramato sin dal 14 marzo 1917 una circolare nella quale portava a conoscenza dei comandi d'Armata alcune notizie concernenti la costituzione, l'impiego e l'addestramento di speciali reparti d'assalto (Sturmtruppen) presso l'esercito austro-ungarico, invitando ad adottarne a nostra volta i metodi in un 'azione di armonizzazione fra l'impiego dei militari ,arditi e di quelli specializzati, senza che però si addivenisse a modificazioni di carattere organico nelle unità (44). È quì opportuna una precisazione terminologica. La qualifica di militare ardito, con relativo distintivo, era stata formalizzata dal Comando Supremo con la circolare 15810 del 15 luglio 1916 per quei militari di ogni arma che più di una volta abbiano eseguito compiti

(41) B0lle11ino RR n. 2372 in data 11.10.1917 della Sezione Informazioni della

2• Armata : Gli arditi e la loro tarrica nel giudizio ed attraverso le impressioni degli ufficiali e delle truppe nemiche (Farina S., op. cil., nota alla pag. 41). (42) Era stato promosso cinque giorni prima per merito di guerra, dopo la conquista sul San Marco della posizione del Dosso Del Palo. attuata con l'ausilio dei plotoni pistolettieri. (43) Farina S .. op. cit., pag. 16. (44) L'esercito italiano nella grande guerra . voi. IV (Le operazioni del 1917). tomo I bis (Gli avvenimenti da gen naio a maggio-documenti), allegato n. 64 (prot. 6230 del 14.3.1917. dal Comando Supremo ai Com.di di Armata e della Z ona di Gorizia, f.to Cadorna).


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particolarmente arditi. La circolare, al paragrafo 1, li specificava, compendiandoli alla fine in tutti quegli atti per i quali il combattente, esponendosi volontariamente a maggiori rischi, si distingue per arditezza e coraggio fra i commilitoni. D opo la formazione dei reparti d'assalto - si veda in appresso - le loro richieste di impiego in ogni settore del fronte saranno così assillanti da costringere il Comando Supremo a ricorrere al ripiego della costituzione dei plotoni arditi reggimentali, di circa 40-45 uomini ciascuno, con compiti limitati per i quali si rendeva inutile od oneroso l'intervento delle truppe d'assalto. I ploton i, pur se quelli di essi appartenenti alla za e 33 Armata verranno inviati ad un breve periodo d'addestramento presso la scuola dei reparti d'assalto, sarebbero sempre rimasti armati ed equipaggiati come fanteria normale. Il termine di Arditi attribuito pertanto dalle consuetudini agli appartenenti ai reparti d'assalto e con il quale si è sempre tramandata la loro notorietà, sembrerebbe accertato che abbia avuto origine e divulgazione motu populi presso la loro tessa prima scuola di Sdricca di Manzano. Per questo, anche se la dizione Arditi è la più comune e diffusa , risulta più corretto parlare sempre in termini di reparti d'assalto; anche l'appellativo di Fiamme Nere , correntemente usato e di più che ch iaro riferimento ad essi, pecca di precisione dal momento che alcun i reparti , composti in prevalenza da alpini e bersaglieri, portavano sul bavero della giubba rispettivamente le fiamme verdi e cremisi. Il 26 giugno - ed anche questa rappresenta una data significativa nella storia dei nostri reparti d'a alto - una seconda circolare disponeva che dal 1° luglio presso ogn i Armata fosse costituito uno speciale reparto d'assalto , della forza di una compagnia od al massimo di un battaglione , con elementi volontari tratti di preferenza da reparti di bersaglieri , non diffondendosi peraltro in ulteriori direttive concernenti l'addestramento e l'impiego, per i quali si richiamava alla circolare precedente ed agli elementi di informazione in essa contenuti relativi alle Sturmtruppen (45). Infine il 5 luglio il Comando Supremo, con una circolare avente come specifico oggetto l'addestramento dei reparti d'assalto, emanava norme più dettagliate in merito, ed in un allegato autorizzava il comando della zaArmata (45) L'esercito italiano nella grande guerra, voi. IV (Le operazioni del 1917). tomo l bis (Gli avvenimenti da gennaio a maggio -documenti). allegato n. 65 (prot. 111660 del 26.6.1917, da Comando Supremo ai Com.di 1•, 2·'. 3", 4•, 6" Armata, C.to Porro).


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- le altre non sembravano in grado di ottemperare subito all'ordine impartito il 26 giugno - a costituire il I reparto d'assalto (46), che veniva formato su tre compagnie e con elementi tratti dai diversi Corpi d'Armata della Grande Unità (47). Nella stessa data, un'altra circolare stabiliva il trattamento spettante al personale (48), che prevedeva alloggiamenti confortevoli e comodi, appartati dalle lince di combattimento, esenzione dai turni di trincea, da servizi di guardia e di altro genere, un soprassoldo giornaliero di L. 0,30 per i sottufficiali e di L. 0,20 per caporali e truppe nonché la concessione di premi in denaro o licenze premio per coloro che si fossero particolarmente distinti in azione. Il 21 settembre, un nuovo documento del Comando Supremo, al fine di dare uniformità ai reparti d'assalto già costituiti od in corso di costituzione, stabiliva i loro organici, l'armamento ed uno speciale distintivo per il personale ( 49). In realtà, la composizione organica prevista sulla carta dal Comando Supremo era parzialmente diversa da quella in effetti poi realizzata praticamente. A dare un quadro sintetico delle differenze che si erano venute determinando nel periodo intercorrente fra l'inverno 1916-17 e la primavera-estate 1917, può utilmente servire questo specchio comparativo compilato dal Farina: Bauaghone di Fanlcna

Rcpano d'a<.salto

ln,crno 1916-17

Maggio 1917

1 Comando 4 Comp. Fucilieri 1 Rcp. Zappatori 2 Scz. Mitraglicri 1 Sez. Pistole Mitr.

1 Comando 3 Comp. Moschettieri con Pist. M1tr. e Mitragliatrici Fiat 1 Scz. Someggiata l Scz. lanciafiamme

Complessivamente:

CompfesJi1·ame111e:

1000 Uomini 4 Mitragliatrici Fiat 2 Pistole Mitragl.

761 8 24 2 15

Uomini (artiglieri compresi) Mitragliatrici Fiat Pistole Mitrag. Cannoni Appar. lanciafiamme

(46) Farina S .. op. cit .. pag. 42 (circolare Comando Supremo prot. 21000 del 5.7.1917). (47) Farina S .. op. cii., pagg. 42-43 (circolare Comando 2·· Armata prot. 2944 del 10.7.1917). (48) AUSSME. DS 3'' Armata, prot. 106890 del 5.7. 1917, da Comando Supremo a Com.di 1•. 2•. 3", 4\ 6· Armata. f.to Cadorna. (-l9) L 'eserci10 italiano nella grande guerra. \'OI. I V ( Le operazioni del I() 17)


< \PITOLO

SLCot-:00: LA G RAKDE G U!, RRA · I PRIM I IRI· At'-NI

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Repan<> u ·assalto

Rattaglione d, Fantcna

- -- - - --------------- -- - - - - - -Giugno 1917 Ago,to 1917 3 l I l

Comando Comp. Fucilie ri Rcp. Zappato ri Comp. Mitraglie ri Sez. Pistole Mitr. Sez. La nciatorpedini

I Coma ndo 3 Comp. Moschettieri con Pist. Mitr. e Mitragl iat rici Fiat l Sez. Someggiata

c·omple.uimme111e:

Comp/e:,sivamente:

1000 6 4 6

734 8 24 :!

Uomi ni Mitraglia trici Fia t Pistole Mitragl. Pcai lanciatorpedini

Uomini Mitragliatrici Fiat Pi~tole Mi trag. Can noni

Spccch,o comparativo tra il han agi ione di fanteria e il reparto 'd 'assalto: inve rno M CMX VI -XV I I e agosto MCMXVII (~O)

I dati relativi ai reparti d'assalto devono peraltro essere interpretati come valori medi fra re parti la cui consiste nza organica poteva oscillare anche notevolmente. dai mille uomini fino alle poche centinaia , così come pure l'armame nto che, ad ogni modo , risultava sempre di gran lunga più ricco e variato rispetto ai normali battaglioni di fanteria. La costituzione del / reparto d'assalto e la previsione di quella immine nte di altre un ità comportava la necessità di adottare una sede più ampia per l'addestramento di quanto non fosse il poligono di Russig, e la cui configurazione topografica. inoltre , maggiormente rispondesse a quella operativa reale. La scelta di Bassi cadeva su una località situata sulla riva destra del Natisone , Sdricca di Manzano, in comunicazione diretta con la rota bile Udine-Gorizia. dove il I reparto, il 29 luglio, dopo essersi esibito nelle varie fasi addestrative ed in un ·esercitazione a fuoco conclusiva , riceveva il battesimo finale alla prese nza del Re, del Capo e Sottocapo di Stato Maggiore e di una numerosa schiera di osservatori ed ospiti anche stranie ri tra i quali il Principe di Galles ed il Principe Eredi tario del tomo l bis (Gli avvenime nti da gennaio a maggio-documenti ), allegato n. 66 (prol. 117050 del 21.9.1917, da Comando Supremo ai Com.di di Armata e del Xli Corpo d"Armata. f.to Porro). (50) Farina S .. op. cit. , pag. 65.


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Belgio. Dalla tribunetta-osservatorio, Cape llo e Graziali vedevano tradotte in pratica le considerazioni che fra il 1915 ed il 1916 avevano animato le loro conversazioni sulla terrazza di Villa Hohenlohe e che, per il secondo, avevano già avuto un 'attuazione circa un anno e mezzo prima, se pur limitata all'ambito della Brigata Lambro; sul campo, B assi aveva la soddisfazione di gestire in prima persona, quale comandante del I reparto d'assalto, la realizzazione delle sue idee e dei relativi progetti. Esulerebbe da l nostro lavoro la rievocazione più dettagliata delle vicende successive dei reparti d'assalto, e per esse, come già abbiamo detto, rimandiamo alle specifiche o pere citate. Ci limitiamo , a scopo d i completezza, a ricordare come il battesimo del fuoco aveva luogo tra il 18 ed il 19 agosto, allorché la l a e 2a compagnia del I reparto conquistavano Monte Fratta sulla Bainsizza mentre la 3a espugnava le posizioni d i Belpoggio sul San Marco; alla fine del mese, la conq uista de l San Gabriele si aggiungeva ai successi precedenti. Ante riormente , nello stesso mese d i agosto, mentre la 2a Armata dava vita al suo II reparto d'assalto, il Comando Supremo aveva ordinato alla 1a, 3a e 43 Armata di inviare alla scuola di Sdricca un ufficiale superiore che , al te rmine di due settimane di permaneRza , avrebbe dovuto costituire un reparto d'assalto presso la rispettiva Armata (51) . Gli esiti positivi dei primi impieghi della specialità, comunque, ne determinavano un rapido sviluppo, con un proliferare di reparti dei quali è arduo voler tentare una precisa ricostruzione per la scarsezza della documentazione. Il volume di Rochat costituisce il più riuscito tentativo in questo senso . Lo stesso autore ricorda come i reparti d'assalto fossero distinti da una numerazione per Armata nell 'estate 1917, una numerazione unica per tutto l'Esercito all'inizio del 1918, una nuova numerazione secondo il Corpo d'Armata nell'estate dello stesso anno, il che fà ì che non sia sufficiente avere il loro numero distintivo per una comple ta puntualizzazione. Sembra che si disponesse, alla vigilia di Caporetto , di poco più di venti reparti d'assalto, per un totale di circa 6000 uomini (52). In sostanza, in questo primo periodo il Comando Supremo delegava alle Armate l'iniziativa della formazione e della preparazione delle rispettive unità d'assalto, che adottavano sotto questo (51) AUSSME, DS 3• Armata, prot. 21342 del 10.8.1917, da Comando Supremo a Comando 3" Armata, f.to Porro. (52) Rochat G., op. cit., pagg. 50 e 51.


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aspetto criteri differenti. La 2a e la 3a avevano istituito per esse un centro addestrativo ed un comando unico, mantenendole quindi sotto il loro diretto controllo ed inviandole ai comandi dipendenti ogni qualvolta ne ricorresse la necessità, mentre le altre Armate preferivano invece decentrare i reparti d'assalto ai Corpi d'Armata. Sembra possibile ipotizzare, alJa base di questa differente condotta , la diversa situazione operativa dei fronti: quello isontino, teatro d 'azione della 2a e 3a Armata, comportava l'impegno contro muniti e densi apprestamenti difensivi per la cui neutralizzazione necessitava l'intervento di truppe altamente specializzate, reso sufficientemente tempestivo dalla relativa scorrevolezza delle comunicazioni, mentre i settori di impiego delle altre Armate, prevalentemente se non esclusivamente montuosi , non garantivano la medesima speditezza. O forse anche, in accordo con Rochat (53), ad alcuni poteva non r iuscire gradita la abbondante dose di non ortodossia che caratterizzava la recente specialità, con tutti gli annessi, scomodi problemi di adattamento delle vecchie strutture a schemi nuovi ed in buona parte disomogenei. Il plotone , unità tattica per le operazioni di dettaglio, doveva avere una propria individualità per poter assolvere il compito staccato dall'unità madre , la compagnia, che a sua volta doveva possedere tutti i mezzi necessari per penetrare nelle due successive fasce dell'organizzazione difensiva avversaria. Bassi aveva studiato una dosatura di mezzi tale da garantire una costante superiorità di fuoco , intesa nel senso di obbligare il nemico a tenersi riparato nell 'impossibilità di impiegare i propri mezzi di offesa , e, come abbiamo visto , uno scaglionamento in profondità delle mitragliatrici che accompagnavano ininterrottame nte gli assaltatori fin o alla posizione-obiettivo , proteggendone il possesso col tiro di sbarramento. Va giustamente messa in evidenza " riconosciuta al merito di Bassi questa importanza da lui attribuita al ruolo delle armi collettive nelle nuove truppe di sua creazione - s'è già detto del supporto dell'artiglieria someggiata - , che generalmente è sempre stata posposta al più ridondante e mitico impiego del pugnale e della bomba a mano , comunque indispensabili e specifici nella lotta corpo a corpo che dell'assalto costituiva il momento culminante. Le compagnie inquadrate nel reparto d'assalto, con il supporto della sezione someggiata , gli conferivano una capacità offensiva tale da

(53) Rochat G. , op. cit.. pag. 51.


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poter condurre l'attacco su fronte limitato con obiettivo in terreno libero, con espugnazione delle due zone difensive nemiche, sfruttamento del successo e conseguente occupazione di una posizione importante oltre le stesse. L'articolazione nel senso della fronte e della profondità di ogni singolo gruppo offensivo, oltre che assicurare una adeguata capacità penetrativa all'unità d'assalto, consentiva ad ogni elemento la elasticità e flessibilità richieste da quella manovra d'aggiramento che rappresentava il concetto informatore di. ogni azione d'assalto. Così la squadra, primo ed essenziale elemento della manovra disarticolatrice delle posizioni avversarie, veniva ad assumere un ruolo determinante nel quadro del combat-· timento le cui fasi, indipendenti ma concomitanti nello sforzo, si integravano vicendevolmente nella neutralizzazione della difesa. La specializzazione nell'impiego dei mezzi era ridotta, in sostanza, a due gruppi di armi: al primo appartenevano il moschetto , il petardo Thevenot ed il pugnale, il cui impiego era generalizzato a tutti gli assaltatori , al secondo le pistole mitragliatrici e le mitragliatrici che dovevano essere adoperate da alcuni di essi rispondenti a specifici criteri psico-fisici ed attitudinali. In questo modo, la specializzazione era contenuta alla più semplice espressione, e risultava più rispondente ai mezzi assegnati alla fanteria ed al lavoro che doveva essere compiuto per il loro impiego. Ma il problema sorgeva nella cooperazione con le ondate di fanteria cui gli assalitori dovevano aprire la strada affinché le stesse potessero porsi nella loro scia. Riportiamo, a questo proposito, un brano della parte conclusiva della relazione compilata dal tenente colonnello Bassi ed inviata il 6 settembre 1917 al suo comandante d'Armata, relativa all'azione del San Gabriele che, pur risoltasi positivamente, aveva dato luogo a sfasature fra i tempi di intervento dei suoi uomini e quelli ·dei fanti, falcidiati dal fuoco di interdizione dell'artiglieria austriaca: ... La scelta del momento dello scatto della fanteria in appoggio a truppe d'assalto non è facile: un errore di calcolo può dar luogo a due inconvenienti irrimediabili. Se lo scatto è prematuro, la fanteria, coinvolta nella prima fase dell 'assalto, la più importante, verrà ad intralciare la gloriosa fatica degli assaltatori per quell'inevitabile, tumultuario frammischiamento che ingenera ogni attacco pletorico . Se lo scatto è ritardato, l'appoggio della fanteria è annullato , frustrando il successo definitivo.


tAPITOLO ~LC0'1DO: LA GR \1'DF CH F-RR,\

I PRIM I TRL A!\!\I

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Ma anche nell 'ipotesi che l'appoggio dei fanti avesse seguito il corso previsto. il relatore dubitava che si sarebbero raggiunti egualmente gli obiettivi dal momento che i/ modo di combattere delle truppe d'assalto è in antitesi con la rigidità della fanleria, e suggeriva che nel caso di ripetizione di un attacco simile , l'unità di fanteria destinata a mettersi sulla scia delle truppe d·assalto per appoggiarne e completarne razione presenziasse ad una loro esercitazione per capire le modalità che avrebbe dovuto adottare a questo scopo. E così concludeva: Queste modalità, a mio modo di vedere, si risolverebbero in un'avanzata a sbalzi di compagnia, e ffettuati subito dopo lo scatto degli assaltatori, e di una ampiezza tale da mettersi sotto l'arco del tiro di interdizione dell"artiglieria nemica. per pro eguire a sbalzi nella successione dell'attacco. fino ad innesto con le truppe d'assalto. Mi auguro però che codesto Comando. vagliate le ragioni su esposte e le difficoltà di varia natura che si presentano nell'impiego della fanteria in appoggio a truppe d'assalto, vorrà riprendere in benevolo esame il mio criterio già esposto a S.E. il Comandante d'Armata, e cioè che i reparti d'assalto dovrebbero costituire il mezzo a disposizione del comandante di un'Armata per intervenire con un 'azione personale prima. durante e dopo l'esecuzione del piano strategico in un determinato settore d'azione (54).

Capello, che a livello di alta gerarchia era , con Grazioli , il più convinto patrocinatore dei re parti d'assalto, si preoccupava, alle soglie della stagione autunna le ed in vista di quella invernale, di sovrintendere al loro impiego o perativo ed , ancor più , ai criteri con i quali questo avrebbe dovuto essere attuato. Nella seconda decade di settembre 1917, diramava una circolare ai suoi Corpi d'Armata nella quale precisava come , nel corso delle due imminenti stagioni metereologiche sfavorevoli. i reparti d'assa lto della 2a Armata dovevano essere impegnati alla sola esecuzione di piccole operazioni offensive, non estendentesi di massima oltre il colpo di mano, miranti alla rettifica di tratti del fronte od alla cattura di prigionieri , cd anche controffensive tendenti a sottrarre al nemico qualche vantaggio locale laddove lo avesse ottenuto. Per quanto limitate fossero queste azioni, dovevano essere preparate con la massima cura e (5-l) Farina S .. op. cit.. pagg. 22 1-222.


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scrupolosità, in modo tale da garantirne l'esito positivo. Emerge, dalla lettura del documento , una sollecitudine per questi reparti mista di affetto e trepidazione, da cui traspare una grande attenzione per la parsimonia del loro intervento e per la tutela della loro condizione neuropsichica e della loro immagine: Caratteristiche di impiego dei reparti d'assalto: 1) criterio di massima: impiegare le forze strettamente necessarie per ottenere il risultato. In conseguenza le richieste dei reparti d'assalto che i comandi di Corpo d'Armata rivolgeranno a questo Comando di volta in volta per ogni singola operazione dovranno essere limitate al puro indispensabile - (e~idenziato nel testo-n.d.r.-) - ; 2) i reparti d'assalto non devono logorarsi in trincea. - (evidenziato nel testo-n.d.r.-) - . Saranno quindi portati in trincea poco prima dell'azione, per il tempo strettamente necessario al loro orientamento. Gli ufficiali e, quando occorra , anche i graduati - tutti od in parte - dovranno affluire alle trincee in antecedenza perché possano partecipare alla preparazione dell'azione. Appena raggiunto lo scopo, i reparti d'assalto dovranno essere ritirati e rimandati senz'altro ai loro alloggiamenti; 3) è indispensabile perciò che i reparti d'assalto siano sempre sostenuti. ad immediato contatto, da altri reparti di fanteria, ai quali spetta essenzialmente il consolidamento e l'occupazione stabile delle posizio ni conquistate, la scorta dei prigionieri , la custodia dei materiali catturati, ecc.; 4) si deve sempre tener presente che i reparti d·assalto rappresentano elementi preziosissimi che ad ogni costo devono essere sottratti non solo all'esaurimento ma anche alla depressione. La loro forza risiede nell'audacia, nell'impeto, nell'aggressività, nell'elevata coscienza di sé stessi. Debbono, perciò, essere impiegati in azioni, arrischiate bensì, ma aventi in sé tutti gli elementi di un sicuro successo; non debbono mai essere destinati ad un insuccesso. I nostri reparti d'assalto sono indubbiamente superiori a quelli del nemico; nessuna delle operazioni tentate dall'avversario può essere paragonata a quelle compiute dai no tri al passaggio dell'Isonzo e sul San Gabriele. Con tali elementi a disposizione si può sicuramente affermare che la riuscita di un'operazione è in modo assoluto indipendente dalla qualità delle truppe e che risiede esclusivamente nella scelta del punto d'attacco e nella preparazione dell'attacco. I piccoli successi austriaci, più che alla bontà instrinseca degli uomini che li hanno conseguiti , sono da attribuire alla minuta e precisa pre-


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parazione, nella quale il nemico sino ad ora purtro ppo ci fu maestro. Con i nostri repa rti d'assalto noi dobbiamo metterci in grado di ottenere d'ora innanzi una più che palese superiorità sull'avversario (55).

Proprio sugli uontini dei reparti d'assalto della 2a Armata, peraltro , dovevano rivolgersi le critiche più dure fra quelle che venivano indirizzate alla specialità dopo le vicende di Caporetto. Nel palleggiamento delle responsabilità, questi ultimi venuti, il cui presentarsi alla ribalta con tutte le connotazioni inedite e vivaci che li contraddistinguevano aveva loro accattivato sì tanta simpatia ma anche altrettanta antipatia - generata e sorretta , quest'ultima, da un'invidia tanto più elevata quanto maggiore era la pochezza di chi la nutriva - facevano più facilmente le spese di una situazione di caos della quale , per contro , erano i primi ad essere vittime. Nei primi giorni dello sfondamento, infatti , come si legge nella Relazione Ufficiale, dopo essere stati freneticamente spostati fra la Bainsizza ed Udine , erano stati posti per la quasi totalità alle dipendenze del XXVII Corpo d'Armata , quello di Badoglio: Fu una cessione per semplice rinforzo, senza uno copo preciso rispondente ai caratte ri dei reparti d·assalto e senza una chiara visione dell'utilità che essi avrebbero potuto avere in un impiego più opportuno di quello che « meglio avrebbe creduto» il Comando cui vennero ceduti (56).

La frase tra virgolette è uno specifico riferimento all'ordine impartito il 25 ottobre dalla 2a Armata con il quale i reparti erano messi a disposizione di Badoglio che li impiegherà come meglio crederà, ed integra il chiaro, globale giudizio negativo espresso ne!Ja stessa Relazione su quella Grande Unità, la cui azione di comando si limitò, in pratica, a ribadire ordini di resistenza ad oltranza su posizioni che non erano in grado di ostacolare la sistematica azione nemica. I reparti d'assalto della 2a e delle altre Armate, specie la 38, si erano invece battuti bene , in azioni di contenimento e di retroguar(55) A USSME, DS 2• Armata, prot. 5229 del 21.9.1917. da Com .te 2• Armata a Corpi d'Armata dipendenti , f.to Capello. (56) L'esercito italiano nella grande guerra, voi. IV (Le operazioni de l 1917), tomo 3° (Gli avveniment i da ottobre a dicembre. arrazione). USSME, Roma, 1967, pag . 376.


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dia spesso molto impegnative e pagate con perdite anche rilevanti. E ciò nonostante che, come considera Rochat (57), gli alti comandi, impegnati a tamponare il crollo con tutto quanto era possibile disporre , avessero impiegato gli assaltatori come normali truppe di fanteria, misconoscendo la loro maggiore idoneità al contrattacco che non alla difesa pura. Le unità non si erano comunque disperse, mantenendo il proprio potenziale combattivo e riacquistando la piena efficienza non appena la ritirata perdeva il suo carattere caotico e tumultuoso. Ed avrebbero avuto agio di dimostrarlo nei combattimenti di arresto sul basso Piave, sul Grappa e sugli Altipiani negli ultimi due mesi dell'anno, dove ciò che di essi era rimasto sarebbe stato gettato ed in gran parte bruciato nella mischia.

* *

*

Dopo la parentesi dedicata ai reparti d'assalto, che abbiamo cercato di contenere entro i limiti programmatici del presente lavoro ma alla quale abbiamo ritenuto, nel contempo, di dover concedere lo spazio occorrente quale premessa necessaria alle successive vicende del Corpo d'Armata d'assalto comandato dal generale Graziali, il discorso riprende dal momento in cui questi si accingeva, ru maggio 1917, ad assumere il comando della 48" Divisione, succedendo al generale Giardino. Il comando della Divisione aveva sede a Gorizia, e l'unità presidiava l'ampio settore ad oriente della città sulle alture di Castagnevizza e del San Marco. La Brigata Lambro, schierata su quest'ultimo, continuava quindi a restare sotto il suo comando. il che attenuava in parte il nostalgico rammarico con cui Grazioli l'aveva lasciata. La Divisione prendeva parte attiva alle operazioni offensive nel quadro della decima battaglia dell'Isonzo, dal 13 maggio a11'8 giugno, portando il suo sforzo principale in direzione San Marco-Ovcia Droga-Vogerska. La maggior parte delle operazioni, ad ogni modo, vedevano il massimo svolgimento offensivo da parte italiana fuori della conca di Gorizia; questa infatti, ampiamente battuta dal fuoco concentrato delle artiglierie nemiche schierate ad arco di cerchio dal Monte Santo, per la Selva di Tarnova, al Carso, non si prestava cer-

(57) Rochat G., op. cit., pag. 57.


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tamente quale settore principale di attacco. L'azione più intensa, di conseguenza, divampava a nord (Vodice, Monte Santo, Bainsizza) ed a sud (alto Carso), e pertanto il settore della 48:' Divisione svolgeva piuttosto azione dimostrativa e di collegamento. Anche sul San Marco, però. avevano luogo aspri combattimenti dai risultati alterni e globalmente insoddisfacenti , nel corso di uno dei quali, per meglio dirigere l'azione , Grazioli portava il suo comando tattico divisionale in primissima linea, il che gli procurava un incoraggiante apprezzamento di Capello, suo comandante d'Armata, alquanto in contrasto con il giudizio agrodolce di Carignani , suo comandante di Corpo d"Armata. Del periodo trascorso al comando della 43a Divisione esiste un documento, redatto all'inizio dell'undicesima battaglia dell'Isonzo, cui è da annettere una certa importanza perché, pur nella sua brevità, è probatorio di un atteggiamento innovativo nelle modalità di fuoriuscita e scatto delle fanterie destinate ad un'azione offensiva. Il problema era quello di attuare con precisione, nei punti prescelti come varchi per la sortita delle truppe, un tiro di interdizione e di sbarramento notturno che impedisse al nemico di riattare nottetempo, in quei determinati punti, i reticolati e gli altri sistemi di difesa passiva che erano stati aperti nella giornata. Lo scatto delle fanterie doveva avvenire, al mattino successivo, senza la tradizionale ripresa mattutina del fuoco di distruzione che segnalava inequivocabilmente all'avversario l'inizio dell'attacco, e rivestire quindi un carattere di a~soluta sorpresa. Nel documento erano evidenziati i notevoli aspetti da mettere a punto e coordin are , dando luogo ad una articolata cooperazione fra l'azione delle artiglierie, il concorso delle armi di trincea, l'assunzione della formazione tattica da parte dei fanti. ecc. Lo riportiamo in allegato 4, attribuendogli un certo interesse quale tentativo di pervenire, nel quadro dell'azione offensiva, a quell'integrazione pratica sul terreno fra le varie componenti operative che così stentatamente sembrava procedere all'epoca in cui il documento è datato, nonostante non fossero mancate al riguardo circolari cd istruzioni. Come efficacemen te si ntetizza Stefani (58), l'evoluzione della dottrina tattica offensiva non riusciva ad essere lineare, era soggetta a ritorni involutivi, continuava a vagare alla ricerca della formula idonea a rompere !"equilibrio statico nei riguardi delle difese senza riuscire a comporla nei giusti termini, o

(58) Stc fani F .. op. cit.. voi. I. pagg. 647-6-l8.


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quanto meno senza percepirne l'esatto valore . Ed era un discorso che non valeva solo per l'esercito italiano. Il periodo trascorso al comando della Divisione non doveva rivelarsi , nonostante vi fosse rimasto poco più di quattro mesi , particolarmente felice per Grazioli. Con Carignani non c'era stato un rapporto di reciproca simpatia, né le cose sembravano destinate a cambiare con il tenente generale Ricci Armani che gli era succeduto al comando dell'VIII Corpo d'Armata. Il 17 agosto iniziava l'undicesima battaglia dell'Isonzo , che trovava la 483 schierata, oltre che sul San Marco , anche nel settore del Panovitz, al quale aveva esteso il proprio fronte dalla fine di maggio, fase finale della decima battaglia. Come è noto, anche se a livello tattico non era avara di rilievi positivi, l'offensiva non conseguiva i risultati strategici che si era proposta , e soprattutto gravi erano state alcune defi cienze di pianificazione operativa ai più elevati livelli di comando. Di esse , ovviamente , ne scaturiva traccia in linea discendente, con proiezione sui comandi inferiori che non potevano restare indenni da un'atmosfera di confusa tensione. Nell'ambito della 483 Divisione , i tentativi di occupare l'importante posizione di q. 200 sul San Marco non riuscivano, il che determinava , da parte del comandante dell 'VIII Corpo d'Armata, un secco rilievo a Grazioli basato sul fatto che il numero non eccessivo di perdite subite il 28 agosto dalla Brigata Piemonte attestava che non si era compiuto tutto lo sforzo necessario per il raggiungimento dell'obiettivo; pertanto si invitava il comandante della 4ga Divisione ad una maggiore energia , portandosi in prima linea per dirigere personalmente l'attacco (59). Questi , prima ancora di ricevere il messaggio, aveva inviato una relazione nella quale si cercava di giusti·ficare l'insuccesso degli attacchi, di valorizzare alcuni successi dei giorni precedenti e si muoveva qualche critica ad alcune modalità relative allo scatto delle fanterie: La sanguinosa operazione di ieri per la conquista del San Marco, nella quale ha agito la Brigata Piemonte, ha confermato una volta di più le già note difficoltà contro le quali hanno urtato nelle numerose prove precedenti le Brigate Taranto, Avellino, Genova, Lambro, Re, Ravenna ; difficoltà determinate da uno sfruttamento abilissimo fatto dagli austriaci dei numerosi

(59) AUSSME. DS VUI Corpo ~·Armata. fonogramma 2129 OP del 29.8.1917. da Com.te VIII Corpo d'Armata a Grazioli.


CAPITOLO SECONDO: LA GRANDE GUERRA: I PRIMI TRE ANNI

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costoni e poggetti disposti a scacchiera e riccamente muniti di nidi di mitragliatrici blindate od in caverna e pezzi ... il tiro di distruzione delle nostre artiglierie è stato questa volta davvero formidabile e perfettamente aggiustato, ma ciò non ha valso a mettere fuori causa le mitragliatrici nemiche. Il tiro di accompagnamento presenta, in questa zona, particolari difficoltà appunto per la necessità di agire su più colonne, che rende pericoloso per le altre l'accompagnamento di ciascuna colonna ... Si tratta di insistere inesorabilmente ma di procedere a gradi, come del resto vogliono ora anche gli ordini superiori - (si riferiva a direttive del Comando d'Armata pervenutegli attraverso lo stesso comandante dell'VIII Corpo d'Armata la sera prima-n.d.r.-) -. Ed è quanto si sta facendo ... Frattanto, c9me le operazioni del 18 agosto ci dettero il possesso tutt'altro che trascurabile della linea Cuore-Belpoggio, quelle di ieri ci dettero il possesso della importante q. 171. Passo passo progrediamo ... Occorre libertà d'azione nei tempi ad evitare il legame dell'ora fissa di scatto che su questo terreno è più dannosa che utile, senza contare che le difficoltà del tiro di accompagnamento non diminuiscono se non nelle ore avanzate della giornata, quando soltanto è possibile per l'effetto della luce vedere le fanterie (60).

Immediata e puntualìzzatoria la risposta di Ricci Armani: Ho preso atto di quanto codesto Comando mi fa presente ed osservo in merito quanto segue: le perdite non debbono scuotere gli animi durante un'operazione risolutamente offensiva, né si può davvero chiamare sanguinosa l'azione di ieri, almeno nei riguardi particolari della Brigata Piemonte. Altre Brigate, poiché V.S. nomina quelle seriamente provate nelle passate offensive , hanno avuto allora ben altra attenzione da parte delle artiglierie nemiche e di ciò Vostra Signoria stessa deve convenire. L'effetto inibitore delle numerose mitragliatrici è purtroppo, e sopratutto , dovuto al fatto che lo scatto della colonna principale non è avvenuto all'ora stabilita per lo spostament.o del tiro delle artiglierie, tanto che per il lasso di tempo tutt'altro che indifferente, intermedio tra i due atti tattici , il fuoco ha avuto agevolmente modo di guarnire i nidi di mitra-

(60) AUSSME, DS VIII Corpo d'Armata, prot. 6110 del 29.8.1917, da Grazioli a Comando VIII Corpo d'Armata.


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gliatrici esistenti; del resto il tiro di artiglieria solo in parte può raggiungere il risultato di distruggere la difesa attiva nemica; in gran parte non può ottenere che di paralizzarla temporaneamente e la paralisi cessa pochi minuti soltanto dall'allungamento di e o . È appunto lo sfruttamento vigile e pro nto di questi brevi istanti che permette di superare le difese nemiche e di vincere. TI procedere a gradi, cui acce nna V .S. , sta bene, ma deve essere inteso non nel sen o di fare uno sforzo e poi arrestarsi pe r un tempo indefinito, ma di continuare con tenacia ed insistenza ad avanzare da un obbiettivo all'obbiettivo ucccssivo . Le difficoltà del tiro di accompagname nto, sono state ieri ben leggiere poiché, per gran parte della giornata, si sono avute ottime condizioni di visibilità. Ho po tuto personalmente seguire per quasi tre quarti dell'azione gli avvenimenti, ed ho veduto benissimo i reparti che si sono spinti innanzi e quelli che sono rimasti immobili . Infine, V.S. può avere l'opinione che crede sull'opporrunità o meno dello scatto simultaneo. su una determinata fronte, ma quando questa fronte è ristretta come quella di codesta Divisione nelle azioni delle singole colonne dirette alla conquista dello sperone di S. Marco così stre ttame nte collegate tra di loro, come quella di ieri e di oggi, la necessità di questo scatto in primo tempo è assolutame nte necessario per avere simultaneità e coordinamento degli sforzi. Ad ogni modo, dopo il primo tempo, V.S. ha avuto libertà di procedere come meglio credeva, tanto che, anche verso sera, questo Comando ha senz'altro aderito alla proposta fatta per un attacco di sorpresa alle cinque e mezzo di stamane (6 1).

Altrettanto immediata e piccata la replica di Grazioli: Ho sempre diretto personalmente, come era mio dovere, dal mio posto tattico di comandante di Divisione, i ripetuti attacchi svoltisi sul S. Marco, recandomi anche spesso, come è mio costume, presso i Comandi di Brigata. Ho sempre avuto al loro posto di comando e attivissimi i comandanti di Brigata. Sono sempre stati in primissima linea, e ta lvolta alla testa delle loro truppe. i comandanti di reggimento e un ufficiale del mio Stato Maggiore per ciascuna colonna d'attacco. Dopo il telegramma n. 29 di V.E .. avverto che vado subito sulla linea a concordare uno nuova decisiva ripresa offensiva per il po meriggio d·oggi, (6 1) AUSSME , DS Vlll Corpo ct·Armata, prot. 2890 del 29.8.1 917, da Com.te Vili Corpo d"Armata a Grazioli.


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nella quale getterò a fondo tutta la Brigata Jonio e il 25° f.an teria. Durante tale offensiva terrò personalmente il posto di comando del comandante di Brigata e invierò questo al posto dei comandi di reggimento. Prevengo che naturalmente le comunicazioni personali con V.E. subira nno ritardi e. a titolo di preavviso, avverto che probabilmente stasera si renderà necessario rimpicgo di tutta la Brigata Arno. In tal senso interpreto modificate le direttive di procedere per gradi impartite dal Comando di Armata e comunicatemi stamane da V.E. col n. 2883 di ieri sera (62).

Ricci Armani chiudeva la polemica con una controreplica piuttosto secca, con una conclusione che certo doveva suonare molto male alle orecchie di Graziali , che della presenza in testa ed accanto ai suoi soldati aveva sino allora fatto uno dei punti fermi della propria azione di comando , a qualsiasi livello essa si fosse estrinsecata: Risulta anche a S.E. il Comandante dell'Armata che le truppe di codesta Divisione non si sono comportate ieri , come un preciso dovere avrebbe loro imposto . Egli ha approvato pienamente l'o rdine da me dato alla S.V. di portarsi in prima linea. per dirigere personalmente l'attacco. Si usi oggi la massima energia per spingere avanti i codardi, si ricorra senza esitazione , ove occorra, ai mezzi coercitivi più energici. Con r occasione significo a lla S. V. che la sua lettera in risposta al mio fonogramma 2/29 di stamane, è del tutto inopportuna, poiché nel fonogramma stesso era contenuto non a ltro che un o rdine che la S.V. doveva eseguire. Il posto dei Comandanti è là dove il bisogno ed il momento richiede (63) .

Qualcosa non doveva andare per il verso giusto , certamente, e già da prima. Ci richiamiamo a questo proposito alla testimonianza che provie ne dal diario di guerra del colonnello Gatti, sto rico del Comando Supremo ed uomo di fiducia di Cadorna , sicuramente autorevole e preziosa data la fonte ambientale cui attingeva , Già in (62) AUSSME, DS vm Corpo d'Armata, prot. 6118 del 29.8.1917, da Grazioli a Com.do Vili Corpo d'Armata. (63) AUSSME. DS Vlll Corpo d'Armata, prot. 2893 del 29..8.1917. da Com.te VI 11 Corpo ct· Armata a Grazioli.


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precedenza, alla data del 15 maggio, riferendosi agli avvenimenti della decima battaglia dell 'Isonzo , annotava: ... al San Marco non iniziano ad andare molto avanti. Sento imputare di mollezza il generale Grazio/i, che comanda la Divisione (64). Il 4 giugno, in coincidenza con la fase finaJe della stessa battaglia, ed a conclusione di una serie di considerazioni negative sui criteri di scelta molto autocritica e viscerale di Cadorna per gli ufficiali destinati a livelli di comando dalla Brigata _in sù, con penalizzazione dei fanti rispetto a quelli delle altre Armi, a riprova delle tesi esposte introduceva il nome di Grazioli: È venuto il Cap. Ricci , del comando della 4ga Divisione, che mi ha detto come sono andate e come vanno le cose alla 48". li Generale Grazioli non ha risposto all'aspettativa. È intelligente, sa vendere bene la sua merce, ma non è a posto. Era un ottimo comandante di brigata, ma non è più un ottimo comandante di divisione. Perde la calma. Mentre col Gen. Giardino tutto procedeva tranquillamente, con lui non c'è mai ora di nulla: ba sempre qualcosa di più difficile e di più pressante da fare. Così tutto il lavoro si accumula. Anche Dalmazzo - (ten. col., capo di stato maggiore della Divisione-n.d.r.-) - che andava così bene come Sottocapo , come Capo non va più benissimo: era abituato a fare assai bene una cosa , non può ancora, per la sua giovane età, abbracciare tutto l'insieme. Ecco , a detta del Cap. Ricci, di Franchini , di Borelli, ecc. , cosa è avvenuto alla 48 3 Divisione. La Brigata Lambro, così temibilmente preparata per l'offensiva, la notte dell'attacco non fece quasi nulla. 11 Col. Rogno ni , che poi si riscattò, perdette la testa; il Ge nerale Santemecchi, che comandava la Taranto di rincalzo, fu dovuto mandar via; il fiasco fu presso a poco completo . . . Nella notte del 3 giugno il nemico fece irruzione su Dosso del Palo e neJJe nostre trincee, e ci portò via due compagnie di lavoratori ed alcuni soldati del Genio. Questa notte (sul 4) abbiamo ripreso tutto, ed abbiamo fatto 60 prigio nieri. Ma, a detta di tutti , il Gen. Grazioli aveva, nella notte sul 3, perduto La calma: in mutande correva da Dalmazzo, che stava dando ordini, e diceva: è grave, è grave. Non , assolutamente, per paura , né per sbigottimento: troppo bene io conosco il Gen. Grazioli, ma perché anche lui non è maturo al comando de lla Divisione. No, così non va (65).

(64) Gatti A. Caporetto, li Mulino, Milano, 1964. pag. 11. (65) Gatti A ., op. cit., pag. 71.


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Le valutazioni negative proseguono nella stessa data: .. .lo vedremo - (si riferiva a Giardino-n.d.r.-) - all'opera di comandante di Corpo d'Armata in una grande offensiva: per ora, come comandante, non ha fatto molto, se non preparare l'offensiva del San Marco che però· non è andata bene. Ma la colpa pare di Grazioli (66) , ed ancora a quella del 15 giugno: ... la preparazione dell'attacco del San Marco, che era tutta sua - (sta parlando ancora di G iardino-n.d.r.-) - occupava parecchie pagine di protocollo, e prescriveva tutto, fino all'ultimo; poi non riuscì (il 14-15 maggio: ma lui non c'era già più, e Grazio/i comandava la Divisione) (67). Ma il 27 giugno c'è un'affermazione che risulta in aperta contraddizione con quanto affermato in precedenza. È preceduta da un'altra serie di considerazioni negative, molto interessanti ed acut e, sui generali, sulla loro azione di comando, sulla loro selezione e formazione, sulle responsabilità di Cadorna: ... il generale in sottordine ha mai avuto l'afflato del Comando Supremo? Gli ha spiegato Cadoma che cosa vuole, lo ha investito del suo spirito , gli ha indicato la via? Dov'è una tradizione Cadorna che ci sarebbe dovuta essere, in due anni di guerra? Ora i comandanti di Corpo d' Armata sono i tenenti colonnelli del principio della guerra: hanno proceduto rapidamente innanzi, perché tutti quelli che avevano dinnanzi sono stati silurati, od hanno flettuto sotto lo sforzo. Ma hanno la mente da tenenti colonnelli. Chi ha detto loro come dovevano fare? Chi dice loro perché hanno fatto bene o male? Ad un certo momento, com mettono un errore: è forse stato commesso impunemente altre volte , nessuno li ha indirizzati: oggi porta ad un insuccesso, il generale è mandato via. Di chl la colpa? ... Ma se Cadoma non vede queste cose, e questa manchevolezza è segno di manchevolezza della sua mente, pur veramente potente , un'altra manchevolezza svela. li Comando Supremo non esiste intero. 0

Al termine della riflessione , un'invocazione: Ah , perché non c'è un Comando dove ci sia un posto per un

Badoglio, per un Graziali , per un Di Giorgio, per chi ha dato prova di essere mente pensante ed organizzatrice? (68).

(66) Gatti A ., op. cit. , pagg. 71-72. (67) Gatti A., op. cit. , pag. 112. (68) Gatti A. , op. cit ., pagg. 147-149.


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Un'analisi serena degli elementi a disposizione conse'nte alcune considerazioni. Gatti ha sempre avuto fama di uomo equilibrato e ponderato, e la lettura delle sue pagine non può che confermarlo. Però è strano che in poco più di venti giorni, il suo parere su Grazioli sia così contraddittorio: il 4 giugno non lo giudica maturo quale comandante di divisione, ma il 27 dello stesso mese ne invoca la presenza, con qualche altro personaggio di spicco, in un comando al vertice - presso lo stesso Comando Supremo, sembra di capire dalle sue parole - accreditandogli una mente pensanre ed organizzatrice. Ancora, i giudizi negativi espressi il 15 maggio, il 4 ed il 15 giugno, tutti rife rentisi agli avvenimenti sul San Marco nel quadro della decima battaglia dell'Isonzo, attengono specificamente ai combattimenti svoltisi a q. 171, Dosso del Palo . q. 174, Casa Diruta fra il 13 ed il 16 maggio , e sembrano non tener conto, stranamente, che Grazioli aveva assunto il comando della 48a Divisione 3-4 giorni prima, il giorno 11, e pertanto non gli si potevano addebitare più di tanto errori o colpe particolarmente gravi né di condotta e tanto meno di preparazione. Quest'ultima, infatti, era attribuita per intero dallo stesso Gatti al Giardino (era tutta sua); il nesso di causalità tra il successivo fallimento degli attacchi e l'assunzione della guida della Divisione da parte di Grazioli ( . .. poi non riuscì, ma lui non c'era già più, e Grazioli comandava la Divisione) ci sembra francamente un po' forzato, alquanto impietoso e soprattutto, per quanto abbiamo rappresentato, non sosten ibile. Che Grazioli in un certo momento sia stato coinvolto, come del resto era accaduto a molti altri , nel clima di tensione mista a stanchezza che , a livello comandi come a liveJlo truppa, serpeggiava dopo due anni di guerra oprattutto su quel fronte i ontino-carsico che ne viveva gli aspetti più aspri e sanguinosi, è plausibile. Possono aver contribuito a ciò anche le difficoltà ambientali presso la 48" Divisione, i non facili rapporti interpersonali con i comandanti di Corpo d'Armata. Che abbia presentato, ad un certo punto, qualche spunto di cedimento sul piano neuropsichico è altrettanto ipotizzabile e plausibile. Perde la calma ... ha sempre qualche cosa di più difficile e pressante da fare ... : le manifestazioni riferite dal capitano Ricci non erano altro che la proiezione, in termini concreti, di uno stato d'ansia a sua volta espressione di un'usura ed un logoramento che anche in Grazio li, come in tanti altri, poteva essersi accumulato nel tempo, palesandosi ad un certo punto con momentanee difficoltà di controllo. Fe nomenologia da stress, quindi, e da stress d i guerra, che non riguarda solo chi è sotto il fuoco - situazione limi-


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te. la più conclamata, enfatizzata, accettata e giustificata per il suo carattere dinamicamente cruento - ma pure , e per certi versi in misura anche maggiore e sicuramente più continuativa e prolungata, chi ha la responsabilità decisionale dell.a condotta operativa. li 21 settembre 1917, promosso alle funzioni di comandante di Corpo d'Armata, Grazioli lasciava la 43a Divisione per andare ad assumere il comando dell'VIII Corpo d'Armata. Nelle sue memorie, c'è a questo punto un'annotazione molto franca, che sembra dar ragione alle considerazioni di Gatti sui fulminei avanzamenti in annuario conseguenti alla particolare situazione creatasi con la gestione Cadorna: Strana carriera la mia! Da Sottotenente a Tenente Colonnello avevo impiegato 23 anni (10 da Tenente, 10 da Capitano . 3 da Maggiore). Entrato in guerra Tenente Colonnello, in poco più di due anni avevo raggiunto il rango e le funzioni di Generale di Corpo d'Armata a soli 48 anni, si può dire per esclusivi meriti di guerra (69).

Continuava così a rimanere nell'ambito della 2a armata , nel cui organigramma aveva salito i vari gradini di comando e sempre assumendo quello nella struttura del quale si trovava l' unità che lasciava : Brigata Lambro, inquadrata nella 483 Divisione, 48a Divisione incorporata nell'VIII Corpo d'Armata, VIII Corpo d'Armata. Se avesse continuato in questo solco, non poteva che diventare il Comandante della 2 3 Armata. Il Corpo d'Armata era schierato sul fronte goriziano all'ala destra del 2 3 Armata. grande unità che , da nord a sud, inquadrava il IV di Cavaciocchi , il XXVII di Badoglio , il XXIV di Caviglia, il II di Albricci, il VI di Lombardi ed il VII di Bongiovanni in riserva. Aveva la sede di comando a Valisella , poco ad ovest di Gorizia, e schierava le sue tre Divisioni (483, 583 e 73 ) dalle alture di Castagnevizza, ad est di Gorizia , fino al margine settentrionale del Carso, vale a dire l'intera conca goriziana _compreso il famigerato tratto della Vertoiba, ormai impastato di tanto fango e tanto sangue. Capo di stato maggiore era il colonnello Carlctti. che ai tempi della Libia. nella campagna di Macabez e Zuara era stato capo dell'Intendenza della Divisione Garioni, e con il quale

(69) Grazioli F.S., M emorie, archivio fami lia re.


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quindi c'era un antico, cordiale rapporto. L'impegno del comando di un Corpo d'Armata non era indifferente, e rispetto al comando precedente rappresentava certo un grosso salto in termini di qualità ed assunzione di oneri. Si moltiplicavano pertanto le ricognizioni ai settori , le visite al.le truppe in linea ed a riposo e le conferenze ai generali in sottordine per armonizzarne l'azione . . Si arrivava così a lla vigilia dell'offensiva autunnale nemica, preludio della nostra ritirata al Piave. Era del 20 ottobre una conferenza tenuta da Grazioli ai comandanti di Divisione , ai loro capi d i stato maggiore ed a i comandanti d'artiglieria e genio del Corpo d·Armata , nella quale, in vista appunto di una prossima offensiva avversaria, venivano ampiamente trattati i molteplici aspetti e problemi della difesa: le componenti psicologiche; la difesa manovrata con tendenza alla controffensiva; l'abbandono del criterio delle linee e sua sostituzione con quello di sistemi a fascie d i linee; la corre lazione fra la difesa manovrata delle unità minori e l'azione controffensiva di più a mpio raggio ; lo scaglionamen to delle forze in profondità; l'evitare ammassam enti in li nea più di qua nto non fosse necessario; l' impiego scrupolosamente pianificato delle artiglierie; quello nuovo delle bombarde (fino allora preposte alla distruzione di difese artificiali, ora concorrenti a l fuoco di contropreparazione , sbarramento ed interdizione delle artiglierie); l' abitudine all' autonomia ed all 'autofunzionamento da parte di ogni settore e di ogni singolo reparto , dal momento del primo intenso bombardamento nemico fino all 'inizio della controffensiva su larga scala, e l'accurato addestramento in tal senso; la protezione dei posti-comando ed il concetto di salvaguardia della vita dei capi; l'importanza vitale del collegamento e la predisposizione d e lle reti di comunicazione per mantenerlo. La riportiamo integralmente in allegato 5, ritenendola d egna di interesse per i contenuti e soprattutto perché, a nostro avviso , reca un valido contributo allo studio della nostra situazione predispositiva morale e m ateria le prima dell' attacco austro-tedesco sulla quale , forse , vi sono ancora non pochi aspetti da studiare . A q uesto proposito, resta valido in assoluto quanto soste nuto da Silvestri , che cioè tutta la struttura di comando italiana non aveva pensato abbastanza, era vissuta di giorno in giorno, ogni giorno sperando che fo sse diverso dai precedenti , ed invece era sempre eguale (70). L' Italia aveva subito una confitta inte llettuale, ancor p rima di essere sconfitta sul campo. L' innovazione non è a portata d i (70) Silvestri M. Caporeuo , Mondado ri , Milano, 1984, pag. 83.


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mano; va cercata, pensata , meditata e studiata. Nell'ottobre 1917 l'Italia, in campo militare, stava per essere aspirata nel sottosviluppo. Sotto questo aspetto, comandanti tipo Grazioli rappresentavano effettivamente una felice e provvidenziale deroga. L'urto nemico si ripercuoteva soltanto indirettamente sul fronte del Corpo d'Armata di Grazioli , che poteva resistere sulle proprie posizioni contro i deboli attacchi sussidiari avversari. Proprio per aver mantenuto in ordine la propria struttura , l'VIII Corpo veniva sganciato da parte del Comando Supremo dalla 2a Armata, in gran parte sbaragliata, ed unito alla 3a di cui veniva a costituire il fianco difensivo durante tutta la ritirata, proteggendola da possibili tentativi nemici di avvolgimento da nord. Ciò avvarrà al suo comandante la croce di guerra al valor militare con determinazione del Duca d'Aosta del 21 luglio 1919. Su progetto di Grazioli, la 48a Divisione effettuàva una puntata controffensiva da sud verso nord contro il lato del cuneo avversario che inseguiva la 2a Armata in rotta, culminante nel combattimento di Pozzuolo del Friuli. La 583 Divisione abbozzava uno schieramento difensivo all'altezza della testa di ponte sulla riva sinistra del Tagliamento fra Codroipo e Casarza e sulla riva destra dello stesso fiume (71 ). Raggiunto il Piave, l'VIII Corpo si riuniva nel tratto Spresiano-Nervesa, di fronte al Ponte della Priula, appoggiato a sinistra al Montello ed a destra alle Grave di Papadopoli. Quello dell'VIII Corpo d'Armata sarebbe stato per Grazioli il periodo di comando più breve fra tutti quelli esercitati in guerra. Vi restava infatti solo due mesi , perché il 22 novembre 1917 era destinato a ricoprire l'incarico di capo di stato maggiore della 4a Armata. Era stato convocato a Padova al Comando Supremo, dove lo stesso Diaz gli comunicava di volerlo a quel posto in quanto quel Comando d'Armata lasciava alquanto a desiderare a livello stato maggio re e necessitava di un uomo con le sue qualità, promettendogli nel contempo, così come i due Sottocapi Badoglio e Giardino , il comando di un Corpo d"Armata non appena la situazione si fosse ristabilita. La 43 Armata era aggrappata al massiccio del Grappa, premuta {71) Il ponte veniva poi fatto saltare, ad insaputa di Grazioli. da due ufficiali di Stato Maggiore del Comando 3• Armata, per evitare che se ne impossessasse il nemico. Il generale Montuori, subentrato a Capello al comando della 2• Armata, incaricava Grazioli d i dirigere un'i nchiesta sul fatto; egli difendeva i due, percht in effetti in quel momento il ponte non poteva più servire come mezzo di passaggio. essendo pieno di ingombri e sotto il fuoco avversario (Grazioli F.S .. M emorie. archivio fami liare).


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da insistenti attacchi nemici tendenti a ributtarla in piano. li Comando era a Castelfranco Veneto, retto dal generale Nicolis di Robilant, anziano signore (era coetaneo di Cadorna) di nobile famiglia piemontese resasi illustre nella storia del risorgimento , la cui aristocratica affabi lità cercava di mascherare il risentimento, di cui peraltro non faceva mistero nell'ambito del suo entourage, per non essere stato nominato Comandante Supremo in luogo di Diaz, molto meno anziano di lui e che non accreditava di particolari qualità. Tra le sue caratteristiche, una certa pigrizia che faceva sì che non fosse solito recarsi di persona sul fronte delle truppe impegnate, supplendo però con una straordinaria capacità nell'intuire con molta esattezza le situazioni contingenti, agevolato in ciò da una conoscenza del terreno, desunta a tavolino dalle carte topografiche, che lasciava stupefatti gli ufficiati del suo stato maggiore che lo accompagnavano nelle rare ricognizioni che decideva di compiere. L 'approccio con Grazio li era stato positivo, gli aveva lasciato ampia ed illi mitata libertà d'azione, ricettivo ad ogni sua proposta o suggerimento. La situazione sul Grappa, in quella fine del 1917, era veramente preoccupante. Le truppe erano disperatamente aggrappate al terreno, esposte a tutte le intemperie e sotto continui attacchi che miravano a ricacciarle nella sottostante pianura, il che avrebbe significato il crollo dell'intera nostra fronte sul Piave. In effetti, a l di là di una certa storiografia interessata (anche perché frutto di un sapiente battage), si può affermare che la vera epopea difensiva del Grappa sia stata questa più che quella succes iva del 1918, allorché il generale Giardino avrebbe potuto fruire dei lavori difensivi iniziati da Di Robilant e diretti da Grazioli con la collaborazione dei generali Mori e Moris, comandanti rispettivamente dell'artiglieria e del genio dell'Armata. Di essi, il caposaldo centrale era la famosa nave del Grappa, irta di postazioni di artiglieria in caverna intorno a lla più alta cima del monte, presso la Madonnina che il Patriarca veneto Giuseppe Sarto , poi Papa Pio X, aveva eretto lassù prima della guerra. Nel febbraio 1918 la situazione sul Grappa poteva dirsi stabilizzata . Di Robilant veniva chiamato a far parte del Consiglio Superiore Interalleato istituito a Parigi, comandando però dall'l marzo al 25 aprile la 5a Armata. e gli subentrava Giardino. Ad onta delle promesse, il Comando Supremo destinava dal 27 Graziali all'incarico di capo di stato maggiore di una Armata di nuova formazione, la

sa.


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Era un'Armata destinata a fare da riserva, già costituita il 22 maggio 1916 ed impiegata per rinsanguare le truppe della l a Armata impegnate fra Garda e Brenta, e poi disciolta il 2 luglio dello stesso anno. Era stata ricostituita il 16 novembre 1917, con il compito del riordinamento delle unità provenienti dall'Isonzo e del soddisfacimento delle necessità più im mediate della difesa. Si può ben immaginare lo stato d'animo con il quale Grazioli accoglieva una siffatta destinazione; incontratosi con Diaz, esprimeva le più vive lamentele - in termini forse un po' eccessivi (72) - ricevendone in cambio una severa reprimenda e l'etichetta di incontentabile . Di Diaz, Grazioli ci offre nelle sue memorie questa sintetica immagine: Fu dalle circostanze favorito al punto da diventare il supremo artefice. almeno nominale. della nostra più grande vittoria. Era mediocre in tutto, meno che in quel saggio e prudente equilibrio che piace talvolta. Qualche volta io l'avevo paragonato al sasso che individua la più alta cima del Monte Bianco. Che merito ha d'essere lassù? Forze endogene misteriose ve lo hanno sballottato; ma, tant'è. lui segna la cima e l'onore è per lui (73).

A lla sa Armata non c'era molto da fare. Peregrinava nelle sedi del comando, fra Castiglione delle Stiviere e Montagnana. anche per stare lontano dal comandante, Paolo Morrone, sedentario e conservatore e piuttosto lontano. per molti versi , dalla personalità di Grazioli con il quale non v'era stata molta intesa nei due mesi in cui aveva sostituito Di Robilant al coma ndo della 4a Armata. Aveva modo di dedicarsi alla stesura di un progetto che già da tempo coltivava, quello della costituzione di una Grande Unità speciale a carattere spiccatamente manovrie ro da destinarsi, nel caso probabilmente prossimo di una nostra grande ripresa offensiva, ad agire quale cuneo di rottura e di penetrazione a fondo nello schieramento nemico, nel punto giudicato decisivo dal Comando Supremo. Era, in sostanza, la vecchia idea che già lo aveva indotto ad immaginare, a co ntribuire ad avviare ed a patrocinare l'istituzione dei reparti d'assalto, estesa ora però ad una dimensione ben più vasta, tale da farne un poderoso strumento di rottura a vantaggio di tutto l'esercito. La Grande Unità avrebbe dovuto avere a nche attribuzioni e

(72) Grazioli F.S., Memorie, arch ivio familiare. (73) Grazioli F.S., Memorie. archivio familiare.


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compiti difensivi, tali da destinarla a rafforzare zone contro le quali si delineassero gravi minacce od a tamponare brecce aperte da irruzioni di masse avversarie contro le quali successivamente contrattaccare. Lo studio si concretizzav;i in un'ampia memoria, che è riportata in allegato 6 (74) quale espressione fra le più significative del pensiero militare di Graziali. L'Armata di riserva mobile strategica doveva rispondere a tre requisi.ti essenziali: massima mobilità, immediatezza di impiego, completa attituc)ine alla guerra manovrata in campo aperto. Da questi requisiti di base, discendevano due vincoli imprescindibili: costituzione organica, inquadramento e qualità delle truppe, dotazioni di mezzi e servizi ed addestramento speciale continuativo dovevano risultare in aderenza ai presupposti di base; la prontezza reattiva doveva essere massima. con capacità di improvvisare da sola, quasi istintivamente ed in modo sommario, tutto il complesso di adempimenti che ne caratterizzava l'impiego offensivo-difensivo. Nell'esam inare il problema degli organi di comando, Grazioli metteva in evidenza come questi, sia quello superiore che quelli delle Grandi Unità in sottordine fino al livello di Divisione, nonché quelli di Artiglieria, Genio ed Intendenza, dovevano essere affidati non solo ad uomini le cui connotazioni psicoattitudinali e professionali rispondessero ai principi fondamentali cui si informava la costituzione dell'Armata mobile di riserva strategica, ma che a questa fossero assegnati in permanenza, garantendo la indispensabile imbiosi con essa. L'attività dei comandi delle Grandi Unità sulle quali si articolava l'Armata doveva basarsi su tre aspetti essenziali: operazioni propriamente dette , movimenti logistici e funzionamento dei servizi, informazioni. Tutto il resto doveva essere ridotto al minimo necessario, assicurando ai comandi la massima autonomia disciplinare ed amministrativa. La branca operativa doveva comprendere in sé un organo di studio per le operazioni ritenute più probabili per la propria Grande Unità, e doveva altresì assolvere a compiti di aggiornamento circa la situazione delle varie Armate in linea nei diversi settori del fronte , sovrintendendo naturalmente anche alla (74) Ne abbiamo preso visione grazie alla cortese collaborazione dell'autore dei II To mo (Gli avvenimenti da luglio a novembre-documenti) del V volume (Le operazioni del 1918) de L 'eserciro italiano nella grande guerra, in corso di preparazione al momento della stesura di queste note, nel cui contesto è previsto che venga inserita.


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componente addestrativa. I movimenti logistici ed il funzionamento dei servizi dovevano svolgersi in parallelo con quanto derivava dal settore operativo, mentre le informazioni dovevano prevedere organi centrali e periferici idonei ad entrare immediatamente in funzione , quindi già di per sé autosufficienti nel disporre e gestire il patrimonio intelligence e pertanto non vincolati alla abituale compartimentazione di territoriali tà. Per quanto atteneva alle truppe, lo studio sottolineava la necessità di disporre di una fanteria con caratteristiche speciali , a spiccata impronta d'assalto, ridotta di numero, articolata su reparti leggeri, mobili, ampiamente dotata di compagnie mitraglieri che avrebbero garantito la concentrazione, in poco volume e poco peso, di un potenziale di fuoco pari a quello sviluppato da una più pesante ed ingombrante massa di fucilieri. Alle brigate di fanteria andavano assegnate aliquote di artiglieria leggera , tipo montagna, e batterie mobili di bombarde in modo da compensare la mancanza di quel supporto di mezzi d'appoggio già predisposti sul quale , specie nel ·primo momento. non avrebbero certo potuto contare , garantendo loro così, invece, l'adeguata autonomia. La memoria di Graziali continuava con considerazioni e propo- . s te sull'impiego di reparti di cavalleria, motocicJisti e ciclisti , frutto dell'analisi compiuta sull'uso che di tali distaccamenti veloci gli a ustro-tedeschi avevano fatto specialmente durante lo sfondamento nella piana friulana del novembre 1917. Particolare rilievo veniva dato alle caratteristiche strutturali e funzionali dell'Intendenza d'Armata, anch 'essa ampiamente autonoma e capace di garantire la vitaHtà del grande organismo cui era preposta, a prescindere dalJa presenza o meno dell' intendenza di un'altra delle Armate in linea, con la quale avrebbe anche potuto concorrere ma senza appesantirne i compiti e gravare su di essa. All'artiglieria era riservato un ampio spazio, con specifici paragrafi dedicati alle dotazioni di mezzi, ai rifornimenti, agli organici, ai collegamenti, ed ai quali si rimanda in A ppendice per una lettura di dettaglio. Una parte dello studio riguardava i mezzi aerei e la loro utilizzazione, e per essi si sottolineava la necessità di una larga dotazione riguardante tutte le specialità (caccia, bombardamento , ricognizione, appoggio tattico alle truppe terrestri). L'Armata avrebbe potuto impiegare la propria aeronautica per le comunicazioni e per l'attività di osservazione ed esplorazione, - sapere e sapere tutto - ma quest'ultimo , importantissimo compito doveva essere preceduto dall'acquisizione di un·assoluta superiorità aerea nell'area operativa , un'attività pertanto di combattimento che poteva, qualora spinta ed


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estesa al mìtragliamento e bombardamento sopra e dietro l'avversarìo che attaccava o si difendeva, acquisire i caratteri di una vera e propria azione offensiva preliminare di grande efficacia. Nella concezione di Graziali , quindi, un'aeronautica da considerarsi non ~ome mezzo bellico ausiliario, ma come vera e propria arma decisamente offensiva, che esprima dall'aria, e prima di ogni altra forma d'azione, l'essenza s1essa dell'attività dell'Armata. Si trattava, in sostanza, di un 'anticipazione per grandi lince di concetti che successivamente, negli anni Trenta, Amedeo Mecozzi preciserà nella configurazione di quell'aviazione d'assalto che resterà indissolubilmente legata al suo nome (75), ed a cui gli Stuka tedeschi daranno magistralmente corpo per primi negli anni Quaranta nelle pianure dell'Europa cen•rale e di Russia. Ci sembra che lo studio di Graziali, oltre a rappresentare una chiara espressione del suo pensiero militare e del processo di elaborazione delle esperienze maturate in tre anni di guerra, in posizioni di osservazione delle quali aveva saputo tesaurizzare il livello , sia indicativo di un'impostazione mentale avveniristica e precorritrice tanto più interessante se si pensa che, all'epoca, le due aggettivazioni non sembravano proprio far parte della predisposizione intellettiva della maggior parte della nostra classe dirigente militare. Si era ai primi di maggio del 1918. Il progetto , inviato al Comando Supremo, se trovava favorevole accoglienza in uomini come l'allora Colonnello Cavallero, dalla personalità poliedrica e brillante e figura di primo piano nell'ambito dell'Ufficio Operazioni. non sembrava destinato ad avere successo. Già la lettera di trasmissione del comandante della sa Armata, guardinga e riduttiva, conteneva una pregiudiziale negativa, quanto meno in termini di fattibilità. Dopo qualche convenzionale espressione laudativa , il generale Marrone così proseguiva: ... credo necessario dichiarare che mentre concordo nelle conclusioni a cui giunge il Gen. Grazioli, non considero però le conclusioni stesse di possibile immediata attuazione. ma sono invece a mio giudizio da considerarsi soltanto come l'esprcs-

(7S) Mecozzi distingueva le azioni di offesa distruttive contro obiettivi di superficie in incursione e scorreria. classificandole in preordinara, guidata e rn chiamara e suddividendo ulteriormente quest'ultimo tipo in con a/te:,a in volo - con a/lesa a rerra (Mecozzi A. Quel che /'aviatore d'assalto deve sapere. Edizioni Le vie dell'aria. Roma. 1936. pag. 115).


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sionc delle aspirationi a cui deve tendere questo comando nella costituzione e fu nzione dell'Armata. Pertanto, compreso delle molteplici. varie e contraddittorie esigente cui deve provvedere codesto comando. tengo a dichiarare che la trasmissione di questo studio non implica alcuna richiesta da parte mia (76).

Come d'uso, presso il Comando Supremo la memoria veniva ,intetizzata e presentata al vertice, previa chiosatura dei vari esponenti della scala gerarchica: Lo studio ha valore puramente teorico (colonnello Gazzera) , si tratta di uno studio che mi pare astragga completamenre - (l'avverbio è sottolineato nel testo-n.d.r. -) dallo srato di fatto e forse dalla realtà (generale Scipioni). Il Sottocapo di Stato Maggiore Badoglio era ancora più lapidario e severo nella decretazione: Dissertazioni inutili, non fondate sulla situazione. Pittura da impressionisti. Alli, e dispensare dal proseguire. La lettera <..li risposta al comandante della 5a Armata (77) veniva pertanto predisposta in questi termini , se pur ovviamente più sfumati , ma Diaz ne modificava il testo di suo pugno, in pratica rielaborandola integralmente , affermando che se la situazione del momento non con..,cntiva una applicazione anche parziale delle proposte di carattere organico avanzate da Grazioli , gli aspetti attinenti alla preparazione ..,peciale delle truppe e della Grande Unità e quanto altro poteva risultare al momento real izzabile dovevano essere tenuti presenti ed attuati. o n sarebbe però stata mai inviata. L'epi odio è illuminante in merito alla diversa apertura mentale e ricettività dei due uomini al vertice del Comando Supremo. Diaz e ra in questo senso più disponibile, anche se è difficile stabilire quanto giocasse la componente opportunistica e quella tendenza al bonario accomodamento che sembra gli fosse congeniale, mentre Badoglio era molto più chiuso e retrivo (misoneista, sì usava dire all'epoca) ed in più, in lui, assumeva certamente un ruolo non indifferente l'istintiva diffidenza e timore co tantemente nutriti nei confro nti di tutti coloro che mostravano di possedere meriti e qualità, sempre percepiti come un 'oscura minaccia alla propria immagine e d , ancor più, alle proprie ambizioni di carriera. Grazioli rimaneva nel suo incarico di capo di stato maggiore

(76) AUSS!\1E, DS 5" Armata , pro!. 10428 del 4.5.1918, da Com.te 5• Armata a Comando Supremo. (,7) Comando Supremo, prot. 10739 del 19.5.1918, f.to Diaz.


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della 9a Armata - nuova denominazione assunta dalla 5° a decorrere dall'l giugno - fino al 9 giugno, mentre una seconda croce di guerra al merito (determinazione del 23 marzo del comandante d'Armata) si aggiungeva al suo medagliere. Ma una gratificazione ancora maggiore lo attendeva. Si stava infatti preparando per lui il più bel comando autonomo che avesse potuto immaginare, senz'altro il più adatto al suo naturale temperamento. Se c'era un modo di chiudere questi primi tre anni di guerra , certamente questo poteva definirsi per Grazioli il più desiderabile.


CAPITO LO TERZO

IL CORPO D'ARMATA D'ASSALTO

Abbiamo lasciato le truppe d'assalto alla fine del 1917, dopo le vicende dello sfondamento del nostro fronte a Caporetto. L'offensiva nemica aveva man mano esaurito la propria energia di spinta, e da parte del rinnovato Comando Supremo si metteva mano alla riorganizzazione dell'Esercito. In essa, la priorità da parte di Badoglio e Diaz era riservata , non a torto , alle unità di fanteria i cui battaglioni , pertanto, ricevevano un sostanziale incremento in termini di armamento , addestramento e condizioni generali di vita. In questo contesto , i reparti d'assalto dovevano continuare ad esistere, ma co n una limitazione di quell'autonomia e di quel particolarismo voluti da Capello , Graziali e· Bassi, tale da favorire il loro fisiologico inserimento nelle nuove strutture con le più ortodosse funzioni di t ruppe suppletive dei Corpi d'Armata, a ciascuno dei quali veniva q uindi assegnato un reparto. In ultima analisi , non dovevano più rappresentare lo strumento privilegiato per la risoluzione deL problema offensivo. Questa assegnazione con dosatura uniforme era spiegata con il fa tto che in linea si sentiva il bisogno di legarli alla fanteria di ogni settore, magari una compagnia per brigata, pronti essi ad aprire la strada e pronta la fanteria a seguirli in scia (1). Ma, come fa osservare giustamente Farina, se la stessa denominazione di truppe d'assalto avre bbe indotto a proiettarle in avanti, sarebbe stata invece no rma più congrua e corretta tenerle dislocate indietro , lontano da lla zona di combattimento. Sarebbero state sottratte , con ciò, al rischio di un impiego prematuro , affrettato e quindi inutile, all'inevitabile logorio nervoso , ai dannosi spostamenti da un settore all'al-

( 1) Farina S. , op. cit.. pag. 249.


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tro dell'area di battaglia, il tutto in assoluto contrasto con il criterio di economia delle forze. Questo era stato evitato , fino allora, con l'accentramento molto opportuno a livello comando d'Armata . che costituiva il cervello equilibratore nell'impiego delle truppe d'assalto (2). A questi concetti seguivano, sul piano pratico, una serie di iniziative che ne sanzionavano l'applicazione. Il reparto d'assalto era fo rmato da tre compagnie su quattro plotoni, tre sezioni mitragliat rici , sei sezioni pistole-mitragliatrici e tre sezioni lanciafiamme (3); successivamente si perveniva al la costituzione di raggruppamenti fo rmati da tre reparti d'assalto e. più tardi , da due reparti d'assalto più un battaglione di bersaglieri (4) . Veniva inoltre soppressa la suddivisione speciale delle compagnie , dei plotoni e delle squadre, facendo assumere al reparto la composizione organica e la configurazione di un battaglione scelto di fanteria. Sco mparivano i campi d'istruzione d'Armata (Sdricca di Manzano, Borgnano, Zortea, ecc.); l'addestramento, se di fatto rimaneva immutato , era in pratica delegato all'iniziativa dei comandanti di reparto, ciascuno dei quali doveva provvedere in proprio ad organizzare la sua area addestrativa , con inevitabili differenze nelle modalità e nei livelli di preparazione. Come ricorda Rochat , infatti, no n si era ritenuto , da parte del Comando Supremo, di istituire quell'Ispettorato dei Reparti d'Assalto che avrebbe potuto garantire l'u niformità della preparazione , oltre che funzionare come centro di studio e sperimentazione per l'introduzione di nuove armi e nuove tattiche (5). Abbiamo ritrovato , durante l'esame della documentazione , uno spunto che, pur nella sua esiguità, ci sembra abbastanza significativo dell'orientamento in alto loco verso le truppe d'assalto . Si tratta di una lettera del Comandante della 2a Armata , tenente generale Pennella, al Comando Supremo contenente alcune proposte su queste truppe relativamente agli aspetti anche formali: uniforme, onori , ecc. Proprio nel paragrafo concernente questi ultimi, venivano descritti i tempi d'esecuzione del presentat'arm da effettuarsi con il pugnale, che caratterizza la missione dell'ardito nella lotta corpo a corpo , anziché con il moschetto: (2) Farina S., op. cit., pagg. 249-250. (3) Rochal G. , op. cit., pag. 60; Farina S., op. cit., pag. 248. (4) L'esercito italiano nella grande guerra, voi. V (Le operazioni del 1918) , tomo I (Gli avvenimenti da gennaio a giugno-narrazione), USSME, Roma, 1980, · pag. 81. (5) Rochat G. , op. cit., pag. 61.


CAPI I Ol O TERZO: IL CORPO D'ARMArA D'ASSAI.IO

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Primo tempo, presentar': l'ardito, col moschetto a tracoll'arrn. impugna il pugnale con la destra. col pollice indietro e con le altre dita chiuse in avanti. Secondo tempo, arm: l'ardito, estraendo con vivacità il pugnale dal fodero. lo porta in a lto obliquo a destra col braccio disteso e la lama verticale e di piatto. per chi guarda. in modo che risulta con l'impugnatura in avanti cd al di sopra della testa del compagno di destra. Nell'eseguire il movimento, l'ardito lancerebbe il grido A n:>i!

A mano, prim a della firma. questa annotazione: Ho ass1stuo alle prove di questo movimento. riesce impressionante ed espressivo, oltre che bello. Chiosatura a mano del valutatore (Diaz? Badoglio? Non v'è traccia di firma o sigla. ma è da ritenere che. dato il livello di prove01enza del documento. sia stato esaminato da uno dei due): Mi pare troppo espressivo. Gli arditi sono già 1roppo ... arditi (6). Una ventina di giorni prima. in una circolare riservatissima ai Comandanti d'Armata. Diaz aveva fatto riferimento a numerose denunce che pervenivano al Comando Supremo circa gravi atti d i indiscipl in a e di vandalismo com messi da elementi dei reparti d'as<;alto a danno della popolazione civile, cd aveva così concluso: Occorre che la disciplina in questi reparti sia rigorosamente risrnbilita senza indugio e con tutti i meni a disposizione, provvedendo, eventualmente, ad una conveniente epurazione e. ove occorra. anche a tenere i reparti stessi 111 zone lontane dai centri abitati ... (7).

Fuori dell'impiego in combattimento, - nel quale davano tutto e qualcosa in più. e su questo nessuno poteva avere a che dire era gente scomoda, indubbiamente: d'altra parte la tensione nervosa accumulata nella lotta in qualche modo andava scaricata, era cd è un principio di neuro-psico-fisiologia indubitabile, ed all'epoca ed in quelle circostanze ambientali le possibilità e le forme di droga erano limitate alla turbolenza. Alla fine di dicembre 191 7 il tenente colonnello Bassi aveva lasciato il comando dei sci reparti d'assalto della 2" Armata per

(6) AUSSME, DS 2" Armata, prot. 6029 de l 17.4.1918, da Com.te 2" Armata a Comando Supremo. (7) AUSSME, circolare Comando Supremo n. I07'i4 del 25.3.1918. da Comando ~uprcmo a Com.di Armata . f.to Diaz


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andare a comandare il 76° reggimento fanteria della Brigata Napoli. Anche questo era un segno, abbastanza amaro, che un certo ciclo si era chiuso . A sottolineare la nuova filosofia , 1'8 gennaio il Comando Supremo abol iva la numerazione per Armata de i reparti d 'assalto , istituendo una numerazione unica per quei tredici di e ssi e istenti e per gli o tto in ricostituzione (8); nell'aprile successivo, arebbero stati 25-30 (9) . Il mese precedente erano stati istituiti anche i reparti d'assalto di marcia , uno per Armata , destinati ad inquadrare e fornire i complementi addestrati (10) . In maggio , a ribadire l'assegnazione indefettibile ai Corpi d"Armata , il Comando Supre mo sanciva il terzo sistema di numerazione in dieçi mesi , per il quale ad ogni reparto d 'assalto era attribuito il numero ordinativo del Corpo d'Armata cui era in organico, al quale fu poco dopo anteposto, quasi a voler riaffermare ancora più chiaramente la cessata dipendenza dalle Armate, il numerale 50 in cifra romana: L (11). Le difficoltà circa una precisa ricostruzione dell'organico dei reparti d'assalto italiani, già accennate nel capitolo precedente , sono state supe rate da Rochat in un suo successivo lavoro che gli ha consentito di accertare, alla data de l 15 giugno 1918, la presenza di 41 reparti d 'assaltO, di cui 21 distribuiti fra le Grandi Unità operanti, 9 in forza alla 1a Divisio ne d'assalto, 8 di marcia e 3 all'estero ( 12). U n'altra delle iniziative volte al dimensionamento, quanto meno specialistico-qualitativo , delle truppe d'assalto era rappresentata dal contemporaneo incremento dei plotoni a rditi reggimentali , di cui s·è già fatto cenno ne l precede nte capitolo. Come si ricorderà. questi e rano destinati ad eseguire su piccola scala locale i compiti che i reparti d'assalto esegu ivano su scala più ampia; si trattava, tutto sommato, di truppe scelte di fanteria sul modello delle Srurmtruppen austroungariche , che continuavano sempre ad operare nell'ambito dei reggimenti di appartene nza (solo gli alpini avevano un plotone arditi per ogni battaglione), differenziandosi così da i reparti

(8) Comando (9) (10) Comando

AUSSME. circolare Comando Supremo n. 141 005 dell'8. l.1918, da Supremo a Com.di d'Armata, f.to Diaz. Rochat G .. op. cit., pagg. '60-63 e pag. 64 nota n. 16. AUSS:vtE. circolare Comando Supremo n. 1~8690 dell"8.3. 1918. da Supremo a Com .di d·Armata. f.to Diaz. (11) L'esercito italiano nella grande guerra. voi. V (Le operazioni del 1918), to mo 1 bis (Gli avvenimenti da ge nnaio e giugno-documenti ). documento n. 8. pag.

25. ' (12) Rochat G. / reparti d'assalto esiste/lii al 15.6.1918. in Memorie s10riche militari 1982 , USSME, Roma, 1983, pag. 519.


CAPITOLO TERZO: IL CORPO D'ARMA fA D'ASSALTO

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d'assalto - il cui addestramento riproducevano nelle linee essenziali, ma non certo nell'accuratezza per le svariate particolarità e nella durata - che invece erano truppe speciali nate con caratteristiche specifiche ed ampia autonomia. Il distinguo era ben sottile. Che a ncora nella prima metà del 1918 non ci fosse in proposito una completa chiarezza di idee è dimostrato dal seguente ordine diramato dal Comando Supre mo alla 9° Armata: Affinché ogni reggimento di fanteria possa avere in é stesso gli elementi specializzati per volgere piccole azioni di sorpresa. colpi di mano, atti controffensivi, ecc., ed i comandi di brigata e divisione possa no , occorrendo, riunire temporaneamente più reparti di tale specie per compiere su più vasta scala le azioni predette. si stabilisce che per ogni reggimento di fanteria di linea e bersaglieri delle divi ioni in ricostituzione presso codesta Armata sia formato un plotone d'assalto ... Circa l' impiego dei plotoni d'assalto, valgono le norme vigenti per i reparti d'assalto. In attesa di emanare al proposito norme di dettaglio. si richiama rattenzione sul fatto che i nuclei d"assalto non debbono concorrere al turno di trincea, ma tutte le loro energie debbono essere riservate per gli atti viole nti (attacco e contrattacco). Si stabiliscono inoltre i seguenti criteri di massima: po sono essere isolati (i n tal caso !"impiego è regolato di mass.ima dal comando di reggimento che potrà assegnarli ad uno dei dipendenti battaglioni) e riuniti pe r Brigata (in tal caso sono impiegati dal comando di brigata e formano una compagnia). Possono anche. dal comando di Divisione. essere impiegati tutti od in parte riuniti per Divisione: in tal caso potranno formare fino a due compagnie ... I plotoni d'assalto impiegati per Brigata o per Divisione vengono restituiti al reggimento 11011 appena cessata l'azione ... Il personale vestirà la giubba da bersagliere ciclista (e maglione da bersagliere ciclista) con le mostrine della Brigata cui il plotone appartiene. Porterà sull'elmetto il numero del reggimento. Userà lo specia le distintivo stabilito per i reparti ct·as alto. Sarà armato di fucile e di pugnale (13).

Nel 1918, i nostri reparti d'assalto - ci riferiamo a quelli non indivisionati. perché di questi invece (Divisioni e Corpo d'Armata)

(13) AUSSME. D 3' Armata. prot. 17000 del 26.6.1918. da Comando Supremo a Com.do 9• Armata e p.c. a tutti i Com.di d"Armata - i corsivi compaiono nel testo come sottolineature.


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s1 tratterà più diffusamente a parte, rientrando la loro attivitf1 nel1'oggetto del presente capitolo - continuavano ad essere impegnati in numerosi, aspri e sanguinosi combattimenti , la maggior parte dei quali a carattere locale e frammentario. Rammentiamo, a titolo di cronaca e rimandando per essi al V volume de L 'esercito italiano nella grande guerra (14), quelli sull'Altipiano dei Sette Comuni. a Monte Corno ed in Vallarsa. nella zona di Presena sotto il Tonale. sul Grappa (dove i nomi dell'Asolone, del Pe rtica, del Faghcron , Fenilon e Col Moschin sarebbero rimasti indissolubilmente legati al valore del IV.VI e IX Reparto d'Assalto), sui Solaroli. sul Piave fra Nervesa e Cavazuccherina, a Musile (dove il XXIII Reparto conquistava alla specialità l'unica delle medaglie d'oro collettive), a Zenson cd a Capo Silc, sul Montello, in Val Brenta. ed infine·ancora sul Grappa (Monte Prassolan. Pertica, Col della Beretta) durante la battaglia di Vittorio Veneto. Un bilancio cd una valutazione. sia pure molto sintetici, delr1mpiego dei reparti d'assalto nel 1918 - si parla sempre , vogliamo ancora sottolinearlo, dei soli reparti non indivisionati - non può prescindere dall'orientamento del Comando Supremo che. in apertura di capitolo, si è visto voler subordinare i loro compiti a quelli delle maggiori unità di fanteria, penalizzandone caratteristiche, addestramento. mentalità . dotazioni. livello di specializzazione e potenziale offensivo. TI danno maggiore si determinava allorché i Corpi d'Armata li utilizzavano come riserve in fase difensiva, commettendo l'errore di impegnarli in azione troppo presto, quando ancora l'onda d'uno avversaria non aveva preso slancio . Ma anche in fase offensiva, impiego d'elezione delle truppe d'assalto, erano stati commessi errori non indifferenti. Tra i primi , il non tener conto che l'ottimizzazione dei loro risultati si otteneva quando alla base c'era un'adeguata preparazione, un appoggio mirato e specifico da parte dell'artiglieria e lo sfruttamento del fattore sorpresa . Un altro errore. la mancanza di coordinamento e sincronismo fra la loro progressione in profondità. piuttosto elevata . e la minor speditezza di movimento delle fante rie . Da questo ne discendeva un altro ancora, cioè l'impossibilità di mantenere e consolidare le posizioni conquistate . già ostacolata dalla mancanza di un idoneo armamento difen-

(1 4) L'erercito i1111ia110 nella grande r:uerru. voi. V 'Lt: opera7Ì<>ni del 191S) , tomo I (G li avveniment i da ge nn aio ~ gi ugno-narraziom,), l.,SSME. Roma. l9SO; ii II tomo (Gli avvemment1 da luglio a novembre) è in corso <li 1)ubblica.Lionc al momento della stesura di queste note.


CA!'l 1'010 T!'RZO Il. CORPO D',\R!\.I'\ 1 \ D'.\SS.\f

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l>ivo . senza essere tempestivamente sostenuti dall'arrivo dei ri ncalzi la cui velocuà, appunto, era quella della fanteria cd alla cui ulteriore riduzione concorreva !"azione dell'artiglieria nemica . Dopo che in maggio, co me si è visto, il Comando Supremo aveva ulteriormente sottolineato la stabilità del legame di cia!>cun reparto d"assalto al proprio Corpo d'Armata di appartenenza. ne l mese di giugno si prevedeva un nuovo crite rio ordi nativo-operativo. Probabi lmente, l'eco delle grandi offensive tedesche svoltesi dalla fine di marzo alla fi ne di maggio sul fronte occidentale, l'ultima delle quali diretta dal nuovo capo di stato maggiore Ludendorff. e dei successi ottenuti con largo impiego di grandi unità addestrate per l'assalto e la penetrazione in profondità , tali da portare ad un indubbio !>UCcesso tattico poi non tramutatosi solo per poco in uno anche strategico, doveva aver influito sensibilmente in questa inversione di te ndenza concettuale. Essa, peraltro, non era così improvvisa come poteva sembrare. Già nel dicembre 1917, infatti , Badoglio aveva convocato al Comando Supremo il tenente colonnello Bassi per chiedergli un parere sulla co. tituzione di Grandi Unità <l'assa lto, non escluso un intero Corpo d'Armata, a somiglianza delle unità similari che si sapeva essere in fase di organ izzazione presso gli eserciti a ustriaco e tedesco. Bassi era contrario al progetto, ed e~primeva nettamente la propria opinione in tal senso (15). li 10 giugno , con ordine n. 16213 del Comando Supre mo, si costituiva il Corpo d'Armata d'assalto articolato sulla Divisione d'assalto « A » (anch 'e!>sa neo-costituita alla stessa data) e sulla 6'' D ivi~ionc cecoslovacca. Al comando del Corpo d'Armata, era desti nato il maggior ge nerale Francesco Saverio Graziol i. La Divisione d'assalto «A >> , concentrata ne lla zona cli Sarmeola. nei dintorni di Padova, al co mando del maggior generale Ottavio Zoppi, comprendeva inizi alme nte tre gruppi, ciascuno dei quali formato da tre reparti d'assa lto prelevati dai Corpi d'Armata cui fino a quel momento avevano appartenuto: 1° gruppo = X-XX-V reparto d'assalto: 2" gruppo = Xll-XITJ-XIV reparto d'assalto; 3° gruppo= VTII-XX II -XXX reparto d'assalto. La 6" Divisione cecoslovacca, al comando del maggior generale Andrea Graziani. era composta dalla f e II Brigata e dal XXIII g ruppo artiglieria eia montagna. La sua permanenza nell'ambito del

( 15) F:mna S., ,>p. dt .. pag. 28.


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Corpo d'Armata d'assalto, però. era di breve durata, perché dal 21 dello stesso mese era trasferita in Val Lagarina a disposizione della la Arm ata. La Divisio ne «A » non faceva in tempo ad acq uisire consapevolezza della propria identità ed a predisporre un 'azione di amalgama e coordinamento dei suoi reparti che, il giorno 16, veniva messa a disposizione della 3a Armata per cercare di arrestare una pe netrazione austriaca sul basso Piave. Era infatti iniziata l'ultima grande offensiva austro-ungarica, preparata da lunghi mesi e destinata, secondo il disegno dei pia nificatori, a determinare il crollo del fronte italiano. Cominciata il 13 giugno con un 'azione dive rsiva nel settore del Tonale, essa si sviluppò, co me è noto, in due fasi. Nella prima, il nemico effettuò un attacco dimostrativo nella zona montuosa del Grappa e della Val d'Assa ed uno più massiccio sul Piave, dal Mo ntello al basso corso del fium e, verso San Donà e Fagaré , riuscendo a conseguire sensibili vantaggi inizi ali ; la seconda, lo vide costretto al ripiegamento ulla riva sinistra del fiume, dopo aver dovuto abbandonare tutte le posizioni conquistate sulla riva opposta nella prima fase cd a nche i settori prossimi alla foce che aveva sempre mantenuto in suo possesso. Dopo dieci giorni l'offensiva era ormai e aurita; era stato un colpo di coda che. anziché dare !"effetto sperato, segnava l'inizio di quel disfacimento socio-politico-militare che sarebbe poi culminato nel crollo del successivo autunno. La Divisione «A» , trasportata su autocarri nel ettore fra XXVIII e XXII I Corpo d'Armata, veniva lanciata al contrattacco sin dal pomeriggio del 17 per eliminare la testa di ponte costituita dagli au triaci nella zona di Fossalta di Piave. Attaccando su tre colonne. la Divisione occupava di slancio Fossalta e Capo d'Argine, ma era a sua volta contrattaccata alle spalle, da nord. avendo gli austriaci rotto a Zenson l'ala destra del XXIII Corpo. L'avanzata ne mica ven iva quindi rallentata ma non arrestata. La Divisione si era battuta bene. secondo lo stile dei reparti d'assalto, ma la sera del 19, ad offensiva austriaca ormai esaurita, doveva essere riportata nelle re trovie avendo subito oltre 1100 perdite fra morti, feriti e dispersi ed essendo ormai priva di sufficiente capacità operativa nono tante i circa 5000 uomini rimastile (16).

(16) Rochat G. Gli ardiri della grande guerra . Feltrinelli. Milano, 1981. pagg. 96-97.


CAPITOLO iERZO. IL CORPO D'A RMATA D'ASSALrO

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La battaglia andava ad ondate: un'ondata italiana riusciva sì a dare una spinta al nemico cd a farlo momentaneamente retrocedere. ma poco dopo l'ondata austriaca, più potente, respingeva ancora più in là gli italiani. Bisogna aver visto per sapere. In quella fornace ciascun Reparto di arditi era una bandiera: quando si lanciavano al contrattacco, i compagni delle Brigate si facevano sotto e rimanevano con loro; quando il nemico irrompeva, era into rno agli arditi che si formavano i centri di più vivace e reattiva resistenza (17).

Così si esprimeva vent'anni dopo il generale Zoppi , comandante della Divisione, giustamente evidenziando il valore dei suoi uomini. Ma il mede imo non poteva non attribuire il parziale insuccesso dell'intervento difensivo della sua unità al criterio incongruo cd intempestivo con il quale il comando della 33 Armata l'aveva impiegata: lo dovevo persuadermi, in quello stesso pomeriggio del 17, che la situazione del momento non imponeva il grave sacrificio di impegnare e logorare una divisione nuova gettandola, veramente gettando/a, nella lotta , come si fa con tutto ciò che capita sotto mano per arginare un torrente in piena ... il momento per una controffensiva non era ancora maturato ... rintervento di un migliaio di arditi, per quanto lanciati alla cicca, aveva notevolmente rinvigorito, come è ovvio, la nostra difesa e logorato non poco l'avversario, ma quanto avrebbe potuto rendere di più la Divisione se impiegata l'indomani e dopo conveniente preparazione per l'attacco ... La verità è che la guerra di trincea ci aveva tutti legati ad ' un solo modo di concepire la difesa e l'offesa e disabituati alla manovra. e che essa ci aveva troppo avvezzati all'urto diretto, massiccio e materiale (18).

Con una dichiarazione di onesta autocritica, tanto più apprezzabile in quanto rilasciata a caldo nel successivo mese di luglio, il Duca d'Aosta, comandante della 33 Armata, riconosceva l'impiego affrettato ed irrazionale della Divisione, affermando come le unità d'assalto dovessero essere impiegate nell'azione controffensiva non in maniera frazionata bensì in modo organico ed a massa (19).

(17) Zoppi O. Due volte con gli arditi sul Piave, Zanichclli, Bologna . 1938, citato da Farina S.. op. cit., pag. 292. (18) Zoppi O .. op. cit .. in Rochat G .. op. cit.. pag. 96. (19) Rochat G .. op. cit. . pag. 97 e pag. 109 nota n. 20.


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Dopo le operazioni difensive sul Piave e sugli altipiani alle quali . come è stato detto in precedenza, avevano preso parte anche altri reparti d'assalto rimasti in forza ai Corpi d'Armata, il comando della stessa 3" Armata proponeva a l Comando Supremo l'assegnazione d1 uno di essi a ciascuna Divisione onde poter fronteggiare le situazioni impreviste che si presentassero in combattimento (20), in analogia a quanto già gli austriaci avevano fatto nell'autunno 1917. Ma, come fa osservare Farina , l'assegnazione del battaglione d'assalto nella divisione austroungarica fu consigliata dal criterio fondamentale che raddestrame nto d'm,salto doveva divenire una dote comune a tutta la fanteria, e dalla composizione organica del battaglione stesso alla cui formazione concorrevano i quattro reggimenti di fanteria della divisione, rispettivamente con un..t propria compagnia d'assalto. In attesa che il battaglione d'assalto completasse il ciclo di istruzione di tutte le compagnie della Divisione. era !>lato stabilito che le pattuglie, i plotoni e le compagnie d'assalto dovessero essere le condofliere delle truppe incaricate dell'attacco (21).

La proposta non era accolta, e nel suo libro Farina compie una intelligente analisi a favore di tale rifiuto da parte del Comando Supremo. Innanzitutto, la fanteria italiana del 1918 aveva fatto un salto di qualità rispetto a quella del 1917. per cui l'immissione nell'organico divisionale del reparto d'assalto non ne avrebbe elevato di molto il potenziale morale; non solo, ma avrebbe potuto costi tuire una sorta di polizza assicurativa basata sulla legge del minimo sforzo. all'insegna del c'è chi ci pensa. In secondo luogo. nelle azioni offensive si sarebbero avuti tanti orientamenti e modalità dì impiego tattico del reparto d'assalto per quanti erano i comandanti di divisione, con il risultato che tale impiego avrebbe seguito due criteri estremi: o con le colonne d'attacco o con la riserva divisionale. Ne l primo caso non si sarebbe trattato, per gli assaltatori , che di eseguire compiti di fanteria pura , con antieconomico logoramento quindi di truppe speciali. Nel secondo, se le circostanze volgevano favorevol mente per la divisione, i reparti d 'assalto tenuti in riserva sarebbero stati inutili, con il rischio dì una nessione del loro potenziale psicofisico ; se le cose si mettevano male od in maniera alterna. (20) Rochat (i , op. cit.. pag. 65 nota n. 15; Farina S .. op. cit , pagg. 250-251. (:!1) f-arina S op. cii • pag. 25 I


CA l'I I OLO TlcR.lO: TL CORPO O 'A RMATA LJ 'ASSALTO

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non ci sarebbe stata alcuna differenza se essi fossero sta ti gestiti dall"Armata (o dal Corpo d'Armata), che li avrebbe ceduti alla Divi!)i one sulla base di una più ampia conoscenza delle difficoltà che q uesta avrebbe potuto incontrare (22) . Restituita a l Corpo d'Armata d'assalto , il 25 gi ugno , la Divisione « A » assumeva l'ordinativo di 1a Divisione d'assalto. Il 27 era costituita dal Comando Supremo, con ordine n. 16880 , la 2a Divisione d'assalto. al comando del maggior generale Ernesto Dc March i ed anch'essa articolata su 3 gruppi. Per la sua formazione. veniva no prelevati dalla P Divisione tre dei reparti reduci dai recenti combattimenti. il XIV. il V ed il XXX, sostituiti rispettivamente dal VJI , I e IX battaglione bersaglieri. Ai tre reparti e.l'assalto provementi dalla 1a Divisione se ne univano a costituire la 2" altri tre, I , V I. XXV . integrati anche in essa da tre battaglioni bersaglieri. III. XV e LV. che in effetti avrebbero raggiunto il Corpo d'Armata d'assalto solo qualche tempo dopo, poiché al momento della nascita della 2a Divisione si trovavano in Libia. A ciascuna delle due Divisioni e rano inoltre assegnati: un g ruppo d'artiglieria da montagna. un battagl ione genio zappatori , u n battaglione bersagl ieri ciclisti. uno sq uadrone di cavalleria più reparti specializzati minori e servizi divisionali (tre compagnie mitraglicri. una compagnia telegrafisti. sezione di sanità e sussistenza. a utodrappello, plotoni carabinieri, ufficio postale) . In entrambe le Divisioni , i gruppi d'assalto erano inquadrati in un raggruppamento <l'assalto (I per la 1a Divisione. II per la 2"). mentre le altre unità delle diverse Armi , Corpi e Servizi facevano capo al comando di Divisione. In termini di accostamenti o rganici il raggruppamento poteva corrispondere grosso modo ad una brigata. cd il gruppo ad 1.1n reggimento. In conclusione, alla fine di giugno 1918. il Corpo d'Armata d'Assalto aveva assunto la seguente configurazione:

Comando Stato Maggiore Uffici di artiglieria, genio e sanità di Corpo d'Armata 162a sezione RR.CC. 54° autodrappello 73a compagnia telegrafisti 12a sezione fotoelettrica (22) Farina S .. op. cii., pagg. 251-252.


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51a ezione radio telegrafisti Ufficio postale n. 83 Comando II gruppo Cavalleggeri di Piacenza I° Divisione d'assalto 227° e 365° plotone RR.CC. 16° autodrappello 1769\ 1noa e 17803 compagnia mitragli eri III battaglione bersaglieri ciclisti V squadrone Cavalleggeri di Piacenza Ufficio postale n. 142 I raggruppam ento d'assalto 1° gruppo d'assalto= X e XX reparto d·assalto e I battaglione bersaglieri 2° gruppo d'assalto= Xll e XIII reparto d'assalto e VII battaglione ber aglieri 3° gruppo d'assalto= XXII e VIII reparto d'assalto e IX battaglione bersaglieri IX gruppo artiglieria da montagna XCI battaglione zappatori 122 3 compagnia telegrafisti 70a sezione di sanità 75a sezione di sussistenza 14a autosezione 2° Divisione d'assalto 406° e 409° plotone CC.RR. 19° a utodrappello 3173, 279° e 589° compagnia mitraglieri IX battaglione bersagli eri ciclisti VI squadrone Cavalleggeri di Piacenza Ufficio postale n . 147 Il raggruppamento d'assalro 4° gruppo d'assalto = XIV e XXV reparto d'assalto e III battaglione bersaglieri 5° gruppo d'assalto = I e V re parto d·assalto e XV battaglione bersaglieri 6° gruppo d 'assalto = VT e XXX re parto d'assalto e LV battaglione bersaglieri XII gruppo artiglieria da montagna XCII battaglione zappatori


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CAPITOLO TERZO: IL CORPO D'ARMATA D'ASSALI O

71 a compagnia te legrafisti 863 sezione di sanità 65a sezione di sussistenza 17" a utosezione (23) . Alla fin e di agosto la con i tenza organica de lle truppe d'a salto era prevista come segue ( dei numeri fra parentesi , il primo indica gli ufficiali , il secondo i sottufficiali e gli uomini di truppa): - compagnia d'assalto: 164 (4 + 160). Ad essi a ndavano aggiunti 48 uo mini delle due sezioni pistole-mitragliatrici che portavano il tota le complessivo a 2 L2 (4 + 208); - sezione lanciafiamme: 16 (1 + 15); - sezione lanciabombe Stokes: 28 (1 + 27); - compagnia mitraglieri: 138 (3 + 135); - salmeria co mplementare : 58. Ciascuno dei 12 reparti d'assalto, pe rtanto, in base al numero delle minori unità su cui si articolava, veniva ad essere costituito da 943 uomini (27 + 9 16), e l'intera consistenza di questa unità-base , riferita anche alle arm i ed ai mezzi di trasporto, è riassunta nello schema che segue: ., E E

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Reparto d'assalto

·oe: j

Comando 3 compagnie assalto l compagnia mitragliatrici 3 sezioni po rtatili lanciafiamme (6 apparecchi) l sezione lanciabombe «sto kes» da 76 (4 apparecchi) salmeria complementare Totali

12

27 624

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135

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(23) Farina S., op. cit.. pagg. 154-155: Rochat G .. op. cit .. pag. 109. nota n. 21: L'esercito italiano nella grande gt1erra. voi. V (Le operazioni del 1918). tomo I bis


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V.i inoltre considerato il personale in forza ai Comandi: - di gruppo d'assalto: 33 (8 + 25), che per i sei ùi essi porta ad un totale di 198 (48 + 150); - di raggruppamento d'assalto: 24 (6 + 18), che per i due di essi porta ad un totale di 48 ( 12 + 36); - di gruppo compagnie mitragliatrici: 6 (2 + 4). per un ammontare complessivo di oltre 252 unità. Un gruppo d'assalto di ciascun raggruppamento. inoltre, era dotato di un reparto di cannoncini da 37 mm (gittata 600-1200 mt , scomponibili in carich i trasportabili a spalla) su 3 ufficiali, 40 uomini e 4 pezzi per un totale di 86 (6 + 80). Ne conseguiva, per il Corpo d'Armata d'assalto , un organico relativo al solo personale costituente i due raggruppamenti ed i sci gruppi d'assalto, la componente cioè specializzata in aderenza alla denominazione della Grande Unità, ammontante a ll .654 uomini di cui 396 ufficiali (24). Sembra che, a settembre 1918. l'ammontare di tutte le truppe d'assalto (reparti in forza ai Corpi d"Armata. unità incorporate nel Corpo d'Armata d'assalto, plotoni arditi reggimentali) si aggirasse sui 34.000 uomini (25). La stessa guardinga diffidenza che aveva. l'anno precedente. accompagnato la formazione dei reparti d'assalto era riservata ora a quella delle Grandi Unità della stessa specialità. Fra i meno convinti cd entusiasti. proprio i reparti d'assalto. che vedevano sfumare quell'autonomia di cui avevano goduto stando alle dipendenze delle Armate e dei Corpi d'Armata, di cui erano gelosi ed alla quale, per tan te ragioni morali e materiali , erano costretti a rinunciare ora a malincuore. Occorreva vincere queste perplessità e ritrosie, dare vita e vigore non solo sulla carta al Corpo d'Armata di nuova costituzione,

(Gli avvenimenti da gennaio a giugno-documenti), documento n. 97. pag. 286, USSME. Roma. 1980. (24) Tutti i dati numerici riportati sono desunti da Organico delle truppe d'as· rn/10 del Comando Corpo d'Armata d'assalto - Ufficio Ordinamento e Mobilitazione - , trasmesso al Comando Supremo con prot. 6088 del 23.8.1918 e chiosato dalla decretazione di Badoglio: Allliare (AUSSME, DS Corpo d'Armata d'Assalto, allegati). (25) Il dato si rinviene in un pro-memoria inviato dall'Ufficio Ordinamento e Mobilitazione del Comando Supremo alla Divisione Stato '.\iaggiore del Ministero della Guerra (prot. 32487 del 29.9.1918, f.to Gen. Scipioni), e coincide per approssimazione con quello riportato da Rochat (op. cit., pag. 64) che depone per una media intorno ai 30.000 uomini circa.


CAPITOLO TERZO: IL CORPO D'ARMATA D'A SSALTO

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15. - Sede del comando del Corpo d'Armata d'assalto a Montegaldella, in una villa patrizia.

16. -

Altro particolare della stessa villa.


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definirne la dottrin a d'impiego, coordinarne le linee di fondo con le altre Armi che avrebbero dovuto appoggiare l'azione della Grande Unità. Questo era il compito, non semplice, cui si accingeva G razioli , dal 20 giugno promosso tenente generale, la cui designazione al comando del Corpo d'Armata d"as alto doveva senz·a1tro essere accreditata a l Comando Supremo come la migliore e la più opportuna, pe rché se c'era un uomo che, a parte i titoli di primogenitura da dividere con Cape llo e Bassi, per mentalità e globale personalità era adatto a quel comando , questo era lui , senza alcun dubbio. Si era messo subito alacreme nte al lavoro, nella sua sede di comando al Castello Grimani di Montegalda, il quie to centro agricolo a pochi chilometri da Vicenza, sulla riva del Bacchiglione, coadiuvato dal suo stato maggiore a capo del quale era il colonnello Edoardo Bessone (che aveva come suo vice il te ne nte colonnel lo D almazzo, già capo di stato maggio re di Grazioli al la 43n Divisione e suo fed e lissi mo) ed in cui fi guravano due validi specialisti nelle pe rsone dei Capi Uffici o di artiglieria e genio , rispettivamente i tene nti colonnelli Berardi ed Azzariti. Il Corpo d'Arma ta era alle dipendenze della 9" Armata - nuovo ordinativo assunto a decorrere dal I giugno dalla ex sa, quella da cui Grazioli proveniva e che era sempre al coma ndo di Morrone - pe r la parte a mministrativa e disciplinare . ma dipendeva in tutto e per tutto dal Comando Supremo per l'addestramento e l'impiego. Per quanto concerneva quest'ultimo , il Comando Supre mo aveva già provveduto ad emanare alle Armate ed ai Corpi d "Armata, il 26 giugno, una circolare conte nente gli orientamenti generali. Le Grandi Un ità d'assalto, i diceva in essa. erano state costituite per poter disporre di pote nti masse d"urto, vere e proprie punte acciaiate dello schieramento complessivo, impostate in modo tale da poter rispondere ad un tempo a tre caratteristiche di fondo: agibilità e prontezza ne i rigua rdi della rapidità di impiego, e lasticità sotto il profilo della comandabilità e della scioltezza di manovra, completezza dal punto di vista della composizione con elementi delle altre Armi-base e della disponibilità di mezzi tecnici. L"impiego, in particolare. doveva essere attuato sulla scorta dei seguenti crite ri: a. impiego escl usivamente offensivo (o controffen ivo) e di sorpresa . ad evitare il logorio de ll 'azione puramente dife nsiva ed il grave ed antieconomico salasso di uomini conseguente alla mancata sorpresa; b. impiego orga nico in massa e ne lla direzione decisiva , ciò che esclude tassativamente - in evidenza ne l testo-n.d.r.- - il fra-


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zionamento in battaglioni o l'impiego di unità per azioni diversive, ed esige estensioni di fronte proporzionate alla profondità di avanzata che si intende ottenere. Questa deve essere almeno tale da raggiungere di un balzo la zona dei medi e grossi calibri nemici. li paragrafo terminava ricordando come l'esperienza avesse dimostrato che, per avere reale capacità offensiva, una Divisione con un complesso di nove battaglioni poteva attaccare, su un terreno leggermente accidentato, al massimo su un fronte di due chilometri; c. ritiro il più rapido possibile, con il che si doveva avere sempre disponibili forze adeguate a sfruttarlo proseguendo esse l'azjone , dal che derivava l'altra necessità di coordinare dottrina ed orientamenti dei comandanti tanto delle unità d'assalto quanto di queste altre , addestrando tutte le unità alla manovra combinata e congiunta; d. nessuna dotazione di artiglierie , mezzi e servizi che non fosse ro strettamente connessi con le esigenze dell'azione offensiva. Per le artiglierie , il parco avrebbe dovuto essere limitato ai soli obici someggiati da 65 ed ai cannoncini da 37 (26), con funzioni d'accompagnamento vicino durante l'attacco o di primo sbarramento immediato ad attacco riuscito, mentre quelle più pesanti , così come tutti i mezzi che di volta in volta potevano rendersi necessari, dovevano essere forniti a cura delle Armate nei cui settori le Grandi Unità d'assalto erano inviate ad operare (27). I primi dei tre criteri suddetti erano stati esposti e caldeggiati dallo stesso Graziali a Diaz nel corso di una conversazione avuta una settimana prima , i cui argomenti erano poi stati anche fissati in una relazione consegnata direttamente a questi (28). In essa, tra le varie proposte e richieste, figuravano: (26) li cannoncino da 37 mm aveva una gittata massima di 2220 m., sparava una granata d 'acciaio con bossolo d'o ttone del peso di kg 0,640, velocità iniziale al secondo di m. 185. Pesava, posto in batteria su affusto a cavalletto, 56 kg. Batteva ut ilmente fino a 600-1200 m . bersagli costituiti da protezione ordinaria, fino a 600-800 m. quelli a protezione in calcestruzzo e fino a 300-600 m. quelli a blindatura metallìca. (L'esercito italiano 11e/la grande guerra, voi. VI. tomo 2° Le istruzioni tattiche del Capo di Stato Maggiore dell' Esercito 1917-1918), USSME, Roma, 1980, pag. 479 e 48 1. (27) A U SSM E, DS Corpo d'Armata d' Assalto (d'ora in poi CAA), allegati , prot. 38 ciel 26.6.191.8, da Comando Supremo a Com.di di Armata e Corpi d'Armata , f .to Diaz. (28) AUSSME, DS CAA, Allegati, relazione Osservazioni e proposte desunte dalla prima esperienza d'impiego di una Grande Unità d'assalto, datata 26.6.1918 e consegnata direttamente da Grazioli a Diaz nella stessa data.


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- l'assegnazione di una cinquantina di tanks legge re tipo le francesi R enault (il tenente colonnello Dal mazzo, di ritorno in quei giorni dal Quartier Generale di Foch, assicurava la fattibilità della fornitura), allo scopo di costituire, oltre che uno strumento offe nsivo, a nche una specie di ossatura visibile nell'attacco che bilanciasse la foga un po' disordinata con la quale le truppe d'assalto erano solite condurre il medesimo. Certamente, accanto ad altre considerazioni derivanti dai successi dei carri armati fra nco-inglesi nel quadro della controffensiva alleata contro Lude ndorff - non fu il genio del Maresciallo Foch a batterci ma il Generale Tank , ebbe a dire il generale tedesco Zwhel (29) - , a nche l'importanza attribuita ai carri dal comandante del Corpo d'Armata d'assa lto deve aver contribuito all'emanazione da parte del Comando Supremo, il 19 ettembre 1918, della Circolare sull'impiego tattico dei carri d'assalto (30), studio di pura previsione da l momento che non disponevamo per ora di questo mezzo ; - l'assegnazione anche di alcune stazioni radiotelegrafiche leggerissime di modello fran cese per il collega mento dei posti-com ando, e di un piccolo parco leggero del Ge nio, trasportabile con automezzi, per materiali idonei al superamento degli ostacoli (attrezzi da guasta tore, pontili , passerelle , ecc.); - la sostituzione delle pistole mitragliatrici con fucili automatici inglesi e fucili mitragli atori francesi; - l'istituzione di un comando di gruppo pe r le sei compagnie mitragliatrici divisionali, tale da consentire di guidare nel modo più opportuno l'azione di fuoco a massa diretta od indiretta. Sulla base di queste direttive di massima, l'l luglio Graziali diramava le Norme per l'impiego tattico delle Grandi Uni1à d'assalto (31). Si tra ttava di un documen to piuttosto importante, nelle cui trenta pagina si tendeva a creare una omogeneità concettuale ed applicativa tra comandanti di reparti a differenti livelli di formazione e di esperienza operativa. Ai comanda nti di Divisione, di raggruppamento e di gruppo ne aveva fornito un 'anticipazione nel corso di una confere nza tenuta loro apposita mente il 24 giugno, nel modo semplice e chiaro che gli era abituale . Stante la rilevanza del

(29) Liddcll Hart B.H. La prima gue"a mondiale. Rizzoli, Milano, 1969, pag. 325. (JO) A USSM E , circolare Comando Supremo n. 691 del 19.9. 1918, da Comando Supremo ai Com.di Armata, di Cavalleria, Artiglieria, Genio ed Aeronautica. (31) AUSSME, DS CAA , allegati. circolare n. 1130 delrl luglio 1918.


CAPITOLO TF.RZO: IL CO RPO D' ARMATA !)' ASSALTO

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documento, lo riportiamo per intero in allegato 7 non senza condensarne brevemente i punti principali, integrandoli con i concetti espressi durante la citata esposizione orale ed in quella sede , quindi , anche più sciolti ed efficaci. Premesso che la riunione in una Grande Unità di tanti reparti d'assalto non implicava una trasformazione delle loro caratteristiche e modalità di impiego, bensì una estensione dei loro compiti a dimensioni più vaste , e che le configurazioni organiche dovevano essere interpretate con la necessaria elasticità, non escludendosi variazioni caso per caso in relazione alle esigenze tattiche di ogni operazione speciale, la direttiva proseguiva soffermandosi sui criteri tattici generali. La sorpresa, l'attacco travolgente, la sicurezza, le infiltrazioni, l'economia delle forze, lo studio del comportamento in combatti mento del nemico, erano esaminati nelle loro linee essenziali, e per alcuni di essi con particolare incisività. Per le infiltrazioni nemiche nelle nostre linee, ad esempio , il fatto non solo non doveva interessare le truppe d'assalto dal momento che a contrastarle avrebbero pensato altre truppe retrostanti, ma ... il solo modo per neutralizzarle sta. per noi nell'infiltrarci a nostra volta , a fondo, il più lontano possibile e dovunque sarà possibile.

Riferendosi alla condotta tattica dell'unità di base, il reparto d'assalto, essa doveva essere la più semplice possibile, quella di aggredire il nemico con veemenza e brutalità, marciando diritti allo scopo per le vie più spicce, andando dentro senza altro fine che quello di abbattersi sui difensori come un maglio. Questa era e doveva essere l'unica forma d'attacco possibile per un 'unità d'assalto. Il concetto , nella sua essenzialità , riecheggiava quello già espresso il 12 giugno in una prima conferenza tenuta al medesimo uditorio: ... gli attacchi a tipo orario e certe altre raffinatezze ultime della guerra non sono per noi. Oltre che non corrispondenti alla nostra natura, essi non possono conciliarsi col tipo della nostra azione che, per conservare il suo carattere di assalto , dovrà essere semplice, quasi brutale. un po' a tipo antico se si vuole, guidata direttamente dalJ'occhio dei comandanti e con mezzi di collegamento sicuri e quindi di semplicità rudimentale (32). (32) AUSSME, DS CAA, allegati, testo allegato al documento di cui a lla nota 28


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Questa prima ondata doveva essere costituita da nuclei scelti e leggeri di 20-30 assaltato'ri integrati da una sezione pistole-mitragliatrici per ciascuno , tratti dalla compagnia d'assalto per eccellenza di ogni reparto, quella ubriacata d'offensiva - così si era espresso durante la conferenza anticipatrice - ed alla quale andavano forn ite tutte le sezioru pistole-mitragliatrici. L'opportunità del concentramento di queste armi nella prima ondata derivava dall'essere armi di effetto soprattutto morale, alle quali non doveva essere chiesta precisione di tiro né di svolge re funzioni di mitragliatrici leggere perché tali non erano, nonostante una certa tendenza incongrua ad impiegarle come se lo fossero (noi al mome nto non le possedevamo). Dietro questa prima ondata doveva venire la massa d'urto costituita dall'intero reparto d'assalto, men tre i nuclei di primo impatto continuavano una guerrigli a avvolgente sui fianchi della posizione , le cui spalle erano sterilizzate dai lanciafiamme. In questo si compendiava, secondo Grazioli , tutta la scienza tattica offensiva del reparto d'assalto , e quindi del gruppo d·assalto che ne comprendeva due nel proprio organico. La terza unità del gruppo, rappresentata dal battaglione bersaglieri, costituiva la rise rva , e ad essa erano attribuiti fondamentalmente i compiti di consolidare la conquista della posizione e di attestarsi a sua di fc a, nonché di svolgere le funzion i di massa ordinaria di fuoco e d'urto per parare ogni imprevisto , concorre ndo inoltre alle azioni degli assaltatori del gruppo ogn i qualvolta necessario. Tutto ciò comportava, naturalmente, che l'addestrame nto dei bersaglieri proseguisse secondo lo sche ma eia sico della fanteria , curandosi solo. attraverso esercitazioni in comune, la parte che riguardava il coordin amento con i reparti d'assalto. Al raggruppamento d'assalto era demandata la funzione di compre ndere tutta la fa nte ria divisionale, organo nuovo nella struttura dell'esercito italiano e traente origine dalla composizione terna ria adottata nelle Divisioni d'assalto. 11 compito del comandante di raggruppamento, pertanto , pur essendo omologo a quello di un comandante di Brigata, lo sorpassava in quanto a lui competeva la responsabilità della preparazione tecnica e tattica di tutte le fanterie della Divisione. in base alle direttive del comandante di questa. Seguivano considerazioni sull'impiego della mitragliatrice pesante nell'accompagnamento dell 'assalto e sul ruolo di quelle leggere nella prima ondata d'assalto , a nche se, come s·è detto , all'epoca non ne eravamo dotati e vi si sopperiva con le pistole-mitragliatrici. Non me no interessanti e chiarificatrici le no rme di impiego


C/\PITOLO TERZO: li. CORPO D'ARMATA D'ASSALTO

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tattico delle altre Armi e specialità, artiglieria, genio. collegamenti, cavalleria, ciclo e moto-mitragliatrici. Per l'artiglieria, si ribadiva una dotazione autonoma per una Grande Unità d'assalto limitata a pezzi leggeri che consentissero un accompagnamento ravvicinato dell'assalto ed uno sbarramento di prima fase nell'azione di consolidamento del posse so della posizione conquistata. Particolare attenzione si raccomandava all'integrazione dei due fuochi, quello delle artiglierie con quello delle mitragliatrici. Per il genio, era ripetuto quanto già abbiamo accennato in sede di richieste inoltrate a Diaz il 20 giugno circa la costituzione di un parco mobile speciale con materiali per la distruzione speditiva ed il superamento di difese passive, per il forzamento di ostacoli naturali. per l'allestimento speditivo di difese passive e rafforzamenti di circostanza, per lo scavo e rarmamento di piccoli ricoveri, ecc. Particolare rilievo era dato all 'utilizzazione dei proiettori, tanto in fase difensiva quanto ancor più in quella offensiva, a proposito della quale si dettagliavano gli opportuni criteri. Nelle Grandi Unità d'assalto, i collegamenti dovevano rappresentare un problema costante. tale da rendere indispensabile il perfetto funzionamento di uno specifico ufficio a livello comando Corpo d'Armata e comandi di Divisione per il coordinamento delle varie reti di com unicazione. L'abbinamento di nuclei mobili montati a cavallo, e su biciclette e motocarrozzette munite di mitragliatrici , con caratteristiche di guerriglia più che di guerra regolare, poteva costituire, allorché esteso su un ampio fronte mediante l'opportuna dispo izione intervallata. un valido metodo per un movimento veloce sia offensivo, contro un avversario in fase di disordine e dispersione a seguito dell'avvenuto sfondamento delle sue linee, che controffensivo, quale tentativo a nostro vantaggio nel caso che fossimo a nostra volta soggetti ad analogo evento sfavorevole. Le norme i completavano con un pro-memoria sulle disposizioni da prendere in azioni offensive. C'è un'altra circolare di Graziali , avente come oggetto l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi del Corpo d'Armata, che è da considerare indicativa della sua mentalità, e della speditezza ed essenzialità con le quali intendeva esercitare la propria azione di comandante di una Grande Unità d'assalto, per la quale prontezza, leggerezza e mobilità dovevano essere requisiti imprescindibili. Dopo aver dato disposizioni affinché il bene sere della truppa fosse tutelato al massimo - certamente la nuova gestione Diaz aveva fruttificato in tal senso - preannunciando la creazione di organi


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ispettivi da lui direttamente dipendenti, senza che ciò debba provocare suscettibilità fuori Luogo, il documento così continuava: ... la mobilità del Corpo d'Armata è funzi one diretta della prontezza, dell'intelligenza e del fecondo spirito di ripiego degli organi preposti ed incaricati del funzionamento dei servizi. Non si tollerino pertanto rilassatezza, trascuratezza ed ottusità di criterio da parte di tali organi. Coloro che si dimostrino non idonei alla grave bisogna mi vengano proposti per la sostituzione, non essendo compatibili dei pesi morti di questo genere in un Corpo d'Armata che deve avere l'impronta ,così agile e leggera ... procurerò di ottene re dalle autorità che tutto il meccanismo burocratico delle richieste e dei rifornimenti assuma per il nostro Corpo d'Armata un carattere di speciale rapidità . Ma ricordiamo che il primo fattore di rapidità in questo campo sta nella più scrupolosa economia e nell'evitare con il massimo rigore sciupii di qualunque genere, il che rappresenta anche un mezzo educativo di primissimo ordine ed una necessità impellente nella guerra moderna ... il Comando del Corpo d"Armata e della Divisione «A» - (la circolare è de ll' 11 giugno 1918, quando ancora non era stata costituita la 2" Divisione-n .d.r.-) - non hanno veri e propri organi direttori dei servizi, appunto per non appesantire troppo i comandi stessi. Importa perciò che le funzioni burocratiche che normal me nte competono a questi organi siano soppresse, e eiò non può ottenersi che supple ndoli con la costante attività e con l'intelligente spirito di ripiego e con l'assidua preveggenza di tutti gli elementi che comunque concorrano al funzionamento dei servizi ... (33).

L'emanazione della normativa di impiego tattico sanzionava l'identità operativa del Corpo d'Armata d'assalto secondo quelle che erano le vedute del suo comandante. Grazia li aveva ottenuto di poter finalmente gestire quello strumento con il quale mettere in pratica il suo modo di condurre le operazioni di guerra offensiva, in una visione d'insieme nella quale la Grande Unità d'assalto doveva fungere da elemento attivatore e catalizzatore positivo della manovra a più lunga portata , me ttendone infine a profitto l'evoluzione positi va attraverso uno sfruttamento del successo la cui ampiezza e remuneratività erano funzi one dire tta della propria scioltezza e speditezza . Si trattava, secondo Graziali , di un grosso salto di qualità rispetto all'originaria costituzione dei reparti d'assalto , dei quali il (33) AUSSME , DS CAA , allegati, circolare n. 25 dcll'll.6.191 8.


CAPITOLO TERZO: IL CORPO D'ARMATA D'ASSALI O

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Corpo d'Armata d'assalto non doveva ritenersi una semplice somma aritmetica ed il paragone con i quali: ... è fargli - (al Corpo d'Armata-n.d.r.-) - torto, perché il suo scopo è un altro, le sue funzioni molto più ampie e comples e, e quindi ha logicamente tipo, esigenze e portata assai più vasta ... i reparti d'assalto di questo Corpo d'Armata non sono più quegli informi e talvolta indisciplinati pattuglioni adatti a compiere soltanto colpi di mano e sfondamenti di piccola portata con immediato ritorno alJa linea di partenza. Sono truppe di manovra ... Tutto lo sforzo compiuto in tre mesi da che il Corpo d'Armata d'assalto si è costituito, raccogliendo i più multiformi , ed alcuni anche ridicolmente scapigliati reparti d'assalto dei varf Corpi d'Armata, ha mirato. per ordine esplicito del Comando Supremo, a trasformare quei battaglioni in reparti agili, robusti ma coscienti dei loro atti, perfettamente inquadrati nelle unità maggiori (gruppi o raggruppamenti) , esperti nell'adoperare utilmente i loro mezzi ausiliari, capaci di portare indosso ed al seguito quanto può loro occorrere per condurre un'operazione speditiva della durata di alcuni giorni , e quindi con l'armamento, l'equipaggiamento ed i servizi necessari (34).

Quanto scritto faceva seguito al contenuto di una circolare inerente armamento ed equipaggiamento, con la quale la differenza tra la vecchia e la nuova concezione operativa dei reparti d'assalto era a ncora più esplicitamente esposta: ... È necessario anzitutto che apparisca chiaro a ciascun ufficiale la fondamentale differenza esistente fra il reparto d'assalto isolato, dipendente organicamente da un Corpo d'Armata, cd un reparto facente parte di una Grande Unità d'assalto; differenza che si riflette essenzialmente sull'impiego tattico del reparto stesso, il quale mentre nel primo caso era chiamato ad agire con un·operazione singola. limitata ed episodica sul fronte di Armate in linea, nel secondo caso verrà a costituire parte di un grande organismo creato per compiere operazioni di vasta (34) Lo scritto. senza protocollo e data, rinvenuto fra gli allegati al DS del CAA e citato nello stesso DS alla data del 31.8.1918. faceva parte di una « Premessa relativa alla speciale composizione cd allo speciale carattere del CAA>• annessa ad un progetto offensivo, inviato al Com.do 6• Armata, inerente un'operazione da effettuarsi probabilmente sull'Altopiano dei Sette Comuni allo scopo di contribuire a migliorare la precaria situazione del Grappa.


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portata comprendenti il travolgimento di interi sistemi difensivi nemici cd il ùilagamento al di là dei sistemi stessi, fin dove sarà , con ogni sforzo, possibile giungere per impedire ad ogni costo una nuova stabilizzazione della fronte nemica. In queste circostanze è evidente che non sarà in alcun modo possibile attendere il regolare affluire dei rifornimenti da tergo. di più, in alcune operazioni veramente audaci, non si potrà nemmeno contare sui mezzi di trasporto assegnati ai singoli reparti (salmerie , carreggio). Si può dire dunque che tanto più ardite saranno le operazioni affidate ad una Grande Unità d'assa lto , tanto più sarà necessaria, e richiesta imperiosamente da essa. l'autonomia, la quasi indipendenza logistica per almeno quattro giornate (35).

Queste ultime precisazioni di carattere logistico trovavano applicazione in una serie di provvedimenti innovativi relativi all'armamento ed all'equipaggiamento, la cui filosofia era esposta nella stessa predetta circolare ed i cui elementi di dettaglio erano riportati nel seguente allegato:

CORREDO, EQUIPAGGIAMENTO ED ARMAMENTO PER MlLITARI D'ASSALTO(o)

A)

ARMAMENTO ED EQUIPAGG IAMENTO NORMALE DEGLI ARDITI FUCILI ERI

I Corredo ed equipaggiamento Elmetto Giubba da ciclista Pantaloni da ciclista Una camicia g.v. di lana o di tela Farsetto a maglia (se ha la camicia di tela) Fascia di lana o fascia nera Un paio di scarpe

indosso

(35) AUSSME, DS CAA. allegati. circolare n. 4301 del 1.8.1918, da diramarsi flno ai comandi di Compagnia. (o) Arditi e bcr~aglieri.


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CAPITOLO TERZO: IL CORPO D'A RMATA D' ASSALTO

Un paio di mutande Un fazzoletto Un paio di calze o pezze da piedi Un sacco da ardito Un paio di calze o pezze da piedi Un fazzoletto Gavetta con cucchiaio Tazza di latta Asciugatoio Fez nero Pacchetto di medicazione Un sacco a terra Viveri di riserva (due razioni) Telo da tenda Coperta o mantellina

nel sacco

Kg

6.200

Respiratore inglese

a tracolla

Kg

1.400

Strumento leggero da zappato re Borraccia

alla cintola

Kg

2.100

Kg Kg

3.100 0.200

Kg

3.650

Kg

2.400

11 Armamento Moschetto mod . 91 Pugnale Due coppie di giberne da fanteria (120 cartucce) con relativo cinturino Sei bombe a mano (possibilmente tipo Olergon) - 4 offensive e 2 incendiarie - da portarsi nella tasca posteriore della giubba

Gli oggetti esuberanti e quelli sop raindicati vengono lasciati in appos1t1 magazzini di gruppo o di reparto ne lla zona degli alloggiamenti di partenza, racchiusi in un sacchetto a terra. Gli strumenti leggeri da zappatore saranno dati in distribuzione nella seguente quantità e specie: - gli arditi costi tuenti i nuclei di primo assalto (primo plotone di ogni compagnia) portano le pinze tagliafili (3/4 della forza) ed il mannarese o segaccio (1/4 della forza); - gli a rdi ti sono muniti di piccozzino-zappetta in ragione di 3/4 della forza e di vanghette, mannarese e segaccio in ragione di 1/4.


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B) EQUIPAGGIAMENTO E D ARMAMENTO DEI MITRAGLIERI

I mitraglicri, esclusi i conducenti che saranno armati ed equipaggiati come gli arditi fucilieri, porteranno normalmente in manovra l'armatura in spalla (con arma, treppiede o cassetta) , la coperta arrotolata intorno all'armatura , l'armamento prescritto per le compagnie mitragliatrici sostituendo il moschetto al fucile e gli oggetti di equipaggiamento che seguono (esclusi gli oggetti che sono portati indosso): Respiratore inglese Borraccia Attrezzo leggero da zappatore (per quelli per cui è prescritto) Tasca Due razioni di viveri Fez Pacchetto di medicazione Gavetta con cucchiaio Tazza di latta Asciugatoio Un paio di calze Un fazzoletto C)

nella tasca

EQUIPAGGIAMENTO ED ARMAMENTO DEI PISTOLIERI

I militari costituenti le sezioni pistole mitragliatrici (ad eccezione del portaarma che porta la pistola in sostituzione del moschetto) avranno lo stesso equipaggiamento cd armamento degli arditi fucilieri colla variante che nella tasca posteriore della giubba da ciclista porteranno quattro sole bombe a mano e 12 caricatori da pistola sciolti. Cessano così di es ere in distribuzione le relative cassette porta munizioni. 0) EQUIPAGGIAME TO ED ARMAMENTO DEI MILITARI COSTITU ENTI LE SEZIONI LANCIABOMBE STOKES

Lo stesso equipaggiamento ed armamento degli arditi fucilieri, meno porta-arma che saranno equipaggiati come gli arditi mitraglieri.

E)

EQUIPAGGIAM ENTO ED ARMAMENTO DEI MILITARI COSTITUENTI LE SEZIO I LANCIAFIAMME

Lo stesso equipaggiamento ed armamento degli arditi fucilieri , meno i porta-apparecchio che hanno lo stesso equipaggiamento degli arditi mitraglieri.


CAPITOLO TERZO: IL CORPO D'ARMATA D'ASSALTO

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Finché non siano provveduti i sacchi da ardito gli oggetti di equipaggiamento devono essere portati nella tasca o nelle borse per bombe attualmente in distribuzione; il telo da tenda e mantellina arrotolati a tracolla.

EQUIPAGGIAME

rro

DCGLI UFFICIALI

In combattimento e nelle esercitazioni in cui la truppa interviene coll'equipaggiamento di guerra, gli ufficiali inferiori porteranno il sacco da ardito di identica foggia o simile a quello adottato per la truppa.

* *

*

Nel testo della circolare si affermava come il problema del rifornimento munizioni andava parzialmente risolto con l'utilizzazione di quelle del nemico , ed a tale scopo gli assaltatori dovevano es ere addestrati sull'uso di armi e munizionamento austriaco, del quale, anche, una parte di essi era stata dotata. Le razioni viveri di riserva dovevano quasi sempre essere estese da due a quattro , in base alrindicazione di quest'ultimo numero quale parametro di autosufficienza logistica. Il sacco da ardito menzionato nell'allegato era una nuova , recente istituzione dello stesso Graziali , un modello di zaino leggero tipo sacco alpino (36). Tradotto in peso, come si evinceva dai corrispondenti dati numerici, ogni componente delle truppe d'assalto avrebbe portato in combattimento poco più di 19 kg. Al momento dello scatto dei nuclei di prima ondata, precisava la circolare, questi avrebbero potuto , per ordine e sotto la responsabilità dei rispettivi comandanti, essere liberati temporaneamente da ogni oggetto ritenuto non indispensabile alle immediate esigenze del combattimento (e da lasciarsi in appositi magazzini di gruppo o di reparto nella zona degli alloggiamenti di partenza) , ed a questa fle ibilità si era appunto ispirata l'adozione del nuovo equipaggiamento.

(36) li sacco da ardito era una delle innovazioni meno favorevolmente accolte dai reparti d'assalto, per i quali nel 1917, all'atto della loro costituzione, proprio l'abolitione dello zaino aveva rappresentato una delle novità più gradite della specialità, insieme all'esenzione dai turni di trincea, alle migliori condizioni di vitto ed alloggio, al sop rassoldo, al maggior numero di licenze e permessi, ecc.


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Questo concetto era ribadito in un altro documento con il quale Grazioli replicava ad alcune riserve avanzate dall'Ufficio Segreteria del Comando Supremo (37). L'equipaggiamento non doveva considerarsi immutabile. I comandanti delle unità d'assalto avrebbero valutato di volta in volta, a seconda dell'operazione da compiere, del terreno da superare, delle possibilità e modalità di rifornimento e di altre variabili, i provvedimenti da adottare: alleggerire l'assaltatore delle coperte durante i mesi estivi, dando invece un'altra borraccia d'acqua ed altri pacchetti di cartucce , aum~ntare o diminuire il numero delle razioni viveri, togliere lo strumento leggero da zappatore ad una parte degli uomini in operazioni su terreni particolari, ecc. Circa le munizioni, erano state sollevate perplessità sulle sole 120 cartucce e 6 bombe con cui i reparti avrebbero dovuto fronteggiare quattro giornate di operazioni offensive e sull'utilizzazione di armi nemiche , il che avrebbe comportato un'implicita affermazione dell'inutilità delle nostre e quindi la tendenza da parte dei soldati a liberarsene. Graziali replicava che nelle grandi offensive sul fronte francese il fante germanico delle divisioni d'attacco portava con sé 150 cartucce ed una bomba , e nell'ultima offensiva sul Piave il fante austriaco era dotato di 120 cartucce ed una bomba (quattro per le pattuglie d'assalto). Il numero di 120 cartucce e 6 bombe da lui introdotto teneva conto della maggiore importanza della bomba nel combattimento ravvicinato, tipico delle truppe d'assalto, pur riconoscendo che non era certo sufficiente per quattro giornate di operazioni offensive; ma, aggiungeva, la pratica aveva dimostrato come fosse inutile affidare al soldato un peso di cartucce e bombe superiore a quello che poteva portare sulla persona esclusi zaino , tasca ed altri contenitori. Né vedeva inconvenienti nella possibilità che alcuni si liberassero di anni proprie divenute inutili per mancanza di munizioni, armandosi per contro di quelle nemiche che avessero trovato ben munizionate; era un'evenienza già presentatasi molte volte e che non conveniva trascurare, ma anzi utilizzare coscientemente. Quanto ad un ultimo rilievo circa il fatto che i nuclei di prima ondata potessero essere temporaneamente alleggeriti del sacco o tasca, e che nelle battaglie offensive il temporaneo poteva facilmente diventare definitivo, il Comandante del Corpo d'Armata d'assalto così obiettava:

(37) AUSSME, DS CAA, allegati, prot. 4927 del 7.8.1918, da Grazioli all'Ufficio Segreteria ùel Comando Supremo.


CAP I I OLO TER7.0: IL COR PO D'ARMATA l)'J\SSALl'O

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La possibilità di deporre il sacco o la tasca da parte dei nuclei di primo assalto non si può cartare a priori e non costituisce una soluzione media, ma la pratica previsione di quanto avverrà e che era anche contemplata dagli antichi regolamenti fat ti per la guerra manovrata. Se si considera l'insieme del combattimento di una Grande Unità e razione di ciascun reparto di essa, risulta chiaro che il provvedimento in parola non porta ad alcun inconveniente sensibile. Infatti , la capacità tattica di ogni reparto è limitata nel tempo e nello spazio; un battaglione. nell'attacco di una zona fortificata , non potrà procedere oltre il limite di poche migliaia e talvolta di poche centinaia di metri, dopo di che dovrà essere scavalcato o sostituito da altre forze. I superstiti. riordinatisi. potranno perciò raccogliere cd utilizzare i lo ro viveri deposti al momento dell'assalto. Ciò che importa è che insieme alle truppe della Grande Unità avanzi la maggior parte dei rifornimenti portati come carico individua le, e ciò accadrà in via normale se si con ideri che ogni combattimento è e ffettivamente sostenuto solo da una frazione delle truppe stesse , frazione che poi, causa le perdite , viene a diminuire rapidamente.

C'era de l giusto . indubbiame nte, tanto nella visione del nuovo ruolo e della nuova dimensione che dovevano avere le truppe d'assalto ne lla concezione di Grazio li. realistica cd interessante, e ne lle dispo izioni di o rdine pratico-applicativo che la sostenevano, quanto anche in alcune delle riserve avanzate a livello Co mando Supremo. Grazia li aveva le idee ormai molto ch iare circa que lla che doveva essere la giusta natura e funzione di questi reparti. cd il suo orientamento in merito alla loro struttura tecnico-logistica-operativa risultava coerentemente in aderenza a tali presupposti. Si trattava di un modo nuovo di gestire una guerra offen iva nuova con truppe nuove, dove la caratteristica cli non o rtodossia diventava norma , modificando e sovvertendo . anche sino al paradosso . criteri fino a llora riguardati e gestiti con la sacralità di dogmi. Il problema, caso mai, era se all'estensione della dimensione avrebbero corrisposto risulta ti anch'essi su larga scala, ripetendosi il pagante successo dei primi reparti d'assa lto ne l 1917. Ma su questo torneremo più avanti, in sede di considerazione conclu ive. Anche l' uniforme de lle truppe d'assalto e ra stata innovata da Grazio li. In origine. B assi aveva introdotto la giubba aperta sotto la q uale veniva indossato un maglione grigi overde da ciclista. G li esemplari cli quest'ultimo erano poi ven uti progressivamente a scarseggiare, ed anche per questo veniva ora introdotta la camicia gri-


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gioverde a colletto rovesciato accessoriata, per la libera uscita e le parate, da una cravatta nera. La scelta di uno speciale copricapo, dal momento che il berretto comune non si armonizzava con la giubba aperta e che l'elmetto costituiva un gravoso nonsenso nelle ore di sosta e di riposo, specie nelle giornate calde, cadeva sul fez anch'esso nero (38), leggero (100 gr) e non ingombrante. Riportiamo di seguito l'allegato annesso alla circolare con cui Grazioli introduceva la nuova divisa (39), nel quale erano pure ricordati gli elementi fondamentali dell'armamento e dell'equipaggiamento, ritenendolo di interesse anche ai fini di una attendibile puntualizzazione su aspetti della storia, anche uniformologica, della specialità assalto sulla quale sono sempre corse varie imprecisioni , anche in relazione alla scarsezza e frammentarietà della documentazione disponibile:

CORREDO, EQUIPAGGIAMENTO ED ARMAMENTO PER LE TRUPPE DEL CORPO D'ARMATA D'ASSALTO

I FANTE RIA D'ASSALTO E RELATIVI REPARTI AUSILIARI

Corredo

Copricapo

Elmetto con numero in carattere romano del reparto. Per ufficiali e truppa non appartenenti al reparto numero arabo con a fianco la iniziale G. (gruppo) o R. (raggruppamento) in stampatello e sopra la corona reale. Fez nero. Per gli ufficiali berretto grigio-verde con trofeo da truppa d'assalto in lana nera.

(38) li nero, inconfondibile ed indissolubile caratteristica cromatica dei reparti d'assalto , traeva origine, nella sua primaria introduzione sulle fiamme , da un omaggio di Bassi alla memoria de l suo avo materno Pier Fortunato Calvi , anima e guida della rivolta cadorina contro gli austriaci del 1848, e di cui proprio nel 1917 ricorreva il centenario della nascita. Il Calvi, infatti, era giunto in Cadore portando una cravatta nera , simbolo rivoluzionario dei carbonari veneziani che avevano liberato Manio e riproclamato la Repubblica Ve neta. (39) AUSSME. DA CAA, allegati, circolare prot. 2915 del 19.7.1918.


CAPI I 01 O TERZO· Il CORPO D"AR/\1/\ rA D'ASSAI TO

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Giubba

Da ciclista aperta sul peno con risvolti a foggia borghese (lunghezza delrapcrtura, dal collo in basso. cm 15). fiamme nere sul bavero (per i rnitraglieri tale fiamme sono riportate su fondo turchino, rettangolare, della lunghezza delle fiamme stes<;c). Sul braccio sinistro il trofeo d'assalto. in lana nera per la truppa. in o ro per gli ufficiali. Sul margine esterno delle controspalline, tanto per gli ufficiali che per la truppa, il numero romano in lana bianca del reparto (oppure il ~cgno 1° G. I" R. per gli ufficiali e truppa non appartenente ai reparti). Per gli Ufficiali distintivi in oro - divieto assoluto di bordare in nero controspalline e di~tintivi di grado. Per i militari addetti ai servizi (carreggio. salmeria. etc.) giubba di fanteria (chiusa al collo) con fiamme nere senza distintivo di truppa d'assalto sul braccio ,.,inistro.

Pantaloni

Da bersagliere ciclista. Per militari addetti ai servizi (carreggio. salmerie etc.). pantaloni di fanteria.

Calzatura

Mollettiere grigio-verde e due paia di stivaletti da fanteria.

Camicia

Di tessuto (poiché sarà molto difficile averla in lana) in tinta grigio-verde. con colletto rovesciato e cravatta nera a nodo lungo (almeno due camicie per soldato).

Maglia

(Maglioni da ciclista a consumazione); farsetto a maglia regolamentare.

Varie

Una tenuta di tela simile a quella di panno - biancheria personale (quella regolamentare) - Un ~accoda Cavalleria per la conservazione di quella parte di corredo che deve essere lasciata all'atto della partenza per una opern7ione - telo da tenda - coperta da campo - tasca - boraccia - ga\'etta con cucchiaio - tazza di latta. N.B. Questo Comando stabilirà vo lta per volta partendo per un'operazione &e il soldato deve, oppure no, portare seco mantellina - coperta - telo da tenda.

Attrezzi zappatori

Equipaggiamento Leggeri. nella seguente misura per ogni compagnia d'assalto: vanghette n. 50. picozzini zappetta n. 50. pinze taglia fili n. 25. manaresi n. 107.


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LUIGI E~HUO LOKGO

Con gibernette (n. 5) da bersagliere cicli!>ta.

Cintura

Armarnenro

Moschetto da cavalleria

Modello 91 e pugnali per i militari d"assalto.

Moschetto per armi speciali o fucile

Modello 91, e sciabola baionetta per i militari addetti ai servizi (carreggi. salmeria etc.)

TI RIMAÌ'E 'TI TR UPPE DEL CORPO D"ARMA"IA D"ASSALTO

Corredo

I bersaglieri conservano inalterata la loro uniforme. Portano in più il pennacchio all'elmetto ed il trofeo d'assalto sul braccio sinistro. (Pennacchio per tutti. trofeo limitatamente ai militari non appartenenti ai servizi (carreggio, salmeria, etc. )) . Artiglieria e Genio conservano inalterata la loro uniforme.

Equipaggiamento

Invariato per tutti.

Armamenro

Invariato per tutti.

Anche l'adozione della nuova uniforme ·rappresentava un ·occasione. per Grazioli ed anche per il Comando Supremo, di contenere la tendenza individualista ed autonomi ta dei reparti d'assalto. e non a caso, nella conclusione della circolare citata. era riportata la frase con la quale Diaz aveva terminato la lettera di approvazione dell'uniforme stessa: Resta però inteso che nessuna infrazione dovrà tollerarsi a questa uniforme definitiva, che deve restare caratteristica e motivo


CAPITOLO fERZO: Il ( ORPO D'ARMATA D"ASSALTO

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d'orgoglio e non punto di partenza per variazioni suggerite dalla moda e dalla varietà.

Grazio li , certamente, percepiva le persistenti resistenze da parte di alcuni dei comandanti delle unità minori del Corpo d'Armata. ufficiali dei reparti d'assalto prima maniera che. come s'è detto in precedenza, subivano a malincuore quello che secondo loro, attraverso l'inquadramento in una Grande Unità , e ra uno sna turamento delle caratteristiche della specialità, nonché la perdita di autonomia e di privilegi che ne conseguiva. Poiché . a prescindere dal la maggiore o minore validità generale dei presupposti di base, in essi credeva fermamente, e si era gettato con tutta la vigoria della propria personalità a realizzarne l'applicazione, irremovibilmente deciso a tutelare ad ogni costo l'evoluzione di questo strumento che ora finalmente possedeva ed attraverso il quale realizzava la propria dimensione umana e professionale, cercava in ogni modo di vincere le perplessità e di stimolare l'adesione tecnica e spirituale alla Grande Unità d'as alto formata. Con le buone e con le cattive: ... Prevedo fin d'ora che le tradizioni esistenti nei reparti d'assalto. particola rmente fra gli ufficiali, non mancheranno di ritardare la piena comprensione da parte di tutti delle ragioni che inducono ad un simile provvedimento - si rife riva alle innovazioni apportate con la citata circolare sull'armamento cd equipaggiamento di cui alla nota 35-n.d.r.- - : ritengo perciò opportuno prevenire che giudicherò ogni deficienza di buona volontà in proposito come una delle mancanze disciplinari più gravi e ne chiamerò responsabili i comandanti superiori.

Alla ricerca di un approccio più suadente. così criveva in una circolare sull'impiego tattico da leggersi e commentare in conferenza presso i comandi di Divisione fìno ai comandi di battaglione compresi. .. . Qualo ra però da parte di qualche singolo comandante di minore unità, troppo abituato all'impiego individuale del rispettivo reparto. possa esservi ancora segno di meno caloroso consentimento alle nuove direttive tattiche da mc tracciate per l'impiego delle truppe d'assalto, poiché questo minor calore non potrebbe derivare che da un 'imperfetta interpretazione di tali direttive o da una incompleta nozione delle esigenze di sforzo collettivo messe in luce dall'esperienza , iva di questa guerra. prego i Signori Comandanti di Divisione, di raggruppa-


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mento e di gruppo di intervenire energicamente mediante conferenze serali od esempi sul terreno per togliere dubbi, spianare difficoltà, dimostrare !"evidenza della bontà delle norme che ho emanate... on sono però tollerabili atteggiamenti tepidi da parte di chicchessia o, peggio ancora, persistenze singole in concetti di gretto spirito particolaristico, indizio di mente poco elastica e quindi poco adatta a far parte di truppe d'assalto ... Ciò premesso, e perché nessuno dei miei dipendenti possa erroneamente credere che la troppo viva visione delle esigenze collettive di una Grande Unità d'assalto possa aver attenuato in me la coscienza dell'altissimo valore individuale che debbono saper conservare i singoli battaglioni d'assalto, così belli e così giustamente fieri delle loro rispettive tradizioni, ordino che fra i comandanti di essi e nell'interno di ciascuna Divisione sia indetto un concorso per la pronta compilazione di un fascicoletto di norme p ratiche di impiego tattico del battaglione d'assalto, costituito com'è ora coi suoi fanti arditi e con tutti i suoi mezzi ausiliari ... Gradirò che allo stesso concorso prendano parte i due Comandanti di Gruppo di Artiglieria da Montagna, per quanto riguarda l'accompagnamento dell'assalto con fuoco e con l'intervento diretto delle batterie; i comandanti di reparto genio per quanto riguarda l'attività di quest'Anna nell'accompagnamento e nel coronamento delle operazioni delle truppe d'assalto. ed i comandanti della cavalleria e dei battaglioni ciclisti per i particolari d'impiego del loro speciale binomio tattico . . Premio per i comandanti di battaglione che avranno presentato il migl ior lavoro: l'onore di vederlo prescelto per la pubblicazione ed il posto d'avanguardia alla prima operazione di insieme che faremo (40).

Come riprova della propria rispondenza spirituale con la mistica degli assaltatori quale si era venuta formando dalle origini, a giugno, poco prima che la Divisione « A» partisse per razione controffensiva sul basso Piave, Graziali aveva redatto il seguente Decalogo dell'ardilo: l) Ardito! li tuo nome esprime coraggio, forza e lealtà ; la tua missione è la vittoria ad ogni costo. Sii orgoglioso di mostrare a l mondo intero che al soldato italiano nessuno può resistere. Pensa ai tesori di affetti, di bellezze, di prosperità naziona li che dife ndi col tuo valore. Ciò infonderà nell'animo tuo una forza irresistibile. (40) AUSSME. DS CAA, allegati. prot. 2908 del 19.7.1918.


CAPITOLO iERZO: Il CORPO D'ARMA I A D'ASSALI O

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2) Per vincere. numero cd armi non valgono; sovra ogni altra cosa vale disciplina e audacia. Disciplina è espressione di bellezza e di forza morale a ltissima: Audacia è volontà fredda e saldc1 di imporre la tua superiori tà a l nemico, sempre ed ovunque. 3) La vittoria è al di là dell'ultima trincea del nemico. è nelle sue retrovie: per giungervi adopera violenza cd astuzia. né cura re se, nell'avanzata impetuosa nuclei avversari ti restano alle spalle. Se il nemico ti aggira mantieni i nervi saldi cd aggiralo a tua volta. -t) Cerca di comprendere sempre quanto accade nella battaglia ed accorri in aiuto dei compagni sopraffatti. Quando ti accorgi che la situazione vacilla. gettati avanti, punta diritto davanti a te. 5) ell'assalto usa la bomba ed il pugnale. vere armi delrardito; nella difesa del terreno conquistato, il moschetto e la mitragliatrice . Difendi le tue mitragliatrici se vuoi che esse ti d ife ndano. Copri il rumore della valanga nemica che avanza col can10 delle 1uc mitragliatrici. A quel canto vedrai la valanga disperdersi cd il nemico cadere come messe falciala. 6) Se giungi ne lle retrovie nemiche, gettavi lo scompiglio ed il terrore; allora un ardito può valere cento uomini, un a rdito italiano mille soldati nemici. 7) Il timore che ispiri all'avversario è la tua arma più potente; sappi mante ne re a lta la tua fama. Sii feroce col nemico finché è in piedi; sii generoso con lui soltanto quando è caduto. 8) Se rimani ferito o disper-;o è tuo debito d 'onore dare notizie di te al tuo reparto e fare l'impossibile per raggiungerlo. 9) Non desiderare altro premio al tuo valo re che il sorriso delle belle donne d'Italia che av rai difeso col tuo coraggio. Esse ti copriranno di fiori e baceranno la tua fronte ardita allorché ritornerai , ·ittorioso. fiero della tua maschia forza. figlio prediletto dcla più grande Italia. 10) Corri alla battaglia! Tu sci la più fulgida espressione del genio della nostra razza. Tutta la Patria segue come una scia lumino<,a la tua corsa eroica per l'as~aho! (41).

I corsivi rappresentano le sottolineature de l testo originale, manoscritto. Merita un cenno quella della parola disciplina, perché uno dei punti fermi della visione di Grazioli relativamente alla nuova Grande Unità era che la disinvolta spigliatezza tipica della specialità assalto non inficiasse minimamente l' irreprensibile e (41) Farina S .. op. cit.. pagg. 273-277: Rochal G .. op. cit.. pag. 86 nota 8.


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17. - Il generale Diaz si accinge a decorare gli arditi della 1• Divisione d·assalto (Orgiano, 29 giugno 1918).

18. - Il re. fra Diaz e Grazioli. assbtc allo ~filamento della l " Divisione d 'a~~alto (Orgiano, 29 giugno 1918).


C"APilOLO IERZO. IL ( ORPO D'ARMATA D',\SSJ\LrO

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sostanziale spirito di disciplin a che egl i riteneva indispensabile. Per azioni di qualche durata, era fo rtemente necessario che la massa fosse bene alla mano e non si disperdesse in azioni individuali sia pure ardite ma disordinate. A rimarcare l'attenzione e l'importanza con le quali erano seguite la nascita e lo sviluppo de l Corpo d' Armata d'assalto contribuivano le due visite reali effettuate a circa un mese di distanza runa dalraltra, la prima ad Orgiano e la seconda a Granze di Frassenelle. Ad Orgiano, il 29 giugno - undici mesi esatti dalla visita alla prima scuola dei reparti d'assalto a Sdricca di Manzano - il Re passava in rassegna la l3 Divi ione, assistendo alla con cgna delle ricompense al valore sul campo effettuata da Di az. La seconda visita, il 21 agosto, assumeva a ncor più rilievo, da l momento che era l'intero Corpo d'Armata d'assalto a sfilare - a torso nudo. a sottolineare lo spi rito ardito, diverso , della specialità - davanti al Re ed a i massimi espo nenti militari italia ni cd alleati . Inoltre, in quell'occasione venivano consegnati ai reparti d'assalto i pennoni di combattimento che lo ~k ~ O Sovrano aveva disposto fos e ro concessi e che, ispira ndosi a ll 'a ntica tradizione militare romana, portavano impressi figure di anima li in relazione al particolare spirito guerriero di ciascun reparto. I tempi, del resto, e ran o ca mbiati e continuava no a t ambiare con tendenza al progressivo miglioramento. A metà settembre, Diaz firmava una circolare avente come oggetto Guerra di movimento, indirizzata ai coma nda nti de lle Armate cd ai comandanti genera li dell'artiglieria, cavalleria, genio e all 'In tendente generale. Essa era aperta da una somma ria ma efficace analisi delle conseguenze che si erano determ inate nella mentalità di capi e gregari dopo tre ann i di guerra con le caratte ristiche ben note: · ... per i Comandi. limitazione della visuale tattica e strategica, effetto evidente della lunga costrizione imposta dalla guerra di trincea. limitazione che si ripete poi sull'indiriz,:o dato alla preparazione ed all'addestramento delle truppe; per queste, l'abitudine a considerare la trincea come l'espressione materiale, unica ed immutabile della guerra; i lavori di difesa come compito preminente, subito dopo quello dei turni di linea: il movimento come eccezione ed un peso assai malagevole a sostenere.

Nei paragrafi successivi, si indicavano i correttivi già in atto o da attuarsi per il nuovo corso da dare a lle operazioni:


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LUIGI EMILIO 1.01\GO

19. - I «pe nn oni di combattimcn10» coocessi da l re ai reparti d'assalto (Frassenellc, 21 agosto 1918).

20. - Il Corpo d'Armata d'assalto sfila a torso nudo dinnana alle autorità (Frasscnelle. 21 agosto 1918).


CAPITOLO I l·RZO· Il ( ORPO D ARMATA D',\~SALTO

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Dobbiamo in sostanza preparare menti ed organismi alla guerra di movimento... le unità di fanteria saranno rese tra breve più agili e dotate di maggior potenza di fuoco, artiglierie più mobili, i movimenti delle riserve e delle munizioni più celeri ... le truppe andranno istruite cd allenate ... prescrivo che da oggi le unità di seconda linea siano dispensate da qualsiasi lavoro di sistemazio ne ed attendano esclusivame nte alle istruzioni: e si dia in queste prevalente wiluppo al movimento ... siano abituate a considerarlo come la fisionomia necessaria e naturale della guerra ... dove possibile. siffatta istruzione sia estesa anche alle brigate in rincalzo delle divisioni di prima linea ... (42).

Una decina di giorni dopo , il 28 settembre, i concetti della circolare erano ribaditi e più estesamente illustrati dal Sottocapo di Stato Maggiore Badogli o in una conferenza presso il comando della I" Armata. La premessa storica era la medesima , anche se ancor più efficacemente espressa: .. . ha sfavorevol mente influito la lunga permanenza dei Comandi in un medesimo settore, che ha finito di ingenerare nei Comandi stessi una esasperata irnportal17a dell'elemento topografico. cd a determinare immobilità nelle idee dovuta al fissarsi delle me nti nello studio prolungato e ripetuto del medesimo problema. legato al medesimo terreno: cosicché, in ultima analisi, le menti vengono sviate tanto da ritenere che unico simbolo della funzione dell'Esercito sia il mantenimento dell'elemento topografico.

Significativo del nuovo corso in atto, un brano inserito nel paragrafo relativo ai provvedimenti: ... L'elemento più prezioso per noi, e non soltanto dal punto di vista umanitario. è l'uomo. Ora. mentre tutti riconoscono la necessità di risparmiarlo. per il passato lo si è veramente sperperato. Allo scopo di economizzarlo ora quanto più è pos::.ibile. il Comando Supremo si è prefisso il problema di ottem:re nel battaglione. con opportune modificazioni -d'armamento, una più potente produzione di fuoco con un relativo minor numero di individui. Tale provvedimento importa una maggiore complessità di costituzione del battaglione stesso, il cui comandante non avrà quindi più. come una volta. un compito limitato a sta(42) AUSSME. circolare n. 13480 in data 17.9.1918 del Comando Supremo.


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bilirc il numero, maggiore o minore, di compagnie da impiegare in prima linea, ma dovrà decidere sull 'impiego di molteplici mezzi aventi speciali caratteristiche e dal cui complesso egli potrà avere una potenza di fuoco veramente formidabile se saprà ben coordinarli ed adattarne l' impiego alle circostanze (43).

A parte l'interesse sul piano generale dei due documenti, li abbiamo menzionati perché nei concetti espressi Grazioli era più o meno direttamente coinvolto. Era suo, infatti , del mese di agosto, un appunto diretto al Comando Supremo il cui contenuto era il medesimo della circolare Diaz, che ne riecheggiava anche alcune espressioni semantiche, e della quale, pertanto, doveva essere stato versosimilmente se non l'ispiratore quanto meno un non irrilevante contributore. Per quanto atteneva alla rinnovata configurazione da conferire al battaglione di fanteria, si trattava del cosiddetto battaglione nuovo tipo o «T>>, la cui attuazione sperimentale era stata decisa dal Comando Supremo due settimane prima dell'anticipazione di Badoglio, e per la quale il Corpo cl' Armata d'assalto era stato prescelto, insieme a reparti della Scuola caporali di Piazzola della 9a Armata e della Scuola perfezionamento fanteria U. M., quale unità-cavia (44). Alle cinque compagnie di questo battaglione nuovo tipo ( una in più rispetto al battaglione ordinario, con l'incremento di soli 28 uomini) erano assegnate in proprio armi automatiche portatili inserite nei plotoni, ciascuno dei quali veniva a risultare dotato di una mitragliatrice leggera SIA e di una squadra moschettieri con due moschetti mitragliatori automatici. Questi sostituivano le pistole-mitragliatrici, la cui sezione nella compagnia fucilieri era quindi abolita. Con il decentramento organico delle armi pesanti reggimentali , il battaglione avrebbe potuto disporre di 10 mitragliatrici pesanti reggimentali nella compagnia mitraglieri, di 2 cannoncini da 37 mm, 4 lanciabombe e 4 lanciafiamme in una compagnia mista di nuova formazione (da questa riunione organica

(43) Dobbiamo la lettura del testo della conferenza alla cortesia collaborativa del curatore ciel II tomo bis (Gli avvenimenti da luglio a novembre - documenti) del V volume (Le operazioni del 1918) de L"esercito italiano nella grande guerra, in corso di preparazione al momento della stesura di queste note, nel cui contesto è previsto che venga inserito. (44) AUSSME. DS 9" Armata. prot. 32555 del 12.9.1918. da Comando Supremo a Com.do 9'' Armata e Direzione Scuola Perfezionamento Fanteria U.M .. f.to Badoglio.


C'APITO I O TFRZO Il ( ORPO D'AR\IAIA O' ASSALrO

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e disciplinare potevano, peraltro, scindersi in campo tattico), e di 9 mitragliatrici leggere e 18 moschetti mitragliatori nelle altre quattro compagnie (45). Il tutto gli conferiva una potenza di fuoco più che doppia rispetto a quella del battaglione ordinario. Con ciò il nuovo battaglione. con 37 armi automatiche totali senza includervi i moschetti mitragliatori. superava di misura il corri pondente battaglione austro-ungarico; ne risultava un reparto vigoroso, in grado di condurre un'azione offensiva con estesa auto nomia in relazione, naturalmente. alla rapidità del trasporto delle armi pesanti e delle relative dotazioni <li fuoco. Il battaglione « T » costituito presso i reparti di marcia del Corpo d'Armata d'assalto assumeva la denominazione di battaglione speciale « A ». l reparti d'assalto di marcia erano stati assegnati al Corpo d'Armata ai primi di luglio con la seguente denominazione: reparto d'assalto di marcia « A » (diverrà poi X reparto d'assalto di marcia), XI reparto d'assalto di marcia, reparto bersaglieri di marcia. I compiti erano quelli previsti per questo tipo di reparti: ricezione. vestiLione. equipaggiamento, armamento, addestramento ed inoltro alle unità di prima linea (46) . Non disponiamo di documentazione relativa all'andamento della sperimentazione presso il Corpo d'Armata d'assalto. Come ricorda Gallinari (-l7). gli esperimenti dovevano essersi discostati dalle direttive di Badoglio. poiché già dopo circa un mese le armi pesanti risultavano ulteriormente decentrate con maggiore potenziamento del battaglione ma contemporaneo appesantimento delle compagnie. Probabilmente la mancanza di tempo e la positiva evoluzione delle operazioni impedivano lo sviluppo del progetto; subito dopo l'armistizio, la cosa veniva lasciata cadere e sarà ripresa solo successivamente con l'istituzione della Scuola cent rale di fanteria. Sempre di settembre era un altro documento dottrinario del Comando Supremo deponente per la fase di transizione in atto dalla staticità al dinamismo tanto propugnato da Grazioli, le Direttive per l'impiego delle Grandi Unirà nell'attacco. Non rientra nell'ambito del rrcsente lavoro una disamina delle 77 pagine e dei 59 paragrafi sui quali si articolava la pubblicazione, ri vo lt a all'impiego della Grande

(-t'i) S1cfani F .. op. cit.. voi. I. pag. 696 e 712 nota 35.

(46) AUSSME. DS C'AA, allegati, prot. 1361 del 3.7. 1918, da Grazioli a Com.di minori dipe ndenti . (-l7) G allinari V. C e.wrcito i111/ia110 nel primo dopoguerra / 918-/920. USSME. Roma. 1980. pag. 22-l.


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Unità d'attacco per eccellenza, la Divisione, divenuta dalla fine del 1917 la Grande Unità elementare pluriarma , e delle unità maggiori. Di es!:.a, memorizziamo solo alcuni postulati, il primo dei quali espresso con rilevanza tipografica, che richiameremo in sede di considerazioni conclusive. Al capitolo 1 (Concetti fondamentali dell'azione offensiva), articolo 4 (Il comando e le varie Armi), il paragrafo 15 del documento così affermava: - Che ogni Comando di Grande Unità deve avere alla diretta dipendenza tutte le artiglierie che sono indispensabili alla Grande Unità stessa per assolvere il compito assegnatole in combattimento; - che ogni Comando di Grande Unità superiore deve poter di~porre direttamente delle artiglierie nece!,sarie per coordinare l'azione delle Grandi Unità dipendenti e rinvigorirla ove occorra ( 48).

TI capitolo III (L'attacco), all'articolo 14 (La prosecuzione dell'offensiva attraverso le posizioni organizzate del nemico. Lo sviluppo del successo), paragrafo 58, si esprimeva come segue: Di norma saranno lasciate a disposizione delle Divisioni d'attacco. oltre che le artiglierie divbionali e le bombarde leggere. un ·aliquota di artiglierie pesanti campali proporzionata ai compiti di distruzione. di neutralizzazione e di accompagnamento inerenti al raggiungimento degli obiettivi assegnati a ciascuna delle divi!>ioni stesse (49).

Alla metà di settembre 1918, il Corpo d'Armata d'assalto aveva conseguito una discreta efficienza operativa. Al raggiungimento di essa, avevano contribuito alcune esercitazioni sperimentali svoltc~i alla fine di agosto. cui aveva preso parte anche la la Di,isione di cavalleria, miranti a mettere a punto procedimenti di penetrazione e manovra in profondità una volta infrante le posizioni difensive avven,arie. Prima dell'inizio delle manovre. Grazioli il 19 agosto teneva a Montegalda. presso la propria sede di comando, una con(48) AUSSME. pubblicazione Comando Supremo Grandi Unità 11el/"attacco. Comando del Corpo di Stato grafica. Roma. ~cttembrc 1918. f.to Diaz. pag. 24. (49) AUSSME. pubblicazione Comando Supremo Grandi Unità nel/"auacco. Comando <lei Corpo di Staw grafica. Roma. ~cttembrc 1918. f.to Diaz. pag. 71.

Dire11ii·e per /"impiego delle Maggiore. sezione lito-tipoDirellhe per /'impiego delle Maggiore. sezione lito-tipo-


Ci\PITOLO TF-KZO: IL CO RPO D'ARMATA O'i\SSALIO

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fcrenza agli ufficiali delle due Divisioni d'assalto e del\a F Divisione di caval\eria che era indicativa delle linee fondamentali delle sue concezioni operative. Il tema delle esercitazioni si richamava ai concetti sanzionati nelle Direttive per l'impiego delle Grandi Unùà nel/'attacco, di cui era imminente la pubblicazione, che suddividevano il complesso delle forze offensive in una massa d'urto, destinata allo sfondamento vero e proprio, cd in una massa di manovra, preposta a Ilo sfruttamento della rottura del sistema difensivo avversario mediante operazioni manovrate in terreno libero, al di là cioè della hnea fortificata. App licate sul terreno, le ipotesi tematiche dcl\e esercitazioni prevedevano ra,·anzata dal Bacchiglionc al Brenta di un Corpo misto di cavalleria, truppe celeri e truppe d'assalto per incalzare un nemico già battuto cd in ritirata ordinata fra i due fiumi: !"impiego ardito della sola Divisione di cavalleria. lasciando le Grandi Unità d'assalto a d ifesa di lince arretrate di raccolta importanti: l'impiego a fondo della sola Grande Unità d'assalto, affidando alla cavalleria il compito di guardarne il fianco esposto; !"inseguimento travolgente di masse nemiche in piena rotta. Nel pensiero di Graziali, il suo Corpo d'Armata d'assalto, unica massa di manovra esistente al momento nelresercito italiano, doveva costituire la prima cellula intorno alla quale raccogliere gradualmente quanto era disponibile di più mobile e manovriero con lo scopo di sfrullarc in questo senso tutto quanto di antico e di moderno abbiamo sottomano. senza preconcetti ~colastici e senza quelle ricette sempliciste di fabi modernisti che, con una frase. assassinano un'Arma od una specialità. e la relegano quasi fra i ferri vecchi. mentre può darsi che esse trovino proprio in questo rinsavimento della guerra. dalla gretta forma statica verso una più geniale forma dinamica. nuovo e brillante campo di impiego e di successo.

Era chiaro il riferimento alla cavalleria - l'antico - ed ai reparti ciclisti - il moderno - . Per la prima, la guerra di posizione .aveva ridotto ma non soppresso l'esigenza della disponibilità di Grandi Unità. I tedeschi, nel 1917. avevano appiedato tre divisioni trasformandole in Divisioni rirarori di cm·alleria; delle nostre quattro Divisioni, I", 2n e 4a erano state appiedate nel I 916 cd impiegate in linea. poi nello stesso anno rimontate a cavallo e divise per aliquote fra i Corpi d'Armata. ed infine raggruppate proprio in quel 1918 nel Corpo d i cavalleria che, a l comando del conte d i Torino presente anch'egli alla conferenza di Graziali. costituiva riserva generale del


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Comando Supremo. I battaglioni ciclisti della specialità bersaglieri. costituiti inizialmente su tre compagnie di 150 uomini ciascuna e su una sezione mitragliatrici pesanti, erano stati rinforzati nel 1917 dalla sostituzione di quest'ultima con una compagnia. e tale struttura continuavano a mantenere anche nel 1918 (50). Ma. proprio nell'anno in corso. era stato avviato un processo di integrazione fra le due componenti. nel senso che nei reggimenti di cavalleria erano stati incrementati gli elementi celeri di fuoco (più sezioni mitragliatrici ed inserimento di plotoni ciclisti. oltre alla distribuzione ai singoli del moschetto a ripetizione ordinaria), mentre i battaglioni ciclisti, alcuni dei quali erano stati sciolti, venivano a perdere gradua lmente la loro fisionomia autonoma proprio per rin anguare tatticamente la cavalleria in modo da con~entirle di trasformare radicalmente il proprio impiego secondo le nuove esigenze di una guerra più dinamica, per la quale la so la utilizzazione del cavallo diventava molto problematica se non addirittura impossibile. Inoltre, il 1918 vedeva anche rentrata in servizio delle auto-mitragliatrici blindate (mitragliatrici montate su autocarri scudati) e delle motomitragliatrici (mitragliatrici montate su motocarrozzette prive di scudatura, con caratteristiche di velocità elevata e di percorribilità anche su strade normalmente non transitabili da parte delle prime). Esse non costituirono certo il surrogato del carro armato, ma contribuirono a dare un quadro nuovo e diverso delle operazioni belliche moderne, ed a prefigurare il ruolo che vi avrebbero in futuro assunto i mezzi meccanici da trasporto e da combattimento terrestri. Nel pensiero di Graziali. derivava da tutto ciò la possibilità della fusione di elementi celeri, pur se no n unifo rmi nel rispettivo grado di o mogeneità, che integrati a loro volta da artiglierie leggere autotrasportate avrebbero potuto costituire l'indispensabile completamento. in termini di fuoco e d'urto, della massa di manovra. garantendo a questa l'adempimento di quei servizi che nelle guerre del passato erano richiesti alla sola cavalleria: avanguardie o retroguardie strategiche. grandi inseguimenti, fiancheggiamenti od operazioni di grande aggiramento, ecc. Le Grandi Unità d'assalto. concepite come i veliti della massa di manovra, avrebbero dato sostanza e consistenza a queste azioni peciali delle componenti celeri. operando con esse ad intimo contatto, compatibilmente col diverso coefficiente di mobilità e celerità. L'impiego o rganico delle truppe celeri era individuato da Graziali in queste due fasi fondamentali : (50) Stcfani F .. op. cit .. pag. 692 e 696-697.


CAPITOLO TLR/.0: IL CORPO D 'ARMATA D"ASSA I 'IO

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- procedere da parte degli elementi più avanzati. dotati di '>piccatissimo spirito aggressivo e dei mezzi di più rapido impiego. per superare in progressione le piccole resistenze e coprire la zona di terreno più vasta possibile; - fermarsi . incontrando resistenze maggiori. ed imbavagliarle col fuoco in attesa del sopraggiungere di altri elementi celeri di fuoco (ciclisti con mitragliatrici ed autoblinde) o di manovra (cavalleria) scaglionati in profondità, e ciò fino al solidificarsi . dinnanzi al margine di resistenza nemica, di una linea irregolare di fuoco che rappresenti una buona pedana di partenza per rimpiego speditamente e ponderosamente offensivo delle sopraggiungenti truppe d'assalto (a piedi od autotrasportate), nella direzione e con l'intensità che il delinearsi dell'azione avrà mostrato più redditizie e più risolutive.

Da questo concetto operativo di base scaturivano i criteri essen1iali della normativa pratica: l. ordinata distribuzione iniziale della forza in colonne miste. composta ciascuna delle varie specie di e lementi che si hanno a disposizione. scaglionati in ciascuna colonna dall'avanti atrindietro per ordine di velocità decrescente; 2. fronte tattica da assegnarsi a eia cuna colo nna, proporzionata alla capacità combattiva dell'unità maggiore di fanteria che entra ne lla composizio ne della colonna; 3. velocità di marcia: ciclisti 12 km - cavalleria 8 km - truppe crassalto (a piedi) 5 km ; 4. organizzazione dei collegamenti perfe tta: in ciascuna colonna le notizie pervengono dall'avanti all'indietro. con ritmo orario si no a linee trasversali di raccolta , e su queste vengono rapidamente accentrate su punti per cui passa l'itinerario del comando in capo del corpo misto, il quale perciò viene ad essere quasi costantemente a l corrente della situazione che va via via creandosi sulla fronte e può da essa trarre ispiraLione per la manovra offensiva delle truppe d·assalto (51 ).

L ·analisi critica delle esercitazioni effettuate consenti va utili am maestrame nti. e di essi ve ne è traccia nel rapporto tenuto altermi ne da Grazioli (52). Le manovre avevano messo in evidenza, fra (51) AUSSME. DS CAA. allegati. testo della conferenza tenuta il 19.8.1918 da Grazioli ai Com.ti della 1• e 2" Divisione d'assalto e della 1• Divisione di carnlleria. oggetto Grandi esercitazioni miste di cavalleria, ciclisri e /ruppe d'assalto. (52) AUSSME. DS CAA. allegati. testo del rapporto tenuto da Grazioli il 27.8. 1918 al termine delle esercitazioni di cui alla nota precedente.


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raltro, come l'impiego della cavalleria andasse rivisto e dimensionato. Il quesito posto preliminarmente da Graziali, sulla base di quanto emerso dai risultati delle esercitazioni, era il seguente: li rendimenw della cavalleria, nella composizione delle colonne celeri quale era stata pianificata, era stato tale da compensare l'eventualità di gravi perdite per quest'Arma? La risposta era stata negativa. Gli stessi risultati . affermava Graziali, conseguiti dalle truppe celeri nella loro configurazione di partenza, prima che entrassero in azione le masse di fanteria, si sarebbero forse potuti ottenere adoperando solo autoblindomitragliatrici, ciclisti e qualche cannoncino da 37 autoportato. Era una rivalutazione dei reparti ciclisti nei confronti della cavalleria alla quale avevano dovuto sacrifica re una porzione della propria identità. e l'impiego della quale, concludeva Graziali, doveva essere ricondotto nell'ambito di determinate circostanze e con opportune modalità. Andava considerata un'Arma di risoluzio~ ne. da utilizzarsi nei momenti di vacillamento del nemico. Il concetto si collegava, in parte, a quanto contenuto anche in una circolare emanata dal Comando Supremo nel giugno precedente, frutto delle esperienze dell'impiego della cavalleria sul fronte occidentale. nella quale si affermava che essa aveva ottenuto dei risultati allorché non aveva rinunciato ad avvalersi della sua caratteristica principale. la mobilità (53). Interessanti anche i riscontri sull'uso delle autoblinde, per le quali era emerso come venissero penalizzate se lanciate avanti senza essere seguite da alcun appoggio, così come se trattenute troppo tempo immobili, esposte all'eventuale offesa dell'artiglieria nemica. dal momento che le stesse trovavano la peculiarità del proprio impiego e le garanzie della propria invulnerabilità nella fac ilità di rapido spostame nto, oltre che nella blindatura e nella copertura offerta dal terreno. L·esito globalmente soddisfacente di queste esercitazioni, la spinta che Grazioli imprimeva alla propria concezione manovriera ed all'intento di vederne aumentare gli strumenti operativi, il momento di auge che la filosofia del dinamismo stava vivendo anche presso gli organi supremi di comando e di cui le recenti circolari e direttive rappresentavano la proiezione, favorivano l'idea della costituzione di altri Corpi d'Armata d·assalto. Se ne ha traccia in una breve nota di Diaz del 25 agosto indirizzata a Badoglio: (53) J:efercito iralumo nell11 grande guerra . voi. VI. tomo Il. pagg. 443-444. Minbtero della Guerra, Comando <.lei Corpo di Stato Maggiore, Ufficio S1orico.

Roma. 1932.


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Esaminare quali sono le migliori Divisioni per costituirle in Corpi d'Armata d'assalto e formarne la riserva. Questi Corpi <l'Armata farebbero turno con gli altri, ma nei periodi di arretramento dovrebbero sviluppare istruzioni speciali di urto e di movimento, clilagamento, ecc. È un'idea embrionale che ho già accennato e che prego vedere se ed in quanto si può gradualmente attuare. Mi pare che vi è già la 33" Divisione.

L'annotazione di Badoglio È già allo studio lo confermava (54). In effetti, nel mese di luglio era stato avviato uno studio circa la immissione della 33a Divisione nel Corpo d'Annata d'assalto, e lo stesso Graziali , in un pro-memoria diretto all'Ufficio Operazioni del Comando Supremo in risposta ad un quesito del Sottocapo di Stato Maggiore, aveva espresso in proposito un parere molto favorevole a questa riunione in un corpo d'Armata di due Grandi Unità d'assalto ed una di rinforzo , dichiarandosi sinanco disposto a sacrificare la dizione d'assalto per il Corpo d'Armata, qualora ciò fosse servito a dirimere suscettibilità e controversie di carattere araldico-tradizionale, ordinativo ed amministrativo, mutandolo in Corpo d'Armata speciale od, ancor meglio in, Corpo d'Armata di manovra (55). L'idea sarebbe rimasta sulla carta, e le Divisioni che avrebbero poi preso parte a fine ottobre alle operazioni offensive che sarebbero culminate a Vittorio Veneto, sarebbero state rinforzate, a volte, dai reparti d'assalto inquadrati nei Corpi d'Armata ordinari. Tutto sommato, non fu un male. Riserviamo alle considerazioni conclusive un commento sulla costituzione e funzione del Corpo d'Armata d'assalto, ma fin d'ora possiamo dire che, a nostro avviso, questo conteneva in sé delle difficoltà di origine che ne rendevano arduo lo sviluppo nei termini di quella efficienza tutta speciale che avrebbe dovuto costituirne la principale connotazione. Se questo valeva per la Grande Unità già costituita, il problema si sarebbe probabilmente moltiplicato nei riguardi delle altre unità similari qualora fossero state create. Traiamo spunto, a riguardo di ciò, da una lettera inviata da

(54) Abbiamo preso visione del documento grazie alla cortesia collaborativa del curatore del li tomo bis (Gli avvenimenti da luglio· a novembre - documenti) del V vo lume (Le operazioni del 1918) dc L'eserciro italiano nella grande guerra, in corso di preparazione al momento della stesura di queste note, e nel cui contesto è previsto che venga inserito. (55) AUSSME. DS CAA, allegati, senza protocollo in data 19.7.1918, da Grazioli ad Ufficio Operazioni del Comando Supremo.


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Grazioli ai comandanti delle due Divisioni d 'assalto . In essa si commentava negativamente l'esito di un primo e perimento di marcia notturna compiuto dalle truppe della 2a Divi ione, e si impa rtivano e ne rgici o rdini per migliorare uno stato di cose che e ffettiv amente era in assoluto contra to con le caratteristiche del tutto particolari e speciali di repa rti di questo tipo. Alle 11.30 del mattino, rilevava Grazioli, numerosi elementi era no ancora sparsi lungo il percorso, durante la marcia si erano verificate dispersioni arbitrarie nelle cascine, soste individua li o di piccoli gruppi , non era stata mantenuta un'andatura costante, a ll'arrivo della tappa l'appronta mento degli accampamenti e ra stato a ttuato senza le norme di sicurezza contro l'individuazione aerea, ecc. La conclusione era un amaro richiamo proprio a quella che avrebbe dovuto essere la fisionomia delle unità: .. . si persuadano le truppe che è semplicemente ridicolo il nostro appellativo di truppe d"assalto. quando si trovino tante difficoltà a marciare ordinatamente per 20 km col carico regolamentare (56).

Frattanto. allo scopo di completare l'istruzione bellica delle due Divisioni d'as alto . il Comando Supremo disponeva che una di queste effettuasse un turno di trincea di quindici giorni. Era, per i reparti d'assa lto che ne facev ano parte , la soppressione di un altro dei privilegi di cui erano stati gratificati all'atto della lo ro costituzione, - l'esenzione dai turni di trincea - anche se . visto nella nuova dimensione dell a G rande Unità in cui erano inquadratì. il provvedimento poteva avere una sua logica. o n era esattamente quello che aveva richiesto lo stesso Grazioli qualche te mpo prima, in luglio, a llorché. rifacendosi alle difficoltà psicologiche, disciplinari e di coesione che derivavano dal dover a malgamare le componenti di diversa o rigine confluite nel Corpo d'Armata d'assalto, ne ll 'inte nto in particolare di far scemare le tensioni nell'ambito dei reparti d'asalto il cui spirito vivace ed esuberante mal si concili ava con la vita delle retrovie, aveva chiesto al Comando Supremo di impegna rli singolarmente in azio ni di guerra di portata limitata, di tipo ardito . che lì riconducesse materialmente e moralmente alla so tanziale realtà data dal contatto col ne mico (57). Invece, la 2a Divisione, che era {56) AUSSME. DS CAA . allegati, prot. 9574 del 12.9. 1918. (57) AUSSME. DS CAA, allegati, prot. 40 17 del 29.7.1918. da Grazioli a Co mando Supremo.


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stata designata da Graziolì per il turno ìn linea , veniva invìata tra iJ 21 ed il 22 settembre ad occupa re sul Monte Grappa il tratto di fronte tenuto dalle Brigate Cremona e Pesaro, della 15" Divisione del VI Corpo d' Armata della 4a Armata. Non solo, ma il Comandante d i questa, tenente generale Giardino . precisava come la 2a Divisìone. oltre al servìzìo in linea , avrebbe dovuto continuare ì lavori difensivi in corso nel settore (58). Era un ulteriore colpo inferto a l morale e d all'ìmmagine dei reparti d'assalto , tra i quali quindì il mugugno non accennava a d iminuire. L'argomento dello spirito e della discìplina delle truppe era un problema no n indifferente ne l Corpo d'Armata d'assalto , e già ne abbiamo fatto qua lche cenno nelle pagìnc precedenti. Grazio li lo aveva affrontato. possiamo dire. con equilibrio e buo n senso, cercando di far accettare ai reparti d'assalto. nella maniera me no traumatica possibile, il cambiame nto della situazione rispetto al J9 17, in specie per ciò che si riferiva a tradizioni , benefici, modalità di impiego. ecc. Ma nello tesso tempo esigeva che il nuovo corso psicologico e comportamentale avesse luogo , né ci si poteva attardare oltre misura, cd abbiamo già visto qualche saggio della sua prosa decisa e cnza perifrasi nel diramare ordini e direttive in ta l senso. No n era <;cmplice conciliare i due aspetti . I superstiti dei reparti d'as alto del 1917, e coloro che, pur subentrati successivamente. ne portavano ava nti l'eredità, si ritenevano depositari di una mentalità de l tutto particolare, atipica, unica. che si traduceva in uno stile , in un modo di essere altrettanto particolare. in combattimento come fuorì dì esso, un modo di essere diversi eia tutti gli altri e di volerlo afferma re ad ogni pié sospinto , ge losi delle proprie pre rogative co rporative . Erano e si considerava no una casta. pagavano sanguinosamente e con gli interessi il privilegio di esserlo . ne veniva fuori uno spirito di corpo del tutto singolare che era ormai assurto ad una vera e propria mistica. Tutto ciò si traduceva sul piano formale in ma nifestazio ni esteriori di baldanza. intemperanza. talvolta d i irruenza . di dissacratoria spavalderia della quale erano testìmoni. ad esempio . le strofe di alcune delle loro canzoni (59) cd i ritì della lo ro coreo(58) AUSSME. DS CAA. prot. 14012 del 15.9.1918. da Com. te -t·• Armata a Com.te Corpo d'Armata d'assalto. (59) Ne citia mo due. che sotto questo aspetto ci sembrano sufficientemente indicative: Fi11 ita questa guerra rurri saranno eroi; - racconrerr111no ai posteri quel che facemmo noi; - Un grande male è quello di esser decorato; - gli arditi sono i111111u11i, eh 'è il mal del/'imboscato. Ogni strofetta terminava con il cla~sico ritornello: ... bombe a man e colpi di pugnai.


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grafia: il grido A noi!, il saluto col pugnale snudato e levato al cielo. ccc. (60). A volte si erano creati problemi con la popolazione civile (ne abbiamo fatto cenno nelle prime pagine di questo capitolo) per furti di bestiame. molestie alle donne, schiamani . ma ciò rientrava nelle connotazioni di cui si è detto e non certo nella presenza, fra gli uomini dei reparti d'assalto, di delinquenti comuni, noti accoltellatori o pregiudicati di varia estrazione. Questa è sempre stata una leggenda alimentata dalla propaganda loro ostile ed, in molte occasioni. dagli stessi interessati, forse nell'intento di aumentare il proprio mito con un alone di malinteso fasc ino e mistero. Rochat. nel suo libro, affronta il problema con chiarezza e così si esprime: ... Sin dall'inizio i condannati per reati comuni furono esplicitamente esclusi dalrarruolamento nei reparti d"assalto. né ci risulta che questo divieto sia mai stato revocato, anche se non possiamo escludere casi i olati di infrazione. Senonché nell'esercito c'erano anche i condannati per reati milita·ri. in proporzione imprecisabile. ma certamente rilevante. perché nel corso del conflitto la giustizia mili tare avviò 360.000 processi a carico di soldati alle armi tra cui predominavano la diserzione (che. nella maggior parte dei casi . altro non era che tardato rientro da una licenza od auto-concessione arbitraria di una licenza non autorizzata : erano. come per il rifiuto di obbedienza. forme di reazione alla durezza della vita di trincea) cd appunto il rifiuto di obbedienza ... Poiché la quasi totalità dei denunciati e condannati preferiva rimanere al fronte. dal momento che la galera era riservata ai reati di maggiore entità. si può dedurre che nel 1917-1918 i pregiudicati per reati militari si contassero a centinaia di migliaia. Per costoro, un brillante comportamento in combattimento quale soprattutto nei reparti d'assalto era possib ile, avrebbe aperto la possibilità di amnistia o di riduzione della pena ... (61).

(60) li grido A noi!, che sos111uava l'hip hip !111rrrì, e ra staio introdotto il 14.2.19 18 dal magg. Luigi Freguglia. comandante ciel XXVII reparto cl".1ssallo costituit osi il 10.1.1918 con i ,uperstiti del V. alle dipendenze del XXVII Corpo d"Armata (Farina S .. op. cit .. pagg. 185-186) . (61) Rocha1 G .. op. cit .. pagg. 38-39. Citiamo anche una dispo~izione ancor più rc,trittiva di Grazioli emanata quale Comandante interinale deirVIII Corpo d"Armata. con oggetto Cos1iw::io11e di nuod reparti d'asrnlto . in cui al paragrafo 3 era testualmente detto: Dovranno e.1sere esclusi i militari i11 attesa di giudizio (AUSSME. DS VIII Corpo d'Armata. prot. 181 del 22.9. 1917).


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Anche per questo, gli assaltatori avevano incaricato le loro strofette di farsi partecipi della propria ironica strafottenza (62). In base a quanto considerato, si possono facilmente comprendere le difficoltà per Grazio li, che pure dei reparti d'assalto era stato uno dei precursori , di riportare gli stessi nell'alveo di una mentalità e di un comportamento quali la nuova Grande Unità d'assalto richiedeva alla luce della sua struttura organica e dei suoi compiti a più ampia dimensione. Era preso fra due diverse esigenze che andavano armonizzate . In una relazione sullo spirito e la disciplina delle truppe inviata a fine giugno al comando della 9a Armata, così lumeggiava il problema: ... Non si può d'altra parte ritenere che il governo disciplinare delle truppe d'assalto possa, in tutto e per tutto, essere portato ad un regime analogo a quello delle altre unità. È chiaro che le qualità di energia e di audacia che si richiedono come essenziali nei militari di simili reparti si traducono, nei riguardi della disciplina. in una particolare spigliatezza, né si potrà sensibilmente reprimere quest'ultima senza correre il rischio di menomare quelle qualità ed in genere le forze morali che oggi animano in grado altissimo i reparti d'assalto ... truppe le quali sono votate ad eccezionali dispendi di energie cd a larghi sacrifici di sangue possono e debbono godere di un regime disciplinare per alcuni riguardi più tollerante ed agile di quello ordinario ... trattasi di togliere ai reparti d'assalto il carattere di rara specialità che essi rappresentavano e di ridurli a quello che essi debbono a mio avviso essere nell'Esercito. e cioè la vera e propria fanteria capace della manovra e dell·attacco quale è richiesta dalla guerra moderna ... (63).

Al problema dello spirito e della disciplina era strettamente connesso quello della vigilanza e propaganda. Ai primi di giugno 1918 era stato istituito il Servizio V.P. (Vigilanza e Propaganda), i cui scopi erano così ufficialmente definiti: - vigilanza volta ad agire contro ogni propaganda disfattista e diretta comunque a deprimere il morale della truppa, e verso i militari sospetti di poca salda fede o forza d'animo (oggi si par-

(62) Nella patrie galere non ci son più banditi; - andaro,1 tuui quanti nei batwglioni arditi (Rochat G .. op. cit., pag. 42 nota 21). (63) AUSSME , DS CAA. allegati, prot. 986 del 29.6.1918.


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!crebbe più correttamente di contro-propaganda e sostegno psicologico-n .d. r. -) ; - propaganda volta a diffondere fra le truppe il sentimento della necessità de lla nostra guerra, re nderne popolari gli obiettivi ed infondere fede nel suo successo.

Anche l'assistenza faceva parte del programma , inte ·a come diretta a segnalare, per quanto è consentito dalle pratiche necessità della guerra, la possibilità di migliorare le condizioni morali e mareriali del soldato. Nella circolare istitutiva seguiva la descrizione degli organi preposti al Servizio, ai vari livelli ordinativi (Armate, Corpi d'Armata e Divisioni, comandi di Corpo) , e degli ufficiali che avrebbero dovuto ·volgere le funzioni di Capo Centro V. P. (6-t). L 'i nte rpretazione di Grazioli al contenuto della circolare, se risultava improntala, per quanto riguardava la sua Unità , ad un certo grado di scetticismo nei confronti dell'azione a ntidisfattistica, « ... la cui esisrenza non è ammissibile ìn truppe d'assalto ... », e ra che la reale . utile azione doveva essere rivolta .. . a rendersi conto del vero stato morale e materiale dei singoli reparti ed a segnalarlo tempestivamente per i provvedimenti opportuni . In tal !,Cnso la vigilanza si compenetrava strettamente con l'assiste nza, nel senso che entrambi questi rami del Servizio concorrono alla massima elevazione dello spi rito militare della truppa (65).

Ci sembra interessante, oltre a questa visione univoca del problema, un altro aspetto indicativo de lla realistica sostanzialità con la quale Grazioli lo affrontava: ... Desidero che tutti si rendano pienamente conto: a. che agli ufficiali del Servizio Y.P. è affidata una diffici le, delicata. faticosa fu nzione che deve essere adempiuta con attività e spirito di sacrificio, pe r cui in nessun modo essi debbono credersi od essere da chiunque rite nuti moralmente menomati in confronto agli altri ufficiali: b. che essi debbono per contro essere considerati. da parte dei Comandanti a cui sono addetti. come preziosi strume nti di col(64) AUSSM E. DS 9" Armata, prot. 26 19 del 7.6.1918, da Com .do 9" Armata a Com .di dipendenti. (65) AUSSME. DS CAA. allegati. prot. 391 del 23.6.1918.


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labo razione per una costante indagine sullo spirito delle truppe e per le relazioni fra queste e le popolazioni, invece che agenti segreti di Autorità Superio ri, come con nessun fondamento taluno ha dimostrato di ritenere. In conseguenza è necessario:

- che gli ufficiali del Servizio Y.P., nella manifestazione della loro attività, ricevano costante appoggio morale e mezzi materiali da parte dei rispettivi Comandanti ed. anzitutto. mezzi di trasporto adeguati per potersi tenere costantemente a contatto con i reparti (66).

Abbiamo cercato di dare, di questi quasi quattro mesi di vita del Corpo d'Armata d'assalto, un'immagine delle attività e delle problematiche che avevano impegnato l'attenzione e gli sforzi del suo comandante per portarlo ad un adeguato livello di efficienza, quale le ci rcostanze richiedevano. Si era infatti ormai giunti alle soglie di importanti eventi operativi. Nell'ultima settimana di settembre, erano state intensificate le riunioni pres o il Comando Supremo per la definizione dei lineamenti generali del piano offens ivo oltre Piave che ci avrebbe portato alla battaglia tramandatasi poi col nome di Vittorio Veneto. Nel q uadro delle successive predisposizioni ed.ordini connes i al piano, il 10 ottobre il Corpo d'Armata d'assalto veniva trasferito alle dirette dipendenze dell'8" Armata che , originata per trasformazione del comando della za Armata, era stata temporaneamente costituita, l'l giugno 1918. per formare, con la 10", un Gruppo di Armate agli ordini del generale Caviglia. Era un'eccezione messa in atto per la sola, imminente iniziativa offensiva, dal momento che la visione ordinativa italiana non prevedeva la necessità dell'istituzione dei Gruppi di Armate con prevalenti funzioni strategiche, com'era invece prassi in uso presso quasi tutti gli altri eserciti. Grazioli trasferiva il proprio comando a Merlengo, nelle immediate retrovie della nuova Armata di appartenenza che era schierata con i suoi due Corpi d'Armata (XXII e VIII) sul medio Piave, da Pederobba a Palazzon, 5 km a sud di Ponte della Priula, accingendosi a mettere in pratica, con le sue Grandi Unità, quei concetti operativi di irruente penetrazione in profondità e di manovra che esprimevano il fulcro del suo pensiero militare quale si era venuto maturando in quasi tre anni e mezzo di guerra. (66) AUSSME. DS CAA. allegati. prot. 3599 del 27.7 . 1918.


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La battaglia di Vittorio Veneto costituisce la parte principale del 11 tomo del V volume della Relazione Ufficiale sull'esercito italiano nella prima guerra mondiale, di ormai prossima pubblicazione nel momento in cui attendiamo alla stesura di questo lavoro. e ad esso pertanto rimandiamo per una esauriente conoscenza dell'andamento della battagl ia stessa, così come è possibile evincere attraverso l'approfondita e dettagliata rievocazione che di essa è stata fatta. Delle sue premesse e del quadro generale, pertanto, ci limiteremo ad un cenno molto sintetico, in grado di dare al lettore una sommaria visione d"insieme, riferendoci alle informazioni contenute nella citata Relazione Ufficiale la cui consultazione in anteprima ci è stata resa possibile dalla cortese collaborazione del suo autore. Dedicheremo invece maggiore attenzione e rilievo. avvalendoci più largamente di esse ed anche sulla scorta delle fonti documentali di cui disponiamo, agl i avvenimenti che hanno visto la più diretta partecipazione del Corpo d'Armata d'assalto e delle due Divisioni che lo costituivano ed, implicitamente, all'azione di comando del generale Grazioli. Il piano generale italiano prevedeva un attacco sul Grappa con la 4a Armata allo scopo di attirare in quel settore le riserve austroungariche. quindi la rottura del fronte a\Versario nel punto di sutura fra le sue due Armate sul Piave, la 5\ detta anche Armata dell'Isonzo. e la 6", con l'intento di scindere in due tronconi le forze nemiche del Piave partendo dal Montello e puntando su Vittorio Veneto. aggirando così da sud la 6" Armata austriaca ed impedendone il ripiegamento. Nella concezione dell'operazione offensiva sul Piave, gli elementi essenziali erano: - il forzamento del fiume fra il vertice a nord-est del Montello in corri pondenza di Falzé e le Gra,·e di Papadopoli per un'ampiezza di circa 20 km; - una direttrice estendentesi in d irezione Ponte delle Priula, Conegliano, Vittorio Veneto, tale da tagliare le comunicazioni alla 6a Armata austro-ungarica, seguita da un·avanzata verso la valle del Piave: - il probabile spontaneo arretramento della S·' A rmata austroungarica sino alla Livenza; - lo sfruttamento delle ri percussioni delravanzata nella valle del Piave sullo sch ieramento avversario del Grappa e, se del caso, dell'Altipiano; - un impiego di oltre 28 Divisioni e di artiglieria in quantità tale da assicurare lo sfondamento totale ed assoluto della linea di


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fronte prescelta (265 batterie di grosso e medio calibro. 250 di piccolo calibro, 90 di bombarde). Per l'azione sul Piave. veniva deciso di realizzare il maggior numero possibile di zone di passaggio attraverso le quali ogni Corpo d'Armata avrebbe cercato di costituire, a mezzo traghettamento, una propria testa di ponte, e di prevedere, per ognun a di esse, il successivo lancio di ponti integrati da passerelle per le fanterie e da teleferiche per garantire l'alimentazione dei reparti oltre il fiume anche in caso di interruzione dei ponti. Il terreno oltre Piave nel quale avrebbero dovuto operare le nostre unità poteva essere suddiviso in due zone nettamente distinte dall'allineamento Ponte della Priula, Susegana, Conegliano, Sacile. All'8a Armata, il cui schieramento abbiamo detto estendersi da Pederobba a Palazzon. erano riservati i seguenti compiti ed obiettivi: - in un primo tempo, avanzata oltre Piave. fronte a nord-est, puntando essenzialmente al raggiungimento con la massima celerità della regione a nord di Vittorio Veneto per intercettare la principale arteria di rifornimento della 6a Armata nemica, la Sacile-Vittorio Veneto-Valmoreno. precludere la ri tirata alle truppe avversarie nella conca di Valmoreno, sbarrare le provenienze da Ponte delle Alpi; - in una fase successiva, avanzata con obiettivo la convalle bellunese, tene ndosi a sinistra in stretto collegamento con la 12j Armata franco-italiana e formando a destra fianco difensivo sull'altopiano del Cansiglio ed alla testata della Livenza. L'8" Armata, che aveva la direzione dell'operazione sul Piave. doveva passare il fiume fra Pederobba e le Grave di Papadopoli incluse. e perciò da essa venivano a dipendere. sulla destra, anche !'Xl Corpo d'Armata e le due Divisioni del XIV Corpo d'Armata in glese che formavano la 10n Armata , agli ordini del generale Lord Earl of Cavan. Ogni Corpo d'Armata avrebbe dovuto mantenere , come già era in atto, una Divisione in linea. una in seconda schiera cd una in riserva; l'impiego di quest'ultima doveva considerarsi svincolabile dal Corpo d'Armata di appartenenza nell'eventualità di possibili superamenti del Piave in settori d iversi da quelli del Corpo d'Armata ste~so. Secondo la valutazione di Caviglia. tre Divisioni per ciascun Corpo d'/\rmata erano sufficienti per attraversa re il fiume. infrangere la prima linea difensiva nemica ed aprire varchi per le unit.>i di manovra, mantenute di riserva ad una distanza non superiore alle 2-3 ore di marcia dal Piave. La pianificazione operativa si


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basava inoltre sul fattore sorpresa e sulla disponibilità di 8-10 ore notturne per il raggiungime nto degli obiettivi del primo tempo e per il loro scardinamento. Nell'ordine di operazioni diramato il 13 ottobre. il Comando d'Armata indicava per l'VIII Corpo d'Armata, più ad est, l'occupazione immed iata delle alture di Sa n Salvatore e Conegliano, oltre Piave, con creazione di una testa di ponte e ricerca del collegamento a destra con la 10a Armata. Il XXII Corpo d'Armata, schierato più ad ovest, doveva stabilire una testa di ponte ed un fianco difensivo a sinistra nell a piana di Sernaglia, fin o a che !"VIII Corpo non fosse avanzato, occupare gl i sbocchi della Val Soligo verso la pianura suddetta ed attaccare anch·esso, da ovest , le colline di San Salvatore. D al momento che sulle predette alture si annidavano numero ·e batterie austriache. la loro presa di possesso doveva essere compiuta di primo sbalzo, e pertanto la 13 e la 2a Divisione d'Assalto venivano assegnate rispettivamente ai Corpi d'Armata XXII e VIII . Tanto nel documento in questione (67) che in uno successivo del 26 dello stesso mese (68). si disponeva che. qualora le due Grandi Unità d'assalto avessero raggiunto d'impeto l'obiettivo e senza fort i perdite. esse dovessero riunirsi al loro Corpo d'Armata e. nuovamente al comando di Grazioli, procedere direttamente su Vittorio Veneto, coperte sulle ali dai due Corpi d'Armata a i quali erano state temporaneamente cedute. Le condizioni del Piave si erano andate progressivamente aggravando, e ronda di piena impediva lo svolgersi delle operazioni di gittame nto di pontili e passerelle previste per il 24 ottobre. La prima fase dell'offensiva. quindi. si svolgeva dal 24 al 26 ottobre condotta quasi esclusivamente sul Grappa dalla 4a Armata con il concorso della 6a e della 12" sulle ali, mentre sul Piave la 10" si limitava all"occupazione preventiva delle Grave di Papadopoli, senza essere accompagna ta da immediate azioni di forzamento del fiume. La cosa, se pur casualmente, avrà un risvolto positivo nei rigu ardi delle succe ive operazioni. facendole attribuire un significato di diversivo inteso a distogliere l'attenzione da altri settori del fronte. Lo sviluppo de ll'azione offensiva sul medio Piave si realizzava invece tra il 26 ed il 27 ottobre. Sul fronte dell'8a Armata, le operazioni di fo rzamento del fiume, già o tacolate dalla forte velocità (67) AUSSME. DS CAA. all egati. prot. 7018 del 13.10.191 8, da Com.do 8" Armata a Com.di dipend enti. 10' Armata e Corpo d'Armata d'assalto. f.to Caviglia. (68) AUSSME. DS CAA. allegati, prot. 14 15 de l 26. I0.19 18, da Com.do 8" Armata a Corpi d"A rm ata dipendenti e Corpo d'Armata d'assa lto , Lto Caviglia.


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della corrente - molti materiali da ponte , trascinati da questa, andavano ad urtare e distruggere gli altri ponti che si stavano costruendo più a valle - erano fortemente condizionate dall'intensità del tiro delle artiglierie nemiche . L'aulico messaggio di Caviglia alle truppe. A vanti, passare il Piave, e portate con le nostre bandiere sulle Alpi i destini d'Italia (69), non sembrava destinato ad una facile attuazione. Gli obiettivi della IO Divisione d'assalto, avanguardia del XXII Corpo d'Armata. erano precisati nell'ordine di operazioni n. l che il 22 ottobre il suo comandante generale Zoppi aveva diramato ai reparti dipendenti (70). Quattro battaglioni d'assalto, appoggiati da due compagnie mitraglieri divisionali e da una batteria da montagna, dovevano passare il Piave ed impadronirsi della linea dei molini e della linea dei villaggi nella piana di Sernaglia (Mosnigo . Moriago, Fontigo, Sernaglia. Falzé di Piave) . neutralizzando le a rtiglierie nemiche schierate fra queste linee ccl il Piave e costituendosi in temporanea testa di ponte. Le rimanenti unità della Divisione, ripartite su due colonne, dopo aver conquistato Falzé dovevano superare il Soligo ed attaccare le alture di Collalto-Colle di Guarda in contemporanea con le truppe dell'Vlll Corpo. I compiti della 2a Divisione d'assalto, specificati in un ordine di operazioni, anch'esso del 22 ottobre, da parte del comandante generale De Marchi (71) . potevano riassumersi nei seguenti: - passare il Piave; - attaccare la fascia fortificata, su tre linee, corrente lungo il margine sud delle colline, impadronir ene e raggiungere l'allineame nto Col della Tombola-San Salvatore-Susegana; - procedere oltre. raggiungendo la congiungente Colle di Guarda-Monte Cucco-Colle Belvedere; - consegnare tale posizione alle truppe della 48" Divisione che frattanto avrebbero dovuto sopraggiungere. Come si può vedere, l'azione delle due Divisioni, pur vicine, era indipendente prevedendosi un solo concorso indiretto da parte della la all'acqui izionc del primo obiettivo della 2\ Collalto. Sul fronte della l" Divisione, le operazioni di gittamento dei

(69) AUSSME. DS 8" Armata, allegati, prot. 7422 del 26.10.1918, da Caviglia a GG.UU. dipenden ti. (70) AUSS:\IE. DS t·' Divisione Assalto. prot. 13247 del 22.10.1918. da Com .te Divbione a repa rti dipendenti, f.to Zoppi. (71) AUSSME. DS 2" Divisione d'Assalto. prot. 1438 del 22.10. 1918, da Com.te Divbione a reparti dipendenti . f.tO De Marchi .


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ponti erano cominciate verso le 20 del 26 ottobre. All'alba, sotto una pioggia battente, il 3° gruppo d'assalto rinforzato dal XII reparto d'assalto, aveva scardinato le prime due linee difensive, superato Sernaglia portandosi in profondità e catturato le batterie austriache della zona, alcune delle quali sparavano a zero segnalando da sole la propria posizione. Era così stata portata a compimento la prima parte della missione. È interessante rilevare, sotto il profilo tattico, come nell'attacco all'abitato di Moriago, non facile data la sua maggiore estensione rispetto agli altri paesi ed all'avervi piazzato gli austriaci numerosi nidi di mitragliatrici, il XXII reparto d'assalto , proprio allo scopo di defilarsi alla loro nutrita azione di fuoco, si era frazionato in numerosi, piccoli nuclei che, quantunque avessero inizialmente facilitato le resistenza nemica materializzatasi, opportunamente, in tentativi di controinfiltrazione attuati anch'essi con una dispersione in gruppi di 50-100 uomini, altrettanto opportunamente le fiamme nere del 3° gruppo d'assalto si erano inizialmente fatte assorbire dall'avanzata di questi gruppi per poi aggredirli alle spalle (72). Nella stessa giornata, Caviglia aveva richiamato le unità alle sue dipendenze ad una maggiore accortezza tattica : li nemico esplica la sua resistenza quasi esclusivamente nei centri abitati, i quali si prestano assai bene alla difesa con le mitragliatrici. È un errore per noi d i intestarci a prendere cli viva forza questi centri organizzati del nemico: poiché essi vengono a sottrarre forze ai nostri obiettivi ed a ritardare od addirittura ad arrestare la nostra avanzata. Si insista per correggere questa tendenza che è quasi generale in tutti i gradi; mentre deve entrare in tutti la persuasione che questo genere di difese organizzate deve cadere per aggiramento (73).

Nelle prime ore del mattino, il 1° e 2° gruppo d'assalto della 1" Divisione, su due colonne, muovevano per l'acquisizione della seconda parte dell'obiettivo divisionale (occupare Falzé, attaccare le colline di Collalto e prendere contatto con le unità dell'Vlll Corpo d'Armata preposte all'occupazione dell'importante posizione di Col della Tombola, dando luogo così ad un'unica, ampia testa di ponte (72) Maggiore. (73) Armata a

Alberti A. Sernaglia (27-28 ouobre /918), Comando del Corpo di Stato Bollellino Ufficio Storico. anno IIL n. 6, 1.11.1928, pagg. 501-519. AUSSME, DS 8" Armata, prot. 7475 del 27.10.1918, da Com.do 8" GG.UU. dipendenti , Lto Caviglia.


CAPIIOlO TERZO Il CORPO 0·1\R\11\11\ o ·ASSAI.TO

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dell'8a Armata). La resistenza austriaca dinnanzi a Falzé si dimostrava subito molto dura, superabile solo con w1 vero e proprio attacco metodico del quale sono segni evidenti le successive linee di gruppi di cadaveri nostri e dei nemici (74), e veniva infranta dalla colonna sboccata da Sernagl ia. Si era creata anche un po' di confusione nelle nostre file. dovuta allo scarso coordinamento fra l'azione degli assaltatori e dei battaglioni bersaglieri, con frammischiamenti, dispersion i e necessità di pause per il riordinamento. Nel pomeriggio si verificavano forti contrattacchi nemici che comportavano la necessità dell'abbandono di Falzé e di un ripiegamento sulla linea Scrnaglia-Villamatta, reso anche necessario dal dover dare sicurezza, nottetempo, alla testa di ponte, dal momento che le truppe dell'VIII Corpo non avevano ancora passato il Piave. La giornata successiva, 28 ottobre, era impiegata a riordinare i reparti ed a preparare un 'azio ne controffensiva che, condotta senza particolari difficoltà il 29. attraverso Falzé riconquistata portava in prossimità del $oligo e Col della Tombola stabilendo il contatto con la 483 Divisione. Successivamente, la 13 Divisione d'assalto operava una contromarcia verso est che conduceva all'occupazione di importanti nodi stradali sull'asse Conegliano-Vittorio Veneto e della posizione di Col Caprile. Il 30 si riuniva nella zona Rue di Feletto-Formenighe , tornando a disposizione del Corpo d'Armata d'assalto. Particolare ril ievo, nella citata relazione del generale Zoppi, veniva data all 'az ione dei nuclei nuotatori che mantennero i collegamenti fungendo da staffette. nono tante la forza della corrente. Per dare un"idea delle difficoltà della traversata, Zoppi ricordava come i nuotatori, pur valentissimi. rifiutarono di trasportare sulla riva destra ufficiali feriti delle varie unità che offrivano loro compensi dell'ordine anche di varie migliaia di li re. Nel corso delle operazioni condotte dal 26 al 30 ottobre la 1a Divisione d'assalto, su una fo rza combattente di 8756 uomini, ne aveva avuto uccisi 293 (13 ufficiali e 280 uomini di truppa), feriti 823 (39 ufficiali e 784 uomini di truppa) e di persi 56 (quasi tutti travolti nel Piave traghettato). Erano stati catturati 3500 prigionieri , 36 cannoni e 168 mitragliatrici (75). (74) AUSSME. DS CAA. allegati. Relazione sulle opera:ioni offensh·e dal 26 (I/ 30 ouobre /9 /8. prot. 139 del 10.1 1.1918. da Com .do 1• Divi~ione d'assalto a

Com.do XXII Corpo d'Armata e Corpo d·Armata d'assalto, f.to Zoppi. (75) AUSSME.DS CAA, allegati. Relazione mlle operazioni offensive dal 26 al 30 ouobre 1918. prot. 139 del 10.11.1 9 18. da Com .do l ' Divisione d'assalto a Com.do XXII Corpo d'Armata e Corpo d'Armata d'assalto. f.to Zoppi .


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Ma sul fronte dell'Ylll Corpo le cose si erano messe male sin dalrinizio. Il gittamento dei ponti era iniziato poco dopo le 19 del 26, però. oltre all'azione ostacolante della corrente del Piave, era venuto completamente a mancare il fattore sorpresa dal momento che agli austriaci non erano sfuggiti i nostri approntamenti per il passaggio del fiume. con conseguente tiro di artiglieria. violento ed anche efficacemente impeditivo e distruttivo. Nonostante ciò, nuclei del V reparto d'assalto della 2" Divisione. 9 ufficia li e 245 uomini, erano riusciti a pa sare sull'altra riva, dove erano poi rimasti isolati non potendo essere raggiunti dai rincalzi. Si battevano strenuamente per tutta la giornata del 27, in parte rimanendo sul terreno ed in parte venendo catturati (i prigionieri riusciranno poi a liberarsi due giorni dopo. nel caos prodotto dalla nostra avanzata); solo un'ottantina riusciva a rientrare nella notte fra il 27 ed il 28. La situazione stava diventando critica, non solo per l'VIII Corpo bloccato sulla riva destra del fiume, ma anche per le altre unità dell'8" Armata già in azione sulla sinistra del fiume ed abbastanza profondamente inserite nel dispositivo nemico , che rischiavano di rimanere completamente isolate sottoposte com 'erano alla pressione austriaca che cercava disperatamente di eliminare la nostra testa di ponte. In aggiunta. infatti. il problema detrafflusso dei rincalzi e dei rifornimenti tendeva a diventare arduo, perché artiglieria ed aviazione nemiche continuavano a battere efficacemente i ponti impedendone il riattamento ed il completamento. Si consideri poi che proprio l'VIJI Corpo era quello destinato a portare a fo ndo razione deci iva contro lo schieramento avversario. Lo stesso giorno 27, Caviglia prendeva una risoluzi one che doveva rivelarsi determinante. Ordinava al XV II I Corpo d'Armata, stazion ante in seconda schiera. di passare il Piave con le sue Divisioni più vicine al fiume (56" e 33") sui ponti della 10" Armata in modo da mettersi in grado, il giorno successivo, di operare sul fianco sinistro di questa in direzione nord, verso Conegliano. e nord-ovest risalendo la riva sinistra del fiume, in modo da assumere per qualche tempo i compiti già attribuiti all'V lll Corpo e di cons.entire a questo il passaggio del fiume (76). Il XXII Corpo, aggiun(76) Era quanto già contemplato al paragrafo 6 del documento n. 7018 del 13.10.1918 d i cui alla nota 67: Ciasc1111 Corpo d'Armara deve tentare il passaggio del fiume nel maggior m1111ero di ponti possibile. Occorre tu//avia prevedere il caso che su un ceno trai/o il passaggio riesca in 1111 primo tempo impossibile. Le unità laterali. giut11e alla sponda Iinistra, devono essere prome ad aggirare il tratto di linea nemica che impedface ravanznra delrunità contigua. sia <1 richiesta di quesw. sia di propria Jni-


CAP ITOLO I r.KZO: IL CORPO D'ARMATA D'ASSALTO

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gevano le disposizioni del comandante delr8a Armata, nonostante l'arresto dell'VIII doveva intanto continuare a perseguire i propri obiettivi puntando su Vittorio Veneto. Il XVIII Corpo riusciva ad ottemperare agli ordin i ricevuti, e verso sera aveva superato la ferrovia di Susegana in corrispondenza di Ponte della Priula, aprendo così la strada all 'VIII Corpo . La 2a Divi ione. dopo vani tentativi di gittamento dei ponti per gravi difficoltà tecniche nonché per la violenza della corrente e del tiro nemico, era stata costre tta a desistere ed a rientrare, con notevole disappunto degli uomini, nei propri alloggiamenti di Povegliano e dintorni. Il giorno 28. Caviglia manifestava la propria insoddisfazione per quell a che riteneva una carenza di e nergia da parte del generale Gandolfo, comandante dell'VIII Corpo, e nel tardo pomeriggio lo sostituiva affidando il Corpo d'Armata a Grazioli in aggiunta al comando del Corpo d'Armata d'assalto, e consentendogli cli avvalersi di tutti gli ufficiali del Comando di quest'ultimo quali collaboratori nello stato maggiore dell'VIII Corpo. In effetti. le disposizioni emanate da Gandolfo erano valide; si trattava solo di imprimere loro quella carica che egli non era riuscito ad imprimere. Vi riusciva invece Grazioli , cui certo non erano la grinta e la determinazione a far difetto. e che promanavano già dal primo messaggio inviato ai comandi dipendenti da lla nuova sede di coma ndo di Ve negazzù dove si era trasferito il 27: Per ordine de!r8·' Armata, assumo da quesro momento il comando dell'VIII Corpo, composto con le Divisioni 2° d'assalto. 48" e 58a. L'VIII Corpo ha questo compito preciso da assolversi fra stanotte e doman i: Passare ad ogni costo il Piave, ed assalire da sud le colline di Susegana. Riusce ndo in questo mandato risolverà una crisi che. prolungandosi. potrebbe rendere vani i sacrifici sinora sostenuti dai nostri compagni d'arme che hanno passato il Piave altrove. Non occorrono a ltre parole per infondere in tutti la più tenace volontà di adempiere con l'usato slancio e col più e roico valore il sacro momento che ci è affidato. Conto sull'abnegazione e su!renergia di tutti. Chiedo ai bravi ufficiali del Comando del Corpo d'Armata d'assalto che restano con me la più fervida cooperazione nei compiti che loro affiderò (77) .

::iarfra o per ordine di quesro Comando che pro1·1·ederà, 01 e occorra. a ~osrimire co11 una pane delle proprie risen-e le forze impegnare in questo compito. {77) AUSSME. DS VIII Corpo d'Armata, p rot. 10.000 del 28. 10.1918.


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Verso le 17 del 28 si iniziava il gittamento di un ponte a valle della Priula e di un altro a Nervesa nei pressi di Villa Berti. Al calar della sera si iniziava il passaggio. Circa mezz'ora prima dell'inizio del gittamento dei ponti, Caviglia aveva diramato l'ordine di operazioni per il giorno successivo, che confermava come obiettivo principale della manovra il raggiungimento di Vittorio Veneto e delle Prealpi bellunesi e ribadiva tutti i compiti già in precedenza affidati a ciascun Corpo d'Armata. Per quello d'assalto, ordinava di portare oltre il Piave anche la 2" Divisione , facendola transitare dove possibile, sui ponti del XXII o su quelli dell'VIII Corpo d'Armata. Grazk>li, come s'è detto, non indugiava ad apportare modifiche agli ordini ed alle disposizioni già fissate dal suo predecessore, ma si concentrava, trasmettendo la propria concentrazione ed energia vitale alle sue truppe, sul passaggio ad ogni costo del fiume. Questo, nella notte del 28, veniva oltrepassato d'impeto dalla 483 Divisione a sinistra, sul ponte di Nervesa , e dalla 23 Divisione d'assalto a destra, su quello a valle della Priula. La 58" Divisione, in seconda schiera, doveva seguire con una Brigata ciascuna delle due Divisioni di prima schiera. Al mattino del 29 ottobre, oltrepassato il Piave e superate le resistenze nemiche abbarbicate sulle linee semidistrutte dalla nostra artiglieria, la 48a Divisione puntava sul suo obiettivo principale , Col della Tombola , se ne impadroniva e stabiliva il collegamento sulla sinistra con la Ia Divisione d'assalto che, da Sernaglia, si era a sua volta diretta con molta decisione verso lo stesso colle. La 2a Divisione d'assalto, sulle ali dell'entusiasmo ed ansiosa di rifarsi dell'indugio cui era stata inizialmente costretta, si muoveva velocemente e con determinazione verso i suoi obiettivi (Susegana, San Salvatore, Monte Cucco) , li conquistava ed intorno a mezzogiorno si stabilizzava sulla linea Belvedere-Monte Cucco-Col di Guarda. Il 29 ottobre, quindi, le teste di ponte oltre Piave erano riunite. La crisi del passaggio del fiume, sotto il fuoco dell'artiglieria nemica e le difficoltà idrografiche , era stata superata, e sullo slancio la prima linea del sistema difensivo avversario era stata infranta, costringendo la 6a Armata austriaca a dare inizio al ripiegamento sulle posizioni difensive arretrate. Verso sera, il Maresciallo Boroevic notificava al proprio Alto Comando Imperiale che, a quel punto, era indispensabile ricercare una soluzione politica del conflitto; sotto l'aspetto militare, si imponeva una ritirata generale che, in vista di un armistizio, preservasse, prima che fosse troppo tardi, l'integrità delle Armate austro-ungariche. Si era così conclusa la seconda fase della battaglia di Vittorio Veneto, quella dello scardi-


CAPITO! O IERZO: IL CORPO D'ARMATA D'ASSALTO

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namento del fronte nemico sul Piave e quindi della sua prima posizione difensiva {la prima fase, con finalità diversive, si era svolta come abbiamo detto dal 24 al 26 ottobre sul Grappa, nel settore della 4" Armata) . Graziali. all'inizio di essa, era rimasto piuttosto dispiaciuto nel ritrovarsi al suo quartier generale di Merlengo privo di un comando effettivo, con le due Divisioni d'assalto cedute in prestito ad altre unità, sia pure con la promessa di Caviglia di riunirle al più presto ..,otto la sua guida. Non era rimasto però più di tanto a dolersi della cosa, ed aveva continuato ad esercitare la propria azione di comando su quelle che, prestito o meno, continuavano ad essere le Grandi Unità del suo Corpo d'Armata, nate con lui e da lui plasmate. alle quali non era assolutamente disposto a con e nti re che potes..,ero venir meno quelle connotazioni spirituali e tattiche che rappresentavano la stessa ragion d'essere del Corpo d'Armata d'assalto. Già dal 17 ottobre, pertanto, aveva inviato ai comandi delle due Divisioni e dei due raggruppamenti delle direttive in tal sen o, che riportiamo interamente in allegato 8 quale significativo modello di affermazione di paternità e di guida a distanza. Inoltre, aveva preparato le premesse per le operazioni che avrebbe condotto in prima persona , allorché fosse tornato alla testa della sua Grande Unità per irrompere su Vittorio Veneto. li 14 ottobre, aveva pertanto richiesto a Caviglia il distacco dalla 1a e 2a Divisione d'assalto dei loro rispettivi battaglioni bersaglieri ciclisti, che non avrebbero trovato utile impiego nella prima giornata operativa, e l'assegnazione del reggimento Firenze Cavalleria (ritenuto più pratico di terreni simili a. quelli in cui il Corpo d'Armata avrebbe operato), o quanto meno del I gruppo squadroni del Piacenza (il II era già ripartito fra le due Divisioni d"assalto), quali contingenti di una riserva alle sue dirette dipendenze (78). Veniva accontentato, anche se, per quanto riguardava la cavalleria, con il reparto minore (79). Anche il problema dei rifornimenti, importantissimo, era stato affrontato da Graziali nei giorni in cui il suo Corpo d'Armata era ridotto al solo comando e allo stato maggiore. Il 19 ottobre aveva in tal senso scritto alla 8" Armata:

(78) AUSSME. DS CAA. allegati. prot. 12-H4 del 14.10.1918. (79) AUSSME. DS CAA . allegati. prot. 7093 del 15.10.1918. da Com.do g• Armata a Grazioli.


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21. - Grazioli nella seconda metà di ottobre 1918, poco prima dell'inizio della battaglia di Vittorio Veneto.


CAPITOLO TEKZO: IL CORPO D'ARMATI\ D'ASSALTO

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... Avverto che le due Divisioni d'Assalto, passando il Piave per le operazioni ciel primo tempo, porteranno con sé quattro giornate cli viveri di riserva e una giornata di fuoco. Cosicché alla sera del primo giorno esse dovranno essere riforn ite di almeno un'altra giornata di fuoco per le eventuali operazioni successive, e poi via via. giorno per giorno, di un'altra giornata di fuoco e, appena possibile, di viveri freschi. Inoltre allo scopo di avere le truppe leggerissime nel primo sbalzo avrei disposto che esse lascino sulla destra del Piave coperte e mantelline; cosicché si manifesterà ben presto il bisogno di trasportare al di là del Piave questi pesanti oggetti di equipaggiamento. In relazione a ciò ho già preavvistato codesto Comando della necessità di assegnarmi a momento opportuno adeguate salmerie di Corpo d'Armata non essendo sufficienti le scarse salmerie divisionali per i servizi suaccennati . Tale preavviso confermo ancora una volta a codesto Comando, avendomi J'lntendenza d'Armata fatto presente la difficoltà di aderire ad eventuali mie richieste di salmerie . A meno che codesto Comando abbia motivo di ritenere possibile entro tre o quattro giorni, trasporti con autocolonne attraverso il Piave e sulle strade immediatamente al di là. nel quale caso il problema resterebbe radicalmente facilitato. Pregherei su questo punto di darmi qualche notizia a titolo d'orientamento per i miei studi relativi ai servizi del Corpo d'Armata nella marcia su Vittorio (80).

Il giorno successivo specificava ancor meglio la situazione logistica ed avanzava richiesta di mezzi di trasporto supplementari per la costituzione di depositi avanzati del suo Corpo d'Armata: · .. . I mezzi carreggiati a disposizione delle dipendenti divisioni permettono in buone condizioni di viabilità, e sempreché non vi siano speciali ostacoli al funzionamento dei mezzi stessi, di integrare le deficienze organiche nei mezzi di trasporto dei reparti, esclusi i rifornimenti per l'artiglieria: in guerra di movimento è però necessario che questo Comando provveda te mpestivamente alla costituzione a distanza opportuna di depositi avanzati ai quali dovrebbero rifornirsi le divisioni (vettovagliamento - munizioni per fucileria - bombe - materiale del genio - materiale sanitario - benzina - lubrificanti ecc.).

(80) AUSSME. DS CAA. allegati, prot. 12859 del 19.10.1918.


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In previsione della no ta operazione in progetto devesi tenere assai conto del periodo di crisi intercedente fra l'inizio dcJra-

zionc cd il momento in cui vi saranno sufficienti ponti sul Piave da permettere lo sfruttamento completo dei mezzi carreggiati ed autocarreggiati. e prevedere che tata periodo possa essere della durata a nche di più giorni. Per costituire i suaccennati depositi avanzati di Corpo d'Armata limitatamente a sei giornate i viveri (quattro a secco e due razioni viveri ordinari) e quattro giornate generi di conforto. per sopperire alle necessità delle dipendenti grandi unità risultanti dall'impossibilità di sfruttare , nel periodo di maggior crisi, i mezzi carreggiati cd autocarreggiati. per provvedere a l gio rnaliero riferimento di munizioni d'artiglieria si rappresenta il fabbisogno per questo Corpo d'Armata di 11. 9 salmerie complementari di 50 muli ciascuna e di quauro a11tosezio11i (44 cam ions), fabbisogno studiato accuratamente sulla base di cifre e con crite rio di limitare la richiesta ai mezzi assolutamente indispe nsabili (8 1).

Portano la data del 25 ottobre due importa nti docume nti che attestano anch'essi l'a ttività pianificatrice di G raziali in vista della riunione sotto il suo comando dell'i ntero Corpo d'Armata d'assalto per il dilagamento su Vittorio Veneto . Ed anche l'impazienza, da parte sua. perché l'evento si realizzasse al più presto. Confidiamo che il lettore si sia già fatta un 'idea sufficie nte circa la persona lità di Grazioli per immaginare quanto non vedesse l'ora di menar le mani in prima persona. Il documento iniziale, nella previsione che il primo tempo delle operazioni sul medio Piave avesse dato l'esito auspicato, precisava , oltre ad alcuni particolari topografici di dettaglio, come i due battaglioni bersaglieri ciclisti dovevano avanzare direttamente su Vittorio , impadronendosi il più celermente possibile degli obiettivi militare e della stazione ferroviaria , senza lasciarsi deviare da scopi di secondaria importanza, a parte. naturalmente , quello di assicurare con la loro stessa marcia il fianco della 2 3 Divisione (82). Nel foglio successivo, venivano date alcune istruzioni ai comandanti delle due Divisioni d'assalto, con annesso ordine di operazioni, perché potes-

(8 1) AUSSME. DS CAA, allegati, pro t. 13038 del 20.10.19 18: i corsivi compaiono come sottolineature nel testo. (82) AUSSME. DS CAA. allegati. prot. 13516 del 25.10.1918, da Grazioli a Com.ti 1" e 2" Divi~ionc d'assalto.


CAPITOLO I ERZO : fL CORPO O"A RMATA D "ASSALTO

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sero immediatamente orientarsi sul da farsi allorché il Corpo d'Armata, riunito, avesse puntato su Vittorio Veneto: ... Verificandosi l'eventualità sopra esposta - {lo schieramento delle due Divisioni, ancora in buona efficienza al termine del primo balzo, sulla prevista linea Collalto-Colle di GuardaMonte Cucco-Belvedere-n.d.r.-) - appare ovvia la convenienza che il Corpo d"Armata d"assalto, destinato, come è noto, nel secondo tempo, all'ardita puntata su Vittorio. non venga sostituito sulla linea ora detta, ma, rimanendo su tale linea, ritorni senz'altro riunito sotto il mio comando per muovere decisamente e senza indugio alla esecuzione del secondo tempo. cioè alla puntata su Vittorio. Tale è appunto l'intenzione di S.E. il Comandante dell'Armata, che l'ha comunicata ieri al sottoscritto e ai due Comandanti dei Corpi d'Armata vm e XXII dai quali le due Divisioni d'assalto presentemente dipendono. Ora, data l'israntaneità con la quale una tale eventualità potrebbe affacciarsi, è necessario che i due Comandanti di Divisione siano fin d'ora edotti di quali sarebbero, in un caso simile , le mie determinazioni. affinché fra l'ordine del Comando di Armata che rimetterà sotto il mio Comando le due Divi ioni e l'inizio del movimento verso Vittorio , non interceda che il tempo che mi sarà necessario per comunicare il « via». Questa condizione è indispensabile, se si vuole che la puntata su Vittorio, da cui il Comando Superiore tanta ricca messe di risultati si attende e che d'altra parte rappresenta davvero un'operazione tipicamente adatta alla natura di una grande Unità d'assalto, si svolga rapida e travolgente, per sorprendere il nemico e scompaginarne gli eventuali apprestamenti difensivi su lince intermedie fra il Piave e Vittorio. A questo scopo e in via preventiva trasmetto senz'altro qui annesso il mio ordine d'operazione, riserbandomi, bene inteso. di renderlo esecutivo con una ulteriore comunicazione ai due Comandanti di Divisione. solo nel ca o che gli avvenimenti del primo sbalzo, essendosi svolti nel modo favorevole, che ho più ~opra indicato. avessero indotto S.E. il Comandante dell'Armata a ridarmi scnz·a1tro il Comando delle due Divisioni per proseguire con es o su Vittorio ...

La conclu ione era un incitamento, dal quale sembrava trasparire una piccola nota d'ansia. il malcelato timore che qualco a potesse privare. lui e la Grande Unità al suo comando, del prem io


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di veder realizzata nel rush finale la loro specifica identità di punta di diamante di tutto il nostro schieramento: Ai miei due Comandanti di Divisione d'assalto aggiungo che non mi dissimulo lo sforzo morale che sarà necessario per non arrestarsi al primo tempo dell'attacco loro affidato e che già per sé stesso rappresenta una impresa non lieve. D'altra parte però sono sicuro che essi comprenderanno con me che con le splendide truppe che abbiamo la fortuna di comandare, uno solo può essere il nostro desiderio: essere, cioè, sempre, fino all'estremo, all'avanguardia. Quando poi questa avanguardia significa la punta ardita che deve mettere le mani, d'impeto, su un obiettivo del valore strategico e tattico del nodo stradale di Vittorio, io credo che non un solo dei miei arditi vorrà cedere ad altri un tale arduo compito che , riuscendo, coronerà di gloria imperitura l'azione delle Divisioni d'assalto con la valorosa Armata del Montello (83).

Il giorno successivo Graziali emanava un'appendice alle istruzioni precedenti, di cui ci sembra interessante riportare il paragrafo 6, relativo all'impiego dell'artiglieria del Corpo d'Armata, tipico di un'impostazione accentratrice che nella fattispecie aveva una sua logica ed una sua coerenza: A titolo di consiglio, per conciliare le due opposte esigenze, di avere cioè con le truppe il massimo possibile quantitativo di artiglieria da montagna, la sola che veramente potrà appoggiarci nell'avanzata su Vittorio, e nello stesso tempo per far sì che l'impiego cli questa artiglieria non si traduca in una vana e disordi nata dispersione di batterie, e peggio di sezioni o pezzi e di munizioni, credo che la miglior soluzione consista nel tenere, in ogni Divisione, un gruppo di tre batterie in mano al Comandante di Divisione come riserva mobile cli fuoco. da concentrare dove si manifesterà il bisogno, e di ripartire l'altro gruppo in batterie addette a ciascuno dei tre Gruppi d'assalto. Così pure avverto che mi riserbo il diritto eventualmente di riunire i due gruppi di batterie dei Comandi cli Divisione, in mie mani, sotto il comando del comandante d'artiglieria di Corpo d'Armata, ogni qualvolta l'andamento dell'azione o il coronamento di essa richieda un concentramento maggiore di mezzi a scopo unitario.

(83) AUSSME. DS CAA, allegati, prot. 13516 bis del 25 .10.1918, da Grazioli a Com.ti 1• e 2" Divisione d'assalto.


CAPITOLO I F.RZO: IL CORPO D'ARMATA D'AS!:,ALTO

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li paragrafo 9. conclusivo. aveva un notevole contenuto psicologico. non foss'altro che nell e due sottolineature: Entriamo in territorio nemico che è poi nostro. Ogni atto di saccheggio e di prepotenza sulle nostre popolazioni che a ndiamo a liberare sia immediatamente p6nito con la fucilazione (84).

li 29 ottobre può essere preso come il giorno di inizio della 3" fase della battaglia di Vittorio Veneto, quella del completamento del ~uccesso attraverso la rottura completa del fronte nemiéo. La 2a Divisione d'assalto si era mossa nel pomeriggio dalla linea Susegana-San Salvatore-Monte Cucco, su cui l'avevamo vista pervenire verso mezzogiorno, per portarsi in località Santa Maria di Feletto, poco sopra Conegliano, dove giungeva in serata . Per il giorno 30, pertanto, il generale Graziali provvedeva a co ncentra re tutti gli sforzi del suo Corpo d'Armata per raggiungere al più presto possibile robiettivo di secondo tempo, Vittorio Veneto. L"operazione era da lui concepita su tre direttrici: - al centro la principale, lungo la direzione Susegana-Vittorio Veneto attraverso la zona collinare di Collabrigo e Menzana, che sarebbe stata percorsa dalla 58° Divisione, la meno affaticata e quindi la più idonea a muovere rapidamente; - sulla destra, approfittando di una rete di comunicazione stradale più favorevole, avrebbe puntato una colonna cele re costituita da sei squadroni dei Lancieri di Firenze e eia bersaglieri ciclisti; - sulla inistra , più a nord. la 2a Divisione d"assalto avrebbe avanzato su due colonne, per raggiungere con quella più a levante Vittorio Veneto e con quella più occidentale la zona cli Valle R evine. A quest'ultima d irettrice Graziali annetteva ancora maggiore importanza. perché doveva tagliare la via di ritirata ai reparti a ustriaci di retroguardia che, alla sera del 29, conti nuavano a battersi sulle alture di Soligo, Refrontolo e nella zona a sud di Valmareno. La 483 Divisione, che restava più arretrata, doveva seguire il movimento per la strada di Feletto, funzionando da riserva di Grazioli (85). (84) AUSSME. DS CAA. allt:gati, prot. 13516 bis (appendice) de l 26.10.1 9 18, da Gra.àoli a Com.ti I" e 2·• Divisione Assalto: i corsivi compaiono come sottolineature nel testo. (85) AUSSME. DS VIII Corpo d·Armata. Relazione sugli an·e11i111e11ri srnftisi dal 28.10 al 4. I 1.1918, prot. 2240 dcli' 11.11.1918. da Grazioli a Com.do 8·' Armata.


Quadro riassuntivo delle operazioni offensive condotte dalle GG. UU. agli ordini del generale Grazioli fra il 26 ottobre ed il 4 novembre 1918.


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La manovra era destinata a riuscire in modo pressoché perfetto. Nelle prime ore del mattino del 30 ottobre , fra le 6 e le 6.30, la colonna celere entrava a Vittorio Veneto seguita poco dopo dalla brigata Tevere della 53a Divisione. A mezzogiorno , dopo essere transitata per Rua di Feletto e Menzana , arrivava la 2a Divisione d'assalto , rappresentata dal comando, dal 4° gruppo d'assalto , dal gruppo di artiglieria da montagna e da una compagnia mitraglieri divisionale; gli altri due gruppi d'assalto , il 5° ed il 6°, si impadronivano dei monti Piai ed Altare , che dominavano da ovest Vittorio Veneto e da sud la zona di Valle Revine e della stretta di Serravalle. A sera, si poteva affermare che, con il possesso del vitale centro di ,comunicazioni rappresentato da Vittorio Veneto, la scissione in due tronconi delle Armate nemiche dislocate in montagna ed in piano era stata conseguita, il che stava a significare il primo scopo che l'intera offensiva italiana si era riproposto. La 108 Armata puntava sulla Livenza; sempre il 30, la 3" Armata entrava in azione sul basso Piave e, dopo aspra lotta, forzava gli sbocchi di Ponte di Piave, Salgaredo, Romanziol e San Donà. Nel frattempo , anche il Corpo di cavalleria era passato sulla sinistra del Piave, pronto a lanciarsi in profondità nella pianura veneta. Nel settore del Grappa, dove la situazione era rimasta sino allora sostanzialmente immutata , il giorno 31 il comando della 4" Armata, preso atto dell'iniziato ripiegamente austriaco, lanciava tutte le sue forze all'inseguimento in direzione della conca di Feltre, pervenendo a tagliare il solco FeltreArten. Grazioli faceva il suo ingresso a Vittorio Veneto in mattinata. Più tardi, nel pomeriggio , mentre sulla piccola piazza del paese da dove partiva la strada per Serravalle, stava impartendo disposizioni, compariva all'improvviso la macchina del Re che, disceso, si complimentava con lui stringendogl i più vòlte calorosamente la mano (86) . Erano commossi entrambi , ed in entrambi probabilmente , per un attimo, riaffiorava il ricordo dei bei tempi di Palazzo Salviati , un tuffo indietro di 35 anni. Il 30 ottobre 1921, il Comune di Vittorio Veneto avrebbe concesso all'allora Direttore Superiore delle Scuole Militari la cittadinanza onoraria, e murato una lapide che tuttora figura nella piazza del Duomo: XXX ottobre MCMXVIII - Duce Francesco Saverio Grazio/i - per questa via vi entrarono - libertà e vittoria. II giorno successivo , 31 ottobre , iniziava la quarta ed ultima (86) Grazioli F.S., Memorie, archivio familiare .


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22. - I reparti del Corpo d"Armata d'assalto adunati dinnanzi al loro comandante poco dopo l'ingresso in Vittorio Veneto (30 ottobre 1918).

fase della battaglia di Vittorio Veneto, con l'ordine del Comando Supremo di passare alrinseguimento del nemico, incalzandolo ed estende ndo le operazioni a lutto il fronte. Il Comando Supremo, infatti , con le disposizioni emanate all 'inizio dell'offensiva e la conseguente articolazione delle forze. aveva inteso realizzare una situazione che, prima di mirare ad estendere il nostro controllo ve rso est ne lla pianura veneta, conse ntisse di respingere il nemico contro il fianco montano, allargando l'area in nostro possesso così da garantire sicurezza e buone pro pcttive di riuscita a quelle operazioni offensive. a ttuabil i non prima della primavera del 1919, che si rite-


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neva potessero essere quelle risolutive. Ma, proprio nella giornata del 31 , lo stesso Comando Supremo si rendeva conto di come gli austro-ungarici, anche in relazione al difficile momento politico interno che stavano vivendo, intendessero ripiegare su tutto il fronte, c come pertanto non si dovesse perdere l'opportunità di provocare il loro completo collasso con l'inserirsi, sconvolgendola, nella loro manovra di ritirata. Nella tarda serata del 30, 1'8a Armata riceveva l'o rdine dal Comando Supremo di puntare, insieme alla 12a, sul solco BellunoFeltre , e nel contempo di avanzare con la massima celerità per le valli del Piave e del Cordevole per raggiungere Agordo e Pieve di Cadore. Caviglia, intorno a mezzanotte, diramava l'ordine di operazioni nel quale, per l'VIII Corpo, si indicava come obiettivo il raggiungimento della linea fra Col di Salta e Ponte nelle Alpi, collegandosi sulla sinistra con il XXII Corpo e proteggendosi il fianco destro verso Pieve di Alpago, e l'effettuazione di ricognizioni lungo la valle del Piave io direzione di Longarone. Per quanto riguardava il Corpo d'Armata d'assalto, questo doveva rimanere a disposizione del comandante dell'8a Armata, con la 1~ Divisione radunata fra San Pietro di Feletto e Formenighe e la 2a nella conca di Serravalle (87). Graziali faceva una accorta valutazione delle difficoltà che avrebbe potuto incontrare nell'esecuzione del compito affidato all'VIII Corpo d'Armata. Lo preoccupava, nella marcia verso Ponte nelle Alpi, la presenza della Sella di Fadalto, una posizione già di per sé stessa ostica per le specifiche caratteristiche naturali ( una vera e propria strettoia, con una serie di canaioli al traverso di essa), dove la prevedibile resistenza nemica avrebbe potuto costituire un arduo ostacolo al proseguimento dell'avanzata. Tentava ad ogni modo una puntata offensiva, all'alba del 31, con elementi della 488 Divisione , che veniva respinta confermando le sue previsioni, Grazioli decideva allora di rinunciare a qualsiasi tipo di azione frontale, di incanalare la 43a Divisione lungo la valle di San Floriano, quasi in direzione del Nevegal , mentre nel contempo una colonna di truppe celeri si doveva inoltrare oltre l'altopiano del Cansiglio. verso Farra di Alpago, per determinare con un'azione avvolgente la caduta della Sella di Fadalto. Graziali attribuiva molta importanza all'azione di questo contingente tattico cli formazione (88), e ne affidava il (87) AUSSME. DS 8° Armata. fonogramma a mano n. 7644 del 30.10.1918. da Com .do 8" Armata a GG . UU. dipendenti. f.to Caviglia. (88) La colonna era composta da: III btg. bersaglieri ciclisti. 11 gruppo Lancieri


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comando allo stesso sottocapo di stato maggiore del Corpo d'Armata d'assalto, tenente colonnello Pirzio Biroli , dandogli ordine di procedere ad un ampio aggiramento con obiettivo terminale lo sbocco di Farra d' Al pago che, trovandosi alle spalle della Sella di Fadalto, ne avrebbe potuto provocare la caduta per manovra. La colonna, partita nelle prime ore del mattino del 31 ottobre, raggiungeva nel pomeriggio la conca di Pian del Cansiglio senza aver incontrato resistenza particolarmente agguerrita se non nella fase finale, sotto forma di intenso fuoco di nidi di mitragliatrici appostate sulla collina costituente il margine nord della conca stessa. Dopo aver tra corso la notte nell'abitato di Campon. nella mattinata dell' 1 novembre la colonna Pirzio Biroli, verso mezzogiorno, poteva collegarsi con avanguardie della 483 Divisione che a loro volta, pervenute da ovest in corrispondenza della Sella di Fadalto, l'avevano aggirata costringendo così il nemico ad abbandonare la posizione cd a ripiegare verso Ponte nelle Alpi. La manovra si era rivelata effi-. cacissima, non aveva comportato che pochissime perdite ed aveva costitu ito per Grazioli un riscontro reale delle proprie concezion i operative , al quale fornire ulteriore contributo nel corso delle successive operazioni che si andavano prospettando. L'l novembre stesso, infatti , il comando dell'8a Armata diramava le direttive per l'inseguimento del nemico, che modificavano in parte gli ordini precedenti: Il nemico np1ega su tutta la fronte: occorre sopravvanzarlo ne lla zona montana per impedirgli lo sgombro del saliente trentino. Mentre altre Armate agiranno contro il lato occidentale del saliente, rs• Armata deve precludere la Val Pusteria raggiungendo il fronte Bolzano-Brunico. Avanzerà in concomitanza con la 4° Armata alla quale è staro affidato l'obiettivo Egna-Bolzano, e si coprirà il fianco destro con la 1• Divisione di cavalleria, che per il Passo della Mauria deve scendere nell'alta valle del Tagliamento ... Il compito affidato ali' Armata sarà conseguito: a . da una colonna di destra, agli ordini di S.E. il Generale Grazioli. la quale, seguendo la direttrice Ponte nelle Alpi-Longarone-Pieve di Cadore-Cortina d'Ampezzo, deve puntare sul

di Fire11:e. 6" squadrone Cai•alleggeri di Piacenza. due plotoni di fiamme 11ere. una sezione di artiglieria da montagna e due sezioni auto-mitragliatrici (AUSSME. DS CAA. Allegati. prot. 15237 del 12. l l.1918, Relazio11e sommaria sulla ba11aglia 24.104.JJ./918. da Grazioli a Com.do 8" Armata.


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fronte Wel berg (89)-T oblach (90). La colonna sarà costituita dall'VIII Corpo d'Armata formato dalla 48" Divisione di fanteria e dalla 2" Divisione d'assalto. Oltre ai propri c lementi organici. il Corpo d'Armata disporrà di quattro gruppi di artiglieria da montagna e di quindici salmerie complementari; b. da una colonna di sin istra, agli ordini di S.E. il Generale Di Giorgio, che seguirà la direttrice Sedico-Agordo-Ccncenighc. Da questa loca lità si ripartirà in tre colonne aventi rispettivamente per obiettivo Bolzano-Waibruck (91)-Bruneck (92) . . . . La situazione generale nemica lascia credere che le resistenze che si incontreranno saranno essenzialmente costituite da azioni di retroguardia di molestia sui fianchi, intese a ritardare la nostra marcia ... La situazione politica militare impone che si proceda verso gli obiettivi assegnati con grande decisione e celerità ... (93).

[n sostanza, 1'8" Armata doveva proseguire l'azione fra le valli del Cordevole e del Piave , risalirle insieme alle valli inte rmed ie fino a raggiungere e superare tutto il Cadore e tagliare le vie di ritirata austriaca dall'Alto Adige verso la Carinzia. Nell'ambito delle dislocazioni delle unità , il Corpo d'Armata d'assalto, senza la 2" Divisione, doveva raccogliersi nella zona di Vittorio Veneto, dove infatti il giorno 2 Grazioli trasferiva la sua sede a Villa Franceschini , mentre la l " Divisione continuava a permanere nella zona fra San Pietro di Feletto e Formenighe attentendo al proprio riordinamento. 11 gio rno l. intanto. la 48" Divisione aveva proseguito la sua avanzata occupando in serata Ponte nelle Alpi. L'episodio di Sella di Fadalto. come abbiamo detto, aveva convinto una volta di più Grazioli , se mai ve ne fosse stato bisogno, che l'occupazione del Cadore doveva basarsi essenzialmente sul fattore celerità: Per evitare che in quella lunga strettoia costituita dalla valle del Piave. da Ponte nelle Alpi a Perarolo, e più ancora in corrispondenza dell'alto gradino trasversale fra Peraro lo c Pieve di Cadore. nuove resistenze nemiche vi si afferma sero e ci impe-

(89) Monguclfo. (90) Dobbiaco. (91) Ponte Garde na . (92) Brunico. (93) AuSSME, DS s• Armata. prot. 7681 del 1.11.1918. da Com.do 8·' Armata a CìG.UU. dipendenti, f.to Caviglia.


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dissero di fare il largo bottino di materiali e prigionieri che la situazione ci riprometteva (94) .

Per l'avanzata in Cadore , pertanto, Grazioli designava la 2a Divisione d'assalto , che il giorno 2, dalla zona di Serravalle nei pressi di Vittorio Veneto dove si trovava acquartierata, si portava con marcia velocissima a Ponte nelle Alpi. La designazione , certamente, era in linea con il concetto di celerità che doveva privilegiare l'operazione; forse, la 483 Divisione era effettivamente più stanca e più logora per aver affrontato i combattimenti di Fadalto, come sostenuto da Grazioli , anche se, tutto sommato, questi non erano stati poi così aspri come lo stesso Grazioli affermava per spiegare i motivi della sua scelta nel medesimo documento di cui alla nota precedente. Probabilme nte, giocavano in essa anche il richiamo all'antico amore per quei reparti d'assalto che aveva contribuito a far nascere , ed il desiderio di dare loro , attrave rso la 2a Divisione che ne costituiva fortunata rappresentanza , l'onore ed il merito di essere l'avanguardia del successo finale. Certo, poteva essere in questo senso una decisione un po' sofferta , perché anche la 483 Divisione era legata alle sue memorie affettive di comandante, nel ricordo delle sanguinose giornate del 1917 sul fronte isontino. Una scelta comunque andava fatta, e forse lo spirito dell 'assaltatore aveva avuto la prevalenza. Od invece, più semplice mente , si era trattato di una decisione e mine ntemente ed esclusiva mente tattica, secondo anche le ultime, specifiche direttive del Comando Supremo (95), senza condizionamenti sentimentali o partigiani. E probabilmente sarà stato proprio così. Ma, per l'immagine che di Grazioli ci siamo venuti formando sotto l'aspetto psicologico, non possiamo astenerci dall'adombrare anche l' altra ipotesi. Il 3 nove mbre la 2 3 Divisione d'assalto si metteva in movimento da Ponte nelle Alpi, preceduta dà una colonna leggera che il comandante del Corpo d'Armata d'assalto , sulla scia dell'azione di Sella di FadaJ.to, aveva costituito al comando del tenente colonnello D al-

(94) AUSSME . DS Ylll Corpo d 'Armata. Relazione sugli avvenimenti svoltisi dal 28.10 al 4. 11.1918. prot. 2240 dell'l l . 11. 1918, da Graziali a Com .do 8" Armata. (95) Ricordo che nella preseme situazione qualsiasi ano di temerarietà non solo è giustifica/O ma doveroso stop. Intendo che truppe et comandi spieghino la massima aggressività ed energia at superare prontamente ogni nucleo di resistenza nemica aggirandolo et sorpassandolo ... (AUSSME. DS 8" A rm ata. prot. 14695 del 2.11.1918 , da Comando Supremo a tutte le Arm ate, Lto Diaz).


CAPITO( O I ERZO: IL CO RPO D'AR~fAT1\ D'ASSALI O

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mazzo. capo di stato maggiore della stessa 2a Divisione (96). con il compito di effettuare in successione una serie di azio ni avvolgenti per debellare le resistenze che il nemico avesse potuto organizzare nei punti più stretti e quindi più favorevoli a tale scopo. Gli obiettivi e rano Pieve di Cadore. lungo la valle del Piave, Borea di Cadore nelralta Val Boite e Selva di Cadore in val Fiorentina. perseguibili in contemporanea dalle tre colonne nelle quali era stata suddivisa l'avanguardia celere. A sera, la 2a Divisione d'assa lto raggiungeva Longarone. nonostante il violento fuoco proveniente dalle alture a nord-est del paese. Il nemico cercava di interrompere il progredire della nostra avanzata anche con mezzi non cruenti. Alle 17 Grazioli veniva informato che un parlamentare austriaco (97) si era presentato ai nostri avamposti per chiedere la cessazione delle osti lità dal momento che. affermava. era stato firmato r armistizio . La cosa rispondeva al vero, ma probabilmente l'ufficiale nemico non sapeva, o faceva finta di non sapere. che proprio in sede di trattative era stata concordata la cessazione del fuoco per le ore 15 del giorno successivo. 4 novembre. Rinviato il parlamentare nelle sue linee. la 2a Divisione proseguiva la marcia , aveva ragione senza particolari difficoltà delle ultime resistenze e, nel primo pomeriggio del 4, proprio in coincidenza con la fine delle ostilità, raggiungeva Forno di Zoldo in val Maé, Pieve, Borea, Selva e Calalzo di Cadore. Da quì il 4° gruppo d'assalto, per ordine del comando dell'8" Armata, continuava la marcia in direzione di Sillian. nell'alta valle della Drava. per procedere all'occupazione militare di quell'importante nodo di comunicazio ni al margine della linea armistiziale (98). L'intero Cadore era stato riconquistato in soli due giorni. La 2" Divisione d'assalto aveva avuto 43 caduti (5 ufficiali e 38 uomini di truppa) e 159 feriti (3 ufficiali e 156 uomini di truppa); i prigionieri catturati ammontavano a 4600, i materiali di rilievo a 32 cannoni e 55 mitra-

(96) La colonna cni composta da: XXV reparto d'assalto. lii e Xl htg. bersaglieri cicli~ti. una batteria del Xll gruppo artiglieria da montagna. una sezione autohlindo ed una compagnia genio (AUSS YIE. DS CAA. allegati. prot. 15237 del I:!. 11.1918. Relazione so,11111aria sufia hauaglit1 2-1. /0--1. I/. 1918. da Grazioli a Com .do 8" Armata ). (97) Era il magg. Dc Henning. capo di sta to maggiore della 25" Divbione (AUSSME. DS CAA. allegati. prot. 15237 del 12.11.1918. R ela:ione sommaria 1ufla l,auaglia 2-1. J0../. //.1918. da GraLioli a Com.do 8" Armata). (98) AUSS\1E. DS CAA. Re~oconto della giornata del 5 no,·embrc 1918.


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gliatrici (99). Alla stessa data del 4 novembre, i comandi delle Divisioni del Corpo d'Armata d'assalto e dell'VIII Corpo risultavano così dislocati: - Ia d 'assalto a Santa Maria di Feletto , 2" d'assalto a Pieve di Cadore, 43n a Ponte nelle Alpi, 58a a Vittorio Veneto. Rientrato in quest'ultima località , Grazioli passava in rassegna la 1a Divisione schierata sul Viale della Concordia , assegnando ai tre battaglioni bersaglieri del I raggruppamento d'assalto i gagliardetti offerti dal 1°, 2° e 3° gruppo d'assalto ai loro commilitoni col piumetto. Il Corpo d'Armata d'assalto si era battuto bene. Il bilancio delle perdite si compendiava, per l'insieme delle due Divisioni che lo costituivano, in 336 caduti (18 ufficiali e 318 uomini di truppa), 982 feriti (42 ufficiali e 940 uomini di truppa), 56 dispersi. Il prezzo maggiore era stato pagato dalla 1a Divisione d'assalto, durante i violenti e sanguinosi combattimenti del 27 sulla sponda sinistra del Piave. Ad essi, infatti, faceva riferimento la motivazione della medaglia d'argento al valor militare concessa alla bandiera del 3° gruppo d'assalto (100). Erano stati complessivamente catturati 8100 prigionieri, 68 cannoni e 223 mitragliatrici, oltre a circa 2000 fucili ed altro materiale bellico in quantità difficilmente precisabile (101). La sua stOria si chiudeva il 28 novembre, allorché il comando dell'8a Armata trasmetteva il testo di un dispaccio del Comando Supremo che stabiliva come dalla stessa data il comando del Corpo d'Armata d'assalto avrebbe cessato di funzionare , rimanendo personale e mezzi a disposizione del Comando Supremo stesso, mentre le due Divisioni sarebbero passate alla temporanea dipendenza del XXVII Corpo d'Armata. Sempre alla stessa data, Grazioli doveva assumere il comando del Corpo di occupazione interalleata di Fiume ( I02).

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Un bilancio ed una valutazione relativi al Corpo d'Armata d'assalto devono tener conto di diversi aspetti.

(99) AUSSME, DS CAA, allegati, prot. 15237 del 12.11.1918. Relazione sommaria sul/ti bauaglia 24.10-4. 1I. /918, da Grazioli a Com.do 8" Armata. (100) Farina S., op. cit., pagg. 330-331. (101) AUSSME. DS CAA, resoconto della giornata del 4 nove mbre 1918. (102) AUSSME, DS 8" Armata, prot. 8294 del 20.11 .191 8. da Com.do 8" Armata a Com.do CAA, f.to Caviglia.


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li primo concerne le truppe d'assalto ed il loro inquadramento in Grandi Unità a livello Divisioni a loro volta incorporate in una struttura ancora più grande quale un Corpo d'Armata. Abbiamo visto, all'inizio del capitolo, come i reparti d'assalto avessero subito, nella fase di riordino di tutto l'esercito seguita alla vicenda Caporetto , un ridimensionamento del particolarismo che sino allora li aveva caratterizzati. Non dovevano più rappresentare, secondo la visione del rinnovato Comando Supremo post-cadorniano, lo strumento privilegiato per la soluzione del problema offensivo, bensì dovevano svolgere un ruolo di integrazione speciale a livello Corpi d'Armata subordinando i propri compiti a quelli delle maggiori unità di fanteria . In questi termini, era un parziale snaturamento delle loro caratteristiche, un impiegarli secondo criteri poco economici, scarsamente paganti ed in parte penalizzatori, ed i motivi e le ragioni alla base di tale processo involutivo riteniamo di averle sufficientemente esposte nelle prime pagine di questo capitolo. L'inversione di tendenza concettuale che a giugno 1918 portava alla costituzione di due Divisioni d'assalto e del relativo Corpo d'Armata che le inglobava, se veniva ad assumere il significato di un 'indubbia rivalutazione della specialità, nel contempo rappresentava anche una modalità di trasformazione forse troppo accentuata, con tendenza allo sbilanciamento per eccesso. Il deciso parere negativo espresso da Bassi a Badoglio doveva probabilmente essere fondato anche su questa considerazione , Il ruolo rivestito da Grazioli, in questa delicata fase di passaggio da un modulo a morfologia elementare ad uno a strutturazione più complessa, ci sembra possa definirsi come intermed io. Fautore e 'caldeggiatore presso il Comando Supremo della creazione di Grandi Unità d'assalto, aveva peraltro sostenuto la necessità di non modificarne caratteristiche e modalità di impiego, estendendone invece i compiti su una scala più ampia. Le prescrizioni per il com-' battimento offensivo, che davano corpo alle Norme per l'impiego tattico delle Grandi Unità d'Assalto, erano sicuramente improntate a realismo e foriere di un interesse quale non era facile germinasse dal pensiero militare dell'epoca, che almeno per i primi tre anni di guerra non era sembrato molto risonante agli stimoli che dalla guerra stessa pur giungevano. Per contro , esse non erano sufficienti a dirimere un aspetto contraddittorio di fondo. Le tecniche dell'infiltrazione e della manovra avvolgente, l'andar dentro con veemenza e brutalità, erano sempre correlate alla leggerezza costituzionale, morfologica , dei reparti d'assalto ed al loro non dover essere con-


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dizionati dal problema dei rifornimenti. Questo presupposto, sicuramente valido. era però a sua volta condizionante del rapido esaurirsi della penetrazione sulla prima, al massimo ulla seconda posizione difensiva nemica. Lo stesso criterio dell'assoluta autonomia logistica per almeno quattro giornate e del ricorso ai mezzi catturati al nemico, stava a dimostrare come la leggerezza continuas e ad essere uno dei fattori precipui delle truppe d'assalto, a prescindere dal livello organico. Ma d'altra parte una Grande Unità. e più ancora un complesso di Grandi Unità, anche se d'assalto o forse proprio perch é tale, non poteva prescindere da un supporto di artiglieria che non fosse solo minimo ma anche adeguato. Era quanto sancito a nche dal Comando Supremo nelle Direttive per l'impiego delle Grandi Unità nell'auacco agli articoli 4 del I capitolo e 14 del II , che abbiamo già citato nelle pagine precede nti ed ai quali rimandiamo. Che il discorso si riferisse a Grandi Unità di fanteria in senso lato e non a quelle d'assalto non sposta i termini del problema perché, come detto sopra, proprio la leggerezza di queste ultime avrebbe dovuto garantire loro un adeguato appoggio di fuoco autonomo. E del resto, i grandi successi offensivi primaverili dei tedeschi ul fronte occidentale nello stesso 1918, in gran parte ispiratori nel Comando Supremo italiano della riunione in Grandi Unità dei reparti d'assalto, o quanto meno stimolatori della rapidità con la quale ad essa i era pervenuti, erano stati legati sì allo specifico addestramento cd armamento delle unità preposte alla penetrazione ma, soprattutto, al loro impiego coordinato con rilevanti masse d'artiglieria. La clausola delle direttive italiane, che tutte quelle più pesanti degli obici someggiati da 65 e dei cannoncini da 37 in dotazione alle Grandi Unità d'assalto, dovessero essere fornite a cura delle Armate nei cui settori le stesse Grandi Unità operavano, se poteva avere una logica sotto il profilo ordinativo ed in parte a nche funzionale , certo impediva qualsiasi ipotesi di coordinamento. Ancora, lo stesso Grazioli. nelle Norme per l'impiego tattico , aveva messo a fuoco con molta chiarezza quello che doveva essere il ruolo primario, nell'azione della prima ondata d'assalto , delle mitragliatrici leggere , ridimensionando il valore delle pistole-mitragliatrici che pur tanta parte avevano avuto nell 'origine della specialità , opportunamente specificando la loro diversa funzione tattica rispetto a quella delle mitragliatrici pesanti. Infatti , sempre riferendoci a lle operazioni offensive tedesche della primavera 1918, le mitragliatrici leggere costituivano l'ossatura del combattimento delle compagnie . erano le punte d'attacco che avevano il compito di assi-


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curare, con reciproco appoggio , ininterrotta continuità di fuoco nel dinamismo di sbalzi e soste che caratterizzava l'avanzata delle compagnie stesse. Esse costringevano il difensore all'immobilità a terra nelle proprie trincee , obbligavano al silenzio le mitragliatrici che cercavano di entrare in azione, snidavano il nemico dalle sue posizioni e lo colpivano nel mentre ripiegava. L'aspetto contraddittorio, tra la lucida impostazione teorica di Grazioli e la realtà, era dato dal fatto , semplice ma determinante, che noi non le possedevamo , almeno per ora; il criterio da lui indicato di concentrare tutte le pistole-mitragliatrici nella prima ondata , che era certamente improntato a corretta e realistica valutazione delle esigenze di questo nucleo di primo impatto e dei limiti delle predette armi , veniva quindi ad essere pur sempre un ripiego. Anche i problemi connessi all 'appesantimento e/o alleggerimento dell'equipaggamento , che abbiamo visto oggetto di particolare attenzione da parte di Grazio li, con innovazioni ingegnose e spregiudicate sicuramente razionali sotto l'aspetto pratico a livello individuale o di reparto minore, potevano - esaminati nel più vasto ambito di Grandi Unità d'assalto -dar luogo a qualche perplessità (e lo stesso Comando Supremo , come s'è visto, se ne era fatto interprete) dal momento che la loro soluzione sembrava essere adombrata in termini di una flessibilità che però, per alcuni non indifferenti aspetti (fra tutti, le munizioni), mostrava di continuare ad essere condizionata da canoni logistici imprescindibili. Se passiamo dagli aspetti teorico-concettuali a quelli dell'impiego reale sul terreno di combattimento del Corpo d'Armata d'assalto, il discorso va affrontato per approcci successivi. I reparti d'assalto , così come erano stati ideati e costituiti nel 1917 secondo criteri che abbiamo cercato di focalizzare nel capitolo precedente, avevano dato più che buoni risultati allorché il loro impiego era stato congruo ed aderente alle proprie carattedstiche. Nei pdmi sei mesi del 1918, il loro impiego era stato piuttosto dispersivo e frammentario , il più delle volte francamente inopportuno , allorché i Corpi d'Armata li utilizzavano come riserva in fase difensiva. Il culmine, sotto questo punto di vista , si era avuto a metà giugno durante l'offensiva austriaca sul Piave, ed abbiamo letto in proposito le accorate critiche del generale Zoppi , comandante della Divisione «A». Di questa prima Grande Unità speciale. che Graziali aveva visto partire per Fossalta di Piave giustamente piuttosto contrariato , era stato fatto un uso scriteriato , assolutamente intempestivo e quindi dissipatorio ; era un'anteprima di quello che si


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sarebbe di nuovo verificato 24 anni dopo con il Corpo d·Armata Alpino in Russia e con la Divisione Paracadutisti Folgore in Africa Settentrionale. La nostra successiva offensiva autunnale ed il suo vittorioso epilogo, per le circostanze in cui si erano sviluppati, non erano riusciti dal canto loro ad offrire una verifica sperimentale circa l'impiego unitario del Corpo D'Armata d'assalto. Le due Divisioni che lo costituivano erano entrate in azione separatamente, in settori distinti e con caratteristiche differenti, per cui anche una valutazione del loro rendimento deve necessariamente tener conto di questo fattore di di omogeneità. Il quesito se. all'estensione della dimensione della specialità assalto, avrebbero corrisposto risultati anch'essi su larga scala, era destinato a rimanere, tutto sommato. senza una risposta realmente pertinente ed esaustiva. La l a Divisione aveva ottemperato bene al suo compito, non solo acquisendo gli obiettivi assegnati - e non era stato semplice, fra la piena del Piave e la robusta resistenza austriaca - ma anche superando il momento di crisi dovuta al fatto di essere rimasta il vero punto di forza per il mantenimento della testa di ponte di Sernaglia. destinata all'isolamento per due giorni a seguito della distruzione dei ponti e del mancato attraversamento dell'altra Divisione del Corpo d'Armata d'assalto, la 2", con l'VIII Corpo. Sotto questo punto di vista. il rendimento in combattimento della 1a Divisione può essere considerato risolutivo ai fini del fe lice esito delle operazioni sul lato nord del medio Piave. Se è vero che il dispositivo di resistenza austriaco più massiccio era quello predisposto sulle alture retrostanti la piana di Sernaglia. non raggiunte che in minima parte dall'avanzata del primo giorno, è pur vero che lo scaglionamento in profondità cd il sapiente uso di nidi di mitragliatrici nei centri abitati da parte del nemico aveva rappresentato un accorgimento difensivo molto ostico ed efficace. Le perdite. come s'è visto, erano state elevate. L'intera vicenda operativa riproponeva le problematiche relative alla leggerezza delle dotazioni dei reparti d'assalto. ineluttabile, ed alla loro alimentazione logistica (soprattutto. ripetiamo, in termini di munizionamento) che, per non essere più i reparti stessi gli snelli manipoli del 1917 ma unità più composite. era altrettanto ineluttabile. ma in termini senz'altro ancor più complessi. La 2" Divisione non era riuscita a passare il Piave, e questo non le aveva risparmiato alcune critiche. al momento ed anche successivamente. Non le condividiamo totalmente, e riteniamo che esse fossero da attribuire allo stato d'animo di coloro, e non erano pochi, che per vari' motivi non nutrivano troppe simpatie per le truppe


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d'assalto e che, di fronte ad un'evenienza nella quale queste non erano state in grado di dimostrare la loro maggiore valentia rispetto alla media , non si lasciavano sfuggire l'occasione di un denigratorio ridimensionamento. Non le condividiamo in toto, abbiamo detto, perché solo chi non ha visto la piena di un fiume non può rendersi conto di cosa essa sia. Le cronache dell'epoca depongono per una corrente del Piave oltremodo impetuosa, ostacolo di per sé stesso già molto arduo, cui va aggiunto il tiro dell'artiglieria austriaca, particolarmente preciso ed efficace. A proposito di attraversamenti di fiumi in guerra , ci sovviene una situazione analoga realizzatasi nel gennaio 1944 sul fronte di Cassino, durante i tentativi di passaggio del Rapido da parte della 36a Divisione statunitense, nonché quelle del settembre successivo in Olanda, nel corso dell'Operazione Market Garden, durante l'attraversamento del Waal da parte dei paracadutisti americani della 82a Divisione o del recupero attraverso il Reno delle divisioni aviotrasportate inglese e polacca lanciate su Arnhem. Se era rimasta assente dalle operazioni sul Piave, le più sanguinose ed il cui peso era ricaduto principalmente sulla 1a Divisione, la 2a Divisione diveniva protagonista delle successive fasi delle operazioni, quelle del completamento del successo. Non è tanto all'occupazione di Vittorio Veneto e della stretta di Serravalle, abbastanza agevolmente conseguite, che ci riferiamo quanto invece all'inseguimento del nemico. Questo, nonostante le caratteristiche di una rotta assunte dalla sua ritirata, manteneva però focolai di resistenza ostinata che traeva giustificata origine dalle implicazioni di ordine politico legate alle trattative armistiziali. Gli austriaci sapevano bene che da parte nostra sussisteva il massimo interesse a farci trovare al momento della cessazione del fuoco , fissato per le prime ore del pomeriggio del 4 novembre, il più avanzati possibile, onde legittimare con una occupazione territoriale militarmente conseguita rivendicazioni e richieste. La risalita lungo il Cadore effettuata in due giorni , se non va dunque annoverata tra le operazioni più ardue e difficoltose, anche se al termine la 2a Divisione aveva lasciato sul terreno 43 caduti e 159 feriti, va ad essa accreditata quale tangibile dimostrazione di celerità nella progressione e di ottimale realizzazione di quelle manovre avvolgenti che costituivano fondamento dottrinario dell'impiego delle unità d'assalto, secondo la concezione di Grazioli. Le colonne Pi rzio Biroli e Dalmazzo (la seconda ancor più della prima, essendo in essa più vasta la rappresentanza di fiamme nere, un intero reparto d'assalto contro i due plotoni della prima) rappresentavano l'abbozzo di quei gruppi tattici


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di formazione che, con l'integrazione dei mezzi cingolati ed aerei, la seconda guerra mondiale avrebbe portato vigorosamente alla ribalta nel corso delle operazioni di penetrazione aggirante veloce. Nella vittoriosa battaglia autunnale, gli altri reparti d'assalto , quelli non indivisionati, erano stati impiegati solo in parte e principalmente sul fronte del Grappa, alla testa delle colonne d'attacco delle divisioni di prima schiera. Si ripeteva, anche in questa circostanza, la mancanza di tempestività nella loro entrata in azione, già occorsa con la Divisione «A» durante l'offensiva austriaca di mezzo giugno sul Piave . Come ricorda Farina (103), erano stati infatti scagliati prematuramente contro obiettivi fortificati, in terreni montani ed impervi' , esposti a perdite sanguinose senza costrutto. Quando , nel corso delle operazioni, sarebbero comparsi i veri obiettivi per le truppe d'assalto , i vari' comandi di Corpo d'Armata si trovarono a dover far conto sui tronconi superstiti dei reparti , esausti e logorati. L'azione di comando di Graziali alla guida del Corpo d'Armata d'assalto è stata illustrata nelle pagine precedenti, cercando di metterne a fuoco gli aspetti essenziali e più significativi, attraverso una carrellata che tenesse conto, sulla base delle fonti dovumentali, dei diversi aspetti e problemi attraverso i quali si veniva sviluppando la vita della Grande Unità neo-formata: organico-ordinativi, dottrinari, addestrativi, logistici, psicologici e disciplinari , ecc. Ne deriva, senza alcun dubbio, una gestione alacre ed energica, come era nel suo stile, attenta a contemperare le componenti tradizionali con Je. esigenze di una nuova realtà quali effettivamente erano o , comunque , quali egli riteneva che dovessero essere, con una leadership per alcuni aspetti indiscutibilmente avanzata rispetto ai tempi , ma che non era peraltro disposta a prescindere da una decisa affermazione della propria autorità. E d'altra parte il particolare, composito contesto ambientale della Grande Unità che comandava lo richiedeva espressamente. La guerra era finita , e le truppe d'assalto, che tutto sommato, ad eccezione dei benemeriti momenti nei quali si erano proiettate contro il nemico con uno spirito di corpo persino esasperato, capace di indurle ad insistere negli auacchi anche dopo perdite che avrebbero demoralizzato qualsiasi altra truppa (104) , avevano sempre rappresentato un problema , continuavano a rappresentarlo a maggior

(103) Farina S .. op. cit., pag. 250. (104) Rochat G. , op. cit. , pag. 102.


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ragione ora, all'inizio di un periodo di pace al quale probabilmente le loro caratteristiche si sarebbero adattate con difficoltà. Di questa preoccupazione si faceva interprete per primo lo stesso Grazioli con un pro-memoria sulla sorte possibile delle truppe d'assallo diretto al comando dell'83 Armata, stilato nemmeno quindici giorni dopo la fine delle ostilità. In esso, dopo una premessa nella quale si richiamava l'attenzione sul fatto che peculiarità delle truppe d'assalto non era stato uno speciale armamento bensì uno speciale addestramento che ormai, nel quadro del processo evolutivo dottrinario, doveva essere pianificato come estensibile a tutta la fanteria , si propugnava senza mezzi termini la loro abolizione dal momento che la cessazione dello stato di guerra non ne giustificava più la permanenza in vita . Dopo un paio di pagine rievocative dei loro precedenti e delle loro imprese in combattimento, in cui non si sottacevano spunti di com mossa fierezza per essere stato delle fiamme nere uno dei realizzatori ed il comandante della Grande Unità nella quale erano state riunite, la relazione così continuava: ... ma tutti questi bei r isultati non mi fanno velo agli occhi. La ragione essenziale per cui li otte nemmo sta nel fatto capitale per queste truppe di essere realmente in una guerra combattuta. - (sotto lineato nel testo : n.d .r.) - Cessata la guerra, cessata l'occasione di menar le mani, di dar prova della loro audacia, di far bottino, di farsi belli delle loro imprese, la loro natura scapigliata ed esuberante o si perderà, ed allora diventeranno ordinaria fanteria che no n giustificherebbe le forme esterne e l'appellativo ufficiale loro proprio, ovvero persisterà, ed allora sarà estremamente difficile a chicchessia di contenerla, di evitare deplorevoli infrazio ni disciplinari e forse reati, che offuscherebbero la loro stessa gloriosa fama andatasi formando con la guerra. Prevedo l'obiezione: e le belle tradizioni di queste truppe dovranno dunque sparire nel nulla? Orbene, a nessuno più di me può far pena infrangere così belle tradizioni di guerra; ma l'esempio· di altre fa nterie speciali che, in fondo sopravvivendo all'ufficio contingente pc! quale furo no create, di null'altro vissero che delle loro gloriose tradizioni , a mc non attira nie nte affatto. Le tradizioni resteranno dov'è il loro posto naturale, cioè nei musei e ne lla storia, che non mancherà, spero, di citare a titolo d'onore ciò che ha nno fatto le truppe d'assalto in questa guerra; ma al futuro è meglio provvedere preparandosi a l momento opportuno a creare cose nuove, a seconda di ciò che le circostanze e le esigenze delle nuove guerre consiglieranno.


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Un bel museo che riunisca tutti i ricordi, tutti i pennoni. tutte le numerose ricompense che questi reparti si sono guadagnati sul campo, cd il diritto a ch i vi ha appartenuto di conservare il fregio al braccio, saranno il miglior modo di conservare le tradizioni. senza creare imbarazzi futuri. Neppure mi persuade l'idea di lasciare un battaglione modello per ogni Grande Unità permanente. A che servirebbe? O il loro tipo di addestramento è buono, ed allora visto che !>i tratterà in sostan1a di puro e semplice addestramento è meglio estenderlo a tutta la fanteria. Ed anzi questo è il mio pensiero, specie per quanto riguarda l'addestramento fisico. O se questo non si potesse, i reparti d'assalto sarebbero un nome vano di contenuto che perpetuerebbe soltanto il ricordo di cosa vissuta fervidamente durante la guerra. ma spenta irremissibilmente con la guerra.

Fatta questa analisi, il pro-memoria continuava prende ndo in esame la possibilità che un impiego bellico delle truppe d·assalto potesse essere destinato a continuare. In tal senso: ... si affaccia quì l'ipotesi di un loro impiego nelle colonie come

truppa coloniale metropolitana, impiego che io ritengo (anche per l'esperienza che ho delle colonie) possibilissimo ed utili\simo purché a base di reclutamento volontario, compresi gli ufficiali. L'idea merita di essere presa in considerazione d'accordo col Ministero delle Colonie, badando però che sono truppe che per rendere molto esigono trattamenti speciali larghi e remunerativi. La chiusura finale rivestiva notevole interesse per le considerazioni di natura politica che vi affioravano. presaghe di un futuro che, sotto questo punto di vista, era infatti destinato ad essere contrassegnato da non poca turbolenza: ... Escludo il loro impiego per la sicurezza pubblica nel Pae~c. Forse risponderebbero bene allo scopo in quanto sono truppe decise e senza scrupoli, ma in questo campo e da notizie vaghe che mi giungono, ed anche per l'atteggiamento strano di certa stampa futurista che, non autorizLata . affetta di sposarsi al fascio degli arditi, io vedo un pericolo grave, quello cioè di cadere in una specie di pre1orianismo - (sottolineato nel testo: n.d.r.) - che potrebbe essere fonte di contese civili . piuttosto che tutelare freddamente il principio di autorità. Oltre a ciò. mi ri,ldta che circolano per ritalia buon numero di pseudo-arditi.


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che nessuno sa chi siano e che costituiscono un pericolo permanente per la pubblica tranquillità (105) .

Certo può suonare strano, come un'ironia della sorte, che questa proposta di immediato scioglimento delle truppe d'assalto venisse proprio da Grazioli. Ma noi riteniamo che proprio questo documento costituisca una manifestazione di fredda e. razionale gestione quale si doveva pretendere da un dirigente dell'organizzazione militare al suo livello. Una mentalità ed un comportamento imprenditoriali, manageriali, si direbbe oggi. Sicuramente, la proposta sarebbe suonata molto più singolare e, diciamolo pure, anche sgradevolmente singolare, se fosse pervenuta da un ufficiale dei reparti d'assalto, da un comandante di gruppo o di raggruppamento, nel quale l'attaccamento allo spirito di corpo ed ai fattori spirituali e tradizionalistici di un tal genere di truppe si dava per scontato che dovesse far premio su quelli razionali al punto tale da far accettare da tutti, con indulgente simpatia, la posposizione di questi a quelli. Ma il tenente generale Grazioli, ripetiamo, era un alto dirigente (usiamo consapevolmente questo termine, proprio per sottolineare una funzione che non si esauriva nella sola azione di comando ma si estendeva a quella organizzativa e di gestione, soprattutto ora a guerra conclusa), e come tale doveva aver presenti le esigenze in prospettiva dell'organismo di cui faceva parte a così alto livello gerarch ico, e farsene carico. Un compito non facile, certamente, ed in certi aspetti, come in questo, anche impopolare ed impietoso. Anzi, aggiungiamo, se c'era uno cui competesse farlo forse questi era proprio Grazioli, e non solo per la conoscenza approfondita del problema, ma anche e soprattutto perché fatto da altri avrebbe potuto rivestire un carattere di accidioso malanimo, di preventivato e subitaneo colpo di grazia, di compiaciuto affossamento dei quali invece a lui certo non si sarebbe mai potuto muovere addebito, proprio per il ruolo che nei confronti di quelle truppe aveva recitato sin dalla loro nascita. Ci sembra, la posizione assunta da Grazioli, una testimonianza di serietà e di congruenza professionale, comunque si giudichi la validità in ch iave tecnica del suo assunto . Cavigl ia si associava alla tesi di Grazioli (106), e del pari il (105) li pro-memoria, datato 18.l l.1918. è allegato al foglio prol. 8273 del 26.1 l.19l8 inviato da Com.do 8" Armata a Comando Supremo , f.to Caviglia. ( 106) AUSSME. DS 8" Armata. pro-memoria datato 18.11.19 18 allegato al foglio prot. 8273 de l 26.11.1918 inviato da Com.do 8" Armata a Comando Supremo. f .to Caviglia.


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Comando Supremo, che scioglieva fra gennaio e febbraio 1919 tutti i reparti d'assalto non indivisionati e destinava la 1a Divisione in Libia, priva del battaglione bersaglieri ciclisti e dello squadrone di cavalleria ripianati parzialmente con una squadriglia di autobli ndomoto-mitragliatrici; i complementi erano tratti dai militari dei disciolti reparti d·assalto non indivisionati. La 2a Divisione veniva sciolta il 26 febbra io 1919, con rinvio delle fiamme nere che ne facevano parte all'Arma o specialità di origine. Non riteniamo errata, a prescindere dagli altri motivi non militari che possono esserne stati all'origine, la decisione dello stanziamento nord-africano della l a Divisione d'assalto. La Libia sarebbe andata incontro, negli anni a venire, a grosse operazion i di riconquista, comportanti difficili problemi di controguerriglia per i quali la Grande Unità, per la sua articolazione. per le proprie caratteristiche e per quelle del teatro operativo poteva risultare particolarmente utile. Né concordiamo, pertanto. con quanto affermato da Rochat che intravede nella destinazione africana, sin dall'originaria proposta di Grazioli, un·implicita qualifica di avventurieri o mercenari per gli uomini dei reparti d'assalto (107) . Era un 'unità regolare dell'esercito italiano e continuava ad esserlo, qualunque ne fosse stata la dislocazione; il mercenarismo è cosa ben diversa. In aprile Caviglia, divenuto nel frattempo Ministro della Guerra. rite neva di dover recedere dalla posizione assunta nel novembre precedente sulla scia della proposta Grazioli e disponeva per la ricostituzione di un certo numero di reparti d'assalto, con pe rsonale variamente recuperato . presso i Corpi d'Armata e le Divisioni territoriali. Molti anni dopo, terminata anche la seconda guerra mondiale. giustificava l'inversione di tendenza con queste parole: ... ma quale Ministro della Guerra vidi la necessità di conservarle. Nei momenti politici torbidi che stava attraversando rItalia , essi costituivano una forza utile nelle mani del governo, perché erano assai temuti per la loro tendenza all'azione rapida e violenta. Sciogliendoli, !>arebbero passati a rinforzare i partiti rivoluzionari. Conveniva mantenerli anche perché per mezzo dei battaglioni organizzati si poteva controllare parte degli arditi già congedati, i quali si mantenevano sempre in relazione con i rispettivi reparti ( I08).

(107) Rochat G .. op. cit., pag. 123. (108) Ca\iglia E. « Il conflitto di Fiume». Garzanti. Milano. 1948. pagg. 65-66.


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In conseguenza di ciò, l'l maggio 1919 il generale Pirzio Biroli era nominato Ispettore dei reparti arditi del territorio. Nel giugno 1919 la 1a Divisione d'assalto rientrava dalla Libia e, dopo un breve periodo di permanenza alle dipendenze della 1a Armata fra Cremona, Guastalla e Reggio Emilia , veniva inviata da Albricci , subentrato a Caviglia quale Ministro della Guerra, nella zona fra Aidùssina e Postumia , nei pressi della linea d'armistizio. Era un 'ulteriore inversione di tendenza in negativo nei confronti delle truppe d'assalto, perché il trasferimento della Grande Unità al confine orientale coincideva con il contemporaneo, accelerato rientro dalla zona di guerra in territorio nazionale delle altre unità dell'esercito. Il 20 gen naio 1920 anche la la Divisione veniva sciolta. Si avvicinava comunque per la specialità il momento dell'abolizione definitiva, cui l'impresa dannunziana di Fiume doveva contribuire non poco, anche se in effetti l'apporto degli appartenenti ai reparti d'assalto al colpo di mano sembrerebbe essere stato meno rilevante di quanto comunemente si creda (109). Dopo agitate vicende seguite all'invio di un reggimento d'assalto in Albania (11 O), dove partecipava alle operazioni connesse alla nostra occupazione un gruppo d'assalto su quattro reparti al comando del colonnello Bassi (110), riportato ai lustri delle fiamme nere dal letargico Deposito del 1° reggimento fanteria, nel tardo autunno del 1920, anche dietro sollecitazioni di ordine politico che, se non determinanti, certamente avevano contribuito allo scopo, giungeva il decreto di scioglimento di tutti i reparti d'assalto. Graziali usciva dalla guerra con un bel medagliere. La Croce di Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia, conseguita per la battaglia di Vittorio Veneto, si aggiungeva alle due Croci di Guerra al merito e ad altre decorazioni straniere : Commenda della Legion d'Onore francese, per delibera del Maresciallo Petain , comandante in capo degli eserciti dell'ovest; Knight Commander dell'Ordine di San Michele e San Giorgio, per delibera di Re Giorgio V di Inghilterra; Gran Croce dell'Ordine della Corona, per delibera di Re Alberto I del Belgio; Croci di Guerra francese e belga. Sul piano umano e professionale , com'era ovvio, le esperienze venute maturando erano ancor più gratificanti e preziose, e ne abbiamo visto le tappe principali attraverso le quali si erano svilup(109) Rochat G., op. cit. , pag. 127. (110) Gallinari V., op. cit., pagg. 175-177. (111) Farina S., op. cit., pagg. 332-339.


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pate. Era entrato in guerra a 46 anni, all'età nella quale, forse, la maturità vive generalmente il suo momento più intenso e fruttifero. Era passato attraverso difficoltà, qualche amarezza, fasi di stimolo e di sodd isfazione (ed anche di gioia: nel settembre 1916, mentre comandava la Brigata Lambro sul tormentato fronte isontino, gl i era nata la terza ed ultima figlia, alla quale aveva voluto dare significativamente il nome di Vittoria), così come è nella storia di ogni uomo. Aveva superato le une con adeguata risolutezza. aveva vissuto le altre con sereno equilibrio . Erano doti entrambi importanti e preziose, che il nuovo incarico che si accingeva ad assu me re avrebbe richiesto al massimo della loro disponibilità.


CAPITOLO QUARTO

AL COMANDO DEL CORPO D'OCCUPAZIONE INTERALLEATO DI FIUME

Allorché si parla di Fiume. è consuetudine invalsa che il pensiero, e non solo quello del grosso pubblico, corra istintivamente a D'Annunzio ed ai mesi della sua occupazione della città. L'evento conserva tuttora una non indifferente componente emotiva e passionale, un non sbiadito alone di letteraria pittoricità, una precorritrice - comunque la si giudichi - significatività dal punto di vista della storia del costume, una estemporanea atipicità nel panorama delle vicende politico-militari nazionali, e soprattutto lo caratterizza la figura del grande mattatore protagonista che non ha mai cessato, sia pure in termini culturali alterni e contraddittori, di essere alla ribalta, secondo quel dettame di presenzialismo scenico che fu certamente una delle caratteristiche dominanti dell a sua personalità. Ma Fiume non è solo D" Annunzio. I dieci mesi che vanno dal novembre 1918 al settembre 1919. precedenti il colpo di mano dannunziano e che di esso furono presupposto e prodromo, costituiscono un periodo denso di avvenimenti di notevole interesse per le modalità del loro svolgersi e per le implicazioni politiche e militari connesse . A l contrario però della Fiume dannunziana, questa prima fase è in genere meno conosciuta, anche perché delle due è stata certamente la seconda ad essere privilegiata dalla storiografia in quanto più ridondante, di maggior presa ed effetto e certamente più accessibi le sul piano documentale e testimoniale diretto. La fase pre-dannunziana. peraltro, ci interessa in questa sede in maniera preminente ed esclusiva perché proprio di questo periodo Francesco Saverio Grazioli fu protagonista primario, proiettando di sé un'immagine poliedrica e variegata, con connotazioni intellettive. caratteriali e comportamentali quali nemmeno i recenti avvenimenti bellici, che pur l'avevano visto anch'essi in primo piano, erano riusciti ad


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esplicitare in forma così estesa. Il che , del resto, è anche logico tenendo conto della polivalenza di situazioni che la vicenda stessa , per come era articolata, comportava. La complessità di questo periodo è data da un intrecciarsi di avvenimenti già di per sé stessi compositi e multiformi , a carattere internazionale , molti dei quali a loro volta non possono essere disgiunti da una serie di premesse indispensabili per la loro corretta comprensione ed interpretazione. Ne consegue pertanto la necessità, o quanto meno l'utilità , a beneficio del lettore che non abbia avuto occasione di accedere all'argomento se non in termini sommari' od a cui il trascorrere del tempo abbia potuto far venir meno alcuni elementi circa l'esatta modalità di svolgimento degli eventi, di procedere ad un sintetico riepilogo del problema Fiume quale esso si configurava al termine delle ostilità con gli Imperi Centrali. Nel tardo pomeriggio del 3 novembre 1918, a Villa Giusti, erano state imposte categoricamente ai plenipotenziari austro-ungarici le clausole militari dell'armistizio che prevedevano l'abbandono , da parte del loro esercito, di tutti i territori occupati durante la guerra. Per ciò che concerneva, inoltre, il fronte italiano, era previsto il ritiro da tutte le zone a sud e ad ovest di una cosiddetta linea blu che si sviluppava lungo la displuviate alpina da Piz Umbrail , a nord-ovest del Passo dello Stelvio, fino ai pressi del confine svizzero, sino alle Alpi Carniche e da lì al Monte Nevoso, includendo Volosca sulle rive del Quarnaro, lasciando fuori di pochi chilometri ad est, a livello di quest'ultima località, la città di Fiume. Al di là del displuvio alpino , erano incluse nella linea blu le montagne dell'alta Val Pusteria circostanti le conche di Dobbiaco e di Sesto e, ancora più a levante, quella di Tarvisio. Lungo la costa orientale dalmata , il profilo di demarcazione si estendeva in direzione nordsud, da Lisarica , sul canale della Morlacea, sino a Punta Planka, dando luogo ad una testa di ponte abbastanza lontana dalle altre aree della Venezia Giulia demandate alla nostra occupazione. Anche le superfici insulari fronteggianti la costa dalmata, sino a Méleda e Làgosta quale limite sud, erano comprese entro la predetta linea armistiziale. Il tutto, con modeste, ininfluenti variazioni, coincideva con le delimitazion i confinarie previste per l'Italia dal Patto di Londra del 26 aprile 1915, conferendoci il possesso della parte centrale della costa dalmata, con un retroterra abbastanza profondo, e pressocché tutte le isole a nord di Cùrzola e Méleda non escluse queste ultime. Alla Marina era stata attribuita , dal Comando Supremo, la


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responsabilità dell'orientamento politico-militare concernente la sponda orientale dell'Adriatico; non a caso Governatore della Dalmazia e delle Isole Dalmate e Curzolane era stato nominato l'ammiraglio Millo, con poteri politici e mi litari molto più ampi di quelli concessi ai suoi omologhi del Trentino e della Venezia Giulia. Certamente, a sostegno di tale attribuzione, è da ritenere vi fosse la timorosa perplessità dell'Esercito nei confronti di un'espansione territoriale da cui sarebbe derivato un allungamento del nostro confine orienta le, con tutti gli annessi oneri difensivi. Lo tesso Diaz, nel Comitato di Guerra del 26 dicembre 1918, avrebbe proposto di trattare la cessione della Dalmazia in cambio di Fiume, insistendo sullo scarsissimo valore strategico della regione (1). L'orientamento della Marina, per contro, era quello di un controllo il più ampio e totale possibile della costa in questione. dal Quarnaro a Valona, il cui bacino marittimo era particolarmente appetito (2). In effetti, al vivo e giustificato desiderio di possedere il controllo militare della Dalmazia non poteva corrispondere, da parte della Marina, il possesso di uno strumento operativo adeguato allo scopo, tenendo conto del fatto di dover proteggere oltre 200 km di linea armistiziale, 6500 km quadrati di territorio abitati da circa 150.000 persone in gran parte a noi ostili o quanto meno estranee, di ardue caratteristiche orografiche e pressocché privi di vie di comunicazione (3). Ne derivava il doversi limitare al presidio di porti ed isole, e so lo di alcune, mediante contingenti ridotti tratti dagli equipaggi navali necessitando. per l'occupazione di altre fra le più meridionali delle isole dalmate, del concorso di reparti dell'Esercito, che divenne infatti sempre più consistente stante l'importanza di alcuni obiettivi di occupazione (Sebenico, Zara) e delle zone ad essi limitrofe. Nel novembre 1918 - solo fra il 12 ed il 19 il tratto orientale

(I) Alatri P. Niui, D'Annunzio e la questione adriatica. Feltrinelli. Milano, 1959. pag. 383. (2) Va ricordato come. a propo~ito di Valona. la clausola armistiziale che ce la attribuiva con adeg111110 retroterra fu interpretata in maniera c~tcnsiva. tanto che le nostre truppe - la città era sede del Comando delle Forze Italiane nei Balcani retto dal generale Piacentini - ~i ~pinsero fin dentro il Montenegro. la cui rapida conquista in funzione anti-serba ~tava molto a cuore a Sonnino. probabilmente anche allo scopo di puntellare il trono di Re Nicola. ~uocero di Vittorio Emanuele 111, che il parlamento di Cetligne aveva deposto per proclamare l'annessione allo stato iugoslavo. (3) Anni prima, un deputato slavo. parlando della Dalma:lia la definiva: Una pro~·incia austriaca. dol'e si pensa e si parla in italiano. si comanda i11 tedesco e si obbedisce in slavo.


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della linea di armistizio sarà raggiunto in tutta la sua estensione dalle truppe della 9a e 3a Armata - la costa orientale adriatica si trovava in due diverse situazioni rispetto agli accordi internazionali. Se infatti tutta l'area compresa entro la linea d'armistizio era sotto l'assoluto controllo delle forze italiane, i segmenti costieri compresi fra Volosca e Lisarica, a nord, e fra Punta Planka ed i tuttora incerti confi!li albanesi a sud, potevano , in base a quanto previsto dall'articolo 4 delle clausole armistiziali, essere controllati dalle potenze alleate ed associate . Ne conseguiva come l'occupazione di non pochi importanti centri quali Fiume, Spalato, Cattaro, dovesse avere un carattere interalleato. Quello di Fiume era un problema tra i problemi, la cui complessità traeva origine dalle apodittiche ed opinabili valutazioni operate dal Ministro degli Esteri Sonnino all'epoca delle trattative che avevano portato alla firma del Patto di Londra, dalle frettolose e per certi versi scoordinate definizioni della linea d'armistizio, dalla incapacità di saper cogliere in seguito il momento opportuno per chiedere un aggiustamento delle clausole del Patto, nonché dalle recenti vicende politiche ungheresi relative all'ultimo mese di guerra. Sonnino, dal momento che il Patto di Londra ci garantiva, attraverso il possesso di Trieste e delle Alpi Giulie , di tutta l'Istria e di quasi tutta la Dalmazia, l'assoluto controllo dell'Adriatico, non aveva insistito per Fiume di cui era prevista , all'articolo 5, l'assegnazione alla Croazia per far sì che in questa regione, di cui allora non si prevedeva l'unione con la Serbia, rimanesse aperto uno sbocco sull'Adriatico, tanto nel quadro di un ridimensionato ma non estinto Impero asburgico quanto in quello di una possibile unione con un'Ungheria separata dall'Austria. Le valutazioni di Sonnino partivano da alcuni presupposti che non erano affatto scontati: la guerra sarebbe stata rapida e limitata; l'intervento italiano avrebbe costretto il nemico a chiedere una pace di compromesso che l'Intesa avrebbe sicuramente accettato dal momento che la Germania era da considerarsi imbattibile sul piano militare; l'Impero austro-ungarico andava preservato per fungere da cuscinetto tra noi e la nazione slava - la futura Iugoslavia - per creare la quale in unione alla Croazia ed alla Slovenia, al momento province austriache, i Serbi avevano iniziato la guerra. La sopravvivenza dell'Austria-Ungheria, penalizzata peraltro dalla perdita di Trieste e Pola, avrebbe comportato come ormai unico sbocco sul mare la continuità del possesso di Fiume, che pertanto non era stata inclusa nel pacchetto delle rivendicazioni , omissione tanto più inopportuna in quanto le circostanze


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erano. ad un certo punto, le più favorevoli per la presentazione anche di questa richiesta tutt'altro che secondaria. La questione dello sbocco marino serbo od austro-ungarico, di per sé stessa fondata, non avrebbe però trovato poi logica corrispondenza all'atto della definizione della linea armistiziale , in virtù della quale la città, infatti, si sarebbe venuta a situare solo per pochi chilometri oltre tale linea, e proprio nell'area del territorio adriatico di cui era prevista la cessione all'Italia. Guerra durante, inoltre, all'atto deJla pace di Brest-Litowsk seguente al crollo russo, non si era saputo far valere, da parte italiana, il fatto che avremmo dovuto ormai sopportare quasi tutto il peso dell'esercito austriaco e che gli alleati stavano attraversando un momento di grave difficoltà, - il peso dell'intervento americano nella primavera del 1917 si sarebbe realmente manifestato alquanto più tardi - situazioni che ci avrebbero potuto consentire una non indifferente forza contrattuale per chiedere ed ottenere dei lungimiranti correttivi migliorativi del Patto di Londra , tra i quali quello di Fiume non sarebbe certo stato fra i minori. Per quanto attiene alle vicende politiche ungheresi nell'autunno 1918, il 17 ottobre Carlo d'Asburgo, Imperatore d'Austria e Re d'Ungheria, nella consapevolezza che la guerra era ormai perduta da parte degli Imperi Centrali e che pertanto era giunto il momento per l'Ungheria · di sganciarsi dall'Austria e chiedere la pace, aveva promulgato un manifesto imperiale nel quale si riconosceva alle varie nazionalità del composito Stato il diritto di autodecisione. Era un fatto estremamente importante , anche e sopratutto perché veniva a costituire, per le successive, varie iniziative autonomis_te, un preciso fondamento di diritto internazionale. Il giorno successivo, nel corso di una drammatica riunione del Parlamento, tutti i rappresentanti dei popoli non ungheresi - boemi , slovacchi , romeni , ruteni, croati ed italiani - avevano a loro volta richiesto l'indipendenza dei rispettivi territorL Per Fiume, che già godeva del resto , sotto il regime imperial-regio, di una particolare condizione di autonomia, aveva preso la parola il deputato della città Andrea Ossoinack che così si era espresso: Eccelsa Camera! La guerra mondiale ha sconvolto tutto il mondo e pare che la pace del mondo renderà ancora più completo questo sconvolgimento. Perché all'interno i Croati vogliono avere Fiume per sé; d'altra parte , da telegrammi arrivati dall'estero, risulta che vogliono sacrificare Fiume alla fugoslavia . Contro queste intenzioni considero mio implicito dovere di oppormi e di elevare formale protesta in questa Camera ,


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davanti a tutto il mondo, contro chiunque volesse concedere Fiume ai Croati. Perché Fiume non soltanto non fu mai croata ma, al contrario, era italiana nel passato ed italiana rimarrà nell'avvenire. Per questa ragione, ed anche per la posizione di diritto pubblico di Fiume, secondo la quale essa costituisce un corpus separatum, ed infine perché una simile arbitraria decisione starebbe nel più stridente contrasto col diritto di autodecisione dei popoli proclamato da Wilson , così Fiume rive ndica quale corpus separatum questo medesimo diritto per sé, cd in conformità pretende in piena misura di esercitare, senza nessuna limitazione, il diritto di autodecisione dei popoli (4).

A Fiume i maggiorenti cittadini si erano riuniti nella sede del Consiglio Comunale ed avevano costituito un Comitato Direttivo presieduto dal dott. Antonio Grossich , mentre il podestà Vio, temporeggiando abilmente in attesa che fatti nuovi facessero precipitare la situazione verso la soluzione italiana, riusciva a far fronte sino al 29 ottobre alle ripetute ed insistenti richieste del prefetto croato per ottenere il passaggio dei poteri di cui, secondo lui , sarebbe stato investito dalle autorità ungheresi. Proprio in quel giorno, verso le 11, da un balcone della Società Filarmonico-Drammatica era comparsa la prima bandiera italiana , cui avevano fatto seguito numerose altre, creando in tutta la città un clima di esaltazione e di entusiasmo , ma anche di tensione, dal momento che truppe iugoslave , espressione del Consiglio Nazionale costituito a Zagabria, avevano occupato il porto. Si tenga conto che , in effetti, Fiume era un centro etnicamente italiano nel quale non solo molto più della metà dei suoi 50.000 abitanti era di lingua italiana ma, soprattutto, ne costituivano la componente più attiva e culturalmente avanzata della popolazione. Il 30 ottobre il costituito Consiglio Nazionale , presieduto sempre dal Grossich , emanava un proclama di annessione all'Italia: rt Consiglio Nazionale di Fiume, radunatosi quest'oggi 111 seduta ple naria, dichiara che in forza a quel diritto per cui tutti i popoli sono sorti ad indipendenza nazionale e libertà, la città di Fiume, la quale finora era un corpo separato costituente un comune nazionale italiano, pretende anche per sé il diritto di autodecisione delle genti. Basandosi su tale diritto, il Consiglio

(4) Host Venturi G., L'impresa fiumana. Volpe. Roma. 1976. pag. 40.


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Nazionale italiano proclama Fiume unita alla sua Madre Patria, l'Italia (5).

Il proclama concludeva mettendo il suo destino e quello della città che rappresentava sotto la protezione dell'America , definita madre della libertà e della democrazia universale, e rimanendo in attesa della sanzione della Conferenza della Pace. Ma nello stesso giorno cominciavano a scendere in città, dai monti circostanti, bande di armati slavi allontanatisi dai propri reparti , abbandonandosi ad intimidazioni e violenze nella ricerca di cibo e denaro, né contribuiva a diminuire la tensione la contemporanea presenza di nostri prigionieri di guerra provenienti dai var1 campi di prigionia ormai non più controllati. La Guardia Civica non poteva, da sola, far fronte ad una situazione che andava facendosi sempre più caotica e pericolosa sotto tutti i punti di vista, aggravata dalla mancanza di notizie sulle vicende belliche e su quanto avveniva all'interno dell'ex monarchia ormai in completo sfacelo. Il Consiglio Nazionale, d'intesa con il podestà, con le autorità municipali e con l'on. Ossoinack , decideva di chiedere telegraficamente ad Orlando l'intervento delle truppe italiane, mentre cinque cittadini - verranno poi dannunzianamente chiamati gli argonauti del Carnaro - imbarcatisi a Trieste divisi in due gruppi , riuscivano a raggiungere Venezia per sollecitare l'iniziativa del Grande Ammiraglio Thaon di Revel, Comandante in capo delle Forze Marittime. Nel contempo, in molte città italiane si andava sviluppando una vivissima agitazione attivata dai nazionalisti e che trovava ampia risonanza nell'intera opinione pubblica. È singolare, o forse non più di ta nto , e comunque ennesima testimonianza di quella pericolosa fragilità emotiva che prelude da sempre alla nostra sostanziale , scarsa maturità politica, come nel volgere di una ventina di giorni il nome di Fiume , sino allora sconosci uto alla grandissima maggioranza ed i cui spunti di irredentismo, peraltro nemmeno troppo elevati , nel periodo antecedente la guerra avevano avuto modestissima eco , facesse ora così vasta presa in tutto il Paese. Alla fine di gennaio 1919 Ferdinando Martini così acutamente scriveva nel suo Diario: Ormai Fiume ha preso, per così dire , un carattere simbolico, rappresenta nell'immaginazione popolare il diritto delle nostre rivendicazioni; e il popolo italiano, impressionabile com'è, se (5) Host Venturi G., op. cit., pag. 43.


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non avrà Fiume crederà d'aver vinto inutilmente la guerra, d'essere stato sopraffatto da Dio sa quali intrighi. La costante rinuncia a Fiume può avere conseguenze tristissime: non credo ingannarmi (6).

D 'altra parte, come fa osservare Valiani (7), a prescindere dall'arroventame nto generale ma guardando al problema con serenità , la questione di Fiume metteva a fuoco l'anacronismo del Patto di Londra a causa del quale, infatti , mentre moltissimi slavi, oltre un milione, sarebbero stati annessi all'Italia contro la loro volontà, così non sa rebbe stato per i fiumani che invece, a larga maggioranza , lo volevano. Il grado di tensione andava così progre sivamente cresce ndo tanto in Italia quanto a Fiume, certamente a limentato , in quest'ultima località, dal fatto di essere nel fratt empo divenuta base di una forza navale interalleata entrata in porto il 4 novembre al coma ndo dell'am miraglio americano Rainer (il quale si tenne prude ntemente sotto vento, non consentendo lo sbarco del migliaio di uomini che si trovavano a bordo della corazzata Emanuele Filiberto e de i due cacciatorpedinieri Sirtori e Stocco), e dall'arrivo il 14 novembre di un reggime nto serbo che, d'intesa con la minoranza slava, aveva occupato gli edifici nevralgici lasciando a lla parte italiana il solo Comune ed aveva armato gruppi di prigionieri serbi liberati e di volontari croati del luogo. Permanevano inoltre in città anche due battaglioni austriaci. Tale e ra la situazione a lla metà di novembre, e la valutazione di questo stato di cose ed i pericolosi sviluppi che ne sarebbero potuti conseguire, tenendo conto che e rano già in atto disordini via via crescenti , inducevano il nostro governo a procedere all'occupazione della città con la motivazione della doverosa salvaguardia dell'ordine pubblico , il che era del resto contemplato nelle condizioni di a rmistizio che consentivano, in caso di necessità , l'occupazione dei territori anche oltre la linea stabilita . li 15 novembre, pertanto, Diaz, in accordo con gli a lleati che avevano ade rito a partecipare all 'occupazione , emanava gli ordini necessari e nel primo pomeriggio del 17 la Brigata Granatieri entrava in città sotto una

(6) Vivarelli R. li dopoguerra in Italia e l'avvento del Fascismo, voi. I (dalla fine della guerra all'impresa di Fiume), Istituto Italiano per gli Studi Storici, Napoli , 1967, pag. 198. (7) Valiani L. La politica italiana nel /918 , Atti del XLIV Congresso d i Storia del Risorgimento Italiano (Trieste. 31.10-4.11.1968).


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pioggia di acclamazioni, raggiunta il 20 da un battaglione di fanteria americano che, se pur alle dipendenze anch'esso del Comando Supremo italiano , conferiva alla spedizione il doveroso carattere interalleato. Contemporaneamente prendevano terra dalle navi reparti di marinai italiani ed un plotone statun itense, e si completava il tranquillo ritiro degli ultimi soldati serbi gestito dal Rainer a cui, se pur unanimamente e non a torto giudicato incerto e tergiversante, deve comunque essere attribuito il merito di averlo potuto realizzare in tali termini di tranquillità proprio dilazionando l'ingresso a Fiume dei granatieri, evitando così scontri fra essi e gli slavi. Il Corpo di spedizione era al comando del generale Enrico Asinari di San Marzano , che però non riusciva a gestire oltre i 10 giorni tale incarico a seguito di un incidente ordinativo. Il generale francese Franchet d'Esperey, infatti , comandante delle truppe alleate nei Balcani, si era premurato di inviare a Fiume da Zagabria il comandante della sua 11 a Divisione generale Tranié con un battagl ione di fanteria coloniale ed una compagnia del genio , allo scopo di allestire una base logistica per le sue truppe (la presenza dei francesi era stata già prevista all'atto della costituzione del Corpo d'Occupazione , così come del resto quella inglese, mediante il trasferimento dal Veneto di un battaglione di ciascuna delle due nazioni; quello francese sarebbe stato poi all'ultimo momento dirottato su Cattaro). Ma l'annuario ha le sue leggi , ed esse hanno peso anche a livello internazionale. Tranié era più anziano di San Marzano, rendendone pertanto subordinata o incompatibile la presenza, e di conseguenza il Comando Supremo doveva procedere alla nomina di un altro comandante. Il messaggio n. 15530 del 28 novembre 191 8 dell'Ufficio Operazioni del Comando Supremo, a firma del Sottocapo di Stato Maggiore Badoglio, con oggetto Direttive per l'occupazione di Fiume, così iniziava: S. E. il tenente generale Graziali è nominato comandante delle truppe italiane ed alleate occupanti Fiume. Seguivano una serie di specificazioni, tra cui la sua dipendenza dal comandante del la 3a Armata , l'esclusivo scopo di mantenimento dell'ordine pubblico che avrebbe avuto l'occupazione , la libera funzionalità degli organi amministrativi locali sintantoché non fossero stati causa di turbative, nel qual caso sarebbe subentrata ad essi l'autorità militare. Nella stessa data, una comunicazione immediatamente successiva (n. 15531) conteneva ulteriori direttive complementari per il nuovo comandante, che dovevano essergli trasmesse in via affatto


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personale. L'azione delle truppe, vi si diceva, doveva essere improntata a tatto non disgiunto da energia e risolutezza , ed ognì disordine od abuso doveva essere prontamente e seve ramente represso. Le truppe inglesi, francesi ed americane potevano entrare liberamente a Fiume da qt1alsiasi provenienza, - la base navale doveva essere riservata esclusivamente alle truppe italiane - mentre severamente vietato doveva essere l'ingresso di truppe serbe, subordin ato, se del caso, solo ad una specifica richiesta in tal senso del loro governo a quello italiano che se ne sarebbe riservata la deci ione in merito. Il testo proseguiva ordinando di evitare accuratamente qualsiasi riconoscim e nto di ufficialità nei confronti del Consiglìo Nazionale locale, la cui attività doveva anzì essere controJJata per evitare qualsìasì atto non conforme agli interessi dello Stato italiano. D 'altra parte, si raccomandava nel contempo di tener presente che l'esistenza anche formale di un'autorità politica ele ttiva e di sicura fede italiana potrà essere di grande utilità qualora diventasse necessario dimostrare alle potenze estere che Fiume aspira a dive nire italia na per libera e lezione (8).

Il comando della 3a Armata, a sua volta , riteneva opportuno suggerire che agendo per mezzo degli organi della propaganda sugli elementi locali, non si trascuri occasione di provocare da parte di questi ultimi manifestazioni di fervida italianità, e ciò specialmente ogni qualvolta siano presenti rappresentanti dei governi e della stampa alleati (9).

Questa era, nei terminì che sono stati riepilogati, la sìtuazione a Fiume nel mome nto in cui Grazia li assumeva il comando del Corpo d'occupazione interalleato , e questi erano ì presupposti aì quali avrebbe dovuto attenersi per iniziare a svolgere il proprio incarico. L'uso del condizionale è quanto mai d'obbligo, dal momento che la questione fiumana, già originariamente difficile all'atto del suo divenire, era destinata ad un'evoluzione ancora più complessa e spinosa, con ridondanze politiche interne ed internazionali esten(8) AUSSME, D.S. 3" Armata, prot. 15530 e 15531 del 28. 11.1 918, da C.S. a Com.do 3° Armata. f.ti Badoglio. (9) AUSSME. D .S. 3• Armata. prot. 1()031 · del 30. 11.1918, da Com.do 3• Armata a Grazioli.


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dentesi a macchia d'olio. Due erano fondamen talmente i punti vulnerabili della proble matica di Fiume. Il primo era dato dal fallo che nessuna linea di delimitazione era stata stabilita dal Consiglio Supremo di Guerra Interalleato nel retroterra fiumano per separare Le zone di operazion i e responsabilità dei diversi eserciti , differenziando così i territori che avrebbero potuto essere occupati da parte dell'~sercito italiano da quelli che avrebbero potuto esserlo da parte dell'Armée d' Orient. Il secondo traeva origine dal fatto che l'invio di truppe franco-serbe per l'installazione di una base logistica non implicava che la responsabilità del generale che aveva e messo l'ordine e non quella del Consigl io Supremo di Guerra che, in merito , non era stato neanche interpellato. Tutto ciò non avrebbe potuto non determinare uno stato di inevitabile conflittualità, dal momento che mentre il titolare del comando del Corpo d'occupazione interalleato avrebbe esercitato diritti che gl i derivavano da una convenzione internazionale, il comandante del contingente francese in città non avrebbe potuto riferirsi se non agli ordini del proprio diretto superiore. Giunto Grazioli a Fiume nel prim o pomeriggio del 28 novembre, già nei giorni immediatamente successivi aveva inizio il braccio di ferro con il generale Tranié. Il primo oggetto del contendere era rappresentato dalla richiesta francese, avvenuta sin dal 17 novembre e concretizzata il 24 e 25 con l'arrivo di unità militari, di allestire immediatamente a Fiume una base logistica per l'Armata d'Oriente , costituita da truppe francesi e serbe di cui lo stesso Tranié sarebbe stato il comandante. L'installazione avrebbe comportato necessariamente l'occupazione della banchina del porto e la gestione operativa, quanto meno parziale, della stazione ferroviaria, il che avrebbe reso impossibile vietare l'ingresso dei serbi in città, aumentando così le probabilità di turbamenti all'ordine pubblico in una città che, in tal senso, sembrava essere già ben avviata (sin dal 27 novembre, infatti, avevano incominciato a svilupparsi incide nti fra la popolazione ed i milita ri francesi). Grazioli, dopo aver avuto il 29 un primo colloquio con Tranié ed essersi reso conto dell'atteggiamento global mente ostile e provocatorio da parte francese. sostenuto da motivi spesso capziosi ed infondati , con un evidente atteggiamento filo-iugoslavo, rappresentava al comando della 3a Armata l'opportunità di scegliere, per la base logistica francese, un 'altra sede, proprio perché la sua installazione a Fiume avrebbe dato luogo a empre nuovi incidenti e sarebbe servita di pretesto per un continuo afflusso in città di truppe


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ed uffici franco-serbi, vanificando il significato della nostra occupazione. Qualora fosse risultata indispensabile la soluzione Fiume, proponeva che almeno la base fosse impiantata , diretta e gestita da autorità e truppe italiane, al massimo con il concorso di qualche ufficiale francese di grado non elevato (10). Diaz faceva sue queste considerazioni e le trasmetteva ad Orlando (11), assicurando di aver prescritto a Graziol i di mantenere lo statu quo di Fiume evitando nel contempo qualsiasi conflitto con gli alleati. Grazioli era stato piuttosto deciso nell'affrontare il problema dei rapporti con essi, al punto da porre alle superiori autorità un formale quesito anche circa l'eventuale uso delle armi contro gli stessi, qualora ne fosse occorsa la necessità. La risposta era stata che in nessun caso ciò sarebbe dovuto avvenire, anche se si riconosceva che, di fronte agli ordini ricevuti dal generai~ Tranié, il nostro contegno per evitare incidenti avrebbe potuto esprimersi come una manifestazione di debolezza dannosa al nostro prestigio. E certo si era nel vero asserendo questo, dal momento che il comandante dell'Armata d'Oriente Franchet d'Esperey non si peritava di continuare a far sapere, utilizzando Tranié come portavoce, di non riconoscere la nostra occupazione di Fiume e di considerare la città, sita fuori della linea d'armistizio, nell'ambito della sua giurisdizione di comando e ritenendosi quindi autorizzato a disporre per la requisizione di tutto quanto era a Fiume (12). A questo proposito, il Comando Supremo sollecitava il governo ad intervenire presso quello francese affinché a sua volta chiarisse le idee al suo generale. Ed in effetti ce n'era bisogno. Grazioli veniva accusato di frapporre difficoltà alle comunicazioni degli alleati ed in particolare fra Tranié ed il comando dell'Armata d'Oriente, e di arbitrarie appropriazioni di provviste dell 'esercito austriaco che, secondo la disinvolta interpretazione del generale francese, dal momento che si presumeva fossero destinate alle truppe austro-ungariche operanti in (1()) AUSSME, D.$. 3" Armata, prot. 276 del 29.11.19 18, da Grazioli a Com.do 3" Armata. (11) Archivio Centrale dello Stato (d'ora in poi A.C.S.). Pres.za Cons. Min., guerra europea (d'ora in poi PCM g.e.) , b. 19.15.7.1, f. 161 , da Diaz ad Orlando. (12) Le 1erritoire de Fiume faù partie des rerritoires qui ont appartenu à l'etat hongrois. A ce rirre, jusq·a la paix, il est consideré par !es allies camme territoire ennemi occupé et le droit de réquisirion a été ouvert par la convention d'armistice passé avec la Hongrie; da una lettera intestata A.F.O. , Commandement des troupes francoserbes, a firma di Tranié , inviata il 10.12.19 18 a Grazioli - A.C.S., PCM g.c. , b. 19.15.7.1. f. 161.


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Oriente , dovevano essere considerate bottino di guerra dell'esercito interalleato balcanico. Il comandante del Corpo d'occupazione respingeva molto decisamente le accuse, dichiarando inconsistenti le prime e precisando che i rifornimenti abbandonati dagli austriaci erano sotto l'esclusiva gestione del governo locale, cui tutti i comandi militari presenti a Fiume dovevano rivolgersi per effettuare prelevamenti (13). Franchet d'Esperey non perdeva intanto occasione per continuare a screditare in tutti i modi possibili l'azione di comando e l' immagine di Grazioli, talvolta addirittura esponendosi ad essere smentito dalla sua stessa parte, come nel caso del rilievo mosso al comando italiano di aver impedito lo scarico di un mercantile francese contenente rifornimenti per l'Armata d'Oriente, a proposito del quale lo stesso Tranié , dietro richiesta di Grazioli e con indubbia onestà, negava l'essersi mai verificato il fatto. Anche le voci da lui diffuse circa la domanda avanzata dal generale inglese Gordon e dal colonnello americano Everson di dipendere da Tranié piuttosto che da Grazioli, per l'irritazione che la sua condotta avrebbe determinato in loro , era nettamente smentita dai due attraverso lettere private da questi opportunamente promosse (14). Disponiamo di una significativa testimonianza in merito all ' immagine che onnai il d'Esperey aveva dato di sé e del come, da parte del nostro Comando Supremo , ci si adoperasse per tentarne la rimozione. Alla fine di dicembre Diaz, venuto a conoscenza che il francese aveva in animo, dovendosi recare a Parigi, di fermarsi a Roma per elevare le solite proteste contro Grazioli , telegrafava ad Orlando e Sonnino sia per prevenire l'azione a Roma e sia, soprattutto , per invitarli ad adoperarsi presso il governo francese affinché comando eserciti alleati

Oriente sia affidato persona più equilibrata ed equanime dimostrando come sostituzione Generale d' Esperey sia vantaggiosa per tutti gli alleati ed in special modo si renda necessaria per mantenimento buone relazioni franco -italiane (15). La serie degli screzi e degli incidenti , comunque, non sembrava

(13) A.C.S., PCM g.e., b. 19.15.7.1, f. 161, prot. 15755 del 6.12.1918, da Diaz ad Orlando e prot. 3112 del 27.11.1918 da C.S. (f.to Badoglio) ad Orlando e Sonnino. (14) A.C.S., PCM g.c., b.19.15.7.1, f.162 bis, prot. 1436 del 24.12.1918, da Grazioli al Com.do 3" Armata. (15) A.C.S .. PMC g.c, b 19.15.7. l, f. 162 bis , prot. 3114 del 28.12.1918, da Diaz ad Orlando e Sonnino.


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voler tendere a diminuire , anzi. Il contrammiraglio R uggiero , del comando della Divisione Navale Speciale a bordo della Emanuele Filiberto, in una relazione inviata il 9 dicembre al vice ammiraglio Cagni, comandante in capo delle Forze Navali del Quarnaro, denunciava come il minoritario eleme nto croato della città che, ad occupazione avvenuta, aveva cessato le agitazioni , avesse ripreso negli ultimi giorni baldanza spintovi soprattutto dal pernicioso influsso esercitato dall'inqualificabile contegno dei francesi. E così proseguiva: L'ostilità aspra di costoro non si appalesa soltanto nell'atteggiamento spavaldo od inurbano dei comandanti , che creano agli organi militari italiani ostacoli ed inciampi di ogni genere nel disbrigo delle loro difficili e delicate mansioni, e nel provocare incidenti con una serie pre meditata di resistenze passive, di atti di illegittimo impero e d'invadenze cercando di sostituire, a quella legalmente riconosciuta delle autorità italiane, la loro propria; ma si esplica eziandio in modo generale in tutti i contatti che marinai e soldati hanno con le nostre truppe ed i nostri equipaggi e con la cittadinanza. In altre parole, mentre i capi militari francesi ha nno o tentatamente assunto il patrocinio morale dell'elemento croato, i gregari ne hanno assunto addirittura la difesa materiale (16).

In effetti , era divenuto quotidiano lo spettacolo di marinai e oldati francesi indossanti coccarde croate che percorrevano le vie cittadine inneggiando agli slavi ed intervenendo diretta mente a favore di essi nei tafferugli che si creavano con ele menti italiani , innescando in tal modo l'intervento in aiuto di questi dei nostri milita ri , a loro volta indotti ad esibire coccarde tricolori sull 'uniforme. Del pa ri , gli inglesi e gli americani non perdevano occasione per ma nifestare le proprie simpatie nei confronti della popolazione croata. Era una situazione pericolosa, incline ad esasperare la cittadinanza italiana inducendola ad atti no n sempre equilibrati e prudenti. Di ciò Grazioli era ben consapevole , così come del fatto che tale stato di cose costituiva altresì un ottimo brodo di coltura per i suoi esponenti più estremisti: Certame nte anche nella popolazione italiana vi sono clementi che mostrano di desiderare che accada no torbidi, sia pe rché

{16) A.C.S., PCM g.e .. b. 19.15.7. J, f. 161. pro t. 354 del 9.12.1 918, da Ruggiero a Cagni.


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sperano che questi torbidi inducano me ad assumere senz'altro il governo della regione, sia perché confidano che tali disordini persuadano gli alleati dell'impossibilità di convivenza pacifica fra italiani e slavi, e favoriscano per tale via la causa italiana (17).

Nell'intento di prevenire al massimo l'insorgenza di disordini , emanava ordini tassativi che vietavano a tutte le truppe interalleate qualsiasi manifestazione di carattere politico e qualsiasi esibizione di coccarde od altri analoghi segni esteriori, e, in accordo con una proposta del generale inglese Gordon , istituiva una polizia militare interalleata e stabiliva che anche con carattere interalleato si svolgesse il servizio di censura. Esercitava inoltre la propria influenza perché , da parte del Consiglio Nazionale Italiano e delle autorità croate di Sussak, si emanassero proclami di distensione e pacificazione. A proposito di censura, anche la stampa dava luogo a polemiche e risentimenti. Il 30 novembre Novostie, organo ufficiale del governo iugoslavo a Zagabria, così scriveva in una nota: In questi giorni a Fiume uscirà il primo numero del giornale francese Echo de l'Adriatique. Il redattore sarà francese e patrocinerà anche i nostri interessi iugoslavi. Il giornale verrà finanziato dalla Banca e Cassa di Risparmio Croata del Litorale. L'ammiraglio ed ufficiali francesi visitarono la redazione ed accelerarono il lavoro. L'll dicembre il nuovo giornale veniva presentato all'Ufficio Censura del Comando d'occupazione; il sottotitolo era già di per sé stesso esaustivo, journal de defense des intérets jugoslaves, così come del pari significativo era l'articolo di presentazione programmatica che si rivolgeva a ceux de nos héroique libérateurs francais, anglais et americains qui sont maintenant parmi nous. Grazioli, dal momento che i destinatari erano i militari alleati e non intendendo consentire che tra essi si facesse propaganda politica di qualsiasi specie, non esitava a disporre per il sequestro , specificando all'editore che la stampa iugoslava, se poteva continuare ad essere libera, pur sempre nei limiti dovuti , nei confronti della popolazione civile, non poteva assolutamente esserlo in quelli delle truppe interalleate la cui permanenza sopra le parti andava energicamente salvaguardata. Il 9 dicembre, a dare continuità alla polemica aveva contribuito il giornale locale italiano La Bilancia, che chiudeva un articolo intitolato (17) A.C.S., PCM g.c., b. 19.15.7.1, f. l61, prot. 691 del 10.12.1 918, da Grazioli a Com.te 3• Armata.


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I francesi a Fiume, in cui si denunciavano le aperte partigianerie di questi a favore dei croati. con queste parole: Ma se il motivo dell'immeritata antipatia che ci dimostrano i francesi ci sfugge, sappiano essi tuttavia che sono in casa nostra, che della casa nostra siamo padroni noi e che finalmente, piaccia o non piaccia loro. siamo italiani. Era più che sufficiente per suscitare le aspre proteste del Tranié, nei termini secchi ed arroganti che gli erano abitua li , e le controrepliche di Graziali che, ad o nor del vero, non era per natura incline a porgere l'altra guancia. Certamente, in questo caso, il nostro Ufficio Censura avrebbe potuto essere meno liberale e vietare l'articolo o quanto meno depurarne alcuni brani, specialmente il lapidario finale. Graziali stesso, nel relazionare il comando della 3a Armata, si esprimeva in tal senso, anche se tendeva a minimizzare la cosa con abile giro di parole (18). È evidente che, per il modo in cui stavano mettendosi le cose, la disputa italo-alleata e più particolarmente italo-francese era destinata ad arroventarsi anziché a scemare. E, ancor più che i vari incidenti dì diversa origine , dei quali abbiamo riportato solo alcuni esempi a titolo illustrativo, essa trovava a limento soprattutto nel problema della costituzione della base logistica per l'Armata d'Oriente, che già abbiamo indicato come uno dei punti vulnerabili della questione Fiume e per il quale abbiamo già accennato al punto di vista di Grazioli al riguardo. Fra lui e Tranié. nel corso di un incontro avvenuto il 6 dicembre, erano stati presi accordi verbali che prevedevano: r eventuale impianto di una base logistica per l'Armata d'Oriente non avrebbe in alcun modo comportato prese di possesso arbitrarie di infrastrutture e materiali che, quale erede naturale del cessato impero austroungarico. erano da considerarsi di proprietà del governo locale; l'esclusione di ogni ingres!.o in città e nelle zone dì occupazione limitrofe, attraverso la presenza nella base, di reparti serbi o iugoslavi; la direzione ed il controllo degli sbarchi da parte di ufficiali italiani; il · controllo. da parte del Comandante del Corpo d·occupazione. delle comunicazioni ferroviarie e telegrafiche di Fiume con l'interno, che l'apertura della base avrebbe obbligato a ripristinare integralmente, fermo restando il diritto di Grazioli di eventualmente sospendere le une e le altre se e quando esigenze di ordine pubblico lo avessero

(18) A.C.S., PCM g.c., b. 19.15.7. l. f. 162 his, prot. 860 del 12. 12.1918, ùa Grazioli a Com.do 3• Armata.


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richiesto. Nel dare comunicazione di ciò al comandante della 3a Armata, Grazioli così concludeva: A me pare che . su queste basi. si potrebbe in effetti venire ad un modus vivendi, pur confermando però che nel nostro interesse e per il vivissimo desiderio del governo locale, sarebbe assai pre fe ribile che la base a fiume per l'Armata d'Oriente fosse affidata e fatta funzionare esclusivamente da noi. in pieno accordo, per quanto riguarda il traffico fe rroviario, con la Commissione francese stabilita a Zagabria. li che a me pare non pregiudicherebbe affatto il !>Oddisfacimento dei bisogni di quel1' armata. Quanto ho sopra esposto, costituisce un progetto formulato di mia iniziativa , in ottemperanza alle direttive di V. A.R.; ma bene inteso, lascio integro il diritto di obiezio ni al governo locale. Il quale mi dà l"imprcs ione che veda malvolentieri rimpianto di questa base che riallaccia la città con il te rritorio interno. mentre tutte le tende nze cittadine sono per un allacciamento soltanto con l' Italia. La mia azione a questo riguardo è volta ad attenuare tale avversione intransigente, in quanto che penso che la separazione di Fiume dal suo naturale hinterland, se può pare re per il momento politicamente ragionevole, rappresenta un assurdo economico non giustificato neppure dalla situazio ne speciale del momento che attraver iamo. Tanto più che ogni separazio ne dall ' interno riuscirebbe molto difficile, in quanto che, a due passi da quì , cessa la giurisdizione del governo locale. e tutti sono liberi di corrispondere e di trasferirsi come meglio credono fuori de l te rritorio di giurisdizione del suddetto governo (19).

Ma il giorno successivo, Grazioli sentiva la necessità di spiegare ancor meglio il propri o punto di vista. Confermando le conclusioni della lettera precedente, ribadiva come, se una base doveva esserci, questa doveva essere italiana , precisando che l'accondiscendere ad una base fra ncese a Fiume , sia pure resa controllabile dalle condizioni da lui previste, avrebbe intaccato profondamente il principio dell'italianità del porto e del territorio, diffondendo in tutti la sensazione della possibilità che lo sbocco di Fiume avrebbe potuto di fatto (sia pure per ragioni militari) essere in altre mani , tanto più pericolosa in quanto si trattava di ma ni francesi (20). (19) AUSSME, D .S. 3" Armata, prot. 525 del 6.12.19 18. da Grazioli a Com.do 3• Armata. (20) AUSSME, D .S. 3" Armata , prot. 527 del 7.12.19 18, da G razioli a Com.do 3• Arma ta.


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Ma pur essendo in corso trattative fra i due governi per sanare la vertenza, in attesa della definizione delle quali Grazioli aveva ricevuto precisi ordini di impegnarsi al massimo per mantenere lo sratu quo, da parte del generale Tranié si cercava invece di forzare la mano. sia adducendo qua nto alla nota n. 12, sia arrogandosi il diritto di far entrare a discrezione nella città anche truppe serbe, misconoscendo come le stesse fossero state allontanate proprio in quanto causa potenziale di disordini, sia infine non riconoscendo al comandante del Corpo d'occupazione interalleato il diritto di sorvegliare, modificare ed eventualmente sospendere il traffico con l'interno qualora ragioni di ordine pubblico rendessero ciò indispensabile. In una lettera di risposta a Tranié (21), nel ribadire come l'attesa delle risoluzioni a più alto livello lo obbligassero a mantenere le cose così come al momento erano, Grazioli dichiarava la propria disponibilità a facilitare in ogni modo lo sbarco ed il trasporto verso l'interno dei rifornimenti che fossero giunti nel porto di Fiume diretti all'Armata d'Oriente. Nel contempo, però , affermava senza mezzi te rmini di non poter consentire che, per questi rifornimenti, si addivenisse all'impianto effettivo della base e dei relativi uffici nonché a qualsiasi forma di requisizione locale che esso potesse richiedere. La nota terminava affermando di non poter accellare in nessun m.odo tutti gli altri punti di vista espressi dal francese (l'ingresso dei serbi e le limitazioni al diritto di controllo sul traffico con l'interno), ed esprimendo il rincrescimento che la lettera a cui rispondeva avesse reso pressoché integralmente vani gli accordi intercorsi fra loro una settimana prima. Netrinformare il comandante della 3a Armata di quanto sopra, Grazioli così concludeva: Nelratte a che istruzioni nuove mi pervengano. manifesto il personale avviso che la soluzione ideale della questione potrebbe consistere nell'impianto a Trieste della base militare. Su questa convenienza anche S.E. il Gen. Petitti mi dicruarava ieri a Trieste il suo pieno consentimento. È da ritenersi infatti molto probabile che , per il tramite delle esigenze militari urgenti dell'Armata francese e deUa costituzione della base militare di Fiume che ne sarebbe la conseguenza, i francesi cerchino di avviare subito il traffico fra il retroterra iugoslavo e

(21) A.C.S., PCM g.c .. b. 19.15.7. 1. f. 161, prot. 815 del 12.12.1918, da Grazioli a Traniè.


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Fiume, allacciando interessi molteplici che in definitiva favorirebbero per l'avvenire il dominio economico-politico di Fiume come sbocco della Jugoslavia. Quando la base francese a Fiume fosse stabilita . ben più difficile riuscirebbe certamente a noi di contenere l'azione di questa base negli stretti limiti delle esigenze militari, tanto più che già fin d'ora i francesi dimostrano particolare premura nel sollecitare gli elementi locali con l'allettamento di guadagni, profittando abilmente della pre~ente disoccupazione e della stasi negl i affari (22).

Il Comando Supremo era dell'avviso che non convenisse in istere oltre un certo limite nel non volere a Fiume la base, giacché questa posizione avrebbe urtato contro la necessità di servirsi di questo porto in mancanza di altri di sufficiente potenzialità, e ribadiva invece che si dove se essere fermi circa la sua costituzione e la sua gestione da parte italiana , come da Grazioli stesso s'è visto essere stato suggerito sia pure a titolo di ultimo ripiego. Ma a metà mese Tranié si affrettava, con la solerzia di chi ha raggiunto il suo scopo, ad invia re a Grazioli , sotto form a di preavviso, copia di una comunicazione ufficiale inviatagli dal proprio governo nella quale si informava che la Conferenza Interalleata di Parigi era stata pienamente favorevole al punto di vista francese. E, del resto, non avrebbe potuto essere altrimenti , stante la acquiescente disponibilità del governo italiano. Questo notificava , riferendosi agli accordi intercorsi fra Grazioli e T ranié, che: se tale soluzione non è approvata dal governo francese, il governo italiano dichiara non avere difficoltà ad accedere al desiderio del governo fra ncese per quanto riguarda l'azione da svolgere dal comandante francese di Fiume ...

e , nel trasmettere le direttive al comando italiano , stabiliva che il comando della base avrà all'uopo a disposizione i tratti di banchina del porto, gli appezzamenti di terreno ed i fabbricati che gli saranno necessari (23).

(22) A .C.S., PCM g.e., b. 19.15.7.l, f. 161, prot. 840 del 12.12.1918, da Grazioli a Com.do 3• Armata. (23) A.C.S., PCM g.e., b. 19.15.7.1. f. 161, prot. 3967/1784 del 18.12.1918, da Sonnino ad Orlando.


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Grazioli non la prendeva bene , ed era logico. Redigeva una nota al comando della 3a Armata, e per conoscenza al Comando Supremo, piuttosto esplicita e che riteniamo utile riportare pressoché integralmente: Reputo mio dovere far presente quanto ho già ripetutamente affermato , che cioè una simile soluzione della questione, per le conseguenze disastrose di già evidenti che avrà in Fiume per rispetto al significato ed al valore politico e materiale della nostra occupazione, pregiudica, a mio giudizio, irreparabilmente la questione di Fiume e la allontana da quella soluzione che è nel cuore di tutti noi. Difatti , il Gen. Tranié non ha atteso un minuto a dichiarare ad un ufficiale del mio Stato Maggiore che naturalmente esso pretende ora di occupare con la base il punto franco che è il punto essenziale del porto; che il funzionamento della base richiederà l' arrivo di altre truppe francesi; che perciò , siccome vi sono difficoltà di alloggiamenti , chiederà una congrua diminuzione di truppe italiane; che la ragione dell'ordine pubblico non richiede che pochissime forze e perciò non giustifica la nostra forte occupazione. Prevedo che insisterà sull'entrata delle truppe serbe, necessarie, secondo lui, al funzionamento della base. Tutto ciò dimostra quanto ben mi apponevo segnalando la richiesta, apparentemente militare, della base francese come un pericolo evidente per le conseguenze politiche ed economiche che essa avrà e come esponente chiaro delle mene francesi decisamente a noi contrarie nella Jugoslavia e quindi in special modo a Fiume. La decisione della base in senso favorevole ai francesi e nel modo pieno ed assoluto come il Gen. Tranié mi comunica, rende vani tutti i miei sforzi intesi finora ad allacciare buone relazioni con gli slavi di quì e dei dintorni, da cui io mi ripromettevo risultati a noi assai favorevoli, fermo tenendo incrollabilmente il possesso effettivo del porto, fondato sulla stragrande e profonda italianità della cittadinanza di Fiume. Ormai col pretesto della base anche lo sbocco principale della Jugoslavia cadrà inevitabilmente a poco a poco sotto il possesso materiale e sotto il predominio francese, la cui propaganda anti italiana va assumendo, anche per la tolleranza inglese impersonata dal Gen. Gordon, forme così sfacciate da offendere in modo insopportabile perfino il nostro amor patrio nazionale. Ho creduto di dire tutto così chiaramente perché l' ho ritenuto mio dovere di soldato e di italiano. In tali condizioni chiedo che mi si definisca esattamente la nuova posizione che mi si va creando quì, la quale se non risul-


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tasse di fronte ai francesi compatibile con la dignità del grado di un comandante di Corpo d'Armata italiano, dovrebbe evidentemente suggerire un cambio di persona, non essendo possibile di fronte a questa città che io stesso dopo aver tanto lottato per sostenere quì il nostro punto di vista, debba ora piegarmi alle incredibili pretese che il generale francese, mio inferiore in grado, intenderà ora certamente di impormi (24).

Il giorno successivo perveniva la risposta dì Emanuele Filjberto di Savoia Aosta , comandante della 3a Armata, serena ed equilibrata nella sostanza, come era nella personalìtà dell'estensore , e signorilmente amabile nella forma come era nel suo stile : Mentre comprendo quanto le decisioni del Governo amareggino l'animo di V.E. che finora aveva lottato con abilità e non senza successo a mantenere impregiudicata e favorevole a noi una situazione delicatissima , debbo avvertire V.E. che non è possibile rinunciare ora alla sua conoscenza della situazione ed ai suoi buoni rapporti personali con i comandanti alleati. Tanto più che la sostituzione di V.E. darebbe un forte risalto e carattere di vero insuccesso all'episodio diplomatico, che è invece intendimento del Governo ed interesse del Paese di fare apparire come spontanea adesione ai desideri francesi . Sono perciò convinto che V.E. troverà nel suo patriottismo e nel suo spirito di abnegazione la forza per continuare, con immutata fede , l'opera sua intelligente ed efficace in pro' di una causa che è ben lungi dall'essere perduta , e che , mercé sua, ha ancora molti fattori di successo (25) .

Gallinarì definisce strana la richiesta dj Grazioli per una sua sostituzione (26) . A noi non sembra tale , bensì avente una sua logica se rapportata al contesto generale della situazione - un tormentato copione con quattro attori principali rappresentati da altrettante nazioni, recitato su un proscenio di portata internazionale e nel più vasto quadro di una imminente Conferenza quale quella dì Versailles - ed alla personalità dell' interessato. Grazioli , molto probabilmente, si era già reso conto di quale patata bollente gli fosse stata messa sul palmo della mano, resa tale non tanto e non (24) AUSSME, D .S. 3• Armata, prot. 969 del 15.12.1918, da Grazioli al Com.do 3• Armata. (25) AUSSME, Relazione Pecari Giraldi sui fatti di Fiume , prot. 10611 del 16.12. 1918, da Com .te 3• Armata a Grazioli. (26) Gallinari V. , op. cit., pag. 35.


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solo dalle difficoltà insite nella situazione di per sé stessa, quanto soprattutto dalla incertezza , inerzia e pavidità - significativo in tal senso il rifiuto che Orlando aveva opposto al Consiglio Nazionale di trasmettere agli alleati la delibera con cui questo, il 7 dicembre. aveva proclamato l'annessione di Fiume all'Italia, invitando il Consiglio stesso a farlo direttamente - con le quali la medesima veniva gestita a livello politico nazionale , frutto anche di divergenti valutazioni circa i reali interessi del Paese, delle contrastanti preme se ideologiche che la sostenevano nonché, in qualche caso, anche di contrasti, asperità ed ambiguità su l piano persona le. Stava infatti scoppiando il dopoguerra, con tutte le sue tensioni e contraddizioni che portavano la situazione interna ad evolvere verso una fase di in tabilità prolungata che. da parte del Governo, era scarsamente controllabile anche e soprattutto a cau a degli impegni internazionali legati alle trattative di pace. I fatti sono ampia mente noti, e non necessita richiamarli più di tanto. Proprio nello stesso mese di dicembre 1918 i comunisti russi, per ereditare il regime dello Zar e la guerra capitalista da cui si erano ritirati, rivelarono gli accordi segreti stipulati fra loro dagli alleati, tra cui il Patto di Londra. I nostri interventisti democratici vennero così a conoscenza delle ipoteche poste sulle terre slave, che contrastavano totalme nte con i propri pre upposti ideologici e delle quali lo stesso Bissolati, ministro già da due ann i, non era al corrente. Scoppiò fra lui e Sonnino un dissenso molto aspro, conclusosi il 28 dicembre con le dimissioni di Bissolati, che compendiava la frattura determinata i al termine del conflitto fra nazionalisti, che dal crollo asburgico, russo e turco erano indotti a pensare ad un'Italia già proiettata nei Balcani cd in Asia Minore , e democratici tuttora animati dalrideale mazzini ano di fare dell'Italia lo stato guida dei popoli democratici. Per Fiume. Bissolati propugnava la rinuncia alla Dalmazia slava alcuni sostengono che fosse disposto a cedere anche la frontiera del Brennero ed il Dodccaneso pur di giungere ad una pace giusta che non isolasse l'Italia dal contesto delle democrazie (27) - mentre Sonnino era incrollabile nel non recedere minimamente da quanto era stato sancito col Patto di Londra che, certo alquanto azzardatamente , continuava a considerare il suo capolavoro. Su posizioni molto diverse si trovava Nitti che , insofferente della negligenza da parte del governo nei confronti dei gravi problemi ociali ed econo(27) D'Auria E. L'Italia contemporanea dal primo al secondo dopoguerra, Bonomi. Roma, 1979.


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m1c1 che egli , invece , riteneva fossero le questioni prioritarie del momento anziché le annessioni territoriali, si dimetteva a sua volta dall'incarico di Ministro del Tesoro; né Orlando faceva nulla per trattenerlo. Il Presidente del Consiglio era sostanzialmente d'accordo con Bissolati per quanto concerneva la questione di Fiume, anche se evitava di esplicitare questo suo orientamento con Sonnino nei riguardi del quale, forse anche a causa del carattere severo e di difficile approccio di questi, aveva sempre nutrito una certa qual forma di soggezione. Veniva meno , quindi , quell'azione di coordinamento che sarebbe stata indispensabile per concertare la linea politica da seguire, tanto al momento quanto ancor più alla Conferenza della Pace di imminente inizio a Versailles. La possibilità di una sua rimozione dall'incarico può essere stata adombrata da Grazioli sia come affermazione di dignità nazionale e del proprio rango e funzione - e lo dice esplicitamente nella nota - ; sia perché l'uomo era attento curatore della propria immagine al punto tale da non essere disposto, giustamente, a vederla offuscata così platealmente e dice anche questo con molta chiarezza -; sia, ancora, nell 'intento forse di dare una scossa tanto a livello militare che politico (soprattutto) affinché si adottasse un atteggiamento meno incline alla titubanza, al patteggiamento ed alla condiscendenza; sia, infine, perché probabilmente già le sole due settimane trascorse nel nuovo incarico erano state sufficienti a fargliene intravedere i futuri sviluppi, e la visione non doveva essere stata certamente rosea. Una di queste ipotesi, o più probabilmente il concorso di tutte e quattro insieme, può aver sostenuto la richiesta che ad ogni modo, comunque la si riguardi , tanto strana no n ci sembra. Si tenga conto, allorché si è parlato di scossa anche a livello militare, che da parte del nostro Comando Supremo c'era un netto orientamento teso ad evitare un aumento dei contrasti con i nostri vicini o maggiori impegni di carattere militare. In tal senso, infatti , per quanto riguardava specificamente Fiume , di fronte alle proposte del comando della 3a Armata tendenti a conferire maggior respiro alla nostra occupazione ampliando i limiti delle zone da presidiare, aveva ribadito come l'occupazione dovesse essere considerata una misura di carattere eccezionale imposta da gravi ragioni di ordine' pubblico , accettando solo una modesta estensione agli immediati dintorni della città (28). Sotto un profilo ancora più vasto, il (28) USSME, L'esercito italiano nella grande f!,uerra, voi V (le operazioni del 1918), parte 11 , cap. XXI (in corso di pubblicazione).


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Comando Supremo, in effetti , era o rientato a garantire, nel corso delle trattative di pace, essenzialme nte il possesso dei territori fino alla dorsale alpina , con il che si offrivano b uo ne possibilità difensive e nel contempo si limitava al massimo l' immissione di alloglotti tanto alto-atesini che sloveni (29). Come ribadito dalla stessa fo nte richiamata alla precedente nota, bisogna anche dire che i nostri comandi militari, d'altro canto, non erano tenuti sufficientemente al corrente - il circuito della comunicazione di a llora non era certo quello odie rno - delle d ispute politico-diplo matiche né delle forti corre nti a noi contrarie alime ntate e da strutture politiche e da organi di stampa franco inglesi, per cui mancò loro, probabil mente , q uanto meno ne i primi te mpi successivi a lla fine del conflitto, la tempestiva e re ale consapevolezza di come tali corre nti rispondessero ad un preciso intento di contenimento , da parte di Francia ed Inghilterra, d i uno scomodo e quindi no n gradito espansionismo italiano. Solo le vicende della Conferenza di Ve r ailles avrebbero, di lì a qualche mese , messo in luce chiaramente ciò, e quindi è pur lecito ammettere che , a lmeno all'inizio , i contrasti fra gli espone nti militari a Fiume potessero anche essere inte rp retati come espre io ni di strume ntali ma limitate, se pur opinabili , interrelazioni da parte a lleata con i nostri antagonisti locali (ex-nemici, rappresentanti di stati tuttora sulla carta , alleati di dubbia qualità), in parte anche e nfatizzate da spunti di ostilità a livello pe rsonale. È altre ttanto vero , però, che questa consapevo lezza qualcuno cominciava a posse derla ; ne fa fede la frase contenuta in una lettera inviata a metà dicembre dal Capo di Stato Maggiore della Ma rina Thaon di Revel al ministero degli Esteri e pe r conseguenza a l Preidente del Consiglio: ... La condotta di tutti i militari fr ancesi, e delle autorità in specie, è indicata come inqualificabile. asce il dubbio che da tutta questa campagna non sia estraneo il coefficcnte dei capi che la conducono; l'Ammiraglio Gauchet, qualsiasi possano essere i suoi sentime nti contro di noi, non potrebbe provocare degli incidenti così gravi senza sapere di essere saldamente appoggiato dal suo governo (30).

(29) USSME , L'esercito italiano nella grande guerra. voi. V (le operazioni del 1918), parte Il , cap. XXJ (in corso di pubblicazione). (30) A.C.S., PCM g.e., b. 19.15.7.1, f., 161, prot. 1222 senza da ta, da Thaon di Revel ad Orlando e Sonnino.


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In città, la situazione continuava ad essere difficile. Il presidio di Fiume si era rafforzato, essendosi aggiunti alla Brigata Granatieri , peraltro ad organici ridotti che non raggiungevano i 4000 uomini, un reggimento di fanteria, uno di artiglieria , un battaglione bersaglieri , un reparto d'assalto e reparti minori italiani nonché un battaglione americano ed uno inglese (in realtà il contingente italiano sarebbe andato progressivamente rinforzandosi nei mesi successivi sino a contare, aUa data del 15 luglio 19_19, la presenza di circa 13.000 uomini). Quello francese , continuava a dipendere dall' Armata d'Oriente ed il generale Tranié persisteva nel recitare, nei confront i di Graziali, un ruolo non di subordinato bensì di interlocutore au pair con orientamento il più spesso oppositorio. È certo che tale situazione non doveva andare giù più di tanto a Graziali che, allo scopo di riportare una volta per tutte le giuste dipendenze nell'alveo delle proprie attribuzioni di comando, chiedeva l'invio a Fiume di un battaglione francese anch'esso alle dipendenze del nostro Comando Supremo. La giustificabile tensione derivante dagli irritanti e provocatorì atteggiamenti di Tranié , con implicazioni irriguardose ed offensive anche sotto il profilo strettamente personale , dovevano aver attivato in lui stimoli reattivi , urna~ namente comprensibili ma che gli impedivano di valutare il rischio insito in tale richiesta qualora la stessa fosse stata accolta. Provvide in tal senso, senza dubbio opportunamente , il Comando Supremo che così rispondeva con un fonogramma a firma Badoglio: Non si ritiene opportuno accogliere richiesta S.E. Grazioli perché già battaglione francese pronto a partire Fiume per far parte presidio interalleato fu da comando francese destinato Cattaro inviando sua vece Fiurrie battaglione Armata Oriente. Ripetere ora domanda invio distaccamento equivarrebbe riconoscimento ufficiale indipendenza da presidio interalleato truppe francesi Armata Oriente attualmente Fiume e provocare sicuramente rifiuto comando francese che nella questione evidentemente segue direttive politiche suo governo. È da considerarsi infine convenienza di non complicare con nuove richieste note trattative in corso fra governi e fra questo comando e generale Foch (31).

(31) AUSSME, D.S. 3° Armata, prot. 15968 del 15.12.1918, da C.S. a Com.do 3° Armata, f.to Badoglio.


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Le trattative di cui accennava riguardavano, oltre la questione della base, anche quella della linea di demarcazione della sfera d'azione fra l'Armata d'Oriente ed il Corpo d'occupazione interalleato. A questo proposito, è singolare come, a livello politico italiano, si consentisse che arbitrasse e decidesse in merito il Maresciallo Foch, pur se è doveroso riconoscere come il medesimo si manifestasse contrario alla pretenziosità di Franchet d'Esperey; tale impronta di obiettività è tanto più rimarchevole quando si consideri che il suo interlocutore italiano per tutte le questioni relative a Fiume era il generale Di Robilant , rappresentante nazionale presso il Consiglio Supremo di Guerra, che certo non brillava per fermezza e vigoria contrattuale e sul quale pertanto il Foch poteva avere facilmente buon gioco. Il controverso problema della base logistica veniva ratificato il 17 dicembre attraverso la stesura di un verbale da parte di un'apposita commissione composta da rappresentati militari italiani e fran cesi e da rappresentanti del Consiglio Nazionale Italiano e del Comune della città. In esso si sanciva come la base dovesse essere costituita al Porto Barros esclusa qualsiasi altra località del porto stesso, e ciò per lasciare da un lato all'autorità militare francese la massima libertà d'azione ed autonomia e, dall'altro, per non ostacolare il movimento usuale del porto. Si stabiliva inoltre come il movimento ferroviario doveva effettuarsi dalla banchina di Barros alla stazione ferroviaria di Fiume ma, di preferenza, direttamente da Barros alla stazione di Sussak verso la linea Buccari-Zagabria, attraverso la galleria che collegava la predetta stazione con la linea stessa . Le caserme, gli ospedali e gli altri locali che si rendevano necessari' per l'alloggio ed il ricovero delle truppe francesi destinate ai servizi della base e per quelle di passaggio, erano fissati nel territorio del comune dì Sussak (32). Raggiunto il proprio scopo, il comando francese non esitava a spingere sull'acceleratore, avanzando richieste sempre maggiori di locali, magazzini , installazioni portuali e ferroviarie. Il 20 dicembre Grazioli redigeva una relazione per il comandante della 3a Armata avente come oggetto Invadenza dell'azione francese a Fiume (33),

(32) A.C.S., PCM g.e., b. 19.15.7.l, f. 162 bis, prot. 1340 del 24.12.1918, da Capo S.M. Marina a Presidente Consiglio (allegata copia del verbale della Commissione per la costituzione della base logistica francese a Fiume). (33) A.C.S. , PCM g.e. , b. 19.15.7.l , f. 161, prot. 1212 del 20.12.1918, da Grazioli a Com.te 3a Armata.


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nella quale, oltre a fare il punto della situazione attraverso un accurato resoconto delle ultime vicende connesse con la questione della base, formulava alcune considerazioni di ordine politico seguite da esortazioni ad agire dirette esplicitamente agli organi governativi, dalle quali traspariva molto chiaramente il proprio malcontento e disagio per il protrarsi di uno stato di cose assolutamente incompatibile, oltre che dal punto di vista degli interessi nazionali, anche sotto un profilo strettamente personale. Nel documento , Grazioli metteva in evidenza la palese ambiguità francese quale si manifestava dal moltiplicarsi delle esigenze logistiche addotte dal generale Tranié in aperto contrasto con le richieste presentate qualche giorno , o addirittura alcune ore prima. Il centro logistico, secondo le dichiarazioni di Tranié che contritamente le rappresentava a sua volta come ultime emanazioni del suo comando in capo , vedeva di colpo ingrandite le proprie funzioni e dimensioni, dovendo fungere da base ricettiva di uomini e materiali rnon solo provenienti dallo scalo di Taranto ma anche da quello di Salonicco, il che avrebbe reso impossibile predeterminare l'estensione che, col tempo, avrebbe assunto la base stessa. Era chiaro come sotto una mistificatoria copertura di ordine logistico si celasse, secondo Grazioli, l'intendimento di declassare quanto più possibile l'occupazione italiana , ostacolandone al massimo la gestione e sostituendo gradualmente ad essa quella francese, resa ancor più autorevole e massiccia nell'eventualità, tutt'altro che improbabile , che la ,confluenza in F iume del traffico proveniente da Taranto e Salonicco potesse comportare la costituzione in città di altri comandi, non escluso quello stesso dell'Armata d'Oriente. Ma nel progressivo aumento delle forze francesi Grazioli intravedeva un pericolo ancora più grave. Se avesse accondisceso alle sole ultime, preliminari richieste di Tranié - locali per oltre 3000 uomini , per tre depositi divisionali, per numerosa artiglieria, servizi e quadrupedi - si sarebbe creato un rapporto di forze italo-francese solo di poco a noi favorevole quand'anche non pressoché alla pari, il che avrebbe costituito un grosso coefficiente di rischio in caso di un'esigenza difensiva di fronte ad attacchi provenienti dall'esterno, e specificamente dal nascente esercito jugoslavo. Giustamente , il comandante del Corpo d'occupazione interalleato non escludeva l'ipotesi di qualche colpo di testa da parte di ufficiali di quell'esercito, in gran parte provenienti dall'esercito austriaco; per fronteggiare tale minaccia, riferiva di aver già in atto studi e progetti per una difesa da attuarsi sulle alture ci rcostanti il porto. Essa però sarebbe


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stata inficiata dalla presenza all'interno della città di altrettante forze francesi , certamente non amiche e con l'aggravante di avere alle dipendenze quelle truppe serbe con le quali, appunto, avremmo potuto trovarci in aperto conflitto. Dopo queste considerazioni e valutazioni previsionali , l'estensore della nota esprimeva a chiare lettere il proprio stato d'animo nel quale decisione, impazienza, irritazione, amarezza e delusione apparivano altrettanto presenti e commiste. Dopo aver constatato che noi eravamo ridotti, con la lustra del Comando d'occupazione interalleato retto da un ufficiale generale italiano , a fare da carabinieri per tenere l'ordine pubblico, mentre gli alleati avevano piena libertà di operare ai nostri danni, ed aver espresso il parere che di fronte all'ambiguo contegno della Francia nei nostri riguardi ... non debba tardare una nostra analoga ed energica protesta, per dare materia alla quale ho creduto mio dovere riferire per disteso a V.A.R. quanto sopra,

Grazioli avvertiva che comunque, in attesa delle decisioni governative in ordine a quanto rappresentato, era ben deciso ad opporsi a tutte le ulteriori pretese francesi in ordine alla base , ... nella certezza che tali non dovevano essere le intenzioni del nostro governo allorché le autorizzava.

Lo spunto sarcastico-polemico era evidente, così come altrettanto polemica, venata di una nota di amarezza, era la denuncia del ritardo che continuava a caratterizzare la risoluzione della ripartizione territoriale della reciproche competenze fra il nostro esercito e quello interalleato d'Oriente, anche se la questione ormai, dopo la concessione della base logistica ai frances i ed il suo sfruttamento ai fini di una loro penetrazione sempre più invasiva in città, avrebbe purtroppo perso via via il suo valore. La faccenda della base continuava ad essere per Grazioli una vera e propria spina, e ad essa era riservata anche la conclusione della relazione: Ciò che impedirà che un tale sogno si avveri - il compilatore si riferiva alla speranza di presentarsi alla Conferenza della Pace con Fiume così come veramente era, italiana fino in fondo, ed in una condizione di tranquilli rapporti con le genti slave limitrofe (n.d.r.) - saranno le mene politiche degli alleati ,


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favorite dall'esistenza di una base francese che avrebbe potuto impunemente sussistere in qualsiasi città italiana, Trieste compresa , ma non in questa Fiume il cui possesso è cosi contrastato e la cui situazione politica è tanto delicata.

La notte porta consiglio, si usa dire. Nel caso di Grazioli, certamente, deve aver agito nel senso di alimentare ulteriormente in lui il desiderio ed il bisogno di rappresentare a chi di dovere tutto quello che albergava nel suo pensiero e nel suo animo, aggiungendo a ciò che aveva esposto il giorno precedente altre considerazioni. È del 21 dicembre, infatti , un 'altra relazione inviata al proprio diretto superiore , articolata su due parti distinte (34). Nella prima, veniva riepilogata la storia delle comunicazioni telegrafiche , telefoniche, postali e ferroviarie con Zagabria e Budapest, già sospese per ragioni militari nei primi giorni della nostra occupazione e poi ripristinate da Graziol i nel convincimento che Fiume trovava la sua vera ragion d'essere nel costituire una grande banchina portuaria atta a sviluppare il commercio con il retroterra di jugoslavi ed ungheresi, - e con i primi , inoltre , non era il caso di isolarci, con il rischio di spingerli ancor più decisamente io braccio ai francesi - così vitale per gli interessi economici della città. Mentre erano in corso trattative fra i Consigli Nazionali di Fiume e Zagabria per la riattivazione delle comunicazioni, il comando dell'Armata d'Oriente, asserendo di aver avuto in concessione da quest'ultimo una linea telefonica ed uno dei quattro circuiti telegrafici che univano Fiume a Belgrado e Budapest , faceva rimettere in funzione queste linee prendendo possesso dei terminali ed utilizzandole per le proprie necessità. Fiere proteste si erano levate da parte francese allorché Graziali aveva cercato di limitarne l'uso. Non appena attivato il servizio militare francese, le autorità di Zagabria, in base alle direttive emanate dal nuovo ministero jugoslavo che si era costituito il 14 dicembre, notificavano di non avere più alcun interesse a ripristi nare le comunicazioni. Al momento in cui il comandante del Corpo d'occupazione interalleato redigeva la sua nota , le comunicazioni in questione risultavano monopol izzate dalla linea telegrafica e telefonica francese, fuori del controllo italiano. La valutazione di Graziali era che attraverso queste linee il governo jugoslavo trasmettesse le proprie direttive alle popolazioni ed alle autorità croate (34) A.C.S. , PCM g.e., b. 19.15.7.1, f. 161, prot. 1270 del 21.12.1918, da Grazioli a Com.te 3• Armata.


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locali, il che in pratica significava che il generale Tranié veniva ad avere l'escl usiva delle comunicazioni con l'interno e poteva quindi es ere l'agente principale della politica franco-jugoslava in Croazia e nell'Ungheria meridionale. Molto opportuname nte Grazioli. di propria iniziativa (ne darà comunicazio ne al comanda nte della 3a Armata con il documento citato ne lla nota n. 37), era riuscito a far accettare la presenza a Zagabria di una rappresentanza italiana composta da due ufficiali e pochi soldati che, con la copertura di adempimenti coordinativi legati a l traffico ferroviario, funzionava in realtà come centro informativo di carattere pol itico e di collegamento con Belgrado. Ma è soprattutto la seconda pa rte della relazione che riveste maggior interesse , e riteniamo o pportuno ripo rtarla in tegralmente quale ulteriore, significativa attestazione dello stato d'animo e del pensiero di Grazioli: Quanto sopra ho esposto, unitamente a quello che ebbi a riferire ieri circa il doppio gioco della politica francese quì, serve a bene lumeggiare come tale politica sia ferma, coerente e decisa. e proceda con perfetta unità di vedute fra governo francese, governo jugoslavo, Armata d'Oriente ed autorità militari e navali francesi a Fiume, con un 'energia progressiva che non può fare a meno di impressionare giustamente chiunque tenga conto degli interessi italiani in questa magnifica base d'azione politica ed economica dell'oriente, e dell 'avvenire ita liano di questo magnifico centro di italianità nell'Adriatico. lo ritengo mio stretto dovere pro pettare come oggi ia ancora possibile quì a Fiume contrapporre all'azione fran cese un'azione italiana di intensità cd efficacia pari se non supe riore, ove siano me i in valore. sulla base delle direttive del nostro governo, gli ottimi clementi che a quell'azione sarebbero forniti sia dal sentimento di italianità della popolazione cittadina, sia dalle vaste relazioni di cui essa può disporre nel mondo commerciale, economico e politico in Croazia, in Ungheria e nell'Oriente in genere. Ma svolgere una simile azione non è possibile restando quì con mansioni apolitiche. di diritto e di fatto, nella semplice veste cioè di tutore dell'ordine pubblico in nome dell'Intesa, cd in una condizione di cose per cui mentre il generale Tranié trovasi in corrispondenza diretta non solo con il comando dell'Armata d'Oriente ma anche con il governo francese. che quì ha suoi diretti rappresentanti nelle persone inviate per stabilire la base (e che dicono dipendere dal Sig. Cle mcnceau), io mi trovo


CAPirOLO QUARTO: AL COM. OFI CORPO D 'OCCU PAZ. JNlERALL. DI FlUMI.:

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invece costretto. appunto per la mia pos121onc di semplice custode dell"ordinc pubblico, ad un atteggiamento puramente e passivamente difensivo. Aggiungasi a ciò che mentre i francc!>i svolgono la lo ro azione politica, inglesi cd americani - rappresentati da loro commissioni ~pcciali - vengono quì a studiare il porto e la potenzialità delle ferrovie, recandosi poi nella Jugo lavia a prendere quei contatti che a noi sono vietati; e ciò mentre che no i restiamo qul con le braccia incrociate a tutelare l'ordine pubblico e cittadino minacciato solo dalle intemperanze france!>i. È mio convincimento invece che sia necessario, ai fini sopra accennati, che il comando italiano sia qul investito di adeguati poteri anche nel campo politico - il corsivo è sottolineato nel testo (n.d.r.) - con mezzi commisurati alla entità degli obiettivi da raggiungere, in modo da operare efficacemente e positivamente sia di fronte agli alleati, sia di fro nte alle popolazioni italiane e croate, secondo la linea di condotta omogenea che sarà ispirata dal governo centrale. Solo con tale provvedimento sarà pos ibile mettere in valore a nostro vantaggio questo superbo punto d'appoggio politico. milit are ed economico di Fiume, oggi contesoci da una potenza straniera, tanto più aspramente in quanto essa si è resa pieno conto della sua eccezionale importanza.

Emerge chia ra me nte, dall 'analisi del testo, l'insofferenza di Graziali per le condizioni di impotenza cui la carenza a livello governativo nazionale lo costringeva. per sopperire alle quali non esitava a chiedere, con una determinazione così esplicita quale non è riscontrabile nei documenti fino a llo ra prodotti, poteri poli tici in aggiunta a quelli mil itari . La richiesta, che probabilmente lo tesso fo rmulatore non poteva non considera re destinata già in partenza a rimanere sulla carta, sottendeva in effetti la denuncia di una situazione progressivamente insostenibile, ovvero la cui sostenibilità, protraendosi lo stato di co e denunciato, sembrava destinata ad essere pagata ad un prezzo troppo oneroso in termini di convenienza nazionale, sicurezza ed immagine. Nel trasmettere al Comando Supremo la pri ma delle due relazioni. Emanuele Filiberto di Savoia Ao ta non si tirava indietro nell'avallare in forma totale le considerazioni del Grazial i: Ciò che chiaramente espone la prefata Eccellenza è così evidente che nulla occorre aggiungere: i pericoli, cui il nostro prestigio cd il nostro avvenire in quella italianissima città sono


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esposti, se non si riesce a moderare l'ingerenza francese, sono certi e prossimi. Sull'opportunità di reagire alle frequentissime ed infondate proteste del governo francese con controproteste ben altrimenti fondate è giudice il governo, nelle cui mani stanno in questo momento le fortune d'Italia. Necessario, invece, urgente e doveroso credo che il governo stesso sia esattamente illuminato ulla siLUazione di Fiume quale la giudica un ufficiale come il Generale Grazioli, che alle note sue qualità aggiunge l'esperie nza e la sicurezza di giudizio acquistata al suo posto delicato ed importante, nel quale spiega un'attività ed un'abilità ammirabili. Tale situazione è esattamente illuminata da questa e dalle precedenti relazioni del Gen. Grazioli. Prego perciò che esse siano portate con tutta sollecitudine a conoscenza dei membri del governo che trattano col governo francese , affinché ad essi non manchi nessuna delle armi che è nostro dovere fornire loro per combattere la prossima battaglia che deciderà , forse per sempre, dei destini della Patria (35).

L'ultimo paragrafo , soprattutto, è indicativo di un accorto inte ndime nto di giocare d'anticipo nei confronti di coloro che avessero voluto mettere in dubbio l'obiettività delle considerazioni del generale Grazioli, al quale proprio il diretto superiore - ed in quanto tale il riconoscime nto scritto su un documento ufficiale acquisiva valore di giudizio valutativo - accreditava esperienza e sicurezza di giudizio acquistata al suo posto delicato ed importante, nel quale spiega un'attività ed un'abilità ammirabili. L'incondizionata adesione morale alla difficile posizione di Grazioli ed alle tesi da lui soste nute era ribadita dal comandante della 3a Armata due giorni dopo, il 23 dicembre , attraverso una lettera indirizzata al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito (36) con la quale si trasmetteva un'altra relazione di Grazioli. In quest'ultima , il comandante del Corpo d'occupazione riferiva in merito agli avvenimenti occorsi in quella stessa giornata, il cui epicentro era rappresentato dall'afflusso nella zona di Fiume, provenie nte da Zagabria, di un grosso contingente di truppe greche del1' Armata d'Oriente che avrebbero poi dovuto imbarcarsi per Corfù , senza che in proposito il generale Franchet d'Esperey si pronun(35) A .C.S., · Com.te 3• Armata (36) A. C.S., Com.te 3• Armata

PCM g.e., b. 19.15.7.1, f. 161, prot. 10805 del 21.12.1918, da a C.S. PCM g.c., b. 19.15.7.1, f. 161, prot. 10885 del 23.12.1918, da a Capo S.M. Esercito.


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ciasse sulla data di partenza. A Grazioli, che aveva imposto il fermo dello scaglione greco fuori del territorio di sua competenza , non poteva sfuggire lo scopo tutt'altro che recondito di questa operazione: ammassare il più possibile a Fiume, senza limitazione e senza preavviso , truppe dell'Armata d'Oriente per dimostrare la conseguente indispensabilità di una radicale riduzione delle truppe italiane, tale da risolvere i problemi logistici e di funzionamento della base. L'obiettivo francese era perseguito altresì dal prossimo arrivo di un'intera divisione greca, di cui il contingente appena giunto non rappresentava che un'avanguardia, da quello di un battaglione indocinese, al quale non sarebbe stato possibile inibire l'ingresso in città avendolo i francesi destinato al servizio permanente della base, nonché da quello di altri 1500 uomini anch'essi preposti alle medesime funzioni. Grazioli, ovviamente , non poteva tenere lontano dal porto le truppe destinate al funzionamento del centro logistico che, come s'è visto, in esso aveva sede, per cui aveva a malincuore dovuto derogare dal divieto opposto ai francesi di occupare padiglioni del cosiddetto punto franco della zona portuale; per le truppe di passaggio, che tutto lasciava intendere sarebbero proliferate a tutto· spiano - era atteso anche l'arrivo di 5000 prigionieri di guerra francesi liberati - , aveva dovuto reperire idonei alloggiamenti nei dintorni della città. La relazione al comandante della 3a Armata continuava informandolo in merito al primo contatto con il Comitato Internazionale degli Ammiragli che proprio in quello stesso giorno aveva cominciato a funzionare. Su esso si tornerà più avanti. Il rapporto di G razioli anticipava un certo pessimismo , che gli eventi successivi avrebbero poi confermato, ci rca l'esito delle decisioni che da questo consesso sarebbero derivate, ma soprattutto verteva sul rifiuto, emerso sin da questa prima giornata di lavori , di pronunciarsi in merito alla questione della base logistica francese prima di aver discusso delle ragioni per cui esisteva a Fiume un così grosso presidio italiano. Secondo Grazioli , era evidente l'intenzione di dimostrare che se non ci fossero state tante truppe italiane, il funzionamento della base sarebbe stato di molto facilitato, il che si riallacciava a quanto espresso in precedenza a proposito dell'arrivo delle truppe greche, e ribadiva le sue valutazioni circa il pericolo insito per noi in tale orientamento: ... cosicché la questione di Fiume, che condensa palpitanti questioni etnografiche, economiche, politiche e sentimentali è


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ridotta dalla maggioranza di sì autorevole conscs!>o ad una questione' di logistica militare che ogni modesto allievo di una scuola di guerra saprebbe risolvere anche senza Fiume.

In chi usura della relazione. Graziali si concedeva una franchigia dalle remore dell ·ufficialità e, come nelle due relazioni precedenti , lasciava libero sfogo alle componenti emotive ancor più che a que lle razionali : Io vedo chiaramente delinearsi una situazione per la quale la riduzione del nostro presidio in Fiume ci verrà fatalmente imposta e fremo al pensiero che ciò avvenga, in quanto che allora, col presidio francese preponderante, inevitabilmente riprenderanno il sopravvento su questa cara città, che la nostra occupazione ha fatto vibrare del più puro patriottismo italico, quei croati che altro non bramano se non di sfoga re la loro vendetta. Ad ogni costo, in nome dell'umanità. ciò deve essere evitato. perché sarebbe una crudeltà senza nome. Dica. Y.A. R ., questo al nostro governo che forse, lontano com'è, ignora la situazio ne. Pe r mio conto, pur assicurando che obbedirò agli ordini superiori. dichiaro che nel regolare la mia condotta di fronte ad una situazione così irta di ostacoli. non dimenticherò mai che, dopo la nostra vittoria, ad un generale italiano non è lecito d i lasciarsi calpestare da un prepote nte alleato, sia pure il comandante supremo dell'Esercit0 d·Orientc (37).

Nel trasmettere a Diaz la relazione di G raziali . il D uca d·Aosta , come s'è detto, ne appoggiava incondizionatame nte le valutazioni e ne riconfermava la statura umana e professionale: Trasmetto questa vibrante lettera di S.E. il Gcn. Graziali che sottoscrivo di gran cuore. Potrà darsi che a chi è lontano dal luogo in cui si combatte pur fra allea ti una così aspra lotta, l'intensità e la passione che pervadono questa lettera (ed anche tutte le precedenti) appaiano alquanto eccedenti le cause, quali possono leggersi attraverso la lettera stessa... Occorre che in merito all'apprezzamento dell'animo osti le delle autorità dell'esercito francese. si conceda che il Gen. Grazioli è il miglior giudice. anzi l'unico giudice. Quando ad un generale della capacità e della fiducia di Grazioli è affidato un incarico del genere, in

(37) A.C.S .. PCM g.c., b. 19.15.7.l. f. 161 prot. 1336 del 22.12.1918. prot. 1336 del 22.12.1918. d:i Grazioli a Com.te 3" Armata.


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cui sono in gioco il buon nome cd il destino della Patria, è giusto che si dia il massimo valore al suo apprezzamento della situazione, tanto più grande, come è il caso , egli avendo dimostrato di non errare nelle sue previsioni. È opportuno perciò che alle vivaci esposizioni di S.E. Grazioli si annetta tutta l'importanza e tutto il credito che esse meritano, e che al governo sia presentata la questione nella sua vera essenza, non quale potrebbe essere desunta dagli avvenimenti , ma quale è secondo gli apprezzamenti di un generale di alto intelletto e di provata fede .

Anche in questo caso, il comandante della 3a Armata intendeva chiaramente anticipare le probabili, se non certe, obiezioni minimizzatorie dell'entourage politico romano , ovvero rintuzzare quelle già avanzate da tutti coloro, e non er ano pochi, cui il decisionismo e la ricerca di chiarezza del nostro comandante del Corpo d'occupazione suonavano sgraditi tanto più in quanto contribuivano a mettere in maggiore evidenza la loro timorosa titubanza e la tendenza alla negoziazione sine die ed al compromesso rinunciatario, nella steri le attesa e speranza che le prossime trattative di pace avrebbero consentito il riconoscimento del nostro possesso della città. Dicembre era indubbiamente un mese favorevole alle relazioni. Proprio l'ultimo giorno dell'anno , infatti, Grazioli ne redigeva un 'altra diretta al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito nella quale , aderendo ad un invito verbale fattogli dallo stesso Diaz nel corso di un colloquio avvenuto fra loro iJ giorno prima, riassumeva le proprie personali vedute in merito alla situazione fiumana, non facendo mistero che delle stesse avrebbe desiderato conferire lui stesso con Orlando e Sonnino. Il documento era impostato su tematiche di ordine politico-economico più che militare. A differenza dei punti di vista correnti, l'importanza del porto di Fiume, secondo l'estensore della nota, risiedeva soprattutto nell'essere profondamente legato allo sviluppo economico del retroterra jugoslavo ed ungherese , tanto da costituire la principale base di penetrazione nei territori suddetti. La considerazione era fatta ponendo soprattutto attenzione all'Ungheria, quale si sarebbe configurata nel prossimo futuro, nel contesto di nuovi stati germinati dalla dissoluzione dell'Austria-Ungheria; ma anche la ricostituzione delle strutture economiche della Jugoslavia era vista d ipendere per buona parte dal porto di Fiume. Il suo possesso doveva, pertanto, essere considerato non dal punto di vista grettamenre municipale da cui lo riguardano gli italiani di Fiume ma in un 'ottica


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internazionale, come un elemento determinante per il futuro italiano in Adriatico e nell'Oriente europeo. A tal fine risultava facile, oltre che opportuno, utilizzare sin da ora il sentimento di italianità dei maggiorenti e degli operatori economici fiumani e le loro relazioni con gli ambienti politici e commerciali di Ungheria, Romania e Jugoslavia. Si trattava, sotto questo aspetto, di bruciare sul tempo inglesi e francesi i cui appetiti economici, ovviamente, mal si conciliavano con i nostri , e che stavano, specialmente i secondi, attivamente operando in questo senso. Il nostro assenteismo in questo momento non può che risultarci di grave danno anche nel caso che Fiume venga in definitiva assegnata all'Italia, perché in tale ipotesi correremmo il rischio di trovare sensibilmente svalutato il possesso di questa città in seguito ai fatti compiuti creati oggi dall'attività politica ed economica dei nostri alleati. Ci troveremo cioè allora davanti alla prospettiva di ricominciare a favore degli interessi italiani un lavoro di demolizione del già compiuto e di successiva ricostruzione, in circostanze certamente più difficili che quelle offerteci oggi dalla situazione politica ed economica dei territorì già appartenenti alla monarchia austro-ungarica, per i quali tutto è da rifare ed il successo si offre spontaneo al più pronto ed audace dei concorrenti.

La relazione concludeva rappresentando l'opportunità che gli venissero fornite direttive e strumenti d'azione politica ed economica tali da consentirgli di non continuare a dover limitare la propria presenza a Fiume quale solo tutore dell'ordine pubblico. A riprova della fermezza dei propri convincimenti, la parte finale del documento conteneva una esplicita proposta di azione del tutto autonoma atta a salvaguardare coinvolgimenti governativi ufficiali: . . . non esiterei ad assumerne la responsabilità anche nel caso che, per alte ragioni di Stato , il governo dovesse in qualche cosa far apparire l'opera mia come atti di iniziativa personale ed esorbitanti dalla rigide mie istruzioni ufficiali (38).

Questa esposizione delle valutazioni di Graziali ci sembra estremamente interessante e significativa delle sue capacità di analisi (38) A.C.S., PCM g.e. , b. 19.15.7.l , f. 161, riservata personale senza proto collo del 31.12.1918, da Grazioli a Diaz.


CAPITOLO QUARTO: AL COM. DEL CO RPO D"OCCUPAZ. fNTERALL. DI FI UME

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anche su temi ad ampio respiro, di carattere geo-politico ed economico, così come di una disponibilità a recitare fino in fondo quello che, coerentemente ai propri convincimenti, riteneva dovesse essere il suo ruolo, senza curarsi più di tanto degli eventuali incidenti di percorso e delle conseguenze che essi avrebbero potuto avere sugli uHeriori sviluppi della sua carriera. Il che, per un uomo che certamente non era privo di ambizioni, non è poco. Anche per questo, oEtre che quale contributo di pensiero , riteniamo opportuno riprodurre interamente il documento in allegato 9. La relazione , trasmessa a mano a mezzo del maggiore Canevari, capo dell'Ufficio Informazioni di Grazioli, era accompagnata da un'altra nota nella quale si specificavano con maggior dettaglio i provvedimenti da prendere per il raggiungimento degli obiettivi indicati. Era necessario, secondo Grazioli, premere sul Consiglio Nazionale per farlo recedere dal retrivo atteggiamento di chiusura alle importazioni ed esportazioni con la Jugoslavia; oltre all 'azione di influenza , lui doveva essere messo in grado di far assumere impegni per la concessione di mezzi di trasporto marittimi , per i rifornimenti di merci destinate agli inter-scambi e per la riapertura ed il miglioramento delle comunicazioni ferroviarie, telegrafiche e telefoniche. Per l'azione di penetrazione economica verso l'Ungheria, veniva suggerita una massiccia azione di vettovagliamento alla popolazione di Budapest, giunta a livello di guardia del punto di vista dei generi alimentari e di prima necessità, da attuarsi con una qualsiasi missione di rifornimento il cui carattere umanitario non sarebbe stato sminuito anche se fosse stata realizzata con un'etichetta privata. Nei confronti della Jugoslavia , l'approvvigionamento che già il comandante del Corpo d'occupazione stava effettuando a favore dei comuni slavi situati entro i limiti della zona di presidio italiana avrebbe dovuto essere esteso anche a località più lontane , aderendo così alle richieste che pervenivano da parte di varie ditte in ordine a forniture di materiali d'ogni genere. Le banche ed istituti di credito sviluppatisi a Fiume in passato continuavano ad avere in città le proprie direzioni, ed attraverso queste a sviluppare le loro attività che , peraltro, sfuggivano al controllo italiano. Si suggeriva pertanto di promuovere meccanismi di vigilanza gestiti dal Consiglio Nazionale , ai quali dare opportune istruzioni in aderenza ai nostri orientamenti di politica economica nei confronti tanto della Jugoslavia quanto degli altri stati residuati dal vecchio impero sconfitto. Analoghe istruzioni andavano date per


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la soluzione del problema monetario, atte a contrastare la tendenza alla speculazione valutaria che già era in atto con l'incetta della lira italiana ed il conseguente afflusso di corone. Dal punto di vista industriale, si imponeva, secondo Graziali , l'adozione di un progr amma teso a non essere emarginati dall'acquisizione e controllo dei maggiori complessi (cantieri di costruzioni navali, raffinerie di petrolio, oleifici, il silurificio Withead, ecc. , impieganti 20.000 operai) i cui capitali erano nelle mani degli ungheresi , a differenza delle industrie marittime che vedevano in maggioranza la partecipazione italiana a fronte di una minoritaria presenza jugoslava . S'è accennato al Comitato Internazionale degli Ammiragli. Era stato costituito in dicembre, ed avrebbe dovuto limitare la sua opera al rilevamento della situazione in atto a Fiume ed alla proposta di provvedi menti , prevalentemente di ordine militare e navale stante la propria specifica caratterizzazione in tal senso, atti ad evitare disaccordi od incidenti fra gli alleati. D al Comitato non avrebbe dovuto essere messa in discussione né la legalità dell 'avvenuta occupazione di Fiume da parte delle truppe italiane, né l'eventuale necessità di addivenire ad un cambiamento radicale nel presente stato di cose. Aveva iniziato i suoi lavori , come s'è già visto, il 22 dicembre. Era composto dagli ammiragli Ratyè (francese), Kiddle (inglese) , Boullard (americano) e Molà (italiano) che fungeva da presidente. Emergeva subito, contrariamente agli accordi di partenza , l'intento del Comitato, e per esso soprattutto del rappresentante francese appoggiato da quello inglese ed americano, di non rimanere entro i limiti delle prerogative fissate , ma di estendere il proprio esame alle ragioni politiche della nostra occupazione di Fiume ed ai rapporti intercorrenti fra le nostre autorità ed il governo locale. Così l'ammiraglio Molà scriveva al suo Capo di Stato Maggiore: ... V.E. capirà come sia estremamente penosa la situazione di un ammiraglio italiano in un Congresso ispirato a sentimenti di parte, come ne soffra il nostro prestigio e la nostra dignità e come sia divenuta più oltre insostenibile l'esistenza di questo Comitato, dove uno dei membri è così persistentemente in contrasto con ogni pensiero rilevato dagli altri, pensiero che nasconde sempre un secondo fine oscuro, tutto ai nostri danni (39) .

(39) AS-D MAE, Fiume, Racc. 1045/1919, fase. 3274, prot. 233 del comando

rv Divisione navale del 12.1.1919, da Molà a Thaon di Revel.


CAPITOLO QUARTO: AL COM . OEL CORPO o·ocCUPAZ. INTERALL. 01 FIUME

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A tale intento non corrispondeva, peraltro, una adeguata informazione storica e socio-politica dell'intera questione (Graziali parla va di piramidale, assoluta ignoranza (40)], per ovviare alla quale il Comitato aveva distribuito ai comandanti dei contingenti alleati un questionario già di per sé , nel modo con il quale venivano formulate alcune domande, esorbitante dai poteri ad esso conferiti. Grazioli , che quale comandante del Corpo d'occupazione era stato il primo ad essere interrogato, aveva subito sollevato una pregiudiziale in proposito, non rinunciando però poi a rispondere, anche sotto un profilo di cortese opportunità, ai vari argomenti proposti dal Comitato , colmandone anzi la totale misconoscenza di tutta la problematica fiumana non senza, nel contempo, illustrare il deprecabile atteggiamento sino allora assunto dal comando dell'Armata d'Oriente ed intrattenersi in merito a tutti gli altri oggetti del contendere. Grazioli mal tollerava, inoltre, che il Comitato tendesse a trasformarsi, come l'attività dei giorni successivi sembrava dimostrare , in una vera e propria commissione d'inchiesta , inquirente in special modo sull'opera del nostro governo, interrogando separatamente ufficiali alleati che dipendevano da lui , secondo una procedura che , non a torto, non riteneva compatibile in termini di sostanza con il suo incarico e, in termini formali, con il fatto di poter invocare la maggiore anzianità quale ufficiale generale anche nei confronti dei membri del Comitato stesso. Erano sufficienti pochi giorni perché il Comitato degli Ammiragli finisse per trovarsi ingolfato in una materia estremamente delicata e che esorbitava cli gran lunga non solo dalle proprie competenze ma anche, come s'è visto, dalle proprie capacità. L'ammiraglio Molà era costretto a sospendere le sedute per l'inconciliabilità delle tesi sostenute dai vari rappresentanti. Certaménte doveva aver riferito in merito e chiesto istruzioni al Capo cli Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Thaon di Revel, che manifestava così il suo pensiero e le sue direttive: L'attitudine degli ammiragli alleati dimostra chiaramente che essi vogliono estendere ed approfondire le indagini del Comi- · tato. sugli avvenimenti anche passati e su tutti i campi; e che inoltre essi ricevono, in modo esclusivo, ispirazione e suggerimenti da persone del partito jugoslavo molto abili e diretta-

(40) A.C.S., PCM g.e., b. 19.15.7 .1, f. 161, prot. 1370 del 23.12.1918, da Grazioli a Com.do 3" Armata.


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mente interessate nelle questioni che si agitano. Così essendo, le conclusioni del Comitato minacciano veramente di riuscire nient'altro che dannose non solo agli interessi ma anche alla reputazione ed al prestigio dell'Italia; d'altra parte il nostro Governo né può prendere l'iniziativa di provocare lo scioglimento del Comitato che esso ha di buon grado accettato, né è possibile esigere limitazioni all'estensione dell'inchiesta, le quali potrebbero essere interpretate come indice della volontà o del bisogno di opporsi all'emergere di risultanze a noi dannose. Bisogna invece cercare di ritorcere contro gli avversari le armi di cui essi vogliono servirsi contro di noi {41).

Il Comitato, d'altra parte, aveva di fatto esaurito la sua breve vita, dissolvendosi nella propria stessa inconsistenza senza che di questo e nnesimo, dilatorio escamotage restasse traccia durevole . Il 1918 volgeva a l termine , apprestandosi a trasmettere a ll'anno nuovo il retaggio , no n certo costruttivo. di quella guerra della quale aveva avuto il privilegio di rappresentare l'ultimo dei quattro lunghi anni . Il 1919, se avrebbe potuto a sua volta vantare la prerogativa di essere il primo de lla nuova stagione di pace, si presentava quindi tutt'altro che roseo, foriero com'era di scade nze, aspettative e rivendicazioni sottese tutte da un co mune denominatore , la tensione, che certo non era destinata a garantirne, quanto meno in chiave non traumatica , il soddisfacimento. Se questa considerazione e ra valida in assoluto, ancor più lo era se riferita a Fiume ed a l suo contenzioso, i cui termini, anziché ridursi, sembravano destinati ad estendersi. La complessa questione della definizione dei confini orientali italiani , infatti , non atteneva soltanto ai rapporti fra nazioni vincitrici e vinte , co me ad esempio il nuovo Sta to dell'Austria te desca, bensì anche a quelli fra le prime di esse, dal momento che il nuovo Stato costituito da croati, serbi e sloveni, energica mente sostenuto dalla Francia in un'ottica simultaneamente anti-italiana ed a ntigermanica, aveva ereditato dall 'Austria-Ungheria territori' e po polazioni e dalla Serbia lo status di alleato delle potenze dell'Intesa , e come tale entrava anch'esso nel novero delle nazioni vincitrici. Non a caso proprio nei primi mesi del 1919, come ricorda Gallinari (42), nel clima di radicalizzazione ormai corrente delle pole miche e delle (41) A.C.S. , PCM g.c., b. 19.15.7.1, Thaon di Revel ad amm. Molà. (42) Gallinari V., op. cit .• pag. 66.

r.

161, prot. 1408 del 29.12.1918, da


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rivendicazioni, non si peritava di chiedere che il confine con l'Italia fosse portato al Tagliamento. Nelle sue memorie, Graziali riferisce di essere stato convocato a Parigi , in febbraio, per conferire con la nostra delegazione al Congresso della Pace. Aveva parlato con Orlando , Sonnino e Diaz, fornito un quadro molto realistico, spiegato molte cose delle quali mi parve che quei nostri rappresentanti così autorevoli non fossero affatto al corrente. A Fiume la situazione tendeva a peggiorare giorno dopo giorno, e certo vi contribuiva il solito attendismo a livello governativo , a stimolare il quale il Comando Supremo provava in più occasioni, in particolare perché si rendesse protagonista di un pronto, energico passo (43) nei confronti del governo francese al fine di risolvere la questione , tuttora insoluta, della delimitazione della zona di competenza del nostro esercito e di quello d'Oriente. Ciò avrebbe visto anche diminuire , da parte del Comando Supremo, la preoccupazione di una compromissione politica fuori misura dei nostri comandi militari tanto a Fiume come in Venezia Giulia, tanto viva da determinare l'ordine affinché lo stesso Ufficio I.T.0. (Informazioni Truppe Operanti) della 3a Armata si astenesse dall'interessarsi di problemi che non fossero strettamente militari (44). Lo stato d'animo di Grazioli era messo ben a fuoco da una lettera inviata il 6 gennaio 1919 alla primogenita Andreina: Cara Dindina , oggi ho avuto una ben brutta Befana ; è stata una giornata terribile di lotta, di delusione, di contrarietà . La mia lotta al coltello che quì conduco da oltre un mese, giorno per giorno , ora per ora, difendendo con i denti questo estremo brandello d'Italia che tutti vogliono soffocare, che tutti vogliono strapparci, mentre il nostro governo tace, imperterrito, nonostante le mie ripetute sollecitazioni di aiuto, è arrivata ormai a tal punto che talvolta anche la mia forte fibra ne resta fiaccata (45).

Franchet d'Esperey proponeva che i comandi di tutte le località della costa orientale adriatica fossero affidati agli americani. Grazioli metteva in guardia le autorità superiori contro tale eventuali(43) Caviglia E. «Il conflitto di Fiume», Garzanti , Milano , 1948, pag. 103 (telegra mma prot. 16342 del 1.1.1919, da C.S. a Orlando. f.to Badoglio). (44) AUSSME, D.S. 3° Armata, prot. 35803 del 29.12.1918, da C.S. a Com.do 3• Armata, f. to Badoglio. (45) Grazioli F.S., Epist0lario, archivio familiare.


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tà (46), esponendo quelli che secondo il suo parere erano i presupposti conoscitivi e concettuali che sostenevano il punto di vista statunitense riguardo a Fiume. La descrizione era decisamente negativa: essi consideravano la questione fiumana attraverso la visione ristretta ed esclusiva degli interessi jugoslavi, non conoscendo affatto o non volendo conosceire gli altri aspetti essenziali della questione stessa, e non dando alcun peso e significato alle nostre ragioni linguistiche, etniche, militari ed ideali. Accecati da questo inguaribile esclusivismo (tanto da ritenere l'italianità di Fiume un artificioso prodotto della propaganda locale, secondo loro da noi incoraggiata ad oltranza), essi vedevano ostinatamente in noi solo dei sopraffattori dell'elemento jugoslavo. Nella sua valutazione, Graziali affermava come, sulla base di questa interpretazione, gli americani dovevano forse essere considerati gli alleati a noi meno favorevoli, con la conseguenza di portare il riflesso di questo atteggiamento pregiudizialmente ostile nella trattazione di tutte le questioni, piccole o grandi che fossero. Non meno severo era nel dipingere il profilo umano e professionale dei suoi interlocutori fiumani d'oltre oceano: il colonnello Everson, oltre che di ignoranza nei confronti della situazione di Fiume e di negligenza nell'adoperarsi per colmarla, era anche tacciato di malafede e scortesia, mentre l'ammiraglio Boullard, giunto in città per prendere parte alle sedute del Comitato degli Ammiragli, traeva la propria conoscenza del problema attraverso le informazioni e gli apprezzamenti di Everson, il che non era che un'ironica perifrasi per attribuirgli la stessa patente di assoluta cecità, secondo la testuale definizione di Grazioli. Il rilievo di scarsa conoscenza dei presupposti della questione fiumana si estendeva anche al rappresentante inglese , generale Gordon, di cui il comandante del Corpo d'Occupazione stigmatizzava soprattutto il fatto di essersi logisticamente sistemato a Sussak, attaccato alle comodità della sua simpatica pensione situata in questo ambiente eminentemente slavo, atteggiamento dal quale più di una volta aveva tentato di farlo recedere. Secondo Graziali, ciò contribuiva ad irradiare sull'ambiente inglese una disposizione d'animo poco favorevole a noi, dal momento che allontanava il suo personaggio principale dall'atmosfera della vita cittadina di Fiume, cui tanta significativa importanza in senso italiano era data da quest'ul(46) A.C.S. , PCM g.e., b. 19.15.7.1, f. 161, prot. 2438 del 10.1.1919, da Grazioli a Com.do 3" Armata.


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tima componente della popolazione , la più attiva e culturalmente avanzata. Che la preoccupazione di Grazioli fosse valida lo attestava , fra l'altro, una conversazione che aveva avuto l'll dicembre con Lord Cavan , comandante delle forze britanniche in Italia, suo amico personale ed al quale lo legavano i comuni ricordi della guerra combattuta insieme sul fronte italiano. Pur nel clima molto cordiale nel quale si era svolto il dialogo (47), Lord Cavan non aveva esitato ad esporre con tutta franchezza la preoccupazione sua personale e del suo Paese che i diritti della nascente nazione jugoslava potessero venire conculcati da una eccessiva ed invadente affermazione italiana. Basava questo suo parere sulla grande esposizione di bandiere tricolori e di scritte luminose che vedeva in città, e riteneva - e con lui molti altri autorevoli esponenti dell'ambiente politico e militare , in ciò associati agli americani - che tali vivaci manifestazioni fossero non tanto, o non solo, la dimostrazione della spontaneità affettiva degli animi italiani di Fiume quanto, soprattutto, il frutto di una nostra propaganda semi-ufficiale. A quest'ultimo proposito, ci sembra si situi ad hoc quale commento di per sé stesso esaustivo, quanto scritto da Thaon di Revel nella già citata lettera inviata a metà dicembre a Sonnino ed Orlando (nota n. 30): Nessuno potrà mai farci colpa per il fatto che in Fiume italiana la nostra presenza rappresenti di per sé stessa una propaganda di italianità, perché nessuno si meraviglia che la propaganda francese si accanisca nelle anche troppo germanizzate Alsazia e Lorena;

E chiariva ulteriormente il suo pensiero precisando come invece: ... una propaganda anti-italiana condotta da alleati in contrade redente e di nostra occupazione è un vero e proprio atto ostile, che non potrebbe essere più tollerato.

La conversazione con Lord Cavan aveva toccato anche un altro punto delicato, a seguito di una sua precisa domanda circa il perché , trattandosi di un presidio interalleato, vi fosse un eccesso di truppe italiane e non una presenza alla pari fra tutti i paesi rappresentati. (47) AUSSME, D .S. 3" Armata, prot. 841 de l 12.12.19 18, da Grazioli a Com.do 3° Armata.


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Grazioli aveva risposto facendo presente che la ragione stava nell'origine stessa del presidio interalleato, e cioè la necessità di proteggere gli alleati contro i soprusi slavi secondo la richiesta fatta, più che da noi, da personalità neutrali che si trovavano presenti ai disordini dei primi giorni successivi alla partenza delle truppe austroungariche. Era una risposta precisa ad una domanda altrettanto precisa, anche se non azzarderemmo sulla sua totale ortodossia e fondatezza sotto vari punti di vista, così come riteniamo che, molto probabilmente, dovesse essere per lo stesso Grazioli. Il quale, infatti, nella certezza che Lord Cavan avrebbe riproposto il quesito al Comando Supremo, reputava utile chiarire a questo, premettendo un pudico ma senza pretendere di dare alcun consiglio in proposito, come la nostra prevalenza numerica, ben lungi dal rappresentare una forma di coercizione sul libero estrinsecarsi dei sentimenti nazionali di chicchessia, si manifestava invece in uno spirito di tolleranza tutto italiano .. . controllabile da chiunque, scevro di preconcetti, voglia quì venire a vedere come noi ci comportiamo sia di fronte all'elemento italiano, sia di fronte all'elemento slavo.

Era un suggerimento ed uno stimolo circa l'assunzione in merito al problema di una linea di condotta collegiale ed univoca , ma anche un 'affermazione, nel contempo , tesa a difendere la propria azione di comando dalle accuse e dalle proteste soprattutto di provenienza francese, dalle quali forse non si sentiva completamente tutelato a livello non solo politico ma, in parte, anche mili~re.

.

Che Grazioli continuasse a nutrire anche nei mesi successivi qualche dubbio sull'effettivo e pieno appoggio da parte dell'ambiente militare è lecito ipotizzarlo. Ne fa fede , fra l'altro, una serie di divergenze avute con il generale Gordon che, uscito dal proprio flemmatico isolamento, nel febbraio del 1919 mostrava un insolito attivismo nel tentare di interferire nelle funzioni del comandante del Corpo d'occupazione , cercando di imprimere ad esse un carattere di collegialità, ivi comprese quelle più direttamente connesse con la responsabilità personale del comandante stesso. Nel denunciare tale stato di cose (48), Grazioli collegava l'inizio delle strane pretese di (48) A.C.S. , PCM g.e., b. 19.15.7.1 , f. 161 , prot. 5944 del 2.3.1919, da Grazioli a Com.do 3" Armata.


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Gordon con il rientro da una sua recente visita in Italia dove aveva avuto contatti con la nostra dirigenza militare. Invidie, gelosie, vecchi rancori? Qualche bastone fra le ruote poteva anche esserne derivato; è lecito supporlo, anche se non è possibile dimostrarlo. Nella sua tipica forma espressiva, cui non faceva certo difetto la chiarezza, così concludeva la comunicazione telegrafica: . . . continuando così presenza detto generale in Fiume non potrebbe essere più tollerata. Pregherei Comando Supremo a voler far presente quanto sopra a comando inglese in Italia nella fiducia che esso vorrà evitarmi misure estreme richiamando energicamente Generale Gordon a contegno più deferente per noi.

L'uso del plurale serviva a spostare la questione su un piano di coinvolgimento collettivo, stornando facili e scontate illazioni circa una eccessiva suscettibilità da parte sua; s'è già detto come , da parte delle alte sfere dell'Esercito , potesse ricorrere anche questa ipotesi nella interpretazione dei contrasti fra gli esponenti militari a Fiume , tanto più nei confronti di Graziali che aveva ampiamente dimostrato di non essere assolutamente disposto a farsi strapazzare da chicchessia. Dal punto di vista politico , l'atteggiamento continuava ad essere il medesimo. Né Orlando né Sonnino ritenevano di contrapporsi in maniera decisa all'azione alleata, in particolar modo francese, demandando ai comandi militari italiani il compito di contrastare quanto promosso in loco ai nostri danni, compito anco r più ingrato e difficile dal momento che tale comodo e deresponsabilizzante trasferimento di funzioni era accompagnato dalla pressante raccomandazione di evitare sempre incidenti. Ne conseguiva come le autorità locali fossero costrette ad una condotta compromissoria, nettamente Én antitesi con quelle che erano le direttive di fondo intese a garantire la nostre presenza. Altra contraddizione era che mentre l'impegno ad evitare incidenti comportava necessariamente , da parte dell'autorità militare , interventi anche di ordine politico , da parte sua il Comando Supremo, come abbiamo visto , intendeva invece escluderli al massimo. In tal senso, oltre all'ordine citato alla nota n. 31, il Comando Supremo a metà gennaio emanava un'ulteriore conferma. Il Consigli o Nazionale, infatti , - che, ricordiamolo , governava di fatto se non di diritto - aveva condizionato l'inoltro di alcuni carichi di viveri, provenienti dalla Slovenia e dalla Croazia e diretti alla D al-


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mazia che ne aveva urgente necessità, alla equa riapertura , da parte jugoslava, di comunicazioni telegrafiche, ferroviarie ed economiche tra Fiume e l'interno. Grazioli , conscio che avrebbero potuto nascere incidenti, si impegnava per far recedere il Consiglio Nazionale dal divieto espresso, ma veniva invitato dal Comando Supremo ad astenersi da qualsiasi atto che, come questo, potesse in qualche modo denotare un'influenza esercitata sul Consiglio Nazionale e che comunque potesse apparire, agli occhi dei comandanti alleati, come ispirato ad ingerenze politiche (49). Il 12 gennaio erano avvenuti disordini a Fiume ed a Zagabria, a proposito dei quali, per quanto riguardava la prima città, il comando della 3a Armata trasmetteva al Comando Supremo una relazione di Grazioli accompagnata dalle seguenti considerazioni: Anche in questa occasione, come sempre, l'azione di S.E. Grazioli è stata improntata ad opportunità ed energia, ed ha potuto chiudere gli incidenti senza che essi si aggravassero ancora di più. È però giusto quanto la prefata Eccellenza dice, che una tale situazione non può durare a lungo senza danno, ed a convincersene basta la lettura delle proteste elevate dal sindaco Vio, eh~ rivelano uno stato di disagio materiale e morale che non può certamente dare buoni frutti. Nella sostanza gli avversari dell'italianità di Fiume hanno ottenuto quanto desideravano obbligando S.E. Grazioli a vietare ogni manifestazione politica, impedendo così alla vera maggioranza dei cittadini di mettere jn mostra davanti agli alleati la loro volontà. Quanto sopra affinché codesto Comando possa rappresentare ·ancora una volta al Governo Centrale la necessità di porre termine quanto più presto sarà possibile all'incertezza che caratterizza la presente situazione a Fiume (50).

Di rimando , alla 3a Armata perveniva una comunicazione che così testualmente si eprimeva: Questo Comando riconosce la gravità della situazione a Fiume , specialmente dopo i disordini avvenuti il 12 gennaio, e con(49) AUSSME, Relazione Pecori Gira/di sui fatti di Fiume, prot. 16627 del 17.1.1919, da C.S. a Com.do 3° Armata, f.to Badoglio. (50) AS-D MAE, Fiume, Racc. 1043/1919, Fase. 3264, foglio senza protocollo del 15.1.1919 da Comando 3• Armata a Comando Supremo, f.to d'ordine dal Capo di Stato Maggiore Ten. Gen. A Fabbri.


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corda con S.E. Grazioli nel ritenere che il ripetersi di simili disordini potrebbe avere dannose ripercussioni politiche . Ma, d'altra parte, non vede la possibilità di una soluzione anteriore a quella che verrà dal Congresso della Pace. È quindi indispensabile che S.E. Grazioli cerchi in ogni modo di evitare incidenti e mantenga col suo tatto e la sua attività il delicato equilibrio fino alla invocata decisione del Congresso della Pace; decisione che non si deve certo supporre di poter affrettare (51).

Anche al Comando Supremo, quindi, potrebbe giustamente essere estesa la critica di timoroso e dilatorio attendismo già fo rmulata nei confronti delle autorità politiche; e d'altra parte le figure al vertice, Diaz e Badoglio, presentavano , nella struttura delle loro personalità, connotazioni psicologiche piuttosto in linea con un certo tipo di comportamento. Ma , altrettanto giustamente, riteni~mo che dalla stessa critica potrebbe essere in parte sollevato considerando che, tutto sommato, oltre a farsi doverosamente interprete dell'orientamento governativo, il Comando Supremo, con questo suo atteggiamento, veniva anche a tutelare i propri esponenti sul campo. Questi, infatti, coinvolgendosi in problematiche politiche s.ì trovavano ad assumere compiti e funzioni che , in ultima analisi , esulavano dagli specifici ruoli ed attribuzioni , esponendosi al rischio di vedersene accollare le conseguenze negative da parte del potere politico fungendo così , dopo aver tolto le castagne dal fuoco per conto di questo, anche da comodo capro espiatorio. Grazioli continuava a cercare di contenere l'invadenza francese e nel contempo ad evitare di inasprire i toni della polemica. Ne fa fe de una lettera inviata a Franchet d'Esperey alla fine di gennaio, facente seguito ad un incontro avvenuto fra i due il giorno prima: Come riassunto di quanto ebbi l'onore di dichiararvi verbalmente neT colloquio avuto ieri sera in Ragusa, mi permetto di rilasciarvi questa breve nota scritta. Io sarò fiero di essere, dal mio posto di comandante del Corpo di occupazione interalleato di Fiume, il Vostro più attivo collaboratore per far funzionare la base francese di Fiume con tutta quella regolarità alla quale Voi avete diritto, a patto che: l . la estensione della base venga una buona volta e di comune

(51) AUSSME, D.S . 3• Armata, prot. 16629 del 20.1.1919, da C.S. a Com.do 3° Armata , f.to Badoglio.


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accordo con l'autorità francese locale e superiore, definita entro limiti ragionevoli compatibilmente con: a. la capacità degli alloggiamenti disponibili; b. le esigenze di tutti gli altri alleati che hanno compiti analoghi a quelli francesi per rispetto alle popolazioni dell'interno; c. le esigenze imprescindibili della vita civile della città e dei suoi indispensabili traffici da e per l'interno. Voi comprenderete perfettamente che, pur volendo contenere come è giusto il problema della base nel campo strettamente militare, è necessario che, come ogni altro problema militare, anche questo sia definito in limiti ben precisi e cessi la protesta ripetutamente espostami dai Vostri Ufficiali che cioè, pel fatto di ordini superiori sempre più esigenti, la estensione della base a Fiume debba ritenersi illimitata ...

Dopo una serie di indicazioni-raccomandazioni su quello che avrebbe dovuto essere il contegno del personale franco -serbo della base e delle truppe alleate nei confronti delle autorità civili italiane esistenti di fatto in città e della popolazione, la lettera così terminava: lo Vi prometto , mio Generale, che , a queste condizioni, Voi avrete in Fiume una base perfettamente rispondente alle difficili e gravi esigenze del Vostro esercito e che io, da buon soldato e da Vostro fedele alleato , sono il primo a riconoscere ed a comprenderne l'importanza (52).

Nel contempo era impegnato a cercare di tenere a bada i tentativi di speculazione commerciale di provenienza italiana. È di metà gennaio questo telegramma diretto al Ministro del Commercio: Grande numero di commercianti italiani allettati dalla possibilità di vendere in Fiume, ad alto prezzo, manufatti, ha avviato verso questo porto larghissima quantità di predotti stop Massima parte dette merci trova però collocamento anziché in Fiume nei paesi dell'interno facendo quì refluire in contrapposto valuta austro-ungarica, sulla quale si svolge intensissima speculazione , connessa contrabbando lire che non si riesce a reprimere stop A porre argine at questi gravi inconvenienti et

(52) AS-D MAE, Fiume, racc. 1045/1919, fase. 3274, foglio senza protocollo del 26.1.1919, da Grazioli a Franchet d'Esperey.


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a difesa ricchezza nazionale. ho ritenuto necessario far vietare da questo Consiglio Nazionale esportazioni da Fiume verso il retroterra e tempo stesso ho chiesto Prefetti Ancona Venezia Bari che non permettano imbarchi merci quì dirette senza mio nulla osta stop Prego V.E. volere autorevolmente confermare tale mia richiesta , estendendola anche agli altri porti italiani et dandone notizia ove occorra ai maggiori centri industriali (53).

Su altri aspetti di guerra economica non mancava di sensibilizzare le superiori autorità: Mi è recentemente pervenuto un singolare documento dell' Auto rità Militare Francese che invio in copia a codesto Comando. Da esso si rileva: a. che l'armata francese d'Ungheria ha un Ufficio Commerciale regolarmente costituito con una rappresentanza in Fiume; b. che tale Ufficio si rivolge direttamente al Consiglio Nazionale Italiano riconoscendone così , in certa misura. resistenza e l'autorità. Sulla prima di tali considerazioni mi permetto di richiamare rattenzione vigile di codesto Comando in quanto costituisce una riprova chiara, evidente di quanto ho ripetutamente segnalato, sia quando si costituì la base francese, sia durante il suo funzionamento. La base francese di Fiume, più che organismo logistico-militare, è una vera e propria agenzia di espansione commerciale francese per i paesi adriatici e balcanici; mascherata dalla sua qualità di stabilimento militare e fatta forte dai diritti e dalle agevolazioni che ad essi competono, essa apre agevolmente le vie al commercio cd a lla speculazione dei capitali francesi, sfuggendo ad ogni legittimo controllo, eludendo ogni difficoltà. Di ciò. ripeto, io mi sono preoccupato fin dalfinizio, poiché vi ravviso un'azione lesiva dei più alti ed impellenti interessi economici del nostro Paese; ed ho segnalato ripetutamente la necessità di porre dei freni al libero svolgersi di tale programma e di contrapporre da parte nostra una analoga e parallela opera di accaparramento dei commerci e delle attività locali. La base francese è specialmente favorita nella sua azione commerciale dal pieno cd esclu ivo posse o della ferrovia FiumeZagabria che costituisce l'unica arteria per cui si incanala il traffico fra Fiume e l'interno. Perciò rite ngo che l'attenzione del (53) AS-D MAE , Fiume racc. 1045/1919. rase. 3274, telegramma 292 del 17 .2.1919, da Grazioli a Ministro Commercio.


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governo e del Comando Supremo dovrebbe principalmente essere rivolta ad ottenere che su tale linea fosse esercitato un controllo da parte deJle autorità militari alleate con larga e preponderante rappresentanza di quella italiana, per essere il nostro paese il più vicino ed il più vitalmente interessato ai problemi militari ed economici di quelle regioni. Con ciò si otterrebbe da un lato di tagliare i nervi dell'espansione commerciale della base francese e dall'altro di risolvere molti problemi di carattere politico sui quali ho già più volte riferito a codesto Comando (54).

Né mancavano le grane derivantigli da alcuni singoli personaggi. Tale era il caso di Sem Benelli che , affrancato per il momento dalle sue fatiche letterarie , intendeva suscitare un vivo movimento locale per vincere l'inerzia del nostro governo, assegnando al Consiglio Nazionale forze armate proprie, eventualmente composte anche da reparti di volontari tratti dall'Italia, per il caso che le nostre truppe fossero ritirate o diminuite, ed il cui ulteriore scopo - e non esitava ad esplicitarlo candidamente - doveva essere quello di creare a bella posta incidenti gravi atti a determinare un 'azione decisiva del governo con annessione della città e dei territori circostanti. In complesso, mi è sembrato che Benelli si trovi in uno stato di morbosa eccitazione patriottica, ed è deciso ad andare fino in fondo , senza riflettere alle conseguenze della sua azione (55).

Altro soggetto da cui guardarsi era il deputato Zanella, leader di un Partito Autonomista Fiumano, che si prefigge di far cadere il Consiglio Nazionale, raccoglie mezzi per la pubblicazione di un giornale ed intanto eccita pubbbca opinione contro attuale stato di cose. In vari' colloqui avuti con lui ho tentato di fargli vedere danno grande che verrebbe alla causa italiana da questa lettura nel campo del partito nazionale, ma sua smodata ambizione e forse particolari interessi lo spingono a sfruttare attuale momento in cui sensazione gene-

(54) AS-D MAE, Fiume , racc. 1043/1919. fa se. 3264, prot. 9129 del 18.4.1919, da Grazioli a Com.do 3• Armata. (55) AS-D MAE, Fiume, racc. 1045/1919, fase. 3274, prot. 12650 del 14.6.1919, da Grazioli a Com.do 3• Armata.


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raie male sere et diffuso malcontento gli offre qualche probabi-

lità impadronirsi direzione cosa pubblica (56).

La primavera del 1919 era densa di avvenimenti che si proiettavano sulla situazione di Fiume accentuandone la complessità. Come è noto, i rappresentanti italiani abbandonavano il 24 aprile la Conferenza di Pace. infilandosi in un cui de sac dal momento che, piuttosto stranamente, non avevano valutato in termini adeguati come i conti andassero regolati non più con le sole Inghi lterra e Francia , con riferimento al Patto di Londra. bensì con un Wilson che al Patto non annetteva la minima importanza poiché gli Stati Uniti non lo avevano sottoscritto, e che quindi non solo misconosceva ma decisamente avversava. Il che era d'altra parte in sintonia con l'impostazione quacchera e missionaria della sua mentalità , risoluta ad anteporre sempre e comunque resigenza morale alla ragion di Stato, in una visione politica da cui e rano assolutamente esclusi i trattati segreti. La sua avversione all'annessione di Fiume all'Italia era nota, opponendosi, per la questione della frontiera con la Jugoslavia , a qualsiasi violazione del principio di nazionalità (a cui peraltro non si richiamava , piuttosto si ngolarmente, nei confronti dell'estensione al Brennero del nostro confine sebbene la popolazione del Sud Tirolo fosse quasi totalmente austriaca, né nei confro nti della Saar, della Boemia o del corridoio polacco); il massimo che era disposto a concedere era una frontiera lungo la linea di dispulvi o della penisola istriana che, a suo parere , aveva appunto il merito di tenere separata Fiume dall' Italia. Dopo il mesto ritorno a Parigi della delegazione italiana, l'i rre movibilità di Wilson era divenuta ancora più accentuata e, a fronte della più contenuta richiesta di Orlando di uno statuto di città libera per Fiume con almeno una striscia di territorio che la legasse all'Italia. opponeva la creazione di uno stato cuscinetto ad est della frontiera italiana, senza alcun cordone ombelicale e che , data la preponderanza slava, sarebbe stato fatalmente una dipendenza di Belgrado. Da ciò conseguiva. sotto l'aspetto più strettamente militare , che se il confine fosse passato troppo vicino a Trieste e Gorizia , sarebbe stato difficilmente dife ndibile, impedendo nel contempo di esercitare una pressione rieq uilibratrice verso la conca di Lubiana. Di ciò si e ra fatto autorevol-

(56) AS-D MAE, Fiume, 1045/19 19, fase. 3274, telegramma 1736 del 12.6.1919 , da Grazioli a Comando Supremo.


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mente interprete il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Thaon di Revel, che in giugno aveva scritto ad Orlando: . . . non prevedendo il Patto di Londra il possesso di Fiume a nostro favore , dissi tempo fa a S.E. Sonnino che si sarebbe potuto rinunziare a quelle isole e più precisamente Melede, Lesina ed infine anche Curzola qualora da questa cessione fosse derivato all'Italia il possesso di Fiume. Fiume in possesso di altri che non sia l'Italia può , in caso di guerra, prestarsi alla costituzione di base marittima, e quindi acquistar;e un valore strategico di grande importanza nell'alto Adriatico per il nemico. Il sopprimere la possibilità di questa base in mano al nemico e l'averne invece noi il possesso nell 'eventualità di guerra, sarebbe vantaggio così grande da giustificare la rinuncia di parte od anche di tutte le suddette isole (57).

All'i nterno del Paese, intanto , la tensione aumentava. A Roma, Milano ed altre città si avevano scioperi, incidenti ed assemblee intese a progettare colpi di mano su Fiume , velleitarie certo ma spesso coinvolgenti anche ufficiali dell'Esercito , sul quale pure si sviluppavano pressioni per indurlo ad azioni di forza verso Fiume o verso l'interno. A proposito dell'istituzione militare, come fa osservare Gallìnari (58), era come se si fossero stabiliti tre centri di potere: Diaz , che da Parigi dove permaneva in stretto contatto con il Presidente del Consiglio, fungeva da mediatore e fors'anche moderatore delle esigenze politico-militari ; Badoglio, che dalla sede del Comando Supremo ad Abano gestiva il controllo dell'esercito mobilitato e ne recepiva le difficoltà, pur mantenendosi ligio osservante delle disposizioni provenienti da Parigi ; infine Caviglia, Ministro della Guerra dal 18 gennaio, che da via XX Settembre continuava a portare avanti comunque il suo programma di smobilitazione anche a scapito della politica governativa di interventi all'estero. In quel primo semestre dell'anno, infatti, ed in particolare nel periodo fra marzo e giugno, si era manifestato un notevole attivismo in tal senso, sotto forma di inizio o sviluppo di una serie di iniziative che aggravavano l'impegno delle unità dell'Esercito già penalizzate dai

(57) AS-D MAE, Fiume, Racc. 1046/1919, cartella 3, fase. 7, foglio senza protocollo del 4.6.1919, da Thaon di Revel ad Orlando. (58) Gallinari V. , op. cit., pag. 80.


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provvedimenti di smobilitazione, condotti, almeno sino alla fine del 1918, con non poche sfasature. La dispersione delle nostre forze militari toccava proprio in quella primavera del 1919 il suo punto massimo: venivano inviati reparti in Libia , in Albania, in Anatolia, in Russia , in Estremo Oriente, in Cecoslovacchia, in Carinzia, e si allestiva un grosso corpo di spedizione per la Transcaucasia. Si rimanda, a questo proposito, come pure per la smobilitazione, alla citata opera di Gallinari che ne rievoca origine e sviluppi con dettagliata chiarezza. A Fiume, Grazioli continuava a vivere la propria spinosa esperienza, in un contesto veramente difficile ed i cui vari aspetti persisteva a denunciare con toni nei quali era sempre maggiore l'amarezza per l'inutilità dei suoi appelli: Costante è l'avversione, tanto dei francesi quanto degli inglesi, all'invio di nostri ufficiali nell'interno, cosicché mentre ormai numerosissime sono le commissioni francesi, inglesi e, specie in questi ultimi tempi, americane che circolano liberamente sotto i più speciosi pretesti nella Penisola Balcanica e nel retroterra di Fiume particolarmente , a scopi politici ed economici , noi soli siamo gli assenti; proprio noi che, per le aspirazioni giustificatissime che accampiamo sul possesso di Fiume, saremmo i più interessati a svolgere sin d'ora nel suo retroterra quella attività preparatoria politica ed economica senza la quale il possesso di Fiume risulterà in gran parte illusorio. E notisi che niente autorizza a ritenere che la presenza di ufficiali italiani non sarebbe tollerata. È dimostrato che con un po' di tatto si può andare e stare ovunque ... Questo breve cenno ad una situazione quanto mai difficile dimostra come non avevo torto nel dicembre scorso ad insistere ripetutamente sulla necessità di pretendere da questo posto più larghe facoltà di rapporti con l'interno per svolgere (come allora sarebbe stato molto facile) un'attività concorrente con quella dei nostri alleati, tanto nel campo politico quanto nel campo economico. In ciò, allora dicevo, sta il valore essenziale del possesso di Fiume, e non in una passiva tutela dell'ordine pubblico locale , tutela che per sé stessa rappresenta un problema assai facile, purché non ci si chiuda ogni porta per guardare e sorvegliare ciò che gli altri fanno con così persistente attività all'interno, trattando da amici quelli che furono e sono i nostri più fieri nemici. Ciò che ora avviene è la conseguenza inevitabile ed esattamente prevista dell'impotenza alla quale fui costretto, per ragioni forse connesse con altre necessità politi-


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Il generale G razioli parla alla popolazione fiumana dalla !>ede del suo comando (aprile 1919).


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che più generali, certo contraria alla reale situazione di questo territorio (59).

Nell'ultima settimana di aprile il Consiglio Nazionale, esasperato dalla situazione creatasi con l'allontanamento da Parigi della delegazione italiana, deliberava di demandare a Grazioli il governo effettivo della città quale rappresentante dell'organo esecutivo italiano. Nelle sue memorie, l'interessato narra del corteo che lo aveva accompagnato sino alla sua residenza, dal balcone della quale aveva pronunciato un discorso tendente a dimostrare l'inattuabilità della cosa ed a distendere gli animi. Ma questi erano tutt'altro che distesi , così come ]'atmosfera che si respirava in città. A metà maggio il Comando Supremo trasmetteva al Presidente del Consiglio ed al Ministro degli Esteri il seguente telegramma pervenuto da Grazioli m data 14 dello stesso mese: Compio dovere informare che condizioni interne questa città si aggravano. Consiglio Nazionale rimasto in carica provvisoriamente, dopo offerta poteri a me fatta il 26 aprile ultimo , soltanto per obbedienza mia richiesta, è quasi esautorato e si astiene anche volontariamente da qualunque iniziativa. Esso perde ogni giorno terreno, minato specialmente dalla intensa propaganda iugoslava, che è resa più audace dalle notizie provenienti da Parigi e da partiti autonomista ed operaio che a loro volta sono incoraggiati da atteggiamenti nostri alleati. Partito italiano annessionista è eccitatissimo e riesco a stento a fre narne atti impulsivi. Problemi intanto si moltiplicano e si acutizzano. Preoccupante è questione circolazione monetaria che impedisce commercio ed esaspera specialmente classi povere che sono sfruttate dalla speculazione. Approvvigionamenti città, salvo per generi primaria necessità , che viene fatto da questo Comando, procede assai male per la chiusura strettissima da parte Croazia e difficoltà acquisti in Italia per mancanza lire italiane. Per medesima mancanza Municipio non può pagare carbone necessario servizi pubblici (tram , luce elettrica, acquedotto, gas) e Direzione Miniere Arsa ha dichiarato che sospenderà forn itura. Ho proposto con mio rapporto 29 aprile n. J 180, per questione monetaria. di dar modo al Consiglio Nazionale di procedere cambio e tale misura se adottata eliminerebbe buona parte malcontento derivante dall'isolamento economico, e vado (59) AS-D MAE, Fiume, racc. 1045/1919, fase. 3274, prot. 7307 del 21.3.1919. da Grazioli a Badoglio.


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provvedendo come posso per gli altri problemi, ma mi occorre in ogni caso conoscere intendimento Governo nel caso non improbabile che protraendosi stato attuale Consiglio Nazionale si rifiuti rimanere in carica (60).

È pure di questo periodo un altro più importante episodio che coinvolgeva, fra gli altri, anche il Generale Grazioli. Non è mai stato suffragato se non da voci a loro volta riecheggiate da un periodico (61), ma il Maresciallo Caviglia lo rievoca nel suo libro su Fiume (62) in term ini di certezza , e l'autorevolezza del personaggio ed il grado di equili brio e di comprovata serietà che lo ~ontraddistinguevano sembrano poterne accreditare l'attendibilità, o quanto meno inducono a riferirne. Si trattava di una vasta iniziativa golpista sotto l'egida di nazionalisti , fasci di combattimento mussoliniani ed associazione arditi e con il consenso di alti ufficiali dell'esercito e della marina (63), articolata su programmi minimi e massimi. Tra i primi , quello di un colpo di mano su Spalato da attuarsi ai primi di giugno mediante la 1a D ivisione d'assalto che stava rientrando dalla Libia , diretta a Venezia, ed un altro a più ampio raggio, elaborato dallo stato "maggiore della 3° Armata , che avrebbe dovuto portare alla costituzione, auspice D 'Annunzio , di una repubblica delle Tre Veµezie, ··c on la Dalmazia e Fiume, sotto la presidenza di E manuele Filiberto di Savoia Aosta che avrebbe rinunciato alJe prerogative reali. Tra i secondi, un vero e proprio colpo di stato militare destinato a sostituirsi ai poteri costituiti ed a riprendere l'attività bellica sulla nostra frontiera orientale . Anche De Felice riporta queste vicende ma in termini minimizzanti , riducendone l'importanza così come sembrerebbero aver fatto all'epoca gli stessi massimi esponenti poli tici (64). In effetti , qualche misura a livello militare era però stata presa. Sulla scorta della previsione espressa da Orlando circa una ribel-

(60) AS-D MAE, Fiume, racc. 1043/1919 fase . 3264, prot. 19543 del 16.5. 1919, da Comando Supremo a Presidente Consiglio e Ministro Esteri, f.to Badoglio. (61) L'informatore della stampa, Roma, 10.6.1919. (62) Caviglia E., op. cit.. pagg. 69-71. (63) Grazioli era specificamente citato tra coloro che si compromettevano con il Partito Nazionalista appoggiandolo nei suoi piani rivoluzionari, con il Duca d' Aosta, Cagni, Milio, Giardino e Badoglio. nome, quest'ultimo, che lascia alquanto perplessi contrastando con quanto noto circa la sua globale personalità. {64) De Felice R. Mussolini, il rivoluzionario , Einaudi, Torino, 1965, pagg. . 527-532.


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lione slava lungo la linea di armistizio all'atto della decisione del Congresso della Pace qualunque ne fossero stati gli esiti , Badoglio , che già un mese prima aveva firmato un ordine del Comando Supremo diretto alla 3° ed ga Armata ed al Governatorato della Dalmazia affinché si tenessero le truppe in stato di prontezza reattiva (65), lo ribadiva con un altro messaggio (66) e nel corso di una riunione con i capi di stato maggiore delle due Armate interessate (67). Cinque divisioni, un raggruppamento alpino ed altri reparti anche di artiglieria venivano assegnati in rinforzo a queste. Come ipotizza Gallinari (68) , poteva trattarsi di un'azione psicologica attuata mediante una dimostrazione di forza diretta tanto agli alleati ed agli jugoslavi per attenuarne l'opposizione , quanto a quella parte di opinione pubblica fautrice della linea dura ; ma non era neppure da escludere che fosse un accorgimento , da parte del Comando Supremo , per mantenere il controllo della situazione in maniera discreta, come sembrerebbe avallare la presenza in zona per circa 40 giorni , senza una specifica motivazione ed attribuzione, del generale Caneva che, quale più anziano fra i generali dell 'Esercito in servizio attivo, avrebbe potuto all'occorrenza assumere il comando di tutte le truppe dislocate in Venezia Giulia e Dalmazia. Ma la presenza di Caneva pare fosse dovuta a tutt'altre ragioni. Riportiamo per intero il testo di una comunicazione di Orlando al Ministro della Guerra Caviglia: Governo francese ci ha comunicato l'invio del Generale Humbert con l'incarico di fare un' ispezione su tutte le truppe e comandi francesi d"oriente. In questo compito è naturalmente inclusa anche Fiume , dove si trova la base navale di quell'Armata. Non è certo se e quali altri scopi nasconda tale missione, ma non può essere escluso che il suddetto generale finisca col fermarsi a Fiume ponendo una sua autorità verso quella del Generale Graziali a lui inferiore per grado . È infatti da notare che il Generale Humbert ha il grado di comandante d 'armata ed è di una anzianità superiore a quella

(65) Armata e (66) Armata e (67) (68)

AUSSME, D.S. 3• Armata , prot. 5175 del 26.3.1919, da C.S. a 3• e 8° Governatorato Dalmazia, f.to Badoglio . AUSSME, D .S. 3" Armata , prot. 18904 del 21.4.1919, da C.S. a 3" e 8" Governatorato Dalmazia , f.to Badoglio. AUSSME, D .S. 3' Armata, sintesi della riunione datata 22.4.1919. Galli nari V. , op. cit. , pagg. 82-83.


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di tutti i nostri generali compreso Robilant - escluso il solo Duca d'Aosta (n.d.r.) -. Date queste circostanze, io ho creduto opportuno di accordo col Gen. Diaz di mandare alla nostra volta in missione S.E. il Generale Caneva, che è l'unico nostro ufficiale generale superiore di grado all'Humbert. Prego dunque V.E. di conferire in proposito con S.E. Caneva, e di pregarlo vivamente in nome del Governo e dell'interesse del Paese di voler accettare tale incarico. Va da sé che la missione si propone precipuamente quello scopo, ed è quindi all'uopo opportuno che il Generale Caneva non si rechi direttamente a Fiume, ma cominci con fare una gita, per esempio , a Trieste, donde potrà anche tornare a Roma, salvo tenersi pronto intervenire immediatamente a Fiume, ove la situazione lo richiedesse. Prego sollecito riscontro (69).

Un altro episodio riguardante Grazi oli, ed ancor più direttamente, si svolgeva nel mese di maggio. Riportiamo integralmente il testo di due telegrammi, di cui il primo riservatissimo, con i quali egli informava il Vice Presidente del Consiglio Colosimo dello svolgersi dei fatti del 22.5.1919 e del giorno successivo: A mia insaputa alcuni giovani fiumani eransi recati Milano per convegno indetto da Popolo d'Italia . Loro ritorno riferiscono Consiglio Nazionale notizie propositi che io giudicai esagerati e non opportuni. Credetti utile avere perciò colloquio con Mussolini che conosco per fargli rilevare dannose conseguenze che avrebbero avuto su trattative in corso atti eccessivi dei fiumani. Mussolini giunto in serata ebbe lungo colloquio con me e mi parve persuaso mio punto di vista. Avendomi chiesto tenere conferenza luogo chiuso, non ho creduto oppormi. Lo inviterò moderarsi , e ad ogni modo prenderò misure necessarie per evitare incidenti (70). Conferenza Mussolini ieri sera si svolse fra grandissimo entusiasmo e non dette luogo incidenti. Oratore parlò moderazione e grande efficacia della difficile condizione in cui è stata messa Italia, invitando tuttavia cittadini fiumani a confidare nel volere

(69) AS-D MAE, fiume, Racc. 1045/1919, fase. 3274, prot. 6393 del 13.5.1919, da Orlando a Caviglia. (70) A.C.S., PCM g.e. , b. 19.15.7.1, f. 162 bis, prot. 3810 del 22.5.1919, da Grazioli a Colosimo.


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unanime della nazione cui non potrà mancare trionfo. Mussolini ripartito per Trieste subito dopo conferenza (71).

A giugno, le difficoltà create al governo dall'andamento delle trattative di Parigi avevano intanto provocato un voto di sfiducia alla Camera con conseguente caduta del Gabinetto Orlando-Sonnino. Nitti, che il 22 formava il nuovo Ministero, lasciava a Parigi per la firma Sonnino, sul quale riteneva dovessero sciaguratamente cadere tante responsabilità della guerra e tanti terribili errori della politica estera (72). E d'altra parte non aveva mai fatto mistero di considerarlo un visionario. Intanto , la Conferenza della Pace era giunta alla stretta finale. Il 28 veniva firmato a Versailles il trattato di pace con la Germania , mentre quello con l'Austria lo sarebbe stato solo il 10 settembre. Alla frontiera slava, il bilancio per noi , già mortificato in Asia Minore e nel continente africano, era ancora peggiore: non si era ottenuta la D almazia settentrionale, per l'Albania si era perduta ogni speranza mentre incerto appariva il destino di Fiume. La Jugoslavia era stata ufficialmente riconosciuta e la soluzione dei problemi adriatici rinviata, ed il loro regolamento si preannunciava per noi in modo tutt'altro che favorevole. A Fiume, la tensione fra le truppe francesi e la popolazione, già, come s'è visto , ben viva, trovava ulteriore alimento il giorno 29 allorché si avevano i primi incidenti causati da soldati francesi che percorrevano le vie della città inneggiando alla Jugoslavia. Nei giorni successivi i tafferugli ed i disordini, tra cui l'assalto al Circolo Croato il 2 luglio, divenivano sempre più frequenti, coinvolgendo anche militari italiani oltre agli elementi più oltranzisti e spregiudicati della maggioranza italiana della città, una parte dei quali era entrata a far parte di una Legione Volontari Fiumani, dotata di a rmi , costituitasi di recente al comando del fiumano Giovanni Host Venturi, già capitano del XIII reparto d'assalto. È strano che Grazioli , che pur si era reso conto di come gli atteggiamenti estremisti promossi e pilotati dagli ambienti nazionalistici di Trìèste contribuissero a far aumentare la tensione in città, avesse favorito ed autorizzato la formazione di questo gruppo . Ne fa fede una lettera, poi pubblicata dallo stesso Host Venturi, indirizzata il 10 giugno al (71) A.C.S. , PCM g.e., b. 19.15.7.1, f. 162 bis, prot. 2914 del 23.5.1919, da Grazioli a Colosimo. (72) Nitti F.S. Rivelazioni, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1948, pag. 537.


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comando della Brigata Granatieri ed al comando di presidio nella quale, dopo aver detto che alcune associazioni sportive della città avevano chiesto di poter eseguire esercitazioni ginnico-militari collettive, usufruendo anche di cortili delle caserme, disponeva perché in queste venissero destinati locali per allogarvi circa 1000 moschetti ed un congruo quantitativo di cartucce per esercitazioni di tiro (73). Non meno strano, e piuttosto generico e ponziopilatesco, l'avallo di Sonnino all'iniziativa: Nulla osta a che Generale Grazioli appoggi costituzione battaglione volontari fiumani purché tutto sia fatto con tatto ed in modo da non suscitare recriminazione degli alleati (74).

Il 6 luglio - dopo che il giorno precedente era avvenuto il primo ricorso alle armi da fuoco: 2 soldati francesi , facenti parte di un gruppo di sei che aveva attaccato briga con dei borghesi, avevano sparato colpi di pistola cui aveva risposto un ufficiale italiano accorso sul posto - la situazione precipitava. Si verificavano incidenti nei pressi dei magazzini francesi della base logistica di Porto Barros, difesi da un piccolo presidio di 27 soldati francesi ed annamiti. Onde evitare l'aggravarsi degli incidenti stessi, venivano inviati sul posto marinai italiani sbarcati dall'Emanuele Filiberto, dalla Dante Alighieri e dalla San Marco. Il reparto da sbarco di quest'ultima unità era fatto oggetto di colpi di fucile provenienti dai magazzini; la reazione era decisa , veniva risposto efficacemente al fuoco con successiva neutralizzazione del presidio francese ed occupazione dei magazzini. Sul terreno, rimanevano 9 morti ed 11' feriti fra i difensori, mentre tre marinai italiani riportavano a loro volta ferite. Questo secondo una versione italiana (75) piuttosto sbrigativa ed indubbiamente orientata ad attribuire l'origine provocatoria dei fatti alla parte francese, ma certamente più vicina allo svolgimento dei fatti stessi rispetto alle ricostruzioni molto fantasiose di altri resoconti che parlano di linciaggio dei soldati francesi da parte dei civili. Ad essa si contrappongono le conclusioni della commissione d'in-

(73) Host Venturi G., op. cit., pag. 64. (74) AS-D MAE , Fiume, Racc. 1045-1919, fase. 3274, telegramma del 28.5.1919 da Sonnino a Badoglio. (75) Gerra F. L'impresa di Fiume, Longanesi, Milano, 1966 e 1974-75 (2 volumi); De Felice giudica la seconda edizione come la migliore ricostruzione delle vicende fiumane (D'Annunzio politico, Laterza, Bari, 1978, pag. 3).


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chiesta all'uopo istituita, che attribuisce alla folla tumultuante ed alle finestre di alcune case prospicienti la base la partenza dei primi colpi di rivoltella contro le sentinelle, che avrebbero così cominciato a rispondere con le armi. Il Comando Supremo italiano prendeva immediata e decisa posizione in favore del resoconto che, sugli incidenti, era stato dato da Grazioli e che riecheggiava la prima delle due versioni citate: S.E. Grazioli ritiene che a risolvere la gravissima situazione che si è venuta delineando non vi sia altra via d'uscita se non quella della soppressione della base francese. Questo Comando pertanto si associa alle tesi di S.E. Grazioli ed invoca da V.E. - il destinatario era il Ministro degli Esteri (n.d.r.) - un pronto, energico intervento inteso ad ottenere la soppressione di questa base , la quale non può più essere giustificata da reali necessità data la forte diminuzione delle truppe francesi in Ungheria e la facilità di avviare per altra via i rifornimenti ad esse destinati e quelli per le popolazioni civili iugoslave ... Questo Comando inoltre ritiene in ogni caso indispensabile anche qualora non fosse assolutamente possibile ottenere la soppressione della base francese - che a S.E. Grazioli vengano ufficialmente riconosciuti dagli alleati pieni poteri quale Comandante del Corpo Interalleato di Occupazione, e che vengano definite le zone di competenza del!' Armata francese d'oriente, escludendone il territorio di Fiume (76).

Di questa commissione interalleata d'inchiesta di cui era stata decisa la costituzione a Parigi in sede di Conferenza della Pace, facevano parte quattro generali: Naulin (francese), Watts (inglese) , Summeral (americano) e Di Robilant (italiano), Le risultanze dei lavori , sviluppatisi attraverso venti sedute, sono compendiate in un rapporto datato 9 agosto, giorno di chiusura delle attività, il cui stralcio è riportato da Caviglia in allegato al suo volume (77) al quale pertanto si rimanda per un più dettagliato resoconto oltre che, naturalmente , alla più vasta documentazione esistente presso il Ministero degli Affari Esteri (78). Dopo la ricostruzione degli inci-

(76) AS-D MAE, Fiume, Racc. 1046/1919, cartella 3, fase. 1, protocollo illeggibile del 7.7 .1919, da Diaz a Ministro Esteri. (77) Caviglia E ., op. cit. , pagg. 108-117. (78) AS-D MAE, Fiume, Racc 1046-1919, cartella 3, fase. 2.


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denti sopra ricordata, il rapporto si sostanziava in due paragrafi molto importanti, uno dedicato alle« responsabilità» ed un a ltro alle « proposte» . Nel primo, le conclusioni erano piuttosto severe e come tali prioritarie nei confronti del Comando d'Occupazione Interalleato che invece di limitarsi alle proprie mansioni militari , derivanti dalle ragioni prettamente strategiche per le quali l'occupazione di Fiume gli venne affidata, appoggia apertamente il Consiglio Nazionale italiano nei suoi atti e, malgrado le forze di cui dispone , evita di infierire contro gli clementi italiani della città, anche i più turbolenti; e, mentre censura rigorosamente i giornali croati, permette ai giornali italiani di pubblicare articoli pericolosi.

Nel secondo paragrafo , le proposte erano diverse. Quelle di carattere politico prevedevano la costituzione di una Commissione Militare Interalleata incaricata di gestire il corpus separatum di Fiume e Sussak, sovrintendendo anche a lle elezioni per la forma zione di un governo che avrebbe sostituito il Consiglio Nazionale. Quelle relative a ll"ordine pubblico suggerivano la soppressione immediata della Legione Volontari Fiumani e la creazione di un corpo di polizia inglese od americano alle dirette dipendenze della Commis ione interalleata. Più nutrite le proposte di ordine militare: per la Francia , sostituzione del battaglione di fanteria coloniale e del personale della base logistica, di cui si consigliava la dismissione data l'ostilità nei suoi confronti della popolazione fiumana; per l'Italia. sostituzione del personale del comando - e quindi, implicitamente, soprattutto del generale Graziali - e delle truppe che avevano partecipato ai disordini , riduzione delle forze ad est della linea di armistizio ad una brigata di fanteria ( di cui un solo battaglione avrebbe potuto risiedere a Fiume) e ad uno squadrone di cavalleria. Il comandante della Brigata, identificandosi con il comandante delle forze inte ralleate , avrebbe potuto risiedere a Fiume, nella quale comunque anche le altre nazioni non avrebbero potuto mantenere più di un battaglione ciascuna. Non più di due navi da guerra per ciascuna di esse potevano essere presenti in porto contemporaneamente , con l'esclusione di quelle italiane e francesi che già avevano stazionato a Fiume dopo l'armistizio. Le proposte prevedevano anche la messa sotto inchiesta del comandante dei Carabinieri, del!'ufficiale superiore della Marina preposto al comando delle compa-


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gnie da sbarco e del comandante di quella che aveva attaccato il presidio di Porto Barros. Si poneva ora quindi il problema, da parte italiana , di adempiere alle deliberazioni che dalle proposte stesse sarebbero scaturite; la loro formale ratifica avverrà il 25 agosto [nello stesso giorno pervenivano a Grazioli , con carattere riservato e di preavviso , e la formula di assetto transitorio (79)], e ne sarà data comunicazione uffi ciale solo il 9 settembre , senza correttivi particolari se non quello, che più direttamente riguardava la persona di Grazioli, che il comando del Corpo d'occupazione doveva essere retto da un generale italiano avente rango di divisionario. Non era un problema da poco. Le voci circa una risoluzione della ques.tione fiumana sfavorevole all'Italia pervenivano sempre più insistenti da Parigi , aumentava il fermento già in atto dai giorni dei lavori della Commissione per l'atteggiamento anti-italiano dei suoi membri, - Naulin faceva la parte del leone, favorito dalla remissività del Di Robilant e dalla indifferente acquiescenza dell'inglese e dell'americano (80) - la città continuava ad affollarsi di estremisti provenienti da varie località nonostante i tentativi (che solo tali infatti potevano essere, funzionando a Fiume una commissione interal leata per i passaporti) del Comando Supremo di contenerne il flusso. Ma , soprattutto, i timori del Comando Supremo erano focalizzati sui legami intercorrenti fra la parte più oltranzista della popolazione fiumana ed alcuni militari della Brigata Granatieri e del III gruppo artiglieria da montagna. Il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito si era rivolto in tal senso al Generale di Robilant, divenuto intanto comandante dell'8a Armata - questa era stata ricostituita a metà febbraio, rispettivamente 6 e 5 mesi prima dello scioglimento della 3a e della 4a, e da essa dipendeva ora il comando del Corpo d'occupazione di Fiume - , invitandolo a preparare gradualmente comandanti e reparti all'eventualità di un ritiro da Fiume qualora le conclusioni della Conferenza della Pace per la questione adriatica non avessero dovuto corrispondere a tutte le nostre aspirazioni. Nella lettera riservatissima del 12 agosto, Diaz chiedeva inoltre che, se ritenuto opportuno, si provvedesse per la sostituzione di quei reparti

(79) AUSSME, Relazione Pecari Gira/di, deposizione Grazioli , allegato l. (80) Gerra F., op. cit.


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. . . sui quali si avesse ragione di fare minore affidamento di sicura obbedienza e perfetta disciplina in caso di un imposto abbandono di Fiume da parte nostra (81).

Era il ribadimento di quanto già espresso verbalmente dallo stesso Diaz nel corso di una riunione tenutasi ad Abbazia circa due setti mane prima, cui avevano partecipato il comandante della 3a Armata, non ancora sciolta, gli ufficiali generali del XXVI Corpo d'Armata, - che presidiava le zone d'armistizio contigue a Fiume di Robilant (allora ancora a Fiume quale delegato italiano nella Commissione d'Inchiesta) e Grazioli (82). Di Robilant , nuovo diretto superiore di questi, proponeva, per la sostituzione della Brigata Granatieri, la Brigata Regina del XXVI Corpo (83). Grazioli concordava, avendo cura però di precisare : ... non perché io sospetti che nell'interno della valo rosa Brigata vi siano soggetti così poco disciplinati da creare difficoltà in caso di partenza della Brigata stessa da Fiume, ma piuttosto per evitare che tale partenza, ove coincidesse con un effettivo ritiro delle nostre forze da Fiume, possa dar luogo a manifestazioni per parte della cittadinanza che alla Brigata Granatieri è sinceramente e profondamente affezionata (84).

Suggeriva ino ltre che: per togliere a tale cambio qualsiasi sospetto di ritiro per ragioni di sicurezza disciplinare, molto utile sarebbe poterlo qualificare con la ragione di una breve permanenza della brigata in loca lità più adatta ai bagni di mare che non sia Fiume, ciò che renderebbe ben naturale un cambio che avesse aspetto temporaneo con la Brigata Regina.

Veniva disposto che questo cambio dovesse aver luogo dal 25 agosto in poi, con una dislocazione dei granatieri nelle zone lasciate li bere dalle brigate Abru zzi e Basilicata del XXVI Corpo che rien(81) AUSSME, Armata, f.to Diaz. (82) AUSSME, (83) AUSSME, Armata a Grazioli. (84) AUSSME, Com.do 8" Armata.

D.S. 3" Armata. prot. 539 del 12.8.1919, da C.S. a Com.do 8" Relazione Pecori Gira/di, deposizione Di Robilant. D.S. s• Armata, prot. 3333 del 14.8.1919, da Com.do 8"

D.S.

s•

Armata. prot. 15954 del 17.8.1919, da Grazioli a


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travano in Patria (85). Ma Grazioli aveva un ripensamento, e con un telegramma urgente chiedeva che la partenza della Brigata Granatieri venisse anticipata al 22 e fosse invece fatta rientrare a Roma, sua sede stanziale, con una prima sosta tanto indietro da non consentire il ritorno di elementi isolati a Fiume (86). Il suggerimento era lungimirante e fondato - come è noto, saranno proprio alcuni ufficiali subalterni del 2° reggimento della Brigata, i famosi 7 giurati di Ronchi, a tenere i contatti con D'Annunzio per la messa in atto del suo colpo di mano - ma veniva respinto dal comandante de11'8a Armata (87). In effetti, il Comando Supremo proprio il giorno 25, contrariamente alle disposizioni emanate da Di Robilant , aveva ordinato che anziché al XXVIII Corpo d'Armata i granatieri fossero messi in forza alla 45a Divisione del XXVI, cioè nelle immediate vicinanze di Fiume, cosa alla quale egli aveva cercato di porre relativo rimedio, nel contempo non disottemperando all'ordine, dislocandoli a Monfalcone nelle retrovie di questo Corpo. Di Robilant , nel respingere la richiesta di Graziali, aveva addotto la ragione che il Comando Supremo aveva raccomandato che le sostituzioni si facessero dietro motivi plausibili e con il maggior tatto possibile (si riferiva al paragrafo di chiusura della lettera riservatissima di Diaz del 12 agosto), né ravvisava altre ragioni urgenti che consigliassero anticipare la data del 25 già stabilita. Pecori Giraldi, nella sua relazione, critica questo atteggiamento ed addebita al comandante dell'8a Armata di non aver rappresentato aE Comando Supremo la proposta Graziali, dopo averne approfondito le ragioni, e definisce tale condotta come frutto di: una concezione di comando tutta singolare e personale di S.E. Di Robilant nei rapporti con superiori ed inferiori.

Altro fatto da ricordare è che il 22 agosto Graziali , informato il suo comando d'Armata che in città si rilevavano segni premonitori di un'opposizione, da parte di gruppi giovanili organizzati, contro la partenza dei granatieri, chiedeva che si sospendessero i movimenti

(85) AUSSME, Relazione Pecori Gira/di, deposizione Di Robilant, prot. 3462 del 19.8.1919, da Com.do g• Armata a Grazioli. (86) AUSSME, Relazione Pecori Gira/di, prot. 16531 del 19.8.1919, da Grazioli a Com.do 8" Armata . (87) AUSSME, Relazione Pecori Gira/di, deposizione Di Robilant, da Di Robilant a Grazioli del 20.8.1919.


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di altri reparti , compresi quelli già pianificati, come nel caso del reggimento di cavalleria Piemonte Reale (88). II dato può avere la sua importanza se lo si ricolJega al telegramma di Diaz giunto nella tarda sera precedente al comando del1'8 8 Armata nel quale , preavvisando come imminente la decisione della Conferenza di Parigi circa l'assetto di Fiume, si esprimeva l'idea che, prendendo occasione dall'avvicendamento dei reparti: si addivenisse ad una riduzione del contingente di occupazione in modo da avvicinarsi, con gli accorgimenti necessarì, alla forza che per qualche tempo dovrà poi rimanere a Fiume (89).

Era forse, secondo il parere di Grazioli, una modalità sin troppo sollecita e zelante di cominciare a farsi da parte. La misura suggerita da Grazio li risultava opportuna, quindi, non solo sotto l'aspetto dell'ordine pubblico che minacciava di arroventarsi quanto anche da un punto di vista di opportunità politica, poiché ridurre in anticipo le nostre truppe poteva sembrare un mettersi fuori gioco ancor prima che ne fosse stato sanzionato l'obbligo. La partenza dei granatieri si svolse quindi tra il 25 ed il 27 in un clima di notevole eccitazione: alcuni ufficiali subalterni avevano tentato di dar vita ad un movimento insurrezionale, le campane avevano suonato a stormo fin dalle 3 del mattino per chiamare a raccolta la gente, la folla commossa cercava di ostacolare la partenza dei reparti (erano state stese a terra alcune bandiere tricolori per mettere in condizione i soldati di doverle calpestare se avessero proseguito la marcia) e solo l'intervento del comandante dell a Brigata, generale Anfossi, riusciva e ristabilire la calma e ad evitare disordini.

Ma, ancor prima della loro partenza , in alto loco era stata decisa la sostituzione di Graziali con il generale di divisione Pittaluga, che già il 24 era stato ricevuto da Nitti che gli" aveva raccomandato di evitare qualsiasi manifestazione che potesse esaltare i fiumani , dal momento che l'Italia era costretta a rinunciare a Fiume per la grave situazione economica ed interna del Paese (90). Il 28, dopo una sosta ad Udine per ricevere istruzioni da Di Robilant, Pittaluga (88) AUSSME, D.S s• Armata, prot. 17155 del 22.8.1919, da Grazioli a Com.do ga Armata. (89) Citato nella Relazione Pecori Gira/di. (90) Gcrra F., op. cit.


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giungeva a Fiume ed il 30 assumeva il comando della Divisione costituita dalle forze italiane presenti in città, sino allora comandata dal maggior generale Rossi , rimanendo agli ordini di Graziali che però era previsto avrebbe sostituito, conservando il suo grado ed il suo rango di comandante di Divisione. Ma è opportuno , oltre che interessante, ricostruire sulla base della sufficiente e significativa documentazione di cui disponiamo , le vicende che portarono alla sostituzione di Grazioli, illuminanti sia per quel che riguarda la condotta del governo e sia per quanto attiene ai rapporti fra questo e Graziali e fra Graziali e Di Robilant in quella calda estate del 1919. Degli incidenti di luglio Graziali aveva redatto il 19 dello stesso mese un 'ampia relazione con 33 allegati - era poi la stessa che aveva letto e commentato dinnanzi alla Commissione d'Inchiesta nelle oltre tre sedute in cui si era svolta la sua deposizione - che era stata trasmessa dal Ministro della Guerra Albricci al Presidente del Consiglio. Non era piaciuto, a Nitti, un larvato cenno comparso tanto nello scritto di Graziali quanto, probabilmente, nella lettera di

24. - Fiume 1919: Graziali (al centro) a colloquio con i generali Rossi ed Anfossi, quest'u ltimo comandante della Brigata Gra natieri (a sinistra).


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accompagnamento del Comando Supremo e del comando della 3a Armata, relativo alla passività del delegato italiano nella Commissione, Di Robilant, ma che chiamava in causa anche l'operato del governo. Punto sul vivo, egli così si esprimeva in un lungo telegramma di risposta a Diaz: Innanzitutto devo nettamente dichiarare che il Generale Robilant, da noi designato quale rappresentante dell' Italia d'accordo con V.E., non ha avuto dal regio governo alcuna istruzione poiché noi avremmo giudicato scorretto di dargliene. II Generale Robilant fa parte di una Commissione incaricata dal Consiglio dei Cinque di una inchiesta intesa ad appurare come si siano realmente svolti i dolorosi fatti di Fiume; egli non è parte in causa ma ha piuttosto funzioni di giudice ed è evidente suo dovere di ispirarsi alla più rigida ed imparziale obiettività. Il Governo , dunque, se avesse dato al Generale Robilant istruzioni in un senso o nell'altro, avrebbe mancato a quei doveri di lealtà internazionale che devono essere sua norma immutabile. Né occorre dimenticare che ove S.E. Robilant apparisse sostenitore di una tesi politica, altrettanto farebbero i suoi colleghi, e noi verremmo a trovarci in minoranza (91).

Il brano ci sembra essere emblematico di un candore che mal si conci lia con il pragmatismo di un uomo politico e di uno statista alle prese con una partita nella quale gli altri giocatori non si facevano certo scrupoli di anteporre alle regole di lealtà internazionale (!) gli interessi e le convenienze della propria parte, giuste o sbagliate che fossero. Il testo proseguiva in temini critici nei confronti degli scritti tanto del Duca d'Aosta, il quale appoggiava incondizionatamente il suo dipendente, che di Graziali, dove: insieme ad un ardente e nobilissimo amor di Patria si manifesta una sensibilità forse eccessiva e certo esacerbata.

E poiché Graziali, in chiusura del documento, pregava che gli fosse risparmiato, nel caso gli eventi avessero dovuto prendere la piega per noi infausta, il dolore di essere lui stesso incaricato di ammainare la nostra bandiera, - con ciò, in verità, adombrando

(91) A.C.S. , fondo Nitti , se. 37, f. 106, prot. 4201 del 27.7.1919, da Nitti a Diaz.


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25. - I rappresentanti interalleati a Fiume: 1) gen. Grazioli; 2) gen . Gordoo (Gran Bretagna); 3) gen. Tranié (Francia); 4) col. Everson (USA); 5) amm. Ruggiero, comandante superiore navale italiano.

egli stesso la possibilità di una sua sostituzione problema piuttosto asciuttamente dicendo di:

Nitti chiudeva il

comprendere pienamente tutte le difficoltà dell'opera svolta dal Generale Grazioli, ma occorre che la sua abnegazione ed il suo sangue freddo si addimostrino in quest'ora difficile. II nobile suo desiderio di non trovarsi a Fiume in dolorosa eventualità è da me pienamente apprezzato; ma occorrerà esaminare quale misura sarà più conforme in tal caso all'interesse nazionale, e tutto subordinare a questa suprema considerazione.

L'irritazione di Nitti nei riguardi del Duca d'Aosta e di Graziali trova conferma in un altro messaggio inviato al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito ed al Ministro delJa Guerra, nel quale formulava delle considerazioni seguite alla lettura di un rapporto compilato da Di Robilant. I termini erano esplicitamente accusatori: ... il Comando della 3a Armata ed il Comando di Fiume, anziché dare ai propri dipendenti esempio di misura e sangue fred-


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do ... hanno creduto di svolgere un'avventata azione di propaganda politica ed hanno omesso di prendere le necessarie misure atte a garantire il mantenimento deirordine. Così i due comandanti sopra indicati hanno contribuito a costituire quello tato di esasperata e altazione che doveva fatalmente produrre dolorosi e tragici incidenti ...

Il testo proseguiva con una strana esibizione di ortodo sa osservanza al galateo, anch 'essa testimone di una demagogica mancanza di realismo: La pubblicazione nel notiziario della 3• Armata di articoli ostili agli alleati va giudicata come atto avventato e scorretto; l'invio di tali notiziari' ai reparti è poi imperdonabile prova di cattiva educazione, pienamente in contrasto con le tradizioni di gentilezza che sono vanto dell'invitto esercito e del nostro popolo;

per terminare con una frase di perentoria illuminazione: Ora si intende per quali ragioni il comando della 33 Armata ed il comando di Fiume si dimostrano così aspramente ostili, sin dall'inizio, all'opera del Generale Di Robilant (92).

Altrettanto irritata e secca la risposta di Diaz: l'indirizzo politico del governo era mutato ma solo in questi ultimi tempi, in quanto il Presidente del Consiglio aveva in passato ripetutamente affermato, in sede parlamentare, l'italianità di Fiume e la nostra ferma volontà di acquisirne il possesso. A questo concetto si era ispirata rattività dei due comandanti militari chiamati in causa, che avevano ritenuto quindi doveroso appoggiare l'ele mento italiano contro le angherie degli slavi e dei loro sostenitori , e che pertanto non potevano distruggere d'un tratto l'opera da essi svolta (93). È interessante, a questo punto , riportare un confidenziale punto di vista inglese in merito a tutto il problema , anch'esso riferibile alrestate 1919, del quale si ha traccia in un a comunicazione inviata dal generale brigadiere Ugo Cavallero, dalla Sezione Militare della Delegazione Italiana per la Pace di Parigi, al Ministro

(92) A.C.S .. fondo Nitti, se. 37 . f. 106. da itti a Diaz ed Albricci del 16.8.1919. (93) o·Annunzio G. La penultima ventura, Mondadori, Milano, 1974 (introdulione di R. De Felice. nota in calce alla pag. XVII).


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degli Esteri. In essa era riferita la distaccata valutazione di alcuni influenti ambienti londinesi così come era stata raccolta dal nostro locale addetto militare: Circa la vostra situazione a Fiume, dovreste essere più razionali. Come? Non certo l'America o l'Inghilterra vi faranno la guerra per questo. La pace con l'Austria, con la Bulgaria potranno essere firmate senza che in esse sia necessario dare disposizioni relative alla questione adriatica. Intanto il tempo stempera i bisogni; le situazioni, gli orientamenti politici, i raggruppamenti politici cambiano; gli uomini, i capi di governo, i governi cambiano, chi può dire cosa avverrà o semplicemente quali saranno le disposizioni di spirito fra sei mesi, fra un anno ... intanto voi restate a Fiume, che è sulla soglia di casa vostra, dando prova a tutti di offrire buone disposizioni e studiare possibili soluzioni ... Così molto si tace sull'argomento, si evitano incidenti, le passioni si attenuano ... Intanto parlate e discutete di altro: i mandati in Oriente, la Società delle Nazioni , le Colonie, la sistemazione economica, il carbone, le materie prime , i risarcimenti ... otterrete di far quadrare il tutto. L 'Italia contemporaneamente si riprende, si svincola dalle strettoie e dalle coercizioni economiche, gli spiriti si risollevano, la vita normale e l'ascesa economica riprendono ... E se voi siete a Fiume ed in Dalmazia, chi verrà a cacciarvene? È un metodo del resto che l'Inghilterra ha avuto modo di applicare con buon frutto, nella sua storia (94) .

Alla fine di agosto, il Presidente del Consiglio formulava a Grazioli una richiesta di garanzia personale che non si sarebbe verificato più alcun disordine (95). La richiesta era piuttosto peregrina, capziosamente forzosa e fuori misura , perché non ci sembra che si potesse secondo logica pretendere un 'ipoteca di siffatto calibro in una situazione quale quella venutasi a creare a Fiume , e eh~ gli eventi in corso non lasciavano certo presagire come destinata a migliorare; l'eventuale ottemperanza da parte del destinatario sarebbe stata millantatoria, ed avrebbe dovuto di per sé stessa deporre per un molto carente senso di equilibrio e di onestà. Oppor(94) AS-D MAE, Fiume, racc. 1043/ 1919, fase. 3263, prot. 11547 del 3.8.1919, da Sezione Militare de lla Delegazione Italiana per la Pace a Ministro degli Esteri, f.to Cavallero. · (95) A.C.S. , fo ndo Nitti. se. 37, f 106, prot. 23376 del 28.8.1919, da Nitti a Grazioli.


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tuna e decisa era pertanto la risposta di Graziali , secondo cui la garanzia si sarebbe anche potuta dare, ma soltanto se la situazione fosse rimasta immutata fino alla risoluzione definitiva del problema Fiume, mentre invece ulteriori riduzioni delle nostre forze o, peggio ancora , l'eventuale applicazione delle deliberazioni previste in quell'assetto provvisorio ratificato dalla Conferenza di Parigi, rendevano molto probabile l'insorgenza di nuovi disordini in città. Di questa sua risposta a Nitti , Graziali dava immediata comunicazione al suo comandante d'Armata il 28 agosto (96), integrandola nello stesso giorno con una particolareggiata, più esplicita relazione in cui erano esaminati i probabili effetti che sarebbero derivati dall 'assetto provvisorio previsto per Fiume, ed i cui punti fondamen tali potevano così riassumersi: a. assolutamente insufficienti, ai fini della protezione della linea di difesa lunga 22 Km, della vigilanza e controllo ad una certa distanza dalla città e per le esigenze dell'ordine all'interno di questa, erano da considerarsi i 5 battaglioni della Brigata italiana, mancanti del tutto di artiglieria e con dotazione molto limitata di mitragliatrici; b. l'istituzione di una polizia inglese od americana significava esporre la popolazione italiana al rancore vendicativo ed alla repressione degli alleati, attuata con metodi brutali ed inadatti a genti latine , col rischio di vederle trattate come una popolazione africana o la più incivile delle città balcaniche; c. la riduzione del contingente italiano costituiva un grosso potenziale di incidenti fra la popolazione e le truppe straniere , che rappresentavano per la città l'espressione viva della irriducibile opposizione politica delle rispettive nazioni , nonché di conflitto fra i militari stranieri ed i nostri che non avrebbero potuto non proteggere i connazionali (97). La valutazione che Pecori Giraldi fa di questo elaborato è estremamente lusinghiera per Graziali: Astraendo da ogni considerazione di tendenze e di opportunità politiche, è giocoforza riconoscere a questo documento un notevole valore ed una chiaroveggenza che, fondata sulla piena cognizione di uomini e di cose, ebbe poi la conferma dei fatti.

(96) AUSSME, Relazione Pecori Gira/dì , deposizione Grazioli, allegato 6 (prot. 16341 del 28.8.1919. da Grazio li a Di Robilant). (97) AUSSME, Relazione Pecori Gira/di, deposizione Grazioli, allegato 8.


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Ben diversa la valutazione del Di Robilant. Tanto il telegramma quanto la memoria che lo integrava suscitavano infatti il suo risentimento, poiché entrambi contenevano un'implicita critica per l'atteggiamento da lui tenuto in seno alla Commissione d'Inchiesta. Ad entrambi non dava risposta, né trasmetteva il documento al governo, come Graziali stesso poteva constatare allorché, ai primi di settembre, aveva modo di conferire a Roma con Nitti e con Sforza . È pur vero che Grazioli gli aveva già manifestato direttamente il proprio dissenso circa l'assetto provvisorio, arrivando a chiedere lui stesso di volergli ottenere dal Comando Supremo l'esonero dall'incarico, non ritenendo di poterlo continuare a reggere di fronte ad un tale cambiamento di rotta rispetto alle istruzioni e direttive superiori finora segu ite (98); e Di Robilant aveva risposto che l'esonero sa rebbe avvenuto automaticamente, per ragioni cli incompatibilità col suo grado, con la riduzione delle forze italiane nel presidio di Fiume, aggiungendo che comunque non riteneva di dar corso - in altri termini, di informare governo e Comando Supremo - alle considerazioni da lui esposte (99). Ma è altrettanto vero che quest'ultima espressione critica da parte di Grazioli era aggravata dal fatto di essere esplicitata di fronte alla massima autorità politica, e di rimbalzo anche a quella militare. Per spiegare sul piano psicologico la reazione del generale Di Robilant va anche tenuto conto che non solo egli aveva avuto una parte non indifferente nell'essere pervenuta la commissione d'inchiesta interalleata a quelle risoluzioni , ma soprattutto che di questo suo ruolo ne faceva un fiore all'occhiello, in particolare per ciò che atteneva alla costituzione di una polizia anglo-americana, da lui proposta e favorita, per evitare ogni responsabilità italiana nei torbidi che sarebbero inevitabilmente avvenuti alla partenza delle nostre truppe (100).

Ad ulteriore riprova di quello che riteneva essere stata da parte sua una machiavellica elaborazione, durante un discorso tenuto al Senato il 29 dicembre avrebbe adottato con tono solenne questa frase ad effetto: (98) AUSSME, Relazione Pecori Gira/di, deposizione Grazioli. allegato 4. (99) AUSSME. Relazione Pecari Gira/di . deposizione Grazioli. allegato 5. (100) AUSSME. Relazione Pecori Gira/di.


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Se nuovi disordini fossero sopravvenuti, l'Italia non poteva più esserne chiamata responsabile e posta al bivio di dimostrarsi impotente a reprimerli e contraria alle aspirazioni nazionali reprimendoli (101).

Pecori Giraldi, con una di quelle notazioni tranquille, blandamente ironiche ma non per questo meno graffianti , delle quali appare punteggiata quà e là la sua relazione , così si esprime: In sostanza, il Gene rale Di Robilant stesso prevedeva inevitabili i torbidi ; solo che, dando prevalenza forse troppo assoluta alla ragione sul sentimento, al quale in ogni manifestazione umana bisogna pur fare la debita parte, credeva possibile e preferibile lasciarli reprimere da una polizia strani era sotto gli occhi di soldati italiani! (102).

Di Robilant, dunque, non rispondeva a Grazioli, ma il giorno successivo scriveva a Diaz una lettera dalla quale traspariva ancora il risentimento nei confronti di Grazioli. Piuttosto acidamente, affermava che se le dimostrazioni popolari che i giorni precedenti avevano accompagnato la partenza dei granatieri non erano sfoci ate in incidenti, ciò non era certo avvenuto in virtù delle misure adottate: celebrazioni pubbliche, distribuzione di medaglie, discorsi pieni di fervore , ecc.; concludeva, infine, suggerendo l'allontanamento di Grazioli, sotto forma di una diplomatica licenza (103). La ruggine con Grazioli risaliva comunque ancora a prima, e quì necessita fare un piccolo passo indietro e tornare al mese di luglio, all'epoca dei lavori della Commissione d'Inchiesta per gli incidenti del 6. Grazioli era piuttosto contrariato dell'essere tenuto all'oscuro di questi lavori, e proprio per disposizione di Di Robilant, contrariamente agli altri comandanti alleati di Fiume , che erano invece costantemente aggiornati dai rispettivi rappresentanti. Il 22 luglio , pertanto, rompeva gli indugi e scriveva a Di Robilant rappresentandogli , con la sua abituale franchezza , alcuni personali punti di vista. Il primo era che lui , Di Robilant , era troppo solo, senza l'assistenza di un ufficiale realmente al corrente di tutti i retroscena e precedenti; tale , infatti, non era certo l'ufficiale superiore addetto (101) AUSSME. Relazione Pecari Gira/di. (102) AUSSME, Relazione Pecari Gira/di. (103) AUSSME, D.S. 8" Armata , prot. 3740 del 29.8.1919, da Di Ro bilant a Diaz.


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alla sua persona. Inoltre, la evera separazione che Di Robilant aveva imposto con il comando di Grazioli, al contrario degli altri membri della Commissione che convivevano con i rispettivi comandi nazionali ricevendone preziose informazioni, penalizzava sicuramente le nostre deposizioni testimoniali, già sfavorite dal fatto di essere le prime in ordine di succession e, col che si consentiva ai france i di approntare ad hoc le loro. li secondo, più che un punto di vi ta. era un esplicito suggerimento: affiancargli un ufficiale, buon conoscitore dei precedenti, che al pari di quanto avveniva fra gli alleati, potesse fungere da segretario-consulente. di indubbia utilità tanto nella redazione dei verbali dei testimoni a nostro carico e discarico quanto, ancor più, nella formulazione delle domande da porre ad essi (104). Il giorno dopo, la risposta di Di Robilant era secca ed imperiosamente glaciale, e vale la pena di riportarla integralmente: Con la lettera alla quale quì ri pondo, V.E. pre enta o ervazioni sull'andamento della Commissione, sulla mia azione personale e su quella dei segretari ai quali è affidata la redazione dei verbali insinuando che i no tri intere!>si ne vengono danneggiati. Mi meraviglio come V.E. non abbia compreso che il rivolgere tale osservazione a chi è delegato dal Governo a questa Commissione ed a lui olo deve rendere conto del uo operato. costituisca una grave sconvenienza. La proposta che un ufficiale di codesto Comando assista come segretario alla Conferenza. fatta dopo la precedente osservazione. assume il carattere di una domanda di controllo che costituisce una sconvenienza anche maggiore. Data la delicatezza della situazione, non credo opportuno di far seguire a questa mia lettera nessun provvedimento (105).

Neanche l'intervento di Diaz, al corrente di questo carteggio, durante la ri unione di fine luglio ad Abbazia di cui s'è detto, sembra sia servito a far recedere Di Robilant dal suo atteggiamento nei confronti del comando italiano (106). La lettera si commenta da sola . e riecheggia. per il candore che la anima, quella di Nitti del 27 luglio che, come s·è visto, riguardava (IO-I) AUSSME. Relazione Pecori Gira/di. deposizione Grazioli. allegato 2. (105) AUSSME. Relazione Pecori Gira/di. deposizione Grazioli. allegato 3. (106) AUSSME. Relazione Pecari Gira/di, deposizione Grazioli.


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essa pure Di Robilant e la sua condotta durante i lavori della commissione d'inchiesta interalleata. È singolare, ripetiamo, la comunanza in tanta assoluta mancanza di realismo tra un eminente uomo politico e di Stato ed un rappresentante della più alta gerarchia militare , anche se proprio la complementarietà fra le rinunciatarie intenzioni dell'uno e le attitudini a realizzarle dell'altro valgono a renderla più intelligibile, ovvero meno incomprensibile. Il Comando Supremo toglieva comunque a Di Robilant, se così si può dire, .la soddisfazione di patrocinare in prima persona l'allontanamento di Grazioli. L'ultimo giorno di agosto lo informava di aver telegrafato direttamènte a Grazioli autorizzandolo a recarsi a Roma per conferire con il governo (107); in effetti, il giorno prima Grazioli era stato convocato a Roma con l'invito a prevedere eventuale altra destinazione senza ritorno a Fiume. Tale preavviso , però, era dato in forma strettamente confidenziale, ... essendo assolutamente indispensabile che né dai provvedimenti presi inerenti alla presente né dal commiato trasparisca possibilità dell'eventualità sopraindicata (108).

La testa di Grazioli era stata richiesta anche da Clemenceau, che insisteva per un'immediata rimozione avallata dal mite e malleabile Tittoni, subentrato a Sonnino nel dicastero degli Esteri (109); Nitti aveva di conseguenza preso accordi con Diaz e con il Ministro della Guerra Albricci per adottare la forma più garbata (110). L'1 settembre 1919 il generale Grazioli lasciava Fiume quasi clandestinamente, senza prendere commiato da alcuno e, in ottemperanza alle direttive ricevute, senza accennare neanche a Di Robilant che la sua partenza sarebbe stata senza ritorno. Gli succedeva Pittaluga , assolutamente digiuno sulla situazione interna e sul polso emotivo della città, ma già orientato da Nitti, come s'è detto in precedenza. Aveva infatti ricevuto ordine di cercare di reagire contro i legami morali ed affettivi troppo stretti venutisi a stabilire fra le truppe italiane e la popolazione, e di mantenere un contegno quanto

(107) AUSSME. D.S. 8" Armata , prot. 1678 del 31.8.1919, da C.S. a Com.do 8" Armata. (108) AUSSME, Relazione Pecori Gira/di. (109) A.C.S., fondo Nitti, se. 37. f. 106. da Nitti a Diaz ed Albricci de l 16.8.1919. ( llO) A.C.S .. fondo Nitti. se. 37, f. 106. da Nitti a Tittoni del 31.8.1919.


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mai riservato e passivo nei riguardi delle autorità civili. Ad ulteriore conferma, dopo una settimana dall'assunzione del comando, il Presidente del Consiglio gli inviava un telegramma che costituisce un'ennesima prova del suo orientamento inteso, comunque ed in ogni maniera, a gettare la spugna: Prenda tutti i provvedimenti, allontani chi vuole , punisca chi vuole, arresti chi vuole, ma nulla deve avvenire. Il patriottismo nostro è nel salvare il nostro Paese dall'incalcolabile danno cli una rottura con gli alleati. Le disposizioni più rigorose se è necessario si prendano contro chiunque et faccia capire il loro dovere agli ufficiali. Ella può far comprendere ai cittadini più intelligenti di Fiume che il loro dovere di italiani et l'italianità stessa cli Fiume è di non compromettere l'avvenire et di evitare ora qualsiasi incidente (111).

Erano direttive ben diverse da quelle che erano state date a Grazioli alla fine di novembre del 1918. Dopo aver conferito con il R e, con Nitti e con Albricci, nel rientrare ad Abbazia per prendere la famiglia, Grazioli si fermava il giorno 6 alcune ore a Venezia, invitato da D'Annunzio alla Casa Rossa sul Canal Grande. Gli faceva un quadro preciso sulla situazione politico-militare di Fiume che contribuiva a vincere le sue ultime perplessità circa la messa in atto del piano concertato con alcuni degli ufficiali dei granatieri acquartierati a Ronchi. Questo sarebbe scattato , come è noto, una settimana dopo, ma, oltre che per quanto asserito da Graziali nelle sue memorie, è fondatamente da ritenersi che di esso D ' Annunzio non lo abbia messo al corrente, almeno a quanto ebbe in seguito a confermare verbalmente l'ufficiale superiore (tenente colonnello di Stato Maggiore Franchini Stappo) che casualmente era stato presente al colloquio. Casualmente, secondo la versione di Grazioli, o forse no, se gli si vuole attribuire l'accortezza di essersi dotato di un utile testimone. Sotto questo punto di vista, non è altrettanto comprovata l'affermazione contenuta in un recente volume su D'Annunzio, secondo la quale il governo era lasciato ali' oscuro di ciò che si stava trainando; infatti né Grazioli né Piaaluga comunicavano ai superiori ciò di

(1 11) AUSSME, Relazione Pecori Gira/di , prot. 4764 de l 6.9.1919. da Nitti a Pittaluga .


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cui essi erano al corrente (112), che pertanto. così come è proposta, rappresenta solo un'illazione scarsamente sostenibile.

Se mpre in settembre, dopo il colpo di mano dannunziano , il neo-Commissario Straordinario Militare della Venezia Giulia, Badoglio, in accordo con il governo, pensò di approfittare delle divergenze nell'ambiente legionario, e Graziol i venne inviato nuovamente a Fiume con il prefetto Salata per pre ndere contatti con D'Annunzio . con il Consiglio Nazionale e con alcuni maggiorenti della ci ttà allo scopo di sensibilizzarli circa i pericoli derivanti da una situazione così instabile, che poteva divenire ancora più pericolosa nell'eventualità di un'aggressione jugoslava (I 13). La vicenda fiumana di Grazioli si era conclu a, e confidiamo di averne potuto dare una ricostruzioni sufficientemente esauriente. Volendo trarre di questa sua esperienza un bilancio, può certamente dirsi che essa sarebbe rimasta fra le più significative della sua vita e non solo di quella professionale, perché aveva comportato il ricorso a tutte le componenti intellettive, culturali, esperienziali, pirituali, emotive e comportamental i della sua personalità. Nel bene e nel male, si potrebbe aggiungere come d'uso. Ma, francamente, ci sembra sia possibile valutare l'operato di Grazioli in term ini tali che gli aspetti positivi prevalgano senz'altro sui negativi. Questi indubbiamente non mancarono. Pur partendo dal presupposto di base, incontestabile, che la sua condotta era guidata da sentimenti altamente patriottici e comunque finalizzati a quelli che, secondo il proprio punto di vista, erano gli interessi nazionali, non si può sottacere come in non poche circostanze la sua azione sia stata più il frutto di una mal controlla ta passionalità che non di un freddo raziocinio. Non vogliamo appe antire la nostra esposizione con un riesame dettagliato delle varie situazioni ed episodi; rimandiamo, per essi, a l resoconto più o meno commentato che ne è stato dato , in alcuni casi volutamente sottaciuto per la loro ininfluenza ol tre che per evitare un cronachisrno minuzioso. Fra tutti , ci tiamo le sue ripetute richieste di sostituzione dei vari comandanti alleati (Tranié. Gordon, Everson, Dusmenil , Gaucher, ccc.), espressione del prevalere di una insofferenza. certamente giustificata dal comportamento di costoro . che non gli consentiva la obiettiva conside(112) Espinosa A . IYA11m111::io il poeta armato . Mondadori . Milano. 1987 . pag. 64. (113) Ge rra F .. op. cit.


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razione che certe prese di posizione non dipendevano tanto dalla volontà dei singoli quanto dal loro attenersi alle istruzioni che ricevevano dai rispettivi governi. Che si sia spinto , in altre circostanze, un po' troppo oltre nel privilegiare apertamente uomini e situazioni favorevoli agli interessi italiani è altrettanto certo, in qualche caso uscendo fuori misura (problema della censura) od appoggiando scopertamente iniziative partigiane (Legione Volontari Fiumani). Ma, al di sopra di ogni altra considerazione , a nostro avviso il presupposto fondamentale dal quale riguardare l'azione di comando di Graziali in quei nove sofferti mesi risiede nella condotta politica italiana del momento , a proposito del.la quale non può esservi che una valutazione negativa, caratterizzata com'era da inerzia, arrendevolezza e globale ambiguità. Nel clima di contraddittorietà in cui la questione adriatica , e non solo quella, veniva gestita a livello governativo , si cercava di conciliare il dilatorio attendismo con una autorevolezza di facciata, demandando ai militari di rappresentarla senza peraltro metterli in condizione di farlo e realmente, solo apparentemente sostenendone l'azione, ma in realtà ostacolandola quand'anche non sconfessandola. Su di essi, individualmente o come categoria , sarebbe stato del resto facile , e certamente meno oneroso da tutti i punti di vista, scaricare poi colpe, omissioni e responsabilità, agevolati in ciò dal fatto che, dal suo canto , la classe dirigente militare non era esente da mende pregresse e recenti , che la vittoriosa soluzione del conflitto aveva sì accantonato ma non rimosso agli occhi di un'opinione pubblica turbata dalla difficile situazione socioeconomica della Nazione. Ma Grazioli non era per natura troppo incline ad atteggiamenti compromissorì, e certo anche se garantiva, attraverso la sua personalità ed i suoi trascorsi professionali , alcune delle prestazioni aderenti ai fini che si intendevano _perseguire , sotto un altro punto di vista poteva non essere l'uomo giusto. E che infatti fosse scomodo lo dimostrò subito, come è stato dato di vedere, e per entrambe le controparti anche se con motivazioni diverse. Il suo allontanamento rappresentò l'ennesimo pedaggio pagato all'acquiescenza verso i partners così come alla paura dei nostri governanti di avere coraggio. D all 'esame del suo operato dal novembre 1918 all'agosto 1919 emerge come la sua condotta , nei confronti delle autorità politiche e militari nazionali così come degli alleati, sia stata caratterizzata da due aspetti fondamentali: difesa ed affermazione della dignità nazio-


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nale, in altre sedi contemporaneamente ed ampiamente svenduta, e tutela degli interessi del Paese, con un senso della realtà ed un pragmatismo - ne fanno fede le chiare, essenziali e lungimiranti analisi e valutazioni - che compensava in parte la fall imentare demagogia esibita da coloro che, più degli altri, realistici e pragmatici avrebbero dovuto essere. Nel duello con avversari spregiudicati e del tutto disinvolti nell'impiegare qualsiasi scorrettezza che potesse tornare utile alla propria causa, infatti, l'osservanza unilaterale delle regole del Codice del Gelli non era solo ingenuità, ma anche colpa grave. Nei non facili rapporti con gli alleati , Graziolì mostrò in ultima analisi più che sufficiente equilibrio, con un'interpretazione dì tale prerogativa che non prevedeva però nessuna concessione né alla sudditanza né alla remissività. Ma, a nostro avviso, il suo merito vero fu ancora un aluo. Al cli sopra delle attribuzioni di un comando cui la aggettivazione di interalleato tendeva a confinarlo in un ruolo, sia pure apparentemente prestigioso, di cane pastore per la prevenzione-repressione di disordini e tafferugli, Graziali si pose come protagonista attivo nel recitare una parte che riteneva gli competesse, come dovere prima ancora che come diritto. Era un generale italiano, ai livelli più alti della gerarchia dirigente dello Stato dei cui interessi , pertanto, si riteneva obbligato ad essere tutore e patrocinatore. Secondo il concetto che vuole, e giustamente, il militare escluso dalla gestione politica, delle cui risultanze deve rimanere solo scrupoloso ed ortodosso esecutore, avrebbe dovuto astenersi dal dare alla sua azione dì comando un carattere anche politico. Ma lo svolgersi degli avvenimenti , a Fiume come a Roma e come a Parigi, era così particolare ed atipico che una professione di stretta - e , tutto sommato, comoda - osservanza ed ortodossia alla norma si sarebbe potuta, ad un certo punto , identificare anche con un'omissione. Questo, almeno , nell 'ottica dì un uomo non aduso a sottrarsi alle responsabilità; e Grazioli era tale. Fu politico, nel significato più positivo e dinamico del termine. anche per conto di ch i doveva esserlo e non lo era . Chiese attribuzioni di ordine politico (ed economico) in una situazione ed in fran genti nei quali, sotto l'aspetto personale, c'era più da perdere che da guadagnare, tali che neanche l'ambizione - e pur ne aveva avrebbe suggerito di perseguire, bensì di defilarsene. Nell'esprimere la propria azione politica e militare fu deciso , talvolta con tendenza all'eccesso. ma l'uomo era quello che era e la


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situazione pure. Di quest' ultima, soprattutto, e delle condizioni ambientali estremamente difficili che la caratterizzavano, va tenuto conto quando si voglia valutare l'operato di Graziali e la sua risoluta ed appassionata opposizione a fare, lui ed il suo Paese, da agnello sacrificale di fronte agli appetiti altrui.


CAPITOLO QUINTO

DAGLI ANNI VENTI AGLI ANNI QUARANTA

I tre anni che intercorrono fra l'autunno del 1919 e quello del 1922 hanno visto affidata la loro risonanza storica ai fermenti ed alle lotte politico-sociali che rendevano sempre più confusa la situazione di un Paese che stava pagando, e per certi ver i anche piuttosto paradossalmente, un prezzo molto elevato per la conclusione di una guerra che, tutto sommato, era pur stata vittoriosa. Il problema militare, nel quadro di una conflittua lità sempre più aspra, non poteva naturalmente rappresentare. al di fuori degli aspetti contingenti strettamente connessi con la mobilitazione, una questione prioritaria, specie ora che la fine delle ostilità dava luogo ad un inevitabile processo di collettiva rimozione da tutto ciò che con la guerra aveva un legame od un nesso. La presenza di Nitti alla Presidenza del Consiglio comportava il fermo proposito di condurre rapidamente a termine la smobilitazione. considerandola come premessa necessaria alla ripresa della nazione. Continuava a dominare chiaramente, nel suo programma, la preoccupazione per i gravi problemi ociali ed economici rispetto ai quali qualsiasi altro aspetto avrebbe dovuto essere posposto, e tra i primi quello militare attraverso energiche economie, riduzione dei quadri, abolizione di Corpi e specialità e nuovo, più limitato ordinamento. Molto è stato detto e scritto su Nitti, di giusto e talvolta di meno giusto. e certamente la globale valutazione della sua azione politica non ne esce ammantata di particolare brillantezza. Su una base caratteriale improntata allo scetticismo. si inne tavano una totale sfiducia nel pae e e nelle sue potenzialità e l'incapacità di cogliere col necessario tempismo il senso e la portata di certi eventi, forse pena lizzato, in questa limitata dimensione di sensibilità politica. proprio dalla notevole competenza in quella scienza delle finanze che gli aveva guadagnato fama e credito, ma dalla quale era anche, per certi aspetti, condizionato.


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Ma nessuno dei suoi detrattori, e non sono pochi, può negare all'uomo di aver posseduto equilibrio e lucidità, quanto meno in misura sicuramente superiore rispetto al livello medio della classe politica del tempo. Sotto questo aspetto, non ci sembra strano che, in merito al problema milìtare, avesse interpellato fiduciariamente proprio Grazioli , questo giovane generale tanto scomodo e di difficile governabilità durante le recenti vicende fiumane, ma al quale non poteva non accreditare personalità, competenza, vivacità ideativa e chiarezza, capacità di analisi e di messa a fuoco concrete. Abbiamo traccia di questa richiesta attraverso il pro-memoria confidenziale indirizzato da Grazioli direttamente al Presidente del Consiglio, accompagnato da una breve lettera datata 25 ottobre 1919: Eccellenza, come da Suo desiderio espressomi pochi giorni fa, le rimetto quì annesse alcune brevi note sul modo come io vedo il problema militare italiano nel difficile momento attuale. È un lavoretto affatto personale, nel quale però credo Ella troverà singolari coincidenze con le idee di V.E. Come V.E. ben comprenderà, tali note hanno carattere strettamente confidenziale - (sottolineato nel testo-n.d.r.-) - e riservato alla Sua persona, perché né il Ministro della Guerra né il Capo di Stato Maggiore le conoscono. È questa la sola copia che posseggo, scritta di mio pugno, così che sarei a pregarLa di volersi compiacere restituirmela, dopo che V .E. l'avrà letta.

Il pro-memoria è infatti redatto a mano, su 36 fogli formato protocollo, scritti con la sua grafia nitida ed essenziale, ed ha come titolo Note sul nuovo problema militare italiano (1). Consta di una premessa , e di una serie di paragrafi corrispondenti ai bilanci militari, agli aspetti umani, alle forme dell'azione bellica moderna, ai fattori morali e disciplinari , ad alcune questioni particolari quali le scuole militari , l'alto comando e lo stato maggiore, le truppe coloniali, per terminare infine con la grossa questione del momento , il passaggio dal piede di guerra a quello di pace. La premessa costituiva di per sé una formula adeguata per accattivarsi il preliminare consenso del lettore , dal momento che si affermava come i termini del problema militare italiano, quali sca-

(1) A.C.S., Fondo Nitti, scatola 50, fascicolo 165, senza protocollo, datato ottobre 1919, da Grazioli a Nitti.


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turivano dalla guerra e dalla situazione finanziaria nazionale derivatane , erano chiari e sufficienti a determinare le linee maestre del nuovo ordinamento che bisognava affrettarsi a concretare per evitare ritardi e deviazioni che si sarebbero tradotte in spese inutili , non sopportabili nelle critiche condizioni economiche del momento. La vittoria, per essere tale, doveva soprattutto ringiovanire gli spiriti e le menti: . . . L'Italia nuova dovrebbe non più sentir parlare di spese improduttive militari o di militarismo ed antimilitarismo , questioni sulle quali i nostri predecessori sciuparono invano tesori di tempo e di energia in un dissidio vuoto di sostanza e nel quale, come era naturale , tutti rimasero del proprio parere. Si deve trovare oggi una formula che mentre dissuada chicchessia dal pensiero generoso, ma irreale, della fine di ogni conflitto armato, assicuri d'altra parte il Paese che non un soldo e non un atomo di energia saranno sciupati in spese od in attività che non siano strettamente indispensabili alla doverosa preparazione militare , modernamente intesa.

Seguiva un breve cenno sull'identità di colui che avrebbe dovuto essere il realizzatore di tale formula , nel quale potrebbe anche intravedersi un riferimento personale : ... uno spirito libero, giovane , audace, ma nello stesso tempo equilibrato e sicuro , e fo rte della personale esperienza della guerra, acutamente intravista ed intuita , deve presiedere oggi sulle cose militari ; meglio se nella stessa mente e nella stessa energia potranno integrarsi , in una feconda fusione , tanto la preparazione militare terrestre quanto quella marittima.

La linea di tendenza del problema militare italiano del dopoguerra era concepita dall'estensore del pro-memoria, nei suoi termini essenziali, come un'inversione del vecchio concetto di una preparazione bellica traducentesi nella immobilizzazione inoperosa , e quindi infruttifera, di un capitale di energie e di mezzi che, in attesa della guerra, incidevano pesantemente ed inutilmen te sul bilancio dello Stato. Il nuovo orientamento doveva invece essere rivolto alla creazione, nel paese , di una attitudine all'azione militare, più generica e più estesa ma più dinamica, che consentisse di distogliere dai compiti di pace la minor quantità possibile di energie e di capitali. Era , secondo Grazioli, il concetto puro della nazione armata rimo-


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dernato dall'esperienza dell'ultima guerra, la cui rapida applicazione , oltre che resa inevitabile dalla precarietà delle condizioni economiche nazionali, era anche possibile in funzione del periodo abbastanza lungo di stasi bellica che avrebbe prevedibilmente fatto seguito al grande conflitto terminato un anno prima. Ritorneremo su questo concetto , in merito al quale risultano opportune alcune precisazioni e puntualizzazioni. D 'altra parte, continuava il relatore, l'esperienza della guerra aveva fatto giustizia sommaria di certi costosissimi apparati difensivi , rivelatisi poi estremamente deboli sotto l'azione dei moderni mezzi di distruzione, così come apparati infinitamente più semplici avevano rivelato qualità molto superiori. Di conseguenza , era da ritenere che la consistenza delle scorte, molte delle quali destinate ad un rapido ed inutile invecchiamento , fosse , per il futuro, da considerarsi meno prioritaria se riferita all'enorme, continuato fabbisogno che avrebbe comportato una guerra moderna nella quale, invece, il vero problema di fondo sarebbe stato rappresentato dal contributo costante di tutta la capacità produttiva nazionale, opportunamente trasformata per le esigenze belliche. La riconversio ne industriale su larga scala improntata a queste necessità, da studiarsi e predisporsi con la massima cura sin dal tempo di pace da parte di appositi organi militari in stretta connessione con le strutture produttive , rappresentava in sostanza la sostituzione del più nuovo ed economico concetto della attitudine a produrre per la guerra a quello più antico ed oneroso della permanente effettiva produzione per la guerra. Una parte importante del pro-memoria, com'era logico, veniva riservata al fattore umano. Uno degli aspetti più salienti dei progetti di riforma era costituito dalla dibattuta questione della ferma, che Grazioli riteneva dovesse essere ridotta a periodi assolutamente minimi ed intermittenti a patto, però, che l'esercito non fosse più obbligato a mantenere permanentemente sotto le armi molta forza per compiti di sicurezza interna, demandabili ad altri organismi non gravanti sui bilanci militari , e che la formazione del soldato fosse sfrondata da pesanti ed inutili modalità addestrative privilegiandosi invece la preparazione fisica e morale, viste come presupposto indispensabile per plasmare il profilo del combattente . Quì si inseriva il problema della istituzione di un ente centrale propulsore e coordinatore fra le competenze militari e quelle civili, discendendo la questione più da queste che da quelle, con coinvolgimento prioritario delle strutture scolastiche e ginnico-sportive. Ma ancora più interessanti le considerazioni concernenti la dirigenza militare:


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L'esperienza della guerra ha infatti dimostrato che se nel campo delle operazioni militari propriamente dette occorre realmente una accuratissima e speciale preparazione professionale, nel campo invece della direzione logistica, tecnica ed amministrativa della guerra sono largamente ed assai utilmente sfruttabili le medesime conoscenze e le stesse facoltà tecniche ed organizzatrici che , nella normale vita civile, presiedono alle grandi imprese industriali, commerciali ed economiche, col vantaggio anzi di poter impiegare a momento opportuno, per la guerra, e nergie meglio esercitate, ed immuni perciò da quel fatale invecchiamento a cui sono condannati gli organi specifici militari che, durante la pace, non hanno mai occasione di esercitarsi nelle vere loro attribuzioni di guerra.

Ma su un altro aspetto Grazioli si intratteneva ancor più estesamente, e soprattutto con una vigoria espressiva testimone della partecipazione con la quale egli lo viveva. Si trattava del rendimento richiesto ai quadri permanenti della struttura militare , che doveva essere massimo , con eliminazione del fenomeno del parassitismo dovunque esso si annidasse: Vi sono stati e vi sono parassiti in tutti i gradi, in tutti i servizi , in tutte le forme di attività militare. La guerra li ha sfacciatamente svelati. Al fuoco ardente della sua tremenda realtà si sono rivelati i pavidi , gli inetti, i pigri, gli arrivisti, i fisicamente deboli e soprattutto i moralmente deboli, coloro cioè che rifuggono per natura dalla gioia e dall'orgoglio delle grandi responsabilità. Contro tutti costoro non ci sia quartiere, e tutto il sistema educativo militare di pace sia tale da evitare che essi trovino ancora possibilità di nascondere la loro inettitudine, la loro pigrizia e la loro debolezza sotto la facile parvenza del contrario . Dobbiamo ricordare quanto siffatte nullità avvelenavano la vita militare prima della guerra e come esse davano esca e ragione a tutte le opposizioni in buona od in mala fede contro ogni onesto sforzo dei buoni per assicurare una salda e forte preparazione militare. In quella ingombrante schiera di alte e basse nullità lavorò largamente il siluro nei primi anni della guerra, lasciando però l'Esercito senza capi proprio nel momento nel quale di capi più ve ne sarebbe stato bisogno e gettando la Patria nel buio di un'alta gerarchia militare improvvisata, che tuttavia , a malgrado della sua estrema gioventù, dimostrò una maturità di senno ed un'energia che ci condusse alla vittoria.


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Nelle considerazioni successive si potrebbe intravedere, per come sono espresse, una esplicitazione di connotazioni abbastanza vicine all'identità dell'estensore: La guerra è stata il trionfo della gioventù sotto tutte le forme; ha dimostrato che in Italia non si sbaglia quasi mai a scegliere il più giovane. Ma questo principio che ia guerra ha posto in luce, va tenuto saldo nella pace, cosa essenziale per non condannare i giovani a fare l'esperienza di sé stessi , cioè la propria auto-educazione al comando, nel frangente stesso della guerra. Bisogna, in altre parole, avere fin dal tempo di pace dei giovani sani, forti, intraprendenti ed equilibrati ai sommi gradi, affinché essi scelgano i propri collaboratori nella discendente scala gerarchica fra coloro soltanto che posseggono davvero l'energia fisica , morale ed intellettuale necessaria per condurre le masse. Dunque la prima necessità sta nel riformare l'alta gerarchia, liberandola da tutti i parassiti e poi nell'affidare a quest'alta gerarchia così riformata il compito di epurare l'Esercito da tutto il parassitismo minore.

Non v'è dubbio che Grazioli rispondesse, di massima, a queste caratteristiche e che, non ancora cinquantenne alla data del promemoria, potesse a buon titolo incarnare quel giovane sano, forte, intraprendente ed equilibrato da collocare ai sommi gradi. Che ne adombrasse per sé stesso la candidatura ci sembra plausibile e, in ultima analisi, nemmeno tanto censurabile laddove si tenga conto della sufficiente discrezione con la quale la cosa veniva fatta ed anche della sede nella quale aveva luogo, un pro-memoria riservato ed esclusivo per il destinatario, tenendo altresì conto che le sue eventuali ambizioni erano sostenute da precedenti merito6 e comunque ineccepibili, a differenza di quelle di altri (leggasi in particolare Badoglio) che certamente non poggiavano su titoli altrettanto solidi, quand'anche ne erano totalmente prive. Il fattore umano , nello scritto, continuava ad essere oggetto di considerazioni in alcune delle quali è possibile trovare accenni e risvolti a nostro avviso riferibili anche all'epoca attuale, fatta salvo l'espressione preparazione alla guerra, storicamente desueta nell'odierna accezione occidentale e sostituibile con quella di preparazione alla difesa: Al pari di ogni altra forma di vita sociale nuova, anche quella militare deve ispirarsi oggi alla suprema legge del lavoro produr-


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tivo. - il corsivo è sottolineato nel testo (n.d.r.) - . Non basta dire: io mi preparo alla guerra ed a questo solo scopo limitare ogni attività personale. Oggi l'avvenimento tragico della guerra è diventato troppo lontano e troppo problematico per dare, da solo, sostanza di lavoro utile ad una gioventù attiva ed operante. Noi dobbiamo d'ora innanzi .considerare molti militari dell'ante-guerra presso a poco come noi stessi solevamo considerare allora i soldati di mestiere vissuti in tempi più lontani. Più che fine a sé stessa, la preparazione alla guerra deve essere oggi un complemento necessario , quasi naturale, di attività per ogni cittadino , a qualunque classe appartenga, e senza che per questo possa ritenersi esonerato dalle più feconde opere della pace, le quali non debbono più essere considerate come l'antitesi della guerra ma come la forma normale, e soprattutto necessaria, dell'attività nazionale, di cui l'attività militare è un doveroso complemento per tutti i sani di mente e di corpo, in vista della possibilità della tragica eccezione della guerra . Così posto il nuovo problema militare, è da sperare si possa una buona volta eliminare uno dei più perniciosi malintesi che tanto danno arrecò allo sviluppo concorde ed armonico dell'energia nazionale italiana nel campo della difesa esterna ed interna del paese ed in ogni questione di politica estera o coloniale dove le due forme di attività, la civile e la militare, si trovano necessariamente a contatto. L'equivoco del militarismo e dell'antimilitarismo non ha soltanto inacerbito finora le competizioni politiche fra partiti tendenti a diversi ideali; ma, con danno più grave, pervase purtroppo e divise il campo fra le stesse classi dirigenti, provocando dissidi e ritardando e disorientando l'azione legislativa e governativa. La fuzione più stretta e più naturale fra le due forme di attività, ottenuta col concetto più moderno deJla nazione armata che io ho più sopra propugnato, dissiperà tali dissidi e l'azione dello Stato ne guadagnerà enormemente in speditezza ed efficacia.

L'aspetto umano, naturalmente , costituiva nucleo fondamentale anche della trattazione di un altro dei temi passati in rassegna dal pro-memoria, quello dei fattori morali e disciplinari. In esso Grazioli affermava come la condizione essenziale per avere diritto al comando, in ogni grado, fosse il prestigio personale assoluto - il corsivo è sottolineato nel testo (n .d.r.) - sui dipendenti. Nessuna coercizione disciplinare, nessun principio astratto di obbedienza alla fredda ed arida autorità del grado poteva sostituirsi a quel prestigio, e nessuna considerazione di casta o di riguardo personale poteva più


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giustificare la conservazione del grado in chi se ne fosse dimostrato immeritevole agli occhi dei propri subordinati. La guerra ha dimostrato che tutti coloro che per sostanziali virtù proprie, od anche in taluni casi per virtù di circostanze favorevoli (fortuna) godevano di solido ed alto prestigio fra i combattenti, non hanno avuto bisogno di coercizioni disciplinari o peggio di repressioni violente per trascinare i propri dipendenti ad affrontare qualsiasi profondo disagio, qualsiasi pericolo, fino aJla morte. Il temperamento popolare italiano è così fatto che risponde volonterosamente, generosamente ad ogni chiamata, quando essa discenda da un capo universalmente stimato e conosciuto. In tal caso perfino i pigri e gli imbelli sono trascinati più dal valore dei compagni che non dall'azione coercitiva del Comandante ... . . . Da ciò deriva anche l'opportunità che i capi di grado più elevato siano popolari, siano noti, e quindi che si reagisca finalmente contro quella pavida tendenza, così forte nel nostro esercito (e forse soltanto nel nostro) di avvolgere l'alta gerarchia militare in quel grigio anonimismo che vorrebbe essere austerità, ma che viceversa è spesso paura della propria responsabilità personale od effetto di invidie e gelosie miserabili, con sicuro danno dell'efficacia di comando e quindi dell'efficacia nell'azione.

Carisma e sviluppo dell'immagine, due concetti cari ai principì di sociologia della comunicazione del mondo di oggi, espressi quasi settant'anni prima, tanto più validi in quanto scaturenti non da elaborate impostazioni dottrinarie quanto dall'esperienza direttamente vissuta su quello scenario genuino della guerra che non consentiva infingimenti e mistificazioni, fucina di verità e realismo assoluti, momento impietosamente oggettivo, cartina di tornasole inalterabile ed irreversibile. Grazioli, più degli altri ufficiali generali, aveva vissuto questa esperienza in uno spettro ancora più ampio e diversificato, esercitando la propria azione di comando non solo ai vari livelli ordinativi (dalla Brigata alla Divisione al Corpo d'Armata) ma anche, per quanto riguardava quest'ultimo, in dimensioni umane ed ambientali molto particolari e complesse quali erano quelle che caratterizzavano il Corpo d'Armata d'assalto. Rientrava negli aspetti umani del problema militare italiano anche la tematica relativa alle scuole per il reclutamento degli ufficiali subalterni. Secondo Grazioli, la carriera militare concepita


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secondo le direttrici che aveva in precedenza tratteggiato non poteva più configurarsi come una piramide la cui larga base poggiava sugli istituti di reclutamento professionale. Questi avrebbero dovuti essere fusi nell'ordinamento scolastico ordinario, col presupposto che ogni diplomato o laureato di corsi superiori od universitari dovesse possedere almeno le conoscenze indispensabili per poter funzionare come elemento utile della gerarchia militare inferiore, da sottotenente a capitano compreso. Ciò comportava l'introduzione nei programmi scolastici ordinari' di apposite materie ed esercitazioni pre-militari, contenute nei limiti del più stretto indispensabile, pe r abilitare gli allievi all'esercizio di questo loro nuovo dovere, affindandone l'insegna mento a militari posti in congedo. Dalla massa di ufficiali di complemento così ottenuti, e che naturalme nte sarebbero stati in seguito addestrati e perfezionati nelle loro (unzion i militari con brevissimi periodi d1 esercitazioni pratiche annuali, si sarebbero tratti, a domanda, coloro che per propria attitudine ed inclinazione avessero voluto transitare nella categoria degli ufficiali permanenti, entro i limiti del fabb isogno organico della media ed alta gerarchia militare . Ad essi si sarebbe impartita, in apposite scuole di applicazione militare, la cultura superiore professionale per abilitarli alle loro funzion i, con un carattere però di estrema praticità, integrata poi da frequenza di corsi periodici presso le Scuole Centrali d'Arma . . . . Si avrà così non più una carriera allettatrice di giovani energie più o meno condannate a restare in avvenire inoperose o deluse, ma una solida e cosciente catego ria di giovani già temprati negli studi civili e chiamati alle discipline militari superiori da sincera vocazione, e tali da intendere la vita militare come un'alta missione inte llettuale e morale ... ma, nello stesso tempo, consapevoli dei limiti entro i quali questa attività deve svolgersi e delle forme che essa deve assumere, purché non turbi il libero evolversi della vita nazionale, della quale l'attività militare deve essere saldo presidio e non corpo parassitario ingombrante e pernicioso . l frutti di questa radicale riforma non tarderanno a farsi sentire. Scompariranno i troppi oziosi che vi sono stati e vi ono ancora nell'Esercito, la troppa gente che vive in un quietismo ed in una routine che sono l'antitesi stessa della vita militare. Come la guerra spazzò via questa gente dalle fila dei combattenti, così occorre vigilare a che essi non vi ritornino a vivacchiare. senza fede e senza ideali. all'ombra della pace.


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Era un discorso interessante , sicuramente riformista ed innovativo , con una sua validità sul piano teorico-concettuale alla quale, ·torse , era da ritenere non facesse riscontro una altrettanto· valida aderenza alla realtà , dal momento che il progetto era, a nostro avviso, eccessivamente dipendente dalla ottimale funzionalità di un'altra struttura , quella scolastica civile, anche all'epoca non priva di disfunzioni e soprattutto poco incline ad intromissioni esterne che avrebbe più subito che accettato, e certo non favorito. Ci lascia perplessi , inoltre, la possibilità che l'integrazione interdisciplinare fra le due branche didattiche , civile e militare, fosse sufficiente ad abilitare il giovane diplomato o laureato a rivestire il grado di capitano, non assimilabile, riteniamo, agli altri due gradi inferiori dai quali si staccava piuttosto nettamente per complesso di funzioni , di responsabilità, di esigenze decisionali indubbiamente maggiori. Ancora più interessante , e di più agevole fattibilità , risultava il problema del servizio di Stato Maggiore così come era affrontato nel pro-memoria. Grazioli affermava con la stessa convinzione con la quale nelle pagine precedenti aveva sostenuto la necessità del carisma del capo come , ai fini dell'attività di comando di una Grande Unità (Divisione, Corpo d'Armata, Armata) , a questo elemento connaturale dovesse affiancarsi il perfetto funzionamento di quell'organo essenziale, lo Stato Maggiore dell'Unità, che della volontà del capo si facesse interprete concretizzandola in studi , ordini e disposizioni: ... Così alta e complessa è la funzione di tale organo che ogni qual volta essa cadde, durante la guerra, in mani poco abili od in temperamenti poco equilibrati, grave danno ne risentirono le truppe cui era affidata l'esecuzione degli ordini superiori. Altrettanto avvenne allorché il capo stesso, pervenuto al suo alto grado più per valore personale che per cultura professionale, ritenne, con criterio ormai sorpassato, di poter comandare la sua Grande Unità senza troppo dar peso al funzionamento del proprio Stato Maggiore, quasi disprezzando quest'organo essenziale che provvede a molte necessità collettive che sono indispensabili ad un comando moderno·.

Il criterio , indiscutibilmente valido , di pervenire ai gradi più elevati attraverso l'esercizio effettivo dei comandi di truppe minori, doveva secondo Grazioli essere integrato dall'esercizio, anche breve, delle funzioni di ufficiale di Stato Maggiore , in quanto solo attraverso esse si poteva essere effettivamente in grado di sovrinten-


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dere alle suddette, molteplici esigenze collettive di un grande comando moderno. Da questa premessa, Graziali si dichiarava nettamente favorevole al servizio di Stato Maggiore aperto a tutti coloro che, nell'esercizio del comando di reparti minori (battaglione, reggimento, Brigata), dimostrassero di possedere spiccate qualità militari, tali da potersi pronosticare quali potenzialità per l'ascesa ai gradi più elevati ed in età ancor giovane. Conseguiva, da ciò , lo scioglimento del Corpo di Stato Maggiore, vero e proprio hortus conclusus ormai anacronistico, e di ... quel macchinone gravido di male impartito e mal digerito scientificismo che è tuttora la nostra Scuola Superiore di Guerra, organo di reclutamento dell'attuale Corpo di Stato Maggiore. Esso dovrebbe venir sostituito da un istituto radicalmente diverso, da una specie cioè di consesso intellettuale, a sedute periodiche, nel quale le più interessanti questioni tecniche e professionali militari verrebbero trattate e diffuse, mediante conferenze seguite da libera discussione, come in parte già si fece anni addietro con la Marina. A tale consesso prenderebbero parte i migliori ufficiali di qualunque grado, come ad un organo di studi superiori militari preparatorio all'Alto Comando.

Il pro-memoria indirizzato al Presidente del Consiglio si chiudeva con il problema, in quel momento di notevole attualità e rilevanza, del passaggio dal piede di guerra al piede di pace. Graziali rappresentava l'urgenza di procedere ad una sollecita , radicale smobilitazione per restituire all'economia nazionale quelle energie intellettive e materiali che la guerra aveva necessariamente sottratto . Ma , sosteneva: .. . non basta rimandare a casa delle classi; occorre soprattutto affrettarsi a smontare le colossali macchine burocratiche create per i bisogni della guerra, pletoriche di personale, il quale non trovando facile un pronto collocamento altrove o forse preferendo restare a vivacchiare dov'è, si abbarbica disperatamente al posticino che la guerra gli ha procurato, e crea con sottili sotterfugi e compromessi l'indispensabilità della sua permanenza in tali uffici . Quì ci vuole la falce, da menarsi senza pietà, senza riguardo, pretendendo che a fronteggiare la mole, indubbiamente grande , del lavoro stesso di smobilitazione si provveda più con la migliore qualità e col raddoppiato lavoro di pochi che non col numero grande di mediocri e di pigri impiegati.


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Terminato questo lavoro di falce sugli uffici straordinart venutisi creando con la guerra , bisognerà cominciarlo, con eguale energia, in quel fabbricane chiuso e privilegiato dove si annida l'Amministrazione Centrale della Guerra, vecchio stabilimento fornito di macchine arrugginite e pesanti , vecchio di idee e di sistemi, per ridurlo una buona volta a quello che (per la sua stessa qualità militare) dovrebbe essere, e cioè un modello di semplicità e di speditezza di lavoro, tale davvero da essere di esempio a tutte le altre amministrazioni centrali dello Stato. Ma sarà lotta dura !

E lotta dura in effetti sarebbe stata, allora e nei decenni successivi, e destinata alla sconfitta. Graziali, nell'ambiente militare italiano , godette sempre di un ampio prestigio quale il suo curriculum, il carisma personale , la preparazione professionale e la componente intellettiva e culturale della sua personalità non potevano non accreditargli , e ciò soprattutto presso i quadri intermedi della gerarchia per i quali rappresentava quel profilo di comandante immaginato ed auspicato dai migliori; ma certamente, ai livelli più alti, il suo indice di gradimento, per usare un termine di oggi, non fu mai altrettanto elevato, e ciò è abbastanza faci lmente spiegabile se lo si mette in relazione con quello che era appunto un dato incontrovertibile della propria personalità: la ricerca cioè di un efficientismo professionale nella struttura militare che, in quanto tale, veniva a costituire una grossa minaccia per tutti coloro i quali invece - è amaro doverlo ammettere, ma erano la maggioranza - dell'immobilismo ignavo e neghittoso facevano un modus vivendi cronicizzato. Sotto questo aspetto, era un personaggio decisamente scomodo . Riteniamo importante questo documento perché ci sembra costituisca una chiara espressione della sua visione della questione militare. E se si rapportano le considerazioni in esso contenute con il reale stato delle cose , al momento e nei tre anni immediatamente successivi, non si può non riconoscerne la sostanziale validità. Il problema militare, nel coacervo dei tanti altri problemi italiani di allora, se non era certamente il principale non era neanche l'ultimo ; al di là degli aspetti contingenti legati alla smobilitazione, che sarebbe stata pressoché portata a termine durante i primi mesi del 1920, sussisteva la grossa questione del futuro ruolo ed assetto dell'apparato militare. Ma, con una prassi che sembra una costante nella dinamica dei rapporti fra le varie componenti istituzionali del nostro paese , anche questa problematica era affrontata e vissuta con un carattere di poca chiarezza e molta ambiguità. Se è vero, infatti,


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che proprio negli anni 1920 e 1921 la discussione sui problemi militari aveva assunto una diffusione unica nella storia dell 'Italia unita , con la partecipazione di quasi tutti gli organi ed i partiti politici, è altrettanto vero che, nell a realtà , al di fuori delle diatribe dialettiche e cartacee. alla riluttanza degli ambienti militari a procedere alle necessarie elimin azioni del superfluo corrispondeva la ritrosia, fino alla rinuncia , degli ambienti politici a seguire ve ramente da vicino i problemi delle Forze Armate. Nitti. sin dal marzo 1919, aveva preso posizione a favore di un ministro borghese per i dicasteri militari: Io ho creduto cd ho molte volte suggerito come indispensabile cosa soprattutto affidare l'amministrazione militare in mani borghesi. Tutto il tempo passato al Ministero del Tesoro mi ha confermato in questo mio fermo convincimento. che i militari devono essere lasciati alle loro funzioni esclusivamente militari. L'Italia soltanto tra i Paesi democratici ha la fissazione assurda di mettere militari a capo dei ministeri militari. È una opravvivenza arcaica. qualche cosa come l'ittiosauro della nostra vita politica. I militari non hanno il concetto dell 'amministrazione civile. non auribuiscono alla spesa alcuna importanza e soprattutto no n si re ndono conto della situazione reale (2).

Due mesi dopo, invece. nel formare il suo primo Gabinetto. non solo conferiva l'incarico di Ministri per la Guerra e per la Marina a due uffic iali generali delle rispettive Forze Armate ma, sull a scia di una tradizione del tempo di guerra che era stata sempre vivamente rimproverata a Cadorna , le nomine ribadivano inte ramente le designazioni fatte dai rispettivi Capi di Stato Maggiore, Diaz per l'Esercito e Thaon di Revel per la Marina. La contraddizi one può apparire meno conclamata , o comunque più comprensibile, e la si guarda in que lla che doveva essere la vera motivazione del criterio di scelta. Il pia no di rapida smobilitazione, fulcro imprescindibile della questione militare secondo l'ottica nittiana , andava a rilento, o pponendovisi una serie di ostacoli tra i quali la coalizione di interessi legati al protrarsi di una situazione per molti versi. e per molte categorie di persone , utile e comoda. Senza uno stretto accordo con il Capo di Stato Maggiore in carica, il problema non era destinato ad una sollecita risoluzione, e d'altra parte a Diaz lo legavano già rapporti di collaborazione fin dall'epoca della guerra che, (2) Rochat G. L'esercito italiano da Vi11orio Veneto a M11ssoli11i , Latcrza, Bari. 1967. pagg. 51-52.


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per certi aspetti, erano assurti quasi ad una vera e propria amicizia (3); il lasciargli la facoltà della designazione del generale cui affidare il ministero non avrebbe che rafforzato questi vincoli , dandogli quell'alleato del quale necessitava. Il ministro Albricci era uno dei più fidati collaboratori di Diaz, un esperto conoscitore della struttura amministrativa militare cui si associava la positiva immagine di capo che si era creata in Francia al comando del II Corpo d'Armata. I risultati, sul piano tecnico, davano ragione al criterio seguito da Nitti: la smobilitazione procedeva spedita, se si tiene conto che a fronte del milione e mezzo di uomini ancora presenti nell'Esercito all'l luglio 1919, ripartiti in una struttura di comandi e reparti sul piede di guerra pari ancora ai 3/5 di quella di nombre 1918, a dicembre 1919 la consistenza della forza si aggirava sui 500.000 militari, con scioglimento di quattro comandi d'Armata, undici di Corpo d'Armata e ventiquattro di Divisione, cioè più di quanti non ne fossero stati disciolti nei sette mesi intercorsi dalla data dell'armistizio al giugno ·successivo (4) . Albricci aveva sino allora operato bene, estendendo i propri meriti nei riguardi del Presidente del Consiglio attraverso la stesura, in collaborazione con il Guardasigilli Mortara, del decreto per la concessione dell'amnistia per i reati di diserzione commessi durante la guerra. Era un'ulteriore tappa della normalizzazione cui Nitti era fermamente risoluto di venire a capo, - l'altra importante era rappresentata dalla conclusione dell'inchiesta su Caporetto, che aveva sancito ufficialmente come la responsabilità della rotta fosse di alcuni generali, nominativamente indicati e penalizzati, non quindi del governo e neppure dell'organismo militare - liquidandola al più presto, con tutte le conseguenze però che avrebbe comportato la risoluzione tout court di un problema molto delicato sia dal punto di vista della sensibilità individuale e collettiva di chi la guerra l'aveva fatta, sia dal punto di vista delle speculazioni politiche che attraverso di essa si sarebbero innescate, come in effetti fu. Sotto il profilo politico, Nitti non doveva trarre vantaggio dalla sua opera di ripristino della normalizzazione, venendo osteggiato tanto da chi ne era stato colpito o si considerava tale (le destre, che vedevano diminuito il loro controllo sulla nazione) o riscuotendo solo indifferenza da chi ne aveva tratto vantaggio (le sinistre, che vedevano sfaldarsi (3) Monticonc A., Nilli e la grande guerra, Giuffré, Milano, 1961, pagg. 262 e succ., 399 e succ. (4) Rochat G ., op. cit., pagg. 47 e 60.


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una pc a nte bardatura conservatrice) (5). La contropartita dell'appoggio a lui fornito dalla dirigenza militare consisteva appunto nell'autonomia lasciata a questa nell'opera di ristrutturazione, il che poi, tutto sommato, non era altro che la pe rsistenza di una linea di condotta sempre seguita dalla tradizione politica ital iana , che limitava al governo l'emanazione di poche direttive generali (un limite di spe a, una variazione di alleanze), lasciando invece ai militari la più ampia discrezionalità per tutte le scelte relative alla loro organizzazione. Ma, soprattutto in questo caso, c'era pur sempre un limite. Dove Albricci, e per lui lo stesso Diaz, era venuto meno ai propositi ed alle aspettative del Presi dente del Consiglio, contravvenendo all'impronta riformista dell 'azione di governo di questi, era nell'elaborazione del nuovo ordinamento dell 'esercito. Nella sua stesura definitiva, approvata con R.D . n. 2143 del 21 novembre 1919, esso prevedeva, rispetto all'immediato anteguerra , un incremento di unità: i Corpi d'Armata passavano da 12 a 15, le Divisioni da 25 a 30, le Brigate da 48 a 60 (6). Ma l'aumento più consistente riguardava gli organici degli ufficiali: dai 15.858 ufficiali in SAP (Servizio Attivo Perma ne nte) alla vigilia della guerra si passava a 18.800 con una percentuale maggiore di rappresentanti degli alti gradi. D 'altra parte , riportare i quadri alle condizioni del 1914 avrebbe significato l'esodo forzato dall'esercito di 400 generali, 4200 ufficiali superiori e 3000 capitani, cioè gran parte degli ufficia li più sperimentati , con la conseguenza che l'esercito sarebbe stato inquadrato soprattutto da ufficiali improvvisati durante il conflitto, di livello culturale e preparazione tecnica di omogenea. Obie ttivo primo , quindi, delle autorità militari dive niva quello di tratte nere in servizio il maggior nume ro possibile di alti ufficiali , moltiplicando gli incarichi loro riservati , al punto che nei primi mesi del 19 19, ad esempio, erano stati assegnati ad ogni reggimento due o tre colonnelli, così come moltissimi depositi reggimentali avevano al comando un ufficiale dello stesso grado (7). Un ele mento di vulnerabilità dell'ordinamento AJbricci, la mancanza di considerazione

(5) Rochat G .. op. ci 1., pagg. 61-62. (6) L aumento era per metà soltanto apparente, perché dovuto alla riunione in brigate , fin dal tempo di pace. dei 12 reggimenti bersaglieri cui non si riconosceva alcuna differenziazione di impiego rispetto alla fanteria; solo i primi due reggimenti della specialità conservavano un battaglione ciclisti. L'effettivo incremento della fanteria ammontava perciò a sci brigate. (7) Rochat G., op. cit., pagg. 132 e 137. 0


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per la forza bilanciata, prevista in soli 210.000 uomini, era momentaneamente neutralizzato dalla presenza alle armi delle classi trattenute in servizio, con un complesso di uomini che tendeva a diminuire ma restava sempre molto al di sopra del livello di forza indicato (8). Lo stesso Albricci, nel corso di un dibattito al Senato (9) , aveva dato un sintetico giudizio politico sull'ordinamento da lui proposto, affermando che esso forniva una base sia per la smobilitazione e sia per le trasformazioni che l'esperienza bellica avrebbe suggerito , ed assicurando che la nuova struttura militare, benché più ampia della precedente, sarebbe risultata meno costosa. Nel 1920, la spesa mensile dell'esercito aveva subito una forte riduzione, passando dagli 846 milioni del luglio 1919 ai 346 del dicembre successivo, per oscillare nei mesi seguenti intorno a quest'ultima cifra . Solo due terzi di tale somma corrispondevano però a vere e proprie spese militari , mentre il rimanente era da attribuire agli strascichi del conflitto. Tuttavia, non era facile stabilire una netta divisione fra le due gestioni che coesistevano nel bilancio della Guerra. Le polemiche politiche finivano per focalizzarsi su questa cifra complessiva, pressoché unanimamente giudicata eccessiva. Il Presidente del Consiglio insisteva sulla necessità di ridurre ulteriormente le spese militari, costringendo il ministro della Guerra a continue valutazioni sul costo delle occupazioni ancora in atto e delle economie che si sarebbero realizzate con altri congedamenti (10). La questione finanziaria diveniva pertanto un serio motivo di attrito fra Nitti ed Albricci, - già colpevole dell'adozione di provvidenze fra cui quelle relative al miglioramento del trattamento economico di ufficiali e sottufficiali ed all'aumento della razione viveri e della cinquina per la truppa - con al centro del contrasto il costo dell'attuazione del nuovo ordinamento di cui forse, in un primo tempo , non erano state attentamente valutate le implicazioni economiche che ora, invece, soprattutto ad opera di Giolitti alla Camera e di Di Robilant al Senato, venivano ampiamente sottolineate. Stimolato da tali sollecitazioni, Nitti il 3 gennaio 1920 aveva chiesto ad Albricci di sospendere l'applicazione del decreto, fatta eccezione per quella parte che atteneva ai provvedimenti per agevolare una rapida smo(8) Gallinari V., op. cit. , pag. 211. (9) Biblioteca Senato, Raccolta degli Atti Parlamentari, Documenti ed Aui interni, XXV legislatura, discussione del 29.12.1919. (10) Rochat G. Alcuni dati sulle occupazioni militari adriatiche durante il Govemo Nitti, in Il Risorgimento, XVIII, n. 1/1966.


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bilitazione. Albricci, e non gli i può dar torto, rispondeva di non ritenere di poter continuare a far parte di un governo che sconfessava un provvedimento già approvato, con grave pregiudizio della sua personale immagine e credibilità. Le dimissioni di Albricci ed il rimpasto ministeriale del marzo 1920 fornivano a Nitti l'occasione per dare avvio alla serie dei ministri civili al dicastero dell a Guerra, - in realtà. c'era stato già un precedente una dozzina di anni prima, attraverso la designazione quale ministro della Guerra dal dicembre 1907 all 'aprile 1908 del senatore Severino Casana - che si sarebbe contin uata sino alla formazione del governo Mussolini, sanzionando di fatto il primo orientamento in materia di cui aveva già fornito un'anticipazione attraverso quanto affermato un anno prima, e che ribadiva ora in occasione del discorso di presentazione al Senato di questa nuova versione del suo ministero: È parso necessario affidare ad un mini tro non militare la direzione del Ministero della Guerra. Come ormai in tutti i Paesi a regime democratico e parlamentare, una delle maggiori amministrazioni dello Stato, che ha così grande azione sulla vita economica, finanziaria e spirituale del Paese, non può essere sottratta alrazione diretla dei parlamentari i quali, con rausilio dei tecnici (come avviene in tutti i ministeri in cui il tecnicismo preva le) possono collegare, in intimità perfetta, Esercito e Paese, nella stessa guisa con la quale runo si è confuso nell'altro sul campo della lotta e della vittoria (11).

Al socialista riformista Jvanoe Bonomi. nominato mrn1stro. Njtti cniedeva solo energiche economie con riduzioni di unità , di ufficiali , di cariche, di pensioni, ma la determinazione del nuovo ordinamento provvisorio, ed in genere del nuovo assetto dell'esercito. veniva la ciata come prima ai militari che avevano avuto carta bianca nell'utilizzazione dei fondi connessi, con il che si veniva a realizzare una riproduzione dell'ordinamento Albricci, anche se i tagli ad esso apportati risultavano notevoli e spettacolari. Bilancio presunto da 1500 a 1200 milioni an nui , forza bilanciata da 210.000 a 175.000 uomini , Corpi d'Armata da 15 a 10, reggimenti di fanteria e bersaglieri da 120 (su tre battaglioni) a I 08 (su due battaglioni). riduzioni organiche per tutte le altre Armi e servizi; questi i tagli

(11) Biblioteca Senato, Raccolta degli Atti Parlamentari, Documenti ed Affari imemi, XXV legislatura. discussione del 22.3.1920.


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principali, cui erano da aggiungersi altre misure quali l'aumento del numero di ufficiali che dovevano lasciare l'esercito, la diminuzione del trattamento economico di P AS (12) e la riduzione della ferma ad otto mesi che, peraltro , non avrebbero mai avuto applicazione o l'avrebbero avuta in forma molto parziale. In particolare l'ultima, incompatibile con le esigenze tecniche di un esercito modellato per una ferma di due-tre anni. In altri termini, Bonomi avallava un ordinamento di vecchio tipo , contentandosi dell'apparenza di una riforma democratica. Abbiamo parlato , nelle pagine precedenti , di ambiguità e demagogia per definire il modo con il quale la problematica militare italiana veniva affrontata a livello politico, e di conservatorismo per quanto si riferiva all'ambito militare stesso. Per le prime, può farne fede una dichiarazione del ministro al Senato: Noi dobbiamo dare la sensazione che vogliamo andare verso l'avvenire, plasmando questi nostri istituti militari in modo consono alle attuali esigenze della vita sociale e politica del Paese. Non dobbiamo compromettere l'avvenire, ma dobbiamo dare la sensazione che non si ritorna semplicemente al passato (13).

Come esempio di inconsistenza, riteniamo che il pistolotto, da parte dell'uomo politico che più era destinato ad occuparsi di problemi militari nel dopoguerra, sia estremamente significativo. Per il secondo, lo comprova l'atteggiamento delle alte gerarchie militari, in primo luogo il Capo di Stato Maggiore Badoglio, che coprivano con il loro avallo tecnico il nuovo assetto più ridotto dell'esercito. Molto severo il giudizio di Stefani: ... [tutti i provvedimenti presi] rafforzavano la convinzione dell'imminenza dell'ultima ora, della quale non potevano non essere considerati complici l'inerzia ed il silenzio dello Stato Maggiore e le discordie delle alte gerarchie militari incapaci, (12) Posizione Ausiliaria Speciale, istituita nel novembre 19 19 per quegli ufficiali pienamente idonei fisicamente e professionalmente che avessero almeno quindici anni di anzianità di servizio utili per la pensione, tenendo conto che gli anni di guerra erano calcolati COl'le doppi. Essi avrebbero potuto lasciare volontariame nte il servizio con un assegno provvisorio pari a circa i 4/5 dell'ultimo stipendio, calcolato in modo da favorire chi avesse servito in zo na di guerra. Ne fruirono 2700 ufficiali che si trovarono presto economicamente e moralmente a disagio. (Rochat G., L'esercito italiano da Viuorio Veneto a Mussolini, Laterza, Bari , 1967 , pagg. 149 e 279). (13) Biblioteca Senato, Raccolta degli Atti Parlamentari, Documenti ed Affari interni, XXV legislatura, discussione del 18.9.1920.


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nonostante la rappresentanza parlamentare, di esprimere un indirizzo univoco di politica militare; alcune impegnate nel difendere !'efficienza dell'Esercito, altre rassegnate ai tempi, altre infine disponibili ad assecondare le varie parti politiche. Forse lo stesso Ministro della Guerra non si rese sufficientemente conto all'inizio del disagio spirituale , dei malumore morale, della gravità delle condizio ni materiali e del disastro ordinativo che sarebbero stati provocati dalla riforma; è mei10 credibile che non se ne sia reso conto il Capo di Stato Maggiore che non scisse la sua dall'altrui responsabilità ed avallò tutto con il suo silenzio, senza dire se era stato interpellato e non ascoltato o se si era espresso favorevolmente sul progetto. Non senza ragione l'Onorevole Gasparotto disse aila Camera: Si critica il Ministro della guerra Bonomi. ma la diminuzione dell'Esercito, la riduzione dei quadri ufficiali, la dimenticanza della macchine e di altre innovazioni o limitazioni non fu rono concepite dal Ministro Bonomi col Capo di Stato Maggiore Badoglio? (14).

Più pragmatico ed assolutorio il commento di Rochat: ... Si è voluto rimproverare Badoglio di aver accettato la riduzione dei fondi e degli organici: ma la situazione politica non ammetteva alternative ed il suo controllo dell 'Esercito non veniva intaccato; gli si apriva così la possibilità di infiniti ripieghi per mantenere in servizio un numero di ufficiali maggiore di quello previsto e d attendere tempi migliori. Né Bonomi era uomo da stringere i tempi: il suo decreto sull'ordinamento conteneva l'esplicita promessa di un ordinamento definitivo entro ranno , ma solo a fi ne luglio venne nominata una Commissione parlamentare consultiva per lo studio dell'ordinamento definitivo che avrebbe costituito uno splendido alibi per l'immobilismo (15). Badoglio non era quindi il distruttore dell'esercito permanente , il nefasto portafiaccola della democrazia, ma l'uomo freddo che badando alla sostanza mirava a salvare quanto più possibile dell'ordinamento tradizionale , degli ufficiali di carriera, dell'organizzazione messa in piedi dalla guerra: tanto che Giardino , pur diviso da Badoglio da un'acre rivalità personale, chiedeva in Senato la garanzia che il controllo del-

(14) Stefani F., op. cit. , voi. TI, tomo 1°, pag. 58. (15) .. . né il Ministro f ece nulla, nemmeno sollecitando·i lavori della Commissione Parlamemare, perché ci si avviasse verso la nuova organizzazione di cui pure sentiva la necessità (Gallinari V., op. cìt., pag. 2 16).


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l'Esercito non venisse sottratto ai militari, che lo avevano guidato alla vittoria, anche se così rinforzava la posizione del rivale (16) .

Il nuovo ordinamento provvisorio , comunque, era accolto passivamente da un 'opinione pubblica disorientata dall'avallo delle gerarchie militari e dall'interventismo di sin istra, il che peraltro non gli impediva di restare in vigore per circa tre anni. Un'innovazione destinata a durare era la nuova denominazione dei generali, basata sulle funzioni di comando: si avevano così per la prima volta nell 'esercito italiano i generali di Corpo d'Armata , di Divisione e di Brigata . È interessante , e rientra in questa carrellata con la quale ci prefiggiamo di sintetizzare lo scenario nel quale Grazioli avrebbe iniziato il periodo post-bellico della sua attività dirigenziale, soffermarsi brevemente sulle caratteristiche di fondo di queste gerarchie militari , a proposito delle quali può operarsi una suddivisione a grandi linee in due correnti , separate da diversità di impostazioni ideologico-politiche nonché da accese rivalità sul piano personale. La prima di esse aveva una chiara impronta nazionalistica , era particolarmente attenta e sensibile alle questioni di politica estera nelle quali , per la risoluzione delle stesse annessioni territoriali di cui si faceva promotrice, auspicava un atteggiamento di intransigenza e di forza. Nei confronti delle problematiche strettamente militari , era tenacemente conservatrice , decisamente fautrice del più rigido immobilismo tecnico. Ne facevano parte personalità abbastanza eterogenee quali Emanuele Filiberto Duca d'Aosta, grande nome, ma non molto di più , l'ammiraglio Thaon di Revel , dotato di maggior senso ed equilibrio politico, con grande ascendenza nell'ambiente della Marina e dell 'industria cantieristica, ed il generale Giardino , temperamento tendenzialmente cospiratorio, egocentrico , forse miglior distruttore che costruttore (17), anelante al ruolo di salvatore della Patria per il quale non aveva che l'ambizione (18). L'altra corrente si impersonificava nel duo Diaz-Badoglio, e quindi nel Comando Supremo. Sotto il profilo politico, i due uomfoi perpetuavano la tradizione di agnosticismo dell'esercito pre-bellico, non

(16) Rochat G., L'esercito italiano da Vittorio Vene10 a Mussolini, Laterza. Bari , 1967, pagg. 168-1 69 ( 17) Gatti A.. op. cit., pag. 72. ( 18) Rochat G ., op. cit. , pag. 55.


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avendo né posizioni ben definite né ambizioni. Erano l'esatta proiezione dell'ufficiale di Stato Maggiore tradizionale, caratterizzata da una precisa conoscenza ed esperienza dei meccanismi burocratici ed amministrativi della macchina militare e da una genuina attitudine per il comando, senza ulteriori interessi o vocazioni in settori di altro genere che non fossero quello del controllo dell'esercito, obiettivo di facile acquisizione dal momento che all'interno di questo contavano proseliti e collaboratori di piena affidabilità e presso i quali godevano di sicuro ascendente. Diaz e Badoglio erano quindi governativi per vocazione, anteponendo la conservazione della loro posizione a miraggi politici e speranze lontane. Difensori delle necessità dell'Esercito ed insieme del loro prestigio, non erano tuttavia chiusi alle esigenze politiche, per esempio finanziarie. E l'esperienza della guerra li aveva resi aperti almeno in due direzioni: la necessità di una politica che non trascurasse certe richieste delle masse (dalla ferma breve alla smobilitazione) e di un certo rinnovamento dell'Esercito che però non doveva giungere sino a compromettere la posizione loro e degli ufficiali di carriera. Era quindi naturale la loro collaborazione con Nitti , cui offrivano sinceri propositi di normalizzazione ed effettive capacità di amministrazione, oltre che una collaudata ostilità ad avventure adriatiche. Ma proprio la loro vocazione governativa avrebbe segnato i limiti della loro collaborazione con Nitti; così li troveremo egualmente legati a Giolitti e poi a Mussolini, anche se gli aspetti chiassosi del fascismo saranno più congeniali a Giardino che a Badoglio. Più in generale, il rovesciamento della tendenza politica a partire dal 1920-21. cioè la ripresa della destra , porterà costoro verso posizioni più chiuse, in politica come in materia militare. Si ha cioè l'impressione, per usare termini ingenerosi, che le prese di posizione relativamente aperte del 1919 fossero più il frutto dei tempi che di convinzioni personali; Diaz in particolare evolverà rapidamente verso una posizione al di sopra dei partiti, di salvatore della Patria senza ambizioni politiche, ma con una sete crescente di riconoscimenti ed onori (19).

D'altra parte, fra le due correnti non si sarebbe addivenuto mai a veri e propri scontri; sia le diatribe personali, sia le azioni per la sottrazione del controllo dell'esercito a Badoglio quali si sarebbero (19) Rochat G .. op. cit, pagg. 55-56.


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verificate nel periodo 1920-21. non sarebbero mai uscite dall'ambito dì un riserbo scevro di qualsivoglia interferenza politica, rimanendo limitate ad un livello d1 rivalità personali o corporative che non dovevano mar incrinare il fronte della salvaguardia dei comuni mteress.i. Badoglio era divenuto Capo di Slato Maggiore il 2L novembre 1919. e lo sarebbe rimasto sino al 3 febbraio 1921. Pur dando il dovuto credito alla citata interpretazione di Rochat circa il razionale opportunismo del suo atteggiamento nei confronti del binomio NittiBonomi, non si può non ritenere come alla base dello stesso atteggiamento vi fosse il desiderio, oltre che di fungere da conservatore dell'ordinamento tradizionale, anche di rafforzare attraverso i politici la propria posizione di dominus all'interno dell'esercito. L'uomo era quello che era. allora come in seguito, e certo ambizione, egoismo e cupidigia di potere sono connotazioni sulle quali ci sembra unanime l'accordo di tutte le fonti che si sono occupate della sua personalità. U n ufficiale che a quel tempo gli era stato molto vicino. Emilio Canevari, così s1 esprimeva: .. Badoglio intendeva scavalcare il suo capo. Diaz, e perciò si insinuò presso Nittì facendo comprendere come egli sarebbe stat!) il tecnico che avrebbe avallato le riforme propugnate dalla democruia ... (20).

Altri autori attribuiscono invece l'avvicendamento con Diaz al desiderio di questi di sottrarsi ad un compito gravoso e sempre più compromettente. ponendosi al di sopra dei partiti e degli uomini (21 ). Quest' ultima notazione sul personaggio, soprattutto. ci sembra convincente. e ci richiama alla memoria un tratto tanto breve q uanto efficace che ne offre Olindo Malagodi: L'impressione che egli dà subito è quella dì una grande semplicità e modestia congiunta a buon senso ed equilibrio, e con un fonèlo dì finezza che non si confonde però con la furberia ... È subito evidente che egli non ha né la voglia né la capacità retorica dì drappeggiarsi nelle sue fortune per apparire maggiore della propria struttura (22).

(20) Dc Biase C. L'aquila d'oro, storia dello Stato Maggiore ilaliano 1861-1945. Edizioni del Borghese. Milano, 1969. pag. 360. (21) Rochat G., op. cii., pag. 154. (22) Malagodi O. Conversazioni della guerra 1915-1918. Ricciardi, Milano, 1960. voi. II, pag. 442.


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Gli altri membri dell'alta gerarchia militare, non orbitanti nell'una o nell'altra delle due correnti, giocavano ciascuno un ruolo piuttosto personalizzato, da batlùore Libero si direbbe oggi. Cadorna, pur arroccato nel suo isolamento rancoroso, non celava le proprie simpatie nei confronti dei nazionalisti. apertamente ricambiato; Capello, nella sua proteiformità che lo portava a stabilire contatti con molte delle parti politiche. inclinerà verso il movimento fascista prendendone parte alle vicende più significative dell'ascesa verso il potere. salvo poi ad assumere un atteggiamento frondista .in ossequio ai dettami massonici: Caviglia, infine , atteggiantesi ad uomo d'ordine e cultore d1 una linea di forza legalitaria, doveva anch'egli assumere una posizione ostile al fascismo , che pure rappresentava il piu logico sbocco di un orientamento del genere. unicamente in virtù dell odio profondo che nutriva verso Badoglio. Accanto alle singole figure degli esponenti, è opportuno accennare a quanto aweniva. nel periodo di cui ci stiamo occupando, ncl1·ambito delle strutture militari e di quelle politiche ad esse correlate La Commissione Parlamentare Consultiva, istituita nel luglio 1920, era costituita da una ventina fra deputati e senatori senza alcuna preparazione specifica in matena militare ad eccezione dei quattro generali a riposo che ne facevano parte (Caneva, Zupelli . Grandi, Mazza); era m grado quindi d1 svolgere il primo dei compiti attribmt1gh da Bo nomL rnini<;tro della guerra anche con il Gahinetto Giolitti subentrato a quello d1 Nitti nel giugno 1921. stimolare cioè l'attenzione del mondo politico sui problemi militari . ma certo non il secondo, l'elaborazione di un ordinamento duraturo per l'esercito. e per di più senza disporre di adeguate d irettive orientatrici di base. L'1potes.1 che la creazione della Commi55ione fosse non altro che una manovra diversiva del ministro , destinata a giustificare il nnvio della presentazione del disegno di legge sull'ordinamento dell'esercito. è tutt'altro che priva di fondamento (23). All'altro organo d i controllo politico sulla struttura militare. la Commi5sione Permanente fa,crcito e Marina, creata in contemporanea in occasione delJ a ritorma della Commissione della Camera ed articolata su circa quaranta deputati era demandato l'esame di tutti i disegni di legge concernenti le forze d1 terra e d1 mare: ma anch'essa. in effetti, nor avrebbe acquistato mai vera vita , essendole stata fatale la assoluta

(23) Rocha, G

op cit .. p~,g. 249.


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carenza di dibattiti parlamentari sulle questioni militari e la conseguente declassazione a saltuarie riunioni concernenti la lettura di comunicazioni ministeriali o discussioni settoriali. AccantQ a questi due organi collegiali politici, Bonomi aveva istituito il 16 gennaio 1921 il Consiglio dell'Esercito, destinato a rivestire un ruolo di primo piano nelle lotte per il riordinamento dell'esercito nel 1921-22 e nel 1924-25. In effetti, il Comando Supremo, espressione dell'estensione di attribuzioni che lo Stato Maggiore, originariamente organo di studio, si era assegnato all'inizio della guerra e che non aveva abbandonato al ripristino della pace, aveva portato ad una esautorazione del ministro rispetto al Capo di Stato Maggiore. I due enti, Ministero della Guerra e Stato Maggiore, coesistevano senza una reale suddivisione di compiti, ed anzi spesso contrapponendosi l'uno all'altro, in un clima di comune pletora organica ed amministrativa. La riforma dell'Alto Comando, messa in atto tra la fine del 1920 ed i primi del 1921, aveva sì come scopo quello di eliminare tale pletora ma anche e soprattutto quello di eliminare l'eccessiva autorevolezza di un capo militare nei confronti dell'organo politico. Con l'abolizione della carica di Capo di Stato Maggiore dell'esercito mobilitato , il primo posto nella gerarchia passava così al nuovo organo, posto alle dirette dipendenze del ministro della Guerra che ne era anche il presidente (senza diritto di voto) e composto da nove generali, tra i quali i Generali d'Esercito, grado più elevato della gerarchia militare riservato a coloro che avessero comandato un 'Armata in guerra e che verrà in seguito tramutato in quello di Maresciallo d'Italia, quelli d'Armata designati ed il Capo di Stato Maggiore. Il Consiglio era sempre subordinato al potere politico, divenendo esecutive le sue decisioni solo dopo l'approvazione del ministro, ma doveva essere consultato sulle più importanti questioni relative all'ordinamento, al reclutamento, all'addestramento ed all'equipaggiamento dell'esercito, alla sistemazione difensiva del territorio dello Stato ed, in genere, sui più importanti argomenti interessanti l'organizzazione della difesa nazionale(24). Non sono pochi coloro che, forse un po' malignamente, hanno sempre affermato come la massima benemerenza del Consiglio dell'Esercito sia stata quella di costituire uno strumento per ridimensionare l'attivismo egemonico di Badoglio. Ed effettivamente, la riforma dell'Alto Comando si proponeva proprio questo precipuo scopo. Giolitti,

(24) Giorna_le Militare Ufficiale. 1921, circo!. 48, R D. 16.1.1921.


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infatti. aveva recepito il malcontento d iffuso che regnava nell'ambiente di fronte ai tentativi badogliani di impadronirsi dell'apparato militare, e non aveva esitato , come si è detto, ad abolire la carica in quel momento occupa ta da l personaggio , trasferendone appunto a l Consiglio le attribuzioni. Badoglio e ra stato promosso Generale d'Esercito, pur non avendone titolo, grazie ad un decreto di Nitti che prevedeva tout coun che anche chi avesse rivestito Ja carica di Sottocapo di Stato Maggiore in guerra ne avesse diritto, e net novembre 1919 era divenuto Capo di Stato Maggiore scavalcando disinvoltamente tutti i colleghi di lui più a nziani e meritevoli, me ntre Diaz abbandonava la scena alla sua maniera cheta e malinconica assumendo la carica del tutto onorifica di Ispettore Generale dell' Esercito. Ecco come Giulio Douhet descriveva l'egemonia burocratica del gruppo facente capo a Badoglio: È come un fungo nato nell'Esercito e che lo avvelena. È limitato ad una !>tretta e chiusa categoria di persone che non ha altra idealità se non la propria convenienza e che vive parassitariamente sul gran corpo dell'Esercito e lo deprime .. . è una vera degene razio ne; si riassume nel concetto di far servire l'Esercito a sé (25).

Badoglio si dimetteva il 3 fe bbraio 1921, del che se ne giovava a nche il generale Giuseppe Vaccari , suo Sottocapo, figura sino allora piuttosto nell'ombra nonostante la medaglia d'oro guadagnata nella guerra mondiale, e da cui usciva ora per assumere il nuovo t itolo di Capo dello Stato Maggiore Centrale che avrebbe poi tenuto per due a nni. L'interpretazio ne di Rochat ci pare metta bene a fuoco il succo di tutta la vicenda : La creazione del Consiglio dell'Esercito ci sembra dovuta ad una concomitanza di inte ressi tra i massim i esponenti della vittoria che intendevano sostituirsi a Badoglio nel comando supremo e Bonomi. interessato ad ogni organo che gli permettesse il rinvio di una decisione. Il nuovo assetto dell'Alto Comando, che teorica mente poteva essere difeso, assumeva

(25) Alfa prova . in // Dovere del 19-20 giugno 1920. Era u n settimanale nato nella primavera del 1919 e diretto dallo stesso Douhet. vivamente polemico e bartagliero come il suo direttore e fautore di una politica estera di potenza basala su forze armate rinnovate e moderne.


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così il 5ignificato di immobilismo a tutti i livelli, dai rapporti personali tra i generali alla definizione dell'ordinamento (26).

Un'espressione di questa situazione immobilistica era rappresentata, fra l'altro, dalla sovrabbondanza di ufficiali rispetto alle esigenze dei reparti, con il paradosso però che i reggimenti erano in crisi per la loro carenza che penalizzava non poco l'addestramento. La guerra aveva rivalutato gli uffici. diventati una polizza assicurativa contro il lavoro, la responsabilità , la fatica. al punto che si adottavano speciali indennità atte a stanare il personale ed incentivarlo al servizio presso i reparti. D'altra parte, la pletora di uffici sopravvissuti alla guerra costituiva un escamotage per poter assorbire impunemente ufficiali superiori e generali, con scarse possibilità di attenzione e controllo da parte del governo, dei partiti e degli organi di stampa, il che invece non sarebbe stato possibile fare in seno alle unità operative dove il superamento dei limiti previsti dall'ordinamento provvisorio avrebbe dato nell'occhio. Scriveva Gatti sul Corriere della Sera: Insomma, il pletorico e d1sarmoriico esercito che oggi abbiamo il quale conta tanti organi superiori dirigenti, tanti Comandi di Corpo d. Armata e di Divisione, tanti ufficiali incaricati di uffici quasi inutili. tanti servizi non necessarì alle truppe, tanti generali e colonnelli a disposizione dei comandi di Corpo d·Armaia con compiti di grado assai inferiore (in qualche Comando al posto una volta occupato da un capitano ci sono ora perfino tre colonnelli), tanti soldati che non fanno il loro mestiere (piantoni. attendenti, vice-attendenti, ciclisti); che è insomma d1 così larga e goffa intelaiatura e di così grande costo. e, così com'è, di malcerta solidità (27)

È significativo come sin dal 1919 una voce altamente cntica fosse venuta. sotto questo aspetto, proprio da un esponente militare Tutta la stampa democratica e liberale perorava la conce~~ione di un trattamento pensionistico particolarmente favorevole per qt.~gli ufficiali che lasciassero l'esercito. in modo da favorire ampi esodi volontari. Si sosteneva che gli ufficiali avessero diritto a questa agevolazione come attestato della gratitudine collettiva e di mantenimènto del loro ..:ontratto d'impiego, garantendo loro condizioni eco(26) l{qchat U .. op. cii., pagg. 258-259. (27) L't:scrciw così C()m'è, in Corriere detla Sera del 29.9 1921.


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nomiche adeguati.! anche quando non avessero raggiunto il minimo di anni previsto per la pensione. Il colonnello D ouhet, per contro . nel rigorismo morale al quale si ispirava la polemica vibratamente condotta contro tutto ciò da lui considerato espressione di incompetenza e di malgoverno, affermava che gli ufficiali di carriera non avessero d iritto ad alcun trattamento di favore, poiché in guerra no11 avevano compiuto che il loro stretto dovere e, caso mai. avevano sofferto sacrifici minori di qualsiasi altra categoria d1 cittadini perché assorbiti . in parte notevole, nei comandi e negli uffici. Né l'aver comandato un reparto costituh a titolo al grado ed all"impiego relativo, così come non lo era per gli ufficiali di complemento. D altra parte l'esercito, sempre nella concezione di Douhet, non poteva fare a mano dt ufficiali esperti e collaudati, per cui tutti potevano e dovevano essere mantenuti in servizio. ma retrocessi dt grado e di funzioni fino a compensare le lacune dei gradi inferiori con le eccedenze dei gradi superiori (28). Era un discorso severo, anticorporativo. aveva una sua onestà ed una sua logica di fondo. si ricollega\ a alle corn,idcrazioni formulate da Grazioli nel suo promemoria a Nitti , né era un caso che tra i due uomini vi fosse sempre stato un rapporto di amicizia e di stima cd una sintonia concettuale e soprattutto etica. nata sin daglt anni giovanili di Accademia cd approfonditasi ancor piu m segmto, alla luce delle d iverse esperienze maturate dall'uno e dall 'altro sul piano professionale cd umano . Nel pro-memoria a Nitt1, dal quale ha preso le mosse questo cap1tolo cd al quale la magg101 parte delle vicende sintetinatc ha inteso fare riferimento più o meno diretto, a titolo dt comprO\a o di nesso di pertinenza, era contenuto un altro concetto sui quale è opportuno soffermarsi. quello della nazione armata al quale Gra7ioli auspicava si unitormasse il nuovo ordinamento militare ttahano. rimodernato da quanto emerso attraverso il conflltlo mondiale ecl aderente ai dati d1 probabilità quali potevano desumersi dalio scenario politico militart! a termine medio ed anche medio-lungo. li ..·oncctto di 11a:::1one armma è importante anche percr,c da CS!>\ altri ne sarebbero derivati eh<. avrebbero durevolmente conditio:,~uo il pensiero militare iialiano negli a11111 ::.ucccss1v; Il !!,rande equiioco nel concetto di tw:::un1,.., (lrmata: quc~lo il titolo con il quale presentano it problema Bo~ti .:d Ilari nd lurn bel \olumc sul pensic1 ,1 militare 1talrnno dal pnmo al secondo dopo-

{2S) Rc,d•1t G. op ..:i,. pagg. 142-143.


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guerra (29). In effetti, nel mito della nazione armata erano presenti elementi di grande interesse ma anche caratterizzati da un certo grado di ambiguità. Il termine era stato coniato nel 1880 dal generale tedesco von der Goltz, e serviva a definire il principio dell'esercito nazionale, le cui premesse strutturali erano state poste dalle riforme militari di Federico Guglielmo e di Federico II in Prussia , inteso , in uno con lo Stato, quale forma etica ed organizzativa della nazione. Questo modello si incentrava sulla tripartizione fra esercito permanente a larga intelaiatura, con ferme tendenzialmente brevi per addestrare il maggior numero possibile di uomini, milizia mobile per completare le unità permanenti e soprattutto formare molte unità di prima linea, e milizia territoriale , il tutto con reclutamento a carattere regionale per facilitare la mobilitazione. Nel contempo, esistevano altri tre modelJi di organizzazione militare: quello dei piccoli eserciti di volontari completati da una riserva e da una milizia territoriale anch'essa a base volontaria (Gran Bretagna, Stati Uniti) ; quello degli esercili di caserma, basati non sulle possibilità demografiche bensì su quelle finanziarie e sulle esigenze politico-strategiche dello Stato, con scarso ricorso alla mobilitazione , ferme lunghe e reclutamento nazionale (la maggior parte dei paesi europei); quello infine degli eserciti di milizia, interamente basati sulla mobilitazione e privi di una struttura permanente, a parte le scuole per il reclutamento (Svizzera, Norvegia). Già prima della guerra 1915-1918 l'espressione nazione armata era stata adoperata in modo piuttosto confuso, frammischiando in essa tanto la formula prussiana quanto quella svizzera e considerando , non si comprende bene a quale titolo, quest'ultima come una forma assoluta di nazione armata. In Italia, finita la guerra, le forze politiche democratiche si erano impegnate a proporre lo scioglimento dell'esercito permanente e la sua sostituzione con la nazione armata credendo di rifarsi, con questo termine, al modello svizzero dell'esercito di milizia, mentre i conservatori lo interpretavano in senso profondamente diverso, cioè in quello tradizionalmente e tecnicamente più esatto di modello prussiano. Da questo grossolano equivoco terminologico nasceva, tra il 1919 ed il 1921, un vero e proprio mito politico della nazione armata. Come tutte le cose delle quali non si ha una chiara visione, ma che comunque piacciono , non foss'altro in termini di slogan, nel

(29) Botti F., Ilari V. li pensiero militare italiano dal primo al secondo dopoguerra, USSME, Roma, 1985, pag. A2.


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paese il concetto assurgeva ad una fortissima popolarità, invocato e patrocinato prcssocché da ogni parte (movimenti combattentistici, borghesia progressista, popolari, giolittiani , fasci di combattimento, ecc.) in virtù della genericità di un programma che poteva essere interpretato in modi molto diversi ma nel quale potevano anche riconoscersi alcune caratteristiche politiche fondamentali: patriottismo, rifiuto dell'autoritarismo cadorniano e della separazione fra esercito e società, rivendicazione dell'apporto alla vittoria degli ufficiali di complemento (30). Non mancavano i dissenzienti. Cadorna affrontava il problema da un p·unto di vista prevalentemente tecnico: Io credo che la nazione armata ci condurrà alla nazione disarmata. Siamo bensì arrivati nella grande guerra ad applicare la nazione armata, ma dopo due anni dalla nostra entrata in guerra. a grado a grado, creando ogni anno un certo numero di nuove unità (150 battaglioni all'incirca) i quali si innestavano in unità vecchie agguerrite e perciò diventavano in breve tempo eguali alle medesime. Ma il voler passare in brevissimo tempo dopo la dichiarazione di guerra alla nazione armata senza alcuna consistenza di quadri, di truppa, di disciplina, di esperienza, ecc. io credo che potrà esporci a terribili disillusioni (31 ).

Aldo Valori era l'interprete del dissenso sociale:

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chiave politica e

Il programma della nazione armata messo in pratica sul serio non esclude il militarismo. ma lo serve in pillole o col contagocce invece che in una dose sola. Essa perseguiterà per tutta la vita o quasi i cittadini, mentre la coscrizione ne disturbava una quarta o quinta parte per due anni. Finora, nel nostro paese pigro e poltrone, il servizio militare era considerata una piccola disgrazia, una perdita di tempi inevitabile, da prendersi con filosofia. Con la nazione armata rischia di diventare un'ossessione (32).

(30) Rochat G .. Massobrio G. Breve storia dell'eserciro iraliano dal 1861 al /943, Einaudi, Torino. 1978, pag. 200. (31) Bùtti F., llari V .. op. cit., pag. 47. (32) Valori A. ProMemi militari della nuova Italia, Imperia. Milano , 1923. pag. 51.


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Era una posizione che trovava d'accordo anche Pietro Gobetti ed il movimento salveminiano, che intravedeva nel mito politico della nazione armata le avvisaglie di una struttura autoritaria del contesto sociale e la matrice per il tragico divenire della guerra totale. D'altra parte, come osservano Botti ed Ilari, questo dibattito post-bellico sulla nazione armata si riferiva a due diverse concezioni della mobilitazione militare, cioè della trasformazione dell'esercito di pace in esercito sul piede di guerra. Ne riportiamo testualmente un brano che ci sembra rappresentare molto efficacemente il tema: Ma questo problema appariva superato dal conflitto. Durante la prima guerra mondiale gli eserciti si erano sviluppati fino ad una vera elefantiasi. succhiando risorse umane, finanziarie ed economiche alla società civile, senza poter prevalere gli uni sugli altri. La decisione era avvenuta per usura delle risorse , prima ancora che per la comparsa delle macchine (aerei, carri armati, sommergibili) e della guerra chimica. Ciò di cui si avvedevano i tecnici, e che sfuggiva al dibattito politico, era che il nuovo soggetto della guerra non era più, come in passato, l'Esercito. bensì la nazione stessa. Era dunque la superiorità della nazione, la sua potenza nazionale. ad assicurare la vittoria. non la superiorità organizzativa dell'Esercito e la pura e semplice potenza militare. Anche quest'ultima, con la comparsa delle macchine. si era modificata. Poteva esplicarsi soltanto se l'industria avesse potuto produrre un numero sufficiente di armi moderne, e se queste fossero andate nelle mani degli specialisti. Il problema che si povena, dunque, era completamente diverso da quello dell'anteguerra, caratterizzato da una concezione riduttiva della mobilitazione nazionale come armamenw militare della nazione. Con la comparsa delle nuove armi, ed in particolare del potere aereo e del binomio gas-aviazione. la preparazione militare non poteva più e~aurin,i nel creare il maggior numero possibile di battaglioni interrati nelle trincee. Occorrevano invece esercit: molto mobili di specialisti, in grado di sfruttare il snccesso ,;trategico ottenuto dall'aviazione. La guerra doveva diventare preventiva. di sorpre~a: ciò non avrebbe consentito più di effettuare le tradizionali lunghe operazioni di mobilitazione e radunaia degli eserciti. Gli strumenti militari avrebbero dovuto essere mantenuti costantemente sul piede dì guerra e dislocati in prossimità dei prevedibili teatri operativi. assegnando a ciascuna unità. fin dal tempo di pace. preòsi obiettivi tattici da realizzare non appena né' fosse impartiti.) l'ordine. In questo


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modo le macchine trasformavano anche gli eserciti terrestri in strumenti militari in be111g come le floue e combat ready come le forze aeree. Questo nuovo ass<.:tto dell'Esercito ne mutava profondamente la struttura sociale. :-.:on era più esclusivamente ''organo c Io strumento per la mobilitazione militare, dato che doveva essere permanentemente mobilitato e ad operatività immediata, sia pure in ridotte dimensioni. La mob1lttazionc diventava totale. dell'intera nazione, ;na non era più armata bensì civile, econom1c.,, industriale e finanziaria. La mobilitazione non era dunque più un'attribuzione del Comando Supremo dctrEscrcito, m. dell'intero vertice politico delia nazione , responsabile della difesa na:ionale (33)

Ne derivavano i concetti di esercito piccolo e pronto, o lancia e scudo, capace cioè di assicurare la difesa delle frontiere (scudo) e di compiere ardite operazioni offensive (lancia) sia pure di raggio limitato, e di nazione organizzata, qualcosa di non molto diverso da una nazione armata in cui le nuove armi dovevano avere il necessario sviluppo. in pratica una flotta aerea assai forte. destinata ad imporsi anche sul mare, e sorretta da una grande industria chimica, ntegrata da milizie territoriali con ferma di pochi mesi e frequenti richiam i per istruzione, con ridotta intelaiatura di ufficiali di carriera cd il più amp10 ricorso ad ufficiali di complemento. Erano concetti ~pesso presentati come del tutto contrapposti cd inconciliabili. mentre in realtà presentavano fra loro numerose analogie che rendevano difficile. se non puramente accademico, tracciare rigide demarcazioni, e tra i quali poteva rilevarsi, in ultima anal isi, solo una diversa enfatizzazione nello spostamen to verso l'uno o l'altro dei due poli q uanfità-qualità. Ma c'era. alla base, un altro equivoco di fondo. Le discussioni m1lita\i nel periodo di cui si sta parlando erano pressoché costan temen te accentrate sull'ord inamento dell'esercito, mentre i richiami all'esperienza bellica. nemmeno troppo frequenti, erano sempre riferiti al presupposto che una guerra futura non si sarebbe troppo discostata da quella del 1915-1918. Solo una modesta aliquota di studiosi, Douhet in testa. si soffermava a sottolineare l'importanza dei mezzi accanto al fattore umano, in particolare di quelli (aerei e carri armati ) che la guerr~ da poco terminata preconizzava come destinati ad un ruolo determinante. Nessuna conclusione, comunque, veniva (33) Botti F.. flan V .. op. cit.. pag. 49-50.


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attivata fra questi studi suUa guerra del domani e le problematiche sull'ordinamento dell'Esercito, dal momento che nessun serio influenzamento derivava dalle loro fatiche intellettive sulle sfere politiche e militari a livello decisionale, alle quali va fatto carico di aver orientato il dibattito sul piano meramente organico-ordinativo e sulle sue implicazioni socio-politiche, importanti , certo, ma non per questo tali da far misconoscere il problema dei nuovi mezzi tecnici in tutte le sue sfaccettature (analisi, progettazione, produzione, logistica, dottrine di impiego, addestramento) . li colonnello Barone, noto studioso e docente di arte militare di una certa notorietà, così compendiava le cause: È mancanza nei supremi reggitori di sufficiente elasticità di ingegno per vedere chiaro e lontano? È arrugginimento di cervelli? È timore di assumersi le grandi responsabilità che queste trasformazioni traggono seco, preferendo che altri facciano prima e copiarli poi pedissequamente?... È effetto di animi troppo ligi a non offendere alcuni interessi di classe e di grosse prebende? (34).

La risposta a questi interrogativi poteva risiedere nella spassionata ed impietosa, anche se amara, disamina di quelle che erano le posizioni delle parti in causa, originate da motivazioni diverse ma convergen ti in un'unica finalità. Le gerarchie militari prendevano te mpo , tenendo a bada o dilazionando il rischio, attraverso lo sviluppo delle nuove tecnologie, di un'eccessiva dipendenza dall'apparato industriale e quindi anche dal sistema politico. Gli esponenti di quest'ultimo vivevano una situazione di ambivalenza, in relazione alla propria posizione ideologica ed ai relativi schieramenti: una parte trovava comodo - non riusciamo a trovare un aggettivo che renda più chiaramente l'atteggiamento di chi sa o potrebbe sapere, ma valuta più opportuno dissimulare le conoscenze ed è disponibile a qualsivoglia garanzia o rassicurazione che possa, a guisa di alibi, allontanare il problema - assecondare la componente militare, l'altra , quella più incline ad una ristrutturazione in chiave democraticoprogressista dell'esercito, guardava con sospe tto a questo apporto tecnologico innovativo nel quale intravedeva un argine posto dai militari , con la scappatoia della motivazione tecnica, all'intervento e

(34) Pcntimalli N. La nazione organizza/a, Tipografia Cartiere Centrali, Roma, 1922, pag. X della prefazione redatta dal Barone.


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quindi al controllo politico. Che poi questo avesse potuto realizzarsi con risultati di una qualche val idità, era tutto da dimostrare, quando si consideri che in circa tre anni e mezzo, dal gennaio 1919 all'ottobre I922, si sarebbero succeduti dieci ministri della Guerra con una durata media per ciascuno di 135 giorni, fatta eccezione per Giulio Rodinò che diventava ministro due volte, la prima dal 22 maggio al 15 giugno 1920 e la seconda dal 2 aprile al 4 luglio 1921, totalizzando 11 8 giorni complessivi con una media di 59 giorni per ogni volta (35). In altri termini, i nuovi mezzi bellici non rientravano nella dimensione e nella dinamica, non solo strutturale ed organizzativa, ma anche psicologica e culturale, di un esercifo di caserma. Perché questo, purtroppo, era e sarebbe stato anche in un futuro più remoto l'orientamento, e le vicende degli anni Quaranta ne avrebbero ampiamente dimostrato la fallacità. Abbiamo inteso, con questa digressione sul problema militare italiano e su lle relazioni politico-militari q ua li si configuravano a circa tre anni dalla fine del conflitto, forse troppo lunga nell'economia del nostro lavoro. ma necessaria, evidenziare quanto le considerazion i espresse ne l pro-memoria inviato a Nitti dal generale Grazioli trovassero riscontro nella realtà e fornire un'idea della situazione e dell'atmosfera generale nell'ambito delle qua li egli si apprestava ad iniziare un nuovo ciclo della propria vita professionale. Lo scenario è necessariamente som mario; per un maggiore approfondimento, si rimanda a lle opere citate ed ai riferimenti bibliografici in esse contenuti. nonché ad alcune altre (36). *

*

*

Dopo un periodo trascorso a disposizione del Ministero della Guerra, impegnato in una generica attività di studio e consulenza su (35) Scrive\'a Angelo Gatti: Per lui. se l'argo111e1110 si prestarse allo scher:o. si potrebbe parafrasare la famosa epigrafe per il bambinetto che: 1111cque, pianse e morì ... Si evince quale i111por1a11:a si anneflesse al 111i11istero della difesa patria affidandolo ad 1111 i11compete111e e lascia11doglielo per 59 giorni (Gatti A. Tre a1111i di l'ita militare. Mondadori, Milano. 1924. pag. 75). (36) Canevari Emilio. la guerra italiana. Retroscena della di1faua, Tosi. Roma. 1948; Historicus. Da Versailles a Cassibile. Cappelli. Bologna, 1954; Whittam John, Storia dell'eserciro iwliano. Rizzoli, Milano, 1979; Ceva Lucio. Le Forze Armate. Utet. Torino. 1981; L'esercito iwliano fra la prima e la seconda 1?uerra mondiule. Ministero della Difesa. Stato Maggiore EsercilO. Ufficio Storico. Roma. 1954.


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alcuni dei molteplici problemi connessi con il ritorno dell'esercito alla configurazione di pace, e nei lavori delta Comm issione Speciale per il riordinamento dell'artiglieria, di cui faceva parte con Badoglio . Dallolio, Clavarino, Cortese e Garrone (37), nel maggio 1920 Grazioli assumeva ufficialmente la denominazione di generale di Corpo d'Armata - il grado effettivo gli verrà attribuito a decorrere dal 1° dicembre 1923 (38) - ed era nominato Direttore Superiore delle Scuole Militari. Si trattava di una Direzione di nuova istituzione, attraverso la quale lo Stato Maggiore intendeva riformare radicalmente programmi e metodi di insegnamento di tutti gli istituti e le scuole militari alla luce delle recenti esperienze belliche. La loro rielaborazione teorica poteva, fra l'altro, rappresentare uno stimolo per un rinnovato impulso alla vita intellettuale dell'esercito, che aveva già trovato parziale espressione nel 1919 con la ripresa delle pubblicazioni della Nuova rivista di Fanteria e nella fondazione della Rassegna dell'Esercito Italiano, entrambe affidate alla cura del generale Barbarich (39). Particolare attenzione si intendeva rivolgere ai corsi di perfezionamento realizzati per integrare la cultura piuttosto approssimata dei numerosissimi giovani ufficiali delle varie Armi creati frettolosamente durante la guerra. Il compito era interessante e non privo di stimoli , allorché si pensi che il Direttore Superiore poteva estendere la propria azione direttiva sull'Accademia Navale di Livorno e sul Corso Superiore Navale di La Spezia allo scopo di unificare , per quanto potesse essere unificabile, la preparazione culturale degli ufficiali dell'Esercito e della Marina. In collaborazione con lo Stato Maggiore erano state istituite le Scuole Centrali per avviare, con criteri eminentemente pratici, gli ufficiali delle varie Armi al comando effettivo ài reparti medi' (battaglioni od unità equipollenti). Esse sorsero in zone idonee a libere esercitazioni sul terreno, a nord di Roma , e precisamente ad Oriolo (e poi a Civitavecchia ed a Tarquinia) per la fanteria e cavalleria, a Manziana per il genio ed a Bracciano per l'artiglieria, e furono utili anche come campo sperimentale per lo studio di riforme organiche dei reparti. Durante il periodo trascorso come Direttore Superiore del le Scuole Militari, Graziali aveva avuto modo di dedicarsi allo studio di uno degli argomenti che più gli stavano professionalmente a cuo(37) Gallinari V., op. cit., pag. 210. (38) Ministero della Guerra, Ufficio Personale dei Generali. stato di servizio Grazioli Francesco Saverio (n. matricola 2449 servizio del ruolo I). (39) G allinari V., op. cit. , pag. 133.


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re, quello della costituzione e dell'impiego delle Grandi Unità Celeri. Non a caso, del suo contributo poteva trovarsi poi traccia nel parere espresso dal Consiglio dell'Esercito, nel contesto di molte altre conclusioni alle quali era pervenuto durante l'ampia discussione estesasi dal novembre 1921 al giugno 1922 in merito al nuovo progetto ordinativo formulato dal ministro Gasparotto, che suggeriva un risolvimento di tipo fluido. In pace, 3 comandi di brigata (da trasformarsi in guerra in 3 divisioni) , ciascuna su 4 reggimenti raggruppati in mezze brigate; in guerra , la Divisione celere doveva comprendere, oltre alle brigate di cavalleria, un reggi mento di fanteria autoportato su 2 battaglioni, un nucleo di 6 batterie di cui 2-3 a cavallo e le rimanenti autoportate od autotrainate, una sezione da ponte, una squadriglia di aeroplani. La brigata di cavalleria doveva essere costituita da 2 reggimenti di cavalleria, 2 gruppi ciclisti. 2 reparti mitragliatrici pesanti; i 6 reggimenti bersaglieri sarebbero stati trasformati in reggimenti bersaglieri ciclisti su un battaglione effettivo ed uno quadro, e gli altri impiegati come truppe d'assalto ( 40). È da ritenere che la sua influenza in queste conclusioni sia st ata piuttosto rilevante, anche se le resistenze da vincere non dovevano essere state poche , addivenendosi ad una estensione concettua le circa la costituzione e l'impiego delle Grandi Unità Celeri non più imperniata quasi esclusivamente sulla sola cavalleria ed artiglieria, ma concepite come grandi complessi pluriarma, in grado non solo di muovere celermente come le vecchie divisioni di cavalleria ma anche di intervenire nella battaglia con elevata potenza di fuoco e spiccate qualità di manovra. Gli studi di Graziali erano infatti orientati in chiave moderna, con il concetto di celere riferito ali' azi.one integrata di aerei e mezzi meccanici, ma naturalmente , stante il ridotto impiego degli uni e degli altri , la loro verifica sperimentale trovava notevoli difficoltà. I fondamenti di queste concezioni erano espressi in una pubblicazione edita dal Ministero della Guerra, Note sull'impiego di Grandi Unità Celeri miste (41) che faceva seguito ad un precedente lavoro (42), entrambi del 1922. In quest'ultimo Graziali aveva esposto le deduzioni logiche dell'esperienza di guerra in materia di impiego tattico della cavalleria e come , di conseguenza, (40) Stefani F. , op. cit. , voi. II , tomo 1°, pagg. 62-63. (41) Note sull'impiego di Grandi Unità Celeri miste, Stabilimento Poligrafico per l'Amministrazione della Guerra, Roma, 1922. (42) Cavalleria moderna e Corpi Celeri misri, in Rassegna de/fEsercito . fase . lii (l" semestre), 1922. ·


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l'evoluzione naturale di questo impiego tattico dovesse sboccare od ampliarsi nel concetto assai più vasto di Grandi Unità Celeri miste, cioè di Grandi Unità costituite non pìù di sola cavalleria, e neppure con prevalenza assoluta di cavalleria, ma ben ì di tutti glì elementi celeri di cui gli eserciti moderni potevano disporre, e cioè: cavalleria, ciclisti, fanteria e genio autoportati, artiglieria a cavaJJo, artiglieria leggera autoportata ed artiglieria pesante campale autotrainata, autoblinde, aviazione, ecc. Nell'articolo, veniva posta in evidenza la grande complessità di siffatte unità celeri miste composte di elementi così vari, e quindi le notevoli difficoltà che certamente avrebbe presentato il comando di queste unità e delle loro frazioni minori, anche per il fatto del tutto particolare del loro impiego, fondato non solo sulla celerità di movimento ma a nche sulla prontezza di decisione tattica, sulla sorpresa, sull'agilità di manovra libera in vasto spazio ed a grande distanza dai più grossi complessi ed ispirato sempre ad un concetto di estrema risolutezza, per decidere in pochi colpi ed in breve tempo situazioni generalmente difficili e delicate. Nell'articolo successivo, quello sull'impiego dì Grandi Un ità Celeri miste, erano raccolte alcune osservazioni scaturite da esercitazioni condotte nel luglio dello stesso anno in Friuli con una Grande Unità di questo tipo, che rappresentavano dei veri e propri principi di impiego che avrebbero dovuto servire come traccia per relaborazione di una dottrina tattica codificata ed ordinata ìn apposite norme regolamentari. L'impiego di un Corpo Celere misto, sosteneva Grazioli, per riuscire efficace, non deve consistere in una più o meno impen1osa entrata in azione di un fascio qualsiasi di forze celeri, con obiettivi vaghi od indeterminati e con mosse affidate alla impulsività disordinata dei si ngoli clementi di cui quel Corpo è composto, ma deve mirare in vece, e sempre, al conseguimento di uno scopo ben definito, conforme ad un disegno organico di manovra ben misurato nello spazio e nel tempo e da condursi fino in fondo con risolutezza e con fermezza, ma anche con agile e geniale adattamento di ogni mossa, grande o piccola che sia, alle mutevoli condizioni cli terreno e di nemico e con una costante tendenza ad operare per sorpresa. Un confronto fra le caratteristiche di impiego delle Grandi Unità ordinarie e quello di una Grande Unità Celere mista consente, proseguiva l'autore, di affermare: a. la differenza ostanziale sta nella maggiore celerità di spostamento della seconda rispetto alla prima; b. una volta invece giunta sul teatro dell'azione. la Grande


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Unità Celere opera secondo gli stessi principi fondamentali d'impiego di qualsiasi ordinaria Grande Unità; però imprimendo ad ogni suo atto un carattere notevolmente più concentrato nel tempo, più sommario e speditivo nella forma ed assai più esteso e più libero nello spazio; c. la maggiore concentrazione nel tempo e la maggiore estensione nello spazio producono, nell'impiego di una Grande Unità Celere, un assai più affrettato e multiforme succedersi di situazioni sempre varie e sempre nuove, e quindi mettono i vari Comandi nella necessità di dover affrontare incessantemente situazioni nuove, quasi come una ininterrotta successione di temi diversi da risolvere con prontezza e con estrema decisione. Da quanto sopra, consegue la necessità che l'addestramento dei quadri, in una Grande Unità Celere mista, deve poggiare su particolari e specifiche caratteristiche intellettive e temperamental i, il che consente di affermare come il comando in capo di questo tipo di unità costituisce la pietra di paragone per l'attitudine piena al comando di qualsiasi Grande Unità ordinaria.

Sul piano dei concetti operativi generali, Grazioli individuava due modalità fondamentali: determinare in precedenza la direzione generale secondo la quale si vuole agire: determinare in anticipo anche l'ampiezza approssimativa del fronte entro il quale si vuole operare , il che veniva sintetizzato dall'autore come la determinazione del rettangolo di manovra. In ogni operazione celere di Grande Unità , inoltre, erano distinte tre fasi caratteristiche: a. fase esplorativa - destinata a raccogliere al più presto tutte le notizie possibili sul nemico e su l terreno, in modo da completare il quadro delle informazioni generali fornite dal comando superiore che ha impiegato la grande unità celere mista; b. fase di presa di contatto - destinata a dare a l più presto la sensazione quasi tattile del nemico che si aveva di fronte e a sondarne la consistenza e la resistenza; c. fase di sviluppo e di risoluzione della manovra - destinata a dar corpo all'azione che si voleva svolgere e a concluderla con un atto risolutivo. A ciascuna di queste fasi, o tempi, o atti della operazione deve corrispondere nello sch ieramento iniziale del corpo celere uno scaglione di forze adatte, per consistenza e per natura, così da derivarne un logico scaglionamento in profondità e una equa distribuzione sulla fronte, rispondenti al caso concreto della


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operazione che si voleva compiere e alle reali condizioni del terreno di manovra.

Era possibile pertanto, da questi presupposti, pervenire ad un 'immagine sintetica di ciò che veniva ad essere lo schieramento iniziale complessivo di un'unità celere mista all'atto di procedere ad una qualsiasi operazione del tipo accennato. Su fronte più o meno ampio, a econda dei ... casi e della situazione. e frazionato in nuclei più o meno numerosi. un primo scaglione esplorativo. Più indietro. e anche esso con fronte varia e frazionamento vario, un secondo scaglione di presa effe1tiva di contatto, e quindi chiamato, incontrando il nemico, a combattimenti parziali. Le forze di que ·ti due scaglioni sarebbero raggruppate. nel senso del fronte, in comandi tattici (colonne) di entità gerarchica varia a seconda dei casi e del conceuo fondamentale operativo del comandante superiore. Più indietro un terzo scaglione. destinato all'azione risolutiva, suddiviso in una o più colonne e a disposizione del comando della grande unità. ci primi due scaglioni sarebbero generalmente assegnate ai mezzi meccanici (ciclisti . autoblinde, truppe autoportatc) le strade a fondo artificiale; alle armi a cavallo, le strade a fondo naturale o anche i terreni fuori strada. Il terzo scaglione normalmente avanza sfruuando il fascio stradale che meglio corrisponde al suo prevedibile impiego tattico. L'aviazione di esplorazione e di collegamento assegnata all a grande unità. opera nel ciclo di questa, protetta da altre aviazion i, e concorre alle operazioni di scoperta e di sondaggio dei due primi scaglioni . L'avia1ionc di combatti mento è in riserva in allesa del momento opportuno pel suo intervento.

Entrando nel merito delle modalità dell'azione di combattimento. l'autore così specifi cava: Poiché i mezzi meccanici operanti lungo le tradc rotabili posseggono il grado più elevato di celerità, avverrà che tanto nel campo esplorativo (eccezione fatta delle notizie sintetiche che potrà dare l'aviazione) quanto nel campo della prima presa di contatto. si avrà una precedenza nell'azione intorno alle rotabili , per cui le prime notizie concrete e particolari sul nemico e i primi accenni di incontro con esso verran no da località situate sulle grandi strade o prossime ad es e. A poco a poco altre ne


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verranno da località interposte in relazione all'avanzata più lenta delle cortine percorrenti i terreni fuori strada, dove pure naturalmente si incontreranno elementi esploranti o elementi di resistenza del nemico. Il fronte del rettangolo di manovra assumerà perciò ben presto un andamento a linea fortemente e irregolarmente spezzata, con i salienti in corrispondenza delle strade e tanto più avanzati quanto minore sarà stata la resistenza nemica opposta alla nostra esplorazione e presa di contatto. È bene affermar subito l'alta importanza, per i vari comandi, di formarsi al più presto possibile una nozione chiara e costante di questo andamento mutevole della fronte del rettangolo di manovra, perché essa rappresenta l'elemento essenziale per l'orientamento di tutti i comandi gerarchici della grande unità e quindi la condizione prima di un ordinato e cosciente svolgersi della operazione . Molto utile potrà essere a questo fine particolare il lavoro della aviazione. Per quanto ora si è detto, appare inevitabile come l'azione sulla fronte di una grande unità celere si spezzi presto o tardi in una serie di episodi di diverso valore, e quindi di varia durata. Questo spezzarsi in episodi è anzi la principale caratteristica della prima fase di ogni grande operazione celere, dipendente dal genere stesso delle situazioni nelle quali normalmente essa è chiamata ad operare (nemico in campo libero e frastagliato o perché in ritirata o perché in flagrante avanzata aggressiva), nonché dall'ampio fronte e dagli ampi intervalli di schieramento della stessa grande unità. L'entità di ciascun episodio sarà in ragione diretta della entità e della capacità di resistenza del nemico che si incontra e del conseguente interessamento , nell'episodio, di una proporzionata aliquota del corpo celere.

Grazioli concludeva come segue questa esposizione dei concetti operativi: Ora la cosa essenziale da tenere a mente è questa . Qualunque sia !"entità dell'episodio , dal minimo incontro di piccoli reparti allo scontro di grossi e complessi nuclei di varie armi , l'importante è che ogni episodio assuma, da parte nostra, forma di combattimento spiccatamente risolutivo e quindi organicamente comandato e direuo, il che significa: giudizioso e razionale impiego di tutti i mezzi dispon ibili nel raggio d'azione dell'episodio, ciascuno secondo il proprio carattere specifico. La prima preoccupazione , al delinearsi di uno di questi scontri ,


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deve quindi essere quella di afferrare prontamente il grado di importanza dell'episodio e, in conseguenza di ciò, stabilire subito, sul posto, chi, fra i vari comandanti presenti o prossimi allo scontro. debba logicamente assumerne il comando e la responsabilità. Chi assume il comando deve conservarlo fino a risoluzione completa dell'episodio, salvo che questo. ingrossando progressivamente oltre la competenza normale del suo grado. non richieda l'intervento di notevoli rinforzi e quindi di un comando immediatamente superiore. Ho insistito su questo punto perché lo ritengo essenziale per evitare il disordinato e inconcludente affannarsi dei comandi più disparati intorno a un solo episodio. cosa che fu spesso causa di insuccesso e di d isperdimento vano di preziose energie, p. e .. nella nostra ritirata dopo Caporetto. e che ho visto ripetersi talvolta anche nel corso di queste prime esercitazioni con unità celeri miste.

Seguivano altre considerazioni relative all'esecuzione della terza fase, quella risolutiva, i cui principi d'impiego erano gli stessi delle fasi precedenti, fermo restando che l'entrata in azione dello scaglione destinato all'atto risolutivo avrebbe potuto avvenire o su un fronte largo e frazionato in piccole colonne, o su un fronte più ristretto e su colonne di media forza od infine su un fronte relativamente concentrato e con poche e robuste colonne. Erano presi in esame pure i criteri d'impiego di artiglieria, genio, aviazione e dei servizi, anche se in termini meno dettagliati dei precedenti, dal momento che l'autore si limitava come da sua stessa ammissione. ad esporre alcuni principi piuttosto generici destinati ad orientare più dettagliati studi al riguardo. Abbiamo parlato di influenza, da parte di Graziali, sul parere espresso dal Consiglio dell'Esercito in merito alle Grandi Unità Celeri, ed infatti, dal 16 novembre 1921. era stato nominato membro di tale consesso. Oltre ai cinque Generali d'Esercito (Diaz, che ne era anche il vice-presidente, Emanuele Filiberto di Savoia Aosta, Caviglia, Pecori Gìraldi e Giardino) ne facevano parte con lui i generali d'Armata Marrone e Tassoni ed il suo pari grado Ponzio. La nomina di Graziali rappresentava indubbiamente un criterio di scelta che tendeva a privilegiare l'immissione nel Consiglio di uno dei generali tra i più giovani e modernisri prodotti dalla guerra. A parte il prestigio derivante dall'incarico. è da ritenere che rattività svolta in questa sede non abbia stimolato Grazioli più di tanto, o questo almeno è dato di recepire attraverso la lettura delle sue


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memorie, dalle quali traspare una manifesta insofferenza per la situazione di conflitto venutasi a creare fra l'astratta ideologia riformatrice dei ministri civili della guerra , persi nei loro sogni democratici sostanziati di nulla (43) , ed il tecnicismo rigido e conservatore delle massime gerarchie militari , cui l'esito vittorioso della guerra ~nduceva a cristallizzarsi maggiormente nelle vecchie impostazioni concettuali ritenute tanto più valide proprio perché avevano dato esito alla soluzione positiva del conflitto. Certamente Grazioli aveva scelto, nel 1921-1922, una posizione di fronda nei confronti dei colleghi più anziani e conservatori, ma con il ministro in carica Gasparotto sembra si fosse creato un rapporto di reciproca stima e considerazione. Questi, noto esponente della sinistra liberale ed incline ad una politica genericamente progressista e patriottica, aveva presentato un nuovo progetto di ordinamento che si ispirava al concetto della nazione armata e prevedeva la costituzione dell'esercito su due blocchi, uno con il compito di copertura, permanentemente in servizio in ogni epoca dell'anno e dislocato a ridosso delle frontiere, articolato su dieci Corpi d'Armata di due Divisioni quaternarie , l'altro con il compito dell'istruzione e della mobilitazione , suddiviso in. regioni a loro volta compartimentate in zone militari con compiti territoriali e di organizzazione degli enti preposti all'istruzione premilitare ed al reclutamento. Le linee schematiche del progetto indicavano la chiamata del contingente annuo in tre scaglioni con ferma unica di sei mesi e forza bilanciata di 175.000 uomini, "invariata quindi rispetto all'ord inamento Bonomi. Il progetto, sul piano formale , era partito con il piede sbagliato , dal momento che era stato elaborato dal ministro con un ristretto gruppo di ufficiali del suo gabinetto, senza passare attraverso lo Stato Maggiore Centrale; successivamente, il Consiglio dell'Esercito, al quale era stato sottoposto perché esprimesse il proprio parere, adottava una tattica dilazionatrice, frutto del dissenso dei più noti esponenti dell'esercito nei confronti di un progetto che ritenevano estremamente riduttivo (fra l'altro , secondo il Consiglio, le esigenze di istruzione e mobilitazione ,e rano un compito aggiuntivo e non sostitutivo della difesa militare vera e propria), che protraeva i tempi dei lavori sino al febbraio 1922 allorquando la questione ven iva bruscamente risolta dalla crisi del governo Bonomi, che provocava a sua volta le dimissioni di

(43) Grazioli F.S., Memorie, archivio familiare.


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Gasparotto, il suo allontanamento dal governo ed, a breve scadenza, l'accantonamento dei suoi progetti. L'aspetto relativo all'istruzione pre-militare stava molto a cuore a Gasparotto, che si proponeva di dare ad essa il massimo sviluppo. L'argomento godeva di massimo assenso, perché tanto i patrocinatori della nazione armata quanto i conservatori attribuivano ampia utilità alla diffusione, tra i giovani fra i 18 ed i 20 anni, delle nozioni più semplici in tema di educazione fisica, militare e civico-patriottica. Con il supporto delle autorità militari e di varie associazioni giovanili e sportive, erano stati creati nelle città corsi pre-militari biennali ai quali confluivano migliaia di volontari (30.000 nel 1921) che seguivano le lezioni ed esercitazioni domenicali svolte a cura di ufficiali in congedo. A chi avesse conseguito il brevetto finale, il ministro della Guerra concedeva un mese di ritardo nella chiamata alle armi, la scelta del reparto in cui prestare servizio e la promozione accelerata al grado di caporale. Gasparotto si proponeva di sviluppare questo tipo di incentivazioni, promettendo ai volontari la riduzione della ferma a nove mesi compensata da minori vantaggi nelle altre due profferte. Le proposte furono concretate dalla Commissione per l'educazione fisica e l'istruzione preparatoria alle armi presieduta proprio da Grazioli, e trasfuse in un disegno di legge che peraltro non fu mai approvato in sede parlamentare. Molto probabilmente. l'intesa fra lui ed il ministro era nata proprio nel comune interesse per questo aspetto nel quale Grazioli, ancor più del ministro, portava l'eco di un'esperienza direttamente vissuta e maturata . Nel corso del I Congresso Nazionale Pre-Militare svoltosi a Ylilano nel luglio 1922 sotto l'egida della Sursum Corda, Grazioli aveva operato, anche sulla scorta delle recenti esperienze belliche, una messa a punto in tema di educazione militare giovanile: ai ragazzi. sin dalla scolarità elementare, ed agli adolescenti entro il 16° anno di età, andavano impartiti elementi di educazione nazionale che, in armonia con la preparazione fisica, formassero in loro la consapevolezza e la coscienza del dovere militare fu.so nel dovere civico del cittadino; solo dopo il 16° anno sì poteva cominciare a parlare di istruzione pre-militare, che comunque non andava confusa con l'educazione militare vera e propria che doveva restare nell'ambito delle prerogative dell'esercito. La precisazione era molto chiara, e delimitava senza equivoci e, soprattutto, senza possibilità di reciproche interferenze, le rispettive sfere di influenza fra Stato, società civile cd organismo militare. L'ordinamento Albricci aveva previsto l'isti-


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tuzione di una Scuola Centrale di Educazione Fisica (44), con il che si realizzava un'idea che Graziali aveva coltivato sin dagli anni di guerra, e più precisamente nell'ambito della selezione e dell'addestramento delle truppe d'assalto. La Scuola sorgeva a Roma, alla Farnesina, ed alla sua attuazione egli attendeva con quel fervore e quella alacrità tutte particolari che era solito dedicare alle cose in cui maggiormente credeva. Ed è simpaticamente pertinente , anche se certamente casuale, che la via Francesco Saverio Grazio/i, inserita dal Comune di Roma nella toponomastica cittadina, si trovi proprio nella predetta zona. Il 4 novembre 1921, nel terzo anniversario della vittoria, era stato incaricato di formare e guidare il grandioso corteo che a Roma , muovendo dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli e percorr~ndo tutta la via Nazionale , doveva accompagnare la salma del Milite Ignoto alla tumulazione definitiva al Vittoriano. La designazione era caduta molto opportunamente su Grazioli, concedendo a lui , romano, di essere alla testa nella sua città di quell'accompagnamento processionale che sublimava i sacrifici di una guerra nella quale aveva recitato una parte così rilevante. Le cronache dell'epoca riportano la solenne emotività della cerimonia, tanto più profonda e genuinamente vissuta dai presenti quanto più la appassionata ed accorta regia di Grazioli vi aveva trasfuso l'eco della propria !Partecipazione spirituale: la bara sollevata sopra l'affusto di cannone, tutte le campane di Roma a far sentire i loro rintocchi, la lunga fila dei più di cento parroci della Capitale in cotta , rocchetto e stola nera, preceduti dal Vescovo di Trieste , chiuso nel piviale nero ed argento, con la mitra bianca, i mutilati ed i decorati di medaglia d'oro che prestavano servizio d'onore, le bandiere di combattimento, i labari neri dei reparti d'assalto, due Regine genuflesse, il Re sull'attenti, i passi cadenzati delle truppe che erano onde armoniose, quasi per una danza misurata ed eroica che i tamburi accompagnavano con rude cadenza. TI 1922 batteva ormai alle porte. Prima dell'avvento del fasci smo al potere, al ministero della Guerra si sarebbero avvicendati due ministri di stampo conservatore che, anche per i pochi mesi nei quali ricoprirono l'incarico , non erano destinati a lasciare tracce par-

(44) Ordinamento Albricci, Capo lll (Scuole Milita ri). art. 31 - Giornale Militare Ufficiale, 1919, disp. 73".


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ticolari. A riprova del disinteresse con il quale a livello politico erano vissute le designazioni, è esaustivo questo flash di Gatti: Lo Scalea, perfetto gentiluomo, era andato al Ministero con tre idee ben ferme e chiare, che riportava a tutti quelli che lo volevano o non lo volevano ascoltare. La prima era che egli non sapeva niente del Ministero al quale lo avevano addetto, cd avrebbe voluto invece andare alle Colonie; la seconda , che sarebbero occorsi almeno sei mesi perché imparasse qualcosa delle faccende militari; ma - e questa era la terza idea - dentro sei mesi egli certamente non sarehhc più stato ministro (45) .

E non aveva torto, dal momento che dopo cinque mesi e sei giorni veniva sostituito dal giolittiano Marcello Soleri , versato in materie finanziarie, che pur nei tre mesi di ministro aveva elaborato un progetto ordinativo privo di particolare fisionomi a, lonta no dalle aspirazioni nazionaliste come dalle riforme democratiche, che, consegnato al Consiglio dell'Esercito nella seconda decade di ottobre, era destinato ad essere superato dagli avvenimenti conseguenti all'avvento del fascismo. L'atteggiamento dell'esercito nei confronti di questo, come è ormai sufficientemente documentato, era stato di un'obbedienza formale alle istituzioni non alieno però da un sostanziale appoggio al movimento mussoliniano che, a sua volta, aveva saputo accattivarsi l'adesione del corpo ufficiali. Sul giornale da lui fondato e diretto, Mussolini così scriveva sette mesi prima della marcia su Roma: Nell'attesa che l'esercito esca - come organizzazione - dalla crisi del dopoguerra, bisogna dare agli ufficiali il modo di vivere decentemente. Lo impongono ragioni alte di giustizia e anche d'opportunità e saggezza politica. Gl i ufficiali dell'esercito hanno in mano l'ordine pubblico. Inquadrano e istruiscono le forze su cui la nazione può contare nelle ore di crisi all'interno e all'esterno. L'importanza enorme della funzione degl i ufficiali nel nostro esercito e l'estrema delicatezza delle sue funzioni sono evidenti a chiunque. Un esercito inquadrato eia ufficial i contenti e volonterosi, è un organismo sicuro e fedele; caso contrario, è un'accozzaglia bruta, che può disperdersi al primo urto. Non vi è mai stato un momento, nella storia politica ita-

(45) Gatti A . op. cit., pag. 155.


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liana, in cui le sorti interne del paese non siano state in stretta dipendenza dallo spirito dell' ufficialità che comanda la truppa (46).

Grazioli, come sappiamo, aveva già avuto contatti con Mussolini sin dai tempi di Fiume, e forse la loro conoscenza era ancora antecedente - si veda il suo telegramma al Vice Presidente del Consiglio Colosimo , di cui alla nota 70 del capitolo IV: ... credetti utile avere perciò colloquio con Mussolini che conosco ... Un altro incontro fra i due era avvenuto a Milano nella primavera del 1921, in occasione di una manifestazione ginnica nel Parco (47). Nell'agosto 1922, mentre Grazioli usciva dalla sua casa romana di via Ludovisi, si imbatteva casualmente in Mussolini che a sua volta usciva dal prospiciente Hotel Savoia dove era solito prendere alloggio quando si trovava a Roma. Percorrevano insieme via Veneto sino a piazza Barberini, parlando di D 'Annunzio, delle alte gerarchie militari e del loro atteggiamento verso il fascismo , globalmente positivo ma pur sempre cauto ed attendista. Graziali confermava a Mussolini che l'esercito, nel suo insieme, guardava con simpatia al fascismo, ma che avrebbe seguito disciplinatamente gli ordini del Re comunque essi fossero stati; la marcia di Ronchi del settembre 1919 ed il periodo di Fiume dovevano essere interpretati come fatti episodici provocati da particolari circostanze locali. Al termine del colloquio , Mussolini chiedeva a Grazioli un parere sulla necessità di riforma dell'Alto Comando dell'esercito e dei suoi organi principali (Capo di Stato Maggiore, Ministro della Guerra, Consiglio dell'Esercito), che questi riassumeva in un pro-memoria rimessogli alcuni giorni dopo, in settembre, presso Il Popolo d'Italia, ma del quale non è stato possibile ritrovare traccia. Tra i due non si avevano altri contatti sino ai giorni immediatamente precedenti la marcia su Roma: 1'8 ottobre Mussolini inviava a Grazioli un biglietto nel quale lo invitava ad assumere parte attiva, al pari di De Bono, nel movimento fascista e nell'azione ormai imminente , profferta alla quale l'interessato opponeva un cortese ma fermo rifiuto motivato dalla propria posizione di generale in servizio permanente (48). È confermato peraltro dallo stesso Grazioli come al suo atteggiamento lealista corrispondesse anche un orientamento favorevole verso il fascismo, che (46) Il Popolo d'Italia. 18.3.1921. (47) Grazioli F.S .. M emorie . archivio familiare . (48) Grazioli F.S .. M emorie. archivio familiare .


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non esitava a manifestare in seno al Consiglio dell'Esercito, invitandone i componenti a guardare con fiducia a l movimento mussoliniano ed a quanto stava per avvenire. ma trovando gli stessi impenetrabili e niente affatto disposti a sbilanciarsi (49). Né tale azione sarebbe rimasta la sola manifestazione di simpatia e di adesione in quanto , in occasione del Consiglio Nazionale Fascista a Napoli che precedeva di pochi giorni la marcia su Roma , Graziali inviava nella città partenopea un suo ufficiale per assicurare Mussolini che gli umori della grande maggioranza dell'esercito erano per il fascismo e che pertanto, qualora non avesse ricevuto ordini in senso contrario, esso si sarebbe mantenuto neutrale. Dell'episodio venne data notizia, alcuni anni dopo, da Giovanni Preziosi in un articolo pubblicato su lla rivista La vita italiana: ... Michele Bianchi, Segretario del partito, mi dava il prezioso incarico di incontrarmi col Gen. Grazioli, che faceva parte del Consiglio Superiore detrEsercito e che aveva sempre guardato con simpatia al fascismo, per comunicargli che il partito aveva deciso la Marcia mettendo a base la neutralità dell"Esercito. Il fascismo sa di avere con sé la maggioranza assoluta detrEsereito ma tiene a vedere che l'Esercito resti neutrale; domanda però che non si chieda all'Esercito di intervenire contro le Camice 'ere, perché un ordine simile porterebbe a dividerlo; lt1 maggioranza passerebbe all'ombra dei gagliardetti. Significherebbe la guerra civile. 11 convegno con il Geo. Grazioli ebbe luogo la sera del 26 in casa della Collarcssa dcli' Annunziata Contessa Ferraris, al Corso Vittorio Emanuele 154 in Roma. Non chiesi al Geo. Grazioli che cosa avrebbe fatto, ma mi resi ~olo conto che nulla avrebbe risparmiato perché in alto il pensiero del fascismo nei riguardi dell'Esercito fosse conosciuto. Al convegno in casa Ferraris prese parte anche il Magg. di Stato Maggiore Emilio Ca nevari , tesserato fascista, che il Gen. Grazioli aveva inviato già il giorno 23 a Napoli per confermare a Mussolini la sua simpatia e comunicargli che. a suo modo di vedere, l'Esercito avrebbe aderito nella sua grande maggioranza al movimento restando praticamente passivo. Ciò fu comunicato a Mw,5olini in un colloquio avvenuto appunto il 23 all'Hotel Vesuvio. Dopo mezzanotte portai l'esito della conversazione a Bianchi. che all'una ebbe rultima conversazione telefonica da Roma o (49) Grazioli F.S., Memorie. archivio familiare.


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Milano con Mussolini il quale gli ingiunse di raggiungere con il quadrumvirato il Quartier Generale di Perugia (50).

De Felice afferma che: non è il caso di insistere troppo sui contatti avuti da alcuni capi fascisti con elementi militari (come i generali Baistrocchi e Grazioli) tra il 24 cd il 27 ottobre; è difficile credere che il comportamento del Re - (si riferisce alla mancata firma del decreto di stato d'assedio-n .d. r.-) - sia stato determinato da figure di secondo piano. La chiave di volta va cercata altrove, al vertice delle gerarchie militari ... In particolare è stato affermato che il Re avrebbe visto almeno i generali Diaz e Pecori Giraldi ed il Grande Ammiraglio Thaon di Revel , né manca qualche accenno al Gen. Giardino. L'opinione di tutti costoro sarebbe stata prcss' a poco la stessa: L'esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova (51).

Il rilievo di De Felice è giusto , ma non esclude che le predette alte gerarchie, tutte facenti parte , ad eccezione del Grande Ammiraglio, del Consiglio dell'Esercito con Grazioli, avessero derivato a loro volta, in tutto od in parte, questo atteggiamento significativamente esplicitante nei confronti della consulenza offerta al Sovrano, proprio dal venir meno dell'impenetrabilità, in queste ore di una vigilia il cui esito si profilava ormai scontato, all'azione di sensibilizzazione svolta da Grazioli verso di loro. Nel riportare l'episodio nelle sue memorie, Graziolì ne conferma l'avvenuto svolgimento anche attraverso alcune note di commento: Può darsi che con questa missiva io abbia oltrepassato il segno che mi era proposto, e che la simpatia per il movimento fascista mi abbia, all'ultimo momento, preso la mano. Ma io non scrivo un'auto-apologia, bensì delle memorie personali per quanto possibile obiettive. Ciascuno, quindi , che mi legge, mi giudichi come crede (52).

(50) Preziosi G., Ricordi de/l'immediata vigilia , in La vira italiana, novembre 1931, pagg. 590-594 (il medesimo articolo fu pubblicato, nello stesso anno , su Regime Fascis1a). (51) Dc Felice R. Mussolini il fascista: la conquisla del potere 1921-1925, Einaudi, Torino, 1976, pagg. 361-362. (52) Grazioli F.S., Memorie, archivio familiare.


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Riteniamo che tanto la sincera ammissione dclrepisodio quanto l'atteggiamento autocritico che ne consegue rientrino nella struttura psicologica del personaggio, quale essa si è venuta configurando attraverso le vicende che lo hanno visto protagonista. Anche in ciò, in questa franchezza immediata che né r età, né l'esperienza, né le ambizioni che pur nutriva riuscivano sempre a contenere e di cui già in a ltre occasioni aveva dato prova. si differenziava dal resto dei colleghi che ora, in quella seconda metà del 1922, seguivano cautamente gli eventi, in una posizione di attendismo dalla quale uscire poi, una volta definitasi la crisi, a vele spiegate e con i motori al massimo per cercare di costruirsi quell'immagine di neofiti della prima ora della quale lucrare gli interessi. Le vicende di quella fine ottobre 1922 evolvevano nel modo migliore tanto per il fascismo quanto per le forze armate, il cui atteggiamento collaborativo o comunque di benevola astensione era ricompensato con il ritorno di due figure militari di spicco ai vertici dei ministeri della Guerra (Diaz) e della Marina (Thaon di R evel). Nella sottile strategia politica di Mussolini le nomine rivestivano significato di messaggi diretti a più recettori: al Re, quale assicurazione che i militari avrebbero continuato a recitare il loro ruolo di difensori della monarchia e dell'ordine costituito, contenendo così anche un eventuale strapotere della parte vincente; agli stessi militari. quale prova concreta della e liminazione dei ministri civili e dei relativi velleitarismi riformistici e, nel contempo, del ripristino dell'autorevolezza delle supreme gerarchie; a ll'opi nione pubblica, infine, quale espressione di ulteriore legittimità e vitalità del nuovo regime avallate com'erano, l'una e l'altra, dalla piena adesione degli esponenti della massima dirigenza militare. Questa è la realtà. comunque la si riguardi e ad onta di qualsiasi tentativo per presentarla in termini più o meno diversi. Non convincono, pertanto, le varie tesi che da parte di alcuni biografi di eminenti personalità detrepoca vengono addotte allo scopo di diluire in qualche modo il coinvolgimento del loro personaggio in questo do ut des tra fascismo e forze armate. Proprio nel momento in cui redigiamo queste note, è stato dato alle stampe un volume relativo ad Armando Diaz nel quale, a tale proposito, si legge: ... aperto ai tempi, dopo l'ondata rossa e la polemica violenta e spesso irrazionale contro l'esercito che lo aveva dolorosamente colpito. Diaz vide montare il fascismo, dei cui a~petti chiassosi e retorici diffidava, ma che considerò come un fcno- ·


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meno, forse spiacevole ma di breve durata, in qualche modo utile a restituire fiato alle istituzioni di cui era sincero servitore. Fu tra i molti non fascisti che considerarono il fascismo una parentesi. una nottata che doveva passare (53).

L'evocazione eduardiana può essere senz'altro suggestiva sul piano letterario, ma non ci sembra corrisponda alla realtà dei fatti tanto più quando è smentita da un 'affermazione dello stesso Diaz che , nel corso di un'intervista, testualmente dichiarava a proposito del suo appoggio al governo Mussolini: ... perché ho avuto la sensazione dell'ora, perché ho sentito che ciò rispondeva ad un dovere patriottico, perché ero perfettamente convinto ad offrire i miei servigi, da gregario e da con dottiero, ad un governo nazionale per la salvezza d'Italia, nell'ora più delicata della sua crisi interna (54) .

Ed in effetti, anche dopo la marcia su Roma avrebbe continuato ad essere il rappresentante militare del governo fascista, non tanto quindi così super partes come lo si vuole continuare a presentare da alcune parti, - od almeno , se lo era, si trattava più di una naturale predisposizione caratteriale al grigiore ed all'anonimato che non di una pianificata presa di posizione - proseguendo: nell'amministrare la vittoria dell 'Esercito più che l'Esercito della vittoria, senza slanci, allineato a quel mondo liberale e sedentario in cui la sua fortunata carriera aveva trovato riconoscimenti e favo ri , soddisfatto di impersonare la vittoria, onorato cd inerte come il Milite Ignoto (55).

Anche in un altro lavoro biografico edito di recente, concernente Emanuele Filiberto di Savoia Aosta , l'autore tende a minimizzare la solidarietà del personaggio al fascismo riducendola ad un velleitario protagonismo intrecciato a qualche ambizione dinastica, mentre invece la stessa risulterebbe essere stata molto più sostanziata (56).

(53) (54) novembre (55) (56)

Mangone A. Diaz , Frassinelli , 1987, pag. 167. Pascazio N. , Intervista col Duca della Viuoria, in // Giornale d'fralia. 8 1922. Bucciante G. I generali della diuarura , Mondadori , 1987. pag. 82. Cervi M. Il Duca inviuo, De Agostini. Novara , 1987. pagg. 162-173.


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Con la risoluzione della crisi politica, la posizione di Grazioli in seno all'esercito assumeva un'evoluzione negativa, il che ha una sua logica, sia pure abnorme, quando si consideri quella che è una costante nella dinamica dei rapporti di potere. Proprio da parte di coloro che si erano tenuti in prudente defilamento e che, mercé il loro atteggiamento di opportunistico attendismo, avevano visto ora consolidata la loro posizione di vertice. gli veniva presentato il conto per la sua condotta antitetica, per quel suo anticipato venire allo scoperto in senso favorevole alla parte vincente e che proprio per questo avrebbe potuto non solo fargli attribuire delle benemerenze e dei crediti ma, cosa ancora più pericolosa, avrebbe indirettamente messo in risalto il loro funambolismo. L'uomo andava ridimensionato, e tutto sommato meritava anche una bacchettata sulle dita per quell'atteggiamento frondista. contestatore ed innovatore che aveva osato assu mere nei confronti del palazzo con le stellette. Nel conto, quindi, a ndava messo tutto: il successo sino allora ottenuto , il fatto di pensare con la propria testa, di cercare di tesaurizzare le esperienze maturate in guerra, di avere delle idee nuove, di voler proiettare l'organizzazione in una dimensione avveniristica. e quindi, sul piano fattuale, i legami con Gasparotto e con alcuni ambienti fascisti. Bisognava periferizzarlo, a llo nta narlo anche da una Roma che, oltre ad essere il centro del potere, era anche una città nella quale Graziali era nato, era conosciuto, nella quale contava rapporti interpersona li in varì ambienti sociali e cu lturali che. negli ultimi tempi, avevano dato a ncora maggior lustro alla sua immagine (proprio in quegli anni aveva iniziato a collaborare con l'Istituto Nazio nale di Studi Romani, tenendo un ciclo di conferenze illustrative su lle gesta dei grandi condottieri dell'antica Roma, che sarebbero state poi pubblicate a cura dell 'Istituto stesso). Non era quindi solo una bella figura di soldato, che i accontentava di vivere di rendita sui fasti della guerra, di pavoneggiarsi e lucrare sui ricordi di Gorizia e Vittorio Veneto, ma osava essere anche un uomo di cultura , di dare a l proprio lo una dimensione più ampia di quella che la sola posizione di militare, sia pure ad alto live llo , potesse di per sé stessa fornirgli. La nomina a comandante del Corpo d'Armata di Verona rappresentava la soluzione ad hoc. L'incarico era del tutto pertinente al grado, aveva in sé l'adeguato livello di prestigio, comunque non suonava a disdoro dell'interessato. La facciata era salva, l'organizzazione un po' meno, perché si privava, nel suo nucleo decisionale e di gestione, di una delle rare figure capaci di apportare un contributo ideativo. intellettivo e professionale di tasso elevato. Ma, ripe-


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tiamo, il tutto aveva una sua logica, se pur aberrante. Non era un caso che il trasferi mento di Grazioli a Verona, nel febbraio 1923, coincidesse con il varo del nuovo ordinamento Diaz, che rappresentava il trionfo delle posizioni conservatrici delle alte gerarchie militari. Del resto era uno dei punti fondamentali dell'accordo tra queste e Mussolini: piena libertà nell'organizzazione dell'esercito, senza alcun riguardo per le precedenti discussioni tecniche e politiche. I nuovi provvedimenti erano stati concretati con inconsueta rapidità, nel gennaio 1923, indubbiamente favorita dal fatto che nelle prime settimane di vita del governo Mussolini erano in gioco problemi politici di importanza tale di fronte ai quali la sistemazione dell'esercito poteva apparire di secondario interesse. Venivano comunque affossate tutte le aspi razioni riformiste, e ricevevano solenne coronamento le numerose scelte che negli anni precedenti, sotto la copertura del tecn icismo. avevano ridato vita all'esercito di caserma. Era lo stesso Diaz a presentare l'ordinamento legato al suo nome, a nche se frutto di inequivocabi le collegialità, come il trionfo della continuità e della tradizione: ... senza radicali e profonde innovazioni , dalle quali sarebbero scaturiti lunghi e pericolosi periodi di crisi ... che deve rispondere ad una doppia funzione: cauta conservazione e previdente preparazione (57).

Il nuovo ordinamento, in effetti, ricalcava le linee generali di quello provvisorio definito nel 1920, lasciando pressoché invariato il numero dei Corpi, Grandi Unità e Comandi; aveva il suo punto centrale nell'allungamento della ferma a 18 mesi e, tra i suoi punti deboli, oltre alla complessità della mobilitazione, annoverava la sproporzione tra forza organica e forza bilanciata che, dedotti gli uomini quotidianamente indisponibili per motivi vari, riduceva a cifre inaccettabili sotto il profilo della tecnica addestrativa il numero dei soldati che potevano seguire il ciclo completo d'istruzione (58), giustificando nel contempo, con la riaffermazione della necessità di un lungo periodo alle armi per la formazione del soldato, l'esistenza in pace di numerosi ufficiali, comandi e nuclei di inquadramento.

(57) Rochat G. L'esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, Laterza, Bari, 1967, pag. 465. (58) Stefàni F., op. cit., voi. li, tomo 1°, pag. 68.


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Era esattamente il contrario di quello che Grazioli aveva sostenuto in un pro-memoria indirizzato a Mus olini nel dicembre 1922: Posto che sia vero quanto alcuni giornali hanno riportato. e~~ere cioè intenzione di V.E. di co tituire un solo Ministero militare, retto da un Ministro borghe e e con tre Sottosegretariati, uno per l'Esercito, uno per la Marina ed uno per l'Aeronautica, penso che, in relazione a quanto ebbi l'onore di esporLe nel ettembre scorso, possa riuscire non dS!I tutto inutile a V.E. di conoscere le mie idee a riguardo del Sottosegretariato per l'Esercito, il solo per il quale sento di poter di cutere con qualche competenza. Le mie idee in proposito sono le seguenti: I. il Sottosegretario per l'Esercito dovrebbe essere un ufficiale generale in servizio attivo permanente, di rango non superiore a Generale di Corpo d'Armata. Dovrebbe avere la responsabilità ordinativa, amministrativa e disciplinare dell'Esercito nel tempo di pace e dovrebbe assicurare tutto quanto concerne il rapido ed ordinato passaggio al piede di guerra. in caso di mobilitazione parziale o totale; 2. dovrebbe avere alle sue dipendenze un Capo di Stato Maggiore di rango Generale di Divisione, o meglio di Brigata; costui dovrebbe essere anche il Capo dello Stato Maggiore dell'Esercito, organo che, come numero dei suoi componenti, potrebbe essere ridotto ad un terzo dell'attuale e che dovrebbe far parte integrante dell'Amministrazione Centrale dell'Esercito, di cui anzi dovrebbe essere rente interno coordinatore. sotto la guida del sottosegretario, ai fini delle necessità tecniche militari terrestri; 3. l'altissima gerarchia militare, superiore di grado al Sotto egretario per l'Esercito (Generali d'e ercito) dovrebbe costituire un consesso tecnico consulente per le più gravi questioni relative alla preparazione alla guerra; 4. uno dei Generali d'esercito dovrebbe essere il Comandante Supremo designato del/' Eserciro in guerra. La sua funzione in pace dovrebbe essere esclusivamente quella dello studio tecnico della difesa terrestre e dell'eventuale impiego delle forze militari terrestri in guerra, coadiuvato in questo studio e dal citato consesso (vedi punto 3) e dal Capo di Stato Maggiore Esercito. cli concerto. ben inteso, col Sottosegretario per la guerra. Il Comandante Supremo designato (o Generalissimo) non avrebbe alle sue dirette dipendenze alcun ufficio speciale, ma soltanto l'indispensabile numero di segretari particolari; 5. i concetti generali informatori dell'opera di riforma ordina-


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tiva dell'Esercito affidata al Sottosegretario per la guerra dovrebbero essere i seguenti: a. criteri' esclusivi a solo beneficio di un ramo militare nei confronti degli altri costituirebbe, in un 'epoca in cui le guerre future si combatteranno per terra, mare, aria, un errore imperdonabile. Ne consegue che le risorse finanziarie di cui potrà disporre l'Esercito dovranno essere proporzionate alle relative esigenze delle altre due forme concorrenti di forza militare. Lo stabilire questa equa ripartizione spetterà al Ministro della Guerra; b. poiché, data anche la difficile situazione finanziaria del Paese, l'Esercito non potrà mai disporre di mezzi tali da consentirgli di perseguire tutti i suoi programmi ed obiettivi tecnici, occorre mutare registro... A capo dell'Esercito occorre un uomo libero da pregiudizi, che abbia maturato e digerito l'esperienza della guerra, che abbia l'occhio esperto per indagare e prevenire l'evoluzione tattica che si va maturando in relazione alle armi nuove o di prevedibile adozione; c. tutta la nazione, nelle sue varie componenti, deve concorrere al lavoro di preparazione militare, sia degli uomini (morale, fisica, intellettuale) che dei mezzi (mobilitazione civile ed industriale). Non è allungando la ferma che si risolve il problema, anzi! Per risolvere il problema bisogna rovesciarlo e dimenticare i canoni di addestramento, mobilitazione, preparazione finora cardini incrollabili degli eserciti permanenti prebellici e guardare con altro occhio al paese dalla cui sostanza, e non da quella di un meschinissimo esercito di pace , deve balzar fuori il vero esercito di guerra. Deve scaturire dal paese un nuovo esercito permanente, che dovrebbe essenzialmente rispondere alle segue nti funzioni principali: - quadro professionista (ufficiali generali e superiori e sottufficiali raffermati) sceltissimo; - scuola militare per le classi chiamate annualmente alla leva (ferma di un anno); - complesso di centri di mobilitazione per la pronta levata del Paese e per la organizzazione delle unità di guerra; - custodia delle armi, munizioni e materiali vari' occorrenti per una prima mobilitazione; - alta sorveglianza e guida tecnica per lo sviluppo dell'attività di pre- e post-militare (non come avviene oggi, con sporadici corsi che sono una vera parodia , ma tendendo a sviluppare una reale attitudine morale, fisica, culturale al servizio militare, sia esso di semplice soldato o di graduato o di specialista o di ufficiale cli complemento); - i problemi relativi alla necessità di un nucleo di forza mili-

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sempre pronto per eventuali bisogni inte rni ed esterni , si risolvono meglio con sistemi di pronta chiamata con precetto militare e con levata territoriale di classi giovani in congedo (specie di ferma di 2° grado), che non tenendo sotto le armi più forza di quella normalmente necessaria e per un tempo superiore a quella veramente indispensabile per istruzione (59).

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I due anni trascor i da Grazioli a Verona al comando del locale Corpo d'Armata erano destinati a scorrere tranquilli e sereni, in un'operosità alacre, com'era nel costume dell'uomo , ma scevra di particolari Lampi, che del resto erano scarsamente probabil i data la situazione generale ed il clima di quieto provincialismo che permeava l'ambiente scaligero. AJloggiava con la famiglia nello storico palazzo del Comando dove già aveva risieduto più volte, prima del 1866, il vecchio Radetzky. La giurisdizione del Corpo d'Armata era piuttosto vasta , comprendendo le tre Divisioni di Trento, Verona e Padova, e si estendeva, da nord a sud, dalla estrema cerchia alpina compresa fra il Passo di Resia e la Vetta d'Italia fino al corso del Po da Cremona alla foce e, da est ad ovest, dal corso del Piave alla linea lago di Garda-Mincio. Grazioli aveva iniziato il suo periodo di comando con un primo concreto progetto di sistemazione difensiva e stradale della regione di frontiera alto-atesina adiacente al Trentino, iniziato appunto con lui e che sarebbe poi proseguito con i suoi successori. Sempre attento ed interessato ad uno dei suoi argomenti preferiti , le Grandi Unità Celeri, ne aveva organizzato e diretto speciali manovre nella zona collinare a sud del lago di Garda. Ad una di queste, aveva invitato anche D'Annunzio, che aveva spesso occasione di incontrare a Gardone dal momento che era stato incaricato dal Ministero della Guerra di forn irgli, per sistemarli nel Vittoriale, alcuni massi del Grappa , del Pasubio , del Sabotino e del San Michele. Il poeta non era potuto intervenire, e se ne era scusato inviandogli questo biglietto datato 24 agosto 1924 che ci piace aggiungere al suo già ricco epistolario: Mio generale, il Mincio per gli italiani veri è un fiume d'anima. Rivederlo avrebbe aumentato il volume del mio spirito come per una divina confluenza. Un ordine del giorno per una mano(59) Grazioli F.S., archivio personale. La minuta del pro-memoria, da1a1a dicembre 1922 senza indicazione del giorno, è scritta su carta intestata del caffé-ristorante Ligure di Torino. e reca su.Ila copertina una nota a matita: Non ricordo se è mai andato a destinazione.


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vra sul Mincio dovrebbe portare il motto inscritto da Carlo V sotto la figura del fiume insigne: In spe prisci honoris. So per ripercussione di fraterna eco con qual maschia potenza Ella illumini le fatiche dell'armi. Spero di vederla uno di questi giorni. Le stringo la mano con caldo affetto di soldato (60).

li clima di tranquilla routine provinciale veniva animato da un solo incidente con l'ambiente cittadino. Il monumento al generale Pianell , eroe di Custoza nel 1866 e primo comandante italiano del Corpo d'Armata di Verona, era caduto in rovina e nessuno si curava di riattarlo. Alle sollecitazioni di Grazioli affinché si ponesse rimedio, era stato risposto che il nome di Pianell non era molto popolare in città, perché i vecchi veronesi ricordavano la sua tenace oppo.sizione alla demolizione delle antiche fortificazioni che soffocavano alquanto la città stessa e ne impedivano l'espansione fuori della cinta, anche se la pertinacia di Pianell era giustificata sino a che il confine restava quello che era, cioè a pochi chilometri dal perimetro urbano. Graziali faceva riattare a spese militari il monumento pretendendo però che i veronesi, con le autorità cittadine alla testa, presenziassero alla cerimonia della nuova inaugurazione ed ascoltassero il discorso nel quale egli, con l'abituale franchezza, stigmatizzava la trascuratezza della città nei confronti di un benemerito della medesima. Il risentimento e l'attrito causati dall'episodio erano peraltro ben presto rimossi da un'altra iniziativa che il comandante ciel Corpo d'Armata aveva saputo tempestivamente assumere a guisa di compensazione , e cioè la restituzione al Comune del Castello di Castelvecchio, da tempo adoperato come caserma. La tranquillità di quel periodo, oltre ad offrirgli varie occasioni di mondanità e rappresentanza, - aveva, fra l'altro, ricevuto il Re d'Inghilterra Giorgio V con la Regina ed il Principe di Galles, il futuro Edoardo VIII dell'effimero regno nel 1936 subito abdicato, accompagnandoli in visita ai cimiteri di guerra inglesi sparsi nel territorio del Corpo d'Armata - gli consentiva di condurre una serie di ricerche negli archivi cittadini di Verona, Padova e Venezia attraverso le quali poteva realizzarsi la stesura del volume Sl! La battaglia di Rivoli del periodo napoleonico , sul quale ritorneremo nel capitolo dedicato alla produzione letteraria. Ma la serena routine veronese stava volgendo al termine. Il 4 maggio 1925 Grazioli è nominato Sottocapo di Stato Maggiore del(60) Grazioli F.S., Epistolario. archivio familiare .


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l'Esercito, nomina contemporanea a quella di Badoglio quale Capo di Stato Maggiore Generale e , congiuntamente, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito , e di Cavallero quale Sottosegretario alla Guerra ; Ministro, dal 4 aprile, Mussolini, che ne aveva avocato a sé la responsabilità dopo le dimissioni del generale Di Giorgio succeduto a Diaz , egualmente dimissionario un anno prima. Pur rimandando sempre, per un approfondimento delle vicende militari di quel periodo , alle pubblicazioni citate, ricordiamo brevemente come Diaz si fosse dimesso in parte per ragioni di salute, in parte per il mancato aumento del bilancio dell'esercito, senza peraltro recedere dalla solidarietà politica con il governo Mussolini al quale egli stesso proponeva il nome del suo successore. Di Giorgio , uomo energico, intelligente, di carattere difficile, poco incline al compromesso ed insofferente verso tutto ciò che ostacolava il corso del suo pensiero , assolutamente chiuso ed incapace ad ogni manovra politica, si era messo subito al lavoro con pochi ufficiali a lui devoti , evitando di ricorrere allo Stato Maggiore, al fine di varare un nuovo modello di ordinamento dell'esercito. Individuata giustamente nella disarmonia fra organici e forza bilanciata la ragione prima ed essenziale della crisi , il ministro però non sembrava tener conto che per la sua risoluzione sarebbe necessitata una soluzione politica che , al momento , non poteva discostarsi o da una riduzione di organici, in funzione di una politica di raccoglimento, ovvero in un aumento del bilancio per una politica di espansione basata sulla forza, che d'altra parte non voleva e poteva chiedere. Come compendia Rochat, ... cercava quindi di superare la crisi con mezzi puramente tecnici , cioè con un riordinamento dell'Esercito che ne rispettasse la struttura tradizionale. Per quanto alcune delle sue proposte fossero assai interessanti, Di Giorgio si condannava a non incidere realmente sulla situazione : l'esercito da lui vagheggiato continuava a dibattersi nel quarantennale contrasto fra mezzi e scopo, fra organico e bilancio (61).

Decisamente avversato in seno al Consiglio dell 'Esercito dalle supreme gerarchie di questo , per le quali dalla asserita semplicità della soluzione dei problemi che riguardavano l'esercito stesso, affermata dal Ministro, sarebbe discesa una palese patente di incapacità nei confronti dei suoi predecessori nonché una impietosa (61) Rochat G ., op . cit., pagg. 529-530.


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messa a fuoco delle numerose contraddizioni ed incongruenze della struttura militare, il progetto veniva altresì sottoposto a critica anche in ambito Commissione senatoriale, composta da dodici membri con le stellette e due civili, ed infine estesamente osteggiato durante la discussione in Senato, al termine della quale Mussolini, che avrebbe potuto imporre l'approvazione dell'ordinamento ma che non riteneva opportuno mettersi contro i generali della vittoria a favore di un loro collega tutto sommato oscuro ed anche inviso al partito, ritirava i disegni di legge. Di Giorgio , come era nel carattere e nello stile dell'uomo, rassegnava le dimissioni e Mussolini stesso assumeva la responsabilità del Ministero della Guerra così come degli altri due dicasteri militari. La sua prima preoccupazione era quella di raggiungere un accordo con i militari che lasciasse a loro la sostanza ed a lui la lustra del comando, e che trovava la sua concretizzazione in un disegno di legge concernente il riordinamento degli alti comandi, nel quale l'elemento più innovatore era l'istituzione della carica di Capo di Stato Maggiore Generale che assorbiva in sé quella, abbinata, di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito (lo Stato Maggiore Esercito, che abbiamo visto essere divenuto nel 1921 Stato Maggiore Centrale, era stato ricostituito come tale nel 1923). Il riaffacciarsi di Badoglio alla ribalta della leadershif) militare non vanificava solo il suo allontanamento del 1921, perdurato poi, sia pure in condizioni di esilio dorato quale ambasciatore in Brasile dalla fine del 1923, sino a quel momento, ma restituiva il personaggio al vertice della struttura militare con un potere quale mai un generale italiano aveva avuto in tempo di pace (62). Le nuove attribuzioni previste per il Capo di Stato Maggiore Generale gli conferivano infatti l'autorità non solo di sovrintendere alle funzioni dottrinarie della preparazione bellica , già di competenza dei suoi predecessori, ma anche di controllarne l'attuazione , con il che la posizione del ministro della Guerra risultava dimensionata in un ambito poco più che amministrativo. Anche il Consiglio dell'Esercito era sottratto alla sfera d'azione· del ministro e ridotto ad un organo consultivo del Capo di Stato Maggiore Generale , con carattere nemmeno obbligatorio e vincolante, che in pratica ne sanciva l'esautoramento. Badogl io rientrava quindi sulla scena più forte e potente di prima, con il controllo pieno ed assoluto dell'esercito , che era in

(62) Pieri P. , Rochat G. Badoglio , Utet, Torino , 1974, pag. 539.


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fondo il suo obiettivo di sempre, l'unico traguardo cui effettivamente attribuisse - e non a torto - importanza e valore, non prestando certo attenzione più di tanto a quell'ulteriore ruolo che la nuova legge gli attribuiva, di coordinatore della preparazione congiunta delle tre Forze Armate , che in realtà rappresentava solo un elemento di facciata ed anche di ardua e scomoda gestione, - il

nuovo compito gli stava addosso come un vestito largo non su misura (63) - dal momento che a ndava a contrastare inte ressi altrui saldamente precostituiti e le relative suscettibilità (le dimissioni dell'ammiraglio Thaon di Revel. ministro della Ma rina , che vedeva nell'abbinamento fra la carica di Capo di Stato Maggiore Generale e quella di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito il pericolo di un a anteposizione degli interessi de lla forza armata di terra a quelli della Marina, ne erano state una prima avvisaglia). Sarebbe interessante un 'analisi approfondita, che in realtà, in maniera esauriente e capillare , non risulta essere stata mai condotta, su questo en nesimo rilancio in chiave sempre più trionfale di un personaggio dai trascorsi tutt'altro che verginali, e palese mente osteggiato, con inusuale concordia ed unanimità, dal consorzio dei colleghi allo stesso livello, il cui nome, come scrive Bertoldi , alle svolte più tragiche delle vicende italiane, si chiamino Caporetto o campagna di Grecia o armistizio delr8 settembre, si incontra sempre ... e sempre fatto oggetto di sospetti infamanti , di accuse terribili, tacciato di colpe vergognose o, quanto meno , di debolezze da uomo mediocre od inetto. Ciononostante, sempre, dopo ogni sconfitta cd ogni errore . dopo ogni ventata di polemiche e di attacchi, si ritrova Badoglio più in alto di prima, riconfermato negli incarichi così mal svolti, a nzi promosso , osannato, decorato. ricompensato lautamente, caricato di nuovi onori (64).

Ma esulerebbe dal nostro lavoro , nell'ambito del quale possiamo solo considerare, in accordo con la maggioranza degli altri autori , come la ragione della designazione di Badoglio andasse ricercata nella necessità, da parte di Mussolini , di disporre di una personalità militare nota e potente in grado di alleggerire le sue responsabilità di ministro della Guerra, e nel contempo accomo-

l63) 11ucciantc G., op. cit., pag. 100. (64) Bcrtoldi S. fladuglio, Della Volpe, Milano, 1967, pagg. 10-11.


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dante ed influenzabile in funzione sia della smisurata ambizione in termini di prestigio e di beni materiali e sia delle zone d'ombra del suo passato, non escluso l'atteggiamento oppositorio al movimento fascista tenuto nell'ottobre del 1922, peraltro piuttosto episodico e più d'effetto sul piano verbale che non di sostanza e poi comunque platealmente smentito con la consueta ambiguità. In più, il defilamento cui suo malgrado era dovuto sottostare negli ultimi anni si era risolto in un concreto vantaggio, non essendosi così trovato coinvolto nella vicenda Di Giorgio e permanendo anche fisicamente lontano nei giorni del delitto Matteotti per il quale, però, aveva opportunamente fatto pervenire da oltre oceano la propria espressione di solidarietà a Mussolini. Giocava in suo favore anche l'età, quei 54 anni che lo rendevano veramente giovane di fronte ai molto più anziani generali della vittoria, il declino dei quali aveva inizio proprio con la sua nomina , un declino ammantato di benefici ed onori, dalla promozione a Maresciallo d'Italia al Collare dell 'Annunziata, ma concretamente espresso dalla sostanziale esclusione da ogni ingerenza nelle questioni dell'esercito. Qualche pedaggio, però, anche l'onnipotente Badoglio doveva pagarlo, e lo faceva con la solita flessibile disponibilità. Come Sottocapo di Stato Maggiore, se c'era un uomo che non avrebbe gradito avere al suo fianco era proprio Francesco Saverio Grazioli, e non possiamo dargli torto, tanto diversa era la struttura psicologica dei due, la dimensione etica ed esistenziale, la linea comportamentale, il livello intellettivo e culturale, tutto. È nota , essendo stata ampiamente riportata dalla letteratura su Badoglio e sul periodo in esame, la sua lettera del 1° maggio 1925 a Mussolini e concernente appunto la scelta del Sottocapo. Fra la terna dei possibili candidati, liquidato Vaccari con la lapidaria aggettivazione di svanito e messo fuori gioco Ferrari , buon elemento ma troppo supino agli ordini del Ministro Di Giorgio, non gode più prestigio, arrivava a Grazioli per il quale affermava: Intelligentissimo, ma non fatto per un lavoro costante e pesante; ambiziosissimo; di carattere scivoloso e poco franco ... quindi elemento da potermene poco fidare ... , (valutazione che, come vedremo poi alla fine del capitolo, Grazioli sarebbe venuto a conoscere oltre vent'anni dopo).

Fa sorridere , per quanto è dato conoscere della personalità dello scrivente, questa modalità proiettiva che, in chiave psicoana-


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litica , esprime un processo per cui specifiche connotazioni ed aspetti del Sé sono denegati e quindi riversati , con un chiaro meccanismo di capovolgimento , su qualcun altro. Dopo aver sq ualificato la rosa dei generali di Corpo d'Armata, Badoglio patrocinava la scelta di un divisionario, ed anche questo aveva una sua logica , in quanto gli avrebbe consentito di legittimare ancor di più il ruolo di gregario che intendeva attribuire alla figura del suo Sottocapo. Melliflue e curialesche tanto la presentazione del candidato prescelto, Sci pioni, quanto le motivazioni: ... che non si presenta bene avendo l'aria di un farmacista , [Scipioni] ha però delle qualità di lavoratore, di organizzatore e d'intelligenza superiori a tutti gli altri ufficiali. Sarebbe per me un vero riposo, nel senso cioè che potrei assentarmi per manovre ed ispezioni sicuro che i miei ordini al centro saranno eseguiti e bene ... Ma con qualsiasi Sottocapo farà lo stesso e V.E. avrà l'esercito che desidera. Mi rimetto perciò completamente alle decisioni di V.E. (65).

E la decisione di Mussolini arrivava, ed era assolutamente misconoscente delle valutazioni del Capo di Stato Maggiore Generale , perché proprio Grazioli risultava il designato. Le ragioni precise della scelta non sono note, ma ipotizzabili con una certa fondata approssimazione. Se è vero che uno dei difetti di Mussolini è stato quello di essersi circondato di personaggi inaffidabili sotto vari aspetti , da quelli umani a quelli professionali , è altrettanto vero che, spesso , non è che egli non fosse cosciente di tali connotazioni negative, e nel caso di Badoglio abbiamo già detto quali criteri ne avessero informato la scelta. Di Badoglio sapeva tutto, ma la ua concezione scettica e pessimistica dell'elemento uomo in genere - fatta eccezione per il fratello Arnaldo , l'unico di cui si fi.dasse totalmente e con il quale avesse un rapporto di vera comunicazione emotivoaffettiva - si traduceva nella difficoltà. sino all'impossibilità . di dare alle sue azioni un significato morale, un valore che non fosse provvisorio, strumentale , tattico (66), per cui del generale piemontese teneva probabilmente conto più della fortuna o dell'abilità con

(65) Pieri P .. Rochat G., op. cit.. pagg. 545-546. Oltre che in altri testi , la lettera è anche riportata, nella sua stesura autografa. in: '.vlussolini B., Storia di 1111 anno. Mondadori, Milano-Verona. 1944. pag. XXXI degli Allegati. (66) De Felice R., op. cit.. pag. 472.


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cui questi, nel novembre 1917, aveva saputo non solo uscire indenne dai noti episodi che lo avevano visto protagonista a C~poretto ma addirittura ricavarne l'incarico di Sottocapo di Stato Maggiore con Diaz, che non del penoso e deplorevole comportamento che li aveva caratterizzati. L'uomo gli serviva, per le ragioni che dianzi sono state enumerate, così come gli serviva mettergli accanto proprio qualcuno che gli fosse diverso, non gradito od addirittura inviso, come era proprio nel caso di Grazioli , con il quale potesse nascere, se già non c'era, una conf1ittualità che tutto sommato era la migliore garanzia contro eccessi di concentrazione di potere. Badoglio era astuto, di una astuzia lenta e silenziosamente opportunista come quella dei contadini della sua terra , ma non era intelligente - la parte intellettuale dell'arte gli sfuggiva, gli mancava la parte costruttiva dell'intelligenza, commenta il Gatti nel presentarne il profilo -professionale che, ovviamente, era strettamente correlato per molti aspetti con quello umano (67) - ed in questa occasione gli era certamente sfuggito che il suo pollice verso nei confronti di Grazioli costituiva invece la maggiore credenziale agli occhi di Mussolini. Questa è una delle ipotesi circa la sua nomina a sottocapo, ma riterremmo di non essere obiettivi, sia pure nei limiti entro i quali pensiamo sia possibile esserlo allorché si formulano delle interpretazioni che, proprio in quanto tali e soprattutto perché non suffragate da prove documentali, non possono prescindere da un certo grado di soggettività, se non mettessimo in conto che a Mussolini, cinismo, poca fede negli uomini ed impostazione tattico-strumentale a parte, poteva francamente piacere questa figura di generale dai trascorsi professionali ineccepibili, colto , preparato, moderno ed avvenirista, e dal quale aveva avuto prove manifeste di solidarietà e di sintonia peraltro scevre da piaggeria ed ambiguità cortigianesche. Né, sul piano storico, può contestarsi che lo stesso Mussolini fosse orientato ad un impulso per l'ammodernamento ed il potenziamento dello strumento militare, anche se all'impostazione di fondo non sarebbero purtroppo seguite modalità esecutive in aderenza. Non furono, i quasi due anni trascorsi come Sottocapo, particolarmente stimolanti per Grazioli, né d'altra parte potevano esserlo. Badoglio , lo abbiamo già detto , mirava in primo luogo al controllo pieno ed assoluto dell'esercito, ed il nuovo incarico di Capo di Stato Maggiore Generale, con tutte le estensioni attributive connesse , non (67) De Biase C. Badoglio, Duca di Caporeuo , Il Borghese, Milano, 1965, pag. 17.


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era riuscito ad eliminare del tutto in lui il sospetto, dato costante nella sua struttura mentale ed ancor più alimentato dalle vicende del 1921, che costituisse un e nnesimo espediente pe r ridurgli proprio quell'influenza egemonica sulla forza armata terrestre cui tanto specificamente guardava. Era portato, pertanto, a concentrarsi su tutto quanto atteneva all 'esercito, accentrando nelle proprie mani problemi e decisioni e quindi mantenendo in disparte ìl Sottocapo che , inoltre , era portatore di due grossi vizi d 'origine: gli e ra stato imposto , nonostante le sue manovre contrarie, ed era una figura bri!Jante e valida, elemento, quest'ultimo, ancor meno accettabile del primo secondo un'ottica che , come abbiamo avuto già occasione di accennare in un capitolo precedente, lo portava a percepire ogni figura così delineata come un potenziale pericolo per la propria immagine e per le proprie ambizioni di potere. Furono perta nto, i due anni passati in via XX Settembre, un periodo di penombra neanche tanto larvata , atte nuata in parte. quanto meno dal punto di vista facciata, dall'indubbio lustro della carica e dalla ripresa di contatti con quell'ambiente romano, specie 'llelle sue frange artistiche e culturali , al quale era sempre rimasto intimamente e nostalgicamente legato anche durante le fasi di lontananza fisica e nel quale la ua immagine globale, nelle varie componenti remote e presenti che la costituivano , si era ormai ammantata di un indubbio carisma. Sotto l'aspetto professionale, non gli era consentito di svolgere se non un 'azione di coordinamento dell'attività che i di versi reparti od uffici andavano volgendo su tematiche cli vario genere, con esclusione però da quei problemi relativi allo studio ed all'impostazione del nuovo ordin amento per i quali ratteggiamento accentratore del Capo di Stato Maggiore non gli lasciava alcuno spazio , riservando solo al Sotto egretario Cavallero una compartecipazione che sare bbe durata sino a che i rapporti fra i due non si fossero profondamente deteriorati; e d'altra parte, una nuova dottrina d'impiego avrebbe cominciato a venire timidamente alla luce solo alla fine del 1926. in simultanea con la nuova scelta ordinativa. Si trattava per lo più di monografie e memorie operative su scenari di prevedibilità, con annesse implicazioni addestrative e di emanazione di norme tattiche a carattere parziale, lavori indubbiamente di Stato Maggiore ma sui quali certamente l'interesse di Grazioli , o meglio il suo grado di partecipazione interio re , non doveva essere molto elevato. Ricaviamo questa impressione sia dalla ridotta presenza di sue annotazioni e chiosature in calce alla documentazione che abbiamo esamin ato , sia da un certo grado di


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ortodossa convenzionalità che caratterizza le stesse allorché sono rilevabili , molto lontana da quella vivacità intellettiva e dalla relativa incisività espressiva alle quali il soggetto ci aveva abituati. Ma , avendone individuato la struttura caratteriale e temperamentale, la · cosa ci sembra aderente a questa fase da dietro le quinte della sua vita professionale, da questa esclusione di fatto dal giro delle scelte e delle decisioni al vertice, nemmeno illuminata dalle gratificazioni derivanti dall'esercizio effettivo di un'autorità quali poteva offrire il comando di una Grande Unità. Citiamo, a titolo di esemplificazione , alcuni titoli dei lavori accennati quali sono emersi dalla documentazione esam inata: Studio del!' organizzazione difensiva della f rontiera occidentale, Relazioni di ricognizioni effettuate in territorio f rancese nel 1925 e 1926, Studio sulle possibilità di impiego dei carri d'assalto sulla nostra frontiera occidentale , Esame geografico-militare dello scacchiere orientale, Condizioni strategiche dell'Italia nel Mediterraneo in caso di conflitto con la Francia , Dati comparativi attuali e futuri delle forze italiane e francesi, Studio monografico sulle possibilità operative nel teatro di operazioni albana-iugoslavo, Promemoria per un'azione di sbarco in Corsica , Memoria sulla Sicilia , Memoria sullo scacchiere settentrionale , ecc. (68). Forse, maggiore soddisfazione poteva derivargli dalla partecipazione , in veste di consulente del Capo di Stato Maggiore Generale insieme ad un altro generale del Reparto Operazioni dello Stato Maggiore Esercito ed al Capo Ufficio Coloniale dello stesso Stato Maggiore , alle riunioni del Comitato Interministeriale per le questioni militari coloniali, che aveva tenuto la prima seduta il 4 marzo 1926. Presso tale organo , presieduto dal ministro delle Colonie ed avente come membri i sottosegretari di questo dicastero e dei tre militari, venivano trattati, con un buon margine di decisionalità, i vari problemi generali e specifici (ordinativi, operativi, logistici, finanziarì, di reclutamento locale, di contingenti volontari nazionali, ecc.) della nostra organizzazione militare coloniale (69). Nello stesso periodo , è da ritenere che fosse stato incaricato di presiedere una commissione per la riforma dell'Educazione Fisica e Pre-Militare; ci induce a questa ipotesi una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio nella quale Grazioli fa riferimento ad una fuga di notizie (68) AUSSME, carteggio relativo allo Stato Maggiore Esercito , Serie L 10, raccoglitori rispettivamente n. 83, fase. S; idem; n. 84 fase. l; n. 84, fase. 3; n. 61 , fase. 2-3; idem ; n. 85, ·rase. 2; n. 91, fase. 7; n. 91, fase . l ; n. 93, fase. 1. (69) ACS, Fondo Badoglio , scatola 2, fase. 4, sottofasc. l.


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26. - Capo della missione militare italiana alle grandi manovre dell'esercito polacco con il ge nerale Sikorsky, direttore delle manovre ( agosto 1925).

27. - Le rappresentanze militari stranie re e la stampa durante le grandi manovre (Polonia, agosto 1925).


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circa i lavori della commissione stessa e dà notizie circa i provvedimenti presi per evitare in futuro episodi similari , e nella quale si esprime in chiave che non lascia dubbi sul ruolo ricoperto in essa (70). Sul piano professionale , una parentesi certamente interessante era stata la partecipazione nell'agosto 1925, quale capo della missione militare italiana , alle prime grandi manovre del risorto esercito polacco che traeva origine da una quadruplice matrice, gli eserciti austriaco, russo , polacco e gli ex volontari del Maresciallo Pilsudsky. Le manovre si erano svolte in due tempi distinti , il primo sulla frontiera russa nella regione di Leopoli, fra grandi masse di cavalleria (dodici reggimenti riuniti in Grandi Unità) ed altre truppe celeri composte da batterie a cavallo e reparti di carri armati leggeri , il secondo nella Posnania, con interventi tattici congiunti di artiglieria e fanteria. L'interesse e la partecipazione con cui Grazioli seguiva queste esercitazioni erano accresciuti dal piacere che gli procuravano le conversazioni e gli scambi di idee con il direttore delle manovre, il giovane e brillante generale Sikorsky , già legionario di Pilsudsky e comandante d'armata nella campagna russo-polacca del 1920 ed infine ministro della guerra. Molto colto e pre parato , aveva idee modernissime in campo militare, che avrebbe successivamente espresso nel volume La guerra moderna, basate soprattutto sull'i mpliego combinato dei mezzi meccanizzati e dell'aviazione , che lo contrapponevano polemicamente ai più tradizionali orientamenti dottrinari della commissione francese che , dopo la guerra mondiale , si era insediata a Varsavia per supportare l'esercito polacco nella sua ricostruzione. Fu per Grazioli un 'occasione estremamente stimolante per confrontare , con un interlocutore in sintonia, i concetti che ispi ravano il proprio pensiero militare e che avrebbe voluto veder tradotti in una realtà più favorevole di quanto non fosse, al momento, quella italiana. Gradevole anche l'incontro con il generale francese Gouraud , che qualche mese dopo , in una conversazione con Ugo Oietti a Parigi, definiva Grazioli: Beau soldat, bel hombre, sympathique, loyal... (71). Aveva anche mantenuto contatti epistolari con Cadorna, che in una lettera del luglio 1925 gli scriveva:

(70) ACS, Segreteria Particolare ciel Duce-carteggio riservato (d'ora in poi SPDCR), busta 5, fase. 91/R Grazioli F.S. , sottofasc. 1, foglio senza protoco llo in data 16.XI.1925, da Grazioli a Mussolini. (71) Oictti U., Gli amici di Parigi. in Corriere della Sera del 30.10.1953.


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... ho visitato la nostra frontiera fra Resia e Tarvisio ... si può organizzare ovunque un ottimo sistema difensivo, duplice o triplice, ma ci vogliono soldi: strade, appostamenti d'artiglieria, caserme , ecc.. . Mi pare d'essere ritornato 50 anni indietro, quando compilavo monografie. Forse ho qualche competenza in tal campo. Ma può darsi che sia appunto per questo che mi hanno escluso daUa Commissione Suprema di Difesa ... (72) .

Del resto , .nel carteggio di Grazioli cortesemente messoci a disposizione dai familiari , abbiamo rinvenuto altri due fogli di Cadorna a lui diretti, relativi al 1922., che testimoniano come Grazioli non avesse tralasciato di ricordarsi dell'ex Comandante Supremo , cosa che va tanto più a suo merito tenendo conto dell'isolamento del quale questi, oltre a quello auto-impostosi, era: fatto oggetto da parte degli esponenti delle alte sfere militari. La prima d i esse contiene espressioni di ringraziamento: Caro Generale, stante una mia breve assenza, soltanto oggi leggo il gentile telegramma che Ella mi ha spedito 1'8 corrente dalle tanto contrastate alture del San Marco. Le sono sommamente grato di essersi rammentato di me nel commemorare le eroiche gesta dei nostri gloriosi caduti su quel colle fata le (73).

La seconda esprime , oltre al ringraziamento per l'invio di una memoria tecnica, anche cenni di valutazione sulla medesima: Caro Generale, ho ricevuto a Pallanza quando era sulle mosse di partire il suo nuovo studio sull'impiego di Grandi Unità Celeri miste, e solo ora ho potuto leggerlo con attenzione. Lo studio è molto ben fatto, chiaro , sintetico, preciso ... (74).

Nelle sue memorie Grazioli, riferendosi a quel periodo, così si esprime: ... Posso affermare che, entro i limiti di attività impostimi da Badoglio, feci del mio meglio per aiutarlo con assoluta fedeltà

(72) Grazioli F.S. , Epistolario, archivio familiare, lettera datata Pallanza, 11.7.1 925, da Cadorna a Grazioli. (73) Grazioli F.S., epistolario , archivio fa miliare, lettera datata Pallanza, 21 .6.1922, da Cadorna a Grazioli. (74) Grazioli F.S., epistolario , archi vio famil iare, lettera datata Firenze, 5.12.1922, da Cadorna a Grazioli.


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e lealtà nel suo gravoso compito. Il che non valse però a diradare in lui una certa tal qual diffidenza sospettosa con la quale seguiva l'opera mia , fino al punto da dar credito a voci perverse che insinuarono avessi io in animo di scalzarlo dalla sua alta carica per mettermi io al suo posto. In seguito, si convinse della falsità di ciò, dimostrandomi più amichevole considerazione. Tuttavia, nei due anni che fui suo Sottocapo, regnò sempre fra noi un larvato disagio, che rese per me quel periodo della mia carriera di njente affatto giovevole ricordo (75).

Fra le attività di Badoglio quale Capo di Stato Maggiore Generale dal 1925 al 1927, vi era stata la elaborazione di una Memoria sul!'organizzazione dell'Esercito italiano in tempo di pace e sulla sua lrasformazione in esercito di campagna, redatta nell 'ottobre 1925 e diretta al Presidente del Consiglio (76), dalla cui approvazione prendeva corpo il nuovo ordinamento che, tradotto in Legge l'll marzo 1926, assumeva il nome di ordinamento Mussolini dal momento che da questi era stato presentato in parlamento nella sua qualità di ministro della Guerra, ma che in effetti era il frutto del lavoro di Badoglio e Cavallero ai quali pertanto risulterebbe più giusto attribuirlo anche nominalmente. Ricordiamo, molto sinteticamente, come esso si impostasse su una mobilitazione per la guerra delle sole trenta divisioni già esistenti in pace, senza illusorie e pericolose improvvisazioni, che però avrebbero avuto composizione più salda ed omogenea perché tutti i loro elementi sarebbero stati radunati già in pace sotto unico comando ed in sedi vicine, anche se era contemplata la loro riduzione a tre reggimenti di fanteria rispetto ai quattro precedenti, attuata già dai maggiori eserciti europei, che avrebbe consentito un miglior affinamento dell'armamento ed una più ampia mobilità, permettendo di assumere un atteggiamento aggressivo sin dalle prime fasi di guerra. In sintesi, venivano gettate le basi per un esercito tipo lancia e scudo, sempre pronto all'impiego, e nello stesso tempo con un'intelaiatura sufficientemente vasta per accogliervi il numero di unità in funzione delle esigenze belliche. Altri punti base del nuovo ordinamento erano la ferma di 18 mesi per 150.000 ·uomini e di 6 mesi per altri 50.000, la riduzione di circa 2500 unità negli organici degli ufficiali , la ricostituzione del Corpo di Stato Maggiore in luogo del servizio di Stato Maggiore, la adozione (75) Grazioli F.S ., Memorie, archi vio familiare. (76) AUSSME, carteggio relativo allo Stato Maggiore Esercito, Serie L 10, rac· coglitore n. 33, fase. 6. ·


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del battaglione di fanteria nuovo tipo, molto più articolato e dotato di armi di quello in vigore nel dopoguerra. E ra un'opera di riordinamento, rispetto al retaggio che il binomio Badoglio-Cavallero aveva ereditato dai predecessori , di ampiezza necessariamente ridotta, con un significato di raccoglimento e consolidamento che, per evolvere verso un livello di soddisfacente efficienza, avrebbe necessitato di maggiori disponibilità finanziarie e del tempo necessario per il raggiungimento di alcuni traguardi inderogabili quali la ricostituzione delle scorte di mobilitazione, il rinnovo del parco artiglierie e la diffusione della meccanizzazione, elementi invece ai quali, in virtù di un tumultuoso perseguimento di obiettivi ad ampio spettro, non sarebbe stata di fatto prestata l'attenzione dovuta con le drammatiche conseguenze che sarebbero rapidamente venute alla ribalta quattordici anni dopo. Nella discussione parlamentare del disegno di legge che presentava il nuovo ordinamento, Mussolini era stato prodigo di elogi per tutti , ma in particolare aveva messo in rilievo l'opera di Cavallero, al quale in pratica aveva effettivamente delegato le incombenze ministeriali , cui non lesinava anche un riferimento alla prima guerra mondiale indicandolo come uno degli artefici della vittoria del Piave e di quella di Vittorio Veneto (77). Badoglio non aveva ovviamente gradito né la valorizzazione in assoluto di Cavallero né l'attribuzione a questi dei fasti di Vittorio Veneto, del cui piano di battaglia si arrogava il diritto di considerarsi l'autore , e se Cavallero vi aveva collaborato come capo dell'Ufficio Operazioni, ciò era pur sempre avvenuto sotto la sua direzione. Il rapporto fra i due, che era stato si no allora solo apparentemente normale e collaborativo ma in realtà sotteso da un'insanabile , sotterranea discordia della quale finiva inevitabilmente di pagare lo scotto lo stesso Grazioli, preso in mezzo fra due fuochi , iniziava quel processo di deterioramento che si sarebbe ulteriormente inasprito con l'approvazione del Decreto Legge del 6 febbraio 1927, la cui elaborazione e stesura erano attribuite proprio allo stesso Sottosegretario di Stato, con il quale l'ordinamento dell'Alto Comando subiva una nuova , sostanziale modifica attraverso la separazione della carica di Capo di Stato Maggiore Generale da quella di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. La prima , che Badoglio manterrà ininterrottamente sino al 1940, era resa solo illusoriamente più prestigiosa ed esaltante, con l'attribuzione

(77) Succiante G. , op. cit. , pag. 105.


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del coordinamento nell'organizzazione militare dello Stato e del ruolo di consulente tecnico del capo del governo, ma in realtà veniva svuotata di contenuto reale e del tutto privata di esercizio effettivo e diretto di comando , quando si consideri che il Capo di Stato Maggiore Generale poteva corrispondere con i Capi di Stato Maggiore di Forza Armata esclusivamente per il tramite dei rispettivi Ministri ( cioè dei Sottosegretari delegati da Mussolini). Il ritorno del generale Giuseppe Ferrari quale Capo di Stato Maggiore dell'Esercito (era già stato Capo dello Stato Maggiore Centrale dal 1923 al 1925) comportava anche l'avvicendamento dell'incarico di Sottocapo, che Grazioli lasciava pertanto in data 1 febbraio 1927, destinato ad assumere dal 26 dello stesso mese , dopo essere stato nominato comandante designato d'Armata, il comando dell'Armata di Bologna, una delle quattro sedi di comando d'Armata allora esistenti in Italia. Avrebbe ricoperto tale incarico per poco meno di otto anni, sino all'ottobre del 1934. La giurisdizione del suo comando si estendeva a tutta la frontiera orientale alpina da Tarvisio a Fiume, nonché sui Corpi d'Armata di Udine e Bologna. Anche quì, come già a Verona, Grazioli si dedicava subito allo studio di un progetto di organizzazione difensiva e di sistemazione stradale della nuova frontiera dal Tarvisiano al mare , i cui presupposti iniziavano da estese ricognizioni personalmente eseguite con tutti i mezzi, non escluso il cavallo e le escursioni a piedi, che gratificavano ampiamente il suo SiPirito sportivo e di amante della natura, ripagandolo dell'immobiliJtà - non solo fisica - del periodo trascorso a Roma dalla quale, pur nell'attaccamento che le portava , si era allontanato ora volentieri dopo l'atmosfera vissuta in via XX Settembre. Nel progetto difensivo , molta attenzione rivolgeva al massiccio del Nevoso, della cui secolare foresta popolata di cervi , di proprietà del Principe di Schonburg, era spesso ospite per appassionanti partite di caccia , intorno al quale dava inizio alla costruzione di una strada militare rivelatasi poi molto utile anche ai fini civili. Per i lavori di fortificazione, non tardavano a nascere contrasti con lo Stato Maggiore, presso il quale prevalevano criteri di fabbricazione eminentemente passivi, ispirati alla Linea Maginot che i francesi stavano contemporaneamente allestendo , mentre in Grazioli la propensione era per una difesa a carattere meno statico e più manovriero. Sarebbe riuscito solo in minima parte ad affermare i propri concetti. A prescindere, comunque, dalle incombenze strettamente connesse alle attribuzioni di comando, Grazioli era protagonista di una-serie di attività


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collaterali - il 22 dicembre 1928, tra l'altro, veniva nominato Senatore del Regno, iniziando cosl anche un impegno politico del quale verrà riferito nel capitolo successivo - di particolare importanza ed interesse e delle quali cercheremo di tratteggiare gli aspetti più sign ificativi. Sin dal 1926 era stato nominato Presidente dell'ENEF (Ente Nazionale Educazione Fisica), organismo nato nel 1923, all'epoca in cui ministro della Pubblica Istruzione era Giovanni Gentile, con il compito di coordinare tutte le attività ginnico-sportive ed in particolare quelle scolastiche. L'incarico gli piaceva, si innestava in quello di realizzatore della Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica , e pertanto aveva sempre vissuto con partecipazione le vicende di questa nuova struttura cercando, anche se con scarso successo , di farla uscire dalla morta gora di uno sterile burocraticismo affossatore degli scopi per i quali era sorta. Tentava a più riprese, pertanto, di difenderne la vita e la funzione , cercando di preservarla dagli appetiti politici e di garantirne in qualche modo la sopravvivenza funzionale. In questo contesto si inseriva la lettera indirizzata a MussoliQi il 12 settembre 1927: }{o preso parte di recente ad una importante riunione con S. E.

il Ministro Fedele, S.E. Turati e gli onorevoli Ferretti e Ricci sul tema della opportunità e possibilità di affidare all'Opera Nazionale Balilla ed Avanguardisti la cura dell'educazione fisica per gli alunni delle Scuole Medie, fino ad ora tenuta dall'E EF.

Dopo una breve storia delle vicende di questo Ente e delle vicissitudini organizzative e finanziarie che l'avevano ridotto ad una istituzione fiacca e stentata che tuttora vivacchia nonostante la nostra migliore buona volontà, Grazioli, pur riconoscendo all'Opera Nazionale Balilla il contributo di una fresca e vigorosa energia, ammoniva con la dovuta cautela e prudenza come un eventuale nuovo scacco in materia di educazione fisica scolastica avrebbe potuto produrre , oltre tutto, incalcolabili danni a quella maschia preparazione bellica integrale che sta tanto a cuore a V.E. La sapiente premessa gli consentiva di introdurre subito dopo il problema degli istruttori , certamente prioritario e determinante per l'azione che si prefiggeva Grazioli di sottrarre al Partito il controllo dell'Ente: ... d'accordo per l'innesto nel nascente e vigoroso virgulto dell'Opera Nazionale Balilla anche del problema dell'educazione


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fisica delle ·future classi dirigenti, ma a patto che fin da principio si assicuri all'Opera Nazionale Balilla una ben attrezzata e ben diretta fucina di istruttori, capaci non solo di impartire la pura e semplice ginnastica e le altre multiformi attività connesse con un'educazione fisica giovanile atta a preparare vigorosi soldati alla Patria, ma capaci essi stessi di funzionare da esempio vivente ai giovani di quel che si deve fare e di come si deve fare.

L'aggettivo nascente e il sostantivo · virgulto riferiti all'Opera Nazionale Balilla, oltre che rispondere ad una oggettiva valutazione - l'Opera era stata istituita il 3 aprile 1926 - rappresentavano un modo, pur nella apparente cordialità espressiva, di sottolineare agli occhi dell'autorevole destinatario, con quel metodo soffuso di far scivolare un'immagine nello schema mentale altrui senza inopportune forzature, che sarebbe diventato poi una raffinata tecnica operativa della pubblicità e delle comunicazioni di massa in genere, l'aspetto tuttora embrionario dell'istituzione ma del cui crescente peso contrattuale Graziali sembrava già aver rilevato i primi significativi sintomi. E non sbagliava, infatti, dal momento che la nomina apresidente dell'Opera Nazionale Balilla di Renato Ricci, avvenuta nel febbraio di quello stesso 1927, aveva dimostrato subito come il neo dirigente avesse idee ben precise e fosse animato da slancio, passione, spirito d'iniziativa e notevoli capacità organizzative, niente affatto disposto a non essere altro che un mero esecutore delle direttive mussoliniane. A questa parte preparatoria della lettera, seguiva la parte più specificamente di attacco , nella quale Graziali proponeva di guardare all'esempio dell'esercito ed alla sua Scuola Centrale di Educazione Fisica della Farnesina, che lui stesso aveva fondato ed avviato: Ma l'Esercito stesso otterrebbe molto di più se nel Paese, prima della leva , si facesse sul serio - (il corsivo è sottolineato nel testo-n.d.r.-) - della educazione preparatoria, cosa che invece, checché se ne dica , non si fa. Bisogna, in questo campo, uscire dalle incertezze, dalle eccessive strettezze finanziarie, dalle vuote e stanche logomachie di troppo pretenziosi tecnici della educazione fisica, dalle perturbatrici influenze di certi predicatori che confondono il libero sport (gioia dei maturi) con il necessario e graduale tirocinio fisico dei giovanetti, e guardarsi dagli esaltati che credono che la educazione fisica consista nelle adunate , nella parate e negli sbandieramenti per le vie e città od in numeri ormai di prammatica in ogni ricorrenza festiva,


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nei quali la manifestazione fisica collettiva, buona à epater le bourgeois, tiene il posto di prove serie, atte a misurare l'attitudine fisica della gioventù. Ben altro occorre per preparare la materia prima da cui poi !'.Esercito Harrà gli arditi e vigorosi soldati che ci abbisognano. Dove si facesse sul serio una educazione fisica ginnico-sportiva razionale, · preparatrice d'animo e di muscoli, non vi sarebbe posto né per spettatori avidi di parate né per totalizzatori di qualsiasi risma .

A queste considerazioni, espresse con la consueta franchezza e scevre di perifrasi, faceva seguito il punto-chiave della proposta, cioè quello di fo ndare una scuola ad hoc, sul modello di quella militare _della Farnesina che, affidata aci un direttore provetto, avrebbe potuto produrre in pochi anni un sufficiente numero di ottimi istrut· tori civili : Io penso che essa potrebbe sorgere con ben poca spesa a Roma, presso la Farnesina, in un'area demaniale militare che esiste ed utilizzando gli stessi campi sportivi e le stesse palestre e sale di scherma della Scuola Militare. Ne uscirebbero istruttori ben diversi dagli attuali maestri di ginnastica , perché esperti a forme nuove e libere di educazione fisica ginnico-sportiva, applicata al terreno e graduata con le età dei giovani. Soprattutto sarebbero istruttori addestrati ad insegnare quegli esercizi pratici extra-ginnastici che costituiscono la vera preparazione sostanziale del futuro graduato di truppa e del futuro ufficiale di complemento delle varie Armi , perché simili a quanto si faceva nell'ambiente dei giovani esploratori nel campo delle istruzioni di campagna, metodo istruttivo che i balilla e gli avanguardisti (se pure con ben altro spirito politico) dovrebbero tecnicamente imitare. Si risolverebbe così il grave problema del reclutamento dei capi-squadra, fondamentale per la moderna tattica del campo di battaglia.

In questo paragrafo l'intento da parte di Grazioli di sottrarre il problema al controllo degli organi del Partito , trasferendolo a quello dell'istituzione militare, usciva palesemente allo scope rto . Si accennava poi aJl 'aspetto finanziario che , pur nelle difficoltà del momento, andava superato guardando all'investimento che ne sarebbe seguito , e che tutto sommato si sarebbe potuto risolvere con un aumento di un milione e mezzo annuo sull'attuale bilancio. La chiusura era altrettanto abile quanto il resto dell'intero documento , permeata di una patetica, quasi trepida preoccupazione per l'Opera


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Nazionale Balilla: riferendosi infatti ai precari mezzi di cui disponeva l'ENEF in quel momento , ... condannare ora l'Opera Nazionale Balilla a queste stesse strettoie, affidandole a cuor leggero una così alta responsabilità, sarebbe tradirla (78) .

La avveduta e sottile stesura della lettera centrava, al momento, il bersaglio. Dopo quattro giorni perveniva la risposta di Mussolini: Ho letto il suo rapporto sull'ENEF passato e futuro. Concordo sulle conclusioni per quanto concerne: a. i metodi ed i fini; b. gli istruttori e la loro Scuola Centrale; c. una maggiore possibilità di fondi. Intanto La ringrazio per quanto · ha fatto sin quì (79).

Ma si trattava di un successo destinato a rimanere sulla carta. L'impulso dato da Ricci all'Opera Nazionale Balilla era talmente vigoroso e veloce da far decantare qualsiasi altra soluzione alternativa. Egli aveva impostato i programmi dell'ente da lui diretto su una scelta strategica che, se alla fine doveva rivelarsi esiziale per la sua carriera stante la guerra mossagli da Turati, Giuriati e soprattutto Starace, che guardavano con preoccupazione allo svilupparsi di un organismo importante come l'Opera Nazionale Balilla al di fuori della potestà del Partito, era imperniata sulla costituzione di una solida struttura logistica. In effetti fu tale da far sì che, al termine della sua presidenza, l'Opera contasse, oltre al Foro Mussolini, 890 Case del Balilla, 1470 palestre, 2568 campi sportivi, 22 piscine (80). Inoltre , per supplire all'assenza di insegnanti di educazione fisica ed, ancor più, per dotare l'Opera Nazionale Balilla di una propria classe dirigente, Ricci aveva realizzato l'Accademia Fascista di' Educazione Fisica, inaugurata da Mussolini il 5 febbraio 1928, cinque mesi dopo, quindi, lo scambio epistolare con Graziali , cui era seguita l'Accademia Femminile Fascista di Orvieto ed altre importanti realizzazioni quali l'Accademia Fascista di Musica, i Collegi Navali di (78) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Graziali F.S. , sottofasc. 1, foglio senza protocollo del 12.9.1927, da Grazioli a Mussolini. (79) ACS, SPDCR, busta 5, fase . 91/R Graziali F.S., sottofasc. 1, foglio senza protocollo del 16.9.1927, da Mussolini a Grazioli. (80) Setta S. Renato Ricci, Il Mulino, Bologna, 1986, pag. 126.


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Venezia e Brindisi, le Scuole Marinaretti di Sabaudia e Cagliari, il Collegio Magistrale di Udine. Ricci aveva indubbiamente saputo giocare d'anticipo, anche se, come s'è detto , questa sua appassionata alacrità gli si doveva ritorcere contro nel gioco degli accentramenti del potere e delle gelosie personali. La questione della preparazione ginnico-sportiva rientrava nell'ambito di quel problema ancora più ampio rappresentato dall'addestramento globale di tutto il personale militare, inteso non in senso generico bensì quale presupposto condizionante per l'orientamento della dottrina bellica nazionale. La pubblicazione , nel 1930, del primo volume di un libro del Maresciallo Giardino dal titolo Rievocazioni e riflessioni di guerra, forniva a Graziali l'opportunità di inserirsi nel problema stesso, potendo sopperire così al silenzio forzato in merito alla enunciazione del proprio pensiero al quale i due anni trascorsi come Sottocapo di Stato Maggiore alle dirette dipendenze di Badoglio l'avevano costretto. Non appena ultimata la lettura del libro , Grazioli aveva redatto un articolo-i:ecensione, non sappiamo a quale rivista destinato ma che è da ritenersi fosse una a carattere tecnico-professionale, che peraltro non avrebbe mai visto la luce . La ragione di questa mancata divulgazione del pensiero di uno dei più appassionati esperti e cultori delle problematiche militari è chiaramente esposta nella lettera che segue, con la quale Graziali inviava l'articolo a Mussolini , e la dice lunga sul clima di refrattarietà dell'alta dirigenza militare a qualsiasi tentativo di sviluppare una nuova cultura su una base di stretta interdisciplinarietà con quegli aspetti tematici il rapido progredire dei quali avrebbe dovuto renderla imprescindibile: Eccellenza, come da desiderio espressomi da V.E. nel colloquio del 7 corrente, mi onoro trasmetterLe una copia dell'articolo critico che avevo preparato non appena letto il primo volume del noto libro di S.E. il Maresciallo d'Italia Gaetano Giardino; articolo che non fu pubblicato in seguito a preghiera fattamene da S.E . il Ministro della Guerra. V.E. vedrà quanto radica1mente diverso sia il mio punto di vista su alcuni degli argomenti importantissimi toccati dal Maresciallo nel suo autorevole scritto; e come, più assai che una semplice diverge nza di idee, emerga daJJe mie brevi pagine una viva preoccupazione dell'effetto , secondo me pericoloso, che certe conclusioni di quel primo volume potrebbero avere sulla preparazione spirituale e tecnica dell'Esercito nostro, in vista di una probabile , prossima guerra.


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La nostra preparazione militare, a mio parere, procede metodicamente e, senza alcun dubbio, ogni anno guadagna buon terreno. Ma sarebbe desiderabile che, in ogni ramo, essa fosse condotta con uno spirito più vibrante, più genialmente riformatore, affinché tutti gli elementi nuovi , spirituali e materiali , che la rinnovata vita italiana ora ci offre, possano trovare campo _libero ed aperto per esplicarsi e dare il loro maggiore rendimento. Ed allora , inevitabilmente, data la sostanziale tipica versatilità del nostro popolo, tutto il ritmo della nostra preparazione militare prenderebbe un'altra andatura ed un altro slancio; la fredda dottrina ufficiale si animerebbe, nei singoli e nella collettività, di quel fresco alito di audace e generosa intraprendenza che a me pare indispensabile infondere nelle nostre Forze Armate, affinché la politica estera a largo respiro dell'E. V. possa contare, ad ogni momento e per ogni evenienza, su uno strumento offensivo - (il corsivo e sottolineato nel testo-n.d.r. -) - sia pure misurato nelle dimensioni e nel peso ... (81).

L'articolo aveva come titolo Guerra manovrata e guerra di cordone di trincee. Grazioli lo iniziava focalizzando subito il concetto in merito al quale più deciso era il suo dissenso da Giardino, cioè nella necessità da questi propugnata di considerare alla pari le due possibili forme di guerra , quella di movimento e quella di trincea o, ancor più esplicitamente, di cordone di trincea. Chiarito come non si dovesse cadere nel. grossolano errore di confondere que~te due forme opposte di guerra con i due atteggiamenti essenziali di qualsiasi forma di lotta, l'offensivo ed il difensivo, destinati entrambi a coesistere e talvolta con carattere di concomitanza, Grazioli operava una disamina sulle cause che avevano cristallizzato il conflitto mondiale nella forma arida e logorante della guerra di trincea, individuandola soprattutto nell'evidente squilibrio nel rapporto di potenza fra i mezzi d'attacco ed i mezzi di difesa allora disponibili, con notevole svantaggio di quelli rispetto a questi , manifestatosi non appena la parte che sino allora aveva avuto la peggio era riuscita ad aggrapparsi fortemente al terreno, e ad attivare tutti i mezzi possibili di d ifesa che l'industria era riuscita a porre a sua disposizione. Ma, oltre a questo, aggiungeva anche la comoda inerzia mentale dei comandi, inclini a rifuggire dal concetto di manovra in genere limi(81) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91 /R Graziali F.S. , sottofasc. 2, foglio senza protocollo del 10.11.1930, da Grazioli a Mussolini .


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tandosi ad applicare, di questa , la forma più semplice, quella dell'avanzata metodicamente e linearmente frontale a contatto di gomiti , nonché il progressivo appesantimento logistico dei reparti , agente come freno tanto in campo tattico quanto in campo strategico. L'azione d'attacco, pertanto, anche soltanto di fronte a poche mitragliatrici ben appostate e brandeggiate, non aveva trovato altro di meglio da fare che radicarsi al terreno , sprofondarvisi nella formazione stessa nella quale si trovava, trasformandosi così naturalmente in un «cordone di trincee» subito rafforzato, durante l'attesa, dall'ostacolo passivo del reticolato. Erano nate così quelle inverosimili fronti trincerate parallele che avevano cristallizzato la guerra. Ma, proseguiva l'argomentare di Grazio li, anche sussistendo tali condizioni, vi era stato ad un certo punto, proprio come anelito al disimpantanarsi da una situazione che stava diventando assurda, una feconda attività sia nel campo tecnico che in quello organicotattico atta a trovare un modo tale da modificare , a vantaggio dell'attacco, lo squilibrio nel suo rapporto con la difesa. E si erano verificati, infatti, i primi grandi sfondamenti che dimostravano appunto come le fronti trincerate e reticolate, nonché le stesse linee di una difesa elastica disposte a fasc ie ed a scacchiera, non potessero dirsi più inviolabili, anche se erano giunti un po' tardi, quando già la lunga e deprimente guerra statica di trincea aveva anchil osato un po' tutti, comandi, truppe e servizi. Comunque i grandi sfondamenti sortirono il loro effetto, quando l'attaccante aveva voluto e saputo affrontare le difese con i mezzi necessart e nelle forme opportune, e laddove era stato possibile un arresto , avevano concorso per i difensori una serie di cause indipendenti dalla volontà di resistere. Il problema, secondo Grazioli, era un altro: perché, ad un certo punto, e talvolta indipendentemente dalla resistenza avversaria, il cuneo sfondante si assottiglia, si rarefà, perde di slancio e velocità, fino a che arriva un certo momento in cui basta il più tenue, il più · imprevisto ostacolo attivo per arrestarlo. ... J perché sono molti, ma il principale, a mio modo di vedere, sta nell'impossibilità dell'ormai pesantissima , ingombrante, necessariamente pigra macchina logistica di seguire il cammino dell'attacco e di alimentarlo come si conviene. Volendo essere paradossali per essere più chiari , potremmo dire che , ad un certo punto, anche senza nessuna saldatura nemica, lo sfondamento si arresterebbe da sé. Questa constatazione è molto amara per coloro che sognano tutt'ora, pur con le enormi" masse odierne. la guerra manovrata , la sola corrispondente alla vera


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essenza dell'arte militare; ma è pure sconcertante per coloro che vedono nel semplice riallacciamento del contatto di gomito e nel pronto ristabilimento di una difesa a cordone trincerato l'unico, indispensabile e sicuro modo di salvarsi dall'invasione di un nemico prevalente di forze e di audacia ed animato da grande volontà offensiva. Non questo, in verità, ci dice la guerra; ma piuttosto la guerra ci forn isce la prova palese ed impressionante che la ragione vera della decadenza dell'arte, nella sua essenza genuina di manovra offensiva, non sta nelle preziose virtù taumaturgiche del cordone di trincee, ma piuttosto nella mostruosità e nella pesantezza dei troppo colossali e pigri eserciti moderni ... . . . È tutto un campo nuovo che ci si apre davanti nel futuro, proprio per le amare constatazioni che l'esperienza della guerra mondiale ci ha dato modo di fare; campo nuovo che assorbe l'attenzione ansiosa di coloro i quali vedono i vantaggi concreti della guerra dinamica sulla guerra statica e pensano che, attraverso formazioni ed organizzazion i sempre più snelle e più rapide, largamente sfruttanti le nuove possibilità automeccaniche, si riesca a riprendere intero il predominio su chi non voglia o non possa far altro che difendersi dietro una trincea.

L'analisi proseguiva con una obiettiva valutazione relativa alle nostre battaglie difensive durante la guerra , molto interessante per la spregiudicata franchezza con la quale il tema veniva affrontato. Graziali denegava il carattere di vera e propria battaglia d'arresto alla nostra resistenza sul Piave nel novembre 1917, dal momento che, da parte austriaca , si e rano avuti soltanto attacchi sconnessi, vani conati di un'offensiva ormai inceppatasi per le ragioni che erano state esposte in precedenza, l'impossibilità cioè di una adeguata alimentazione logistica. Sugli Altipiani, si erano avuti invece attacchi nemici poderosi, ma contro nostre posizioni già da tempo sistemate a difesa, con carattere di difesa organizzata e non di improvvisa saldatura e quindi non sufficienti a dimostrare l'efficacia di quest'ultima di fronte ad una vigorosa puntata sfondante nemica. Sul Grappa , infine , il carattere delle operazioni che vi si erano svolte era stato ancora più tipicamente diverso. Là si era realmente avuto un esempio di difesa manovrata in terreno libero, che tale doveva restare per tutta la durata della violenta offensiva austriaca, una vera e propria battaglia d'arresto. Dalle osservazioni svolte ne conseguiva, secondo l'estensore dell'articolo, il non dover prendere in considerazione né la necessità né l'opportunità di valutare alla pari nella dottrina, nell'addestra-


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mento e nell'educazione militare la guerra di movimento e la guerra di trincea. Grazioli diceva altresì di usare di proposito il termine educazione, perché in realtà il pericolo non stava tanto nella forma istruttiva quanto nell'animo radicalmente diverso che le due categorie di guerra richiedevano . Occorreva bandire il trincerismo nella sua accezione professionale , riservandolo solo agli echi rievocativi e sentimentali del reducismo. Le conclusioni erano incentrate sul fatto che la grande battaglia manovrata avrebbe ripreso il suo ruolo determinante attraverso il perfezionamento delle forme , dei metodi , dei mezzi dell'attacco ed il loro corretto coordinamento nel tempo e nello spazio: ... Questo solo deve essere ìl nostro assillante pensiero dì tecnici della guerra. E per beo prepararsi ad attuarlo, nel caso dì un nuovo grande conflitto , sono necessarie varie e poderose provvidenze. Ma fra queste, quelle che a noì sembrano le più ele mentari sono le seguenti: l. non parlare mai dì guerra di trincea , se non come possibile , temporaneo atto di manovra corrispondente al normale atteggiamento dife nsivo compatibilissìmo anche con la guerra manovrata; 2. tendere tutti i nostri sforzi a re ndere più mobili ed a ridare piena libertà dì manovra in ogni senso alle nostre unità grandi e piccole, ciascuna nel raggio d'azione dì propria compete nza , il che equivale a dire che è necessario aprire dovunque degli intervalli e convincersi che come un'unità ha una fronte, ha a nche un fianco e qualche volta un tergo suì quali deve pur essere ìn grado di manovrare; 3. reagire per quanto possibile contro il mostruoso, crescente appesantimento dell'Esercito, sia trasformando ìl costume e diminuendo i bisogni d'ogni genere, sia convergendo con passione e con fiducia i nostri studi e la nostra attenzione sulle unità più mobili, le quali , agìlì e potenti, possono segnare una via da cui forse molte cose utìlì potremo sperare allorché almeno in esse si riuscirà a far riprevalere la qualità sulla quantità, la velocità sul peso, cercando dì riconquistare col fattore tempo quello che inevitabilmente si perderà in potenza; 4. sviluppare fino all'esasperazione lo spirito combattivo nelle truppe e la passione e la gioia della responsabilità e della genialità di comando negli ufficiali. Scuotere le menti e gli animi. Suonare la sveglia ... (82). (82) ACS. SPDCR. busta 5, fase. 91/R Grazio/i F.S.. sottofasc. 2, articolo datato 23.7.1929 allegato al foglio di cui alla nota 81.


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Non ci sembra che quanto contenuto nell'articolo comporti la necessità di un ulteriore particolare commento, dal momento che la validità delle considerazion i formulate da Grazioli sarebbe stata direttamente confermata dieci anni dopo dalle vicende operative del secondo conflitto mondiale, che nelle pianure dell 'Europa centrale, della Russia e del Nord Africa avrebbero riproposto entrambe le problematiche, tanto quella dell'egemonia della guerra meccanizzata condotta ad alta velocità e con il concorso del mezzo aereo, quanto quella della priorità, tutt'altro che facile da soddisfare, della componente logistica. Due giorni dopo l'invio dell'articolo a Musso· lini, perveniva la risposta di questi: Illustre Generale, ho letto col più vivo interesse il Suo articolo e voglio credere che solo motivi di opportunità personale ne abbiano sconsigliato la pubblicazione. Sarebbe stato utile far sentire l'altra campana, altera pars. Ho tuttavia l'impressione che stiamo ricalcando le vecchie orme della guerra di ieri, senza tener conto - almeno - degli insegnamenti dell'ultima fase la decisiva - della guerra stessa (83).

In parte perché incoraggiato dall'ultima frase del capo del governo , in parte perché desideroso di esternare il proprio pensiero , in parte, anche , perché persisteva a nutrire l'ambizione di poter accedere a quelle supreme cariche militari dalle quali lo si continuava a tenere lontano , fatto sta che , circa sei mesi dopo, Grazioli riprendeva quella penna al cui uso, peraJtro, aveva una così facile e brillante attitudine ed inviava a Mussolini un elaborato accompagnato come segue: Eccellenza , mi sono provato (più che altro per un doveroso autocontrollo delle mie idee) a scrivere il discorso che avrei potuto fare quest 'anno, al Senato, qualora (per pura ipotesi) avessi dovuto parlare sul bilancio della Guerra . Ne è venuto fuori un discorso che, mentre è lo specchio fedele e sincero di ciò che io penso sull'attuale nostro apparecchio militare , non sarebbe stato in nessun caso pronunciabile, sia in considerazione della mia particolare, delicata posizione di Generale in servizio attivo, sia per ovvie ragioni di opportunità

(83) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Grazio/i F.S., sottofasc. 2, foglio senza protocollo del 12.11.1930, da Mussolini a Grazioli.


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politica, interna ed estera. E quindi, naturalmente, dopo scritto il discorso, l'ho messo immediatamente a dormire. Tuttavia oso pensare che a V. E., cui tanto sta a cuore la nostra attività militare, potrebbe forse riuscire di qualche interesse conoscere questa libera espressione di un pensiero personale su argomenti tanto importanti, in rapporto alla nostra situazione politica presente o prossima futura. E perciò mi permetto di inviare a V.E. una copia del discorso con annesse alcune Note esplicative, assicurando che null'altro mi muove se non l'ardente passione di concorrere a rendere sempre più gagliardo e più pronto l'Esercito nostro, per il maggior bene della Patria. Non ho comunicato a nessuno queste mie idee, e oso pregare V.E. di voler considerare come rivolta esclusivamente alla persona dell'E.V. la comunicazione in oggetto. Soltanto se fossero eventualmente riaperte le sedute del Consiglio dell'Esercito, organo naturale per discussioni di questo genere, io mi riterrei in dovere di esporre alle autorità competenti queste mie idee, e mi sentirei di farlo col calore di una convinzione profonda e sincera di poter arrecare un contributo utile alla risoluzione dell'arduo problema (84).

È probabile , lo abbiamo già adombrato, che la motivazione del discorso al Senato, la cui eventualità lo stesso estensore giudicava ipotetica, non rappresentasse altro che un mezzo per far pervenire al capo del governo l'espressione del proprio punto di vista, che nel contempo suonasse anche come una riproposizione della propria persona per quegli incarichi al massimo livello dai quali il clan facente capo a Badoglio, che direttamente ed indirettamente continuava a dominare l'esercito, era accuratamente impegnato ad escluderlo, riguardandolo sempre più come una minaccia per quella roccaforte di formalismo, rifiuto del nuovo,' apparenza a scapito della sostanza e gelosa difesa dei propri interessi nei quali si manteneva saldamente arroccato. Quel che è certo, è che gli allegati alla lettera costituiscono una documentazione fra le più proiettive del pensiero militare di Grazioli in quegli anni Trenta nei quali confluivano le esperienze derivanti dall'ultima guerra e le riflessioni su quelli che sarebbero stati gli aspetti della prossima, alla luce della comparsa sulla scena di una tecnologia che ribaltava impietosamente concetti

(84) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 9l/R Grazio/i F.S., sottofasc. 2, foglio senza protocollo del 26.5.1 931, da Grazioli a Mussolini.


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e procedure costringendo al loro ripensamento e, soprattutto , alla formulazione di nuovi modelli. Attraverso la lettura dei documenti allegati , si può concordare o dissentire, in tutto od in parte, con quanto in essi contenuto, ma è indubbio che non si può non riconoscere all'uomo un'acutezza di pensiero tanto più rara ed apprezzabile nel clima di globale immobilismo intellettivo e culturale della massima dirigenza militare. Le prime pagine del discorso destinato al Senato erano già ampiamente chiarificatrici circa il punto di vista del relatore , ed esprimevano un atteggiamento di franca contestazione - da cui non potevano essere esclusi né il regime né il suo capo , che dell'ordinamento varato 1'11 marzo 1926, sul quale tuttora si fondava l'apparato militare, era stato il mallevadore - certamente desueto nell'atmosfera di piaggeria ormai invalsa: .. . il nostro, è tuttora un apparecchio militare terrestre a tipo prebellico; ottimo certamente per un'Italia che fosse tuttora governata , e nella situazione, quale era a un dispresso nel 1914; né ci impedisce altresì di notare come tutta la nostra preparazione bellica, nel suo complesso, anche come metodi , sistemi, idee, costumi, è tuttora assai radicata verso il passato, che non protesa verso l'avvenire. Per l'Italia del 1931, a dodici anni dalla guerra, si può pensare che questa preparazione sia ben lungi dall'essere quella che sarebbe desiderabile che fosse. Pur con la migliore buona volontà del mondo nel riconoscere tutto il buono che c'è nell'ordinamento presente, è facile osservare quanto poco esso si mostri (a fatti e non a parole) permeabile alle molte e radicabili novilà , tanto di carattere politico-sociale , quanto di carattere tecnico-militare, che hanno notevolmente trasformato in questi ultimi tempi , il clima del nostro Paese e le possibilità della nostra preparazione militare. Io comprendo facilmente come, ponendosi soltanto dal punto di vista circoscritto dai contorni netti e precisi dell 'attuale stato di cose e guardando intorno a sé attraverso l'atmosfera metodicamente tradizionale nella quale l'Esercito suole vivere e dalla quale tuttora esso trae alimento, certamente mirabile, di vita spirituale e materiale, il giovane Ministro della Guerra possa, in perfetta buona fede, esprimere al Parlamento l'onesta e tranquilla convinzione che tutto proceda nel modo più soddisfacente nel campo della preparazione militare , proporzionatamente, ben s'intende, ai mezzi finanziari disponibili . Ma a ben altra conclusione si verrebbe , qualora , varcando col pensiero i limiti circoscritti dal nostro attuale ordinamento e guardando le


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cose con spmto affatto nuovo, quale si addice ai tempi e ai mezzi tanto mutati e alle necessità nuove create dalle profonde trasformazioni politiche del dopo guerra, si spingesse lo sguardo, con un po' più di coraggio lungimirante, verso nuovi orizzonti, come certamente farebbe, a mo' di ipotesi, un ordinatore militare di genio, che dovesse creare oggidì dal nulla un apparecchio bellico, valendosi di tutti i mezzi disponibili, e senza nessun legame, né morale né materiale, con vecchie tradizioni tecniche o con sopravviventi incrostazioni del passato. Ben altro tipo di esercito si vedrebbe allora balzar fuori nel complesso armonico delle forze armate di una grande Nazione contemporanea. Un esercito piccolo, se si vuole, ma perfetto e agguerrito in ogni sua parte; ma vibrante in ogni sua fibra di combattivo vigore; tutto orientato e proteso esclusivamente verso le necessità pratiche della guerra moderna , e animato dalla impaziente volontà di volerla combattere a ogni costo col carattere dinamico di guerra manovrata e risolutiva. Ma per conseguire questo scopo (di creare cioè un esercito siffatto che, a momento opportuno, sia veramente come una lama d'acciaio vibrante nella mano del condottiero), non bisogna esitare davanti a nessun programma di trasformazione per quanto radicale (e oserei perfino dire rivol uzionario) degli ordinamenti, dei sistemi, dei costumi, radicatisi ormai da troppo tempo nei troppo massicci e amorfi eserciti tipo ante guerra, pur di trovare la formula giusta del rapporto organico fra le varie forze armate.

Oltre al testo del discorso, erano allegate alcune Note esplicative al discorso stesso ed una serie di prevedibili obiezioni al progetto formulato da Grazioli per un nuovo modello di organizzazione militare della nazione, con le relative risposte del relatore. Stante la loro importanza quale espressione del pensiero militare del compilatore, includiamo entrambi i documenti in allegato 10, ritenendoli meritevoli di un'attenta lettura soprattutto da parte di coloro che fossero interessati anche agli elementi di dettaglio. Per gli altri, sintetizziamo le sole Note esplicative, i cui punti essenziali erano i seguenti: - l'Esercito si era burocratizzato, strutturato ed impiegato in modo tale che solo una parte di esso era orientata verso il suo compito principale, la preparazione alla guerra, con negative incidenze sui metodi e sui sistemi di addestramento pervasi da un dottrinarismo pesante, inutile e distornante; - per le esigenze più strettamente militari del Paese , sia difen-


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sive che offensive, necessitava di poter disporre di un congruo nerbo di forze di pronto impiego, dislocate in prossimità delle frontiere terrestri, un esercito di campagna non superiore a due Armate, una su tre ed una su due Corpi d'Armata ciascuno dei quali articolato su tre Divisioni, più due Divisioni Celeri. Un Gruppo d'Armate, quindi, per un totale di quindici Divisioni ordinarie e due celeri, pronte però ad entrare subito in operazioni, sia pure all'immediato inizio con forza lievemente ridotta ma con tutti i servizi ed i supporti logistici idonei a vivere ed a combattere; - un modulo applicativo poteva essere quello di una forza bilanciata di 260.000 uomini, con un gettito incorporabile di una _classe pari a 200.000 elementi con ferma unica di 18 mesi, di cui tre in centri di addestramento e quindici presso i reparti operativi, con organici effettivi variabili, rispetto a quelli di guerra calcolati in 335.000 uomini per i sottufficiali e le truppe, dai 4/10 del periodo di forza minima (una sola classe alle armi) ai 7/10 del periodo di forza massima (due classi alle armi); - all'inquadramento andavano preposti ufficiali selezionati tra coloro con più spiccata attitudine per i compiti operativi - fermo restando l'obbligo per tutti di trascorrere presso i reparti di campagna periodi sufficientemente lunghi - con conseguente suddivisione, specie per i gradi di colonnello e generale, in due fascie distinte a seconda che si trattasse di personale preposto all'esercito di campagna ovvero ai compiti territoriali, logistici , burocratico-amministrativi, di mobilitazione; - l'esercito di campagna avrebbe curato esclusivamente l'addestramento collettivo delle truppe e dei quadri, ininterrottamente, ricorrendo in qualsiasi stagione all'accampamento qualora si fossero incontrate difficoltà di accasermamento; esso e la sua attività addestrativa avrebbero dovuto costituire, per tutti, la vera scuola di guerra, comprendendo altresì nel proprio ambito tutte le prove, gli esami e le annesse valutazioni del personale; - i restanti compiti militari del Paese (difesa territoriale aerea e costiera, antisabotaggio, mobilitazione per l'alimentazione dell'esercito di campagna attraverso i necessarì complementi e la costituznone di nuove unità , attivazione e coordinamento della mobilitazione civile ed industriale, ecc.) avrebbero dovuti essere svolti da un'organizzazione ispirata al concetto di nazione armata. Se pur diverso nell'impostazione e nel taglio, e certamente più specifico nella individuazione delle soluzioni ritenute valide, lo studio riecheggiava, nello spirito che lo informava , quello redatto


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dodici anni prima ed indirizzato a Nitti; in entrambi, pur nelle diversità delle situazioni storiche ed ambientali nelle quali erano stati elaborati , sussisteva a fattor comune l'intento vivamente sentito di svincolare l'esercito dall 'elefantiasi burocratica, dal prevalere dell'inutile sull'essenziale, dal rifiuto innovativo tanto sul piano concettuale che su quello tecnico. Non ci risulta , in questa occasione, una risposta di Mussolini, il che peraltro può avere una sua logica laddove si consideri il tipo di rapporti ormai instauratisi fra lui e la suprema dirigenza militare. Quì non si trattava, come per l'intervento di Grazioli a proposito del libro di Giardino, di questioni professionali svolte in chiave dottrinaria per le quali, pur se i riferimenti alla specifica situazione nazionale erano palesi, ci si poteva mantenere su un piano di generica e, tutto sommato, non troppo impegnativa approvazione. Una risposta-commento , in questo caso , avrebbe potuto orientarsi verso un dissenso, e sarebbe stato obiettivamente piuttosto difficile sotto l'aspetto sostanziale, o verso un atteggiamento interlocutorio , e sarebbe stato piuttosto im.barazzante e dequalificante, ovvero verso un consenso, e sarebbe stato altrettanto difficile sotto l'aspetto formale e di facciata. La stessa posizione che poneva Mussolini a capo dei tre dicasteri militari, infatti , mentre era impegnato anche in prima persona in altri settori della vita politica ed economica del Paese, facevano di lui, in pratica, solo un'immagine carismatica senza alcuna possibilità di rendere concreta la sua presenza ed effettivo il suo controllo su · un rinnovamento che poteva essere anche auspicato da alcuni, e certamente da lui medesimo, ma sicuramente non dai massimi responsabili dell'organizzazione militare. Questi erano pervenuti, sia nel governo, come sottosegretari, sia negli stati maggiori, a fondere nel conio di uno stesso potere l'amministrazione delle forze armate e la preparazione della guerra, fornendo al capo del governo , a quest'ultimo proposito , elementi informativi presentati in una forma ambigua e distorta. Privo di ogni cognizione militare, non giovò al dittatore il suo lungo sodalizio con i generali e gli ammiragli di cui era ministro, rimanendo il più burocrate degli amministratori delle Forze Armate (85). Nel luglio successivo la pertinacia di Grazioli nel voler dar corso alle proprie idee trovava riscontro nella pubblicazione su La Nuova Antologia - sembra , ed è credibile in base a tutte le consi-

(85) Bucciante G., op. cit., pag. 110.


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derazioni finora fatte, che vi fosse stato un veto di Badoglio alla stampa su una rivista militare (86) - di un articolo dal titolo Dalla guerra alla pace - meditazioni di un combattente. L'articolo , prendendo le mosse dal libro All'Ovest niente di nuovo di Enrico Maria Remarque e dalla cruda descrizione delle guerre di trincea che in esso veniva fatta, asseriva che da Napoleone in poi vi era stata una prevalenza, nell'arte della guerra, della quantità sulla qualità, di cui in gran parte era responsabile il dottrinarismo scolastico del tempo di pace e da cui era derivata , con il conflitto mondiale 1914-1918, la più sanguinosa e la meno geniale di tutte le guerre. Da questi presupposti, propugnava i concetti che già abbiamo visto caratterizzare iR pensiero del'autore, prendendo posizione contro la guerra di logoramento, sottolineando i grandi progressi dell'arma aerea e sostenendo la necessità della meccanizzazione e della costituzione di Grandi Unità Celeri con relativo modulo aero-cooperativo. Ne riportiamo i brani più salienti e significativi; trattando della necessità di prepararsi, mentalmente e praticamente, ad una forma di guerra dinamica e risolutiva, così indicava i criteri fondamentali per pervenire a tale soluzione: l. Sfruttare largamente ed a fondo, e con precisa ed esatta visione delle loro reali possibilità, tutti i più perfezionati mezzi bellici che la tecnica e l'industria moderna possono mettere a disposizione dei combattenti, e cioè prepararsi a vincere la guerra non più a colpi di masse magre ed incolori di uomini , ma essenzialmente a colpi di macchine servite da un'élite di combattenti perfettamente addestrati a maneggiarle; 2. Conseguentemente, imperniare lo sforzo militare della Nazione più sulla qualità che sulla quantità, intendendo per qualità quel complesso di attitudini individuali e collettive che formano i veri strumenti adatti alla guerra manovrata, e che sono in antitesi con la torpida pesantezza di intere nazioni in armi che furono fino ad oggi l'espressione militare più caratteristica delle moderne grandi democrazie. 3. Considerare la guerra sotto il suo aspetto positivo integrale e cioè come uno sforzo rapido .e decisivo da esercitarsi col concorso armonico di tutte le forze armate, senza lasciarsi incatenare, né in sede di preparazione , né in sede di esecuzione, da vincoli misoneistici o da venerande tradizioni a favore di una piut-

(86) De Biase C., op. cit. , pag. 106.


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tosto che di un'altra forza armata. Sopratutto tener l'occhio bene aperto ai rapidi progressi dell'arma aerea; 4. Prepararsi un complesso di quadri che diano veramente affidamento di essere pronti alla loro altissima missione di guerra; e cioè di guerrieri perfetti, fisicamente, moralmente e intellettualmente e rotti praticamente nel difficile compito del comando sul campo; 5. Aver fede nei mirabili progressi realizzati ai nostri tempi nella tecnica bellica , che rendono possibile ormai di creare complessi tattici, nei quali la grande potenza può finalmente andare di pari passo con la grande mobilità, approfittando specialmente del largo sviluppo raggiunto dalla meccanizzazione che tanto favorisce la rapida manovra e lo snello funzionamento dei servizi. Ciò consente di costituire grandi unità celeri, provvedute di tutti i mezzi offensivi moderni (aviazione compresa) con le quali sarà possibile dar corpo a quella idea di manovra che consiste nel tentare di prevenire l'avversario, per non dargli tempo di attuare il proprio disegno di azione; e, meno ancora, di radicarsi al terreno per imporre a noi (come sua difesa) la forma di guerra di logoramento.

Proprio nella precisazione di questi criteri era individuabile l'originalità e l'interesse del contributo di Graziali; attraverso di essi, infatti , si usciva per la prima volta dalla genericità dei riferimenti sull'importanza delle nuove armi, nonché dall'atteggiamento rinunciatario all'attuazione della guerra di movimento sul fronte terrestre delegandola alle forze aeree, secondo quanto già teorizzato da Douhet e da altri. È pur vero che Douhet, dopo aver enfatizzato nel 1921 la prevalente funzione del potere aereo nella guerra futu ra (87), nel 1923 aveva ammonito che prepararsi ad una guerra del domani sulla sola esperienza di quella passata sarebbe stato un non senso, per lo sviluppo che avrebbero avuto i nuovi mezzi, e che si sarebbe perciò reso necessario , prima di operare scelte definitive, trovare la risposta fondamentale da dare ad alcuni questiti di base riguardanti i reciproci rapporti fra potere terrestre, marittimo ed aereo (88), un quadro teorico che avrebbe poi approfondito nel 1929 (89). Le conclusioni erano non meno chiare· e categoriche:

(87) Douhet G. Il dominio dell'aria , Ministero della Guerra, Roma, 1921. (88) Douhet G. La difesa nazionale. Poligrafico Nazionale, Roma, 1923. (89) Douhct G. Guerra integrale, Campitelli, Roma, 1929.


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- necessità di conservare viva e vera in noi stessi l'immagine della guerra reale, come base fondamentale d'ogni nostro lavoro di preparazione militare; - necessità di non cristallizzare il nostro pensiero intorno a una pretesa inevitabile fatalità della guerra di logoramento. la quale appunto perché tale, oltre ad essere indice sicuro di decadenza dell'arte militare, significherebbe sottoporre ancora a insopportabile tormento la massa dei combattenti, e condannare ancora popoli interi a gravissime crisi economiche, pericolose per la stessa stabilità dell'edificio politico e sociale; - conseguente dovere di tendere con ogni sforzo alla guerra dinamica e risolutiva avendo fede assoluta nella sua possibilità , con i mezzi e alle condizioni che abbiamo poc'anzi enunciate. Alla stregua di siffatti criteri fondamentali conviene dunque riprendere coraggiosamente in esame gli apparecchi militari attuali, pronti anche a mutarne radicalmente l'orientamento, quando ciò fosse necessario per conseguire i fini che ci siamo proposti. Un'elevata e serena discussione tecnica su così importanti argomenti non sarà inutile, inquantoché consentirà a noi di intravedere con maggiore sicurezza la via da battere e di imprimere poi ai nostri ordinamenti militari un'impronta nuova, nettamente e genialmente italiana. immune da ogni pedissequa imitazione straniera e da ogni misoneistica reminiscenza di idee e sistemi sorpassati (90).

La reazione di Badoglio all'articolo era violentissima. Non intendendo scoprirsi direttamente, come era nel suo costume, utilizzava pertanto allo scopo uomini del suo clan, tra cui in primo luogo , per la posizione che rivestivano, il min istro della Guerra Gazzera (91) ed il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Bonzani . Quest'ultimo si rivolgeva direttamente a Grazioli nei seguenti termini: Ho letto attentamente l'articolo di V. E. Dalla guerra alla pace - meditazioni di un combattente pubblicato su La Nuova Antologia dcli' l luglio ed, in stralcio, sul Messaggero del 2 luglio. Credo doveroso informare V. E. che, ravvisando in tale articolo una disapprovazione completa e resa pubblica dei concetti da mc seguiti nella preparazione alla guerra dal punto di vista ope-

(90) La Nuova Antologia, l luglio 1931. (91) Il generale Pietro Gazzcra, ministro della Guerra dal 1928 al 1933 . fu la sola parentesi nella gestione mussoliniana dei tre dicasteri militari.


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rativo ed organizzativo dell'Esercito, disapprovazione tanto più grave in quanto proviene da un Comandante designato d'Armata, ho rimesso la questione nelle mani di S.E. il Ministro della Guerra e di S.E. il Capo del Governo per le loro decisioni (92).

Correttamente noncurante e distaccata la risposta di Grazioli: Prego V.E. di voler riprendere in attento esame il mio articolo per rintracciarvi dove mai e quando mai io, in esso, possa aver detto cosa che comunque possa suonare (ripeto le testuali parole di V.E.) disapprovazione completa e resa pubblica dei concetti da me seguiti nella preparazione alla guerra dal punto di vista operativo ed organizzativo del 'Esercito. Per conto mio posso assicurare V.E. che, scrive ndo l'articolo, non ho mai neanche lontanamente pensato a riferirmi , e tanto meno con spirito critico, all'opera senza dubbio benemerita dell'E.V. quale Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. E tanto è vero questo che, pur addolorato per l'interpretazione che V.E. ha voluto dare aJ!e mie parole, attendo serenissimamente e con la coscienza perfettamente tranquilla i giudizi che staranno per dare S.E. il Ministro della Guerra e S.E. il Capo del Governo cui V.E. ha creduto di rimettere la questione (93).

Ma lui stesso, nel medesimo giorno, rimetteva a sua volta la cosa al giudizio di Mussolini , e lo faceva in maniera molto lapidaria , allegandogli copia dell.e lettere intercorse fra lui e Bonzani ed una copia dell'articolo (94). Nel frattempo, già da una settimana il capo del governo era stato attivato da Gazzera: Vede la luce, sul fascicolo dell'l luglio della Nuova Antologia, un a rticolo del Generale Francesco Saverio Grazioli dal titolo Dalla guerra alla pace - meditazioni di un combattente. Di questo articolo è stata già pubblicata sul Messaggero del 2 luglio la parte essenziale. Questa parte muove aspre rampogne - per chi sa leggere - all'ordinamento attuale dell'Esercito ed alle direttive riservate che, nella situazione politico-militare attuale

(92) protocollo (93) protocollo (94) protocollo

ACS, SPDCR, busta 5, fase . 91/R Grazio/i F.S. , sottofasc. 2, foglio seqza del luglio 1931 (senza indicazione del giorno), da Bonzani a Grazioli. ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Graziali F}., sottofasc. 2, foglio senza del 13 .7. 1931 , da Grazioli a Bonzani. ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Grazio/i F.S. , sottofasc. 2, foglio senza del 13 .7.1931 , da Grazioli a Mussolini.


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nostra, il Capo di Stato Maggiore ha dovuto dare per le prime operazioni di guerra. · Queste critiche e le conseguenti proposte che vorrebbero basarsi sullo spirito del Regime sono, in realtà, con esso inantitesi, inquantoché vorrebbero affidare le sorti del Paese non alla nostra superiorità spirituale e numerica di massa che stiamo cercando di addestrare anche tecnicamente, ma all'opera di pochi permanenti, mercenarì. È , cammuffata con parole effervescenti, l'idea del V. Sekt presentata come soluzione geniale italiana. Mi riservo di esaminare più a fondo la parte disciplinare. Ma intanto preparerò una comunicazione d'orientamento ai Comandanti d'Armata e di Corpo d' Armata e la sottoporrò all'esame preventivo di V.E. (95).

Gazzera è stata una figura modesta , che doveva i salti da canguro della sua carriera, percorsa sino ai massimi vertici senza mai esercitare comandi di truppe in guerra (96), - questa, secondo la pungente affermazione di Caviglia, l'aveva vista tutta col cannocchiale, ed ha di essa la stessa idea che avevano molti al Comando Supremo (97) - all'appartenenza al gruppo dei generali badogliani , e sulla cui mediocrità l'accordo sembra essere unanime. Una riprova , comunque, sarebbe sicuramente offerta da questa lettera, la cui insipienza può risultare pari solo alla piaggeria che anch'essa la connota. L'accostamento di Grazioli ad Hans von Seeckt testimoniava altresì, oltre che della errata trascrizione del nome, della superficialità della conoscenza da parte di Gazzera del pensiero del generale t,edesco. Questi aveva dato alla Reichswehr un vangelo di mobilità , fon dato sull'idea che un esercito di truppe scelte che si muove rapidamente può assicurarsi una superiorità incomparabile su un esercito di massa all'antica. Ma, nonostante il suo dinamismo , era un uomo della sua generazione piuttosto che un pioniere della generazione successiva, dal momento che le sue vedute in materia militare erano abbastanza chiare per fargli scorgere la necessità di una guerra mobile per ogni scopo offensivo , ma non giungevano a fargli comprendere che una mobilità corazzata era l'unico modo di ren-

(95) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Grazio/i F.S., sottofasc. 2, foglio senza protocollo del 5.7.1931, da Gazze ra a Mussolini . (96) Stefani F., op. cit., voi. II, to mo 1°, pag. 231; Canevari E. , op. cit., pag. 202 (97) Caviglia E. Diario (aprile 1925-marzo 1945), Casini , Roma, 1952, pag. 46.


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dere possibile una guerra del genere. Lo stesso libro Pensieri di un soldato edito nel 1928, un paio d'anni dopo la cessazione dal servi-.

zio, toccava appena l'argomento dei carri armati mentre trattava invece a lungo del valore della cavalleria e degli autotrasporti per le operazioni mobili da lui previste (98). Correva una bella differenza con il pensiero di Grazioli fa utore, con estrema chiarezza, di un deciso orientamento verso un modello di cooperazione aero-meccanizzata. La risposta di Mussolini , per contro, veniva a portare una nota di buon senso e di opportuna messa a punto di una questione che stava assumendo toni fra il grottesco e l'assurdo, e dalla quale certamente Ministro e Capo di Stato Maggiore uscivano piuttosto penosamente: Ho letto con la dovuta attenzione l'articolo del Generale Grazioli. L'unico brano incriminato è quello che a pag. 25 (in fondo) comincia con le parola ... alla stregua di siffatti criteri ... e finisce a pag. 26 con le parole ... speditezza e risoluzione. Credo che questa ventina di righe nelle quali è espresso un giudizio sull'attuale ordinamento, ma in senso dubitativo. non siano sufficienti per giustificare provvedimenti d'ordine disciplinare e meno ancora segnalazioni ai Comandanti di Corpo d'Armata. il che finirebbe per creare un caso Grazio/i. come già altre volte analoghi casi. Il Grazioli . oltre ad essere un generale. è senatore e quindi uomo politico. ·on gli si può inibire (il corsivo è sottolineato nel testo-n.d.r.-) - di esprimersi in una rivista, molto meno diffusa della Domenica del Corriere. su questioni di ordine militare. Nel brano in questione. si tratta di accenni, abbastanza generici. Né si può pretendere che l'ordinamento del 1926 (che pure reca la mia firma) sia da considerarsi dogmatico. Conclu!>ione: non rilevare l'articolo e chiedere al Grazioli di formulare meglio - in riservata sede questa volta - il suo pensiero (99).

Non poteva esservi sede più riservata di Mussolini, e Grazioli ottemperava alla raccomandazione ribadendo proprio a lui, in una lettera scrittagli due mesi dopo in occasione della rivista che nel

(98) Liddcll Hart B.H. Storia di una sconfitta. Riuoli. Milano, 1971. pagg. 35 e 36.

(99) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R (;razioli F.S.. ,ottofa~c:. 2, foglio ~cn1a protocollo del 7.7.1931. da Mussolini a Gazzcra.


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mattino dello stesso giorno il capo del governo aveva passato ai 50.000 avanguardisti del campo Dux , che ... alla testa della preparazione militare nostra occorre un 'anima vibrante, un intelletto chiaro, lungimirante ed aperto ed un riformatore coraggioso ed audace. Altrimenti sarà inevitabile lo stridente contrasto fra la materia prima che bolle nelle prorompenti coscienze giovanili ed il vecchio recipiente militare che ancor oggi ha la presunzione di poterla contenere (100).

Un rimprovero semplice era il pedaggio che Grazioli doveva pagare per il suo esercizio letterario e per la colpa di aver espresso, attraverso di esso, il proprio pensiero militare che, aggravante notevole, era anche sagace, concreto ed in linea con i tempi. * *

*

Il lavoro. in effetti, conteneva spunti veramente innovativi. In funzione dei compiti che loro assegnava. Grazioli configurava le sue Grandi Unità Celeri in modo ben diverso dalle Truppe Celeri istituite in Italia nel 1928 con la fusione di bersaglieri ciclisti e cavalleria e sviluppatesi poi con la costituzione, nei primi mesi del 1930, di due Divisioni con questa denominazione. Non si era trattato , certo, del ripristino delle vecchie Divisioni di cavalleria, ma della creazione, almeno in teoria, di un nuovo tipo di Grande Unità fondamen tale caratterizzata dalla capacità di svolgere in proprio, in determinate condizioni di terreno e di tempo, in campo strategico ed in quello tattico, una manovra che non fosse solo basata sulla rapidità e sulla sorpresa ma anche su di un'adeguata, sia pur breve nel tempo, potenza di fuoco. Tutto ciò in teoria, abbiamo detto, perché in effetti l'impostazione doveva rimanere più sul piano delle intenzioni che della realtà, in quanto l'eterogeneità dei mezzi - cavalli, biciclette, motociclette, automezzi, carri armati L (leggeri) - e la vulnerabilità dei reparti montati riducevano a ben poca cosa la capacità operativa della Grande Unità. L'ibridismo compositivo ostacolava la stretta cooperazione fra le varie unità in quanto i reparti montati, dotati di spiccata mobilità tattica ma di modesta potenza di fuoco ,

(100) ACS, SPDCR. busta 5, fase. 91/R Graziali F.S., sottofasc. 1, foglio senza protocollo del 6.9. I 93L da Grazioli a Mussolini.


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possedevano una certa attitudine all'esplorazione ed all'impiego su terreno vario, ma non all'azione di forza e, soprattutto, erano vulnerabilissimi; le unità cicliste, motocicliste ed autoportate come pure le artiglierie celeri, sebbene dotate di elevata velocità di traslazione e di buona potenza di fuoco, erano legate alla strada ed agivano con procedimenti simili a quelli delle unità operanti nell'ambito delle Divisioni di fanteria; gli elementi meccanizzati e corazzati, questi sì veloci, protetti e potenti, erano d'altra parte esigui e ritenuti soltanto utili a concorrere alle azioni delle a ltre unità e non già ad essere i protagonisti degli atti tattici. Proprio alle unità corazzate, invece , di cui all'estero si andava discutendo già da qualche anno, corrispondevano le Grandi Unità Celeri configurate da Grazioli e non il coktail avena-benzina frutto della fusione di fanteria ciclista ed autoportata con cavalleria, autoblindo e carri leggeri o veloci . Come esprime giustamente Stefani, la Divisione Celere del 1930 fu, in sostanza, un parto in ritardo rispetto ai tempi e contemporaneamente prematuro rispetto alla disponibilità dei mezzi di cui sarebbe stato necessario dotarla (101). Era nato così il grande equivoco , alimentato dal libro di Zoppi I celeri, edito nel 19.33 e prefato da De Bono, nel quale si dava compiuta veste dottrinale all'idea di utilizzare le Truppe Celeri come forza di manovra per la guerra di movimento teorizzata da Grazioli. Zoppi partiva da una interpretazione douhetiana della guerra di movimento intesa, riduttivamente, come capacità delle forze terrestri di sfruttare con rapide penetrazioni in profondità gli effetti dell'attacco iniziale dell'aviazione al cuore del territorio nemico. Ma diversamente da Grazioli che, come s'è detto, sotto il nome di celeri intendeva per tale scopo unità meccanizzate, l'autore riteneva idonee alla bisogna le unità celeri così come abbiamo visto essere strutturate, molto diverse e di gran lunga meno potenti delle divisioni meccanizzate e corazzate. Si pensi a tale proposito che Zoppi, che pur in altre circostanze aveva dato prova di acutezza di pensiero e di corretta capacità valutativa, così si esprimeva nel citato volume riferendosi ai bersaglieri ciclisti: ... Anche quì si affaccia il confronto con l'automezzo, dal quale sembra risultare evidente che, mentre nei movimenti di massa la bicicletta realizza la stessa velocità degli autotrasporti, essa consente in più al ciclista di mantenere la celerità al di là dei (1()1) Stefani F .. op. cit. , voi. II, tomo 1° , pag. 279.


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limiti di viabilità ai quali le autocolonne si arrestano e, a differenza di queste, gli dà la possibilità di compiere anche in marcia precise funzioni tattiche nonché di provvedere da sé stesso alla propria sicurezza ed a quella altrui (102).

Eppure la triade Grazioli , De Bono, Zoppi , da quel momento, veniva accomunata sotto l'etichetta di esponenti di una corrente di pensiero modernista che era ben lungi , invece, dal poterli annoverare come teorizzatori di qualcosa in comune, quanto meno il primo dei tre. Grazioli, in sostanza, aveva gettato un sasso nello stagno schierandosi esplicitamente a favore di quella tendenza alla meccanizzazione che, contrapposta a quella verso la motorizzazione, proprio all'inizio del 1930 avevano iniziato ad apparire in opposizione (103) , nonostante da altre fonti si faccia risalire la contrapposizione fra i due orientamenti al 1920-1921 (104). La differenza fra di essi, come è noto, è insita nel fatto che mentre il concetto di motorizzazione si riferisce a mezzi preposti al solo trasporto di uomini e materiali, ad andatura veloce su strada e ridotta su terreno vario , destinati rispettivamente a combattere e ad essere adoperati in maniera tradizionale e senza che i veicol i siano più necessari fino al momento di un successivo trasporto , in quello di meccanizzazione sono compresi quei mezzi ai quali demandare compiti di combattimento che, attraverso la mobilità e l'armamento dei mezzi stessi, ne sfruttino le potenzialità dell 'apparato motore tanto su strada quanto al di fuori di essa, e ciò sia per quanto attiene alla capacità traente che per quanto concerne velocità e forza d'urto. Nei mezzi meccanizzati, in altri termini , armi da fuoco ed uomini devono costituire parte integrante della macchina che non abbandonano mai. Sotto questo aspetto, rientrano pertanto nei mezzi meccanizzati non solo i carri armatì, le autoblindo, i cingolati da combattimento, le artiglierie semoventi, ma anche veicoli meno complessi concepiti per il trasporto (autocarri, autovetture , motociclette) purché però portino armi o personale armato in grado di condurre un'azione di combattimento rimanendo a bordo. Da un punto (102) Zoppi O. I Celeri, Zanichelli , Bologna, 1933, pag. 85. (103) Sweet J.J.T. lron Arm. The Mechanization of Mussolini's Army 1920-1940, G reenwood Press, Westport, Connecticut, London 1980 , pag. 87; Gloria C. La meccanizzazione degli eserciti dei principali Stati, in Rivista di Artiglieria e Genio, aprile/ maggio 1930. (104) Pugnani A. Storia della mocorizzazione militare italiana , Ruggero e Tortia, Torino, 1951.


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di vista di ortodossia terminologica, come fanno osservare Ceva e Curami , sarebbe quindi più opportuno parlare di moto-meccanizzazione (105). È stato certamente uno dei problemi più dibattuti nelle varie nazioni nel primo dopoguerra, le cui risultanze applicative avrebbero avuto il loro banco di prova nel corso del secondo conflitto mondiale. Pur restando nell'ambito italiano del problema, non possiamo, nel limite programmatico del nostro lavoro, che accennare a quegli aspetti di esso che più si riallacciano alle tesi promosse da Graziali ed alla globalità del suo pensiero militare. E l'anno di svolta doveva essere proprio quel 1931 nel quale l'articolo da lui redatto aveva sollevato, in termini così perentoriamente chiari, la questione. Già nel numero di La Nuova Antologia successivo a quello nel quale era comparso il lavoro di Graziali , il generale Rovere era intervenuto a favore della motorizzazione con considerazioni basate sulle condizioni orografiche del terreno, naturalmente quello nazionale, che, accentuatamente montuoso ed in parte fittamente boschivo , non si sarebbe secondo lui assolutamente prestato all'impiego di unità meccanizzate. Le conclusioni riecheggiavano l'impostazione alpina che prevaleva in ambito Stato Maggiore , fondata sulla nota espressione del chiudere la porta di casa: Chiedere alla macchina un potente aiuto per l'impiego dei mezzi normali di combattimento, uomini ed armi, tendendo in considerazione che questi debbono agire essenzialmente in montagna - a dar vita (all'infuori della cavalleria, beninteso) al binomio automezzo-mulo, utilizzando il mezzo meccanico al massimo grado fino al limite oltre il quale la montagna non consente più che l'impiego ciel someggio come mezzo cli trasporto (106).

Ma, accanto a concezioni conservatrici e limitate di questo genere , erano presenti anche quelle più decisamente retrive . Gazzera, il 16 marzo 1933, dichiarava alla Camera:

(105) Ceva L., Curami A . La meccanizzazione dell'eserci10 dalle origini alla seconda guerra mondiale, USSME. in corso di pubblicazione. Grazie alla cortesia dell'USSME, abbiamo potuto prendere visione anticipata del testo nella sua configurazione in bozze. (106) Rovere E . Vita e problemi dell'Esercito , in La Nuova Antologia, l6.7.l931, pagg. 235-243.


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... li cavallo nei nostri terreni troverà ancora, e per parecchio tempo, largo impiego in campo militare, pur se la sua utilizzazione andrà man mano riducendosi col progredire del motore e col diffondersi degli automezzi quando minore ne sarà il costo ( I07).

E, ancora più grave se s1 tiene conto che l'affermazione che segue veniva espressa nel febbraio 1938, l'allora tenente colonnello Giacomo Carboni, sostenendo anch'egli l'utilità operativa e quindi il futuro del cavallo e della cavalleria, così dispensava il proprio illuminato parere sui mezzi corazzati: ... sarà bene guardarsi dalla illusione che il problema del movimento sul campo di battaglia possa venire risolto mediante quel grosso e delicato ordigno che è il carro armato.

L 'uomo, al quale l'ironia della sorte avrebbe poi affidato, cinque anni dopo , proprio il comando del famoso Corpo d 'Armata Motocorazzato che avrebbe dovuto presiedere alla difes a di Roma , riteneva poi di completare la lungimirante profondità del suo pensiero con un accostamento storico per il quale qualsiasi commento guasterebbe: Ricordiamo che il carro armato non è una novità: già molti eserciti antichi , in epoca di declino, per supplire coi mezzi materiali alla scadente qual ità combattiva dei loro gue rrie ri, usavano carri falca ti , carri corazzati e carri da urto (108) .

Ad ogni modo, nonostante le iniziali resistenze, le tesi di Grazioli trovavano negli anni successivi un terreno più disponibile ad un loro accoglimento, o per lo meno ad una discussione meno sbrigativa , anche se l'impiego dei mezzi meccanizzati, ed in pa rticolar modo dei carri armati , continuava ad essere visto in una dimensione piuttosto riduttiva. T ale era il caso, ad esempio, del tenente colonnello Emilio Canevari, che in due libri comparsi nel 1935 (109), pur dimostrandosi vicino alle idee di Grazioli , teorizzava l'uso dei carri

(107) Pignato N. Gli eserciti del XX Secolo. Artiglieria e Molorizzazione (19191934) , Curcio, Ro ma, 1982, pagg. 46-71. (108) Botti F. , Ilari V., op. cit., pag. 206. (109) Canevari E . Lo spirito della guerra moderna e La loua delle fanterie, editrice Cremona Nuova . Cremo na . 1935.


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come completatori del successo che avrebbero poi reso definitivo e schiacciante attraverso l'inseguimento, il che altro non significava che sostituirsi all'antica cavalleria da battaglia scomparsa dopo Sédan. Molto più originali e moderne , invece, le idee dell'autore circa l'impiego della fanteria, vista come arma d'urto protagonista del combattimento alle brevi distanze e proprio quando , per ragioni di separazione e di sicurezza, veniva a mancare l'appoggio dell'artiglieria; da quì la necessità di dotarla di un fuoco d'accompagnamento più potente ma al tempo stesso tale da non ostacolarne la mobilità e la rapidità di manovra , imperniato sulle armi a tiro curvo, leggere e capaci di intervenire alle medie distanze oltre che, soprattutto, a distanza ravvicinata. L'introduzione, fra il 1935 ed il 1940, di buone armi come la mitragliatrice Breda 37, i mortai da 45 ed 81, il pezzo controcarro e d'accompagnamento da 47/32 che sostituiva il vecchio 65/17 derivava in buona parte anche da queste idee. Tesi analoghe, anche se espresse con minore profondità del Canevari, erano sviluppate dal colonnello Visconti Prasca (110), nel quale anche l'azione dei carri armati continuava ad essere concepita in forma riduttiva. Il più aderente alle idee di Graziali, ed in particolar modo allo sviluppo della motorizzazione , si rivelava il tenente colonnello Adolfo Infante , che in un articolo del 1934 (111) affermava senza mezzi termini come: per opporsi ad un nuovo mezzo bellico, occorre possedere uno strumento analogo , per cui l'esistenza dell'arma corazzata impone oggi ineluttabilmente la creazione di questo nuovo mezzo di guerra a tutte le grandi potenze militari (pag. 919).

E come non era vero che la meccanizzazione avrebbe assorbito tutte le risorse energetiche disponibili per le forze armate, esisteva d'altra parte anche un inarrestabile impulso alla motorizzazione nella vita civile che non avrebbe mancato di ripercuotersi sulle stesse. In quanto alle obiezioni circa il terreno di impiego: le grandi battaglie della storia non si sono mai risolte nelle zone impervie delle Alpi, ed una grande potenza come l'Italia ha oggi più che mai bisogno, per la sua posizione ed i suoi impegni (JJO) Visconti Prasca S. La guerra decisiva , G rossi, Milano, 1934. (111) Infante A . Nuovi orientamenti della guerra terrestre. Contributo allo studio della motorizzazione e meccanizzazione in Italia, in Rivista di Artiglieria e Genio, gi ugno 1934, pagg. 897-923.


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internazionali, di avere sempre pronto un nucleo di forze, celeri e potenti , essenzialmente costituito da reparti corazzati , meccanizzati e motorizzati non solo in grado di rinforzare immediatamente la nostra copertura, ma di agire anche rapidamente in altri teatri d'operazione, europei e coloniali (pag. 907).

Necessitavano dunque forze corazzate da impiegare unitariamente , con reclutamento, ordinamento e compiti del tutto specifici. Un'Arma corazzata autonoma, in altre parole, non dissimile dall'Arma aerea pensata da Douhet e concretizzata da Balbo. L'idea era valida, avveniristica, ma destinata a non dare frutti dal momento che nello stesso 1934 la specialità carrista , creata nel 1927 nel quadro dell'ordinamento Mussolini deJJ'anno precedente , veniva trasformata in specialità della fanteria assumendo appunto la denominazione di fanteria carrista. Altrettanto lungimirante il suggerimento, di probabile matrice britannica, dal momento che Infante , addetto militare a Londra dal 1928 al 1933, aveva avuto modo di conoscere gli orientamenti di Fuller e di Liddell H art sulla meccanizzazione, di affidare il trasporto delle arm i di reparto, delle munizioni di prima linea e dei servizi ad un piccolo trattore corazzato a cingoli, il carrier britannico appunto (pag. 912). Auspicava anche carri speciali, utilizzando gli stessi chassis dei carri da combattimento: carri gassogeni, di collegamento, comando, anti-aerei , artiglieri (pag. 914). Nella guerra di movimento , lo strumento principale diventava quindi la brigata corazzata: ... mentre le forze aeree eseguono le prime grandi azioni di bombardamento contro i centri vitali del potenziale nemico, una brigata corazzata , costituita da circa 200 carri armati capaci di percorrere 200 km nelle 24 ore, potrà di sorpresa eseguire delle incursioni per raggiungere qualcuno di questi centri e completare l'azione distruttrice delle forze aeree (pag. 918).

Nello stesso anno , concetti analoghi venivano espressi in Francia da D e Gaulle nel suo libro Vers l'Armée de métier, messo all'indice l'anno successivo dallo stato maggiore francese, nel quale però, così come nell'articolo di Infante, il ruolo dell'aviazione non era delineato con altrettanta efficacia. Come rilevato da Botti ed Ilari, anche ad Infante, infatti , sfuggiva l'importanza dei dettagli della cooperazione diretta carri-aerei sulla quale invece , in Inghilterra , si insisteva sin dal 1928, e dove la combinazione carri armati-aviazione (di cui era fautore il generale Hobart, comandante della prima bri-


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gata corazzata inglese costituita alla fine del 1933) era la caratteristica dominante di tutte le dimostrazioni ed esercitazioni dei mezzi meccanizzati (112). E d'altra parte, la Gran Bretagna faceva parte con l'Unione Sovietica delle due nazioni che all'inizio degli anni Trenta si erano orientate verso la costituzione di grandi unità corazzate e sulla complementarietà operativa fra queste ed il mezzo aereo. Con esse si era messo rapidamente in scia l'esercito tedesco, che proprio nel 1934 forzava l'andatura verso la maggiore disponibilità possibile di grandi unità corazzate, meccanizzate o, quanto meno, motorizzate , abbinandole all'aviazione d'assalto. Quando tre anni dopo, nel 1937, i rappresentanti deilo stato maggiore italiano avrebbero assistito alle grandi manovre dell'esercito tedesco durante le quali ayrebbero visto all'opera in stretta cooperazione carri armati ed aerei, ed agire insieme carri lanciafiamme , semoventi e mezzi cingolati - si sarebbero trovati davanti alla corretta e perfezionata applicazione delle idee di Fuller e Liddel Hart in Inghilterra, di Guderian in Germania, di De Gaulle e di Estienne in Francia (113) delle quali un primo saggio applicativo, sempre nel 1934, era stato offerto dal generale sovietico Konev proprio al nostro Graziali , in occasione delle grandi manovre dell'esercito russo alle quali egli aveva presenziato come capo della missione militare italiana e sulle quali ritorneremo. Come fa osservare Stefani, sotto l'aspetto dell'arretratezza in questo settore lo stato maggiore italiano era in buona compagnia, dal momento che la sua dottrina ed il suo ordinamento si ispiravano a quello francese il quale, oltre ad aver messo all'indice il libro di De Gaulle, come abbiamo visto, aveva fatto respingere dalla Camera la proposta di creare un corpo corazzato e nel 1939 assicurerà il Paese, attraverso il Maresciallo Petain , sulla assoluta impossibilità di una nuova invasione del territorio nazionale (114). L'accostamento non è tale, comunque , da diminuire gli addebiti e le responsabilità del nostro ambito, tanto più che, se pur non numerosi, non mancavano uomini intellettualmente e professionalmente brillanti e che esprimevano chiaramente il frutto del proprio pensiero e delle proprie esperienze.

(112) Botti F., Ilari V., op. cit., pag. 198. (113) Contrariamente a quanto comunemente si continua a ripetere, non va ascritto al solo De Gaulle il ruolo di capo storico della meccanizzazione in Francia; eguale se non maggiore risonanza va attribuita al colonnello, poi ge nerale, Es ticnnc, appass ionato sostenitore delle forze corazzate (Botti F .. Ilari V., op. cit.. pag. 187). (114) Stefani F., op. cit .. voi. II. tomo 1°, pagg. 279-280.


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Tornando all'articolo di Infante, esso veniva penalizzato dal fatto di vedere la luce nel momento meno opportuno per una discussione serena ed un dibattito produttivo. Erano infatti all'orizzonte le due campagne di Etiopia e di Spagna, che da un lato avrebbero visto privilegiati i loro aspetti politici e quelli militari di ordine generale a scapito dei problemi tecnici particolari, e dall'altro, con i loro scenari operativi, non avrebbero consentito ai mezzi corazzati di estrinsecare tutte le loro potenzialità, anzi, sotto questo aspetto, dando luogo ad errate deduzioni, si sarebbero rivelate controproducenti. Nonostante ciò, le idee espresse da Infante non dovevano passare del tutto inosservate nei confronti dei futuri indirizzi costruttivi, con specifico riferimento al carro M 11-39 ed all'autoblindo SP A, anche se risultava alquanto anacronistico l'affidamento sul carro da montagna da 2 tonnellate e sulle caratteristiche di peso ed armamento definite per i carri leggeri e medi, rispettivamente 4 e 9-10 tonnellate (pagg. 913 e 914), mentre già allora Liddell Hart riteneva che, per i carri leggeri, il peso non potesse scendere al di sotto delle 8 tonnellate per bilanciare l'aumento dei calibri (115). Ci sembra di poter dire, comunque, che l'intervento di Infante costituiva l'esplicitazione dettagliata del più grande disegno concepito da Grazioli in termini generali, e che ad entrambi vada attribuito, su piani e su ruoli diversi , il merito di aver rappresentato il punto di avvio di una corrente innovatrice quale il pensiero militare italiano, dopo le formulazioni di Douhet dei primi anni Venti, non aveva più presentato. In quell'anno 1934 che si doveva rivelare così importante dal punto di vista degli stimoli che ne sarebbero derivati, e di quelli che ne sarebbero potuti derivare, ai fini delle impostazioni dottrinarie, ordinative e di realizzazione tecnica, veniva affidata a Graziali la direzione delle grandi manovre che si ripromettevano di sperimentare praticamente - in una zona intricata, scoperta e scarsa di visibilità - le dottrine più recenti, orientate verso il movimento (116). L'intento peccava di equivocità nei riguardi della sua attuazione, perché come area di sperimentazione veniva scelta proprio una zona , quella dell'Appennino tosco-emiliano, dove i carri armati, che sarebbero stati impiegati, tanto quelli veloci che quelli di rottura, a massa, non avrebbero potuto operare su larga scala. Probabilmente, la svolta da cui erano derivati sia l'articolo di Infante sia la decisione di affidare a Graziali la direzione delle grandi manovre - aveva già (115) Botti F .. Ilari V. , op. cit., pag. 198. (116) Botti F. , Ilari V. , op. cit., pag. 176.


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diretto anche quelle del 1932 sull'Appennino umbro-marchigiano, con largo impiego di truppe celeri ed aviazione - e, subito dopo, quella della delegazione militare italiana in Unione Sovietica, era stata determinata dal fallimento definitivo della Conferenza· sul disarmo durante la quale l'Italia aveva chiesto l'abolizione dei carri armati. Come propongono Botti ed Ilari: ... il nuovo contesto strategico che ciò determinava favoriva la ripresa degli studi sulle forze corazzate, e ciò consente di affermare che le resistenze, invero notevoli, alla meccanizzazione non dipendevano solo da ostilità preconcette ed attaccamento ai vecchi schemi ed interessi burocratici, ma avevano ben definiti e piuttosto realistici agganci con la situazione internazionale ed economica (117).

Personalmente, riteniamo che al nuovo corso non fosse estranea la personalità entusiasta ed esuberante del generale Federico Baistrocchi che un anno prima, nel luglio 1933, era subentrato a Gazzera nella carica di Sottosegretario alla Guerra per assumere poi, dal 1° ottobre 1934, anche quella di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito (l'abbinamento dei due incarichi si sarebbe protratto sino al 1939 con la gestione Pariani). Il substrato intellettivo e temperamentale del nuovo Sottosegretario lo portava ad essere perfettamente in linea con le vedute di Grazioli circa lo svecchiamento e - la liberazione delle strutture militari dal bagaglio di teorie ed indi- . rizzi del primo dopoguerra. Aveva affrontato l'organizzazione dell'esercito con un programma deciso e concreto che doveva insabbiarsi solo nelle difficoltà delle spese, riuscendo comunque a migliorare la dotazione delle armi e del munizionamento tanto della fanteria che dell'artiglieria; aveva propugnato e seguito con attenzione la costituzione del nuovo Corpo della Guardia alla Frontiera, tendente ad affrancare le Grandi Unità operative dai compiti della difesa statica; aveva dato impulso all'addestramento, i cui frutti dovevano manifestarsi soprattutto nel corso della campagna d'Etiopia, da lui curata mirabilmente nella fase di preparazione e di alimentazione logistica (118). Avrebbe lasciato entrambe le cariche

(117) Botti F., Ilari V .. op. cit., pag. 195. (118) Si veda , a questo proposito, quanto riportato in: Pugnani A .. La motorizzazione del 'Esercito e la conquista dell'Etiopia , edizione della Rivista Trasporti e Lavori Pubblici, Roma. 1936.


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28. - Direttore delle grandi manovre sull'appennino Tosco-Emiliano, con alcune autorità: 1) il Re; 2) Grazioli; 3) gen. Bonzani; 4) gen. Di San Marzano (estate 1934).

nell'ottobre 1936, vittima anch'egli delle pressioni esercitate su Mussolini da Badoglio, deciso ad allontanare dall'esercito un uomo che non apparteneva al suo clan ed era stato sul punto di sostituirlo nella carica di Capo di Stato Maggiore Generale alla vigilia delle operazioni in Africa Orientale. Badoglio fingeva di ignorare che era stato lo stesso Baistrocchi , peraltro, ad insistere sul capo del governo perché non sostituisse Badoglio con lui allorché Mussolini , esasperato dalla concezione statica con cui Badoglio aveva impostato la campagna, sembrava deciso a ciò; Baistrocchi aveva invece convinto il Duce che la sostituzione, in quei frangenti, sarebbe stata

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inopportuna e controproducente per l'intera organiz,zazione (119). Per le grandi manovre, quali comandanti dei partiti contrapposti Grazioli aveva scelto due dei migliori generali di Corpo d'Armata allora in servizio, Zoppi ed Ago. Si trattava di fare operare in complesso e su un terreno non faci le circa 100.000 uomini; infatti, oltre alle Grandi Unità effettivamente operanti, tra cui la Divisione celere Emanuele Filiberto, dovevano essere supposte anche altre Grandi Unità opportunamente innestate nella manovra dalla direzione. Non solo, ma era anche previsto che questa potesse convocare qualche altra unità effettiva, traendola dai più vicini campi di addestramento per inserirla di sorpresa nello svolgimento delle operazioni. Larga parte era riservata all'aviazione, con tutte le sue specialità ed in particolare con quella d'assalto che per la prima volta si presentava al proscenio con tutte le discussioni e le ostilità che si trascinava dietro sin dal 1926, all'atto dell'enunciazione da parte dell'allora maggiore pilota Amedeo Mecozzi della sua dottrina in proposito. Questa, in aperto contrasto con quella di Douhet, sosteneva che l'impiego dell'arma aerea, autonomo ed indipendente, avesse ad esplicarsi con un'azione da attuarsi in stretta collaborazione con le forze terrestri e navali; trovava pertanto proprio in seno all'aeronautica i più accaniti contestatori, i quali vedevano in tale concetto un pericolo alle prospettive di supremazia della loro forza armata sulle altre due, e pertanto, fra tutte le attività avviate sotto la gestione Balbo l'assalto doveva essere quella che suscitava meno clamore e che veniva meno magnificata, anche se lasciava estremamente interessati ed ammirati gli osservatori stranieri (120). Le manovre del 1934 avevano luogo dal 19 al 24 agosto alla presenza delle massime autorità dello Stato e di numerosissime missioni estere. Al termine non veniva effettuata la solita rivista, ma un'adunata di tutti gli ufficiali, circa 500, sulla vasta altura detta dei Tre Poggioli vicino al Passo della Futa, dove Mussolini pronunciava il famoso discorso del carro armato, così denominato avendogli Grazioli preparato come tribuna la torretta di un carro leggero C. V. 33. Proprio al termine del discorso, il capo del governo diceva a Grazioli di averlo designato quale capo della Missione militare italiana che avrebbe presenziato alle grandi manovre dell'esercito russo nel settembre successivo. La missione, oltre che da lui. era composta da due tenenti (119) Bucciante G., op. cit. , pagg. 121-122. (120) D'Avanzo G. Ali e poltrone, Ciarrapico, Roma, 1976, pagg. 99-100.


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29. - Grandi manovre russe : Grazioli e gli altri componenti della missione militare italiana durante una parata a Minsk (settembre 1934).

colonnelli di Stato Maggiore, da un capitano di Stato Maggiore del Gabinetto del Ministro e da un tenente colonnello del!' Aeronautica, ed era accompagnata dall'addetto militare russo in Italia. Le accoglienze si rivelavano subito solenni ed improntate a grande cordialità , e non a caso , dal momento che l'Italia era stata la prima nazione che aveva ufficialmente riconosciuto il governo sovietico. Nelle sue memorie, Graziali accenna anche ad un episodio gustoso: all'arrivo a Mosca , la banda suonava l'inno di Garibaldi , non essendovi copia della Marcia Reale, della quale poi veniva trovata qualche giorno dopo un'edizione sgualcita, retaggio dei tempi zaristi, che però, afferma il rievocatore , sarebbe stato meglio non fosse stata rinvenuta data la scadentissima interpretazione musicale che ne era seguita. Grazioli aveva modo di allacciare stretti contatti con il Maresciallo Vorosilov, Commissario del Popolo per la Guerra, col Generale Egorov, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito , col Maresciallo Budiennij, col Generale Timosenko e con altri espo-


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30. - Grandi manovre russe: la missione militare italiana e gli addetti militari nelle reciproche nazioni (settembre 1934).

nenti militari che accompagnavano la delegazione italiana in numerose visite ad istituti e strutture delle forze armate. Le manovre avevano luogo nella Bielorussia, fra Minsk e la Beresina, e lasciavano in Grazioli una notevole impressione in merito alla preparazione militare sovietica, della quale lo avevano soprattutto colpito la modernità dei mezzi , in particolar modo quelli meccanizzati, il livello di efficienza, sia teorica che pratica, in materia di impiego delle artiglierie, l'utilizzazione tattica delle aviotruppe e la concreta funzionalità degli stati maggiori. Al rientro dalla missione , Grazioli compilava una relazione molto dettagliata sullo svolgimento delle esercitazioni, ricca di dati statistici e di particolari operativi, di specifica pertinenza dello Stato Maggiore, ed una memoria riassuntiva riservata al capo del governo, più sintetica ma di ·importanza ancora maggiore in quanto contenente osservazioni generali di carattere strutturale, politico e strategico di grande interesse, della quale riportiamo in allegato 11 uno stralcio tratto dal volume di Canevari (121). Secondo il Maresciallo Messe, nessuno ne avrebbe tenuto (121) Canevari E. La guerra italiana. Retroscena della disfatta , voi. I, Tosi, Roma , 1948, pagg. 246-249.


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il minimo conto (122). Fanno spiccoi in essa, soprattutto gli aspetti relativi alla matrice rivoluzionaria della maggior parte delle massime gerarchie militari sovietiche, alla quale Grazioli attribuiva non poca importanza per la vitalità , la freschezza e la concretezza che ne ispirava la mentalità che, se pur maturata anche attraverso la profondità degli studi , risultava aliena da quel dottrinarismo fine a sé stesso che egl i tanto osteggiava. Altrettanto interessanti le considerazioni sul carattere spiccatamente offensivo dello strumento bellico russo e sul suo substrato di dinamismo scaturente dall'ottimale sfruttamento del binomio spazio-movimento. Le conclusioni del rapporto erano le seguenti: Le forze armate sovietiche, allo stato presente delle cose, sono indubbiamente la più solida e bene ordinata istituzione che possegga l'U.R.S.S. - Evidentemente il Governo dell'U.R.S.S. profonde a favore delle forze armate cure e mezzi finanziari senza risparmio, e la tendenza dichiarata delle autorità responsabili è di sviluppare sempre più tale preparazione bellica, fino a crearsi il più formidabile apparecchio militare del mondo, sfruttando a fondo le inesauribili risorse del Paese. La classe dei militari ne risulta come una classe veramente privilegiata , per trattamento, per aspetto esteriore, per assistenza politica ed educativa, per genere di vita. La disciplina che vi regna è senza dubbio molto rigorosa; ma i capi migliori mostrano di ben conoscere la psicologia del comando, perché sanno, a tempo e luogo opportuni, addolcire il rigore della disciplina con spigliato e soldatesco tratto, quasi paterno, verso le truppe . Si sente l'origine popolare comune dei capi e dei gregari. Nulla resta dell'altezzosità un po' brutale dei brillanti ma troppo aristocratici ufficiali zaristi. Tutto ciò costituisce certo intrinsecamente un formidabile strumento di potenza (123).

Dalle esperienze desunte dalle manovre sull'Appennino toscoemiliano del 1934 avrebbero preso corpo le Direttive per l'impiego delle Grandi Unità emanate nel giugno 1935, che suggerivano orientamenti, e non rigide norme, validi non solo per una guerra coloniale di vaste dimensioni quale quella che ci si accingeva ad affrontare in Africa Orientale, ma anche per un'eventuale guerra europea

(122) Messe G . La guerra al fronte russo , Rizzoli, Milano, 1964, pag. 324. (123) Grazioli F.S. , Memorie , archivio familiare.


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a breve scadenza. Vi si osservava che occorreva evitare la guerra di logoramento e ricercare quella di movimento, vi si esaltavano i concetti di qualità, potenza, mobilità ed iniziativa dei comandanti (124). La loro efficacia scemava man mano che si addentravano nel concreto e nel tecnico; sotto questo aspetto, rappresentavano principalmente un condensato di intenti, strettamente connesso con le esigenze politiche del momento e con quelle immediatamente prevedibili, secondo la definizione di Botti ed Ilari (125): . . . concepite essenzialmente come provvedimento tampone in vista della guerra etiopica e dei rischi di guerra in Europa, non tenevano conto delle effettive possibilità dello strumento militare quale esso era in quel momento e quale sarebbe rimasto per il medio termine preso in considerazione dal documento. Le ipotesi operative avrebbero comportato il confronto con eserciti moderni, mentre l'esercito italiano del 1935, nonostante una certa evoluzione, era senza dubbio impreparato - per materiali, organizzazione, addestramento, mentalità soprattutto - ad un simile salto qualitativo, che richiedeva lunghi anni di preparazione, soprattutto intellettuale e culturale. Calate in un esercito che nei cinque anni successivi non avrebbe cambiato radicalmente fi sionomia, nonostante i miglioramenti che pur furono apportati, le Direttive non potevano avere un esito feli ce . A lunga scadenza, anzi, esse contribuirono paradossalmente a diminuire il livello di efficienza combattiva, imponendo allo strumento perniciose forzature (126).

A proposito dei mezzi corazzati, si affermava che: i carri armati - che per i nostri terreni e per la nostra guerra devono essere molto leggeri e veloci - non vanno considerati solo come mezzo di lotta, operanti intercalati e seguiti da fanti e da celeri: occorre averne anche la visione come massa che soprende, sfonda e passa oltre, decisamente (127).

Nel contempo, però, come fanno giustamente rilevare gli stessi autori, le Direttive si limitavano a socchiudere la porta, senza aprir(124) Zelli lacobuzzi G. n. 12/1937, pagg. 1789-1793. (125) Botti F., Ilari V., (126) Botti F .. Ilari V., (127) Botti F., Ilari V.,

Il Comandante di Truppe Celeri, in Rivista di Fanteria, op. cit., pag. 218. op. cit., pag. 219. op. cit., pag. 199.


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la, alle possibilità dei corazzati, continuando a porre l'accento sui celeri, troppo leggeri, anche col concorso diretto dell'aviazione, per ottenere risultati decisivi nell'offensiva e per tamponare efficacemente improvvise falle nella difensiva. Una porta che invece avrebbe dovuto essere spalancata, perché solo le forze corazzate, terreno permettendo, potevano attuare la guerra di movimento contro eserciti moderni quali quelli europei (128). Sfortunatamente, su questo orientamento pur positivo doveva incidere negativamente l'impressione suscitata dallo scontro di Dembeguinà, in Etiopia, nel dicembre 1935, dove sei nuovi CV 35, rimasti isolati ed immobilizzati dal terreno accidentato , furono abbandonati dagli equipaggi e distrutti da forze irregolari etiopiche. Diciassette giorni più tardi il Ministero della Guerra diffondeva le Norme per l'impiego delle Unità Carriste, in cui sottolineava che i carri non dovevano essere usati mai senza ricognizione e senza uno stretto coordinamento con la fanteria. Anche l'Ispettore della Motorizzazione , generale Pugnani, trasse dalla campagna etiopica l'ammaestramento che conveniva puntare alla motorizzazione (ruota e cingolo) dell'artiglieria e dei servizi anziché alla meccanizzazione, cioè alla costituzione di unità corazzate (129). Riprendeva quota, in questo contesto, l'equivoco delle Truppe Celeri. Le Norme per il combattimento della Divisione del 1936 si riferivano esclusivamente a Divisioni di fanteria e celeri quando affermavano che: .. . unità celeri motorizzate , autotrasportate ed aerei da esplorazione operanti in stretta collaborazione e sotto la guida di un capo audace e geniale, possono raggiungere risultati decisivi specie nell'occupazione preventiva di importanti posizioni, nello sfruttamento del successo e nell'inseguimento ... Da ciò la necessità di tener conto del poderoso apporto che questi mezzi possono dare alla manovra (130).

Ma si trattava di compiti che non potevano essere assolti dalle Divisioni Celeri e dal materiale corazzato leggero e veloce, adatto (128) Botti F., Ilari V., op. cit .. pag. 219. (129) Botti F., Ilari V., op. cit., pag. 199. (130) Botti F., Ilari V .. op. cit., pagg. 199-200. Vedasi anche: Trabucchi A. , Quercia A. , Note sulla divisione motorizzata, in Rivista di Fanreria. n. 10/ 1937, pagg. 1456-1472 e Badino M. , Sguardo sull'impiego dei celeri, in Rivisra di Fanteria, n. Il / 1937, pagg. 1599-1608.


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forse ai nostri terreni ma non certo al deserto ed alla steppa. Inoltre , ricompariva in queste Direttive la tendenza ad assegnare all'aereo in cooperazione diretta il solo compito dell'esplorazione e non anche quello dell'appoggio tattico , mentre la motorizzazione era ridotta agli aspetti puramente logistici. In ultima analisi , era errato attribuire alle truppe celeri possibilità che solo le forze corazzate avrebbero potuto avere (131). I carri, si continuava a pensare, dovevano servire a sostenere la fanteria nel superamento degli ostacoli nell'offensiva, ed in tal modo si spiegava l'incremento delle unità di fanteria carrista, passata a cinque battaglioni di carri di rottura (125 Fiat 21/30) e diciannove di carri veloci (817 CV 35): esse dovevano semplicemente aumentare il numero di divisioni di fanteria che potevano essere appoggiate dai carri. Anche la costituzione dei quattro reggimenti di fanteria carrista , nell'agosto 1936, doveva servire esclusivamente all'inquadramento amministrativo , addestrativo e logistico delle unità operative, il cui massimo livello era il battaglione . Tuttavia, la strada verso la meccanizzazione non era del tutto preclusa. Le costruzioni si intensificarono: nacque un mezzo controcarro da 47 mm di derivazione austriaca, e l'Ansaldo trasferì alla ditta sussidiaria genovese Giorgio Fossati lo studio di un carro a torretta brandeggiabile che superasse gli inconvenienti riscontrati a Dembeguinà ed assicurasse l'autoprotezione senza bisogno del concorso diretto della fanteria. Il modello sarebbe sfociato dopo tre anni nel primo vero e proprio carro medio italiano, il Fiat Ansaldo 11/39, armato con un cannone da 37 e due mitragliere, del peso di 11 tonnellate. Sul piano ordinativo, l'esperienza della guerra di Spagna (anche se non favorevole, e non poteva essere altrimenti con i carri leggeri opposti ai carri medi sovietici), in cui aveva operato il R aggruppamento Carristi del Corpo Truppe Volontarie con due battaglioni di 43 CV 33, aveva indotto a costituire nel luglio 1937 due Brigate Corazzate con eguale proporzione di fanteria motorizzata e carri armati . Il 28 ottobre 1938 veniva diffusa la circolare 9000 La dottrina tattica nelle realizzazioni dell'anno XV I, che rendeva ufficiale la scelta a favore della meccanizzazione nel quadro della guerra di rapido corso, e contemporaneamente era pubblicato il manuale sul!' Impiego delle unità carriste. Il manuale concepiva le divisioni corazzate come elementi di manovra essenzialmente incentrati sui

(131) Botti F. , Ilari V., op. cit., pagg. 199-200.


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carri, da impiegare preferibilmente contro il fianco del nemico ; i carri, anche quelli assegnati in rinforzo alle unità di fanteria e non riuniti in divisioni corazzate, dovevano essere usati a massa, naturalmente con la dovuta differenziazione di compiti e di impiego. Veniva anche attuata , nel quadro dell'ordinamento Pariani, l'organizzazione delle forze motorizzate e meccanizzate, tutte riunite nell'Armata del Po, costituita nel novembre 1938 al comando di Bastico, da cui dipendevano il Corpo d'Armata Celere (su 3 Divisioni) ed il Corpo d'Armata Corazzato, composto da 2 Divisioni Corazzate (Ariete e Centauro) e 2 Motorizzate (Trento e Trieste) . Un ordinamento che - almeno sulla carta - poneva l'Italia all'avanguardia nel settore della meccanizzazione, perché in quel momento solo l'Unione sovietica disponeva di corpi organizzati, di entità tuttavia inferiore a quella dei nostri Corpi d'Armata (132). La stessa Panzerdivision (PzD) tedesca modello 1938, che sarebbe stata l'artefice del Blitzkrieg 1939-1941 , era un'unità diversa , complessa, nel cui quadro operavano armonicamente carri armati, fucilieri portati, artiglieria, pionieri e reparti esploranti , il cui compito essenziale , specialmente quello della sua componente carri , non era lo sfondamento del fronte (affidato generalmente alle fanterie) ma la penetrazione in profondità per frantumare il dispositivo avversario , paralizzarlo ed isolarne le grandi unità; un compito , in ultima analisi , analogo a quello che, oltre quarant'anni dopo, avrebbe caratterizzato le grandi unità corazzate e meccanizzate a livello superdivisionale dell' Armata Rossa , note in codice NATO come OMG ( Operational Maneuver Groups). Il ruolo autonomo della PzD , di tipo nuovo rispetto alla formula dicotomica inglese unità corazzate per cavalleria (funzioni esploranti) o per fanteria, era sottolineato dall'impiego di reparti misti di PzKfw III e PzKfw IV. Si trattava in realtà dello ste sso carro , il «III» armato con un cannone da 37/45 (poi 50/42 e 50/60), il «IV» con un 75/24 , di cui il primo destinato ad impegnare carri avversari , l'altro reparti di fanteria, ma sempre nell'ambito di una condotta operativa di movimento proiettata sui centri nevralgici del dispositivo nemico, tanto è vero che entrambi vantavano un equilibrato rapporto mobilità-protezione. Il combattimento contro carri nemici, comunque, così come l'appoggio alle fanterie in attacco (che era demandato ai cannoni d'assalto semoventi) , esulavano dall'impiego specifico ed istituzionale previsto per la PzD mod.

(132) Botti F., Ilari V., op. cit., pagg. 205-206.


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1938, e quando si verificavano avevano carattere eccezionale. Solo a partire dal 1942, la particolare congiuntura strategica venutasi a determinare sullo scacchiere Est obbligava la Wehrmacht ad apportare delle modifiche nello schema originario della PzD che ne snaturavano gradualmente tanto la struttura quanto il peso specifico. Nelle operazioni terrestri della fase iniziale della seconda guerra mondiale, peraltro, i risultati tattici e strategici non dovevano essere determinati né dal numero delle divisioni né dalla comparsa di armi nuove né dalla qualità dei materiali. Nessun'arma , che non fosse già conosciuta, era stata impiegata, e nelle pianure francesi i carri armati della Wehrmacht erano meno numerosi e meno potenti di quelli avversari (133). Lo scontro vero era stato quindi fra idee ormai superate ed idee moderne, progressiste , e queste erano state premiate. Come ricorda Stefani: ... lo Stato Maggiore tedesco aveva restituito. nell' intervallo fra le due guerre, il primato all'azione offensiva e conseguentemente, nell'elaborazione della dottrina, nell'organizzazione dell'esercito , nell'addestramento e nell'elaborazione dei piani operativi aveva onorato i principi di massa, di potenza, di sorpresa e di velocità. Sul piano strategico non aveva inventato nulla di nuovo; utilizzando appieno le caratteristiche della guerra moderna aveva conferito alla strategia un'estrema mobilità , e si era impegnato a fondo nello studio e nell 'appl icazione di una tattica e di una organizzazione che sfruttassero il più possibile le prestazioni dei carri armati e degli aerei al servizio dei principi di potenza e di velocità, sorprendendo così l'avversario con l'intendimento di batterlo prima che potesse pervenire alla stessa tattica ed alla stessa organizzazione. Da quì le profonde penetrazioni strategiche con forze corazzate indipendenti, le incursioni in profondità dei carri armati destinate a tagliare le vie di comunicazione nemiche , l'impiego non più dei carri armati a sostegno della fanteria ma di questa al servizio di quelli, l'impiego degli aerei con il compito di garantire la libertà di movimento e la continuità dello sforzo in profondità delle truppe corazzate, e di sostenere queste fino al sopraggiungere delle fanterie. Tale, in sostanza, la dottrina della Blitzkrieg alla quale la Germania era stata spinta dalla consapevolezza che la guerra dell'e-

(133) Liddell H art B.H. Storia militare della seconda guerra mondiale, Mondadori , Milano, 1971, pag. 91 e Montgomery B.L. S10ria delle guerre, Ri zzoli, Mila no . 1970, pag. 532.


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poca industriale sarebbe stata. più di quella del passato, guerra di materiali e che conseguentemente avrebbe dovuto essere la più breve possibile per la Germania, il cui potenziale di materie prime necessarie alle industrie belliche e lo stesso potenziale industriale ed economico erano di gran lunga inferiori a quelli delravversario (134).

Soprattutto l'impiego del carro armato si era dimostrato decisivo in maniera immediata, ed attraverso di esso il generale Guderian aveva avuto modo di veder convalidate le sue teorie. La sconfitta finale alla quale sarebbe poi andato incontro l'esercito tedesco sarebbe derivata, in parte, da errori di carattere politico e strategico, ed ancor più dall'adeguamento da parte alleata alle tecniche della Wehrmacht in virtù di un potenziale bellico praticamente illimitato. In ambito italiano, ciò che più nocque all'impiego delle unità carriste nella fase iniziale della guerra non furono tanto le manchevolezze della dottrina, le insufficienze dell'ordinamento e le stesse modeste caratteristiche dei carri leggeri, ma soprattutto la mancata generalizzazione della mentalità carrista o corazzata. La grande maggioranza dei comandanti delle Grandi Unità poco o nulla sapeva dei carri armati; molti ufficiali di Stato Maggiore usciti dalla Scuola di Guerra, che continuava a centrare il problema della guerra di movimento sul binomio fanteria-artiglieria , avevano scarsa familiarità con l'impiego delle unità carriste; la quasi totalità dei quadri delle varie Armi, più che nelle esercitazioni in cooperazione, aveva visto i carri armati nelle parate o nelle riviste. Facevano naturalmente eccezione gli ufficiali ed i sottufficiali delle specialità carriste e celere, cui non facevano difetto né il mordente né la preparazione tattica e tecnica ma che costituivano una minoranza non sempre compresa e sostenuta dagli stessi superiori , spesso meno esperti in materia; d'altra parte, una nuova mentalità tattica non s'improvvisa, ma è il risultato di una maturazione spirituale , intellettuale e professionale lunga e approfondita (135). L'accenno ai mezzi induce a mettere subito a fuoco quello che , in barba ai contributi di pensiero ed alle relative trasformazioni ordinative che ci conferivano solo sulla carta un ruolo d'avanguardia, avrebbe continuato ad essere l'aspetto critico della nostra meccanizzazione, cioè la tipologia e la

(134) Stefani F .. op . cit. , voi. II, tomo 1°, pagg. 41-42. (135) Stefani F .. op. cit., voi. II, tùmo l". pagg. 556-557.


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qualità dei materiali e di conseguenza il loro adeguamento a quelle che sarebbero state le esigenze di una guerra del tipo che si stava profilando all'orizzonte. Se risponde al vero la conclusione di Botti ed Ilari che dal 1934 al 1939, negli anni cruciali della preparazione, lo Stato Maggiore Esercito, dopo le iniziali resistenze all'idea della meccanizzazione avanzata da Grazioli nel 1931, aveva saputo utilmente valutare le esperienze della guerra e dello sviluppo dei mezzi corazzati ma non era riuscito a pervenire a soluzioni tattiche ed organiche veramente competitive (136); ovvero anche quella di Stefani , secondo cui gli era mancata la visione del ruolo prioritario che i carri armati avrebbero assunto in una guerra futura là dove il terreno ne avesse consentito l'impiego (137); è altrettanto ed ancor più certo che il vero punto debole della nostra configurazione meccanizzata era rappre,:;entato dalla inadeguatezza - numerica, tecnologica e cronologica - delle macchine. Nell'autunno 1939, a poco meno di sei mesi quindi dall'entrata in guerra, l'esercito disponeva di circa 23.000 autoveicoli da trasporto , 8700 autospeciali e trattori e 4400 autovetture, per un ammontare complessivo di circa 36.100 mezzi , a cui erano da aggiungersi 12.500 motomezzi. I carri armati erano circa 1500, quasi tutti del tipo leggero (la nostra regolamentazione aveva così classificato i vari tipi in funzione degli impieghi previsti: carri di rottura, medi e pesanti , per la fanteria - carri d'assalto , leggeri, speciali, per la fan teria - carri veloci, leggeri, per truppe celeri) , e con essi erano pressoché esclusivamente equipaggiate, all 'atto dell'entrata in guerra, le nostre unità carriste: 3 Divisioni corazzate (Ariete , Centauro e Littorio), 1°, 2°, 3° e 4° reggimento carri, battaglioni vari assegnati alle Grandi Unità dislocate in Africa Settentrionale ed in Egeo più alcune compagnie in Africa Orientale. I medi infatti, inizialmente cli 11 tonnellate, erano in tutto 70, oltre ai vetusti 150 Fiat 3000, retaggio degli anni Venti , i cui ultimi esemplari dovevano , durante lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio 1943, fare la loro ultima, patetica ed alquanto grottesca apparizione al cospetto di macchine quali lo Sherman ecl il Valentine (138). Anche quì persisteva l'equivoco. Nel 1936, al termine della campagna d'Etiopia, che era stata più breve del previsto, erano rimasti disponibili circa un migliaio cli carri (136) Botti F .. Ilari V. , op. cit. , pag. 207. (137) Stcfani F. , op. cit. , voi. li , tomo 1°, pag. 196. (138) Favagrossa C. Perché perderemmo la guerra , Rizzoli , Milano , 1946, pag. 17; Stefani F .. op. cit. , voi. II, tomo 1°, pag. 555 e 560.


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31. - ,In visita al Cremlino (settembre 1934).

veloci 33 e 35, proprio mentre stavano formandosi in Italia le prime unità motorizzate e corazzate, i cui carri armati di tipo medio erano ancora in periodo di sperimentazione. Si era stabilito perciò di distribuire provvisoriamente i carri veloci come m~zzi corazzati leggeri, passando sopra allo scopo principale per il quale questi mezzi erano stati progettati e costruiti. Con questo provvedimento era stata praticamente sanzionata l'errata credenza che il carro veloce fosse ormai il nostro carro armato leggero, mentre era stato studiato e realizzato per un diverso impiego. Si doveva perciò attendere la produzione dei carri armati medi - senza i quali ed i pesanti il significato delle Grandi Unità corazzate avrebbe perso ogni valore - per poter disporre di mezzi da combattimento in grado di poter sostenere il confronto con mezzi similari stranieri , su quei terreni pianeggianti ed aperti che costituiscono il campo preferito per l'impiego in


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massa dei carri armati (139). Per quanto concerneva i pesanti, solo nel 1940 veniva progettato un carro da 26 tonnellate armato con un cannone da 75/34 ed una mitragliatrice da 8 mm, che però sarà approntato solo al principio del 1942 e la cui produzione in serie avrebbe avuto inizio addirittura nell 'estate 1943, senza che peraltro dei primi esemplari costruiti si potessero giovare le nostre unità dal momento che i mezzi, nelle giornate del settembre 1943, erano catturati dai tedeschi e da questi impiegati nei combattimenti sul fronte di Anzio-Nettuno del gennaio 1944. Esula dai limiti di questo lavoro una esposizione in dettaglio di dati e caratteristiche tecniche, per le quali rimandiamo ad alcune fra le pubblicazioni in proposito di lingua italiana (140), dalle quali emergono le rilevanti differenze in fatto di prestazioni, armamento e soprattutto corazzatura con i carri a rmati degli altri Paesi belligeranti, riservandoci di riportare solo qualche dato comparativo tra i nostri mezzi e quelli anglo-americani relativo a quest'ultima componente di per sé stessa così significativa. Prendendo in esame i soli carri medi ed i semoventi (141) da noi impiegati in Africa Settentrionale, si hanno i seguenti valori (la prima cifra indica la corazza frontale, la seconda quella laterale, espresse in millimetri): M 11/39=30-14,5; M 13/40 e M 14/41 = 42-25; Semovente L 40 da 47/32=30-15; Semovente L 40 da 75/18=50-25. Per gli inglesi, ricordiamo: Crusader=51-17; Matilda=78-16; Churchill= l02-162; Valentine=65-8. Tra gli americani (solo corazzatura frontale): Sherman e Grant=75-38; Stuart=67-12 (142). Spendiamo qualche parola in più, invece, per accennare alle cause che avevano portato a ciò, alla mancata applicazione od allo snaturamento delle concezioni operative formulate a grandi linee da Grazioli.

(139) Pugnani A .. op. cit. (140) Pignato N .. Atlante mondiale dei mezzi coraz:ati, voi. 11 (Italia e Germania nella 2" guerra mondiale), Albcrtcllì, Parma , 1971; Pignato N., Corazzati 1939-1945, Albertelli. Parma, 1974; Barlozzetti U., Pirella A.. Mezzi dell'esercito italiano 19351945. Olimpia, Firenze. 1986; Benussi G., Carri armati e auwbli11da1e del Regio Esercito italiano 1918-1943, lntergest, Milano, 1973; Benvenuti B .. Colonna U.F .. Carri armati in servizio fra le due guerre. l.211-11-Ill, Bizzarri , Roma, 1972-1973; Stefani F .. op. cit., voi. II, tomo 2°, pagg. 102-104 e voi. 111. tomo 1°, pagg. 408-409; Pugnani A .. op. cit.; Ceva L., Curami·A., op. cit. (141) I semoventi erano stati impropriamente definiti artiglierie semoventi. ma per il sistema di installazione del pezzo e le limitate possibilità di brandeggio andavano propriamente considerati come carri d'assalto o cuccia/ori di carri (Stefani F .. op. cit., voi. II. tomo 2°, pag. 319). (142) Stefani F .. op. cit., voi. 11 , tomo 2°, pagg. 317-319 e 432.


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32. - Grazioli con il maresciallo Vorosilov. commissario del popolo per la guerra (settembre 1934) .

Nonostante le accennate positive valutazioni da parte dello Stato Maggiore Esercito circa lo sviluppo dei mezzi corazzati , la meccanizzazione sarebbe sempre rimasta in una posizione di subordinazione rispetto alla motorizzazione. Nel suo ambito, continuava a manifestarsi la tendenza a mezzi leggeri e veloci, adatti quindi a terreni difficili, e ad organici delle unità corazzate anch'essi estremamente leggeri, con conseguente grave mancanza di competitività rispetto alle soluzioni tedesche ed inglesi. Si può in definitiva sostenere che, per la filosofia del materiale e dell'ordinamento italiani, non è mai esistita la prospettiva dello scontro in terreno libero e ad elevato indice di scorrimento come fu invece per gli epigoni di Fui-


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ler, Liddell H art, Estienne , De Gaulle, Guderian (143). La colpa che si può fare allo Stato Maggiore Esercito in fatto di materiali , sostiene Stefani, è il ritardo nella programmazione dei carri armati, un ritardo concettuale più che tecnico e finanziario , derivante da debolezza d'immagine, da attaccamento ad un dottrinarismo superato e da difetto di concezione nell'impostare l'impiego di un mezzo che diventerà nella seconda guerra mondiale l'elemento determinante della battaglia offensiva e di quella difensiva presso tutti gli eserciti. Ma , aggiunge, attribuire le cause del ritardo a remore politiche e finanziarie non ha senso, perché la tempestiva definizione e messa a punto dei prototipi sarebbero state egualmente perseguibili, e si sarebbero così offerti orientamenti all'industria per poter passare, al momento opportuno, alla produzione in serie (144). Non sembra però , sulla scorta di quanto rilevabile presso altre fonti , che si possa concordare interamente con le suddette' affermazioni. Lo sviluppo delle formazioni corazzate, ed anche della motorizzazione , non poteva che essere in funzione qella potenzialità industriale del Paese, notoriamente assai limitata anche per la ridotta disponibilità di materie prime e, sorto certi aspetti, per le non infrequenti remore del bilancio militare. Basti ricordare che le spese beHiche avevano assorbito nel 1913-1919 il 76% delle uscite statali ed il 38% del reddito nazionale lordo (e nel 1920-1928 rispettivamente il 43 e 1'8%) e nel 1939-1940 solo il 20% della spesa pubblica ed il 6% del reddito nazionale lordo (145). I predetti dati contrastano con quelli elaborati da Knox, secondo i quali fra il 1935 ed il 1938 l'Italia spese circa l'll ,8% del reddito nazionale per preparativi militari , a fronte del 12,9% della Germania, 6,9% della Francia e 5,5% dell'Inghilterra ; successivamente, nel biennio 1939-19'40 le spese militari sarebbero salite al 18,4% del reddito nazionale ed , in termini assòluti, sarebbero ammontate ad una cifra più che doppia rispetto alle spese del 1935-1936, all'epoca della campagna in Etiopia (146). Anche se da altra fonte considerati questi ultimi non lontani dal vero in ordine di grandezza ed in termini comparativi (147), abbiamo motivo di rite-

(143) Botti F. , Ilari V. , op. cit., pag. 193. (144) Stefani F. , op. cit., voi. II, tomo 2°, pag. 52. (145) Rochat G., Massobrio G ., op. cit. , pag. 267. (146) Knox Mc G . Le guerre di Mussolini, Editori Riuniti, Roma, 1983, pag. 23 e 457-458. (147) Castronovo V. L 'economia di guerra: produzione, consumi, lavoro, in Atti

del Convegno Internazionale L ' Italia nella seconda guerra mondiale e nella resistenza ,


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nere più attendibili i dati esposti da Rochat e Massobrio. Anche in questo settore, pertanto , si faceva ricorso all'espediente ed al ripiego (148). Per reintegrare le scorte di mobilitazione largamente depauperate dalla campagna d'Etiopia, Baistrocchi aveva assunto impegni finanziar'ì gravosi, coperti solo in parte con 5500 milioni di assegnazioni straordinarie per gli anni finanziari 1936-1937 e 19371938; erano rimasti scoperti 1800 milioni per impegni già presi e che, per le proteste del ministro delle Finanze, potevano aver costituito una concausa favorente del suo allontanamento, motivato peraltro, come s'è visto, da altri fattori (149). Alcuni dati, esaminati isolatamente, potevano anche essere valutati in maniera ottimistica: nel 1939 la produzione di ghisa aveva raggiunto e superato il milione di tonnellate e quella di acciaio i 2.300.000, mentre il volume della produzione metallurgica, dal minimo di 980.000 a cui era caduto nel 1932, saliva nello stesso 1939 a 2.780.000 (150) . Ma , rapportati alle esigenze di una guerra del calibro e delle caratteristiche di quelle del secondo conflitto mondiale, non consentivano, ad un'analisi interpretativa ad ampio spettro, di alimentare soverchie speranze. Inoltre altre componenti di politica industriale , probabilmente ancora più determinanti degli stessi aspetti economici , intervenivano nella situazione. Era importante l'arretratezza tecnologica dell'industria nazionale, ma ancor di più la sua mancata mobilitazione da parte del regime (151). Secondo la tesi di Sarti, gli industriali non furono sufficientemente forti per dominare il fascismo , ma sufficientemente influenti per contrastarne alcuni progetti; se aumentavano le tasse ed i controlli burocratici sugli affari, essi riuscivano a mitigarne il peso sulla produzione tramite espedienti amministrativi. Se si prende in considerazione ciò che avvenne effettivamente anziché quello che sarebbe potuto avvenire, l'unione al fascismo rappresentò una speculazione vantaggiosa per gli industriali; la loro risorsa Milano, 22-24 aprile 1985 , a cura dell'Istituto Nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. (148) L'Esercito italiano fra la l" e la 2" guerra mondiale, USSME, Roma , 1954. (149) Faldella E . L'Italia nella seconda guerra mondiale, Cappelli, Bologna, 1959 (150) Romeo R. Breve storia della grande industria italiana, Cappelli, Bologna , 1961, pagg. 133-134; cfr. anche L'economia italiana nel sessennio 1931-1936, parte II, voi. II, a cura della Banca d'Italia , Roma, 1938, pagg. 1268-1269 e 1175-1182, e Catalano F., L 'economia italiana di guerra, Istituto Nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Milano, 1969. (151) Rochat G ., Massobrio G., op. cit. , pag. 267.


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più importante nei rapporti con il regime consisteva nel fatto che essi sapevano esattamente ciò che volevano, mentre questo perseguiva troppe mete, spesso non ben definite e contraddittorie (152). Altri autori così ribadiscono: L'alta borghesia aveva continuato la concentrazione monopolistica: questa condizione soddisfaceva profitti crescenti ed in particolare l'industria metallurgica e meccanica, quella elettrica, mineraria e chimica. Protezionismo , autarchia, le combinazioni fra finanza privata e pubblica avevano formato un tipo particolare di capitalista il quale sapeva che l'esenzione fiscale, la manovra finanziaria davano maggior profitto di qualsiasi innovazione tecnologica, di ogni ampliamento di mercato ... mentre generali e politici furono poi travolti , gli industriali si inserirono con successo, nel dopoguerra, in un contesto internazionale che garantì loro un ulteriore salto qualitativo (153).

Ceva e Curami , nell'opera in corso di pubblicazione della quale abbiamo potuto fruire di un esame anticipato (cfr. nota 105), così come uno di loro in un precedente lavoro (154), svolgono un'accurata rievocazione , ad esempio, delle vicende dell'Ansaldo, che per alcuni aspetti sono da ritenere estremamente significative ai fini di quanto stiamo trattando. Nei primi anni Trenta si era sviluppato il binomio Fiat-Ansaldo, o meglio l'elezione della Fiat a partner motoristico dell'Ansaldo, con il che si veniva a monopolizzare la que stione carri armati , dal momento che alle altre ditte, il ritiro delle quali dall'affare era stato più o meno pilotato, venivano assicurate commesse in diversi settori dell'industria bellica. In altri termini , l'Ansaldo - alla cui presidenza c'era Cavallero, temporaneamente fuori servizio ed alla sua seconda esperienza industriale dopo quella dal 1920 al 1925 - restava unica fra le industrie meccaniche ma non motoristiche che avessero interesse per la produzione dei carri armati. Nel 1934 lo stabilimento siderurgico dell'Ansaldo veniva scorporato ed inglobato nelle Acciaierie Cogne di Aosta, dando

(152) Sarti R. Fascismo e grande industria /9/9-/940. Moizzi , Milano . 1977. pagg. 167-169. (153) Barl ozzetti U .. Pirella A. , op. cit .. pag. 8. (154) Curami A ., Miglia F., L'Ansaldo e l'industria bellica, Atti del Convegno Internazionale di Studi su L 'Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza. Mila no . 22-24 aprile I985, a cura del l'Istituto Nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.


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luogo alla SIACC (Società Italiana Acciaierie Cornigliano). L'operazione si era svolta contro il parere di Baistrocchi, allora, come s'è visto, Sottosegretario alla Guerra ed anche Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, che il 13 luglio 1935 esprimeva il proprio dissenso al ministro delle Finanze Paolo Thaon di Revel: Non è possibile concepire oggi u na grande industria di armi e munizioni - e l'anormalità diventa più marcata quando l'industria è una di quelle fondamentali per l'efficienza bellica del paese - che non abbia nella sua organizzazione, e come primo tempo del suo ciclo produttivo, una acciaieria che possa fabbri care e trattare i greggi delicati che le altre unità dell'azienda devono poter trasformare in finito.

La ragione dell'operazione, dicono gli autori, potrebbe essere stata la maggiore appetibilità dell'acciaieria isolata in vista di una sua collocazione presso il capitale privato. Nella SIACC, anziché rinnovare gli impianti , venivano rivoluzionati gli staff tecnici con cospicue immissioni di dirigenti Cogne ed allontanamento od accantonamento di quelli formatisi precedentemente ali' Ansaldo. Le conseguenze sulla produzione dei mezzi bellici erano sicuramente negative. Nello stesso documento, Baistrocchi così reiterava: ... i nuovi dirigenti dell'Ansaldo non hanno alcuna esperienza in acciai di qualità, in corazze, cannoni ... ogni giorno sono solleticati a nuove modifiche la cui leggerezza impressiona e tiene i tecnici responsabili delle fabbricazioni in continuo allarme.

Dalla saldatura, che costituiva un fiore all'occhiello dell'Ansaldo, si passava all'imbullonatura, che sarebbe poi rimasta in tutta la linea dei corazzati italiani, dal CV 35 al P. 40; nei carri medi, dove la rigidità delle giunzioni fra piastre di maggior spessore acquisiva grande importanza, di saldatura non si parlava nemmeno. Anche questo elemento , come mettono in rilievo gli autori. costituiva un fattore penalizzante rispetto agli altri belligeranti: i carri tedeschi erano saldati, mentre americani e francesi tendevano ad avere il massimo possibile di parti addirittura fuse. Gli inglesi, invece, a parte il Matilda che aveva scafo saldato e torretta fusa, usavano costantemente la saldatura sin dal 1938 per i blindati a ruote, mentre per i mezzi da combattimento cingolati la sua diffusione si sarebbe completata solo a partire dal 1943, anche se per le torrette era abitualmente utilizzata la fusione.


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Nei confronti della nostra arretratezza concettuale costruttiva e tecnologica si sarebbe cercato, a guerra iniziata, di impegnare una corsa al miglioramento , che altro non poteva però essere che una gara ad inseguimento dei progressi compiuti dagli altri nella quale eravamo destinati a trovarci subito irrimediabilmente distanziati, dal momento che ogni tipo di carro entrava in servizio quando era già superato. E durante una guerra risulta estremamente arduo riparare agli errori tecnici commessi in tempo di pace, a meno di possedere un'industria pesante della dimensione e della potenza di quella statunitense. Era un problema che per i carri armati si dimostrava ancora più evidente e marcato, ma che riguardava nella stessa misura anche tutte le altre componenti del nostro parco meccanizzato e motorizzato. Faldella ha riassunto con efficacia alcune delle anomalie che stavano alla base di tale situazione: Progettazione, sperimentazione, adozione e passaggio alla produzione di nuovi mezzi si svolgevano con un processo lento, perché gli uffici tecnici non erano attrezzati per svolgere rapidamente una grande mole di lavoro ed erano scarsi di personale, mentre, poi , troppi enti e troppi funzionari erano chiamati ad esprimere un parere, che sovente si concludeva con una richiesta di modificazioni, perché l'approvazione pura e se mplice sarebbe apparsa prova di disinteresse. La realizzazione del mezzo subiva così enormi ritardi, mentre le responsabilità delle remore e dei difetti, che poi sarebbero emersi, si diluivano fino a diventare evanescenti. L'industria, dal canto suo , non sempre facilitava il compito degli organi tecnici, preferendo continuare la costruzione di tipi per i quali erano già in funzione gli impianti, ormai ammortizzati del tutto od in parte. Allorché si volle un'autovettura con caratteristiche «militari», si ebbe la 1100 mime tica, che di militare aveva soltanto il colore e le scomodità. Purtroppo, quando si riuscì a costruire mezzi speciali , risultarono inferiori a quelli stranieri , per prestazioni e robustezza. ln parte ciò dipendeva dai tecnici delle industrie, che non valutavano con larghezza di vedute il logorio e gli sforzi cui le macchine sarebbero state sottoposte , ma molto anche dalla deficienza di materie prime che costringeva a realizzare il massimo delle economie, con un minimo - e non con un massimo - di resistenza e di robustezza, seguendo , in fondo , lo stesso criterio che oggi (il testo è datato 1959-n.d.r.-) informa la costruzione delle autovetture utilitarie ... Ogni proposta, ogni proge tto, ogni richiesta, urtava sistematica-


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mente contro un ostacolo: la povertà. Invalse perciò l'abitudine di considerare «a priori» irrealizzabile ciò che avrebbe comportato ingenti spese e di cercare di fare e strafare col pochissimo che si possedeva, anziché progettare con vedute lungimiranti . Lo Stato Maggiore preferiva dimostrare di saper fare col poco a disposizione, ricorrendo a compromessi ed espedienti, piuttosto che proporre e richiedere ciò che sarebbe stato necessario, ma che già in partenza sapeva di non poter avere. Ne risultò che, invece di prendere a base degli studi e delle predisposizioni lo «scopo » da raggiungere e, in relazione allo scopo, concretare i mezzi occorrenti, si preferiva prendere come punto di partenza i materiali ed i mezzi esistenti e determinare lo scopo in base ad essi. Fu appunto per questa diffusa mentalità che, pur avendo intuito che la guerra sarebbe stata decisa in Africa, non si tennero in considerazione le esigenze della guerra nel deserto, apprestando i mezzi speciali necessari; ci si acconciò a combatterla con grandi unità metropolitane e si rinunziò a fare del teatro d'operazioni africano il teatro d'operazioni principale, considerando insormontabili le difficoltà che si presentavano. Come se tutto ciò non bastasse, nei cinque arii che precedettero lo scoppio della guerra, il Ministero Scambi e Valute impose la vendita all'estero di armi e mezzi per incassare valuta pregiata, occorrente per l'acquisto di materie prime. Questa necessità si accentuò nel 1939-1940, quando dovemmo cedere cannoni controcarro alla Romania, motori d'aviazione alla Francia, automezzi a diversi Paesi, oltre ad esplosivi e manufatti vari (155) .

Secondo Ceva, l'armamento adottato, almeno fino al 19351936, non era qualitativamente disprezzabile (156), per quanto insufficiente nel numero. Le deficienze vanno individuate in altri fattori: produzione inadeguata , distribuzione ed utilizzazione organica carente di numero e talvolta errata nella collocazione, soprattutto mancanza di un aggiornamento tecnico degli armamenti, non solo conflitto durante, ma anche nel periodo immediatamente precedente. Il giudizio non negativo di Ceva - fanno rilevare Botti ed Ilari - non può comunque essere esteso ai corazzati , i quali conobbero una rapida obsolescenza tecnica ed operativa già alla vigi-

(155) Faldella E .. op. cit., pagg. 103-105.

(156) Ceva L. Le Forze Armate, Utet, Torino, 1971. pagg. 274-275.


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lia del conflitto, aggravata nel corso di esso, divenendo sempre più sorpassati come formula tattica e prestazioni, mentre le realizzazioni che potevano eliminare il ritardo rimanevano allo stato di progetto, e per motivi non solo economici (157).

In conclusione, ci sembra si possa concordare con il giudizio di questi due autori secondo i quali sarebbe stato il continuo incremento numerico delle unità successivo al 1935-1936 a stravolgere anche i lati positivi dell'ordinamento del 1926, che non aveva mancato di sottolineare l'importanza della qualità, ed a ricondurre l'ordinamento dell 'esercito, proprio nell'imminenza del conflitto, al principio che aveva ispirato l'ordinamento Diaz, quello cioè di compensare con l'ottimo - ma quì ci sarebbe non poco da eccepire e numeroso patrimonio umano disponibile la carenza di quelle macchine , giudicate troppo costose, che stavano assumendo un peso sempre più decisivo e condizionante sulla capacità di condurre operazioni offensive di largo respiro (158). Secondo gli stessi autori, la debolezza dello strumento militare italiano non andrebbe dunque tanto attribuita alla cattiva regolamentazione quanto all'incongruenza fra questa e lo strumento chiamato ad applicarla. E d'altra parte, va altresì riconosciuto che una regolamentazione adattata allo strumento disponibile avrebbe potuto prestare agevolmente il fian co, retrospettivamente, all'accusa di scarso spirito innovatore e di conservatorismo (159). Contro eserciti qualitativamente superiori, sarebbe talvolta residuata , a quello italiano, una superiorità nella massa , ma mai nella capacità complessiva, dove l'inferiorità non poteva essere compensata dal valore dei combattenti anche laddove questa era presente. Le due campagne di Etiopia e di Spagna avevano indubbiamente distolto dalr Esercito risorse fondamentali per la sua preparazione, tanto più se si tiene conto dell'esiguità dei bilanci militari italiani. È vero che una parte dell'ingente e costoso materiale logorato nelle due campagne non era utilizzabile per una guerra in Europa ; ma l'usura non riguardò esclusivamente i mezzi , bensì risorse preziose come carburanti, munizioni, vettovagliamenti. salmerie, personale, e ciò senza contare i costi economici e finanziari' della mobilitazione e del trasporto oltre( 157) Bùtti F., Ilari V .. op. cit., pag. 253. (158) Botti F .. Ilari V .. op. cit.. pag. 172. (159) Botti F., Ilari V., op. cit.. pag. 219.


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mare di decine di migliaia di uomini e di numerose unità. Ma ciò, per l'Esercito ed anche per l'Aeronautica , non fu neanche il male peggiore; esso fu rappresentato invece dalle durevoli conseguenze che le due campagne ebbero nella mentalità e nelle dottrine ... La vittoria trasformò i concetti di guerra decisiva, dinamica, cli movimento nell'illusione della guerra facile. Si scambiò il desiderabile - una guerra di rapido corso, per porre le condizioni della quale, peraltro, era stato fatto poco o nulla - con il sicuro (160) .

In sostanza, l'esercito italiano scese in guerra nel 1940 con una fis ionomia non molto dissimile da quella del 1918 per quanto si riferisce all'armamento, ai mezzi ed ai materiali: fanter ia appiedata ad eccezione, sulla carta, di quella delle Divisioni celeri, autotrasportabili, tipo Africa Settentrionale, motorizzate e corazzate; cavalleria per più di due terzi montata; artiglieria con la massi ma parte delle bocche da fuoco vetuste e superate e con traino meccanico limitato alle artiglierie di maggior cal ibro ed a quelle leggere del!' Armata del Po e delle Divisioni dislocate in Libia. L'aumento delle capacità di fuoco delle unità di fanteria e cavalleria, la parziale meccanizzazione dell'artiglieria e delle unità dei servizi, l'introduzione dei carri armati, peraltro insufficienti per numero e tipo, l'entrata in servizio di mezzi e materiali nuovi per le unità del genio e dei servizi erano valsi a conferire all'esercito un certo, sia pur modesto, grado di maggiore mobilità e fluidità, ma la potenza di fuoco e d'urto non era progredita in misura adeguata neppure alle esigenze di una guerra prevalentemente difensiva e l'insieme delle strutture era del tutto inadattabile ad una guerra di movimento (161). II seme diffuso da Grazioli , se non si può dire che fosse completamente bloccato nel suo germogliare, non aveva certamente dato quel raccolto che la qual ità della semente stessa avrebbe dovuto comportare. *

*

*

Poco dopo il rientro dalla Russia, il I O ottobre 1934 Graziali cessava dal comando designato dell 'Armata di Bologna ed era nomi(160) Botti r .. Ilari V., op. cit.. pag. 247. ( 16 1) Stefani F., op. cit. , voi. II , tomo l", pag. 199.


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nato Ispettore Capo della preparazione pre- e post-militare della Nazione, alle dirette dipendenze del capo del governo e conservando tutte le prerogative inerenti alla carica di comandante designato d 'Armata . In quello scorcio del 1934, il Consiglio dei Ministri aveva approvato lo schema dei tre disegni di legge (poi tradotti in data 31 dicembre 1934 nelle Leggi n. 2150, 2151 e 2152 denominate , unitamente alla Legge del 1925 sulla nazione organizzata (162) , Leggi sulla nazione militare] con cui venivano promulgati concetti ed applicazioni radicalmente nuovi quali , appunto , l'introduzione dell'istruzione pre- e post-militare e dell'insegnamento della cultura m ilitare nelle scuole civili medie e superiori. L' inaugurazione del nuovo Ispettorato aveva luogo co n particolare solennità il 29 ottobre 1934 a Palazzo Venezia , e quale sede gli venivano assegnati alcuni locali nel Palazzo del Vimina·le, adiacenti alla Presidenza del Consiglio. L'incarico gratificava Grazioli , rappresentava il rico noscimento della sua sempre viva partecipazione al problema , la realizzazione di un tema sul quale da tempo si era andata incentrando l'attenzione di alcuni addetti ai lavori, già in un 'epoca pre-fascista e quindi nò n sospetta (163). Si trattava di creare , praticamente dal nulla, un'organizzazione centrale e periferica con diramazioni fino agli estremi lembi periferici del territorio nazionale , mediante la quale fosse possibile consegnare all 'esercito , ad ogni nuovo gettito di leva, un contingente di coscritti già articolati in squadre ed abbastanza avviati nell' istruzione basica della recluta , con il relativo capo-squadra designato e preparato alle sue funzioni , il tutto completato da una vigorosa educazione fisico-sportiva a carattere mirato, cioè specificamente militare, così come abbiamo visto essere

(162) L 'articolo 3 della Legge 969 dell'8.6. 1925 sull'orga ni zzazione della nazione per la guerra sanciva: In caso di mobilitazi.one generale ed in caso di mobilitazione parziale, quando se ne constati dal Governo la necessità e nella misura che credesi opportuna, tutti i cittadini uomini e donne e tutti gli enti legalmente costituiti sono obbligati a concorrere alla difesa morale e materiale della Nazione e sono sotloposti ad una disciplina di guerra. (163) A titolo indicativo citiamo, fra le pubblicazioni, La preparazione pre-militare, Il capitolo dc La nazione armala ed i suoi lineamenti riferiti ali' Italia di Felice De Chaura nd dc Saint Eustache (Casanova e&, Torino , 1919) . Me ntre redigiamo q ueste no te, è in corso d i pubblicazione su Storia Contemporanea un lavoro di Giuseppe Conti sul tema de ll 'educazione militare del cittadino dall'U nità al fascismo , di cui abbiamo potuto prendere visione anticipata grazie alla cortese disponibilità dell'autore , ed al qua le rimandiamo per una visione globale dell'argomento e per le indicazioni bibliografiche.


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sempre stato nel pensiero di Grazioli. Il piano era grandioso ed allettante, anche se le reali possibilità di attuarlo in un certo numero di anni dipendeva dalle riserve disponibili in termini di mezzi finanziari ed infrastrutture ed, ancor più, di istruttori veramente capaci e presenti, in forma omogenea, in tutte le zone. Si pensava di utilizzare allo scopo ufficiali e sottufficiali in congedo delle varie Armi , ed! in proporzioni ancora maggiori i quadri della stessa Milizia previa preparazione ad hoc, per tutti, da impartirsi in un'apposita scuola di formazione che Grazioli aveva istituito a Mirandola (Modena), anche se la loro collocazione in questa veste avrebbe ancor più politicizzato un'iniziativa già ampiamente appetita dal Partito Nazionale Fascista. La Legge che codificava l'organizzazione della nazione per la guerra aveva rappresentato senza dubbio un atto importante di politica militare , ed avrebbe potuto giovare considerevolmente a migliorare il potenziale bellico del Paese se ad essa avesse fatto seguito il fe rvore delle attività e degli organi programmati anziché la lentezza burocratica, alla quale si sommarono lo scarso entusiasmo e la naturale ritrosia nei riguardi di un lavoro difficile ed ingrato da compiere in silenzio e quasi in segreto, senza prospettive di ricompense e di carriera, per cui la Legge veniva disattesa o solo parzialmente attuata. La sua mancata applicazione integrale non sarebbe rimasta senza conseguenze nel 1940, quando si rendeva necessario fare ricorso a provvedimenti ed accorgimenti improvvisati ed occasionali anche nel campo della mobilitazione civile che, invece, sul piano concettuale e legislativo. era stata saggiamente predisposta con quindici armi di anticipo (164). TI ciclo addestrativo previsto era stato articolato in tre fasi. Nella prima si compiva l'istruzione pre-mHitare, con il compito di provvedere alla preparazione spirituale, fisica e tecnica del cittadino nel periodo che precedeva la sua incorporazione nelle forze armate. Era impartita a carattere continuativo a tutti i giovani dal momento in cùi compivano l'ottavo anno e fino al ventunesimo , ed erano stabiliti in essa due periodi, l'uno dall 'ottavo al diciottesimo anno e l'altra dal diciottesimo al ventunesimo , di cui il primo di compentenza dell 'Opera Nazionale Balilla ed il secondo dei Fasci Giovanili e della Milizia, e ad entrambi era affidata la preparazione degli specialisti per le tre forze armate. I programmi di istruzione erano

(164) Stcfani F. , op. cit. , voi. Il , tomo 10, pagg. 78-79.


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estremamente dettagliati. Dall'ottavo al quattordicesimo anno, i balilla erano sottoposti ad una preparazione a carattere preminentemente morale per lo sviluppo dello spirito militare nazionale, appassionandoli alla vita militare attraverso frequenti contatti con le forze armate, delle quali venivano rievocate gesta e tradizioni. Dal quattordicesimo al diciottesimo anno, la preparazione degli avanguardisti era più marcatamente militare , ma doveva armonizzarsi con quella ginnico-sportiva fino a raggiungere quel grado di istruzione militare, individuale e collettiva, che avrebbe consentito loro di inquadrarsi nelle formazioni specializzate dei Giovani Fascisti ed in

33. - 29 ottobre 1934: Grazioli all'inaugurazione dcll'Ispettorat0 per la preparazione pre- e post-militare della nazione. di cui era capo (Roma, 29 ottobre 1934).


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quelle più propriamente pre-militari della Milizia. Nell'ultimo ciclo, dal diciottesimo al ventunesimo anno e fino alla chiamata alle armi, l'addestramento si svolgeva sempre più in funzione militare con indirizzi specialistici tipici dei particolari settori delle tre forze armate. Nella seconda fase si attuava l'istruzione militare vera e propria, con il compito di perfezionare e completare la preparazione premilitare per formare il soldato nell'unità di inquadramento. La terza, infine , contemplava l'istruzione post-militare, allo scopo di mantenere il cittadino in congedo ad un livello addestrativo aggiornato ed adeguato al suo eventuale impiego in caso di guerra, ed era obbligatoria per ufficiali, sottufficiali e militari di truppa in congedo fino al trentaduesimo anno d'età. Era affidata alla Milizia , affiancata da altri organi (UNUCJ, Dopolavoro , Tiro a Segno Nazionale, ecc.) (165). Per quanto atteneva alla cultura militare, la Legge 2152 istituiva corsi obbligatori per gli studenti di sesso maschile delle scuole medie (governative, pareggiate o parificate), degli istituti superiori e delle università, ripartiti in tre gradi di insegnamento effettuato a cura di ufficiali in congedo scelti dai rettori e dai presidi di istituto in appositi elenchi, relativi ai tre diversi gradi e ripartiti per provincia, predisposti dai ministeri militari e dal Comando Generale della Milizia . H primo grado, a carattere prevalentemente informativo , consisteva in un corso di venti ore complessive, escluse le visite guidate alle installazioni militari, da impartirsi nell'ultima classe delle scuole medie; il secondo grado comprendeva un corso formativo-informativo di venti ore annuali negli ultimi due anni degli istituti superiori; il terzo grado, infine , consisteva in un corso anch'esso biennale nei primi due anni di università. Erano gestiti dal ministero dell'Educazione Nazionale, e per la stesura dei programmi unici era stata dapprima insediata una Commissione composta da funzionari del Ministero e rappresentanti dei ministeri militari presieduta da Grazioli, la cui influenza di storico appassionato era attestata dal ruolo preminente svolto dall'insegnamento della storia militare, specie nella fase corrispondente al primo grado; in un secondo momento, dal 1937, sotto l'egida del nuovo ministro Bottai, i programmi venivano stabil iti su proposta del ministro stesso , sentito il parere dell'Ispettore Capo della preparazione pre- e post-militare che era anche l'organo di collegamento con i dicasteri militari. Il programma del

(165) Del Giudice E. e V. Tutti in divisa, Albertelli, Parma, 1980, pagg. 20-21.


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secondo grado prevedeva una parte generale, relativa all'epoca romana, medievale e rinascimentale (primo anno), moderna e contemporanea (secondo grado) , ed una speciale nella quale erano trattati i problemi ordinativi , tecnici e tattici con riferimenti (secondo anno) al potere marittimo, al dominio dell'aria ed all' aerocooperazione terrestre e marittima. Il programma del terzo grado comprendeva un elenco di 24 argomenti da trattare con carattere monografico , quali ad esempio la guerra come fenomeno politico-sociale, le caratteristiche militari della guerra moderna , gli aspetti terrestri , navali ed aerei del Mediterraneo, le funzioni degli organi politici ed amministrativi periferici e territoriali dello Stato nelle operazioni di reclutamento , mobilitazione e radunata, l'influenza della politica sulla condotta delle operazioni e viceversa, la tenuta sociale e la produttività , la funzione politico-militare dei sindacati e delle corporazioni per la saldezza del fronte interno, i lineamenti del problema militare italiano, notizie sulle forze armate straniere ed altre tematiche ancora di carattere variabile fra quello più strettamente tecnico-militare e quello più squisitamente politico e propagandistico (166). Con De Vecchi , che aveva retto il Ministero dell 'Educazione Nazionale dal gennaio 1935 al novembre 1936, Graziali aveva avuto non pochi contrasti, dal momento che questi aveva inteso, sin dall'inizio , ridimensionare il ruolo dell'Ispettorato riducendolo ad un organo meramente consultivo del ministro , le cui direttive avrebbero dovuto far premio su qualsiasi altra norma o disposizione. Come s'è visto, la successiva gestione Bottai creava meno difficoltà , quanto meno sul piano formale, lungi com'era dall'ortodossia militaristica di partito del suo predecessore, ciò che era certamente in relazione con l'ampio divario morale, intellettivo e culturale esistente fra i due ministri. Ma proprio per questo, sul piano sostanziale , la politicizzazione della scuola non avrebbe mai raggiunto livelli più alti di quelli presenti nella concezione riformistica di Bottai, rimasta in fase d'avvio a causa del sopraggiungere della guerra e della fine del regime. Vige ancora, intorno a Bottai, un certo grado di equivoco,. inducendo a vedere in lui un moderatore ed un critico del fascismo mentre invece , secondo la approfondita interpretazione di De Felice , il suo era un criticismo interno al fascismo, che desiderava riportare a quell'intransigenza totalitaria, morale ancor

(1 66) Bo tti F. , Ilari V., o p. cit. , pagg. 323-326.


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prima che politica, che era stata la caratteristica prima del vero fascismo (167). Se l'obiettivo del regime era creare attraverso la scuola l'uomo nuovo, addirittura, secondo Bottai, un nuovo umanesimo fascista, se l'incidenza dell'ideologia fascista doveva diventare educazione, norma di comportamento inconsapevole in grado di incidere davvero sugli atteggiamenti verso la vita, il lavoro, la politica e dai giovani si trasfondesse in tutta la società, occorreva che la scuola esprimesse non una cultura fascistizzata ma realmente e totalmente fascista e facesse vivere i giovani da fascisti sin dal loro primo contatto con le realtà extrafamiliare (168). Come si è già detto, il piano era vasto ed ambizioso e, se concretamente realizzato, avrebbe potuto conseguire indubbi risultati sotto il profilo dell'efficienza militare della nazione, mentre in pratica , essendo state privilegiate le manifestazioni esteriori e le coreografie di massa, era destinato a non andare oltre un bellicismo verbale e trionfalistico. Era un aspetto, questo, che Grazioli mal tollerava, e ciò che soprattutto lo infastidiva era l'essere passati , senza la minima via di mezzo, dall'antimilitarismo di professione dei tempi andati ad un militarismo: petulante e presuntuoso, ma indifferente (per non dire ostile) verso quelle sostanziali esigenze tecniche proprie della guerra moderna, per soddisfare le quali i tecnici dovevano poter lavorare serenamente, non disturbati da illecite interferenze di superficiali e di dilettanti in veste di apostoli del militarismo (169).

E così continuava: Peggio ancora, come indice del sistema, fu la strana disposizione di concedere gradi militari, anche elevati, a personalità politiche per benemerenze non di carattere militare; sì che si videro personaggi più in vista del regime, rivestiti d'alto grado, senza aver mai comandato sul serio un reparto corrispondente. A tutto ciò si aggiunse poi come causa di persistente disagio specie nell'Esercito, l'eccessivo sviluppo e la crescente importanza data , anche nell'ambito militare vero e proprio, alla Mili-

(167) De Felice R. Mussolini il duce: lo stato totalitario 1936-1940, Einaudi , Torino, 1981, pag. 116. (168) De Felice R., op. cit., pag. 121 (169) Grazioli F.S., Memorie , archivio familiare.


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zia. Essa era stata creata nel febbraio del 23 come corpo volontario per la difesa del Regime. A poco a poco, senza essere affatto inquadrata da ufficiali in possesso di effettivi requisiti di sapere e di pratica professionale militare, aveva assunto tipo e funzioni di vera e propria 4'' forza armata dello Stato, composta con unità sedicenti combattenti. Ne derivò un doppione inutile dell'Esercito con tutti gli inconvenienti del pareggiamento dei gradi gerarchici, nonostante la netta differenza di valore tecnico. Non fu raro il caso di alti gerarchi della Milizia. pareggiati a gradi assai elevati dell'Esercito, che erano stati da questo eliminati per incapacità e in gradi assai minori. Se la Milizia si fosse limitata ai suoi scopi iniziali, sia pure estesi alla funzione di quadro per diffondere nel paese l'attività pre- e P.OSt militare, non vi sarebbero stati gli inconvenienti ora lamentati; come pure benemerite riuscirono veramente le varie Milizie speciali destinate a tutela dell'ordine e della disciplina nei pubblici servizi e che fecero sempre ottimamente il loro dovere (170).

L'attività dell'Ispettorato, per la sua stessa natura, doveva necessariamente svolgersi a stretto e continuo contatto , oltre che con le autorità militari, con le organizzazioni giovanili quali l'Opera Nazionale Balilla, guidata e diretta da Renato Ricci e dipendente dal Ministero dell'Educazione Nazionale, ed i Fasci Giovanili di Combattimento, creati e comandati da Starace, allora Segretario del Partito. Mentre i rapporti di Grazioli col primo si mantenevano in un clima di cordiale collaborazione, con il secondo le cose non andavano alla stessa stregua, né è difficile crederlo quando si tenga conto del diverso livello intellettivo e comportamentale intercorrente fra i due esponenti fascisti, fra l'altro in contrasto tra loro stessi. Starace, come del resto anche i suoi due predecessori Turati e Giuriati, aveva assistito con disappunto allo svilupparsi, al di fuori dell'autorità del Partito, di un'organizzazione importante come l'Opera Nazionale Balilla, nata fra il 1926 ed il 1927 e gestita con razionale efficacia da Ricci, aveva sempre cercato di minarne la struttura e la funzionalità ed un primo successo in tale direzione era stato rappresentato appunto dalla costituzione, nell'ottobre 1930, dei Fasci Giovanili di Combattimento che inquadravano, alle dirette dipendenze del Partito, i giovani dai diciotto ai ventuno anni, età quest'ultima stabilita per l'ingresso nel Partito stesso. Non era che il preludio del successo finale, rappresentato dalla fusione delle due istituzioni, nel(170) Grazioli F.S., Memorie, archivio familiare.


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Francesco Saverio Grazioli in un iforme da generale d 'armata (1936) .


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l'ottobre 1937, in un unico organismo, la Gioventù Italiana del Littorio (GIL), posta alle dirette dipendenze del Segretario del Partito Nazionale Fascista (171), e dalla soppressione dell'Ispettorato . Graziali manteneva un atteggiamento sfavorevole nei confronti di Starace e dei Fasci Giovanili , di cui si ha conferma in una velina della Pubblica Sicurezza o dell'OVRA ( Organizzazione Vigilanza Repressione Antifascismo), frutto verosimilmente di un'intercettazione telefonica: Si segnala una vivace campagna che farebbe , anzi fa, S.E. Grazioli ai F asci Giovanili di Combattimento che dice essere inutili e dannosi. Tale tesi il Grazioli sosteneva l'altro dì per telefono censurando il Gen. Alberto Baldini per un articolo comparso in favore di quella istituzione di evidente ispirazione di S. E. il Segretario del Partito Starace, e dicendo che S.E. Pariani si era pentito di averlo incitato a farlo. Pariani è favorevolissimo ai Fasci Giovanili condividendo in pieno le idee del Ministro Starace (172).

Grazioli mal tollerava, di Starace, il pseudo-militarismo tecnico o meglio il falso tecnicismo dilettantistico (173) che lo portava a voler fare dei giovani ai suoi ordini dei reparti para-militari che si dilettava a far manovrare in esercitazioni tattiche, quasi una specie di forza armata personale. Di questa situazione aveva spesso occasione di parlare francamente con Mussolini, che concordava sempre pienamente con lui circa la necessità di arginare le inopportune interferenze del gerarchismo di partito ma che poi , secondo un comportamento contraddittorio che sembra accertato gli fosse connaturale nei rapporti interpersonali , finiva per cedere alle pressioni di cui uno o più esponenti di questo lo facevano oggetto. Ma, nei primi mesi del 1938, sulla scia del successo ottenuto con la costituzione della GIL, Starace accentuava la sua azione su Mussolini per un totale controllo da parte del Partito di tutta l'organizzazione pre- e post-militare , e Grazioli - che il 18 dicembre 1935 era stato colpito dai limiti d'età e collocato in posizione ausiliaria ma, sotto la stessa data, era stato Tichiamato in servizio per poter continuare a svolgere le proprie funzioni - era costretto in aprile a passargli le consegne (171) Setta S., op . cit. , pagg. 173-196. (172) ACS , SPDCR, busta 5, fase. 91/R Graziali F.S. , sottofasc. l , foglio senza intestazione, protocollo e firma datato 31.5.1937. (173) Grazioli F.S. , Memorie, archivio familiare .


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in base al deliberato in tal senso della Commissione Suprema di Difesa. Questa, rispetto al suo ordinamento del dicembre 1923 ed alle modifiche del 1924 e 1925, era rimasta sostanzialmente immutata fino al 1936, anno nel quale ne erano stati ampliati compiti e composizione. Per quanto riguardava quest'ultima, erano stati chiamati a farne parte , sia pure con voto consultivo, anche il Segretario del Partito ed il Capo di Stato Maggiore della Milizia , - oltre allo stesso Ispettore Capo della preparazione pre- e post-militare e ad altri esponenti civili e militari - il che ne aveva accentuato la politicizzazione anche se, nella realtà, Mussolini , che era presidente del comitato deliberativo , attribuiva poca importanza a tutti gli organi collegiali in genere che riuniva il meno frequentemente possibile ed ai quali finiva sempre per imporre il proprio punto di vista (174). A parte comunque l'amarezza ed il rammarico per aver dovuto lasciare un incarico che avrebbe volentieri mantenuto, anche perché era l'ultimo con carattere di ufficialità , veniva ricollocato definitivamente in congedo alla data dell'l settembre 1938. I quattro anni trascorsi come Ispettore Capo della preparazione pre- e post-militare avevano gratificato Grazioli che si era continuamente spostato per le varie città , impegnato in conferenze, adunate ed ispezioni, con quella fervida alacrità con la quale era stato solito affrontare tutti gli impegni , specialmente quelli alle cui finalità , come in questo caso, fermamente credeva. Di questo convincimento si era fatto particolarmente interprete nella prolusione ai corsi pre-militari di Milano, tenuta il 25 novembre 1934 al Teatro Lirico , nel corso della quale aveva affermato , al di là del concetto rousseauniano del cittadino parte contraente con lo Stato, la necessità dello Stato stesso quale regolatore e propulsore di tutte le attività verso un fine comune , fra cui la vita militare fusa con la vita civile secondo il concetto di un esercito di cittadini ed una nazione di soldati caro all'Oriani (175). La medaglia d'oro dei benemeriti della Pubblica Istruzione, conferitagli nel marzo 1943 dal Re su proposta del ministro , avrebbe sanzionato il riconoscimento dello Stato per il contributo che , anche in questo settore , aveva offerto con l'abituale energia. Quel 18 dicembre 1935, oltre al richiamo in servizio immediatamente successivo al collocamento in ausiliaria, era per Grazioli una data ricca anche di un altro importante significato, dal momento (174) Stefani F., op. cit. , voi. 11 , tomo 1°, pagg. 206-207. (175) Grazioli F.S. , La preparazione militare della Nazione, in Civiltà Fascista, Firenze, 1934. Xli , fase. 11° .


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che sotto di essa veniva fatta decorrere la sua promozione a generale d'Armata. Si trattava di un riconoscimento che, se pur concesso in zona Cesarini, non mancava di beneficare l'uomo di un qualcosa alla quale aveva sempre ritenuto di avere legittimo diritto e della cui mancanza aveva certamente sofferto più di quanto l'orgoglio ed il senso della dignità personale, che aveva entrambi vivissimi, non gli consentissero di manifestare. Se ne trova un cenno nelle sue memorie: In verità , dato che avevo avuto la fortuna di comandare nella battaglia di Vittorio Veneto non uno ma due Corpi d'Armata , mi sarebbe spettata la promozione per merito di guerra a Generale d'Armata. Non seppi mai per quale ragione ciò non avvenne.

Caviglia , su carta intestata del Comando Generale delle Regie Truppe della Venezia Giulia, gli aveva fatto pervenire - la data non figura, ma dall'intestazione è presumibilmente riferibile al 19201921 - un autografo con alcune parole tratte dal discorso di Vittorio Veneto, a titolo di solidale compiacimento ed attestato : A S.E. il Tenente Generale Francesco Saverio Grazioli organizzatore del Corpo d' Armata d'Assalto. Io non ho mai conosciuto un organismo di guerra così formidabile, e non so se ne siano mai esistiti al mondo. Come istruzione individuale e collettiva , come addestramento fisico, come qualità di dedizione, di volontà, di impulso, di audacia intelligente, personali e collettive , era veramente un organismo di guerra eccezionale; certo non avrei potuto trovare truppe di rottura migliori di quelle (176).

Lo stesso Caviglia, anni dopo, utilizzando la propria influenza di Maresciallo d'Italia e Senatore del Regno, aveva voluto riparare alla mancata promozione di GrazioJi ottenendo dal ministero che la stessa fosse concessa almeno dal momento del suo collocamento in ausiliaria. Era un provvedimento che, a questo punto, assumeva solo un carattere burocratico-ammin istrativo, dal momento che, se pur richiamato in servizio, la posizione in ausiliaria e l'incarico di Ispettore Capo della preparazione pre- e post-militare lo mantenevano fuori da funzioni di comando e dirigenza nell'ambito delle forze armate. Ma , anche se tardivo e così connotato, era pur sempre (176) Grazioli F .S .. Epistolario. archivio familiare.


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un riconoscimento morale, ed in questo senso si esprimeva infatti il Decreto Reale datato 21 ottobre 1937: . . . considerato che il Gene rale di Corpo d'Armata (ora designato d'Armata) in ausiliaria Grazioli Francesco non poté conseguire a suo tempo la promozione al grado di ·Generale d' Armata in conseguenza dell 'abolizione di tale grado in tempo di pace, mentre aveva comandato con successo durante la battaglia di Vittorio Veneto non uno, ma due Corpi d'Armata riuniti; volendo dare all'ufficiale un riconoscimento morale per questo suo benemerito passato di guerra (177);

Che il riconoscimento dovesse rimanere nell'ambito soltanto morale era fermo desiderio dello stesso beneficiato, che in una lettera diretta al Sottosegretario di Stato Pariani così aveva cura di precisare: Jn relazione al colloquio avuto ieri mattina con V.E. e nel quale Ella ebbe a farmi comunicazione circa una mia prossima promozione al grado di Generale d'Armata in P .A., tengo a dare all'E.V. formale assicurazione per iscritto che, per parte mia , non chiederò mai né accamperò mai alcuna pretesa per avere, nell'anzidetto grado di Generale d'Armata, il trattamento speciale previsto per i Generali Tassoni, Montuori, Baistrocchi, Santini e Pirzio Biroli. Ciò perché, per quanto mi riguarda personalmente , considero la suddetta promozione quale deve essere effettivamente, e cioè come un giusto riconoscimento morale - il corsivo è sottolineato nel testo (n.d.r.) - di passate benemerenze di guerra , il quale però non deve in alcun modo modificare il trattamento ordinario previsto dalle disposizioni in vigore per i generali d'armata quando lasciano il servizio attivo ( 178).

Sempre in tema di apprezzamenti, in questo caso più sostanziali, e facendo sempre riferimento alle memorie di Grazioli, Pariani , subentrato a Baistrocchi quale Sottosegretario alla Guerra, gli avrebbe confidato che circa un mese dopo che aveva avuto inizio la campagna d'Etiopia, in coincidenza con l'occupazione di Macallé dopo la quale era stata decisa la sostituzione di De Bono nel (I 77) Grazioli F.S . . Epistolario, archivio familiare. (178) Grazioli F.S., Epistolario , lettera datata 4.10.1937, da Grazioli a Pariani, arch ivio familiare.


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In Polonia (Varsavia, aprile 1935).

comando delle operazioni, il nome di Grazioli era stato preso in considerazione - nonostante mancasse solo circa un mese al suo collocamento in ausiliaria ed avesse iniziato da poco le funzioni di Ispettore Capo della preparazione pre- e post-militare - in una rosa di candidati per assumere quell'incarico che sarebbe poi stato invece ricoperto dal Capo di Stato Maggiore Generale Badoglio (179). L'articolo su La Nuova Antologia del 1931 , le implicazioni dottrinarie scaturitene, le grandi manovre del 1932 e del 1934 e la missione in Russia, nonché questo quadriennio che costituiva l'epilogo della carriera ufficiale, se avevano rappresentato gli eventi più salienti e significativi delle vicende professionali di Graziali negli anni Trenta e sui quali, pertanto, ci siamo più ampiamente trattenuti , non esimono dal ricordare alcuni altri avvenimenti che , anche se

(179) Grazioli F.S., Memorie, archivio familiare.


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di carattere essenzialmente celebrativo e di rappresentanza, lo avevano visto protagonista nello stesso periodo. Nel novembre 1933, nel cinquantenario dell'istituzione del Collegio Militare di Roma del quale, come abbiamo visto, era stato frequentatore del primo corso , era stato incaricato di presiedere la cerimonia commemorativa, quale antico allievo pervenuto al grado più elevato, alla presenza del Re , anch'egli suo compagno di corso, e del Principe Ereditario , ex-allievo anche lui. Al di là degli aspetti esteriori , che pur la sua accorta regia aveva curato nei minimi particolari, Graziali aveva messo il maggiore impegno nel discorso commemorativo nel quale l'accento principale era posto, con viva risonanza emotiva , sui tanti aJljevi caduti nelle varie guerre; aveva poi sfilato alla testa dei generali ex-allievi. Nell 'aprile 1935 compiva un secondo viaggio in Polonia, su invito dello stato maggiore di quel Paese che voleva conoscere le linee generali delle nostre disposizioni per la creazione della nazione militare; un terzo viaggio nella stessa nazione aveva luogo un mese dopo, a capo della nostra missione militare per i funerali del Maresciallo Pilsudsky. Sempre nel 1935 , in luglio era prescelto a far parte della rappresentanza senatoriale italiana , guidata dal senatore conte di San Martino, al Convegno Interparlamentare Europeo di Bruxelles, viaggio che gli doveva restare particolarmente gradito dal momento che gli consentiva di soddisfare un vecchio desiderio, quello di visitare Waterloo. Il 1936 si apriva in gennaio con una missione a Londra a capo della delegazione militare italiana per i funerali del Re d'Inghilterra Giorgio V, aj quali presenziava anche il principe Umberto; aveva modo di conoscere Eden, il generale francese Gamelin ed il ministro degli esteri russo Litvinoff. Nelle sue memorie, Grazioli diceva di aver notato come durante una visita di cortesia allo stato maggiore inglese, alcuni ufficiali seguissero con ansiosa attenzione e mal dissimulato malumore, su una grande carta murale tempestata di spilli multicolori , le nostre operazioni in Africa Orientale. Nel successivo mese di aprile, capeggiava la missione militare che l'Italia inviava a Vienna in occasione delle celebrazioni per il secondo centenario della morte del principe Eugenio di Savoia, la cui memoria l'Austria onorava con particolare solennità in ricordo delle sue vittoriose campagne al servizio dell'Impero. La permanenza a Vienna gli consentiva lunghe ed interessanti conversazioni di carattere militare con il generale tedesco Wilhelm von List, capo della missione militare germanica, studioso e fautore della guerra lampo della quale, tra il 1940 ed il 1941, sarebbe stato un protagonista realizzando dapprima


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Ancora in Polonia (aprile 1935).

lo sfondamento della linea Maginot presso Sedan, attraverso le Ardenne, raggiungendo poi in pochi giorni il confine svizzero con una fulminea puntata verso sud, ed infine quello della linea Metaxas che lo portava a dilagare in Grecia ed a conquistare Atene. Non è difficile dar credito alla completa sintonia intercorsa fra Graziali ed il suo interlocutore, di cui il primo parla nelle sue memorie , essendo le rispettive concezioni operative in piena rispondenza , con la sola variante che il secondo apparteneva ad un esercito che aveva anche i mezzi per poterle attuare. Sotto questo aspetto, altrettanto comprensibile è la delusa amarezza con la quale Grazioli afferma di aver ascoltato il discorso di Mussolini al termine delle grandi manovre svoltesi in Campania nell'estate dello stesso anno - vi aveva presenziato come puro spettatore, così come sarebbe stato anche per quelle del 1937 in Sicilia-, quello famoso degli otto milioni di baionette attraverso il quale vedeva ancora una volta vanificati i suoi stimoli concettuali a favore della qualità nella preparazione bellica del


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Paese. II 1936 si chiudeva con una missione di rappresentanza a Budapest, in ottobre, per i funerali del Primo Ministro G6mbòs. Non erano mancati anche incarichi di carattere artistico , riflesso di quell'attività in questo ambito che aveva sempre fiancheggiato la sua vita professionale con particolare riguardo alla pittura. Alla fine del 1933, la Regina Elena lo aveva voluto presidente di una giuria destinata ad organizzare una grande mostra di pittura , scultura ed incisioni su temi tratti dalla storia della prima guerra mondiale , aperta a tutti gli artisti d'Italia. Aveva anche desiderato che Grazioli , con un giro di conferenze attraverso le principali città italiane , diffondesse e chiarisse i criteri generali ai quali gli artisti stessi avrebbero dovuto ispirarsi nella elaborazione delle loro opere. La prima di queste conferenze aveva luogo a Roma , a Palazzo del Quirinale, che sarebbe poi stata anche la sede della mostra. Nel 1936 e ra stato chiamato a presiedere la Commissione artistica per il monumento da erigere in Napoli ad Armando Diaz, e nello stesso anno Mussolini gli affidava l'incarico di organizzare a Palazzo Barberini un Circolo militare che avrebbe dovuto costituire un grande centro di riunione e di vita culturale per i numerosi ufficiali stanziali e di passaggio , nonché un 'occasione di incontro mondano che integrasse l'ambiente militare con la migliore società romana. Aveva potuto disporre di un cospicuo numero di fondi, mediante i quali aveva trasformato in Circolo Ufficiali il piano nobile ed il pianterre no, al cui arredamento aveva concorso personalmente con un grande ritratto di Napoleone Bonaparte dipinto a tempera che occupava un posto di rilievo nel salone dei condottieri. Il Circolo era inaugurato il 9 maggio 1937, primo annuale della fondazione dell'Impero, con un gran ballo al quale era intervenuto anche tutto il Corpo Diplomatico, in una cornice sfarzosa nella quale una parte importante era riservata al giardino tutto illuminato nel quale prestavano servizio d'onore meharisti libici , presenti in quei giorni a Roma per partecipare alle altre numerose manifestazioni della ricorrenza, montati sui rispettivi dromedari. D el Circolo della FF.AA. Grazia li sarebbe stato il presidente fino all'l.9.38 È singolare, peraltro, che ad un perso naggio preposto a così elevate funzioni ed incombenze, tanto militari che civili, al quale non mancavano onori e riconoscimenti ed il cui nome aveva acquistato ampia risonanza , non fosse concesso un particolare riguardo nell'unica occasione nella quale risulta che si sia avvalso dell'influenza del proprio nome per chiedere qualcosa per scopi strettame nte personali. Nel marzo 1934, allorché era comandante dell'Ar-


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Con il principe Umberto alle grandi manovre in Sicilia (estate 1937).

mata di Bologna, si era rivolto direttamente a Mussolini (180) per sollecitarne l'intervento personale presso il Ministero dell'Agricoltura e Foreste al fine di poter accelerare l'ammissione al godimento di un beneficio di carattere amministrativo. Si trattava di questo: nel settembre del 1927, dopo aver ereditato 700.000 Lire dai genitori, aveva acquistato la tenuta di Santa Cecilia, 147 ettari situati lungo la via della Pisana a Roma , e, con altre 800.000 ricavate attraverso due mutui (uno con il Ministero dell'Agricoltura e l'altro con un Istituto di . Credito Fondiario) ed alcune ritenute sullo stipendio, procedeva a bonificare la terra secondo gli obblighi della bonifica (180) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Graziali F.S., sottofasc. 1, foglio senza protocollo in data 13.3.1934 , da Grazioli a Mussolini.


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poderale previsti dalle disposizioni in vigore. Ma la successiva riduzione obbl igatoria degli affitti agricoli gli aveva ridotto di quasi la metà il reddito terriero per cui, per poter far fronte ai mutui contratti , era stato costretto a vendere circa un terzo della tenuta con considerevole perdita di capitale. Questa vendi ta lo aveva obbligato, inoltre, ad una suddivisione del mutuo ministeriale fra lui ed il compratore, il che aveva comportato un ulteriore deficit per sanare il quale aveva rivolto domanda , alcuni mesi prima, al Mini tero dell'Agricoltura e Foreste per ottenere di essere ammesso al Con1ributo Benemeriti, così da realizzare attraverso questa via la somma necessaria a colmare il deficit. Mussolini postillava la lettera con un Acerbo, trasmettendo pertanto la pratica al ministro per l'Agricoltura. Questi. dieci giorni dopo. rispondeva a Sebastiani, Segretario Particolare del Capo di Governo: ... l'istanza del Senatore Grazioli è giunta al Ministero solo il 18 dicembre e pertanto, essendo ormai il fondo stanziato in bilancio coperto dagli impegni già perfezionati e da quelli in corso riferibili a domande di data anteriore, ho dovuto rispondere a S.E. Grazioli di non poter, almeno per ora, aderire al suo desiderio (181).

Ci vien fatto di sorridere di fronte a questa motivazione che, nella sua asettica e burocratica ortodos ia, poteva andare bene per il richiedente qualunque, ma certo mal si addiceva ad un comandante designato d'Armata e Senatore del Regno che rispondeva al nome di Francesco Saverio Grazioli , tanto più che lo ste o fiscale rispetto di norme e disposizioni era ben lungi dall'essere osservato per altri personaggi che, senz'altro con maggiore pretenziosità ed insistenza di G razioli, erano riusciti o riuscivano a vedere soddisfatte richieste ben più consistenti ed in molti casi nemmeno legittime. Mentre scriviamo ciò, il pensiero non può non andare al solito Badoglio, impudico sollecitatore - accontentato - di titoli nobiliari, di immobili ed assegni fuori ordinanza, di cumuli di retribuzioni per cariche già lasciate da anni e la cui corresponsio ne era quindi del tutto illecita (182). Quì il discorso ci riporta alla psicologia tutta particolare di Mu solini, che aveva sempre dato il suo nulla-osca con-

{181) ACS. SPDCR, busta 5, fase. 91/R Gra:ioli F.S., sot1ofasc. I, foglio senza protocollo in data 23.3.1934 , da Acerbo a Segreteria Panicolare del Duce. (J82) Bertoldi S., op. cit., pagg. 100-106.


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vinto, come era , che gli uomini si potessero tenere soprattutto con la corruzione e la lusinga , e non si meravigliava mai se qualcuno, svolta una missione che era in pratica un dovere , passava subito alla cassa. Era tanto più prodigo, quindi, quanto minore era la considerazione nella quale teneva l'interessato. Da questo punto di vista, venivano senz'altro a rimetterci coloro (non molti , in verità) che , come Graziali, godevano della sua stima, che non questuavano favori personali né pestavano i piedi per ottenerli, i quali pertanto non stimolavano in lui la necessità di adoperarsi in termini un po' più partecipativi e personalizzati per appoggiarne le eventuali richieste. Humanas actiones non ridere, nec lugere, neque detestari, sed in1.elligere, diceva Spinoza: le azioni umane non vanno derise, né detestate , né rimpiante, ma solo capite. Chissà se Grazioli, che sapeva di latino , attingeva talvolta a questa massima.

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Con Mussolini alle grandi manovre in Sicilia (estate 1937).


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La carriera di Grazioli. in quella primavera del 1938, e ra così giunta al termine. Da quel lontano 1883, nel quale aveva varcato la soglia del Collegio Milit are di R oma, erano trascorsi ben 55 anni di vita con le stellette, una lunga catena di vicende ed episodi a loro volta inseriti in varie ambientazioni e dimensioni, ricca di soddisfazion i e non priva di qualche amarezza, come è nelle cose umane. Anzi, se avesse dovuto stilare un bilancio, non avrebbe potuto essere che ampiamente positivo: e ra pervenuto all'apice di una carriera che, soprattutto dai 45 ann i in poi, aveva percorso brillantemente e nel corso della quale aveva avuto modo di realizzare sé stesso . di proiettare le connotazioni della propria personalità nella forma più congeniale, di dare al proprio Io la collocazione più aderente al complesso delle pulsioni attitudinali e motivazionali che lo avevano condotto a quella che, lo abbiamo già detto. ancor prima che una professione era stata una scelta di vita. Valutando dall'esterno , il quadro non avrebbe potuto essere più soddisfacente, ma al protagonista continuava a mancare qualche tas elio nel mosaico della sua dimensione esistenziale. Aveva un'oggettiva ed equilibrata · consapevolezza del proprio livello intellettivo, culturale, etico e professionale . aliena da false e curiali modestie, e le ampie e perienze maturate in pace ed in guerra gli avevano consentito di pervenire ad un apprezzamento, anch'esso tutto sommato sufficientemente valido. fatti salvi gli inevitabili condizionamenti soggettivi per eccesso o per difetto . dei corri pendenti livelli altrui, quanto meno della grande maggioranza di coloro che orbitavano nella stessa sfera di attività. E quì i conti non gli tornavano più, o gli tornavano di meno. Riteneva di possedere in buona misura tutti i requisiti per poter accedere a qualcuna di quelle supreme cariche militari alle quali, invece, aveva il più delle volte visto pervenire figure che di essi erano in gran parte privi, personaggi mediocri tanto sotto il profilo professionale che sotto quello umano, fort i e determinati solo nello sba rrare il passo a qualsivoglia idea innovativa ed alruomo che di essa si fosse fatto portatore. Di questo si sentiva defraudato, di essere stato escluso da quei livelli decisionali per i quali riteneva di avere le carte in regola , al cui raggiungimento lo muoveva, certamente. una indubbia ambizione personale che peraltro non aveva mai ipocritamente celato sotto untuose mimetizzazioni , ma anche e soprattutto l'altrettanto indubitabile ed e levato senti mento di appar-


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tenenza e di dedizione a quelle istituzioni, lo Stato e l'Esercito, alle quali fermamente credeva ed a cui aveva dedicato, con la passionalità che gli era tipica , l'intero arco della propria vita lavorativa. Per sottrarsi alle malinconie del pensionamento, pochi giorni dopo la cessazione dall'ultimo incarico, nell'aprile 1938, si recava ad Addis Abeba a trovare l'ultima delle tre figlie, Vittoria, che vi si era stabilita con il marito, dirigente di una ditta di autotrasporti. Era ospite del Viceré Amedeo d'Aosta, che lo aveva particolarmente caro nel ricordo della profonda amicizia che era intercorsa fra Grazioli e suo padre. L'8 luglio 1931, al teatro Verdi di Bologna, la sera stessa del giorno in cui Emanuele Filiberto di Savoia Aosta era stato tumulato a Redipuglia, Grazioli aveva rievocato con toni commossi questa amicizia che risaliva ai tempi dell'Accademia a Torino, si era alimentata nei giorni di guerra, quelli bui di Caporetto e quelli luminosi di Vittorio Veneto , e si era ulteriormente rinsaldata durante la vicenda fiumana, nel corso della quale a Grazioli non era mai venuta meno la presenza affettuosa e stimolatrice del Duca. Ma il soggiorno doveva essere presto interrotto per le condizioni di salute della moglie Anna che, il 31 maggio, decedeva nella loro casa romana di via Emilio del Cavaliere. Nel dicembre 1926 aveva perso la madre , nel marzo 1929 il padre , ultranovantenne, e nel 1931 il fratello Giulio, da poco promosso Consigliere di Cassazione. Per vincere la tristezza provocatagli dal lutto ed il profondo senso di solitudine che lo pervadeva, acuito anche dal trovarsi privo di un impegno lavorativo nel quale concentrare alla sua maniera pensieri ed energie, in giugno si recava nuovamente ad Addis Abeba dove si tratteneva per oltre un mese , sempre ospite del Duca Amedeo d'Aosta e della Duchessa Anna nella residenza vicereale del Nuovo Ghebì che aveva sostituito la precedente sede di Villa Italia , circondato da un'affettuosa cordialità che costituiva il rimedio migliore per il suo stato emotivo del momento. Lo spirito di osservazione, che aveva avuto sempre particolarmente sviluppato, lo portava ben presto a rilevare gli elementi di fondo della situazione della nostra recente colonia, alcuni dei quali decisamente incongrui, quali ad esempio l'affrettato impianto di strutture civili là dove ancora non era in atto una consolidata occupazione militare. Né gli sfuggiva che la guerriglia, lungi dall'essere domata, non era certo affrontabile con l'orientamento assunto da Cavallero che, rientrato in servizio nel 1936 ed arrivato nel dicembre 1937 in Africa Orientale per assumere la carica di Comandante Superiore delle locali forze armate alle dirette dipendenze del Viceré - e pe~ rifarsi una posizione mili-


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tare e materiale, sostiene Alfio Berretta (183) - , aveva accentrato su sé stesso tutta la direzione effettiva delle operazioni militari contro i ribellì. il che era illogico in un pae e grande cinque volte l' Italia dove, pertanto , del tutto inutili risultavano operazioni di controguerriglia in grande stile, guidate da un comando troppo lontano per poterne fronteggiare duttilmente gli eventi. Più idonei sarebbero ri sultati piccoli reparti speciali , agili, ben diretti, forniti in numero sufficiente ai comandanti militari di ciascuna delle sei circoscrizioni politico-amministrative in cui era stato diviso il territorio, e lasciandoli poi operare di loro iniziativa. Nelle calde serate african e, tornava prepotentemente a galla l'antico interesse professionale per le truppe e le azioni di qualità, mai venuto meno e solo sopito dagli ultimi avvenimenti; il bridge veniva per un po' accantonato e le ore tra correvano veloci in appassionate conversazioni soprattutto con il generale Nasi, all ora governatore dell'Harrar e poi ultimo protagonista della nostra resiste nza in Africa Orientale nel novembre 1941 , che sull'argomento si trovava pienamente d'accordo con G razioli. Era rientrato a Roma da circa due mesi, riprendendo la propria attività al Senato, allorché il ministro delle Colonie Teruzzi gli offriva la vice presidenza della C.I.T.A.0. (Compagnia Italiana Trasporti Africa Orientale) , un nuovo ente che il governo voleva creare per organizzare e disciplinare tutto il settore dei trasporti, specie automobilistici, di vitale importanza per tutto il territorio dell'Impero. Per dare maggiore importanza ed impulso al nuovo organismo, il ministro stesso ne avrebbe assunto la presidenza, demandando al vice presidente le funzioni di vero e proprio organo operativo-esecutivo , cosa che comportava la necessità che questi risiedesse sul posto per almeno metà dell'anno. Il compito non era semplice, perché in Africa Orientale erano presenti ed attive numerosiss ime ditte private di autotrasporti, in parte rimaste in loco dopo la loro utilizzazione a fini militari nel corso del conflitto, in parte costituite sul posto stesso a guerra finita ed in parte arrivate dall'Italia non appena avuto sentore della possibilità di profitti rapidi e cospicui, la cui attività si svolgeva al di fuori di ogni disciplina e regolame ntazione interfe rendo, spesso, con i problemi delle locali autorità militari alle prese con i focola i di guerriglia dei rispettivi territori giurisdizionali. Grazioli accettava volentieri la nomina, ricevuta il 3 novembre , che lo riportava a quell'operosità organizzativa e dirigen(183) Ci tato da Speroni G ., Amedeo Duca d'Aosta, Ru~coni, Milano, 1984, pag.

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ziale che gli era congeniale. Tornato in Etiopia, v1 nmaneva per oltre quattro mesi, fino al marzo 1939, spostandosi in tutte le varie località per le incombenze derivantigli dal nuovo incarico. Sia per non abusare oltre dell'ospitalità del Duca d'Aosta, che peraltro anche in questa occasione aveva voluto che prendesse alloggio nella foresteria del Ghebì vicereale, sia in vista degli altri soggiorni prolungati che avrebbe dovuto fare in futuro, acquistava un'area di terreno sulla quale faceva costruire un tucul in muratura dopo averne egli stesso e laborato il progetto. Era una simpatica costruzione immersa in una boscaglia di eucalipti, costituita da una sala centrale circolare di sei metri di diametro, le cui pareti egli stesso affrescava con soggetti coloniali , circondata da un anello di altri tre metri di ampiezza nel quale erano ricavati altri tre piccoli locali, fra cui i servizi, ed una veranda. Anche il 1939 lo vedeva assorbito dagli impegni di lavoro per la CITAO in Etiopia ed in Somalia, ai quali, nei mesi in cui rimaneva a Roma , alternava la frequenza alle sedute del Senato e lepredilette attività del dipingere e dello scolpire, effettuate ora nella nuova abitazione di via Kircher, nel quartiere dei Parioli, nella quale si era trasferito in giugno dalla casa di via Emilio del Cavaliere che aveva lasciato con un velo di malinconia in quanto , ad essa, lo legavano tanti cari ricordi degli anni in cui vi aveva dimorato con la moglie. Ai primi di marzo del 1940, una serie di divergenze di vedute con il direttore generale della CITAO lo inducevano a rassegnare le dimissioni; la piena disponibilità di sé stesso e del proprio tempo lo decidevano ad acquistare una piccola casa di campagna nei dintorni di Firenze , sulla sommità dei contrafforti collinosi che dal pittoresco San Domenico di Fiesole scendono verso la città, una costruzione a due piani con un piccolo appezzamento di terreno ad uso orto e giardino, dal cui piano superiore si poteva godere una splendida vista su Firenze e sui colli oltre Arno. Doveva essere il suo romitaggio, la sede e l'atmosfera ideale per dedicarsi in tutta tranquillità ai suoi studi storici , letterari, politici ed alla pittura, dai quali intendeva distaccarsi solo per recarsi a Roma in occasione delle sedute al Senato. Ma in maggio, una ventina di giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia , facendo riferimento ad un incontro con Mussolini che doveva aver avuto di recente, il vecchio soldato offriva al capo del governo la propria disponibilità: Poiché gli avvenimenti indubbiamente incalzano , mi permetto ricordare all"E. V. la promessa fattami nel recente colloquio


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accordatomi di non lasciarmi disoccupato in queste ore così solenni per la Patria. Ho 70 anni; ma V.E. ha potuto constatare giorni fa che, per grazia di Dio , sono ancora in condizioni fisi che da potermi rendere utile , sempre pronto per qualsiasi missione che V.E. credesse di affidarmi (184).

L'anno successivo, nell'aprile 1941, Grazioli era in effetti chiamato a rientrare nell'orbita militare: il generale Guzzoni, Sottosegretario alla Guerra , gli offriva la direzione di Nazione Militare , rivista della quale Grazioli stesso era stato da tempo collaboratore. Si impegnava con grande interesse in questa attività che lo riportava a contatto col suo mondo di sempre, tanto più ora che la guerra riproponeva in termini reali quei problemi operativi ai quali si era costantemente dedicato e per i quali le vicende belliche sui vari fronti ne confermavano la giustezza di impostazione e la lungimirante acutezza di analisi e di soluzioni. Nazione Militare era, dal 1935, la continuazione sotto una nuova testata ( e con sottotitolo rivista di cultura militare) della rivista Esercito e Nazione, pubblicata come tale dal 1926 al 1934. Il periodico mensile che Grazioli era chiamat9 a dfrigere (in sostituzione del_generale C.A. Alberto Baldini) trattava vari argomenti relativi alle operazioni in corso, e questioni politiche, strategiche, tattiche e dottrinarie , esposti in forma piana ed accessibile. Nel 1942 Grazioli aveva bandito un concorso a premi riservato agli ufficiali combattenti delle ultime campagne, da quella etiopica del 1936 in poi , che avessero inviato lavori monografici non oltre le dieci pagine attraverso i quali, sulla scorta delle espe rienze personali, fossero esaminati, alla luce della realtà pratica, argomenti di carattere addestrativo, di impiego, di applicazione, temi sino allora affrontati per lo più in chiave teorica e non sempre sottoposti al collaudo delle situazioni reali. Le finalità erano eminentemente didatti.che, per fornire un utile contributo di studio ai molteplici aspetti della tattica , del rifornimento e dell'impiego in combattimento dei reparti minori, sempre in funzione del terreno, dell'ambiente e dei mezzi disponibili. Lo stesso Grazioli era spesso autore di editoriali (Note del Direttore) che commentavano le varie situazioni strategiche e tattiche sui vari fronti. All'inizio dello stesso anno, Grazioli aveva ribadito a Mussolini la propria disponibilità: ' (184) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Grazio/i F.S., sottofasc. 3, inserto A, lettera senza prot0collo del 20.5.1940, da Grazioli a Mussolini.


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... rimane viva in me la speranza che, pur nella mia ormai tarda età, possiate Voi ancora giudicare utile l'opera mia, anche in funzioni più importanti che non quelle di modesto direttore di una rivista militare. Inutile dire che Voi mi trovereste sempre pronto a dare l'anima e tutto ciò che mi resta di intelligenza e d'energia, dovunque e comunque ci fosse da operare per il bene di questa nostra Italia adorata ... (185).

In aggiunta alla direzione della rivista , che avrebbe tenuto sino al luglio 1943 allorché, come molte altre, ne sarebbe cessata la pubblicazione, Grazioli attendeva nel 1942 alla stesura di una relazione sulle operazioni militari in Libia dal 1911 in poi , destinata ad essere inserita in un'opera generale sulla Libia, curata dall'Ufficio Studi del Ministero dell'Africa Italiana, intesa a contenere una certa attività propagandistica dei tedeschi che, dal momento del loro intervento al nostro fianco in Africa Settentrionale, cercavano di valorizzare al massimo la loro presenza in quei territori, anche al di là della contingenza bellica. Questo lavoro , con l'aggiunta della parte relativa all'Eritrea, Somalia ed Etiopia, doveva costituire il tema di una conferenza dal titolo Le tradizioni militari in terra d'Africa che lo stesso Graziali avrebbe svolto il 9 gennaio 1943 presso la sede dell'Istituto Coloniale Fascista dell'Africa Italiana. Il 2 dicembre 1942, Mussolini pronunciava un discorso alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni nel quale c'era un preciso riferimento alla missione di Graziali in Russia del 1934 ed alla relazione da questi compilata: La potenza militare della Russia non è stata una sorpresa per me, se non limitatamente al punto di vista che vorrei dire quantitativo. Nel 1934 lo Stato Maggiore italiano ricevette dallo Stato Maggiore russo l'invito di mandare una Commissione che era presieduta dal Generale Francesco Saverio Grazioli, uomo di indiscussa preparazione professionale e dotato di un acuto spirito di osservazione. Quando egli ritornò mi fece un rapporto molto elaborato che io lessi con la più grande attenzione e che mi convinse che c'era qualche cosa di nuovo in oriente e che l'esercito russo era ormai cosa ben diversa da quelle truppe raccogliticce che, sotto le mura di Varsavia nel 1920, si fecero bat-

(185) ACS, SPDCO (ordinario), busta 1122, fase. 509407/2, foglio senza protocollo del 9.1.1942 , da Grazioli a Mussolini.


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tere da truppe non meno raccogliticce di polacchi e di francesi (186).

Stimolato da tale citazione, nei giorni immediatamente successivi Grazioli redigeva un pro-memoria per il capo del governo fondato su considerazioni di politica militare imperniate sulla necessità, da parte dell'Asse o quantomeno della sola Italia , di addivenire ad una pace separata di compromesso con la Russia, superando l'ostacolo delle differenze ideologiche, oggi assai meno grave di quanto possa essere apparso sino ad ora ... dai miei ricordi personali della missione compiuta a Mosca nel 1934, e che il Duce si è compiaciuto di ricordare nel suo discorso, non posso cancellare l'impressione che ebbi della vera e sincera simpatia riscontrata nei maggiorenti bolscevichi verso l'Italia ed il suo Capo. È trascorso, è vero, circa un decennio da allora, ed avvenimenti formidabili hanno prodotto una frattura nelle relazioni politiche fra i due Paesi. Ma intanto, anche il bolscevismo si è andato , in certo qual modo, normalizzando, ed è perciò probabile che sanando quella frattura (che non può essere che temporanea), ci ritroveremo ancor più, la Russia e noi, se non sulla stessa linea di marcia verso orizzonti nuovi di progresso sociale, per lo meno su linee di marcia parallele (187).

Fra i tanti contributi offerti da Grazioli, questo non era certamente fra i migliori , peccando a nostro avviso di generale ovvietà e di eccessivo semplicismo; lo stesso autore, del resto, sembrava rendersene in parte conto attraverso le parole con cui accompagnava il documento: ... naturalmente è il lavoro di un uomo cui mancano molte carte del gioco per poter misurare possibilità ed effetti di quanto propone ...

Dopo alcuni giorni la Segreteria Particolare del Duce, nell'assicurargli l'avvenuta ricezione del pro-memoria, gli comunicava, con

(186) Fu l'ultimo discorso di Mussolini quale Capo del Governo prima del 25 luglio (cfr. Ciano G . Diario 7939-7943 , Rizzoli, Milano, 1963, pag. 626). (187) ACS , SPDCR, busta 5, fase. 91/R Graziali F.S. , sottofasc. 2, pro-memoria datato 5.12.1942, da Grazioli a Mussolini.


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il linguaggio burocratico di rito, che Mussolini l'aveva trattenuto fra le sue carte personali. Un riscontro alquanto diverso doveva avere l'altro pro-memoria che Grazioli decideva di presentare al capo del governo due mesi dopo, nel febbraio 1943. A questo proposito, gli aveva chiesto di essere ricevuto in udienza per potergli fare omaggio dell'annata 1942 di Nazione Militare e, con l'occasione, presentargli una memoria sulla situazione bellica. Il pro-memoria aveva come titolo La situazione della guerra ai primi di febbraio 1943: considerazioni del Generale d'Armata Senatore Francesco Grazio/i (188). Constava di sedici pagine ed era articolato su quattro parti: situazione generale, Mediterraneo occidentale e Tunisia, Russia , Mediterraneo orientale e vicino Oriente europeo-asiatico. Per ciascuna di esse, una disamina degli eventi in atto, che non poteva discostarsi ovviamente da quanto era già noto, ed una indicazione su: quali provvedimenti urgenti essa ci suggerisce per evitare che la piega poco favorevole ali' Asse degeneri in qualche situazione peggiore che potrebbe essere anche irreparabile.

Non mancavano considerazioni negative .sulla condotta operativa nemica, che tacciava di mediocrità tattica, dimostrando di aver lucidamente interpretato e valutato la gestione tutt'altro che brillante tanto dell'offensiva concepita e condotta da Montgomery sul fronte di El Alamein, - si prescinde in ciò dall'esito finale, che non avrebbe potuto essere diverso stante la macroscopica disparità di forze - che anziché una battaglia di manovra si era dimostrata un lento ed oneroso processo di logoramento , quanto della successiva fase dell'avanzata attraverso la Cirenaica, durante la quale lo stesso comandante dell'8a Armata britannica, frenato dalla propria indole prudente e temporeggiatrice oltre misura, aveva deliberatamente rinunciato a sfruttare tutte le occasioni favorevoli all'annientamento totale dei resti dell'armata corazzata italo-tedesca. I provvedimenti indicati, specie per quento atteneva allo scacchiere tunisino, non erano privi teoricamente di interesse e di originalità, in special modo quello relativo alla costituzione, all'interno del grande quadrilatero difensivo delimitato a nord e ad est dal profilo costiero ad ovest dalla dorsale orientale prossima all'Algeria ed a sud dal con(188) ACS , SPDCR, busta 5, fase. 91/R Grazio/i F.S. , sottofasc. 2, foglio senza protocollo in data 12.2.1943 , da Grazioli a Mussolini.


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fine libico-tunisino raggiunto proprio in quei giorni dai resti dell' ACIT (Armata Corazzata italo-tedesca), di un: corpo organico offensivo mobilissimo , idoneo a scattare ogni qual volta occorra fuori delle barriere difensive per aggredire fulmineamente il nemico, cogliendolo di sorpresa durante le fasi critiche del suo avvicinamento ... un grosso corpo d'assalto adatto alla natura del terreno tunisino, strumento dinamico per impedire che la nostra occupazione si riduca ad un 'eroica fortezza assediata destinata infallantemente a cadere presto o tardi sotto i colpi del prevalente nemico.

L'esposizione di Graziali, peraltro, denunciava abbastanza chiaramente la carenza di adeguati elementi di situazione - valeva anche per questo secondo elaborato la pregiudiziale avanzata per il primo , cioè la mancanza di molte carte del gioco per poter misurare possibilità ed effetti di quanto proponeva - i più importanti dei quali, già all'inizio di quel 1943, erano soprattutto rappresentati dal continuo incremento, fino a valori insostenibili , dell'inferiorità italotedesca nel cielo e dalle dimensioni drammatiche che andava assumendo la falcidia del flusso di rifornimenti via mare . La raccomandazione di Grazioli, quindi , di tenere fortemente e ad ogni costo la nostra occupazione tunisina, a presupposto della quale aveva suggerito la costituzione della grande unità d'assalto, risentiva di tali lacune informative alle quali si aggiungevano certamente quelle relative alla reale situazione delle forze dell'Asse, composte da unità fra le quali non ne mancavano alcune di esperienza e valore ma tutte ormai logorate al punto tale che , ad esempio, la componente meccanizzata italo-tedesca era al momento rappresentata da 80 carri armati efficienti ed 87 autobl indo (189) , tale quindi da rendere impensabile a priori qualsiasi velleità offensiva foriera di un qualche successo. E d'altra parte l'opportunità di resistere in Tunisia era tutta da dimostrare, anche se sembravano avere le idee chiare in proposito i soli Rommel , von Arnim e Messe. Soprattutto il primo si era reso conto prima di ogni altro della mancanza di tutte le premesse - in particolare la superiorità o quanto meno la parità aerea e la sicurezza del traffico navale , indispensabile ai fini dell'alimentazione logistica - imprescindibili per la valorizzazione della pur naturale funzione geo-strategica della Tunisia, dalla quale pertanto

(189) Stefani F., op. cit. , voi. 11 , tomo 2°, pag. 534.


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riteneva opportuno sganciarsi realizzando ancora una volta, come già nelle precedenti circostanze libiche, l'abile salvataggio delle forze e dei materiali residui. Secondo Liddell Hart, invece, proprio nell'ultimo round Hitler e lo stato maggiore tedesco finirono con l'inviare in Africa una tale quantità di truppe da precludersi ogni possibilità di difendere l'Europa (190), giudizio indirettamente condiviso da Shirer: ... se il Fiihrer qualche mese prima avesse mandato soltanto un quinto di quelle truppe e di quei carri armati a Rommel , probabilmente la volpe del deserto si sarebbe trovata in quel momento al di là del Nilo, lo sbarco anglo-americano nell'Africa non avrebbe avuto luogo ed il Mediterraneo sarebbe stato irrimediabilmente perduto per gli alleati, e così sarebbe stato salvaguardato il punto vulnerabile del corpo dell'Asse ('191).

In realtà, in zona di combattimento sarebbe arrivato ben poco: delle 120.000-140.000 tonnellate di rifornimenti mensiJi stimate come necessarie, ne sarebbero pervenute alle unità italo-germaniche appena 29.000 a marzo, - nello stesso mese, i soli americani ne sbarcavano 400.000 nei porti nord-africani - scese a 23.000 in aprile ed abbassatesi bruscamente a 2000 in maggio (192). Mussolini scorreva insieme a Grazioli il promemoria, sottolineandone in rosso e blu i punti più significativi, in particolar modo gli aspetti che riguardavano la Russia, per i quali Grazioli aveva riecheggiato le considerazioni già espresse nel pro-memoria precedente. Affermava con energia che aveva fatto di tutto per indurre Hitler a non gettarsi in quell'impresa, e si diceva convinto ancor più di Grazioli della necessità di limitarsi ormai a fare muro, su quel fronte così gravemente minacciato, senza pensare ad ulteriori riprese offensive. Insisteva nel definire una fissazione di Hitler il pericolo della bolscevizzazione dell'Europa; secondo lui, la rivoluzione russa aveva radicalmente cambiato carattere, non si trattava più di un movimento teso a sovvertire il mondo, ma piuttosto di una riedizione dell'imperialismo russo di impronta zarista attuato con più forze e con più mezzi. Conveniva con Grazioli che, se fosse stato ancora possibile intendersi con la Russia, sarebbe stato un enorme

(190) Liddell Hart B.H., op. cit. , pag. 609. (191) Shirer W.L. Storia del Terzo Reich , Einaudi, Torino , 1963, pag. 1000. (192) Liddell Hart 8.H., op. cit., pag. 600.


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vantaggio per l'Asse poter concludere una pace, - era lo stesso concetto espresso da Grazioli nel primo pro-memoria - a proposito della quale asseriva di essersi adoperato presso Hitler incontrando , però , difficoltà pressoché insuperabili. Era stato un Mussolini molto discorsivo , particolarmente disponibile ad uno sfogo aperto e sincero del quale probabilmente sentiva, più o meno inconsciamente, il bisogno e per il quale necessitava anche della persona giusta. Nelle sue memorie, Graziali ricorda che: uscii molto soddisfatto da quel colloquio , e soltanto non poco meravigliato che in molti punti lo avessi trovato in contrasto con certe sue roboanti concioni pubbliche fortemente filotede sche ed antibolsceviche. Pensai ai soliti acrobatismi della politica (193).

Sempre in base a quanto risulta dalle stesse memorie, entrambe le relazioni, quella del dicembre 1942 e questa del febbraio 1943, sarebbero state inviate da Muss9lini a Bastianini, allora Sottosegretario agli Esteri, con l'invito a tenerle in attenta considerazione. Il ]2 marzo Grazioli aveva con questi un colloquio a Palazzo Chigi , da Grazioli stesso sollecitato al fine di continuare a perorare il progetto di una pace separata con la Russia , al termine del quale gli consegnava un appunto in cui si ribadiva l'opportunità di un riaccostamento italiano all'Unione Sovietica (dobbiamo prospettarci una Russia politica e non più soltanto bolscevica), con il suggerimento che l'iniziativa dovesse essere nostra , sia per vanificare la possibile opposizione tedesca e sia per anticipare la Germania su questa stessa via , evento al momento poco probabile, ma non da escludere. L'appunto costituiva il preludio ad uno studio più esteso sull'argomento che Grazioli avrebbe consegnato al segretario di Bastianini durante la sosta alla stazione di Firenze del treno che , tra 1'11 ed il 12 aprile, riportava in Italia la delegazione che aveva accompagnato Mussolini all'incontro con Hitler a Klessheim , presso Salisburgo, nel corso del quale , peraltro, il proposito del capo del governo italiano per un approccio con la Russia ai fini di una pace separata era stato respinto. È probabile, anche se mancano prove al riguardo, che lo studio, un'analisi dettagliata dei fattori politico-militari in gioco , sia stato trasmesso da Bastianini a Mussolini , perché alcuni giorni dopo (193) Grazioli F.S., Memorie, archivio familiare .


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Grazioli veniva da questi prescelto per capeggiare una missione in Romania , ufficialmente motivata da una circostanza diplomatica di carattere forma le, - consegnare al Maresciallo Antonescu, Conducator della nazione, le insegne della Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia in riconoscimento delle sue benemerenze quale comandante supremo dell'esercito che stava combattendo in Russia - ma in realtà ispirata da più importanti ragioni politiche. Grazioli infatti avrebbe dovuto, con abilità e tatto, persuadere l'altro Antonescu (Mihai) , solo omonimo del capo dello stato , già ministro della giustizia ed ora presidente del consiglio dei ministri, a rinviare ad altra epoca la visita in Italia che da tempo desiderava fare , ma che Mussolini in quel momento non gradiva , stante la piega poco favorevole assunta dalle nostre vicende militari in Tunisia. Ma la parte più delicata della missione era ancora un'altra: Bastianini gl i aveva illustrato come la Romania nutrisse , accanto ad intensi sentimenti antisovietici , anche accesi sentimenti antiungheresi, motivati dalla perdita della Transilvania carpatica dovuta alla decisione della Conferenza di Budapest nella quale l'Italia, rappresentata dal ministro degli Esteri Ciano , era stata magna pars; era probabile , pertanto, che Grazioli potesse trovare un'atmosfera agrodolce nei nostri confronti che, qualora si fosse in qualche modo esplicitata , toccava a lui cercare di attenuare assicurando il governo romeno che, con la vittoria delle potenze dell'Asse, tutto sarebbe stato accomodato. La delegazione italiana , composta da Grazioli, dal tenente colonnello di cavalleria Moncada che fungeva da suo ufficiale d'ordinanza e dal barone Pansa, vice capo del cerimoniale del Ministero degli Esteri, lasciava Roma il 5 maggio. Durante la permanenza a Bucarest, Grazioli veniva ricevuto in forma privata sia da Re Michele che dalla regina madre Elena , che parlava perfettamente l'italiano ed adorava Firenze , dove aveva risieduto a lungo e dove possedeva ancora una villa , al punto da indossare, ogni qual volta aveva un ospite italiano , una magnifica spilla di brillanti rappresentante il giglio fiorentino. Rientrato a Roma 1' 11, Grazioli compilava una relazione diretta a Bastiariini nella quale erano compendiate le risultanze degli incontri avuti con i due Antonescu. Il capo dello stato aveva espresso con molta decisione il suo fermo orientamento di continuare fino in fondo l'alleanza con la Germania, persuaso , come tutti i romeni , che il loro nemico principale era la Russia bolscevica e staliniana incombente sul territorio nazionale , protagonista di ripetute invasioni da est attraverso la porta Carpazi-bocche del Danubio. Di possibili , future intese con i sovietici non era quindi neanche il caso di


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parlare , perché erano unanimamente considerate vane e pericolose illusioni di chi non sapeva cosa volesse dire confinare con una potenza espansionistica , zarista o bolscevica che fosse, quale il colosso russo. L'altro Antonescu , Mihai , nel corso dei due colloqui avuti con Grazioli gli aveva sottolineato la funzione europea della Romania, che si sostanziava nella guardia vigile e robusta alle porte orientali; in ciò egli vedeva il compito precipuo del suo Paese e la ragione della stretta unione con l'Italia, essendo comune a tutte e due le nazioni l'interesse a tenere lontana dal sud-est europeo la brama espansionistica di Mosca. Gli stessi concetti gli erano stati espressi anche dal ministro della propaganda Marcu. Riteniamo interessanti questi spunti rievocativi su base mem orialistica perché, al di là del loro significato alquanto circoscritto e come tale spesso misconosciuto dalla storiografia, vengono ad offrire un contributo di tassello ad eventi di più ampia dimensione , lumeggiando aspetti per certi versi contraddittori'. Tale è proprio il caso , ad esempio , di Mihail Antonescu, che circa due mesi dopo, alla vigilia dello sbarco alleato in Sicilia, riusciva ad effettuare le desiderata visita in Italia facendosi portatore presso Mussolini della proposta che Italia, Romania ed Ungheria si ritirassero insieme dalla guerra e coltivando la speranza che fosse il capo del governo italiano a prendere per primo l'iniziativa (194). Al rientro dalla missione in Romania, Grazioli veniva ricevuto in udienza privata dal Re. Anche in quest'occasione, probabilmente, Vittorio Emanuele III gli avrà ricordato , come accadeva tutte le volte che si incontravano, di essere coetanei ma che egli, Grazioli , sembrava molto più giovane di lui ; un giorno questi gli aveva risposto: Maestà, la ragione è forse che io non ho mai fatto il Re (195). Cercava, nei venti minuti del colloquio, di portare il discorso sulla situazione bellica, cosa alla quale il sovrano si sottraeva. Solo al momento del commiato, Grazioli diceva al Re: Maestà, tutta l'Italia attende con ansia una vostra parola rianimatrice. Vittorio Emanuele TII , sorridendo, lo interrompeva subito mormorando impercettibilmente qualcosa che suonava pressapoco così : Mah, gli avvenimenti sono talvolta più forti che la volontà degli uomini! ( 196). Nelle parole di Grazioli era chiaro il riferimento a quanto pochi giorni pri(194) Calvocoressi P .. Wint G . Storia della seconda guerra mondiale, Rizzoli, Milano, 1980, pag. 387. (195) Soffici A ., Fogli di diario, in Corriere della Sera de l 3 8 .1955. (196) Grazio li F.S., Memorie, arch ivio familiare.


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ma , il 13 maggio, lo stesso giorno della capitolazione in Tunisia , aveva espresso il senatore Edoardo Rotigliano parlando al Senato sul bilancio del Ministero della Cultura Popolare, concludendo il suo discorso con un esplicito richiamo al Sovrano e con la lettura del proclama da questi indirizzato alla nazione all'indomani di Caporetto (197). Nel mese di giugno preparava un altro pro-memoria per il capo del governo nel quale , dopo un'analisi della gravissima situazione del momento e delle fosche previsioni che ne derivavano, proponeva di sganciare la penisola italiana, d'accordo con la Germania, dal blocco difensivo europeo e dalla posizione di belligerante, e quindi disponibile a trattare con gli alleati un armistizio che la ponesse in condizioni analoghe a quelle in cui era venuta a trovarsi la Francia nella zona non occupata dal giugno 1940 al novembre 1942. I presupposti di base attraverso i quali sarebbe stato possibile addivenire a ciò erano così individuati da Graziali: a. immediato, totale sgombero dall'Italia di contingenti militari tedeschi; b. disarmo di tutte le forze armate italiane, ad eccezione di quelle ritenute indispensabili per l'ordine pubbl ico; c. tentativo di ottenere dal nemico la rinuncia ad ogni occupazione militare del territorio nazionale. Mussolini avrebbe potuto porsi alla testa di gruppi volontari , e continuare la lotta in difesa dell'ideologia fascista in una zona dell'Europa centrale. A sostegno di questa ipotesi, Graziali operava un riferimento storico con Garibaldi, che nel 1849, per risparmiare Roma dalle distruzioni derivanti dal bombardamento già in atto dei cannoni francesi , aveva abbandonato la città con un pugno di volontari per proseguire la lotta sull'estremo baluardo di Venezia. Dopo aver fatto leggere il documento ad alcuni amici fidati, Grazioli desisteva dal proposito di inviarlo al destinatario, e certamente la decisione era da considerarsi saggia dal momento che non è da ritenere che la proposta potesse avere probabilità di accoglimento nei termini nei quali era stata posta. Dopo il 25 luglio, scriveva a Badoglio mettendosi a sua disposizione per qualsiasi incombenza. La risposta non era particolarmente calorosa: Caro Graziali, ti ringrazio e se avrò bisogno ricorrerò alla tua collaborazione. Cordialmente. Badoglio (198). Si dichiarava disponibile, per quel radicato senso del dovere e dello (197) Grandi D . 25 luglio quarant'anni dopo, Il Mulino , Bologna. 1983, pag. 89. (198) Grazioli F.S. , Memorie, archivio familiare.


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Stato che era in lui così profondamente radicato, ma in quell 'estate del 1943 la sua amarezza per la situazione generale, per il senso di ambiguità diffusa nella gestione delle vicende politiche e militari , e ra altretta nto profonda , c'era qualcosa che strideva con tutta l'impostazione etica della sua vita di uomo e di soldato; Un uomo non può, in queste condizioni, spogliarsi di ciò che ha idealmente alimentato tuffa la sua vita (199). Federzoni , già leader del movimento nazionalista ed ex presidente del Senato, gli offriva la presidenza del consiglio di amministrazione di un giornale che si proponeva di fonda re con l'intento di ridare tono allo spirito del paese, riconducendolo ad un a più realistica e giusta visione dei propri interessi nazionali ed inte rnazionali, ma e ra un 'iniziativa che non poteva trovare spazio nell'atmosfera di quel periodo, preludio alle drammatiche giornate di settembre ormai alle porte. Appartatosi, durante queste , nella propria casa romana di via Kircher in compagnia di una delle figlie e di un nipotino , cercando di evitare per quanto possibile di a sistere allo spettacolo ignobile del disfacime nto dell'esercito , veniva d istolto dal suo isolamento la sera del 19. poco prima di a ndare a letto , da una telefonata di Buffa rini Guidi , neo ministro dell'Interno della Repubblica Sociale Italiana, che chiedeva di essere ricevuto d'urgenza. Giunto poco dopo, con tono molto eccitato diceva a Graziol i che Mussolini lo aveva chiamato poco prima da Monaco ordinandogli di offrirgli la carica di Ministro della Difesa Nazionale, compre nsiva di tutti e tre i dicasteri militari (Esercito , Marina ed Aeronautica) e di quello della Produzione Bellica, con p romozione immediata a Maresciallo d'Italia e posizione preminente in seno al governo, quasi come un Vice Presidente del Consiglio . L a risposta doveva essere immed iata. Mussolini , aggiungeva Buffarini, aveva pensato a lui come all'unica persona idonea a ricoprire quella carica sia per il suo alto prestigio milita re, sia perché ben conosciuto ed amato da tutti i combattenti , sia perché la sua adesione al fascismo era sempre stata contenuta u una linea di dignità e non di servile adulazione, il che in quel momento rappresentava un fattore di grande importanza agli occh i dell'opinione p ubblica. E, aggiungiamo noi, anche perché oltre ai suddetti presupposti , al carisma personale ed ai requisiti tecnico-professionali questi ultimi , in quelle circostanze, assumenti ormai un ruolo relativamente prioritario - era un nome, il suo , non inquinato dalle

(199) Grnlioli F.S .. Memorie. archivio familiare.


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penose vicende dei tre anni di guerra, dalle mene politiche cospiratorie , da tutta l'ignavia che aveva caratterizzato la gestione del conflitto da parte dei vertici politico-militari sino allo squallido epilogo. Sotto questo aspetto, la scelta di Graziali, vista nell'ottica del fascismo repubblicano e delle tematiche motivazionali e programmatiche che ne caratterizzavano il sorgere, ci sembra congrua, né il fatto che all'epoca avesse quasi 74 anni poteva di per sé costituire una remora, tenuto conto dell'energia intrinseca dell'uomo e della sua vitalità che potevano far considerare come ininfluente la componente anagrafica. Graziali rispondeva subito di no, contrapponendo, nel corso del colloquio protrattosi per oltre un'ora, le seguenti ragioni: il giuramento prestato al Re come ufficiale dell'esercito da ben 55 anni e che, pur deprecando la condotta del sovrano, non riteneva potesse essere sciolto da nessun partito politico; l'impossibilità di poter ricreare sul serio forze armate degne di rilievo, nel clima generale di sbandamento; la certezza che ne sarebbe derivata una guerra civile, di cui si rifiutava di capeggiare una delle parti. Trincerandosi anche dietro il fattore età e le conseguenti ridotte energie, proponeva di rivolgersi a qualche altro generale, suggerendo il nome di Graziani, che però Buffarini escludeva subito per le note vicende legate alle operazioni in Africa nel 1940. Congedatosi Buffarini Guidi, il pensiero di Graziali rimaneva concentrato su quanto era emerso nel corso della visita, ed in quella stessa sera compilava una breve nota, intitolata La voce della mia coscienza, alla quale affidava in forma essenziale quello che, al momento, era il compendio del suo pensiero e, forse ancor più, del suo stato d'animo: Io non posso in alcun modo legare la mia coscienza di italiano con chiunque abbia cooperato o cooperi per qualsiasi ragione a provocare quello che io ritengo il peggiore dei mali: la divisione fra italiani , che è quanto dire rompere l'unità della Patria. Per queste ragioni mi rifiuto di aderire al governo Badoglio: l. perché nei 45 giorni del suo potere di governo militare ha impresso senza necessità alla sua politica interna un atteggiamento ciecamente ostile e stupidamente vendicativo contro ogni atto o persona del precedente governo fascista, senza tenere alcun conto delle innegabili benemerenze patriottiche di quest'ultimo negli anni che precedettero il nostro conflitto con le potenze occidentali, mentre suo compito essenziale avrebbe dovuto essere quello di governare rigidamente al di sopra di ogni partigianeria fascista od antifascista;


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2. per la condotta personale seguita dal Re e dal Maresciallo Badoglio nel concretare rarmistizio con gli anglo-americani , condotta che (almeno fino a prova contraria) non mi è parsa rispondente né a dirittura politica e militare né a lealtà , provocando così per reazione il fulmineo intervento in Italia di rilevantissime forze tedesche, il che ha determinato la scissione dell'Italia in due tronconi, entrambi occupati ed oppressi da eserciti stranieri. e creato anche il pericolo di una guerra civile fra italian i. Per altrettanto buone ragioni mi rifiuto di legare la mia coscienza al governo fascista repubblicano: l. anzitutto perché sono convinto che la causa prima e più vera di tutte le sciagure piombate da oltre tre anni sulla mia Italia è da ricercare nell'errore inescusabile commesso dal Duce con la incauta dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940; ... (seguivano altre generiche considerazioni sull'opportunità della nostra non belligeranza, pur riconoscendo la validità ideologica dell'intervento sotto un profilo di pura giustizia internazionale, vincolata soprattutto dalla precarietà della preparazione bellica delle forze armate italiane-n.d.r.-); 2. considerato tutto questo , e ricordando che fin dal malaugurato sbarco degli anglo-americani in Africa Settentrionale le sorti della guerra ebbero a segnare, per l'Asse, un evidente fatale declino con pregiudizio delle possibilità di vittoria finale , e visti i disastri piombati sull'Italia dopo la perdita della Tunisia e lo sbarco anglo-americano in Sicilia, la più elementare carità di Patria avrebbe dovuto indurre Mussolini ed i gerarchi del suo partito ancora a lui favorevoli a desistere, dopo la caduta del 25 luglio, da ogni tentativo di riprendere il potere, considerando che ogni impresa di questo genere , oltre ad essere, come è , nettamente impopolare, avrebbe prodotto, come sta producendo, una profonda divisione fra italiani, massima ed irreparabile sciagura per la nostra Italia. Il mio pensiero è questo: tanto l'occupazione tedesca quanto l'occupazione anglo-americana in Italia non significano affatto, né l'una né l'altra , disinteressato appoggio al popolo italiano. Entrambe sono mosse esclusivamente dai rispettivi egoistici interessi: i tedeschi per tenere il più lontano possibile dal territorio della Germania l'invasione nemica, gli anglo-americani per avere modo di realizzare purchessia il tanto strombazzato secondo fronte contro la Germania , insistentemente reclamato dalla Russia. L'Italia ne fa le spese, non solo, ma il suo disgraziato popolo che non brama che di uscire da questa guerra è travolto dalla duplice occupazione straniera nell'orrore di una possibile guerra fratricida. E ciò soprattutto per effetto del

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deplorevole dissidio personale fra i maggiori esponenti delle due parti in lotta politica fra loro: re e Badoglio, da una parte, schiavi come sono degli anglo-americani; Mussolini ed i suoi seguaci dall'altra, schiavi ormai dei tedeschi. Di fronte a questo lacrimevole panorama, la mia coscienza, impotente purtroppo ad influire minimamente per il ritorno alla fraternità almeno fra italiani, non ha che un solo conforto: quello di aver trovato in me stesso la forza morale per opporre un no reciso alla insistente offerta che mi è stata fatta con le più iperboliche lusinghe. Così libero come sono nel mio spirito sento di potermi rinchiudere serenamente in mé stesso, pronto tuttavia a dare , con quel che mi rimane di forze e di energie, tutto il mio più fervido concorso all'eventuale sorgere (purtroppo , ben poco probabile per ora!) di un partito, di un uomo che, libero da ogni risentimento, da ogni recriminazione, da ogni basso interesse partigiano, da ogni legame con lo straniero , guardi solo all'Italia ed alle possibilità (se ancora ve ne sono) di salvare almeno la sua unità, base indispensabile per l'indipendenza e l'esistenza stessa della Patria. Io pertanto mi dichiaro tuttora decisamente monarchico e non mi ritengo affatto prosciolto dal giuramento prestato 55 anni or sono come ufficiale (200).

Riteniamo che quanto espresso con tanta limpida semplicità da Grazioli costituisca , comunque lo si riguardi e qualsiasi possano essere i personali punti di vista, le interpretazioni e gli orientamenti ideologici in materia , un rilevante esempio di chiarezza di idee, di analisi obiettiva e lungimirante della situazione pregressa, presente e dei suoi sviluppi futuri, di onestà e coerenza nel cercare di risolvere attraverso questi soli termini un'equazione personale nella quale le altre variabili apparivano , a lui come a tanti altri protagonisti di quel periodo, sempre più incognite e confuse. Oltremodo significativa ci sembra, a tale riguardo, la dichiarazione finale di lealismo monarchico che faceva seguito ad un severo giudizio di con.danna circa la condotta del sovrano, non interpretabili assolutamente in chiave di contraddittorietà, a nostro avviso, bensì come sofferta e tutt'altro che facile aderenza ad una linea di principio alla quale l'uomo , nonostante tutto, non intendeva venir meno. Per l'idea che , esaminandone le vicende umane e professionali, ci siamo fatti di lui , riteniamo altresì di poter escludere che la posizione (200) Grazioli F.S. , M emo rie. archivio familiare .


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assunta dinnanzi alla proposta del fascismo repubblicano potesse essere un defilamento dettato da un saggio opportunismo di circostanza, visto che non poteva sfuggire alla lucida capacità di analisi di cui continuava a dar prova come la parte in questione, a quel punto , fosse ineluttabilmente destinata a soccombere. A parte le lusinghiere profferte che accompagnavano la proposta, ed alle quali pensiamo che quella componente di ambizione e protagonismo che , in misura non lieve, albergava in Grazioli , possa per un momento essere rimasta anche non indifferente (e sarebbe stato, dopo tutto , più che naturale) , poteva esservi un altro fattore in grado di sollecitare un'eventuale propensione da parte sua all'accettazione, e cioè il fatto che i quasi 74 anni - che avrebbe poi addotto di fronte a Buffarini, ma come sola ulteriore motivazione per il rifiuto - e l'innata vigoria psicofisica non gli impedivano di continuare a mordere il freno , come stava facendo dalla fine di luglio, per dover restare inerte spettatore di fronte ad eventi così gravi e decisivi per la sorte della nazione. Ribadiamo pertanto l'aggettivazione di sofferta tanto nei riguardi della dichiarazione di lealismo monarchico quanto anche, in base a queste considerazioni, dell'intera ricusazione per la quale, se l'ipotizzato processo elaborativo doveva svolgersi a livello certamente più inconscio rispetto all'altra , forse proprio per questo poteva risultare non meno intensamente vissuto. Collegata alla vicenda è anche un a lettera del dicembre 1943 con la quale Grazioli rispondeva ad un'altra inviatagli dall'allora diciassettenne nipote Carlo Busiri Vici, figlio di Andreina, che costituisce una sorta di testamento spirituale incentrato su pochi concetti ma chiaramente incisivi, che la data sotto la quale sono stati espressi rende ancora più rimarchevoli e significativi: Carissimo Carlo, ho ricevuto con tanto piacere la tua lettera e ti sono grato per la piena approvazione che mi dai circa il modo col quale mi sono comportato nel colloquio del settembre scorso. Ciò dimostra che se io per decidermi in quel modo sono stato indotto naturalmente dal ricordo vivo di tutto il mio passato, tu nell' approvarlo ti sarai certamente ispirato, da giovanissimo quale sei , all'avvenire. Così che possiamo essere contenti che questa nostra identità di vedute sia in certo qual modo la fusione del passato con l'avvenire, cosa molto confortante visto che il presente è così brutto. Certo è che voi ragazzi vi trovate, purtroppo , in un momento


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difficilissimo e che, a quanto penso, diventerà ancora più difficile tra breve. Si sta preparando un nuovo mondo , tutto diverso da quello di ieri , e voi dovrete fare da voi stessi la vostra strada , perché noi vecchi , vissuti in tempi tutti diversi, ben pochi lumi possiamo darvi. Una cosa sola è certa: che l'avvenire sarà di coloro che posseggono sul serio capacità di lavorare e di produrre, non importa in quale campo. Purché sappiano lavorare e creare qualche cosa. È finito assolutamente il tempo di vivere di rendita. Ciascuno varrà e farà strada soltanto col suo lavoro. TI solo consiglio che può darti il tuo vecchio nonno è che, qualunque cosa tu stia per fare, tu prenda a guida del tuo operare la onestà del lavoro, la dirittura del carattere, la bontà e soprattutto la sincerità. Tuo nonno ha ora la soddisfazione di vedere che, anche da chi pensa diversamente da lui, è rispettato. E ciò deriva dal fa tto che io, pure in mezzo a tante vicende burrascose, mi sono sempre fatto guidare da quei principf che sopra ti ho detto. Non ho mai mercanteggiato nulla, né in politica né nella vita militare, né in modo di pensare. Sono salito sempre con le mie forze, senza chiedere nulla a nessuno e senza servirmi mai di potenze occulte, massoneria od altro. Ed ora ho la soddisfazione di vedere che tutti, anche gli avversari, mi rispettano (201) .

Il mattino successivo al colloquio con Buffarini, prima di andare dal Segretario del Partito Pavolini per dare la risposta ufficiale, come suggeritogli dallo stesso Buffarini, si recava dal Grande Ammiraglio Thaon di Revel che, oltre all'autorevolezza derivantegli dall'età e dall'esperienza, era anche, qua.le Presidente del Senato, il suo diretto superiore, il quale approvava la condotta di Graziali. TI colloquio con Pavolini era breve, dal momento che questi, già informato da Buffarini della decisione dell'interpellato , no n andava oltre qualche generico e convenzionale tentativo di convincimento. L'aver enunciato il nominativo di Graziani, comportava ora per Graziali il dovere di contattarlo e di notificargli questa sua iniziativa della quale, fo rse, a mente fredda cominciava anche a pentirsi. Erano buoni amici, Graziani considerava Grazioli il suo maestro (202), ne condivideva piename nte il pensiero militare che aveva (201) Grazioli F.S. , Epistolario , archivio familiare. (202) Prego/a porgere i miei più devoti ossequi alla Sua famiglia ed a quella di S. E. Grazio/i che è sempre nel mio cuore, come maestro e protettore - da una lettera inviata da Addis Abeba, in data 10.6.1937, all'archi tetto Clemente Busiri Yici (Busiri Yici C., Epistolario. a rchivio fa miliare).


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sempre pubblicamente sostenuto, si confidava spesso con lui per le sue vicissitudini in Africa Settentrionale e per i tanti torti che riteneva di aver subito da Badoglio, Soddu e dalle stesso Mussolini. Nelle sue memorie, Grazioli afferma di essersi recato in quello stesso giorno 20 nella villa di Graziani in via Nomentana, e di averlo trovato in procinto di partire per Arcinazzo. A questo proposito, esiste una lieve ed ininfluente discordanza di modalità rispetto a quanto riferito da Cova in un recente volume nel quale è riportato un breve stralcio del diario di Graziani relativo a quei giorni: 19 settembre - Ad Affile per il restauro della chiesetta adiacente a casa mia. Quindi a Biancaneve - era il nome del casale-fattoria dove abitava a Piani di Arcinazzo , un centro quasi al confine fra la Ciociaria e l'Abruzzo (n.d.r.) - . C'è Busiri. Insieme ripartiamo per Roma. L'architetto Busiri Vici, genero del Generale Francesco Saverio Grazioli , - (ne aveva sposato la primogenita Andreina-n.d.r.-) - era latore di un messaggio riservato. Grazioli voleva incontrare subito il Maresciallo. Una faccenda urgente. 20 settembre - A Roma con Grazioli. Buffarini Guidi lo ha cercato per offrirgli il comando supremo dell'esercito del governo fascista repubblicano che si va costituendo. Grazioli ha risposto negativamente. Mi dice che ha aggiunto: Non avete pensato a Graziani?. E Buffarini: Il Duce non lo vuole per via dell'Africa ... Meglio così. Se me lo avessero chiesto, dovevano tener conto che avrei risposto mandandoli all'inferno! (203).

Quanto riportato da Cova non è esatto, anche se ininfluente per la sostanza degli eventi. Abbiamo avuto modo di prendere visione, nell'archivio della famiglia Grazioli , del testo di una deposizione resa dall'architetto Clemente Busiri Vici al processo Graziani, nella quale riferiva come il Maresciallo, trovandosi a Roma, gli avesse telefonato proprio il giorno 19 offrendogli un passaggio in macchina per rientrare insieme ad Arcinazzo, dove anche il Busiri aveva una casa. Il giorno successivo, Busiri Vici accompagnava il suocero in via Nomentana, alla villa di Graziani, e, pur rimanendo appartato per ovvie ragioni di discrezione e riservatezza, assisteva all'abbraccio finale che concludeva il colloquio fra i due. Grazioli, nei suoi ricordi , afferma che Graziani, riferendosi al rifiuto da lui opposto a (203) Cova A. Graziani, un generale per il regime, Newton Compton , Roma , 1987, pag. 215.


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Buffarini, lo abbracciava dicendogli: Bravo, hai fatto benone! E di un po', sul mio nome che hanno detto? Secondo la valutazione di Grazioli , sarebbe rimasto un mo' male allorché questi gli riferiva francamente le obbiezioni sollevate da Buffarini su di lui , ed avrebbe esclamato con amarezza: Ah, ce l'hanno ancora con me per l'Africa! Grazioli aveva l'impressione che, in fondo, Graziani fosse dispiaciuto che Mussolini non avesse pe nsato a lui come prima soluzione , ma comunque continuava a ritenere che anch'egli avrebbe rifiutato , vista la sua totale e calorosa approvazione al suo diniego, per cui rimaneva non poco stupito allorché alcuni giorni dopo , rientrato a Firenze , ne apprendeva dalla radio la nomina a Ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana. Sempre Busiri Vici, nella deposizione citata , conferma come Graziani , durante il viaggio di ritorno effettuato insieme verso Arcinazzo , esprimesse anche a lui l'approvazione per il rifiuto opposto dal suocero; riferisce inoltre quanto dettogli alcuni giorni dopo dallo stesso Graziani a motivazione dell 'accettazione dell'incarico offertogli dalla Repubblica Sociale, che riteniamo interessante riportare , pur esulando dallo specifico argomento del presente lavoro: Non puoi credere lo sconvolgimento della mia coscienza per dover rinunciare al giuramento al R e ed aderire alla repubblica. Non l' ho fatto per ambizione, perché non posso raggiungere un grado superiore a quello che ho; non per interesse , perché io verrò a perdere queste proprietà alle quali tu sai quanto sia legato ed alle quali avevo dedicato il resto della mia vita , e la mia vita stessa è in pericolo; ma io sono un mistico, e qualunque cosa accada ho ritenuto mio destino e dovere accettare questa missione nell'intento di salvare il salvabile e di fare del bene anche a co to del mio proprio sacrificio (204).

Anche Grazioli, come altri, era destinato a non andare esente dai provvedimenti che , oscillando il più delle volte fra l'assurdo ed il grottesco, andavano emanando, con zelo degno di miglior causa, i vari organi epurativi. Il 3 dicembre 1944 la Commissione di epurazione per il Ministero della Guerra aveva aperto un procedimento a suo carico per partecipazione attiva alla vita politica del fascismo , formula che, considerato il grado rivestito dall'inquisito già dal 1922 in un organismo statale rappresentato e gestito poi per altri ventuno

(204) Busiri Vici C., archivio familiare.


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anni unicamente da quel movimento politico, era di per sé stessa un modello di incongruità, solo parzialmente emendata dalla successiva dizione non sussiste addebito alcuno con la quale, dopo l'invio di un esposto difensivo da parte di Grazioli, il procedimento stesso veniva concluso il 27 dello stesso mese. Ci sembra interessante riportare la parte conclusiva dell 'esposto, che compendiava in forma categoricamente lineare tutto un passato ed un modo di essere: ... Io ho servito lealmente il governo fascista perché era il governo del mio paese e perché a ciò ero tenuto dal giuramento prestato al mio Re all'inizio della mia carriera militare. Non ho mai avuto però dal fascismo ricompense materiali di sorta, né ho mai ricoperto cariche politiche di qualsiasi genere, salvo la nomina a Senatore dovuta esclusivamente alla mia qualità di Generale d'Armata (categoria 14" dello Statuto del Regno) ... Non ho pertanto partecipato in alcun modo alla vita politica del fascismo se non nelle più rigide e dignitose forme cui è tenuto un buon cittadino verso il governo del suo paese ... Se è vero che il regime che oggi ci governa è un regime di alta e sincera libertà, mi si lasci, come ne ho diritto, la libertà di godermi in pace, se non beni materiali che non ho, almeno l'incomparabile tesoro della purezza adamantina della mia coscienza che nulla mi rimprovera e di cui vado altamente e giustamente fie ro (205).

Ma 1'8 gennaio 1945 l'Alto Commissariato all'epurazione presentava, alla Commissione Centrale dello stesso settore , ricorso contro il giudizio di prima istanza che esitava in una sanzione di dispensa dal servizio militare, altra manifestazione di insipienza cui poneva riparo il ministro della Difesa Facchinetti che, il 4 settembre 1946, comunicava direttamente all'interessato che non si sarebbe dato corso al provvedimento dal momento che, a quella data, il medesimo si trovava già nella posizione di congedo. La giudiziosa messa a punto era poi sanzionata da una Commissione Speciale istituita presso il Consiglio di Stato proprio per rivedere le deliberazioni della Commissione Centrale. Gli ultimi anni della vita di Grazioli trascorrevano serenamente, alternando l'abituale dimora fiorentina con frequenti soggiorni a

(205) Ministero Difesa. Direzione Generale Ufficiali Esercito. Ufficio Generali - fascicolo personale Gen. Grazioli F.S. - foglio senza prot. del 23.12.1944, da Grazioli al Presidente della Commissione Epurazione Personale Militare.


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Roma, circondato dall'affetto delle figlie e dei numerosi nipoti. Il 28 dicembre 1948 aveva commemorato, nel corso di una conferenza tenuta in una sede che non è possibile precisare, il primo anniversario della morte di Vittorio Emanuele III, rievocando con tono commosso le varie tappe di una lunga vicenda che, dal Collegio Militare di Roma al terremoto di Messina ai giorni di Vittorio Veneto ed anche successivamente, li aveva sovente posti a contatto. Continuava ad attendere alla pittura ed agli interessi storici e letterari, ed ancora nel 1948 - era prossimo agli 80 anni - aveva collaborato con l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito redigendo un saggio sulle operazioni militari del 1848 ed uno studio sul medesimo argomento pubblicato a cura dell'Unione Monarchica Italiana. Inoltre seguiva con attenzione la pubblicistica sugli avvenimenti relativi alla seconda guerra mondiale, come è attestato da una lettera alla figlia Andreina del 24 agosto 1946: Lavoro sempre e non mi annoio mai ... Ho quasi completata una critica spietata ma ragionata del libro di Badoglio, («L'Italia nella seconda guerra mondiale. Memorie e documenti», edito infatti da Mondadori nello stesso anno - n.d.r.) - che forse pubblicherò. Altri due libri interessanti sono quelli di Roatta e Favagrossa (206) che, a mio avviso, sono di conferma indiretta delle responsabilità di Pietro, - (Badoglio: n.d.r.) che tuttavia ha avuto il «toupet» di scrivere quella furbesca e detestabile sua difesa (207).

Anche le vicende giudiziarie che coinvolgevano, all'epoca, molti esponenti della classe militare, lo trovavano spettatore attento e partecipe. Ancora in una lettera alla figlia Andreina, sempre del 1946, commentava con soddisfazione l'assoluzione di Baistrocchi: È stato un vero e proprio trionfo per lui, e ne sono stato contento , perché malgrado i suoi innegabili difetti, era un gran cuore di soldato e non meritava tutte le sofferenze che gli hanno inflitto. Gli ho scritto una lettera congratulandomi con lui, col quale, specialmente nel 1934, collaborai intimamente riconoscendo tutti i suoi meriti, certo maggiori dei suoi difetti. Vorrei sapere ora che faccia farà quel nefando egoista di Bado-

(206) Roatta M. Otto milioni di baionel/e (L 'Esercito italiano in guerra dal 1940 al 1944), Mondadori, Verona, 1946; Favagrossa C. , op. cit. (cfr. nota 138). (207) Grazioli F.S. , Epistolario, archivio familiare.


39. - Il quadro a tempera di Napoleone, dipinto da Grazioli per il circolo deUe forze armate (Roma, palazzo Barberini) .


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glio che nel suo recente libro non ha esitato a dichiarare nefasta per l'Esercito l'opera di Baistrocchi, dimenticando che lui l'ha sempre approvata restando imperterrito al suo posto ben remunerato quando Baistrocchi era al Ministero.

La lettera continuava con alcune considerazioni sul processo Graziani: L'esito favorevolissimo del processo Baistrocchi mi fa pensare che anche quello di Graziani non andrà poi tanto male, e, in fondo, mi dispiace assai di non essere stato chiamato come testimone in sua difesa. Se si fosse ancora in tempo, io sarei dispostissimo a deporre in modo a lui assai favorevole. Parlane con Clemente - l'architetto Clemente Busiri Vici, genero di Grazioli (n.d.r.) - che deve conoscere il suo avvocato difensore. Io sarei pronto a rispondere e credo che potrei essere molto utile a Graziani, d'accordo, ben inteso, con la linea generale sulla quale egli intende imperniare la sua difesa. È ora di finirla con tutti questi sfruttatori (tipo Badoglio) delle nostre disgrazie, che non esitano a rovesciarne la colpa su chi ne ebbe certo meno di loro (208).

Ma il 1946 era un anno importante anche perché, nel corso di esso, Grazioli veniva a conoscenza, circa ventuno anni dopo , della famosa lettera scritta nel maggio 1925 da Badoglio a Mussolini nella quale il neo Capo di Stato Maggiore Generale si esprimeva negativamente circa una eventuale candidatura di Grazioli quale Sottocapo in quanto intelligfmtissimo ma non fatto per un lavoro costante e pesante; ambiziosissimo; di carattere scivoloso e poco franco ... quindi elemento da potersene poco fidare (cfr. nota 65). Grazio li aveva letto da poco il libro scritto da Mussolini nel 1944 Storia di un anno, nel quale la lettera in questione era riportata per intero in uno degli allegati. D'impeto, afferrava la penna per una replica che, se pur notevolmente ritardata rispetto all'evento originatore, non era per questo meno efficace: Al Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio Soltanto ora purtroppo (dopo cioè quasi due anni da che è stato pubblicato) mi è capitato di leggere per disteso il libro Storia di (208) Grazio li F .S. , Epistolario , archivio fa miliare.


CAPITOLO QUINT O: DAGLI ANNI VENTI AGLI ANNI QUARANTA

un anno che raccoglie alcuni scritti di Mussolini. Nel volume è riportata integralmente (fotografata) una tua lettera scritta al duce il 1° Maggio 1925 , all'epoca della mia candidatura alla carica di Sottocapo di Stato Maggiore generale. Leggendo le frasi che tu scrivesti in quella circostanza sul mio conto, ho provato un invincibile senso di profondo dolore, considerando sopratutto che esse avevano fatalmente l'effetto di spezzare, e per tua colpa, la nostra amicizia che durava da oltre 50 anni. Lascio da parte oltre il gradito epiteto di «intelligentissimo» da te largitomi , anche quello meno gradito di «ambiziosissimo»; perché, se questo è un difetto, noi lo abbiamo certamente entrambi in comune. Piuttosto mi fermo sull'altra tua esplicita affermazione, secondo la quale io sarei stato uomo di scarsa attitudine ai lavori costanti e pesanti e , peggio ancora, di avere carattere poco franco e quindi da non ispirare fiducia. Quanto alla poca attitudine a lavori costanti e pesanti (a parte le prove da me date nella grande guerra) tu dimenticasti , nello scrivere, taluni miei precedenti a te ben noti. Per esempio , la passione, l'ardore e la tenacia con la quale, subito dopo la guerra, mi ero sobbarcato, e con molto frutto , alla dura fatica e al difficile compito di impiantare ex novo e dirigere le Scuole Centrali Militari da tutti ammirate, nonché la ammiratissima Scuola Centrale di educazione fisica della Farnesina. Nello stesso tempo avevo organizzato e diretto le prime esperienze di impiego delle Grandi Unità celeri, da me solo ideate e propugnate contro il misoneismo di certe alte sfere militari del tempo che non volevano saperne. Sapevi pure che avevo data la più solerte e costante mia collaborazione nello studio e nelle esperienze per le nuove formazioni e il nuovo armamento della fanteria. E non ignoravi il mio lungo periodo di Comandante del Corpo interalleato di Fiume nel 1918-19 in una situazione estremamente difficile e delicata che dovetti fronteggiare proprio con un lavoro costante e pesante e con ben scarso aiuto dal Comando Supremo e dal Governo, assorbiti dalle intricate vicende di Versailles. Tutti coloro che mi videro al lavorò in quelle svariate contingenze potrebbero smentirti assai meglio che io non sappia fare. Quanto poi all'accusa di carattere poco franco che avesti il coraggio di scrivere sul mio conto , io credo che basti in mia difesa la testimonianza universale di quanti hanno avuto a che fare con me nella mia lunga carriera: superiori, eguali ed inferiori. Su nessun documento inserito nel mio libretto personale c'è mai il più lontano accenno a un simile difetto di cui tu solo ti saresti pertanto accorto. Se mai , taluno mi giudicò uomo di

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ecoessiva e talvolta ingenua franchezza. E quanto a fedeltà , io ho la oo:scienza sicura di non aver mai tradito? in tanti rivolgimenti politici e militari del tempo nostro, nessun mio superiore , oosa che non tutti possono vantare altirettanto. Dopo ciò, mi sembra inutile soffermamui su quell'ultimo ambiguo tirolo di scivoloso che tu hai voluto affibbianni oon assai <Lfiscullìbile buon gusto nella tua lettera. Confesso dle non sono rilll-sciito :a comprenderne il significato, che deve pe,r ò corrispondere a qualche cosa di ben poso simpatico a mìio rigwmio, tanto più grave iin quanto ora appare in un doownento ohe gli ,ev.e nti !hanno :reso di pubblica ragione. !La ·verità è che tu, coronando con quella inqlll:31ificabile t ua letttera, :una lunga serie di poco simpatici atteggtamenti verso di me, nonostante la tua apparente amicizia, dimostravi di oon :gradixe ,di avermi a tuo collaboratore nell'alta carica di Capo di :Stat o Maggiore Generale proprio allora a te affidata. A malin,cua,re dovesti poi rassegnarti allorché Mussolini volle, nono-stante i tuoi sfavorevoli giudizi, mettermi al tuo fianco, nella ,onesta ìillusione che la collaborazione delle nostre due forme :a1.qu:anto diverse di mentalità , avrebbe potuto dare ottimi frutti p.er iii bene della Patria. !Purtroppo un tale ideale, nei due soli anni che io rimasi presso .di te, non fu potuto raggiungere; ma preferisco lasciare alla tua coscienza di rievocarne le vere ragioni. Per mio conto, sono perfettamente tranquillo di aver fatto, anche allora, l'impossibile per prestarti , con profonda e sincera fedeltà e con illimitata devozione, la modesta opera mia. Nonostante tutto ciò, io ho però sempre taciuto ed ho nascosto l'amarezza de ntro di me , non soltanto per spirito di disciplina, ma anche per quel certo rispetto che mi incutevano le tue note qualità di esperimentato e fortunato condottiero. Ma la lettera che ora è venuta a mia conoscenza, così duramente ingiusta verso di me , ha rotto finalmente l'incanto. Appunto perché la lealtà e la franchezza sono , contrariamente a quanto tu credi, doti preclari del mio carattere, ti prevengo che , dopo letto attentamente il tuo recente libro L'Italia nella seconda guerra mondiale, in confronto anche alle due pubblicazioni analoghe di Roatta e di Favagrossa, sto scrivendo (e forse pubblicherò) un breve commento, obbiettivo e ragionato , a quanto tu hai scritto. Non ti nascondo che, leggendoti, ne ho riportata una penosa impressione ; perché mi è sembrato che tu, nella prima parte almeno del tuo libro, hai alquanto esagerato nel voler difendere ad ogni costo l'opera tua quale Capo di Stato Maggiore Generale (pur durata tanti anni a fianco del Duce) dalla opinione, molto diffusa in Italia, della tua corre-


CAPITOLO QUINTO: DAGLI ANNI VENTI AGLI ANNI QUARANTA

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sponsabilità nella deficientissima preparazione e nel primo avviamento alla disgraziata guerra. E per ciò fare, non hai esitato a profondere a piene mani critiche ed accuse su tutti gli altri, anche su coloro che, essendo morti o relegati, non sono più io condizioni di difendersi. E ciò non mi è parso né equo né generoso. Nel disastro immane che ha colpito la nostra Patria, tutti della nostra generazione fummo, dal più al meno , responsabili ; in special modo chi ebbe l'amara sorte di coprire cariche importanti, e pur ne trasse cospicue ricompense. Se questo è vero , meglio è tacere che difendersi, e più utile riconoscere lealmente i proprio errori, solo mezzo perché la Patria possa trarre dal danno sofferto ragione e forza per risorgere a nuova e più prospera vita. Ti saluto Frane.esco Saverio Grazioli Firenze 25 Agosto 1946 Dalla mia modestissima casetta di campagna dove mi sono ridotto a vivere di pensiero e di studio, dopo 50 anni di onorata carriera militare (209).

Nel dare comunicazione alla figlia Andreina dell'invio di questa lettera a Badoglio,· aggiungeva, alcuni giorni dopo, qualche altra considerazione sull'interessato Credi, è una losca figura ,e non altro, ed aveva ben ragione Mammà di diffidarne sempre. Ho scritto un commento al suo recente libro - (cfr. nota 207) - che volentieri pubblicherei se non mi trattenesse in questo momento un senso di carità di Patria. Nel suo libro critica tutto e tutti e specie il Due.e, sapendo che ormai è morto e non può più difendersi. Ma la storia, speriamo, metterà le cose a posto. Per Graziani è feroce, naturalmente. Ma basta di ciò, perché è troppo lo schifo che mi prende (210).

Attendeva inoltre alla stesura delle sue memorie. A proposito di queste, negli ultimi anni Cinquanta il Maresciallo Messe, già comandante di un reparto d'assalto durante la prima guerra mon(209) Grazioli F.S., Epistolario, archivio f:amiliare. I corsivi sono sottolineature nel testo. (210) Grazioli F.S., Epistolario , archivio familiare.


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diale e grande estimatore della figura di Grazioli, si era adoperato presso lo Stato Maggiore Esercito per la loro pubblicazione, richiesta che non era stata accolta dall'allora Capo di Stato Maggiore Gualano con la motivazione che si trattava di memorie personali contenenti considerazioni critiche e giudizi talvolta aspri. Il senatore Messe si era fatto portavoce presso la signora Andreina Grazioli di questo orientamento e del suo dissenso da esso: È superfluo dirLe che io non condivido affatto le considerazioni dello Stato Maggiore Esercito, mentre desidero riaffermare l'alta stima ed ammirazione per il compianto Generale Suo Padre, soprattutto per le sue caratteristiche di soldato valoroso e di Comandante fra i più stimati e preparati (211).

A trent'anni di distanza , riteniamo di poter affermare come, in effetti, la decisione del Capo di Stato Maggiore dell'epoca non fosse così censurabile considerata dal punto di vista di responsabile editoriale della pubblicistica storica dello Stato Maggiore Esercito. Le memorie di Grazioli , come molte altre dello stesso genere, hanno infatti un'impronta decisamente personale, incentrate su fatti e vicende della propria vita il cui interesse sul piano storico generale potrebbe risultare diminuito , mentre invece si rivelano oltremodo utili ed interessanti quale fonte documentale a cui attingere ai fini di una ricostruzione biografica del personaggio quale questa che ci siamo proposti di compiere. Alcuni brani delle memorie di Graziali, concernenti la fase della fanciullezza e dell'adolescenza e della relativa ambientazione romana dell'epoca, sono stati interamente riprodotti in un saggio del cugino Andrea Busiri, figlio di un fratello della madre del generale (212). Tra gli avvenimenti di quegli ultimi anni, va ricordata una passeggiata a cavallo con Badoglio nei primi mesi del 1950, evento rimarchevole anche perché erano entrambi ottuagenari. Dobbiamo questa singolare rievocazione ai ricordi di Vittoria, la terzogenita di Grazioli: l'occasione era stata offerta dalla consuetudine che questi aveva di frequentare Villa San Domenico, residenza fiesolana della

(211) Grazioli F.S., Epistolario, archivio familiare: lettera del generale Gualano al Maresciallo Messe de l 7.11.1958 e lettera del Maresciallo Messe alla Sig. ra Andreina Grazioli del 10.3.1959. (212) Busiri Yici A. , Un romano generale d'Armata ed alcune sue memorie, in La Strenna dei Romanisti, Staderini , Roma, 1967, pagg. 63-72.


CAPITOLO QUINTO : DAGLI ANNI VENTI AGLJ ANNI QUARANTA

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Duchessa Anna d'Aosta, vedova di Amedeo , - l'ottavo anniversario della morte del quale lo stesso Grazioli aveva celebrato a Trieste il 5 marzo 1950, nel corso di un'affollata cerimonia commemorativa - distante non p iù di due chilometri dalla sua abitazione; in una di queste circostanze avvenne l'incontro con Badoglio, recatosi anch'egli in visita alla Duchessa , e poiché la villa disponeva di una scuderia, i due giovanotti ne avevano approfittato per rinverdire l'antica passione equestre. Sempre attraverso quanto rievocato da Vittoria Grazioli, sembra che in seguito Badoglio si sia recato a trovare il padre nella sua casa toscana , approfittando del fatto di avere una figlia residente a Pistoia che sovente andava a visitare. Il tempo, unico dato realmente costante nelle vicende umane, era trascorso per entrambi, ed i due vegliardi coetanei - Badoglio aveva due ann i di meno - al di sopra degli eventi che li avevano visti in opposizione e ne avevano ostacolato i rapporti non esclusa l'ultima, risentita lettera di Grazioli del 1946, trovavano ora, nella malinconica, ma serena quiete del tramonto, quell'armonia interpersonale che negli anni ruggenti non era stato possibile stabilire. Se ne ha appunto uria traccia anche in un biglietto di qualche tempo dopo, datato 19 aprile 1950, indirizzato da Badoglio a Graziali in occasione di una indisposizione di quest'ultimo: Caro Grazioli, ti auguro completa e pronta guarigione. Siamo vecchi e purtroppo un po' logori. Quindi qualche sorpresa ci può colpire. Rimettiti presto. Cordialmente. Badoglio (213) .

Ci piace terminare con queste annotazioni piene di significato UJmano la rievocazione della vicenda terrena di Francesco Saverio Graziali, che si chiudeva a Firenze, per un 'emorragia cerebrale, la sera del 20 febbra io 1951. La salma veniva sepolta, avvolta in un lenzuolo nella nuda terra come da sua espressa volontà, nel luminoso cimitero di San Domenico, sulla via di Fiesole, dove tuttora riposa in un'atmosfera paesaggistica la cui soffusa suggestione, evocatrice d'antiche rimembranze medicee, sembra intonarsi all'artista ancor più che all'uomo d'armi.

(213) Graziali F.S. , Epistolario, archivio familiare.


CAPITOLO SESTO

L'ATTIVITÀ POLITICA E PUBBLICISTICA

Grazioli, come è già stato detto nel precedente capitolo, il 22 dicembre 1928 era stato nominato Senatore del Regno , incluso nella 14a categoria che era quella che comprendeva appunto le alte gerarchie militari. La convalida della nomina , secondo la prassi in vigore, era avvenuta alcuni mesi dopo, 1'8 maggio 1929, e due giorni dopo aveva luogo la cerimonia del giuramento. La sua attività politica si svolgeva attraverso tre legislature, con una partecipazione decisamente operosa e solerte, tenendo conto degli altri adempimenti professionali ai quali era preposto, e di essa abbiamo rilevato gli aspetti principali attraverso la consultazione della raccolta degli Atti Parlamentari presso la Biblioteca del Senato (1). La maggior parte degli interventi erano naturalmente relativi a questioni di carattere militare , e riecheggiavano i fondamenti di quel pensiero che gli abbiamo visto esternare con molta chiarezza in pro-memoria e pubblicazioni. Le esposizioni in Senato risultavano altrettanto chiare e determinate anche se, in relazione alla ridotta e solo figurativa funzione dell'istituzione parlamentare in quel periodo , al loro reale effetto di incidenza sull'uditorio veniva a mancare il riscontro di un libero e spregiudicato dibattito. Dal 1933 al 1937 fu sempre relatore della relazione della Commissione Finanze, della quale era stato eletto membro il 22 marzo 1933 , sullo stato di previsione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dell'anno successivo. A prescindere, ripe-

(1) Le fonti prese in esame sono stati i volumi dei Resoconti e discussioni e quelli dei Documenti e degli Atti Interni, ai qùali abbiamo avuto accesso grazie alla cortese disponibilità della direttrice della Biblioteca del Senato, dott.ssa Russo Bonadonna, ed ai quali fanno riferimento tutte le citazioni contenute nelle note successive.


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tiamo, dalla scontata approvazione del documento , i cui contenuti erano il frutto di decisioni già prese motu proprio dal capo del governo, nell'esposizione Graziali non veniva meno dall'enunciare con l'abituale vena polemica il proprio punto di vista tanto per gli aspetti tecnici e dottrinari quanto per quelli che più si riferivano alla mentalità ed all'atmosfera vigenti nelle forze armate. Nella relazione del 1933 dichiarava, nell'ambito delle considerazioni generali: .. . mi riferisco a quel poco o tanto che possa ancora esservi nei nostri ambienti militari di quel certo quietismo statico, quasi inevitabile conseguenza in taluni individui dello sforzo fisico e mentale sopportato per compiere l'opera faticosa e gloriosa di ieri; che esso non ostacoli il cammino dei giovani, che devono trovare nell'ambiente dell' Esercito soltanto vivaci incoraggiamenti e stimoli alle più esuberanti energie sotto la guida di quei capi che conservino integre, nonostante gli assalti degli anni, le energie fisiche e morali e la passione per l'arte del comando .. . (2).

Nello stesso discorso Graziali ribadiva alcuni dei concetti gia espressi nel pro-memoria che aveva indirizzato a Mussolini nel maggio 1931, contenente proprio l'ipotetico testo di un discorso da pronunciarsi in Senato sul bilancio del Ministero della Guerra , e nelle allegate note esplicative e probabili obiezioni e relative risposte che abbiamo riportato in Appendice: ... È necessario sganciare l'aliquota di forze dinamiche che formano l'esercito guerriero da quella ausiliaria e burocratica pur tanto necessaria e indispensabile. Da quì, l'opportunità di sfruttare l'esigenza operativa di tenere nei pressi delle frontiere più esposte Grandi Unità manovriere attraverso la separazione dalle altre componenti che costituiscono l'intelaiatura territoriale. Le unità potrebbero essere raccolte in campi appositamente attrezzati, con accasermamenti speditivi ed economici fatte salve le esigenze di igienica modernità, ove i terreni meglio si prestano ad un addestramento tattico vario ed intenso. Ciò consentirebbe di disimpegnare una buona volta le nostre truppe attive dalla oppressione, dai molteplici impacci e dalle inevitabili attrattive sedentarie delle attuali grandi guarnigioni cittadi-

(2) Relazione dela Commissione Finanza sul Disegno di Legge n. 1571 Stato di previsione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal J. 7. J933 al 30.6.1934, seduta del 30.3.1983.


CA PITOLO SESTO: L'ATIIVITÀ PO LITICA E PUBBLICISTICA

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ne, che si manifestano ormai quanto mai inadatte soprattutto per certe Armi che hanno bisogno assoluto di libertà di movimento, di spazio libero e di terreno vario per addestrarsi al combattimento. Tutto ciò andrà forse un poco a detrimento del così detto benessere del soldato o di quel complesso di provvidenze che si usa comprendere sotto la denominazione di assistenza dei militari, ma non sarà poi un gran danno, perché anzi a noi sembra che in questo campo, dalla guerra in quà, si è forse alquanto esagerato dimenticando un po' troppo che l'Esercito è fatto per la guerra. Campi di manovra scelti non molto lontano da modeste città permetterebbero senza troppe difficoltà di conciliare, grazie ai rapidi mezzi collettivi di trasporto oggi così diffusi, le esigenze predominanti della vita militare di campagna con quelle di una comoda ed economica residenza cittadina delle famiglie degli ufficiali ...

Significative, e possiamo anche immaginare quanto poco gradite a determinati \jvelli (Badoglio, Gazzera, Bonzani), le parole che si riferivano al problema dei capi e dei comandanti, per i quali erano imprescindibili spirito d'iniziativa e decisione, che sapessero esprimere con chiarezza e fermezza le proprie opinioni: ... in altri termini, tendere a preferire il suscitatore d'energie, l'avido di responsabilità a chj , nell'affannosa ricerca della soluzione più gradita al superiore, annulla la propria personalità per tema di assumere responsabilità .. . Occorre creare nell'ambiente dell'Esercito l'atmosfera propizia perché uomini di questa tempra possano manifestarsi ed affermarsi. Non è vero che è difficile trovarne: basta creare l'atmosfera necessaria per farli emergere e gli uomini non mancheranno. Una volta trovati, coltivarli, affinarli, provarli, ma con spirito libero ed incoraggiante, adottando nei loro riguardi quel largo e benefico decentramento che è condizione essenziale di libertà d'azione, cioè di pieno e libero esercizio delle responsabilità, il che è poi la migliore anzi la sola preparazione possibile ... Disciplina delle intelligenze, sta bene; ma non tale, che dei due termini il primo rafforzi il secondo. Noi preferiremmo in ogni caso la formula intelligenze disciplinate, che ci sembra più corrispondente alle esigenze reali di una futura guerra.

Il problema dei quadri continuava a rivestire per Grazioli una importanza prioritaria. Il nuovo ordinamento dello Stato Maggiore . dell'Esercito varato nel 1935 era articolato su un Corpo di Stato Maggiore, comprendente 134 fra tenenti colonnelli e colonnelli, ed


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un Servizio di Stato Maggiore comprendente maggiori, capitani e tenenti in servizio di Stato Maggiore al quale erano ammessi coloro che avessero superato gli esami finali della Scuola di Guerra, compiuto un anno di servizio presso il comando del Corpo di Stato Maggiore od i comandi delle Grandi Unità, e compiuto in modo distinto il periodo di comando di reparto previsto dalla legge sull'avanzamento. Intervenuto nella discussione sul relativo Decreto Legge, Grazioli ne approvava i disposti che: assicurano, mediante adeguati provvedimenti coordinati con una saggia riforma della Scuola di Guerra, un'eccellente scelta di giovani ufficiali in servizio di Stato Maggiore, e ne garantisce altresì il più efficace funzionamento alternandone l'impiego con l'esercizio effettivo del comando di reparto in modo da portare, anche nel servizio di Stato Maggiore, quel senso vivo di dinamica praticità che solo il comando delle truppe può dare (3).

Circa un anno e mezzo prima, presa la parola nella discussione sul problema dell'avanzamento degli ufficiali dell'esercito, di cui era stato anche relatore della relazione dell'Ufficio Centrale, dopo aver premesso che la legge sull'avanzamento era dura ma che così doveva essere perché le guerre future avrebbero richiesto una selezione rigorosa , tale da contrastare il quietismo che nei più si manifestava durante la carriera, aveva affermato: Insisto sulla necessità che tutta la carriera sia continuamente sorvegliata in tutti i gradi della gerarchia in quanto , specie nei gradi più elevati, la prestanza e la resistenza fisica e la vivacità dello spirito sono oggi più che mai dati assolutamente indispensabili anche a titolo di continuo esempio ai gregari (4).

Si trattava, in sostanza , della riaffermazione di quei concetti che già sedici anni prima aveva espresso nel pro-memoria indirizzato a Nitti. In un successivo intervento svoltosi circa quattro anni dopo durante la discussione sul bilancio di previsione del Ministero del1'Africa Italiana, nel quale riportava il frutto delle esperienze dei

(3) Discussione sul Disegno di Legge n. 805 Conversione in Legge del R.D.L. n. 1419 dell'll. 7.1935 concernente il nuovo ordinamento dello Stato Maggiore del Regio Esercito, seduta del 18.12.1935. (4) Discussione sul Disegno di Legge n. 139 Avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito, seduta del 30.3.1934.


CAPITOLO SESTO: L'AIT!VITÀ POLITICA E PUBBLICISTICA

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suoi recenti viaggi in quelle zone, auspicava che la maggior parte dei giovani ufficiali fosse mandata a rotazione a prestare servizio in colonia, ed in special modo in Africa Orientale, in modo da poter acquisire l'adeguata esperienza nella controguerriglia, che sosteneva essere una magnifica scuola di guerra, ed essere così preparati sul campo alla condotta operativa dei piccoli reparti (5) . Degno d'attenzione, anche, quanto esposto nella relazione sullo stato previsionale del bilancio del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario 1936-1937. Accanto ad un'ampia panoramica sulla situazione organica, tecnica, addestrativa e disciplinare dell'esercito, aveva svolto un dettagliato resoconto sull'approntamento dell'organizzazione logistica relativa alla campagna d'Etiopia tuttora in corso, attraverso la quale ne derivava un quadro veramente completo dell'allestimento di armi, mezzi e materiali, della predisposizione della base principale per gli imbarchi a Napoli e di quelle sussidiarie nei porti di Genova, Napoli, Messina, Livorno, Trieste e Cagliari, della costituzione in Somalia ed Eritrea delle attrezzature per lo sbarco degli uomini e dei rifornimenti e per il loro successivo inoltro all'interno . Della complessa operazione e delle difficoltà connesse con le condizioni ambientali della zona d'intervento, Grazioli dava un'esauriente visione d'insieme dalla quale si delineava la razionale metodologia che l'aveva caratterizzata ed alla quale la limitata efficienza addestrativa e materiale dell'esercito etiopico nulla toglieva in termini di meritoria efficacia (6). Un aspetto dell'attività senatoriale di Grazioli che ci sembra oltremodo interessante è quello relativo alla posizione da lui assunta nei confronti dell'aeronautica. Tra il 1932 ed il 1935 aveva più volte caldeggiato l'incremento del bilancio della nuova, giovane forza armata alla quale riconosceva il ruolo decisivo che sempre più avrebbe avuto nel futuro, il cui sviluppo avrebbe influito non poco nel conferire all'esercito un grado di più agile combattività ed attitudine manovriera ed alla quale , quindi, non bisognava tarpare le ali (7). Era opportuno, pertanto, poiché non era prevedibile che la

(5) Discussione sul Disegno di Legge n. 152 Stato di previsione della spesa del Ministero dell'Africa Italiana per l'esercizio finanziario dal 1.7.1939 .al 30.6.1940, seduta del 25.5.1939. (6) Relazione della Commissione Finanza sul Disegno di Legge n. 1090 Stato di previsione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finan ziario dal/'1. 7.1936 al 30.6.1937, seduta del 22.3.1936. (7) Discussione sul Disegno di Legge n. 1202 Stato di previsione della spesa del


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spesa militare complessiva potesse essere sensibilmente aumentata, che gli organi tecnici consulenti delle tre forze armate studiassero il problema del rapporto fra queste anche sotto il delicato aspetto della ripartizione delle aliquote del bilancio militare con spirito globale ed in una visione non particolaristica (8). L'Aeronautica doveva essere posta in grado di proteggere il paese dalle offese aeree; bisognava fare per essa ciò che era stato fatto per l'Esercito, cioè sganciare completamente l'attività territoriale dall'attività operativa, ed in tal senso andavano favorevolmente interpretate la creazione dell'U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), della DICAT (Difesa Controaerea Territoriale) e della DICOST (Difesa Costiera Territoriale) (9). Era un atteggiamento inusuale nella consuetudinaria, e per certi versi in parte anche comprensibile, corsa all'accaparramento della fetta maggiore delle risorse finanziarie, secondo una concezione egoisticamente corporativa degli interessi di una singola forza armata completamente avulsa da quella visione globale della struttura militare nazionale concepita ed auspicata da Grazioli. · Altri interventi, durante la carriera senatoriale, erano stati da questi effettuati anche in settori non di carattere militare, qua'li ad esempio, fra i più significativi, quelli in sede di discussione del bilancio dei Ministeri per la Stampa e Propaganda e della Cultura Popolare , fra il 1936 (10) ed il 1938 (11), relativi entrambi alla più corretta adozione ed impiego delle tecniche di comunicazioni di massa. Un altro intervento, di natura artistica, era quello che si riferiva al progetto di edificazione della Casa Littoria sulla via dell'Impero in Roma, a proposito del quale erano state avanzate delle riserve, da

Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal J. 7. 1932 al 30.6.1933, seduta del 19.5.1932. (8) Relazione della Commissione Finanza sul Disegno di Legge n. 1879 Stato di previsione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1.7.1934 al 30.6.1935, seduta dell'8.l.1934. (9) Discussione sul Disegno di Legge n. 515 Stato di previsione della spesa del Miniscero dell'Aeronautica per l'esercizio finanziario dal 1.7.1935 al 30.6.1936, seduta del 30.3.1935. (10) Discussione sul Disegno di Legge n. 1189 Staco di previsione della spesa del Ministero per la Stampa e Propaganda per l'esercizio finanziario dal 1.7.1936 al 30.6.1937, seduta del 20.5.1936. (11) Discussione sul Disegno di Legge n. 2179 Stato di previsione della spesa del Ministero della Cultura per l'esercizio finanziario dal 1.7.1938 al 30.6.1939, seduta del 28.5.1938.


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parte di alcuni senatori, circa l'eccessiva modernità dell'infrastruttura nel contesto archeologico della zona. Grazioli assumeva, con molta partecipazione, un atteggiamento decisamente progressista, facendosi patrocinatore delle correnti artistiche giovani li e schierandosi a favore della costruzione che giudicava moderna, romana nello spirito e nella forma: libera egualmente da qualsiasi flusso di ritorni passatisti o di follie futuristiche ... Il timore che una cosa nuova, perché nuova, stoni, è arbitrario. Quando mai i nostri architetti di tutti i secoli ebbero paura di creare qualche nuova gemma artistica, naturalmente secondo il gusto ed il bisogni del loro tempo, solo perché c'era vicino qualche venerando monumento di età anteriore? Le cose veramente belle, pur nella diversa veste propria dell'età in cui esse nascono, stanno benissimo insieme, e tutta Roma è un esempio superbo di questa accostabilità estetica del gusto più vario (12).

li discorso non doveva aver raccolto l'unanimità dei consensi perché, nel resoconto della seduta, figura in più punti l'indicazione rumori posta fra parentesi, il che del resto è abbastanza comprensibile quando si consideri che il concetto espresso da Grazioli, se pur con un suo fondo di verità, poteva essere anche opinabile presso buona pé;irte dei presenti. Ma è proprio la disinvolta lapidarietà delle sue affermazioni che riteniamo piuttosto divertente, e per questo abbiamo riportato l'episodio, sia come fatto in sé stesso, sia come ulteriore espressione della sua dimensione caratteriale e temperamentale. Fra le altre incombenze derivantegli dalla sua carica, ricordiamo come il 15 marzo 1934 era stato nominato membro anche della Commissione per il Giudizio e, il 17 aprile 1941, Vice Presidente della Commissione degli Affari dell'Africa Italiana della quale poi, il 2 febbraio 1943, sarebbe diventato Presidente. Nell'ambito del Ministero dell'Africa Italiana, inoltre, nello stesso 1943, aveva assunto la presidenza di una Commissione per le transazioni, composta da un Consigliere di Cassazione, un Consigliere di Stato, un Avvocato Generale dello Stato ed alcuni alti funzionari del dicastero

(12) Discussione sul Disegno di Legge n. 143 Conversione in Legge del R.D.L. n. 550 del/'8.3.1934 con il quale sono stari dichiaraci di pubblica utilità i lavori di costruzione della Casa Littoria in Roma, seduta del 30.5.1934. Del discorso pronunciato da Grazioli si trova traccia anche presso I' ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Grazioli F.S. , sottofasc. 3, inserto B.


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stesso, il cui compito era di cercare di venire a transazione con alcuni importanti complessi industriali che avevano compiuto per conto del governo grandi lavori nei nostri territori africani, specie in Etiopia, e che avevano in corso vertenze con il ministero per la liquidazione delle ingenti somme loro spettanti. Riportiamo di seguito, a completamento di questa carrellata sull'attività politica di Grazioli , l'elenco dei Disegni di Legge di cui fu relatore negli anni Quaranta: - Disegno di Legge n. 784 Norme modificative agli ordinamenti del personale dell'amministrazione dell'Africa Italiana , seduta dell'8.5.1940; - Disegno di Legge n. 869 Soppressione del Comando Superiore delle Forze Armate dell'Africa Orientale Italiana, seduta del 12.6.1940; - Disegno di Legge n. 1818 Conversione in Legge del R.D.L. n. 1622 del 2.12.1941 recante provvedimenti finanziarf a favore dell'Opera Nazionale Combattenti, seduta del 4.4.1942; - Disegno di Legge n. 1900 delle Commissioni Legislative Riunite di Finanza e degli Affari dell' Africa Italiana Conti Consuntivi della Regia Azienda Monopolio Banane per gli esercizi finanziari 1936-1937, 1937-1938, 1938-1939, 1939-1940, seduta dell'8.5.1942; - Disegno di Legge n. 1888 delle Commissioni Legislative Riunite di Finanza e degli Affari dell'Africa Italiana Stato di previsione della spesa del Ministero dell'Africa Italiana per l'esercizio finanziario dal 1.7.1942 al 30.6.1943, seduta del 6.5.1942; - Disegno di Legge n. 1912 Conversione in Legge del R.D.L. n. 219 del 26.2.1942 che autorizza il Ministero della Guerra ad assumere impegni per spese dipendenti dallo stato di guerra, seduta del1'8.5.1942; - Disegno di Legge n. 2184 Autorizzazione al Ministero del/' Africa Italiana ad assumere impegni per spese dipendenti dallo stato di guerra, seduta del 12.12.1942. Il 19 novembre 1944 gli era pervenuta a Firenze la comunicazione ufficiale della sentenza dell'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo con la quale lo si dichiarava decaduto, a decorrere dal 30 ottobre 1944, dalla carica di Senatore. In seguito, tutti i senatori fatti oggetto dello stesso giudizio presentavano ricorso in Cassazione contro la deliberazione, e la Corte Suprema , con due sentenze in data 9 luglio e 26 ottobre 1948 cassava senza rinvio le ordinanze di decadenza, sì che tutti venivano reintegrati a quella data nella loro qualifica di senatori del Regno, pur se que-


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st'ultimo da oltre due anni aveva cessato di esistere ed il Senato era ormai quello della Repubblica. Ad ulteriore titolo riconoscitivo , questo magari con maggiore spirito di aderenza alla realtà, a tutti i senatori del Regno con almeno dieci anni di nomina - e Graziali era fra questi - veniva restituita la tessera di libera circolazione ferroviaria. * *

*

L'attività pubblicistica di Francesco Saverio Graziali è stata notevole, tanto nel settore specificamente professionale quanto in quello storico-letterario. Nonostante le ricerche accuratamente eseguite presso varie biblioteche, non è da escludere che alcuni titoli ci riferiamo particolarmente agli articoli su periodici e riviste risultino mancanti; riteniamo però di aver potuto procedere all'esame di quelli più importanti e significativi tra essi quali risultano anche da un elenco comparso in una pubblicazione ufficiale del 1942 (13). Nell'esposizione che faremo ora di tale attività, abbiamo ritenuto opportuno tenere separati articoli e saggi dai libri , e seguire poi, nell'ambito di ciascuna di queste categorie, un criterio cronologico. Le prime pubblicazioni di Grazioli di cui abbiamo trovato traccia risalgono al 1902, all'epoca del comando di batteria presso il 18° reggimento artiglieria da campagna. Nel giugno di quell'anno aveva tenuto a Sulmona una conferenza per conto della Società Dante Alighieri, con un titolo suggestivo che riecheggiava l'interesse per la questione sociale, allora molto in voga: L'Esercito nel presente momento sociale (14). Era un discorso che mirava a controbattere lo spirito antimilitaristico che, dopo le asprezze del decennio precedente, continuava tuttora ad aleggiare vigorosamente in tutto il contesto societario, e che era poi stato pubblicato per esteso sulla Rivista Militare Italiana. Grazioli partiva da una premessa di fondo, che cioè, nel quadro così acuto della lotta sociale in corso, due erano i modi per sopravvivere: od adattarsi a seguire la corrente dei tempi, od opporvisi con determinazione, affermandosi energicamente

(13) Montù C. S1oria dell'Artiglieria i1aliana, parte lii, voi. VIII , pagg. 280 12802, edizioni della Rivista di Aniglieria e Genio, Roma, 1942. (14) Rivista Militare Italiana, 1902, pagg. 1517-1532.


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fedeli allo proprie tradizioni ed alle forme stesse della propria esistenza (con una punta di disprezzo, l'autore affermava di non voler spendere nemmeno una parola per l'altra tendenza, purtroppo in auge proprio presso le classi più colte ed educate, quella cioè che, limitandosi ad una accidiosa e sterile negazione dell 'importanza della dinamica sociale contemporanea, di tutto si disinteressava, lasciando così che la marea montasse indisturbata fin là dove non sarebbe stato più possibile contenerla, dirigerla e forse neppure seguirla). In riferimento alle istituzioni militari, non pochi, _nell'esercito stesso e fuori , dinanzi al rapido incalzare di idee nuove, auspicavano lo stesso destino di un ridotto difeso ad oltranza da una guarnigione di duri votati alla morte; contro gli effetti disastrosi di una propaganda sovversiva ogni giorno più audace, l'unica diga era rappresentata dalla resistenza degli ordinamenti dell'esercito alle correnti innovatrici del tempo. Grazioli assumeva una chiara posizione critica nei confronti di tale atteggiamento , che giudicava superato, anacronistico, anti-storico, dal momento che, scomparse le milizie mercenarie sostituite da quelle nazionali , l'esercito moderno si era fuso nel popolo, anzi era diventato il popolo stesso in armi, ed in quanto tale era inimmaginabile che si potessero evitare quelle influenze reciproche di idee; di costumi , di aspirazioni, di sentimenti che il turbolento ambiente sociale del momento sollevava e che la più diffusa istruzione popolare ed il perfezionamento dei mezzi di comunicazione avevano reso inevitabili ed irresistibili. Se dunque è vero che le istituzioni militari debbono essere sopratutto istituzioni sociali, è forza riconoscere la necessità di adattare l'ambiente militare alle mutate condizioni della società. Operare diversamente, se pure fosse possibile, sarebbe andar contro al principio stesso da cui trassero origine i moderni eserciti, poiché richiederebbe per l'esercito quell'isolamento dal paese, che se era possibile e concepibile una volta quando fare il soldato equivaleva a darsi a un mestiere, non sarebbe né possibile né concepibile ora, quando fare il soldato significa invece ·compiere uno dei principali e forse il più nobile dovere di buon cittadino.

Detto questo, si poneva il problema se questo adattamento potesse o meno rappresentare un rischio per un 'istituzione che aveva come suo scopo supremo la difesa e la sicurezza nazionale. L'autore sosteneva decisamente di no, e ne spiegava le ragioni adducendo alcuni esempi , fra i quali il rapporto comandante-coman-


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dato e l'aspetto disciplina. Né la violenza né l'eccessivo rigore né la popolarità potevano legittimare più l'autorità di un capo, ove questi non possedesse invece il vero, solo mezzo ormai indispensabile per imporsi ai subordinati: la competenza, unita all'esempio. Per la disciplina pur mantenendosi valido il presupposto che esercito e disciplina fossero due termini inseparabili, l'autore affermava come fosse estremamente errato dedurre la decadenza del primo di essi attraverso il semplice ed inevitabile trasformarsi delle sue forme. Ne poteva conseguire, sotto questo aspetto, solo un maggior grado di responsabilizzazione nella professione dell'ufficia le, che la rendeva più difficile ed impegnativa e pertanto ancora più gratificante, innalzandola da mestiere a vero e proprio apostolato educativo-formativo . La seconda parte della conferenza, e dell'articolo che la riproduceva, riguardava l'avvenire delle istituzioni militari . Grazioli ipotizzava come inevitabile, pur con le cautele che un pronostico del g,e nere necessariamente comportava sotto il profilo della sua realizzazione temporale , una radicale trasformazione che ... pur essendo ancora imprecisabile nelle forme che essa potrà assumere, rappresenterà tuttavia sicuramente un novello passo verso ordinamenti ancor più democratici degli attuali, intesi a rendere possibile, con un più sommario e più rapido sfruttamento delle migliorate condizioni intellettuali delle masse, un minor disturbo negli interessi privati e un maggior rispetto delle sempre più imperiose esigenze d'indole industriale e sociale. Naturalmente un simile sistema, presuppone nelle nuove reclute il precedente possesso di una istruzione fondamentale militare, la quale dovrebbe essere impartita ai giovani in apposite palestre militari , complemento obbligatorio delle scuole di educazione popolare e destinate a sviluppare largamente tutti gli esercizi del corpo, e specialmente le marce e il tiro a segno .

Il difficile però, sosteneva l'autore, era conciliare tutte le nuove esigenze determinate dal rinnovato ambiente sociale con la necessità imprescindibile dell'educazione morale del soldato, che doveva poter imprimere al carattere del cittadino un'efficace e duratura impronta militare: Se f,< vuole quindi davvero raggiungere presto i più moderni ideali di organizzazione militare, ai quali noi giovani militari prima di qualunque altro aspiriamo, perché ne intravediamo tutta la evidente correlazione colle mutate condizioni dei tempi


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e colla progredita civiltà, occorre che il lavoro s'incominci non dall'esercito, ma dal Paese; occorre ricercare le radici delle virtù guerriere nelle virtù cittadine, e porre a base dell'educazione militare una solida, una vigorosa, una maschia educazione civile. Solo con una siffatta preparazione morale della gioventù, prima che essa formi parte dell'esercito, potremo far reale assegnamento sul valido concorso della intera nazione, nelle possibili lotte dell'avvenire. E questa sana e maschia preparazione la gioventù deve trovare nei due principali cardini della vita sociale: nella famiglia e nella scuola. La famiglia che è la molecola prima dell'ordine morale; la scuola che deve rappresentare l'esempio e l'incitamento all'ordine civile. I genitori e il maestro di scuola: ecco i precursori indispensabili dell'educatore militare. Quando ci giungeranno alle bandiere cittadini illuminati, amanti dell'ordine, che sappiano distinguere la libertà dalla licenza, e siano educati a un saggio e giusto rispetto delle leggi e dell'autorità, facil cosa sarà formarne soldati disciplinati ed ubbidienti. Né l'impronta militare, che noi loro daremo, cancellerà mai in essi le belle e schiette abitudini nazionali, cosicché non vi sarà mai pericolo di cadere, fra noi, in quel militarismo, che sarebbe - noi lo diciamo prima degli altri - la peggiore piaga sociale ed il più grave pericolo per la libertà.

Funzione educatrice dell'ufficiale, pertanto, sulla scia di un concetto già espresso da un altro giovane rappresentante della categoria, il francese Hubert Lyautay (15) , a sua volta riecheggiante il pensiero enunciato verso la fine dell'800 da altri ufficiali illuminati quali Pàgezyde Bourdéliac o Durand (16). Era quindi lo spirito militare che andava risvegliato e coltivato nel Paese, cosa ben diversa dal militarismo: spirito militare che, quando saputo modernamente intendere, compendia tutte le più virili attività fisiche e tutte le più nobili e generose attività morali, e che pertanto non è da confondersi colla guerra, perché sopravviverà alla guerra medesima, quando questa in un'epoca infallibile , ma pur troppo ancora lontana avrà finito d'insanguinare il mondo! Spirito militare che malgrado tutta la refrattarietà dell'ambiente sociale moderno,

(15) Lyautay H. Du r6le socia! de l'officier dans le service militaire universel, in Revue des Deux Mondes, Parigi. marzo 1881. (16) Girardct R. La société militaire dans la France contemporaine 1815-1939. Masson, Parigi, 1953, pagg. 148-153.


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occupa ancora gran parte dell'animo nostro come atavico ricordo dei nostri antichi progenitori coperti di maglia e di ferro. Esso, pur vestito di prosaiche abitudini borghesi, sprizza fuori ad ogni piè sospinto in mezzo ai mille piccoli avvenimenti della nostra affannosa vita quotidiana, nelle discussioni, nei contrasti, negli impeti caldi e generosi, nel gergo stesso bellicosamente figurato dei nostri discorsi, nella prepotente passione per ogni forma di sport e preferibilmente per quelle più audaci e più pericolose.

Ci vien fatto di sorridere, mentre riportiamo queste note , se pensiamo all'attualità, alla fine degli anni Ottanta, di concetti espressi agli inizi del secolo e riproposti in questi ultimi due o tre lustri, dalla folta schiera di psicologi, sociologi, «operatori sociali» di varia natura ed estrazione, alcuni anche con le stellette, « tuttologi» vessilliferi il più delle volte di saccen ti banalità, come intuizioni illuminanti e primizie intellettuali , con la sola differenza di una prosa ostentamente ermetica quando non francamente inintellegibile. Questa del capitano Grazioli era invece estremamente chiara ma, al di là delle caratteristiche lessicali, ci piace rilevare in essa un progressismo di sostanza, convinto, pacato, alieno da forzature e da affettazioni, quale certamente non riteniamo fosse di frequente riscontro nell'ufficialità italiana, e non solo fra quella più avanzata dal punto di vista anagrafico e gerarchico. Di carattere più strettamente tecnico-professionale erano le altre pubblicazioni che Grazioli produceva tra quello stesso 1902 ed il 1904, e tutte correlate fra loro anche per il particolare tipo di argomento trattato. Nella prima di esse, Pattuglie d'artiglieria (17), l'autore prendeva spunto da un esperimento condotto circa un anno prima presso un reggimento d'artiglieria per :verificare se i reparti della specialità campale potessero trarre dai propri organici elementi idonei alla costituzione di pattuglie da impiegarsi in combattimento a scopo ricognitivo ed informativo , vere e proprie pattuglie d'avanscoperta che potessero rilevare le proprietà del terreno di marcia ed il modo di applicare il tiro. Grazioli contestava l'opportunità di tale compito per l'artiglieria, così come l'affermazione, da parte dei fautori delle pattuglie, che quest'Arma, essendo la più dipendente dal terreno, fosse la più adatta a stimare il terreno stesso dal punto di vista dell'impiego delle tre Armi principali (fanteria, artiglieria e cavalleria), dal momento che nelle ordinarie istruzioni lo doveva (17) Rivista d'Artiglieria e Genio. marzo 1902, pagg. 376-389.


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praticare assiduamente per addestrarsi a superarne le difficoltà nella marcia e nel tiro. Anzi, sosteneva Grazioli, proprio in questa abitudine a considerar.e il terreno dai due soli punti di vista delle difficoltà che presenta alla marcia e delle condizioni sotto cui si presenta per il tiro , stava la ragione essenziale per la quale mai, un comandante superiore delle truppe, avrebbe dovuto attendere dati da pattuglie d'artiglieria per formulare il proprio concetto di manovra, in quanto gli stessi non sarebbero andati esenti da quella unilateralità con la quale, istintivamente, l'artigliere è portato a valutare il terreno , e che pertanto avrebbe sempre rappresentato un ostacolo al libero estrinsecarsi di un razionale concetto di manovra. L'artigliere , proseguiva l'autore, aveva nella lotta un ruolo del tutto cooperativo, il che già escludeva che al comandante dell'artiglieria stessa, qualunque potesse essere l'entità del reparto ad esso affidato , fosse lasciata la libertà di concretare un concetto di impiego del!' Arma sulla scorta non della decisione , precisa e sola, del comandante superiore delle truppe, unico risolutore del problema tattico generale, ma di ricognizioni effettuate in proprio. Gli organi incaricati di fornire al comandante superiore delle truppe gli elementi necessari per formulare il concetto di impiego delle proprie forze , artiglieria compresa, dovevano riconoscersi nella cavalleria, nelle pattuglie esploranti vere e proprie e negli ufficiali di Stato Maggiore. Le pattuglie d'artiglieria, secondo Grazioli , potevano trovare impiego solo nel riconoscere, a favore limitatamente della propria unità che le distaccava, le condizioni di viabilità, e peraltro solo nei terreni piani e fortemente coperti , quelli cioè dove immediata avrebbe potuto essere la presa di contatto fra le opposte fanterie e dove pertanto risultava importante portare molto avanti anche le batterie per acquisire subito preminenza di fuoco. L'articolo aveva dato luogo ad alcune confutazioni, alle quali Grazioli controreplicava attraverso un altro lavoro , Ancora due parole sulle pattuglie d'artiglieria (18), ospitato sulla stessa rivista, nel quale ribadiva i concetti espressi in precedenza. Nel 1904, già entrato a far parte del Corpo di Stato Maggiore, in Condotta ed addestramento degli esploratori d'artiglieria (19), riprendeva l'argomento polemizzando con quanto contenuto in una pubblicazione del capitano d'artiglieria Roberto Segre, nella quale l'autore sosteneva la necessità di emanare per gli stessi una normativa che integrasse le generiche norme regolamentari e codificasse (18) Rivism d'Artiglieria e Genio, giugno 1902, pagg. 455-459. (19) Rivista d'Artiglieria e Genio, 1904, pagg. 217-228.


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una condotta comune per tutti i comandanti di unità. Grazioli entrava nel merito soprattutto di tre fra le principali attribuzioni che Segre assegnava alle pattuglie di esploratori d'artiglieria, e cioè la ricognizione del terreno, l'osservazione del tiro e l'esplorazione propriamente detta, non contestandone la funzione e l'utilità ma limitandone, specie per quest'ultima, il ruolo ad un livello di complementarietà per l'azione valutativa e decisionale del comandante di reparto, al quale era necessario quindi lasciare, nell'impiego e nell'utilizzazione dei propri organi esploranti, autonomia di costituzione e gestione in funzione delle proprie caratteristiche individuali di intuito, sensibilità, fantasia ed intelligenza tattica, evitando che anche quest'ultimo scampolo di libera attività intellettiva venisse soffocato da regole e norme già di per sé stesse limitative. Non abbiamo trovato traccia di pubblicazioni prodotte da Grazioli nel periodo compreso fra il 1905 ed il 1920, ad eccezione di una di cui diremo, pur se abbiamo motivo di ritenere che ve ne siano state, non ultimo l'opuscolo contenente lo studio critico su un progetto di riforma del Corpo di Stato Maggiore, del quale s'è accennato nel I capitolo. È probabile, d'altro canto, che gli impegni e le vicende di quegli anni - addetto all'ufficio particolare del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, comando di battaglione in Arma diversa da quella di provenienza, guerra di Libia, direzione dell'ufficio militare del Ministero delle colonie e dell'ufficio politico-militare del Governatorato di Tripoli, la grande guerra e Fiume abbiano anche necessariamente limitato la sua produzione pubblicistica, specie per gli anni che vanno dal 1911 al 1919, mentre per quelli precedenti, compresi fra il 1905 ed il 1910, molta parte dell 'attività di studio e di approfondimento dottrinario si estrinsecava probabilmente, come risulta dalle sue stesse memorie , in lavori redatti per lo Stato Maggiore e quindi non altrimenti divulgabili. Né è da escludere, anche, che proprio l'appartenenza al Corpo di Stato Maggiore e l'assegnazione all'ufficio particolare del Capo, rendesse più opportuno un temporaneo, prudente defilamento da esibizioni letterarie che forse non sarebbero state gradite più di tanto. Quella a cui abbiamo accennato , era un saggio dal titolo Patria ed Armi (20), premiato ad un concorso indetto dalla sezione di Firenze della Lega Navale Italiana per un lavoro che si contrapponesse in qualche modo alla ventata antimilitaristica in corso, essendo fra gli scopi della Lega non solo quello di patrocinare la politica navale ma (20) Stabilimento Tipografico Civelli, Firenze, 1907.


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anche quello di appoggiare e sostenere le istituzioni, e tra queste primariamente quelle militari. L'elaborato di Grazioli era imperniato su un rapporto dialettico, ipotetico o vero che fosse, nato fra lui, ufficiale di guarnigione in una piccola città industriale, ed un giovane operaio che aveva raccolto in una specie di diario il resoconto delle loro conversazioni e gliene aveva poi fatto omaggio. Il giovane, nipote di un garibaldino, era reduce da una serie di esperienze nell'ambito dell'organizzazione operaia che lo avevano profondamente deluso al punto da uscire dall'organizzazione stessa, restando però in una situazione psicologica di conflittualità dal momento che non riusciva a conciliare termini tanto opposti quali i sentimenti ai quali era stato educato sin dall'infanzia e le ideologie che aveva assorbito più recentemente. L'ufficiale illustrava all'operaio il concetto di Patria, di difesa nazionale, di connessione fra le istituzioni civili e quelle militari , ed in questo senso il saggio riecheggiava alcuni dei concetti già espressi nel 1902 ne L'Esercito nel presente momento sociale. Nel 1920 vedeva la luce un Saggio sull'evoluzione della dottrina tattica nella guerra europea (21), il cui contenuto aveva costituito oggetto di prolusione al corso informativo, tenuto presso la Scuola Centrale di Fanteria nel marzo dello stesso anno, agli ufficiali insegnanti di Arte Militare nelle varie Scuole Militari. Era distinto in due parti , la dottrina tattica con la quale l'esercito italiano era entrato in guerra e l'evoluzione tattica guerra durante. Nella prima parte, Graziali ricordava come lo spirito che informava le norme tattiche con le quali l'esercito italiano era entrato in guerra nel maggio 1915 riprendeva di molto il vecchio spirito tattico tedesco affermatosi vittoriosamente nelle grandi battaglie del 1866 e del 1870, per quanto un po' riverniciato dall'esperienza delle guerre successive e specialmente da quella anglo-boera del 1899-1901 e da quella russo-giapponese svoltasi fra il 1904 ed il 1906. Questo modello, però, aveva cominciato a presentare negli ultimi anni non poche screpolature ed a dare sintomi di manifesto deterioramento, non tanto per un invecchiamento della dottrina in sé quanto, piuttosto, per l'eccesso di studio critico e di sovrastrutture artificiali ai quali era stata sottoposta durante 45 anni di pace europea da parte di raffinati teorici che avevano a poco a poco dimenticato la guerra vera, l'avevano ridotta ad una cosa fredda, scomposta per ramificazione in una casistica troppo abbondante, minuta e contraddittoria (21) Società Tipografica Modenese, Modena, 1920, pagg. 47.


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che deconcentrava le menti e le distoglieva dalla comprensione dei principi essenziali, i soli che in guerra abbiano un qualche valore. La guerra di Libia non aveva apportato sensibili variazioni nelle idee e nei metodi di addestramento tattico ora esposti, e ciò sia per il carattere troppo speciale di quel teatro di operazioni coloniale e del nemico che avevamo di fronte , sia perché i ben più importanti avvenimenti europei che erano seguiti avevano impedito di maturare le deduzioni tattiche che da quella particolare guerra potevano trarsi. Essa aveva avuto per effetto di mettere piuttosto in luce l'alto valore dei moderni mezzi difensivi (sopratutto reticolati e trincee) e la straordinaria efficacia, sempre difensiva, delle nuove armi (specie mitragliatrici ed artiglierie a tiro rapido) che non la possibilità di un largo e decisivo sfruttamento di questi mezzi in ambito offensivo. Nell'esaminare i vari aspetti relativi alle singole Armi, per quanto riguardava la fanteria Grazioli metteva in evidenza un equivoco concettuale che era stato alla base di un certo tipo di condotta nell'effettuazione degli attacchi. La manovra tattica, infatti, era stata concepita per molti anni secondo uno schema legato al principio classico, dopo che la cresciuta potenza, gittata e celerità di tiro delle armi da fuoco avevano sconsigliato la forma d'attacco centrale di napoleonica memoria, dell'azione portata preferibilmente su un 'ala o su un fianco , e ciò non solo da parte di grandi contingenti ma anche da parte di minori unità (unità d'ala od unità isolate). Solo negli ultimi anni immediatamente precedenti la grande guerra era stato dato più spazio all'ipotesi di unità inquadrate , ma questa visione più reale della battaglia moderna , distogliendo a poco a poco l'attenzione dal tipo di manovra suddetto, non produceva l'effetto di orientare le stesse verso una prolungata e sistematica manovra di penetrazione, determinando invece proprio l'assenza quasi assoluta di qualsiasi forma di manovra, riducendo tutta l'arte tattica alla pura e semplice avanzata meccanica , tanto quanto bastava per arrivare progressivamente e con l'aiuto del fuoco sul nemico , entro i limiti rigorosi del rettangolo di competenza del reparto. Nessuno , allora, prevedeva la necessità e l'importanza di una manovra razionale non più nel senso laterale (attacchi d'ala o di fianco, avvolgimenti, ecc.) ma nel senso della profondità (attacchi di rottura, di penetrazione, di infiltrazione, ecc.), tutte cose che la guerra europea avrebbe poi messo in luce come una realtà imponente alla quale si sarebbe dovuto provvedere nel corso della guerra stessa. Per quanto atteneva poi ai due elementi fondamentali nell'azione della fanteria, e cioè fuoco e movimento, il primo doveva limitarsi ad appoggiare


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meccanicamente il secondo mediante una protezione progressivamente crescente di sempre nuovi fucili sulla linea (gioco dei rincalzi) fino a raffittire quella superiorità di fuoco sul nemico da cui doveva poi scaturire, quasi naturalmente , la spinta per l'assalto, cioè per l'urto, affidato alle truppe stesse che avevano provveduto alla preparazione di fuoco. Il fuoco, quindi, precedeva ma non accompagnava il movimento , lo preparava ma non lo compenetrava: non si era ancora intuita la possibilità di « manovrare col fuoco », portandolo materialmente sul nemico nelle direzioni e sui punti più sensibili, in intima funzione con il movimento. Mancando questo concetto, la preponderanza di fuoco non poteva ottenersi che addensando senza risparmio i fucilieri e le poche mitragliatrici sulla linea del fuoco, tenendo conto, per quest'ultima, che essa era considerata ancora come un qualcosa al di fuori dell'armamento tipico della fanteria e con assai limitata influenza sui procedimenti tattici, specie nell'offensiva. La battaglia, inoltre, era concepita come fine a sé stessa e mancante di profondità; espugnata la posizione nemica, essa era virtualmente finita. Mancava, totalmente, l'idea che la conquista di una posizione avversaria non fosse che l'inizio di un processo per il quale le truppe, sempre scaglionate in profondità, avanzassero manovrando con la moltiplicata potenza di fuoco di ciascun elemento , sostituendosi e scavalcandosi in progressione, mirando non a questa od a quella posizione nemica ma alle spalle di tutto il dispositivo, per dilagare poi oltre in una vera e propria azione di movimento. La disamina di Grazioli continuava prendendo in esame l'artiglieria, la cavalleria ed il genio. Per la prima, se alla vigilia dell'entrata in guerra erano stati razionalizzati i criteri di impiego tattico dell'Arma, non altrettanto si era progredito nel settore più vasto e complesso della organizzazione del tiro ai fini di esplicare una vera e propria azione di fuoco a massa con i relativi servizi di osservazione e collegamento, ed anche nel campo della cooperazione fra artiglieria e fanteria, che l'autore attribuiva non tanto a carenza di dottrina quanto a difficoltà di ordine sperimentale legate a vincoli economici. L'artiglieria aveva dovuto pertanto, più o meno presso tutti gli eserciti belligeranti, effettuare la sua grande scuola pratica nel primo periodo del conflitto, favorita dalla stasi prolungata della guerra di trincea, completando poi nei periodi successivi quel grado di stretta cooperazione che l'evoluzione della tattica della fanteria nel senso della profondità, avvenuta anch'essa durante la guerra, rendeva indispensabile. La cavalleria era entrata in guerra penaliz-


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zata da una deficienza di addestramento tanto nel campo tattico, dove l'impiego di minori reparti in questo senso , patrocinato da Pellio durante il periodo in cui era stato Capo di Stato Maggiore, non era stato recepito in seno ali' Arma, quanto in quello strategico, per il quale i comandanti dei reparti non riuscivano a liberarsi dal pregiudizio che, essendo la cavalleria un'arma che si logora in pochi giorni e che non può più essere rinnovata perché non può improvvisarsi, convenisse impiegarla con cautela e riservarla per l'atto classico della conclusione della battaglia, l'inseguimento. La seconda parte, quella relativa all'evoluzione tattica durante la prima guerra mondiale, costituiva un'ampia carrellata storico-tattica di notevole interesse rievocativo e della quale, proprio per questo, riteniamo opportuno riportare testualmente alcuni brani tra i più significativi. L'Italia, secondo Grazioli, entrata in guerra con poche notizie esatte circa il momento tattico già deUneatosi altrove, inebriata dai primi passi in pianura non contrastati dagli austriaci, aveva cozzato ben presto contro organizzazioni difensive analoghe a quelle già da tempo applicate sul fronte occidentale europeo e, priva com'era, forse più d'ogni altra nazione belligerante, di mezzi di distruzione adeguati, aveva creduto per lungo tempo di poter avere ragione di quelle difese a forza di materiale umano prodigato senza risparmio ed applicando nel campo tattico il bagaglio di dottrina col quale era entrata nel conflitto. Le ingenti perdite, ed io particolare quelle dei migliori ufficiali, dovevano però persuadere tutti che era giunto il momento di dimenticare al più presto le teorie del tempo di pace e di ricostruire nella guerra e per la guerra la nostra educazione strategica e tattica, chiedendo all'industria nazionale i mezzi necessari a fare la guerra sul serio. In attesa di ciò: dopo il periodo di tentativi a base di pinze e di tubi esplosivi, ci adattammo anche noi alla morta gora della guerra di posizione e pagammo anche noi il tributo di pervertimento tattico a cui questo tipo di guerra conduce .. . gli eserciti si sprofondarono nelle trincee dovunque riuscirono a giungere, e tennero duro fra disagi inauditi e talvolta in situazioni tattiche reciproche addirittura assurde, che rappresentavano la negazione di ogni forma d'arte militare.

L'esposizione continuava con efficaci annotazioni sulla guerra di trincea: In quel periodo di stasi tattica e di poca conoscenza dei particolari di esecuzione delle vigorose fortunate offensive nemiche


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condotte da Makensen in Galizia e da Kovess in Montenegro e Serbia, anche lo studio di nuovi procedimenti tattici languiva. La guerra lineare di trincea assorbiva ogni attività e perfezionava fino all'incredibile i servizi varì ad essa connessi: osservazione, vigilanza, tiri di sbarramento, piccole azioni di pattuglie ardite, servizio interno di trincea, difesa dai congelamenti e dai gas e via dicendo. Una mania di sprofondamento nel terreno dominava non soltanto tutte le linee di combattimento, ma altresì i servizi di retrovia, i comandi, le comunicazioni, i rincalzi, le riserve. La prima linea era la principale linea di difesa, affollata di uomini e ben protetta da reticolati sempre più fitti ed a più ordini. L'ostacolo passivo era l'elemento più curato. L'enorme estensione delle fronti continue, fittamente presidiate, toglieva la possibilità di tenere forti riserve strategiche, la cui necessità del resto era poco sentita, perché si ritenevano poco probabili grandi sfondamenti per la fiducia illimitata nella invincibile resistenza delle prime linee, ispirata soprattutto dalla esperimentata potenza e dal funzionamento del fuoco dell'artiglieria e di mitragliatrici della difesa concentrato intorno all'ostacolo passivo. I concetti di manovra propugnati dalla regolamentazione tattica dell'anteguerra erano dalla pluralità giudicati cosa ormai sorpassata. Tutte le forme di attività connesse alla guerra di movimento erano andate a poco a poco in disuso. Nel campo organico, la guerra di trincea aveva finito per terriLOrializzare molte formazioni: il carreggio faceva un servizio presidiario o di rifornimento locale, perfino il carreggio di combattimento e gli stessi carri speciali da pontieri servivano al trasporto dei materiali per i lavori di retrovia.

Frattanto, l'apparizione dei primi congegni per la rottura dei reticolati a distanza e, ancor più, della bombarda, aveva aperto una nuova era tattica nel quadro della prima guerra mondiale. Tuttavia l'industria bellica non aveva ancora saputo accompagnare questo grande successo tecnico con un altro non meno importante, cioè quello di dotare le truppe d'attacco di armi automatiche e di mezzi di distruzione leggerissimi capaci di seguire materialmente le ondate di assalto e dar loro il modo di neutralizzare direttamente le mitragliatrici nemiche arretrate, sorte col concetto nuovo della difesa in profondità. Queste sopravvivevano in genere ad ogni preliminare azione di distruzione e falciavano le ondate stesse allorché balzavano fuori dalle loro trincee. Cosicché succedeva di solito che l'attaccante avanzava, dopo aver raso al suolo con prolungati bombardamenti le prime difese nemiche, ma la sua ulteriore penetrazione


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al di là di queste difese restava subordinata all'esistenza o meno di mitragliatrici nemiche sopravvissute, il cui fuoco non si svelava che all'atto dell'avanzata stessa e contro il quale risultava inefficace il tiro di accompagnamento delle artiglierie, perché piazzate troppo lontane dalle fanterie e quindi collegate con queste in modo così incerto da non poter tempestivamente sostenerle nel difficile compito di mettere fuori combattimento bersagli tanto piccoli e pur tanto micidiali. Ne erano derivate avanzate assai ampie nel senso frontale - e d'altra parte la riduzione dei fronti d'attacco, sino quasi a puntate localizzate, era stato pagato ad assai caro prezzo dagli anglo-francesi durante le operazioni offensive in Francia nell'estate del 1916 - ma di fatto limitatissime nel senso della profondità, tanto più limitate quanto meglio organizzata in profondità e più attiva era risultata la difesa nemica. A questo tipo di operazioni offensive appartenevano la battaglia per Gorizia dell'agosto 1916, la presa del San Michele e del settore carsico di Doberdò, la conseguente conquista del vallone omonimo più a levante, le famose spallate della 3a Armata nella zon_a di Oppachiasella in autunno, nonché le successive offensive del Kuk e del Vodice a nord di Gorizia nella primavera del 1917. Soprattutto nell'esito vittorioso della battaglia di Gorizia, aveva avuto una parte rilevante il sensibile perfezionamento dell'impiego tattico offensivo del'artiglieria, specie per quello che riguardava il collegamento con l'azione della fanteria (efficace sincronizzazione del fuoco di controbatteria), l'organizzazione del tiro, le dipendenze dei comandi, il servizio degli osservatori e delle comunicazioni. La lunga sosta intercorsa fra la battaglia di Gorizia e le grandi offensive primaverili ed estive del 1917 culminate con la battaglia della Bainsizza, se pur caratterizzate da un ritorno alla guerra di posizione, aveva dato luogo ad alcuni ripensamenti tattici, specie nell'ambito della 2a e 3a Armata, culminati nella costituzione dei reparti d'assalto ed in una più opportuna configurazione del battaglione di fanteria. Contemporaneamente, andavano prendendo sempre più sviluppo i concetti di difesa a grande scaglionamento in profondità ed i metodi di difesa elastica, questi ultimi non ancora fondati sull'organizzazione di centri staccati di resistenza reciprocamente appoggiantisi , ma piuttosto sulla pluralità di linee difensive continue. L'analisi che Graziali andava compiendo sull'evoluzione tattica non si limitava al fronte italiano ma prendeva in esame gli aspetti più significativi degli avvenimenti che si erano svolti sugli altri fronti. Tra questi, la grande offensiva alleata in Francia condotta, nella


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primavera del 1917, dal generale Nivelle, vero e proprio tentativo su grande scala di battaglia di rottura contro un fronte potentemente organizzato a difesa: Questa offensiva, dopo alcuni primi successi, fallì; ma le ragioni del suo fallìmento, dovute essenzialmente alla mancanza di un concetto chiaro delle esigenze essenziali del combattimento di rottura profondo e della matematica proporzionalità fra la forza di ciascuna unità e la sua capacità, diremo così penetrativa e quindi della necessità di una alimentazione profonda e continua dell'attacco, valsero meglio di ogni altra teoria a preparare la nuova riforma che doveva dare definitivamente moto alla guerra. Il concetto che la vittoria sta al di là dell'ultima trincea era buono: ma per andare al di là, bisognava pure attraversare una zona che ormai, con i progressi della difesa scaglionata ed elastica, era diventata assai profonda ed irta di ostacoli crescenti. Bisognava quindi studiare il modo di superare metodicamente questa zona. Fissare degli obiettivi lontani e lanciarvi sopra forze ingenti , dopo aver soltanto superata la prima crosta della difesa nemica, equivaleva condannare la fanteria ad una progressiva separazione dai potenti mezzi ausiliari dell'attacco e quindi a lasciarla sola, priva ancora di mezzi propri di penetrazione ed infiltrazione: era cioè condannarla ad un inutile macello. Il fallimento di questa grande offensiva alleata valse perciò a dare la spinta allo studio di nuovi mezzi e di nuovi metodi d'attacco , e perciò è tipica nella storia tattica della guerra, come anche è memorabile per la prima comparsa su grande scala, nel campo inglese, del nuovo strumento d'attacco: la tank , la quale, se pur ancora incerta nel suo impiego, valse tuttavia ad assicurare ai britannici notevoli successi nel settore di Arras, appunto perché rappresentava un primo mezzo di accompagnamento effettivo e prolungato della fanteria contro la zona nemica organizzata a difesa. Gli ammaestramenti preziosi di questa poco fortunata offensiva anglo-francese della primavera e dell'estate del 1917 furono, come al solito, rapidamente sfruttati ed attuati dai tedeschi , e la prova decisiva se ne ebbe poco dopo, cioè nel settembre del 1917, con la brillante operazione conosciuta sotto il nome di sfondamento di Riga.

Seguiva un accurato esame di questa offensiva, condotta dall'8a Armata tedesca del generale von Hutier, prova generale della nuova organizzazione e del nuovo metodo d'attacco che poi, a poco a· poco, sarebbe stato adottato nelle varie offensive su tutti i fronti


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e che sarebbe culminato in modo ancora più perfetto e completo nella grande offensiva tedesca della primavera 1918 in Francia. Grazioli elencava i fattori del successo: la sorpresa, che non era certo una novità sul piano concettuale ma che era stata attuata in questa occazione con criteri innovatori, quali ad esempio il concentramento preliminare del corpo d'attacco ad oltre 100 km dietro il fronte ed il successivo avvicinamento rapido con marce notturne; la riduzione al minimo, in termini temporali, del fuoco di distruzione, concentrandolo invece al massimo in termini di intensità ed efficacia; neutralizzazione di vaste zone pericolose con proietti a gas e cortine di fumo; attacco di penetrazione con obiettivi graduati nello spazio e proporzionati alla capacità penetrativa di ogni reparto; alimentazione progressiva dell'attacco matematicamente prestabilita, con adeguate forze di 2a e 3a linea destinate al momento opportuno allo scavalcamento delle unità logore ed alla prosecuzione dell'azione. In sostanza, in questa prima prova che riuscì benissimo e con poche perdite, anche perché fu favorita dall'incipiente disorganizzazione dell'esercito russo, restò affermato questo principio: che per avere risultati risolutivi non basta proporsi di sfondare qualche linea dell'organizzazione difensiva nemica, ma che occorre proporsi di penetrare a fondo nel vivo di tutta la zona difensiva dell'avversario per arrivare al di là, dove soltanto si .tocca il successo; e che per arrivare al di là occorre tutto predisporre per una alimentazione costante di forze e di mezzi adeguati agli ostacoli che si incontreranno lungo tutta la direttrice d'attacco. Questa alimentazione non si ottiene col peso della massa umana lanciata all'assalto a fitte ondate contro tali ostacoli , ma con un razionale scaglionamento in profondità dell'attacco analogo a quello già adottato dalla difesa, e tale che ad ogni tempo l'attacco conservi sulla difesa la sua decisiva superiorità di fuoco e di manovra. E per conservarla, non conviene esaurirsi nel battere la testa contro gli ostacoli più duri, ma conviene invece neutralizzarli con fuoco e sorpassarli aggirandoli con la manovra. Questo metodo tattico razionale fu diffuso rapidamente e con intenso addestramento negli eserciti degli Imperi Centrali e fu adottato, fino ad un certo punto, poco più di un mese dopo contro di noi a Caporetto.

Le considerazioni che seguono ci sembra costituiscano, pur nella loro brevità, una nitida , essenziale e franca messa a fuoco di un evento intorno al quale sono stati spesi fiumi di parole e non sempre a proposito:


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In verità, il successo austro-tedesco di Caporetto non fu tutto merito del nuovo metodo d'attacco. Vi concorsero diversi fattori morali e materiali negativi che da qualche tempo avevano affievolito la resistenza dell'Esercito italiano specie sul fronte orientale del nostro teatro d'operazioni. Ma per restare nel puro campo tattico, ciascuno di noi ricorda, per quel che ne ha visto, i procedimenti d'attacco del nemico e deve riconoscere che, per quanto attuati da esso con molta imperfezione soprattuto dopo ottenuto il desiderato sfondamento, essi riuscirono effettivamente per noi una sorpresa, per quanto si riferisce specialmente alla tattica di infiltrazione ed all'ardito impiego di nuclei leggeri muniti di mitragliatrici su mezzi meccanici da trasporto. Fu fortuna per noi che le gravi difficoltà logistiche, dipendenti specialmente dai grossi ostacoli successivi costituiti dai fiumi veneti ingrossati dalle piogge, e più ancora le evidenti deficienze nell'alimentazione dell'attacco, che forse il nemico stesso non prevedeva così fortunato, abbiano entro uno spazio relativamente breve rallentato la potenza e la foga dell'invasore, sì che bastò ad arrestarlo la prima tenue nostra resistenza sul Grappa e sul Piave, affidata a poche unità con poche artiglierie meno scosse. Ma nello stesso tempo è nostro dovere riconoscere lealmente che l'arte tattica italiana, nel triste periodo della ritirata non fu pari al valore di cui molte unità dettero pur luminosa prova nell'aspro frangente. Avvenuto lo sfondamento parve che tutto restasse travolto. e di tanta dottrina tattica maturata in oltre due anni di guerra, null'altro rimase che la gretta e rudimentale tendenza alla difesa lineare di retroguardia lungo i corsi d'acqua normali al cammino doloroso dell'Esercito in ritirata, ed in questa applicazione rudimentale di un metodo di protezione, eroico fin che si vuole, ma senza ombra di concetto controffensivo, vennero gettate anche le masse di cavalleria richiamate in tutta fretta dai loro quartieri d'inverno e che se si fossero invece avute alla mano e fossero state preventivamente addestrate in unione a nuclei di altre armi celeri, avrebbero certo reso in quel frangente servizi incomparabili.

Dopo un cenno anticipatorio sulla nostra positiva condotta tattica durante gli avvenimenti del giugno e dell'ottobre 1918 sul Piave - era prossima la pubblicazione, da parte dello Stato Maggiore, della Relazione sulla battaglia di giugno, e Grazioli non intendeva anteporsi ad essa - conseguenti al rinnovamento dell'esercito nel campo organico, disciplinare ed addestrativo, l'autore passava ad esaminare la grande e decisa ripresa offensiva che i tedeschi erano andati allestendo in Francia per la primavera 1918. La preparazione


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consisteva in una riproduzione, in dimensioni enormemente p1u vaste , delle norme tattiche adottate con tanto successo da von Hutier nello sfondamento di Riga (i carri armati rappresentavano , fra i mezzi bellici , l'elemento nuovo , quanto meno per i tedeschi) , ta nto è vero che lo stesso generale era stato designato a comandare quella 183 Armata che nel primo periodo dell'offensiva, dal 21 marzo al 5 aprile, aveva sferrato in Piccardia l'attacco principale tendente a spezzare il fronte anglo-francese nella zona di giunzione dei due alleati. L'offensiva aveva comportato dei riscontri positivi e negativi. Fra i primi, lo sfondamento completo del fronte alleato per una profondità massima di 60 km, con conseguente arretramento degli avversari e loro riduzione , in questo tratto di fronte , io stato di grande disorganizzazione ed in campo aperto, cioè al di fuori completamente della loro profonda fascia difensiva preparata; fra i secondi, il logoramento completo dell'armata di attacco , con esaurimento di tutte le riserve, ed il fallimento dell'obiettivo strategico principale (separazione dei francesi dagli inglesi) e successivo (occupazione di Parigi). Grazioli enumerava le ragioni del fallimento: a. imperfezione di alcuni particolari tecnici nel complesso dei nuovi procedimenti tattici tedeschi, come ammesso dallo stesso Ludendorff; tali metodi presupponevano uno strumento umano perfetto , mentre il soldato tedesco del 1918 non era più quello del 1914; b. logoramento delle unità di attacco assai superiore al previsto e dovuto specialmente agli effetti dei sopravviventi nidi di mitragliatrici, di fronte ai quali anche i nuovi metodi di attacco tedesco non si erano dimostrati sempre risolutivi; conseguente, progressivo esaurimento della capacità offensiva della massa d'urto fino a zero; impossibilità, per ragioni organiche e strategiche, di alimentarla con altre masse che non erano disponibili; c. azione offensiva alleata andatasi maturando durante l'attacco tedesco con molto slancio e spirito controffensivo, sebbene da principio con carattere parziale e non con altrettanta organicità; d. effetti gravi dell'aviazione alleata sulle truppe tedesche. I successivi te~tativi di sfondamento tedesco su altri punti del fronte alleato , in Fiandra e nello Champagne, riecheggiavano i metodi di quello iniziale, con analoghi risultati: vasto e profondo sfondamento subitaneo seguito, dopo alcuni giorni di sforzo penetrativo , da invariabile esaurimento , in Fiandra dopo una penetrazione massima di poco più di 30 km, nello Champagne di poco meno di 60.


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Da parte alleata, la loro condotta sotto il primo attacco dell'offensiva nemica risentivà chiaramente, secondo Graziali, di due difetti: delle abitudini deleterie contratte nella lunga guerra di posizione, specialmente per la eccessiva localizzazione e meccanicità dei contrattacchi , per la frequenza con la quale posizioni fortissime cadevano per il solo fatto di vedersi minacciate ai fianchi dalla tattica di infiltrazione nemica; dallo sgomento e dal disorientamento per trovarsi bruscamente ridotti in campo aperto, sul rovescio del profondo ed elaborato sistema difensivo dentro il quale si viveva e si combatteva da tanto tempo. Non tardava, però, il risveglio, auspice Pétain con una nota dell'aprile 1918, proprio mentre si svolgeva la seconda fase dell'offensiva tedesca, che si ispirava completamente alla guerra in campo aperto ed alla mobilità, basata sulla stessa sostanza della tattica tedesca, di infiltrazione nei corridoi di più pronto accesso, di neutralizzazione e di avviluppamento delle resistenze più forti, esaltatrice della potenza del fuoco e della rarefazione della massa umana, cui era da aggiungere, rispetto ai tedeschi, il loro impiego del carro d'assalto , l'arma nuova di impronta anglo-francese. Con rapidità, il nuovo spirito offensivo riusciva a diffondersi persino fra le prime forze destinate al tamponamento, e raggiungendovi il culmine con il contrattacco condotto in giugno, nella zona di Montdidier, con massiccio impiego di carri, una o due batterie per ciascun battaglione di fanteria. Era il suggello del concetto di difesa essenzialmente aggressiva, che si proponeva non tanto di rispondere al nemico quanto di prevenirlo, il cui atto tipico si sostanziava nella contropreparazione, fondata su un perfetto servizio informativo. Ad esso si era uniformato, sottolineava Grazioli, il Comando Supremo italiano nella condotta della battaglia difensiva sul Piave nel giugno 1918, in merito alla quale rimandava alla imminente monografia ufficiale dello Stato Maggiore. Tornando agli alleati, la grande controffensiva franco-inglese della fine di luglio dello stesso anno, continuatasi in pratica sino all'armistizio, era stata praticamente condotta con le stesse norme tattiche elaborate dai tedeschi per la loro offensiva di primavera. La dottrina tattica, nelle fasi terminali della grande guerra europea, sanciva la propria evoluzione con l'affermazione, comune ormai a tutte le forze in campo , della fusione dell'atteggiamento offensivo e di quello difensivo, i quali in realtà altro non erano che due modi della manovra tattica concorrenti verso lo scopo massimo di ogni azione di guerra: l'annientamento del nemico. Il primo, allorché il prezzo della sua azione diventava troppo oneroso, doveva tramutarsi nel secondo, e


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questo si sarebbe potuto anche avvalere delle trincee e delle difese accessorie, ma facendole ritornare a quello che avrebbero sempre dovuto essere , cioè non un elemento fine a sé stesso ma una componente necessaria e concorrente della manovra, sia offensiva che difensiva. Singolare, concludeva Grazioli , che a questa eredità tattica della guerra avesse dato il contributo di pensiero più rilevante proprio la parte che ne usciva sconfitta. Abbiamo avuto occasione di leggere alcune fra le opere più note sugli aspetti operativi della prima guerra mondiale, ma riteniamo che poche fra loro siano riuscite, in rapporto anche ai limiti estensivi , a dare di essi e della loro evoluzione una visione d'insieme così chiara e correlata nei suoi varì aspetti come questo saggio di Graziali, che riteniamo pertanto uno fra i migliori contributi della sua attività pubblicistica. È del 1920 anche l'articolo L 'educazione fisica militare (22), riproducente il testo di una conferenza tenuta il 7 settembre dello stesso anno agli ufficiali superiori del 4° Corso Informativo della Scuola Centrale di Fanteria nella sede della nuova Scuola Centrale di Educazione Fisica Militare di Roma. In esso, Graziali si rifaceva alle esperienze della guerra, alle caratteristiche dei reparti d'assalto, al fatto che molti comandanti, pur intellettualmente validi, avevano fallito la prova sul campo perché il loro potenziale fisico faceva difetto di fronte al profondo logorio che l'esercizio stesso del comando comportava. Il problema, sosteneva l'autore, non era quello di creare pochi specialisti, ma di diffondere in tutta la massa (in particolare quella della fanteria) quella mentalità e quella preparazione fisica proiettate ai fini bellici, che avevano trovato appunto nei reparti d'assalto la loro massima espressione. Dal punto di vista metodologico , distingueva un'educazione fisica di sviluppo e preparazione ed una di applicazione. Nel 1921, edito a cura della Scuola di Guerra , usciva un libro dal titolo suggestivo, Pedagogia militare (23), di cui Grazioli redigeva la prefazione. Era un tema stimolante, e si può ben immaginare come lo fosse in particolare per il prefatore che verso l'argomento aveva sempre nutrito uno specifico interesse. Non si chiedeva più, sosteneva questi , educazione nel senso stretto di una vaga e generica diffusione di precetti morali ma, più chiaramente e peculiarmente, nel senso di sviluppo intero del(22) Rassegna dell'Esercito Italiano, fase. Xl-Xll , 1920. (23) Boccaccia E. Pedagogia militare. Scuola di Guerra, 1921, prefazione del generale Francesco Saverio Grazioli.


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l'uomo sociale. L'uomo non era ancora pervenuto a fondare su basi chiare e razionali la propria educazione; in Italia, si pagava lo scotto della mancanza di unità e convergenza, della separazione quasi categorica fra educazione civile ed educazione militare, estranee l'una all'altra, da cui l'impossibilità dell'unitarietà del problema dell'educazione, cioè dello sviluppo armonico e completo di tutto l'uomocittadino nelle sue facoltà complesse. La guerra era stato un banco di prova, specialmente durante la crisi del novembre 1917, crisi salutare perché aveva fatto lievitare quello che la carenza educativa non aveva prodotto negli anni successivi alla proclamazione dell'unità del Regno, il senso cioè di una comunità nazionale dove tutti i cittadini non si sentano veramente tali se non quando si sentano consapevoli dell'onere di tutte le funzioni , sia civili che militari. La lezione della guerra imponeva all'esercito di essere esso stesso una scuola inserita nel più vasto quadro della scuola nazionale, non più accettando di essere considerato come un istituto a sé, con una pedagogia propria od addirittura senza pedagogia: L'Esercito guarda oggi al suo problema educativo, quindi ai termini del suo sviluppo, come ad un problema non separabile in alcuna maniera dal problema della pedagogia nazionale; e pertanto incomincia ad allacciarsi ad essa, a gettare i ponti per ritrovarsi sul terreno degli stessi principii. Se la scienza pedagogica dice: Per educare l'uomo bisogna conoscerlo, l'Esercito annuisce senza restrizioni, ed intende applicarsi per raggiungere tale conoscenza così estesamente come occorre, seguendo le vie della conoscenza già tracciate dalle scienze che mirano a tal fine. Vogliamo aver fede nel consentimento di quella che fu l'altra sponda della scuola, perché i ponti che gittiamo non siano da essa respinti; vogliamo aver fede che anche dall'altra parte, oltre la sollecitudine per accogliere e darci aiuto , si voglia gittare altri ponti per venire a noi, onde conoscerci intimamente, dacché questo è necessario al bene del Paese: gli applausi , i benevoli apprezzamenti generici sul nostro valore e le dimostrazioni vaghe di simpatia da lontano o da vicino , non bastano più , perché di due educazioni non fanno una sola educazione , di due scuole non hanno una sola scuola tutta convergente alla creazione del fatto educativo unico, perché di tante anime non fanno un'anima sola, del popolo diviso da tanti motivi non fanno un sol popolo unito in un motivo supremo; perché applausi , apprezzamenti benevoli e vaghi, simpatie transitorie, non bastano a stabilire nel presente i fondamenti dell'avvenire, quando una profonda armonia non rassodi le varie scuole in quella unità concettuale superiore che sia guida agli


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spiriti e pegno della loro solidarietà attiva nell'azione, per virtù d'una precedente e sicura solidarietà di pensiero entro i termini di un chiaro orizzonte pedagogico.

La soluzione del problema, concludeva Grazioli , stava nel ristabilire la sicura visione dell'unità virtuale intercorrente fra scuola civile e scuola militare , da quando l'addestramento nell'uso delle armi era divenuto un elemento dell'educazione civica e non più un semplice fatto professionale fisico-intellettivo da mercenari. Anche del 1921 era l'articolo Note sul combattimento della fanteria (24), una memoria destinata agli insegnanti ed allievi delle Scuole Militari che faceva seguito all'Evoluzione della dottrina tattica nella guerra europea, nella quale venivano trattati i mezzi a disposizione della fanteria (con una sintesi, per ciascuno di essi, delle caratteristiche, dei pregi, delle limitazioni) ed i criteri tattici fondamentali comuni a tutte le unità di piccola o grande entità (individualità organica e tattica di ciascun reparto, snodamento delle forze nel senso frontale e della profondità, costante ed intima cooperazione del fuoco , del movimento e dell'urto nell'azione tattica dei gruppi, capacità penetrativa, la sorpresa, ecc.). li 1922 era contrassegnato da due lavori dei quali abbiamo già riferito nel capitolo precedente, Cavalleria moderna e Corpi Celeri misti (25) e Note sull'impiego di Grandi Unità Celeri miste (26) e da un altro saggio, La cooperazione tattica (27), diviso in due parti , la prima riservata ai concetti generali e la seconda alle varie Armi combattenti come strumenti di cooperazione tattica. La vera, grande scuola in questo senso era stata, affermava Grazioli , la guerra, anche se non aveva colmato tutte le lacune; essa, infatti, era stata prevalentemente statica, e solo verso il suo termine aveva assunto un carattere più manovriero e dinamico di cui, ad esempio, Vittorio Veneto , che altro non era stato se non un grande inseguimento, aveva rappresentato un momento particolare. Restava quindi il problema di studiare la cooperazione tattica soprattutto da questo punto di vista dinamico, quello cioè nel quale l'evento bellico presenta le maggiori difficoltà per la estemporaneità stessa dell'azione , per la più larga parte che in esso hanno l'imprevisto e la sorpre(24) Rassegna dell'Esercito Italiano , fase. 11-lll, 1921. (25) Rassegna dell'Esercito lcaliano, fase. 1-11 ,1922. (26) Stabilimento Poligrafico per l'Amministrazione della Guerra, Roma, 1922, pagg. 23. (27) Rivista di Artiglieria e Genio, 1922, pagg. 12-46.


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sa, per le difficoltà enormemente maggiori legate al funzionamento dei servizi, dei collegamenti e delle comunicazioni. Nel quadro dei concetti di ordine generale, una prima puntualizzazione andava fatta circa la necessità di non confondere cooperazione con parificazione. L'affratellamento, infatti, del comune lavoro sul campo di battaglia aveva fatto ritenere possibile, anzi conveniente, una sensibile attenuazione delle speciali caratteristiche di ciascuna Arma, e quindi aveva fatto vagheggiare da parte di alcuni una completa uniformità di preparazione e di studi; come se, in sostanza, visto che si doveva combattere insieme e per lo stesso scopo, tanto valesse che tutti sapessero le stesse cose , lavorassero nello stesso modo, fossero insomma una cosa sola pur maneggiando armi e strumenti diversi. La cooperazione, precisava Graziali, non voleva l'eguaglianza, non significava monolitica uniformità, anzi essa sarebbe stata più feconda ed attiva quanto più avesse avuto carattere di concorrenza armonica di elementi bellici diversi per indole e per mezzi d'azione; conservare integra, quindi, l'indole di ciascuna Arma era la condizione prima ed essenziale per ottenere una buona cooperazione. In secondo luogo, ciascun'Arma, per ben cooperare con le altre, doveva: conoscere esattamente fino a che punto e sotto quale forma le altre Armi potevano aver bisogno del suo concorso e, reciprocamente, fino a che punto esse stesse potessero cooperare alla migliore attuazione di tale concorso; avere l'attitudine piena e completa a ricercare, per questa via, l'armonia complessiva dell'azione quale è voluta dal pensiero dii:ettivo del comando superiore, traducendo tutto ciò in atto con partecipazione e spirito di fantasia. Ne derivavano due forme di cooperazione tattica, definite dall'autore come direttiva ed esecutiva, di cui la prima riguardava soprattutto l'azione di comando di una qualsiasi unità, grande o piccola, delle varie Armi, mentre la seconda concerneva in particolare l'azione intrinseca delle varie Armi operanti insieme per attuare il disegno del comando congiunto. A proposito della cooperazione tattica direttiva, scriveva Grazioli: . . . così vano sarebbe sperare che un comandante di reparti delle varie armi possa far svolgere alle proprie truppe un'azione armonica, intonata allo scopo che egli intende conseguire (cioè la vittoria sul nemico), se non avrà una conoscenza perfetta dell'indole e del valore tattico o misura tattica dei gruppi vari di strumenti (armi combattenti) che egli ha a sua disposizione; se non avrà la facoltà di intuire esattamente le forme più convenienti da imprimere al loro impiego , a seconda delle esigenze


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iniziali della operazione e delle successive mutevoli situazioni che si andranno creando nel tempo e nello spazio; se non avrà il senso del tempo giusto e della direzione giusta per l'entrata in azione delle riserve di cui dispone; se non sarà sicuro del funzionamento dei mezzi di collegamento che sono (come l'orecchio e la bacchetta del direttore d'orchestra) i mezzi indispensabili per acquistare la percezione esatta della situazione e per trasmettere la sua volontà ai propri esecutori; se non possederà limpido senso dello sforzo massimo che è possibile richiedere alle proprie truppe in relazione anche alle esigenze logistiche; se infine non avrà la capacità psicologica di far sentire, esaltatrice o moderatrice a seconda dei casi , la sua personalità di condottiero sull'animo dei suoi soggetti.

L'autore continuava sostenendo che !_'analisi della storia militare di tutti i tempi portava a riconoscere come, molto frequentemente, l'insuccesso tattico era stato dovuto a qualche delitto di lesa cooperazione, e più ancora, forse, di cooperazione direttiva che non esecutiva: Noi stessi, se pensiamo all'esperienza, spesso dura, della nostra guerra, dobbiamo riconoscere che quando fallimmo, fallimmo per lo più per difetto di cooperazione direttiva, e quando invece vincemmo più splendidamente, come alla battaglia di Gorizia, alla Bainsizza e alla battaglia del Piave, il nostro successo si dovette essenzialmente a una perfetta cooperazione direttiva, sia nell'impostare la battaglia, sia nel guidarne lo sviluppo; mentre talvolta se non riuscimmo, pur vincendo, a raccogliere completamente gli allori finali, lo si dovette anche allora a qualche difetto di cooperazione direttiva nell 'atto supremo, conclusivo della battaglia.

La seconda parte del saggio si proponeva di definire il significato tattico essenziale di ciascuna delle Armi combattenti, dando risalto ai tratti più caratteristici della fisionomia di ognuna, quali ad esempio, per la fanteria, le tre componenti essenziali rappresentate dal trinomio movimento-fuoco-urto. Era la parte meno originale del lavoro, ricalcando concetti già noti e scontati, anche se era da sottolineare lo spazio riservato alla nuova Arma emergente, l'aeronautica, secondo solo a quello concesso alla fanteria. Anche del 1922 era la Commemorazione dei romani morti in guerra (28) , riproducente il testo di un discorso pronunciato il 24 (28) Associaziooe fra i romani, 1922, pagg. 14.


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maggio dello stesso anno al teatro Argentina in occasione delle onoranze tributate da Roma ad Enrico Toti. Veniva messo in evidenza, con sottile annotazione psicologica, un aspetto particolare del cittadino romano, quel temperamento tendenzialmente indolente , disincantato, istintivamente reagente contro tutte le esagerate montature e le goffe infatuazioni di chi non ha il senso preciso delle cose e che si traduceva nella battuta arguta, graffiante, pronta e precisa come una coltellata, e la capacità invece di accendersi allorché venga stimolato dalla fiamma di un grande ideale. In questo senso andava interpretata la figura di Enrico Toti , vera espressione dell'animo e del temperamento popolare romano, ed accanto a lui l'autore ricordava i circa 300 tra ufficiali e soldati nati nel solo comprensorio cittadino e caduti nel corso della prima guerra mondiale , fra cui erano da annoverare 5 medaglie d'oro, più di 200 d'argento ed innumerevoli di bronzo e croci di guerra. Un'altra prefazione era compilata da Grazio li per il libro « Come combatte l'artiglieria» (29), un compendio di norme e discussioni sull'impiego dell'artiglieria in combattimento nel quale l'autore, già collaboratore di Grazioli quando questi era Direttore Superiore delle Scuole Militari, ordinava e sistematizzava tutta l'ampia materia relativa all'impiego moderno dell'artiglieria. Il prefatore metteva in evidenza quello che, a suo parere, costituiva uno degli aspetti più interessanti e meritori del libro , cioè l'aver messo a fuoco la sostituzione dell'antico concetto dell'artiglieria destinata ad appoggiare l'azione della fanteria con quello, più moderno ed estensivo, di un'artiglieria manovrante con la massa dei suoi proietti alla pari ed in intima, continua cooperazione con la manovra di fuoco e di movimento della fanteria. Il 7 dicembre 1926 Grazioli pronunciava in Campidoglio, dietro iniziativa del Comitato delle Medaglie d'Oro, un discorso celebrativo del trentesimo anniversario del combattimento di Amba Alagi e della figura del suo protagonista, maggiore Pietro Toselli , che veniva poi pubblicato sotto forma di articolo dal titolo L'eroe di Amba Alagi (30). Del famoso articolo del 1931 Dalla guerra alla pace: meditazioni di un combattente (31) abbiamo già trattato nel capitolo precedente per quanto attiene alla sua seconda parte, quella in cui venivano

(29) Caracciolo M. Come combatte l'artiglieria, Pinnarò, Roma. 1924. (30) Ministero della Guerra , Comando de l Corpo di Stato Maggiore, Bollettino del/' Ufficio Storico, anno I , n. 1, dell' 1.1.1926. (31) La Nuova Antologia, 1.7.1931.


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espressi quei concetti che caratterizza~ano il pensiero militare del!'autore e che tanto interesse e scalpore avrebbero suscitato. Ma anche la prima parte conteneva una serie di considerazioni, meno professionali e più letterarie ma non per questo meno interessanti, sulle quali è opportuno soffermarsi. Grazioli aveva letto il libro di Remarque Der Weg zurii.ch nella traduzione francese dal titolo di Aprés, alla quale sarebbe poi seguita quella italiana sotto il titolo All'Ovest niente di nuovo, e ne aveva apprezzato senza remore il valore artistico, cogliendo il significato del messaggio contro la guerra sviluppato attraverso la descrizione quasi cronachistica delle sofferenze e dei disagi dei combattenti. Grazioli lo condivideva, specie se rivolto contro quella guerra di logoramento di cui egli stesso compendiava le caratteristiche in una sintesi oltremodo efficace: . .. massicci intasamenti di fronti sconfinati, senza spazi per manovrare, senza fianchi, senza tergo; vere muraglie delle linee di carne umana, espressione rozza di un ritorno all'arte primitiva, la quale per difendere un tratto di fronte non sa trovare altro modo che intasarlo dapertutto, senza curarsi neppure delle enormi perdite inutili che un tale intasamento produce.

Ma riteneva che del fenomeno guerra e dei suoi aspetti reali andasse comunque mantenuta memoria, cercando di coglierne quelle immagini vive, nitide, anche pittoresche, così come si erano fissate negli occhi e nell'animo di chi l'aveva fatta, non misconoscendone nel contempo le componenti ideali, spirituali e sublimanti che pur c'erano e che conservavano un grosso valore per chi in esse si riconosceva. Non era un problema facile, secondo l'autore, che elencava le tre modalità rievocative correnti ma a nessuna delle quali accreditava un titolo di validità. Per quanto riguardava l'oratoria commemorativa ufficiale, chi aveva veramente combattuto si sentiva spaesato, perché era difficile ritrovare sotto le roboanti frasi fatte ed i voli retorici fabbricati in serie ciò che erano state, realmente, !"ansia, il tormento, l'ardore, il pathos della guerra vera. Ne derivava un senso di profonda pena, tale da desiderare che di queste manifestazioni ufficiali se ne perdesse la traccia. Le fonti orali, i racconti dalla viva voce dei reduci, potevano sembrare a prima vista la sorgente rievocativa più pura e più sicura, ma: ... il tempo ha su di esse un effetto deleterio. perché le piccole miserie dell'esistenza individuale di ciascuno ed il travolgente corso degli avvenimenti successivi alla guerra agiscono a poco a


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poco quasi chimicamente sul ricordo genuino del grande trauma e lo cristallizzano in una determinata forma assai diversa dall'originale, che poi resta immutata e viene tramandata in una specie di tradizione orale sulla quale pesano anche le scorie di una inevitabile punta di millanteria personale che si acuisce e si perpetua nel radotage dovuto all'inoltrarsi dell'età.

Le relazioni ufficiali militari erano ponderosi documenti irti di cifre, dati, documenti, schizzi topografici riservati in genere ad un ristretto numero di addetti ai lavori, certamente pregevoli fonti di dottrina bellica ma altrettanto certamente non considerabili quali proiezioni umane della guerra. Seguivano alcune precisazioni che erano un modello di spregiudicata e dissacrante obiettività; In ogni caso, si tratta di storia molto riveduta e corretta, cioè con una assai relativa aderenza alla realtà; difetto originario ereditato da quelli che sono i documenti fondamentali di un tal genere di relazioni, e cioè dai diari storici dei corpi combattenti. Nessun diario di guerra infatti rispecchierà mai la verità genuina di quel che è avvenuto nell'ardente fucina dell'azione; perché, chi scrive ad azione compiuta, è inevitabilmente tratto a dire più come avrebbe voluto che le cose fossero andate che non come realmente andarono. È umano del resto che sia così, anche perché, mentre durante il fervore dell'azione ciascuno è tratto - come è naturale - ad agire conforme le circostanze consiglino, scrivendo dopo l'azione si prova una specie di strano pudore a dire schiettamente la verità, per tema forse di offendere la cosiddetta dottrina bellica la quale, durante le angustie dell'azione, ben poco dice generalmente di utile e di buono a chi ha gravi responsabilità di comando, ma viceversa, subito dopo, riprende intera la sua pretenziosa e professorale supremazia e non ammette (per bocca almeno degli ameni critici posteriori della guerra) di essere stata comunque trascurata o rinnegata.

A forza di esclusioni, per non far sbiadire, nel lungo scorrere degli anni di pace, il senso vivo della guerra reale, non restava che ricorrere alla insostituibile forza rievocatrice dell'Arte , non tanto quella figurativa, dal momento che nella guerra moderna era venuto meno ogni aspetto teatrale della lotta, quanto quella letteraria, nella scia delle opere di Victor Hugo, Tolstoi e Zola su alcune delle maggiori guerre ottocentesche:


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Perché oggi, su dal tetro squallore dei moderni campi di battagli, più duro, più tragico, più profondo freme il senso d'orrore degli uomini, e senza confronto più agitate e contrastanti sono le passioni che turbinano nelle anime dei combattenti, offrendo vasta materia d'osservazione e d'indagine all'artista che sappia farle rivivere, e con più sicura mano sappia affondare il bisturi dentro le anime dei combattenti svelandone di che lacrime grondino e di che sangue; ma anche a quali sublimi sentimenti possano essere capaci di ascendere , pur senza l'eccitante e travolgente spettacolo, tutto scintillio di luci, di colori e di bandiere al vento, che e ra tanta parte della messa in scena delle antiche battaglie . Quando ci imbattiamo (ma è raro) in opere letterarie di questo genere, cioè di così perfetta verità e così ricche di profonda osservazione, non è soltanto il lettore comune che si sente irresistibilmente tratto a meditare ma anche, e soprattutto, il lettore militare che, allo studio del tragico fenomeno della guerra deve, per la sua stessa missione, dedicare ogni sua più eletta energia di pensiero. Per questo appunto anche i libri del Remarque, proprio in contrasto con il loro orientamento ultrapacifista ed antiguerresco, possono, come opere d'arte descrittive, utilmente servire a tutti coloro che banno alte responsabilità nella preparazione militare del paese, per non perdere di vista quello che deve essere il filo conduttore di ogni loro attività di pensiero e d'azione, e cioè: l'immagine viva e schietta della guerra reale.

Gli anni Trenta dovevano costituire uno dei periodi più fecondi nella produzione letteraria di Grazioli , ed una delle tematiche più coltivate era rappresentata dalla figura di Garibaldi nelle varie vicende della sua vita. In La giovinezza di Garibaldi condottiero (32) veniva rievocata l'attività marinara nel decennio 1825-1835 durante il quale, da mozzo diciottenne , era pervenuto a soli 27 anni al grado di capitano marittimo. Ne Il genio guerriero di Garibaldi (33) l'autore contestava l'orientamento di molti storici della guerra di voler considerare il personaggio più come un abilissimo guerrigliero che non come un grande capitano perché, secondo loro, mai collaudato al comando di grandi masse di truppe né al maneggio di complicati e perfezionati strumenti di guerra. Grazioli affermava, invece, che

(32) La Nuova Antologia, 1.2.1932. (33) In Garibaldi nel ci11q11ance11ario della s11a morte, AA. VV., edizioni Camicia Rossa, Roma, 1932, pagg. 10-18.


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la sua grandezza di condottiero non poteva essere valutata in funzione delle forze più o meno numerose o più o meno regolarmente costituite, armate ed istruite che gli era toccato in sorte di comandare sul campo, ma piuttosto dal come aveva saputo comandare, nella multiforme varietà di circostanze nelle quali si era trovato a combattere. Invano si sarebbero ricercati, nella sua azione di comando, esempi di sistemi dogmatici o di metodica applicazione di norme scolastiche. o dottrinarie, mentre emergeva sempre in primo piano l'intendimento determinato di imporre la propria volontà al nemico quanto prima possibile. Impresa tanto più difficile, questa, e quindi tanto più meritoria, quanto più intricate ed oscure si presentavano, come era costante per lui , le situazioni e più poveri, per quantità e qualità, i mezzi per fronteggiarle, e quanto più raccogliticce e scarsamente addestrate erano le forze di cui poteva disporre. Garibaldi era stato, secondo Grazioli, soprattutto un tempista senza rivali, accomunando a questa dote quella della pertinacia nel continuare a battersi anche nei momenti nei quali l'andamento della lotta avrebbe fatto vacillare l'animo di tanti altri condottieri. li periodo sudamericano di Garibaldi costituiva l'argomento di un altro contributo dal titolo Le campagne d'America (1836-1848) (34) nel quale veniva messo in evidenza come il protagonista, allorché era sbarcato in Brasile nella primavera 1836 dopo la condanna a morte in contumacia inflittagli dal Consiglio dì Guerra Divisionale di Genova per essere stato uno dei capi della rivolta scoppiata due anni prima in quella città, non aveva probabilmente che una vaga ed incerta percezione della propria vocazione guerresca. L'America, quindi, era stata la sua vera, unica e magnifica scuola di guerra, d'un genere certamente tutto particolare ma forse , appunto per questo, aderente come nessun'altra al suo particolarissimo temperamento di combattente dalle linee semplici e diritte , pervaso di meditato dinamismo e di geniale attitudine ad ottenere i massimi risultati pur nella più difforme, e spesso rudimentale , povertà di mezzi posti a sua disposizione. Questa impronta americana sarebbe rimasta poi impressa indelebilmente durante tutto il resto della sua lunga vicenda di condottiero. Il lavoro era diviso in due periodi, il primo riferito agli anni dal 1836 al 1842 ed il secondo dal 1842 al 1848, anno nel quale era rientrato in Italia. I primi sei anni erano stati caratterizzati da una guerra di corsa contro la flotta brasiliana, condotta con una flot(34) In Garibaldi condottiero, AA. VV .. Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio Storico, Roma, 1932, pagg. 11-59.


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tiglia di vecchie imbarcazioni, in difesa della piccola repubblica di Rio Grande del Sud, e da una guerriglia in un terreno aspro e difficoltoso, tra la selva e le montagne. Emergevano presto , in queste circostanze, le sue qualità istintive di combattente di razza: audacia fino alla temerarietà , colpo d'occhio e sicuro intuito del binomio tempo-spazio per agire di sorpresa, capacità di impegnare a fondo il nemico e di sfuggire tempestivamente alla sua stretta. Il periodo successivo era quello dei comandi militari più importanti affidatigli dalle autorità uruguaiane per la lotta contro la repubblica argentina, ed era stato protagonista di avvenimenti salienti che la penna di Grazioli ricostruiva con particolare cura: la campagna lungo il fiume Paranà , la battaglia di Nueva Cava, le operazioni per mare e per terra in difesa di Montevideo assediata, la campagna lungo il fiume Uruguay e la famosa battaglia del Salto di Sant'Antonio. Anche in questa seconda fase della sua esperienza bellica si rivelava l'imprnnta del corsaro e del guerrigliero, ma la dimensione dell'uomo di guerra si faceva più estesa e completa fino ad assumere, in alcuni combattimenti, forma e sostanza di vero e proprio generale ed ammiraglio . Il merito principale di Garibaldi, affermava Grazioli , durante la sua permanenza sudamericana consisteva nell'aver impresso un'orma di serietà ed efficacia nella condotta di truppe irregolari , riuscendo a fondere il carisma ed il fascino della sua persona con il senso della disciplina e , soprattutto, con il potente stimolo morale di una causa ideale per la quale riusciva a far sentire come fosse un privilegio battersi. La preparazione militare dei cittadini prima della leva (35) costituiva una sintesi dell'ordinamento dell'istruzione pre-militare e dei mezzi necessari ad attuarla. ·Erano espressi i concetti cari all'autore circa l'educazione fisica da praticare prima del servizio militare, che doveva avere carattere di addestramento e non di applicazione perché, in tal caso, si sarebbe confusa con la ginnastica militare propriamente detta che era invece di pertinenza del periodo di leva. Seguiva poi un'elencazione descrittiva dei modelli più opportuni ad. un'idonea istruzione pre-militare, quali gli esercizi ordinativi, di marcia , di esplorazione , i giochi di squadra ed a partiti contrapposti, i corsi di specializzazione (alpinismo, ciclismo, canottaggio, sports aeronautici e modellistici, ecc.), il tutto con il concorso delle strutture educative civili e militari, dando largo spazio, per queste ulti-

(35) Ariani, Firenze, 1930.


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me, all'apporto degli ufficiali e sottufficiali in congedo. Al problema dell'approntamento del potenziale bellico dello Stato era anche rivolto, in misura ancor più ampia, l'articolo La preparazione militare della Nazione (36) comparso nel 1934, poco dopo l'approvazione dei disegni di legge suU'istruzione pre- e post-militare e sull 'introduzione dell'insegnamento della cultura militare nelle scuole, dei quali Graziali sottolineava l'importanza, specie di quest'ultima disciplina a proposito della quale affermava che: ... non deve più esservi un cittadino di una certa cultura che non conosca, proporzionatamente al proprio sapere letterario o scientifico , ciò che si deve pure sapere in materia militare. Non tanto per le funzioni che lo attendono nelle Forze Armate quanto perché la guerra moderna richiede che tutte le attività civili siano pronte a concorrere allo sforzo militare.

Ma dell'articolo ci sembra ancora più apprezzabile , su un piano di sintesi storica e di espressione letteraria, l'ampia premessa fatta dall'autore circa l'intendimento tipico di tutte le società di concepire la preparazione militare di un Paese come il concorso permanente di tutte le componenti sociali valide , estendendone largamente la base anche all 'infuori del cerchio relativamente ristretto e rigidamente professionale delle sue forze armate. Le milizie comunali, ispirate al concetto romano del cittadinosoldato, dal sorgere dei Comuni sino alla loro estinzione sotto le Signorie, avevano caratterizzato il primo bagliore di rinascenza civile dopo la lunga notte medievale, durante la quale la funzione militare si era ridotta ad un mezzo torbido di conquista e sopraffazione appena attenuato dalle cavalleresche costumanze degli aristocratici guerrieri feudali. Poi , per secoli, l'Italia s'era dovuta rassegnare, nonostante il fulgore del suo Rinascimento , a veder combattere gli altri in casa propria od a profondere le sue migliori energie guerriere negli eserciti stranieri combattenti in Europa per gli interessi altrui, come era stato per i nostri maggiori condottieri dei secoli XVI, XVII e XVIII , da Emanuele Filiberto ad Alessandro Farnese, a Raimondo Montecuccoli ed al Principe Eugenio di Savoia. Ma il concetto originario di Roma aveva ripreso a vivere in Piemonte, sotto lo scudo dei Savoia, in quelle milizie provinciali istituite da Emanuele Filiberto e perfezionate dai suoi successori in

(36) Critica Fascista, anno I, fase. 11, Firenze, 1934.


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un'epoca in cui tutti gli eserciti erano mercenari. Il turbine scardinatore della rivoluzione francese doveva incidere profondamente anche nei concetti e nella pratica delle organizzazioni militari degli Stati. Il principio della coscrizione aveva tagliato netto con gli antichi eserciti mercenari, e la difesa nazionale tornava ad essere, almeno nel campo ideale, un dovere ed un diritto del cittadino. Ma per il clima progressista e democratico nel quale la rivoluzione era stata preparata ed attuata, il concetto di cittadino, nonostante le apparenti similitudini, si era delinato ben diverso da quello romano: era in realtà il cittadino del Contratto sociale di Rousseau, animale cioè eminentemente politico, contrattante da pari a pari con lo Stato disposto sì, ma con una certa sopportazione, a cedere una parte della sua sovranità per diventare, quando occorresse, soldato. Nello stesso tempo, con l'accresciuto potere del popolo, sorgeva un po' dappertutto in Europa la tendenza al volontarismo, cioè a quella forma irregolare e quasi tumultuosa di nazione in armi, ricca sì di fattori morali e di impeto guerriero ma scarsa per lo più di contenuto organico, tecnico e disciplinare, che doveva poi prendere il massimo sviluppo nel secolo XIX con le grandi guerre per le rivendicazioni nazionali, e specialmente in Italia allo scoppiare della prima guerra risorgimentale. Volontarismo quarantottesco, ammirevole certo per lo slancio popolare che l'infiammava e che doveva culminare nell'epopea garibaldina, tipica gloria italiana ma consona a quei tempi nei quali la guerra - per quanto già perfezionata nelle sue forme e nei suoi mezzi tecnici, specie dopo il ciclo delle vittorie napoleoniche - era tuttavia rimasta tecnicamente molto semplice e condotta con armi pressoché rudimentali. Così, con le grandi guerre della seconda metà del secolo XIX era apparso evidente che soltanto truppe regolari, ben inquadrate, equipaggiate ed addestrate, e costituite in modo da passare il più rapidamente possibile dal piede di pace a quello di guerrà, potevano rispondere adeguatamente alle esigenze sempre più vaste, complesse e difficili che la guerra andava assumendo con gli ampi progressi tecnici ed industriali e col crescente bisogno di eserciti di grossa mole, quasi popoli interi schierati in campo per combattere. Cosicché, ad eccezione di alcune nazioni in particolarissime condizioni geografiche o politiche, tipo l'Inghilterra o la Svizzera, tutti gli stati europei orientavano definitivamente i loro ordinamenti militari verso il servizio militare obbligatorio a base di ferme più o meno lunghe; ma poiché imperiose ragioni economiche e sociali avevano imposto ben presto sensibili riduzioni alla durata di queste, ecco sorgere naturale l'idea di estendere il sub-


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strato della preparazione militare anche alla nazione, cioè fuori delle forze armate, mediante forme opportune di attività pre-militare imperniata su fattori di ordine fisico e spirituale e tecnico-professionale. I concetti espressi nell'articolo precedente erano ribaditi anche ne La nazione militare (37), nel quale veniva illustrato il tema della nazione armata come complesso di tutte le risorse nazionali, e fondata sul fatto che: ... l'idea della preparazione effettiva alla difesa armata dello stato esca dagli angusti confini del servizio militare puro e semplice, concepito come attimo soltanto della vita del cittadino, e riempia invece di sé tutto l'arco delle età nelle quali sia possibile ed utile educare od istruire militarmente il popolo alle armi, ovvero sia necessario conservarlo militarmente educato ed istruito.

Dal viaggio che aveva effettuato in Polonia nel maggio 1935 per capeggiare la missione militare italiana ai funerali del Maresciallo Pilsudsky , Grazioli aveva tratto spunto per un articolo, L'apoteosi di Pilsudsky (38), nel quale era sapientemente rievocata la cerimonia funebre e, ancor più, con notevole senso pittorico, la traslazione in treno della salma da Varsavia a Cracovia, che ripercorreva in senso inverso la storica marcia con la quale Pilsudsky , circa vent'anni prima , aveva condotto le sue legioni dalla regione galiziana verso la lotta per liberare il suo Paese oppresso. La descrizione ed i suoi spunti rievocativi terminavano con un suggestivo accostamento con l'atmosfera di commozione collettiva che aveva accompagnato il trasporto verso Roma del Milite Ignoto italiano. Un aspetto tecnicoprofessionale era quello trattato in un articolo del 1935 dal titolo Le nuove direttive per l'impiego delle Grandi Unità (39), nel quale le stesse, giunte a sostituire in quell'anno le omologhe norme emanate nel 1928, venivano illustrate nei loro aspetti più significativi, in particolar modo il capitolo Fisionomia della guerra d'oggi sul quale l'autore si intratteneva con specifica attenzione. Scritto in forma piuttosto divulgativa, l'articolo in questione è, a nostro avviso, forse uno dei meno felici usciti dalla penna di Graziali. Le direttive, di per sé stesse, erano ancorate ad un modello concettuale piuttosto vecchio (37) Istituto Nastro Azzurro, Milano, 1935. (38) La Nuova Antologia, giugno 1935, pagg. 499-509. (39) Nazione Militare, luglio-agosto 1935 , pagg. 479-481.


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e superato dalla realtà dei tempi, quello di concepire la guerra innanzitutto come una realtà spirituale che era tale nella mjsura nella quale era pensata, cioè come qualcosa di derivato , privo di realtà autonoma, mutabile in quanto è l'atto del pensiero che crea il mondo esterno e viceversa (40). Vincolate a tale modulo, le direttive peccavano di eccesso nei richiami alle forze spirituali e morali e nella messa in ombra di quelle materiali; Grazioli se ne faceva stranamente mallevadore, diciamo stranamente perché tale atteggiamento contrastava non poco con i presupposti del suo pensiero e con le razionali e spesso lungimiranti analisi che gli erano abituali, ed anche il periodare risultava privo di quella scioltezza e fluidità in lui così caratteristiche e che ne costituivano uno dei pregi più tipici. Si ha l'impressione, leggendo l'articolo, di una scarsa convinzione da parte dell'estensore, di un tirare di lunga con argomentazioni generiche per le quali un certo tono aulico non faceva che ribadirne la ridotta sostanzialità. Il rapporto fra scienza ed esigenze belliche era messo in rilievo in Guglielmo Marconi e le Forze Armate (41), articolo nel quale v~niva celebrato il messaggio postumo di Marconi, ne erano rievocate le prime esperienze di radiotelegrafia e di rilevamento delle onde elettromagnetiche , l'impulso dato dalle sue scoperte alle applicazioni militari , attuatosi sin dalla guerra di Libia , durante la prima guerra mondiale ed in Etiopia, le recentissime scoperte sulle micro-onde, le esperienze sulla radio-visione e la radiomeccanica interrotte dalla morte. Una delle tematiche più vicine agli interessi storici e professionali di Grazioli è stata certamente quella relativa alle guerre combattute dall'antica Roma ed ai loro principali protagonisti , e ad essa ha dedicato alcune fra le sue pagine migliori. In occasione del IV Congresso Nazionale di Studi Romani, aveva presentato una comunicazione nella quale esponeva , in forma sintetica, le linee generali del piano di stesura del XXI volume della monumentale Storia di Roma , programmata dall'Istituto Nazionale di Studi Romani in trenta volumi , commissionatogli dal Comitato Direttivo di questo e dedicato all'arte militare romana; il testo della comunicazione veniva poi riprodotto in una rivista edita dallo stesso Istituto con il medesimo titolo , L'arte militare romana (42). Grazioli affermava di

(40) Stefani F., op. cit., vol. II , tomo 1°, pag. 347. (41) Rivista di Fanteria, anno IV, n. 9, settembre 1937 , pagg. 1223-1226. (42) Roma, giugno 1936, rivista edita a cura dell'Istituto Nazionale di Studi R omani.


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avvalersi , come fondamenti nella compilazione dell'opera , tanto delle successive forme assunte dalle istituzioni organiche romane propriamente dette (reclutamento, ordinamento, armamento, dottrina strategica, tattica e logistica, ecc.) quanto della illustrazione critica di quei fatti storico-militari che avevano assunto più spiccato carattere come significativa espressione dell'arte bellica romana, in ciascuna delle epoche considerate. Era, in sostanza, una storia dello sviluppo progressivo dell'arte con la quale i romani, nel corso di quasi dodici secoli (tanti ne erano decorsi dalle origini dell'Urbe alla caduta dell'Impero) , avevano condotto le loro vicende guerresche. Il volume era diviso in quattro capitoli. Il primo trattava delle origini dell'arte militare romana, dalle prime istituzioni militari fino alla conquista di Veio ed alla cacciata dei Galli nella prima metà del IV secolo. Il secondo capitolo era riservato alla preparazione, ed illustrava il continuo divenire dell'arte militare romana via via che l'esercito, uscito dal facile terreno del Lazio, si cimentava in imprese strategiche e tattiche di ben altra difficoltà e portata. Prima vera scuola di guerra per Roma erano state le guerre sannitiche, nel corso delle quali avevano avuto il battesimo la legione manipolare (con l'articolazione snodata dei manipoli che la rendeva così diversa dal blocco massiccio della falange) ed il nuovo armamento dei legionari, e che cronologicamente avevano coinciso all'incirca con l'epopea di Alessandro il Grande in oriente, vertice della parabola dell'arte militare greca iniziatasi un secolo e mezzo prima con le guerre persiane. Seguivano poi le guerre puniche , con la grande vicenda di Zama e del più celebre capitano romano di questo periodo , Publio Cornelio Scipione l'Africano. Dopo Zama, la preparazione continuava nel corso del II secolo a.C., fra il contenimento delle rivolte spagnole , liguri e galliche cisalpine e l'inizio dell'espansione militare verso l'oriente mediterraneo. L'uomo nuovo che concludeva questo denso periodo di preparazione militare ed apriva quello successivo dell'espansione conquistatrice era Caio Mario , a cui Graziali attribuiva il merito di aver intuito la suprema necessità del suo tempo: trasformare cioè l'esercito romano - o meglio , italico , ché tale ormai poteva considerarsi lo strumento militare romano - in un apparato bellico tecnicamente perfetto, svincolandosi finalmente dall'ormai vecchia struttura dell'esercito serviano fondata sul concetto del cittadino-soldato classificato in base al censo , ed esigendo dai capi , indipendentemente da ogni pregiudizio di casta, quella perizia tecnica che ormai valeva mille volte più di qualsiasi titolo o privilegio della nascita . Mario aveva anche apportato alcune modifiche alla struttura della legione, che da manipolare diventava per


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coorti, cioè più salda e potente nei suoi elementi costitutivi. Il terzo capitolo era quello dell'apogeo, caratterizzato da-\.in dinamismo sino allora sconosciuto nelle guerre dei romani, e nel quale l'eccellenza tattica si affermava in memorabili battaglie manovrate a carattere nettamente decisivo . Questo periodo era fatto iniziare dall'autore subito dopo il superamento della grave crisi interna generata dalla guerra sociale, e terminava con il massimo sforzo espansivo territoriale dell'Impero, segnato dal binomio Traiano-Adriano. Erano all'inizio di questo periodo le grandi e risolutive vittorie di Silla e Lucullo , ma il culmine della perfezione si aveva nella duplice epopea cesarea della guerra gallica e della guerra civile e continuava poi , dopo Cesare, con i tre grandi generali augustei di scuola cesariana, Agrippa, Druso e Tiberio, e con le successive gesta di Germanico, Claudio, Vespasiano, Tito, Agricola, per concludersi con i trionfi di Traiano e con la vasta opera riordinatrice e consolidatrice di Adriano. Il quarto capitolo era dedicato al decadimento, strettamente connesso con l'analogo progressivo decadimento dello stesso edificio sociale e politico dell'Impero e con il concomitante irrompere delle invasioni barbariche. Grazioli compiva uno studio criticomilitare di alcune delle grandi campagne difensive e controffensive condotte da Marco Aurelio , Settimio Severo, Diocleziano, Giuliano l'Apostata, Teodosio, Stilicone ed Ezio. Il lavoro , così delineato, rappresentava un grosso impegno culturale, di ampio respiro, alla base del quale doveva presupporsi una solida conoscenza storica ed una competenza tecnica che non era facile trovare riunite nella stessa persona. In Grazioli si realizzava questa fusione, e pochi meglio di lui avrebbero potuto trattare il tema con la stessa profondità e valentia. Purtroppo , il volume non avrebbe mai visto la luce. !Dalle memorie del generale risulta come nel 1941 egli stesse ancora lavorando alla sua stesura; in seguito, forse per gli impegni connessi alla direzione di Nazione Militare assunta nell'aprile dello stesso anno, per le vicende belliche degli anni successivi ed infine, al termine di esse, per l'età ormai avanzata, l'opera non aveva potuto essere portata a compimento ed il XXI volume era stato destinato ad altro argomento (43). Sempre a cura dell'Istituto Nazionale di Studi Romani, era un volumetto, I grandi condottieri romani (44), facente parte di una

(43) Antichità romane pubbliche e private di Marta Giacchero - dal Catalogo delle pubblicazioni dell'Istituto Nazionale di Studi Romani, edizione 1986 , pag. 7. (44) Istituto Nazionale di Studi Romani, Roma, 1939, pagg. 80.


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serie monografica dedicata dall'ente editore alla illustrazione dei varì aspetti della civiltà romana, per la quale avevano collaborato eminenti esponenti della cultura storica, giuridica ed artistica quali, fra gli altri, Roberto Paribeni, Salvatore Riccobono e Francesco Sapori. Graziali illustrava le figure di Marco Furio Camillo, Publio Cornelio Scipione, Caio Mario, Cesare, Claudio Druso, Cesare Germanico, Ulpio Traiano e Flavio Claudio Giuliano. Si trattava di un'opera di tipo. divulgativo ma molto chiara e piacevole e, pur nel suo carattere di sintesi, ricca di dati e di considerazioni strategiche e tattiche abbastanza complete. Per quanto riguarda i singoli personaggi della storia militare romana, non poteva mancare , nell'attività pubblicistica di Graziali , la figura di Cesare, al quale sin dal 1933 aveva riservato un sintetico esame delle dieci campagne galliche, lavoro a dire il vero non particolarmente brillante, un po' troppo ridondante e retorico, forse anche perché si trattava della riproduzione di un discorso pronunciato a Rimini in occasione dell'inaugurazione del monumento al personaggio, in un clima di ampollosa solennità dal quale la stesura dell'articolo, intitolato appunto Giulio Cesare (45), non era riuscita ad emendarsi. Più valido, sia come contenuto che come forma, Il genio militare di Cesare (46), argomento che l'autore aveva illustrato anche nel corso di una conferenza che era la prima di un ciclo, promosso dall'Istituto Nazionale di Studi Romani per illustrare, nell'anno bimillenario, la figura e l'opera di Augusto. Giustamente, osservava Graziali, chi voleva studiare Augusto doveva partire da Cesare, e di questi cominciava col mettere in evidenza che la sua ascesa non era stata quel volo fulmineo con il quale, giovani poco più che ventenni come Alessandro , Annibale, Scipione e Napoleone erano pervenuti ai fasti del comando supremo in guerra. Cesare vi era arrivato più tardi, dopo essersi aperta faticosamente la via contro tutte le circostanze avverse, cosicché, pur portando seco all'apice del comando l'indiscutibile genialità bellica, ad essa univa quell'altrettanto connaturato senso politico che circostanze ed esperienze avevano ulteriormente maturato, al punto tale da consentirgli di realizzare una perfetta fusione dei due termini del binomio politica-guerra entro il quale era compresa la chiave del successo. Nel campo dell'arte militare, non era

(45) Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggi9rc, Bollellino dell'Ufficio Storico , anno Vili , n. 1, 5.1.1933, pagg. 648-658. (46) Quaderni Augustei, Il, Istituto Nazionale di Studi Romani, Roma. 1937, pagg. 20.


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mai stato rigido, sistematico, dottrinario; riusciva ad essere sempre artista, latino, a comporre in un tutto armonico la più spigliata varietà di concetti, di manovre, di stratagemmi, di sorprese. I suoi piani d'azione erano sempre dinamici, ma di un dinamismo non avventato bensì con una solida ancora ben radicata nel terreno dalla quale prendere la spinta od alla quale ritornare per evitare rovesci; la sua genialità fortificatoria, ad esempio, sottolineava Grazioli, rappresentava per l'appunto l'espressione viva di questa felice interpretazione fra l'impeto manovriero ed il sapiente sfruttamento di favorevoli condizioni difensive locali. Sapeva conciliare in sé la più sconfinata audacia, talvolta fino alla temerarietà, con la più meticolosa e paziente prudenza. Disponeva di prontezza nel decidere e nell'operare, così da non lasciarsi mai sfuggire di mano l'iniziativa delle operazioni, ed era sempre informatissimo sul nemico, favorito in ciò da un efficace servizio intelligence da lui stesso meticolosamente organizzato. L'autore, che certamente sentiva il personaggio, ne compiva una penetrante indagine psicologica che lo portava a concludere come in ogni momento questi percepisse, istintivamente, il limite estremo delle possibilità umane, in particolar modo di quelle dei suoi legionari che, d'altra parte, non poteva non conoscere a fondo dal momento che ne condivideva disagi e pericoli, ed ai quali pertanto era in grado di chiedere anche qualcosa di più in virtù del! 'attaccamento, talvolta idolatrico, che questi gli portavano. Ma, e qui l'analisi di Graziali metteva a fuoco il punto nodale del problema, quel limite di possibilità era spinto da Cesare sempre più lontano, così da lasciare il minimo spazio alla fortuna, e ciò grazie allo straordinario eclettismo delle sue facoltà per cui sapeva essere ad un tempo politico, condottiero, fante, cavaliere, marinaio, ingegnere, costruttore, e sempre, comunque, animatore di energie umane che, per imitazione, tendevano a riprodurne le caratteristiche. Nella sua feconda attività di scrittore, Graziali non aveva mancato di cimentarsi anche nel settore economico, sempre riferito al fenomeno guerra. In collaborazione con Jenny Griziotti Kretschmann, professore incaricato di Scienza della Finanza presso l'Università di Parma , redigeva un saggio dal titolo Prospettive economiche e finanziarie della guerra nella recente letteratura straniera (47). Il lavoro era articolato su due parti, di cui la prima (che era anche la più estesa), L'economia della guerra totale, compilata da Grazioli, e la seconda, Aspetti economici e finanziari della guerra, dal coau(47) Cedam. Roma, 1939, pagg. 23


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tore. Graziali effettuava, in pratica, una recensione critica del libro di Stefan Th. Possony , intitolato anch'esso L 'economia della guerra totale, che era stato edito di recente da Einaudi. In esso, almeno nella parte iniziale, si esprimevano alcuni concetti che certamente non brillavano per originalità: l'autore sosteneva infatti che il modus pugnandi di una guerra futura era incerto , e quindi erano del pari incerte le armi che avrebbero prevalso, il che era importante per le conclusioni da trarne per l'economia di guerra, che pertanto non doveva impegnarsi decisamente in certe direzioni che poi, alla lunga, avrebbero potuto risultare errate. La possibilità di abbattere un avversario di pari forza con un'offensiva fulminea, proseguiva il Possony, erano zero, e la migliore e più efficace forma strategica era la controffensiva, dopo che l'avversario si fosse stremato nell 'attacco; ne derivava che la prossima guerra sarebbe stata di lunga durata, e che pertanto il potere economico sarebbe risultato determinante. La mobilitazione, pertanto, avrebbe dovuto calcolarsi non già in relazione alla capacità demografica di un popolo bensì a quella industriale la quale, del resto, rappresentava la sintesi delle condizioni politiche, sociali ed economiche di un Paese. Graziali si diceva sostanzialmente d'accordo con l'autore anche se, in quel modo scevro di perifrasi che abbiamo visto essergli più volte tipico, gli faceva carico di scoprire il lume ad olio con l'aggravante di una serie di prolisse ed inutili considerazioni. Nelle successive pagine del libro Possony aveva affermato come era più utile all'economia militare (che non era economia di guerra, ma predisposizione all'economia di guerra) una larga libertà di scambi in luogo del protezionismo, la costituzione di riserve di materie prime e pezzi speciali invece dell'autarchia industriale e la intensificazione dei rapporti di credito con l'estero basata sulla valuta aurea invece del controllo dei cambi. Graziali accettava queste conclusioni, alle quali però aggiungeva considerazioni personali che si richiamavano al criterio suggerito da Douhet di orientarsi soprattutto sulle armi che garantissero un rendimento più elevato, sia in chiave diretta, come strumento di lotta, sia in chiave indiretta, come fattori perturbatori della produzione industriale e del potenziale morale dell'avversario. Il riferimento all'aviazione era chiaro, il che non avrebbe dovuto significare, ribadiva Graziali , tanto la declassazione dell'esercito quanto uno studiare, per esso, forme di impiego altrettanto massimamente redditizie. E così concludeva a sua volta: In linea generale, le maggiori preoccupazioni scomparirebbero se la guerra si risolvesse rapidamente. Ma per ottenere ciò,


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occorre un forte squilibrio morale, tecnico e tattico fra i belligeranti. Ricercare di produrre tale squilibrio a proprio vantaggio, è lo scopo più alto che si possano proporre gli studi militari.

Fra il 1933 ed il 1939, Grazioli aveva inoltre curato, unitamente allo storico Gioacchino Volpe, l'edizione di una collana dedicata a La guerra e la milizia negli scrittori italiani di ogni tempo (48), alla .quale collaboravano, fra gli altri, Luchino Dal Verme, Amedeo Tosti, Piero Pieri , Aldo Valori, Ottavio Zoppi; un lavoro di ampio respiro comprendente riedizioni di opere fra le più significative della storiografia e della letteratura militari, tradotte anche in francese, inglese e tedesco, dagli autori e dai tempi più remoti , quali il De bello gallico di Cesare, sino a quelli più contemporanei. Fra i vari titoli, oltre venti, ricordiamo Dell'arte della guerra del Machiavelli, Pagine militari del Guicciardini, Le milizie sabaude di Galeani e Leva, Della scienza militare di Luigi Blanch, Pagine militari del Foscolo, Lettere e diario d'Africa 1886-1896 di Francesco Lemmi, Scritti militari di Cesare Balbo, Il Principe Eugenio di Savoia di Piero Pieri, L'Italia nella guerra mondiale di Mario Caracciolo. Negli anni Quaranta, l'attività pubblicistica di Grazioli non manteneva il ritmo del decennio precedente, ed a ciò riteniamo possano aver contribuito non pochi fattori, tra i quali l'essere ormai fuori dal servizio attivo, il fatto che ancora nel 1941 era concentrato nella stesura del volume sull'Arte militare romana, che dalla primavera dello stesso anno e si no al luglio del 1943 era stato impegnato nella direzione di Nazione Militare - alla quale, come s'è visto, collaborava anche direttamente con editoriali -, le turbinose vicende nazionali degli anni successivi e, non ultimo, il fattore età. Abbiamo traccia, relativamente a questo periodo , di un articolo su La tradizione militare italiana in terra d'Africa (49), argomento sul quale aveva anche tenuto una conferenza il 9 gennaio 1943 nella sede centrale dell'Istituto Fascista dell'Africa Italiana. Il lavoro era suddiviso in quattro tempi, corrispondenti ai diversi periodi nei quali si erano sviluppate le vicende militari italiane. Il primo di essi trattava il quadro della nostra azione da Massaua, Dogali, Adua, Amba Alagi, Macallé, con la rievocazione delle gesta di De Cristoforis, Toselli, Galliano, Carchidio, Ciccodicola; il secondo, prendeva in esame l'impresa

(48) Edizioni Roma, Roma, 1933-1939. (49) Annali dell'Africa Italiana , anno VI, n. 1, marzo 1943, pagg. 53-61.


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libica del 1911 e la rivolta araba che, dopo la pace di Losanna con i turchi, ci aveva inchiodati sulla costa per circa un decennio alle prese con un'aspra guerriglia e che ci aveva poi avvalso, anche se il periodo doveva considerarsi il meno brillante della storia coloniale italiana, la conquista dell'intero gebel tripolino, di Sirte, delle oasi sahariane del Giofra, la prima conquista del Fezzan e la dura penetrazione nell'insidioso gebel cirenaico. Il terzo tempo, collocato dall'autore fra il 1922 ed il 1923, corrispondeva alla riconquista del gebel occidentale, alla rioccupazione del gebel orientale tripolino ed a quella del Fezzan, alla occupazione del gebel cirenaico e dell'oasi di Cufra, a più di 1500 km dalla costa; il quarto tempo era quello relativo alle operazioni in Etiopia nel 1935-1936. L'articolo terminava con alcune considerazioni politico-militari sulla guerra in corso in Tunisia, estremo lembo della nostra presenza in territorio africano, il cui destino, sosteneva Graziali , non doveva considerarsi solo in funzione italiana ma in una visione più interamente europea. Nonostante fosse ormai prossimo agli ottant'anni, nel 1948 Grazioli pubblicava altri due lavori che costituivano l'epilogo della sua attività di scrittore. Il tema era il medesimo, la campagna militare del 1848, e trovava il suo svolgimento in due contributi che attestavano come fosse rimasta inalterata la sua capacità di interpretazione critica degli avvenimenti bellici e dei loro protagonisti. Il primo era un saggio, Le operazioni militari del 1848 (50), inserito con altri in un volume edito dallo Stato Maggiore Esercito, nel quale, nella prima parte, veniva compiuta un'analisi accurata dell'esercito piemontese tanto dal punto di vista dei materiali che da quello dei quadri. I primi erano poco progrediti rispetto all'epoca napoleonica: fucili ad avancarica e ad anima liscia, richiedenti quattro tempi ed otto movimenti per la carica, con tiro non efficace oltre i 300 metri; cannoni di bronzo, anch'essi ad avancarica e ad anima liscia, montati su affusti di legno di poco più leggeri dei vecchi affusti Gribeauval delle campagne napoleoniche, con gittata efficace non oltre 1000 metri (1400 per gli obici), con proiettili sferici a palle di ferraccio; mezzi di trasporto rudimentali. Il corpo degli ufficiali era articolato per la maggior parte sui componenti di un'aristocrazia che alla specchiata fedeltà al monarca univa uno spirito militare molto elevato, anche se alquanto altezzoso e formalista, e da una minoranza che rappresentava il prodotto di una borghesia egualmente positiva nelle (50) In Il primo passo verso l'uni1à d'lfalia 1848-1849, Ministero della Difesa, Stato Maggiore Esercito. Ufficio Storico, Roma, 1948. pagg. 13-52.


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sue connotazioni strutturali; se era poco numeroso per le esigenze di guerra , era peraltro valido sotto l'aspetto morale e della pratica del servizio. Meno brillante il livello culturale globale, ed in particolare la preparazione alla condotta strategica e tattica della guerra (pressoché sconosciuta , ad esempio, era l'esplorazione , sia vicina che lontana), in merito alla quale vigeva un rigido conservatorismo con sole poche eccezioni: Alessandro ed Alfonso Lamarmora , il primo creatore di una fanteria dinamica , i bersaglieri, ideata per il combattere sciolto e rapido, il secondo propugnatore delle batterie a cavallo, primo esempio di artiglieria campale idonea ad un impiego celere, e l'allora maggiore Giovanni Cavalli, artigliere e pontiere già famoso per le sue invenzioni di risonanza mondiale quali la retrocarica e la rigatura delle canne. Scarsa preparazione, quindi , per una condotta di guerra dinamica e risolutiva, anche perché - e qui l'analisi di Grazioli si faceva ancora più approfondita e sottile - non esisteva nell'esercito sardo-piemontese un vero organo ausiliario del comando che meritasse sul serio il nome di Stato Maggiore , costituito com'era , quello in carica, da una categoria di ufficiali indubbiame nte scelti ma le cui mansioni normali erano più che altro di carattere topografico e burocratico. Non era ancora giunta nell'alta gerarchia militare, sosteneva l'articolista, l'eco della poderosa sintesi teorica tedesca operata da Clausewitz attraverso lo studio delle campagne napoleoniche, nè era sorta in seno ad essa una scuola di mentalità aperta, come quella napoletana, volta allo studio razionale della guerra sulle orme di precursori quali, ad esempio , il Blanch od il Palmieri. L'esercito austriaco dislocato nel Lombardo-Veneto non si trovava, al momento, in condizioni favo revoli, perché, nel confluire dalle guarnigioni di città verso le quattro fortezze di Verona, Mantova, Peschiera e Legnago che costituivano il cosiddetto quadrilatero , aveva subito notevoli perdite a causa dei moti insurrezionali ed anche per le diserzioni dei militari di nascita italiana che costituivano circa un terzo della forza totale. Il tono generale era quindi piuttosto depresso ma , e quì l'autore insisteva sull'affermazion e di un concetto che gli era particolarmente caro, era sufficiente a compensarne gli effetti la presenza di un capo prestigioso, taumaturgico quale Radetzky, alle cui superiori qualità di comando , e forse solo ad esse, Grazioli attribuiva il fatto che l'Austria avesse potuto volgere a suo favore, nel 1848, il risultato di quella guerra. Gli eventi più salienti di questa erano rievocati nelle loro linee essenziali: gli scontri sul Mincio. i combatti menti di Goito, Pastrengo, Santa Lucia, Cornuda, l'assedio austriaco di Vicenza e quello piemontese


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di Peschiera, Curtatone e Montanara, la battaglia di Goito , la riconquista austriaca del Veneto e la fiera guerriglia di Pier Fortunato Calvi in Cadore. Ed , infine, la battaglia di Custoza, alla quale erano dedicate alcune delle pagine più belle del lavoro, un resoconto dettagliato secondo un criterio cronologico, esposto con uno stile giornalistico molto avvincente. L'altro lavoro, Luci ed ombre nella campagna del 1848 in Italia (51) , pur riecheggiando , ovviamente, alcune delle tematiche già trattate nell'altro, si soffermava con maggiore attenzione su alcuni aspetti specifici, uno dei quali era, ad esempio, l'apporto dei volontari alle forze regolari che veniva piuttosto ridimensionato. Erano tutti molto entusiasti, sulla scia dell'influenza della guerra per bande predicata da Mazzini, ma molto mediocremente armati ed equipaggiati, divisi da gelosie municipalistiche , insofferenti di ogni forma di disciplina e, soprattutto, inadeguatamente comandati. Anche qui tornava ad affiorare il tema della leadership così sentito da Grazioli, che sosteneva come per rendere questa massa bellicamente efficiente sarebbe stato indispensabile un comando unico superiore in grado di guidare formazioni guerrigliere, esigenza vanificata in partenza dall'assenza di capi qualificati in questa branca , eccezion fatta per Pier Fortunato Calvi e Luciano Manara , che però erano entrambi assorbiti nel loro particolare settore, il primo in Cadore e l'altro nelle prea.lpi bresciane, e per Garibaldi, che però era rientrato troppo tardi dal Sud America. Inoltre , i volontari non erano neanche stati accettati in modo conveniente da parte dell'altezzosa gerarchia militare sardo-piemontese che, non ravvisando la possibilità di trarre da essi utili azioni complementari, li aveva impiegati in un'azione offensiva contro il Trentino, fronteggiando truppe regolari austriache di ben altra levatura, per la quale non avevano assolutamente la struttura organizzativa ed i mezzi necessari. Da queste considerazioni ne scaturivano altre che riguardavano le principali figure dell'alto comando piemontese, a proposito delle quali l'analisi risultava più personalizzata di quanto non fosse stata nell'altro saggio, con annotazioni molto efficaci nel cogliere di ciascuna di esse i tratti più salienti e caratteristici. Si delineavano così le personalità di Carlo Alberto, dal temperamento oscillante, temporeggiatore, dotato di conoscenze tecnico-militari modeste ed alla cui indubbia statura morale non faceva riscontro un analogo livello quale condottiero; di Franzini, ministro della guerra al campo e principale con(51) Unione Monarchica Italiana, Comitato Toscano, Firenze, 1948, pagg. 27.


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sigliere tecnico del Re , inopportuno ripiego adottato in quel primo esperimento costituzionale del gravissimo problema dei rapporti fra governo e comando supremo mobilitato; di Salasco, capo di stato maggiore, intelligente ma tendente al conformismo ed alla cortigianeria e quindi destinato all'auto-esautoramento; di Bava e De Sonnaz, i due comandanti di Corpo d'Armata, rigido e caparbio iJ primo, superficiale e rodomonte il secondo , ed entrambi gelosissimi di Franzini. Anche questo lavoro , pubblicato alla fine di luglio 1948 e che dovrebbe pertanto essere l'ultimo prodotto da Grazioli , si chiudeva con un esame della condotta tattica delle due parti nella giornata di Custoza. Abbiamo sin quì esaminato la sua attività pubblicistica nel settore degli articoli e dei saggi , e ci resta ora da trattare quella relativa ai libri. Quattro sono i volumi dati alle stampe da Grazioli , tutti di carattere storico-militare , dei quali due concernenti il periodo romano antico, uno quello napoleonico e l'alt,ro inerente la prima guerra mondiale. Seguendo lo stesso criterio cronologico adottato nell'esposizione dell'altro tipo di produzione, diamo la precedenza a La battaglia di Rivoli (52), scritta all'epoca del comando del Corpo d 'Armata di Verona e frutto , come è stato già detto neJ capitolo precedente, di accurate ricerche negli archivi cittadinj di Verona, Padova e Venezia , oltre che di attente ricognizioni a cavallo sui luoghi menzionati nel libro. Nell'opera, che portava come sopra-titolo La guerra come opera d'arte - studio sulla guerra manovrata, erano narrati gli avvenimenti che , dal 12 gennaio 1797, allorché si ebbero le prime notizie dell'addensarsi di una nuova , poderosa minaccia austriaca contro l' Armata francese del generale Bonaparte che, consolidatasi sulla linea del Mincio e dell'Adige, aveva cinto d 'assedio Mantova , andavano sino al 14-15 dello stesso mese , allorché aveva avuto luogo la battaglia campale contro gli austriaci nel pianoro di Rivoli e nelle zone collinari circostanti, nelle adiacenze della sponda orientale del lago di Garda. Nel primo capitolo , dedicato alla fase preparatoria della battaglia, l'autore ricostruiva la situazione politico-militare francese del momento e le sue influenze, pratiche e psicologiche, sull'armata schierata fra Mincio ed Adige . Bonaparte aveva allora 27 anni e mezzo, e proprio in quei giorni era uscito vittorioso da un duello decisivo con il Direttorio di Parigi a proposito appunto dei destini della guerra e dell'Italia. li Direttorio mirava a concludere la (52) Le Monnier, Firenze, 1925, pagg. 350.


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pace con l'Austria coute qui coute, anche con il rischio di perdere tutti i vantaggi fino allora conseguiti con la campagna italiana e le sue tappe vittoriose: Montenotte, Dego, Millesimo, Lodi, Castiglione , Bassano e soprattutto Arcole. Per il giovane condottiero, troncare in quel punto la guerra in Italia, od anche soltanto chiedere un armistizio senza attendere almeno la caduta di Mantova, avrebbe significato il crollo repentino ed irreparabile di tutto il suo laborioso edificio politico creato nella penisola di pari passo con le vittorie sul campo, ispirato essenzialmente ad assicurare da questa parte alla Francia rivoluzionaria e repubblicana , contro l'Europa feudale, l'u. nica frontiera politico-militare veramente sicura, quella dell'Adige. Definita la questione , il tema principale era tornato ad essere quello militare: Una cosa sola appariva ferma: la tendenza in ogni caso a far massa , cioè ad opporre al ferro dell'avversario il forte del proprio ferro, colà dove fosse apparso più redditizio il farlo e nel momento più utile e più risolutivo. Proposito la cui opportunità appare di così elementare evidenza che vano sarebbe gabellarlo (come usasi fare) per principio sommo di dottrina militare, mentre per sé stesso non è che il naturale prodotto del più comune buon senso , e non dice nulla a chi poi non possegga l'abilità di colpire a volo l'occasione per attuarlo. Il difficile sta appunto nella scelta del modo, del momento e del luogo per opporre il forte della propria spada contro il debole della spada avversaria; ma ciò non può essere che il frutto del senso artistico del capo, cioè quanto di meno scientifico e di dottrinario possa mai immaginarsi il mondo.

Nel secondo capitolo, intermezzo , Grazioli inseriva un paragrafo intitolato La guerra come opera d'arte, contrassegnato dalla seguente annotazione in calce: I concetti espressi in questo breve paragrafo presentano molte analogie con quelli acutamente svolti da un giovane e colto ufficiale del nostro Stato Maggiore, il Maggiore Emilio Canevari, in un suo interessante opuscolo intitolato Il metodo scientifico nello studio della guerra pubblicato dal Gabinetto di Cultura della Scuola di Guerra. Si tratta di una concezione molto originale, riflettente i fondamenti della scienza, della dottrina e dell'arte bellica; concezione sulla quale , forse, gli studiosi di cose militari non hanno ancora portata tutta l'attenzione che merita. Per conto nostro, tanto condividiamo il pensiero originale del giovane ufficiale che consideriamo il presente nostro lavoro


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sulla battaglia di Rivoli, così come è stato ordinato e condotto, quasi come uno studio applicato e particolareggiato dei concetti generali esposti nell'opuscolo sopra ricordato.

Il tema costituiva un po' un leitmotiv del suo pensiero militare, e non perdeva l'occasione per ribadirne l'essenza: La guerra è un fatto sociale. Come tale, e al pari di qualunque altro fatto dello stesso genere, obbedisce a leggi immutabili nel corso del tempo e che si possono determinare con procedimenti logico-sperimentali , analoghi a quelli che .ci guidano nello studio delle scienze sociali in genere. Ma questo riguarda la scienza della guerra, in quanto specialmente il fenomeno bellico si manifesta con un costante parallelismo fra le condizioni politico-sociali di un determinato popolo e le sue istituzioni militari. Credere che da siffatte investigazioni puramente speculative possano trarsi principf valevoli come norma (sia pure di carattere molto generale) per. la condoua delle operazioni, sarebbe, a nostro avviso, grave errore; perché nel fatto può condurre a formulare schemi teorici. i quali nel campo pratico delle operazioni militari, o non servono a nulla, o, peggio, allontanano dalla visione schietta e concreta della realtà, già per solito molto oscura, tanto sul vasto teatro dell'attività strategica, quanto (e più ancora) sul campo concentrato della battaglia. È possibile invece trarre dalla ora accennata conoscenza scientifica del fenomeno utili tracce per edificare una dottrina di guerra; la quale, fondata necessariamente sulle forme e sui mezzi di guerra propri a un determinato ambiente e a un determinato tempo, potrà certamente avere un notevole valore contingente per chi abbia da ordinare un esercito e debba convenientemente addestrarlo per la guerra; ma non ne avrà invece alcuno (o presso a poco) quale orientamento dello spirito dei capi, alloché si tratti di guidare effettivamente operazioni militari sul terreno e a faccia a faccia con la sempre mutevole realtà. Il problema della condotta effettiva delle operazioni non comporta dunque , a nostro avviso, né soluzioni scientifiche, né soluzioni dottrinarie; ma deve essere risolto, caso per caso, con una interpretazione artistica della situazione e dei modi per fronteggiarla vittoriosamente, sulla base, bene inteso, di una conoscenza perfetta del potere dei mezzi che si hanno a disposizione, e del loro più efficace impiego. Chiunque abbia comandato in guerra sa , del resto, per prova, che la caratteristica più rilevante d'ogni problema militare sta in questo: che i suoi termini sfuggono per lo più ad ogni calcolo ,


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perché dipendono in gran parte da circostanze fortuite o dalla volontà dell'avversario che non si può conoscere a priori. Ond'è che dopo aver raccolto per mezzo di un accurato servizio di informazioni tutti i dati concreti possibili, non c'è che l'intuito artistico del Capo , che possa , mediante un calcolo di probabilità, pervenire a una visione abbastanza approssimativa della reale situazione, ciò che è condizione prima di vittoria, perché consente di veder abbastanza chiaro nelle cose e di determinare quindi, via via che l' azione si sviluppa, i mezzi più opportuni per rompere la compagine materiale e morale del nemico , cioè per vincere.

Nello stesso capitolo, erano delineate le caratteristiche umane e professionali di Napoleone e dei suoi luogotenenti , di alcuni dei quali venivano tratteggiati gli elementi psicologici di rilievo ed il loro ruolo nella dinamica dei rapporti con il Capo e nella condotta delle operazioni. Particolare rilievo avevano le figure di Alessandro Berthier, il futuro Principe di Neuchatel e di Wagram, capo di stato maggiore del Comandante Supremo, severo e scrupoloso, depositario della massima fiducia dì Napoleone, di Marmont , uno dei suoì aiutanti di campo, dei comandanti delle quattro Divisioni, Joubert, Massena, Augerau , Rey, di Alessandro Dumas, padre del grande romanziere omonino , che comandava, nell'ambito del Corpo di blocco che assediava Mantova, la Divisione che stazionava sulla riva sinistra del Mincio, di Lannes , comandante di una colonna mobile in Romagna. Erano inoltre passati in rassegna i mezzi offensivi e difensivi del!' Armata francese, e tutta l'organizzazione logistica, di comunicazione e di trasporto, così come analogo esame era fatto per le forze austriache. Il terzo capitolo era riservato alla vigi lia della battaglia, e l'autore ne traeva spunto per alcune considerazioni generali sullo stato d'animo, sull'ansia e la trepidazione di un capo nelle fasi che precedono appunto le grandi e decisive risoluzioni , espresse con notevole risonanza partecipativa come di chi sente vivamente il problema e riesce a coglierne gli aspetti più immediati e genuini. Nel quarto capitolo, lo svolgimento della battaglia trovava la sua esposizione globale attraverso una riuscita fusione del documentato , particolareggiato e coordinato fondamento storico relativo all 'evento con il risalto dato ad alcuni suoi singoli episodi caratteristici. Nella descrizione della battaglia, molto accurata anche per quanto riguardava il terreno, Grazioli riusciva a far agire sullo stesso piano le due parti in azione, ma si situava, come piedistallo narrativo , da una sola di


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esse (queJla francese), cercando di mettersi nelle condizioni stesse nelle quali si trovava Napoleone di fronte allo svolgersi degli avvenimenti, tentando di ipotizzarne la situazione psicologica. Il quinto ed ultimo capitolo era riservato alle conclusioni, a premessa delle quali così esplicitava gli scopi che si riprometteva dalla stesura del libro: Noi non vogliamo. perciò perderci, a coronamento del nostro lavoro, nella vana ricerca di forme operative preferibili negli infiniti casi che la realtà bellica, sempre mutevole, presenta. A noi basta invece esserci valsi dell'esempio mirabile di Rivoli per mettere in luce, e quindi apprezzare giustamente, le circostanze che dettero la vittoria alle forme operative, quanto mai libere e spoglie di ogni dogmatico schema o preconcetto, usate in quei giorni dal Generale Bonaparte e inspirate esclusivamente agli scopi che si prefiggeva in quella campagna; alle condizioni reali dell'ambiente in cui operava; ai mezzi concreti che aveva a disposizione; al carattere, alla consistenza e all'attività del nemico; per trarre poi da tutto questo quelle poche conclusioni che possono ancora essere utili ai giorni nostri ...

Ed in una sintesi finale della condotta tattica di Napoleone e delle ragioni che lo avevano portato alla vittoria di Rivoli, così concludeva: Dunque, fino all'ultimo, niente preconcetti, niente schemi, niente dogmatismi. Un grande senso della realtà, un perfettissimo intuito del modo più opportuno per fronteggiare elasticamente le varie situazioni via via che andavano creandosi sul campo di battaglia per effetto soprattutto dell'azione del nemico; una fermezza senza pari per resistere agli effetti deprimenti dei momenti di maggior crisi; una volontà irresistibile di annientare dovunque e comunque il nemico; una fede illimitata nella vittoria e la somma ventura di poter disporre, a servizio di tutte queste magnifiche qualità, di uno strumento perfettamente idoneo, perché animato dalla voglia di battersi e dà un fiero senso di superiorità sul nemico e perfettamente addestrato a seguire l'agile pensiero del Capo.

Completavano il volume una ricca bibliografia, un'appendice molto accurata con numerose note ed allegati, 39 illustrazioni e 9 fra carte e schizzi, di cui molto pregevole la riproduzione di una carta generale del teatro delle operazioni militari in Italia disegnata dall'ing. Bacher Dalbe, capo dell'ufficio topografico del Generale


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Bonaparte. La battaglia di Rivoli, a detta di molti critici, è da ritenersi una delle migliori opere della storiografia militare italiana nell'ambito degli studi sulla condotta delle operazioni belliche, seconda forse solo a Custoza di Alberto Pollio, un lavoro che rappresenta tutt'oggi un modello di storia militare tecnica. Alla prima guerra mondiale si riallacciava il secondo libro scritto da Grazioli, In guerra con i fanti d'Italia (53), nel quale venivano rievocate le vicende della Brigata Lambro, comandata dall'autore dal maggio 1916 al maggio 1917, ed ai cui caduti il volume era dedicato. Nella prima parte, riguardante la prepazione morale e l'addestramento tecnico al combattimento, Grazioli prendeva le mosse dalla sua assunzione del comando, avvenuta nelle circostanze e nei modi che sono stati esposti nel secondo capitolo, e corredava la narrazione della fase di ricostruzione della Brigata, semi-distrutta dopo l'offensiva austriaca nel Trentino, con interessanti e sottili notazioni psicologiche in merito ad alcuni ufficiali nonché sulle caratteristiche ottimali di un comandante in guerra, il tutto traendo spunto da episodi descritti con colorita incisività. Il secondo capitolo era intitolato Nel vortice della battaglia di Gorizia, ed in esso venivano ricordati gli aspri combattimenti nel .famigerato settore del Lenzuolo bianco, per la conquista di q. 188 e del Dosso del Bosniaco, il passaggio dell'Isonzo e la lotta intorno al cimitero di Gorizia. Nel terzo capitolo, Alle prese con il San Marco, era narrato· il periodo di guerra di posizione e di logoramento succeduto alla conquista di Gorizia, durante il quale la Lambro era stata quasi costantemente impiegata in prima linea nel tormentatissimo settore del San Marco; dalla penna di Grazioli uscivano pagine estremamente significative sulla vita di trincea, vere, prive di retorica e con ricchi spunti umani. Molto bello l'episodio dell'incontro con una vedetta, un soldato napoletano che da borghese faceva il cuoco in una casa patrizia e con il quale il comandante della Brigata, ispezionando le linee, si era fermato a parlare informandosi della sua vita prima della guerra. Ne riportiamo una parte, che ci sembra oltremodo suggestiva nella sua stringatezza, un modello di espressività che avremmo ritrovato anni dopo in Lussu, Rigoni Stern, Corradi, Gandini, Bedeschi, per citare alcuni fra i più efficaci memorialisti di guerra: Qualche cosa si mosse alla luce di un razzo, al di sopra del parapetto della vicina trincea nemica. Tacemmo e guardammo (53) Libreria del Littorio, Roma, 1930, pagg. 228.


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entrambi, spiando intensamente attraverso le feritoie. Era un soldato austriaco che, per aggiustare un po' il parapetto sconvolto, vi si era disteso sopra e con ogni cautela lavorava di vanghetta. Lo si scorgeva benissimo dal petto insù , bersaglio chiarissimo sotto la luce dei razzi. - Lo vedi? - Signor sì , mi rispose calmo e sereno. - E . perché non gli tiri? Quella larga e pacifica faccia di cuoco di buona famiglia si volse lentamente verso di me, senza dire nulla. Mi guardò soltanto bonariamente, sorridendo, ma quel sorriso diceva più assai che nessuna parola al mondo avrebbe potuto dire. La originaria e profonda bontà della razza riassommava in quel momento in quell'animo e lo distoglieva dall'infierire contro un singolo nemico inerme , in quel momento pacifico. lo avrei dovuto rimproverarlo, richiamarlo al suo dovere di soldato, costringerlo a sparare. Ma l'uomo prevalse in quel momento sul generale. Eravamo soli noi due, perché i miei ufficiali si erano fermati alquanto più indietro. Non dissi nulla; restai ancora là qualche istante. L'austriaco, terminata la sua faccenda, scomparve di nuovo nel fondo della sua trincea. Io continuai silenzioso il mio cammino.

Seguivano considerazioni sul valore e le capacità dimostrate da molti ufficiali di complemento , confermanti: ... quanto sia facile trarre dalla massa multiforme dei nostri cittadini delle classi colte elementi preziosi di comando, anche elevato, per integrare al bisogno le fila degli ufficiali di carriera. Ed anche questo ricordo vivo della guerra disperda per l'avvenire ogni opposta tendenza misoneistica che sarebbe un anacronismo, oggi che le guerre si fanno con le nazioni in armi e tutti i cittadini, secondo le loro capacità, debbono perciò trovare posto utile nella complessa compagine degli eserciti.

Il libro si chiudeva con un ricordo di qualche anno prima: un giorno Grazioli si era recato nella campagna romana in compagnia del cavalletto e della tavolozza, cosi come era solito fare non appena poteva averne l'opportunità, per dedicare qualche ora a quella pittura nella quale il suo spirito artistico trovava una fra le più complete modalità di realizzazione. Mentre era intento a dipingere , nella calda luce del primo pomeriggio d'ottobre , gli si avvicinava un pastore che cominciava a guardarlo fissamente e poi, d'un tratto , si immobilizzava sull'attenti; era un fante della Lambro , e


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con lui Graziali si metteva a sedere per terra a parlare dei tempi di allora, alla buona, e nel rivivere l'episodio ne scaturiva la sensazione di una gioiosa gratificazione, a tratti un po' commossa. Appena edito, il volume era oggetto di una autorevole ed, a nostro avviso, centrata recensione, quella del capo del governo, sotto forma di una lettera inviata dallo stesso Mussolini a Graziali: Dopo i libri del Remarque e del Rem, ho letto le pagine che Ella ha voluto inviarmi. Pagine che mi hanno vivamente interessato e che sono animate da un interno fuoco di passione, come quelle dedicate alla battaglia di Gorizia. Tuttavia Le debbo dire che il suo libro non può avere la popolarità degli altri citati. È il libro di un generale. Remarque e Rem (per ricordare i più stampati nel 1929) sono dei piccoli ufficiali o semplici soldati che descrivono la guerra com'essi l'hanno vissuta (sottolineato nel testo: n.d.r.). Il pubblico pensa - forse a torto - che essi la guerra l'abbiano descritta nella sua realtà. Ma a prescindere da queste valutazioni di ordine prevalentemente letterario o comparativo, io penso che il suo libro sarà letto con molto profitto, specialmente dagli Ufficiali, i quali vi troveranno molte osservazioni e notazioni - frutto di dura esperienza - e perciò degne di attenta meditazione (54).

Nel 1936 vedeva la luce I grandi capitani italiani (55) un'opera prefata da Piero Parini e riccamente corredata dalle policrome illustrazioni di Angelo Della Torre, alcune delle quali un po' statiche e rigide. Si trattava di un libro a carattere divulgativo destinato ai ragazzi, scritto pertanto in maniera molto semplice e chiara, piana, scorrevole , di faci le e go~ibile lettura, e diviso in tre parti. La prima riguardava i capitani di Roma antica: per il periodo repubblicano , venivano descritte le figure di Furio Camillo, Scipione l'Africano , Caio Mario e Giulio Cesare, per quello imperiale Germanico , Ulpio Traiano, Flavio Claudio, con cenni anche all'epoca delle grandi invasioni barbariche e quindi Teodosio, Stilicone ed Ezio. La seconda parte prendeva in esame i capitani del Medio Evo , con nitidi ritratti di Alberico da Barbiano, Braccio Fortebraccio, Muzio Attendalo Sforza, Niccolò Piccinina, Francesco Sforza, Bartolomeo Colleoni, Giovanni dalle Bande Nere, Emanuele Filiberto ed Ales(54) ACS, SPDCR, busta 5, fase. 91/R Grazio/i F.S. , sottofasc. 2, foglio senza protocollo del 27.1.1930, da Mussolini a Grazioli. (55) Società Editrice Novissima, Roma , 1936, pagg. 204.


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sandro Farnese. Nella terza parte comparivano i grandi condottieri dei secoli XVII, XVIII e del Risorgimento , da Raimondo Montecuccoli ad Eugenio di Savoia e sino a Garibaldi, passando per Federico il Grande e Napoleone l , che l'autore indicava come espressione di quell'arte militare italiana che aveva imposto in Europa la sua supremazia di genialità. L'ultimo libro di Grazioli faceva parte della collana I grandi italiani edita dalla Utet fra il 1931 ed il 1941, diretta da Luigi Federzoni e comprendente circa cinquanta titoli corrispondenti ad eminenti personaggi dei vari settori della storia (militare, politica, religiosa, artistica, ecc.) alla cui descrizione erano stati chiamati alcuni fra i nomi più autorevoli nelle rispettive branche , quali Aldo Ferrabino , Augusto Rostagni , Piero Bargellini , Natalino Sapegno, Emilio Cecchi, Federico Chabod , Francesco Flora, Riccardo Bacchelli , Arturo Codignola, Aldo Valo ri , Ildebrando Pizzetti ed altri ancora. A Grazioli era stata affidata la compilazione del volume dedicato a Scipione l'Africano (56), che egli aveva esaminato nella sua completezza di grande capitano , uomo politico e statista. Scipione, sosteneva l'autore, era stato un palese precursore del concetto moderno di intima fusione della guerra con la politica; la guerra, per lui , non era soltanto attività militare organica, tattica , strategica e logistica, ma era considerata anche nelle sue complesse relazioni intellettuali, morali e materiali con tutte le altre attività dello Stato, specie quelle diplomatiche ed economiche. Nel libro , peraltro, veniva data la prevalenza alla figura di Scipione quale grande condottiero, ed erano descritte ed analizzate le principali battaglie da lui .s ostenute: Cartagena, Baecula ed Ilipa in Spagna, dei Campi Magni e di Zama in Africa e di Magnesia in Siria, ed a questa suddivisione territoriale corrispondevano le tre parti nelle quali era articolata l'esposizione. A differenza del A great than Napoleon: Scipio Africanus di Liddell Hart , nel quale l'autore enfat izzava come principale caratteristica della genialità di Scipione la teoria dell'approccio indiretto , Grazioli poneva particolare cura nella disamina della tattica e dei piani di operazione e , nella discussione, metteva in rilievo come Scipione, tra i condottieri dell 'antica Roma, potesse definirsi il più romano fra i romani, dal momento che aveva interpretato al massimo grado gli elementi di fondo della marzialità romana , tra cui i fattori morali , la disciplina, il coraggio personale, l'efficienza combattiva di capi e gregari e, soprattutto, il senso della funzione militare inteso più (56) Utet, Torino, 1941, pagg. 194.


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come fiero diritto che come duro dovere. A lui attribuiva, inoltre, il merito di essere stato, nell'ambito dei generali romani, quello che più aveva saputo trarre profitto dalle lezioni di tattica che Annibale andava impartendo ai danni delle loro legioni. Questi, infatti, era stato educato ed addestrato, come tutti i Barca, alla scuola dell'arte militare orientale, tipicamente dinamica , alla quale essi aggiungevano la particolare e raffinata astuzia della razza fenicia e l'arte dello stratagemma, derivante dagli stretti contatti con i vicini cavalieri numidi dei deserti africani. Scipione aveva capito, affermava Grazioli, che uno dei fattori essenziali della maestria bellica non era da ricercarsi tanto in ordinamenti nuovi , in nuovi tipi di armamento, in un nuovo modo di schierare le truppe o di rafforzare il campo, quanto invece nella scintilla che ancora latitava nella troppo metodica e quasi meccanica arte militare romana, e cioè lo spirito manovriero , - anche la pur sapiente articolazione su tre linee della legione manipolare continuava a mancare di elasticità, perché ciascuna delle due linee retrostanti altro non era che un ricordo della linea antistante , senza alcun carattere vero e proprio di riserva e senza alcun significato specifico di manovra - il gioco degli stratagemmi, l'uso costante e geniale della sorpresa, l'arte di sfruttare abilmente la natura e la conformazione del terreno. Tredici cartine storico-geografiche e sei tavole in rotocalco corredavano il volume e ne impreziosivano anche la veste grafica. In complesso, l'attività pubblicistica di Graziali si può riassumere in quattro libri ed oltre trenta fra articoli, saggi e lavori monografici , numero, quest'ultimo, che riteniamo peraltro incompleto stante la sua notevole inclinazione e facilità allo scrivere, anche se, come abbiamo detto all'inizio del capitolo, si può verosimilmente affermare che il materiale da noi reperito ed esaminato sia quello più significativo ed importante nella produzione letteraria del generale. Da una lettera inviatagli nel gennaio 1947 da Gioacchino Volpe , sembrerebbe che Graziali avesse scritto anche un libro relativo alla vicenda fiumana, però mai pubblicato: ... mi duole che Fiume sia rientrato nel cassetto, come Voi mi scrivete. Impossibile ritirarlo fuori? Se mi capitasse qualche editore ben disposto , potrei scrivervelo. Ma, capisce, ora è difficile! Non si leggono se non o romanzi o cose di grandissima attualità, siano pur sogni avveniristici ... (57) .

(57) Grazioli F.S .. Epistolario, archivio familiare.


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A parte gli argomenti di ordine professionale legati alle fasi evolutive della carriera, il grosso della produzione stessa è di carattere storico , ed in particolare storico-militare, tematica che, con pittura e scultura, costituiva la gamma degli interessi predominanti nella componente umanistico-artistica della sua personalità. È una prosa , quella di Grazioli , molto chiara, fluida e scorrevole, con un periodare lungo , tipico dell'epoca, in alcuni casi ricercato ma più nel senso della tendenza al bello scrivere, connaturata nelle persone di un certo livello intellettivo la cui maturazione culturale si era sviluppata tra la fine dell'Ottocento ed i primi del Novecento, che non in quello di una compiaciuta leziosità fine a sé stessa. Qualche testo, specie quelli riecheggianti il contenuto di conferenze o djscorsi, indulge in alcuni brani alla retorica, caratteristica d'altra parte anche questa da ricollegare con lo spirito e lo stile dei tempi, siano stati quelli infiocchettati modello fin de siecle, quelli romanticamente crepuscolari del primo Novecento , quelli capricciosamente modernisti degli anni Venti o quelli epicamente stentorei dell'epoca littoria. Riteniamo , comunque, che La battaglia di Rivoli rappresenti l'opera migliore di Graziali, quella alla quale , se dovessimo collegarne il nome ad un solo modulo paradigmatico della sua produzione letteraria, affideremmo il compito di svolgere questa funzione di rappresentatività. Emerge, attraverso la ricostruzione di un evento ben delimitato nel tempo e nello spazio, una proiezione rappresentativa dell'attore principale in rapporto alla globale situazione storica in cui egli opera e su cui interviene. Pur nell'attenta fatica rievocativa dell'oggettivo , la figura di Napoleone si staglia come momento soggettivo , interiore , rispetto al globale. Non è il libro, né voleva esserlo, uno spicchio biografico del Bonaparte, ma incentrando il lavoro sulla sua presenza dominante nel contesto dello svolgersi degli avvenimenti , l'autore raccorda la molteplicità degli altri elementi, umani e non , del racconto a questo punto di riferimento preciso e storicamente pregnante. Graziali fa vivere Napoleone nel rapporto con la situazione storica, tiene conto del suo profilo psichico del momento in correlazione con i tratti psicologici dei comprimari', ne mette in luce la creatività umana travalicando l'ambito di quella tecnica. Non a caso il libro , lo ricordiamo , era sopratitolato La guerra come opera d'arte. Ancor più della valentia pittorica, che abbiamo potuto apprezzare attraverso la cortesia dei familiari che ce ne hanno mostrato alcune testimonianze , riteniamo che la sensibilità artistica di Graziali abbia trovato in questo suo prodotto letterario l'espressione più significativa, ed è per questo che ci siamo riservati tale


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breve spunto recensivo al di fuori dell'esposizione che ne abbiamo compiuto in precedenza, collocandolo invece proprio al termine del capitolo che mette a fuoco, di lui , quella statura umanistica che non era inferiore a quella militare di cui anzi, a nostro avviso , costituiva presupposto e complemento insieme.

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Statura: è questo il sostantivo che più si attaglia alla figura di Francesco Saverio Grazioli, ed il riferimento non è ovviamente pertinente al dato antropometrico, bensì al complesso di una personalità stagliantesi nettamente nel quadro d'insieme dell'ambiente militare italiano fra gli ultimi anni della prima guerra mondiale e la metà degli anni Trenta. Tendenzialmente, saremmo portati ad astenerci da considerazioni conclusive amò di bilancio, e questo per due ordini di ragioni: la prima, perché riteniamo di averlo già fatto in sede di commento alle varie vicende delle quali il nostro personaggio è stato protagonista, prendendo spunto da esse per dei consuntivi che entrassero nel merito dei diversi aspetti della sua struttura umana e professionale; la seconda, perché pensiamo che, da parte del biografo, si debba porre molta cura nell'evidenziare le varie tappe dello schema storico di colui che è oggetto della propria narrazione, mettendo in esso il più possibile in risalto origini, sviluppi ed implicazioni, ma che poi si debba lasciare al Lettore il diritto ed il gusto di estrapolare autonomamente le proprie conclusioni, anche perché le stesse saranno inevitabilmente differenziate in funzione dei presupposti di base psicologici, culturali, socio-ambientali, ideointellettivi ed esperienziali di ciascuno. D'altra parte, ci rendiamo anche conto che, al termine del dipanarsi di una serie di vicende così ampie e variegate, è opportuno e doveroso da parte dell'autore stilare un compendio che esprima il fulcro di tutto quanto è stato esposto nelle pagine precedenti, una messa a fuoco riassuntiva che suggelli la dimensione a tutto campo del protagonista. Abbiamo già avuto occasione di dire , ma ci piace ribadirlo , come Grazioli avesse sempre sentito profondamente il fascino di una professione con la quale si era identificato in maniera totale, sulla scorta di una pulsione che non era mai calata di tono ma, anzi, aveva visto progressivamente consolidare la propria intensità. Abbiamo sempre attribuito molta importanza a questo elemento di fondo , che riteniamo imprescindibile da quelle 'attività - il sacerdote , 'il medico , il soldato - che crediamo si possano svolgere in un solo , unico modo, quello di un coinvolgimento esistenziale, istintivo


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e consapevole insieme, che raggiunge la dedizione assoluta in naturale simbiosi con la sacralità stessa che le permea. Non temiamo di lasciarci prendere la mano dalla retorica , dal momento che crediamo fermamente in tale assunto, per affermare il quale utilizziamo pertanto quelle espressioni che riteniamo possano renderne più completamente il senso. E pensiamo che, come nella comune accezione si sia subitaneamente disponibili ad attribuire questo significato di missione alle prime due attività , si debba estendere tale attribuzione pure alla terza di esse laddove venga messa in atto , al pari d!elle altre due , in quel sol modo , ripetiamo, nel quale a nostro parere è lecito e doveroso farlo. L'uomo militare è infatti il solo , nella società , pronto ad assumersi la responsabilità di uccidere, di impartire disposizioni che possono implicare la morte e di accettarla per sé stesso , indipendentemente dalle proprie convinzioni, per l'esecuzione di ordini da altri impartiti ai fini della tutela o promozione degli interessi della propria comunità e dei principi che la presiedono. Questa caratteristica dell'uomo militare è quella che , in termini filosofici , potrebbe denominarsi la sua terza dimensione , il potere che deriva dalla negazione dell'esistenza. In una società a due dimensioni, in cui le coordinate sono la natura e l'esistenza dell'uomo , in una società che Marcuse ha addirittura definito ad una dimensione, vi sono uomini che invece agiscono permamentemente in tre dimensioni. Mentre la società agisce unicamente entro le variabili della propria esistenza e dei poteri a.d essa connessi , l'uomo militare - ma ci piace più chiamarlo, a questo punto , l'uomo soldato - agisce in effetti anche in una terza d!imeosione. Il sacrificio correntemente accettato della sua vita e le responsabilità collegate ad ordini ricevuti ed impartiti , implicanti le coordinate della morte , sono significativi a questo riguardo. In ultima analisi, il ruolo dell'uomo soldato è caratterizzato dal trasferimento dei rischi ultimi della propria comunità su sé stesso. G emeinnutz vor Eigennuts, asserisce un vecchio detto germanico: il bene comune prima di quello proprio; non a caso proprio in Erwin Rommel troviamo scritto che: ... il comando delle truppe non richiede solamente intelletto, come tutto ciò che è creativo , ma anche e soprattutto energia e l'assoluta volontà di servire la causa senza riguardo agli affari propri (58). (58) Rommel E . Guerra senza odio, Garzanti, Milano, 1959 (3" edizione), pag. 318.


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La filosofia ci ha dato varie descrizioni dell'uomo: Schopenauer lo ha visto, ad esempio , come caratterizzato da una volontà di vita, Nietzsche da una volontà di potenza; in quest'ordine di idee è possibile vedere l'uomo soldato come caratterizzato da una volontà di sopravvivenza, di tutela protettiva della collettività. Volontà che da una parte conduce all'accettazione della negazione della propria esistenza per far sopravvivere la collettività, dall'altra sorpassa sia la volontà di vita che di potere. Questi diventano entrambi scopi intermedi nei confronti di fini ulteriori eticamente più importanti quali la protezione e la salvaguardia dei valori ed interessi essenziali di un popolo di fronte ai pericoli generati dai conflitti. Ne consegue come uno dei doveri di base di questo ruolo nei confronti della società della quale è al servizio , è quello di assicurare il massimo rendimento in questo campo , né crediamo che tale attribuzione sia completamente mutata nell'era nucleare, che tanta enfasi pone sulla deterrenza e sul controllo delle operazioni belliche. Le armi nucleari non hanno , infatti, determinato la scomparsa della guerra, ne hanno solamente modificato funzione e modalità esecutive, così come hanno variato l'utilità e l'accettabilità della forza militare come mezzo per conseguire obiettivi politici in un sistema internazionale rimasto sostanzialmente conflittuale come in passato. Un tempo , peraltro, una concezione romantica della guera, ancora possibile, consentiva di dissociare il fenomeno umano della violenza dal fatto empirico-contingente della guerra stessa attribuendo a questa un valore morale che la faceva considerare , filosoficamente, una categoria metafisica e, sociologicamente , una forza dotata di spiritualità e governata da regole ben definite e pressoché universalmente accettate. Ciò conferiva alla lotta fra gli uomini un significato ed un contenuto etici evitando soprattutto, od attenuando, l'associazione necessaria della lotta con la violenza. Graziali visse la propria professionalità secondo questo archetipo , ne dette testimonianza attraverso l'azione ed attraverso l'espressione del proprio pensiero nei vari' scritti mediante i quali esso ebbe l'opportunità migliore di esplicitarsi (alla fluida scorrevolezza del periodare , infatti, non corrispondeva altrettanta scioltezza nel linguaggio parlato , almeno in occasione di discorsi ufficiali , conferenze e di tutte le circostanze in genere nelle quali doveva parlare in pubblico). Dalla documentazione che abbiamo riportato o riprodotto, emerge un dato incontestabile: non fu, non si ritenne e non volle mai essere un impiegato con le stellette, e si batté sempre perché non lo fossero nemmeno gli altri. Ebbe della vita militare una


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concezione eticamente superiore, elitaria, di consorteria spirituale, che lo portava ineluttabilmente a desiderare per essa, con quella passionalità che era un'altra delle sue caratteristiche, il prevalere della qualità, la selezione e la bonifica impietose, il predominio della meritocrazia , la vittoria del professionismo pragmatico ed evolutivo sul conservatorismo routinario ed ignavo. Credeva in quello che faceva, e riusciva a trasmettere agli altri questa convinta determinazione. Nei rapporti interpersonali , esercitava un fascino ed un carisma che gli erano congeniti, per i quali non doveva procedere ad attivazioni preordinate. Proprio di recente, abbiamo avuto occasione di raccogliere da un ottuagenario generale a riposo, cui il peso degli anni non ha inciso sulla lucidità e la precisione dei ricordi, una testimonianza su come, nei primi anni Trenta, numerosi giovani ufficiali si raccogliessero spontaneamente intorno a Grazioli, attratti da questo suo modo di fare nel quale l'autorevolezza proveniente dal grado, dal prestigio e dall'aristocratica imponenza del'aspetto si stemperavano nella naturale bonomia e cordialità dell'uomo, arricchita sovente da una trilussiana tendenza al commento arguto e satireggiante, e tutti attenti a quello che da lui proveniva in termini di ammaestramenti e di esperienza, ma così, per naturale travaso, da vecchio patriarca intorno al fuoco cui la vetustà non ha tolto la freschezza ideativa, senza ombra di saccente albagia, per quel meccanismo spontaneo e non spiegabile per cui alcune figure sono destinate, incondizionatamente, a fungere da punto di riferimento per gli altri, con buona pace dei sacerdoti dell'egualitarismo e del livellamento. Esercitò nello stesso modo il proprio ruolo nell'ambito dei rapporti familiari; dalla testimonianza diretta di alcuni di loro, ed in particolare da quella delle figlie, affettuosa nelle risonanze , ma obiettiva ed aliena da quelle edulcorazioni con le quali in genere si è portati a rievocare tutto ciò che riguarda gli scomparsi ed il tempo trascorso con essi, emerge una figura di pater familias molto aderente alla funzione ma in termini non retorici o letterari', di maniera, bensì in forma sostanziale, di una presenza che se, molto spesso, non poteva essere fisica per le ovvie ragioni connesse con il tipo di attività professionale, certamente lo era sotto l'aspetto della vicinanza emotivo-affettiva, del far sentire alla famiglia il suo essere partecipe anche alle tante minute, insignificanti vicende quotidiane che la riguardavano. Ne abbiamo avuto diretta conferma attraverso lo spoglio delle molte lettere inviate alla moglie ed alla figlia maggiore Andreina, dalla Libia e dal fronte della prima guerra mondia-


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le, dalle quali traspare questa trepidazione affettuosa che le circostanze, con il loro particolare contenuto emozionale, certamente accentuavano. Su Andreina , allorché questa era pervenuta all'età adolescenziale, Grazioli aveva proiettato tutte le aspettative e le gratificazioni che si era ripromesso da quel figlio maschio , Mario , che la sorte gli aveva dolorosamente sottratto ancora bambino. La passione sportiva del genitore, ad esempio, si riverberò su di lei con ancora maggiore impegno e fervore di quello che avrebbe potuto essere normalmente, trovando l'interessata molto disponibile a questo meccanismo proiettivo attraverso il quale il rapporto con il padre assunse una forma ancora più salda e profonda. Soprattutto all'equitazione, una delle grandi passioni di Grazioli , Dindina veniva addestrata con la perizia e la cura, talvolta sino alla pignoleria, con le quali era solito fare le cose, ed oggi l'ultra-ottuagenaria signora conserva ancora vivissimi , fra i suoi ricordi della vita col padre, quelli delle lunghe cavalcate nel deserto libico, all'epoca della permanenza a Tripoli fra il 1913 ed il 1915. La perdita della moglie, avvenuta quando era ormai prossimo ai 70 anni, aveva rappresentato un grosso trauma per lui: era stato un matrimonio felice, sereno, un legame durato 38 anni in armonia, un'intesa solo episodicamente turbata dagli inevitabili screzi che una così lunga convivenza non può non comportare. Alcune volte, le cause potevano risiedere nelle fervide attenzioni cui Grazioli , bell'uomo, aitante, signore nel tratto e con un fascino accresciuto dall'alone di marzialità che lo circondava, era fatto oggetto da parte del pubblico femminile ed alle quali lui stesso non pare rimanesse insensibile. Fu ambizioso, e sicuramente in non lieve misura. Amò il successo , il prestigio, la notorietà, gli piaceva essere alla ribalta, non gradiva posizioni di secondo piano od accantonamenti nella penombra. Non trascurò nessuna della opportunità che gli si offrivano per mettersi in vista, ed altre ne creò di propria iniziativa, come attesta ad esempio il pro-memoria inviato a Mussolini , traendo spunto da un ipotetico discorso da pronunciarsi al Senato, nel maggio 1931 , periodo nel quale maggiori erano le sue aspirazioni di potere ed il conseguente desiderio di cercare di acquisire quella che , mutuandola dalla corrente terminologia sportiva, potremmo definire la pool position nella gara per il raggiungimento dei massimi livelli di gestione dell'apparato militare. Gara che era destinato a perdere , come in effetti fu , penalizzato proprio dalle sue doti e dal suo potenziale umano e professionale inteso in tutte le componenti di intelletto , cultura , spirito innovatore, preparazione e competenza, rigori-


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smo , carica motivazionale, concretezza, efficientismo, caratteristiche tutte che fungevano da veri e propri pani di piombo zavorranti in un ambiente dominato da camarille maggiori o minori , tutte comunque confluenti in quella vera e reale centrale di potere che fu sempre rappresentata da] clan facente capo a Badoglio, per il quale personalità così profilate quali un Grazioli costituivano una pericolosissima minaccia al proprio immobilismo acquiescente e profittevole . Fu sempre amareggiato, ad esempio, di non essere pervenuto a quella carica di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito per la quale riteneva di avere tutte le carte in regola, ed uno dei motivi per i quali i quasi due anni trascorsi come Sottocapo, tra ìl 1925 ed il 1927, non lo avevano gratificato più di tanto , potrebbe forse a nostro avviso essere anche rappresentato dall'ostacolo che le ultime modifiche all'ordinamento dell'Alto Comando , con l'istituzione della carica di Capo di Stato Maggiore Generale e l'assorbimento in essa di quella di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, avevano frapposto a questa sua aspirazione. Allorché il Decreto Legge del 6.2.1927 elaborato da Cavallero aveva sancito la separazione delle due cariche, il logico avvicendamento anche del Sottocapo e la non codificata ma usuale prassi che questi non potesse subentrare nell'incarico di Capo (inosservata solo il 24 novembre 1919 per il solito Badoglio, già Sottocapo con Diaz e succeduto a questi come Capo di Stato Maggiore) doveva ulteriormente frustrare questo proposito, il cui mancato raggiungimento avrebbe sempre costituito per Grazioli motivo di grossa amarezza e recriminazione. Che, come abbiamo già avuto occasione di dire nelle pagine precedenti, non erano assolutamente infondate. Non siamo tra coloro che inneggiano alla modestia ad ogni costo, e la stessa definizione che di essa propone lo Zingarelli nel suo autorevole vocabolario della lingua italiana, virtù che fa rifuggire dal riconoscimento o dal vanto dei propri meriti, se ci trova concordi sul secondo sostantivo ci lascia dissenzienti per quanto attiene al primo , perché se il menar vanto dei propri meriti è certamente sconveniente e disdicevole e quanto meno inopportuno e di cattivo gusto sul piano degli atteggiamenti, non altrettanto può dirsi per il loro solo riconoscimento, per la loro pacata ed oggettiva (per quanto può esserlo) valutazione alla quale non deve necessariamente conseguire una esplicitazione con gli altri , o quanto meno questa può anche aver luogo - altrimenti non si tratterebbe che di una interiorizzazione pura e semplice che non darebbe adito ad alcuna implicazione comportamentale - ma in termini che non


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siano enfatici, spocchiosi e come tali irritanti. Non prendiamo nemmeno in considerazione, naturalmente, la forma falsa, affettata, della modestia, a proposito della quale ci sembra si addica in maniera oltremodo felice la battuta, non ricordiamo se di Wilde o di Russell ed in verità riferita alla modestia in genere, che la definisce come l'anticamera di tutte le virtù ed il cesso di tutte le impotenze. Dal nostro punto di vista, il problema caso mai è un altro, e si incentra sul fatto che uno, questi meriti, li possegga realmente o no. Grazioli sapeva di averli, era conscio del proprio potenziale umano e professionale, forse poteva anche essere indotto talvolta a sopravalutarlo, succede spesso ed a tutti, ma è incontrovertibile che esso ci fosse e che, soprattutto, non temesse confronti con quello della maggior parte di coloro che lo circondavano, i vari Ferrari, Gualtieri, Gazzera, Bonzani e non ultimo certo lo stesso Badoglio, anche se questi rappresentava un caso del tutto particolare, nel quale entravano in gioco ben altri fattori protezionistici che nulla avevano a che fare con l'eventuale possesso di qualità morali e professionali, nel suo caso peraltro molto scarse, le prime ancor più delle seconde. Queste considerazioni ci riportano al discorso sull'ambizione. Stabilito che ritenesse di avere i requisiti per aspirare alle massime cariche dell'organizzazione militare, ed accertato che li possedesse ad abundantiam, sia in assoluto che comparativamente agli altri, l'uomo aveva anche l'ambizione di pervenire a certi traguardi per raggiungere i quali, lo abbiamo detto, non si tirava certo indietro. Nella nostra valutazione , vale il discorso già fatto per la modestia. L'ambizione ha un 'accezione in negativo se non è sostenuta da presupposti di sostanza, se è anteposta ad ogni considerazione di ordine etico ed è disponibile per qualunque tipo di transazione, se viene esibita in forma conclamata e priva di stile ; se non corrisponde a queste pregiudiziali, riteniamo possa rientrare nell'ambito di un fattore del tutto pertinente alla natura umana, non solo accettabile e tollerabile ma addirittura auspicabile, dato il grosso significato positivo ai fini del mantenimento di quel coefficiente di tensione vitale che costituisce elemento determinante per la sopravvivenza psicobiologica dell'individuo. In un'organizzazione, l'optimum si realizza quando l'ambizione così definita di un singolo viene a coincidere con gli interessi dell'organizzazione stessa, non anteponendosi a questi ma risultando con essi complementare; è un problema che va interpretato in chiave speculare, per il quale comunque va rispettata la scala di priorità che vede privilegiate le esigenze del gruppo


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rispetto a quelle dell'individuo. Queste devono seguire in scia, fungendo però nel contempo anche da elemento traente per la dinamica delle prime , in un riciclarsi reciproco che è garanzia di bilanciiata continuità. Fatte salve queste premesse, l'ambizione personale ha una sua accezione in positivo che trascende il particolarismo soggettivo per assumere una vera e propria funzione catalizzatrice generale di cui beneficiano entrambe le componenti, quella individuale e quella istituzionale. Riteniamo di poter affermare che in Grazioli questa condizione ricorresse pienamente. Sotto l'aspetto dell'azione di comando, parla da sola la sua condotta sul campo , da quella circoscritta di Bir Tobras, in cui il comandante di battaglione guida con l'esempio - la vecchia ricetta c!he crediamo tuttora insuperabile - i suoi uomini arroccati a difesa, a quella a più ampio respiro delle giornate di Vittorio Veneto, nelle quali il generale di Corpo d'Armata, alla guida contemporanea di due di queste Grandi Unità, attiva ed alimenta lo spirito aggressivo necessario al forzamento del Piave ed al successivo sfruttamento del successo. Fu indubbiamente il più brillante tra i comandanti operativi di alto rango usciti dalla impietosa selezione della guerra; di questa , conosceva gli aspetti reali , la sentiva nelle sue sfumature più riposte, ne sapeva cogliere ed anticipare suggestioni ed effetti. Capiva la truppa, sapeva mantenere una saldezza disciplinare esente da misure coercitive e repressive dalle quali, per temperamento, rifuggiva, anche se è da ritenere che non avrebbe esitato ad impiegarle qualora vi fosse stato suo malgrado costretto da particolari circostanze. Fra le tante cose studiate di Napoleone, gli era sicuramente rimasta impressa la massima che a la guerre les trois quarts sont des affaires morales. Riusciva a trasfondere quel quid essenziale che sorpassa il puro vincolo disciplinare definito dai regolamenti militari e lo trasforma in vincolo morale, in collaborazione intelligente e spontanea: la fede in un'opera comune, quell'unisono fra chi comanda e chi obbedisce che nasce per vie imprevedibili, non dalle parole ma dagli atteggiamenti inconsci , dalla fiducia, dalla speranza in un meglio conseguibile con uno sforzo comune; il patto della vittoria, in altre parole, su cui si fonda ogni esercito. Come caratteristica costante, ebbe quella della percezione immediata della situazione, un vero e proprio fiuto tattico, cui faceva seguito il relativo, rapido orientamento, il che lo configurava come un capo di primiss.ima qualità nella guerra guerreggiata. Riusciva ad entrare subito nel vivo dei problemi, individuandone l'essenzialità e disponendo di conseguenza con altrettanta concretezza. Fu veramente maestro nel


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dirigere i reparti alle sue dipendenze, con ordini concisi e della massima chiarezza. Confessiamo che ci sarebbe piaciuto, se l'ineluttabile sbarramento anagrafico non lo avesse forzosamente impedito , vederlo all'opera durante il secondo conflitto mondiale, ed in special modo in Africa Settentrionale, su quel terreno ed in quella dimensione che più privilegiavano il senso tattico, la fantasia, la capacità improvvisativa, la fluidità e l'autonomia da schemi preordinati, il dinamismo, la spregiudicatezza. Forse , se pur con le debite distanze connesse al ben diverso strumento operativo a disposizione, l'esercito italiano avrebbe potuto disporre anch'esso di un suo Rommel, se non da contrapporre quanto meno da accostare all'altro . Della sua azione di comando al di fuori dei frangenti bellici, la vicenda fiumana fu veramente emblematica, portando allo scoperto , in maniera oltremodo immediata ed esauriente, gli aspetti più significativi di una personalità cui maturità, raziocinio, intelletto, cultura ed esperienza non riuscivano a comprimere spunti di viscerale passionalità a stento , e non sempre , controllati; pensiamo comunque , per essa , di averne sufficientemente tratteggiato le linee essenziali nel relativo capitolo. Come originatore di pensiero militare, parlano per lui i suoi scritti, ufficiali e non, dei quali abbiamo cercato di fornire una sintesi che confidiamo possa essere sufficiente a metterne a fuoco l' essenza ed il fulcro. Messe, parlando di Grazioli , si esprime in termini di altissima intelligenza militare (59), giudizio certamente rilevante ed impegnativo quando si consideri che gli alti gradi della nostra gerarchia (ma non si trattava di un fenomeno solo nostrano) non erano in genere inclini ad apprezzamenti così espUciti nei confronti dei colleghi, anche se fra i due intercorrevano quattordici anni di differenza, sufficienti a non determinare rivalità e gelosie di mestiere. A prescindere dall'uso o meno del superlativo, che rientra nell'ambito di una certa impronta personalizzata dello scrivere che può anche non essere direttamente correlata con un'omogenea scala di valori, crediamo che il giudizio di Messe sia esaustivo per quella che riteniamo la componente più importante della figura di Grazioli, l'aver saputo produrre ed esprimere una forma di pensiero militare in linea con tre parametri essenziali: le esperienze del passato, i requisiti del presente , le prevedibiJj esigenze del futuro. Nella prima guerra mondiale, fu tra i primi a cogliere le necessità indilazionabile di una totale revisione dei criteri operativi, specie quelli offensivi , (59) Messe G . La guerra al fronte russo , Rizzoli, Milano , 1947, pag. 324.


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contribuendo ad ideare e patrocinando la realizzazione dei reparti d'assalto e definendo gli orientamenti di impiego di Grandi Unità speciali altamente manovriere, preposte alla penetrazione veloce a fondo nello schieramento nemico ed alla sua rottura, Nel 1931 fu lui a gettare il sasso nello stagno del problema della meccanizzazione delle forze terrestri e della sua radicale diversità rispetto alJa motorizzazione, facendolo scendere dall'empireo della sola ampia e costante attenzione prestata alle esperienze compiute all'estero, certamente lodevole ma sterile ed afinalistica, al piano del dibattito teorico foriero, a sua volta , delle prime concrete applicazioni in ambito tecnico , dottrinario ed ordinativo , anche se con tutti i ritardi, le limitazioni, gli equivoci e le ambiguità dei quali abbiamo accennato nel precedente capitolo. Fu lui, in Italia, il primo a sposare senza incertezze la tesi della meccanizzazione come soluzione del problema della mobi)jtà operativa delle forze terrestri ed a concepire quest'ultima come strettamente correlata alla cooperazione con forze aeree specificamente a ciò preposte. Fu il primo, pertanto, a porsi concretamente al livello di tutti coloro che, all'estero , già negli anni precedenti, avevano studiato l'impiego autonomo delle forze corazzate preconizzandone il ruolo decisivo che avrebbero rivestito nella prossima guerra, anche se non intendiamo assolutamente , nella nostra analisi, presentarlo come un Hobart , un Liddell H art, un Guderian italiano. Questi, nell'esposizione delle loro teorie, entrarono dettagliatamente nel merito degli aspetti tecnici, organico-ordinativi e di impiego delle forze corazzate, dando vero e proprio corpo (soprattutto Guderian) al loro tessuto connettivo ed · alla funzionalità operativa che ne derivava, il che non fu per Grazioli, che delle nuove potenzialità belliche elaborò una formu lazione di ordine concettuale generale senza peraltro aver parte così specifica in questo versante organizzativo . Ma gli resta , indubitabile, il merito di essere stato il primo esponente di rango della classe militare italiana (Douhet è a parte , avendo cessato nel 1918 la carriera militare attiva e nel grado di colonnello) ad uscire dalla morta gora di un cronicizzato immobilismo , che prima ancora che intellettivo era, a nostro parere, spirituale, e di aver sprovincializzato di fatto è vero che presso lo Stato Maggiore si era molto attenti ed aggiornati, all'epoca, a quanto avveniva all'estero, ma la cultura, in uniforme o non , per essere veramente tale va anche prodotta oltre che assorbita - il nostro pensiero militare. Riteniamo , a questo riguardo , che l'articolo pubblicato su La Nuova Antologia nel 1931 e la memoria riassuntiva sulle grandi manovre sovietiche del 1934 costi-


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tuiscano due fra i documenti più interessanti relativamente al periodo compreso fra le due guerre mondiali; il secondo, inoltre, offre un esempio di non comune capacità di messa a fuoco della reale essenza di un problema dopo averne preso in esame tutti gli aspetti concorrenti a configurarlo. E , sempre a proposito di sprovincializzazione del pensiero militare, va sottolinato con particolare evidenza , anche per la sua inusualità oltre che per il contenuto, la concezione di Graziali relativa alle forze armate nazionali, pensate in una visione unitaria super partes aliena da egoistici particolarismi corporativi ed aperta , invece, ad una integrazione che, da una ripartizione dei bilanci ispirata ad una congrua e razionale flessibilità , si esten,desse anche e soprattutto sul piano operativo verso quella cooperazione tattica la cu i carenza le avrebbe invece così gravemente penalizzate tra il 1940 ed il 1943. È una forma di pensiero ed un atteggiamento di cui nella storia della nostra politica militare (raramente scevra, purtroppo, di pregiudizial i del tipo unicuique suum tanto care ai paladini degli orticelli esclusivi), e salvo prova contraria , non ci risultano comprovate analogie, quanto meno manifestate negli stessi termini di ufficialità. Pur non essendo pervenuto ai supremi vertici militari. godette, per tutte le ragioni accennate, di notevole prestigio e considerazione tanto all'interno dell'organismo militare - compreso ìl clan dei badogliani che, proprio per questo, per un meccanismo dal loro punto di vista comprensibile anche se rispondente ad una logica perversa, aveva cura di emarginarlo dalla stanza dei bottoni - quanto presso Mussolini , la cui gestione del potere venne a coincidere con le fasi della carriera di Grazioli durante le quali questi avrebbe potuto compiere l'ultimo scalino dell'ascesa ai massimi livelli. Del rapporto intercorrente tra Mussolini e le forze armate si è già fatto qualche breve cenno nelle pagine precedenti , sulla scorta di alcune delle varie opere prodotte sull'argomento ai cui riferimenti bibliografici, pertanto, rimandiamo per gli eventuali approfondimenti. Ribadiamo solo l'assunto generale, ormai unanimamente acclarato, relativo al compromesso stabilito fra il regime (anche se sarebbe meglio personalizzare questa controparte con l'esplicita chiamata in causa del suo capo , che ne accentrava in sé orientamenti e decisioni) e l'apparato militare, ed i cui presupposti , malgrado più di una crisi , rimasero sempre pressocché invariati. Mussolini garantiva agli alti comandi il pieno controllo delle proprie organizzazioni , senza ingerenze né rilievi, in cambio di un sostegno ad una politica di prestigio che avallasse la ricerca ed il conseguimento di un adeguato ruolo


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internazionale. I generali non gli creavano problemi di sorta, lui li faceva ruotare nelle alte cariche e nel governo senza mai chiedere loro più di quanto potessero dare, alimentandone il ruolo di superburocrati con le stellette, lasciando che avessero mano libera in tutte le proprie questioni interne. Fa testo, a questo proposito, la franca dichiarazione di Ottavio Zoppi: Nel ventennio, noi militari, ch'io mi sappia, non abbiamo mai sentito nell'esercizio dei nostri doveri e diritti militari di essere sotto una dittatura. In verità il fascismo ci ha sempre rispettati, sovente onorati e talvolta adulati come non era avvenuto mai (60).

a cui fa eco quella di Faldella: Non è vero che le promozioni degli ufficiali in servizio attivo fossero influenzate da supposti meriti fascisti; checché se ne dica, la politica ed il fascismo rimasero sempre fuori dall'ambiente; piuttosto le promozioni erano concesse con eccessiva longanimità, portando a gradi superiori anche i mediocri (61).

La condotta di Mussolini verso le forze armate è quindi riconducibile alla logica di una mediazione personale che si svolse sempre nei limiti concessi dai singoli gruppi di potere militari , nessuno dei quali ammise intrusioni del capo del governo o di altri nella sua sfera. Il potere di Mussolini si esercitava nelle situazioni fluide, quando eventi eccezionali sconvolgevano l'equilibrio dei poteri, ma anche allora, come fa rilevare Rochat , non ne sortiva un'organizzazione centralizzata nelle sue mani , bensì un nuovo equilibrio statico fra i diversi gruppi di potere (62). L'influenza assoluta da lui esercitata sulle forze armate riguardò, in pratica , la scelta dei vertici responsabili ai quali destinò sempre un militare di carriera (fece eccezione la sola aeronautica, sia pure per un breve periodo, dal gennaio 1923 al giugno 1924, con la gestione di Aldo Finzi) che, di conseguenza, si sentiva legato alla persona del capo del governo; al di là di tale (60) Zoppi O. Il Senato e l'Esercito nel vemennio, Zucchi, Milano, 1948, pagg.

69. (61) Falde Ila E. L'Italia e la seconda guerra mondiale. Revisione di giudizi, Cappelli , Bologna. 1967 (3° edizione), pag. 52. (62) Rochat G. IL ruolo delle Forze Armate nel regime fascista: conclusioni provvisorie ed ipotesi di lavoro , in Rivista di Storia Contemporanea, fase. 2, aprile 1972, pag. 195.


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fatto , sia pure determinante, egli non svolse, almeno sino alla vigilia della seconda guerra mondiale, nessun ruolo di direzione e di conduzione diretta delle forze armate che restarono affidate ai capi militari. Mussolini stimava Grazioli, ne valutava pienamente il livello nettamente superiore, sotto ogni punto di vista, rispetto a quello di coloro che si avvicendavano, tranne qualche eccezione come Baistrocchi , nelle massime cariche dell'esercito. Ma , prigioniero dello stesso meccanismo che lui stesso aveva attivato, non era in grado di designarlo motu proprio a quelle funzioni che più d'ogni altro sarebbe stato indicato a presiedere. Gli manifestò il proprio apprezzamento in tante altre forme , dirette ed indirette, non ultimo il conferimento dell'incarico di Ispettore Capo della preparazione pre- e post-militare che veniva a rivestire (alla fine di quella prima metà degli anni Trenta che segnò , secondo l'interpretazione defeliciana, il culmine del maggior consenso verso il regime ed il tentativo da l)arte di questo di attivizzare tutti, specialmente i giovani, nella concezione totalitaria dello Stato) un significato fiduciario in chiave politica che, a nostro parere , andava oltre il lustro ed il prestigio della carica. Ma la gestione dell'esercito continuava a rimanere nelle mani di Badoglio, e lì , per Grazioli, le porte erano destinate a rimanere chiuse. Questi, lo abbiamo visto, aveva guardato con simpatia al fascismo sin dall'inizio , e non c'è da stupirsene, per lui come per tutti gli altri appartenenti alla classe militare, per quello che il fascismo veniva allora a rappresentare per essa nel quadro della situazione in atto. In seguito, continuò ad aderire al regime con la medesima franchezza e senza remore, anche perché, tutto sommato, riteneva di non far altro che attenersi ai propri doveri di cittadino e di soldato nei confronti di un ordinamento politico dello Stato al quale il partito al potere, per unico e totalitario che fosse, era pervenuto in maniera del tutto legittima e senza quella connotazione rivoluzionaria che tanto sbandierava, ma per la quale certamente non aveva titolo, visto come erano andate le cose. Il tutto con l'avallo reale, di quel Sovrano al quale Grazioli, come ogni ufficiale effettivo , guardava come inequivocabile guarentigia di riferimento , avallo che sul piano morale sarebbe rimasto invariato, con tendenza all'incremento, per almeno altri diciotto o diciannove anni. Non crediamo, naturalmente, che l'assunzione al vertice militare di un uomo come Grazioli avrebbe funzionato da panacéa per la nostra impreparazione bellica; l'avrebbe certamente, per alcuni aspetti, resa meno macroscopica, ma il contributo di un uomo solo ,


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. per quanto spiritualmente e professionalmente valido, non sarebbe mai riuscito, allora come sempre, a sovvertire il neghittoso equilibrio di un sistema la cui massima cura e preoccupazione era invece proprio quella di non subire scosse, di non alterare la tacita ratifica di non interferenza nelle sue questioni interne da parte del capo del governo in cambio di una altrettanto tacita mallevadoria agli intendimenti politico-militari di questi. Potrà anche essere vero che da parte di taluni, Badoglio compreso, si sia ad un certo punto rappresentata nei suoi termini reali la nostra impreparazione bellica; ma ciò non assolve, a nostro avviso, i massimi vertici militari (Capo di Stato Maggiore Generale e Capi di Stato Maggiore di forza armata) dalla colpa grave di aver omesso di colmare la discrepanza fra dottrine d'impiego e qualità e quantità degli strumenti che avrebbero dovuto applicarle, di aver commesso gravi e ripetuti ·errori tecnici nelle scelte ordinative il più grave è funesto dei quali fu, per quanto atteneva all'esercito, quella trasformazione delle Divisioni di fanteria da ternarie a binarie che, aumentandone bluffatoriamente il numero solo , non raggiungeva altro scopo che quello di creare altri spazi organici per nuove attribuzioni di comando oltre, ovviamente, a mettere ulteriormente in crisi il già gracile potenziale bellico delle unità. Da parte di Mussolini, non vi fu mai una reale ingerenza nei problemi tecnici, perché anche quelli che erano rappresentati come suoi interventi risolutori rappresentavano, generalmente, solo il suggello altisonante (frutto, il più spesso, della sollecita piaggeria dei tanti laudatores) a decisioni già adottate all'interno del gruppo dei maggiori esponenti militari. C'è una testimonianza di Valle, che vale la pena di riportare, secondo la quale i tre Capi di Stato Maggiore erano convocati da Badoglio, Capo di Stato Maggiore Generale , due o tre volte l'anno per esaminare argomenti di secondo piano: ... quelli di primissimo ordine, interessanti il potenziale bellico della Nazione, venivano appena sfiorati ed immancabilmente differiti. Ogni semestre veniva inviata allo Stato Maggiore Generale una dettagliata relazione su quanto era stato compiuto da ciascuna Forza Armata nel proprio settore: alla relazione veniva immancabilmente risposto con una bella lettera di approvazione e di encomio (63).

La rievocazione, che non assolve d'altra parte neanche il suo autore , per circa un decennio Capo di Stato Maggiore e Sottosegre(63) Valle G . Uomini nei cieli, C.E.N., Roma , 1958, pag. 214.


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tario per l'aeronautica ed in quanto tale coinvolto in prima persona nelle lacune a tutti i livelli con le quali anche le forze aeree si presentarono al proscenio della seconda guerra mondiale, la dice comunque lunga sul grado di solerzia ed efficacia con la quale, da parte dei massimi responsabili , si poneva cura agli adempimenti di competenza. Mancò in Italia , fra le due guerre, un centro di elaborazione intellettuale delle ipotesi di conflitto veramente all'altezza dei tempi. Non ci fu nessuno che avesse sentito l'impegno morale ed avesse avuto la capacità di intuire e codificare le curve degli avvenimenti possibili, indicando e prescrivendo per ognuna di esse i mezzi e le decisioni da adottare. Sul piano pratico, questo comportò il combattere per tre anni con le fasce mollettiere alle gambe, la mancanza di un carro decente, quella di un mezzo idoneo al deserto, l'incapacità di dotare gli autocarri impiegati in Russia delle catene per le ruote o di evitare l'invio a questi dei filtri anti-sabbia che invece attendevano quelli in Africa Settentrionale, destinatari a loro volta del liquido anti-gelo. La realtà è che se si può riconoscere che da parte di alcuni esponenti dei vertici militari si sia, talvolta, rappresentata a Mussolini la nostra incapacità ad affrontare impegni bellici di un certo livello, si deve altresì obiettivamente ammettere che non vi fu mai una reale e decisa presa di posizione nei confronti dei suoi progetti ed iniziative, che sarebbe stata molto ridotta , certo , nelle prospettive di riuscita e senz'altro foriera di una messa in proscrizione per gli interessati, ma ai quali avrebbe consentito due cose fondamentali: risolvere la propria equazione personale in chiave di rispondenza etica e di coerenza verso sé stessi e nei confronti dell'istituzione che rappresentavano, e potersi realmente creare quei presupposti sulla base dei quali rivendicare in seguito la propria dissociabil ità ma in una forma credibile quale invece nessuna delle tante , troppe fatiche memorialistiche post-belliche sarebbe riuscita ad esprimere. Concordiamo pienamente con l'affermazione che il richiamo alla fiducia (obbligata o spontanea che fosse) nelle capacità di Mussolini non ha senso, perché questa fiducia rappresenta piuttosto l'alibi che militari e politici accettarono di buon grado per giustificare il loro immobilismo (64). È possibile che anche un Grazioli, pervenuto a determinati livelli , avrebbe potuto non costituire eccezione sotto l'aspetto comportamentale, e comunque mancherebbe sempre la controprova. Per tutta una serie di fattori legati ai nostri (64) Rochat G., op. cit. , pag. 192.


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precedenti in tema di esperienze vissute e di progressive evoluzioni di ordine psicologico connesse con una specifica attività in tale ambito, riteniamo di poterci dire sufficientemente immuni dalla si.ndrome di propensione verso il personaggio, processo che, dalla più parte, si riguarda come rischio molto probabile per l'estensore di una biografia. Ne consegue pertanto come non vi sia assolutamente da parte nostra la tendenza, almeno a livello cosciente, a mitizzare il personaggio di cui ci siamo occupati, ma solo l'intento di lumeggiarne la figura in un contesto categoriale che, nella sua maggioranza, non risulta purtroppo essere s~ato altrettanto riverberante, né sul piano etico né su quello professionale. Fra le colpe della classe dirigente militare italiana compresa fra gli anni Venti e Trenta, che non furono poche ed irrilevanti , quella di essersi volontari amente privata dell'apporto morale, culturale e t ecnico ai massimi livelli di uomini del calibro di Graziali è, a nostro parere, tra le più gravi e determinanti, perché costituirono la premessa di un processo irreversibile di scadimento a tutto campo le cui conseguenze furono poi pagate nei noti modi. Fu un perverso meccanismo autocastrante al quale ben si addice il termine caporetLisLico nell'accezione datagli da Silvestri. In quello che riteniamo uno fra i più bei libri di un autore che pur ne può vantare altri altrettanto validi al proprio attivo, ed il cui pregio risiede non tanto e non solo nella ricostruzione di Caporetto quale evento storico-mi litare quanto nella sua interpretazione di filo conduttore in negativo di una certa mentalità (l'italia caporetta, che costituisce anche il titolo dell'ultimo capitolo), si afferma che Caporetto viene da lontano e va lontano. Caporetto, scritto con la «c» minuscola, è solo un iceberg temporale su cui è distesa la storia d'Italia e del quale affiora, saltuariamente, solo la punta - la Caporetto storica - ma che rappresenta una costante nella vita italiana e nella cronaca d'ogni giorno, l'Italia caporetta, appunto. Il caporellismo, sostiene Silvestri, è la sovrapposizione conti nua di successive irrazionalità, lo sfasamento fra possibilità ed obiettivi. ma soprattutto - e quì ci sembra che l'autore centri al massimo il problema - la superficialità, frutto di sca rsa cu ltura, che si trasfonde principalmente nel tentativo inconscio di perpetuare l'ignoranza (65). Nel caso di Grazioli, il caporetLismo da parte delle correnti facenti capo alla più retriva, incolta e faccendiera gestione della classe dirigente militare italiana, quella badogliana, riteniamo che fosse tutt'altro che inconscio , bensì pie(65) Silvestri M. Caporeuo. Mondadori, Milano, 1984, pag. 5 e 272-275.


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namente rispondente ad un chiaro e preciso disegno di periferizzazione di un personaggio che, proprio per la sua statura, veniva a risultare estremamente scomodo e pericoloso. D'altra parte, anche Plutarco ci ha tramandato che i Beoti, per non essere disturbati nel loro commercio, decretarono che il patriottismo era delitto di stato. Statura: il sostantivo con il quale abbiamo iniziato queste note conclusive relative a Francesco Saverio Grazioli è lo stesso che le chiude, perché ci sembra che in esso si compendi lo schema storico umano e professionale e tutta la dimensione proiettiva di una personalità che nella storia militare italiana, e vorremmo dire ancor meglio nel pensiero e nella cultura militare italiani, occupa una posizione di primo piano che ne arricchisce significativamente lo scenario in termini di originale e penetrante sostanzialità.


ALLEGATI


Allegato 1 *

CONCLUSIONI AL TERMINE DELLA CAMPAGNA TATTICA DELLA SCUOLA DI GUERRA Pochi principi generali e molta pratica: ecco la Scuola della Guerra. In guerra bisogna saper transigere coi principi. Che cosa è una battaglia vinta? È una battaglia che il nemico crede di aver perduta. Se vuoi vincere , vinci prima moralmente, imponendo la tua volontà al nemico. Attaccante o difensore che tu sia, non proporti mai di operare secondo le circostanze, ma formati un concetto d'azione chiaro, semplice, razionale, e giura a te stesso di volerne ad ogni costo l'esecuzione. Quanto più il momento è critico, tanto più persisti tenacemente nella tua idea. Così , mentre tu vincerai l'animo del generale che hai di fronte, comunicherai ai tuoi soldati la saldezza dell'animo tuo. Quando lo scopo tuo è risolutivo, cioè è questione di distruggere od essere distrutto, sia tu attaccante o difensore, non disseminare la tua forza , ma aggrappati solidamente al terreno, dov'esso meglio si presta alla resistenza , e mena colla massa un colpo vigoroso d'attacco o di contrattacco, dalla parte dove ritieni più probabile d'incontrare lo sforzo principale del nemico. Se il nemico non seguirà il concetto che tu gli hai attribuito, come più razionale, peggio per lui. Quando lo scopo tuo è invece di guadagnare un certo tempo , cioè è temporeggiante , non andare a cercare il nemico che ti lascia tranquillo e che non minaccia l'obiettivo che hai da guardare. Se viene ad attaccarti , affrontalo risolutamente dalle tue posizioni. Se ti trascura mira all'obiettivo che tu devi proteggere, abbandona subito la tua posizione, poiché essa non ha più alcun valore, va a cercarlo e attaccarlo come puoi, qualunque sia il rischio a cui vai incontro. * Grazioli F.S., Archivio fa miliare .


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Il terreno è soltanto uno deg)j elementi della lotta. Più importante del terreno è lo scopo a cui devi mirare: questo solo può determinarti la natura e l'intensità dell'azione che hai da svolgere. Il terreno può consigliarti soltanto nella scelta della direzione da dare al tuo sforzo e nella ripartizione delle tue forze. Sii perciò sempre restio a cedere alle sue lusinghe o alle sue difficoltà. In ogni posizione c'è un fianco più facile ed un fianco più efficace per l'attacco. Se i due requisiti non collimano, quello ha molta probabilità di modesto successo, questa poca probabilità di brillante successo. A te la scelta! Ciò dipende dal tuo carattere. Tutte le posizioni sono aggirabili, ma tu, difensore, preoccupati soltanto di quegli aggiramenti che possono compromettere l'adempimento del tuo mandato. Non curandoti degli altri , allontanerai da te tante cause d'esitazioni. Nella difesa d'una posizione è necessario manovrare, per non rinunciare mai alla propria dipendenza d'azione; a meno che l'azione abbia carattere limitato e lo scopo di guadagnar tempo, nel qual caso conviene di non prendere iniziative ed assumere un contegno puramente difensivo. Conviene stabilirsi prima un concetto di manovra in base all'esame preliminare della carta, poi , giunti sul terreno, insistere nelle primitive intenzioni sacrificando, fin che si può, la ragione topografica. Ciò deve servire più che altro a disciplinare la propria volontà. Vuoi prestare valido aiuto a forze amiche che operano sul tuo fianco? Piglia l'offensiva risoluta contro il nemico che hai di fronte. In guerra non riescono che le cose estremamente semplici: - concetti semplici; ripartizione delle forze a grandi tagli per unità organiche; compiti precisi ed unici. - L'artificio , per quanto ingegnoso, toglie alla guerra il suo carattere naturale di semplicità selvaggia. - Dove impera il diritto della forza , buon senso e carattere valgono più d'ogni raffinatezza dell'ingegno. La forza di resistenza d'una posizione non va misurata dalla maggiore o minore fatica a cui l'attaccante debba assoggettarsi, ma dalla maggiore o minore distesa del terreno efficacemente battuto che l'attaccante sia costretto a superare. Non si deve fare affidanza su successive linee di difesa, perché ordinariamente si finirebbe per non difendersi tenacemente su alcuna di esse. La convenienza di resistenze successive in posizioni retrostanti è indispensabile, ma esse non debbono mai essere preparate ed occupate a priori. Non lasciarsi trascinare ad occupare estese posizioni per rag-


ALLEGATI

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giungere punti dominanti. In tali casi conviene, per lo pm, fare difesa manovrata: fronte limitata nella sola parte più importante della posizione; buona riserva raccolta nel punto più atto perché possa più facilmente accorrere alla parata, o al contrattacco; estesa esplorazione di cavalleria; opportuno collocamento dei posti avanzati. Ogni disposizione dev'essere suggerita da una sola ragione principale. Le lunghe serie di ragioni mancano di qualsiasi efficacia. Attribuire al nemico il partito più razionale, ma tenere pur conto del caso ch'esso segua il consiglio meno razionale. In guerra , la difficoltà vera sta nel sapersi decidere, nel sapere osare e nel saper persistere. Chi, per decidersi, aspettasse una situazione limpida e interamente determinata sarebbe inevitabilmente battuto. È necessario saper sfidare l'ignoto. In guerra, in tanto si riesce , in quanto si sa opportunamente arrischiare. Senza rischio non vi è vittoria. È il vigore nell 'esecuzione, basata questa su una manovra che i11 qualche modo risponda alla situazione, e non la manovra in sé, sia pure ottima, che conduce al successo. Cairo - Montenotte - Agosto 1895


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Allegato 2*

IL COMBATTIMENTO DI BIR TOBRAS Mia cara Anna, Ain Zara - 22 Dicembre 1911

Come di consueto sono quì a darti ragguaglio, delle mie impressioni sui fatti di guerra più importanti di cui sono stato spettatore ed attore. Solo che, questa volta (te lo confesso ora che tutto è passato) io credevo mai più di poterti narrare ciò che vidi. Tanto fu aspro e disperato il combattimento , tanto impossibile parve per lunghe ore la nostra salvezza, che tutti noi (compreso l'eroico colonnello Fara che ci comandava e che pure si era già trova.,to in altri ben gravi frangenti), ci eravamo addirittura rassegnati a non più cavarne la pelle e, per molte ore, non fummo seriamente d'altro preoccupati che di venderla a caro prezzo e nel modo più onorevole possibile. Il combattimento del 19-20 corr. a Bir Tobras fu così grave, che da Tripoli , non appena si venne a conoscenza della nostra disperata situazione, furono in gran fretta lanciate in nostro soccorso, tutte le truppe prontamente disponibili, mentre, per vero miracolo, noi riuscivamo con marcia notturna meravigliosa a sottrarci da soli all'accerchiamento nemico e a ritornare ad Aio Zara, portando con noi tutti i nostri feriti e dopo aver seppellito tutti i nostri morti. Mi affretto a dirti subito, prima ancora di narrarti i fatti, che questa volta devi proprio andare orgogliosa del tuo Franz. Credo di essermi condotto veramente bene e qualunque sia la ricompensa che, per questo fatto di Bir Tobras, vorranno darmi, a campagna finita, una ne ho già avuta e grandissima , ed è la soddisfazione di essere stato salutato dall'eroico colonnello Fara dell'l 1° bersaglieri, quale il vero salvatore della colonna che egli comandava e di cui faceva parte il mio battaglione , e di essere stato abbracciato da lui con queste parole commosse: « Ella, maggiore, è un magnifico * Grazio li F.S., Epistolario, Arclùvio familiare.


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comandante di battaglione e un gran bel soldato». Dette da un eroe come il colonnello Fara, che ha saputo guadagnare pel suo reggimento nientemeno che la medaglia d'oro al valor militare, parole simili hanno un valore inestimabile e furono per me il maggior premio che io potessi sperare. Ed ora eccomi a narrarti i fatti. La sera del 18 dicembre si stava per finir la cena. Avevo offerto ai miei ufficiali dello champagne per festeggiare il mio compleanno, ed essi , allegrissimi come al solito, avevano brindato alla mia salute. Si stava per separarci ed andarcene a letto, quando un carabiniere a cavallo venne in tutta fretta a recarmi un ordine. Era un piccolo biglietto che diceva: «La S.V. si troverà col suo battaglione questa notte alle 2,30 presso le proprie trincee, pronto a muovere insieme a una colonna comandata dal Colonnello Fara e composta con due battaglioni bersaglieri, uno squadrone di cavalleria, e una sezione da montagna verso Bir Tobras». Quest'ordine improvviso mentre mi riempiva di gioia, trattandosi di avanzare contro il nemico, mi meravigliò subito non poco. Bir Tobras trovasi a oltre 15 kilometri da Aio Zara, in pieno deserto. Avanzare, di notte, per una via sconosciuta, anzi neppure esistente, fra le dune di sabbie mobili faticosissime, senza sapere neppure bene la direzione di quel paese, e senza avere un'idea delle forze nemiche che avremmo incontrato colà, e tutto ciò con due soli cannoni, con poche munizioni, senza mezzi di trasporto sanitari al seguito, senza altra acqua che quella delle nostre borraccie, mi parve subito un'imprudenza enorme ed ebbi istintivamente l'impressione che noi correvamo rischio di andare incontro a uno dei tanti disastri di cui è purtroppo piena la storia delle nostre guerre Africane. La cosa mj pareva ancor più grave pel fatto che chi doveva comandare la spedizione era quel colonnello Fara , di cui è proverbiale il valore estremo , ma talvolta sconsiderato. Io ero certo che un uomo siffatto ci avrebbe condotto a fondo a qualunque costo , e che non avrebbe dato ascolto a nessun consiglio di prudenza. Naturalmente tenni tutte queste considerazioni per me e mi accinsi, come al solito, a provvedere a quelle tante cose che simili spedizioni richiedono, da parte di chi doveva condurre al fuoco 800 combattenti. Agguerrito e pronto come è ormai il mio bel battaglione, alle 2,30 precise eravamo a lumi spenti , e nel massimo silenzio, pronti a muovere dal punto di partenza indicatomi. Pioveva, e l'oscurità più profonda ci avvolgeva. Pochi minuti dopo fui raggiunto dal


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colonnello Fara alla testa del grosso della colonna e cioè due battaglioni del suo eroico 11 ° bersaglieri, uno squadrone di 100 cavalli e due cannoni da montagna. Col mio battaglione eravamo in totale 1700 fucili, due cannoni e 100 cavalieri. Il colonnello Fara mi mise subito al corrente dello scopo della nostra impresa. Alcune famiglie, di influenti capi arabi, favorevoli a noi Italiani, erano state catturate da qualche migliaio di armati arabo-turchi, e si trovavano tenute in ostaggio, precisamente a Bir Tobras. Si trattava di irrompere improvvisamente sul far del giorno su Bir Tobras (che è una grande e folta oasi con qualche casa) ricacciare con una violenta azione gli arabo-turchi, liberare quelle famiglie e condurle in salvo ad Ain Zara. Uno scopo come vedi alquanto strano , perché, per salvare poche famiglie arabe, si arrischiava un'operazione difficilissima senza tuttàvia aver ben ponderato i mezzi necessari ad assicurarne la riuscita. E pure tutti dovremmo essere persuasi che noi dobbiamo assolutamente evitare anche il benché minimo scacco, per non allarmare in alcun modo il Paese che ci è così largo di entusiastici incoraggiamenti. Ma l'ordine veniva dall'alto e bisognava eseguirlo. Il colonnello Fara, che ha per me vivissima simpatia (del resto largamente contraccambiata) mi fece l'alto onore di destinarmi col mio battaglione all'avanguardia. Essendo buio pesto e mancando ben quattro ore all'alba, tenne lo squadrone di cavalleria dietro l'avanguardia e mise l'artiglieria nel mezzo del grosso della colonna. Avevamo due guide arabe , una a piedi e una a cavallo; ma esse dichiaravano che , fino a che non fosse giorno, non potevano orientarsi nel deserto. Figurati noi! Basta , sapendo che Bir Tobras è a Sllld-est di Ain Zara , presi bravamente col mio battaglione quella direzione e si partì sotto una pioggia dirotta. La marcia attraverso le alte dune sabbiose del deserto sulle quali si affondava talvolta fino a mezza gamba e nelJa impenetrabile oscurità della notte tempestosa non poteva riuscire più faticosa. Ad ogni momento qualche mulo cadeva; glj uomini ansavano ; la povera mia cavalla Leda annaspava come poteva su per la sabbia; tutti avanzavamo di ben pochi kilometri all'ora , credo non più di due . La direzione seguita però mi pareva buona e così si marciò fino a che, preannunziata dal sorgere tra le nubi delJa bianca e lucentissima stella di Venere, spuntò fi nalmente l'alba desiderata. Potevamo aver fatto allora poco più di 7-8 chilometri da Ain Zara; truppe e quadrupedi erano già stanchi e ci fermammo alquanto su un'alta duna coperta di cespugli per riprender lena ed orientarci. Erano le 6,30


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e la pioggia era cessata. Nonostante già ci si vedesse, le due guide arabe persistettero a dichiarare che non si orientavano ancora, cosa che ci lasciò dubitare o che fossimo molto fuori di strada o che esse cercassero di tradirei. In questo dubbio giustamente il colonnello Fara lanciò avanti lo squadrone di cavalleria alla ricerca di qualche traccia di strada carovaniera e noi (sempre col mio battaglione in avanguardia) riprendemmo la faticosa marcia sulle orme della cavalleria. Così si andò per altre due o tre ore un po' alla ventura , perché il vento impetuoso che ha soffiato negli ultimi giorni aveva coperto, sotto uno spesso strato di sabbia mobile, ogni traccia di strada. Finalmente verso le 10,30 la cavalleria riuscì ad avvistare yoasi di Bir Tobras. Era , rispetto a noi , in direzione di ovest e pareva ancora lontana circa 5 o 6 chilometri. Appariva ai nostri binocoli come una vasta isola fittamente coperta di alberi alti , con qualche casa bianca sul margine. Naturalmente il trovarci ancora a tanta distanza dall'oasi , nonostante si marciasse da oltre 8 ore. significava, a parer mio , che avevamo seguita una linea ben tortuosa , tale da renderci già alquanto problematica la ricerca della via del ritorno su Ain Zara, località che da un pezzo era completamente scomparsa dal nostro sguardo. In queste condizioni , e tenuto conto degli scarsi mezzi di combattimento , di sussistenza e di trasporto a nostra disposizione, pareva a me che l'ora fosse già troppo inoltrata per decidersi ad andare a fondo contro l'oasi , la quale si sapeva fortemente occupata dal nemico. Bene o male che fosse andato l'attacco , certo alla fine di esso ci si sarebbe trovati isolati , lontani e separati da Ain Zara e con pochi mezzi di sussistenza e di combattimento e quindi in condizioni ben brutte per passare la notte. Accennai brevemente, come mi era possibile, queste mie considerazioni al colonnello Fara che mi era vicino; ma mi accorsi subito che egli non era disposto ad accoglierle, sia perché gli cuocesse di non condurre a termine il mandato avuto , sia perché sperasse ancora che, una volta rintracciata dalla cavalleria la tanto desiderata carovaniera , più facile ci sarebbe riuscito ritornare ad Ain Zara , forse nella sera stessa. Naturalmente non stava a me di insistere diversamente , e quindi allorché egli dette ordine di riprendere l'avanzata verso l'oasi, mi posi in testa al mio battaglione ed obbedii. Così procedemmo per un'altra mezz'ora , quando, giunti a 3 chilometri dall'oasi scorgemmo numerosi gruppi di arabi in piedi sulle dune circostanti, come se stessero a contemplarci. Il nemico


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e ra avvistato e pareva già fin d'allora in forza rispettabile. Il colonnello Fara ci ordinò di fermarci; potevano essere di poco passate le 11; avanzare ancora significava ingaggiare battaglia; in quella situazione si trattava di decidere definitivamente se si doveva attaccare o no. Il mio dialogo col colonnella Fara fu brevissimo; del resto anch'io ormai ero convinto che, giunti a quel punto , c'era poco da riflettere e che, col nemico in vista, non c'era che attaccare. E perciò all'ordine preciso datomi dal colonnello Fara «Battaglione d'avanguardia inizi l'attacco» lanciai subito avanti la mia compagnia di testa (la 9a) capitano Yilloresi. La compagnia si era appena spiegata in linea che una raffica di colpi di Mauser nemici la investì. Il capitano la cacciò avanti di corsa dietro una alta duna , dalla cui sommità tenendo gli uomini più coperti che fosse possibile aprì il fuoco a sua volta. Ben presto il combattimento si accese e vidi il bisogno di sostenere la mia 9a compagnia. Ordinai alla 108 (capitano Caveglio) e poi alla 11 a (capitano Alessi) di spiegarsi a sinistra della 9a, parendomi che da quella parte il nemico andasse addensando maggior forza, mentre, avendo il colonnello Fara messo proprio allora a mia disposizione i due cannoni da montagna , ordinavo al tenentino che li comandava di piazzarli su un'altra duna alla mia destra, dalla quale doveva esservi ampio campo di tiro e di aprire senz'altro il fuoco. La nostra cavalleria si stava intanto raccogliendo sulla sinistra a guardia del nostro fianco. Il fuoco nemico era intenso. Le palle fischiavano a centinaia sulla nostre teste ; ma il terreno sabbioso e a dune ci riparava abbastanza, tanto che nonostante si combattesse da una mezz'ora circa non avevamo ancora avuto alcun ferito. Io ero con l'ultima compagnia che tenevo in riserva dietro le altre , la 12a (capitano Dina). L'artiglieria lanciava i suoi Shrapnels sulle masse nemiche, producendo bensì perdite, ma non tali da impedire che gli arabi uscendo a grandi frotte e di corsa dall'oasi si andassero mano mano rafforzando sempre con tendenza ad aggirarci sulla sinistra. Fu allora che il colonnello Fara, giustamente , ordinò ad uno dei suoi due battaglioni bersaglieri (il 33°) di portarsi di corsa avanti e di spiegarsi a sinistra del mio. Il maggiore Barbiani che lo comandava eseguì brillantemente la mossa; i bravi bersaglieri con quello slancio che li distingue , prolungarono in men che non si dice la mia fronte , anzi la sopravanzarono, tanto che io fui obbligato di ordinare alle mie tre compagnie di 1a linea di avanzare anche esse, cosa che esse fecero con grande valore. Ricordo perfettamente di aver visto il capitano Alessi , comandante la 11 a compagnia con una pie-


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cola bandiera tricolore in mano , lanciarsi avanti ai suoi uomm1 e · guidarli. Di fronte a tale avanzata nostra il nemico arrestò la sua. Il colonnello Fara in quei momento riprese a sua disposizione la sezione di artiglieria. Le cose parevano dunque mettersi abbastanza bene , quando ad un tratto ci accorgemmò dell'apparire di molti altri gruppi nemici sulla nostra destra, e, cosa più grave, scorgemmo tra questi vari reparti di truppe regolari turche, visibili per le loro uniformi scure e per le più regolari ordinanze. La minaccia era tanto più grave pel fatto che da quella parte passavano le nostre comunicazioni con Ain Zara e non sapevamo ancora se , con le nostra sole forze , saremmo riusciti ad aver ragione di un nemico che andava sempre aumentando di numero. Il colonnello Fara dispose allora che l'ultimo battaglione bersaglieri che aveva ancora disponibile entrasse in azione da quella parte. Questa decisione a me parve subito alquanto eccessiva ed imprudente, perché in mano a lui non restava più neppure un uomo di riserva per parare a casi imprevisti. Erano già le 12,30 e dovevamo calcolare sopra 5 ore di luce al massimo. In Africa la notte cala rapidamente senza quasi crepuscolo. Io tenevo sempre in mia mano, come estrema riserva, la compagnia Dina. Il 27° battaglione bersaglieri, comandato dal tenente colonnello Gianni si spiegò alla mia destra e fronteggiò bravamente anche lui le nuove minaccie. Il combattimento ardeva ormai su tutta la fronte e già alcuni granatieri e alcuni bersaglieri erano caduti feriti. Il mio bravo tenente medico aveva impiantato il suo posto di medicazione a pochi passi da me , che, con la 12a compagnia, mi trovavo a meno di 50 passi dalla prima linea. Il luogo era tutt'altro che sicuro , perché tutti i colpi lunghi battevano furiosamente e sollevavano nuvoli di polvere intorno a noi. Ciò nonostante con la massima calma il bravo tenente attendeva alla prima fasciatura dei feriti, avviandoli poi su barelle ... dove? Non sapevamo davvero , perché non c'era in vista che il deserto, e non avevamo un sol mezzo di trasporto di feriti , tranne le sole 8 barelle del battaglione. Quale imprudenza , averci mandato così! Sorgeva poco lungi dietro il nostro fianco destro (3 o 400 metri circa) una duna molto più alta delle altre il cui testone aveva una forma così strana che non la dimenticherò mai più ; forma che per molto tempo, nelle tragiche ore che seguirono, apparve alla mia immaginazione come quella classica del calvario, tanto fu in noi sicura e precisa la convinzione che su quell'altura dovesse aver


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luogo il nostro sacrifizio supremo, senza macchia e senza paura. La cima di quell'altura era coperta (cosa stranissima in mezzo allo squallido deserto giallo circostante) di una folta vegetazione di cespugli verde scura e spiccava perciò singolarmente come un'isola sul gran mare di sabbia. Fu là che, come punto di ritrovo, designato quasi dall'istinto, avviai i miei primi fe riti; là che man mano andarono agglomerandosi gli altri , nonché le salmerie e le altre impedimenta del piccolo corpo d'operazione. Il combattimento continuava violento , con incerta fortuna e senza nessun accenno a risolversi rapidamente. Il colonnello Fara, impaziente di risolverlo, avrebbe volentieri continuato nell'offensiva. Io credetti allora prudente di fargli considerare che, continuando nell'avanzata , noi avremmo ricacciato il nemico dentro l'oasi, dove giunto , si sarebbe trovato in ottime condizioni per offenderci senza essere offeso. Questa considerazione , e la vista delle ingenti forze nemiche che avevamo di fronte , persuasero il colonnello ad essere più prudente e a riflettere se non era piuttosto il caso di cominciare sul serio a pensare a disimpegnarsi dall'azione , cosa ancora possibile allora e che forse non sarebbe stata possibile più tardi. Erano circa le 13,30; quando improvvisamente il nemico, forse scosso dal nostro fuoco che gli aveva già inflitto varie perdite; forse anche nell'intento di trascinarci nell'interno dell'oasi , accennò apertamente ad un movimento di ritirata generale. Parve quello tanto al colonnello Fara quanto a me, il momento opportuno per districarsi dalla stretta e perciò senz'altro il colonnello Fara, indicato dietro mio consiglio come punto generale di riannodamento l'altura verde , ordinò di iniziare il ripiegamento a scaglioni verso quell'altura, a cominciare dalla nostra sinistra , cioè dal 33° battaglione bersaglieri. Io che, col mio battaglione, mi trovavo al centro della linea avrei dovuto sostenere col fuoco la ritirata del 33° battaglione, salvo poi a ritirarmi a mia volta sotto la protezione del fuoco del 27° battaglione bersaglieri, che era alla mia destra. Il principio del difficilissimo movimento avvenne senza gravi incidenti. Però io che ero ormai in linea fra le mie compagnie spiegate, mi accorsi subito che gli arabi non appena avevano subodorata la nostra intenzione di ritirarci, avevano ripreso ardimento e con grande audacia ritornavano incontro a noi , gettando alte grida selvagge e cercando sempre più di aggirarci sul fianco sinistro. Invano il bravo 33° bersaglieri .ritornò più volte indietro per imporre rispetto al nemico; invano le mie tre compagnie spiegate facevan o dalle loro forti posizioni un fuoco infernale per trattenerlo. Come


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tutti i popoli selvaggi, presi da furore bellicoso, gli arabi avanzavano come una marea , senza più badare alle perdite dovute all'effetto formidabile dei nostri fucili e dei nostri cannoni. Alla fine il 33° battaglione bersaglieri riuscì a districarsi ed ora toccava a me. Io sentii subito tutta la estrema gravità del momento, ma conservai una calma invidiabile. Sopratutto (te lo dico con orgoglio) seppi tenere la testa a posto. Ordinai alla compagnia Dina , che avevo ancora intatta , di entrare irruentemente in azione per impressionare il nemico e fermarlo qualche tempo e alle altre di ripiegare successivamente a cominciare dalla 11a che era ormai alla estrema sinistra. La manovra si compì con sufficiente ordine nonostante la valanga di proiettili che ci avvolgeva da più parti. Molti caddero feriti , fra questi il capitano Caveglio, comandante la 103 compagnia. La caduta di questo vecchio ma bravo capitano colpito a una coscia fu un momento veramente epico. Soccorso dai suoi granatieri e adagiato su una barella fu trasportato dietro la linea di fuoco. Mentre passava, qualcuno gridò ad alta voce: Viva il capitano Caveglio! e tutto il battaglione come un sol uomo, pur continuando a combattere , ripeté il grido. La barella era portata alta sulle spalle dei granatieri ; il capitano s'era levato il berretto e lo agitava in senso di saluto. Quando mi passò vicino io feci fermare la barella e lo baciai , e tutto il battaglione levò un lungo urrah! Ma il nemico stringeva sempre più. Io mi preoccupai subito della 10a compagnia , che ormai priva del suo capo , accennava a disgregarsi nei suoi quattro plotoni. Ordinai subito al tenente più anziano di assumere lui il comando e l'energia di questo ufficiale salvò in quel momento la situazione. Sotto la protezione della compagnia Dina , il battaglione continuò il movimento di ripiegamento , fino ad arrivare all'altezza del posto di medicazione, dove in quel momento potevano trovarsi raccolti una decina di feriti , di cui alcuni in condizioni gravi. Ordinai allora a una compagnia , di sostare e difendere ad oltranza lo sgombero del posto di medicazione verso l'altura e poi a tutto il battaglione di riprendere insieme il movimento all'indietro. In quel momento il colonnello Fara mi gridò di correre sull'altura verde e di assumere la direzione della difesa di quella posizione con tutte le forze che stavano per raggiungerla. In mezzo al fragore del combattimento e al sibilo delle migliaia di pallottole, udii distintamente la sua voce che mi gridava: « Maggiore, corra a cavallo sul!'altura e formi il quadrato con tutte le forze ». Balzai sopra la mia cara Leda , che durante tutto il combattimento avevo tenuta vicino e galoppai verso l'altura. Vi giunsi quando il


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tenente d'artiglieria stava sistemandovi i due pezzi e mentre stavano giungendovi le prime truppe. Il momento era quanto mai critico. Per quanto ben condotto il movimento di ripiegamento sotto la crescente pressione del nemico , aveva prodotto una certa confusione accresciuta dai molti feriti che gemevano caduti quà e là e che a stento potevano essere raccolti e trasportati. Raccolsi tutta la mia energia e con la voce, col gesto, comandando imperiosamente a bersaglieri , granatieri ed artiglieri, riuscii a far occupare la posizione abbastanza razionalmente. Invece di un quadrato formai un poligono irregolare di cinque lati assegnandone tre (esposti a ovest, nord-ovest e nord-est) ai granatieri, due più lunghi, (esposti a est e a sud) ai bersaglieri. Il poligono si saldava nell'angolo sud-ovest alla famosa altura verde, dietro la quale in una profonda valletta, unica plaga abbastanza riparata, stavano già ammucchiati (è la parola) i feriti e le salme rie. Questa disposizione che, così descritta, sembra una cosa semplice e chi ara, presentò enormi difficoltà ad essere assunta sotto le raffiche del fuoco nemico. Di quel tragico momento io ho pochissimi ricordi. Ricordo benissimo che ero a cavallo; che una volta fatta al ga loppo la mia ricognizione e prese in un lampo le mie decisioni, di cesi dall 'altura verso il nemico; che incontrai il mio attendente al quale gettai le redini della cavalla ordinandogli di condurla subito al riparo ; che appena mossi due passi avanti, un bellissimo caporal maggiore del mio battaglione che mi veniva incontro conducendo arditamente la sua squadra, ven ne colpito da una fuci lata alla testa e rimbalzò (è la vera parola) con due capovolte, restando poi immobile sul terreno con la faccia affondata nella sabbia e le braccia aperte. Era morto! Ricordo che un tenente venne a dirmi dove dovesse fermarsi e che lo rimproverai acerbamente perché non lo sapeva , mentre avrei dovuto dirglielo io. Ricordo di aver visto una delle mie compagnie rifar bravamente testa al nemico tempestandolo di fuoco e obbligandolo a retrocedere con gravi perdite e di essermi grandemente compiaci uto di questo. Ricordo che invano ho cercato più volte di riprendere il conto delle mie com pagnie, e che me ne mancava sempre una . Ricordo di aver visto passare un convoglio misto di bersaglieri e granatieri feriti, trasportati a braccia dai compagni e di aver loro indicato il nuovo posto di medicazione. Ricordo infine di essermi incontrato col colonnello Fara che, a cavallo , calmo e sereno , ma co n la rivoltella in pugno, si ritirava per ultimo eguito dal suo aiutante maggiore . e che a una sua occhiata interrogativa io risposi: « Stia tranquillo Signor colonnello, la posi-


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zione è occupata» e che egli mi rispose «Bravo!» e poi spari.

La posizione era presa veramente ed ora cominciava una 2a fase del combattimento. Come un sol uomo i nostri bravi soldati avevano intuito che su quella posizione avremmo passata la notte e che da quelle alture dovevamo opporre al nemico la più salda, la più incrollabile resistenza. Fu aUora una gara generale a scavar trincee neUa sabbia per rafforzarsi e per difendersi dal fuoco nemico. Si scavò tutti, ufficiali e truppa, con le vanghette, coi coperchi delle gavette , con le tazze di latta, con le mani, con le unghie. Ciascuno si fabbricò febbrilmente in un attimo il proprio appostamento e da quello riprese con più lena e con più sicurezza il fuoco contro il nemico che da ogni parte tentava salire all'assalto della posizione. Cominciò allora in tutti noi ufficiali una grande preoccupazione per le munizioni. Ormai erano passate le 16, si combatteva già da 5 ore accanitamente. Ogni soldato portava con sé 168 colpi; di questi molti erano già andati. Di rifornimento non avevamo che 23 colpi per soldato nei pochi cofanetti che erano sui muli. Anzi i muli dei bersaglieri, per un equivoco strano, se ne erano filati nel deserto , nella ipotetica direzione di Ain Zara, con un primo convoglio di feriti, fra i quali c'era pure il mio capitano. Se l'azione avesse durato tutta la sera, certamente saremmo rimasti senza munizioni. E poi? Né solo le munizioni ci preoccupavano; anche i viveri. Avevamo una sola scatoletta di carne in conserva per soldato e solo mezzo litro d'acqua a testa. Niente pane. Numerosi feriti aspettavano di ricevere una prima fasciatura; barelle non ce ne erano quasi più. Questa era la nostra terribile situazione a quell'ora, perduti a 15 chilometri dal primo posto amico (Ain-Zara) senza mezzi di comunicare con esso , perché, anche la cavalleria nostra si era staccata da noi e non la vedevamo più. Il quadro era fosco assai; ma sul primo momento sotto l'incessante assalto del nemico , una fu in tutti la preoccupazione: limitare a qualunque costo il consumo delle munizioni. Si fecero innestare le bajonette e gli ufficiali, ammirevoli sempre , si adoperarono a persuadere i loro esausti e valorosi soldati a non lasciarsi trascinare a rispondere al fuoco nemico, se non a 50 passi. I nostri bravi soldati compresero, e ci ubbidirono , e fu questa una delle precipue cause della nostra salvezza. Fu allora che improvvisamente vedemmo balzare nel nostro quadrato , come fosse piovuto dal cielo, un mio ufficialino: il sottotenente Bozzoni, rivelatosi in questa giornata un vero eroe. Nel


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giorno 18 io lo avevo incaricato di recarsi a Tripoli per acquistare alcuni generi necessari per la nostra mensa. Ritornato ad Ain Zara nel mattino seguente, seppe che il suo battaglione era improvvisamente partito nella notte per combattere verso Bir Tobras, Località , come ho detto , a tutti sconosciuta. Allora con la massima serenità aveva deciso di raggiungerci, e, solo, a cavallo, senza guide, senza indicazioni precise, spinto dal desiderio ardente di raggiungere il suo maggiore e la sua compagnia che sapeva forse impegnati col nemico , s'era lanciato a traverso il deserto sulle nostre tracce e dopo una cavalcata tortuosa di quasi 4 ore, guidato, verso l'ultimo, dal rombo dei nostri cannoni, ci aveva raggiunti! Fu abbracciato, baciato, acclamato; e tanto più prezioso fu per noi quel suo arrivo, in quanto che egli rappresentava in quel momento la sola persona che, avendola fatta di giorno, sapesse la via del ritorno, e potesse così essere spedito ad Aio Zara per richiedere rinforzi. Lo condussi infatti al colonnello Fara, il quale pensò subito di utilizzarlo così. Ed egli , il mio prode ufficialino, sebbene stanco ed affamato, riprese con la stessa serenità la via del ritorno, pur sapendo a quali pericoli e a quali fatiche stava per esporsi, specialmente con la notte sopraggiungente. Gli assalti nemici durarono impetuosi sino a tarda notte. Parecchie volte gli arabi emettendo grida selvagge, credendo ad una loro compiuta vittoria, giunsero fino a 30 o 40 passi dalle nostre trincee improvvisate. La nostra artiglieria faceva miracoli per tenerli indietro, ma anche essa, sebbene condotta, dal tenente che la comandava, in modo ammirevole, era ormai ridotta a soli 15 o 20 colpi per pezzo al più. Man mano che procedevamo nella notte la nostra situazione diventava più tragica; era già buio pesto e i guizzi di fuoco della fucileria e il bagliore delle nostre rare cannonate erano le sole luci che ogni tanto venivano ad illuminare il quadro terribile. Io ero in prima linea con la mia 9a compagnia; avevo preso il moschetto di un ferito e m'ero messo alla posta anch'io. Era l'unica cosa utile da farsi per il momento, visto che eravamo ridotti a doverci difendere con calma e con fermezza. Ad un tratto verso le 20,30 la scrosciante fucileria nemica , che fi no allora aveva tempestato di colpi il nostro ridotto e feriti molti anche dietro le trincee o nel passaggio da una trincea all'altra, e le grida altissime e selvaggie degli arabi , cessarono come per incanto , come se per un'intesa generale essi avessero deciso di desistere da ogni ulteriore assalto. Sul principio credemmo ad un tranello ; ma


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poi prolungandosi il silenzio, ritenemmo che gli arabi avessero deciso di sospendere gli assalti durante la notte , come del resto e loro costume. Ciascuno di noi approfondì il proprio buco nella sabbia e sempre col fucile impugnato si acquattò, non certo per dormire, ma per riposare un po' dopo tanta tensione di spirito e di nervi e tante fatiche. La notte tragica. Ben presto il più profondo silenzio regnò sul nostro ridotto , rotto soltanto dai gemiti che ogni tanto partivano da quella specie di fossa un po' riparata dietro l'altura, dove erano stati raccolti i feriti. Essendo poco distanti dal posto dov'ero io , decisi di andarli a visitare, tanto più che uno, fra essi, mi stava più degli altri a cuore. Era costui il mio bravo caporale trombettiere , certo Capponi, che nel battaglione erano soliti chiamarlo la mia ombra, tanto fedele, amorevole, premurosa guardia era sempre stata alla mia persona dal principio della campagna. Durante la lunga vita di trincea del mese di novembre, io non potevo mai allontanarmi di un passo fuor i delle trincee senza che, voltandomi, non vedessi lui ritto e silenzioso a due passi dietro a me, con la sua brava tromba sotto il braccio, il moschetto a tracolla e, di notte, una piccola lanterna cieca. Parlava pochissimo, si era fatta crescere quì in Africa una bella barbetta che gli incorniciava bene il viso maschio e intelligente e aveva uno sguardo che dimostrava tutta la bontà dell'animo suo. Ma sopratutto ammirevole era il suo coraggio. Per le prove che ne aveva dato durante la presa di Henni il 26 novembre, io lo avevo già proposto per la medaglia di bronzo al valor militare. Egli era il mio più pronto, più sicuro, più ardito portatore di ordini delle mie compagnie durante i combattimenti. Anche in quella giornata, come al solito , si era più volte segnalato in questo difficile compito. Quando il mio battaglione aveva cominciato il ripiegamento a scaglioni , servendomi di lui avevo inviato un ordine scritto al capitano della 11 a compagnia. Le palle in quell'istante fioccavano, gb raccomandai la massima possibile prudenza, raccomandazione alla quale, come al solito, non rispose e partì. Partì , e contro il suo solito non tornò più. Travolto dalle vicende tempestose del ripiegamento, che ti ho descritto, non potei più occuparmi di lui. Seppi poi che nel ritornare verso di me, dopo consegnato il mio ordine era stato colpito gravemente nella testa, dietro l'orecchio destro da una pallottola nemica ed era caduto. A coloro che le avevano rialzato aveva balbettato: Dite al maggiore, che l'ordine l'ho portato , poi era svenuto. A me avevano riportato


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la mia impermeabile che egJi aveva sul braccio quando fu colpito e che era tutta insanguinata. Mi affrettai dunque a lui. Tralascio di descrivere la scena terribilmente dantesca di quel luogo sacro e pietoso. Mi feci largo fra muli e cavalli feriti (fino lì dentro erano giunte le pallottole nemiche e molti quadrupedi delle salmerie erano stati colpiti a pochi passi dal posto di medicazione). Ricordo che stetti per prendere un maledetto calcio da un mulo dell'artiglieria da montagna che, ferito alla pancia, si era completamente rovesciato, col basto a terra e le gambe rattrappite all'aria e che io credevo morto; invece passando mi tirò una zampata che se mi pigliava ... Non ci mancava altro! Poco lungi riividi con gioia la mia cara Leda. Era sana e salva ma spaventatissima. L'accarezzai e la baciai e, da uomo ormai pratico, presi dalle bisacce qualche cosa da mangiare che avevo portato con me; di quei viveri in scatole concentrati che sono un tesoro. Proseguii , e dopo pochi passi ero tra i feriti. Ve ne erano all'incirca una cinquantina, coricati dovunque . Cercai fra quei corpi il mio Capponi e dopo poco lo rintracciai. Era steso supino, con la bella faccia cerea, la testa fasciata di bende; non mi riconobbe. Il dottore che mi accompagnava mi disse che era grave perché il proiettile si era fermato dietro l'orecchio. Sul momento nulla poteva dire se era operabile o no, occorrendo all'uopo mezzi di ospedale che lui non aveva. Faceva un freddo terribile e il dottore mi disse che quella era la sua più grave preoccupazione, oltre a quella del come provvedere al trasporto di tanti feriti fino ad Aio Zara, posto pure che fossimo riusciti a farci strada. A tali gravi preoccupazioni, che erano pure mie, io non seppi cihe cosa rispondere. Mi limitai a gettare sulle membra intirizzite del povero Capponi la mia impermeabile e lasciai quel luogo di tristezza e di dolore per tornare fra i miei soldati. Là giunto mi accovacciai nel mio buco di sabbia, con la testa rovesciata indietro come per riposare un po'. Ma stando così, mi attirò la contemplazione del cielo tutto sereno e tempestato di stelle. La mia mente stanca della enorme tensione della giornata ebbe come un prepotente bisogno di sollevarsi, di pensare ad altro e di dimenticare la criticissima situazione nella quale ci trovavamo. Naturalmente l'idea della fine quasi inevitabile attraversò il mio cervello; ma constatai con vivo piacere che di fronte a quell'idea io serbavo una calma e una rassegnazione straordinarie. Quando non abbiamo nulla da rimproverarci e quasi più nulla da fare, si diventa


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per forza calmi e sereni e fin le cose più tragiche acquistano un aspetto di naturalezza e di inevitabilità curiosissimo. Questa rassegnazione istintiva viene spesso scambiata dagli uomini per sovrumana freddezza di fronte al pericolo. In fondo è la cosa più naturale del mondo , cosicché in quei momenti si diventa eroi senza saperlo. Villoresi e il buon Pericoli che erano vicini a me provavano le stesse impressioni. Tanto calmi tutti che, come se facessimo dell'accademia; io esposi a Villoresi (che per la perdita di Gaveglio era rimasto il capitano più anziano del mio battaglione) il mio breve testamento di comandante. Si ricordasse di proporre per ricompense coloro che più si erano distinti. Di quelli che io avevo sempre visto vicino a me, non dimenticasse Pericoli, coraggiosissimo, il tenente Liberati, e tanti altri e sopratutto il prode Capponi. Quel testamento a quell'ora, in quel silenzio, in quelle circostanze e fatto a persone esposte alla morte quanto me, aveva qualche cosa di epica grandiosità; ma noi non ce ne accorgevamo affatto. Si mangiò qualche cosa, si bevve del cognac e si scherzò anche su tante cose. La più terribile sofferenza era quella prodottaci dal freddo pungentissimo, reso più fastidioso da un leggero vento che sollevava spire di sabbia poco piacevoli nei buchi dove stavamo. A mezzanotte precisa un bersagliere venne a dirmi che il colonnello Fara mi cercava. Balzai in fretta e corsi con lui. Vi erano anche gli altri due ufficiali superiori, comandanti i due battaglioni bersaglieri, Fara era come sempre calmo e tranquillo, ma la sua faccia esprimeva la estrema gravità del momento. «Signori, ci disse, li ho chiamati per sentire il loro parere. Li prego di essere brevi ed espliciti». Ci espose in poche parole la situazione, quale io ho già descritta. Il nemico per ora taceva ma all'alba avrebbe certo ripreso l'attacco. Noi non avevamo munizioni per più di un'altra ora o due di fuoco. Rinforzi erano stati chiesti ad Ain Zara, ma l'arrivo del mio ufficiale colà era dubbio, e dubbia ad ogni modo l'ora nella quale essi sarebbero potuti giungere a Bir Tobras. Certo non prima delle 10 o le 11 dell 'i ndomani. Feriti ne avevamo molti e per portarli non avevamo altri mezzi che le nostre braccia e pochi muli. Incerta ancora molto la via del ritorno. Che fare domandò per primo a me il colonnello Fara? Io raccolsi tutte le mie facoltà; riflettei 2 o 3 minuti ; bilanciai tutto e dissi seccamente: Restare. Dello stesso parere furono gli altri due ufficiali superiori. Il colonnello Fara disse: Sta bene! e ci congedò col più affettuoso buona notte , come se dovessimo davvero andarcene a dormire. Il mio parere era il frutto di un rapido e freddo esame della situazione. Io non ritenevo pos-


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sibile, a quell'ora, che il nemico si fosse allontanato davvero. Ero certo che tentando di uscire dal nostro fortino improvvisato ci avrebbe immediatamente assaliti, avrebbe massacrato i nostri feriti , ripetuta un'ecatombe alla Dogali . Restando si poteva invece resistere qualche ora e, checché se ne pensasse, una certa probabilità di arrivo di rinforzi c'era. (Intanto avevamo ristretto alquanto la cerchia da noi occupata, cosa che avrebbe accresciuta alquanto la nostra forza di resistenza). Così passarono altre due ore della notte . Verso le 2,30 mi levai dal mio buco e mi recai a ispezionare le mie due compagnie che erano su un altro fronte. Parlai con gli ufficiali, si discusse un po' della situazione. Taluno dei più giovani avanzò timidamente l'ipot,esi di tentare una sortita. Taluno affermò di avere intensamente spiato tutta la notte e di averne tratta la convinzione che il nemico non ci accerchiava da tutte le parti , e che verso nord, per esempio la via doveva essere libera. Queste osservazioni fermarono la mia attenzione; un giovane ufficiale dei bersaglieri, che nell'oscurità neppure riconobbi , mi disse che io solo avrei potuta avere influenza sull'animo del colonnello Fara e che, se io g]j avessi proposto di tentare la sortita, il colonnello avrebbe certamente accettato. Quest'ultima considerazione valse a decidermi; dopo tutto, vista la tranquillità del nemico, una certa probabilità di riuscire a sfuggirgli abilmente c'era, e se invece esso ci avesse assalito, marciando noi in quadrato, coi nostri feriti in mezzo, avremmo potuto sempre alla meglio fargli fronte. Senza più indugi mi recai dal colonnello Fara, che sapevo trovarsi presso l'artiglieria. L'eroe dormiva in terra avvoltolato nella mantellina; la enorme stanchezza lo aveva vinto. Vidi una massa oscura in terra immobile; solo il suo bel pennacchio da bersagliere garriva sull'elmetto al vento della notte. Vicino a lui, seduto e pensoso era il suo fido capitano aiutante maggiore. Mi sedetti pazientemente in terra ed attaccai discorso con questi. Il colonnello ci sentì subito e domandò chi c'era. Io con molto tatto gli gettai là l'idea. Si poteva , dissi, dividere il male in mezzo; fra restare e rimandare la partenza all'indomani, partire per esempio alle 4 per approfittare delle ultime ore della notte per sfuggire con abile manovra al nemico. Il colonnello Fara pensò un po' , poi guardò l'orologio e disse senz'altro: Tentiamo! Il dado era gettato. Con calma ammirabile egli dette i suoi ordini. Si scaricassero dai muli i cofanetti vuoti delle munizioni e i barili dell'acqua e si abbandonassero. I muli fossero impiegati esclusivamente pel tra-


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sporto dei feriti, a due per mulo. Un'ora di tempo per questa operazione penosissima e difficilissima. Alle 4 precise si abbandonassero le trincee; le truppe si disponessero in quadrato, tenendo i granatieri ai lati nord ed ovest (i più esposti), i bersaglieri gli altri due lati. Il maggiore 9'razioli assumesse interamente la responsabilità della direzione della marcia e riconducesse il corpo d'operazione ad Ain Zara. Questi ordini furono eseguiti in mezzo al più religioso silenzio. Tutti comprendevano che la riuscita di una così difficile manovra, stava nell'ordine e nel silenzio coi quali sarebbe stata eseguita e la disciplina fu ammirevole. D o lorosissimo, inevitabilmente , fu il carico dei feriti. Le loro grida, i loro gemiti e qualche inopportuno raglio di mulo ruppero soltanto l'alto silenzio della notte. Alle 4,15 precise eravamo pronti a partire. La ritirata miracolosa. Alle 4,30 il colonnello Fara dette l'ordine di muovere. lo mi posi, solo, a piedi, fuo ri del quadrato, in testa a tutti. Mi era stata accollata una suprema responsabilità e volevo assumerla intera , io solo. Avevo con me una buona bussola e sapevo che si doveva tenere la direzione generale di Nord/NordOvest. Ma più che la bussola avevo il più limpido e il più sereno cielo stellato a mia disposizione e decisi di orientarmi con le stelle. Fissai la stella polare e mi diressi un po' alla sua sinistra; con fermezza incrollabile tenni costantemente quella direzione, nonostante i gravi ostacoli del terreno, marciando con velocità lentissima per diminuire al possibile le sofferenze dei feriti che erano nel mezzo del quadrato. Tutti eravamo pronti ad accogliere col fuoco e con la baionetta l'attacco del nemico. Ma del nemico nessuna traccia. O che non vigilasse abbastanza, o che le sue vedette fosser'o vinte dal sonno, o che si fosse ritirato nella notte verso l'oasi, fatto è che nessuno ci disturbò. Parve a tutti un miracolo; ma più ancora miracolo fu la esattissima direzione da me presa e che ci portò dopo quasi 4 ore di marcia perfettamente in vista di Ain Zara, lontana però ancora 4 o 5 chilometri. La stella amica non mi aveva tradito, perché nella notte indimenticabile, mi era parso più volte di vedere in lei l'anima scintillante e bella del mio caro angioletto perduto (2). Fu egli che guidò i miei passi; e che salvò, per mio mezzo, i mille e settecento nostri bravi, e che risparmiò ai gloriosi nostri feriti una fine crudele.

(2) Si riferiva al figlio Mario, morto l'anno precedente (n.d.r.).


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Poco dopo, provenienti da Ain Zara, scorgemmo grosse colonne di truppe e di salmeria. Erano i rinforzi che giungevano al n ostro soccorso, portando viveri , acq ua , conforti, barelle ecc. ecc. L'incontro fu quanto mai commovente. Il Generale Lequio mi corse incontro a cavallo e mi gettò le braccia al collo, baciandomi più volte. Un urrah formidabile si levò da migliaia di petti. La bella faccia del colonnello Fara pareva per la prima volta commossa. Egli mi disse parole che non ti ripeto per modestia. Le cure di tutti si concentrarono sui nostri feriti. Due soli, fra i più gravi erano morti per la strada. Gli altri gravi, che erano stati portati entro teli da tenda, a braccia furono subito curati, disposti in comode barelle, dissetati. Fra questi era il mio caro Capponi. Poi tutte le truppe si mossero, nella generale infinita letizia. Così fini quella memorabile giornata! Giunto al campo, appena ristorato un po' , mi recai all'ospedaletto ed ebbi ancora la forza di assistere alle operazioni di tutti i miei feriti, che per fortuna, nonostante le gravi sofferenze della notte e il freddo terribile, potranno salvarsi tutti.


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Allegato 3*

COMANDO 48a DIVISIONE N. 3160 dì prot.: Op.

18 Maggio 1917

OGGETIO: L'attacco del S. Marco in relazione all'impiego d'artiglieria.

AL COMAND O DELL'VIII CORPO D'A RMATA

Dalle particolareggiate notizie che ho potuto avere in questi giorni da numerosi ufficiali di vario grado che presero parte alla recente azione mi sono confermato nella persuasione che la ragione principale per cui i nostri eroici attacchi non riuscirono sta bensì nell' azione combinata delle molte mitragliatrici nemiche, annidate dovunque in caverna o no , ma anche e soprattutto nel fuoco intenso concentrato e lacerante di numerose batterie nemiche d'ogni calibro fino ai più potenti che distrugge riparti interi sul nostro terreno di attacco, proprio nel momento nel quale essi stanno per gettarsi avanti sulle posizioni nemiche . La chiamata di questo fuoco e la sua risposta , pronta e precisa , appaiono perfetta mente organizzate da parte del nemico, non solo, ma evidentissima appare la minuta distribuzione del fu oco su ogni più p iccola zona del nostro terreno, cosicché sonvi batterie che battono p. e. il rovescio di Casa Diruta, batterie pel dosso dell'Osservatore, batterie per le trincee di partenza e di 2a linea e così via. Contro queste offese non ci sono per parte della fanteria altri rimedi che quelli già più volte raccomandati da V.E. e cioè evitare di ammassarsi e gettarsi risolutamente avanti per uscire d'un balzo dalla zona della morte. Su questo avevo già vivamente insistito

• AUSSME, DS VITI Corpo d'Armata.


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prima dell'attacco e non ho mancato di insistervi ancora con ogni energia; ma è pur da notare che la estrema ristrettezza del terreno di attacco e la necessità di arrivare con una certa consistenza di forze sopra un nemico che ha tutto per sé il vantaggio delle posizioni e che sa maneggiare molto bene le sue mitragliatrici , sono condizioni che rendono assai difficile quel diradamento della forza che eviterebbe la distruzione dei riparti nel momento della loro entrata in azione. Reputo perciò mio stretto dovere prima di ritentare con le truppe fresche concessemi e con piena fiducia, la nuova rigorosa prova, di far presente quanto sopra a V.E. per insistere sulla assoluta necessità: 1) che fra lo spostamento del tiro della nostra artiglieria e l'inizio dell'irruzione non vi sia neppure un attimo di intervallo , e che si escluda quindi, perché dannosissima , ogni preliminare occupazione dei varchi con truppe leggere; 2) che i comandi di artiglieria superiori i quali probabilmente conosceranno le zone generiche di appostamento delle molte artiglierie nemiche che hanno i loro tiri aggiustati sul rovescio del S. Marco nella zona compresa fra Dosso Osservatorio - Casa Diruta Dosso del Palo - Boscone, dispongano per effettuare su di esse al momento dell'irruzione e per una mezz'ora almeno un poderoso concentramento di fuoco di controbatteria, per neutralizzarne l'azione e dar modo alla nostra fanteria di avanzare senza essere letteralmente distrutta e di piombare sulla posizioni nemiche ed affermarvisi speditamente. Col foglio 3121 di ieri ho manifestato a V.E. i miei fermi concetti sul disegno d'attacco studiato dal mio predecessore e da me accettato quasi integralmente. V.E. può pensare con quanto intenso sforzo dell'animo io sto in questi giorni esaminando se nell'attacco non riuscito del 14 sianvi stati errori di condotta o deficienze di esecuzione da correggere. Orbene mi sono profondamente convinto che se imperfezioni vi furono, nulla c'è utilmente da cambiare nella linea generale e particolare dell'attacco, che non presenta altre soluzioni possibili; nulla da dire circa il contegno delle truppe della mia eroica Brigata Lambro la quale, che pure ha conquistata e superata una robusta ed estesa trincea nemica (cosa di cui non vedo cenno in alcun documento ufficiale), se non fosse stata semidistrutta dal lacerante fuoco d'artiglieria sarebbe certamente riuscita ad arrivare più oltre anche per il vigoroso contegno di molti dei suoi ufficiali che si prodigarono largamente.


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E, in questo attacco così speciale , riuscire nel primo sbocco significa riuscire fino in fondo o quasi. Ecco perché mi son permesso di insistere ancora specie sul 2° punto suesposto, convinto che se non si organizza bene quell'atto particolare di cooperazione d'artigberia che è il tiro di controbatteria nell'istante critico, si può occorrere rischio ancora di non riuscire, nonostante l'eroismo delle nuove belle truppe affidatemi. Posso poi assicurare che il concorso dell'artiglieria campale leggera, di quella da montagna e delle bombarde ed anche quello dei medi calibri che direttamente appoggiavano l'azione fu superiore ad ogni elogio. Su tiri difficilissimi non ebbi a lamentare il minimo inconveniente e l'appoggio alle fanterie fu sempre intimo e pronto. Occorre però un munizionamento assai largo anche di medi calibri. IL MAGGIOR GENERALE Comandante della Divisione F.S. GRAZIOLI


Allegato 4*

COMANDO 48a DIVISIONE N. 5758 di prot.: Op.

AL AL AL AL AL

COMANDO COMANDO COMANDO COMANDO COMANDO

18 Agosto 1917 ore: 9,20

DELLA BRIGATA LAMBRO DELLA BRIGATA TARANTO ARTIGLIERIA DIVISIONALE XI RAGGRUPPAMENTO BOMBARDE GENIO DIVISIONALE

Tenuto conto della massima importanza che hanno i varchi, e tenuto conto che, come già si è verificato in altre azioni , sovente i varchi aperti nella giornata sono sbarrati dal nemico durante la notte, stabilisco che i Comandanti di Brigata mi riferiscano subito dopo la ricognizione dei varchi stessi, da quali punti precisi e definitivi vogliono far partire le colonne d'assalto della fanteria - indicandoli con riferimento a determinati ovoli o parti di ovolo - . Limitando in questo modo gli obbiettivi più importanti, pur facendo fare un tiro di interdizione durante la notte su tutto il fronte della Divisione farò fare un tiro assai più violento sui tratti da dove, come già ho detto, i Comandanti di Brigata faranno scattare le fanterie. In questi limitati tratti del nostro fronte , farò concentrare il fuoco delle batterie leggere e delle bombarde di piccolo calibro. Le bombarde di grosso calibro faranno un tiro un poco più lungo ma sempre nelle vicinanze dei varchi stabiliti. A questo tiro di disturbo e di sbarramento, se si vuole che renda assolutamente e matematicamente impossibile al nemico di riattare in quei determinati punti i reticolati e le altre difese occorre che concorrano le armi dì trincea (mitragliatrici, Bettica,

• AUSSME, DS Brigata Lambro .


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lanciabombe ecc.) - e perciò occorre che i Comandanti di Brigata provvedano in modo sicuro perché le armi di trincea siano piazzate in modo da coprire i varchi con un tiro continuo e nutrito durante tutta la notte. I Comandanti di Brigata in conseguenza di quanto sopra è scritto mi faranno conoscere possibilmente dopo la prima ricognizione dei varchi e infallantemente dopo la seconda i tratti della nostra fronte da dove hanno deciso di lanciare l'attacco. In modo sommario mi daranno assicurazione d'aver disposto per il concorso delle armi di trincea nel tiro notturno d'interdizione. Ai Comandanti della Artiglieria Divisionale e dell'l1° Raggruppamento bombarde comunicherò appena mi sarà possibile i punti dove intendo si effettui per tutta la notte il maggior tiro di interdizione. Torno a raccomandare che domattina all'ora che sarà stabilita, lo scatto delle fanterie avvenga con assoluto carattere di sopresa. Questa è la più saliente novità del sistema che si vuole adottare questa volta, e sarà certo di sicuro effetto sul nemico abituato ormai alle nostre tradizionali riprese mattutine di fuoco di distruzione. Tener conto però che lo scatto di sorpresa, subito dopo il tiro notturno , è impresa assai difficile e che perciò va minutamente preparata dai Comandanti di battaglione (preventiva uscita dalle caverne; assunzione della formazione d'assalto; spostamento o cessazione istantanea del fuoco delle armi di trincea ecc. ecc.). Invito perciò i Comandanti di Brigata a voler portare sin d'ora su questo argomento tutta la loro attenzione per evitare contrattempi che all'ultimo momento sarebbero esiziali . Qualora nel fare lò studio di cui sopra sorgessero difficoltà da chiarire o nuovi bisogni, espormeli in tempo perché io possa provvedere. In giornata ripartirò le squadre per l'eventuale distruzione vicina, da farsi nella notte, di qualche rimasuglio di ostacoli; ma ricordo che piuttosto di arrestarsi ad essi converrà sortire dagli strappi vicini nel reticolato nemico apportando se occorre leggere varianti alle già prestabilite direzioni di sbocco. · IL MAGGIOR GENERALE Comandante della Divisione F.S. GRAZIOLJ


Allegato 5*

COMANDO DELL'Vlll CORPO D'ARMATA Stato Maggiore 21 Ottobre 1917

RISERVATISSIMO - PERSONALE OGGETIO: Sunto della conferenza da me tenuta ai Comandanti di Divisione · ai loro Capi di S.M. · ai Comandanti di Artiglieria e Genio di Corpo d'Armata, il 20 Ottobre 1917 in Valisella.

Trasmetto copia della conferenza che ho tenuta il 20 Ottobre affinché i Signori Comandanti di Divisione, d i artiglieria e genio ne tragga no norme per le opportune comunicazioni da fare alle autorità dipendenti.

Le voci sempre più insistenti, gli indizi sempre più attendibili , dj una prossima offensiva nemica, rendono indispensabile fra noi una completa e sicura confidenza di vedute e di intendimenti. Di fronte alla possibilità o probabilità di questo attacco nemico , deve vibrare innanzi tutto, in ciascuno di noi, un sentimento sincero d i profonda serenità: non convinzione o speranza che il nemico non tenti alcuna azione, ma coscienza di essere pronti a respingere ogni suo tentativo, sicurezza di aver tutto preparato e tutto predisposto per una efficace difesa, per una pronta controffensiva. Per chi, come noi, sente la responsabilità e l'onore di un comando elevato, la serenità non può essere che il frutto di un esame della situazione, compiuto nell'interno dell a propria coscienza con rigore analitico, senza pericolose concessioni ottimistiche , ma tendendo anzi ad esagerare pessimisticamente ai propri occhi le esigenze e le difficoltà, per sentir nascere in sé la necessità di tutto prevedere , e la fiducia di avere a tutto provveduto. Per converso , poi, ragioni evidenti di opportunità consigliano di * AUSSME , DS VIII Corpo' d'Annata.


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usare, nelle manifestazioni colle truppe, incoraggianti espressioni di ottimismo, semp re, s'intende, limitandolo nelle necessità che esse truppe siano preparate materialmente e moralmente a fronteggiare qualsiasi situazione e volgerla in proprio vantaggio. Notizie provenienti da diverse fonti danno per sicuro che soldati tedeschi siano venuti ad ingrossare le file austriache che abbiamo di fronte. Ciò deve imporsi alla nostra riflessione, ma non certo per il valore intrinseco delle truppe tedesche, che, ora specialmente , non valgono più di quelle austriache (cioè valgono meno delle nostre) e che, nuove o disavvezze come sono alle difficoltà del nostro terreno, verranno a trovarsi in condizioni di inferiorità. Ma la partecipazione di questi reparti tedeschi ha valore di sintomo, perché sta ad indicare che la Germania, grande signora di fronte alla capacità bellica, attribuisce importanza a questa azione, che quindi dovrà ritenersi ben preparata e ben condotta. Quale dovrà essere la condotta della nostra difesa? Una difesa a carattere manovrato con tendenza alla controffensiva. Tale carattere deve spiccare istintivamente nelle azioni di ogni reparto, dal più piccolo al più grande, dalla compagnia ali'armata. Questo tipo di difesa richiede che si abbandoni il criterio della linea, sostituendolo con quello di sistemi o fasci di linee. Perché, infatti , la linea dà l'idea di una rigidità che è in antitesi coi concetto manovriero, mentre solo il fascio di linee è compatibile con la elasticità della manovra. Col criterio dell a li nea, quando questa è rotta, i reparti credono di non avere alle spalle altri punti d'appoggio; laddove , invece, col criterio del fascio di linee, quando queste siano rotte in un punto , l'attaccante viene a subire, oltre che la resistenza frontale, anche la pressione laterale. Così , con la resistenza del fronte, che agisce a guisa di tamponamento , e colla pressione dei fianchi che opera come uno strozzamento , ogni furia di attacco è costretta ad arrestarsi e ad arretrare, e la posizione si ripristina e si riporta innanzi, come un sistema di molle quando si libera dalla pressione . Lo scopo delle controffensive minori è quello di dar tempo alle controffensive maggiori. Le azioni dei piccoli reparti sono di respiro contenuto. Le grandi unità, invece, concepiscono od attuano i loro piani entro confini vasti, costituiti dalla somma di tutte le osservazioni. Quindi, la necessità fo ndamentale di avere le informazioni ed il tempo per procurarsele; e poi di modellare il piano e l'esecuzione nel tempo e nello spazio.


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Potrebbe dirsi che le azioni dei reparti minori sono come le fondamenta dell'edificio costituito dall'azione della grande unità. Lo scopo della difesa manovrata delle unità minori è , in sostanza, contenere il nemico, e nello stesso tempo fornire elem enti di giud izio per decidere ed attuare le controffensive maggiori. Per lo scopo di questa conversazione e per le direttive che con essa io mi propongo di imprimere , non è necessario dire quale è il piano generale difensivo dell'armata: basterà affermare che in esso il compito assegnato alle truppe dell'VIII Corpo d'Armata è esclusivamente difensivo. Da questo deve scaturire in ognuno di noi la convinzione intima della necessità di risparmiare le forze di cui disponiamo , perché esse non ammettono possibilità di aumenti e di rincalzi. Le riserve di cui il Comando d'Armata può disporre sono esclusivamente destinate alla controffensiva di armata , e non potranno mai esserci cedute. La provata capacità dei Comandanti e l'imponente massa di mitragliatrici e di artiglierie di cui disponiamo , deve permetterci di moltiplicare il rendimento della truppa e di risparmiare il materiale umano. Chiedere altre forze non posso e non voglio perché vibra nella mia mente e nel mio cuore la illuminata persuasione del geniale piano strategico e di impiego delle forze , concepito da S.E. il Comandante d'Armata. Occorre dunque far fuoco con la nostra legna, e per questo occorre risparmiare le forze scaglionandole intelligentemente in profondità. Ciò ha già formato oggetto di mie disposizioni precise (vedi lo specchio analogo) ma tutto quel che si può fare in più al riguardo , è sempre meglio. Né si obietti che tale scaglionamento può causarci maggiori perdite, durante la marcia di avvicinamento alla prima linea, perché una tale obiezione, se vale per la offensiva, ha un valore assai minore , o non ne ha alcuno, quando si tratti di difensiva . Senza poi dire che, ad attenuare il danno , dovranno concorrere la utilizzazione dei fasci di camminamenti già predisposti che conducono alle linee avanzate, ed il criterio prudenziale di dissimulare, quando è possibile , tale avvici namento, nella oscurità della notte. Si ricordi che la missione di infrangere le ondate d'assalto nemico , può essere compito di pochi , quando questi abbiano saldo l'animo e sappiano esattamente ciò che debbono fare nell'attimo dello scatto delle fanterie nemiche , e siano appoggiate da pronto e potente fuoco di sbarramento d'artiglieria. Ammassare più gente in linea , di quello strettamente necessa-


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rio , non aumenta la resistenza, ma sottopone inutilmente a perdite maggiori o diminuisce la durata della resistenza complessiva, che, come ho detto, è lo scopo essenziale della nostra azione. Quale è il piano di difesa del Corpo d'Armata? Credo di potere affermare per sicura conoscenza e con quella serenità che ho invocata in principio, che il sistema di difesa avanzato del nostro corpo di armata resisterà saldamente. La fronte del nostro Corpo d'Armata può ritenersi suddivisa così: - Tre caposaldi di massima resistenza. 1. Caposaldo principale di resistenza e perno di ogni possibile manovra controffensiva. Tratto di fronte avanzata che va dal torrente Corno all'altura di Casa Diruta (compresa), con ripiegamento a sinistra lungo lo sprone del Convento di Castegnevizza e a destra lungo la linea Casa dell'Ombrello - Villa Boos Waldek Manicomio (fino al camminamento di S. Pietro) e con le spalle appoggiate alla Piazza di Gorizia. Questo rettangolo avanzato, munito di un fascio di linee difensive abbastanza robuste e potentemente appoggiate dall'artiglieria, deve resistere incrollabilme nte mediante difesa manovrata ad oltranza da svolgersi col meccanismo già spiegato e con azione ben coordinata dai due settori del Panovitz , o del S. Marco. Tale difesa è affidata alla 4ga Divisione. 2. Caposaldo centrale rappresentato dalla lama di basse alture di quota 95 e dai Sober I, II , III e IV interposte tra la bassura di Ovcia Draga - S. Pietro e la bassura delle Vertoibe. La difesa di questo caposaldo è affidato alla 59a Divisione. 3. Caposaldo di estrema destra. È costituito dal complesso delle nostre difese avanzate di estrema destra comprese fra la strada di Biglia ed il Vipacco e più precisamente fra Merna-Rupa e la Piana di Raccogliano, difese forti non tanto per sé stesse , quanto per il potente appoggio che possono avere dalle posizioni sovrastanti della 3a Armata fra S. Grado di Merna ed il Volkoniak e dai gruppi infilanti di artiglieria disposti sul margine settentrionale del Carso , fronte a Nord. La difesa di questo Caposaldo è affidata alla 7a Divisione. Questi sono i capisaldi della nostra fronte: altri tratti, di minore resistenza , hanno solide difese passive accresciute dalle condizioni stesse dei luoghi. In quanto alla linea dell'Isonzo , come ostacolo alle spalle, io sono di opinione che, data la cosciente fiducia che dobbiamo avere nella resistenza avanzata e arretrata di riva sin istra , e data la note-


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vole distanza , alla quale quella linea si trova, specie dietro la nostra destra, non sia il caso di preoccuparsene troppo, e tanto meno affrettarsi a predisporre a priori la difesa dietro l'Isonzo che non deve essere per noi ritenuta cosa probabile. Quale direzione avrà la mia controffensiva? Non è possibile stabilire in proposito regole fisse e norme precise, perché la controffensiva è azione di riflesso, regolata dalla azione avversaria: occorrerebbe quindi conoscere questa per prestabilire quella. Tuttavia la conformazione del nostro terreno esclude alcune direzioni. Tutto il territorio dell'VIII Corpo d'Armata non si presta per ora a grandi controffensive con scopo positivo: ma si presta a controffensive .intese ad arrestare l'avversario al momento opportuno , quando esso si sia abbastanza logorato di fronte ai nostri sistemi di difesa manovrata. Nel calcolo di tutte le probabilità giova (anche come augurio felice) considerare un caso eccezionalmente favorevole, quando la grande controffensiva d'Armata fosse riuscita a sbaragliare il nemico: allora forse scoccherebbe per noi il momento fortunato di una vera avanzata, verso est , sul Panovitz e sul S. Marco. Ma, giudicando freddamente allo stato delle cose, noi possiano logicamente prevedere che, ove mai i nostri sforzi di resistenza dovessero in qualche punto cedere, la nostra controffensiva più probabile (sempre avendo come punto di partenza la grande Piazza d'armi costituita dal terreno della 48a Divisione e della Piazza di Gorizia) mirerebbe a cogliere il nemico in fianco, nelle direzioni di nord o di sud, a seconda che l'avanzata di esso puntasse verso $alcano o si insinuasse fra il Sober e Morna. Artiglieria. L'andamento generale della fronte del Corpo d' Armata e la plastica del terreno che la ricinge ai fianchi e alle spalle, sono tali da favorire un efficacissimo impiego di artiglierie, specialmente d'assedio , avente uno ·spiccato carattere difensivo. Posso con sicura coscienza affermare che lo schieramento delle artigl ierie del Corpo d'Armata risponde nel modo più confortante a tali favorevoli condizioni , cosicché è lecito fondare su di esso piena fiducia quale ausilio pronto e potente alla manovra difensiva della fanteria , tanto nel campo della resistenza elastica, quanto in quello della controffensiva. Per abbracciare con uno sguardo sintetico tale schieramento ed esprimere a grandi linee il suo significato, dirò , a nozione di tutti , cihe esso è costituito in sostanza da due forti nuclei infilanti: uno,


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sulla destra dell'Isonzo , fra S. Mauro e lo sbocco di Val Peumica , ed uno sulla sinistra, annidato ai piedi, sulle pendici e suU'orlo settentrionale del Carso all'ingresso tra Savogna e il Veliki Kriback. Abbiamo poi un poderoso nucleo frontale sulla destra dell'Isonzo intorno al Podgora , ed un nucleo centrale mobile sulla sinistra dell'Isonzo in Gorizia e sobborghi meridionali. È chiaro che con simile schieramento (al quale si deve aggiungere tutto lo schieramento delle artiglierie leggere divisionali comprese nella piana di Gorizia e disposto in un campo più ristretto ma con gli stessi criteri di nuclei infilanti, frontali e centrali) noi possiamo essere sicuri che dovunque ci possano occorrere sbarramenti o concentramenti (difensiva), fuochi di distruzione o di accompagnamento (controffensiva) la nostra artiglieria ce li potrà dare, purché chiamata a tempo e razionalmente. Munizioni non mancheranno se all'impiego del fuoco presiederanno menti fredde e chiare, e se la fanteria ricorderà sempre che, prima ancora dell'artiglieria, essa à in propria mano, nei mezzi di sbarramento vicino che le sono assegnati un ausilio di incalcolabile valore. Oltre a questo appoggio sicuro della nostra artiglieria, noi potremo contare, nella eventualità di un prevalente sforzo nemico contro la nostra fronte, sul concorso di moltre altre batterie di grandi unità laterali, aventi azione efficace, obbliqua o di infilata sul nostro territorio (circa 25 batterie d'assedio della 3a Armata e 40 batterie d'assedio del VI Corpo, oltre a molte batterie leggere). Ma , si capisce, questo concorso è subordinato al grado di impegno nel quale si troveranno i Corpi laterali. Per trarre da elementi di potenza così formidabili tutto il rendimento possibile il mio comandante di artiglieria, Gen. Bonali, ha emanato, sulla base delle mie direttive, alcuni ordini di capitale importanza, inviati per conoscenza ai comandi di Divisione, e che riguardano: a. ovuli e zone di concentramento di tiro, tanto a scopo di interdizione, quanto a scopo di appoggio di eventuali controffensive; b. settori di sbarramento e distruzione del fuoco, di sbarramento tanto in caso di attacco generale quanto in caso di attacco parziale; c. segnalazioni tra fanteria e artiglieria e norme per le richieste di fuoco di sbarramento; d. tipi diversi di sbarramento locali (frontali - laterali - a gab-


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bia), per assicurare il più efficace appoggio all'azione difensiva locale; e. sbarramento sulle trincee probabili di partenza e zona di raccolta del nemico; Il foglio 1592 del 20 cor. del comando d'artiglieria di questo Corpo d"Armata riepiloga tali ordini e ne dà, per memoria, numeri dj protocollo e date. Infine, con ord ine 1501 del 12 Ottobre, furono date predisposizioni pel progressivo ritiro delle artiglierie dislocate sulla sinistra dell'Isonzo, nel caso di minaccioso irrompere del nemico, eventualità che, come ho detto, merita bensì sia studiata, ma che confido non debba mai verificarsi. Si tenga presente, a questo riguardo , che sulla sinistra dell'Isonzo noi non abbiamo più che il nucleo centrale, che, mobile come è, non desta preoccupazioni, e il gresso nucleo infilante meridionale , il quale è coperto dal profondo schieramento avanzato dell'XI Corpo. La grande efficacia poi di quest'ultimo nucleo appunto. in caso di irrompente pressione del nemico nel piano, induce a mantenerlo ad oltranza sulle sue posizioni attuali, e a non preoccuparsi troppo di eventuali pericoli che esso potrebbe correre.

Bombarde. Anche l'impiego delle bombarde merita uno speciale cenno riferito al caso particolare che al presente ci interessa. Noi siamo stati finora abituati a impiegare le bombarde quasi esclusivamente nella loro funzione principale, per la quale nacquero, quella cioè di distruzione di difese artificiali nemiche. Di fronte a una grossa offensiva nemica le bombarde non avranno da esplicare un tal compito. se non nel caso si debba vibrare una puntata controffe nsiva al di là di linee nemiche preesislcnti; ma questo sarà un caso eccezionale. In linea normale le bombarde avranno ora il compito di concorre re al fuoco di contropreparazione, sbarramento e di interdizione dell'artiglieria, volto a infrangere l'irruzione nemica. È un compito nuovo e fino a un certo punto poco corrispondente alla natura di queste armi rozze, pesanti e a tiro lento. Ragione di più perché i bravi bombardieri vi portino tutta la loro intelligente volontà, tenendo conto che , se per un verso è un compito difficile e nuovo che debbono assolvere, per un altro verso esso viene loro facilitato dal trovarsi essi, i bombardieri , a più stretto contatto con i comandanti dei settori di difesa. Urge però che que-


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sto contatto sia vivo, continuo e intimo fin d'ora , affinché dalla nozione chiara e precisa (attinta con quel contatto e sul terreno) di quanto i comandanti di settore intendono fare per arginare l'irruzione nemica , scaturiscano per i bombardieri le regole d'arte per appoggiare nel miglior modo e intimamente l'azione di quelli. Si ricordino i bombardieri, che un sol colpo delle loro bombarde che piombi a tempo su una ondata d'assalto , può sconvolgerla al punto da arrestarla. Ciò può anche diminuire l'importanza della eventuale perdita di qualche bombarda, tanto più che, dato il sistema di resistenza elastica adottato , la perdita non deve considerarsi definitiva, perché un contrattacco fortunato ce ne restituirà il potere. Io molto confido nell'azione delle bombarde perché so che queste mie poche parole non saranno cadute invano. Istruzione delle truppe - Predisposizioni varie. L'azione difen: siva è, come si è detto , un'azione di riflesso; dirò meglio , più che una azione essa è una reazione, e come tale essa deve, almeno in primo tempo , subire l'iniziativa del nemico , la quale si manifesterà quasi certamente con un primo periodo di intenso bombardamento distruttore e disorganizzatore. Bisogna perciò prevedere un periodo iniziale di assoluto arresto nel funzionamento della macchina gerarchica , e quindi un periodo di autofunzionamento d'ogni singolo reparto, o, quanto meno, d'ogni singolo settore. Si dovrà perciò abituare almeno ogni settore a funzionare da sé a partire dall'attimo in cui ha inizio il bombardamento nemico, fino al momento in cui, awenuto un sufficiente logoramento nemico per effetto della nostra resistenza , si possa pensare utilmente ad azioni controffensive su grande scala. Per prepararsi a ciò , chiariti ormai i concetti fondamentali della resistenza manovrata, il miglior mezzo è di fare molti esperimenti pratici , tanto sulJa fronte (nei limiti del possibile) quanto nelle.zone di riposo. In tali esperimenti deve consistere ora tutta l'istruzione della truppa. Si parte da uno Schieramento difensivo normale , quale è quello che noi ordinariamente abbiamo in linea. Con apposito segnale si marchi la apertura del bombardamento nemico e si faccia praticamente il primo atto della difesa, e cioè: riparare il nerbo delle truppe nelle caverne e nei ricoveri lasciando solo vedette ed osservatori d'attacco vigilanti sulla linea. Si segua poi il secondo tempo:


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lo scatto delle fanterie nemiche; e si esperimentino i segnali pm opportuni per avvertire i riparti e le mitragliatrici di prima difesa di balzar fuori dalle caverne e dai ricoveri, per ricevere ed infrangere le ondate d'assalto del nemico. È questo l'atto più importante e più delicato. Finalmente si supponga il nemico arrestato su una linea qualunque del sistema avanzato e si esperimenti )'atto controffensivo, il terzo cioè dell'azione difensiva. Ognuno vede come in questi esperimenti sarà possibile mettere in evidenza le difficoltà, le manchevolezze, le inevitabili indecisioni, e largo campo si avrà alle correzioni, agli adattamenti, agli accordi, alle reciproche intese fra Comandi superiori (che al caso vero non potranno per qualche tempo funzionare più) e i Comandi inferiori cihe pur dovranno sostenere la lotta. Quando l'intesa sarà piena e perfetta nasce la fiducia in sé stessi e nell'opera del Comandi dipendenti, ed in quella fiducia sta il segreto della vittoria. Si supponga sempre in questi esperimenti l'azione dell'artiglieria amica e nemica e se ne tenga stretto conto per infondere verità all'azione. Particolare attenzione si porti al posto dei comandi. Nella difensiva dove non c'è da infondere slancio , ma da operare freddamente e ragionevolmente, i comandanti si risparmino; mai si espongano più del necessario; si pensi che la scomparsa di un capo , anche modesto , decapitando un reparto, può disorganizzare l'azione. Ogni posto di comando sia protetto. Molta cura si ponga nel preparare le reti di comunicazione: si faccia larga parte ai mezzi di comunicazione meno interrompibili: messi , segnalazioni, telegrafia, ottica, piccioni viaggiatori , segnali acustici. Si ricorda che la difensiva, appunto perché azione di riflesso, ha essenzialmente bisogno di sapere , di orientarsi presto e bene. Sia in tutti istintivo il bisogno di informare largamente l'autorità superiore. Quanto più presto si saprà ciò che avviene sulle prime linee, tanto più sicuramente le autorità superiori correranno alla parata, misurando esattamente tempi, direzione, intensità della risposta. Donde, anche , grande importanza della rete degli osservatorii , che sono gli occhi del comando. Prepararsi a vederseli presi di mira dal nemico col tiro e col gas, e prendere tutti i dispositivi per poter funzionare anche così contrastati. Predisposizioni di carattere logistico. Tutti i provvedimenti logistici necessari per assicurare alla difesa una lunga durata sono stati


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presi sia da questo Comando , per la parte di sua competenza, sia dai Comandi di Divisione e della Piazza, per quanto riguarda la difesa avanzata e la resistenza della Piazza stessa. L'accentramento dei mezzi di rifornimento di munizioni e viveri dovrà essere accentuato nella zona della Piazza e caposaldo di resistenza avanzata del Panovitz e del S. Marco, come quella che, per quanto dissi più sopra, deve rappresentare la Piazza d'armi di partenza della controffensiva principale del Corpo d'Armata.

Conclusione

Ormai nelle varie conferenze che ho tenuto, mi pare di aver detto tutto quello che c'era da dire. Ora si tratta di fare come, del resto, già ho visto che si sta facendo con buona lena e con passione. Il nemico sembra attardarsi; approfittiamone per prepararci sempre meglio. Ricordiamo le parole del nostro comandante d'Armata, che, cioè, un pericolo, quando è conosciuto, non è più un pericolo. Oramai sappiamo a che cosa ci si deve trovar pronti. Prepariamoci sin nei minuti particolari e guardiamo sereni e fieri in faccia agli eventi. IL MAGGIOR GENERALE Comandante interinale del Corpo d'Armata F.S. GRAZIOLI


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FORMAZIONE E PREPARAZIONE DI UNA RISERVA MOBILE STRATEGICA Premessa

La guerra moderna, con le sue esigenze di schieramento lineare continuo su tutto il vastissimo teatro delle operazioni e coll'inevitabile carattere statico di guerra di trincea che assume dovunque non si svolgano grosse operazioni offensive o difensive, impone la esistenza di una massa di riserva mobile strategica, destinata , come qualsiasi riserva, o a rafforzare opportunamente zone contro le quali si delineino gravi minaccie; o a tamponare brecce prodotte da poderose irruzioni nemiche e nello stesso tempo contrattaccare le masse irrompenti; ovvero a concorrere , con la manovra, ad operazioni offensive su grande scala per affermarne i risultati e coglierne i frutti. Tutta l'esperienza di questa guerra mondiale sta a dimostrarci da una parte i vantaggi che la esistenza di una tale riserva strategica a disposizione del comando supremo assicura agli eserciti combattenti; dall'altra i danni , talvolta gravissimi, che derivano dal trascurare un così importante e necessario strumento di manovra. Onde è che , ormai, si può dire non vi sia più esercito combattente, schierato su vasta fronte, che, conscio di tale necessità, non abbia provveduto a rispettarla. Senonché è troppo evidente che una riserva strategica in tanto vale, per gli scopi suaccennati, in quanto essa sia realmente in condizione di adempiervi. Non basta quindi averla istituita e tenerla dislocata dietro la fronte in posizione opportuna, occorre altresì, e sopratutto, che essa per costituzione organica, per inquadramento, per qualità delle truppe che la compongono, per dotazione di mezzi e servizi d'ogni genere e per costante speciale attività di addestramento, rappresenti realmente una massa poderosa, pronta a muo-

• Cfr. nota n. 74 del II Capitolo.


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vere al primo cenno e a balzare quasi bruscamente in azione dovunque e comunque le esigenze delle operazioni lo richiedano; e perfettamente atta ad improvvisare, da sola, direi quasi per istinto, e in modo sommario, tutto quel complesso di provvidenze che caratterizzano ormai l'impiego offensivo o difensivo delle grandi unità e dei gruppi di grandi unità. Basta questo cenno per convincere come una tal massa strategica di riserva non possa essere una parte qualsiasi del tutto, eccezionalmente distaccata all'indietro, ma debba avere una propria individualità ben spiccata, un proprio tipo, determinato essenzialmente dalle condizioni specialissime del suo impiego , che è notevolmente diverso dall'impiego normale delle grandi unità in linea e che deve rappresentare, in certo qual modo, la espressione viva del concetto ormai largamente adottato nel campo tattico della «specializzazione dei compiti» portato nel campo strategico. Certamente un tal concetto presenta difficoltà assai gravi di attuazione. In primo luogo le esigenze normali della fronte sono così gravi e così complesse che solo eserciti ben provveduti di forze e di mezzi possono aver margine per costituirsi ancora una riserva come si è sopra descritto dopo aver sufficientemente provveduto a quelle esigenze , In secondo luogo la esistenza di una riserva generale di manovra , tenuta permanentemente in potenza , contrasta con la necessità di quell'avvicendamento sulla fronte che risponde a concetti , ormai da tutti ammessi, di giustizia distributiva delle fatiche e dei pericoli di così lunga guerra ed anche all'interesse stesso della preparazione tecnica e morale delle truppe combattenti, che, è dimostrato , risente danno da una troppo lunga permanenza di truppe lontano dalla fronte. Ma l'una obiezione e l'altra possono trovare adeguato correttivo: la prima nell'adozione ormai dappertutto raccomandata della più stretta economia di forze sulla fronte, in quelle zone specialmente dove è da ritenere meno probabile la pressione nemica, il che consente di aumentare il margine di forze disponibili e di permettere quindi di crearsi una riserva generale oltre le riserve parziali di armata; e la seconda nel criterio di schierare per turno e temporaneamente in linea anche le grandi unità componenti la riserva generale, ma soltanto approfittando dei lunghi periodi di stasi delle operazioni attive , e non mai quando si prevedono prossime operazioni offensive o difensive su grande scala. D el resto in questo campo è questione di misura di opportunità del momento. L'essenziale è che il principio che la riserva generale strategica abbia speciale carattere


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proprio, ben rispondente alle specialissime esigenze di impiego cui

dovrà provvedere improvvisamente, trovi nella costituzione stess.a di tale riserva e nel suo ordinario addestramento la sua più evidente e reale applicazione. Esaminerò ora con qualche maggiore particolare quanto ho esposto sinteticamente in questa premessa, e, per essere più concreto , supporrò che l'armata di riserva strategica sia composta di tre corpi d'armata , caso da ritenersi normale, per quanto ci riguarda.

A. Costituzione del comando

Una massa di manovra , la cui principale carattenst1ca deve essere, come si è detto, la prontezza di impiego e la celere e sicura adattabilità con un istintivo e risoluto spirito offensivo alle più meritevoli e imprevedibili situazioni, richiede evidentemente, come prima condizione di buon funzionamento, un comando perfetto, intendendo come comando non soltanto l'organo direttivo superiore, ma anche gli organi direttivi in sottordine, in specie quelli delle grandi unità. Quando infatti non è possibile, come nel nostro caso, una precisa, accurata e metodica preparazione delle operazioni da svolgere, appunto per la inevitabile indeterminatezza di tali operazioni, piuttosto che affannarsi a prevedere tutti i casi e a prepararvisi rigidamente a priori, convien porre stabilmente alla testa delle truppe a ciò destinate, uomini la cui principale qualità sia quella della rapida intuizione di una situazione qualsiasi e della conseguente pronta risoluzione dei provvedimenti sommari da prendere per farvi fronte. Perciò il comandante dell'armata ed i comandanti delle grandi unità, fino alle divisioni, dovranno essere scelti con particolare riguardo alle condizioni suesposte e, una volta scelti , conviene restino permanentemente assegnati a tali funzioni, quasi come un'alta gerarchia espressamente destinata e preparata a un compito che, sotto molti punti di vista, si differenzia da quello ordinario dei comandanti di grandi unità, combattenti in linea. Non importa se per le ragioni di opportunità accennate nella Premessa, si debbano avvicendare talvolta (il meno possibile) le truppe che da essi dipendono. Non importa neppure che talvolta, per temporanea fusione di parte della riserva generale strategica nelle armate in linea , taluno di quei comandanti di grandi unità di riserva resti temporaneamente a disposizione. Meglio così, che non avvicendare indifferentemente


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nella riserva generale, comandanti qualsiasi di grandi unità, troppo speciali essendo , come si è detto, i compiti ad essi affidati e troppo . personali le qualità di cui debbono essere dota ti. Nei periodi in cui essi saranno a disposizione potranno compiere studi adeguati al loro particolare impiego e riconoscere le vaste zone sulle quali potranno essere chiamati ad operare. Ciò è sempre possibile, dato il numero di comandanti di grandi unità. che risultano esuberanti ai bisogni normali della guerra. Questa specie di inamovibilità dei comandi di grandi unità in riserva mobile, va estesa altresì ai comandi di a rtiglieria e del genio delle stesse grandi unità e agli organi superiori dell'intendenza , per i quali altrettanto necessario è il possesso di doti personali, particolarmente adatte all'impiego specialissimo dell'artiglieria e del genio ed al funzion a mento dei servizi per un'armata mobile, nonché un perfetto addestramento alle rispettive funzioni . Non così per i comandanti di unità minori delle varie armi, i quali basterà posseggano distinti e provati requisiti di combattività ed attitudine alla guerra mobile, requisiti questi che sono assai comuni fra i nostri comandanti di brigata, di reggimento e di battaglione. Passando dalle persone dei comandanti , all'ordina mento dei rispettivi comandi , è evidente che anche esso dovrebbe essere inspirato alle esigenze dell'impiego speciale dell'armata. Essenzialmente i comandi di grandi unità dovrebbero sentire la importanza particolare di tre rami della loro ordin aria attività: operazioni propriamente dette - movimenti Logistici e f unzionamento dei servizi - informazioni; e dovrebbero corrispondentemente disporre di organ i agili e adatti a queste tre forme essenziali di attività di comando. Tutto il resto dovrebbe essere ridotto al minimo indispensabile, tagli ando via radicalmente nel campo puramente burocratico , nell'intento di rendere più leggeri possibile questi comand i destinati ad essere essenzialmente mobili e ma novrieri , e dando perciò ad essi la massima autonomia disciplinare ed amministrativa. In particolare. per quanto riguarda le operazio11i propriamente dette, ogni comando di grande unità dovrebbe poter disporre di un organo incaricato di stud ia re, sull a traccia delle direttive del comando superiore. le operazioni ritenute come più probabili per la rispettiva grande unità; compiere le ricognizioni rel ative; e spingere la preparazione teorica di ciascun a operazione fin o al massimo limite compatibile con la inevitabile indeterminatezza dei compiti da assolvere. Inoltre l"ufficio operazioni del comando di armata dovrà prendere visione e tenersi con -


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tinuamente al corrente delle direttive strategiche delle varie a rmate in linea e segu irne metodicamente l'esecuzione, in modo da avere sempre una chiara idea della situazion e nei vari settori ciel fron te, pel caso di impiego di tutta o di parte dell'armata a rin forzo o a sostegno di qualcuna delle armate già schierate. Pel caso di eventuale sfondam ento di qualcuna di queste, si dovrà dare gra nde sviluppo alle ricogn izioni e agJi studi di occupazione sommaria delle linee arretrate esiste nti in ogni settore o delle posizioni naturali di sbarramento che può o ffrire il te rreno alle spalle di ciascuna armata. Lo stesso organo dovrebbe presiedere al ramo esercitazioni delle truppe , il cui indirizzo e la cui effi cienza tecnica sono, come è ovvio, strettamente connessi alle operazioni da compiere, seguendo in questo campo i concetti informatori che saranno più inna nzi esposti nel capitolo «TRU PPE ». Lo studio dei movimenti logistici e del funzionamento dei servizi dovrà essere ricalcato fedelmente sugli studi anzidetti , relativi alle operazioni. nell"intento di abbozzare i piani per gli ordini di movimento ferroviari o per gli ordini relativi ai grandi trasporti automobilistici o per via ordina ria , e di concretare parallelamente il movimento dei servizi. In tutta questa materia avranno larga parte l'intendenza dell'armata e gli organi vari da essa dipendenti, ma nel comando stesso di armata dovrà esservi chi gara ntisca il perfetto affiatamento tra lo studio delle operazioni e il lavoro dell'intendenza, del quale sarà trattato particolarmente più innanzi. Quanto alle informazioni, le esigenze speciali di un 'a rmata di riserva mobile risultano dai seguenti criteri som mari: Organi centrali e periferici atti ad entrare in fun zione subitamente, durante importanti operazioni già avviate su un settore qualunque della fronte od anche su fronti a rretrate ed avanzate, e quindi in grado di sapere con somma prontezza e con la maggiore efficacia provocare, coordinare e sfruttare le necessarie informazioni sul ne mico , per dedurne dati utili all'azione , quando anche essa debba avere carattere spiccatamente manovrato e in zone non appositamente preparate. Organi siffatti non possono quindi avere quel carattere di te rritorialità, né contare su quel periodo di adattamento al terreno ed al nemico che rende sistematico e particolareggiato il lavoro degli organi informativi corrispondenti delle armate in linea. Donde la necessità di organizzare il servizio inform azion i in modo analogo a quello in uso presso l'esercito francese, e cioè con organi scagl ionati in profondità e facenti parte organica dei vari comandi tattici. E quindi: ufficiali informatori presso i reggimenti di


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fanteria con proprio personale di truppa ausil iario - centri di raccolta divisionali e di corpo d'armata in stretta relazione con i rispettivi comandi di artigl ieria; con gli osservatori; con i comandi di gruppo squadriglie areoplani - ufficio informazione centrale d'armata, in costante relazione con gli ufficiali informatori delle armate in linea e con i vari organi tecnici raccoglitori di notizie della rispettiva armata. Un'armata di manovra le cui truppe debbono trovarsi sempre in condizioni morali e materiali ottime ed essere dotate di alto spirito offensivo, deve avere molto sviluppato un ramo speciale del servizio informazioni, quello cioè che comprende la vigilanza interna, la assistenza materiale e morale del soldato e la necessaria propaganda destinata appunto ad eccitare lo spirito aggressivo ed intraprendente. Anche questo ramo di servizio va ordinato scaglionandolo organicamente lungo la scala gerarchica per infondere unità di concetti e d'azione e per poter esplicare quel controllo dall'alto che assicura la massima efficacia di risultati.

B. Truppe La opportunità di una costituzione organica eccezionale, specialmente adatta agli scopi particolari ai quali un'armata di riserva mobile deve mirare, si man ifesta, nei riguardi delle truppe, in modo ancor più evidente che non nei riguardi degli alti comandi. Forze e mezzi offensivi e difensivi debbono infatti rispondere in modo egregio alle condizioni di massima mobilità, di sicura prontezza di impiego e di piena attitudine alla guerra manovrata in campo aperto , che sono le caratteristiche essenziali di un'armata di tal genere. È bensì vero che ciascuna delle grandi unità di cui un esercito moderno è composto deve essere in grado di passare quando che sia dalle lunghe stasi della guerra di trincea agli antichi metodi della guerra manovrata , la quale può divenire da un momento all'altro necessaria anche sulla fronte, o dopo una nostra fortunata operazione offensiva o dopo avvenuto uno sfondamento per effetto di offensiva nemica .. Ma questa tendenza è inevitabilmente in pratica attuabile solo in minima parte con le ordinarie grandi unità, normalmente impiegate nel servizio di linea. Sperare di più è farsi delle illusioni , perché troppe cause dipendenti dalla natura stessa statica e deprimente della guerra di trincea e la stessa costituzione organica


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determinata dalle esigenze speciali di questa forma di guerra, si oppongono alla realizzazione piena e subitanea di quelle tre condizioni che abbiamo ora dette, invece essenziali per una guerra manovrata. E pertanto nello stesso modo che si affermò possibile ai fini di un'armata di riserva mobile l'avvicendamento normale delle sue grandi unità sulla fronte, alla stessa stregua di una qualsiasi altra grande unità, così si ritiene necessario che la costituzione organica delle truppe che compongono grandi unità di riserva mobile, destinate a un impiego speciale, si ispiri esclusivamente alle esigenze di questo impiego, il che d'altra parte non pregiudica affatto quell'eccezionale loro temporaneo servizio sulla fronte che abbiamo ammesso come possibile, anzi utile , nei periodi nei quali l'impiego dell'armata, come riserva mobile, appare meno probabile. Posta cosi la questione, vediamo quali criteri dovrebbero guidare nello stabilire la costituzione organica speciale di tali unità. Fanteria. - Abbiamo detto: mobilità - prontezza di impiego - piena attitudine alla guerra manovrata. Perché tali caratteri siano possibili occorre che , a parità di efficienza bellica, si cerchi di realizzare il minimo di peso e di forza numerica e la massima diminuzione delle cause ritardatrici del movimento in genere e dell'impeto offensivo in specie. Ora la massa dell'attuale fanteria, così come è organicamente ripartita, equipaggiata ed armata nelle ordinarie unità (brigate , reggimenti e battaglioni), non rappresenta più uno strumento manovriero di notevole valore. Sotto un certo punto di vista essa, così come è, rappresenta spesso un peso morto o, quanto meno , un elemento ritardatore. Al punto in cui siamo giunti in questa guerra che si combatte da tre anni, con prevalenza di soldati di classi sempre più giovani e meno istruite, solo reparti leggeri di fanteria speciale, cioè dotati di speciali attitudini belliche, inquadrati, equipaggiati , armati ed istruiti in modo speciale, possono oggi rappresentare sul serio uno strumento offensivo o controffensivo degno di tal nome. Essi sono perciò assolutamente preferibili, nel caso che consideriamo, a masse assai più grosse di ordinaria fanteria, capaci solo di procedere faticosamente ad ondate dense e vulnerabili nell'attacco , e tendenti all'inerzia sotto la pressione nemica nella difesa. Intorno a questa fanteria speciale, piccola di numero, ma scelta come qualità e riccamente dotata dei più moderni mezzi ausiliari d'offesa e di difesa, dovremo tendere a raccogliere il maggior numero possibile di compagnie mitragliatrici, oltrepassando larga-


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mente la proporzione normale fra fanteria e mitragliatrici delle ordinarie unità e ciò appunto perché è mediante la mitragliatrice che si può meglio realizzare l'ideale di concentrare in poco volume e in poco peso una efficenza di fuoco pari a quella di cui è capace una ben più ingombrante e pesante massa di fucilieri. Bene inteso però un tal criterio organico deve trovare in pratica un adeguato impiego tattico, nel senso di ottenere che il binomio fanteria -mitragliatrici , con predominio assoluto di queste ultime, rappresenti veramente un aumento di efficienza bellica, il che esige una perfetta attitudine manovriera nei riparti mitraglieri e un geniale affiatamento fra i due strumenti di azione tanto nel battaglione, quanto nelle unità maggiori. Alla brigata, al reggimento e al battaglione dovranno essere aggiunti tutti quei mezzi che valgano a renderne completa l'efficienza , tanto nell'attacco , quanto nella difesa, e ciò tanto più in quanto in primo tempo non si potrà far conto (come avviene ordinariamente per le corrispondenti unità già schierate in linea) sull'appoggio di mezzi già predisposti in sussidio della fanteria. Indispensabile sarà quindi assegnare alla brigata di fanteria (oltre le proprie mitragliatrici in ragione più alta della ordinaria) una aliquota di artiglieria leggera (meglio se da montagna) per provvedere a piccoli tiri di distruzione a breve distanza e ai tiri di accompagnamento vicini e di sbarramento. E per la stessa ragione la brigata dovrà poter disporre di batterie mobili di bombarde, preferibilmente Van Deuren, perché più maneggevoli. Il reggimento avrà con sé (sempre oltre le proprie mitragliatrici in ragione più alta dell'ordinario) qualche batteria di lanciabombe Thèvenot a bomba offensiva e fumiggena, e qualche sezione lanciafiamme. Il battaglione, almeno due sezioni lanciabombe Stokes e un forte nucleo di zappatori. In tal modo si avranno complessivamente brigate leggere ma scelte in fanteria; con spiccato carattere d'assalto; potenti di fuoco maneggevole e obbediente quale è quello della mitragliatrice; ben provvedute di mezzi ausiliari per superare difese di mediocre valore o per spezzare attacchi nemici quali possono aversi combattendo in campo aperto, e tutto ciò con spiccato carattere di autonomia organica che ben risponde alle esigenze particolari di truppe mobili di riserva. Naturalmente, per maneggiare brigate così complesse , occorre particolare capacità tattica e molta prontezza di colpo d'occhio e di decisione. Ma per ciò appunto si è detto occorrono alla testa di tali unità uomini scelti e bene addestrati, e quindi stabili per quanto


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possibile nel rispettivo comando, perché tutto quanto ora abbiamo esposto cadrebbe, qualora , per un eccesso di spirito di livellazione, si volessero considerare tali unità speciali alla stessa tregua di tutte le altre. Da uno studio concreto compilato dal sottoscritto, in base ai concetti ora detti , risultò possibile ottenere una notevolissima diminuzione numerica, e quindi un assai sensibile guadagno di mobilità con potenza di poco inferiore al normale nel fuoco di fucileria, compensata dalla possibilità di più agile manovra e dalla più larga dotazione di mezzi ausiliari. Ma, naturalmente, la parola decisiva non potrebbe esser detta che dalla esperienza, provando e riprovando in appositi poligoni, e con ben intesi esperimenti tattici e tecnici, la composizione più conveniente di tali unità speciali, facendo astrazione da qualsiasi preconcetto di rigidità o di similitudine organica alle unità normali. E queste prove e queste esperienze dovrebbero essere compito essenziale di un 'armata di riserva mobile che voglia realmente prepararsi alla sua alta missione . Cavalleria e ciclisti. - Gli austro-tedeschi nelle due grandi offensive sferrate contro di noi, specie in quella del Friuli, fecero largo e assai redditizio uso di distaccamenti volanti offensivi, composti di piccoli nuclei di cavalleria con mitraglieri ciclisti o motociclisti. Nel campo terrestre essi rappresentano l'applicazione concreta degli stessi concetti già esposti trattando dell'azione dell'areonautica: arrivar presto e con mezzi arditamente offensivi. Ciò disorienta il nemico, ne rallenta la marcia o ne accelera il disgregamento e, nel caso di una irruzione nemica che abbia superata una breccia nella nostra fronte, può servire a neutralizzare l'azione corrispondente di analoghi riparti arditi avversari. Onde è che, a completare il quadro organico che dovrebbe servir di trama alla costituzione di un'armata mobile di ,riserva, conviene tener conto della opportunità di avere a disposizione anche codesti mezzi, per la formazione dei quali l'esperienza è già matura e non mancano pregevoli studi di impiego che ad essi si riferiscono. Uno o due reggimenti di cavalleria e qualche battaglioni ciclisti, appositamente addestrati a questo speciali impiego, potrebbero essere preziosi come distaccamenti di avanguardia e di sicurezza da lanciare in testa alle colonne sui fasci stradali seguiti dalle grandi unità e potrebbero anche servire, appoggiati in primo tempo dall'areonautica di combattimento, a costituire un primo abbozzo di


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schieramento colà dove più converrà attestare le varie colonne per sferrare il nostro colpo offensivo o per arrestare l'impeto offensivo del nemico.

Collegamenti e comunicazioni. - Partendo sempre dal concetto che caratteristica principale dell'annata è il suo probabile impiego improvviso , con contegno e minentemente aggressivo, in un settore non esattamente prevedibile , occorre che le sue unità abbiano la possibilità di poter subito in caso di impiego provvedere all'importante servizio dei collegamenti e comunicazioni nel modo più sicuro possibile, e senza poter far gran conto su impianti di qualsiasi genere già preesistenti sul posto, ·perché questi potrebbero mancare del tutto. Sotto questo punto di vista i mezzi più sicuri e di più pronto impiego sono evidentemente i mezzi aerei, la radiotelegrafia e i colombi viaggiatori , perché non hanno bisogno di impianto preventivo sul luogo di impiego, né sono soggetti a interruzioni tanto facilmente . E pertanto occorre: 1. assegnare, come si è già detto, i necessari mezzi aviatori per il collegamento fra le varie armi , fra comandi e truppe e per il servizio di artiglieria ; 2. assegnare i mezzi radiotelegrafici per il sicuro collegamento tra i vari comandi, almeno sino a quelli di brigata; 3. predisporre il servizio dei piccioni viaggiatori, sia con l'impianto di colombaie fisse nelle retrovie delle zone di più probabile impiego, sia con colombaie mobili di riserva al seguito delle truppe. D alle colombaie fi sse della zona di effettiva azione dell 'armata i colombi verrebbero distribuiti fino alle unità al momento dell'impiego . Inoltre le unità dell'armata dovrebbero, s'intende, essere completame nte provviste , come tutte le altre unità, degli ordinari mezzi di comunicazione e collegamento ottici , acustici , telefonici e telegrafici attualmente in dotazione. Intendenza d'armata. - Dato l'attuale schieramento strategico e le particolari caratteristiche del nostro teatro di guerra. l'armata di riserva , come già si è detto, o sarebbe chiamata a tamponare una falla eventualmente prodottasi in un tratto qualunque della fronte, od a svolgere in una direzione qualsiasi un'azione propria offensiva o controffensiva. Nel primo caso la massa di manovra, operando nella zona di


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alimentazione di un'armata di prima linea, verrebbe ad avere in comune con questa i mezzi di rifornimento e le linee di sgombero. Sembrerebbe, quindi, che l'armata di riserva potesse in tal caso fare a meno , per i servizi, di un proprio organo e dovesse sfruttare i mezzi nella zona stessa esistenti. Nel secondo, caso, specie se l'armata venisse chiamata ad operare in una zona fuori del)a giurisdizione di una della attuali intendenze, o all'infuori dell'estrema ala sinistra dell'attuale nostro schieramento strategico ( dove per relazioni di distanza e per le difficoltà di terreno assai difficilmente potrebbe provvedere al perfetto funzionamento dei servizi di una massa mobile di manovra l'intendenza dell 'armata di estrema sinistra), la costituzione di un proprio organo per i servizi stessi è da ritenersi,indubbiamente necessaria. Tenuto conto della indeterminatezza circa il compito dell'armata, più prudente sembra assegnare permanentemente, anche all'armata che consideriamo, una intendenza propria. In ogni caso, poi, non si potrà fare a meno , anche quando non si voglia conservare alla armata di riserva mobile una vera e propria intendenza, costituire almeno per essa un ufficio servizi autonomo dotato di propri stabilimenti e di propri mezzi , per far fronte al secondo dei casi suesposti. È chiaro come ben scarso affidamento potrebbe dare alla testa dei servizi dell'armata un organismo improvvisato , composto di elementi raccogliticci, privo di qualsiasi orientamento, e costretto a funzionare in un momento di crisi e per un 'armata che potrebbe esser chiamata ad operare offensivamente in campo aperto. Solo un organismo solido, già preordinato e costituito di personale pratico, dotato di spiccate attitudini logistiche potrà assolvere un compito siffatto, che presenta difficoltà indubbiamente maggiori di quelle che possano presentarsi per un'armata immobilizzata su un determinato tratto di fronte. Anche per quest'organo direttivo dei servizi vale quanto già si è detto per gli alti comandi combattenti dell'armata, e cioè condizione essenziale è che gli uomini che vi sono preposti sfano scelti con particolare riguardo alle qualità peculiari che il compito speciale dell 'armata richiede ; essenzialmente nel campo dei servizi: spirito di iniziativa , intraprendenza, spirito di ripiego, chiarezza e genialità di idee, prontezza ed energia di risoluzione. In quanto al preordinamento dei mezzi logistici necessari , esso dovrebbe avere per base i concetti fondamentali della piena dispo nibilità ed efficienza e della massima mobilità. Le caratteristiche proprie ad una massa di manovra impongono


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la necessità di assicurare al momento dell'impiego la piena cd assoluta disponibilità dei propri mezzi di vita cd in misura tale che tutti i servizi possano e debbano funzionare immediatamente e bene . Ciò non è possibile se essa non disponga di mezzi propri, organicamente costituiti cd in piena efficienza, sia pure in via normale ripiegati o accantonati quando essi non occorrano per la vita normale dell'armata. Per qualunque ipotesi d'impiego questo criterio non soffre restrizioni, poiché, anche nel caso che l'armata debba agire su di una fronre dove funzioni l'intendenza di altra armata: a rincalzo, cioè, di un'armata di prima linea, o per schierarsi su di una linea di resistenza arretrata, sarà sempre utile che essa disponga d i propri mezzi per concorrere con quelli esistenti in posto al regolare fu nzionamento dei servizi e per risparmiare così all'intendenza ricevente la grave crisi che ne risulterebbe , qualora quella di riserva ne fosse priva . Non si entra in particolari circa la costituzione di questi mezzi. sia perché un tal tema ci condurrebbe troppo per le lunghe. sia perché converrebbe svolgerlo prendendo a base la situazione concreta del nostro teatro d'operazioni in materia di risorse, di viabilità, di comunicazioni. il che esorbita dai fini di questo studio. Affermato il concetto della pronta disponibili tà e della massima mobilità, la determinazione dei mezzi costituirà il compito essenziale dell'intendente che avrà la responsabilità del loro impiego. Quanto alla dislocazione normale di tali mezzi questo soltanto si può dire, che essi piuttosto che corrispondere alla dislocazione normale delle grandi unità che compongono la riserva mobile ( d islocazione che può temporaneamente rispondere anche ad altri fini), conviene sia studiata essenzialmente in base alle previsioni generiche di impiego strategico dell'armata. nel senso di soddisfare alla condizione di diminuire al minimo i trasporti per via ordinaria e di evitare complessi o difficili trasporti per ferrovia. Quindi in massima, posizione centrale per rispetto allo schieramento strategico generale. o quanto meno preponderante verso la zona di più probabile impiego; esistenza di una grande linea ferroviaria di arroccamento per spostamenti laterali rapid i e sicuri. Circa, infine, la caratteristica di 5peciale rnobilità che in un'armata di riserva mobile gli stabilimenti cd i mezzi di seconda linea debbono possedere, non occorrono soverchie considerazioni per dimostrarne la necessità assolu ta. Essa deriva dalla essenza stessa del compito dell'armata e dalla natura delle operazioni che è desti-


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nata a compiere e che richiedono celerità di movimento e prontezza d'impianto e cli funzionamento. Artiglieria. - Prendendo sempre a base le due ipotesi fondamentali più probabili di impiego dell'armata, e cioè: rinforzo su un settore qualsiasi della fronte a scopo offensivo o difensivo, ovvero operazioni manovrate sul davanti o sul rovescio del nostro attuale sch ieramento, si possono dedurre facilmente i criteri che dovrebbero presiedere all'ordinamento dell'artiglieria in un 'armata di riserva mobile ed al suo impiego. Nel primo caso l'armata troverà in luogo uno schieramento d'artiglieria già esistente e orientato ai bisogni della situazione locale, sul quale dovrà in certo qual modo fondersi in tutto o in parte lo sch ieramento dell'artiglieria dell'armata sopraggiungente, pur ispirandosi naturalmente agli scopi speciali a questa affidati. Questo caso di impiego , per essere corrispondente a una ipotesi meno caratteristica fra quelle cui un 'armata di riserva mobile deve provvedere , è meno atto a gettar luce sulle questioni che formano oggetto del presente capitolo, a meno che il rinforzo sul settore che consideriamo non abbia lo scopo di maturare o proseguire operazioni iniziate felicemente, ché allora si rientrerebbe nella seconda delle ipotesi suaccennate. Quando infatti l'armata di riserva mobile verrà a trovarsi nella situazione di dover affrontare il nemico all'infuori di ogni preliminare disposizione di mezzi d 'al tre annate, e ciò sia per l'offesa che per la difesa, allora ci troveremo effettivamente nel caso tipico che più ci interessa e sul quale converrà impostare il problema importantissimo dell'artiglieria. Si tratterà infatti allora di vedere fino a che punto sarà possibile conciliare le esigenze di un immediato e poderoso impiego di quest'arma (tanto necessaria e di così varia attività in ogni fase del combattimento moderno) colle difficoltà di raccolta, di schieramento e di rifornimento dei mezzi occorrenti. Nella risoluzione di un tal problema, può solo servire di guida questo concetto: avere ben chiaro in mente, come in un gran quadro sintetico, tutto il complesso lavoro che alle artiglierie di vario calibro, e specie oggidì, compete, per assicurare alla fanteria un appoggio efficace e un ausilio ininterrotto durante tutta l'azione , e da questo quadro ideale, vasto e complesso, desumere in modo concreto quanto di essenziale sarà necessario imbastire subito con i pochi mezzi che si potranno avere in primo tempo alla mano, intorno ai


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quali andranno poi via via accumulandosi gli altri mezzi sopraggiungenti, come la graduale coloritura di un abbozzo sommario. Occorre dunque e sopratutto, in chi comanda l'artiglieria , uoa percezione netta e pronta della situazione per dedurne il necessario scaglionamento nel tempo dei mezzi disponibili , scaglionamento che d'altra parte oon può essere precalcolato in modo astratto, in quanto che dipenderà dallo scopo che l'armata si propone e dalla natura ed entità degli ostacoli concreti che, caso per caso , si opporranno al conseguimento di esso.

Costituzione dei comandi di artiglieria. - I criteri esposti per la scelta dei comandanti delle grandi unità , fino alle divisioni , dovranno essere presi di norma per la scelta dei comandanti di artiglieria delle stesse grandi unità. Essi dovranno essere cioè uomini che conoscano perfettamente la nuova tecnica dell'arma , di pronto intuito, di grande iniziativa e di rapida decisione. Circa i comandi è innanzi tutto essenziale istituire quello di artiglieria divisionale. Nelle divisioni, la fanteria e l'artiglieria devono costituire un tutto intimamente affiatato ed è perciò necessario che a lato al comando della divisione vi sia in modo stabile un comando di artiglieria divisionale che non subisca le oscillazione dovute alla «anzianità» dei comandanti dei reggimenti che sono o possono venire assegnati temporaneamente alle divisioni stesse e che possa dedicare ogni sua attività al coordinamento ed all 'impiego dei mezzi messigli a disposizione. I comandi di artiglieria delle grandi unità - fino alle divisioni - debbono poter disporre di organi per le seguenti loro principali funzioni: osservazione - operazioni - rifornimenti. Quanto al servizio di osservazione le esigenze speciali dell'artiglieria di un'armata di riserva sono quali vennero prospettate parlando del servizio di informazione dell'armata , donde la necessità di organizzare e di aver sempre in perfetto grado di funzionamento presso i vari comandi: a. un nucleo di osservatori terrestri, di ufficiali e truppa, provvisto di tutti i mezzi occorrenti (cannocchiali, binocoli , goniometri , carte, telefoni, ecc.); b. un gruppo di squadriglie di areoplani di artiglieria per l'osservazione aerea; gruppo costituito di almeno una squadriglia per ogni comando di artiglieria di divisione, di corpo d'armata; c. un gruppo di draken, in ragione di almeno due per divisione.


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Tali organi dovrebbero stare in costante relazione cogli uffici informazioni delle ri pettive grandi unità. Per quanto riguarda le operazioni ogni comando dovrebbe avere un o rgano inca ricato di studiare, sull a traccia delle direttive ciel rispettivo comando d i grande unità. l'impiego delle artiglierie cogli stessi criteri accennati per l'analogo organo dei comandi di grande unità. Lo studio de i rifornimenti dovrà essere collegato cogli studi relativi alle operazioni nell'intento di abbozzare i piani per la costituzione di eventuali depositi di materiali e munizioni e studiare i mezzi occorrenti per il loro trasporto alle batterie, le vie da seguirsi ccc. Tale organo dovrà essere in stretta relazione con quello dei movimenti logistici e del funzionamento dei servizi delle rispettive gra ndi u nità. Presso i comand i di artiglieria divisionali dovrebbe esservi un a ltro organo incari cato d i studiare e regolare il servizio dei collegamenti.

Tipi ed entità delle artiglierie. - Pa rlando d elle condizioni alle qual i debbono soddisfare le truppe facent i parte di un 'armata di riserva abbiamo detto: massima mobilità - prontezza di im piego piena attitud ine alla guerra manovrata in campo aperto. Da ciò ne consegue che le ba tterie campali (leggere e pesanti) attaccate a cavalli, che sono le sole in grado di percorrere - si può dire - qualsiasi terreno e che, giunte sulla posizione, possono immed iatamente aprire il fuoco, debbono costituire la massa delle artiglie rie assegnate a lle divisio ni ed ai corpi d'armata. Batterie a trazione meccanica, che , più delle campali, sono legate alle rotabili: ma che su queste possono però raggiungere, negl i spostamenti, velocità maggiori che non le batterie campali stesse, dovrebbero costituire la riserva di artiglieria dell'armata. Ad essa dovrebbe essere assegnato: un raggruppamento di autobattcric da 102. per rinforzare prontamente dove necessiti la massa di artiglieria; tanti raggruppamenti d 'assedio quanti sono i corpi d 'armata (ciascuno di un gruppo di cannoni da 149 A. o da 155 L o d a 120 L. francesi e di un gruppo di obici da 152 inglesi o di mortai da 210 . u affusto De Stefano) e almeno altri due raggruppamenti d'assedio di tre gruppi ognuno (un raggruppamento d i cannon i da 149 A. o da 155 L. o da 120 L. francesi ed uno di obici eia 152 inglesi o di mortai da 210 su affusto D c Stefano) da impiegarsi per vincere le eventuali maggiori resistenze che si incontrassero nella lotta.


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Non potendosi prevedere quale sarà l'azione alla quale verrà chiamata l'armata e quindi come e quando verranno impegnate le singole divisioni converrà assegnare ad esse una quantità limitata di artiglierie, e destinare invece ai corpi d 'annata un forte nucleo di batterie per essere in parte o totalmente ripartite fra le divisioni in relazione ai loro bisogni. Anche nell'impiego, del resto, delle batterie assegnate tatticamente alle divisioni si dovrà seguire il principio di un conveniente scaglionamento in profondità per assicurare la continuità nell'azione dell'artiglieria e per parare agli imprevisti che in guerra manovrata saranno più frequenti per le oscillazioni stesse della lotta. Tenuto conto di ciò e dell'esperienza di guerra già acquistata si ritiene che la quantità e la specie di artiglierie campali da assegnarsi alle divisioni ed ai corpi d'armata possa essere di: - 2 reggimenti da campagna per ogni divisione; - 1 reggimento da campagna, 1 raggruppamento di tre gruppi da montagna, 1 raggruppamento di tre gruppi di obici pesanti campali mod. 914 , 2 raggruppamenti di tre gruppi di cannoni eia 105 per ogni corpo d'armata. Per impedire l'osservazione aerea nemica dovrà inoltre essere assegnato all'armata (oltre le squadriglie a ciò destinate) un raggruppamento di almeno 8 batterie antiaeree.

Rifornimenti. - Nella guerra manovrata, quale potrà essere quella cui l'armata di riserva potrà essere chiamata, le giornate di combattimento potranno essere molte , le truppe potranno spostarsi innanzi od indietro e pertanto l'armata dovrà essere ricca di munizioni , di mezzi di trasporto e di mezzi di ricambio (pezzi , quadrupedi, ecc.) da impiegarsi tempestivamente. Come prima dotazione sarà necessario che vi siano almeno 2000 colpi per pezzo di piccolo calibro e 500 colpi per pezzo di medio calibro e che si abbia il numero necessario di autocarri per trasportare dette munizioni dai depositi, che potranno essere costituiti in prossimità delle località attuali di accantonamento dei reggimenti e dei raggruppamenti , alle posizioni che avranno occupato le batterie. Una parte di esse dovrà essere di proietti fumigeni poiché più facilmente con questi che non coi proietti ordinari si potrà ottenere l'acciecamento degli osservatori nemici e coprire i movimenti delle nostre fanterie. Il rifornimento delle munizioni dovrà essere abbondante ed eseguirsi nel tempo voluto, condizioni necessarie perché l'artiglieria


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possa adempiere alla propria missione. È questione della massima importanza e presenta serie difficoltà nella guerra manovrata a causa delle distanze. dei continuì cambiamenti nella situazione delle truppe , della necessità di percorrere incondizionatamente le zone battute. Sarà necessario pertanto che al comando delle autocolonne siano preposti ufficiali di provata energia.

Reggimenti e raggruppamenti. - È evidente che i comandi e le batterie dovrebbero essere in completa efficienza, con personale e cavalli perfettamente idonei al servizio, materiali al completo (carreggio compreso) ed in ottimo stato. ma sarebbe pur necessario provvedere le batterie campali di altri mezzi oltre quelli stabiliti dagli organici. La batterie campali hanno organici appena sufficienti per fornire - oltre a pochi specialisti - i serventi dei pezzi cd i conducenti. li periodo di guerra passato ha dimostrato che occorre uno speciale nucleo di ufficiali e militari di truppa in più degli attuali organici specialmente per il servizio di collegamento, e se altrove si è ricorsi al ripiego di diminuire in parte il personale addetto alla cura dei cavalli, non sarebbe possibile adottare tale ripiego nell'armata di riserva le cui batterie più che mai devono avere i quadrupedi curati al massimo grado per averli sempre in piena idoneità al servizio. La guerra manovrata può imporre ogni giorno ai cavalli nuove e maggiori fatiche e le batterie non possono quindi contare sull'impiego dei conducenti in altre mansioni. Per assicurare la intima cooperazione fra l'artiglieria e la fanteria è necessario il loro più stretto collegamento; per assicurare il tempestivo cd esatto impiego del fuoco è necessario il collegamento fra comandi, batterie, osservatori; per il rapido e tempestivo impiego dei mezzi di rifornimento e di trasporto è necessario il collegamento fra le batterie in linea ed i propri scaglioni retrostanti. Questi collegamenti, che occorre funzionino in modo permanente. non possono essere mantenuti durante gli spostamenti che per mezzo di ciclisti e motociclisti, quindi necessita di fornire comandi e batterie di cicl isti e motociclisti. In posizione i collegamenti si possono ottenere con vari mezzi. ma il principale è certamente il telefono; occorrono quindi buon numero di telefonisti specializzati e guardiafili. Gli impian ti telefonici non sono pochi, né sempre è breve il tratto di collegamento (specialmente fra batterie e pattuglie); occorre inoltre avere materiale per riparare le linee distrutte dal


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fuoco nemico o rotte dalle nostra truppe per impianti soltanto, negli spostamenti, di nuove linee in attesa che si ripieghino le vecchie; è necessario dunque un forte aumento delle dotazioni telefoniche stabilite. E poiché di norma si debbono iniziare gli impianti telefonici prima dell'arrivo delle batterie, è cosa utile che ogni gruppo sia dotato di un carro per telefoni capace di trasportare e il materiale telefonico delle batterie del gruppo e il personale sufficiente per lo stendimento delle linee. A sussidio delle comunicazioni telefoniche occorrerà provvedere ad una rete di collegamento ottica , per la quale occorrono, naturalmente, un certo numero di eliografisti. Preposto a tale servizio ogni gruppo dovrà avere un ufficiale. Ed altri ufficiali ed altri militari di truppa occorrono per costituire le pattuglie di artiglieria ed a tale personale occorrono mezzi di rapido trasporto, a preferenza biciclette. Poiché è difficile in guerra manovrata provvedere il materiale cartografico è necessario che comandi e reparti abbiano una larga dotazione delle carte delle zone sulle quali l'armata potrà essere chiamata a combattere , una dotazione tale cioè da poter provvedere di carte gli ufficiali tutti ed i militari di truppa destinati ai servizi di guida di collegamento, di esplorazione, ecc. Le batterie dovranno pure avere una abbondante riserva di materiali di ricambio e di materie di consumo, nonché una dotazione permanente di materiali per mascheramento di varia specie , dei quali verranno trasportati unicamente quelli che potranno utilmente impiegarsi nella zona nella quale saranno chiamate a combattere. Per il trasporto di tutti i materiali che non facevano parte delle dotazioni di guerra prima della guerra , e che ora sono indispensabili al buon funzionamento di una batteria destinata alla guerra di movimento , occorrono altri due carri bagaglio. Meglio ancora sarebbe sostituire tutto il carreggio a cavalli con autocarri. Ogni gruppo dovrebbe poi avere un pezzo di ricambio. In conclusione, se si vuole che le batterie campali siano manovriere, è necessario aumentarle di uomini, cavalli e materiali. Per assicurare il rifornimento delle batterie da montagna operanti coll'armata di riserva necessita ridar loro la formazione che avevano prima della guerra.


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Genio. - Sia nell'offensiva che nella difensiva l'armata di manovra sarà, con ogni probabilità, chiamata ad agire su terreno non organizzato a difesa od insufficientemente organizzato. Non essendo possibile l'aggiramento delle ali agli eserciti combattenti e dovendosi sfondare un tratto più o meno largo della fronte, il fatto ha dimostrato che l'offensiva che fosse riuscita a far breccia , penetrando nel fronte nemico, premuta sul fronte e sui fianchi dalla difesa, non può facilmente progredire e deve sostare e rafforzarsi sul terreno conquistato prima di continuare il movimento di avanzata. La difesa invece cercherà di rinsaldarsi con nuove difese sul fronte e più specialmente sui lati della breccia, per impedire l'allargamento di questa e l'ulteriore avanzata, quando non debba arretrare su nuove linee organizzate o debolmente organizzate. Nell'un caso e nell'altro emerge la necessità di porsi in grado di organizzare il terreno a difesa con la massima rapidità, e che si abbiano personale e mezzi adatti per fronteggiare tale necessità. Il personale dei comandi del genio deve quindi possedere pronto intuito , larghe cognizioni tecniche e conoscere bene l'impiego delle varie specialità dell'arma. Quanto all'organizzazione delle truppe , qui di seguito si accenna alle modificazioni ·che occorrerebbero introdurre all'attuale costituzione. Specialità zappatori. - Il compito dei zappatori del genio nelle condizioni indicate è dei più importanti ed ardui, essendo specialmente ad essi affidato il compito di una estemporanea e pronta organizzazione del terreno di manovra. Converrebbe perciò: a. dare ad ogni divisione due battaglioni zappatori , ovvero assegnare alle truppe supplettive d'ogni corpo d'armata o dell'armata un battaglione zappatori da inviarsi al momento opportuno dove più urge il bisogno; b. fornire ciascun corpo d'armata di un parco autocarreggiato con materiali da zappa e mina, costituito in modo da rispondere alle nuove esigenze della guerra campale (Studi particolareggiati in proposito esistono già). S'intende che le compagnie dovrebbero avere i loro parchi al completo, ed anche le salmerie, potendo essere chiamate ad operare m montagna. Anche indipenden temente dall'assegnazione di due battaglioni


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zappatori alle divisioni, si rende indispensabile aver presso il comando di queste un ufficiale superiore del genio addetto, di speciale competenza, che possa senza preoccuparsi del comando delle truppe , tradurre in atto i concetti del comando della divisione, progettando rapidamente e coordinando i lavori da eseguirsi non solo dai zappatori ma anche dalle altre specialità. Specialità telegrafisti. - L'assegnazione attuale dei reparti telegrafisti ed i mezzi di cui dispongono sono sufficienti allo scopo. Sarebbe però opportuno stabilire una riserva di materiale telegrafico di linea e di stazione, su autocarri, da assegnarsi all'armata, per essere in grado di inviarla rapidamente là dove non siano sufficienti i mezzi a disposizione delle compagnie. Specialità pontieri. - La pianura veneta nella quale l'armata può essere chiamata ad operare, intersecata da corsi d'acqua importanti, può richiedere l'impiego di truppe dei pontieri, bene istruite e provviste di materiali regolamentari. E poiché le divisioni sono quasi tutte sprovviste di sezioni da ponte regolamentari, né sembra possibile e conveniente assegnarne ora alle compagnie zappatori, nelle quali difficilmente, date le condizioni attuali di reclutamento , si trova personale adatto all'impiego, converrebbe meglio dare all'armata due battaglioni pontieri, con le compagnie provviste di equipaggio, sostituibile, per alcune compagnie, col materiale di più sezioni da ponte divisionali. Un battaglione dovrebbe assegnarsi a disposizione dell'armata, e l'altro dovrebbe fornire a ciascun corpo d'armata una compagnia. Specialità minatori. - Quantunque i zappatori siano atti ad eseguire lavori di mina , si ritiene indispensabile assegnare all'armata un battaglione minatori, sia per interruzioni stradali, sia per altri lavori di mina di qualche entità. Specialità radio. - Per aumentare la celerità d'impiego delle stazioni, come si conviene ad un 'armata di manovra, Si ritiene conveniente cambiare le stazioni carreggiate, che dovrebbero servire per i corpi d'armata, con stazioni autocarreggiate. Magazzino avanzato del genio. - Oltre al materiale dei parchi mobili è necessario che il magazzino avanzato del genio dell'intendenza sia ben fornito di materiali vari, non esclusi i carri completi


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da parco con i relativi caricamenti, per essere in grado di rifornire rapidamente i parchi. Occorre inoltre che esso abbia una buona scorta di materiali da lavoro, per poter all'occorrenza, con opportuni spostamenti di personale ausiliario, intraprendere lavori per linee od opere di difesa di qualche entità. Aeronautica. - Fra i vari mezzi con i quali un'armata di riserva mobile può assolvere il suo compito di massa offensiva o controffensiva manovrante, debbono necessariamente trovare posto importante i mezzi aerei. E difatti la facoltà esplorativa e la possibilità di una fulminea azione offensiva , anche a distanza, che sono qualità caratteristiche dell'arma, corrispondono anche a due condizioni essenziali per un'armata di manovra di impiego subitaneo, la quale non può più oggidì, per ragioni a tutti note , far conto su masse di cavalleria. Allorché l'attirvo supremo dell'impiego dell'armata sarà per scoccare, molto oscura apparirà senza dubbio la situazione e il comandante dell'armata , a cui sarà stato dato il via dal comando in capo , si troverà ad un tratto gettato nella più ansiosa necessità di raccogliere notizie. O che si tratti di sferrare sull'invasore irrompente una risoluta controffensiva , o che si tratti di coronare con un atto arditamente aggressivo, una felice ma certo logorante resistenza sostenuta da una o da più armate schierate in linea, il bisogno di sapere e di saper presto premerà come non mai sull'animo del condottiero dell'armata di riserva il quale poco potrà dedurre dalla faraggine di notizie contradittorie, o necessariamente ritardate, che gli giungeranno dalla fronte sfondata o dai logori resti della vittoriosa resistenza sulla fronte. Questo appunto sarà il momento classico dell'attività esploratrice aerea dell'armata , la quale potrà certo trarre viva luce dall'opera collettiva ardita di squadriglie e di gruppi da ricognizione lanciati come un nugolo nelle direzioni che più interesseranno per scoprire, per accertare, per coordinare quanto si sa e quanto non si sa sulla situazione da affrontare. Ma questa istantanea e vasta attività esploratrice va preceduta e accompagnata da una poderosa azione aerea di combattimento, intesa ad assicurarsi, almeno per un certo tempo nella zona che interessa, un assoluto dominio dell'aria; azione di combattimento che quando fosse spinta ed estesa mediante speciali squadriglie da bombardamento e da mitragliamento anche al di sopra e sul rovescio del


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nemico irrompente, potrebbe rappresentare altresì una efficacissima azione offensiva preliminare, simile agli antichi combattimenti di avanscoperta di cavalleria, intesa a sorprendere il nemico, disorientarlo , renderlo titubante e così preparare il colpo di maglio dell'armata di riserva sopraggiungente. L'areonautica dunque , per un'armata come quella che consideriamo, non dovrebbe essere soltanto un mezzo bellico ausiliario, destinato alla esplorazione in genere , all'informazione del comando, all'eventuale intervento nella lotta terrestre , al collegamento; ma una vera e propria arma decisamente offensiva, qualche cosa che significhi potenza aggressiva rapidissima, e che cioè esprima dall'aria e prima di ogni altra forma d'azione , l'essenza stessa dell'attività dell'armata che deve decidere, aggredendo, sempre improvvisamente e a fondo. Oltre a ciò nei mezzi aerei, il comando dell'armata e delle grandi unità che la compongono, troverà la soluzione d'un altro grande problema che lo assillerà nel momento critico del suo impiego: quello delle comunicazioni. Ne faremo un cenno più innanzi , ma intanto è opportuno dir fin d'ora che se è vero che l'areoplano, oggi, rappresenta un ottimo mezzo non solo di collegamento fra le varie armi, ma anche fra comando e unità dipendenti, in un'armata di riserva ad impiego estemporaneo , imprevedibile , fulmin eo, mobile, dove ogni organizzazione preventiva o successiva di comunicazioni sarà difficilissima e spesso impossibile, l'areoplano sarà prezioso come agile messaggero del pensiero del comando alle truppe e come pronto e fedele rapportatore dalle truppe al comando della situazione raggiunta, e quindi mezzo di controllo della esecuzione degli ordini. Da tutto ciò si può dedurre che non è più concepibile oggi un'armata di riserva mobile che non sia largamente dotata di mezzi aerei da caccia, da ricognizione e da bombardamento e che nel campo speciale del combattimento aereo , o meglio dell'intervento degli aerei nel combattimento terrestre, una simile armata deve , per mezzi posseduti, per addestramento, per unità di comando, essere all'avanguardia di ogni altra armata in linea ed essere in grado di manovrare la propria areonautica a massa , come una qualsiasi altra arma, anzi come l'arma più intraprendente e quindi più adatta alla missione particolare di riserva che è proprio dell'armata. maggio 1918


Allegato 7*

RISERVATISSIMA (Da non portarsi in prima linea)

CIRCOLARE N. 1130 di prot. Op.

Comando del Corpo d'Armata d'assalto

NORME PER L 'IMPIEGO TATTICO DELLE GRANDI UNITÀ D 'ASSALTO Zona di Guerra, 1 Luglio 1918 Agli Ufficia li del Corpo d'Armata d'assalto Mi è parso utile raccogliere in poche pagine quanto l'esperienza della guerra ci consente finora di dire a riguardo del!' impiego tattico delle Grandi Unità d'assalto. L'effettivo impiego di queste Grandi Unità, nuove pel nostro Esercito, ci offrirà, speriamo ben presto, occasione di altre osservazioni, di cui faremo tesoro per completare queste norme, che intanto dovranno servire come primo orientamento nella preparazione delle nostre truppe per gli alti scopi che ci proponiamo. Sulla base delle presenti norme, intendo venga formandosi fra i comandanti di tutti i gradi ed armi quella perfetta unità di criteri che è indispensabile per l'impiego efficace di una unità d'assalto. lo spero che per questa via, e mercè la vostra fervida coopera* AUSSME, DS CAA, Allegati.


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zione di mente e di cuore, ci metteremo in brevissimo tempo in condizione di poter rispondere con slancio travolgente e coll'impeto vigoroso e sicuro che è proprio di truppe d'assalto, all'appello del Comando Supremo, dovunque e comunque esso crederà di lanciare questo nostro poderoso strumento di guerra. Come prima norma essenziale però, ricordare, o giovani ufficiali arditi, che in guerra il segreto d'ogni buon successo sta nella disciplina ancor più che nell'ardore. A voi compete il difficile compito di conciliare nel cuore dei vostri baldi soldati l'impeto scapigliato e le doti di sfolgorante aggressività che debbono animare le ondate d'assalto col più profondo e sostanziale sentimento d'onore e di disciplina, sì che la nostra diventi una cavalleresca legione di valorosi e non un'accozzaglia di soldatesche, buone forse a combattere, ma non a vivere. l Luglio 1918

IL TENENTE GENERALE Comandante il Corpo d'Armata d'assalto

F. GRAZIOLI


I. Considerazioni generali sul più probabile impiego di una Grande Unità d'assalto Base fondamentale che deve orientare ogni nostra attività deve essere un concetto chiaro di quel che a una Grande Unità d'assalto può essere richiesto. Bisogna riportare la nostra mente all'idea, nota a tutti, di quel che rappresenta nella guerra moderna il compito di un Battaglione d'assalto, e sforzarci cli estendere teoricamente tale compito, fino alle dimensioni di tanto più vaste di una Divisione o di un Corpo d'Armata. Naturalmente questo grande ampliamento di dimensioni nello strumento di assalto, costituisce non un semplice aumento di forza e di peso, ma qualche cosa di molto più e di diverso, in relazione alle evidenti ben diverse esigenze tattiche che da così notevole aumento di forza e di peso derivano. Il concetto della massa d'assalto permane in quanto: 1) Scopo quasi unico di una Grande Unità di assalto sarà l'azione decisamente offensiva, sia nella forma più pura, sia nella sua forma derivata , ma molto simile, di controffensiva. 2) Le modalità mediante le quali tale azione dovrà svolgersi, dovranno rivestire quel carattere di sommarietà, di speditezza, di rapidità che sono proprie di una massa d'assalto. 3) Gli organi e i mezzi destinati a far funzionare una tal massa, saranno i più agi li possibi li e quindi i più semplici ed i più snelli, rinunziando ad ogni funzione che non sia direttamente connessa alle immediate esigenze dell 'azione offensiva. E tali furono appunto i criteri fondamentali secondo i quali il Comando Supremo ha stabilito la composizione organica delle Grandi Unità d'assalto nelle quali entrano perciò in proporzione di 2/3 a 1/3 truppe d'assalto p ropriamente dette e fanteria (di linea o bersaglieri), con larga dotazione di mezzi ausi liari offensivi e di mitragliatrici; con un 'aliquota di artiglieria leggerissima ed una di cavalleria e ciclisti. A noi non resta pertanto che orientare ogni nostro pensiero ed ogni nostro atto esclusivamente alla visione chiara e netta dei com-


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piti speciali che possono esserci affidati, in modo che in brevissimo tempo si riesca a costitui re ed a far funzionare questo istrumento nuovo costituito dalle Grandi Unità d'assalto , che di tanta efficacia potranno riuscire come altrettante pedine mobilissime nel gioco strategico diretto dal Comando Supremo. Un tale compito ci viene facilitato dal fatto che dovunque noi saremo chiamati ad operare sulla fronte, troveremo in posto o rganizzazioni di combattimento, di rifornimento e di vita già perfetti, sulle quali ci appoggeremo per il tempo necessario allo sviluppo della nostra azione. Così per esempio se saremo chiamati ad operare sulla fronte di un'Armata qualsiasi , allo scopo di aggiungere ad una operazione offensiva preordinata lo slancio ed il vigore che ci sono propri, il nostro attacco risulterà preparato, in quadrato e accompagnato dall'azione delle truppe locali e specialmente dall 'artiglieria di tutti i calibri che si troverà schi erata su quel determinato tratto di fronte. Così pure il funzionamento dei servizi si inq uadrerà nella rete locale già esistente per ciascun servizio. Qualora invece il compito delle Grandi Unità di assalto fosse di irrompere controffensivamente per sbarrare il passo all'invasore che avesse brecciato le nostre linee, allora noi ci troveremo evidentemente ad operare in campo aperto, tenendo conto però che, come è a tutti noto , questo campo aperto sull'immediato rovescio della nostra fronte è solcato da numerose linee fortificate , delle quali si dovrà tenere il debito conto quali pedane di slancio o linee di appoggio per la manovra. Nel caso particolare ora considerato, noi avremo bisogno di una vera e propria dotazione di artiglieria corrispondente per specie e per calibri alle esigenze dell'azione della nostra massa di Grandi Unità. A questo provvederà al momento opportuno il Comando Supremo, fermo restando l'impiego già detto per la nostra artiglieria leggerissima di dotazione permanente. Dopo quanto si è detto come orientamente generale, possiamo discendere a qualche particolare; lavoro questo però che deve essere compito essenzialmente dei comandanti di Divisione, di Reggimento , di Gruppo e di Reparto, ciascuno nel campo delle attribuzioni del proprio grado . Si tratta di studiare come le idee generali sopra esposte potranno trovare attuazione concreta in pratica; problema questo che, fino ad un certo punto, è nuovo, e che impegna perciò tutto il nostro interessamento ed ogni nostra genialità, badando nello stesso


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tempo ad addestrare i nostri dipendenti ad operare in ogni circostanza secondo le conclusioni alle quali saremo venuti. Allo scopo però di inalveare in giusto senso la corrente delle idee, in modo da evitare disparità di vedute tattiche o di sistemi di ~ddestramento, che si tradurrebbero in perniciosa perdita di tempo nella preparazione bellica delle nuove Grandi Unità, si daranno qui di seguito alcuni «criteri tattici generali» e alcune « norme particolari di impiego» , quasi capisaldi teorici per l'orientamento del lavoro di tutti.

II. Criteri tattici generali

1) Elasticità nella composizione dei complessi tattici La composizione organica stabilita per le Grandi Unità d'assalto , risponde alle esigenze tattiche normali. Ma i casi concreti nei quali truppe d 'assalto possono trovare impiego sono estremamente vari e vanno dall 'impiego di una sola compagnia a quello di tutta la Grande Unità a massa, e in ciascun gradino di questa lunga scala si può essere chiamati a fronteggiare situazioni sensibilmente diverse e su terreni molti differenti. Ne consegue che nostra caratteristica deve essere la perfetta elasticità nella composizione del corpo tattico da destinarsi ad ogni operazione, per modo che, pur stabilito l'assetto organico normale della nostra macchina , questa possa anche funzionare con la stessa prontezza, parzialmente o nel suo complesso, con un raggruppamento diverso delle varie parti, inspirato alle esigenze speciali dell'operazione da compiere. Ma perché un tale criterio possa trovare in pratica giusta applicazione, occorre sia ben penetrata in tutti l'esatta e precisa nozione del significato e del valore di ciascun elemento tattico, quale risulterà dal contesto dei criteri generali e delle norme che qui di seguito verranno esposte.

2) Sorpresa Segreto di ogni nostro successo sarà la sorpresa . Noi potremo essere proiettati su un punto qualunque della fronte per una operazione offensiva , oppure lanciati sul fianco o magan a tergo di


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colonne nemiche irrompenti nel nostro territorio. Se nell'un caso o nell'altro riusciremo a piombare di sorpresa , il successo sarà assicurato. Quindi, segretezza assoluta in ogni cosa; estrema rapidità di movimenti; abitudine ad imbastire prontissimamente un'azione qualsiasi, dopo una rapida ricognizione del terreno e della situazione; decisione massima di esecuzione, la quale dovrà essere sempre condotta a fondo senza esitazione, tanto più che l'esperienza dei fatti di guerra più recenti dimostra all'evidenza quali insperati risultati si possono ottenere lanciandosi a fondo ed in una direzione ~on prevista dal nemico.

3) Attacco travolgente Tutta l'anima , tutto il calore, tutto lo slancio, tutto l'odio pel nemico, di cui possono essere capaci truppe addestrate, educate, specializzate per l'offensiva a fondo e ad ogni costo, deve prorompere nell'attimo dell'assalto, in una furia sfrenata e feroce , che si abbatta sul nemico come un colpo di maglio e lo disperda. Tale è la sola forma d'attacco possibile per una Unità d'assalto, sia che esso venga preparato da una precedente fase di tiro distruttore , sia che esso si scateni d'improvviso , favorito dall'astuzia e dalla sorpresa. I reparti d'assalto non conoscono camminamenti d'approccio, avvicinamenti metodici , lunghe attese per cogliere il momento propizio. Irrompono all'ora stabilita, allo scoperto, e cercano d'un balzo di raggiungere l'unico riparo possibile, che sia nel terreno al di là della fronte avversaria, dove l'artiglieria nemica non avrà avuto né tempo né modo di portare il suo tiro, perché disorientata dall'irruenza stessa del nostro attacco. Raggiunta quella zona, continuano a perforare dilagando, approfittando dell 'attimo inevitabile di disorientamento nemico, per renderlo irreparabile a colpi di audacia e di temerarietà. Arrestati da ostacoli insormontabili o dal fuoco di linee retrostanti nemiche, si aggrapperanno al terreno, dovunquL' \.' comunque e chiederanno alle loro mitragliatrici, arditamente e abi I mente appostate sul dinanzi, la protezione più sicura ai contrattacchi nemici , in attesa di essere rinforzati da altre truppe di linea. Costrette a difendersi da sole, le Grandi Unità di assalto si difenderanno contrassaltando.


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4) Sicurezza Nel momento dell'offensiva, la miglior sicurezza sta nella nostra propria forza e nel nostro proprio slancio travolgente. Una massa d'assalto in movimento per rovesciarsi sulla fronte nemica da sfondare, è come una valanga che nessun ostacolo laterale può arrestare nella sua corsa. Il miglior modo di guardarsi i fianchi è di irrompere direttamente sul nemico che è dinnanzi. Il fuoco di poche mitragliatrici ben postate è generalmente più che sufficiente per tenere in freno ogni tentativo nemico sui fianchi del corpo d'assalto.

5) Infiltrazioni Una Grande Unità d'assalto neWassolvere il compito offensivo che le sarà ordinato, non dovrà mai preoccuparsi di quel fenomeno, ormai comune sui moderni campi di battaglia, della infiltrazione di piccoli nuclei arditi nemici fra gli intervalli ed anche sul rovescio delle nostre linee. Tali infiltrazioni sono il frutto naturale dell'impiego che anche il nemico fa di gruppi arditi offensivi, e sarebbe per lo meno strano che ciò preoccupasse truppe per le quali l'impiego ad oltranza di tali gruppi offensivi, deve essere appunto la specialità. A parare le infiltrazioni nemiche, penseranno altre truppe nostre retrostanti. Il solo modo di neutralizzarle, sta, per noi di «infiltrarci>> a nostra volta, a fondo, il più lontano possibile e dovunque sarà possibile.

6) Economia delle forze Se per tutti i reparti è sacrosanto dovere dei capi di spenderebene la vita dei propri uomini, per un reparto d'assalto questo dovere è ancora più essenziale, perché ogni soldato d'assalto rappresenta per l'alto suo valore combattivo personale un prezioso fattore di forza e quindi la sua perdita, se non compensata da adeguato rendimento, costituisce un danno particolarmente grave. Si tenga sempre conto di ciò. La vita è un bene trascurabile quando si tratta di difendere la Patria; ma la vita per la Patria va spesa bene, e la vita di un soldato ardito, benissimo. Si economizzino dunque le forze, non spendendole poco (che sarebbe un errore) ma spendendole bene.


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È questo il nostro preciso dovere di capi; per questo abbiamo il grado; con questo ci accaparreremo sempre più la devozione dei nostri soldati che ci seguiranno, con maggior fede , dovunque verremo.

7) Studio del nemico Il nostro genere di guerra d'assalto deve essere sopra tutto geniale; deve essere sostanziato di astuzie, di trovate, di audacie , ma questo genere di guerra ,non può trarre ispirazione che dalla conoscenza profonda ed acuta di cio che sa fare e di ciò che non sa fare il nemico. Quindi studiamolo questo nemico, sopra tutto nel momento psichico del combattimento, e delle osservazioni che ciascuno farà si dia pronta notizia alle autorità superiori. Saranno per tutti i dati più preziosi per regolare la nostra azione.

III) Norme d'impiego tattico

A) Fanteria e suoi mezzi ausiliari La composizione organica ternaria, adottata per le Grandi Unità d'assalto , consiglia di considerare particolarmente la fisiono mia tattica e l'impiego caratteristico delle seguenti unità , gerarchicamente ascendenti: a) - il Battaglione d'assalto; b) - il Gruppo di due battaglioni d'assalto e di un battaglione di fanteria di linea o di bersaglieri; e) - il Raggruppamento di tre Gruppi composti come al comma b). a) - Il Battaglione di assalto. - È un reparto che ha già una storia propria gloriosa al suo attivo, perché il suo impiego isolato in operazioni ardite di piccola mole, ha procurato brillanti successi parziali alle nostre armi nel recente periodo pre-estivo. L'altissimo spirito combattivo e lo slancio di cui i vari battaglioni hanno già dato luminose prove sono la migliore promessa di quanto sapranno fare, riuniti in fascio irresistibile di forza e di vigore, nelle attuali Grandi Unità di assalto. Poche norme basteranno dunque a delinearne l'impiego.


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Ciascun Battaglione d'assalto deve sentire di costituire l'unità tattica fondamentale di una Grande Unità di assalto. La sua composizione organica su tre compagnie di fanti arditi (150 combattenti effettivi per compagnia) armati di moschetto , di pugnale e di bombe a mano; tre sezioni di mitragliatrici pesanti; sei sezioni pistole mitragliatrici; sei sezioni lanciafiamme portatili, è tale da assicurare al Battaglione un complesso di forze e di mezzi sufficienti per costituire un blocco d'assalto nello stesso tempo poderoso e leggero. Si tratta di bene impiegarlo, nel senso di sfruttare completamente e nel miglior modo lo slancio aggressivo del soldato ardito , le mitragliatrici e i mezzi ausiliari offensivi, ciascuno secondo le proprie caratteristiche, di cui il comandante di Battaglione e gli ufficiali tutti debbono avere nozione chiara e precisa. Impiego tipico, quasi unico , di tale reparto , sarà: l'offensiva (o controffensiva) travolgente. Modo d'azione, il più semplice possibile, come si conviene a reparti speciali, nati per agire brutalmente. Marciare dritto allo scopo per le vie più spicce e con la maggior possibile celerità. Quindi: investire il nemico che si ha di fronte (o in campo aperto o dentro trinceramenti già squarciati o sconvolti da un precedente tiro di distruzione) con una prima linea o rete sottile a maglie larghissime, di nuclei eminentemente sciolti e leggeri, costituiti da 20 a 30 fanti arditi bombardieri e una sezione pistola ciascuno. Missione di questa prima ondata: perforare ad ogni costo dovunque è possibile la fronte nemica, gettarsi arditamente sul rovescio , apportarvi il disorientamento, lo slegamento e lo scompiglio senza alcuna preoccupazione di sicurezza propria , di collegamento od altro. Astuzia , destrezza , temerarietà, ferocia debbono animare questi nuclei. Un so lo che riesca a perforare la linea nemica può raccogliere frutti inestimabili. Tali nuclei debbono rappresentare il proiettile umano che d'un balzo viene a completare lo sgretolamento della linea nemica, già sconvolta dal tiro di distruzione dell'artiglieria. La loro irruzione deve quindi innestarsi con questo, per modo che le ultime granate arrivino sul nemico quasi contemporaneamente ai primi nuclei di assalto. Questi debbono essere addestrati, educati, ubbriacati d'offensiva; sopratutto rotti alla manovra in qualunque terreno, coperto, scoperto, pianeggiante, erto, scosceso, intersecato dovunque. Le pistole non cerchino precisione di tiro; siano armi di effetto


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morale, che tale è il loro carattere. I 150 arditi della ondata di primo assalto, suddivisi normalmente in sei gruppi, potranno coprire ali 'ingrosso una fronte di 300 metri, la normale per un battaglione d'assalto. Dietro questa prima ondata di nuclei arditissimi, quasi alle loro calcagne, e nella direzione più opportuna, monterà all'assalto la massa d'urto del battaglione, costituita dal grosso delle sue forze nella formazione meglio consigliata dal terreno, ma senza eccessivo addensamento, accompagnato, sostenuto e protetto durante l'attacco dal fuoco delle mitragliatrici pesanti , sulla azione delle quali si dirà particolarmente più innanzi. Conquistato l'immediato obbiettivo di assalto, mentre la prima ondata, quella dei nuclei leggerissimi, continuerà la sua guerriglia avvolgente sul dinnanzi e sui fianchi , la massa d'attacco del battaglione si riordinerà rapidamente sul margine tattico del terreno occupato, intorno all'ossatura sommaria del nuovo schieramento, costituita essenzialmente dalle prime sezioni mitragliatrici pesanti che avranno potuto spostarsi sulla posizione conquistata. Dietro questo schieramento i lanciafiamme dei battaglioni provvederanno alla pulitura delle linee nemiche superate, e, occorrendo snideranno i nuclei nemici che fossero rimasti appiattiti o che vagassero alle spalle del corpo d'attacco. Questa, nelle sue linee generali, tutta la scienza tattica offensiva di un battaglione d'assalto, e su questa tela, esclusivamente su questa, dovrano essere imbastite e condotte le esercitazioni, cercando di specializzare bene i nuclei della prima ondata e di imprimere con ogni sforzo al grosso del battaglione la meccanica dell'urto travolgente , con formazioni bene adattate al terreno , senza addensamenti e senza esitazioni o incertezze di orientamento. Inutile pensare a ripararsi dal tiro nemico. Nel momento dell'assalto il modo solo possibile per neutralizzare il tiro di sbarramento dell'artiglieria nemica è quello di andare ad aggrapparsi corpo a corpo alla fanteria nemica che si ha di fronte. Il solo modo possibile per sfuggire al tiro delle mitragliatrici nemiche è quello di accecarle col fumo dei lancia bombe, come si dirà in seguito, e di piombargli sopra avvolgendole coi nuclei arditissimi della prima ondata. La salvezza sta nella corsa in avanti e nell'infondere il terrore nel nemico che si ha di fronte. b) - Il Gruppo. - Si è detto che il battaglione di assalto deve rappresentare il blocco tattico fondamentale. Il Gruppo di due


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battaglioni di assalto e di un battaglione di fanteria o bersaglieri, costituirà il primo complesso tattico ben coordinato e rispondente a evidenti esigenze d'impiego. li comandante del Gruppo dovrà proporsi innanzi tutto di ben conoscere la natura intima caratteristica delle tre anzidette unità, poste sotto il suo diretto comando, e questa natura cercare di conservare inalterata, perché ha un significato essenzi ale nell'azione coordinata del Gruppo. Oltre a ciò, allo stesso comandante compete l'impiego armonico del reparto d'artiglieria Leggera che fosse eventualmente assegnato al Gruppo, nonché delle sezioni lanciabombe Stokes, il cui impiego risponde normalmente ad esigenze superiori a quelle ordinarie di un battaglione. È ovvio che l'impiego tipico del Gruppo, così costituito, si orienti. come norma, verso uno schieramento tattico offensivo dei due battaglioni di assalto . per ala, in prima linea, col battaglione di fanteria o bersaglieri in riserva, cioè in seconda linea. Mentre quindi i due primi opererebbero come si è detto al comma a), al battaglione di fanteria spetteranno normalmente i seguenti compiti. 1) - Affermare col suo intervento tempestivo ed ordinato la conquista della posizione fatta d'impeto dai battaglioni di assalto; difenderla ad oltranza col fuoco dei propri fucili e delle proprie mitr~gliatrici e. se occorre, con opportuni contrattacchi, da ogni possibile ritorno offensivo nemico. 2) - Raccogliere con prontezza e con fermo piede i reparti d'assalto che si fossero infranti contro la resistenza nemica e fossero stati costretti a retrocedere alquanto scossi o slegati. 3) - Costituire massa potente ed ordinata di fuoco ed urto, in mano al comandante del Gruppo, per parare ad ogni evento · imprevisto e per integrare in genere l'azione delle truppe di assalto del proprio gruppo. Conseguentemente l'addestramento di questo battaglione deve differire sensibilmente dall'addestramento dei reparti d'assalto e continuare sulla tracci a delle ordinarie norme tattiche di impiego della fanteria, badando solo al necessario stretto coordinamento con i reparti d'assalto, per il che il mezzo più utile è di fare qualche esercitazione d'insieme. Con questo battaglione starà normalmente nel campo tattico il comandante del Gruppo. Qualora l'azione tattica si risolvesse con impiego di un solo reparto di assalto. sostenuto dal battaglione di fanteria. l'altro reparto d'assalto del gruppo potrà essere impiegato a scopo di proseguime nto, nel quale caso si atterrebbe alle norme di impiego già dette per il battaglione di assalto nell'offensiva. accentuando naturalmente il carattere decisivo e travolgente della sua azione.


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c) - Il Raggruppamento o complesso tattico di tre Gruppi misti costituiti come si è detto al comma b) , comprende tutta la fanteria della Divisione. Il suo comandante funziona quindi da comandante della fanteria divisionale, organo nuovo nel nostro esercito e derivante dalla composizione ternaria adottata nelle Divisioni di assalto . li suo comandante di Brigata, assurge a qualche cosa di più elevato, in quanto a lui compete la responsabi lità della preparazione tecnica e tattica di tutte le fanterie della Divisione sulle direttive del comandante di questa. La stessa composizione ternaria delinea la distribuzione normale delle truppe nell'attacco, che potrà essere o con due Gruppi in linea e uno in riserva o con tre Gruppi successivamente rincalzantisi o infine con una massa d'urto di soli reparti di assalto, opportunamente scaglionati, seguiti da una riserva di tre battaglioni di linea o bersaglieri. È in questo campo più vasto del Raggruppamento che si manifesterà infatti più frequente il bisogno di quella elasticità nella ripartizione delle forze che si è posta come uno dei criteri tattici generali nell'impiego di Grandi Unità d'assalto. Nel caso che il comando della Divisione giudicasse opportuno tenere alla propria diretta dipendenza una frazione delle fanterie come riserva divisionale , al comandante del Raggruppamento sarà affidato il comando del complesso tattico di prima linea (gruppi di battaglioni e batterie): in ogni caso egli avrà il comando delle forze divisionali chiamate ad assolvere il compito più importante e decisivo. È compito importantissimo del comandante del Raggruppamento ricercare costantemente la situazione delle proprie fanterie e tenerne informato il comandante della Divisione. A tal uopo si useranno schizzi del terreno a grande scala preparati e distribuiti in precedenza ed in numero adeguato ai reparti combattenti. Mitragliatrici. - Si preferisce trattarne in modo particolare, perché dato l'alto valore offensivo e difensivo che esse rappresentano rimangano meglio scolpiti nella mente di tutti i criteri fondamentali del loro impiego, condizione essenziale per trarre da queste armi meravigliose tutto il rendimento possibile nell'offensiva e nella prima resistenza ad assalto riuscito. È necessario prima di tutto distinguere nettamente mitragliatrici leggere da mitragliatrici pesanti, avvertendo che pel momento, noi non possediamo mitragliatrici leggere vere e proprie, e solo per


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ripiego siamo costretti a far funzionare come tali le pistole mitragliatrici, le quali invece, data la loro minima gittata, sono semplici revolver automatici più adatti alla lotta vicinissima nei camminamenti e nelle trincee ed armi da effetto morale, che non a funzionare da mitragliatrici vere e proprie, trasportabili da un sol uomo. Tutte le pistole mitragliatrici saranno però trasformate in moschetto automatico, trasformazione che le rende più maneggevoli ed efficaci , ferma restando tuttavia la breve gittata (4 o 500 metri circa) che non permetterà se non un'applicazione relativa dei criteri che seguono: La funzione tattica delle mitragliatrici leggere si collega strettamente al compito della prima ondata d'assalto, quella cioè dei nuclei irrompenti per i primi sulle posizioni nemiche . Quindi dovremo tendere a renderle mobilissime , ardite, intraprendenti; addestrarle a lanciare a momento opportuno raffiche brevi ed improvvise alle spalle del nemico, sgusciando nel terreno coperto, arrivando di sorpresa sui rincalzi e sui numerosi organi di rifornimento che sono dietro le linee nemiche. Per rendere possibile questa tattica conviene alleggerire al massimo grado la composizione in personale delle ordinarie sezioni pistola e contrastare in modo assoluto nelle esercitazioni la tendenza ad impiegarle altrimenti, per esempio come mitragliatrici ordinarie, come purtroppo spesso si vede fare. Per questo appunto è preferibile concentrare tutte le sezioni pistola del battaglione d'assalto nella sola prima ondata, affinché più presto giungano al di là delle linee nemiche, dove si trova precisamente il loro campo di azione più naturale. La funzione tattica delle mitragliatrici pesanti è ben altra, ed è ora di intenderla esattamente, sia per sfruttare una buona volta tutto l'alto rendimento offensivo o difensivo di tali macchine, sia per evitare che mezzi bellici così preziosi vadano perduti o dispersi come troppo spesso avviene per errato criterio di impiego o per col- · pevole trascuratezza dei comandi responsabili. La mitragliatrice pesante non è arma da assalto, nel senso semplicista della parola, ma è arma che appoggia, che sostiene, che accompagna, che corona l'assalto e sulle nuove posizioni conquistate crea l'ossatura più solida per la resistenza. Quando una massa d'urto monta all'assalto, in quel critico momento nel quale il fuoco distruttore della nostra artiglieria deve necessariamente essere spostato per non offendere le truppe d'assalto, allora qualche cosa ci vuol che: a) - tenga inchiodato il nemico col tiro falciante, a scresta-


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re, per obbligarlo a stare a testa bassa nei resti delle sue trincee e dei suoi camminamenti, perché non veda ciò che sta avvenendo davanti a lui; b) - sia pronto a sbarrare con un fuoco intenso e falciatore qualunque velleità di controffensiva nemica, specie sui fianchi del corpo di assalto; c) - sia capace di far piovere sull'immediato rovescio della posizione nemica una raffica di pallottole , sia pur disordinata, ma non per questo meno logorante e disturbatrice. Ebbene, tali sono appunto i compiti essenziali delle mitragliatrici pesanti durante l'assalto; per assolvere i quali le mitragliatrici pesanti non debbono muovere se non in quanto ciò possa occorrere a meglio adempierli . In via normale quindi, le mitragliatrici pesanti dei battaglioni d'assalto resteranno in postazione durante lo svolgersi dell'assalto , su posizioni possibilmente dominanti e fiancheggianti; ci~scuna sezione avrà il suo compito ben definito dal comandante superiore, in relazione a l disegno d'assalto del comandante del Battaglione. Ciò non esclude che qualche sezione possa muovere addirittura all'assalto colla fanteria , ma ciò sarà un'eccezione e per scopi eccezionali , sopra tutto per aver presto sulla posizione conquistata almeno una rappresentanza di queste armi che hanno così grande valore come mezzo per infrangere sul nascere gli eventuali contrattacchi nemici . A quest'ultimo scopo anzi , è naturale che appena conquistata la posizione tutte le mitragliatrici disponibili (salvo poche di sicurezza dei fianchi e delle spalle) vi accorranno per formare l'ossatura del nuovo schieramento e costituire elementi riannodatori del corpo d'assalto, inevitabi lmente frammischiato e disordinato, e saldatori delle inevitabili lacune risultanti nello schieramento. Molto utili saranno anche in questa fase appostamenti arditi, di fortuna, spinti molto innanzi alla posizione e ben celati alla vista, ma pronti a gettare di propria iniziativa raffiche di fuoco di sorpresa sui fianchi di un eventuale contrattacco nemico. Così delineata la condotta delle mitragliatrici pesanti nell'assalto, chiara apparisce la poca opportunità della ripartizione organica delle sezioni pesanti fra le compagnie di fanti d'assalto. Quindi come norma , nell'assalto, e perciò anche nelle esercitazioni, le tre sezioni pesanti vengano raccolte nel battaglione ed abbiano un capo proprio a stretto collegamento col comandante del reparto , che stabilisca il loro schieramento per l'assalto; schieramento che dovrà


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essere caratterizzato da un giudizioso scaglionamento in profondità per assicurare all'assalto la continuità di appoggio e di protezione di fuoco che gli è necessaria. In sintesi, per quanto in un campo infinitamente più ristretto , si può riavvicinare idealmente lo schieramento delle mitragliatrici per l'assalto allo schieramento delle artiglierie di vario calibro per l'attacco in genere. Anche qui: ripartizione precisa dei compiti; scaglionamento in profondità per dare continuità all'azione di appoggio e per garantire i fianchi dalle sorprese; azione automatica per parare a casi imprevisti e infine coronamento del successo con uno sbarramento di fuoco pronto, preciso, dilaniatore. In pratica tutto ciò richiede naturalmente molto e giudizioso addestramento, molto occhio al terreno, molta perizia nei comandi di sezione. Ai comandanti di Battaglione e di Gruppo compete l'educarseli, come essi hanno bisogno di averli, tenendo presente che con mitraglieri bene addestrati si potrà arrivare al supremo ideale di costituire con queste armi la vera ossatura tattica della massa operante. Le compagnie mitragliatrici divisionali o costituiscono massa di fuoco da aggiungersi a questo od a quel Gruppo, con criteri di impiego analoghi a quelli ora detti, o servono come riserva di fuoco in mano al comandante della Divisione.

Mezzi ausiliari di fuoco della fanteria Lanciabombe. - Tutte le truppe di assalto sono fornite di sezioni Stokes. Scopo di questi lanciabombe è di fornire la fanteria di un mezzo portatile di offesa potente e di discreto valore distruttivo. Come offesa potente, specie per l'effetto morale grandissimo, potrà essere utile l'intervento di questi mezzi come preparazione ed appoggio dell'assalto, ma ancor più caratteristico è l'impiego di essi contro gli ostacoli passivi di modesta entità e i nidi di mitragliatrici che l'assalto , nel suo procedere, può improvvisamente incontrare, oltre le prime linee nemiche. I lanciabombe Stokes possono anche lanciare bombe fumogene atte a creare grandi nuvole di fumo di lunga durata. Ciò faciliterà singolarmente la neutralizzazione delle mitragliatrici nemiche sopravissute al tiro di distruzione, contro le quali spesso si infrangono, come sappiamo per. dura esperienza, intere ondate di assalto. Combinando la nube di fumo coll'attacco avvolgente dei nuclei della


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prima ondata, creeremo le migliori condizioni per mettere presto fuori causa queste implacabili nemiche di ogni assalto. Cannoncini da 37 mm. - Loro caratteristiche sono: massima leggerezza; precisione di tiro; molta mobilità; gittata fino a 2500 metri; tre serventi , un capo pezzo. Sono quindi da considerarsi come minuscole artiglierie assai adatte per piccoli scopi ben precisi: distruzione appostamenti mitragliatrici; imbocco feritoie; tiro di disturbo e di infilata su trincee e camminamenti; interdizione su punti vicini di obbligato passaggio, ecc. Ma debbono agire di sorpresa e quindi da postazioni sempre mutevoli e per brevissimo tempo, per non correre pericolo di essere rilevati e distrutti dal tiro dell'artiglieria nemica. Lanciafiamme. - Del loro impiego si è già fatto cenno nel capitolo dell'impiego dei battaglioni di cui fanno parte integrante.

B) Artiglieria Il carattere speciale dell'impiego di una Grande Unità di assalto non richiede che ad essa sia assegnata, in modo permanente, la dotazione ordinaria di artiglieria di vario calibro delle Grandi Unità comuni. Importa invece che essa possegga una dotazione propria di artiglieria leggerissima, a scopo di accompagnamento dell'assalto, artiglieria di cui la Grande Unità d'assalto dovrà disporre in modo permanente, perché dal costante esercizio d'impiego coordinato , derivi quell'alto grado di quasi istintiva cooperazione sul campo di battaglia, che è indispensabile nell'atto supremo dell'assalto. L'applicazione di questo criterio ha condotto all'assegnazione organica a ciascuna Divisione di assalto , di un Gruppo di tre batterie da montagna , ripartibile , a seconda del caso concreto, anche nelle sue tre batterie e cioè una per ciascun Gruppo di assalto. Scopo di questa artiglieria leggera è, come si è detto , l'accompagnamento dell'assalto , vale a dire: 1) Fuoco di accompagnamento vicino, per assicurare alla fanteria le traiettorie sotto il cui arco essa dovrà montare all'assalto; traiettorie che in parte dovranno confondersi con quelle delle mitragliatrici destinate a tenere in quell'attimo inchiodato il nemico nei suoi ripari già sconvolti dal tiro di distruzione, in parte assicurare quello sbarramento mobile, fro ntale e laterale, che garantisca il corpo d'assalto da qualsiasi tentativo di contrassalto nemico, di fronte o di fianco.


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2) Fuoco di sbarramento vicino, sulle posizioni via via conquistate dal corpo d'assalto, per garantire le nostre truppe dagli immediati ritorni offensivi dei rincalzi e delle riserve nemiche più prossime alla fronte. Affinché questi due compiti siano assolti dall'artiglieria delle Grandi Unità di assalto in modo perfetto, occorre che i comandanti di Gruppo e di Raggruppamento si abituino a far manovrare i rispettivi reparti d'artiglieria sotto il loro diretto comando e l'artiglieria, per parte sua, si rompa a tutte le audacie pur di mettersi in grado di dare alla propria fanteria l'appoggio che le compete. In un campo relativamente così ristretto, come è questo dell'impiego armonico di fanteria d'assalto e artiglieria leggerissima, non è il caso di pensare a complicate combinazioni orarie, che richiederebbero mezzi di collegamento troppo perfetti e ad ogni modo di non sicuro funzionamento nel turbine dell'assalto. Certe raffinatezze di impiego tattico combinato non sono fatte per noi, che albbiamo per caratteristica una irruenza e una brutalità quasi rudimentale di azione, che richiede mezzi estremamente semplici e la più larga parte al comando diretto coll'occhio e con la voce dei capi. Assicurato il possesso di una posizione, accorra qualche batteria a coronarla, anche con pochi pezzi. Si abitui l'artiglieria delle truppe di assalto a fondere la propria azione di fuoco con quella delle mitragliatrici , in modo che lo sbarramento, delle due specie di armi, la mitragliatrice ed il cannone risulti strettamente coordinato e crei sul dinnanzi delle nostre linee una siepe di proiettili che non lasci alcuna zona indifesa e sia nello stesso tempo così elastico da concentrarsi istantaneamente colà dove si manifesti il bisogno di una più fitta gragnuola per infrangere una colonna d'assalto nemica. Tutto ciò richiede non solo affiatamento fra comandi di fanteria e di reparto d'artigli eria , ma spiccatissima attitudine per parte di questi ad agire automaticamente di fronte a situazioni nuove rilevate dalla vista o segnalate dalle pattuglie di collegamento , le quali dovranno essere con le primissime linee di fanteria, e addestrate in modo addirittura perfetto.

C) Genio I reparti zappatori assegnati alle Divisioni di assalto rappresentano essenzialmente i lavoratori per tutte le opere di più spiccato carattere tecn ico, necessarie tanto alla preparazione ed accompa-


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gna mento dell'assalto, quanto alla prima sommaria sistemazione delle posizioni via via conquistate. Si è a bella posta accennato a lavori di più spiccato carattere tecnico per ricordare che reparti così speciali e di così difficile riordinamento e completamento come sono quelli del genio , non debbono venire prodigati con inconsiderata larghezza, anche colà dove può e deve bastare l'opera degli stessi fanti d'assalto e sopra tutto del battaglione di fanteria di ciascun Gruppo. Oltre a ciò , ciascuno dei comandi di battaglione del genio dovrà rappresentare, nella rispettiva Divisione , un centro di studi e di esperienze di poligono , inteso a diffondere fra gli ufficiali di fanteria e specie fra i comandanti di compagnia e di plotone, la conoscenza e la pratica dei lavori più speditivi del campo di battaglia, che gli ufficiali stessi dovranno far eseguire dai propri fanti , non appena occupata una posizione, per meglio contrastare ritorni offensivi nem ici. A tal uopo la sede di ciascun battaglione zappatori dovrà permanentemente stabilirsi un piccolo poligono, con i modelli dei lavori ora detti e dei materiali relativi. Tali poligoni saranno la lizza aperta per esperimentare tutte le buone idee che, in materia simile, possono germogliare facilmente nelle giovani menti degli ufficiali che hanno al loro attivo tesori di esperienze vere di guerra combattuta in prima linea. Sempre in vista dello scopo che ci proponiamo, per cura dell'ufficio del genio di Corpo d'Armata, sarà costituito uno speciale deposito di materiali vari da guastatore, da costruzione e da lavoro, tutti di carattere leggero e speditivo da trasportarsi con autocarri al momento opportuno a secondo le esigenze della operazione concreta da compiere, a guisa di parco mobile speciale per la Grande Unità di assalto . La composizione di tale parco è stata già stabilita e comprende essenzialmente materiali per la distruzione speditiva o per oltrepassare di sorpresa difese passive nemiche; materiali per passaggio di piccoli corsi d'acqua; materiali vari di rafforzamento sommario; difese passive portatili, materiali da minatore per l'immediato scavo e armamento di piccoli ricoveri, esplosivi varf, ecc. L'attività del genio di assalto sarà in modo speciale rivolta all'impi anto e funzionamento dei vari mezzi di comunicazione e di collegamento di sua competenza (telegrafi, telefoni , stazioni radio, stazioni ottiche, piccioni viaggiatori, ecc.). Anzi, a questo proposito, converrà che, vista la capitale importanza di questo servizio , come sarà detto al seguente capitolo, funzioni presso l'ufficio del genio di


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Corpo d'Armata un organo centrale avente carattere di ispettore dei collegamenti, la cui competenza dovrà essere estesa alla costante sorveglianza non solo dei mezzi suddetti che fanno parte del servizio del genio, ma anche degli altri affini, quali i servizi di segnalazione, di corrispondenza, ecc. In tal modo il servizio delle comunicazioni e dei collegamenti acquisterà maggiore unità e maggior sicurezza di funzionamento, tenuto conto anche della sussidiarietà relativa dei vari mezzi. Proiettori. - Infine il genio curerà il funzionamento delle stazioni foto-elettriche il cui razionale impiego acquista particolare valore per truppe d'assalto. Nell'attacco notturno infatti i proiettori potranno essere adoperati sia per accecare il nemico gettandogli improvvisamente negli occhi il fascio luminoso, sia per segnare da grande distanza gli obbiettivi d'assalto alle colonne durante la loro marcia d'avvicinamento. A quest'ultimo impiego sono naturalmente adibiti i riflettori più potenti. I noi tre i riflettori potranno rendere utili servizi quando se ne utilizzi il fascio luminoso come mezzo di segnalazione. Nella difesa, per illuminare il terreno conquistato e sommariamente organizzato, si impiegheranno piccoli riflettori elettrici (portata 200-300 m) il cui impiego potrà essere opportunamente combinato con quello delle mitragliatrici. Nell'impiego dei riflettori si terrà presente quanto segue: - nella luce diffusa intorno ad un fascio luminoso, truppe d'assalto possono avanzare senza essere scorte dal nemico ; - gettando il fascio negli occhi del nemico, si può avanzare nel fascio stesso senza essere veduti. Del pari, il fascio luminoso si mantiene impenetrabile per chi lo osservi lateralmente; - per ben sfruttare la luce di un fascio è necessario essere vicini alla località battuta ed alquanto spostati lateralmente. Perciò i .riflettori più potenti debbono illuminare gli obbiettivi da lontano e dall'alto.

D) Collegamenti Debbono costituire la preoccupazione costante dei comandi di unità di assalto. E difatti una Grande Unità destinata ad entrare in azione, dovunque occorra, ed a funzionare istantaneamente sul campo di battaglia con la massima prontezza e decisione, deve poter contare ad ogni momento su un servizio interno di comunicazioni


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così bene organizzato, da garantire in ogni circostanza il funziona mento tattico dei comandi in senso discendente, ascendente e laterale. La base più sicura di questo servizio, la sola veramente sicura per quanto meno celere, sta neUa perfetta organizzazione e nel costante funzionamento in stazione, in marcia , in manovra, sempre di una rete di posti di corrispondenza (motociclisti , ciclisti , pedoni, e, per le ramificazioni più avanzate, posti di corrispondenza con bandiere a lampo di colore e con lanterne). Sia dunque regola, e diventi quasi un istinto, in una Grande Unità d'assalto, il costante e perfetto funzioname nto di tale rete, con appositi posti di concentramento delle notizie , e ciò quand'anche funzionino mezzi di maggiore celerità e di maggior rendimento, ma in genere assai meno sicuri. Fra questi ultimi , e per cura della compagni a telegrafisti di Corpo d'Armata e di Divisione, si provveda normalmente a collegare telefonicamente fra loro i vari com·andi sino a quello di battaglione incluso, e fra i comandi superiori (Corpo d 'Armata e Divisione) sia regolato l'impianto di una rete ottica sussidiaria, di funzionamento permanente, a scopo di esercizio. La dotazione di stazioni radio consentirà di collegare fra loro , anche con questo mezzo , il comando di Corpo d'Armata e i comandi di Divisione . Per comunicazioni minori si potrà disporre di sezioni T. P. S. , le quali , in determinate circostanze, potrano rendere utilissimi servizi. All'atto dell'impiego della Grande Unità, per cura dell'ufficiale superiore del genio del Corpo d'Armata , si provvederà allo immediato prelevamento dalla colombaia più conveniente, a seconda della zona di impiego, dell'occorrente numero di ceste di colombi, da distribuirsi al personale dei reparti già appositamente istruito, in modo che anche il servizio di collegamento con colombi viaggiatori possa immediatamente funzionare durante l'azione , come mezzo sussidiario eventuale. Infine appositi drappelli dovranno essere addestrati nel servizio di collegamento con aeroplani, pel caso che neJla zona d'impiego fosse possibile far funzionare anche un tal mezzo di corrispondenza. Nelle esercitazioni dei minori reparti , e specie pel collegamento con l'artiglieria , si farà il più largo uso della corrispondenza a mezzo di segnalazioni convenzionali (le più semplici possibili) con bandiere, razzi, fumate e pistole Very , segnali acustici (cornette a doppia


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tonalità, battute convenzionali di crepitio di mitragliatrici avanzate) in modo che anche tale servizio diventi famigliare e riesca quindi di pratica applicazione durante il combattimento. Perché questo importantissimo servizio dei collegamenti, così vario e così frazionato, possa funzionare a dovere , è necessario che presso il comando del Corpo d'Armata - come si è già detto - e presso ciascun comando di Divisione, un ufficiale sia specialmente e se possibile, esclusivamente adibito alla sua diretta e continua sorveglianza ed abbia l'alta responsabilità della istruzione dei vari organi speciali che ad esso sono adibiti. Un deficiente o tardo funzionamento del servizio di collegamento costituirà colpa assai grave da imputarsi ai comandi responsabili.

E) Cavalleria - Ciclisti - Mitraglieri ciclisti - Automitragliatrici La formazione organica stabilita dal Comando Supremo assegna alla Grande Unità di assalto squadroni di cavalleria e battaglioni di ciclisti con proprie mitragliatrici su bicicletta. Oltre a ciò assegna un certo numero di sezioni mitragliatrici su moto-carrozzetta. Questi elementi eminentemente mobili, purché adoperati su terreni adatti al loro impiego , potranno costituire in determinate circostanze uno strumento prezioso nelle mani dei capi delle Grandi Unità d'assalto , per assolvere alcuni compiti tattici speciali, molto importanti sopratutto nella ipotesi di operazioni manovrate in campo aperto, ipotesi probabile anche nella guerra moderna , sia dopo avvenuto uno sfondamento della linea nemica, sia in seguito ad una riuscita irruzione nemica sul rovescio delle nostre prime linee. È ovvio che quando più Divisioni d'assalto si trovino ad operare insieme, converrà riunire tutti gU elementi celeri suaccennati in un solo complesso tattico, al quale, per la sua maggior forza, sarà possibile affidare mandati più vasti, cioè più consoni alla natura eminentemente mobile di queste truppe. Trattandosi però di elementi aventi ciascuno ben marcate caratteristiche proprie, bisognerà badare a coordinarne opportunamente l'azione, per trarre dal loro complesso il maggior rendimento possibile. Donde la necessità delle poche norme particolari che seguono e che dovranno osservarsi scrupolosamente nell'addestramento di tali reparti.


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Reparti di cavalleria possono trovare anche nella guerra moderna utilissimo impiego a cavallo, quando vengano messi in condizione di poter espletare , senza incorrere nel pericolo di essere addirittura distrutti dal fuoco nemico, le loro preziose qualità di movimento e d'urto per sorpresa, operando sempre con spirito aggressivo e intraprendente. Occorrono però terreni adatti e metodi di manovra spigliati che si adattino prontamente alle esigenze concrete e in genere fugacissime della situazione, e quindi basati essenzialmente sul frazionamento delle masse e sull'attitudine a manovrare guidati soltanto dallo scopo comune e nella direzione stabilita, con audacia e decisione. Quanto all'azione di fuoco, più che all'appiedamento, che presenta inconvenienti a tutti noti, conviene richiederla a reparti di mitraglieri ciclisti o di motomitragliatrici, ben addestrati a manovre in coordinazione col proprio reparto a cavallo. Il concetto fondamentale d'impiego di tale binomio: cavalleria e mitraglieri ciclisti o motociclisti, scaturisce naturalmente dalle premesse ora fatte e cioè: la cavalleria, approfittando del potere offensivo o difensivo delle sezioni mitragliatrici opportunamente appostate a guisa di propri punti d'appoggio, esplica nel modo più celere la sua caratteristica manovra di largo avvolgimento, intesa a circondare di sorpresa, valendosi delle coperture del terreno, i piccoli nuclei di resistenza nemica. Questo tipo di manovra di nuclei misti di mitraglieri ciclisti e cavalieri, con carattere più di guerriglia che non di azione regolare, potrà costituire, allorché esteso su vasta fronte mediante nuclei opportunamente intervallati, un ottimo sistema per avanzare sia offensivamente contro un nemico disordinato e disperso per l'avvenuto sfondamento delle proprie linee, sia controffensivamente per opporre un ostacolo alla foga incalzante di analoghi gruppi nemici che, dopo una irruzione attraverso le nostre linee, tendano a portare lo scompiglio nelle nostre retrovie. Più efficace riuscirà una tal forma d'azione , allorché ai nuclei in questione verrà aggiunto qualche reparto di fucilieri ciclisti che, appiedato a momento opportuno, mentre darà maggior sostanza ed elasticità alla rapida ed irruente azione a fuoco del nucleo, potrà altresì concorrere con la cavalleria all'atto decisivo dell'assalto e dell'avvolgimento. Su terreni piani e coperti da folta vegetazione e solcati da fitta rete stradale, che sono i terreni più comuni sui quali, data la nostra situazione generale, potremo essere chiamati ad operare nel modo anzidetto, sarà naturale valersi delle strade per l'avanzata e l'avvi-


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cinamento dei vari nuclei, salvo a riserbarle poi al momento dello scontro alle mitragliatrici, come appostamenti e come buoni campi di tiro, lascia ndo alla cavalleria e ai ciclisti appiedati il loro campo d 'azione naturale, cioè l'adiacente terreno coltivato e coperto. I nod i stradali in questa tattica , acquisteranno, come è evidente, valore particolare, così pure i caseggiati i quali però, utilissimi per la difesa, appunto perciò non dovranno mai essere assaliti direttamente nell'offe nsiva, ma evitati tendendo piuttosto ad avvolgerli negli inte rvalli e mirando a pre nde rli di rovescio o meglio ad oltrepassarli. Ove si potesse disporre di una forte massa di cavalleria e ciclisti con mitragliatrici , tale da costituire dopo un intenso e intelligente addestramento, un complesso tattico e minentemente agile cd offensivo come quello ora descritto e per di più di prontissimo distacco allorché convenga interrompere il combattimento, è facile immaginare a quali utili applicazioni esso si presterebbe come strumento d'azione ausiliario per rispetto ad operazioni più vaste da compiersi, in campo libero, da Grandi Unità d'assalto. Tratterebbesi , in fondo, di un adattamento di metodi tattici alle esigenze della guerra moderna così da conseguire , sebbene in campo molto più ristretto, scopi analoghi a quelli che erano un tempo assegnati alle truppe di avanscoperta.

In tutte queste azioni a vasta scala, largo cd utile impiego potranno trovare le autoblindomitragliatrici, sia per la maggior potenza di fuoco che sono capaci di esplicare per rispetto alle ordinarie mitragliatrici, sia per la maggior protezione che assicurano a tali armi, sia infine per la loro maggior rapidità di spostamento.


Allegato 8*

COMANDO DEL CORPO D 'ARMATA D 'ASSALTO Stato Maggiore N. 12649 di prot. Op. Riservatissimo

17 Ottobre 1918

OGG EITO: Direttive.

Al COMANDI DELLE DIVISIONI la E 2° D'ASSALTO AI COMANDI DEI RAGGRUPPAMENTI I e II D'ASSALTO e, per conoscenza: AL COMANDO DELL'8" ARMATA Al COMANDI DEI CORPI D'ARMATA XII-VIII

1. Per quanto possa parere superfluo, raccomando vivamente ai due Comandanti di D ivisione di tenere altissimo il tòno e lo spirit o aggressivo delle nostre truppe, e sopratutto di non perdere occasione, ad ogni spiraglio di buon tempo, di far compiere lunghi spostamenti ovvero rapidissimi e brevi percorsi a scopo di allenamento , in vista specialmente del còmpito eminentemente impetuoso e travolgente che è assegnato alle due Divisioni in primo tempo. Si tenga presente che il Comandante dell'Armata, che dimostra per noi la più alta considerazione, ci ha scelto fra tutte le sue truppe per compiere questo primo irruente sforzo, scelta alla quale dobbiamo fare onore, come a una nuova e fiera affermazione del valore di queste truppe di assalto, alla cui formazione e ordinamento in grandi masse dedicammo per lunghi mesi , con passione, tutti noi stessi. Si ricordi che il primo tempo avrà carattere spiccatissimo di attacco di viva forza di posizioni fort ificate, sia pure radicalmente • AUSSME, DS CAA, Allegati.


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sconvolte da un formidabile tiro di distruzione, È questo il tipo di operazione al quale ci siamo lungamente preparati e non solo con i fanti, ma anche con i mezzi sussidiari della fanteria, con l'artiglieria leggera e con il genio. Si faccia tesoro di tutto quanto ho detto, scritto e ripetuto in proposito e si orientino con frequenti riunioni gli Ufficiali ed anche i graduati di truppa, a questo còmpito, nel quale debbono trovar posto tulle le iniziative e tutto lo spirito ardito che debbono essere il nostro vanto. Si animino le truppe con la spiegazione assidua del felice momento che attraversiamo; si sviluppi il loro senso aggressivo e l'istinto della nostra , ormai raggiunta, superiorità; si dica loro che il momento decisivo è venuto; si infonda loro l'implacabile volontà di sterminare il nemico che incontreremo sulla via dell'attacco, unico modo per deciderlo a «mollare». li terreno da attraversare nel primo tempo, per quanto modesto di elevazione, è difficile e fat icoso. Richiede fiato e muscoli d'acciaio, quindi richiede truppe ben ginnasticate. Più volte al giorno si facciano esercizi di corsa per piccoli reparti; il fango della pianura crea difficoltà analoghe a quelle dei dislivelli di collina: quindi se ne approfitti. Si imprima bene nella mente di tutti l'idea di aiutare i reparti attigui arrestati da fuoco nemico, con intraprendenti aggiramenti laterali. Si abituino i capi a conservare saldo e sicuro l'orientamento generale a vista. per modo che l'avanzata, pur suddividendosi in piccoli ruscelli, inevitabili con quel terreno e con le oscillazioni dell'attacco episodico, conservi nel suo complesso il carattere della fiumana, che è la forma tipica del nostro attacco. Ciò richiede fermo orientamento generale nei capi reparti e sicuro giuoco di collegamenti sempl ici e facili. Niente manovre elaborate, niente raffinatezze di ondate od altro. Semplicità ed irresistibilità. Niente esitazioni per allineamenti o per rigidismo di manovra. Di cento che partono ne arriveranno dieci, ma quei dicci risolveranno la situazione. Stà ai capi di .coordinare l'avanzata dei più animosi col ritardo dei meno arditi o dei più ostacolati dal terreno e dal nemico. Si faccia no frequenti esercizi in questo senso, sviluppando lo spirito travolgente in tutti. Essi sono possibili ed utili, anche nelle immedia te vicinanze degli accampamenti. I Comandanti di Gruppo siano onnipresenti e maestri in ogni cosa. Pensino che ciò è nel loro interesse per avere strumenti agili


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nella mano, nel mome nto del bisogno. I campi sono vicini, le distanze minime , vadano a cavallo a sorvegl iare le loro truppe. Si facciano vedere sempre, a tutte le ore; siano instancabili ; animino gli Ufficiali che ne hanno tanto bisogno; scuotano i pigri ; reagiscano contro le ripercussioni flaccide delle discussioni diplomatiche di quest'ora. Dicano ai nostri arditi, e specie ai giovani Ufficiali, che la miglior diplomazia, la più risolutiva sarà un bel colpo di maglio che le truppe d"assalto daranno appena ne riceveranno l'ordine. Si tratta di scattare, quindi la molla deve essere ben carica; una molla distesa e dormie nte non scatta. Il primissimo momento deciderà di tutto, ed in quel primissimo critico momento non ci sarà tempo a dire altro che via . Le cose da dire. da spiegare, bisogna du nque dirle prima, spiegarle ora. 2. Per quanto riguarda il secondo tempo, che dovrà avere altro carattere. altra impronta , ricordiamo quanto ho lungamente discorso intorno alla guerra di movimento, ma quello sarà un'affare più facile, perché la corazza nem ica sarà sfondata e sconnessa. Per ora tutte le e nergie. tutte le menti , tutti i nervi siano tesi allo sfondamento della corazza. In questo affare, voi lo sapete, noi saremo la punta acciaiata. Che essa sia dunque ben temprata! 3. Disciplina audace bella e gioconda, ma disciplina nutrita di fiducia e di affetto reciproco. Questa sia la nostra parola d'ordine. IL TENENTE GENERA LE Comandante del Corpo d'Armata d'Assalto

F.S. GRAZIOLI


Allegato 9*

COMANDO CORPO D 'OCCUPAZIONE INTERALLEATO DI FIUME Riservata personale

Fiume, 31 Dicembre 1918

OGGETIO: Situazione a Fiume.

A S.E. IL TENENTE GENERALE DIAZ CAPO DI STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO

Riferendomi al colloquio avuto ieri con V.E. esporrò di seguito sinteticamente le mie impressioni sulla attuale nostra situazione a Fiume: 1. Durante l'esercizio del mio Comando Superiore a Fiume, che dura oramai da circa un mese, trattando per necessità di ufficio tutte le quistioni che sorgono dalla nota situazione qui venuta creandosi nei rispetti internazionali, e trovandomi a contatto con le personalità del mondo politico, economico e commerciale che quì hanno centro naturale dei loro interessi, mi sono formato nei riguardi di Fiume alcuni convincimenti che si differenziano da quelli onde la questione del possesso di questa città viene comunemente considerata dalla nostra opinione pubblica. Ho potuto infatti anzitutto constatare, sulla valutazione di tangibili elementi, come il valore di questo porto, tanto nei riguardi politici che in quelli commerciali, sia da considerare assolutamente cospicuo e così legato allo sviluppo economico del retroterra jugoslavo e ungherese da essere di fatto la principale base di penetrazione nei territori suddetti. Questo eccezionale valore della funzione che Fiume ha finora esercitato, viene a trovarsi oggi e si troverà pro* Cfr. nota 38 del IV Capitolo.


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babilmente ancor pm domani sensibilmente accresciuto in seguito alla creazione dei nuovi organismi statali sorti dallo sfacelo della Monarchia austro-ungarica. È chiaro infatti come l'Ungheria di domani, completamente esclusa dal mare, verrà a trovarsi economicamente e quindi politicamente vincolata alla nazione che possederà questo porto, sbocco naturale dei suoi prodotti agricoli. Ciò chiarisce senza ulteriore commento la enorme importanza che gli ungheresi annettono alla quistione del possesso di Fiume e ciò spiega anche perché l'opinione pubblica magiara preferisca avere a Fiume l'Italia piuttosto che una Jugoslavia aggressiva e politicamente instabile, sua naturale nemica per note e gravi divergenze territoriali. Io non so quale possa essere oggi il peso dell'opinione pubblica dell'Ungheria, ridotta come uscirà dalla conferenza della pace: ne è di mia competenza entrare in questioni di carattere internazionale. Mi sembra però che l'elemento magiaro sia oggi forse il solo che contrasti per necessità storica etnica e geografica alla ricostituzione di quell'Austria sotto forma federale e con predominio degli slavi cui sembra mirino oggi i francesi la cui politica energica ed invadente è oggi impersonata nella penisola balcanica e nei paesi danubiani dal Comando dell'Armata d'Oriente. La ostinata opposizione di questo elemento magiaro al predominio slavo è forse infatti la causa principale della graduale sistematica occupazione dell'Ungheria che si va compiendo dagli czeco-slovacchi, dai boemi e dai jugoslavi sotto il patronato del Comando Francese. Si vuole evidentemente costringere con la forza questo elemento ribelle ad entrare come parte secondaria nella futura confederazione; né di ciò si fa mistero come risulta dalle carte geografiche che circolano ad opera dei propagandisti jugoslavi. Ma l'importanza di Fiume viene oggi ad essere accresciuta anche per il fatto che le comunicazioni della Serbia col mare per la via di Salonicco si sono rese lente e difficili, causa le interruzioni effettuate dagli eserciti degli Imperi Centrali in ritirata ed il pessimo stato del materiale ferroviario. Perciò oggi la più facile via di comunicazione fra Belgrado e l'Europa Centrale e occidentale è quella di Fiume , e solo da questo porto sarà relativamente facile il rifornimento dei viveri per la Serbia stremata e , in genere, la ricostituzione dello organismo economico della Jugoslavia , profondamente intaccato dalla guerra. Di ciò si rendono perfettamente conto i francesi, essenzialme nte interessati nei riguardi politici e gli inglesi, essenzialmente nei


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riguardi economici, quando con tanta acrimonia si contendono il possesso della città e con tanta gelosia si accaparrono ogni mezzo di comunicazione con l'interno del paese. 2. Fiume non si può quindi considerare semplicemente quale una città italiana irredenta, come hanno fatto alcuni scrittori di questioni adriatiche. A me sembra insomma che il possesso di questa città e sopratutto dalle magnifiche banchine del suo porto, debba considerarsi per noi, non dal punto di vista grettamente municipale da cui la riguardano gli italiani di Fiume, ma dal punto di vista essenzialmente internazionale, come fatto che avrà influenza decisiva sull'avvenire italiano nell'Adriatico e nell'oriente europeo. E la eventualità per il nostro Paese di perdere un punto di sì essenziale importanza mi sembra tanto più dolorosa in quanto , senza ricorrere alla utilizzazione di forze fittizie come i francesi e gli inglesi, ci sarebbe assai facile poter mettere in valore fin d'ora il sentimento di incondizionata italianità dai cittadini di Fiume e le loro vaste conoscenze negli ambienti politici ed economici dell'Ungheria, della Rumenia e della Jugoslavia. 3. La possibilità di un nostro lavorìo in tal senso è così vivamente temuta dai francesi e dagli inglesi , che essi non tralasciano occasione di lamentare la preponderanza delle nostre forze militari quì , quale sicuro indizio ai loro occhi dei nostri intendimenti di espansione politica e commerciale. A questi nostri presunti intendimenti i francesi oppongono un lavorìo continuo e progressivo il quale mira: a. a dimostrare che la costituzione della Jugoslavia , così fati cosa per la etereogenità degli elementi componenti il futuro stato, è merito esclusivo e diretto della Francia, in opposizione alle tendenze italiane; b. ad apparire in ogni caso come i necessari tutori ed intermediari degli jugoslavi verso le altre potenze e specialmente l'Italia. Da parte loro gli inglesi, per le ragioni di predominio commerciale che ho sopra esposto, e gli americani influenzati dalla attivissima propaganda emanata dai comitati jugoslavi d'America, favoriscono apertamente i croati ed in pari tempo studiano il porto ed il sistema ferroviario che vi fa capo preparando il terreno alla imminente invasione commerciale. Nello stesso campo economico, anche i francesi lavorano attivamente e con grandi mezzi , come lo provano ad esempio le mene in corso quì ed a Budapest per impadronirsi


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delle società di navigazione e degli importantissimi cantieri navali di Fiume. 4. In conseguenza di quanto sopra ho esposto mi sembra che l'interesse nazionale ci debba spingere oggi ad esercitare da Fiume un'azione di intensità almeno pari a quella che senza alcun riguardo stanno svolgendo gli alleati. Il nostro assenteismo in questo momento non può che risultarci di grave danno anche nel caso che Fiume venga in definitiva assegnata all'Italia , perché in tale ipotesi correremmo il rischio di trovare sensibilmente svalutato il possesso di questa città in seguito ai fatti compiuti creati oggi dall'attività politica ed economica dei nostri alleati. Ci troveremo cioè allora davanti alla prospettiva di ricominciare a favore degli interessi italiani un lavoro di demolizione del già compiuto e di successiva ricostruzione, in circostanze certamente più difficili che quelle offerteci oggi dalla situazione politica ed economica dei territori già appartenenti alla Monarchia austro-ungarica , per i quali tutto è da rifare ed il successo si offre spontaneo al più pronto ed audace dei concorrenti. 5. È mio convincimento dunque che continuare a restare quì con le sole effettive mansioni di tutore dell'ordine pubblico dopo aver avuto la energia e la fortuna di occupare Fiume con forze prevalentemente italiane e potendo disporre dei mezzi senza dubbio superiori a quelli dei nostri alleati, non sia in ogni caso conveniente per noi né nel presente né nell'avvenire. Respingere le occasioni di agire che giornalmente quì si presentano ed assistere per contro all'attivo lavorìo degli alleati ed alla stentata formazione di uno stato jugoslavo che in conseguenza del lavorìo stesso viene orientato in senso a noi ostile, mentre non sarebbe difficile attenuare fin da ora tale ostilità, costituisce una linea di condotta la quale non può , a mio fermo convincimento, che tornare in defini tiva dannosa al nostro prestigio oltre che ai nostri interessi. Come già ebbi ad esporre verbalmente all 'E.V. io credo che sensibili vantaggi potrebbero conseguirsi se , pur restando immutata la forma di occupazione interalleata odierna , volta allo scopo del mantenimento dell'ordine in Fiume , mi venissero forn ite direttive e mezzi d'azione politica ed economica tali da poter efficacemente sostenere gli interessi italiani , controbilanciando in tal guisa il lavoro


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degli alleati ed assecondando in pari tempo la linea di condotta che il governo centrale intende seguire al congresso della pace. Ciò non porterebbe alcuna apparente modificazione allo attuale stato delle cose a Fiume né solleverebbe da parte degli alleati maggiori recriminazioni od ostacoli di quanto non sollevi oggi la nostra preponderante posizione che essi indubbiamente considerano, come ho detto, quale sicuro indizio di un'attività che fin ora noi non abbiamo affatto spiegata. D'altra parte io sono tanto convinto della possibilità e della utilità di quanto ho esposto che non esiterei ad assumerne la responsabilità anche nel caso che per alte ragioni di Stato il Governo dovesse in qualche cosa fare apparire l'opera mi a come atti di iniziativa personale ed esorbitanti dalle rigide mie istruzioni ufficiali. Il ricordo di Tunisi , per cui l'Italia da trentasette anni rimpiange una occasione perduta, consiglia a considerare la questione di Fiume con un criterio più vasto e più intraprendente che non sia quello a cui generalmente sembra ispirarsi in questo momento per Fiume la pubblica opinione italiana. IL TENENTE GENERALE Comandante il Corpo Occupazione Interall. di Fiume F.S. GRAZIOLI


Allegato 10* **

NOTE ESPLICATIVE AL DISCORSO IN SENATO SUL BILANCIO DELLA GUERRA Generalità

Nel quadro delle tre Forze armate (Esercito, Marina , Areonautica), all'Esercito compete la guerra terrestre in armonia con i compiti specifici, assegnati alle altre due. L'Esercito è fatto per la guerra. Verità intuitiva che tutti ripetono continuamente: ma che in realtà, nessuno rispetta. Se si eccettuano alcuni brevissimi periodi di vera vita di campagna, un poco simile alla vita di guerra, l'attività dell'Esercito permanente ha un'impronta ancora troppo burocratica, pacifista, metodica; qualche cosa che sta fra la Scuola, l'Ufficio e il Convento (1); ma ben poco che rassomigli alla vita rude , disagevole, faticosa, e , nello stesso tempo, vigorosa e corroborante della vera guerra. Gli Ufficiali, il cui compito essenziale e più ambito dovrebbe essere quello di comandare il reparto corrispondente al proprio grado, sono per 2/3 almeno adibiti a tutt'altri incarichi sia pure di concetto, ma di natura prevalentemente burocratica. I sottufficiali, che dovrebbero costituire la robusta categoria dei comandanti di squadra o di plotone , inondano gli Uffici del Ministero, dei Comandi, dei Depositi , dei Distretti ecc. ecc. costituendo uno delle tante categorie burocratiche del Regno . La truppa, che dovrebbe esclusivamente addestrarsi a far la guerra, (unica ragione per la quale viene distolta alle occupazioni civili) è in grandissima parte impiegata in un'infinità di altri mestieri, diversi da quello del soldato che si addestra al combattimento. * Cfr. nota 84 del V Capitolo. ** I corsivi compaiono nel testo come sottolineature. (1) Si esagera p.e. nel regime paterno: Case del Soldato; ricreatori; miglioramenti del rancio, esaltati in ogni Relazione ai bilanci della Guerra; difficoltà varie opposte al vivere sotto la tenda, che pure è supremamente igienico, anche nella cattiva stagione. I 18 mesi di ferma (un attimo cioè della vita di un uomo) dovrebbero essere caratterizzati invece da un tenore di vita ben altrimenti rude.


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L UI GI EMILIO L 0 :-10 0

L'intelaiatura generale dell'Esercito è tale che soltanto una parte delle nostre fo rze armate terrestri è orientata verso il suo scopo essenziale: la preparazione alla guerra. E questa pesantissima bardatura burocratica dell'Esercito di pace e normemente superiore ai bisogni ausiliari indispensabili in un Esercito , si conserva, anzi si accentua , nell'Esercito mobilitato; per modo che sare bbe interessantissimo calcolare p.e. per ogni uomo veramente combattente, quanti altri uom ini validi e robusti non hanno altro còmpito che di aiutarlo o credere di aiutarlo a combatte re. L 'orientamento di fatto verso forme di attività che ben poco hanno di comune con la gue rra reale , si manifesta in special modo nei metodi e nei sistemi di addestramento. Il dottrinarism o pesa su tutto ; invade tutto; falsa tutte le idee . Pe rfino le prove cui vengono sottomessi gli Ufficiali in certi gradi per la promozione al grado superiore, non consistono affatto in prove di comando pratico ed effettivo, ma bensì in disquisizioni teoriche meticolose a base di dottrina regolamentare che non ha nie nte a che fare con l'arte vera di condurre uomini e mezzi in guerra (si sta ore ed ore nei reggimenti a discute re di pa ttuglie ecc. ecc.). È così che ci siamo rimessi pedestre mente sulla via errata già battuta nell 'anteguerra , e che ci dette quadri supe riori assolutamente impreparati a fronteggiare la realtà della vera guerra, come esperimentammo nel 1915-16. (Ricordare molti dei primi Comandanti di Corpo d'A., di Divisione, di Brigata . di Reggimento) . Fu soltanto durante la guerra, e a co ntatto con la cruda realtà che i quadri superiori fin almente si formarono. Differe nza enorme fra gli alti Comandi e i loro Stati Maggiori , e i Comandi di Reggimento e Battaglione del pri mo pe riodo della guerra, coi quadri corrispondenti del 2° periodo. Purtroppo tutta questa magnifica esperie nza viva è andata troppo presto dispersa e si è ricaduti in pieno negli errori passati. E dire che gli Ufficiali (almeno quelli che e ntono la passione delle armi, e ce ne sono mo lti) non desidererebbero altro di meglio che essere addestrati veramente alla guerra , cioè essere esercitati nel coma ndo effettivo. LA GUERRA TERRESTRE

Nell a guerra terrestre gli scopi principal i sono: a) la difesa delle frontiere terrestri (normale); ed , eventual-


ALLEGATI

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mente, delle frontiere marittime, nella supposizione assai poco probabile di uno sbarco nemico in grandi forze che miri ad importanti obbiettivi terrestri interni; b) l'offensiva fuori delle frontiere terrestri o in territori oltre mare. Per conseguenza la dislocazione naturale delle forze terrestri dovrà essere presso le frontiere, salvo alcune aliquote che convenga tenere a immediata difesa di grandi obbiettivi interni , specialmente importanti, soggetti a offensive nemiche da mare, o a portata dei punti principali di imbarco per spedizioni oltre mare. Le isole debbono avere forza propria, mobilizzabile sul posto. All 'infuori di questi casi, la dislocazione di forze terrestri lontana dalle frontiere è un assurdo, e risponde a concetti di comodità o di accasermamento che non hanno nessuna ragione di essere, o a concetti di sicurezza interna, alla quale debbono invece provvedere altre forze, come si dirà meglio in seguito. Ciò premesso è evidente che si debba tendere ad avere a portata delle frontiere terrestri un congruo nerbo di forze, sempre prontissimo ad entrare in azione, sia per difendere ad oltranza le frontiere contro ogni possibile invasione nemica, sia per vibrare istantaneamente un colpo di clava sul nemico , in perfetta armonia con le forze areonautiche di primo impiego, allo scopo essenziale di turbare e sconvolgere profondamente le operazioni di mobilitazione e di radunata dell'avversario, ciò che sarà un primo decisivo passo verso la vittoria. Questo Esercito sempre pronto ed agguerrito (contenuto come forza in limiti possibili per rispetto alla disponibilità, ma prossima per quanto possibile a quella di guerra), sarà anche il naturale strumento per la più completa ed effettiva istruzione dei quadri superiori ed inferiori, per gli Stati Maggiori, per i servizi. Il resto della Nazione , destinata a rinforzare al più presto l'Esercito sempre pronto con altre Grandi Unità di nuova formazione, o a fornirgli i necessari complementi, o a provvedere alla difesa territoriale del Paese , aerea o costiera, e a rintuzzare atti di sabotaggio, sarà costituita a tipo di Nazione armata, come sarà spiegato più innanzi. L'Esercito di campagna sempre pronto. Esso deve riprodurre anche in pace, un modello, sia pur piccolo , ma perfetto, di un EserCÈto combattivo manovriero moderno. A seconda delle disponibilità finanziarie, potrà essere più o meno grosso. Per noi, ritengo , si possa arrivare a tener costantemente in piedi un Gruppo di due pie-


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Lt; IGI EMILIO LO'IGO

cole Armate, una di tre e una di due Corpi d'Armata; ciascun Corpo d'Armata su tre Divisioni: più due Divisioni Celeri. Totale: 15 Divisioni ordinarie 2 Divisioni Celeri Ma deve essere un Gruppo d'Armate, in tutto pronte a entrare in campagna, sia pure sul principio con forza un po' ridotta, ma con tutti i servizi e i mezzi necessari per vivere e per combattere. L'inquadramento può essere completo , e servire di scuola pratica vera a tutti i quadri permanenti dell'Esercito Italiano. tanto combattenti, quanto ausiliari. All'uopo basterà regolare dei turni, sufficientemente lunghi , affinché tutti gli Ufficial i passino qualche anno all'Esercito di campagna sempre pronto, con grandissimo vantaggio della loro preparazione professionale. Sarà però conveniente che su tutta la massa degli Ufficiali permanenti del Regno, si faccia preliminarmente una rigorosa cernita per distinguere coloro che hanno più spiccata attitudine all'Esercito di campagna, da coloro che per menomate condizioni fisiche o di famiglia più utilmente potrebbero essere impiegati in modo permanente nella Nazione armata. Insomma, tenere in ruolo una categoria A e una categoria B. Ciò specialmente per i vari gradi di Generale e di Colonnello. Per costituire un'Esercito permanente di questo genere ci possono essere vari modi. Uno p.e. è questo: - supposto una forza bilanciata di 260.000 - un gettito incorporabile della classe di 200.000 - una ferma unica (per gli incorporabili) di mesi 18 dei quali 3 in appositi centri di addestramento di recluta, uno per Corpo d'Armata (12+1 per la Sardegna) e 15 presso l'Esercito di campagna Più esattamente: - l O marzo-1" giugno - Centri di recluta - 1° giugno-1° settembre - Esercito di Campagna si potrebbero avere alle armi: - 174.000 uomini - nel periodo di forza minima (dal 1° settembre al 28 febbraio) - 348.000 uomini - nel periodo di forza massima (dal 1° marzo al 31 agosto) Con tale forza si provvederebbe:

Nel periodo forza minima dal 1 Settembre al 28 Febbraio in una classe sola alle armi:


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AI.I.FGATI

-

50.000 uomini - per l'organizzazione territoriale della Nazione 124.000 uomini - per l'Esercito di campagna

-

Nel periodo forza massima (2 classi alle armi) dal 1 Marzo al 30 Maggio: 50.000 uomini - per l'organizzazione territoriale della Nazjone - 174.000 uomini - per campi di addestramento reclute - 124.000 uomini - per l'Esercito di campagna dal 1 G iugno al 31 Agosto - 100.000 uomini - per l'organizzazione territoriale della Nazione (periodo di sovrapposizione di uomini di due classi) - 248 .000 uomini - per l'Esercito di campagna Poiché per un gruppo di 2 Armate di 15 Divisioni ord. e 2 Di visioni Celeri , occorre rebbero in guerra: 18.926 316.000

Sottufficiali Truppa

334.962 gli orga ni effettivi dei reparti dell'Esercito di campagna, sarebbero: - nel periodo di forza minima - 4/10 di quelli di guerra; - nel periodo di forza massima - 7/10 di quelli di guerra. Ciò che sign ifica una forza di : 400 uomini per battaglione - nel IO caso 733 uomini per battaglione - nel 2" caso

-

in confronto ai 1033 di guerra

sempre però molto superiori alla forza attuale, anche in periodo di forza massima. Le 15 D ivisioni che dovrebbero ricevere tutto il contingente per costituire l'Esercito di campagna, sarebbero: II

Imperia Cuneo Alessandria

I

III

Milano Brescia

IV

Asti T orin o Novara Verona Bolzano


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LUIGI EMILIO LONGO

XI

Udine Gorizia Padova

V

Trieste Volosca

Più le due Divisioni celeri la (Udine)-2a (Bologna). I rispettivi comandi di Corpo d'Armata e di Divisione dovrebbero essere considerati come mobilitati, e avrebbero perciò al loro fianco ciascuno un Ufficiale di grado corrispondente, richiamato dal congedo , per tutte le attribuzioni territoriali nella loro zona. L'Esercito di campagna sarebbe così occupato esclusivamente nel campo dell'addestramento collettivo delle truppe e dei quadri, con manovre d'ogni genere, essenzialmente dal battaglione in su, e, bene inteso, in ogni periodo dell'anno e sfruttando la più larga varietà di terreni , col concorso di tutte le armi, dei servizi e dell'aviazione. Ogni qual volta si incontrassero difficoltà per ragioni di accasermamento, comandi e reparti, e in qualunque stagione, ricorrerebbero all'accampamento. In ogni zona di Corpo d'Armata , e possibilmente di Divisione, dovrebbe esservi un campo di manovra di terreno vario (tipo Civitavecchia), che potrebbe anche coincidere con quello per l'addestramento trimestrale delle reclute. L'addestramento dovrebbe essere spinto a un grado tale, da non richiedere più oltre, per ogni classe, ulteriori richiami per istruzione, potendo bastare in seguito qualche riunione domenicale per conoscere qualche novità tecnica importante. Tutti gli Ufficiali di complemento dovrebbero fare il servizio di prima nomina nell'Esercito di campagna. Insomma, l'attività normale di questo Esercito di campagna , dovrebbe essere per 15 mesi (per ogni classe di leva) analoga a quello che ora avviene, nel nostro Esercito, si e nò per un mese. Esso sarebbe dunque veramente e spiccatamente la scuola di guerra per la parte più valida d'ogni contingente di leva e, a turno, per tutti i gradi dell'Esercito Italiano, combattenti, Stati Maggiori e servizi. Naturalmente larghissimo sviluppo avrebbero anche i vari sports di guerra, le gare di carattere bellico , nonché la cultura teorica dei quadri , in quanto è necessaria a guidare l'attività pratica. Nell'ambiente dell'Esercito di campagna dovrebbero svolgersi tutte le prove, esami, ecc. inerenti al personale in genere, nonché tutte le esperienze applicative. Due Generali d'Armata (i Comandi cioè, delle due Armate) si


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ripartirebbero la direzione di questa attività addestrativa e istruttiva , sulla base delle direttive del Capo di S.M. dell'Esercito. Oltre all'utilità somma di questa ampia e intensa attività addestrativa, l'Esercito di campagna, rappresenterà la magnifica avanguardia della Nazione in armi; avanguardia sempre pronta a scattare al primo cenno e lanciarsi alla difesa delle frontiere minacciate, o a vigorose puntate offensive oltre questa frontiera a pronto sostegno di grandi operazioni offensive effettuate dall'arma areonautica. Il concetto passivo e poco sicuro della copertura , acquisterebbe invece con questo piccolo Esercito combattivo, sempre vigile e pronto, un carattere di assai più accentuato dinamismo e garantirebbe una sicurezza infinitamente maggiore. Una larghissima e modernissima applicazione della meccanizzazione e della motorizzazione, consentirebbe di attuare rapidi concetti di manovra , assai più efficaci di qualsiasi difesa a cordone o a gruppi intervallati , ma statici. Nel seno dell'Esercito di campagna dovrebbero avere il più largo sviluppo la preparazione di grandi unità celeri, i rapidi trasporti di truppe e servizi autocarreggiati nonché la specializzazione di alcuni reparti a piedi, o montati, per la guerriglia, la controguerriglia, specie in terreni boschivi. Così ché questo Esercito sarebbe anche, oltre la Scuola di guerra della Nazione, il più sicuro presidio manovriero dell'integrità del territorio dello Stato, contro qualsiasi minaccia che intendesse pe netrare in Italia attraverso le nostre frontiere terrestri , oltre ad essere la massa di manovra sempre pronta, la lancia, insomma, sempre in resta, per aggredire a fo ndo il nemico, cogliendolo quando ancora non è pronto all'azione. Non ci sarà bisogno di una grande aliquota di personale permanente (graduati e specialisti). Con una buona e razionale istruzione pre-militare , e poi con una ferma di durata abbastanza lunga , potremo avere dalla classe stessa di leva, ottimi graduati e ottim i specialisti, sfruttando l'intelligenza naturale e la naturale attitudine al comando del popolo nostro.

ORGANIZZAZIONE DELLA NAZIONE ARMATA

L'organizzazione della N.A. deve servire: a. alla difesa antiaerea e costiera dell'intero Paese; b. alla protezione delle comunicazioni e degli stabilimenti


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LUIG I EMIUO LONGO

comunque utili ai fini militari contro eventuali atti di sabotaggio interno; c. alla tutela dell'ordine pubblico nel Paese; d. alla immediata messa in funzione di speciali forme di difesa territoriale locale, su alcuni tratti di frontiera, da appoggiarsi alle fortificazioni esistenti (saranno i tratti di frontiera sui quali non opera l'Esercito di campagna); e. alla mobilitazione e radunata di tutte le forze militari non comprese nell'Esercito di campagna di impiego immediato, cioè alla costituzione dei complementi necessari all'Esercito stesso e delle Grandi Unità di nuova formazione da crearsi con le classi e i quadri richiamati dal congedo; f. alla mobilitazione civile e industriale del Paese; g. alla Istruzione premilitare e postmilitare, comprendendo nella prima anche l'attività dell:0.N.BA. e dei fasci giovanili, universitarii ecc. ecc. Per l'assolvimento di compiti tanto numerosi ed importanti , le supreme autorità preposte alla N .A., avranno a disposizione: 1. i Comandi di Corpo d'Armata e di Divisione territoriali, nella dislocazione e circoscrizione attuale; 2. gli Ispettori di mobilitazione; 3. i quadri permanenti d'ogni grado dell'Esercito, esuberanti all'inquadramento dell'Esercito di campagna di primo impiego; 4. gli ufficiali occorrenti da richiamarsi dal congedo; 5. tutte le classi in congedo, comprese entro i limiti degli obblighi militari; quella congedata più di recente , potrà essere richiamata al primo allarme, in modo da costituire i primi nuclei delle G. U. di nuova formazione; 6. la Milizia V .S.N., avente carattere territoriale, e cioè esclusi i battaglioni CC.NN. Quindi: D.A.T. , difesa costiera e protezione ferrovie, ferroviaria e portuale, ecc. ecc.; 7. i RR.CC. e le G.F. (esclusi quelli in servizio di frontiera o mobilitati con l'Esercito di campagna); 8. i metropolitani e le altre forze di polizia in genere; 9. i Distretti, i Depositi, i Magazzini e gli Stabilimenti varii. Le Scuole. Anche nel campo della N .A. , analogamente a quanto si è detto per l'Esercito di campagna, è lo spirito nuovo che conta, più che l'ordinamento vero e proprio. Non per nulla abbiamo messo a servizio di questa grandiosa organizzazione della Nazione per la Guerra, anche un'aliquota tutt'altro che indifferente della gerarchia mili-


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tare permanente dello Stato. Fino ad ora, questa gerarchia ha visto con indifferenza, e talvolta con una certa larvata ostilità , tutto ciò che all'organizzazione militare della Nazione, all'infuori della caserma, si riferiva. Ciò dipendeva dai resid ui di una vecchia mentalità che non concepiva come, anche all'infuori della caserma, anche all'infuori dello stretto ordinamento militare professionale, anche all'infuori del rigido Regolamento di disciplina militare, si potesse molto utilmente concorrere alla preparazione militare del Paese, con metodi sia pure alquanto diversi da quelli rigidamente ortodossi. A questa vecchia mentalità si deve p.e. la pertinace incomprens ione dell'Esercito, per tutto l'apporto che la Milizia può in realtà arrecare utilmente a quella preparazione. A quella mentalità si deve se i sommi Capi dell'Esercito, pongono ancora come condizione sine qua non, che la Milizia, per essere accolta, debba entrare in pieno nelle strettoie di una rigida e assoluta dipendenza alle autorità superiori dell'Esercito, il che sarebbe la morte di ogni milizia irregolare e volontaria. È sempre la solita mentalità retrograda che non sente i' tempi nuovi; che non ha imparato nulla dalla guerra reale; che p.e. dieci anni fa fu dovuta tirare a rimorchio (e con che fatica!) per mettere in onore nell'Esercito l' Educazione fisica, come base essenziale del la istruzione militare; che stentò lunghi anni ad accogliere le nuove formazioni tattiche snodate e sciolte , fondate sul maneggio delle armi automatiche leggere; mentre altre Nazioni belligeranti le avevano da tempo adottate. Certamente se alla organizzazione della N .A. (così come noi la pensiamo) dovesse presiedere una mentalità di questo genere , sarebbe meglio non pensarci affatto; ma se coll'armonico, volenteroso, intraprendente e cordiale concorso di tutte le energie, tanto dell?Esercito , quanto della Milizia , sotto una mente illuminata e moderna, si tentasse sul serio di fare qualche cosa di pratico in un · campo così libero e fecondo e così vasto, come è quello della organizzazione vera della Nazione per la guerra, sotto la protezione attiva e .manovriera di un Esercito di campagna, sul tipo di quello da noi progettato, allora si vedrebbero davvero a quali insperati e magnifici risultati si potrebbe giungere, con un popolo come l'Italiano, da cui si può trarre ciò che si vuole quando non lo si opprima e non lo si schiacci sotto la grigia e incolore pietra della uniformità e di un regolamentarismo sordo e refrattario a ogni vibrazione. La questione più importante sarà di trovare l'uomo, capace di presiedere e di guidare una tale organizzazione. Trovatolo , se sarà


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LUIGI EMfLIO LO'lOO

messo in condizioni di autorità tali da far convergere tutti gli sforzi allo scopo finale , il successo non potrà mancare, e molte cose che oggi sembrano irraggiungibili o pericolose , avranno il loro magnifico sviluppo, a vantaggio dell'interesse supremo del Paese .

Prevedibili obbiezioni al progetto e relative risposte

Obbiezione 1° La maggior parte del territorio interno del Regno resterebbe senza alcun reparto dell'Esercito, salvo nei tre mesi (marzo - aprile - maggio) nei quali le reclute si troverebbero ai campi di istruzione. Ciò avrebbe le seguenti conseguenze: a. una gran parte della Gerarchia Militare (cioè all'incirca i quadri di 15 Divisioni territoriali) rimarrebbe disoccupata , perché priva di tutti i compiti inerenti al governo disciplinare e all'istruzione dei quadri e della truppa; b. numerose caserme resterebbero inutilizzate, mentre si avrebbe forte difficoltà di accasermamento nelle zone dove l'Esercito di campagna si troverebbe accentrato; c. pericolo in caso di gravi perturbamenti dell'ordine pubblico·, d. numerose città protesterebbero per la soppressione del loro tradizionale presidio militare.

Risposta In linea generale, come le forze della Marina sono sul mare , così le forze di terra debbono logicamente essere dislocate nelle zone di loro più probabile impiego, e quindi presso le frontiere terrestri; salvo le eccezioni già dette per le isole o per altre parziali necessità relative a spedizioni oltre mare. Se veramente l'Esercito è fatto per la guerra , la ragione prevalente nel determinare la sua dislocazione di pace deve essere quella militare. T ener l'Esercito di pace disseminato su tutto il Paese non risponde affatto a questa ragione , salvo che per quanto può riguardare la mobilitazione, pel fatto che le classi da richiamare, essendo


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naturalmente ripartite su tutto il Regno, più pronto sarà il completamento delle unità permanenti, quando queste si trovino in posto, anziché essere dislocate altrove. Ma coll'ordinamento nuovo proposto, questa osservazione perde valore, come sarà detto più particolarmente discutendo l'obbiezione n. 2. L'essenziale è infatti, col nuovo sistema, che siano ripartiti su tutto il territorio del Paese, non i corpi o reparti, ma i centri di mobilitazione, cioè a dire i depositi e i distretti, in rapporto appunto al vario addensamento della forza da richiamare e da mobilitare per costituire le nuove unità. In linea particolare: - per quanto riguarda il comma a. Mentre è esatto dire che, all'ingrosso, i quadri di 15 Divisioni resterebbero privi dei còmpiti inerenti al governo disciplinare e all'istruzione dei quadri e delle truppe, non è altrettanto esatto affermare che essi resterebbero «disoccupati». Basta all'uopo ricordare quanto è stato detto nelle Note esplicative, circa la organizzazione della Nazione armata, e pensare quale largo campo di fecondo lavoro e di preziose iniziative, anche i quadri permanenti dell'Esercito, di qualsiasi grado, potrebbero trovare, in ogni stagione dell'anno , concorrendo appunto a quella organizzazione in collaborazione con altri enti educativi ed istruttivi, nei limiti della loro rispettiva competenza territoriale. L'organizzazione e il funzionamento assai complesso e delicato della difesa antiaerea territoriale; della difesa costiera; lo sviluppo e l'indirizzo nettamente premilitare della multiforme attività di istituzioni educative ed istruttive come i balilla, gli avanguardisti, i fasci giovanili , i gruppi universitari, il dopolavoro , ai fini sopratutto della formazione e conservazione delle attitudini necessarie ai graduati e agli specialisti; la diffusione e la volgarizzazione nelle scuole medie e superiori della coltura militare comune; il concorso nelle predisposizioni per la mobilitazione civile e industriale; la formazione e la preparazione dei numerosissimi ufficiali in congedo, sia nelle apposite scuole, sia (per le classi anziane) con brevi corsi presso appositi campi di istruzione ecc. ecc., saranno certamente altrettante forme di attività che i sudetti quadri dell'Esercito potranno svolgere utilmente insieme ai quadri della Milizia, sotto l'alta direzione dei Comandi di Corpo d 'Armata e di Divisione territoriale. Oltre a ciò , e nel campo più strettamente militare: gli studi e le ispezioni intorno a tutto quanto si riferisce alla mobilitazione e radunata delle Grandi Unità di nuova formazione; i corsi di istruzione agli ufficiali permanenti, mediante manovre sulla carta o manovre


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coi quadri su terreni sempre diversi; le periodiche ricognizioni di frontiera; i periodi di permanenza presso unità dell'Esercito di campagna, per assistere a manovre effettive con le truppe, che rivestano speciale importanza, come modello di impiego tattico su determinati terreni; i corsi sperimentali a Civitavecchia per Jo studio di nuovi materiali offensivi o difensivi; i lavori e le conferenze su temi di carattere professionale militare ecc. ecc. Tutta questa multiforme attività, tutt'altro che trascurabile , come solida e varia preparazione bellica dell'ufficiale permanente di ogni grado , non credo che lascierà molto tempo di riposo agli ufficiali di cui si tratta; e perciò l'obbiezione della loro « disoccupazione» non regge; posto, ben inteso, che nei quadri più elevati vi siano uomini capaci di intendere il significato e l'utilità di quanto ora si è detto. D el resto nulla vieta che- come già si è detto, si stabiliscano dei turni fra i quadri dell'Esercito di campagna e quelli dell'Esercito, diremo così territoriale. È provato per esperienza che il miglior mezzo per avere quadri veramente solidi, colti ed addestrati, è quello di alternare periodi di comando di reparto effettivi di truppa, con periodi di raccoglimento culturale professionale. Nonostante gli innegabili vantaggi del comando effettivo di truppa, quando questo è prolungato per molti anni, perde molto della sua utilità e può decadere nella routine, che, sotto certi punti di vista è altrettanto dannosa, quanto l'eccessivo dottrinarismo. Un contemperamento quindi fra le due forme di attività è utile, e lo si potrà appunto ottenere , mediante turni ben regolati, p.e. biennali o triennali, così da conciliare abbastanza le necessità dell'istruzione con una certa stabilità di residenza dell'Ufficiale. - per quanto riguarda il punto b. Una delle forme più acute e persistenti delle incrostazioni del passato , è appunto la soverchia preoccupazione per l'accasermamento. La caserma sembra essere la conditio sine qua non perché esista un esercito. Un esercito senza caserma non è considerato un esercito; e, viceversa, quando ci sono le caserme (specialmente se ben costruite, alla moderna, provviste di tutti i comodi ecc. ecc., con belle sale di ritrovo , circoli ecc. ecc., ad imitazione di scuole, collegi e altri istituti di educazione) molti credono che tutto proceda nell'Esercito nel migliore dei modi, perché è tutelato il benessere del soldato, assai più interessante, si direbbe, che non lo spirito combatti-


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vo, come se l'Esercito fosse un istituto di beneficienza o di semplice educazione e sussistenza e non un istrumento per la guerra . Ora è da ricordare che, durante la guerra mondiale, che durò ben 4 anni, milioni e milioni di uomini, sia giovanissimi sia anche più che maturi, vissero quasi sempre fuori delle caserme, e per tutte Le stagioni dell'anno; e vissero o nelle orribili condizioni delle trincee , o sotto la tenda, o in baracche provvisorie, e, su alcune fronti (come la nostra specialmente), alle più elevate altitudini, fra nevi, nebbie, tormenta, tempeste. E pure, nonostante condizioni così enormeme nte disagiate di abitabilità, non si ebbero per questo fatto gravi danni alla salute degli uomini; anzi per Io più questa ne beneficò e molti giovani uscirono dalla guerra irrobustiti. Data questa esperienza, e tenuto conto che ormai è assodato come l'accampamento, il campeggio in genere, specialmente se organizzato con le comodità che i mezzi moderni consentono, anche in aperta campagna , è riconosciuto come la più sana la più igienica e la più corroborante forma di alloggiamento per una gioventù sana e vigorosa, non si capisce proprio l'ossessione persistente a volersi preoccupare troppo delle caserme, fino a regolare sull 'esistenza o meno di queste, la dislocazione dei corpi o reparti dell'Esercito, destinato, più che qualunque altra istituzione, a vivere e ad operare in campagna. - per quanto riguarda il punto c. Alla tutela dell'ordine pubblico interno , quando il Paese è retto da un Governo forte e risoluto, debbono bastare ordinariamente le forze di polizia e i RR.CC. I mezzi di repressione moderni son tali che pochissimi uomini (se impiegati con giusto criterio e senza incertezze) possono bastare a tenere a dovere anche masse numerose di rivoltosi. II nostro Paese, oltre le forze di polizia propriamente dette e i RR.CC., dispone per l'ordine pubblico anche della M.V.S.N. , prontamente mobilitabile, armata ed inquadrata. Non si comprende pertanto quale necessità possa esservi di impiegare ancora l' Esercito in servizio di P .S. Alla peggio , in caso di disordini gravissim i in qualche regione, nulla vieta di richiamare alle armi localmente una o due classi , col sistema della N.A. Dunque, ci sembra , che l'obbiezione c) non abbia alcun serio fondamento. - per quanto riguarda il punto d. Meno ancora fondata può dimostrarsi l'obbiezione d).


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È ormai tempo che i varii centri cittadini d'Italia si persuadano che considerare il presidio militare come qualche cosa di decorativo per la città o peggio di economicamente utile per le finanze del Comune , è roba più che sorpassata. In altri tempi forse, come ricordo storico delle varie guardie nazionali di buona memoria, certe pretese potevano essere spiegate. Ma ora tutti dovrebbero sapere che l'Esercito (che tanto costa alla Nazione) è fatto per la guerra, e , in guerra, sopratutto per la difesa delle frontiere terrestri, e non per fare bella mostra di sé nelle città, per le parate, o per fornire la musica in piazza la domenica, o per accrescere il numero degli uomini e dei quadrupedi consumatori nel Comune. Chi abbia voglia di ammirare i nostri baldi battaglioni, belli, forti, manovrieri, pronti alla difesa e all'offesa, vada a vederseli dove essi si trovano, cioè verso i confini della Patria , o sui terreni veramente adatti per l'addestramento alla guerra. Il Paese dovrà invece guardare con gioconda fede e speranza illimitata alla preparazione bellica delle masse di adolescenti e di giovani, la quale appunto attraverso le istituzioni premilitari e postmilitari , si svolgerà alla presenza dei cittadini su tutto il territorio del Regno. Quella sarà la forza potenziale della Patria; quella la immagine viva della sua potenza bellica, pronta a sollevarsi in armi come un sol uomo , sotto la protezione dell'Esercito di campagna, vera avanguardia della Nazione armata in guerra.

Obbiezione 2°

La funzione di esercito di avanguardia sempre pronto ad accorrere in difesa delle frontiere o a scattare fuori di esse per colpire di sorpresa il nemico in flagrante mobilitazione e radunata, anziché a un'aliquota dell'Esercito regolare , non potrebbe più utilmente essere affidata a una massa costituita con reparti di M.V.S.N., che come si sa sono istantaneamente mobilitabili e facilmente trasportabili nella regione minacciata?

Risposta

No. Questo sarebbe errore imperdonabile. Bisogna anzi combattere a fondo l'illusione che ancora molti mostrano di coltivare che basti l'accorrere all a frontiera minacciata


ALLEG ATI

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di una folla di uomini armati di moschetti , di bombe a mano e di pugnale , per tutelare il territorio della Patria, e meno ancora per afferrare dei vantaggi in territorio nemico. Non è più la folla armata che conta oggidì; ma bensì un complesso organico, sia pur piccolo, d i forze combattenti, e, come tali , completamente provvedute di quanto occorre per l'attacco e per la difesa, per vivere e per rifornirsi d'ogni necessità. La Milizia può , anzi deve, appunto per la sua costituzione volontaria e irregolare, fornire eccellenti reparti d'assalto, utilissimi specialmente in primo tempo per concorrere alle operazioni di sorpresa dell'Esercito di campagna, di cui pertanto dovranno far parte integrante. Ma lanciare essi soli nello sbaraglio, sarebbe come votarli alla perdizione senza nessun risultato solido e concreto , e, per la difesa, non potrebbero dare nessuna seria garanzia di durata , appunto per il loro carattere di truppa mobilissima e leggera. Del resto , quanto alla difesa delle frontiere, ripetiamo anzi quanto abbiamo già detto; e cioè, che la miglior difesa consiste in un piccolo esercito prontissimo e manovriero, operante con deciso spirito aggressivo o controffensivo a cavallo della frontiera minacciata.

Obbiezione 3° Se l'Esercito di campagna è impiegato riunito per operare in primo tempo su una determinata frontiera terrestre, non si vede chiaro come , durante lo stesso periodo iniziale , sarebbe provveduto alla difesa di altre frontiere eventualmente minacciate (Esempio: operazioni mobili coll'esercito di campagna sulla frontiera orientale - difesa sulla frontiera occidentale).

Risposta Le frontiere a traverso le quali non si prevede di dover compiere azioni offensive e controffensive in grande stile, saranno state anzitutto robustamente organizzate a difesa con i sistemi più perfezionati che la tecnica militare moderna consente , e sfruttando al massimo grado la natural forza del terreno montano, così da creare una vera e propria muraglia incrollabile contro ogni possibile offen-


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siva nemica, mentre l'esercito di campagna è impegnato su altre frontiere. Una difesa così robustamente preparata, sarà resa attiva dai seguenti elementi mobili: a. truppe da montagna, rapidamente mobilitate , abituate alla zona di frontiera in questione e perfette conoscitrici del terreno e di tutte le possibili direttrici dell'invasione nemica; b. reparti di difesa locale, (costituiti da classi in congedo) preparati fin dal tempo di pace col sistema della N.A. e pronti al primo richiamo a guernire difensivamente le posizioni predisposte; c. una riserva mobile di un certo numero di Divisioni organiche (3 o 4) lasciate in primo tempo sul posto dall'Esercito di Campagna, ma al più presto possibile sostituite con altrettante Divisioni organiche di nuova formazione, mobilitate col sistema della N .A. nei territori prossimi alla stessa frontiera. Tale riserva mobile dovrà essere largamente provveduta di autocolonne per il rapido spostamento di forze nel le valli più minacciate. Tutta questa complessa organizzazione difensiva delle frontiere dove non si prevedono normalmente operazioni dell'Esercito di campagna, dovrà essere minutamente studiata, preparata e compiuta dai Comandi di Grandi Unità territoriali locali , i quali (come si è detto) dovranno esistere sempre in quelle zone, a fianco delle corrispondenti gerarchie dell'Esercito di campagna che fossero dislocate in tempo di pace nelle zone stesse.

Obbiezione 4° La Società delle Nazioni , preoccupata sopratutto ad impedire le aggressioni, si opporrebbe certamente a un sistema di ordinamento militare fondato su un esercito (sia pur piccolo) ma sempre pronto, dislocato presso le frontiere, perché vi intravederebbe appunto uno strumento tipico per attuare improvvise aggressioni e quindi un pericolo° permanente per la pace fra Stati confinanti. Pur ammettendo che l'esistenza di un tale esercito sempre pronto fosse tollerata, la Società delle Nazioni tenterebbe ogni mezzo, in caso di conflitto, per impedirne l'impiego fino a che tutti i passi diplomatici non siano compiuti allo scopo di evitare lo scoppio delle ostilità.


ALLEGAT I

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Risposta È infatti probabile che, per le ragioni suesposte, la S.D.N. sollevi forti obbiezioni o difficoltà circa l'ordinamento in questione. Ma non sembra che tali obbiezioni o difficoltà potrebbero mai impedire sul serio , a uno Stato qualsiasi, di ordin arsi militarmente come più gli aggrada per la sua sicurezza. Resterebbero insomma proteste platoniche. A questo proposito è piuttosto da temere che il sistema sarebbe prontamente im itato dallo Stato vicino, il che però non attenua il vantaggio di avere adottato l'ordinamento proposto , perché , in ogni caso , si sarà sicuri di avere lo strumento più adatto, anzi indispensabile , per contrastare eventuali sorprese del corrispond,e nte strumento nemico. D'altronde in questo , come in altri campi analoghi, dove spazia l'attività della S.D.N. , si osserva che l'intervento di questa, per quanto certamente stimolata da sincero proposito di lavorare per la pace, non farebbe invece che preparare per l'avvenire guerre sempre più atroci. Quanto più infatti essa riuscirà a ritardare, in caso di conflitto grave , lo scoppio delle ostilità, tanto più la guerra che scaturirà , da un eventuale fall imento delle trattative pacifiche, sarà atroce e lunga. E ciò perché il ritardo darà modo ai due Stati Maggiori di accumulare febbrilmente sulle frontiere assai più mezzi difensivi ed offensivi e di rendere quindi infinitamente più aspro e più statico il conflitto. È , presso a poco, quel che succede spesso nelle gravi questioni fra individui. Quanto più si cerca di ritardare la dolorosa ma risolutiva prova del duello , tanto più in genere il dissidio diventa aspro e complicato e più gravi ne sono le conseguenze. Lo stesso dicasi per l'idea di demilitarizzare le zone adiacenti alla frontiera dalle due parti. A che servirà una tale misura? Certamente gli Stati Maggiori si fortificheranno sui margini interni delle rispettive zone demilitarizzate, e , al momento del conflitto , nessuno impedirà di sboccare in quelle zone, col vantaggio anzi di avere subito davanti a sé spazio libero per manovrare; cosa che oggidì non si verifica perché gl i apprestamenti a difesa e le coperture sono a contatto fin dal tempo di pace. Quanto poi alla imposizione di trattenere l'Esercito sempre pronto fino a completa definizione dei pacifici tentativi della S.D .N., sappiamo tutti troppo bene quale valore abbiano in pratica certe imposizioni , quando si tratti di questioni vitali per una delle Nazion i in conflitto o per tutte e due. In tal caso tutti sanno l'inestimabile valore del «fatto compiuto» , davanti al quale i consessi


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pacifisti, non sapendo in genere che pesci pigliare, finiscono per dar torto al vinto e ragione al vincitore. Sempre restando nel campo dell'attività della S.D.N. , è anche da osservare che un ordinamento del genere di quello da noi proposto potrebbe anche essere utile qualora la prossima conferenza pel disarmo venisse a risultati concreti circa la diminuzione degli armamenti terrestri, in quanto che noi potremmo far figurare soltanto l'Esercito di campagna come vera e propria forza in armi, mentre tutta l'attività della N.A. potrebbe figurare come ordinaria e normale attività educativa dell a gioventù.

Obbiezione 5°

Ripercussioni nel campo della mobilitazione e radunata, come sono attu~lmente concepite e predisposte.

Risposta

L'organizzazione proposta (Esercito di campagna e Nazione armata) avendo lasciato in vita tutti gli Enti territoriali e gli organi preposti alla mobilitazione previsti dell'attuale ordinamento, non porta alcun turbamento nello svolgimento delle operazioni e nei carichi di mobilitazione attualmente previsti. Difatti, in definitiva, l'organizzazione proposta non consiste altro che in un diverso raggruppamento e in una diversa dislocazione della forza alle armi, rispetto a quelle attualmente in vigore; anzi l'avere già concentrato nell'Italia settentrionale questa considerevole massa di manovra , porta il vantaggio di evitare nei primi giorni di mobilitazione il congestionamento dei trasporti ferroviari attraverso la strozzatura del! ' Appennino pei movimenti che dall'Italia centrale e meridionale debbarro sboccare nella Valle Padana. Si considera il caso di scoppio improvviso delle ostilità, e che le reclute, giunte ai campi d'istruzione il 1° marzo , siano pronte, in caso di bisogno , dopo soli due mesi d'istruzione, in luogo dei tre normali, e cioè a partire dal 1° maggio. Si debbono pertanto considerare due casi: - 1° caso (dal 1° maggio al 31 agosto). Forza massima. Qualora le ostilità scoppiassero in tale periodo , tutto il contin-


ALLEGATI

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gente reclute (174.000) che trovasi ai campi d'istruzione affluirebbe all'Esercito di campagna portandone il n. da 124.000 a 298.000. Presso i Depositi ed Enti territoriali continuerebbero a rimanere i 50.000 uomini della classe anziana alle armi, necessari per dar vita all'organizzazione territoriale, ad assicurare le operazioni di mobilitazione e a un primo inquadramento delle unità di nuova costituzione. La classe più anziana in congedo dovrebbe essere richiamata per servire di complemento all'Esercito di campagna. Si impegnano così tre classi (le due alle armi e quella più giovane in congedo). La mobilitazione della Nazione armata per la costituzione delle unità del 2° approntamento, avverrebbe col richiamo delle rimanenti classi in congedo; - 2° caso (dal 1° settembre al 30 aprile). Forza minima. Qualora le ostilità scoppiassero in tale periodo, per portare l'Esercito di campagna dalla forza di 124.000 a 298.000 occorre un contingente uguale a quello dell'ultima classe congedatasi. Ciò si può ottenere: a. facendo affluire all'Esercito di campagna tutto il contingente dell'ultima classe congedatasi, da trarsi su tutto il Regno (isole escluse) e lasciando la classe immediatamente più anziana di questa come complemento per l'Esercito di campagna. Con tale provvedimento però il passaggio dagli organici di forza minima a quelli di forza massima dell'Esercito di campagna subirebbe un ritardo dipendente dalle necessità relative ai trasporti dei richiamati dall'Italia centrale e meridionale; b. o facendo affluire all'Esercito di campagna i richiamati delle due classi in congedo più giovani residenti nei soli distretti del1'Italia settentrionale (Emilia compresa). Dalle statistiche relative a lla chiamata alle armi delle classi di leva risulta che nel territorio dell'Italia settentrionale: Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia - escludendo naturalmente gli allogeni - risiede più della metà dell'intero contingente di leva. Con questo provvedimento, che indubbiamente è migliore del precedente, verrebbe ad essere ridotto al minimo il periodo di tempo occorrente per ridare all'Esercito di campagna la sua efficienza bellica. I richiamati delle due classi più giovani sopradette, ma residenti invece nell'Italia centrale e meridionale, potrebbero servire di complemento per l'Esercito di campagna.


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LUIGI EMILIO LONGO

In definitiva in tutti i casi contemplati verrebbero ad essere impegnate per l'Esercito di campagna tre classi e cioè:

Nel periodo di forza massima

le due classi alle armi la classe in congedo più giovane quale complemento

Nel periodo di forza minima

la classe alle armi le due classi più giovani in congedo (quelle dei distretti dell'Italia centrale e meridionale come complemento)

Unica obbiezione che potrebbe essere fatta è relativa alla diversità di costituzione delle unità appartenenti all'Esercito di campagna rispetto a quelle di 2° approntamento: non tanto per quanto riguarda la diversità delle classi di cui vengono ad essere composte, quanto per ciò che si riferisce al loro inquadramento. Infatti, mentre le unità dall'Esercito di campagna son inquadrate quasi esclusivamente con ufficiali in S.P.E. o di complemento in servizio di prima nomina, le rimanenti avrebbero una forte sproporzione tra ufficiali in S.P.E. e richiamati dal congedo. Di fronte a tale inconveniente sta però il grande vantaggio di avere nell 'Esercito di campagna una massa sicuramente manovriera ed agguerrita che dovrà decidere da sola delle prime azioni dalle quali può anche dipendere tutto l'esito della campagna. Inoltre non bjsogna dimenticare che gli ufficiali delle classi più giovani che hanno prestato il loro servizio di prima nomina presso un centro di istruzione come quello dell'Esercito di campagna, nonché gli ufficiali di altre classi che fossero stati richiamati periodicamente dal congedo a prestare servizio in detto esercito, avrebbero acquisito in definitiva una capacità tattica ben superiore a quella che non sia possibile dar loro coll'attuale ordinamento.


Allegato 11 *

MEMORIA RIASSUNTIVA DELLA MISSIONE MILITARE ITALIANA IN RUSSIA (STRALCIO)

Le forze armate sovietiche. - Certamente anche nella costituzione delle sue giovani forze armate, il governo dell'!.J.R.S.S. ha messo tutto il suo spirito caratteristico di ricerca ansiosa di una tecnjca ultra moderna atta ad accentuare il distacco quasi violento dalle viete tradizioni del distrutto esercito czarista. Ma nel campo delle forze armate, lo scopo assai più preciso e concreto da conseguire, ha evitato le stravaganti artificiosità e le deviazioni dottrinarie e talvolta contraddittorie notate nel campo politico-sociale. Ne è derivata una cosa viva, una costituzione originale, ma, apparentemente almeno, solida e bene ordinata , della quale la nostra relazione, sulla base di quanto abbiamo potuto osservare, dà i particolari tecnici, alcune importanti cifre statistiche, nonché il resoconto particolareggiato di talune esercitazion i più caratteristiche alle quali abbiamo avuto la fortuna di assistere. Qui iofercherò di mettere in luce la fisionomia, complessiva , in quanto sopratutto differisce dalle ordinarie strutture militari degli stati capitalisti occidentali. Indubbiamente l'apparecchio militare sovietico ha beneficiato di alcuni fattori eccezionali dovuti alle circostanze fra le quali esso è andato via via formandosi e consolidandosi. In primo luogo la rivoluzione da cui è scaturito; rivoluzione che ha travolto per sempre persone e cose del passato, e che, nel campo bellico, si è concretata in quella guerra civile che (assai più che non la guerra russopolacca del 1920) è tuttora sulle bocche di tutti i nuovi gerarchi militari russi, come il loro maggior vanto . Probabilmente ciò dipende dallo stesso fenomeno per il quale fra i capi degli eserciti napoleonici venivano ricordati con entusiasmo i fatti delle prime faticose • Cfr._ nota 121 del V Capitolo.


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guerre della rivoluzione, nelle quali essi avevano ricevuto il battesimo del fuoco e del comando. Guerra civile russa di ben scarsa importanza sotto il punto di vista dell'arte militare classica, anche perché condotta in modo caotico e impulsivo tanto da parte rossa, quanto , e forse più, da parte bianca, su teatri di azione sparsi un po' dovunque e con la più disparata varietà di terreno. Guerra tuttavia di asprezza eccezionale, perché , come tutte le guerre rivoluzionarie, combattevasi per la vita e per la morte e seriza dar mai quartiere al nemico. In quella guerra appunto fecero dunque il loro primo tirocinio di comando i capi di maggiore importanza dell'Esercito sovietico odierno , venuti su dalle più infime categorie proletarie, salvo pochissimi provenienti dall'esercito czarista, ma passati all'esercito rosso quando ancor rivestivano gradi modestissimi. Orbene questo reclutamento eminentemente rivoluzionario, dei maggiori gerarchi militari attuali, ha avuto pure un vantaggio. Ha liberato cioè l'esercito dell'URSS da ogni scoria di vieto dottrinarismo e ha dato fin da principio alla istituzione una fresca impronta di originarietà manovriera , inspirata alle esigenze concrete della guerra o della guerriglia reale , vantaggio che non tutti gli altri eserciti moderni possono vantare perché, appena usciti dalla guerra mondiale, specie se vittoriosi, sono ricaduti più o meno supinamente, preda del dottrinarismo a tipo pre-bellico, forte delle incrostazioni misoneistiche che, neppure la guerra, era riuscita a disciogliere o a spezzare. Avvicinando (come ci è capitato più volte) alcuni tipi più famosi di capi della guerra civile russa (p. e. il celebre Budienni, che, da semplice e incolto sergente di cavalleria, balzò in quella guerra a comandante di quella storica armata di cavalleria, con la quale si coprì di gloria e nella guerra civile e nella guerra russopolacca) si notano certo ancora in loro i segni della origine oscura e plebea , appena attenuati da qualche infarinatura culturale acquisita più tardi; ma, nello stesso tempo, si sente vibrare ancora in loro la molla e la passione per l'azione bellica irrompente, che, altra volta , serviva a guidarli quasi istintivamente sui campi di battaglia. Ma queste sono ormai eccezioni. Gli attuali maggiori gerarchi hanno saputo ormai unire alla origine rivoluzionaria, tuttora influente beneficamente sul loro carattere guerriero, una larga e profonda dose di studi militari coscienziosi e serii, sì che si rivelano ormai , anche se considerati con i nostri criteri occidentali, capi assolutamente a posto, con i quali è un piacere ragionare di questioni


A lLEG /\T I

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militari moderne e che si mostrano desiderosi di conoscere come la pensano altri eserciti sui maggiori problemi militari del tempo nostro. Non altrettanto mi pare di poter affermare per i capi di minor grado , che però non ci è occorso di vedere in azione, salvo una volta in una esercitazione a fuoco di battaglione alla scuola militare. Ma mi è sorto forse il dubbio da vari indizi, che, in quelle categorie di capi più modesti, gravi siano ancora le deficienze professionali e che molto lavoro ancora occorra per adeguatamente addestrarli. Così mi è parso si sia espresso con me anche lo stesso commissario del popolo per la difesa sig. Vorosilov. Ma qui può essere veramente questione di tempo, perché la gerarchia superiore è ottima e tanto basta per assicurare col tempo la bontà delle gerarchie minori . Un altro importante fattore di cui hanno certamente beneficiato le istituzioni militari sovietiche è rappresentato dal ben noto piano quinquennale. Non è un mistero per nessuno che l'idea di questo piano e la sua applicazione voluta dal compagno Stalin, aveva , come ha, uno scopo essenzialmente militare e che perciò il piano è stato orientato quasi esclusivamente verso le industrie pesanti per introdurre poderosi strumenti di guerra. E difatti i primi risultati se ne vedono nella richiesta di mezzi meccanici di trasporto e di mezzi bellici meccanizzati in genere , di cui l'esercito sovietico è largamente fornito; produzione alla quale si deve aggiungere quella dei numerosi e potenti aeroplani , di cui abbiamo visitato una importantissima fabbrica , a complemento della visita pur da noi fatta a un istituto aerodinamico molto modernamente attrezzato . In complesso dunque la Russia sovietica va rapidamente intens ificando la messa a punto di un complesso di forze armate , che, a giudicare dalla grossa frazione da noi esaminata alle recenti manovre nella Russia Bianca, promette di diventare in pochi anni (date le abbondanti materie prime d'ogni genere del Paese) addirittura formidabile. A che scopo? A giudicare dalle ripetute pubbliche affermazioni di Stalin , che hanno dato il tono comune agli abbondanti discorsi dei gerarchi sovietici, questo formidabile apparecchio bellico dovrebbe essere destinato esclusivamente alla difesa del territorio dell'URSS contro nemici estern i e alla difesa dell'idea e della pratica comunista contro chiunque volesse conculcarle a mano armata. E difatti nei frequenti discorsi con uomini politici e personalità militari dell'URSS più


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volte abbiamo sentito affiorare una duplice e viva preoccupazione circa i confini occidentali (Polonia) e gli estremi confini orientali dell'immenso paese (Manciuria). In Russia non ignorano le tendenze espansive polacche verso la ricca Ucrania e le disposizioni prese da tempo dalla Polonia per tenersi pronta ad inquadrare eventuali rivolte che scoppiassero contro il governo sovietico nelle regioni meridionali , cioè nel Caucaso e nella Georgia. Ciò allo scopo di sgretolare il colosso russo che incombe sulla Polonia. Così pure viva è la preoccupazione russa per il rapido svolgersi di avvenimenti assai pericolosi per gli interessi dell'URSS nella lontana Manciuria. E queste preoccupazioni possono bene spiegare il fervido lavoro inteso a preparare un poderoso strumento di difesa sulle due fronti ... Tuttavia lo strumento bellico sovietico nel suo complesso mi è apparso tecnicamente di tipo assai più offensivo che difensivo , per lo sviluppo evidente di tutti i mezzi dinamici di potenza e per la stessa impronta di intenso dinamismo che i capi militari mostrano nell'esercizio delle loro funzioni di comando nel campo strategico e tattico. Ho considerato in modo particolare questo evidente contrasto tra le decisive affermazioni difensive dei responsabili e la realtà dcilo strumento bellico che essi preparano; ma sono venuto alla conclusione che questa dinamicità, più che essere voluta per qualche scopo preciso politico militare , deve dipendere essenzialmente dal temperamento caratteristico e tradizionale del popolo russo, quale è derivato dagli eventi della sua storia secolare e dal predominante fattore topografico del paese costituito dalla immensità delle pianure russe, privo di qualsiasi appiglio tattico naturale e di qualsiasi serio ostacolo a possibili invasioni. Io già avevo notato questo fenomeno nell'anno 1925 allorché fui inviato ad assistere alle grandi manovre polacche sulla frontiera russa nella regione di Leopoli e di Brody, il cui terreno è dell'identico tipo delle attuali regioni occidentali della Russia. Anche là (nonostante la Polonia di allora avesse ben altro da pensare che a possibili operazioni offensive in territorio russo) notai la spiccata impronta dinamica del giovane esercito polacco , che si manifestava evidente, oltre che negli ordinamenti anche , e soprattutto nel carattere della tattica in uso. Probabilmente la ragione di tutto questo sta nell'assoluto predominio della sconfinata pianura la quale , nonostante le zone paludose e le foreste, impone tanto nell'offesa , quanto nella difesa, un grande dinamismo nelle operazioni militari


ALLEGATI

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e un'ampiezza di manovra strategica e tattica così pronunciato, da disorientare alquanto la ordinaria mentalità operativa degli eserciti occidentali. Gli è che lo spazio è l'assoluto dominatore del problema militare in quelle regioni , nelle quali di solito vince chi sa meglio svolgere . a proprio vantaggio questo prevalente fatto re topografico. E difatt i fu proprio perché i russi di Kutusoff nel 1812 seppero magistralmente servirsi dello spazio contro le masse occidentali co ndotte da Napoleone non abituate a dominarlo, che la campagna finì con un disastro pel grande Impe ratore . Questa osservazione balza evidente allorché si percorrono per ore e ore le sconfinate pianure , appena ondulate , della Russia· Bianca, lungo la quale nomi gloriosi ma tremendi, anche per le eroiche truppe italiane combattenti con N apoleone , si leggono con profonda commozione sulle varie stazioni della interminabile linea: Borisov, sulla riva della fatai Beresina , gloria dei pontieri italiani; Smolensko; Borodino, sulla Moskova, calvario glorioso del IV corpo italiano, com andato dal Principe Eugenio. Per difendersi su queste sterminate pianure del paesaggio uniforme e monotono, non c'è altro modo che ricorrere al movimento; per sgusciare dalla stretta del nemico , come fecero i russi fra il Niem en e Mosca, e per assillare instabilmente il nemico con colpi di audacia o con la guerrigl ia, come fecero i russi fra Mosca e il Niemen, durante la tragica ritirata dell'esercito napoleonico. Tutta la storia delle secolari invasioni tartare o Mongole e delle disperate emigrazioni russe per sfuggire alla loro terribile minaccia , conferma questa necessità assoluta del movimento come difesa. La difesa statica è la morte , a meno di avere un Kremlino per ogni posizione da difendere. Skobeleff, l' irrompente cavaliere bianco delle operazioni intorno a Plewna del 1877-'78 e Budiennij, l'impetuoso comandante di masse enormi di cavalleria nella guerra civile della rivoluzione russa e nella guerra russo-polacca del 1920, sono dunque a ben ragione ricordati come eroi tipici della vecchia e della nuova Russia. Onde la logica tendenza attuale delle forze armate sovietiche di arricchirsi sempre più di numerosa cavalleria, rafforzata da mezzi di fuoco motorizzati o meccanizzati e dai famosi tacianki ( carrette a quattro cavalli con mitragliatrici lanciate a tutta carriera) di invenzione budjeniana. E si spiega altresì la fervente passione che nell'esercito sovietico si nota per le grandi unità meccanizzate e la cura che i russi pongono per studiarne con i più svariati esperimenti l'impiego.


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Altrettanto logico è lo sforzo col quale il governo sov1et1co cerca di formarsi una abbondante e poderosa arma aeronautica e di crearsi una folta schiera di abili piloti, cominciandone l'addestramento fin dalla adolescenza nelle organizzazioni premilitari. Le esperienze grandiose di trasporto di interi repart i armati con aeroplani, e il lancio per sorpresa con paracadute sulle retrovie del nemico (ved. Relazione) sono una sintomatica conferma dell'ansiosa ricerca della manovra dinamica a grande raggio, bisogno imprescindibile per le operazioni militari in queste regioni. Tutto ciò trovò larga applicazione alle grandi manovre alle quali abbiamo assistito, tanto più che essendo state impostate sulla stessa ipotesi iniziale delle nostre, e cioè in fase di copertura su una supposta frontiera, i colpi di mano audaci e le puntate profonde di sorpresa in territorio nemico all'atto dello scoppio delle ostilità, ebbero il più largo campo di applicazione e di sviluppo. Inutile dire che, in questo campo, trovarono le migliori occasioni di impiego le truppe celeri. meccanizzate o no, e l'averle viste in azione su un terreno ideale per la loro azione. oltre a un vero godimento artistico. fu per noi fonte di preziose osservazioni, specialmente circa la speciale psicologia che si richiede nei capi di siffatte unità per ben guidare operazioni così dinamiche e a così vasto raggio e condurle a buon fine. La nostra Relazione particolareggiata, riporta tutti i dati statistici e le osservazioni di dettaglio che abbiamo potuto raccogliere nel corso delle manovre. sopratutto nell'impiego assolutamente caratteristico delle grandi unità meccanizzate. usate come colonne autonome sugli obiettivi più vari . F.to Gen. F.S. GRAZIOLI


INDICI


INDICE DE I NOMI DI PERSONA A ACERBO, Giacomo, 443 e n . AORJA 'O, imperatore romano, 519. AGO, Pietro, 404. AGRICOLA, governatore della B ritannia, 519. AGRIPPA, Marco, 519 . ALATRJ. Paolo, 223 n. ALBERTI, Adriano, 188 n. ALBERTO. I , re del Belgio. 219. ALBRICC'l, Alberico. 121, 219. 287 ,

290 n. , 296 e n. , 297, 316, 317, 318, 319. 344. 345 n. ALESSA ORO di Macedonia , 518, 520 ALESSJ , capitano, 565. ALFIERI, Vittorio, 20. ALIGHIERI, D ante, 485. AL!PRI DI, generale, 71, 72. AMEDEO di Savoia, duca d'Aosta,

446, 447 n., 448, 475. A~fEGLIO, generale, 70, 75 e n. ANNA di Savoia, duchessa d'Aosta,

446, 475. ANFOSSJ, generale, 286, 287 ft. A GELETII, generale, 72, 74. A. GIOLETTI, generale, 13. ANNIBALE, generale cartaginese,

520, 536. ANSALDO, casata, 410, 420, 421. ANTINORI. Orazio, 16. A rro 'A TRAVERSI. Camillo, 18. ANTO ESCU, Jon, 456. ANTO, ESCU , Mihai. 456, 457. A TONIOLI, L. , 11 n.

AR 'IM (von), Jtirgen, 453. A UBRY, ammiraglio, 42. AUGERAU, generale francese, 530. AUG USTO, imperatore romano, 520. AULED B USEF, casata, 65. ASINARI, di San Marzano , E nrico,

229. AZZARITI, tenente colonnello, 146.

B BACCIIELLI, Riccardo, 535. B ACHER DALBE, ingegnere francese. 531. BADISO, M. , 409 n. BADOGLIO, Pietro , 26, Ili, 11 9,

121 , 123. 129. 131. 133. 137, 144 n., 169, 170 e n. , 171, 176, 177, 209, 229 , 230 n., 233 n .. 245 e n .. 261 n. , 266 n., 267 e n., 272, 275 n., 276 n., 277 e n., 280 n., 308, 320. 321, 322, 323 , 324. 325. 326. 327. 336, 358, 359, 360 e n. , 361, 362, 363 e n., 365 n., 368, 369, 370, 376. 382. 387. 389, 403. 438, 443. 458 , 460,461,462,465,468, 470. 473. 474, 475, 479 . 543, 544, 550. 551. BAISTROCCIII, Federico, 349, 402, 403.419,421,437.468.470,550. BALBO. Cesare, 523. BALBO, Italo, 399 , 404. B ALDINI, Alberto, 434. 449. BALDISSERA, Antonio, 25, 26.


682 BANDE NERE

LU IGI EMILIO LONGO

(dalle) ,

Giovanni .

534. B ARACCA, Francesco , 41 e n. BARATJERI , Oreste, 25. BARBARICI! , , Eugenio, 336. BARBlANI , maggiore , 565. BARBIANO (da), Alberico, 534. BARONE, Enrico, 25, 334. BARGELLINl, Piero, 535. BARLOZZETIJ, U., 416 n. , 420 n. B ARZlNJ, Luigi sr., 36, 47. BASSI, Giuseppe, 75 , 94 e n. , 95, 97 e Il., 98, 99, 100, 102, 105, lQ6,

107, 108, 131 , 133, 137, 146, 159, 209. BASTICO, Ettore, 411. BASTIANINI , Giuseppe, 455, 456. BAVA, Eusebio, 527. BAVA B ECCARJS, Fiorenzo, 27. B EDESCHT, Giulio, 532. BELLI , Giuseppe Gioacchino , 9, 18. BE ELLT, Sem , 270. B ENVENUTI , B., 416 n. BENUSS!, G., 416 n. BERARDI , tenente colonnello, 146. BERRETIA , Alfio , 447. B ERRI, giornalista, 47. BERTHIER, Alessandro, 530. BERTI, casata, 192. BERTOLDI, Silvio, 360 e o., 443 n. B ERTOLINI, Giuseppe, 52, 54, 55 n.,

BORELLI. ufficiale, J 18. BoROEVIC' (von Boyna) , Sve tozar,

192. BOTTAI. Giuseppe, 429, 430, 431. BoTII, Ferruccio, 329, 330 n. , 331 n., 332, 333 n., 397 n. , 399, 400 n. , 401 n. , 402 e n., 408 e n. , 409 n ., 410 n., 411 n., 414 e n., 418 n., 423, 424 n. , 425 n., 430 n. BOULLARD, ammiraglio americano,

258, 262. BOURD ELIAC, Pàgezyde, 488. BOZZONI , sottotenente, 570. BRUGNOLI, Annibale , 17. BRUSSILOV, generale russo , 77. BUCCIA TE, Giuseppe, 351 n., 360 n ., 370 n. , 386 n ., 404 n. B UD1ENNIJ , Semion Michailovic,

405, 677. BUFFARINI GUIDI, Guido, 459, 460,

463, 464, 465, 466. BUSIRI , casata, 12. BUS[RT, Bianca, 16. BUSIRI, Giulio , 13. BUSIRI , Teresa, 11 , 13. B uSIRI VJCI, Andrea , 11. BusIRl VICl, Andrea, jr .. 474 e n. BUSIRI VICI, Carlo, 463. BUSIRI VICI, Clemente, 464 n. , 465 ,

466 e n., 470.

56, 61. B ESSONE, Edoardo, 146. BtANCARDI , colonnello, 22. BIANCHI , Michele, 348. BIGNAMI, Ugo, 18. BISSOLATI, Leonida , 242, 243. B LANCH, Luigi, 523, 525. BOCCACCIA, Epirnede, 503 n. BOGINO, casata, 24. BONGIOVANNl, Luigi, 121. BONOM!, Tvanoe, 319, 320, 321,

324, 325, 326, 327, 343. BONZANI, Alberto , 389, 390 e o.,

403 ft. , 479, 544.

e CAOORNA, Luigi, 28, 55 n. , 60, 84 ,

102 e n., 104 n. , 117, 118, 119, 121, 124, 315, 325, 331,367, 368 e

n. CADORNA, Raffaele, 13. CAGNI, Umberto, 234 e n. , 276 n. CALDIERI, Luigi, 18. CALORI, casata, 15. CALVI, P ier Fortunato, 160 n ., 526. CALVOCORESS1, Peter , 457 n. CAMPI, capitano, 18.


INDICE DEI NOMI

CANEVA, Carlo, 26, 52, 277, 278,

325. CANEVARI , Emilio, 257, 324, 334 n. , 348, 391 n., 397 e n., 398,406

e n., 528. CANTALUPO, R., 67 n. CAPELLO, Luigi , 72, 75, 88, 98, 102,

106, 109, 111 n., 113, 146, 325. CAPPONI, caporale, 572, 573, 574,

577. CARACCIOLO, Mario, 508 n. , 523. CARBO I, Giacomo, 397. CARCHIDIO, ufficiale, 523. CARDUCCI, Giosué, 22. CARIG ANI, generale, 113, 114. CARLE1TI, colonnello, 121. CARLO ALBERTO di Savoia Carignano, 526. CARLO I d 'Asburgo, 225. CARLO E MANUELE I , 21. CARLO V , 357. CARRA, professore di lettere, 14. CARRARA, maestro di musica, 15. CASANA, Severino, 319. CASATI, Emilio , 16. CASTRONOVO , V. , 418 n. CATALANO, F., 419 n. CATALANO, Giuseppe , 18. CAVACIOCCHI , Alberto, 121. CAVALIERE (del), Emilio , 446,448. CAVALLERO, Ugo, 128,290,291 n. ,

358,364,369,370,420,446,543. CAVALLI, Giovanni, 21, 525. CAVEGLIO, capitano, 565, 568. CAVIGLIA, E nrico, 26, 121, 183,

185, 186 n., 187, 188 e n. , 190, 191 , 192, 193, 203 e n. , 205 n., 208 n., 217 e n., 218 e n., 219,261 n. , 272, 276 e n., 277, 278 n., 281 e n. , 325, 342, 391 n., 436. CAVOUR, Camillo Benso, 20, 27. CECCHI, E milio, 535. CERVI, Mario, 252 n. CESARE, Giulio, 520, 521 , 523, 534. CESARINI, R enato, 436.

DI

683

PERSONA

CEVA, Lucio, 335 n., 396 e n., 416

n., 420, 423 e n. C11ABOD, Fede rico, 535. CIA CIO, generale, 74. CIANI, Guido, 19. CIANO, Galeazzo, 451 n., 456. CICCODICOLA, ufficiale , 523. CIGLIANA, generale, 53 ft., 61, 62,

64, 65, 67 n. CLAUSEWITZ (von), Cari, 525. CLAVARTNO, generale, 336. CLEMENCEAU, Giorge, 250, 296. CODIGNOLA, Arturo, 535. COLE1TI, F ., 69 e n. , 70. COLLEONl, Bartolomeo, 534. COLO NA, U.F., 416 n. COLOSIMO, vice-presidente del Consiglio, 278 e n., 279 n., 347. CONRAD, francesco, 77. CONTI, G iuseppe, 426 n. CORRADI, Egisto, 532. CORTESE, generale, 336. CoSTANZI, casata, 23. COVA, Alessandro, 465 e n. CRrSPI, Francesco, 25. CURAMI, Andrea, 396 e n., 416 n.,

420 e n. D D 'AGNINO, Pietro, 18. D ALLOLIO, Alfredo, 336. DAL MASTRO, generale, 44. D ALMAZZO, tenente colonnello,

118, 146, 147, 206-207, 213. DAL VERME, Luchino , 523. D 'ANNUNZIO, Gabriele, 22, 221,

253 n., 276, 280 n., 285, 290 n., 297, 298 e n. , 347, 356. D 'ANTONIO, colonnello, 77. D ' AURIA, E. , 242 n. D'AVA ZO, Giuseppe, 404 n. D 'AZEGLIO, Massimo, 16. D E AMICIS, Edmondo , 16.


684

LUIGI E MILI O LONGO

DE BTASE, Carlo, 363 n. , 387 n. DE BONO, Emilio, 39 e n., 347 , 394, 395, 437. DE CHAURAND de Saint Eustache, Felice, 426 n. DE CRISTOFORIS, Tommaso, 523. DE DONATO, Mauro, 19. DE FELICE, Renzo , 276 e n. , 280 n. , 290 n. , 349 e n., 430,431 n. DE GAULLE, Charles, 399,400, 418. D E HENNING, maggiore austriaco, 207 n. DE MARCHI , Ernesto, 141, 187 e n. D E ROSSI , E. , 39. DE SONNAZ, generale, 527. DE STEFANO, casata, 611. D E VECCHI di Valcismon , Giorgio , 430. D EL BOCA , Angelo, 56 n. , 60 n. DEL GIUDICE , Elio , 429 n. D EL GIUDICE , Vittorio , 429 n. DELLA TORRE, Angelo, 534. DIAZ, Armando, 31 , 123, 124, 125, 129 e n. , 131, 133 e n. , 134 n. , 147 e n., 151, 162, 166 ft., 167, 170, 172 n. , 176, 206 n., 223 , 228, 232 e n. , 233 e n. , 254, 255 , 256 n., 261 , 267, 272, 278 , 283 , 284 e n., 285,286, 288 e n. , 290 e n., 294 e n., 295 , 296 e n., 315 , 316, 317 , 322, 323 , 324, 327 , 342,349,350 , 351 , 353, 358, 363 , 424, 441, 543 , 647. DI GIORGIO , Antonio, 119, 205 , 358 , 359, 361. DI LAURO, Ferdinando, 80 n. DINA, capitano, 568, 657. D IOCLEZIANO , imperatore romano , 519. DOUHET, Giulio , 21, 28, 327 e n. , 329, 333, 388 e n., 399 , 401, 404, 522, 547. DRUETII, generale, 68. DRUSO , Claudio, 519 , 520. DUMAS , Alessandro , sr. , 16, 530.

D URANO , ufficiale francese, 488. DUSMENIL, I. , 298.

E EARL of CAVAN (lord), Frederich Rudolph , 185, 263 , 264. EDEN, Robert Anthony , sir, 439. EDOARDO VIII , 357. EGOROV, generale russo, 405. EINAUDI, casata, 522. ELENA , regina madre di Romania, 456. E LENA di Savoia, 441. EMANUELE FILIBERTO di Savoia, duca d'Aosta, 139, 241 , 251 , 254, 276 e n. , 278, 288, 289, 322 , 351 , 446. ESPINOSA, A. , 298 n. ESTIENNE, generale francese , 400 e n. , 418. E UGENIO di Savoia, 439, 514, 535 , 677. EvERSON, colonnello americano , 233 , 262, 289 ft. , 298. EZIO, generale romano, 519, 534.

F FABBRI , A. , 266. FABBRI, Luigi , 18. FACCHINETII, Cipriano, 467. FALDELLA, Emilio , 419 n., 422, 423 n. , 549 e n. FARA, colonnello, 48, 49 , 50 ft., 51 , 561 , 562, 563 , 564 , 565, 566, 567 , 568, 569,571,574, 575,576,577. FARINA, Salvatore , 93 e n., 94 n., 95 e n. , 97 n. , 98 e n. , 99 , 100 n. , 101 n. , 102 n. , 104 e n. , 105 n., 109 n., 131 e n. , 132 n. , 137 n. ,


INDICE DEI NOMI DI PERSONA

139 n., 140 e n. , 141 n., 143 n. , 165 n., 180 n., 214 e n., 219 n. FARNESE, Alessandro , 514, 534. FAVAGROSSA, Carlo, 414 n. , 468, 472. FECIA di COSSATO , generale, 28. FEDERICO GUGLIELMO III di Prussia, 330. FEDERICO II di Prussia, 330, 535. FEDERZONI, Luigi, 459, 535 . F ERRABTNO, Aldo, 535. FERRAR!, Giuseppe, 361, 371, 544. FERRARIS, contessa, 348. F ERRETTI, Lando, 372. FINZI, Aldo, 548. FLAVIO, C laudio Giuliano, 519, 520 , 534. FLORA, Francesco, 535. FOCH, Ferdinando, 148, 245 , 246. FORTEBRACCIO, Braccio, 534. F OSCHINI, An tonino, 41 n. FOSCOLO, Ugo, 523. FOSSATI , Giorgio, 410. FRANCHET d'EsPEREY, Louis, 229, 232, 233, 246, 252, 261, 267, 268 n. !FRANCHINI , ufficiale, 118. FRANCHINI STAPPO, tenente colonnello, 297. FRANZINI, Antonio, 526 , 527. FRASCARELU, M. , 30, 31 n. FRATTINI, professore di matematica, 18. FREGUGUA, Luigi, 180 n. FULLER, J.F. C., 399, 400, 417.

G GALEANI NAPIONE, Giovanni Francesco, 523. GALLI , Vittorio , 19.

685

GALLIANO, Giuseppe, 523. GALLINARI , Vincenzo, 171 e n. , 219

n. , 241 e n., 260 e n. , 272 e n., 273,277 e n., 318 n ., 321 n., 336 11.

GAMELIN , Maurice Gustave , 439. GANDINI, Mario, 532. GANDOLFO, Asclepia, 191. GARIBALDI, Giuseppe, 17,405,458,

511 e n., 512 e n. , 513 , 526, 535. GARIONI , generale, 51 , 53 ft. , 54,

56, 57 n. , 60 e n., 61, 62, 64 n . , 121. GARRONE, generale, 336. GASPAROTTO, Luigi, 337 , 344,352. GATTI, Angelo , 117, 118 n. , 119 n . , 120, 121, 322 n. , 328, 335 n., 346 e n. , 363. GAUCHER, ufficiale francese, 298. GAZZERA, Pietro, 129, 389 n., 390, 391 11., 396, 402, 479, 544. G ELLl , casata, 300 . GENTILE, Giovanni, 372. GERMANICO, Cesare, 519 , 520, 534. GERRA, Ferdinando, 280 n. , 283 n. , 286 n., 298 n. GESSI, Romolo, 16. GIACCHERO, Marta , 519 . GIANNI, tenente colonnello , 566. GIANNINAZZI, tenente colonnello ,

67. GIARDINO, Gaetano, 77, 94, 97,

1!2, 118, 119, 120, 123, 124, 179, 321 , 322, 323, 342, 349, 376 , 377, 386. GIOLITTI, Giovanni , 52, 54 , 3)8, 323 , 325 , 326. GIORGIO V , 219, 357 , 439. GIOVANNONI, Attilio , 14. GIRARDET, R. , 488 n. GIUDICI, Paolo, 93 e n . GIULIANO (l' Apostata) , 519. GIURATI, Giovanni, 375, 432. GLORIA, C., 395 n. GOBETTI , Pietro , 332.


686

LUIGI EMILIO LONG O

GOLTZ (von der), Kolmar Freiherr ,

GUZZONI, Alfredo , 449.

330. GbMBOS, primo ministro ungherese,

H

441. 233 , 235, 240, 262, 264, 265, 276 n., 289 ft. , 298. GOURAUD, generale francese, 367. GRANDI, F., 325. GRANDI , Dino, 458 11. GRAZIANI, Andrea, 137. GRAZIANI, Rodolfo, 460, 464, 465 e n. , 466, 470, 473. GRAZIOLI, Andreina, 28, 82, 261, 463, 465 , 468, 473, 474 e n. , 541, 542. GRAZIOLI , Anna, 11. GRAZTOU, Carlo, sr., 11, 12, 13. GRAZJOU , Carlo , jr. , 12, 15. GRAZIOLI , Giovanni, sr. , 11. GRAZIOLI , Giovanni, jr. , 11 , 12, 14. GRAZIOLI , Giulio , 12, 13, 14, 15, 446. GRAZIOLI, Graziella, 42. GRAZTOU , Mario, 42, 542, 576 n. GRAZIOU, Pio, 11, 12. GRAZIOLI, Stanislao , 12, 15. GRAZIOLI , Teresa, 12, 14. GRAZJOLI, Vincenzo, 11, 12, 13. GRAZIOLI, Vittoria, 219, 446, 474, 475. GORDON,

generale inglese,

GRAZJOLI BIANCO, Anna Agnese, 28, 30 ft. , 446, 561. GRAZIOSI , casata, 13. GREGORI, maggiore , 43. GREGORIO VI , 12. GREGOROYIOUS, Ferdinando , 22. GRIBEAUVAL , casata, 524. GRTMANI, casata, 146. GROSSJCH, Antonio, 226. GUALANO, Antonio, 474 e n. GUALTTERI, generale, 544. GUDERIAN , Heinz, 400, 413, 418 ,

547. GUICCIARDINI, Francesco, 523 .

HASSLER, Alberto, 22. HASSLER , Carolina , 22. HERCOLANI GADDI , capitano, 56. HITLER, Adolf, 454, 455. H OBART, generale inglese, 399, 547. HOHENLOHE, casata, 75, 106. HOST VENTURI, Giovanni, 226 n. ,

227 n. , 279, 280 n. HUGO, Victor, 510. H UMBERT, generale francese , 277,

278. HUTIER (von) , generale tedesco ,

498, 501.

ILARI , Virgilio, 329, 330 n. , 331 n. , 332, 333 n., 397 n., 399, 400 n. , 401 n. 402 e n., 408 e n., 409 n.,

410 n. , 411 n . , 414 e n. , 418 n. , 423, 424 n. , 425 n. , 430 o. INFANTE, Adolfo, 398 e n., 401.

J JOUBERT, generale francese , 530.

K KAN ZLER, generale pontificio, 13. KIDDLE, ammiraglio inglese, 258. KIRCHER, casata, 448, 459. KNOX, Mc. Gregor, 418 e n. KONEY, Ivan Stepanovic, 400. KbYESS, generale austriaco , 496. KRETSCHMANN GRJZIOTII, Jenny,

521. K UTUSOFF, Michail Larionovic, 677.


INDICE DEI NOMI DI PE RSONA

L LAMARMORA, Alessandro, 525 . LAMARMORA, Alfonso, 525. LANNES, generale francese, 530. LANTE D ELLA ROVERE, casata, 11. LEMMI, Francesco, 523. LEQU10, generale, 44, 577. LEVA, saggista storico, 523. LIBERATI, tenente, 574. LlDDELL HART, Basi! H. , 148 n., 392 n., 399,400,401,412 n., 418, 454 e n., 535, 547. LrPPI, Giovanni, 17. LIST (von), Wilhelm, 439. LrTYJNOFF, ministro degli esteri russo, 439. LIVINGSTONE, Davide, 16. LOMBARDI, Stefano, 121. LOVATELLI GAETANI, Ersilia , 22. LUCATELLJ (pseudonimo: Oronzo Marginati), giornalista, 47. LUCULLO, proconsole romano, 519. LUOENDORFF, Erich, 148, 501. LUTGl AM EDEO di Savoia, duca degli Abruzzi, 53 ft. Lussu, Emilio, 532. LYAUTAY, H., 488 e n.

M MACHIAVELLI, Nicolò, 523. MAGINOT, André, 371, 440. MAKENSEN, generale tedesco, 496. MALAGODI, Olindo , 324 e n. MANARA, Luciano, 526. MANGILLI, Orsola, 73. MANGONE, A. , 351 n. MANTN, Daniele, 160. MARC' AURELIO, imperatore romano, 519. MARCHEITI SELVAGGJANI, Francesco , 14.

687

MARCO FURIO CAMILLO, dittatore romano, 520, 534. MARCONI, Guglielmo, 517. MARCU, ministro della propaganda romeno, 457. MARGHERITA di Savoia, 22. MARGINATI, Oronzo (vedi LuCATELLI), 47. MARIO, Caio , 518, 520, 534. MARMONT, generale francese, 530. MARTINT, Ferdinando, 27, 61, 62 n., 68, 77, 227. MASCAGNI, Guglielmo, 23. MASSENA, Andrea, 530. MASSOBRIO, Giulio, 331 n., 418 n.; 419 e n. MATASST, Enrico, 19. MAITEOITI, Giacomo, 362. MAUSSIER, maggiore, 62. MAZZA, generale, 33, 35, 36, 37, 38 , 325 . MAZZINI, Giuseppe, 526. MECOZZI, Amedeo, 128 e n., 404. ME.DICI (dé), Jacopo, 17. MEDICI (dé), Lucrezia, 17. MENELIK, sovrano etiope, 25. MERCATELU, Luigi , 52, 54, 56, 61, 68. MERIGGI, M., 40 n. MESSE, Giovanni, 406, 407 n. , 453, 473, 474 e n. ; 546 e n. METAXAS, Joannis, 440. MEZZETTI, capitano , 63. MIANI, Antonio, 56, 57, 58, 61 e n., 62, 63, 64, 65, 67 n., 68, 69. MICHELE 1 di Romania, 456. MICHELINI, maggiore, 26. MIGLIA, F., 420 n. MILLO, Enrico, 223, 276 n. MOLÀ, ammiraglio, 258 e n. , 259, 260 n. MOLINARI, giornalista, 47. MOLTKE (von), Cari Bernard Helmuth, 31. MOMMSEN, Teodoro, 22.


688

LU IG I EMILIO LONGO

MONCADA, tenente colonnello, 456. MONTECUCCOLl, Raimondo, 514,

535. MONTGOMERY, Bernard Law, sir,

412 n., 452. MONTJCONE, Alberto, 316. MONTO , Carlo , 485 n. MONTUORT, Luca, 123 n. , 437. MORELLI, capitano , 17. MORI ,

G. , 124.

MORIS, Mario Maurizio, 124. MORRONE, Paolo, 125, 128, 146,

NIETZSCHE,

323 , 346, 347 , 348, 349 e n . , 350, 351 , 353, 354, 358, 359, 360, 361, 362, 363 , 367 n. , 369, 370, 371, 372, 375 e n. , 376, 377 n., 381 e n. , 382 n., 386, 390, 391 n., 392 e n. , 393 n., 399, 403 , 404, 434, 440, 441 , 442 e n. , 443, 444 ft., 448, 449 e n., 450 e n., 451 n. , 452 e n., 454, 455 , 456, 458, 459 , 461 , 462, 465 , 466 , 470, 471 , 472, 478 , 534 e n. , 542, 548 , 549, 550 , 551, 552.

N NAPOLEONE I, Bonaparte, 25 , 441 ,

469 ft. , 530, 531 , 535 , 537, 545 , 677. NASI , Guglielmo, 447. NAULIN , generale francese , 281 , 283 . NICOLA, re del Montenegro, 223 n. NJCOLIS di ROBILANT, Mario , 124,

125, 246, 278, 281 , 283 , 284 e n. , 285 e n., 286, 287, 288, 289, 292 n. , 293 , 294 e n. , 295 , 296, 318.

Guglielmo ,

NIGRA, colonnello, 75 , 76 n. NIGRA , Costantino , 27. NIVELLE, Roberto, 498. NITTI, Francesco Saverio, 223 n.,

242, 279 e n. , 286, 287, 288 11., 289, 290 e n. , 291 n. , 292, 293, 295 , 296 e n. , 297 e n., 303 , 304 n. , 315 , 316 e n., 318, 319 , 323 , 324, 325, 327 , 329, 335, 480.

342. MORTARA, guardasigilli , 316. MUNTASSER, casata, 57. MUSSOLINI , Arnaldo, 362. MUSSOLINI , Benito, 276 n. , 278 , 279, 315 n. , 319, 320 n., 322 n .,

Fe derico

540.

o 0IETTI , Ugo, 14, 367. 0MODEO, Ado lfo, 83 e n. ORIANI , Alfredo , 435. ORLANDO, Vittorio Emanuele , 232 e n. , 233 e n. , 239 n. , 242, 243, 244 Il. , 255 , 261 e Il., 263 , 265 , 271, 272 e n., 276, 277, 278 n. ,

279. ORSINI, Piero, 52 . OSIO, Egidio, 17. 0SSOINACK, Andrea, 225 , 227. OSTI, tenente, 43 .

p PACELLI, Filippo, 12. PALMIERI, Giuseppe, 525. PANSA, (barone) , funzionario ministero affari esteri, 456. PANTANO, Gherardo , 70 e n. PARIANI, A lberto, 402 , 411 , 434,

437 e n. PARIBENI , Roberto , 520 . PARINI, Piero, 534. PARODI , colonnello , 18. PASCARELLA, Cesare , 22. PASCARELLA, maestro di ballo , 15 . PASCAZIO, N. , 351 n. PASTORE, Federico, 18.


689

l:s!DI CE DEI NOMI DI PERSONA

PAVOU I, Alessandro, 464. PECORI GIRALO!, Guglielmo, 241 n., 266 n . , 283 n. , 284 n., 285 e n. , 286 n. , 292 e n., 293 n. , 294 e n . , 295 11. , 296 n . , 297 n., 342,

~PELLEGRINI, Margherita, ·11. PELLOUX, Alberto, 27. PELLOUX, Luigi, 27. PENNELLA , Giuseppe, 132. PENTIMALLI, Natale, 334. PERICOLI, tenente colonnello, 46, 574. PETAIN, H enry Philippe Omer, 219, 400, 502. P ETITTI di RORETO, Carlo, 238. PIACENTrNI, Settim io, 223 n . PIANELL, Giuseppe Salvatore , 357. PIAZZA, giornalista, 47. PICCININO, iccolò, 534. PIERETII , maestro d'equitazione, 15. iPIERI, Piero, 359 11., 362 n., 523. ÌPIGNATO, Nicola, 397 n., 416 n. PILSUDSKY , G iuseppe, 367, 439, 516. PINELLI , Bartolomeo, 9. Pro, IX, 12. P10, XII, 12. PtRELLA, A. , 416 n., 420 n. PlRZIO BIROLI, Alessandro , 78 , 204, 213 , 219, 437. PITTALUGA, Vittorio Emanuele, 286, 296, 297 e n. PIZZETTI, Ildebrando, 535. P LUTARCO, storico greco, 554. POLLIO, Alberto , 32, 33 , 60, 495 , 532. PONZIO, generale, 342. PORRO, Carlo , 103 n. , 105 IL, 106 n. POSSONY, Stefa11 Th. , 522. POTENZIA I, casata, 23. PREZIOSI, Giovanni, 348 , 349 11. PUGNANJ , Angelo, 395 n., 402, 409, 416 n.

Q QUERCIA, Attilio, 409 n.

R RADETZKY de RA DEZ (von), Josef Wenzel , 356, 525. RAGNI , Ottavio, 52, 54. RAINER, Guglielmo, 228, 229. RAMADAM SCETENI, capo arabo, 68. RANZI, Fabio, 39. R ATYÉ, ammiraglio francese , 258. REM , scrittore, 534. REMARQUE, Erich Maria, 387 , 509, 534. R EY, generale francese, 530. RICCI, capitano , 118, 120. RICCI, Renato, 372, 373 , 375 e n. , 376, 432. RICCI ARMANl, generale, 114, 115, 117. RICCOBONO, Salvatore , 520. RIGONI STERN, Mario, 532. R OATTA, Mario, 468 e n., 472. ROCHAT, Giorgio , 40 n., 92 n., 93 e n. , 94, 106 e n. , 107 e n., 112 e n., 132 e n., 134 e n. , 138 n. , 139 n. , 140 n., 143 n., 144 n., 165 n., 180 e n. , 181 n., 214 n., 218 e n. , 219 n. , 315 n . , 316 n., 317 n. , 318 n. , 320 n. , 321, 322 n. , 323 n ., 324 e n. , 325 n. , 327,328 n., 329 n., 330 n., 353 n. , 358 e n .. 359 n., 362 n. , 418 n . , 419 e n. , 549 e n. , 552 11. RODINO, Giulio , 335. ROGNONI, colonnello , 91, 118. ROMANO, Sergio, 51 e n. ROMEO , R , 419 11 . ROMMEL, Erwi11, 453,454,539 e n. , 546. R ossi, generale, 287 e ft.


690

LUIGI EM ILIO LONGO

ROSTAGNJ, Augusto, 535. ROTIGLIANO, Edoardo, 458. ROUSSEAU, Gian Giacomo, 515. ROV ERE, Enrico, 396 e n. RUD1Nf, Antonio, 27 . R UGGIERO, ammiraglio, 234 e n., 289 ft. RusSELL, Bertrand, 544. Russo BONADONNA, funzionaria Senato, 477.

s SAINT HILAIRE (de), Emil, 16. SALANDRA, Antonio, 71 . SALASCO, Carlo, 527. SALATA, prefetto, 298. SALVIATI, Bernardo, 17. SALVIATI, Giovanni , 17. SAN MARTINO (di), senatore, 439. SAN MARZANO (di), generale, 403 ft. SANTERNECCHI, generale, 118. SANTINI , generale, 437. SAPEGNO, Natalino, 535. SAPORI, Francesco, 520. SARAZANI , Fabrizio, 11 n. SARTI, R., 419, 420 n. SARTO , Giuseppe (Pio X) , 124. SCALA, E doardo, 43 n. SCALEA, ministro della Guerra, 346. SCHIRER, William L. , 454 e n. SCHOMBURG (principe di) , 371. SCHOPENHAUER, Arturo, 540. SCIPIONE, Publio Cornelio , 518, 520, 534, 535 , 536. SCIPIONI, Scipione, 129, 144 n. , 362. SEBASTIANI, Osvaldo , 443. SEECKT (von) , Hans, 391. SEGRE, Roberto, 490, 491. SEJFF E L NASSER, casata, 54, 57 . SETTA, S., 375 n., 434 n. SETTIMIO SEVERO, imperatore romano, 519.

SIACCI, francesco, 21. SIKORSK Y, generale polacco, 366 ft., 370. SILLA, Lucio Cornelio, 519. SILVESTRI, Mario, 122, 123 n., 553 e n. SFORZA, Carlo, 293. SFORZA, Francesco, 534. SFORZA, Muzio Atte11dolo, 534 SKOBELEFF, generale russo , 677 . SODANT, capitano, 22. SODDU, Ubaldo, 465. SOFFICI, Ardegno, 457 n. SOLERI, Marcello , 346 . SONNINO, Sidney, 71, 223 n., 224, 233 e n., 239 11., 242,243,244 n., 255, 261, 263, 265, 272, 279, 280 e n., 296. SPERON I, G., 447. SPINGARDI , Paolo, 52. SPINOZA, Benedetto , 444. STALIN, Josif, 675. STALNEY, Enrico, 16. STARACE, Achille, 375, 432, 434. STEFANI, Filippo , 33 e n., 39 e n .. 74 n., 113 e 11. , 171 n . , 174 n., 320,321 n., 337 n., 353 n. , 391 n., 394 e n., 400 e n., 412,413 11. , 414 e n. , 416 n., 418 e n., 425 n., 427 n., 435 n., 453 n. , 517 n. STILICONE, generale romano, 519, 534. SUMMERAL, generale americano, 281. SwEET, John Timothy, 395 n .

T TANCREDI SALETTA, Edoardo G . Battista , 31, 32. TASSONI , Giulio, 42, 52, 68, 69, 70, 342, 437. THAON DI REVEL, Paolo, 227, 244 e n., 258 n. , 259, 260 n., 263,272 e


691

INDICE DEI NOMI DI PERSONA

n. , 315, 322, 349, 350, 360, 421 , 464. TEODOSIO, imperatore d'Oriente,

519, 534.

YIO, podestà di Fiume, 226. VISCONTI , Ennio Quirino, 14. VISCONTI PRASCA, Sebastiano , 398

e n.

TERUZZI, Attilio, 447. TIBERIO, imperatore romano , 519. TIMOSENKO, Semen Kostantinovic,

405.

VISCONTI V ENOSTA , tenente , 82 ft. VJITORIO EMANUELE TI, 11 , 12, 21. VITTORIO EMANUELE III, 17, 223

n. , 345 , 347, 457, 468.

TITO, imperatore romano, 519. nrroNI, Tommaso, 296 e n. TOLSTOI, Leone, 510. 1rOSELLT, Pietro, 26 , 508, 523. TOSTI, Amedeo, 523. TOT!, Enrico, 508. TRABUCCHI, Augusto, 409 11. TRAIANO, Ulpio, 519, 520, 534. TRANIÉ, generale francese, 229,

231, 232 e n., 233, 236, 238 e n. , 239, 240, 245, 247, 250, 289 ft. , 298. T URATI, Augusto , 372, 375, 432.

VITTORIO EMANUELE di Savoia , conte di Torino, 173. VIVARELU , R. , 228 n. VOLPE, Gioacchino, 523 , 536. VOROSILOY, Kliment Efremovic,

405 , 417 ft. , 675.

w W ATS, generale inglese, 281. WILDE, Oscar, 544. WILSON, Tommaso Woodrow , 226,

271.

u UMBERTO l , 28, 42, 51 , 52. UMBERTO di Savoia, 439, 442 ft.

WINT, Guy, 457 n. WITHEAD, casata , 258. WITTHAM, John, 39 n. , 335 n.

V

z

VACCARI, Giuseppe, 327, 361. VALORI, Aldo, 331 e n. , 523, 535. VALIANI , Leo , 228 e n. VALLE, Giuseppe, 551 e 11. VASSALLO, giornalista, 47. V ENIER, casata, 11. V ERDI, Giuseppe, 21, 23. VERNE, Giulio, 16. VERY, casata, 638. VESPASIANO, Tito Flavio , 519. VIGAN6, generale, 26. VrLLORESI , capitano, 565, 574.

ZA ELLA, deputato, 270. ZELLI IACOBUZZI, G. , 408 n. ZINGARELLI, Nicola, 543. ZOLA, Emil , 510. Zou , C., 47 , 55 n. , 67 n., 69 n. Z OPPI, Gaetano, 72. ZOPPI, Ottavio, 72, 137, 139 e n. , 187 e n., 189 e n., 211,394, 395 e

n. , 404, 523, 549 e n. Z uccou, casata, 22. Z UPELLI, Vittorio, 325. ZWHEL, generale tedesco , 148.


INDICE GENERALE

pag. Ringraziamenti

5

Presentazione

7

Dagli inizi all'esperienza libica Capitolo primo Capitolo secondo: La grande guerra: i primi tre anni (maggio 1915-maggio 1918) li Corpo d'Armata d'Assalto Capitolo terzo Al comando del Corpo d' Occupazione InteralCapitolo quarto leato di Fiume Dagli a nni Venti agli anni Quaranta Capitolo quinto L' attività politica e pubblicistica Capitolo sesto

9

221 303 477

Allegati

555

Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato

1: Conclusioni al termine della campagna tattica della scuola di guerra 2: Il combattimento di Bir T obras 3: L'attacco di San Marco in relazione all'impiego d'artiglieria 4: Apertura dei varchi e scatto delle fanterie 5: Testo della conferenza tenuta ai Com.ti di D ivisione, Genio dell.VIII C.A. di Artiglieria e 6: Formazione e preparazione di una riserva mobile strategica 7: Norme per l'impiego tattico delle Grandi Unità d'Assalto 8: Direttive ai Comandi delle Divisioni e dei Raggruppamenti d 'Assalto 9: Relazione sulla situazione a Fiume 10: Note esplicative al discorso in Senato sul b ilancio della Guerra 11: Memoria riassuntiva della missione militare italiana in Russia

71 131

557 561 581 585 587 597 619 643 647 653 673


694

LUIGI EMILIO LONGO

Indici

679

Indice dei nomi di persona Indice generale

681 693


FINITO 0 1 STAMPA RE NEL MESE 01 APRILE

1989 . A CURA DELLA TIPONAPOLI.

PER

DELL'UFFICIO STORICO

DEL-

FOTO-UTO CONTO

SAGRAF

-

LO STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO


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