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EUNOMIA - ARTICOLI VARI DI APPROFONDIMENTI E CRITICA STORICA

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Eunomia in greco antico: Εὐνομία, dal greco èu, buono, e nòmos, legge, traducibile con "buon governo"

E’ una Rivista di Studi su Pace e Diritti Umani nasce con l’intento di ospitare contributi scientifici originali di autori italiani e stranieri, in lingua italiana o nelle principali lingue estere, riguardanti la pace e i diritti umani. La composizione del comitato scientifico, con la presenza di studiosi italiani e stranieri d'indubbio rilievo scientifico e una scrupolosa politica di peer-reviewing garantiscono la qualità dei contributi pubblicati. La rivista è presente nei principali database internazionali: Ulrich’s Web, ROAD ISSN, Google Scholar, Summon, EBSCOhost (Political Science Complete), ACNP (Catalogo Italiano dei Periodici). Direttore responsabile Salvatore Colazzo Comitato di Direzione Giuseppe Gioffredi Attilio Pisanò Anna Maria Campanale Thomas Casadei Victor Luis Gutiérrez Castillo Roberto Maragliano Gianpaolo Maria Ruotolo


ARTICOLI PUBBLICATI DA PAOLO MACRI'

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Henry Kissinger tra idealismo, realismo e costruttivismo. Considerazioni per il nuovo secolo; Un’analisi dei più recenti contributi agli studi strategici e alla storia militare; Varian Fry e il Centre Américain de Secours a Marsiglia, 1940-1941; Gli Stati Uniti e i governi rivoluzionari russi tra il 1917 e il 1918: iniziative diplomatiche straordinarie e umanitarismo; I quaccheri americani e le attività di soccorso in Europa e nella Russia bolscevica, 1917-1921; Riflessioni su Ordine mondiale di Henry A. Kissinger; Volontari statunitensi sul fronte occidentale dal 1914 al 1917 tra partecipazione ai combattimenti e interventismo umanitario.


Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali Eunomia V n.s. (2016), n. 2, 555-570 e-ISSN 2280-8949 DOI 10.1285/i22808949a5n2p555 http://siba-ese.unisalento.it, © 2016 Università del Salento

PAOLO MACRÌ Henry Kissinger tra idealismo, realismo e costruttivismo. Considerazioni per il nuovo secolo

Abstract: This essay deals with Henry Kissingers’ political thought, examining his main works and the analyses of his main critics. In particular, in «H-Diplo Review» some critics discuss the evolution of Kissinger’s thought during his long career of scholar and stateman. Keywords: Henry Kissinger; U.S. Foreign Policy; International Relations Theories; Idealism; Neorealism; Structuralism.

Henry Kissinger è uno dei pochi statisti e studiosi in grado di accendere dibattiti appassionati per l’inesausta capacità di occupare la scena della politica internazionale. A novantatré anni è uno dei massimi punti riferimento del mondo politico statunitense, un analista in grado di formulare ipotesi predittive di straordinario interesse, uno statista capace di proporsi come pontefice di sistemi politici distanti e di condurre attori-chiave dei processi diplomatici verso inaspettate convergenze. La figura magistrale di Kissinger in politica estera e la sua carismatica ininterrotta presenza negli ambienti internazionali hanno suscitato nel tempo numerose polemiche in ambito politico e accademico. La recente pubblicazione dello storico scozzese Niall Ferguson ha aggiunto un nuovo tema al dibattito tra sostenitori e detrattori dello statista. Uno degli argomenti, che ha suscitato maggiore interesse tra gli studiosi, è stato quello della corretta collocazione del pensiero di Kissinger nell’ambito delle grandi correnti teoretiche delle relazioni internazionali. Nel 2015, per la casa editrice Penguin, Ferguson ha licenziato la prima parte di un vasto studio biografico intitolato Henry Kissinger. The Idealist 1923-1968. 1 La definizione di Kissinger, evidenziata nel sottotitolo, ha suscitato vivaci reazioni, soprattutto da parte di quanti hanno sempre preteso di collocare il pragmatismo dello statista nell’ambito della formulazione più compiuta del realismo, quella neorealista 1

N. FERGUSON, Henry Kissinger: The Idealist 1923-1968, New York, Penguin Press, 2015.

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waltziana, considerando le sue posizioni politiche e filosofiche come il risultato dell’esercizio di uno scaltro e originale machiavellismo transatlantico. Niall Ferguson, già storico nell’università di Harvard e recente acquisizione dell’Hoover Institution di Stanford, non è nuovo a prese di posizione originali. Secondo alcuni studiosi di scienze internazionali, quest’ultimo lavoro azzarderebbe giudizi perentori, giungendo a conclusioni di scarso spessore analitico e inutilmente provocatorie. Tali osservazioni, per quanto meritevoli di attenzione, non rendono giustizia né all’opera di Ferguson né al pensiero di Kissinger. L’autore della biografia, infatti, nell’interpretazione delle fonti archivistiche ha compiuto un lavoro esegetico rigoroso e di vasta portata, che potrebbe peccare di enfasi ma certamente non di rigore metodologico o analitico. In questa prima parte della biografia, peraltro, Ferguson non spinge la sua narrazione oltre il limite temporale del 1968. Lo studio si ferma prima del contributo diretto di Kissinger alla politica estera statunitense della presidenza Nixon. Per quanto sarebbe opportuno attendere la pubblicazione della seconda parte della ricerca per formulare giudizi più puntuali sulle analisi di Ferguson, effettivamente, alcuni elementi del pensiero kissingeriano emersi potrebbero trovare radice in una peculiare reinterpretazione dell’idealismo kantiano. Sull’argomento, che non ha conosciuto numerose occasioni di approfondimento scientifico, un confronto recente e interessante è stato quello tra Mario del Pero, Philip Zelikow, Colin Dueck, Thomas A. Schwartz, lo stesso Ferguson e Jussi Hanhimäki, pubblicato sul numero 3 del 2016 della rivista elettronica «H-Diplo Review». 2 Il contributo di Mario Del Pero è, senza dubbio, quello più critico. Del Pero definisce il lavoro di Ferguson pleonastico e ridondante e ne contesta l’angusto orizzonte metodologico. A suo parere, Ferguson offrirebbe poche novità e giocherebbe sull’ambigua attribuzione di una “patente idealista” a Henry Kissinger, rispetto al quale l’opera si apprezza più come un’agiografia aneddotica che un rigoroso lavoro storiografico. Del Pero, inoltre, contesta la scarsa originalità di Ferguson e ritiene ambigua l’attribuzione di un’etichetta idealista, che non sarebbe sufficiente a definire le posizioni di Kissinger, anche se queste riguardano il periodo precedente all’impegno nell’amministrazione Nixon. Per quanto i giudizi di Del Pero sul testo siano lapidari, 2

Vedi la pagina internet all’indirizzo http://www.tiny.cc/Roundtable-XVIII-3.


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almeno su un punto dovrebbe esserci concordanza tra i due autori: Kissinger non può essere propriamente considerato un realista classico. In questo senso, la posizione di Del Pero nei confronti di Kissinger è nota e già emersa nella parte centrale della pubblicazione dedicata all’influenza dello studioso americano sulla politica estera degli Stati Uniti, 3 nella quale definisce il realismo di Kissinger ambiguo ed eterodosso. Nell’analisi condotta, Del Pero spoglia il presunto realismo kissingeriano di connotati di facile interpretazione e ne sottolinea l’enfasi pessimistica e splengleriana. Secondo questo commento, la matrice del pensiero dello statista presenterebbe un’attitudine fortemente pragmatica, indirizzata a corroborare la politica statunitense in una sorta di astuto gioco d’anticipo, che non avrebbe reali ambizioni interpretative. Kissinger, osserva Del Pero, con i suoi primi contributi accademici 4 e con il lavoro presso il Council

on Foreign Relations (CFR), 5 si sarebbe accreditato come intellettuale di

riferimento nella discussione sulla deterrenza nucleare statunitense per spostare successivamente la propria posizione nell’area del cosiddetto Cold War Liberalism, superata disinvoltamente durante gli anni alla Casa Bianca con il presidente Nixon. Seguendo il ragionamento di Del Pero, Kissinger andrebbe considerato semplicemente un diplomatico opportunista, esponente di un mutevole globalismo strategico, attento esclusivamente a tenersi in sintonia con la parte politica egemone nel dibattito sulla guerra fredda. I contributi degli altri studiosi, coinvolti nel dibattito di «H-Diplo», si attestano su altre posizioni. Philip Zelikow della University of Virginia, infatti, concorda pienamente con Ferguson sull’ipotesi del presunto idealismo originale kissingeriano. Zelikow, riferendosi ai lavori accademici di Kissinger e in particolare al suo A World Restored, 6 riprende con convinzione la posizione di Ferguson, secondo la quale lo statista avrebbe 3

Cfr. M. DEL PERO, Henry Kissinger e l’ascesa dei neoconservatori. Alle origini della politica estera americana, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. 37-70. 4 Cfr. la Senior Thesis di H. KISSINGER, The Meaning of History: Reflections on Spengler, Toynbee and Kant, del 1950 e la sua tesi di dottorato Peace, Legitimacy, and the Equilibrium: A Study of the Statesmanship of Castlereagh and Metternich, del 1954, inserite NELL’OPAC dell’università di Harvard, rispettivamente alle pagine http://id.lib.harvard.edu/aleph/003744013/catalog e http://id.lib.harvard.edu/aleph/003879621/catalog.. 5 A metà degli anni Cinquanta, Kissinger lavorò presso la Harold Pratt House, sede del CFR, per un anno. In questo periodo si occupò di analizzare l’impatto rivoluzionario delle armi nucleari sulla politica estera statunitense, sul quale scrisse il suo primo libro di successo: Nuclear Weapons and Foreign Policy del 1957. 6 Cfr. H.A. KISSINGER, A World Restored: Metternich, Castlereagh, and the Problems of Peace 18121822, London, Weidenfeld and Nicholson, 1957.

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aspirato ad essere un “Castlereagh americano”. Kissinger, secondo i due autori, avrebbe preferito essere considerato l’artefice di un durevole equilibrio pacifico, come quello promosso da lord Castlereagh nell’Europa post-napoleonica, più che l’epigono di una “sterile concezione di arte del governo”, come quella proposta dal principe Metternich. Da queste considerazioni, si potrebbe dedurre che per Kissinger l’azione diplomatica statunitense non avrebbe dovuto essere ancillare al mantenimento degli equilibri esistenti, sostenendo azioni militari su larga scala, ma sarebbe dovuta diventare lo strumento principale per la soddisfazione degli interessi nazionali statunitensi. Zelikow riprende anche altre considerazioni di Ferguson, come quelle sulla differenza tra le posizioni di Kissinger e quelle dei consiglieri delle presidenze Eisenhower, Kennedy e Johnson. Kissinger, per quanto sostenuto da un implacabile anticomunismo, infatti, sarebbe stato ben più conciliante dei funzionari del dipartimento di stato. Durante gli anni Sessanta, secondo Zelikow e Ferguson, Kissinger avrebbe dimostrato di voler concedere più di un’apertura ai leader europei, nel tentativo di consolidare i rapporti transatlantici, evitando di metterne alla prova l’effettiva tenuta attraverso rapporti di forza. Inoltre, tra il 1965 e il 1966, Kissinger avrebbe maturato la convinzione della necessità di negoziare accordi diplomatici, visitando ripetutamente il Vietnam del Sud, per assicurare agli Stati Uniti una via d’uscita dal conflitto indocinese. In altre parole, sino al 1968, Kissinger al fine di salvaguardare gli equilibri internazionali sarebbe stato incline al superamento della difesa esclusiva dell’interesse nazionale, dimostrando maggiore moderazione rispetto a molti esponenti dell’establishment repubblicano. Tanto è vero che non avrebbe fatto mistero della sua insofferenza per l’estremismo delle posizioni del candidato repubblicano Barry Goldwater, durante la campagna per le elezioni presidenziali del 1964. Sull’origine idealista del pensiero kissingeriano, Colin Dueck della George Mason University concorda solo parzialmente con Ferguson. Dueck rimarca una sostanziale differenza tra il presunto idealismo di Kissinger e quello dei liberali statunitensi. Se, infatti, l’idealismo americano in politica estera è legato ai concetti di promozione della democrazia, dei diritti umani e delle istituzioni multilaterali per l’affermazione di un ordine globale più liberale, per Dueck è evidente che quello attribuito a Kissinger da Ferguson dovrebbe quanto meno costituirne una variante affatto particolare. Dueck si


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sofferma sull’importanza dei primi anni di studi ad Harvard nella formazione della visione del mondo di Henry Kissinger, conclusi con una corposa tesi dall’immodesto titolo The Meaning of History. Con questo primo lavoro accademico, ancora oggi inedito, Kissinger avrebbe formulato una difesa dell’idealismo kantiano dal determinismo di Oswald Spengler e di Arnold Toynbee. Per quanto gli eventi storici possano essere frutto di “grandi forze strutturali”, secondo Kissinger, gli individui sarebbero in grado di influenzarli attraverso una serie di scelte personali e gli autentici statisti sarebbero quelli in grado di mettere in salvo le decisioni dalle contingenze, in vista di obiettivi superiori. Attorno a questo nucleo ideologico, per Dueck, si sarebbero sviluppati i lavori successivi di Kissinger: A World Restored e Nuclear Weapons and Foreign Policy. 7 Quest’ultima pubblicazione, in particolare, sembrerebbe delineare i cardini del pensiero strategico dello statista. Kissinger, infatti, sostiene che l’impiego di strumenti militari sia subalterno agli obiettivi politici e che nella scelta tra la guerra e la resa

esisterebbero

apparentemente,

sempre sarebbe

molteplici stata

più

opzioni o

intermedie.

meno

Questa

consapevolmente

posizione, ripresa

dall’amministrazione Kennedy per riformulare la dottrina nucleare della presidenza Eisenhower della “rappresaglia massiccia” nella più equilibrata dottrina di “risposta flessibile”. Per quanto Ferguson abbia tratteggiato gli orientamenti politici di Kissinger come gli esiti di una formazione idealista, Dueck stenta a persuadersi pienamente di questo giudizio. Riconosce che Kissinger sia stato convinto che l’impatto delle rivoluzioni europee (quella francese, quella nazista e quella sovietica) abbia riplasmato catastroficamente le relazioni internazionali e che gli Stati edificati da questi movimenti rivoluzionari siano stati delle minacce mortali per la civiltà occidentale. Per Dueck, tuttavia, queste considerazioni non avrebbero condotto Kissinger a concepire una politica estera statunitense come una somma di crociate ideali contro l’espansionismo sovietico, bensì lo avrebbero indotto a valorizzare l’utilità dei precedenti storici forniti dalle azioni di politica internazionale dei grandi diplomatici del passato. In altre parole, il presunto idealismo di Kissinger consisterebbe nell’ispirarsi alle capacità espresse da Castlereagh, Metternich, Talleyrand o Bismarck ma non certamente nel perseguire astratti obiettivi di pace perpetua. Dueck sottolinea che i grandi diplomatici, studiati da 7

Cfr. H.A. KISSINGER, Nuclear Weapons and Foreign Policy, New York, Harper and Brothers, 1957.

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Kissinger nel suo A World Restored e in alcune pubblicazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, 8 hanno senza dubbio promosso il negoziato ma il loro fine non è stato quello della pace in se stessa, ma l’esclusiva salvaguardia dei rispettivi interessi nazionali. Inoltre, nota Dueck, gli strumenti utilizzati da questi grandi strateghi della diplomazia non si sono limitati all’uso del negoziato ma si sono estesi a quello, per quanto prudente, della forza. Kissinger, quindi, pur ponendo la massima attenzione ai precedenti storici in ambito internazionale, avrebbe cercato di impostare la politica estera statunitense secondo questi esempi e ciò, secondo Dueck, non lo qualificherebbe come idealista ma come realista, in quanto le aperture verso alleati e avversari e l’incentivo al dialogo internazionale e ai negoziati avrebbero avuto sempre come interesse principale quello statunitense. Nonostante le differenti posizioni, Dueck considera magistrale il lavoro di Ferguson in quanto restituisce la biografia più accurata e autentica dello statista, anche se risulta più convincente nel sottolineare l’originalità del realismo di Kissinger che nel fare emergere una sua improbabile natura idealista. Quanto agli ulteriori contributi offerti alla tavola rotonda di «H-Diplo», Jussi Hanhimäki si limita a ricapitolare le posizioni degli studiosi intervenuti, esponendo gli aspetti più problematici delle argomentazioni proposte senza formulare un giudizio, mentre Ferguson si limita a replicare alle critiche di Mario Del Pero in modo piuttosto asciutto. Thomas A. Schwartz, della Vanderbildt University, invece, espone valutazioni più articolate, non risparmiando a Ferguson critiche dal punto di vista storiografico. Schwartz analizza la portata delle ricerche, trovando discontinuità e sbilanciamenti tra l’attenzione prestata dal biografo alle radici tedesche di Kissinger e al periodo del servizio militare durante la guerra e quella data ai periodi successivi di formazione accademica e di ascesa politica. Ancora più critico di quello di Dueck, è il giudizio formulato sul presunto idealismo kissingeriano. Schwartz segue il ragionamento di Ferguson sul maggiore pragmatismo dell’amministrazione Kennedy rispetto ad alcune posizioni più liberali di Kissinger riguardo alle questioni del muro di Berlino e del colpo di stato nel Vietnam del presidente Diem, ma non al punto da attribuire a Kissinger

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Cfr. The Congress of Vienna: A Reappraisal, in «World Politics», VIII, 2, January 1956, pp. 264-280; e H.A. KISSINGER, American Foreign Policy: Three Essays, New York, W.W. Norton, 1969.


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posizioni idealiste. Su un punto, tuttavia, Schwartz converge con le valutazioni di Ferguson: l’attenzione di Kissinger per i precedenti storici, spesso ignorata dai politici statunitensi nella pianificazione e della conduzione della politica estera del paese. La discussione scaturita dai contributi su «H-Diplo», in ogni caso, non può essere considerata esaustiva né per quanto riguarda l’opera di Ferguson, ancora incompleta, né per quanto riguarda il pensiero di Henry Kissinger. Gli studi internazionali, del resto, si aggiornano costantemente. Ripercorrono le agende dei governi e le iniziative negoziali condotte, focalizzano gli snodi fondamentali delle attività diplomatiche e degli avvenimenti internazionali, attribuendo loro significato, pregnanza e risultati differenti nel tempo. Se gli esiti di un’attività negoziale o della rottura di un equilibrio hanno conseguenze di lunga durata, che necessitano di nuovi adattamenti interpretativi anche a distanza di molti anni dal loro accadimento, è evidente che questo esercizio esegetico debba applicarsi anche allo studio del pensiero e della mentalità di figure chiave della politica internazionale, che hanno dato un loro contributo a questi eventi. In questo senso, non c’è dubbio che il pensiero di Henry Kissinger si sia evoluto nel tempo, adattandosi alle circostanze imposte dall’agenda politica internazionale ed elaborando le risposte più adeguate per preservare gli interessi statunitensi dai cambiamenti degli assetti globali. Così come è indubbio che una riflessione critica sulle azioni e sulle idee di un protagonista assoluto della politica estera statunitense non possa conoscere esiti definitivi nel breve periodo. A rimarcare l’importanza del pensiero di Henry Kissinger e i dubbi interpretativi che è in grado di suscitare, è significativo ricordare il precedente dibattito suscitato dalla pubblicazione nel 2014 del suo ultimo volume, World Order. 9 Se, infatti, sino a quel momento, la maggior parte degli studiosi di scienze internazionali concordava sul pragmatismo di radice realista del pensiero kissingeriano, con la pubblicazione di World Order questa certezza ha cominciato a vacillare. Nel volume, Kissinger non si è limitato a rielaborare e ad aggiornare posizioni espresse in precedenti pubblicazioni, come Diplomacy, 10 ma ha anche enfatizzato una visione sistemica delle relazioni internazionali, alla quale ha aggiunto alcune riflessioni sulla necessità ideologica di una 9

Cfr. H.A. KISSINGER, World Order, New York, Penguin Press, 2014, pubblicato in Italia nel 2015 da Mondadori con il titolo Ordine Mondiale. 10 Cfr. H.A. KISSINGER, Diplomacy, New York, Simon & Schuster, 1994, pubblicato in Italia nel 1996 da Sperling & Kupfer con il titolo L’arte della diplomazia.

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“struttura” capace di garantire l’equilibrio tra legittimità e potere tra i soggetti coinvolti nella stabilità dell’ordine globale. Apparentemente, Kissinger ha impiegato, nella redazione di World Order, gli stessi strumenti analitici utilizzati per la stesura di Diplomacy, con un’attenzione particolare ai momenti di equilibrio e a quelli di crisi nella storia delle relazioni internazionali. Kissinger si è, quindi, orientato nell’analisi, ricostruendo i percorsi storici dell’ordine internazionale europeo: la guerra dei trent’anni, la pace di Westfalia, la rivoluzione francese, il congresso di Vienna, la prima guerra mondiale. Lo studioso, tuttavia, non si è interessato dell’aspetto puramente storiografico del concetto di “ordine mondiale” ma ha rivolto la sua attenzione all’evoluzione del concetto, guardando ai precedenti storici, che sono stati in grado di garantire la stabilità delle relazioni internazionali. Gli esiti di quest’analisi hanno indotto Kissinger a formulare una serie di asserzioni piuttosto originali. In primo luogo, ha rilevato che non è mai esistito un ordine “realmente globale”, in quanto il concetto di ordine westfaliano, nato nell’Europa del diciassettesimo secolo, possiede limiti storici e culturali, che confliggono con altre e differenti concezioni di ordine. La concezione dell’assetto delle relazioni interstatali nata tra gli stati europei dopo la guerra dei trent’anni, dunque, non sarebbe equiparabile al concetto di ordine evolutosi in altre culture come quella cinese, indiana o islamica. Anche in Occidente, peraltro, il concetto di ordine ha subito evoluzioni e mutamenti, imposti a soggetti statali e sovranazionali, come gli Stati Uniti e l’Unione Europea, da necessità geopolitiche contingenti. Per Kissinger, quindi, non esisterebbe un solo “ordine mondiale” ma una pluralità di “ordini internazionali”, differenti per ampiezza e livelli, frutto di concezioni culturali differenti per ogni ambito culturale di riferimento, accanto ai quali coesisterebbero “ordini regionali” circoscritti a un numero limitato di soggetti, attivi in un limitato ambito territoriale del globo. Precisamente, da un lato esisterebbero concezioni di ordine, a livello mondiale, internazionale e regionale, che riflettono la storia e la cultura delle civiltà di riferimento, dall’altro esisterebbe la necessità di concepire “strutture” per comporre gli esiti delle azioni politiche e diplomatiche di soggetti delle relazioni internazionali, portatori di valori e culture storiche differenti. Questi riferimenti a differenti civiltà, fautrici di concetti differenti di ordine e al concetto di “struttura” hanno suscitato interpretazioni piuttosto critiche da parte di


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alcuni studiosi. Nell’autunno del 2014, Walter Isaacson, presidente dell’Aspen Institute di Washington, su «Time», 11 e Marc Lynch, della George Washington University, sul «Washington Post», 12 hanno formulato alcune interessanti considerazioni sulla molteplicità di approcci utilizzati da Kissinger nell’esposizione di World Order. Isaacson, autore di una biografia su Kissinger del 1992, 13 è convinto che le apparenti aperture dello statista nei confronti di posizioni idealiste siano ampiamente bilanciate da una sua indiscussa appartenenza ideologica alla scuola realista. Pur valorizzando il concetto di ordini plurimi, Kissinger non prenderebbe distanza dal concetto di sovranità statale. Al contrario, World Order costituirebbe un panegirico dei principi vestfaliani, unico fondamento generalmente riconosciuto dagli attori internazionali per la costruzione e il mantenimento di un ordine mondiale. Il ragionamento di Kissinger, secondo Isaacson, si spingerebbe a riconoscere l’eccezionalismo morale degli Stati Uniti, radice dell’idealismo politico interno e internazionale, ma ne pretenderebbe in ogni caso la subordinazione alle contingenze della policy, intesa come ricerca di soluzioni a problemi complessi, che coinvolgono interessi individuali, interessi collettivi e i valori fondanti della società. In altre parole, rileva Isaacson, Kissinger non procederebbe a uno scarto dal realismo verso l’idealismo ma, piuttosto, cercherebbe di bilanciare l’influenza dell’idealismo liberale sulla politica internazionale con un robusto e spassionato approccio analitico dei fattori a questa sottostanti. Seguendo questo bilanciamento, annota Isaacson, si comprenderebbero i dubbi di Kissinger sull’efficacia delle strategie americane di nation-building in Iraq e in Afghanistan. Secondo Kissinger, infatti, l’amministrazione Bush avrebbe commesso un grave errore nel cercare di imporre democrazia e libertà occidentali in Iraq e in Afghanistan. L’affermazione di questi principi attraverso l’occupazione militare, in paesi in cui non avrebbero radici storiche, costituirebbe, secondo lo statista, l’equivalente della fatiche di Sisifo. La pianificazione strategica non può restare disancorata dalle realtà locali, sulle quali pretende di intervenire. Nel caos mediorientale, il ricorso a strumenti analitici scevri da utopismi avrebbe, invece, potuto convincere l’amministrazione statunitense dell’inutilità di questi tentativi. Avrebbe, inoltre, scongiurato il sostegno americano al 11

Cfr. Henry Kissinger Reminds Us Why Realism Matters, in «Time», September 6, 2014. Cfr. Kissinger the Constructivist, in «The Washington Post», October 21, 2014. 13 Cfr. W. ISAACSON, Kissinger: A Biography, New York, Simon & Schuster, 1992. 12

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cambiamento di regime nei paesi arabi del Mediterraneo, che ha incoraggiato gli jihaidisti a liquidare gli apparati statali e le autorità dei governi arabi nel tentativo di portare avanti rivoluzioni fondate sull’estremismo islamico. In altre parole, secondo Kissinger, pianificazioni moralmente giustificabili ma strategicamente dubbie perturbano equilibri e non contribuiscono al mantenimento di qualsivoglia livello di ordine. Se Isaacson cerca di ricondurre i ragionamenti di Kissinger nell’alveo del realismo, le critiche di Marc Lynch si indirizzano su un altro apparente scarto ideologico del pensiero kissingeriano, che dall’uber-realism sembrerebbe condurlo verso un atipico costruttivismo, distogliendolo dall’area di riferimento di Kenneth Waltz e collocandolo in quella di Alexander Wendt. Alcune affermazioni contenute in World Order, in effetti, potrebbero indurre a una valutazione in tal senso. Kissinger, ricordando un colloquio avvenuto nel 1961 con l’ex presidente Harry Truman, formula una serie di considerazioni sull’importanza dei valori umani e democratici negli Stati Uniti. Truman, durante il colloquio, gli confidò che ciò che l’aveva reso più orgoglioso durante il suo mandato non era stato il fatto di avere totalmente sconfitto i nemici del paese quanto di averli ricondotti nella comunità delle nazioni, un obiettivo che soltanto gli Stati Uniti, tra tutti i paesi del mondo, avevano la capacità di raggiungere. Nella consapevolezza dell’immenso potere acquisito dagli Stati Uniti, ricorda Kissinger, Truman andava fiero soprattutto dei valori umani e democratici americani e sperava di essere ricordato non per le vittorie dell’America ma per le sue scelte di conciliazione. Secondo Kissinger, tutti i successori di Truman avrebbero adottato una qualche variante di questa retorica, che ancora oggi rispecchia una diffusa concezione della politica internazionale «[…] quella di un ordine cooperativo in inarrestabile espansione cui concorrono stati che osservano regole e norme comuni, che abbracciano sistemi economici liberali, che rinunciano alle conquiste territoriali, che rispettano la sovranità nazionale e adottano sistemi di governo partecipativi e democratici […]». 14 Quindi, conviene Kissinger, la retorica idealista statunitense non sarebbe stata solo foriera di interventi militari unilaterali ma avrebbe spinto altri governi stranieri verso la promozione e la tutela dei diritti umani, che, in alcuni casi, avrebbe portato a importanti cambiamenti nella 14

KISSINGER, World Order, cit., p. 8.


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condizione umana di molte popolazioni. Allo stesso tempo, Kissinger rileva come, malgrado la generale adesione internazionale ai principi di tutela dei diritti umani, non esisterebbe un consenso condiviso tra gli attori internazionali, chiamati a costruire questo “ordine cooperativo”. Non esisterebbe alcuna definizione comune del sistema né la cosiddetta comunità internazionale sarebbe in grado di condividere chiaramente obiettivi, metodi e limiti per la costruzione e il mantenimento di un “ordine globale”. In altre parole, un “ordine cooperativo” basato su regole certe non esisterebbe perché non ci sarebbe una convergenza su una definizione condivisa di sistema. In assenza di quest’ordine le minacce globali e la sempre maggiore interdipendenza economica finanziaria e tecnologica degli attori delle relazioni internazionali (portatori di interessi, culture e concetti di ordine affatto differenti) porterebbe a un caos ingovernabile e distruttivo, le cui forze non avrebbero argini in assenza di idee condivise. Sono queste considerazioni, secondo Lynch, che avvicinerebbero le posizioni di Kissinger a quelle espresse da Alexander Wendt in Social Theory of International Politics. 15 Wendt, nella sua ricerca di un’alternativa costruttivista al paradigma neorealista, sarebbe partito da considerazioni molto simili a quelle formulate in World Order. Secondo Wendt, le politiche estere sarebbero profondamente plasmate dal tipo di “ordine internazionale” nel quale gli stati pretenderebbero di interagire. Esisterebbero, quindi, pluralità di ordini internazionali, tante quante sono le proposte condivise dagli attori coinvolti, nell’ambito delle quali i concetti realisti di anarchia internazionale e dilemma della sicurezza sono soltanto opzioni afferenti a una delle possibili tipologie di “ordine internazionale”. A parere di Lynch, Kissinger in World Order valuterebbe le politiche regionali e mondiali in termini di legittimità e condivisione di una visione comune di “ordine internazionale”, secondo gli elementi formulati dalla teoria sistemica di Wendt. Le minacce all’ordine internazionale non avrebbero una dimensione materiale, bensì dipenderebbero dal grado di accettazione di regole condivise da parte degli attori internazionali. Consisterebbe in questo il superamento della dimensione realista da parte di Kissinger. Per Kenneth Waltz e per i neorealisti, infatti, l’equilibrio di potenza tra i soggetti delle relazioni internazionali è tangibile, così come sono oggettivi gli elementi 15

Cfr. A. WENDT, Social Theory of International Politics, New York, Cambridge University Press, 1999, tradotto in italiano nel 2006 dalla casa editrice Vita e Pensiero con il titolo Teoria sociale della politica internazionale.

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in grado influenzare gli equilibri internazionali: la ricchezza di risorse e materie prime di una nazione, le tecnologie possedute da una società, le capacità militari, gli armamenti e la popolazione a disposizione di uno stato. Per i costruttivisti, invece, l’equilibrio si raggiungerebbe attraverso la condivisione di norme, identità e culture. Kissinger, effettivamente, non ripudia apertamente il concetto di balance of power nella sua declinazione realista ma sottolinea la necessità per la quale i soggetti internazionali debbano possedere una visione condivisa di ordine per raggiungere un equilibrio effettivo e che le percezioni di ogni società riflettono i caratteri peculiari delle loro strutture sociali, della loro cultura e della loro storia. Quando Kissinger afferma che «per le nazioni la storia svolge il ruolo che il carattere ha per gli esseri umani», 16 forse non riprende consapevolmente la versione strutturalista del costruttivismo di Wendt, dimostra comunque di dare un valore inedito ai concetti di identità, di cultura e – secondo Lynch – di morale, quali forze capaci di plasmare profondamente la politica estera di uno stato. In questo senso, Kissinger non potrebbe essere più lontano dagli assunti del realismo, che in politica estera considerano e difendono soltanto l’interesse nazionale e l’equilibrio di potenza all’interno della logica del sistema delle relazioni internazionali. Secondo Lynch, il costruttivismo “implicito” di Kissinger non verrebbe sminuito da altre considerazioni più vicine ai concetti realisti, come quelle sull’equilibrio militare. Il suo costruttivismo sarebbe “sottile”, sufficiente però a deflagrare con la potenza di una bomba termonucleare nell’ambito della contrapposizione dialettica tra i grandi paradigmi delle relazioni internazionali. Il riconoscimento che cultura, storia e identità hanno un ruolo nella definizione degli equilibri internazionali e nell’idea di un “ordine globale” appare sufficiente a Lynch per definire Kissinger a structuralist to the core. Se per Isaacson Kissinger ci ricorda che il realismo è ancora importante; per Lynch, dopo World Order, si può affermare: siamo ormai tutti costruttivisti. La molteplicità di analisi e la contraddittorietà di giudizi sulla vita e sulle opere di Henry Kissinger, più che illuminare la comunità scientifica sull’appartenenza o sulla distanza dello statista da una scuola di pensiero, dimostra quanto sia viva la scienza delle relazioni internazionali e come le idee di uno dei suoi massimi protagonisti 16

KISSINGER, World Order, cit., p. 150.


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abbiano attraversato il Novecento per contribuire alla comprensione dei lustri di crisi del nuovo secolo. A questo punto è lecito chiedersi quali siano il senso e l’utilità di una collocazione esatta di un autore in una determinata corrente dottrinaria. Questo tipo di attribuzione è utile solo a livello accademico e didattico? Oppure ha un impatto effettivo sull’impostazione della politica estera di un paese? E, ancora, è in grado di influire sull’impostazione dei processi negoziali in ambito diplomatico? Lo studio degli autori che si sono occupati di relazioni internazionali e di politica estera ha spinto gli esegeti della materia a comporre numerose e differenti tassonomie, nell’ambito delle quali studiosi, influenze, dottrine e paradigmi trovano una precisa collocazione. Secondo questa impostazione – a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo – apparterrebbero alla scuola realista Raymond Aron, Hans Morgenthau, Edward Hallett Carr, George Kennan, Henry Kissinger; a quella liberale (idealista) Woodrow Wilson, Norman Angell, Stanley Hoffman e Francis Fukuyama; a quella della “società internazionale” Headley Bull, Michael Waltzer, Martin Wight; a quella delle “organizzazioni internazionali” (costruttivista) Karl Deutsch, Robert Kehoane e Alexander Wendt. 17 È evidente che questi esempi di ricostruzione sistematica non possano ambire all’esaustività né possano effettivamente influenzare le complesse strutture negoziali della diplomazia. Le pretese analitiche non sono in grado di definire con certezza i limiti di un’impostazione dottrinaria né di un approccio culturale né di un paradigma scientifico, che, attraverso i processi attivati dall’uso del metodo di trial and error, hanno il pregio di ridefinirsi nel tempo e nello spazio. Senza voler evocare “prospettive fallibiliste”, “circoli ermeneutici” “processi abduttivi” e altri strumenti epistemologici si può comunque e ragionevolmente affermare che qualsiasi costruzione teorica non assume valenza categorica assoluta né all’avvento di una nuova teoria e all’affermazione dei suoi paradigmi le altre teorie scompaiono. Nel mondo delle formulazioni teoriche che ambiscono a dignità scientifica, i sistemi dottrinari convivono, arretrano e avanzano l’uno rispetto all’altro, ma non scompaiono mai del tutto. Paradigmi differenti coesistono e gli esiti di distinti filoni di ricerca non portano a un semplice accumulo di conoscenze ma liberano nuove ipotesi, che si comparano, confliggono e si ibridano. 17

Cfr., inter alia, M. GRIFFITHS, Fifty Key Thinkers in International Relations, London-New York, Routledge, 2001.

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In un secolo di vita la disciplina delle relazioni internazionali, prima del 1914 appannaggio esclusivo di militari e diplomatici, si è imposta all’attenzione di studiosi e accademici, considerati dall’opinione pubblica i soggetti più qualificati a condurre studi scientifici, specialistici e neutrali – sia nelle premesse che nei risultati – per comprendere i meccanismi di funzionamento delle relazioni interstatali. La finalità delle relazioni internazionali, così come la intese Edward H. Carr alla fine degli anni Trenta, sarebbe stata quella di prevenire la deflagrazione di nuovi conflitti mondiali. Si comprende, quindi, come sia stata la considerazione della centralità del conflitto nelle relazioni internazionali a spingere molti studiosi ad assumere e difendere posizioni contrapposte e ideologicamente orientate, portandoli a essere identificati come appartenenti ad una determinata “scuola di pensiero”. La necessità di semplificare i differenti approcci alla materia è stata la ragione del riconoscimento di un primo grande dibattito, quello tra idealisti e realisti, che nel tempo ha assunto ulteriori connotazioni, sviluppando differenti approcci epistemologici, nuove metodologie e nuovi paradigmi. La valutazione ontologica ed epistemologica innescata dai “grandi dibattiti” ha prodotto esiti molteplici e mutevoli, elaborando e riproponendo teorie e concetti, che, a seconda del grado di intersezione con gli studi strategici, gli studi diplomatici e le scienze della politica, hanno assunto proprietà e caratteri piuttosto peculiari. In proposito, ancora una volta, giova rammentare che al prevalere di un indirizzo e all’affermazione di un nuovo paradigma non è mai seguita l’estinzione degli indirizzi o dei paradigmi soccombenti e che spesso la volontà di collocare un autore nell’ambito di una corrente di pensiero o di una “tradizione” scientifica è utile a livello didattico, assume un valore assiomatico per procedere ad approfondimenti analitici ma non restituisce pienamente le articolazioni e i risultati di complesse elaborazioni concettuali. Il costruttivismo, ad esempio, rappresenta una delle correnti più recenti e tra le più impetuose degli studi della politica internazionale, ma quello costruttivista potrebbe essere inteso come un approccio più che un sistema paradigmatico attraverso il quale interpretare la realtà dell’ordine mondiale. Se, infatti, realismo e idealismo, sia nelle accezioni classiche che in quelle neo, assumono la valenza di sistemi compiuti a livello ontologico,

lo

strutturalismo

concede

all’indagine

scientifica

delle

libertà


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epistemologiche in grado di accogliere e fare coesistere anche i paradigmi più dogmatici e contrapposti. Con queste considerazioni non si pretende di giungere a una chiosa definitiva del pensiero di Henry Kissinger né si può ragionevolmente attribuire una nomenclatura tassonomica a un indirizzo interpretativo contingente. S’intende, piuttosto, sollecitare un dibattito ulteriore. Se solo si volesse, sarebbe sufficiente sostituire alla parola “ordine” la parola “struttura”per sovvertire l’interpretazione di un testo sulle relazioni internazionali e ottenere un’interpretazione affatto diversa da quella accettata. Ma questo tipo di contributo avrebbe valore? Sarebbe in grado di aggiungere conoscenza utile agli studi e all’evoluzione della disciplina? Probabilmente, la risposta sarebbe negativa. Tornando a Henry Kissinger e al suo contributo all’assetto delle relazioni internazionali così come lo conosciamo, dai dibattiti sommariamente esposti si potrebbero trarre strumenti per la definizione di modelli scientifici replicabili nell’analisi delle relazioni internazionali? In questo senso, la risposta potrebbe essere positiva. Seguendo l’evoluzione del pensiero kissingeriano, si potrebbe azzardare la proposta di una modalità analitica che, sulla base di assi cartesiani storici, sia in grado di formulare analisi descrittive e ipotesi predittive, quanto più vicine possibile agli indirizzi strategici dell’attore internazionale di riferimento. In altre parole, definendo precise coordinate storiche e geografiche, sarebbe astrattamente possibile sollecitare analisi comparative che, pur tenendo conto di differenti modalità d’approccio, convergano su un obiettivo: definire le linee di tendenza in base alle quali si potrebbe evolvere la politica estera di un paese, declinata a livello regionale, internazionale e globale. In questo senso, la lezione complessiva offerta da Kissinger appare straordinariamente utile. La ricerca di equilibri nelle relazioni internazionali deve tenere conto del “carattere” dei soggetti coinvolti e formulare analisi multilivello, che tengano conto del grado di interazione dei soggetti interessati ma, soprattutto, del punto di vista dell’attore che promuove la ricerca di un equilibrio nuovo o il ritorno a un equilibrio precedente. Si può concludere che il dibattito apertosi sull’effettiva appartenenza di Kissinger a una corrente della relazioni internazionali non sia rilevante quanto i risultati offerti

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dall’analisi della sua infaticabile attività politica e speculativa. La sintesi del pensiero kissingeriano, frutto di una costante evoluzione dialettica, potrebbe indicare un modello analitico e predittivo di notevole efficacia. La conoscenza dell’identità storico-culturale e delle strutture dei soggetti interagenti a livello internazionale diventa il presupposto della definizione di un approccio sistemico, dal quale trarre ogni elemento utile al raggiungimento degli interessi nazionali, primo fra tutti quello della sopravvivenza stessa dell’entità statale.


Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali Eunomia V n.s. (2016), n. 2, 979-994 e-ISSN 2280-8949 DOI 10.1285/i22808949a5n2p979 http://siba-ese.unisalento.it, © 2016 Università del Salento

PAOLO MACRÌ Un’analisi dei più recenti contributi agli studi strategici e alla storia militare Una buona parte degli studiosi italiani di studi strategici e di cultori di storia militare si riconoscono nel sodalizio della Società italiana di storia militare (SISM), fondata a Roma nel 1984 dal professor Raimondo Luraghi. Al 2016 i soci della SISM sono oltre trecento, tra accademici, militari e appassionati delle materie, e alcuni di essi forniscono un contributo scientifico, rigoroso quanto appassionato, che viene raccolto in un volume collettaneo tematico annuale. Nel volume tematico del 2016, intitolato Future Wars. Storia della distopia militare (a cura di Virgilio Ilari, Roma, Società italiana di storia militare, 2016), sono raccolti contributi e interventi, che focalizzano visioni e previsioni dei conflitti militari, anche attraverso le lenti della distopia, e analizzano le differenti rappresentazioni dei conflitti tra le due guerre mondiali, nel presente e nel prossimo futuro. In apertura, Virgilio Ilari, curatore dell’opera collettanea, offre un excursus sulla distopia militare, sottolineando come la rappresentazione di guerre future sia all’origine delle scienze militari e dei contributi scientifici in ambito strategico. Il curatore individua le basi delle attività di pianificazione strategica e di “rivoluzione/trasformazione militare” nelle capacità di prevedere i combattimenti del futuro e l’avvento di conflitti più o meno prossimi al presente dei pianificatori. Queste considerazioni non si limitano a tratteggiare le implicazioni tra le varie declinazioni dell’evento bellico in ambito di previsioni strategiche (guerra d’anticipo, guerra preventiva) e quelli polemologici (sulla guerra e sul suo futuro), ma analizzano e qualificano la portata distopica della previsione, che finisce per diventare vera e propria prognosi, quando pretende di rispettare criteri scientifici a livello metodologico. In questo senso, la ricchezza di spunti e di riferimenti bibliografici è davvero notevole. Da Spinoza a Hume, dall’astrologia del Cinquecento rinascimentale agli scritti settecenteschi dell’inglese Samuel Madden, Ilari tratteggia alcune delle proiezioni di scenario geopolitico, con le quali in passato si è cercato di esorcizzare e dare consistenza al futuro, finendo per toccare i temi dell’ucronia e del979


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la storiografia controfattuale. Questa introduzione apre ai contributi di oltre quaranta studiosi, che spaziano dalle profezie apocalittiche antiche e moderne ai wargame e descrivono le differenti “visioni di guerra”, declinando il concetto di futuro tra la fine dell’ottocento, il nostro presente e le nostre paure. Nella prima parte del volume sulle “visioni di guerra”, i contributi di Donato Tamblè, Giangiuseppe Pili, Enrico e Teresa Silverio, Immacolata Eramo, Aldo Settia, Andrea Molinari e Marco Formisano trovano le radici delle previsioni della pianificazione strategica nelle predizioni e nelle divinazioni degli antichi. I saggi spaziano dagli oracoli greci ai rotoli ebraici, dalle tradizioni orientali a quelle meso-americane, dalle sacralità romane alle macchine da guerra medievali. L’esposizione descrive arcaici carri da combattimento e i primitivi artifizi delle artiglierie, le cui tecniche stregonesche apparvero all’epoca più frutto di sapienza alchemica che di competenze ingegneristiche. In questo carosello di meraviglie si inseriscono gli studi sulle profezie del mondo lusofono seicentesco, le considerazioni sull’influenza della letteratura militare sul progresso tecnologico in ambito bellico, le analisi dell’influenza della trattatistica militare sulla visione e sulla previsione della guerra e i contributi all’arte militare di Voltaire. Quanto al futuro immaginato prima del 1914, oggetto dei contributi raccolti nella seconda parte del volume, si notano gli sforzi di sintesi degli studiosi italiani e stranieri per rappresentare e rendere la complessità degli ambiti, delle influenze e delle aspettative geopolitiche e tecnologiche, elaborati nei paesi europei e negli Stati Uniti durante i primi anni del Novecento. Nei contributi di Antulio Echavarria, Mariano Gabriele e Paolo Cau, si scopre una florida letteratura di genere che ha dato corpo a incubi politici e strategici, che hanno influenzato l’opinione pubblica, la classe politica e gli stati maggiori dei paesi occidentali dell’epoca. Soprattutto, emergono l’attenzione e il timore crescenti dei governi e dei militari per le continue innovazioni tecnologiche e l’allarme sul possibile impiego delle sempre più potenti artiglierie navali per devastanti attacchi costieri in appoggio allo sbarco di truppe d’invasione. Impressionante, in questo senso, l’esistenza di una vera e propria letteratura “di genere” sugli incerti destini dello stato italiano neo-unitario, come illustrato da Sergio e Riccardo Masini. Fernando Angeletti introduce il tema delle fanta-guerre, analizzando le pubblicazioni distopiche di Emile Driant nella Francia della belle époque, alimentate da prese di posi-

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zione irredentiste e da riflessioni geopolitiche, attendibili e non prive di basi, poi superate dagli avvenimenti storici degli anni successivi. Proseguendo nella lettura dei contributi, si apprezza la consistenza di questa particolare letteratura di genere, che, come evidenziano gli autori, in alcuni casi arriva ad avere i connotati di un vero e proprio esercizio di wargame. In questo senso è molto interessante il saggio di Raffaele Moncada sui piani di invasione degli Stati Uniti da parte dei tedeschi, nel quale si analizzano le frizioni tra la flotta tedesca e quella americana per il controllo delle Samoa e dei domini spagnoli a Cuba e nelle Filippine. Nell’eventualità di un conflitto tra i due paesi la flotta tedesca sviluppò una serie di opzioni d’attacco contro la flotta statunitense, tra queste fu pianificata anche la spedizione della flotta del kaiser per bombardare il porto di New York. La competizione tra le due nascenti potenze navali si acuì poi con la “questione venezuelana” e gli Stati Uniti avviarono il potenziamento delle forze navali in un’ottica di containment nei confronti della Germania, cercando la collaborazione della flotta dell’impero britannico. Piuttosto attuale è il saggio sulla chinaphobia di Elena Piana, che illustra le radici storiche degli attriti tra Stati Uniti, potenze europee e paesi asiatici, analizzando trent’anni di crisi e conflitti tra i paesi occidentali e i maggiori paesi dell’Estremo Oriente: Cina e Giappone. In questo contributo l’autrice evidenzia come il conflitto russogiapponese, la rivolta dei boxer e l’avvento della repubblica di Sun-Yat Sen in Cina abbiano concorso a creare, soprattutto in Europa, la paura per la possibile saldatura di un pan-mongolismo aggressivo e potenzialmente letale per gli interessi e la sopravvivenza dei paesi occidentali. In altre parole, questo studio rivela la stratificazione e la complessità di temi all’origine del concetto di Yellow Peril, che, ai nostri giorni, è nuovamente avvertito sotto forma di minaccia agli equilibri economici mondiali nell’area del Pacifico ad opera del rampante imperialismo cinese. Il saggio di Virgilio Ilari sulla pianificazione della “guerra futura” offre un contributo all’analisi di uno dei più complessi studi dell’epoca, intitolato Buduščaja vojna, redatto da Jan Bloch nel 1896. Bloch, banchiere sanpietroburghese di origini ebraiche, scrisse sei volumi sulla “guerra industriale”, destinati a una commissione speciale dello stato maggiore russo. Bloch, ricordato anche per la sua partecipazione alla prima conferenza di pace dell’Aja del 1899, coordinò e utilizzò contributi sociali, economici e mili-

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tari per strutturare un’opera monumentale e ben documentata sulle implicazioni tattiche, strategiche e politiche dei conflitti moderni. Secondo le conclusioni di Bloch, in futuro una soluzione bellica alle questioni diplomatiche non sarebbe stata più praticabile perché il progresso tecnologico avrebbe reso l’uso delle armi troppo distruttivo; tesi ripresa, tra gli altri, anche dal pacifista americano Norman Angell. Gli studi di Bloch non hanno avuto particolari riconoscimenti e si prestano, ancora oggi, a interpretazioni contraddittorie. Tuttavia, lo studio proposto ha il pregio di fornire una disamina documentata dei contesti di elaborazione e di riferimento dell’opera e degli strumenti analitici utilizzati da Bloch. A chiudere questa seconda parte del volume è lo studio di Andrea Molinari su tre straordinarie pubblicazioni di Herbert George Wells: Anticipations, The War in the Air e The World Set Free, pubblicati rispettivamente nel 1901, nel 1906 e nel 1913. Molinari illustra le capacità quasi “divinatorie” dello scrittore britannico, che non solo anticipò l’impiego dei carri armati, l’avvento dell’arma area per bombardamenti strategici e l’uso dell’arma atomica ma ne indicò criteri e contesti d’impiego. Wells descrive armamenti, tecniche, tattiche e strategie, in altri termini realizza una sintesi previsionale completa, che lo qualifica non solo come uno dei più grandi scrittori di fantascienza ma anche uno straordinario analista, in grado di anticipare gli esiti di un’efficacissima metodologia di Horizon Scanning. La terza sezione, dedicata al futuro tra le due guerre, si apre con due saggi dedicati al militarismo tedesco. Il primo di Giovanni Punzo è dedicato al generale Friedrich von Bernhardi, il secondo di Augusto Del Toro è incentrato sull’influenza dell’ammiraglio Wolfgang Wegener sulla strategia navale tedesca degli anni venti e trenta. Se Bernhardi, come illustra l’autore, gode della cattiva fama di essere stato uno degli ideologi più rappresentativi del militarismo espansionista tedesco, tanto da farne uno dei precursori del nazismo, Wegener rappresenta un eccellente esempio di stratega navale. Wegener riformulò l’approccio strategico della flotta tedesca, basandolo su un rapporto di equilibrio geografico più che sull’equilibrio delle forze navali. In questo senso, Wegener opera una sorta di rivoluzione copernicana nella pianificazione strategica, subordinando le forze terrestri a quelle navali. Corollario di questo assunto è la necessità tedesca di neutralizzare in primo luogo la Gran Bretagna nell’Atlantico e solo successivamente rivol-

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gere le forze contro la Francia e l’Inghilterra. Wegener con le sue riflessioni valorizza l’importanza delle posizioni geo-strategiche, che, in un determinato contesto spaziotemporale, definiscono l’impiego delle forze terrestri o navali in senso dinamico e, di conseguenza, enfatizza l’importanza strategica del rapporto geografico delle forze a discapito di un equilibrio delle stesse. In pratica, Wegener focalizza la necessità di stabilire e mantenere prioritariamente l’equilibrio geografico e questo permette di comprendere il motivo dell’attenzione ricevuta dai suoi studi da Karl Haushofer. I due saggi successivi trattano i temi della guerra aerea e della guerra meccanizzata. Il primo di Gregory Alegi, redatto in inglese, illustra l’evoluzione del concetto di “guerra aerea” così come concepito da Giulio Dohuet, a partire dalle sue prime considerazioni in materia del 1918. Non mancano, anche in questo contributo, i riferimenti a Wells o agli scrittori fantastici Jules Verne e Alfred Robida, anche se sono le intuizioni di Douhet a fornire materiale più che sufficiente a una generale riflessione sull’assoluto valore del pensiero strategico italiano in ambito di deterrenza aerea e sull’ancora attuale dibattito sull’effettivo ruolo dell’aeronautica nel decidere i conflitti contemporanei. Il contributo successivo di Mathias André sulla guerra meccanizzata, scritto in francese, offre una sintetica panoramica dei suoi “profeti” in Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Stati Uniti. L’autore considera la disomogeneità di pensiero esistente tra le varie scuole nazionali (da Liddell Hart a Tuchačevskij, da de Gaulle a Guderian e agli italiani Zoppi e Visconti Prasca) sulla preminenza delle forze meccanizzate rispetto all’artiglieria e alla fanteria, che avrebbe avuto notevoli conseguenze sulle differenti dottrine d’impiego nazionali, durante il secondo conflitto mondiale. Il saggio che segue affronta il tema della pianificazione strategica dell’impero britannico nel periodo tra le due guerre mondiali. L’autore, Jeremy Black, illustra le difficoltà incontrate dai militari britannici tra gli anni venti e trenta del novecento nel conciliare una strategia globale con le urgenze politiche e i progressi tecnologici. Black sottolinea come in questi lustri l’Impero britannico ha dovuto predisporre onerosi interventi militari (durante la guerra civile in Russia e in Irlanda, in Egitto, in Iraq e in Afghanistan per sedare rivolte e ribellioni) e avviare impegnative attività di pianificazione in Africa, Asia ed Europa per contenere le velleità espansioniste dell’Italia, del Giappone e della Germania. Alle tensioni, che subirono i territori e le rotte imperiali, corrisposero

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notevoli sforzi per adeguare le risposte politiche e militari a minacce sempre diverse, come quelle dell’Italia fascista ai possedimenti britannici in Africa, quelle del riarmo tedesco alle statuizioni di Versailles o quelle dell’espansionismo nipponico ai possedimenti e alle rotte asiatiche. La scala e la complessità degli interventi imposero all’Impero britannico strategie, come l’accordo navale anglo-tedesco del 1935, dettate dall’impossibilità di coprire con la flotta britannica ogni area di crisi del globo. Di pianificazione strategica trattano i due contributi successivi. Il primo illustra i piani di guerra ungheresi tra gli anni venti e gli anni quaranta e il secondo quelli orditi dagli Stati Uniti lungo uno dei confini più lunghi e apparentemente pacifici del mondo, quello con il Dominion britannico del Canada. Il primo contributo di Juhász Balázs ha il pregio di illustrare i faticosi e, per alcuni tratti, velleitari tentativi del regno magiaro di riconquistare territori, popolazione e prestigio dopo il trattato del Trianon. Le difficili condizioni dell’Europa orientale dopo la fine del primo conflitto mondiale, afflitta da movimenti sovversivi, guerre civili e carestie, fanno da sfondo alle trattative diplomatiche ungheresi con l’Italia fascista e agli accordi che le potenze europee conclusero nel tentativo di stabilizzare l’area balcanica, successivamente travolta dalle forze dell’Asse tra il 1940 e il 1943. Il secondo contributo di Marco Leofrigio ripercorre la secolare conflittualità anglo-americana lungo i confini dei possedimenti britannici canadesi. Agli scontri armati tra truppe americane e britanniche dopo la guerra d’indipendenza, ai tentativi d’invasione statunitensi e alla distruzione di Washington tra il XVII e il XIX secolo, seguono i rapporti non sempre distesi tra le due potenze anglosassoni, le cui politiche marittime e le sottostanti esigenze di potenziamento navale trovarono esiti più nella rivalità che nella collaborazione. L’autore evidenzia come la conquista degli oceani da parte della flotta militare statunitense abbia implicato una latente ma notevole rivalità tra impero britannico e governo federale statunitense, che avrebbe potuto trovare sfogo lungo il confine canadese. A riprova di ciò, Leofrigio descrive i piani d’invasione statunitensi e i piani di penetrazione canadesi per colpire i centri nevralgici dell’industria nord-americana. Gli sforzi di pianificazione hanno trovato definitiva conclusione soltanto dopo il 1935, quando era ormai chiaro che la minaccia più grave per gli equilibri navali, soprattutto nel Pacifico, era rappresentata dall’espansionismo giapponese.

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Il saggio che segue è quello scritto dal curatore del volume sulla situazione dei reduci statunitensi dopo il primo conflitto mondiale. Ilari tratteggia le problematiche dei reduci e le soluzioni proposte dal governo statunitense, che conobbero momenti di tensione sociale e politica solo parzialmente composte da organizzazioni come l’American Legion, che, anzi, conobbero esiti sovversivi. I protagonisti degli anni trenta, il presidente Herbert Hoover, il candidato Franklin Delano Roosevelt, i militari Douglas McArthur, Dwight Eisenhower e Smedley Butler, sono ritratti nella difficile situazione di contenere e sostenere le istanze di centinaia di migliaia di veterani, vessati dalla disoccupazione, frutto della crisi del 1929, e nei tentativi di impedire derive sovversive e di reprimere l’estremismo politico. In questo difficile contesto, l’autore segnala la provocazione di alcuni studenti, che nel 1936 intervennero nel dibattito sulla richiesta dei veterani di poter incassare in anticipo le somme degli strumenti assicurativi garantiti loro dal governo federale. La trovata goliardica fu quella di proporre l’istituzione della Veterans of Future Wars, un’associazione per la tutela dei diritti dei veterani delle guerre ancora da combattere. Le proposte della Veterans of Future Wars si diffusero in tutti gli Stati Uniti e molti non colsero la natura provocatoria, tanto da chiedere l’autorizzazione ad aprire varie sedi locali. Certamente ebbero il pregio di evidenziare l’insostenibilità delle conseguenze di un conflitto sulla società americana, che avrebbe dovuto da quel momento in poi considerare oltre ai costi bellici anche quelli straordinariamente elevati per le cure e il reinserimento dei veterani nella società civile. Gli ultimi tre saggi della terza parte illustrano i progetti, ai limiti della fantascienza, che alcuni geniali inventori cercarono di realizzare tra gli anni trenta e gli anni quaranta del ventesimo secolo. Il primo di Claudio Nardi illustra l’idea di una “portaerei di ghiaccio”, concepita dall’inventore inglese Geoffrey N. Pyke. Quest’ultimo tentò di avviare la costruzione di gigantesche Ice Carrier, ricorrendo a un composto di ghiaccio e cellulosa, la pykerete, in grado di superare in stazza e capacità di imbarco le più grandi portaerei dell’epoca. L’idea per quanto non priva di fondamenti scientifici non fu recepita dal comando britannico, anche se l’idea di un composto di ghiaccio e cellulosa per realizzare strutture si ripropone ciclicamente anche ai nostri giorni, risarcendo, in qualche modo, la prolifica immaginazione di Pyke, che morì senza alcun riconoscimento nel 1948.

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Il secondo contributo di Giuseppe Ciampaglia descrive il ben diverso destino di Róbert Orosdy, fiumano di origini ungheresi, ma di lingua e cultura italiana. Cresciuto a Roma, dove studiò, Orosdy dimostrò sin da giovanissimo una propensione alla ricerca applicata, che ebbe modo di impiegare a livello aeronautico diventando il progettista di oltre sessanta aerei. Dopo il primo conflitto mondiale, al quale partecipò con le truppe austro-ungariche, rientrò in Italia da agente bolscevico per stabilirsi definitivamente in Unione Sovietica nel 1923. In Russia completò gli studi aeronautici iniziati in Italia e fu conosciuto con il nome di Roberto Bartini. Orosdy-Bartini realizzò soluzioni straordinarie per aeromobili a propulsione jet e per bombardieri strategici idrovolanti. Pressoché sconosciuto in Italia, Bartini in Unione Sovietica incontrò fortune alterne ma ancora oggi è riconosciuto come uno dei più geniali ingegneri aeronautici dell’epoca sovietica. A chiudere la terza parte del volume è un altro saggio di Andrea Molinari sul “raggio della morte”, chimera perseguita da diversi scienziati e ricercatori tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, in Italia, Gran Bretagna, Francia e negli Stati Uniti. Le notizie di esperimenti con l’uso di armi ad alta energia ebbero ampia eco sulla stampa sino al 1945, quando l’avvento delle armi atomiche cancellarono le fobie popolari su armi misteriose e invisibili, che erano state, più che altro, operazioni di disinformazione e di guerra psicologica per coprire altri tipi di ricerche come quelle sul radar. La quarta parte del volume sul “futuro presente” si apre con un contributo in lingua inglese di Stefano Ruzza e si occupa di un documento di notevole rilievo storico: una lettera del 2 agosto 1939 inviata da Albert Einstein al presidente Roosevelt, su pressante richiesta del fisico di origini ungheresi Leó Szilárd. Il documento firmato da Einstein e, a quanto risulta, stilato da Szilárd avrebbe portato il presidente a costituire e a convocare nell’ottobre successivo il cosiddetto Uranium Committee, al quale Einstein non avrebbe partecipato, pur essendone il formale ispiratore. Il saggio successivo di Maurizio Zinni illustra e analizza i numerosi contributi alla formazione dell’immaginario collettivo sulla guerra combattuta con l’uso di armi nucleari e sulle conseguenza del loro impiego. L’autore offre una panoramica delle pubblicazioni redatte durante gli anni cinquanta e sessanta dagli strateghi dell’Atomic Age per un plausibile impiego delle armi nucleari. Fra questi, oltre a Thomas Schelling ed Henry Kissinger, spicca il contributo dell’analista della RAND Corporation Herman Kahn, cri-

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tico della deterrenza e convinto sostenitore della possibilità effettiva dell’uso delle bombe atomiche. Secondo Kahn, con un’adeguata preparazione la società americana avrebbe potuto sopportare le conseguenze di eventuali ritorsioni nucleari da parte sovietica. Quello successivo è un interessante contributo in lingua inglese del generale dell’AMI Di Martino, che illustra i tentativi statunitensi e sovietici per la realizzazione e l’impiego di bombardieri strategici ad energia nucleare, analizzando le sfide scientifiche e i limiti tecnologici che portarono al definitivo accantonamento dei progetti. Di altro tenore, invece, è lo studio offerto da Germano Dottori sulla definizione e sui limiti dei concetti di “guerra di anticipazione” e di “guerra preventiva”. Il contributo analizza l’apparente simmetria e la sovrapposizione delle nozioni di pre-emption e prevention, particolarmente avvertita ai giorni nostri, frutto del mutamento del pensiero strategico occidentale, passato da una posizione di difesa a un generalizzato interventismo di carattere globale. Dottori illustra problematicamente l’evoluzione teorica e dottrinaria dei concetti di anticipazione e di prevenzione a livello bellico, nella loro declinazione giuridica, storica e strategica. L’autore esamina le tesi contrarie e quelle a favore dell’interventismo armato e le ambigue contiguità tra il pacifismo e le implicazioni belliciste della Responsability to Protect (R2P), offrendo numerosi spunti di discussione sul “pacifismo di destra”, sulla dottrina israeliana degli attacchi anticipatori e preventivi e sulla militarizzazione dei diritti umani. Di particolare interesse è il contributo di Riccardo Cappelli sulle teorie dello storico William S. Lind sulla Maneuver Warfare e sulla Fourth Generation Warfare. Lind, già assistente del deputato Robert Taft, Jr., e del senatore Gary Hart, è stato uno dei maggiori critici della cosiddetta “metallizzazione” del corpo dei marines. Lind, infatti, concepisce la struttura e l’articolazione degli United States Marine Corps (USMC) in senso manovrista, quindi come forza leggera d’assalto, senza l’inutile, a suo giudizio, appesantimento dei carri e delle artiglierie pesanti. Secondo l’autore del saggio, Lind sviluppa concezioni eterodosse sull’impiego delle truppe statunitensi e sugli interventi fuori aerea, partendo da una particolare concezione della Fourth Generation Warfare, considerata non più come una teoria generale di manovre infiltranti contro forze ostili tecnologicamente più arretrate, ma come vero e proprio paradigma strategico per affrontare le

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insurrezioni terroristiche a livello planetario. Il saggio ripercorre l’evoluzione del pensiero di Lind e le linee di sviluppo della manualistica della dottrina degli USMC sulla Counterinsurgency (COIN) sino alle posizioni elaborate in ordine al concetto di Hybrid Warfare, offrendo numerosi spunti di riflessione su alcuni capisaldi della recente manualistica militare statunitense e sulle critiche che hanno generato. Il saggio di Germana Tappeto Merlo analizza l’evoluzione dell’approccio statunitense alle operazioni militari dalla guerra del Vietnam all’11 settembre. L’autrice analizza l’American Way of War, partendo dalla Vietnam Syndrome, che, per quanto metabolizzata a livello politico e militare, non ha fatto altro che sottolineare l’incapacità statunitense di trasformare le posizioni di vantaggio raggiunte nelle guerre successive in insuccessi politici, come avvenuto con la seconda guerra del Golfo e con l’intervento afghano del 2001. In particolare, l’autrice riprende i risultati di alcuni importanti studiosi statunitensi e sottolinea che gli Stati Uniti sono destinati a “perdere” quando combattono secondo le regole e nell’ambiente imposti dal nemico, giacché dopo il raggiungimento di risultati militari predispongono una rapida exit strategy, rinunciando a pianificazioni di lungo periodo. Secondo le analisi proposte, le attuali dottrine militari statunitensi non hanno fatto tesoro dell’esperienza del Vietnam. Anche gli approcci successivi alle Military Operations Other Than War (MOOTW) e della War on Terror (WOT) non consentono, al momento, di considerare la Vietnam Syndrome superata. Delle categorie clausewitziane della guerra si occupa Christopher Bassford, in relazione agli “obiettivi limitati”, che gli Stati Uniti avrebbero dovuto perseguire nel 2003 durante l’Operation Iraqi Freedom. L’autore analizza le categorie di “guerra” utilizzate da Clausewitz nei suoi scritti (guerra assoluta, guerra ideale, guerra totale, etc.) per dimostrare come questi concetti siano stati soggetti a interpretazioni differenti a seconda del periodo storico e dell’ambito geopolitico ai quali sono stati applicati. L’analisi approfondita del lessico clausewitziano è, quindi, occasione per fare emergere le differenti connotazioni di “guerra limitata” ai giorni nostri. L’esempio è quello delle estese conseguenze dell’intervento del 2003 sulle strutture amministrative, politiche, economiche e militari dell’Iraq, tanto da non potersi più ragionevolmente considerare l’intervento statunitense come “limitato”.

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Un’analisi dei più recenti contributi

A chiudere la quarta parte del volume è Mehdi Bouzoumita con un contributo in lingua francese sul pensiero strategico di Abu Mus’ab al Suri, nato Mustafa Setmarian Masar nel 1958 ad Aleppo. Il saggio di Bouzoumita conduce un’approfondita analisi sul pensiero strategico jhaidista, del quale Mus’ab al Suri è probabilmente il rappresentante più importante degli ultimi vent’anni. Abu Mus’ab al Suri, nei suoi scritti – ampiamente diffusi negli ambienti islamici estremisti – coniuga perfettamente teologia e ideologia radicale islamica, declinandole in una serie di strumenti straordinariamente efficaci per combattere i nemici dell’islam. Al Suri incita a combattere per il califfato i nemici “vicini” e quelli “lontani” e propone la teorizzazione di tre école jihadiste: la prima militare, gerarchica, segreta e piramidale; la seconda quella della guerriglia delle formazioni combattenti in campo aperto; la terza quella delle cellule terroristiche e dei “lupi solitari”. In questo senso, il contributo di al Suri all’attuale strategia jihaidista di attacchi terroristici in Europa appare molto influente e si comprende come non si limita a fornire ai terroristi il substrato ideologico, ma è in grado di indicare precise modalità operative, intervenendo anche nella teorizzazione delle offensive tattiche e delle azioni strategiche. In altre parole, l’autore del saggio ci offre una panoramica straordinaria sul contributo ideologico del maggiore studioso di strategia del campo jihaidista, il cui pensiero costituisce una delle minacce più pericolose per l’Occidente e per i paesi del Medio Oriente. La quinta parte del volume raccoglie i contributi sulla guerra del futuro. Il primo saggio di Matteo Giunco analizza l’emersione dell’idea del presunto declino del concetto di guerra in ambito occidentale dopo la caduta del muro di Berlino. Giunco riporta le conclusioni di diversi studiosi, secondo i quali con il declino del bipolarismo e l’avvento dell’iperpotenza statunitense avrebbe avuto inizio un’era nuova all’insegna del globalismo giuridico. Secondo alcuni autori presi in esame se durante la guerra fredda la moltiplicazione di conflitti ai margini dei blocchi non ha portato a uno scontro tra il blocco sovietico e quello NATO, a maggior ragione dopo il 1989 le occasioni di Major Wars sarebbero del tutto scomparse. La conflittualità sarebbe stata solo residuale e legata quasi esclusivamente alle necessità dell’interventismo umanitario. È di Carlo Jean l’intervento sulla guerra del futuro, nel quale si sottolinea l’imprevedibilità dei conflitti futuri, malgrado si moltiplichino gli studi in ambito di futurologia militare. La guerra, afferma Jean, è confronto asimmetrico e imprevedibile di

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volontà, resistente a ogni caratterizzazione. Ogni tentativo di previsione astratta generalizzata, pertanto, avrebbe poco senso. Le volontà in conflitto, secondo Jean, subiscono condizionamenti molteplici e sarebbero innumerevoli i fattori, che determinano il grado di accettazione dei risultati del conflitto e la loro metabolizzazione a livello politico. Conseguenza di queste asserzioni è che non è possibile ottenere una previsione generale del fenomeno bellico ma soltanto previsioni parziali riguardo a un determinato conflitto e alle modalità di combattimento. L’autore, inoltre, sottolinea che l’imprevedibilità si accentuerebbe durante i periodi di transizione, che la guerra è un fenomeno ibrido fortemente polarizzato e che ogni conflitto avvenuto ha sviluppato una propria specificità, difficilmente adattabile a nuovi contesti. Tuttavia, attribuendo alla guerra una valenza meramente strumentale rispetto alla politica è plausibile ipotizzare che in futuro lo spettro delle tipologie di conflitto sarà destinato ad ampliarsi attraverso ibridazioni e che queste porteranno a profondi cambiamenti nella pianificazione strategica. Il contributo di Mark D. Mandeles è sul futuro delle guerre. L’autore, partendo dagli scritti di autori del diciannovesimo secolo come lo statunitense Edmund L. Zalinski e il francese Jean Bloch, introduce il concetto contemporaneo di “guerra di quarta generazione”, nelle quali gli stati occidentali tecnologicamente avanzati confliggono con avversari tecnologicamente arretrati, che ricorrono a tecniche e tattiche terroristiche tipiche dell’insorgenza oppure si affidano ad azioni di cyber war, dirette a colpire le infrastrutture tecnologiche degli avversari. Da queste premesse Mandeles passa a descrivere l’impatto delle nuove tecnologie sulle organizzazioni militari e politiche. Sul futuro tradito della pace è il contributo di Linda R. Danil, che analizza le risoluzioni dell’ONU 678, 687 e 1441 del 2003 sulla guerra in Iraq. L’autrice adotta paradigmi semiologici e psicanalitici per analizzare il linguaggio utilizzato nella redazione delle risoluzioni, nel quale sottolinea interferenze e scollamenti a livello di significato, che tradiscono mentalità e preconcetti più radicati di quanto i diplomatici siano disposti ad ammettere. Giuseppe della Torre interviene con un contributo sulla teoria dei cicli di Kondratieff, utilizzata dalla NATO nell’ambito del Programme for Security Through Science (STS) per studiare un modello predittivo delle conflittualità. Le scoperte dell’economista sovietico Kondratieff sulla correlazione tra conflitti e crescita economica hanno trovato

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attenzione crescente, sino all’organizzazione di un convegno nel 2005, nel quale la NATO

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zione ciclica dell’economia, le cosiddette Kwawes. Il contributo successivo sulla previsione geopolitica di George Friedman è di Dario Fabbri. L’autore analizza i risultati dell’attività della Stratfor, una delle più accreditate agenzie d’intelligence private del mondo, fondata da Friedman. Fabbri evidenzia le radici filosofiche dell’approccio analitico di Friedman, che cerca di spiegare il mondo attraverso la geopolitica, partendo dal presupposto hegeliano che la realtà è razionale e quindi intellegibile. Friedman, sulla base di questo presupposto, considera le possibili azioni di un attore internazionale vincolate alla propria Grand Strategy, a sua volta condizionata dalle caratteristiche strutturali del soggetto che la programma e dagli obiettivi dei soggetti vicini e antagonisti. In questo senso, secondo Friedman, gli stati-nazioni sono condizionati da esigenze macroeconomiche, demografiche e geografiche e, per questo motivo, sino a quando le ragioni strutturali della loro grande strategia non vengono meno, le azioni sono prevedibili e prescindono dall’ideologia dominante e dall’orientamento politico delle classi dirigenti. I due contributi seguenti sono di Emilio Gin e di Ubong E. Umoh. Il primo analizza le teorie di Graham Allison sull’attuale rivalità sino-americana alla luce del canone tucidideo della guerra del Peloponneso. In altri termini, la pace è minacciata quando salta il bilanciamento tra due potenze rivali e questo assunto riporta il pensiero di Allison alla tesi neo-realista americana dell’equilibrio di potenza. Il secondo propone una bibliografia di riferimento per ricostruire il concetto strategico di non kinetic battlefield, frutto del passaggio tecnologico da armi letali e armi non letali. Giampiero Giacomello e Gian Piero Siroli redigono un saggio in inglese sulla guerra nel cyberspazio. Gli autori introducono il concetto di cyberspace, che rappresenta una nuova dimensione, ibrida e asimmetrica dei conflitti e descrivono i soggetti che agiscono da cyber-actors. In questa inedita dimensione, gli attori non sono soltanto gli stati, dotati di avanzate strutture tecnologiche, ma anche le grandi multinazionali e gli hacker. Le difese possibili sono perimetrali o di profondità e sono indirizzate a impedire intrusioni nei propri sistemi o a minimizzare i danni. In ogni caso, secondo gli autori, la dimensione cyber della strategia non ricalcherà i risultati dell’impiego della forza aerea

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dei conflitti del passato, perché è da considerarsi come una dimensione parallela agli ambiti dimensionali già teatro di conflitti: terra, mare, cielo e spazio orbitale. A chiudere il volume sono gli interventi che hanno per argomento le guerre controfattuali e immaginarie. In questa sesta parte Lucio Ceva, Eric R. Terzuolo, Alejandro Sanchez, Wojciech Mazur, Viviana Castelli, Stefano Rapisarda, Enrico Silverio ed Enzo De Ianni si dilettano con ucronie e storie alternative, proponendo una serie di what if e di incursioni nell’immaginario del fumetto, del fantasy e della fantascienza. Apre la sezione Lucio Ceva che offre alcune considerazioni sul suo volume Asse Pigliatutto, edito da Mondadori nel 1973, primo volume italiano di storia alternativa, nel quale l’autore si diverte a rovesciare le sorti della seconda guerra mondiale, partendo dall’ipotesi che l’esercito italiano già negli anni trenta avesse posto le basi per l’impiego di un’armata “blindata” nella prospettiva di una guerra corazzata. Ceva, con il suo volume anticipa i cicli di Mario Farneti, Giampietro Stocco ed Enrico Brizzi, che, come evidenzia Terzuolo nel saggio successivo, si aggiungono a un numero tutt’altro che esiguo di volumi, che immaginano le conseguenze della sconfitta degli alleati. Da Robert Harris a Philip K. Dick, da Philip Roth ad autori meno famosi britannici, statunitensi e polacchi sono numerosi gli autori di storia controfattuale. Per quanto lo scopo principale di questa letteratura di genere sia l’intrattenimento del lettore, questi romanzi suggeriscono che un differente corso di eventi sarebbe stato possibile e che l’eventualità di futuri alternativi dovrebbe comunque essere considerata a livello di scelte strategiche. Il contributo di Sanchez si inserisce su questa linea ed evoca un conflitto sudamericano, che avrebbe potuto realmente avere luogo, nel 2008, tra la Colombia e l’Equador, con il coinvolgimento del Venezuela del Perù e del Brasile. Nei due saggi successivi Mazur riflette sulla rappresentazione cinematografica e in grafica 3D per computer dell’invasione tedesca della Polonia, mentre Viviana Castelli presenta due pellicole, a sfondo satirico sull’invasione degli Stati Uniti, Il ruggito del topo e Viva Max, alle quali aggiunge alcune considerazione sulla rappresentazione del presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt nel Duck Universe di Walt Disney. Due ulteriori saggi si soffermano sul ciclo tolkieniano de Il Signore degli anelli e quello del fantascientifico “ciclo dei Vor” di Lois McMaster Bujold. Nel primo Stefano Rapisarda riprende una serie di temi critici che vorrebbero rintracciare nei temi di Tol-

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kien precisi riferimenti agli avvenimenti storici della seconda guerra mondiale e nel secondo Enrico Silverio riprende uno dei più importanti topos letterari delle space opera fantascientifiche, quello dell’impero galattico, così come concepito dalla McMaster Bujold nei suoi diciannove romanzi del ciclo dei Vor. In ambito di guerre fantascientifiche, ovviamente, non poteva mancare un riferimento a Fanteria dello spazio di Robert Heinlein, romanzo capostipite di questo sottogenere di “narrativa d’anticipazione”, del quale scrive Enzo De Ianni. Infine, Ilari chiude il volume con una nota contro il genio napoleonico, che, secondo il curatore del volume, fu assistito oltre che dalla fortuna anche dal talento straordinario e mai riconosciuto di due strateghi napoletani: Roberto Winspeare e Michele Cimorelli.

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Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali Eunomia IV n.s. (2015), n. 2, 225-243 e-ISSN 2280-8949 DOI 10.1285/i22808949a4n2p225 http://siba-ese.unisalento.it, © 2015 Università del Salento

PAOLO MACRÌ Varian Fry e il Centre Américain de Secours a Marsiglia, 1940-1941

Premessa Il 13 settembre 1967 moriva a Easton, nel Connecticut, il letterato americano Varian Fry, un personaggio assolutamente singolare per la pluralità di interessi culturali coltivati e la molteplicità di “vite” vissute: cultore di poesia latina e greca, curatore di alcune importanti pubblicazioni della Foreign Policy Association, animatore di associazioni di volontariato, uomo d’affari e, infine, insegnante. Ma, soprattutto, il protagonista di una delle più singolari e straordinarie operazioni di soccorso indirizzata al salvataggio di profughi e rifugiati politici del XX secolo. Tra l’agosto 1940 e il settembre 1941, in quel moncone di terra francese passato alla storia come “Francia di Vichy”, Varian Fry visse e operò per l’espatrio dei maggiori rappresentanti della cultura europea (antinazisti, ebrei, reduci della guerra civile spagnola), rimasti intrappolati nella Francia meridionale nel vano tentativo di sfuggire all’inarrestabile avanzata delle armate hitleriane. Colpisce di questo “quiet american” l’assoluta incoerenza tra le sue inclinazioni (la poesia, l’impegno civile, l’insegnamento, la cura di una vita ricca di emozioni artistiche e letterarie) e la formidabile tempra dimostrata in azione. Varian Fry, infatti, istituì e diresse a Marsiglia per ben tredici mesi il Centre Américain de Secours, struttura di assistenza umanitaria, in realtà copertura per la fuga di rifugiati stranieri e oppositori politici dallo Stato francese petainista. Nel periodo di attività il Centro funzionò da catalizzatore per molti eroici collaboratori, grazie ai quali Fry creò una complessa ed efficientissima macchina organizzativa di cospirazioni, connivenze, corruzione e agganci alla burocrazia locale e alla rete dei consolati stranieri presenti a Marsiglia, per il salvataggio del maggior numero possibile di perseguitati. Il Centro divenne immediatamente un punto di riferimento per gli esuli antinazisti in terra francese, molti dei quali costretti da tempo alla clandestinità. Fry, in tredici mesi di “operazioni umanitarie”, riuscì a far espatriare migliaia di rifugiati, eludendo le attenzioni della Gestapo, i fin troppo zelanti controlli della polizia francese e l’ignavia del Consolato americano, e mantenendo l’incredibile lucidità e freddezza di un agente segreto sotto copertura. Tuttavia, a risultare ancor più incredibile, fu l’attenzione riservatagli al rimpatrio: lo strabiliante successo della sua operazione provocò il fastidio – se non l’invidia – dei suoi stessi colleghi dell’Emergency Rescue Committee (l’organizzazione patrona della sua missione in terra francese); le sue vigorose prese di posizione contro la politica del Dipartimento di Stato irritarono il Governo degli Stati Uniti che impose una sorta di quarantena all’eroe francese, favorendo il silenzio che immediatamente avvolse la sua straordinaria attività al punto che l’opinione pubblica finì per ignorarla completamente. Eppure, quella di Fry fu una delle voci più forti nella condanna delle persecuzioni antiebraiche naziste. Fry fu uno dei pochi resistenti che realizzò nel 1940 una rete di oppositori in un paese sostanzialmente alleato del Reich; fu uno dei pochi coraggiosi che per salvare la luce della cultura europea rischiò la propria vita e si fece promotore del passaggio più numeroso di artisti e letterati dall’Europa occupata alle libere sponde americane. La portata storica della sua attività e l’assoluta importanza degli sforzi compiuti, tuttavia, non furono sufficienti a rendergli in vita alcun merito. L’Emergency Rescue Committee, organismo che lo vide tra i fondatori e dal quale fu scelto per la missione marsigliese (in verità, con molte perplessità, giacché considerato inadeguato per inesperienza e debolezza di carattere), al suo ritorno ritenne di poter fare a meno dell’aiuto di Fry; l’Office of Strategic Services (il Servizio di Intelligence statunitense, antesignano della CIA), che – a guerra iniziata – reclutava i suoi agenti anche dal mondo

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accademico e universitario, rifiutò la sua candidatura; addirittura l’Esercito statunitense lo riformò per ulcera duodenale, quale sintomo di patologia nervosa. Indubbiamente, Varian Fry non poteva essere considerato un intrepido uomo d’azione da paracadutare dietro le linee nemiche: era un letterato occhialuto, appassionato di poesia greca e latina, un uomo dedito allo studio dei classici e all’ornitologia; una figura certamente lontana dall’icona dell’eroe di guerra descritto nelle innumerevoli corrispondenze dal fronte francese della prima guerra mondiale. Probabilmente, il trattamento riservatogli fu il prezzo per la fermezza delle posizioni assunte contro il Dipartimento di Stato, rinsaldate dall’indignazione maturata durante il periodo marsigliese verso l’apparente complicità del Consolato americano con il Governo filonazista di Vichy e dall’insofferenza verso quanti – soprattutto colleghi impegnati in comitati e associazioni umanitarie statunitensi – rifiutavano di comprendere l’assoluta urgenza di aiuti per gli esuli e i profughi europei. 1. Le organizzazioni di soccorso operative in Francia nell’estate del 1940 La situazione della Francia nell’estate del 1940 rappresentava qualcosa di tragicamente inedito, pur essendo stata anticipata dagli eventi della guerra civile spagnola. La vittoria di Francisco Franco sulle forze repubblicane, infatti, aveva portato centinaia di migliaia di profughi oltre i Pirenei, che si erano sommati ai rifugiati politici in fuga dalle altre dittature europee. Si presume che gli stranieri presenti su suolo francese, alla fine degli anni Trenta, (spesso clandestini sans papiers o apatrides) fossero circa tre milioni1. Questa massiccia presenza, dapprima, spinse il governo francese all’adozione di provvedimenti a protezione del lavoro e per l’allontanamento dei sovversivi2; successivamente, quando il regime franchista negò il rimpatrio ai rifugiati spagnoli, venne istituita una rete di campi di concentramento per gli apolidi (apatrides)3. A ridosso dei Pirenei, anonimi paesini come Gurs e Le Fernet divennero i nomi di campi d’internamento per gli “stranieri indesiderati”4, che accolsero i primi profughi già nell’inverno del 19395. Particolare fu l’accanimento contro profughi e rifugiati di origine germanica: chiunque parlasse il tedesco era un boche, anche se si trattava di un esule antinazista o un perseguitato ebreo; tutti i “tedeschi” (anche i cecoslovacchi e gli austriaci) erano i nemici del 1870 e del 1914 e costituivano una pericolosa “quinta colonna” da neutralizzare, tanto che, nel 1939, gli internati erano già quindicimila6. Con la drôle de guerre7 la Francia veniva travolta dalle armate naziste in poco più di sei settimane e alla richiesta di armistizio del 20 giugno 1940, con la quale il Maresciallo Petain dichiarava di avere “pregato il nemico di sospendere le ostilità”8, i nazisti rispondevano con l’imposizione di condizioni durissime, fra le quali spiccava il punto 19 dell’armistizio, grazie al quale il nuovo regime di Vichy si impegnava a consegnare ai nazisti i soggetti di nazionalità tedesca che si trovavano in Francia, nelle sue colonie e protettorati. Molto è stato scritto dagli studiosi per illustrare l’evoluzione politica del

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M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, Stanford University Press, Stanford, CA, 1995, pp. 35-44. 2 Ibid., p. 55. 3 Ibid., p. 57. 4 R.O. PAXTON, Vichy, Il Saggiatore, Milano, 1999, pp. 162-163. 5 L. FITTKO, La via dei Pirenei, Manifestolibri, Roma, 2000, p. 13. 6 M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., p. 65. 7 Cfr. E. DI NOLFO, Storia delle relazioni internazionali 1918-1999, Laterza, Roma-Bari, 2003, pp. 340356. 8 O. BARIE’, M. DE LEONARDIS, A.G. DE ROBERTIS, G. ROSSI, Storia delle relazioni internazionali. Testi e documenti (1815-2003), Monduzzi, Bologna, 2004, p. 297.


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disegno governativo della Francia di Vichy – ai cui lavori espressamente si rimanda9 – ma ciò che colpisce maggiormente è l’autonoma capacità persecutoria dei funzionari del nuovo regime francese, l’efficiente zelo nel perseguitare i deboli e gli indifesi10, che culminò nel processo di denaturalizzazione che revocava la cittadinanza a migliaia di rifugiati 11 e che proseguì con l’epurazione degli ebrei dagli incarichi amministrativi, di governo e dalle libere professioni. Se con la fine delle ostilità il Governo di Vichy cercò di accelerare il rientro dei profughi di guerra olandesi, belgi e francesi verso le zone di precedente residenza, successivamente tutti gli stranieri e gli apolidi vennero internati nei campi di concentramento già allestiti, per poi essere avviati al lavoro coatto nei GTE (Groupement de Traveilleurs Etrangers)12, dai quali gli esuli di origine tedesca potevano essere prelevati per essere consegnati ai nazisti, in ottemperanza all’art.19 dell’armistizio. L’unica speranza di sfuggire all’internamento – specialmente per gli ebrei – era costituita dall’aiuto e dall’assistenza di associazioni e comitati che operavano in Francia sin dalla prima metà degli anni Trenta, espressione, in molti casi, di organizzazioni ebraiche di soccorso. Fra queste si distingueva l’HICEM (International Jewish Refugee Relief Agency), fondata nel 1927 a Parigi e articolata in tre organizzazioni ebraiche di soccorso: HIAS (Hebrew Immigrant Aid and Sheltering Society), JCA (Jewish Colonization Association) e EMIGDIRECT, rispettivamente di ispirazione americana, inglese e tedesca13. La convivenza tra le società di soccorso, il nuovo Governo francese e l’occupante tedesco era piuttosto difficile. Il Governo di Vichy, per riportare l’ordine nelle regioni di propria competenza, incoraggiava i funzionari di polizia ad adottare metodi repressivi verso tutti i rifugiati, che si tradussero in vere e proprie persecuzioni nei confronti degli ebrei14, inasprendo le condizioni di detenzione nei campi di concentramento, che divennero così inumane da indurre alcuni internati ebrei (ex militari tedeschi dell’Impero) ad appellarsi ai nazisti per ottenere un trattamento più equo dai francesi, in nome della Patria tedesca e del servizio reso al Kaiser durante il primo conflitto mondiale15. Questa politica persecutoria ancora non contemplava la piena collaborazione con la Gestapo, che avrebbe, invece, caratterizzato i rapporti tra collaborazionisti e Germania nazista negli anni successivi; colpisce, tuttavia, come il Governo di Vichy si dimostrasse capace di una propria politica antiebraica, arrivando ad integrare l’antisemitismo nel programma di Rivoluzione Nazionale. I politici di Vichy, infatti, vararono leggi antisemite senza alcuna pressione da parte delle autorità tedesche16, probabilmente anche per reazione 9

Per un approfondimento della politica amministrativa e legislativa della Francia di Vichy tra il 1940 e il 1944, cfr. H.J. KIEVAL, Legality and Resistance in Vichy France: The Rescue of Jewish Children, in M.R. MARRUS, ed., The Nazi Holocaust: Historical Articles on the Destruction of European Jews, tomo VII: Jewish Resistance to the Holocaust, Meckler, Westport-London, 1989, pp. 486-488; M.R. MARRUS, L’Olocausto nella storia, Il Mulino, Bologna, 1994, pp. 104-107, 144, 173-174, 210-211, 257; M.R. MARRUS, P.O. PAXTON, The Nazis and the Jews in Occupied Western Europe, 1940-1944, in M.R. MARRUS, ed., The Nazi Holocaust, cit., tomo IV: The “Final Solution” outside Germany, vol. I, Meckler, Westport-London, 1989, pp. 101-111; M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., pp. 73-119; R.O. PAXTON, Vichy, cit. 10 R.O. PAXTON, Vichy, cit., pp. 163-164. 11 Ibid., p.162. 12 M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., pp. 170-171; D.F. RYAN, The Holocaust of Jews in Marseille, University of Illinois Press, Urbana and Chicago, 1996, pp. 91-92; L. FITTKO, La via dei Pirenei, cit., p. 13. 13 M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., p. 113; D.F. RYAN, The Holocaust of Jews in Marseille, cit., pp. 137-140. 14 R.O. PAXTON, Vichy, cit., pp. 164-168. 15 M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., p. 66. 16 Per un approfondimento sulla legislazione antisemita del Governo di Vichy, cfr. M.R. MARRUS, L’olocausto nella storia, cit., p. 105 e ss.; H.J. KIEVAL, Legality and Resistance in Vichy France, p. 486


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alla politica razziale posta in essere dal Reich che, nel tentativo di disfarsi degli indesiderati, trasferiva gli ebrei proprio nella Francia non occupata, obbligando il Governo di Vichy a farsi carico del loro destino. I nazisti non avevano ancora messo a punto una rete sufficientemente vasta di propri campi di concentramento e la puntuale pianificazione dello sterminio non era stata, ancora, dettagliamene predisposta; perciò avevano destinato la Francia a diventare una sorta di immenso ghetto17. Questo primo, apparente, disinteresse dei tedeschi verso la questione ebraica in Europa occidentale non valse a rendere meno gravose le condizioni degli ebrei divenuti cittadini francesi o degli stranieri – di più recente immigrazione – in seguito alla politica persecutoria pianificata e predisposta dagli zelanti funzionari di Vichy. Mentre i nazisti espellevano profughi ed ebrei verso la Francia non occupata, il Governo di Vichy, a sua volta, considerava questi invii come una minaccia all’ordine pubblico e una violazione dei termini dell’armistizio, tanto che il Ministro degli Interni del Governo francese formulava proteste ufficiali alle autorità naziste. Il “braccio di ferro” tra nazisti e francesi ebbe esiti grotteschi: mentre Vichy consegnava alla Gestapo molti giovani ebrei per “attività in favore della Germania”, i tedeschi respingevano gli espulsi affermando che nessun ebreo potesse essere inviato dal Governo di Vichy verso il Reich contro la propria volontà18. In questo caotico e paradossale incrocio di divieti e vessazioni, centinaia di migliaia di rifugiati, molti dei quali di origine ebraica, cominciarono a dirigersi verso Marsiglia, sede dei Consolati dei paesi non belligeranti, nella speranza di ottenere il rilascio di un visto d’ingresso verso le nazioni che rappresentavano. Nella città la situazione divenne in breve tempo insostenibile: i profughi si accalcavano fuori dalla Prefettura e sotto i portoni dei Consolati nel tentativo di conferire con i funzionari; la città era percorsa da migliaia di sfollati che cercavano di industriarsi per la quotidiana sopravvivenza; i soldati smobilitati dall’esercito francese riempivano il porto, la stazione e ogni mezzo pubblico nel tentativo di raggiungere le loro famiglie; i poliziotti della Gendarmerie si impegnavano nel fermare e arrestare quanti non fossero in regola con la normativa in vigore, destinandoli alla prigione o ai campi di concentramento. Di questo clima frenetico, disperato e angosciante, fra le tante, si ricorda la testimonianza di Hannah Arendt che in quei giorni si batteva per ottenere i visti necessari all’espatrio per sé e per i suoi cari e che descrive lo stato di stupita disperazione di molti profughi che, per sfuggire all’internamento nei campi di concentramento, di giorno, vagavano per le strade di Marsiglia e, di notte, dormivano nei portoni dei palazzi o sulle panchine dei parchi19. Solo i più fortunati potevano contare su un parente naturalizzato o su un marito o fratello arruolato nella Legione Straniera (condizione, questa, che garantiva la possibilità di ottenere un alloggio e sfuggire ai campi di concentramento)20; pochissimi godevano della possibilità anche solo di sperare in un aiuto dall’estero. 2. Gli intellettuali statunitensi e le organizzazioni di soccorso Negli Stati Uniti l’opinione pubblica aveva scarsa cognizione di quanto stesse accadendo in Francia, benché diverse organizzazioni fossero da tempo impegnate in operazioni umanitarie e fossero al corrente della gravità della situazione dei rifugiati. A livello sociale, coloro che erano più sensibili alla tragedia dei rifugiati erano sicuramente gli scrittori e gli intellettuali, spesso alfieri della difesa della libertà e delle vittime dei regimi europei. Costoro, tuttavia, erano certamente una minoranza, negli americani prevaleva un e ss.; R.O. PAXTON, Vichy, cit., pp. 160-174. M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, The “Final Solution” outside Germany, cit., pp. 107-111. 18 M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., pp. 15-16 19 E. YOUNG-BRUEHL, Hannah Arendt, 1906-1975. Per amore del mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, pp. 192-195. 20 L. FITTKO, La via dei Pirenei, cit., p. 16; M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., p. 169. 17


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atteggiamento di cinico ripiegamento su se stessi, che rappresentava il retaggio degli anni più bui della crisi e che impediva loro di interessarsi alle sciagure abbattutesi su popolazioni d’oltreoceano. Ma furono proprio gli intellettuali americani, già corsi in aiuto di molti esuli che avevano trovato asilo negli Stati Uniti, a promuovere la presa di coscienza degli ambienti culturali e accademici su quanto stava accadendo in Europa. L’attivismo militante di molti circoli intellettuali portò alla costituzione di comitati e fondazioni, che raccoglievano le migliori energie dalla comunità scientifica e culturale americana, allo scopo di soccorrere gli oppositori dei regimi europei, sia nelle loro nazioni che nei paesi dove avevano trovato rifugio alle persecuzioni. Fra queste associazioni possiamo ricordare lo Spanish Aid Committee21, l’American Friends Service Committee (AFSC)22, la Young Men’s Christian Association (YMCA)23 e l’American Friends of German Freedom 24. Lo Spanish Aid Committee era il risultato della fusione di numerose organizzazioni statunitensi di diverso orientamento politico, che avevano, prima, organizzato il sostegno ai combattenti repubblicani spagnoli contro i falangisti, per poi occuparsi dei profughi, una volta persa la Guerra di Spagna. Con lo Spanish Aid Committee aveva operato Harold Oram25, che, negli anni seguenti, si sarebbe distinto come uno dei più abili raccoglitori di fondi per iniziative umanitarie, nonché fondatore, nel 1939, della Harold L. Oram Inc. (ancora oggi attiva con il nome di Oram Group Inc.)26. L’American Friends Service Committee era, invece, un’organizzazione di soccorso pacifista di matrice quacchera, che aveva già operato durante la prima guerra mondiale (ancora oggi attiva su progetti di aiuto umanitario e sullo sviluppo della cultura pacifista). Fondata per aiutare gli obiettori di coscienza durante la Grande Guerra, operò nei campi di concentramento del primo conflitto per alleviare le sofferenze dei prigionieri di guerra, prendendosi cura anche dei soldati degli Imperi centrali catturati sul fronte occidentale. Fu, inoltre, presente in Russia durante la grande carestia seguita alla Rivoluzione del 1917; in Germania, per favorire l’espatrio degli oppositori al nazismo; in Spagna, per soccorrere i bambini vittime della guerra civile. Anche la Young Men’s Christian Association era un’associazione statunitense di soccorso di ispirazione quacchera. Presente in Francia già nella primavera del 1940, sotto la direzione di Donald Lowrie, coordinò e condusse le attività di soccorso di altre associazioni, prodigandosi nei confronti dei profughi anche nei campi di concentramento. L’American Friends of German Freedom si connotava come l’associazione di riferimento degli esuli tedeschi negli Stati Uniti e annoverava tra i suoi sostenitori, tra gli altri, il famoso scrittore tedesco Thomas Mann. Le attività dell’American Friends of German Freedom erano spiccatamente di sostegno agli antinazisti tedeschi ed erano rivolte, in particolare, ad aiutare intellettuali di sinistra ed esponenti di sinistra del Reichstag che avevano avuto un ruolo di primo piano in politica durante la Repubblica di Weimar. L’attività di assistenza di questa Organizzazione fu rivolta, in un primo momento, a garantire la salvezza degli oppositori antinazisti che avevano aderito alla Neu Beginnen27, un’associazione di socialdemocratici tedeschi che si erano sottratti alle persecuzioni naziste e si erano organizzati all’estero al fine di riportare la democrazia in Germania; successivamente, con l’incalzare degli eventi, l’American Friends of German Freedom 21

A. MARINO, A Quiet American: The Secret War of Varian Fry, St. Martin Griffin’s, New York, 2000 (1999), pp. 26 e ss. 22 Per un approfondimento sull’American Friends Service Committee, cfr. www.afsc.org. 23 D. F. RYAN, The Holocaust of Jews in Marseille, cit., pp. 148-149. 24 A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 37 e ss. 25 Ibid., p. 27. 26 Per un approfondimento sull’Oram Group Inc., cfr..www.oramgroup.com. 27 A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 33-35.


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diresse la propria attività anche in favore dei più eminenti intellettuali europei perseguitati dai nazisti, aiutandoli ad espatriare e a trovare rifugio negli Stati Uniti. Furono molti gli intellettuali americani che aderirono al sodalizio dell’American Friends of German Freedom; fra questi, un giovane scrittore e giornalista di famiglia newyorkese benestante: Varian Fry. 3. Varian Fry : cenni biografici. Il lavoro per la Foreign Policy Association Nel tentativo di tratteggiare la biografia di Varian Fry, più delle recenti pubblicazioni28, sono utili le brevi frasi, leggere e toccanti, che ha speso la sua seconda moglie, Annette Riley Fry, in un intervento del 1974 che ne ripercorre la vita sin dall’infanzia. La descrizione è quella di un bambino solitario che sperava di essere chiamato “Tommy” perché imbarazzato dal suo nome di battesimo che giudicava assurdo. Impacciato nelle attività sportive e gran lettore di libri, era nato a New York il 15 ottobre 1907, figlio di un operatore di borsa e di un’insegnante. Crebbe a Ridgewood, nel New Jersey, dove frequentò le prime scuole. Ai giochi di strada il piccolo Varian preferiva il raccolto giardino domestico e la cura dei fiori in compagnia del padre. Dopo aver salvato un passero ferito dal suo gatto si appassionò al birdwatching, che resterà una delle occupazioni preferite per tutta la vita. Trasferitosi nel New England per frequentare la Hotchkiss Preparatory School, si distinse per non voler subire le angherie dei compagni di corso degli anni superiori, disgustato dalle “prove d’iniziazione” e dagli scherzi goliardici che gli allievi anziani imponevano ai più giovani. Completò l’High School presso la Riverdale Country School e riuscì a superare la prova di ammissione al College con il voto più alto mai assegnato ad uno studente. Ma fu ad Harvard che emerse prepotente la sua passione per la poesia antica e moderna e fu lì che fondò la rivista letteraria “Hound & Horn”, che accolse le opere più significative di scrittori e poeti dell’epoca. Come riportano i suoi biografi29, a quell’epoca Varian Fry era un esteta con velleità aristocratiche, un ottimo conversatore che affascinava gli ascoltatori con i suoi modi studiati e la ricchezza delle sue opinioni. In fondo rimaneva, però, un giovane caratterialmente insicuro, dagli interessi culturali incostanti, impegnato a fare della propria esistenza un’opera d’arte, con il corollario di pose e atteggiamenti languidamente decadenti (fumava, senza aspirare, solo perché riteneva che la gestualità del fumatore gli conferisse fascino) e rapporti d’amicizia maschili non privi di ambiguità, frutto, probabilmente, di un malinteso dandismo e della esaltata ammirazione per lo scrittore vittoriano Oscar Wilde. Durante gli studi conobbe la futura moglie, Eileen Avery Hughes, di Boston, più anziana di lui di sette anni, che seppe riportare una certa disciplina nei suoi studi universitari, e che sposò nel 1931, subito dopo la laurea. Eileen e Varian, dopo le nozze (avversate dalla madre di lui che, sino ad allora, era stata l’unica presenza femminile nella vita del figlio), si trasferirono a New York e trovarono subito lavoro: lui come redattore presso il “Consumer Research Magazine” e lei come ricercatrice della rivista “Time”. Le ristrettezze della Grande Depressione, tuttavia, non consentirono loro di mantenere un tenore di vita dignitoso e per questo rinunciarono alla città per trasferirsi in campagna, a nord di New York City. Nel 1933, durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali, la coppia sostenne Roosevelt. La sua elezione portò loro fortuna, tanto che la situazione migliorò sensibilmente per la coppia, come per molti altri americani, grazie alla politica del New Deal. Fry, dopo essersi specializzato in Scienze Politiche presso la Columbia University, cominciò a lavorare presso la rivista “Scholastic” e, subito dopo, ebbe occasione di entrare in contatto 28

Sulla vita e le attività di Varian Fry, oltre all’opera di Marino, cfr. anche S. ISENBERG, A Hero of Our Own: The Story of Varian Fry, Random House, New York , 2001. 29 A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 17-22; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 46-65.


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con la redazione della rivista “The Living Age”, nella persona di Quincy Howe, che gli offrì la possibilità di diventare un collaboratore della rivista e di rodare le sue capacità di corrispondente con una trasferta nella Germania nazista. Fry accettò e si imbarcò per l’Europa nel maggio 1935, diretto a Berlino, dove fu uno dei primi testimoni della violenza del regime hitleriano. In uno dei suoi articoli più famosi ricordava vividamente come, il 15 luglio 1935, avesse assistito alle violenze delle S.A. nei confronti degli ebrei berlinesi nelle strade e nei negozi della città30. Al suo ritorno Varian Fry aveva ormai acquisito piena coscienza della condotta che i nazisti avrebbero continuato a tenere contro ebrei e oppositori politici e maturò una ferma e determinata opposizione verso la violenza politica dei regimi dittatoriali europei. La consapevolezza di quanto avveniva in Germania e la possibilità che questo si ripetesse in Spagna, con la vittoria dei falangisti, lo spinse ad aderire allo Spanish Aid Committee, sebbene buona parte dei sostenitori fossero comunisti. Ciò costituì una forte pregiudiziale, perché Varian Fry non era un marxista. Inoltre, da buon intellettuale borghese democratico, avversava l’impostazione politica fredda e dogmatica degli intellettuali statunitensi di fede stalinista e filosovietica. Tuttavia, ritenendo più importante sostenere la causa della democrazia piuttosto che distinguersi dai comunisti, decise di lavorare per la libertà del popolo spagnolo, accompagnandosi agli stalinisti, piuttosto che disimpegnarsi da ogni coinvolgimento. Malgrado la consapevolezza dell’importanza di ogni contributo per la causa della libertà spagnola, Varian Fry non fece mistero delle sue posizioni antisovietiche e antimarxiste e questo gli costò scontri ferocissimi con i dirigenti dello Spanish Aid Committee, che lo allontanarono dal Comitato, ottenendo il doppio risultato di essere considerato un nemico dai comunisti e un simpatizzante comunista dalla destra americana31. Le lotte intestine allo Spanish Aid Committee provarono molto Varian Fry, che rimase mortificato e depresso per l’evoluzione dell’attività del Comitato. Questa amara esperienza non lo indusse alla rinuncia, anzi, quando ebbe notizia della fondazione dell’American Friends of German Freedom ad opera di Reinhold Niebhur, nel 1936, offrì con entusiasmo i propri servigi32. Nel frattempo Fry era entrato in contatto con l’organizzazione di studi di geopolitica senza scopo di lucro Foreign Policy Association33. Fondata nel 1918 con il nome di League of Free Nations Association per sostenere il Presidente Woodrow Wilson nel rafforzamento del processo di pace, venne rifondata nel 1923, con il nome di F.P.A. La Foreign Policy Association, ancora oggi attiva, perseguiva negli anni Trenta l’obiettivo della diffusione, fra gli americani, di una maggiore conoscenza della geografia politica ed economica degli Stati del mondo. A questo scopo, la Foreign Policy Association sosteneva lo studio e la pubblicazione di saggi sulle maggiori questioni di politica internazionale, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica americana alle tematiche trattate. Una volta avviata la collaborazione con la Foreign Policy Association, Varian Fry mise a frutto le proprie conoscenze accademiche e l’esperienza maturata nelle redazioni dove era stato impiegato, rivelandosi un acuto analista e un fine conoscitore di geopolitica. Tra il 1938 e il 1940 diede alle stampe per la Foreign Policy Association le seguenti pubblicazioni: The Good Neighbors, una storia delle relazioni internazionali fra gli Stati Uniti e i paesi dell’America Latina (1938); Bricks without Mortar, uno studio sulla cooperazione internazionale (1938); War in China, un lavoro sulla politica espansionista del Giappone imperiale ai danni della Cina e sul ruolo degli Stati Uniti in Estremo Oriente (1938); The Peace That Failed, un contributo sulla politica espansionista dei nazisti mal 30

V. FRY, The Massacre of the Jews, in “The New Republic”, 21 dicembre 1942. A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 26-27. 32 Ibid., p. 27. 33 Per un approfondimento sull’organizzazione, cfr.www.fpa.org. 31


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bilanciata dai governi democratici (1939) e War Atlas (1940), una sorta di rassegna geopolitica del mondo alla fine degli anni Trenta. Quest’ultima pubblicazione fu quella che riscosse maggiori consensi negli ambienti degli addetti ai lavori, anche se War in China e The Peace That Failed sono i testi nei quali le analisi di Fry si definirono con più acume e originalità. In War in China, infatti, Fry proponeva il parallelismo tra l’espansionismo nazista e l’imperialismo giapponese, che ben presto gli americani avrebbero avuto modo di affrontare, stigmatizzando le sostanziali similitudini dei due regimi. Ma in questo saggio, soprattutto, richiamava l’attenzione dell’opinione pubblica americana su un teatro di guerra apparentemente lontanissimo (quello della guerra giapponese in Manciuria), sollecitando i politici a definire il ruolo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto svolgere in Estremo Oriente a salvaguardia della pace. In The Peace That Failed, invece, Fry riassumeva le posizioni che aveva avuto modo di esporre al pubblico durante una serie di conferenze sui temi dell’imminenza di una seconda Great War e dell’apatia dimostrata dai governi inglese, francese e americano nei confronti dell’espansionismo tedesco in Europa34. Per questo, quando l’American Friends of German Freedom cominciò a richiedere il suo impegno per iniziative in favore degli esuli antinazisti e i profughi europei, Varian Fry non era più solo un giovane intellettuale idealista, ma uno studioso che, attraverso interventi, studi, pubblicazioni e ricerche, aveva maturato la piena consapevolezza del destino che sarebbe toccato agli antinazisti con l’avanzare delle truppe del Reich ed è proprio alla luce di questa consapevolezza che va considerata la sua fervente partecipazione alle attività dell’American Friends of German Freedom e il suo indispensabile contributo alla fondazione dell’Emergency Rescue Committee. 4. La fondazione dell’Emergency Rescue Committee. Il contributo di Varian Fry Quando negli Stati Uniti fu chiaro che la Francia stava per essere sconfitta, Varian Fry si adoperò immediatamente per reperire fondi al fine di avviare operazioni di soccorso e assistere i rifugiati. Accanto a lui c’erano il profugo tedesco Paul Hagen (alias Karl Franck, esponente socialdemocratico di rilievo dell’organizzazione Neu Beginnen, nonché capofila dell’organizzazione a Vienna e a Praga prima dell’occupazione nazista dell’Austria e della Cecoslovacchia)35, conosciuto nell’ambito delle attività dell’American Friends of German Freedom, e Harold Horam36 conosciuto ai tempi dello Spanish Aid Committee, che, intanto, era diventato il fundraiser più noto negli ambienti delle associazioni filantropiche newyorchesi. Varian e Eileen Fry, Paul Hagen e sua moglie Anna pianificarono con Horam una prima raccolta di fondi, convocando per il 25 giugno 1940, presso il Commodore Hotel di New York, Reinhold Niebhur e lo staff dell’American Friends of German Freedom, Charles Seymour, rettore dell’Università di Yale, Robert Hutchins, rettore dell’Università di Chicago, e altri eminenti esponenti della cultura statunitense. Il 20 giugno, intanto, la Francia aveva firmato l’armistizio con i nazisti e fu immediatamente chiara a tutti l’urgenza di intervenire per salvare quanti si trovavano intrappolati in Francia alla mercé dell’articolo 19 dell’armistizio37. Incombeva il pericolo di vita su tutti gli oppositori politici e gli ebrei che avevano trovato rifugio in Francia, soprattutto sugli antinazisti assistiti dall’American Friends of German Freedom e dall’International Relief Association (IRA), fondata negli Stati Uniti da un profugo illustre,

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A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 31-32. Ibid., pp. 33-34. 36 Ibid., p. 27. 37 Per la lettura del testo integrale dell’art. 19 dell’armistizio franco-tedesco, cfr. V. FRY, Surrender on Demand, Johnson Books, Boulder, CO., 1997, pp. XI-XII. 35


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Albert Einstein38. Le adesioni non mancarono: molti illustri rifugiati e intellettuali statunitensi diedero la loro disponibilità per la ricerca di mezzi e di finanziamenti per l’imminente emergenza e chi non fu presente all’appuntamento presso il Commodore Hotel non mancò di far pervenire la propria adesione, a mezzo telegramma, da ogni angolo degli Stati Uniti. Nasceva, così, l’Emergency Rescue Committee che, avvalendosi dell’esperienza dell’American Friends of German Freedom e dell’International Relief Association, e del prestigio dei loro staff che annoveravano, fra gli altri, Reinhold Niebhur, Thomas Mann e Albert Einstein39, immediatamente raccolse la sfida di salvare dalla deportazione e dalla morte gli intellettuali e gli oppositori del regime nazista. Alla riunione del Commodore Hotel di New York, i partecipanti decisero di stilare un elenco delle persone immediatamente bisognose di soccorso, le cui tracce si erano perse nel tracollo della Francia e che erano, certamente, impossibilitate a lasciare il senza aiuto. I presenti, quindi, convennero di predisporre un’operazione di soccorso per far espatriare le personalità più note fra gli antinazisti e tutti quegli artisti, scienziati, scrittori e musicisti che, per origini ebraiche o posizioni politiche, sarebbero stati i primi ricercati a cadere nelle mani dei tedeschi, anche perché la notorietà avrebbe reso loro impossibile occultarsi nell’anonimato. Thomas Mann indicò gli scrittori tedeschi e austriaci, Alfred Barr (direttore del Museo di Arte Moderna di New York) diede un elenco di pittori e artisti, Max Ascoli (un giornalista italiano emigrato negli Stati Uniti) stilò l’elenco degli antifascisti italiani, Jan Masaryk (leader degli esuli cechi) stilò quello degli esuli cecoslovacchi, Alvarez del Vajo e Joseph Buttinger stilarono quello degli esuli spagnoli. Tre settimane dopo, l’Emergency Rescue Committee apriva i suoi uffici nel Chanin Building sulla Quarantaduesima Strada e uno staff di segretari e corrispondenti era immediatamente operativo. Alla riuscita delle operazioni di soccorso, tuttavia, mancava un elemento indispensabile: qualcuno doveva essere inviato nell’epicentro del disastro per dirigere e coordinare le attività, ma questa persona non poteva essere uno degli esuli già approdati negli Stati Uniti, né un ebreo (per ovvie ragioni di incolumità). Inoltre, la missione, pur se pianificata per la durata di poche settimane, esponeva l’inviato a rischi e incognite che avrebbero potuto metterne a repentaglio la libertà, se non la stessa vita. Malgrado i rischi fossero chiari, Fry si offrì volontario. Paul Hagen, che aveva operato a lungo in attività semiclandestine a Vienna e a Praga per Neu Beginnen, riteneva che Fry non avesse alcuna possibilità di cavarsela in questo tipo di situazione, mancando completamente di esperienza. Inoltre, malgrado l’amicizia (o forse proprio per questo motivo), Hagen lo giudicò non all’altezza della missione, giacché il dover agire sotto pressione, mantenendo comunque i nervi saldi, e il commettere illegalità non potevano essere compiti adatti a “[...] un intellettuale nevrastenico, esperto di Grecia antica [...]”40. Nessun altro, tuttavia, si fece avanti e, alla fine, fu chiaro che la missione sarebbe stata sua. 5. Marsiglia, agosto 1940: l’arrivo di Fry e i rapporti con il Consolato degli Stati Uniti Il pomeriggio del 4 agosto 1940, con un volo della Pan American Airways, Varian Fry partiva alla volta dell’Europa. Aveva con sé una modesta cifra di denaro, le liste dei profughi che avrebbe dovuto rintracciare e il conforto del possibile aiuto da parte della 38

Per un approfondimento sulla storia dell’International Relief Association e dell’Emergency Rescue Committee, cfr. www.theirc.com. 39 Per un approfondimento sulla fondazione dell’Emergency Rescue Committee, cfr. A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 37-47. 40 Ibid., pp. 48-49.


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Croce Rossa, nella persona del direttore in Europa Richard Allen, e dell’associazione quacchera Young Men’s Christian Association (YMCA)41. Possedere la copertura di quest’associazione costituiva un ottimo inizio per una missione così rischiosa. L’YMCA era unanimemente riconosciuta come un’organizzazione politica neutrale. Inoltre, era particolarmente apprezzata dai militari tedeschi che avevano avuto modo di avvalersi del soccorso prestato ai prigionieri dell’esercito del Kaiser, internati nei campi di prigionia anglo-francesi del primo conflitto mondiale42. Per questo motivo, quando Fry entrò in contatto con l’YMCA e gli fu proposta l’affiliazione, l’accettazione fu immediata. Il prestigio di cui godeva l’associazione e la neutralità riconosciuta alle attività espletate avrebbero costituito una perfetta copertura per il periodo della missione, ingenerando in molti l’equivoco che Fry fosse un attivista quacchero43. Il Governo degli Stati Uniti non diede alcun aiuto a Fry, nemmeno per espletare le procedure di rilascio del passaporto. In Francia erano presenti rappresentanze diplomatiche e consolari americane, tuttavia il Dipartimento di Stato scoraggiava fermamente la partenza di cittadini statunitensi verso la Francia. Fry dovette, pertanto, ricorrere all’aiuto di un’illustre madrina: la consorte del Presidente degli Stati Uniti, Eleanor Roosevelt. La moglie del Presidente era a conoscenza dell’esistenza dell’Emergency Rescue Committee e, pur non potendo assumere una posizione ufficiale in favore dei rifugiati in Francia, agevolò l’espatrio di Varian Fry, che ottenne passaporto e visti in poche settimane e, con discrezione, rassicurò lo staff dell’Emergency Rescue Committee che avrebbe fatto il possibile per aiutarli. In realtà, la First Lady avrebbe potuto fare ben poco per cambiare la posizione degli Stati Uniti sull’immigrazione. Infatti, le leggi emanate tra il 1921 ed il 1924 – durante i mandati dei Presidenti Warren Harding e Calvin Coolidge44 – avevano legato la concessione dei visti d’ingresso negli Stati Uniti al rigido rispetto di quote d’ingresso prestabilite, spesso usate strumentalmente al fine di impedire l’immigrazione di determinati gruppi etnici o politici. Questa politica restrittiva, dopo la Grande Crisi del 1929, si era ulteriormente accentuata con l’istituzione di un ulteriore ostacolo: nel 1930 era stato introdotto il principio di esclusione del visto qualora la permanenza del richiedente potesse diventare “likely to become a public charge” (LPC), ovvero un peso per l’erario 45. Il Presidente Roosevelt, sin dal 1933, aveva ordinato ai suoi più stretti collaboratori di cercare le soluzioni più adeguate per la salvezza dei perseguitati europei46 e, in particolare, nel corso di una riunione di Gabinetto del 7 aprile del 1933, aveva proposto di concedere il visto per gli Stati Uniti, a titolo di “gesto morale”, almeno a un numero limitato di personaggi illustri perseguitati dai nazisti. Tuttavia, gli esperti coinvolti, il Segretario di Stato Cordell Hull, il Ministro del Lavoro Frances Perkins, il suo assistente Felix Frankfurter e Harold Fields, non riuscirono a trovare soluzioni adeguate a temperare il rigore della normativa vigente. Si profilò, inoltre, un conflitto di poteri tra il Dipartimento del Lavoro ed il Dipartimento di Stato: il Dipartimento del Lavoro cercava di applicare l’Immigration Act di Wilson (particolarmente favorevole agli stranieri perseguitati per motivi razziali o religiosi), mentre il Dipartimento di Stato a questo si opponeva, asserendo che l’applicazione di queste norme ai rifugiati tedeschi avrebbe costituito un’indebita 41

D.F. RYAN, The Holocaust of Jews in Marseille, cit., pp. 148-149; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 3-23. 42 D.F. RYAN, The Holocaust of Jews in Marseille, cit., p. 155. 43 A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 49. 44 R. BREITMAN, A.M. KRAUT, American Refugee Policy and European Jewry 1933-1945, Indianapolis University Press, Bloomington and Indianapolis, 1987, pp. 13-17. 45 A. BERMAN, Nazism, the Jews and American Zionism 1933-1948, Wayne State University Press, Detroit, 1990, p. 21. 46 R. BREITMAN, A.M. KRAUT, American Refugee Policy, cit., pp.12 e ss.


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ingerenza nella politica interna di un paese straniero47. Questa situazione si trascinò per diversi mesi senza alcuna apprezzabile soluzione, finché i funzionari giunsero al compromesso di far valutare direttamente ai Consolati americani nei paesi dei richiedenti l’eventuale concessione del visto, senza intervenire sulla legislazione esistente. Di fatto, i diplomatici americani avrebbero applicato la normativa in vigore e portato a compimento tutti i passaggi burocratici per il rilascio del visto, verificando che il richiedente fosse in possesso di adeguati mezzi economici per il proprio sostentamento (clausola LPC) o che vi fossero residenti negli USA che garantissero la loro adeguata sussistenza (affidavit). La contraddittorietà tra la politica apparentemente perseguita dal Presidente e la rigida applicazione delle norme restrittive sull’immigrazione hanno indotto molti studiosi a indagare sull’atteggiamento tenuto da F.D. Roosevelt, C. Hull, W.J. Carr (funzionario del Dipartimento di Stato addetto ai visti48) e Breckinridge Long (vice del Segretario di Stato). Alcuni hanno ipotizzato che il restrizionismo nei confronti dei rifugiati fosse il frutto dell’antisemitismo più o meno occulto dei massimi funzionari del Dipartimento di Stato49; altri hanno, invece, individuato nell’antisemitismo di fondo dell’elettorato statunitense una nefasta (quanto scontata) influenza sulla politica di governo che, a sua volta, si rifletteva – amplificata – sul Dipartimento di Stato e sul corpo diplomatico consolare50. In realtà, erano gli americani ad essere insensibili al problema dei rifugiati. Ancora nel 1938, da un sondaggio sulla possibile apertura all’immigrazione straniera, l’83% degli intervistati dichiarava che se fossero stati membri del Congresso avrebbero votato contro l’allargamento delle quote di rifugiati europei51. Eleanor Roosevelt, quindi, conosceva bene gli ostacoli burocratici che Fry avrebbe dovuto affrontare ed era consapevole che il popolo americano fosse poco disposto ad accogliere i perseguitati52, ma decise di rendersi disponibile e questo gesto incoraggiò Fry ad affrontare la missione di soccorso. La permanenza di Fry, nelle previsioni iniziali dell’Emergency Rescue Committee, avrebbe dovuto avere breve durata, anche se il lavoro che lo attendeva era complesso: oltre a dover rintracciare i rifugiati indicati dalle liste, avrebbe dovuto occuparsi del reclutamento del personale per il Comitato, allestire i canali per l’invio delle somme necessarie ai bisogni dei rifugiati, predisporre i contatti con le autorità portoghesi e quelle coloniali francesi per l’espatrio dei profughi. Ottimisticamente, Paul Hagen e lo staff avevano pensato che sarebbero state sufficienti tre settimane. Varian Fry rimase in Francia per un anno. Appena Fry giunse a Marsiglia, si rese immediatamente conto del caos che regnava nella città. Dopo essersi sistemato, con una certa fatica, presso l’Hotel Splendide cercò di raggiungere il Consolato americano. Recandosi presso gli uffici della rappresentanza statunitense, vide la tristissima realtà dei disperati in cerca di un visto per gli Stati Uniti: lungo il viale che portava al Consolato, uomini e donne di tutte le età e condizioni, spesso accompagnati da bambini piccolissimi, erano letteralmente accampati per strada, in alcuni casi anche da giorni, nella speranza di poter conferire con il personale degli uffici e ottenere il visto per gli Stati Uniti. Il Consolato americano a Marsiglia, infatti, per come ebbe a spiegargli successivamente il vice console Harry Bingham, aveva ricevuto ordini a dir poco contraddittori da Washington. Non vi erano disposizioni restrittive ufficiali, almeno non ve 47

Ibid., p.15. Ibid., pp. 28 e ss. 49 Sull’argomento cfr. A. MORSE, While Six Million Died: A Chronicle of American Apathy, Overlook Press, New York, 1998. 50 Sull’argomento cfr. D.S. WYMAN, Paper Walls: America and Refugee Crisis, Pantheon Books, New York, 1984. 51 A. BERMAN, Nazism, the Jews, cit., p. 22. Per un approfondimento sull’antisemitismo negli Stati Uniti, cfr. Ch.H. STEMBER, Jews in the Mind of America, Basic Books, New York, 1966. 52 E. ROOSEVELT, Questo io ricordo, Garzanti, Milano, 1950, p. 157. 48


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ne erano di ulteriori rispetto alle norme vigenti (il rispetto delle quote d’ingresso e la clausola di LPC), tuttavia l’emigrazione verso gli Stati Uniti andava scoraggiata. A tal proposito, il biografo di Fry, Andy Marino, scrive: “[...] Il Consolato di Marsiglia era notoriamente lento nel concedere i visti, in parte a causa degli ordini contraddittori che riceveva da Washington, la cui direttiva generale era ben riassunta nella formula ‘concedi i visti che vuoi, ma non a coloro che li richiedono’”53.

Il Console americano in carica a Marsiglia, Hugh Fullerton, incerto su come si dovesse operare, autorizzava il rilascio dei visti d’ingresso per gli Stati Uniti con molta lentezza, sapendo che una concessione tardiva del visto avrebbe costretto molti dei richiedenti a riformulare l’intero iter. Infatti, per l’espatrio dalla Francia, era indispensabile un visto d’uscita e, nel caso di un viaggio per terra, erano richiesti anche i visti di transito per la Spagna e il Portogallo. Spesso questi visti di transito avevano una durata molto breve, a volte solo di pochi giorni; pertanto, se non otteneva rapidamente il visto d’ingresso per gli Stati Uniti, scaduti i visti di transito, il richiedente avrebbe dovuto ricominciare nuovamente l’intera trafila amministrativa54. Questa “prassi d’ufficio”, benché burocraticamente ineccepibile, fu letteralmente omicida: moltissimi rifugiati, ridotti alla disperazione, preferirono uccidersi piuttosto che essere consegnati alla Gestapo. Fra le tante vittime della burocrazia è noto il caso del filosofo Walter Benjamin, morto suicida in Spagna, distrutto dall’angoscia di essere rimandato in Francia per la mancanza del visto d’uscita sul suo documento55, e il tristissimo caso di due noti esponenti politici tedeschi, già deputati del Reichstag, Rudolf Breitschild e Rudolf Hilferding, i quali nel 1941 furono consegnati ai tedeschi dalle autorità di Vichy, in applicazione del famigerato articolo 19 dell’armistizio56. Il viceconsole Harry Bingham, di fronte all’indifferenza dei suoi superiori, senza contravvenire apertamente alle disposizioni impartitegli, cercava, invece, di accelerare le procedure di rilascio dei visti per gli Stati Uniti e, avvantaggiandosi del suo status di diplomatico, soccorreva alcuni esuli in pericolo di vita ospitandoli nella sua abitazione. Varian Fry fu edotto della “particolare condotta” del viceconsole da Frank Bohn, emissario della American Federation of Labor, che gli spiegò come molti rifugiati, irreperibili perché passati in clandestinità, erano al sicuro, ospiti nella villa del viceconsole. 6. Marsiglia: dai primi contatti con i profughi alla creazione del Centre Américain de Secours Frank Bohn fu il primo contatto di Fry a Marsiglia. Seguendo le istruzioni impartitegli da Paul Hagen, Fry, appena giunto, lo contattò immediatamente per avere un quadro della situazione dei rifugiati politici. Frank Bohn era in Francia già da qualche tempo con l’incarico di assistere i leader sindacali perseguitati dalle dittature europee, che avevano trovato temporaneo rifugio in Francia,57 e guidò Fry negli ambienti dei perseguitati politici, fra i quali spiccavano i nomi di molti italiani come Giuseppe Modigliani (fratello del pittore Amedeo), Emilio Lussu e Randolfo Pacciardi. Fry ricorda nel suo libro la prima presentazione che Frank Bohn fece di lui:

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A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 120. Sull’impatto di Fry con la realtà francese cfr. anche S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 24-42. 54 D.F. RYAN, The Holocaust of the Jews of Marseille, cit., pp. 131-132; M.R. MARRUS, R.O. PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., pp. 161-164. 55 Per un approfondimento sull’espatrio e la morte di Walter Benjamin, cfr. L. FITTKO, La via dei Pirenei, cit., pp. 131–146. 56 Per un approfondimento sul mancato salvataggio di Breitschild e Hilferding, cfr. ibid., pp. 185–188. 57 V. FRY, Surrender on Demand, cit., p. 7.


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“[...] Nella piccola stanza v’erano parecchi rifugiati tedeschi, tutti in piedi. Bohn mi presentò loro. ‘Questo è il compagno Fry’ disse, parlando in tedesco” 58.

Tale presentazione lo costrinse ad imbarazzanti rettifiche che, tuttavia, non sembrarono alienargli la simpatia di molti esuli che gli affidarono la propria vita. Per contattare i rifugiati indicatigli nelle liste, Fry decise di inviare messaggi agli ultimi indirizzi conosciuti. Comunicando per lettera la sua presenza a Marsiglia, si rendeva disponibile ad un incontro presso l’hotel dove aveva preso alloggio per offrire loro aiuto. Frank Bohn, nell’aggiornare gli indirizzi di molti esuli che, per sfuggire alla polizia, avevano cambiato spesso rifugio, gli fornì altri nominativi, che Fry coscienziosamente contattò, anche se non figuravano nelle liste originali che aveva portato con sé dagli Stati Uniti. Così, a pochi giorni dall’arrivo, la sua stanza divenne una sorta di santuario per moltissimi profughi che cominciarono a formare lunghe file fuori dall’albergo in attesa di poter essere ricevuti dall’inviato “americano”. La situazione, se non fosse stata così drammatica, non sarebbe stata priva di una certa ironia: un’operazione clandestina che si sarebbe dovuta concentrare su un numero ristretto di persone era stata ampiamente pubblicizzata negli ambienti degli espatriati e la disperazione dei profughi aveva fatto il resto. Una volta che a Marsiglia si era sparsa la voce dell’arrivo di un americano che dispensava passaporti, visti e dollari, centinaia di persone accorsero presso l’Hotel Splendide, mettendo a rischio la propria incolumità e quella del benefattore. La marea di disperati rischiava di sommergere Varian Fry, seppellendo ogni velleità di riuscita della missione di soccorso. Ciascun postulante ricevuto formulava richieste per sé, per i propri familiari, per altri in pericolo di vita, e così facendo aumentava il numero di soggetti bisognosi d’aiuto, ai quali Fry cercava comunque di dare qualche dollaro o almeno un pietoso suggerimento per ottenere maggiore attenzione dal Consolato americano. Con la consapevolezza di doversi avvalere rapidamente di un gruppo di lavoro, dapprima approfittò della collaborazione di persone dello staff di Frank Bohn59 ma, ben presto, capì che era giunto il momento di dotarsi di un proprio gruppo di lavoro e, soprattutto, di una sede che non attirasse troppo l’attenzione delle autorità. Il suo primo collaboratore fu un rifugiato politico tedesco: Albert Otto Hirschman, detto “Beamish”60. Volontario nell’esercito francese per combattere i nazisti, dopo il tracollo della Francia aveva ottenuto dal suo ufficiale comandante, insieme ad altri volontari italiani e spagnoli, una nuova identità, grazie alla quale era riuscito a rimanere libero. Il secondo fu Franz von Hildebrand, un giovane austriaco antinazista, figlio di un noto accademico, anglofono e nostalgico della monarchia asburgica61. In tre cominciarono ad operare dall’Hotel Spendide: aggiornavano le liste, proseguivano le attività di contatto e davano aiuto ai sempre più numerosi postulanti, il cui numero rendeva più penoso il discrimen per decidere chi dovesse essere soccorso e chi doveva essere respinto. Fry ricorda: “[...] Non potevamo aiutare tutti gli intellettuali e i rifugiati politici che veramente avevano bisogno di aiuto, o dicevano di averne. E non avevamo i mezzi per sapere chi realmente fosse in pericolo e chi non lo fosse”62.

Ogni sera trasmettevano gli elenchi aggiornati dei rifugiati con un cablogramma alla sede newyorchese dell’Emergency Rescue Committee, al fine di consentire ai loro

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Ibid. Ibid., p. 12. 60 A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 24-25; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 29-30. 61 V. FRY, Surrender on Demand, cit., pp. 26-27. 62 Ibid., p. 31. 59


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corrispondenti di trovare garanti per gli affidavit richiesti dalle leggi statunitensi per il rilascio del visto d’ingresso negli Stati Uniti. La missione, originariamente concepita per il soccorso di intellettuali, politici, scrittori, artisti, scienziati, musicisti, aveva perso il suo carattere “elitario” ed erano tanti, troppi, i disperati che chiedevano aiuto e cercavano salvezza. La situazione imponeva delle scelte e la decisione, presa da Fry e dai suoi due collaboratori, fu quella di aiutare solo gente conosciuta o presentata da altre persone di provata fiducia. Si accoglievano, quindi, le richieste di tutti, ma si soccorrevano solo le persone delle quali si poteva essere certi che non fossero spie o agenti provocatori. In proposito Fry rammenta: “A qualsiasi rifugiato si fosse rivolto a me, il cui nome fosse in una delle mie liste, avrei mostrato le liste e chiesto se fosse in grado di aiutarci a trovare qualche altro nell’elenco”63.

Di fronte alla mole di lavoro che si accumulava quotidianamente, Fry comprese di non poter assolvere ai compiti affidatigli nelle tre settimane previste; inoltre, la massa di disperati, che premeva alle porte dell’Hotel Splendide, attirava troppo l’attenzione, mettendo a repentaglio la stessa missione. Quindi, Varian Fry, con una decisione dettata dalla disperazione e dall’incoscienza, decise di rialzare la posta della rischiosa partita che andava conducendo e intraprese la lunga trafila burocratica per ottenere le autorizzazioni amministrative, necessarie per legalizzare una struttura di soccorso umanitario, che fu battezzata Centre Américain de Secours. Per la costituzione del Centro Fry ottenne l’avallo del Prefetto di Marsiglia, il quale, durante il colloquio tenuto per approfondirne gli ambiti d’attività, tenne a precisare che il soccorso ai rifugiati era gradito dalle autorità francesi a patto che non contemplasse attività illegali che, in quanto tali, sarebbero state duramente punite. In merito a questo incontro Fry scrive: “[...] In Prefettura fummo ricevuti dal Segretario Generale. [...] Ci disse che le autorità francesi avrebbero dato il benvenuto al Comitato se non si fosse compiuto nulla di illegale. [...] Capivamo che si doveva stare molto attenti dopo quell’avvertimento per non finire in gattabuia od essere espulsi” 64.

Con l’apertura della sede del Centre Américain de Secours, il sodalizio fra i primi tre cospiratori si consolidò e lo staff operativo, oltre a Fry, Hirschman e von Hildebrand, crebbe grazie alla collaborazione di Heinz Ernst Oppenheimer65, un ingegnere ebreotedesco, profugo prima in Olanda e poi in Francia, incaricato della tenuta dei libri contabili del Centro; di Lena Fishman66 che, prima dell’invasione tedesca, aveva già lavorato a Parigi per l’associazione di soccorso ebraica Joint Distribution Committee; di Miriam Davenport67, pittrice e scultrice americana, sorpresa dalla guerra a Parigi. Per la sua conoscenza del mondo artistico parigino ed europeo, le fu affidato l’ingrato compito di vagliare la veridicità delle dichiarazioni dei postulanti che si presentavano come artisti perseguitati. Molto spesso la Davenport, dopo l’esame dei richiedenti, si vedeva costretta ad allontanare quelli che non rispondevano ai minimi criteri imposti dall’Emergency Rescue Committee, peraltro già largamente disattesi. Varian Fry avrebbe dovuto, infatti, limitarsi a rintracciare e a soccorrere i nominativi di artisti e intellettuali presenti nelle liste fornitegli, ma a Marsiglia era davvero difficile negare un dollaro a una madre disperata o l’aiuto a un vecchio musicista che non poteva più contare nemmeno sulle proprie forze. 7. Lo sviluppo delle attività del Centre Américain de Secours

63

Ibid. Ibid., p. 34. 65 Ibid., pp. 35-36. 66 Ibid., p. 35. 67 Ibid., pp. 38-39. 64


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La macchina organizzativa era avviata. Sin dall’inizio tutti furono consapevoli che, prima di qualsiasi attività volta ad ottenere i visti d’ingresso per gli Stati Uniti o per altri Stati che ne avessero dato la disponibilità, doveva essere risolto il problema dei documenti d’identità dei rifugiati. Gli apatrides e i tanti profughi, fuggiti dai campi di concentramento francesi durante la disfatta, non possedevano che documenti provvisori francesi, in molti casi malamente falsificati; gli esuli politici di tutta Europa e gli ebrei tedeschi, austriaci e cecoslovacchi avevano distrutto i loro per non essere identificati. Si rendeva quindi indispensabile trovare anzitutto documenti d’identità, essendo chiaro che la prima difficoltà per i rifugiati era costituita proprio da un documento d’identità per l’espatrio, se non autentico quantomeno “verosimile”, che potesse superare un esame sommario delle forze di polizia senza portarli immediatamente all’arresto. I problemi ulteriori, ma non meno difficoltosi, erano costituiti dalle vidimazioni per l’espatrio, dai visti d’uscita dalla Francia, di transito per la Spagna e il Portogallo e d’ingresso negli Stati Uniti, dall’individuazione dei mezzi di trasporto e dei migliori percorsi per uscire incolumi dal territorio francese, dall’acquisto o dal cambio di valuta in dollari per pagare i biglietti ferroviari e gli imbarchi sulle navi. Il Centro cominciò, così, a trafficare con documenti d’identità, passaporti e visti. Non sempre i documenti erano genuini, ma fortunatamente il numero di artisti e pittori tra i rifugiati era elevato. Fra questi spiccava per le sue abilità di falsario il cartoonist austriaco Bill Freier68, che collaborò a lungo con il Centre Américain de Secours, permettendo di ottenere timbri e firme “assolutamente autentici”, con risultati straordinari quando i documenti da compilare erano in bianco (per un certo periodo le tabaccherie francesi continuarono, infatti, a vendere liberamente i documenti di identità da vidimare, secondo la prassi in uso prima della guerra). Frank Bohn fu il primo del gruppo a tentare di organizzare l’espatrio per un gruppo numeroso di persone. Per salvare i “suoi protetti”, aveva individuato una nave passeggeri da noleggiare, sulla quale avrebbe potuto imbarcare il maggior numero possibile di rifugiati; ma le notizie sulla ricerca del mezzo trapelarono al di fuori della cerchia ristretta incaricata e, ben presto, divenne il segreto peggio custodito di tutta Marsiglia, con il risultato di far sequestrare la nave da parte delle autorità francesi. Intanto si erano aggiunti al Centro Charlie Fawcett69, un giovane avventuriero americano sorpreso in Europa dalla guerra e, successivamente, Mary Jane Gold70, una globetrotter americana di buona famiglia, conosciuta da Miriam Davenport, che collaborò con il Centro contribuendo anche al suo finanziamento. Le attività fervevano: si acquistavano passaporti autentici dai Consolati dei paesi invasi dai nazisti che, una volta compilati con dati fittizi, fornivano di una plausibile identità i rifugiati più a rischio; si corrompevano le autorità consolari di ogni paese ancora neutrale per ottenere i visti e, quando ciò non era possibile, si rimediava con la falsificazione. Spesso sui passaporti procurati dal Centro figuravano visti d’ingresso di paesi lontani e di difficile controllo come la Cina, Panama, il Regno del Siam, al solo fine di ottenere il visto d’uscita francese. Ma le capacità “criminali” del Centre Américain de Secours conobbero un vero e proprio salto di qualità quando, per risolvere il problema del cambio “in nero” dei franchi in dollari, Varian Fry si alleò con le famiglie mafiose corse che controllavano i traffici illeciti della zona portuale di Marsiglia. Nel suo libro Fry racconta la storia di come il futuro premio Nobel per l’economia, Albert Otto Hirschman, dette prova della sua abilità finanziaria: “[...] Beamish [...] risolse il problema del denaro per molti mesi seguendo una pista che andava dal Consolato americano ad un gangster di Marsiglia.[...] Incontrò un uomo d’affari corso chiamato Melandri [...] e Melandri lo presentò a Jacques. Nella vita pubblica Jacques

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Ibid., p. 45. A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 86-88; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 32-34. 70 A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 203-205. 69


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era il proprietario di un ristorante quasi del tutto rispettabile [...]. In privato era il capo di una delle gang principali di Marsiglia”71.

Le emergenze di cui il Centro doveva farsi carico sembravano, però, non avere mai fine. Nelle comunità di rifugiati si spargevano, a ondate, voci incontrollate che scatenavano il panico e rendevano impossibile gestire la situazione: una volta si parlava di un’imminente invasione nazista della Spagna, un’altra dell’invasione franchista della Francia meridionale, un’altra ancora della fine del Governo di Vichy ad opera dei nazisti. Certamente, l’accavallarsi di queste campagne di disinformazione esasperava il clima già teso fra i profughi e aveva, come ulteriore conseguenza, il rincorrersi di notizie altrettanto incontrollate di miracolose vie di fuga: auto con targa diplomatica sarebbero state in grado di raggiungere Lisbona, eludendo i controlli di frontiera72; navi americane avrebbero attraccato a Marsiglia per imbarcare passeggeri verso il Sud America; passaggi ferroviari dall’Africa al Medio Oriente e alla Cina avrebbero consentito ai profughi di fuggire dall’Europa in guerra. Le voci più realistiche, ma certamente più pericolose, erano quelle di possibili vie di fuga dal territorio francese attraverso le sue colonie, governate da Vichy ma meno attente ai confini con territori a mandato britannico. Nelle speranze dei profughi, era sempre Lisbona la meta più ambita e sicura, perché, da lì, si poteva attraversare l’oceano, ma le restrizioni imposte dai governi di Vichy73, prima, e da quello franchista, poi74 (a causa dell’intervento diretto del comandante in capo delle SS Himmler)75, resero sempre più difficili le operazioni di espatrio verso il Portogallo. Inoltre, la notizia del suicido di Walter Benjamin scosse l’intera comunità degli intellettuali rifugiati, segnando profondamente molti volontari coinvolti nelle operazioni di soccorso. Ad ogni modo, la maggiore difficoltà all’espatrio dei rifugiati rimaneva quella di ottenere il visto d’ingresso per gli Stati Uniti, ma, anche avendo tutti i documenti in regola, bastava che il Governo franchista disponesse – anche solo temporaneamente – la chiusura delle frontiere, per rimandare indietro anche i rifugiati con le “carte in regola”, consegnandoli alla polizia di frontiera francese e destinandoli, quindi, a morte certa. Il Centre Américain de Secours impose una maggiore cautela nel coordinare le operazioni di espatrio e, malgrado l’urgenza di far allontanare i rifugiati a rischio di plotone di esecuzione, alla fine scelse di far passare clandestinamente i profughi in Spagna attraverso i Pirenei. Fortunatamente, molti sindaci dei paesi francesi al confine spagnolo erano vecchi socialisti che, nel primo anno del Governo di Vichy, rimasero in carica prima di essere avvicendati da funzionari dalla storia politica meno compromettente per il nuovo regime e l’alleato tedesco. Proprio questa circostanza consentì a molti rifugiati di poter risiedere in questi paesi in relativa tranquillità per diversi mesi, prima che le operazioni di rastrellamento e controllo del territorio li minacciassero direttamente. In alcuni casi fu possibile utilizzare uno di questi paesi di confine come una vera e propria base per far passare clandestinamente i rifugiati: fu quanto organizzarono i coniugi Hans e Lisa Fittko76. I coniugi Fittko, noti esponenti antinazisti tedeschi, dalla Germania si erano spostati a Praga per organizzare la lotta politica contro Hitler, stringendo un sodalizio con altri fuoriusciti provenienti dai ranghi comunisti e socialisti, per poi proseguire l’esilio in Svizzera e in Olanda, da dove diffondevano propaganda antinazista verso le regioni 71

V. FRY, Surrender on Demand, cit., pp. 45-46 Ibid., p. 195. 73 “[...] Si decretò che i Prefetti avessero il diritto di internare senza processo qualsiasi persona, francese o non, che fosse ritenuta ‘pericolosa per la sicurezza pubblica’”. Ibid., p. 97. 74 “ [...] I nuovi regolamenti obbligavano il Console spagnolo a telegrafare a Madrid i nomi di tutti coloro che richiedessero i visti, prima di concederli [...]”. Ibid., p. 94. 75 A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 193. 76 Per un approfondimento su Hans e Lisa Fittko, cfr. L. FITTKO, La via dei Pirenei, cit. 72


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tedesche di confine. Allo scoppio della guerra si trovavano in Francia dove condivisero il destino di tanti altri rifugiati: campi profughi, campi di concentramento, evasioni, clandestinità. Conobbero la crudeltà del trattamento riservato dai francesi (ancora democratici) ai rifugiati di origine tedesca, ma anche la generosità dei tanti che li accolsero, con semplicità, senza chiedere da dove venissero. Si trasformarono in abili e accorti “passatori” nel paese di Banyuls, dove custodirono e tennero aperta la cosiddetta Route Lister, un sentiero che, durante la Guerra di Spagna, il generale repubblicano Lister aveva utilizzato per far passare uomini e rifornimenti77. I coniugi Fittko divennero piuttosto noti negli ambienti delle organizzazioni di soccorso e il loro aiuto fu fondamentale per la riuscita delle operazioni di espatrio del Centre Américain de Secours, che, intanto, aveva cominciato ad occuparsi con successo anche dell’espatrio di militari britannici presenti su suolo francese. Varian Fry, durante un soggiorno a Madrid per agevolare la concessione di visti di transito per i rifugiati, era stato contattato dal maggiore William Wyndham Torr, ufficiale dell’MI-6 britannico (il servizio di controspionaggio di Sua Maestà), il quale aveva promesso di sostenere la sua attività in cambio di soccorso al personale militare britannico intrappolato su suolo francese78. Di fatto, Fry avrebbe dovuto utilizzare le vie di fuga per terra e per mare predisposte per l’espatrio dei rifugiati anche per soldati e piloti inglesi. Ciò comportava un’ulteriore assunzione di rischi per Fry e i suoi collaboratori; tuttavia, la garanzia di un aiuto da parte delle autorità britanniche avrebbe agevolato molte delle pratiche burocratiche in Spagna e Portogallo. I maggiori rischi, che avrebbe corso il Centre Américain de Secours, sarebbero stati certamente compensati. L’accortezza che si sarebbe dovuta usare era quella di tenere separati gli invii oltre frontiera di rifugiati e militari inglesi. A parere di Fry, infatti, i soldati britannici, se catturati, “[...] al peggio, avrebbero potuto essere internati per tutta la durata della guerra, mentre i rifugiati avrebbero potuto essere torturati e uccisi [...]”79.

Per questo motivo sarebbe stato necessario organizzare viaggi separati e preparare ancora più accuratamente gli espatri clandestini. Intanto, i visti per gli Stati Uniti procurati dall’Emergency Rescue Committee diminuivano e le difficoltà di reperire documenti per i rifugiati erano sempre maggiori. Negli uffici del Centre Américain de Secours comparvero giovani stranieri sconosciuti che chiedevano di poter espatriare clandestinamente, probabilmente agenti provocatori tedeschi, e si intensificarono anche le attenzione nei confronti di Varian Fry e dei componenti del Centro da parte della Gendarmerie, con il risultato di aumentare le tensioni fra gli stessi colleghi del Centro e fra Varian Fry e l’Emergency Rescue Committee a New York. 8. La fine delle operazioni di soccorso del Centre Américain de Secours e il ritorno di Fry negli Stati Uniti Con il progredire delle operazioni di soccorso il Centro aveva assunto stabilità e gli addetti impararono a coordinare egregiamente attività inusuali e impegnative, dovendo frequentemente rivoluzionare interventi già programmati per adattarli alle mutevoli necessità dei rifugiati. Varian Fry e il suo staff dimostrarono di avere una straordinaria duttilità: oltre ai passaggi via terra dalla frontiera dei Pirenei, trovarono altre vie di fuga, avviando i rifugiati da Marsiglia verso i territori francesi d’oltremare (soprattutto verso la Martinica, ma anche in Algeria e Marocco); strinsero contatti con i consoli britannici e statunitensi in Spagna e Portogallo per ottenere protezione, visti d’ingresso e di transito; salvarono dalla prigionia militari e piloti alleati, utilizzando i mezzi e le strategie collaudate 77

Ibid., p. 130. A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 176-177; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 79-80. 79 V. FRY, Surrender on Demand, cit., p. 164. 78


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per il soccorso dei profughi; reperirono le somme necessarie a finanziarie la complessa rete di complicità e collusioni che sostennero il Centre Américain de Secours e servirono a pagare l’espatrio ai rifugiati. Le difficoltà erano, tuttavia, sempre più numerose e più ardue. Le autorità naziste premevano su quelle di Vichy per accelerare la consegna degli oppositori antinazisti; la Gendarmerie scatenava periodiche battute di “caccia all’uomo”, rastrellando le città per catturare profughi, ebrei e antinazisti. Fry, in merito, scrive: “[...] Vichy emanò un decreto che vietava a tutti i maschi spagnoli tra i diciotto e i quarantotto anni di lasciare il paese, e cominciò a spedirli nel deserto del Sahara [...]. Arrestò tutti gli ebrei che si trovavano negli hotel di Marsiglia e li trattenne nelle stazioni di polizia per ‘controllare la situazione’”80.

I trasporti ferroviari, quelli marittimi e i valichi di frontiera furono oggetto di controlli più accurati da parte dei servizi di controspionaggio nazisti81. Ovviamente, questo rinnovato impegno investigativo e di repressione si indirizzò anche su Varian Fry e le attività del Centro, che cominciarono subire attenzioni sempre maggiori da parte della polizia francese. Le attività dell’Emergency Rescue Committee e del Centre Américain de Secours erano note alle autorità di Vichy; la Prefettura di Marsiglia, in particolare, sospettava che Fry e il suo staff operassero al di fuori della legge; tuttavia, la Gendarmerie non aveva ancora raccolto prove sufficienti per intervenire. I sospetti sulle attività illegali del Centro, infine, trovarono una clamorosa conferma non nelle attività di osservazione o nelle investigazioni, bensì nelle dichiarazioni di uno dei rifugiati che era riuscito, tra i primi, a raggiungere gli Stati Uniti: Leon Feutchwanger82. Varian Fry aveva assicurato la salvezza di Feutchwanger, di sua moglie, di Golo e Heinrich Mann83 (rispettivamente figlio e fratello dello scrittore Thomas), della moglie di quest’ultimo e dei coniugi Hans e Alma Werfel84, accompagnandoli personalmente in uno dei primi passaggi di rifugiati, via terra, verso la Spagna. Nell’attraversamento del confine erano sorti diversi problemi: i documenti erano privi del visto di uscita francese e le autorità spagnole, in un primo momento, li avevano respinti. Tuttavia, Varian Fry era riuscito a risolvere, in pochi giorni, ogni problema facendo attraversare loro a piedi la frontiera franco-spagnola. In questa operazione tutti i profughi erano nomi illustri della cultura europea: Feutchwanger era uno scrittore, Golo Mann uno storico, Heinrich Mann uno scrittore famoso quanto il fratello Thomas, Alma Werfel era la vedova del compositore Gustav Mahler, risposatasi in seconde nozze con il narratore Hans Werfel. Questi primi profughi “eccellenti”, raggiunta Lisbona, non fecero ingresso negli Stati Uniti insieme; giunsero a New York separatamente con viaggi successivi, proprio per non attirare troppa attenzione. La stampa americana si interessò al loro salvataggio, presidiando con nutriti gruppi di reporter gli scali d’ingresso negli Stati Uniti. Leon Feutchwanger, al suo arrivo, fu assediato dai cronisti e alle domande insistenti su come fosse riuscito ad arrivare negli Stati Uniti, candidamente rispose di essere stato aiutato da “amici americani”, che dalla Francia gli avevano fatto attraversare clandestinamente i Pirenei. Andy Marino, nella sua biografia, riporta i titoli dell’edizione del 4 ottobre del “New York Times”, dove era fornita la versione di Feutchwanger sulla fuga: “[...] [Feutchwanger] parlò ripetutamente di imprecisati amici americani che lo avevano aiutato nei momenti cruciali del suo passaggio sui Pirenei [...]”85.

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Ibid., p. 206. Ibid., p. 98. 82 Ibid., pp. 56-58; A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 93-97; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 74-75. 83 A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 97-99, 324-325. 84 V. FRY, Surrender on Demand, cit., pp. 5-7; A. MARINO, A Quiet American, cit., pp. 62-63. 85 Ibid., p. 196. 81


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I giornalisti, dal canto loro, amplificarono ulteriormente le ingenue dichiarazioni di Feutchwanger. Sempre Marino ricorda come quell’articolo ipotizzasse l’esistenza di una “vasta macchina di salvataggio che ha lavorato silenziosamente ed efficientemente”86. Tale ipotesi descriveva fantasiosamente l’esistenza di una complessa struttura clandestina, costituita da cittadini americani, votati al compito di provvedere all’espatrio dei profughi, e coglieva almeno in parte la verità. Queste dichiarazioni suscitarono l’incredulo e livido stupore dello staff del Centre Américain de Secours ed ebbero come prima, immediata, conseguenza l’irrigidimento del Dipartimento di Stato americano nei confronti dell’Emergency Rescue Committee e le ire di quest’ultimo nei confronti di Varian Fry. Per tali motivi, i rapporti tra il direttore dell’Emergency Rescue Committee, Frank Kingdon, e Varian Fry divennero ben presto molto tesi. Le ripercussioni di questa fuga di notizie ebbero riflessi ben più ampi che sui soli rapporti tra i componenti del Centro e tra l’Emergency Rescue Committee e il Dipartimento di Stato: la Spagna, infatti, chiuse temporaneamente il confine francese, respingendo tutti i profughi che si presentavano ai valichi e la stessa Presidenza americana lesinò aiuti per la concessione dei visti d’ingresso. Subito dopo, il Dipartimento di Stato ordinò la rimozione del console Fullerton da Marsiglia 87 e il viceconsole Hiram Bingham fu trasferito 88. Dietro questa apparente complicità del Dipartimento di Stato con il Governo francese, esisteva un preciso interesse: il Governo degli Stati Uniti doveva mantenere buoni rapporti con le autorità di Vichy; pertanto, eventuali attività antigovernative da parte di cittadini americani – o una loro partecipazione a iniziative illegali sul suolo francese – dovevano essere immediatamente stroncate per non irritare il Maresciallo Petain. Infatti, l’eventuale rottura dei rapporti diplomatici fra i due paesi, causata dell’indebita ingerenza di cittadini americani nella politica interna francese, avrebbe vanificato il lavoro diplomatico, sino ad allora faticosamente sviluppato, per mantenere neutrale il Governo di Vichy, che aveva ancora controllo e sovranità sulle colonie francesi africane89. Per il Governo statunitense era di vitale importanza mantenere la neutralità dei territori coloniali francesi; il coinvolgimento americano nel teatro di guerra euro-mediterraneo, che si presagiva imminente, doveva contare su uno spazio di manovra sufficientemente ampio da consentire lo svolgersi di operazioni militari in Africa, senza dover combattere anche le truppe coloniali francesi. Il Dipartimento di Stato americano, quindi, non avrebbe più potuto fornire alcun tipo di sostegno ad operazioni di soccorso, pur dettate da spirito umanitario e senso di giustizia. Nel tentativo di salvare la missione l’Emergency Rescue Committee decise, quindi, di rimuovere dall’incarico Varian Fry, e lo richiamò in patria, ma questi si rifiutò di abbandonare la struttura che aveva con tanto impegno costruito, né accettò di lasciare il campo quando venne inviato da New York un altro incaricato – il giornalista Jay Allen – per assumere la direzione del Centre Américain de Secours 90. Malgrado le continue pressioni a cui vennero sottoposti, Varian Fry e il suo staff continuarono caparbiamente a lavorare per il salvataggio dei profughi. La responsabilità che sentivano rendeva solo più determinate e rabbiose le loro prese di posizione contro le autorità diplomatiche statunitensi e l’Emergency Rescue Committee, ormai succube dell’apparentemente incomprensibile

86

Per un approfondimento sulla copertura giornalistica data dal “New York Times”, “Time”, “New York Post” e “New York Sun” alle operazioni di salvataggio dell’Emergency Rescue Committee, cfr. ibid., pp. 196-197. 87 Ibid., pp. 188-189. 88 Ibid., p. 285. 89 Ibid., p. 189. Per un approfondimento sui rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Governo di Vichy, cfr. E. DI NOLFO, Storia delle relazioni internazionali 1918-1999, cit., pp. 458-459. 90 A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 253; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 155-157, 161-165.


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politica del Dipartimento di Stato91. Varian Fry, in quei giorni, era sempre più convinto che gli atteggiamenti e le prese di posizione del personale diplomatico americano conosciuto in Francia, Spagna e Portogallo, fossero frutto non solo di una politica di ostruzionismo, ma di mero antisemitismo92. A porre termine a queste tensioni provvide la polizia francese che, una volta scaduto il permesso di soggiorno, espulse Fry alla fine dell’agosto 1941, senza che le autorità consolari si muovessero per impedirlo93. L’ultimo atto di Fry per il Comitato, che aveva apertamente disconosciuto il nuovo direttore, fu la nomina a Segretario di Jean Gemahling, che lo diresse sino alla conclusione delle attività94. Lo staff del Centre Américain de Secours si trovò improvvisamente, ma non inaspettatamente, privo di Varian Fry e solo per qualche altro mese riuscì, tra le accresciute difficoltà, ad assistere i rifugiati e a provvedere alle necessità per l’espatrio. La situazione politica era, tuttavia, definitivamente mutata: gli Stati Uniti erano ormai in guerra contro l’Asse e, sebbene il Governo di Vichy fosse formalmente neutrale, sia i nazisti che gli Alleati avevano il timore che il Governo Pétain potesse rompere lo stato di neutralità in favore di uno dei due schieramenti. Per questo motivo gli ex alleati inglesi avevano già bombardato – e affondato – parte della flotta francese rimasta nel Mediterraneo95, suscitando un sentimento antibritannico tra le residue forze militari petainiste. Per questo stesso motivo, i nazisti, coadiuvati dall’esercito italiano, con l’operazione “Attila”, nel novembre 1942, violarono i confini fissati dall’armistizio e occuparono le regioni sotto il diretto controllo del Governo di Vichy96, ponendo fine al controllo francese del territorio. Formalmente la sovranità dello Stato petainista era ancora intatta, ma i tedeschi da nord e gli italiani da sud-est avevano invaso e occupato militarmente la Francia meridionale, nel timore che i francesi potessero intervenire in qualche modo contro le truppe dell’Asse nell’Africa settentrionale, dove gli Alleati, con l’aiuto di un contingente statunitense, davano battaglia al corpo di spedizione italo-tedesco. Il Centre Américain de Secours fu chiuso dalla polizia francese il 2 giugno 194297 e Fry ne ebbe notizia a New York, dove ormai risiedeva. Dei membri del suo staff molti erano riusciti a raggiungere gli Stati Uniti. Di quelli rimasti in Francia, alcuni entrarono in clandestinità, come Jean Gemahling che, dopo terribili vicende, passò alla resistenza98; altri, come Bill Freier, furono deportati nei lager nazisti dove vissero le più atroci esperienze99. Il lavoro del Centre Américain de Secours aveva avuto una portata straordinaria: dall’iniziale indirizzo di soccorrere solo intellettuali, artisti e rifugiati politici di spicco, che erano nei cuori dei fondatori dell’Emergency Rescue Committee, erano state aiutate almeno quattromila persone e, di queste, tra le milleduecento e le milleottocento erano riuscite a guadagnare la libertà100. Varian Fry aveva vagliato la posizione di oltre quindicimila persone, aveva provveduto all’organizzazione e al finanziamento di una complessa struttura organizzativa come il Centre Américain de Secours, lottando contro la burocrazia del Consolato americano, l’inutile e pavida prudenza dell’Emergency Rescue Committee, i controlli della polizia francese e le attenzioni del controspionaggio nazista. Aveva personalmente ingaggiato una lotta per liberare altri esseri umani e porli in salvo dalle 91

V. FRY, Surrender on Demand, cit., pp. 226-229; A. MARINO, A Quiet American, pp. 251-258. Ibid., pp. 270-271. 93 Ibid., pp. 308-313. 94 Ibid., p. 317. 95 R.O. PAXTON, Vichy, cit., p. 73. 96 M.R. MARRUS, R.O.PAXTON, Vichy France and the Jews, cit., p. 302. 97 V. FRY, Surrender on Demand, cit., p. 236. 98 A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 330; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., p. 230. 99 V. FRY, Surrender on Demand, cit., p. 238. 100 Ibid., p. 256; A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 335. 92


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persecuzioni, a rischio della sua stessa vita, senza essere un leader politico o un soldato. Al suo ritorno in patria, nell’ottobre del 1941, il matrimonio con Eileen era ormai compromesso. La donna aveva coraggiosamente sopportato la lontananza e la paura di perdere il marito e spesso era stata coinvolta negli attriti tra il direttore dell’Emergency Rescue Committee, Frank Kingdon, e Varian Fry, constatando il profondo mutamento del carattere del marito durante la separazione. La fine dell’avventura francese non le aveva restituito la persona che conosceva, ma un reduce provato da un anno di operazioni clandestine, che dichiarava di avere vissuto per tredici mesi così intensamente da paragonare il tempo trascorso a quindici o venti anni di un’esistenza normale; un uomo profondamente deluso dalla politica del Comitato che aveva contribuito a fondare. In breve, il sodalizio tra Eileen e Varian non si ricostituì e i due decisero di separarsi con la massima rapidità, ricorrendo a un “divorzio messicano”101. I loro rapporti, tuttavia, non si interruppero completamente. Eileen era stata la persona che, sino a quel momento, aveva maggiormente creduto nelle sue capacità e che lo aveva amorevolmente sostenuto in ogni scelta di vita, ivi compresa la missione francese. Da parte sua, Varian Fry non dimenticò mai Eileen e quanto lei aveva fatto e le fu accanto anche quando si ammalò: la vegliò in un ospedale di New York per tutta la durata della malattia che la portò, precocemente, alla morte, considerandola sempre sua moglie. 9. Rottura tra Fry e l’Emergency Rescue Committee Se il sodalizio umano con Eileen sopravvisse, in qualche modo, al periodo marsigliese, il rapporto con l’Emergency Rescue Committee si interruppe clamorosamente al suo ritorno negli Stati Uniti. Il direttore del Comitato, Frank Kingdon, lo sfiduciò con una lettera nel gennaio del 1942, con la quale gli intimava di non parlare più a nome del Comitato, né di accettare incarichi o commissioni in sua rappresentanza102. Kingdon si diceva dispiaciuto per aver dovuto formalmente esplicitare la rottura dei rapporti, ma affermava che i comportamenti tenuti da Fry avevano reso impossibile il loro prosieguo. In realtà, il Comitato aveva dovuto sacrificarlo: Varian Fry, appena messo piede sul suolo americano, aveva attaccato duramente il Dipartimento di Stato, creando non poco imbarazzo in Kingdon e nei suoi patroni che, per il prosieguo di qualsiasi attività di soccorso o assistenza ai rifugiati, dipendevano quasi esclusivamente dalla disponibilità del Dipartimento. In ogni caso, Kingdon e il suo staff non fecero alcuno sforzo per capire lo stato d’animo che aveva portato Varian Fry ad assumere posizioni così dure e intransigenti. Gli uffici newyorchesi dell’Emergency Rescue Committee erano troppo distanti dalle drammatiche urgenze dei profughi: gli impiegati non avevano sentito il peso e le responsabilità di chi lavorava a loro stretto contatto; non avevano ascoltato le loro richieste disperate; non avevano subito l’oltraggio delle perquisizioni, la fame per il razionamento alimentare, le violenze dei “tutori dell’ordine”, la paura di perdere improvvisamente la libertà o la stessa vita. Da New York tutti potevano permettersi la ponderazione e il distacco, impossibile da tenersi in “zona di operazioni”, e solo questa distanza morale aveva potuto consentire di ritenere assolta la missione quando i rifugiati più vicini ai fondatori e patroni del Comitato avevano guadagnato la libertà. La coscienza di questi burocrati non era stata straziata dalle richieste disperate di aiuto di tanti altri infelici; questi funzionari della solidarietà non avevano dovuto assumersi la responsabilità di mandare molti altri verso la morte103. Varian Fry aveva vissuto in prima persona queste tragedie e al suo profondissimo coinvolgimento emotivo si era aggiunta l’indignazione per il trattamento subito. Tornato negli Stati Uniti, l’atteggiamento polemico perse ogni compostezza e si trasformò in

101

Ibid., p. 320. Ibid., pp. 316-317. 103 Ibid., p. 314. 102


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veemente protesta104. Appena atterrato all’aeroporto “La Guardia” di New York, in una conferenza stampa, dichiarò che il Dipartimento di Stato aveva agito stupidamente. Il quotidiano The Helena Indipendent, in proposito, scrive: “[...] Varian Fry, direttore europeo dell’Emergency Rescue Committee di New York, ha giudicato ‘politica stupida’ il metodo del Dipartimento di Stato di trattare la questione dei visti per i rifugiati”105.

In privato i suoi giudizi furono, se possibile, ancora più duri: arrivò a dichiarare che i funzionari del Dipartimento di Stato erano colpevoli di alto tradimento106, avendo operato contro un cittadino americano, in accordo con le autorità di Vichy e i nazisti. L’ostilità che Fry dimostrò nei confronti dell’establishment governativo e l’imprudente denuncia delle responsabilità del Dipartimento di Stato gli valsero l’aperta inimicizia di molti funzionari che non rimase senza conseguenze: Fry fu riformato dall’U.S. Army e, successivamente, considerato anche inadatto all’impiego nell’Office of Strategic Services (OSS). La fama di “nemico interno” precedeva, ormai, ogni suo tentativo di ulteriore impegno nel conflitto107. La definitiva emarginazione da ogni incarico o impiego pubblico e politico fu suggellata dalla sua identificazione come “simpatizzante comunista”, motivo per il quale Fry, dalla data del ritorno in patria e per tutti gli anni a venire, fu oggetto di costante attenzione da parte dell’FBI di Hedgar J. Hoover108, con pesanti conseguenze sul suo stato di salute. 10. L’Olocausto nella denuncia di Fry su “The New Republic” del 21 dicembre 1942 Varian Fry trascorse il periodo della guerra senza poter contribuire allo sforzo bellico statunitense. La sua formidabile esperienza venne semplicemente e deliberatamente ignorata, mentre altri suoi collaboratori, benché di nazionalità tedesca e apertamente di sinistra, vennero reclutati dall’OSS per attività di controspionaggio109. L’unica attività con la quale poteva ancora dimostrare agli altri e a se stesso di combattere contro le dittature, le persecuzioni e le stragi rimaneva quella di scrittore e giornalista. Anche se la collaborazione con la Foreign Policy Association si era interrotta per la prolungata permanenza in Francia, diverse testate giornalistiche accettarono la sua collaborazione. Fra tutte, “The New Republic” ospitò il suo intervento giornalistico più importante di quegli anni, uno dei testi più significativi fra quelli pubblicati sull’Olocausto nei primi anni Quaranta110. Già nel novembre 1941, ai microfoni della BBC, Thomas Mann aveva parlato delle efferatezze “indicibili” fatte subire agli ebrei e ai polacchi111; in Svizzera, tra il settembre e l’ottobre 1942, i giornali “Tribune de Genève”, “Schaffhauser Zeitung” e “Volksfreund” avevano posto all’opinione pubblica il dubbio che gli ebrei deportati a Est dai nazisti potessero essere stati sterminati112; più avanti la “Evangeliche Flüchtlingshilfe” pubblicò un volantino sul quale si affermava che il popolo di Dio veniva fucilato o ucciso col gas113; a Londra il “Jewish Chronicle” del 2 gennaio 1942 aveva riferito che i tedeschi avevano ucciso centinaia di ebrei in Russia; il “Daily Telegraph”, riportando fonti della resistenza

104

Ibid., p. 315. Gestapo Believed at Work in Portugal Policy of U.S. upon Refugees Drawing Fire, “The Helena Independent”, 3 novembre 1941. 106 Ibid. 107 A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 320; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 227-239. 108 A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 320. 109 Ibid. 110 V. FRY, The Massacre of the Jews, cit. 111 W. LAQUEUR, Il terribile segreto. La congiura del silenzio sulla soluzione finale, Giuntina, Firenze, 1983, p. 61. 112 Ibid., p. 63. 113 Ibid. 105


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polacca, denunciava in due resoconti del 25 e del 30 giugno 1942 l’uccisione di settecentomila ebrei con l’uso di gas venefici114. Questi interventi furono, evidentemente, insufficienti a rendere nota la portata dell’immane catastrofe che si era abbattuta sulle popolazioni della Polonia, dell’Ucraina, della Russia e degli Stati baltici. Anche se la stampa americana – almeno sino al 1941 – aveva avuto decine di corrispondenti dalla Germania nazista, gli articoli e i resoconti sulle atrocità naziste come quelli riportati dalla Jewish Telegraphic Agency (che pubblicava il “Daily News Bulletin”), dal “New York Times”, dal “New York Herald Tribune”, dal “New York Journal American”115 non avevano infranto l’indifferenza del governo statunitense. In realtà, il governo americano già sapeva: le ambasciate in Germania e nei paesi occupati (prima che Hitler dichiarasse guerra agli Stati Uniti all’indomani dell’attacco giapponese a Pearl Harbour) avevano raccolto, elaborato e inviato in patria centinaia di note diplomatiche, rapporti militari sovietici, richieste dei movimenti di resistenza e testimonianze di diplomatici di paesi neutrali, dai quali sarebbe stato possibile ricavare la portata delle distruzioni e degli eccidi. Tuttavia, questa mole di dati e informazioni, apparentemente, indusse a calcoli politici diversi: impedire la diffusione delle notizie sul massacro degli ebrei, più che diffonderle. Gli storici hanno formulato molteplici ipotesi per comprendere il silenzio degli alleati durante le prime fasi dello sterminio del popolo ebraico nell’Europa orientale. Fra tante, sembra essere convincente quella della conservazione degli equilibri in Palestina sotto mandato britannico116. Infatti, se centinaia di migliaia di profughi ebrei fossero stati accolti nei territori amministrati dagli inglesi in Palestina, gli equilibri fra le popolazioni sarebbero drasticamente mutati e gli arabi avrebbero potuto rivoltarsi, cercando l’appoggio dei nazisti, aggiungendo, così, un altro fronte di guerra a quelli già aperti. Probabilmente alcune di queste motivazioni possono corrispondere alla verità, ma non deve trascurarsi l’ulteriore ipotesi di una vera e propria “incredulità” dei Governi alleati di fronte a queste informazioni: i tedeschi, che avevano combattuto sino al 1942, erano soldati dell’Africa Korps, militari della marina e della Luftwaffe, che non si erano mai macchiati di crimini come quelli descritti117. Inoltre, l’infondatezza della propaganda sui crimini tedeschi in Belgio, durante il primo conflitto mondiale, induceva necessariamente alla cautela. Con la massima onestà intellettuale, Fry ammette le difficoltà che il pubblico avrebbe avuto nel credere a quanto descritto, dal momento che le notizie riportate potevano essere frutto di propaganda antitedesca, come quella diffusa dagli anglo-francesi durante la prima guerra mondiale. In proposito, scrive: “[...] Il nostro scetticismo è stato aumentato dalla nostra esperienza circa ‘le storie di atrocità’ durante l’ultima guerra [...]. Questo atteggiamento è durato sino ad oggi. I nazisti ci hanno fornito molte ragioni per mutare tale atteggiamento dal momento in cui hanno preso il potere, ma siamo stati lenti ad apprendere la nuova lezione. Ricordo quanto fui scettico la prima volta che un ufficiale nazista mi disse che Hitler e Goebbels erano persuasi dell’eliminazione fisica degli ebrei”118.

Tuttavia, nell’articolo del 1942, intuisce la vastità del progetto di sterminio e, per la prima volta, per trovare un termine di paragone al massacro degli ebrei, evoca le stragi del passato e paragona il massacro degli ebrei a quelli compiuti sugli armeni e sui nativi americani:

114

Ibid., p. 95 R. BREITMAN, Il silenzio degli Alleati, Mondadori, Milano, 1999, pp. 151-154. 116 Ibid., pp. 155-160; A. DONNO, Gli Stati Uniti, il sionismo e Israele (1938-1956), Bonacci, Roma, 1992, pp. 58-61. 117 W. LAQUEUR, Il terribile segreto, cit., pp. 247-248. 118 V. FRY, “The Massacre of the Jews”, cit. 115


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“[...] I racconti recenti sullo sterminio sistematico degli ebrei nell’Europa nazista sono di questo tipo. Siamo assuefatti agli orrori del nostro passato e li accettiamo come cosa naturale [...]. Quando queste cose avvengono ai nostri tempi, come i massacri degli armeni, le rubrichiamo come fatti che riguardano popoli semi-barbari. Ma che tali fatti possano essere compiuti dagli europei occidentali nostri contemporanei, eredi della tradizione umanistica, sembra difficilmente possibile”119.

Colpisce la sensibilità e la capacità di analisi di questo giornalista, formatosi negli anni Trenta dello scorso secolo, e sorprende l’esattezza del paragone tra tre differenti tipologie di stermino, che hanno il comune carattere del genocidio, categoria criminale che troverà una sua prima compiuta formulazione in ambito giuridico soltanto nel 1945, durante il processo di Norimberga. Ma è, ancora, più sconvolgente constatare come Varian Fry descriva con compiuta esattezza i metodi di sterminio utilizzati dai nazisti contro le inermi popolazioni ebraiche: “I metodi impiegati dai nazisti sono numerosi. V’è la fame: per tutta l’Europa gli ebrei sono alimentati con razioni che rappresentano un terzo od un quarto di ciò che è concesso ai nonebrei. La morte lenta è l’inevitabile conseguenza. V’è la deportazione: centinaia di migliaia di ebrei sono stipati in carri-bestiame, senza cibo, acqua o medicinali di qualsiasi tipo [...]. Quando i carri arrivano a destinazione, circa un terzo dei passeggeri è già morto [...]. Vi sono camion appositamente costruiti, in cui gli ebrei sono asfissiati dal monossido di carbonio [...]. Vi sono le miniere, in cui lavorano sino alla morte, o avvelenati dai fumi dei metalli. Vi sono i crematori, oppure edifici deliberatamente dati alle fiamme. V’è il metodo di iniettare aria nelle vene [...]. E v’è il buon, vecchio metodo di sistemare le vittime in piedi, spesso nude, e mitragliarle, preferibilmente davanti alle fosse che esse stesse sono state costrette a scavare”120.

A questa micidiale rassegna di tipologie di sterminio Varian Fry ne aggiunge un’altra, che non può non colpire per l’assoluta coincidenza con quanto le truppe alleate scopriranno ufficialmente solo nella primavera del 1945, una volta invase la Polonia e la Germania: la realizzazione di “centri di sterminio”, dove gli ebrei erano stati uccisi con gas velenosi e con l’elettricità: “Vi sono i centri di sterminio, dove gli ebrei sono eliminati dai gas venefici o dall’elettricità [...]”121.

Ma Fry non si limita a riportare l’atroce rassegna delle modalità di uccisione a cui ricorrono i nazisti; evidenzia l’esatta portata delle stragi e fornisce i dati relativi alle deportazioni degli ebrei sotto il dominio del Reich, con una dovizia di cifre sorprendente per quel tempo, cifre che si riveleranno assai vicine alla realtà quando si conoscerà l’esatta consistenza dello sterminio nazista del popolo ebraico122. Fry, inoltre, si appella al Presidente Roosevelt e a Winston Churchill perché intervengano e denuncino la mostruosità di questi eventi; si augura che il Papa scomunichi i nazisti; chiede l’intervento di tutti gli Alleati affinché aiutino le popolazioni a rischio di sterminio: “Il Presidente Roosevelt potrebbe e dovrebbe parlare di nuovo contro questi fatti mostruosi. Un severo ammonimento da parte sua non avrebbe alcun effetto su Hitler, ma potrebbe colpire parte dei tedeschi [...]. Un simile ammonimento da parte di Churchill potrebbe egualmente aiutare. Una dichiarazione congiunta da parte dei governi alleati, espressa in termini il più possibile solenni, sulle future conseguenze potrebbe essere di qualche effetto 123 [...]” .

119

Ibid. Ibid. 121 Ibid. 122 Ibid. 123 Ibid. 120


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Soprattutto chiede l’apertura delle frontiere americane per accogliere e dare asilo ai rifugiati, denunciando il mancato intervento del Governo e della burocrazia che, impedendo a molti di fuggire dal “paradiso ariano”, li condanna a morte: “L’immigrazione negli Stati Uniti nell’anno 1942 è stata meno del dieci per cento di quanto fosse negli anni ‘normali’ prima di Hitler, quando alcune delle quote più generose non furono esaurite. Si sono verificati ritardi burocratici nelle procedure per i visti che hanno 124 letteralmente condannato a morte molti coraggiosi democratici” .

In sintesi, le modalità dell’annientamento del popolo ebraico erano conosciute; le fonti diplomatiche e militari, che documentavano la portata dell’eccidio, erano inequivocabili; la stampa aveva pubblicato più volte la notizia dei massacri e delle persecuzioni. Varian Fry aveva avuto l’acume di ricostruire il quadro generale della politica di sterminio nazista ed aveva avuto il coraggio di denunciare sia la politica omicida del nazismo, sia l’ignavia del suo stesso paese verso ebrei e profughi, anticipando analisi e studi che, solo nei decenni successivi, avrebbero raggiunto la stessa coerenza e precisione. 11. Le attività di Varian Fry nel dopoguerra Tra il 1942 e il 1945 Varian Fry continuò l’attività giornalistica e, nel gennaio del 1945, pubblicò le memorie del periodo trascorso in Francia con il titolo di Surrender on Demand. Senza compiacimenti o intenti celebrativi, descrisse in maniera asciutta i mesi del Centre Américain de Secours, passando in rassegna i volti dei salvati e dei collaboratori, tratteggiando gli umori, le paure e le speranze che li avevano animati durante un periodo che aveva imposto a tutti loro un ritmo di vita forsennato con il rischio quotidiano dell’arresto o di concludere l’avventura davanti a un plotone di esecuzione. Nell’introduzione, Fry definì il libro come la storia di un esperimento di solidarietà democratica125 e diede atto che solo la fede nella democrazia aveva animato il suo slancio iniziale e aveva motivato la sua attività. Andy Marino afferma che se l’America con il suo esercito ha salvato l’Europa e le sue istituzioni, Varian Fry ha salvato i suoi artisti e la sua intelligentsia126. L’operazione da lui organizzata e diretta aveva consentito l’espatrio di alcuni tra i nomi più importanti della cultura europea: gli artisti Max Ernst, Marc Chagall, Andrè Breton, Marcel Duchamp, Andrè Masson; gli scrittori Heinrich Mann, Franz Werfel, Konrad Haiden, Hans Sahl, Walter Mehring; gli studiosi Otto Meyerhof e Hannah Arendt. Queste nuove presenze influirono profondamente sulla cultura statunitense; questa straordinaria diaspora corroborò, infatti, gli elementi culturali europei già portati negli Stati Uniti dagli scrittori e artisti americani della lost generation, che avevano abitato a Parigi negli anni Venti durante la “festa mobile” vissuta da Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. Probabilmente, l’importanza della missione di Varian Fry, sia sotto l’aspetto umanitario che per le ricadute culturali, non poteva essere immediatamente apprezzata nella sua effettiva portata. Ad ogni modo, l’arrivo di questi artisti avrebbe cambiato la stessa percezione che gli Stati Uniti avrebbero avuto di sé nei decenni a venire127, innovando profondamente, soprattutto, le arti figurative americane. Di fronte all’assoluta importanza dei contributi apportati da questi artisti in esilio, non può non colpire la “distrazione” degli ambienti culturali americani verso il loro salvatore. Varian Fry, in patria, non ebbe alcun riconoscimento; la sua carriera e le sue più che legittime aspettative furono incredibilmente frustrate, procurandogli profonde crisi depressive che lo accompagneranno per tutta la vita. Le sue memorie, pubblicate nel 1945, passarono sotto silenzio e, se molti rifugiati riuscirono ad avere immediate occasioni 124

Ibid. V. FRY, Surrender on Demand, cit., p. XI. 126 A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 336. 127 Ibid., p. 336. 125


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lavorative di eccezionale prestigio, Varian Fry continuò a occuparsi di giornalismo con risultati piuttosto incerti. Dopo la collaborazione con “The New Republic”, passò alla rivista “Common Sense”, poi al “New Leader” e al “Tomorrow Magazine”. Continuò a impegnarsi nell’associazione American Labor Conference of International Affairs (ALCIA)128 e, nel 1946, aderì all’American China Policy Association del senatore McCarthy129, spostandosi su posizioni politiche ultraconservatrici e marcatamente anticomuniste, che, tuttavia, non servirono a dissipare i sospetti dell’FBI sulle sue passate “attività antiamericane”. Allettato da una promettente carriera nelle produzioni cinematografiche presso la Cineart, si allontanò dalla professione giornalistica e, nel 1950, sposò la donna che sarebbe diventata la madre dei suoi tre figli: Annette Riley. Quando la sua vita, in ambito lavorativo e sentimentale, sembrava avere finalmente raggiunto soddisfazioni e successo, nel 1953 la carriera nella Cineart fu stroncata. Il Ministero della Difesa statunitense non appaltò dei lavori alla Cineart, perché il responsabile militare del contratto era stato falsamente informato che Fry, in passato, era stato legato al Partito Comunista. Evidentemente, la sua adesione all’American China Policy Association e il suo ostentato anticomunismo non valsero a dissipare le ombre di vecchi contrasti con il Governo degli Stati Uniti e di coraggiose prese di posizione contro la politica del Dipartimento di Stato. Probabilmente, pagò anche la sua successiva adesione alla American Committee for Cultural Freedom, sostenuta da John Dos Passos, W.H. Auden, Saul Bellow, Arthur Shlesinger jr., che avevano pubblicamente esecrato l’esecuzione per spionaggio dei coniugi Rosenberg, condannati a morte dalla giustizia statunitense130. Questo, verosimilmente, rafforzò nelle autorità statunitensi la convinzione dell’antiamericanismo delle attività di Fry; pertanto, continuò l’accanito e persecutorio ostracismo che lo condannava a non poter assumere incarichi o collaborazioni dal Governo americano. Nel 1956 Varian Fry e Annette si trasferirono nel Connecticut. Varian Fry lavorò per un lungo periodo per la Coca-Cola Company nella veste di analista, insegnò part-time latino e greco e, nel 1965, si trasferì nuovamente a New York, dove cominciò a insegnare latino e storia in istituti secondari131. 12. La tardiva riscoperta di Varian Fry Molti rifugiati e collaboratori del Centre Américain de Secours avevano fatto carriera: Albert O. Hirschman fu uno degli architetti del Piano Marshall e candidato al Premio Nobel; Gemahling divenne un apprezzato scienziato nucleare; Lena Fischmann ebbe incarichi di prestigio dalle Nazioni Unite132. Varian Fry, a dispetto della sua eccellente formazione, dell’esperienza accumulata e del talento giornalistico, fu costretto a dedicarsi all’insegnamento e alla propria famiglia. Sebbene l’essere un docente capace, un buon padre e marito possano ritenersi qualità non inferiori a quelle per una candidatura al Nobel, certamente pesò su Varian Fry l’ingiusto silenzio calato sul suo operato. A rompere questa coltre di oltraggioso disinteresse, nel 1967, dalla Francia, gli pervenne la comunicazione che sarebbe stato insignito della Legion d’Onore. L’onorificenza gli era stata riconosciuta per interessamento del Ministro della Cultura francese Andrè Malraux133, che, tra il 1940 e il 1941, aveva informato il Governo in esilio del generale De Gaulle sulla situazione nella Francia occupata per il tramite del Centre Américain de Secours. Fu questo l’unico riconoscimento che ebbe in vita. Pochi mesi dopo morì in solitudine nella casa del Connecticut. Nella sua stanza furono trovate le bozze di una nuova edizione di Surrender on 128

Ibid., p. 339. Ibid. 130 Ibid., p. 343. 131 Ibid., p. 344; S. ISENBERG, A Hero of Our Own, cit., pp. 252-269. 132 A. MARINO, A Quiet American, cit., p. 345. 133 Ibid., p. 347. 129


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Demand, che intendeva nuovamente licenziare dopo la sfortunata pubblicazione del 1945. Finiva, così, la vita di un eroe. Varian Fry moriva sconosciuto con l’ultima amarezza di essersi visto negare anche il regalo di un disegno dai tanti artisti che aveva salvato. L’Emergency Rescue Committee – trasformatosi nell’International Rescue Committee – per celebrare il venticinquesimo anno della fondazione, aveva coinvolto Fry per coordinare la realizzazione di un portfolio di litografie dei Maestri che aveva salvato. L’impresa si rivelò più difficoltosa delle operazioni clandestine che aveva condotto sotto gli occhi della Gestapo: alcuni artisti asserivano di avere troppi impegni, altri affermavano che non avrebbero dato un loro contributo se al progetto avessero partecipato personaggi a loro sgraditi, altri temporeggiavano per non legare il loro nome alla politica anticomunista dell’International Rescue Committee. Fu questa, forse, l’amarezza più grande per Fry e proprio questa l’ultima, grandissima, delusione che lo portò a spegnersi, rileggendo le bozze del suo libro. Negli Stati Uniti si è onorata, per la prima volta, la memoria di Varian Fry solo nel 1991: è stato insignito della Eisenhower Liberation Medal durante le celebrazioni presso l’U.S. Holocaust Memorial. Alcune settimane dopo quest’evento, il deputato dello Stato della California,.Tom Lantos, pronunciò un intervento nel quale, rivolgendosi ai colleghi e al Presidente della Camera, invocò un riconoscimento per “un grande americano”134. Nel 1996 fu il Segretario del Dipartimento di Stato, Warren Christopher, a presiedere a Gerusalemme la cerimonia nella quale la memoria di Varian Fry venne celebrata con l’onorificenza di “Giusto fra le Nazioni” presso lo Yad Vashem Holocaust Memorial Museum. Sempre il Segretario Warren Christopher curò la prefazione della nuova edizione del libro Surrender on Demand, edita nel 1997 con il contributo dell’United States Holocaust Memorial Museum. Dopo cinquantacinque anni dalla conclusione della missione di soccorso, l’alto funzionario governativo, onorando l’attività di Fry, ammise di dover rendere un pubblico riconoscimento ad un uomo che non aveva mai ricevuto alcun contributo dal Governo degli Stati Uniti135 e, forse, questo è l’unico risarcimento a cui Varian Fry avrebbe veramente tenuto. Varian Fry è stato oggetto di studi biografici puntuali e doviziosi nel mondo accademico anglosassone, ma in Italia resta sconosciuto. In lingua italiana l’unico riferimento alla sua figura compare in un articolo di poche righe pubblicato da “la Repubblica” nel 1995136, nel quale, piuttosto sbrigativamente, si fa cenno alla sua missione francese. Al pubblico italiano, per conoscere Varian Fry, non resta che un film, prodotto da Barbara Streisand nel 2000, dal titolo Varian’s War, che, a detta di chi ha partecipato alle attività del Centro e ha lavorato con Fry, ricalca superficialmente il libro Surrender on Demand e tratteggia Fry a livello caricaturale, con una trama leggera ed approssimativa. Questa pellicola, nonostante molte imprecisioni e l’inutile enfasi sulle presunte ambiguità del personaggio, ha, comunque, il pregio di proporre alcuni tratti di quest’uomo straordinario: un uomo di cultura, capace di un coraggio e di un entusiasmo che mancarono alla maggioranza dei suoi contemporanei.

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T. LANTOS, “A Tribute to Varian Fry”, in Records of the U.S. House of Representatives, 22 aprile 1991, p. E1352. 135 V. FRY, Surrender on Demand, cit., p. IX. 136 Varian Fry, lo Schindler degli artisti, in “la Repubblica”, 12 marzo 1995.


Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali Eunomia IV n.s. (2015), n. 2, 225-243 e-ISSN 2280-8949 DOI 10.1285/i22808949a4n2p225 http://siba-ese.unisalento.it, © 2015 Università del Salento

PAOLO MACRÌ

Gli Stati Uniti e i governi rivoluzionari russi tra il 1917 e il 1918: iniziative diplomatiche straordinarie e umanitarismo. Abstract: The essay, after a brief analysis of the events succeeded in Russia from March to October 1917, illustrates the political and strategic objectives of the United States toward the domestic politics of post-Czarist Russia. The author presents the main initiatives launched in 1917 by the United States to engage the Russian government, born from the February Revolution, to the respect of international obligations in support of the allies of the Entente. Are analyzed, in particular, humanitarian activities in Russia during the October Revolution and the consolidation of Soviet power. The activities of the Root Mission, the Stevens Railways Commission, the Young Men's Christian Association and the American Red Cross are described as examples of special initiatives, that using the tools and the protagonists of humanitarian relief activities ensure continuity of diplomatic relations in the absence of official channels. Keywords: WWI; Russian-American diplomatic relations; February revolution; October revolution;

Root Mission; Steven Railways Commission; Young Men’s Christian Association (YMCA); American Red Cross (ARC); Elihu Root; John Raleigh Mott; David Rowland Francis, Raymond Robins.

1. I governi rivoluzionari russi nel 1917 Nel triennio 1914-1917 il fronte orientale dell’intesa aveva subito continui rovesci. Diversamente da quello occidentale e da quello dell’arco alpino, irrigiditi in una inconcludente guerra di posizione, le truppe zariste avevano combattuto in campo aperto contro tedeschi e austro-ungarici, perseguendo irrealistici obiettivi di conquista e subendo ripetutamente l’iniziativa del nemico, che le aveva arginate e sconfitte. Le perdite delle armate russe erano state enormi. Molti soldati non avevano sparato un colpo, perché privi di munizioni dell’equipaggiamento essenziale. Numerose unità di prima linea avevano fucili solo per metà degli effettivi e l’artiglieria non aveva proiettili. Alla fine del 1916, le condizioni generali dell’esercito zarista erano


Paolo Macrì

disastrose.1 Le industrie belliche russe, incapaci di strutturare linee e strategie produttive moderne, non erano in grado di sostenere le necessità militari, spinte oltre ogni limite da una strategia espansionistica velleitaria, contrastata da un nemico ben addestrato, equipaggiato e motivato. Le truppe zariste erano state costrette ad arretrare di fronte all’esercito tedesco, abbandonando le terre polacche e baltiche. I soldati russi si erano arresi a migliaia e lo zar Nicola II non aveva intrapreso alcuna azione risolutiva per difendere le terre dell’impero e i suoi sudditi. L’enorme pressione esercitata dagli eventi bellici sui comandi militari zaristi ebbe riflessi anche sugli assetti politici e istituzionali del paese e nel febbraio 1917 il regime, incalzato da continui scioperi operai e da violenti moti di piazza,2 fu costretto a cedere il potere a una coalizione riformista espressa dalla Duma, 3 appoggiata da socialisti e menscevichi, che accolse l’abdicazione dello zar e annunciò una nuova politica. 4 Il

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Per un approfondimento generale sulle operazioni militari sul fronte orientale e sulle condizioni dell’esercito zarista tra il 1914 e il 1917, cfr. R. PIPES, A Concise History of the Russian Revolution, New York, Vintage Books, 1995, pp. 59-66. 2 Questo cambio di regime in senso liberale e riformista è noto come “rivoluzione di febbraio” e costituisce la premessa della rivoluzione d’ottobre bolscevica dell’autunno successivo. 3 La Duma, assemblea legislativa dell’impero zarista, costituiva il miglior risultato di politica riformista nella Russia imperiale. Dopo i sanguinosi moti rivoluzionari del 1905, scoppiati durante la guerra russogiapponese, lo zar Nicola II concesse l’istituzione di una “camera bassa” e per i cittadini con diritto di voto la possibilità di eleggere i propri rappresentanti. La Duma si affiancava a una “camera alta”, il consiglio di stato imperiale, presieduto dallo zar e per secoli unico organo assembleare e di governo dello stato zarista. La Duma funzionò per quattro mandati (1906; 1907; 1907-1912; 1912-1917), accogliendo i membri dei primi partiti politici ai quali lo zar riconobbe la possibilità di eleggere rappresentanti. L’indipendenza della Duma nello stato autocratico russo era molto limitata. Lo zar aveva diritto di convocare e sciogliere la Duma, di porre il diritto di veto sulle sue proposte legislative, che dovevano, in ogni caso, essere approvate anche dal consiglio dell’impero. Per un approfondimento generale sulla Duma, M. SCHAEFFER CONROY, Emerging Democracy in Late Imperial Russia: Case Studies on Local Self-Government (the Zemstvos), State Duma Elections, the Tsarist Government, and the State Council before and during World War I, Niwot, University of Colorado Press, 1998. 4 Dopo la rinuncia al trono da parte di Nicola II, a Pietrogrado, s’insediò un governo provvisorio di ispirazione democratico-riformista. Questo governo, che annoverava tra le sue file molti costituzionalisti liberali, era così composto: primo ministro, G.E. L’vov; ministro degli affari esteri, P. N. Miljukov; ministro della guerra e della marina, A.I. Guchkov; ministro della giustizia, A.F. Kerenskij; ministro del commercio, A.I. Konovalov; ministro dell’agricoltura, A.I. Shingariev; ministro delle comunicazioni, N.V. Nekrasov; ministro dell’educazione, A.A. Manjulov; ministro delle finanze, M.I. Tereshchenko; R.I.V. Godniev; rappresentante del santo sinodo V.N. L’vov. Cfr. C.K. CUMMING W.W. PETTIT, Russian-American Relations, March 1917 - March 1920, Documents and Papers, New York, Harcourt, Brace and Howe, 1930, p. 1. Per un ulteriore approfondimento sulle analisi degli esperti statunitensi sulla prima rivoluzione di febbraio, vedi C.E. FANNING, Selected Articles on Russia:

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primo governo “rivoluzionario” fu affidato a un uomo politico riformista di simpatie liberali, Georgij L’vov,5 che negli anni precedenti aveva presieduto l’unione pan-russa degli zemstvo.6 Il governo L’vov ebbe il mandato di rimanere in carica sino all’elezione di un’assemblea costituente e, per non pregiudicare l’esasperata condizione delle truppe al fronte e quella dei lavoratori in patria, si impegnò per una strategia bellica difensiva e per ottenere il pieno esercizio delle libertà civili.7 Una tale apertura, certamente straordinaria per un paese autocratico come la Russia zarista, risultò comunque inadeguata. Il quadro socio-politico era in frantumi e le istanze più estreme dei socialisti rivoluzionari e dei bolscevichi, che intanto cercavano di assumere la maggioranza all’interno dei soviet,8 diventavano di giorno in giorno più pressanti, chiedendo il ritiro delle truppe dal fronte. Il governo L’vov, tuttavia, non aveva alcun interesse a rompere con le potenze dell’intesa. La Russia, una volta concluso vittoriosamente il conflitto, avrebbe avuto bisogno dell’appoggio della Francia e dell’impero britannico per il suo sviluppo. Il rafforzamento delle libertà civili e l’estensione del suffragio avrebbe consentito ai popoli dell’impero zarista di partecipare allo sforzo bellico con maggiore convinzione, permettendo alla Russia di riconquistare i History, Description and Politics, New York, The H. Wilson Company, 1918, in particolare l’articolo di George Kennan del 28 marzo 1917 (pp. 259-264). 5 Evgen’evic L’vov (1861-1925), principe e uomo politico russo, presiedette il primo governo provvisorio, dopo l’abdicazione dello zar Nicola II. Nell’impossibilità di mutare le condizioni politiche interne e, soprattutto, di assicurare il sostegno alle truppe russe al fronte, L’vov si dimise per lasciare l’incarico ad Aleksander Kerenskij, che cercò di riorganizzare il governo e l’esercito, prima di essere travolto dai bolscevichi. L’vov andò in esilio, a Parigi, dove morì circondato dalla numerosa comunità russa, che aveva contribuito a sostenere. 6 Gli zemstvo, unità amministrative rurali introdotte dalle riforme del 1864, erano organi amministrativi e consultivi periferici della burocrazia imperiale zarista. Furono aboliti con la rivoluzione bolscevica del 1917. Per un approfondimento sugli zemstvo, vedi T.E. PORTER - S. SERENY, The Zemstvo Reconsidered, in A.B. EVANS - V. GEL’MAN, The Politics Local Government in Russia, Lanham, The Rowman & Littlefield Publishing Group, 2004, pp. 19-44. 7 Sulle condizioni socio-politiche durante il governo L’Vov, vedi R. SERVICE, Compagni. Storia globale del comunismo nel XX secolo, Roma-Bari, Laterza, 2011, pp. 74-77. 8 La parola russa soviet corrisponde alla parola italiana “consiglio” e indica i comitati di base attraverso i quali i socialisti, i menscevichi e i bolscevichi russi organizzavano le iniziative e le attività politiche. Espressione di decisioni collettive attraverso un’elementare forma di democrazia, i soviet con la rivoluzione d’ottobre furono monopolizzati dai bolscevichi per il coordinamento delle attività rivoluzionarie e con la proclamazione dello stato sovietico costituirono le unità fondamentali dell’organizzazione statale comunista. Per un approfondimento, vedi M. SANDLE, A Short History of Soviet Socialism, London, UCL Press, 1999, e O. ANWEILER, I consigli di fabbrica in Urss (1905-1921), Roma-Bari, Laterza, 1972.

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territori perduti. La futura assemblea costituente, nelle intenzioni del governo provvisorio, avrebbe dovuto riformare le strutture statali e aprire la strada a una monarchia costituzionale come quella britannica, che sarebbe stata in grado di sviluppare l’industria e l’economia con l’aiuto riconoscente delle altre potenze dell’intesa. In primavera, con la ripresa dell’offensiva da parte delle truppe russe, sostenuta e propagandata dal ministro degli esteri Pavel Miljukov9 per rassicurare gli alleati e per rivendicare un’espansione territoriale della Russia a spese dell’impero ottomano, la situazione precipitò. Si ebbero violente proteste di soldati e operai contro il governo L’vov, che ottenne le dimissioni di Miliukov e fu costretto a ricevere un ulteriore sostegno da parte dei socialisti rivoluzionari e menscevichi, che accettavano di condividere le responsabilità del governo provvisorio con intenzioni più radicali rispetto a quelle dei riformisti. Neppure questa ulteriore apertura fu sufficiente a stabilizzare l’incerta tenuta della coalizione di L’vov, e i bolscevichi, senza responsabilità di governo ma in stretti rapporti con socialisti e menscevichi, rafforzarono le loro istanze di ridistribuzione della terra e di gestione diretta delle fabbriche. Sebbene il comitato centrale non fosse ancora sotto il loro esclusivo controllo, il rientro di Lenin dall’esilio contribuì a fomentare le istanze rivoluzionarie, esacerbate dalle timide concessioni del governo L’vov e da un’ulteriore tragica sconfitta delle truppe russe. In questa situazione, ormai profondamente deteriorata, il governo provvisorio rimpiazzò L’vov con il socialista rivoluzionario Aleksander Kerenskij, 10 che cercò di arginare le 9

Pavel Nikolaevič Miljukov (1858-1943), storico e uomo politico russo vicino a L’vov per idee politiche, si distinse per una politica estera imperialista e aggressiva, che gli costò le dimissioni dal governo provvisorio. Dopo la rivoluzione d’ottobre invocò un intervento militare straniero pur di vedere sconfitti i bolscevichi. Lasciò la Russia nel 1918 e visse in Francia sino alla morte. 10 Alexander Fëdorovič Kerenskij (1881-1970), russo del Volga, proveniente da una famiglia di insegnanti che frequentava quella di Lenin, si avvicinò alle posizioni del partito socialista rivoluzionario per diventarne un attivista, durante i suoi studi in legge all’università di Pietrogrado. Diventato avvocato, dopo gli eventi del 1905, difese molti suoi compagni di partito dai processi politici istruiti contro di loro dallo stato. Eletto alla Duma, nel 1912, fu uno dei protagonisti della rivoluzione borghese del febbraio 1917. Ministro della giustizia del governo L’vov e vicepresidente del soviet di Pietrogrado, a maggio fu nominato ministro della guerra e, durante la primavera del 1917, visitò i reparti al fronte, incoraggiandoli a combattere. Le capacità oratorie del ministro, tuttavia, non servirono alla tenuta del fronte e la credibilità del governo fu definitivamente compromessa dal presunto golpe, nell’agosto del 1917, del

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iniziative dei bolscevichi, ormai maggioranza nei soviet cittadini e della capitale, ricorrendo all’appoggio del generale Lavr Kornilov, 11 comandante in capo delle truppe russe. Kornilov, nell’agosto del 1917, abbandonò il fronte con le sue truppe e tentò di sottrarre ai sovietici il controllo della capitale. Questa manovra, tuttavia, indusse socialisti, menscevichi e bolscevichi a insorgere contro le truppe e lo stesso Kerenskij, temendo un colpo di stato militare, fu indotto a ripudiare l’iniziativa di Kornilov e a consentirne l’arresto. L’affaire Kornilov rimane uno degli episodi più controversi del 1917, in quanto non è chiaro se e come Kornilov fosse stato autorizzato da Kerenskij a muovere contro i sovietici, né se il successivo appello di Kerenskij ai suoi concittadini, per difendere la rivoluzione e resistere al putsch, fosse strumentale al consolidamento del suo potere.12 Certamente Kerenskij non riuscì a mantenere salda la compagine della Duma, né a questo fine valsero la sua designazione a capo del governo, né la proclamazione della repubblica russa. I soviet, che si erano armati per difendersi da Kornilov, si sollevarono contro il governo e scatenarono la seconda rivoluzione del 1917, quella comunista d’ottobre, che avrebbe spazzato ogni istanza riformista e avrebbe portato i russi fuori dal conflitto mondiale.13

generale Kornilov. Nominato capo del governo in agosto, il 17 settembre 1917 proclamò la “repubblica russa” prima di essere costretto a cedere il potere ai soviet. Kerenskij, dopo la rivoluzione d’ottobre si trasferì negli Stati Uniti, dove avrebbe insegnato a lungo presso la Stanford University, dando un fondamentale contributo alle attività dell’Hoover Institution. Per un approfondimento su Kerenskij e Kornilov, cfr. A.F. KERENSKY, The Prelude to Bolshevism, New York, Dodd, Mead and Company, 1919. 11 Lavr Georgievič Kornilov (1870-1918), generale ed esploratore dell’esercito zarista, si distinse nella guerra russo-giapponese del 1905 e fu uno dei migliori combattenti zaristi sul fronte orientale. Già a capo della guarnigione di Pietrogrado durante il governo provvisorio, diventò comandante in capo delle truppe durante il governo Kerenskij. Arrestato dopo il presunto tentativo di golpe dell’estate del 1917, dopo la rivoluzione d’ottobre fu uno dei protagonisti della guerra civile. Grazie alle sue origini, trovò rifugio presso i cosacchi del Don, dove costituì un’armata di volontari anti-bolscevichi, con la quale mosse contro la proclamata repubblica sovietica di Kuban. Fu ucciso nel 1918 da soldati dell’armata rossa, durante l’assedio della città di Ekaterinondar. 12 Sul punto cfr. A. GRAZIOSI, L’Urss di Lenin e Stalin, Bologna, Il Mulino, pp. 90-91, e SERVICE, Compagni. Storia globale del comunismo nel XX secolo, cit., pp. 77-78. 13 Per un approfondimento generale sui rapporti tra le potenze dell’intesa, sui governi rivoluzionari e sulle implicazioni a livello di relazioni internazionali, cfr. A. DUCE, Storia della politica internazionale (19171945). Dalla rivoluzione d’ottobre ai trattati di Roma, Roma, Edizioni Studium, 2009.

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La gravità della situazione russa e gli incerti orientamenti della politica internazionale dei governi rivoluzionari indussero gli Stati Uniti ad avviare missioni diplomatiche straordinarie per sostenere ogni iniziativa utile a mantenere le forze russe nello schieramento dell’intesa contro gli imperi centrali. Tali iniziative videro anche il coinvolgimento della Young Men’s Christian Association (YMCA)14 e di una speciale commissione dell’American Red Cross.15 La presenza di queste organizzazioni costituì 14

La Young Men’s Christian Association, conosciuta con la sigla YMCA, è la struttura ecumenica cristiana più diffusa al mondo. Fondata nel 1844, a Londra, da sir George Williams (1821-1905), per formare i giovani cristiani, raccolse i giovani di recente inurbamento nel tentativo di offrire loro occasioni di impegno materiale e spirituale. Le prime attività erano indirizzate alla lettura biblica, alla quale ben presto si aggiunsero corsi di alfabetizzazione, scuole serali per giovani operai e attività ricreative, sportive e assistenziali. In pochi anni, furono fondate sezioni in tutte le nazioni anglosassoni e anche in Svizzera, Belgio e Francia. Nel 1855, a Parigi, si riunirono le delegazioni dei vari paesi e fu istituita la World Alliance of YMCAs con la partecipazione di Henry Dunant, il fondatore della Croce Rossa. Furono aperte sedi in India nel 1916, in Cina nel 1923 e in Palestina nel 1928. Attualmente la YMCA conta quattordicimila sedi e circa quarantacinque milioni di membri. Alla YMCA è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite lo status di membro consultivo dell’ECOSOC (United Nations Economic and Social Council). Per un approfondimento sulla nascita e sullo sviluppo della YMCA nel mondo, vedi la bibliografia citata in calce all’articolo D. ROLL, Young Men’s Christianity Association, in E. FAHLBUSCH - J.M. LOCHMAN - J. MBITI, The Encyclopedia of Christianity, Grand Rapids, Wm Eerdmans Publishing Company, 2008, pp. 827-828. Per un approfondimento complessivo sulle attività della YMCA, cfr. http://www.ymca.net. 15 L’American Red Cross (ARC), fondata nel 1881 da Clara Barton e finanziata dal magnate John D. Rockefeller, fu coinvolta in attività di assistenza umanitaria all’estero sin dalle sue origini. Alla fine del XIX secolo aveva condotto importanti campagne di soccorso umanitario in diversi distretti dell’impero ottomano durante la crisi armena e a Cuba e nelle Filippine durante la guerra ispano-americana. Tra il 1900 e il 1914 le strutture dell’ARC furono riorganizzate con il contributo del governo statunitense, che coinvolse il War Department nella sua amministrazione, attribuì la presidenza dell’ARC al presidente degli Stati Uniti e costituì un Central Committee per coordinare le attività di tutte le strutture statunitensi. Dal 1914 al 1917 i volontari dell’ARC raccolsero fondi e acquistarono beni di prima necessità e attrezzature mediche per soccorrere i paesi in guerra, inviando aiuti in Francia, Inghilterra, Serbia, Russia e anche in Germania. Con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel conflitto, il governo americano istituì il War Council of the American Red Cross e mobilitò l’intera società americana per contribuire alle attività dell’ARC. Il presidente Wilson rafforzò il legame tra il governo e l’ARC, coinvolgendo nel War Council of the American Red Cross eminenti personalità del mondo economico e politico statunitense. Sotto la presidenza di Henry P. Davison, facevano parte del War Council Charles D. Norton, vicepresidente della First National Bank; Grayson Murphy, vicepresidente della Guaranty Trust Company; Cornelius N. Bliss, Jr., della Bliss, Fabyan & Company; Edward N. Hurley, che aveva già presieduto la Federal Trade Commission; oltre a William Howard Taft ed Eliot Wadsorth, che ne facevano parte ex officio quali presidente e vicepresidente del Central Committee dell’ARC. Il War Council divenne il motore dell’ARC, che a sua volta si trasformò in un collettore di risorse, costituendo la struttura di volontariato umanitario più organizzata e pervasiva della società americana, alla quale milioni di cittadini diedero un personale contributo durante gli anni del conflitto. Le attività dell’ARC furono regolate su quattro differenti tipologie di intervento. La prima fu indirizzata al sostegno materiale e morale delle truppe statunitensi, la seconda riguardò il sostegno materiale e morale delle truppe alleate, la terza si occupò dell’assistenza dei prigionieri di guerra americani e degli alleati e, infine, la quarta gestì il

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il primo esempio di strategia diplomatica statunitense mirata a coinvolgere esponenti di associazioni umanitarie nella gestione delle relazioni internazionali.

2. Le iniziative diplomatiche straordinarie degli Stati Uniti: la Root Mission e la Stevens Railways Commission Dal febbraio all’ottobre 1917, le attività diplomatiche degli Stati Uniti verso il governo post-zarista furono indirizzate a mantenere la Russia all’interno dell’alleanza che combatteva gli imperi centrali. Una delle figure di riferimento per queste attività fu l’ambasciatore americano David Francis,16 che si trovò a gestire i rapporti tra i due paesi nei passaggi più delicati della storia delle loro relazioni diplomatiche. L’ambasciatore fu testimone del tracollo del sistema zarista, della costituzione del primo regime riformista e, successivamente, avrebbe assistito all’avvento del bolscevismo e all’uscita della Russia dal primo conflitto mondiale. David Francis, secondo il giudizio di George Kennan, non sarebbe stato un diplomatico all’altezza delle circostanze. Francis si presentava, infatti, come un outsider rispetto al sofisticato ambiente diplomatico internazionale: non parlava un buon francese, era poco attento alle occasioni mondane e, soprattutto, intratteneva rapporti con persone sgradite al controspionaggio zarista. 17 soccorso delle vittime civili del conflitto. Per un approfondimento, cfr. C. BARTON, The Red Cross, Washington, American National Red Cross, 1898; C. BARTON, A Story of The Red Cross: Glimpses of Field Work, New York, D. Appleton and Company, 1904; America’s Relief Expedition to Asia Minor under the Red Cross, Washington, The Journal Publishing Company, 1896; The Work of the American Red Cross. Report by the War Council of Appropriations and Activities from Outbreak of War to November 1, 1917, Washington, American Red Cross, 1917; H.P. DAVISON, The American Red Cross in the Great War, New York, The Macmillan Company, 1920; F.R. DULLES, The American Red Cross, a History, New York, Harper, 1950; C. CAPOZZOLA, Uncle Sam Wants You: World War I and the Making of the Modern American Citizen, New York, Oxford University Press, 2008. 16 David Rowland Francis (1850-1927), politico democratico, fu sindaco di Saint Louis, governatore del Missouri e segretario agli interni, durante il secondo mandato del presidente degli Stati Uniti Grover Cleveland. Francis fu inviato dal presidente Wilson in Russia nel 1916 per sostituire l’ambasciatore George T. Marye e fu il rappresentante diplomatico degli Stati Uniti sino al novembre 1918. Per un approfondimento sulla personalità dell’ambasciatore, vedi il ritratto datone da George Kennan in G.F. KENNAN, Russia Leaves the War: Soviet-American Relations 1917-1920, vol. I, New York, W.W. Norton & Company, 1984, pp. 35-41. Per un ulteriore approfondimento sulle attività diplomatiche di David Francis, cfr. D.R. FRANCIS, Russia from the American Embassy, April, 1916-November, 1918, New York, Charles Scribner’s Sons, 1921, e la recente biografia di H. BARNES, Standing on a Volcano: The Life and Times of David Rowland Francis, St. Louis, Missouri Historical Society Press, 2001. 17 Cfr. KENNAN, Russia Leaves the War, vol. I, cit., pp. 38-39.

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Malgrado ciò, Francis rappresentò gli Stati Uniti in Russia sino alla fine del conflitto, fronteggiando situazioni straordinarie. Considerata la complessità della situazione, si può presumere che la legazione diplomatica statunitense non avrebbe potuto garantire risultati diversi se fosse stata guidata da un altro ambasciatore. Il crollo di un impero che pretendeva di avere mille anni di storia, la crisi di una società afflitta da retaggi feudali e mai modernizzatasi, l’avvento di un regime con ambizioni democratiche, ma incalzato da estremisti e sovversivi, un quadro economico e sociale profondamente compromesso e destabilizzato erano tutti elementi che richiedevano una gestione delle relazioni internazionali molto articolata, che andava ben oltre le possibilità di una delegazione diplomatica residente. Francis e i suoi collaboratori non potevano essere gli unici soggetti a intervenire per garantire l’equilibrio e la continuità dei rapporti di alleanza strategica tra i due paesi in circostanze così eccezionali. Le condizioni erano straordinarie e richiedevano l’impiego di mezzi straordinari. Il governo degli Stati Uniti fece ricorso a strumenti differenti, avviando iniziative diplomatiche straordinarie, con l’obiettivo di rafforzare i rapporti bilaterali attraverso l’offerta di capitali finanziari e di aiuti di natura sanitaria e il trasferimento di tecnologia. La prima di queste iniziative fu la cosiddetta Root Mission, 18 una delegazione diplomatica guidata dall’ex segretario di stato del presidente Theodore Roosevelt, Elihu Root.19 Questa fu inviata in Russia nel giugno del 1917 per riconfermare e rafforzare i 18

La Root Mission si svolse tra la primavera e l’estate del 1917. Il compito principale di questa iniziativa diplomatica fu quello di dissuadere il governo russo dal firmare un armistizio o un trattato di pace con le potenze centrali, così come aveva affermato il segretario di stato Robert Lansing. Cfr. D.E. DAVIS - E.P. TRANI, The First Cold War: The Legacy of Woodrow Wilson in U.S.-Soviet Relations, Columbia, University of Missouri Press, 2002, p. 35. Per un ulteriore approfondimento sulla diplomazia russostatunitense nel 1917, vedi i documenti diplomatici riguardanti la Root Mission in Papers Relating to the Foreign Relations of the United States, FRUS, 1918, Russia, vol. I, Washington, Government Printing Office, 1931, pp. 107-152. Per un approfondimento sul contenuto delle iniziative promosse dal capo della delegazione Elihu Root, durante il suo soggiorno in Russia, cfr. i testi dei suoi discorsi raccolti nel volume E. ROOT, The United States and the War the Mission to Russia Political Addresses, Cambridge, Harvard University Press, 1918, pp. 98-148. 19 Elihu Root (1845-1937), avvocato newyorkese, fu ministro della guerra, dal 1899 al 1904, durante la presidenza McKinley. Dopo la fine del conflitto con la Spagna, riformò il War Department. Nel 1905, fu il trentottesimo segretario di stato degli Stati Uniti con il presidente Theodore Roosevelt. Impegnato nel fare aderire i paesi dell’America Latina alla seconda conferenza dell’Aia, ricevette il Nobel per la pace nel 1912. Nell’estate del 1917, fu inviato dal presidente Wilson in Russia per avviare relazioni con il primo governo post-zarista del principe L’vov. Successivamente, fu nella delegazione statunitense a

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rapporti di alleanza con il nuovo governo post-zarista. 20 Gli Stati Uniti avevano riconosciuto il nuovo governo russo il 22 marzo 1917, 21 aprendo la strada alla sua legittimazione anche da parte degli altri paesi alleati, che avrebbero provveduto a farlo due giorni dopo. Malgrado il governo statunitense avesse dato immediatamente credito al nuovo regime, la politica estera americana non possedeva gli strumenti più adatti a comprendere la nuova realtà del governo rivoluzionario.22 In particolare, gli Stati Uniti non erano in grado di valutare la prospettiva di sopravvivenza politica del governo provvisorio russo, fondamentale per i rapporti di alleanza e, soprattutto, per non vanificare il contributo delle truppe statunitensi sul fronte occidentale.23 Se la Russia avesse ritirato le sue truppe, le armate tedesche impegnate sul fronte orientale sarebbero state trasferite su quello occidentale, sbilanciando gli equilibri a vantaggio delle forze degli imperi centrali. Al governo statunitense mancavano informazioni puntuali, imparziali e aggiornate sui rapporti politici, sulla situazione delle forze armate e dell’economia in Russia, assolutamente vitali per calibrare l’intervento militare ed economico americano nel teatro europeo. Era indispensabile ottenere notizie di prima mano sulle reali condizioni della società, delle infrastrutture e della produzione industriale, al fine di rinforzarle con aiuti economici e tecnologici, in modo da sostenere la tenuta del nuovo governo russo. Per soddisfare queste molteplici necessità, Elihu Root fu posto a capo di una nutrita, quanto composita, delegazione, che annoverava tra i suoi membri analisti ed esperti in Versailles per la negoziazione del trattato di pace. Il suo impegno diplomatico e umanitario gli valse la stima del magnate Andrew Carnegie, che ne fece il primo presidente della Carnegie Endowment for International Peace (CEIP), carica che ricoprì dal 1912 al 1925. Elihu Root, inoltre, contribuì alla fondazione di uno dei più importanti istituti di politica estera del ventesimo secolo: il Council on Foreign Relations (CFR), al quale si deve ancora oggi la pubblicazione dell’autorevole rivista «Foreign Affairs». Per una breve biografia di Elihu Root, cfr. F.W. HABERMAN, Nobel Lectures, Peace 1901-1925, Amsterdam, Elsevier Publishing Company, 1972, pp. 263-269. 20 Si trattava del governo L’vov, interlocutore dei delegati della Root Mission. 21 Cfr. CUMMING - PETTIT, Russian-American Relations, March 1917 - March 1920, in Documents and Papers, cit., pp. 6-7. 22 Cfr. C.E. FIKE, The Influence of the Creel Committee and the American Red Cross on Russian American Relations, 1917-1919, in «The Journal of Modern History», XXXI, 2, June 1959, p. 93. 23 I primi soldati dell’American Expeditionary Force (AEF), comandata dal generale Pershing, raggiunsero la Francia nel giugno del 1917. Durante l’estate e l’autunno il loro numero crebbe da poche migliaia a centinaia di migliaia di effettivi.

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campo militare, industriale, bancario e sociale.24 La commissione era stata dotata di cospicue risorse economiche, che rappresentavano un formidabile supporto alla negoziazione. Il governo statunitense aveva autorizzato la delegazione a impegnarsi a concedere somme per oltre trecento milioni di dollari. 25 Parte di queste, in realtà, avevano una precisa destinazione d’impiego: sarebbero servite al miglioramento della linea ferroviaria transiberiana, attraverso la quale i rifornimenti e gli aiuti statunitensi avrebbero potuto raggiungere le principali città russe e, soprattutto, le prime linee del fronte orientale. Per operare in questo senso, Elihu Root avrebbe dovuto raccordarsi con John Frank Stevens,26 un ingegnere americano, che era stato designato a capo della United States Railroad Commission to the Russian Government, poi conosciuta come Stevens Railway Commission. L’ingegnere americano avrebbe dovuto occuparsi della manutenzione delle ferrovie russe in Siberia, gestendo la costruzione di nuove tratte e la riorganizzazione dei convogli e del materiale rotabile. Stevens, dopo una breve sosta a Vladivostock, nel maggio 1917, s’insediò a Pietrogrado, collaborando con il ministro delle comunicazioni del governo provvisorio Nekrasov, con il quale sembrò possibile raggiungere rapidamente le intese più opportune nell’interesse dei due governi. Le attività della Stevens Railway Commission presso il governo russo promettevano di 24

La composizione della delegazione rivela la molteplicità degli obiettivi perseguiti dall’amministrazione Wilson. Se, infatti, a guidare la delegazione e a rappresentarla era stato posto un politico e giurista di grande esperienza come Elihu Root, erano presenti due militari, il generale Hugh L. Scott e l’ammiraglio James H. Glennon; gli industriali Cyrus Hall McCormick II (figlio del produttore di macchine agricole e fondatore della International Harvester Company) e Charles R. Crane; il sindacalista James Duncan dell’American Federation of Labor e il giornalista Charles Edward Russell, esperti di socialismo; il rappresentante della YMCA John R. Mott; il banchiere Samuel R. Bentron. Cfr. The Secretary of State to the Ambassador in Russia (Francis), Telegram, Washington, May 11, 1917, in Papers Relating to the Foreign Relations of the United States, , FRUS, 1918, Russia, vol. I, cit., p. 109. 25 Cfr. D.E. DAVIS - E.P. TRANI, The First Cold War: The Legacy of Woodrow Wilson in U.S.-Soviet Relations, Columbia, University of Missouri Press, 2002, p. 36. 26 John Frank Stevens (1853-1943) aveva maturato una notevole esperienza professionale all’estero, avendo già partecipato ai lavori dell’apertura del canale di Panama. Lo stesso Elihu Root lo avrebbe voluto tra i componenti della sua missione in Russia, ma di fronte alla richiesta governativa di metterlo a capo di una diversa e apposita commissione, dovette rinunciarvi. Cfr. Engineers for Russia: Stevens Shifted from Root Mission to Railroad Commission, in «The New York Times», May 4, 1917. Per un ulteriore approfondimento su Stevens, cfr. DAVIS - TRANI, The First Cold War, cit., p. 35 e p. 43. Per un approfondimento sulle attività della Stevens Railway Commission, cfr. L.J. BACINO, Reconstructing Russia: U.S. Policy in Revolutionary Russia, 1917-1922, Kent, Kent University Press, 1999, pp. 25-40.

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rinsaldare i rapporti commerciali e industriali tra Stati Uniti e Russia. In particolare, il ministro Nekrasov aveva prospettato agli industriali americani ordinativi straordinari di materiale ferroviario, che sarebbero serviti a rimodernare le tratte, che andavano dal porto siberiano di Vladivostock alle città russe sul Baltico. Secondo le sue dichiarazioni, le ferrovie russe, che avevano già ordinato all’industria americana seicento locomotive, avrebbero avuto bisogno di altre cinquecento motrici, anche se, aggiungeva Nekrasov, per garantire la piena efficienza del sistema ferroviario, ne sarebbero servite almeno tremila. Nekrasov prevedeva, inoltre, di acquistare trentamila vagoni, oltre ai ventimila già ordinati alle industrie americane, e duecentomila tonnellate di rotaie, oltre alle centocinquantamila già previste.27 Di fronte alla grandezza dei progetti russi, il coordinamento tra la Root Mission e la Stevens Railway Commission avrebbe permesso di valutare correttamente l’esatta esposizione del governo statunitense nei confronti di quello russo e di predisporre un adeguato piano finanziario per il sostegno degli interventi di ammodernamento. Stevens fu presentato all’opinione pubblica statunitense come un ministro plenipotenziario del governo americano,28 ma la sua commissione, in realtà, dipendeva da quella di Elihu Root, che non consentiva autonomi margini di manovra. In un certo senso, la Root Mission aveva una funzione politica piuttosto ampia, mentre quella di Stevens aveva solo una funzione tecnica.29 Le attività della Railway Commission presso il governo provvisorio, 30 tuttavia, cessarono con la rivoluzione d’ottobre. Stevens si trasferì in Siberia, dove coordinò gli interventi necessari a garantire il funzionamento dei collegamenti della ferrovia transiberiana. Utilizzò la manodopera di circa trecento ferrovieri americani, organizzati nei Russian Railway Service Corps, per il

27

Cfr. Root Commission Reaches Russia: Speeding to Petrograd in Effort to Foil German Intrigues and Prevent Separate Peace, in «The New York Times», June 4, 1917. 28 Cfr. Railroad Commission Starts for Petrograd: Stevens Made Minister Plenipotentiary to Russian Government, in «The New York Times», May 10, 1917. 29 Cfr. DAVIS - TRANI, The First Cold War, cit., pp. 49-52. 30 Per un approfondimento sulle attività della Stevens Railway Commission presso il governo provvisorio russo, cfr. Report of the Specila Diplomatic Mission to Russia to the Secretary of State, in Papers Relating to the Foreign Relations of the United States, FRUS,, 1918, Russia, vol. I, cit., pp. 137-139.

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funzionamento e la manutenzione di alcune tratte della transiberiana e le squadre continuarono a lavorare anche durante la guerra civile.31 La missione di Elihu Root ebbe un carattere diverso e, per questo, il soggiorno russo non era stato programmato per durare a lungo, a differenza della speciale commissione dell’ARC e della Stevens Railways Commission. Elihu Root cercò di comprendere e interpretare i mutamenti della realtà russa, tenne discorsi ed ebbe incontri, sia pubblici che privati, con molti esponenti del governo provvisorio e cercò di rassicurare la popolazione russa sulle buone intenzioni del governo statunitense.32 Fallì, tuttavia, nel trarre le dovute conclusioni dalle analisi compiute dai delegati della sua missione. Al suo ritorno negli Stati Uniti, affermò che non vi era alcuna «[...] malattia organica o incurabile nella democrazia russa […]».33 Tra la primavera e l’estate 1917, una visione chiara mancò sia ai diplomatici statunitensi, sia ai componenti della Root Mission; né il governo russo era stato in grado di rappresentare, in patria e all’estero, la potenziale pericolosità della diarchia di poteri, sempre più marcata, che si stava approfondendo tra il governo provvisorio e l’organizzazione sovietica. In questo senso, i diplomatici russi, inviati dal governo provvisorio negli Stati Uniti, non furono in grado di dare un positivo contributo all’evoluzione dei rapporti politici. È opportuno ricordare che il governo rivoluzionario russo, al pari di quello statunitense, aveva avvertito la necessità di mantenere rapporti diplomatici e, soprattutto, di tenere viva l’alleanza contro gli imperi centrali, senza la quale la sconfitta militare e la distruzione dello stato russo sarebbero state certe. Per questo motivo, dopo un fitto

31

Cfr. J.M. FEIST, Theirs Not to Reason Why: The Case of the Russian Railway Service Corps, in «Military Affairs», XLII, 1, February 1978, pp. 1-6. Per un ulteriore approfondimento, cfr. The Ambassador in Russia (Francis) to the Secretary of State, Telegram, Petrograd, February 2, 1918, 9 p.m. [Received 12.02 p.m], in Papers Relating to the Foreign Relations of the United States, FRUS,, 1918, Russia, vol. III, Washington, Government Printing Office, 1932, pp. 173-308. 32 Cfr. J. DUNCAN - J.R. MOTT - E. ROOT - C.E. RUSSELL, America’s Message to the Russian People; Addresses by the Members of the Special Diplomatic Mission of the United States to Russia in the Year 1917, Boston, Marshall Jones Company, 1918. 33 Cfr. CUMMING - PETTIT, Russian-American Relations, March 1917 - March 1920, Documents and Papers, cit., p. 32.

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scambio di comunicazioni ufficiali, 34 il governo provvisorio aveva accreditato a Washington una speciale commissione diplomatica, la Bachmeteff Commission, così chiamata dal nome dell’ingegnere Boris Bachmetev, 35 che ne era a capo. Gli inviati russi erano stati accolti con grande disponibilità dal governo statunitense; tuttavia, malgrado la buona volontà dei delegati e l’apertura accordata loro dalla diplomazia americana, l’involuzione autoritaria del governo russo, prima, e l’affermazione del potere sovietico, poi, avrebbero completamente svuotato le funzioni e il ruolo della Bachmeteff Commission, sino a renderla inutile per i rapporti tra i due paesi. La rivoluzione d’ottobre, infatti, avrebbe cancellato ogni possibilità di sviluppare una diplomazia coerente tra gli Stati Uniti e il governo sovietico. Il drammatico mutamento di regime in Russia avrebbe presentato risvolti sempre più negativi per le relazioni internazionali delle potenze dell’intesa; per gli Stati Uniti sarebbero stati gli avvenimenti nell’estremo oriente siberiano a porre problemi di straordinaria urgenza, dalla cui soluzione sarebbero dipesi gli equilibri e le alleanze internazionali future. Il ritiro delle truppe russe dal conflitto, infatti, non avrebbe avuto come conseguenza soltanto l’alleggerimento della pressione sulle truppe austro-tedesche sul fronte orientale, ma avrebbe potuto comportare la cessione alle forze degli imperi centrali di materie prime e scorte, che gli Stati Uniti avevano inviato e fatto accumulare nei porti siberiani per il sostegno delle armate russe. Questa eventualità avrebbe consentito alle potenze della triplice alleanza di riorganizzare le proprie linee strategiche d’attacco, sia sul fronte occidentale, a discapito del fronte francese, che in Medio Oriente, a discapito delle truppe imperiali britanniche, vanificando completamente l’intervento statunitense nel conflitto mondiale.

34

Cfr. The Ambassador in Russia (Francis) to the Secretary of State, Telegram, Petrograd, April 28, 1917, 6 p.m. [Received April 29, 5.25 p.m.], in Papers Relating to the Foreign Relations of the United State, FRUS,s, 1918, Russia, vol. I, cit., pp. 153-157. 35 Boris Bachmetev (1880-1951) sarebbe rimasto, definitivamente, negli Stati Uniti, dando un contributo fondamentale all’accoglienza dei profughi russi, in fuga dall’Unione Sovietica. Nel 1931 Bachmetev sarebbe diventato un docente di ingegneria idraulica presso la Columbia University. Per un approfondimento sulle attività di soccorso umanitario di Bavhmetev, cfr. J.E. HASSELL, Russian Refugees in France and the United States between the World Wars, Philadelphia, American Philosophical Society, 1991, pp. 33-34.

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La sconfitta dell’intesa non avrebbe avuto conseguenze soltanto nell’Europa continentale e nel Mediterraneo, ma avrebbe avuto una portata globale. Altre potenze avrebbero potuto estendere la propria influenza in Asia, a danno della Francia e dell’impero britannico. In particolare, sarebbe stato il Giappone a trarre vantaggio dalla sconfitta delle potenze coloniali europee e dal ridimensionamento della politica internazionale degli Stati Uniti. Inoltre, la vittoria degli imperi centrali avrebbe sancito il ritorno degli Stati Uniti a posizioni isolazionistiche, con l’ulteriore conseguenza dell’impossibilità di proporre nuovi equilibri internazionali, come auspicato dal presidente Wilson. 36 Questo ipotetico riassestamento globale avrebbe avuto esiti 36

Thomas Woodrow Wilson (1856-1924) fu il ventottesimo presidente degli Stati Uniti e il protagonista della politica internazionale dell’ultimo anno di guerra e della successiva fase degli armistizi e dei lavori della conferenza di pace. Studioso di relazioni internazionali, professore universitario e rettore a Princeton, Wilson tradusse modelli e teorie accademiche in principi di politica estera, collocandosi tra i pensatori più importanti della corrente idealista. La sua visione delle relazioni internazionali fu sintetizzata in un discorso, tenuto al congresso degli Stati Uniti l’8 gennaio 1918, nel quale espose i principi, ai quali i governi delle nazioni uscite dal conflitto avrebbero dovuto uniformarsi per una pace duratura ed equa. Universalmente conosciuti come i “Quattordici punti”, questi principi divennero i cardini di una nuova visione della politica internazionale. La politica wilsoniana si basava sul principio dell’autodeterminazione dei popoli, sulla rinuncia alla diplomazia segreta, sulla libertà di navigazione, sulla liberalizzazione dei commerci, sulla riduzione degli armamenti e sulla ridefinizione delle politiche coloniali. A questi principi programmatici, se ne aggiungevano altri di natura operativa, volti a garantire la rinascita dello stato polacco e di quello belga, l’accertamento delle rivendicazioni territoriali francesi e italiane, il rispetto delle nazionalità già ricomprese nelle compagini imperiali austro-ungariche e ottomane e, soprattutto, la pacificazione dei Balcani e della Russia, da realizzare con la composizione di tutte le questioni internazionale pendenti. Wilson fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1919, per il suo impegno e per l’inclusione del patto della Società delle Nazioni nel trattato di Versailles, primo compiuto tentativo di formulazione di struttura internazionale per la prevenzione dei conflitti armati e per il mantenimento della pace nel mondo. La struttura della Società delle Nazioni non fu soltanto il prodotto della visione wilsoniana, ma costituì il culmine ideologico della dottrina internazionalista di cooperazione fra gli stati, molto dibattuta in Europa e nell’impero britannico già in età vittoriana. All’epoca, fu accreditata dai suoi sostenitori come l’unico modello di ordinamento internazionale in grado di superare la logica della contrapposizione e l’inevitabile corollario degli scontri armati, di ridurre flotte e armamenti e, soprattutto, di rivedere le politiche egemoniche colonialiste. La Società delle Nazioni fu intesa come efficace antidoto all’internazionalismo proletario sovietico, che avrebbe perso la sua carica eversiva se tutte le nazioni avessero collaborato al mantenimento dell’ordine internazionale sulla base di principi equi e condivisi. Per consultare il testo del discorso di Wilson, vedi il sito internet dell’Avalon Project dell’Università di Yale alla pagina web http://avalon.law.yale.edu/20th_century/wilson14.asp. Per un approfondimento sui Quattordici punti, cfr. The Special Representative (House) to the Secretary of State, Telegram, London, October 29, 1918, 3 p.m., in Papers Relating to the Foreign Relations of the United States, 1918, Supplement 1, The World War, part I: The Continuation and Conclusion of the War – Partecipation of the United States, FRUS,, vol. I, Washington, U.S. Government Printing Office, 1933, pp. 405-413. Per un ulteriore approfondimento sull’importanza strategica dei Quattordici punti wilsoniani per le successive attività della conferenza di pace di Parigi, vedi H. HANSEN, The Adventure of the Fourteen Points: Vivid and Dramatic Episodes of the Peace Conference from the Opening at Paris to the Signing

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particolarmente preoccupanti nei territori siberiani, dove la potenza militare giapponese si sarebbe potuta manifestare sia nell’occupazione dei porti russi (per allargare la propria influenza sulle risorse minerarie locali), che nell’ampliamento della sua influenza sulla ferrovia transiberiana, collegata alle linee manciuriane. La Cina repubblicana, sostenuta dagli Stati Uniti ed entrata in guerra a sostegno dell’intesa, avrebbe potuto perdere la possibilità di esercitare una piena sovranità su molti dei suoi territori, dal momento che il Giappone avrebbe potuto porre sotto la propria esclusiva autorità le linee di comunicazione più importanti dell’entroterra asiatico. Ulteriore conseguenza di questo probabile scenario sarebbe stato lo scontro tra l’avanzata strategica giapponese sul continente asiatico e la politica della “porta aperta”, 37 che gli Stati Uniti intendevano promuovere e rafforzare soprattutto nei rapporti con la Cina. Il rafforzamento delle posizioni giapponesi in Siberia, in definitiva, rischiava di interrompere lo sviluppo dei futuri rapporti internazionali in prospettiva statunitense e avrebbe messo a rischio la stessa posizione degli Stati Uniti nel Pacifico, che si sarebbero visti scavalcare da una potenza militare ed economica non occidentale, aggressiva e determinata a espandersi ulteriormente. Alla luce di queste considerazioni si possono meglio comprendere gli sforzi americani per controllare le ferrovie transiberiane, dapprima con la Stevens Railways of the Treaty of Versailles, New York, The Century Co., 1919. Sulla sopravvivenza dei principi dell’idealismo wilsoniano nella successiva politica statunitense, cfr. W.R. MEAD, Special Providence: American Foreign Policy and How it Changed the World, New York, Routledge, 2002, p. 132 e ss. Per un approfondimento sul testo del trattato di pace di Versailles e sul dibattito parlamentare statunitense in merito all’istituzione della Società delle Nazioni, cfr. Treaty of Peace with Germany, Washington, Government Printing Office, 1919; per un ulteriore approfondimento sulla nascita della League of Nations e la sua connessione ai trattati di pace, vedi Documents of the League of Nations, Leiden, A. Sijthoff’s Uitgeversmaatschapp, 1920; J.E. HARLEY, The League of the Nations and the New International Law, New York, Oxford University Press, 1921, e D.J. HILL, American World Policies, New York, George H. Doran Company, 1920. A Woodrow Wilson è dedicato The Woodrow Wilson Center for Scholars, con sede a Washington. Il Wilson Center è collegato con lo Smithsonian Institution, ma da questo è autonomo, caratterizzandosi come istituzione indipendente e come uno dei centri di ricerca più importanti degli Stati Uniti per lo studio degli affari internazionali. Cfr. il sito internet alla pagina web: http://www.wilsoncenter.org. 37 Gli Stati Uniti erano stati, di fatto, esclusi dalla Cina del Nord da un trattato russo-giapponese nel 1916 e si trovavano, indirettamente, tra i garanti di un’ulteriore espansione dell’influenza giapponese in Asia, a danno della Cina, così come accordato dall’intesa al Giappone, prima dell’intervento in guerra degli Stati Uniti. Cfr. J.B. DUROSELLE, Da Wilson a Roosevelt. La politica estera degli Stati Uniti dal 1913 al 1945, Bologna, Cappelli, 1963, p. 144.

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Commission, e, successivamente, con i Russian Railway Service Corps. Gli Stati Uniti, infatti, non potevano consentire ai giapponesi di estendere la loro influenza oltre la South Manchuria Railways, già sotto il controllo nipponico dal 1905, né che i bolscevichi occupassero le stazioni della Chinese Eastern Railways, come avevano già tentato di fare nel dicembre 1917. 38 In entrambi i casi, le linee di comunicazioni strategiche per gli scambi commerciali e per gli approvvigionamenti di materie prime sarebbero rimaste chiuse alle economie delle potenze occidentali, con un generale arretramento degli Stati Uniti nei commerci asiatici e nell’intera area del Pacifico.

3. Il coinvolgimento delle associazioni umanitarie nelle iniziative diplomatiche straordinarie degli Stati Uniti dopo la rivoluzione d’ottobre: il ruolo della YMCA e della commissione speciale dell’American Red Cross Con la rivoluzione d’ottobre, i continui richiami bolscevichi alla pace portarono gli Stati Uniti e la Russia a divergere rispetto agli obiettivi e, successivamente, si concretizzarono nel ritiro delle truppe russe dal conflitto, con inevitabili ripercussioni geopolitiche e strategiche. Le differenze tra i due governi e le rispettive politiche estere si approfondirono ulteriormente per scelta del governo degli Stati Uniti di riconoscere come unica delegazione russa, accreditata, quella di Bachmetev. La diplomazia americana, di fronte alla rivoluzione d’ottobre, segnò il passo; i rapporti tra i due paesi sarebbero diventarono sempre più tesi e la delegazione statunitense ufficiale in Russia perse ogni autorevolezza agli occhi dei bolscevichi. Per continuare a mantenere un minimo dialogo con il governo sovietico, gli Stati Uniti utilizzarono canali diversi da quelli ufficiali. Fecero ricorso all’intermediazione di soggetti dotati di esperienza e prestigio internazionali, che avevano già avuto contatti con la società e i politici russi e che potevano ancora avere la possibilità di ottenere informazioni sul rapido e sull’evolversi della situazione.

38

Cfr. DUROSELLE, Da Wilson a Roosevelt, cit., p. 145.

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Il coinvolgimento nella Root Commission del religioso metodista John Mott,39 una delle personalità più conosciute della YMCA statunitense, dotato di una spiccata vocazione alle relazioni interreligiose transnazionali, si sarebbe rivelato uno straordinario punto di forza per gli obiettivi americani. Mott, grazie al contributo economico di John D. Rockefeller e di Cyrus McCormick (che avrebbe ritrovato tra i delegati della Root Commission), aveva promosso la fondazione della World Student Christian Federation, 40 che era diventata una delle associazioni religiose più conosciute a livello internazionale. Mott era un sostenitore del presidente degli Stati Uniti, che ne apprezzava le capacità di mediazione e la conoscenza delle realtà internazionali. Appena un anno prima, il presidente Wilson lo aveva coinvolto in un’iniziativa diplomatica in Messico, e, successivamente, gli aveva offerto la carica di ambasciatore. Anche se Mott aveva posto un garbato rifiuto, era rimasto vicino alla Casa Bianca ed era stato accreditato presso la Root Commission, in qualità di segretario generale dell’International Committee delle YMCA, allo scopo di 39

John Raleigh Mott (1865-1955), di famiglia metodista, fu uno degli esponenti più attivi della YMCA. Durante il suo periodo di studi presso la Cornell University, Mott fece della YMCA una delle associazioni cristiane più conosciute del mondo. Elemento di spicco del movimento missionario statunitense della seconda metà del diciannovesimo secolo, Mott fu uno dei leader del movimento ecumenico internazionale e contribuì, nel 1895, alla fondazione della World Student Christian Federation (WSFC), in occasione di un convegno internazionale tenutosi in Svezia. John Mott, dal 1895 al 1920, fu segretario della WSFC e, dal 1915 al 1928, fu segretario dell’International Committee delle YMCA. Durante il primo conflitto mondiale, Mott coordinò le attività del National War Work Council delle YMCA statunitensi, che furono accreditate dalla Casa Bianca per collaborare al soccorso e al sostegno delle truppe al fronte. Il National War Work Council, tra le altre attività, fornì un fondamentale contributo al soccorso dei prigionieri di guerra in Russia e in altri paesi coinvolti nel conflitto. John Mott ricevette il premio Nobel per la pace nel 1946 e, successivamente, diede uno straordinario contributo alla fondazione del World Council of Churches, del quale divenne presidente onorario nel 1948. Per un approfondimento sulla biografia e sulle attività di John Mott, cfr. HABERMAN, Nobel Lectures, Peace 1926-1950, cit., pp. 354361; I. ABRAMS, The Nobel Peace Prize and the Laureates: An Illustrated Biographical History 19012001, Nantucket, Science History Publications, 2001, pp. 157-159; B. MATHEWS, John R. Mott: World Citizen, New York, Harper & Brothers Publishers, 1934; T.C. DOWLING, Personal Perspective. World War I, Santa Barbara, ABC-CLIO, 2006, p. 205 e ss. 40 Lo Student Christian Movement è un’associazione giovanile cristiana, nata in ambito protestante e divenuta una federazione ecumenica di associazioni studentesche, nota come World Student Christian Federation (WSCF). Promossa nel 1895, in occasione di un convegno internazionale tenutosi in Svezia, dai leader dell’YMCA statunitense, la WSCF si accreditò immediatamente come una delle realtà più attive dell’ecumenismo cristiano, espandendosi rapidamente in oltre settanta paesi nel mondo. Oggi la WSCF raccoglie l’adesione di giovani protestanti, cattolici, ortodossi e pentecostali e ha la propria sede principale a Ginevra. Per un approfondimento, vedi il sito internet alla pagina web: http://www.wscfglobal.org.

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istituire e organizzare le eventuali attività dell’associazione a sostegno delle truppe dell’esercito russo. Numerose associazioni nazionali appartenenti alla Young Men’s Christian Association avevano fornito supporto alle attività di retrovia per le truppe alleate che tornavano dal fronte. In Francia, in particolare, la rete di canteen,41 allestita e gestita da giovani volontari americani e britannici delle YMCA, aveva contribuito non poco al benessere delle truppe. Durante i brevi turni di riposo dalla prima linea, i militari esausti potevano accedere a questi locali, adibiti a mense e punti di ristoro, dove potevano ricevere tabacco, cioccolato, sigarette, inchiostro e carta da lettera. I soldati, qui, potevano trovare un angolo tranquillo dove consumare un pasto caldo e leggere le lettere dei familiari oppure un libro e i giornali, forniti dalla YMCA. Questi minimi elementi di normalità, in un contesto di crudeltà e violenze, contribuivano a mantenere nei soldati quel legame con la vita civile, che per molti sembrava qualcosa di irreale e lontano.42 John Mott, sia per la sua pluriennale esperienza organizzativa, sia per il prestigio internazionale di cui godeva, sia per le capacità già dimostrate sul campo dai volontari delle YMCA, 43 al ritorno negli Stati Uniti, era stato indicato dallo stesso Elihu Root come uno dei soggetti più importanti per il raggiungimento degli obiettivi diplomatici statunitensi. In un Supplementary Report della missione diplomatica al segretario di stato, veniva proposto il diretto coinvolgimento della YMCA per il miglioramento delle condizioni fisiche, mentali, sociali e morali delle truppe russe, così come era stato fatto

41

Il termine inglese canteen indica sia la mensa, che lo “spaccio militare”. Per un approfondimento sulle attività della YMCA statunitense, cfr. Service with Fighting Men: An account of the Work of the American Young Men’s Christian Association in the World War, New York, Association Press, 1922. 43 Per comprendere il contributo materiale dei volontari delle YMCA statunitensi al sostegno delle truppe è opportuno considerare che furono raccolti dai quindici milioni di donatori oltre centosessantuno milioni di dollari. I candidati al servizio volontario nelle YMCA furono più di duecentomila e, tra questi, ne furono scelti quasi ventiseimila, impiegati sia in patria, che all’estero. Cfr. Summary of World War Work of the American YMCA: With the Soldiers and Sailors of America at Home, on the Sea, and Overseas, New York, The International Committee of Young Men’s Christian Association, 1920. 42

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per gli eserciti alleati sull’altro fronte europeo e in Medio Oriente. 44 La YMCA era generalmente percepita come un’associazione di soccorso internazionale indipendente, che aveva dimostrato di essere in grado di assistere le truppe al fronte, facendosi carico anche degli aiuti alla popolazione civile e ai prigionieri di guerra. La YMCA non solo possedeva il prestigio e il curriculum per essere accreditata presso le truppe russe, ma avrebbe suscitato meno resistenze nel governo russo rispetto ad altre strutture straniere. L’American Red Cross (ARC) presentava caratteri differenti rispetto alla YMCA. Quest’ultima era un’associazione apertamente confessionale, tuttavia rimaneva priva di un diretto coinvolgimento nell’organizzazione governativa statunitense. L’ARC, al contrario, faceva riferimento allo stesso presidente degli Stati Uniti e le sue strutture erano fortemente integrate con le gerarchie militari. Sul ruolo di queste associazioni nel fornire informazioni al governo statunitense sono stati formulati giudizi differenti. In proposito, vale la pena precisare che la YMCA e l’ARC costituirono canali paralleli a quelli diplomatici sino alla rivoluzione bolscevica. Successivamente, divennero quelli principali perché consentivano al governo degli Stati Uniti di mantenere uno strumento di comunicazione con il governo sovietico, senza alcuna forma di riconoscimento ufficiale. Il ricorso statunitense a queste strutture non colmò del tutto la carenza di informazioni sulle cause prossime dei cambi di regime e sulla presa di potere dei bolscevichi, né fornì successivamente una visione chiara dello sviluppo del potere sovietico. Il collasso delle comunicazioni ufficiali aveva aperto la strada all’utilizzo della diplomazia non ortodossa, ma il ricorso a questi mezzi, non accompagnato da una puntuale analisi delle informazioni raccolte, portò comunque al fallimento dei rapporti tra i due paesi. Fatte queste considerazioni, è ipotizzabile che l’opportunità di coinvolgere la YMCA nella Root Mission sia stata accuratamente calcolata. I volontari della YMCA, infatti, erano presenti in Russia sin dal 1900 e sino al 1914, avevano sviluppato attività

44

Cfr. Plan to Strengthen the Morale of the Army – Importance, Practicability, and Urgency of This Undertaking, in Papers Relating to the Foreign Relations of the United States, FRUS,, 1918, Russia, vol. I, cit., pp. 150-152.

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educative indirizzate alla gioventù russa, che ebbero un notevole successo.45 Questa rete di volontari statunitensi della YMCA, grazie ai rapporti instaurati con personalità e associazioni cristiane ecumeniche russe, costituì, dal 1917 in poi, una risorsa molto importante per gli Stati Uniti. Inoltre, i volontari della YMCA, per le loro competenze, allestirono una delle strutture portanti per l’assistenza ai prigionieri di guerra, contribuendo al loro sostentamento e al loro successivo rimpatrio. Questa specifica attività avrebbe visto il coinvolgimento di un numero sempre crescente di volontari statunitensi, i quali sarebbero diventati tra i testimoni più importanti del rapido mutamento degli equilibri interni della politica e della società russe.46 L’altra struttura, che avrebbe dovuto contribuire ad agevolare lo sviluppo della diplomazia non ufficiale della Casa Bianca in Russia, come già indicato, fu l’ARC. Il 2 luglio 1917, Henry P. Davison, in qualità di segretario del War Council dell’ARC, diede l’annuncio, subito ripreso dal «New York Times»,47 che una commissione speciale di

45

Nel 1900, la YMCA statunitense aveva fondato in Russia una prima associazione giovanile cristiana, dandogli il nome russo “Maiak”, cioè “Faro”. Successivamente, grazie al finanziamento del banchiere newyorkese James Stokes, fu avviata una serie di attività educative e sportive, per incoraggiare una positiva azione cristiana anche in Russia. Dopo aver superato la diffidenza della chiesa ortodossa, che vedeva nella presenza della YMCA il tentativo di convertire al protestantesimo i giovani slavi, il Maiak si insediò a San Pietroburgo. Qui istituì un centro di educazione superiore per l’insegnamento delle lingue straniere, della matematica e delle discipline sportive. Con l’inizio del conflitto, tuttavia, le attività del centro e del personale della YMCA furono indirizzate al soccorso umanitario dei prigionieri di guerra, sotto gli auspici della World Alliance YMCA, con sede a Ginevra. Furono istituiti in diverse località dell’impero russo uffici distaccati per il Prisoners’ Aid, come a Kazan, a Tomsk, a Oremburg, a Omsk, a Irtkusk e a Krasnoiarsk. Per un approfondimento, cfr. D.E. DAVIS - E.P. TRANI, The American YMCA and the Russian Revolution, in «Slavic Review», XXXIII, 3, September 1974, pp. 469-472. 46 In proposito si può consultare l’epistolario di Edward T. Heald, uno dei volontari americani inviati dalla YMCA in Russia. Heald, nel settembre del 1916, si era stabilto a Pietrogrado per predisporre e coordinare attività di assistenza umanitaria ai prigionieri di guerra detenuti in Russia. Dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, la YMCA ordinò a Heald di pianificare attività di assistenza per le truppe russe. Nel luglio 1917, Heald era a Minsk e, in agosto, si spostò a Kiev, dove avrebbe lavorato per cinque mesi. Si trasferì successivamente in Siberia, dove lavorò con le truppe della cosiddetta Legione cecoslovacca, un’unità formata di settantamila uomini, formata da ex prigionieri di guerra austro-ungarici, che avrebbe dovuto combattere sul fronte francese e che, invece, fu coinvolta nei combattimenti della guerra civile russa. Heald ebbe modo di assistere alla tumultuosa evoluzione politica della Russia, dallo zarismo alla rivoluzione borghese, dai primi mesi del governo L’vov a quello di Kerenskij, dalla rivoluzione bolscevica al regime sovietico. Le lettere di Heald ai suoi familiari sono un’importante testimonianza sui cambiamenti politici e sociali succedutisi in Russia in quegli anni. L’epistolario è stato pubblicato da W.B. WALSH, Documents Petrograd March - July, 1917: The Letters of Edward T. Heald, in «American Slavic and East European Review», VI, 1/2, May 1947, pp. 116-157. 47 Cfr. Red Cross Experts Will Go to Russia, in «The New York Times», July 2, 1917.

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esperti della Croce Rossa statunitense sarebbe stata inviata in Russia, come primo passo per l’organizzazione di un piano di soccorso umanitario che «[…] facesse immediatamente qualcosa per rincuorare quel paese […]». La commissione, che si sarebbe occupata di studiare i bisogni e le necessità della popolazione russa, sarebbe stata diretta da William B. Thompson48 di New York e da Frank Billings di Chicago. Il primo, magnate del rame, aveva dato il suo contributo per il soccorso umanitario in Belgio

dell’ARC

e,

per

la

Russia,

aveva

già

raccolto

donazioni

per

duecentocinquantamila dollari; il secondo era uno dei medici più conosciuti degli Stati Uniti. Compito dei volontari coinvolti dalla commissione sarebbe stato quello di distribuire medicinali e strumenti chirurgici per gli ospedali locali e per le organizzazioni russe della Croce Rossa. I commissari avrebbero dovuto valutare le necessità materiali e logistiche per le possibili linee di sviluppo dell’assistenza ai feriti e dei soccorsi umanitari alla popolazione civile. Per questo, con la commissione sarebbero partiti altri dodici esperti di salute pubblica, sanità e servizi sociali. Fra questi vi erano Raymond Robins di Chicago;49 il dottore J.D. McCarthy, docente della Penn University; il dottore 48

William Boyce Thompson (1869-1930), ingegnere minerario, finanziere e filantropo, era stato uno dei finanziatori newyorkesi della Commission for Relief in Belgium, diretta da Herbert Hoover e, successivamente, della Special Commission dell’ARC, che gli avrebbe conferito il grado di colonnello. Acceso sostenitore del governo di Kerenskij, fu sensibile alle sofferenze del popolo russo e cercò di ottenere più fondi per i soccorsi umanitari. Tornato negli Stati Uniti, Thompson si convinse che la prevenzione delle carestie e la distribuzione di cibo erano le premesse della giustizia sociale e, per questo motivo, fondò presso la Cornell University l’istituto di ricerca Boyce Thompson Institute for Plant Research, che dedicò ai suoi genitori William e Anne Thompson. Per un approfondimento su William B. Thompson, vedi la biografia H. HAGEDORN, The Magnate: William Boyce Thompson and His Time 18691930, New York, Reynal & Hitchcock, 1935. Per un ulteriore approfondimento sul lascito di Thompson, vedi il sito internet del Boyce Thompson Institute for Plant Research (BTI) alla pagina web: http://bti.cornell.edu. 49 Raymond Robins (1873-1954) fu giornalista, economista e operatore umanitario. Nato a Staten Island, Robins durante l’infanzia vide dapprima allontanarsi suo padre, che per rovesci finanziari aveva cercato fortuna in Colorado, e poi la madre, ricoverata per gravi disordini mentali. Affidato a parenti, si spostò tra diverse città degli Stati Uniti, completando i primi studi privatamente. Seguendo l’esempio paterno, Robins fece le sue prime esperienze di lavoro in miniera, che gli rimasero impresse per la durezza delle condizioni di vita dei lavoratori. Conclusi gli studi in legge presso la Columbia University, intrapresi dopo una serie di infelici esperienze finanziarie, Robins si spostò a San Francisco, dove praticò la professione forense per un breve periodo. Preso dalla “febbre dell’oro”, da San Francisco si spostò in Alaska. L’esperienza in Klondike non solo arricchì Robins, ma rinsaldò la sua fede. Divenne, infatti, un pastore della protestante Congregational Church of America. Nel 1900 Robins si trasferì a Chicago dove

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Paolo Macrì

George C. Whipple, docente della Harvard University; il professore William S. Thayer della John Hopkins University; il professore C.E.A. Winslow, docente a Yale e il dottor Wilbur E. Post di Chicago. Per i problemi specifici di assistenza umanitaria ai soldati in convalescenza, ai prigionieri di guerra e alla popolazione civile, in generale, era stata richiesta la consulenza dell’imprenditore dell’industria conserviera Harold H. Swift della Swift & Co. di Chicago e del professor Henry C. Sherman, docente della Columbia University. A questa speciale commissione dell’ARC, inoltre, sarebbe spettata la valutazione dei problemi logistici e di trasporto degli aiuti e, per questo, era presente Henry J. Horn, già vicepresidente della New Haven Railroad, che avrebbe lavorato a stretto contatto con John Frank Stevens. A completare la commissione vi erano altri undici elementi con compiti ispettivi e sanitari e di pubbliche relazioni. Davison fornì il suo contributo al Settlement Movement e intraprese una serie di iniziative di politica sociale, che ebbero ampi riconoscimenti politici, portandolo a dirigere diverse istituzioni locali come la Chicago Municipal Lodging House (MLH), la Northwest University Settlement (NUS) e il Dipartimento di sanità municipale della città. In questo periodo, Robins si avvicinò alle posizioni del Progressivism rooseveltiano, anche se il suo forte anelito alla giustizia e all’equità sociale aveva radici nei principi evangelici cristiani, che riuscì a coniugare con le rivendicazioni del sindacalismo socialista. Robins rielaborò i principi del Social Gospel, che in quegli anni rappresentava una delle correnti più importanti del cristianesimo sociale, espresso dal protestantesimo negli Stati Uniti. Le sue posizioni ebbero ampia eco, sia sulla stampa che tra il pubblico delle conferenze alle quali partecipava. Fu riconosciuto, ben presto, come uno degli attivisti-predicatori più ascoltati d’America. I suoi “tour” toccarono diverse città negli Stati Uniti e in Canada. Questo gli valse l’attenzione della YMCA, che lo coinvolse nel Men and Religion Forward Movement (MRFM), un’organizzazione ecumenica protestante per la realizzazione di un nuovo cristianesimo negli Stati Uniti. Con l’appoggio e l’organizzazione della YMCA, le attività di Raymond Robins raggiunsero ogni ambito sociale, accademico e lavorativo. La National Christian Evangelistic Social Campaign del biennio del 1915-16, simile alle precedenti iniziative del MRFM del 1911-12, avrebbe portato Robins a incontrare decine di migliaia di persone, che riconobbero l’importanza delle rivendicazioni di giustizia sociale, che andava predicando. Contrariamente alle sue profonde convinzioni cristiane, Robins non fu un pacifista. Durante la guerra fu un convinto sostenitore della causa alleata, nella quale egli vedeva la prossima realizzazione di una nuova leadership mondiale, che avrebbe visto protagonisti gli Stati Uniti, la Russia e il Giappone. Nel 1917, con l’intensificarsi della guerra sottomarina nell’Atlantico, Robins aderì al corpo di volontari che Theodore Roosevelt avrebbe voluto inviare in Francia. Quando il presidente Wilson non autorizzò l’invio in Europa del corpo di spedizione rooseveltiano, Robins espresse pubblicamente il suo disappunto, dichiarando che la notorietà e il carisma di Roosevelt avrebbero potuto mobilitare duecentomila uomini entro il primo agosto 1917, a differenza del comandante del corpo di spedizione statunitense, il generale Pershing, che per l’opinione pubblica era un perfetto sconosciuto. Fu Theodore Roosevelt, con un telegramma del 10 giugno 1917, a comunicargli il suo coinvolgimento nell’ARC: «[…] Ho spinto H.P. Davison, capo della Croce Rossa a mandarti con il Red Cross Committee in Russia. Ritengo che questo sia un incarico di estrema importanza. […]». N.R. SALZMAN, Reform & Revolution: The Life and Times of Raymond Robins, Kent, The Kent State University Press, 1991, p.175. Per un approfondimento sulle attività e sulla vita di Raymond Robins, cfr. anche W. HARD, Raymond Robins’ Own Story, New York, Harper & Brothers Publishers, 1920.

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Gli Stati Uniti e i governi rivoluzionari russi tra il 1917 e il 1918

affermava che sarebbe stato compito della speciale commissione dell’ARC in Russia dimostrare che

«[…] il soccorso americano su larga scala in Russia, per quanto possa essere amministrato, con determinazione, non potrà essere condotto dal War Council dell’American Red Cross se non dopo le indagini preliminari di questa speciale commissione. Seguendo queste ricerche, l’American Red Cross sarà in grado di decidere se migliori risultati possano essere ottenuti utilizzando le agenzie esistenti in Russia, come l’American Red Cross Commission ha fatto in Francia, o se sarà meglio costruire una nuova amministrazione per questo scopo. Il piano dell’American Red Cross è di cercare, al più presto possibile, le vie più incisive affinché il popolo russo sappia che il popolo americano gli è vicino non solo con le parole, ma anche con mezzi concreti per alleviare le sue sofferenze e per condividere l’onere di sostenere le persone 50 ammalate, ferite o affamate».

Queste

iniziative

di

diplomazia

umanitaria,

tuttavia,

non

raggiunsero

immediatamente e pienamente i loro scopi. Il sovrapporsi di differenti personalità statunitensi con incarichi politico-diplomatici, dagli ambiti non chiaramente definiti, non permise di individuare con chiarezza gli obiettivi da raggiungere. Il ricco magnate Thompson, l’ambasciatore Francis, l’attivista umanitario Robins e il dottor Billings possedevano caratteri, cultura e funzioni affatto diverse, che crearono rapporti personali poco fluidi e, soprattutto, confusione di ruoli agli occhi dei ministri del Governo russo provvisorio.51 In seguito, a questa confusione di ruoli si aggiunse lo spostamento della delegazione diplomatica statunitense da Pietrogrado a Vologda. 52 Il trasferimento compromise ulteriormente la comprensione ti rapporti tra i rappresentanti di Russia e Stati Uniti; le comunicazioni tra i due paesi e i canali non ufficiali delle associazioni umanitarie non furono in grado di supplirvi. La drammatica conflagrazione tra le pressioni interne al sistema del governo provvisorio e le operazioni belliche sul fronte orientale impedirono la normalizzazione 50

Red Cross Experts Will Go to Russia, cit. Cfr. KENNAN, Russia Leaves the War, vol. I, cit., pp. 59-62. 52 Alla fine di febbraio 1918, diverse rappresentanze diplomatiche si sarebbero spostate da Pietrogrado nella città di Vologda, nel timore che le truppe tedesche potessero occupare la capitale, cfr. ibid., p. 435 e ss.

51

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dei rapporti politici, economici e sociali, all’interno dell’esausto tessuto amministrativo della Russia post-zarista. Le disastrose condizioni delle truppe russe non furono più in grado di soddisfare le necessità strategiche degli alleati. Dal punto di vista russo, era stata l’indisciplina dei militari al fronte a compromettere, definitivamente, ogni possibilità di contrastare le armate austro-tedesche. In realtà, il nuovo governo non era stato in grado di convincere le truppe a mantenere le posizioni, non riuscendo a inviare loro cibo e munizioni. In queste condizioni, per gli ufficiali fu impossibile trattenere gli uomini e l’esercito si disgregò: fucilieri lettoni tornarono alle loro case, militari armeni disertarono per combattere i turchi, altri soldati di origini ucraine andarono ad alimentare l’indipendentismo ucraino del governo della Rada.53 Centinaia di migliaia di coscritti si allontanarono semplicemente dai propri reparti per tornare a casa. In questa situazione di totale disaffezione alle istituzioni, milioni di disertori trovarono, al loro ritorno, quello che poteva sembrare un baluardo popolare e spontaneo contro la fame e la guerra: l’organizzazione dei soviet. Con queste premesse deflagrò la rivoluzione d’ottobre, concludendo l’avvicendamento dei governi riformisti e i tentativi di conservare intatta la compagine amministrativa dell’impero zarista. In pochi mesi, gli sforzi diplomatici delle potenze alleate per lasciare aperto il fronte orientale furono vanificati. Vennero disattese le speranze di tenere le truppe russe al fronte e, soprattutto, quelle di mantenere un legame tra governo russo e alleati. Il partito bolscevico di Lenin prese definitivamente il potere il 7 novembre 1917 e il nuovo governo sovietico formulò immediatamente una dichiarazione di pace nei confronti degli imperi centrali. Il 17 dicembre 1917, entrò in vigore l’armistizio tra le truppe russe e quelle austro-tedesche e, appena tre mesi dopo, fu firmata la pace di Brest-Litovsk. In questo travagliato contesto, fu importante il ruolo di Raymond Robins, che divenne un privilegiato interlocutore del nuovo governo sovietico, in quanto aveva dimostrato in più occasioni di simpatizzare con la causa sovietica, sollevando non poche

53

Per un approfondimento sui moti rivoluzionari in Ucraina e sulla formazione del governo provvisorio ucraino Central’na Rada nell’aprile del 1917, cfr. J.S. RESHETAR, The Ukrainian Revolution, 1917-1920: A Story in Nationalism, New York, Arno Press, 1972, pp. 45-70.

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Gli Stati Uniti e i governi rivoluzionari russi tra il 1917 e il 1918

rimostranze tra i colleghi, nei circoli politici e sulla stampa statunitense. Kennan ci restituisce questo ritratto di Robins, descrivendolo come

«un caratteristico personaggio del movimento liberale del Midwest degli anni precedenti alla prima guerra mondiale. Come tale, egli partecipava ai punti di forza e, allo stesso tempo, risentiva delle debolezze di questo fenomeno sociale. Egli era sostenuto dalle sue capacità e dal suo entusiasmo, dalla sua sincerità e dalla sua forte fiducia, dal suo romanticismo e dal suo amore per l’azione; ma rimaneva minato dal suo sostanziale provincialismo, dalla superficialità della sua prospettiva storica, dalla qualità irregolare e sbilanciata dei suoi molteplici approcci intellettuali. È dalla sua formazione che gli deriva il fervore religioso e la fede nell’umano progresso, ma è sempre dalla sua formazione che discendono la sua carente comprensione globale, l’insufficiente indulgenza e l’impazienza nei confronti delle tristi necessità dell’esistenza politica dell’uomo, che avrebbero reso la sua carriera, quale figura delle relazioni internazionali russo-americane, 54 così burrascosa, così incostante e, alla fine, così tragica».

Robins, dopo la rivoluzione d’ottobre, diventò un assiduo frequentatore dello Smol’niy Institute,55 dove avevano sede gli uffici del primo governo sovietico, agendo come una specie di ambasciatore statunitense in pectore, conferendo con Trotsky e Lenin e decidendo del sostegno dell’American Red Cross al governo bolscevico. 56 Nell’ambito delle attività diplomatiche non ufficiali degli Stati Uniti in Russia, la figura di Robins fu sicuramente centrale. Tuttavia, per quanto i suoi costanti contatti con il governo sovietico fossero considerati utili, la sua funzione non fu neutrale e il carattere degli aiuti, che avrebbe fatto pervenire ai sovietici, non fu giudicato imparziale. A Robins, ad esempio, fu duramente contestata l’elargizione di alcune scorte, che l’ARC aveva accumulato in Russia per il soccorso all’infanzia. Secondo alcune testimonianze,57 il latte condensato, che doveva salvare i bambini denutriti, fu destinato dal governo sovietico all’armata rossa e, quindi, rivenduto al mercato nero. Questa non 54

KENNAN, Russia Leaves the War, vol. I, cit., pp. 64-65. L’Istituto Smol’niy è un edificio monumentale di San Pietroburgo, in stile palladiano, costruito gli inizi dell’Ottocento da architetti italiani. Durante la rivoluzione fu requisito dai bolscevichi, e divenne la sede del primo governo sovietico, prima dello spostamento presso gli edifici del Cremlino. 56 Cfr. SALZMAN, Reform & Revolution, cit., pp. 233-236. 57 Cfr. Raymond Robins and the Reds, in «The New York Times», June 27, 1920.

55

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fu l’accusa peggiore che gli fu rivolta. L’ambasciatore Francis, con il quale Robins aveva collaborato, lo accusò di avere passato ai sovietici documenti diplomatici e comunicazioni dell’ARC, rendendo così complesso e rischioso il compito dei diplomatici statunitensi.58 Robins, ragionevolmente, non si macchiò di tali nefandezze, ma certamente non fu imparziale nei confronti dei sovietici. Il suo idealismo lo portava a credere che gli Stati Uniti avrebbero avuto molto da guadagnare nel soccorrere i russi, anche sotto un altro regime, e questa convinzione lo avrebbe reso uno dei più tenaci sostenitori della normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.59

58

Cfr. KENNAN, Russia Leaves the War, vol. I, cit., pp. 200-217. Cfr. R. ROBINS, Social Control in Russia Today, in «Annals of the American Academy of Political and Social Science», LXXXIV, July 1919, pp. 127-145. 59

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Eunomia. Rivista semestrale del Corso di Laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali Eunomia 1 n.s. (2012), n. 1, 131-152 e-ISSN 2280-8949 DOI 10.1285/i22808949a1n1p131 http://siba-ese.unisalento.it, © 2012 Università del Salento

Paolo Macrì I quaccheri americani e le attività di soccorso in Europa e nella Russia bolscevica, 1917-1921 Abstract: The article provides an analysis of some American humanitarian rescue activities between the first world war and the period following the Russian civil war. The point of view is that of the American Friends Service Committee (Afsc), an American Quaker association which, starting from 1917, managed to set up a dialogue with Washington with the purpose to find a solution to the question of conscientious objectors. The Afsc activities deal with the assistance to the French population during the last phase of the conflict, to German children in the immediate post-war period, and to Russian refugees during the troubled events of the war and the Bolshevik Revolution. Particularly interesting is the relationship the Afsc established with the American Relief Administration (Ara), an assistance quasi-governmental organisation. Although American historiography has attended several times to ARA activities and its protagonist, Herbert Hoover, there is lack of recent, impartial and exhaustive studies on the Quaker contribute to the model of humanitarian rescue set up in those years. Keywords: American Administrations.

Quakers; Quakers' Assistance in Europe,

1917-1921;

U.S.

Il 1917 fu, per gli Stati Uniti, l’anno dell’ingresso nella guerra europea e, per i suoi cittadini, rappresentò l’inizio della sperimentazione delle conseguenze di un conflitto tecnologico moderno, combattuto da eserciti di massa. Già nella seconda metà del XIX secolo, la guerra civile aveva anticipato agli americani molti dei sacrifici necessari al raggiungimento degli obiettivi strategici degli Stati maggiori e, fra tutti, quello più avversato e ritenuto più iniquo era stato quello della coscrizione. In seguito, gli Stati Uniti, per quanto coinvolti in campagne militari oltremare, non avrebbero più fatto ricorso alla leva, che, invece, alle soglie dell’intervento nella guerra mondiale, appariva inevitabile. Infatti, per quanto l’arruolamento di volontari fosse preferibile alla coscrizione, sia per l’opinione pubblica che per il governo, il corpo di spedizione statunitense doveva essere allestito rapidamente e le politiche britanniche di reclutamento volontario avevano incontrato limiti insuperabili. Le risorse necessarie alle operazioni militari sul fronte occidentale avevano richiesto un impiego di risorse umane mai conosciuto prima e, già durante il primo anno di guerra, il governo inglese


Paolo Macrì

aveva constatato, drammaticamente, che le vittime dei combattimenti erano molto più numerose dei volontari, che pure accorrevano per combattere i tedeschi. Per questo motivo, nel marzo 1916, la Gran Bretagna aveva introdotto il reclutamento obbligatorio per tutti gli uomini celibi, estendendolo, successivamente, anche ai padri famiglia. Negli Stati Uniti questa prospettiva aggregò la protesta di molti attivisti; si trattava di politici di sinistra, religiosi pacifisti, attiviste per i diritti civili femminili e studenti universitari, che si articolarono in un vasto movimento che trovò spazio sulla stampa e si rese protagonista di numerose iniziative antimilitariste. Tra le molteplici realtà di questo movimento, che rifiutava, per differenti e molteplici ragioni, l’intervento degli Stati Uniti in Europa e, soprattutto, la prospettiva della coscrizione, assunsero una posizione particolare i quaccheri, che avevano contribuito alla nascita di molte associazioni pacifiste dell’epoca e che costituivano una delle minoranze religiose più note e antiche degli Stati Uniti. 1. La nascita dell’American Friends Service Committee nel 1917 e gli interventi umanitari in Europa durante il primo conflitto mondiale Nel 1917, l’incombere della leva obbligatoria sui giovani quaccheri metteva a rischio l’eredità di George Fox, il fondatore del quaccherismo. La libertà di cui godevano i fedeli avrebbe potuto portare molti di loro ad accettare la chiamata alle armi, sacrificando il principio più importante del quaccherismo, quello del rifiuto della violenza. Questo problema determinò l’impegno politico delle comunità più antiche e ricche degli Stati Uniti, in particolare quelle della Pennsylvania e di Filadelfia, che ritennero di dover scongiurare il coinvolgimento dei propri membri nel conflitto armato come combattenti. I rappresentanti di queste comunità condussero una laboriosa mediazione con il governo statunitense, al fine di evitare l’arruolamento dei correligionari, che si dichiaravano obiettori di coscienza, predisponendo, in collaborazione con la Croce Rossa statunitense, il loro impegno in attività di soccorso umanitario in Europa, in sostituzione del servizio armato. Le comunità quacchere, infatti, a differenza di altre realtà politiche e pacifiste dell’epoca, non intendevano criticare le scelte del governo, né volevano indurre i propri giovani a voltare le spalle al paese; più semplicemente, intendevano permettere ai coscritti di rimanere fedeli ai propri valori, servendo, sotto altra forma, gli Stati Uniti.

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I quaccheri am ericani e le at t ivit à di soccorso

L’intervento di uno dei più eminenti quaccheri americani fu provvidenziale. Rufus Matthew Jones, infatti, fu in grado di porgere ai propri correligionari la chiave di volta per edificare una struttura, che sarebbe servita a interloquire con il governo e con i giovani obiettori, raccogliendoli in un’unica forza, capace di riaffermare con efficacia il rifiuto della non violenza, senza tradire la patria. Questa struttura, inoltre, sarebbe potuta diventare lo strumento che avrebbe garantito continuità all’assistenza delle vittime della guerra europea. Nasceva così, il 30 aprile 1917, l’American Friends Service Committee (AFSC), che riconosceva nell’aiuto del prossimo l’attività militante più importante del movimento. 1 Il documento di fondazione dell’AFSC stabiliva che le attività da svolgere sarebbero state incorporate a quelle già sviluppate dai correligionari inglesi in Russia e in Francia e che, per quest’ultima, i quaccheri americani avrebbero collaborato direttamente con la Croce Rossa statunitense: […] Le articolazioni delle attività svolte sono state: la ricostruzione e i soccorsi alle regioni devastate dalla guerra in Russia e in Francia. Il nostro lavoro è stato portato avanti unitamente alle attività degli Amici inglesi, che sono impegnati in questo lavoro da tre anni. In Francia il nostro lavoro è stato organizzato come quello di un dipartimento della Croce Rossa americana […]. 2 L’AFSC raccoglieva il testimone di due secoli di attività di soccorso umanitario quacchero, che, soprattutto in Europa, aveva contraddistinto le

1

A partecipare alla fondazione dell’AFSC furono tutte le anime del quaccherismo americano: il Philadelphia Early Meeting (i cosiddetti ortodossi), la Friends General Conference (organo rappresentativo del seven yearly meetings, i cosiddetti hicksite) e il Five Years’ Meeting. Negli archivi dell’AFSC, a Filadelfia, è consultabile una copia del verbale della prima riunione dei fondatori. Cfr. AMERICAN FRIENDS SERVICE COMMITTEE ARCHIVES PHILADELPHIA [d'ora in avanti AFSC] , April 30, 1917, Box: General Administration 1917 (GA 1917 Admin to Comm Hees and Org), Folder: Administration General. Al proposito, cfr. L.M. JONES, Quakers in Action: Recent Humanitarian and Reform Activities of the American Quakers, New York, The Macmillan Company, 1929, p. 18 e M.H. JONES, Swords into Ploughshares: An Account of the American Friends Service Committee, 1917-1937, New York, The Macmillan Company, 1937, p. 13. 2 Cfr. verbale, p. 1, in AFSC, April 30, 1917, Box: General Administration 1917 (GA 1917 Admin to Comm Hees and Org), Folder: Administration General.

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attività delle adunanze più importanti delle isole britanniche, in particolare di quella di Londra. Lo Yearly Meeting londinese, infatti, aveva fondato e sostenuto comitati di soccorso internazionali già durante le guerre napoleoniche, 3 portando aiuti in diversi paesi, e aveva fornito aiuti materiali, fondi e volontari durante le maggiori crisi europee del XIX secolo. 4 Sino alla guerra mondiale, la prova più importante affrontata dai quaccheri britannici era stata la seconda guerra anglo-boera, conclusasi nel 1902, che aveva messo a dura prova la fede pacifista di molti fedeli e la tenuta complessiva della comunità, per i molteplici dilemmi etici e le innumerevoli questioni politiche poste dalle attività di soccorso umanitario. I quaccheri inglesi, infatti, erano stati attaccati per gli aiuti portati ai nemici dell’impero britannico. In particolare, erano state osteggiate le iniziative in soccorso ai boeri internati nei campi di concentramento britannici, che avevano sollevato dibattiti e contrasti sulla stampa e tra le forze parlamentari. Date queste premesse, i quaccheri britannici erano in possesso dell’esperienza più vasta e articolata nel soccorso umanitario e avevano il necessario vigore morale per imporre la propria presenza sui fronti di guerra e assistere anche i civili nemici. Nel 1914 gli inglesi anticiparono i correligionari americani nel portare aiuti ai profughi e ai civili affamati sul continente europeo, sperimentando la prima struttura quacchera di coordinamento e distribuzione di soccorsi umanitari del conflitto europeo. I quaccheri britannici, con l’istituzione del Friends War Victims Relief Committee, 5 iniziarono a coordinare le attività di soccorso per i profughi belgi e favorirono l’attività della Friends Ambulance Unit (FAU), che allestì il soccorso e il trasporto dei feriti con veicoli a motore. Dopo le prime iniziative in Belgio, i quaccheri britannici organizzarono, in Francia, l’assistenza ai profughi e ai senzatetto, costruendo e gestendo campi e strutture d’accoglienza, e facendosi carico del vitto, del vestiario e delle 3

Cfr. J.O. GREENWOOD, Quaker Encounters, Vol. I, Friends and Relief, York, William Sessions Limited, 1975, pp. 11-17. 4 I quaccheri britannici portarono soccorso alle popolazioni balcaniche e greche tra il 1822 e il 1870, a quelle irlandesi tra il 1822 e il 1900, alle popolazioni finlandesi durante la guerra di Crimea tra il 1856 e il 1868 e a quelle russe per tutto il XIX secolo. Lo Yearly Meeting londinese strutturò, inoltre, una serie di attività di soccorso umanitario, piuttosto articolate, durante la guerra franco-prussiana del 1870, dove venne utilizzato il simbolo della croce rossonera, che avrebbe distinto i quaccheri in tutti gli interventi umanitari successivi. Cfr. ibid., pp. 41-46, 18-24, 95-148. 5 Ibid., pp. 194-205.

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cure degli assistiti. Gli americani, in questa fase delle attività, si limitarono a fornire aiuti materiali e somme di denaro, 6 non potendo contare su un organismo unitario per il coordinamento e l’invio di eventuali soccorsi in Europa. Figura di riferimento del comitato britannico fu Ruth Fry, che aveva maturato una straordinaria esperienza nel soccorso umanitario durante la guerra anglo-boera e vantava studi in ambito di arbitrato e mediazione internazionali. 7 La vocazione cosmopolita del Friends War Victims Relief Committee sarebbe stata ulteriormente confermata, nel 1916, quando volontari britannici furono inviati, nei distretti del Volga, per valutare i bisogni delle popolazioni russe. Negli Stati Uniti, così come era stato ampiamente previsto, il 18 maggio 1917 venne reintrodotta la coscrizione. Il piano di reclutamento, ratificato dal Congresso, prevedeva la registrazione di tutti gli uomini in età compresa tra i ventuno e i trentuno anni, sia celibi che coniugati con figli, mentre parziali esenzioni erano state previste per alcune categorie di lavoratori specializzati e di pubblici ufficiali. L’adozione del provvedimento sollevò le veementi proteste delle associazioni pacifiste e antimilitariste, tanto che per contrastare le loro campagne di boicottaggio, nel giugno 1917, il governo statunitense emanò l’Espionage Act. 8 I quaccheri dell’AFSC si mantennero distanti dalle proteste e cercarono ostinatamente una soluzione di compromesso, che consentisse agli obiettori di sottrarsi, in maniera legittima, al servizio di leva. Le norme sulla 6

Cfr. A.R. FRY, A Quaker Adventure: The Story of Nine Years’ Relief and Reconstruction, London, Nisbet & Co., 1927, pp. 5-99. 7 Sulla formazione pacifista e sulla coscienza religiosa di Ruth Fry, cfr. B. BIANCHI, Una grande pericolosa avventura. Anna Ruth Fry, il Relief Work e la riconciliazione internazionale (1914-1926), in «DEP Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica sulla memoria femminile», 9, 2008, pp. 25-28, consultabile sul sito internet dell’Università Ca’ Foscari di Venezia alla pagina web http://admin.unive.it/nqcontent.cmf?a_id=54023. 8 Questo provvedimento considerava reato ogni manifestazione volta a osteggiare il reclutamento militare e anche il generico incoraggiamento a comportamenti, giudicati sleali dal governo. Conseguenze di queste restrizioni alle libertà costituzionali furono il divieto di distribuire periodici politici e sindacali e la repressione di tutte le attività che, a giudizio dei tutori della legge, potevano influenzare negativamente l’opinione pubblica sulle azioni di governo. L’Espionage Act fu approvato dal Congresso degli Stati Uniti il 15 giugno 1917 e fu emendato nel 1918 con l’adozione dell’ancora più repressivo Sediction Act. Queste norme, ulteriormente integrate, sono ancora in vigore. Per un approfondimento del dibattito politico dell’epoca sulle conseguenze delle limitazioni imposte dall’Espionage Act, cfr. H.W. TAFT, Freedom of Speech and the Espionage Act, Plainfield, N.J., New Jersey Journal Law Publishing Co., 1921.

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coscrizione, tuttavia, non escludevano gli obiettori dalla chiamata alle armi e dall’invio nei campi di addestramento. Inoltre, molti obiettori quaccheri, come altri mennoniti e brethren, rifiutavano ostinatamente ogni contatto con le autorità militari, rendendo difficile la mediazione. I casi di questi obiettori, i cosiddetti “assolutisti”, erano di difficile approccio, sia per l’AFSC che per le autorità, in quanto l’ostinazione nel rifiuto di ogni relazione con le gerarchie militari costringeva i comandanti dei centri di addestramento a ricorrere alle corti marziali. Ad ogni modo, i rappresentanti del governo ebbero diverse occasioni per incontrare, a Washington, gli inviati dell’AFSC e si sforzarono di trovare un accordo per salvare l’operatività generale delle norme sul reclutamento, facendo salvo l’esercizio legittimo dell’obiezione di coscienza. In una di queste occasioni, i rappresentanti dell’AFSC ebbero modo di interloquire con il segretario della Difesa Newton Diehl Baker, il quale dimostrò la volontà del governo statunitense di offrire garanzie e opportunità ai pacifisti per motivi religiosi. Si legge, infatti, in un resoconto dell’AFSC di una riunione tenuta a Washington il 17 agosto 1917: […] Il segretario è stato estremamente cordiale, concedendoci il suo tempo liberamente, malgrado fosse sotto pressione per molte questioni, ascoltandoci con simpatia e interesse. Ci ha comunicato che il presidente, il generale Cowder e lui stesso ritenevano che la situazione fosse di inusuale difficoltà, motivo per cui non avevano ancora raggiunto una soluzione, ma che avrebbero continuato a lavorarci. I loro sforzi sarebbero stati indirizzati a determinare quale tipo di servizio sarebbe potuto essere soddisfacente per i noncombattenti […]. 9 La soluzione ai numerosi problemi posti dagli obiettori di coscienza quaccheri, soprattutto per quanto riguarda gli assolutisti non fu facile, né immediata. Tuttavia, dopo una serie di ulteriori riunioni e incontri, si raggiunse un compromesso. I giovani quaccheri, regolarmente reclutati nei centri di addestramento, una volta dichiarata la loro obiezione di coscienza, 9

Resoconto della missione dell’AFSC a Washington del 17 agosto 1917, p. 1, in AFSC, Box: General Administration 1917 (GA 1917 Admin to Comm Hees & Org.), Folder: Committees & Organizations: U. S. Government, War Department.

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avrebbero ricevuto la dispensa dal servizio armato e sarebbero stati destinati ad attività sostitutive. Circa trecento di essi furono inviati all’Haverford College, in Pennsylvania, dove, nell’estate del 1917, avrebbero seguito un serrato programma di addestramento e preparazione alle attività di soccorso umanitario. 10 In considerazione dell’esperienza britannica, l’AFSC aveva concordato con le autorità l’impiego dei primi trecento volontari in Francia. Garante di questa prima Haverford Unit sarebbe stata l’American Red Cross (ARC), che aveva stabilito la sua delegazione europea a Parigi. Durante l’autunno del 1917 e l’inverno del 1918, l’Haverford Unit giunse in Europa e si integrò con i volontari inglesi, collaborando alle loro attività e realizzandone altre autonomamente. 11 In ogni caso, i volontari quaccheri rifiutarono ogni coinvolgimento con i militari, considerando anche le attività di assistenza alle truppe una forma di legittimazione della guerra. Nel novembre 1918, le ostilità cessarono sul fronte occidentale e i volontari quaccheri completarono i progetti che avevano intrapreso e, in molti casi, furono costretti a ricostruire parte dei villaggi, che avevano già contribuito ad assistere, travolti dall’ultima offensiva tedesca. Dopo la fine del conflitto, l’attenzione dei governi vincitori e delle strutture umanitarie si rivolse anche alle stremate popolazioni dei paesi nemici. Il governo statunitense, per rendere credibili le posizioni assunte presso le commissioni della Conferenza di Pace, diede impulso a una serie di istituzioni governative per l’assistenza umanitaria e favorì la collaborazione tra queste

10

Di particolare interesse l’articolazione delle attività e della struttura della prima Haverford Unit. Trecento volontari quaccheri provenienti da tutti gli Stati della Federazione statunitense si raccolsero nella Barclay Hall del campus di Haverford dove si sottoposero a un intenso regime addestrativo, in considerazione dei loro studi e delle loro capacità tecniche e lavorative. Vennero create undici squadre, che furono istruite sui lavori di carpenteria, sui lavori agricoli o di riparazioni meccaniche, seguendo anche corsi di lingua francese. Negli archivi dell’AFSC è conservato un report di sei pagine dove sono descritte minuziosamente le attività giornaliere e settimanali delle prime squadre in addestramento, oltre ai dati anagrafici e al livello di istruzione dei partecipanti. Cfr. AFSC, Box: General Administration 1917 (GA 1917 Conscientious Objectors to Foreign Service-Country Canada), Folder: Haverford Reconstruction Unit. 11 Per un approfondimento sulle attività quacchere in Francia, cfr. FRY, A Quaker Adventure, cit., pp. 57-66 e 74-78; R.M. JONES, Service of Love in War Time: American Friends Relief Work in Europe, 1917-1919, New York, The Macmillan Company, 1920, pp. 144-156; JONES, Quakers in Action, cit., pp. 23-35; The First Year of American Friends’ War Relief Service, June 1, 1917- May 31, 1918, in «American Friends Service Committee Bulletin», n. 16, pp. 19, in AFSC, AFSC Annual Reports, 1917-1947.

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e le associazioni, che si erano occupate di aiuti umanitari durante i difficili anni della guerra mondiale. 2. I soccorsi umanitari in Europa dopo l’armistizio. La prima collaborazione tra l’AFSC e l’American Relief Administration (ARA) di Herbert Hoover Durante gli anni del conflitto e nel periodo postbellico, la figura di riferimento per le attività umanitarie degli Stati Uniti fu, senza dubbio, quella di Herbert Hoover, il futuro presidente degli Stati Uniti. Nel 1914, Hoover viveva a Londra, dove aveva diretto un comitato di assistenza per i cittadini statunitensi, che abbandonavano il continente europeo a causa della guerra. Dopo questa sua iniziativa, era stato coinvolto nella Commission for Relief in Belgium (CRB), che provvide all’invio di aiuti umanitari in Belgio sotto l’occupazione tedesca. Nei tre anni di lavoro successivi, Hoover aveva dimostrato straordinarie capacità amministrative e organizzative, che gli valsero la direzione della United States Food Administration, istituita dal governo americano per coordinare il controllo delle importazioni e delle esportazioni, combattere le speculazioni sui prezzi e pianificare la produzione agro-alimentare statunitense. L’efficienza raggiunta dalle politiche di controllo dei prezzi e il successo della pianificazione e dell’impiego delle risorse destinate agli aiuti umanitari accrebbero la stima verso Herbert Hoover negli ambienti governativi e, per questo, dopo l’armistizio del novembre 1918, il presidente Wilson gli affidò l’incarico di programmare un massiccio invio di aiuti alimentari verso l’Europa, che rischiava un disastro di proporzioni simili a quello provocato dalla Guerra dei Trent’anni, tre secoli prima. 12 Il conflitto, infatti, aveva avuto pesanti ripercussioni sulle produzioni agricole e sui commerci internazionali e alcune nazioni, come la Germania e gli Stati nati dal dissolvimento dell’impero austro-ungarico e dell’impero zarista, non avevano ricevuto alcun tipo di assistenza internazionale; anzi, avevano subito le conseguenze del blocco economico imposto dagli alleati, che aveva tragicamente impoverito la popolazione, riducendola alla fame. Malgrado la resistenza degli alleati, il governo statunitense era determinato a distribuire aiuti alle popolazioni europee. Per questo, il presidente Wilson 12

Cfr. F.M. SURFACE – R.L. BLAND, American Food in the World War and Reconstruction Period: Operations of the Organizations under the Direction of Herbert Hoover 1914 to 1924, Stanford, Stanford University Press, 1931, p. 23.

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delegò il suo consigliere Edward Mandell House di scrivere un memorandum per il Supreme War Council a Versailles, con il quale si propose la creazione di un ente interstatale, che avrebbe provveduto a studiare le necessità dei singoli paesi e a distribuire gli aiuti alimentari necessari a sconfiggere la fame e la malnutrizione. Fu istituito così il Supreme Economic Council, con sedi in ogni paese destinatario degli aiuti. Queste unità amministrative avrebbero fatto riferimento agli uffici della Food Section dell’Economic Council, a Parigi, che sarebbero stati coordinati da Herbert Hoover. Gli Stati Uniti avrebbero elargito la maggior parte dei fondi, per la somma complessiva di cento milioni di dollari, dei quali l’88% sarebbe stato prelevato dai fondi del Tesoro, mentre il rimanente 12% sarebbe stato raccolto da associazioni di soccorso americane. Queste somme sarebbero state conferite a un ente governativo statunitense, che avrebbe gestito l’acquisto e la destinazione di cibo, vestiario e altri generi di prima necessità per i bambini più bisognosi. Per coordinare i contributi delle associazioni e per amministrare questi capitali, il 24 febbraio 1919 fu istituita l’American Relief Administration (ARA), che sarebbe stata diretta da Herbert Hoover. Le associazioni statunitensi che parteciparono alle attività dell’ARA furono l’AFSC, l’ARC, la CRB, l’American Jewish Joint Distribution Committee (JDC) 13 e l’American Committee for Relief of the Near East (ACRNE). 14 Una delle situazioni più gravi del continente europeo era quella dei civili tedeschi. La Germania, dopo aver subito gli effetti del blocco economico, durante il periodo armistiziale – dal novembre 1918 alla firma del trattato di Versailles, avvenuta il 28 giugno 1919 – dovette sottostare a una rigida regolamentazione dei commerci e all’impossibilità di disporre della propria flotta commerciale. Per questo motivo, le associazioni quacchere anglosassoni, che avevano ancora gruppi impegnati in lavori di ricostruzione in Francia, iniziarono a predisporre nuclei di soccorso da inviare in Germania. I quaccheri britannici costituirono un gruppo di quattro volontari, mentre l’AFSC cominciò con l’inviarne solo un gruppo di tre. Del resto, la guerra era finita anche per i giovani obiettori americani e, sebbene una parte consistente dell’Haverford Unit fosse rimasta in Europa per 13

Il JDC è un’associazione ebraica internazionale di soccorso umanitario, fondata a New York nel 1914. È ancora attiva ai nostri giorni in più di settanta paesi. Cfr. http://www.jdc.org. 14 L’ACRNE fu fondata nel 1915 per soccorrere le popolazioni dell’impero ottomano perseguitate. È ancora oggi attiva con il nome di Near East Foundation. Cfr. http://www.neareast.org.

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completare i progetti avviati, il loro destino era quello di fare ritorno in patria, come le truppe combattenti, che erano in via di smobilitazione. Data l’esiguità dei nuclei quaccheri destinati alla Germania, all’inizio le attività furono solo di sommaria ricognizione delle necessità della popolazione. Successivamente, seguirono altre iniziative molto più ampie, alla cui riuscita non fu estraneo Herbert Hoover. Infatti, in una lettera del 25 giugno 1919, indirizzata ai funzionari dello staff tedesco dell’ARA, Hoover dava chiare indicazioni sulle agevolazioni che dovevano essere accordate ai membri dell’AFSC, che, tra l’altro, era stata la prima associazione a raccogliere donazioni negli Stati Uniti per i civili tedeschi. In questa lettera, Hoover presentava allo staff dell’ARA in Germania tre cittadine americane, Jane Addams, Caroline Wood e Alice Hamilton, per le quali veniva formulata questa richiesta: […] Qualsiasi assistenza di cui possano avere bisogno, venga loro garantita, sia per quanto riguarda i trasporti e le sistemazioni, che per qualunque altro mezzo che possa agevolare il loro viaggio […]. 15 A suggellare la collaborazione tra l’ARA e l’AFSC furono Herbert Hoover e Rufus Jones, che si incontrarono a Filadelfia; successivamente, lo stesso Hoover avrebbe scelto l’AFSC per dirigere le operazioni umanitarie in Germania, affidando ai quaccheri americani la realizzazione e il coordinamento di tutte le attività di soccorso per i bambini tedeschi. In una lettera del 17 novembre 1919, Hoover scriveva: […] Sono pronto a fornire garanzie, con i fondi a mia disposizione, per le spese d’acquisto e a pagare l’intero importo delle spese di spedizione oltremare, dai porti atlantici ai porti tedeschi, di qualsiasi genere alimentare da destinare al soccorso dei bambini, per i quali la vostra associazione dovrà solo corrispondere il prezzo […] senza spese di spedizione o di magazzino […]. 16 15

AFSC, Box: General Administration 1919 (GA 1919 Foreign Service), Folder: German General. 16 Una parte della lettera con la quale Hoover conferma gli accordi intervenuti è citata alla prima pagina di un report di tre, dal titolo Hoover opens the door, privo di data e siglato H.H.B., in AFSC, Box: General Administration 1919 (GA 1919 Foreign Service), Folder:

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In quel periodo, l’ARA si stava già occupando del sostentamento di altri due milioni di bambini europei e non avrebbe potuto articolare un’efficace struttura di soccorso anche in Germania. Secondo gli accordi, le forniture sarebbero state inviate dagli Stati Uniti e dagli altri paesi europei a spese dell’ARA, ma gli oneri per l’acquisto degli aiuti sarebbero stati a carico dell’AFSC, anche se, come lo stesso Hoover aveva suggerito, i quaccheri americani avrebbero potuto contare sulle donazioni di molti concittadini di ascendenze tedesche. 17 La direzione di un’iniziativa di tale entità alla sola AFSC suscitò la perplessità di molte altre associazioni, in particolare di quelle confessionali, ma Hoover era convinto che, soprattutto nella prima fase di assistenza alla Germania sconfitta, avrebbe potuto fare affidamento esclusivamente sull’AFSC. Infatti, le comprovate capacità dei suoi organizzatori e la natura non governativa dell’associazione avrebbero mantenuto le attività umanitarie immuni da critiche. 18 L’AFSC organizzò, quindi, un ampio gruppo di lavoro, che non solo gestì i soccorsi all’infanzia per l’intera Germania, ma trovò ulteriori fondi per l’acquisto di derrate alimentari. A sancire il patto tra l’AFSC e l’ARA, oltre agli accordi intervenuti, vi fu l’accettazione, da parte di Herbert Hoover, della presidenza onoraria della sezione tedesca dell’AFSC, garantendo con il suo stesso nome la riuscita delle operazioni di soccorso. 19 Nelle città e nei centri dove si era potuta insediare, l’AFSC utilizzò strutture in cui si preparavano centinaia di pasti al giorno. Da queste grandi cucine, gli alimenti venivano portati nei centri di distribuzione, quasi sempre edifici scolastici, dove circa venticinquemila insegnanti tedeschi distribuivano i pasti ai piccoli maggiormente in difficoltà. L’obiettivo era quello di assistere il maggior numero possibile di bambini, garantendo loro le integrazioni nutritive indispensabili e monitorandone la salute. Seguendo questi criteri, nel primo semestre del 1920, l’AFSC aveva sfamato Country German General. Il testo integrale della lettera è riprodotto in JONES, A Service of Love in War Time, cit., pp. 261-262 e in JONES, Quakers in Action, cit., pp. 45-46. 17 Sino al 1922, le associazioni di cittadini statunitensi di origine tedesca raccolsero tre milioni di dollari per i soccorsi umanitari in Germania. Cfr. SURFACE–BLAND, American Food in the World War and Reconstruction Period, cit., p. 118. 18 Cfr. il già citato report, Hoover opens the door, cit., p. 2. 19 Cfr. Third General Report, June, 1919-September, 1920, in «American Friends Service Committee Bulletin», n. 33, p. 4, in AFSC, AFSC Annual Reports, 1917-1947.

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seicentotrentamila bambini, in ottantotto città, grazie alla realizzazione di quasi quattromila centri di distribuzione. 20 Nella seconda metà del 1920, l’assistenza fu estesa alla Prussia orientale e alla città di Danzica e, nel 1921, fu fornito aiuto a più di un milione di bambini tedeschi in milleseicentoquaranta centri della Germania, grazie a duemiladuecento cucine e ottomila centri di distribuzione. 3. Il fallimento delle iniziative diplomatico-umanitarie degli Stati Uniti in Russia Le attività dell’ARA e delle associazioni di assistenza umanitaria coinvolte ebbero larga eco sulla stampa e questo contribuì a mantenere vivo, sia nell’opinione pubblica che presso il governo statunitense, l’interesse per la situazione europea. Le previsioni sui raccolti del 1920, formulate dai funzionari dell’ARA per alcune capitali europee, 21 lasciavano intendere che sarebbero stati scarsi e che almeno due milioni e mezzo di bambini avrebbero avuto bisogno di aiuti alimentari per il successivo biennio 19201921. La situazione si profilava ancora più drammatica in Russia, in particolare nelle zone del Volga e della Siberia, dove carestie ed epidemie si erano succedute sin dal 1916, falcidiando le centinaia di migliaia di profughi che avevano cercato rifugio. La gestione dei rifugiati provenienti dalle regioni baltiche russe e dalle zone a ridosso del fronte orientale era stata disastrosamente inefficiente. Il governo zarista, prima, e quello rivoluzionario borghese, poi, si erano limitati a spostare migliaia di persone sempre più a oriente, sperando che le risorse delle province asiatiche potessero sostentarle. Il risultato di queste politiche fu quello di concentrare i profughi in zone non urbanizzate e lontane dalle linee di comunicazione, rendendo difficili l’assistenza e i soccorsi ed esponendoli ai rigori delle stagioni invernali, che ne fecero strage. La rivoluzione bolscevica non agevolò i soccorsi per questi sfortunati, ai quali si aggiunsero le vittime della guerra civile, che conobbero la devastazione delle campagne e la nazionalizzazione dei 20

Cfr. ibid., p. 7. Uffici dell’ARA erano stati istituiti, in Finlandia, a Helsingfors; in Estonia, a Reval; nella Russia nord-occidentale, a Jamburg; in Lettonia, a Riga; in Lituania, a Kovno; in Polonia, a Varsavia; in Cecoslovacchia, a Praga; in Austria, a Vienna; in Ungheria, a Budapest; in Romania, a Bucarest; in Jugoslavia, a Belgrado. Cfr. SURFACE–BLAND, American Food in the World War and Reconstruction Period, cit., p.73. 21

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raccolti, che, interrompendo i commerci delle derrate tra le province, aggravò la penuria di cibo. La guerra civile, infine, affamò anche le zone sotto lo stretto controllo dei rivoluzionari. Nel 1917, gli Stati Uniti avevano riconosciuto il primo governo rivoluzionario e avevano inviato in Russia la Root Mission, 22 la Stevens Railways Commission 23 e, in un periodo successivo, anche i rappresentanti della Special Red Cross Commission. 24 Obiettivo specifico di queste iniziative diplomatico-umanitarie era il rafforzamento dei rapporti tra i due paesi e, per questo, il governo americano metteva a disposizione di quello russo sia capitali finanziari, che aiuti di natura sanitaria e tecnologica. Queste iniziative di cooperazione internazionale si presentavano come missioni di assistenza tecnico-organizzativa, ma avevano implicazioni strettamente diplomatiche, tanto da sovrapporsi alle attività dei funzionari d’ambasciata, con risultati piuttosto contraddittori. Gli Stati Uniti, infatti, non riuscirono a ottenere analisi corrette sulla situazione russa, tanto che Elihu Root, al suo ritorno in patria, avrebbe comunicato che la democrazia russa non era in pericolo. Diversamente, la drammatica conflagrazione tra le pressioni interne al sistema del governo provvisorio russo e le croniche difficoltà delle operazioni militari sul fronte orientale impedirono la normalizzazione sia dei rapporti politici, economici e sociali all’interno dell’esausta società russa, sia delle relazioni internazionali. Neanche il tentativo riformista di Alexander Kerenskij riuscì a spingere lo sforzo bellico o a riformare le istituzioni. Altri poteri lavoravano da tempo per costruire un disegno diverso, quello sovietico, che la politica diplomatica statunitense dimostrò 22

Questa missione, diretta dal diplomatico Elihu Root, operò in Russia tra la primavera e l’estate del 1917. Suo compito principale fu quello di dissuadere il governo russo dal firmare un armistizio o un trattato di pace con le potenze centrali. Per un approfondimento sulla diplomazia russo-statunitense nel 1917, cfr. i documenti diplomatici riguardanti la Root Mission, in Papers Relating to the Foreign Relations of the United States, 1918, Russia, Vol. I, Washington, Government Printing Office, 1931, pp. 107-152. 23 Per un approfondimento sulla Stevens Railway Commission, cfr. ibid., pp. 137-139 e L.J. BACINO, Reconstructing Russia: U. S. Policy in Revolutionary Russia, 1917-1922, Kent, Kent University Press, 1999, pp. 25-40. 24 Nel luglio 1917, Henry P. Davison, in qualità di segretario del War Council dell’ARC, inviò in Russia una commissione speciale di esperti della Croce Rossa statunitense per studiare i bisogni e le necessità della popolazione. Si veda H.P. DAVISON, The American Red Cross in the Great War, New York, The Macmillan Company, 1918, p. 268 e ss.

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di non comprendere. Il governo russo sarebbe stato travolto dalla rivoluzione bolscevica e, in pochi mesi, sarebbero state disattese tutte le speranze di mantenere le truppe russe sul fronte orientale. L’armistizio del 17 dicembre 1917 tra le truppe russe e quelle austrotedesche e, tre mesi dopo, la Pace di Brest-Litovsk avrebbero esposto le potenze dell’Intesa ad un possibile rovescio, anche sul fronte occidentale. Gli Stati Uniti non intesero riconoscere la legittimità del governo sovietico e, per questo, anche le relazioni diplomatiche tra i due paesi non riuscirono a consolidarsi. La delegazione statunitense ufficiale in Russia non aveva autorevolezza agli occhi dei bolscevichi e gli unici diplomatici russi accreditati negli Stati Uniti erano quelli inviati dal governo precedente. Gli americani, quindi, dovendo trovare canali diversi da quelli ufficiali, fecero ricorso ad alcuni soggetti, che avevano partecipato alle precedenti missioni di cooperazione internazionale, in particolare a John Mott della YMCA e a Raymond Robins della Special Red Cross Commission. In questa fase del conflitto, il contributo dell’AFSC alle attività umanitarie in Russia fu piuttosto scarso, anche se, nel 1917, sei giovani volontarie avevano solcato il Pacifico per attraversare la Siberia ed erano giunte nel distretto di Samara, nella zona del Volga, dove già operava una missione quacchera inglese. 25 La situazione complessiva era, tuttavia, disastrosa, al punto che un bollettino dell’AFSC riportava le parole di Robert Tatlock, un quacchero inglese, che descriveva questa situazione: […] L’ampio numero di rifugiati, la povertà della terra sulla quale si trovano, l’asprezza del clima, la diffusa mancanza di vestiario, la carenza di cibo a livello locale, la diffusione di malattie, l’alto tasso di mortalità fra i rifugiati, l’insufficiente natura delle poche organizzazioni di soccorso che esistono e la lunga durata delle difficoltà contribuiscono a rendere il problema russo, se non il più straordinario o il più intenso, senz’altro il più vasto e, per molti versi, il più terribile

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Si trattava di Anna J. Haines, Lydia Lewis, Esther White, Emilie Bradbury, Nancy Babb e Amelia Farbiszzewski. Cfr. R.C. SCOTT, Quakers in Russia, London, Michael Joseph, 1964, p. 184.

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fenomeno civile non solo di questa guerra, ma, può darsi, di tutte le guerre […]. 26 A complicare ulteriormente la pianificazione dell’intervento di attività di soccorso intervenne l’evoluzione politica e militare delle relazioni tra le potenze alleate e la Russia. Infatti, malgrado il dialogo diplomatico con le forze sovietiche non si fosse del tutto interrotto e fosse stato ottenuto l’armistizio sul fronte occidentale, scongiurando la possibilità di un intervento in Francia delle truppe tedesche smobilitate a oriente, la situazione internazionale non consentiva agli Stati Uniti di intraprendere una politica più risoluta nei confronti della Russia. Era stato inviato un corpo di spedizione militare americano in Siberia; inoltre, truppe francesi, inglesi e americane erano intervenute in Crimea e nella Russia settentrionale, ma queste missioni non erano riuscite a stabilizzare la situazione politica russa. Le linee ferroviarie della transiberiana erano in mano alle truppe cecoslovacche, che scoraggiavano il movimento dei civili. Formazioni militari russe controrivoluzionarie controllavano le province più lontane da Mosca, impedendo l’arrivo di aiuti di cui potessero beneficiare i bolscevichi, mentre questi ultimi combattevano contro tutti con determinazione e ferocia, controllando i territori della Russia europea e minacciando di sostenere le rivolte bolsceviche esplose in Ungheria e in Germania. Nel 1919 e nel 1920, la popolazione russa, quindi, non fu raggiunta da soccorsi e, malgrado le epidemie e la scarsità di cibo si aggravassero, né i sovietici, né le forze controrivoluzionarie, né le potenze dell’Intesa raggiunsero accordi per autorizzare missioni di soccorso dall’estero. Con l’interruzione dei rifornimenti e con il blocco delle comunicazioni, anche i quaccheri delle missioni inglesi nelle province del Volga di Samara e Buzuluk e le volontarie inviate presso di loro dall’AFSC, nel luglio 1917, dovettero abbandonare i centri di assistenza che avevano realizzato, perché non ricevevano più approvvigionamenti di alcun genere. 27 I volontari quaccheri tornarono in patria o si spostarono in Siberia, dove erano presenti

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The First Year of American Friends’ War Relief Service, June 1, 1917- May 31, 1918, in «American Friends Service Committe Bulletin», n. 16, pp. 9-10, in AFSC, AFSC Annual Reports, 1917-1947. 27 Cfr. JONES, A Service of Love in War Time, cit., p. 244.

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le truppe americane, mentre chi scelse di rimanere per essere accanto agli assistiti più bisognosi restò isolato per oltre un anno. 28 L’ARA di Hoover, nel 1919 e nel 1920, fece due tentativi diplomatici per portare aiuti alla stremata popolazione russa, ma entrambe le iniziative non ebbero successo per il boicottaggio da parte dell’opinione pubblica inglese e francese, che vedeva in questi aiuti un sostegno indiretto al regime bolscevico, e per quello delle autorità sovietiche, che intendevano avere il pieno controllo delle operazioni di soccorso e degli aiuti materiali. 29 L’AFSC, dal canto suo, non appena il dipartimento di Stato rimosse le restrizioni al commercio e alle comunicazioni con la Russia, 30 si adoperò per inviare lì un proprio rappresentante, che fu accreditato grazie alle pressioni dei quaccheri inglesi. 31 Il nuovo avvio delle attività umanitarie quacchere anglo-americane in Russia non sarebbe stato, comunque, sufficiente a sostenere un massiccio afflusso di aiuti, né le strutture realizzate dai quaccheri anglosassoni avrebbero potuto fronteggiare il disastro della carestia, che era destinato a sconvolgere ulteriormente le 28

Negli archivi dell’AFSC sono conservati diversi documenti inediti del volontario inglese Thomas Riggs, presente in Russia dal 1916. Tra questi, un dattiloscritto nel quale Riggs descrive l’esperienza vissuta con la giovane americana Esther White. I due volontari rimasero isolati, sino al febbraio 1919, nelle zone controllate dai sovietici per assistere due colonie di bambini, con il sostegno dei tolstojani e il consenso delle autorità bolsceviche. Questa ricostruzione di Riggs, risalente all’agosto 1958, si compone da trentatré pagine, con appendici e bibliografia, e descrive in forma diaristica le attività svolte. Per la lettura integrale del documento, vedi Mission to Moscow: The Experiences of Two Relief Workers in the First World War by T. Rigg and E. M. White, in AFSC, Box: General Administration 1918 (Foreign Service Country-Russia), Folder: Individuals T. Rigg & E. White Excerpts from Diaries. 29 Nell’aprile 1919, Herbert Hoover aveva ricevuto dalle quattro potenze vincitrici l’autorizzazione a esportare aiuti in Russia, grazie alla collaborazione di Fridtjof Nansen. Il piano, tuttavia, fu boicottato dai francesi e dai rappresentanti delle forze controrivoluzionarie russe e respinto dalle autorità sovietiche. Cfr. H.H. FISHER, The Famine in Soviet Russia, 19191923: The Operations of the American Relief Administration, New York, The Macmillan Company, 1927, pp. 10-27. Un ulteriore tentativo fu formulato da Hoover nell’estate del 1920, in occasione della guerra russo-polacca, ma in questo caso gli aiuti raggiunsero solo i polacchi e i russi che abitavano le zone occupate dalle truppe polacche. Cfr. ibid., pp. 28-48. 30 Cfr. copia del comunicato stampa del dipartimento di Stato del 7 luglio 1920, in AFSC, Box: General Administration 1920 (Foreign Service Country-Russia), Folder: Department of State. 31 Vedi copia del memorandum del 25 settembre 1920, nel quale il rappresentante dell’AFSC a Berlino, Robert Yarnall, comunica al rappresentante del governo sovietico in Germania, Viktor Kopp, di avere ricevuto notizia dal rappresentante quacchero inglese, Arthur Watts, del possibile invio di un delegato americano in Russia, in AFSC, Box: General Administration 1920 (Foreign Service Country-Russia), Folder: General.

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popolazioni dell’ex-impero zarista dopo anni di combattimenti e di scarsità di raccolti.

4. La carestia in Russia del 1921 e la collaborazione tra l'AFSC e l'ARA Lo sblocco degli aiuti alla Russia bolscevica intervenne nel luglio 1921 su esplicita richiesta di uno dei più conosciuti scrittori russi, Maksim Gor’kij, che rivolse ai popoli americani ed europei un appello per ricevere pane e medicine per il popolo russo: […] La sventura della Russia offre ai filantropi una splendida opportunità per dimostrare la vitalità dell’umanitarismo. Io penso che una particolare calda solidarietà, nel soccorso al popolo russo, dovrebbe essere mostrata da quelli che durante l’infame guerra hanno così appassionatamente ammonito l’inimicizia fratricida […]. Io chiedo alle oneste genti europee e americane un sollecito aiuto per il popolo russo. Mandate pane e medicine. […]. 32 Il conflitto russo-polacco si era concluso nel marzo 1921 e le truppe americane avevano abbandonato la Siberia nel settembre del 1920, mentre il porto di Arcangelo era stato lasciato già nel luglio di due anni prima e le rivolte bolsceviche in Europa sembravano essere definitivamente sedate. Secondo Herbert Hoover, i tempi potevano essere maturi per tentare di portare aiuti al popolo russo e sperare che il regime sovietico reagisse positivamente, mitigando la politica repressiva instaurata. 33 Dopo una serie di consultazioni, Hoover ebbe il parere favorevole del segretario di Stato Hughes e fu autorizzato il 23 luglio, dal presidente degli Stati Uniti Harding, a rispondere alla richiesta di aiuto di Gor’kij. 34 Questo primo 32

Cfr. «ARA Bulletin», n. 16, Sept. 1921, p. 4, in AFSC, Box: General Administration 1921 (Committees and Orgs-American Relief Admin to Flatblush Assoc. for Russ), Folder: ARF Bulletin. 33 H. HOOVER, An American Epic: Famine in Forty-Five Nations. The Battle on the Front Line 1914-1923, Vol. III, Chicago, Henry Regnery Company, 1961, p. 427. 34 Per la consultazione della risposta ufficiale di Hoover all’appello pubblico di Gor’kij, cfr. FISHER, The Famine in Soviet Russia, cit. pp. 52-54.

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passo dell’ARA, che si impegnava a inviare forniture ospedaliere e ad assistere un milione di bambini russi, riaprì le consultazioni diplomatiche tra il commissario russo degli Esteri e il dipartimento di Stato americano, che sarebbero culminate nel cosiddetto “accordo di Riga” del 20 agosto 1921. 35 Tuttavia, questo documento non era un trattato diplomatico bilaterale tra due Stati, ma tra l’ARA, definita organizzazione caritatevole, volontaria e non-ufficiale, e il governo delle repubbliche socialiste sovietiche. In previsione di un articolato e massiccio invio di aiuti, l’ARA avrebbe cercato la collaborazione delle associazioni umanitarie con le quali aveva già coordinato le attività di assistenza umanitaria in Europa. In merito il presidente Harding pose a Hoover e, di conseguenza, alle associazioni coinvolte, due condizioni irrinunciabili. La prima era quella di non sottrarsi ai termini dell’accordo di Riga e la seconda era quella di non tentare di emanciparsi dall’autorità dell’ARA, che doveva essere considerato l’unico soggetto a rappresentare la volontà del popolo americano e l’unico ad avere il potere di concludere altri accordi con il governo sovietico. 36 Gli Stati Uniti non intendevano riconoscere lo Stato bolscevico, ma non potevano perdere l’occasione di tesaurizzare, sia pure indirettamente, i rapporti tra l’ARA e le autorità sovietiche e, soprattutto, di riscuotere un eventuale credito diplomatico per le attività americane di soccorso umanitario. Formulate queste puntualizzazioni, furono elaborate le politiche di fundraising delle associazioni, che accettavano l’accordo di Riga e formalizzavano il rapporto di subordinazione all’ARA, in una riunione che si tenne a Washington il 24 agosto 1921, presso il dipartimento del Commercio. 37 Ai termini prestabiliti da Hoover, che aprì i lavori, le associazioni di soccorso americane non avrebbero potuto derogare in alcun modo. Hoover indicò chiaramente ai rappresentanti dell’AFSC, dell’ARA, dell’ARC, del Federal Council of Churches, del JDC, dei Knights of 35

Cfr. Minutes of the Meeting of the European Relief Council, held at the Department of Commerce, Washington, D.C., Wednesday, August 24, 1921, at 9.30 a.m, Appendix A: Agreement between A.R.A. and Soviet Authorities Re Russian Relief, pp. 3-6, in AFSC, Box: General Administration 1921 (Committees and Orgs American Relief Admin. To Flatbush Assoc for Russ), Folder: Minutes. 36 Per il documento integrale, cfr. HOOVER, An American Epic, cit., p. 446. 37 Cfr. Minutes of the Meeting of the European Relief Council, Held at the Department of Commerce, Washington, D. C., Wednesday, August 24, 1921, in AFSC, Box: General Administration 1921 (Committees and Orgs American Relief Admin. To Flatbush Assoc for Russ), Folder: Minutes.

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I quaccheri am ericani e le at t ivit à di soccorso

Columbus, del National Catholic Welfare Council, della YMCA e della YWCA 38 che le attività di soccorso sarebbero state indirizzate soprattutto ai bambini e che le competenze delle singole associazioni avrebbero dovuto rispettare il trattato di Riga, in “completa cooperazione e coordinamento” con l’ARA. Il verbale della riunione formalizzò queste condizioni: […] L’accordo intervenuto a Riga tra l’American Relief Administration e le autorità sovietiche è accettato da tutte le associazioni affiliate allo European Relief Council e tutte le attività saranno svolte secondo i termini dell’accordo […]. 39 Una maggiore libertà sarebbe stata concessa all’AFSC, alla quale, invece, Hoover avrebbe consentito di mantenere le attività di soccorso nelle missioni già avviate, in virtù della specificità degli ideali di riferimento: […] Il direttore dell’American Relief Administration in Russia assegnerà all’American Friends Service Committee, che al momento sta portando avanti attività di soccorso in Russia, un determinato distretto o area di distribuzione, in cui l’American Friends Service Committee manterrà la propria identità e le proprie attività, nel pieno rispetto dei suoi ideali, ma sempre sotto la supervisione del direttore dell’American Relief Administration in Russia e in stretta conformità ai termini dell’accordo di Riga […]. 40

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Tutte le associazioni intervenute facevano parte dello European Relief Council, che era stato istituito dall’ARA e dalle maggiori associazioni americane di soccorso all’infanzia per operare in Europa, dopo la fine del conflitto. Per un approfondimento, cfr. Interim Report of European Relief Council del 31 maggio 1921, p. 3, in AFSC, Report, Box: General Administration 1921 Committees and Orgs American Relief admin to Flatbush Assoc. for Russian Famine, Folder: Committees and Orgs-European Relief Committee. 39 Minutes of the Meeting of the European Relief Council, Held at the Department of Commerce, Washington, D. C., Wednesday, August 24, 1921, p. 1, in AFSC, Box: General Administration 1921 (Committees and Orgs American Relief Admin. To Flatbush Assoc for Russ), Folder: Minutes. 40 Ibid, p. 2.

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L’AFSC, per il tramite Wilbur Thomas, che ne sarebbe stato il segretario sino al 1929, prese accordi con i quaccheri inglesi, con il proposito di coinvolgerli nelle attività. Thomas era un giovane quacchero che si era occupato della raccolta fondi per la Russia, avvicinando molti comitati e sindacati di sinistra, sorti negli Stati Uniti per sostenere la popolazione russa e il governo sovietico. 41 Tale circostanza sollevò le obiezioni di Herbert Hoover, che ebbe scambi epistolari con Rufus Jones, 42 nei quali ribadiva che le associazioni che avrebbero lavorato in Russia sarebbero state sottoposte all’ARA e che non sarebbero stati accettati condizionamenti da parte di simpatizzanti dei bolscevichi, che già stavano tentando di infiltrarsi nelle attività dell’ARA. 43 Jones, da parte sua, ribadiva di non accettare alcuna accusa di slealtà e che il suo interesse, come quello dei componenti e dei volontari dell’AFSC, era quello di servire la causa umanitaria al meglio delle possibilità offerte dalle circostanze. 44 Rufus Jones cercò di difendere ulteriormente le specificità e l’indipendenza dell’AFSC dalle clausole governative proposte da Hoover; tuttavia, i termini dell’accordo erano stringenti. Jones fu, comunque, confortato dal pieno appoggio espressogli da Hoover, il quale aveva dichiarato di comprendere i timori dei quaccheri di perdere la loro identità, ma che l’ARA aveva solo il compito di assicurare la protezione dei volontari e di rendere efficienti gli sforzi dei soccorsi umanitari. 45

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Cfr. D. MCFADDEN-C. GORFINKEL, Constructive Spirit: Quakers in Revolutionary Russia, Pasadena, Intentional Productions, 2004, p. 57. 42 Lo studioso Bertrand M. Patenaude, docente a Stanford e ricercatore presso l’Hoover Institution, ha ricostruito in un volume straordinariamente ricco e complesso l’attività di soccorso statunitense in Russia durante la carestia. Alla collaborazione con l’AFSC presta, tuttavia, scarsa attenzione; infatti, ai rapporti tra Hoover e l’AFSC dedica soltanto quattro pagine del suo corposo volume. Cfr. B.M. PATENAUDE, The Big Show in Bololand, Stanford, Stanford University Press, 2002, pp. 139-142. 43 Cfr. lettera del 10 settembre 1921 con la quale Hoover, rassicurando ulteriormente Jones sull’indipendenza dell’AFSC, affermava di non volere che un gruppo di persone di orientamento comunista minasse i rapporti tra ARA e AFSC, in AFSC, Box: General Administration 1921 (Foreign Service Country Russia-General to Letters), Folder: Country Russia 1921 Hoover Correspondence. 44 Cfr. lettera di due pagine del 16 settembre 1921 di Jones a Hoover, in AFSC, Box: General Administration 1921 (Foreign Service Country Russia-General to Letters), Folder: Country Russia 1921 Hoover Correspondence. 45 Cfr. lettera già citata del 10 settembre 1921, con la quale Hoover rafforzava il contenuto della lettera consegnata a Jones in quella stessa giornata, in AFSC, Box: General

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I quaccheri am ericani e le at t ivit à di soccorso

Nelle parole di Hoover c’era un ulteriore sottinteso rivolto ai britannici. I quaccheri inglesi, che l’AFSC intendeva coinvolgere nella raccolta fondi e nei soccorsi, avevano avuto scambi con la Russia sin dal XIX secolo e questo li portava a difendere una politica autonoma, sganciata dall’ARA. Inoltre, alcuni di loro avevano maturato delle posizioni molto vicine al bolscevismo e, questo, per Hoover non era tollerabile. L’AFSC continuò, comunque, a mediare con Hoover per ottenere la preziosa collaborazione degli inglesi, che, da parte loro, non erano entusiasti di essere sottoposti all’autorità dell’ARA. La soluzione fu assicurata da un compromesso. L’AFSC avrebbe operato in Russia sotto la responsabilità dell’ARA, ma le unità quacchere anglo-americane avrebbero lavorato in piena autonomia in alcune aree del paese, nel rispetto degli accordi sottoscritti e, soprattutto, cercando di caratterizzare le loro attività esclusivamente come attività di soccorso statunitensi. In questo senso, i rappresentanti dell’AFSC non ebbero ulteriori difficoltà. Secondo i dirigenti dell’AFSC, i volontari quaccheri non militavano sotto la bandiera britannica o americana, ma solo sotto le insegne cristiane e, pertanto, non tenevano ad alcuna rivendicazione nazionale. 46 Le attività dei quaccheri in Russia furono puntualmente programmate in un memorandum, 47 nel quale si stabilirono i termini di collaborazione anche con le altre associazioni presenti e, nonostante le prime difficoltà di intesa con Hoover, andarono incontro a un notevole successo. Come ricordato dallo stesso Hoover, malgrado i quaccheri inglesi e americani non avessero a disposizione grandi somme, le loro capacità d’intervento impressionarono a tal punto le altre associazioni, che, oltre i centomila dollari forniti loro dall’ARA, la JDC elargì altri centocinquantamila dollari e l’ARC gliene fornì ulteriori centomila. L’AFSC, in ogni caso, riuscì a raccogliere le donazioni anche di altre associazioni americane, che rimasero estranee alle attività dell’ARA. Tra queste, la Russian Famine Fund di New York, che raccolse cinquantamila dollari. 48 Administration 1921 (Committees and Orgs-American Relief Admin to Flatblush Assoc. for Russ), Folder: Minutes. 46 Cfr. FORBES, The Quaker Star under Seven Flags, cit., p. 167. 47 Cfr. il testo di quattro pagine, privo di data, Memorandum on the Future Work of the Friends’ International Service in the Russian Socialist Federated Republic, in AFSC, Box: General Administration 1921 (Foreign Service Country Russia – General to Letters), Folder: Afsc Foreign Service – Russia General. 48

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Alle unità anglo-britanniche dell’AFSC furono affidati i territori del distretto di Buzuluk, dove – tra il 1921 e il 1922 – ebbero modo di impiegare e mettere a frutto la collaborazione con l’ARA, distribuendo soprattutto capi di vestiario e fornendo assistenza medica. La collaborazione entrò in crisi quando si inasprirono le critiche della stampa statunitense nei confronti di alcune strutture, che sostenevano e finanziavano le attività dell’AFSC nella Russia sovietica. 49 Questa situazione condusse alla rottura tra l’AFSC e l’ARA, che rifletteva l’allontanamento delle posizioni di Hoover rispetto a quelle di Wilbur Thomas in merito alla programmazione della distribuzione e dell’impiego degli aiuti. Rufus Jones, a questo punto, non riuscì più a mediare tra le diverse posizioni. L’esito fu la stipula di un nuovo accordo, nell’ottobre del 1922, tra le autorità sovietiche e l’AFSC, che rese di fatto non operativo l’accordo di Riga. 50 La Federazione russa delle repubbliche socialiste si denominò, nel dicembre successivo, Unione Sovietica e il governo comunista non volle più ricevere gli aiuti statunitensi. Per questo, nel novembre del 1922, le autorità bolsceviche dichiararono cessata l’emergenza della carestia e, pur ringraziando per gli aiuti ricevuti, invitarono le associazioni straniere a lasciare il paese. L’ARA avrebbe dismesso le sue attività in Unione Sovietica nel giugno 1923, ricevendo l’eterna gratitudine del governo e dei popoli sovietici. La fame non era stata ancora effettivamente sconfitta e, per questo motivo, malgrado l’ostilità del governo americano, le missioni quacchere avrebbero continuato a fornire soccorso in Russia sino al 1927.

Cfr. HOOVER, An American Epic, cit., p. 501. Alcune di queste erano apertamente filo-sovietiche, come i Friends of Soviet Russia. Cfr. FORBES, The Quaker Star under Seven Flags, cit., p. 169. 50 Cfr. MCFADDEN-GORFINKEL, Constructive Spirit, cit., p. 77. 49

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Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali Eunomia V n.s. (2016), n. 1, 253-258 e-ISSN 2280-8949 DOI 10.1285/i22808949a5n1p253 http://siba-ese.unisalento.it, © 2016 Università del Salento

PAOLO MACRÌ Riflessioni su Ordine mondiale di Henry A. Kissinger Lo scorso anno è apparso in Italia Ordine mondiale (Milano, Mondadori, 2015, pp. 405), l’ultimo lavoro di Henry A. Kissinger, pubblicato negli Stati Uniti da Penguin nel 2014. Il testo rappresenta una sintesi del pensiero dello statista, che aggiorna e rielabora le posizioni espresse nelle precedenti pubblicazioni, alle quali aggiunge analisi e indicazioni, frutto di rielaborazioni concettuali operate sulla spinta delle più recenti crisi internazionali. L’impostazione dell’autore resta ben ancorata al paradigma realista e a una visione sistemica delle relazioni internazionali, che costituiscono ancora oggi, secondo il pensiero di numerosi studiosi del ventesimo secolo, gli strumenti concettuali più utili all’interpretazione delle complesse interazioni statuali e internazionali dalla nascita del sistema westfaliano. Di questo approccio Henry Kissinger è stato considerato un autentico campione, al punto da essere ritenuto da alcuni critici – non senza malevolenza – un cinico interprete della visione più integralista del pensiero neorealista. Le considerazioni esposte non si prestano, tuttavia, a una riduzione così semplicistica. Kissinger, infatti, nel suo Ordine mondiale non si discosta a livello analitico dall’interpretazione storicistica delle relazioni internazionali utilizzata per la redazione del suo Diplomacy del 1994, ma a quest’approccio aggiunge un’importante serie di riflessioni sull’importanza di una “struttura” in grado di garantire l’equilibrio tra legittimità e potere esercitati dai soggetti coinvolti nell’assetto dell’ordine da mantenere. In altre parole, Kissinger rileva la necessità ideologica di un “ordine mondiale” per garantire una prospettiva di stabilità delle relazioni internazionali, salvo essere costretto a rilevare l’evidenza storica dell’assenza di un ordine mondiale “realmente globale”. In proposito, Kissinger indica i limiti storici e culturali del concetto di ordine westfaliano, nato nell’Europa del diciassettesimo secolo ed evidenzia la necessità di comprendere le radici di altre concezioni di “ordine”: quello cinese, quello della cultura islamica, quello nord-americano, quello delle culture dell’Estremo Oriente e quello


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degli stati aderenti all’Unione Europea, nato dal superamento delle sovranità nazionali. Il ragionamento di Kissinger prosegue con l’individuare non un solo “ordine mondiale”, ma anche una declinazione di “ordini internazionali”, differenti per ampiezza e livelli, frutto di concezioni culturali di “ordine mondiale”, diverse per ogni ambito culturale di “civiltà” di riferimento e, infine, un “ordine regionale” circoscritto ad un numero limitato di soggetti insistenti in un limitato ambito territoriale del globo. Quest’approccio, dalla vaga eco huntingtoniana, offre a Kissinger numerosi spunti di riflessione, che si traducono in un’esposizione dettagliata e convincente, frutto di un’ampia rielaborazione di letture, suggestioni e confronti accademici, che porta a esiti non scontati e, in alcuni casi, a successive interpretazioni critiche non prive di polemiche. Kissinger ricostruisce i precedenti storici dell’ordine internazionale europeo, analizzandone la nascita, l’evoluzione e la crisi, indicando i passaggi più importanti: la guerra dei trent’anni, la pace di Westfalia, la rivoluzione francese, il congresso di Vienna, la prima guerra mondiale. Egli non si limita a riformulare un percorso narrativo puramente storiografico, ma arricchisce la rassegna di esiti analitici, dando rilievo inedito alle conseguenze di alcuni fenomeni di lungo periodo sull’evoluzione dell’ordine mondiale westfaliano, come, ad esempio, l’ininterrotta espansione territoriale della Russia tra il 1552 e il 1917. I risultati della ricostruzione sono affrontati problematicamente e Kissinger auspica per l’Unione Europea un futuro di maggiore coesione e di rafforzamento dei rapporti con la comunità atlantica nella prospettiva di un contributo europeo decisivo alla definizione e al mantenimento di un equilibrio dell’ordine globale. Notevole l’attenzione rivolta dall’autore al “disordine”, che caratterizza le dinamiche politico-culturali dell’islamismo e delle organizzazioni statali del Medio Oriente. Kissinger riprende le peculiarità storiche dell’islam e della sua espansione, non mancando di sottolineare le differenze tra gli esiti dell’ideologia occidentale westfaliana e le ripercussioni storiche di questa mentalità sulla riorganizzazione politica delle province dell’impero ottomano a partire dal trattato di Sèvres. L’analisi delle dinamiche mediorientali proposta dallo statista approfondisce le radici storiche e le dinamiche

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politiche e internazionali delle crisi israelo-palestinesi, della cosiddetta “primavera araba” e della “catastrofe siriana”, con una particolare attenzione alle interpretazioni filosofiche formulate dai Fratelli musulmani Hasan al-Banna e Sayyd Qutb. Kissinger traduce in termini di politica internazionale le tensioni devastanti all’interno del mondo musulmano tra Shia e Sunna e non manca di sottolineare la profonda schizofrenia dell’Arabia Saudita, alleata dell’Occidente ma divisa dalla secolare tensione di due famiglie, i regnanti Al Saud e gli ulema Aal Al-Sheick, in lotta da oltre duecento anni per la definizione politica e religiosa della penisola arabica. Le conseguenze del perenne conflitto inter-islamico tra sunniti e sciiti sono valutate dall’autore come il maggiore elemento di dis-equilibrio regionale, potenzialmente in grado di sconvolgere gli equilibri globali. L’attenzione si focalizza su un aspetto particolare di questa contrapposizione, quello della radice culturale, religiosa e politica del concetto di ordine mondiale nella repubblica islamica dell’Iran. Le considerazioni di Kissinger analizzano la dialettica dei rapporti iraniano-statunitensi e, in particolare, i riflessi sulle relazioni bilaterali tra i due paesi rispetto alla decennale questione del nucleare iraniano, mediato dal gruppo P5 dell’ONU e dall’AIEA, la cui recente soluzione sembra incentivare il caos mediorientale, piuttosto che contribuire a un pacifico riassetto. Il successivo sforzo analitico è rivolto ai molteplici aspetti della dimensione geopolitica dell’Asia. Kissinger considera le differenti concezioni di potere in Asia e in Europa e analizza l’evoluzione delle relazioni internazionali dei principali paesi asiatici (Giappone, India e Cina), offrendo numerosi spunti di riflessione su un “ordine regionale” asiatico in una prospettiva di lungo periodo. Lo statista rileva anche l’artificiosità del concetto occidentale di “Asia”, che ricomprende cinquanta stati, tre potenze economiche mondiali e almeno due paesi estesi su vasti arcipelaghi, liberatisi dal colonialismo europeo e giapponese durante il ventesimo secolo al prezzo di sanguinosi conflitti. Quanto agli Stati Uniti, Kissinger rivendica il ruolo fondamentale svolto nel definire e costruire l’ordine mondiale dei nostri giorni. Le riflessioni sull’eccezionale contributo americano partono dall’apertura culturale e dai principi democratici delle emancipate

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colonie inglesi nord-americane per considerare la pretesa universalità dei valori statunitensi come un vero e proprio imperativo morale per il riordino del caos globale. Kissinger prosegue analizzando l’evoluzione della politica estera statunitense dall’iniziale chiusura continentale alla piena affermazione come potenza mondiale. Passando dalla cosiddetta “dottrina Monroe” al realismo geopolitico di Teddy Roosevelt e all’universalismo morale wilsoniano, secondo l’autore gli Stati Uniti si sono affermati come potenza globale già alla conclusione della prima guerra mondiale. È durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt nell’agosto del 1941, tuttavia, che gli Stati Uniti da “coscienza del mondo” diventano i veri artefici del nuovo ordine globale. La formulazione della carta atlantica da parte di Churchill e Roosevelt, secondo Kissinger, costituisce l’apogeo della visione idealistica wilsoniana e, allo stesso tempo, il suo superamento. Roosevelt, infatti, si sarebbe spinto oltre Wilson nell’enunciare i principi su cui fondare la pace internazionale, dando avvio alle dinamiche, alle strutture e alle tensioni protagoniste dei decenni successivi. In particolare, Kissinger ritiene che i dodici presidenti degli Stati Uniti, succedutisi al governo del paese dopo la seconda guerra mondiale, abbiano tutti prestato fede all’eccezionalismo statunitense, ritenendo di poter applicare i principi americani a livello globale. L’idealismo di questa pretesa eccezionalità del ruolo degli Stati Uniti nel mondo è stato tradotto in azioni di politica estera di differente portata, rispondendo ai cambiamenti socio-culturali ed economici del paese. La corrispondenza tra l’esperienza storica, le tradizioni della classe dirigente e le convinzioni delle popolazione è mutata nel tempo, dando forma a strategie differenti. Kissinger esamina rapidamente le scelte dell’amministrazione Truman all’inizio della guerra fredda e durante la guerra di Corea, quelle dei presidenti Kennedy e Johnson durante la guerra del Vietnam e le posizioni assunte da Richard Nixon per il riassetto dell’ordine mondiale e per la definizione di una rinnovata politica estera americana verso la Cina, sorvolando sullo straordinario contributo personale fornito. Lo statista prosegue analizzando il contributo di Gerald Ford al superamento del trauma della presidenza interrotta di Nixon e accenna alle sfide affrontate da quella di Carter, per soffermarsi invece sulle straordinarie circostanze che hanno coniugato l’idealismo,

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la retorica e la visione strategica di Ronald Reagan in un’azione diplomatica capace di una sintesi perfetta tra potere e legittimità, in grado di portare la debolezza del sistema sovietico oltre il punto critico, favorirne il collasso e porre fine alla guerra fredda. I rapidi cenni ai mandati di George Bush, senior, e di Bill Clinton servono a Kissinger per introdurre il tema degli interventi militari in Iraq e in Afghanistan, voluti da George H.W. Bush dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, sui quali lo statista non manca di rilevare gli aspetti problematici e, soprattutto, i risultati a suo parere sin troppo simili a quelli del ritiro americano dal Vietnam. Kissinger, nella parte finale del suo lavoro, affronta i problemi posti dalla proliferazione nucleare e quelli inediti della dimensione del cyberspazio, conseguenza di una rivoluzione tecnologica invasiva e in pieno svolgimento. Proprio il cyberspazio aggiunge alle dimensioni terrestre, marittima, area e spaziale un ambito strategico, nel quale è impossibile discriminare con certezza i limiti di azioni offensive e difensive, e rispetto al quale il concetto stesso di avversario o “nemico” è sfuggente, potendosi applicare indistintamente a un governo ostile o a un singolo individuo, che rappresenta solo se stesso. Essendo quella dello spazio cibernetico una nuova dimensione spaziotemporale, parallela e sottostante a quelle conosciute ma ancora non sufficientemente definita, Kissinger rileva con notevole lucidità che il grado di asimmetria introdotto dalle tecnologie cibernetiche e virtuali, a danno dell’ordine mondiale, necessiti di una struttura, attraverso la quale i soggetti delle relazioni internazionali possano compensare il potenziale destabilizzante di attacchi cibernetici e favorire l’equilibrio in questo ambiente ancora poco conosciuto e privo di regole certe. Ulteriori riflessioni sono rivolte alle conseguenze della rivoluzione digitale sulle capacità individuali di recuperare ed elaborare informazioni, paventando un prossimo futuro nel quale i decisori politici possano perdere capacità di analisi e, soprattutto, una visione prospettica delle questioni internazionali, confidando sull’immensa capacità di recupero di dati ed elementi informativi dalla rete internet. In altre parole, Kissinger teme l’instaurarsi di una mentalità che non provi ad anticipare i problemi ma che si limiti a tentare di risolverli con decisioni avulse dal loro contesto, considerandole come eventi isolati e non parte di un continuum storico. In questo senso, lo statista sembra

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cogliere i limiti dell’attuale uso delle risorse tecnologiche e, soprattutto, i rischi di un vero e proprio mutamento antropologico, che potrebbe comportare la riduzione delle capacità analitiche e critiche degli individui, inducendo un cambiamento nella coscienza umana e nel concetto occidentale di verità. Kissinger, dopo aver esaminato i rischi della politica estera nell’era digitale, conclude con una serie di osservazione sulle prospettive di ordine mondiale nella nostra epoca, rilevando la crisi del modello universalistico occidentale, del quale molti paesi di cultura differente da quella euro-atlantica ne apprezzano gli esiti e alcuni valori (come quello della ricerca tecnologica e scientifica), senza condividerne pienamente l’applicazione. In particolare, l’autore esamina tre fragilità dell’attuale prospettiva internazionale: la crisi del modello politico statale, a causa della progressiva erosione di sovranità; la contrapposizione tra l’organizzazione politica e quella economica del mondo, incapaci di governare in armonia la crescita dei paesi e le crisi economiche frutto della globalizzazione; l’assenza di un efficace meccanismo per le consultazioni tra le grandi potenze, malgrado l’esistenza di numerose strutture internazionali, delle quali fanno parte. In chiusura, Kissinger indica nella ricerca di una strategia coerente l’unica soluzione per la ricostruzione del sistema internazionale. La sfida che attende gli attuali e futuri soggetti politici non è tanto quella di evitare i prossimi conflitti, quanto di impedire ai diversi concetti culturali di “ordine internazionale” di evolversi rinunciando a ogni forma di dialogo, ma, soprattutto, quella di ristabilire l’ordine partendo dal livello regionale, nella prospettiva di rivedere il concetto stesso di “equilibrio di potere” a livello globale. In questa visione degli impegni futuri, Kissinger assegna ancora un ruolo fondamentale agli Stati Uniti, sia a livello filosofico che a livello politico. Sottolinea, però, come un “autentico ordine globale” potrà essere raggiunto soltanto se i soggetti che ne fanno parte acquisiranno una seconda cultura globale, strutturale e politica, preservando, allo stesso tempo, i propri valori peculiari, base della loro identità e punto di partenza di ogni azione efficace di politica estera.

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Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali Eunomia IV n.s. (2015), n. 1, 265-290 e-ISSN 2280-8949 DOI 10.1285/i22808949a4n1p265 http://siba-ese.unisalento.it, © 2015 Università del Salento

PAOLO MACRÌ

Volontari statunitensi sul fronte occidentale dal 1914 al 1917 tra partecipazione ai combattimenti e interventismo umanitario Abstract: The paper provides an analysis of the foreign volunteers’ intervention in France during the First World War. It discusses the activities of the US humanitarian relief, that from the Franco-Prussian War evolved into permanent structures such as the American Relief Clering House (ARCH) and the American Ambulance Field Service (AAFS) and also analyzes the phenomenon of American volunteers in the French army and in the organization of the Lafayette Escadrille. Particular note is given to the phenomenon of American ambulance volunteers in the Harjes Formation and Norton's Motor Ambulance Corps. It is also described the evolution of the humanitarian activities of the volunteers and the contribution of Anglo-American diplomats organization of relief efforts both in France and in Belgium. In particular, the paper describes the birth and development of the two major associations of US humanitarian relief, the American Field Service (AFS) in France and the Commission for Relief in Belgium (CRB) and the contribution to the latter organization by Herbert Hoover. Keynotes: Prima guerra mondiale; Volontari statunitensi; American Relief Clering House (ARCH); American Relief Clearing House for France and her Allies (WARELIEF); American Red Cross (ARC); American Ambulance Field Service (AAFS); Commission for Relief in Belgium (CRB); Herbert Hoover.

Quando, nel giugno 1917, i soldati dell’American Expeditionary Force (AEF) 1 raggiunsero il fronte occidentale incontrarono altri compatrioti, impegnati in attività umanitarie o arruolati nell’esercito francese. Il culto per la democrazia repubblicana e per gli ideali di libertà e indipendenza aveva incoraggiato molti americani, residenti in Francia, a un immediato e incondizionato sostegno alla “civiltà europea” contro l’aggressione germanica. 2 Questa partecipazione alle sorti francesi aveva trovato

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Dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il 6 aprile del 1917, furono necessari alcuni mesi per allestire e inviare oltremare il corpo di spedizione statunitense. I soldati americani, comandati da John Pershing, furono impiegati in azioni di combattimento soltanto nell’autunno successivo. L’AEF, sino alla primavera del 1918, fu utilizzato per rinforzare le truppe franco-britanniche e solo successivamente acquisì capacità autonome di manovra. Per un eventuale approfondimento, vedi N. FORD GENTILE, The Great War and America: Civil-Military Relations during World War I, Westport, Praeger Security International, 2008. 2 Vedi l’appello promosso dal cittadino statunitense di origini francesi Charles Mezés, pubblicato il 3 agosto 1914 sulle pagine dell’edizione parigina del «New York Herald», il quale, a sua volta, riprendeva l’Appel à tous les étrangers amis de la France promosso il 29 luglio precedente dallo scrittore di origini

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espressione in un duplice e, apparentemente, contraddittorio impegno. La comunità statunitense, infatti, aveva immediatamente risposto all’invasione tedesca del Belgio con un alacre attivismo, portando, da un lato, molti giovani a indossare la divisa francese e, dall’altro, sollecitando altri americani a riattivare le associazioni di soccorso umanitario, fondate in Francia nel XIX secolo, o a istituirne di nuove. Le ragioni di questo coinvolgimento emotivo e ideologico avevano radici profonde. I cittadini francesi e quelli americani si sentivano spiritualmente affini e, a partire dalle rispettive “rivoluzioni”, i contatti e le ispirazioni reciproche avevano costituito un comune terreno per la celebrazione degli ideali sui quali si fondavano le due repubbliche. Le motivazioni di questo entusiasmo si giustificavano, inoltre, con il radicamento di una folta comunità nordamericana in Francia, che per molti cittadini statunitensi era diventata terra d’elezione e patria putativa. Tra la seconda metà del XIX secolo e i primi anni del XX, infatti, il numero degli americani residenti era cresciuto progressivamente e Parigi ospitava una comunità permanente di circa cinquemila persone, alle quali si aggiungevano centinaia di viaggiatori e turisti che ogni anno visitavano la Ville Lumière. La comunità americana si era stabilita tra la Senna, il Bois de Boulogne, l’Arc de Triomphe e gli Champs-Elysée e in questa zona della città, che gli stessi parigini chiamavano il “quartiere americano”, si concentravano i principali riferimenti degli espatriati statunitensi. Al numero 75 di Avenue de l’Impératrice, 3 aveva sede la legazione americana, mentre l’American Chapel, principale riferimento dei fedeli protestanti, si trovava al numero 21 di Rue de Berri. Nel quartiere aveva sede anche la redazione dell’«American Register», edito da John J. Ryan, 4 che costituiva la pubblicazione in lingua inglese più letta dagli americani in Europa. Questa numerosa comunità era già stata testimone delle tragiche vicende della guerra franco-prussiana e della comune di Parigi e, per solidarietà verso il popolo francese, si era impegnata in diverse attività di soccorso umanitario. Uno dei protagonisti americani

italiane Ricciotto Canudo e dal poeta svizzero Blaise Cendrars in M.C. POINSOT, Au Service de la France. Les Volontaires Étrangers de 1914, Paris, Dorbon-Ainè,1915, pp. 38-41. 3 P.M. KATZ, From Appomattox to Montmartre: Americans and the Paris Commune, Cambridge, Harvard University Press, 1998, p. 26. 4 Per un approfondimento su John Ryan e l’«American Register», cfr. F. HUDSON, Journalism in the United States, from 1690-1872, New York, Harper & Brothers, 1873, p. 314.

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Volontari statunitensi sul fronte occidentale dal 1914 al 1917

più conosciuti delle iniziative umanitarie del 1870 era stato Thomas W. Evans, 5 dentista della famiglia imperiale francese. Con le fortune guadagnate, Evans aveva contribuito alla fondazione dell’«American Register» e aveva finanziato gli studi di molti giovani americani in Europa. La filantropia di Evans, tuttavia, non si limitava al mecenatismo. Il medico era noto anche per l’attivismo umanitario, del quale diede prova durante la guerra franco-prussiana, 6 sia come sostenitore della Croce Rossa che come divulgatore delle tecniche di assistenza medica alle vittime di scontri armati. Thomas Evans, infatti, era stato il primo a presentare in Europa le tecniche chirurgiche sperimentate durante la guerra civile americana e, nel 1867, aveva allestito a Parigi una mostra, che illustrava l’evoluzione dell’assistenza sanitaria militare, degli ospedali da campo e delle strutture d’emergenza e ricovero. 7 In questi ambiti, si deve a Evans la diffusione delle prime pubblicazioni scientifiche sull’uso di carrozze per il trasporto dei feriti 8 e sui progressi del trattamento medico-chirurgico dei feriti da armi da fuoco. 9 Grazie alla sua popolarità, allo scoppio del conflitto, Evans fu in grado di organizzare a Parigi una moderna struttura per assistere i feriti, l’American International Sanitary Committee 10 e, in seguito, istituì, con l’aiuto di venticinque volontari americani, un ospedale da campo nei pressi dell’Arc de Triomphe. 11 Durante l’assedio della città, Evans estese la struttura, coinvolgendo alcuni volontari stranieri, che già si erano adoperati in attività caritatevoli presso altre due chiese protestanti anglosassoni a Parigi, l’American Church e la Holy Trinity Church. A queste attività di assistenza e soccorso contribuì anche un

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Thomas Wilteberger Evans (1823-1897), medico dentista alla corte di Napoleone III, sviluppò molte tecniche della moderna odontoiatria. Evans è anche ricordato per le sue memorie, pubblicate postume, che ricostruiscono, attraverso i suoi personali rapporti con la famiglia imperiale, gli aspetti politici e sociali della società francese del secondo impero. Per un approfondimento, vedi T.W. EVANS, The Memoirs of Dr. Thomas W. Evan: Recollections of Second French Empire, voll. I-II, London, T. Fisher Unwin, 1905. 6 Cfr. A. HORNE, The Fall of Paris: The Siege and the Commune 1870-71, London, Penguin Books, 2007, pp. 285-286 e pp. 556-570. 7 Cfr. G. CARSON, The Dentist and the Empress, Boston, Houghton Mifflin, 1983, p. 98 e ss. 8 Cfr. T.W. EVANS, History and Description of an Ambulance Wagon, Constrtucted in Accordance With Plans Furnished by the Writer, Paris, E. Briére, 1868. 9 Cfr. T.W. EVANS, Sanitary Institutions during the Austro-Prussian-Italian Conflict: Conferences of the International Societies of Relief for Wounded Soldiers. An Essay on Ambulance Vagons, Paris, Simon Raçon, 1868. 10 Cfr. ibid., p. 107. 11 Cfr. T.W. EVANS, History of the American Ambulance Established in Paris during the Siege of 18701871, London, S. Low, Marston, Low and Searle, 1873.

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altro medico statunitense, John Swinburne. 12 Evans, con l’aiuto di Swinburne, realizzò un servizio di ambulanze a cavalli, che diede notevoli risultati e che nel 1914 avrebbe costituito il modello organizzativo per il soccorso motorizzato di feriti. L’efficacia di tutte queste iniziative umanitarie rimase nel cuore e nella memoria non solo dei francesi, ma anche degli stessi americani e, dopo poco più di un quarantennio, il patrimonio ideale, ancora intatto e vitale, portò la comunità americana del 1914 a impegnarsi con decisione in attività di soccorso in Francia. A favorire queste nuove iniziative contribuì il fatto che, nell’estate del 1914, alcune strutture istituite durante la guerra franco-prussiana erano ancora attive. Tra queste vi era l’American Hospital di Parigi, 13 che aveva raccolto l’eredità dell’American International Sanitary Committee e delle attività dell’ospedale da campo realizzate con il contributo di Thomas Evans. Quando i cittadini statunitensi furono costretti a confrontarsi nuovamente con le tragiche conseguenze di un conflitto su suolo francese ebbero l’opportunità di organizzare attività di soccorso umanitario, partendo da strutture collaudate e ben conosciute sia dalla comunità americana parigina, che dal governo e dalla popolazione francesi. 14 Dimostrando coerenza di sentimenti, decisione e prontezza, i volontari americani ottennero l’appoggio dei diplomatici della legazione statunitense. Decisivo per l’istituzione di strutture di soccorso umanitario fu il contributo dell’ambasciatore degli Stati Uniti, Myron T. Herrick, 15 che favorì l’utilizzo delle strutture dell’American Hospital per organizzare e coordinare i soccorsi umanitari. Anche in questo caso la 12

John Swinburne (1820-1889) fu ufficiale medico durante la guerra civile americana e uno dei responsabili delle unità di soccorso statunitensi durante della guerra franco-prussiana. Decorato dal governo francese e dalla Croce Rossa internazionale, negli ultimi anni della sua vita fu membro del congresso statunitense. Per un approfondimento sulle attività umanitarie di Swinburne, vedi la biografia dedicatagli dalla Citizens’ Association di Albany: A Typical American: Or, Incidents in the Life of Dr. John Swinburne, of Albany, the Eminent Patriot, Surgeon, and Philanthropist, Albany, Issued by the Citizen Office, 1885, p. 112 e ss. 13 Cfr. B.T. MOTT, Myron T. Herric: Friend of France, Garden City N. Y., Doubleday, Doran & Company Inc., 1929, p. 133 e ss. 14 L’American Hospital costituì la struttura di riferimento per l’articolazione e lo sviluppo di tutte le attività di soccorso umanitario statunitensi, cfr. W.G. SHARP - G. HANOTAUX, Le Secours Américain en France, Librairie Félix Alcan, Paris, 1915, pp. 18-20. 15 Myron Timothy Herrick (1854-1929) fu ambasciatore degli Stati Uniti, in Francia, dal 1912 al 1914 e dal 1922 al 1929. Allo scoppio delle ostilità era in servizio a Parigi, dove si trattenne per assistere il suo successore, nominato dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, William G. Sharp. Per un approfondimento sulle attività di Myron Herrick, vedi la biografia scritta dall’attaché militare dell’ambasciata, il colonnello Thomas Bentley Mott. MOTT, Myron T. Herrick: Friend of France, cit.

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diplomazia statunitense faceva riferimento a un precedente del 1870. Myron Herrick seguì l’esempio di Elihu Washburne, 16 ambasciatore degli Stati Uniti in Francia durante il conflitto franco-prussiano. Il governo degli Stati Uniti dell’epoca aveva inviato al suo rappresentante a Parigi stringenti direttive per mantenere la neutralità statunitense e Washburne era riuscito a fornire un decisivo contributo alle attività di soccorso, senza impegnare ufficialmente il governo. 17 L’ambasciatore, infatti, mantenne un sostanziale equilibrio tra le istanze del dipartimento di stato e le iniziative dei volontari statunitensi e aveva favorito le attività in grado di assistere, imparzialmente, sia le vittime di parte tedesca che quelle di parte francese. Rifacendosi a questo precedente, l’ambasciatore Herrick s’impegnò per sostenere attività esclusivamente umanitarie e, insieme al direttore dell’American Hospital, 18 propose l’istituzione di un servizio motorizzato per il soccorso dei feriti, l’American Ambulance, 19 che successivamente sarebbe stato promosso e sviluppato attraverso due distinte iniziative l’American Relief Clering House (ARCH) e l’American Ambulance Field Service (AAFS), alle quali la diplomazia statunitense avrebbe dato uno straordinario supporto. Nell’autunno del 1914, il governo degli Stati Uniti, per quanto neutrale, aveva compreso l’eccezionalità del conflitto che si profilava, avviando iniziative diplomatiche straordinarie. Per quanto il mandato dell’ambasciatore Herrick in Francia fosse in scadenza e il nuovo presidente degli Stati Uniti 20 avesse già accreditato il suo 16

Elihu Benjamin Washburne (1816-1887) politico statunitense, fu tra fondatori del partito repubblicano e contribuì all’elaborazione del 14° emendamento della costituzione sulla cittadinanza. Dopo un brevissimo periodo a servizio del presidente degli Stati Uniti Ulysses Grant, fu ambasciatore in Francia, dove divenne testimone dei tragici avvenimenti della guerra franco-pussiana e della comune. Cfr. E.B. WASHBURNE, Franco-German War and Insurrection of the Commune, Washington, Government Printing Office, 1878. 17 Il governo statunitense affermò la sua neutralità, chiedendo la collaborazione dei cittadini. Cfr. la Proclamation of Neutrality del 4 agosto 1914 in Papers Relating to the Foreign Relations of the United States (d’ora in avanti, FRUS), 1914, Supplement The World War, Washington, Government Printing Office, 1928, pp. 547-551, e l’appello ai cittadini del presidente Wilson, ibid., pp. 551-552. 18 Cfr. MOTT, Myron T. Herrick, cit., p. 79. 19 È opportuno precisare che il termine francese “ambulance”, nel XIX secolo, indicava un ospedale da campo o una struttura di soccorso mobile e non mezzi mobili di soccorso. Solo dopo il primo conflitto mondiale, con l’uso dei trasporti motorizzati di soccorritori e feriti, il termine è passato a indicare le autovetture destinate al trasporto dei feriti. 20 Thomas Woodrow Wilson (1856-1924) si era insediato nel 1913 alla presidenza degli Stati Uniti. Studioso di relazioni internazionali e tra i pensatori più importanti di quella che sarà riconosciuta come la corrente idealista delle relazioni internazionali, fu rieletto nel 1916, avendo sostenuto una politica di neutralità che lo avevo favorito nel corso della campagna elettorale Durante il secondo mandato

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successore William Sharp, il dipartimento di stato americano chiese e ottenne da Herrick di trattenersi a Parigi oltre il termine del suo incarico per dare sostegno al nuovo ambasciatore. Se la contemporanea attività di due esperti diplomatici a Parigi, fortemente voluta dal presidente Wilson, apparve eccezionale, l’arrivo di un altro ex ambasciatore statunitense fu ancora più inusuale. All’ambasciatore in carica Sharp e al suo predecessore Herrick si affiancò, infatti, un terzo diplomatico statunitense, Robert Bacon, 21 che aveva rappresentato gli Stati Uniti in Francia dal 1909 al 1912 e che, dal 1914, si sarebbe impegnato personalmente nell’organizzazione e nel finanziamento delle attività dell’American Ambulance Field Service (AAFS). Il primo nucleo dell’AAFS era stato costituito nell’autunno del 1914 presso l’American Hospital, su iniziativa degli studenti di medicina americani, ai quali il ministero della guerra francese aveva fornito alcune autovetture requisite ai civili. Questi giovani utilizzavano le vetture per trasportare i feriti in ambulanza dalle linee del fronte in una prima struttura d’emergenza, attrezzata presso il Liceo di Neully. Successivamente, smistavano i degenti presso altre strutture ospedaliere come quelle dell’American Hospital. Il servizio così organizzato non era particolarmente efficiente e per il suo mantenimento non erano sufficienti le donazioni che giungevano. La riorganizzazione della struttura di

presidenziale, gli Stati Uniti entrarono in guerra a sostegno dei Paesi dell’Intesa e, dopo la sconfitta degli Imperi centrali, Wilson fu il principale artefice dei trattati di pace e della riorganizzazione dei confini nazionali europei. Al presidente Wilson si deve la creazione della Società delle Nazioni e il primo tentativo di compiuta riorganizzazione dei rapporti interstatali attraverso un’organizzazione sovranazionale. Sulla politica internazionale statunitense durante i mandati di Wilson, vedi E.G. ROBINSON - V.J. WEST, The Foreign Policy of Woodrow Wilson 1913-1917, New York, The Macmillan Company, 1918, e J.B. SCOTT, President Wilson’s Foreign Policy: Addresses, Messages, Papers, New York, Oxford University Press, 1918. Sull’attualità del pensiero wilsoniano, vedi J.G. IKENBERRY - T.J. KNOCK - A.M. SLAUGHTER – T. SMITH, The Crisis of American Foreign Policy: Wilsonianism in the Twenty-first Century, Princeton, Princeton University Press, 2008. 21 Robert Bacon (1860-1919), dopo una carriera spesa nel settore finanziario, che concluse presso la banca J.P. Morgan’s, fu stretto collaboratore del segretario di stato Elihu Root dal 1905 al 1910, anno in cui divenne ambasciatore del governo degli Stati Uniti in Francia. Nel 1912, fu richiamato ad Harvard per ricoprire un incarico presso l’università e tornò a collaborare con Elihu Root sino allo scoppio della guerra in Europa. Fece parte di una missione diplomatica nei paesi del Sud America, conclusa con il contributo del Carnegie Endowment for International Peace, della quale scrisse in un volume pubblicato nel 1915. Tornò in Francia nel settembre del 1914 per dedicarsi all’organizzazione dei soccorsi umanitari, fornendo un fondamentale contributo alle attività dell’American Hospital. Per un approfondimento, cfr. R. BACON, For Better Relations with Our Latin American Neighbors: A Journey To South America, Washington, Carnegie Endowment for International Peace, 1915; J.B. SCOTT, Robert Bacon: Life and Letters, Garden City, Doubleday, Page & Company, 1923.

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soccorso fu, quindi, affidata all’americano Andrew A. Piatt, 22 che, nel 1914, aveva contattato dagli Stati Uniti l’ex ambasciatore Bacon, chiedendo di poter raggiungere la Francia per impegnarsi nelle attività di soccorso. Robert Bacon, in un primo tempo, non fu in grado di offrirgli alcun incarico, se non quello di conduttore di ambulanze, proposta che Piatt accettò. Giunto in Francia nel 1914 con la nave La Touraine, iniziò a lavorare proprio a Neully. Ben presto, Piatt si rese conto che il servizio generosamente offerto dai giovani ambulanzieri americani andava ricostruito e, soprattutto, necessitava di fondi. Raccogliere contributi e sovvenzioni fu compito di Bacon, che mise a disposizione la sua pluriennale esperienza nel mondo bancario, ottenendo ottimi risultati. Nel 1915, Andrew Piatt, grazie all’esperienza maturata, fu nominato ispettore dell’AAFS e il servizio fu completamente ristrutturato per fornire unità di soccorso motorizzate per il fronte. Furono costituite, così, le prime tre Section Sanitaire Américaine dell’AAFS, 23 che appoggiavano i reparti combattenti sulle linee del fronte. Nel 1916 Andrew Piatt riorganizzò ulteriormente le strutture, separando il servizio di soccorso motorizzato, che passò all’esercito statunitense, dall’AAFS che, da allora, divenne semplicemente American Field Service (AFS). 24 Considerata l’esperienza dei volontari dell’AAFS, 25 i risultati raggiunti furono straordinari sia per l’efficienza dei servizi di soccorso che per l’ampia eco che questi ebbero nelle università statunitensi.

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Andrew Abram Piatt, Jr., (1873-1936), originario dell’Indiana, studiò economia a Princeton e, dopo un periodo di studi all’estero a Parigi e a Berlino, insegnò ad Harvard per nove anni. Dal 1910 al 1912 fu Assistant Secretary presso il dipartimento del tesoro statunitense. 23 Cfr. Friends of France: The Field Service of the American Ambulance Described by its Members, Boston and New York, Houghton Mifflin Company, 1916, pp. 2-11. 24 L’American Field Service (AFS), dopo il primo conflitto mondiale, si trasformò in un’associazione internazionale di scambi culturali. I fondi rimasti dopo la guerra vennero impiegati per finanziare centoventisette borse di studio, tante quanti erano stati i volontari americani dell’AAFS caduti in servizio. Cfr. Memorial Volume of the American Field Service in France “ Friends of France” 1914-1917, Boston, American Field Service, 1921. L’AFS, ai giorni nostri, è una struttura internazionale molto attiva negli scambi studenteschi internazionali con sedi e collegamenti in tutto il mondo. La struttura italiana, collegata alle attività dell’AFS, è la Fondazione Intercultura; per un approfondimento vedi il sito internet alla pagina web http://www.intercultura.it. Per un ulteriore approfondimento sull’AFS, vedi il sito istituzionale dell’associazione alla pagina web http://www.afs.org. 25 Per un ulteriore approfondimento, cfr. i tre volume della History of the American Field Service in France: "Friends of France" 1914-1917 Told by its Members, Boston and New York, Houghton Mifflin Company, 1920.

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Le università americane costituirono il principale canale di reclutamento dell’AAFS, 26 nella quale furono impiegati trecentoquarantotto studenti provenienti da Harvard, 27 duecentodue provenienti da Yale,

centottantasette provenienti da Princeton,

centoventidue provenienti dalla Cornell University, settanta provenienti dalla California University e cinquantotto provenienti da Stanford. Dalla Columbia University, dal MIT e dalla Penn University giunsero complessivamente altri quaranta volontari. 28 All’afflusso e all’organizzazione di così tanti giovani cittadini statunitensi, certamente, non fu estranea la politica presidenziale dell’epoca. Il governo degli Stati Uniti era formalmente neutrale ma non impedì ai suoi cittadini di viaggiare verso l’Europa, anche se nei primi tre anni di guerra le norme sulla concessione e il rinnovo dei passaporti subirono restrizioni.29 Malgrado le tendenze isolazionistiche espresse dal congresso fossero ampiamente diffuse tra la popolazione, il governo statunitense lanciò segnali di forte attenzione al conflitto europeo e alle condizioni del governo francese. Tra questi, senza dubbio, il segnale più eclatante fu la contemporanea presenza a Parigi di ben tre ambasciatori americani, che non mancò di attirare anche le critiche di una parte dell’opinione pubblica statunitense. 30 In ogni caso, questo straordinario impegno

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Cfr. C.F. THWING, The American Colleges and Universities in the Great War 1914-1919, New York, The Macmillan Company, 1920; E.W. MORSE, The Vanguard of American Volunteers in the Fighting Lines and in Humanitarian Service: August, 1914-April, 1917, New York, Charles Scribner’s Sons, 1919. 27 L’università di Harvard fornì un gran numero di volontari, provenienti sia dalle classi di studenti, che dai ranghi dei docenti e degli amministratori dell’università. Un importante volume ripercorre la carriera dei primi volontari, che furono coinvolti nelle operazioni belliche durante la prima guerra mondiale. Cfr. M.A. Howe DE WOLFE, The Harvard Volunteers in Europe: Personal Records of Experience in Military, Ambulance, and Hospital Service, Cambridge, Harvard University Press, 1916. 28 Cfr. A.J. HANSEN, Gentlemen Volunteers: The Story of the American Ambulance Drivers in the Great War August 1914-September 1918, New York, Arcade Publishing, 1996, pp. XIV-XV. 29 Il governo americano non pose particolari ostacoli al movimento dei cittadini statunitensi in Europa; tuttavia, a partire dal 1915, furono emanate disposizioni che miravano a rafforzare il controllo consolare sul rilascio e il rinnovo dei passaporti. Cfr. FRUS, 1915, Supplement The World War, Washington, Government Printing Office, 1928, pp. 899 e ss. Il 17 aprile 1916, le norme sul rilascio e sul rinnovo dei passaporti ai cittadini statunitensi furono corredate dalla richiesta di dichiarazioni sulla natura e sulla necessità dei viaggi verso l’Europa; inoltre, fu istituita la registrazione obbligatoria dei cittadini residenti all’estero presso i consolati americani delle nazioni ospiti; cfr. FRUS, 1916, Supplement The World War, Washington, Government Printing Office, 1929, pp. 787 e ss. Il controllo sul rilascio e sul rinnovo dei passaporti fu reiterato e rafforzato nel 1917. Cfr. FRUS, 1917, Supplement 1 The World War, Washington, Government Printing Office, 1931, pp. 573-577. 30 In merito, osservazioni molto puntuali provengono da una serie di studi di Frederick Schrader (18671943), il quale prima e dopo l’intervento degli Stati Uniti nel conflitto, pubblicò molti articoli filogermanici, criticando la politica degli Stati Uniti sia del periodo bellico, che dei trattati di pace. Ripetutamente indicato come agente provocatore, si sottrasse a ogni accusa rivendicando la libertà di

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diplomatico diede risultati molteplici, riuscendo ad essere di sostegno anche ad altre strutture di soccorso umanitario internazionale, come l’American Relief Clering House (ARCH), 31 che era stata costituita da Myron Herrick, nell’agosto del 1914. Alla fondazione dell’ARCH avevano contribuito, sin dalla prima riunione informale del 2 agosto, alcuni cittadini statunitensi di grande influenza internazionale, tra i quali il magnate dell’acciaio Elbert H. Gary32 e Herman H. Harjes, direttore della banca d’investimenti internazionale Morgan, Harjes and Company, 33 che sarebbe stato celebrato, successivamente, come uno dei protagonisti dei soccorsi umanitari in Francia. 34 In pochi mesi l’ARCH si guadagnò la fiducia unanime di tutte le organizzazioni di soccorso umanitario americane, funzionando da bacino di raccolta e redistribuzione delle risorse per la Francia e da struttura di collegamento con il governo francese. 35 Nel dicembre 1914, Herrick tornò negli Stati Uniti e constatò che, per raggiungere una maggiore efficienza nella raccolta di aiuti, sarebbe stato necessario attivare una struttura di fund-raising anche negli Stati Uniti, piuttosto che lasciare a una moltitudine di persone e di associazioni il compito di organizzare l’invio degli aiuti in Francia. Per questo motivo, Herrick promosse e realizzò la fondazione di un’altra associazione speculare all’ARCH, l’American Relief Clearing House for France and her parola e la sua condizione di cittadino americano, benché di origini tedesche. Cfr. F.F. SCHRADER, 16831920, The Fourteen Points and What Became of Them Foreign Propaganda in the Public Schools, Rewriting the History of the United States: The Espionage Act and how it Worked. “Illegal and Indefensible Blockade” of the Central Powers,1,000,000 victims of Starvation. Our debt to France and to Germany. The War Vote in Congress. Truth about the Belgian Atrocities. Our treaty with Germany and how observed the Alien Property Custodianship. Secret will of Cecil Rhodes. Racial Strains in American life. Germantown Settlement of 1683 and a Thousand other Topics, New York, Concord publishing Company, incorporated, 1920, p. 57 e ss. 31 Per un approfondimento sull’American Relief Clearing House, cfr. P. MITCHELL, The American Relief Clearing House, Paris, H. Clarke, 1922. 32 Elbert Henry Gary (1846-1927) fu uno dei fondatori della United States Steel Corporation, attualmente una delle più importanti aziende nella produzione dell’acciaio del mondo. 33 Herman Henry Harjes (1875-1926) era il figlio del banchiere John Harjes, fondatore della banca d’affari parigina Morgan-Harjes Bank, filiale francese della banca J.P. Morgan & Co. e, successivamente, della Morgan Stanley. Alla guida della banca franco-americana, concesse importanti prestiti alle potenze alleate per l’acquisto di beni e forniture militari negli Stati Uniti. Herman Hajres, oltre a prestare consulenza per le attività dell’American Relief Clearing House, finanziò a Parigi un’unità di ambulanzieri volontari, conosciuta come Harjes Formation. Grazie alle relazioni bancarie di Herman Harjes con la J.P. Morgan di New York il flusso degli aiuti economici verso la Francia fu costante. Per un approfondimento, cfr. M.E. CURTI, American Philantropy Abroad, New Brunswick, Transaction Inc., 1988, pp. 229-230. 34 Cfr. MOTT, Myron T. Herrick, cit., p. 128. 35 Per un approfondimento sui volontari americani assistiti, cfr. ibid., pp. 143-150.

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Allies (WARELIEF), che ebbe il contributo dei maggiori rappresentanti del mondo finanziario statunitense. 36 Fondata, a New York, la WARELIEF avrebbe organizzato la raccolta e l’invio degli aiuti umanitari, garantendo la massima collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico. Tornando alle strutture di pronto soccorso, organizzate, promosse e partecipate da volontari statunitensi, meritano una menzione particolare le cosiddette Harjes-Norton Units, formatesi dopo l’integrazione dell’unità di ambulanze promossa da Herman Harjes con quella organizzata dall’archeologo Richard Norton. 37 Si trattava di due distinte iniziative, che furono conosciute rispettivamente come Hajres Formation e Norton’s Ambulance Motor Corps, prima di essere associate in un’unica organizzazione e, successivamente, incorporate nelle strutture logistiche e militari della Croce Rossa. In particolare, i Norton’s Ambulance Motor Corps furono organizzati allo scoppio della guerra da Richard Norton, cittadino statunitense, che aveva deciso di raccogliere fondi e di operare da Londra, dove maggiori erano le sue relazioni a livello sociale e politico.38 Questa scelta condizionò le caratteristiche e la struttura dei Norton’s Ambulance Motor Corps, che, inizialmente, non fecero riferimento a risorse americane, 39 ma 36

Alle attività della WARELIEF parteciparono, tra gli altri, il presidente della General Electric, Charles Albert Coffin, Alonzo Barton Hepburn della Chase National Bank, il già menzionato Robert Bacon e un discendente del magnate Cornelius Vanderbildt. In particolare, il contributo della famiglia Vanderbildt agli eventi del primo conflitto mondiale furono molteplici. I Vanderbildt, infatti, non si limitarono a finanziare attività di soccorso internazionale ma furono anche militari, come Cornelius Vanderbildt III ufficiale del genio statunitense – e soccorritori umanitari come Cornelius IV, che prestò servizio come ambulanziere su vetture Ford Model T donate dalla sua famiglia. Per un approfondimento, cfr. CURTI, American Philanthropy Abroad, cit., p. 230. 37 Richard Norton (1872-1918) fu docente di storia ad Harvard, dove condusse una parte dei suoi studi. Si specializzò in Germania e, come archeologo esperto di antichità greche, condusse campagne di scavo in Nord Africa, nella zona di Cirene. Nel 1910 fece ritorno negli Stati Uniti, a Boston, diventando uno dei consulenti del Boston Museum of Fine Arts. Nel 1914 era a Londra dove organizzò gli American Volunteer Motor Ambulance Corps. Morì a Parigi nel 1918. 38 A fornire un notevole supporto furono alcuni tra i massimi protagonisti della cultura inglese, come Edith Warthon e Henry James. Per approfondire il coinvolgimento dei due scrittori in questa iniziativa, cfr. L. EDEL, Henry James, St. Paul, North Central Publishing, 1963, p. 12; L. EDEL, Henry James, the Master 1901-1916, Philadelphia Lippincott, 1972, p. 518; E. WHARTON, Fighting France: From Dunkerque to Belfort, New York, Charles Scribner’s Sons, 1915; S. BENSTOCK, No Gift from Chance, Austin, 1St University of Texas Press, 1994. 39 La collaborazione tra la Croce Rossa britannica e quella americana era stata avviata nell’agosto del 1914. L’invio di aiuti dagli Stati Uniti al Regno Unito era regolare e accettato per motivi umanitari anche dai tedeschi. Per un approfondimento, si vedano la lettera del dipartimento di stato all’ambasciatore americano a Londra del 5 agosto 1914 sulla collaborazione tra ARC e British Red Cross, in FRUS, 1914, Supplement The World War, cit., p. 824; lettera del dipartimento di stato all’ambasciatore americano a

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esclusivamente a quelle fornite dalla British Red Cross (BRC). 40 I rapporti tra Norton e la BRC, tuttavia, furono piuttosto difficili e le rispettive posizioni non sempre furono facilmente conciliabili. Per esempio, i dirigenti della Croce Rossa britannica, all’inizio della collaborazione, rifiutarono di utilizzare per il trasporto dei feriti autovetture Ford, pretendendo l’impiego esclusivo di mezzi britannici. 41 Norton, inoltre, dovette vincere non poche resistenze anche per l’invio dei primi volontari americani in Francia. Fu solo grazie all’intercessione di alcuni alti ufficiali del War Office britannico, che i Norton’s Ambulance Motor Corps poterono iniziare l’attività sul continente europeo nell’ottobre del 1914, dove si fecero apprezzare per il coraggio e per l’impegno nel raccogliere e trasportare i feriti sui campi di battaglia più sanguinosi di tutto il conflitto. 42 Furono indicate come Harjes Formation altre unità di soccorso motorizzato, organizzate presso le strutture dell’American Hospital e impiegate a Neully. Come si è detto, Hajres aveva messo a disposizione dell’ARCH le sue conoscenze e le sue indiscusse capacità organizzative e, per questo motivo, era diventato il principale referente in Francia dell’American Red Cross (ARC), 43 che gli fornì tra il 1914 e il 1915

Londra del 1° settembre 1914 sull’invio di aiuti con la nave ribattezzata Red Cross, poi autorizzata al rimpatrio dei cittadini americani (ibid., p. 827) e la comunicazione sulla neutralità della Red Cross e del suo equipaggio (ibid., p. 830). 40 Cfr. A.J. HANSEN, Gentlemen Volunteers: The Story of the American Ambulance Drivers in the Great War August 1914-September 1918, New York, Arcade Publishing, 1996, p. 24. 41 Cfr. ibid., p. 24. 42 Cfr. MORSE, The Vanguard of American Volunteers in the Fighting Lines and in Humanitarian Service, cit., pp. 115-129. 43 L’American Red Cross (ARC) fu fondata nel 1881 da Clara Barton. Sostenuta da John D. Rockefeller, che finanziò la sede di Washington, L’ARC fu coinvolta in attività di assistenza umanitaria all’estero sin dalle origini. Notevoli le iniziative realizzate nell’impero ottomano, durante la crisi armena alla fine del XIX secolo, a Cuba e nelle Filippine, durante la guerra ispano-americana. Cfr. C. BARTON, The Red Cross, Washington, American National Red Cross, 1898, pp. 275-358 e 359-490; America’s Relief Expedition to Asia Minor under the Red Cross, Washington, The Journal Publishing Company, 1896. Allo scoppio del primo conflitto mondiale, l’ARC aveva accumulato significative esperienze operative; inoltre, nel 1905, l’organizzazione aveva subito una centralizzazione con la costituzione di un Central Committee, composto da diciotto membri, e aveva ottenuto lo status di associazione riconosciuta a livello federale dalle autorità statunitensi. Il congresso degli Stati Uniti diede pieno e definitivo riconoscimento all’ARC, raccogliendo gli sforzi di Clara Barton, che si era battuta, sin dagli anni Settanta dell’Ottocento, per far riconoscere l’importanza della convenzione di Ginevra e la necessità di una struttura nazionale permanente. Sino a quel momento, la Croce Rossa americana era stata soltanto una filiazione dell’International Red Cross e aveva agito, in ambito internazionale, secondo un discusso American Amendement, senza il pieno riconoscimento da parte delle strutture europee della Croce Rossa e del governo federale statunitense. Sebbene la ratifica da parte degli Stati Uniti della convenzione di Ginevra risalisse al 1882, il riconoscimento governativo dell’ARC avvenne, per la prima volta, solo nel 1900. In quest’anno, il congresso approvò un primo statuto federale dell’ARC, considerando l’associazione come

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diciassette ambulanze. 44 Queste vetture furono organizzate in una struttura posta sotto il controllo e la responsabilità di Hajres e furono conosciute come i mezzi della Hajres Formation. In seguito, l’unità di soccorso fu indicata come American Ambulance Section, n. 5 e, successivamente, fu incorporata nel servizio automobilistico dell’esercito francese con il nome di SSU 5. Alla fusione delle Harjes Formation con i Norton’s Ambulance Motor Corps si giunse nella primavera del 1917, dopo l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. L’American Red Cross riorganizzò insieme all’esercito francese la SSU 5, cioè la Hajres Formation, e le unità di Norton, che una volta incorporate si articolarono nelle unità SSU 5, 6, 7 e 11 e furono, da quel momento, conosciute esclusivamente come Harjes-Norton Units, per quanto Richard Norton non diede più il proprio personale contributo. L’ARC gli aveva proposto la scelta di accettare un ruolo nelle sue strutture o di spostare i Norton’s Ambulance Motor Corps sul fronte italiano. Richard Norton, rivendicando una personale scelta di assoluta neutralità rispetto all’ARC, preferì non ricoprire alcun ruolo. 45 Diversamente, Herman Hajres accettò la nomina dell’ARC ad alto commissario per la Francia e il Belgio. L’entrata in guerra degli Stati Uniti impose la riorganizzazione e la razionalizzazione di molti servizi e la militarizzazione delle attività dell’ARC 46 sul fronte occidentale l’ente preposto a dare attuazione, insieme al governo statunitense, agli impegni internazionali sottoscritti con la ratifica della convenzione di Ginevra. Per un approfondimento sulla nascita dell’ARC, cfr. F.R. DULLES, The American Red Cross: A History, New York, Harper, 1950. Di fatto, tra il primo riconoscimento del 1900 e quello definitivo del 1905, l’ARC si era radicalmente trasformata, diventando quasi un’emanazione del governo, che vedeva coincidere la carica della presidenza degli Stati Uniti con quella della presidenza dell’ARC e il coinvolgimento del War Department nella sua amministrazione, cfr. H.P. DAVISON, The American Red Cross in the Great War, New York, The Macmillan Company, 1920, p. 1. 44 Cfr. MORSE, The Vanguard of American Volunteers in the Fighting Lines and in Humanitarian Service, cit., p. 165 e ss. 45 Cfr. HANSEN, Gentlemen Volunteers, cit., p. 174. 46 Nell’aprile del 1917, il presidente Wilson aveva conferito a Henry Pomeroy Davison l’incarico di riorganizzare l’American Red Cross, in previsione delle imminenti operazioni belliche. Henry Davison, originario del Connecticut, si era trasferito nel 1891 a New York, dove nel 1909 era diventato uno dei partner della banca d’investimento J.P. Morgan & Co. e aveva partecipato alla riorganizzazione della Federal Reserve, facendosi notare per le sue spiccate capacità. Per un approfondimento sulla vita e sulle attività di Henry P. Davison, cfr. T.W. LAMONT, Henry P. Davison: A Record of a Useful Life, New York, Harper & Brothers Publishers, 1933. Il presidente Wilson, il 10 maggio del 1917, affidò a Davison la presidenza del War Council of the American Red Cross. Cfr. H.P. DAVISON, The American Red Cross in the Great War, New York, The Macmillan Company, 1920, p. 7. Del War Council facevano parte Charles D. Norton, vicepresidente della First National Bank; Grayson Murphy, vicepresidente della Guaranty Trust Company; Cornelius N. Blis, Jr., della Bliss, Fabyan & Company; Edward N. Hurley, che aveva presieduto la Federal Trade Commission; oltre a William Howard Taft ed Eliot Wadsorth, che

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impose scelte difficili ai responsabili delle strutture americane di soccorso umanitario. L’ampiezza delle aree interessate dai soccorsi e la scala europea degli interventi avevano portato, infatti, a un accentramento delle strutture e alla militarizzazione dei soccorsi. Una delle conseguenze di questa riorganizzazione comportò lo scioglimento dell’American Relief Clearing House, che sarebbe confluita nell’American Red Cross, divenuta la struttura portante per tutte le operazioni di soccorso statunitense in Europa. Gli uffici dell’ARCH, comunque, continuarono le attività. Le strutture e il personale furono reimpiegati nell’ARC, che aggiunse ulteriori articolazioni agli uffici, per soddisfare le nuove esigenze operative determinate dall’allargamento delle attività di soccorso a supporto delle truppe dell’American Expeditionary Force. Per quanto intrise di idealismo umanitario, le posizioni della comunità statunitense erano anche di sdegno nei confronti della Germania e, in alcuni casi, alcuni protagonisti dei soccorsi umanitari non esitarono a prestare attività anche per l’organizzazione di unità militari, come avvenne, per esempio, per il medico americano Edmund Louis Gros. 47 Il dottor Gros era stato tra i principali organizzatori delle attività dell’American Ambulance Field Service (AAFS) e aveva collaborato per il reclutamento e la formazione di molti giovani volontari. Nel 1915, Gros mise la sua esperienza al servizio di molti giovani statunitensi, che ambivano a pilotare i primi aerei da combattimento nei cieli francesi. Con il suo contributo, fu formato uno squadrone aereo dell’aeronautica francese, la Lafayette Escadrille. 48 Fondata su iniziativa di Louis Gros e dall’aviatore

ne facevano parte ex officio quali presidente e vicepresidente del Central Committee dell’ARC. Cfr. The Work of the American Red Cross. Report by the War Council of Appropriations and Activities from Outbreak of War to November 1, 1917, Washington, American Red Cross, 1917, p. 8. Contemporaneamente, il presidente Wilson nominò un altro banchiere, Grayson Murphy, a capo dell’ARC in Francia. Grayson Murphy, conosciuto con il grado di maggiore, aveva prestato servizio volontario durante la guerra ispano-americana e aveva partecipato alle campagne militari nelle Filippine. Per un approfondimento ulteriore sull’evoluzione delle attività dell’ARC, cfr. J.F. IRWING, Making the World Safe: The American Red Cross and a Nation’s Humanitarian Awakening, New York, Oxford University Press, 2013, p. 67 e ss. 47 Edmund Louis Gros (1869-1942) studiò medicina a San Francisco e si specializzò in Francia presso la École de Médecine in Paris. Dopo aver contribuito a fondare l’AAFS, si dedicò al reclutamento e alla cura dei giovani piloti americani della Lafayette Escadrille. Nel 1917, dopo l’intervento statunitense, diventò medico militare delle truppe americane e fu uno dei primi medici dell’aviazione statunitense. 48 Con il nome di Lafayette Flying Corps si indicavano, invece, i duecentonove piloti statunitensi, che furono impiegati in novanta diversi squadroni dall’aeronautica francese, dal 1914 al 1917. Per un eventuale approfondimento, cfr. J.N. HALL - C.B. NORDHOFF, The Lafayette Flying Corps, New York, Houghton Mifflin Company, 1920; D. GORDON, The Lafayette Flying Corps: The American Volunteers in

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Norman Prince, fu costituita nell’aprile 1916, come Escadrille américaine n. 124. Successivamente, si distinse con il nome di Lafayette Escadrille per non compromettere i rapporti diplomatici tra il governo tedesco e quello statunitense. Alle attività della Lafayette Escadrille parteciparono circa quaranta piloti americani e più della metà di questi aveva avuto precedenti esperienze nella conduzione di ambulanze per l’AAFS. 49 Dall’analisi svolta, appare palesemente diversa la posizione assunta dagli americani in Francia durante la guerra franco-prussiana e quella tenuta durante il primo conflitto mondiale. Se nel 1870, infatti, l’aiuto offerto ai francesi fu di carattere prevalentemente umanitario, nel 1914 i volontari statunitensi accorsero non solo per prestare soccorso, ma anche per combattere nelle file dell’esercito francese. Secondo molti giovani americani, i tedeschi avevano già devastato la Francia nel 1870 e, nuovamente, portavano morte e distruzione. Allo scoppio delle ostilità, in Francia si ebbero numerose manifestazioni di piazza e molti giovani appartenenti alla comunità statunitense sventolarono la bandiera americana accanto a quella francese, rivendicando il loro patriottismo e la volontà di difendere la Francia. Questo fenomeno costrinse il governo americano, in diverse occasioni, a riaffermare la propria neutralità, pur difendendo la condotta dei suoi cittadini nell’esercito francese, nei confronti dei quali le autorità tedesche minacciarono di non riconoscere lo status e il trattamento da “prigioniero guerra”, in caso di cattura. 50 Il governo francese, ben lieto di ottenere sostegno, aprì loro le porte della Légion étrangère, utilizzando come collettore di propaganda e arruolamento l’Association Internationale des Amitiés Françaises, che fece proselitismo fra i giovani delle comunità

the French Air Service in World War One, Atglen, Schiffer Publications, 2000; E. RICKENBAKER, Fighting with the Flying Circus, New York, Frederick A. Stokes Company, 1919; J.R. MCCONNELL, Flying for France: With the American Escadrille at Verdun, Garden City, Doubleday, Page & Company, 1917; E. GENET, War Letters, New York, Charles Scribner’s Sons, 1918; W.A. WELLMAN, Go, Get’ Em!, Boston, The Page Company, 1918; R.G. MILLER, Like a Thunderbolt. The Lafayette Escadrille and the Advent of American Pursuit in World War I, Washington, Air Force History and Museums Program, 2007. 49 Cfr. HALL - NORDHOFF, The Lafayette Flying Corps, cit., p. 80. 50 Cfr. Memorandum del 22 agosto 1914 inviato al governo tedesco dal segretario di stato americano, con il quale si conferma la neutralità del governo statunitense e si afferma il diritto dei cittadini americani ad arruolarsi in eserciti stranieri e di essere considerati, in caso di cattura, come militari e legittimi combattenti con lo status di prigionieri di guerra, in FRUS, The Lansing Papers 1914-1920, vol. I, Washington, Government Printing Office, 1939, p. 26.

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straniere. 51 Il fenomeno dei volontari stranieri che intesero spendersi pubblicamente contro la Germania su suolo francese fu piuttosto vasto e molto articolato e coinvolse quasi tutte le comunità di espatriati europei, oltre a quella statunitense. Nell’agosto del 1914 furono numerosi gli appelli, gli interventi pubblici e i cortei che percorsero le vie di Parigi. Tra bandiere tricolori e cori della Marsigliese si raccolsero manifestanti russi, serbi, greci, belgi e, soprattutto, italiani.52 Il contributo di questi ultimi ebbe importanti conseguenze sull’opinione pubblica di molti paesi europei e gli interventisti italiani confluiti in Francia furono portatori delle istanze più disparate, da quelle mazziniane 53 a quelle del sindacalismo socialista. Fra tutte ebbe il seguito più rilevante quella dei cosiddetti “garibaldini”, che si arruolarono in massa nelle forze armate francesi e furono inquadrati in un autonomo reggimento della legione straniera. 54 Per quanto

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Sulla costituzione dell’associazione, cfr. POINSOT, Au Service de la France. Les Volontaires Étrangers de 1914, cit., pp. 21-22. 52 Cfr. ibid., p. 30 e ss. 53 A Nizza venne istituita da volontari italiani repubblicani la compagnia “Mazzini”, con l’intenzione di battersi contro gli austriaci per Trento e Trieste. Non avendo ricevuto il consenso del governo francese all’espatrio, i volontari della compagnia confluirono, in buona parte, tra i “garibaldini”. Cfr. S. CASTRO, Egidio Reale tra Francia, Svizzera ed Europa, Milano, Franco Angeli, 2011, p. 35, e S. PREZIOSO, Les Italiens en France au prisme de l’engagement volontaire : les raisons de l’enrôlement dans la Grande Guerre (1914-1915) in «Cahiers de la Méditerranée», 81, 2010, pp. 147-163. 54 Straordinaria fu la risonanza che ebbe in Italia la formazione di una legione garibaldina, ad opera dei nipoti dell’“Eroe dei due Mondi”. I figli di Ricciotti Garibaldi (Bruno, Ezio, Costante, Sante, Ricciotti, Jr., Menotti, Jr. e Peppino), nipoti diretti di Giuseppe e Anita, si riunirono a Londra con il preciso intento di organizzare un corpo di spedizione italiano per combattere contro l’impero austro-ungarico. Dopo un primo progetto di muovere guerra agli austriaci in Dalmazia, nell’autunno del 1914 Peppino Garibaldi si arruolò nella legione straniera insieme a centinaia di italiani, dei quali divenne comandante, con il grado di tenente colonnello. Peppino Garibaldi era un soldato esperto, avendo combattuto nella guerra grecoturca del 1897, nella seconda guerra anglo-boera (a fianco degli inglesi) e nella guerra balcanica del 1912. La legione garibaldina, inquadrata nel 4° Rgt. di marcia del 1er Régiment étranger della legione straniera (il più antico e decorato della legione), era costituita esclusivamente da italiani, engagé volontaire pour la durée de la guerre (EVDG). Il numero dei volontari era di circa duemilacinquecento soldati e di circa sessanta ufficiali, che, non potendo indossare apertamente la camicia rossa risorgimentale, la nascondevano sotto la giubba dell’uniforme francese. Dal novembre 1914 al marzo 1915, la legione garibaldina fu impiegata sulle Argonne, dove si batté con una tale veemenza da suscitare l’ammirazione e il rispetto dei militari francesi. I feroci assalti alla baionetta causarono numerose perdite e tra i caduti ci furono anche due dei fratelli del comandante: Bruno e Costante Garibaldi. Quando, nell’aprile 1915, il governo italiano dichiarò lo stato di mobilitazione generale, la legione garibaldina fu sciolta e i superstiti furono inviati in Italia per combattere nell’esercito italiano. Il governo italiano non consentì la costituzione di un corpo militare di ispirazione garibaldina, ma concesse ai veterani solo la facoltà di potersi arruolare nella brigata Alpi, che dal 1871 al 1943 tenne viva l’eredità e le tradizioni del corpo volontario dei cacciatori delle Alpi, istituito da Giuseppe Garibaldi nel 1859. Per un approfondimento sul fenomeno garibaldino in Francia e sui volontari garibaldini nella legione straniera, cfr. PREZIOSO, Les Italiens en France au prisme de l’engagement volontaire : les raisons de l’enrôlement dans la Grande Guerre (1914-1915), cit., e H. HEYRIÈS, Les Garibaldiens de 14. Splendeurs et misères des Chemises

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straordinario, il numeroso contributo dei volontari italiani durò solo pochi mesi. Nel 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, tutti i cittadini italiani residenti in Francia furono richiamati in patria per l’arruolamento nell’esercito italiano. Anche i volontari statunitensi furono destinati alla legione straniera 55 ma, a differenza degli italiani, combatterono per il tricolore francese sino al 1917. Il coraggio e lo spirito di sacrificio dimostrati da questi giovani divennero un notevole strumento di propaganda dell’Intesa negli Stati Uniti, dove si diffuse una cospicua produzione letteraria 56 sulle gesta e sugli atti di eroismo dei combattenti americani. Un esempio dell’ampia eco che ebbero le loro gesta è rappresentato dalla pubblicazione postuma delle poesie di Alan Seeger, avvenuta per la prima volta nel 1917. 57 Seeger, nel 1914, era stato uno dei primi manifestanti a sfilare per i boulevard parigini con la bandiera a

rouges en France de la Grande Guerre à la Seconde Guerre mondiale, Nice, Serre, 2005. Sul fenomeno del cosiddetto “garibaldinismo“, vedi C. JEAN, Italiani e Forze Armate, Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 244-246. 55 Diversamente dagli italiani, i combattenti nordamericani arruolatisi nel 1914, furono inquadrati nel 2° Rgt. di marcia del 2eme Etrangère; altri, che si arruolarono successivamente, furono destinati al 1er Etrangère. Per le gravissime perdite subite, dopo il novembre 1915, la partizione della legione straniera in due reggimenti (il 1er e il 2eme) cessò di esistere come tutte le articolazioni in reggimenti di marcia, battaglioni e compagnie, per diventare un unico Régiment de Marche de la Légion Etrangère (RMLE). Cfr. C.K. SCHAEFER, The Great War: A Guide to the Service Records of all the World's Fighting Men and Volunteers, Baltimore, Genealogical Publishing Co., 1998, p. 48. 56 Tra le tante pubblicazioni americane di memorialistica sul servizio nella legione straniera, cfr. V. CHAPMAN, Victor Chapman's Letters From France: With Memoir by John Jay Chapman, New York, The Macmillan Company, 1917, e J. BOWE, Soldiers of the Legion Trench-Etched by Legionnaire Bowe, Chicago, Press of Peterson Linotyping Co, 1918. 57 Alan Seeger (1888-1916), newyorkese di nascita e formazione, studiò ad Harvard dove fu compagno di corso del poeta Thomas Stearns Eliot e dello scrittore John Reed. Dopo la laurea tornò a New York, nel Greenwich Village, per poi trasferirsi a Parigi, nel Quartiere Latino, dove visse sino al suo arruolamento nella legione. Poeta rigoroso e impegnato, oggi è noto soltanto per la sua composizione I Have a Rendezvous with Death. Dopo la morte, le sue poesie furono recensite sulla pubblicazione letteraria londinese d’avanguardia The Egoist (dove, dal 1914 al 1919, ebbero spazio i lavori di Ezra Pound, James Joyce, Wyndham Lewis, D.H. Lawrence e lo stesso Thomas Stearns Eliot). Lo stile aulico e le immagini troppo retoriche dei componimenti indussero la critica a ridimensionare l’importanza del suo lavoro. Malgrado la scarsa fortuna letteraria delle poesie di Alan Seeger, la Francia, nell’immediato primo dopoguerra, ne fece il simbolo di tutti i volontari americani. È suo il volto della statua in bronzo del monumento dedicato ai ventitré caduti americani della legione straniera, in Place des États-Unis a Parigi e sono di Alan Seeger le strofe della poesia incisa sul basamento, tratte dalla sua Ode in Memory of the American Volunteers Fallen for France, composta pochi giorni prima della sua morte. Per un approfondimento, cfr. M.A. HOWE DE WOLFE, Memoirs of the Harvard Dead in the War Against Germany, Cambridge, Harvard University Press, 1920, pp. 108-124; A. SEEGER, Poems with an Introduction by William Archer, New York, Charles Scribner’s Sons, 1920, e ID., Letters and Diary, New York, Charles Scribner’s Sons, 1917.

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stelle e strisce e fu tra i primi americani ad arruolarsi nella legione straniera. Nel 1916 morì a Belloy-en-Santerre, sulla Somme, come molti altri poeti della sua generazione. 58 Così come a Parigi, anche a Londra i diplomatici statunitensi si occuparono di soccorrere e assistere i civili in difficoltà e, durante le prima settimane del conflitto, l’ambasciata americana fu costretta a occuparsi di una grave emergenza, che aveva interessato circa duecentomila cittadini statunitensi sorpresi dallo scoppio del conflitto in Europa. Nell’agosto 1914 circa settantamila di questi, per paura di essere coinvolti dagli eventi bellici, si diressero in Inghilterra. Il flusso di profughi più cospicuo proveniva dalla Francia, ma erano molti quelli che fuggivano da altri paesi europei e piuttosto numerosi erano quelli che, per vari motivi, già si trovavano nelle isole britanniche. Quasi tutti erano rimasti privi di mezzi economici e non avevano possibilità di acquistare un biglietto di ritorno per gli Stati Uniti. L’inizio delle ostilità aveva fatto sospendere le operazioni finanziarie interbancarie e per gli stranieri era impossibile cambiare la valuta o i titoli posseduti. 59

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Oltre ad Alan Seeger, si possono ricordare almeno altri quattro poeti di lingua inglese morti in guerra: Edward Thomas (1878-1917), Rupert Brooke (1887-1915), Isaac Rosenberg (1890-1918) e Wilfred Owen (1893-1918). Altri letterati anglosassoni conobbero migliore sorte ed ebbero il tempo di crescere e di ottenere i riconoscimenti loro dovuti, anche se le esperienze di guerra avrebbero segnato definitivamente la loro sensibilità e le loro opere. Il poeta inglese Siegfried Sassoon, ferito nel giugno 1918, sarebbe vissuto sino al 1967, rielaborando per tutta la sua esistenza umana e poetica le terribili memorie di ufficiale volontario dell’esercito britannico. Il mitografo Robert Graves (1885-1985) avrebbe esorcizzato le sue tragiche esperienze al fronte con la poesia. Il filologo oxoniense John Ronald Reul Tolkien (18921973) avrebbe riversato le cupe atmosfere degli inverni in trincea e l’angoscia costante degli invisibili attacchi di gas nei suoi racconti ispirati alle saghe norrene, nucleo dell’epica successiva de Il Signore degli anelli. Anche altri poeti europei come l’italiano Giuseppe Ungaretti e lo svizzero Blaise Cendrars furono profondamente segnati dagli eventi bellici e le loro opere risentirono delle esperienze di guerra più di ogni altro evento della loro vita. Per un eventuale approfondimento, cfr. E. THOMAS, Poems, London, Selwyn & Blount, 1917; I. ROSENBERG, Poems, London, William Heinemann, 1931; R. GRAVES, Fairies and Fusiliers, New York, Alfred A. Knopf, 1918; R. GRAVES, Over the Brazier, London, The Poetry Bookshop, 1920; R. BROOKE, The Collected Poems, New York, John Lane Company, 1921; S. SASSOON, Counter-Attack and Other Poems, London, William Heinemann, 1919; S. SASSON, The War Poems, London, William Heinemann, 1919; W. OWEN, Poems, London, Chatto & Windus, 1920; J.R.R. TOLKIEN, The Book of Lost Tales, London, HarperCollins Publishers, 1983; G. UNGARETTI, Il Porto Sepolto, Milano, Il Saggiatore, 1981; B. CENDRARS, Du monde entier au coeur du monde, Paris, Denoël, 1957. 59 Cfr. V. KELLOGG, Herbert Hoover: The Man and his Work, New York-London, D. Appleton and Company, 1920, p. 134.

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In questa situazione di totale confusione, l’ambasciatore americano nel Regno Unito, Walter Hines Page, 60 non era in grado di far fronte alle emergenze con i mezzi e il personale dell’ambasciata. Cercò tra gli espatriati americani le persone che, per esperienza e capacità, potessero occuparsi di queste urgenze. Hines convinse l’ingegnere minerario Herbert Hoover, 61 che aveva stabilito la sua famiglia e una parte 60

Walter Hines Page (1855-1918), formatosi presso la Duke University e la John Hopkins University, fu uno dei sostenitori dell’istituzione della North Carolina State University, per promuovere l’istruzione tecnica universitaria. Nel 1900 fu uno dei cofondatori della casa editrice Doubleday Page & Co. – ancora oggi attiva come marchio Doubleday della Random House – dove lavorò con passione sino al 1913, quando fu nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Gran Bretagna dal presidente Wilson, del quale era stato tenace sostenitore. Page fu, senza dubbio, una delle figure più importanti della politica estera statunitense durante il primo conflitto mondiale e, sebbene gli fosse spesso rimproverata un’acritica anglofilia e un acceso interventismo (in contrasto con le posizioni attendiste di Wilson, agli inizi del conflitto), svolse onorevolmente i suoi compiti diplomatici sino al suo ritiro, per malattia, nel 1918. Page fece parte di diversi comitati di associazioni di soccorso, sostenendo, in particolare la Commission for Relief in Belgium di Herbert Hoover. Cfr. Executive Personnel; Balance Sheet And Accounts; French Government Accounts; Belgian Government Accounts; Supporting Schedules; Statistical Data: Covering Six Years from Commencement of Operations, October, 1914, to 30th September, 1920, New York, Commission for Relief in Belgium, 1921, p. 13. A Walter Hines Page fu dedicata la School of International Relations della John Hopkins University, attiva dal 1930 al 1953. Per un approfondimento sull’istituto, cfr. gli archivi all’indirizzo internet http://ead.library.jhu.edu/rg08-010.xml. Per un ulteriore approfondimento su Walter Hines Page, cfr. W.H. PAGE, A Publisher’s Confession, New York, Doubleday Page & Co, 1905, e B.J. HENDRICK, The Life and Letters of Walter Hines Page, voll. I-III, New York, Doubleday Page & Co, 1923. 61 Herbert Clark Hoover (1874-1964), nato a West Branch nell’Iowa, in una famiglia di solide tradizioni quacchere, perse entrambe i genitori durante la prima infanzia e, per questo, fu costretto a vivere presso parenti, spostandosi per gli Stati Uniti. Terminati gli studi superiori in Oregon, si laureò in geologia in California, presso la Stanford University. La sua professione lo portò prima in Australia e, dopo il matrimonio con Lou Henry, in Cina, dove visse in prima persona la repressione della rivolta dei Boxer. Sino al 1908 fu uno dei professionisti di punta dello studio Bewick, Moreing & Co., che si occupava di prospezioni minerarie, mentre dal 1909 al 1914 esercitò la libera professione come consulente. Nel 1914 interruppe l’esercizio della professione per il suo coinvolgimento nell’organizzazione di attività di soccorso umanitario in Europa. Infaticabile viaggiatore, Hoover aveva seguito e pianificato attività estrattive in tutto il mondo, sobbarcandosi di problemi non solo tecnici ma anche logistici, quali lo stoccaggio e la spedizione del minerale estratto dalle miniere da lui dirette. La sua preparazione tecnica fu sancita da una pubblicazione sulle tecniche di estrazione, Principles of Mining, nel 1909. Nel 1914 si trovava a Londra con la sua famiglia, quando scoppiò la guerra. Dopo la prima riuscita assistenza ai connazionali, tra l’agosto e il settembre 1914, riuscì a far ritornare in patria la moglie e i due figli, e pur avendo un passaggio via nave per raggiungerli nell’ultima settimana di settembre, rimase in Inghilterra per coordinare gli aiuti alla popolazione civile del Belgio, invaso dalle truppe tedesche. Hoover si trovò, da quel momento, proiettato nella più straordinaria e massiccia campagna di aiuti umanitari che il mondo avesse mai visto. Le notevoli capacità di gestione di queste imprese di soccorso, lo avviarono verso la carriera politica, che sarebbe passata dalla Commission for Relief of Belgium alla U.S. Food Administration e alle varie American Relief Administration, succedutesi sino al 1923, e dal dipartimento del commercio della presidenza Taft alla presidenza degli Stati Uniti. Per un approfondimento sulla vita e sulla figura di Herbert Hoover, cfr. KELLOGG, Herbert Hoover, cit.; H. HOOVER, The Memoirs of Herbert Hoover: Years of Adventure 1874-1920, New York, The Macmillan Company, 1951; H. HOOVER, The Memoirs of Herbert Hoover: The Cabinet and the Presidency 1920-1933, New York, The Macmillan Company, 1952; H. HOOVER, The Memoirs of Herbert Hoover: The Great Depression 1929-1941, New

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dei suoi interessi a Londra e che fu in grado di organizzare rapidamente un American Relief Committee. 62 Con la collaborazione di altri dieci cittadini americani, Hoover riuscì a gestire la situazione, provvedendo a reperire i fondi necessari. Certamente la sua esperienza di problem-solver contribuì non poco a rasserenare gli animi. Furono, tuttavia, la conoscenza dei meccanismi delle rimesse bancarie internazionali, quella del funzionamento dei trasporti marittimi e la dimestichezza con le burocrazie di altri paesi, che gli consentirono di offrire soluzioni rapide ed efficaci ai problemi creatisi. Nelle prime sei settimane di guerra, l’American Relief Committee diede assistenza a più di cinquemila persone al giorno e lo stesso Hoover provvide a farsi garante, presso una banca americana di Londra, del cambio di ogni possibile titolo di credito posseduto dai fuggitivi statunitensi. 63 Grazie a questo impegno, l’Hoover Committee riuscì a provvedere gli assistiti di un milione e mezzo di dollari, perdendone alla fine solo trecento. 64 Con queste somme i cittadini statunitensi poterono mantenersi durante il periodo che trascorsero in Gran Bretagna e, soprattutto, furono in grado di acquistare i biglietti sui piroscafi per far ritorno in America. 65 Nell’autunno del 1914, Herbert Hoover fu riconosciuto come un esperto manager di emergenze umanitarie, avendo saputo mettere a frutto la sua esperienza internazionale. Egli aveva condotto e organizzato esplorazioni ed estrazioni minerarie in Europa, in Cina, in Siberia e si muoveva tra Londra, New York e San Francisco, anche più volte all’anno. Era in grado di padroneggiare le difficoltà che l’attività di un’organizzazione intercontinentale poteva incontrare nel contesto mondiale dell’epoca. In occasione dell’aiuto portato ai suoi connazionali, in particolare, Hoover diede prova di una capacità organizzativa e di una forza d’animo assolutamente straordinarie. Le sue qualità contribuirono a riportare in patria un numero elevato di cittadini americani, in una generale situazione di pericolo e di incertezza che dominava il popolo britannico, York, The Macmillan Company, 1952. Per un approfondimento sull’impatto delle attività di Hoover, si vedano i siti internet dell’Hoover Institution e della Herbert Hoover Presidential Library Association alle rispettive pagine web http://www.hoover.org e http://www.hooverassociation.org. 62 Cfr. HENDRICK, The Life and Letters of Walter Hines Page, vol. II, cit., p. 310. 63 Cfr. HOOVER, The Memoirs of Herbert Hoover. Years of Adventure 1874-1920, cit., p. 141 e ss. 64 Cfr. ibid., p. 145. 65 Cfr. F.M. SURFACE - R.L. BLAND, American Food in the World War and Reconstruction Period: Operations of the Organizations under the Direction of Herbert Hoover 1914 to 1924, Stanford, Stanford University Press, 1931, p. 3.

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terrorizzato da un possibile attacco dei dirigibili tedeschi. 66 La prontezza di Hoover nell’affrontare e risolvere problemi complessi indusse l’ambasciatore americano Hines 67 a insistere affinché egli si occupasse anche dell’organizzazione della Commission for Relief in Belgium (CRB). 68 Il Belgio e parte della Francia, all’inizio delle ostilità, erano stati invasi dall’esercito tedesco e le popolazioni civili erano diventate ostaggio delle truppe occupanti, senza alcuna possibilità di attraversare le linee del fronte, né di ricevere aiuti o sostegno. Molti villaggi erano stati rasi al suolo e le colture erano state distrutte. Le armate tedesche utilizzavano le risorse rimaste e le strutture delle zone occupate a proprio vantaggio, tanto che il blocco navale alleato venne imposto anche agli scambi con il Belgio occupato, considerato alla stregua di un territorio nemico. Il Belgio, tuttavia, dipendeva dalle importazioni, soprattutto per quanto riguardava il cibo. Era, infatti, un paese pesantemente industrializzato, dove l’agricoltura aveva un ruolo economicamente poco rilevante e le terre coltivabili si erano rapidamente ridotte tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. 69 Il 5 settembre 1914, un gruppo di americani e di belgi, su iniziativa dell’ingegnere statunitense di origine tedesca, Dannie Heineman, 70 decise di istituire a Bruxelles un comitato per trovare soluzione ai drammatici problemi di approvvigionamento della capitale e, successivamente, anche a quelli di tutto il Belgio occupato. Nacque il Comité National de Secours et d’Alimentation, noto più semplicemente come Comité National (CN). Ne facevano parte, oltre a Heineman, altri due ingegneri americani, Millard K. Shaler e William Hulse, il famoso industriale 66

Per un approfondimento sui bombardamenti dei dirigibili tedeschi su Londra, vedi J. WHITE, Zeppelin Nights: London in the First World War, London, The Bodley Head, 2014. 67 Cfr. HENDRICK, The Life and Letters of Walter Hines Page, cit., p. 311 e ss. 68 Cfr. lettera del 3 novembre 1914, con la quale ambasciatore relaziona sull’avvenuta costituzione del CRB, presieduto da Hoover, in FRUS, 1914, Supplement The World War, cit., pp. 814-815. 69 Il Belgio era una delle nazioni più industrializzate d’Europa e solo un sesto del suo territorio era destinato ad usi agricoli. Di fatto, per soddisfare i bisogni alimentari, la popolazione dipendeva dalle importazioni. 70 Dannie Heineman (1872-1962) fu un ingegnere e un uomo d’affari americano. Dopo aver lavorato all’impianto di reti elettriche in Europa, per conto di una consociata tedesca della General Electric, gli venne affidato, nel 1901, l’incarico di presiedere, in Belgio, la Union Electrique. Successivamente, dal 1905 al 1955, fu a capo della Société Financière de Transports et d’Enterprises Industrielles (SOFINA), una holding di diritto belga, ancora oggi attiva nel campo degli investimenti industriali. Heineman fondò, nel 1948, la Heineman Foundation for Research, Educational, Charitable and Scientific Purposes, Inc. per finanziare e promuovere la ricerca scientifica. Per un approfondimento sulla fondazione, cfr. il sito internet alla pagina web http://www.heinemanfoundation.org.

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Ernest Solvay, 71 che divenne il segretario, e Émile Francqui, 72 che ne divenne il presidente. L’obiettivo fu quello di importare le derrate alimentari necessarie a scongiurare la morte per fame del popolo belga. I problemi che il CN dovette affrontare non avrebbero avuto possibilità di soluzione senza l’aiuto dei governi alleati e, soprattutto, senza un accordo con il governo tedesco. 73 Da una parte, infatti, i governi dell’Intesa non erano propensi ad aprire un varco nel blocco navale; dall’altra, i militari tedeschi non offrivano garanzie che il cibo spedito in Belgio sarebbe stato effettivamente destinato ai civili e non all’approvvigionamento delle proprie truppe. Risolutivo, per la seconda parte del problema, fu l’intervento di Dannie Heineman, che riuscì, grazie ai suoi contatti a Berlino, a ottenere dal barone Von der Goltz, comandante delle truppe d’occupazione tedesche in Belgio, l’assicurazione che il cibo importato dal Brussels Committee non sarebbe stato requisito dalle truppe tedesche. Questo impegno fu trasfuso in un documento il 17 settembre 1914 e fu indirizzato, per conoscenza, a Brand Whitlock, 74 ambasciatore statunitense in

71

Ernest Solvay (1838-1922) fu un industriale e un politico belga. Inventore dei processi industriali per la produzione del bicarbonato di sodio, finanziò l’Institut des Sciences Sociales (ISS) presso l’Università di Bruxelles. Per un approfondimento, cfr. il sito internet della multinazionale Solvay alla pagina web http://www.solvay.com. 72 Émile Francqui (1863-1935) fu uno dei diplomatici belgi incaricati dal re Leopoldo II di organizzare la struttura amministrativa del Libero Stato del Congo. Grazie alle doti dimostrate in Africa, Francqui fu inviato in Cina per la negoziazione di concessioni per la realizzazione di reti ferroviarie e, qui, ebbe modo di conoscere Herbert Hoover. Allo scoppio del conflitto, fu nuovamente in Belgio per dirigere la Banque d’Outremer e, di fronte all’invasione del suo paese e al blocco navale che impediva l’arrivo di merci e cibo, istituì il Comité National de Secours et d’Alimentation-Nationaal Hulp en Voedingscomité, attraverso il quale sarebbero stati acquistati beni di prima necessità per la popolazione sofferente. Herbert Hoover fu la sua controparte, che assicurò l’afflusso di merci in Belgio, grazie alla garanzia del governo degli Stati Uniti. Dopo la fine del conflitto, Francqui riuscì a impiegare molte delle somme raccolte per la popolazione belga in opere di ricostruzione del paese, che egli ritenne di individuare nella formazione universitaria e nella ricerca scientifica. Istituì, nel 1920, la Fondation Universitarie-Universitaire Stichting; nel 1928, il Fonds National pour la Recherche Scientifique-Nationaal Fonds voor Wetenschappelijk Onderzoek e, nel 1931, il Prince Leopold Institute of Tropical Medicine. Per un approfondimento, cfr. il sito internet della fondazione dedicata ad Èmile Francqui, istituita da Herbert Hoover e dallo stesso Francqui nel 1932, alla pagina web http://www.francquifoundation.be. 73 Cfr. lettera del 20 novembre 1914, con la quale l’ambasciatore statunitense a Berlino assicura che le autorità tedesche non avrebbero posto ostacoli all’attracco nei porti olandesi di navi statunitensi con derrate per il Belgio, in FRUS, 1914, Supplement The World War, cit., p. 819. 74 Brand Whitlock (1869-1934), giornalista e politico americano, fu il rappresentante degli Stati Uniti per il Belgio occupato, diventando il riferimento di molte iniziative diplomatiche e di soccorso umanitario. Sulle sue esperienze in Belgio, Whitlock pubblicò un libro di memorie. B. WHITLOCK, Belgium under German Occupation: A Personal Narrative, voll. I-II, London, William Heinemann, 1919.

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Belgio, e al marchese de Vilalobar, ambasciatore del governo spagnolo. 75 Con questa premessa diplomatica e con il successivo interessamento dell’ambasciatore Walter H. Page – che riuscì ad ottenere dagli inglesi l’imbarco, dal Belgio verso l’Inghilterra, di alcuni componenti del Brussels Committee – si crearono i presupposti organizzativi per raccogliere fondi e acquistare beni di prima necessità da inviare alla popolazione belga. 76 Rimaneva il problema della struttura che avrebbe dovuto portare materialmente i soccorsi in Belgio. Sia l’ambasciatore Page, che Francqui ritenevano che Herbert Hoover potesse essere la persona più adatta a istituire e a dirigere le attività di soccorso umanitario. 77 Le doti maturate da Hoover nell’amministrare progetti internazionali e nell’organizzare trasporti di merci e materie prime in tutto il mondo, avevano avuto una straordinaria applicazione a Londra con le attività dell’American Relief Committee. Da parte sua, Hoover si riteneva un tecnico e non credeva di essere adatto al management di operazioni umanitarie, soprattutto per un’operazione di soccorso così vasta da indirizzarsi a milioni di persone. Dietro le pressanti richieste rivoltegli, finì per accettare l’incarico il 22 ottobre 1914 78 e, quello stesso giorno, fu indetta una riunione nella quale venne ufficializzata la costituzione dell’American Commission for Relief in Belgium, poi conosciuta solo come Commission for Relief in Belgium (CRB). 79

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Cfr. H. HOOVER, An American Epic: Introduction. The Relief of Belgium and Northern France, 19141930, vol. I, Chicago, Henry Regnery Company, 1959, p. 1. 76 Per un approfondimento, vedi la corrispondenza intervenuta nell’ottobre del 1914 tra il dipartimento di stato e gli ambasciatori statunitensi a Londra a Berlino e Bruxelles, in FRUS, 1914, Supplement The World War, cit., pp. 809-814. 77 Il dipartimento di stato, in una lettera del 14 novembre 1914, riferiva all’ambasciatore americano a Londra che il presidente avrebbe preferito che, nelle attività del CRB, non fosse coinvolto direttamente personale diplomatico statunitense. Cfr. ibid., p. 817. 78 Per una lettura del primo memorandum del CRB, tenutosi presso il Wall Building, a Londra, cfr. H. KRAUS, International Relief in Action: Selected Records, with Notes, Scottdale, The Herald Press, 1944, pp. 5-6. 79 La prima articolazione dell’organigramma dell’American Commission for Relief in Belgium era la seguente: l’ambasciatore Walter Hines Page come presidente onorario; Herbert Hoover come segretario; Millard Hunsiker come vice presidente a Londra; Dannie Heineman come direttore per il Belgio con l’assistenza di Millard Shaler e William Hulse; Edgar Rickard come direttore degli uffici di Londra; il capitano J.F. Lucey come direttore degli uffici di Rotterdam; Lindon W. Bates come direttore degli uffici di New York; John Beaver White come direttore degli uffici acquisti e trasporti; Clarence Graff come tesoriere; Hugh Gibson come figura supplente, utilizzabile in ogni ufficio. In seguito, nell’organigramma, su suggerimento di Page, furono inseriti l’ambasciatore americano a Berlino, James W. Gerard e l’ambasciatore americano in Belgio, Brand Whitlock. Diedero il patrocinio all’organizzazione anche gli

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All’apertura degli uffici londinesi della CRB arrivarono numerose richieste di aiuto da parte dei borgomastri di diverse città belghe 80 e Hoover, dopo aver disposto l’acquisto di oltre ottantacinquemila tonnellate di aiuti solo per il primo mese, 81 ritenne di dover affrontare personalmente la situazione, recandosi a Bruxelles. Ottenuto il visto da parte dei tedeschi, tramite gli uffici della CRB di Rotterdam, Hoover si diresse a Bruxelles, partendo da Anversa e passando da Lovanio. La situazione, che si presentò ai suoi occhi, fu molto più drammatica di quanto ipotizzato in precedenza. La popolazione era già priva di sostentamento e file di bambini attendevano di ricevere un piatto di minestra da improvvisate cucine da campo. Giunto nella capitale, Hoover incontrò non solo politici, banchieri e avvocati, ma anche economisti ed esperti di statistica, con i quali ebbe modo di comprendere le reali necessità per la sopravvivenza del Belgio. Per salvare dalla fame la popolazione civile, le necessità mensili erano di almeno trecentomila tonnellate di derrate alimentari, per un costo complessivo di oltre trenta milioni di dollari. 82 Queste esigenze erano di portata straordinaria e si rendeva indispensabile la messa a punto di un piano strategico per tutte le attività della CRB. Secondo Hoover, l’organizzazione avrebbe dovuto perseguire sei obiettivi fondamentali: l’acquisto delle merci e il loro trasporto oltremare; la neutralità dei trasporti da attacchi o requisizioni dei tedeschi; l’intesa con gli Alleati per far passare le merci oltre il blocco navale; l’organizzazione di raccolte fondi in tutto il mondo; il supporto finanziario dei paesi alleati e, possibilmente, anche quello della Germania; l’organizzazione di una rete di distribuzione degli aiuti in Belgio. La riuscita delle operazioni era, ancora una volta,

ambasciatori spagnoli a Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles e l’ambasciatore olandese a Bruxelles. Per questo motivo, cadde l’uso dell’aggettivo american per indicare la struttura di soccorso, che fu conosciuta semplicemente come Commission for Relief in Belgium. Cfr. HOOVER, An American Epic: Introduction, cit., pp. 4-5. Per un ulteriore approfondimento sui diplomatici patroni del CRB, cfr. la lettera del 3 novembre 1914 indirizzata da Herbert Hoover agli ambasciatori americano e spagnolo a Londra, ai rappresentanti dei governi statunitense e spagnolo a Bruxelles e al rappresentante statunitense a L’Aja, in KRAUS, International Relief in Action, cit., pp. 6-9. 80 Cfr. HOOVER, The Memoirs of Herbert Hoover: Years of Adventure 1874-1920, cit., p. 153. 81 Per un approfondimento sull’entità degli aiuti acquistati e distribuiti dal CRB, cfr. G.I. GAY - H.H. FISHER, Public Relations of the Commission for Relief in Belgium: Documents, voll I-II, Stanford, Stanford University Press, 1929; G.I. GAY, Statistical Review of Relief Operations of the C.R.B., Stanford, Stanford University, 1925. 82 Cfr. HOOVER, An American Epic: Introduction, cit., pp. 13-14.

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condizionata dal concreto rischio che i tedeschi potessero impadronirsi delle scorte e che le difficoltà di distribuzione del cibo fossero acuite dalla burocrazia dell’amministrazione occupante. 83 In questo senso, d’intesa con i governi alleati, fu stabilito che le scorte destinate alla popolazione belga rimanessero di proprietà della CRB sino alla loro distribuzione. Per evitare la doppia burocrazia delle truppe d’occupazione, quest’ultima sarebbe stata a cura del CN, la struttura organizzata di Francqui, che aveva sedi amministrative in ogni provincia del Belgio, comprese quelle che si trovavano nella zona di guerra. I civili della Francia settentrionale ebbero meno fortuna, trovandosi in zone a ridosso del fronte. Gli aiuti in loro favore sarebbero stati organizzati solo nel marzo 1915. Le armate tedesche in Francia, infatti, non permettevano il movimento di civili attraverso le linee del fronte e, solo nella primavera 1915, sarebbe stato possibile costituire sul modello belga un apposito comitato di civili francesi, chiamato Comité National de Secours et d’Alimentation du Nord de la France, 84 che avrebbe provveduto ai bisogni della popolazione. In questo modo, l’attività di soccorso umanitario divenne duplice, seguendo in qualche modo il differente significato delle parole francesi “revitaillement” e “secours”, 85 che indicano le attività di soccorso umanitario. Da un lato, la CN avrebbe provveduto alla distribuzione materiale del cibo alla popolazione; dall’altro, la CRB avrebbe provveduto all’acquisto, al trasporto e allo stoccaggio degli aiuti. Quello che Hoover e gli altri componenti del CN e della CRB non avevano previsto fu la forte resistenza verso questa operazione umanitaria da parte degli ambienti militari delle nazioni belligeranti. Se questa risposta poteva, in qualche modo, considerarsi scontata da parte tedesca, che aveva da temere infiltrazioni e operazioni coperte di intelligence tra i soccorritori stranieri, l’ostilità da parte inglese e francese era meno comprensibile. Numerosi uomini politici e generali inglesi, 86 ai quali facevano eco molti 83

Il Belgio invaso era stato diviso in due zone. La prima, indicata come Belgio occupato, era amministrata da governatori tedeschi a livello centrale e periferico e comprendeva circa sei milioni di civili; la seconda era la zona di operazioni di sette armate tedesche nella quale si trovavano circa un milione e seicentomila civili. Cfr. ibid., pp. 16-17. 84 Cfr. ibid., p. 19. 85 Le parole francesi “revitaillement” e “secours” significano, rispettivamente, vettovagliamento e aiuti, mentre la parola inglese “relief” mantiene entrambe le accezioni. 86 Fra questi il ministro della difesa lord Kitchener, il primo lord dell’ammiragliato Winston Churchill e il

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colleghi francesi, sostenevano che l’invio di aiuti umanitari avrebbe finito per avvantaggiare i tedeschi. Secondo costoro, l’aggiramento del blocco navale avrebbe consentito alla Germania di sottrarsi alle pressioni alleate; inoltre, le operazioni di soccorso avrebbero impegnato molte navi, che avrebbero potuto essere impiegate più proficuamente sulle rotte commerciali civili britanniche e francesi. L’invio di cibo e materiali nel paese occupato, per quanto finalizzato ad alleviare le sofferenze di civili, avrebbe costituito un aiuto indiretto al nemico. L’esercito tedesco sarebbe stato sollevato, inoltre, dall’amministrazione dell’emergenza umanitaria nelle zone occupate, in quanto se ne sarebbero fatti carico gli Alleati. 87 Queste considerazioni, per quanto ciniche, erano piuttosto realistiche. Non si tradussero, però, in aperte azioni di boicottaggio delle attività umanitarie. Come lo stesso Hoover riconobbe, la libertà d’azione e la neutralità della CRB furono costantemente salvaguardate, grazie all’influenza di molte eminenti persone di buona volontà. 88 Tra queste, vi furono il ministro degli esteri sir Edward Grey e il primo ministro Asquith in Gran Bretagna, 89 il presidente Poincaré e il ministro della difesa Aristide Briand in Francia, il presidente Wilson e i segretari Lansing, Houston e Lane negli Stati Uniti, il ministro degli esteri Gottlieb von Jagow e il ministro degli interni Geheimrat Theodor Lewald in Germania. 90 In breve, la prima nave di aiuti 91 giunse in Belgio dieci giorni dopo la prima riunione della CRB del 22 ottobre 1914. Il suo carico di cereali e legumi sarebbe stato il primo di altri duemilatrecentotredici, dei quali ben novecentonovantatré sarebbero stati inviati dagli Stati Uniti. Cinque milioni di tonnellate di aiuti umanitari avrebbero raggiunto il Belgio e la Francia durante il periodo compreso tra il 1° novembre 1914 e il 31 agosto 1919. I governi di Francia e Belgio, infatti, sarebbero stati in grado di far fronte ai bisogni dei loro cittadini solo otto mesi e mezzo dopo la firma dell’armistizio.

cancelliere dello scacchiere Lloyd George. Cfr. HOOVER, An American Epic: Introduction, cit., p. 22. Cfr. ibid., pp. 21-23. 88 Cfr. ibid., p. 24. 89 Cfr. HOOVER, The Memoirs of Herbert Hoover: Years of Adventure 1874-1920, cit., pp. 163-165. 90 Cfr. ibid., pp. 166-167. 91 Si trattava della nave Coblenz. Cfr. SURFACE - BLAND, American Food in the World War and Reconstruction Period, cit., p. 12, e il rapporto inviato negli Stati Uniti dal capitano J.F. Lucey sull’arrivo della nave e sull’organizzazione del CRB, in FRUS, 1914, Supplement The World War, cit., pp. 821-823. 87

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La portata degli aiuti e dello sforzo finanziario fu enorme. Gli Alleati, attraverso elargizioni dirette, mediazioni commerciali per conto delle banche belghe e raccolte benefiche di fondi, raggiunsero straordinari risultati. Uno dei benefici indiretti più importanti dell’intera operazione di soccorso fu quello di avere predisposto lo studio scientifico sulle conseguenze delle carenze alimentari, in particolare di quelle proteiche nei bambini. Nelle operazioni umanitarie erano stati coinvolti molti pediatri belgi e americani, che, dopo aver attentamente studiato la denutrizione infantile, elaborarono i dati raccolti formulando gli standard per l’integrazione della dieta dei bambini con l’apporto di specifici nutrienti calorici (come il cacao e il latte condensato) per contrastare la diffusione della tubercolosi e del rachitismo infantile. I protocolli elaborati dai nutrizionisti della CRB, come testimonia lo stesso Hoover, fornirono i parametri di riferimento per le successive operazioni di soccorso umanitario postbelliche in Europa, che, sino allo scoppio della seconda guerra mondiale, rappresentarono il più vasto e articolato strumento di prevenzione delle malattie e della morte per fame per le popolazioni civili, vittime di guerra o di carestie. 92

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Cfr. HOOVER, An American Epic: Introduction, cit., p. 29.

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