STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO
ESERCITO/Bi· Una svolta nei rapporti tra Forza Armata e mondo giovanile a cura di Franco Ferrarotti
/
~ . ~voo
Curatore Scientifico Prof Dott. Franco Ferrarotti Curatore Editoriale Alberto Scotti (progetto grafico e iconografia) Coordinamento e Assistenza Direttore e Personale dell 'Agenzia Promozione Reclutamenti dello SME Impaginazione e Stampa • Stilgrafica srl, Roma • Art Director: Angelo Ricceri Si ringraziano • Gli Enti culturali: Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma - Galleria d'Arte Moderna, Torino - Pinacoteca Provinciale, Bari - Museo della Cavalleria, Pinerolo - Pinacoteca Civica, Asti • Pino Settanni per le foto che, scattate presso Unità operanti in Patria e in Bosnia, sono state utilizzate per illustrare i testi e i 4 separatori. • Gli Enti dello SME: Ufficio Storico, Centro Pubblicistica dell 'Esercito, Agenzia cli Produzione Cinefoto TV e Mostre, Biblioteca Centrale © STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO
REPARTO AFFARI GENERALI 1999ROMA Avvertenza: Nelle didascalie, quanto è fra virgolette « ... » è tratto dal testo dell'Autore; quanto è fra parentesi quadre [... ] è la referenza relativa all'immagine
Il volume è stato chiuso il 31 dicembre 1999
Indice Generale
Tenente Generale Francesco CERVONI Capo di Stato 1l1aggiore dell'Esercito PARTE PRIMA
Franco FERRAROTTI
Danilo MORIERO
Massimo CANEVACCI
Prefazione - Per meglio comprendere i giovani ed acquisirne il consenso ........................................................... .
Introduzione - Saggi e contributi Mondo giovanile e nuove Forze Armate 1. Essere giovani non è una professione 2. I giovani e il loro contesto sociale· 3. Il mito delle "belle carriere" 4. Le inquietudini giovanili S. Antichi e abusati pregiudizi
13
Esercito e giovani: due mondi che devono convivere .............. . I. Terreno d'incontro? Quello dei valori 2. Autorità, autorevolezza, autoritarismo ... 3. Punti critici dell'organizzazione mi litare 4. Iniziative rivoluzionarie nella comunicazione e nella pubblicistica militare
27
I giovani fra metropoli e comunicazione pubblica
37
1. 2. 3. 4. 5.
Giuditta ALESSANDRINI Luciano BENADUSI
9
Controcultura Subcultura Media-culture I giovani "stermi nati" Conclusione: dal "K" alla "X" Bibliografia e Filmografia
Organizzazione militare e giovani. Modelli di formazione e opportunità di sviluppo organizzativo ................................. . 1. L'evoluzione della "mission" delle Forze A1111ate 2. La qualità dell ' offe11a formativa dell'Esercito 3. Nuovi orientamenti cli "policy" nel dibattito sulla riforma delle Forze Armate 4. Contraddizioni e problemi aperti 5. I nuovi orientamenti nel sistema formativo dell' Esercito 6. Una questione tenninologica 7. Come cambiano i percorsi formativi degli ufficiali
57
8. Una valutazione di sintesi 9. Orientamenti per il futuro: la formazione nella realizzazione del nuovo modello di Esercito 1O. Competenze e "società conoscitiva" 11 . Diffondere le conoscenze, logiche di sviluppo di apprendimento organizzativo 12. Il sistema cli formazione dell 'Esercito come un sistema dì formazione continua
Fabrizio BATTISTELLI Paolo BELLUCCI
L'immagine dell'Esercito tra i giovani, in caserma e fuori ... 1. Esercito "invisibile" e società post-moderna 2. Luci e ombre dell'Esercito visto dall'interno 3. L'inunagine esterna delle Forze Armate tra servizio di leva e servizio civile 4. I giovan i e l'immagine dell'Esercito 5. Osservazioni conclusive
1\!laria Luisa 1\!IANISCALCO
Le missioni interne dell'Esercito e i giovani. Motivazioni, appartenenza e nuova identità del militare ........... ........ .......... 1. Introduzione 2. L'istituzione militare nell'era deJla globalizzazione 3. Le nuove frontiere del militare 4. Dal "soldato per la guerra" al "soldato per la pace": la nascita cli una nuova cu ltura per il mil itare 5. Le missioni di ordine pubblico dell'Esercito 6. 1 giovani e le nuove missioni 7. Motivazioni e senso di appartenenza
Massimo BERGAMI Gia,~franco GASPERINI
Le attitudini dei giovani verso l'Esercito e loro impatto su motivazioni e comportamento ................................. .......... ... I. Premessa 2. Socia) Identity Theory, organizzazione ed Esercito Italiano 3. L'Esercito quale fonte cli identità 4. Alcune note di ricerca 5. Conclusioni
Maria Immacolata MACIOTI
Le donne e l'Esercito Italiano: atteggiamenti, reazioni e problemi da affrontare ............................................... ........ .. ... 1. Donne ed Esercito: chi sono le prime aspiranti? 2. Reazioni mass-mediologiche a questa novità 3. Passano gli anni: continuità e mutamenti nella domanda femminile 4. Alla vigilia dell'approvazione alla Camera, i media 5. Aspettando la fine dell'iter parlamentarè
Gabriella 1l1ARUCCI
Inserimento delle donne nelle Forze Armate: aspettative, problematiche, modalità di attuazione ................ I . Il protagonismo mass-mediologico giovanile 2. Cosa chiedono le candidate 3. Alcuni eloquenti brani cli lettere
101
135
149
173
203
4. I curricula e le richieste di informazioni 5. Quali le conseguenze dell'eventuale convivenza? 6. I compiti de1Je donne soldato
Rossella SAVARESE
L'ingresso della donna nell'ultima roccaforte della cultura maschile ................................................................. l . Mondo militare e società civile 2. Non è solo questione di numeri 3. Contrasti di genere e conflitti armati 4. Statistiche alla mano 5. Uscire dall'ombra 6. In divisa per abnegazione
Sara BENTIVEGNA
Le Forze Armate nell'immaginario giovanile: verso una campagna comunicativa continua ... .. ........ .................. ...... I . Premessa 2. L'istituzione militare e i giovmù: alla ricerca della fiducia 3. Alla ricerca dei giovani nel loro mondo 4. Analisi cl i una campagna: "Rap Camp '98" 5. Verso una campagna "continua"
1l1ariantonietta COL/ili/BERTI Carlo 1l1AS1NI
Esercito Italiano: immagine, comunicazione, arruolamento .. I. Premessa 2. La guerra al nonnismo 3. La Missione "Alba" (1997) 4. L'anuolamento dei volontari: "Rap Camp" e i concorsi interforze
Paolo CREPET
Dal disagio giovanile alla prevenzione del nonnismo. Una proposta operativa ...... ....................... ........ ......... .... ............ 1. Introduzione 2. Analisi dei nuovi fattori di rischio 3. L'ambiente scolastico e di quartiere 4 . Il servizio nùlitare dì leva come occasione per capire il mondo giovanile 5. Come realizzare uno strumento di valutazione e auto-informazione? Problemi metodologici, etici e organ izzativi 6. Il video-gioco 7. Conclusioni
217
235
25 l
265
/
PARTE SECONDA
Appendice Abstracts .......................................................................................
275
Bibliografia Ragionata .......... ......... .. .................... ....... .. ..... .........
284
Gli Autori .. ................. .. ........ .. ............ ......... ......... ... ....... ...............
299
«È facile fidarsi di chi è degno di fiducia» Charles M. Schulz [Foto: Fanciulli albanesi corrono incontro ai Volon~ari italiani)
/
/
Per meglio comprendere • • 1• g1ovan1 e acquisirne il consenso Il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Tenente Generale Francesco Cervoni 1volume "Esercito/Giovane" vuole essere la "risposta operativa" ad una duplice esigenza, molto sentita fra quelle che s~no ~la base del pr?cesso di razionalizzazione e moderrnzzaz1one dell'Esercito. In primo luogo si vuole approfondire la conoscenza dei giovani d'oggi, "linfa vitale" della Forza Arn1ata, una organizzazione che sul fattore umano fonda la propria funzionalità e vitalità. La seconda motivazione è quella di verificare se le strategie comunicative istituzionali, in particolare quelle dfrette ai giovani, siano aderenti o meno alle indicazioni degli studiosi della materia e soprattutto alle esigenze di questa generazione, che - forse immeritatamente - pcHta l'appellativo di "invisibile", per la mancanza più o meno manifesta di intenti programmatici. Obiettivi questi forse ambiziosi, che si è cercato cli materializzare nel volume ricoITenclo alla competenza intellettuale ed esperienziale di autorevoli studiosi, i quali - indirizzati dal Prof. Franco Ferrarotti risultano fra i più "attrezzati" nel campo della psicologia applicata e della sociologia, del costume e della comunicazione. Un'iniziativa che ben si assimila a quell'esercizio di "auto-analisi" e "self assessrnent" in cui l'Esercito è impegnato da qualche tempo, nella consapevolezza che non c'è cambiamento e modernizzazione possibili se non si ha la forza cli valutare, senza remore e timori, quanto sia ancora valido e ciò che invece non lo è perché reso anacronistico da schematismi, abitudinarietà e attaccamento a stereotipi ormai inefiicaci e spesso controproducenti per Ja funzionalità stessa dell'organizzazione. Un'iniziativa, pertanto, che non teme il giudizio, magari critico, degli esperti, ma che anzi lo sollecita al fine di calibrare - in questo caso - il proprio modo di rapportarsi ai giovani , presto anche di ambo i sessi, e di meritarne la fiducia. La società cambia ed è dagli stessi avvenimenti che dobbiamo trarre il coraggio di vivere il nostro tempo che, per noi Soldati, è sempre il tempo della dedizione alle Istituziorù ed al popolo italiano: in sostanza, alla Patria. Proprio dal prisma dalle molteplici sfaccettature, che il volume prefigura e concreta, emerge la repentina e continua mutevolezza dei giovani, in risposta alle lusinghe della moda, alle attrattive della tecnologia e pu1troppo, a volte, al pericoloso mfraggio offerto dalle droghe.
D «L'Esercito deve raggiungere i giovani nei loro "esclusivi recinti" per parlare con il loro linguaggio dei propri valori»
Un mondo complesso e di difficile penetrazione quello giovanile, dotato di Jinguaggi, miti, simboli e ritualità del tutto estranei alle generazioni paterne, cui spetta l'onere e la responsabilità di governare i comparti vitali della società, fra i quali peraltro è fondamentale quello della preparazione dei giovani alla successione ed all'assunzione diretta delle stesse responsabilità. È evidente come tutto ciò imponga un più appassionato e specifico impegno per affermare e diffondere l'immagine inedita di un "Esercito/Giovane" - nell' ambiguità del titolo risiede una voluta provocazione-stimolo - che garantisce sicurezza, proponendosi come interlocutore attivo e presente tra i giovani, avendo superato la concezione attendista della chiamata alla leva. L'Esercito, con comprensibile difficoltà, deve raggiungere i giovani nei loro "esclusivi recinti" per parlare con il loro linguaggio dei propri valori, che escludono il ricorso a mistificanti allettamenti. La comprensione del messaggio che la Forza Armata vuole trasmettere alla società, ed ai giovani in pm1icolare, è pregiudiziale e vitale affinché questi, per auto-convincimento, scelgano di entrare nei ranghj di questa Istituzione alla quale la Nazione - senza contraddizione - affida il "potere legale" delle armi, strumentalmente legato al dovere di salvaguardia della pace e dei diritti umani. Forti anche degli insegnamenti degli esperti, noi puntiamo a disporre di un Soldato che si rapporti e si liconosca nell'Istituzione militare e che abbia l'intimo orgoglio cli servire lo Stato, in àmbito interno ed internazionale, quale consapevole e partecipe attore in contesti di equilibrati, corretti e 1ispettosi rapporti interpersonali e collettivi, tali da dissuadBre dal ricorso alla violenza intesa come strumento primaiio per affermare e/o imporre la propria visione del mondo e della vita. A vantaggio di giovani così concettualmente e psicologicamente orientati, l'Esercito pone a disposizione Comandanti d'ogni grado, moderni per professionalità ed apertura mentale, ma anche custodi autentici di una condivisa e sempre attuale aspirazione alla moralità, auspicando che alla dedizione con cui si accingono a superare un nuovo stadio evolutivo corrisponda un'entusiastica adesione, generosa e libera da preconcetti. Presupposti indispensabili questi affinché la Nazione possa confidare in una Forza Armata pervasa eia genuino sentimento di appartenenza ad un popolo che va acquisendo sempre più vasta stima e maggiore considerazione nel contesto delle democrazie più avanzate. Sappiaino di essere impegnati in un cambiamento radicale dell'organizzazione, ma ci sorreggono la volontà del fare e la misura nel fare, consapevoli che solo con questa convinzione, e con una rinnovata fiducia nelle nostre capacità e nelle potenzialità della società che ci circonda, si potrà meglio garantire una reale concr~tezza al nostro impegno nell'edificazione dell"'Esercito/Giovane". · •
I
•
Mondo giovanile e nuove Forze Armate di
Franco Ferrarotti
1. Essere giovani non è una professione gio:1an i sc!no naturalmente fot~genici. Ne_lla situazione sociale odierna stanno anche rapidamente diventando, per così dire, una merce rara. In tutte le società tecnicamente progredite la p9polazione anziana tende a superare numericamente, dal punto di vista dell'andamento demografico, la fascia giovanile. Nessuna meraviglia che, secondo ritmi prevedibili, prenda corpo il mito della giovinezza, emerga la rivolta contro i padri, si levino i tenori che cantano le radiose prospettive delle nuove generazioni alJ' insegna della salvifica, in realtà sottilmente ingannevole, parola d'ordine "largo ai giovani". Sta di fatto che raramente le ricerche e gli studi sui giovani sembrano rendersi conto che "essere giovani" non è una professione, bensì uno stato per definizione transitorio, a meno che non si voglia adottare, com'è avvenuto durante la contestazione ciel '68 in alcune Università brasiliane, la categoria del "giovane onorario", necessaria ai militanti politici attivi a tempo indefinito nel mondo studentesco. Le ricerche sui giovani appaiono singolarmente riduttive quanto ai loro ambiti di osservazione. Si tratta nella maggioranza dei casi di ricerche imperniate sui giovani di città, specialmente sui giovani di ceto medio, iscritti, se non regolarmente frequentanti, nelle Università. Il motivo è chiaro: sono un oggetto di ricerca che si ha sotto mano, facilmente raggiungibile, interrogabile e osservabile a p iacere. Alcune conseguenze sono però negative: la ricerca risulta riduttiva; sono escluse intere fasce di popolazione giovanile altamente interessanti, da quella agricola agli appaitenenti alle categorie professionali, alla classe operaia. Come già rilevato in uno studio dei prinù anni Sessanta [cfr. Franco Fe1rnrotti, / problemi della gioventù lavoratrice, in Idee per la nuova società, Vallecchi, Firenze, 1974, pp. 260-2681, gli orientamenti della gioventù lavoratrice divergono, talvolta radicalmente, da quelli degli studenti. Notavo all'epoca, avanzando previsioni che si sono per gran parte puntualmente avverate, che il prevalente atteggiamento razionale pratico, post-ideologico, che oggi si registra fra i giovani lavoratori ha infatti un'incidenza notevole, forse determinante, anche se non siamo ancora in grado di misurarla esattamente, sulla loro vita di gruppo, rispetto ai compagni di lavoro, sulla loro "coscienza di classe" e sul modo di concepire il pro-
D «Già oggi il giovane operaio metalmeccanico[... ] slnncrcbhc tra la folla che popola il ..Quarto Sh,to" di Pcllizza da Vnlpcdo» IIllustrazione: Locandina del film ·'Il cido in una stanza'' di Carlo VanzinaJ
«La classe Ioperaia] tradiziona le va d issolvendosi in gru ppi sempre piìi di ffcrcm:ia ti» [Illustrazione: Rcm:o Vcsp igm111i - ind1ioslro, 1956]
prio mestiere, sia al livello dell'officina, dell'ufficio o dell' azienda agri cola che nella più grande società, nell 'ambito delle organizzazioni che la definiscono, quali la famig lia, l'apparato statuale amministrativo, le strutture sindacali e dei partiti politici, le associazioni sportive e ricreative. Particolarmente stimolante, a questo proposito, è il libro di Karl Bednmik, Il giovane operaio oggi: un nuovo tipo [K. Bednmik, Der junge arheitar van heute-ein neuer typ, Stuttgart, l 953] nel 1 , quale si tenta una reinterpretazione del comportamento , .} ·, '·,, -, operaio alla luce dei più recenti sviluppi del movimento socialista, specialmente con riferimento all'evoluzione ,\ della coscienza di classe proletaria. La ricerca di ~~ ' Bednarik lascia molto a desiderare con riguardo al d ~ - - ~ me todo scientifico, e non senza ragione i sociologi • :, ; ;' i ;/ !~deschi la cons!clerano più un pamplefh eh~ un' inda~ gme metodolog1~ame~te provved1~ta. E pero ~1~ fat~~ I che alcune delle 1potes1 d1 Beclnank sono vent1cab1h Il e mpiricamente. La terminologia che egli usa non è certamente in linea con la tradizione degli studi sociologici più seri e significativi. Frasi come "individualità \ \ succedanea", "ostilità contro il padre socializzato", "solidarietà perduta", "lotta senza ethos" e così via, suonano piuttosto come un gergo vagamente esistenzialistico che come espressione di ipotesi di lavoro da saggiare con la ricerca sul terreno. Sarebbe tuttavia difficile negare alle osservazioni del Beclnarik in blocco qualsiasi valore, se non altro come materiali per un'analisi descrìttiva dei gruppi operai della giovane generazione. Del resto, l' autore si avvale ampiamente· delle sue esperienze dirette del tempo in cui era operaio a Vienna e me tte a fuoco un proble ma di indubbio interesse: la liberazione della classe operaia dai miti e dalle convenzioni della morale borghese finisce per creare negli stessi operai un vuoto che non risparmia neppure la coscienza di classe e ne annuncia la decadenza. È certamente degna di cons iderazione l'ipotesi che gran parte delle nostre nozioni per ciò che concerne specificatamente i giovani lavoratori vadano rivedute attrave rso ricerche emp iriche al di fuori de lle ideologie trnclizionali. Il limite delle ricerche cui abbiamo accennato, e alle quali andrebbe aggiunto il volume collettaneo curato dal sociologo Helmut Schelsky [cfr. H . Schelsky, Arbeiterjugend gestem und heute, Heidelberg, 1955], consiste nel fatto che esse non vanno mai al di là dell'accertamento di stati cl' animo e di percezioni per definizione soggettivistiche. Ora è invece urgente ricercare e fis sare la connessione fra la base strutturale, ossia la situazione di lavoro concreta ciel lavoratore, e la sua auto-immagine, la sua idea del mondo e ciel significato della vita; non v'è dubbio infatti che la tecriica produttiva ha inciso direttamente sulla realtà professionale del lavoro. Essa sta liquidando le vecchie categorie s indacali , cli cui padano i vigenti contratti nazionali, crea nuovi interessi, che le impostazioni tradizionali non riescono neppure a inquadrare nei loro te rmini effettivi. La classe tradizionale, tipica del tardo O ttocento e del primo Novece nto, va oggi dissolvendosi in gruppi sempre più differenziati.
. / l-1/
[lll ust.ra:i;ionc: Pcl li:i;za d:1 Volpcdo ( 1868-1907) -
" Il Q uarto Sta to" (pa ri.) I
«Si traila nella maggioranza dei casi di ricerche imperniate sui gicnani di città. 1... 1di ceto medio. isnitti all'uni\'l'rsità» !Foto: Luciano Ferri - "Progresso Fotografico'', Il.
4/1979 1
Diminuiscono le mansioni di pura manovalanza mentre aumentano quelle impiegatizie, che implicano, sempre, un certo grado di corresponsabilità con la direzione. La distinzione fra operai e impiegati si fa incerta. Il classismo retorico deve far posto ad un classismo funzionale, articolato e moderno, che corrisponde sostanzialmente ai nuovi gruppi di lavoro e alle nuove mansioni, invece che alla concezione, ormai mitica e iITeale, della classe operaia intesa in senso omogeneo e fisso, data una volta per tu tte, come se si trattasse di un 'entità metafisica. Del resto, come documentano le ricerche tedesche più sopra citate, esiste già oggi "un vitellonismo operaio", che è insieme effetto e sintomo di questa diffusa carenza sindacale. Già oggi, il giovane operaio metalmeccanico che passa la domenica in scooter, giacca a vento e scarpe gialle scamosciate, stonerebbe tra la
folla che popola il "Quarto Stato" di Pellizza eia Volpedo. Noi non sappiamo chi sia. Il partito e il sindacato non lo interessano. Non frequenta le loro sedi. La politica. così come è oggi concepita e praticata, gli riesce lontana ed estranea. Al di là delle pressioni padronali e al di fu ori del dibattito propriamente ideologico, egli può ben incarnare la crisi ciel movimento operaio in questo stadio del suo sviluppo; egli incarna la protesta ingenua, ..qualunquistica" del movimento operaio, caduto prigioniero del suo stesso schema organizzativo.
2. I giovani e il loro contesto sociale
«Yeni,:0110 liquidati anc:hc gli ideali: ai gio,·ani rc~ta solo una ..lihcrti, \'UOta"',. [Folo: l'rotcstadi un ··scssanloll i110·· 1
Si con ferma, purtroppo, che le direzioni di ricerca prevalenti nel corso dell 'ultimo decen nio non hanno resistito alla tentazione di restringere, sia pu re per comodità euristica, l'ambi to delle loro osservazioni, facendo dei giovani di ceto med io urbano una sorta di categoria esclusiva e quindi privilegiandoli come tema di ricerca in nome di quella che si potrebbe chiamare "giovanologia", tanto auto-compiaciuta quanto sterile. Occorre invece considerare i giovani nel loro contesto sociale e non limitarsi, se pure con la debita cautela del procedimento scientifico, a scorgere in essi un "pianeta sconosciuto", secondo il titol o cli un saggio fam oso di Jean Duvignaud [La plcuiète des jeunes, Stock, Paris, l 990J. Ritengo che non si possano comprendere i giovani - i loro 01ientamenti e le loro aspirazioni non occasionali - se non ali ' interno della società globale. D'altro canto, sembra evidente che una società la quale non abbia più niente da dire ai propri giovani è già una società perduta. A questo riguardo sembrano degni di riflessione i paradossi della società industri ale: a) esalta i giovani , ne costruisce un "rnito", ne sottolinea l' intraprendente dimunismo, ma nello stesso tempo li costringe a frustranti anticamere e a umilianti attese; b) scarica su di essi le sue contraddizioni di valore, in particolare li invi ta all a solidarietà verso il prossimo e nello stesso tempo predica il successo come valore supremo nella vita e la concorrenza interpersonale a tutti i costi; c) nel momento in cu i si verifica la crisi delle ideologie dogmatiche, 1iclottesi a lamentevoli megafoni dell' ufficial ità, vengono liquidati anche gli ideal i; ai giovani resta solo una "libertà vuota"; le stesse grandi carriere d' un tempo, cui dediçare tutta una vita, sono finite e ai giovan.i cli oggi sono riservati sopratnmo lavori precari; d) mentre i giovani sono spinti ad auto-realizzarsi, la società nega ad essi i mezzi material i (un lavoro sicuro, un reddito decente) per costru ire una propria famiglia, esprimere la loro responsabi lità umana. I giovani non trovano ideali verso i quali indirizzare la loro naturale generosità. Rivolgendo l'attenzione allo specifico quadro italiano, sembra evidente che tracciare un identikit auend ibile o quanto meno plausibile dei giovani itali ani cli oggi non è impresa faci le. Il contesto generale non è omogeneo. Varia da regione a regione e da uno strato sociale all' altro. Le contraddizioni sociali itali ane sono note e non fa meraviglia che si
-
. .. . i ...
~
«Non è stata p resa in considerazio ne nepp ure la demotivazione degli insegnanti»
«La scuola in Italia soffre della nota rigidità della puhhl ica a mministrazione [...] incapace di riconoscere le nuove esigenze» !Foto: Contestazione s tudentesca - 19681
riflettano nella condizione dei giovani. Nord e Sud, città e campagna si fronteggiano e si mischiano con effetti non agevolmente decifrabili né tanto meno prevedibili. I dati statistici raccolti da più fonti e con metodi di rilevazione diversi non consentono ovviamente né comparazioni né confronti rigorosi. Ne risulta un dato complessivo la cui interpretazione non è semplice né univoca. Un'ulteriore difficoltà chiama in causa la rappresentatività anche delle ricerche specifiche, di tipo sociopsicologico e antropologico-culturale. Ricerche del genere non mancano in Italia, ma come abbiamo più sopra osservato, il loro ambito appare alquanto ristretto, riguardante per lo più giovani del ceto medio urbano. Spesso, come nel caso, pur meritorio, delle indagini Iard, la ricerca appare focalizzata sui giovani studenti delle scuole medie e universitari, che sono più agevolmente accessibili. Obiettivo legittimo, ma lontano dal darci un'idea abbastanza realistica della condizione dei giovani che vivono nei piccoli centri e nelle zone rurali, dei giovani che, terminati o abbandonati gli studi, vedono trascorrere le loro giornate inutilmente, alla ricerca di un lavoro che non sempre si trova. Possiamo quindi solo tentare una prima, provvisoria interpretazione tendente a delineare alcune caratteristiche comuni non solo ai giovani italiani, ma anche a quelli europei. Si nota in primo luogo un atteggiamento pragmatico, alieno dagli entusiasmi ideali che una lunga tradizione filosofica e sociologica, da Ortega y Gasset a Herbert Marcuse, soleva attribuire ai gruppi giovanili. I padri dei giovani di oggi sono stati i protagonisti della contestazione del '68 e degli anni Settanta. Si direbbe che rivivano la loro sconfitta nell'atteggiamento di rassegnata praticità dei loro figli. È dunque vero che le "colpe" dei padri ricadono regolarn1ente sulle spalle dei figl i. Ma erano effettivamente "colpe"? Quella che è stata chiamata la "sbornia del '68" era veramente solo una sbornia, un'ubriacatura senza fondamenti razionali, o non era anche un segnale importante della crisi incombente che stava per manifestarsi, paradossalmente, nel seno stesso delle società tecnicamente più progredite? Sta di fatto che nel '68 si pretendeva allegramente di inventare e imporre un "nuovo modo di fare l'automobile". Oggi ci si contenta, più sobriamente, di trovare adeguati sbocchi professionali. L'immaginazione al potere è stata sostituita dall'aspirazione a un posto sicuro, ragionevolmente retribuito. La palingenesi rivoluzionaria ha ceduto il passo ad una cauta praticità. I gruppi dirigenti che dal '68 furono, ciel resto con buone ragioni, spaventati dovrebbero oggi approfittare cieli' atteggiamento di volenterosa cooperazione dei giovani per facilitarne l'inserimento positivo nel mondo del lavoro. Compito importante, ma non di facile attuazione. Non è solo la tradizionale spaccatura fra Nord e Sud che rende impossibile in Italia una lucidità condivisa e una reale unità di intenti. Basti pensare che la disoccupazione involontaria nel Sud è mediamente il doppio di quella del Centro-Nord. Vi sono altre difficoltà, che prescindono dalla buona o cattiva volontà dei
responsabili, vale a dire deJla classe dirigente nella sua più lata accezione, come classe governante e influenzante. Sono all'opera fattori tecnologici, impersonali e potenti. Nelle fabbriche, negli uffici e nelle campagne la tecnologia produttiva cambia continuamente e procede a un ritmo rapido, a tratti vertiginoso, scompaginando mansioni e modi di produrre che a to1to si ritenevano eterni solo perché ad essi ci eravamo da tempo immemorabile abituati. Le professioni di papà sono liquidate. Siamo entrati o stiamo entrando nella fase cli precariato diffoso in cui emerge, al posto dell'impiegato in pianta stabile, la figura ancora per molti aspetti misteriosa dell' "operatore nomade".
3. Il mito delle "belle carriere"
I comportamenti dei gio\'a ni. «a hcn guardare. sono forse il g rido d'aiuto ,·c1-.~o un'autorità tro1>po a lungo assente o latit.u1te»
I giovani di oggi sono le prime vittime di questo precariato generalizzato, determinato dalla nuova tecnologia e dall'insicurezza psicologica clìe necessariamente, almeno in questa fase iniziale, lo accompagna. C'erano una volta le belle caniere che partivano dal bidello o da] fattolino per mTivare all'ovattato salotto del consiglio d'amministrazione. Mitologie. Quelle carriere che si sviluppavano ordinate e senza discontinuità nel tempo, dal giorno fatidico dell 'assunzione regolare a quella della pensione, sono finite o stanno terminando, appmtengono già al passato. I giovani lo sanno, lo sentono, anche se non sempre sono in grado di rendersene conto in senso specifico e analitico. Ne avve1tono l'avvento nei piccol.i lavoretti che riescono a rimediare, nei contratti a tempo parziale, nella rapidità con cui una determinata abilità professionale diventa obsoleta. Forse sanno anche oramai con chiarezza che non riusciranno a progredire, professionalmente e finanziariamente, oltre il livello raggiunto dai padri. Potranno dirsi fottunati se riusciranno a mantenere le posizioni, di retribuzione e di prestigio sociale, raggiunte. C'è qui un elemento di fmstrazione profonda, inconfessata, che andrebbe esplorata. Una frustrazione che viene accentuata dalla necessità in cui molti giovani versano di continuare a vivere in famiglia, nelle condizioni di un'innaturale adolescenza protratta. Intanto, contradditt01iamente, la società globale predica tutti i giorni il valore supremo dell'ind,ipendenza, dell'autonomia, mentre nega nello stesso tempo i mezzi materiali essenziali per realizzarla. Se le vecchie, gloriose professioni del papà e del nonno sono in via di liquidazione, tutto l'impianto della formazione professionale e della preparazione alle attività produttive va rivisto e radicalmente riformato. In questa direzione invece non è accaduto quasi nulla. La scuola in Italia segna il passo. È in ritardo. La scuola pubblica soffre delle note rigidità della pubblica anuninistrazione, del suo soffocante centralismo burocratico, incapace di riconoscere tempestivamente le nuove esigenze della formazione professionale, di adeguarsi, senza subordinarsi, alle esigenze del mondo produttivo. La grande riforma del sistema scolastico promossa in Italia da Giovanni Gentile nel 1929 aveva dalla sua almeno la coerenza. In armonia con il gelido classismo del Codice Rocco e della dittatura fascista, la riforma Gentile divideva i giovani in due categorie: qtiella dei
«La sconfitta di Custoza [...] doveva a r recare un danno permanente all'immagine del giovane Esercito» [Illustrazione: Raffaele Pontremoli (1832-1905) "La battaglia di Custoza" - Asti. Pinarnteca Civica]
futtui membri della classe dirigente, per i quali c'era il ginnasio-liceo, umanistico e scientifico, e quella della forza lavoro subalterna, alla cui formazione provvedevano le "scuole di avviamento professionale". In questo dopoguerra la dicotomia gentiliana è giustamente saltata, ma la scuola media unica, inferiore e superiore, non ha dato i frutti sperati. Si sono aboliti, giustamente, i vecchi centocinquanta profili di mestiere, resi lamentevolmente anacronistici dall'evoluzione della tecnologia produttiva, ma non si è ancora riusciti a po1Te in atto corsi di fonnazione che garantiscano ai giovani quelle doti di flessibilità, di adattamento e di duttilità mentale che sono oggi essenziali. Abolite le scuole di avviamento professionale, è 1imasto il vuoto. Non solo: un ostacolo fondamentale non è stato inoltre rimosso. Fino ad oggi non è stata presa in considerazione neppure la demotivazione degli insegnanti. In ogni ordine e grado, come si dice, dalle puericultiici ai cattedratici delle Università, la demotivazione avanza, a quanto appare, a ritmi crescenti, ed è percepita, con sicurezza istintiva, dai giovani, che non a caso si sentono abbandonati a se stessi nelle due istituzioni della socializzazione primaria: la famiglia e la scuola.
4. Le inquietudini giovanili «È innegabile che l"E.l. nella lotta al brigantaggio J>ost-unitario ahhia imparato e messo a punto tecniche fondamentali per la "guerra partigiana" assai utili dopo 1'8 settembre "43» [Illustrazione: "Patria lndipendente", 21.2. I 999 I
Sembra fondato ritenere che un esame approfondito e spregiudicato del disagio giovanile in questa fine del secolo ventesimo, in Italia come nel resto d'Europa e degli Stati Uniti, dalla microcrinùnalità a diffusione capillare in ambiente metropolitano, a fenomeni oramai di massa, come quello delle giovanissime ragazze-madri nei ghetti urbani nordamericani, chiami invariabilmente in causa i gruppi primari in cu i l' individuo vive, dovrebbe crescere e formarsi. Scuola, religione e fanùglia sembra che abbiano perduto un contatto significativo con i giovani. La loro angoscia e il loro disagio appaiono immotivati e quindi ancora più inquietanti. In Homo sentiens - la rinascita della comunità giovanile dallo spirito della nuova musica [Liguori, Napoli, 1996] ho cercato d'individuare le radici e la fisionomia della ricerca itinerante dei giovani d'oggi. Nel loro isolarsi, più che una sorta di "necessio plebis", ho avvertito il bisogno a lungo represso di valori trascendentali, cli valori che valgano in sé e per sé, in una società dominata dal criterio grettamente utilitaristico. I comportamenti dei giovani odierni possono apparire allo sguardo distratto o superficiale dell'analista prevenuto un 1ibollire di caotiche culture allo sbando. A ben guardare, sono forse la difficile, a volte inconsapevole, ricerca del padre, il bisogno e il grido d'aiuto verso un'autorità autorevole troppo a lungo assente o latitante, l'esigenza di un orientamento, anche a costo di una dipendenza accettata. Qualcuno ha scritto che i giovani «sono in cerca di un nemico» [cfr. Diamanti, in "Il Sole 24 Ore", 17.1 2.1998]. Singolare fraintendimento. C'è nei gio-
vani una riserva di energia e generosità che oggi, nelle società progredite e opulente, giace per la gran parte inutilizzata e che tende, giorno per giorno, a tramutarsi in veleno: violenza contro di sé (droga) e contro gli alt1i, contro la società (teppismo, vandalismo gratuito, microcriminalità). Ancora recentemente la pop star Bruce Springsteen ha affermato che «il rock è religione e famiglia; riernpie il vuoto dei valori» [cfr. "Corriere della sera", 19.12.1998]. Sarebbe bello, ma è troppo facile. Purtroppo, non è così. I grand i problemi sociali, e fra questi primeggia oggi quello della gioventù, hanno bisogno di soluzioni istituzionali, continuative nel tempo, in grado di lenire l'angoscia e di orientare la vita. I nefasti regimi dittatoriali che hanno insanguinato questo secolo il fascismo, il nazismo e lo stalinismo - sapevano che i giovani non sono alla ricerca di un nemico, ma di una causa da servire, cui dedicarsi senza riserve.
5. Antichi e abusati pregiudizi
«Il futuro dclr Escrdlo scmhra essere quello di una forza pol ivalente ca ratterizzata da un grado notevole di professionaljtì1e di crtidc111.a>, JFoto: Mccc:rnid militari ail'01>era sul vano motore di un M.60]
La ristrutturazione delle Forze Annate, la 1idefinizione dei loro compiti e della loro presenza nella società possono contribuire a fornire alla c1isi dei giovani d'oggi una via d'uscita cli straordinaria importanza. La nuova coscienza sociale e il fondamentale pacifismo dei giovani potranno trovarvi ispirazione e nello stesso tempo un campo inedito cli prove quotidiane. Antichi pregiudizi dovranno lasciare il posto a una visione realistica delle potenzialità di un' organizzazione militare efficiente e nello stesso tempo in annoniosa sincronia e collaborazione con la società civile. Uno studio recente contiene in proposito dati e interpretazioni di notevole utilità [cfr. Alessandro Comeli, L'Italia va alla guerra - la cultura militare dall'Unità a oggi, Ideazione ed., Roma, 1998]. Intorno alle presunte scarse vi1tù guerresche degli italiani sono fiorite e tuttora vanno per la maggiore leggende presto consolidate in luoglù comuni. Un merito non secondario cli questa ampia, diligente ricerca di Alessandro Corneli è da vedersi nella pacata, ma nello stesso tempo meticolosa e implacabile cura con cui procede a smontare consimili pregiudizi, a pa1tire dalla rottura della cultura militare dell'Impero romano ad opera delle pressioni barbariche, soprattutto germaniche, ai confini, fino alla ripresa di una certa bellicosità italiana all'epoca dei liberi Comuni e quindi dall'unificazione della Penisola, nel 1861 , ad oggi. Senza cedere in alcun punto alle licostruzioni e interpretazi01ù storiche settarie, che tendono invariabilmente ad addossare all'esistenza della Chiesa anche questo ritardo italiano, appoggiandosi soprattutto all'autorità, in questo caso prevenuta, di Machiavelli, Corneli, non esita, tuttavia, a riconoscere quelle peculiarità italiane che hanno contribuito ad accentuare l'estremo individualismo e il notevole, talvolta patologico, grado di litigiosità fra le forze in campo invece di favorirne, come altrove avveniva, l'aggregazione. «Le aristocrazie feudali europee - nota con
«'fon è un caso che l'Esercito si aµrn anche al reclutamento femminile» [Foto: Esperimento tenuto presso la Caserma dei Landcri di Montl'bello. Roma. 19921
acume comparativo Come]i - quando uscirono dal Medioevo, si trovarono aggrappate intorno a monarchie nazionali unificanti... L'Italia, invece, rimase un arcipelago di aristocrazie, a base sostanziabnente regionale, che allora ( ed anche in seguito) non si fuse intorno ad un solo nucleo e pertanto, al di là di alcuni aspetti umanistico-letterari, non diede origine ad una reale comunità di sentire nazionale». Forse andrebbe oggi osservato che non tutte le conseguenze di questo Stato frammentario furono negative. Inte1rngandosi sul perché proprio in Italia dovesse nascere l'individualismo europeo moderno, Jacob Burckardt, nel suo mirabile studio sulla Civiltà del Rinascimento in Italia, scorge nello Stato frammentario dei vari principati che allora costituivano l'Italia la ragione fondamentale del sorgere di "uomini singolari" o "uomini unici". <<La natura di questi Stati - scrive Burckardt - siano essi repubblicani o dispotici, è la causa principale, se non unica, del precoce sviluppo dell'italiano .. . egli è stato il prùno e.lei.figli dell'Europa attuale. . .. l 'uom.o diviene individuo spirituale e acquista la coscienza di questa nuova condizione». Naturalmente, questo primato è stato pagato a caro prezzo. I vertici italiani, sia militari che sociali, economici e politici, raramente hanno saputo concertare le loro azioni e condividere un progetto comune. A questo proposito la ricerca di Corneli' offre esempi ampiamente persuasivi, attingendo soprattutto alle guerre dell'Indipendenza. Dalla sconfitta cli Custoza alla disgraziata battaglia navale di Lissa, dalle varie
espe1ienze storiche, si ricava una costante: i comandanti italiani, troppo spesso divisi da rancori personali o da invidie spesso meschine, non riescono sempre ad accordarsi su un piano strategico e tattico da tutti condiviso in modo da concentrare le forze e da approfittare delle sinergie fra le varie unità in campo. In particolare, la sconfitta di Custoza contro gli austriaci, benché l'Esercito Italiano potesse contare su duecentocinquantamila uomini , esattamente il doppio di quello austriaco stanziato in Veneto, doveva arrecare un danno permanente all'i mmagine del nostro giovane Esercito, s ia in patria che all'estero. L'analisi di Corneli non si arresta, però, al solo aspetto militare. Essa riguarda anche e coinvolge, meritoriamente, i rapporti fra le Forze Armate e la popolazione. Qui la difficoltà, la mancata chiarezza dei capi politici, più ancora che quella delle gerarchie militari, emergono con forza. L'Esercito viene infatti costretto a ruol i politici e di repressione a difesa dell' ordine pubbl ico che certamente non potevano avere altra conseguenza se non quella di equiparare il soldato al gendarme. Ciò era specialmente vis ibi le nelle campagne di repressione svolte dall 'Esercito del Centro-Sud conu·o il brigantaggio l'i ndomani dell'unificazione. «Quale divenne nel Mezzogiorno l'immagine dei soldati - commenta Corneli - è facile intuire. Ma le operazioni avevano anche uno scopo generale e politico: dùnostrare l'irreversibilità del processo di unfficazione. Il vero obiettivo non erano i renitenti alla leva, i briganti, i poveracci che si davano alla ,nacchia: era la classe dirigente meridionale, alla quale si voleva togliere ogni velleità di rimettere in discussione quanto era accaduto». Ma è innegabile che l'Esercito Italiano nella lotta al brigantaggio post-unitario abbia imparato e messo a punto teeniche fondamentali per la "guerriglia partigiana", che si riveleranno assai utili ottanta anni pi ù tardi, dopo 1'8 settembre 1943, a quei soldati e ufficiali che erano "andati in montagna" per la resistenza pa1t igiana contro i nazisti e le brigate nere del tardo fascismo. L'i mmagine dell' Esercito e la percezione delle sue fu nzioni, specialmente oggi, dopo la fase della guerra fredda, sono destinate a trasformarsi radicalmente [cfr. in merito S. Bentivegna e il saggio di F. Battistelli e P. Bellucci]. Già al tempo dell'epidenùa di colera a Palern10 nel 1866 i mi litari avevano a tutti mostrato le possibilità positive che si collegavano ad un uso delle Forze Armate come strumento di servizio civile. Negli anni recenti le stesse possibilità si realizzavano nella lotta contro la malavita organizzata in .Sicilia e altrove così come ai mezzi dell a Marina è oggi affidata la sicurezza delle coste italiane contro i nuovi "mercanti di schiavi" che speculano sulla miseria per organizzare il lucroso commercio dell'immigrazione clandestina. Nelle condizioni odierne, la cultura militare e le Forze Armate che la incarnano dovranno prendere coscienza in maniera sempre p iù ampia delle nuove funzioni da svolgere [dr. l'intervento di M. Bergami e G . Gasperini]. Non è un caso che l'Esercito si apra anche al reclutamento femm ini le mentre si discute, nello stesso tempo, di una riduzione, se non della scomparsa, della leva obbligatoria [cfr. i contributi di M.I. Macioti , G. Ma rucci , R. Savarese ]. Il futuro dell'Esercito sembra essere quello d'una forza polivalente caratterizzata da un grado notevole cli
t «Le Forze Annate si pongono come strumenti essem;iali di servizi sodali che vanno dalle situazioni d'emergenza, nel caso di disastri naturali I...] all'azione di sorveglianza per garantire la pace» [Foto: Missione "Providc Comfort" Kurdistan - 1991]
professionalità e di efficienza, non tanto sul campo di battaglia quanto su quello, spesso altrettanto arduo, della società civile [cfr. al riguardo l' intervento di M.L. Maniscalco]. L'analisi di Comeli non è certamente in contraddizione con i nuovi compiti che attendono le Forze Armate nella società di domani. Esse possono costituire, a ben guardare, una via d'uscita importante per la crisi giovanile odierna: da "braccio violento della legge" le Forze Armate si pongono sempre più come strumenti essenziali di servizi sociali e latamente civili, che vanno dalle situazioni d'emergenza, nel caso di disastri naturali, a questioni particolari di lotta contro la criminalità organizzata, dalla partecipazione alle iniziative di contenimento di guerre limitate all'azione di sorveglianza per garantire la pace in nome e come mandato di organismi internazionali.
Tcontributi che qui di seguito si pubblicano trattano in profondità i vari aspetti della nuova situazione in cui vengono a trovarsi le Forze Annate e nello stesso tempo lumeggiano i probJemi della cultura giovanile, anche nel suo porsi in dura contrapposizione rispetto alla saggezza convenzionale [v. il saggio di M. Canevacci]. Dall'esigenza di auto-affermazione, che da sempre contraddistingue le giovani generazioni, alla nuova immagine delle Forze Armate che va trasmessa alla più vasta opinione pubblica, e ai fattori decisivi del loro rinnovamento dall'interno, come l'entrata delle donne nei ranghi delle strutture militari, i nodi problematici più vivi del rappmto Esercito-Società sono, in questa ricerca, chiariti e avviati a positiva soluzione.
È con particolare soddisfazione che, quindi, presento al pubblico questo
Arte e valori patriottici llll ustrnzione: (;ioacchino Toma 1.1836-93)'·l figli del popolo" - Bari. Pinacoteca Provinciale]
:volume, che raccoglie le analisi cli un gruppo di studiosi ital iani delle scienze sociali dedicate al rapporto Esercito/giovani nel nostro Paese. Chiunque conosca la missione e la struttura del! ' Istituzione militare nella società contemporanea sa quanto siano decisivi il ruolo e il contributo delle nuove generazioni, non un fattore tra gli altri nella produzione di difesa e di sicurezza, bensì il fattore strategico nella costmzione e nello sviluppo di uno strumento militare affidabile, efficiente, efficace. Senza giovarù, niente risorse umane e, senza risorse umane, nessuna possibilità di difesa. Non c'è progresso tecnologico che, a tutt'oggi, sia stato in grado di sostituire la persona umana, né sul campo di battaglia né nelle sue retrovie: questo, che è vero per tutte le Forze Armate, lo è particolarmente per l'Esercito, una forza destinata ad operar·e con peculiari caratteristiche di densità e di adesione al tetTitorio. Forse è questa elevata intensità umana che rende spiccatamente "sociologica" la prospettiva dell' Esercito: comprendere i valori e gli ordinamenti dei giovani, tradurre nel loro linguaggio i valo1i e gli obiettivi dell' Istituzione, individuare i punti di forza (e di debolezza) del collettivo militare, valorizzare le potenzialità della professione delle anni e selezionare per essa elementi qualificati e motivati costituiscono non delle semplici opzioni, ma urgenze assolute nelle quali la competenza delle scienze sociali può rivelarsi particolarmente proficua. Non diversamente dall'Istituzione militare, che nel nostro Paese ha dovuto affrontare e superare una lunga fase che è stata definita di "invisibil ità" e di isolamento, anche la sociologia è dovuta passar-e attraverso un processo, né semplice né breve, dì maturazione e di accreditamento. È così che, dopo gli schematismi e le forza ture che, alle origini, avevano contrassegnato alcune posizioni, la sociologia appare oggi una disciplina, o meglio un sistema articolato di discipline, dotato cli efficaci strumenti di riflessione teorica e, soprattutto, di ve1ifica empirica dei fenomeni, equilibrato e responsabile, senza che ciò significhi abdicare da quella vocazione critica, interpretativa, valorizzatrice di innovazione e di mutamento che 1imane, in ultima analisi, il suo valore aggiunto nel1' elaborazione delle polic:ies da parte dei decisori. Fenno restando per questi ultimi l'onere - mai come in questi giorni arduo e complesso - cli assumere decisioni, l' apporto delle scienze sociali si conferma fondamentale nell' assicurare la condizione, sottol ineata da Luigi Einaudi, di <<conoscere per deliberare». Le pagine che seguono rappresentano un'eccellente traduzione pratica di tale prospettiva. Senza pretendere cli intraprendere nuove ricerche, esse sistemano concettualmente e sintetizzano ampie indagini già effettuate in Italia e all'estero sui temi emergenti dell ' immagine dell'Esercito nell ' opinione pubblica giovanile, delle motivazioni dei soldati , di quella straordi naria e ancora semisconosciuta risorsa rappresentata dal reclutamento femminile. Un appo1t o conoscitivo prezioso di una fase come l'attuale che - aprendo la transizione verso Forze Armate professionali - nell'immediato renderà non meno, bensì più urgente, l'apprestamento di provvedimenti per assicurare un servizio mjlitare che sia, nella duplice modalità dell a leva e del volontarismo, equo, efficiente e utile per il giovane che lo presta e per la collettività che lo riceve. •
/
Esercito e giovani: due mondi che devono convivere di Danilo !\foriero
1. Terreno d'incontro? Quello dei valori
«L'obiellirn è quello di disegnare il rapporto. possihilc e auspicabile, dei decenni a n~nire tra Esercito. società e giovani» [Illustrazione: 1\ntonio Rullino - "La primavera" La Tradotta, 1918]
i può parlare dei giovani - delle loro aspirazioni e frustrazioni , dei loro slanci, della loro scala di valori - senza inquadrare questa materia magmatica nella condizione più generale della società in cui essi vivono, megl io, di cui sono parte integrante? La risposta, come sempre lucida ed autorevole, ci viene dallo scritto introduttivo di questo volume, affidato ad uno studioso del calibro di Franco Ferrarotti: '«Ritengo che non si possano comprendere i giovani se non all'interno della società globale». Il rischio - avverte il socio]ogo - è quello di fare sterile giovanologia: «essere giovani non è una professione, bensi uno stato per definizione transitorio». Quindi, per analizzare il rapporto che ha legato sino ad oggi l'universo giovanile all'Esercito e alle Forze Armate, non si può fare a meno di tentare di mettere a fuoco l'inunagine complessiva della società italiana di questi anni, il suo confrontarsi con i temi più importanti e "scottanti" che l'hanno toccata in profondità, l'evoluzione dell a sua scala di valori. A maggior ragione, questo tentativo di messa a fuoco globale è indispensabile se l'obiettivo è quello di disegnare il rapporto, possibile e auspicabile, dei decenni a venire tra l'Esercito, la società itali ana in generale e i giovani in particolare. È sempre Fe1rnrotti, in un altro passaggio-chiave del suo scritto, ad inquadrare con perfetta sintesi un nodo fondamentale per questo tentativo di analisi e di previsione. Il ten-eno è quello dei valori, che abbiamo già 1ichiamato: «Qualcuno ha scritto [il sociologo Ilvo Diamanti, n.d.r:] che i giovani "sono in cerca di un nernico ". Singolare.fraintendimento. C'è nei giovani una riserva di energia e generosità che oggi, nelle società progredite e opulente, giace per la gran parte inutilizzata e che tende, giorno per giorno, a traniutarsi in veleno», cioè in violenza contro gli altri e autodistruttiva. Conclude Fe1rnrotti che persino i sanguinari regimi dittatoriali di questo secolo «sapevano che i giovani non sono alla ricerca di un nemico, ma di una causa da servire, cui dedicarsi senza riserve». Viene da pensare, se si osserva in maniera sia pme empi1ica l'estensione del fenomeno del volontariato e di altre manifestazioni di solidarietà, che quella riserva di generosa energia di cui parla il professor Fe1rnrotti sia caratteristica di molti settori sociali, non soltanto di quelli giovanili. Così come viene da pensare che una gran parte della
società italiana - assieme ai suoi giovani - sia alla ricerca di una generale "direzione di marcia", di chiari obiettivi da conseguire. Servono istituzioni stabili e sicure, capaci cli individuare, sviluppare e comunicare quella direzione, in tutti i settori: «Qualsiasi ride.fì.nizione degli obiettivi di politica della sicurezza - afferma un politologo di fama come Angelo Panebianco - passa [... J attraverso assetti che danno maggiore stabilità e coerenza alle scelte di governo. [... ] Oggi occorrvno governi stabili con capacità di decisione, con dietro ,naggioranze coerenti, che non siano bloccati da un sistema di poteri di veto». Se è vera la previsione secondo cui la società civile e quella militare, rinnovata e resa efficiente, sono destinate ad un futuro di sincronia e collaborazione, è molto probabile che il terreno su cui si incontreranno sarà appunto quello di valori finalmente ritrovati, accettati e comuni. È stato affermato di recente che impegno, disciplina, altruismo, per fare solo alcuni esempi, sono punti di rife1imento positivi e validi in ognicontesto sociale; l'elencazione potrebbe tranquillamente proseguire. C'è qualcuno che possa dubitare di questa affermazione? Scrive Fabrizio Battistelli nel saggio a quattro mani con Paolo Bellucci - iiprendendo il concetto generale espresso da Max Weber - che le istituzioni rnilitari nelle società complesse dell'Occidente sono sottoposte ad un continuo esame, sono oggetto di analisi anche minuziosa, cli attenzione critica da parte dei media e dell'opinione pubblica. Tutto ciò è avvenuto ed avviene anche nella società italiana nei confronti dell'Esercito, delle Forze Armate, dell'universo militare. Dobbiamo considerarlo un trattamento negativo ad hoc, una sorta di accanimento antimilitare? Facendo la tara delle posizioni politico-culturali critiche per ragioni ideologiche, che pure resistono anche se ormai molto minoritarie, la risposta dev'essere netta: no, non è così. Oggi non esistono più istituzioni il cui ruolo e le cui attività possano essere considerati sacri , indiscutibili ora e sempre. Per dirla ancora con Battistelli e Bellucci, ogni giorno è necessario «guadagnarsi il pane» del consenso, con la consapevolezza di avere puntati addosso i riflettori della critica politica e dell'infomrnzione. È questa la prova con la quale l'Esercito deve misurarsi (come fa in verità da alcuni anni), nel momento in cui comunica con la società italiana ed in particolare con i giovani. Criticabile è semmai il fatto che i media (i quali portano al traino l' opinione pubblica e, ciò che è più grave, parte della classe politica) prestino attenzione al mondo con le stellette più nelle situazioni contingenti ed "emergenziali" che nel resto (ovvero ... nella quasi totalità) della sua vita ordinaria. Ma il tema delle "perversioni" del sistema cleJI' informazione e dello svalutarsi della professione giornalistica ci porterebbe lontano.
2. Autorità, autorevolezz.a, autoritarismo ... La riprova della nuova frontiera dell ' Istituzione può venire dalla semplice lettura dei significati di alcuni concetti, gli stessi che ricorrono in tutti i dibattiti nei quali si cercano i modi per riavvicinare civili e militari. Le parole-chiave più importanti sono due: autorità e legittimità.
Che cos'è l'autorità? È un rapporto di potere stabi le nel quale i sottoposti prestano un'obbedienza incondizionata. È questo l' unico significato possibile? No. Esiste anche un'autorità basata sulla persuasione, cioè su di un ordine giustificato e giustificabile anche agli occhi del comandato, ordine che viene perciò esegu ito senza bisogno di coercizione o mi naccia. Alcuni definiscono questa forma di autorità come autorevolezza, mettendo l'accento sulle doti professionali e umane, talvolta su l carisma, di chi impartisce l' ordine. Come che sia, ogni soggetto chiamato ad obbedire compie oggi valutazioni sulla qualità dell'autorità: sulla sua legittimità; sul merito, sui modi e sul procedimento con il quale il comando è stato impartito. Ecco l'insegnamento che sembra venire dalle scienze sociali: anche nel rapporto attivo e pass ivo di comando esiste uno scrutinio conti nuo. Tanto da fa r d ire al sociologo Carl J. Fried rich che l'autorità non è un rapporto di potere, ma una qualità della «Gran parte della società italiana - assieme ai suoi giovani - [è] alla ricerca di una generale ·'direzione di marcia'', cli chiari obicltivi da conseguire» I Foto: Popolo e Alpini - Missione "Forza Paris'']
comunicazione che g li individui si trasmettono; in altri termini, una comunicazione (comando, consiglio, oppure semplice opi ni one) ragionata ed accettata da chi la riceve, perché basata su valori comuni e condivisi. Qual è il concetto che si contrappone al binomio autorità/autorevolezza? Quello di autoritmismo, che ha fra gli altri un suo segno disti ntivo: rendere minima o addirittura inesistente la partecipazione dal basso alle decisioni assunte. Harry Eckstein ha posto un problema essenziale nelle società democratiche come la nostra, quello della congruenza tra il modello adottato dal sistema politico e i modelli cli autorità vigenti nelle società democratiche come la nostra, quello della congruenza tra i] modello adottato dal sistema politico e i modelli cli autorità vigenti nelle istituzioni sociali. Proviamo a tradurre. Possono esistere Forze Armate a basso (o nullo) livello cli partecipazione in uno Stato di segno diverso? La risposta è no. Non a caso, la Costituzione repubblicana, all ' arf 52, afferma che «l'ordinamento delle Forze Annate si informa allo spirito democratico della Repubblica». Manca la definizione cli legittimità. Intanto bisogna dire che ha diversi punti di contatto con il concetto di autorità. Indica il livello cli consenso che l'Istituzione riscuote nella società, tale che la prima si fa obbedire dalla seconda senza bisogno di ricorrere alla forza. Insomma, un' istituzione che trova riconoscimento e giustificazione piena della sua stessa esistenza. In questo senso, nel dibattito corrente riferito alla funzione dei militari nella società ital iana abbiamo spesso parlato cli legittimazione (e delegittimazione). Non si tratta, con tutta evidenza, di concetti cristallizzati, ma di un tendere, un dover essere che com:. porta, per l'Esercito come per ogni altro corpo sociale, la ricerca di una "messa a fuoco" continua e sempre più precisa. Sarà anche vero come afferma Ferrarotti - che lo slogan delle generazioni del '68, «L'immaginazione al potere», è stato rimpiazzato nei ragazzi degli anni Novanta dall'aspirazione ad un lavoro sicuro, da una «cauta praticità». Ma è pur vero che l'atteggiamento di grandissima parte dei giovani di oggi nei confronti delle istituzioni non è né la passiva rassegnazione del protagon ista di Ovosodo, amaro film di Paolo Virzì sulle disparità sociali e le illusioni giovanili, né quello di ingenuità paesana dei fratelli catanesi emigrati a Torino lratteggiati eia Gianni Amel io nel bel lissimo Così ridevano. È facile prevedere alcune obiezioni. Se l'Esercito, rimettendosi in discussione, fosse costretto a ricercare per ogni sua attività il pieno consenso, all'esterno come all'interno, sarebbe condannato allo snaturamento e alla paralisi. Scrivono Battistelli e Bellucci che «la soggettività dei m.ernbri dell'istituzione, anche nei terminali più per(ferici e nelle mansioni più semplici, costituisce un aspetto di crescente importanza nella progranunazione e nell'impiego delle risorse umane>>. Ma è negli interventi militari di «peacekeeping che prende corpo il definitivo abbandono del paradigma meccanico (il soldmo come ingranaggio di una macchina) in favore del paradigma della complessità (il soldato corne ce!Lula intelligente di un sistema che apprende)». È fin troppo ch iaro che queste considerazioni, così come
quelle riportate prima, non tendono ad esporre l'Esercito ad un relativismo che sarebbe devastante. Un grande scrittore italiano di fama internazionale, Claudio Magris, ha descritto con lucidità e senso clell'umorismo il ruolo che le istituzioni devono svolgere nella società: «Sarebbero favorevoli [al servizio civile, n.d.r:] anche i giovani che vedono scomparire l'incubo del vecchio servizio militare? Non. lo so, ,na neppure mi sembra importante. [... ] A scuola copiavo, ,ni sembrava giusto farlo; il professore qualche volta mi pizzicava, era il suo dovere: un rapporto sano. Le Istituzioni, come le scuole, servono anche a spingere le persone a.fare o non fare qualcosa, se non vogliono qualche ... pedata nel sedere. Gli escuni erano per ,ne una rottura di scatole, m.a Li ho fatti».
3. Punti critici dell 'organizz,azione miliiare
«Esiste un'autorità basata sulla persuasione. cioè su di un ordine giustificato e giustificabile anche agli occhi del comandato, ordine che viene perciò eseguilo senza bisogno di coercizione o minaccia» [Illustrazione: Michele Cammarano (1835-1920) ·'Rissa a Trastevere·• (pari.)]
Nel dibattito tra studiosi e addetti ai lavori c'è la netta percezione di quanto sia necessario innalzare la guaJità dell'istituzione militare, il livello delle risposte che essa è chiamata a dàre, sia verso l'interno (al giovane di leva o più probabilmente al volontario, "cellula intelligente" dell'insieme) che all'esterno, mostrandosi agli occhi della società "sistema che apprende". Negli uJtimi sei-sette anni, grazie al moltiplicarsi delle missioni aJJ' estero ma anche all 'evoluzione politica e culturale del Paese, è certamente croJlato il muro di incomunicabilità ideologica tra mondo civile e militare. Oggi esiste un dialogo basato - per così dire - su elementi più concreti: modernizzazione, efficienza, 1isorse, ingresso dei volontari e delle donne, capacità cli proiezione. Non manca di certo, da parte cli moJti ed autorevoli osservatori esterni, la percezione chiara degli sforzi messi in atto dai militari in questi anni e dei risultati conseguiti. Dice ancora Claudio Magris: «L'Esercito è visto ora come un.a forza nazionale che garantisce quelli che sono gli interessi del nostro Paese [... ] Proprio perché l'Esercito è una cosa importante, bisogna essere .spietati: se qualcuno nelle Forze Armate non sa fare il suo mestiere, va messo sotto accusa, così corne va messo sotto accusa un ospedale che nonfunziona o un medico che non sa fare il suo lavorv>> . Incalza Franco Ferrarotti: «Tutte le Forze Armate non solo sono viste più vicine alla società ,na, a mio giudizio, hanno guadagnato in stima e rispelto, perché tutti comprendono che non sono "rivolte" verso l'esterno, ma hanno una loro precisafunzione sociale [... ] emergono come una delle poche strutture organizzate di servizio su cui possa contare iL Paese». Vittorio Foa, uno dei padri della Costituzione repubblicana, non ha
dubbi: «Oggi la critica residua non è al mondo 1nilitare in sé ed ai valori che esso rappresenta, quanto a quei settori dove ancora regna l'inefficienza, privi di autogiustificazione, di razionalità. Oggi nel mondo niilitare, come in tutti gli ambienti sociali, esistono diversi livelli di impegno, culturale ed intellettuale, e sono convinto che vi siano occhi protesi verso il futuro l... ], non solo in termini di efficien za tecnico-scientifica, ovviamente, ma di ricerca di un rapporto .fra due mondi che devono convivere senza ignorarsi». Quali sono i punti critici dell'organizzazione militare? Diverse ricerche specialistiche, segnalano la crescente indisponibilità dei giovani verso il servizio di leva, considerato come un modello "vecchio" e pressoché inutile di impegno in favore della comunità, peraltro sempre più facile da eludere. La stessa netta percezione hanno gli opinion leader che in qualche modo si sono occupati delle problematiche militati . Se il sistema dell a coscrizione obbligatoria ha storicamente assolto alla funzione di amalgamare i giovani di diversa provenienza regionale e sociale, come pure dì forn ire a moltissimi di essi un 'istruzione scolastica di base, oggi esso appare irrimediabi lmente superato. Valga per tutti la testimonianza di un intellettuale acuto e critico come Ernesto Galli della Loggia. Argomentando in favore di un Esercito dì profession isti , il politologo affenna: «Parliamoci chiaro: [il servizio civileJ è diventato un modo per la borghesia italiana di non far fare il servizio militare ai suoi figli. Lo fanno solo i poveri, i proletari, i contadini, quelli che non sanno dell'esistenza di una serie infinita di scorciatoie» . Opinione forse troppo radicale, che però non poggia su dati di fantasia. La co~1divide un intellettuale di area cattolica come Pietro Scoppola, il quale parla cli «un com. odo strumento per eludere gli obblighi verso il Paese». Le indagini degli specialisti nel mondo giovanile, il sentire empirico di ampi strati della società italiana, così come le opinioni di osservatori au torevoli , co nfermano quelli che sono i reali punti di forza dell'Esercito di ogg i: il ruolo inedito assu nto con gli interventi di peacekeeping all'estero, via via più numerosi e impegnativi; il carattere "sociale" delle missioni cli controllo del territorio a fi anco delle Forze dell'Ordine nel Sud; il senso di modernità ed effic ienza conferito dal1' ingresso nei ranghi dei soldati professionisti e delle donne. Testimonia un altro sociologo noto ed autorevole, Domen ico De Masi: «li mondo militare mi pare stia adottando metodi sempre più reticolari, anziché grandi piramidi, come erano le aziende, come era l'Esercito, come era lo Chiesa. [... ] Anche l'importanza sempre ,naggiore data alle nuove tecnoloiie e la globalizzazione sono valori che la società dovrebbe copiare dal mondo mJLitare». Ci sono ancora molte cose da fare sul fronte della comunicazione Esercito-società intesa nel senso più ampio, ovvero come rapporto fatto non d i comunicati e conferenze stampa (o meglio, non solo di questi elementi, che rimangono essenzi ali), ma di un reciproco studiarsi e interpretarsi, al ftne di giocare ruoli complementari e sinergici, su base dì parità. Nella storia recente dell a comunicazione occupa un posto di rilievo Edwarcl T. Hall , un antropologo che durante la Seconda g uerra mondiale era stato Ufficiale dell ' Esercito Usa sul
Fra mondo dvilc e militari «oggi esiste un dialogo basalo su dementi concreti: modernizzazione. ef'licicnza, risorse. ingresso dei volontari e ddlc donne, capacità di proiezione»
fronte europeo e su quello del Pacifico. Nel dopoguerra, fatte numerose esperienze all'estero da civile, scrisse The Silent Language (Il linguaggio silenzioso). In quelle pagine Hall suggeriva agl i uomini d'affari, affinché evitassero errori non riparabil i, di studiare in profondità ì linguaggi altrui che non fossero costituiti dall a sola parola orale o scritta: il linguaggio dello spazio e del tempo, quello legato al possesso delle cose materiali, i modi cli fare amicizia e di stringere accordi. Qual è il merito di Hall? Alla luce delle sue intuizioni, la scuola dì Palo Alto contestò il modello di comunicazione allora in vigore. La metafora è quella del telegrafo: ci sono una stazione trasmittente ed una ricevente che decodifica i messaggi. La prima, con tutta evidenza, è "centrale" rispetto alla seconda, dove il concetto di centralità riflette una scala di valori culturale: il ricevente è anche in qualche modo subordinato al trasmittente. La scuola di Paolo Alto contrappone un modello dove la comun icazione è invece circolare, continua, realizzata in contemporanea in contesti differenti: l'idea stessa d i ''central ità", anzitutto quella culturale, comincia a sbiadire. S'intuisce la concezione odierna della pluralità di culture, con la quale le società occidentali, e quindi le loro istituzioni pubbliche, stanno abituandosi a fare i conti. Multicultural ismo - avverte in un saggio recente Gian E nrico Rusconi - che non significa relativismo culturale: si comuni-
ca quando c 'è vero confronto, non se si erigono pali zzate, se si deli mitano riserve indiane della cu ltura, della pol itica o della rel igione. Come che sia, la folla indistinta e passionale - per di rla con un concetto noto della storia della comunicazione - si è evoluta definitivamente in pubblico acculturato e raziocinante. Chiunque ne deve tener conto.
4. Iniziative rivoluzionarie nella comunicazione e nella pubblicistica militare Se dunque comu nicare è anzitutto un reciproco avvicinarsi e conoscersi. quanto hanno comunicato in questi anni Eserci to e soc ietà itali ana? Molto, con un'accelerazione iniziale che ha fa tto coprire in breve tem po d istanze ch ilometriche. Perché è accaduto tutto questo? Perché, a partire dal 1989, la condizione internazionale ereditata dalla "guerra fredda" è cambi ata in p rofondi tà. Non a caso, il saggio cl i Maria Luisa Maniscalco indica negli interventi armati di peacekeeping affidati all ' Esercito e alle Forze Armate l' elemento fo ndante di una nuova imm agine dell'universo militare italiano, con una doppia valenza: anzitutto esterna, di legittimazione nei confronti della società civile dopo anni di indifferenza; ma anche interna, da l momento che quelle esperien ze risvegliano motivaz ioni fort i, senso di utilità sociale e di appartenenza, di auto-stima, di prestig io ritrovato. Gli interventi fuori area innescano un dibattito politico e cul turale diffuso s ull a necessità di dar vita ad uno strumento militare più efficiente, fl essibile, spendibile a tutto campo, ad alto coefficiente· di tecnolog ia. Nell o stesso periodo (siamo nel biennio '92/'93), le missioni di ordine pu bblico sul territorio nazionale danno un contributo ulteriore. Via via si aprono le problematiche del volontariato e del1' abolizio ne della leva, dell'ingresso del le donne nell'Esercito. La di scuss ione non è, come in passato, ristretta agli addetti ai lavori: vengono presentate proposte di legge in Parlamento, ne scrivono i giornali , se ne parla soprattutto tra i g iovani. Le prime campagne di annunci per l'arruolamento dei volontari nell ' Esercito mettono l' accento sulle motivazioni forti che abbiamo ricordato, assieme alla sotto lineatura dell 'opportunità di lavoro ed economica che viene offerta al g iovane, in realtà piuttosto debole . Sono passati solo pochi anni ma sembrano un secolo, anche sotto il profilo della comunicazione. Mentre sulla Rivista Militare s' inaugura, con qualche polemica iniziale, una lunga galleria di interviste ad opinion leader di turri gli orientamenti politici, l'Esercito si apre al dialogo con le comunità locali (vedi da ultimo l' esperienza dei "Rap Camp") e le istituzioni culturali (le convenzioni firmate con le Università), si cercano nuovi mezzi di comunicazione (qualche anno fa i diari scolastici con i fumetti delle Sturmtruppen, oggi l' indi spensabile presenza su Internet). La comunicazione interna segue sentieri paralleli. Uno è quello tradizionale dei materiali filmati, dei focus group, dei questionari sulla qualità della vita nelle caserme e contro il nonnismo. L'altro è costituito dall ' iniziativa ri voluzionaria delle tavo-
Pu nti di forza del l'Esercito: «il ruolo inedito .assunto con gli in terventi d i peacekeeping a ll 'estero; il carattere "sociale'' delle missioni di con trollo del territorio nel Sud; il senso di modernità ed efficienza conferito dall'i ngresso nd ra nghi dd solda ti p rofession is ti e delle donne» I Foto: :'Vlilitari impegna ti in Sardegna nella Missione "Forza Pa ris'' I
le rotonde volute dallo Stato Maggiore e affidate al Centro Pubblicistica dell'Esercito: una sorta di zona franca aperta al contributo dei civili, impensabile solo poco tempo fa, nella quale giovanissimi volontari e soldati di leva, sottufficiali e ufficiali mettono sul tavolo, liberamente, critiche e desideri personali e collettivi. Nei Rav e nelle Scuole, perfino nella sede "sacrale" dell'Accademia di Modena, l'Istituzione si mette coraggiosamente in discussione, guarda al suo interno. Con una caratteristica su cui vale la pena dì riflettere: queJ confronto non è soltanto fra livel li gerarchici differenti, ma anche fra generazioni, tra concezioni ed esperienze complessivamente diverse della vita, tra padri e figli. Anche per questo vale la pena di seguire nel volume la interessante riflessione dello psichiatra Paolo Crepet. Sappiamo ben poco dei giovani - osserva lo studioso - anche se sembrano essere diventati la nostra preoccupazione principale. La società degli adulti, in realtà, è più che mai distratta. Uno dei luoghi çli confronto e di acquisizione di informazioni, perché no, potrebbe essere I' istituzione militare, sia nella forma residuale della leva che, verrebbe da aggiungere, in quella sempre più consistente del volontariato. Tra l'al tro, anziché demonizzarle, in questa azione andrebbero utilizzate Je forme tipiche di comunicazione del mondo giovanile, a cominciare suggerisce Crepet - dai videogiochi. ·
..
,
... '.J •; .
~
«Se !>Ì ch icd l·s~e ad un harnbino di \ l'l·oncla o ter,:a elemcntan· cli d i~c::narc cki soldati, lT<'clo che lo farebhc ::uardanclo a cki ,oldat i dic ~ah ano. che 11rotc~::0110» (Fu rio Colom ho/ I Foto: Tc n. (; ino Ve nuti - ( ;iui:no 19 1:-J
A che punto siamo di questo necessario cammino di conoscenza e scambio? I messaggi fondamentali sono indubbiame nte passati . La società italiana, e con essa le giovani generazioni, hanno onn ai preso atto de i profondi cambiamenti del mondo militare. Abbiamo già citato num erosi e autorevoli testimonial. Riassume in questo modo un esperto come Furio Colombo, alle prese con l' ipotetico progetto d i una campagna di comun icazione del l'Esercito: «Cercherei di rafforzare un 'immag ine che esiste già nella gente f.. .]: i militari, nel inondo di oggi, sono uno dei f attori "buoni" della vita sociale internazionale». Ecl ancora: «Siamo ormai abituati a vedere i soldati sempre dalla parte della gente che soffre: perché c'è stato un cataclisma, la tragedia somala, la Bosnia, o p erché c 'è da salvare qualcuno in condizioni spaventose. Ecco, se si chiedesse ad un bambino di seconda o terza elementare di disegnare dei soldati, credo che lo farebbe guardando a dei soldati che salvano, che p 1vteggono» . Percezione del 1994, ma coincidente in maniera perfetta con l'auto-percezione di oggi: «L'onore militare odierno risiede ancora nella protezione dei deboli, ,na non necessaricunente appartenenti al proprio Stato o al proprio schieram.ellto e spesso nemmeno alla propria religione: semplicemente all'umanità. [... ] Consiste nella consapevolezza di rappresentare, proprio perché vestiti in rnaniera un(lonne, una testimonianza del diritto internazionale della civiltà, sen-;,(I alcuna concessione alla barbarie». • Bibliogrqfia AA.VV. . Mutamenti storico-sociali e attualità dei V(l fori, atti della tavola rotonda, supplemento di Rivista Militare, n. 4/99. Bobbio. Matteucc i. Pasquino (diretto da), Dizionario di Politica , Tea, Mi lano. 1991. Colombo Furio, '·[ militari: uno dei fattori 'buoni ' della rea ltà moderna", Rivisto Militare , n. 5/94. De Masi Domenico. intervista filmata, nella tavola rotonda "Mutamenti storico-sociali e attualità dei valori'', Civitavecchia, 1999. Ferrarotti Franco, ·'Esercito e società", Rivista Militare, n. 5/98. Foa Vittorio, "Rinnovamento nella tradizione'', Rivista Militare, n. 3/96. Galli della Loggia Erne 10, ·'Fatti ed opinioni", Rivis1a Militare. n. 6/95 . Galli no Luciano. Dizionario di Sociologia, Tea, Milano, l 993. Magris Claudio. '·Riscoprire l'Esercito", Rivista Militare, n. 2/98. Mattelarl Armand, La co1111111icazione mondo, il Saggiatore, Milano,
1997. Panebianco Angelo. "Difesa e sicurezza' ', Rivista Militare, n. 5/97. Rusconi Gian Enrico, Possiamo fare a meno di una religione civile?. Editori Laterza. Roma-Bari , 1999. Russo Flavio, voce ''Onore", in: AA.VV. , op. cit. Scoppo la Pietro. " Politica e Di fesa'·, Rivista M ilitare, n. 2/95. Viroli Maurizio, Per amore della Patria. Editori Laterza, Roma-Bari, 1995.
I giovani fra metropoli e comunicazione pubblica di
Massimo Canevacci
1. Controcultura esi di ques. to saggio è che i.I concetto di controcultura - così come è nato verso la fine degli mmi Sessanta - muore all'inizio degli anni Ottanta. f1 prefisso "contro" attestava la dimensione di opposizione che le nuove culture giovanili indirizzavano verso la cultura dominante o egemone. Essere contro significava che, piima di poter parlare di cultura, si doveva essere oppositivi. Il prefisso non era casuale: esso sottol1neava anche lessicalmente un prima che informava tutto il dopo. Da qui un doppio senso del tennine: • da un lato, era possibile produ1Te cultura solo se ci si dichiarava preventivamente e pubblicamente contro; era cioè necessario schierarsi contro non solo valori e stili di vita, ma anche contro la cultura intellettuale al potere (filosofia, religione, arte); . • dall'altro, questo iniziale contro non era più sufficiente e spingeva verso un per: ovvero verso progettualità affern1ative, pratiche, quotidiane di ripensare la cultura in tennini di totale e radicale differenza. Dentro il concetto di controcultura si transita, quindi, da una radicale opposizione contro qualcosa di dominante a progetti per qualcosa di totalmente altro. Contro la cultura del potere e per le culture della rivolta, per la trasformazione del mondo, per accendere un processo 1ivoluzionario non tanto nella struttura socio-economica, quanto e soprattutto nel!' intreccio tra nuovi modi di sentire e riorganizzare la vita quotidiana. Le controculture si caratterizzano per un approccio contrario all'ortodossia marxista, egemone non solo nell'Urss o nei partiti all'epoca "fratelli", ma anche contro i gruppi rivoluzionari all ' epoca nascenti (partitini); per i soggetti controculturali, non era la struttura economica a determinare l'essere o la coscienza, ma era possibile, pur nelle condizioni tardo-capitaliste, saltare direttamente tra esperienze individuali o sovrastrutturali per accendere liberazioni possibili. Praticamente questo significava svalutare i conflitti sociali (ì conflitti di classe su salario, qualifiche, orario cli lavoro), elim inare ogni ricerca ìdeologica sulle istituzioni (Stato, governo, sindacati), rifiutare l' organizzazione scientifica della politica (il partito come macchina per la presa del potere). E, al contrarìo, si accentuava la dimensione individuale, in genere trascurata da quasi tutta la sinistra a favore di quella coJlettiva, di classe o cli massa.
T
«Era possibile produr re cultu ra solo se ci si dichia ra\'a p rcvcn lirnmcntc e J>Ubblicamente "contro",, [Foto: Storia dei l(iorni nostri - .. Pa norama'', l..J.2.1988]
Uno storicn esempio di opposizione alla rnlturn horghcsl' I Illustrazione: Frères Lcsneur - "Citoycns chantant la
l\ larseillaise" - Parigi. i\luséc Carnavaletl
Come detto, queste culture giovanili sono contro "la" cultura al potere - quell a cultura borghese erede dell 'Illuminismo - che tende a rovesciarsi in ideologia: ovvero come fal sa coscienza storicamente necessa1ia che cerca di affermare la sua parzial ità come universale. La cultura borghese si trasforma in ideologia proprio in questo movimento "segreto", messo in atto in particolare dagli intellettuali: trasfigurare valori , istituzioni e fil osofie da parziali (di classe, sesso, generazione, etnicità) a generali (dell' intera umanità). Compito degli intellettuali è quello di far passare come appa,tenenti alla "natura-delle-cose" o al "genereumano" interessi che viceversa sono parziali: di una borghesia maschi le, adulta e bianca. Per cui la funzione dell ' Università si è caratterizzata come addestramento al ruolo, come pedagogia a 1iproduITe questa cultura trasformata in ideologia e in ideologi. Tutto questo modello non funziona oggi. Un processo irresistibile, cul minato negl i anni Novanta, ha dissolto ogni possibilità di una cultura dominante. La classica dicotomia cultura egemon ica-culture subalterne si è esaurita definitivamente. F rutto culturalista della dialettica novecentesca, tale dicotomia affonda come un Titanic con la fine cli ogni cul tura - anche dominante - a presentarsi come universale, a trasfigurarsi in ideologia. Nello stesso tempo, le culture giovanili più innovative sono disi nteressate a contrastare i fantasmi sopravvissuti alla catastrofe di ogni egemonia culturale. Tali culture non sono più contro: né contro una cultura domjnante, che per l' appunto non esiste più e che comunque si è d issipata in una serie policentrica di poteri tra loro in competizione; né a favore di una cul tura contro, in quanto nulla è più auspicabile o immaginabile che una cultura di opposizione rivoluzionaria. Non esiste più una controcultura perché è morta la pol itica come utopia che trasforma il mondo impegnando il futuro prossimo. Non c' è più con-
trocultura perché non c'è più il contro. La fine dell'egemonia, la fine del]' ideologia e la fine della pol itica hanno prosciugato il contro.
2. Subcultura Anche il concetto di subcultura si è esaurito. A differenza della controcultura, che ha una matrice più politico-alternativa, esso è legato a doppia mandata al classico concetto antropologico di cultura. E, per questo, attesta la spinta a inglobare e a unificare - nel suo "complesso insieme" - modelli , credenze, valori secondo modelli unitari. La subcultura - come il suo concetto-matrice "cultura" - seleziona l' omogeneo contro l'eterogeneo, l'uniforme contro il franu11entarìo, il si ngolare contro il plurale, lo statico contro il fluido, l'olistico contro il parziale, le co.nnessioni contro le disgiunzioni, l' identità contro le differenze. Nonostante tentativi di distinguere e di precisare da parte delle diverse e anche opposte scuole etno-antropologiche, ogni concetto di cu ltura è finito su posizioni generaliste e omogeneizzanti. Tale ossessione scientista derivava dal voler dare anche alla cultura lo stesso criterio di oggettività (e di "serietà") epistemologica assegnato alla natura da biologi, zoologi, fisici, ecc .. Vi è, altresì, una stretta simmetria tra un concetto di cultura espresso in modo globalistico-uniforme e uno dei suoi più infelici esiti: quel "carattere nazionale" che, purtroppo, continua a sopravvivere anche al cli fuori dell 'ambito strettamente antropologico ("gli italiani" ... "i tedeschi" ... ). Il carattere nazionale com.e subcultura. Si parte clall' esistenza del carattere nazionale de "la" cultura italiana - a sua volta subcultura della cultura europea, occidentale, complessa - da cui nascerebbero varie altre subculture (romana, giovanile, femminile, operaia, studentesca). Insomma, la subcultura è una classe minore interna a una maggiore un sottogruppo non solo sociale ma anche territoriale, sessuale, religio-
«Il concetto cli controcultura - così come è nato vcr~o la fine degli anni ' 60 - muore all' inizio degli anni '80» [Foto: Gianni Barengo Gardin "(;iuseppe Cngaretti a Venezia", 1968)
«Rispetto alle culture giovanili, una subcultura[ ... ] può essere anche una cultura pacifica la, ohlinata, mistica» )Foto: "La lkpuhblica", 1986]
so, etnico, generazionale, deviante ecc. - che a sua volta può essere un'altra classe per un altro ordi ne ancora minore. Per questo l'idea cl i subcultura ered ita tutti i limiti ciel più generale concetto cli cultura, di cui è parte integrante. Non vi è, quindi, un senso dispregiativo nel tennine cli subcultura, concentrato nel prefisso "sub": esso non sta a indicare qualcosa che sta "sotto" e cli conseguenza è inferiore rispetto a qualcos'altro che sta "sopra". Nell'uso del termi ne permane l'istanza scientista di individuare e anzi di selezionare una fetta comportamentale caratterizzata da avere stil i, ideologie, valori omogenei. Si selezionano questi tratti culturali visti come identici per ciascuno strato e li si privilegiano rispetto a una serie di altri tratti che li renderebbero differenti. La storia dell' antropologia si è affermata non solo nel privilegiare le (presunte) uniformità, quanto nella ~ distruzione sistematica e "oggettiva" ~ delle differenze. Le differenze devono ~ essere spianate per far scorrere il carro trionfante e scientista de "la" cu ltura. Per contrastare il pericolo delle differenze viste come disordine, l' antropologia (come la filosofia, la psicologia, la sociologia, l' architettura) si è strutturata come apologia e difesa dell'identità. Ma, . lungo i fl ussi mobi li delle culture giovanili contemporanee plurali, frammentarie, disgiuntive - le identità non sono più unitarie, ugualitarie, compatte, legate a un sistema produttivo di tipo inclustrialista, a uno riproduttivo cli tipo familista, a uno sessuale di tipo sessista, a uno razziale cli tipo purista, a uno generazionale cli tipo biologista. Quindi , rispetto alle culture g iovanili, una subcu ltura non è per sua natura una controcultura, perché può essere anche una cultura pacificata, ordinata, mistica, ecc .. Per questo è importante distinguere i due concetti che non coincidono o che comunque possono non coincidere. In ogni caso, una cultura è sub non perché considerata inferiore. Il prefisso sub indica piuttosto un concetto che aspira a una maggiore neutra-
lità scientifica. Questo secondo prefisso, quindi, "fissa" (prefissa) ogni segmento cli cul tura ali ' interno di una cultura più vasta. Non vi è più una categoria generale che possa inglobarne una particolare lungo segmenti omogenei (il carattere nazionale). Per questo sono morte le subculture. Non c'è più (se pur ci sarà mai .stato) un "sopra", ma un attraverso - anzi, molti "attraversi" : attraversare i segmenti, le parzialità, i frammenti dell'io e dell' altro. Transitare tra gli " ii" e gli altri. Specie per le pluralità degli universi giovanili che non sono rincbiuclibili dentro le gabbie delle subculture. Sono pluri -versi. Il successo anglosassone del termine subcultura si deve a una lettura (per certi versi persino provvidenziale) sempre di Gramsci. Purtuttavia, se era già difficile definire il movimento punk fine anni Settanta come un' espressione sottoculturale [Hebdige; 1983], ora la morte del carattere nazionale - che ordinava una scala gerarchica piramidale eia una punta egemonica fino a una base subalterna, sui cui dislivelli si ordinavano queste "culture-sotto" - trascina con sé anche la morte delle subculture. Un hacker o chi fa musica techno o un raver si m uove attraverso e contro qualsiasi distinzione geopolitica nazionale e qualsiasì defi nizione subculturale si presenta come inadeguata e antiquata, persi no un po' ridicola.
3. Media-culture
,,I media (dischi. radio. dnc111aJ producono un nuovo tipo di scnsihilità e sessualità, moda e stili di vita» [Foto: Cn innovatore degli anni ' 30, Dukc F.llington]
Se, come visto, si sono dissolte le nozioni di controcultura e di subcultura, la categoria di giovane - al contrario - si estende senza tempo [Canevacci, 19931. Le tradizionali distinzioni per classi di età si aprono, l'idea di giovane si di lata. In termini sociologici, la classe di età detta "giovane" è recente. Nasce grosso modo negl i anni Cinquanta, con un significato totalmente diverso da quello precedente: un significato discontinuo legato a contesti discontinui. Il giovane o teen-ager si afferma prepotentemente nella comunicazione metropolitana e medi atica dell' Occidente in partìcolare attraverso la sua visibilità musicale e filmica. Tutte le premesse sono anticipate già il 23 ottobre 1927 quando nasce il cinema sonoro con The Jazz Singer, di~etto da Alan Crossland, «un film muto con alcuni inserti parlati o cantati» [Sadoul, 1964, p. 309]. U na sua pur breve analisi può forn ire elementi preziosi per l'ipotesi di questo saggio. Per chi non lo ricordasse, Al Jolson - famosissimo cantante all'epoca non più giovane - recita la parte di un figlio che decide di fare il cantante contro la volontà patriarcale del padre, che vede come immorale e degenerato il mondo del jazz rispetto alla musica detta "classica". La madre - debole e malata - non riesce ad opporsi al marito ed è costretta a subire la cacciata di casa del figlio. Dopo alterne
,,JI la- oro è una sorta di rito di passaggio che separa dolorosamente il giurnnc dall'adulto. L n rito s cnrn mito» !Copertina de .. L.E,1wcsso··. n. 39/ 1976)
vicende, Al diventa un celebre cantante ma, per non farsi ric.;onoscere, si tinge la faccia di e da nero, da black. Per il dolore, la madre si ammala sempre più e il padre si chiude nella sua cieca condanna al potere nascente dei media. È così che Al incide uno dei primi grandi successi mondiali della musica leggera: Marnie. «How I love you, how I love you my little rnamìe». Durante il concerto finale, tutta l' élite della ciuà co1Te ad ascoltarlo per decretarne il trionfo a teatro, mentre la radio ne prolunga il messagg io negli Stati Uniti (e il ci nema dovunque). La madre muore di crepacuore, il figlio piange cantando come star dei nuovi media, il padre si dispera in quanto troppo retrò: tutto il mondo si commuove per la morte della madre, condanna l'eccessiva rigidezza del padre e ancora più gioisce per aver potuto ascoltare e, insie- me, vedere per la prima volta un cantante jazz, frutto dell'innesto tra fonografo e cinema. In tal modo si precisa il concetto di democrazia visuale (e di quella che verrà chiamata industria culturale): lo spettatore è sollecitato a identificarsi col figlio innovatore e contro il padre auto1itrui o e passatista. Ovvero per il cinema sonoro e i nuovi media, contro la musica trad izionale pre e anti-media. Il personaggio del cantante Al Jolson è fondamentale non solo per il cinema sonoro, ma perché tale nuovo medium presenta l'ascesa e la legittimazione ciel jazz . (o meglio di un jazz bianco camuffato da black) come cultura di massa espresso dalla generazione dei figli contro quella dei padri. Anche se visivamente, Al tutto è tranne che giovane (almeno secondo quello che poco dopo sarà il modello "teen"), egli prefigura il nesso fondamentale tra autonomia delle culture giovanili nelle metropoli, a cesa irresistibile dei media, dilatazione ciel consumo (= immorale) contro la produzione(= morale), conflitto coi padri autoritari e perdenti . È tale nesso, reso ancor più conflittuale in termini generazionali dal contesto del dopoguerra, che produrrà l'ascesa delle culture giovanili come subculture, come controcultur~ e come media-culture: le culture espresse e veicolate dai mass-media nascenti che avranno come principali soggetti di consumo per l'appunto i g iovani. Un ulteriore elemento innovativo caratterizzerà " i giovani" come tratto decisivo della contemporaneità: la scuola di massa. I giovani prima esistevano poco come classe di età in quanto si transitava direttamente dal!' adolescenza (i ntesa molto elasticamente) al lavoro. Anzi, come è ampiamente noto, sia il lavoro agricolo che (ancor peggio) il lavoro industriale assorbirono subito fin dalla più tenera adolescenza i fi gli delle classi popolari; e allora il "giovine" poteva essere l'aristocratico esentato dal lavoro o, successivamente, il tiglio del borghese educato per il lavoro.
«La società dei consumi è uno spettacolo indc:;:!}o: anzi è la "società dello spettacolo"» [I .e foto : F.sihizionc puhhlica di Anita Ekberg e uno "scatto" metropolitano di Enw Ragazzini da ·'Skcma·•, dicembre 19741
Allora: la scuola di massa separa un segmento interclassista della popolazione dalla famiglia e dalla produzione; i media (dischi, radio, cinema) producono un nuovo tipo di sensibilità e sessualità, moda e stile di vita, valori e conflitti; la metropoli si diffonde come scenaiio panoramico ripieno di segni e di sogni. L'intreccio disordinato e intrigante tra questi tre fattori costituisce il terreno autonomo, innovativo, contlìttuale dentro il quale si costruisce la categmia sociologica del "giovane". I giovani come classe di età autonoma della modernità nascono tra i fili che li legano alla scuo]a di massa, ai mass-media, alla metropoli . Scuola, media e rnetropoli sono i tre assi portanti per la costituzione moderna del giovane come categoria sociale. Da questo intreccio si configura dagli anni Cinquanta in poi il fenomeno della cultura giovanile che oscilla tra subcultura e controcultura, tra integrazione e conflitto. Il giovane è un teen-ageer che entra nella scuola e può arrivare all'università, oppure si "iscrive" al mondo degli adulti entrando nel mondo del lavoro. Il lavoro è una sorta di rito di passaggio che separa dolorosamente il giovane dall 'adulto. Un rito senza mito. Non c'è più una storia narrata per sottolineare in modo evocativo il mutamento definitivo. Il lavoro come lavoro salariato si presenta come una cesura netta dalla quale non si ritorna indietro. È un passaggio unidirezionale e irreversibile. Esso assume la forma unta e deprimente del posto fisso (nello Stato, nei Comuni, nel pubblico) o del lavoro in fabbrica sfruttato, alienato ma vivo, da cui tentare con tutti i modi di liberarsi. Ma prima di diventare adulto, entrando nel mondo serio e irreversibile del lavoro, il giovane è tale perché consuma. E per la prima volta i consumi giovanili acquisiscono un ruolo centrale che si allarga concentricamente all'intera società. Il f?iovane consurna - l'adulto produce. Il termine sociologico per eccellenza che nasce da questo contesto è, non casualmente, la società dei conswni. Nell' idea di società dei consumi vi è come un OITore politico-concettuale, una aporia del bene e una inflazione del male, uno scandalo del)' etica sia rivoluzionaria che conservatrice. La società non può che essere del lavoro. Del conflitto tra le classi. Dell'arte scientifica deJla politica e del partito come sua espressione più alta per la presa del potere. Nell'emergere disordinato e scomposto dalla società dei consumi tutti gli sguardi convergono verso una condanna senza appello: edonismo, narcisismo, lassismo, superficialismo. La produzione salva l' aiùma; il consumo la danna. La produzione è l'angelo che abbandona le macerie dell'esistenza e che le riscatta. Il consumo è l'angelo decaduto che sprofonda nella dannazione del piacere, /del vistoso, del superfluo. Nella produzione il soggetto è di classe, nel consumo l'individuo è di massa. Nella prima è alienato e rivoluzionario, nel secondo è omologato e pacificato. La condanna del consumo unifica punti di vista divergenti e opposti : per il marxismo, il consumo è il momento finale del processo di accumulazione capitalistica ed è determinato dalla produzione. Per cui il conflitto di classe nasce e si risolve dentro la produzione: dalle fabbriche allo Stato. Su tali premesse si incrostano pregiudizi di tipo etico sul
«l'\on parliamo del fascismo e delle sue etiche guerriere da legiouario romano,, [Illustrazione: :\lolti i simholi che il regime mnluìi da!!l i eserciti d i Roma I
consumo come superfluo: nel marxismo dominante emergono solo modelli austeri e disciplinati di spartani e di spartacbi. Lo stesso viene affermato dall'etica protestante, che vede nel successo economico un barlume mondano mai acquisito per sempre della salvezza eterna. Il consumo è dissipazione e soprattutto dannazione. Non ne parliamo del fascismo e delle sue etiche gueITiere da legionario romano, nonché del suo odio viscerale per tutto quello che viene dalle plutocrazie anglo- . americane. Ebbene, per la prima volta nella storia dell'umanità in modo così netto e radicale, i giovani provenienti da ogni classe (borghese, operaia e popolare) sono emancipati dalla produzione agricola o industriale e si possono gettare nel consumo. Dal punto di vista del soggetto politico (e adulto) produttore di ricchezza (o di coscienza di classe) il giovane non solo non lavora, ma consuma anche! Da qui i risentimenti ... E allora la critica alla società dei consumi coinvolge e travolge ogni ideologia, eleva lo sdegno, fa sentire buoni e sofferenti. Soprattutto condanna. La società dei consumi è uno spettacolo indegno: anzi, è la società dello .spettacolo. Purtroppo i media erano molto più avanti dei loro critici. Già le esposizioni universali - come Benjamin vi'de per primo - elevavano le merci a comunicazione, raddoppiando i cont1itti: oltre al valore in senso economico, esse, una volta "intronate" come fantasmagoria universale, producevano valori come stili, visioni, schemi di comportamento. Fin dalla metà dell'Ottocento per il capitale il cont1itto non era solo nella produzione, ma anche nel consumo; e i nuovi luogh i del consumo si trasfigurano in spettacolo alla conquista delle coscienze. È Parigi la capitale del XX secolo - ovvero una metropoli vista come grande merce luminosa e numinosa - non le sue fabbriche. I suoi viali politico-militari, le caricature animiste di Granclville o le prostitute «che sono 1nerce e sono sogno» . Ed è Parigi, per Walter Benjamin L19861,
«Di fatto nel '(,8 ha ,·into la "polilica'' e continua a dnn•rc lino al '77. quando si lacera definitivamente» fllluslrazionl': Ro .\larcenaro "Panorama". t.t.2.1988 1
che va liberata (o redenta) dai suoi feticci, non il Credit fmnwbiliére , la Citroen o la Gaumont. La merce moltiplicata come spettacolo, come visione - la merce visuale - ha un potere dissolvente pari o superiore a quello delle merci "materiali" tradizionali di tipo industriale. Nella prima metà degli anni Cinquanta escono alcuni film esemplificativi proprio di questo conflitto più avanzato. In Italia una traduzione traditrice e censoria trasforma il titolo del film Rebels withoul a Cause di N icholas Ray fl 954] in Gioventù bruciata. Ray riprende il tema che aveva lasciato Al Jolson nel '27: l' ipocrisia e la corruzione interiore della generazione dei padri , contro cui si scaglia la generazione dei figl i senza una causa chiara, ma con una tensione pulita e rigeneratrice. Vi è una sequenza decisiva del conflitto tra genitori e figli. Madre, padre e fon stanno sulla scala interna di casa. Jim - che vuole andare alla polizia per la morte del suo compagno di scuola - dice: «Papà, non l'hai detto tu che bisogna dire sempre la verità? Non hai detto così.? (il padre tace). Non puoi rùnangiartelo adesso, non puoi!» - La madre: «Non dice questo, dice che non puoi fare il volontario» - Jim: «Cioè cli dire una piccola bugia» - Il padre (puntando l' indice contro il figlio in modo aggressivo): <<lmparerai!» - fon (anche lui alza l'indice, ma con ferma delicatezza): «No, io non voglio imparare a vivere in questo modo». Il titolo complesso di Nicholas Ray si trasfonna in Italia in una aprioristica condanna della gioventù che si è bruciata da se stessa come un mozzicone di sigaretta, un ardere breve e intenso eia buttare subito via come un 1ifiuto. Gioventù rifiutata. fon , che pur vive in una classe media e bianca (wasp) non vuole imparare la ripetizione delle regole nella morale e nell'università. O nel cinema ... L'anno dopo il regista Richard Brooks gira The Blackboard .lungle ( ll seme della violenza) dove la ribellione giovanile esplode nelle scuole-ghetto, dove anche lì non si vuole imparare lo stesso modello del sapere. Non si vuol ripetere la stessa musica.
«Fi ne del ]a \'Oro : uno ckgli clemen ti ch e stanno mod ifi rnndo comportamenti in appare nz.a t·on,olidati e dati come ··naturali.. » llllu,trazione: Honoré Da umin - Litogrnlia. 18851
«Il professore, interpretato da Glenn Ford, cerca di trovare un varco comunicativo po1tando ai ragazzi i suoi dischi di jazz, simbolo dell'in-tellettuale bianco progressista. I ragazzi fanno a pc7,zi la raccolta e mettono sul piatto Rock Around the CLock» [Colombo. 1993, p. 731, Alla visione metropolitana classica che vede la giungla nella città o nella lavagna scolastica, in una scuola-ghetto degradata socialmente, corrisponde la traduzione di un "seme" quasi biblico che genera violenza e caos. Di fatto, nonostante l'an-etratezza traditrice degli apparati traduttivi del cinema nazionale, il conflitto passa dal jazz al rock. Solo che non ci saranno più invocazioni alle madri. È intorno alle anarchie elettriche e alle scomposizioni corporali emesse dal rock che stanno nascendo le culture giovanili. Emergono per prime con chiarezza e con durezza negl i Stati Uniti perché lì nasce l' industria. culturale. E perché lì ci sono le metropoli. Il processo storico-polit.ico che va dagli anni Cinquanta alla fine dei Settanta è noto e non vuole essere ricostruito qui. È solo necessario sottolineare che durante quel periodo si afferma in modo sotti le, decentrato, info rmale e implicito una so1ta di galassia giovanile transnazionale che segue con passione e competenza quanto accade di nuovo nei vari laboratori giovanili. Normalmente i codici adulti di scienziati social i o sindacalisti vedono in ciò solo im itazione, omologazione, subordinazione: di fatto sta emergendo qualcosa di più complesso e disordinato. Si diffonde un articolato processo di traduzioni legittime, di adattamenti locali - un locai knowfedge, per parafrasare un approccio della nuova antropologia - di tim ide ibridizzaziqni , di scambi asimmetrici, di viaggi incerti, di ansie oscure e vitali. Politica, cinema e musica si intrecciano in un modo inest1icabile quanto troppo spesso rimosso o considerato secondario (sovrastrutturale) rispetto alla riv incita della tradizione socio-economica. Si potrebbe leggere il conflitto degli anni Sessanta non solo come il conflitto esterno che tutti conosciamo quanto anche un confl itto interno, tra i tanti soggetti che partecipano al movi mento, tra il potere "classico" della politica - la sua organizzazione "scientifica", la sua resurrezione in partiti e partitini, la sua centralità nella classe e nel salario, la sua anestesia nel centralismo democratico - e le nuove forme metropol itane ciel sentire. Di fatto, nel '68 ha vinto la "politica" e continua a vincere fino al '77,
quando si lacera definitivamente tra chi (come il "partito armato") vede in Aldo Moro un simbolo e un attacco al cuore dello Stato, e chi devìa dalla militanza e gioca coi segni, tra chi sta nel partito e nelle sue varie rifondazioni, e chi gira nelle metropoli e nelle sue mutazioni. Tra chi si fissa nella società e chi sì muove nella comunicazione. Dopo il ' 77 non sarà più possibile la politica, almeno la politica coniugata coi movimenti. Potrà conti nuare solo "La Politica", quella dei partiti e delle istituzioni. Le culture giovanili, liberatesi da tale politica, si possono finalmen te dispiegare nei fl ussi disordinati e polifonici della comunicazione metropol itana e dei panorami mediatici. Gli an ni Ottanta, invece di continuare ad essere percepiti come gli anni bu i dello yuppismo, affermano un processo creativamente disgregatore visto come normalizzazione solo perché conti nuano ad essere usate le tradizionali categorie della sociologia politica: ormai del tutto inadeguate a saper leggere e ancor più contribuire alla trasfonnazione della cosiddetta "società". Di una società sempre più sottile. ·
4. I giovani "sterminati" In tale contesto - caratterizzato da culture frammentarie, ibride e transculturali, consumi panoramatici, comunicazioni mass-mediali - si afferma una dilatazione del concetto di giovane, scardinando le categorie che fissavano precise classi di età e chiari passaggi generazionali. È un passaggio intricato e decisivo che si cercherà di delineare qui di seguito a partire dalla seguente proposizione: i giovani sono sterminati. Ciò non va inteso - ovviamente - nel senso che sono elimi nati, ma al contrario: nel senso che i giovani non sono terminati. Che possono non terminarsi. Ogni giovane - o meglio - ogni essere umano, ogni individuo, può percepire la propria condizione di giovane come non terminata e persino come non terminabile. Per questo si assiste ad un insieme di atteggiamenti che caratterizzano in modo assolutamente unico la nostra era di fine secolo: le dilatazioni giovanili. Il dilatarsi del!' auto-percezione in guanto giovane senza precisi o oggettivi limiti di «lJna nuo,·a era della storia nella quale gli esseri umani saranno liberati d;illa fatica fisica e dalla ripetizione compulsiva di gesti automatici» (.Jeremy Rifkin} [Illustrazione: "li libro fra impresa e cultura" Presidenza del Consiglio dei Ministri. 19881
«l.·irruzionc delle nu o,c tcrnolo~ic si co1111>enNra non solo nl'Ì 1>roccssi produttivi , ma andH• nelle arlirnlazion i rnrporal i,. IFnln: .. Rap C-amp ·,,8.. 1
età dissolve le tradizionali barriere tan to sociologiche quanto biologiche. Muoiono le classi di età, muore il lavoro, muore il corpo naturale, crolla la demografia. Si moltiplicano le identità mobi li e nomadiche. E nasce l' antropologia della gioventù ... • Fine delle classi di età: qucst.a categoria, che una volta fi ssava una generazione rispetto alle altre, è stata prc-pensionata. Essa tentava cli omogeneizzare ritualmente o statisticamente quel processo fluido del passaggio generazionale da adolescente ad adulto, di dare una identità il più poss ibile leggibile e comprensibile al ricambio generazionale, di esercitare quel controllo sociale su1ciclo della natura o, per megl io dire, su una natura ridotta a ciclo, a eterno ritorno ; eia qui quell'ossessione filosofica e demografica del controllo, quella fil osofia demografica che esercita la presa su e contro il nuovo che avanza. Ridurre l' età a ciclo. Il g iovane a tasso demografico. La natura a riepi logo. Questajìlosofia adulta del dominio è saltata. Elemento caratterizzante la contemporaneità è l'estrema incertezza, imprecisione, labi lità nel definire la percezione ciel sé o dell'altro sulJ"essere "giovane". Il passaggio dalla gioventù al mondo degli adulti è diventato qualcosa cli indeciso, una sorta di zona grigia e lenta che si può attraversare o dilazionare da parte del soggetto. Le spinte a questa di latazione giovani le sono moltepl ici. Come il sé: il multiple se{f • Fine del lavoro: uno degli ele menti che maggiormente stanno modi ficando alla radice comportamenti in apparenza consolidati e dati come "naturali" riguardano proprio il lavoro. Dice Jeremy Rifkin: «L'idea di una società che non si fondi sul lavo,v è talmente aliena da qualsiasi no;,ione sulle modalità di organi-;,zazione di grandi masse di individui in un agglomerato sociale da costringerci ad affrontare la scomoda prospettiva di dover ripensare integrnlmeme le basi stesse del contratto sociale» [1995, p. 37]. Ma è proprio questo che sta accadendo: una «transizione dal lavoro umano al suo su1Togato meccanico-elettronico» Lp. 27]. Essa potrebbe annunciare uno scenar io di «1111 nwndo senza lavoro che segne rà l 'inizio di una nuova era della storia nella quale gli esseri 11rnwzi saranno liberati, nel lungo periodo, dalla fatica .fisica e dalla riperizione compulsiva di gesti automatici» [p. 37). La mutazione antropolog ica dell a liberazione dal lavoro (quello ripetitivo, alienato, fi sso) può permettere la diffusione decentrata e differenziata di un lavoro altro (creativo, individuale, temporaneo) . Tra le tante cose che questa mutazione lavorativa implica, vi sono strettissime con nessioni con una inedita condizione giovani le. Nella loro ulte1iore frammentazione interna (a causa di una debole connessione con settori forti dell a produzione, come una volta quello agricolo, industriale, terziario), i g iovani presenti- futmi, trovandosi in un mondo senza lavoratori, al lu ngano la loro condizione cli non-più-adolescenti e non-ancoraadulti. Questo rilo di passaggio si dilata senza tempo. E senza passaggi. Cioè, non esiste piì:1 quel tempo storico come momento certo in cui s i passa di status: questo tempo si pluralizza e si allunga senza limiti che non siano le auto-percezioni. Voglio dire che è controllata la delimitazione chiara e fissa determinata dalle regole sociali oggettive o li nguistiche (teen ... ager) dell' essere giovani.
Nelle gi1nani generazioni «s i oscilla tra "complessi di Peter Pan'' e inesauribili mamm ismi» Illlustrai ionc: "Pctcr Pan·• Sludio dc la Yl ontagnc. 1992]
Non si è più giovani in modo oggettivo o collettivo, bensì transitivo. Si transita lungo una condizione variabile e indeterminabile, la si attraversa secondo modalità determinate dalle momentanee individualità del soggetto-giovane. Dalle contrattazioni tra i suoi vari, eterogenei, multipli sé. • Fine del corpo: anche per il corpo avviene qualcosa di affine al lavoro. L'irruzione delJe nuove tecnologie si compenetra non solo nei processi produttivi, ma anche nelle articolazioni corporali. Le tecnologie incorporate: le componenti naturali del coq)o - affermazione di per sé già ambigua, perché ogni tratto del corpo è sempre stato percorso tra potenti significati simbolici - sono state progressivamente sottratte alla dimensione naturalistica ottocentesca per dispiegarsi e disarticolarsi in una miriade di micro-tecnologie, micro-processori, chips che possono essere sostituite come protesi temporanee. Le antropologie di tipo filosofico a.Ha Gehlen - che ancora definivano le tecnologie come estensioni di attività corporee, continuando ad affermare una visione "umanistica" (e irrazionalista) del mondo - manifestavano come un teITore nei processi di relativa autonomizzazione delle tecnologie tradizionali. Con le nuove tecnologie tutto questo decade. Questo falso umanesimo di stampo conservatore cerca di non vedere come le tecnologie incorporate non significano estensione delle tradizionali capacità degli organi umani, ma qualcosa di più e di diverso. È un processo disgiuntivo che si è affermato e non puro evoluzionismo spostato dal terreno biologico a quello tecnologico. Sono mutazioni costitutive di corpi post-organici. 11 salto dal golem al cyborg è cli qualità, è per l'appunto disgiuntivo e
«Le tcrnologie incorporate non signilica no cstcnsionr d elle trad i:tionali capacità degli or~ani umani, ma qua lcosa di pii1 e di dh·c1·so» I Illustrazion i: Robo t e ryborg - "Scienza" Da ttil o cd. n. 4/19821
non meramente continuativo. Nel golem vi era un concentrato magicoitTazionalistico cli potere autonomizzato ciel mostro, della creatura non creata o ricreata; vi era il terrore cristiano-giudaico di vedere l'uomo come sostituirsi a elio nella creazione della vita: dalla creta alla vita. Ancora nel pur figurativamente geniale Metropolis di Fritz Lang [1925] il doppio animato è segnato dal male, da un'alleanza tra il male ciel capitalista e del maligno. Questo terrore per il doppio, per il simulacro, per il seriale arriva fino a Baudrillarcl e a Philip Dick che non riescono a cogliere la cesura netta tra golem e cyborg. Per cui si tenta di rimanere fissati sul golem come metafora dell'increato che sfida elio o la natura o la filosofia. Il doppio come golem. - concentrato di un male e di un peccato, di una hybris come infrazione suprema- dovrebbe essere deriso. Nel cyborg vi è un salto decisivo, una netta cesura rispetto a queste tracce mnestiche arcaiche che trascinavano l'artificiale nei sottenanei degli inferi, tra patti diabolici, eterne giovinezze, ricchezze smisurate. Con l'invasione dei post-corpi si sorride rileggendo il terrore demoniaco del l' uomo senz'ombra come qualcosa di diabolico: ora ci praticano membra prostetiche, circuiti impiantati, chirurgia cosmetica, alterazioni genetiche, icone neuroniche, antenne cerebrali, video-telefoni tattili. Con una biologia innestata di tecnoìogie - i neuro-chips - l'essere giovane sifa divenire. L'essere si fa mutoicle. E queste mutazioni non sono più segnate dalla sfida luciferina a dio ma, al contrario, si assiste a una radicale frattura fra i terrori del golem e i piaceri ciel cyborg. • Crollo dernogrqfico. Sulle motivazioni del crollo demografico in Occidente e in particolare in Italia si è discusso molto anche da un punto
«I proce~si di rimozione dell.1 morte del "memt'nto mori" - si sono lihCrati ,la un· opprcssi\'a presenza della morie» ff'oto: l\ larina l\ lalahotti: ·•[111a:,:o mortis" De Lurn ed. 1980 (
antropologico LHarris, 1980]. Purtuttavia queste analisi sembrano tutte essere caratterizzate dall'osservare le specificità dei "giovani" - "le giovani generazioni" - da una visione tradizionalista, legata ancora alle classi di età. Per cui si oscilla tra "complessi cli Peter Pan" e inesauribili mammismi. Ma i mutamenti in atto non stanno sotto il segno psicoanalitico del complesso - ovvero di un supposto disagio o di anormalità - bensì dentro il contesto sterminato di un giovanile "normale". Il matrimonio perde di valore, lo studio si allunga post-laurea, le case non si trovano. Una ricerca Istat-Eurostat prima definisce il giovane tra i 15 e i 24 anni (14%), subito dopo è giovane anche chi sta tra i 15 e i 29 anni di età (21 %). Ma il fenomeno mutante sfugge alle statistiche. Stare coi genitori non vuol dire vivere con loro. Avere esperienze etnografiche di tipo individuali chiarisce le differenze profonde. Basti vedere la stanza di un giovane, il suo discontinuo arredamento interno, così oppositivo a quello genitoriale. Arredare la propria stanza significa, per un giovane "sterminato", trasformare la tappezzeria - quelle orribili carte da parati con cui le madri tessono l'habitat filiale - in patchwork colorati. Il piano e piatto luogo domestico si pluralizza in uno spazio mutevole denso di applique e collage: una sorta di carta d' identità che rifiuta ogni congelamento identitario e che, al contrario, espone le tante facce-segni temporanee attraverso cui desidera costituirsi. È una costituzione individuale. Una costituzione musicalmente e visivamente sterminata. Vi sono si ngolari analogie - richiami, tensioni, dialogiche - tra il modo giovanile cli vestire se stesso e la propria stanza. Tra l' mTedamento pubblico (un vestito) e quello privato (un poster) si stabiliscono connessioni e citazioni. È un modo in cui il soggetto-giovane stabilisce moduli non solo di accettazione quanto anche cli produzione del proprio sé. Ciò che apparentemente può sembrare un'accozzaglia cli codici-massa senza significato, in realtà diventa un assemblaggio pieno cli senso per il suo ideatore/portatore e per le relazioni conoscitive con amici/che. L'Io, in tal modo, si prolunga e si distende lungo tali codici fissi nella parete e mobili nel corpo. Come visto, la distinzione dicotomica organico-inorganico si esaurisce in questi spazi stenninati. Sia la pelle che i muri sono parte integrante e interna/esterna del corpo. Sono entrambi post-organici. Per cui tutte le cose indossate sopra la pelle o attaccate su i muri - ma si potrebbe dire esattamente anche il contrario: cose attaccate sulla pelle e indossate dai muri - contribuiscono a far parte cli un nuovo senso dell' identità: un'identità mobile, fluida, che ha incorporato i tanti frammenti che - nello spazio temporaneo delle sue relazioni possi/bili col proprio sé o con l' altro - si "veste" o si "traveste" a seconda delle circostanze. Laddove lo sguardo adulto vede solo uniformità, per gl i sguardi sterminati del giovane si dilatano invece vitali differenze, piccole minuzie appassionanti, micrologiche identità. Secondo un'impostazione, ben nota quanto datata, elaborata da Cristopher Lasch - cli impostazione psico-sociologica generalista - la cosiddetta personalità narcisista emergente nella nostra società esprimerebbe una struttura caratte1iale «che ha perso interesse per il.futuro»,
«li pensiero 1lclla nostra sostituzione dcfinitha cli\'enta assolutamcn lt· insostenibile e produce knt;ath·i d i ;1bolire la \'CCch ia ia» lFolo: Ma rco Visconti, '"Skcma' ', 11.8/1970]
auspici per la crescita zero della popolazione, rifiuti della patemitàmaterni tà. E allora «il pensiero della nostra sostituzione defi.nitiva e della nostra morte diventa assolutam.ente insostenibile e produce tentativi di abolire la vecchiaia e di prolungare la vita indefinitivamente». E così conclude: «Quando gli uomini si scoprono incapaci di provare alcun interesse per quello che succederà nel mondo dopo la loro morte, vorrebbero restare eternamente giovani e per la stessa ragione non desiderano più riprodursi» [p. 234J. Riprodursi significa auto-distruggersi. Ma tale analisi è decisamente rivolta a un passato protestante-fondamentalista in ogni suo passaggio. La decadenza del fascino del futuro a favore del fluire nel presente, anzi nei presenti, reclama - anziché il costante rinvio verso un immaginario utopico - una liberazione qui ed ora. L'utopia è veramente morta nell'eterotopia. Nello stesso tempo, i processi di rimozione della morte - del meniento ,nori - si sono liberati da un' oppressiva presenza della morte (si pensi ai funerali pubblici che attraversavano le strade della mia giovinezza): da una eccedenza della morte che ha oppresso e compresso ogni disordi ne vitalista, proclamato la saggezza del lutto, espresso la vittoria della politica cadaverica. Spesso si confonde rimozione con attenuazione o liberazione da quell'eccesso di morte emanato dai simboli del dominio che paralizzavano ogni diversione o perversione. Passare dalla rimozione alla coabitazione non significa indebolire la filosofia, ma esattamente al contrario: dissolvere quei caratteri mortuari presenti in tanto pensare la filosofia e la politica della modernità. Avere un buon rapporto di vicinato possibile con la morte - contro le rimozioni ma ancora di più contro le oscurantiste apologie - non deve risignificare la presenza ossessiva della morte, ma al contrario la sua presenza possibile e decentrata. Anziché un narcisismo generalizzato e semplificatore, che bloccherebbe la relazione lo-Altro (in termini, più che pulsionali, generalisticamente psico-culturali), si sta producendo qualcosa di assolutamente inedito c!1e non vuole essere ingabbiato negli apparati concettuali del passato. E la percezione dell'essere e del sentire che è mutata: qui dentro il giovane, anziché rimuovere la motte rifiutando i fig li e l'invecchiamento, dissolve le tradizionali fasce d 'età dentro le quali era stretto nel passato e scor~fina. Questo sconfinamento dalle coazioni del passato a diventare "adulti" - termine che in genere significa normalizzarsi, femrnrsi, ripetere l'identico fino alla pensione, il fissarsi al lavoro immobile, bloccare le polifonie dell'affettività - permette di allungare la fase più mobile e creativa del sentirsi giovane: e di diventare un giovane sterminato. Questo modulo, che rimbalza negli innumerevoli codici incorporati dai diversi segmenti giovanili , affiva fino a quelle che erano le classi di età successive - rimescolandole. È il biologico separato dualisticamente dal culturale che collassa. «Sono un ragazza di 30 anni, studente alla facoltà di ingegneria aero::,paziale», scrive Marco da Roma alla rubrica "Questioni di cuore" che Natalia Aspesi tiene sul "Venerdì" de La Repubblica (30.10. I 998), straordinario indicatore di come persone diverse si auto-percepiscono come giovani: giovani senza tempo, gi.ovani sterminati. Solamente po-
«Vi sono singolar i analogie tra il mod o giornnilc di \'('Stire se stesso e la propria stanza» [Foto: Gcorgc Roscmhlatt ··Photography Annua!'", 1'>701
chi decenni fa a 30 anni c, si considei"ava uom ini maturi. O zitelle attempate (nota sul linguaggio-orrore e il politica! correct). «Sono un ragazw di 40 anni - scrive Giancarlo da Tori no nel febbraio del '93 sempre alla Aspesi, sotto il titolo Se Lui è pe1.fetto e nessuna lo vuole - dimostro meno della inia età, lavoro come tecnico, ho una laurea in psicologia, conosco le lingue, ho girato il mondo, pratico diversi sport, so ballare, piaccio. Eppure ...». Il crescendo non ha più limiti. Le distinzioni moderne sulle classi di età non funzionano più. I giovani sono senza tempo nel senso che nessuno può percepirsi come escluso da tale orizzonte generazionale. Evidentemente ci sono profonde e diversificate pressioni cultural-comunicative che spingono o, meglio, favoriscono persone normali a percepirsi ancora (per sempre?) dentro una condizione che non è più determinata - per usare una precisa parola anglosassone dalla teenage; Fine del lavoro fordista, stili di vita mobili, cure e modifiche del corpo, chirurgie estetiche, prassi estatiche, cadute demografiche, crollo delle egemonie, allungamento dell' età universitaria (borse, perfezionamenti, master, dottorati), valori decentrati, identità plurime, sollecitano individui tra loro diversi a 1imodellarsi continuamente secondo quegli standard in progress con cui ci si definisce di \_'.Olta in volta giovani .
5. Conclusione: dal "K" alla "X" Per una ricerca etnografica verso le culture giovanili, si potrebbero assumere come indicatori due lettere: la "K" e la "X". In conclusione, vorrei sostenere che la lettera "K" è un indicatore delle controculture giovanili di tipo antagonista sviluppatesi negli anni Settanta. In essa si sottolineava qualcosa di lessicalmente estraneo al patrimonio linguisti-
co nazionale e, nello stesso tempo, si addensava su tale "K" un insieme di allusività autoritruie e persino esplicitamente para-fasciste che evocavano una matrice statunitense. "K" come qualcosa di alieno che viene da fuori e che fissa questo fuori in un lessico anglosassone. Nel "K", quindi, si concentravano grappoli di significati che caratterizzavano immediatamente il concetto o la persona portatrice come qualcosa o qualcuno che esercitava il dominio. Così "Kultura" significava che la cultura - come forma libera ed espressione del sapere - si era trasformata in qualcosa di opposto: in trasmissione di valori autoritari. Oppure "Kossiga" definiva quello che sarebbe diventato Presidente della Repubblica e che allora era Ministro degli Interni come una persona che esercitava un potere poliziesco contro i movimenti giovanili di opposizione. In particolare contro il movimento del '77. In questo la "K" di Kissinger - Segretario di Stato di Nixon - e perfino dei Kennedy esercitava una potente attrazione semantica che bloccava il suo significatò in qualcosa di dominante e di tenebroso "KKK" ... Già negli anni Ottanta, a pa1tire dal movimento della Pantera, questa equiparazione "K" = doniinio si disperse. Grande fu la mia sorpresa quando le prime occupazioni di centri sociali e persino di facoltà inserissero nel loro lessico ben una doppia "K": tipo "ok.kupazioni" o "Virgilio okkupato". In modo silenzioso - ma eloquentissimo - si era assistito a uno slittamento di significato che è esemplificativo di quella transizione verso gli anni Novanta. La "K" aveva perso il suo carattere di dominio autoritario e aveva acquisito o solamente ereditato il senso deJia potenza: dal potere alla potenza. Questa la transizione semantica. E allora si produsse una lenta quanto strana catastrofe simbolica. La pura e nuda lettera "K" attestava, a livello simbolico, la volontà di riunificare il portatore di "K" - del significante "K" - a un significato più vasto inscritto, come detto, dentro l'orizzonte semantico ciel dominio. "K" come simbolo del dominio. Ora invece la "K" si desimbolizza e diventa un segno in cui significante e significato coincidono immediatamente su qualcosa di alieno e di potente. Si produce la risemantizzazione del "K". Chi. indossa il "K" è cioè qualcuno che è alieno, nel senso che è estraneo al potere della società, è fuori daJie regole dei partiti, è altro daJle istituzioni, poco controllabile e quasi inspiegabile; e nello stesso tempo è anche potente, non si lascia acquietare né dominare, ma al contrario sa esercitare la sua potenza conflittuale, sa praticare nuovi contli.tti. Chi si inscrive nel "K", quindi, è il giovane che okkupa e preokkupa. Ma tutta questa solo apparentemente innocente mutazione di senso è un indicatore denso per altre complesse mutazioni. Per esempio, anche la Pantera include uno sliltamento di significato. Essa si de-simbolizza, perde il potere afro legato alle Black Panther e diventa la coincidenza della pantera libera per la campagna romana. Il fatto che siano stati due ex "77" allora pubblicitari creativi ad inviare via fax (ed era la p1ima volta antagonista di questo mezzo) il logo della Pantera a "La Sapienza okkupata" immette un'altra innovazione sui mutamenti semiotici e anche sociologici. Due antagonisti del movimento del '77 diventati pubblìcitari inviano via fax il simbolo delle Black Panther '68 che diventa subito un logo nel\ '89.
«Tutte le cose indo.ssalc sopra la pelle contribuiscono a far parie di un nuovo Sl'nso dell'identità mobile. n u icla» !Foto: Enzo Ragazzini - ·'Skcma", n. 6/19741
Per la "X", invece, il processo è completamente diverso. Essa non appartiene in nulla ai panorami politico-comunicativi degli anni '60'80. Mai la "X" è emersa come qualcosa cli significativo durante quel trentennio, se non come cognome scelto volontariamente ignoto di Malcom, nel senso di un suo rifiuto di una paternità legata a un sistema classificatorio nella parentela di stampo bianco. La "X" come concentrato di un significato sovradeterminato comincia a emergere dentro i siti on !in.e cli Internet. In non pochi siti, specie di origine statunitense, la lettera compare come codice indicante un' infrazione eccessi va. Per altri versi, la "X" si associa al l' extra-terrestre, all'altro radicale o para-normale. Comunque, è fondamentale il navigare via Internet perché qui il lessico utilizzato in genere è quello inglese. E in questo senso, nei Paesi dove è più usuale l'uso della lingua inglese, la "X" è abbinata allo scontro, ali' irregolare, all'alieno, al porno, "X" come versus, "XXX" come luci rosse, (XL) come extra large. Come "X-file". Ma oltre a questa carica semantica di "contro" e di "proibito", la "X" cominciò ad assumere concentrati di senso: scrivendo X-S, per esempio, un pubblico avvertito capiva che ci si trovava di fronte qualcosa di eccessivo (ex-cess):E la pubblicità di un profumo uti lizzò subito queste ambigue consonanti per suggerire altrettanto ambigue atmosfere odorose. Insomma, la "X" a poco a poco è divenuta una sorta di ideogramma che, grazie al suono fo netico inglese (x=ecs), ha finito con l'incorporare e l'inscrivere il timbro sonoro e liquido dell'irregolare. Molte form~ della comunicazione giovanile oppositiva assumono la "X" come codice che salta i confini e che sta contro i confini. E in questo si trovano, per la prima volta, vicini - troppo vicini - ai lessici dei pubblicitari, dei serial, degli ipertesi e dei siti. E qui il gioco linguistico si fa duro. «Quando il duro sifa gioco, il gioco cornincia a durare», era sclitto in un graffito su qualche università okkupata dalla "Pantera", rovesciando una nota dichiarazione tratta dal manifesto politico-filmico più celebre di quegli anni (The Blues Brothers di John Lanclis, 1984). Infine la "X" diviene un enigma eia collocare prima di una generazione di cui non si sa nulla, ci si può aspettare di tutto. I giovani sono l'incognita di chi li studia e di chi li vo1Tebbe inserire nelle proprie direttive politico-comunicative. L' ultima "X" è quella forse più noiosa e prevedibile. Sarebbe stato meglio definirla (o tradurla) ex-generazione: ovvero come abbandono de] concetto di generazione, di classe di età [Coupland, 1992]. In conclusione, il transito dal "K" alla "X" attesta in modo pieno di stratificazioni complesse di significati come l'opposizione giovanile
sia passata dal conflitto politico-soci ale, proprio ciel venten nio '68-'77, che assume il " K" come concentrato cli potere o cli potenza, da smascherare o da rivendicare. " K" come domi nio del l'imperialismo o come controllo sul proprio territorio, in ogni caso come qualcosa che fo nologicamente rinvia alle forme ciel politico istituzionale o anti-istituzionale. Ai contesti plurali e mobil i dei conflitti impolitici, comun icativi, metropolitani assegnati alla "X", che incorpora attraversamenti corporali, spaziali, linguistici caratterizzati dall ' itTegolare, dall ' incontenibi le, dall ' im materiale, all 'extra come oltre e come anom1ale. Come ultra. " X" non è più l ' innomilwto, persona cui è stato rifi utato il nome o che ha rifi utato quel lo affibiatogli come marchi o dal suo padrone-schiavista nominale o battesimale. "X" è ora lo sterminato. I giovani sterminati non si possono comprendere, non sono rinchiudibili tra i luoghi dell g scrittura o della pura ricerca, ma raggirano la logica ferrea della ratio. Cercare d i attraversare lo sterminato vorrà dire, allora, accettare l' irregolare, entrare nell'incontenibile, esplicitare l'incomprensibile. •
Bibliografia Aspesi N. (1998), Questioni di cuore, II Venerdì de "La Re pubblica". Benjamin W. ( 1986), Parigi capitale del XTX secolo, Einaudi, Torino. Canevacci M. (et al.) (1993), Ragazzi senza tempo, Costa & Nolan, Genova. Colombo A (1993), Pazza idea, in: Canevacci ( 1993). Coupland D. (1992). Generazione X, Mondadori, Milano. Debord G. (1990), La società dello spettacolo, Agalev, Bologna. Feathcrstone, M . ( 1994), Cultura ciel consumo e post-modernismo, Seam, Roma. Harris M. (1993), America Now, Felt1inelli, Milano. Hebdige D. ( I 983), Sottocultura. il fa scino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova. Lasch C. ( 1981 ), La cultura del n.arcisisnio, Bompiani, M ilano. Rifkin J. ( 1997), la fine del l,avom, Baldini & CastoIdi, Milano. Roszak T. ( 1971 ), La nascita dì una contrvcultura, Feltrinelli , Milano. Sadoul G . ( 1964), Storia del cinema mondiale, Felt1inelli , Milano.
Filmografia Brooks R., The Blackboard Jungle, 1955 (tr. it. "II seme della violenza"), Usa. Crossland A., The Jazz Singer, 1927, Usa. Landis J. , The Blues Brothers, 1984, Usa. Lang F., Metropolis, l 925, Germania. Ray N., Rebels witho11t a Cause, 1955, (tr. it. "Gioventù bruciata"), Usa.
Organizzazione militare e giovani Modelli di formazione e opportunità di sviluppo organizzativo cli Giuditta Alessandrini Luciano Benaclusi
1. L'evoluzione della "mission" delle Forze Armate
«La fine dell'impero sovietico ha rollo una situazione di equilibrio che 1>erdurava da mezzo secolo aprendo una fase nuova nell'assetto mondiale» [Foto: "f ,'Histoirc'' - n. 223/1998]
er poter mettere a fuoco la situazione ciel sistema formativo dell'Esercito e i cambiamenti che lo stanno interessando e lo interesseranno nel prossimo futuro, è indispensabile fare un accenno ai recenti mutamenti avvenuti nel panorama strategico mondiale, che hanno avuto importanti conseguenze per quanto concerne la ,nission organizzativa delle Forze Armate. La fine dell'impero sovietico ha rotto t1na situazione cli equilibrio che perdurava da mezzo secolo, aprendo una fase nuova nell'assetto mondiale, che è stata descritta da mol ti come il passaggio da un mondo "bipolare" ad un mondo "multicentrico" o "multipolare" [Rosenau, 1994]. Gli equilibri strategici planetari sono mutati a tal punto da indurre gli eserciti dei Paesi occidentali a ripensare i propri scopi e la propria fu nzione d'intervento. Nel corso di pochi anni infatti sono esplose molte tensioni prima tenute a freno dalla minaccia nucleare, che hanno dato vita ad una miriade di conflitti locali con caratteristiche notevolmente diverse rispetto al passato: mentre in epoca di. "guen:a fredda" la minaccia bellica era concentrata in cletern1inate zone e tra pochi protagonisti (l'Europa centrale, il Patto di Varsavia e la Nato), adesso essa ha attenuato il proprio potenziale distruttivo in termini assoluti, ma si è fatta più rico1Tente, più "alla portata di tutti", non solo degli Stati, ma anche di gruppi etnici , mafie locali, organizzazioni terroristiche, ecc. [Battistelli, 1996]: sempre più di frequente al centro della preoccupazione della sicurezza internazionale si trovano minacce "non militari" [Moskos, 1993]. Se, da un lato, è aumentata la possibilità che nascano conflitti, dall' altro, la comunità internazionale si è mostrata più disponibile nel tentare di risolverl i. Basti pensare che la Russia/ partecipa alle operazioni di peacekeeping promosse dalla Nato, mentre l'Onu - grazie al nuovo consenso cui si è pervenuti all'interno del Consiglio di Sicurezza mostra nell ' affrontare situazioni di crisi un'intraprendenza impensabile fino a qualche anno fa. Gli eserciti dei Paesi che fanno paite della Nato - Italia compresa - si trovano perciò ad operare in un contesto meno critico che in passato, ma sicuramente più instabile. Le Forze Armate delle democrazie occidentali avanzate stanno entrando in un'era "post-moderna" [Moskos,
(1) Le 111issio11i di "peacekeepi11g'' (111a11/e11i111e11/0 tiella pace) so110 quelle 111issio11i di pace volle a garantire, ra.fforzan1e 11umte11cre ww tregua co11cordata tra le pani. Le opera:;io11i di "peace e11force111e11t'' (i111posi:;io11e della pace) sono quelle volte atl obbligare i bclligerami alfa pace, 1101ws1c111/c il loro i11/emli111e11/o di prose,::uirc le oslililà, ov1·ero c1d imporre ad 1111a parte il rispelto della sovra11ilà dell'altra, eve11t11al111e11te obbli,::cmdola ad a/Jbc111do11are i lcrritori conquistati in violazione della legc1lilrì i11temtdo11ale.
1993 l, in cui la probabilità di un conflitto ad alta intensità, che coinvolga medie e grandi potenze in uno scontro in campo aperto volto al reciproco annientamento, si sono fatte più remote, ma è aumentata la possibilità di conflitti tra potenze minori e, soprattutto, all' interno di uno stesso Paese, con il consegueme sviluppo di operazioni di terro1isrno e di gueITiglia/ant iguen-igl ia. D i conseguenza, si vanno progressivamente ampliando i compiti assegnati agli eserciti e sempre più frequente è il loro impiego in azioni di po lizia, di protezione c ivile, di peacekeeping e peace e11forcement (1 ). Ne consegue che la mission del sistema militare guadagna in "ampiezza", poiché ag li eserc iti vengono attribuite mansioni in genere ricoperte eia altre istituzioni (Polizia. Protezione civile, organizzazioni umanitarie), ma nel contempo perde in "intensità" perché, per adempiere a tutte le nuove funzioni cui sono chiamate, le Forze Armale devono 1ive:. dere alcuni aspetti dell a loro specificità mi litare. Basti pensare al coinvolgimento dei m ilitari nelle missioni umanitarie [Battis tell i, 1996]. Anche le Forze Armare italiane stanno negli ultimi anni ricoprendo mans ioni non usuali. Oltre agli impegni "inte1forze" già citati, in operaz ioni di peace enforcement (guerra del Golfo) e di peacekeeping (Somalia, Mozambico, Bosnia, Albania), negli ultimi anni !.'Esercito Ital iano ha col laborato con le Forze cli Polizia in diverse missioni interne di ordine pubblico - "Forza Paris" (in Sardegna), " Vespri Siciliani", "Riace" (in Calabria) e "Partenope" (a Napoli) - operazioni che per le loro caratte1istiche 1ichiedono alle Forze Armate nuove modalità d 'in. tervento e quindi nuove capacità professionali. Si tratta cli un genere di missioni che pongono l' Esercito Italiano (e le Forze Armate in genere) di fronte a una situazione nuova, sia dal punto cli vista nelle concrete operazioni che si svolgono, sia dal punto cli vista della definizione della prop1ia cultura organizzativa fAbravanel, 1986], e della defi nizione della propria professionalità in un senso piC1 ampio rispetto all 'essere "professionisti della violenza'· [Lasswell, 1975]. Ciò è vero soprattulto per quanto concerne le missioni di pace. Come, infatti , è stato notato, il peacekeeping è collocabile a pieno titolo tra le manifestazioni più significative della condizione post-moderna, in quanto aumenta la tensione tra certezza e ince11ezza lManiscalco, 1995J. Nella società post-moderna è infatti sempre più diffici le applicare concetti di tipo binario. 11 soldato. al contrario, è trad izionalmente dotato di una socializzazione che tende a dicotomizzare la real tà in termini amico/nem ico, bianco/nero, e di fronte al grigio del peacekeeping (molteplicità e ambiguità delle situazioni e dei compiti da affrontare) è posto necessariamente di fro nte ad un bisogno: ridefinire la propria .identi tà [Righi, 1996]. Inoltre, il carattere multinazionale d i questo genere di missioni amplia la mission militare dall a difesa dell a propria Patria/Nazione, al mantenimento dell'ordine e alla difesa dei diritti umani nell ' ambito della comunità internazionale. È evidente che, in una tale fase di profondi cambiamenti, è necessario per le Forze Armate individuare nuove modalità di offerta formativa, in grado cli rispondere con prontezza ai cambiamenti in corso.
2. La qualità dell'offerta formativa dell'Esercito Anche il sottosistema formativo, uno dei pilastri del l' intero sistema militare, sta attraversando un ' importante fase di transizione. Nell'ultimo anno lo Stato Maggiore dell'Esercito ha prodotto una serie di progetti e di direttive che stanno per cambiare sostanzialmente la fisionomia della formazione militare, al fine dì rispondere ai mutati scenari sopra descritti. Prima di analizzare queste novità - ancora peraltro non implementate che interesseranno le Scuole dell'Esercito, è fondamentale dare uno sguardo alla situazione della fo1111azione militare così come si è pre« ...il carattere multinazionale di questo genere di missioni amplia la 111issio11 militare dalla difesa della propria Patria/Nazione, al mantenimento dell'ordine e della difesa dei diritti umani nell'ambii.o della comunità internazionale» [Foto: :Vlililari italiani in un campo profughi fra FYRO:VI e Kosovo durante l'operazione "Joint Guarantor"l
(2) fu particolare, è stata effettuata 1111 'analisi empirica (attraverso interviste semistrutturate co11 docenti, responsabili e allievi) s11 tre casi: l'Accademia di Modena, la Scuola di Guerra di Cil>itm,ecchia, la Scuola Trasporti e Materiali della Cecchignola. ut ricerca è stata corredata da visite ed incontri in loco e dall'analisi doc11111entaria s11 materiali rig11ardt111ti l'insieme tielle principali scuole ,tell'Esercito.
sentata fino ad oggi. Nel fare questo, ci serviremo principalmente di una prima ricerca da noi effettuata nel 1995 sull'offerta formativa degli ufficiali del Rnu (Ruolo Normale Unico), in un'ottica cli valutazione complessiva del sistema formativo dell' Esercito Italiano (2) [Benadusi e Alessandrini, 1995]. Già tre anni fa il sistema formativo militare presentava una situazione sostanzialmente positiva, specie per quanto concerne alcuni importanti punti di forza quali il rapporto docenti/alunni e la severa selezione degli allievi. In pa11icolare, l'indagine suddetta ha utilizzato un modello di tipo sistemico, analizzando quattro dimensioni fondamentali dell' attività formativa deIJ 'Esercito: il contesto, le risorse o "input", i processi attuativi e i risultati o "output". La Tabella 1 mostra il "set" di variabili prese in considerazione nell'analisi. Per quanto concerne le variabili di contesto, è stato soprattutto analiz= zato il modello onrnnizzativo delle Scuole militari. Specie se confrontato con le istituzioni universitarie italiane, si può sottolineare come il modello organizzativo militare presenti dispositivi di progranunazione, coordinamento, visibilità e controllo molto più sviluppati. Ad esempio, si riscontra un rapporto docenti/alunni decisamente più favorevole, che consente la diffusione di un modello di tutorship individualizzata. Altri elementi di strutturazione sono costituiti dal reclutamento degli allievi, dall'orientamento obbligatorio degli stessi e dai sistemi di accertamento continuo delle attitudini e del profitto. Inoltre il carattere residenziale delle scuole e l'obbligo di frequenza di tutte le attività didattiche rafforzano il carattere strutturato ciel modello organizzativo del sistema fonnativo militare. La Figura 1 mostra come si collocano alcuni importanti sistemi educativi della nostra società rispetto a due fondamentali variabili: il grado cli strutturazione e l'orientamento ai risultati piuttosto che alle procedure. Come si può vedere, la formazione scolastica (inferiore e superiore) si
TAB. 1 - INDICATORI DI QUALITÀ PER LO SVILUPPO DELL'OFFERTA FORMATIVA (SCUOLE DELL'ESERCITO)
"
a. Variabili di contesto
b. Variabili di input
c. Processi attuativi
d. Variabili di output
Modello organizzativo
Selezione degli allievi
Ottimizzazione know-how interno
Produttività formativa
Risorse docenziali
Motivazione/ identificazione molo
Metodi didattici praticati
Obiettivi professionali
Risorse logistiche
Qtiadro normativo
Strategie cli accertamento/valutazione
Obiettivi etici
Risorse economiche
Sovrasistema istituzionale
Qualità supporti prodotti ad hoc
Obiettivi culturali
connota per l'orientamento alle procedure ed una forte strutturazione. Sul versante opposto troviamo la formazione scientifica (i dottorati), caratterizzata da un basso livello cli strutturazione e un orientamento al risultato. Le Università (nei traclizi.onali corsi di laurea) si caratterizzano per un basso livello di strutturazione e un orientamento alle procedure, mentre la formazione manageriale è in genere connotata da orientamento al risultato e forte strutturazione. Il modello mil itare si connota per una certa ibridazione del proprio assetto organizzativo, presentando elementi del modello manageriale con elementi tipici della formazione universitaria e di quella scolastica. Questo mix di caratteri può trovare una sua spiegazione nella fase di transizione nella quale l' intera organizzazione militare sta vivendo. A nostro avviso, una maggiore coerenza al modello manageriale è auspicabile per evitare sia forme di procecluralizzazione burocratica, sia un appiattimento sul modello organizzativo accademico. Per quanto concerne le risorse docenziali, l'applicazione del principio generale della rotazione degli incarichi militari conduce ad un frequente turnover sia del management che dei quadri docenziali. Questo costituisce senza dubbio un fattore di fluidità; tuttavia, presentando ritmi prefissati ed eccessivamente intensi, il turnover rischia di ostacolare il
o
R I E N T A
M E N T
+ STRUTTURAZIONE
R I
FORMAZIONE MANAGERIALE
PROCESSI FORMATIVI SCOLASTICI
A L L E
A I
s u L T
E N T A M E N T
o
o
R I
o
FORMAZIONE SCIENTIFICA (DOTTORATI)
UNIVERSITÀ / (CORSI ORDINARI)
p
R
o e
E D
A
u
T I
- STRUTJ'URAZIONE
R E
«I.e Forzl' ,\ rmatc ital ia ne sta nno ri,foprendo mansi oni 11011 u~ua li» (Foto: \lpini dl'l '"S u~a·· in l\ lon111hil'o ,1is\ionc ".\lhatro~". 1993-94)
(3) L'assenw ,li 1111 1111c/eo stabile di docenti è 1111 pmblema che interessa in particola,· modo la Scuola di Guerra di Civitavecchia.
conseguimento cli necessari livelli cli specializzazione e l'accumulo e l' interiorizzazione istituzionale delle esperie nze o - in altre parole l'apprend imento organizzativo (3) [Argyris e Schon, 1978]. Altri fattori negativi riguardo le risorse clocenziali si riscontrano nell' impossibilità cli utili zzare per incarichi cli insegnamento cli tipo universitario ricercatori in servizio presso l'Università statale, se non mediante contratti aventi la durata massima di un anno accademico e non rinnovabili per più di due volte in un quinquennio, e comunque entro il tetto del 10% degli insegnamenti attivati (art. 105 del Dpr 382/1980). Inoltre l'util izzazione in veste di incaricati interni di professori ordinari o associati delle Università statali incontra a sua volta un limite connesso ali' esiguità dei compensi previsti. Ma al cli là cli questi aspetti di tipo più tecnico, un interrogativo s i impone per ciò che riguarda i formatori delle Scuole militari: fino a che punto essi hanno interiorizzato la nuova cultura organizzativa richiesta dalla trasformazione della mission dell'Esercito e dai cambiamenti che interessano le giovani generazioni a cui la loro azione si indirizza? Alcune indicazioni utili in proposito vengono da una recente indagine del Censis. Si tratta di un 'indagine svolta nel 1995, che ha messo a confronto le opinioni su diverse questioni di 899 istruttori e formatori militari delle diverse scuole dell' Esercito Italiano, con quelle di 572 maschi rappresentativi della società italiana, omogenei per età e titolo d i studio al campione dei militari. Ne emerge un quadro che
(4) Riguardo alla disponibilità di aule attrezzate su base
11111ltime,tiale e i11terauiva 1111 caso di ecce/le11za è quello della Scuola Trasporti e lHateriali.
li moddlo scolastico militare dispone di «un rapporto docenti/alunni dcds:11ncnlc più favorevole» rispello a quello dvile I Foto: Lezione sul telemetro TEM 2AJ
per certi versi mostra numerosi fattori di prossimità culturale tra militari e società, per altri conferma alcune peculiarità dei valori del militare rispetto al civile. In particolare è interessante osservare come i due gruppi hanno risposto ad una domanda che chiedeva loro quali fossero i valori più utili per il nostro Paese. Fa riflettere il fatto che i militari hanno indicato i valori della "solidarietà e generosità" solo nel 5,8% dei casi, contro il 20,3% dei civili. Al contrario, il 54,9% dei nùlitari ha individuato nella "responsabilità e coerenza" i valori più utili per il Paese, contro il 21, l % dei civili (che hanno, invece, indicato nella "onestà e parsimonia" i valori in assoluto più importanti: 39,3%). Se è indispensabile che il militare mantenga una sua specificità 1ispetto alla società civile, può far riflettere la bassa adesione ai valori della solidarietà dei formatori militari, in un momento in cui gli impieghi più frequenti per le Forze Armate italiane sono missioni cli mantenimento della pace, qual')do non missioni umanitarie. Per quanto concerne le risorse logistiche la situazione è nell'insieme abbastanza soddisfacente, anche se piuttosto diversificata. Piuttosto diffuse sono le dotazioni di strumenti multimediali e interattivi (4). Un largo uso delle tecnologie didattiche, anche secondo modelli cli fonnazione a distanza, potrebbe essere partiéolarrnente uti le nell'ambito di un'organizzazione come quella militare dove, dato l'elevato impegno operativo richiesto, un frequente ritorno ad esperienze in aula non appare sempre possibile. Oggi, infatti , grazie ai suppo1ti informatici, è possibile sviluppare una strategia di formazione continua a distanza.
rr,I, ,,I'. ~I
~,~-'1
I
Fra le variabili cli "input", è stata dedicata particolare attenzione alla selezione degli allievi. Il sistema fonn ativo militare predispone rigoros i meccan ismi cli selezione nell 'accesso ai percorsi formativi. La forte selettività. oltre a garantire un buon livello di capacità di apprendimento e una cond izione di partenza cli relativa omogeneità, è un potente fattore di rinforzo della rnotivazione degli all ievi, che a sua volta s i riverbera positivamente sulle performance cli apprendimento. La motivazione è anche supportata da fattori estrinseci quali l'origine sociale e, soprattutto, territ01iale degli allievi , che in gran parte provengono dalle Regioni meridionali , e per i quali quindi la scelta della carriera mili tare rappresenta un'oppo1tunità di fuoriuscita da una difficile s ituazione di inserimento nel mercato del lavoro. Come si dirà più avami , ciò è per un verso un punto di forza e per un altro un possibile elemento di debolezza ne i processi di reclutamento. Per quanto riguarda i processi di attuazione, dall'analis i svolta è apparsa una significativa atten7.ione da parte del personale direttivo e docente scuole nei confronti d i scelte d idattiche ponderate e d iversificate. Di particolare interesse sono le metodologie didattiche a forte coinvolgimento e lavoro di gruppo, in genere affiancate da metodologie più tradizionali (didattica espositiva centrata sul la comunicazione ad una via e sulla lezione frontale). Per quanto concerne gli "output", si è notata una notevole complessità, che può dare luogo anche a problemi di sovraccarico fun zionale per talune scuole. In ogni caso, accanto agli obiettivi di crescita culturale (ad esempio l' innalzamento del numero degl .i ufficiali laureati) e di special izzazio ne tecnico-pro,. fessionale, restano importanti gli obiettivi di tipo ''etico-antropologico", che definiscono il quadro di ,. 4o.ld,. valori del mil itare e perciò ricoprono un ruolo centrale nel s istema formati vo dell'Esercito. I processi di interiorizzazione dei valori a cui danno vita le Scuole mil itari sono stati, peraltro, confermati anche da al tre ricerche [ad es. Gobicchi , 1993; Battistelli e Maniscalco, 1996J. Come vedrèmo oltre, questo acquista ulteriore valore strategico cli fronte ai nuovi scenari che s i aprono per l'operalività ciel militare.
rOPERA DELr ESERClm AfAVORE DRlA PUBBllCA ISTRUZIONE
«L'Esercito pot~ in un Pac~c unito da pOl'O( ... ] cssl•rc considerato la scuola ch•lla Na1.ionc» (;ioat'l'h ino \'olpl' [Illu~trn1.ione: Coperti na che raccoglie aku ni articoli del (;cn. ,\Id o C iamhnrtolome i ··Ri\'ista '\ Jilitare··. 19851
3. Nuovi orientamenti di '11olicy" nel dibattito sulla riforma delle Forze Arma te Il sistema poli tico italiano ha iniziato per tempo a progettare un Nuovo Modello di Difesa per fare fronte alla nuova situazione strategica internaziona le. A partire dal 1990 fi no ad oggi diverse sono state le versioni del Nuovo Modello di Difesa, con il comune denominato-
re di conciliare un apparato militare di ridotte dimensioni con la duplice esigenza di difesa dello spazio nazionale e di assolvimento dei nuovi compiti a cui l'Ital ia è chiamata a rispondere a livello mul tinazionale. Sotto molti punti cli vista alcune delle riforme previste in queslo decennio dalle Forze Armate italiane, riprendono tendenze già in atto in altri Paesi Nato. Per quanto riguarda, ad esempio, il reclutamento nelle Forze Armate, complessivamente le nazioni occidentali si stanno muovendo verso una progressiva professionalizzazione. Il modello anglosassone di esercito, fondato non sulla leva ma s u militari profess ionisti (come avviene in Gran Bretagna e negli Stati Uniti) , è stato già seguito dal Belgio e, più recentemente, dalla Francia e dalla Spagna. Per quanto riguarda l'Italia la situazione è meno chiara. Alla luce elci Nuovo Modello cli Difesa (giunto ormai alla sua quinta versione) si dovrebbe comunque passare da un modello di Esercito basato prevalentemente sulla leva, ad uno "misto" leva-mestiere. Le Forze Armate infatti dovrebbero essere interessate eia una riduzione numerica assoluta, e da un aumenlo del numero dei volontari. La riduzione riguarderà il personale di leva, destinato a contrarsi. I tagli riguardeLa solidarietà dei milita ri non s i cscrci la solo a \'antaggio d elk pl·rsonc lìskhc ma a nche nl'i 1·iguardi d el patrimonio collettivo e dei s ingoli [Foto: Soldati e volontari civili impegnati nd salrntaggio di una preziosa bi bliotcc:i - Fi rcn:tc, 1%6]
;: ,
...
..·:.
- :· - ,.~ ~.:.. ·~ i
.: _.,; ,:.
(5) Da questo punto tli vista anche le caratteristiche <lemogmftche degli allievi reclwati dalle scuole ,li fomwzion e per gli 1i[ficiali prese11ta110 degli squilibri" favore <!elle regioni a più alto tasso di di.wccupazioue, che possono far pensare lld una scelta per 1111)/ti basata su 1111)/ivazioni pilÌ estrinseche che inh·insech e.
ranno soprattutto l'Esercito, che scenderà da 207.000 a 137.000 unità. Per quanto riguarda la composizione socio-demografica che per il momento caratterizza le Forze Annate itali ane, essa presenta alcuni aspetti problematici [Battistelli, 1997]. Innanzitutto la bassa scolarità che caratterizza i giovani in servizio di leva rispetto all a media nazionale e, in maniera ancora più marcata, rispetto a chi sceglie il servizio civile sostitutivo, sembra indicare che finisco no col prestare il servizio militare soprattutto i giovani provenienti dai ceti più disagiati . La scelta del servizio civile sostitutivo presenta invece caratteristiche di tipo eli tario: sono rappresentati i g iovani ciel centro-nord, dei grandi centri urbani , i ragazzi con un elevato titolo di studio, che possono accedere più faci lmente alle informazioni piuttosto scarse che circolano sul servizio civile. Un altro concorrente temibile del servizio mili tare è finora costituito dal servizio prestato in qualità cl i ausiliario cli leva presso Corpi quali la Polizia Eli Stato, i Carabinieri, i Vigili del fuoco, ecc.: si tratta di circa 20.000 giovani che ogni anno vengono prescelti sull a base cli attitudini fis ico-psico-attitudinali. Se anche in Italia si deciderà di. sposare un modello misto di Forze Annate, con un potenziamento del regime volontario, il tema della qualità delle 1isorse umane diventerà cruciale. In particolare la questione che si porrà alle future Forze Amrnte sarà quella di trovare nei prossimi dieci anni un numero adeguato di volontari e soprattutto d'impedire che l'Esercito si trasfonni nell'ultima spiaggia per quei giovani italiani provenienti dagli strati sociali più disagiati e dalle zone maggiormente colpite dal fenomeno della disoccupazione. Il problema è quanto mai serio perché per un esercito professionista reclutare risorse umane qualificate e motivate è la condizione necessaria per svolgere le complesse mansioni a cui esso è chiamato a rispondere in questa nuova fase storica (5). Peraltro la scelta di un ridimensionamento del servi zìo di leva, oltre a costìtuìre un trend generalizzato nelle società post-moderne, 1isponde presso l'opinione pubblica ad una crisi di legittimazione dell a leva obbligatoria, che rende il cammìno verso le Forze Armate professioniste ormai irreversibile [Difebarometro, 1996]. Dopo una lunga storia cli proposte di legge, di rinvii e di prese d i posizione da parte dei decisori pu bblici, in Ital ia si prospetta un' importante novità per quanto concerne la composizione delle Forze Armate: l'ingresso delle donne . .Si tratta, anche in questo caso, di adeguarsi ad un trend che riguarda tutte le nazioni occidentali . Questa innovazione, peraltro largamente condivisa dall'opinione pubblica, dovrebbe apportare diversi beneficì: oltre a costituire una risorsa fresca e motivata, determinerà un aumento del livello medio di scolarità (i titoli di studio e il rendimento scolastico sono più elevati tra le donne) e un miglioramento nella qualità dell 'ambiente di lavoro. Inoltre, in base a quanto è successo in altri Paesi, l' arruolamen to delle donne dovrebbe contribuire ad equilibrare la rappresentatività socio-te1Titoriale delle Forze Armate, che attualmente si presentano con bassi livelli di scolarità e una sovrarappresentazione di cittadini meridionali.
4. Contraddizioni e problemi aperti
6) La.formazio11e per gli strati ùifèriori (sottujfìciali e
truppa) è invece me110 pe1:fezio11ata. (7) Per quanto rig uarda la .formazione degli ufficiali del Rnu (R uolo Normale Unico), ad esempio, è previsto 1111
primo periodo di.formazione alla carriera di ufficiale svolta presso l'Accademia Militare di Modena, la Scuola di Applicazione di Torino, la Scuola Trasporti e lvl<tter iali della Cecchi1:11ola (Roma) e 1ft Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma - e un secondo periodo
di
formazione più avanzata in vista della carriera nello Stato Maggiore, che si .wolge nella Scuola di Guerra di Civitavecchia.
«L'arruolamento clellc donne dovrcbhe contrihuire ad ec1uilihrare la rappresentatività socio-territoriale delle l'orze Armate» [Foto: Addestramento di un'aspirante donna soldato]
La valutazione del sistema formativo dell'Esercito è indispensabile per porre le basi per una sua effic ace ricalibratura e per l' ind ividuazione della strada che porta dalla "tradizione" alla "innovazione" senza derive e fratture tali da mettere a rischio l'equilibrio dell' intero sistema. Dall'analisi svolta è emerso che le Scuole dell'Esercito sono già riuscite, almeno in parte, ad avviare un processo innovativo. Punti di forza sono il rapporto docenti/alunni e l'alta selettività dei processi. Restano, tuttavia, alcuni aspetti critici che richiedono una soluzione immediata per dare una struttura coerente ed efficace al sistema formativo. Un primo problema riguarda la struttura stessa dell'ordinamento formativo dell'Esercito, che è tutta incentrata, da un lato, sugli strati medi e alti della popolazione organizzativa (6) (gli ufficiali), dall'altro, su11a formazione iniziale pi uttosto che su quella continu a. Infatti le Scuole per ufficiali esauriscono il loro intervento quasi interamente nella fase d'ingresso ne11'organizzazione e di prima socializzazione ad essa, ed in quella di alcuni anni successiva della selezione per la carriera nello Stato Maggiore (7). Gli ulteriori bisogni d i forma-
zione vengono per lo più affrontati solo con I' on the job training. Non sempre ciò è sufficiente. Andrebbero perciò indi viduate alcu ne linee di intervento strutturato per la fo rmazione cominua, una delle qu ali potrebbe riguardare proprio il personale che a vari livelli e in vari ambienti (ivi compreso quello relativo alla leva) esercita ru oli di formatore. Un secondo elemento da sottolineare è il disallineamento esisten te fra i princìpi meritocratici che caratterizzano i corsi di formazione e i meccanismi di carriera che, se da un lato sono nella fase in iziale condizionati fortemente dalla formaz ione, dall ' altro non sembrano in seguito sufficientemente sostenuti da processi di valutazione delle pe1fonnanc:e on the job. È indispen sabile, ino ltre, che il s istema formativo cieli ' Esercito sappia seguire contemporaneamente la strada de lla speci ali zzazi one, da un lato, e quella del generali smo dall 'al tro. In tal senso. l'idea dian-ivare ad una laurea ad hoc di "Scienze Strategiche" è certamente apprezzabil e per ri spondere ai limiti dell 'attuale s istema, a patto però che non sia d iretta semplicemente a restitu ire più spazio agli insegnamenti di tipo addestrativo o tecnico-pratici in nome d i un ritrovato specialismo, sacrificando così il retroterra teorico della formazione, sempre più necessario. Difatti le professioni militari richiedono non solo competenze specifiche irrinunciabili (le competenze tecnico-profess ionali dell a tipologia dell'Is fo l), che una laurea ad hoc può forn ire al meglio, ma anche una formazione culturale di base più estesa e polivalente (comprendente ad esempio inseg namenti anche cli tipo psicologico, sociolog ico, organizzativo) dei corsi di laurea tradizionali. Abbiamo inoltre visto come sarebbe opportuna l'evoluzione del sis tema formativo cieli ' Esercito verso il modello m anageriale . Da quest'ultimo dovrebbe recepire l'orientamento ai risu ltati piuttosto che alle procedure, le metodo logie auive, l'attenzione al lavoro di gruppo e l' individualizzazi one dell 'insegnamento, aspetti so lo in parte già presenti ne ll ' organizzazione formativa militare. Ci ò che dovrebbe, tuttavia, continuare a distinguere il modello formativo militare da quello manageriale è l'enfatizzazione deg li aspetti etici. È importante, infatti, che le scuole dell'Esercito rafforzino il proprio impegno - peraltro g ià rilevante - in runzione dell 'educazione etica e del la costruzione dcli ' iclenti tà. cli ruo lo, pone ndolo in s intoni a con le nuove caralleristiche del le attività militari c ui si è sopra accennato. Tutto ciò, ovviamente, chiama in causa non solo g li insegnamenti , q uanto anche gli aspetti relazionali e comportamentali . Le trasformazioni in atto nell a mission organizzativa dell 'Esercito, infa tti , lu ngi dallo sminuire l'importanza de lla formazione "eticoantropolog ica", sembrano per molti versi enfatizzarla. Il passaggio da forme di controllo gerarchizz,ato che incentivano co mportamenti confonnistici a forme di diffusione delle responsabilità e di sollecitazione della partecipazione alle decisioni richiede, come ogni passaggio dall' etero-disciplina all 'auto-d isciplin a, un di più cli socializzazio ne ai va lori propri dell'organizzazione.
(8) L'ordine di analisi delle Direttive corrispomlc anche alla str11t111rtt gerarchica dell'Esercito.
«Ciè1 che dovrchhe continuare a distinguere il moddlo formativo militare è l'enfatiizazionc degli aspetti . etici» [lllustrazionc: Cartolina (pari.) della Scuola Militare di Modena - 1902]
5. I nuovi orientamenti nel sistema f ormativo dell'Esercito Abbiamo ritenuto utile, pri ma di "commentare" la nuova direzione delle strategie formative, focalizzare la nostra attenzione sulla conoscenza dei cambiamenti intervenuti di recente. È inequivocabile che la costituzione dei nuovi iter formativi nasce dalla necessità di adeguamento ad alcuni criteri considerati idee-guida per una rilettura complessiva del sistema formativo. Tali criteri sono riconducibili a tre concetti fondamentali: auto-formazione, formazione permanente e tutela del contratto cli formazione. Tutto questo va di pari passo con l'importanza sempre più consistente che viene ad assumere la competenza espressa dalle risorse personali ed organizzative a disposizione del soggetto. Per meglio comprendere la "po1tata" innovativa delle strategie disegnate, descriveremo qui cli seguito brevemente le Direttive dguardanti la formazione e l'addestramento nell'Esercito Italiano e i recenti indirizzi strategici della formazione. Da una deci na d'anni, ormai, nell' Esercito si sente parlare della necessità di "pon-e l' uomo giusto al posto giusto". La fo rmula per conseguire tale obiettivo è nota: ridurre le dimensioni dello strumento mi litare per elevarne la qualità. Infatti, cardine délla ristrutturazione in atto è la professionalizzazione e la specializzazione. In passato la professionalità militare restava circoscritta ad un'aliquota minori taria di ufficiali e di sottufficiali e la specializzazione inte1forze (che non doveva essere palrimonio di tutti ma solo di alcuni) era concepita come aggiuntiva a quella cli Forza Armata. Attualmente, invece, si sta lavorando proficuamente in una nuova di rezione e ne abbiamo la testi monianza dall'attenzione, crescente, che si sta prestando alla formazione. Nelle Direttive rivolte agli ufficiali , ai Marescialli, ai Sergenti, ai volontaii in servizio permanente, nonché ai volontari in ferma breve rdi seguito analizzate (8)], si legge ripetutamente che la formazione generale e interforze è soprattutto "educazione cli base". senza la quale è diffici le che ci sia la professionalità e tantomeno la specializzazione. Siamo, qui ndi, in un periodo di gr:andi trasformazioni ed è auspicabile che si tenti di ottenere il massimo possibile dagli impegni assunti in ambito formativo.
Una serie cli Direttive come apertura al cambiamento Nella Direttiva del 24 novembre I997 viene determinata 1'organizzazione di base degli istituti di formazione. Questi si articolano in tre aree (Tabella 2): • area insegnamento; • area comando; • area coordinamento. Alla prima appartengono i docenti ed è strutturata esattamente come un corso di laurea cli una Università cioè con un "Direttore Reparto Accademico" e dei Direttori di Dipartimento o Centro a cui fan no riferimento degli Insegnanti Titolari o Specialisti con i propri aggiunti e ricercatori.
I
COMANDANTE
I
I
1--------l
I
I-
I
I
I
/ CAPO DISTATO, MAGGIORE
DIRETTORE REPARTO ACCADEMICO
H
.___ Capo uffic io
/
H
1
I
I
'---
f
.
~
Inseg. aggiunto o ricercatore
lnseg. titolare o specialista
-
.._
Com. del corso "2"
Y
Com.
Inseg. titolare o specialista
'-
I
I
Direttore di dipartimento
L--
I
Com. del corso "1" Com.
I
AREA COORDINAMENTO
I
Y
I
~
I
COMANDANTE DEI CORSI
Coord. Did.
I
l
,_
I
Com. del corso
LrCom.
I
Jnseg. aggiunto o ricercatore
AREA DI COMANDO
\ L--
Direttore dj dipartimento
---
AREA INSEGNAMENTO
Alla seconda area appartengono il Comandante dei Corsi dal quale dipendono i Comandanti dei singoli Corsi, ossia gli animatoli o tutor. Questi ultimi hanno anche il compito di verificare la motivazione ed il comportamento dei frequentarmi. Infine, alla terza area e con precisione al Capo di Stato Maggiore spetta il compito cli provvedere all"'osmosi" tra i vari Ispettorati. Nella Direttiva sopracitata il Capo di Stato Maggiore di Vertice sottolinea la necessità di attuare il controllo di qualità e la selezione psico-attitudinale per cercare il accelerare il passaggio verso l'innovazione complessiva dei moduli formativi. Nella Direttiva successiva, del 17 aprile 1998, lo stesso capo di SME, constatato che gli obiettivi prefissati non sono stati raggiunti a causa di una forte resistenza al cambiamento, ha fornito nove schede per la verifica del "processofonnativo" e nove per il "controllo qualità" .soprattutto per gli Istituti di Formazione Primaria (Modena, Torino e Civitavecchia).
La Direttiva "Iter formativo degli i!fficiali" La Direttiva "Iter formativo degli ufficiali", del 20 maggio 1998, deter«Cardine della ristrutturazione in atto sono la professionalizzazione e la specializzazione,, [Foto: Copertina di un volume dello SME- 1997]
mina le Lappe fon damentali del processo formativo degli ufficiali dell'Esercito Italiano. Nella Direttiva appare chiaro che, alla luce dei "nuovi" scenari politici, economici, sloricì, geografici che si stanno delineando, l'Esercito si debba adeguare a delle esigenze diverse connesse anche dell 'ampliarsi e rinnovarsi della sua mission. Appare altresì chiaro che nelle Forze Armate, come in qualsiasi altra organ izzazione. la formazione sta assumendo un molo sempre più importante. La formazione del l'ufficiale - si legge nella Direttiva -deve essere permanente, ossia "lifelong learning". qualificante ed equilibrata. Il "moderno ufficiale" per megl io affrontare gli impegni in campo nazionale ed internazionale deve disporre cli un bagaglio tecnico-profes ionalc ed una base culturale appropriati, essere fisicamente preparato e psicologicamente motivato. Viene richiesto un uffic iale più completo, che sappi a gestire situazion i tra loro diverse e spesso imprevedibili, comunicare in maniera paritetica con gli estranei alla sua cultura o struttura, di rapportarsi con i mass-media oltre che possedere quelle qualità che eia sempre hanno caratterizzato la sua "figura·· (solidi valori moral i, dedizione all'Tstituzione, serietà. semplicità). L'ufficiale, o meglio il professionista militare, deve essere in grado di portare a termine incarichi che solo la competenza può consentire cli eseguire in modo efficiente. È alla formazione che spetta la responsabilità cli operare una crescita cli professional ità, cli integrare il savoir ed il savoir étre con il savoirfaire costruendo una didattica appropriata. Grande impo1tanza viene attri bu ita anche all' auto-formazione che si fonda sulla consapevolezza delle responsabilità connesse con il compito da assolvere. Gli obiettivi formativi generali che dovranno essere tradotti in programmi di formazione sono: capacità globale di valutazione dei fattoti militari e non, immaginazione, creativiLà, spirito di iniziativa, flessibilità, rapidità di esecuzione, capacità cli reagire rapidamente a situazioni impreviste. di contribuire alla gestione di crisi di natura diversa, di comunicare con i media, di comprendere l' impatto delle nuove Lecnologic nell'assolvimento dei compiti. La formazione deve essere diretta a fornire la conoscenza adatta ad assolvere gli incarichi nelle tre aree dell 'organ izzazione delle Forze Armate: Comando, Tecnica ed Amministrativa. Le fondamentali tappe del processo sono: la formazione, la qualificazione, la specializzazio. ne e la professionalizzazione. • li compito formativo clcll'uffìciale del Rnu spetta all'Accademia Militare di Modena e alla Scuola cli Applicazione cli Torino. • La qualfjìcazione ossia il perfezionamento delle capacilà militari dell 'Arma di appartenenza spetta attualmente solo alle Scuole d'Arma e cli Specialità, e in un prossimo futuro si auspica anche alle Scuole Nalo ed a Centri di form azione di Eserciti internazionali. • La specializzazione ha come fi ne di fornire le capacità basi lari per assolvere i compiti nei Comandi cli Un ità e nelle Grandi Unità nazionali ed internazionali. Si assolve presso le Scuole di GueITa nazionali e, per una modesta parte di ufficiali, internazionali con il corso cli Stato Maggiore svolto in altre nazioni.
• La professionalizzazione è riservata ad una ristretta e selezionata aliquota di ufficiali destinati a cariche dirigenziali, viene acquisita all'Istituto Superiore di Stato Maggiore Tnte,forze (lssmi) e completata attraverso corsi di specializzazione in campo mondiale. 11 personale destinato ali' alta dirigenza inoltre frequenterà anche Centro di Alti Studi per la Difesa (Cascl). A queste tappe suggeriamo di aggiungere, in maniera esplicita, un richiamo all 'attività di aggiornamento che viene più volte richiamata in altri contesti. La Direttiva "Iter.formativo dei lvfarescialli" L'innalzamento del livello culturale generale medio ha generato la necessità anche per i Marescialli come per gl i uffic iali di un'attenta analisi del percorso formativo. I Marescialli essendo destinati ad incarichi cli comando di minori Unità (Comandante di plotone) come gli ufficiali subalterni (Sottotenenti e Tenenti) necessitano cli. una formazione sim ile alla loro. Infatti, la formazione, come appare dalla Direttiva datata 13 febbraio 1998, deve essere continua ed aggiornata nel tempo, qualificata ed equ ilibrata. Il Maresciallo deve essere ben selezionato, pre~ parato e motivato. Come da Oircllha SJ\IF. «la formazione Idei \larcsdallij deve essere continua e aggiornata nel tempo, c1ualilicata ed e<1uilibrata» I Foto: l'ieghernle dell'Agenzia Promozione Rcdu(amcnli - S\IE I
Si accede al ruolo Maresci alli tramite concorso pubblico (asp iranti in possesso di diploma d i scuola media superiore) o interno (dai Sergenti e dai volontari in servizio perm anente che posseggono idonei requi siti d 'istruzione). Egli svolge mans ioni diverse dall ' ufficiale ma non per questo deve essere a lui inferi ore per decoro e valore professionale. Un'impo1tante dote che il Maresciallo deve avere per esercitare in modo efficace le funzio ni istruttive è la capacità di "travasare" ad altri le proprie conoscenze. Le tappe fondamentali della formazione sono: la formazione di base, la specializzazione, la qualificazione/aggiornamento. • La fonnazione di base avviene presso la Scuo la Sottufficiali dell'Esercito (Corso Basico) che s i trova a Viterbo. Il Corso ha durata cli otto mesi. • La specializzazione viene svolta presso le Scuole d ' Am1a/Specialità/Logistiche ed ha una durata cli nove mesi con dovute eccc7,ioni (specializzazioni ad alto contenuto tecnico). Inoltre dopo la specializzazione si compie un altro periodo di nove mesi presso reparti operativi possibilmente diversi da quelli di prima assegnazione. • La qual(ficazione e I' aggiornaniento servono per mantenere aggiornato il personale . Consistono in corsi brevi ed intensi (full immersion), seminari e stages. Si svolgono presso i Comandi e le unità a livello di Brigata, Reggimento e Comando Intermedio, nonché presso le Scuole d'Anna/S pecialità/Logistiche nazionali o internazionali.
la Direttiva "Sistema formativo dei Sergenti" La Direttiva intitolata "Iter fonnativo dei Sergenti" del 18 febbraio 1998 pone come criteri per la fo rmazione: la continuità nel tempo; la qualificazione finalizzata all'impiego; l' aggiornamento costante per mantenere e migliorare le conoscenze; - il giusto equilibrio tra professionalità mi.litare e cultura generale. Questo è solo un primo pacchetto di disposizioni ed ha lo scopo di orientare sulla materia tutti i Comandi/Ispettorati. La formazione dei Sergenti deve essere improntata ad un'esigenza crescente di personale specializzato che sappia soddisfare le necessità di impiego cd efficienza. Le fasi della form azione sono: basica, di specializzazione, di qualificazione ed aggiornamento. • Fase basica. Questa p1ima tappa si propone di fornire gli clementi di base per svolgere le funzioni proprie del nuovo "status" e la preparazione necessaria per proseguire la specializzazio ne. Il corso ha una durata di 4 mesi ed ha un indirizzo prettamente tecnico-militare. Infatti vengono privilegiate le attività tecnico-pratiche ed operative connesse con la fo1mazione del combattente e del Comandante. • Fase di specializzazione. La specializzazione, che è di particolare importanza in quanto deve consentire ai Sergenti di operare efficacemente sui complessi sistemi d'arma tecnologicamente avanzati, viene fatta subito di seguito alla fase precedente. Il corso ha una du rata di 4
mesi e si svolge presso le Scuole d'Arma/Specializzazione/Corpi Logistici secondo l'incarico/specializzazione assegnato. • Fase di qual(ficazione ed aggiornamento. Questa fase, che riveste l'intera vita professionale del Sergente, in quanto ha il fine di "mantenere vive ed aggiornate" le conoscenze del personale, sarà cadenzata da: - corsi di breve durata; - abilitazion i. La frequenza dei corsi che sono svolti dalle Scuole d'Arma/Specialità/Logistiche di Forza Armata e/o presso Istituti di Eserciti esteri è consigliata al massimo numero possibile di Sergenti. La Direlliva "Sistema addestrativo dei Volontari in Servizio Permanente'' J Ysp, sono suddivisi nelle categorie operative, tecnica e logisticoamministrativa, provengono dai Vtb e sono impiegati essenzialmente "fuori area". Essi costituiscono per l'Esercito Italiano, con il mutare della sua mission, un elemento di sempre maggiore importanza ed indispensabilità. Si tratta dunque di conferire loro, attraverso la formazione, una maggiore professionalità sul campo allineandosi agli standard Nato. La formazione è indirizzata all'approfondimento delle conoscenze relative all'incarico ricevuto, alla riqualificazione in altro incarico, nonché ali' aggiornamento continuo della preparazione già acquisita. L'iter formativo dei Yfp è articolato nelle seguenti fasi : • formazione di base, costituita da un corso basico ed eventualmente un corso di specializzazione ed un corso di qualificazione ambientale; • qualificazione, aggiornamento e mantenimento della capacità operativa che deve essere lffelearning. In questo settore sono previsti diversi momenti formativi. La Direttiva "Sistema addestrativo per i Volontari in Ferma Breve" La Direttiva che riguarda i Volontari in Ferma Breve è l'unica delle cinque Direttive prese in esame che risale addirittura al luglio 1995 e che non è più stata aggiornata. Il percorso formativo, che prevede al suo interno diversi momenti d i verifica e selezione, si suddivide in due fasi: quella istruttiva iniziale e quella addestrativa presso i reparti d'impiego. La prima fase ha una durata di 20-22 settimane e comprende tutta una serie di pacchetti con specifici obiettivi e relative prove di verifica. La seconda fase viene svolta in un periodo di 13 settimane. Al fine di permettere di impiegare secongo il grado di preparazione e nel modo migliore i Vtb vengono suddivisi nei seguenti Jivelli : • I O livello (dopo 5° mese): combattente di base, addestrato e con poca esperienza; • 2° Jivello (entro 8° mese/prima metà del 9° mese): combattente completo, addestrato e con soddisfacente esperienza; • 3° livello (dopo 24° mese): combattente completo, ben addestrato ed esperto, con capacità di agire e di controllare altro personale in situazioni particolari.
6. Una questione terminologica Leggendo le Dirett ive si avverte una dicotom ia nell 'uso dei term ini: qualifìcazionelriqualifica-::,ione ed aggiornamenlo e, sebbene in minori d imensioni, per il term ine formazione . Ciò appare evidente osservando la Tabell a 3, che raccoglie "i n colonna" la successione delle quattro tappe del processo di formaz ione e "in riga" i diversi term.ini utili zzati nelle Di rettive per defin ire una stessa tappa in relazione alle d iverse categorie . Infatti , se è evidente (nonostante le minime differenze) che la prima tappa s ia rappresentata dall a formazio ne di base, la seconda e la terza non è chiaro in quale ord ine debbano sussegu irsi in qu anto per i sottuffic iali e la truppa le d ue tappe risu ltano invertite ri spetto a quelle per g li uffici ali. A questo punto, a ll a luce di quanto osservato, ci sembra importante porre il ques ito se in un processo di formazione venga prima la qualificazione o prim a la specializzaz ione. Il compito potrebbe essere faci litato cercando il signi fi cato eLi mologico delle due parole. Il termi ne qualificazione s ta ad indicare l' attribuzione di un "titolo" (ad es. laurea in Medici na) , mentre il term ine specializzazione è una particolare preparazione e competenza in un ramo di una scienza o attivi tà, che è frullo di studi approfonditi (es . speci al izzazione in Pneumolog ia). Dall' osservazione preceden te è chiaro che la quali ficazione sia anteriore alla specializzazione. Qu indi c i parrebbe opportuno utili zzare per tutti gli iter fonnativi la stessa success ione term inologica utilizzata per la fo rmazione degli uffic iali . L' utilizzo. di tale terminolog ia genera incongruenza che potrebbe costitu ire deg li ostacoli ne ll e letture incrociate. E, comunq ue, possono indebolire la percezione del nuovo ord inamento format ivo in chiave di siste maticità.
1à1>pe fondamentali del processo di formazione
Ufficiali
Sottufficiali Ruolo Sergenti
Ruolo Marescialli
1ì·uppa
VSP
VFB
I tappa
Fo1mazione
F. di base
F. basica
F di base
A. di base
II cappa
Qualificazione
Specializzazione
Specializzazione
Specializzazione
Specializzazione
III tappa
Specializzazione
Qualificazione e aggiornamento
Qualificazione e aggiornamento
Qualificazione e aggiornamento
IV tappa
Professionalizzazione
F. = Formazione A. = Addestramento
VSP
= Vo/0111ari in servizio per111a11e111e
VFB = Volo111ari inferma bre ve
7. Come cambiano i percorsi formativi degli ujjiciali Dopo aver illustrato nelle grandi linee il contenuto normativo delle nuove Direttive sulla formazio ne vorremmo ora esami nare più in dettaglio come cambiano i percorsi formativi degli ufficiali, quelli sui quali si era indirizzata la nostra precedente ricerca.
Formazione di ba::;e La Direttiva 20 maggio 1998 ("Iter formativo degli ufficiali") unitarnente ai Decreti Legislativi 28 novembre 1997 n. 464 e 30 dicembre 1997 n. 490 hanno profondamente modificato la struttura dell'iter formativo di base. Tale iter viene ad avere una durata di cinque anni così organizzata: • un primo biennio presso l'Accademia Militare cli Modena cui acce. dono tulti gli aspiranti ufficiali ciel Rnu; • un secondo biennio svolto presso la Scuola di Applicazione di Tori no per gli ufficiali dell' area Comando (varie Armi) dell ' area Corpo di Amministrazione e Commissariato, e dall ' area Tecnica limitatamente agli Ingegneri, mentre per i Medici essa è svolta a Modena e per i Carabinieri a Roma; • un terzo anno previsto per il completamento degli studi universitari più lunghi (ingegneria e medicina) o per attività di perfezionamento e Anche l'iter formativo degli uf'liciali medici ha una durata di cinque anni [Foto: Bimho bosniaco assistito da Maggiore mcdil:o e da Inferm il'ra Volontaria della CRI I
'
t
!~
} I
dj approfondimento professionale per chi ha seguito tali cors i di studi. Oltre alrallungamento ciel percorso formativo di base, un'altra novità importante rispetto al la strutturazione da noi analizzata alla ricerca di tre anni fa, è stata introdotta. Si tratta dell ' istituzione, in base al D.Lgt. n. 464 di un apposito corso cl i laurea "interdiscipli nare a connotazione professionale-universitaria" destinato agli ufficiali dell ' area Comando e cli quella Ammi ni strativa. Tale cor o si svilupperà - come si è detto - in due tappe: un primo biennio comu ne a Modena ed un secondo a Torino diversificato in relazione ali' Arma di appartenenza (per gli ufficiali dell'area Comando) ed all'indirizzo (per gli ufficiali dell'area Am ministrativa). Si tratta di un 'in novazione che si colloca sostanzialmente sulla linea da noi suggerita ne lla 1icerca qui più volte menzionata.
Qualificazione La qualificazione ha lo scopo d i fare acquisire agli uffic ial i conoscenze specifiche che riguardano il settore dove essi sono desti nati ad operare. L' obiettivo addestrativo è quello di porre il personale nelle condizioni di esplorare gli incarichi nel migliore dei modi possibi le. Tenendo presente le finalità nello sviluppo delle attività della qualificazione si è reso necessario attuare dei cors i di breve du rata per evitare sprechi di tempo e di risorse finan ziarie. In tale ottica, la qualificazione si sviluppa nel periodo compreso dal term ine della formazione di base al Corso di Stato Maggiore ed è incentrata su: • attività che hanno valenza in comune: corso per Comandanti di Compagni a/Squadroni/Batteria o per attribuzioni specifiche nel grado di Capitano e nel Corso di abilitazione al serv izio ai Comandi per gli ufficiali destinati ad operare nelle branche G I , G2 , G3, G4, GS e G6 ; • attività divers ificate: seminari e stages cli aggiornamento con carattere di periodicità. Le precedenti attività prevedono un corso che si sviluppa nel modo seguente: un mese a distanza; - 15 giorni in presenza (Scuola di Guerra); - I 5 giorni presso le Scuole d'Arma. Al tennine è previsto un "feedback" per verificare la rispondenza/apprezzamento del corso svolto.
• • • • • •
I fase: 3 mesi di formazione a distanza Il fase: 5 mesi in presenza Test di valutazione durante entrambe le fasi Contratto cli fom1azione consegnato a ciascuno Nuovo concetto di valutazione (non per stilare graduatorie ma per ve1ificare il raggiungimento degli obiettivi) Lezioni interattive sia in "auletta" che in "aula" (per uno scambio cli idee)
la.fomwzio11e 11ell'Eserciro ,___Fonte: _ rielaborazio11e _ ___ dei _ docume111i _ _ _ riguardami _____ ___________ _ _ ___ _ _ _ _ _ ___, I
SJ)ecializzazione
«La c1ualili<:azione si sviluppa nel periodo compreso fra il termine ddla formazione di base e il corso di Stato Maggiore» [Foto: t:lfa:iali allievi ddla Scuola Lingue Estere]
Al termine della fase di qualificazione, si colloca il corso di Stato Maggiore obbligatorio e della durata di un anno accademico da svolgere presso l'Istituto Superiore di Stato Maggiore delle rispettive Forze Annate. Si tratta di un corso molto importante con il quale l'ufficiale completa la parte sostanziale della preparazione professionale di Forza Am1ata imparandone in modo esauriente compiti, strutture, dottrine d'impiego e peculiarità. Lo scopo è quello di conferire le capacità di comando e gestire unità a livello Battaglione/Reggimento e di operare nell'ambito di uno staff cli Stato Maggiore. È estremamente importante data l'obbligatorietà del corso, che siano rispettati i già citati princìpi clell'auto-fom1azione e del rispetto del contratto di apprendimento. Dovranno quindi essere introdotti metodi didattici interattivi, "tutorship", tempo per il lavoro individuale e dì gruppo, valutazione formativa del livello d'apprendimento, sistemazione logistica adeguata. È altrettanto importante che l'Istituto di Stato Maggiore si faccia emico del successivo periodico aggiornamento preferenziale sulle Forze Armate di tutti gli ufficiali che hanno frequentato il corso, attraverso invio di documentazione specifica e di periodici richiami , stages di due/tre settimane al'!' anno, attività, queste, che si indirizzeranno anche a coloro che avranno frequentato, nel frattempo, il Corso Superiore inte,forze. L'istituto, in sintesi, dovrà mantenere il comando "intellettuale e fom1ativo" con i suoi ex allievi.
La professionaliz;z,azione Un numero limitato di militari provenienti dalle tre Forze Armate senza distinzione di arma o di ruolo, verrà designato per la frequ enza di un corso di fo rmazione professionale superiore ad indirizzo inte1forze ed internazionale. 11 corso, a domanda, a numero chiuso e su designazione dello SM di Forza Arniata, è svolto sotto la responsabilità dello Stato Maggiore della Difesa (SMD) ed ha come fine la formazione di ufficiali qualificati per incarichi di Stato Maggiore e di Comando in ambiti Joint e Combined ovvero Interforze e Multinazionali. Tale corso si colloca nell' iter professionale e completa la preparazione degli uffic iali fornendo loro le possibilità, in futuro, di ricoprire incarichi d i vertice in ambito nazionale, alleato e multinazionale. Il numero dei partecipanti sarà ristretto e uguale a quello previsto per l'aliquota per l'avanzamento al 1° livello della dirigenza militare, ossia al grado di Colonnello/Capitano di Vascello. Lo scopo di tale corso, che in genere dovrà essere seguito dall a frequenza di un analogo corso presso un Istituto straniero dell'Unione Europea, oltre a forni re le conoscenze per operare in ambito Joinl e Combinecl, dovrà far acquisire la "mentalità" .Joint (interforze) attraverso la comprensione di problemi e delle esigenze delle altre Forze Armate resa possibile dall ' esperienza mentale e dalla d isponib ilità intellett uale che sono doti prec ipue richieste ai frequentato1i. La crescita culturale, inoltre, si conseguirà mediante la presentazione e la discussione, incluso il contributo personale d 'esperienza, di argomenti e materie che investono settori culturali diversi e non specificatamente militari (manageriale, politico, internazionale, economi cG> e giuridico). I princìpi dell 'auto-formazione e della tutela del contratto di lavoro dovranno essere rispeuati. I frequen tatori esteri potranno partec ipare con un'aliquota dal 20% al 25% del totale dei frequentatori. Il corso, altresì, dovrà essere aperto anche a fun zionari civili dello Stato ed esteri, del Ministero degli Interni, di studiosi civil i italiani e stranieri sempre in quantità compatibili con i fi ni degli obiettivi didattici. Così facendo s i realizzerà "un 'ape1tura" verso l'ambiente non preuarnentc rnilitare che consentirà cli verificare la sua validità ed attualità attraverso .il confronto con culture e caratteri di pensiero differenti . I rnilitari così formati dovranno essere impiegati in incarichi di adeguata responsabilità sia in ambi to naziqnale che all'estero. L' Istinito Superiore come l'Istituto di Scuola di Guerra di Forza Annata dovrà farsi carico cli organizzare e svolgere un ampio programma di corsi/seminari di richiamo di breve durata (1-2 settimane) e di inlenso impiego intellettuale per tenere sempre aggiornati i suoi ex allievi . Il profession ista, una volta raggiunto il livello dirigenziale, potrà concordare con I' AD un anno da svolgere presso le Università italiane e/o estere ovvero frequent::U"e una sessione dell ' lstinito degli Studi per la Difesa (lasci). Quest'ultimo, a sua volta, dovrebbe di venire la sede naturale del dibattito sui temi della Difesa e della sicurezza nazionale e collettiva nonché dello sviluppo del pensiero militare italiano, aprendo le "porte" al
mondo accademico, politico e dell'i nformazione italiano ed estero avvalendosi nel contempo del lavoro di ricercatori militari e civili.
8. Una valutazione di sintesi In una valutazione sonm1aria delle novità introdotte dalle sopra menzio-
«Acc1uisire la .. men ta lil:1" J oi nt (in terfor ze) attraverso h1 comprensione di problemi ed esigenze di altre Forze Armate»
I Foto: Capitano di Cavalleria a Lond ra. per "scambio bilatera le" ron il reggimento G ua rdie della Regi na]
nate Direttive bisogna tenere conto ciel fatto che il loro processo cli implementazione è appena stato avviato e che esso non dovrebbe limitarsi ad una puntuale messa in atto cli quanto disposto ma assumere anche i connotati di un periodo di transizione caratterizzato da innovazioni e sperimentazioni locali . Le nostre considerazioni hanno invece per necessità una portata circoscritta al contenuto normativo delle Direttive. L'insieme delle Direttive dimostra che nel quadro del rinnovamento strutturale delle Forze Armate è stata dedicata una particolare attenzione alla formazione delle diverse categorie di militari , in fu nzione dei nuovi e diversificati compiti che il personale è chiamato ad assolvere nei moderni contesti di impiego. In si ntesi i criteri di fondo più significativi adottati nella ristrutturazione del sistema formativo ci sembrano i seguenti : • presenza di un approccio sistemico (inte1iorze); • continuità nel tempo dei processi, con periodi formativi intensi e cli durata strettamente commisurata alle esigenze (potremmo parl are di un avvio cli modularizzazione ed anche di alternanza studio-lavoro); • attività di aggiornamento costante per mantenere e migliorare le conoscenze; • qualificazione finalizzata ali' impiego e raccordata con le diverse fas i della caniera; • equilib1io nel curricolo tra professionalità militare e cultura generale; • introduzione di metodi attivi (contratto formativo, auto-formazio ne anche con utilizzazione delle nuove tecnologie dell'informazione, interazione docentiallievi, pratiche seminariali, ecc.) a fianco dei tradizionali metodi trasmissivi e direttivi; • maggiore impegno per la formazione di eccellenza (i ndirizzata, cioè alle élites) e per l'internazionalizzaz1one; • al tempo stesso, però, maggiore sforzo formativo per gli strati inferiori del personale militare, in particolare per i volontari iIJ servizio permanente o in · fe1ma breve. Quasi tutti i criteri sono innovativi, ma il punto più innovativo - che coinc.ide fra l'altro con le indicazioni propositive che avevamo dato a conclusione della nostra sopra richiamata 1icerca - è quello riguardante la continuità nel tempo del processo formativo. Ciò che significa, in alni termini, l' assunzione del principio cli formazione permanente. In base a tale principio il sistema didattico è corretto in quanto tenda a fornire non tanto delle
"conoscenze" quanto piuttosto degli "strumenti", grazie ai quali i singoli potranno poi gestire eia soli la propria crescita culturale e professionale. Importante ci pare anche lo spostamento dell'enfasi dalla trasmissione della conoscenza all 'auto-formazione. Si tratta di un cambiamento che va incontro alle necessità dei g iovani di sentirsi artefici ciel prop1io futu ro e quindi di non voler più soltanto ricevere nozion i precostitu ite ed assorbirle passivamente. Se nel passato le nozioni venivano "dispensate" da un professore visto come "detentore" delle conoscenze e il discente era !'"oggetto" della form azione, nell'impostazione che sembra ogg i fars i luce invece tale responsabilità ricade anzitutto sulle spalle del discente al quale è chiesto di partecipare attivamente all'organizzazione del proprio iter formativo. Su questo importante concetto poggia le basi il princ ipio dell 'auto-formazione. L' innovazione delineata nelle Direttive non è però rottura fro ntale con il passato. Si conferma per esempio il carattere globale della formazione militare, volta a sviluppare, come anche noi auspicavamo si continuasse a fare, non solo capacità cognitive ma anche addestramento, doti caratteriali ed orientamenti di valore. E per chi è preposto a funzioni di comando competenze non solo di management ma anche autentiche attitudini alla leadership. Un altro elemento di continuità è rappresentato dalla stretta connessione tra processi formativi e struttura delle carriere mil itari, cioè dalla presenza - come si era notato nella nostra precedente ricerca - di un grado elevato di "credenzialismo". Mentre per un verso la connessione diventa ancora più pervas iva man mano che la formazione estende il suo campo cli a1.ione, per un altro verso il principio del lifelong learning induce anche ad andare al di là di tale connessione e prevedere momenti formativi ricorrenti in parte sganciati dalle scansioni delle carriere e finalizzati semplicemente ad una crescita o aggiornamento della professionalità. Il passaggio da forme di organizzazione burocratica a fo1me di organ izzazione professionale compo1terà anche nelle Forze Armate una mi nore enfasi sulle carriere verticali , l' emergere del concetto di competenza e di carriera orizzontale ed una visione della formazione meno ''credenzialista" e più collegata con questi ultimi concetri. D i tutto ciò, beninteso, si possono cogliere nei processi di trasformazione dell'Esercito Italiano al momento solo alcune iniziali tracce. Un'ulteriore linea d i innovazione che si sta sviluppando, e su cui non ci siamo intrattenuti perché non 1iguarda tanto la fom1azione militare quanto la formazione civile attraverso l' organizzazione militare, consiste nell 'utilizzazione ciel peri odo di leva per la formazione professionale dei cosciitti, fin anziata con il Fondo Sociale Europeo sulla base di un'inte a con il Ministero del Lavoro. Si tratta di un ' iniziativa importante, e della quale è auspicabile un 'estensione, perché può aiutai·e a risolvere il problema cui abbiamo accennato sopra dello scarso interesse per il servizio militai·e dei giovani di livello culturale medio-alto. Problema che si riverbera in modo negativo sul reclutamento del personale militare ai vari livelli. Come insegna la teoria organizzativa, una efficace strategia di gesti one della form azione non può ba tare da sola per assicurare un'efficace gestione delle risorse umane se non s i accompagna ad una efficace gestione della selezione.
9. Orientamenti per il.futuro: la formazione nella realizzazione del nuovo modello di Esercito A fronte del profondo processo evolutivo che ha caratterizzato i compiti delle Forze Armate si è delineata - come abbiamo messo in evidenza precedentemente - una "rilettura" innovativa delle logiche dj formazione nei termini di "progetto di formazione permanente" in sintonia con gli orientamenti complessivi oggi emergenti in campo formativo. In questo capitolo intendiamo sottolineare alcuni di questi orientamenti ed evidenziarne la coerenza con alcuni aspetti positivi già presenti. nelle nuove Direttive emanate di recente in argomento dallo Stato Maggiore dell'Esercito. Opportunità ulteriori di modernizzazione delle linee strategiche del Anche nel sistema di comunicaziom· l'Esercito adolla linguaggi differenziati a secondo dell'uditorio esterno [Illustrazione: "Agenda dello Studente", con l'ignette di llonl'i]
c::;;i
dello studente
19(9)!ffi/96
"progetto formativo" possono essere ipotizzate - come cercheremo di evidenziare nel corso di questo capitolo - nel la direzione di una focalizzazione sul sistema di competenze e delle professionalità. NeJl' ottica di un miglioramento complessivo del sistema fo rmativo un riferimento di grande utilità può consistere nel confronto con le innovazioni formative in campo aziendale e nel dialogo con i centri e le istituzioni oggi interessate al processo di innovazione della formazio ne nel suo complesso. Anche se ciò non deve significare, come si è detto, sottovalutare gli elementi di peculiarità dell'organizzazione militare, della sua cultura e quind i della sua formazione, elementi che vanno, ovviamente, preservati.
1O. Competenze e "società conoscitiva" È indu bbio che è dato di assistere oggi nell'ambito della realtà militare ad un processo d' osmosi culturale rispetto a valori ed atteggiamenti presenti nella società civile. Se è vero - come già osservato eia una recente indagine Censis - che la distanza tra società ed istituzioni della Difesa tende a ridursi, ciò dovrebbe avvenire anche per quanto riguardagli scenari formativi . Alla stessa stregua in cui l'organizzazione mjJitare tende ad assorbire le trasformazioni in atto nel contesto più generale, superando situazioni cli auto-referenzialità valoriale, sarebbe auspicabile un allineamento su indirizzi strategici e progettuali in tema di fo rmazione conformi - o comunque in sintonia - con il "quadro di valori" consolidatosi recenternente non solo a livello europeo. Questo percorso verso l'omologazione delle Forze Annate alla società civile s' incentra su alcuni punti chiave che oggi sembrano contraddistinguere un "nuovo corso" di "politiche" legate non solo ai processi cli gestioni delle risorse umane ma anche delle politiche del lavoro in una pluralità di settori dal pubblico al privato (si veda ad esempio il riordino normativo della P.A. introdotto con i decreti Bassanini). Tra questi valori-chiave spiccano soprattutto i seguenti elementi: • valorizzazione dell'autonomia e della responsabilità dei soggetti istituzionali ed individuali; • differenziazione ed integrazione fu nzionale tra aree di competenza; • deburocratizzazione e semplificazione degli apparati gestionali; • apertura verso l'ambiente esterno e focalizzazione sui processi cli comunicazione; • auto-formazione e continuità dei processi di sviluppo delle risorse umane; • superamento di rigidità organizzative per l'approccio a forme più flessibili cli valorizzazione delle competenze e leadership diffusa; • ape11ura verso l' internazionalizzazione e sviluppo di una prassi routinaria di cooperazione in operazioni di carattere internazionale. Questi assi valoriali sempre più diffusi e condivisi nella società, in coerenza al processo cli modernizzazione della comunità civile ed al superamento di una visione burocratica dello Stato, s' intrecciano nel contesto dei valori tradizionali delle Forze Armate polarizzandosi come nuo-
ve "policies" in grado di assicurare una ri nnovata fu nzione dell' Esercito nel Paese. Il recente riordino degli iter formativi dei diversi "quadri", così come il D.L. relativo al riordino del reclutamento dello stato giuridico e del l'avanzamento degli ufficiali sono processi emblematici che indicano una rilettura della professional ità militare in coerenza con il riesame complessivo delle politiche del lavoro e della formazione in atto nel Paese. Lo spirito che anima il riordino degli iter forma tivi è nell'esigenza di "abbandonare iI modello scolasticonozionistico" , sostanzialmente inefficace e costoso, per attuare una qualificazione "job-oriented" che consenta il conseguimento d i misurabili e concrete capacità cli "saper fare" (9). Facendo riferimento ad un recente studio sul tema della formazione del personale, lo stesso testo richiama l'esigenza che la formazione sia strettamente e biunivocamente correlata con la definizione delle "capacità" che devono essere in possesso del personale da tradursi poi in '~job descriptions". La focalizzazione sulle capacità e su un approccio educativo continuo ma anche fortemente orientato all 'agire si coniuga coerentemente a quanto è oggi sostenuto eia più voci nel dibattito sull' innovazione della forrnazi one, sia per quanto riguarda il contesto della formazione aziendale che quello della formazione professionale. In effetti i mutamenti cli cui siamo testimoni in questo scorcio cleJI 'epoca conducono chi si occupa di formazione ad elaborare nuovi approcci al problema di definizione della professionalità. È chiaro che questo compito sfidante s'incastona in SAEF. un quadro in cui sono molti i "tassell i" da progettare. È su questo piano composito che si pronunciava un documento di gran rilievo nel panorama del di battito in campo formativo: il Libro Bianco su Istruzione e Formazione, del novembre '95. Lo sviluppo della componente educativa e professionale è legata in modo rigoroso all'inserimento sociale ed allo sviluppo personale, aspetto che va sottolineato come elemento di eccellenza della fi losofia che il Rapporto esprime. Il discorso s'inquadra in una mappa di valori che vede come elemento caratterizzante cieli' evoluzione socio-economica, la dimensione conoscitiva della società del fu turo. Definizione della professionalità e formazione diventano elementi guida della transizione verso una nuova forma di società, la società cle1l'informazione.
\
ROCIV
-
«lJn altro concorrente tcmihile del servizio militare è costituito dal senizio 1>restato in qualità di ausiliario di leva presso la Polizia, i Carabinieri. i Vigili del Fuoco» [Foto: ì\fanifcslo del Salone delle t(,cnologic, p rodotti e servizi per la Protezione Civile- Ferrara 1999]
(9) Cfr. il testo redatto dal Capo di SM dell'Esercito iu data 21 maggio 1998 i11 accomp ag110 dei succitati "iter
formatii,i".
L'approccio per competenza Il dibattito più recente sulla formazione ed il cambiamento organizzativo ha enfatizzato, infatti, in modo particolare 1' approccio per compe-
(10) Cfr. rehlzione del Gen. Ferrari, "Tecniche e tecnologie didattiche per la formazione militare", in Atti del Convegno Nazionale di Studi. Università e Istituti militari. /,a formazione <!ella cla.ne dirigente, l'orino, 27-28-29 ,wvemhrn 1996.
Lenza come una nuova soglia di accesso al problema di definizione della professionalità e del ruolo sullo sfondo dei processi di cambiamento che interessano attualmente il lavoro e le forme organizzative che lo riguardano. Le organizzazioni sono "lette" dagli studiosi sempre più non solo nella loro dimensione strutturale come insieme di risorse finanziarie e tecnologi.c he finalizzate allo sviluppo di una missione ma anche come insieme di risorse imrnateriali, cioè capacità, conoscenze e valori, "knowhow" effettivamente disponibili da parte delle risorse umane in esse esistenti. Secondo quest'ottica le organizzazioni possono essere viste come "portafogli di competenze"; naturalmente il livello ed il "peso" (reale e potenziale) del "portafoglio" contribuiscono a determinare la capacità d'agire ed il posizionamento competitivo nel sistema in cui l'organizzazione agisce. È naturale che tanto più è complesso il quadro delle caratteristiche ambientali in cui l'organizzazione agisce, tanto più ampio deve essere il livello di conoscenza a disposizione. L' incremento della conoscenza diffusa nelle organizzazioni, in quanto prvduzione di valore è considerata un fattore centrale da presidiare. Le competenze possedute dalle organizzazioni (in quanto insieme delle "skills" individuali e collettive) costituiscono un "asset'' essenziale per la sopravvivenza delle organizzazioni non solo per quanto concerne le posizioni con responsabilità direttive e di coordinamento ma nel complesso di tutto il contesto organizzativo. L'idea cli professionalizzazione nel settore militare deve fare i conti con la maggiore complessità insita nei nuovi compiti assegnati alle Forze Armate. Le mutate condizioni della situazione geostrategica postulano diverse necessità che nel passato. Le Un ità devono disporre cli un più alto grado di interoperabilità tra le forze alleate, in un quadro giuridico sempre più mutevole e complesso a fronte cli un vasto spettro di compiti e scenari sostanzialmente imprevedibili. Se si considera in particolare la situazione italiana, va considerato inoltre che una maggiore responsabilità viene a cadere sugli approcci strategici regionali. Come osserva in un recente brano il Gen. Ferrari «Da ipotesi di impiego sostanzialrnente definite ed in numero lùnitato, nel quadro di una strategia nazionale vincolata, con ternpi di preavviso e di sviluppo dei conflitti maggiori compatibili con la mobilitazione, si passa così a un ventaglio di eventualità incerto e diversificato ma soprattutto mutevole e con scarso preavviso in cui la strategia globale di dUesa degli interessi nazionali dovrà essere cornpresa, interpretata e applicata intelligentemente anche a livelli bassi» (10). Crescita di incertezza e variabil ità dell'ambiente in cui si delineano i nuovi compiti delle Forze Armate sono inoltre condizionate negativamente dal calo delle risorse disponibili per la Difesa e l'addestramento ed inoltre anche dalla presenza di apparati tecnologicamente più sofisticati con i quali interagire. È chiaro, pertanto, a fronte di uno scenario mutato, che la focalizzazione sulle specificità delle competenze richieste appare fondamentale nel-
l'identificazio ne dei percorsi formativi come condizioni di efficacia degli interventi. Se logiche meramente disciplinari e centrate sui contenuti possono mostrare la loro valid ità nel contesto di scenari statici ed immutevoli nel tempo, per converso ìn situazioni caratterizzate da incertezza e discontinuità appaiono fondamentali dispositivi di progettazione più flessi bili e centrali sui contenuti professionali . Tra le pri ncipali fi nalità dei sistemi dì formazione professionale - in qualsiasi comparto produttivo o di servizio - dovrebbe essere la gestione dell'offerta di un "mercato delle competenze" in grado di adeguarsi alle nuove esigenze che emergono da cambiamenti relativi a modelli e strutture organizzative verso processi a carattere innovativo. Nelle organizzazioni più innovative si parla frequentemente della crescita cli forme di management diffuso, anche per i Quadri intermedi, d i responsabi lizzazione più ampia e di sperimentazione di nuove forme di autonomia legata ad un sistema di "output" definito secondo logiche organizzative matriciali o per progetto. Se in una visione di tipo fordista centrato sulla predefinizione dei compiti, la formazione poteva definirsi prevalentemente come offerta cli opportunità per adeguare le persone alle esigenze cli tipo standardizzato rilevate dall'impresa in un contesto définito, secondo un'ottica postfordista alla formazione viene a spettare un ruolo molto più complesso l'cfr Crozier, Alvesson e Berg, Weick]. Si tratta infatti di fornire condizioni per l'attivazione di processi di creazione, diffusione e scambio di processi cognitivi di diverso tipo. Tra questi processi un ruolo di rilievo è affidato alle competenze intese come risorse in grado di fornire agli individui plasticità e flessibilità rispetto allo scenaiio in cui l'i mpresa si trova ad interagire. Ma come definire in senso più lato il concetto di competenza? «La competenza non è una caraueristica inco,porata nel singolo job, «Nel 1>assato le nozioni venivano ''dispensate" eia un professore visto come ''detentore delle conoscenze"» [Illustrazioni: Lei.ioni oltocentcschc in una stampa d'epoca e in un'incisione di Antonio Piccinni (1846-1920)]
'. I I,,
J
',,, •~ 1
·!
·,. :.t :
, : -· • (_
-~·-:.:·· .
'
'
I
· r1, v1-l ',.- ~ i' i+I\/ I
liJ
y-J }
I
(11) /sfo/: Sta11dar<l.for111atori per 1111 modello 11azionale di co111pete11ze verso l'accreditame11to professio11ale, pp. 20-21, /998.
«Come già ossenalo da l Censis [... ] la distanza tra società civile ed isti tuzioni della Difesa tende a ridursi» [Foto: Pino Scllan ni - "Rap Cam p '98'' - Saba udia]
rna nel soggetto stesso che, posto difronte ad un cornpito professionale, tende ad agire utilizzando il repertorio di risorse personali ed organizzative (attitudini, capacità, comportamenti, ... ) a sua disposizione.» 11sfol, 1998] (11). In altri termini, le competenze sono un mix di conoscenze e capacità che costituiscono elemento essenziale per la definizione dei percorsi formativ i, sia a livello di analisi dei fabbisogni che di obiettivi e di valutazione dei traguardi. Nel sistema formativo del Paese attualmente permangono fattori ostativi ali' avanzamento di logiche centrate sulle competenze. Gli standards di qualificazione all'interno del sistema di formazione professionale sono definiti in termini curricolari (contenuti didattici, obiettivi, stanclarcls di certificazione correlati alle prove cl' esame) e mal si prestano ad identificare il corredo di capacità effettivamente richie~o. Gli elementi di scenario che conducono a "ragionare" per competenze, piuttosto che per contenuti e curricoli disciplinari secondo logiche scolasticistiche, sono in particolare: • la rapida obsolescenza delle conoscenze acquisite ali 'i nterno dei sistemi fom1ativi istituzionali (ad esempio in ambito scolastico universitario). Alcune ricerche, ad esempio, hanno mostrato che il 50% delle cognizioni tecnologiche di un ingegnere elettronico diventano obsolete nel giro di quattro anni ; • lo sviluppo di esigenze legate alle cosiddette "Situated knowledge" correlate all'area professionale ed al sistema prodotti/mercato o, nel caso ciel settore pubblico, relativo all 'utenza; abbiamo già sottolineato come anche in ambito militare i nuovi compiti richiedano conoscenze di tal tipo; • l' esigenza di competenze per l'azione, caratterizzate da forte flessibilità e plasticità a qualsiasi livello organizzativo come core capabilities necessarie per il raggiungimento ed il mantenimento del vantaggio competitivo, o comunque dell'eccellenza. Fa da cornice a tali istanze, il postulato della formazione continua intesa - come già si è avuto modo di vedere - come processo f?lobale di crescita della per~wna attraverso percorsi "discontinui" di svi luppo delle capacità e delle conoscenze. In questo quadro si colloca coerentemente anche la ristrutturazione in atto in campo militare dove fon damentale viene ad essere l' istanza della professional izzazione. L' approccio alle competenze in definitiva si mostra coerente in particolare rispetto alle seguenti istanze che riteniamo altresì cogenti nel l'ambito dei nuovi compiti delle Forze Armate: a) il primato della ricerca della flessibilità come obiettivo delle organizzazioni (pubbliche e private) che operano in ambienti incerti e complessi; b) l' emergere di nuovi modelli dì produzione ciel sapere; le reti telematiche ad esempio incentivano e moltiplicano le possibilità cli accesso alle fonti di conoscenza;
c) la crescita cli complessità che caratterizza il problema dell' interpretazione dei processi di trasformazione nella società civile; d) il bisogno cli una riqualificazione professionale centrata sulla capacità cli combinazione di competenze e di acquisizione continua di com,petenze anche attraverso l'agire. Ma vediamo ancora di definire con una maggiore chiarezza il termi.ne di competenza. Questo concetto è definito in letteratu ra secondo diverse accezioni di significato come: • risorsa cognitiva necessaria per l'espletamento degli "output" professionali; • set di comportamenti organizzativi causalmente correlati ad una prestazione superiore; • capacità e comportamenti organizzativi e professionali posseduti o da sviluppare e premiare; • caratteristiche intri nseche del business e delle persone che compongono un'organizzazione (in quanto requisiti dei ruoli e delle risorse umane). Il concetto dì competenza, pertanto, va inteso come distinto dal compito in quanto legato all a capacità di elaborazione cognitiva del soggetto. Il termine competenze trasversali (Tabella 4) è usato generalmente per intendere competenze comuni ad una larga gamma cli situazioni non relative alla situazione lavorativa specifica. All' interno ciel dibattito sulla definizione delle competenze in uno scenario di fo rmazione continua, ha acquisito una ce1t a rilevanza il con-
co _!!E~~E'.
~
Competenze
Descrizione
Competenze di base
Competenze che tendono a divenire condizioni favorevoli o vincolanti: • l'accesso alla formazione • l' occupabilità • lo sviluppo professionale (esempi: lingue, infonnatica, organizzazione aziendale, elementi cli economia, di diritto, .. . )
Competenze tecnico-professionali
Saperi e tecniche specifiche al profilo e all' area professionale (settori o processi) possono essere distinte a loro volta in: • competenze comuni e fondamentali (intese come zoccolo caratterizzante l'area professionale, condizione cli flessibilità dei profili specifici); sono prepedeutiche alle:, • competenze specialistiche, che si innestano su quelle comuni e clisegnano i singoli profili professionali (derivano dall'analisi del settore-comparto e delle funz1oni/processi)
Competenze trasversali
Competenze ritenute influenti sull'applicazione in situazione dei vari saperi tecnico-profesionali. Si riferiscono ai comportamenti di diagnosi, relazione (esempi: comunicazione, presa di decisione, problema "soling", ... ) Detivano dall' analisi del comportamento del soggetto in un contesto cli lavoro
Fonte: INO-Isfol, 5 (1997)
cetto di qualificazione chiave (o competenze chiave/trasversali) intese .c ome "insieme di competenze complementari" che consentono una capacità d'agire piena e responsabile. La formazione continua, nella sua accezione più ampia, sottolinea il senso dell'orientamento verso la professionalità come progetto educativo di vita e lavoro. Cogliere il valore centrale delle competenze significa sottolineare la condizione evolutiva del "soggetto adulto" in formazione, sia nel l' ambito de)]' offerta formativa che delle altre fasi di un iter formativo. La valenza educativa di un modello centrato sulle competenze s.i identifica pertanto nella capacità della persona di investire nei processi di apprendimento e sviluppo nel senso più pieno. Formazione continua è infatti soprattutto crescita della persona anche attraverso l'interazione con l' altro ed il confronto con un'attività professionale in situazioni apprenditive "i ntenzional i" o "naturali" (forma- zione d'aula e apprendimento organizzativo). Il dibattito europeo evidenzia ampiamente il fatto che le "skills" tecnico-professionali non costituiscono le uniche competenze chiave nel contesto dei modell i organizzativi che caratterizzano scenari attuali ["Libro Bianco", 1995]. Fondamentali sembrano invece essere soprattutto le cosiddette "skills" relazionali e sociali, dalla capacità di cooperazione alla capacità di autosviluppo ed auto-diagnosi alla capacità di apprendimento w ntinuo.
( 12) Cfr. su questi temi la relazione del Ge11. R11ggieri, "Comunicare l'Esercito: problemi e prospettive" (doc. i11ed.).
Alame competenze chiave Riteniamo utile soffermarci brevemente su tre aree di competenza partìcolannente focali nell'ambito della professionalità militare come peraltro già evidenziato in alcuni documenti e sc1itti sulla formazione: a) le competenze relazionali; b) le competenze legate alla leadership; c) le competenze culturali e valoriaLi. In analogia a quanto sta avvenendo in molte realtà organizzative, acquistano sempre maggiore rilevanza esigenze di tipo comunicativo. In ambito militare si rileva da più parti l'esigenza di far fronte alle aumentate intenelazioni con il contesto civile, con le organizzazioni inter e sovranazionali. D'altro canto cresce l'esigenza di visibilità del necessario rapporto con i media e quindi il bisogno di disporre di competenze comunicative atte a gestire i processi comunicativi interni ed esterni. L' efficacia della comunicazione nei confronti della società civile diventa condizione per soddisfare quel bisogno di legittimazione funzionale e di consenso di cui l'organizzazione militare ha bisogno più di ogni altra organizzazione. Un'area cli particolare criticità nella relazione comunicativa riguarda anche il servizio di leva. Ci sembra rilevante il nuovo orientamento teso a coinvolgere i diretti protagonisti nella comunicazione delle esperienze di leva al di là del valore di mediazione dell'istituzione. È indubbio però che, anche se già a partire dalla metà degli anni Ottanta, si è focalizzata all'interno dell'Esercito una «radicale riorganizzazione della struttura comunicativa al centro e alla perife1ia» (12), l'effettiva attuazione del rniglìoramento complessivo della capacità di
Fattori di successo: «l'apertura verso l'ambiente esterno e la fornliaa:i;ione sui prn,essi di ,omunicazione» [Foto: Alti del Convegno "Università e istituti militari" - Scuola di A1>plicazione. 1996]
comunicare dell'Esercito nasce dal superamento di una mentalità che affonda le sue radici nella legittimazione della "non comunicazione", dalla diffidenza e da un atteggiamento complessivo centrato sull' autoreferenzialità. Solo investendo nel1a definizione di piani formativi centrati peculiarmente sulle competenze di tipo relazionale, si può pensare di superare il fattore ostativo legato a tali pregiudizi e stereotipi. L'esigenza cli un approccio operativo e non teorico alla leadership è sempre più sentito all'interno della formazione in ambito militare. Nel1a più recente letteratura sulla leadership, il capo gestionale è stato definito "catalizzatore" di processi cognitivi: al personale direttivo spetta, dunque, un ruolo di grande rilevanza a margine del processo di diffusione della cultura organizzativa. E compito del Capo, infatti, la definizione dei margini di libertà e di autonomia dei gruppi, per quanto concerne il presidio della cultura organizzativa attraverso la predisposizione di supporti alle aree per la conoscenza e la formulazione del p.iano di attività, coerentemente agli obiettivi ed alla vision diffusa all' interno delle organizzazioni. La competenza "saper lavorare in gruppo" è fortemente legata a tali problemi Questo "asset", inteso nel senso metacognitivo significa sviluppare obiettivi di coordi namento in senso direttivo o collaborativo (come Capo o membro di un gruppo) fortemente legati alla presenza di un contesto comune di riferimento (visione condivisa) cli carattere cognitivo ed affettivo. Si tratta insomma di poter lavorare insieme grazie al fatto che ci si avvale di un piano cognitivo e valoriale cli 1iferimento su cui si costruisce il consenso. Per quanto concerne queste competenze, quelle appunto relative ai valori , bisogna considerare il fatto che la presenza di valori etico-nazionali è tradizionalmente un elemento coesivo dell'organizzazione militare, più che di ogni altra organizzazione. La cultura delle ideafìtà, connessa anche a simbologie molto "forti" diventa fu lcro dell'incontro con i valori di cui i giovani sono portatori. Nasce quindi un problema di convivenza e coesistenza valoriale o cli omogeneizzazione culturale rispetto cui i piani formativi devono puntare. AI,pari di quanto oggi avviene per le organizzazioni d' impresa la dimensione culturale assurge a fattore di coerenza nell'azione organizzativa. La stessa interazione comunicativa raggiunge i migliori obiettivi solo laddove rimane salda la base di aggregazione resa possibile dai fattori culturali. Si determi na la necessità, pertanto, che avvenga una riflessione sistematica sulla specificità delle competenze culturali-valoriali per dispoffe di quadli di riferimento ampi e precisi su cui importare l'attività d'analisi dei fabbisogni e d i progettazione formativa.
11. D(ffondere le conoscenze, logiche di sviluppo
di apprendimento organizzativo
li sentimen to d i uman itì1 è un valore d w il sold ato ita lia no l'Sporta nei Paesi in sofferenza [Foto: Carabiniere a Saraj evo. 19'>81
Il dibattito più recente nel campo della gestione delle risorse umane tende ad integn-u-e maggiormente la riflessione sulla formazione con l'analisi dei necessari cambiamenti organizzativi. Si è maturata una visione in cui le logiche di formazione appaiono non solo connesse ma fortemente integrate con lo sviluppo organizzativo. Anche nella riflessione interna allo sviluppo di nuove strategie formative nell 'Esercito, si del inea l'esigenza di far assumere all'area "scolasticoacldestn1tiva" una nuova stmttura aderente alle funzioni operative realizzando ogni azione utile alla migliore valo1izzazione delle 1isorse (cfr. i documenti sui "pacchetti di capacità"). rn questo paragrafo introduciamo un tema che è coerente a questa direzione di sviluppo e che riteniamo debba essere ancor più oggetto di attenzione nel contesto di un'i1movazione radicale delle strategie formative.
Il concetto di apprendimento orianizzativo L'apprendimento organizzativo nella sua accezione più amp ia può essere considerato come l'insieme dei processi che portano le organizzazioni ad analizzare e 1ipensare in modo c1itico i propri "successi ed insuccessi", rivedere in modo continuativo i propri indirizzi strategici, po1Te attenzione a tutti i segnali provenienti dall'ambiente, accettando e valorizzando visioni infonnative emergenti dalla stessa organizzazione lAlessandrini, 1998]. Nel linguaggio ciel formatore in genere l'apprendimento è visto come un fenomeno complesso e diversificato nelle sue forme che può essere defi- · nito come un processo di modifica di conoscenze, abilità, atteggiamenti o valori realizzantisi secondo diverse strategie e dinamiche. Ma esiste nell'organizzazione una capacità di apprendere? Esiste un dinamismo evolutivo che spinge un sistema organizzativo nelle sue fissità funzionali ad incorporare elementi per un adattamento più consono agli scenari in cui vive? Le risposte a questi inten-ogativi sono già state fonnulate, rispetto ad una realtà internazionale, dagli studi cli alcuni tra i più brillanti autori di opere per il management. Anche se diffusasi solo recentemente nel nostro Paese, l'espressione "apprendimento organìzzativo" è utilizzata da una quindicina d'arnù a questa pa,te per indicare un settore di studi e di espelienze in campo organizzativo di diverso livello e spessore. La metafora della learning organization ci indica le organizzazioni come sistemi che apprendono, cioè come entità che processano infonnazioni e conoscenza cli tipo esplicito o tacito, per focalizzare l' attenzione sulle modalità con la quale tali conoscenze si trasformano in innovazione. Si sostiene da più parti che la capacità di apprendimento di un' organizzazione deve essere maggiore o uguale al tasso di cambiamento con cui si deve confrontare. Anche l'Esercito, operando in scenari che evolvono costantemente, e dovendo dispoITe di capacità operative atte a convivere ed agire in tali scenari, si trova, naturalmente, a dover orientarsi verso la "cultura dell'apprendimento". Nell'attuale contesto socio-economico, in definitiva, la ricerca di vantaggi
competitivi si sviluppa fondamentalmente attraverso la capacità di "produrre" innovazione: di prodotto, di processo, nei sistemi organizzativi e gestionali, nella cultura manageliale. «L'apprendimento organizzativo - come sostengono gli antesignanti degli studi in questo settore - avviene quando i membri dell 'organi72azione agi-
scono come attori di apprendimento per l'organizzazione, quando cioè, ù1/òrmazioni, esperienze, scoper1e, valutazioni di ciascun individuo diventano patrimonio comune dell'intera organizzazione fissandole nella memoria deli' organi72azione, codificandole in norme, valori, metafore e mappe rnentali in base alle quali ciascuno agisce. Se questa cod(ficazione non avviene gli individui avranno irnparato, ,na non le organi72azioni» [Argyris e Schon, 1978]. La Tabella 5 sintetizza alcune dimensioni della "learning organization" . Se le teorie dell'impresa classica nascevano da una visione ancorata alla considerazione di caratteristiche d i prevedibi lità, certezza e continuità dei mercati e degli attori, la visione organizzativa centrata sul1' apprendimento organizzativo è l'espressione di una diversa consapevolezza della turbolenza, incertezza e discontinui tà dell a vita stessa delle organizzazioni di impresa. Un altro elemento-chiave, tematizzatò dagli studi sulla " learning organization", l'enfasi data alle conoscenze tacite, può essere interpretato come un bisogno emergente dalla situazione di interculturalità e transnazionalità che sempre più caratterizza una parte delle imprese così come delle culture nazionali nell'attuale scenario socio-economico . È proprio in rapporto allo scambio ed ali' introduzione cli nuovi comportamenti, stereotipi e valori che può emergere quel complesso di saperi e saper fare che è il patrimonio condiv iso su cui si è costituito il "know-how" ed il successo dell'organizzazione. Volgendo lo sguardo ai segnali di attenzione alle logiche di apprendimento organizzativo nel contesto delle Forze Armate, ci sembrano di particolare interesse alcune linee programmatiche inserite nel documento predisposto sui pacchetti di capacità proprio nella direzione '.I~ :s..
.1t . . · ·
-~·-j. · 6
·:~----
-.··.·
·
1.,_. , ,
,Il
,
~ ,
:J;t:.."':!-. •
,u·...,.~ ~L
,
·,
'
~
•
.,
TAB. 5:.:..CARATTERISTICHE DEULA'. •:t. · ····;::·"li.
. ·. ~
: - ·;f-~. .
"LEARNINGORGANiiATIÒN"' ·
~
-
-
-
-
~
·
;
...
,.
:
Caratteristiche riguardanti la struttura organizzativa: D Superamento di modelli funzionali per logiche divisionali D Crescita della responsabilizzazione ee(autonomia decisionale da parte dei vari sottosistemi aziendali D Ampliamento della "superficie di contatto'' con l'ambiente D Interconnessioni orizzontali, mutui adattamenti, relazion i cooperative all'interno dell'organizzazione e con altre organizzazioni (struttura a rete)
J:1.
~
dell'apprendimenlo organizzativo. Segnaliamo ad esempio come particolarmente valida l' ipotesi cli disporre cli team mobili cli istruttori per garantire una migliore diffusività in "stimoli" formativi. Ci sembrano inoltre particolarme nte interessanti anche le seguenti linee di innovazione proposte: • l'adeguamento costante dei programmi al control lo dei ri sultati s ul pi ano operativo in quanto introduce la necessaria integrazione tra teoria ed a1,ione; • l'implementazione ciel concetto di laboratorio di apprendimento; • lo svi luppo cli cicli permanenti di "lezioni apprese" in cui il fl usso formativo-adclestrativo è indotto direttamente alle risultanze derivanti da operazioni ed esercitazion i di particolare rilievo; • l' attivazione di un programma cli collegamento in ambito internazionale; • l'attivazione di reti di scam bio di in fo rmazio ni in ambi to nazionale. Ci sembra in defin itiva che esistano le condi zioni per un approccio "maturo" e consapevole agli orientamenti di apprendimento organizzativo in sintonia con le punte più avanzate della formazione manageriale, e che quind i si possa auspicare un'effettiva integrazione tra progetto organizzativo e progetto formativo. In sinte i dunque, l'idea di apprendime nto organizzativo consente anche all 'interno delle istanze proprie del s istema fo rmativo dell' Esercito cli '·uscire" dal modello razionalistico-determini stico ed incorporare i valori dellaj1essibilità e dell'innovazione (Tabella 6).
I processi d i apprendimento nelle organizzazioni si comprendono facendo riferimento ai processi cli interazione sociale e quindi sulla condivisione di conoscenze, credenze e assunti cli base. Le caratteristiche dell'apprendimento organizzativo (il suo essere qualcosa in più che la somma di apprendimenti indiv iduali), vanno rintracciate nelle proprietà strutturanti dei contesti di interazione sociale. La compresenza di conoscenza ed azione è un tratto fondamentale dell 'apprendimento organizzativo. Le dinamiche cognitive nascono e si strutturano nel terreno concreto del fare, come alcune teorie dell'apprendimento individuale sostengono. . Tra apprendere ed agire c'è un continuum: nel senso che si impara agendo. Il conoscere in azione è il cuore stesso dell' idea cli apprendimento organizzativo. fl vero svi luppo dell' apprendimento è q uello che si verifica con !'"apprendere ad apprendere". L' apprendimento è strettamente interrelato con il "decision-making". Alcuni moclelJi cli apprendimento interpretano le attività decisionali come adattamento alle condizioni ambientali, ma altri modelli ritengono cruciali i fattori casuali codeterminati dagli cffetti strutturanti dei contesti. L' organizzazione che apprende incoraggia l' apprendimento dei singoli e contemporaneamente m.oclifica se stessa. L'apprendimento è un fattore cli llessibilità e di adattamento e quindi di sopravvivenza in quanto consente alti livelli cli competitività.
12. Il sistema di f ormazione dell'Esercito come un sistema di formazione continua
«Le mutate condizioni della situazione geostrntegica postulano diverse necessità che nel passato. Le Unità dernno disporre cli un più alto grado d'intcropcrabiliti1 tra le forze alleate» [Foto: Scambio di doni-ricordo fra alleati]
Il valore strategico della formazione come attività di sviluppo del portafoglio di competenze e conoscenze posseduto dalle organizzazioni è un postulato che difficilmente può essere messo in discussione, a maggior ragione in considerazione della nuova enfasi riconosciuta negli anni più recenti alle risorse umane come motore dell'innovazione e fattore di tenuta del "vantaggio competitivo". La consapevolezza che le persone sono la risorsa cruciale delle organizzazioni ha sollecitato i vertici del)' Esercito Italiano ad investire nelle attività e nella ricerca nazionale ma soprattutto nel contesto internazionale anche in riferimento alla "phylosophy" della formazione continua ("lifelong education" e "continuing education"). Infatti nelle Direttive militari, riguardanti la formazione, uno dei punti cruciali è la fonnazione continua (intesa anche riqualificazione e qualificazione) insieme all'auto-formazione. In un mondo in cui il mercato del lavoro richiede flessibi lità ed ampiezza di livello degli standards cognitivi, assistiamo al rischio di un appiattimento verso "derive" di nuove forme di analfabetismo (tecnologico e culturale) insostenibili a fronte delle sfide competitive che le imprese con il loro capitale umano devono affrontare a livello internazionale. La forte spinta innovativa determinatasi a partire dal Trattato di Maastricht e dal cosiddetto Libro Bianco di Delors, verso il modello del la ''.formazione continua" si è accompagnata negli ultimi ann i ad una crescita della "focalizzazione" sulla formazione e generalmente sulla diffusione di una cultura della formazione anche nei contesti socio-organizzativi sia nel settore pubblico che nel privato. Anche i documenti più recenti (ìl Rapporto Bangemann ed il Libro Bianco su Istruzione e Formazione del novembre '95) sottolineano l'esigenza degli Stati membri dell'Unione di provvedere a maggiori investimenti nel sapere e nella competenza. «Difi-onte alla disoccupazione ed agli sconvolgimenti tecnologici, il bisogno difonnazione supera il contesto dell'istruzione iniziale. Esso pone il problema di una capacità permanente di evoluzione delle persone attive attraverso un rinnovamento delle conoscenze tecniche e professionali fondato su una solida cultura generale» [dal Libro Bianco '95, p. 7]. Il portato innovativo di questo documento va segnalato proprio nell'identificare i tre "obblighi" in cui si identifica la sfida di una moderna società europea: l'inserimento sociale, lo sviluppo dell'attitudine al lavoro e dello sviluppo personale come tre dimensioni che vanno assunte strettamente associate. La sottolineatura della valenza innovativa del documento è proprio nella visione della compatibilità dello sviluppo personale per l' appunto con l' inserimento sociale e con la promozione dell'attitudine al lavoro. Ed è questa centratura strategica che consente una reinterpretazione più ricca dell' idea di fom1azione continua conie modello che integra crescita individuale e sviluppo professionale della persona.
«Alcune riccrd1e hanno mo~trn to dic il SO % dl'l le cognizioni tecnologiche di un ingegnere clcU ronico dil·entano obsolete nel giro d i quattro a nni»
Il dibattito europeo evidenzia ampiamente il fatto che le "skills" tecnico-professionali non costituiscono le uniche competenze ch iave nel contesto dei modelli organizzativi che nascono dagli scenari attuali. Più che le conoscenze contenutistiche e procedurali acquistano rilevanza competenze legate all'apprendere dei grnppi, al gestire visioni condivise e processi comunicativi complessi verso l'esterno e l'interno delle istituzioni. L'attenzione ai processi format ivi, intesi nella loro complessità e multidimensionalità, porta in primo piano le metodologie in grado di operare sul piano delle dinamiche dei processi di interazione sociale e del1'educazione informale. L'evoluzione dei modelli organizzativi nelle imprese ha creato, dunque, almeno in alcune aree ed in alcuni comparti, un indotto positivo per lo sviluppo della formazione, finalmente identificata come possibile leva per il niiglioramento delle risorse umane e come condizioni per lo sviluppo dell' individuo sia in quanto soggetto che lavoratore. Si tratta allora cli riflettere sull'esigenza di valorizzazione del patrimonio di conoscenze posseduto dalle risorse umane come risorsa di base della capacità competitiva del Sistema Paese. Le organizzazioni militari - ed in particolare le Scuole - hanno final mente avvertito l'esigenza di ampliare la superficie cli contatto con l' ambiente esterno secondo un approccio di forte attenzione ai fenomeni che in esso avvengono. Il 1iorientamentq della mission dell'Esercito, come abbiamo avuto modo di vedere precedentemente verso compiti cli salvaguardia della Patria, del cittadi no e della collettività indubbiamente è un fattore dì spinta ulteriore verso questa direzione. Una nuova realtà orientata verso la modernizzazione e l'apertura al mondo esterno sembra pertanto profi larsi nell'attuale revisione della
componente scolastico-addestrati va. L'internazionalizzazione della formazione, l'attenzione alla dimensione operativa ed all'integrazione con l'apprendimento continuo, il consolidarsi di una visione sistemica centrata su un insieme di formazio ne permanente fanno ben sperare in un effettivo processo di innovazione coerente con la complessità dei nuovi compiti che attengono alle nostre Forze Armate. • Vettore nobile della strultuni rnmunicativa ddl'Esercilo è il periodico "Rivista \-lilitare'' fondato nel 1856 IFoto: l'ino Settanni - "Rap Camp '98'' - Sabaudia l
Bibliografia AA.VV. (1995), Libro Bianco su Istruzione e Formazione, a cura della Commissione europea. Abravanel H. (1986), Ideologia organizzativa e miti di mediazione, in: P. Gagliardi (a cura di), Le imprese come culture,.Isedi, Torino, pp. 103-125. Alessandrini G. e Tiriticco F. (1988), Progettare per.formare, Maggiolì Editorem, Rimini. Alessandrini G. (l 995), La formazione continua nelle organizzazioni, Tecnoclid, Napoli. Alessandrini G. (1996), Apprendimento organizzativo la via del kanbrain., Unicopli, Milano. Alessandrini G. ( 1998), Il manuale per l'esperto nei processi formativi, ed. Carocci, luglio. Argyris C. e Schon D. (1978), Organ.izational Learning: a Theory of Action Perspective, Reading Mass., AclcJison Wesley. Ausubel D.P. (1990), Educational Psychology. A Cognitive View, Holt, Rinehait and Winston, Inc. New York, 1968, tr. it. "Educazione e processi cognitivi", Franco Angeli, Milano. Batti stelli F. (1996), Soldati. Sociologia dei militari italiani nell'era del peace-keeping, Franco Angeli, Milano. Battistelli F. (1997), Servizio militare e servizio civile alla vigilia della rif'onna. Gli ajpetti .sociologici, in: Archjvio Disarmo - Sistema informativo a schede, n. 3 - marzo.
«La competenza "saper lavorare in grnp1>0' '» è richiesta sia al Capo, sia ai membri di un gruppo [Foto: Paracad utisti in Kurd istan. 1991]
Battistelli F. e Maniscalco M.L. (] 996), "I collegi militari: tendenze attuali e immagine", RiviJta trùnestrale di scienza deLl'amniinistrazione, n. 3. Benadusi L. e Alessandrini G. (1995), Le Scuole dell' Esercito fra tradizione e innovazione: un'analisi valutativa del sistema formativo, in: G. Gasperini e A Scotti (a cura di), L'Esercito e le sue scuole, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito. Bibliografia. Bloom B. (l 956), A Taxonorny ofEducational Ol~jectives. Handbook I: The Cognitive Domain, Giunti e Lisciani, Teramo, 1983. Bomers G. (1991), "L'apprendimento è la nuova cultura aziendale", Harvard Espansione. Bramley P , Newby A.A (1984), "The Evaluation of Training", Journal of European Industriai Training. Butera F. e Invernizzi E. (1993), Il manager a più dimensioni, Franco Angeli, Milano. Censis (1995), Militari e società: le spinte al confronto, in: G. Gasperini e A Scotti (a cura di), L'Esercito e le sue scuole, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito. Crozier M. (l 996), Il fenomeno burocratico, Etas Kompass, Milano. De Geus A ( 1988), "Planning as Learning", Harward BusineJs Review, marzo-aprile. De Masi (a cura di) (1993), Verso la formazione nel post-industriale, Franco Angeli, Milano. Difebarometro (1995), Osservatorio permanente su Forze Annate e società, n. 2, Roma-T1ieste, Archivio Disarmo-Swg. Difebarometro (1996), Rapporto n. 4, Roma-Trieste, Archiv_io Disarmo-Swg. Direttiva (1998), Iter.formativo dei Marescialli, SME, febbraio. Direttiva (1998), !terforrnativo degli Ufficiali, SME, maggio. Direttiva (1998), Iter.formativo dei Sergenti. Direttiva (1998), Sisterna addestrativo dei Volontari in Servizio Permanente, SME, febbraio. Direttiva (1995), Sfatema addestrativo per i Volontari in Ferma Breve. Feffari ( 1996), Tecniche e tecnologie didattiche per la formazione militare, in: Atti del Convegno Nazionale di Studi. Università e Istituti militari. La formazione della classe duigente, Torino, 27-28-29 novembre. Fe1rnrotti F., La pe1fezione del nulla, promesse e problenii della rivoluzione digitale, Laterza Roma e·Bari 1997; idem, Cinque scenari per il 2000, Laterza Roma e Bari 1985. Flores F. e Winograd, Calcolatori e conoscenza. Un approccio alla progettazione delle tecnolor;ie dell'ù1flnmazione, Moncladori Edizioni Tecniche e Scientifiche. Fabbroni F. ( I998), "Per una teoria razionalista della ricerca-azione", Scuola e città, anno XXXIX, n. 8. Gobicchi A. ( 1993), " Processi di interiorizzazione nelle Accademie militari", Rivista trimestrale di scienza dell'amministrazione, n. 3-4. Gogueli n P. (l 987), La jòrmazione animazione: strategia, tecniche e modelli, Isedi, Torino.
[Illustrazione: Copertina del volume "L'Esercito e le sue Scuole'' (a cura di G. Casperini e A. Scolli) SME, 1995 1
«Tra apprend ere ed agire c·è un "continuum": nel senso che s ' impara agendo»
Goguelin P. (199 1), La formazione animazione, Isedi, Torino. Goguelin P. (1972), Cavozzi J., Enriquez E., La forrnation psychosociale dans les organisations, Presses Universitaires de France, Paris, 197 l , tr. it. "La formazione psicosociale nelle organizzazioni", !sedi, Milano. Hegedeus Z. (1993), Il presente e l'avvenire, Franco Angeli, M ilano. Hilgard E. e Bower G. ( 1966), Teorie dell 'apprendùnento, Franco Angeli, M ilano, 1993 . Ilaii V. , Romano R. (1998), La formazione del personale militare in Jimzione dei nuovi rapporti ed impegni internazionali, ricerca, maggio. Jaques E. ( 1991 ), L'otganizzazione indispensabile, G uerini e Associati, Milano. Knowles M. (1973), Quando l'adulto impara. Pedagogia e anclragogia, Aif, Franco Angeli, Milano, 1993. . Lasswell H .D. (1975), The Garrison-State, tr. it. in: M . Stoppino, a cura, Potere, politica e personalità, Utet, Tmino. Maniscalco M.L. ( 1995), La teoria della c ivilizzazione cli Norbert Elias: un contributo per la sociologia del peace-keeping, in : A. Gobicch i (a cura di), La professione militare oggi. Caratteristiche sociali e nuovo contesto geopolitico, ·Franco Angeli, M ilano, 1987, pp . 46-6 1. Nonaka I. (1991), 'The Knowleclge-creating Company", Harward Business Review, novembre-dicembre. Piccardo C. ( 199 1), Sviluppo organiz:z,ativo, Guerini e Associati, Milano . Q uaglino G.P., Cmrnzzi G .P. (1987), IL processo di.formazione: dall'analisi dei bisogni alla valutazione dei risultati, Franco Angelì, Milano. R ighi L. ( 1996), "L'Esercito tra operatività e introspezione: un questio-
«La ril"c rca cli vantuggi competitivi si sviluppa a1trnvcrso la capacitiì d i "produrre'' innorn,d on c»: anche q uesto si rcal iaa con ··Ra p Camp·· [Foto: .\ o<;ta - 1998]
nario autoprodotto dal contingente italiano in Somalia", Rivista trimestrale di scienza dell'amministrazione, n. 3, pp. 15 1-165. Rosati ( 1989), li bello del sapere, La Scuola, Brescia. Roscnau J.N. ( 1994), Armed force and armed forces in a turbolent worlcl , in: J. Burk (ed.), The Military in New Tùnes. Adapting Armed Forces to a Turbolent World, Boulcler, Westview. Ruggieri G. (1998), Comunicare l'Esercito: problenii e p,vspettive, (cloc. inedito). Senge P.M.. (1990), La quinta disciplina, Sperling & Kupfer Editori , Milano. Senge P.M. (1991 ), "Team Lcaming", McKinsey Quarte, n. 2. Shon D.A. (1983), The Re_fiective Practicioner: How PmfessionaL Thinks in Action, Ba.sic Books, Publ ishers, New York. Stato Maggiore dell'Esercito (1998), w funzione "Formazione e Addestraniento ", Pacchetti di capacità operativa, U gppf, Uffic io Piani ficazione. Ve11ecchi. B. (a cura di. 1991), Th esaurus dell'istruzione a distanza, Tecnodid, Napoli.
* * * Ringraziamento
anno fornii o un notevole contribuw al lavoro di ricerca necessario alla redazione del testo qui presentato E. Gualandi, "cultrice della materia" presso la cattedra di Sociologia de/l'Organizzazione del corso di laurea in Scienze dell'Educazione (Roma Tre), e G. Ricotta, dottore di ricerca presso l'Università degli Srudi di Roma "La Sapienza".
H «La capal"i til cl i a1>prcncl inll'nto cli un 'orga nizzazione deve essere ug ual e o maggiore al tasso cli camhiamento con cui si de,e confrontare,. [Foto: :\liliLa ri cli le"a in ,·isita a un musco]
Uimmagine dell'Esercito tra i giovani, in caserma e fuori di
Fabrizio Battistelli Paolo Bellucci
1. Esercito "invisibile" e società post-moderna
«Oi <1uando in c1uando nelle famiglie si apriva una · finestra di attenzione connessa all'esperienza del figlio che partiva soldato» Llllustrazione: Michele Agnolctlo "Partenza" (parL), 1942]
er circa cinquant'anni in questo dopoguerra l'Esercito Italiano è stato "invisibile" nel senso letterale che ·1a sua stessa esistenza sembrava sfuggire a chiunque non vi fosse direttamente collegato, per farne parte o per intrattenere una qualche forma di rapporto stabile con esso [Battistelli, 1996a]. Ce1to, di quando in quando nelle famiglie si apriva una finestra di attenzione, connessa all'esperienza del figlio che partiva soldato; ma si trattava di una finestra momentanea, destinata a essere presto richiusa e, quanto al panorama che mostrava, non sempre tale da ispirare entusiasmo. Né la situazione era migliore passando da] cittadino qualsiasi ai leader d'opinione: accademici, giornalisti, esponenti del mondo associazionistico, per non parlare dei politici. In questa indifferenza manifestata dalla società civile, un peso ragguardevole era rivestito dalle negative esperienze del fascismo e della Seconda guerra mondiale. P ur portando responsabilità non diverse da quelle dell'intero Paese, le Forze Annate - e in particolare la Forza Armata più numerosa e più visibile, l'Esercito - uscivano dalla c1isi bellica con un'immagine offuscata. Né migliorava la situazione, nella società civile, l'ampia diffusione di due ideologie politiche (cu i corrispondevano due schieramenti partitici contrapposti, a loro volta collegati alla divisione del mondo in sfere di influenza)1 per motivi diversi poco inclini a esprimere un interesse e un impegno positivo nelle politiche del la Difesa. Studi recenti hanno mostrato come, ad esempio, in Parlamento, per circa quarant'anni, maggioranza e minoranza abbiano dato prova di una sostanziale moderazione: consapevoli della spaccatura che caratterizzava il Paese sui temi della sicurezza e dello schieramento internazionale, tanto le forze politiche di governo quanto 9uelle di opposizione hanno evitato di drammatizzare il proprio (inconciliabile) contrasto in questo campo [D'Amore, 1998]. Questo processo di imbrigliamento del confronto, peraltro, se ha evitato di inasprire il conflitto ideologico, di sicuro non ha aiutato lo sviluppo di un rapporto solido, trasparente e di fiducia reciproca tra Forze Annate e società civile. Tutto questo va ricordato oggi , in una situazione interna e internazionale pur radicalmente modificata, nella quale i lasciti del passato appaiono superati, ma non cancellati del tutto. Di fronte alle punte di
crisi che, inevitabilmente e ovunque, contrassegnano il rapporto di un ' istituzione con le altre istituzioni, con l'opinione pubblica, con la società nel suo complesso, vi sono ancora oggi momenti in cui l'Esercito, e in genere le Forze Armate, memori della lunga fase di isolamento spe1imentata nel passato, mostrano cli seguire una pol itica "difensiva". ln realtà, la specificità italiana c he abbiamo ricordato si innesta su di una caratteristica che è largamente comune all' istituzione militare in tutto il mondo: quello che potrenuno defi nire il suo strutturale "pessim ismo". Abituata, secondo la logica strategica del worst case, a valutare le situazioni senza esclude re alcuno s viluppo, a cominciare da quello più sfavorevole, l' istituzione militare tende a trasferire questa prospettiva anche sul piano interno, ad esempio nei rapporti interorganizzativi e con il proprio ambiente di riferimento. In realtà, una visione più ampia del rapporto Esercito/Società - quale diventa possibile assumendo un' ottica comparata, estesa almeno alle nazioni con le quali siamo soliti confrontarci - aiuta a sdrammatizzare notevolmente la sensazione di acuta c1iticità inte riorizzata, specie nelle situazioni di emergenza, dall'istituzione militare italiana. Ciò è possibile acquisendo consapevolezza di due dati di fatto: da un lato che tale criticità non è propria soltanto delle Forze Armate, dal!' altro che essa non è esclusiva delle Forze Armate italiane. Fin dai primi anni del secolo che ora sta finendo Max Weber [1980] aveva individualo uno dei. tratti costitutivi della complessità moderna nella pluralità cli appartenenze e nel conseguente "politeismo dei valori" c he contraddistinguono la condizione dell 'uomo contemporaneo, diviso tra la lealtà a molte e concoJTenti istituzioni, dalla famiglia al lavoro, dalla religione alla politica. A loro volta, le istituzioni vengono investite da un processo cli "secolarizzazione", in seguito al quale perdono quell 'aura di sacralità che in passato garantiva loro l' adesione degli individui. Per quanto elevato possa essere il fine perseguito da ciascuna, le istituzioni debbono dimostrare ogni giorno la propria legittimità e, per così dire, "guadagnarsi il pane", rappresentato dal conse nso nei propri confronti, sull ' arena dell' opinione pubbl ica e del siste ma pol itico. L'alto Ufficiale, che a questo nostro ragionamento replicava qualche tempo fa: «Ma la legittimazione dell 'Esercito è sancita dalla Costituzione!», probabilmente sottovalutava questo carattere dinamico, di processo, che la legittimazione riveste nelle società contemporanee. Questo, per lo meno, è il punto di vista sociologico, secondo il quale (a differenza di quanto previsto da quel lo giuridicò formale) la legittimazio ne non può mai ritenersi "data" una volta per tutte. Già chiara nella società mode rna, questa tendenza appare non attenuata, ma moltiplicata, nella fase attuale che defi niamo post-moderna. La differenziazione che caratterizzava la socie tà del pri mo tipo, nel secondo è dive nuta segmentazione, il pluralismo è divenuto moltiplicazione degli attori e degli interessi legittimi, il libero scambio è divenuto conflitto competitivo. In questo quadro ogni istituzione - non soltanto l'Esercito, ma anche la scuola, la giustizia, la sanità, il partito, il si ndacato ccc. - viene giudicata non più pe r ciò che si propone cli fare, m a per ciò che effettiva mente fa.
"Trattate" dalla società (e dal mercato) come ogni altra istituzione o attore sociale, le Forze Armate vengono trattate così in tutto il mondo occidentale, non soltanto in Italia. Anzi, i dilemmi che da noi sembrano ardui da risolvere, si riproporigono ingigantiti in società ancora più complesse della nostra e presso le quali il ruolo delle Forze Armate è più cletem1inante, secondo la proporzione maggiore ruolo = maggiore problematicità. Come ha osservato a proposito degli Stati Uniti James Burk [1998b, p. 39J «l'atteggianiento del pubblico verso l'istituzione militare, come del resto nei co11fronti di tutte le istituzioni del potere, è divenuto più scettico e più esigente di prima» . Né i paradossi sono finiti qui: non soltanto nelle società complesse l' istituzione militare è sottoposta a un maggiore scruti nio (ciò che significa maggiori ciitiche e minori risorse) ma, contemporaneamente, è sottoposta anche a maggiori domande. Da un lato, infatti, la fine del mondo bipolare determina una drastica ristrutturazione dell'apparato difensivo. Quello che ha luogo è poco meno di un terzo dopogùerra in termini di smobilitazione e cli riconversione: negli Stati Uniti, ad esempio, le Forze Am1ate hanno licenziato cenlinaia di migliaia di persone, dimezzando il personale eia 2 milioni e 600mi la unità a l milione e 400mila, mentre il bilancio della Difesa si è ridotto dal 6% cieli Pii degli anni Ottanta al 3% scarso di oggi. Dall'altro lato, le missioni assegnate ai militari americani non diminuiscono, bensì si ridefiniscono e si riarticolano mettendo in sordina gli obiettivi estremi (combattere e vincere un conflitto nucleare generalizzato) e accentuando gli obiettivi "limitati" (capacità di intervento convenzionale in almeno due maggiori situazioni di crisi, più un numero non precisato di operazioni "altre dalla guerra"). Se la complessificazione della missione delle Forze Armate è, nel!' emblematico caso americano, molto marcata in campo strategico, essa non è meno tale nell'ambito che a noi specificamente interessa, quello sociale. Chi espri me preoccupazione per i cambiamenti che prendono corpo nella società italiana, e da lì s i diffondono nel microcosmo militare, può utilmente riflettere - a scopo comparativo e in parte anche preBenché legittimate dalla Costituzione, <dc istituzioni debbono ogni giorno ''guadagnarsi il 1iane'' rappresentato dal consenso» [Fo!o: Il Presidente Enrico Ve Nicola fi rma la Costituzione - 27.12.1 947]
(1) Sulla 11110J'l1 "visibilità" delle Forze Annate in Italia, confermata dalle rilevazio11i periodiche di Difebarometro, e i11 genere s11l rapporto opinio11e p11bblicalq11estio11i della D(fesa, v. Isernia, 1996.
visionale - sui cambiamenti che investono la società e l'istituzione militare americana. Qui l'omogeneità e l'organicità di un sistema, che tuttora deve fare affidamento su specifici meccanismi di mantenimento della coesione e della gerarchia, sono quotidianamente sfidate dalla moltitudine di innovazioni e di pressioni sociali che la cingono d'assedio a pa1tire dalla società civile. Appena pervenuto alla conclusione di un lungo e impegnativo processo di integrazione razziale (grazie al quale 1' Esercito è oggi l'istituzione federale degli Stati Uniti dove bianchi e neri sono maggiorn1ente integrati), l' istituzione militare deve assicurare la piena tutela e la cooperazione tra i sessi, mentre dall'esterno si fa sentire la pressione cli altre "minoranze" che reclamano accesso e riconoscimento, dai gay ai portatori di handicap. Tutto questo determina, non soltanto in America ma in tutto l'Occidente e quindi anche in Italia, una situazione di marcato pluralismo di un'istituzione, nota in passato per la sua natura monolitica. Come tutti i mutamenti, ciò contribuisce a far lievitare i costi organizzativi, culturali e psicologici che i membri - soprattutto i Quadri - devono affrontare nella quotidiana costruzione della prop1ia identità, oltre che nell'espletamento del servizio. Ma, nello stesso tempo, ciò induce un'evoluzione dell'immagine interna ed esterna dell'Esercito, ogni giorno più lontana dallo stereotipo di un'organizzazione autoritaria popolata da superiori brutali e da subordinati come passivi esecutori di ordini. A ciò contribuisce potentemente, come si è accennato, una composizione socialmente più articolata e culturalmente più differenziata del personale basti pensare alla presenza delle donne, imminente nelle Forze Armate italiane e ben consolidata nella quasi totalità di quelle dei Paesi Nato. U salto di qualità, peraltro, è rappresentato dall'ampliamento della missione dell'istituzione nùlìtare, da specialista nel compito (elevato ma virtuale) di difensore della Patria a quello più circoscritto (ma tangibile e ricorrente) cli tutore della pace nelle operazioni promosse dalla comunità internazionale. Le conseguenze delle operazioni di peacekeeping sono, in term inì di rilancio dell'immagine dell'Esercito e di ri nnovamento dell'identità professionale e umana del soldato, poderose. Per l'opinione pubblica italiana, l'effetto sembra essere quello di chi ha avuto in garage per cinquant'anni un grosso Tir articolato e poi lo vede, finalmente, correre in autostrada trasportando beni di prima necessità (1). Per il singolo militare è la sensazione, testim.oniata nel corso della missione in Somalia da un elicotterista dell'Esercito, di essere come «un chirurgo che abbia fatto solo e sempre autopsie, per anni, magari per tutta la carriera. Dopo vent'anni di questa attività prqfèssionale, tra virgolette, può sentirsi appagato? No[. .. ] Questo non vuol dire che qualcuno possa auspicare delle situazioni di conflitto per poter [intervenire]. Ma neanche il chirurgo auspica che tu abbia una cirrosi epatica per farti un trapianto difègato. Lui non lo auspica, lui sta li» [cit. in Battistelli, 1996, p. 108]. Insomma, come sempre nelle organizzazioni, l'immagine emana le sue forme e i suoi colmi in due direzioni distinte: quella interna, condivisa dai membri dell'organizzazione stessa, che ne traggono confer-
ma della propria identità e della propria autostima; nella direzione esterna, fatta propria da un 'opinione pubblica solo apparentemente distante e distratta, in realtà capace di mticolare valutazioni sorprendentemente puntuali e circostanziate, anche e soprattutto di fronte al nuovo. In queste due direzioni si spinge la nostra analisi, in entrambi i casi tenendo d'occhio quell'attore privilegiato che è rappresentato dai g1ovan1.
2. Luci e ombre dell'Esercito visto dall'interno I radicali mutamenti attualmente in corso nella composizione sociale de li 'Esercito (che nel caso italiano si traducono soprattutto nella crescente 1iqualificazione culturale dei Quadri infe1ìori e medio-inferiori) e, soprattutto, nella sua mission (dalla deten-enza al mantenimento della pace) concorrono a detemunare un'immagine in movimento dell'istituzione militare. Come sempre nelle fasi di transizione, a emergere in primo piano con inusitata evidenza sono tanto gli aspetti positivi quanto quelli negativi. Cruciale, tra questi ultimi, la sottovalutazione - perdurata a lungo e non completamente superata ancora oggi - delle vaste potenzialità, ma anche dei vincoli e delle necessarie compensazioni comportate dal servizio militare di leva. · Che la coscrizione obbligatoria sia una miniera (e, come tutte le miniere, destinata a produITe metallo prezioso, oltre a qualche scolia) è una metafora cui abbiamo fatto ricorso in altra occasione [Battistelli, 1996]. L' e1rnre eia parte di molti programmarmi politici e tecnici della Difesa, come pure di non pochi gestori diretti (Comandanti), è stato quello di ritenere che fosse una miniera inesauribile. La mentalità, in questo ambito, è stata a lungo simile a quella che ha caratterizzato decisori e Quadri di qualsiasi altra organizzazione burocratica o aziendale del mondo occidentale fino agli anni Settanta: la convinzione, inconscia ma non per questo meno radicata, che le lisorse materiali e immateriali a propria disposizione fossero inesauribili. Sono stati necessari la crisi energetica del 1973, e il relativo shock psicologico e culturale che essa ha provocato in campo politico ed economico, per rendersi conto che l'era dello sviluppo illimitato era tramontata per sempre e che ad essa faceva seguito un' era di accesa competizione all'esterno e di oculata gestione delle risorse all'interno. Da allora è trascorso all'incirca un quarto di secolo prima che anche nelle Forze Armate italiane si facesse largo la consapevolezza di alcuni elementari quanto decisivi dati di fatto. Li enumeriamo: a. la coscrizione obbligatoria è un istituto/ politico-giuridico e non un fenomeno naturale (ed è quindi passibile di modifica o addirittura di superamento come ogni altro istituto di questo tipo); b. in ternuni strutturali (demografici) il gettito di leva non è illimitato (bensì limitato e anzi, tendenzialmente, in contrazione); c. la disponibilità soggettiva dei giovani cittadini a prestare il servizio militare non è un dato scontato da cui pa1tire, bensì un obiettivo da conseguire; d. in un regime normativo che è evoluto dal "monopolio" al "libero
«Ogni anno in Italia non meno di 600mila pcrMml' (padri. madri. frn lelli, licla nzall'J cnlra 110 in rontatto t on l' istituzione mi litare» [Foto: Llnn h rc,c lk rnta, l!ucrra du ra nte - 19 171
mercato", la concon-enza esercitata da altri istituti , ugualmente legittimì , è pressante e destinata a crescere; e. una volta "acquisiti", mediante la leva o mediante il volontariato, i g iovani alle armi vanno anche "tenuti" con opportune polìtiche di qualificazione e di riconoscimenti . Senza entrare nel dibattito sulla forma ciel reclutamento (Esercito di leva/Esercito volontario) che ci porterebbe troppo lontano, allo stato attuale constatiamo che la soluzione in atto oggi e nel breve tern1ine è quella del modello cosiddetto "misto", cioè di un mix tra coscrizione e volontariato. Anche in tale situazione il servizio cli leva limane una grande risorsa, innanzitutto a livello organizzativo, per la quantità e la qualità delle 1isorse umane che porta a disposizione delle Forze Armate (e in particolare cli quella che ha più bisogno di persone, cioè l'Esercito). Contemporaneamente esso lo è a livello promozionale, per la massiccia e capillare azione di coinvolgimento di centinaia di migliaia di giovani nei propri meccanismi e nella propria vita quotidiana. Considerando oltre l 60mil a giovani che prestano il servizio cli leva nelle Foo.e Armate (130mil a circa nell 'Esercito) e stimando in 4 persone la fa miglia media italiana, è possibile valutare che ogn i anno in Italia non meno di 600mila persone (padri, madri, fratelli; ad essi andrebbero aggiunte le fidanzate) entrano in contatto con l'istituzione militare . In una società caratte,izzata da un overload di informazione, e quindi sempre più sensibile alle modalità di comunicazione diretta (quali il passa-parola), ilfeecl back emesso dai giovani di leva è il fattore di gran lunga più potente nella costruzione dell'immagine sociale dell' istituzione mili tru·e, e in particolare dell'Esercito. Naturalmente, l'esistenza di una simile potenzialità nel duplice ambito organizzativo e comunicativo-promozionale non comporta di per sé né che essa sia garantita nel tempo né che venga sfruttata a pieno e senza vincoli. Esistono infatli vari fattori - 1ispettivamente: (a) demografici, (b) sociali, (c) psicologico-sociali, (cl) normativo-organizzativi - che interagiscono con l'esistenza e con la funzionalità del servizio cli leva in senso sfavorevole ovvero favorevole, come sintetizzato nella Tabella l. Iniziando dal fattore demografico conseguenze sfavorevoli provengono da un fenomeno che sta investendo, con intensità vatia ma con segno costante, un po' tutte le società dell'Occidente: il decremento della natalità e l'invecchiamento della popolazione. Negli Stati Uniti , ad esempio, quello che è stato definito l"'i ngrigimento dell'Amedea" si manifesta nel progressivo elevamento dell'età media della popolazione. Nel 1973 (anno dell 'abolizione della coscrizione obbligatoria) tale media era di 28 anni circa, mentre si calcola che nel 2010 sarà cli 39 anni. Tra il 1970 e il 1990, infatti, gli ultrasessantacinquenni sono aumentati da 20 a oli.re 3 I milioni e si prevede che supereranno i 40 milioni nel 20 l O, pervenendo a costituire il 14% del totale LEitelberg, 1993; v. anche Eitelberg e Mehay, 1994]. Pure in Europa si assiste, nell'ambito di un modesto e decrescente incremento demografico, all'invecchiamento della popolazione: passando dai 359 milioni del 1986 ai 372 del 1996, gli abitanti dei quindici Paesi membri dell 'Unione Europea sono aumentati del 3,8%, ma nel loro ambito la classe di età I 5-24 è dimi-
nuita del 3% LEurostat, l 997]. Quanto all'Italia, secondo i calcoli di Levadife gli idonei alla leva di terra, che erano 366mila nel 1990, saranno appena 223mila nel Duemila. Un secondo fattore demografico esercita, invece, un ruolo favorevoJe: si tratta del miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie delle nuove generazioni. Nel caso italiano (analogamente a quanto accade nel resto dei Paesi occidentali) emerge che, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, ben 1'85% degli iscritti nelle liste della leva di terra viene dichiarato fisicamente idoneo, a fronte cli un 5% che viene riformato per motivo di salute (e un 10% esentato per motivi legali). Passando ai fattori del secondo tipo - quelli sociali - ci si trova in presenza cli un fenomeno la cui valenza nei confronti del servizio di leva è duplice: l'innalzamento del livello scolastico. A partire dal secondo dopogue1rn nei Paesi occidentali l' istruzione primaria è divenuta non soltanto un semplice adempimento per i poteri pubblici e per le famiglie ma un effettivo fenomeno di massa; l'età della frequenza scolastica si è andata progressivamente elevando; l' istruzione, media superiore prima e rn1iversitaria poi, da privilegio di ristrette élite è divenuta un' opportunità e una pratica consolidata per un numero crescente cli giovani. Nell ' ambito europeo, già dall'inizio deg!i anni Novanta oltre 1'80% dei diciottenni è composto da studenti [Eurostat, 1992]. Pur non raggiungendo le medesime quote, anche in Italia il livello scolastico dei giovani si è drasticamente innalzato. Dagli scarsi 600mila ciel decennio 1959-1960, gli studenti medi superiori sono passati nel nostro Paese a oltre 2.800mila negli anni Novanta. Quanto agli universitmi, questi sono aumentati da meno di 230rnila negli anni Cinquanta al milione e mezzo abbondante di oggi [Istat, 1994]. Per quanto rigum·da l'oggetto della nostra analisi, l'accresciuta qualificazione scolastica dei giovani determina conseguenze ambivalenti in ordine al servizio di leva. Da un lato, infatti, l'Esercito Italiano si trova, come gli altri omologhi europei, a disporre di un materiale umano dotato di risorse educative e di potenzialità culturali ben più elevate di quelle su cui era possibile contare ancora negli anni Cinquanta; e ciò comporta positive ricadute in ambito acldestrativo e, in pa1te, nell'attribuzio-
C
TA1{i-:·FATTORI"SFAVORE:VOLI"(-) VS: FAVÒRÉvoii(~)AL sÈRVI_z10 i riirrr-rui-01Lii"VA' -
· -- ----------.J,.......
Fattori
a. Demografici
---
-·
.
,:-1
- - -- ------~--
-
+
• Decremento della natalità
• Miglioramento, delle condizioni igienico-santtarie /
b. Sociali
...
I
• Innalzamento ciel livello scolastico
I
c. Psicologico-sociali
• Diffusione valori post-materialisti
• Funzioni latenti ciel servizio militare
d. Normativo-organizzativi
• Regime di esoneri-rinvii • Obiezione di coscienza/servizio civile • Reclutamento in altri Corpi dello Stato
• Riqualificazione delle condizioni della prestazione
ne di responsabilità individuali. Dall'altro, questa stessa qualificazione porta nell' istituzione militare - nei ranghi più bassi e sulla base dell'adempimento di un obbligo - soggetti sempre meno propensi all'accettazione di norme, di stili di vita e di comportamento, di vincoli stmtturali, ecc., del tutto peculiari come sono quelli dell'universo militare. Questi aspetti aprono al fattore successivo, costituito dal la di mensione psicologico-sociale e dunque dagli atteggiamenti presentati da un gruppo sociale come quello dei giovani, posti di fronte alla questione della propria partecipazione alla funzione della Difesa. Sfortunatamente, mentre esistono varie indagini nazionali sull'atteggiamento dei giovani nei confronti del servizio militare, non ne esistono di comparate tra i diversi Paesi. Una buona approssimazione, peraltro, è rappresentata dalle risposte rilevate nel corso del sondaggio d 'opinione Eurobarometro, effettuato periodicamente presso i Paesi dell'Unione Europea, in ordine alla disponibilità dei giovani a fare dei sacrifici per difendere il proprio Paese. Come mostra la 1àbella 2, tale disponibilità, che oscilla tra l'atipico massimo (41%) dei portoghesi al minimo degli olandesi (6%), appare mediamente alquanto esigua, attestandosi intorno al 16% del totale dei giovani cittadini europei. Ricercatori italiani, che hanno operato analisi secondarie dei dati Eurobarometro alla ricerca di una possibile spiegazione di tale esiguità, hanno messo in connessione la scarsa propensione dei giovani europei a occuparsi in prima persona della Difesa con la crescente diffusione tra !
-
---- - - --~
-
l TAB. 2 · DISPONIBILITÀ A DIFENDERE IL PROPRIO PAESE SECONDO V APPARTENENZA NAZIONALE -~-- - -
-
-
-
-
-- -
- -
- -
Disponibili ( % )
No
Portogallo
41
237
Grecia
24
207
Gran Bretagna
21
1.247
Francia
17
1.186
Germania
17
1.423
Belgio
17
212
Irlanda
16
86
Spagna
12
901
Italia
IO
1.294
Danimarca
10
109
Olanda
6
346
Totale
16%
Fonte: Segarti, 1998, elaborazione su dati Eurobarometro 1990
7.248
<<Le conseguenze delle operazioni di pcacckeeping sono, in termini di rilancio dell'immagine cieli' Esercito. poderose» [Foto: Pino Scttanni - Sarajevo 199/iJ
gli stessi di valori post-materialisti (2). Secondo le note analisi di Ronald Inglehart [l 983; 1993; 1998], tra i giovani nordamericani ed europei è in corso dagli anni Settanta una "rivoluzione silenziosa" che sposta quote crescenti di individui (solitamente i più centrali nel sistema socio-economico dei rispettivi Paesi) da orientamenti di valore di tipo materialistico, legati all'acquisizione di beni, al consumo e alla sicurezza econonùca, a bisogni post-materialisti, imperniati sull'autorealizzazione, l'impegno politico, l' espressività, l'estetica, ecc .. Il tema della Difesa e dell'eventuale partecipazione all'organizzazione che vi è preposta rientra in questa dicotomia. Infatti l'orientamento materialista comprende al proprio interno una (relativa) disponibilità a occuparsi della sicurezza nella sua accezione non soltanto economica ma anche militare; sul fronte opposto, un orientamento post-materialista tende a includere valori eco-pacifisti che a loro volta sembrano ispirare indifferenza, se non ostilità, nei confronti delle politiche della Difesa e delle .istituzioni preposte ad attuarle. In particolare Segatti [ I 997], operando un'analisi sui dati Eurobarometro relativi ai giovani di 18-25 anni appartenenti ai 15 Paesi dell'Unione Europea, ha riscontrato che, rispetto al modesto 16% complessivo che si dichiara disponibile a difendere il proprio Paese, i materialisti rappresentano una quota più che doppia (22%) rispetto a quella dei post-mate1ialisti (10%) (Tabella 3).
-------'
--
--
- ---- - - ---
-
~~·
I
TAB. 3 - DISPONIBILITÀ A DIFENDERE IL PROPRIO PAESE : I SECONDO GLI ORIENTAMENTI DI VALORE -
-- - - ---- - - - - ,'
-
Non disponibile ( % )
Disponibile ( % )
No
22
1.046
/
(2) Si vedano gli studi di BaUistelli, Isernia et al., 1990; Tsemia, l.996; Be/lucci, 1996 e 1998; Segatti, 1997.
/
Materialisti
78
Misti
83
17
4.824
Post-materialisti
90
10
1.730
Totale
84
16
7.600
Fonte: Segaui, 1998, elaborazione su dati Eurobarometro 1990
(3) La valenza sessuale della prestazione tlel servizio militare - e dunque il Sll(I rilievo rispetto all'i11cl11sio11elescl11sione nella mascolinità - è ben rappresentata nel prol'erbio secondo il q11ale "Chi non è b11ono per il re, 11011 è b110110 neanche per la regina".
Pur con tutta la difficoltà di trovare spazio e agganci all'interno di una costellazione di valori esplicitamente individualista e decisamente sofi. sticata come quella che dà vita all'orientamento post-materialista, l'atteggiamento favorevole nei confronti del servizio cli leva è minoritario sì, ma non completamente assente presso i giovani europei. In attesa di apposite analisi comparate, quest'ultima è almeno una ragionevole ipotesi alla luce del dato di fatto che, sia pure con difficoltà crescenti, gli Eserciti di vari Paesi cieli' Europa occidentale (oltre alla quasi totalità di quelli dell'Europa orientale) riescono ancora ad arruolare giovani di leva, a inserirli nell'organizzazione militare e, persino, a impiegarli in situazioni non di routine come le operazioni di pace all'estero, con esiti complessivamente soddisfacenti [Battistelli, 1997a]. Evidentemente esistono, accanto a fattori che tendono a indebolire il senso del servizio cli leva, anche fattori che tuttora agiscono in favore della sua legittimazione sociale. Dalle ricerche da noi effettuate su campioni cli giovani italiani, emerge che tali fattori sono legati alle funzioni latenti del servizio militare. L' indagine condotta nel 1997 s u di un campione di 1.884 studenti delle scuole medie superiori di Roma, infatti, dimostra che l'opzione servizio militare è maggioritmia nella misura del 59% rispetto a quella del servizio civile (29%; indecisi 12%) tra i giovani maschi di 16-20 anni. Pur decrescendo con l'età - e quindi con l'avvicinarsi della scadenza dell'effettiva prestazione del servizio - la scelta ciel servizio militare riscuote ancora un non trascurabile 44% dei consensi tra i giovani ultraventenni [Polìmetrica, 1997]. Come appare dalle interviste in profondità realizzate p1ima e dopo la . rilevazione su questionario, la persistenza dell'opzione servizio militare è legata con tutta evidenza sia a cause sia a funzioni che sono attive a livello non tanto manifesto quanto latente. Tra le cause latenti è da annoverare la memoria storica tramandata dai padri e dagli altri ascendenti maschi della famiglia. In un contesto dove la coscrizione obbligatoria è stata a lungo una realtà di massa, né alcune eredità negative del passato né lo stesso carattere controverso delle esperienze individuali sembrano impedire alla microstoria della propria "naja" di avere valore suggestivo per chi la racconta e, soprattutto, per chi la ascolta. Qum1to alle funzioni latenti , anche in una società ampiamente secolarizzata e modernizzata come quella italiana (non diversa in ciò dalle omologhe europee), il servizio militare continua a mantenere un certo significato in quanto rito di passaggiò. Per i giovani maschi - o meglio per alcuni strati (presumibilmente più periferici) della popolazione giovanile maschile - la chiamata alle armi continua a scandire il passaggio dalla prima giovinezza alla giovinezza adulta, con le conseguenti implicazioni nella conferma dell'identità di "uomo", non soltanto nell 'accezione anagrafica ma anche in quella di genere (il militare come mèinnerbund, test e insieme certificazione di virilità) (3). Il qua110 e ultimo fattore è di ordine normativo-organizzativo, investe cioè il servizio militare di leva sotto il duplice profilo del quadro giuridico che ne stabilisce le regole e delle modalità organizzative in cui tali regole trovano concreta attuazione.
«Un fenomeno s ta inveslenclo le società clell'Ocdclentc: il decremen to d ella natalità e l'im·ccchiamcnto della popolazione» llllustrazione: Alberto Scotti "Dialogo al tram ont o" - 1975]
(4) Il 111011opolio 11wschile tlel dirittoklovere di portare le anni è 11110 dei tratti più tipica111e11tc paleomodemi del militare, ovviamente destinato a entrare in roft(I di collisio11e con la spiuta all'e111w1cip(lzio11e - e quindi con la rii1endicazio11e de/l'(lccesso alla stessa carriera militare - espressa tlalla popolazione femmi11ile (Battistelli, 1997b).
Tra gli specifici aspetti che classifichiamo come sfavorevoli, il primo posto spetta al regime di esoneri (e di rinvii) che vige in molti dei Paesi che mantengono tuttora la coscrizione obbligatoria. Per la sua eredità stmica, così come per la sua natura intri nseca, quest' ultima ha senso e si giustifica in quanto è sì un' imposizione che grava sulle spalle dei cittadini, ma è un' imposizione universalistica. Invece, attraverso un ingegnoso sistema di esoneli, rinvii , scorciatoie legali, anche nei Paesi tuttora a cosc1izione obbligatoria, per i giovani delle classi più privilegiate la prestazione del servizio militare si è definitivamente trasformata in un optional. Ciò ha, ovviamente, ripercussioni pesanti sulla legittimità sociale della coscrizione obbligatoria. Anche un tasso di esenzioni che, come in Francia, è tra i più bassi d'Europa - osservava già negli anni Ottanta Miche! Martin - non manca di provocare in seno alla coscienza collettiva il sentimento di un'ineguaglianza. Il motivo è che al "vecchio sistema di giustificazione". definibile come "trascendente", fondato sull'associazione fra il servi~io militare /egualitario e universale e la cittadinanza socio-politica, si è andato sostituendo un nuovo sistema di giustificazione a carattere "pragmatico". Questo sistema di giustificazione, tuttavia, presenta forti limiti: che la coscrizione obbligatoria sia più conveniente sotto il profilo economico, offra più garanzie sotto quello politico, sia più gratificante per coloro che hanno la vocazione militare, tutto questo <<è ,neno capace di produrre mobilitazione e legittùnità» nella società in quanto tale [Marti n, 1981] (4).
Un secondo fattore "sfavorevole" di ordine prevalentemente (ma non esclusivamente) normativo è rappresentato dall'obiezione di coscienza e dall'istituzione di un servizio civile sostitutivo del servizio militare. Le ricerche effettuate sinora evidenziano un processo di laicizzazione dell'obiezione, che passa da motivazioni di carattere ideale (adesione ai princìpi della non-violenza, critica del militare da posizioni anti-militariste) a motivazioni di carattere pragmatico, in terrnini di analisi costi/benefici e di progetto di vita. Apparendo particolarmente diffusa presso gli strati più qualificati della popolazione giovanile (i cui parametri sono, nel caso italiano, la condizione studentesca del 90% dei casi e l'origine centro-settentrionale nel 77% ), obiezione di coscienza e servizio civile appaiono attualmente dei poderosi competitors del servizio mi litare. Non tanto - è da sottolineare - del servizio militare professionale, cui nessuno o ben pochi degli obiettori si sarebbe rivolto come propria scelta di vita; quanto del servizio milita" re di leva cui, in altre condizioni, alcuni degli attuali obiettori avrebbero comunque accettato cli entrare. È infine possibile prevedere che tali tendenze riceveranno nuovo impulso dalla recente approvazione della riforma dell'obiezione cli coscienza (Legge 230/1998) che riconosce a quest'ultima il carattere di diritto soggettivo e che equipara sotto tutti gli aspetti la prestazione del servizio civile alla prestazione del servizio militare. Un terzo, finora trascurato, fattore sfavorevole in campo normativo, è rappresentato dall'arruolamento di giovani nei Corpi cli Polizia. Secondo la legislazione italiana è possibile, per i giovani soggetti agli obblighi di leva, fare domanda ed essere ammessi a prestare il servizi(.) militare come ausiliari nei Corpi di Polizia. Tale misura, la cui congruità complessiva non è in discussione qui, ha tra i suoi effetti quello di drenare ogni anno un certo numero di giovani (all'incirca 20mila), generalmente scelti tra i più idonei sul piano fisico e psico-attitudinale. A differenza di quanto accade per il servizio civile sostitutivo del militare, nel caso degli Ausiliari di Polizia la conc01Tenza esercitata da questa opzione sembra coinvolgere più che il servizio militare obbligatorio, il servizio militare volontario, avendo per protagonisti giovani propensi alla divisa e a una disciplina di tipo militare. Concludendo con i fattori normativo-organizzativi, sia sul piano potenziale che su quello attuale ve ne sono anche di favorevoli al servizio cli leva. È evidente infatti che molto può essere fatto, a livello innanzitutto cli produzione e successivamente di implementazione legislativa, nel modificare e possibilmente migliorare le condizioni nelle quali il cittadino presta il servizio di leva. Finché hanno mantenuto e mantengono la coscrizione obbligatoria, in effetti, un po' tutti i Paesi si pongono il problema di come rendere se non appetibile, almeno non così pesante per il cittadino la prestazione di un servizio che è oneroso in termini materiali (costi/opportunità rispetto al lavoro, allo studio e in genere ad altre attività; costi finanziari in senso stretto, nella frequente necessità da parte delle famiglie di integrare la "simbolica" paga del soldato) e, soprattutto, inunateriali (psicologici, sociali). Se questo era il quadro dei fattori che condizionano il reclutamento nel
serv1Z10 militare, restano da delineare brevemente le problematiche che lo caratterizzano nel corso del suo espletamento. Infatti, una volta arruolati dei giovani, adeguati per numero e qualità e quale che sia il titolo in base al quale lo sono stati (leva o volontariato), il compito del!' organizzazione militare è ben lontano dal dirsi concluso. Il problema, a questo punto, diviene quello di gestire queste risorse: sulla base di un equo scambio tra ciò che esse sono chiamate a dare e ciò che si aspettano di ricevere, l'obiettivo è - come in ogni organizzazione quello di conseguire il consenso e di ottimizzare le prestazioni in vista dell'adempimento della mission. In un panorama di fattori così variegati e talvolta dissonanti, qual è la risposta dei giovani, alle anni come coscritti e come volontari? La soggettività dei membri dell'istituzione, anche alla base della piramide gerarchica e anche nei terminali più periferici e nelle mansioni più semplici, costituisce un aspetto di crescente importanza nella programmazione e nell' impiego delle risorse umane. Già chiaramente rilevabi le negli eserciti della tarda modernità, tale tendenza è divenuta predominante nell'era post-moderna dell'istituzione militare [che gli osservatori fan no coincidere con la fine del mondo bipolare: Moskos, 1993; Moskos e Burk, 19981 in coincidenza con le nuove missioni di mantenimento della pace. È infatti nel peàcekeeping che prende corpo il definitivo abbandono del paradigma meccanico (il soldato ·come ingranaggio di una macchina) in favore del paradigma della complessità (il soldato come cellula intelligente di un sistema che apprende) [Battistelli, 1996; Ammendola, 1999]. Nell'esplorazione di tale soggettività che abbiamo operato nel corso di tre ricerche su uomini dell'Esercito Italiano impegnati in altrettante operazioni umanitarie e di peacekeeping (Albania, 1993; Somalia, ·«Tutti i Paesi si pon!!OIIO il problema di come rendere non così pesante un ser\'izio [di le,·aJ oneroso in termini materiali e immateriali (psicologici, sociali)» I Illustrazione tratta dall'opuscolo ··Con noi nell'Esercito"]
S 1A 1 0
MAG
1994 ; Bosnia, 1996-97), le motivazioni sono emerse come un oggetto di analis i particolarmente pregnante per la loro capacità di sintetizzare importanti aspetti psicologici e psicologico-sociali ali ' incrocio dei tre s istemi: individuo/istituzione/società. Sul la base di un ampio numero di interviste focalizzate a mili.tari di truppa (di leva e volontari), sottufficiali e uffici ali, abbiamo elaborato una tiiprutizione delle motivazioni dichiarate dagli intervistati, definite palcomoderne, moderne e post-moderne, che abbiamo qu indi sottoposto a verifica somministrando tre questionari ad altrettanti campioni rappresentativi delle missioni citate (Tabell a 4). Ciascuna delle tre tipologie contiene al proprio interno due dimensioni dicotomizzate: la materialità/immaterialità e l'orientamento al l'ego/orientamento all'altro. Rispetto al tipo paleomodcrno caratterizzato eia motivazioni imm ateriali ed etero-orientate, e al tipo moderno, caratterizzato da motivazioni materi ali ed ego-orientate, il tipo post-moderno mutua dal primo l' immaterialità e dal secondo l'orientamento all'ego. Ne scaturisce un terzo tipo di motivazioni egoistiche ma non materialistiche (quali, appunto, il desiderio di avventura e d i compiere un 'esperienza personale significativa) (Figura 1). Ad esempio nelle motivazioni dei g iovani coscritti in Somalia, è stata rilevata una ridotta presenza dei valori immateriali e altruistici della tradizione, defi nibili come paleomoderni (7 %); una più ampia presenza di val01i 111oderni individualistici e materialistici (29%) e un predominio di valori individualistici e immateriali definibil i come post-moderni (64%). I valori moderni sono più diffusi tra i professionisti, mentre i valori post-moderni sono pi ù diffu si tra i coscritti. Per quanto riguarda la soddisfazione sul piano umano e professionale - un importante ind icatore dell ' integrazione dell ' individuo ncll 'istituzione di appartenenza
Motivazioni
Albania-Somalia (coscritti+ professionisti)
Bosnia (solo professionisti)
Motivazioni paleo moderne
1. Per rendersi utile agli altri 2. Per mi gliorare l' immagine del Paese sul piano internazionale
1. Per servire il Paese 2. Per migliorare l'immagine del Paese sul piano internazio nale 3. Per emrare in una comunità molto unita
Motivazioni moderne
1. Per guadagnare ciel denaro in più 2. Per impm-are cose utili nella carriera o al ritorno nella vita civi le
1. Per i vantaggi del posto fisso 2. Per migliorare la propria posizione sociale 3. Per entrare nel mondo ciel lavoro
Motivazioni post-moderne
1. Per desiderio d i avventura 2. Per fare un'esperienza personale significativa
1. Per des iderio di avventura 2. Per conoscere posti nuovi 3. Per mettersi alla prova
,.: : '.· ::
·-· "FIG:· 1·- TIPI l\10TIVAZIONACI DEI MILITARI ITALIANI.IN ALBANIA E so PALEOMODERNI, MODERNI, POST-MODERNI
... - ___...___:_~----------·- ·-
~
---
-----
--~-
-
-
-
PALEOMODERNO immateriale
--
LIA:
.. -
-~- -- -- - - - - - · - - - - ~
MODERNO
eterocentrato
materiale
egocentrato
Rapporto di ricerca
POST-MODERNO
irn.materiale egocentrico
- essa viene registrata tra i post-moderni nel caso dei coscritti e tra i paleornoderni nel caso dei professionisti. In Bosnia infatti - nel corso di un'operazione realizzata esclusivamente da professionisti (ufficial i e sottufficiali in servizio permanente) o da aspiranti tali (volontari di truppa) - è emerso che, a fronte di una ridotta presenza di post-moderni, sono i paleomodemi che dichiarano la maggiore soddisfazione (come già in Somalia, dunque, i moderni o "occupazionali", si confermano come i meno soddisfatti di tutti) [Isernia e Lanzieri, I 999J. Passando da una proxy cli carattere generale, come la soddisfazione all'immagine in senso stretto, è stato possibile intercettare questo oggetto alquanto sfuggente grazie all'impiego della metafora organizzativa, una tecnica cli rilevazione proposta dallo studioso svedese di management Lars Edgren. Invitati a paragonare l'Esercito a un'automobile, ben 570 sul totale degli 808 intervistati della Missione "Ibis" in Somalia hanno accettato la provocazione, dando vita a una ricostruzione che è interessante non solo per i paragoni dichiarati ma anche e soprattutto per le associazioni di idee che essi ispirano [Battistelli e Ammendola, 1997). I militari che hanno partecipato alla Missione "Ibis" non rappresentano la loro organizzazione in maniera univoca, alcuni esprimono giudizi sostanzialmente positivi, alt1i propendono verso una visione negativa; per alcuni sono 1ilevanti i problemi econo91ici, per altri invece quelli organizzativi. Al pari di altre realtà organizzative e diversamente dalla concezione di sé che tende ad accreditare ufficialmente, dunque, I' istituzione nùlitare non costituisce una realtà monolitica, bensì un aggregato di rappresentazioni differenziate. Tutto questo emerge con chiarezza dalla Tabella 5, nella quale i giudizi espressi attraverso le metafore sono stati raggruppati in alcune aree tematiche comuni e ripartite secondo il grado dell'intervistato. Il primo dato che sembra interessante sottolineare è come il diverso pro-
Truppa
L'Esercito è un'organizzazione obsoleta che necessita di rinnovamento
11,0
13,3
12,4
L'Esercito è un'organizzazione che si caratterizza per le sue contraddizioni interne
3,7
5,0
5,7
L'Esercito è un'organizzazione dispendiosa; si spende troppo rispetto ai risultati
2,4
4,1
4,9
L'Esercito è un'organizzazione eccessivamente burocratica
0,4
2,8
4,7
L'Esercito non è un'organizzazione omogenea, esistono profonde differenze interne fra i reparti
2,0
0,4
4,8
Nell'Esercito c'è una cattiva gestione del personale, soprattutto i rapporti superiori, subordinati
5,3
1,4
1,9
Risposte genericamente negative
29,6
23,4
13,3
Totale risposte "negative"
54,4
50,4
47,7
L'Esercito è un'organizzazione per la quale si spende poco
7,7
9,2
8,6
L'Esercito è un'organizzazione che nonostante le innegabili difficoltà riesce ad andare avanti secondo uno standard di sufficienza
8,9
12,3
20,0
L'Esercito è un'organizzazione che non ha ancora raggiunto il suo livello ottimale, ma che può senz'altro migliorare
4,0
4,6
6,7
Risposte genericamente positive
6,9
6,0
5,7
Totale risposte "positive"
27,5
32,1
41
Risposte non classificabili
10,8
10,5
11,3
7,3
6,0
18,1
16,5
11,3
Totale
100,0
100,0
100,0
No
247
218
105
Non rispondono Totale risposte "neutre"
Fonte: Battistelli e Anunendola, 1997
cesso di socializzazione a cui sono sottoposti truppa, sotnifficiali e ufficiali, influenzi in maniera determinante l'aiticolazione dei loro giudizi nei confronti cieli' organizzazione cli appartenenza. In un contesto dove le opinioni critiche (54%) prevalgono su quelle favorevoli (27%), un terzo dei militari di truppa esprime opinioni apoditticamente negative verso l'Esercito, senza precisare le motivazioni di tale severità di giudizio. A fronte cli ciò, solo il 13% degli ufficiali replica aJla provocazione della metafora nella medesima forma semplicistica. Significativamente, la maggior parte degli ufficiali intervistati coglie l'occasione per esprimere giudizi - positivi o negativi che siano - più articolati. Tra gli ufficiali la maggioranza relativa delle risposte (20%) manifesta un'immagine moderatamente positiva, quella cioè di un'organizzazione che non è al massimo ma che comunque riesce a raggiungere la sufficienza. Significativo del modo diverso di rappresentarsi l'organizzazione a seconda del grado è il modo in cui alcuni aspetti organizzativi, che veng(mo percepiti come rilevanti per talune categorie di militari , vengono invece pressoché ignorati da altre. Così per la truppa (5,3%) è un problema il rapporto con i superio1i, mentre per gli ufficiali (4,7%) un problema dell'Esercito è costituito dalla lentezza imposta dal rispetto delle procedure burocratiche. Un punto sembra mettere d'accordo tutti gli strati dell'Esercito: quello della necessità di un rinnovamento dell'istituzione militare, soprattutto alla luce dei nuovi compiti che essa è chiamata a svolgere.
3. L'immagine esterna delle Forze Armate tra servizio di leva e servizio civile Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, le trasformazioni degli orientamenti di valore dei giovani determinano un profondo impatto sull'immagine giovanile delle Forze Armate e sulla disponibilità a lasciarsi coinvolgere da esse attraverso il servizio cli leva. L'orientamento post-materialista spinge infatti verso obiettivi individualistici e cli auto-realizzazione e assegna una minore legittimità, agli occhi dei giovani, a valori e comportamenti tradizionali, come il senso dell' obbligo nei confronti della comunità nazionale, a meno che questi non siano riformulati nei termini di un'adesione consensuale. Da questa prospettiva non sorprende osservare in Italia una significativa correlazione tra la diffusione dell'orientamento post-materialista tra i giovani e la crescita del numero cli coscritti che si dichiarano obiettori l'Bellucci, 1998] (Figura 2). Ovviamente, non è esclusivamente l'orientamento di valore che determ_ina la scelta per un servizio civile sostitutivo, essendo oramai evidente come anche l'obiezione di coscienza abbia perduto la precedente connotazione cli testimonianza di valori pacifisti, venendo a costituire una opzione prettamente laica nonché, in alcuni casi , utilitaristica. Tuttavia, rimane evidente come la crescente diffusione dell 'obiezione segnali un disagio giovanile nei confronti del servizio di leva. L'adesione dei giovani, ma anche del complesso della popolazione adulta, alla leva militare è infatti soggetta da anni ad una costante ero-
sione. Le preferenze si vanno orientando in prevalenza verso un Esercito composto eia professionisti e volontari, opzione questa oramai maggioritaria nell'opinione pubblica e soprattutto nel segmento giovanile cli questa. li moniloraggio che Difebarometro conduce sulle opinioni dei cittadini italiani rivela inoltre una forte accelerazione di questa opzione negli ultim i anni. Nel giugno 1997 il 70% dei ragazzi in età compresa tra 18 e 24 anni riteneva infatti che il reclutamento di volontmi costituisse il modo migliore di provvedere alla difesa ciel Paese. Ed anche fra le ragazze, trndizionalmente più inclini a sostenere il servizio di leva, si faceva strada l' idea di un Esercito cli volontari (Figura 3). Per contro, appena il 12% dei giovani riteneva opportuno mantenere il servizio di leva nell'attuale configurazione. È un fatto solo in apparenza contraddittorio che questo declino del consenso nei confronti della leva coincida con una fase di rinnovata attenzione e valorizzazione nei confronti del mondo militare da parte dell'opinione pubblica, anche giovanile, e delle forze politiche, a lungo separate e divise prop1io dagli orientamenti sulla politica di difesa e sulla politica estera. Molteplici fattori spiegano la ripresa di interesse, e di consenso, per la politica di difesa in Ital ia. Questi possono essere ricondotti principalmente alla fine della "guerra fredda" (e della polmizzazione politica interna tra destra e sinistra), alla conseguente responsabilizzazione dell'Italia sulla scena internazionale, al coinvolgimento diretto delle Forze Armate italiane in numerose missioni umanitarie, di mantenimen-
r-·. --.--·
L
'~~·I:__~j
50000
T
45000
I
FIG. ; -~-~NDAME~~o DELLE-~O~NDE DI OBIEZ-IONE DI COSCIENZA -:------" E DEL POST-MATERIALISMO GIOVANILE -···-~- - ~
-
-- ~---
-
~
-
~
I
-~u~ ~
.......-__
~
1
~ . -A
~~~
..
40000 35000
"eo
. --
·:::; 30000
l
25000
-g
tI .
8 15000
ìI
'
L
10000 ,
5000 0
74
- - D0m1Ulde
75
76
77
78
79
80
8I
82
.
..
10
-J--
83
84 Anno
85
I
- ··
86
-1
87
-i---,-
S8
89
90
9I
--1
· · ·•· - - Poslmalcrit!li~~
5
--.-~======::;:=~-1----11---.-
73
.
..
~ 20000 ·
~-
f
•
92
-t---;---+ 0 93
94
95
to e di imposizione della pace (dalla Somalia alla Bosnia ali' Albania uno e due), così come al concorso con le Forze di Pol izia nella lotta alla criminalità organizzata ("Vespri Siciliani"; su cui v. Maniscalco, 1994). Nell'insieme, questi elementi hanno contribuito a modificare in positivo l'immagine delle Forze Annate italiane nell'opinione pubblica. L'immagi ne attuale, infatti, appare fermamente ancorata ai valori della tradizione e dell'ordine, ma presenta anche una valenza di modernità sconosciuta in passato, plausibilmente in relazione al nuovo ruolo dei militari italiani nel contesto internazionale, ma anche all'apertura alle donne e, più in generale, ai tentativi di rendere maggiormente trasparente l'organizzazione militare nei confronti della società civile (ad esempio, attraverso la mobilitazione contro il nonnismo).
80 ...-- - - -- - - -- - -- -- -- - - - - -- -- - - - - - - - -- -
70
-1--- -- - - - - - - - -- -- - - - - - -- - -- - -- -:;,~ - - - --
50
-1---- ---=-- - - -- -- - - -- - - - -- - -- - - - - -- - - - - -
30
-1----- -- -- -- - - - - -- - - - -- - -- - - - - -- - - - - -
20
.1...__ _ __
mar-94
fonte: D(fèbarometro
_ ___,__
gen-95
_
_ __
_
_
...,___ __
ott-95
_
_
_
---1._ __
ago-96
_
_
_ _..J..__
giu-97
_
_
_
Indicatori di questa inattesa modernità delle Forze Armate emergono chiaramente nelle indagini demoscopiche. Uno studio dell'Università del Molise, realizzato nel 1994, ha ricostruito l'immagine delle Forze Armate presso l'opinione pubblica attraverso la loro collocazione nello spazio sociale e politico, analizzando il posizionamento relativo delle Forze Armate rispetto ad altri attori istituzionali e non. Nel complesso, i risultati dell'analisi - ottenuti mediante l'analisi fattoriale su una batteria di indicatori di simpatia - ii velano come nella percezione collettiva sia dei giovani che degli adulti i militari siano chiaramente individuati ali' interno delle tradizionali istituzioni cl' ordine, come la Magistratura, i Carabinieri e la Chiesa. Rispetto a queste, tuttavia, risultano anche caratterizzate da una valenza di maggiore modernità, avvicinandosi sensibilmente alla dimensione della innovazione. Pur condividendo con Magistratura e Chiesa una stessa valenza di valore, le Forze Armate appaiono quindi definite da un'immagine meno tradizio-nale [Bellucci, 1996). Anche altri indi.catori confermano il sostegno per le Forze Armate. Ad esempio, dopo anni di costante consenso presso l'opinione pubblica sulla necessità di diminuire le spese militari, l'orientamento corrente è quello di lasciare invariato l'impegno finanziario per la Difesa riconoscendo la necessità di qualificare e migliorare lo strumento difensivo italiano [Difebarometro, 1997]. Il paradosso cli un crescente apprezzamento delle Forze Annate e dei loro compiti, e di un declinante sostegno per l'istituto che più di altri le simboleggiava tradizionalmente - il servizio di leva - si spiega allora con l'attivazione di un processo di delega da parte dell 'opinione pub-· blica, adulta e giovanile, che interagisce con un' immagine già appannata ciel servizio di leva. L'attivazione di un processo di delega - secondo il quale la difesa del Paese è meglio assicurata delegandola ad altri - rappresenta una continuità e allo stesso tempo una innovazione nei rapporti tra opinione pubblica e sistema di sicurezza in Italia: in passato, negli anni Sessanta e Settanta, la delega implicava il desiderio cli affidare la difesa del Paese alle organizzazioni internazionali, come la Nato; innovativa è viceversa l'attuale delega della Difesa ad una Forza Annata nazionale di professionisti [Bellucci, 1997J. Questo orientamento di delega - la cui origine è da rintracciare sia nella tradizionale separatezza tra Forze Armate e società [Battistelli, 1996a] sia nella peculiare configurazione italiana del sentimento di identità nazionale [Segatti, 1998.1 - interagisce con l'appannamento dell'immagine del servizio di leva, tra i giovani come tra gli adulti, esaltando l'opzione professionale. Anche in questo caso, molteplici fattori contribuiscono a determinare tale orientamento, che peraltro sul piano comparato trova riscontro nelle politiche di riduzione o abbandono della leva già adottate o prospettate da numerose nazioni europee (dal Belgio all'Olanda alla Francia alla Spagna e al Portogallo). In Italia, l'appannamento della leva è ce11amente da ricondurre alla già ricordata "invisibilità" delle Forze Armate, alla limitata coscienza istituzionale e nazionale, alla carente socializzazione scolastica [Cartocci e Parisi, 1997J. Tale appannamento è altresì imputabile alle caratteristiche del
servizio prestato, tradottesi in passato in sentimenti di frustrazione tra i coscritti, come indicato dal peggioramento ciel giudizio sulla leva espresso da coloro che stanno svolgendo il servizio rispetto a coloro che lo devono ancora svolgere [Censis, 1994]. Occorre allora domandarsi come venga attualmente percepito dai giovani il servizio di leva e delineare meglio i contorni di deterioramento dell ' immagine del servizio militare. A tal fi ne, ci avvmTemo dei risultati di alcuni studi di tipo quantitativo e qualitativo recentemente realizzati [Polimetrica, 1996; I 998J. In una indagine effettuata nel 1996 su un campione di giovani romani (ragazzi e ragazze) cli età 18-24 anni, abbiamo chiesto cli esprimere il proprio accorcio o disaccordo su due affermazioni: «Il servizio militare di leva è un dovere al quale nessun cittadino dovrebbe sottrarsi», «IL servizio rnilitare corn'è oggi in Italia, è soltanto una perdita di tempo per i giovani». Combi nando insieme le risposte alle due domande, otteniamo una tipologia di orientamenti nei confronti della leva che individua nettamente tre tipi di giovani: • i tradizionali, per i quali il servizio militare cli leva è anzitutto e solo un dovere. Costituiscono la minoranza, il 15% dei giovani; • i critici, per i quali la leva è esclusivamente una perdita cli tempo. Sono la maggioranza (il 5 1%) dei giovani cittadini romani; • i pragmatici, che riconoscono la dimensione cli dovere della leva, pur lamentandone una organizzazione o utilizzo inadeguato. Costitu iscono circa un terzo ciel campione (Figura 4). Quali sono le caratteristiche sociali correlate ai tre tipi cli orientamento nei confronti del la leva? Le caratteristiche demografiche discriminano solo parzialmente i tre tipi: ragazzi e ragazze presentano un simile orientamento, mentre questo appare correlato con l'età e la condi zione cli studente: i più giovani (18-20 anni) e chi lavora sono più favorevoli alla leva rispetto a i più anziani (23-24 an ni ) e agli studenti. Confermando i risultati di precedenti indagini, lo svolgimento effettivo del servizio militare rende comunque più critici i giovani romani nei confronti della leva. Sono viceversa i valori - sociali e politici - a differenziare più netta-
FIG. 4 - L'ORIENTAMENTO DEI GIOVANÙio·,~-.-"Nir""-''~ì ~· NEI CONFRONTI DEL SERVIZIO MILITARE DI LEVA, 1996 · 1'
[_
··
--
.
.
Tradizionali Il servizio militare è un dovere (15%)
.
- -
----·-
Critici Il servizio militare è una perdita di tempo (51 %) / /
Pragmatici
Non sanno (3%)
Fonte: Bellucci (1996)
Il servizio mil itare è sia un dovere sia una perd ita di tempo (3 1%)
PEN;I CHE LA VITA 5JA J)VR.t., Hl, Cl-1ARUE BRO\J/N?
«Ci sono dei superiori, sei obhli~ato a sa lu ta rli, mentre ad un a mico r hc proprio non ti è simpa tico chi non vuole sa lu tare non è obbliga to»: parere d i un gio\'a nc in tervista to [llluslra~ionc: Cha rles M . Schulz - " Arriva Cha rlie Hrown·· - Mila no Li bri, 1963]
(5) .4/Jbiamo operazionalizzato i bisogni di sicurezza ,ti
base e quelli di auto-realizzazione, o espressivi, chiedendo agli intervistati quali fossero le d11e cose più importanti per loro: mantenere l'ordine in Italia opp11re aumentare per i cittadini le possibilità di partecipare alle decisioni tlel governo, o anche combattere l 'a11111ento dei prezz.i O ;::ara,llire la libertà di parola.
mente gli orientamenti dei giovani nei confronti della leva. Se riprendiamo la gi~t descritta tipologia di valore proposta da Inglehart (5), vediamo che la leva percepita in modo pragmatico, in quanto dovere e perdita di tempo, è rnaggionnente diffusa tra chi ha un orientamento materialista (42%) mentre l' opinione che la leva sia solo una perdita di tempo è particolarmente diffusa tra i post-materialisti (59%). Tra chi ha · un orientamento di valore misto, prevalgono i critici e i pragmatici. Anche la religione esercita un' influenza sulle opinioni in terna di leva. Il servizio militare è infatti un dovere per il 21% dei praticanti ma solo per il I 3% dei non religiosi. Tra i giovani non praticanti prevale una percezione di estraneità della leva (55%), forteme nte accentuata rispetto ai praticanti (41 %). Infine assume rilievo il sentimento nazionale italiano ed il senso di appartenenza te1Titoriale: la definizione cioè della Patria. La maggioranza dei giovani , il 49%, identifica la Patria con la nazione - l' Italia - mentre il 35% ha un'appartenenza cosmopolita - la Patria è l'Europa o il Mondo; il 16% dei giovani romani, infine, è rappresentato eia localisti, la loro appartenenza territoriale cioè si identifica con Roma o il Lazio. L'orientamento tradizionale rispetto alla leva che ne sottolinea la dimensione di obbligo nell' ambito del patto di cittadinanza - presenta la massima intensità tra i localisti e la minima tra i cosmopoliti. I critici tendono viceversa ad essere concentrati tra chi si identifica con un ambito territoriale sovranazionale, mentre un'identificazione nazionale si associa a un orientamento sia critico (48%) che pragmatico (34%) nei confronti della leva. Come si configura, quindi, il rappo1to tra valori e l'orientamento rispetto alla leva? Se intendiamo come valore ciò che è altamente desiderabile, che risponde ad un bisogno, quale quello della sicurezza nazionale, dobbiamo concludere che la prevalenza di un atteggiamento critico
(6) l'er indagare questo aspetto è stata rivolta ai giovani
la seguente ,lo111a11da: «Se lei oggi thll'esse scegliere trn 1t11 servizio militare di leva ed 1111 sen,izio civile
obbligatorio, cosa .farebbe?».
indica una trasformazione e una attenuazione del bisogno di sicurezza Ira i giovani, per lo meno se soddisfatto nelle attuali modalità dell'Esercito di coscritti. Se invece intendiamo per valore un crìterio di identificazione della condotta individuale collegata a una visione del mondo, rileviamo una correlazione tra apprezzamento per la leva e cultura tradizionale (orientamento materialista, religiosità, identificazione local ista). Questa correlazione si riflette quindi anche sul piano politico: l'apprezzamento per la leva diminuisce passando dai giovani politicamente collocati a destra (26%) a quelli collocati a sinistra ( 17% ). Muovendo dal piano generale a uno più concreto, quanti (e chi) sceglierebbero oggi di svolgere il servizio militare di leva e quanti (e chi) il servizio civile (6)? Di fronte all'opzione tra un servizio militare di leva ed un servizio civile obbligatorio di eguale durata i giovani romani preferiscono (il 66%) il servizio civile a quello nùlitare (il 30%), secondo una proporzione confermata da successive indagini a livello nazionale. Tra i giovani maschi la scelta per la leva sale al 39%, mentre scende al 21 % tra le ragazze (tecnicamente non coinvolte da un servizio militare di leva, ma eventualmente solo da quello professionale volontario). L'opzione militare è più diffusa tra i più giovani (il 36% dei l 8-20enni), e tra coloro il cui capofamiglia è operaio o imprenditore/libero professionista. La propensione più bassa s i osserva invece tra i giovani di famiglie di commercianti o artigiani. Tra gli studenti la scelta per il servizio civile, infine, è più diffusa rìspetto ai giovani che lavorano. L'orientamento nei confronti del servizio militare di leva, precedentemente analizzato, struttura ovviamente tale scelta: oltre la metà dei giovani che abbiamo definito tradizionali sceglierebbe il servizio nùlitare (61 %), mentre 1' 83% dei critici il serviz.io civile. Tale opzione scende al 60% tra i pragmatici, che considerano la leva un dovere ed insieme una perdita cli tempo. La scelta militare appare poi correlata con la religiosità: sceglierebbero il servizio militare il 46% dei giovani religiosi ma solo il 24% di quelli non religìosi. Anche l' identificazione territoriale influisce sensibilmente sull 'opzione militare-civile: chi esp1ime una appartenenza localista ha una probabilità tripla di scegliere il servizio militare rispetto chi presenta una identificazione cosmopolita (rispettivamente il 46% a fronte ciel 16%) con l'appartenenza nazionale in posizione intermedia. Infine, l'orientamento politico appare significativamente correlato con la propensione a svolgere il servizio militare: la massima disponibilità (50%) si osserva tra coloro che si collocano a destra dello spettro politico mentre, all'opposto, quella minima tra coloro che si collocano a sinistra (25% ). La disponibilità verso il servizio militare appare quindi co1Telata con una visione del mondo ispirata a princìpi di religiosità, di tradizione e di appartenenza non cosmopolita bensì locale e nazionale. Orientamenti questi più diffusi, mediamente, n·a i giovaiù politicamente collocatì a destra che non, seppur presenti, tra quelli collocati a sinistra. Di particolai·e rilievo è quindi il risultato che l' orientamento di valore, che influenza come già visto la valutazione generale sulla leva, non appare deterministicamente co1Telato con la scelta tra servizio civile e di leva: scelgono infatti la leva il 25% dei giovmù con orientamento materialista ma anche il 26% dei post-materia-
listi, indicando così come alcurti aspetti del servizio di leva (o della professione militare), quali l' avventura o l'auto-realizzazione, attraggano giovani generalmente ritenuti indisponibili nei confronti del mondo militare. Come si è visto nel precedente paragrafo, le motivazioni post-moderne appaiono in grado non soltanto di sostenere nei coscritti la scelta di partecipare alle missioru ali' estero, ma anche di orientare a favore del militare nell'opzione servizio di leva-servizio civile. Quali sono, in ultima analisi, i fattori che spiegano la propensione dei giovani a svolgere il servizio di leva? Sulla base di un model lo di regressione logistica, che consente di valutare l'impatto di ciascun fattore al netto degli altri, l' appai.te nenza territ01iale, la religiosità e l'orientamento pol itico sembrano costituire le determinanti più sigrtificative della scelta giovartile per il servizio di leva, come rappresentato graficamente nelle Figure 5 e 6.
4. I giovani e l'immagine dell'Esercito Pur indispensabili per identificare e delineare gli orie ntamenti nei confronti del mondo militare, le indagiru demoscopiche difficilmente consentono di approfondire i significati profondi e il vissuto a livello simbolico che nell ' immaginario giovanile viene associato al militttl'e. Per indagare tali ambiti tematici le scienze sociali si affidano a tecrtiche di analisi basate sulle intervi.ste in profondità, individuali e di gruppo, che consentono agli intervistati di esprimere liberamente il complesso delle emozioru, immagini e sensazioni che un tema o un soggetto sollecitano. In questa prospettiva d i approfondimento dell ' immagine giovan ile dell' Esercito, è utile considerare i primi risultati c he scaturiscono da. alcuru focus group condotti recentemente in due grandi città italiane, una del Nord e l'altra del Centro, nel corso dei quali dei giovani d i entrambi i generi e di varia estrazione sociale hanno liberame nte descritto le immagini e le opinioni ispirate loro dal mondo militare, e dall'Esercito in pa,ticolare. L'utilità di questo tipo di dati non risiede, ovviamente, in una rappresentatività statistica dell' universo giovartile caratteristica che non possiede - bensì nella capacità di prospettare piste cli analisi e temi di approfondimento analitico. Le prime associazioni al tema Esercito espresse dai giovani .i ntervistati suggeriscono prevalentemente immagini di forza , violenza e timore (Tabella 6). Ciò non sorprende, se si considera la tradizionale iconografi a bell ica veicolata da cinema e televisi.one. Più significativo, anche se in pru-ce atteso. è viceversa 1iscontrare la debole associazione, nell' immagina1io giovanile, tra Forze Almate e difesa della Nazione. Questa associazione è presente, seppur debolme nte, nei soli giovani socialmente central i, studenti dei licei o urtiversitari appartenenti a ceti medio-alti: costoro segnalano come «un Paese non può stare senza Esercito» oppure che «[l'Esercito] serve a fermare la violenza [... J innata nella natura umana» . Nei giovan i socialme nte periferici, disoccupati, studenti delle scuole professionali, appartenenti a ceti mediobassi, l'imm agine prevalente è invece quella del timore, della gue1rn, delle regole da rispettare.
FIG. 5 DISPONIBILITÀ AL SERVIZIO MILITARE sÈéOND0 1 LA RELIGIOSITÀ E L'AUTO-COLLOCAZIONE POLITICA I ~RO~, ?I~VANI MASCIII !8~24_Al'lNI, 1996) -- _j
L
_
100
80
60
- -- ,
40 on religiosi
:E
·2
8.. :a
' '
--
20
U)
o
'$.
. e.Destra
Destra
Centro
e.Sinistra
Sinistra
Autoc.o llocazione politica
Il concetto di Nazione appare quasi assente e simbolicamente vuoto mentre, pur a fatica, emerge quello di Patria, depurato comunque da implicazioni ideologiche e politiche. La Patria sembra coincidere con una entità naturale, con le radici origi narie che fondano l' appartenenza,
r.FIG.i- DISPONIBILITÀ AL SERVIZIO-MILÌTARE SECONDO : I
I
LA RELIGIOSITÀ E L'APPARTENENZA TERRITORIALE (ROMA, GIOVANI MASCHI 18-24 ANNI, 1996)
l ............ ,_ -
--
--- - - - ~
.
------ -
-
70 11)
.~
·s o
'A
60 50
·;; t,
(I)
40
~
..o ·:=
30
8...,,
:a 20
........
........
........
'
-'
..........
-
--- -
Non' r~ L Lg iosi
'$.
10
o Localisti ·
Italia
Appartenenza tenitoriale ·
Cosmopoliti
__j
senza riferimenti istituzionali o statuali, come emerge nelle affermazioni espresse da giovani socialmente centrali del tipo: «lo Stato è un territorio delimitato da confini che qualcuno ha deciso L... J il concetto di Patria è più naturale». O, secondo un giovane periferico, «[la Patri a] è il territorio delle persone, le abitudini, il modo di vivere... ». Rispetto a questa Patria, risalta l'assenza d i memoria storica che associ ad essa le Forze Armate. Pochi i ricordi trasmessi da nonni e padri (appena citati i due conflitti mondiali o il fascismo), mentre abbondano vicende cui i giovani sono stati socializzati dai media, cioè dal cinema (Vietnam) e dalla televis ione (guerra con l' Iraq). Ecco allora che all ' istituzione militare viene, pur con riluttanza, riconosciuta in astratto una funzione ideale di necessità, di garanzia alla colletcività per prevenire, difendere e tutelare la pace, come appare dalle seguenti affermazioni: • «l'Esercito è violenza ma lo puoi vedere anche in senso inverso, per fermare la violenza»; • «è un paradosso pensare di combattere la violenza, ma lo Stato deve far sentire la sua presenza, altrimenti chiunque è autorizzato a fare quello che vuole»; • «serve per consentire all'uomo di avere una certa libertà senza lirnitare La libertà degli altri»; • <<un Paese non può stare senza un Esercito, ha la funzione di deterrente». S i deli nea, pur confusamente, l' idea che se per mantenere la libertà e proteggere la "patria-madre" occo1Te la forza, perché questa forza sia giusta bisogna che sia anche potente ed efficace. Non a caso, nell ' i mmaginario giovani le, sono le Forze Am1ate statuni tensi quel le conside-· rate migliori, emblema generale e base di confronto per il nostro Paese: «ci sono eserciti nel mondo, come quello mnericano, che hanno una imrnagine gigantesca, sono delle tigri [... J a maggiore ragione è inutile che esista un esercito che non funziona» «noi non sianw una supetpotenz.a [... ] il nostro [Esercito] e lì, [solol nell'eventualità che possa servire f ... 7per que::;to è poco prestigioso». Da questo punto di vista, del valore della forza, l'Esercito Ital iano appare connotato eia vissuti cli svalutazione e disincanto, quasi di imbarazzo
• ... tante persone uccise, dolore ... • ... la rappresentazione del la violenza ... non solo per i casi di nonnismo ... • ... non sono un militarista ma un Paese non può stare senza Esercito ... • ... ci associ la guen-a ... ma lo puoi vedere anche in senso inverso, per fermare la violenza ... innata nella natura umana ... • .. . lo Stato deve far sentire la sua presenza ...
• ... armi, rispettare le regole, la guerra ... • ... la paura della morte ... • .. . rabbia .. . perché si spara a persone innocenti • ... una esperienza nuova da provare ... un po' di paura .. . timore ... • ... non serve più .. . non ci stanno più le guerre ...
per un' immagine complessiva di basso profilo. Anche l'esperienza dei "tre giorni", da alcuni ricordata per l'attesa con la quale vi si preparavano, è associata a delusione e critica. Come esprimono chiaramente i brani di intervista ripo1tati nella Tabella 7, l'immagine prevalente, ovviamente non l'unica, è quella della "impreparazione", di una organizzazione a legame debole nella quale prevalgono la solitudine e il distacco. Un Esercito, insomma, "lasciato a se stesso" e "gestito malissimo". Se questa immagine giovanile dell'Esercito è, da una parte, generica e mal distinta - derivata per lo più da una associazione cli idee con la pubblica amministrazione con la quale condivide tratti di lassismo e di inefficienza - clall ' altra è anche specifica, riflettendo esperienze dirette (il rito dei tre giorni) o indirette (i racconti degli amici). Agli occhi dei giovani, così, il primo impatto con l'organizzazione militare alla visita cli leva appare un' esperienza a un tempo rassicurante ma anche deludente. Rassicurante, perché attenua il timore deJla gerarchia e di un'organizzazione ostile: «pensavo fosse peggio, invece .fèttti i tre giorni mi sono reso conto che non era duro come pensavo f... l ,ni aspettavo più disciplina dai superiori». Ma anche deludente, perché vi si percepisce approssimazione: «mi hanno chiesto alla visita ,nedica: ci vedi? Sì ... e sono andato». Anche i racconti degli ·amici contribuiscono ad una visione critica, sia per l'efficienza clell' organizzazione («sentendo la gente che fa il militare ,ni sembra molto irnpreparato se dovesse succedere una guerra») che per la disciplina («.come trattano i ragaz.z.i
r... ]
Giovani socialmente "centrali" • ... è poco prestigioso, svaccato ...
• ... dà l'idea di essere lasciato a se stesso, anche se considero prestigioso appartenervi ... io sono stato dichiarato idoneo e mi sono sentito fiero di esserlo ... c'è la formula che ti leggono - siete soldati dello Stato italiano - e un nùnimo cli rispetto ed orgoglio te lo risveglia ... • ... c'è poca serietà ... hai la sensazione che ti facciano aspettare per climostrnre che hanno da fare ... ho aspettato tre ore il congedo perché loro erano tutti al bar ... • ... ci sono Paesi dove far parte dell'Esercito è un segno di prestigio, di onore ... qui da noi non credo ... • ... l' Esercito di adesso è più un business ... la gente ci va perché pagano tanto ... • ... l'immagine di fondo è positiva ... ma è gestito malissimo, con un Esercito di Fanteria che non serve più, spendendo inutilmente i soldi dello Stato • ... credo che l'Esercito Italiano sia abbastanza efficiente ...
Giovani socialmente "periferici" • ... in confronto a quello americano il nostro sembra ridicolo, è vestito male ... • ... mi sembra impreparato se dovesse succedere una guerra ... sentendo anche chi ha fatto il militare ... non sarebbe mai capace di prendere il fucile e sparare ...
• ... ci sono molti Paesi più preparati dell 'Italia ... non li trovo [i militari] molto organizzati ... • penso che l'Esercito Italiano sia forte, ma non come l' America ... che sono potenti ~.. • ... la visione dell' Esercito Italiano nei film è sempre brutta ... • ... la gente che fa il militare non lo prende seriamente ...
• ... mi piace la divisa ma non mi piace il modo di fare, come trattano i ragazzi ...
«Per un anno è come tornare al lkeo, fare nuove amicizie[ ...], s'incontra gente dhcrsa, anche strana» [Folo: Tempo libero in caserma ]
[... ] ho visto un ragazw che veniva sgridato dal superiore [... ] davanti a tutti»). Ciò contribuisce a determinare una bassa valutazione ciel ruolo sociale ciel militare, percezione ovviamente declinata in modo diverso a seconda delle caratteristiche socio-culturali dei giovani. Per i giovani del ceto medio-alto si tratta di una carenza di prestigio del militare: «ci sono Paesi dove jàr parte dell 'esercito è un segno di prestigio, di onore f... ] qui da noi non credo». Per i giovani di ceto medio-basso è viceversa l'esclusione dal gruppo di 1iferimento che si lamenta, la distanza dai propri vissuti quotidiani: «ti prendono in giro perché fai il militare [.... l sei deficiente». Accanto a questa dimensione critica si delinea anche una visione positiva, in relazione aUe emozioni profonde che l'esperienza militare sollecita, soprattutto per i giovani culturalmente più avvantaggiati, 1ispetto al sentimento di appartenenza nazionale o anche, per i ceti più periferici, come rito di passaggio al mondo adulto. Tale valutazione positiva si estende in parte all'.immagine del servizio di leva. Essere idoneo alla leva è così, per i primi, motivo di orgoglio («e 'è lafcmnula che ti leggono - siete soldati dello Stato italiano - e un minimo di rispetto ed orgoglio te lo risveglia»). E fare il militare dà in qualche modo un senso cli appartenenza alla comunità ( «ti dà la possibilità di partecipare allo Stato, di contribuire periodicamente tutti al suo m.an.tenimento» «anche se butti via un anno[ ... ] ti muove dentro[ ... ] qualcosa di inde.fmibile» ). Per i secondi, fare il militare «ti insegna la vita», «impari ad essere autonomo [... ] a non stare sempre sotto i geni-
tori[ ... ] ad essere un uomo». L'immagine del servizio di leva presenta quindi una duplice dimensione, con una connotazione insieme negativa e positiva (Tabella 8). Sul primo versante, in negativo, si allineano fattori quali l' obbligo, la rigidità e la disciplina, l'i nutilità della leva, anche ai fini lavorativi. Sul secondo, in positivo, fattori connessi al ruolo simbolico di iniziazione sociale e civile, l'apprendi mento di regole, l'esperienza formativa che la leva consente. La dimensione dell'obbligo è senz'altro l'aspetto della leva criticato maggiormente. Il senso d i un impegno verso la nazione, Ja sua legittimità, è eroso dall'emergere di un sovraordinato bisogno: l'affermazione della libertà individuale, che si contrappone alle modalità che regolano la chiamata alla leva, percepite come rigide e coercitive: «deve essere una scelta che viene da ciascuno [... ] non è che sicco1ne sei nato in un determinato anno devi andare» . Il rifiuto dell'obbligo si salda quindi nella criti ca alla di sciplina militare, da tutti temuta: • «stai sempre lì dentrv [... ] non puoi uscire quando ti pare [... ] allora penso che si dovrebbero.fare meno mesi [... ] e chi vuole continua» . • «ci sono dei superiori [... l sei obbligato a salutarli, mentre ad un amico che proprio non ti è simpatico chi non lo vuole salutare non è ohhligato». • «la gerarchia f a venire in mente il carcere f... l quelli che vengono arrestati, i poliziotti che comandano quelli arrestati». Se l'immagine deila leva è per alcuni preoccupantemente vicina all' idea di carcere, è anche vero che per altri, specialmente tra i ceti più periferici, è anche apprezzata come scuola cli vita e palestra formativa. Ma rimane la percezione di un' inutilità pratica della leva. Separata dalla società, non aiuta neanche nella vita professionale: «quando esci dal
Giovani socialmente "centrali"
Giovani socialmente "periferici"
• ... tutti dicono che è un anno buttato via, che non passa mai ... • ... non è una bella vita ... ma per un anno è come tornare al liceo e fare nuove amicizie ...
• ... è troppo monotono, si fanno sempre le stesse cose ...
• ... l' esistenza della leva ti dà la possibilità di partecipare allo Stato, cli contribuire periodicamente tutti al suo mantenimento ... • ... per chi fa il servizio cli leva la gerarchia dovrebbe essere meno rigida, perché non hai scelto ... sei obbligato ... per il militare cli carriera è diverso, sa a cosa va incontro ... • ... essere considerati non idonei non deve essere piacevole ... effettivamente sentirsi parte dello Stato, anche se butti via un anno, ti muove dentro ... qualcosa di indefinibile ...
deve essere più breve ... • non deve essere obbligatorio .. . il militare dovrebbe essere un lavoro, perché uno lo prenderebbe più seriamente ... • .. . quando esci dal nùlitare non puoi. andare a cercare il lavoro che hai fatto dentro ... • ... l'amicizia ... ti insegna l;i vita ...
• ... forma il carattere ... ti rende responsabile delle tue azioni ... uno deve avere un minimo di rispetto verso cli sé ... per la divisa che porta
«In Italia il livello scolastico dei giovani si è clrasticmnente innalzalo»
IIllustrazione: Demetrio Cosola - '·Jl eiettato'' ( 1890), Torino, Galleria Civica d'Arte .\1oclernal
militare [...] non puoi andare a cercare il lavoro che hai.fatto dentro», «impari cose !ipec(fiche che non ti servono nella vila e se vuoi trovare lavoro non ci riesci [... ] il ,nilitare è un ,nondo a sé». Sul versante positivo dell a leva, nell'immaginario giovanile, si situano la funzione simbolica dell'i1ùziazione civile, la spinta all'autononùa e all' indipendenza, l'apprendimento del rispetto di sé. Se per i giovani culturalmente più dotati il tono prevalentemente è piuttosto quello della giovinezza prolungata, della continuità con l'esperienza scolastica ( «per un anno è come tornare al liceo, jèzre nuove amicizie»; «si incontra gente diversa, anche strana, si fanno tante cunicizie»), tra i più pe1iferici emerge l'opportunità di riempi re dei vuoti e di fare la prima esperienza veramente formativa. Ecco allora che la leva insegna il rispetto di sé: «quando hai La divisa ti viene il rispetto, che quando sei vestito normalmente non hai», «un.o deve avere anche un 1nin.ùno di ri!ipetto verso di sé [... ]perla divisa che porta [... ] non ci si deve vantare come se fosse niente». La leva è quindi un ambito privilegiato per I' apprendimento di regole: <<ci son.o delle regole ben precise ,nentre nella scuola o faniiglia è diverso», «è utile [... ] saper rispettare delle regole obbligatorie per tutti è importante nella vita di una persona», «per me diventi un vero uomo [... ] a me mi piace proprio questo, diventi più importante, e poi capisci tante cose che.fuori del militare non puoi capire». La gerarchia diventa quindi anche rapporto di collaborazione: «tra padre e figlio [... ] il rispetto [....] per chi gioca a pallone il rispetto per L'allenatore». La leva, e più in generale il militare, consente infi ne anche libertà, avventura, lavoro non ripetitivo: • <fare il ,nilitare ti permette di viaggiare... »; • <<mi piace il rischio, L'avventura ... »; • «piuttosto che fare il ragioniere e fare sempre lo stesso lavoro ... »; • «per me rdonna] è [l' emozione di'I fare una vita dive rsa[ ... ] c'è il, rischio» .
5. Osservazioni conclusive Dalla mol teplicità degli ambiti posti sotto osservazione in questo saggio - i militari professionisti e volontari, i coscritti, i giovani - emerge un messaggio che a noi sembra sufficientemente chiaro: il rapporto tra società e sistema mil itare dell'Italia contemporanea, e delle altre società post-moderne, non è definibile in modo Luùvoco, solo in positivo o solo in negativo. Si delineano, al contrario, luci e ombre e, soprattulto tra i giovan i, dimensioni critiche coesistono con valenze positive. Come abbiamo argomentato, non si tratta, aprioristicamente o ideologicamen-
L'inuna~ine dell'Esercito trae vantaggio dalla volon ti1 cli «rendere maggiormente traspa rente l'organiuazione milita re nei confronti della socicti1 civile (ad esempio la mobilitazione contro il nonnismo/» !Foto: ·n-aclizioni istituzionalizzate: il passaggio della "stecca" fra anzian i e giovani Accademisti d i Modena]
'
te, di rifi utarle o accettarle in blocco, bensì di comprenderle e, per il policy maker, di assecondarle. Come si è visto, non sono pochi gli elementi che mil itano a sfavore del servizio militare: il decremento della natalità, la diffusione dei valori post-materialisti, la competizione esercitata dal servizio civile e dal reclutamento in altri Corpi dello Stato. Ma neppure gli elementi a favo re dell 'arruolamento, di leva e volontario, sono irri levanti: il miglioramento dei fattori sanitari ed educativi, le funzioni latenti del servizio militare, la riqualificazione delle condizioni della prestazione. L' insieme dì questi elementi consentono ovviamente più piani di lettura. Passando da quelJo analitico, perseguito nei precedenti paragrafi, a uno di policy, che pennea le presenti conclusioni, possiamo brevemente delineare alcuni percorsi di riflessione maggiormente operativi, incentrati su tre aspetti: le motivazioni dei giovani, i contenuti professionali dell'esperienza nell'Esercito, la ridefinizione dell'immagine del militare. Per quanto riguarda le motivazioni dei giovani a prestare un servizio di leva o cli ferma prolungata, è evidente come "la difesa della nazione" non rappresenti più una base motivazionale attuale a adeguata, cioè socialmente percepita e legittimata tra i giovani. Ciò non significa che essa non possa costitu ire l'esito finale di un processo di socializzazione e di formazione che punti sulla fun zione di iniziazione civile che è associata tra i giovani all' immagine del servizio militare. In uno slogan: «non parto rnilitare per difendere la Patria, ma per scoprire che cos'è l'Italia in rapporto alle altre nazioni e perché va difesa». È quindi il percorso piuttosto che il risultato, ovviamente incerto, che necessita di valorizzazione, non solo nella comunicazione istituzionale, ma soprattutto nell'impostazione dei contenuti con cui al imentare il periodo della leva. Un percorso che valorizzi il ruolo iniziatico del servizio militare, del passaggio alla maturità, dell'apertura agli altri, dell' apprendimento del rispetto di sé che si concretizza anche nella competizione e nell' avventura (la sfida con se stessi, con i superiori e con il gruppo dei paii) che la vita militare compo1ta. fn questo contesto trovano adeguata collocazione il valore etico e ideale della difesa dei diritti dei debol i, il servizio alla comunità, la difesa della Patria quale contributo alla pace e alla sicurezza internazionale. Elemento centrale di questo percorso è anche, evidentemente, la valorizzazione dell 'apprendimento professionale nell'esperienza militare. Si tratti per alcuni del semplice apprendimento di un lavoro o per altri dell'opportunità di un'ulteriore qualificazione professionale in settori ad alta tecnologia, appare fondamentale 1: inserimento in un concreto contesto di lavoro che dia senso all' impegno e contribuisca a compensare l'incertezza lavorativa presente tra le giovani generazioni. Infine, è l'immagine stessa del mi litare che emerge tra i giovani, incentrata su regole rigide, gerarchia e separatezza dal civile, che sollecita un ripensamento della modalità di comunicazione nonché della concreta configurazione organizzativa del sistema. Regole e disciplina elementi che più di altri connotano negativamente tra i giovani il militare - vanno infatti declinati in positivo, nella d irezione emersa dai
focus group come esigenze e domande dei giovani: come apprendimento all'organizzazione dell'attività individuale, e come educazione al rispetto di sé e degli altri. Obbedienza, comando, coordinamento sono strumenti per il raggiungimento ciel risultato - come in una squadra sportiva - non obiettivi in sé. In questo contesto, se il servizio di leva ha necessità di ritualizzarsi per contrastare l'appannamento d'immagine che lo caratterizza, la professione militare deve laicizzarsi , assumendo progressivamente, nei limiti riconosci uti possibili, caratte• ristiche post-moderne. Bibliografui
«Elemento l:cn t raie è la valorizzazionl, dell'a pp rendimento 1>rof'c,;sionale nell'esperienza milita re» [Foto: Spcdalisti del ( ~<mi o Fcr roYieriJ
Ammendola T. ( 1999) (a cura cl i), Missione in Bosnia. Le caratteristiche sociologiche dei rn.ilitari italiani, Franco Angeli, Milano. Battistelli F. (1996a), Soldati. Sociologia dei militari italiani nell'era del peace-keeping, Franco Angeli, Milano. Battistelli F. (1996b) (a cura di), Giovani e Forze Armate. Aspetti sociologici della condizione giovanile e della coniunicazione istituzionale, Franco Angeli, Roma. Battistelli F. (1997a), "Peacekeeping and che Postmodern Soldier", Armed Forces & Society, 23, 3, pp. 467-484.
t, ./.
~
>-...;
.
'
r-
-$-~
..,
-
\
,
~
.''
Cinquant'anni di pace nella sicurezza: la Nato [Foto: 11 Ministro Carlo Sforza firma il trattato del Nord-Atlantico - 1949]
Battistelli F. (1997b) (a cura di), Donne e Forze Armate, Franco Angeli, Milano. Battistelli F., Ammendola T. (1997), Attore, organizzazione e metafore: l' immagine dell'Esercito nei soldati italiani in Somalia, in: Macioti, 1997, pp. 95-116. Battistelli F., Isernia P. et al. ( 1990), I rnovùnenti pacifisti e antinucleari in Italia 1980-1988, Cemiss, Roma. Bellucci P. ( 1996), Opinione pubblica giovanile e difesa, in: Battistelli, 1996b, pp. 33-74. Bellucci P. (1997), L'intervento italiano in Bosnia e la (lenta) ridefaùzione della politica di difesa, in: D' Alimonte e Nelken, 1997, pp. 241-263. Bellucci P. (1998), Ddesa, politica e società. La politica militare italiana tra obiezione di coscienza e professionalizwzione delle Forze Armate, Franco Angeli, Milano. Burk J. (I 998a) (a cura di), La guerra e il ,nilitare nel nuovo sistema internazionale, tr. it., Franco Angeli, Milano. B urk J. ( I998b), Riflessioni sulla fine della Gue1rn Fredda, in: Burk, 1998a, pp. 27-49. Cartocci R., Parisi A. ( 1997) (a cura cli), Difesa della patria e interesse nazionale nella scuola. Contenuti ed esiti del processo di socializzazione in Italia, Franco Angeli, Milano. Censis (1995), L'esperienza della responsabilità. I giovani, la leva, le istituzioni militari, Franco Angeli, M ilano. D' Alimonte R., Nelken D. (1997) (a cura di), Politica in Italia. I fatti del!' anno e le interpretazioni, Istituto Carlo Cattaneo, Il Mulino, Bologna. D 'Amore C. ( 1998), Parlamento e politica di difesa in Italia: 1948-1992, Tesi cli dottorato di ricerca, Istituto Universitario Europeo, Firenze. Difebarometro (] 994-1997), Forze Armate e società, nn. O, 1, 2, 3, 4, Archivio Disarmo-Swg, Roma-Trieste. / Eitelberg M.J. (1993), Military Manpower and the Future of Force, in: Kruzel, 1993, pp. 135-153. Eitelberg M.J., Mehay S.L. (1994) (Eds), Marching Toward the 21st Century. Military Manpower and Recruiting, Westport, Conn., Greenwood. Eurostat, Demographic Statistics, 1997. Fiore C., Zoldan B. (1994) (a cura di), Esercito e società, Stato Maggiore Esercito, Roma.
«"!ella perrczione collettiva, i milita r i [sono I individuati a ll' interno del le trad izionali istituzioni 11'ordinl' come la .Vlagislratura, i Carabinieri e la Chiesa,, IIllustra:donc: "J Carahinic1·i nella guerra di Liberazione'' - Mostra don1111entale - Firenze 1994]
Inglehart R. (1983), La rivoluzione silenziosa, tr. it., Rizzoli , Roma. Inglehart R. (l 993), Valori e cultura nella società industriale avanzata, tr. it., Liviana, Vicenza. Inglehart R. (1998), La società post-moderna, tr. it. , Editori Riuniti, Roma. Isernia P. (1996), Dove gli angeli non mettono piede. Opinione pubblica e politiche di sicurezza in Italia, Franco Angeli, Milano. Isernia P., Lanzieri G. (1999), I soldati italiani amano il peacekeeping? Un modello delle determinanti della soddisfazione per le missioni di pace, in: Ammendola, 1999, pp. 19 1-237. lstat (1994), Le regioni in c(fre, Roma. KruzeJ J. ( 1993) (Ed.), American Defense Annua!, Lexington Books, New York. Macioti M.1. (1997) (a cura di), La ricerca qualitativa nelle scienze sociali, Monduzzi, Bologna. Maniscalco M.L. (1994), Soldati in ordine pubblico, in: Fiore e Zoldan, 1994, pp. 224-25 I. Martin M. (198 1), "Le déclin de l'armée de masse en France. Notes su guelques parametres organizationels", Revue Française de Sociologie, voi. 22, n. 1, pp. 102-115. Moskos C.C. (] 993), "Sistemi militari post-moderni in una prospettiva comparata", Rivista trimestrale di scienza dell'amministrazione, n. 3-4, pp. 29-36. Moskos C.C., Burk J. (1998), Le Forze Armate post-moderne, in: Burk, 1998a, pp. 170- 191 . Polimetrica (1996), L 'immagine del servizio ,nilitare e del servizio c:ivi-. le presso i cittadini di Roma, Rappo110 di ricerca. Polimetrica (1997), / giovani e il servizio civile oggi a Roma, Rapporto di ricerca. Poli metrica (1998), i giovani e l'immagine dell'Esercito, Rapporto di ncerca. Segatti P. (1997), Gli orientamenti dei giovani in Italia e in Europa in: Cartocci e Parisi, 1997, pp. 87-146. Segatti P. ( 1998), Perché è debole la coscienza nazionale degli italiani, Il M ulino, n. l , pp. 15-23. Weber M . (1980), Economia e società, tr. it. , Comunità, Milano, 5 voll. * * *
Ringraziamento
G
«"leirimrnagina r io giovanile, sono le Forze Armate sta tun itensi quelle considerate migliori» [Foto: L'cserritazione d i sha rco pa re non disturharc il bagnante)
li autori ringraziano gli Enti eh.e hanno promosso le ricerche i cui risultati vengono presentati in questo articolo: Cemiss, " i militari italiani in Bosnia. Aspetti sociologici" e "Le interazioni tra servizio militare e servizio civile in vista della costituzione del servizio civile nazionale"; Com.un.e di Roma, "L'imrnagine del servizio militare e del servizio civile presso i cittadini romani" e "i giovani e il servizio civile oggi a Roma"; Difebamnietro, "Osservatorio Forze Armate e società"; Stato Maggiore Esercito, "Caratteristiche sociali dei contingenti italiani in Albania e in Somalia" e "I giovani e l 'imniagine dell'Esercito".
Le missioni interne dell'Esercito e i giovani. Motivazioni, appartenenza e nuova identità del militare di
Maria Luisa Maniscalco
I. Introduzione
«I giova ni sembrano cogliere a pieno il nuovo senso che la presenza delle Forze Armate sta assumendo nel contesto nazionale e internazionale e ne sono i tes timoni piì1 signilicativi» [Foto: ' 'Rap Cam p '98" 1
(1) Per le mi.Hùmi all'estero cfr. I~ Battistelli, Soldati.
Sociologia dei militari italiani nell'era del peacekeeping, Fra11co 11ngeli, ,Wilano, 1996, e per le missioni interne lvl.L. i\1a11iscalco, L'immagine del servizio militare negli uomini tlei Vespri Sicilia11i, Rapporto di ricerca, Roma, Stato Maggiore Esercito, 1994.
militari italiani impiegati nelle missioni interne, con:ie quelli coinvolti in operazioni di peacekeeping ritengono di aver vissuto un'esperienza professionalmente qualificante e umanamente gratificante. Si considerano in gran parte soddisfatti del lavoro svolto sia gli ufficiali e i sottufficiali (cioè la componente professionistica) sia i soldati di leva. Per questi ultimi inoltre si è trattato di fare qualcosa di diverso che ha dato un significato concreto al servizio militare e ha permesso loro di sviluppare sensi di appartenenza all' istituzione e coesione organizzativa impensabili nell'atmosfera routinaria della naia. Questi importanti risultati, ricavati da ricerche sociologiche sul campo (1), necessitano per essere adeguatamente compresi cli essere calati in uno scenario più ampio. L' istituzione militare si trasforma, si impegna in compiti nuovi perché sono cambiati il contesto internazionale e la società; così facendo intesse ri nnovati rapporti con gli attori sociali che in essa operano, i quali a loro volta sono portatori di valori e cli istanze non tradizionali. I giovani in particolare sembrano cogliere a pieno il nuovo senso che la presenza delle Forze Armate sta assumendo nel contesto nazionale e internazionale e ne sono i testimoni più sign ificativi. Solo però dopo aver cercato di mettere a fuoco, sia pure in maniera molto sintetica e semplificata, il complesso intrecciarsi dei moltepl ici fattori che inducono ad un ripensamento del molo del militare nel globaL state system, è possibile avanzare ::ilcune riflessioni sulle esperienze dei giovani che hanno operato nelle missioni sul territorio nazionale (2), sulle motivazioni che li hanno mossi e sulle valutazioni che ne hanno dato. Lette all' interno di un quadro generale di tendenza - che vede il mondo militare sottoposto alle ten~ioni strutturali che investono gli Stati-nazione e le loro istituzioni - assumono lo statuto di significativo indicatore di una emergente concezione della militarità consona alla sensibilità e ai valori della cultura di fine Millennio. La riflessione sui compiti interni dell' Esercito e sugli effetti prodotti in termini di motivazioni, soddisfazione, senso di appartenenza nei giovani in essi impiegati - oggetto specifico d.i questo lavoro - non può prescindere dal richiamo alle missioni di peacekeeping, dal momento che queste ultime entrano prepotentemente come elementi fondanti
(2) !11 ordine cronologico le operazioni sul territori<> nazionale dell'Esercito a supporto delle Forze di Polizia sono state: • "For,.ll Paris" (15 luglio 1992-19 settembre 1992). A..ttività addestrtttÌ11a in Sardegna, ji1ori da tmdizio,wli poligoni e caserme. • "Vespri Siciliani" (26 luglio 1992-24 giugno 1998). Supporto in Sicilia nella lotta alla crimi11a/i1à orga11iu.alfl, attraverso afti,,ità di sorveglitt11za ,li obiettivi sensibili e di aree a rischio e controllo del territorio. • "Testuggine" (16 agosto 1993-28febbraio 1995). Controllo dellafro11tiem di Nord-Est in opposizione a/l'immigrazione cla11desti11ll ,lei Paesi dell'ex-Jugoslavia. L'atti11ità è consistita nella sorveglianza fissa e mobile ,ti pu11ti-arell di possibile irifi/trazione. • "Riace" (2febhmio 1994-15 dicembre 1995). Supporto in Calabria nella lolla alla criminalità orgw1izzata, con modalità analoghe ai "Vespri Sicilùmi". • "Partenope" (J8fehhraio 1994-4 settembre 1995). Supporto in Campania nella lotta alla érimùwlità organizzata, con modalità analoghe ai "Ve~1,ri Siciliani". • "Salento" (LO maggio 1995-3 novembre 1995). Co11trollo in Puglia di circa 70 km di costa da Brindisi a S. ,',,farù1 di Leuca per impedire i1111nigm zio11e clandestina. L'attività è consistita netltt so111eglianza Jisstt e mobile di spiagge e itinemri di possibile shttrco-i11filtrazio11e. • "l'arterwpe 2" (14 luglio 1997-30 giugno 1998j. Supporto in Ca111plll1ia nella lotta alla cri111i11alità organh:wta, con modalità lllw/oghe ai "Vespri Siciliani".
(3) (:fr. ,1. Oidde11s, Le conseguenze della modernità, fl: it., li Mulino, Bologna, J.995.
della nuova immagine delle Forze Armate. Questa immagine, a sua volta, influenza l' idea di sé e del proprio servizio di quanti partecipano alle operazioni sul territorio nazionale. È probabile che se non si fossero sentiti parte di una istituzione rinnovata nei compiti e in via di trasformazione interna, coinvolta nelle tipiche logiche della globalizzazione e in sintonia con le istanze cosmopoli te così consone alla mentalità dei giovani degli anni Novanta, i soldati di leva che hanno operato sul territorio nazionale avrebbero definito in modo diverso la loro esperienza.
2. L'istituzione militare nell'era della globaliz.zazione Le profonde trasformazioni nello scenario geopolitico mondiale dell' ultimo decennio hanno, tra l'altro, contribuito ad un processo di ridefi nizioni di funzioni, ruoli e spazi di una pluralità di istituzioni interna-zionali e nazionali. Per le Forze Armate cli molti Paesi si è trattato di avviare una complessa e articolata riorganizzazione per far fronte ad un ambiente instabile e turbolento e per rispondere a nuove sfide. Persino quando si impegnano in compiti più vicini a quelli tradizionalmente militari, le Forze Armate si trovano oggi a dover tenere conto di variabili nuove, sloricamente ined ite. Comunque si intenda la globalizzazione - come intensificarsi delle interdipendenze a livello planetario, come moltiplicarsi delle relazioni e delle comunicazioni a livello mondiale, come processo di costruzione di un unico "sistema-mondo" - la vita di tutti e cli ognuno resta sempre più influenzata da eventi e da attività che si svolgono al cli fuori dei con-testi sociali nei quali quotidianamente gli individui operano (3). A fronte di nuovi rischi e di nuovi pericoli nel mondo post-bipolare si è compiuta una metamorfosi dell'idea di sicurezza e della percezione della minaccia - e quindi del concetto stesso di difesa. Si dissolvono, o restano sullo sfondo, alcune delle immagi ni tradizionali del nem ico
, .,. -
«Le profonde trnsfonnazioni nello scenario geopolitico mondiale hanno rnntribuito ad un processo d i ridefinizioni d i funzion i. l'er le Forze Armate si è trattato di :wvia1·e una complessa riorganizzazione per rispondere a nuove sfide» ll"oto: Solida rietà di Al1>i no in Moza mbico, 1993-94]
'
_.,.t •
{). \
..
-~·· -... «Sostanzialmente inutilizzai.e per la durala della "'guerra fredda'', a partire dal ·'crollo del muro'' le Forze Armate sono state im1>iegate nelle missioni più diverse» [Foto: Non sempn, il salto del muro di Berlino è staio incruento)
affiancate e talvolta sostituite dai nuovi spettri: i disastri ambientali, la criminalità diffusa e violenta, le nuove forme di terrorismo interno e internazionale, i possibili attacchi chimici e batteriologici di gruppi eversivi financo a sfondo religioso, le migrazioni improvvise e incontrollate, ecc.. La presenza simultanea di processi universalistici e particolaristi.eì , di omogeneizzazione e cli differenziazione, di integrazione e di frammentazione hanno posto in crisi la capacità dello Stato-nazione di svolgere il suo ruolo di gestore unico e di custode dell'organizzazione dello spazio sociale, di produttore e di formatore di identità (4), ma nello stesso tempo, paradossalmente, sono avanzati nuove esigenze e nuovi bisogni a cui lo Stato-nazione è chiamato a far fronte. Pur essendo in crisi da un punto di vista ideologico, esso infatti resiste ancora come strumento organizzativo incaricato di gestire la cosa pubblica . Queste profonde trasfo rmazioni hanno ovviamente coinvolto le, Forze Armate: l'esercito che Moskos e Burk definiscono moderno è nato con l'affermarsi del concetto di Stato-nazione (5); l'istituzione militare fon dava la sua legittimità sull'eventualità si profilasse uno scenario di guerra tra due nazioni, ognuna delle quali voleva affermare, imporre o semplicemente difendere i propri interessi. Oggi la difesa del territorio non può più essere intesa esclusivamente neì termini di un opposizione ad eventuali attacchi esterni da parte di altri Stati, ma si amplia fino a comprendere tutti gl i interventi necessari a presei·vare la comunità da ogni tipo di rischio. Le Forze Armate vengono allora mobilitate per la protezione civile, per scopi di ordine pubblico, per limitare l'i mmigrazione clandestina o per il controllo del traffico della droga. La difesa, in senso lato, della comunità nazionale può concettualmente estendersi fino a comprendere la tutela della legalità internazionale, date le dinamicqe di interdipendenza planetaria operanti a vari livelli (economico, ecologico, epidemiologico, ecc.). Queste nuove m.issions immettono nell'organizzazione militare un forte "input" di cambiamento strutturale; dal momento che necessitano di un modello di Forza Annata più snello, in grado di essere impiegato velocemente, uno degli effetti della loro affermazione sarà un formato organizzativo quantitativamente meno numeroso, ma tecnicamente più preparato. Importanza crescente va assumendo l' utilizzo sempre più massiccio di tecnologie avanzate, elemento quest'ulti mo di grande appeal nell 'immaginario giovanile sulle Forze Armate. A complicare ulteriormente lo scenario, e quindi a spingere le istituzioni al rinnovamento, ci sono anche i ri levanti mutamenti nella cultura delle società post-moderne che comprendono un ampio range di aspetti: sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, formazione cli un'opinione pubblica mondiale, emergenza di valori post-materialistici, ecc .. A tale proposito Burk osserva che la condizione post-moderna comporta un senso di disagio e di sospetto verso qualsiasi tipo di autorità a sostegno cli qualsivoglia principio o modello, proposto come l'unico da difendere. Per le istituzioni militari questo comporta il sottoporsi alla valutazione attenta e scettica dell 'opinione pubblica e l'aprir:/
(4) qì·. Z. Bauma11, Le ~fide dell 'etica, t,: it., Feltri11elli, lvlila110, 1996. (5) Cfr. C.C. ivloskos, J. B11rk, "The postmodern m ilifa,y", i11 J. Burk (ed.j, The 1Hilifa,y i11 New lime. ildapti11g Armed Foras to a T11rbole11t World, 8011ltler CO, Westview Press, 1.9.94.
(6) CJ,: J. Burk (ed.), The Mifitary in New Time. Adapti11g ,1rme<I Forces to a T11rbole11t Worfd, Bottlder CO, mmview Press, /994.
si, al suo interno, ad un'inedita tolleranza per valori e stili di vita differenti da quelli tradizionalmente ritenuti ad esse consoni (6).
3. Le nuove frontiere del militare
«Dal 1982 [LihanoJ è accrcsd uta la quantità di impiegh i operati\'i e se nel' diversifica la la qualità» IFoto: Il Ministro della Difesa Spadoli ni con i snidati del Con tingente ita lia no - .Beirut. d icemh r(' 198])
«Muta il 1·('fcrcntc: il snida to non è pii1 chia mato a servire solo una Patria, ma anche l'umani tà» lFoto: Pino Scttanni - Lezione sul pericolo delle mine Sarajevo, 1998]
A fro nte di siffatti cambiamenti culturali, neII 'economia e nello scenario geopolitico internazionali - che segnano un vero e proprio passaggio epocale- il "mondo militare" è cambiato, riflettendo ciò che accadeva nella società. Le Forze Armate italiane hanno già da tempo avviato un profondo processo di trasformazione che investe una pluralità di dimensioni organizzative, sociali, economiche, comunicative, ecc .. Ciò che caratterizza maggiormente questa trasformazione - e che rappresentandola a sua volta la induce - è lo spostamento di attenzione verso nuovi compiti che a loro volta rispecchiano la dinamica tra internazionalizzazione e localismo che investe da tempo lo Stato-nazione. Dopo essere rimaste sostanzialmente inutilizzate per tutta la durata della "guerra fredda", a partire claila fatidica data del "croilo del muro" reparti del]e nostre Forze Armate sono stati impiegati nelle missioni più diverse. Così, per esempio, sul fro nte interno reparti della Marina e dell ' Esercito sono stati uti lizzati per controllare il traffico di inunigrazione clandestina e reparti dell'Esercito sono stati inviati nelle Regioni dell ' Italia meridionale e insulare per collaborare accanto alle Forze cli Polizia nella lotta alla criminalità organizzata. A liveilo internazionale l'impiego ha riguardato missioni umanitarie vere e proprie, operazioni di peacekeeping e di peace enforcernenl. Dal 1982 ad oggi quindi è accresciuta la quantità di impieghi operativi delle nostre Forze Armate e se ne è diversificata la qualità, allontanandola significativamente dallo stereotipo dell'azione militare tradizionalmente intesa come mera operazione di guen-a. Le nuove missio1ù a favore della comunità italiana o quelle cli peacekeeping all'estero, costituiscono un elemento cli sostantiva rilevanza, sia a livello di opinione pubblica - nel cui ambito hanno rinforzato la legittimazione delle istituzioni militari - sia a liveilo
interno, per la necessaria trasfon11azione dell'organizzazione e della "cultura organizzativa" che richiedono. Esse hanno rappresentato un'incredibile sfida per l'organizzazione militare, ma hanno anche offerto la possibilità di riannodare il legame con la società e di ottenere un riru1ovato consenso in sintonia con i valori e Ja sensibilità della cultura delle società avanzate. Impegnate all'estero o sul fronte interno, il militare esce dal lungo isolamento, infrange il muro di invisibilità e abbandonando il modello di guerriero tradizionale, da tempo destinato ad un'esistenza pressoché simbolica, si confronta con gli "altli" in una situazione di vivace, riscoperta operatività.
4. Dal "soldato per la guerra" al "soldato per la pace": la nascita di una nuova cultura per il militare
«Il militare esce dal lungo isolamento e, abbandonando il modello di guerriero tradizionale, si confronta rnn gli altri» [lllu~trazione: Logo di una rubrka di ·'Quadrnnk rivista delle FF.AA.'' - 19781
(7) h, ,lijfere11ziazin11e tra "soldati di pace" e "soldati di guerra" 11011 è univermlmente accettata. Alcuni autori - i11sisto110 sulla assoluta continuità: pur agendo i11 diversi contesti operati11i essi 11ecessiterebbero delle medesime compete11ze. Cji·. in tal se11so C. Jea11, Guerra, strategia e sicurezza, Laterza, Bari, 1997. lii realtà il soldato di pace rapprese11ta wwjìgura 1111ova ed emerge11te anche se ov11ù1me11fe è destinato a,I afJia11carsi e 11011 certo a sostituire il guerriero. Sulle caraf(eristiche specifiche ,Lei so/(/ato di pace ,f,: F. Battiste/li, "Peacekeeping and postmodern solilier", i11 Armed Forces and Society, 11. 3, 1997; M.L. Maniscalco, "L'intervento 11111a11itario, nuova jì·ontiera del militare" i11 Rfrista trimestrale di scienza dell'amministrazione, 3-4, 1993; idem "llltroduzione" a D.R. Segai, M. Wechsler Sega[, I soldati di pace e le loro jcu11iglie, tr. it., Fra11co Angeli, Milano, /995.
Le caratteristiche delle nuove missioni presentano una ricaduta immediata anche, e forse soprattutto, sulla componente umana in termini di comportamenti, atteggiamenti, motivazioni ed orientamenti etici. La tipologia dei nuovi interventi richiede una figura di mi litare non più strumento bellico, ma protagonista diretto nella formazione del processo di pace, intesa non come semplice assenza di guerra, ma come salvaguardia dei diritti umani e di una pacifica e civile convivenza. Assistiamo in tal modo alla transizione-dal "soldato per la gue1rn" al "soldato per la pace" (7), particolarmente importante per i riflessi identitaii che comporta. Muta infatti il referente: il soldato non è più chiamato a servire solamente una Patria, ma anche l'Umanità; spesso le nuove missions sono svolte prescindendo dai confini e dall'autorità della propria nazione. Questi nuovi compiti investono pure le metafore di riferimento del soldato: non è solo un principio esclusivamente maschile a dominare l'identità del militare. È, insieme, anche un principio femminile, materno, che si cai·atterizza per la sua oblatività, per quella particolare predisposizione alla preservazione della vita umana che caratterizza il materna! thinking . La transizione non si configura lineare: non si tratta di un passaggio da un modello all'altro. Il soldato per la pace ha in sé l'insieme delle caratteristiche del guerriero, ma le declina in complessità, le supera, le piega e le dispiega in un altro registro di significato. Tutte le qualità tipiche del militare sono necessarie al peacekeeper: in primo luogo la disciplina, lo spirito di sacrificio, la capacità di gestire situazioni ad alto contenuto di ince1tezza attraverso una rigida organizzazione gerarchica. Tuttavia sono ugualmente importanti pure altre dotazioni culturali, quali lo spirito di adattabilità, l'empatia, la partecipazione. A sua volta anche l'espelienza delle missio;1i interne va considerata elemento costitutivo dell'emergente identità del soldato di pace: tra la gente e per la gente il militare riannoda i fili con la società civile; non solo estremo baluardo di democrazia e libertà nei momenti drammatici della guerra, ma partner per la conquista giornaliera di una esistenza serena e sicura. Infatti soldato per la pace non va considerato solo quello impiegato nell 'ampio spettro delle missioni genericamente etichettate di peacekeeping; secondo l'opinione espressa da molti giovani impegnati sul fronte interno nella lotta alla criminalità organizzata la loro azione anda-
. ~. (8) / "Vespri Sicilia11i" costit11isco110 1111 caso senw uguali nel pmwm11w europeo e 111011di(l[e co11te111pora11eo: sei t11111i di attiriuì, 150.000 so/tinti, prove11iellfi da h1tte le Regioni italiane, impegnati con successo opemtivo e consenso tiella po11olazione.
va considerata un'espressione particolare della nuova militarità, attenta custode cle11a qualità della vita civile. Inoltre, mentre l'attività delle missioni interne è finalizzabi le all'addestramento alle operazioni internazionali di supporto alla pace, le caratteristiche specifiche del peacekeeper sono necessarie in tutti i nuovi compiti. Ciò perché il significato stesso della guem1 è mutato e con esso l' idea della pace: non più solo assenza cli guerra, ma costruzione cli relazioni interne e internazionali pacifiche.
5. Le missioni di ordine pubblico dell'Esercito
«I l'Ompiti srnl li a sostei,:11 0 d elle Forze d i Polizia hanno mirato ad u na .. bonilka'" ci el territorio e ad una sua reale rcslituLinnc alla popola, iune» I Foto: :'l li\,ione "\"c~pri Sicil iani", 1992-98)
La recente storia del nostro Paese presenta molteplici esempi significativi in tal senso. In particolar modo l'esperienza pluriennale dell'operazione "Vespri Siciliani" costituisce una pietra miliare, un evento-pal insesto destinato a richiamare l'attenzione nel tempo e a richiedere successive riflessioni (8). Si è trattato infatti del primo sostantivo interventò a tutela di esigenze di ordine civile, da intendersi in senso lato, esigenze che si impongono sempre cli più al1e soglie del Duemila. Non solo l'Esercito pronro a misurarsi con un "nemico", ben individuabile, nella situazione eccezionale cl i confl itto bellico, ma impegnato nel proprio Paese, inserito nei processi della quotidianità dei cittadini a tutela delle istituzioni democratiche e di una serena e sicura convivenza civile. I compiti svolti a sostegno delle Forze di Polizia hanno mirato ad una "bonifica" del tcn-itorio e ad una sua reale restituzione alla popolazione per una autentica fmizione, dopo l' incredibile escalation di violenza mafiosa culminata con le stragi di Capaci e cli via O' Amelio. Con esse la mafia, applicando i metodi tipici del terrorismo nazionale e interna~ zionale, aveva "promosso" una sua immagine di "anti-Stato", di contropotere dotato di un popolo (gli "uomini d'onore"), in rappo1to sinergico con ampie fasce cli popolazione locale e in grado di svi luppare una forza ed una organizzazione capaci di sottrarre alle istituzioni pubbliche il controllo del territorio.
«Tutl.e le qualità tipid1e del militare sono necessarie al "pcacckccpcr''. Tuttavia sono ugualmente importanti lo s1>irito di adattabilità, la 1>artecipazione»
(9) Così per esempio, a fronte di 111wji1n.a metlia giom a/iem di 4.200 unità impiegate nei "Vespri Siciliani'' si riscontrano 1.400 unità per /'operazione "Riace" e 500 e 700 unità rispettiva11umte per "Parteuope" e "Parte11ope 2".
La situazione si configurava di estrema delicatezza: si trattava di tutelare il territorio e di potenziare le Forze di Polizia, ricollocando però la fenomenologia mafiosa nell'ambito della criminalità comune e togliendo ad essa ogni alone di politicità. Inoltre era necessario rassicurare i cittadini e ottenerne il consenso. Le missioni interne, come quelle all'estero, non possono infatti prescindere per il loro buon esito dal "consenso" delle popolazioni interessate alla cui tutela sono indirizzate. Per ottenere questo 1isultato era necessaiio non calcare l'accento su una militarizzazione del territorio, ma tentare un inserimento souple, in un mix, che a distanza di tempo possiamo giudicare ben riuscito, tra civilizzazione dell'uti lizzo delle Forze Armate e militarizzazione di alcune operazioni di contrasto alla c1iminalità, reso necessario da una tipologia di interventi (quali, per esempio, il controllo di zone estese con la tecnica cieli' interdizione di area, i pattugliamenti, la difesa passiva di infrastrutture) per i quali l'organizzazione e i mezzi dell'Esercito sono particolarmente ind icati. La presenza dei giovani cli leva, provenienti da tutte le Regioni d' Italia, ha poi rappresentato il segno della solidarietà collettiva nei riguardi dei Siciliani, costituendo un elemento fondamentale nella buona riuscita dell'operazione. Anche gli altri interventi di supporto alle Forze di Polizia in contrasto alla criminalità organizzata ("Riace" in Calabria e "Partenope" in Campania) sia pure decisamente più contenute nel tempo e nell'impiego di uomini e di mezzi (9) hanno costituito un significativo impegno dell'Esercito nella difesa di una civile e pacifica convivenza. Condotte
(IO) C:fr. R. lnglehart, La rivoluzione silenziosa, tr. it., Rizzo/i, Milano, 1983.
con modalità analoghe all'operazione "Vespri Siciliani" hanno permesso ai giovani che vi hanno partecipato di sperimentare un impiego di parte del servizio di leva tra la gente a tutela di quelle esigenze di ordine civile che coinvolgono l'interesse di ogni cittadino.
6. I giovani e le nuove missioni
«La pecu lia rità Idelle FF.AA.] rnnsistc nell 'cssne l'u nka ist ituzione a rich iedere la massima identificazione l:on la colletti vità li no a l risch io dl'lla ,·ita» I Foto: Agenzia Cinefolo TV, S:\lE I
Con le nuove missioni sul territorio nazionale e ali' estero l'istituzione militare, da sempre "attraversata" da giovani, sembra oggi offrire la possibilità di far "vivere esperienze" che possono attrmTe i figli della società post-moderna, portatori dei cosiddetti valori post-materialistici (10) di auto-realizzazione ed "estetici". Con esse e attraverso esse ha assunto compiti operativi che non solo l'hanno resa "visibile" alla società e ne hanno fornito una legittimazione funzionale e culturale aggiuntiva, ma, per alcmù aspetti, le hanno permesso anche di recupe=rare parte delle sue funzioni latenti che per lungo tempo sono state in crisi. Mi riferisco in particolar modo al suo essere un' agenzia cli socializzazione e quindi uno strumento cli formazione di identità collettiva e cli senso di appartenenza. Non si può negare che durante tutto il periodo della "guena fredda" per
«li buon esito delle operazioni sul territorio nazionale e all'estero hanno prodotto nell'opinione pubblirn una fiducia. finora mai provata, verso le propri\: Forze Ar male» [Foto: '·Rap Camp '98"]
motivi culturali e "ideologici" la comunità dei militari è stata per molti aspetti separata dalla società civile, fondandosi su valori "forti" e autoreferenziali che non trovavano un consenso immediato nel resto della società. Questo senza dubbio comportava: degli ostacoli alla sua funzione latente cli agenzia preposta alla promozione dell'i dentificazione e del senso di appartenenza alla comunità nazionale, tenuto anche conto di difficoltà obiettive riferibili alla specificità italiana: infatti fa ttori storici di lungo periodo hanno segnato la nostra identità nazionale come identità debole. La mancanza diffusa di un profondo senso di appartenenza alla comunità nazionale è un elemento fortemente penalizzante per le Forze Armate che rappresentano un'articolazione fondamentale e indispensabile dello Stato. La loro peculiarità consiste infatti nell'essere l'unica istituzione legittimata a richiedere agli individui l'espressione massima di identificazione con la collettività, cioè la difesa della Patria fino a mettere in campo il 1ischio della vita. In quanto portatrice dj questa condizione estrema - che richiede profonde motivazioni - più di qualsiasi altra istituzione avvertono il bisogno di legittimazione e di consenso. Le Forze Armate tradizionali per ottenere l'adesione e il consenso interni attuavano un processo di socializzazione rigido che sottolineava l' unicità dell'organizzazione di appartenenza, con una strategia che vincolava i membri e istituzionalizzava molte fo1n1e di comportamento, codificandone minuziosamente le norme, defin endo esattamente compiti e ruoli da svolgere. L'identità militare era essenzialmente espressione di un habitus, formato in modo auto-referenziale su un insieme di caratteristiche morali, di particolarità cognilive e di sistemi di credenze, in assenza di un reale banco di prova concreto che non fosse la situazione estrema della guerra. Nel caso delle Forze Armate italiane, oltre quarant'anni cli sostanziale inattività operativa avevano appiattito l' identità ciel militare sull' unica dimensione della propria auto-referenzialità. A sua volta la legittimazione funzionale rispetto alla società per lungo tempo è stata sfumata
nel più generale contesto di un sistema di difesa sovranazionale (la Nato), in tal modo rompendo il legame tra l'istituzione militare e il Paese ed innalzando di fatto un muro di incomunicabilità tra i cittadini e le loro Forze Armate. Non va poi dimenticato che da un punto di vista politico il manifestarsi della "guerra fredda" divise l'I.talia, impedendo alle Forze Armate di assumere un carattere autenticamente nazionale, anzi facendole apparire ad una parte cospicua della popolazione come espressione annata di un blocco ostile. Tutto ciù ovviamente rendeva esti-emamente difficile per i giovani che transitavano per il periodo di leva nell'istituzione militare mettere in atto processi di identificazione e sensi di appartenenza; essi non riuscivano a dare un significato coerente con la propria vita e le proprie aspirazioni a quel tipo di esperienza. La leva era vissuta come una frattura nel percorso biografico, un periodo talvolta piacevole da ricordare, ma solo in pochi casi assumeva il significato di espressione di cittadinanza. L'abitudine al la libertà degli appartenenti alle società democratiche li rende poco tolleranti alla rigidità disciplinare, specialmente ove questa viene richiesta solo in base a princìpi astratti e non legittimata attraverso una condivisione del fine, la cui stessa natura postula; ad essa oppongono vari tipi di resistenza che, come è noto, possono assumere anche forme estreme. Oggi, unitamente al cambiamento dello scenario di fondo, l' operatività, continua in contesti non propriamente e strettamente bellici ha, per alcuni aspetti, modificato la situazione, facilitando la possibilità per i militari di riconoscersi nell'istituzione, soprattutto attraverso il rispecchiamento nelle azioni presenti, in un fare riconosciuto e apprezzato dagli altri. L'identità militare, al pari di altre identità, appare così soggetta a continue rinegoziazioni che dipendono dalla concezione di sé come militare dei singoli, ma anche dalla possibilità di trovare un riflesso di questa concezione nella società civile in tutte le sue diverse arti colazioni e componenti. Nell'idea di sé e nell'auto-rappresentazione del proprio operato che il militare elabora la società, nazionale o internazionale, è concretamente presente come referente dell'agire. A s ua volta il buon esito delle operazioni sul territorio nazionale e all'estero (sia pure in alcuni casi, come è noto non esente da lati oscuri e da episodi riprovevol i) e la relativa diffusione sui mass-med ia hanno prodotto nell'opinione pubblica una fid ucia, finora mai provata, verso le p ropri.e Forze Armate.La "v ia italiana" al peac:ekeeping, apprezzata a livello internazionale fi n dalle prime missioni, rappresenta un motivo di soddisfazione per i militari che si riverbera su tutta l'organizzazione con riflessi anche per coloro che vi entrano solo per asso! vere i doveri di leva. ln s iffatto contesto appare più agevole per i giovani sviluppare un senso cli appa1tenenza per l'istituzione militare; inoltre il carattere peculiare delle nuove missioni - cli cui ormai nell ' immaginario collettivo si è consolidato un aspetto piuttosto positivo - permette ai giovani, nell'attribuire un significato all'azione, di riferirsi anche alla moltiplicità e alla varietà delle loro precedenti esperienze personali, caratterizzate dalla pluralità dei mondi vitali con i quali sono entrati in contatto e ai quali
sono associati differenti codici cli comunicazione e diversi linguaggi. La flessibilità, l'adattabilità, la capacità di porsi empaticamente in comunicaz.ione con l'ambiente, qualità indispensabili nei nuovi scenari di intervenlo, non derivano esclusivamente dall 'essere militare, ma anche dal reinterpretare, come militare, codici culturali e modelli comportamentali appresi in molteplici arene sociali. Cade così il senso della frattura: l'esperienza militare "forte" opera sl una discontinuità nell 'esistenza dei singoli, ma si configura comunque leggibile nel contesto dei valori e delle esperienze precedenti. Il militare resta agevolmente un attore sociale che ha appreso i valori e i codici di comportamento ciel suo più ampio contesto cli riferimento, che ormai ba profondamente interiorizzati e che perciò riesce ad esprimere anche attraverso la specificità delle missioni militari. «Ì~ necessario un buon livello di molirnzione dei singoli I per] affrontare i rischi che la naia all'interno della caserma non t>resenta» [Foto: Agenzia Cinefoto TV, SME]
(11) A . Ctm1/li e A. de Li/lo, Gio11a11i anni '90. Terzo
rapporto ltlrd sulla condizione giovauile in Italia,
7. Motivazioni e senso di appartenenza
8ofog11a, Il M11fi110, 1993.
Una concezione specifica di cittadinanza entra infatti in g ioco tra le motivazio ni di fondo che i singoli mili Lari mettono in campo per fare della loro partecipazione alle nuove miss ioni un 'eNume ro 7 9 Maggio 1918 sperienza ricca cli significati e per sviluppare attraverso di esse un senso di appartenenza all'istituzione mili tare. Per gli interventi internazionali di peacekeeping occo1Te rifarsi ad un concetto di cittadinanza planetaria, basata sull 'affermazione dei diritti umani attribu iti agli individui in quanto Lali e slegata dall'ap- partenenza dei sogzctti ad uno specifico ordinamen n /,,....,, ,,, ~o ~~ J ~ ~~ ~...,.,,_,.,,..,, tostatale. La prospettiva è quella di una cittadirtanza cosmopolita nel cui contesto a tutte le persone sono riconosciuti e garantiti i diritti fo ndamentali (civili , politici, sociali e culturali). Per le mjssioni interne - e soprattutto per quelle in concorso con le Forze di Polizia - all'emergere della concezione di una nuova cittadinanza "sociale", coerentemente legata alla prima. La cittadinanza sociale, dando per scontato i diritti di inclusione nello Stato, basa sull'assunto che gli individui hanno bisogno uno dell' altro per concorrere alla promozione di forme di convivenza che consentano di esercitare insieme libertà e responsabilità e per dar luogo ad una forma cli esistenza sociale intrinsecamente valida. Non a caso la motivazione più frequente ai propri sensi di soddisfazione è stato il sentimento di sentirsi immediatamente e visibilmente utili agli altli, da questi riconosciu ti e accettati come importanti fatto ri di recupero di una convivenza civile. Questa motivazione si combina con l' idea di compiere comunque un'esperienza diversa, di arricchire la propria ricerca di nuovi modi di stare in società. Il risultato nel suo insieme è coerente con quanto illustra C i ascu no per tu tt i e tutti per ciascu n o un' importante .ricerca condotta sui giovani degl i Rid ando a li.i rnlkttività «!illuda nell'efli cic11za e nella anni Novanta (11): pur nella continua crescita di interessi privatistici, s;ilclezza del proprio strumen to milita re, le [si] offre sono aumentate le forme di partecipazione sociale e l' interesse per speun elemento aj!j!iunth·o per confronta rsi alla pa ri con i 1iartncr ('Omunitari ~ rimentare modi associativi diversi. Jlllustra.lionc: G li .\lleat i della l " g.m. Le nuove missioni interne offrono, per alcu ni aspetti, la possibilità di .. I.a Tradottu". n. 7/l 'H 8J mettersi alla prova in un contesto collettivo non usuale; anche sul territorio nazionale il militare si trova in un certo senso a "negoziare" il significato e il valore del proprio ruolo e del proprio "esserci" . Il sentirsi concretamente uU li per la collettività produce inoltre la sensazione di un uso proficuo del proprio tempo, risorsa scarsa e preziosa nella nostra cultura, cioè di «non sprecare un anno della propria vita» come spesso sostengono i giovani a proposito del servizio militare.
I
«Le migrazioni improvvise [sono[ fra i nuovi spettri» della società intern:izionale [Tllusfrazionc: Augusto :Vlurcr - "La partenza", 1973)
«Condi videre un ohiettivo concreto [arricchisce] il senso della coscienza comune rafforzando il morale del gru1>1>0 e lo spirito di corpo,, [Foto: Addestramento di squadra)
Il sentimento di utilità derivante dallo svolgi mento di un ' attività concreta a favore di concittadini, collocata in un contesto che vede le Forze Armate in movimento verso profonde trasformazioni , aumenta la percezione ciel proprio valore e innesta un circolo virtuoso con le motivazioni all'agire. Nelle nuove mission i infatti aumenta il peso della soggettività; accanto ai cambiamenti degli aspetti operativi, organizzativi e addestrativi è necessario un buon livello cli motivazione dei singoli, con cui si sostiene la disponibilità ad affrontare i rischi, le fatiche, gli stress che sicuramente, per i giovani di leva, la naia all ' interno delle mura della caserma non presenta. La gratificazione di svolgere un compito di rilevanza sociale risulta arricchita da un senso di responsabilità non solo verso la col1ettività a favore della quale i giovani operano, ma anche verso i compagn i. Nelle missioni sul territorio nazionale, come accade anche e maggiormente nelle operazioni all'estero, emerge all'interno dei contingenti uno "spirito di missione" che rinsalda l'unione tra i commilitoni e rende migliore il rapporlo con la gerarchia. Infatti il condividere un obiettivo concreto e la consapevolezza di un rischio implicito nel servizio arricchiscono il senso della coscienza comune e il sentimento di buddyship tra gli uomini, rafforzando il morale del gruppo e lo spirito di Corpo. I giovani nel1e difficoltà e nei rischi del servizio sperimentano il piacere del sostegno del gruppo, esperienza non comune nelle società indi vidualistiche e tendenzialmente anomiche. La totalità sociale implicita nell'organizzazione nùlitare viene vissuta allora più come una risorsa
«I.o spirito d i Corpo qua le fa Uor<' detcr mina nlc del se ntiml·nto solid aristico » [llluMrazione: Scha~l ia no V e Albcrtis ( 1828- 1897) "Feriti a Rcaecca·· · Pinerolo, ;\lusco d ella C m a llcr ia )
che come un vincolo, dal momento che se ne verifica la fun zionalità in tennini di efficienza e di reale tutela dei si ngoli membri. La situazione presenta qu indi mo lteplici condizioni per faci litare l' emergere di un senso di appartenenza all 'istituzione: l'identità militare che, sia pure transito1iamente, i giovani di leva si trovano a dover rivestire è, come abbiamo visto, un ' identità complessa che può essere apprezzata anche sull a base di posizioni valori ali diverse. I compiti svolti per alcuni aspetti gratificano e migl iorano il clima interno che si configura meno disgregato e anemico rispetto alla situazione della caserma; la sensazione cl i svolgere bene il propri o incarico, di essere all'altezza delle proprie responsabilità, il 1ispetto della popolazione e dei superiori fanno il resto. Ovviamente permangono, come in ogni organizzazione, problemi , tensioni, insoddisfazioni; rapportata alla situazione precedente però questa nuova tradizione di militarità, oltre ad essere un buon collante organizzativo e a produrre un rafforzamento del nucleo istituzionale, sta modificando significativamente il rapporto tra Forze Armate e Paese, in una marcia di avvicinamento reciproco che non può che giovare alla collettività nel suo insieme; ridandole fiducia nell 'efficienza e nella saldezza del proprio strumento militare, le offre un elemento aggiuntivo per confrontarsi alla pari con i pa11ner comunitari . •
Le attitudini dei giovani verso l'Esercito e loro impatto su motivazioni e comportamento organizzativo di
Massimo Bergami Gianfranco Gasperini
1. Premessa n modo insolito di guardare la complessa e multiforme relazione tra giovani ed Esercito è quello di pensare all'Esercito come a una possibile fonte di identità per i suoi componenti. Questa prospettiva porta a considerare la partecipazione di un giovane all'Esercito come a un'esperienza che incide profondamente sulla sua vicenda personale, al punto da influire sull'immagine di sé e orientarne i comport<'fmenti. La consapevolezza di questo processo psicologico aggiunge maggior profondità alla comprensione delle attitudini dei giovani nei confronti dell'Esercito, prevalentemente in termini di motivazione all'arruolamento e cli comportamento organizzativo dopo l'incorporazione. Infatti, secondo questa teoria, i giovani chiamati al servizio di leva valutano la compatibilità tra le caratteristiche percepite dell'Esercito e la propria identità, sviluppando così attitudini che, insieme ad altri fattori, influenzano la loro scelta tra servizio militare e obiezione di coscienza. Dopo l'arruolamento, ove le percezioni delle caratteristiche dell'organizzazione siano attrattive, il giovane di leva cerca un maggiore contatto con l'organizzazione, identificandosi con essa e assumendo comportamenti coerenti alle sue finalità istituzionali. Nel caso contrario, si osserva lo sviluppo di attitudini negative nei confronti deJl 'organizzazione, un distacco psicologico da essa e, conseguentemente, il manifestarsi di comportamenti non favorevoli alle fina lità istituzionali. Queste brevi esemplificazioni introduttive, qui delineate con riferimento ai giovani di leva, sono ovviamente applicabili anche al caso dei Volontari in Ferma Breve (Vtb) e degli allievi ufficiali e sottufficiali, con le differenze del caso in termini di rilevanza dei fenomeni e cli impatto sulle politiche di gestione del personale. / Questa prospettiva affonda le proprie radici nella Socia! Jdentity Theory, una teoria sviluppatasi nel corso degli anni Settanta e Ottanta tra gli studiosi cli psicologia sociale e solo recentemente "importata" nel campo organizzativo. Nonostante la novità di questi contributi, è necessario evidenziare come alcuni dei concetti proposti siano riscontrabili sia in precedenti studi sull'Esercito, sia nella conoscenza implicita, diffusa tra i Quadri direttivi dell'Esercito. Ciò nonostante le ricerche che vengono qui presentate offrono un valore aggiunto per almeno tre moti-
DJ
La "Nunziatella" a Napoli e la Scuola \<lilitare a Milano possono costituire il banco di prova per una buona identificazione del cittadino-studente con l'Esercito
vi : anzitutto i concetti proposti si basano su un impianto teorico ampio, inoltre viene offerta una spiegazione dei processi che legano le variabili osservate e non semplicemente una descrizione di alcuni fenomeni, infine i modelli analitici sono stati stimati sulla base cli dati empirici appositamente raccolti. Questo saggio introduce gli elementi di base della Socia! lden.tity Theory applicati all'organizzazione e illustra quali siano le implicazioni per l'Esercito, riprendendo anche alcuni dei risultati principali delle 1 ricerche svolte su questi temi presso il Centro Militare di Studi Strategici negli ultimi due anni. L'obiettivo è dunque di avvicinare il lettore a questi argomenti, fornendo una rappresentazione d'insieme, senza nessuna pretesa di completezza; i risultati delle ricerche sull'i dentificazione nell'Esercito Italiano sono disponibili presso il Centro Militare di Studi Strategici. Nelle conclusioni vengono tratteggiate alcune considerazioni che possono orientare le politiche di reclutamento e di gestione del personale, nonché le strategie di costruzione e diffusione della corporate image dell'Esercito.
2. Socia! Identity Theory, organil.zazwne ed Esercito Italiano
«Sulla hasc d cll:1 ··Sodai ld en tity Theory". va r i studiosi ha nno pos to a llcnzionc s ul significato e su lle im1>licazio ni della "mcmhcrship'' in un ·or>!,anizzazionc»
Sulla base della Teoria dell'Identità Sociale [ad es., . Abrams e Hogg, 1990] e della Teoria della Categorizzazione Sociale [ad es., Turner, Hogg, Oakes, Reicher e Wetherell, 1987], vari studiosi hanno recentemente posto molta attenzione sul significato e sulle implicazioni della niembership in un'organizzazione [ad es., Ashforth e Mael, 1989; Bergami e Begozzi, 1998; Brown e Williams, 1984; Dutton, Dukerich e Harquai l, 1994; Kramer, 1991, 1993; O'Reilly e Chatman, 1986]; in pa1ticolare è stata approfondita l'idea dell'identificazione con I' organizzazione, intesa come l'impatto sull'identità individuale dell'appartenenza a un'organizzazione. La Socia[ ldentity e la Social Categorization Theory, infatti, propongono una rappresentazione dell'identità basata su due dimensioni: l'identità personale e l'identità sociale. Mentre l'identità personale è riconducibile a caratteristiche individuali (come ad esempio età, sesso, attributi fisici o della personalità), l'identità sociale può esser definita come la consapevolezza di appartenere ad alcuni gruppi sociali, unitamente ai significati emotivi e valoriali derivanti da tale consapevolezza lTétjfel, 1981]. Questa consapevolezza si basa su un processo di classificazione che risponde ali' esigenza che ogni individuo ha cli definire se stesso e di ordinare l'ambiente sociale, proiettando sui singoli le caratteristiche dei gruppi cui vengono assegnati.
«Se ai nostri occhi il gruppo sociale cui a()parteniamo si dimostra chiaramente SU()eriorc ()Ossiamo "ris()lendcrc di gloria rillcssa''» Jlllustrazionc: G. Pavis - "I vantaggi dello zaino" Le Sourirel
L'identità sociale dipende dalla percezione che l' individuo ba di appartenere ai diversi gruppi e il livello di identificazione con questi gruppi è legato all'utilizzo che il singolo fa delle caratteristiche distintive di ognuno di questi gruppi per defi nire la propria identità e per presentarsi in pubblico. Identità sociale e appartenenza a gruppi sono strettamente collegate, in quanto la concezione che un individuo ha di sé è ampiamente composta dì auto-descrizioni che utilizzano le caratteristiche dei gruppi sociali cui egli appartiene. Dividere il mondo in un numero maneggevole di categorie non solo ci aiuta a semplificarlo e ad attribuirgli un senso, ma assolve anche all'impo11ante funzione di defi nire chi siamo; infatti tale classificazione non riguarda solo gli altri, ma aiuta a coJlocare noi stessi in rapporto a quei gruppi. Il nostro senso di identità è dunque strettamente legato alle nostre varie appartenenze ai gruppi e si basa sulla comparazione rispetto a gruppi ai quali partecipano gli altri. Poiché le persone preferiscono avere un concetto cli sé positivo e poi ché una parte del concetto di sé di una persona è definito sotto forma di affiliazione a gruppi, saremo più propensi a vedere quei gruppi di appartenenza sotto una luce più favorevole, anziché sfavorevole. Taj fel e Turner [ 1979] estendono la teoria del confronto sociale cli Festinger [ 1957] affermando che giudichiamo il valore e il prestigio del nostro gruppo ponendolo a confronto con altri· gruppi . L'esito cli questi confronti intergmppo riveste un'importanza decisiva, in quanto contribuisce al consolidamento dell'auto-stima delle persone. Se ai nostri occhi il gruppo cui appm1eniamo si dimostra come chiaramente superiore in qualche d imensione 1ilevante possiamo «risplendere di gloria riflessa>> [Cialdini et al., 1976].
A questo punto è necessario soffermarsi un istante sul concetto cli gruppo. Turner [1984] intende per gruppo un insieme di due o più individui che condividono una identificazione sociale e che quindi si percepiscono come apparlenenti alla medesima categoria sociale. Questa prospettiva è particolarmente interessante in quanto consente il superamento dei limiti propri di altre concezioni di gruppo che, solitamente, pongono l'enfasi sull'individuo nel gruppo, fatto che pone problemi nella spiegazione di fenomeni riguardanti gruppi di dimensioni ri levanti; in questo caso, invece, si può affermare che l'enfasi viene posta sul gruppo nell'individuo. Le molteplici definizioni proposte per il concetto di gruppo possono essere ricondotte ai tre concetti seguenti: • individui che fanno esperienza di un destino comune [Lewin, 1951; Campbell, 1958]; in questo caso potremmo dire che gli Ebrei europei nati nella prima metà del XX secolo costituiscono un gruppo, così come i Palestinesi del dopoguen-a; • l'elemento chiave per affermare che siamo in presenza cli un gruppo dipende dall'esistenza di una certa struttura sociale formale o implicita [Sherif, 1966; Sherif e Sherif, 1669], cli solito sotto forma di status o di ruolo (si pensi, ad esempio, alla famig lia); • insieme di individui in interazione "faccia a faccia" [Bales, 1950; Homans, 1951]. La definizione cli Turner supera il primo approccio (che vede l' individuo come un po' troppo passivo), senza però lasciarsi imprigionare dai limiti della seconda e della terza concezione che sembrano essere applicabili solo a gruppi di dimensioni limitate. L'idea di auto-categorizza- . zione suggerisce che un gruppo esiste quando due o più individui si percepiscono come membri della medesima categoria sociale. Il valore di questa proposta sta nel la sua semplicità e inclusività, in quanto risulta abbastanza difficile immaginare un gruppo in cui i membri non si riconoscono mentalmente come parte cli esso. Una possibile critica alla posizione di Turner è che questa è forse un po' troppo soggettivista, in quanto non sembra considerare che di solito l'esistenza di un gruppo è nota anche a terzi, poiché gli ind ividui non vivono in contesti isolati, ma interagiscono con altri gruppi e altri individui. Brown [1989] propone dunque che la definizione cli Turner sia sottoposta alla condizione che il gruppo sia riconosciuto anche da almeno un soggetto ad esso esterno. Prima di passare all'illustrazione di come e perché questi concetti siano riferibili a contesti organ izzativi, è necessario soffermarsi, anche se brevemente, sul processo cli categorizzazione e sulle conseguenze comportamentali cieli' identificazione sociale. Guardando un arcobaleno siamo portati a individuare sette bande di colori relativamente discrete, mentre in realtà il fenomeno che stiamo osservando è una distribuzione continua di luce di diverse lunghezze d'oncia. Il nostro apparato cognitivo ha automaticamente diviso il continuwn di luce in sette categorie di colori, ognuna delle quali comprende differenti lunghezze d'onda. Questo processo di categorizzazione semplifica la percezione e serve a strutturare gli stimoli, potenzialmente infiniti, in un numero più ridotto e più maneggevole cli categorie. Attraverso la categorizzazione rag-
«Alcuni gruppi sociali sono definibili in termini oggettivi (caltolici irlandesi, impiegati di banca, juventini, ... » [Foto: Tifosi di una sc11rndrn di calcioJ
gruppiamo gli elementi in categorie simili, accentuando le somiglianze e le differenze, e possiamo mettere a fuoco un mondo altrimenti difficilmente decifrabile. Questo processo è particolarmente evidente nella valutazione di stimoli sociali ed è alla base della categorizzazione sociale. In questo caso, la classificazione di gruppi sociali in categorie non risponde a c1iteri necessariamente oggettivi, ma risente sensibilmente di significati e valutazioni sociali. Alcuni gruppi sociali sono defi nibili in termini oggettivi (cattolici irlandesi, impiegati di banca, juventini, ... ), anche se la transizione dal! ' appartenenza a un gruppo definito oggettivamente a uno definito dal punto di vista psicologico e sociale avviene a seconda del consenso sociale attribuito al signi ficato del la sudd ivisione in categorie. Il processo di categorizzazione ci consente dunque d i sistematizzare l'ambiente in modo fina lizzato all'azione, anche se questa sistematizzazione implica anche un' evidente semplificazione, in quanto l'enorme quantità di informazion i ricevute dall'ambiente non possono essere adeguatamente elaborate se non vengono adattate al background delle strutture cognitive già esistenti. In altri termini, diverse caratteristiche degli oggetti, individui ed eventi del mondo circostante devono essere modificate così da divenire, senza troppo sforzo, parte della struttura dell'esperienza che un individuo ha già a propria disposizione. Le persone formano quindi categorie di se stessi e dell'ambiente intorno circostante, per semplificare e gestire le informazion i e per interpretare il significato che queste hanno per loro. La ricerca cli base in psicologia mostra che le categorie si formano quando è massima la somiglianza fra attributi ,ùl'interno della stessa categoria. Tuttavia il numero di attributi e il preciso livello di ognuno di loro non costituisce una specificazione rigida di ogni categoria, ma le persone percepiscono e fanno esperienza delle categorie come prototipi. Un prototipo è un'astrazione nella mente del perceiver che riassume la categoria come un "cluster" di attributi, così che ogni particolare membro del prototipo non deve necessariamente possedere ogni attributo o, comunque, non deve mostrare un livello ideale di ogni attributo. In realtà, un particolare prototipo non deve necessariamente desçrivere un esempio effettivo della categoria; un candidato deve solo essere sufficientemente simile a] prototipo per esser assegnato a quella categoria. È stato dimostrato l'impiego di prototipi per definire categorie per gli oggetti [Rosch e Mervìs, 1975], così come per tipi di persone [Cantore Mischel, 1979]. Sul piano comportamentale, è necessario ricordare come l' identificazione sociale, sulla base del processo di categorizzazione, porti all' accentuazione delle somiglianze e delle differenze che l' individuo percepisce per caratterizzare il proprio gruppo rispetto agli altri, operando in
«L'identità sociale può essere definita come la consape,·olezza di apparlcnc n· ad ak uni grup1>i soci al i, unitamente ai significa li cmolivi e valoriali derivanti da tale consapevolezza»
questo modo una forte discriminazione tra i membri del proplio gruppo (ingroup) e gli altri (outgroup). Di conseguenza, il grado di identificazione con un gruppo sociale è legato all'intensità della coesione con gli a]tri componenti dello stesso gruppo e all'intensità della competizione con gli outsider. Infine, è stato dimostrato che un individuo tende a rimanere membro di un gruppo se questo contribuisce positivamente alla sua identità sociale; se il gruppo non soddisfa questo requisito, l'individuo tende a lasciare il gruppo, a meno che questo non sia impossibile o in contrasto con la sua identità sociale. Se l'abbandono presenta queste difficoltà, l'individuo modifica la propria interpretazione degli attributi ciel gruppo, in modo che le sue caratteristiche siano giustificate o accettabili, ovvero si impegna in un'azione sociale che porti a cambiamenti desiderabili. Poiché i gruppi non vivono isolati, questa reinterpretazione e questo impegno nell' azione sociale acquistano significato solo in relazione e nel confronto con altri gruppi. Recentemente alcuni autori lAshforth e Mael, 1989; Dutton, Dukerich e Harquail, 1994; .Bergami, 1996] hanno introdotto l'idea secondo cui si può pensare all'organizzazione come a un gruppo sociale in cui i partecipanti possono identificarsi, inserendo così la propria membership organizzativa nel concetto che hanno cli sé. L'identificazione con una organizzazione, così come un altro gruppo sociale, viene dunque vista come un processo cognitivo, nella misura in cui non è legata tanto all'appa1tenenza oggettiva, quanto alla salienza che l'individuo atuibuisce a quella specifica membership nel proprio se(f Simon [1947, p. 2 18] ha interpretato l'identificazione con l'organizza- . zione come il processo secondo cui l'individuo sostituisce gli obiettivi organizzativi ai propri, come indice di valore che cletennina le sue decisioni organizzative; Ashforth e Mael [1989, p. 21] hanno definito l'identificazione come la percezione di sé o dell'appartenenza a qualche aggregato umano; mentre Dutton, Dukerich e Harquail [ 1994, p. 29 J suggeriscono che l'identificazione è il «grado con cui un membro dejìnisce se stesso con gli stessi attributi che egli crede definiscano l'orga-
«Più l'organiizaziunc viene vista come 1>restigiosa, piì1 la "rncrnhership'' viene percepita posit.ivamentc rinforzando l'auto-stima individuale» Jlllustrazionl,: "Kati. dc\'i capirmi: ora, rnl grado di Caporale. non posso più continuare c1uesta relazione ..."!
nizz.azione». Ognuna cli queste definizion i presenta il concetto in tennini di sovrapposizione tra definizione di sé e identità organizzativa, dando così corpo alla concettualizzazione cognitiva sopra descritta, coerentemente con la Socia! Jdentity Theory [ad es., Hogg e Abrams, 1988J e con la Se(f-categorization Theory [ad es., Turner e Oaks, 1989]. Una precisazione, forse utile, è che l'identificazione ha più a che vedere con "io sono" che non con quella di "io credo"; in altre parole, l' identificazione è un costrutto diverso dall'internalizzazione che riguarda invece la condivisione di valori, più che la rappresentazione cli se stessi. Quando un individuo partecipa a un'organizzazione, l'identità. sociale diventa sempre più una base per l'au to-valutazione e il bisogno di mantenere o incrementare la propria auto-stima, Jegata alla categorizzazione di sé come membro organizzativo, diventa una delle principali forze che determinano l'i ntensità dell ' identificazione. In altre parole, l'intensità dell ' identificazione con un'organizzazione dipende dal prestigio o dall'immagine esterna percepita, cioè dalle percezioni che l'individuo ha delle rappresentazioni che gli outsider hanno dell'i1runagine organizzativa rMael e Ashforth, 1992; Dutton, Dukerìch e Harquail, 1994]. Più l'organizzazione viene vista come prestigiosa, più la niernbership nell'organizzazione viene percepita positivamente, rinforzando così l'auto-stima individuale. Bergarni e Bagozzi [ 1998] hanno evidenziato che l'individuo è po,tato a considerare sia le valutazioni delle persone vicine o comunque rilevanti, sia quelle della "gente in generale". Inoltre, in aggiunta al prestigio, possiamo estendere questa forza predittiva dell'identificazione alle percezioni dell'ammirazione, del rispetto e della celebrità organizzativa [Fombrun, 1996]. In questo modo l'identificazione organizzativa sarà positivamente correlata con le valutazioni individuali dell'intensità del prestigio, ciel rispetto, dell'ammirazione e della celebrità organizzativa presso gli outsider. Un secondo antecedente dell' identificazione è l'identità organizzativa, definita come «l'insiernefocale degli attributi che definiscono l'essenza di un'organizzazione» [Ashfo1th e Mael, 1996, p. 23; si veda anche Albert e Whetten, 1985; Bouchikhi e Kimberly, 1996]. Dutton e altri [ 1994, p. 244] sostengono che una positiva percezione dell'identità organizzativa rinforza l' identificazione in quanto contribuisce a una più elevata auto-stima, a una maggiore distintività e un forte senso di continuità nel concetto di sé [Dutton et al., 1994, Dutton e Duckerich, 1991; O'Rei lly, Chatman e Caldwell, 1991 ; Mael e Ashforth, 1992]. Quando un individuo percepisce positivamente l'identità organizzativa, sarà portato a identificarsi più intensament~ con l'organizzazione. Sul piano delle conseguenze comportamentali, gli studi disponibili [Ashforth e Mael , 1992; Bergami e Bagozzi, 1998] evidenziano una correlazione positiva tra identificazione e comm.itment (impegno relazionaJe) verso l'organizzazione, particolarmente nella sua dimensione affettiva e tra identificazione e collaborazione con gli alt1i componenti l'organizzazione. Inoltre, è stato evidenziato [Bergami, 1996; Bergami e Bagozzi, 19981 un' impatto positivo anche sui cornportamenti di cittadinanza organiz-
zativa, cioè comportamenti extra-ruolo volontari, non retribuiti e coerenti con le finalità organizzative [Konovsky e Pugh, 1994]. Infatti un' elevato livello di identificazione estende i propri effetti oltre i confini del ruolo ufficiale e dell'interesse personale, fino a favorire azioni altruistiche verso l'organizzazione e gli altri componenti.
3. L'Esercito quale fonte di identità Le implicazioni di questa teoria, che peraltro sta suscitando un vasto dibattito e guidando numerose ricerche tra gli studiosi di organizzazione, sono importanti anche per l'Esercito Italiano, al fine di comprendere su cosa si basa e come si sviluppa la relazione psicologica che lega all'Esercito i suoi componenti. Inoltre, l'analisi dell'Esercito come fonte di identità può fornire un interessante contributo alla comprensione delle attitudini dei giovani, con particolare riferimen- to alle motivazioni all'arruolamento (d i leva e volontario) e all'attaccamento all'organizzazione dopo l' arruolamento. L'attrattività dell'Esercito per l'auto-stima di un giovane infl ui sce sulla sua decisione di accettare il servizio militare cli leva ovvero di optare per l'obiezione di coscienza, al di là degli altri calcoli di tipo utilitaristico che vengono solitamente additati come i principali fattori cli scelta. Infatti, accettare il servizio di leva non implica solamente fare il militare, secondo il linguaggio comune, ma porta anche il giovane a essere un militare, andando così a colpire anche il modo in cui egli vede se stesso e si presenta in pubblico. Ecco, se il giovane percepisce come attrattive l'immagine esterna e l'identità . dell'Esercito egli sarà portato a cercare un contatto più stretto con questa organizzazione, anzitutto unendosi a essa e, poi, sviluppando un elevato grado di attaccamento psicologico e delle attitudini concordi agli obiettivi organizzativi. Nel caso in cui il giovane veda nell'Esercito una prevalenza di attributi non positivi (riferiti all' im«Un forte senso di rontinuitÌI nel concetto di sé» I Ill ustrazione: Clrnrlcs M. Schulz ..Arr irn Charlie Bro"n!' ' - ì\lilano Li br i, 19<i3J
ra
(f)
"'
.J>:i!Jil~
~
----
~
·.·
_ ,:... .;::,";. ;..__
magine esterna e all ' identità organizzativa), egli sarà portato a evitare ogni contatto con questa organizzazione, al fin e di non vedere se stesso come membro organizzativo e di non presentarsi in pubblico in quanto tale; questo, evidentemente, perché l'associazione cli sé a un'organizzazione che non viene percepita positivamente determina inevitabilmente una qualche perdita psicologica, ad esempio in termini di decremento del livello di auto-stima, di clistintività e cli continuità nel concetto cli sé. Anche in questo caso, le stesse considerazioni si applicano sia alla decisione di partecipare, sia ai comportamenti organizzativi manifestati dopo l'eventuale inclusione. «Se il giovane percepisce come attrattiYa l'immagine esterna e l'identità dell'Esercito egli sar,1 portato a cercare un contatto più stretto con questa organizzazione>'>
[Foto: All'Accaclcmia Militare di Modena anrhc allievi ufficiali somali]
«Le motivazion i all'a r rnola men to ve ngono accerta k a mczio di q uestio nari sottoposti a gru ppi selezionati d i volontar i»
4. Alcune note di ricerca Le ricerche empiriche, svolte negli u.ltirni due anni presso il Centro Militare di Studi Strategici su questi temi, han no avuto come obiettivo· principale l'individuazione dei processi che favoriscono l'identificazione con l'Esercito. Questo terna è stato considerato di particolare interesse per l'impatto sull'auto-stima dei militari e sulJa loro soddisfazione lavorativa, con evidenti conseguenze sull 'efficienza complessiva dell'Esercito; rintracciare i processi che sono all'origine del1'identificazione con l'Esercito permette di pianificare progetti di intervento che possono portare a livelli di identificazione desiderabili e, quindi, influire positivamente sui processi organizzativi. Questo percorso di ricerca si è basato prevalentemente su indagini empiriche, basate su dati primari, raccolti in diversi momenti e con diverse modalità, e sulla loro analisi attraverso rigorosi metodi statistici. Queste indagini sono state precedute da un'adeguata analisi della letteratura (comportamento organizzativo, teoria del l'organizzazione, psicologia sociale, sociologia dell'organizzazione e sociologia militare), ma soprattutto ad una fase di analisi qualitative basate su discussioni con key in:./()rmant appartenenti all 'Esercito e focus group cui hanno partecipato in differenti fasi soldati di leva, volontari, sottufficiali e ufiiciali. Anche se il percorso cli ricerca risponde a caratteri cli unitarietà e organicità, è possibile individuare tre differenti sottoprogetti che hanno approfondito aspetti diversi; questi sottoprogetti sono: a. lo studio delle motivazioni all'arruolamento e impatto delle motivazioni iniziali sul comportamento organizzativo;
b. lo studio sull ' identificazione organizzativa (dei suoi antecedenti e delle conseguenze in termini di atteggiamenti e di comportamento organizzativo); c. l'analisi longitudinale del processo di socializzazione dei Vtb e della dinam ica dell 'identificazione. Complessivamente, sono stati coinvolti circa 10.000 soggetti nei vari sottoprogetti, così da garantire un'ampia generalizzabilità dei risultati. Qui di seguito vengono tratteggiati i contenuti p1incipali dei tre sottoprogetti menzionati. a. Studio delle motivazioni all'arruolamento e impatto delle motivazioni iniziali sul comportaniento organizzativo Questo primo progetto ha avuto come obiettivo l'individuazione delle motivazioni a partecipare, nonché la comprensione delle relazioni esistenti tra queste motivazioni e alcuni comportamenti organizzativi rilevanti. Il questionario è stato somministrato a volontari e, con le opportune modifiche, a soldati di leva e obietto1i di coscienza che stavano svolgendo il servizio civile. Specificamente sono stati selezionati i campioni elencati in Tabella 1. I gruppi di volontari sono stati selezionati in modo da offrire un' immagine rappresentativa dell'esperienza vissuta nell 'Esercito come recluta, bersagliere, paracadutista, alpino e all ievo ufficiale. La diversità fra i campioni considerati ha permesso cli investigare differenti strutture motivazionali ali' arruolamento. Questa ricerca si è basata anzitutto sul!' impiego della metodologia del laddering, una metodologia che consente ai soggetti la massima libettà di espressione delle motivazioni e la possibilità di ordinarle, risalendo da quelle più superliciali a quelle più profonde. Ai volontari è stato chiesto di esprimere le ragioni che li avevano portati ad arruolarsi nell'Esercito; ai giovani cli leva, invece, è stato chiesto di indicare i motivi che li avevano portati a scegliere tra servizio militare e obiezione di coscienza. Ogni individuo poteva dare fino a cinque risposte e spiegare per ognuna di queste due ragioni per cui il motivo indicato era importante soggettivamente.
~ -·,,-=- ~A.':fi\ ~ ·cAMPIONf CONSIDERATI - ~ - , , . , . ~ -~~--
- - -
- - - - - - - - ~ - - - --~--- , -...C....~-'--- - ~ - - - - - - · - - - - ·-- - ---- - ~
Numerosità
Campione
13 1
Volontari a Ferma Breve (Vtb) al primo mese di Car Vtb della Brigata Garibaldi reduci dalla Missione in Bosnia
/
115
Vtb della Brigata Folgore contattati durante la Missione in Bosnia
124
Allievi Ufficiali del II anno cieli' Accademia di Modena
140
Militari cli leva (Granatieri di Sardegna) di stanza a Roma
136
Obiettori in servizio presso Enti religiosi e laici (Emilia Romagna)
110
(I) In questo caso il termine "alteggimne11ti" viene
utilizzato genericamente per indicare le opinioni dei soggetti nei conji·o111i dell'Esercito; si tratta delle 11ariabili precedente111e11te elll11cate e cioè: l'i11tem.io11e ,li restare, la valutazione <lell' Esercito (atteggiamelllo propriamente detto) e il tipo <li impegno ,rni co11fro11ti dell'Esercito.
Nel questionario erano incluse anche altre misure, rilevate tramite opportune scale: • atteggiamento nei confronti dell 'Esercito: si tratta cli una valutazione complessiva cli tipo positivo-negativo dell'Esercito; • intenzione di restare nell ' Esercito: si chiedeva ai soggetti il loro intendimento in proposito; • identificazione con 1' Esercito: grado di sovrapposizione fra la propria identità e quella dell'Esercito; • conunitment: tipo di impegno (affettivo, nonnativo o strumentale) nei confronti dell'Esercito o motivi per cui si resta nell'Esercito. Le risposte fomite dai soggetti circa le loro motivazioni all'arn,olamento sono state codificate per ridurne la complessità e successivamente raggruppate in tre tipi di catego1ie, definite come motivazioni valoriali, motivazio1ù esperienziali e motivazioni strumentali. In Tabella 2 vengono forniti alcuni esempi che chiariscono il senso della tipologia individuata. Le motivazioni valoriali corrispondono a ragioni che riflettono strutture di valori consolidate per l'individuo. Quelle esperienziali si centrano sullo sviluppo delle esperienze individuali e sull'arricchimento della propria personalità. Infine, le motivazioni strumentali si definiscono sulla base della loro estraneità alle finalità istituzionali dell'Esercito, che viene in questo caso interpretato come un mezzo per soddisfare alcuni bisogni primari. La tipologia emersa è stata dedotta dall ' insieme delle risposte fornite dai soggetti. Appare però interessante investigare il diverso peso che i gruppi di motivazioni assumono da campione a campione. Quest'analisi consente di trarre alcune conclusioni sugli individui che si arruolano volon~ tariamente e sul modo in cui le esperienze caratteristiche delle diverse Unità di appartenenza hanno influito sull'emergere delle motivazioni. Il questionario distribuito ai soggetti partecipanti a questa ricerca comprendeva anche alcune batterie di domande chiuse, volte a misurare alcuni atteggiamenti (1) nei confronti dell ' organizzazione. Sulla base dei dati raccolti in questo modo, è stato possibile indagare gli effetti dei vari tipi di motivazioni sugli atteggiamenti. Queste analisi consentono di comprendere quali motivazioni si riflettono positivamente sull'esperienza che i volontari fanno dell'Eserci to e quali, invece, peggiorano i rapporti tra indiv iduo e l'organizzazione, offrendo così importanti spunti per selezionare i volontari e rendere maggiormente visibili all' interno dell'Esercito le motivazioni positive.
Motivazioni valoriali
Motivazioni esperienziali
Motivazioni strumentali
Patria
Esperienza
Lavoro
Altruismo
Passione
Sicurezza economica
Scopi utili allo Stato
Maturazione
Mancanza di alternative
Scopi sociali
Auto-stima
Futuro
Il sentimento di umanità è un valore che può dare spessore etico alla derisione di arruolarsi vt>lonlariamenle [Foto: lk rsaglieri nei pressi di Turriaco Estate 1915 - Ullkio Storico SME]
I
,,.p~
Da un rapido esame della Tabella 3, che ha l'obiettivo di presentare sinteticamente i risultati di queste analisi, appare evidente il ruolo negativo svolto dalle motivazioni strumentali sugli atteggiamenti nei confronti dell'Esercito. Se il volontario si arruola esclusivamente perché non riesce a trovare un'altra sistemazione, versa in difficoltà economiche o cerca la sicurezza di un posto di lavoro, egli valuta in modo più negativo l'Esercito, è meno intenzionato a rimanervi, non sviluppa un senso di identificazione e di impegno affettivo. Infine, questa indagine ha consentito di valutare anche le differenze esistenti tra i vari gruppi nell'organizzazione anche attraverso le dif-
Vfb
al Car Motivazioni che influiscono positivamente sugli atteggiamenti
Passione Motivazioni morali Soddisfazione Scopi sociali Realizzazione
Brigata Garibaldi
Accademia di Modena
Passione Scopi utili Auto-stima allo Stato Formazione Patria Realizzazione Vita positiva Motivazioni Motivazioni morali estetico-ludiche
Brigata Folgore
Leva
Obiettori di coscienza
Motivazioni estetico-ludiche Vita positiva Soddisfazione
Maturazione Auto-stima Immagine Sociale positiva Motivazioni estetico-ludiche Passione
Motivazioni morali e religiose Scopi sociali
/
Motivazioni Futuro che influiscono Sicurezza negativamente economica sugli atteggiamenti
Indipendenza Lavoro Mancanza alternative
Indipendenza economica Sicurezza economica Futuro
Sicurezza economica Lavoro
/
(*) Per gli obiettori di coscienza sono stati rnjsurati gli atteggiamenti verso l'Ente dove prestavano servizio civile. Rosso: Motivazioni esperi enziali Verde: Moti vazioni strumentali.
Blu: Motivazioni valoriali
Tempo per sé Comodità Inutilità del servizio militare
ferenze esistenti nei valori medi degli atteggiamenti conseguiti dai diversi campioni.
«Se il volonlario s i arruola perché cerca un posto cli lm·orn [... J non sviluppa senso di idenlificazionc e di impegno affettivo,, I Illustrazione: lluart - "Sento che un l,!iorno atTivcrù a l'SSl'tT attcnclcnk cli un colonnello" I.e .Journal Amusant]
b. Studio sull'ident(ficazione organizzativa (dei suoi antecedenti e delle conseguenze in tennini di atteggiamenti e di comportamento organizzativo) Come è stato precedentemente illustrato, l'identificazione gioca un ruolo cruciale nel passaggio fra le percezioni dell'Esercito e importanti atteggiamenti nei suoi confronti, quali la soddisfazione lavorativa, l'impegno affettivo verso l'Istituzione e le reazioni. La dimostrazione del)a rilevanza organizzativa del concetto di identificazione risiede proprio nelJa sua capacità di determinare comportamenti funzionali all'organizzazione e, in più, utili aJJ'individuo che si trova a lavorare al suo interno. Un militare identificato con l'Esercito tenderà ad assumere comportamenti desiderabili per l'Esercito e da ciò stesso ricaverà anché un maggiore senso di soddisfazione del proprio lavoro. Questo meccanismo a sua volta innesca, nel medio e lungo periodo, un circolo virtuoso che a partire dall'identificazione si riverbera sui comportamenti organizzativi e sul senso di auto-realizzazione, per infine tornare ali' identificazione rafforzandola ulterionnente. Senza ripetere il quadro teorico, che è stato precedentemente delìneato, viene qui precisato quale sia stato il modello sottoposto a verifica in questo secondo percorso cli ricerca. Anzitu tto sono state misurate le percezioni individuali dell 'organizzazione (inunagine esterna e identità organizzativa) che rappresentano gli antecedenti dell'intensità del)' identificazione organizzati va. Poi, I' identificazione è stata misurata facendo ricorso a due diverse misure cognitive che corrispondono alla definizione di organizzazione adottata in questa prospettiva. Infine sono stati studiati vari conseguenti dell'identificazione, al fine di comprendere come diversi live11i di identificazione influiscano sui comportamenti. È prevedibile, infatti, che militari identificati con l'Esercito assumano comportamenti ad esso funzionali, profondendovi un impegno elevato, mentre individui che lo sono in misura minore con J'Istituzione non sentano spinte a mettere in atto comportamenti positivi per l'organizzazione. Ciò avviene p1incipalmente in quanto l'identificazione con l'Esercito favorisce l'assunzione dei suoi obiettivi da parte dei militari: se ci poniamo un obiettivo e lo valutiamo positivamente, sia per i vantaggi che derivano dal suo raggiungimento, sia per il senso di soddisfazione che proviene dal conseguimento di uno scopo ritenuto importante, è probabile che vengano messi in atto tutti i comportamenti necessari a conquistarlo, senza alcun rispannio di impegno. I comportamenti studiati sono stati : la soddisfazione lavorativa, l'autostima derivante dall'appartenenza all'Esercito, la congruenza del lavoro svolto nell' Esercito con il lavoro ideale, l'impegno (commitment) nei confronti del!' fstituzione e le emozioni provate verso cli essa. Le variabili di interesse per la teoria del!' identificazione esposta precedentemente sono state misurate tramite scale presentate aJl'interno di un questionario strutturato. Le scale constavano cli affermazioni verso
cui i soggetti erano invitati a esprimere il grado di accordo, impiegando cioè lo stesso metodo descritto per la misura degli atteggiamenti nei confronti dell 'Esercito nel sottoprogetto sulle motivazioni. Il questionario è stato distribuito ad un campione molto numeroso di militari, comprendenti soldati di leva, volontari, sottufficiali e ufficial i. Il campione dei militari di leva è stato formato, con l'accortezza di rappresentare significativamente le regioni militari, le aree operative, l'organizzazione scolastico-addestrativa, l'organizzazione territoriale e gli organi centrali. ufficiali e sottufficiali sono stati selezionati effettuando un campionamento stratificato per ottenere un quadro rappresentativo della gerarchia; al campione è stato aggregato un gruppo di ufficiali della Scuola di Applicazione di Torino e un gruppo di allievi ufficiali di complemento della Scuola di Fanteria di Cesano. La Tabella 4 presenta la numerosità dei campioni sulla base dei quali sono state svolte le analisi; si tratta cioè dei questionari effettivamente utilizzati, in quanto restituiti completi in ogni parte. Come si può vedere si tratta di numerosità elevate che consentono di considerare altamente attendibili i risultati tratti dalle analisi. I principali risultati che ve1rnnno presentati descrivono i rapporti esistenti fra le variabili. Vogliamo sapere se all'aumentare, ad esempio, dell'identificazione con l'Esercito, osserveremo un incremento della soddisfazione lavorativa da parte dei mil itari. Questo tipo di rapporti indicano processi psicologici che possono rintracciarsi in egual misura a tutti i livelli clell' organizzazione militare: il legame fra identificazione e soddisfazione lavorativa può essere egualmente fo11e nella leva e fra gli ufficiali, dato che il processo che lo controlla dipende dai medesimi meccanisnù mentali. Per questo motivo i risultati verranno presentati senza far riferimento ai diversi gruppi, data l'unifonnità dei processi fondamentali che regolano le relazioni fra le variabili considerate. Non bisogna interpretare questa premessa come l'affermazione della totale assenza di differenze fra i gmppi considerati. Queste esistono nei livelli medi delle v,uiabili: mediamente un soldato di leva sarà molto meno identificato con l'Esercito rispetto ad un ufficiale. Si tratta però di risultati prevedibili, forse anche banali, che non dicono molto di nuovo, considerando che l'obiettivo pratico che la ricerca si pone è la comprensione dei meccanismi che possono rendere più soddisfasente l'esperienza lavorativa nell'Esercito Italiano, a tutti i livelli della sua organizzazione. In particolare si è ipotizzato che l'identificazione con l'Esercito deter-
«Ufficiali e sottufficiali sono stati selezionati effettuando un campionamento stratificato per ottenere un c1uadro rappresentativo della gerarchia,,
- ~- TAB. 4 - NUMEROSITÀ DEI CAMPIONI (SOGGETTI VALIDI) -
F I
-
-
--,--
-
-
--
Leva
Volontari
Sottufficiali
Ufficiali
Auc
Totale
3.027
432
928
460
133
4.980
-
Il
mini in vario modo i livelli dei comportamenti organizzativi elencati, come discusso precedentemente. I risultati vengono sommariamente riassunti nella Figura I e le frecce rappresentano l' influenza dell'identificazione sui suoi conseguenti. Esaminando la figura dall ' alto verso il basso, notiamo in primo luogo che l'identificazione con l'Esercito determina fo11emente il grado di soddisfazione lavorativa espressa dai militari. Si tratta di una prima prova della rilevanza pratica del concetto di identificazione, che poteva sembrare sinora confinato in un'oscura astrattezza accademica, mentre l'identificazione sembra in grado di evitare le frustrazioni e la noia che spesso accompagnano le attività lavorative, ed evidenziare gli aspetti di realizzazione della proplia personalità legati ali' attività professionale. Gli effetti dell'identificazione sull'auto-stima positiva che deriva dall'appartenenza all'Esercito sono meno forti di quelli discussi per la soddisfazione lavorativa, ma ancora rilevanti: man mano che cresce l'identificazione con l'Esercito, il militare deriverà dalla sua appartenenza all 'organizzazione un maggiore senso di auto-stima positiva. Gli effetti dell'identificazione sull'auto-stima negativa sono invece -·- - - - ~-
---------·
~---------- -
-·
· · --·---·· F
,
•
.. .
.
FIG. 1 - EFFETTI DELL'IDEN'IJFICAZIONE CON L'ESERCITO . SU ALCUNI COMPORTAMENTI ORGANIZZATIVI
__]
Soddisfazione
lavorativa
Auto-stima positiva derivante dall'organizzazione
Auto-stima negativa derivante dal!' organizzazione
Congruenza rispetto al lavoro ideale
Commitment affettivo
Emozioni positive nei confronti dell'Esercito
Emozioni negative nei confronti dell'Esercito
I Granatieri dì Sardegna: una Specialità della Fanteria che vanta soldati di leva fra i pii1 ''idcn!ificali" con l'F.scrdto
trascurabili. Questo risultato conferma le ipotesi tracciate in precedenza e i risultati emersi da studi precedentemente svolti su organizzazioni non militari. L'identificazione si rivela in grado di determinare anche la percezione della congruenza fra lavoro ideale e · 1avoro effettivamente svolto nell'Esercito: all'aumentare dell'identificazione il lavoro svolto nell'Esercito dai soggelti si avvicina sempre più al loro lavoro ideale. Anche in questo caso si tratta di un effetto di rilevanza pratica ai fini del benessere dei membri dell'organizzazione, che si affianca a quello discusso per la soddisfazione lavorativa. Il risultato sottolinea di nuovo la vicinanza fra il concetto di identificazione con l'Esercito e la realizzazione professionale all'interno del!' organizzazione. Le tre frecce rimanenti segnalano la presenza di effetti molto fotti del1'identificazione sull'impegno affettivo e sulle emozioni nei confronti dell'Esercito. L'identificazione è un determinante fondamentale dell'impegno affettivo: al crescere della prima avremo, di pari passo, un forte incremento del secondo. Maggiore sarà il grado di identificazione e più forti risulteranno la fedeltà all'organizzazione (intesa come intenzione di trascorrervi la carriera) e in generale i vincoli affettivi nei confronti dell'Istituzione. Anche gli effetti dell'identificazione sulle emozioni sono di forte entità. Ovviamente il segno di tale effetto sarà opposto per le emozioni positive e per le emozioni negative: una forte identificazione con l'Esercito fa maturare una serie di emozioni di tipo positivo nei suoi confronti, come gioia di appartenervi, orgoglio, ecc., mentre una scarsa identificazione determina un abbassamento di intensità delle emozioni negative quali tristezza e depressione. L'identificazione agisce quindi sui due aspetti dell'emozione. In conclusione, le analisi sulle relazioni fra identificazione, e suoi conseguenti, rende conforto alle considerazioni fatte in fase di introduzione sull'importanza organizzativa dell'identificazione, mostrando il molo fondamentale di questa nel determinare una serie di compo1tamenti che sono fondamentali non solo per il benessere degli appartenenti all'Esercito, ma anche per la sua efficìenza.
Fra le variabili inserite nelle ricerche sul processo di socializzazione anche l'impatto con la "leadershi1>'' dei superiori
c. Analisi longitudinale del processo di socializzazione dei Vjb e della dinamica dell'identificazione Dedichiamo, infine, poche righe per illustrare alcuni aspetti della ricerca sul processo di socializzazione dei volontari; questo percorso ha avuto l'obiettivo principale di studiare come si forma e si sviluppa l' identità dei volontari nel primo anno di permanenza nell'Esercito. Sulla base dei risultati delle precedenti ricerche, è stato predisposto un questionario strutturato che è stato somministrato quattro volte, dopo diversi intervalli di tempo, ai volontari del X blocco 1997. Le variabil1 misurate sono state prevalentemente quelle presenti nelle precedenti ricerche (al fine dì assicurare la confrontabilità delle osservazioni), più altre come, ad esempio, il clìrna organizzativo o l'impatto della leadership dei superiori. Volendo azzardare una metafora, possiamo affennare che se le precedenti ricerche fornivano due fotografie della situazione, questo terzo sottoprogetto ha prodotto un cortometraggio che consente cioè di descrivere l' evoluzione degli atteggiamenti nel corso del tempo. I risultati delle precedenti ricerche sono stati ampiamente confermati, mentre lo studio longitudinale ha offerto ulteriori considerazioni sulla dinamica della relazione tra giovani ed Esercito.
5. Conclusioni I risultati della ricerca inducono ad affermare quanto era stato posto come ipotesi di base: l'Esercito rappresenta effettivamente una fonte di identità per i giovani e quindi può costituire, qualora le percezioni della organizzazione militare siano favorevoli, una proposta forte per rispondere agli interrogativi e alle domande di senso che si si pongono. Al contrario, qualora tali percezioni siano rilevate come negative, possono manifestarsi comportamenti che si discostano dal perseguimento delle finalità dell'istituzione militare. Poiché l'identificazione dipende dalla percezione dell'immagine e dalla percezione dell'identità organizzati-
«L'identificazione sembra in grado di evitare le frustrazioni e la noia»
[Foto: .Juliano Lucas, 1%01
va, è nei confronti di questi due elementi che è necessario intervenire se si vuole induITe nei giovani l'identificazione nell'Esercito e sviluppare nei suoi confronti un forte attaccamento. / Quanto alle motivazioni all'aITuolamento è emerso chiaramente che per poter disporre di personale motivato è necessario pensare a sistemi cli reclutamento e selezione che vadano al di là dell'obiettivo di saturare i fabbisogni numerici, ma si orientino a modelli più selettivi che tendano alJ' arruolamento cli giovani con caratte1i stiche psicologiche e sociali più coerenti con il nuovo idealtipo di soldato; si tratta, in sostanza, cli tendere ad arruolare giovani portatori più di motivazioni va]oriali ed esperienziali che di motivazioni strumentali , che non riescono a svilup-
I
Euroformazione Difesa.
* * *
linea diretta con il mondo del lavoro. Sono ncressari «modelli più selettivi che tendano all'a rruolamento di giovani con caratteristiche pskolog iche e sociali più coerenti con il nuovo idcalti po di soldato»
pare il senso di identificazione e di impegno affeltivo nei confronti dell'istituzione militare. Questo dato di fatto è confermato dai risultati del1' analisi della dinamica dell'identificazione (cioè dalla modalità secondo la quale si evolve ]a relazione tra individuo e organizzazione); infat- · ti laddove il giovane fa un'esperienza non positiva dell'organizzazione, dopo un breve periodo inizia un processo cli allontanamento psicologico che porta a lasciare l' organizzazione o a restarvi, nel caso della leva perché obbligati, nel caso dei volontari per solo calcolo strumentale legato a motivi meramente occupazionali. Concludendo, un accenno ai provvedimenti di carattere organizzativo che sono stati attivati per dare una risposta alle esigenze cli cambiamento emerse dall'analisi dei 1isultati della ricerca e che hanno riguardato essenzialmente: • lo strumento della selezione oltre che nei suoi aspetti funzionali, anche in quelli riconducibili ali' immagine delle istituzioni militari che viene offerta a tutti i g iovani ed alla comunicazione simbolica che avviene anche attraverso gli ambienti che la rappresentano in questo primo, e per molti unico, approccio alla militarità; • le attività di comunicazione istituzionale e quelle promozionali, intese come momenti fondamentali per attivare e incentivare il rapporto che lega l'Esercito alla Nazione nei vari aspetti che vanno dalla sua attrattività sul "mercato del lavoro" al coinvolgimento e l'identificazione delle persone che già appartengono all'Istituzione; • il sistema formativo dei Quadri in un'ottica tesa, oltre che allo sviluppo della professionalità, anche a quello della sensibilità per la gestione e la valorizzazione delle 1isorse umane con particolare riferimento alla motivazione e ali' identificazione. •
Bibliograjìa Abrams D., Hogg !VI.A. (1990), Socia/ ldentity Theory: Constructive and Critica[ Advances, New York, Harvester Wheatsheaf. Ajzen I., F ishbein M. (1980), Understanding Attitudes and Predicting Socia! Behavior, Englewood-Clìffs, NH, Prentìce Hall. Ashforth B.E., Mael F.A. (1989), "Socia! Identity Theory and the Organization", Academ,y lfManagement Review, 14, 20-39. Bagozzi R.P. (1984), "Expectancy-value Attitude Models: An Analysis of Criticai Measurement Issues", lnternational Journal of Research in Marketing, 1, 295-310. Bagozzi R.P. (1993), "Assessing Constrnct Yalìdìty in Personaiity Research: Application to Measures of Self Esteem", Journal of Research in Personality, 27, 49-87. Bagozzi R.P. ( 1994), Structural Equation Models in Marketing Research: Basic Principles, in: R.P. Bagozzi (Ed.), PrincijJ!es of Marketing Research, MA, Blackwell Publishers. Bagozzi R.P., Burnkrant R.E. (1985), "Attitude Organization and the Attitude-behavìor Relation: A Reply to Dillon and Kumar", Journal of Personality and Socia! Psychology, 49, 47-57. Bagozzi R.P. , Edwards J.R. ( 1998); "A Generai Approach for Representing Constructs in Organizational Research", Organizational Research Methods, 1, 45-87. Bales R.F. (1950), lnteraction Process Analysis: A Methodfor the Study (l Small Groups, Holt, Rinehart and Winston, Cambridge (Ma). Battistelli F. (1996), Soldati. Sociologia dei militari nell'era del peacekeeping, Collana di Sociologia M ilitare, Franco Angeli, Milano. Battistelli F. (Ed.) (1996), Giovani e Forze Annate. Aspetti sociologici della condizione giovanile e della coniunicazione istituzionale, Centro Militare dì Studi Strategici, Franco Angeli, Milano. Bergami M.. (1996), L 'identifìcazione con l'impresa, Nuova Italia Scientifica, Roma. Bergami M., Bagozzi R.P. (1998), Organiz.ational ldentification: Conceptualization, Measure,nent, and Nomological Validity, Working Paper, The U niversity of Michigan. Bergami M. (1994), "Identificazione organizzativa e immagine del prodotto", Economia & Management, 6, novembre 1994. Bergami M., Corrado R., Lomì A. (1997), La base relazionale dell'identificazione, in: A. Lomi (Ed.), L'analisi relazionale dell'identificazione, Il Mulino, Bologna. Bergami M., Leone L., Bagozzi R. (1998), The lmpact of Perceived Organizational Jdentity and Construed Extemal lmage on the ldentification of Soldiers with the ltalian Army, Paper presented at 14th EGOS (European Group for Organizational Studies) Colloquim (Subtherne 2: Organisational ancl Corporate ldentity), July 9-11, 1998, Maastricht, The Netherlands. Bouchikhi H., Kimberly J. , (1996), The Nature and Dynamics of Or[:anizational ldentity (unpublished working paper), Universìty of Pennsylvania, the Wharton School. Brown R. (1989), Group Processes. Dynamics within and between
«Le attività di com unicazione istituzionale e quelle promozionali [sono] momen ti fonda mentali per a tliva re il rapporto che lega l'K~crc.:ito alla Nazione» [Foto: L'inviata della Rai. Carmen Lasorella, in Somalia du rante la Missione '' lhis'', 1992-94]
Groups, Basi! Blackwell Ltd. , Oxford, (traci. it. Psicologia sociale dei gruppi, Il Mulino, Bologna, l 990). Brown R., Williams J. (1984), "Group Ident.ifi.cation: The Same Thing· to Ali People?", Human Relations, 37, 547-564. Campbell D.T. (1958), "Common Fate, Similarity, and Other Indeces of the Status of Aggregates of Persons as Social Entities", Behavioral Science, 3, 14-25. Cialdini R.B., Borclen R.J., Thorne A , Randall Walkern M., Freeman S., and Reynolds Sloan L. (1976), "Basking in Retlected Glory: Three (Football) Field Studies", .lournal of Personality and Socia/ Psychology, 34, 366-375. Dutton J.E., Dukerich J.M., Harquail C.Y. (1994), "Organizational Images and Member Identification", Administrative Science Quarterly, 39, 239-263. Festinger L. (1957), A Theory of Cognitive Dissonance, New York, Harper and Row. Fishbein M, Ajzen J. (1975), Belie.f; Attitude, lntention. and Behavior, Readings, MA: Addison-Wesley. Fombrun C.J. (1996), Reputation: Realizing Value.from the Cor7Jorate lmage. Boston, MA: Harvard Business Schc)()J Press. Fredland J.E., Gilroy C., Little R.D. , SeJlman W.S. (1996), Professionals on the Front Line: Two Decades of the All-Volunteer Force, Washington, Brasseys. Hogg M.A., Abrams D. (1988), Socia! ldentification.s: A Socia! Psychology o.f lntergroup Relations and Group Processes. London: Routledge.
«L' Eserdto rappresenta efl'eltivamente una fonte di identità per i giovani» IFoto: Pino Settanni - "CalenclEsercito ' 99'', a cura di A. Scotti]
Homans G.C. (1951), The Human Group, Routlegde and Kegan Paul, London. Konovsky M.A., Pugh S.D. (1994), "Citizenship Behavior ancl Socia! Exchange", Acadeniy of Management Journal, 37, 656-669. Kramer R.M. (1991), Intergroup Relations and OrganizationaJ Dilemmas: The Role of Categorization Processes, in: L.L. Cummings and Barry M. Staw (Eds.), Research in Organizational Behavior, 13, 191-228, Greenwich, CT: JAI Press.
Kramer R.M. ( 1993 ), Cooperation and Organizational Identificati on, in: J.K. Murnighan (Eds.), Socia/ Psychology in Organizations: Advances in Theory and Research, 244-268, Englewood Cliffs. NJ: Prentice-Hall. Lewin K. (1951), Field Theory in Socia! Science, Harper and Row, New York. Mael F. (1988), Organization ldentification: Construct rede,finition, a FieldApplication with OrganizatìonalAlumni (unpublished doctoral dissertation), Wayne State University, Detroit. Mael F, Ashforth B. (1992), "Alumni, their Alma Mater: A Partial Test of tbe Reformu lated Model of Organizational ldentification", Joumal of Organizational Behavior, 13, 103-123. Marotta M. (Ed.) (1994), 'la. condizione militare in Italia, Roma, Cemiss, Rivista Militare. Moskos C.C., Butler J.S. (1996), Ali That We Can Be. Black Leadership and Racial lntegration. The Anny 1-Vày. A Twentieth Century Fund Book, Basic Books. Moskos C.C., Wood F.R. (Eds.), (1996), The Military. More Than Just a lob? Washington, Pergamon Brassey lnternational Defence Publishers. O'Reilly C. , Chatman J. (1986), "Organizational Commitment and Psychological Attachment: The Effects of Compliance, ldentification and Tnternalization on Prosocial Behavior", Journal of Applied Psychology, 71, 492-499. O'Reilly C., Chatman J., Caldwell D.F. (199 I), "People and Organizational Culture: A Profile Comparison Approach to . Assessing Person-organization Fit", Academy of Management Journal, 34, 487-516. Sherif M. (1966), lntergroup Confl,ict <.md Cooperation: Theìr Social Psychology, Routledge & Kegan Paul, London. Sherif M., Sherif C.W. (1969), Socia/ Psychology, Harper, New York. Simon H.A. (1947), Admin.istrative Behavior, New York, Free Press. Stroh L.K. , Brett J.M. , Reilly AH. (1994), "A Decade of Change: Managers ' Attachrnent to Their Organizations and Their Jobs", Human Resource Managenient, 33, 531-548. Tajfel H., (198 1), Human G,vups and Socia! Categories: Studies in Socia/ Psychology, Cambridge University Press, Cambridge. TetTy D.J., Hogg M.A. (1996), "Group Norms and the Attitude-behavior Relationship: A Role for Group ldentificatjon", Personalìty and Social Psychology Bullettin, 22, 776-793. Turner J.C. (1984). Social Categorization and Psychological Group Formation , in: H. Tajfel (Ed.), The Socia! Dimension, European Development in Socia/ Psychology, 2, 518-538, Cambridge University Press, Cambridge. Turner J.C. , Oakes P.J. (1989), Self-Categorization Theory ami Socia! Intluence, in: P.B. Paulus (Eds.), Psychology of Group lnjluence, 233-275. Hillsdale, NJ, Lawrence Erlbaum Associates. Ti.lrner J.C., Hogg M.A., Oakes P.J., Reicher S.D., Wetherell M. (1987), Rediscovering the Socia! Group: A SelfCategorization Theory, Oxford, Basi! Blackwell.
Le donne e l'Esercito Italiano: atteggiamenti, reazioni e problemi da affrontare di
Maria Immacolata Macioti
1. Donne ed Esercito: chi sono le prime aspiranti? ra l' inverno 1992-93 quando sono piombata in un .mondo per me nuovo ed estraneo: quello delle giovant donne che chiedevano di far parte dell'Esercito, in Italia. E infatti del novembre '92 l'esperimento di due giorni condotto con 29 ragazze presso i Lancieri di Montebello. È di poco successiva la lettura condotta con l' antropologa Gabriella Marucci delle lettere scritte da tutte le parti d'Italia, lettere che ci ha inesso a disposizione lo Stato M aggiore dell'Esercito [Ma.mcci, I 993-94; Macioti, 1993-94]. In esse ragazze giovanissime e meno giovani donne domandavano notizie in merito all'arruolamento femminile, manifestavano una forte aspettativa in merito, esprimevano disappunto per una situazione penalizzante e di esclusione che reputavano ormai inaccettabile, in un contesto di pmità di diritti e doveri. Si trattava di ragazze nubili e di donne sposate, con rappresentanza di tutte le fasce d'età, anche se il nucleo più consistente era quello compreso tra i 16 e i 23 anni. Un universo femminile giovane, caratterizzato da una forte idealità e da evidenti tendenze oblative: troviamo in queste lettere l'idea dell' auto-perfezionamento e quella del sacrificio per il bene comune. Troviamo una fo11e sete di pace e di giustizia. Vi si parla di "qualità della vita", e insieme cli ansia, impazienza, urgenza di realizzazione. Emerge il tema della livendicazione di di1itti, unito alla convinzione dell'importanza del servire la Patria. «Il perché della mia Lettera - scrive Giuliana - è che vorrei sapere quanto tempo ancora devo w,pettare per avere lo stesso diritto di un uomo per vestire La divisa militare e di lavorare nell'Esercito». E un'altra: «Quando vi decidete a rn.ettere anche il Militare femminile?! lo non posso niica aspettare di avere 30 anni! E come me tante altre ragazze che vorrebbero svolgere il servizio di leva,. Anche noi siamo italiane e abbiamo il diritto e il dovere di sorreggere la Patria. È come se fossimo ai ternpi del voto che era am.rnesso solo per gli uomini, adesso a nessun.o sembra giusto e allora riflettiam.o ci un po' su ... anche questa è ingiustizia» e l'ingiustizia va combattuta, non subita in silenzio. E infatti il tono di queste lettere è evidentemente passionale: una questione fortemente sentita, che agita stati d' animo fotti. Le lettere parlano di troppo lunghe attese, di desiderio, di <<questa gran.de esperienza», cli sogni che non si vorrebbe diventassero illusioni. Dicono che «L'idea
Il
«Quanto tempo ancora dc, o aspe Ilare per wstirc la divisa militare'!»: da una lette.-a allo S\IE [Foto: Esperimento presso i "La ncieri di i\ lontebello"', Roma , 1992]
di rùm:ire un giorno a servire degnamente il ... Paese col passare del tempo è sempre stata più incisiva». Una meta ancora lontana, ma non importa: quel che conta, scrive Alda, che al momento ha 33 anni: « ... è la volontà, la convinzione, la passione». Ci vogliono, soggiunge, le giovani, ma ci vogliono altresì donne mature che credano nel! 'Esercito, che sappiano a cosa si va incontro. Si parla, in queste lettere, di difesa dell'ambiente. Sono ragazze industriose, quelle che scrivono. Quelle che studiano, al di là della scuola hanno seguito corsi di lingue straniere, specialmente inglese, francese, tedesco. Tra loro ce ne sono alcune che conoscono l'arabo e il greco moderno. In molte hanno seguito corsi di specializzazione presso le Regioni, qualcuna ha conseguito la laurea, altre studiano all'Università: a Leltere e Filosofia, Lingue, Pedagogia. E si informano: sarebbe possibile seguire corsi di Informatica? Per altre invece il tema più attuale è quello del lavoro: lavoro svolto,lavoro desiderato. Scrivono impiegate, commesse, dattilografe. Ci sono ragazze che lavorano in compagnie di assicurazioni , ci sono guardie giurate, vigilalrici carcerarie straordinarie: spesso si tratta di lavori con contratti a termine. Ancora, incontriamo donne delle pulizie, stenodattilografe. Ma ci sono anche agenti di compra-vendita immobiliare e c'è chi lavora in uno studio commerciale. Ci sono anche ragazze disoccupate, che vedono nell'Esercito un possibile sbocco occupazionale: lettere che arrivano soprattutto dal Sud, scritte cli regola a mano. Lettere ingenue, piene di buona volontà. In complesso, da questa lettura emerge con evidenza la vastità dell'universo interessato, che attraversa le classi sociali, anche se forse è pre-· valente un ceto medio e medio-basso; che coinvolge donne giovanissime e più mature, nubili e sposate con fig li, donne del Nord così come «Sono piombata in un mondo nuovo ed estraneo: quello delle giovani che chiedevano d i far park dell'Esercito»
del Centro e del Sud e delle Isole (dalla Sardegna anzi atTivano lettere dì energica protesta: come mai nessuno in Sardegna sapeva niente di questo esperimento? Al solito, si sono lasciate fuori dal circuito informativo le Isole?). Lettere che gridano aspettative forti, ansie e passioni accese. Che lasciano prevedere future pressioni sociali, che probabilmente saranno rinfocolate dall'attenzione prestata dai media all'esperimento presso i Lancieri di MontebeJlo in Roma. Sono comunque lettere che rinviano alla società italiana da cui provengono e che in vario modo rispecchiano: nella buona volontà mostrata nei tanti lavori fatti e tentati, o nella preparazione a livello di studi e formazione; nella difficoltà a trovare un inserimento stabile, nella speranza che questo possa avvenire nell'Esercito. E ancora, nel desicle1io cli aiutare il prossimo, cli testimoniare valori di solidarietà e di oblatività che sono tipici della fascia giovanile.
2. Reazioni mass-mediologiche a questa novità
<<Il femminismo storico fatica ad accettare l'idea di un Esercito al femminile» Llllustrazionc: "Suffragette statunitensi'' I
Intanto delle due giornate presso i Lancieri di Montebello hanno parlato tutti i più importanti quotidiani nazionali. Sul tema sono intervenute, con comunicati stampa ampi e circostanziati, le più note agenzie di stampa. Le notizie sono state riprese dai giornali locali. La televisione ha seguito da vicino la vicenda: ce11amente l'esperimento almeno uno scopo l'ha certamente raggiunto, vale a dire l'attirare l'attenzione su una tematica controversa e difficile, quella dell'inserimento delle donne nell'Esercito. Il tono non sempre è sereno e disteso, i fraintendimenti sono palesi: piuttosto che esaminare con attenzione i motivi cli questo desiderio femminile, la grande stampa usa toni leggeri, si rilancia da una testata all' altra l'espressione " la naia in rosa" o "l'Esercito in rosa". Si parla di "esperimento Kermesse" da parte de La Repubblica (24.11.1992) e di "Debora soldatessa da discoteca" (La Repubblica 26.11.1992). Il Manifesto poi denuncia il fatto che il Ministro "mette in vetrina le donne soldato", parla di "circo" (25.11.1992): ma l'impatto del pezzo appare decisamente debole. Continuano comunque da destra come eia sinistra, pezzi che riportano espressioni tipo "naia rosa", "show", "stellette rosa", "fiocco rosa in caserma", "mimetica rosa". Il Piccolo (25 .11) titola "Tra cipria, fucili e blindati". Paese Sera, titola: "L'addio delle Rambe" (25 .11). L'Indipendente a sua volta: "Con il rossetto in divisa da marines" (25. l l ). Si tratta comunque, come ho avuto modo di notare altrove [Macioti , 1993], soprattutto di piccole testate locali, <.!i pezzi di scarso impatto. Le testate più consolidate invece entrano maggiormente nel vivo della problematica, rivendicano precedenti storici, agitano il tema della parità, quello delle motivazioni: dalla adesione a valori che qualcuno riteneva scomparsi, quali la fanùglia, la Patria, l' oblatività, la volontà cli servire il proprio prossimo, fino alla ricerca di qualificazione professionale e di inserimento lavorativo. L'agenzia Adn Kronos a partire dal 17 novembre segue momento per momento la preparazione e l'attuazione (il 23 e il 24 novembre) dell'e-
spe1imento, interviene con comunicati anche più volte nella stessa giornata. In conseguenza si ha una moltiplicazione di interventi su quotidiani e settimanali, su televisioni pubbliche e private. Intervengono La Gazzetta dello Sport (25.11) con un pezzo su "La naia delle debuttanti", con cinque colonne che hanno un forte impatto; interviene Panorama che esce con un pezzo dedicato a "Le ragazze con la pistola" (29 .11) dall'impatto anch'esso molto forte. Ancora, si soffennano su questo tema Famiglia Cristiana che si domanda "Perché Francesca va alla guerra?" in uno spazio di quattro colonne, corredato da una foto che prende un'intera pagina (9.12) e Sorrisi e Canzoni (6.12) che avrà 1.360.000 letto1i. E, naturalmente, i principali quotidiani, che tornano sul terna diverse volte, per più giorni. Oggetto di aspettative e di angosciose attese da parte femminile, l'esperimento fatto a Roma dallo Stato Maggiore. E anche occasione di dure riprovazioni e polemiche da parte soprattutto maschile, ma non solo: Chiara Ingrao, noto nome della sinistra storica, femminista, scrive un accorato appello per esc)Jtare le donne a non inseguire una parità che a suo giudizio è da rigettare in nome della diversità cli genere e degli ideali di pace. Si dice e si scrive di tutto, circa questo esperimento romano: una sola cosa non viene detta e sarebbe del resto impossibile sostenere: che si sia trattato di un tentativo passato nella disattenzione, nel silenzio generale. Anzi, l'impatto dei media è tale che ancora, ripetutamente, giovani e più mature donne scrivono per informarsi, per esprimere pareri in merito: alle Accademie, allo Stato Maggiore dell'Esercito, alla caserma di una specifica Arma, al primo Generale di cui si è trovato indicato il nome in qualche bando di airnolamento o su qualche giornale. Un materiale prezioso, per uno studioso ciel sociale.
3. Passano gli anni: continuità e mutamenti nella domanda femminile Passato il periodo delle giornate presso i Lancieri di Montebello la tematica delle donne soldato, come viene sbrigativamente chiamata, ,,Le donne sold ato esistono negli a ltri Paesi d ella :\ato e altro\'e» [Foto: Soldatessa s pagnola]
«La loro posi:i;ione è una diretta wnscgucnza delle battaglie femministe»
llllustrnzione: Gianfranco Ferroni "Ci\'iltìi delle Macd1ine''. 1976]
sembra perdere di rilievo e importanza. Scompare dalle testate nazionali, è meno presente in televisione e alla radio : anche se naturalmente qualche tavola rotonda viene fatta, qualche rapido squarcio viene presentato nelle reti nazionali , specialmente in occasione della presentazione del "Nuovo Modello di Difesa", nel 1994, IL FEM!VUNISMO OGGI quando si parla di nuovo di donne soldato. Anche le lettere delle ragazze, dopo i primi mesi del '93, a partire soprattutto dal '95, si fanno meno numerose: non ci sono avvenimenti tali da sollevare ondate di interesse. Questo non vuol dire che non continuino ad arrivare: forse, però, un po' meno numerose di quanto era accaduto sotto l'impatto dei media; certamente più diluite nel tempo, più professionali. Come ho avuto modo di notare in un pezzo dal titolo "Entrare nell'esercito. I perché di una a:.;pirazione difji1sa", pubblicato in un volume curato da Fàbrizio Battistelli, "Donne e Forze Annate" [Battistelli, ì. 1997], le lettere che giungono nel '95 e nel '96 sono in parte simili e in parte diverse da quelle scritte in precedenza. La tematica è nel frattempo entrata a pieno titolo nel dibattito contemporaneo, si sa ormai anche da parte di un largo pubblico che le donne soldato esistono negli altri Paesi della Nato, oJtre che in Usa, in Israele e altrove. A tratti la stampa parla delle difficoltà, degli inconvenienti cli un Esercito "misto". Qualche volta si parla di episodi gravi come lo stupro, si discute dell'effetto di abbattimento prodotto nei soldati nello scorgere loro colleghe donne ferite, a rischio della vita. Il femminismo storico tra l'altro fatica ad accettare l' idea di un Esercito al femminile, composto da professioniste volontarie: per troppo tempo si è creduto, si è sostenuto che le donne tendono alla pace, che rifiutano la violenza e anche gli eserciti. D' altro canto il Nuovo Modello di Difesa prevede tra i compiti dell'Esercito anche le missioni di pace ... E c'è inoltre chi fa notare come le giovani donne che chiedono cli entrare nell'Esercito parlino spesso proprio di difesa dei diritti dei deboli, cli necessità di tutelare la pace. Sono del resto ragazze figlie e nipoti di quelle che a suo tempo hanno combattuto per Ja parità dei diritti: la loro posizione è una diretta conseguenza delle battaglie femministe, l'esclusione non sembra più accettabile, tollerabile. La stessa Chiara Iri'grao rivede in parte le pro. . pne pos1z1on1. Le ragazze che scrivono oggi sembrano più consapevoli del loro interlocutore: le lettere non sono più indirizzate al singolo Colonnello o Generale, o inviate ad una particolare caserma. Si rivolgono invece, più correttamente, al Ministero della Difesa, allo Stato Maggiore dell'Esercito. Anche ora ci sono ragazzine sui l 4 anni, donne più adulte intorno ai 30. Ma la maggior parte hanno tra i 24 e i 26 anni. Quasi tutte hanno lavo-
«Appare im1l:l·cttabile avere il i fronte campi \'Ìetati alle donne» [Foto: Alcune delle fanl'iulle volontariamente of't'ertesi per l'esperimento di don1w soldatoJ
rato o lavorano, oppure stanno studiando. Numerose le laureate, in Medicina, Farmacia, Ingegneria, Economia e Commercio. Tutte vorrebbero una più rapida attuazione, si dolgono della - necessaria e corretta - vaghezza delle risposte: ma nella società civile si discute tra chi vorrebbe una rapida attuazione e chi, con maggior cautela, si pone interrogativi sui modi cli attuazione, chi vorrebbe una riflessione di più ampio respiro, che anelasse al di là delle notizie, ventilate dai media, sul possibile tipo di divisa. Tra i soggetti collettivi che si trovano su queste posizioni, il Ministero per le Pari Opportunità, dove negli ultimi anni si indicono alcune riunioni cli confronto e studio, si radunano notizie e materiali e poi , negli ultimi tempi, si segue da vicino l'iter delle proposte unificate che vedono come primo firmatario Valdo Spini. Le ragazze che scrivono tra il '95 e il '96 comunque usano per una buona metà la macchina eia scrivere o il computer e chiedono, in molte, informazioni: cosa può offrire l'Esercito a una laureata in Medicina? E a una ragazza che ha 100 su 11 O in Economia oltre ad avere un diploma cli ragioniera e di perito commerciale? Cosa potrebbe fare, nell'Esercito, una ragazza che conosce l'inglese e ha lavorato come doppiatrice cinematografica? Quali sono le possibili, future specializzazioni ? Ragazze quindi mediamente colte. A volte, con livelli discreti di istruzione. Ma anche ragazze sportive, impegnate nella ginnastica artistica e nell'atletica, capaci di sciare, nuotare, guidare una moto o un' imbarcazione. A volte, capaci di andare a cavallo e di seguire percorsi con "Salti e Ostacoli". Qualcuna aggiunge di aver fatto lanci con il paracadute. In molte rivendicano, comunque la loro capacità fisica, parlano di "ignoranza maschile", poiché gli uomini sembrerebbero ignorare la resistenza, la forza, le potenzialità femminili . Tutte, ragazze molto motivate. Le motivazioni appaiono molteplici, complesse. Attengono in parie alla sfera dei valori tradizionali (difesa della Patria) ma toccano altresì aspetti che potrebbero essere definiti del
"post-moderno". In parte, vedono probabilmente l' Esercito come un luogo idealizzato, capace di schiudere mondi preclusi, di aprire opportunità, di offrire occasioni insperate: su piano individuale e sociale. Le motivazioni sono spesso intrecciate, compresenti: tuttavia si possono evincere alcune linee dominanti:
a. L'intollerabilità dell'esclusione Appare inaccettabile, oggi, l'avere di fronte campi vietati ab initio alle donne, in base ad una preclusione di genere. Lo chiarisce bene la lettera di una ragazza di Battipaglia che chiamerò Colomba. Colomba ha già scritto in passato, come ricorda ringraziando per le risposte pervenute. Vo1Tebbe però sapere se, ora che scrive di nuovo nel 1996, si sono verificati cambiamenti. E aggiunge: «È possibile che l'Italia sia uno dei pochi Paesi che non garantisce alle donne il diritto di poter servire la propria Patria e contemporaneamente nega ciò che la Costil:u zione sancisce in modo solenne attraverso L'art. 3 della stessa? T,,J.tti hanno un sogno nella vita e tutti sanno che pur tra m.ille d(ffìcoltà, questo sogno è realizzabile. Perché centinaia di ragazze non possono realizzare il proprio, solo perché uno Stato irnpe,f'etto che non garantisce in pieno ciò che sancisce è così lento che un progetto di legge ristagna in Parlamento? ... Propongo che le tante lettere come questa vengano presentate al Ministro della D~lesa e a quello per le Pari Opportunità, così. che capiscano e si ricordino dei nostri desideri e dei nostri diritti». Un'altra si duole dell'impossibilità per le donne ad aiutare in caso di calamità naturali , laddove interviene l'Esercito: come per l' alluvione avvenuta nelle zone dell'alta Versilia. E chiede: «È giusto, secondo lei, che, alle soglie del Duemila, dove si parla di parità di sessi, ancora le donne non possano accedere o comunque in modo parziale a questo settore? Non si tratta forse di discriminazione bella e buona?». li motivo della giustizia è ripreso con forza da una studentessa di Giurisprudenza: « ... se la difesa della Patria è un dovere del cittadino, e se esiste, sancita dalla Costituzione, la parità uomo-donna sul lavoro, perché non accettare anche le donne nei servizi militari?». Lei ba solo 20 ann i ma ha chiaro il motivo della parità cli diritti e doveri.
«Uno Stato imperfetto I... I così lento che un progetto di legge ristagna in Parlamento»: da umi lettera alloSME [Illustrazione: Rohc1·to Micheli - ·'La Rivolta» <i.2.19<)3]
b. La ricerca di un lavoro La ricerca di uno sbocco lavorativo adeguato agli studi fatti, la 1icerca quantomeno di una migliore preparazione professionale era un motivo già presente nelle lettere fino al 1992: ora però si esprime con maggior forza, in forma più ampia e ruticolata. Le domande di chiari mento vanno, in relazione alla specializzazione pr9fessionale, dalla qualità dei corsi alla situazione logistica e ai possibili costi. Altre si interrogano sulle modalità dei possibili futuri concorsi: si accederà infatti per concorso, come di regola nell a pubbl ica amministrazione, vero? E si applicheranno norme cli contratto a tempo determi nato? E che vuol dire "funzioni non mj litari" , se loro vogliono fare il militare? E ancora: si potrà accedere ai gradi più elevati? Le ragazze dichiarano di poter anche aspettare, se è proprio necessario: ma si informano per poter fare una certa programmazione del loro fu tu-
ro. L'entrare nell'Esercito è certamente, per molte, un sogno, un desiderio ardente: ma per altrettante se non più numerose ragazze è anche una occasione in più per farsi largo nella vita, in un campo che non si vuole assolutamente che resti ancora precluso. O forse, si interroga un'altra ragazza, c'è luna legge italiana che le impedirà di realizzare il suo desiderio? E se sì, quale? c. Servire la Patria, servire lo Stato: i valori Varie lettere riprendono un motivo già fo1t emente presente ìn quelle degli anni precedenti: il motivo dei valori. Qui non si parla tanto di diritti quanto di doveri. Se mai, di diritti-doveri, come nel caso del servire la Patria (la Patria è sempre indicata con la maiuscola). Sono lettere che denunciano un forte idealismo pur nella loro evidente formalizzazione. Esemplare, in questo senso, una lettera proveniente da Piacenza, così concepita: «Oggetto: domanda d 'arruolamento nell'Esercito Italiano. I. La sottoscritta ... nata a ... e residente a Piacenza in via ... frequentanle l'ultimo anno del Liceo Scient(fìco, con la presente chiede di essere arruolata, in via permanente, nell'Esercito Italiano. 2. Le niotivazion.i che .spingono la scrivente a formulare tali richieste sono: a. la fede nei valori ideali della nostra Patria; b) l'essere figlia di un Ten. Col. ... dell'Esercito e di aver vissuto, quindi, in maniera rj'flessa la vita militare; c) credere nella gerarchia, nella disciplina, nella correttezza e nel metodo; d) l'aver desiderato da sempre indossare una divisa e concorrere alla difesa del Paese e delle sue istituzioni». Seguono parole di commiato. Numerose le lettere in cui si dice di voler dare un «aiuto allo Stato», o in cui si parla di «missione», cli «desiderio ardente». Una ragazza scrive della propria conun ozione nel sentire l'In no dì Mameli , della stretta al cuore che sente guardando la bandiera. Un motivo, quello dei valori , certamente presente anche se non più così dominante come nel passato, anche se affiancato dalla ricerca di inserimento professionale, cli specializzazione, cli perfezionamento degli studi: segno di un ce1t o mutamento dei tempi e, insieme, della persistenza cli convinzioni, atteggiamenti profondamente interiorizzati. d. Forza e dest rez.zu Un ulteriore motivo presente, cui si è già accennato, è quello per cui le donne intendono dar prova delle loro capacità fisiche: sono in grado, dicono, di affrontare tutto quello che affrontano gli uomini, nell'addestramento e poi nella espl icitazione delle loro mansioni. Intendono dimostrme l'assurdità dì una preclusione delle Accadenùe in base apregiudizi di tipo fisico. Dove sarebbe la superiorità fisica maschile, se ci sono ormai donne che fanno judo, che eseguono arti marziali? Donne qu indi che, nel complesso, appaiono avere forti e diverse motivazioni, su cui hanno ponderato a lungo: le lettere ormai sono meno
scritte di getto, sono più meditate e formalizzate. Qualcuna lo dice esplicitamente: ha riflettuto a lungo, prima di scrivere. Alcune hanno ormai un carteggio in merito. Donne quindi pazienti e costanti, disponibili, per raggiungere la meta che si sono proposte, a soppo1tare disagi e difficoltà. Ragazze attente: che comunicano subito un cambio di indirizzo per non rischiare di perdere una notizia, o di averla in ritardo. Scrupolose: tanto da riscrivere per chiarire che non si è potuto portare a termine un corso che, in una lettera precedente, si era detto di stare facendo. Sono lettere più argomentate, che presentano maggiore attenzione ai contenuti rispetto a quelle inviate prima e subito dopo l'espe1imento romano presso i Lancieri di Montebello: le ragazze che le scrivono offrono curricula, dati, argomenti. Sono, in sintesi, lettere più professionali: un punto su cui è bene insistere perché la visibilità in questo campo delle ragazze si lega in genere all'associazione presieduta da Debora Corbi, l'Anados (Associazione Aspiranti Donne Soldato) con il risch io, per chi non conosce la vastità e varietà della domanda, di pensare a una 1ichiesta legata soprattutto, se non eclusivamente, a modalità più emotive e meno articolate su piano razionale. Sono lettere che mostrano una forte maturazione tra le ragazze interessate, maturazione che probabilmente dovrebbe essere messa in relazione alla maggiore consapevolezza che si ha della tematica oggi, nel sociale, testimoniata anche dal diverso modo con cui affrontano oggi la questione i media.
4. Alla vigilia dell'approvazione alla Camera, i media Dal febbraio al luglio 1998 l' argomento "donne e soldato" è di nuovo in evidenza. Se ne parla in relazione ad un comunicato Ansa del 6 febbraio in cui si annuncia che Silvia Costa, presidente della Commissione pari opportunità, trova che il recente annuncio in base al quale si è appreso che, in Gran Bretagna, due donne cornanderanno delle navi da guerra non le sembra particolarmente "scottante" : il progetto di legge Sono «ragazze sportive, impegnale nell'allctica. capaci di sciare, nuotare. guidare» [Foto: Manifestazione annuale "Esercito-Scuola'' I
all'esame del Parlamento prevede l'accesso delle donne in tutte le Forze Armate, su base volontaria: il che include anche la possibilità cli carriera. Un argomento subito ripreso dalla Corbi, cui si deve, come accennavo, per molta parle la visibilità del tema donne-Esercito: la legge, ricorda, prevede l'accesso a partire dalle Accademie. Prevede, quindi , ufficiali e sottufficial i. E fa bene, visto che il tema è fo11emente sentito, visto che la loro associazione riceve una media di d ieci lettere e telefonate al giorno, da cui sembra di poter dire che molte ragazze vorrebbero utilizzare lauree e diplomi conseguiti nei settori riguardanti l' Aeronautica e la Marina. Sfogliando i 1itagli stampa di quei giorni si 1icavano, mi sembra, due linee di Lendenza: in primo luogo, quella dello sforzo di informazione condotto a livello locale, sforzo che vede coinvolte spesso in prima persona le Forze Armate. In secondo luogo, la linea di una ricezione, da parte della stampa, ben diversa da quella che si era avuta tra la fi ne del '92 e gli inizi del '93: il tema è trattato infatti dalla stampa nazionale con maggiore serietà, come se la maturazione della domanda fosse andata di pari passo con la maturazione dell'opinione pubblica a riguardo. ,\ pa r te l'incluhhia erlicil•nrn, 1>er stile e <ll'dizione. le Infermiere Volonta rie della ('l{J potra nno rnstitu ire un eccellente mod~llo per l' Esercito fcmm inill',
:,-;,:- · "- ·:\.;" J.
i~~~ -~ · ' _:, .!~J!!t'. ·~~"P~, ...,, ,. . . .. . ~ i; .
.'
.. ·
~
Ripensando gli orrori della guena ci «si interroga: come mai giovani donne sono pronte a 1111 sì "sereno e 1>laudcntc"'! » IFoto: Anziano profugo dal Kosovo ··Io donna". 15.4.1999)
a. L'informazione a livello locale e il coinvolgimento dell'Esercito Il Gazzettino (Belluno) del 10.2.1998 titola: "Quanto piacciono le stellette 'rosa'". E chiarisce, nell' occhiello: "Propaganda dell'Esercito nelle scuole", mentre il sottotitolo recita: " Notevole interesse del le ragazze". Oltre cinquecento ragazzi, spiega il Gazzettino, hanno partecipato a un'i niziativa promossa dal presidio militare di Belluno per una campagna infom1ativa sull' airnolamento di ufficiali e sottufficiali ali' Accademia di Modena e al corso allievi sottufficiali di Viterbo. Gli studenti hanno potuto prendere visione di scorci cli vita militare e di attività, quali la campagnia in Bosnia, in Albania, in Somalia. Hanno appreso che era in esame la proposta di aprire l'Accademia di Modena alle donne. Da L'Unione Sarda dell ' l l febbraio d'altro canto apprendiamo che rappresentanze femminili sono state invitate a partecipare a una festa militare a Trieste, e che la stessa ragazza sarda presente in quella occasione parteciperà altresì alla festa della Brigata Sassari: in tribuna, in divisa, accanto a comandanti e generali. La fo1t unata è Barbara, un'assistente geriatrica che dichiara: «Credo nella vita militare per i valori forti che trasmette e per rendermi utile la mio Paese». Certo, la Sardegna non è abituata a donne in divisa. Il giornale evidenzia questo fatto, dando un titolo quale: "Una donna e le stellette", affiancato da un occhiello che sottolinea la novità della situazione: "Nuovi mestieri. Ragazza-soldato" e da un sottotitolo indicativo: "È smaniosa di entrare nell'Esercito. I lazzi della gente": un atteggiamento che, come vedremo, non ha oggi spazio nei più diffusi quotidiani. Comunque le Autorità militari si preoccupano cli essere presenti a un dibattito su questa tematica di cui dà notizia la stessa Unione Sarda il 2 1 febbra io: a Cagliari, su iniziativa della Commissione regionale paii opportunità si discute dell'istituzione del servizio mil itare volontario femmini le, del1' inserimento delle donne nelle Forze Annate e nel Coq)o della Guardia di Fi nanza. Iniziative che si moltiplicano: L'Arena informa, in data 21 febbraio, con un articolo dal titolo: "La caserma si ti nge di rosa" che "Verona con il suo ruolo nelle Forze Armate, darà spazio alle donne" (sottotitolo). E si richiama a una conferenza che terrà sul tema il Gen. Lucio Innecco il giorno 24 di cui si danno alcune anticipazioni, in cui il generale chiarisce che le difficoltà per l'ingresso delle donne non sono dovute aveteromaschilismo ma a «concrete preoccupazioni organizzative». C i si deve interrogare, si deve discutere, viene sottolineato, non sull'accesso ma sulle modalità dell'accesso. Due pezzi/ per un totale di 7 colonne e quattro immagini: un ampio spazio, in cui si riportano anche, sotto il titolo "L'Esercito può dare lavoro, ma la legge fa discutere" pareri diversi in me1ito: per lo più positivi, in cui si sottolinea il desiderio delle giovani donne di una scelta fuori dagli schemi , il desiderio di affermazione, quello di trovare un inserimento lavorativo, insieme al motivo della prestanza fisica, della realtà delle presenze, oggi, di giovani atlete che sportive che "nelle competizioni spopolano". E si aggiunge che sarebbe un errore utilizzare le giovani solo come Crocerossine o nei ser-
«Sì informano i lettori che i carabinieri sono pronti ad accogliere u!'liciali e soltuflidali donne» [Illustrazione: Periodico ·'II 420''. 12.6. 1915]
vizi: dovranno partecipare a corsi cli sopravvivenza, fare lo stesso addestramento degli uomini. Un'unka voce dissidente in merito: quella di un' imprenditrice che sottolinea la diversità culturale e fisica della donna rispetto all'uomo. Ancora interviene in tema, sulla stessa testata e nello stesso giorno ("lnse1imento a tutti i livelli di Comando") la presidente della Commissione provinciale per le pari opportunità., Franca Consorte. Psicologa, figlia cli un militare, la Consorte si dice anti-militarista, chiarisce che personalmente non farebbe certo il militare, né vorrebbe che lo facesse un suo figlio e questo perché a suo parere: «oggi la guerra sarebbe la distruzione senza ritorno e perché l'Esercito così come è ha bisogno di una rivisitazione organizzativa e soprattutto culturale». Eppure, aggiunge, «questo non può mettere in discussione la Libertà di scelta», una libertà di scelta che non deve essere osteggiata. Sempre nello stesso giorno e sulla stessa Arena troviamo ancora un identikit della futura donna soldato che, stando al titolo, dovrà essere «giovane, robusta, sana, equilibrata e senza legami»: il che introduce un terna difficoltoso, quello della regolamentazione della maternità: per ora, lo introduce soltanto, senza riprenderlo e approfondirlo. Esempi, spunti di dibattito vengono anche dall'estero: ripresi qualche giorno prima, il 16 febbraio, da La . Sicilia, che interviene con un pezzo su "Ragazzemarinai con eguali diritti e doveri" richiamandosi alla Marina spagnola, che da tempo ha accolto le donne nei suoi ranghi, che racconta della fregata "Reina Sofia" che saluta la "Stromboli" e !'"Aliseo" che lasciano la flotta: il canto di note canzoni marinare spagnole ( Ya se van Los marineros, cantando por alta ma,; y la \lirgen del Carmen sabe cuando volveran ya salen por el Estrecho ... ), i colpi di sirena sottolineano il clima cameratesco che si era instaurato, tornato forse in auge "dalla dimenticata dimensione della fantasia e della speranza". Accomunati, marinai jtaliani e marinai uomini e donne spagnoli, dalla passione per il mare, per l'avventura, per le terre lontane ... Oggi, dai nuovi compiti che li attendono, tra cui quello dì mantenere la pace in un'area di delicati equilibri come quella del Mediterraneo. Il 22 è ancora L'Unione Sarda che, nell 'edizione cagliaritana, riprende il tema con un pezzo di cinque colonne dedicato alle "Donne soldato in tempi di pace". Il tema cli fondo è: non compiti di supporto ma pieno inserimento, così come si evi nce dalle risposte date a un questionario voluto dalla Commissione regionale pari opportunità, riempito da 950 ragazze e 435 ragazzi delle scuole superiori. Tra le risposte emerge, oltre alla convinzione maschile della probabilità di una cucina migliore con l'inserimento delle donne, anche il riconoscimento della loro capa-
«Molestie sessuali? [...] Il rischio mi sembra più per gli uomini che per le donne»
cità di mediazione, capacità tale da poter essere utilizzata nella risoluzione di problemi. Il giornale si richiama alla recente commemorazione di Emanuela Loi, poliziotta uccisa nella strage di mafia in cui perse la vita il giudice Borsellino e ricorda le parole di Christine Yoss («trent'anni, occhi blu, fisico da modella, dieci anni in divisa azzurro cielo») in cui lei spiega il suo ingresso nel mondo militare a pa1tire dalla passione per la diplomazia e le relazioni internazionali: oggi, lei è di stanza ad Aviano. Alla stessa manifestazione è presente il Gen. Castelluccio, preoccupato dalla immissione delle donne in un ambito per ora decisamente maschile: il tema della necessità di un cambiamento culturale e organizzativo è ripreso da Giovanna Colombo, presidente della Commissione pari opportunità. E al proposito vengono avanzati paragoni con quanto è avvenuto nella Polizia: e si sottolineano i rischi di ghettizzazione, l'importanza di garantire comunque una certa «specificità femm.inile». Una nota a sé stante ripercorre la que· stione dal punto di vista dell'iter legislativo. Un taglio diverso è quello dell'intervento di Alessandra Sallemi che tra spunto dallo stesso accadimento per discutere, sempre dalle colonne de La Nuova Sardegna del 22 febbraio, cli "Forze Armate: avanti, signore, c'è posto" (due pagine; tre colonne in prima, due in seconda). La Sallemi ricorda gli orrori della gueITa, le ansie delle madri, il loro strazio cli fronte a figli o compagni morti o mutilati. E si interroga: come mai , allora, le giovani donne di oggi sono pronte a un sì <<sereno» e «plaudente»'? E offre risposte: si tratta di una vera e propria rivoluzione con riguardo alla mentalità maschile da un lato, a quella liberatoriofemminista dall'altro. Fanno bene, soggiunge, le esponenti delle Commissioni pari oppo,tunità, le parlamentari più avvedute, i membri del Ministero della Difesa a girare l'It alia per spiegare "storia e ragioni" di una legge che è in gestazione da circa vent'anni. Ha fatto bene il Gen. Castelluccio a parlare tranquillamente dei problemi della gravidanza per una donna soldato, la Voss a spiegare che si è accostata a queste tematiche a partire dai suoi interessi per i problemi diplomatici. Buona l'idea cli cominciare dall'ammissione nelle Accaclenùe: meglio per le donne partecipare in prima persona piuttosto che non subire i risultati di comportamenti maschili. Sempre sulla stessa testata e nella medesima data abbiamo altresì un pezzo su "Marina, Polizia: per il posto stabile o per spirito cli avventura", in cui si discutono i risultati del sondaggio effettuato dalla Commissione regionale pari opportunità: da cui risulta che le ragazze sono favorevoli per I' 82% al servizio militare femmini le, i ragazzi per un 72,6%. Arma preferita delle ragazze, l' Aeronautìca. Il 24 febbraio interviene il GR.3. Il serviz10 è di Sergio Pretto, l'intervistato è Valdo Spini, che sottolinea la tendenza, in buona parte dell'Europa, all'abolizione della leva obbligatoria, che parla del servizio volontario femminile chiarendo che non ci si propongono limiti all'utilizzazione delle donne: è vero però che, di fatto, si evita in genere di utilizzarle in prima linea. E ancora, La Gazzetta di Modena parla il 28 febbraio de "Le donne soldato: Troppi ostacoli" . Il riferimento è a un dibattito che si è avuto al
Nautex di Rimini , protagoniste S ilvia Costa, presidente della Conunissione pari opportunità, e Debora Corbi , presidente Anados: che esprimono il timore che il dibattito resti chiuso all'interno delle Forze Armate e che si verifichi una caduta di attenzione in Parlamento, dove si avrebbe una opposizione strisciante del Polo e di Rifondazione Comunista. Interviene in tema la Rivista Portici in data 4 marzo ' 98, con un pezzo titolato "Ufficiale gentildonna". In esso ci si rich iama alla presenza femmi nile negli Eserciti di alu·e Nazioni europee e degli Stati U niti, si auspica un inserimento organ ico per le donne, in Italia, «con lo stesso valore e le stesse opportunità degli uomini», ci si augura che l' iter formativo sia uguale per uomini e donne. Ancora, si informano i lettori che l' Aeronautica si è già detta disponibile, che i Carabinieri. sono pronti ad accogliere ufficiali e sottuffi ciali donne. Il discorso affronta anche un più vasto orizzonte: bisognerà che si real izzi, prosegue la rivista, il "Nuovo Modello d i Difesa", che ci si interroghi su come dovranno cambiare i regolamenti, oggi rispondenti ad una presenza e ad una logica maschili. Si spezza una lancia in favore del volontariato. Inoltre, un cenno ad un problema spinoso: le molestie sessuali: «È un problema di cultura, d i rego/anienti, di strutture e di tempo. Ci vuole gradualità e grande attenzione» . Su queste temaliche intervengono Giancarlo Codrignani, presidente del Comitato di Donne per il Governo della città di Bologna e il Gen. Girolamo Giglio, Comandante M ilitare della Regione Emilia-Romagna e della Brigata Meccanizzata "Fri uli" . 11 nucleo dei loro interventi riguarda la necessità che la presenza ferruninile debba far patte di un discorso globale, della oppo1tunità di consi-. derare la possibilità di un volontariato, di una profess ionalità per uomini e donne: tema che andrebbe più chiaramente affrontato e trattato. Ma intanto. sempre ai primi di marzo. l'Ansa invia svariati pezzi di agenzia che ripo1t ano dich iarazioni ottimistiche di Andreatta, che prevede l'inserimento delle donne entro l' autunno, che sollevano il problema delle divise e quello, ben più serio, delle gravidanze: e il discorso riprende spazio su L'Unione Sarda del 6 marzo (pag. 7, titolo: "Ufficiale e gentildonna", sottotitolo: "Rivoluzione nell 'Esercito. Dopo anni d'attesa le donne potranno indossare la divisa. Si parte in autunno"), sul Messaggero Veneto che nello stesso giorno propone a pag. 4 un pezzo dal titolo "Sì alle donne, e più presenza", dove anche l' occh iello è in tema: "Il M ini stro della Difesa Andreatta conferma: Per le soldatesse l' Accademia aperta in autunno". Intanto, il 6 marzo a Dobbiaco l' On. Gianni Rivera, Sottosegretario alla Difesa, in occasione della chiusura dei campionati di sci delle truppe alpine dà una conferenza stampa in cui affem1a - ce lo dice l'Ansa - che il Governo ha appoggiato e appoggerà l'ingresso volontario delle donne nell ' Esercito, che questo comporterà una «spinta di qualità». E aggiunge: «in tutto quel che fwmo, le donne hanno più difficoltà e Le creiamo noi uornini. Ma quelle che riescono sono poi veramente brave e prùnegg iano». Della conferenza stampa dà notizia anche l' Adn Kronos. li 7 marzo il Quotidiano di Taranto ospita un intervento del Sen. Vincenzo Manca, responsabile nazionale del Dipartimento Difesa di
Forza Italia su "Riforma della leva, donne con le stellette ed Esercito di professionisti". In esso il Senatore si sofferma sui punti di assenso (esigenza di procedere ad una magg10re modernizzazione dell'apparato militare, privilegiando la professionalità e dando il via libera, finalmente, all' ingresso delle donne e nelle Forze Armate; esigenza di sviluppare e consolidare il servizio civile volontario) e su quelli di dissenso: e qui viene chiamata in causa, in particolare, la «co;po::;a presenza» dei soldati di leva. Il 12 è la volta del Quotidiano di Lecce, che riprende un titolo ormai molto utilizzato, rispolverando insieme il colore attribuito alle donne: "Ufficiali e gentildonne. L'esercito si tinge di rosa", e nell'occhiello presenta la specificità del proprio intervento: "Sedici ragazze salentine già in corsa per entrare in Accademia a Modena". Delle ragazze vengono qui proposte alcune notizie biografiche da Maria Teresa Gabriele. Ma intanto la tematica ormai acquista visibilità anche su piano nazionale. ·
,,In attesa della legge si prepara una stilata» [llluslrnzione: .Jehan Sennep - Stilata di moda militare - Stilata militare di moda .. La Vie Parisienne", 1913 1
b. Interviene la stampa nazionale: cambiano le nwdalità iriformative li mese cli febbraio inizia con comunicati Ansa circa il rapporto tra donne e Difesa, circa il previsto accesso in tutte le Forze Armate, su base volontaria. Si dà notizia del fatto che due donne comanderanno navi della Marina militare britannica, si riportano dichiarazion i preoc-
,,( ;iact:hc rigorosamente a 1111 petto. tru cco dbcrcto e niente ., m alto» I Foto: Soldates.,a dl'll'bcrcito cubano "Grazia", n. 12/1999)
cupate della Corbi: il provvedimento relativo , che vede co me primo finn atario Valdo Spin i, non è ancora in calendario all a Camera. Eppure, le donne von-ebbero aiutare il loro prossi mo, impegnarsi per la Patria. Utilizzare al meglio lauree e diplomi. Subito riprende il tema li Messaggero, il 7 febbraio. Il quotidiano riporta la notizia riguardante la Marina militare inglese, sottolinea l'apertura alle donne, che si accompagna alla chiusura nei confronti degli omosessual i. E si chiede: si può parlare di pari oppo1tunità, laddove si escludono gli omosessuali? Dobbi arno però attendere il 3 marzo per trovare su La Repubblica (ma a pag. I 9) un pezzo su "Le donne e i professionisti ceco l'Esercito del 2000", in cui Daniele Mastrogiacomo presenta le ulrime novità e discute di «donne con le stellelle», di «soldati pndessionisti», de «il servizio civile volontario», chiarisce come si avranno soldati: «Metà professionisti, metà dileva». Spiega che si avranno novità importanti : «Ingresso alle donne con uguali possibilità di carriera dei colleghi maschi. Servizio civile facoltativo e obiettori in una struttura autonoma della Difesa. E poi ridimensionamento del personale, incentivi, premi, speciakzazioni. Arrivano le Forze Annate del Duemila. Eserciri più snelli, flessibili, composti sempre più da volontari e aperti, finalmente, anche alle donne». Lo ste so quotidiano interviene ancora (sempre a p. 19, nel la stessa data) riportando dichiarazioni della Corbi: la quale dice che è assurda l'opposizione. «ideologica e di principio» cli Rifondazione, quando le donne hanno sempre combatt.uto, quando esistono donne poliziotto e donne che lavorano nei penitenziari, un po' in tutto il mondo. Molestie sessuali? Ci sono in tutti i posli d i lavoro, né sembra che in Polizia questo rappresenti un particolare problema. Anzi, si spinge a dire la agguen-ita presidente cieli' Anaclos, «il rischio di molestie mi sembra più per gli uomini che per le donne». li 4 marzo, come si accennava, l'Ansa passa dei comun icati in cui si dà conto di un seminario di studio al C nel su "La presenza fem minile in posizioni decisionali: scenari e prospettive'', delle dichiarazioni di Sil via Costa, secondo cui l'iter legislalivo è fermo in Parlamento perché non ci sarebbe stata una richi esta pressante da pa11e fem minile, oltre che per il tipo cli organizzazione socio-familiare prevalente in ltal .ia. Eppure, il "Nuovo Modello di Difesa" e la situazione internazionale, con la necessità cli mission i umanita1i e, rich iederebbero con evidenza una immissione di donne. Sempre l'Ansa il 5 marzo si sofferma anche su alcune dichiarazioni ciel Ministro Andreatta, che spiega che le donne dovranno sottostare a delle rigide regole in materia di abbigliamento, trucco e comportamento: giacche a
«L'Aeronautica del futu ro [sa ri1] con i '·top'gun" in l).onnella» [Foto: La prima trasvolatrice: Amelia Earhart - 19281
un petto, gonne lisce, scarpe con tacco medio, di linea austera e semplice, capelli raccolti. Il comunicato suggerisce anche che, secondo studi fatti all'Accadem ia Aeronautica di Pozzuoli, il trucco dovrà essere discreto. Vietato lo smalto. Ancora, l'Ansa dà conto di stud i in corso sul tema spinoso de]Je gravidanze: un possibi le motivo ostativo all'arruolamento . Per le donne già arruolate invece potrebbe essere prevedibile una temporanea "inidoneità", limitata agli ultimi mesi di gravidanza e ai primi tre mesi di vita del neonato. Il 5 e il 6 marzo intervengono comunicati della Adn Kronos sulle dichiarazioni di Andreatta: prevede un ingresso in Accademia, per le donne, in autunno. Continuano, nel frattempo, i preparativi da parte delle Accademie stesse. Del resto, prosegue il Ministro, «perché dovrei poter arruolare solo nietù dell 'universo, limiwndomi agli uomini?» Ancora, l'agenzia riporta dichiarazioni di Valdo Spini, che trova che l'inserimento delle donne <<è una questione prelirninare e urgente di priorità» e di Debora Corbi, che spera in un'approvazione della legge entro la fine dell' anno. E torna il tema dell'abbigliamento e del trucco femminile da osservare, una volta che le ragazze abbiano passato la soglia dell'Accademia. Apprendiamo così, al di là di quanto si era già detto, che per gli «equipaggi di volo» il casco dovrà «calzare còrrettcunente» e che le resistenze all'ingresso delle donne nell'Esercito, le loro presunte incapacità fisiche derivano «più da un certo conservatorismo culturale che da vere e proprie lùnitazioni fisiche» . Più spinosi i temi delle possibili gravidanze, della maternità quindi e delle eventuali molestie sessuali, ripresi anche dall'Agi. Anche l'agenzia Asca interviene in merito, riportando il parere del Ministro, secondo cui «gran parte del lavoro delle Forze Armate ... [potrà essere] di tipo logistico per competenze professionali identiche a quelle della vita civile» . E ancora, l'Ansa sottolinea, dalle parole del Ministro, la probabilità di una maggiore qualificazione dell'Esercito, una volta che si abbia una più ampia platea di potenziali aspiranti. Molta attenzione viene data, da importanti agenzie dì stampa, al tema dell'inserimento delle donne nell'Esercito. Un tema che ha un immediato riscontro nella stampa nazionale: interviene in merito, con una nota infonnativa, Il Manifesto del 6 marzo '98, titolando "Andreatta: in autunno le donne entreranno nel le Accademie". Il sottotitolo recita: "Il Ministro confem1a l'apern1ra, nonostante il ritardo dell'approvazione della legge. A suo parere, va bene anche l'arruolamento di volontari per un Esercito professionale". Il tono del pezzo è pacato, )'articolo è a pag. 3. Un minore peso l'argomento sembrere~be avere ne L'Unità, che ne parl a solo a pag. 13, sia pure su quattro colonne. Anche qui comunque il titolo è pacato, il contenuto, informativo: "Le caserme si aprono alle donne. Dall'autunno anche loro in divisa". E il sottotitolo chiarisce: "II Ministro Andreatta dà l'annuncio: Un vantaggio per il Paese". Nella stessa sede troviamo anche un secondo pezzo sul nonnismo e sulla rigidità di oraiio, oltre a un terzo pezzo a firma Anna Di Lellio dal titolo "Negli Usa molti casi di molestie sessuali", in cui si fa notare che la tematica è resa più complessa da questioni razziali, poiché la maggio-
ranza degli ufliciali incriminali sarebbero neri, le donne soldato bi anche, e si conclude sottolineando come esista una evidente paura di infrangere le regole, per cui uomini e donne tendono a non parlare più tra loro se appartenenti a gradi diversi. Ancora, si tratta a sé il fatto che «in Gran BretagHa anche sui sommergibili» sarà presto possibile trovare le donne: le prove in me1ito sembrano aver dato risullati positivi. Interv iene, lo stesso giorno, il Popolo, riportando dichi arazioni del M inistro, di Valdo Spini, della Corbi in un pezzo dal titolo: " Donne soldato in Accademia entro l'autunno", il cui sottotitolo recita: "Il Ministro Andreana: È nostra intenzione arrivare quest'anno all'ammissione delle ragazze nelle casenne ital iane, per le Forze Annate sarà sicuramente un vantaggio". L' anenzione al tema appare utili zzare toni ben diversi da quelli un po' deriso1i dell a "naia in rosa" o simili , che avevano caratterizzato il primo apparire di questa tematica. Una traccia cli quel modo di reagire, ma molto attenuata, si può forse 1invenire nel testo uscito in data 6 marzo nel Secolo d'Italia, che titola: "Arrivano i mil itari in gonnella", laddove l'occhiello recita: "Andrcatta assicura: Tutto sarà pronto per l' autunno", e il sottotitolo si interroga su "Come saranno le uniformi delle soldatesse". Un pacato resoconto è anche quello proposto, sempre il 6 marzo, da La Gazzetta ciel Mezzagiomo, il cui titolo richiama l'attenzione su un "Esercito di volontari e professionisti" il cui contenuto ticorda uno studio voluto dall' Accademia Aeronautica di Pozzuoli in materia di donne soldato negl i altri Paesi e conclude ricordando che si prevede, sembra, un ingresso graduale delle donne, cui non verrebbe comunque preclusa «La strada per i vertici». Torna invece il "rosa" in un titolo de IL Secolo XIX sempre ciel 6 marzo: "In autun~ no le prime stellette 'rosa"', e ne Il Tempo: "Esercito 'in rosa"' dal prossimo autunno; la stessa testata propone altresì, sempre a pag. 6, un pezzo redazionale su ll a divisa, in cui l' occhiello così introduce l' argomento: "Studi preparatori dello Stato Maggiore sull'abbigliamento", mentre il titolo propone "Giacche rigorosamente a un petto, trucco discreto e niente smalto". ll Resto del Carlino de11'8 marzo presenta a sua volta un breve trafiletto dal titolo discutibile: "Fra mascara e anfibi la battaglia di Debora leader dell'altra 1netà del cielo in divisa", corredato da una foto dell a Corbi che, basco militare in Lesta, si trucca gli occhi: foto ripresa poi anche da Il Giornale, nella stessa data. Questo quotidiano era però già intervenuto in tema: "Ufficiale gentildonna. In autunno il debutto", diceva il 6 marzo, a pag. 5, li Giomale, per la penna di Maria Martinesi, con un occhiello che notava: " Donne militari: tutto pronto, ma manca la legge". In particolare si dava qui conto delle speranze di Anclreatta circa un inserimento delle donne in Accademia dal prossimo aunmno; in cui si diceva: " Unifonne, che passione, dunque: fioccano le rich ieste e il Ministro della Difesa annuncia che il progetto 'stellette rosa' è in dirittura d ' arrivo". Il Sole 24 Ore introduce a sua volta l'argomento con un pezzo a firma di Fabrizio Forquet (pag. 2) dal titolo "Donne-soldato entro la fine dell'anno", mentre l' occhie ll o annuncia: "Andreatta fa il punto sulla 1iforma dell'Esercilo. Spini: lento l'iter della nuova leva". Il giornale si sof-
«E segue un interrogatil'o di non poco conto: è dedizione o imitmdonc'?» IIllustrazione: Aleksandr Dejncka - "Staffetta'' Urss anni '40]
fem1a in particolare, nel suo pezzo su due colonne, sulle competenze professionali delle donne che, secordo Andreatta, sono simili a quelle esplicitate nella vita di tutti i giorni, e riporta le parole di Valdo Spini, che collega l'ampliamento della base del reclutamento con una probabile migliore qualità, che deplora i ritardi nell'iter parlamentare. Ancora, si accenna in questa sede al dibattito circa l'Esercito composto da professionisti e volontrui, oppure l'Esercito degli effettivi, circa la possibilità di giungere ad una riduzione complessiva delle unità impegnate, in modo da avere «truppe più snelle ed efficienti». Un'altra irnpo,tante testata, quella del Corriere della Sera, parla (a pag. 17) de "Le donne ali' Accademia militare" e chiarisce nel sottotitolo: "Andreatta: pronti in autunno. Divise semplici, niente gioielli e poco trucco" . Luca Zanini , in questo caso, commenta che non sarà facile rispettare i tempi promessi da Andreatta, ricorda che la proposta di ammissione delle donne ai concorsi per ufficiali, sottufficiali e volontari dì truppa, che vede come primo firmatario Valdo Spini, è fem1a da mesi alla Camera. Che esistono anche la legge sull ' obiezione di coscienza e quella sul servizio civile, che per le donne restano da risolvere problemi rilevanti, quali la maternità. L'articolo è affiancato da una breve intervista alla Corbi ("La 'pioniera' : solo promesse, non mi illu-
do") dello stesso autore, e eia uno specchietto, apparentemente redazionale, su "Come sarà il servizio cli leva femminile" in cui si parla di reclutamento e ferma, cli abbigliamento e accessori, cli molestie sessuali e, all'ultimo, di mat:ernità: si chiarisce che per le donne non di ruolo il rischio potrebbe essere quello delle dimissioni. Per la stampa cattolica abbiamo un pezzo dell'Avvenire che, sempre il 6 marzo, esce a pag. 6, su due lunghe colonne a firma Luca Liverani , dal titolo "Anclreatta promette: ok a donne soldato e a veri professionisti", mentre l'occhiello annuncia: "Leva Obiezione, boom di richieste". E in effetti in questa sede si discute di nonnismo e di 1icluzione del periodo di leva, di donne e di volontariato, e quindi di obiezione (54mila domande, l'anno passato, contro le 48mila del '96). Nel complesso quindi sono intervenute numerose testate a rilevanza nazionale che, nel complesso, sembrano avere affrontato la tematica con maggiore attenzione e minori preconcetti rispelto a quanto non era accaduto ali' epoca delle due giornate presso i Lancieri di Montebello: evidentemente la tematica ha avuto una sua maturazione, la consapevolezza dei risvolti sociali di questa innovazione si è fatta strada. Naturalmente, e al di là di questa prima impressione, si possono ancora notare cadute cli tono in certi titoli, una prevalente auenzione ad aspetti marginali in certe testate. Comunque il dibattito sembra passare dal livello .locale a quello nazionale, toccare ambiti e aspetti diversi, da quello della possibilità di carriera a quello della maternità, dalla preoccupazione circa possibi li abusi alla tematica degli asili nido e delle divise. Quasi sempre in toni accettabili, anche se non si va particolarmente in profondità circa i temi trattati. c. Dalla m.età di marzo all 'estate '98 In realtà per un po' di tempo nulla sembra accadere e l'attenzione si sfilaccia. Il 18 marzo interviene Il Borghese con un titolo decisamente po.lemico: "Le soldatesse? Già congedate". E l'occhiello chiarisce ulteriormente il concetto: "Le promesse mancate". Il pezzo è un attacco ad Andreatta che, scrive Gianandrea Gaiani , aveva dichiarato nel passato autunno che nel maggio '98 ci sarebbero state le prime donne neJle Forze Armate italiane: mentre questo«... non è vero. Nonostante le iniziative politiche sbandierate daAndreatta e Rivera, nonostante Le manifestazioni svoltesi nelle basi m.ilitari, alle quali hanno partecipato donne a.spiranti soldato in un(forme, la legge per l'arruolamento di personale fermninile ancora non c'è. Anzi, dopo l'approvazione della proposta di legge alla Commissione Difesa, il Parlam.e nto non ha neppure ritenuto di inserire l'argomento nel calendario dei lavori del primo se,nestre di quest'anno». E come mai? Perché, secondo Gaiani, «gran parte del mondo.femm.inile della sinistra è contrario alle donne soldato e sia R{fondazione sia i Verdi si sono dichiarati avversi alla legge. E il Governo Prodi non ha intenzione di affrontare un nuovo scontrv con la sua ala sinistra, sempre più turbolenta per Le 35 ore e per il problema delle basi americane». In realtà L' Unità, il 14, nella cronaca di Modena, aveva dato un certo spazio alla tematica, in un pezzo dal titolo "Già dal sarto le divise delle
donne soldato". L'occhiello chiariva l'occasione del ritorno sull'argomento con il richiamo al Sottosegretario Massimo Brutti, in visita all'Accademia di Modena: "Il Sottosegretario Bmtti ali' Accademia: Dall 'anno prossimo le prime domande per la leva". Più frivolo, il sottotitolo: "In attesa della legge si prepara una sfilata". In realtà il contenuto riguarda le modalità cli selezione e l' auspicala oggettività dei parametri per l' ingresso delle donne, ma anche più in generale i mutamenti che ha vissuto l'Esercito, lo spazio assunto, ad esempio, dalle missioni di pace. Si dà quindi conto di una futura presentazione di possibili modell i di divisa che si terrà a Palazzo Ducale: anche se tutto dovrà essere demandato a un bando di appalto. Torna sul tema Il Borghese con un pezzo di Maria Paola G ianni , in data 1° aprile: "Vedrete andrà cli moda la donna soldato", in cui così si 1iassume la tematica: «Ogni anno 60mila uomini si dichiarano obiettori di coscienza. La soluzione per non. sguarnire le caserme? Dare :,pazio alle soldatesse. Che dal prossùno autunno potranno essere ammesse nelle Accademie militari. Già, ma le camerate non. son pronte ad accogliere le signore. E nessuno ha pensato alle divise. Tranne Il Borghese. Che ha chiesto a sette grandi stilisti di disegnare i modelli in esclusiva. Il ,nigliore? Girate pagina e giudicate voi». In realtà le pagine da girare sono più di una, poiché la tematica préncle le pagine dalla 31 alla 35 e viene illustrata con disegni dei modelli di Cleo Romagnoli , delle Sorelle Fontana, di Gattinoni, di Lancetti, cli Laura Biagiotti, cli Lovable, e ancora di Renato Balestra e di Marta Marzotto. Ci sì preoccupa di berretti e reggiseni, di divise per la vita in caserma e per la parata, di diversità di divise per le varie Anni. Il tutto, affiancato da una intervista a Debora Corbi (con l'Esercito, la "forza" più presente, su questo tema) che è così riassumibile: Ma la Caniera ci sta frenando. La Corbi si richiama all 'urgenza di un d ibattito della legge alla Camera, si dice convinta della bontà del volontariato per tutti, donne e uomini. A suo dire, i partiti sarebbero tutti d'accordo con la sola eccezione di Rifondazione Comunista. In realtà il dibattito sembra quasi scomparire dalla stampa nazionale, sembra emergere sporadicamente, a livello soprattutto locale. Raccoglie la tematica il Corriere del Mezz,ogiorno in data 31 marzo che riflette su un sondaggio fatto sull ' Anados: in cui alto risulta il gradimento dell'Aeronautica Militare, seguita dalle Fiamme Gialle: un universo particolare, comunque certo non rappresentativo ciel Paese nel suo insieme. Il 6 aprile Il Mattino titola, a pag. 13: "Accademia di Pozzuoli. Presto anche le donne" traendo spunto dal discorso pronunciato da Andreana all' Accademia Aeronautica di Pozzuoli dopo il giuramento degli Allievi e il battesimo del corso Urano IV. Il giornale riporta alcune parole ciel Ministro sulla necessità cli eliminare i soprusi dall'Esercito, sulla importanza di essere decisi , in merito, sulla occasione data dall' ingresso delle donne: «'La cultura m.aschilista cambierà, ne sono certo, con l'ingresso delle donne che, con la presenza e la loro sensibilità, riequilibreranno situazioni com.plesse» . Nello stesso giorno, a pag. 6 de La Nazione, troviamo un cenno aJla stessa occasione, sotto il titolo "L' Aeronautica del futuro con i 'top gun' in gonnella".
E finalmente, dopo l'Aeronautica, si parla dei Carabinieri. L'Unità del 21 marzo presenta un pezzo su quattro colonne, a fin11a Toni Fontana, sul "Via libera alle donne Carabiniere. L'anno prossimo il primo concorso". Il sottotitolo chiarisce: " Il Gen. Siracusa: Saranno le benvenute nell'Arma". 11 testo parte da un incontro tenutosi tra il Comandante generale Sergio Siracusa e gli studenti, a Siena, in cui è stata prospettata la possibilità, per le donne, di svolgere compiti anche investigativi, in cui si è parlato di inserimento graduale. Lo stesso giorno il quotidiano pubblica anche un pezzo di Lidia Ravera, che così ammonisce le donne: «Ma non vi accontentate». Finalmente, un pezzo in cui si entra nel vivo della polemica. E utilizzo l'espressione "finalmente" perché la Ravera esplicita perplessità e stati d'animo non entusiastici che sono probabilmente presenti dietro a molti silenzi, riapre il discorso della parità dei sessi, della diversità tra i sessi. Con una vetriolica ironia, la Ravera scrive: «... la società ·s i evolve, donne-vigW, donne-preti, donne-astronar.lti, donne-pilota di jet, donne-pugili, è tutto un .fiorire di allegre vicarie. Che bello: adesso anche le donne possono sparare, possono picchiare, possono sganciare bornbe. lnfàtti, pensate che meraviglia, ora alle donne viene anche l'ir{farto, l'ulcera, che prùna erano malattie maschili; che bel traf?uardo, basta con quelle sciocchezzuole sulle ovaie, o roba antiquata come morire di parto. Di notte, per strada, col mitra.' Adesso sì che si sentiranno liberate, con la pari dignità, cioè La dignità di rassornigliare agli umnini». È questo un punto che appare basilare, che è alla base di molte incertezze o rifiuti del femminismo storico: era la posizione di Chiara Ingrao, nel 1992. Quello che la Ravera vorrebbe è invece «L'equipollenza (cioè - cito dal dizionario - l'uguaglianza di valore e validità) nella d(fferenz.a». Non sappiamo quale sia il dizionario chiamato in causa, ma il concetto è chiaro: si sottolinea qui la differenza, la specificità femminile. Un motivo subito 1ipreso e chiarito, poiché la Ravera continua parlando delle donne che intasano gli impegni la propria giornata, che si dimenticano di sé, «proprio loro, che hanno la grazia del racconto inscritta nel Dna, così capaci di vivere, con un così sicuro gusto per i dettagli!» E prosegue: «Facciano pure le Carabiniere, se ne hanno voglia, la libertà di scef?liere è buona, buona in sé, buona come prospettiva, però usino anche qualche cautela: prima di tutto capire, cerchino di capire perché ne hanno voglia». E segue un interrogativo di non poco conto: «È dedizione o irnitazione ?». Non mi sembra questo il luogo per un dibattito serrato sulle ipotesi, sulle affermazioni in merito alla prospettiva dell' ingresso delle donne nel servizio volontario fenm1inile qui esplicitate dalla Ravera (anche se non so quante donne potrebbero riconoscersi nella sua visione della «grazia del racconto inscritta nel Dna», o nel! ' idea di avere il gusto dei dettagli, ecc.). Mi sembra invece importante l'esplicitazione di una posizione cli forti perplessità e dubbi in merito, espressa magari in forma, un tempo si sarebbe detto "paternalislica" (<~facciano pure Le Carabiniere ... »), posizione che andrebbe certamente meglio compresa, esaminata, discussa, cui è difficile comunque negare alcune reali preoccupazioni, quale l'ingresso delle donne in posizioni subalterne. La testata dà rilievo al pezzo che inizia a pag. 1 per proseguire poi a pag.
13. Purtroppo, non sembra che l'intervento venga raccolto in modo consono, sia pure nel senso cli una ctitica, di un rigetto: un'occasione di dibattito perduta. Lo stesso giorno un breve pezzo siglato dà la stessa notizia dell'annuncio dato a Siena su La Stampa, mentre La Repubblica dà alla notizia più spazio (tre colonne, la solita foto che dal '92 fa il giro delle varie testate, foto che ritrae le ragazze che marciano, con i fucili imbracciati, nella caserma dei Lancieri di Montebello) ma a pag. 24 (sempre il 21 aprile). Ancora, dà la notizia, nello stesso giorno, Il Messaggero, con un pezzo a pag. 8, firmato Carlo Mercuri : "Il Generale Siracusa: Tra due anni le donne-Carabiniere" . Donne che, dice S iracusa, saranno le benvenute: e certamente, oltre alle interessate sembra che il maggiore impegno su questa tematica non sia venuto dalle altre donne o da pa11iti politici o sindacati, ma dall'Esercito stesso, che da anni coglie ogni occasione per riproporre la tematica, per chiarire una accettazione di principio a questa innovazione, che si inte1rnga sulle modalità di preparazione, di accoglimento. Interviene, ancora, il settimanale Oggi (in data 6 maggio '98) che sì preoccupa: <<Le donne nell'Arma saranno Carabinieri di serie B ?» e che così attacca il tema: «Se tutto procede come previsto, entro due anni Carabinieri e Guardia di Finanza si tingeranno di rosa: le donne saranno ammesse ai concorsi pér entrare nelle Forze armate. Così dopo la "poliziotta" ci sarà anche la "carabiniera". Ma non è che le donne saranno considerate militari di serie B ?». Risponde Valdo Spini, Presidente Commissione Difesa, rassicurando la giornalista e i lettori: la sua proposta va nel senso opposto, nella direzione cioè dì un inserimento a livello cli ufficiali e sottufficiali : la carriera militare sarà quindi aperta anche alle donne, il che ci porrà finalmente, come Paese, sullo stesso piano degli altri Paesi della Nato, che le donne mi litari le hanno inserite da tempo. Anzi, prosegue Spini, bisogna ricordare <<che «Il compilo della Fanteria è di srovan, il nemico e ucciderlo» (Montgomery)» [ Foto: il Maresciallo hritannico, comandante dell'S" armata in Nord Al'ricaJ
nella Nato c'è un Coniitato per i problemi sull'inserimento delle donne nelle Forze Armate, composto da 15 i,rf{tciaLesse in rappresentanza dei rispettivi Paesi, più un generale italiano, l'unico uomo presente nel coniitato, proprio perché non abbiamo una donna che possa rappresentarci>>, un tema, questo del Comitato Nato con la presenza di un unico uomo, un Generale italiano, che piace molto alla stampa, che verrà 1ipreso più volte. Il 16 maggio è la volta del Secolo d'Italia, che con bella coerenza titola (pag. 7) "E la maggioranza adesso pensa ali' 'esercito rosa'" e riporta brani di un intervento di Spini, che auspica si trovi, dopo il 3 luglio, una data per discuterne: prima, il calendario è già fatto. Il giornale così commenta e chiude: «E ci mancherebbe altrv: vuoi vedere che l'Arma, per una questione di cavalleria, dopo 50 anni di attività deve cedere il posto per far partire prima la discussione sull'esercilo rosa?», dando un esempio cli perfetta comprensione della questione. Si potrebbe peiisare che la destra esprima un rifiuto de.Ile donne soldato, a partire da una vecchia concezione della donna come angelo del focolare. Ma non è in realtà così se l'Adn Kronos il 16 maggio invia una nota di agenzia riportando un parere positivo in me1ito di Margherita Egidio, segretaria nazionale del Cesidd (Centro Europeo Donne per la Sicurezza e Difesa dello Stato), associazione promossa eia Alleanza Nazionale. La Egidio parla dì «opportunità di carriera e di lavoro in. un Paese dove il lavoro non. c'è e bisogna inventarselo>>, trova che compito delle donne nelle Forze Armate dovrà essere soprattutto quello «di riequilibrare e ridare vita ai valori ultimamente abbandonati e dùnenticati: amor patrio, unità della Nazione, senso dello Stato». Il 20 maggio La Nazione pubblica una lettera firmata in cui si esp1ime un forte rigetto dell'ipotesi della immissione delle donne nelle Forze Armate: si tratterebbe di un ingente spreco di denaro in un Paese caratterizzato da «un mare di disastri: terremoti, alluvioni, montagne che franano seppellendo centinaia di esseri umani>>, oltre che eia mari che avanzano inghiottendo teITe, malati di tumore che muoiono senza cure adeguate, disoccupazione ecc. (non ci sono ancora stati i roghi di luglio e agosto e quindi non si parla degli incendi). Nella stessa data IL Foglio propone un rilancio del dibattito sull'esercito al femmi nile, con una Lettera da Londra dì un certo Richard Newbury cui viene dato il titolo "Basta baci, è ora cli sparare. Gli Usa si ricredono sull'Esercito misto". L'occhiello poi è stuzzicante: "Femmine da battaglia e battaglie femministe". Vi si dice che un tempo era chiaro il compito dell'Esercito, compito egregiamente e lapidariamente riassunto dal Feldmaresciallo Montgomery: «Il compito della.fanteria è di scovare il neniico e ucciderlo». Il giornale così commenta: «Questa semplice, chiara e forse cupa dichiarazione è ora considerata troppo scorretta politicam.ente per il complesso mondo di oggi». Oggi, si prosegue, si parla di. operazioni internazionali per il mantenimento della pace, si parla dell 'Esercito britannico come dì un datore di lavoro che osserva le pari opportunità senza discriminazione di sesso, di razza, colore o religione. Il risultato? Discutibile, se in Usa e anche in Gran Bretagna si sono avuti casi cli «rampante indisciplina sessuale». Inoltre sembra che
«:Via non è che le donne saranno considerate militari cli serie B'!» Illlustrazione: ·'Sergente. ci avete fatto chiamare? Eccoci ai vostri ordini!" - ''Flicgcndc Rlattcr". 1897]
l'Esercito israeliano abbia sperimentato il fatto che i soldati abbandonano il proprio posto per aiutare una donna soldato ferita e che «In ogni caso, la presenza delle donne, pur elemento di incivilimento, tra.i,fonna una forza di offesa in una di difesa e la notizia del maltrattamento di donne prigioniere ha un effetto devastante sul morale». Risultati? Molti problemi e un esubero di giovani maschi, una perdita del ruolo maschile come chiaro punto di riferimento: si cita al riguardo J. Straw: «È passato il tempo in. cui i rnaschi erano i galli del pollaio. C 'erano guerre in cui gli uomini erano il re leone, si facevano uccidere per il loro sovrano e per le loro donne e questo dava loro un'immagine... Si aggiunga il declino nelle opportunità di lavori tradizionali per uomini non qualificati e i risultati sono l'awnento dell'uso di droga e situazioni simili», a questo encomiabile discorso viene dato uno spazio di quattro colonne, aperte e sormontate dalla figura di un uomo che indossa cappello e bombetta, che regge in una mano una ventiquattrore e nel!' altra un ombrello ape110. A scongiurare, forse, la pioggia cli donne soldato? Tornano quindi le Accademie: sono Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione che, il 26 maggio, ricordano che già nel Duemila potrebbero esserci le prime "cadette" a Modena. Spini si dice convinto deJla determinazione delle ragazze, aggiunge che la loro presenza dovrebbe anche stemperare i fenomeni di nonnismo. Ai primi cli giugno sembra che l'immagine delle donne soldato acquisti rilievo grazie alla donna che avrebbe difeso Gheddafi: ma è vero che si tratta di esempi lontani. Ancora, relativamente pertinente, in quanto rivolto a chi fa servizio di leva, un intervento della Maggiore Lynn Russe} Sheridan, pubblicata nello Specchio del 6 giugno. Si tratta di una donna ufficiale dei marines di 26 anni, che parla della vita militare e dell'importanza di amare il proprio Paese e di volerlo proteggere da eventuali attacchi nemici. E aggiunge: «Nella mia terra s'impara l 'arnor di Patria .fin. dalla più tenera età, a scuola la prima cosa che si studia è l'Inno nazionale e il rispetto più assoluto per le festività relative alle vittorie del Paese sui nemici; il valore e il coraggio sono ben.i irrinunciabili di ogni buon americano che voglia fare il proprio dovere ... ». Un anno nell'Esercito prosegue non sarà un anno buttato ma guadagnato se dedicato a studiare la storia del proprio Paese, a imparare a difenderlo. A divenire non dei «Rambo con le palle quadre che si vedono nei film, ma degli esseri umani più completi e consapevoli del proprio valore». li tema donne soldato torna poco dopo ne Il Piccolo del 1O giugno, a pag. 25. Vi si parla di "Donne in divisa? Venerdì dibattito al Circolo ufficiali", a pa11ire dall'annuncio di un dibattito organizzato presso il Circolo Ufficiali di presidio dalla Fidapa, Federazione Italiana Donne
Arti Professionali Affari. Al convegno parteciperà il Gen. Lucio Castelluccio, dello Stato Maggiore della Difesa, che parla del futuro ingresso delle donne nelle Forze Armate come di un arricchimento per il vissuto militare: concetto lipreso dal Gen. Francesco Cipriani , Comandante la Regione mil itare Friuli-Venezia Giulia, che ricorda altresì la partecipazione delle donne alla lotta annata nelle form azioni partigiane (cfr. Ansa, 12 giugno). Altr i oratori s i soffermano sulle opportunità di lavoro e maturazione per le donne. Intanto vari giornaJi danno notizia di un mega-concorso per l' airnolamento di volontari nelle Forze Annate, concorso "interforze", tale cioè da pem1eltere ai vincitori, al termine del triennio, di transitare in tutti i Corpi in divisa: s iamo al 19 giugno, e viene reso noto che l' Anados promette ancora 20 giorni "di tregua", per mobilitare poi le aderenti e scendere in piazza se nulla dovesse, nel frattempo, cambiare per le donne. Si occupano del tema Il Giorno, Il Resro del Carlino, La Nazione, proponendo interviste alla Corbi, testimonianze cli donne che si sentono, ancora una volta, escluse, testimonianze di un giovane sottufficiale entusiasta del proprio compito, di un Parà che parla delle proprie motivazioni, di un Maresciallo "volontaiio con le stellette", ma anche di un ragazzo che parla della propria delus ione circa il servizio civi le ( «non facevo nulla»), in contrapposizione al parere di un obiettore che dichiara invece di essersi sentito utile, di aver fatto una bella esperienza. Ancora un ' intervista di Valdo Spini ribadisce l'importanza della qualità più che non della quantità, per il Nuovo Modello cli Difesa, che parla di un possibile servizio civile per lo Stato.
d. Si manifesta per avere in calendario il dibattito Il 25 l'Asca riporta le parole cli Valdo Spi ni che richiama l'attenzione della Carnera dei Deputati circa l'opportunità di mettere in calendmio un dibauito sull 'inserimento delle donne nell'Esercito, fatto a suo parere tanto più importante in quanto «il ruolo degli eserciti, specialmente in Eurvpa, si sta sempre più orientando in missioni umanitarie di pace. Inoltre- conclude Spini - credo che la presenza delle donne nelle Forze Annate contribuisca notevolmente ad avvicinare le stesse alla società civile». Poi, la parola passa all' Anaclos, che prepara una manifestazione davanti a Montecitorio: e la notizia dilaga nei lanci cli agenzia e nei media. È l"Agi, l'Agenzia g iornalistica Italia, che in data 8 luglio riporta il parere del Senatore Vincenzo Ruggiero Manca, responsabile Difesa cli Forza Italia: alle donne, dice il Senatore, va tutta la sua soli darietà. E subito cogl ie l'occasione per sferrare un attacco al Governo Prodi: «Le forze politiche p,vgressiste sono tali solo nell'occupaz.ione del potere ,na noll su conquiste sociali in cui occorre con i fatti dimostrare che non ci sono discriminazioni tra uomini e donne». È l'Asca, che lo stesso giorno riporta l'episodio della manifestazione davanti a Montecitorio, parla di ritardi (nu lla è stato fatto dacché la Commissione Difesa aveva dato una prima approvazione il 25 giugno del '97, riporta il fatto che il Presidente Vi olante avrebbe fatto sapere che la legge avdt una particolare attenzione da parte dei capigruppo che prossimamente dovrebbero incontrarsi, e potrebbe essere messa in calendario per set-
«La cultu ra maschilista cambierà, ne sono certo» [Fra ncesco Gonin - '·Calendario galante", 1863]
tembre-ottobre. L'Ansa dà un più ampio resoconto della manifestazione, con un inizio dai toni ironici: «Avanti marsh. L'esercito 'rosa' delle aspiranti donne-soldato non concede tregua e oggi si è messo in ,narcia alla volta di Montecitorio». Sono cento ragazze cieli' Anados, prosegue il comunicato, venute eia tutta Italia. E la Corbi dice di considerare la giornata un successo, di avere la promessa di Violante: entro luglio si avrà la convocazione dei capigruppo, poi forse tra settembre e ottobre si andrà avanti. L'agenzia parla pure di un «paladino», Valdo Spini, primo firmatario della proposta di legge. Spini parla di una manifestazione <<giusta e calzante», sottolinea il fatto che in causa è l'accesso a ruoli di ufficiale e sottufficiale. Che si parla di servizio volonta1io. Il comunicato riporta altresì le parole di alcune ragazze iscritte all' Anados che dicono: «la nostra è passione, fede nella Patria e negli ideali. Vogliamo servire il nostro Paese e realizzarci, avere soddisfazione pmfessionale che sign{fh:a per noi pilotare caccia o lanciarsi con il paracadute e non stare in ufficio». Varie le reazioni dei Deputati: sembrano molto scettici, inizialmente, pronti però a rivedere le loro posizioni , a riconoscere la serietà della richiesta. Sì parla del "soldato Jane", anche se non molte hanno visto il film. Ancora, vengono riportate le parole della Corbi, soddisfatta per l'andamento della giornata, per la promessa di Violante che l'ha 1icevuta·nel pomeriggio. Cauta tuttavia perché ritiene che sia opportuno essere vigili finché l'iter di approvazione non sia andato in porto. E poi, ancora Valdo Spini (le sue parole vengono riprese anche dall'Agì), che richiama gli esempi dei Paesi della Nato, che ricorda la presenza femminile negli Eserciti di Paesi come gli Stati Uniti, il Canada, la Turchia. Che ricorda che le donne prestano servizio militare in Giappone e Australia, in Sudafrica e Nuova Zelanda, in Brasile e Israele, e ancora in India e a Cipro, in Libia, in Irlanda, nel Brunei. «Credo pertanto - conclude- che l'Italia non possa più rimandare la soluzione di un problerna cli così grande urgenza e attualità». Ci sono anche, naturalmente, pareri contrari, del pari raccolti dall'Ansa, dall'Asca. È, in primo luogo, l'Associazione obiettori non violenti, contrari all' esercito di mestiere, contrari a un Modello di Difesa che considerano anticostituzionale e troppo gravoso economicamente. I portavoce dell'Associazione protestano per le spese già fatte prima ancora che sia passata la legge: «È dai tempi del Ministro Ando che questa.farsa viene messa in scena: dov'è la ventata di novità che doveva portare l'Ulivo?» : quasi le stesse parole del Senatore Manca, ma di segno inverso. E l'Ansa ripropone gli interrogativi sollevati dal Senatore Mario Palombo, di Alleanza Nazionale, circa i possibili nemic.i delle donne soldato. Chi saranno? Perché? Inten-ogativi che trovano spazio pure in una nota di agenzia dell'Agì. Ed ecco l'Adn Kronos che sottolinea come anche Forza Italia
si schjeri con l' Anados, ecco l'Ansa che a sua volta ripropone le dichiarazioni di Valdo Spini. E che si addentra in una presentazione delle manifestanti, caratterizzate, sembrerebbe, da occh i truccati, mani curate, smalto magari marrone scuro come da esigenze della moda, rossetto, capelli lunghi, mossi, ricci, magari con colpi di sole, o ancora color giallo canarino (forse, decolorati?) e corti , «su quel corto che fa tendenza»: donne che non rinunciano, dice l' agenzia, alla femmini lità. Donne che, parlando di come sono state trattate da certa stampa («ci hanno chiamato Rambo. Hamw usato vezzeggiativi anche o.ffènsivi») hanno gli occhi lucidi. Ancora, è l'Adn Kronos che annuncia l' incontro della Corbi, accompagnata da Giuseppe Tatarella, presidente del gruppo parlamentare di AJleanza Nazionale, con Violante. È l' Ansa che riprende, con qualche dettaglio in più, il tema. S,u·à poi l'Adn Kronos a soffermarsi sulle critiche rivolte dalla Corbi al M inistro per le Pari Opportunità, Anna Finocchiaro: «Vi sembra possibile che debba essere Violante ad intervenire, quando esiste un Ministro, una donna. che avrebbe dovuto farlo? Nei 1ws1ri co,~fivnti lui dimostralo completo disimeresse e non ci ha aiutato in alcun modo» . Un problema, questo del supposto d istacco del Ministero per le Pari Opportunità, dell 'apparente disinteresse di certa sinistra - ma c'è Valdo Spini - su cui sarebbe bene riflettere maggiorn1cnte perché se non è esatto dire che il Ministero per le Pari Oppo1tuni tà si è disinteressato del tema (io stessa ho partecipato a qualche riunione proprio sul volonta,i ato e le donne soldato; trattative sono state portate avanti , per tutto il mese cli luglio, per dare un parere su alcuni emendamenti, ecc.) è certamente vero che Anna Finocchiaro non è stata tra le voci più presenti , così come è vero che larga parte della sinistra non ha portato avanti un dibattito che sarebbe invece stato utile e impo1tante per tutti. Forse tutto questo va messo in relazione con le difficoltà ciel femminismo storico a questo proposito, sul fatto che è sembrato, a un ce1to punto, che la questione riguardasse quasi esclusivamente l' Anaclos: laclclove invece il tema ha interessato e interessa una ben più vasta massa di persone, mentre le donne dell' Anaclos rappresentano probabilmente la punta più agguerrita, quella che più facilmente parla di vocazione e valo1i laddove nel resto del Paese la domanda è certamente più articolata, più pacata, pi ù complessa: un peccato, che queste istanze non siano state adeguatamente raccolte. Così, con l'eccezione di Valdo Spini, i nomi che emergono come quelli di personaggi pubblici favorevoli sono quell i di politici di Alleanza Nazionale o di Forza Italia. Inutile dire che il 9 la stampa riporta ampiamente queste notizie, dal Corriere della Sera ("Marcia su Roma delle donne-soldato") a La Stampa ("Soldato Jane marcia sulla Camera"), che propongono i loro pezzi a pag. I O; da Il Messaggero ("La carica delle soldatesse" ; occhiello: "Ragazze d'Italia. Man ifestazione a Montecitorio: È da sei anni che aspettiamo" ; sottotitolo: "In pi azza per la nuova legge. Cossiga Hanno ragione", pag. 12) a l i Tempo ("Le donne: ora basta, armolateci", pag. 8) e al Secolo d 'Italia ("Donne soldato ' in marci a' a Monteci.torio contro i temporeggiamenti del Governo"; occhiello: "Molti esponenti di AN alla manifestaz.ione a favo re clell ' anuolamento femminil e", pag. 5),
che riprende le critiche alla Finocchiaro della Segretaria generale del Cesidd, Margherita Egido: «Ma chi l'ha vista? La Finocchiaro è 1ninistra del nulla! Il Governo Prodi in.vece di inventarsi le poltrone faccia rispettare gli articoli della Costituzione italiana, soprattutto quello che recita che la d(f'esa della Patria è un sacro dovere di ogni cittadino senza porre discrùninazione tra i due sessi». La Repubblica dà spazio alla tematica a pag. 20, con un ampio pezzo di Marco Madoni, "Lasciateci fare le donne soldato" che termina con una frase incoraggiante di Francesco Cossiga e con la frase «E il soldato lane d'Italia comincia a lucidarsi le stellette», con un'intervista a una romana, Elena De Simone, che parla di possibili missioni in caso di calamità sociale, che si dice convinta del fatto che le donne possano gestire meglio degli uomini, ad esempio, un reparto logistico, che dice di voler fare il soldato «per migliorare l'istituzione rn.ilitare». E poi ancora intervengono Roma ("Che fine ha fatto la legge. per le donne soldato?"; occhiello. "Protesta a piazza Montecit01io delle aspiranti militari", pag. 6), L'Un.ilà ("Donne soldato in corteo. Vogliamo arruolarci", pag. 14), Il Mattino ("La marcia su Roma delle donne soldato. Vogliamo arruolarci", pag. 7) e molte più piccole testate. E poi di nuovo, il silenzio. Fino alla fine di luglio, con approvazione alla Camera del progetto di legge. Asteirnti, Verdi e Rifondazione Comunista: e di nuovo la tematica rimbalza sui principali quotidiani e più in genere sui media, con dichiarazioni di sollievo della Corbi, di Valdo Spini, di vari ufficiali, del Sottosegretario alla Difesa Massimo Brutti e anche della Ministra Anna Finocchiaro, i cui uffici hanno lavorato fino a poche ore prima sulla materia. La Finocchiaro dichiara che «viene eliminato l'ultimo ostacolo per le donne nella pubblica amministrazione» riandando così a una delle più forti motivazioni emerse dalla domanda femminile del Paese così come risulta dalle tante lettere pervenute alla Difesa.
5. Aspettando la.fine dell'iter parlamentare
(1) Nel frattempo è stata approvata la legge 11. 380del 20 ottobre 1999 che conse11tirù alle ciltadine italiane di partecipare, su base volontaria, ai concorsi per il reclutamento <li 11f.ficiali e sottufficiali in Spe e di militari di truppa in servizio volontario, e categorie equipollenti, nei ruoli delle Fl~AA. e tiella G.F. li recl11tame11to del personale femminile avrà luogo a decorrere dal 2000.
Sarebbe interessante e opportuno che ora non calasse il silenzio sulla tematica fino all'approvazione parlamentare (1). Perché in realtà, come si è visto, del tema se ne è parlato in modo sporadico, inizialmente con forti pregiudizi e con toni non sufficientemente pacati. E molte preoccupazioni sono rimaste non esplicitate, sottaciute. Mi sembrerebbe interessante invece che deJla tematica si parlasse, ora, a parti.re dai problemi sollevati a suo tempo da Chiara lngrao e da Lidia Ravera: il femminismo dovrebbe interessar~i, 1itengo, alla tematica tentando un confronto con le più giovani consorelle, quelle che oggi esprimono scelte e desideri apparentemente lontani da quelli avanzati, vent'anni or sono. Sono però cambiati i tempi, la preclusione di un settore della pubblica amministrazione, come ricordava la Finocchiaro, non è più considerata tollerabile, non è più tollerata. E non solo di problemi di fondo si dovrebbe discutere, ma anche di problemi concreti: che tipo cli addestramento e di utilizzazione sono previsti per le donne, nell' Esercito? Valdo Spini è intervenuto più volte in
«Una cosa mi sembra evidente: l'offerta femminile è a mpia, generosa. Sarebbe bene che ricc,·cssc risposte acle~uate»
tema, ricordando che non si prevederanno "sconti" per le donne. Bene. Ma si prevedono specificità femmi nili? E se sì, di che genere? Speriamo comunque che si preveda un loro ampio utilizzo nel campo del sociale, come da molte è stato auspicato. Ma questo rinvia al tipo di preparazione: sarà possibile prevedere studi che vadano nel senso della preparazione al superamento del conflitto, anche con corsi sulla negoziazione, sempre più importante sia su piano locale che internazionale? Oggi forse la conoscenza della situazione politicosociale di certe zone del mondo è un fatto più rilevante di quanto non fosse per il passato, anche per l'Esercito: le migrazioni lo mettono già oggi in contatto con genti di diversa provenienza, con diversi passati alle spalle. Sempre più spesso poi l'Esercito è stato chiamato ad intervenire all'estero, in situazioni cli grande difficoltà, di mancata chiarezza: come si potrebbero preparare a questo le donne? Una cosa mi sembra evidente: l'offerta femminile è ampia, generosa. Sarebbe bene che ricevesse risposte adeguate, risposte che non escludano, se necessario, fatica e sacrificio: ma in vista di un qualche bene accettato, condiviso, cui si attribuisce valore e senso. Credo che la cosa peggiore sarebbe, per le donne che in fi.lturo si inseriranno nelle Forze Armate, la sotto-utilizzazione, la noia che de1i va da un uso non adeguato del tempo. Più semplici, relativamente, i problemi logistici, cui già si è in parte pensato, su cui sono state avanzate ipotesi condivisibili: dormitori separati, mense e altri servizi in comune. Ma soprattutto mi sembra importante che ci sia, oggi, uno sforzo collettivo, di tutte le donne e non solo dell' Anados, della Sinistra come della Destra, per una riflessione sui possibili, futuri modi cli impiego. •
Bibliografia Battistelli F. (a cura di), Donne e Forze Armate, Franco Angeli, Milano, 1997. Macioti M.I. , "I giornali e le ragazze-soldato", Mass Media, anno XII, n. 5, novembre-dicembre 1993. · Macioti M.r., "Donne ed esercito: chi sono le aspiranti?" La Critica Sociologica, nn. 107-108, autunno-inverno 1993- 1994. Macioti M.l., Immagine e autopercezione dell'Esercito, in: Crescenzo Fiore e Bruno Zoldan (a cura di), Esercito e società, Edizioni Una, Latina-Roma, 1994. Macioti M.I., Entrare nell'Esercito: i perché di una aspirazione diffusa, in: F. Battistelli (a cura di), Donne e Forze Armate, Franco Angeli, Milano, 1997. Marucci G., " Le donne-soldato: il mondo militare nell'immaginario femminile", La Critica Sociologica, nn. 107- 108, autunno-inverno 1993- 1994.
Inserimento delle donne nelle Forze Armate: aspettative, problematiche, modalità di attuazione di Gabriella Marucci
1. Il protagonismo mass-mediologico giovanile
li mondo giovanile «costituisce una sorta di comunità mondiale unificala dall'ahbigliamento, dai comportamenti, dai gusti»
(1) P. Magri, Giovani e la loro immagine, in "Giovani tra realtà e utopia", .4A. VV., Franco Angeli, ,\1ilano, 1994, pp. 159-200.
giovani sembrano costituire un pianeta progettato p~r 1imanere costantemente misconosciuto, una generazione adulta dopo l'altra. Questa difficoltà, in parte insita nella differenza generazionale, negli anni recenti si è notevolmente incrementata. Un esteso, forse irreversibile processo di omologazione, che sta toccando tutte le società occidentali e non, conduce verso una realtà te1Tibile, che i mass-media chiamano giòiosamente "villaggio globale", metafora in cui la parola "villaggio" vo1Tebbe attenuare la po1tata di quel "globale". Questa universalizzazione della cultura investe soprattutto il mondo giovanile, che ora costituisce una sorta di comunità mondiale unificata dall'abbigliamento, dai comportamenti, dai gusti. Tale è l'immagine che si ricava semplicemente osservando la realtà che quotidianamente ognuno vive e ha sotto gli occhi. Ma è anche e soprattutto l'immagi ne che viene comunicata dal loro protagonismo mass-mediologico, fenomeno piuttosto recente, che li ha trasformati in presenze-spettacolo, presenze-consumo, poco comprensibili e senza sfumature. Come sempre, non è consigliabile lasciarsi andare alle generalizzazioni, tanto più in un Paese vario come l'Italia, in cui si sono unite e miscelate le più disparate tradizioni e dove la realtà sociale e culturale si spezzetta in mille realtà. Eppure, l'irmnagine che abbiamo del mondo giovanile tende ad essere appiattita, omogenea, aliena. Contribuisce a questo senso cli estraneità la carenza di sh1di su di esso. Quelli effettuati da psicologi, sociologi, pedagoghi offrono, ancora una volta, un'idea incompleta della realtà giovanile. Per comprensibili motivi di comodità e disponibilità di "materia prima", le ricerche di questo tipo coprono Ja fascia d'età che potremmo definire scolare. L'utilità di queste analisi è indiscutibile, soprattutto quando riguarda ragazzi di età compresa fra i 15 e i 18 anni, in procinto di fare scelte importanti circa il loro futuro professionale e dei quali è interessante conoscere idee, valori , contraddizioni, atteggiamenti nei confronti della società e della vita in generale. Cito in proposito lo studio condotto da P Magri su circa 2.300 ragazzi di tre città dell'Italia settentrionale e ripetuto più volte fra gli anni Ottanta e Novanta (1). Dei giovani delle fasce di età successive conosciamo solo alcune statistiche,
dalle quali risulterebbe che si staccano dai genitori e dalla casa d' origine molto più tardi dei loro coetanei delle generazioni passate e che diventano autonomi, economicamente e psicologicamente, con altrettanta lentezza. Fatti, questi, che sono sotto gli occhi di tutti e imputabili, almeno in parte, al lungo periodo di crisi economica e sociale che il nostro Paese, insieme al resto del mondo occidentale, sta attraversando. Che cosa vorrebbero questi giovani? Come desidererebbero spendere il loro futuro? Cosa ha impo1tanza per loro? In realtà, non lo sappiamo e in questa ignoranza oscilliamo fra il decantare una loro presunta maggiore intellìgenza rispetto alle generazioni precedenti e il deprecarne una altrettanto presunta mancanza di valori e di interessi "seri". Ho premesso queste veloci annotazioni per dare il giusto risalto ad un fenomeno molto interessante analizzato da me e da Maria Immacolata Macioti nel 1992 (2) e ripreso nell' anno in corso. Mi riferisco alle migliaia di lettere inviate nell'ultimo decennio al Ministero della Difesa e allo Stato Maggiore dell'Esercito da ragazze in età compresa fra i 15 e i 32 anni, di diversi gradi di istruzione e apprutenenza regionale. Le donne «chiedono di en trare rnmc \'O]onta rie L••• J nell'Esercito, nel!' Ar ma dei Carabinieri, nell'Aeronautica. add irittura nei Corazzieri»
(2) M.l. Macioti e G. Marucci, Do1111e e organiuazio11e militare: quali radici per questa richiesta sodale?, in "Lt1 Critica Sociologica'~ nn. W7-108, 1993-19.94.
2. Cosa chiedono le candidate L'afflusso delle lettere è aumentato notevolmente nel 1992, in concomitanza con l' espe1imento tenutosi a Roma presso la caserma dei Lancieri di Montebello, e nel 1994 con la presentazione del nuovo modello di Difesa, con il relativo progetto del Servizio Militare volontario femminile. La stampa e le reti radio-televisive hanno dato il massimo risalto a questi avvenimenti, richiamando l'attenzione, e le missive, delle numerosissime interessate. La grande quantità deile lettere pervenute, insieme alla diversificazione delle scriventi, sono tali da aprire uno spiraglio sorprendente sul mondo giovanile, colmando, almeno in parte, la lacuna cui sopra accennavo. La lettura di questi documenti offre all'antropologo un interessante Altro da osservare, un Altro di casa nostra, ma così poco noto e così poco disponibile a farsi osservare, da costituire un oggetto di studio esotico, dal quale ci separa quella giusta distanza culturale garante cli obiettività. Cosa chiedono nelle loro lettere tutte queste ragazze? Di entrare nelle Forze Armate. Come soldati di leva, come volontarie, come allieve di Accademie o allieve sottufficiali, nell'Esercito, nell'Arma dei Carabinieri, nell' Aeronautica, addirittura nei Corazzieri. Vogliono indossare la divisa, viverla, farne la loro professione, la loro realtà. Reclamano il «Le ragazze mostrano di sentirsi attratte da qu egli stessi simboli e va lori deprezzati dai loro roctanci maschi» IFoto: Esperimento d i redutamcnto fe mminile - 1992]
diritto, molte anche il dovere, di entrare in un mondo selettivo dal quale sono sempre state escluse. Una simile richiesta sarebbe stata impensabile, od oggetto di facilissima ironia, fino a pochi decenni fa; questo secolo di fine millennio, che ha assistito a rivoluzioni tecnologiche, economiche e politiche sorprendenti, ha registrato anche questa rivoluzione: la lenta ma inarrestabile e irreversibile erosione da pa11e delle donne di attività e professioni tradizionalmente maschili. La donna medico, avvocato, magistrato o docente universitario, benché ancora un po' penalìzzata, non stupisce p iù, come non sollevano scalpore alcuno le donne poliziotto, finanziere o vigili urbani. Ciò premesso, è innegabile che le Forze Armate costituiscano una istituzione a sé stante, che come pochissime altre nella storia umana si è sempre identificata e riconosciuta solo negli uomini, iiservandosi ad essi come diritto, come privilegio, ma anche e soprattutto come dovere. Questa inveterata esclusività si rispecchia e vive, inevitabilmente, di valori sacral i espressi persino nel linguaggio: si parla di «suolo sacro della Patria», cli «nobili ideali», di «immolarsi per la Patria» (3). A questa terminologia, caduta in disuso solo negli anni più recenti, si aggiungono azio1ù 1itualmente ripetitive, una particolare mitologia epica, cerimoniali, simboli, abiti, costumi tipici e specifici del mondo nùlitare. Questa immagine sacrale conserva radici tenaci nell'immaginario collettivo, anche in tempi tendenzialmente laici come i nostri e in una Nazione poco incli ne al sentimento patriottico come la nostra. In occasione del citato esperimento del '92 presso la caserma dei Lancieri di Montebello, accorsero numerosi i rappresentanti della stam- · pa e i giornalisti televisivi, incuriositi dalla novità assoluta che le donne soldato costituivano e dagli sviluppi futu ri dell'esperimento stesso. Quasi senza eccezione, tutti continuavano a chiedere con aperta diffi«No i donne siamo ahhas!anza in gamba [... J per c-Sscre a lla pa ri d egli uomi ni e in certi casi migliori»: da una lctlera allo S.vlE [Illustrazione: Charlcs :w. Schulz "Arriva Cha rlic Rrown!"' - .\1ilano Lib ri , 1963 1
(3) 1\tl.l. Madoti e G. Marucci, op. cit., pp. 218-219.
PAPÀ È IL CAPITANO, LA MAMMA IL SERGENTE, IO IL 0,PORA.Lt: t
TV SEI
IL .SOLDATO
SEMPLICE I
denza a me e a Maria Immacolata Macioti, presenti in qualità di osservat1ici, cosa spingesse quelle ragazze, e tutte quelle che avevano scritto, a intraprendere la carriera militare. Veniva avanzato il sospetto che le aspiranti soldato fossero (colpevolmente) sollecitate più dal desiderio di trovare una occupazione, che dai dichiarati valori morali e civici. È interessante osservare come una intenzione tanto normale e legittima fosse sentita come profana e dissonante, poco adeguata all' Uftìcio richiesto. L' impressione, molto netta, è stata che il mondo militare conservasse un' aura speciale e fosse percepito come una scelta da affrontare dietro la spinta di sollecitazioni non profane, ma ideali. Questa scelta è stata finora 1iservata agli uomini, o meglio, ai ragazzi, ai maschi, quegli stessi che da anni mostrano un crescente disamore e disinteresse nei suoi confronti: non più privilegio, o ambìto sbocco professionale, ma impegno gravoso, poco allettante, se non addirittura foriero di disagi. Le motivazioni di questo disinteresse, che si a.ccompagna ad una quasi totale indifferenza per gli ideali politici, sono molteplici e troveranno il giusto spazio in altre pagine di quest'opera. In questa sede, mi limito ad osservare che Patria, disciplina, cerimoniali, addestramento, solidarietà fattiva sembrano esercitare scarsa attrattiva su questa generazione di ragazzi, forse saturi e stanchi di simboli e valori dei quali hanno sempre potuto fare uso. Ebbene, inaspettatamente, le ragazze mostrano di sentirsi attratte da quegli stessi simboli e valori deprezzati dai loro coetanei maschi; al punto da volerli sperimentare e mettere in pratica. Nelle lettere ricevute dalle organizzazioni militari rico1rnno con sorprendente frequenza concetti e termini ai quali da tempo solo pochissime persone fanno esplicito riferimento: Patria (quasi sempre sc1itta con l'iniziale maiuscola), sacrificio, difesa dei più deboli, ecc., espressi dalle rappresentanti di una generazione alla quale tali valori non sono stati imposti e quasi mai insegnati. L'esame, sia pure veloce, cli alcune delle moltissime Jettere sarà illuminante in proposito. Premetto che le citate lettere mi sono state fornite con grande sollecitudine dallo Stato Maggiore dell'Esercito, con «L'allenamento e l'addestramento che si possono ricevere sono di gran lunga i migliori per migliorare le 1>roprie condizioni fisiche e mental i» r:"lelle foto: Astronaute in addestramento "Scienza Oggi'', 19821
l'i ntesa che nomi e indirizzi delle scriventi non sarebbero stati divulgati e utilizzati. Per questo motivo userò solo iniziali o riferimenti molto generici. Cosa scrivono dunque queste aspiranti militari? Innanzitutto esp1imono, a volte candidamente, il desiderio di entrare a far parte delle Forze Armate, sempre descritto come un sogno, una aspirazione coltivata con tenacia e come scelta prioritaria. Una ragazza di circa 30 anni, che teme cli aver superato i limiti di età previsti per l'arruolamento, afferma: « ... non demordo e continuo a crederci e a sperare». Oppure,<<... il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di entrare nell'Esercito». Una quindicenne, pur ammettendo di non essere ancora abbastanza grande per essere arruolata, affenna di coltivare il sogno di « ... servire La Patria e ogni volta che ci penso piango». Una ventiduenne di T01ino dichiara di voler fare il militare di carriera, e non il soldato semplice, perché in questo caso dopo I0-12 mesi sarebbe costretta a ritornare a casa. Un'altra quindicenne romana coltiva il «mito del carabiniere», mentre il sogno di una laureata in medicina è «da sempre» di diventare ufficiale medico. Sono numerose le ragazze che ricordano di aver scritto molte altre volte e raccomandano di essere informate d'urgenza qualora fosse approvata la legge sul reclutamento femminile.
3. Alcuni eloquenti brani di lettere Che cosa si aspettano queste giovaiù e giovanissime dalla realizzazione del loro "sogno"? Molto. E non sono solo speranze, sono certezze. Un elemento emerge infatti costantemente dalla lettura delle richieste, ed è la visione positiva del mondo militare, percepito e atteso come quello più adatto per esprimere e attuare valori fortemente sentiti , come luogo privilegiato per realizzarsi e mettere in pratica le proprie capacità e qualità secondo fini ritenuti giusti, ideologici o pratici che siano. «Moltissime elencano rnpadtà e talenti atletici s1>esso compro\'ali da brevetti e dit>lomi» !Foto: Incontro di scherma frmminilt• - 1%01
I
,
I
r- ) _,,
«Far parte dcll'F..f. signifka difendere il cittadino, il territorio nazionale da qualsiasi calamità»: da una lettera allo S:VIE IIllustrazione: Gabrieil' Mucch i - "La roHa del Po"l
C iò che maggiormente interessa quando si tratta l'argomento delle donne militati sono le motivazioni che le aspiranti adducono per spiegare le ragioni di una scelta che alcuni potrebbero considerare bizzarra. PoITei fra i motivi più ricoITenti la certezza che la vita e J' addestramento militari apportino miglioramenti di tipo sia fisico che caratteriale. Una ragazza di Grosseto, ad esempio, scrive: «L'allenamento e l'addestraniento che si possono ricevere [... ] sono di gran lunga rn.igliori per rn.igliorare le proprie condizioni non solo fisiche ma le stesse facoltà mentali». Una venticinquenne napoletana chiede di essere arruolata in quanto: «solo ilfar parte del volontariatofemminile può.formare il carattere!». È ricorrente anche il desiderio di imporsi in quanto donne in un mondo finora tanto rigorosamente maschile, sfidandolo con le proprie capacità. Esemplare e, perché no?, divertente la perentoria e disinvolta lettera scritta qualche mese fa da una ventunenne bresciana: «Signori uomini militari, dopo aver imperato per secoli, con ~pregiudicato cipiglio sul gentil sesso, adesso finalmente è venuto il nostro momento. Avete.finito di strafare. Quanto prim.a ci cm1fronteremo sullo stesso piano e toccherà a voi dimostrare di essere al nostro stesso livello. Il tempo [... ] dirà alla storia il vero valore delle donne e tpccherà, a voi uom.ini, chiedere perdono per non aver ,nesso in mostra il vero modello di donna militare ...». A.F. di Lecce scrive cli voler entrare nella "Associazione": «Anch'io credo che se le donne e gli uomini hanno raggiunto ormai una parità di diritti, non vedo perché le ragaz,ze non debbano svolgere il servizio militare, come lo fanno i ragazzi». La figlia di un militare, dopo aver dichiarato che non intende assolutamente seguire le orme della madre casalinga ma, appunto, quelle del
padre, chiede: «Si apriranno o no queste benedette porte dell 'Esercito anche a chi porta la gonna? Avremo finalmente [... l un ruolo per servire e d(fendere a denti stretti la nostra amata e cara Patria? Chiedo a voi uomini di credere nelle donne, che sanno essere madri e mogli, ma anche soldati». E ancora: <<Sono certa che noi donne siamo abbastanza in gamba per qffrontare un'esperienza [... ] che rappresenta un'ulteriore dimostrazione di essere alla pari degli uom.ini e in certi casi migliori». Oppure: «Sono.fortemente rnotivata ad inserirmi in un campo, per anni recluso a noi donne, con grinta, coraggio e lealtà, conscia dei rischi e delle d(fficoltà che la vita rnilitare comporta». Una ventenne piemontese si domanda perché una donna dovrebbe fare il servizio militare e ... si risponde: «Secondo me, il primo motivo, parità di sesso, poi potrebbe essere una stupidaggine, ma ho sempre visto la divisa molto attraente nel suo complesso, e perché non devono portarle anche le donne?». Fino alla ventiduenne di Torino che afferma di volersi arruolare nell'Aeronautica, in quanto la ritiene, ma non ne chiarisce le ragioni, preparata <~fisicamente e psicologicmnente ad accettare le donne, se sbaglio m.i corregga».
4. I curricula e le richieste di informazioni «Chiedo a voi uomini di credere nelle donne, che saranno madri e mogli. ma anche soldati»: da una lcllcra allo S\IF. [f oto: Cittadina americana in poligono - 19581
Questa vena di femminismo era più evidente nelle lettere scritte fino al 1993-94, poi è andata quasi svanendo negli ultimi anni, sostituita da istanze diverse. Nello stesso modo, non appare quasi più l'idea che la caniera militare offra la possibilità di avere una vita avventurosa, ricca
·La slida
IFoto: lo e l'altro - ·'Fra il reale e il meraviglioso" Vita ita liana. 197'>(
di viaggi esotici e piena di peripezie, magari condita anche con un pizzico di rischio. L'avvicinarsi della meta desiderata, grazie alla approvazione della legge sull'arruolamento volontario femm inile, insieme all'inevitabile assuefazione alla novità, deve avere attenuato l'alone di avventura e cli romanticismo cli cui alcune aspiranti soldato avevano ornato la loro idea della vita nùlitare. Contestualmente, sono emerse evidentissime aspettative e richieste pragmatiche, che mi sembrano più in consonanza con la psicologia femmi nile. Questa è indubbiamente la differenza più rilevante fra le lettere pervenute fino al 1993 e quelle scritte negli anni successivi. L'attenzione prestata dalle ragazze alle possibilità professionali che la vita militare può offrire si è notevolmente accentuata. Le richieste coprono un ventaglio p iuttosto ampio cli attività e mansioni specialistiche. Sono numerose le ragazze medico, le infermiere, le crocerossine, le esperte in volontariato che si sono candidate all'arruolamento. È questa un'opzione interessante, che rileva come la solidarietà e il servizio sociale siano cons1derat1 gli scopi precipui di questo tipo cli carriera: considerazioni perfettamente in linea con i nuovi compiti ai quali le moderne Forze Armate desiderano adempiere. Non manca in queste grintose ragazze il desiderio di realizzarsi in mansioni di tipo tecnico tradizionalmente maschili come guidare mezzi pesanti, pi lotare aerei, così come abbondano tipografe, esperte cli informatica, disegnattici. Negli ultimi anni è aumentato il numero di richieste riferi te direttamente a specifiche istituzioni militari quali l'Aeronautica, l'Arma dei Carabinieri, ecc., e non solo ad un generico Servizio volontario femm inile, così come vengono indicate Accademie e Scuole per Allievi Sottufficiali. Come afferma una romana cli 23 anni, le carriere militari offrono la possibilità di «crescita pn?fessionale». Queste aspirazioni si accompagnano a curricula accuratamente compilati e a richieste di informazio ni dettagliate sui requisiti necessari per essere mrnolate. Ad esempio, una ragazza cli Napoli, che fa « .. . parte
della grande schiera di ragazze sinceramente interessate alla vita militare ... », vuole sapere quali sono le caratteristiche << .• • tecniche, .fisiche, intellettuali» richi.e ste da una Accadenùa o da una certa Scuola Allievi Sottufficiali. ...":..ç ,~.., ,;:~...,.. .. La maggior parte di loro si rivolge allo Stato \,~ ..}·.~~ ~~!.'·~ \";~.ts:"·~~~ .:.:;?:~-f:~~~.i\-:7 k'~ .\~~:::·;- . ~ ~ Maggiore dell' Esercito come se avesse a che fare con ;:~·\l·~~~,..\,~~?~~·~=~ ~·" :..;..-: ·~f. .~-~-~~!·~ :·l\. '"\.-~,,... una grande azienda o un'impresa, nelle quali, però, -:~:~~~~:;}-i~:: non ci si limita a voler entrare, ma si "sogna" di <)\,.....,. .... _ .. . •'""!•., ·lt~~~·:« ·: ~.'t.~~, · ~~'f-4 entrare. ~-~~; . ' ·· ~ "" . ·~· · Le ragazze che vogliono essere an-uolale nelle Forze • Annate, ne hanno un concetto nuovo, moderno, dinamico; per loro, il mondo militare è un grande organismo aperto alle nuove esigenze, alle più moderne tecnologie e di conseguenza a molteplici esperienze professionali ed esistenziali. Inconsapevo]mente, sono insintonia con il progetto di trasfonnazione che le stesse Forze Armate stanno preparandosi ad attuare. Accanto a questa visione pratica, attuale e moderna della vita militare, si fa spazio molto frequentemente il desiderio che essa sia il luogo giusto in cui realizzare ideali morali e civici. Sorprende il 1icorrere di frasi come: «rnettersi al servizio della Patria», o: «servire degnam.ente il mio Paese>>, «.servire la Patria», <~forte sentimento verso l 'unifonne» . Una ragazza dì Rimini scrive: «Credo niolto nello Stato, nella giustizia e a tutte le Forze Armate governative che vigilano in esso. Far parte dell'Esercito significa d(fen.dere e tutelare il cittadino, il territorio nazionale da qualsiasi calamità l ... l, contro ogni tipo di violenza in.giusta [... l es.sere pronti a portare il tuo aiuto ai Paesi in guerra e alle popolazioni in d(fficoltà». Un'altra letterina afferma: «Coloro che scelgono la I Foto: Le paniere sco nfi~~cro il leone divisa scelgono l'ordine, la giustizia, la pace, il soccorso, .facendosene ··Fra il reale l' il meraYiglioso'' - Vita llaliana, 1971J] garanti a loro rischio». U na giovani ssima dichiara: «Vivo con l'illusione che un giorno potrò fare il mJlitare e servire la Patria>>. Una animosa ragazzina, che scrive allo Stato Maggiore durante le ore di scuola, dopo avere espresso il suo amore per l'Esercito e la divisa prega di riaprire una caserma in disuso dislocata nei pressi di casa sua perché non sopporta di: « ... vedere ancora la scritta ''Zona Militare", quando l' ed{ficio è vuoto>>. Il concetto di gue1rn in tutte queste lettere praticamente non compare, se non come uno dei molti compiti che un militare, uomo o donna che sia, deve assumersi all ' occorrenza. Ciò non toglie che alcune audaci fanciulle manifestino il desiderio di addestrarsi nell'uso delle armi , nella guida di carri armati o, come una diciottenne pugliese, nel cimentarsi in percorsi di guerra. Le ragazze, dunque, esprimono, sia pure indirettamente, convinzioni precise riguardo alla vita nùlitare e ad un loro eventuale ingresso nelle )~~~~~ -0·
~.r,· ..
~it~-:1·~\j~t.~:1
~"t,.,, , - 1 "?,'\~~
.
·~.r~. ·~ .
Forze Armate. Dando voce ai loro desideri, dimostrano di non dubitare che è in quel preciso ambito che prevedono di realizzarsi, sia professionalmente che ideologicamente. Cosa sono disposte ad offrire in cambio di questo traguardo tanto ambìto? Lo si evi nce dall 'attenta lettura dei cmTicuJa allegati o dalle annotazioni personali 1iguardo le qualità e le esperienze che ritengono idonee ad un eventuale arruolamento: diplomi di scuola media superiore, lauree in giurisprudenza, in medicina, attestati cli frequenza di corsi in protezione civile, in consulenza sanitaria, addirittura in trasmissioni telefoniche aeronautiche. Citatissima, perché considerata utile se non indispensabile, la conoscenza delle lingue straniere: indicazione che manifesta e auspica l'apertura internazionale delle Forze Armate. Naturalmente, considerato il lato positivo dell'addestramento militare, moltissime ragazze elencano capacità e talenti atletici, spesso comprovati eia brevetti e diplomi: arti marziali (soprattutto il karate), paracadutismo, parapendio, corsa campestre, sport subacquei, equitazione, fino alla «t(fosa non violenta>>. Alcune, più meticolose, accludono al cuniculum piccoli autoritratti psi cologici, nei quali illustrano le caratteristiche individuali ritenute più appropriate: «buona volontà verso il sacrificio che certaniente mi costerà entrare nelle Forze Armate» oppure « ... sono vivace, allegra, sempre sorridente», come afferma una ventunenne siciliana, giustamente convinta che un buon carattere sia d'aiuto in questo particolare tipo di vita. Una ventenne di Frosinone, dopo aver fornito molte informazioni personali, dal segno zodiacale al numero di calzature e aver affermato il suo fermo proposito di arruolarsi nell'Arma dei Carabinieri, dichiara «Ilo sempre visto la divisa molto attraente, perché non devono portarla anche le donne'!»: da una lettera allo SME IIllustrazione: "li nostro comandante si è felicitato per i loro pantaloni a zampa d'elef'anll'. E pensare che l'altro giorno mi ha ficcalo dentro perché avevo allargato un tantino i miei ...'' - Le Rirej
con accattivante since1ità di essere sicura che per riuscire in questo impegno basti : « .. . andare avanti senza lcunenlarsi; del resto, niente ci viene dato jàcilmente» . Sempre nel quadro della visione positiva che le aspiranti soldato dimostrano di avere delle organ izzazioni militari, molte d i loro offrono: « ... elevata rnoralità»; «alti valori morali», «desiderio di realizzare ideali civici», «forti motivazioni» . In un paio di disinvolte letterine fa capolino un atteggiamento che in questo contesto serio e impegnato potrebbe soqxendere. Dopo aver comunicato la loro ferma intenzione di dedicarsi alla carriera militare, le fanciulle scrivono: «Sono carina il che non guasta», oppure: «A proposito di brevetto di paracadutista [... ] ho indossato la mimetica per effettuare i lanci e devo dire che ,ni sta a pennello!». Alcune, più discretamente, accennano a: «capelli biondi e occhi verdi». Queste annotazioni non vogliono essere irrispettose o frivole, ma sem-mai indicare che il tipo di scelta professionale effettuato non è affatto in contrasto con la fe1m1ù nilità, anzi, può giovarsene. Va però sottolineato che questa sicurezza quasi spavalda di sé, tratto sempre più emergente nelle giovani don ne, ha come contraltare fras i continuamente reiterate come: «Mi scuso sin da ora», « Vi chiedo con gentilezza», «Ajpetto .fiduciosa una sua cortese risposta», «Chiedo scusa se ho avuto l'ordine di disturbarvi dalle vostre molteplici occupazioni», «La ringrazio per aver letto il 1nio curriculurn», « Vi prego di gradire i rniei rijpettosi saluti», ecc .. Elemento comune a tutte è l'ansia e 1mpaz1enza: «Sono aperti i reclutamenti o bisogna aspettare ancora tanto?», «quando questo avverrà, io sarò già pronta», «aspetto al più presto notizie», e così via, a centinaia, sollecitando risposte e auspicando<<... un maggiore interessamento per l'approvazione della legge». Per concludere, questo puzzle cli aspettative, dì sentimenti, dì ideali, compone delle ragazze desiderose di conquistare le stellette un ritratto sorridente, a volte persino tenero, ma determinato, costruttivo, improntato a valori attual i, ma attento a valori trad izionali che si pensavano fuori moda. Ritengo che contribuisca alla costruzione di questa immagine anche la specifica scelta professionale che implica di per sé incl inazione alla vita di gruppo, allo scambio sociale, alla responsabilizzazione. Una simi le scelta non può essere praticata come ripiego, in attesa o in mancanza di alternative. Le ragazze che entreran no volontarie nelle Accadenùe e nelle Scuole militari, nelle caserme, real izzeranno ciò che veramente avranno desiderato. Saranno entusiaste e determi nate; soprattutto all'inizio, perché il loro ingresso avverrà sull 'onda di un successo, voluto e incoraggiato dalle Forze Armate stesse, ma a lungo atteso e auspicato dalle interessate. Sarà, e continuerà ad essere nel prosieguo, quando diventerà "normale", un esperimento riuscito, dai risultati apprezzabili.
_ i. . . .,_ _
«Sono carina. il che non ~uasta»: da una lcflcra allo SME [Foto: Roma - Caserm a dei Lancieri cli :\'lontehello 1'>'>21
5. Quali le conseguenze dell'eventuale convivenza? È legittimo a questo punto porsi delle domande, alle quali non è però facile rispondere, almeno per ora: porterà buoni frutti la convivenza e la condivisione con colleghi maschi di ruoli e di attività non più solo maschili? Sarà di stimolo ad entrambi, uomini e donne, entrare in competizione su di un teneno finora sconosciuto al le donne? Nasceranno diffidenze, scontri, oppure collaborazione e reciproca stima? E, non ultimo, quali ruoli e quali attività assegnare alle donne militari? Questi, e altri, non sono problemi di lieve entità ed è giusto porseli in questa fase cli gestazione ciel progetto donne militari, così da costruire su basi solide la nuova struttura. È mio fermo convincimento che sia molto arduo immaginare che la Nozze fni paracad utisti: lei l'. Pol iziotta. nuova istituzione possa semplicemente aggiungersi all 'esistente. Il lui Carabiniere tFoto: ·'Folgore·•, n. 1/99 1 reclutamento volontario femminile non può che inserirsi in un più vasto processo dinamico. Molte possibilità di trasformazioni possono aprirsi alle Forze Armate, grazie alle esperienze e alle conoscenze accumulate, alle capacità organizzative e al loro stesso desiderio cli adeguarsi ad una società mutata e mutevole. ~€. DONN~ Le organizzazioni militari possono diventare un Rlf"IUTANO DI ARRUOL,ARSJ ... modello di aggregazione giovanile, con finalità formative, che aiutino ragazzi di entrambi i sessi a crescere, a soddisfare aspettative, a realizzarsi, a superare la diffusa crisi nella quale si stanno impantanando. Le innovazioni sono già alla porta: un passato veramente notevole in questo senso è il progetto "Eurofonnazione", organizzato dal Ministero della P€RCHÌ HANNO LE,110 t..J€.I t..JOSiRI Difesa insieme al Ministero del Lavoro. Questo proOPUSCO~I DI getto offrirà alle reclute la possibilità di frequentare PROPAGANDA CH€ corsi professionali riconosciuti. Altri progetti, ancora "I~ S~RV/210 Ml ~ITAR€. / allo studio, faciliteranno l'approccio delle reclute agl i FA .DIVUJrAR€. UOMl~I ''. studi universitari. Un immenso sforzo cli modernizzazione, il miglioramento delle condizioni di vi.ta, che non può non prevedere l'istituirsi del volontariato, qualità e quantità delle specializzazioni, nuove finalità, maggiori possibilità di intervento nella vita civile e sociale, sono tutti elementi che potranno fare della carriera militare una scelta professionale e di vita migliore di altre. E come tale perseguibile. In questo quadro, l' inserimento delle donne dovrebbe prospettarsi come quelli già sperimentati in alt1i settori. L' esperienza già vissuta dalle donne poliziotto può rilevarsi utile e pertanto non dovrebbe essere trascurata. Ho avuto occasione di parlare con alcune di loro. [Disegno d i P izzola - ·'li Centro·• - 1986 J Da queste interviste si deduce che, superati gli anni iniziali, dopo che l'opinione pubblica ha metabolizzato la novità e consumato l'evento, le donne poliziotto vivono la loro esperienza di lavoro come altre donne in altre professioni vivono la loro. Uomini e donne lavorano insieme e,
come in altri uffici e ruoli, non mancano gelosie, competizioni, ma anche stima reciproca, fiducia in situazioni cli rischio, ... matrimoni. Forti della loro esperienza, le giovani uftìciali cli Polizia da me interpellate si augurano che l'accesso delle donne nelle Forze Armate sia graduale, come rimpiangono non sia stato nella Polizia. Un accesso progressivo, scadenzato in più tempi, che privilegiasse la formazione nelle Accademie navali delle donne uftìciali, vedrebbe ragazze e ragazzi di simile grado di istruzione, giovani ma non giovanissimi, studiare e aclclestrarsi insieme, non troppo diversamente da quanto accade da decennni nelle Facoltà universitarie. La qualità e il tipo delle situazioni logistiche dovrebbero costituire un interesse primario ed essere valutati con la massima attenzione degli istitu ti preposti alla organizzazione e all'avvio dell'esperimento. Insegnamenti, studio, attività spo1tive, addestramento militare devono potersi accorciare con quel tanto di rispetto della vita privata che aiuti adattenuare eventuali intolleranze e disagi, favorendo il lavoro comune di ragazzi e ragazze.
6. I compiti delle donne soldato Molto dibattuta e fonte di preoccupante incertezza è la questione riguardante i compiti e i ruoli da affidare alle donne militati. Le esperienze fatte da altre nazioni non hanno dato risultati concordi. Non sono poche le voci che sostengono la teoria, a mio avviso poco sostenibile, di una istintiva ripugnanza delle donne a trovarsi in prima linea e quindi, eventualmente, ad uccidere. Le donne sono datrici di vita, come potrebbero, toglierla? Questo argomento viene solitamente citato insieme ad un altro, di cui costituisce il corollario: basta con le gueITe, basta con le armi e gli armati, uomini o donne che siano, basta per sempre. È persino troppo banale e scontato dichiararsi d'accorcio con queste aspirazioni. Chi non ama la pace? Chi mai può lucidamente augurarsi delle gue1Te? Nessuno, tanto meno le Forze Armate, che non a caso si apprestano a rivoluzionare la loro stessa organizzazione. Ma, altrettanto lucidamente e al di là cli ogni possibile demagogia, chi può essere così graniticamente sicuro che un Lale sciagurato evento non si verifichi più, o non coinvolga, anche indirettamente, il nostro Paese? Non a torto, quindi, le Forze Annate si chiedono se nella temuta ipotesi, sarebbe opportuno, e come, impiegare delle donne o, comunque, in assoluto, a quali compiti esse siano da considerarsi più idonee. Personalmente, ritengo che lo siano a tutti i compiti previsti dai vari uffici e dai vari Corpi, a seconda delle specializzazioni, degli insegnamenti ricevuti, delle qualità dimostrate. Le decisioni dovrebbero essere prese senza rigidità preconcette e con buon senso, come sarebbe desiderabile in tutti i settori della vita sociale. Non dimenticando che si tratta di volontmie, cioè di donne che hanno liberamente scelto questa specifica professione e tutto quanto essa possa comportare. Infine, l' equilibrio e la giustezza delle decisioni in merito dovrebbe essere garantito dalla stessa presenza nelle sedi preposte di donne giunte ai massimi • gradi della canfora militare.
L'ingresso della donna nell'ultima roccaforte della cultura maschile di Rossella Savarese
1. A1ondo militare e società civile
[I «Per le donne si tratta di 1••• 1 misurarsi con compiti storicamente esclusivi dell'altro sesso» · IFoto: La \estizione di una "aspirante" donna soldato I
( 1) Sulla perdita di senso <lell'istrnzio11e militare in rapporto alla figura del combattente e all'ingresso della do1111a si veda anche il mio saggio "[.a risorsa do1111a nel Nuovo Modello di Difesa", in Battistelli (a cura), 1997,
pp. 267-80.
inw~sso dell~ rag,~zze italiane nelle caserme è un .evento pol1t1co e sociale rilevante. Da un lato esso rappresenta un cambiamento significativo del sistema della Difesa. Cambiamento recepito all'interno e all'esterno dell'istituzione nel senso della sua modernizzazione. Dall' altro, l'evento mette in moto una congerie di processi di adattamento, culturale e operativo, le cui implicazioni nella vita dei singoli e dell'organizzazione non possono essere sottovalutate. Non va dimenticato, infine, che si tratta di una grande occasione. Per l'istituzione, l'ingresso della figura femminile nell 'ultima roccaforte della cultura e della retorica maschile può essere l'oppo,tunità per una ricostruzione dell'immagine delle Forze Annate, attraverso una narrativa e un linguaggio nuovi, oltre che per mezzo di una trasformazione delle relazioni (1). Per le donne si tratta di raccogliere una sfida che consente di misurarsi con compiti storicamente esclusivi dell'altro sesso e, nello stesso tempo, di mostrare disponibilità a ricoprire moli di carattere universalistico. Ciò soddisfacendo anche esigenze di tipo particolaristico come trovare un inserimento lavorativo, avere l'opportunità di migliorare le proprie competenze o di svolgere un'attività più interessante. Nella capacità di coniugare queste nuove domande risiedono le possibilità di successo di un inserimento in cui la prevalenza degli aspetti utilitaristici, dei singoli o dell'istituzione, potrebbe avere effetti negativi. Il presente contributo si orienta ad ampliare ulteriormente la riflessione sulle modalità più opp01tune per un corretto inserimento femminile nel sistema della Difesa. Riflessione né storica né giuridica, ma per l'appunto sociologica, in quanto tende a mettere in luce le variabili indipendenti e a delineare un modello d'interpretazione. L' ipotesi che sottende il lavoro si articola intorno a due fattori d'eguale rilevanza. Il primo concerne il fatto che la necessità cli reclutare giovani con una buona preparazione culturale e una solida motivazione ha fatto da volano all'accettazione della donna soldato. Esso ha accelerato un processo che neppure il rispetto delle convenzioni internazionali [Saulle, 19971 era tiuscito a portare a compimento ed è stato, con ogni probabilità, il fattore decisivo per costruire il consenso degli ambienti militari e politici, necessario ad aprire la via al servizio volontario femminile. Non è un caso, infatti, che solo negli ultimi due decenni le
«All'inizio degli a nni '<JO. la componcnk femminile, ratta c<:rciione per (;errm111ia, Cina e Israele, rap1>rcscntan1solo il 2 '¼ » [Illustrazione: Anonimo ci nese "ì\oi siamo tiratrici esperte" ipa rt.l - 1970J
(2)All 'i11izio del 1945 11ell'Esercito partigiano si 35mila do11ne. Sulji'()l1te opposto, circa 6mila sono e11tmte 11e/ Servizio ausiliario jt1111111i,1ife di Salò, anche se probabil111e11te 110n più di 2mila posso110 essere considerate e.ffètliva111e11te operative {Bravo, /997, p.117/. c(111fl1110
donne abbiano raggiunto, negli Eserciti occidentali, le posizioni previste dagli accordi internazionali, a partire dalla Ca1ta cli San Francisco del 1945. E comunque, all'inizio degli anni Novanta, la componente femminile, fatta eccezione per Germania, Cina e Israele, rappresentava ancora solo il due per cento [Farina, 1992]. In tutti i Paesi, in ogni caso, l'ingresso paritetico delle donne si è accompagnato a una devalorizzazione del servizio militare. Così come in altri campi, dalla fabblica alla scuola, le donne sono subentrate nelle funzioni e nei ruoli maschili quando questi sono stati svalutati [Savarese, 1994J. A confermare quest'aspetto concorrono alcune recenti evidenze empiriche, che mostrano come la fiducia nelle Forze Ai.n1ate diminuisce nei ragazzi mentre aumenta nelle ragazze [Grassi, 1997). Il secondo concerne il modo in cui le ragazze si avvicinano all'istituzione e come se la rappresentano. I due fattori hanno una radice comune, che si è manifestata nel maschilismo quanto nel femminismo, ed entrambi s'inseriscono nei processi cli cambiamento in atto nel.la società italiana a partire dal secondo dopoguerra. Il fatto che le Forze Armate italiane aprano per ultime le caserme alle donne, pertanto, non va attribuito solamente al carattere auto-referenziale dell'istituzione, ma anche al modo in cui la donna italiana ha costruito il suo percorso d'emancipazione. In altre parole, alla dinamica dei conflitti di genere. Quando le Forze Armate sono state percepite come aggressive e distruttrici le rappresentanze femminili hanno ostacolato il processo d'integrazione. Al contrario, quando, come durante la Seconda guerra o negli anni Novanta, esse sono state considerate milizie cli pace o strumenti di mera difesa, le pregiudiziali sono cadute. Durante il secondo conflitto molte giovani lasciavano le famiglie e si arruolavano, contro il volere dei genitori, come partigiane o come ausiliarie (2). Negli anni Novanta, nonostante non vi sia una possibilità concreta di arruolamento, chiedono, con lettere e telefonate, di essere accettate. Si può sostenere, in sostanza, che un ingresso istin1zionalizzato ha dovuto attendere che si compissero due processi: uno all'interno dell'istituzione e alla parte politica che la governa, e l'altro nella coscienza femminile. I due processi sono legati, perché su entrambi pesano le tradizioni culturali tipiche del Paese: quella che si lichiama al!' area cattolica e quella che si richiama ai partiti della sinistra. Questi ultimi hanno a lungo identificato l'istituzione militare con il braccio armato di governi gravitanti nell'orbita degli Stati U niti e alleati della Nato e, pertanto, sono stati poco propensi a rafforzarla [Sntrlese, 1997]. Il cambiamento della situazione politi.c a e l'affermazione di movimenti legati alla soggettività hanno prodotto negli ultimi anni una condizione nuova che, per i ragazzi, si manifesta con una scarsa partecipazione politica e un mino-
La revisione del Moclcllo d i Difesa è stata «imposta clalla nuova politica cli sicurc:aa, affermatasi in Europa alla caduta del Muro di Rerlino»
(3) Non è possibile qui dilungarsi su questo p1mto. Si - rimanda pertanto a w, mio precedente contributo in cui si rileva come il 111111ame11to della conduzione del co11flitto armato, conseguenza di 1111 cambi(//ncnto tecnologico, abbia ,levalorizzato la figura del combattente. Il risultato della bauaglia, ù~fatti, è sempre men.o legato all'eroismo del singolo e sempre più all'insieme di fat/ori tecnologici, logistici e organizzativi [Savarese, 1997, p. 268]. (4) Si confronti la nota n. (3). (5) Sulla propaganda militare .~i rimanda al volume a mia .firma "L'a111 eric,111izzi1zio11e della politica in Jtalia. Tv ed elezioni negli anni Novanta", 1997.
re interesse verso la carriera militare (3) e, per Je ragazze, al contrario, con una maggiore attenzione alla politica e un 'apertura verso il servizio militare. Nello stesso tempo, Ja fiducia nelle Forze Armate diminuisce nei primi e aumenta nelle seconde. Per spiegare come le ragazze degli anni Novanta si avvicinano al servizio mili tare bisogna, pe1tanto, porre come centrale il fattore dell'autorealizzazione e non gueJlo dell'inserimento lavorativo puro e semplice. Tale idea si fonda sul modello di Moskos, rielaborato da Battistelli . Come gli studiosi di cose militari sanno, Charles Moskos, uno dei principali ricercatori della sociologia militare contemporanea, sostiene che, in progresso con i cambiamenti strategici e tecnologici (4), mutano anche le forme d'adesione. Quando il reclutamento avviene attraverso la coscrizione obbligatoria, le Forze Armate si presentano come istituzione e rinforzano, attraverso flussi di comunicazione programmata (5), i valori universalistici tradizionali legati alla difesa della Patria e allo spirito di sacrificio. Quando gli eserciti si modernizzano e necessitano cli personale qualificato e numericamente inferiore, si avviano verso un modello organizzativo più funzio nale. In questo caso l' adesione è determinata pti ncipalmente dalle regole ciel mercato del lavoro. Recentemente Battistelli, rielaborando il modello dicotomico di Moskos e spostando l'accento dal tipo di relazione al tipo di adesione, ha introdotto una terza variabile: quella cieli' auto-regolazione [Battistelli, 1996]. Nei paragrafi successivi si cercherà di avvalorare questa tesi con riferimento alle motivazioni fem minili.
2. Non è solo questione di numeri In una fase in cui il policy making delle Forze Arn1ate si orienta verso una riduzione dei contingenti di leva e una legittimazione (con due interventi legislativi a soli dieci anni di distanza l'uno dall'altro) del servizio civile come alternativa a quello militare, potrebbe apparire quasi paradossale l' apertura dei ranghi militari alle donne. L'orientamento
(6) Nell'attes(I. dell'approvazù11111 di u11a riforma orgauic(I. del Nuovo 1\,fodelfo di Difesa, 11onostmue l'allività tielle Co111111issio11i l)iji1sa di Camera e Senato, molte ùmovazio11i souo .Ha/11 i111rodotle i11 altre circosta11ze (Fi11a11ziaria, ecc.). A questo riguardo si veda il volume di P. Rellw:ci, J.998.
(7) La proposta ,li legg,1 11. 2703, prese11tata dagli 011orevoli Sullo, Pizzalis e Pisi,·chio del settembre del 1970, assegua alle doune ruoli di supporto logistico, sanitario e di collegamento. (8) A,u:he Roclwt sostie11e che la ragio11efo11da111e11tale dell'esclusio11e delle do1111e dagli eserciti inizialme11te 11011 è propria del mondo militare ma ha origi11e 11el rno/() s11bordi11ato assegnatole nella società civile [Rochat, 1997/.
verso un Esercito su base volontaria e professionale farebbe presupporre piuttosto che un ampliamento, la riduzione dei contingenti. In Italia, tuttavia, una ali voluntary anny è un obiettivo ancora piuttosto lontano. L'Esercito ha ancora bisogno della leva anche se, dall'inizio degli anni Novanta, l'intero s istema della Difesa è in via di trasformazione. La ristrutturazione delle forze, operata attraverso interventi di vario tipo (6) come quelli concernenti l'obiezione di coscienza, la rifonna dei vertici militari e, da u]timo, l'introduzione del servizio volontario femminile, s ' inquadra nel processo di revisione del Modello di Difesa, avviatosi all'in izio degli anni Novanta. Revisione imposta, secondo molti osservatori, dalla nuova politica di sicurezza, affennatasi in Europa alla caduta del muro di Berlino. La scelta di un modello cli reclutamento rnisto, e nel lungo periodo su base volontaria, sarebbe la conseguenza di un'evoluzione del contesto internazionale, che pone di fronte alle proprie responsabilità gli Stati aderenti alle alleanze militari (Nato,Patto di Varsavia e Csece). Stati che non possono p iù contare sugli ombrelli protettivi delle superpotenze. D'altra parte, fattori demografici, quali l' abbassamento della natalità, e sociologici, quali l'elevamento degli standard economici e delle aspettative sociali dei giovani, hanno cletenninato una migrazione verso l' obiezione di coscienza, che limita le possibilità di selezione eia parte dell'organizzazione. Nonostante ciò, l'accesso delle ragazze al mondo militare non è facile, né veloce. Lo di mostra il fatto che sono trascorsi più di vent' anni dalla prima proposta di legge riguardante l'arruolamento femminile senza che sia stata ancora approvata una disciplina organica in tal senso. Proposta che, in ogni caso, confinava le donne nel ruolo di ausiliarie (7). · L' ingresso delle ragazze nelle Forze Armate italiane, senza dubbio tardivo se confrontato con la situazione degli altri Paesi della Nato [Savarese, 1994], non trova, tuttavia, spiegazione in una logica puramente quantitativa. L'esigenza esplicita del Nuovo Modello di Difesa è, infatti, quella di un salto cli qualità di tutte le risorse, non ultime quelle umane. Allo stesso modo, l'esclusione delle donne, durante il lungo periodo di pace seguente la Seconda guetTa, va ricondotta più alla storia politica e alle tradizioni culturali italiane che alle esigenze numeriche e organizzative di un Esercito, fino agli anni Novanta poco impegnato in operazioni militari (8). Se nei primi anni successivi al conflitto il Paese, che aveva vissuto una divisione politica e militare, nella fretta di dimenticare il recente passato,·era proteso a ridimensionare il suo Esercito, negli anni seguenti avrebbe ben potuto aprire alle donne quei ruoli che avevano già ricoperto come ausiliarie dal 1943 al 1945 [Savarese, 1994a], come prevedeva la Legge 66 del 1963. L'opposizione cli alcune forze politiche e delle rappresentanze femminili fu decisiva anche in occasione della presentazione del Ddl del Ministro della Difesa Lelio Lagorio, nel settembre del 1981. L'Unione Donne Italiane (Udi) la definì una proposta che «n.essun.afem,ninista si è mai sognata di avanzare» [Sturlese, cit., p. 371]. Il Tribunale 8 marzo lo rite nne un provvedimento paradossale. Altrettanto contrarie: la Lega Donne per il Disarmo Unilaterale e il Movimento di Liberazione della Donna (Mld). Ciò, nonostante il progetto Lagorio si presentasse come un superamen-
to di quel li precedenti per la sostanziale parità di dignità e cli trattamento dei due sessi. Le Forze Armate, pertanto, nonostante le proprie specifiche finalità e la loro fisionomia d'istituzione totale e auto-referenziale, non sono esenti dalle infl uenze politiche e sociali del contesto in cui operano. Su cli esse si riverberano, in modo diretto quanto indiretto, le tensioni della società civile. Non è questo il luogo dove sviluppare un'analisi sul ruolo delle strutture militari italiane dalla fine della Seconda guen a. La loro debolezza e la loro scarsa visibilità sono state rilevate da storici e sociologi e ricondotte non solo alla sconfitta militare, ma alle divisioni interne al Paese [Rochat, 1997, Savarese, 1994b]. Un Paese lacerato prima da un regime totalitario, poi dalla sconfitta militare e dalla lotta frat1icicla e, infine, da due visioni ciel mondo antagoniste: quella democristiana e quella comunista.
3. Contrasti di genere e conf litti armati In un sinùle contesto anche il contrasto di "genere", che caratterizza la
(9) Del nuovo protagonismo femminile, nella j ,11tispecie i11 campo militare, ne è testimone il cinema occide11iiìle con alcune pellicole prodotte negli Stati Uniti e circolate negli ultimi a,111i i11 Europa.
società feudale prima e quella borghese poi, assume una propria specifica dimensione. Sarà bene ricordare che, dal momento che le donne sono state le prime a porre rivendicazioni nei confronti della società che le ha relegate in posizione subalterna, sono state viste come "problema" rGherardi, 1997]. Come sostengono le recenti tendenze cli ricerca, la questione, invece, riguarda entrambi i sessi perché concerne il modo cli definire la differenza. L' uso della parola "genere" è un' acquisizione recente delle pratiche discorsive ed è motivata dal desiderio di separare la differenza biologica dal modo in cui ogni società attribuisce caratteristiche diverse e differenti destini sociali: «Il termine "genere" rispetto a "sesso" consente di r(flettere su come le differenze tra persone diversamente sessuate non siano naturali, riconducibili alla psiche o ai ruoli sessuali, bensì "culturali" e storicarnente variabili>> [Gherardi, cit., p. I79]. E pertanto presuppone delle interdipendenze tra soggetti diversamente sessuati che assumono caratteristiche peculiari dei diversi contesti . La versione italiana del totalitarismo si saldava, per esempio, con quella cristiana più maschilista, sostenuta dai gruppi cattolici conservatori. La concezione fascista prevedeva per la donna, più che un ruolo ,mci Ilare, la subordinazione completa alla famiglia e allo Stato. Soltanto con lo sviluppo industriale del secondo dopoguerra, le donne occupano posizioni cli lavoro in modo stabile. Entrate in punta cli piedi, sosti tuendo gli uomini nelle mansioni considerate meno appetibili , stanno ora dirigendosi verso quelle di maggiore 1ilevanza. In questa fase storica, esse costituiscono la parte più interessata e I' interprete più efficace del cambiamento. Quest'ingresso ha coinciso con una trasformazione culturale così profonda che è difficile valutarne la portata. Soltanto vent' anni fa, il referendum per l'introduzione del divorzio sembrò spaccare l' Italia in due. Oggi le ragazze non si pongono più il matrimonio come obiettivo esistenziale. La divisa militare si presenta come l'ultima tappa del cammino delle donne italiane verso il riconoscimento cli una piena parità (9).
«La concezione f'a,cisla pn•vccl crn per la d onna I... J la , uho rcl inazionc comp leta a lla famigli:1 e allo Staio» [Foto: Il Re decora !,\li orfan i cl i un Cad uto I 'llicio Storico S\IF.J
(I O) Non co11cor<lo pieuameme con Farina /1991: bj che so.t lieue che Melis.1·a sia stata presentata dai media com e 111w villima e 11011 1111 'eroÌlla. Almeno se questo era il '1ìw11e", il risullato 11011 è stato 111·obabil111ellle er:uale p11r 1111/i. In ogni ca.rn llfler111azio11i di questo tipo meriterebbero indagini più precise. Quello che i,wece si p11ò ragio11e110/111e11te sostenere, seg11e11do il senso cr11111111e, c1111cem e i ruoli delle sce11eggillture.
Una riflessione sull' atteggiamento delle nuove generazioni e, in particolare, delle ragazze, nei confronti del s istema militare in vista di una partecipazione diretta all' organi zzazione p rincipale della Difesa, per quan to breve, non può tralasciare alcu ne considerazion i d i fo ndo . Diversamente sarebbe difficile evitare il ri schio di una lettura affrettata de lle evidenze empiri che del!' analisi sociologica e di un frai ntendime nto delle ragioni accampate da coloro che per questo ingresso s i sono battute. Rag ioni che no n sono certo facili da delineare, dal momento che la società che sta - per entrare nel nuovo millenni o, si presenta sempre più frantumata in term ini economici, politici e culturali. Nel generale processo di trasformazione dei costumi e dei valori la percezione della donna cambia anche nel mondo militare. La partecipazione dei contingenti italiani al le missioni internazionali degli anni Novanta stimola il confronto con Eserciti dove le donne hanno ormai raggiunto una posizione stabile e paritetica, e contribuisce ad abbattere non pochi degli stereotipi culturali cli buona parte degli uffic iali che militano nelle operazioni di peace enforcing e di peac:ekeepin.g. Ma non solo di questi. Analogamente, le mission i all'estero (in Somalia e in Mozambico , prima, in Bosnia e in Albania poi) e quelle in territorio nazionale ("Vespri Siciliani'. e. "Forza Paris") ridanno vigore all ' immagine dei soldati italiani. Le missioni degli anni Novanta, infatti. s i d iffere nziano dalle precedenti per due motivi. Innanzitutto per la pri ma volta sono affid ati all 'Esercito compiti di supporto alle Forze dell ' Ordine sul territorio nazionale. I militari vanno in sostegno della lotta alla malavita, cosa che li avv icina ancor più alla società civile. In secondo luogo, le miss ioni compiute all 'estero, oltre che efficaci, sono amp iamente riportate dalla stampa . A partire dalla guerra del Golfo , le im magini e le notizie dei media sovranazi onali rimbalzano nelle arene locali. Ad Aci Cas tello come a Manhattan, sugli schenni televisivi domestici scorrono le stesse immagini della Cnn e il volto di Melissa Rathbun-Nealy, la " marine" americana catturata dai soldati di Saddam Hussein , offre i li neamenti a una nuova eroina dell ' immaginar io collettivo (10). Adeguata ai tempi, Melissa somiglia poco alla più nota Rossell a O ' H ara. A nche l' eroin a cli "Via col vento" imbraccia un'arma in tempo di guerra. Ma si tratta di semplice d ifesa personale . Fino all a Seconda guerra. il ruolo delle donne nei confl itti armati è di assistere uffi ciali e soldati, curandone le ferite del corpo e dello spirito, non quello cli sostituirli. Le due fi gure, quella dell 'eroina di "Via col vento" e quella della telenovela della guerra del Golfo, sono agli antipodi e possono ben rappresentare le due polarità ciel ruolo femmini le fin quasi alla fin e dì que-
(ll)A questo proposito è in corso di stampa 1111 volume sullaflgurafemmiuile nel cinema <li guerra a mia.firma.
«Anche l'eroina di "Via col Vento" imbraccia un'arma in tempo di guerra» !Foto: Addes tramento al tiro durante l'es perimento di Roma]
sto secolo. Esse rispecchiano i due stereotipi, quello dell'ausiliaria, o ancella domestica, e quello della donna in anni o in carriera, che si ritrovano nella cultura occidentale della società civile come di quella militare (11). Nell'Italia degli anni Novanta, dove si portano a compimento processi significativi di cambiamento dell'economia e della politica, che costituiscono non poca materia per gli storici, anche le donne sembrano decise a raggiungere il proprio traguardo: la piena parità o, più precisamente, il pieno protagonismo. Tanto meglio se questo si coniuga con attività a forte contenuto universalistico come quelle, non di assistenza e subordinazione, ma di difesa civile e militare. Va precisato che non tutte si muovono negli stessi territori. Per le pacifiste storiche il campo cli battaglia da dividere con gli uomini è, infatti, quello della lotta politica alla lotta militare. Per tante altre l' obiettivo prioritario è quello di sfondare il muro dell'ultima trincea maschile o, meglio, quello della caserma. Sono rappresentate in questo modo le due facce del femminismo: quello cosiddetto "storico", strettamente connesso con i movimenti pacifisti degli anni Settanta e Ottanta, e que]Jo integrato nell'economia e nella società degli anni Novanta.
4. Statistiche alla mano Si è affermato che a fron te di un maggiore ricorso all'obiezione di coscienza eia parte dei ragazzi sì assiste, negli anni Novanta, all' esplosione delle candidature femm inili al servizio volontario. Tra il l 991 e il 1996 pervengono allo Stato Maggiore dell'Esercito più cli 6.500 richieste (cfr. Tabella l) di cui il 9,16% dal Nord, il 24,98% dal Centro e il 65% dal Sud. In particolare il 19,34% dalla Campania, il 18,52% dal Lazio, il 17,78 dalla Sicilia e il 17,48% dalla Pu glia. Tali percentuali vanno rapportate alla diversa numerosità della
Regione Val d'Aosta
Richieste
Percentuale
1
0,02%
Piemonte
163
2,51%
Lombardia
156
2,40%
Friuli Venezia Giulia
39
0,60%
Trentino Alto Adige
11
0,17%
Veneto
87
1,34%
Emilia Romagna
76
1,17%
Toscana
132
2,03%
Liguria
63
0,97%
Marche
58
0,89%
Umbria
47
0,72%
1.204
1.8,52%
132
2,03%
51
0,78%
Campania
1.257
19,34%
Puglia
1. 136
17,48%
Basilicata
137
2,11%
Calabria
356
5,48%
1.156
17,78%
238
3,66%
6.500
100,00%
Lazio Abruzzo Molise
Sicilia Sardegna Totale
popolazione regionale. Nel 1995, infatti, la popolazione femminile residente in Campania, con 2.961.128 soggetti, è più numerosa cli quella del Lazio che conta 2.697.567 di presenze e di quella della Sici lia (2.61 9.460). Le lettere non possono essere considerate un campione rappresentativo della popolazione, in quanto esse provengono da chi intende aderire, ma possono essere invece utilizzate per studiare il tipo di adesione. ln tal senso esse sono indicative statisticamente, considerato anche che vanno rapportate alla popolazione femminile, depurata delle fasce d'età non interessate. Secondo i dati Istat, le residenti tra i 15 e i 44 anni nel 1997 sono 12.35 1.000. Il 64,8% delle aspiranti possiede un diploma di scuola supe1iore, il 16,6% ha la licenza media e il 5% è in possesso di laurea (cfr. Figura I). Se si confronta l'istruzione con la provenienza regionale, si scopre che le candidature provenienti dal Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna) sono di ragazze con livello d'istruzione più elèvato: 2.798 (vale a dire il 65%) hanno un diploma di scuola superiore e 170 (4%) la laurea. Delle aspiranti del Centro (Toscana, Marche, Umbiia, Lazio, Abruzzo e Molise) 1.072 (66%) sono diplomate e 106 (6,5%) laureate. Delle settentrionali 342 (57%) sono diplomate e 60 (1 %) laureate. In altre parole le candidature del Centro e del Sud possiedono titoli cli studi superiori rispetto a quelle ciel Nord (cfr. Tabella 2). Osservando le statistiche emergono alcuni elementi interessanti. Il primo riguarda la provenienza delle candidature. La maggior parte delle
Licenza Media 17% Licenza Elem. 0%
-··--~~~--~-
f ·.
i·
.
.
,-
~
~--- --:---·
- - - -
-
- -- --
-
TAB. 2 ~ DISTRIBUZIONE PER AREA,GEOGRAFICA DEL TITOLO DI STUDIO . ·.. ... · . ~-POSSEDUTO:DALLÈ ~ ÀSPIRANTì't D9 NNE·soLDATO
~ ~ · c " . - . - . , ' - ' - - ' - ~ -..1 ' . ; ' . i ~ ~ . . . ; . . : . . . ~ . - - - - - - - - - -
.
--
..
NORD
L. elementare
Regione
L. media
o
Diploma
Laurea
Senza dati
Friuli V. G.
o o o o
Trentino A.A.
0
Veneto
10
3
40
7
3
E. Romagna
o o o
12
3
46
10
5
Totale
o
106
28
342
60
60
Diploma
Laurea
Senza dati
Val cl' Aosta Piemonte Lombardia
Liguria
o
Att. prof.
o
o
1
33
7
90
5
28
34
6
83
20
13
4
2
28
o
5
2
1
5
1
2
11
6
50
17
3
.
CENTRO
Regione
L. elementare
L. media
Att. prof.
Toscana
o
16
8
43
4
61
Marche
1
6
2
38
5
6
Umbria
o
10
2
25
5
5
Lazio
1
201
41
858
72
31
Abruzzo
l
12
7
83
18
11
Molise
l
4
5
25
2
14
Totale
4
249
65
1.072
106
128
Diploma
Laurea
Senza dati
SUD Regione
L. elementare
L. media
Att. prof.
Campania
4
172
25
857
54
145
Puglia
l
191
60
750
46
88
Basilicata
2
23
7
61
4
40
Calabria
6
58
16
250
1.8
8
Sicilia
2
239
40
764
35
76
Sardegna
1
39
9
116
13
60
16
722
157
2.798
170
417
Totale
-
Quando le donne sarann o ch iamate alle arm i.
Con delle cuciniere cos{ fatù il caifi può mancar, non manca il latte.
Ciascuno se lo Unga ormai ptr detto: alta e dritta la Usta, e fuori il petto.
,. Il postino, con man leggiadra e lieue, le lettere non dà, ma le riceve.
}fon ci vedremo, proprio, nessun male, se il Co/oonello sposa il Generale. :\,laschil isrno d'a nnata [Illustrazione: ' 'La Tnidolfa' ', 191 8)
richieste proviene da Regioni, come quelle meridionali, che fino a qualche tempo fa mostravano un maggiore attaccamento alle tradizioni e al senso della famiglia. Una delle spiegazioni possibili di quest'apparente incoerenza sta nelle min01i opportunità d'inserimento nell'industria e nei servizi in queste Regioni. Dati concordano, infatti, con quelli deJle candidature maschili. Ma leggendo le considerazioni di una recente indagine dello lard a proposito della fiducia dei giovani nelle Forze Annate, si scopre che la massima fiducia è espressa dai ragazzi del Sud (10,5% di risposte «molta.fiducia»)»; al contrario, la massima sfiducia è espressa dai ragazzi del Nord (22,3% di risposte «nessuna.fìducia» ), dove si misura anche la massima incertezza (I 'I ,9% di risposte «non so») [Grassi, 1998]. A Sud sembrano coniugarsi, in definitiva, due impo1tanti fattori: l'esigenza di un inserimento lavorativo e la fiducia nel l'istituzione. Per quanto concerne il Lazio si può anche formulare che qui, per la presenza di numerose caserme e dei centri di comando si concentra un elevato numero di militari e, pertanto, molte candidature possono essere considerate "interne", cioè di fig lie di militari . In quanto all'età, le percentuali più alte si riscontrano nelle giovani tra i diciannove e i ventisei anni (67%), con un quasi 20% di ragazze tra i ventisette e i trent'anni. Il 5% del campione, infi ne, è laureato, il 64,8% è in possesso di un diploma di scuola superiore, il l 6,6% ha la licenza media e solo lo 0,3 per cento non ha compiuto la scuola cieli' obbligo. Dunque non si può pensare che le candidature siano frutto d'irresponsabi lità giovanile o di scarso discernimento. Sembra invece possibile supporre che per molte ragazze l' ingresso delle Forze Armate costituisca la grande occasione per entrare in una realtà operativa in cui è possibile apprendere competenze nuove e affrontare una sfida con se stesse e con il mondo. Sfida che consente di esercitare un protagonismo diversamente impossibile, cosa di cui si discute nel paragrafo successivo. Si vedano ora le statistiche relative all'obiezione di coscienza. Le domande per accedere al servizio sostitutivo aumentano, dal l 973 (12) dal 1984, in modo progressivo per riprendere a 1itmo serrato dal 1988 fino a raggiungere le 45.000 richieste nel ' 95. Ma quali sono le motivazioni di questo fenomeno? Fino a che punto le richieste sono spinte da un atteggiamento di sfiducia verso l'istituzione? Secondo Paolo Bellucci l'introduzione e la diffusione dell'obiezione di coscienza in Italia è riconducibile, «più che al d{ffondersi di sentimenti anti-niilitaristi a livello di massa, a un'evoluzione dei valori socio-politici, in particolare tra i giovani, che esalta le soggettività individuali e l'auto-realizzazione in opposizione alla tradizione e al senso dell'obbligo nei co11fronti della comunità nazionale» ,[Bellucci, 1998, p. 98]. Anche i dati diffusi dallo Iard confennano che, pur restando i ragazzi meno fiduciosi delle ragazze nell'istituzione militare, dal 1992 in poi va limitandosi la tendenza alla sfiducia «In quell'anno, il1fatti, si arresta il processo di aumento della 4iducia e raddoppia il livello d'incertezza» [Grassi, cit. p. 7]. Questa interpretazione del fenomeno maschile non è in contrasto ma, anzi, spiega anche la posizione femminile sostenuta da chi scrive. Le ragazze, come i loro coetanei, si affacciano alla vita con una determi-
(12) La legge 772 che istituisce l'obiezione di coscienza è del 1972. Nel 1992 è swto emanato 11111111ovo testo che rafforza la possihilifrì di scelta.
nazione e una voglia di scegliere, di non essere discriminate che si manifesta in tutti i campi. L'immagine delle Forze Annate veicolata dai media negli anni Novanta è, a sua volta, divenuta più efficace e più positiva. Ma è soprattutto divenuta l'immagine di forze di pace più che di guerra, consentendo a molte ragazze di costruirsi una propria personale percezione dell'istituzione: un luogo dove, paradossalmente, il massimo di protagonismo si coniuga con il massimo di universalismo.
5. Uscire dall'ombra
«Ho visto molti militari venire in soccorso delle po1>olazioni alluvionate e penso che la loro a ttività sia molto utile» [Foto: Soldati impegnati nella costrnzione cli un argine]
«Ho visto molti m.ilitari venire in soccorso delle popolazioni alluvionate e penso che la loro attività sia molto utile in casi del genere, ma non è di questo che volevo parlarle, ma del servizio di Leva... È giusto, secondo lei, che alle soglie del 2000, dove si parla di parità dei sessi; ancora le donne non possano accedere o in ogni caso in ,nodo parzia-
«Leggendo il memoriale [della] comandan te del Ser vizio Ausiliario Femminile, in ser vizio da l 1945 [RSI], non si coglie a ltro che coraggio, determinazione, spirito di servizio»
le a questo settore?» Questo brano, tratto da una delle lettere pervenute allo Stato Maggiore dell 'Esercito, è paradigmatico. In esso vi è insieme l'immagine delle Forze Armate, che combattono non contro altri uomini, ma contro catastrofi naturali, il loro efficace impegno in compiti universalistici (che ispira qu indi fid ucia) e, infine, l'amarezza per l'esclusione in via di principio. [Macioti, 1997]. Sono motivazioni ricorrenti non meno dell a ricerca di un inserimento occupazionale o di miglioramento della posizione lavorativa, l'ingresso in un mondo nuovo, per il quale bisogna avere caratteristiche psico-fisiche adeguate e il fasci no di una vita avventurosa. Di parere diverso è Maristella Genise, una delle due ragazze italiane che, dopo un duro allenamento, hanno concluso l'addestramento nei "marines" presso la Nato di Pozzuoli. Genise, cui è stato offerto di restare nei "marines" con una doppia cittadinanza, italiana e americana, ha rifiutato. Oggi esercita la professione d'avvocato a Napoli. In un'intervista rilasciata a chi scrive, Maristella Genise sostiene di aver vissuto l'addestramento, per quanto duro, come una grande esperienza. Ritiene di aver ricevuto una formazio ne che ha rinforzato il suo carattere e di aver appreso il senso della disciplina. Pur avendo ottenuto i gradi , Genise non ha una particolare vocazione per la vita militare e ritiene perciò conclusa quella fase. Cosa che avvalora la sua tesi che non esiste una specificità femminile che impedisce di svolgere compiti di difesa. Anche una donna non particolarmente muscolosa, né motivata alla carriera militare puù resistere allo sforzo prolungato in condizioni di stress e ai turni H24. La diversità sta forse nel fatto che le bambine non sono abituate, come i maschietti , a contenere o reprimere emozioni quali il dolore e la paura. C iò non significa che indietreggino davanti al pericolo. La donna, che è più portata a negoziare e a raffreddare le tensioni, è invece particolarmente indicata nei conflitti cosiddetti a bassa intensità, come le operazioni di pace. Leggendo il memoriale cli Luciana Cera della Decima Maso quello cli Piera Gatteschi Fondelli, la comandante del Servizio Ausiliario
(13) Come faceva ad esercitare l'a111orilà se, di fatto, il vostro C017,o 11011 era soggelto alla discipli11a militare? Ness1111a si è mai rifiutai.a di eseguire un suo ordine? Questo ho chiesto alla Lucia11i. «No, mai» - mi ha subito risposto·· lo dicevo «Saresti disposta ad andare...».
Femminile, voluto da Mussolini ed in servizio dal 1945, non si coglie altro che coraggio, determinazione, spirito di servizio. Altrettanto si ricava dalle conversazioni intercorse con Fi lomena Luciani, la dirigente del Caf, il servizio femminile istituito dall'Esercito Italiano in collaborazione con le Forze Annate alleate. Inarrestabili, durante le proprie faticose giornate, queste donne avevano come obiettivo aiutare i compagni più bisognosi di cibo, cli cure e d'istruzione (13). Dalle pagine del memoriale della Cera emergono figure nobili, fortemente solidali tra loro anche quando diverse caratterialmente e per formazione. Emergono anche altre figure: ragazze che non rinunciano alle distrazioni, all'amore, alla voglia cli divertirsi . Ma nel momento del pelicolo, qualcosa le unisce tutte e il coraggio delle une si contagia alle altre. La tragica fine di molte cli loro dovrebbe essere una testimonianza suffi ciente di quanto esse seppero non tirarsi indietro quando le cose volsero al peggio.
6. In divisa per abnegazione
«Una donna pu<1essere lratlcn uta dall'arruola rsi perché I... I desidera restare fedele alla tradizione» Jlll ustrazione: Edga r Oegas (1834-19 l 7) "Lcs blanchisseuses" - 1876 I
Un'indagine, condotta qualche anno fa per conto del Centro Militare di Studi Strategici, fornisce ulteriori risposte [Savarese, 1994]. Il campione, composto di 495 donne d'età compresa tra i sedici e i quarant'anni, è stato stratificato in modo da avere rappresentanti del Nord, del Centro e del Sud d 'Italia, dei piccoli centri come delle grandi città e di tre fasce di reddito. Il 57% del campione è risultato poi composto da donne sposate, di cui il 25% casalinghe. Poco più della metà è costituito da persone che hanno continuato gli studi dopo l'obbligo scolastico e il 46~ delle intervistate possiede un 'occupazione. Non è pertanto possibile comparare tutti i dati ottenuti da quest'indagine con quelli ricavati dalle lettere e dalle telefonate, elaborati dall'Agenzia Promozione e Reclutamento dello Stato Maggiore dell'Esercito. Nonostante ciò è possibile confrontare il tipo di motivazioni a favore del sì e sviluppare alcune considerazioni. La prima riguarda il rapporto tra liveJlo d'istruzione e atteggiamento verso il servizio volontario. Alla domanda se il servizio militare debba essere svolto da tutti, da tutti tranne gli obiettori, solo dai volontari o da nessuno, il 49% delle intervistate che ha frequentato solo la scuola del1' obbJigo, risponde "da tutti", mentre coloro che hanno proseguito gli studi supe1iori o possiedono la laurea ritengono che solo i volontari debbano arruolarsi (58,6% ). Queste ultime, poi, al contrario delle prime (50%), non ritengono che il servizio militare possa costituire un'anticamera al mondo del lavoro (60%). Solo il 55% delle diplomate o laureate pensa che una donna possa desiderare di arruolarsi per essere in tutto eguale all'uomo, contro il 70% di coloro che si sono fennate alla scuola dell 'obbligo. Sono ancora le meno istruite a credere che una donna possa arruolarsi perché la vita militare è ordine e disciplina (56,7%), mentre le diplomate e le laureate sono per la maggioranza di parere opposto (63%). Indossare la divisa è per entrambi i sottogruppi un motivo minore di adesione. Le più istruite, inoltre, affermano con maggiore frequenza che una donna può essere trattenuta dall'am10larsi perché non crede nell'uti lità dell'Esercito o perché desidera restare fedele
Studenti e patriottismo: manifestazioni per il ritorno di Trieste all'lt,1lia [Foto: Storia dei giovani - ·'Panorama'·, 1988]
(14) C(lml! indicatori d'e11u111cipaz.io11e sono state infr(lc/(lftl! dommule concernenti i rapporti prematri111(111iali, le deci.~hmi in merito alla procreazione, la scelta lav(lrativa. (15) Svolta con la tecnica tlell'a11alisi tielle
corrispo11de11ze multiple.
alla tradizione. Le intervistate che non hanno proseguito gli studi ritengc)llo a maggioranza che la famiglia sia il principale ostacolo al servizio militare (51,6%). Altri motivi sono il legame alla tradizione o la specificità di genere ( 16%). Confrontando poi le risposte in base alla dimensione dei Comuni di residenza, si nota che sono coloro che vivono nei Comuni piccoli e medio-grandi le più possibiliste. Il 66,4% di costoro ritiene che una donna possa arruolarsi in caso di guerra (contro il 54% di coloro che vivono nelle grandi città) o per accedere al mondo del lavoro (48%), contro il 35% delle altre. Il Comune di residenza incide anche sulle ragioni che possono trattenere dall'arruolamento. Coloro che vivono nei centri medi e piccoli sono percentualmente più sensibili al richiamo della famiglia e alla tradizione della donna lontana dal fronte. Nonostante queste differenze, va rilevato che ben il 60% delle intervistate ha risposto positivamente alla domanda: «Consiglierebbe a una donna che le è cara di arruolarsi?» Un dato, questo, ce1tamente non scontato. L'indagine mette a fuoco, inoltre, una realtà femminile di estremo interesse per quanto riguarda la consapevolezza della propria autonomia. Nel disegno della ricerca, infatti, erano state previste alcune domande rivelatrici del grado di emancipazione, ipotizzando che esso fosse molto più elevato al Centro e al Nord. Ci si attendeva che la donna me1idionale sarebbe stata più legata alla tradizione e dipendente • dall'altro sesso (14) cli quanto non è emerso. Riguardo alle differenze regionali, le donne del Sud sembrano le più convinte (50%) che il servizio militare debba essere svolto obbligatoriamente da tutti. Le residenti a Nord di Roma e a Sud di Milano meritano una particolare attenzione. Esse si collocano a metà strada non solo geograficamente, ma negli atteggiamenti verso la propria emancipazione e verso la partecipazione alla difesa annata. Tra loro si annidano anche le più contrade alle armi. Le settentrionali sono quelle che manifestano un atteggiamento più diversificato. Da un lato, scelgono di preferenza lavori tipicamente fem minil i e ritengono che non sia la donna a dover decidere della procreazione, dall'altro, ritengono che la donna possa assumere nell'Esercito gli stessi compiti qegli uomini. Una successiva elaborazione dei dati (15), mette in luce due tipi di configurazioni opposte: quella delle pacifiste, che risiedono per lo più in città, in particolare a Roma, scettiche sull'utilità dell'Esercito, contrade all'arruolamento, che non ritengono· opportuno assegnare ai militari compiti diversi dalla difesa dei confaù. Dall'altra pmie ci sono le "donne con le stellette". Hanno un grado d'istruzione basso, abitano al Sud, alcune a Napoli, preferiscono lavori fenmùnili e sono contrarie ai rapporti prematrimoniali. Sono soprattutto casalinghe e vedono molte moti-
•Allll' 1990«
76
Modernismo e femmin ilità [Illustrazione: Klaus Piclert - ''La Bundeswchr in caricatura'' - Catalogo della mostra realinat.a dal Ministero Difesa della R.F.G. - 19881
vazioni all'ai.rnolamento femminile: dall'orgoglio di portare la divisa, alla prospettiva di trovare lavoro, alla 1icerca della meritocrazia e della disciplina. Le donne più colte, al contrario, hanno una visione più "laica" della questione. Le più giovani cli loro sono le meno interessate. A fronte di tali differenze esiste una domanda che ha trovato 1'80% dei consensi ed è quella che riguarda la ragione che può spingere una donna ad arruolarsi. L' ottanta per cento delle intervistate ha risposto: «Per rendermi utile». Si può sostenere in conclusione che nell' Italia di fine secolo si è diffuso il convincimento che debba essere la donna a scegliere se arruolarsi. volontaria o meno e che, pertanto, non vi possono essere cancelli imposti preventivamente e discrimi-_ nazioni basate sul sesso. Il servizio volontario femm inile è già una realtà nell 'opinione pubblica femmi nile e per esso si schiera la maggioranza delle intervistate negli ul timi sondaggi. Secondo i ricercatori, le discriminazioni nei confronti delle donne, ove esistono ancora, riguardano un modo di rappresentare la differenza che ha una radice storica e ideologica. Tale rappresentazione ha pesato sulle scelte del Paese, coinvolgendo le politiche d'entrambi i sessi anche per quanto concerne l' ar..: ruolamento femminile. Pe1tanto i risultati empirici delle indagini sono attendibili, in quanto rappresentano lo scollamento attualmente esistente tra opinione corrente e legislazione. L'opzione di principio, che vuole l'apertura delle Forze Armate alle donne, tuttavia, non si sposa necessariamente con una personale scelta favorevo le all' airnolamento. Esiste una limitata percentuale di donne contrarie, perché contrarie alla risoluzione armata dei conflitti. Altre, pur non essendo anti-militariste, non sono direttamente interessate. Non sono poche, però, le donne che vedono i soldati impegnati in operazioni non aggressive, portatori e sostenitori di pace e di sicurezza sociale. Molte di loro varcherebbero volentie1i i cancelli delle caserme. Le motivazioni vanno da ragioni di tipo universali.stico, come volersi rendere utile, ad altre che hanno a che vedere con questioni di genere, come dimostrare la parità con l'altro sesso. L'elemento di maggiore interesse, che emerge dal confronto delle indagini svolte finora in Italia sull'argomento, è che in tutte le Regioni, quelle settentrionali come quelle meridionali si esprime un'alta considerazione de.Ila figura femnùnile e un'aspirazione alla propria auto-determinazione. Diversamente dalla componente maschile, le aspiranti che provengono dalle Regioni meridionali hanno un buon livello d'istruzione oltre che un alto senso del dovere nei confronti del proprio Paese. In altre parole sono persone consapevoli e motivate in grado di sposare obiettivi individuali con fini universalistici. •
Bibliografia Battìstelli F. ( 1996), Soldati. Sociologia dei militari italiani nel 'era del peuce-keeping, Franco Angeli, Milano. Battistelli F. (a cura di, 1997), Donne e Forze Armate, Franco Angeli, Milano. Bellucci P. ( 1998), Difesa, politica e società, Franco Angeli, Milano. Bravo A. ( 1997), La resistenza come punto cli svolta?, in: Battistelli (a cura cli) pp. 116-128. Farina F. ( 1992), a) Aspetti sociali nel servizio militare femmi ni le. Sistema informativo a schede, Roma Archivio Disa1mo, n. 6; b) L'immagine della donna nella guerra del Golfo, Sociologia e ricerca sociale, n. 39, 1992. Fraddosio M . ( 1986), "La mobilitazione fenun inile : i gruppi fascisti repubblicani femminili e il Saf", Annali della Fondazione Luigi Miche/etti, n. 2, Brescia. I padlisli stcttici «sull'utilità dell'Esercito, contrari all'arruolamento[... ] non ritengono opportuno assegnare ai militari compiti diversi dalla difesa dei confini» [Foto: Lorcll'i Esser - 1967]
«Le aspiranti [...] sono persone consapevoli e motivale, in grado di sposare obbiettivi individuali con tini universalistici»
Gherardi S. (1997), Perché le donne sono un falso problema. Ovvero perché studiare i rapporti di genere e la costruzione organizzativa della mascolinità, in: Battistelli (a cura di), pp. 178-184. Grassi R. (l 998), "I giovani e le Forze Armate" , suppi. a Laboratorio fard, n. giugno. Macioti M.I. (1997), Entrare nell'Esercito. I perché di un'aspirazione diffusa, in: Battistelii (a cura di), pp. 225-241. Moskos C. (1994), Sociologia e soldati, Franco Angeli, Milano. Rochat G. (1997), Il mondo militare e le donne. Uno sguardo retrospettivo, in: Battistelli (a cura di), pp. 41-46. Savarese S. (1983), Armi strategiche ed armi da guerriglia: una metodologia integrata per l'analisi delle strategie infom1ative dei giornali, in: La verità dei giornali, Guida, Napoli, 1983. Savarese S. (1984), "Prima della gueJTa nucleare: il ruolo dei media nella socializzazione al disarmo", Sociologia della comunicazione,_ rn, n. 6, pp. 81-101, 1984. Savarese S. (1989), "I quotidiani, le anni, la pace" , Il Ponte, n. 1, 1989, pp. 72-100. Savarese S. (1993), a) "Strategie della comunicazione militare moderna", in Stato Maggiore dell'Esercito, Esercito e comunicazione, Una edizioni, Latina/Roma 1993; b) "La comunicazione dentro e fuori l'organizzazione militare: prospettive di analisi", Rivista trimestrale di scienza dell'amministrazione, n. 3-4, dicembre 1993, pp. 253264. · Savarese S. (1994), a) "Indagine sulla propensione delle donne italiane a svolgere il servizio militare", Cemiss, Rivista Militare, 1994; b) L'Esercito italiano nella stampa degli anni Novanta, in: C. Fiore, B.' Zoldan (a cura di), Esercito e società, Una edizioni, Roma, 1994, pp. 280-299. Savarese S. (1995), a) Le donne in divisa: quale contributo al rinnovamento dell'istituzione militare, in: A Gobicchi (a cura di), La professione rnilitare oggi: caratteristiche sociali e nuovo contesto geopolitico, Franco Angeli, Milano, 1995, pp. 254-267; b) Guerre intelligenti. Stampa radio tv e informatica: la comunicazione politica dalla Crimea al Golfo Persico, Franco Angeli, Milano, I ed. 1993. Savarese S. (1996), La donna soldato nei sondaggi di opinione, in: Buscemi (a cura di), Donna e Forze Armate, Cemiss, 1996. Savarese S. (1997), "La risorsa donna e il nuovo modello di Difesa", Relazione al Convegno "Donne· e Forze Armate", in: Battistelli (a cura di), Donne e Forze Armate, Franco Angeli, Milano, 1997. Segai D.R., Segai M.W. (1993), Peacekeepers and Their Wives, Greenwood Press, Westport, tr. it. I soldati di pace e le loro famiglie, Franco Angeli, Milano.
Ringraziamento
i ringrazia l'Agenzia Promozione e Reclutamento dello Stato SdatiMaggiore dell'Esercito per aver consentito l 'utilizzazione dei elaborati dalle lettere e dalle telefonate pervenute.
Le Forze Armate nell'immaginario giovanile: verso una campagna comunicativa continua di
Sara Bentivegna
1. Premessa
«Per organizzare un ''piano di marketing'' è necessario prendere le mosse dall'analisi dell'universo valoriale giovanile e delle modalità comunicative proprie dei giovani» [Foto: Cn mito del '68: Peter Fonda nel film ''Easy Rider"]
a nascita del marketing sociale può essere collocata .intorno agli anni Cinquanta, allorché Wiebe [ 1952] sulla rivista Public Opinion Quarterly formulò la seguente domanda: «Perché non si può vendere la fratellanza e la razionalità cosi come si vende il sapone?» L'interrogativo, formulato in questi termini, rimandava all'affermazione e allo sviluppo dei princìpi adottati nel marketing dei prodotti e presupponeva che tali princìpi potessero essere introdotti anche nella costruzione di una campagna di utilità sociale. A distanza di quasi cinquant'anni dalle riflessioni di Wiebe, il marketing sociale è stato alla base di campagne informative sulla salute, sul controllo demografico, sull' integrazione razziale, e così via [Salmon, I 988] tanto da dar vita ad un consolidato campo di studi e di applicazione. Alla base delle numerose campagne costmite nel corso del tempo, è rintracciabile l'esigenza di dar conto di innovazioni o di trasformazioni presenti nel sociale - o che comunque hanno deJle ricadute sul sociale - delle quali i cittadini devono acquisire conoscenza o consapevolezza. In una situazione di need ofchange, le organizzazioni e/o le istituzioni tentano di controllare il processo di cambiamento agendo sul contesto politico e sociale all'interno del quale sono collocate, dando vita a campagne comunicative tese a supportare il processo in corso. In una analoga situazione di need of change si trovano, oggi, le Forze Ann ate che hanno visto avviarsi una fase di profonda, ancorché inconclusa, mutazione che le hanno portato a collocarsi in quella che Moskos (1993) chiama era post-moderna, ovvero l'era post-guerra fredda. Per definire questa fase è necessario licorrere ad una pluralità di variabili che descrivono nei vali aspetti i complessivi aggiustamenti avvenuti o in corso di attuazione all'interno delle Forze Armate riguardo alla dimensione organizzativa, sociale ed economica. In estrema sintesi, e focalizzando l' attenzione sull' analisi delle sole finalità, si può sostenere che ciò che caratterizza significativamente la fase attuale è lo spostamento dell'attenzione verso nuovi compiti (peacekeeping). Questo spostamento del focus dell'attenzione produce 1ilevanti conseguenze non soltanto sul piano interno dell'organizzazione - ovvero su quello esterno politico e di bilancio economico - ma, anche, su quello più generale dell'immagine veicolata all'esterno.
L'avvio di un processo di comunicazione relativo alle trasformazioni in corso diventa, così, ancora più urgente se solo si tiene conto del1'"opacità" che da sempre ha accompagnato le Forze Armate: separatezza, rigidità, disciplina, regole proprie ed alternative a quelle osservate nella società civile sono tutti elementi che hanno portato, via via, l'organizzazione militare ad essere percepita come collocata in una dimensione "altra" eia quella condivi sa dai cittadini. Peraltro, questa alterità diventa ancora più fo rte rispetto all'universo giovanile collocato decisamente su tutt'altro versante riguardo ai valori e ai codici comunicativi adottati per veicolarli. Se si tiene conto che è proprio dal1' universo giovani le che l'organizzazione militare continua ad attingere risorse, appare improrogabile la predisposizione di un piano comu«li "marketing sociale" è alfa base d i campagne informat.ive sulla salute, sul controllo demografico e; sull'intc;grnzione razziale» I Illustrazione: Campagna contro la d roga della Prcsidl'nza del Consiglio, 1989]
Ragazzi, siete abbastanza grandi per crede,e ai fatti. Non si può vivere e d rogarsi La droga s1 prende la vita: pa rlatene con le persone di cui vi fidate.
\~
. ,,;/,:/;/4~//~w.,,yL,,,t: /4,,.;o/ ·
(1) Inte11zionalmente, 11011 si prenderà in considerazùn111 la presenza delle Forze Armate all' interno <lei sistema metlia/e a seguito di dinamiche di accadimento.frutto di 11n coverage legato ai classici uiteri della 11otiziabilità. Tale presenza, infatti, essendo estranea ad 1111a precisa strategù1 comunicativa - qwlle puà essere una ctunpagna mediate - 11011 .fornisce utili elementi conoscitivi ma si limita a rinwndare all'applicazione dei valori notizia riguardo ad eventi spec(lici che 11edo110 coù111</lla l'istituzione militare.
nicativo ad esso di retto capace di imporre sul mercato sociale il nuovo soggetto Forze A1mate. Per poter organizzare tale piano di marketing e per poter valutare quanto già è stato fatto (1), è necessario prendere le mosse dall'analisi dell'u niverso valoriale giovanile e delle modalità comunicative proprie dei giovani. Sulla scorta di tale approccio, nelle pagine seguenti si procederà all ' analisi: a. dei più recenti dati relativi alla fiducia accordata dai giovani ad alcune istituzioni (Indagine Iard); b. degli ultimi dati sui consumi culturali gìovanilì; c. dell'ultima campagna "Rap Camp" organizzata dall 'Esercito, considerata l'espressione più compiuta degli sforzi comunicativi adottati dalle Forze Armate.
2. L'istituzwne militare e i giovani: alla ricerca della fulucia «l Vespri Siciliani possono essere definiti· a pieno titolo operazioni di controllo del tt,rritorio in situazioni di emergenza» llllustrazione: Francesco Hayez ( 1791 -1882) '·I Vespri Siciliani". Roma. Galleria :\azionale d'Arte Moderna]
Se si tiene conto che le campagne, di qualsiasi natura esse siano, non sono condotte in un vuoto sociale ma che, invece, esse rappresentano un meccanismo di cambiamento in competizione con altri, ne discende che è necessario innanzitutto individuare il contesto entro cui si colloca la
campagna e gli altri soggetti coinvolti nell.' agevolare ovvero nell ' ostacolare il processo stesso. Secondo Salmon [1989], gli ostacoli tradizionali e più forti dei quali si deve tenere conto sono «la religione, l'educazione, la classe sociale, lafaniiglia e il gruppo di pari» [p. 45]. Nel caso in esame, gli ostacoli che si frappongono all'affermazione del nuovo soggetto Forze Armate, così come si è andato modificando negli anni più recenti, possono essere rintracciati nella distanza costante avve1tita dai giovani nei confronti dell'organizzazione militare. Una distanza che è il frutto di tutti quei soggetti sociali dei quali parla Salmon che, pure se non organizzati ed intenzionati a bloccare il mutamento, contribuiscono in maniera significativa a rallentare il processo in corso. Sulla scorta della letteratura esistente, come indicatore di distanza rispetto ad una istituzione può essere assunta la fiducia accordata ovvero la fiducia negata dai cittadini. Nel dettaglio, riguardo al rapporto tra Forze Annate e giovani, dati uti li possono essere rintracciati all'interno_ della periodica rilevazione Iard [ 1997] su Ila condizione giovanile in Italia . Nell'ambito della ricerca, i dati che illustrano la relazione tra giovani e istituzioni consentono di collocare puntualmente le Forze Armate in una so1ta di graduatoria di "fiducia" accordata alle maggiori istituzioni italiane. L'assunzione di tale indicatore in questa sede rimanda alla condivisione della posizione di alcuni tra i più noti pol itologi ["Putnam, 1993, ad esempio] secondo cui il sostegno per un'istituzione viene dato o negato in base alle prestazioni effettivamente fornite ovvero <<in base a un legame di carattere qffettivo e cognitivo,formato nel corso della socializzazione dell'individuo, con la comunità culturale, civile e politica di_ appartenenza» [Albano, 1997, p. 132]. Detto in altri termini , si può sostenere che gli individui assegnano o negano la loro fiducia a partire dalla loro esperienza personale, quando questa è possibile e, ne] contempo, 1ico1Tono agli elementi raccolti nel corso dei processi cli costruzione della realtà sociale. Rispetto alle Forze Armate, ciò significa che gli individui accordano o negano fiducia a partire da ciò che hanno conosciuto in prima persona e/o da ciò che hanno appreso nel corso dei processi di socializzazione. Entrando nel merito dei dati, va segnalato innanzitutto che ]a fiducia accordata dai giovani alle Forze Armate si colloca intorno al 40% (esattamente 39%), in leggero aumento rispetto al dato raccolto nel 1992 (34,7%). Pur registrando tale relativo incremento di consensi, è tuttavia necessario procedere ad un' analisi comparata con gli altri dati per ottenere il reale posizionamento delle Forze Armate tra i giovani. Ebbene, come risulta dalla Tabella I, nella graduatoria della fiducia assegnata, le Forze Armate si pongono come cerniera tra una pluralità cli soggetti, pubblici e privati, e i tradizionali soggetti politici e di governo. Questa collocazione suscita diverse riflessioni in merito alla percezione dell' istituzione nùlitare. Innanzitutto, la distanza che la separa dai tradizionali organi cli controllo come la Polizia e i Carabinieri fa ipotizzare una difficoltà a collocare le Forze Armate in questo ambito, negando in tal modo alcune delle recenti e significative missioni, come i "Vespri Siciliani" ad esempio, che possono essere definite a pieno titolo come
operazioni di controllo del tenitorio in situazioni di emergenza. La distanza che separa la Polizia e i Carabinieri dai militari è tale da non lasciare alcun dubbio sulla diversa percezione dei soggetti da parte dei giovani. Per converso, i militari vengono associati alle istituzioni "classiche" dello Stato (governo, partiti, uomini politici) che si caratterizzano, specie negli anni più recenti, come quelle più Jontane dai cittadini, dai loro bisogni e dai interessi loro. Proseguendo nell'analisi della Tabella, colpisce che soggetti po1tatori di interessi privati, come gli industriali , le banche e la televisione privata, godano di una maggiore fiducia da paite dei giovai1i. Evidentemente, si è di fronte, ancora una volta, ad una distanza e ad una "alterità" che disturbano, se non addirittura imped iscono la collocazione delle Forze Annate in un ambito di significato diretto e immediato da pmte dei giovani. La fiducia nelle banche e nella televisione privata può essere letta, così, come la conseguenza di esperienze maturate direttamente dagli individui: tutti quai1ti noi frequentiamo le banche e tutti quanti noi siaino consumatori dei programmi offerti dalla televisione plivata; al contrario, l'organizzazione nùlitare non produce occasioni di esperienza diretta, se non quella del servizio di leva, avvertita per lo più come un obbligo al quale non tutti riescono a sottrarsi. Il ruolo e la pmtecipazione delle nostre Forze Armate in operazioni di pace a livello internazionale così come documentato dai media non riescono a scalfire il muro dell' indifferenza nei confronti di un ' istituzione di cui non si è percepito il mutamento e che continua, apparentemente, ad essere sempre uguale a se stessa. Questa difficoltà a "riposizionare" le Forze Armate a seguito delle trasfonnazioni avvenute negli ultimi anni può produrre danni ancor più rilevanti se si tiene conto che «un sistema cli istituzioni civili e democratiche, radicato e stabile, richiede che sia sviluppato soprattutto il legame di carattere affettivo e cognitivo: esso infatti può garantire lealtà anche nei periodi di crisi di prestazione delle istituzioni, perché resta lajìducia nel.futuro, cioè nei meccanismi correttivi e sanzionato-
Polizia
67,9
Televisione privata
Carabinieri
62,8
Militari di carriera
Insegnanti
62,1
Sindacalisti
Magistrati
55, 1
Funzionar.i
Televisione pubblica
51,4
Governo
Ind ustriali
49,1
Partiti
Sacerdoti
48,8
Uomini politici
Giornali
48,1
,
Fonte: fard, 1997
ri del sistnna» [Albano, 1997, p. 132]. Compito delle Forze Annate è ogg i, quindi , quello di riattivare un legame di carattere affettivo e cognitivo con il mondo giovanile.
3. Alla ricerca dei giovani nel loro mondo
«Com1>ilo clcllc Forze Arma tC' è oggi ,1ucllo di riattivare 11 11 kgame affettivo e rngn itivo con il mondo giova nile» [lllustrnzione: Edoardo Ximenes ( 1855-1926) "'fll ustrazione Ita liana'' (fi ne secolo srnrso). Foto: P ino Scttann i - ·•Ra p Ca mp '98" - Sa ha ud iaJ
Uno dei passi più importanti della predisposizione di un p iano cli marketing sociale è costituito dall'operazione cli "targettizzazione" della campagna stessa. Numerose campagne condotte nel passato congiuntamente a numerose riflessioni elaborate in merito alla loro efficacia o inefficacia hanno p01tato gli studiosi e gli operatori a concordare sulla necessità cli segmentare i soggetti ai quali ci si rivolge. Così come sostiene Mendelsohn (19731, «un'impressionante mole di dati raccolti negli ultimi trenta anni indica che i .wggetti che hanno rnaggiori probabilità di rispondere ai messaggi di ù}formazione veicolati dai inedia posseggonv giù un interesse per l'argomento presentato. Di conseguenza, l'informazione diretta a questo segmento di audience potenziale richiede strategie e tattiche comunicative completamente differenti da quelle dirette a soggetti disinteressati. Corne minimo, i comunicatori che intendono usare i nwss inedia per produrre un incremento di ù1fornwz,ione o un diverso comportarnento devono sapere che i loro targets non rappresentano una massa monolitica nonostante che i media utilizzati possano raggiungere enormi aggregali di popolazione>> [pp. 50-1]. Nel caso in esame, più che partire da un 1iconoscimento cli interesse eia patte dei giovani , è indispensabile individuare e attivare modalità comuni.cative utili a raggiungerli in modo tale da "iniziare" a suscitare una qualche forma di interesse. Per poter raggiungere tale obiettivo, il primo passo risiede nell'acquis izione di elementi conoscitivi in merito all'universo giovanile e, più specificamente, al rapporto da essi intrattenuto con il sistema dei media. Si tratta di un rapporto che rimanda all ' affermazione cli «uno stile di socializzazione ùnm.ediata che risponde in maniera più efficace ad aspettative e bisogni giovanili ovviarnente inediti rispelto al passato. In questo contesto, il ruolo della coniunicaz.ione ,nultùnediale quale interlocutore privilegiato dipende tanto dal deficit di vocalità delle agenzie tradizionali quanto dalla sintonia di. codici e linguaggi che si sviluppa tra contenuti non intenzionalmente.formativi proposti dai media e aspettative dei singoli soggetti» [Morcell i ni, 1997, pp. 266-7]. Raggiungere i giovani, quindi, significa essere presenti in quei circuiti d i socializzazione frequentati e scelti dagli stessi soggetti mediante l'adozione di codici e linguaggi propri di quegli ambiti. Il vantaggio dell'adozione di un approccio di questo tipo non risiede tanto nel1' affermazione cli una presenza ali' interno ciel mondo frequentato dai giovani, quanto nella opportunità di attivare forme cli interazione con final ità formativa ma che non si propongono esplicitamente come tali.
In breve, si tratta di abbandonare una volta per tutte un approccio di tipo pedagogico per adottarne uno che s ia sintonizzato sui bisogni e s ulle aspettative dei giovani. Una prima lettura dei dati relativi ai consumi culturali giovanili offerti sempre dal rapporto Iard consente la 1i costruzione di una mappa dove vengono registrate prossimità e distanze rispetto alle diverse o·fferte (Tabella 2). Il primo dato che balza agli occhi è quello relativo alla fortissima incidenza del consumo televisivo nella dieta culturale dei giovani : nel budget time quotidiano, almeno un'ora è dedicata al mezzo televisivo dal 97% dei soggetti. La disaggregazione del dato in base alla variabile dell' età non modifica il senso complessivo dell' infonnazione, confermando la centralità del mezzo televisivo all'i nterno dell'intero universo giovanile. Un altro elemento "forte" della dieta culturale dei giovani è rappresentato dall'ascolto radiofonico: 1' 85,7% ciel campione dedica a questo mezzo almeno un'ora al giorno. Tra gli ingredienti "fissi" del C<)nsumo giovani le vanno ancora aggiunti l'ascolto di musica rock (86,4%) e la <>
.
Età F'orme di consumo culturale
-
··,
~ 1fl••ll1o.'L.."'l•1 1•,1 •••• 111111•.;~11 •t1:11 t{l'I [Il.TI,~ .......
~
.
15-17
18-20
21-24
25-29
Totale
Esposizione quotidiana alla Tv '
97,3
98,0
97,5
96,2
97,2
Ascolto dischi rock2
85 ,3
86,2
86,6
86,9
86,4
Ascolto quotidiano della radio 1
87 ,3
89,7
86,1
81,9
85,7
Lettura quotidiani3
68,8
75,9
82,4
80,1
78,0
Cinema2
7 1,8
7 1,2
76,0
67,7
71,6
Lettura libri 4
78,8
70,5
70,8
67,1
70,8
Libreria2
46,6
45,8
45,4
50,1
47,2
Manifestazione sportiva2
56, l
46,7
40,9
31,l
41,4
Biblioteca2
45,1
46,7
39,4
27,6
38,1
Ascolto dischi musica classica2
28,7
28,1
32,2
37,2
32,4
Museo/Mostre2
34,7
30,4
26,6
28,1
29,2
Teatro2
26,2
2 1,0
19,9
20,5
21,4
Concerto musica rock2
) 5,7
14,7
17,5
/ 16,3
16,2
3,7
4,0
4,1
7,1
5,0
Concerto musica classica2 Note:
Almeno un'ora al giorno ~ Almeno una volta negli ultimi tre mesi
Almeno una volta a settimana "Almeno uno negli ultimi sei mesi
1
3
Fonte: fa rd, 1997
b@MI:!Jti' ":-,·. ·""' ·-
,:(: :'(i{,<;::(:·/·.•·, :.,,.•:::,i·· .::,,;::: :b;::::C'.t: .:·';:i:,
•
;.;;;;;;;. ,-,::e
,.
~
--~
.
-
-
,~
----.--
.,
····~ -~~ - ~ ~ ~ -- --
---
---
.IL~ _?_N~~~_? } LU:~~~~;N~-~! TELEV~SIONE --
--
--
--- - ----- - -
Età
I
Ore di ascolto · 15-17 anni
18-20 anni
21-24 anni
25-29 anni
Totale
5,2
10,7
7,8
9,8
8,7
1-2 ore
28,9
27,7
30,4
28,l
28,8
2-3 ore
34,9
31,9
34,9
35,4
34,4
3-4 ore
19,5
18,3
14,6
13,5
15,8
6,2
5,6
5,7
6,0
5,9
2,5
3,8
4,1
3,3
3,5
2,7
2,0
2,5
3,8
2,8
Meno di un'ora
4-5 ore /
Più cli 5 ore Mai
/
Fonte: fard, /997
i
lettura dei quotidiani (78%). Di minore incidenza percentuale e con una cadenza più rara risultano essere le altre occasioni di consumo culturale quali l'ascolto di musica classica, la frequentazione di musei e biblioteche, la presenza ad un concerto di musica classica. Pur confermando una indiscussa centralità del mezzo televisivo, i dati testimoniano una progressiva e diffusa differenziazione dei "clusters" di consumo a conferma di «una propensione positiva ad esplorare le jiwitiere del con.sumo culturale» [MorcelJini, I 997, p. 269] che si manife.sta, anche, con un contenuto ma stabile gradimento per gli spettacoli dal "vivo" come le manifestazioni sportive e i concerti di musica rock. Questa propensione deve essere tenuta presente nella predisposizione di una campagna in modo tale da dar vita ad un piano "trasversale" di interventi sì da poter raggiungere i giovani in occasioni e in modi diversi. In altre parole, ciò significa che una campagna sia pure fondata prevalentemente sul mezzo televisivo deve essere presente anche all'interno di altri mezzi, nel tentativo di dar vita ad un gioco di citazioni e rimandi continui . La forte centralità del mezzo televisivo impone, in ogni caso, ulteriori analisi relative all'ammontare quotidiano di consumo, ai generi televi sivi maggiormente seguiti, alle emittenti preferite. Riguardo al monte ore quotidianamente dedicato alla televisione (Tabella 3), va segnalato che circa un terzo dei giovani vi si espone quotid ianamente per due o tre ore al giorno e tale modalità di consumo non sembra modificarsi con il variare dell'età. D'altro canto, due o tre ore corrispondono all'esposizione ad un telegiornale e ad un programma di prima serata (film e telefilm, talk show, partita di calcio, ecc.) e non sembrano sottrarre spazio ad altre occasioni. In breve, un consumo quotidiano di due o tre ore può essere considerato un consumo "medio" che non squilibra il budget time disponibile. Diversa situazione si registra, invece, nel caso dì un forte incremento quotidiano (3-4 ore e oltre). Il consumo televisivo diventa, in questo caso, capace di assorbire l'intero budget tùne dell'in-
dividuo sottraendo spazio ad altre occasioni. Va sottolineato, comunque, come esso si riduca al crescere dell'età, confermando quella propensione alla multimedialità di cui si è detto prima. In si ntesi, si può sostenere che il consumo televisivo, sin dalla più tenera età [Morcellini, 1996; Statera, Bentivegna, Morcelli ni, l 990], costituisce l'ossatura portante dei consumi culturali degli individui su cui si innestano gli alni dando vita a quella quota di consumo "variabile" presente nella dieta multimediale individualmente cosn·uita. La lettura dei dati relativi ai generi televisivi preferiti incrociata con la variabile dell'età conferma la grande versatilità ciel mezzo televisivo nel soddisfare bisogni che si diversificano nel corso del tempo (Tabella 4). Così, se nell'età adolescenziale si registra un consumo che premia la cosiddetta televisione generalista, nelle fasce di età successive si assiste ad una progressiva affermazione di scelte ed investimenti più di "nicchia". Certo, il genere dellafiction rimane centrale in tutte le fasce di età ma esso si accompagna all'abbandono per alcuni generi e all' ingresso di altri. Tra questi, va segnalato l'ingresso dei programmi di informazione che passano eia un ascolto del 77,5% nella classe di età 15-17 a quello dell' 89% nella classe 25-29. Un ulteriore dato che contribuisce ad illustrare il rapporto dei giovani con il mezzo televisivo è relativo alla scelta· della rete (Tabella 5): ebbene, come da anni segnalato, persiste una nettissima preferenza eia parte dei giovani per l'enùttente Italia 1, nonostante gli sforzi fatti dalla televisione
Età Programmi televisivi
15-17
18-20
21-24
25-29
Totale
Film e telefilm
93,6
89,4
88,5
86,0
88,7
Culturali
52,4
57,8
59,0
64,3
59,4
Musica moderna
73,6
58,2
46,l
35, l
49,6
Talk shows
34,9
50,9
54,9
49,8
49,l
Giovanili
68,6
54,0
44,3
35,5
47,7
Sportivi
54,l
46,2
46,0
42,9
46,3
Cartoni animatj
48,4
38,1
35,9
35,1
38,1
Vita vissuta
41 ,2
34,2
28,5
27,l
31,4
Giochi e quiz
32,2
29,8
24,3
22,6
26,3
Contenitore
34,2
29,3
21,7
22,3
25,6
Telenovelas
25,2
19,4
19,5
13,7
18,5
7,5
7,4
7,9
8,1
7,8
Musica classica Fonte: fard, 1997
Età
Reti televisive
4-7
8-14
15-24
25-34
Rai l
2,6
4,3
7,1
11,5
Rai 2
2,9
4,0
6,7
11,8
Rai 3
1,1
2,5
6,3
11,0
Canale 5
1,9
3,9
10,l
14,9
4,5
10,6
18,8
17,4
3,0
4,1
6,9
11,3
Tmc
2,4
4,9
8,2
12,7
Altre reti
4,0
6,5
]4,3
16,6
Italia 1 Rete 4
,
/
Fonte: Elaborazioni Dipartimento di Sociologia su dati Auditel 1998
pubblica per erodere quote di telespettat01i. Pur disponendo di dati aggregati in modo diverso da quelli fin qui analizzati, appare evidente come l'enùttente Italia 1 gìoclù la parte del leone nel catturare l'interesse della platea giovanile. È solo nelle fasce di età successive, non riportate in tabella per non appesantire la lettura, che la rete "giovani lista" dì Mediaset perde questa posizione di predonùnìo per lasciare il campo ad altre reti. Le indicazioni complessive che emergono dai dati qui ripo1tati rimandano ad un rappo1to dell'universo giovanile con il sistema dei media e con l'offerta culturale nel suo complesso che si caratterizza in termini particolarmente precisi: i giovani costruiscono la loro dieta culturale a partire dal mezzo televisivo con integrazioni - che sì manifestano con il crescere dell'età - relative al mezzo radiofonico e alla carta stampata. Rispetto al mezzo televisivo, tuttavia, va segnalata una fruì zione "mirata" che premia quelle emittenti che da anni hanno assunto l'universo giovanile come target di riferimento dando vita ad un'offerta affatto "palaudata" e pronta a premiare innovazioni stilistiche e di contenuto. In breve, per raggiungere j giovani nel loro mondo è necessario attivare forme comunicative coerenti.con gli stili e i codici da loro condivisi e premiati.
4. Analisi di una campagna: "Rap Camp '98"
(2) /,c1 sigla Rap sta per Recl11tame11to .4ttività Promozio11ali e oltre a rimandare al complesso delle attività e det:li organismi coi11volti "evoca" 1111 ge11ere musicale particolarmente gmdito ai giovani.
Un primo passo verso la costruzione cli una campagna comunicativa tesa a raggiungere i giovani può essere rintracciata nel!' esperienza "Rap Camp" . Con questa sigla (2), l'Esercito ha avviato nel 1997 una campagna finalizzata al conseguimento dei seguenti obiettivi: a. promozione dei reclutamenti; b. diffusione di una nuova immagine delle Forze Armate nella popolazione;
c. circolazione di infom1azioni ali' interno della stessa organizzazione militare. Come si può notare, i tre obiettivi si pongono pienamente in linea con un tradizionale piano di marketing sociale e testimoniano la volontà di attivare un livello comunicativo in grado di coniugare la dimensione esterna con quella interna in modo tale da rafforzarle entrambe. Inoltre, l'obiettivo di promozione del reclutamento dei giovani si pone come un' importante occasione per sottolineare le nuove opportunità professionali offerte dall'organizzazione militare in un mercato occupazionale di sempre maggiore complessità. Dopo un primo anno (il 1997) che può essere consiRisor gime nto e Costituzione derato un momento di sperimentazione, il secondo sono i valori a cui si isp irano anno (il 1998) ha consentito lo sviluppo di un piano le Forze Armate più articolato non solo a livello di stru menti ma anche p oste a difesa d ell ' Italia a livello di diffusione. Nel dettaglio, il "Rap Camp ~~ '98" si è articolato lungo i due mesi di luglio e agosto e ha toccato tutte le Regioni italiane, in particolare le località di maggiore richiamo turistico. La scelta di tali località rimanda ad una precisa strategia costruita sulla base della consapevolezza della necessità di raggiungere i giovani in luoghi e situazioni di loisir, costruendo spettacoli dal "vivo" nei quali essi stessi potevano prendere parte. Si tratta di una scelta particolarmente "felice" alla luce dell'interesse mostrato dai giovani per le rappresentazioni dal vivo così come emerso in precedenza nell' ambito dell 'analisi dei consumi culturali giovanili. Mediante l'allestimento di veri e propri "campi" gestiti da soldati volontari, tutti i soggetti interessati hanno potuto partecipare alle iniziative predisposte, coniugando l'acquisizione di informazioni con momenti di gioco e relax. Preceduti da una campagna pubblicitaria veicolata dal mezzo radiofonico, dalla televisione e da manifesti, i "Rap Camp" si sono presentati così come appare nel riquadro in basso. Come si può notare dai messaggi costru iti per pubblicizzare l'evento, la "corda" che si è voluta attivare nei
Quando incontrarsi con i giovani non ha avuto motivazioni ideologiche ma comunicative, il Ministero della l)if'esa ha collo ogni occasione idonea alla diffusione di sentimenti civici e patriottici. [Ill ustrazione: Man ifesto del Servizio Pubbl ica Informazione Gabinetto del Ministro della Difesa - 1981]
4 NOVEMBRE 1981
,'<I
<<UNA SFIDA TUTIA DA VINCERE! Torna "Rap Camp", l'entusiasmante avventura tecnologica dell'estate, con tante sfide tutte da vincere: mettiti alla guida di un carro armato, punta gli obiettivi con il laser, scopri le spettacolari tecnologie reali e virtuali in dotazione all'Esercito Italiano. Le missioni da vincere: Navigator, Combat Dressing, Action Cross, Blindo Start, Bersaglio Mobile, Laser Shooting, Tanks Attack. Premi per tutti. Per i migliori, capi 01iginali dell'Esercito Italiano».
possibili avventori è stata quella del divertimento e del gioco con mezzi e in situazioni usualmente distanti ed estranee a tutti i cittadini . Non il solito divertimento, quindi, ma oppo1tunità di vivere situazioni usualmente associate nell'immaginario collettivo a personaggi come Rambo o Schwarzenegger. Una scelta che può risultare discutibile secondo alcuni - infatti, si è verificata una contestazione da parte di un gruppo di pacifisti in una delle tante località toccate - ma che indubbiamente risulta dettata dal riconoscimento della centralità delJa modalità dell' intrattenimento rispetto all 'universo giovanile. Ciò non significa che non sia auspicabi le che in futuro venga assegnato uno spazio maggiore anche ad altri aspetti della vita militare; tuttavia, tale spazio deve essere inserito in un contesto costruito a partire dagli interessi dei giovani e facendo ricorso ai loro codici comunicativi. D 'altro canto, i giovani e la popolazione in generale sembrano aver gradito l'approccio adottato, visitando le slrutture allestite: i responsabili del "Rap Camp '98" sti- mano una presenza di circa 300.000 persone (nella prima fase di luglio) a fronte di un impegno di 1.700 militari coinvolti e cli un utilizzo di circa 1.000 mezzi. Un ultimo dato utile ad illustrare l' impostazione generale della campagna è relativo al coinvolgimento delle autorità civili che hanno aderito all'iniziativa, pa1t ecipando a conferenze stampa e presenziando alJe manifestazioni, e di due comunità per il recupero di tossicodipendenti e alcolizzati (Exodus e Comunità delJa Bruggiana) che hanno testimoniato il loro impegno nella lotta contro l'emargi nazione. Sul fronte dell'impatto che l' iniziativa "Rap Camp" ha avuto sull ' universo mediale, gli stessi responsabili sottolineano un diffuso interesse che ha dato vita a servizi e alla presenza all'interno di trasmissioni televisive. Pur se prevalentemente a diffusione locale, gli organi di stampa e le emiltenti televisive hanno dedicato un sufficiente spazio all'iniziativa, attivando una sorta di effetto di "annuncio" e di "enfatizzazione" delle manifestazioni (Tabella 6). Inoltre, una lettura dei pezzi giornalistici dedicati all' argomento segnala l'avvenuto riconoscimento del tentativo da parte delle Forze Armate cli porsi come nuova occasione di opportunità lavorative. Non solo, quindi, gioco e divertimento - che pure è stato sufficientemente sottolineato - ma, anche, una concreta opportunità di sbocchi professionali. Riguardo a quest' ulti mo aspetto, i dati forniti dai responsabil i dell 'iniziativa evidenziano un sensibile incremento delle domande di ai.molamento di volontari in ferma breve rispetto ali' anno precedente: 6.000 domande nel 1997. contro le 9.300 nel 1998. Certo, non è possibile imputare interamente la percentuale cli crescita all'iniziativa "Rap Camp" - altre variabili di natura diversa possono aver con-
~
- LA PRESENZA-DI "RAP CAMP '98'' NELL'OFFERTA TELEVISIVA E NELLA CARTA S
------
Stampa
Televisione
-
-
---- -- -
--
------ -
- -- ---
-
Diffusione nazionale
Diffusione locale
Totale
15
165
180
3
49
52
Fonte: Staio lv!aggiore dell'Esercito (dati rfferiti al luglio 1998)
iTLl
-----------
tribuito a tale incremento - tuttavia, si può certamente sostenere che le occasioni di contatto attivate hanno accorciato le distanze tra istituzione militare e universo giovanile e, contemporaneamente, ad offrire elementi di informazione utili ad assumere eventual i decisioni. Nel complesso, le campagne "Rap Camp" testimoniano la volontà da parte dell'Esercito di attivare nuove forme comunicative con l'universo giovanile, adottando strategie e stili più vicini al loro target di riferimento. Pur non disponendo di dati relativi ad una complessiva valutazione dell'efficacia delle campagne (3), è ragionevole ipotizzare che lispetto agli obiettivi prefissati sia stato avviato un processo che nel lungo periodo potrà portare a: a. disincrostare l'immagine delle Forze Armate da tutto ciò che appartiene ad un passato caratte1izzato da separatezza, rigidità e mancanza di trasparenza, sottolineando, invece, il nuovo ruolo dell'istituzione militare all' interno del processo di peacekeeping e di tutela dei cittadini; «Il primo dato è quello relativo alla fortissima inddcnza ciel consumo televisivo nella dieta çulturalc dei giovani»: ne è consapevole la strategia rnmunicativa dell'Esercito. [Illustrazione: Videocassetta dedicata alla :Vlissionc "Alha'' -Agenzia di produzione Cinefoto TV dello SMF.J
STATO MAGG IORE ESER CITO
STATO MAGGIORE ESERCITO
V REPARTO UFFI CIO AFFAHI GENERALI AGEIIZI.\ 01PHOOUZIOII(
CltlE FOTO TELE\ IS11,\ E MOSTRE ()('118 ',. AOI,!,\
\ IAL[ PRETORl,\1'0. 7 T(l 106144 fi7 111 F-\X (1"61 •:,: ', l.1'17
(3) L'unica.forma <li valutazio11e dell'efficacia delle
campagne può essere rintracciata nel cosiddelfo "Progetto Cassino". Tale progetto, limitato alle regioni La.z io, Campania, Abmzzo, Molise e Basilicata, ha mwlizzato il trend delle doma11de dei 110/011/ari a ferma breve nel periodo 1997-1998. Pur teslimo11ittndo l'esigenza di disporre di elementi ttllinenti all'e.fficacia della campag11tt, l'ttssenz.a di <lati relativi al più generale impatlo sui citttulini rende il progetto incompleto e 11ella condizione di essere, nel Ji1.turo, implementato rispetto allfl dimensione più ampia della trasf<m,wzùme dell'immagine delle Forze ,1.rmate nella popolazione.
/
V REPARTO UFFICIO AFFARI GEtlEHALI AGEl!ZIA 01 l'flOO~ZIOIIE CIIIE f OJO TELEI ISll'A E MOSTRE 00185 . RQ.1,1i\
ALBA DI PACE (DUR ATA 20')
•,IILE PRETORl<HO. 7 i!L 106144 61.121 FAX f()6l -M.S,.171
/ :/ ESERCITO
/El ESERCITO
b. favorire un processo di riposizionamento del ruolo e dell'immagine delle Forze Ann ate anche al loro interno, favorendo una riflessione in merito alle trasformazioni avvenute e in corso ; c. diffondere le infonn azioni relative alle nuove figu re professionali che stanno emergendo, non più appiattite sulla tradizionale immagine della " militarità" ma declinate in chi ave di padronanza degli stru menti tecnologici ovvero della salvaguardia dei diritti dei cittadini. Perché ciò avvenga, Luttavia, è necessario che le Forze Armate abbandon ino una strategia di campagna "stagionale", quale quella dei " Rap Camp", per adottarne una cli campagna "continua··.
5. Verso una campagna "continua" l dati e gli elemen ti presentati nelle pagine precedenti consentono di delineare il contesto entro il quale deve andare a collocars i una strateg ia comunicativa tesa al riposizionamento del soggetto Forze Armate. II primo elemento dal quale prendere le mosse attiene alla contenuta fiducia riposta dai giovani nelle Forze Annate. Questo indicatore segnala con grande chiarezza lo sc,u-ro esistente tra quanto avvenuto negli ulti mi anni all' interno dell' istituzione militare - c 1iguardo ai compiti e 1i gu.ardo alla sua trasformazione interna - e quanto percepito e rielaborato nell 'ambito dell' uni verso giovani le. Nonostante che le Forze Armate italiane abbiano pait ecipato a missioni internazionali di pace documentate puntualmente dai media - e che si siano impegnate per la sicurezza dei cittad ini in alcune regioni italiane - contando anche in questo caso su una cope1tura mediale - non si rintracciano significa tivi· mutamenti nel riconoscimento del nuovo ruolo da parle dei giovarù. Questa sorta di "cecità" o disinteresse può essere imputato all'assenza di una più ampi.a e complessa strategia comunicaLiva da patte dell' istituzi one mil itare che ha creduto, per un lungo periodo, che fosse suffi ciente essere "presenti" nei media per poterne avere automaticamente positivi effetti di ricaduta. Il difetto cli tale impostazione risiede nell' ingenua convinzione che la presenza nei media a seguito di dinamiche di accadimento possa produrre un processo di rielaborazione degl i elementi già acquisiti nella direzione di un ii pos izionamento del soggetto. Invero, il riposizionamento di un soggetto presso un segmento della popo lazione o presso l'intera popolazione passa aLtraverso una lenta e graduale operazione cli redazione d i.messaggi costruiti con i codici dei desli natari e di loro veicolazione attraverso i mezzi effettivamente usati dagli individui per costrui re la realtà sociale. Nel caso in esame, ciò significa che è necessario predisporre e veicolare messaggi a partire dai codici comunicativi dei destinatari , cioè i g iovani . Giova11i che, come si è visto in prececleni a, articolano la loro dieta culturale a parti re da un forte consumo televisivo al quale si accompagnano l'ascolto radiofonico, la lettura dei quotidiani e la partecipazione a spettacoli dal vivo. Il consumo televisivo di cui si pat·la, è bene chiarire, è un consumo cli tipo particolare che pred il ige emittenti e program mi articolati sul ricorso a codici innovativi e, addiri ttura, talvolta trasgressivi e che non sembra premiare contenuti intenzionalmente pedagogici. Ciò si traduce nella
Giovani o adulti che siano, pochi si sottraggono alla tentazione di ''mascherarsi'' alla maniera dei soldati [Foto: Pi no Settanni - Sahaudia 1998]
necessità da parte di chiunque voglia raggiungere questo target di adottare una strategia comunicativa priva di intenti "formativi" e costruita, invece, sulle corde del coinvolgimento e dell'intrattenimento. In questa ottica, la presenza all'i nterno del genere informativo acquista senso e si esalta solo se trova rimandi e citazioni in altre occasioni comunicative costruite in riferimento a sti li e li nguaggi propri dei giovani. Un segno della consapevolezza della necessità cli costruire messaggi articolati in tal modo può essere rintracciato nell'esperienza dei "Rap Camp": in questo caso, infatti, le manifestazioni ed il loro annuncio tramite i media sono state realizzate attivando le dimensioni dell'i ntrattenimento e del divertimento. Tuttavia, il limite più evidente cli tale iniziativa risiede nella sua "eccezionalità" rispetto alle consuete modalità comunicative. Infatti, accanto a questa esperienza, è possibile trovare ancora oggi messaggi "tradizionali" che non sembrano aver raccolto le ind icazioni provenienti dalle campagne "Rap Camp". Affinché si possa pervenire ad un reale riposizionamento delle Forze Armate tra i giovani è indispensabile che, in futuro, queste singole campagne siano inserite in una strategia di più ampio respiro che non si esaurisca nella stagione estiva e che contribuisca a ricreare il "frame" cli riferimento. Solo in questo modo gli obiettivi che si pone oggi l'istituzione militare potranno essere raggiunti e, primo tra tutti, potrà essere raggiunto quello di portare le Forze Armate da una situazione di "opacità" ad una di "trasparenza". •
Bibliogrqfia Albano R. (1997), L'associazionismo e la fiducia nelle istituzioni, in: Buzzi C. , Cavalli A., de Lillo A. (a cura di, 1997). Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A. (a cura di, 1997), Giovani verso il Duemila, Il M ulino, Bologna. Mendelsohn H. (1973), "Some Reasons Why Informatìon Campaigns Can Succeed", Public Opinion QuarterLy, n. 37. Morcellini M. ( 1997), Consumi e stili culturali, in: Buzzi C., CavaJli A., de Lillo A. (a cura di, 1997). Moskos C.C. ( 1993), "Sistemi militari post-moderni in una prospettiva comparata", Rivista trimestrale eh scienza dell'amministrazione, n. 3-4. Putnam R. (] 993), i\!laking Democracy Work, Princeton University Press, Prìnceton. Salmon C.T. (a cura di, 1989), lnforrnation Campaigns: BaLancing Socia! \!alues and Socia/ Change, Newbury Park, Sage. Statera G., Morcellini M ., Bentivegna S . ( 1990), Crescere con lo ::,pot, Nuova Eri, Torino. Wiebe G.D. (I 952), "Merchandising Commodities and Citizenshìp on Television", Public Opinion Quarterly, n. 15.
[Foto: Cinl'-operatore militare su un fronte dell a l" g.m. - Ufficio Storirn SMF.l
Esercito Italiano: • • • • 1mmag1ne, comun1caz1one, arruolamento di
Mariantonietta Colimberti Carlo Masini
1. Premessa
A
«Trallcremo il tema della comunicazione: in che modo l'Escrcilo rnmnnka se s tesso e quali cambiamenti siano in allo in questo settore» [foto: Cine-operatore dello SME in Somalia, 1992-9~]
I nostro arrivo al Ministero della Difesa come addetti .stam-
pa del Mìnistro, nel maggio 1996, le Forze Armate italiane erano impegnate in Bosn ia nell'ambito di Ifor (oltre che presenti in misura minore in altre parti del mondo) e, in Italia, era ancora in corso l'operazione "Vespri Skìlianì", avviata ìn Sicilia subito dopo lo shock prodotto nell'opinione pubblica dagli assassinii di Giovanni Falcone e Paolo Borselli no. La paitecipazione ripetuta in missioni fuori dai confini nazionali si era progressivamente ripercossa in modo positivo sull'immagine delle Forze Armate nel! ' opinione pubblica del nostro Paese che, faticosamente ma costantemente, andava maturando anche una maggiore consapevolezza dei doveri che all'Italia vengono dalla sua collocazione internazionale e dalle sue alleanze. Le operazioni "Forza Pmìs" in Sardegna e "Vespri Siciliani" avevano portato alle Forze Armate nel loro complesso, all'Esercito ìn particolare, qualcosa in più, di molto importante: la fiducia della gente, p1ima riservata soprattutto ali' Arma dei Carabinieri. E questo era avvenuto senza che la Forza Armata avesse adottato particolari iniziative per pubblicizzare se stessa e il suo lavoro, con qualche lodevolissima eccezione costituita da singoli ufficiali esperti in comunicazione. Nelle pagine che seguono tratteremo proprio il tema della comunicazione: in che modo l'Esercito comunica se stesso e quali cambiamenti siano in atto in questo settore. Prenderemo in esame tre momenti diversamente importanti , ma tutti e tre estremamente significativi per la Forza Armata e per l'opinione pubblica: la lotta al nonnismo, la Missione "Alba" e le campagne per l'arruolamento dei volontari.
2. La guerra al nonnismo Il migliorato clima tra cittadini e Forze Annate, tra cittadini ed Esercito, instauratosi soprattutto grazie alle brillanti missioni compiute dai nostri militari, sia in Italia che all'estero, veniva gravemente compromesso, se non del tutto pregiudicato, ogni qualvolta si verificava un episodio riconducibile al fenomeno del "nonnismo". In quelle circostanze, anti-
chi e consolidati comportamenti ispirati al silenzio ed al segreto, favoriti da un malinteso spirito cli Corpo - da sempre e non senza ragione rimproverati dall'opinione pubblica al mondo militare - finivano per riaccendere le voci più polemiche ed alimentare diffidenze mai sopite nei confronti di un'Istituzione che ad alcuni appariva ancora un "corpo separato" dello Stato, retto da leggi autonome, diverse da quelle che ~overnano la cosiddetta società civile. E comunque da ricordare e sottolineare che gravi fenomeni di violenza di gruppo eia parte di comunità maschili (si pensi ai tifosi del calcio o alle aggressioni del "branco" a donne isolate) sono diffusi in tutte le società occidentali sviluppate. Questa non è, ovviamente, un'attenuante, ma soltanto un colpo d'occhio ai profili di una società complessa. Sul fronte del nonnismo e delle violenze in caserma negli ultimi due anni sono stati compiuti dei passi probabilmente decisivi. II problema ciel nonnismo ebbe una recrudescenza, nella seconda metà del '97, con il verificarsi , nell'arco di un tempo breve, di alcuni gravissimi episodi che furono messi in forte risalto da giornali e mezzi di comunicazione. L'Autorità politica intervenne chiedendo fermezza e repressione e l' Autorità militare agì su due fronti, quello della trasparenza (aprendo le caserme alla stampa e ai mezzi di informazione) e quello nonnativo-clisciplinare, adottando misure durissime. Innanzitutto emanò circostanziate direttive sul trattamento dei singoli episodi, sulle denunce eia effettuare inm1ediatamente, responsabilizzando i Quadri e risalendo più su, lungo la catena di comando. II nonnismo fu assunto dai vertici politici e militmi come il peggior nemico delle Forze Annate, un nemico che non poteva e non doveva più essere sottovalutato. La convinzione che la minima tolleranza di questi fatti o anche l'assunzione di misure di media entità avrebbe prodotto risultati comunicativi devastanti, il 1ischio di favorire, nell' immaginario della pubbl ica opinione, l'associazione di tu tto ciò che concerne il mondo militare all' idea di nonnismo, indusse i vertici dell'Esercito ad usare la mano pesante, come mai era accaduto prima, anche ad alto livello. Da allora il Comandante cli una caserma sa che la sua carriera può essere gravemente danneggiata da un episodio di nonnismo mal gestito, dove mal gestito significa ritardo o reticenza nella denuncia dell'accaduto, nella ricerca e nella punizione dei responsabili; in definitiva, inosservanza delle regole previste. Ma l'Esercito non si fermò alla repressione. Nella consapevolezza che , spesso il ragazzo potenzialmente vittima del nonnismo o che già vive in un cli ma di intimidazione non ha il coraggio di rivolgersi al suo superiore per denunciare quanto sta avvenendo, lo Stato Maggiore istituì, all'inizio del 1998, il Cif (Centro Informazioni Famiglie) con un Numero Verde - gestito dai militari di leva - al quale chiunque può rivolgersi (i l Centro è tuttora operante) per segnalare fatti personali o riferiti da altri, approfondire problematiche specifiche (qualità di vita nelle caserme, vitto, attività) o anche semplicemente chiedere infommzioni sul servizio militare. I dati raccolti al Cif furono sottoposti ad una ptima analisi e poi inseriti tra le fonti di studio per il Comitato Scientifico Militare. Questa prima analisi - i cui risultati fu rono resi
pubblici-prendeva in esame il tipo di prevaricazione, l'orario, il luogo, la tipologia d i rep~uto in cui gli episodi erano avvenuti, il provvedimento adottato e poi profilo personale, titolo cl i studio, professione, età delle vittime e degli autori. Non ci soffermeremo sui risultati dello studio; quel che in questa sede interessa è il tipo di azione intrapreso dall 'Istituzione, la scelta di coinvolgere "tecnici" esterni, in definitiva la "richiesta di aiuto" al mondo civile e l'utilizzo fatto di questo aiuto dal]' istituzione militare al suo interno. Questi i passi successivi. Nell'aprile '98 il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito invita un gruppo di esperti di chiara fama (psichiatri, sociologi, studiosi della comuiùcazione) a studiare il fenomeno del nonnismo e soprattutto i mezzi per prevenirlo. A loro vengono aperte le caserme, forniti mate1iali ed infonnazioni, offerta la collaborazione di Comandanti e Consigli di rappresentanza. La Commissione si mette al lavoro, fa le sue verifiche, stila un dettagliato studio proponendo di allargare il campo cli indagine alle problematiche più vaste del disadattamento dei giovani e alla qualità della vita nei reparti militari. Nel marzo cl i quest'anno il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito emette una Direttiva Permanente sul nonnismo. Si tratta di un'i niziativa senza precedenti. Il nonnismo non soltanto non viene più minimizzato o 1icondotto all'ambito puramente disciplinare, ma diventa oggetto spe«Sul fronte del nonnismo e delle violenze in caserma negli ultim i due ann i sono stati compiu ti dei passi p robabilmen te decisivi» [Foto: Allievi della Nunziatella - Opuscolo d etrAgenzia Promozione Reclutamenti - SME. 1998]
«Prc.~to :tkuni rnmpiti poco gratificanti non saranno pii, svolti d:ti soldati ma 1>as~eranno a dille specializzate»
IIll ustrazioni ddl' ini:lio dd secolo "Rivista \lilih1rc''. n. <,!197<,]
Vita di caserma
cifico di attenzione attraverso regole, comportamenti ed iniziative che coinvolgono l' intera organizzazione militare, dai vertici (Vice Comandanti delle Regioni Militari, ai quali è demandata la responsabilità del1' attività ispettiva e l'obbligo di predisporre relazioni semestrali da inviare direttamente al Capo di Stato Maggiore) ai graduati di truppa, selezionati con l'ausilio di un test. La lotta al nonnismo non si esaurisce però con 1' attività ispettiva. Nella direttiva vengono date indicazioni per la prevenzione e per 1' analisi dei dati ed il loro aggiornamento. È innanzitutto istituito - quale diretto organo di competenza del Capo di SME - l'Osservatorio Permanente sulla qualità della vita nelle caserme e sui disagi sofferti dal personale. Dell'Osservatorio - che si avvale di un Centro di monitoraggio e ciel Numero Verde ciel Centro Informazioni Famiglie e redige una relazione annuale - fanno parte i Vice Comandanti delle Regioni Militari, consulenti militari e professionisti esterni. È dunque tramite l' interazione interno-esterno (mondo militare-mondo civile) che l'Esercito del Duemila ha pienamente interiorizzato la necessità di lasciarsi definitivamente alle spalle comportamenti e atteggiamenti che da sempre l'hanno danneggiato di fronte all'opinione pubblica e allontanato i giovani. Nella Direttiva Permanente si stabilisce, inoltre, che la Forza Armata deve perseguire una politica di "apertura e trasparenza" nei confronti dei mass media, «consentendo a giornalisti, politici e studiosi del mondo giovanile Libero accesso alle informazioni» relative ai Repa1ti. Cartolina dell'epoca 01}
I
Snnt?1 filo.5ofi-a ..,,.-,,..,..-<J_\~'··J
I.}
Fra le altre misure, nclh1 Oireltiva dello SMF. sul nonnismo anche «un concorso a premi aperto ai militari per la creazione di un 1>rodotto comunicativo f...l eia diffondere nelle caserme» [Illustrazione: Logo per '"Rap Camp ·99•·1
«Altro punto di forza Idella Direttiva dello SME sul nonnismo! è considerato riuscire a sostituire alla figura dcli '·'anziano'' quella del più esperto» IFoto: Maresciallo verifica le spoleltc delle bombe da mortaio I
Il capitolo più ampio e dettagliato è riservato ai Comandanti, ai quali si danno numerose indicazioni sulle iniziative da promuovere ed i comportamenti da adottare allo scopo precipuo di prevenire il verificarsi di gravi episodi. Ne ricordiamo soltanto alcuni: conferenze sul nonnismo riservate ai Quadri con responsabilità di comando, con il possibile intervento dì rappresentanti della Magistratura militare; promozione di interventi necessari a migl iorare la qual ità della vi ta nelle caserme (è stato avviato uno studio per realizzare alloggi per duequattro unità, dotati di servizi); criteri di trasparenza nella gestione dei servizi e nella concessione delle licenze. Proprio sul punto della trasparenza va ricordato che il primo gruppo d i stud io interno alla Commissione dì esperti aveva sottolineato che una delle principali vie del sopruso in caserma passava proprio attraverso gl i elenchi dei servizi e delle licenze, che sfuggivano al controllo dei superiori ed erano, di fatto, regolati dai " nonn i". Riuscire, pertanto, ad ottenere "la trasparenza" e la giustizia in questo settore sarebbe stato, suggerivano gli stud iosi, un primo approdo molto utile, anche se, ovviamente, non si
può sostenere che il sopruso sia automaticamente l'anticamera dell'atto di nonnismo. Per completezza di informazione, comunque, è opportuno mettere in rilievo che p resto alcuni compiti poco gratificanti non saranno più svolti dai soldati ma passeranno a ditte specializzate. Nella Direttiva Permanente si raccomandano poi altre misure quali il controllo non programmato in caserma nelle ore notturne e nei fi ne settimana, l'impiego di ufficiali consiglier.i, l'attenta selezione dei graduati di truppa, la proiezione di filmati, il supporto di consultori psicologici, la promozione di un cotTetto rapporto anziano-recluta sia nell'attività addestrativa sia in quella sportivo-ricreativa, un concorso a premi aperto a tutti i militari di leva per la creazione di un prodotto comunicativo (manifesto, murales, canzone, concerto, filmato, sito Internet) da diffondere in tutte le caserme italiane. Presso ciascun Ente o Reparto dovrà essere somministrato un questionario anonimo che sarà sia stn:1mento di studio per l'Osservatorio Permanente sia strumento operativo per i Comandanti. U n'attenzione particolare viene riservata alla formazione del personale - uffic iali e sottutlicia]i - attraverso il Centro di Formazione Pennanente (Cfp) che non si occupa in modo specifico di nonnismo, ma si ritiene possa avere ricadute positive anche sul trattamento di tali fenomeni, poiché «si prefigge c.U portare l'Ufficiale fi·-equentatore a riconoscere il proprio assetto emozionale, a por.si conie leader e a migliorare le proprie capacità relazionali, favorendo un comportarnento più accogliente, più rispettoso e comprensivo dell'altro». Totalmente da condividere ci appaiono le conclusioni della Direttiva Permanente, là dove si evidenzia come «il nonnisnio sia di.~funzionale alla catena di comando in quanto gerarchia parallela tra i militari di truppa che sottrae autorevolezza alla gerarchia di coniando istituzionalmente esistente». Il nonnismo «deve scomparire» - si legge nella Direttiva - e per il raggiungimento dell'obiettivo si ritengono fo ndamentali «un'azione di comando rigorosa, trasparente, disponibile al colloquio ed all'ascolto>>; altro punto di forza è considerato riusci re a sostituire alla figura dell ' "anziano" quella del più esperto, «sostituendo alle form.e negative di potere queLle positive di competenza, merito e professionalità» . Così conclude la Direttiva: «Bisogna convincersi e convincere che stiamo affrontando un fenorneno estrf,1namente insidioso, che non consente di ritenere i risultati positivi raggiunti un punto di arrivo».
3. La Missione "Alba" (1997) Quando l'Italia fu chiamata alla guida della prima Missìone interamente europea nell'aprile del '97, l'organizzazione militare tu totalmente assorbita dalla pianificazione e dai preparativi cli un'impresa che avrebbe portato sull'Italia e sul le sue Forze Armate l'attenzione, più o meno benevola, di tutto il mondo e degli Alleati in particolare. Per il nostro Paese si trattava di una prova importantissìma ed i militari erano pienamente consapevoli della grande responsabilità che gravava su di loro .
La missione presentava aspetti molto delicati che richiedevano doti cli equilibrio e professionalità non comuni. La Risoluzione 1.10 1 del 28.3.1997 dell 'Onu aveva sancito l'intervento armato - peraltro formalmente richiesto dal Governo albanese - allo scopo cli proteggere gli aiuti umanitari e permettere lo svolgersi di libere elezioni.L'Albania stava precipitando nel caos e nell'anarchia dopo il crollo delle società "piramidali" di credito, in intere zone del Paese le istituzioni non contavano più nulla ed erano bande di avventurieri (come quella ciel "famoso" Zani a Valona, a sud) a controllare gran parte del territorio. A fro nte, dunque, di una situazione tanto grave, il mandato dell'Onu tracciava confini precisi per l' intervento e da più parti si temeva che le cosiddette "regole d ' ingaggio" fossero troppo restrittive e foriere cli pericoli per i nostri soldati e per quelli degli altri sette Paesi (Austria, Danimarca, Francia, Grecia, Romania, Spagna, Turchia) che avrebbero fornito truppe (altri due Paesi, Belgio e Slovenia, parteciparono con una unità medica ciascuno, mentre il Portogallo mise a disposizione un aereo nùlitare da trasporto). Sul piano militare tutto fu approntato al meglio ed in tempi eccezionalmente brevi (quindici giorni). L'Italia, che aveva il Comando della Fmp (Forza Multinazionale di Protezione) ed era responsabile delle strutture di comando e di tutta la logistica cli teatro·, fornì il contingente più cospicuo (circa 3.000 uonùni su un totale di 7.215 nella fase di massimo dispiegamento). L' equilibrio e la professionalità dei nostri militari, di ogni livello e grado, sia nei confronti delle popolazioni, sia nei confronti dei colleghi degli altri Paesi, furono evidenti a tutti. U n'attenzione altrettanto scrupolosa ed adeguata all 'importanza dell'evento non fu invece dedicata eia subito all'aspetto dell'informazione e della comunicazione esterna, nonostante i principali giornali e le televi:-.!ella :Vl issionc ''Alba'' (Alhania. 1997), in cui l' Italia ha a,•uto il comando della l'orza Multinazionale di Protezione (l'lnp), «l'eq uil ibr io e la professionali tà dei nostri mi litari [... ] furono evidenti a tutti» [Nel le foto: \fomenti operativi e celebrativi della Missione]
sioni di tutto il mondo avessero inviato con largo anticipo giornalisti e telecamere in ogni angolo d'Albania. All'origine di questa sottovalutazione forse furono la tensione e l'impegno profusi neIJ' organizzazione della Missione, accentuati dalla severità dei compiti da affrontare: fatto sta che in questo campo vi furono ritardi ed anche improvvisazione eccessiva. Dal centro (Gabinetto del Ministero della Difesa) si intervenne "catapultando" in Albania due ufficiali esperti di pubblica informazione che fecero del loro meglio tra molte difficoltà: ìnsu:flìcienza dei mezzi , mancato riconoscimento del ruolo, rigidità delJe gerarchie militari. Non c'è dubbio che con "Alba" si pagava l'iniziazione, la "prima volta" e, quindi, tornavano a galla e a volte tendevano a prevalere antichi timori nei confronti della stampa e dei mass-media. Certo, in più cli un'occasione si ebbe l'impressione che il valore assegnato a] la comunicazione fosse troppo basso, non adeguato alla posta in gioco; più precisamente, che invece di cogliere l'opportunità costituita dall' aF tenzione della stampa e delle televisioni mondiali utilizzandola positivamente, di questa attenzione si avesse piuttosto timore. Al riguardo va anche osservato che dove manca, o è carente, un efficiente servizio informazione dell'autorità preposta, tanto più i giornalisti vanno ovunque a caccia di notizie, con possibile nocumento anche per quelle informazioni che, in una situazione come quella della Missione "Alba", debbono rimanere riservate o segrete. In sostanza, un obiettivo fondamentale sul quale bisogna avere sempre la massima vigilanza deve essere paiticolarmente in situazioni cli guerra o di crisi acuta - quello di mantenere al più alto grado possibile il controllo dell'informazione. Resta il fatto che, nonostante questi lim iti, "Alba" è stata un grande successo per il nostro Paese ed i militari italiani - a tutti i livelli - hanno dimostrato professionalità, sangue freddo, capacità di aderire al mandato loro affidato. La Missione ha permesso l' inizio della rinascita democratica in Albania ed ha creato quella essenziale cornice di sicurezza senza la quale nulla sarebbe stato possibile, neanche l'arrivo dei mezzi umanitari. Non solo. Sul piano politico internazionale, la Missione è stata anche la prima dimostrazione della capacità dei Paes i europei di trovare la determinazione politica e la capacità militare per affrontare e risolvere un problema di sicurezza in Europa. I nostri rilievi critici vogliono piuttosto partecipare un certo rammarico per il fatto che sul piano dell'immagine i militari italiani non abbiano forse raccolto tutto quello che una politica dell 'i nformazione più coraggiosa e più aperta avrebbe potuto assicurare. Adesso, a missione conclusa e nel pieno di un nuovo, difficilissimo impegno in Kosovo, è possibile e forse utile fare alcune riflessioni su ll'organizzazione della pubblica informazione militare ed anche trarre insegnamenti dall 'esperienza trascorsa. Una osservazione su tutte: la non funzionalità di applicare ad un settore quale quello della pubblica informazione le rigide regole imposte dal grado militare, almeno fi no a quando l'esperienza ed i risultati conseguiti nel settore dell'informazione non avranno un adeguato peso nel le note caratteristiche dei cu1Ticula personali. Cercheremo di chiarire meglio questo punto.
li settore dell' infonnazione è evidentemente molto specifico e richiede qualità, esperienza ed addestramento, che non necessariamente (anzi raramente) coincidono con le qualità strettamente militari. Un ottimo ufficiale può essere un pessimo comunicatore, mentre un buon comunicatore non necessariamente ricopre un grado elevato nella gerarchia militare. L'assunzione piena di questa semplice constatazione da pa1ie dell'organizzazione militare dovrebbe produrre dei cambiamenti consequenziali. Con alcune lodevolissime eccezioni, invece, abbiamo dovuto constatare che la scelta degli uomini destinati alla comunicazione e al rappo1to con i media è spesso inadeguato sotto molti punti di v.ista. Certamente, bisogna distinguere tra l'informazione e la comunicazione di routine e quelle in missione umanitaria o in guem:1. Regole e restrizioni ingiustificabili nella quotidianità possono diventare necessarie in situazioni eccezionali. Tuttavia, a nostro avviso e per la nostra esperienza, se per la situazione difficile, o comunque delicata, viene scelto un uffic iale addetto $lampa ben addestrato e capace, egl i sm·à in grado di reagire in tempo uti le cd efficacemente purché la sua azione non sia frenata, ritardata o addirittura annullata dai tempi imposti dalla catena cli comando. Chi ha il compito di parlare ali' esterno, anche ali ' interno deve avere la possibilità di parlare e di conoscere, deve poter colloquiare direttamente con i Comandanti, fino al livello più alto. In generale, riteniamo di poter affermare che nel settore dell'i nformazione e della comunicazione è necessario, da parte dei vertici, delegare, affidarsi, purché si deleghi e ci si affidi alle persone giuste, cioè, professionalmente addestrate. · Insomma, l'Esercito Italiano deve migliorare la qualità della comunicazione per migliorare la sua immagine e, dunque, la sua "appetibilità". Nell a Missione ''Alba" la novità assoluta dell' impegno ha creato qual che difficoltà, tuttavia le Forze Armate nel loro insieme, l'Esercito in particolare, sono uscite molto bene e con un'immagine positiva. Dopo "Alba" e ancora oggi, passo dopo passo, l'Esercito ha messo in «A mano a mano che l'iniziativa ["Rap Camp"l procedeva e si constatava la risposta molto positiva dei dtladini, le perplessità si scioglievano» [Foto: Pino Scllanni - Intere famiglie a ''lfap Camp'' di Sabaudia nel 1998]
atto una serie cli iniziative per "capitalizzare" l'accresciuto interesse dell'opinione pubblica e risolvere il grande problema che lischia cli minare l'organizzazione: la scarsità di volontari.
4. L'arruolamento dei volontari: "Rap Camp" e i concorsi interforze Nell ' estate del 1997, a Missione "Alba" non ancora conclusa e con un'organizzazione messa a punto in un tempo brevissimo, fu real .izzato un "esperimento" comunicativo e di pubblicizzazione del tutto inedito, che ha dato frutti interessanti. Il primo impulso venne dal vertice politico che intendeva, anche per questa via, colmare il grave deficit dell'Esercito nel reclutamento dei volontari a fem1a breve. L'idea era quella cli una manifestazione itinerante per l'Italia che, ancne mediante qualche situazione spettacolare e con il coinvolgimento diretto dei partecipanti, servisse ad avvicinare, utilizzando adeguate tecniche comunicative, i giovani potenzialmente interessati, come fasce cli età, al reclutamento. All'iniziativa furono chiamati a collaborare, oltre agli addetti stampa del M inistro, alcuni pubblicitari ed esperti di comunicazione. Si decise di sviluppare, comunque, un ' attività di tipo interforze, soprattutto per garantire la necessaria spettacolarità alle manifestazioni che poteva essere rafforzata da interventi ed esibizioni di mezzi del1' Aeronautica e della Marina. L'intuizione si dimostrò da subito feconda. Nonostante l'eccessiva contrazione dei tempi per la fase di organizzazione (occorreva cogliere l'imminente stagione estiva, poiché gran parte delle manifestazioni dovevano svolgersi sulle spiagge), che contribuì a provocare alcune disfunzioni , la risonanza mediatica di "Rap Camp '97" -questo il nome cieli' iniziativa - fu notevolissima. Le reti televisive nazionali e private in occasione dell'apertura della manifestazione e, successivamente, le televisioni locali e la rete regionale della televisione cli Stato seguirono con puntualità l' avvenimento che, alla prima "tappa" di Viareggio, apparve fra i titoli di testa dei telegiornali nazionali. Analoga attenzione fu dimostrata dai quotidiani nazionali e local i. Da parte del mondo militare vi erano state, all'inizio, alcune resistenze e qualche diffidenza per il carattere innovativo dell'iniziativa e per il timore che essa potesse nuocere all ' immagine tradizionale delle Forze Annate. A mano a mano che l' iniziativa procedeva e si constatava la risposta molto positiva dei cittadini, però, le perplessità dei Comandanti, degli ufficiali e dei sottufficiali coinvolti si scioglievano e le resistenze di minuivano progressivamente. Al successo dell'iniziati va contribuì sicuramente l' intercettazione di una, per qualche verso sorprendente, domanda post-ideologica. Probabilmente la caduta ciel Muro di Berlino e la fi ne della "guerra fredda" hanno contribuito a svelenire un clima di contrapposizione fronta le che, in un Paese ancora dominato, fin o a pochi ann i fa, da su b-cu lture fortemente ideologizzate, aveva il suo peso nel favorire il mantenimento di consolidati pregiudizi cli p~ute sulla funzione delle Forze Armate.
D'altra parte, l'impegno in moltissime missioni di pace, soprattutto quelle della martoriata regione serbo-bosniaca, aveva creato - anche se non era emersa compiutamente - im a corrente di attenzione e di simpatia dell'opinione pubblica e del mondo giovanile verso le nostre Forze Armate. La vecchia equivalenza naja-noia perde terreno di fronte all'esperienza gratificante, anche per soldati di leva volontari, delle missioni di peacekeeping. L'essere "soldati nel mondo" e operatori cli pace in tempi in cui si consumano, documentate dalle televisioni di tutto il mondo, inunani tragedie umanitarie, diviene una forte e consolidata spi.nta ideale. Come ha sicuramente pesato nel mutare dell 'atteggiamento dell'opinione pubblica - lo abbiamo già ricordato - l'azione di contrasto alJa criminalità organizzata sviluppata in Sicilia, in Sardegna e a Napoli. Una conferma indiretta viene dalla scarsità delle manifestazioni registratesi contro "Rap Camp", manifestazioni che, anche quando vi sono state, sono naufragate di fronte all'indifferenza dei tantissimi partecipanti. In occasione della "tappa" a San Benedetto del Tronto, ad esempio, una distribuzione di volantini da parte cli alcuni raggruppamenti politici e sociali anti-militaristi fu completamente ignorata dal fiume di folla che guardava incuriosita i mezzi esposti o che partecipava personalmente alle diverse iniziative. In tutte le tappe della manifestazione i giochi e le prove, organizzati dall'Esercito, richiamavano un gran numero di visitatori e di pa1tecipanti, in particolare le prove di abilità e di esercizio fis ico; le esibizioni cieli ' Aeronautica e della Marina, dal canto loro, introducevano generalmente le manifestazioni e servivano a richiamare il pubblico con la loro alta valenza spettacolare. Insomma, l' incontro tra mondo militare e mondo civile "vacanziero" fu estremamente felice e va aggiunto che in quell 'occasione gli uomi ni scelti per il contatto con il pubbl ico si rivelarono, pur con le inevitabili «Nel mutare dell'atteggiamento dell ' opinione 1>uhblica ha sicuramente pesato l'azione di contrasto alla criminalità svilup1>ata in Sicilia, Sardegna e Napoli» [Foto: Cittadini con militari impegnali nella Missione ·'Forza Paris''J
carenze dovute all'inesperienza e al carattere innovativo dell'iniziativa, adeguati al compito, disponibili e motivati . I risultati furono molto lusinghieri. Se si confrontano i dati relativi alle domande di arruolamento pervenute da parte dei civili (dunque non dall' interno della Forza Anmtta, e cioè da paite di soldati di leva che chiedono di restare), è impossibile non rilevare il grande successo di "Rap Camp" . Nel periodo agosto-dicembre del 1996 le domande pervenute erano state J.973. Nello stesso periodo del 1997 (si tratta dei mesi presumibilmente più influenzati dalle manifestazioni) furono 6.975, tre volte e mezza in più. Per completezza di informazione e quindi di valutazione, va eletto anche che le serie storiche dei dati indicano che i mesi di settembre e ottobre sono favoriti dal punto di vista delle domande di arruolamento, probabilmente perché sono i mesi immedi atamente successivi all'estate e. quindi, chi svolge lavori stagionali si ritrova con il problema occupazionale aperto. L' entità del l'incremento. tuttavia, è tale che l' influenza del tour promozionale sembra innegabile. L' anno successivo la Forza Annata - su lla scorta dell'espe1ienza dell' anno precedente - organizzò in modo totalmente autonomo il secondo appuntamento con il pubblico . Questa volta il peri odo del "Rap Camp '98" fu di latato: mentre nel ' 97 la manifes tazione si era tenuta nei oli mes i di luglio e agosto, l'anno successivo essa si svolse dalla terza decade di giugno a metà settembre. Se la prima manifestazione era servita ad avvicinare il pubblico, in particolare quello giovanile (compreso quello femminile), al mondo militare ed ari lanciare !'"immagine", la seconda edizione tentò di consolidare i successi ottenuti nel concreto delle diverse realtà teITitoriali. L' organizzazione fu infatti strutturata su base prevalentemente regionale, con l'i ndividuazione di un responsabile per ogni Regione interessata che assumeva contatti preventivi con le autorit~t delle zone che sarebbero state toccate dalla man ifestazione e predisporre, così. in anticipo, le condizioni miglio1i per il successo dell'iniziativa, valorizzando le potenzialità locali. Nella manifestazione sul Garda, ad esempio, insieme ai Lagunaii erano presenti rappresentanti dell'Associazione Exodus di don Mazzi, con la quale [u avviata una collaborazione per aiutare i ragazzi che hanno problemi con gli stupefacenti. Quanto alle manifestazioni antagonistiche, la seconda edizione ne registrò una ulteriore diminuzione. Molta curiosità suscitavano, sempre gli strumenti informatici militari d 'avanguardia o le potenziali tà della medicina satellitare che venivano iilustrati dagli specialisti dell'Esercito. Ce11amente, l'associazione tra l'aspetto "umanitario" del "soldato cli pace nel mondo" e l'immagine tecnologica del nuovo Esercito determinava questa curiosità accentuata. Ma i ragazzi erano interessati concretamente anche alle prospettive professionali e le richieste cli informazioni in tal senso erano molto frequenti. Anche il risultato di "Rap Camp '98" fu, dunque, molto positi vo ed un' imponente rassegna-stampa sta a testimoniarlo. Il messaggio. l'obiettivo. sono risultati chimi.. Citiamo solo qualche titolo: "Esercito tra la gente per fars i conoscere''; "Nasce una Di sneyland militare per scoprire i segreti dell 'Esercito" ; ''Marketing dell'Esercito nelle città";
"Vieni in piazza, l'Esercito ha bisogno anche di te"; "Il nuovo Esercito si presenta"; "li fascino della paga del soldato"; "L'Esercito si mette in mostra e la gente guarda e gioca"; "L'Eserci.to si fa propaganda"; "Un lavoro in divisa: l'Esercito avvici na i giovani"; "Esercito più vicino alla gente"; "L'Esercito guarda al Duemila" ; "U n obiettivo preciso: soldati nel mondo", "L'Esercito conquista la piazza"; "Rap Camp è già un successo"; "I militari sempre più vicini ai giovani"; "Lavoro? Soldato professionista". Quanto al raffronto tra i dati del '98 ed i precedenti, non si dispone, in questo caso, di dati omogenei perché nella seconda metà del '98 si è inserito il Concorso interforze. Tuttavia, i dati relativi ai primi tre mesi de] periodo di riferimento - agosto, settembre e ottobre - ci dicono che le domande dall'esterno erano, a fine ottobre, già quasi 6.000. Dunque, anche la seconda edizione di "Rap Camp" ha ottenuto una risposta positiva. Il 1998 è stato anche l'anno del pri mo Concorso inte1i"orze, con· cu i si è andati verso l'unificazione delle procedure di arruolamento tra le diverse Forze Armate, che fino ad allora avevano provveduto separatamente ad arruolare i propri volontari. Le domande pervenute non sono risultate adeguate alle esigenze dell'Esercito, che ha dovuto adottare blocchi mensili straordinari per completare gli arruolamenti. Le cause di questo insuccesso sono nume«Attraverso l'arruolamento dei volontari passa la scommessa per il nostro Paese di avere un Esercito efficiente, numericamente adeguato al ruolo che l'Italia riveste in Europa e nel mondo» [Illustrazione: Opuscolo "'Con noi ncll'Rsercito" S.\'IE, 1999)
«Interessante a1>pare la proposh1 di un rnlonta rialo a ferma annuale [... J con la prospettiva di restare in servizio»
rose, ma va senz'altro annotata la defezione dei candidati , pmi al 61 %, dovuta principa]mente all'eccessivo intervallo di tempo - cinque mesi - tra la chiusura del bando e la data dello svolgimento delle preselezioni culturali. Per un giovane in cerca di occupazione, infatti, cinque mesi sono sicuramente tanti, troppi. Le Regioni con il più alto numero di domande sono risultate la Puglia, la Campania, la Sicilia, il Lazio e la Sardegna, Regioni, come è noto, ad alto tasso di disoccupazione giovanile. Di qui la necessità di accorciare i tempi, ma anche di trovare forme di incentivazione e di comunicazione efficaci. Oltre al "Rap Camp", ripetuto anche nell'estate del 1999, l'Esercito ha messo a punlo la sua campagna promozionale per il 2° Concorso interforze per volontari in ferma breve, bandito a maggio di quest'anno. L'attività promozionale punta a colpire i giovani usando, il loro stesso linguaggio e coinvolgendoli in attività ludiche: un cd-rom sotto forma di gioco illustra le possibilità aperte dal concorso, spot televisivi eradiofonici mandati su circuiti nazionali e locali (anche specifici dei g iovarli) richiamano la loro attenzione. E poi gadgets, fumetti, manifesti, gioco interattivo su Internet: questo il grande sforzo che l'Esercito sta compiendo. Attraverso l' airnolamento dei volontari passa la scommessa per il nostro Paese di avere un Esercito efficiente, numericamente adeguato al ruolo che l'Italia ormai riveste in Europa e nel mondo. Interessante appare la recentissima proposta di creare un volontariato a ferma annuale, che potrebbe rivelarsi utile a disporre di una riserva cli soldati impiegabili nelle missioni all'estero con la prospettiva che, alla fine del periodo, chi vuole possa anche decidere cli restare in servizio. Il discorso sui volontari è legato anche quello sull 'Esercito professi o-. nale, ma non solo. Quale che sia la scelta, su questo piano, che i governanti italiani presenti e fu turi faranno, un numero elevato di domande di arruolamento significa, in ogni caso, maggior selezione e, dunque, • migliore qualità.
Dal disagio giovanile alla prevenzione del nonnismo. Una proposta operativa di Paolo Crepet
1. Introduzione empre p.i.ù spesso si parla nel nostro Paese di disagio .giovanile. Ne parlano giornali e televisioni solitamente a margine di un caso di cronaca nera. Insomma i giovani sono diventati la nostra principale preoccupazione? Non lo credo proprio, anzi se c'è un'epoca in cui la società degli adulti è distratta da ben altri interessi, questa è quella attuale. Innanzitutto va detto che il fenomeno del disagio giovanile non è l' espressione solo contemporanea del malessere che attraversa una generazione in crescita. Ogni epoca ha contribuito, ogni età ha avuto le sue fenomenologie di questa antica e per certi versi immoclitìcabile inquietudine adolescenziale. Inoltre sappiamo molto poco dei nostri ragazzi, ci mancano le informazioni fondamentali. Non esiste un osservatorio nazionale - e anche a livello regionale e metropolitano le cose non vanno certo meglio - che disponga cli dati epidemiologici e sociali di riferimento, in questo modo nessun governo può essere in grado cli promuovere politiche e interventi specifici. Basterebbe prendere l'esempio delle tossicodipendenze. Dagli inizi degli anni Settanta ad oggi ci sono stati quasi 35.000 morti per overdose da eroina o decessi correlati ad abuso di sostanze tossiche. Una vera e propria guerra. Se avessimo sepolto i corpi di questi ragazzi e cli queste ragazze gli uni vicino agli altri, vi sarebbe in qualche parte del nostro Paese un cìnùtero molto pi ù grande di quelli che allineano le croci delle vittime dei soldati alleati del Secondo conflitto mondiale. Forse così avremmo preservato la memoria di quell'eccidio che rischia di scomparire dai nostri ricordi e dai nostri sensi di colpa. Che cosa abbiamo capito da quella tragica esperienza? Nulla o quasi. Soprattutto in term ini di analisi delle cause e dei provvedimenti preventivi. Potremmo dire - e non vuole essere una battuta la mia - che è stato molto più efficace l' Aids a prevenire le morti correlate all'uso di eroina, di quanto non siano riuscite ad essere le tante campagne d ' informazione e le innumerevoli iniziative compiute in ambito scolastico. Non vi è dubbio infatti che la diffusione della malattia virale abbia scoraggiato dal multiuso delle sirin!R1e, una delle principali cause di morte. Oggi, ci troviamo cli fronte ad un nuovo fenomeno - quello delle
S
<di fenomeno del disagio giovanile non è l'espressione
solo contemporanea del malessere che attraversa una generazione in crescita» [foto: C. Carrubba - "Panorama", 31.1.1988]
"nuove" droghe, cioè all'abuso dì sostanze di sintes i - che non è privo di pericolose ricadute sociali e non sappiamo bene cosa fare: a scuola se ne parla pochissimo, non esiste una politica unitaria, le iniziative preventive sono vaghe e mal collegate tra loro. Analisi analoghe potrebbero essere fatte riguardo altre forme di disagìo giovani le: dalla criminalilà minorile (aumentata del 150% in quindici anni) ai suicidi (seconda causa cli morte dopo gli incidenti stradali nella popolazione con meno cli 25 anni).
2. Analisi dei nuovi fattori di rischio Ciò detto, occorre valutare se e quali possono essere i nuovi fattoti di rischio - non bisogna mai parlare in questi casi cli rapporto causa/effetto - che caratterizzano il panorama attuale. «Siamo p:,ssl'lti eia una struttura familiare patriarcale (dunque vcrlidslica e piramidale) ad una struttura orizzontale L•.•J soggetta a rompersi e ricomporsi» [Foto: Sa,•crio Mar ra - 1929]
~
Per brevità, scusandomi in anticipo per la concisione della mia trattazione, li elencherò per punti. • La struttura familiare. La nostra società è fondata, dal punto cli vista sociale, economico e affettivo-relazionale sulla struttura familiare. Essa è stata il luogo dove si è compiuta la più grande, e silenziosa, rivoluzione che la nostra comunità ha conosciuto in questo secolo. Siamo infatti passati da una struttura patriarcale (dunque verticistica e piramidale) ad una struttura orizzontale che, nel corso della vita, è sempre più soggetta a rompersi e ricomporsi con altri spezzoni fami liari (la probabilità che un bambino in una realtà metropolitana ha oggi di vivere sempre e solo nella fam iglia naturale è del 50%). La crisi della crescita demografica ha imposto una modificazione straordinaria non solo alla struttura della famiglia, ma anche alla sua organizzazione interna: i figli (spesso l'unico fig lio) non vivono più a contatto con le generazioni precedenti (i nonni) e anche i loro legami amicali sono diradati (l'aggregazione adolescenziale funziona sempre più per piccoli gruppi). Papà e mamma lavorano entrambi e ciò implica o la delega a figure esterne alla cultura fami liare (baby-sitter) o la solitudine. La tecnologia ha aiutato questa trasformazione: i videogiochi, il computer, la televisione, Internet rappresentano altrettante occasioni di isolamento relazionale cui i. nostri figli silenziosamente si sottopongono. Anche nell'organizzazione della sua giornata il giovane vive in una sostanziale lontananza emotiva dagli adulti cli riferimento. Si calcola infatti che il tempo medio impiegato per la cena non supera i I 5 minuti, dopo i quali ognuno (papà, mamma, figli) si ritira nei suoi domini domestici: oltre la metà dei ragazzi possiede una televisione e una play-station nella sua camera da letto. Dunque il tempo cli contatto e di comunicazione \~ f · , , ~ • (ovviamente non quella telefonica o telematica) è sempre più ridotto e questo comporta un inaridimento della relazione emozionale che caratterizza uno dei fattori di incleboli mento della personalità dei giovani oggi . • Occupazione e identità. Il railentamento e il deterioramento della domanda del mercato del lavoro per quel che riguarda soprattutto l'occupazione giovanile rappresenta un ulteriore fattore cli fragilità. La questione non è solo quella di trovar lavoro ma di trovare "quel" lavoro cui si ambisce: in altre parole il vero problema, dal punto di vista psicologico, è ind icato dalla differenza che si stabilisce sempre più tra ciò che un giovane v01rebbe fare da grande e ciò che invece pensa - più modestamente - che potrà fare. In altri tennini questo fattore di fragilità agisce in relazione al grado di aspettative cui l'intera generazione cli giovani è oggi esposta. Infatti, quanto maggiore è l'aspirazione tanto più dolorosa sarà la
~-------------~~ ·r ·, «r>agli inizi degli anni Settanta ad oggi ci sono state quasi 35mila morti per overdose da eroina o decessi correlati ad abuso di sostanze tossiche»
!Illustrazione: Cartolina diffusa dallo SME- 1991]
·. J
frustrazione quando l'individuo non riesce a raggiungere gli obiettivi che gli/le erano stati promessi. Non vi è dubbio che una caratteristica saliente del mercato ciel lavoro odierno è quella cli essere marcatamente scollegato dal mondo della formazione e degli interessi culturali in cui un giovane è immerso. Ma le caratteristiche strutturali del lavoro comportano anche un altro rischio psicologico per i più giovani: e questa volta il pericolo riguarda la f., . struttura stessa della personalità. Gli esperti di economia calcolano che un giovane che entra oggi nel merl cato del lavoro si troverà a cambiare, con ogni proba' ,r , bilità, tre o quattro volte mestiere nel corso della sua vita produttiva. Il che implica che non può "sentirsi" rappresentato dalla professione che sceglie in quanto essa è destinata a diventare altra cosa nel volgere di qualche anno. Fino a non molto tempo fa, una parte. strategica della struttma di personalità dell'individuo era formata dall'identità lavorativa ciel soggetto, cosa che non è più nemmeno ipotizzabile ai giorni nostri. Lo straordinario cambiamento del mercato del lavoro - la difficoltà a trovare l'occupazione voluta e desiderata, la probabilità che essa sia po1tata a mutare nel tempo - ha contribuito a produrre e a diffondere il fenomeno dell'"adolescenza prolungata", ovvero la tendenza a non abbandonare la propria abitazione e la propria famiglia fino al raggiungimento di una piena maturità. Sono dunque i fattori protettivi "storicamente dati''. quelli ad essere venuti meno oggi. L' identità dell'adolescente prima e del giovane poi non possono che risentire di questo indebolimento. Il loro tratto di personalità - al cli là di qualsiasi tentazione cli generalizzazione - appare spesso stemperato. A questo lento processo di indebolimento concorrono anche ì fattori legati all'ambiente.
'-·\ , .;t> ,
~
I
I
l.
;f
..,
..
,~~
,s.i
4
I
3. L'ambiente scolastico e di quartiere
(il
«La crisi della cresci ta demografica ha imposto una modificazione non solo alla s tru ttura della famiglia, ma anche alla sua organizzazione interna: i figli (spesso l'unirn tiglio) non vivono più a conla tto con le generazioni precedenti (i nonni)» [Folo: Rurk U21.le - 19701
Anche l'ambiente si è trasformato in modo straordinario in questi ultimi quarant'anni. Il calo demografico seguito al baby-boom degli anni Sessanta avrebbe potuto portare miglioramenti nell' erogazione dei servizi per l' infanzia, visto che non sono calate parallelamente le forze umane impiegate in questo settore. La scuola non ha saputo cogliere questa occasione, non si è sufficientemente rinnovata e soprattutto non ha interpretato i cambiamenti di cui ho appena scritto per adeguare le forme educative alle mutate esigenze dei giovani. Ai rischi di isolamento sociale e di solitudine emotiva, la scuola non riesce a offrire, in buona parte, quell'aiuto e quella capacità cli ascolto che sarebbe necessaria. Nella scuola media superiore, infatti, difficilmente ì ragazzi trovano quella complicità e quell'empatia di cui hanno un'enorme necessità.
Contemporaneamente anche il quartiere si trasformato. Si è impoverito di strutture di accoglimento a favore cli luoghi di intrattenimento non aggregativi (come, ad esempio, le sale gioco). Le strade, le piazze, i giardini sono diventati luoghi pericolosi e i giovani vengono scoraggiati dai loro genitori a frequentarli: ciò comporta la fi ne del gioco come momento di aggregazione spontanea, di confronto, di utile esercizio alla conflittualità. I ragazzi vivono sempre più in gruppi piccoli e omogenei, cioè privi di confronto.
4. Il servizio militare di leva come occasione per capire il mondo giovanile
,<li ralo demografico seguito al "baby-boom'' degli anni Sessanta avrchhc potuto portare miglioramenti nell'espansione dei serl'izi per l'infanzia» Illlustrazione: "Kalender Fliegcndc Rlal.tcr'' - 1904] I
:
/ r
1
I' ...
·, ,.,
I
. I
j!
Non vi è dubbio che oggi il servizio di leva rappresenta un'immensa occasione per capire dei giovani ciò che la nostra società (ammi nistrazione pubblica, scuola, famiglie, associazioni di settore) non riesce a conoscere. Ecco dunque che l'impatto tra giovani di leva e l' agenzia militare che li deve accogliere può diventare campo di una sperimentazione che non avrebbe uguali in Italia. Si tratta dunque di trasformare il p1imo contatto del giovane di leva in un' opportunità per lui di parlare, comunicare, capire qualcosa della sua condizione esistenziale laddove ciò ném era potuto avvenire. Per l'istituzione militare ciò avrebbe impo1tanti ricadute: • accumulare informazioni sul grado di benessere/malessere psicologico individuale, sulla struttura familiare, sui bisogni e le aspettative. Queste informazioni potrebbero essere utili ai rnjn.isteri competenti e più in generale alle agenzie che si occupano di giovani; • questo servizio di indagine e di supporto psicologico potrebbe avviare altresì la costituzione di una bancadati, aggiornata anno dopo anno, che fornirebbe una immensa risorsa sia dal punto di vista statistico (non esistono in Italia fonti aggiornate di dati sulle condizioni giovanili) sia da quello sociale e psicologico; • si possono ottenere informazioni utili ali' identificazione di specifici gruppi a "rischio" psicologico, come ad esempio individui con tendenza autolesiva o eterolesiva. In questi casi si potrebbero predisporre servizi di counceling non soltanto utili al giovane ma anche al i' istituzione militare in quanto si potrebbe prevenire casi di violenza su altri e su cli sé.
5. Come realiz.z,are uno strumento di valutazione e auto-in/ormazione? Problemi metodologici, etici e organiz.z,ativi Stabilita I' impo1tanza di tale intervento, occorre valutare con molta attenzione come attuarlo. Il primo problema che si pone è costituito dalla necessità di tutelare la
«La scuola 1... 1 non sì è sullicientementc ri nnovata e soprattutlo non ha interpretato i cambiamenti [ ... I per adeguare le forme cd urntivc alle mutate esigenze dei giovani»
privacy. La recente legislazione tutela come si sa il cittadino riguardo a qualsiasi informazio ne possa recar danno aJla sua persona e ai suoi interessi. A maggior ragione tale cautela deve essere prestata quando si parla di giovani. Un secondo problema metodologico riguarda il grado di interesse che può suscitare uno stru mento di indagine scientifico in una popolazione che non è certo abituata a questo tipo cli collaboraz,one. Il terzo problema attiene all'organizzazione del setting dove tale indagine/intervento deve poter avvenire. Questi problemi hanno portato a identificare uno strumento cli ricerca che abbia le caratteristiche cli tutelare le informazioni che si richiedono al giovane, di attirarlo e d i coinvolgerlo in una situazione cli' quasi -gioco e infine di poter essere facilme nte organizzato e installato in qualsiasi caserma.
6. Il video-gioco Le nuove tecnologie, si sa, fan no parte della cultura giovanile ormai da molti anni . Anziché demon izzarle, a mio parere, sarebbe utile saperle usare come mezzo di comunicazione con il mondo giovanile. L'idea che qui si propone è quella di produrre un sc?ftware contenente una serie cli scale psicometriche in grado di misurare il grado di benessere/malessere del soggetto, unitamente a dati riguardanti la sua famiglia, l' organizzazione ciel suo tempo libero, la rete amicale, ecc. Tutti questi dati vengono raccolti in forma assolutamente confidenziale e consegnata al ragazzo il quale può usare questo video-gioco per ottenere informazioni su cli sé. La partecipazione al video-gioco deve essere su base volontaria e attestata dalla firma cli con senso. Gli stessi dati verranno a far parte di una banca-dati a disposizione delle autorità militari che potranno usare quanto emerso sia per proporre al soggetto eventuali colloqui con personale specialistico (psicologi, psichiatri), sia per predisporre misure idonee per prevenire forme cli violenza e di autoaggressione.
7. Conclusioni Il fenomeno del nonnismo non è certo facile da estirpare. Non credo sia praticabile un 'unica soluzione in grado di elimi narlo, ma una serie cli proposte graduali che sappiano aggredire il problema sia dal punto cli vista socio-culturale, sia da quello psicologico. Il contributo che la proposta ciel video-gioco puù dare è quello di fornire precocemente un
«Il servizio di leva rappresenta un'occasione per capire dei giovani ciò che la società non riesce a conoscere» [Illustrazione: Giuseppe di Prinzio Uassorilievo, 1942 1
identikit dei tratti cli personalità che possono raffigurarsi sia nella figura dell'aggressore sia in quelli della vittima. L'aiuto psicologico che può essere cli enorme importanza anche per combattere la reticenza della vittima a denunciare episodi di nonnismo: sentendosi aiutato e capito - dunque non temendo di finire ad essere solo "contro" gli altri - la vittima potrebbe trovare la forza di ribellarsi e cli collaborare con-la giustizia mil itare. Finalmente potremmo avere informazioni su tutti quei casi che fino ad ora sono stati celati da omertà e ipocrisia. Il recente tragico episodio accaduto nella caserma della Folgore di Pisa ha tristemente ricordato a tutti che non saranno solo le pur meritorie volontà espresse dai Comandi dell ' Eserc ito a promuovere un cambiamento radicale in quest'ambito e ciò potrà iniziare quando i ragazzi avranno certezza di non essere abbandonati a se stessi (ovvero al volere indiscriminato delle reclute più anziane) ma aiutati da persone esperte nel campo psicologico e relazionale.
«La natura del nonn ismo risiede nella solitudine della recl uta, spesso aggrava ta dalla lontananza dagli affetti familiari, nuovo in u na realtà chl~ non conosce» [Illustrazione: Vittorio \liviani - "Nostalgia'' - 1942]
Sono infatti convinto che in parte la natura ciel nonnismo risiede nella soli tudine della recluta, spesso aggravala dalla lontananza dagli effetti fam iliari, nuovo in una realt~t che non conosce e che si presenta in modo ostile, senza la possibilità di potersi fidare di qualcuno. Fin che questa rimarrà la reallà emotiva per buona parte delle reclute, il fenomeno del nonnismo non solo non·potrà essere sconfitto, ma nemrneno interpretato e capito. La proposta illustrata, al di là di dettagli tecnici che non ho voluto qui approfondire in quanto contenuti in un documento da me redatto e consegnato alla Commissione sul fenomeno del nonnismo, vuole avere queslo s ignificato: permettere ai ragazzi di parlare di sé, essere ascoltati, poter chiedere aiuto e riceverlo nel mi glior modo possibile . Sono ben conscio che questo non è altro che un contributo, che non può ambire a offri re risposte definit ive, ma è un modo per iniziare, invece che a criminalizzare i nostri ragazzi, ad ascoltarli e a cercare cli capirli. •
/
Abstracts
Madonn a
Piern cl i Cosimo ( 1461-1521) il Rambino l' An:,:d i (part.J
l'Oll
YOUNG PEOPLE AND THE NE,v ARMED FORCES (by Franco Ferrarotti)
arely do studies and research on young people go beyond categoria} boundaries and the consequence is a kind of "youthology" as self-complacent as it is sterile .. Young people should be seen from within their socia! context, not as some "Unknown planet" of its own. Never will we understand the young unless we view them from a perspective of society as a whole. Ancl a society with nothing more to say to its young members is already doomed.
R
Industriai society and its paradoxes. a) lt exalts the young, it makes a myth of them, it underscores their dynamism but, at the same time, it keeps them waiting which is frustrating and humiliating. b) It imposes on them its own contradictory values, above all, it asks of them to be supportive of others while preaching success as a supreme · life value and inter-personal competition no matter what. · e) When dogmatic ideologies are in crisis, ideals are also set aside ideologies which have turned into loud-speakers for officialdom. The young are left only with a "meaningless freedom" because they can no longer hope for the same life-time careers as in the past. They can only hope for precarious jobs. cl) The young are askecl to be independent but at the same time they are not given the means (a stable job, a decent salary) to fonn their own family and to be liable hurnan beings. Lack of ideals prevent the young from expressing their own natural generosity. The new efforts awaiting the Armed Forces in the society of the fu ture coulcl be the solution - or at least a meaningful way out - to the crises afflicting the young today. Once one of the instruments to keep order, the Armed Forces are now increasingly becoming main instruments of socia! and civil services. These range from emergencies coming from natural disasters to the fight against organized c1ime and contlict-prevention and peace-keeping in the name and uncler the mandate of international organizations.
THE ARJVIY AND THE YOUNG: TWO WORLDS THAT HAVE TO CO-EXIST (by Danilo Jl,foriero)
e
an young people, their scale of values, be addressed outside the gen e rai socia} context in which they live? No, warn the sociologists, because tbere is the risk of engaging in a kind of "youthology" . So focus is vita! in planni ng how the Army will relate in the future to society and its younger members in particular. The growing civil volunteering effort in Italy demonstrates that there is a great reserve of freely-expended energy in Italian society that can and mus l be channelled to the "good" . Could the Army tap this resource? T here is no institution in Italy whose role is not open to discussion, not clebateable, no institution which is legitimised by the mere fact of its existence. They must ali earn their daily breacl of consensus. This does not mean that the Anny in questioning its role must always seek unanimous consensus both external and internal. "Institutions, like schools", Claudio Magris has saicl, "also serve to have people do or nor do something unless they want a ... kick where it hurrs". To the credit of the politica! and cultura! evolution under way in Italy, the wall of non -communication between the civilian ancl military worlcls has fallen. Research into th e world of the young, the " sa mpling" of wicle sectio ns of society and the op inion s of authoritative observers confirm the Army's s trong points: its increasingly committed peace-keeping function; the "socia!" nature of its crime-stopping missions nationwide; its efficient ancl modem new look with its ranks now open to professio nals and women. The Am1y's commu nications initiatives have been incisive in the development of this new perception. lts fondamenta! messages have reached thei r mark. According to one prestigious testimonial - Furio Colombo who is currently devising a theoretical communications campaign: ''I would try to enhance the image that people already ha.ve of the Army - they see it as a factor of 'good' in the Iife of internalional society".
YOUNG PEOPLE: A METROPOLITAN-MEDIA WORLD (by il4assimo Canevacci)
T
his essay criticizes rhe concepts of counter-culture (which dates back to the 60s) and sub-culture (associateci with the generic formulas of socia! sciences of the past) to foc us on the mediame tropoli s-com m un icati on relationship - this represents the innovative and conflictual context in which today's young live. In this perspective of demographic collapse, unemployment and genetic modifications, the class of young people has "enlarged" in number because the conditi on of being young stretches over other ageclasses.
MJLJTARY ORGANIZATION AND YOUNG PEOPLE TRAINING MODELS AND OPPORTUNITIES FOR STRUCTURE DEVELOPMENT (by Giuditta Alessandrini and Luciano Benadusi)
I
n recent years, the Jtal ian Armed Forces have been fulfilling functions which are not strictly military. In addition to their engagements in joint or combìnecl peace suppo1t operations (Gulf War, UNOSOM, UNOMOZ, IFOR, SFOR, ALBA and others), the ltalian Army has collaborateci with the police in a number of home missions for safeguardi ng institutions and public order (Forza Paris, Vespri Siciliani, Operazione Riace and Operazione Partenope). Because of the particular nature of these operations, the Anned Forces hael to eleveJop new intervention strategies, a new minel-set and, above ali , new professional skills. Thus, in view of such radical changes, the Armecl Forces must now seek new training approaches in order to responcl rapidly to changes. Even the training system, eme of the pill,u-s of the Armed Forces, is going tlu·ough a phase of considerable transition. In 1988, in response to these changing scenarios, the Army's Generai Staff clevisecl a series of projects and di.rectives to change the military training process substantially. In order to devise a new training system, we neecl to reconsider its founclation which are: ongoing training, self-training a.nel training contracts. This restructuring hinges on professionalization and specialization ancl this is why Directives aelclressecl to Officers, Warrant Officers, Sergeants, Regulars and Short Term Volunteers reiterate that generai and combined train ing is above ali "ba.sic eclucation". It's quite impossibile to achieve an adeguate standard of professionalization and specialization without it. Within this framework, training will be expected to bui Jd solid professional foundations. Trainers assigned to the task will have to incorporate "savoir", "savoir ètre" and "savoir faire" in their teaching. The reorganization of the Army has been focusing particularly on the training courses for ali personnel given the new and varied tasks personnel is now called on to carry out. As a consequence, the training process for Officers, Warrant Officers and Sergeants, including Regulars and Short Te rm Volunteers , has been transformed considerably as part of an ongoing renewal process. The recent re-ordering of Officers training system and the review of Officers recruitment, status a.nel career opportunities are emblematic of the new light being shed on military professionalism in line with the overall revision of the employment anc.i training policies in this country. The focus on "skills" and on "ongoing" and strongly "action-orientecl" education is coherent with the common opinion expressed in the current debate on changing the training system; this is both for in-house corporate training and vocational training. Military Organization and
Mìlìtary Schools ìn partìcular have at last sensed the need to increase contact with the outsìde environment by focussing on the phenomena that take place there. A case in point \Vas the recent decision to open the ISS MI to civil servant, particularly from the Foreign and Interior Ministries, and to Italian and foreign civilian scholars. It is now clear that the re-orientation of the Army's mission - to protect not only the country but its citizens and their communities too - is undoubtedly a frnt her step forward.
THE ARlVIY'S IMAGE AMONG THE YOUNG: IN BARRACKS AND OUT (by Fabrizio Battistelli and Paolo Bellucci)
I
n Italy today, the relationship between the Anny and young peopleis not ali one way - either totally positive or totall y negative. It is a com bination of both. This essay, based on various studies and statistica] surveys, analyses the degree to which these positive and criticai images determine the youth's overall attitude towards the m iJitary. Por many years, the Anny was "invisible" in Italian society, both for historical and ideologica] reasons. Today, th is status quo is rapidly changing under the thrust of socio-political transformations registered internationally and at home. In this context, many factors run counter to Italy's maintaining conscript io n: the red uction of birth rates, the d iffus io n of post.., materialistic values, bitter competition represented by conscientious objection and recruitment into other branches of the Armed Forces. But there are other factors in favour of conscription and volunteer recruitment: a higher leve! of youth education, the potential functio ns of consc1ipts (for example, conscliption as ritual passage to adulthood) and a more qualified participation of the military in peace-keeping operations. According to a number of sociologica! studies cruTied out by severa! authors, today's motivations for joining the Army are no longer based on pre-modem or modem values but on the post-modem ones in which elements of spirituality and egoism co-exist. For these reasons, the traditional attitude to conscription and the explanation that it is desig ned for national defence can no Jonger justify it. The change in this way of thinking could be the goal of a socialisation process enhancing the image of the Army as an initiation to adult lìfe that young people already associate with conscription. Any such process would have to focus on the numerous posi tive manifestatìons of conscription that bave emerged form vruious studies, firs tly the initiation to adult life, secondly open-mindedness towards others, developing one's own self-esteem that comes frorn competition and from ali the adventurous experiences that military service can offer. It would be wìthin this kind of process, then, that the ethical ideals of protecting others, serving the community, defending one's country and contributing to world peace would find their proper place.
THE ARMY'S INTERNATIONAL MISSIONS ANO THE YOUNG. THE SOLOIER'S MOTIVATIONS, ORIGINS ANO NE'1V IDENTITY (by iv/aria Luisa 1vlaniscalco)
nalysed here are the features of today's military identity within a backdrop of great changes on three fronts: in the international geo-political context (globalisation, the decline of the Nation-State, new forms of conflict, etc.); in the culture of post-modem societies (mass media growth, the fom1ation of world public opinion, the surfacing of post-materialistic values, etc.); in the Armed Forces themselves (a more democratic and collaborative organization, new internal and external tasks, etc.). Particular attention will be paid to the meaningful transformation of servicemen from "soldiers of war" to "solcliers of peace" and the radically new features they now present. The point of reference has also changed, in that soldiers are no longer called ·ro serve their country but humanity. Now they are often engaged in missions without frontiers, outside the boundaries of their own national autholities. These new tasks have also been incisive for the soldiers' own thinking: it is no longer a typically male world. lt has also changed into a femaleoriented environment, matemal, altrnistic and predisposed to protecting human !ife, which is the characteristic of materna] thinking. This transition has not been linear. There has been no switch from one model to another. The soldier of peace has all the characteristics of a warrior but these are now simplified; he overcomes them and uses them differently. The experience of internal missions will also be considered an important element in the emerging military identity: among the people ancl for the people, the serviceman is picking up the thread with civil society - no longer is be just the extreme bulwark of democracy and freedom during wartime but he now takes pa1t in the daily struggle to live in certainty and serenity. The leve) of self-esteem and gratification for a well-done job is rising. The Army is an institution which has ahvays been made up of young people and today seems to offer the possibility of "new experiences" such as to attract the children of postmodem society, who are cruriers of the values of aesthetics ancl selfrealization. This, if on the one hand allows the institution to forge its link with society, on the other band reinforces its instability: a more articulated and less rigid military identity is taking shape today, which will be an interesting process to monitor as time goes on.
A
ATTITUOES OF THE YOUNG TOWAROS THE ARMY ANO THEIR IMPACT ON RECRUITMENT lVIOTIVATION ANO ORGANIZATIONAL BEHAVIOUR (by Massimo Bergami and Gianfranco Gasperini)
T
his essay illustrateci the findings of a series of stuclies by the CeMISS on processes of identification with the Army and recruitment motivation. The first part summarizes the "Socia! Identity Theory" and its
representation on two distinct climensions: persona!, accorcling to individua! characteristics (age, sex, physical characteristics and personality); socia!, i.e. the awareness of belonging to a certain socia! group. The second part sets out the basic orientations of the research: - recruitment motivation and the impact of the initial motivation on the organizationa] behaviour; - organizational identification, its background and future development in terms of attitudes ancl organizational behaviour; - vertical analysis of the socialization process engaging short term volunteers and the clynamics of iclentification. The results show that recruitment motivation and perceptions of the Army's identity are pivotal to establishing the clegree of identification of its members in whatever capacity with the institution (conscripts,volunteers, NCOs, and oflìcers).
VVOMEN AND THE ITALIAN ARMY (by il1aria Immacolata Macioti)
W
hen, in 1992-1993, the problem of women volunteering to serve in the Army emerged, Italian society seemed little preparecl to acldress such a socia! problem. The press responded with sarcasm. The comments from Left to Right were "pink stars" or "barracks in pink ribbons" ancl so on. Moreover, the desire of joining the Army carne more from enthusiasm· than reflection. Toclay severa! years later, this desire seems to be more justifiable (this analysis takes into account hundreds of letters from women) being based on the wish of both working for one's country ancl for others as well as finding a job. Meanwhile, the national press has adclressecl this issue and the most important newspapers have focused their attention on this problem. At this point, it woulcl be useful to extend the clebate to the whole approach to the question and the role of female soldiers.
\VOMEN IN THE ARMED FORCES: EXPECTATIONS, PROBLEMS AND 'WHERE TO BEGIN (by Gabriella 1',farucci)
T
he thousands of letters sent to the Ministrv of Defence and the Army General Staff by women seeking enrolment coulcl go a long way to enhancing your relatively poor knowledge of the worlcl of young people. These are girls aged between 15 and 32 presenting various levels of education (from Junior High School diplomas to degrees) and who come from every region. The letters indirectly reflect how young Italian women conceive the Armed Forces or how they would like them to be: the piace of professional achievement, the piace in which to apply moral and civic
ideals, to organise initiatives of solidarity, justice, peace and national defence. Aspiring servicewomen repeatedly declare themselves willing to face the fatigue of training, eventual risks and responsibility. Two observations may be made judging by the variegatecl context emerging from these letters, extracts of which are featurecl: a definite, unexpected portrait of girls who are determined, motivated, generous and supportive of traditional ideals; an image of the Armed Forces that is positive, new, modem, dynamic. I hope that the admittance of \.Vomen to the military life and career be flanked by a far-ranging process of moclernisation and transformation such as to present military organisations as a desirable model of youth aggregation and professionalism. To conclude, I do not believe the roles ancl tasks of women to be substantially different from those of men. The graduai admittance of women, trained in female academies, a volunteer military service for males and females, adeguate Jogistics these are some of the elements which coulcl renew the Armed Forces, provicling fora for effective inter-gender collaboration.
WOMEN STORJ.\il THE LAST BASTION OF ITALIAN MALE CULTURE (by Rossella Savarese) his contribution is designecl to further analyze the best ways to introduce women in the Defense system. This analysis is neither historical nor juridical but sociologica!, it tencls to highlight indepenclent variables and delineate a model of interpretation. The underlying hypothesis takes shape around two factors of equal relevance. The first is thal the need to recruit young people with a good cultura! leve! and who are soliclly motivated has been driving the campaign to adnùt women as soldiers. lt has accelerated a process that not even intemational conventions were able to do. The second is the way in which women will approach the Institution and how they will represent it. These two factors have a common root which is manifest in chauvinism and feminism and both have been part in the change in Italy since Worlcl War II. It may be said that this institutionalized adrnittance hacl to wait for the completion of two processes: one within the Instit'ution and its political side and the other in female consciousness. The two processes are bound because both bear the weight of cultura! traditions typical of this country: Catholic culture and leftist policies. In Italy at this end of century, the conviction has grown that it must be women themselves who choose whether to enroll as volunteers or not, so there should be no barriers at the outset or sex cliscrimination. The option of principle, which is campaigning for the introduction of women in the Armed Forces, however, does not necessarily mean that individuals will be in favor of enrollment.
T
Motivations range from the most universal ones, such as wishing to re nder oneself useful, to others concerning gender such as to demonstrate sex equality. The element of major interest emerging from a comparison of the studies carried out so far in Italy on the ìssue, is that in all reg io ns, North and South alike, there is great consideration for the female role and an aspiration of selfdetennination for women. Unlike their male counterparts, soldier-tobe women from southem regions present a high level of education as well as a great sense of duty to their country. In other words, they are conscious, motivateci people able to join their own persona] goals with universal objectives.
YOUTH'S IDEA OF THE ARMED FORCES: IN VIKW OF NON-STOP COMMUNICATIONS (by Sara Bentivegna)
F
ollowing the radical transformation in the various sectors of the Armed Forces in recent years, this essay analyses the strategy to convey this new image to the young people. The author examines previous Army publicity campaigns, such as ''RAP CAMP", in relation to their potentiality to reach their targets ancl, more generally, to their capacity to raise the profile of the Anned Forces in the eyes of the young. This can only be achieved through "non-stop" communication using their same language.
ITALIAN AR!VIY: lMAGE, COMMUNICATION, ENLISTMENT (by Mariantonietta Colimberti and Carlo Jl.1asini)
I
n the two and a half years spent at the Defence Cabinet as experts in the field of communications, attachés and advisers to the former Minister of Defence Beniamino Andreatta, the authors could experience the military world in the first person and - from a privileged position - could observe its orientations, changes and potentialities. Analyzing their effects from the point of view of conununication, this essay exarnines three events of significant impact on the Army and the public opinion: the battle against nonnismo, i.e. the notorious mobbing practices carried out by older soldiers against new recruits, the "Operation Alba" and the volunteers recruitment campaigns. Breaking off a long period of indecision, and sometimes underrating of this phenomenon and its negative resu lts , the Military Top Management has given now a decisive boost to the fight against nonnisrno through a number of quite detailecl preventive and repressive measures, taking action also against very high-rank Officers. Now Commanders know that their careers can be jeopardized by mismanaged episodes of nonnismo . The Army
Generai Staff has also esta blish ed a Committee, made up of outstanding experts, tasked with studyin g the phenomenon and suggesting measures to prevent it. This activity reached its climax with the permanent Directive on nonnismo, issued this year in Ma rch by the Chief of the Anny Generai Staff. The Operation Alba, giving so much credit to ltaly and its soldiers, was a very engaging commitment from the organization, diplomatic and military point of view. Much less satisfying - according to the authors - were the communication aspects, though probably adversely affected by the "first time" factor. The authors suggest a stronger cooperation with Media and aiso, inside the military environment, the employment of Oftìcers properly trained in communications, outside a rigid hierarchy because the qualities of a good commu nicator and those of a good military do not always necessarily match. Last but not least, the third sector examined is that of the campaigns carried out for recruiting volunteers. Notwithstanding the initial mistrust by the military, the first two 1997 and 1998 promotional tours - the so called "Rap Camps" - registered a great success of public reported also by the Media - and were followed by a large increase of the enlistmen t application forms. They were successful also in bringing the large public - of all ages, but expecially young people closer to the new Army of the Year 2000, with its technological equipment and more and more frequent engagements abroad. No analogous success was registered at the first Joint Competiti on, because of several factors, inclependent from the Service. The Army clecided to relaunch this commitment on the occasion of the second Competition, published in March thi s year. Young people are "captured" through messages conveyed in their own Janguage ancl by their own Media: youth-cledicatecl Radio ancl TV networks, gadgets, computer games, Internet and so on.
FROM YOUNG PEOPLE'S PROBLEMS TO THE PREVENTION OF "NONNIS:MO". A WORKING PROPOSAL (by Paolo Crepet)
ullying behaviours are difficult to understand without taking into account juvenile unrest. Socia! and psychological factors have deeply unbalanced young people's growth process, which has become increasingly fragile and uncertain. When young people pe1fonn their military duty, it will be possible to asses$ their leve] of satisfaction/ dissatisfaction, in order to possibly prevent inwarcl or outwarcl-clirected aggressive behaviours (as in the case of bullying). To this end I suggest aclopting a video-game test, to measure their leve! of self-esteem, psychological well-being and the reliability of their friendship "links". This video-game test should be voluntarily performed as part of medicai examinations. The questionnaire will also provide us with useful infonnation to better receive new recruits and support them both at socia] and psychological level.
B
Bibliografia Ragionata di Maria Immacolata Macioti
Piero d i Cosimo (1 461 -1 52 1)- Visitazione con i Sa nti Nicola e Antonio Al>alc (pari. /
[I
certamente impossibile dare una panoramica esauriente delle pubblicazioni (libri, riviste, singoli saggi, interventi, convegni, filmati, ecc.) riguardanti i temi dei giovani e delle Forze Armate. La bibliografia che segue non ha quindi alcuna pretesa di completezza. Si propone soltanto una ricostruzione parziale dei più significativi cont1ibuti scritti usciti in merito negli ultimi anni, di facile reperibilità in Italia, oltre a una iilettura delle opere riguardanti queste tematiche da patte degli autori dei saggi riportati in questo volume. Anche in questo caso, comunque, non potrà che trattarsi di cenni parziali. Infatti, ad esempio, F. Ferrarotti si è soffermato ripetutamente sul terna giovani, sia in testi noti e consolidati, sia in una serie di interventi sulla stampa quotidiana, così numerosi che per essi si rinvia alla Bibliognrfia degli scritti di Franco Ferrarotti dal 1945 al 1997 (Seam, Roma, 1998). Un terzo criterio infine è stato quello cli segnalare alcuni testi particolannente significativi, che rischiavano di essere altrimenti noti ai soli specialisti mentre erano senza dubbio meritevoli cli essere segnalati a un più ampio pubblico, come nel caso di contributi facenti capo alla Caritas. Si è ritenuto opportuno poi di suddividere i libri e gli articoli di cui si propone la lettura a seconda della loro impostazione e dell'argomento trattato: in primo luogo, quindi, la tematica relativa ai giovani, quindi quella intesa allo studio delle Forze Annate, ivi comprese alcune riflessioni sul Nuovo Modello cli Difesa. Ancora, uno spazio a sé è stato dato agli studi, forzatamente ancora allo stato embrionale con
riguardo all'Italia, sulle donne-soldato. In sintesi, quindi, le sezioni individuate sono state le seguenti: 1. Giovani; 2. Studi d.i Sociologia militm·e in generale, "classici" della disciplina; 3. Studi sociologici relativi all ' Esercito Italiano e alle altre Forze Armate. In particolare, sono state elaborate delle sotto-sezioni: 3a. Studi sull'Esercito Ttafomo, i mutamenti intercorsi; 3b. Le missioni di pa-. ce, il Nuovo Modello cli Difesa; 3c. Studi su Donne ed Esercito; 3d. Varie. Anche qui, evidentemente, si ritiene opportuno chiarire che si tratta di una suddivisione di tipo euristico, che non intende creare differenziazioni drastiche tra argomenti interconnessi e affini o anche, a volte, sovrapposti: l'intento è solo, si diceva, quello cli offrire una chiave di lettura e di orientamento in un universo complesso e molteplice. Potrà quindi darsi il caso di un testo collocato in una sezione particolare, che contenga anche argomenti che avrebbero potuto permetterne la colloca.zione in altra parte. Ad esempio, alcuni studi fra i tanti sulle donne impegnate nel Servizio Ausiliario nella Repubblica Sociale Italiana sono stati collocati nella sezione Donne e Esercito, laddove avrebbero potuto essere benissimo inclusi nella precedente parte storica: si è però inteso così sottolineare la specificità femminile, piuttosto che non il taglio di tipo storico. Non necessariamente nella bibliografia generale sono state riportate le indicazioni bibliografiche contenute nei singoli contributi, sia per evitare ripetizioni non giustificate dal generale interesse del testo, sia
perché a volte si trattava cli scritti di djfficile reperibilità, quali relazioni - inedite - di qualche convegno o rapporti - inediti - di ricerca. Ancora, non si è dato lo spazio che pure avrebbero meritato a ricerche e studi condotti da Difebarometro, voluti dallo Stato Maggiore dell'Esercito, sia perché la loro presenza avrebbe decisamente sbilanciato la nota bibliografica, sia perché più note, comunque, in ambito militare che non altri testi qui dì seguito indicati: largo spazio comunque è ad essi assegnato nell'intervento di F. Battìstelli e P. Bellucci, cui si rinvia. Pur convinti infine dell'importanza della filmografia, si è prefe1ito, data la vastità della produzione, non tentare una rassegna in merito. Sì rinvia quindi per questi aspetti ai cenni rip01tati nel cont1ìbuto dì M. Canevacci e alle segnalazioni em~rgenti da testi segnalati in bibliografia. La bibliografia, che risponde quindi a criteri abbastanza personali di selettività e che esclude di esamire l'argomento, ha visto una prima stesura dj Tlaiìa Riccìoni, stesura di seguito rivista e notevolmente ampliata.
1. Giovani, studi in merito • AA.VV., Giovani verso il Duemila. Quarto rap-
. porto Iard sulla condizione giovanile in Italia , Il Mulino, Bologna, 1997. Il quarto rapporto lard confronta i mutamenti occorsi negli ultimi anni . li progressivo allungamento del1' età post-adolescenziale, è una ulteriore proroga al1' entrata nell'età adulta. Particolare attenzione viene data al rapporto tra giovani ed istituzioni, alle percentuali di fiducia e di sfiducia e alle relative motivazioni. Inoltre, vengono esaminate le diverse collocazioni socio-culturali. L'erosione principale di fiducia sembra appartenere sostanzialmente al sistema poli-tico e non direttamente alle istituzioni. TI campione rappresentativo sul quale si basa il rapporto è costituito da giovani di tutte le Regioni italiane, in un'età compresa tra i 15 e i 29 anni . Sono altresì presi in esame l'esperienza scolastica, il lavoro, la politica, la percezione delle norme sociali, i ruoli di genere e la vita affettiva, i giovani e la religione, la scienza, i consumi e gli stili culturali, i consumi e la propensione al risparmio, lo sport e l'impiego del tempo libero, i sistemi di valore.
• Alberoni F., Ferréu-otti F., Calvaruso C. , i giovani verso il 2000, EGA-Unesco, Torino, 1986. • Alfassio Grimaldi U. , Bertoni I., i giovani negli anni Sessanta, Laterza, Bari, 1963. • Baglionì G., / giovani nella società industriale, Vita e pensiero, Milano, 1962. • Balestrini N., Moroni P., L'orda d'oro. 1968-1977.
La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Sugarco, Milano, 1988. • Benvenuti A., Fulvi G., Pittau F., Giovani per(fericì. Condizione giovanile e servizi di accoglienza nel/'area romana, Anterem, Roma, 1996. Si tratta di una ricerca realizzata dall'Area Minori e dall'Ufficio Studi della Caritas diocesana dì Roma, che sì avvale di due note introduttive, l'una dì Mons. Luigi Dì Liegro, noto e attivissimo direttore all'epoca della Ca1ìtas di Roma; l'altra, di Giovanni Sgritta, sociologo, docente presso la Facoltà di Statistica dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Il testo propone ì risultati di una ricognizione in cifre dell'universo giovanile, offre conoscenze sugli interventi della Caritas in merito, anche con riguardo al lavoro di "animazione cli strada". Per "giovani" qui si intendono non tanto e non solo, come di regola accade, giovani di ceto medio, inten-ogati nelle strutture scolastiche e universitarie, ma giovani emarginati, di cui alcuni finiti in istituti per minori, altri in comunità di tipo familiare. Ancora, sono stati avvicinati giovani nomadi: un universo quindj che rischia in genere di sfuggire ali' attenzione degli studiosi a causa delle difficoltà che si incontrerebbero per la loro indjviduazione e reperimento. Particolarmente interessanti alcune testimonianze riportate, di cui alcune dal carcere. • Bettin C., Radici e percorsi della protesta giovanile, Cleup, Padova, 1983. • Buzzi G., Cavalli A. , De Lillo A., (a cura dì), Giovani verso il Dueniila, Il Mulino, Bologna, J997. • Canevaccì M., Castellani A., Colombo A., Grispigni M., Tlardi M. , Liperi F., Ragazzi senza tempo.
immagini, musica, conflitti delle culture giovanili, Costa & Nolan, Genova, 1993. La gioventù oggi sembra legata non più tanto a un dato biologico quanto alla inversa tenden za delle società contemporanee, che spingerebbero a rimanere tutti giovani. Il testo parte dall 'esame dei nuovi soggetti del conflitto contemporaneo, ma anche, insieme, dall ' innovazione degli strumenti interpre-
tativi, eia "sguardi obliqui", "laterali, verticali, sotterranei", o anche "concavi, sguardi-frattali" (p. 9): perché si tratta cli cogliere subculture mobili, di "attraversare i nuovi alfabeti comportamentali, le ricombinazioni urbane, i nuovi panorami comunicativi", cli "incrociare e ibridare le infinite possibilità che la globalizzazione della cultura permette, opporsi alle nuove muragli e localistiche o agli etnocentrismi para-sportivi" (p. 10). In quest'ottica, appare centrale la comunicazione musicale, virtuale, urbana, da vedersi anche in relazione al conflitto . Gli anni Settanta fo quest'ottica diventano lo spa1tiacque della nascita pelle nuove culture giovanili, finita ormai l'era della egemonia del politico. Ed ecco, ad esempio, l'intervento di Massimo Tlardi , Delitto senza castigo. l giovani ribelli di fine millennio, o quello cli Felice Liperi, L'Italia s'è desta. Tecno-splatter e posse in rivolta, i tanti altri stimolanti contributi. Il testo è arricchito da alcune interessanti e nuove Appendici: quella curata da Felìce Liperi, su La colonna sonora della questione giovanile, un "itinerario attraverso motivi e suoni" che hanno accompagnato l'emergere della questione giovanile che non dimentica la musica leggera, il rap. Marco Grispigni a sua volta cura la pa1te dedicata a Il mucchio selvaggio. Il cinema e l'inunaginario giovanile: un argomento indubbiamente "centrale" per la tematica giovanile. • Canevacci M., De Angelis R., Mazzi F., Culture del cortflitto. Giovani Metropoli Comunicazione, Costa & Nolan, Genova, 1995. Il testo nasce dai materiali presentati in un convegno dal titolo Culture giovanili e c011flitti metropolitani in cui uno dei principali interessi condivisi era quel1.o delle culture de] conflitto. Si è poi arricchito con ulteriori apporti e con il coinvolgimento di diverse realtà giovaniJi, c,u-atterizzate da una forte capacità di autorappresentazione. Diverse quindi le posizioni di partenza, i percorsi, le interpretazioni che qui vengono proposte, che comprendono analisi orientate in modo "post-moderno" ad altre che privilegiano un'ottica di tipo più conflittualistico, in cui si sottolìneano sradicamento, nomadismo, ecc., fino a dar voce a chi si sente stretto nelle definizioni della attuale controcultura. Scrivono Canevacci e Mazzi: "TI senso del libro è di spingere a sentire la metropoli e la comunicazione in modo innovativo, non più legato ai vecchi parametri del lamento su una metropoli
che produce anomia contro presunti mondi comunitari compatti, inamovibili, immodificabili, intransitabili." (p. 9). Ogni "confine stabilizzato" viene attraversato, in questo viaggio in cui i protagonisti, mescolati insieme ma non confusi, sono le soggettività giovanili e i ricercatori, oggetto a loro volta di interpretazioni. Un libro quindi in cui si presentano molteplici punti di vista, pur nel rifiuto della confusione dei ruoli. Il testo è arricchito da una interessante parte iconografica. • Cavalli A. (a cura di), Il tempo dei giovani, Il Mulino, Bologna, 1985. • Cipriani R. (a cura di) , La bottega dell'effimero: politica culturale e marginalità giovanile a Ronia, Franco Angeli, Milano, 1990. • Cohen A., Ragazzi delinquenti, tr. it. Feltrinelli, Milano, I 98 1. • Fabietti U., La costruzione della giovinezza e altri saggi, Guerini e associati , Milano, 1992. • Ferrarotti F., Giovani e droga, Liguori, Napoli, 1977. - lei. , Rock, rape l'immortalità dell'anima, Liguori, Napoli, 1996. - fd., Homo Sentiens, Liguori, Napoli, 1997. Un volume esplicativo di una certa tendenza giovanile alla oralità piuttosto che all a riflessione distac-· cata e razionale del pensiero cartesiano. Una teoria della musica come luogo da abitare che cela in realtà una sostanziale mancanza di luoghi a disposizione per l'aggregazione giovanile che avviene quindi tramite la musica piuttosto che tramite un luogo spazialmente definito. Una osservazione della realtà giovanile sulla base di una comparazione storicamente detenninata. • Giovannini F., Cyberpunk e splatterpunk, Datanews, Roma, 1992. • Grasso P. G., La parabola giovanile dagli anni '50 agli anni '80: dal particolarismo fami listico all 'universalismo personalistico, La Goliardica, Roma,
1990. Si tratta di un percorso storico delle diversità intercorse nell'universo giovanile, tratteggiato dal noto psicologo sociale già autore, nel 1967, di Giovani di 111.età secolo, (ed. AVE, Roma). • llard i M., La città senza luoghi, Costa & Nolan, Genova, 1990. • Laing D., Il punk. Storia di una sottocultura, Eclt, Torino, 1991.
• Lasch C., La cultura del narcisismo, tr. it. B0mpia1ù, Milano, 1981. • Lutte G., Giovani e istituzioni, Imma, Roma, 1984. Il noto psicologo dell'età evolutiva, studioso dei fenomeni della marginalità, propone qui un universo giovanile che non è quello, stereotipato, di tante ricerche che hanno come referente la grande città, il ceto medio, la gioventù scolarizzata: la sua attenzione si sofferma piuttosto su comportamenti, aspettative, difficoltà di gruppi giovanili emarginati, a partire da una città di provincia. • Mitterauer M., / giovani in Europa dal Medioevo a oggi, tr. it. Laterza, Roma-Bari, 1991. • Roszak T., La nascita di una controcultura, tr. it. Feltrinelli, Milano, 1971. • Roversi A. (a cura di), Calcio e ,violenza in Europa, Il Mulino, Bologna, 1990. • Sciavi T., Tutti gli incubi di Dylan Dog, a cura cli S. Di Maiino, Mondadori, Milano, I 991. • Tullio-Altan C., / valori difficili, Bon:1piani, Milano, 1974. Forse il più noto testo dell'antropologo culturale, che qui propone un quadro dell'universo giovanile che è stato un punto cli 1iferimento per alcune generazioni cli studiosi.
2. Studi di Sociologia militare • AA.VV., Società e Forze Armate, Quaderni dell'Istricl 13, ed. Gangemi , Roma, 1991. • Aron R., Guerre et Paix entre les nations, 1962, Calman Lévy, Paris. • Battistelli F., Esercito e società borghese. L'istituzione militare moderna nella analisi marxista, Savelli, Roma, 1976. - Id. , Il problema della guerra dalla filosofia della storia alla sociologia: Claude-Henri de Saint Si- ,non, in: " Rassegna Italiana di Sociologia", I, 1986, pp. 3-29. - Id. , Dopo il Muro. La sociologia militare tra autononiia, qualità e quantità, in: "Rivista Trimestra]e di Scienza dell 'Amministrazione", nn. 3-4, 1993, pp. 37-59. Fabrizio Battistelli, già curatore del convegno tenutosi presso la Facoltà cli Sociologia dell'Università degli Studi di Roma, La Sapienza, il 18 e 19 maggio 1993, su Le rnetodologie nella sociologia del-
l'organizzazione: modelli e applicazioni nell 'organizzazione militare, fi rma, oltre all'Introduzione al numero, interamente dedicato all'organizzazione nùlitare, anche questo specifico saggio, inteso a una storia della disciplina, ivi comprese le resistenze cli carattere politico e filosofico che essa ha dovuto superare nel suo percorso. Il testo, pur puntualizzando in particolare la situazione italiana, si richiama agli studi considerati ormai classici cli Shils e di Janowitz. - Id. , Militari, politica e identità nazionale nella transizione italiana, Relazione al Convegno del1' AIS (Ass. It. cli Sociologia), sezione di Sociologia politica, Politica e società in Italia, Torino, 81O maggio 1996. - Id., Soldati. Sociologia dei militari italiani neli 'era del peace-k.eeping, Franco Angeli, Milano, 1996. Il testo prende in considerazione il mutamento della scena internazionale in seguito alla fine della "guen-a fredda", l'importanza delle misure di sicurezza prese dall'Onu per la gestioné delle crisi internazionali. L'organismo militare ha così assunto il ruolo di peacekeeper. In seguito a questo nuovo assetto, le Forze Armate hanno acquistato consenso agli occhi dei giovani e dell'opinione pubblica in generale. In appendice, due studi riguardanti le missioni dell'Esercito Italiano ali' estero, in Somalia e in Albania. - Id. , (a cura cli), Giovani e Forze Armate, Franco Angeli, Milano, 1996. Il testo contiene un contributo del curatore con riguardo ai giovani e alle Forze Armate nella società post-inclustriéùe; un saggio su opinione pubblica giovanile e Difesa, di Paolo Bellucci; un'intervento relativo all'influenza della famiglia e della scuola sulla propensione ali' ain1olamento, cli Paolo Botta; una rilevazione dell'immagine delle Forze Armate nelle trasmissioni televisive, di Sara Bentivegna. Una particolare attenzione viene data alla comunicazione delle Forze Armate dedicata ai giovani, da Stefano Meli. Due appendici sulle fonti di informazione dei concorrenti alle tre Accademie militari, di Fatima Farina, e una indagine sugli studenti del guaito e del quinto anno di un istituto tecnico nautico, di Paolo Botta, completano il testo. Il saggio cli Battistelli parte dalla problematizzazione de] concetto di post-industriale con tutte le sue varianti, da post-moderno a post-capitalista, e passa dalla considerazione della terziarizzazione nella so-
cietà italiana all'organizzazione militare e alle caratteristiche della popolazione negli Usa, per poi giungere ad una considerazione della stessa situazione in Italia. Ultimo aspetto trattato è quello inerente alla fiducia accorciata alle istituzioni, i cui risultati mettono in luce tre fenomeni: a) il consenso circoscritto cli cu i le istituzioni godono presso la popolazione giovanile italiana; b) il vero e proprio tracollo di fiducia verificatosi; c) il parallelo rilancio di cui hanno beneficiato le istituzioni che non sono rimaste coinvolte, che si sono dunque poste in contrasto con il fenomeno degenerativo di Tangentopoli. Si inser.i sce in questa complessità una JlUova possibilità di identità e di funzione sociale delle Forze Annate, specialmente in rappo1to ai giovani. Il secondo saggio, di Bellucci, si interroga sui mutamenti dell'opinione pubblica giovanile rispetto alla questione militare nell'ultimo decennio, dagli anni Ottanta ad oggi.L'osservazione si concentra su due versanti e con due obiettivi: da un lato "studiare" il mutamento di medio periodo dell'opinione pubblica giovanile e adu lta sulle questioni militari in un decennio - anni Ottanta - caratterizzato da una drastica ristrutturazione del sistema delle relazioni internazionali ; dall'altro, analizzare le determinanti dell 'attuale opinione pubblica giovanile, ricostruendo l'immagine delle Forze Armate ed esaminandone le opinioni su alcuni dei temi centrali per l'elaborazione del Nuovo Modello di Difesa. I mutamenti politici non potevano non avere conseguenze sui mutamenti sociali , sulla riorganizzazione della percezione clell' ordine, della correttezza e della sicurezza sociale. Il terzo saggio si occupa soprattutto del l'infl uenza della fam iglia sulla scelta militare. Si ini zia quindi con una osservazione del mondo giovanile, dei suoi valori , della famiglia e della fiducia accordata alle istituzioni. Un nuovo aspetto che ha assunto l'istituzione delle Forze dell'Ordine è quello occupazionale: una risposta giovanile alle precarie condizioni di inserimento nel lavoro. Anche il rapporto tra Forze Armate e Scuola, tra Forze Armate e trasmissioni televisive costituisce un aspetto non trascurabile del "servizio" che lo Stato o comunque le altre istituzioni offrono alle Forze Armate. L'opinione pubblica si forma in modo sostanziale trarnite questi canali che godono di una posizione privilegiata nella comunicazione con 1 giovani.
• Battistelli F., Ammendola T., Attore, organizzazione e metafore: l'immagine dell'Esercito nei soldati italiani in Somalia, in: Macioti M .I. (a cura di), La ricerca qualitativa nelle scienze sociali, Monduzzi, Bologna. Si tratta della applicazione di metodologie qualitative alla ricerca di sociologia militare applicata in particolare ai soldati interessati dalla missione in Somalia. • Bellucci P. , L'obiezione di coscienza al servizio ,nilitare in Italia, "Rivista Militare", Roma, 1994. Si tratta di una comparazione indicativa tra l'obiezione di coscienza in Europa e in Italia, una considerazione sull'evoluzione normativa dell'obiezione con una illustrazione della Legge 722/1972 e le determinanti politiche ed istituzionali. • Bentivegna S., La guerra in diretta, Eri, Roma, 1993. La sociologia della comunicazione si interessa alla spettacolarizzazione della guen-a. • Bonanate L., Relazioni internazionali, strategia, trasformazioni del mondo. Le scienze sociali possono studiare le questioni militari? Ovvero, Cartesio se ne va in guerra!, in: "Rivista Trimestrale di Scienza del!' Amministrazione", nn. 3-4, pp. 113130, 1993. L' Autore si in terroga sulla capacità della teoria delle relazioni internazionali di interpretare il passato, di prevedere il futuro, ricorda le molteplici innovazioni intercorse in un lasso cli tempo relativamente breve, avanza l'idea di una c1isi dell'Esercito concepi to come forza di attacco in relazione anche alla crisi del concetto di nazione, ai processi di globalizzazione. Il che non vuol dire però che gli Stati non debbano tenere presenti doveri anche verso altri Stati, ivi compreso, a volte, quello di un intervento. • Caforio G., Sociologia e Forze Annate, ed. Maria Pacini Fazzi, Lucca, 1987. È un testo formativo e di indicazioni generali per chi si voglia fare un 'idea circa le Forze Armate e la relativa trattazione in ambito sociologico. Si fa riferimento ai padri della sociologia, partendo da Auguste Comte, passando poi per Tocqueville e Spencer, esaminandone il pensiero a seconda della formazio ne dell 'autore o anche della sua posizione ideologica. La seconda sezione prende in considerazione soprattutto la scuola americana, illustrando per grandi linee la poderosa ricerca The Am.erican Soldier che 0 iore 0 rado di utilità rappresenta la 1icerca con il ma0' bb b
e interesse, ancora oggi, e continua con Charles Wright Mills, Erving Goffman, con gli studi sulle istituzioni totali, Samuel Huntington, al quale viene riconosciuta la prima grande sistemazione teorica della sociologia militare. Un ulteriore contributo formativo è quello riguardo allo studio di Morris Janowitz, successivamente a quello di Charles C. Moskos Jr. Altro studioso preso in considerazione, seppur senza mai arrivare ad un approfondimento troppo esaustivo, è Jacques van Doorn: «La guerra è considerata una situnz.ione anormale, un interregno tra due periodi di nor-11ia1:ità. Durante ~Juesto interregno uno sola istituziOJje è idonea ad agire, le Forze Armate». Van Doorn sf avvic ina all a istituzione militare come studioso delle organizzazioni complesse. Una terza sezione prende in considerazione le prime riflessioni e ricerche italiane tra cui quelle della rivista Pirelli, "Sviluppo e difesa nazionale" di Raimondo Strassoldo, G ianfranco Pasquino, gli studi iniziali cli Enrico Pozzi. - Id., La sociologia niilitare in Italia, in: "Sociologia e ricerca sociale", 8, n. 23, pp. 27-44, 1987. - Id., Una ricerca empirica a livello europeo sulla professione di ufficiale: obieaivi e rnetoclologia, in: "Scienza del!' Amministrazione", nn. 3-4, pp. 353364, 1993. •. Caligaris L., La condizione militare in Italia, in: "Affari Esteri", n. 64, pp. 423-439, 1984. • Corsale M ., L'organizzazione militare nel quadro della pluralità degli ordinamenti, in: "Scienza clel1' Anuninistrazione", nn. 3-4, pp. 91 - 109, 1993. • Farina F., Due greecly institutions: l 'organizzazione militare e la famiglia, in: "Rivista Trimestrale di Scienza dell' Amministrazione", nn. 3-4, pp. 231 252, 1993. • .Janowitz M., The Professional Soldie,; The Free Press, New York, 1960. Un testo fondamentale per la sociologia militare, che darà il via agli studi sulla "professione" militare. - Id., The New Military, Sage Foundation, New York, 1964. - Id., The Military in the Politica! Development of New Nations, University of Chicago Press, Chicago, 1964. • Janowitz M., Little R. W., Sociology ancl the Military Establishment, Russe} Sage Foundation, New York, 1965.
In genere si deve a Janowitz l'uso dei paradigmi sociologici nelle studio della problematica militare, uno svincolamento quindi della sociologia militare dal precedente orientamento psico logico-sociale. Ancora, è a lui che si deve una iniziale intuizione di possibili nuovi ruoli per l'Esercito (v. l' idea della constabulary farce), con i futuri sviluppi dell' impegno nel peacekeeping. • Janowitz M., Van Doorn J., (a cura cli), On Military Jdeology, Rotterdam U.P., 197 1. - Id., (a cura cli), On Military lntervention, Rotterdam U.P., 197 J. • Jean C., Guerra, strategia e sicurezza, Laterza, Bari, 1997. • Moskos C.C., Froni Jnstitution to Occupa(ion: Trends in Military Organization, in: "Armecl Forces and Society", 1, vol. 4, pp. 4 1-50, 1977. - ld., Jnstitutional/Occupational Trends in Armed Forces: an Upclate, "Armecl Forces and Society", 3, vol. 12, pp. 377-382, 1986. - lei., Sistemi militari post-moderni in una prospettiva comparata, "Rivista Trimestrale di Scienza del1' Amministrazione", nn. 3-4, pp. 29-36, 1993. Si tratta cli un contributo edito dalla rivista tiimestrale fondata da G. Cataldi, diretta da A. Taraclei nel!' ambito di un numero speciale dedicato a L'organizzazione militare: metodi ed esperienze cli ricerca. In esso il noto studioso dei problemi militari Moskos, docente cli Sociologia alla Northwestern University, a Evanston, Illinois (USA), propone una riflessione sui cambiamenti occorsi sullo scenario internazionale e su i riflessi che questi hanno e potranno avere sugli Eserciti, in una prospettiva cli analisi comparata. La tesi generale sostenuta d~ùl' Autore è "che le Forze Annate nelle democrazie occidentali avanzate stanno entrando in un'era post-moderna." (p. 3 1). Il che implicherebbe una riduzione dei bilanci e uno spostamento negli obiettivi degli Eserciti, oggi più interessati a missioni per il mantenimento della pace, alla lotta contro il traffico della droga, al soccorso umanitario, ecc. / - Id., Sociologia e soldati, tr. it. Franco Angeli, Milano, 1994. L'argomento centrale della questione si forma intorno alla doppia funzione dell'organizzazione militme: come istituzione e come occupazione. li criterio viene così messo in relazione con l' aJTuolamento delle minoranze, come può essere conside-
rato l'arruo]amento dei neri e quello delle donne. È questo il primo testo di Moskos ad essere stato tradotto integralmente in italiano e rappresenta, in sintesi, buona parte degli studi del sociologo americano divenuto un classico. • Moskos C.C., Woods F.R., (a cura di), The Military: More than Just a lob?, Pergamon- Brassey's, \Vashington-Londra, 1988. • Nuciari M., tJjìcienza e Forze Armate , Franco Angeli, Milano, 1990. 11 volume mette in risalto l'importanza che ricopre, nello studio delle organizzazioni militari, il rapporto tra la coesione delle unità militari ed il grado di efficienza che esse raggiungono. Uno studio che evidenzia a chiari toni l'ampiezza della problematica della capacità difensiva del Paese, collegata alle interazioni del gruppo primario. - Id., La rh:erca sociologica sulle organizzazioni rnilitari in Europa. Metodologie e orientamenti teorici, in: ''Scienza dell'Amministrazione", nn. 3-4, pp. 61-78, 1993. • Ostellino P., Caligaris L., I nuovi niilitari. Una radiografia delle Forze Armate italiane, Mondadori, Milano, 1983. Si evidenziano il duplice ruolo del militare ("tecnocrate" e "guerriero"), l'identità divisa tra eroe del Paese e dipendente statale; proprio da questa posizione cli doppia identità si fa largo una terza identità ciel militare, che riesce forse ad integrare le due in conflitto. L'analisi si articola sulla figura del militare, il confronto tra le relazioni della dirigenza, i vertici politici e militari e l'addestramento per la capacità operativa. • Pasquino G., Zannino F., Il potere militare nelle società contemporanee, Il Mulino, Bologna, 1985. L'anali si ciel potere nel contesto internazionale, nella democrazia, ed in rapporto con la ricerca scientifica: queste le linee di analisi sulle quali è orientato il volume. L'intervento ed il ruolo politico dei militari sono una variabile dipendente del funzionamento complessivo del sistema, rispetto al quale i civili hanno grandi responsabilità. La figura che emerge da questi studi è la fig ura di un professionis ta, un "tec nocrate" che non è più civile ma che non ha neanche l'ambizione cli diventare militare, i cui canoni esulano eia quelli tradizionali. Le discordanze emergenti sono dunque quelle tra
democrazia e tecnocrazia, la democrazia tende ad elimimu-e i poteri segreti e a restituirli alla massa; si delinea quindi l'importanza di ripensare una teoria democratica che investa anche la funzione ciel potere militare. • Pozzi E., Introduzione alla Sociologia Militare, Liguori, Napoli, 1979. • Procacci G., Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, Feltrinelli, Milano, 1989. • Segal D.R., Segai M.W., Military, Intern.ational and Defense Enciclopedy, Brassey's lnc, 1993. Un testo che diverrà un punto di riferimento per gli studi sugli Eserciti e per l'approccio sociologico alla materia. Vi si propone uno studio scientifico delle istituzioni militari, ma anche dei le-=gami, delle realazioni intercorrenti tra l'Esercito e le altre istituz ioni. Vi si propone altresì una analisi dei processi attraverso cui si è giunti nel!' Esercito e vi si trascorrono i propri giorni, la propria vita quotidiana, oltre che delle influenze della esperienza in campo militare, una volta ottenuto il congedo. • Sertorio G., L'utilità dell'approccio antropologico nella ricerca sociale sulle organizzazioni militari, in: "Scienza del!' Amministrazione", nn. 34, pp. 79-89, 1993. • Stouffer S.A., et alii, Studies in Social Psychology un Word War li, 4 voll., Princeton University Press, Princeton, 1949-1950. • Tilly Ch., L'oro e la spada. Capitale, guerra e potere nella.formazione degli Stati europei, 9901990, tr. it. Ponte alle Grazie, Firenze, 1991. • Toscano M.A. , Sociologia e cultura della pace. Militarismo e industrialisrno, in: "Scienza cieli' Amministrazione", nn. 3-4, pp. 17-22. Toscano, docente di Sociologia all'Università cli Pisa, ripercorre sinteticamente le tappe della sociologia classica, che a suo giudizio "enuncia e interpreta l'antagonismo irriducibile tra militarismo e industrialismo." (p. 18). Le società, nella sua interpretazione, subiscono la guerra, si difendono: come nel nostro Paese, dove la finalità dell 'organizzazione militare è la cli fesa, non l'offesa. Se si tenesse fermo questo principio, ne discenderebbero molte conseguenze. L'auspicio dello studioso è decisamente quello della realizzazione della pace. • Von Clausewitz K., Della guerra, tr. it., Moncladori, Milano, 1970.
3. Studi sulla situazione dell'Esercito in Italia 3a. Prospettiva storica, mutcunenti • Battistelli F., I volontari a ferma prolungata: un ritratto sociologico, Ed. Cemiss-Rivista Militare, Roma. • Benadusj L., Alessandrini G., Le Scuole dell'Esercito fra tradizione e innovazione: un 'analisi valutativa del sistemafonnativo, in: Gasperini G. e Scotti A., (a cura di), L'Esercito e le sue scuole, Stato Maggiore dell'Esercito, Roma, 1995. • Bravo A., La Resistenza come punto di svolta?, in; Battistelli F. (a cura di), Donne e Forze Armai~ (cfr.). ' "La riflessione delle protagoniste e la ricerca mostrano [... ] che l'esperienza è un intreccio complicato cli comportamenti innovativi e di vecchie reazioni e che anche nell'oggi resta molto da discutere su quali fattori possano portare a migliori prospellive per le donne, e sui criteri in base ai quali misurarle" , scrive l'Autrice (p. 116). Che spiega come all'inizio del 1945 nelle formazioni partigiane ci fossero 35.000 donne, sul fronte opposto circa 6.000, di cui a suo parere circa 2.000 operative. L'Autrice ricorda come in Italia neppure la Seconda guerra mondiale avesse aperto alle donne le por. te delle Forze Armate, rinvia all'effetto perturbante della immagine della donna in armi, con la Resistenza, le costruzioni fantastiche che ne conseguono. Ricorda che sono qui in causa la divisione sessuale dei ruoli, dei compiti, la separazione delle sfere. Ancora, rivà all'esistenza di pratiche di "tutela", di contenimento della distruttività come caratteristiche in genere femminile, anche in contesti bellici. - Id. (a cura di), Donne e uomini nelle guerre nwndictli, Laterza, Roma-Bari, 1991 . - • Burk J., La guerra e il rnilitare nel nuovo sistema internazionale Franco Angeli, Milano, 1998. Il ripensamento delle istituzioni nazionali, tra cui anche l'istituzione militare, deve tenere conto del nuovo assetto internazionale. La fine della " guerra fredda", il cambiamento di ruolo delle Forze Armate da una posizione di difesa ad una cli salvaguardia della pace (peacekeeping), il ruolo di mecliat1ìci in una situazione mondiale in mutamento, pongono non pochi interrogativi sul ruolo delle Forze Armate post-
moderne come istituzioni della non-violenza. • Caforio G., Del Negro P., (a cura cli), Ufficiali e società. Interpretazioni e modelli, Franco Angeli, Milano, 1988. • Caforio G ., Nuciari M., La rappresentanza militare in Italia, "Rivista Militm·e", Roma, 1990. • Caforio G., Jean C., Storia delle forze annate, 1945-1975: aspetti normativi e sociologici, Franco Angeli, Milano, 1994. • Caligaris L., Russo N., La condizione giovanile nel servizio di leva, Quaderni Istrici, Roma 1991. • Censis, L'esperienza della responsabilità. I giovani, la leva, le istituzioni ,nilitari, Franco Angeli, Milano, 1995. Il rapporto del Censis illustra il comportamento mediamente diffuso dei giovani italiani in rapporto aJ servizio di leva. Sembra infatti che sebbene per alcuni versi sia sempre più dif"fuso un atteggiamento anti-militarista, per altri sia invece 1ìvalutato il periodo cli leva per motivi pragmatici e cli consapevole distacco dal nucleo famiÌim:e. La ricerca si svolge su una "osservazione in tre tempi": i giovani pre-leva, quelli in servizio e quelli in congedo. L'idea di lavoro del giovane pre-leva è di carattere essenzialmente materialista, l'importanza che iI lavoro sia affidabile e garantisca una sicurezza. Per quanto riguarda l'idea di Patria e gli altri valori guida dei giovani preleva, si nota un'alta percentuale di .interessi rivolti allo sport, alla formazione universitaria, un elevato interesse per l'ambiente, per la scienza e la tecnologia, per le macchine e le moto, scarso rilievo per l'arte, per la letteratura, per lo spettacolo. I dati cambiano in relazione al grado di istruzione del padre e della madre. Questo primo campione pre-leva prende in considerazione ragazzi di diciotto anni per lo più, il secondo campione interessa la fascia tra i diciannove ed i ventiquattro anni. Si è cercato di mettere in relazione la propensione per il servizio militare o civj)e e le condizioni socio-economiche e culturali di provemenza. • Fiore C. (a cura di), Esercito e comunicazione, Stato Maggiore dell'Esercito, Roma, 1993. • Fiore C., Zoldan B., (a cura di), Esercito e società, UNA-PB&B, Latina-Roma, 1994. Si tratta di un'opera realizzata con il contributo dello Stato Maggiore dell'Esercito, in cui sono presentati interventi di Stefano Silvestri (Il mondo nuovo: muta,nenti geopolitici), di Carlo Jean (L'Italia e il suo
esercito nel quadro internazionale), di Enrico Magnani (Evoluzione del concetto di peace-keeping), di Antonio Pennacchioni (Albania, Somalia, Mozambico: l'Esercito italiano e la stampa estera), nella prima parte. Seguono interventi di Franco Ferrarotti (Riflessioni sullo stato presente dell'Italia), dj Virgilio Ilari (Forze Armate e società italiana: breve analisi di un difficile rapporto), cl i Alberto Sobrero (Emergenza e crùninalità) . La terza parte vede poi i contributi cli Fabrizio Battistelli (Le missioni dell'Esercito Italiano all'estero; cfr. 3b), cli Maria Luisa Man iscalco (Soldati in Ordine Pubblico: le missioni interne dell'Esercito), cli Giuseppe Caforio e Marina Nuciari (Ufficiali per il 2000: come l'Esercito forma i suoi Quadri), di Rossella Savarese (L'Esercito ltaliano nella stampa degli anni Novanta) e di Maria Immacolata Macioti (lnunagine e autopercezione dell'Esercito). Trattasi, quindi , cli un' opera complessa (321 pagine) che, dopo aver proposto uno scenario internazionale, si interroga sulle ragioni della apparente separatezza tra mondo militm·e e opinione pubblica, sulla possibile "c1isi cli comunicazione". Sono qui introdotti inoltre studi su aspetti più innovativi cieli 'Esercito e del suo operato, dalle missioni all'estero a quelle interne, dalla formazione dei Quadri al tema delle comunicazioni. Il testo si avvale di una Introduzione ciel Capo di Stato Maggiore, Gen. Incisa di Camerana, ed è arricchito da una ricca documentazione iconografica. • Ilari V., Storia militare della Prima Repubblica 1943-1993, Nuove Ricerche, Roma, I994. È una ricostruzione storica dalla Seconda guerra mondiale agli anni più recenti. La prima parte è dedicata ali' analisi dei rapporti di sicurezza internazionale, la seconda si occupa più precisamente della politica militare, mentre una terza pane è dedicata alla gestione della sicurezza interna. Un approcc io storico-critico dettagliato e articolato anche su tem i del icati quali quelli inerenti alla politica interna. - Id. , Forze Annate e società italiano: breve analisi di un d(ffìcile rapporto, in: Fiore C., Zoldan B., (a cura di), op. cit., pp. 148-166, 1995. • Incisa di Camerana B., Rislrutturazione dell'Esercito: un'occasione perduta?, in: "Informazioni della Difesa", XLVII sessione, supplemento al n. 4, 1996. Incisa di Camerana, in questa come in altre sedi, si fa interprete del disagio dell'Esercito, della impor-
tanza cli riforme, discute le forme del reclutamento, prospetta il " Nuovo Modello di Difesa". • Jean C. (a cura cli), L'economia della Difesa, "Rivista Militare", 1988. - Id. , L'uso della forza. Se vuoi la pace com.prendi la guerra, Laterza, Roma-Bari , 1996. • Maniscalco M.L., Studio, ricerca e sondaggio nazionale sulla Scuola Militare Nunziatella, rapporto cli ricerca, 1995. • Marotta M. (a cura di), Il "militare" e la comple.~·sità: sociologia e strategia nel "postmoderno", Euroma, La Goliardica, Roma, 1990. Una raccolta degli "atti" della "working session" su "strategie military thinking in post-modem society" ciel XXIX Congresso internazionale di sociologia(Roma 16 giugno 1989), saggi che si interrogano sulla questione della strategia militare nel post-moderno. La prima sezione affronta la problematica eia un punto di vista teorico, la seconda mette in relazione il pensiero strategico tra le due guerre mondial i, con gli sviluppi più recenti alla luce del mutamento sociale. - Id. , La condizione militare in Italia: metodi e risultanze di una ricerca, in: "Rivista Tri mestrale di Scienza clell' Amministrazione", nn. 3-4, pp. 199215, 1993. . - Id., La condizione militare in Italia, voi. 2, Ufficiali e Sottufficiali, " Rivista Militare", Roma, 1994. - Id. , (a cura di), Il "militare" e La complessità: sociologia e slrategia nel post-moderno, La Goliardica, Roma, 1990. - Id. (a cura cli), La "condizione rnilitare" in Italia. I 1nilitari di leva, Ed. Cemiss-Rivista Militare, Roma, 1991. • Nuciari N ., La prrdessione militare in. Italia: tra professionalizzazione e burocratizzazione, in: "Sociologia e ricerca sociale" , 6, pp. 39-83, 1981. • Pasquino G. (a cura di), " Rassegna Italiana di Sociologia", n. speciale dedicato ai militari, 12, vol.
4, 1971. • Poli L. , Prrdèssione militare negli anni Ottanta, in: "Rivista Militare", n. 1, pp. 4-10, 1998. • Pozzi E., Il suicidio tra i mili/ari, in: "La Critica Sociologica" n. 17, pp. 58-85, Primavera 1971. - lei., La caserrna carne istìtuzione sociale manipolante, in: "La Critica Sociologica", n. 19, pp. 88124, Autunno 1971. - Id. , Contraddizioni della casta rnilitare e c011fl.itti
nel potere politico in Italia dal 1959 al 1974, in: "La Critica Sociologica", n. 31, pp. 47-87, 1974. • Prandstraller G.P., La professione del militare in Italia, Franco Angel i, M ilano, 1985. • Savarese R., L'Esercito Italiano nella stampa degli anni '90, in: Fiore C., Zoldan B. (a cura di), op. cit., pp. 280-299, 1994. - Id., Guerre intelligenti. Starnpa radio tv e ir~lormatica : la comunicazione politica dalla Crimea al Golfo Persico, Franco Angeli, Milano, 1995 (1993). 3b. Missioni di pace, Nuovo Modello di D{fesa • Aloisio G., R(flessioni sul contingente ita!iono in Libano, in: G. Marotta (a cura di), op. cit., 1990. • AmmendoJa T. (a cura di), Missione in Bosnia. Le caratteristiche sociologiche dei rnilitari italiani, Franco Angeli, Milano, 1999. • Battistelli F. , Le ,nissioni all'estero dell'Esercito Italiano, in: "Rivista Militare" n. 6, (Atti del Convegno Il nuovo concetto di d{(esa e la concezione militare), Roma, 1994 . • BeJJucci P., I partiti ed il Nuovo Modello di D(fesa: conflitti e conve1:~enze, in "Rivista TrimesLrale di Scienza dell'Amministrazione", nn . 3-4, op. cit., pp. 301-327, 1993. · Un utile, rapido esame delJe linee generali ciel Nuovo Modello cli Difesa (presenza e sorveglianza, difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale - punto questo di evidente interesse e difesa integrata degli spazi nazionali), delle cifre (prevista una forte riduzione ciel personale). Ancora, della previsione e costituzione cli forze pronte all'intervento, su base volontaria, per azioni cli peacekeeping, cli quella di un sistema di reclutamento misto e della riforma dei vertici militari: il tutto, in relazione agl i interventi, a favore o meno, da parte dei partiti - politici. Sono così presi in esame i processi che hanno po1tato alla proposta ciel Nuovo Modello di Difesa, gli attori più significativi, ecc. - Id., Dflesa, politica e società. La politica militare italiana tra obiezione di coscienza e professionalizzazione delle Forze Armate, Franco Angeli, Milano (Cemiss), 1998. L'oggetto di indagine cli questo testo riguarda essenzi,ùmente la rete relazionale tra i partiti, le élite padamentari e l'opinione pubblica nei processi decisionali
relativi alla trasformazione ciel Modello di Difesa nazionale, in seguito all'approvazione della legge sull 'obiezione di coscienza. Le relazioni considerate sono essenzialmente quelle tra obiezione di coscienza e servizio civile, in rapporto alla riforma cieli' obiezione di coscienza, dalla quale sembra emergere un mutamento cli comportamento nei confronti ciel servizio di leva, non tanto in rapp01to alla diffusione cli sentimenti anti-rni li laristi bensì per una evoluzione dei valori socio-politici che esaltano la soggettività e l'auto-realizzazione in opposizione alla tradizione ed al senso ·-{lell'obbligo nei confronti della comunità nazionale. tJna ul teriore relazione posta in risalto è quella tra ipolitica mil itare e sistema partitico, opinione pubblica e Difesa, dalla quale emerge che le delerminanti dell'opinione pubblica sulla politica di D ifesa negli anni Novanta segnalano una crescente imporlanza delle variabili di tipo cogni tivo e socio-demografico ed un declinante impatto delle differenze di orientamento politico. • Cani no G ., Esercito e volontori. Analisi degli aspetti relmivi alla costituzione di una componente operativa prcfessionole, Supplemento dell a " Rivista Militare", n. I, 1991. • Gasperini G., Problemi sociali del personale alla luce del Nuovo Mode!!o di D(fesa, in: " Rivista Trimestrale cli Scienza dell'A mmi nistrazione", nn. 34, pp. 329-336, 1993. • Gobbicchi A. (a cura di), La professione ,nilitare oggi. Caratteristiche sociali e nuovo contesto geopolitico, Franco Angel i, Milano, 1995. • Incisa di Camerana B., Nuovo Esercito per i nuovi rnilitari, Ed. "Rivista M ilitare", 1994. • Macioti M.I. , Immagine e autopercezion.e dell'Esercito, in: Fiore C., Zoldan B. (a cura cli), op. cit. (cfr. 3a), pp. 300-321, 1994. Dalle tesi e eia lavori cli giovani che fanno parte cieli' Esercito, terni e interessi emergenti. • Magnani E. (a cura cli), Oltremare. Le ,nissioni dell'Esercito Italiano all 'estero, Stato Maggiore, / Roma, 1992. - Id., Soldati. Sociologia dei niilitari italiani nell'era del peace-keeping, Franco Angeli, Milano, 1996. • Maniscalco M.L. , L'intervento umanitario, nuova frontiera del militare: tendenze delfenonieno e ,netodologie di approccio, in: " Rivista T1imestrale di Scienza dell ' Amministrazione", nn. 3-4, luglio-dicembre, pp. 183-196, 1993.
L'Autore parte dalla constatazione ciel fatto che l'utilizzo delle Forze Armate a sostegno delle popolazioni colpite eia catastrofi naturali è una prassi ormai pressoché universalmente accreditata, mentre più complessa è la definizione di "intervento umanitario" e quindi iJ conseguente impiego ciel i' Esercito . Delinea alcune caratteristiche comuni delle missioni. internazionali, quali la perdita della "fisionomia dell'occasionalità", l'allargamento ciel coinvolgimento nelle azioni cli più Stati, magari sotto le insegne Onu; l'ampl iamento dell'orizzonte del coinvolgimento al s istema mondiale sempre più concepito come strettamente interdipendente; la chiamata in causa del la necessità di una richiesta da parte cli uno Stato per attivare un intervento; il crescente coinvolgimento dell'opinione pubblica mondiale, grazie anche all'esistenza e diffusione dei mass-media. Restano, naturalmente, aperti molti problemi, tra cui quello dei rapporti con le popolazioni "oggetto" delle azion i di peacekeeping. • Ministero della Difesa, Verso un Nuovo Modello di D(fèsa. Replica del ministro della D(fesa on. Salvo Andò, Commissione Difesa del Senato, Roma, 14 ottobre J992. • Pe l.anda C. (a cura di), Leva e volontariato del Nuovo Modello di D(fesa , Copit, Ro ma, marzo 1991. Il rapporto di ricerca curato eia Pelanda, nonostante non sia particolarmente recente, illustra le problematiche che si sono incontrate ancor prima di anivare ai mutamenti cli legge sul reclutamento e sull'obiezione cli coscienza. I diversi contributi sono spesso brevi e concentrati, ma offrono un quadro ch iaro della situazione problematica alle sue origini, situazione nella quale si trovavano gli studi fino agli anni Novanta. Il problema della rifo1111a delle Forze Armate, in particolare dell ' Esercito, si tramuterebbe in un problema cli smobililaz.ione del personale in servizio continuativo in prepensionamento o riqualificazione per altre attività lavorative. È un'eventualità che dov rebbe essere considerata con senso di responsabilità. • Savarese S., Strategie della comunicazione rnilitare moderna, in : Stato Maggio re dell'Esercito, Esercito e comunicazione, Una, Latina-Roma, 1993. - lei., La comunicazione dentro e fuori l'organizza-
zione militare: prospettive di analisi, in: "Rivista Trimestrale cli Scienza dell' Amministrazione", nn. 3-4, pp. 253-264, dicembre 1993. • Stato Maggiore dell'Esercito, Sarajevo, Italia. La rnissione dell'Esercito Italiano in Bosnia, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1996. Si tratta di un testo cli Pino Agnetti, noto regista televisivo e giornalista, autore del film-reportage Eserciti e popoli, ciel conseguente libro Mogadiscio Italia (ed. Larus). Da tempo attento alla ricostruzione delle miss ioni all'estero dell'Esercito Italiano, Agnetti propone in questa sede una lettura dell'impegno sostenuto in particolare nell ' ambito della Operazione NATO ".Joint Endeavour", relativa allct Bosnia. Il testo nasce dalla osservazione partecipante (con la Brigata Garibaldi, con la Brigata Folgore), eia un lavoro cli ricerca che comprende interviste a personalità cli primo piano. Un libro qu indi che ha dietro cli sé una forte base documentaria, scritto in prima persona, reso in italiano e in inglese, corredato eia una notevole presenza iconografica, con riproduzioni a colori e in bianco e nero. Il testo riporta una dedica del Presidente O.L. Scalfaro, mentre la presentazione, in cui si parla cli una sapiente combinazione tra cronaca e sloria, di una testimonianza esauriente e vissuta direttamente sul campo, è ciel Capo cli Stato Maggiore dell' Esercito, Gen . Incisa cli Camerana. - lei., Esercito e professionisti, Amacleus, Roma, 1997. Il testo esce a cura di Ruggero Stanglini, che si propone di dar conto dei mutamenti dell' Esercito, in relazione ai mutamenti intercorsi nella società. Oggi infatti l'Esercito ha tra i suoi compiti, per quanto possibile, la prevenzione della crisi, il che implica una preparazione diversa dalla precedente, capacità cli correlarsi ad altre forze internazionali, ecc. Dopo una Prefàzione del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Generale Francesco Cervoni, Carlo M. Santoro s i jnterroga su Perché un Esercito, Ruggero Stanglini analizza Una Forza Armata in trasformazione, Pietro Gianvanni traccia un quadro dei Professionisti da sempre: Ufficiali e Sottufficiali. Ancora, Paolo Valpolini affronta un tema cli grande attualità, quello de I volontari e poi, con Virgilio Ilari, offre una panoramica relativa a Reparti e missioni. Di ogni intervento si propone anche una traduzione in inglese.
Nel complesso quindi un libro utile per comprendere la profonda re-impostazione ciel i ' Eserc ito Italiano, non solo a livello di materiali ma anche in quello delle risorse umane.
3c. Donne e Esercito • Abruzzese L. , I segni della rinascita. Le donne repubblicane nei servizi ausiliari dell'Esercito, in: "Brescia Repubbl icana", II , 15 marzo, n. 64, 1944. • Addis E., Russo V.E., Sebesta L. , Wornen soldiers: Jmages and realities, MacMillan, Londra, 1994 (Donne soldato, EDS, Roma, 1994). • Ammendola T., L'ingresso delle donne nelle Forze Armate: effetti e dinamiche organizzative, in: Battistelli F., Donne e Forze Armate, op. cit. (cfr.). L'Autore r ico rda come l'Ital ia sia l'u nico Paese della Nato a non avere aperto le porte alle donne nelle Forze Armate, rivà a ll'esperienza americana in merito: non per la sua esemplarità o affi nità con l'Italia ma perché lì la riflessione sociologica è stata più ampia, sia in senso teorico che della ricerca empirica. Ne emerge un continuo rimarcare le differenze di genere eia parte dei militari maschi, una forte coscienza della propria identità di genere da parte delle donne mi li tari . Qu indi , una forte "visibilità" fisica e sociale, un forte impatto della pre. senza femminile. Ancora, un elemento che sembra emergere appare legato alla esclusione dal combatti mento, con la conseguente percezione ed autopercezione delle donne come di una sorta di "specie protetta", con conseguenti rischi di marginalizzazione in termini sia strutturali che culturali, di disillusione e insoddisfaz ione, dopo l' iniziale entusiasmo, da parte delle donne, fi no al ri schio cli un livello di performance più basso. In Ita.lia quindi si tratterà di un ingresso non certo indolore: ma le "nuove missioni di interposizione, in cui i confini - tra gue1rn e pace diventano via via più labili, in cui le logiche non so no più quelle semplic istiche e duali della guerra tradizionale, l'empatia, il pluralismo cognitivo, il dialogo" (p. 175) sono oggi le caratteristiche prevalentemente richieste al soldato: e questo lascia ben spenue. • Battistelli F. (a cura di), Donne e Forze Armate, Franco Angeli, Milano, 1997. Il testo presenta le relazioni di un convegno tenutosi a Firenze nel gennaio 1997, su questo tema, conve-
gno organizzato dalla Scuola di Guerra Aerea cli Firenze. Si avvale di una Prefazione del Gen. M . Arpino, Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare, di una Presentazione del Gen. Luciano Battisti, Comandante della Scuola di Guerra Aerea cli Firenze, cli una ampia Introduzione di Fabrizio Battistelli, dedicata a Le Forze Armate italiane e il servizio militare femminile, in cui si dà conto dell'evolversi, in termi ni storici, della questione e anche della prospettiva delle scienze sociali in materia, senza dimenticare l'ottica giuridica e legislativa. Si tratta di un testo ricco di ·apalisi e spunti, di riflessioni e ricerche, con contributi anche di studiosi stranieri come Laura Miller, de ll' U niversità di Harvard, Cambridge (Mass.) e Jesus Martinez Paricio, della Università Complutense di Madrid, come Maria Carrilho, dell'Istituto superiore cli scienze ciel lavoro e dell' impresa di Lisbona. Il testo è suddiviso in quattro sezioni: la prima attiene alla prospettiva storica e si avvale cli contributi cl i studiosi come Giorgio Rochat, cleJl 'Università di Torino, cli Michele Marotta, de "La Sapienza", ecc. Una seconda parte riguarda La prospettiva delle scienze sociali. In essa troviamo, tra gli altri, un intervento cli Battistelli sull'opinione che di questa problematica hanno gli uomini (Con gli occhi degli uomini: l'opinione rnaschile in tema di donne-soldato), di cui si propone una artico]ata tipologia: dal ,nisogino al cavaliere; dall'antimilitarista al maschilista: dal bisognoso di cure alll'integrazionista. Ancora, interventi di Fatima Farina, su Il profilo dell 'aspirante soldato: il caso dell'Anados, di Rossella Savarese (Università cli Napoli " Federico II"), su La risorsa donna e il Nuovo Modello di D(fesa, uno scritto di Maria Immacolata Macioti, de "La Sapienza", sul tema Entrare nell'Esercito: i perché di un 'aspirazione dfffusa, scritto in c ui si analizzano lettere giunto all' Esercito a pmtire dal1' esperimento condotto per due giorni presso i Lancieri di Montebello in Roma, e molti altri contributi in cui si esamina la tematica dal pun to cli vista organizzativo, delle possibili conseguenze, del mercato ci el lavoro, ecc. La terza parte propone una prospettivci comparata e si avvale dei contributi degli Autori stranieri precedentemente citati per chiarire il caso americano (Miller), spagnolo (Paricio), portoghese (Carrilho). A questi tre si aggiu nge un quarto intervento dedicato alla Francia, scritto da /
M .G . Pasqualini (Università di Palermo). La quarta sezione infine propone una prospettiva giuridica e leiislativa, a partire dagli scritti di M.uia Rita Saulle e d i Massimo Corsale, entrambi docenti de " La Sapienza" di Roma, che trattano de Il servizio militare femminile e le convenzioni internazionali la Saulle, di Don.ne soldato e pari opportunità Corsale; ancora, scritti di Maurizio Greco, c he tratta della Condizione giuridica delle donne e accesso alla .fìmzione militare e di Laura Sturl ese, deU'Università di Firenze, che si sofferma s u Le proposte par-
lamentari e di governo: un'analisi italiana e comparata. Una Scheda informativa sulla Scuola di guerra aerea, posta in Appendice, conclude questo ricco volume. • Bianco R., L'aspeao normativo dell'entrata delle donne nelle forze Armate, in: " Informazioni della Difesa", n. 6 , novembre-dicem bre 1997. • Bocchetti A., Discorso sulla guerra e suLle donne, Centro culturale Virginia Wolf, Roma, 1984. Si tratta della riflessione di una delle più note interpreti del pensiero fenuninista. • Canino G ., 11 servizio militare fernminile nell'ottica del rnilitare, in: " Rivista Militare", n. 5, pp. 98102, 1987. • Cappuzzo U., Tra focolare e campo di Marte, in: "Rivista Militare", dicembre 1982. - Id., Donne, il male oscuro degli eserciti, in: " Rassegna A. N .R.P.", agosto-settembre 1996. • Cerato M. , Appunti sul rilievo per la donna del dovere di d(fèsa della patria (Art. 52 Cost.), in: "Rassegna de ll a giustizia militare", lugl io-ottobre 1977. • Cervoni F., Il servizio ,nilitare femminile nell'ottica dei militari, in: "Rivista M il itare", n. 2, pp. 566 l, 1989. • Distefano G., L'accesso della donna aLla carriera militare, in: " Rivista Militare", 4, pp. 44-54, 1990. • Elshtain .T.B., Donne e guerra, tr. it. Il Mulino, Bologna, 1991 . Un testo articolato quasi in senso fi losofico riguardo al ruolo fe1rnninile nella società, sul m utamento della donna rispetto alla propria percezione come essere sociale e non più come essere privato e, in un second o momen to, alla s ua importante funzione in un contesto militare. • Farina F., Donne soldato: il progetto e la comunicazione, in: Fiore C., op.cit. , pp. 353-370, 1993. • Fraddosio M., "Per l'onore della patria". Le origi-
ni ideologiche della militanza fenuninile nella Rsi, in: "Storia Contemporanea", n. 6, pp. 11 55- 1193, 1993. Lo storico ripropone in questa sede un tema su cui aveva g ià avuto occasione cl i soffermarsi (cfr. AA.VV. , La Repubblica Sociale Italiana 1943-45, Fondazione "Luigi M iche letti", Brescia, pp. 257274, 1986 e in "Storia Contemporanea", XX, n. 6, pp. I IOS - 118 1, 1989). Un tema su cui c'è stata ormai una ampia attenzione da parte della storiografia contemporanea. • Greco M., Condizione giuridica delle donne e ac-
cesso alla fiaizione m.ilitare. Posizione del problema e sintesi storica, " Rivista Marittima", marzo_ 1997. • Tlari V , La tela di Penelope: il servizio militare fem.1ninile in Italia, 1945-1993, in: Add is E., op. cit., pp. 260- 172. • Isastia A.M., Servizio militare volontario femmini-
le in Italia. Appunti per una storia ancora da scrivere, Ed. A.N.R.P., Roma, 1999. Si tratta d i un breve saggio voluto dalla Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall ' In ternamento e dalla Guerra cli Liberazione. La Tsastia, storica dai mol teplici interessi, affronta qui iJ. tema della p resenza femminile nel servizio volontario, ricordando come la Forze A rmale restino l'unico luogo giuridicamente precluso alle donne, in Ital ia (si potrebbe forse aggiungerv i la Chiesa cattolica , con la preclusione dal sacerdozio). li punto d i partenza è il presente, con il progetto Scognamiglio del 3 febbraio 1999, con il d iscorso d i insediamento ciel nuovo Capo d i Stato Magg io re della Difesa, Gen. M. Arpino, del 15 febbraio. Dal presente la stud iosa ci conduce, in un rapido excursus storico, alla ricerca delle tappe d i. un lungo e sofferto itine{ario, ancora aperto agli inizi del I 999. R iporta altresì il parere del la Commissione nazionale per la realizzazione dell a parità tra uomo e donna (9 dicembre '86; p residente, Elena Marinucci), indicativo cl i una forte lacerazione ali' interno dell'u niverso femminile, in parte almeno opposto al servizio mi.l itare femmin ile inteso come espressione di una cultura patriarcale, desiderose d i una "parità nella differenza" . Oggi sembra invece prevalere la richiesta cl i abo lizione cli discrim inazioni e barriere. 11 testo ricorda i vari progetti in merito, presentati nella XIII legislatura,
seguendone l'itinerario e soffermandosi sulla proposta che ha visto come primo firmatario Valdo Spini. La parte finale dà rapidi cenni della situazione in E uropa. Chiude il testo una breve bibliografia. • Macioti M.l., / giornali e le ragazze soldato, in: . " Mass Media" , 5, pp. 56-59, 1993. Si tratta cli un puntuale esame delle reazioni di quotidiani e settimanali all'esperimento che ha visto un primo gruppo di giovani donne impegnate per alcuni giorni in esercitazioni presso la caserma dei Lancieri di Montebello a Roma. Il tema delle donne e dell'Esercito viene ripreso abbondantemente anche da radio e TV, conquista titoli molto visibil i sui quotiodiani. TI tono degli articoli è però spesso superficiale, si dà spazio a storie individuali,. ci si inteIToga più sul taglio delle future divise che non sulle ragioni profonde che spingono molte giovani donne a desiderare un ingresso nell'Esercito. Dominanti titoli tipo: "la naja in rosa". Una forte visibilità, quindi, data alla tematica, affrontata però spesso in modo riduttivo. - lei., Donne ed Esercito: chi sono le aspiranti?, in: " La Critica Sociologica", nn. 107-108, autunno-inverno 1993- 1994. - Id., Entrare nell'Esercito: i perché di un'aspirazione diffusa, in: F. Battistelli (a cura di), Donne e · Forze Armate, op. cit., 1997. • Macioti M.l., Marucci G., Donne e organizzazione militare: quali radici per questa richiesta sociale?, in: " Rivista Tri mestrale di Scienza cieli' Amministrazione", nn. 3-4, pp. 217-230, 1993. Si tratta di uno studio interdisciplinare condotto su alcune centinaia di lettere giunte allo Stato Maggiore dell'Esercito da parte di giovani donne desiderose di servire la Patria, di non subire discriminazioni negli accessi ali' Esercito. • Marucci G. , Le donne soldato: il mondo militare - nell 'immaginario femminile, in: "La Critica Sociologica", nn . 107-108, autunno-inverno 1.993-1994. • Nocilla D., Servizio militare femminile e Costituzione (spunti problematici), "Diritto e società", n. 1. • Orlanducci E., Anche in Italia il sen1izio militare femminile, in: "Rassegna A .N.R.P.", marzo 1982. • Saulle M.R., Il servizio militare femminile e le convenzioni internazionali, conferenza tenuta a Roma il 22 gennaio 1981 presso il Centro Alti Stu-
cli per la Difesa (Casd), oggi in: lezioni di organizzazione intemazionale, voi. Il, I diritti umani, Napoli, 1993. Un autorevole parere cli una docente di Diritto internazionale (oggi , della Facoltà cli Scienze Politiche, Università degli Studi di Roma "La Sapienza") nota anche per i suoi interventi per il rientro nella ex Jugoslavia dei profughi, su incarico governativo, per i suoi studi sui_rifugiati, nel cui ambito ha collaborato e collabora cot'\ l' Acnur. • Savarese R., Indagine sulla propensione delle donne a svolgere il servizio rnilitare, Cemiss-Rivista Militéue, Roma, 1994. - Id., Le donne in divisa: quale contributo al rinnovamento dell'istituzione militare, in: A. Gobicchi (a cura di), La professione militare oggi: caratteristiche sociali e nuovo contesto geopolitico, Franco Angeli, Milano, pp. 254-267, 1995. • Savino S., Servizio ausiliario femminile, 19431945. "La fede è una .come la Patria", Settimo Sigillo, Rom a, 1992. • Scillia M., la donna nelle Forze Annate. Aspettando La legge, "Rivista Aeronautica", n. 5, J996. • Taricone F., La donna soldato, in: "Rivista Militare", gennaio-febbraio 1985, pp. 108-1 16. - lei. , La partecipazione femminile a eventi militare o di tipo affine, in: " Patria", 3, pp. 48-51 , 1985. - Id. , Militare al femminile, in: "Difesa Oggi" , n. 6, pp. 222-225, 1988.
3d. Varie • AA.VV., La cultura della pace dalla Resistenza al Patto Atlantico, ed. Il Lavoro Editoriale, Bologna, 1988. Gli atti del convegno con il titolo omonimo, tenuto ad Ancona il 17-18- 19 aprile 1986, con un'ampia documentazione di saggi di taglio essenzialmente storico-c1itico, a partire dalla Seconda guerra mondiale, i partiti antifascisti, !a Resistenza. • AA.VV., The Sociology of War a.nel Peace, British Sociologica! Association, 1987. • Carocci R., Arturo M.L., Il sisterna educativo e l'approccio ai valori e agli interessi nazionali nel settore della sicurezza e della d(fesa, P,u-isi, gennaio 1996. Lo studio, voluto dal Cemiss, affronta la questione del rapporto tra educazione e sicurezza nazionale,
della relazione tra Nazione e Stato e della Nazione come simbolo. Una sezione interessante prende in considerazione il rapporto tra giovani e servizio militare, in quanto si basa sulla nozione di "appartenenza nazionale", nella sua condivisione e il conseguente valore, in stretta relazione con i problemi di sicurezza sia interna che esterna. Si passa quindi al sondaggio più approfondito riguardo ali' opinione dei giovani sul servizio militare. Interessante l' interrogativo se sia possibi le mettere in relazione la disponibilità giovanile al servizio militare con la disponibilità del Paese di appartenenza ai mutamenti culturali. In altre parole, si cerca una relazione che possa dare l'idea di una corrispondenza cli valori e forse anche una corrispondenza in termini cli attenzione che lo Stato attribuisce ai mutamenti giovanili, una sorta cli riconoscimento reciproco. Ma in realtà il risultato che se ne evince per il momento è che la tesi ciel processo socio-culturale "spiega" solo i casi più fortemente devianti dal trend europeo, come il Portogallo e la Grecia, che pare registrino un tasso elevato di giovani più "materialisti" rispetto ai giovani dei Paesi europei più scolari zzati. Ulteriore considerazione è che normalmente si è notata una maggiore predisposizione alla difesa del proprio Paese nei giovani schierati politicamente a destra che non tra la cultura più tipicamente di sinistra. • Corneli A., L'Italia va alla guerra, Ideazione, Roma, 1998. • C01tesi L., Le armi della critica. Guerra e rivoluzione pac(fista, Cuen, Napoli, 1991. • Del Negro P., "Esercito, Stato, Società", Saggi di Storia Militare, Ed. Cappelli, Bologna, 1979. È questo un volume che traccia principalmente un percorso storico del rapporto tra istituzione militare e società, una ricostruzione eminentemente "colta"; le forme, i meccanismi vengono di continuo confrontati con la realtà più ampia, diplomatica, politica, economica, sociale, dinastica, culturale. L'Autore si ripropone di cercare un"'altra" sto1ia militare rispetto a quella conosciuta, interrogando così la società ma anche la letteratura, attraverso le affermazioni di Tarchetti, De Amicis, Goldoni. • Di Sopra L., Pelanda C., Teoria della vulnerabilità, Franco Angeli, Mi !ano, 1984.
La prima parte ciel volume è dedicata alla contestualizzazione teorico-metodologica del concetto di vulnerabilità in relazione alle analisi classiche del rischio, dell'affidabilità e dell ' utilità. La seconda parte è organizzata in base allo scopo sia di fornire un'idea della varietà tipologica a cui dovrebbe far fronte una futura teoria sintetica della vulnerabilità, sia di far intravvedere come il concetto di vulnerabilità stesso è dotato di notevole potenziale euristico nell 'analisi di singoli comparti dell'organizzazione sociale. La terza parte è dedicata alla contestualizzazione ciel concetto di vulnerabilità nell'ambito dei processi dell'evoluzione ecosistemica e sociale. Una parte curata da_ Carlo Jean è dedicata alla vulnerabilità nei conflitti militari. • Isernia P., Gestione delle crisi: metodologie e strumenti, " Rivista Mi li tare", 1991. La ricerca si propone di indagare il comportamento delle strutture decisionali nella gestione delle crisi internazionali. • Jean C. (a cura di), Il pensiem strategico, Franco Angeli, Milano, 1985. Un volume collettaneo che tratta, da un punto di vista teorico, il pensiero strategico. Si tratta innanzitut-: to della strategia come discipl ina dei conflitti, poi si passa ad una analisi delle dimensioni sociologiche ed economiche della strategia, la parte terza integra conoscenza e strategia, la parte quatta la teo1ia politica e la strategia. • Ortoleva P., Ottaviano C., Guerra e rnass rnedia. Strumenti e niodi della cmnunicazione in contesto bellico, Liguori, Napoli, I 994. • Shaw M., Post-m.ilitary Society, Polity Press, Cambridge, 1991. Argomento centrale di questo volume è la nuova posizione del ruolo delle istituzioni militari dopo la "guena fredda" . Una delle principali questioni riguarda il tipo di organizzazione militare che si avrà nella società post-militare . Un progressivo disarmo dell'Unione Sovietica ha favorito, secondo J' Autore, lo sviluppo di una concezione cooperativa tra gli Stati europei, aprendo nuove vie all' uso delle Forze Armate. La discussione si apre sulla si tuazione attuale della cultura militare e si articola intorno alla guerra del Golfo, oltre che ai più recenti interventi armati, sia in Europa che nel Terzo mondo.
Gli Autori
Piero di Cos imo ( l-'61 - 1521 ) - Visitazione ron i Santi Nicola e Antonio Ahate (part.l
Giu<litta ALESSANDRINI
'
attualmente docente di Sociologia dell'Organizzazione nel corso di laurea di Scienze dell'Educazione e ricercatore di ruolo confennato presso la Facoltà di Scienze della Formazione della III Università di Roma. Svolge attività di ricerca e consulenza in campo formativo nell'ambito della Pubblica Amministrazione e della piccola e media impresa. Ha pubblicato sui temi della formazione e dello sviluppo organizzativo numerosi saggi tra cui: Frmnazione e tecnologie nell'impresa, Mondadori, Milano, 1991, pp. 343; La.fòrmaz.ione continua nelle organizz.az.ioni, Tecnodid, Napoli, 1994, pp. 245; Apprendirnento mganizzativo, la via del kanbrain, Unicopli, Milano 1995, pp. 209; Manuale per l'esperto dei proce.'isiformativi, Carocci editore, Roma, 1998.
E
'
Fabrizio BATTISTELLI
E
Paolo BELLUCCI
R
docente di Sociologia dell'Organizzazione presso l'Università cl i Roma "La Sapienza". Tra i suoi studi di Sociologia militare più recenti : Soldati. Sociologia dei ,nilitari italiani nell'era del peace keeping, Franco Angel i, Milano, 1996; Giovani e Forze Armate, Franco Angeli, Milano, 1996; Donne e Forze Annate, Franco Angeli, Milano, 1997.
icerc_ator~, ,è docente_ di Anal_isi d~lle Po~iti~he Pubbliche p~·esso l'Umversita del Mohse. Tra 1 suoi lavon d1 argomento militare:
Politica militare e sistenia politico: i partiti ed il nuovo modello di difesa, Roma, Cemiss, 1994; D{fe.rn, politica e società. La politica militare italiana tra obiezione di coscienza é professionalizzazione delle Forze Annate, Franco Angeli, Milano, 1998.
Luciano BENADUSI
rofe,sso_re or~iinar!o cli Soci?logi_a, clell'~cluca~io~e press~ la Facolta eh Sociologia dell'U111vers1ta ciegh Studi d1 Roma · La SaP pienza". Titolare dell ' insegnamento di Formazione e Politica delle Risorse Umane presso la medesima facoltà. Direttore della rivista trime-
strale di ricerche sociali e strategie fonnative "Scuola Democratica". Coordinatore scientifico della sezione "Sociologia ciel i' educazione" clell' Associazione Italiana cli Sociologia (Ais). Autore di numerose pubblicazioni prevalentemente in materia di politiche educative, analisi delle organizzazioni formative, rapporti formazione-lavoro, problem i dell'istruzione superiore e della ricerca scientifica.
Sara BENTIVEGNA
i11assimo BERGAMI
Massimo CANEVACCI
A1ariantonietta COLIMBERTI
Paolo CREPET
I
nsegna Teoria e Tecniche delle Comunicazioni cli Massa e Comunicazione Politica presso la Facoltà cli Sociologia dell 'Università di Roma "La Sapienza". Tra i suoi più recenti lavori, si segnalano i volumi Mediare La realtà. Mass rnedia, sistema politico e opinione pubblica (a cura cli), Franco Angeli, Milano, 1994; Comunicare politica nel sistema dei media (a cura di), Costa & Nolan, Genova, 1996 e AL voto con i inedia. Le campagne elettorali nell'età della TV, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1997.
'
E
professore incaricato di Sistenù Organizzativi presso l'Università degli Studi di Bologna e docente dell'area Organizzazione & Personale della Scuola di Direzione aziendale dell'Università Bocconi. È dottore di ricerca in Direzione Aziendale e svolge attivi tà di ricerca su temi di comportamento organizzativo. Negli anni accademici 1993, 1994, 1999 è stato invitato come Visiting Scholar presso The University of Michigan e, nel I 995, come Visiting Professor presso The University of Florida.
I
nsegna Antropologia Cu lturale presso la Facoltà di Sociologia "La Sapienza" di Roma. Insegna e compie ricerche anche in Brasile. Ha pubblicato, tra l'altro, La città poliflmica, Seam, Roma; Antropologia della Cornunicazione Visuale; Sincrerismi; Ragazzi senza tempo, tutti editi da Costa & Nolan, Genova.
N
ata ad Atri (TE), vive e lavora a Roma. Giornalista, è responsabile delle pubblicazioni dell' Arel, l'Agenzia di Ricerche e Legislazione presieduta da Beniamino Anc.ii:eatta. Ha collaborato a varie testate, tra cui "Il Mondo", !'"Indipendente", "Repubblica Affari & Finanza", "Energia e innovazione", "Agenzia Asca" . È stata consigliere per l'informazione del M inistro e addetto stampa presso i Ministeri del Bilancio, degli Esteri e della Difesa. È stata consulente per l' informazione dell' Aipa, Autorità per l'Informatica nella Pubblica Amministrazione. Attualmente è capo ufficio starnpa del Ministro per le Politiche Comunitarie, Enrico Letta.
E'
psichiatra e sociologo, docente cli Psicologia Sociale all'Un iversità di Siena, corso di laurea in Scienze della Comunicazione. È
autore di numerosi articoli scientifici e di monografie, tra le quali: Il ri.fiuto di vivere, Editori Riun iti; Le dùnensioni del vuoto, Felitrinelli; Cuori violenti, Feltrinelli; Solitudini, Feltrinelli; / giorni dell'ira, Feltrinelli ; Naufragi, Einaudi.
Franco FERRAROTTI
Gia,~franco GASPERINI
Al.aria Immacolata ll1ACIOTI
1Waria Luisa MANISCALCO
ato i~1 Pi~1~o~te nel 1~~6; ~ìto!are <.~~ti 1(62 _di Sociol?gia nell'Umversita d1 Roma 'La Sapienza _3 ,,,segu1 to del pruno concorso a cattedra bandito in Italia per questa materia; attualmente è Coordinatore del Dottorato in "Teoria e ricerca sociale" e Direttore della "Scuola di perfezionamento nei Metodi qualitativi" presso la stessa Università. Fra le sue più recenti pubblicazioni s i ricordano: L'Italia in bilico - elettronica e borbonica, Laterza, 199 1; La tentazione dell'oblio, Laterza, 1993; L'Italia fra storia e menioria, Donzell i, 1995; La perfezione del nulla, promesse e problerni della rivoluzione digitale, Laterza 1997. Dirige la rivista trimestrale "Là Critica Sociologica".
N
'
E
Maggi(~r Gen~rale del! '_Esercito _Italiano. Sv?lge ~ttivi~à di ~i~erca presso 11 Cem1ss, dove e stato Direttore degli studi sociolog1c1. Ha insegnato Sociologia dell'Organizzazione presso la Scuola di Applicazione di Torino ed è stato Vice-Ispettore delle Scuole dell'Esercito. È autore cli numerosi saggi e ricerche su temi cli Sociologia dell'Organizzazione nelle Forze Armate.
ocente di Istituzioni di Sociologia e di Sociologia della Religione presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Tra le sue opere, Il concetto di ruolo, La terza, Roma-Bari, 1998 ( 1993), Il Buddha che è in noi, Seam, Roma, 1997, Sociologia generale. I processi sociali nelle società industriali avanzate, Guerini, Milano, 1998. Con E. Pugliese, Gli ùnmigrati in Italia, Laterza, Roma-Bari, 1998 (1993). Ha inoltre curato i volumi Per una società multiculturale, Liguori, Napoli, 1998 (1991), Biografi,a, storia e società. L'uso delle storie di vita nelle scienze sociali, Lìguori , Napoli, 1998 (1985), Oralità e vissuto, Liguori, Napol i, 1998 ( 1986). Collabora dalla sua fondazione alla rivista " La Critica Sociologica", ma anche a "Società dell'Informazione" e ad altre testate italiane e straniere.
D
I
nseg_na So~i~logia n~lla facoltà di Sciénze :olitiche clelJ' ynivers~tà degh Studi cli Roma "Roma Tre". Ha pubblicato numerosi volunu e saggi in 1iviste specializzate su temi dì Storia della Sociologia e sugli aspetti della cultura moderna. Nel campo della Sociologia militare ha diretto e ha partecipato a diverse ricerche, interessandosi in particolar modo alle problematiche delJa formazione e dell'identità del "militare" e ai nuovi compiti delle Forze Aimate, dal peacekeeping alle operazioni in concorso con le Forze di Polizia.
Gabriella MARUCCI
Carlo MASINJ
al I 995 è docente di Etnologia presso la Facolt.à di Lettere e Filosofia dell'Università de L' Aquila. Nel novembre del 1992 ha partecipato come consulente all 'esperimento Donne-Soldato organizzato dallo Stato Maggiore dell ' Esercito presso la caserma "Lancieri di Montebello" a Roma. L'anno success ivo ha fi rmalo, insieme a Maria Immacolata Macioti. l'articolo " Donne e organizzazione militare: quali radici per questa richiesta sociale?'', sulla Rivista di Scienza del1' Amministrazione. La sua attività di ricerca è volta prevalentemente a temi di Antropologia socio-religiosa. Fra le sue pubblicazioni: Spunti per un'analisi antropologica di un culto celanese: i Santi Martiri, "Rivista Abiuzzese", 1988, 4, pt. I, 1989, 1, pl. II; Gemma, la santa "immurata ", "Storia, Antropologia e Scienze del Linguaggio", 1988, 13, 1-2; e il volume Fratelli in grotta! Rituali di solidarietà maschile, per la collana "Abruzzo rituale" da lei diretta per l'editrice Andromeda.
D
'
E
nato a Roma, dove vive e lavora. Giornalista, ha collaborato a diverse testate, tra cui "El Paìs", !"'Europeo", "La Voce", l"'Indipendente", la rivista dell 'Enea. Ha fondato e diretto una società di servizi congressuali, curandone in particolare l'uflicio stampa in occasione di congressi e convegni in Italia e all 'estero (tra i principali committenti il Ministero degli fateri , il Tribunale Russe], le Acli, la Cei, la Dc, il Pci). È stato consigliere per l' informazione al l\tlinistcro del Bilancio negli ultimi due mesi del governo Amato, agli Esteri nel governo Ciampi e alla Difesa nel governo Prodi. Da molti anni di1ige l'ufficio stampa dell'Arei, l'Agenzia di Ricerche e Legislazione pre ieduta da Beniamino Andreatta.
Danilo MORIERO
E'
Rossella (Rosa) SAVA RESE
D
nato a Lecce nel 1962. Giornalista professionista. Dopo la laurea in giurisprndenza, ha iniziato l'attività giornalistica alla "Voce Repubblicana". È stato redattore politico delle due maggiori emittenti radiofoniche private RTL I02.5 e Radio Dimensione Suono. È stato più volte inviato all'estero per seguire le missioni dell 'Esercito e delle Forze Armate italiane. Collaboratore della "Rivista Militare". Dal 1997 è vicedirettore di "A.nei Rivista", mensile dell ' Associazione nazionale dei comuni italiani.
al .1 976 insegna nell'ateneo "Fedetico IJ" di Napoli. Attualmente è docente di Sociologia delle Comunicazioni di Massa e di Teoria e Tecniche delle Comunicazioni di Massa nella Facollà di Sociologia. Ha insegnato anche presso la Facoltà di Scienze Politiche dell 'Accademia Aeronautica di Pozzuoli (Teoria e Tecniche delle Comunicazioni Umane). Giornal ista pubblicista, collabora con numerosi quotidiani e periodici. Dirige la rivista "Meta: strumenti e competenze per le aziende di successo". È membro clell' Intcrnational Commu nication Association (lca) e dell'Associa:lione Italiana di Sociologia (sezione Sociologia Politica). È tra i fondatori del Centro Napoletano di Semiotica. In qual ità di responsabi le per il Dipartimento di Sociologia, inoltre, paitecipa al Programma "Leonardo", Progetto Eureka Ricerca, sui bisogni forn1ativi in Campania.
Annotazioni