STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFI C I O STORI C O
ARTURO MARCHEGGIANO
DIRITTO UMANITARIO E SUA INTRODUZIONE NELLA REGOLAMENTAZIONE DELL'ESERCITO ITALIANO VOLUME I (LEGGI ED USI DI GUERRA)
ROMA 1990
PROPRIETÀ LETTERARIA Tutti i diritti riservati Vietata anche la riproduzione parziale senza autorizzazione © Ufficio Storico SM E - Ro ma 1990
INDUSTRIA P o u GRAFI CA ARTE DELLA STAMPA - VtA P .S . MANc rNt,
13 - T u. 3602497 -
RoMA
1990
PRESENTAZIONE
L'opera del generale Arturo Marcheggiano «Diritto Umanitario e sua introduzione nella Regolamentazione dell'Esercito Italiano» è singolarmente rara. Essa verifica la storia dello sviluppo del Diritto Umanitario Internazionale dei Conflitti Armati (Diritto Bellico fino alla seconda guerra mondiale) attraverso l'esame delle prescrizioni e delle norme dettate in materia dai regolamenti dell'Esercito italiano. Il primo volume polarizza la ricerca sull'evoluzione delle leggi e degli usi di guerra codificati in sede internazionale,· il secondo volume, invece, individua ed espone le norme dettate dal legislatore italiano e dall'estensore dei regolamenti militari per ciò che si riferisce alla protezione delle vittime della guerra. Più che una storia di fatti e di interpretazione di fatti storici è una storia di regole militari e di leggi dello Stato tradotte per i combattenti legittimi in rigide norme dai regolamenti militari. I fatti servono soltanto per scendere dalla speculazione alla pratica di guerra, e quindi più per dare esempi oppure misure di grandezza di determinati fenomeni che non per una analisi in chiave critica di eventi bellici. La parte più qualificante di questa analisi storica è indubbiamente quella intesa ad accertare l'evoluzione del progresso delle norme in chiave di rispetto dell'uomo e della sua umanità in tempo di guerra. L'interesse dell'opera nel suo complesso (ed anche il suo scopo dichiarato) non scaturisce tanto dalla scoperta o riscoperta di determinati primati italiani - indiscussi e dimostrati - nel campo del continuo tentativo di umanizzare la guerra, quanto invece nella necessità di riconoscere e rispettare l'opera dei nostri predecessori al fine di capire perchè anche oggi, come nel passato, i regolamenti militari nazionali di servizio in guerra siano in campo umanitario i più avanzati del mondo. La chiave dimostrativa d'indagine è - metodologicamente- sempre la stessa: una norma codificata in sede internazionale, infatti, trova, pressochè sempre, puntuale conferma nei regolamenti militari italiani precedenti alla sanzione della norma stessa; e allorchè una disposizione viene stabilita in ambito internazionale, la sua applicazione nei regolamenti successivi trova
4
ARTURO MARCHEGGIANO
altrettanto puntuale riscontro. I risultati delle ricerche sono molto confortanti: la massa delle conquiste di significato storico in campo umanitario conseguite in ambito internazionale trovano nei regolamenti italiani tutte le premesse, le anticipazioni le codificazioni e le sanzioni penali e disciplinari per gli inadempienti. Le norme provenienti dal Diritto Umanitario Internazionale dei Conflitti Armati sono state, quindi, in ogni tempo onorate dai regolamenti militari del nostro paese o dalle leggi nazionali successive, che sempre si sono rivelate più avanzate ed anticipatrici di quelle stesse dettate dal diritto internazionale. In fondo l'originalità dell'opera, del tutto inedita nel campo dell'esame dei regolamenti militari in chiave di applicazione del Diritto Bellico, sta nella dimostrazione che, in tutte le guerre, l'Esercito italiano - nel campo umanitario internazionale - si è sempre presentato con regolamenti e codici penali di netta avangardia, specie nello stroncare gli abusi della forza militare, e che dall'Unità d'Italia ai giorni nostri, in questa etica disciplina, l'Italia non ha mai avuto niente da imparare da nessuno. Infatti, come ricorda l'Autore, anche oggi la nostra legge sulle norme di principio della disciplina militare è la sola al mondo a prescrivere per il militare il dovere della disobbedienza ad ordini manifestamente rivolti contro le Istituzioni dello Stato o manifestamente criminali. Forse si tratta di una tesi campanilistica, ma è una tesi sostenuta da una i/lustrazione storica distaccatamente obiettiva e da un corredo documenta/e, in termini di regolamenti militari, copiscuo e convincente. IL CAPO DELL'UFFICIO STORICO
A mia moglie Costanza, diffusore di Diritto Umanitario in Croce Rossa, con gratitudine per la spinta morale e per il cospicuo aiuto nelle ricerche
PREMESSA
Il tema che mi sono proposto è decisamente arduo, anche perchè per me è difficile parlare di civiltà in guerra, poichè ritengo che la guerra sia la manifestazione di maggiore inciviltà che l'umanità possa dare di se stessa. Devo dire che lo sforzo, qualunque sia il risultato, è stato molto non avendo trovato nessun trattato che riguardasse la civiltà del comportamento in guerra del soldato in generale, di un popolo in particolare, in modo speciale del popolo italiano. Quale specialista Militare di Diritto dei Conflitti Armati mi sono accorto troppe volte come l'Italia sia sempre stata, per tradizione, un Paese sempre presente ad ogni iniziativa internazionale volta alla umanizzazione della guerra, spesso Paese propulsore, ricco di iniziative e di buona volontà. Mi sono inoltre accorto che le norme, che i nostri governanti hanno sancito nelle istruzioni alle Forze Armate, che riguardavano il comportamento delle truppe nelle operazioni belliche, spessissimo erano norme avanzate nel campo del diritto bellico internazionale codificato o, addirittura, norme che solo molti anni dopo sono entrate a far parte del Corpo del Diritto Internazionale dei Conflitti armati. Talune regole di grande civiltà, che sono oggi in vigore e che per l'Esercito Italiano sono leggi dal lontano 1941, ancora non sono inserite nei testi delle convenzioni internazionali. A titolo di esempio di norme e di leggi militari non sancite dalle convenzioni internazionali, cito la pubblicazione Ministero della Guerra - Stato Maggiore Regio Esercito - Ufficio Servizi N. 3993 «Istruzioni concernenti i prigionieri di guerra nemici» (Roma Istituto Poligrafico dello Stato - 1941 - Anno XIX). In tempi come i nostri nei quali ancora si ipotizzano stragi di prigionieri di guerra italiani, come a Leopoli o a Debli, tale pubblicazione all'art. 26, trattando di movimenti di prigionieri di guerra in zona territoriale, detta le civilissime norme che seguono:
10
ARTURO MARCHEGG!ANO
«I trasferimenti dei prigionieri di guerra da un campo all'altro oltre che per esigenze di servizio o ragioni disciplinari, possono avere luogo anche su domanda degli interessati (cioè dei prigionieri) e per i seguenti motivi: a) di salute, comprovata da certificato medico: b) di parentela (padre e figlio, fratello, zio e nipote, suocero e genero) con i prigionieri presenti presso altri campi; c) di opportunità, quando cioè il prigioniero chieda il trasferimento in seguito a gravi ed accertati attriti con i compagni di prigionia». Se si pensa alle traduzioni spesso in condizioni disumane dei prigionieri italiani dai vari fronti di guerra ai campi di prigionia specie tedeschi e russi, fa sorridere una norma tipicamente anti indole del soldato italiano, che evidentemente sembrava necessaria a/l'ostensore delle «Istruzioni» sunc:itu al paragrafo 35 b) che cerca di comprimere la bontà di fondo del nostro popolo: «b) durante le soste (delle tradotte nelle stazioni ferroviarie) è fatto assoluto divieto di condurre i prigionieri stessi nei negozi di alimentari, nei ristoranti delle stazioni ed in quelli viciniori e tanto meno, in giro per la città». Un'altra norma di enorme sensibilità, che ancora non ha riscontro nelle convenzioni internazionali prescrive all'art. 6, che riguarda gli spostamenti di prigionieri di guerra gravemente feriti o ammalati, che «la scorta viaggia nei medesimi scompartimenti dei prigionieri; essa è costituita, in genere da militari del servizio sanitario, nel numero ritenuto indispensabile per essere di aiuto, se necessario, e nello stesso tempo vigilare tutti i prigionieri viaggianti». Come si vede i soldati di scorta sono scelti tra personale sanitario militare e nei loro compiti l'aiuto umanitario al ferito ed all'ammalato viene prima del compito della vigilanza sul prigioniero. Ho ritenuto in premessa di fare questi esempi, citando tra l'altro una sola pubblicazione, tra le tante che regolano il comportamento in guerra del soldato italiano, per fare toccare con mano a tutti in modo evidente l'enorme carica umanitaria dei regolamenti dell'Esercito. Più scavo e più mi rendo conto, verificandola, che la legge di guerra italiana del 1938 è stata, di gran lunga, la legge di guerra più umanitaria applicata nella seconda guerra mondiale, non solo, ma che questo fatto non è stato una coincidenza isolata e limitata alla seconda guerra mondiale, dato che più o meno è sempre stato cosi.
PREMESSA
11
A questa mia constatazione di studioso se ne è aggiunta un'altra ed è quella che queste cose non solo non le conosce nessuno, ma che addirittura di questi civilissimi regolamenti nessuno ne parla. Lo scopo, pertanto, della ricerca è quello di rendere doverosa giustizia da un punto di vista storico e culturale ad un popolo che non ha mai amato la guerra, ma che, quando è stato costretto a farla dai propri Governanti, l'ha fatta sempre in modo molto corretto e con norme umanitarie, inserite nei regolamenti che regolano il comportamento delle truppe, di decisa avanguardia nel campo del rispetto del diritto delle genti e di salvaguardia dell'umanità dell'uomo, sia egli pure un nemico. L 'Autore
'-.
INTRODUZIONE Generalità Il Diritto Internazionale Bellico Gus in bello), come branca a sé stante del Diritto Internazionale, usciva da una fase travagliatissima plurisecolare di diritto consuetudinario per divenire un diritto codificato e vincolante per gli Stati della Comunità internazionale che vi aderivano, con un atto relativo alla guerra marittima. Il 16 aprile 1856 i Plenipotenziari di Austria, Francia, Gran Bretagna, Prussia, Russia, Sardegna e Turchia firmavano una dichiarazione (non soggetta a ratifica: si era ancora nei tempi beati nei quali la firma dei Plenipotenziari impegnava direttamente gli Stati!) che disciplinava, in sede internazionale, alcuni punti di diritto marittimo molto controversi e che avevano fatto sorgere serie difficoltà ed anche dei conflitti. Tale dichiarazione aboliva la guerra corsara; affermava che la bandiera neutrale copriva la merce nemica ad eccezione del contrabbando di guerra; sanciva che la merce neutrale, ad eccezione del contrabbando di guerra, non è passibile di sequestro sotto bandiera nemica ed, infine, che i blocchi, per essere obbligatori, dovevano essere effettivi, ossia mantenuti con una forza navale sufficiente ad interdire real.m ente l'accesso al litorale nemico. Sembra doveroso citare questo atto di nascita internazionale dello «jus in bello» codificato per dimostrare soprattutto la presenza, poi diventata tradizionale, del Regno di Sardegna prima e del Regno d'Italia poi, in tutti gli atti internazionali significativi che riguardano questa particolare materia. Le branche che il diritto dei conflitti armati cerca di regolamentare, con lo scopo essenziale di rendere «più umana» la guerra, sono essenzialmente la ricerca di regole internazionalmente valide che riguardino: i mezzi, i metodi e gli usi di guerra; la protezione delle vittime della guerra; la neutralità;
14
ARTURO MARCHEGGIANO
la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. Dal 1856 occorre giungere fino al 22 agosto 1864 per arrivare, con la Convenzione di Ginevra, a mettere la prima pietra di diritto internazionale codificato nel campo della protezione delle vittime della guerra (1) mentre occorrerà aspettare più di mezzo secolo (1899) per sancire, nella I a conferenza della pace dell' Aja, le prime regole internazionali riguardanti mezzi, metodi ed usi di guerra,_ neutralità e protezione, peraltro molto generica, dei beni culturali (2). Una sanzione più significativa delle regole internazionali si ebbe nella conferenza dell' Aja del 1907, mentre per i beni culturali occorrerà aspettare, per avere una convenzione ad hoc e non di tutela generica, fino al 1954. Gli accordi internazionali in questi settori ricalcano, in genere, quelle che erano regole consuetudinarie in ambito internazionale, ormai entrale nella pratica e nella regolamentazione di molti o di alcuni eserciti delle nazioni civili. La prima regolamentazione nazionale omogenea in tale settore, universalmente riconosciuta da tutti gli studiosi di Diritto Internazionale, è stata fornita dalle «Istruzioni per le Armate degli Stati Uniti d'America durante la guerra». Tali istruzioni, promulgate dal Presidente Lincoln nel 1863, sono note come «Lieber's Instructions», (dal nome del grande giurista americano Lieber, che ne curò la stesura e l'approntamento): sono riportate in appendice non solo per la grandissima importanza storica che esse ebbero ma anche perchè saranno spesso richiamate nel corso della trattazione. Che l'Italia sia un paese pacifico è scritto a chiare lettere nell'articolo 11 della Costituzione della Repubblica. È anche un fatto ormai storicamente acquisito che l'Italia da oltre quarant'anni non partecipi a guerre, ma solo a missioni di pace. È inoltre noto che il soldato italiano sia un soldato stupendo nelle operazioni difensive mentre, per la sua indole, sia poco aggressivo. Occorre però riconoscere che l'osservazione riferita agli ultimi quarant'anni del(1) Convenzione per il miglioramento della sorte dei militari feriti negli eserciti di campagna. (2) È stata trascurata volutamente la dichiarazione di Pietroburgo, del 1868, relativa alla interdizio ne all'uso in tempo di guerra di proiettili esplodenti del peso inferiore ai 400 grammi perché, anche se è la prima in senso stretto ha carattere troppo limitato.
INTRODUZIONE
15
la nostra storia sarebbe fuorviante in assoluto, perchè non è sempre stato così. Infatti se si esamina il secolo che va dal 1845 al 1945 (lasciando perdere: i movimenti anarchici italiani; le bande di guerriglieri che hanno operato all'estero, tra le quali figurano molti italiani sia nei capi sia nei gregari; tutte le campagne antibrigantaggio) si vede che l'Italia, avendo partecipato a ben 12 guerre, con una media di una guerra ogni otto anni e di quattro anni di pace per ogni anno di guerra, risultava ai primissimi posti della bellicosità mondiale. I regolamenti dell'Esercito di conseguenza sono spesso cambiati, con una evoluzione progressiva e continua che era il frutto di esperienze di guerra successive e continue quasi permanenti. Lo studio pertanto delle disposizioni alle truppe dell'Esercito Italiano, relativamente al loro comportamento in guerra, è molto significativo nel campo della evoluzione del diritto delle genti, non solo per la grandissima civiltà che è sempre stata caratteristica connaturata del nostro popolo, ma anche perchè molte delle guerre alle quali l'Italia ha partecipato sono state combattute proprio in omaggio a principi strettamente collegati e connessi con il diritto delle genti, come le guerre del Risorgimento.
Articolazione dello studio Lo studio è polarizzato su11a guerra terrestre e sulla ricerca delle norme per il combattente dell'Esercito Italiano in guerra. Sarà fatto spesso riferimento alle Lieber's Instructions, che sono state il primo corpo organico di norme «nazionali» (anche se americane) per regolamentare il comportamento del soldato in guerra, al fine di vedere quante di queste norme erano già in precedenza fissate per il combattente italiano, nei regolamenti o nei codici che lo riguardavano, non al fine di contestare o di discutere di primogenitura, quanto per verificarne le analogie e la civiltà dei dettati. Lo studio sarà articolato in due volumi, il primo dedicato alle leggi ed agli usi di guerra dopo i necessari cenni storici sull'argomento, nei quali si farà per lo più riferimento a fatti successi in Italia o dall'Italia originati, come ad esempio le Crociate. Tale argomento è il più difficile ed il più complesso, dato che non solo si interesserà delle regole di ingaggio\ e delle norme da seguire in combattimento, ma anche dei mezzi, metodi e strumenti di guerra che internazionalmente sono considerati leciti.
16
ARTURO MARCIIEGGIANO
Tra tali regole saranno volutamente trascurate e trattate solo per cenni tutte le norme che riguardano il trattamento dei feriti e dei malati delle forze armate in campagna, il comportamento nei confronti dei prigionieri di guerra, il modo di regolarsi dell'esercito nei territori occupati nei confronti delle popolazioni civili, le norme relative alla protezione dei beni culturali, il trattamento delle popolazioni civili nazionali in caso di impiego della forza in condizioni di «stato d'assedio», le regole relative alla neutralità, poichè tali argomenti saranno oggetto del secondo volume. In sostanza il primo volume sarà dedicato alle leggi ed agli usi di guerra mentre il secondo riguarderà in generale la protezione delle vittime della guerra, con cenni alla neutralità ed alle condizioni di impiego dell'esercito in situazioni di violenza interna. In tal modo la disamina sarà sufficientemente approfondita da poter non solo verificare le civilissime leggi del nostro stato in ogni tempo, ma anche la loro introduzione ed applicazione nei regolamenti mililari. Credo che sia un vanto che poche nazioni possono avere nella misura dell'Italia ed è molto bello poter dire che il soldato italiano, che sicuramente non a ma la guerra, su tutti i fronti nei quali ha combattuto è stato il portatore della propria antica civiltà, sia nel modo di combattere, s ia nel rispetto delle popolazioni dei territori occupati.
CAPITOLO PRIMO
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
Generalità. - Le origini. - I Greci. - Leggi cd usi di guerra al tempo dei Romani. - Leggi ed usi di guerra nel Medio Evo. - Leggi ed usi di guerra nell'Evo Moderno. - Il diritto bellico consuetudinario nell'Ottocento.
Generalità
Il diritto internazionale, per la branca che si riferisce al diritto dei conflitti armati (jus in bello), o diritto bellico come era chiamato fino alla 2a guerra mondiale, si fonda essenzialmente su tre cardini, che rappresentano il comune desiderio dei popoli civilizzati di: risparmiare a combattenti e non combattenti sofferenze inutili; garantire certi diritti fondamentali alla persona umana in quanto tale, quando è caduta in potere del nemico (feriti, malati, prigionieri di guerra, personale sanitario e religioso, civili, popolazioni dei territori occupati, ecc.); - facilitare il ritorno alla pace. In sintesi il diritto dei conflitti armati mira a sancire delle regole valide in ambito internazionale idonee a conciliare le così dette <mecessità militari» con le imprescindibili esigenze umanitarie. Dopo la seconda guerra mondiale, per alcuni anni, non si è più parlato di diritto bellico ma, in senso più generale, si preferiva, da parte della grande maggioranza degli studiosi, usare il:- termine di «Diritto Umanitario». Con tale dizione, in senso lato, si voleva intendere l'insieme delle norme internazionali di diritto bellico e dei diritti dell'Uomo
18
ARTURO MARCHECGIANO
che, in armonica sintesi ed in giusta complementarietà, completavano il quadro delle leggi nazionali di ciascuno stato, in armonia con le convenzioni internazionali accettate dallo stesso e che costituivano i binari entro i quali doveva muoversi e svilupparsi la sciagura della guerra. In sostanza il combattente legittimo, che è l'agente e lo strumento legalizzato in sede internazionale per esercitare la violenza in guerra, deve abituarsi (ed in questo risiede l'onore, la disciplina, ed il professionismo del militare) a vivere, muovere e combattere senza calpestare o violare le norme internazionali del diritto bellico (usi e costumi di guerra) e le norme stabilite dai diritti dell'Uomo universalmente riconosciuti (dichiarazioni dell'ONU del 1948. Convenzione di Roma del 1950). Per l'Italia tali norme sono completamente acquisite dalle leggi dello Stato (legge di guerra e leggi civili) e pertanto devono costituire, ed hanno sempre costituito, patrimonio culturale e professionale del combattente. Tale dizione di diritto umanitario, non solo in Italia ma anche in molti a ltri Stati, ha creato e può creare della confusione, come se il dettare norme umanitarie potesse in qualche modo affievolire la volontà o il modo di combattere del combattente, o potesse indurre dello scetticismo in relazione a quelli che potrebbero essere gli orrori di una guerra, specie nucleare, per cui da qualche anno, in sede internazionale si preferisce la dizione, che sembra più propria, di diritto dei conflitti armati. In ogni caso il diritto bellico, con particolare riferimento alla guerra terrestre, del quale ci si occupa, è quel diritto che si applica nelle operazioni militari quando esiste uno stato di guerra (jus in bello) e non è il diritto di fare o Inon fare la guerra, o se la guerra che si fa sia giusta od ingiusta (jus ad bellum) , che esula completamene dalla trattazione e per il quale ancora non esiste una codificazione internazionale. Il diritto bellico del quale ci si occupa è anche stato diviso, nel tempo, in modo abbastanza artificioso in: - diritto dell' Aja, o diritto della guerra propriamente detto, che riguarderebbe le regole internazionali concer:ienti gli usi ed i costumi ·d i guerra; - diritto di Ginevra, o diritto umanitario propriamente detto, che riguarderebbe le persone e le cose che subiscono gli effetti della guerra, che il diritto internazionale cerca di proteggere per quanto è possibile.
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
19
Tale suddivisione, che è stata usuale anche se non da tutti accettata, non è valida in modo assoluto e sembra anche, tutto sommato, inutile. Infatti, ad esempio, il protocollo di Ginevra del 1925 relativo alla proibizione di usare in guerra gas asfissianti, tossici, ecc. ed aggressivi chimici e biologici, farebbe chiaramente parte del così detto «diritto dell' Aja», mentre la convenzione dell' Aja del 1954, riguardante la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato farebbe chiaramente parte del «diritto di Ginevra». Inoltre, specie dopo i protocolli di Ginevra del 1977, aggiuntivi alle convenzioni di Ginevra del 1949, nei quali sono stati ripresi molti argomenti relativi agli usi e costumi di guerra sanciti a l' Aja nel 1907, sembra che questa distinzione inutile ed artificiosa sia complessivamente superata.
Le origini
Le origini del diritto bellico, come istanza dell'umanità di rendere la guerra più umana, si perdono nella storia. Credo fermamente che fin dall'esito dei primi scontri armati l'uomo abbia sentito l'esigenza di limitare gli effetti della tragedia «guerra». Così come nelle tribù barbare delle origini della storia dell'uomo o nelle tribù ancora oggi primitive, dovunque gli uomini si trovano in contatto tra di loro si vede nascere la coscienza del giusto e dell'ingiusto; e questo senso del diritto si sviluppa da solo ed ha solide basi nella natura umana, assieme a radici indistruttibili. In tutti i popoli c'è stato il diritto molto prima che esistessero le leggi scritte, in quanto ogni tribù ed ogni popolo hanno avuto i loro usi, i loro costumi, le loro pratiche molto prima dei codici e della scrittura. Tracce di diritto internazionale bellico si trovano presso tutti i popoli ed in tutte le epoche, specie nei popoli civili dell'Asia, con particolare riferimento all'India per le regole più antiche. Anche presso le tribù selvagge si trovano generalizzate delle usanze, mosse molto spesso da credenze religiose, che portavano al rispetto degli ambasciatori di altre tribù e'<ii altri popoli; si sono spesso molto sviluppati il diritto ed il dovere antichissimi del1'ospitalità, si tocca spesso con mano l'uso di concludere delle alleanze, di fare delle leghe, di fare dei patti commerciali, di concludere una guerra con delle dichiarazioni di pace.
20
ARTURO MARCHEGGJANO
Ma in genere i popoli dell'antichità in guerra consideravano i loro nemici come esseri senza diritti, quasi che non fossero uomini. In particolare le persone senza difesa (i non guerrieri) come i bambini, i vecchi, le donne correvano sempre il rischio gravissimo di essere maltrattati dai guerrieri nemici, oppure di essere tradotti in schiavitù, di essere venduti od uccisi. Il nemico vinto non aveva nessun diritto specie nei confronti dei beni e della sua proprietà privata per cui il vincitore si attribuiva il diritto di occupare liberamente le terre, di spartirsele e di portar via tutto ai nemici come bottino di guerra. Le terre erano acquisite dallo stato o dalla tribù vincitrice ed i beni mobili come le armi, gli ori, le ricchezze, gli animali, eccetera erano consegnati al generale vincitore che ne disponeva a suo piacimento. Nulla impediva al vincitore di bruciare i villaggi, di appropriarsi o di distruggere i raccolti e così via. Le condizioni dei combattenti feriti ed ammalati dell'esercito vinto, così come le condizioni dei prigionieri di guerra erano tristissime perché, o venivano massa1.:rati, spesso solo per portar via loro le armi, oppure erano ridotti in schiavitù. Nella generalità dei casi, la sorte degli uomini vinti e delle popolazioni era legata solamente alla magnanimità del vincitore, quasi sempre molto relativa. Ci sono però esempi di vincitori grandissimi sul piano umano, come ad esempio la figura di Ciro il Grande, re dei Persiani. Senofonte racconta che nel 538 a.e., dopo avere sconfitto i Caldei e conquistata la Babilonia, Ciro rimandò liberi tutti i prigionieri che gli erano stati portati in catene ed ordinò ai suoi medici di curare a sue spese tutti i nemici feriti rimasti sul campo di battaglia. Inoltre promulgò un editto che, sotto molti aspetti, è forse più avanti dei progressi fatti fino ad oggi nel campo del diritto bellico, che diceva: «II mio grande esercito ha conquistato la Babilonia. Ho dato l'ordine che i miei soldati non facciano del male a nessun abitante di questo paese, che gli abitanti vivano tutti in libertà, che essi abbiano il diritto di praticare la religione che vogliono. Ho preteso che nessuna casa sia distrutta, che nessun cuore sia ferito, che tutti siano liberi di scegliere i loro dei».
I Greci I Greci per primi videro nella polis, e nello stato in generale, una organizzazione umana e non divina. Avevano in comune la
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
21
Assedio di Siracusa: le catapulte (Bertolini Storia d'llalia - Milano Fratelli Treves Editori)
religione, la lingua, l'arte e le scienze tanto da poter vivere continuamente un sentimento comunitario tale da rispettare generalmente tra loro delle regole e dei diritti reciproci (da cui il detto che ci viene tramandato: tutti gli Elleni sono fratelli). Tuttavia i Greci si ritenevano una razza superiore destinata a dominare i barbari, dove nel termine barbari erano compresi tutti i popoli non greci, visti come nemici naturali della Grecia, con i quali non aveva senso parlare di diritti o di trattati. Contro di essi qualunque guerra era giusta ed ogni violenza era naturalmente permessa. La guerra contro i barbari mirava alla distruzione totale dell'avversario i cui beni e terreni divenivano proprietà del vincitore. Fa meraviglia che questo sentimento di «razza superiore» de~tinata al dominio sugli altri popoli lo si riscontri in pensatori come Platone basti vedere «La Repubblica» o «Le leggi», ed Aristotele, basti vedere la «Politica» (libro I capitolo VIII: «I barbari sono destinati per loro natura ad essere schiavi dei greci e si può impiegare ogni mezzo per ridurli in questo stato»). La guerra era diretta al saccheggio e spesso è molto difficile distinguere tra guerra, brigantaggio e pirateria (gli
22
ARTURO MARCHEGCIANO
Etruschi la esercitarono per secoli) in tempi in cui lo stesso Tucidide affermava che «anche la pirateria», ovviamente dei Greci, «era onorevole, in quanto erano obbligati a farla a causa della sterilità della loro terra natale». L'Iliade e l'Odissea sono i grandi poemi dell'estrema barbarie degli usi di guerra dei greci nell'età degli Eroi. In battaglia non si dava quartiere, a meno dei consistenti riscatti, che si potevano ottenere salvando la vita al prigioniero di guerra. Non ci si contentava di uccidere il nemico e di spogliarlo delle armi, ma se era un nemico importante il suo corpo nudo era spesso soggetto a orrende mutilazioni ed oltraggi, era privato della sepoltura e lasciato come cibo agli uccelli rapaci. Un trattamento cosl crudele (basti pensare agli oltraggi fatti da Achille al corpo senza vita di Ettore) era riservato solo ai capi, mentre talvolta si concedeva una tregua ai vinti per lasciare loro seppellire i morti (Iliade, canto VII). Poiché il diritto era fondato solo sulla religione, spesso si votavano interi popoli agli Dei dell'Inferno e gli araldi incaricati di proclamare la guerra supplicavano i loro Dei ad abbandonare le città del nemico. Il vinto era un «abbandonato da Dio» e pertanto metterlo a morte era buon diritto; in tal modo il ridurlo schiavo era visto, come dice Vico, come una mitigazione dei diritti che la guerra concedeva al vincitore. Come annota il Verri «nell'epoca omerica vi erano due categorie di prede, quella individuale, che andava al guerriero, e quella collettiva che andava collocata al centro dell'assemblea dei guerrieri per essere distribuita. Si prelevavano prima le parti d'onore, riservate ai personaggi importanti che si erano distinti in battaglia; poi il re o il comandante in capo procedeva alla ripartizione secondo modalità che ci sono sconosciute, ma che sembrano, comunque avergli permesso di distribuire poco e trattenere molto, anche se Omero fa dire ad Ulisse del saccheggio di una città «molta preda dividemmo in parti uguali». Il massimo della violenza si produceva sempre soprattutto in occasione delle guerre civili interne, tra le fazioni politiche di una stessa città, nelle guerre per la supremazia di una città sulle altre o nelle guerre che si scatenavano per motivi religiosi. Si era mano mano consolidata la consuetudine della inviolabilità dei templi, per cui chi si rifugiava nei templi aveva buone probabilità di avere salva la vita; ma anche questa regola tradizionale ha avuto molte eccezioni , spesso motivo di nuove guerre, vedasi ad esempio il giuramento della lega degli Anfizioni dì vendicare la profanazione ed il saccheggio del tempio di Apollo delfico. Ma gli esempi di dero-
CE NNI STORICI SUL DIRITTO CONS UETUDINARIO DEI CONFUTI! ARMATI
23
ga sono tanti come l'incendio del recinto sacro di Diana, la distruzione del santuario di Dodone, il prelievo di parte del tesoro di Olimpia. In ogni caso era rispettato il tempio come luogo sacro, ma non erano certo rispettate le ricchezze ed i tesori che nel tempio erano custoditi. Tuttavia, come ricorda il Wheaton, meritano di essere menzionati taluni «usi di guerra», che regolano i rapporti dei diversi popoli della Grecia tra di loro in periodo di ostilità, sanciti dal Consiglio della lega anfizionica: - non si dovevano privare della sepoltura i caduti in combattimento; - trofei e monumenti non dovevano celebrare una vittoria dei Greci sui Greci; - non si potevano uccidere coloro (greci) che si rifugiavano nei templi all'atto della presa d'assalto di una città; - era permesso a tutti i greci di frequentare i giochi olimpici ed i templi e di offrire dei sacrifici anche in tempo di guerra.
Leggi ed usi di guerra al tempo dei Romani Anche se Roma è stata la «Patria del Diritto» tale affermazione non è sicuramente valida per il diritto particolare di cui ci si occupa e cioè del diritto bellico. Vi è tuttavia qualche sintomo di un diritto delle genti e di un diritto delle nazioni civili. Prima di invadere un paese i Romani avevano l'abitudine di inviare d ei messi a di rendere note le loro richieste e, qualora il potenziale nemico non vi si assoggettasse, di dichiarare guerra in modo solenne. Allo stesso modo la storia romana è piena di trattati e di alleanze. Pur agendo senza vincoli in guerra e spesso con crudeltà i Romani quasi sempre/rispettavano le usanze, la religione, il costume dei popoli vinti ed anche sovente le loro leggi. Furono i primi ad avere una visione universale del potere e dell'umanità in generale, ma questa umanità non era tanto quella degli uomini, in quanto tali, bensì era vista come lo scopo politico delle loro azioni, in quanto perseguivano il dominio assoluto di Roma su tutti i popoli del mondo conosciuto.
24
ARTURO MARCHEGGIANO
Incendio di Cartagine (Bertolini Storia d'Italia - Milano Fratelli Treves Editori)
Il nemico in guerra continuava come in precedenza ad impersonare un essere senza diritti, contro il quale tutto era permesso sia sul campo di battaglia, sia, dopo la battaglia, nella invasione del suo territorio e nell'appropriazione delle sue ricchezze. La frase che la tradizione ci tramanda «Hostes dum vulnerati fratres» è in fondo solamente una grande mistificazione. La sensibilità politica dei Romani, che volevano regnare sui popoli ma non annientarli, fece sì che molto spesso, nella maggioranza delle guerre combattute in un millennio, essi non facessero un uso assoluto del loro diritto di uccidere i nemici o di venderli come schiavi, compresi i vecchi, le donne, i bambini e di appropriarsi dei loro beni, ma nessun autore di diritto romano ha mai messo in dubbio la facoltà del vincitore di compiere tale atti, né la loro legittimità. Solo gli Dei ed i loro templi fornivano un asilo, peraltro poco sicuro e non sempre rispettato, contro la violenza e la sete di sangue del vincitore. In sostanza spesso il costume è stato più umano del diritto,
CENNI STORICI SUI.. DTRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
25
dato che gli usi di guerra erano ancora barbari e spesso, anche quando il diritto avrebbe autorizzato la devastazione, il saccheggio e la violenza, la opportunità politica, in vista dello scopo della guerra, che era il dominio di Roma sul mondo, mitigava le possibili tragiche conseguenze della guerra. Se ciò era abbastanza vero per quanto riguarda le stragi le uccisioni di esseri umani combattenti o non, non lo era altrettanto nei confronti del rispetto della persona umana del nemico vinto, basti pensare ai re ed ai condottieri vinti, che venivano umiliati seguendo in catene i carri di trionfo dei vincitori. Sicuramente non era valido per i beni dei nemici, che quasi sempre erano destinati ad essere presi nel saccheggio e spartiti tra i vincitori, oltre al fatto che la guerra si manteneva sulla guerra, cioè che gli eserciti vivevano sui territori occupati. Roma è stata grande sia nel perdono sia nel castigo dei traditori e quando una città aveva tradito era normale la sua distruzione e la morte degli abitanti, anche perché la punizione esemplare serviva da monito (basti pensare alle campagne di riconquista della Spagna da parte di Scipione nella seconda guerra punica). Come ricorda il Verri, «storicamente famoso resta il sacco di Veio, acerrima nemica di Roma e finalmente espugnata nel 396 a.e. dopo undici anni di assedio, perché il Senato di Roma aveva decretato che chiunque volesse poteva recarsi a Veio per partecipare al saccheggio. Ovunque, il saccheggio viene praticato dalle truppe romane, mentre le regole per la spartizione del bottino si basano ora sulla misura del soldo ora sul merito; il generale prendeva a scelta per sé quanto voleva, mentre il resto, per agevolarne la ripartizione, per lo più veniva venduto e ciò comportava la presenza di rigattieri al seguito delle truppe. Anche all'epoca romana, si constata che i beni sacri venivano spesso rispettati in omaggio alla loro sacralità; e che il saccheggio intralciava la condotta delle operazioni militari, come dimostra l'inazione punica dopo Canne, dipesa, appunto, dalla raccolta del bottino e dalla riscossione dei riscatti. La guerra continua, dunque, ad essere una metodica razzia che trasferiva la ricchezza del paese vinto al paese vincitore, come faceva Attila, re degli Unni che devastò buona parte dell'Europa, fino a che non fu vinto dal generale Ezio nel 451 d.C. nelle pianure di Chalons in Gallia. Il sistema di, Attila per la spartizione del bottino prevedeva che egli e gli altri capi scegliessero per pri-
26
ARTURO MARCHEGGIANO
Giulio Cesare passa il Rubicone (Bertolini Storia d'Italia - Milano Fratelli Treves Editori)
I Gladiatori / (Bertolini Storia d'Italia - Milano Fratelli Treves Editori)
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DE! CONFLITTI ARMATI
27
mi. Quindi degli «esperti» stimavano il valore degli altri oggetti, che venivano divisi in proporzione fra comandanti e gregari, non escluse le vedove e gli orfani dei caduti. Chiudiamo il periodo dell'antichità ricordando i vari saccheggi e gli incendi subìti da Roma: nel 300 a.e. ad opera dei Galli, nel 408 d.C. ad opera di Alarico, re dei Visigoti, che pose il blocco della città e lo tolse dopo aver ricevuto un riscatto di 5.000 libbre d'oro, 30.000 d'argento, 4.000 vestiti di seta e 3.000 di porpora; nel 410 ad opera ancora di Alarico e nel 455 da parte di Genserico, re dei Vandali, che, su richiesta del Papa, risparmia solo le chiese; nel 472, ad opera del generale Ricimero contro l'Imperatore Antemio. Per questo periodo è interessante citare alcune notizie relative a beni provenienti da bottini o da proprietà private e poi ritrovati. Al museo di Ginevra c'è un piatto d'argento appartenuto ad un ufficiale dell'esercito di Valentiniano I (364-375), abbandonato col bagaglio durante una ritirata e poi ritrovato nel fiume Arve. Un ricco tesoro, che si fa risalire al 350, fu trovato avvolto nel fiume ai piedi delle mura di Augst (Basilea): era composto di 257 pezzi fra medaglioni, monete, vasellame e lingotti d'argento. Bottini e tesori sono stati trovati in Gran Bretagna ed in Irlanda: risalivano ai primi secoli del medioevo ed anche prima. Tesori che si ricollegano al sacco di Roma da parte di Alarico sono stati trovati in due località della città. Oggetti della stessa provenienza furono trovati a Tolosa e portati ad Angouleme, da re Clodoveo verso il 508. Altri ancora furono portati in dono di nozze a Galla Placidia da Ataulfo (414). Per questo stesso periodo vi sono anche notizie sull'andirivieni di opere d'arte oggetto di prede successive. Così, cose predate in Grecia da Alarico, furono a lui prese allorché fu sconfitto dal generale bizantino Stilicone (402). L'immenso bottino fatto a Roma da Genserico fu trasportato in Africa, fra cui le spoglie provenienti dalla guerra giudaica di .Tito; venne però catturato dal generale Belisario e trasferito trionfalmente a Costantinopoli. L 'evo antico si chiude, dunque, su una situazione che non potrebbe essere più desolata per quanto riguarda il diritto bellico.
28
ARTURO MARCHEGG IANO
Leggi ed usi di guerra nel Medio Evo Il medioevo, specie nei secoli bui che vanno dalla caduta dell'Impero Romano di Occidente alla ricostituzione del Sacro Romano Impero, è caratterizzato da due nuovi elementi, che avrebbero potuto giocare un ruolo molto importante nello sviluppo del diritto bellico vero e proprio e, più in generale, nel diritto delle genti rappresentati dalla Chiesa cristiana e dai popoli di razza germanica, ma che, in effetti, portarono a pochissimi progressi solo di carattere consuetudinario. Per quanto riguarda il Cristianesimo e la sua diffusione occorre dire che molte idee cristiane avrebbero veramente potuto contribuire ad una svolta: per il Cristianesimo, Dio è il padre degli uomini, di tutti gli uomini, che gli sono figli. I concetti di umanità nel suo insieme e di fratellanza tra gli uomini, come figli di Dio, sono chiaramente espressi nei Vangeli e nella tra<lizione cri-
stiana, così come il precetto dell'amore (di Dio per l'uomo e dell'uomo per gli altri uomini). La religione piega l'antica fierezza predicando l'umiltà, ricerca la pace tra gli uomini che vorrebbe di buona volontà, nega il dominio di un popolo sull'altro, sostiene il servizio dell'uomo a vantaggio dell'uomo, è ricca ovunque in tutti i suoi dettati di norme che si sarebbero applicate benissimo al diritto umanitario; ma la Chiesa cattolica romana, che, nel medioevo era la rappresentante delle idee cristiane e che intraprese l'educazione dei popoli non ancora civilizzati, non seppe far nascere un diritto internazionale cristiano della guerra. Le leggi di guerra sono trattate soltanto in una sezione di un antico decreto di Graziano. Accadde ciò, malgrado il fatto che i Papi avessero cercato di svolgere il ruolo di arbitri nei conflitti che riguardavano i principi ed i popoli della cristianità. Così come gli imperatori romani fondavano la loro autorità nel volere del senato e del popo-, lo romano, allo stesso modo i Papi basavano sull'autorità divina il principio di quel potere, che avrebbero voluto gestire. Tale autorità per loro era l'unica ad avere titolo pieno alla dominazione del mondo. Ma è chiaro che assolutismo laico o assolutismo religioso, che si basava tra l'altro nella volontà insondabile ed indiscutibile dagli uomini dell'Onnipotente, erano in netto contrasto con il rispetto del diritto dei popoli. Inoltre un diritto cristiano non avrebbe potuto diventare un diritto valido per l'intera umani-
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLI1TI ARMATI
Il sacco normanno a Roma (Bertolini Storia d'Italia • Milano Fratelli Treves Editori)
29
30
ARTURO MARCHEGGIANO
tà proprio a causa della base religiosa in quanto i diritti erano riconosciuti solo ai cristiani, mentre per i così detti non credenti, appartenenti ad altre religioni, l'alternativa era solamente tra la conversione o l'annientamento dell'infedele. Dal soglio papale si predicava di stroncare e soffocare l'eresia, si bandivano crociate e così via e tutto ciò era, chiaramente, non solo fonte di guerre molto cruente e crudeli, ma anche negazione di un diritto umanitario comune a tutti i popoli. Anche se nel complesso la «sovranità divina della cristianità», cui aspiravano i Papi, fu meno tirannica di quella degli Imperatori romani, anche per il dualismo e per le lotte tra lo Stato e la Chiesa, che dovette riconoscere agli Imperatori la titolarietà del potere temporale, come anch'esso proveniente da Dio, non ci furono progressi nel campo del diritto umanitario. Anche i Germani, secondo elemento che ha caratterizzato il medioevo europeo, avrebbero potuto contribuire grandemente all'affermarsi del dirittò umanitario in senso lato, ma non ne furono capaci. Le tribù e le popolazioni germaniche sono sempre state gelosissime della loro libertà, con grande rispetto sia per l'onore sia per l'indipendenza individuale propria e dei popoli conquistati. Essi hanno sempre rispettato lo straniero, vedendo nello stesso l'uomo, così come la religione ed i costumi degli altri popoli, anche se vinti. Nei loro costumi, diritti civili e politici erano sempre stati indipendenti dalle convinzioni religiose: il duello o la guerra, nelle quali attività, secondo loro, Dio sosteneva la causa del buon diritto, non erano che mezzi per porre fine alle dispute, rispettando sempre la natura umana non solo del nemico, ma anche dei suoi servi. Per i Germani però era molto difficile giungere ad una unità politica o ad un governo forte da poter imporre la propria autorità sul mondo. Fu dunque vano il tentativo degli Imperatori di riprendere l'autorità dell'Impero Romano, perché malgrado i loro titoli magniloquenti di Re dei Re, di Sovrani del mondo, di Principi della Terra e così via essi non avevano né l'attitudine culturale per una riunificazione del mondo, né la forza necessaria per impedire le guerre, tanto è vero che la Germania e l'Italia, soprattutto, vissero secoli di continue violenze e di sanguinose pugne. Divenne però diritto consuetudinario che i paesi occupati in guerra mantenessero le loro istituzioni e le loro leggi, molte delle quali affondavano le loro radici nel diritto romano. Usi e costumi di guerra erano sempre gli stessi, cioè quelli del mondo antico: il nemico avrebbe potuto a buon diritto essere an-
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATl
31
nientato, ucciso o venduto come schiavo se prigioniero, o soggetto a pesantissimi riscatti per riavere la libertà, ma, nella pratica, specie se gli invasori erano i Germani, vi fu molta meno efferatezza che nel passato, molto più rispetto degli usi, dei costumi e delle leggi dei popoli, anche quando essi coesistevano sullo stesso territorio e la schiavitù era praticata solo talvolta e solo per i musulmani, cosa che del resto era un fatto del tutto reciproco. Venivano curati solo i feriti e gli ammalati delle proprie armate, anche se le Crociate vedevano per la prima volta la nascita di Ordini Ospedalieri con scopi umanitari, soprattutto per la cura dei Crociati feriti. Nascevano così gli Ordini dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, diventati poi Cavalieri di Malta e di Rodi ed i Cavalieri dell'Ordine Teutonico, fondato a Gerusalemme nel 1128. Si hanno spesso anche notizie di medici e di chirurghi in campagna, ma questi erano quasi sempre al servizio esclusivo dei principi e non al servizio dei feriti e dei malati delle truppe in guerra. Tuttavia, i danni della guerra permanevano spaventosi per le popolazioni civili, dato che la pratica del saccheggio continuava a dominare, così come quella della terra bruciata. Come ricorda il Verri, «gli eserciti di origine germanica, l'esercito franco e l'esercito longobardo, si distinguevano per la loro irresistibile propensione al saccheggio: devastavano c9me un'alluvione. Che dire delle Crociate (otto, fra il 1095 e il 1270), che sono note per la ferocia selvaggia con cui le due parti si combatterono in una lotta senza quartiere, nella quale i cristiani furono spesso superiori agli avversari in disumanità, condotta che, mutate spesso le finalità originarie, rese irriconoscibile il movente spirituale? Che dire del sacco di Zara (1099), città che aveva il solo torto di trovarsi sull'itinerario percorso dalle genti della 1 a Crociata, di quello di Gerusalemme lo stesso anno e di quello di S. Giovanni d'Acri (1291) ad opera dei cristiani durante la 3a Crociata, tutti tristemente famosi per le distruzioni ed il bottino? Ancora più noto è il sacco di Costantinopoli (che ne aveva subiti altri: nel 476 a.e. durante le guerre persiane, nel 340 a.e . nella guerra di Atene contro Filippo II di Macedonia, nel 743 nella lotta fra Costantino V e Artavasde) nel 1204 durante la 4a Crociata, il cui bottino comprendeva, fra l'altro, i cavalli che andarono ad ornare la basilica di San Marco a Venezia, da dove furono asportati da Napoleone e poi restituiti dalla Francia dopo la caduta dell'Imperatore.
32
ARTURO MARCHEGGIANO
Battaglia di Legnano (Bertolini Storia d'Italia - Milano Fratelli Treves Editori)
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFUTI! ARMATI
33
Negli eserciti di Carlo Magno (768-814) il guerriero è autorizzato a saccheggiare a volontà un territorio nemico: l'attrattiva del bottino rimane viva, come ai tempi degli eserciti merovingi, circa tre secoli prima. Anche Gengis Khan (1155~1227), conquistatore mongolo che formò un vasto impero in Asia, è largamente conosciuto per i saccheggi effettuati dalle sue truppe e il cui prodotto veniva ripartito secondo la divisione decimale» ... Anche «le troppo celebrate regole della cavalleria avevano un'applicazione molto varia ed effetti, tutto sommato, né consistenti né durevoli; comunque, rispondevano esclusivamente ad una solidarietà di classe; quella dei nobili, e dai loro benefici erano escluse le masse, armate o inermi che fossero. A questo punto occorre ricordarsi che le artiglierie, fino ad allora costituite da catapulte e balestre, che si usavano già negli assedi degli ultimi cinque secoli dell'era precristiana, (la Chiesa Cattolica, nel Concilio Laterano I del 1139 colpì di scomunica i balestrieri e gli arcieri), andavano acquistando dopo l'anno 1000 maggiore capacità offensiva, ricevendo impulso dall'invenzione della polvere da sparo (circa 1200) e dalla fabbricazione delle bocche da fuoco (circa 1300). Il loro progresso si farà sentire nella guerra dei Cento Anni (1337-1453), e in altre guerre del tempo, ad esempio ne11a conquista, seguita dall'ennesimo saccheggio, di Costantinopoli da parte di Maometto II contro Costantino XI Paleologo (1453), operazione che segna la fine dell' Impero Romano d'Oriente. Le distruzioni provocate dai cannoni, che lanciavano palle di pietra e di ferro, erano più gravi nelle conseguenze per i beni culturali delle città e dei castelli, in quanto il loro tiro era del tutto impreciso. La Chiesa Cattolica si sforza di attenuare la guerra nelle sue conseguenze, ma non la vieta; la ritiene, anzi, lecita se "giusta" (come nel caso delle Crociate, di cui la prima era stata bandita nel 1095 da Urbano II al grido di "Dio lo vuole" nel Concilio di Clermont), e, tutto sommato, non esercitò un' influenza apprezzabile sul piano generale e nel tempo. Come si è visto, durante le Crociate, i beni del nemico costituiscono sempre gli scopi principali della guerra, sebbene Agostino predicasse che "propter praedam militare peccatum est" . Anche l'istituto della "pace di Dio" nato nel 989 àl Sinodo di Charroux», che, vietando ogni forma di guerra privata, lanciò un'«anatema» contro coloro che violavano i luoghi di culto e loro .attinen-
34
ARTURO MARCHEGGIANO
ze («cento piedi più in là») e ne spoliavano gli arredi, conferma che la protezione di tali luoghi e beni è ancora riferita alla loro sacertà, non alla loro qualità di opere d'arte. La protezione delle Chiese aveva anche lo scopo di mantenere efficiente l'antico istituto dell'asilo religioso, che andò degenerando, come sappiamo, creando gravi inconvenienti, perché il fine della protezione del perseguitato o della redenzione del colpevole si dissolve dinnanzi all'idea del privilegio. L'asilo religioso è così condannato quando, nato dall'incertezza del diritto, diviene fonte di incertezza deUa giustizia. A protezione delle chiese nel 1158 Federico I, imperatore di Germania (1152-1 I 94), aveva emanato un editto con il quale ne vietava la spoliazione, editto non molto rispettato, così come spesso venivano ignorati altri ordini simili impartiti in quel tempo e nei secoli successivi. Tuttavia, via via che il cristianesimo si diffonde nasce in alcuni il rispetto verso gli oggetti consacrati; il senso della preda è temperato: si saccheggiano lt: <.:hiese ma il bottino fatto viene offerto da altre chiese. Non vanno dimenticate infine le compagnie di ventura, formazioni tristemente celebri che campeggiarono la scena d'Europa fra il IX e il XV secolo, ed il cui fenomeno si aggrava e diviene flagello con la guerra dei Cento Anni, allorché esse riunivano avventurieri di ogni genere, i quali non sapevano vivere che della guerra, da cui, a compenso del soldo scarso e irregolarmente pagato, traevano utili mediante il saccheggio sistematico, e che una volta terminato l'ingaggio, si davano al brigantaggio. Prevale, dunque, la «malaguerra», e le convenzioni dette di «buona guerra» faticano a farsi rispettare. In questi secoli, i soldati si univano in consorzio per mettere in comune il bottino fatto individualmente. Ne nàscevano controversie al momento della ripartizione, il che portò alla presenza negli eserciti di giudici che le regolassero. Controversie sorgevano anche fra città vittime del saccheggio e città diverse che lo avevano poi ripreso al nemico, ma che non volevano restituirlo al detentore originario, come fu durante la guerra dei Cento Anni per il bottino fatto dagli inglesi a St. Omer e ripreso da altre città francesi, che si rifiutarono di restituirlo a quella città. Le cronache abbondano di notizie su ingenti bottini di guerra, come quello fatto da Carlo VIII a St. Aubin-du Cornier nel 1488, o come quello fatto da Luigi XII (1498-1515) durante l'occupazione del Milanese, aspor-
CENNI STORICI SUL DIRIITO CONSUETUDINARIO DEI CONFUTI'! ARMATI
35
Lando, fra l'altro, i più bei codici miniati che si trovavano negli archivi e nelle biblioteche, e che sono ora nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Il saccheggio era il frutto del sistema e dell'indisciplina conseguente, ed anche quando era organizzato portava facilmente alla perdita di ogni èontrollo. Così, alla battaglia di Guinegatte (1479), fra le truppe di Luigi Xl e quelle di Massimiliano d'Austria, l'esercito francese era quasi vincitore quando, disordinato per avere cominciato a saccheggiare, fu messo in fuga. Un punto che caratterizzava le trattative per la resa di una città era quello di stabilire il momento in cui l'operazione sarebbe stata effettivamente messa in atto. Frattanto, l'assedio continuava in modo blando, e i difensori avevano il tempo di prepararsi ad accogliere il nemico, nascondendo i loro tesori pubblici e privati. Accadeva anche che una città, per evitare il saccheggio, offrisse un riscatto in denaro, ma questo conteneva il rischio che gli assedianti si convincessero che c'era molto di più da guadagnare se la città veniva spogliata da cima a fondo. Nella pratica, la città da saccheggiare veniva spesso ripartita in settori fra le compagnie, ma il comandante si riservava la parte maggiore del bottino; per molti saccheggi, veniva stabilita una durata, e a1la scadenza del termine il comandante interveniva con i picchieri per ristabilire l'ordine. Quanto alla ripartizione del bottino, le regole e consuetudini variavano nel tempo e nello spazio. Nel XV secolo, secondo Contamine, al Connestabile andava l'oro, l'argento e le armature; all'ammiraglio andava un decimo dei profitti, e il restante era diviso fra marinai e soldati imbarcati; al Maresciallo, cavalli e vasellame di rame e peltro; al Maestro degli alabardieri, l'artiglieria. Nel medioevo, dunque, il mestiere delle armi era redditizio, assicurando una vita comoda, e non faticosa, né troppo pericolosa, a tutto danno dei beni pubblici e privati, fra cui i beni culturali. Come si è già detto, l'opera d'arte ha ben poca considerazione nella mente del soldato, per il quale conta solo il valore intrinseco degli oggetti, il loro peso in oro o in argento. Il loro valore artistico è assicurato soltanto quando le opere d'arte vengono in possesso dei sovrani, che le introducono nelle loro collezioni».
36
ARTURO MARCHEGGIANO
TI Carroccio Milanese a Roma (Bertolini Storia d'Italia - Milano Fratelli Treves Editori)
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
37
Leggi ed usi di guerra nell'Evo Moderno Anche nell'evo moderno il modo di fare la guerra rimase sostanzialmente barbaro e furono compiute indicibili efferatezze. Tuttavia taluni fenomeni dell'evo moderno meritano di essere considerati soprattutto per il fatto che contribuirono grandemente a creare una «coscienza» internazionale del bisogno di regolamentare le leggi e gli usi della guerra. Vi è da considerare non solo il grande sviluppo progressivo delle armi da fuoco, che significavano un grande numero di feriti e di ammalati ed un cospicuo aumento delle distruzioni in guerra, ma anche il fenomeno della nascita dei grandi stati nazionali, le guerre di conquista del Nuovo Mondo, le guerre di religione, ed, infine, l'affermazione di concetti umanitari e la nascita dei primi sogni di pace universale. Per quanto riguarda la nascita degli stati nazionali occorre rilevare che il fine della guerra non era più lo sterminio delle popolazioni inermi e l'esigenza di fare bottino depredando i territori delle loro ricchezze, bensì quello di abbattere la potenza dell'avversario per il consolidamento dello stato o per il suo ingrandimento. Sia il consolidamento che l'ingrandimento dello stato erano in fondo obiettivi che non solo escludevano la terra bruciata, ma che, anzi, prevedevano l'acquisizione delle popolazioni e dei territori e, pertanto, non vi era interesse ad incorporare nello stato popolazioni potenzialmente ostili, perché sottomesse con la forza o col terrore, e territori devastati. Le guerre per la formazione degli stati nazionali non sono più un fatto peTSonale del padrone, del comandante della compagnia di ventura, del signorotto in bega col vicino, ma diventano guerre di massa, fatte da eserciti cospicui. Dall'esito di una battaglia, pertanto, derivano masse di ferlti e masse di prigionieri, e di conseguenza, si venivano a creare tutte quelle premesse atte a favorire degli accordi per lo scambio dei prigionieri e per il trattamento dei feriti, anche se questi accordi erano accordi contingenti, che venivano regolati sul campo dai condottieri degli eserciti o dai sovrani . Il fatto stesso che gli eserciti si erano trasformati in eserciti permanenti comportava, come conseguenza, la nascita dei primi ospedali a vantaggio delle milizie al fine della cura delle stesse. In questo settore è bene ricordare che l'ospedale di San Giacomo
38
ARTURO MARCHEGGIANO
Distruzione del ponte di Rialto, nella congiura di Bajamonte Tiepolo (Bertolini Storia d'Italia - Milano Fratelli Treves Editori)
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
39
di Roma fu il primo del suo genere. Esso fu fondato da quel grande santo che fu Camillo de Lellis da Bucchianico (1550-1614) e ebbe per simbolo la Croce Rossa, anche se poi nel tempo il simbolo andò in disuso. Organizzazoni analoghe fiorirono poi in tutta Europa, basti ricordare «Les Invalides» a Parigi nel 1659, la Borbona nel 1730, l'Ospedale delle Guardie Francesi (1759) e così via. Come si vede le esigenze ed i principi da cui discendono regole ed usi si affermario piano piano, anche se l'evo moderno si era aperto in modo molto triste sotto il profilo del diritto della guerra, basti pensare alle efferatezze delle guerre di religione, al proclama di Gastone di Fois del 1512, prima della battaglia di Ravenna, che prometteva ai suoi soldati preda e saccheggio, o al sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi del 1527, di cui racconta il Guicciardini nella sua Storia d'Italia. Grandi saccheggi e «punizioni» esemplari di città, che vengono completamente distrutte, continuarono ugualmente a verificarsi, basti pensare ai saccheggi di Anv~rsa nel 1576 e nel 1586 da parte delle fanterie spagnole, note per la loro crudeltà e per la loro sete di bottino, o al massacro di Magdeburgo del 1631 durante la guerra dei Trent'anni, che vede l'uccisione di trentamila abitanti inermi della città ed il suo saccheggio. Tuttavia è da notare che agli albori del 1700 quasi tutti i regolamenti militari vietavano l'incendio e la distruzione delle chiese. Occorre anche ricordare che le università italiane e spagnole nel XVI secolo hanno prodotto schiere di giuristi, che hanno fatto del loro meglio per affermare il diritto delle genti, specie in guerra. Tra questi meritano di essere ricordati il frate domenicano Francisco de Victoria e Domenico Soto, suo allievo, entrambi docenti dell'università di Salamanca. Essi condannarono le guerre crudeli svolte nel Nuovo Mondo dai loro compatrioti, con il pretesto di diffondere il cristianesimo, e sostennero il diritto degli aborigeni di non essere ridotti in schiavitù dagli spagnoli. L'editto riformatore del 1543 del re di Spagna è dovuto alla loro grande opera; tale editto molto civile condannava anche la tratta dei negri dal1' Africa, che cominciava allora ad essere praticata dai Portoghesi. In modo particolare sono interessanti ai fini del diritto bellico due dissertazioni di Francisco de Victoria nella sua opera «Relectiones theologicae» pubblicata nel 1557, quella riguardante gli Indiani (De Indiis) e quella che si riferisce al diritto bellico (De jure belli). Nella prima egli sostiene il diritto degli indiani alla domina-
40
ARTURO MARCHEGGIANO
Congiura di Bajamonte Tiepolo (Bertolini Storia d'Italia - Milano Fratelli Treves Editori)
CENNI STORJCJ SUL DIRJHO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
41
zione esclusiva del loro territorio e, nello stesso tempo, contesta il diritto della ,così detta cristianità di fare la guerra ai pagani per il solo fatto che essi rifiutavano l'evangelizzazione, anche se sostiene la libertà ed il diritto di libero commercio e di predicare il vangelo, come era già stato asserito anche dal gesuita Francisco Suarez. Nella dissertazione riguardante il diritto bellico, a parte le considerazioni se la guerra sia più o meno giusta e se dei cristiani possano fare la guerra in completa giustizia o no, sono riportate talune conclusioni, come quella che la diversità di religione non può in nessun caso essere considerata giusto motivo per fare una guerra. Il de Victoria suggerisce inoltre il ricorso all'arbitrato dei saggi di tutte le nazioni per comporre le controversie internazionali e circa gli atti di ostilità permessi in guerra nega il diritto di uccidere gli innocenti, in particolare le donne ed i bambini, «anche nelle guerre contro i Turchi». Nega, inoltre, il diritto di rendere schiavi i vinti ed i prigionieri di guerra o di ucciderli ma, afferma che essi si possano trattenere per ottenere un riscatto giusto, che copra le spese di guerra senza guadagno eccessivo. Tratta anche diffusamente delle questioni degli ostaggi, concludendo che, in caso di inadempienza da parte del nemico, si possano mettere a morte coloro che hanno portato le armi, ma non le donne ed i bambini. Ma il vero padre del diritto internazionale moderno fu Hugo Grotius che, con la sua opera «Jus Gentium» elaborata tra il 1622 ed il 1625 in piena guerra dei Trent'anni, gettò le vere basi per la lotta non solo contro il fanatismo religioso, che faceva considerare come un'opera pia la guerra contro l'eresia, ma anche contro la violenza brutale impiegata in tempo di guerra nelle relazioni degli uomini tra di loro. Un suo successore, il tedesco Puferrdorf, sostenne con grande energia che il diritto delle genti non fosse qualcosa che apparteneva alla sola cristianità, bensì che fosse un denominatore comune per tutti i popoli civilizzati e per tutte le genti che fossero parte dell'umanità, a prescindere dal loro credo religioso. A dimostrazione di come certe distorsioni intellettuali fossero radicate, basti pensare che ancora nel 1815 la Santa Alleanza non ammetteva e non voleva proteggere se non un diritto internazionale che fosse esclusivamente cristiano, anche se ciò non aveva più il senso stretto che veniva dato al termine nel Medioevo, in quanto si faceva astrazione dalle diverse confessioni cristiane (l'lmpe-
42
ARTURO MARCHEGGIA NO
ratore d'Austria, cattolico, si impegnava assieme all'Imperatore della Russia, greco ortodosso, e al Re di Prussia, protestante) nell'intesa però che solo tutti i popoli etichettati come cristiani avrebbero dovuto formare una sola grande famiglia. In sostanza l'evo moderno fu l'evo della scienza e dalla scienza nacque l'istanza e la scienza di un diritto che regolamentasse ·1a guerra, specie nei suoi usi, al fine di mitigare i disastrosi effetti non solo sulle popolazioni, ma anche sui combattenti. La pace di Vestfalia rappresentò nel complesso una pietra miliare sanzionando la fine delle guerre di religione, portando in Europa e soprattutto in Germania l'uguaglianza del credo cattolico, luterano e calvinista, mettendo un freno al dilagare e al diffondersi di altre innovazioni religiose ed alla secolarizzazione dei beni ecclesiastici e rappresentò una scelta anche nel campo degli usi di guerra. Infatti il generalizzarsi degli eserciti permanenti aveva in qualche modo dimirttiito gli orrori della guerra. Salvo poche eccezioni, come gli abusi commessi dalle truppe di Luigi XIV nell'invasione dell'Olanda nel 1672, o le scorrerie ed i saccheggi nel Palatinato del 1673 ed in Provenza nel 1707 delle truppe del principe Eugenio, gli usi di guerra continuavano a migliorare dall'epoca in cui Grozio combatteva le sue campagne per introdurre nel costume della guerra usi più consoni all'appartenenza a nazioni civili e cristiane. In modo particolare per i prigionieri di guerra l'usanza del riscatto, introdottasi fin dal medioevo, aveva sostituito l'antica usanza di ucciderli o di renderli schiavi, anche se la schiavitù non era ancora abolita ai tempi di Grotius specie nei confronti delle popolazioni musulma ne. Ora la tendenza moderna era rivolta allo scambio dei prigio'nieri a carico degli stati. L'avvento permanente di tale regola fu a lungo ritardato dai grandi interessi finanziari che erano connessi con i riscatti, che spesso erano la parte più cospicua dei bottini di guerra. L'epoca precisa in cui si passò dal riscatto allo scambio generalizzato non è ben fissabile. Come ricorda il Wheaton, da un proclama di Carlo I d'Inghilterra del 1628, risulta che questa riforma non era stata ancora completamente portata a termine a causa di particolari detentori di prigionieri, catturati in mare dai corsari e custoditi con spese «a carico di coloro che li avevano fatti prigionieri, fino a quando non fossero liberati e rinviati nei loro rispettivi paesi o a mezzo di scambio, contro nostri prigionieri ivi trat-
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
43
tenuti, o altrimenti». È evidente che ci si trova in un'epoca di transizione da un sistema ad un altro. Allo stesso modo non è chiaro se lo scambio, che talvolta ha avuto luogo, sia stato operato a mezzo di un regolare «cartello» stabilito durante la guerra o se sia avvenuto all'atto del ristabilimento della pace. Scambi di prigionieri sono avvenuti in Italia tra gli eserciti francesi ed imperiali, durante la guerra di successione di Spagna, ma un esempio dell'antico uso del riscatto si ebbe ancora nel 1780, in una convenzione di cartello tra Francia ed Inghilterra, che stabiliva il prezzo del prigioniero restituito secondo il grado (il prezzo di un Ammiraglio comandante in capo era di 60 lire sterline, mentre il prezzo di un marinaio era di una sterlina con prezzi intermedi per i vari gradi). Anche se l'uso delle armi da fuoco moltiplicava i feriti e rendeva inderogabile l'organizzazione di un servizio di sanità proprio degli eserciti, occorre aspettare il 1597 (assedio di Amiens) per avere al seguito degli eserciti i primi carriaggi militari e i primi servizi di ambulanza. Il primo servizio di sanità, costituito a vantaggio dei militari feriti nasce in Francia nel 1708, quando un decreto di Sua Maestà istituiva il «Servizio Permanente dei Consiglieri di Sua Maestà, medici e chirurghi, ispettori generali e maggiori al seguito degli eserciti e negli ospedali delle piazze di guerra» . Ma si deve arrivare alla Rivoluzione Francese, per avere un primo decreto unilaterale, emesso dalla Convenzione nazionale il 7 agosto 1793, del quale il primo paragrafo portava il seguente titolo: «Dei diritti dei militari infermi», nel quale paragrafo si affermava che, tra i diritti dell'uomo, vi era anche queJlo di essere assistito e curato durante il servizio militare . Tra gli usi di guerra la consuetudine di prestare assistenza, spesso per spogliarli degli averi, a tutti i militari feriti dopo gli scontri, senza distinzione tra amici e nemici, con accordi ad hoc, era invalsa fin dalla fine del 1500. La convenzione più antica che sia conosciuta e giunta ai nostri giorni, è quella che venne stipulata tra la città di Tournay ed Alessandro Farnese condottiero, Principe di Parma, il 30 novembre 1581. L'uso di tale pratica si diffuse e si generalizzò tanto da ritenere nell'800 tale consuetudine come uso di guerra consolidato da secolare tradizione. Si è a conoscenza di circa 300 trattati nei quali gli staterelli
44
ARTURO MARCHEGGIANO
della Germania (la pace di Vestfalia aveva riconosciuto circa 350 stati!) e l'Impero Austriaco figurano in ben 203 accordi, la Francia figura in 187 accordi, la Spagna in 49 cartelli o trattati, l'Inghilterra in 46, l'Olanda 37 volte, la Svezia 23 volte, ecc.: tali trattati sono quasi tutti simili nelle norme che vengono sanzionate. Gli accordi erano spesso rappresentati dai «cartelli», che erano impegni che i Comandanti supremi delle milizie prendevano nelle seguenti occasioni: - nelle capitolazioni dei corpi di milizia, delle piazzeforti, delle isole eccetera; - nei fatti riguardanti lo scambio o il riscatto dei prigionieri di guerra; - negli armistizi e nei preliminari di pace per quanto riguarda la cura dei feriti e dei malati militari e civili; - nei trattati che proteggevano in tempo di guerra gli stabilimenti termali. Tali accordi avevano una durata limitata nel tempo, alla sola guerra o a parte di essa; spesso tali trattati non divenivano neppure operanti ovunque nel teatro di operazioni o nel campo di battaglia, perché non era sempre possibile ai Comandanti di far conoscere a tutti i propri dipendenti, specie ai più lontani o isolati, i dettati degli accordi, al fine di impartire le necessarie istruzioni alle milizie. Tuttavia tali trattati servivano a creare una «coscienza» internazionale della necessità di accordi specifici tra gli stati sugli usi di guerra che fossero stabili e permanenti, applicati da tutti e conosciuti da tutti fin dal tempo di pace. In tutti questi cartelli venivano concordati in guerra argomenti relativi alla evacuazione sotto protezione e scorta dei civili, la sorte degli in fermi intrasportabili, il trattamento dei militari feriti e dei prigionieri, il trattamento di favore per il personale sanitario. Meritano di essere ricordate per la ricchezza, copiosità e civiltà dei dettati le convenzioni di Maienza e di Bonn del 1689 tra la Francia e l'Impero, le capitolazioni delle città di Kaiserswerth nel 1702, di Arco nel Trentino (1703), di Rottemberg (1703), di Ulm (1704), di Landau (1704), di Anversa (1706), di Lilla (1708), di Ancona (1799), eccetera. Un cenno ancora meritano le convenzioni tra Prussia e Austria del 1741, quelle tra Russia e Austria del 1756, le convenzioni
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
45
di protezione di alcuni stabilimenti balneari termali tra Austria e Prussia del 1759 e tra Prussia e Russia nello stesso anno, anche se per avere le prime convenzioni moderne nei criteri di protezione dei feriti e dei malati occorre aspettare la Rivoluzione Francese e le guerre napoleoniche. Ricorderò solo le convenzioni di Catalogna in Spagna sulla salvaguardia dei feriti che vennero scrupolosamente osservate e che seguirono la strage di Coimbra, in Portogallo, dove in un ospedale tutti i militari francesi feriti furono massacrati. Il 1700, come secolo dei lumi, fu anche il secolo delle grandi utopie e dei progetti di pace perpetua come quello di Enrico IV del 1729, quello dell'abate di Saint-Pierre del 1745, quello di Rousseau, del 1761, quello di Benthan del 1786 e quello di Emanuele Kant nel 1795. È interessante vedere come della lega di Stati che avrebbero dovuto dare vita a tali progetti avrebbero dovuto far parte, oltre al Papa e alla Repubblica di Venezia anche il re di Napoli e quello di Sardegna, a conferma della continua attenzione e sensibilità degli stati italiani ai problemi della pace e della umanizzazione della guerra. Per quanto riguarda i beni dei nemici vinti, quelli delle popolazioni ed i beni culturali in generale nell'evo moderno succede di tutto: dai saccheggi e dalle spoliazioni più barbare con uccisione dei cittadini inermi e distruzione ed incendio delle chiese e dei monumenti (si pensi a Magdeburgo) ai saccheggi totali con stupri e violenze (si pensi al sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi) all'occupazione di città senza alcuna violenza e senza alcun sopruso sui cittadini inermi . Nel Nuovo Mondo si assisteva invece alla spoliazione sistematica degli ori e dei metalli preziosi con perdite di opere d'arte di valore inestimabile, sia per l'affondamento di vascelli carichi d'oro nelle traversate atlantiche, sia per la fusione in lingotti di opere d'arte per farne delle monete. Si può dire però in generale che con il trascorrere dei secoli i saccheggi, che erano la norma all'inizio dell'evo moderno, divenivano sempre più rari negli usi di guerra. Il periodo della Rivoluzione Francese merita un cenno particolare per alcuni fatti assolutamente inediti che si verificarono nel periodo. La Rivoluzione Francese, per dirlo con le parole del Verri, con la sua originaria enorme «carica ideologica distruttiva e rapinosa», specie nel periodo del Terrore e nel periodo Vandeano, provocò inizialmente scempi ulteriori nella stessa ferocia: basti pensare all'abbattimento, ordinato dalla Comune nel
46
ARTURO MARCHEGGIANO
1793, delle 28 statue che costituivano la «Galerie des Rois» della facciata di Notre Dame a Parigi e che rappresentavano i re di Giuda e di Israele, perché si pensava che fossero le statue dei re di Francia. Importanti resti di queste statue oggi riuniti in un museo, sono stati esposti a Firenze nel 1981. Le armate napoleoniche vivevano nei territori occupati attraverso le cosiddette requisizioni e contribuzioni, che erano spoliazioni vere e proprie, se non saccheggi e punizioni alla vecchia maniera, come a Cuenca, in Ispagna, «parce qu 'elle avait opposée resistence», o incendi, come quello di Mosca il 14 settembre 1812, non ad opera dei francesi, ma a causa della loro occupazione del. la città, con distruzioni massicce ed incredibili di opere d'arte molto significative. I conventi ed i beni della Chiesa erano normale oggetto di requisizione per acquartierare i reparti. È il caso di ricordare le agenzie .di evacuazione, istituite nel 1794 dalla Convenzione e le Commissioni di scienza ed arte, che ne presero il posto, che, al seguito delle armate francesi, avevano il compito di impadronirsi nei paesi occupati, di tutti gli oggetti di approvvigionamento, commercio, arti e scienze. Il bottino, trasferito in Francia dal Belgio, dalla Germania e dall'Italia, fu molto cospicuo, specie per quel che si riferisce alle_opere d'arte. Le spoliazioni erano condotte in base al concetto ideologico secondo il quale la Francia era il «primo paese libero» d'Europa e, di conseguenza, solo la Francia era degna di ospitare i capolavori dell'arte. In fondo nasceva la «grandeur» come una reminiscenza dei trionfi romani; si scrive nel 1796 che i francesi «non volevano incatenare al carro della vittoria né schiavi né Re, ma le spoglie gloriose delle Arti». Dal Belgio partirono opere di Rubens, di Van Dyck, e di Crayer; da Friburgo una «Natività» di Holbein e spartiti musicali originali come il Flauto Magico di Mozart. In Italia la spoliazione avvenne mediante le convenzioni di armistizio, che prevedevano la consegna di opere d'arte a titolo di «indennità di guerra». Ad esempio l'armistizio di Parma (9 maggio 1796) prevedeva la consegna di venti quadri, da scegliersi dal generale in capo (il generale diveniva così anche critico d'arte!). L'armistizio di Modena ( 17 maggio 1796) prevedeva la consegna di venti quadri a giudizio della Commissione di scienze e di arti. Partirono così dei Guercino, dei Carracci e dei Correggio. L'armistizio di Bologna (23 giugno 1796) obbligò il Papa, come ricorda il Verri, a consegnare cento quadri, busti, vasi e statue e cinque-
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSU ETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
47
cento manoscritti a giudizio della Commissione. Partirono così, tra l' altro, l'Apollo del Belvedere, il Lacoonte, un Raffaello, un Domenichino. A . Venezia (16 maggio 1797) in base ali' armistizio il generale potè scegliere, oltre ai cavalli di San Marco e seicento manoscritti, venti quadri, tra cui un Veronese. Si potrebbe dire che questi «trasferimenti» non erano illegali, dato che facevano parte di patti liberamente sottoscritti dalle città, ma in altre situazioni i prelevamenti erano dei saccheggi veri e propri. Si continua così a Bologna con la «Santa Cecilia» di Raffaello, a Cento con otto tele del Guercino, a Mantova con la «Vergine delle vittorie» del Mantegna, a Loreto con la statua della Madonna e tre quadri, a Perugia con ventisette tele di Raffaello e del Perugino, a Verona con 6 pezzi di una pala del Mantegna. Tali opere d'arte sfilarono lungo i boulevards di Parigi il 9 Termidoro dell'anno VI (27 luglio 1798) nel compiacimento del Direttorio a Napoleone, che evidentemente riteneva «la gloria delle Belle Arti connessa con quella dell'Armata che comandava». Tuttavia questi prelevamenti e spoliazioni provocarono violente proteste sia in Italia sia in Francia. Dopo la Restaurazione qualche capolavoro ritornò in Italia, ma molte cose rimasero, specie quelle opere d'arte sottratte in applicazione di patti sottoscritti.
Il diritto bellico consuetudinario nell'Ottocento L'ottocento è il secolo nel quale finisce il così detto «diritto della guerra consuetudinario e che vede le prime norme codificate di sede internazionale di diritto dei conflitti armati. Il settecento si chiude con il p rogetto di pace perpetua del grande filosofo Emanuele Kant, mentre l'ottocento si chiude con la Società delle Nazioni, che riunisce in sé molti degli spunti, delle anticipazioni e delle intuizioni del progetto del grande filosofo . Il pensiero dei grandi precursori e dei padri del diritto dei conflitti armati, come Grozio, Vattel, Baroli, Martens e così via viene rielaborato e ripensato, origina dibattiti di studiosi, influenza le regolamentazioni degli eserciti, diventa corrente comune di pensiero dei popoli, che influenza la condotta degli eserciti e il modo di condurli da parte dei comandanti. Sono piccoli passi, costanti e continui, la cui risultante però è una coscienza ed una opinione comune dei popoli. Kant aveva immaginato una confederazione dei vari stati d'Eu-
48
ARTURO MARCIIEGGIANO
ropa, che avesse un congresso permanente di rappresentanti, la cui riunione e durata avrebbero dovuto dipendere dalle volontà sovrane di coloro che avrebbero composto la federazione . Auspicava anche che tutti gli Stati fossero repubblicani, non solo perché ogni cittadino, attraverso i propri rappresentanti, concorresse in modo diretto alla formazione delle leggi, ma anche ritenendo che questa forma di governo fosse la più idonea per fermare gli impeti bellicosi dei sovrani, essendo molto più improbabile che la maggioranza dei cittadini votasse per la calamità e per i pesi che una guerra porta con sé. Secondo Kant, che scriveva queste cose a cavallo della rivoluzione francese e nel periodo delle guerre napoleoniche, «lo stato di natura che esiste tra le ·nazioni non è uno stato di pace, ma di guerra, se non dichiarata, almeno sempre pronta a scoppiare. Ciò nasce dalla mancanza di un potere costrittivo, poiché il codice dettato dai pubblicisti alle nazioni, non ha mai avuto tra esse vigore di legge propriamente detta. Il <.:ampo di battaglia i! il solo tribunale ove gli stati difendono il loro diritto; ma la vittoria seb-
bene faccia loro guadagnare la causa, non decide però in favore del loro diritto». Ne seguirebbe che la pace può essere riguardata solo come una condizione di tregua, che può essere in ogni momento interrotta, essendo i singoli stati i soli giudici a proposito dei loro legittimi interessi. Se perciò si ama veramente la pace, occorre garantirla con un patto speciale in grado di decidere senza appello sulle vertenze tra le nazioni, che dovrebbero rinunciare a parte della loro sovranità a vantaggio di una comunanza politica in grado di riunire tutti i popoli del mondo. Se così potesse accadere, dice Kant, «la pace perpetua che seguirebbe alle tregue, dette fino ad oggi trattati di pate, non sarebbe più una chimera, ma un problema di cui è possibile la soluzione, nei tempi verosimilmente accorciati dall'uniformità dei progressi della ragione umana». Si può dire che dopo le guerre napoleoniche nel trentennio di relativa pace, che va fino alla rivoluzione europea del 1848-49 e per l'Italia alla prima guerra di indipendenza, molti usi di guerra, seppure non codificati in sede internazionale, erano ormai consolidati da una tradizione più o meno lunga, che era bagaglio comune delle così dette nazioni civili. Tali usi di guerra, più o meno generalizzati, riguardavano generalmente:
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFUITT ARMATI
49
- le rappresaglie, che non solo diventavano sempre più rare ma che, nel tempo, evolvevano nel senso che non riguardavano pm cittadini privati e cose private ma che prendevano di mira di preferenza le cose ed i beni pubblici degli stati oggetto di rappresaglia; le s~esse decisioni di rappresaglia risalivano, generalmente, non più ai comandanti sul campo, ma direttamente ai vertici politici ed ai sovrani; - l'affermazione nel comportamento degli eserciti di tutto quanto è connesso con l'ordine e con la gerarchia. Insegna il Vattel, nel suo «Diritto delle genti» (lib. III Cap . Il), che «il buon ordine e la subordinazione non sono in nessuna cosa tanto necessari come nell'esercito. Il principe deve determinare esattamente le funzioni, i doveri' ed i diritti degli uomini in guerra, dei soldati, offiziali, capi di corpo e dei generali; egli deve regolare e fissare l'autorità dei Comandanti di ogni grado, le pene anness,e ai delitti, la forma dei giudizi, eccetera. Le leggi e le ordinanze che si riferiscono a questi diversi punti formano il codice militare»; - la generalizzazione della dichiarazione di guerra, e l'affermazione del principio che nemici sono gli stati e non i cittadini inermi degli stati né i loro beni, salvo che gli stessi beni possano servire all'economia di guerra; - una certa limitazione nell'uso di alcuni mezzi per nuocere al nemico, al fine di evitare sofferenze e crudeltà inutili, specie nei confronti delle popolazioni civili; ad esempio evitare l'uso di armi avvelenate o l'avvelenamento delle acque potabili, ecc .. A questi principi è normale derogare solo in caso di ritorsione o in circostanze straordinarie, previste dalle norme, che si chiamano «ragione di guerra»; - i veri ed i soli nemici sono le persone che prendono parte alle ostilità e che esercitano la violenza in modo legittimo, perché autorizzate a farlo dai propri governanti. Tali combattenti legittimi sono costituiti dalle truppe regolari e anche dalle guardie nazionali e dai corpi franchi; altri combattenti non sono tollerati e costituiscono combattenti illegittimi e, quindi, da non trattare secondo gli usi di guerra, ma in modo diverso; - il fine della guerra non è quello di sterminare il nemico ma di obbligarlo a firmare la pace (Martens) e quindi è da rigettare il principio, sopravvissuto fino a Grozio, della liceità di qualunque violenza contro il nemico. In ogni caso, e in ciò si vede
50
ARTURO MARCHEGGIANO
un grande passo verso una maggiore umanizzazione della guerra, non è permesso ferire od uccidere gli inermi, coloro che non prendono parte alle ostilità ed il saccheggio dei loro beni; - è normale fare dei prigionieri ma non é lecito né ucciderli né di maltrattarli. L'usanza del riscatto è sostituita mano a mano da quella dello scambio e della liberazione al termine delle ostilità; - è normale il contatto tra i belligeranti con l'uso di parlamentari, con regole specifiche di riconoscimento e di garanzia; - è normale concludere tregue d'armi o brevi armistizi temporanei, dopo la battaglia, per consentire la raccolta e la cura dei militari feriti, che sono rimasti sul campo di battaglia, così come è normale curare i feriti, dopo la battaglia, da parte del vincitore che sia rimasto padrone del campo; è generalizzato ed invalso l'uso di lasciapassare e salvacondotti. Malgrado tutto questo, che appartiene ormai ad un diritto consuetudinario, le crudeltà maggiori in guerra permangono nelle così dette guerre civili, specie all'inizio, quando uno dei contendenti considera l'altra parte come nemico illegittimo e, quindi, ritiene di poter tranquillamente passare per le armi i prigionieri. Ciò crea una escalation di ritorsioni e di rappresaglie che tende a trasformare la guerra in una carneficina, fino a quando le parti belligeranti sono quasi costrette scambievolmente, nel perdurare della situazione conflittuale, come dice il Sandonà, a farsi una buona guerra. Un esempio di estrema ferocia nella repressione dei così detti moti interni si ebbe durante la sollevazione di Messina contro il Borbone nel 1848. Contro gli insorti venne mandato un corpo di spedizione, guidato dal Principe Filangeri di Satriano del quale faceva parte il chirurgo militare Ferdinando Palasciano che, dopo aver lasciato il servizio, divenne professore ordinario della clinica chirurgica dell'Università di Napoli. Il Palasciano si oppose alla ferocia del suo comandante, che faceva terra bruciata e che passava per le armi secondo gli usi del tempo i così detti ribelli, sostenendo la necessità di una efficace assistenza sanitaria ai feriti in guerra, fossero essi militari o civili, ed essendo paladino dell'idea di considerarli neutrali, o neutralizzati fin tanto che feriti, a qualunque belligerante essi appartenessero. Per sostenere le sue idee, dalle quali non deflettè mai, ri-
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
51
schiò la fucilazione per disobbedienza al proprio Comandante e fece un anno di carcere. Mi sembra giusto ricordare tali precursori italiani degli accordi internazionali che si verificarono successivamente, per dimostrare come le regole della così detta buona guerra fossero diffuse nel nostro popolo e fossero coltivate, anche a costo del sacrificio personale, da pensatori «militari» italiani. Meritano un cenno anche tanti episodi che si verificarono, specie nel 1848-49, a Venezia, perché costituirono altrettante riprove non solo di usi di guerra molto civili acquisiti nel modo di combattere degli eserciti del tempo, ma anche testimonianze di una tradizione del modo onorevole di comportarsi in guerra, che è sempre stata completamente italiana e da rivendicare al nostro popolo ed ai nostri combattenti. Occorre ricordare che mentre da un lato le così dette bande,
FERDINANDO
P ALASCIANO
(Tratta da: «Enciclopedia Tta/iana Treccani» -
Ed. Rizzoli. Milano. 1934)
52
ARTURO MARCHEGGIANO
che organizzarono la guerriglia nel Veneto, specie nel Cadore, si comportarono rispettando gli usi di guerra nei confronti degli austriaci spesso la risposta austriaca fu molto desolante per gli incendi, i saccheggi e le devastazioni compiute nei confronti delle popolazioni, anche se è vero che spesso le popolazioni cooperarono, ed in modo sensibile, con le bande. Venezia non trattenne ostaggi, anche quando ebbe in mano ostaggi di grandissimo valore, come il Governatore austriaco di Venezia od il Comandante della guarnigione. Venezia aveva concentrato su un'isola i prigionieri di guerra austriaci, che aveva catturati in sortite di guerra. Quando tali prigionieri, dato il clima malsano dell'isola e le insufficienze alimentari, furono nella maggior parte ammalati di malaria o di scorbuto, alJo scopo di non farli morire in prigionia di malattia e di stenti, i Veneziani li caricarono su navi rimandandoli liberi in Dalmazia, sulla parola data di non combattere, per un anno, contro Venezia. Venezia aveva anche organizzato un ottimo servizio sanitario che vide per la prima volta al mondo l'impiego delle ferrovie per il trasporto dei feriti e dei malati dal forte di Marghera agli ospedali, organizzò un servizio di ambulanza su barche molto efficiente, assicurò la presenza di medici e di chirurghi in tutti i posti dove si combatteva, curò i nemici come i propri quando si verificò il fallito assalto austriaco alla batteria del ponte. Subì tuttavia il primo bombardamento terroristico d'artiglieria della propria storia sulla città, quando gli austriaci pensarono in tal modo di fiaccare il morale e la volontà di resistere della popolazione. Tornando al Palasciano, egli anche dopo il carcere continuò a sostenere le proprie idee sulle necessità di un servizio sanitario efficiente per le milizie che curasse, dopo la battaglia, tutti i militari feriti, senza distinzione di nazionalità, e tutti i civili che avessero riportato ferite a causa della guerra. Ribadì le sue idee anche dopo la campagna di Crimea del 1856 e dopo la campagna d'Italia del 1859. In particolare in due sedute dell'Accademia Pontaniana di Napoli, che al tempo furono ritenute memorabili, il 28 gennaio 1861 ed il 28 aprile dello stesso anno, lanciò assolutamente per primo nel mondo, l'idea di una convenzione internazionale per il miglioramento della sorte dei feriti in guerra, per la quale i belligeranti riconoscessero la «neutralità» del ferito e dell'ammalato grave e dei sanitari che erano destinati a curarli.
CENNI STORICI SUL DIRITTO CONSUETUDINARIO DEI CONFLITTI ARMATI
53
Anche sotto l'ottica dei beni culturali nel periodo che va dalla Restaurazione agli anni sessanta non si verificarono più le grandi spoliazioni del passato; qualcosa ritornò là dove era stata trafugata, come, ad esempio, i cavalli della basilica di San Marco, che ritornarono a Venezia, anche se così non fu di tante opere d'arte, che erano state portate via, in esecuzione di trattati sottoscritti. Spoliazioni massicce di tesori d'arte non se ne verificarono più, salvo pochissime eccezioni, che riguardarono essenzialmente l'Egitto e la Cina, basti pensare al saccheggio del 1860 delle collezioni di opere d'arte, fatto da francesi ed inglesi, del Palazzo d'Estate dell'Imperatore a Pechino ed al loro «trasferimento» in Europa.
CAPITOLO SECONDO
CENNI STORICI SUL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI
Generalità. - I primi passi verso la codificazione internazionale. - Le Conferenze internazionali della Pace del I 899 e del I907. - La prima guerra mondiale ed il primo dopoguerra. - La seconda guerra mondiale ed il secondo dopoguerra. - Considerazioni.
Generalità Lo scopo del presente capitolo è quello di fornire dei cenni storici relativi al Diritto Internaziona le dei conflitti armati. Si è visto che la fase «consuetudinaria» di tale diritto dura fino alla prima metà dell'Ottocento. Dal 1856 ai giorni nostri il Diritto Bellico diviene invece un diritto sancito da apposite convenzioni internazionali, che dettano le norme per la guerra (leggi ed usi di guerra), che legano gli stati così-detti «civili» a dei trattati appositi, che vincolanp il comportamento dei belligeranti in guerra. È ovvio che il passo avanti è stato veramente notevole, anche se tale fase è stata relativamente lunga e travagliata.
I primi passi verso la codificazione internazionale Tale periodo, a mio avviso, può collocarsi tra il 1856 e la vigilia della prima guerra mondiale. L'atto di nascita del diritto bellico codificato, cui si è già fatto cenno nell' introduzione, col quale, nel 1856, si regolamentavano in sede internazionale, per la prima volta, taluni usi di guerra marittima, fu un atto molto importante anche per la presenza della Sublime Porta. Infatti, la presenza della Turchia, che figurava per la prima volta nei trattati tra le Potenze europee, toglieva alla
56
ARTURO MARCHEGGIANO
cristianità (vedasi Santa Alleanza) nel suo insieme il monopolio del diritto, che diventava veramente universale ed aperto a tutti i popoli della terra. Stabiliva cioè il principio che il diritto internazionale era un qualche cosa che, pur rispettando le religioni, non aveva nulla a che vedere con la confessione religiosa. Ma i documenti che segnano deci'samente il momento in cui cominciano ad inserirsi nella condotta delle ostilità principi di civiltà e di umanità, sono essenzialmente due: - un regolamento interno militare degli Stati Uniti d' A merica («Istruzioni del Governo degli Stati Uniti alle armate in guerra») diramato unilateralmente dal Presidente Lincoln nel 1863, noto come «Lieber's lnstructions» e valido, ovviamente, solo per l'esercito degli Stati Uniti; - la prima Convenzione internazionale di Ginevra, del 1864, per il migJioramento delle condizioni dei militari feriti in guerra. La convocazione della Conferenza di Ginevra e la firma della Convenzione furono molto accelerate dopo la battaglia di Solferino, molto breve e molto cruenta, anche dai movimenti di opinione creati da un best seller di un giornalista svizzero, Henry Dunant, che pubblicò nel 1862 «Un souvenir de Solferino», che, nel 1901, gli fece guadagnare il primo «Premio Nobel» per la pace. In particolare le «Lieber's Instructions» contenevano norme che sintetizzavano gli usi di guerra più civili del tempo, più o meno acquisiti dal diritto consuetudinario, di una validità intrinseca così notevole non solo da spingere altre nazioni ad assumerle nelle loro regolamentazioni per le truppe, ma anche tali da avviare il riconoscimento di tali regole in ambito internazionale. Si può dire che le Lieber's Instructions riportate in appendice, siano state in gran parte copiate e parafrasate nei regolamenti militari per il servizio in campagna, posteriormente emanati, e che siano state all'origine del tentativo di dar vita, nel 1874 a Bruxelles, ad una Convenzione internazionale, che regolamentasse la condotta della guerra. Tale lodevolissimo tentativo fu condotto da quel sovrano illuminato che fu lo Zar Alessandro Il di Russia, che era già stato il promotore, nel 1868, di una dichiarazione internazionale di rinuncia all'uso, in tempo di guerra, di proiettili esplodenti di peso inferiore ai 400 grammi e che sperava, con un'altra dichiarazione, che riu-
CENNI STORICI SUL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI
57
ABRAHAM LINCOLN
(Tratta da: «Enciclopedia Universale», Ri zzoli-Laroussc)
nisse le leggi e gli usi di guerra, di fare un altro passo avanti nel diritto codificato tra i popoli civili. Ma ormai il ghiaccio era rotto ed il civilissimo dettato delle Lieber's Instructions era oggetto non solo di invidia ma anche di interminabili diatribe in Europa, soprattutto perché nessun Sovran o , ovviamente delle grandi Potenze, voleva essere il primo ad introdurre nei regolamenti del proprio esercito norme tanto civili, che limitavano la mano libera nella condotta delle truppe, se non a condizioni di reciprocità con il possibile nemico. Però, pur se tali norme non entravano nel campo del diritto codificato né nazionale né internazionale, le regole venivano applicate nella pratica, come regole di diritto consuetudinario, basti pensare alle campagne dal 1866 al 1871. Si verificava, cioè, il fenomeno che l'iniziativa internazionale precedeva quella dei singoli stati nelle loro regolamentazioni per le truppe, nel timore della non reciprocità, e questo spiega sostanzialmente il fallimento della conferenza di Bruxelles del 1874. La conferenza, tuttavia, ebbe il grande merito di contribuire alla presa di coscienza internazionale del pro-
58
ARTURO MARCHEGGJANO
blema e di dare l'avvio ai lavori dell'Istituto di Diritto Internazionale, al fine di preparare norme volte a regolare la condotta delle ostilità. Le norme elaborate, «Leggi ed usi della guerra terrestre», furono approvate all'unanimità ad Oxford il 9 settembre 1880 e sono note come «Manuale di Oxford 1880» e, seppure non ebbero una sanzione internazionale, furono, assieme alla dichiarazione di Bruxelles del 1874, la piattaforma di base della trattativa internazionale nel corso della prima Conferenza della Pace del 1899. Il fatto positivo era rappresentato dalla circostanza che ormai la presa di coscienza dei problemi era un dato acquisito e che- i tempi erano maturi perché tali norme entrassero nei regolamenti per le armate in campagna dei singoli Stati europei. Il problema si era perciò capovolto: prima i tempi non erano maturi sul piano nazionale per i timori dei sovrani e, di conseguenza, aveva prevalenza l'iniziativa internazionale; ora, invece, l'iniziativa internazionale fallita e, nello stesso tempo, la consuetudine acquisita, avevano creato tutte le premesse per l'introduzione di norme analoghe alla Lieber's Instructions nei regolamenti nazionali per gli eserciti in campagna. Infatti l'introduzione autonoma ed indipendente, da parte dei singoli stati nei loro regolamenti, di norme molto simili avrebbe successivamente, come conseguenza, agevolato lo sbocco delle iniziative a livello internazionale e, quindi, la stipula di convenzioni internazionali sulla condotta delle operazioni. L'Italia e la Spagna nel 1882 furono le prime nazioni a fare il salto di qualità, a riprova che l'Italia è sempre stata uno stato traente nel campo della civiltà e del progresso del diritto umanitario. Seguirono poi, fino al 1896, Francia, Giappone, Inghilterra, Russia, Germania e poi ancora l'Italia nel 1896. Il regolamento italiano fissava che dovessero essere risparmiati, per quanto possibile, 'nei bombardamenti gli edifici destinati ai culti, alle ricerche, alle arti, ecc., a condizione che non fossero usati a fini militari. Precisava che se un campanile veniva usato come osservatorio l'attacc;:ante sarebbe stato libero dal dovere di risparmiarlo. Il regolamento proibiva anche il saccheggio e la spoliazione dei morti, dei feriti e dei prigionieri. Il regolamento spagnolo era analogo. Precisava, inoltre, che i militari isolati non avevano diritto a far bottino; se un piccolo reparto faceva una preda era il Comandante in Capo che doveva
CENNI STORICI SUL DIRITTO INTERNAZIONALE DE! CONFLITTI ARMATI
59
decidere se essa spettasse allo Stato o al reparto, i premi da dare ai soldati e le modalità di suddivisione. Vietava il saccheggio anche in caso di presa d'assalto e prevedeva di destinare forze «ad hoc» per proteggere gli abitanti ed i beni.
Le Conferenze internazionali della Pace del 1899 e del 1907 Le norme introdotte in molti regolamenti nazionali erano molto simili e ricalcavano in modo evidente le Lieber's Instructions ed il Manuale di Oxford, aprendo praticamente le porte alle firme ed alle ratifiche delle Convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907 (rispettivamente 1a e 2a Conferenza Internazionale della Pace), dove venivano approvati, tra altri documenti, due regolamenti molto simili riguardanti le leggi e gli usi della guerra terrestre (2a Convenzione del 1899 - 4a Convenzione del 1907). L'Italia· non ratificava le convenzio1ù del 1907, av<:mlo già ratificato e recepito nelle proprie regolamentazioni la za Convenzione del 1899, analoga nella sostanza. La prima Conferenza della Pace dell' Aja del 1899 portava come risultati tre convenzioni e tre dichiarazioni degli stati. La prima convenzione riguardava il grande sogno e la grande utopia del regolamento pacifico dei conflitti internazionali, destinata a restare lettera morta, malgrado gli sforzi impotenti della Società delle Nazioni. La seconda convenzione fu molto importante, specie per l'Italia che la recepì nelle proprie regolamentazioni militari, come vedremo in seguito, e riguardava le leggi ed i costumi della guerra terrestre. Tale convenzione derivava in linea diretta sia dagli sforzi della conferenza di Bruxelles del 1874, sia dal Manuale di Oxford 1880 e affondava nelle Lieber's Instructions le proprie radici. La terza convenzione, destinata a restare lettera morta, costituì un ulteriore tentativo di estendere alle guerre sul mare ed ai naufraghi le norme di protezione dei feriti sancite dalla Convenzione di Ginevra del 1864. In precedenza erano già stati fatti tentativi nel 1868, quando si tentò di aggiungere alla Convenzione di Ginevra una decina di articoli riguardanti la protezione dei feriti e dei naufraghi sul mare, ma senza risultato pratico apparente per la totalità degli stati. In effetti, però, già nella guerra tra Francia e Germania del 1870
60
ARTURO MARCHEGGIANO
tali articoli erano stati praticamente applicati, a titolo di modus vivendi reciproco, tra i Comandanti delle forze in campo. In modo analogo, di applicazione tacita, ci si comportò tra gli Stati Uniti e Spagna nella guerra del 1891, che ebbe il mare come teatro principale delle operazioni. Però solo la tragedia di Tshushima nel 1905, durante la guerra russo giapponese, nella quale avvenne la distruzione della flotta russa, con migliaia di feriti e di naufraghi, mosse l'opinione pubblica internazionale a vantaggio di una convenzione di protezione dei feriti e dei naufraghi sul mare. Ma mentre nel 1906 si aveva già una seconda edizione migliorata della Convenzione di Ginevra per la protezione dei feriti e dei malati degli eserciti in campagna (33 articoli al posto dei 10 della Convenzione del 1864) occorrerà aspettare la decima Convenzione dell' Aja del 1907 per avere una prima convenzione relativa alla protezione dei feriti e dei naufraghi sul mare. 11 1907 (2a Conferenza della Pace dell' Aja) fu un anno cardine per la codificazione del Diritto bellico. Furono firmate ben tredici convenzioni ed una dichiarazione, nessuna delle quali fu ratificata dall'Italia, anche se i loro dettati furono completamente recepiti dalle regolamentazioni nazionali. Mi sembrano di grandissima importanza, ai fini della codificazione degli usi di guerra terrestre la 4 a Convenzione (leggi e costumi di guerra terrestre con annesso regolamento) e la 5a Convenzione (Diritti e Doveri delle Potenze e delle Persone Neutrali in caso di guerra) destinate entrambe a costituire le basi del diritto ancor oggi vigente tra gli Stati. Interessanti ma ancora utopistiche, in relazione ai tempi, la 9a Convenzione, relativa al bombardamento da parte di forze navali, e la dichiarazione relativa alla proibizione di lanciare proiettili ed esplosivi dagli aerostati, specie se si pensa alle teorie relative alla guerra totale e all'impiego dell'aviazione in modo terroristico e contro città, che già nel 1910 si affermavano in Italia con il pensiero di Giulio Douhet, allo scopo di fiaccare il morale delle popolazioni nemiche. Non ebbero rilevanza pratica in guerra le dichiarazioni di Londra (26 febbraio 1908) relative al diritto della guerra marittima, né il protocollo del1' Aja (19 settembre I 910) relativo all'istituzione di una Corte Internazionale per le Prede, (aggiuntivo alla XII Convenzione del1' Aj a del 1907); né il Manuale di Oxford del 1913, analogo a quello del 1880, ma relativo alla guerra marittima.
CENNI STORICI SUL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI
61
La prima guerra mondiale ed il primo dopoguerra
Malgrado i sogni di pace perpetua si arrivava così alla vigilia della prima guerra mondiale, con un diritto della guerra appena codificato, non ancora entrato nel corpo delle norme e dei regolamenti delle truppe dei belligeranti, non ratificato da parte della maggioranza degli stati, che però affondava le sue radici in costumi di guerra ormai consolidati da una relativamente lunga tradizione. È veramente strano che all'epoca tutte le dottrine tattiche degli eserciti prevedessero un tipo di guerra molto agile e manovriera, fatta da eserciti relativamente piccoli e di specialisti, molto mobili e potenti, che in brevissimo tempo avrebbero dovuto risolvere la guerra, raggiungendo gli obiettivi fissati dalla politica. Un'altra delle grandi utopie dell'umanità e dei condottieri sono sempre state le così dette «guerre lampo», anche se, in fondo, erano state abbastanza «guerre lampo» le campagne del 66, del 70 e del 7 J, che rappresentavano poi le ultime grosse esperienze di guerra delle grandi potenze dell'Europa. Il 1914, pertanto, rappresentò per tutti i contendenti e per i loro Stati Maggiori, specie nella guerra terrestre, l'anno della disillusione e dell'amarezza. La realtà della guerra terreslre era l'enorme spargimento di sangue e l'immobilità delle fronti, ovunque dominate dal terribile binomio mitragliatricereticolato, che dava alla difesa vantaggi cospicui rispetto all'attacco. Per superare questa realtà e per rompere i fronti stabili e stabilizzati si penserà agli aerei, si proverà con i gas, nasceranno i carri armati, come arma invulnerabile per la mitragliatrice in grado di superare il reticolato, schiacciandolo con i cingoli. Sul mare la guerra sottomarina e dei mezzi d'assalto entrava in un mondo che sotto il profilo del diritto era ancora tutto da codificare, così come l'avvento dell'arma aerea. Ma questa triste realtà di guerra ebbe, sotto l'ottica del diritto dei conflitti armati, le seguenti caratteristiche, comuni a tutti gli eserciti belligeranti: - macroscopici problemi per quanto si riferisce non solo ai feriti ma anche agli ammalati. Per i feriti basti pensare al fronte italiano e alle dodici battaglie dell'Isonzo, ben undici delle quali furono offensive e che rappresentarono un vero sterminio per le fanterie. Solo l'Italia, entrata in guerra un anno dopo, ha avuto ben seicentomila morti! Se si pensa che all'epoca il nostro ser-
62
ARTURO MARCHEGGIANO
vizio di sanità era all'avanguardia in Europa, dato che i morti rappresentavano solo il 250/o dei feriti ed era l'indice più basso degli eserciti belligeranti, (gli attacchi con i gas inizialmente, per la sorpresa e per la mancanza di protezione, davano anche 1'800/o dei morti) le cifre lasciano veramente sgomenti. Significa, ad esempio, che il servizio di sanità dell'Esercito italiano ha trattato qualcosa come 2.400.000 feriti di sesso maschile, su una popolazione totale dell'Italia al di sotto dei venti milioni di abitanti! Per gli ammalati occorre pensare alle condizioni di guerra, all'andamento ad esempio del fronte italiano, specie in montagna, alla rigidità del clima nel periodo invernale e all'equipaggiamento del soldato, che non sempre è stato il migliore anche perché, pur essendo ottimo per i corpi scelti, mal si adattava per motivi di costo ad essere generalizzato per un esercito di massa; - grandissimi problemi in relazione al numero dei prigionieri di guerra, che furono in numero altissimo e mai in precedenza verificatosi. Essendo gli eserciti di massa in conseguenza della coscrizione obbligatoria e combattendosi tra di loro masse di eserciti, una sola manovra riuscita, anche se non determinante ai fini della guerra, si pensi ad esempio a Caporetto, comportava la cattura di decine di migliaia di prigionieri e di sbandati; - grandi lutti e grandi pericoli per l'umanità nel suo complesso portati dall'uso, più o meno indiscriminato, dell'arrpa chimica, la quale, peraltro, in nessun fronte, si era rivelata come arma determinante per la risoluzione non solo della guerra, ma neppure della battaglia; - l'avvento dell'arma aerea nella battaglia. Era stata verificata inoltre la inadeguatezza delle norme internazionali nel riuscire a circoscrivere il teatro delJe operazioni militari, sia per la maggiore gittata dei cannoni, sia per le possibilità delle marine, sia, infine, per l'avvento del mezzo aereo nelle ostilità, che, affacciatosi alla ribalta nel 1911-12, era diventato nella guerra 1914-18 un mezzo principale di lotta. Il primo dopoguerra vede, pertanto, gli sforzi dei governi e degli uomini di buona volontà in queste quattro direzioni, nelle quali si erano verificate sia le più grandi smagliature, sia le maggiori esigenze di intervento.
CENNI STORICI SUL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI
63
Così nel 1922 la conferenza di Washington, sulla limitazione degli armamenti, dava l'avvio alla costituzione di una commissione di giuristi specialmente incaricata di preparare delle regole per la guerra aerea. Nacquero così le «Regole dell' Aja» del 1923; destinate però a restare lettera morta e ad essere «facoltative per gli stati», in attesa di sanzione internazionale. Un notevole passo avanti fu il Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925, relativo alla proibizione di impiego in guerra di gas asfissianti, tossici o simili e di mezzi batteriologici. Anche in questo caso l'Italia fu tra i primi firmatari (il protocolJo venne ratificato il 3 aprile 1928) e anche tra i primi trasgressori del Protocollo, se si pensa alla Campagna di Abissinia. Questo protocollo è stato molto importante in quanto, nella seconda guerra mondiale, tali tipi di armi criminali non furono impiegate anche se gli arsenali di tutti gli eserciti, compreso il nostro, ne erano fornitissimi. Indubbiamente giocò in modo determinante sulle decisioni di non impiego la paura delle eventuali ritorsioni da parte del nemico. Per quanto riguarda i feriti, gli ammalati ed i prigionieri, furono stipulate delle convenzioni abbastanza complete e valide nel 1929. L'Italia ne fu una promotrice, aderì alle convenzioni che ratificò il 24 marzo 1931 . Le convenzioni internazionali diventano via via più perfette, non solo nella forma, ma soprattutto nella sostanza, ogni volta che vengono rielaborate. Così nel 1929 era un'ottima convenzione quella relativa ai feriti ed ammalati delle Forze terrestri in campagna, alla sua terza edizione, dopo quella iniziale del 1864 e la successiva del 1906. Per la prima volta, invece, veniva redatta una convenzione ad hoc sui prigionieri di guerra, a nche se degli stessi era ampiamente trattato nelle convenzioni dell 'Aja-del 1899 e del 1907. Merita un cenno anche il così detto « Patto Roerich», dal nome di colui che lo aveva promosso, firmato a Washington il 15 aprile 1935. Anche se si tratta di un patto «regionale», riguardante la protezione delle istituzioni artistiche e scientifiche , nel solo continente americano, tale fatto rappresentò la prima vera salvaguardia per i beni culturali in caso di conflitto armato anche se su scala continentale, anziché mondiale. In Europa, invece, in tale campo, ci si limitò a molte lodevoli
64
ARTURO MARCHEGG!ANO
iniziative, che non pervennero a nessun patto internazionale significativo e vincolante per gli Stati. Per dovere storico devono essere citati, tra gli altri, alcuni documenti, trattati e convenzioni internazionali che ci furono, anche se ebbero poco peso in quella che fu la realtà della seconda guerra mondiale, soprattutto per l'importanza relativa che ebbero successivamente nello sviluppo del diritto dei conflitti armati. Mi riferisco, in modo particolare a: - convenzione dell'Avana (20 febbraio 1928) relativa ai diritti ed ai doveri degli Stati in caso di guerra civile; - trattato di Parigi (27 agosto 1928) relativo alla rinuncia alla guerra come strumento di politica internazionale, nuovo passo avanti nella storia dell'utopia; - trattato di Londra (22 aprile 1930) per la limitazione e la riduzione degli armamenti navali; - convenzione di Montreux (20 luglio 1936) relativa al regime degli stretti; - processo verbale di Londra (6 novembre 1936) relativo alle regole della guerra sottomarina, contenute nella parte IV del Lrattato di Londra del 22 aprile 1930. Gli anni trenta sono molto interessanti in Italia per tutta una serie di leggi e di pubblicazioni attinenti alla guerra ed all'impiego dell'Esercilo in guerra e non. Mi riferisco segnatamente al Codice penale italiano del 19 ottobre 1930 (che prevede, in modo speciale, i delitti contro la personalità interna dello Stato - articoli 284: insurrezione armata; - 285: devastazione, saccheggio e strage; - 286: guerra civile; - 306: banda armata), al Testo Unico delle leggi italiane di Pubblica Sicurezza (Titolo IX: stato di pericolo pubblico e stato di guerra) ed alle leggi italiane di guerra e di neutralità, dell'8 luglio I 938, completate poi, nel 1941, dal Codice Penale Militare di Guerra Italiano. Nessuno stato durante la seconda guerra mondiale ha applicato in guerra un corpo di norme così aggiornato, completo, civile sotto il profilo del diritto della guerra, come l'Italia. A completamento ed à riprova di quanto appena asserito merita di essere citata la pubblicazione del Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, edita dal Poligrafico dello Stato nel 1938, dal numero 3336, che riguarda la «Raccolta delle
CENNI STORICI SUL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFL11TI ARMATI
65
convenzioni internazionali che riguardano la guerra terrestre», che sostituisce una pubblicazione analoga del 1912, pubblicata alla vigilia della 1 a guerra mondiale. Tale pubblicazione veniva data in distribuzione fino a Comandi di Grande Unità, per far parte della dotazione di regolamenti, e raccoglieva le convenzioni che all'epoca erano in vigore; ad esempio per il trattamento dei feriti e dei malati riportava la sola convenzione del 1929 e non le due convenzioni precedenti, che risultavano superate. Per quanto riguarda le convenzioni relative alla guerra terrestre che l'Italia aveva firmato ma non ratificato (1) i testi erano riportati ugualmente per esteso, in quanto i loro dettati erano già stati in toto acquisiti dalle regolamentazioni nazionali. Tale pubblicazione non risulta avere riscontri in altri Eserciti con pubblicazioni e raccolte altrettanto complete ed organiche ad uso dei Comandanti di Grande Unità.
La seconda guerra mondiale ed il secondo dopoguerra
Siamo così giunti alla seconda guerra mondiale (1939-1945) anch'essa concepita, per una evidente ironia della soi;te, per eserciti piccoli, altamente manoyrieri, veloci, potenti, supportati dal cielo: un'altra guerra che doveva essere lampo, blietzkrieg. La nuova tragedia, che vede il tramonto dell'Europa nella sua capacità di esprimere potenze di livello mondiale, distrugge l'Europa e dissangua i vincitori ed i vinti.
(l) Trattasi delle seguenti convenzioni dell' Aja del 18 ottobre 1907:
-
I: Convenzione per il pacifico regolamento dei conflitti internazionali;
- II: Convenzione per la limitazione dell'impiego della forza per il recupero dei debiti contrattuali; -
III: Convenzione sull'apertura delle ostilità;
-
IV: Convenzione sulle leggi e sugli usi della guerra terrestre;
- V: Convenzione sui diritti e doveri delle Potenze e delle persone neutrali nella guerra terrestre; - VI: Convenzione sull'Istituzione di una Corte Internazionale delle Prede e del Protocollo aggiuntivo alla Convenzione XII del 1907, firmato a l' Aja il 19 settembre 1910.
66
ARTURO MARCHEGG IAN O
Anche se nel complesso è stata una guerra molto manovrata in tutti i fronti nei quali è stata combattuta, essa tuttavia è stata di nuovo una guerra di massa, di masse di eserciti, guerra di contrapposte coalizioni. Purtroppo l'evoluzione del diritto bellico segue sempre gli orrori della guerra e cerca, a posteriori, di riparare, per il futuro, le smagliature più evidenti che si sono verificate nel passato. E sotto l'ottica del diritto dei conflitti armati la seconda guerra mondiale è stata caratterizzata dai seguenti fenomeni: I: macroscopiche perdite, come nella 1a guerra mondiale riguardanti i combattenti, ma ciò era largamente prevedibile e nel complesso i servizi sanitari erano bene attrezzati e le convenzioni relative si erano dimostrate sufficientemente valide: tuttavia le stesse erano migliorabili dall'esperienza, anche per quanto si riferisce al fenomeno dei prigionieri di guerra. In tale campo si potrebbe quasi dire «nulla di nuovo» o di «non previsto»; -
II: enormi sofferenze nelle popolazioni civili. Tali sofferenze non si erano mai verificate in nessuna delle 'guerre precedenti. Ciò era derivato dai nuovi concetti, che in fondo erano quelli della barbarie, della così detta «guerra totale». Secondo tali concetti il colpire le popolazioni civili avrebbe fiaccato il morale dei combattenti e della popolazione per portare, come risultato, una pace più rapida. Le teorie di impiego del mezzo aereo controcittà (dottrina italiana del Douhet) o controforze (dottrina italiana del Mecozzi) erano teorie ancora molto controverse nel tempo della guerra. Si pensi all'impiego dell'aviazione strategica (e dei missili tipo Vl e V2) della Germania, dell'Inghilterra e degli Stati Uniti d' America, che fu essenzialmente «controcittà» e, in contrapposizione, all'impiego dell'Aviazione strategica dell'Unione Sovietica, che fu, prevalentemente, «controforze». Tali enormi sofferenze, sopportate dalle popolazioni civili,· non furono solo quelle dovute ai bombardamenti, ma anche quelle proprie del passaggio della guerra e quelle dei territori occupati;
CENNI STORICI SUL DIRITIO INTERNAZIONALE DEI CONFUTI! ARMATI
67
-
III: il tentativo di soppressione del popolo ebreo. Per trovare esempi di efferatezze simili, da poter paragonare a quelle delle SS nel tentativo di genocidio degli ebrei, occorre forse risalire ai primordi dell'umanità, all'età della pietra quando il nemico era il villaggio che era sorto vicino e quando la vittoria si identificava con la soppressione materiale di tutti i nemici, compresi i vecchi, le donne ed i bambini. Però, tutto sommato, anche quell' epoca era più civile, perché il più delle volte almeno le donne ed i bambini, anziché essere soppressi, venivano ridotti in schiavitù;
-
IV: le enormi distruzioni e perdite di beni culturali ed in particolare di monumenti ed opere d'arte mai verificatesi in precedenza nella storia, neppure all'epoca dei saccheggi e delle spoliazioni totali per far
bottino, all'epoca delle invasioni barbariche; V: la comparsa , in guerra come mezzo per nuocere al nemico, dell'ordigno nucleare, per ben due volte, a Hiroshima ed a Nagasaki, con evidenti riflessi macroscopici sui fenomeni Il e IV precedentemente rilevati; -
VI: la comparsa in moltissimi teatri di operazioni di combattenti nuovi, con i quali era necessario fare i conti nell'ambito delle leggi e degli usi di guerra, rappresentati dai partigiani , dai movimenti di liberazione dei territori occupati, e così via, nelle mille denominazioni che le bande iniziali, e gli eserciti di liberazione poi, assunsero nei vari fronti di guerra.
La nascita delle Nazioni Unite nel 1945 continuava la linea dell'utopia, in quanto l'Alto Consesso delle Nazioni, così come le Società delle Nazioni precedente o la Confederazione degli Stati sognata da Kant, continua a mancare di uno strumento coercitivo (sia esso militare o no) idoneo ad imporre agli stati, ciascuno dei quali è sovrano, le proprie determinazioni. Questo dato di fatto vanifica qualunque speranza di una effettiva composizione e di un efficace regolamento della conflittualità internazionale.
68
ARTURO MARC H EGGIANO
Nel campo, invece, del progresso del diritto dei conflitti armati i passi avanti successivi all'orrore della seconda guerra mondiale sono stati relativamente rapidi ed incisivi con la stipula delle seguenti convenzioni internazionali oggi in vigore: - Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio (risoluzione 260-III-dell' Assemblea Generale delle Nazioni Unite. New York - 9 dicembre 1948) - che si riferisce direttamente al III fenomeno precedentemente indicato. Tale convenzione non solo è stata ratificata dall'Italia ma è stata rielaborata nella legge 2 ottobre 1967, che riporta norme molto più dettagliate e specifiche per l'applicazione della convenzione; - le quattro Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 (2) che pongono un ulteriore rimedio, dopo quello del 1929, alle condizioni dei feriti, dei naufraghi e dei prigionieri di guerra, a soluzione del I fenomeno indicato, che avviano la soluzione del II fenomeno, quello delle sofferenze dei civili, con la stipula, per la prima volta, di una convenzione internazionale ad hoc e che recepiscono l'istanza di riconoscere come combattenti legittimi, che hanno diritto al trattamento di prigionieri di guerra, i membri dei movimenti di liberazione (VI fenomeno di interesse del diritto dei conflitti armati). Le quattro convenzioni sono state ratificate dall'Italia; - la Convenzione dell'aja per la «Protezione dei Beni culturali in caso di Conflitto Armato» del 14 maggio 1954, con annesso regolamento di esecuzione e protocollo, a soluzione del IV dei fenomeni indicati. Anche questa convenzione è stata ratificata dail'Italia ed è entrata, pertanto, nel corpo delle leggi dello stato per la sua applicazione. Si tratta anche in questo caso della prima stesura di una convenzione ad hoc, riguardante una protezione specifica dei beni culturali e non di una protezione generica ed in linea di principio.
(2) Convenzione (I) per il miglioramento delle condizioni dei feriti e dei malati delle Forze Armate in campagna; Convenzione (TI) per il miglioramento delle condizioni dei feriti, malati e naufraghi delle Forze Armate sul mare; . Convenzione (III) relativa al trattamento dei prigionieri di guerra; Convenzione (IV) relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra.
CENNI STORICI SUL DIRl"ITO INTERNAZIONALE DEI CONFUTI! ARMATI
69
L'unico problema, peraltro molto complesso, che resta da regolamentare è quello relativo all'impiego dell'arma nucleare, come mezzo di distruzione di massa. Personalmente non credo all'uso di armi di questo tipo in guerra, ma, a parte le mie convinzioni personali, i passi che si fanno in questo settore sono lenti ma continui. Basti vedere i numerosissimi trattati, anche se parziali, che riguardano le armi nucleari, e le speranze di un disarmo nucleare completo, specie dopo le recenti trattative russo americane, sembrano un obiettivo abbastanza a portata di mano per il genere umano. È certo che è nei voti di tutta l'umanità. La dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo (New York - 10 dicembre 1948) e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma - 4 novembre 1950) hanno costituito altrettanti progressi nel campo sia delle leggi nazionali degli stati sia degli usi di guerra, in quanto si tratta di leggi fondamentali per l'umanità, che devono essere rispettate sia in tempo di pace sia in tempo di guerra. Tutte le guerre, a cavallo degli anni sessanta, che rientrano in quel grande fenomeno mondiale, che è stata la così detta decolonizzazione, hanno creato ulteriori problemi e l'esigenza di rivedere, alla luce di nuove esigenze, non solo le convenzioni di Ginevra e dell' Aja più propriamente umanitarie, ma anche le regole e gli usi di guerra. Hanno così avuto origine i due Protocolli aggiuntivi, alle Convenzioni di Ginevra del 1949, dell'8 giugno 1977. Il primo protocollo è relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, mentre il secondo si riferisce alla protezione delle vittime dei conflitti armati non internazionali. Entrambi i protocolli, sia pure con qualche riserva, riferita soprattutto alla nuova definizione di combattente legittimo, sono stati ratificati dall'Italia che, attualmente, si trova, come sempre, in uno stato di avanguardia nel campo dell'accettazione delle regole che riguardano gli usi ed i costumi di guerra.
Considerazioni Vorrei iniziare le brevi considerazioni relative a questo capitolo di cenni storici con i dettati di due regolamenti militari, uno americano e l'altro italiano.
70
ARTURO MARCHEGGIANO
Le Lieber's Instructions del 1863 dicono chiaramente che è la pace la condizione normale delle relazioni tra i popoli, mentre la guerra è l'eccezione, e che gli uomini che prendono le armi gli uni contro gli altri in una guerra regolare non perdono la loro natura di esseri morali e di esseri responsabili gli uni verso gli altri e verso Dio. Il regolamento italiano di servizio in guerra del 1881-82 afferma che le qualità morali del soldato, che consistono nel senso della disciplina, dell'onore e del dovere insieme con l'amore e la devozione al Sovrano ed alla Patria, devono essere la sua guida costante in combattimento assieme con la generosità verso i vinti, l'osservanza del diritto delle genti, la fede alle convenzioni internazionali ed il rispetto della proprietà di tutti. Anche se viviamo in tempi nei quali le immagini televisive di ogni giorno ci mostrano donne e bambini uccisi con i gas in una guerra che non ha senso, è necessario credere che vi siano delle guerre giuste, come lo furono le noslre guerre del Risorgimento per l'indipendenza nazionale, o come potrebbe essere una guerra futura, anche se speriamo che non ci sia mai più, di difesa dei valori della nostra civiltà . La civiltà di un popolo, a mio avviso, si rivela veramente per quella che è, nelle manifestazioni di maggiore incompatibilità con la civiltà dei popoli, che è lo stato di guerra. E credo che per il popolo italiano sia consolante sapere di poter contare per la propria difesa su professionisti preparati, consapevoli ed umani, che per lunghissima tradizione non si sono mai macchiati di crimini infamanti, che applicano in pace ed in guerra le civilissime leggi del nostro Stato che, in tale campo e nei secoli, ha sempre dimostrato di non avere nulla da imparare da nessuno.
CAPITOLO TERZO
LE LEGGI E GLI USI DI GUERRA SANCITI DALLE LIEBER'S INSTRUCTIONS (1863)
Generalità. - La guerra e le sue esigenze. - Le leggi e gli usi di guerra in generale. - La legge marziale. - I combattenti non legittimi. - Le rappresaglie. - Quartiere. Uso di uniformi e bandiere del nemico. - Contatti col nemico. Parlamentari. Segni distin1ivi. - Agenti diplomatici e loro salvacondotti. - La parola d'onore. - Particolari proiezioni. Beni pubblici del nemico. - Atti di guerra proibiti. Assedi. Ostaggi. Diserzioni . Prede. - Armistizi e capitolazioni. - Considerazioni.
Generalità Nel presente capitolo saranno trattati le leggi e gli usi di guerra codificati nel 1863 per l'Esercito degli Stati Uniti d'America, noti come Lieber's Instructions, ad eccezione di tutto quello che riguarda il trattamento dei feriti e dei malati degli eserciti in campagna, dei prigionieri di guerra, dei civili, dei beni culturali e delle situazioni conflittuali interne agli stati, che saranno argomento di apposite trattazioni nel volume secondo ad essi dedicato. Poiché è universalmente riconosciuto che le «Lieber's Instructions» hanno rappresentato la prima codificazione nazionale organica delle leggi e degli usi di guerra, sembra necessaria una disamina di queste istruzioni, anche perché le stesse costituiscono una sintesi, molto avanzata e civile per il tempo in cui sono state codificate, delle leggi e degli usi di guerra che si erano ormai consolidati presso gli eserciti delle nazioni così dette «civili», come diritto consuetudinario. Considerando poi che la prima codificazione internazionale è avvenuta solamente nel 1899, in occasione della prima Conferenza Internazionale della Pace dell' Aja, sarà dedicato un capitolo alla ricerca di quanto dei dettati delle Lieber's Instructions era già acquisito nelle istruzioni militari italiane all'epoca e quanto sia comparso successivamente.
72
ARTURO MARCHEGG!ANO
Per il periodo preunitario la ricerca sarà limitata essenzialmente alle istituzioni del Piemonte, come stato guida, limitandola a soli cenni, se necessari, per quanto era codificato o era in uso in altri Stati italiani all'epoca della prima e della seconda guerra di Indipendenza. Nei capitoli successivi sarà esaminato congiuntamente il progresso delle norme internazionali e la loro introduzione nei regolamenti militari italiani fino alla prima ed alla seconda guerra mondiale per giungere fino ai giorni nostri. Gli argomenti saranno trattati in modo possibilmente organico. I numeri riportati tra parentesi si riferiscono agli articoli delle Lieber's Instructions, che, data la loro importanza, sono riportate completamente in appendice. La traduzione del Sandonà (1870) non è molto felice, però è «d'epoca», e dimostra come tali istruzioni erano profondamente studiate in Italia, già in quegli anni , dai nostri cultori di Diritto Internazionale.
La guerra e le sue esigenze La pace è la condizione normale delle relazioni tra i popoli (art. 29) mentre la guerra è l'eccezione. Il fine supremo di ogni guerra è il ristabilimento dello stato di pace (art. 29). La guerra non si fa solo con le armi ma è conforme alle sue regole «di ridurre il nemico con la fame, sia armato o inerme, onde poterlo sottomettere più prontamente» (art. 17). «Gli uomini che prendono le armi gli uni contro gli altri in una guerra regolare non perdono la loro natura di esseri morali, che sono responsabili gli uni verso gli altri e verso Dio» (art. 17). «Le guerre moderne non sono gratuitamente micidiali, l'oggetto delle quali sia di spargere il sangue nemico». «La distruzione del nemico . . . non è che un mezzo per raggiungere ... il fine che è riposto al di là della guerra. Uccidere uomini senza necessità o per spirito di vendetta non è cosa legittima» (art. 68). «Le esigenze di guerra» sono, invece, «l'insieme delle misure credute indispensabili per raggiungere con sicurezza il fine della guerra e che, inoltre, siano conformi alle leggi ed agli usi di guerra» (art. 14). La guerra la fanno i belligeranti che hanno diritto, se si comportano secondo le leggi e gli usi di guerra, ad essere prigionieri
LE LEGG I E GLI USI DI GUERRA SANCITI DALLE LIEBER'S INSTRUC.TIONS ( 1863)
73
di guerra se catturati, o curati se feriti, come vedremo in seguito. « Da che un uomo è armato dal suo sovrano e gli presta il giuramento militare di fedeltà, egli diviene un belligerante. Non si commette alcun delitto, né alcuna particolare ingiuria uccidendolo, ferendolo e trattandolo come nemico» (art. 57). La guerra autorizza: - «la distruzione o la mutilazione dei nemici armati e di ogni altra persona che incidentalmente sia presente negli scontri a mano armata» (art. 15); - «la cattura di ogni nemico armato, o che sia ostile al proprio governo o che, comunque, sia pericoloso per chi lo fa prigioniero» (art. 15); - «la distruzione in combattimento di ogni specie di proprietà», il taglio di strade, canali ed altre vie di comunicazione (art. 15); - «l'intercettazione di viveri e di munizioni destinati a l nemico e di tutto quello che il paese nemico può somministrare p er la sussistenza e la sicurezza dell'armata» (art. 15); - «il ricorso a tutte le astuzie che non portino offesa agli impegni stipulati ed alle leggi di guerra» (art. 15) ma, nello stesso tempo, è condannata la perfidia (art. 16). Mentre la guerra non autorizza a: - «abbandonarsi ad atti di crudeltà» (art. 16); - «infliggere patimenti per il solo piacere di fare soffrire o per esercitare atti di vendetta» (art. 16); - «storpiare o ferire il nemico fuori combattimento» (art. 16). A tal proposito «chiunque ferisca con intenzione il nemico ridotto completamente all'impotenza, lo uccide o comandi di ucciderlo o incoraggi i suoi soldati ad ucciderlo verrà messo a morte se è provata la sua colpevolezza», sia se appartiene all'armata degli Stati Uniti, sia se si tratta di nemico catturato dopo aver coqimesso tale crimine (art. 71); - «sottomettere a torture il nemico per strappargli delle notizie» (art. 16); - «usare veleni (art. 16) in qualunque modo» per avvelenare pozzi, acque, cibi ed armi. Chiunque vi ricorra si mette da sé fuori dalla legge e dagli usi di guerra» (art. 70);
74
ARTURO MARCHEGGlANO
- «devastare senza bisogno il territorio nemico» (art. 16); - compiere atti di ostilità, quando non vi sia necessità, che possano rendere più difficile il ritorno alla pace (art. 16). Durante la guerra sono sospese e senza effetto (art. 41) le leggi comunali o speciali del territorio sul quale si trovano gli eserciti, poiché ad esse subentra la legge marziale.
Le leggi e gli usi di guerra in generale «Non vi è legge o codice riconosciuto che determini i mutui rapporti del diritto naturale ed internazionale, che passa sotto il nome di leggi ed usi di guerra» (art. 40). Le leggi di guerra (art. 11): - proibiscono gli atti di crudeltà e di malafede nei confronti degli impegni presi con il nemico durante la guerra; - vietano ogni violazione delle convenzioni solennemente firmate dai belligeranti in tempo di pace, se è stato manifestato l'intendimento di tenerle in vigore anche in tempo di guerra; - proibiscono ogni sorta di estorsioni, ogni transazione che abbia per fine il guadagno illecito, come ogni atto di vendetta privata ed ogni complicità in tali atti. Tutte le violazioni saranno punite, specie se fossero commesse da Ufficiali dell'Esercito ~egli Stati Uniti (art. 11). Durante la guerra «non è ammessa alcuna restrizione convenzionale in ordine al modo adottato per nuocere al nemico»: ma le leggi di guerra «prescrivono limiti e restrizioni che sono fondati sui principi eterni della giustizia, della buona fede e dell'onore» (art. 30).
La legge marziale Il territorio occupato è soggetto automaticamente alla legge marziale dell'armata occupante, senza che sia necessario un bando od un proclama (art. 1); mentre l'applicazione di tale legge cessa solamente in forza di un particolare proclama (art. 2). Tale legge sospende «le leggi comuni criminali e civili», quel-
LE LEGGI E GLI USI DI GUERRA SANCITI DALLE LIEBER'S TNSTRUCTJONS (1 863)
75
le dell'amministrazione e del governo sostituendole con il governo dell'autorità militare, anche nel diritto e nella funzione di fare le leggi (art. 3). Però il Comandante in Capo dell'Armata occupante può anche dichiarare che «la legislazione civile e criminale» continueranno ad essere applicate in parte o per intero, come in tempo di pace, salvo altri ordini (art. 3). La legge marziale è l'esercizio dell'autorità militare che deve conformarsi alle leggi ed agli usi di guerra (art. 4). Però la legge marziale «non deve confondersi con l'oppressione militare, che è l'abuso del potere che conferisce la legge» (art. 4). «Poiché la legge marziale viene eseguita dalla forza militare, quelli che l'applicano devono rispettare rigorosamente i principi della giustizia, del1'onore e dell'umanità - virtù che devono ornare il soldato apreferenza degli altri uomini, poiché egli è onnipossente armato, come è di fronte ad una popolazione inerme» (art. 4). Si raccomanda minore rigore nell'applicazione nelle fortezze e nei territori occupati per intero, e che non offrano più resistenza, mentre il rigore deve essere maggiore allorché persistano le ostilità (art. 5). La legge marziale si applica nei confronti delle proprietà e delle persone senza distinzione di nazionalità (art. 7). Tale legge conferisce all'occupante il diritto di esercitare le funzioni di polizia e di percepire le entrate pubbliche e le imposte ed imposizioni, che fossero state decretate dal governo scacciato o da11'invasore, e mira ad assicurare il sostentamento dell'armata, la sua sicurezza ed il successo delle operazioni militari (art. 10).
l combattenti non legittimi
Si è fatto cenno ai legittimi combattenti che hanno il diritto alla qualifica di «nemico pubblico» e si ritornerà sull'argomento trattando dei prigionieri di guerra. Meritano una trattazione particolare i così detti combattenti non legittimi, in quanto non solo non hanno diritto al trattamento di prigionieri di guerra, ma addirittura possono essere soggetti alla pena di morte anche all'atto della cattura. Essi sono:
- i nemici armati, che non appartengono all'esercito nemico propriamente detto e che, da soli o riuniti in bande, commettono ostilità assalendo persone o distruggendo o depredando le cose, lasciando o nascondendo le armi quando loro conviene
76
ARTURO MARCHEGGIANO
per ritornarsene alle loro case o alle loro pacifiche occupazioni». Essi sono soggetti a giudizio sommario come predoni o pirati (art. 82); - gli esploratori o i soldati isolati, «travestiti cogli abiti degli abitanti del paese» o con l'uniforme degli Stati Uniti «al fine di assumere informazioni» che devono essere trattati come spie (art. 83); - i vagabondi armati (definizione molto particolare per intendere gli odierni sabotatori) o gli abitanti del territorio invaso, che commettono furti, omicidi, sabotaggi su ponti strade e canali, sulle linee telegrafoniche o sulle valige postali (art. 84); - i ribelli che in territorio occupato si rivolgono contro l'autorità costituita, organizzati o meno in bande, che abbiano o no commesso rivolta aperta o atti di violenza a mano armata (art. 85). Nel mentre però è proibito considerare ribelli, o briganti, o banditi, i membri di una popolazione che effettui la leva di massa per resistere ad una invasione che vengano catturati con le armi in mano (art. 52). Tali combattenti civili sono considerati combattenti legittimi (senza discriminazione di sesso e di colore della pelle) ed hanno diritto al trattamento di prigionieri ~i guerra (art. 52); - le spie, cioè «coloro che segretamente, travestiti o sotto falso pretesto, cercano di procurarsi informazioni con il proposito di comunicarle al nemico (art. 88). Le spie vanno «impiccate» che siano riuscite o no ad ave re le informazioni che cercavano e se siano riuscite o no a trasmetterle al nemico (art. 88) senza discriminazioni tra civili e militari (art. 89) o discriminazioni di sesso (art. 102). Ciò vale, oltre che per lo spionaggio, anche per il tradimento e per la ribellione (art. 102). La spia o il traditore che dopo essere riusciti nei loro intenti di spionaggio o di tradimento raggiungono il loro esercito e vengono successivamente catturati nella condizione di combattenti legittimi non saranno puniti per gli atti di spionaggio o di tradimento commessi precedentemente (art. 104); - i traditori, cioè coloro che, in una fortezza o in un territorio sottoposti a legge marziale, porgono al nemico informazioni o mantengono corrispondenza non autorizzata o segreta con il nemico, compresi gli stranieri (art. 90-91-92-98); - le guide nazionali « volontarie» del nemico, perché con ciò commettono tradimento (art. 95-96), mentre la guida che è obbligata a fare la guida, in seguito a violenza o a costringimento del nemico non può essere punita (art. 93 e 94);
LE LEGGI E GLI USI DI GUERRA SANCITI DALLE UEBER'S JNSTRUCTIONS (1863)
77
- i messaggeri che si introducono furtivamente nel territorio occupato dal nemico (art. 100); invece ha il diritto al trattamento di prigioniero di guerra quel messaggero armato e vestito dell'uniforme del proprio esercito che porti dei dispacci scritti o verbali (art. 99). Le spie, i traditori ed i ribelli si scambiano con il nemico mediante convenzioni speciali autorizzate dal Governo o dal Comandante in capo (art. 103). Questo uso, che era consolidato in tutte le armate, era, in fondo, molto meno umanitario dei vecchi cartelli di resa delle piazzeforti, dove con accordo tra i comandanti era normale concedere, nell'uscita delle truppe dalle piazzeforti che si erano arrese, un certo numero di così detti «carri coperti», che normalmente salvavano la vita di disertori, dato che tale fenomeno era al tempo molto diffuso. Si nota una evidente volontà comune dei governanti tesa a stroncare il fenomeno.
Le rappresaglie Le Lieber's lnstructions affermano che «le leggi di guerra non possono impedire le rappresaglie», che sono sempre il lato più spiacevole della guerra e che, delle volte, sono l'unico mezzo convincente per impedire che si ripetano «oltraggi da barbari» (art. 27). Il fine delle rappresaglie non deve mai essere la vendetta (art. 28), tuttavia occorre usare delle rappresaglie con molta circospezione e solo dopo una «inchiesta sulla natura delle violazioni che devono cessare» e che richiedono una punizione/ repressione (art. 28). «Le rappresaglie ingiuste e sconsiderate deviano sempre di più i belligeranti dalle leggi della guerra regolare e li portano su un pendio che porta rapidamente alle vergognose crudeltà, che sono proprie delle guerre dei selvaggi» (art. 29). Le più severe rappresaglie gli Stati Uniti se le riservano solo nel caso in cui un nemico facesse schiavo o vendesse come tale un soldato del loro esercito che fosse stato catturato (art. 58).
Quartiere. Uso di uniformi e bandiere del nemico Decidere e dichiarare che non si darà quartiere al nemico «è cosa contraria agli usi di guerra», specie se mossi da sentimento
78
ARTURO MARCHEGGIANO
di odio o di vendetta (art. 60), anche se, in casi estremi, un Comandante (che, pena la salvezza del proprio reparto, non possa caricarsi di prigionieri che lo rallenterebbero) ha facoltà di prescrivere alle proprie truppe di non dare quartiere (art. 61). Tuttavia, anche quando ciò si verificasse, non si ha il diritto di uccidere il nemico già caduto sul terreno e incapace di nuocere (art. 61). Le truppe che non danno quartiere, per reciprocità, non hanno diritto a riceverlo (art. 62) nè danno diritto a quartiere e al trattamento di prigioniero di guerra le truppe che combattono con l'uniforme del proprio nemico senza alcun segno apparente ed uniforme che le contraddistingua (art. 63). Se le truppe americane catturano un convoglio o un magazzino che contenga uniformi del nemico e se un comandante, per necessità, dovesse decidere di usarle, deve adottare segni facilmente visibili a distanza, per poter distinguere i propri soldati dai soldati nemici (art. 64). L'uso delle uniformi del nemico, così come l'uso del vessillo o della bandiera del nemico, o di altro emblema, _per trarlo in errore durante il combattimento è atto di perfidia, che fa perdere all'autore ogni diritto alla protezione delle leggi di guerra (art. 65).
Contatti col nemico. Parlamentari. Segni distintivi I contatti col nemico sono possibili solo su autorizzazione del governo o dell'autorità militare superiore o del comandante isolato (art. 87). Tuttavia chi porta una bandiera parlamentare non può pretendere di essere ricevuto dal nemico (art. 111), né può dar motivo a nessuna specie di lagnanza il fatto che un portatore di una bandiera parlamentare, che si presenti durante il combattimento, venga ucciso o ferito (art. 113) né è obbligatorio far cessare il fuoco non appena, durante l'azione, si scorga una bandiera parlamentare (art. 112). Anche se la persona del parlamentario è sacra (art. 114), è raro che egli sia ricevuto durante il combattimento (art. 112) né è contro la buona fede il trattenerlo come prigioniero di guerra (art. 112). Se viene ammesso a parlamentare il tutto deve essere fatto con le più grandi precauzioni (art. 111) e se il nemico
LE LEGGI E GLI USI DI GUERRA SANCITI DALLE LIEBER'S TNSTRUCTIONS (1863)
79
fece uso della bandiera di parlamentare per tentare di avere notizie, il portatore potrà anche essere considerato una spia (art. 114). Il regolamento afferma che «l'abuso è così odioso che occorre procedere con grande prudenza quando si tratti di convincere di spionaggio il portatore di una bandiera parlamentare» (art. 114). Con bandiere di un certo colore («ordinariamente giallo») si usano indicare «gli ospedali delle fortezze che sono bombardate, affinché l'assediante eviti di tirare su essi». Lo stesso vale per gli ospedali che si prescelgono sul terreno dove si dà battaglia (art. 115) ed è assolutamente normale che i belligeranti si scambino queste informazioni e questi accordi (art. 116), mentre, «l'uso menzognero delle bandiere e dei segnali, è atto di malafede ed un procedere dei più condannevoli», perché può «autorizzare l'avversario a non tenere in nessun conto tali bandiere» (art. 117).
Agenti diplomatici e loro salvacondotti Gli ambasciatori, i ministri e gli altri agenti diplomatici accreditati dalle potenze neutrali presso il governo nemico all'atto dell'occupazione cessano la loro funzione (art. 9). Tuttavia è uso che la potenza occupante riconosca abitualmente questi agenti come se fossero accreditati presso di lei in modo provvisorio (art. 9). I consoli, invece, non sono considerati agenti diplomatici (art. 8); tuttavia le loro cancellerie e le persone addette al consolato saranno assoggettate alla legge marziale solamente in caso di necessità (art. 8). Sono normalmente co ncessi salvacondotti e passaporti agli inviati ed agli agenti diplomatici delle potenze neutrali accreditate presso i governi (compreso quello nemico) per attraversare i territori occupati ed i territori di guerra in generale, se non si oppongono considerazioni militari e se è impossibile raggiungere le sedi in altro modo (art. 87). Tali salvacondotti emanano dall'autorità superiore dello Stato e non da funzionari StJbOFdinati (art. 87).
La parola d 'onore Nell'800 la paFola d'onore è un fatto molto importante tra i militari di tutti gli eserciti, tanto che nel regolamento americano
80
ARTURO MARCHEGG!ANO
questa sezione riguarda ben 16 articoli dal 119 al 134. Sulla parola d'onore un prigioniero di guerra può essere rimesso in libertà (art. 119) dando molte scappatoie ad un comandante che non possa portarsi dietro dei prigionieri. Tuttavia la norma per quanto riguarda i prigionieri è lo scambio dei prigionieri, mentre il metterli in libertà sulla parola d'onore rappresenta l'eccezione (art. 123). Si può dare la parola d'onore solo con il permesso del proprio superiore in grado (art. 126) e non ha alcun senso se la parola è data, dopo un combattimento, da un intero corpo di truppe (art. 128). L'impegno preso in forza della parola data comporta, generalmente, l'obbligo di non più servire contro il proprio nemico in operazioni militari, finché dura la guerra durante la quale l'impegno è stato preso (art. 130). Se l'Ufficiale che ha dato la propria parola venisse disapprovato dal proprio governo, ha l'obbligo di ritornare presso il nemico per essere prigioniero. Solo se il nemico si rifiuta di riceverlo egli è sciolto dalla parola data ed è libero (art. 131). Si tratta evidentemente di tutto un complesso di _)10rme che sono più teoriche che pratiche, che, tuttavia, sono state applicate in particolari circostanze dai vari eserciti.
Particolari protezioni. Beni pubblici del nemico Gli Stati Uniti riconoscono e proteggono nei paesi occupati (punendo rigorosamente le infrazioni) (art. 37): la la le la
religione e la morale; proprietà privata dei cittadini nemici; persone degli abitanti, specialmente le donne; santità delle relazioni domestiche.
Tale dichiarazione (art. 37) non è ovviamente di ostacolo al diritto di alloggiare i soldati presso gli abitanti, di impiegare temporaneamente per uso militare le proprietà, specie le case, i campi, i battelli, le navi e le chiese. All'epoca molto spesso le chiese erano usate sia come infermerie o ospedali di circostanza, specie nei luoghi dove si combatteva ed alle quali si appoggiavano i servizi di ambulanza.
LE LEGG I E GLI USI DI GUERRA SANCITI DALLE LIEBER'S INSTRUCTIONS (1863)
8]
Ai proprietari viene data ricevuta al fine di ottenere delle indennità per il servizio o per l'uso prestato (art. 38). Per quanto si riferisce ai beni pubblici nei territori occupati l'occupante si impadronisce di tutto il numerario delle casse pubbliche e di tutti i valori mobili pubblici, sequestra a suo profitto t utte le rendite dei beni immobili che appartengono al governo o alla nazione nemica (art . 31). La proprietà di tali beni resta «vacante» finché dura l'occupazione militare o fino al momento in cui la conquista diviene definitiva (art. 31). Non sono considerate proprietà pubbliche in senso stretto «i beni appartenenti alle chiese, agli ospedali, agli istituti di beneficienza, di educazione e fondazioni che mirano al progresso delle umane cognizioni» (come le scuole pubbliche, università, accademie, osservatori , musei, istituti di carattere scientifico) anche se, su tali beni, si possono mettere delle imposizioni o si possono utilizzare a vantaggio del servizio pubblico o per esigenze di guerra (art. 34). Dei beni privati nei territori occupati si tratterà nel capitolo dedicato ai civili nel volume secondo.
Atti di guerra proibiti. Assedi. Ostaggi. Diserzioni. Prede. Sono proibiti, sotto pena di morte, le violenze non necessarie · contro gli abitanti del paese invaso, specie il rapimento la mutilazione o l'uccisione, il furto, il saccheggio, le distruzioni non ordinate (art. 44). Il militare che compie tali atti può anche essere ucciso sul posto dal superiore che lo sorprenda (art. 44). Si ritornerà sull'argomento nel capitolo dedicato ai civili. È anche proibito tassativamente mettere taglie sul nemico (art. 148) e tollerare o provocare l'assassinio del capo avversario o di chiunque altro in quanto «le nazioni civili vedono con orrore le ricompense offerte in vista di spingere ad assassinare un nemico e le condannano come un ritorno verso la barbarie». Le più severe rappresaglie colpiranno un omicidio «commesso in forza di un proclama di questo genere», qualunque sia l'Autorità dalla quale possa emanare. Negli assedi il comandante delle truppe assediantì, sempre quando lo possa fare, preavvisa agli assediati la sua intenzione di bombardare la fortezza «al modo di consentire ai pacifici cittadini, specie alle donne ed ai fanciulli, di cercare rifugio». Tuttavia la sorpresa
82
ARTURO MARCHEGGIANO
può essere richiesta dalla necessità militare, senza che vi sia alcuna violazione delle leggi di guerra (art. 19). Anche nei casi di presa d'assalto è vietato il saccheggio della piazzaforte conquistata (art. 44). Il comandante di una fortezza assediata può tentare di fare uscire i non combattenti inermi. Tuttavia l'assediante può rifiutarsi di concedere tale sortita, specie se tale fatto consente all'assediato economia di provvigioni (in pratica sempre) al fine di sollecitare la resa (art. 18). Per quello che si riferisce agli ostaggi, le istruzioni affermano che essi sono molto rari e che si tratta di persone consegnate dal nemico a titolo «di garanzia in merito alla esecuzione di un accordo concluso tra i belligeranti durante la guerra o in seguito ad una guerra» (art. 54). L'ostaggio, se viene accettato, deve essere trattato come un prigioniero di guerra (art. 55) conformemente al suo grado ed alla sua condizione. I disertori dell'armata americana, entrati al servizio del nemico, sono passibili della pena di morte, sia che vengano ripresi dall'armata americana, sia nel caso che vengano riconsegnati dal nemico (art. 48). Se un disertore dell'esercito nemico, in1 ervizio presso l'armata americana, viene ripreso dal nemico e passato per le armi, il fatto non costituisce offesa alle leggi ed agli usi di guerra e, quindi, non esige riparazioni né autorizza rappresaglie (art. 48). Per quanto riguarda le prede ogni bottino spetta per principio al governo (art. 45) con possibili deroghe per le prede sul mare, qualora ci si possa richiamare al diritto. civile.
Armistizi e capitolazioni L'armistizio non è una pace parziale o temporanea; è solo una sospensione delle operazioni militari nella misura convenuta dalle parti (art. 142). La sospensione delle ostilità per il tempo convenuto tra i belligeranti va stabilita per iscritto e va ratificata dalle massime autorità delle parti contraenti (art. 135). Le condizioni, se ci sono delle condizioni concordate, «vanno chiaramente espresse e rigorosamente eseguite» dalle parti, in quanto la violazione di una sola clausola può compromettere la stipula (art. 136). L'armistizio può essere generale o parziale, di tempo determinato o indeterminato (art. 137) e gli ufficiali sono respon-
LE LEGGI E GLI USI DI GUERRA SANCITI DALLE LIEBER'S INSTRUCTIONS (1863)
83
sabili della sua esecuzione solo dal momento in cui l'armistizio è stato loro notificato ufficialmente (art. 139). Ogni Comandante ha il diritto di concluderlo per il territorio e per le truppe delle quali è responsabile, ma è richiesta la ratifica dell'autorità superiore che può anche essere rifiutata; in tal caso l'armistizio stipulato non ha effetto (art. 140). Una violazione dell'armistizio libera l'altra parte contraente dal dovere di osservarlo (art. 145) e delle violazioni commesse sono responsabili gli ufficiali, che hanno dato gli ordini, e non i subordinati che li eseguono, che continuano, in caso di cattura, ad avere diritto al trattamento di prigionieri di guerra (art. 146). Dopo che una capitolazione è stata firmata, colui che ha capitolato non ha il diritto di distruggere o danneggiare nulla (opere di difesa, armi, provviste, munizioni) salvo che nell'atto di capitolazione non sia stato convenuto in modo diverso (art. 144). La guerra può continuare senza rallentamenti nelle ostilità anche nel caso in cui i plenipotenziari si riuniscano già attorno ad un tavolo per discutere le condizioni di pace.
Considerazioni La Lieber's Instructions, come si è potuto vedere dai cenni fatti alle stesse sono state una legge veramente innovativa e soprattutto organica. Esse dettavano norme di comportamento assolutamente inequivocabili per un Comandante di truppe in guerra. Il Comandante sapeva che tutto quanto riguardava il suo comportamento e quello delle sue truppe era riunito in un'unica legge, che dava dettami molto precisi e vincolanti, là dove tendeva a limitare qualunque forma di abuso, ma nello stesso tempo dava anche dei dettami a larghe maglie e principi ai quali ispirarsi là dove la stessa legge non avrebbe potuto essere più precisa, per non paralizzare l'iniziativa o per non far sorgere dei dubbi di interpretazione. Ecco pertanto che frasi come «necessità militare», «per quanto le esigenze militari lo consentono» e così via, il senso della lealtà, della parola data, il senso dell'onore e dello stato erano tutti concetti ispiratori capaci di dare delle vie, delle strade, dei binari entro i quali l'iniziativa del Comandante non poteva essere mortificata e, pur nella salvaguardia della libertà d'azione, era altret-
84
ARTURO MA RCHEGGIANO
tanto salvaguardata e garantita l'umanità e la correttezza del comportamento delle gruppe in guerra. Le norme erano molto dure nei confronti delle spie, dei disertori e dei vili, ma tali norme erano in pratica le stesse per tutti gli eserciti. Le istruzioni si dilungano molto sulla parola d'onore, specie per gli ufficiali; ma si trattava di regole che forse non hanno mai avuto il vaglio della sperimentazione né prima né dopo, dato che se è vero che esisteva la possibilità del mettere in libertà il prigioniero sulla parola era altrettanto vero che ogni belligerante, di norma, i prigionieri se li teneva e li liberava soltanto ad operazioni belliche concluse. Ogni regolamento nazionale riflette ovviamente le preoccupazioni del momento e del luogo; ed ogni luogo ha le sue preoccupazioni tipiche. Le preoccupazioni comuni e costanti sono per tutti quelle dei disertori, delle spie, degli atti di vigliaccheria e quelle della violenza gratuita: infatti, su ta1i argomenti , tutte le leggi ed i regolamenti più o meno si assomigliano; mentre invece le particolarità sono caratteristiche da luogo a luogo. Infatti, in tutte le Licber's Instructions, traspare---fietto l'anti~ schiavismo, perché la schiavitù era un problema tipico che aveva l'America, del Nord in particolare, in quel momento storico. Come si vedrà esaminando invece i regolamenti italiani, le preoccupazioni sono ben diverse. A nessuno verrebbe in mente di rendere schiavo e di vendere come schiavo un austriaco o un toscano catturato da un piemontese e viceversa, mentre le preoccupazioni dominanti variano da regolamento a regolamento. Le preoccupazioni comuni degli Stati italiani sono quelle della sicurezza interna dello Stato, della repressione dei moti e dell'azione delle società segrete, cioè la sopravvivenza del piccolo stato come tale; poi tali proeccupazioni si capovolgono e si cerca quasi che le leggi ed i regolamenti diano la scappatoia per poter legittimare l'azione a vantaggio dell'Esercito dei corpi di volontari che provengono da altri stati o che si formano per l'azione delle società segrete e così via. Ogni tempo, ogni momento storico, lascia nelle leggi, anche in quelle di guerra, le sue tracce inconfondibili mentre rimangono costanti ed immutabili solo i grandi principi che affondano le loro radici nell'umanità dell'uomo, cioè nella sua condizione di essere umano che in ogni circostanza sente come istanza di dover rispettare l'umanità degli altri, siano essi pure nemici.
CAPITOLO QUARTO
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI NELLE ISTRUZIONI ITALIANE PRIMA DEL 1863
Generalità. - Lo Statuto penale militare per lo Regno delle due Sicilie del 1819. li regolamento Albertino del 1833. - Il codice penale militare piemontese del 1840. - I codici del Granducato di Toscana (cenni). - Il Codice penale militare piemontese del 1859. - Cenni storici all'ordinamento dei Comandi Periferici nel Regno di Sardegna e nel Regno d'Italia fino al 1863. - Considerazioni.
Generalità Mi sembra necessario intendersi sul concetto d i fase consuetudinaria del diritto dei conflitti armati. Tale diritto era da considerare «consuetudinario», solo in quanto mancava una norma internazionale che vincolasse gli eserciti degli stati a comportarsi in un determinato modo, con la sanzione anche del diritto alla reciprocità di comportamento da parte dei vari belligeranti. Nel dettare tali norme per i propri eserciti ogni stato ha seguito la sua strada, secondo i tempi più o meno maturi, cercando di legare le mani meno che si potesse alla libertà d'azione dei Comandanti in guerra. Indubbiamente le Liber's lnstructions rappresentano la primi\ legge organica, oggi si direbbe ad hoc, sulle leggi e sugli usi di guerra, mentre negli altri stati norme più o meno simili erano ·variamente disseminate in molte regolamentazioni, tanto da renderne più difficile la diffusione tra le truppe e l'assimilazione da parte degli stessi Comandanti. Ma le norme, che dettavano le leggi e gli usi di guerra, almeno in Italia, esistevano ed erano valide. Il Comandante non era libero di applicarle o no a seconda di come si comportasse il nemico: anche per le rappresaglie doveva sot-
86
ARTURO MARCHEGGIANO
STATUTO PENALE 1\11 J.. I TARE PER LO REGNO
DELLE DUE SICILIE.
.51!COND.~ XIIJZWlflll UFl'J:U.U,&.
/ /
NAPOLI, IJ U .J . 4 Illi: ,H . T1POGR4'1 ... DEI, MINl~TJ'.a•
IU!J.LJ. CJ.!<CELLERIA CES.E&,U,1.
nt S"J'ATt)
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
87
tostare a precise autorizzazioni. Se commetteva crimini egli era soggetto a giudizio, giuste le leggi dello stato di appartenenza, che, nella generalità dei casi, erano tutte contrarie sia alla violenza gratuita, in pace ed in guerra, sia a crimini contro l'umanità, sia allo sfrenato esercizio dell'abuso militare. I tempi dei lanzichenecchi, dei barbari e delle compagnie di ventura erano decisamente finiti. Lo scopo del presente capitolo è proprio quello di dimostrare questo assunto, anche se per motivi di brevità saranno dati solo dei cenni ad altri stati italiani, approfondendo invece le regolamentazioni piemontesi destinate poi a divenire, con poche modifiche, regolamentazioni nazionali italiane.
Lo Statuto penale militare per lo Regno delle due Sicilie del 1819 Il codice penale militare del Regno delle due Sicilie del 1819 è abbastanza scarno ma prevede alcune regole che si rifanno molto bene agli usi di guerra del tempo. Di esso è interessante il Tito-
lo II che riguarda: «Reati che offendono i pa rticolari doveri della milizia e le loro punizioni». Sono puniti con la morte il traditore (art. 395) ed il disertore (art. 488). Gravi pene sono anche contemplate per la mancanza di subordinazione, per il complotto, che riguarda tre uomini, e per la rivolta che riguarda una consistenza da sette uomini in su (art. 404-405). Se tale mancanza è compiuta mediante l'abbandono di posto o col rifiuto di marciare e di combattere contro il nemico la pena è di morte (art. 408-409) che va inflitta anche a chi si lamenta dei disagi all'interno di una piazzaforte assediata (art. 415) e a chi si macchia di viltà nei confronti del nemico (art. 427). Molto interessante è il capitolo V che tratta «Del saccheggio, della devastazione, dell'incendio e delle scorrerie». L'art. 452 prevede la pena di morte per « ogni militare o altro individuo addetto all'esercito o al suo seguito (vivandieri, venditori, ecc.) colpevole di saccheggio a mano armata, o in truppa, sia nelle abitazioni, sia nella persona e nella proprietà degli abitanti di qualunque paese» . Ma anche la devastazione comporta la stessa pena, se fatta senza ordini scritti di Generale o di superiore (art. 454), come l'appiccare il fuoco «a case rurali o di abitazione, a magazzini biade e ricolte fatte o da farsi di qualsivoglia paese» (art. 455), così come anche l'uccisione o il tentativo di omicidio dell ' «abitante disarma-
88
ARTURO MARCHEGGIANO
Rt9ola1nt.nto
lorino ~
{N,
1s1J
~;~·"'?i1.Njyw {¼/,'ti/I~· '1>...
~.I'""--~~ .;n,,. •+
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
89
to in qualsivoglia paese o luogo (art. 456) o lo spogliare sul campo di battaglia «un uomo messo fuori combattimento» (art. 457-458). Le cose predate vengono vendute ed il prodotto della vendita viene assegnato agli ospedali permanenti ed ambulanti dell'esercito (art . 451 e 460). Malgrado queste prescrizioni che riguardano le guerre tra gli stati in generale, le atrocità dì guerra contro le popolazioni erano all'ordine del giorno, specie quando si trattava di repressione di moti o di ribellioni interne, basti pensare all'assedio di Messina del 1848.
Il regolamento Albertino del 1833 Il 19 gennaio 1833, il Re Carlo Alberto sanzionava un interessantissimo «Regolamento di Servizio per le truppe in Campagna» molto più complesso e completo delle «Lieber's lnstructions» anche se molto meno organico sotto l'ottica del diritto bellico. Gli argomenti, infatti, vanno ricercati in ben 1070 articoli di un testo articolato in venti titoli, ciascuno dei quali ripartito in capitoli e su un titolo in appendice di ben 129 articoli raggruppati in cinque capitoli. Se si confronta il regolamento albertino con i 157 articoli delle Lieber's Instructions si nota immediatamente la diversità. Carlo Alberto è un sovrano pignolissimo, che non solo regolamenta tutto, ma che anche, con grande precisione, nel preambolo stabilisce che «il suddetto regolamento» ... «sarà d'or innanzi in pieno vigore nelle nostre Truppe; ed ogni militare ed impiegato, di qualunque grado ed arma, dovrà uniformarvisi strettamente». «II nostro Primo Segretario di Guerra e di Marina è incaricato di dare tutte le disposizioni occorrenti, onde al più presto l'armata tutta, nelle reggimentali Scuole teoriche e pratiche, si abiliti a ben conoscere il suddetto Regolamento in tutte quelle parti ch'esser puonno in dette Scuole praticabili. Che tale è il nostro volere». È molto bene evidente l'obbligo della «Istruzione» per tutti, ognuno al suo livello, dal ministro Di Villamarina all'ultimo soldato, dato che tutti devono uniformarsi al volere ed alla legge del Sovrano. Il confronto verrà effettuato secondo gli argomenti visti esaminando le leggi e gli usi di guerra sanciti per l'esercito degli Stati Uniti dalle Lieber's Instructions.
90
ARTURO MARCHEGGlANO
Secondo il regolamento in combattimento «durante la mischia gli ufficiali e bass'ufficiali si adoperano a mantenere ferma l'ordinanza delle truppe, usando la forza, ove d'uopo, per farsi obbedire. Impediranno che il soldato abbandoni il suo luogo, o si scosti dalle righe per nessun pretesto; e neppure per trasportare i feriti, senza che ne sia dato l'ordine espresso (art. 943). Ai feriti si pensa dopo la battaglia, come si vedrà nel capitolo dedicato all'apposito argomento. Per i combattenti, che oggi si chiamerebbero legittimi, l'obbligo di portare l'uniforme è indiscusso, dato che vale anche per i partigiani . Addirittura tutte le persone che tengono dietro all'armata (vivandieri, servitori, merciaioli, rivenditori) sono sotto la sorveglianza dei Carabinieri Reali (art. 802), devono essere in possesso di una dichiarazione che attesti la loro funzione (art. 803) e sono obbligati a portare l'uniforme del Reggimento dove servono (art. 815), o la divisa o livrea fissata per ciascuno da Sua Maestà (art. 808). Contro costoro «da nessuno potrà usarsi violenza, imporsi gravezze od angherie» (art. 821). I partigiani hanno nel regolamento una apposita trattazione; ciò è molto significativo ed avanzato per i tempi dei quali si tratta. «L'ufficiale mandato da partigiano, per iscampare dai pericoli che lo circondano, dovendo ad ogni tratto supplire al difetto di forza, ora coll'ardire ed ora con gli stratagemmi, debb'essere fornito di tal tempra d'animo e d'ingegno, da poter in un subito risolversi al consiglio più spediente, e mandarlo ad effetto con altrettanta prontezza, · quanto accorgimento» (art. 957). Si tratta però di truppe regolari e di partigiani in divisa, tipo quelli che saranno più tardi i corpi dei Cacciatori delle Alpi (di Garibaldi) e degli Appennini (di Camillo Boldoni). Lo stesso ufficiale «avvertirà che la sua gente osservi la disciplina più rigorosa ed abbia tal contegno da conciliarsi l'animo ed il favore degli abitatori, per attirarsi i quali farà ogni' poter suo» (art. 960). «Nel caso ch'egli ne tragga viveri, se li farà recar da' paesani in aperta campagna, e ne farà richiesta oltre il bisogno, per non palesare la forza della sua truppa» (art. 962) ... «se ci sarà bisogno prenderà ostaggi della (buona) fede (degli abitanti) tra i principali del paese» (art. 962). T comandanti partigiani spesso hanno bisogno «di servirsi di
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
91
spie e di guide» (art. 966) tra i quali i migliori, dice il regolamento, sono «i contrabbandieri, i merciaioli e simili» (art. 969). I contatti col nemico avvengono tramite i parlamentari. A tal fine le consegne delle sentinelle sono molto precise. «I trombettieri, tamburini e parlamentari che si presenteranno, per parte del nemico, ai posti avanzati, saranno fermati dalle prime sentinelle» ... «Il comandante della gran guardia, avuto l'avviso, manderà un ufficiale o un bass'ufficiale (secondo il rango del parlamentare) a ricevere i dispacci o plichi che i parlamentari abbiano recati», ne darà ricevuta; spedirà le carte al generale e intimerà ai parlamentari di partire senza indugio (art. 483-484-485). «Talvolta i parlamentari (nemici) potranno essere trattenuti anzichè rimandati. Ciò sarà sempre dove si sappia ch'essi abbiano avuto modo di procacciarsi cognizioni di cose che importi tenere occulte al nemico, ovvero ch'ei siano giunti nel mentre che l'armata effettuava o si disponea a fare una mossa» (art. 485). I disertori propri se vengono ripresi sono passati per le armi. Se invece vengono disertori del nemico di notte ai posti avanzati, essi si raccolgono disarmati lontano dal posto di guardia e a giorno fatto si spediscono sotto buona scorta al comando superiore (art . 487) così come le loro armi ed i loro cavalli. Se però ne venissero troppi, da avere sospetto le precauzioni aumentano e ci si fa mandare una scorta adeguata dal proprio superiore (art. 488). Anche le pattuglie che esplorano se incontrassero dei disertori (propri o nemici), o persone nascoste o sospette, «faranno in modo di arrestarle senza strepiti e senza disordine» (art. 475). I disertori nemici vengono arruolati solo nei corpi designati da Sua Maestà (art. 838), i loro cavalli vanno venduti ed i proventi vanno al disertore (art. 839). Le armi dei disertori vanno all'artiglieria (art. 841) mentre armature e finimenti vanno all'Intendenza dell'Armata che indenizza il disertore. Come atti di guerra probiti è proibito «il saccheggio ed ogni atto violento contro gli abitatori» (art. 1044). A tale scopo in caso di assalto a città o a piazzeforti per la protezione degli abitanti vengono comandate delle compagnie scelte con questo solo scopo (art. 1044). Gli ufficiali faranno uso di ogni loro autorità per mantenere l'ordine e la disciplina. Solo le truppe mandate come partigiani è previsto che prendano ostaggi «se sarà bisogno» . .. «tra i principali del paese» (art. 962). Per le prede, le munizioni da guerra e da bocca, le armi, le casse
92
ARTURO MARCHEGGIANO
pubbliche «che siano nelle città o fortezze a qualunque modo espugnate, spetteranno al Sovrano e saranno impiegate al servizio dell'armàta» (art. 1046). Invece le cose predate dai partigiani restano a loro se sono tolte alle truppe o al governo nemico (art. 970). Se invece sono tolte agli abitanti «le prede vanno restituite e non potendosi, vanno vendute a beneficio degli ospedali». I comandanti partigiani vengono però in questo caso severamente puniti (art. 970). Armi e munizioni catturate dai partigiani vengono invece comperate dall'Intendenza dell'Armata e i soldi vanno ai partigiani, che se li dividono in parti diverse e proporzionali al grado (art. 970). Le retroguardie hanno il compito anche di «radunare e spingere gli uomini sbrancati» e di arrestare «i depredatori» (art. 530). Se «un distaccamento di truppe in marcia venga a patir difetto di vettovaglie, né possa riceverne dai magazzini dell'armata» il comandante «farà tolta di esse» nei paesi dove passerà negli Stati di Sua Maestà, dando ricevuta alle autorità locali. In ogni caso «il Comandante di un quartiere farà osservare esattamente le regole della più stretta disciplina; ed impedirà, per quanto possa, che sia recato danno agli abitatori e nella persona e nella roba» (art. 281). «Le salvaguardie sono una speciale protezione conceduta, a nome di Sua Maestà, alle persone ed alle cose di loro proprietà, nei luoghi occupati dall'armata» (art. 639). Sono permanenti o provvisorie (art. 640) e le persone che ne sono munite godono di immunità di alloggio militare nelle loro case (salvo forza maggiore) e non sono soggette a visite domiciliari (art. 641). Spesso tali salvaguardie vanno mantenute con soldati ad hoc, di garanzia, (in genere sergenti veterani - art. 642 - che spesso vengono restituiti dal nemico - art. 647) fino all'arrivo del nemico. Il solo «generale in capo può concedere salvaguardie in iscritto senza assistenza delle truppe» (art. 658) e «tali salvaguardie saranno rispettate da chiunque come sentinelle». «Saranno sempre concedute salvaguardie agli ospedali, ai pubblici stabilimenti d'istruzione e di beneficienza, alle case religiose, ai presbiteri, ai mulini e forni pubblici, alle case di posta, ai magazzini ed ancora ad ogni persona che importi all'armata di proteggere in modo speciale» (art. 657). Nelle disposizioni per dare l'assalto il Comandante stesso «significherà con l'ordine alle truppe i luoghi che dovranno più particolarmente essere rispettati. Fra questi saranno sempre le chiese,
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
93
i tempii, le case religiose, gli ospedali, gli ospizi, i collegi, i convitti, la casa comunale, i magazzini. L'ordine predetto ricorderà sempre che i contravventori saranno arrestati e giudicati da un consiglio di guerra, giuste le leggi militari» (art . 1045). Il che significa la pena di morte per i contravventori. Norme molto civili erano dettate anche per il trattamento dei prigionieri di guerra, come si vedrà nel capitolo ad essi dedicato. Per armistizi e capitolazioni il Regolamento era molto duro. La resa è disonorevole anche di fronte a forze soverchianti (art. 501-502-503). Infatti nei «posti trincerati» il comandante, nel caso di forze molto superiori del nemico ... » venuta la notte, procurerà di sorprendere il nemico; e non potendo lo assalirà con quel poco di truppe che gli resta, e farà in modo di aprirsi il passo colla baionetta, terminando così onorevolmente la sanguinosa fazione» . In ogni caso deve dar conto al superiore, ad una commissione d'inchiesta o a un consiglio di guerra di ogni suo operato e di come ha usato i mezzi della difesa. Spesso i comandanti di piazza che si arrendevano si suicidavano. Il comandante di una piazzaforte che si arrende avrà sempre l'obbligo di rendere stretta ragione delle difese fatte (art. 1055) e le leggi militari lo condannano a morte «ognorachè non comprovi aver impiegati gli estremi mezzi di difesa». «Dove nell'evacuar la piazza avvenga al comandante di stipular convenzioni, non potrà specificare a suo prò eccezioni, o riserve particolari. Dovrà ben anzi accomunarsi colla sorte degli ufficiali e del presidio; né darsi
altro pensiero fuorchè quello di render migliore la condizione de' soldati, de' malati, de' feriti, a solo beneficio dé quali gli sarà lecito stipular tutte le clausole di eccezione e di favore ch'ei potrà conseguire» (art. 1056). Come si vede si tratta di disP,osizioni rigidissime nei confronti del comandante, ma tuttavia ricolme di spirito umanitario e senza alcuna demagogia. D'altra parte un piccolo stato come il Piemonte per sopravvivere aveva bisogno di disposizioni di questo genere.
Il codice penale militare piemontese del 1840 II regolamento albertino poggiava per la punizione dei reati militari sul «Regio Editto penale militare» del 27 agosto 1922, che però non vale la pena di esaminare dal punto di vista del diritto
94
ARTURO MARCHEGGIANO
REGIO EDITTO PENALE MILITARE
In data dd ~7 di agosto 1822.
TORINO COI TIPI DI DOIIUICO PANE.
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODJFJCATI ECC.
95
bellico. Molto più importante sotto tale ottica è invece il «Codice penale militare per gli Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna» del 28 luglio 1840, dove all'articolo 6 è specificato l'elenco di coloro che «godono il privilegio del foro militare». Un intero capitolo di vent'otto articoli (dal 185 al 213) è dedicato al fenomeno della diserzione che è il primo reato militare trattato. Denuncie anonime, denuncie con premi per i delatori, multe e carcere per «osti, tavernieri, portolani, barcaioli, non che i padroni o capitani marittimi i quali, senza farsi mostrare le debite carte e licenze, avranno ricoverati soldati o bass'ufficiali del nostro Esercito fuori dai limiti della propria guarnigione o presidio, od i medesimi passati, traghettati o trasportati (art. 208)» ... e così via. Ma il fenomeno è veramente di dimensioni macroscopiche nel1' epoca dei moti e delle società segrete, per cui occorre anche calarsi nei tempi per meglio comprendere le norme. Contro disertori, insubordinati, ammutinati, rivoltosi, traditori e codardi le pene sono durissime, quasi sempre la morte, come pure per le sentinelle che abbandonino il posto, siano addormentate o ubriache in servizio o nei confronti di coloro che compiano reati «contro la sicurezza dello Stato». Secondo le regole particolari di reclutamento sono puniti i renitenti alla leva e coloro che procurano i «surrogati al servizio militare», dato l'uso di poter far fare ad un altro, pagandolo, il servizio di leva. Interessanti sono i «reati contro la Regia forza militare» quando questa viene impiegata per il ristabilimento dell'ordine pubblico, di competenza dei Tribunali Militari come anche il reato di «eccesso di difesa che dalla Regia forza militare venisse in tali circostanze commesso» (articoli da 278 a 283). I reati contro la religione di Stato e contro la Maestà divina sono puniti dal Codice penale Comune. I reati contro le persone sono invece i più pertinenti agli usi di guerra. Per lo stupro commesso dal militare ci sono i lavori forzati (art. 289) e se ci sono delle aggravanti può essere comminata anche la pena di morte. «I monasteri religiosi e le case destinate all'abitazione di vedove o di figlie in educazione, sia in tempo di pace che in tempo di guerra sono dichiarate in qualunque paese, anche nemico,» sotto speciale protezione del Sovrano (art. 294). Il militare che solo vi si introduca «insidiosamente o con violenza» e che «attentasse alla vita o all'onestà delle persone che vi
96
ART URO MARCHEGGI ANO
CODICE PEN .! \LE MILITARE PER GLI STATI 1)1
s. 1tl.
IL RE DI SARDEGNA
TORINO STAI\IPERIA l\F.A l. l:
uuo.
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
97
sono ritirate, sarà punito colla morte passando per le armi». Tutti gli altri reati contro l'onestà ed i buoni costumi degli abitanti in territorio amico o nemico sono puniti con le pene del Codice penale comune. Sono puniti severamente i furti e le truffe contro le proprietà dei civili e pene più severe sono considerate quando i reati riguardano le proprietà militari ed il tempo di guerra. Viene carcerato il militare che in tempo di guerra, anche in paese nemico, «esigerà o potrà esigere denari, derrate o qualsivoglia altro oggetto» senza ordine e bisogno (art. 317) mentre «la rapina di denari o di effetti a danno degli abitanti commessa nella strada pubblica o in una casa abitata» comporta la pena di morte (art. 318). Con la pena di morte è punito il militare che in tempo di guerra cd anche in paese nemico (art. 321): - appicchi fuoco ad una casa o ad altro edifizio senza ordine superiore e senza necessità per la sua difesa; - si abbandoni al saccheggio o istighi al saccheggio (fucilazione alla schiena). Il superiore che sorprenda un inferiore a saccheggiare, per dare un esempio, lo può anche uccidere sul posto. Come si vede si tratta di un complesso di norme articolate e molto valide che sanciscono usi di guerra di grande civiltà, che limitano il d iritto del combattente nel modo di nuocere al nemico, che tutelano l'abitante inerme e colui che in genere subisce gli effetti della guerra e volte, nel complesso, alla «umanizzazione dei conflitti». Le pene più dure riguardano in generale il complotto contro il Sovrano e contro lo Stato; e la cosa è molto comprensibile data la frammentazione dell'Italia in tanti staterelli e l'aspirazione di ciascun Sovrano di mantenere il proprio potere, in un contesto nazionale dove le società segrete miravano decisamente al rovesciamento dei Sovrani, a fini non solo unitari, ma spesso anche repubblicani. In fondo le norme erano più umanitarie nei confronti dell'abitante del paese nemico e nelle così dette guerre internazionali che non nei confronti dell'uso della forza per mantenere il potere interno degli Stati.
98
ARTURO MARCHEGGIANO
I codici del Granducato dì Toscana (cenni) A riprova di quanto precedentemente illustrato meritano un cenno anche i regolamenti ed i codici penali militari in vigore del Granducato di Toscana, riepilogati dal Paoli nel 1856 nel testo «Nozioni elementari di diritto penale militare» e dedicati a Giovanni Baldasseroni, presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro della Guerra del Granducato di Toscana. Anche in tale trattato riepilogativo delle norme in vigore nella parte I si trova la netta distinzione tra il combattente legittimo ed il «paesano», che è soggetto ai tribunali militari solo se: - abbia fatto la spia o abbia agevolato l'azione -delle spie nemiche, facendo da guida o introducendosi nelle fortezze o nei luoghi militari; - abbia partecipato a rivolte contro il sovrano, o istigato alla diserzione i soldati, sia in pace che in guerra, o ospitato disertori, o ricettato materiale da guerra (armi, munizioni, cavalli, vestiario, oggetti di equipaggio militare; - abbia dato rifugio a militari colpevoli di furto, estorsione, pirateria, truffe o preda o abbia fatto da ricettatore; - abbia commesso con militari atti di delinquenza, specie saccheggio non autorizzato e favoreggiamento al saccheggio non autorizzato. Per le truppe del Granducato di Toscana il saccheggio autorizzato dal Comandante è ammesso, ma è proibito sotto pena di morte (codice Penale art.·201) «neUe chiese, negli spedali, nei monti di pietà, nei conservatori, negli istituti pubblici di educazione ed in tutti i luoghi posti sotto speciale salvaguardia». Durante il saccheggio (che deve finire «tostoché si batte a raccolta») è proibito fare atti di violenza alle persone inermi e non resistenti. È molto raro che il comandante lo autorizzi e, se non autorizzato, è un delitto militare che si punisce con la pena di morte per i capi e con decimazione sulla truppa (art. 198) che lo abbia eseguito. L'incendio è un delitto militare che si punisce con la morte non solo quando si appicca il fuoco ad infrastrutture e cose militari ma anche a edifici abitabili, ponti, barche, navi, depositi, magazzini, arsenali, materiali da guerra, munizioni, messi, strami, boschi e ammassi di legna, senza necessità di guerra o di difesa (co-
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
NOZIONI ILIDWII DI
DIRITTO PENALE MILITARE IL CODINATO DISPOSTO DEI CODICI PENALI
MILITARI E COIIUNE VIGENTI IN 'l'OIICAN.l
FIRENZE ltPOGUPIA DSU.&
aaa.na
99
100
ARTURO MARCHEGGJANO
dice penale art. 204). Anche il foraggiamento di guerra o in caso di pubblica difesa, sia sul territorio dello stato, sia in territorio nemico, è punito con pene severe. Nel caso sia ordinato le pene sono previste solo per coloro che si appropriano di parte della preda o che commettono furti o altri delitti (art. 207 - 208 - 209 - del Codice Penale Militare). Sono puniti gravemente dai codici comuni i delitti contro la sicurezza interna dello Stato come la cospirazione, la sollevazione, l'attentato alla pace interna dello Stato, le manifestazioni sediziose, gli attentati al Granduca ed alla sua famiglia dove, il fatto di essere militari costituisce solo aggravante. Contro la sicurezza esterna dello Stato vi sono norme tipiche del tempo come «l'attentato diretto ad incorporare il territorio toscano ad un altro stato», o «le macchinazioni dirette a provocare la guerra esterna contro il Granducato»; l'aiuto dato al nemico in tempo di guerra o di pubblica difesa, o la violazione a vantaggio del nemico dei segreti del governo, o il reclutamento dei Toscani sotto le bandiere di un altro Stato. Interessanti i delitti e le pene previsti nei casi di oltraggio alla religione di Stato. Le chiese ed il loro patrimonio godevano in modo generalizzato di speciali protezioni, sia in tempo di pace che in tempo di guerra.
Il Codice penale piemontese del 1859 Il I ottobre 1859 Re Vittorio Emanuele, pur mantenendo il regolamento albertino per le truppe in campagna, rinnova il «Codice P enale Militare per gli Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna». Il nuovo codice in modo abbastanza organico, analogamente alle Lieber's Instructions, sente il dovere di sancire qualche norma in merito alla guerra ed alle leggi di guerra. Ciò avviene in particolare nel libro II che contiene le «disposizioni relative al tempo di guerra». In merito alla dichiarazione di guerra è espresso il fatto che lo stato di guerra e la sua cessazione vengono dichiarati con un decreto reale (art. 223) che fissa anche il tempo ed il luogo di applicazione delle leggi relative allo stato di guerra (art. 224), cioè della legge marziale delle Lieber's Instructions. L'art. 225 è sibillino dove afferma che l'applicazione delle stesse leggi (di guerra, cioè della legge marziale, che però in Italia non si chiama ancora
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GU ERRA CODIFICATI ECC.
CODICE PENALE MILITAR.E PER GLI STATI DI S. Il.
IL RE DI SARDEGNA
TORINO 4859
101
102
ARTURO MARCHEGGIANO
così) potrà con decreto reale essere estesa ad una riunione di truppe accampate, accantonate o distaccate per formare un campo». In pratica tale articolo consente l'applicazione della legge marziale all'interno del territorio, specie se vi sono esigenze di ordine pubblico; ma il tempo delle sommosse e dei complotti è da considerare ormai superato, dopo la fine della prima guerra di Indipendenza, e, definitivamente accantonato, dopo la campagna di Crimea e la seconda guerra di Indipendenza, che nell'insieme hanno conferito al Piemonte la leadership del movimento unitario italiano. L'applicazione della legge è conseguente alla dichiarazione dello stato di guerra; ma tale dichiarazione di considerarsi in stato di guerra (per una parte di territorio, per una piazza di guer-rn, per una fortezza o anche per un posto militare) può essere fatta anche dal Comandante delle truppe sul posto, qualora vi sia invasione da parte del nemico o anche se le truppe nemiche si portano ad una distanza inferiore alle tre giornate ordinarie di marcia dal territorio o dalla piazzaforte (art. 226). Tale stato di guerra cesserà quando il nemico si sarà ritirato al di là delle tre giornate di marcia, o solo dopo che si siano ripristinate in pieno le difese e riparate le breccie se la piazza è stata investita (art. 227). Neppure l'armistizio fa cessare l'applicazione delle leggi del tempo di guerra, cioè della legge marziale, salvo decreto reale in contrario (art. 228). Il generale Comandante in Capo e i Comandanti isolati di un corpo o di una fortezza assediati possono pubblicare bandi militari, che avranno forza di legge nell'ambito della giurisdizione del Comando (art. 231). Per quanto riguarda le leggi e gli usi di guerra il codice conferma il codice precedente e le norme del regolamento albertino, punendo l'incendio, la devastazione, l'omicidio, le violenze e le mutilazioni contro gli abitanti dei territori metropolitani ed occupati dalle truppe ed i reati contro le pubbliche autorità. In particolare punisce lo stupro, il ratto, gli atti di libidine contro natura, il furto, la truffa, la frode, la rapina, il saccheggio dei beni degli abitanti. Le pene sono previste nei capitoli III e IV della parte II e sono molto dure (morte, lavori forzati, reclusione). Nel complesso vengono confermate le norme di particolare protezione, già in precedenza esistenti, per quanto riguarda gli ospedali, i luoghi di culto, gli istituti di beneficenza ecc .. Nell'insieme le norme sono più
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
CODICE PENALE MILITARE E
DI PROCESSURA CRIMINALE
MILITARE PD. GLI STATI
DI PARMA, PIACENZA. E GUASTALLA
PARMA DALLA TIPOGRAFIA. DUCA.LE IIDCCC][lLSI][.
103
104
ARTURO MARCHEGGIANO
organiche, sanciscono usi di guerra ormai consolidati e comportamenti civili dei combattenti, introducendo il concetto, non espresso ma ovunque verificabile nelle norme, delle responsabilità individuali dei combattenti che commettono gli illeciti e le violenze. I Tribunali Militari vegliano sul corretto comportamento delle truppe in guerra. Per i prigionieri di guerra colpevoli di ammutinamento o di rivolta è prevista la pena di morte, (art. 272), applicabile anche a coloro che siano stati liberati sulla parola e che venissero ripresi con le armi in mano (art. 273) .
\
Cenni storici a/l'ordinamento dei Comandi Periferici nel Regno di Sardegna e nel Regno d'Italia fino al 1863 Il servizio nelle divisioni e nelle piazze era regolato dal «Regolamento pel servizio militare nelle divisioni e piazze», promulgato dal Re Carlo Felice il 21 giugno 1823, che rimase sostanzialmente in vigore fino agli anni sessanta, con mi riadi di modifiche. Anche sotto il profilo del diritto dei conflitti armati esso è molto poco significativo c questo è il motivo per il quale non è stato in precedenza citato, poiché vigevano le altre norme che sono state esaminate. Ma credo che sia necessario un quadro storico, sia pure succinto, dell'evoluzione degli ordinamenti per meglio comprendere a quale organizzazione militare erano indirizzate le norme di diritto bellico. Prima del 1848 gli Stati Subalpini di terraferma, come ricorda il Cargnino, constavano di sette Divisioni Militari (Savoia, Torino, Genova, Alessandria, Cuneo, Nizza e Novara), rette ciascuna da un Governatore che riuniva in sé stesso sia l'autorità militare sia l'autorità politica. Alle sue dipendenze vi era un Ufficiale Generale che era il comandante militare della Divisione. La Sardegna, politicamente distinta dal continente, si reggeva su organi diversi che non è il caso di ricordare. Con le riforme del 1847 e con la promulgazione dello Statuto del 1848 la massima parte delle attribuzioni politiche dei governatori venne trasferita alle autorità civili e la carica stessa dei governatori venne soppressa con la legge 30 settembre 1848, creando al loro posto, con Regio Decreto del 18 novembre dello stesso anno, i Comandanti Generali delle Divisioni Militari, con tutte e solo le attribuzioni militari, che prima erano suddivise tra i Governatori ed i Generali Comandanti di Divisione militare.
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
105
Lasciando perdere le variazioni intervenute nel numero, nella estensione ed anche nella denominazione delle Divisioni Militari, lo stato piemontese nel 1859 constava di cinque Divisioni e di due Sottodivisioni Militari, oltre a quelle che in quello stesso anno si crearono in Lombardia. Con l'avvento del Generale Fanti al Ministero della Guerra, all'inizio del 1860 e all'epoca dell'annessione dell'Emilia e della Toscana, vennero creati, con decreto 25 marzo 1860, cinque Grandi Comandi Militari o di Dipartimento o di Corpo d'Armata, che comprendevano nella loro giurisdizione anche le province dell'Emilia. Ciascun Generale comandante di Dipartimento riuniva le attribuzioni di Comandante di Corpo d'Armata e di Comandante generale di Dfvisione Territoriale. Le Divisioni territoriali nei territori dipendenti dai Grandi Comandi venivano soppresse, mentre invece ciascun Grande Comando riceveva alle proprie dipendenze un certo numero di divisioni operative di truppa. Le Divisioni territoriali di Savoia, di Nizza, di Genova, di Sardegna e, per qualche mese, anche quella di Milano furono conservate in posizione indipendente dai Grandi Comandi e vi si aggiunse anche la Divisione della Toscana. Avvenuta poi l'annessione delle province napoletane e siciliane, il 4 aprile 1861 veniva creato un sesto Grande Comando Dipartimentale, che aveva alle sue dipendenze cinque Divisioni militari territoriali ed un Comando generale della Sicilia, con tre Divisioni territoriali dipendenti. A questo ordinamento chiaramente provvisorio, che modificava lo stesso concetto per il quale i Grandi Comandi erano nati, si diede un assetto più regolare ed omogeneo con il decreto del 9 giugno 1861. Con tale decreto tutte le province continentali furono divise in sei Grandi Comandi o Dipartimenti, composti ciascuno di parecchie Divisioni Territoriali e di parecchie Divisioni attive, dove le Divisioni attive erano soggette per l'impiego ai Comandanti Territoriali. Presso ogni Gran Comando furono istituiti due Stati Maggiori, uno territoriale ed uno per le truppe mobili, così come, a livello inferiore, restavano distinti gli Stati Maggiori delle Divisioni territoriali e quelli delle Divisioni attive, che si riducevano ad uno solo all'inizio del 1863. La Sicilia e la Sardegna restavano nel loro precedente ordinamento. Con lo scioglimento delle Divisioni attive (21 feb . 1863) molta confusione fu eliminata. La Sicilia era eretta in Dipartimento Militare nel 1862 mentre la Sardegna rimaneva Divisione e intorno al 1863 si formarono i Gran-
106
ARTURO MARCHEGGIANO
\
llEGOLAIIENTO Pf>!L SEll\'IZIÒ MILITA.RE
DIVISION .I E PIAZZE JN DATA 21 Oll ! ONO 1823
CILL' AGGlUU DELLE IISPOSIZIHI SUCCESSI\E sino al, marzo 1866 Pt:ll Cl'R! DEL C-' , ·. G. M. C ~ Dlfflltfl ............. I
........
,_,r ......... l:e,m
t'fPOGMru FODIU.nl TORlt.O
,i,
\i 1866
PIR.ENZE
CENNI ALLE LEGGI ED AGLI USI DI GUERRA CODIFICATI ECC.
107
di Comandi Periferici più o meno come sono ancora oggi, con i Comandi Artiglieria, Genio, Cavalleria, Servizio Sanitario e Servizi di Intendenza con relativi magazzini. In tal modo si capisce meglio l'organizzazione territoriale odierna, così come è venuta formandosi nei Comandi Militari Territoriali e nei Comandi di Zona dipendenti.
Considerazioni Nel corso del capitolo si è verificato come, in pratica, tutti i dettami delle Lieber's Instructions, erano recepiti dalle leggi e dagli usi di guerra sanzionati dalle regolamentazioni italiane in epoca precedente. Forse l'assunto è meno vero per ciò che riguarda l'applicazione della legge marziale, ma vi è anche da notare che in genere, in tutta Europa, del così detto «stato d'assedio» si parlava poco e malvolentieri, anche perché spesso era una misura usuale (basti pensare, ad esempio, alla grande rivoluzione europea del 1848) sulla quale i Comandanti, per pratica di comando, sapevano tanto e certamente abbastanza. Ne sono un tipico esempio i moti negli stati italiani dalla Restaurazione alla seconda guerra d'Indipendenza. Inoltre molte norme che riguardavano lo stato d'assedio erano di carattere riservato o segreto, da distruggere dopo averle lette, e così via e, quindi, erano in generale ovviamente non pubblicate né nelle leggi né tanto meno nei regolamenti. Né avrebbe senso andarle a ricercare, poiché l'interesse dello studio è polarizzato sui regolamenti, cioè sulle norme che dovevano esser conosciute da tutti i combattenti e che dovevano essere applicate da ciascuno in guerra per non cadere nelle sanzioni del proprio codice penale militare, che in guerra, ovunque, prevede pene molto più severe, a parità di reato, che non nel tempo di pace. Questa verifica, necessaria e doverosa, è servita soltanto per dare conforto e consapevolezza e a dimostrare che nel settore del diritto dei conflitti armati le nostre regolamentazioni non solo sono state veramente efficaci, non solo hanno precorso i tempi, ma anche che hanno primeggiato nella civiltà dei dettati,
( 108
ARTURO MARCHEGGlANO
nella completezza degli stessi, nella correttezza e chiarezza delle norme. Si può ben dire, senza togliere nulla alla primogenitura delle Lieber's Instructions, che nessun dettato delle stesse suonasse nuovo o sconosciuto nelle nostre regolamentazioni, ivi compresi gli articoli contro la schiavitù, dato che il Regno di Sardegna era già Parte dei trattati internazionali che abolivano la schiavitù e la tratta degli schiavi e che non vi era nessun motivo di richiamare tali norme in un régolamento militare.
CAPITOLO QUINTO
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE E NELLE ISTRUZIONI PER L'ESERCITO ITALIANO DAL 1864 al 1907
Generalità. - Il Codice penale per l'Esercito del Regno d'Italia del 1869. - Il Regolamento di Servizio in Guerra del 1881-82. - Il Regolamento di Servizio in Guerra del 1892. - Il Regolamento di Servizio in Guerra del 1896. - Leggi ed usi della guerra terrestre sanzionati nella l' Conferenza Internazionale della Pace (L' Aja 1899). - La riedizione del 1906 della Convenzione di Ginevra del 1864: una curiosità molto significativa. - Leggi cd usi de11a guerra terrestre sanzionati nel 1907 dalla 2 • Conferenza Internazionale della Pace. - Considerazioni .
Generalità Il periodo che va dal 1864 al 1907 è il più denso in assoluto di progressi nazionali e di codificazioni internazionali di leggi e costumi di guerra destinati a rimanere nel tempo. Esso si apre con la conferenza di Ginevra del 1864, dalla quale uscirà la prima convenzione internazionale relativa ~1 trattamento dei feriti e dei malati delle truppe in campagna. Tale convenzione, come si vedrà trattando dei feriti e dei malati, entrò ·in vigore in Italia immediatamente; fu già applicata nella Campagna del 1866 e fin dal 1868 si tentò di estenderne la validità e l'efficacia alla guerra marittima. In un arco di tempo di soli quaranta anni furono fatte in Italia ben tre edizioni delle norme relative al Servizio in guerra e si svolsero in ambito internazionale due Conferenze per la Pace dalle quali uscirono leggi, usi e regolamenti relativi alla guerra terrestre molto simili, ma nel contempo molto utili non solo per la sanzione corretta dei comportamenti legittimi dei combattenti, ma anche per dare la necessaria tranquillità ai sovrani d'Europa circa la reciprocità di determinati corretti comportamenti in caso di guerra.
110
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTERO DELLA GUERRA
CODICE PENALE
PER L'ESERCITO REGNO D'ITALIA
FIRENZE TlPOClRA l'I \ Ili \''• Jll~NCINI ViQ l'anJolllui N. :!~.
-
1170.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
111
In Italia un vero e proprio cardine legislativo fu il codice penale militare di guerra, una legge molto laboriosa ed un lavoro veramente improbo, che vide coinvolti in prima persona ben tre Ministri, oltre che i tecnici della giustizia militare dell'Esercito e della Marina. Il prodotto finito, che fu il codice del 1869, è un'opera quasi perfetta e destinata a restare come pietra miliare nel diritto militare fino al 1941 (ben 72 anni!). Credo che si tratti di un record in assoluto. Tale longevità è indice soprattutto della bontà della legge. Infatti basti pensare che altri due codici penali militari erano usciti nel 1840 e nel 1859. Se poi si tiene conto che la massa delle disposizioni di tale codice, tra l'altro unificate per l'Esercito e per la Marina nel 1869, erano già sancite per l'Esercito dal codice del 1859, quattro anni prima delle Lieber's Instructions, si può veramente toccare con mano come la regolamentazione italiana fosse veramente avanzatissima nel mondo nel campo della umanizzazione della guerra, tanto da poter reggere inalterata fino alJa seconda guerra mondiale. In sintesi l'Italia fu l'unico paese del mondo che ha potuto tenere inalterato o quasi il proprio codice penale militare del 1859 (le modifiche del 1869 sono state per lo più formali) per più di ottanta anni, quando tutte le cosiddette nazioni civili d'Europa e del mondo, hanno dovuto modicare i loro codici penali in seguito alle convenzioni ed ai trattati internazionali relativi alle leggi ed agli usi di guerra.
Il Codice Penale per l'Esercito del Regno d'Italia del 1869 Il 28 novembre 1869 viene approvato il Codice Penale per l'Esercito del Regno d'Italia che abroga e sostituisce quello del 1859. La situazione dell'Italia in 10 anni è profondamente cambiata. Ci sono state le annessioni, la campagna dei Mille, la campagna del '66. L'esigenza di una legislazione unica in tutte le province del Regno, sia civile sia militare, è particolarmente sentita. Questo fatto spiega come, solo dopo dieci anni, venga emanato dallo stesso Sovrano un altro codice penale, dopo quelJo del '59. In genere i Codici Penali Militari hanno periodi di validità molto lunga (talvolta anche troppo lunga, se si pensa che oggi, nel 1988, è ancora in vigore il Codice Penale Militare del 1941). Sono anni difficili, di transizione e di assestamento dello stato unitario. La capitale è a Firenze, ma ancora nel 1869, né in Toscana, né nel Veneto, né
112
ARTURO MARCHEGGIANO
IL
CODICE PENALE PER L'ESERCITO HE GN O D' I T A L l A ILLUSTll.\Tf\
mu CIUIISPIUIER\ IIU TIIIIJUE SUPUIO Il CUERR\ E mtJ m.m10\I
[ I\Kl\.\
rum
RACCO LTA, OR DINATA E A NN OT A,°fÀ
COl RlCHlAM t
A TUTTI GLI ~t..TR J CODJCl. LEGGI E REG ::>L A'H:~.: :- · CH.f;. VI HANNO fiU'EIUMENTO, E PH.INCJPALMENTE AL
Codice Penale Militare Marittimo l•ufK':raloriarn n,ajf'.l:1.ah1m, non
dt,e..,..,'\tam. ""d et leRibu~ opGrtet
,,..lum um i•
f:.._~ •!
arm :ttf\m :
ut utr11mque tempwi et bellorum f'I p,aci~ f l!r.te
~
t .1u~mffl.
VERONA f>Al,1.r1 '\TAHILIKF.STO. Tlf'OORAfll'.1_, 1 ; . tlVY.1.1.1
1874 .
(hut. pr0tm.)
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
113
nella provincia di Mantova, non è ancora in vigore il Codice Penale Italiano Comune del 1859 che, invece, è già stato introdotto in tutte le altre province. Inoltre il Ministero di Guerra e Marina si è sdoppiato in due (Ministero della Guerra e Ministero della Marina). Il nuovo codice tuttavia vale per tutta l'Italia in quanto l'Esercito, dovunque si trovi, come annota il Saredo «egli porta con sé la propria legislazione per tutto ciò che concerne i doveri e la responsabilità militare». Sotto stessa data esce anche, per la prima volta, il Codice Penale per la Marina; date le tradizioni unitarie dell'Esercito e del1' Armata di Mare, si cerca in ogni modo, grazie ad un lavoro congiunto dei Ministri e dei Ministeri di Guerra, di Marina e di Grazia e Giustizia, che le disposizioni dei due Codici siano, per quanto possibile, uniformi e ravvicinate sia nella forma sia nella sostanza. Con tali codici, nel complesso meno duri del codice del 59, si garantisce il fatto che i giudizi militari procedano con semplicità e prontezza, ma che, nello stesso tempo, debbano essere vincolati all'osservanza di tutte le norme che siano dirette ad assicurare la scoperta del vero, la tutela dell'innocenza e la salvaguardia dei diritti dell'imputato. Inoltre per reati militari non si applica la pena di morte ai minori di 18 anni, né la carcerazione a vita per i minori di 16 anni, che fossero in servizio (art. 52 e 53). Per quanto si riferisce essenzialmente alle norme che riguardano il diritto bellico e le leggi e gli usi di guerra, il nuovo codice per l'Esercito del 1869 non porta nulla di nuovo rispetto al codice del 1859, sancendo gli stessi principi, le stesse regole ed il più delle volte le stesse pene per i trasgressori delle regole. È importante ed è p(ofondamente vera e legittima una avvertenza riportata nella pubblicazione del Codice del Saredo, del 1870, che merita di essere trascritta testualmente. «Non si dirà certo esagerata l'affermazione che questo Codice, come quello per la Marina militare, sono i più liberali e più progressivi di Europa: e se possono dar luogo a qualche correzione ulteriore (sono opera umana anch'essi!) nondimeno, nel loro insieme, sono ispirati dai principi più sani del diritto penale e del diritto delle genti». È molto bello questo orgoglio nazionale di avere i codici penali militari «più liberali e più progressivi d'Europa», ma questa constatazione riguarda i codici del 1869 che, come ho già detto e come è di facile verifica confrontando gli articoli, per quanto riguarda le leggi e gli usi di guerra, avevano identici dettati del
114
ARTURO MARCHEGGIANO
CODICE PENALE PER L'ESERCITO
DEL REGNO D'ITA.LI,. (promulgato col Regio Decreto 28 lfonmbre 1869) SPIIG.lTO OOLL.l GIU&l8PBUD1lNZA PIU.nC.l DIL TBIBU114La 8UPRIIIO 1>1 GUllBIU. •
DISl,LI Y.l'IUS CORTI DI CUSAZIONll, l!IOl!ICHfl OOLL' .ltJ·
TOlllTl DIL DIBlffO BOIJUl!IO Il COLL• DOTTJlllfl Dli IJIIGLIOJ\I PS· NALISTI, 001!1 CO-ll!ITI B B18C<>1!1Tlll OOLL' .lBBOG.lTO CODICI PIN.lLlli MILITAJ\B I
COI CODICI PINALI E DI PBOCIIIDURA PIN.lLB COIIUNli: P&& CU&A DSL PROP. AYT.
ANTONIO VISMARA I
111':lilJl&O I>BLL AC'CADBM( ,\ PIStO-)fSDtCO-ITA.Tl&TIC.\, 011 PU!CZIO!U1&lO
NBI
T&IBUlOLl MILITA.al'
ace. ace.
MILANO
E. TREVES, EDITORE. 1871.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
115
codice del 1859. Per cui si può dire che fin dal 1859 non solo l'Italia aveva codificato le principali regole ed usi di guerra, ma che la sua posizione era di netta avanguardia in tutta l'Europa. A dimostrazione di tale assunto desidero citare il solo esempio relativo alla proibizione del saccheggio. L'art. 275 del Codice Penale per l'Esercito del 1869 dice testualmente che «il saccheggio è proibito; il militare che lo avrà ordinato, o che senza ordine se ne sarà reso colpevole, sarà punito con la morte». Tale norma è identicamente riportata nell'articolo 299 del Co(dice Penale per la Marina del 1869, ma non è altro che la fedele trascrizione dell'articolo 256 del Codice del 1859 e risale perfettamente identica nella sostanza al regolamento albertino del 1833 negli articoli: 620, che assimila ai predoni anche i foraggiatori non autorizzati; 783 dove, tra i compiti dei Reali Carabinieri, è fissato l'arresto dei saccheggiatori e dei predoni; 1044 che prescrive il comando di scelte compagnie per proteggere gli abitanti e le cose di loro proprietà dal sacco e dalle violenze, in caso di presa d'assalto di piazzeforti. Tale norma di divieto di saccheggio pertanto è regola ed uso di guerra per le milizie italiane dal 1833, lo sarà per le truppe americane nel 1863, mentre il sacco è ancora ammesso nel 1874 dal codice penale militare germanico (articoli da 138 a 147} purché fatto senza violenza sulle persone, e la preda bellica che viene fatta viene considerata· come una regalia; il codice determina in quali casi essa sia autorizzata e dichiara che essa deve essere suddivisa secondo i bandi e le istruzioni.
Il Regolamento di Servizio in Guerra del 1881-82 Lasciando perdere le norme dettate da regolamenti e disposizioni minori, la prima pubblicazione che dà veramente lustro all'Italia nel campo del progresso delle leggi e degli usi di guerra è la promulgazione del Regolamento di servizio in guerra del 188182. Ricorderemo che in ambito internazionale c'era stata la dichiarazione di Pietroburgo del 1868, la fallita conferenza di Bruxelles del 1874 e la pubblicazione del così detto Manuale di Oxford 1880 sulle leggi e sugli usi di guerra, i cui dettati costituivano la base della 1 a Conferenza Internazionale della Pace del 1899.
116
ARTURO MARCHEGGIANO
)IJNISTBRO DELI_.,A GUERRA
REGOL.A.MENTO J>J
SERVIZIO IN GUERRA PARTE II .
SERVIZIO DELLE INTENDENZE
14
gennaio 1881.
• C&RLO VOORBltA TtPnN.tN IDITOH NL .,OH.tLI MIJJUal
Rcllaa, 1881.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
117
Ebbene l'Italia nel 1881-82 recepisce in pratica nelle proprie norme quasi tutti i dettati che erano scaturiti in sede internazionale e li fa propri, come norma per il proprio Esercito. Il «Regolamento di Servizio in Guerra» del Re Umberto Primo, si articola nelle parti I (Servizio delle Truppe) e II (Servizio delle Intendenze), che poi diventerà tradizionale, per l'Esercito Italiano, per tale tipo di pubblicazioni. Come curiosità, la Parte li viene promulgata il 14 gennaio 1881, mentre la sanzione della Parte I avviene il 28 novembre 1882. È chiaro che anche la Parte I era ( già stata predisposta alla data del 14 gennaio 1881, ma che si è ' voluto ritardare la pubblicazione di quasi due anni proprio per poter recepire le norme del Manuale di Oxford. La Parte II, pubblicata per prima, ovviamente recepisce, trattando del Servizio di Sanità, i dettati della Convenzione di Ginevra del 1864, con le modificazioni del 1868, come vedremo trattando dei feriti e degli ammalati delle forze in campagna, ed anche norme molto più avanzate, che si avvicinano molto di più alla Convenzione di Ginevra del 1906, che non alla precedente. La Parte I è interessante sotto l'ottica del diritto dei conflitti armati fin dal «proemio» e dalle prime espressioni . Si afferma, infatti, dando in tal modo una definizione ante litteram di combattente legittimo che «questo regolamento è applicabile: - alle truppe dell'Esercito permanente e della milizia mobile mobilitate e costituite in formazioni di guerra; - a tutte quelle (truppe) che, quand'anche non costituite in formazione di guerra, si trovino nei territori per i quali fu dichiarato lo stato di guerra; - alle milizie territoriali, allorquando intervenga apposito decreto reale; a tutti i corpi che per le vigenti leggi sono chiamati, in tempo di guerra a prestare il loro concorso all'Esercito». Vi è anche un cenno alle situazioni di violenza diffusa e di violenza interna, là dove viene sancito che «le disposizioni del presente regolamento potranno estendersi: - 1° o in seguito o si trovano - 2°
alle truppe le quali, per misura di ordine pubblico a Regio Decreto, sono costituite in colonna mobile in territorio posto in stato. d'assedio». alle truppe al campo o alle grandi manovre.
118
ARTURO MARCHEGGIANO
M f,N I S T li: R O
D E L L A
G U E R f\ A
REGOLAMENTO 1,1
SEHVIZIO IN GUERRA PARTE I.
SERVIZIO DELLE TRUPPE (6 marzo 189t)
6 VOGHERA ENRICO
Roma, 189:t.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
MINISTERO
DELLA GUERRA
REGOLAMENTO DI
SERVIZIO IN GUERllA PARTE I .
SERVIZIO DELLE TRUPPE
Il> novembr$11882.
•
CARI.O V06BERA nn IIIGIIUL& 111LnA•k
n,01111uo anno"-
Rl90a, 188V.
119
120
ARTURO MARCH EGGIANO
Il senso della disciplina, dell'ordine e del dovere, e l'affetto e la devozione al Re ed alla Patria devono essere guida costante del militare e costituiscono le sue qualità morali, che hanno come complemento «la generosità verso i vinti, l'osservanza del diritto delle genti, la fede alle convenzioni internazionali ed il rispetto alle proprietà . .. » . « Ogni militare ricordi che le leggi della guerra non riconoscono nei belligeranti un potere illimitato nella scelta dei mezzi per nuocere al nemico. In armonia a questo principio, sono da proscriversi assolutamente: a) l'uso del veleno e delle armi avvelenate; b) l'impiego di armi, di proiettili o di materie atte a causare danni superflui, come pure l'uso di proietti proibiti dalla dichiarazione di Pietroburgo del 1868 ... » (firmata dall' Italia e riportata integralmente come appendice al libro XIII d el Regolamento); e) l'uccisione proditoria di individui appartenenti alla nazione ed all'esercito nemico; d) l'uccisione di un nemico il quale si arrende a discrezione; e) la dichiarazione che non si darà quartiere; f) l'uso della bandiera di parlamentare, non che dei segni distintivi e caratteristici della Convenzione di Ginevra, fatto nello scopo di trarre in inganno il nemico, e così pure l'uso della bandiera, delle insegne e delle uniformi del nemico; g) tutti gli atti dannosi alle proprietà o alle persone, che non siano giustificati dalle necessità di guerra, contemplati nel Codice Penale Militare, quantunque commessi in paese nemico. Mi pare che, se anche la pubblicazione non dovesse dire altro, le norme siano veramente di assoluta avanguardia in ambito europeo e che recepiscano in pieno ed estendano i dettati delle Lieber's Instructions. A parte le varie norme di rispetto dei feriti, dei malati, dei prigionieri di guerra, dei civili nemici in territorio occupato o no , disseminate nel regolamento , il libro XIII della parte I è completamente dedicato alle leggi ed agli usi di guerra e porta il titolo di «Convenzioni di Guerra» . Le convenzioni di guerra sono quegli accordi o convenzioni o impegni tra i belligeranti che, talvolta, si devono stipulare o ac-
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
121
cettare, imporre o subire, a causa dello stato di guerra e durante lo stato di guerra (art. 1124). Le convenzioni di guerra possono essere (artt. da 1125 a 1129):
- prestabilite, come la Convenzione di Ginevra o la dichiarazione di Pietroburgo ma «fra i popoli civili, almeno, sono pure riconosciuti i principii di diritto internazionale, delle genti, dei neutri, gli usi di guerra, le esigenze dell' umanità nella misura abitualmente seguita»; - stabilite per la durata delle ostilità, che possono riguardare accordi relativi al trattamento delle popolazioni nel teatro di ~uerra o nei paesi conquistati o abbandonati, alle relazioni commerciali, alle convenzioni postali e telegrafiche, ecc. , tra i paesi belligeranti, ai corrieri, ai passaporti, agli approvigionamenti per le popolazioni, ai rapporti tra i belligeranti, ai prigionieri, ai feriti, ecc., ecc.; - eventuali o temporanee, come le sospensioni d'armi, gli armistizi, le capitolazioni, rimessioni o scambi di prigionieri e di infermi, di materiali, speciali rapporti tra i belligeranti «ed in genere tutte quelle convenzioni eventuali che una parte belligerante od un corpo di truppe può conchiudere colle truppe avversarie o con gli abitanti del paese nemico, allo scopo di addivenire a reciproche concessioni ed accordi, tanto nell'interesse dell'umanità, quanto nell'interesse delle operazioni militari». Per quanto riguarda le sospensioni d'armi, gli armistizi e le capitolazioni, poiché sono «convenzioni militari» che di norma vengono stipulate esclusivamente tra militari, vengono anche riepilogati le principali regole ed usi di guerra. La sospensione d'armi è una cessazione temporanea delle ostilità in genere molto limitata nello spazio, nel tempo e nel numero dei reparti, che possono anche essere una frazione delle truppe. È soggetta alle seguenti regole: - può essere chiesta o accordata dal Comandante in Capo, ma anche da qualunque Comandante isolato (art. 1131) a prescindere dal grado; _::... si chiede a mezzo di parlamentario, munito di dichiarazione che gli conferisca il potere di trattare (art. 1132); l'accordo raggiunto può essere scritto o verbale (art. 1132);
122
ARTURO MARCHEGGIANO
- le condizioni, se ci sono, devono essere minuziosamente stabilite (art. 1132) per evitare equivoci e dubbi; - la richiesta di tregua può essere respinta (art. 1132) senza commettere illeciti; - l'apparire del parlamentario o della bandiera bianca non obbliga l'altro belligerante ad interrompere il combattimento, o l'inseguimento o altre operazioni militari (art. 1133); - la stipula della sospensione va comunicata al più presto alle truppe (art. 1134), che possono, a loro volta, comunicarla alla parte di forze che le fronteggiano e che ancora non ne abbia cognizione (art. 1134), senza che tale parte sia tenuta ad aderirvi immediatamente; - decorre dal momento in cui è stata comunicata alle truppe (art. 1135); - le ostilità riprenderanno allo spirare del termine prefissato (art. 1136) o in qualunque momento sia constatata una violazione delle condizioni pattuite (art. 1137). - talvolta le ostilità si sospendono tacitamente senza particolari convenzioni per raccogliere i morti ed i feriti, dopo un fatto d'armi o per spengere incendi. Il tal caso le ostilità riprenderanno senza notifiche preventive (art. 1138). In questo caso è molto evidente il collegamento con i dettati delle Lieber's Instructions e la sanzione degli usi di guerra consolidati tra le nazioni civili. Anche l'armistizio è una sospensione d'armi temporanea, però è di solito di durata più lunga, riguarda tutto il teatro di guerra, viene stipulato solo dai Comandanti in Capo. Poiché ha tutti i caratteri di un trattato, le regole che lo riguardano sono più complesse: -
richiede la ratifica del Capo dello Stato (art. 1143); prima ha solo carattere provvisorio; ha lo scopo di portare a trattative di pace (art. 1142); può riguardare solo alcune piazzeforti (art. 1141); il tempo di durata può essere indeterminato fino a denuncia da parte di uno dei belligeranti (art. 1140); - può essere esteso ad altri teatri di operazione (art. 1144);
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
123
- la stipula è fatta di norma da Ufficiale Generale delegato, dotato di apposite istruzioni e di appositi poteri, che sono normali per i diplomatici (art. 1145), il quale condurrà o avvierà i negoziati (art. 1146). La convenzione sarà molto chiara su giorno e ora di inizio, sulla durata e sulle linee principali che segnano i limiti delle posizioni. La stipula avviene normalmente in territorio neutro tra le linee (art. 1148) e va fatta menzione esplicita se si intendono ristabilire le relazioni commerciali e la circolazione degli abitanti tra le linee (art . 1149). La capitolazione avviene quando «una fortezza, come una posizione fortificata, un corpo di truppe, cessando la loro resistenza, si arrendono al nemico a determinate condizioni». La trattativa si svolge con modalità analoghe a quella dell'armistizio (art. 1153) e avviene, di solito, durante una tregua ad hoc concordata (art. 1154), che per ò può anche essere rifiutata dall'as-
sediante. Saranno oggetto di negoziato (art. 1155): - il trattamento delle truppe che capitolano ed il modo come usciranno dalla piazzaforte; - il modo come avverrà la consegna delle armi, dei cavalli e dei materiali da guerra; - il come sarà occupata la fortezza da parte degli assedianti ed i loro obblighi verso le persone non belligeranti ed i loro beni; - la sorte degli ammalati e dei feriti (art. 1156); - il trattamento riservato aglt ospedali, ai pubblici stabilimenti, ecc .. In sostanza devono essere determinati e specificati tutti i diritti ed doveri reciproci per evitare dubbi e malintesi. Sono proibiti: - accordi che riguardino il futuro politico e amministrativo della piazza; - la stipula di norme che diano dei privilegi, o riserve o eccezioni per il Comandante della piazza e per i suoi Ufficiali (art. 1156), dato che tutti devono condividere la stessa sorte; - la distruzione ed il danneggiamento, dopo la firma della convenzione, di opere di difesa, barriere, armi, approvvigionamenti e munizioni, che vanno consegnati al nemico (art. 1158).
124
ARTURO MARCHEGGIANO
Se la piazza è conquistata da truppe italiane e se la resa è senza condizioni, l'unico diritto del Comandante è quello di impossessarsi della fortezza e del materiale da guerra, facendo prigioniera la guarnigione. Il materiale catturato al nemico appartiene interamente allo Stato (libro XV). I Comandanti che si arrendono, specie in aperta campagna, saranno sottoposti a giudizio di Tribunale Militare per rendere conto del loro operato (art. 1160). Nel libro XIV sono anche trattate le requisizioni e le contribuzioni che si fanno, guerra durante, in territorio nemico, che devono essere fatte non solo in proporzione dei mezzi e dei prodotti del paese (art. 1165), ma dalle quali «devono essere escluse quelle per le quali si verrebbe a costringere gli abitanti a prendere parte ad operazioni di guerra contro il loro paese» (art. I 167). Su tale argomento si ritornerà trattando dei civili nei territori occupati. Alle «prede belliche» è dedicato il XV libro, ricchissimo anch 'esso di disposizioni tassative eslremamente civili nei confronti dei cittadini nemici, e di norme che legano veramente le mani all'eventuale inciviltà della soldataglia. I dettami non solo delle Lieber's Instructions, ma anche del tentativo fatto nella conferenza di Bruxelles e soprattutto dal Manuale di Oxford, sono completamente recepiti specie negli articoli 1219 primo capovero e 1220. L'art. 1229 sancisce che «le proprietà private non potendo in forza degli internazionali moderni usi di guerra, essere giammai saccheggiate o sequestrate, né da corpi né da individui, non possono in alcun caso costituire preda bellica». L'articolo 1220 conferma le particolari salvaguardie tradizionali: « I beni degli stabilimenti consacrati al culto, alJa carità, all'istruzione, alle arti ed alle scienze, quand'anche appartenenti al governo nemico, debbono essere rispettati al pari delle proprietà private». Come si vede l'Italia non solo è il primo paese del mondo ad accettare quasi testualmente il dettato del manuale di Oxford e ad imporlo ai propri combattenti legittimi, ma anche, in tal modo, anticipa di quasi venti anni la sanzione internazionale di tali principi fatta dalla prima Conferenza della Pace. L'oggetto della preda bellica sono (art. 1218) «tutte le proprietà mobiliari appartenenti al governo avversario atte a servire alle operazioni di guerra, come sarebbero i valori, armi, munizioni, viveri, oggetti di ve_stiario, carreggio militare, cavalli, materiale ferroviario e telegrafico, battelli a vapore o altro naviglio, al di fuori dei casi previsti
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
125
dalle leggi marittime, equipaggi da ponte, ecc. ecc.». Materiali ferroviari, telegrafici, naviglio ecc., cioè tutto quello che può servire alla guerra, possono essere ugualmente oggetto di presa di possesso, anche se appartengono a privati, (salvo restituzioni o indennità alla conclusione della pace) ma è molto logico e normale che questo avvenga (art. 1229). La preda bellica è di proprietà del Governo (art. 1221). Tuttavia, talvolta, può venire anche pagata in tutto o in parte alle truppe che l'hanno catturata, se faceva parte di un convoglio ordinario, ferroviario o acqueo, catturato in operazioni di iniziativa o non appositamente ordinate. Gli oggetti di proprietà privata trovati sul campo di battaglia o addosso ai morti vengono restituiti (art. 1225). Qualora la preda debba essere pagata alla truppa che l'ha fatta, la metà del valore va all'erario ed il resto è diviso in p~rti proporzionali, secondo le norme che vengono indicate negli articoli da 1226 a 1234. La bellezza e la complt:tezza di tale Regolamento di servizio in guerra è veramente unica, specie sotto l'ottica del diritto dei conflitti armati. Le pubblicazioni successive, pur altrettanto ricche di norme, hanno in genere un carattere di maggiore frammentarietà specie nella Parte Il, che riguarda la Logistica, che spesso viene ad essere articolata servizio per servizio, cioè per materia, e che, quindi, non riunisce più in modo organico tutte le disposizioni relative alle leggi ed agli usi di guerra da praticare da parte delle Truppe.
li Regolamento di Servizio in Guerra del 1892
Il 6 marzo 1892, il re Umberto Primo emana un nuovo «Regolamento di Servizio in Guerra», elaborato dal Ministero della Guerra, che sostituisce il precedente, che era stato approvato con i Regi Decreti del 14 gennaio 1881 e 26 novembre 1882. Il nuovo Regolamento abolisce anche il «Regolamento per la marce», del 29 aprile 1888, e !'«Istruzione per il servizio di avanscoperta», del 10 marzo 1870, in quanto le norme vengono ad essere inglobate nel nuovo Regolamento. Si vede uno sforzo semplificativo delle norme, che tende ad eliminare «librette» e a conglobare tutto quello che riguarda la guerra in una sola Istruzione, codici penali militari a parte.
126
ARTURO MARCHEGCIANO
Come quello precedente, il Regolamento si applica a tutte le truppe, milizie ecc. in tempo di guerra e, in tempo di pace, alle truppe in esercitazione e a quelle impiegate per provvedimenti di ordine pubblico, o in territorio posto per Regio Decreto in stato d'assedio. La Parte II della pubblicazione, che riguarda la logistica, cioè il Servizio delle Intendenze, esce a pezzi e bocconi, per materia, negli anni successivi fino al 1899 ed anche oltre fino alla nuova pubblicazione che vedrà la luce nel 1912, a ridosso della Prima Guerra Mondiale. Il giudizio complessivo su tale pubblicazione è però ugualmente ottimo dal punto di vista del diritto dei conflitti armati e delle prescrizioni per il comportamento delle truppe in guerra. Le norme dettate sono di sicura avanguardia in Europa, come vedremo, e anticipano quasi tutte le convenzioni internazionali del 1899 e del 1907. Dal punto di vista spirituale però, un cultore come me di diritto bellico, non può non notare immediatamente e con amarezza la mancanza di quel bellissimo «proemio» della pubblicazione precedente, così ricco di norme umane, civili e di principi fondamentali acquisiti nel campo della «umanizzazione» della guerra. Tali principi però non si sono persi, ma permeano completamente anche questa pubblicazione, che, dal punto di vista delle leggi e degli usi di guerra, fa dei progressi molto consistenti. Ben due capitoli di tale Regolamento, infatti, sono dedicati agli «usi di guerra» ed alle «convenzioni di guerra». Norme molto civili sono confermate trattando della disciplina, dell'incontro delle truppe con individui isolati e viandanti, del comportamento degli avamposti in caso si presentino parlamentari del nemico o disertori, nelle scorte ai convogli di prigionieri di guerra, nelle marce in vicinanza del nemico, nel contegno e nei doveri in combattimento. Ma le regole di comportamento più significative riguardano le piazzeforti, gli usi e le convenzioni di guerra. Meritano un cenno prima di approfondire gli argomenti summenzionati: - l'art. 50, che trattando degli avamposti afferma che «presentandosi un parlamentario con le formalità d'uso - bandiera bianca e suono di tromba o di tamburo - ... » esso va ricevuto con le modalità già prescritte da altri regolamenti precedenti e che vengono confermate. Si attira l'attenzione sul fatto che il suono
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
127
di tromba o di tamburo e la bandiera bianca sono ormai diventate «modalità d'uso»; - l'art. 58, che detta le norme per scortare un convoglio di prigionieri di guerra. Tali norme sono piene di pratica e di buon senso, e sono volte ad evitare la fuga di prigionieri in caso di incontro o di attacco del nemico; - l'art. 104 che tratta del contegno e dei doveri in combattimento, che è una vera e propria pagina di letteratura e di onore militare, in cui si ribadisce che per i feriti durante il combattimento «vi è chi provvede» e che «il perseverare nella lotta essendo ferito, rivela profondo sentimento del dovere, animo invitto e cuor di soldato». Il soldato deve solo pensare a combattere, ai feriti ed ai morti si pensa dopo la battaglia (art. 207). «n rsentimento di patriottismo onde ogni militare dev'essere animato, gli vieta se prigioniero, di ragguagliare il nemico circa la forza, le posizioni e le condizioni delle truppe del proprio Corpo. Gli usi della guerra non consentono che gli sia fatta violenza per costringerlo a dare informazioni»; - l'art. 105 dove sancisce che «la Bandiera è il simbolo dell'onore militare e dello spirito di coesione e di sacrificio. Il suo posto perciò è in mezzo ai combattenti; e nei momenti decisivi, in prima linea là dove più ferve la lotta. Non è disonore l'averla perduta, quando si sia combattuto fino agli estremi; è disonorante invece tenerla lungi dal combattimento, nascosta al ferro ed al fuoco dell'avversario . Unica sicurezza della Bandiera, il valore dei combattenti». Per quanto riguarda gli usi di guerra «l'impiego della forza nella guerra tra i popoli civili trova restrizione nei patti internazionali e negli usi di guerra» (art. 124). Contro il nemico che non rispetti i patti e gli usi di guerra «si ha il diritto di adoperare la rappresaglia». Tra i mezzi proscritti come barbari e sleali sono citati (art. 125): - l'impiego di armi, di proietti e di materie atte a causare mali non necessari; l'uso del veleno e delle armi avvelenate; l'uccisione del nemico che si arrenda a discrezione;
128
ARTURO MARCH EGG IA NO
il non dare quartiere; il saccheggio; l'uso della bandiera parlamentare e dei segni distintivi della Convenzione di Ginevra, fatto con lo scopo di trarre in inganno il nemico. Spesso la necessità militare impone atti di distruzione che però non devono essere spinti oltre lo scopo al quale si mira. Lo stato di guerra la sua cessazione, (che sono sempre dichiarati con Decreto Reale - art. 120), comporta una dichiarazione di guerra che, se non viene fatta, dà diritto allo stato aggredito di trattare i soldati nemici come individui che commettono una aggressione a mano armata (art. 126). La guerra è diretta contro le forze organizzate dell'Esercito nemico e non contro i cittadini inermi, da cui deriva la distinzione tra belligeranti e non belligeranti_ La qualità di «belligerante» legittimo compete a tutte le forze armate purché rispondano ai seguenti requisiti: - siano sottoposte ad un capo responsabile; - abbiano o una uniforme o un segnale uniforme ben visibile a distanza; si attengano agli usi di guerra; siano autorizzate dal proprio governo. Non si parla né della leva di massa in caso di invasione né del fatto di portare apertamente le armi. I non belligeranti, che siano presi con le armi in mano, vengono trattati secondo quanto impongono le necessità di guerra. Dei diritti dell'occupante sul paese occupato ci si occuperà trattando dei civili. Le solite salvaguardie sono concesse ai beni protetti (culto, carità, arti e scienze, ecc.). Negli assedi e nei bombardamenti (art. 129): - si ha pieno diritto a non far uscire i non combattenti dalla piazza; - è uso consentire l'uscita dalla piazza ai rappresentanti di potenze neutrali, prima di iniziare l'investimento; - quando la sorpresa non sia necessaria è uso dare il preavviso di bombardamento;
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
) 29
- per quanto è possibile devono essere risparmiati i luoghi protetti (ospedali, chiese ed i soliti edifici) purché siano distinti con segnali visibili da lontano, così come le proprietà delle potenze neutrali, distinte con bandiera, sempre che non siano usate a fini militari . A sua volta il Comandante della piazza in stato di guerra ha facoltà di far uscire gli stranieri, le persone sospette e quelle che non possiedono vettovaglie, di far fare lavori, per sgomberare il campo di vista e di tiro per agevolare i movimenti delle truppe, di emanare bandi e decreti che hanno forza di legge e, se necessario, di razionare i viveri per gli abitanti (art. 121). L'occupante può prendere ostaggi in pegno della tranquillità delle popolazioni (art. 119) ed è normale che curi i feriti e sgomberi i prigionieri. ( Un lungo articolo (130), pieno di norme che compaiono per la prima volta, riguarda i prigionieri di guerra. e sarà a suo tempo esaminato, così come quanto si riferisce ai feriti cd agli ammalati. I parlamentari sono inviolabili (art. 132). Per avere diritto a tale immunità devono presentarsi con la bandiera bianca accompagnati solo da un trombettiere o da un tamburino . I parlamentari in linea di massima si ricevono, anche se nuoce sempre alla difesa l'aver comunicazioni con l'attaccante (art. 123). Si ha però il diritto di prendere tutte le precauzioni, di trattenerli se si vuole o di comunicare all'avversario che non si riceveranno parlamentari per un certo tempo. Dopo tale dichiarazione i parlamentari che si presentino non hanno diritto all'immunità. Il loro apparire non obbliga un comandante a interrompere un combattimento o l'inseguimento del nemico. Ci si può anche rifiutare di ricevere parlamentari per rappresaglia e si può trattare come spia il parlamentare che cerchi di raccogliere informazioni. L'invasore può obbligare i cittadini a fare da guide in un paese invaso. La guida che fa sbagliare strada può essere fucilata, mentre è considerato traditore colui che fa da guida volontariamente. La guida va lasciata libera dopo che ha assolto al suo mandato (art. 133). I corrispondenti di giornali o di agenzie telegrafiche non sono autorizzati a seguire l'esercito (art. 135) mentre possono esserlo con vincoli e limitazioni, ufficiali di potenze neutrali. Il territorio degli stati neutrali per avere diritto all'inviolabilità deve chiudere le frontiere a qualunque truppa armata dei belligeranti (o a provvedere a disarmarla e internarla). La chiusura delle
130
ARTURO MARCHEGG!ANO
frontiere non si applica per dare rifugio a prigionieri di guerra che siano evasi (art. 137). Le spie sono coloro che raccolgono notizie clandestinamente e sotto falsi pretesti con l'intenzione di comunicarle al nemico. Non può essere considerato come spia il militare nemico che vesta l'uniforme. La spia nemica che riesca a fuggire e che raggiunga il proprio esercito e che sia catturata tra i prigionieri di guerra non è soggetta a pena per il suo precedente atto di spionaggio (art. 134). Le spie vanno giudicate da una corte marziale e nessun militare che le catturi può sostituire il suo arbitrio a tale giudicato. Il connazionale che abbia fatto la spia, comunque ripreso, viene punito. Il disertore nemico viene trattato come prigioniero di guerra, ma non viene restituito all'avversario. Tale norma è un passo avanti molto civile (art. 134). Coloro che si aggirano nel campo di battaglia per predare i morti e feriti vanno subito ed inesorabilmente puniti a qualunque nazione appartengano (art. 134). Come patti internazionali da rispettare, il regolamento richiama la dichiarazione di Pietroburgo e la Convenzione di Ginevra (art. 138). Per quanto riguarda le convenzioni di guerra (sospensione d'armi, armistizio, resa a discrezione e capitolazione) le norme sono sostanzialmente analoghe al precedente regolamento, anche se più organiche più estese e complete. Si ribadisce che il diritto del vincitore di una fortezza che si arrende a discrezione è solo quello di impossessarsi della fortezza e del materiale da guerra non distrutto e di far prigioniera la guarnigione (art. 141). «Dà prova di elevato sentimento militare l'attaccante il quale concede gli onori di guerra al nemico che si arrende a discrezione dopo una pertinace e ostinata difesa». E ciò viene riportato perché è un uso di guerra molto romantico.
Il Regolamento di Servizio in Guerra del 1896 Si è già fatto cenno al Regolamento di Servizio in guerra del 1892 ed alle norme di comportamento in guerra che esso sanciva per il combattente italiano, constatando come tali norme fossero non solo veramente umanitarie, ma anche di assoluta avanguardia in tale settore in campo europeo.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
.MINISTERO DELLA OUBRRA
REGOLAMENTO DI
SEllVIZIO IN GUERRA PARTE Il.
SERVIZIO DELLE 11TENOEIZE
.......
SEH\'IZIO OEI CAHABINIERI REALI
• KNRICO VOUIIF:llA TIPOOllAfO
•nnoa•
DlltL 0101':CAl,IC IIII.ITAIII:
Romn, 111\lt.
131
132
ARTURO MARCHEGGIANO
La parte I di tale regolamento (Servizio delle truppe) subiva una riedizione il 16 settembre 1896, che però non modificava i dettati relativi alle regole ed agli usi di guerra. Si è già accennato al grande guaio della Parte II di tale pubblicazione che trattava del Servizio delle Intendenze. Poiché i servizi logistici prendevano sempre più una fisionomia a sé stante e tutta particolare, per servizio e per materia, l'estensore del regolamento ebbe la pessima idea di smembrare una pubblicazione, che tradizionalmente era sempre stata unitaria in tante istruzioni, tutte inconplete, perché mancanti della parte generale, relative ognuna ad un servizio logistico o a un settore di servizi logistici. Questa miriade di pubblicazioni uscì tra il 1897 e il 1910, generando così tanta confusione e disperazione, che il Ministero della Qµerra, nel 19q, decise di rifare tutta la pubblicazione sul Servizio in guerra. Per dare un esempio della confusione normativa nel 1897 (i-9 maggio) uscivano le norme sul «Servizio di Cassa», relative al Servizio delle Intendenze sancito nel 1881-82, e che si trasferivano due anni dopo al Servizio delle Intendenze sancito nel 1899. Nel 1899 (5 marzo) uscivano le norme relative al solo «Servizio telegrafico»; più tardi (25 agosto) venivano sancite le «Norme generali sul Servizio delle Intendenze», il «Servizio dei Reali Carabinieri», connesso impropriamente con il Servizio delle Intendenze, mentre la logica lo voleva nella parte I «misure di polizia», le norme sul «Servizio Sanitario» e sul «Servizio Veterinario». Nel 1900 (5 settembre) vedeva la luce l' «Istruzione sul servizio dei portaferiti in guerra»: nel 1903 (2 luglio) usciva la pubblicazione relativa ai «Servizi di Commissariato» e nel 1906 quella relativa ai «Servizi di Tappa». In molte di queste istruzioni le norme di diritto bellico e di diritto umanitario sono richiamate, (basti pensare alle pubblicazioni relative al servizio sanitario ed a quelle dei servizi di commissariato, nella parte che riguarda le contribuzioni di guerra e le norme nei riguardi delle prede) ma la pubblicazione nel suo complesso era caotica e disorganica a differenza delle precedenti.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
133
Leggi ed usi della guerra terrestre sanzionati nella I a Conferenza Internazionale della Pace (L 'Aja 1899) La prima conferenza della pace dell' Aja del 1899 (18 maggio29 luglio) si concludeva con tre convenzioni e con tre dichiarazioni. Malgrado la buona volontà delle nazioni partecipanti, quasi tutto era destinato a restare lettera morta ad eccezione della convenzione concernente le leggi e gli usi di guerra. Le dichiarazioni riguardavano l'interdizione del lancio di bombe dai palloni; la proibizione di impiegare proietti destinati a spandere gas asfissianti e deleteri e, infine, la proibizione di uso di proietti speciali a schiacciamento o a frattura speciale destinata a procurare nel corpo umano danni superflui. Tale tipo di cartucciame cadeva in disuso da sé, dato che costava troppo e che il risultato ra~giunto dalla pallottola ordinaria era ugualmente quello di mettere fuori combattimento il nemico. La prima <lt:lk l:unvenzioni firmate, tendente a regolare in modo pacifico i conflitti internazionali, richiese tantissimo tempo e le maggiori discussioni. Il risultato è anche un documento relativamente buono, ma decisamente privo di effetti pratici. La terza convenzione cerca di adattare alla guerra marittima le regole ed i principi della Convenzione di Ginevra del 1864 per la sorte dei feriti e dei malati, dettando norme che stavano entrando nell'uso, relativamente alle navi ospedale ed al personale medico. È comunque nei voti che venga stipulata una convenzione internazionale ad hoc, cosa che si verificherà solo nel 1907, dopo che, nel 1906, la convenzione del 1864 vedeva una edizione più aggiornata e completa, relativamente ai feriti e malati delle forze terrestri. Merita invece un approfondimento la seconda convenzione che riguarda le leggi e gli usi della guerra terrestre, perché non solo venne ratificata dall'Italia, ma come vedremo, sanzionava in sede internazionale molte regole ed usi che erano patrimonio italiano già da molti anni. La convenzione che si compone di soli cinque articoli di principi e di un regolamento annesso, è ispirata dal desiderio di diminuire i mali della guerra, per quanto le necessità militari lo consentano, e detta le regole generali di condotta dei belligeranti nei loro rapporti reciproci e nei confronti delle popolazioni. Nell'auspicare un codice più completo delle leggi di guerra si afferma che in tutti i casi che non sono contemplati dalle regole comuni con-
134
ARTURO MARCHEGGIANO
MIN18TgRo
IJEI.LA. GUERRA
REGOI . AME~TO l't:L
TR1'SJ)f)RTO SULLE t,ERROVIE DE1-~ER1Tl E MALATI IN GUERRA tl2 t.11cemhre 1811~)
• \'tHHIKIIA KNHICO f1Puoa1.uo IIIIITOllt: l>ICL UIOIIPULlo: IIILITARK
Roma. tWf.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
135
cordate dal Regolamento «le popolazioni ed i belligeranti restano sotto la salvaguardia... dei principi del diritto delle genti... delle leggi dell'umanità e delle esigenze della coscienza pubblica». Il regolamento si articola in quattro sezioni che riportano rispettivamente le regole che riguardano i belligeranti, le ostilità, l'autorità militare sul territorio dello stato nemico, i belligeranti internati ed i feriti curati presso gli stati neutrali. Per quanto riguarda i belligeranti la qualifica di belligerante legittimo è conferita non solo ai membri dell'Esercito, ma anche alle milizie ed ai corpi di volontari che siano caratterizzati dalle seguenti condizioni (art. 1):
(
avere alla propria testa un Capo responsabile; portare un segno fisso e riconoscibile a distanza; portare apertamente le armi; condurre le loro operazioni militari secondo le leggi e
gli usi di guerra.
Sono legittimi belligeranti anche i membri di una popolazione che faccia la leva di massa all'atto di una improvvisa invasione, purché porti apertamente le armi e si attenga nella condotta delle operazioni alle leggi ed agli usi di guerra (art. 2). Le forze armate delle parti belligeranti si possono comporre di combattenti e di non combattenti (vivandieri, servitori, personale al seguito degli eserciti, ecc.): in caso di cattura entrambi hanno diritto al trattamento di prigionieri di guerra (art. 3). Come si vede si tratta di norme molto simili a quelle del regolamento italiano che inoltre, impone l'uso dell'uniforme o di segni distintivi ed il possesso di documenti comprovanti anche per coloro che sono al seguito dell'armata, senza farne parte come forza combattente. Ben 16 articoli riguardano i prigionieri di guerra ed uno solo tratta dei feriti e dei malati, rinviando alla convenzione di Ginevra del 1864. Di essi si tratterà parlando dei prigionieri di guerra, constatando anche in questo caso che la massa dei dettati internazionali erano già recepiti in toto dalle regolamentazioni nazionali. Per quanto riguarda le ostilità si afferma il principio che i belligeranti non hanno un diritto illimitato nella scelta dei mezzi per nuocere al nemico (art. 22).
136
ARTURO MARCH EGG IANO
M. I N I 8 'T K R O
D E'L L A
G t1 lt R. R A
HE<ìOl.AMENTO
SE Il VJZIO lN tìUEl\HA PAR'J'K IJ.
SÈRVIZID DELLE UtTEttDENZE
8ERVIZI0 DI CA8S1\. (iO
waggìo i891)
.,.....lffl\100 .,...... . IIPrtoaa oaa. u1oaM&1.a IUUT&u
&ma, t119'7.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
)
37
È proibito in modo speciale (art. 23):
- usare veleni ed armi avvelenate; - uccidere o ferire a tradimento individui rappartenenti alla nazione o all'esercito nemico; - uccidere o ferire il nemico che abbia deposto le armi e che si sia arreso a discrezione; - dichiarare che non si darà quartiere; - impiegare armi, proiettili o materiali capaci di causare mali superflui; - usare impropriamente segni distintivi (bandiera di parlamentare, bandiera nemica, uniforme del nemico, segni distintivi della Convenzione di Ginevra) per trarre in inganno il nemico; distruggere più di quanto sia imposto dalle necessità di guerra; attaccare o bombardare città, villaggi, abitazioni e stabilimenti non difesi (art. 25); - il saccheggio anche nelle città prese d'assalto (art. 28). Come si vede tali norme erano già recepite nelle nostre regolamentazioni almeno da 10 anni, con le istruzioni del 1892, molte da 20 anni, altre ancora precedentemente. Sono invece atti leciti gli stratagemmi di guerra e l'impiego dei mezzi necessari per avere informazioni sul nemico (art. 24). Si dovrà dare, se pos.sibile, il preavviso di bombardamento alle autorità prima di bombardare una città (art. 26) e si cercherà di non battere col fuoco, risparmiando per quanto è possibile, gli edifici consacrati ai culti, alle arti, alle scienze _alla beneficienza, gli ospedali ed i luoghi di raccolta dei feriti e dei malati, che dovranno essere segnalizzati in modo ben visibile e comunicati prima alJe forze assedianti. Non è stabilito un simbolo internazionale comune. Per quanto riguarda le spie esse sono solamente quegli individui che, agendo clandestinamente e sotto falsi pretesti, raccolgono o cercano di raccogliere informazioni nelle zone di operazioni di un belligerante, con lo scopo di trasmetterle al nemico (art. 29). La spia presa sul fatto non può essere punita senza giudizio (art. 30): in ciò il regolamento italiano era già tassativo nel prescrivere sempre il giudizio della Corte Marziale che, in ogni caso, non avrebbe dato la pena di morte ai minori di 18 anni.
138
ART URO MARCH EG GJANO
È ovvio che non sono considerati spie i militari in uniforme penetrati in territorio nemico, gli osservatori su pallone e i militari delle trasmissioni che trasmettono informazioni (art. 28) . Non viene punita la spia che viene catturata successivamente con le armi in pugno che ha diritto al trattamento di prigioniero di guerra. Niente di diverso dal regolamento italiano precedente che nel complesso risulta già più dettagliato e più completo anche nelle norme. In merito ai parlamentari (art. 32-33-34) è considerato tale l'individuo autorizzato da uno dei belligeranti a entrare in contatto con l'avversario presentandosi con una bandiera bianca. Ha diritto alla inviolabilità assieme al trombettiere, clarinetto o tamburino ed all'interprete che si dovessero presentare assieme a l ui. Non vi è obbligo di ricevere il parlamentare, mentre vi è il diritto non solo a prendere tutte le precauzioni in caso che il finto parlamentare volesse solo attingere notizie, ma anche, se del caso, a trattenere il parlamentare come prigioniero. Il parlamentare perde il diritto alla inviolabilità nel caso tenti di approfittare della sua condizione privilegiata per provocare o per commettere atti di tradimento. Anche in questo caso si conferma e si sancisce a livello internazionale l'uso della bandiera bianca. Il regolamento italiano nel complesso è più ricco di norme e più dettagliato e nessuna norma internazionale contrasta con i dettati che sono già sanciti ed acquisiti come regola per le truppe. In merito alle capitolazioni le norme internazionali (art. 35) sono molto più laconiche. Si dice solo che gli accordi presi devono essere assolutamente rispettati e che, in ogni caso si deve tener conto delle regole dell'onore militare. Il regolamento italiano è molto più preciso e sancisce norme di grande correttezza ed umanità, nel rispetto dei migliori principi dell'etica e dell'onore militare. Per quanto si riferisce a/l'armistizio (art. da 36 a 41), che può essere generale o locale, si sancisce che esso sospende le operazioni di guerra per mutuo accordo tra le parti belligeranti. Se il tempo è indeterminato per riprendere le ostilità è necessario un adeguato preavviso. Può entrare in vigore o nel momento indicato nel!'accordo oppure all'atto della notifica alle truppe e può riguardare, secondo gli accordi presi, anche i rapporti reciproci tra le popolazioni. Qualunque violazione grave commessa da un belligerante dà diritto ali' altra parte di riprendere immediatamente le ostilità; violazioni minori, commesse da singoli individui o reparti, danno
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
139
diritto a reclamare la punizione dei colpevoli e ad indennizzi, per i danni che ne fossero scaturiti. Anche in tale settore le norme dettate dal regolamento italiano sono più complete e dettagliate e impongono al militare nazionale un correttissimo comportamento, salvo rappresaglie od ordini superiori. Circa l'autorità militare sul territorio dello stato nemico l'argomento sarà ripreso trattando dei civili. Nel complesso sono confermati comportamenti già completamente assunti da anni dai nostri regolamenti, che garantivano completamente «il buon comportamento» del soldato come: - la proibizione a costringere la popolazione del territorio occupato a prendere parte ad operazioni di guerra còntro il proprio paese e a dare aiuto al nemico; - il divieto di saccheggio; - il rispetto dell'onore e dei diritti di famiglia, il rispetto della vita dei cittadini e della loro proprietà privata, il rispetto per le convinzioni religiose, per la libertà dei culti, il divieto di confisca delle proprietà private, la proibizione di pene collettive per punire atti individuali e così via. Infine il regolamento internazionale si occupa dei belligeranti internati e dei feriti curati presso paesi neutrali. Gli stati neutrali hanno l'obbligo di disarmare e di ritenere le truppe dei belligeranti che dovessero entrare nel loro territorio. Agli ufficiali potrà essere concessa la libertà sulla parola, con l'obbligo di non lasciare il territorio dello stato neutrale senza autorizzazione. Hanno anche l'obbligo di concedere il transito ai feriti su treni, purché non si trasportino armi e materiali da guerra, e l'obbligo di curare i feriti di entrambi i belligeranti secondo la Convenzione di Ginevra; ma il personale guarito dovrà essere internato e deve essere garantito che non possa più prendere parte ad operazioni di guerra. Tali norme sono le uniche che, ovviamente, non hanno riscontro nelle regolamentazioni italiane e fissano solo delle regole di comportamento internazionalmente accettate nel caso in cui l'Italia avesse mantenuto la propria neutralità in caso di guerra. La Convenzione venne ratificata dall'Italia ma, caso quasi unico al mondo, non vi fu bisogno di modificare alcun regolamento dato che tutti i dettami non solo erano già recepiti da anni nelle nostre regolamentazioni, ma erano anche già oggetto di ìstruzione alle truppe.
140
ARTURO MARCHEGGIANO
La riedizione del 1906 della Convenzione di Ginevra del 1864: una curiosità molto significativa
Ritengo veramente emblematica e degna di menzione una curiosità della nostra civilissima regolamentazione. In essa è assolutamente evidente il grandissimo rispetto per il diritto bellico internazionale dei militari italiani e il loro essere in ogni tempo avanti nella mano nell'accogliere norme umanitarie a vantaggio dei combattenti e delle popolazioni. Non nascondo il senso di gioia che ho provato quando ho scoperto che nella pubblicazione del Ministero della guerra, senza numero, dal titolo «Istruzione sul servizio dei portaferiti in guerra» (1) del 5 settembre 1900, era riportata in appendice, come prima serie di Aggiunte e Varianti , la nuova Convenzione di Ginevra del 6 luglio 1906, che sostituiva quella del 22 agosto 1864. È molto bello e confortante il poter notare che il testo della nuova convenzione di Ginevra, cioè quella del 1906, è già presente per essere oggetto di istruzione alle truppe fin dal novembre 1906, pochi ~si dopo la firma, e molto prima e senza la preoccupazione della ratifica della convenzione da parte del Governo Italiano. Significa che i militari, Governo a parte, viaggiavano per le norme sui canali loro, senza troppe remore. Il secondo paragrafo dell'art. 1 della nuova convenzione, e questa è un'altra curiosità illuminante, sancisce che «il belligerante, obbligato ad abbandonar~ al suo avversario dei malati, o dei feriti, ·làscerà con essi, fino a che lo permettano le circostanze militari (e, quindi, non sempre) una parte del suo personale e del suo materiale sanitario per contribuire alla loro cura». Il regolamento italiano sul servizio sanitario in guerra del 1899 (sette anni prima) prescriveva norme più umanitarie , imponendo al comandante di lasciare presso le formazioni sanitarie da abbandonare al nemico anche ufficiali medici e cappellani. In modo particolare meritano di essere ricordati l'ultimo capoverso dell'art. 21 e l'art. 22 di tale regolamento.
(I) ENRICO VOGHERA, tipografo editore del Giornale Militare, Roma 1900.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
a
JIl I 8 T & Il O
D B 1. L A. O U B Il ~ A
ISTRUZ[ONE IVJ.
SERVIZIO DEI PORTAFERITI IN GUERRA
• ~::--r.11:u , u,,m.1; .\ 'I/C.IIUYO .IIUITOKII .I.IKL lilOK!IAU .ILIT .lllS
ft,1a1a, t900
141
142
ARTURO MARCHEGGIANO
'.\Il N I :-; T I~
I{
O
I> g I. I. A
I
i I J l!: H H A
REGOLAMENTO DI
SERVIZIO IN GUERRA SERVIZIO DELLE INTENDENZE
---
SERVIZIO SANI1 ARIO 1
• T11'0GR41-'0
ICNIIICO vo1m1m.\ ~:111,wrll~ m:1, t:111IINAl, 1> IIILITAII>.
-
lloma, ttl!l!I
LEGG I E D USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
143
«Nel caso di ritirata, qualora nel posto di medicazione trovinsi feriti che non possano essere trasportati e che richiedano assistenza, il dirigente vi lascia il personale di portaferiti o di truppa di sanità necessari per soccorrerli, e , potendolo, vi destina pure un ufficiale medico, se il numero e le condizioni dei feriti lo richiedano». «22. Ogni posto di medicazione è tenuto ad assistere non solo i feriti dal proprio Corpo e quelli degli altri Corpi dell'Esercito nazionale od alleato, ma anche i feriti dell'Esercito nemico. Nei Corpi sprovvisti di portaferiti reggimentali, possono essere adoperati, previo assenso del Comandante di Reggimento, quali portaferiti eventuali, quei soldati a cui sia stata precedentemente impartita l'analoga istruzione. Questi portaferiti non essendo muniti del distintivo di neutralh zazione, non debbono mai, nelle circostanze di ritirata, essere lasciati in balìa del nemico» . Ciò che vale per i posti di medicazione è ribadito per gli ospedali da campo (quelli dell'Esercito) e per gli ospedali da guerra (analoghi a quelli dell'Esercito, ma organizzati dalle organizzazioni di soccorso, come la Croce Rossa Italiana ed il Sovrano Ordine Militare di Malta) nell'art. 47 : «in caso di ritirata, il direttore di un ospedale in funzione fa partire carreggio, materiale e personale non indispensabile, lasciando indietro soltanto quello (carreggio, materiale e personale) strettamente necessario alla cura di quei feriti che deve lasciare sul posto». Questa è una dimostrazione di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, di come la regolamentazione militare italiana, nel campo del diritto umanitario in generale fosse molto avanzata e di come le regole di guerra del nostro Esercito fossero veramente all'avanguardia in Europa nel campo della civiltà e dell'umanizzazione dei conflitti. Ma della convenzione di Ginevra del 1906 si tratterà nel capitolo ad hoc, relativo ai feriti ed ai malati, del volume secondo.
Leggi ed usi della guerra terrestre sanzionati nel 1907 dalla 2° Conferenza Internazionale della Pace Delle tredici convenzioni dell'Aja del 18 ottobre 1907 (2a Conferenza Internazionale della Pace) riguardano la guerra terrestre
144
ARTURO MARCHEGG!ANO
le sole convenzioni III, IV con annesso regolamento, e V. Le convenzioni sono state a suo tempo firmate ma non ratificate dall'Italia, anche se le norme da esse dettate sono state completamente, come vedremo, recepite nelle regolamentazioni (2). La III Convenzione riguarda l'apertura delle ostilità. In essa si sanziona (art. 1) che le ostilità non devono cominciare senza un avvertimento preventivo e non equivoco che potrà avere «sia la forma di una dichiarazione di guerra motivata, sia quella di un ultimatum con dichiarazione di guerra condizionata». Niente di nuovo perciò per l' Italia, dove questo uso era già da molto tempo sanzionato. La IV Convenzione, con annesso Regolamento, riguarda invece le leggi e gli usi della guerra terrestre. Tale convenzione, come dice la premessa, «è stata ispirata dal desiderio di diminuire i mali della guerra per quanto lo permettano le necessità militari», ed era destinata «a servire come regola generale di condotta per i belligeranti, nei loro rapporti reciproci e nei confronti delle popolazioni», confermando, in sede internazionale, il principio secondo il quale «le popolazioni ed i belligeranti restano sotto la salvaguardia e sotto l'impero dei principi del diritto delle genti, quali risultano dagli usi stabiliti fra nazioni civili, dalle leggi dell'umanità e dalle esigenze della coscienza pubblica». La convenzione nella sostanza impegna le Parti Contraenti ad impartire alle proprie forze armate di terra istruzioni relative al comportamento in guerra, che siano conformi al «Regolamento concernente le leggi e gli usi di guerra» che è allegato alla convenzione. Tutto ciò era già stato oggetto di sanzione analoga nel 1899. 11 Regolamento annesso è una copia del regolamento del 1899 con pochissime modifiche. Queste riguardano: la possibilità di rinchiudere i prigionieri di guerra solo in caso di misure di sicurezza indispensabili e per la durata minima (art. 5); la paga del prigioniero in caso di impiego in lavori, che deve essere in relazione ai lavori eseguiti (art. 6); l'ufficio informazioni sui prigionieri di guerra, nel quale sono specificati i dati che devono essere raccolti per ciascun prigioniero (art. 14). La seconda sezione del 1907 («Delle ostilità») aggiunge solo ai divieti (art. 23) fissat:i nel 1899:
(2) In gran parte lo erano già, dopo la ratifica della convenzione del 1899.
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
145
- il divieto di dichiarare estinti, sospesi o non ammissibili in giudizio i diritti e le azioni dei cittadini della parte avversaria; - il divieto di costringere i cittadini della parte avversaria a prendere parte alle operazioni belliche dirette contro il loro paese, anche nel caso in cui essi fossero stati, prima dell'inizio della guerra, al servizio dell'occupante . Tale norma è ribadita nell'art. 52, ma era una norma recepita anche dal Regolamento precedente. Vi sono inoltre delle modifiche di scarso rilievo all'art. 44, che vieta di costringere la popolazione del territorio occupato a fornire informazioni sull'esercito dell'altro belligerante o sui suoi mezzi di difesa, ed agli articoli 53 e 54 per quanto riguarda il materiale ferroviario ed i cavi sottomarini. Scompare dal Regolamento del 1907 la sezione 1V del regolamento precedente, relativa ai belligeranti ed ai feriti curati presso I i paesi neutrali, in quanto i dettami erano nel frattempo stati inclusi in pa rte nella n uova Corivcnzione di Ginevra del 1906, relativa ai feriti ed ai malati, ed in parte nella Convenzione V dell' Aja del 1907, relativa ai diritti ed ai doveri degli stati neutrali. La V Convenzione dell' Aja del 1907 riguardava la sanzione internazionale dei «Diritti e doveri delle Potenze e delle Persone neutrali in caso di guerra terrestre». La Convenzione si articola in quattro capitoli relativi alle leggi ed agli usi di guerra, ed in un capitolo di disposizioni finali, che è conforme agli analoghi di tutte le convenzioni del 1907. Nel primo capitolo relativo ai «Diritti e Doveri delle Potenze neutrali» si afferma che il territorio delle potenze neutrali è inviolabile (art. 1), che è proibito attraversarlo con truppe o convogli di rifornimenti (art. 2) e di utilizzarlo a fini militari (art. 3). In territorio neutrale non possono essere formati corpi di combattenti, né si può arruolare personale a vantaggio dei belligeranti (art. 4). La potenza neutrale: - è tenuta a punire tutti gli atti contrari alla neutralità (art. 8) ma non è responsabile di infrazioni individuali commesse da singoli (art. 6); - non è tenuta a impedire l'esportazione o il transito di materiale da guerra a vantaggio dei belligeranti (art. 7) né a restringere l'uso dei cavi telegrafici e telefonici (art. 8), fermo restando l'obbligo di comportarsi allo stesso modo nei confronti di
146
ARTURO MARCHEGGIANO
tutti i belligeranti (art. 9). Non è considerato atto ostile il fatto che una Potenza neutrale respinga, anche con la forza, qualunque attentato alla propria neutralità. Il Capitolo secondo riguarda i belligeranti internati ed i feriti curati ad opera dei paesi neutrali. Gli articoli 11, 12, 14 e 15 sono la copia esatta dei dettami della Convenzione del 1899 agli articoli da 57 a 60, con l'aggiunta dell'art. 13, che riguarda i prigionieri di guerra dei belligeranti che fossero evasi. Tali prigionieri devono essere lasciati in libertà dalla Potenza neutrale. Però se tale Potenza tollera il loro soggiorno sul proprio territorio, può anche loro assegnare una residen~a obbligatoria. La disposizione vale anche per i prigionieri di guerra che fossero prigionieri di truppe di una parte belligerante che si rifugiassero nel territorio della potenza neutrale. Il Capitolo III tratta delle «Persone Neutrali». Sono considerati neutrali i cittadini di uno stato che non prende parte alla guerra (art. 16). La qualifica di persona neutrale viene persa (art. 17) dall'individuo che commetta atti ostili contro un belligerante o che commetta atti a favore di un belligerante, specie se presta servizio nella forza armata di una delle due parti. Tuttavia per tale fatto non può essere trattato con maggior rigore di . un cittadino dello stato nemico (art. 17). Il capitolo IV regola, in modo particolare, l'uso del materiale ferroviario dei belligeranti che si trovi in territorio neutrale, o degli stati neutrali che si trovi in territorio dei belligeranti.
Considerazioni È molto consolante, ed è vanto di pochi eserciti, poter fare le constatazioni che noi italiani possiamo fare. La prima constatazione è quella che per l'Esercito italiano nessun principio umanitario sancito in sede internazionale è un principio nuovo. La seconda constatazione, altrettanto gratificante, è quella che tutti i principi generali sanzionati in sede internazionale erano già recepiti dalle nostre regolamentazioni militari. La terza constatazione, sempre altrettanto lieta, è che in de-
LEGGI ED USI DI GUERRA CODIFICATI IN SEDE INTERNAZIONALE ECC.
147
terminati settori la regolamentazione italiana che precede le convenzioni del 1899, è più vincolante e più umanitaria delle stesse norme internazionali, anche di quelle del 1907. La quarta constatazione è quella che, laddove la norma italiana è più avanzata in campo umanitario delle stesse convenzioni internazionali, la regola di comportamento sancita dai regolamenti non è una regola da applicare o meno da parte del Comandante, a seconda di come si comporti l'avversario; è una regola umanitaria sancita e basta, senza l'interesse, o la clausola vincolante, della reciprocità di comportamento da parte del belligerante contrapposto, e la trasgressione viene punita dal codice penale militare. Nei nostri regolamenti sono da modificare solo pochissimi dettagli di importanza relativamente secondaria, come, ad esempio, portare apertamente le armi» per il combattente legittimo che non mi sembra essere un fatto di grande importanza, dal momento che egli è soggetto al suo Comandante, porta obbligatoriamente l'uniforme nazionale prescritta e si attiene in combattimento alle leggi ed agli usi di guerra. Il fatto poi che sia armato di pistola e che possa tenerla in tasca non mi sembra rilevante per la sua qualifica. L ' unico fatto che fa eccezione è quello di recepire nella regolamentazione militare il concetto della leva di massa che, in effetto, mancava. Tutti i crimini sanciti dalle convenzioni internazionali non solo erano già precisamente individuati dai nostri regolamenti, ma erano già anche adeguatamente, ed in modo severo, puniti dal nostro codice penale militare. Erano anche sancite le norme che rendevano obbligatoria l'istruzione delle truppe sui reati militari in pace ed in guerra, e di conseguenza, è lecito affermare che il combattente italiano applicava, prima delle convenzioni internazionali regolamenti talmente avanzati e civili da recepire, prima che fossero sanciti, tutti i principi e gli usi di guerra consuetudinari più corretti nel campo del rispetto e del progresso del diritto delle genti. Il fatto veramente più emblematico e significativo è quello che, a seguito delle convenzioni internazionali, non ha dovuto subire alcuna modifica, fino alla seconda guerra mondiale, neppure il codice penale militare del 1869, molti dettati del quale risalivano al codice del 1859, se non addirittura a quello del 1840.
i ii
148
ARTURO MARCHEGGIANO
TRATTATO DI
DIRITTO INTERNAZIONALE MODERNO n1
GIUSEPPE SANDONÀ Prn!eSSD~ nella R. Univel"jtà di Siena.
FIRENZE, OlllRUPK PRl,l,A8 F:111Ton1.
1870.
CAPITOLO SESTO
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAMENTI DELL'ESERCITO ITALIANO DAL 1907 ALLA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Generalità. - Le Raccolte delle Convenzioni internazionali. - La pubblicazione «Servilio in Guerra» del 1912. - La pubblicazione n. 150 del 1915 «Servizio in Guerra. Parte Il. Organizzazione e funzionamento dei Servizi». - Applicazione delle norme nel corso della l • Guerra mondiale con particolare riferimento al fronte italiano. -
Considerazioni.
Generalità
Dal 1907 al 1914, anno nel quale ha inizio la prima guerra mondiale, dopo tutte le convenzioni internazionali utopiche di pace perpetua e di risoluzione pacifica di qualunque controversia internazionale, è necessario dire che l'arco di sette anni è un periodo di tempo troppo breve, perché le nazioni europee recepissero i dettati delle convenzioni umanitarie del 1907 e perché le applicassero in guerra. Le alleanze tra le grandi e medie potenze europee e mondiali erano quelle che erano, gli equilibri sembravano più o meno stabilizzati, alla guerra più o meno non ci si voleva pensare in tempo di pace in modo serio e realistico, come se fosse solo una eventualità molto remota. Niente di nuovo, quindi, rispetto al passato! D'altra parte le convenzioni firmate nel 1907 richiesero un tempo relativamente lungo per la ratifica (l'Italia non le ratificò neppure, dato che i dettami, almeno per la guerra terrestre, erano già recepiti dalle convenzioni ratificate del 1899) ed entrarono in vigore solo nel 191 O, data a partire dalla quale avrebbero potuto essere
150
ARTURO MARCHEGGIANO
)fl~IS1'ElW DELLA GUERRA. ~tgn-!arialo tt1tl'llt -
Diriiioff Ga~itttt, aililart -
8tùo1t ~·
N. 1G
RACCOLTA llt:LLJ;
CO~VENZIONJ INTERNAZIONALI CHE RIGC\RD .\W) J.A Gl1ERRA
EllIZlO:\E l\/07
'
Ru!lf.\.
'I i p•·::ratia •l•~l ~t i)d .. f ,.- r,, ,li,Jlft ~urrra.
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAMENTI ECC.
151
recepite nei regolamenti di servizio in guerra, almeno degli stati che le avevano ratificate. Molte nazioni non adeguarono, per mancanza di tempo, neppure le istruzioni alle truppe ed i codici penali. Se tutto ciò è vero per altre nazioni, ed occorre giustamente tenerne conto per un giudizio complessivo equilibrato circa la validità e l'applicazione nella prima guerra mondiale di tali convenzioni, non è assolutamente vero per l'Italia. Lo Stato Maggiore italiano dal 1907 al 1915, anno dell'entrata in guerra dell'Italia, fu l'unico del mondo ad introdurre nei propri regolamenti militari, ad uso del proprio Esercito, ben tre pubblicazioni ufficiali di raccolta delle convenzioni internazionali in vigore, e ben due pubblicazioni relative al servizio in guerra che repepivano in toto le regole e gli usi di guerra internazionalmente sanciti, ancorché non fossero stati ratificati dal Governo italiano, come vedremo nel presente capitolo.
Le Raccolte delle Convenzioni internazionali Poiché le convenzioni internazionali diventano sempre più numerose e nella considerazione che i dettati delle norme internazionali erano sempre più numerosi e complessi, era man mano sempre più necessario provvedere ad una pubblicazione che riunisse tutte le norme internazionali che l'Italia aveva ratificato e che impegnavano le Forze Armate. L'esigenza avvertita dagli Stati Maggiori era suggerita da almeno due motivazioni: - la prima era che il Comandante doveva essere perfettamente edotto delle regole e degli usi di guerra internazionalmente riconosciuti, non solo per regolare la propria condotta e quella delle proprie truppe in combattimento, ma anche per contestare al nemico, se firmatario delle Convenzioni, gli illeciti commessi e per proporre delle adeguate rappresaglie alle autorità politiche dello stato; - la seconda era una esigenza di verifica legata all'onore militare, che era la regola principe nel combattimento del Comandante italiano. Se una norma era sancita in ambito internazionale
152
ARTURO MARCHEGGIANO
JQNISTERO DELLA GUERRA. Sepllrilto ,-nla - Di'flllou Stati aui•n - f.eli0111 3"
.
--
,.,
N.
-
,.,
.,_..._._._,__..._,.........
16
RACCOLTA DELLE
CONVENZIONI I.NTERNAZIONALI CHE RIGUARDANO LA GUERRA TERRESTRE
(EDIZIONE 1912)
•
aou.
otleiaa Uporalea ... 11111,t..ro Wla IMm.
LEGGI ED USI 01 GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAMENTI ECC.
153
doveva essere conosciuta e si doveva verificare che essa fosse stata recepita dalla normativa, sia operativa sia di addestramento. La prima edizione a cura del Ministero della Guerra di una «Raccolta delle Convenzioni internazionali che riguardavano la guerra terrestre» è del 1907, ma viene subito superata dalle Convenzioni firmate nella 2 a Conferenza della Pace e viene citata solo per dovere storico. La seconda edizione della «Raccolta delle Convenzioni internazionali che riguardano la guerra terrestre» è del 31 rucembre 1912. Prende il nome di Pubblicazione n. 16 (1) e viene distribuita a tutte ]e unità fino a livello Divisione e Brigata, cioè al livello gerarchico che aveva in distribuzione il «Regolamento per il Servizio in Guerra». Si informa, nell'avvertenza, che «le convenzioni interifazionali ... serviranno di norma ai Comandanti del1e varie unità per regolarsi praticamente nelle varie contingenze di guerra (cioè senza fare errori secondo le prescrizioni del diritto bellico internazionale) a seconda delle esigenze che la qualità dei belligeranti ed i doveri di reciprocità potrebbero consigliare». La raccolta è redatta in lingua francese . Il fatto non è criticabile, in quanto le Convenzioni in tal modo erano lette nella lingua originale nella quale erano state redatte, che era poi la lingua diplomatica del tempo, senza i possibili errori di traduzione. Inoltre era un fatto normale che negli Stati Maggiori la lingua francese (che era anche quella nella quale per lo più si parlamentava con i nemici, proprio per i1 fatto che era la lingua diplomatica) fosse sicuramente conosciuta e compresa da moltissimi Ufficiali. Tale raccolta riunisce nell'ordine i testi dei seguenti trattati internazionali: la Convenzione di Ginevra del 1906; la Dichiarazione di Pietroburgo del 1868; la Convenzione dell' Aja del 1899 circa le leggi e gli usi di guerra terrestre, con annesso Regolamento; - le Dichiarazioni dell'Aja del 1899 sulla proibizione di impiegare munizionamento d_s!stinato a sviluppare gas asfissianti o a schiacciarsi dentro al corpo umano;
(1) Ministero della Guerra. Segretariato Generale. Divisione Stato Maggiore - Sezione 3 • - Roma - Officina tipografica del Ministero della Guerra.
154
ART URO MARCHEGGIANO
MDHS1'Elt0 DELLA HUEIUL\. Di•1isiooe. ~tato maggiora - :.edon; ;i4
Ses111ariato ieoenle -
~ - -----~ ------· .-.-.... . .,_.. ___--~--
.· .,,.._... - .-
-----.-..
N. 16 bis
TRADUZIONE ITAtt.{NA llKl,f.A
IV H VCONVENZIONH IlRLL' AIA (t8 ottobre t907)
RIGUARDANTI U GUERRA TERRESTRE
tEOJZIO~E !!li:,)
6 J,11:IIA.
Oflldaa ti1•"•ralk• ,1.1 \li11i•l~r11 J•lt• i:u•rrfl .
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAMENTI ECC.
155
- la Convenzione (IV) dell' Aja del 1907 sulle leggi e gli usi di guerra terrestre con annesso Regolamento; - la Convenzione (V) dell' Aja del 1907 relativa ai diritti ed ai doveri delle Potenze e delle Persone neutrali in caso di guerra terrestre. Come si vede sono riportate con grandissima correttezza anche le Convenzioni IV e V dell'Aja del 1907, anche se l'Italia non le aveva ratificate, dato che entrambe non portavano sostanziali novità alla Convenzione del 1899, che era stata completamente recepita dalle nostre regolamentazioni. Il 1° giugno 1915, pochi giorni dopo l'entrata in guerra dell'Italia, usciva la pubblicazione 16-bis, intitolata «Traduzione italiana della IV e V Convenzione dell' Aja (18 ottobre 1907) riguar~anti la guerra terrestre». Anche la pubblicazione di una traduzione ufficiale, che non lasciasse ai Comandanti dubbi di interepretazione, è un segno indiscusso di professionalità, competenza e di chiarezza della normativa. In sintesi l'Italia fu l'unica , nazione del mondo che, pur non avendo ratificato le Convenzioni del 1907, emanò sulle stesse ben tre pubblicazioni normative ufficiali per le truppe, garantendone l'applicazione nella 1a guerra mondiale, ivi ovviamente compreso il diritto di rappresaglia (specie per quanto si verificò per i gas).
La pubblicazione «Servizio in Guerra» del 1912 Era già stata notata la disorganicità della pubblicazione precedente, con confusioni e contestazioni anche sulla data di emissione (in pratica era stata sanzionata sia nel 1892 sia nel 1896) malgrado la sua veramente notevole ricchezza di norme di diritto bellico. Tali norme, come si è visto, non solo recepivano tutto quanto era stato sancito in sede internazionale, ma erano anche ricchissime di ulteriori dettati molto civili, che valevano solo per le truppe dell'Esercito Italiano. Ma nella miriade di decreti, di disposizioni, di librette uscite in anni e periodi successivi non ci si raccapezzava più. Pertanto, dopo le esperienze della campagna in Libia, il Ministero della Guerra sente il dovere di rinnovare il tutto, di contribuire alla unicità ed alla chiarezza della regolamentazione, con una nuova ed aggiornata edizione di una pubblicazione
156
ARTURO MARCIIEGGIANO
KINISTltR.O DELLA GU&RR.A
REGOLAMENTO DI
SERVIZIO IN GUERRA PARTE I.
SERVIZIO DELLE TRUPPE (&.marzo IB9t)
VOGHERA ENRICO TIPCMlaA,o IUIITOal DIL e1oa1ULK ••LITA'R.IC
Roma, tffl.
LEGGI ED USI 01 GU ERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAME NTI ECC.
157
così fondamentale per l'impiego delle truppe in guerra. Ciò avvenne nel 1912. La nuova edizione è veramente significativa, sia nena forma sia nella sostanza e si articola in tre volumi editi dal Ministero della Guerra: - pub. 103 - Servizio in guerra. Parte I - Servizio delle Truppe (10 marzo 1912) edita dal Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Istruzioni e Manovre; - pub . 107 - Servizio in Guerra. Parte II - Servizio Sanitario (6 luglio 1912), edita dal Comando del Corpo di Stato Maggiore - Riparto Intendenza - Ufficio Servizi; - pub. JJ1 - Servizio in Guerra. Parte II - Servizi Logistici - (Servizio deJle Intendenze e Servizi di prima linea) (12 luglio J912), edita dallo stesso ufficio della pubblicazione n. 107. / Le tre pubblicazioni sono nel complesso molto buone sia per la completezza delle norme, sia per la loro riunione in manuali tascabili e di pronta consultazione, sia per il fatto di essere uscite tutte e tre nello stesso anno e potendo costituire così unico riferimento normativo. Molto opportunamente il Servizio Sanitario, essendo in fondo il più complesso ed il più delicato, trattando la materia prima «uomo», costituisce pubblicazione a sé, anche per la diversa esigenza di diffusione della pubblicazione a tutti gli ospedali e a tutti gli organi sanitari non solo dell'Esercito ma anche delle Organizzazioni di soccorso, come la Croce Rossa ed il Sovrano Ordine Militare di Malta, ai quali, ovviamente, non doveva essere distribuita tutta la normativa logistica dell'Esercito. Per la prima volta, inoltre, i Servizi delle Intendenze vengono chiamati Servizi Logistici e tale denominazione resterà successivamente fino ai giorni nostri. Per quanto riguarda le norme relative al diritto bellico e le leggi e gli usi di guerra esse sono sparse in tutte le pubblicazioni, anche se sono relativamente riunite in appositi capitoli e paragrafi. Nella Parte I (Servizio delle Truppe) le norme più significative si trovano: nel Capitolo I (Disciplina), per ciò che riguarda le misure di polizia; nel Capitolo VIII per ciò che riguarda gli usi di guerra; nel Capitolo IX per quanto concerne le Convenzioni di Guerra.
158
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTl.:RO DELLA GUERRA Co•ANOO ML coaPG DI !ITA TO •AOGIOIIK -. RIPAIITO INTKN11t.lC1.A
UPFIC,0 UIIYll!I
N. 107.
SERV1ZI0 lN GUERRA PARTE IL
SERVIZIO SANITARIO
ll>IZbNll UU
6 YOGHIRl INRtoo ra,oea.uo SIIITO&S
D&L ..oa•ALK •LnAQ
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NE! REGOLAMENTI ECC.
159
Le misure di polizia ricalcano le norme precedenti sul Servizio dei Carabinieri Reali. Esse hanno lo scopo (art. 5) di:
- jar osservare dai militari le leggi, i regolamenti e le prescrizioni speciali emanate dai comandi in guerra; sorvegliare le persone «non militari» al seguito dell'Esercito; custodire gli arrestati, i disertori nemici ed i prigionieri di guerra; vigilare sulle persone sospette di esercitare lo spionaggio; - impedire l'opera dei predoni. Tali compiti sono di massima affidati ai Carabinieri Reali che so'no «ausiliari importantissimi» dei Comandi per il mantenimento della disciplina e per il buon successo delle operazioni. Sono i Carabinieri a scortare .i convogli (art. 13), a ricercare le guide (art. 16) e gli emissari, a sequestrare e conservare le casse pubbliche, le corrispondenze postali e telegrafiche e qualunque altro oggetto di appartenenza del nemico (art. 16). Sono loro a controllare eventuali sbandati, disertori, spie e ad arrestarli (art. 14, 23, 25). Sono sempre loro a contribuire a mantenere le strade sgombre, ad agevolare gli uffici di sanità nella requisizione del carreggio loro occorrente per il trasporto dei feriti, a cooperare nell'attuazione dei provvedimenti di sgombero delle popolazioni da dove si combatte, ai fini della loro salvaguardia (art. 16). Sono anche loro che sorvegliano le persone non militari al seguito dell'esercito, controllando la regolarità dei permessi e delle concessioni, il porto dell'uniforme o dei segni distintivi, se sono prescritti (e lo sono quasi sempre). I Carabinieri Reali inoltre custodiscono gli arrestati (art. 21), talvolta sorvegliano e scortano i prigionieri di guerra, specie nei casi in cui siano molto pochi (art. 24); vigilano contro i predoni, specie dopo i fatti d'arme, «arrestando le persone che vi si aggirano (sul campo di battaglia) con lo scopo di far bottino, non esitando a far loro fuoco addosso quando siavi tentativo di resistenza o di fuga». Come si vede le norme dell'Esercito Italiano contro predatori, saccheggiatori e sciacalli sono durissime. Le salvaguardie sono quelle tradizionali, sia nella forma dei documenti di salvaguardia, sia per le cose e le località alle quali
160
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTERO DELLA GUERRA
'--e"'-,.• l&ata -,glerl-llp11ù i1le1K1aaa -
lfklo ..nili
N. 111.
SERVIZIO IN GUERRA PARTE II
SERVIZI LOGISTICI
(Sellizia delle Intendenze eservizi di prima linea) F.nl7.IONE tnt
IL'illCO YOOIIIRA
.._-....
~. . - · · .... e10111t,U• .
MILl1'.U8
LEGGI ED USI DT GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NE I REGOLAMENTI ECC.
161
vengono sempre concesse («pubblici stabilimenti di istruzione e di beneficienza, opifici, luoghi sacri, conventi di donne, collegi femminili, archivi, musei, monumenti, opere d'arte, ecc. - art. 27), definiti come «cose che, nell'interesse dell'umanità, del decoro nazionale o dell'esercito stesso è conveniente porre sotto la speciale protezione». Le salvaguardie riguardano anche le persone, come ad esempio gli agenti diplomatici o consolari delle potenze neutrali (art. 27), che godono di «immunità dall'alloggio militare» e che vanno esenti da visite domiciliari (2). Come sempre lé salvaguardie possono essere anche talvolta garantite con personale militare che viene ritirato, in caso di ripiegamento delle truppe nazionali, con l'ultimo reparto che abbandona le località. / Anche per i salvacondotti le norme sono analoghe alle disposizioni precedenti. Essi sono quei permessi permanenti o temporanei che servono per poter attraversare il territorio occupato dalle truppe senza perquisizioni e molestie. Riguardano gli ufficiali di potenze amiche, che siano ammessi a seguire le operazioni militari, in via del tutto eccezionale, gli agenti diplomatici di potenze neutrali accreditati presso il nemico, e le persone che abbiano bisogni particolari. Nel capitolo VIII (usi di guerra) sono perfettamente recepiti i dettami delle convenzioni internazionali del 1899 e del 1907, modificando opportunamente (si tratta solo di dettagli) le norme della pubblicazione precedente del 1896, specie per la definizione e le caratteristiche del belligerante legittimo, la acquisizione del concetto della leva di massa, i diritti dell'occupante sul paese occupato. Per quanto riguarda i prigionieri di guerra le norme regolamentate dalle convenzioni vengono completamente recepite; ma si va ben oltre le convenzioni là dove si afferma (art. 373): «I prigionieri di guerra devono essere trattati con umanità. Qualunque atto contrario allo spirito di questa prescrizione dev'essere severamente represso. Dà prova d'elevato sentimento militare colui che al prigioniero di guerra nemico, superiore in grado, usa deferenza e rispetto».
(2) Per «immunità dall'alloggio militare» si intende che le infrastrutture da essi utilizzate non potevano essere requisite per essere adibite ad alloggio di truppe.
162
ARTURO MARCHEGGIANO
Analogamente vengono recepite le norme che riguardano il territorio degli stati neutrali e i diritti ed i doveri dei neutri (art. 380), però non si ha il coraggio di nominare le convenzioni del 1907, non ancora ratificate dall'Italia (art. 381) rinviando alla pubblicazione «Raccolta delle convenzioni internazionali che riguardano la guerra», dello stesso anno, che, invece riporta tali norme in modo completo. Nel capitolo IX (Convenzioni di Guerra) vengono indicate le regole relative alle sospensioni d'armi, armistizi, capitolazioni e rese a discrezione del nemico. Le norme sono analoghe alle precedenti sia nei principi che nei dettami. Come sempre il Comandante di fortezza, nello stabilire i patti di capitolazione, non deve mai separare la sorte sua e quella degli Ufficiali dalla sorte del soldato. «Alla difesa valorosa è uso concedere gli onori di guerra; la guarnigione esce in armi e bagaglio e sfila innanzi alle trupppe del nemico schierate» (art. 384). «Dà prova di elevato sentimento militare l'attaccante, il quale volontariamente conceda gli onori di guerra al nemico che si arrende a discrezione dopo una pertinace e ostinata difesa» (art. 385). Però «nessun comandante può in qualsiasi circostanza e per nessun motivo capitolare o arrendersi in campo aperto» (art. 385). Anche tali norme risalgono a precedenti regolamenti di servizio in guerra. Della Parte II della pubblicazione è valido il testo relativo al Servizio Sanitario, che recepisce in toto la nuova Convenzione di Ginevra del 1906. Poco chiara è invece la pubblicazione relativa ai Servizi logistici. È appena apparso il Servizio automobilistico con l'uso generalizzato negli eserciti di mezzi «automobili». Per quanto riguarda il diritto bellico, quest'ultima pubblicazione è confusa e poco precisa, specie per quanto riguarda le requisizioni, le contribuzioni di guerra e le prede belliche, che sembrano quasi legittime ed ammesse nella generalità dei casi, con evidenti stridori con i dettati sanciti nella Parte I della pubblicazione, nel Capitolo relativo agli usi di guerra (si vede che, solo allora, c'era qualche scoordinamento tra i diversi uffici dello Stato Maggiore). Forti anche dell'esperienza del primo anno della prima guerra mondiale, alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia, la Parte II della Pubblicazione relativa al Servizio in Guerra («Organizzazione e Funzionamento dei Servizi») viene rielaborata, riunita in una sola pubblicazione, che ingloba anche tutto quanto è relativo al
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOUMENTI ECC.
163
Servizio Sanitario, molto più precisa, adeguata e all'altezza delle migliori tradizioni italiane nel campo del diritto dei conflitti armati e del diritto delle genti in generale. L'Italia pertanto entrava in guerra con una regolamentazione di «Servizio in Guerra» aggiornatissima, dove la Parte I (Servizio delle Truppe) era quella (confermata) del 1912 e la Parte II («Organizzazione e Funzionamento dei Servizi») prendeva corpo nella pubblicazione 150 del Ministero della guerra, del 9 maggio 1915.
La pubblicazione n. 150 del 1915 «Servizio in Guerra. Parte II. Organizzazione e Funzionamento dei Servizi» Di tale pubblicazione sarà esaminata solo la parte direttamente connessa con le norme di diritto dei conflitti e con la loro applicazione, senza entrare nel merito della organizzazione logistica dell'Esercito. Sono interessanti le attribuzioni dell'Intendente Generale, che ha «sotto l'autorità del Comandante Supremo, l'alta direzione di tutti i servizi presso l'Esercito di Campagna» (art. 10). Egli è l'intermediario fra le Intendenze di Armata ed il Ministero della Guerra, specie nel campo dei rifornimenti. Egli, tra l'altro, non solo delimita le «zone di alimentazione» delle varie Armate, ma anche provvede alle maggiori esigenze con i mezzi a sua disposizione, con le requisizioni e con le richieste al Ministero. È lui che ·richiede al Ministero della Guerra gli Ufficiali Generali occorrenti per esercitare la carica di «Governatore Militare», nelle località importanti del territorio nemico occupato (art. 10), e che distribuisce il personale necessario per le requisizioni sulle linee di tappa. All'Intendente generale risale anche il coordinamento delle azioni del personale delle associazioni di soccorso ai malati e feriti in guerra. Le norme che vengono date nel Capitolo Il, che riguarda il Servizio Sanitario, sono tutte perfettamente allineate alla Convenzione di Ginevra del 1906; ma il testo di tale Convenzione scompare dalla pubblicazione (forse perché ritenuto noto, in quanto pubblicato in altre normative specifiche del Corpo di Sanità) anche · se allo stesso testo si fa più volte riferimento cosi come ai segni distintivi protettivi del servizio, che vanno sempre esposti, in cor-
164
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTRRO ' DELLA GUERRA
r-i.t ,~l r.wpe ii ... aipn- R..,t..,...-Mcit.,.
N. 100
SE11.VIZIO 1N GUERRA PARTE II.
Organizzazione a funzionamento del Senlzl F.DIZIONR
J!llf1
ENRICO VOOtllo:tU
'·-
ftoma, .....
.
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAMENTI ECC.
165
rispondenza del dislocamento degli organi esecutivi (posti medicazione, ospedaletti da campo, ospedali da campo e da guerra, sezioni di sanità, ospedali, ecc.). Interessanti sdno anche, in tempo di guerra, gli atti di procura, di consenso o di autorizzazione che possono occorrere ai militari o ad altro personale impiegato, addetto o al seguito dell'Esercito (art. da 147 a 149), o anche ai prigionieri di guerra, per i quali valgono le stesse norme seguite per l'esercito nazionale (art. 150). La redazione e la convalida di tali atti, per i disposti della legge 9 aprile 1885 (trattasi evidentemente di una legge molto vecchia, che in tal caso viene con tale disposto ad essere ringiovanita), sono di competenza degli Ufficiali Commissari e di quelli di Amministrazione. Il Servizio di Commissariato è anche competente per le con,,. tribuzioni di guerra, o quando occorra rifornire le casse militari, o quando un paese sottoposto a requisizione di viveri non soddisfi alla requisizione «per malvolere» e l'Autorità Militare non giudichi opportuno procedere con la forza alla requisizione. In tale caso (art. 151) «la contribuzione in danaro viene, in massima, imposta per una somma equivalente al valore dei generi che il paese avrebbe dovuto fornire» . La riscossione di tale tributo «viene fatta per mezzo dell'autorità municipale, alla quale, occorrendo, si presterà man forte». In tal caso «l'abitante che avrà ricoverato feriti potrà essere dispensato ai sensi della Convenzione di Ginevra, da una parte delle contribuzioni di guerra» (art. 152). Ma «dal giorno della conclusione della pace non si possono più prelevare contribuzioni di guerra sul territorio nemico, né si può pretendere il pagamento delle contribuzioni arretrate» (art. 161). Per quanto si riferisce alle prede belliche, l'Esercito Italiano «che occupa territorio nemico può impossessarsi solo del denaro, dei fondi e dei valori esigibili di proprietà dello Stato, dei depositi di armi, mezzi di trasporto, magazzini ed approvvigionamenti, ed in genere di qualunque proprietà mobiliare dello Stato stesso atta a servire alle operazioni di guerra», che costituiscono la così detta preda bellica, così come le carte militari, le armi ed i cavalli dei prigionieri di guerra, mentre «gli altri oggetti appartenenti personalmente ai prigionieri di guerra stessi restano di loro proprietà» (art. 153). Tuttavia in certi casi, a seconda delle circostanze di cattura della preda, potrà essere dato un premio alle truppe che l'harino
166
ARTURO MARCHEGGIANO
catturata e spetta al comando stabilire l'entità del premio per ciascun grado. Ciò vale in particolare per i corpi di spedizione all'estero (articoli da 154 a 159). Interessante è anche l'impianto di un posto di tappa in territorio nemico specie nel caso in cui la località prescelta non sia occupata da un corpo di truppe (art. 252). «Il Comandante di tappa giunto a destinazione fa occupare dalle truppe che lo accompagnano il telegrafo, la posta, le casse pubbliche e gli ·stabilimenti governativi. Fa prima occupare i punti militarmente più importanti della località, stabilisce guardie agli ingressi del paese e invia perlustrazioni sino a mezza tappa di distanza dall'abitato. Indi proclama lo stato d'assedio ed ordina il disarmo (tutte cose da fare con bandi militari), prescrivendo agli abitanti di deporre, entro un determinato periodo di tempo, in locali opportunamente designati, tutte le armi di cui fossero detentori. Vengono pure emanate disposizioni per limitare la circolazione degli abitanti, l'apertura e la chiusura degli esercizi, per provvedere alla censura della stampa, all'illuminazione pubblica, ecc.» (art. 252). «I Comandanti di tappa debbono mantenere l'ordine pubblico in tutto il territorio di propria giurisdizione. In paese nemico assumono senz'altro la direzione del servizio di polizia. In territorio nazionale, dove esistono autorità di pubblica sicurezza, debbono mettersi in rapporto con esse ed esercitare un 'influenza continua sulle loro decisioni; dove non ne esistono, i Comandanti di tappa per il servizi~ di polizia si regolano come in territorio nemico, pur facendosi coadiuvare nel servizio dalle autorità comunali del luogo» (art. 259). In ciò è assistito dalla «stazione di Carabinieri Reali assegnata a ciascun comando di tappa» (art. 259). «Per quanto riguarda la polizia generale, il comandante di tappa deve far rigorosamente sorvegliare gli esercizi pubblici, i forestieri (specialmente stranieri) che giungano nel luogo di tappa, la stam~a locale ed, in paese nemico, anche i funzionari del cessato governo, siano essi oppur no rimasti in carica. Rigorose misure di polizia debbono esser prese per tutto ciò che riflette l'igiene e la salute pubblica, specialmente in quelle località dove si agglomerano molti uomini e quadrupedi e si raccolgono numerosi malati e feriti» (art. 259).
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAMENTI ECC.
167
Come si vede si tratta di norme tutte molto corrette e perfettamente legittime secondo gli usi di guerra del tempo. Interessante è anche l'appendice alla pubblicazione relativa alle requisizioni. Per le requisizioni in territorio nazionale od alleato rimanda alle apposite leggi ed accordi, che sono bagaglio dei tecnici mentre, molto opportunamente, anche per dividere gli atti leciti dagli illeciti, tratta diffusamente delle requisizioni in territorio nemico. Le regole generali sono molto civili e sono perfettamente in regola con le leggi e gli usi di guerra e vale la pena di riportarle. «Ai comuni ed agli abitanti non si potranno richiedere generi in natura o prestazioni se non per i bisogni dell'esercito di occupazione (quindi non per altre esigenze nazionali o di corpi di spedizione in altri luoghi). Le richieste dovranno essere proporzionate alle risorse del paese e di natura tale da non implicare per le / popolazioni l'obbligo di prendere parte alle operazioni di guerra contro la loro patria. Le requisizioni e le prestazioni non potranno essere richieste se non con l'autorizzazione del comandante delle truppe delle località occupate» ed il tutto verrà pagato in contanti o si rilascerà «ricevuta», con obbligo per l'Amministrazione di pagare il più presto possibile. Le requisizioni, che vengono intimate con pubblici avvisi, o anche direttamente al privato cittadino, possono essere regolari o forzate. A quelle regolari «provvedono le autorità locali (di massima quelle comunali)» sotto sorveglianza ed assistenza delle autorità militari; a quelle forzate, con mezzi coattivi, provvede la truppa. Tali requisizioni sono normali per i Servizi di Commissariato (vettovaglie, combustibili, paglia, attrezzi da macellazione, panificazione, mezzi di trasporto, uffici, alloggi, magazzini, oggetti di vestiario ed equipaggiamento, prestazioni d'opera, ecc.). I prezzi «da corrispondersi sono stabiliti dalle Direzioni o dagli Uffici di Commissariato, o, in mancanza-di questi, dal Comandante delle truppe che direttamente le esegue d 'accordo con le autorità comunali o con i privati cittadini, sulla base delle ultime mercuriali attendibili del luogo, oppure dei prezzi correnti». Se però manpa l'accordo il prezzo è stabilito dall'Autorità Militare sulla base predetta (art. 9). Come si vede non si tratta né di rapine, né di spoliazioni delle popolazioni, ma di un acquisto coatto dal commercio, se così
168
ARTURO MARCHEGGIANO
si può dire. Anche nelle prestazioni d'opera le diarie giornaliere sono pagate con gli stessi criteri, giusti e corretti, in base ai prezzi della manodopera correnti sulla piazza. Il pagamento delle requisizioni e delle prestazioni sarà fatto colle norme che risultano dalle «Istruzioni amministrative per le truppe in campagna». Come si vede si tratta nel complesso di norme molto corrette e molto umane, che però sanno imporre con fermezza a tutti, secondo gli usi di guerra più civili del tempo, le così dette esigenze di guerra.
Applicazione delle norme nel corso della 1 ° Guerra mondiale, con particolare riferimento al fronte italiano Nel corso della 1a guerra mondiale le norme relative alle leggi ed agli usi d i guerra sono state sostanzialmente applicate da parte dell'Esercito Italiano. Per dare solo un cenno al fronte italiano e, a parte i gas, alle applicazioni in guerra del diritto bellico farò riferimento a due sole_ pubblicazioni, a mio parere abbastanza emblematiche: - una traduzione fatta dal Comando 6a Armata-Sezione Il (informazioni) dell'opuscolo 2351/16, stampato a Vienna nel 1916, rinvenuto tra i documenti di un prigioniero di guerra catturato sull'Ortigara, edito dalla sezione cartografica della 6a Armata; - una «Raccolta delle disposizioni in vigore per l'Esercito mobilitato» edita nel 1917 dal Comando Supremo, Ufficio Affari Vari, solo per la parte delle disposizioni emanate con circolari, che riguardano, in generale, la così detta «disciplina di guerra». L'opuscolo austriaco riguarda i «Criteri fondamentali per la educazione della truppa e per l'istruzione di guerra degli aspiranti Ufficiali e degli uomini di truppa». In esso si insegna tra l'altro che «i prigionieri di guerra devono essere trattati alla stessa stregua degli arrestati. Non di discorra con loro e si impedisca ogni contatto con i borghesi. Un trattamento rude è proibito, però la compassione è superflua». · «La prigiop.ia di guerra deve essere considerata da tutti come una disgrazia, poiché ivi i disagi e le privazioni sono maggiori che sul campo».
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAMENTI ECC.
169
«Chi ha la disgrazia d'essere fatto prigioniero deve tener presente che le indicazioni che dà al nemico sulle proprie truppe, sono di grave danno per i propri compagni, che sono ancora in guerra e che il nemico ricompensa questo tradimento soltanto col disprezzo. Il prigioniero non deve parlare anche se chi lo interroga veste la divisa di Ufficiale del suo Paese, perché ciò è fatto solamente per ingannarlo. Nemmeno la minaccia di fucilazione deve indurlo al tradimento». I militari austriaci «feriti leggeri devono riportare seco il fucile dalla linea di fuoco, altrimenti saranno rimandati senza essere medicati». «Più volte succede che il nemico avanzi con il primo scaglione, alte le mani e con le bombe a mano nelle tasche. Dietro al ,.primo scaglione avanzano tre o quattro scaglioni armati che sorprendono i soldati creduli ed imprevidenti». «Dopo ogni attacco rimangono davanti ai reticolati dei nemici non feriti, i quali si fingono morti, al solo scopo di tagliare i reticolati durante la notte. Perciò si dovrà tirare un colpo di grazia a ognuno che sia caduto davanti alle linee». Sono cose molto indicative della realtà della guerra, dove, tra l'altro, si interdisce di parlamentare ai bassi livelli, da parte di entrambe le parti, e così, spesso, succedeva che dopo un attacco fallito i feriti talvolta restassero molto tempo, fino alla morte, sotto ai reticolati dove erano stati colpiti, senza che nessuno osasse, pe. na la vita, di andarli a prendere. Manca una documentazione di guerra che comprovi i fatti, ma nel complesso si capisce o si intuisce che sono fatti possibili e che è possibile che siano successi. Molto più indicativa ed interessante sotto il profilo del diritto dei conflitti armati è la raccolta italiana delle circolari emanate durante la guerra. La pubblicazione riunisce le disposizioni che riguardano la disciplina di guerra, le ricompense, la giustizia militare, le disposizioni per l'uniforme, le norme di igiene e le licenze. Per quanto riguarda l'uniforme solo una circolare richiama il personale sul divieto assoluto di uso abusivo di distintivi destinati al personale sanitario (circ. 3200, in data 5 agosto 1915, dell'Intendenza Generale). Ciò è molto indicativo della generale correttezza di impiego di distintivi.
170
ARTURO MARCHEGGIANO
La parte di gran lunga più interessante è invece quella relativa alla disciplina di guerra, che specie quando era Capo di Stato Maggiore il Cadorna, era veramente rigidissima. La circolare n. 5, senza data, vieta, specie agli ufficiali, di portare con sé documenti che possano essere utili al nemico, per il pericolo di perderli in azione o di farli avere al nemico, in caso di cattura, allo scopo di tutelare la segretezza degli ordini di operazione. La stessa disp""osizione è ribadita con la circolare 5227, del 30 dicembre 1915, a firma del Gen. Porro. La circolare 220, del 6 giugno 1915, a firma di Cadorna, riguarda gli atti di feroda compiuti a danno di militari italiani da parte di militari austriaci e di cittadini del paese occupato. Prescrive di segnalarli con tempestività al fine di dare agli stessi la pubblicità giudicata necessaria. Due circolari (la 279, del 10 giùgno, e la 917 del 26 giugno 1916) a firma del Sottocapo di Stato Maggiore Porro, richiamano le truppe sul rispetto dovuto «ai monumenti ed agli oggetti d'arte di ogni genere esistenti nelle terre occupate». «Mentre il suo esercito si avanza a liberare i fratelli dalla oppressione straniera, non può l'Italia trascurare il proprio compito di civiltà, né dimenticare la millenaria sua tradizione di patria delle arti» . ... «Debbono stare a cuore dell'Italia i monumenti che essa ora trova nel suo vittorioso cammino, monumenti che sono suoi, dell'arte sua stessa, testimoni dei legami di razza e di civiltà che inutilmente la forza brutale cercò di dissolvere. Già sono nostre Grado e Aquileia con le loro celebri basiliche; presto, speriamo, ci saranno restituite Trieste col suo San Giusto, Trento col Castello e con la Cattedrale, ed altri monumenti del Trentino e dell'Istria verranno ad accrescere il numero di quelli onde l'Italia è superba». «Certo è che pur fra il tumulto della guerra, si deve provvedere all'incolumità di questi monumenti...». Si fanno poi «le più calde raccomandazioni, perché da parte dei comandanti delle truppe, che operano nelle terre di nuova occupazione, sia esercitata la più vigile tutela sulla incolumità delle opere d'arte e delle antichità, che sono documento glorioso della nostra storia», e si rammenta che il codice penale dell'Esercito com. mina severe pene contro «coloro che abbiano distrutto o comunque danneggiato monumenti od oggetti di scienza o d'arti esistenti in pubbliche e private collezioni».
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NEI REGOLAMENTI ECC.
171
Interessante è anche la circolare 916, del 27 giugno 1915, a firma del Gen. Porro, che riguarda i parlamentari e che viene di seguito riportata per intero. «Per richiamare il nemico al rispetto degli usi di guerra stabiliti dalla Convenzione dell' Aja, alcuni comandanti di truppa sulla fronte di combattimento hanno inviato parlamentari al nemico per intimargli la restituzione di personale sanitario indebitamente catturato, mentre attendeva alla cura ed alla raccolta dei feriti. Uno di questi parlamentari è stato trattenuto assieme al personale sanitario, col pretesto che si era presentato sprovvisto di regolare delegazione scritta; e nel frattempo il governo austriaco comunicava i fatti alla stampa, alterandoli con notizie inesatte e con reticenze, allo scopo di lasciar supporre che la situazione generale dell'esercito italiano fosse tale ch'esso avesse bisogno d'entrare in trattative colle truppe avversarie. Eppertanto è necessario che i comandanti di truppe sul fronte si astengano, d'ora in avanLi, dall'inviare parlamentari al nemico, e quando, nei casi di assoluta necessità, dovessero ricorrere a questo mezzo, si attengano non solamente alle prescrizioni del Regolamento sul Servizio in Guerra, ma anche contenute del Cap. III del Regolamento riguardante le leggi e gli usi della guerra terrestre (allegato alla Convenzione dell' Aja del 29 luglio 1899), pubblicato nella Raccolta delle Convenzioni internazionali che riguardano la guerra, edizione 1907, in ottemperanza delle quali il parlamentario deve anche essere munito di una speciale autorizzazione». Un'altra circolare indicativa, a firma di Cadorna (circ. 1197 del 5 luglio 1916) riguarda i «tranelli usati dagli austriaci». «Dopo uno degli ultimi combattimenti il nemico è ricorso all'ormai abusato tranello di simulare la resa, mediante un riparto a braccia alzate sulla fronte, mentre sui fianchi altri riparti dissimulati erano tenuti pronti ad offendere . I nostri si lasciarono trarre in inganno: avanzarono fiduciosi e furono repentinamente accolti da vivo fuoco, che inflisse loro perdite rilevanti. Voglio che simili dolorosi episodi non abbiano più a verificarsi. La slealtà dell'avversario, esercitatasi in mille modi, anche sulla fronte degli altri eserciti in lotta, non deve oltre ingannare nessuno. Ufficiali e soldati siano messi sull'avviso». Durissime sono le .circolari di Cadorna che riguardano la disciplina di guerra. La prima è la circolare n. 1, del 24 maggio 1915, nel giorno stesso d'inizio delle operazioni. Le pene erano severissi-
172
ARTURO MARCHEGGIANO
me, basti vedere ad esempio il seguente stralcio della circolare n. 3525, del 28 settembre 1915: «IV -
V -
VI -
Nessuno deve ignorare: che in faccia al nemico una sola via è aperta a tutti; la via dell'onore, quella che porta alla vittoria o alla morte sulle linee avversarie; - ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto - prima che si infami - dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti, o da quello dei Carabinieri incaricati di vigilare alle spalle tielle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell'ufficiale. Per chiunque riuscisse a sfuggire a questa salutare giustizia sommaria, subentrerà - inesorabile, esemplare, immediata - quella dei tribunali militari, e a<l infamia dei colpevoli e ad esempio per gli altri, le pene capitali verranno eseguite alla presenza di adeguate rappresentanze dei corpi. Anche per chi, vigliaccamente arrendendosi, riuscisse a cader vivo nelle mani del nemico, seguirà immediatamente il processo in contumacia e la pena di morte avrà esecuzione a guerra finita» .
Ritengo però che tra il dettato delle circolari e quanto veniva effettivamente praticato dai corpi sulle linee ci fosse una considerevole diversità. Ciò è d imostrato, ad esempio, dalla circolare 10990, del 12 aprile 1917; a firma del Gen. Porro, che ha per oggetto i «militari condannati per tentativi di diserzione». «È avvenuto che due militari, reduci dalla reclusione alla quale erano stati condannati per tentativo di diserzione, sono passati al nemico, mentre facevano parte di una piccola guardia in prima linea, ed uno di essi era in vedetta. Allo scopo di evitare il ripetersi di tale vergognoso delitto, da parte di quei pochi sconsigliati, ai quali fa difetto ogni senso morale, questo Comando determina che i militari condannati per diserzione, i 'quali tornino ai propri riparti combattenti, siano esclusi da servizi isolati che offrano la possibilità di riuscire nel criminoso divisamento, altra volta fallito . Essi, comunque, dovranno
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZIONI E NET REGOLAMENTI ECC.
/
173
essere sempre sottoposti alla assidua vigilanza dei superiori diretti, e dei compagni». Moltissime circolari riguardano la repressione della propaganda contro la guerra, contro il disfattismo, la contropropaganda sulla propaganda fatta dal nemico, la propaganda anarchica, quella contro la pornografia e così via. Interessante in tale settore è la circolare 10350, del 23 giugno 1916, a firma del Gen. Porro, riguardante la propaganda contro gli adescamenti alla resa. «II comando della 1 a Armata riferisce: «Risulta che i nostri prigionieri sono assoggettati dall'Austria a lavori faticosissimi, comprese le costruzioni di trincee di prima linea contro le nostre postazioni. Risulta pure che molti soldati nostri, rifiutatisi a tali lavori, vennero fucilati. Altri datisi al nemico nella fiducia di aver salva la vita, furono senza ragione alcuna, massacrati con le baionette e coi calci dei fucili». Lo stesso comando unisce copia di un manifestino che fu da esso largamente diffuso fra le truppe. Nel segnalare quanto sopra, si prega di voler disporre perché da parte dei comandi dipendenti, e specialmente dei comandanti di corpo sia esercitata un'efficace azione morale ed una ben intesa propaganda, atte ad instillare nelle truppe il sentimento di salda resistenza contro qualsiasi adescamento alla resa, facendo loro comprendere quando sia fallace la speranza deHa incolumità personale o di un mite trattamento». Per la propaganda da fare sul nemico entrambi i belligeranti usavano moltissimo· il mezzo aereo, che si rivelava in tale settore un mezzo particolarmente idoneo, ma il cui impiego bellico era ancora tutto da regolamentare sotto il profilo del diritto dei conflitti armati. La circolare 1341, del 23 gennaio 1916, indica le cautele da ùsare dai militari nella corrispondenza coi militari italiani prigionieri di guerra, al fine di non dare notizie al nemico . Ciò indica anche che l'azione delle organizzazioni di soccorso internazionali era tale da far pervenire, periodicamente, la posta anche tra il fronte ed i campi di prigionia dell'avversario. La circolare 3416, del 21 marzo 1916, a firma del Gen. Porro, ha per oggetto le «frasi da adoperare in combattimento o in trincea per indurre il nemico ad arrendersi» dato che «l'esperienza di guerra ha dimostrato che è possibile provocare la resa di soldati nemici, in combattimento o in trincea, invitandoli con apposite
174
ARTURO MARCHEGGIANO
parole della loro lingua». E così in uno specchio si riuniscono le frasi che si pensava che potessero servire allo scopo in italiano, tedesco, sloveno, ungherese e serbo-croato. La circolare 7065, del 19 maggio 1916, a firma di Porro, vietava di comunicare col nemico (evidentemente di iniziativa ed ai bassi livelli). «Non ostahte l'espresso divieto fatto con la circolare 916, del 27 giugno 1915, è accaduto che un ufficiale, senza esserne autorizzato dai suoi superiori diretti, si è presentato a un comandante di reparto nemico, per accordarsi circa il seppellimento dei cadaveri giacenti fra le due linee e, ad onta della parola d'onore avuta, è st~to indebitamente trattenuto per un'intera notte. . Tale incidente, che poteva avere più serie conseguenze, per la slealtà, di cui l'avversario ha dato in questa guerra varie e ripetute prove, costituisce una gravissima mancanza, che è stata severamente punita e che non deve assolutamente rinnovarsi. Si pongano sull'avviso tutti i comandi dipendenti, si richiamino le prescrizioni della circolare sopra citata e quelle della circolare 1273, in data 21 luglio (Ufficio Ordinamento e Mobilitazione) , riguardante la raccolta dei morti e dei feriti ; e sopra tutto si vieti rigorosamente a chiunque e per qualsiasi motivo di parlare o di corrispondere di propria iniziativa coll'avversario». La circolare 18836, del 13 settembre 1916, che riguarda i permessi ai militari israeliti, per attendere alle pratiche di culto, rivela quel rispetto per tutte le confessioni religiose che è sempre stato caratteristico del Regno d'Italia, in contrapposizione al bigottismo cattolico del Regno Sardo. «La presidenza delle comunità israelitiche italiane ha fatto istanza al Ministero della Guerra per ottenere che ai militari israeliti vengano concesse facilitazioni per attendere alle pratiche religiose, in occasione delle prossime solennità. Allo scopo di aderire a tale desiderio, presi gli ordini da S.E. il Sottocapo di S.M . dell'Esercito, si prega disporre perché compatibilmente con le esigenze del momento, i dipendenti militari israeliti possano attendere alle pratiche religiose del loro culto. Per norma si avverte che le maggiori solennità israelitiche cadono nei giorni 28 e 29 settembre (capo d'anno) e 6, 7 ottobre (gran digiuno)».
LEGGl ED USI DI GUERRA NELLE ISTRUZlONI E NEI REGOLAMENTI ECC.
17 5
Considerazioni Si può dire che, tutto sommato, almeno sul fronte italiano, la prima guerra mondiale fu nel complesso una guerra corretta, a parte i gas. È stata fondamentalmente rispettata la regola che normalmente in guerra i combattenti più corretti sono sempre quelli degli stati sorgenti e degli stati al tramonto, e l'Italia e l'Austria rientravano entrambe in queste categorie. Inoltre, a dire la verità, l'Austria-Ungheria er~ anch'essa sempre stata molto attiva in ambito internazionale, così come lo Stato Sabaudo prima ed il Regno d'Italia poi, in tutte le iniziative volte alla umanizzazione delle regole della guerra. Le infrazioni austriache più gravi, di regole peraltro più o meno vagamente sancite dalle convenzioni del 1907, riguardarono il bombardamento di alcune città italiane, come ad esempio Venezia e Treviso; i mezzi aerei che fecero queste incursioni erano per fortuna pochi e poco efficienti dal punto di vista del carico utile di bombe trasportabili e quindi anche i risultati furono molto modesti. Concedendo pure la buona fede che si mirasse a obiettivi militari e accettando il fatto che i sistemi di mira dell'areo erano molto primitivi e precari, certamente si deve riconoscere che, ad esempio, il Duomo di Treviso, che venne colpito, non fosse un cospicuo obiettivo militare. Anche l'aviazione italiana fece un raid su Vienna, ma invece di lanciare bombe lanciò manifestini e questi eventi mi sembra doveroso che siano ricordati. Tali attacchi aerei facevano tuonare il Douhet, che voleva la costituzione di una potente aviazione da bombardamento, per costringere il nemico alla resa mediante il bombardamento delle sue città e delle sue fonti di alimentazione; ma non solo la sua voce rimase completamente inascoltata, anche perché non rispondeva al concetto italiano del combattimento ma, poiché criticava anche la condotta della guerra, venne messo in carcere, giuste le leggi militari, e non se ne parlò più fino alla sua riabilitazione dopo la guerra. I gas sono stati una tremenda realtà di guerra. Anche essi in fondo fanno parte di una utopia. L'utopia del politico è quella della pace perpetua, nella quale però comanda solo lui; l'utopia del militare, o meglio del tecnico degli armamenti, è quella della scoperta dell' arma assoluta, capace di risolvere da sola la guerra, senza che lui la combatta, a danno esclusivamente del nemico .
176
ARTURO MARCHEGGIANO
Di questa tragica utopia fanno parte tutte le armi oggi dette di «distruzione di massa». Ne fecero parte la polvere da sparo, il cannone prima, il megacannone poi, gli aggressivi chimici della prima guerra mondiale, l'impiego a massa dell'aviazione da bombardamento, i razzi ed i missili, la bomba atomica della seconda guerra mondiale, la bomba termonucleare, la bomba al neutrone; entrano in tali categorie di utopia tutti gli scudi spaziali coordinati e le altre diavolerie che gli uomini riusciranno ac;l inventare per uccidersi. La storia dimostra pienamente che tutte queste armi, eh.e portano tanti lutti e tremende distruzioni all'umanità, hanno in comune una sola caratteristica: quella di non essere mai state risolutive dei conflitti. Per quanto, invece, è di più stretta attinenza con il diritto dei conflitti armati e con l'acquisizione dei suoi progressi in ambito internazionale, è doveroso dire che l'Italia fu tra i pochissimi paesi del mondo ad entrare in guerra con una regolamentazione perfettamente aggiornata, secondo le norme del diritto internazionale e ad applicarla. E di questo occorre dare atto e merito essenzialmente al Comando del Corpo di Stato Maggiore del Regio Esercito che seppe, fatto unico nella nostra storia, recepire nei propri regolamenti ed emanare alle truppe dettati di norme internazionali, che addirittura non erano state ratificate dal Governo italiano, di cui è esempio la V Convenzione dell' Aja del 1907, relativa ai diritti ed ai doveri degli stati e delle persone neutrali in caso di guerra.
/
CAPITOLO SETTlMO
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO DAL PRIMO DOPOGUERRA ALLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
/
Generalità. - La guerra chimica. - Le convenzioni internazionali di Ginevra del 1929. - Altre convenzioni internazionali concernenti il diritto bellico. - La legge italiana di guerra del 1938 . - La legge italiana di neutralità del 1938. - La «Raccolta delle Convenzioni Internazionalh) del 1938. - T.c pn,hhlicazioni sul «Servizio in Guerra». - I Codici penali militari di pace e di guerra del 1941. - Pubblicazioni varie del Ministero della Guerra attinenti al Diritto bellico. - Considerazioni.
Generalità Il periodo tra le due guerre mondiali è un periodo relativamente piatto dal punto di vista del progresso del diritto bellico internazionale relativo alla guerra terrestre. Come tutti i dopoguerra, tra due guerre molto significative, è caratterizzato da un primo periodo dedicato alla ricostruzione e riconversione industriale, dove alla guerra non ci si pensa e non ci si vuole pensare più, né a livello di governanti né a livello di popoli. Poi, dopo l'assestamento, si corre ai ripari per riavvicinarsi a passo veloce alla guerra successiva. Neppure l'utopia della composizione internazionale di tutti i conflitti ha fatto progressi o prodotto documenti di validità internazionale salvo il Trattato di Parigi (27 agosto 1928) relativo alla rinunzia della guerra come strumento di politica internazionale, e la Società delle Nazioni non è neppure riuscita ad organizzare significative conferenze internazionali (così come lo furono la prima e la seconda Conferenza della Pace dell' Aja) idonee a produrre dei progressi degni di nota nel settore del diritto internazionale dei conflitti armati.
178
ARTURO MARCHEGGIANO
L'unica eccezione a questa regola generale, a parte documenti minori è rappresentata dal Protocollo di Ginevra sulla proibizione dei gas e delle armi batteriologiche e chimiche del 1925, che però lasciò le cose praticamente immutate, vista la corsa agli armamenti chimici che si ebbe in tutte le nazioni più progredite, con la creazione di arsenali da guerra così consistenti, che ancora al giorno d'oggi costituiscono un grave problema per tutti gli stati, per la loro distruzione e smaltimento. C'è anche da dire che le regole dell 'Aja del 1907 erano tutto sommato delle regole buone e che dovevano ancora essere consolidate nelle regolamentazioni degli eserciti. L'Italia infatti, con tali regole completamente recepite, costituì forse l'unica eccezione tra i belligeranti della prima guerra mondiale. Anche la convenzione internazionale del 1929 relativa ai feriti ed agli ammalati delle forze armate in campagna costituisce solo dei miglioramenti ulteriori di convenzioni tutto sommato non solo valide, ma anche più o meno correttamente applicate dai belligeranti. La convenzione del 1929, invece, relativa ai prigionieri di guerra rappresentò la sanzione a livello internazionale di regole e di usi che erano ormai consolidati, ma non rappresentò una vera e propria novità. Quanto detto, se è valido per quasi tutti gli stati del mondo non è vero per l'Italia, in quanto alla fine degli anni trenta nasceva tutta una serie di pubblicazioni che aggiornavano le leggi e gli usi di guerra e che riportavano ancora una volta l'Italia all'avanguardia nel mondo nel campo della normativa di guerra e dell'applicazione in guerra della leggi e degli usi concordati tra le nazioni civili.
La guerra chimica Il 17 giugno 1925 a Ginevra i plenipotenziari dei principali paesi del mondo, Italia compresa, considerando che: - «l'uso in guerra di gas asfissianti, tossici o simili, nonché di tutti i liquidi, materiali o procedimenti analoghi», è stato giustamente condannato dall'opinione generale; del mondo civile; - «il divieto di tale uso è stato sancito in trattati, di cui sono Parti Contraenti la maggior parte delle potenze del mondo» (trattato di Parigi, trattato di Washington, ecc.);
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
MINISTERO DELLA GUERRA
N. ·2612
DI
UISPOSI ZIONI 1)ER!fANEN1 I 1
j:'\ \'ltlOHF, PRR IL R. ESEIUJI'rO
F ASOICOI.O N. 28
SERVIZIO CHIMICO MILITARE
ROMA
lsrnvro
POLIC~AFICO DELLO STATO
LIBRERIA
1933 - Aloro XI
179
180
ARTURO MARCHEGGIA NO
dichiarano a nome dei rispettivi Governi «che le Alte Parti Contraenti, in quanto non siano già Parti di trattati vietanti tale uso, ammettono il divieto suddetto, convengono di estenderlo all'uso di mezzi della guerra batteriologica, e accettano di essere vincolate nei loro reciproci rapporti a termine della presente dichiarazione». Tutto ciò al «fine di fare in modo che tale divieto sia universalmente riconosciuto, come parte del diritto internazionale, e così egualmente la coscienza e la pratica delle nazioni». L'Italia ratificava tale protocollo con Regio Decreto n . 194, in data 6 gennaio 1928, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 46, del 24 febbraio 1928. Tale dichiarazione che avrebbe dovuto interdire l'uso in guerra di armi batteriologiche e chimiche e quindi, di conseguenza, rendere superflua la costituzione di scorte, scatenava invece, in tutto il mondo, una vera e propria corsa agli armamenti chimici. Per restare nel tema dell'Italia, a titolo esemplificativo, ricordo il solo fascicolo 28° della pubblicazione n. 2612 del Ministero della Guerra (1) del 1933, riguardante il Servizio Chimico Militare. Tale fascicolo raccoglie tutti i decreti e le circolari in vigore che riguardano il Servizio Chimico Militare, che con R.D. 1911, del 15 ottobre 1925, viene unificato per i Ministeri della Guerra, della Marina e dell'Aeronautica, che è appena stato costituito. «Esso dipende direttamente dal Ministero della Guerra ed ha il compito di eseguire studi, esperimenti ed applicazioni pratiche sui mezzi chimici di guerra, diretti specialmente a stabilire l'azione fisiologica delle sostanze chimiche sulle persone e sugli animali, a determinare le conseguenti alterazioni anatomiche e funzionali sui vari tessuti, organi e sistemi e le relative terapie, ed a definire i mezzi di protezione delle persone e degli animali dalle offese che possono derivarne». I compiti del Direttore del Servizio Chimico sono invece fissati dal R.D. n. 370, del 4 febbraio 1926, che detta le «Norme per l'ordinamento ed il funzionamento del Servizio Chimico Militare» e sono molto ampi come: - dare impulso con «ininterrotta e fattiva azione di studio e di applicazione» agli studi, tenersi al corrente di quanto si fa e si pubblica anche all'estero;
(I) Raccolta di disposizioni permanenti in vigore per il Regio Esercito. Roma - Libreria dell'Istituto Poligrafico dello Stato - 1933 - Anno Xl.
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
18]
preparare il personale tecnico; fare proposte al Ministero della Guerra; seguire lo sviluppo delle industrie nazionali operanti nella branca per assicurare eventualmente le produzioni di guerra; - tenersi pronto «a qualsiasi studio o esperienza»; - collaborare alla stesura di norme di impiego e di regolamenti, dare pareri, informazioni e informare gli Stati Maggiori. Ha alle sue dipendenze una sezione chimica, una sezione fisiopatologia e terapia, una sezione tecnica ed unità speciali per esperienze e per collaudi e non ha vincoli ai fini della collaborazione con gli Istituti Scientifici delle Regie Università. Per i tecnici civili del Servizio Chimico Militare ci sono speciali provvedimenti e benefici sanciti dal R.D. n. 1658, del 16 agosto 1929, e dalla legge 1647, del 15 dicembre 1932. Le disposizioni di caratte1e amministrativo sono stabilite dalla circolare n. 86 del Giornale Militare 1927 e dai Decreti Ministeriali 4 febbraio 1930, 26 novembre 1931, 12 ottobre 1932. li testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con R.D. n. 1848 del 6 novembre 1926 all'art. 57, riguardante l'impiego dei gas tossici, rinviava ad un regolamento speciale che vedeva la luce con R.D. n. 147, del 9 gennaio 1927, che riportava in allegato una dozzina di sostanze tossiche che non vale la pena di ricordare e che in pratica rappresentava la gamma di aggressivi chimici usati nella prima guerra mondiale. Il R.D. n. 551, del 23 maggio 1932, disciplinava invece la produzione e la vendita delle maschere antigas per uso della popolazione civile, mentre il R.D. n. 284, del 6 aprile 1933, dettava le «norme relative alla distribuzione di maschere antigas», obbligatoriamente con spese a cura di Enti diversi, al personale che «in caso di guerra debba, in virtù delle leggi sulla mobilitazione civile, continuare a svolgere la propria opera anche durante attacchi aerei nemici» ... Tutte queste leggi e decreti non sono stati citati a caso, né per dovere pedante di cronaca, ma solo per dimostrare come in Italia, così come all'estero, mentre in sede internazionale si mettevano al bando le armi chimiche, in sede nazionale si lavorasse con grandissimo interesse ed alacrità attorno alle stesse. Credo sia stata una fortuna la scoperta di armi chimiche veramente micidiali, tanto da sconsigliarne l'uso nella seconda guerra mondiale, non tanto per motivi umanitari o per il rispetto dei
182
ARTURO MARCHEGGIANO
patti internazionalmente sottoscritti dalle nazioni belligeranti, quanto per la paura delle possibili rappresaglie nemiche sul proprio territorio e sulle proprie popolazioni.
Le convenzioni internazionali di Ginevra del 1929 La Conferenza internazionale di Ginevra fu convocata per il 1° luglio 1929 dal Consiglio federale svizzero, e si concluse il 27, con due convenzioni internazionali abbastanza interessanti, come si è già detto in precedenza, l'una riguardante i feriti e gli ammalati degli eserciti e l'altra i prigionieri di guerra. Il nuovo testo della convenzione sui feriti e sugli ammalati non portava modifiche molto significative al testo della Convenzione del 1906. Si può clire che la convenzione più importante in tale settore fu quella del 1864, perché fissava i grandi principi destinati a restare immutati con il passare degli anni quali : la neutralità del personale e del materiale sanitario; il soccorso ai feriti senza distinzione di nazionalità;
il segno distintivo della Croce Rossa su fondo bianco come emblema internazionale di neutralità. Essa esprimeva anche dei desideri molto avanzati ma destinati ad essere contestati dalla pratica di guerra, come l'inviolabilità del personale sanitario che doveva essere immediatamente restituito agli avamposti dell'altro belligerante, il rinvio in patria dei prigionieri feriti incapaci di servire ulteriormente, a patto che si mpegnassero sulla parola a non riprendere le armi; infine, la «salvaguardia» permanente a tutte le abitazioni civili dove fosse stato curato un ferito. Inoltre la convenzione era una novità per il suo carattere internazionale ed obbligatorio, che non aveva precedenti. Nella revisione del 1906 la terminologia migliora, ma i principi fondamentali restano gli stessi, il testo è meglio organizzato ma non si ha più il coraggio, perché la pratica di guerra aveva sconfessato la norma, di prescrivere «lo scambio immediato del personale sanitario» presso gli avamposti, ma solo la restituzione «non appena le esigenze militari lo permettano». Anche il rinvio in pa-
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
MINISTERO DELLA GUERRA N. 4016
CONVENZIONE INTERNAZIONALE SUL TRATIAMENTO DEI PRIGIONIERI DI GUERRA , (;,u:zell.i Uffic:iale J,.[ H~~no d' /aoliu, n. 243 Jel I,, vac,b,., I '140· .'( H Il - Gior. Mii. Liti'. t 9"4>, <ircc,lo,.- ': 16 ,lisp ..'i.'1 ,/,,/ 31 ot1obrf' 194()- X J,\)
kOMA l•T1n:TC1 f'uu ...,..1ce1 Dau.o Sor.uo LdaDU IMI ..\Jao X IX
183
184
ARTURO MARCHEGGIANO
tria dei grandi feriti non è più un obbligo, ma solo una facoltà, che è lasciata alla benevolenza dei belligeranti, in vista di un accordo reciproco. Gli stessi abitanti che hanno contribuito alla cura dei feriti non possono più rivendicare un diritto alla salvaguardia assoluta, ma potevano godere solo di talune immunità. II testo del 1929 ricalca sostanzialmente quello del 1906, secondo il principio che è meglio adottare poche regole precise, con dettami molto netti e proibizioni limitate, ma la cui osservanza può essere rigorosamente imposta, in quanto deriva direttamente da principi di umanità, piuttosto che troppe cose che possono essere messe in discussione dalla «necessità militare». In sostanza il nuovo testo è ricco di miglioramenti formali, introduce il mezzo aereo (per il trasporto sanitario) per la prima volta in un trattato internazionale, associa al segno distintivo della Croce Rossa anche quelli della Mezzaluna Rossa in campo bianco e del Leone e Sole nascente Rosso per gli Stati di religione islamica, ma porta veramente poche novità. Il testo della Convenzione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra è un testo che riunisce, amplia ed organizza per la prima volta tutto quello che era sancito dalle leggi e dagli usi di guerra precedenti circa i prigionieri. Tutto sommato fin dalla nascita esso è un testo riduttivo di quanto era già prescritto in sede nazionale in merito al loro trattamento. È interessante di queste Convenzioni internazionali, che saranno riprese trattando dei feriti e degli ammalati e dei prigionieri di guerra, notare le ratifiche italiane e la loro introduzione nelle regolamentazioni dell'esercito. Entrambe le Convenzioni sono state rese esecutive per l'Italia con R.D. n. 1615 del 23 ottobre 1930, anche se la ratifica è stata depositata solo il 24 marzo 1931. Anche se la pubblicazione iniziale è stata fatta in lingua francese la traduzione italiana dei testi della convenzione è riportata in due diverse pubblicazioni. II «testo della Convenzione di Ginevra per migliorare la sorte dei feriti e malati negli eserciti in campagna» è riportato nell'allegato 15 della pubblicazione 2747 del Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, «Istruzione per il Servizio di Sanità in Guerra», edita nel 1935 dal Poligrafico dello Stato. Tale Istruzione, che è ritornata ad essere a sé stante, per le maggiori esigenze di divulgazione, costituisce l'allegato n. 1 alle «Norme Generali per l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi
LEGGI ED USI DI GUERRA NELI..A NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
185
in Guerra». La traduzione italiana è stata curata dalla Croce Rossa Italiana ed adottata come testo. La «Convenzione internazionale sul trattamento dei prigionieri di guerra» era stata pubblicata, in una edizione non ufficiale in lingua italiana, a pag. 1959, del Giornale Militare dell'anno 1931 (dispensa n. 60 del 4 settembre 1931); ma poiché l'art. 85 della Convenzione prescriveva un deposito presso il Governo elvetico della traduzione ufficiale in lingua italiana, il testo ufficiale della traduzione veniva pubblicato nel 1941 dal Poligrafico dello Stato, a cura del Ministero de]]a Guerra nella pubblicazione 4016 dal titolo «Convenzione internazionale sul trattamento dei Prigionieri di Guerra». Una ristampa fatta dalla Repubblica di Salò usciva nel 1945 come pubblicazione 4016 del Sottosegretariato di Stato per l'Esercito, del Ministero delle Forze Armate. Lo stesso Testo ufficiale era riportato anche in allegato alla Pubblicazione del Ministero della Guerra - Stato Maggiore del Regio Esercito - Ufficio Servizi n. 3993 dal titolo «Istruzioni concernenti i Prigionieri di Guerra Nemici» edita nel 1941 da]]o stesso Poligrafico dello Stato. Come si vede anche in questo caso, secondo una tradizione consolidata, non solo l'Italia aveva immediatamente recepito nella propria legislazione con gli atti di ratifica i testi delle nuove norme internazionali, che regolano materie tanto delicate, ma gli Stati Maggiori li avevano anche tempestivamente travasati nelle regolamentazioni militari per la corretta formazione dei Quadri e delle truppe in guerra.
Altre Convenzioni internazionali concernenti il diritto bellico Per verificare veramente i pochi progressi fatti dal diritto bellico internazionale, relativo alla guerra terrestre, è bene esaminare i documenti internazionali, che riguardano il diritto dei conflitti armati in generale, che sono stati prodotti tra le due guerre mondiali. Già il trattato di pace fra gli alleati e la Germania firmato a Versailles il 28 giugno 1919 conteneva quattro articoli, relativi alle sanzioni per le violazioni dei trattati e delle leggi e degli usi di guerra.
186
ARTURO MARCHEGGIANO
L'articolo 227 metteva in stato di pubblica accusa il Kaiser Guglielmo II di Hohenzollern, per «offesa suprema contro la morale internazionale e la sacra autorità dei trattati». Avrebbe dovuto essere giudicato da un tribunale internazionale di cinque giudici (Stati Uniti d'America, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone) che avrebbe dovut~ giudicare «in base a motivi ispirati ai più elevati principi della politica fra le nazioni». Gli articoli 228 - 229 - 230 davano facoltà di tradurre i colpevoli di atti di guerra illeciti della Germania davanti a tribunali, o tedeschi o alleati, per rispondere degli illeciti in guerra. Articoli analoghi a quelli suddetti 228 - 229 - e 230 erano contenuti negli altri trattati che chiusero la prima guerra mondiale, come il trattato di Saint Germain (10 settembre 1919), il trattato di Neuilly (27 novembre 1919), il trattato di Trianon (4 giugno 1920) ed il trattato di Sèvres (10 agosto 1920). Ma i Paesi Bassi, dove Guglielmo II si era rifugiato, non concessero l'estradizione dell'ex imperatore e così il processo non fu
mai celebrato. Per quanto si riferisce agli altri accusati, le potenze vincitrici concessero che essi fossero processati nella stessa Germania; si svolsero così dei processi burla, senza alcun risultato e senza sentenze che raffo~zassero, in sede internazionale, i dettati delle convenzioni e dei trattati. Il 20 febbraio 1928 veniva firmata a l'Avana una convenzione relativa ai doveri ed ai diritti degli stati nel caso di guerra civile. Questa convenzione internazionale riguardava i soli stati del Continente americano ed i suoi dettati, anche di cooperazione internazionale, allo scopo di spegnere i focolai di guerriglia ed i loro santuari, ovunque essi si trovassero sul continente, è da interpretare come una dichiarazione di buona volontà, ma senza risultati pratici di rilievo. In ogni caso non riguardava né l'Europa, né tanto meno l'Italia. Il 27 agosto 1928 veniva firmato a Parigi il così detto patto Briand-Kellog nel quale le nazioni aderenti, tra le quali l'Italia, dichiaravano solennemente, a nome dei rispettivi popoli, di rinunciare alla guerra come strumento di politica nazionale per la soluzione delle controversie internazionali, che avrebbero dovuto, per sempre, essere composte con negoziati e mezzi pacifici. Come si vede si tratta della ricorrente utopia di pace perpetua tra i popoli, che si verifica puntualmente dopo una serie, di grandi conflitti e di grandi lutti per l'umanità.
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO JTALJANO ECC.
187
L'Italia ratificava tale convenzione con R .D . n. 54, del 31 gen• naia 1929, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 44, del 21 febbraio 1929, che però, come tutte le utopie, era destinata a decadere. Il trattato di Londra (22 aprile 1930) per la limitazione e la riduzione degli armamenti navali, nella parte IV, dettava alcune regole per la guerra sottomarina, che venivano poi riprese nella dichiarazione di Londra del 6 novembre 1936, riguardanti soprattutto la sicurezza dei passeggeri, dell'equipaggio e dei documenti di bordo delle navi mercantili intercettate dai sommergibili. Anche se la trattazione di tale argomento esula dal tema «guerra terrestre» è bene accennare soltanto al fatto che l'Italia ratificò tali norme, inserendole poi nelle istruzioni per la Marina. Anche la Convenzione di Montreux (20 luglio 1936), relativa al regime degli Stretti al fine di «regolare il passaggio e la navigazione nello stretto dei Dardanelli, nel Mar di Marmara e nel Bosforo» esula dal tema. L 'Italia che non partecipò ai lavori aderì alla Convenzione con R.D. 1160, del 16 giugno 1938, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 177, del 5 agosto 1938.
La legge italiana di guerra del 1938 Sotto il profilo del diritto bellico nazionale sarebbe necessario citare anche il Codice Penale italiano, del 1930, specie per la parte relativa ai delitti contro la personalità interna dello Stato, ed il testo Unico delle leggi italiane di pubblica sicurezza, del 1931, specie per quanto si riferisce al titolo IX relativo allo stato di pericolo pubblico ed allo stato di guerra. Di tali norme comunque si tratterà nei cenni che verranno dati sullo stato d'assedio . La legge di guerra italiana approvata con R.D. n. 1415, dell'8 luglio 1938, pubblicata sul Supplemento ordinario della Gazzetta Ufficiale n. 211, del 15 settembre 1938, merita invece un cenno più approfondito, in quanto è stata la legge di guerra più umanitaria e civile applicata dai belligeranti durante la seconda guerra mondiale. Essa è ancora oggi in vigore per quanto non modificata da leggi successive. Tale fatto è veramente emblematico e significativo sulla bontà e sulla validità di tale legge, che, pertanto, merita una trattazione relativamente approfondita. La legge si articola in una premessa ed in sette titoli che riguardano:
188
ARTURO MARCHEGGIANO
Titolo I: le disposizioni di carattere generale; Titolo II: le operazioni belliche; Titolo III: le disposizioni speciali per la guerra marittima; Titolo IV: le disposizioni speciali per la guerra aerea; Titolo V.· le disposizioni relative al trattamento: delle persone di nazionalità nemica, dei beni nemici, dei rapporti economici con il nemico; Titolo VI: le disposizioni penali; Titolo VII: le disposizioni fina~. Di essa saranno trattati i soli titoli che ovviamente riguardano l'Esercito, i poteri e le facoltà dell'Autorità Militare per ciò che concerne la guerra terrestre e le regole e gli usi di guerra terrestre, con particolare riferimento a quanto ancora oggi può essere valido, dato che manca una legge di guerra successiva a questa. Della premessa, che illustra le generalità ed il campo di applicazione della legge, è importante il fatto che l'applicazione della legge di guerra (totale o parziale) viene ordinato con decreto, che può riguardare totalmente o parzialmente il territorio nazionale (art. 2) quando lo Stato Italiano è in guerra con un altro Stato (art. 2) o anche pur non essendovi lo Stato di guerra, quando ciò sia ritenuto necessario nell'interesse dello Stato (art. 3). Se «un pericolo esterno grave ed imminente minacci una parte del territodo» l'Autorità Militare «può ordinare che in essa sia applicata la legge di guerra, in tutto o in parte (art. 4). Il provvedimento deve essere notificato alla popolazione civile. L'Autorità Militare «assume nel territorio minacciato anche i poteri civili» ed «ha facoltà di emanare bandi, che hanno valore di legge». È il caso, ad esempio, di una aggressione improvvisa e non preavvisata al territorio dello Stato. «L'applicazione della legge di guerra» ... «si estende di diritto al territorio occupato dalle forze armate dello Stato Italiano» salvo che sia diversamente disposto (art. 6). · Anche la cèssazione, totale o parziale, dell'applicazione della legge di guerra è ordinata con decreto (o anche con bando del1' Autorità Militare) (art. 8). Il titolo I, che detta le «disposizioni generali», è articolato in quattro Capitoli che riguardano la legge di guerra in generale e la sua applicazione, la dichiarazione e la cessazione dello stato di
L~GG I ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
189
guerra, la definizione della zona delle operazioni ed i poteri del1' autorità militare nella zona stessa ed, infine, i poteri del governo sui mezzi di comunicazione. Il primo capitolo definisce la figura del Comandante Supremo, il territorio dello stato ed il suddito nemico e dà la nozione delle persone fisiche e delle persone giuridiche che devono essere considerate di nazionalità nemica. Sono importanti le nozioni di rappresaglia e di ritorsione (artt. 8 e 9). La rappresaglia (art. 8) è la sospensione «dell'osservanza di obblighi derivanti dal diritto internazionale» ... «nei confronti del belligerante nemico che non adempie, in tutto o in parte, a detti obblighi». La rappresaglia non ha mai scopi di vendetta, ma «ha il fine di indurre il belligerante nemico ad osservare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale» e può effettuarsi con atti analoghi a quelli compiuti dal nemico o con atti di natura diversa. In ogni caso però, e in ciò il dettato della norma è molto civile, umano e categorico, è proibita la rappresaglia, qualunque sia l'inadempienza del nemico, se il diritto internazionale vieta specificamente la rappresaglia. La ritorsione, invece, riguarda la sospensione dell'osservanza di norme giuridiche emanate indipendentemente da obblighi derivanti dal diritto internazionale (e i dettati delle nostre leggi ed usi di guerra sono ricchissimi in tali settori) , nei confronti di un belligerante che non si conformi a criteri analoghi. Rappresaglie e ritorsioni risalgono come responsabilità al Capo del Governo o ad autorità delegata (ma le deleghe non erano quasi mai date) (art. 9). Se gli atti di rappresaglia consistono in operazioni belliche possono anche essere decisi dai Comandanti , solo «quando sia necessaria un'azione immediata ed esemplare». Il Capitolo II riguarda la dichiarazione e la cessazione dello stato di guerra, che vengono dichiarati con decreto o bando. Il territorio nemico occupato dalle forze armate italiane è sempre considerato, per tutta la durata della guerra, in stato di guerra e ciò va notificato alla popolazione dal Comandante delle forze occupanti (art. 12). Nel Capitolo III viene definita la porzione del territorio che prende il nome di «zona delle operazioni» (art. 15) nella quale il Comandante supremo assume anche i poteri civili (art. 16) ed ha la facoltà di emanare bandi (art. 17). Quest'ultima facoltà può essere anche delegata, dal Comandante Supremo, ai Comandanti di
190
ARTURO MARCHEGGIANO
Grandi Unità terrestri, navali ed aeronautiche o anche a Comandanti di piazzeforti e spetta anche a tutti i Comandanti isolati. Il bando deve essere pubblicato ed entra immediatamente in vigore, obbligatorio dal momento della pubblicazione, salvo che non sia indicato diversamente (art. 18). Nel Capitolo IV il governo ha facoltà di imporre la censura alla stampa ed ai mezzi di telecomunicazione, di disciplinare le telecomunicazioni (art. 20) ed i servizi dei mezzi di trasporto (art. 21), può procedere al sequestro, requisizione o confisca dei mezzi di trasporto nemici (art. 22) ed impiegare «contro compenso» solo per «imperiose esigenze e nella misura da queste richieste» anche i mezzi di trasporto dei neutrali che, però, vanno «inviati, appena possibile, nel paese d'origine». Il Titolo Il, che tratta delle ostilità, è fondamentale per le leggi e gli usi di guerra terrestre ed è articolato in otto capitoli che riguardano rispettivamente: I i belligeranti; II gli atti di ostilità; III l'occupazione militare del territorio nemico; IV i parlamentari e le convenzioni militari; V la salvaguardia ed i salvacondotti; VI i feriti, gli ammalati ed i prigionieri di guerra; VII le disposizioni relative agli atti giuridici dei militari nella zona delle operazioni; VIII i termini di prescrizione e di d,e cadenza per i militari in serviI zio alle armi. In esso tutti i dettati delle norme internazionali impegnanti l'Italia sono assolutamente rispettati. Sono anche completamente recepiti i dettati delle convenzioni internazionali non ratificate dall'Italia, e vi sono aggiunti dettati di norme nazionali ulteriori di grandissima civiltà ed avanguardia. P er quanto riguarda i belligeranti legittimi essi sono definiti in generale secondo la 4a Convenzione dell'Aja del 1907. Sono «coloro che appartengono alle forze armate di uno Stato, ivi comprese le milizie ed i corpi volontari, che le costituiscono o ne fanno parte». Possono essere anche milizie e corpi volontari diversi, purché operino a favore dei belligeranti e rispondano alle quattro condizioni previste dal diritto internazionale (abbiano un Capo responsabile, portino l'uniforme o segno distintivo fisso visibile a distanza, portino apertamente le armi e si comportino secondo le leggi e gli usi di guerra) (art. 25). Segue poi la definizione delle forze armate dello Stato Italiano, composte da militari e da militarizzati inquadrati nelle forze armate muniti dei prescritti distintivi (le altre condizioni sono implicite) (art. 26). È perfettamente recepito
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
191
il concetto inter:nazionale della leva di massa (art. 27). Altri combattenti sarebbero belligeranti illegittimi (art. 29). I privati che non compiono atti di ostilità sono protetti, anche se fossero al seguito delle forze armate e delle milizie, e la protezione riguarda «la sicurezza delle persone, l'inviolabilità della proprietà e il godimento e l'esercizio di ogni altro loro diritto» (art. 28). Le persone al seguito delle forze armate operanti (ufficiali di potenze neutrali, giornalisti, persone con incarichi particolari, ecc.) devono essere in possesso di una autorizzazione del Comandante in Capo ed attenersi alle limitazioni ed ai vincoli da questo imposti pena il decadimento o la revoca (art. 30). Le spie (definite all'art. 32) sono punite secondo la legge dopo un regolare giudizio e se sono catturate dopo aver raggiunto le proprie forze armate sono considerate normali prigionieri di guerra (art. 33). In merito agli atti di ostilità l'uso dei mezzi bellici è lecito solo a coloro che hanno la qualifica di «legittimo belligerante» (art. 34) e «l'uso della violenza in guerra è lecito sempre che sia contenuto nei limiti in cui è giustificato dalle necessità militari e non contrario all'onore militare». Questa definizione dell'art. 35 è semplicemente stupenda e meriterebbe un trattato a sé stante. Inoltre «non si devono arrecare al nemico sofferenze superflue o danni e distruzioni inutili». Tutte le proibizioni internazionalmente riconosciute negli usi di guerra acquisiti sono sancite dalla legge di guerra che proibisce alle forze armate italiane di:
I O adoperare veleni ed armi avvelenate (art. 35); 2° usare violenza proditoria (aggiunta italiana) ovvero uccidere o ferire un nemico a tradimento o quando questi, avendo deposto le armi e non avendo più modo di difendersi, si sia arreso a discrezione (art. 35); 3 ° sparare contro i naufraghi del mare o dell'aria (art. 35; è lecito invece sparare sui paracadutisti anche isolati - art. 38); 4° dichiarare che non si dà quartiere (art. 36); 5° impiegare proietti esplosivi o incendiari di peso inferiore ai 400 grammi (escluso il tiro aereo o contraereo) (art. 35);
192
ARTURO MARCHEGGIANO
-
-
6° impiegare pallottole che danno sofferenze inutili (art. 35); 7° saccheggiare località, ancorché prese d'assalto (art. 35); 8 ° distruggere i beni nemici o impadronirsene, salvo che ciò sia fatto per imperiose necessità di guerra, e salve ]e dispo'Sizioni speciali per la guerra marittima ed aerea» (art. 36); 9° costringere i sudditi nemici a partecipare ad azioni di guerra contro il loro paese (art. 37); 10° usare bandiere, insegne o uniformi militari diverse da quelle nazionali (art. 36); 11 ° usare indebitamente la bandiera bianca parlamentare e i segni distintivi della Croce Rossa e delle altre org~nizzazioni di soccorso autorizzate (art. 36): 12" impieg~re mezzi batteriologici, gas asfissianti, tossici o simili, come pure liquidi o procedimenti analoghi (art. 51) evidentemente con reciprocità (art. 52); 13° bombardare località con «il solo scopo di colpire la popolazione civile o di distruggere o danneggiare i beni non aventi interesse militare» (art. 42).
Tale proibizione è tassativa, in quanto si dice: «in ogni caso». Questo stupendo dettato di legge fu occasione, in guerra, di molti litigi tra i piloti italiani e tedeschi quando un Corpo italiano da bombardamento fu inviato in Francia per partecipare ai bombardamenti contro l'Inghilterra, in quanto i piloti italiani volevano sempre la definizione esatta dell'obiettivo da battere, pena il non decollare per la missione di guerra, in quanto per la legge di guerra «è lecito» solo «il bombardamento diretto contro obiettivi nemici» di carattere militare (art. 40) che ci si premura anche di definire nel testo della legge. Sono leciti gli stratagemmi di guerra e l'impiego di mezzi atti a procurarsi informazioni sul nemico (art. 36). Secondo le Convenzioni di Ginevra (1929) e dell'Aja (1907) sono ovviamente protetti i servizi sanitari militari, che devono essere muniti dei segni distintivi, (art. 43) e determinati edifici civili (dedicati ai culti, alle arti, alle scienze e alla beneficienza) i monumenti storici e glj ospedali per la popolazione civile (art. 44). I
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
/
193
predetti luoghi devono essere segnalizzati con distintivi ben visibili, che devono essere comunicati al nemico (2). Un ' commento particolare merita l'art. 46 che nel 1938 non trova riscontro in nessuna regolamentazione nazionale di altri stati nè in nessuna convenzione internazionale, intitolato «Città o località sanitarie o di sicurezza». Esso sancisce che «con decreto» ... «possono essere emanate norme al fine di garantire, a condizione di reciprocità, il rispetto e la protezione di città o località esclusivamente destinate ai servizi sanitari o al ricovero della popolazione civile». Ci si rifà probabilmente all'istituto internazionalmente non sancito della così detta «città aperta», che affonda le sue radici nelle così dette «città o località non difese», di cui all'articolo 25 del Regolamento annesso alla IV Convenzione dell' Aja del 1907, che si trova anche nella Convenzione del 1899. Per ritrovare un riscontro ed una sanzione internazionale di questa civi1issima iniziativa italiana occorrerà aspettare ancora 11 anni, con la stesura delle Convenzioni di Ginevra del 1949. Assediando una fortezza è lecito impedire l'uscita dei non combattenti (art. 48), mentre è normale, salvo imperiose esigenze, consentire l'uscita agli agenti diplomatici ed ai sudditti di stati neutrali (art. 48). Tale uscita però _può essere legittimamente impedita dal Comandante della fortezza o della località assediata (art. 49). È normale fare il possibile per dare alle autorità locali il preavviso di bombardamento, salvo casi di necessità militare (art. 50). Dell'occupazione militare del territorio nemico. cioè del Cap. III, si parlerà trattando dei civili; i dettami sono tutti molto avanzati ed in linea con le leggi e gli usi di guerra internazionalmente sanciti. In merito ai parlamentari ed alle Convenzioni militari (Cap. IV) le norme confermano le regole internazionali già recepite dalle regolamentazioni precedenti. Il parlamentare deve essere regolarmente autorizzato, deve essere munito di documenti comprovanti la sua qualità ed i suoi poteri, deve presentarsi con la bandiera
(2) Tali distintivi erano prescritti ma non codificati in sede internazionale. Credo che si trattasse di grandi rettangoli mezzi bianchi e mezzi azzurri secondo le diagonali, perché tali erano i segni messi sui tetti del collegio, che frequentavo in tempo di guerra, che fu bombardato lo stesso dagli alleati, malgrado che i segni sui tetti fossero molto grandi e visibili.
194
ARTURO MARCHEGGIANO
bianca ed è inviolabile come il portabandiera, il trombettiere o tamburino e l'interprete eventuale (art. 67). Non si è tenuti a ricevere i parlamentari in ogni circostanza, nè a sospender l'azione bellica in atto, però chi riceve il parlamentare deve far sospendere localmente il fuoco (art. 69): questa è una prescrizione italiana, dato che tale uso non è sancito in sede internazionale neppure oggi. L'inviolabilità è estesa anche all'equipaggio del mezzo di trasporto (navale, terrestre ed aereo) del parlamentare e questa è un'altra particolarità della legge italiana non sancita dagli usi di guerra internazionali dell'epoca. Circa le convenzioni militari da concludere con il nemico esse sono di competenza del Comandante Supremo o dei suoi delegati, a meno che nc;m si tratti di armistizi o di convenzioni che stabiliscono prelimiqari per la conclusione della pace che richiedono l'assenso del Capo dello Stato (art. 74). Tregue e sospensioni d'armi di carattere temporaneo e locale sono di competenza anche dei Comandanti isolati di unità, che non possono comunicare con i Comandi superiori (art. 76). Le convt:nzioni di regola vanno redatte per iscritto e i Comandanti devono adottare i provvedimenti necessari perchè siano lealmente osservate (art. 77). Le tregue o sospensioni d'armi ed in particolare l'armistizio sono trattati molto dettagliatamente e le norme sancite rispettano perfettamente i trattati internazionali e le convenzioni del 1907. Sono specificati la nozione e gli effetti dell'armistizio, i poteri per la sua stipula di cui deve essere dotato il parlamentare incaricato, il contenuto della convenzione, le norme in caso di violazione della convenzione da parte del nemico. In ogni caso, malgrado qualunque reazione del Comandante locale contro il nemico che violi un armistizio, è solo il Comandante Supremo che può denunciare l'armistizio ed ordinare l'immediata ripresa delle ostilità (art. 81). In caso di atti di ostilità individuali durante un armistizio si può chiedere la punizione dei colpevoli ed un risarcimento per i danni (art. 82). Per quanto riguarda le capitolazioni viene stabilito il contenuto di tali convenzioni, che è quello delle regolamentazioni precedenti, già in regola dal punto di vista del diritto internazionale. Alle forze che capitolano, anche senza condizioni, è riservato il trattamento di prigioniero di guerra (art. 86). È vietato (e anche questa norma non ha riscontro nelle convenzioni internazionali) imporre al nemico che capitola «condizioni contrarie all'onore militare (art. 85).
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL' ESERCITO ITALIANO ECC.
195
Le disposizioni che riguardano la salvaguardia ed il salvacondotto sono quelle tradizionali e sono praticamente immutate dalla metà dell'Ottocento. Per quanto riguarda i feriti, i malati ed i prigionieri di guerra la legge recepisce in toto le convenzioni internazionali del 1929, anche per quanto si riferisce alla protezione dei servizi sanitari, del personale sanitario, dei ministri del culto e delle associazioni di assistenza e soccorso. Le convenzioni si applicano a condizioni di reciprocità anche nei rapporti con uno stato nemico che non sia parte delle convenzioni (art. 92). «I feriti e i malati nemici ricevono le stesse cure, che si prestano ai militari nazionali»: è il dettato semplice, lineare, lapidario dell'art. 93 della legge, che non lascia ombra di dubbio o di interpretazione. Al cadavere del nemico morto sul campo va data «onorevole sepoltura», dopo averne accertato l'identità e dopo · aver raccolto e custodito i suoi oggetti di uso personale. Il Governo italiano provvederà poi a dare notizia dei decessi allo stato nemico e a restituire gli oggetti (art. 94). Gli ostaggi devono essere trattati come prigionieri di guerra (art. 99) e come tali (art. 106-107-108): devono essere trattati con umanità e mantenuti dallo Stato; devono essere protetti contro ogni offesa e violenza; non possono essere internati in località esposte al fuoco nemico o insalubr-i; - non possono essere impiegati in lavori eccess1v1 o non conformi al loro rango, o tali da implicare la loro partecipazione ad operazioni belliche; - devono ricevere un equo compenso per i lavori nei quali sono impiegati, salvo le ritenute per le spese di mantenimento; - godono di libertà di religione e di culto; - non sono soggetti a sanzioni penali in caso di tentativo di evasione; sono soggetti alle leggi penali ed alle norme disciplinari in vigore per le Forze Armate italiane.
196
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTERO DELLA GUERRA STATO MA861011E CEITRALE • REPARTO ORDINAMENTO E MOBILITAZIONE UFFICIO S ERVIZI
\. \\
NOf~ME PER
L'ORGANIZZAZIONE t~O IL FUNZIONUIENTO DEI SERVIZI LOGISTICI IN GUKRRA
ROMA LIBRERIA DELLO STATO 1924
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
197
Su tali norme di legge si ritornerà nel dettaglio trattando dei feriti e degli ammalati e dei prigionieri di guerra. Per quanto si riferisce agli atti giuridici dei militari nella zona delle operazioni (atti di nascita, di morte, testamenti, procure, atti vari, ecc.) essi sono di competenza degli Ufficiali di Amministrazione dell'Esercito e dei Commissari di bordo sulle navi o dei Comandanti di Corpo o di nave: ciò vale anche per i prigionieri di guerra. Tralasciando le disposizioni speciali per la guerra marittima ed aerea, le disposizioni che riguardano il trattamento delle persone di nazionalità nemica, dei beni nemici e dei rapporti economici con il nemico sono conformi agli usi di guerra del tempo ed. in certi settori, anche anticipatrici delle norme che saranno dettate dalla Convenzione IV di Ginevra del 1949, relativa alla Protezione dei civili.
La legge italiana di neutralità del 1938
La legge italiana di neutralità è stata approvata con decreto 8 luglio 1938 n. 1415, lo stesso che approva la legge di guerra, e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 211 del 15 settembre 1938. La legge di neutralità è perfettamente conforme alle convenzioni internazionali che riguardano la neutralità terrestre e marittima e detta anche le norme relative alla neutralità aerea. Come si vede, così come la legge di guerra, anche la legge di neutralità è una legge interforze, che detta a tutte le Forze Armate dello Stato, le norme di comportamento in caso di guerra tra altri belligeranti, con l'Italia neutrale. L·applicazione della legge avviene con decreto governativo. La legge recepisce fedelmente i dettati delle seguenti convenzioni internazionali del 1907 relative alla neutralità: - convenzione (V) relativa ai diritti ed ai doveri delle potenze e delle persone neutrali in caso di guerra terrestre; - convenzione (XIII) relativa ai diritti ed ai doveri delle potenze neutrali in caso di guerra marittima. Tale legge è articolata in quattro capitoli (I: disposizioni generali; Il: disposizioni speciali per la neutralità marittima; III: disposizioni speciali per la neutralità aerea; IV: disposizioni finali) dei quali solò il primo riguarda la guerra terrestre.
198
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTERO DELI..A GUERRA COMANDO DEL CORPO DI STATO MAGGIORE
NORME GENERALI PER
L'ORGANIZZAZIONE E FUNZIONAMENTO DEI SERVIZI IN GUERRA BDIZIONB lt:JZ-Anno X
o ROMA
lsmuro ,oucunco
DILLO srAro
Lruuu 1932 - ANNo X
LEGG I ED USI DI GUERRA NELLA NOR MATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
199
In tale capitolo è definito il territorio dello Stato, che è qua'lunque territorio comunque soggetto alla sovranità dello Stato italiano, comprese le acque territoriali relative ed il loro fondo marino e lo spazio aereo sovrastante alla terra ed alle acque territoriali (art. 1). Sul territorio non solo non sono tollerati atti di ostilità da parte dei belligeranti, compresa la visita e la cattura di navi o di aerei, ma anche è proibito usarlo come base per operazioni ostili, o per il passaggio di truppe o di convogli di rifornimento, senza alcuna distinzione tra i belligeranti (art. 2 e 3). Fanno eccezione solo i convogli che trasportino feriti e malati di guerra, purchè su tali convogli non vi sia nè personale nè materiale estraneo al servizio sanitario (art. 3). Le truppe dei belligeranti che penetrassero nel territorio dello Stato vengono disarmate: i militari vengono internati in località possibilmente lontana dal teatro di guerra, mentre gli armamenti, i mezzi di trasporto ed i documenti militari vengono sequestrati fino alla fine della guerra, salvo il materiale sanitario. Gli ufficiali possono essere lasciati liberi sulla parola, con l'obbligo di non uscire dal territorio dello Stato senza autorizzazione. I prigionieri di guerra che pervenissero nel territorio dello Stato sono considerati liberi, anche se possono essere obbligati a soggiornare in determinate località. Se dei prigionieri di guerra o dei feriti e malati fossero consegnati alle autorità italiane da parte di uno dei belligeranti e se il Governo Italiano li accettasse esso avrebbe anche l'obbligo di custodirli in modo che non possano più prendere parte alle ostilità (art. 5). È vietato reclutare combattenti a favore dei belligeranti (art. 6 e 7) e fornire armi, munizioni, materiale bellico, crediti ed aiuti finanziari di qualunque genere ai belligeranti da parte delle amministrazioni dello Stato (art . 8). Possono essere vietati, con decreto governativo ed in modo uniforme per tutti i belligeranti, anche il commercio privato di armi e di materiale bellico , il t,ransito di tale materiale proveniente da commercio privato attraverso il territorio dello Stato e la concessione di crediti ai belligeranti da parte dei privati (art. 9). Le comunicazioni sono discjplinate in modo imparziale. Solo il personale ed il materiale sanitario godono di speciale trattamento ed è lecito il passaggio e l'invio ai belligeranti, da parte di Enti pubblici o privati, di personale e materiale sanitario, con
200
ARTURO MARCHEGGIANO
:\II X ISTERO D B L LA G U E R R .A I
<:OlU.:SDO DJU, CO ltl'O Ili STATO lll.AOOIOR ~;
N. 3336
RACCOLTA DELLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI CHE RIGUARDANO LA GUERRA TERRF.STRE
ROM,\ In1rtrro Pouoa.u·1co DELLO Sr.n·o LJBUJU.&
1V38 - AIUo X VI
LEGGI E D USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'E SERCITO ITALIANO ECC.
201
possibili limitazioni (art. 10). Anche le navi dei belligeranti e gli aerei destinati esclusivamente a missioni religiose, scientifiche o umanitarie godono di speciale trattamento, quanto ai diritti di navigazione o di sorvolo dello spazio aereo (art. 25 e 29) fermo restando il fatto che, in ogni caso, i militari degli Stati belligeranti che siano stati tratti in salvo, sia pure fuori dalle acque territoriali nazionali, da navi da guerra o da aerei militari vengano internati (art. 27 e 30).
La «Raccolta delle Convenzioni Internazionali» del 1938 A complemento delle leggi di guerra e di neutralità, che recepivano in toto a livello governativo, come si è visto, i dettati delle convenzioni internazionali relative alla guerra terrestre per quanto riguarda le leggi e gli usi di guerra e che, in qua nto leggi, entravano automaticamente e di diritto nelle disposizioni riguardanti le truppe in operazioni, il Ministero della Guerra sentiva anche il dovere di riunire , in un'unica pubblicazione, tutte le convenzioni internazionali che riguardavano la guerra terrestre. Nasce così la pubblicazione 3336 del Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, dal titolo «Raccolta delle Convenzioni internazionali che riguardano la guerra terrestre», edito a Roma, nel 1938, dal Poligrafico dello Stato. Essa viene promulgata il 16 agosto 1938 dal Sottosegretario d i Stato Pariani e sostituisce la pubblicazione del 1912 che è già stata precedentemente trattata. La pubblicazione è diramata fino ai livelli di Grande Unità per far parte delle rispettive dotazioni di regolamenti. · Tale pubblicazione, molto correttamente, raccoglie non solo tutte le convenzioni firmate e ratificate dall'Italia, ponendo gli estremi e le date di ratifica, ma anche le convenzioni firmate ma non ratificate dall'Italia, le cui norme però erano state completamente recepite dalle nostre regolamentazioni ed in particolare dalle leggi italiane di guerra e di neutralità. Pur esistendo già le traduzioni ufficiali della massa delle convenzioni, le stesse sono tutte riportate in lingua originale di stesura, cioè in lingua francese . Probabilmente ci si riprometteva una successiva pubblicazione che riportasse le traduzioni ufficiali delle
202
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTERO DELLA GUERRA CO.\\.-\NDO DEL CORPO DI STATO MAGGIORE
N. 26.62
NORME GENERALI PER
L'ORGANIZZAZIONE E FUNZIONAMENTO
DEI SERVIZI DI GUERRA Ul\!"Q CO:n.t: ~~
l)f'" ''H-. C. ., . ".:!,.
1:pmA ·r'Ul')'\lr\Jt't t,CJ1JC # L , ,,
,\ .,.
S. M. UFi=lCIO SERVIZI
o ROMA 1srnu·ro l'OLIOIUflC:O Ol'LLO STATO LIIIIU' NIA l<NO . ANNO XVIII
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL' ESERCITO ITALIANO ECC.
203
stesse norme, così come era avvenuto nel 1915 o per altre convenzioni già inserite nelle regolamentazioni, come ad esempio le successive convenzioni riguardanti il trattamento dei feriti e degli ammalati. Tale pubblicazione in lingua italiana non uscì mai. Tuttavia è necessario far notare che, se anche tale pubblicazione fosse uscita, essa non sarebbe stata affatto necessaria, dato che la legge di guerra e la legge di neutralità riunivano nei propri dettati tutte le norme sancite in sede internazionale, estendendone molte volte le interpretazioni in senso umanitario e nella direzione del progresso del diritto delle genti. Tale pubblicazione è molto importante in quanto essa riuniva relativamente alla guerra terrestre, tutto quello che era stato sancito fino a quella data, relativamente alle leggi ed agli usi di guerra, nel diritto internazionale. Le convenzioni, i trattati e le diçhi~razioni riunite nella pubblicazione riguardano:
a. la dichiarazione di Pietroburgo del 1868; b. le due convenzioni dell' Aja del 1899: la prima riguardante il regolamento pacifico dei conflitti internazionali; la seconda riguardante le leggi e gli usi di guerra. È interessante notare come sia riportata la prima di tali convenzioni, cp.e appartiene copletamente al mondo dell'utopia, mentre non è riportata successivamente l'analoga convenzione, detta Patto Briand-Kellog, del 1928;
c. le tre dichiarazioni dell'Aja del 1899; d. le convenzioni dell' Aja del 1907 relative a: pacifico regolamento dei conflitti internazionali (I); limitazione dell'impiego della forza per il recupero dei debiti contrattuali (Il); apertura delle ostilità (III); leggi ed usi della guerra terrestre (IV); diritti e doveri delle Potenze e delle p_ers(me neutrali nella guerra terrestre (V); istituzione di una Corte internazionale delle prede (XII); e. il protocollo addizionale del .1910 relativo all'istituzione della corte internazionale delle prede; f. il protocollo di Ginevra del 1925 relativo alle armi batteriologiche e chimiche; g. le Convenzioni di Ginevra nel 1929 relative ai feriti ed agli ammalati negli eserciti in __çampagna ed ai p.rigioJ?,ieri ·di guerra.
204
ARTURO MARCHEGGIANO
o
MINISTERO DELLA GUERRA , ,, 1:,,.1ANl.>ù DEL
CORPO
Dl
STATO
MAGGIORE
Ufrlclo Sc•rvlzl
Cirrnfore 170110 ,lei 1° giugno 19-IO • A. Xl"l/1
NORlIE GENERALI PER L' OHGA~IZZAZIONE ED IL FUNZIONAMENTO llEI SERHZI IX GUERRA - EDIZ. 1940 • A. XVIII
di n1n1nlnh•t 1•n.r.loue
c_.hhnlc·o dl l1>ptcn e veterlnarln d<"l t a•nspoa•tl n nt 01110 bll11;1t;l<•o 1>0!!,;t:ah_, e• lclc-ga'Rllco dcJlu tRI>l>O <l<"lle st:rnd<• d<-lle a<•quc•
GAETA 1'11'0GRA.n.A STADILH!t:X'J'I llll.lTA.l:I DI l'E!'iA IHn -
A. X\'11! .
LEGGI E D USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
205
Le pubblicazioni sul «Servizio in guerra» Le pubblicazioni relative al «Servizio in guerra» tra le due guerre mondiali sono abbastanza numerose. Intanto non si tratta più di una pubblicazione unitaria articolata in due parti (Parte I: «Servizio delle Truppe»; Parte II: <<Servizio delle Intendenze e Organizzazioni e funzionamento dei Servizi in Guerra») ma si tratta di due distinte pubblicazioni,. l'una riguardante il servizio in guerra e l'altra le «Norme per l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi logistici in guerra», che verranno trattate separatamente. Per quanto riguarda il «Servizio in guerra» il 15 novembre 1937 esce, come «bozza di stampa», la pubblicazione 3118 del Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, che abroga il Servizio in Guerra del 1912 relativamente ai primi quattro capitoli. Per la restante materia rimanda ad altre pubblicazioni. In particolare per quanto si riferisce agli usi e convenzioni di guerra, trattati nel 1912 nei capitoli VIII e IX, si rinvia ad un «regolamento della legge sulla condotta della guerra», che riporta in pratica le stesse norme del 1912, anche perchè non sono sopravvenuti cambiamenti in tale settore. Le norme del Cap. II di tale pubblicazione (che riguardano il servizio di polizia in guerra, specie per ciò che si riferisce al territorio occupato, agli ostaggi e alle rappresaglie, al ricevimento dei disertori e dei prigionieri, a.i compiti vari dei Carabinieri in merito al campo di battaglia, alle salvaguardie ed ai salvacondotti) sono sostanzialmente analoghe alle precedenti. Dopo l'entrata in vigore della legge di guerra la pubblicazione viene rifatta nel 1940 al fine di tener conto di tutti i dettati di tale legge. Esce così la pubblicazione 3766, del Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, edita dal Poligrafico dello Stato, approvata il 3 febbraio 1940, dal titolo «Servizio in Guerra». Nel servizio di polizia in guerra vengono inseriti anche tutti i compiti dei Carabinic;ri per la raccolta delle informazioni, secondo i compiti per essi fissati dal Servizio Informazioni Militari (SIM). Tale pubblicazione non solo abroga la precedente del 1937 ma, dopo la legge di guerra, riporta in un unico allegato, che costituisce pubblicazione a parte, col numero categorico 3778, gli usi e le conven.rioni di guerra. Data l'importanza di questo documento, che ha costituito norma per l'esercito italiano nella seconda guerra mondiale, ho rite-
206
ARTUROMARCHEGGIANO
'.\11~JSTE1W DEJ,J,A OCBRHA Cl >lllA~DO l>J,;L CORPO
1)1
STATO MAGGIORE
N. 3118
SERVIZIO IN GUERRA ANNO 1937-XVI
l~TITl:TO l'OLIOIUFICO DICl,LO HTATO l,la•UIA IH7 • AllllllO X\"I
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
207
nuto di riportarlo in appendice, anche per far vedere, per confronto con le Lieber's Instructions, i progressi fatti dal diritto internazionale in questo tempo. Pur essendo tale documento una pubblicazione italiana esso riporta fedelmente tutte le leggi e gli usi di guerra del tempo ed è un documento che sostanzialmente onora l'Italia ed il suo esercito per il suo assoluto rispetto dei dettati internazionali. Nel 1941 la pubblicazione 3766 veniva ristampata e subiva delle aggiunte e varianti, che però non sono rilevanti sotto l'ottica del diritto dei conflitti armati. La normativa logistica subiva invece una sorte più travagliata. Nel 1924 il Ministero della Guerra (Stato Maggiore Centrale, Reparto Ordinamento e Mobilitazione - Ufficio Servizi) elaborava delle «bozze di stampa» riservate, riguardanti le «norme per l'organizzazione ed il funzionamento dei Servizi logistici in guerra». Tale pubblicazione senza numero, edita dalla Libreria dello Stato di Roma, è ancora una pubblicazione unitaria come quella del 1915. È di scarso interesse sotto il punto di vista del diritto dei conflitti armati e fa riferimento trattando del servizio sanitario alla convenzione del 1906. La pubblicazione successiva, «Norme Generali per l'organizzazione ed il funzionamento dei Ser_vizi in guerra», è del 22 luglio 1932. Essa è stata curata dal Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, ed edita dal Poligrafico dello Stato; ha sostituito la pubblicazione del 1915. Purtroppo è una pubblicazione che tratta solo la parte generale e comune a tutti i servizi rinviando poi, per ciascun servizio, a pubblicazioni specifiche (ben quindici!) e specializzate. Fa riferimento specifico alla Convenzione di Ginevra del 1929, relativa al trattamento dei feriti e malati, il cui testo però si trova solo nella pubblicazione «ad hoc» riguardante il Servizio Sanitario in guerra di cui si tratterà in modo specifico in altra sede. La pubblicazione viene ristampata dal Poligrafico dello Stato, nel 1938, ed assume il numero categorico 2442. La pubblicazione venne poi sostituita da una bozza di stampa, che non divenne mai definitiva, del 1940 e che fu quella applicata in guerra, dal numero categorico 2662 «Norme Generali per l'organizzazione ed il funzionamento dei Servizi in guerra», edita dal Poligrafico dello Stato, integrata dalla circolare 17 .000 del 1° giugno 1940, che riportava in stralcio l'organizzazione di alcuni servizi. La pubblicazione era costituita da un testo e da ben 15 allegati, dove le norme di diritto bellico si ritrovano essenzialmente
208
ARTURO MARCHEGGIANO
l\UNJSTERO DELLA GUERRA CO)L\NDO DEL CORPO DI STATO MAGGIORE
N; 3766
SERVIZIO IN GUERRA ANNO 1940-XVIII
UOMA I8TITUT0 POLI0RAÌ11'X) DJ:LI.0 STATO L1BIISIUA
19'0 -
A.-o XVID
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
209
nell'allegato I (pub . 2747 ed. 1935 «Istruzione per il servizio di sanità in guerra») e nell'allegato 2 (pub. 3057 del 1940 «Istruzione per il servizio di commissariato in guerra») rispettivamente per quanto si riferisce ai feriti ed agli ammalati e alle requisizioni in territorio occupato, alle contribuzioni di guerra ed alle prede belliche. La redazione degli atti di stato civile, l'inventario degli effetti lasciati dai morti, dai prigionieri di guerra e dai dispersi, l'istruzione delle pratiche relative alle successioni e la redazione e trasmissione degli atti di procura, di consenso e di autorizzazione, sono devoluti al Servizio di Amministrazione. Al Servizio delle Tappe compete invece la vigilanza perché da parte delle autorità civili e della popolazione siano osservate le leggi, i regolamenti, i bandi e le ordinanze per la sicurezza e l'ordine delle retrovie. Le norme dettate allo scopo sono tutte in sintonia con le convenzioni internazionali che riguardano la materia.
I Codici Penali Militari di Pace e di Guerra del 1941 I nuovi Codici penali militari di pace e di guerra vengono promulgati con Regio Decreto n. 303 del 20 febbraio 1941. Si tratta di Codici penali militari quasi perfetti. Essi sono ancora in vigore, per quanto noli contrastano con leggi e disposizioni successive che, in materia, sono veramente poche. Nel complesso si tratta di documenti che veramente fanno onore all'Italia ed ai dettati umanitari delle sue leggi. Essi vanno a sostituire gli ottimi codici del 1869 che, anch'essi erano stati codici di assoluta avanguardia in campo europeo, tanto da poter durare per circa settant'anni, addirittura con norme che risalivano al 1859. L'aggiornamento di tali codici richiederebbe tutto sommato un lavoro relativamente modesto, da parte di specialisti della materia, ed è un vero peccato che ciò non sia ancora stato fatto. Il nuovo codice penale militare di guerra, in particolare, come dice la relazione introduttiva, «trae il suo contenuto dall'esperienza di tutte le guerre, che negli ultimi settant'anni la Patria nostra ha affrontate e vinte, e lo adegua alle esigenze dei tempi». «Il nuovo testo è intimamente collegato con la legge italiana di guerra, che, per talune nozioni fondamentali, oltre che per la parte riflettente i reati contro le leggi e gli usi di guerra, ne costituisce le necessarie premesse».
210
ARTURO MARCHEGGIANO
llIN ISTERO
DELLA
GUERRA
00:IUNDO DF.T, CORPO Dl STATO ~1AGGJORF.
N . 3768
USI E CONVENZIONI DI GUERRA ( Allt!,ttlto
z,,
ml , St'rvi:rio in flUl!rra•J
' O)
-~~ -- .
HOMA l!<T ITVTO POIJCRAFICO o~; Lt O !!T.\TO ·
1940 -
1.1....,. .\?'fNO XVII(
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
211
«Nella sua formazione è stata tenuta presente non solo la giurisprudenza affermatasi relativamente alle corrispondenti norme dei codici preesi'stenti, ma anche la legislazione emanata, per provvedere a necessità urgenti e impreviste, durante la guerra mondiale e i conflitti posteriori, avendo coloro, ai quali l'opera di redazione è stata affidata, perseguito lo scopo di ridurre al minimo possibile la necessità dell'emanazione, durante lo stato di guerra, di provvedimenti legislativi occasionali ed improvvisati, e per ciò stesso non sempre efficacemente rispondenti a quei fini essenziali di esemplarità e, al tempo stesso, di giustizia, che costituiscono il fondamento e la ragion d 'essere della legge penale militare». «La raccolta in un testo separato e distinto delle norme di diritto penale militare per il tempo di guerra, coordinate, cioè, ma non fuse con quelle contenute nel codice penale militare di pace, rappresenta una felice iniziativa italiana, che non trova precedenti in nessuna delle legislazioni penali straniere, non escluse le più recenti». «Un 'altra iniziativa italiana è costituita dalla previsione completa, organica e concreta - con la conseguente comminatoria di sanzioni penali - delle violazioni delle leggi e degli usi di guerra, che offre un saldo punto di appoggio per la creazione di un diritto penale internazionale di guerra, fino ad oggi embrionalmente rappresentato da scarse e saltuarie norme di diritto interno presso gli Stati più civili». Con il Codice penale militare di guerra sono state apportate modificazioni notevoli «alla materia relativa ai bandi militari, che costituisce uno dei capisaldi più notevoli della codificazione di guerra». «Il_ sistema (dei bandi) è imposto dall'esigenza di assicurare un pronto mutamento e adattamento del sistema legislativo predisposto, quando le necessità della condotta della guerra facciano sorgere nuovi interessi e nuovi rapporti, ai quali è necessario dare una immediata disciplina legislativa. In questi casi, la normale procedura per la formazione della legge, con gli indugi che talora necessariamente comporta, potrebbe tradursi in un grave danno per gli interessi militari; sicché appare indispensabile offrire un sistema eccezionale, ma rapido, per l'emanazione di provvedimenti aventi valore di legge, conferendone la potestà a coloro, sui quali incombono le più alte responsabilità per la condotta della guerra e per il successo delle operazioni militari».
212
ARTURO MA RCHEGGIANO
t: O \I \ '.; ~ TATO
I)
O
:-; I I' B I·: \I ( 1
\IA1;1;JOIIF CEX E IIAI. E l' E U
IL
l>IHITro
CO\I\IIS~ l l l :" L I li
111:-,; ,-; 11.11\· \
1; 1 E IIIU
N. 4047
RACCOLTA DEI BANDI, DELLE ORDINANZE E DEI DECRETI EMANATI DAL COMANDANTE DELLE TRUPPE OPERANTI SU TUTTE LE FRONTI E DAI COMANDANTI SUPERIORI DELLE FORZE ARMATE FASC ICOLO PRIM O
HU\J..\ l!STIT l' Tll POl, lf; K ,U ' ICO UELl. 11 STA.TU
LIHRERIA ANNO XIX
l 1HI -
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
213
I bandi sono disciplinati dall'art. 20 che definisce i limiti di efficacia dei bandi, i modi della loro pubblicazione ed il momento dell'entrata in vigore. «In linea principale, il bando ha valore di legge nei limiti del Comando dell'Autorità che lo emana, e, in caso di bandi emanati nei territori occupati, anche per le popolazioni dei territori medesimi. Per precisare, senza possibilità di incertezze, l'ambito dell'efficacia obbligatoria dei bandi, si è dichiarato che essi hanno valore di legge nel territorio in stato di guerra, o anche fuori dalla zona di guerra per le forze armate mobilitate, ovunque siano dislocate. Si combinano così due criteri, l'uno territoriale e l'altro personale, ma entrambi attinenti all'estensione dell'esercizio del comando militare, di cui il potere di bando è diretta emanazione». Controllando nel titolo IV (dei reati contro le leggi e gli usi della guerra) in modo particolare gli articoli da 165 a 230, ci si rende conto dei seguenti fatti, che danno un posto di eccellenza internazionale nell'epoca alla nostra legislazione penale militare: - tutti i reati previsti dalle convenzioni internazionali sono adeguatamente e molto severamente puniti, con pene che vanno dalla pena di morte con degradazione, ad esempio in caso di saccheggio (art. 186), alla reclusione militare (il solo vilipendio della religione professata da un prigioniero di guerra - art. 213 - comporta un anno di carcere militare); - anche se l'art. 45 della Convenzione di Ginevra relativo al trattamento dei prigionieri di guerra prevede che gli stessi siano soggetti alle leggi, regolamenti ed ordini in vigore per le forze armate della Potenza detentrice e che ogni atto di insubordinazione autorizza, nei loro confronti, i provvedimenti previsti da tali leggi, le norme dettate dal Codice penale militare sono globalmente più miti tenendo conto, molto civilmente, del diverso rapporto gerarchico, non tenendo conto del grado dei prigionieri e tenendo conto del fatto che essi non sono armati; - la responsabilità dei reati è personale di chi li compie. Non esistono responsabilità collettive per i crimini di guerra,, o responsabilità che vadano al di fuori di coloro che li compiono, salvo gli ordini dei superiori, che però devono essere documentati. La responsabilità individuale è talmente marcata che investe anche coloro che, pur non commettendo alcun crimine, ricorrono nel reato di «omesso impedimento di determinati reati militari». Ciò vale
214
ARTURO MARCHEGGJANO
(art. 230) specialmente per i reati di saccheggio, di incendio, distruzione o grave danneggiamento in paese nemico, senza esservi costretti dalla necessità delle operazioni militari, in caso di maltrattamenti o di spoliazione di infermi, feriti o naufraghi (per tali reati, in caso di morte della vittima, è prevista la pena di morte con degradazione) o per atti di ribellione o di indisciplina collettiva riguardanti i prigionieri di guerra. Circa gli atti illegittimi o arbitrari di ostilità il codice punisce i belligeranti illegittimi che èompiono atti di ostilità, il p rolungamento arbitrario delle ostilità, le violazioni delle tregue e dell'armistizio, il passaggio arbitrario delle linee di armistizio, gli atti ostili contro stati neutrali o alleati e gli eccessi colposi specie nel campo della necessità militare (articoli da 167 a 173). Nel campo degli atti di guerra illeciti il codice punisce:
-
nel campo dell'abuso dei mezzi per rzuocere al nemico:
il comandante e chiunque altro usi, m·ezzi e metodi di guerra «vietati dalla legge o dalle convenziÒ~ internàzionali o comunque contrari all'onore militare», le rappresaglie ordinate fuori dai casi previsti dalla legge, la violenza'prodiforia e la violenza esercitata nei confronti di chi si arrende a disc'rezione, il comandante che omette il preavvisò di bombardamento, fuori dal caso di necessità delle operazioni militari, o che omette di adottare provvedimenti per la protezione di edifici, luoghi e cose che devono essere rispettati, l'uso indebilo ed anche il vilipendio di segni, di distintivi di protezione e di bandiere, colui che costringa sudditi nemici a partecipare alle operazioni militari o a favorirle e le violazioni delle salvaguardie e dei salvaco ndotti. È punita anche l'esecuzione immediata di colpevoli di reati di spionaggio o di reati contro le leggi e gli usi di guerra (articoli da 174 a 184);
- nel campo degli atti illeciti contro le persone private nemiche o a danno di beni nemici: la violenza di militari italiani contro privati nemici, la violenza di abitanti dei territori occupati contro militari italiani, il saccheggio, l'incendio, la distruzione o il grave danneggiamento in paese nemico non imposto «dalla necessità delle operazioni militari», la busca ed il suo omesso impedimento (articoli da 185 a 189).
Nel settore della violazione dei doveri verso infermi, feriti, naufraghi, morti e verso il personale sanitario il codice negli articoli
LEGGI E D USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
/
215
da 190 a 198 punisce l'omessa assistenza, l'uso delle armi contro ambulanze, ospedali, navi o aerei sanitari e contro il personale che vi è addetto, i maltrattamenti e le spoliazioni di infermi, feriti e naufraghi, la violenza e l'omesso rilascio contro le persone addette al servizio sanitario e al culto, la mutilazione, vilipendio, sottrazione o spoliazione di cadavere e l'arbitrario disconoscimento delle qualità di legittimo belligerante. Per quanto riguarda i prigionieri di guerra, il codice punisce i loro reati secondo le norme internazionali (disobbedienza, violenza o minaccia contro militari italiani, disobbedienza o offesa al prigioniero preposto alla disciplina, la ribellione e l'indisciplina collettiva o l'accordo per commetterla, la provocazione, la manifestazione sediziosa e la ripresa delle armi contro la data fede) ed i reati contro i prigionieri di guerra, come le sevizie, i maltrattamenti, il vilipendio, le minacce o le ingiurie, le violenze, il costringimento a dare informazioni o a compiere lavori vietati, le violazioni della libertà di religione o di culto, la sottrazione di denaro od oggetti loro appartenenti (art. da 199 a 214) . Minore interesse hanno i reati compiuti da militari italiani quando sono nella condizione di prigionieri di guerra (art. da 216 a 218) . Per quanto riguarda gli ostaggi essi godono di trattamento uguale ai prigionieri di guerra (art . 219). Se il codice dovesse essere riscritto oggi dovrebbero essere soppresse solo le norme relative agli ostaggi,: dato che il prendere ostaggi è internazionalmente proibito solo dalle convenzioni del 1949. Sono puniti in modo drastico anche i reati per gli abusi relativi alle requisizioni, contribuzioni e prestazioni militari ed all'abuso delle ptede (art. da 220 a 229).
Pubblicazioni varie del Ministero della Guerra attinenti al diritto bellico A parte le numerosissime pubblicazioni circolari relative ai singoli servizi, manuali operativi, prontuari per gli ufficiali, che costituiscono un veramente cospicuo segno dello sforzo lodevole di diffusione, non solo delle norme di diritto bellico e della loro assimilazione a tutti i livelli, ma anche della normativa professionale in vigore, nei quali peraltro ci si perderebbe, meritano un cenno le seguenti poche altre pubblicazioni militari, che si riportano in ordine cronologico:
216
ARTURO MARCHEGGIANO
\fINISTEHO l>ELI,A GUERRA
DISCIPLINA DI
GUERRA
Legge n. 1699
o HOMA IITITl'TU f'OI.IGAUIC9 D.."'U.O M°A'l'O
Lt•-
1Y32 - A!'INO X
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
217
a. la pubblicazione 2381 del Ministero della Guerra, edita dal Poligrafico dello Stato nel 1932, che riporta integralmente la legge n. 1699 del 14 dicembre 1931, relativa alla «Disciplina di guerra», che comporta obblighi vari per tutti i cittadini, comprese le donne, dai 16 ai 70 anni. Tale legge prevede per talune disposizioni l'impiego delle sanzioni previste dal codice penale militare di pace; b. la pubblicazione 2638, del Ministero della Guerra, Direzione Generale Leva, Sottufficiali e Truppa, edita nel 1934 dal Poligrafico dello Stato, che riporta la stess~ legge precedente ed il Regolamento applicativo di tale legge, approvato con R.D. 1176 del 15 giugno 1933. Si vede che i tempi, dalla promulgazione di una legge alla sua traduzione in regolamenti militari, sono molto brevi. In tale regolamento applicativo sono ben specificate le regole relative alla mobilitazione civile, ai Comitati di resistenza civile, ai loro compiti ed ai documenti che devono tenere, secondo i dettati anche della legge 969 dell'8 giugno 1925 «Organizzazione _pella nazione in guerra», legge che è stata successivamente rielaborata nel 1940. Tali leggi sono importanti per i controlli di competenza delle autorità militari e per le sanzioni per le quali spesso si richiamano i codici militari; c. la pubblicazione senza numero del Ministero della Guerra, edita nel 1940 e ristampata nel 194 l che riporta i testi delle leggi relative alla «Organizzazione della nazione in guerra» {legge n. 415 del 21 maggio 1940) e alla «Disciplina dei cittadini in tempo di guerra» {legge n. 461 del 24 maggio 1940). Tale legge abbassa a 14 anni i limiti inferiori di età dei cittadini che hanno obblighi particolari verso lo Stato in tempo di guerra. Con tali leggi il Governo disciplina, coordina e controlla le attività degli enti pubblici e privati comunque interessati alla preparazione dell'organizzazione e della mobilitazione della Nazione per la guerra. La mobilitazione civile consiste nel passaggio delle pubbliche amministrazioni, delle industrie, dei servizi, aziende ed enti necessari alla vita, alla resistenza ed alla difesa della Nazione, dallo stato di pace a -quello di guerra. Con tali leggi tutti i cittadini non soggetti ad obblighi militari, comprese le donne ed i minori di età superiore ai 14 anni, hanno l'obbligo, se necessario, di concorrere alla difesa ed alla resistenza della nazione, «possono essere mobilitati civilmente e conseguentemente sottoposti ad una disciplina di guerra» (art. 5). È
218
ARTURO MARCHEGGIANO
\11:\l~TEHO UEI.LA t;tJ EH.H.A l>IIIEZlll:\"J.: (;E:Xt:HALJo: I.EL.\, SOTTI FJ,'JCIALI E TRUPPA
LEGGE SULLA DISCIPLINA DI GUERRA fil ,/i('rmhr,· /!1.:t - A ,, ,,r,
X.,,.
Jli!l!I}
REGOLAMINTO per l'applicazione della legge sulla disciplina di guerra , .,,,,,r-,)t·,,t(,
,.,.Hl/.'. ,/11·nt(1 , _; .,;,, ~,,.,, /f, ::- . 1,n,o
Xl,,;, 1r;,;J
ROMA ISTITI TII po1.11;HA.-ac:o DEI.LO STATO I.IHHUUA 1934 A"so Xli
LEGGI ED USI DI GUERRA NELLA NORMATIVA DELL'ESERCITO ITALIANO ECC.
219
importante tale legge non solo per la definizione delle requisizioni (art. 16) che possono essere ordinate dal Governo, ma anche per le limitazioni e norme che il Gov,erno può porre al fine di disciplinare in temp·o di guerra qualunque attività; d. la pubblicazione 3993 del Ministero della Guerra, Stato Maggiore Regio Esercito, Ufficio Servizi, edita dal Poligrafico dello Stato nel 1941 riguardante le «Istruzioni concernenti i prigionieri di guerra nemici», alla quale, come alla successiva, si è già fatto cenno. Tale pubblicazione, come già rilevato, detta norme molto più avanzate di quelle sancite dalla Convenzione internazionale di Ginevra del 1929. Nella premessa ricorda che sono prigionieri di guerra i legittimi belligeranti caduti in potere delle forze armate dello Stato e che gli ostaggi sono considerati prigionieri di guerra secondo gli articoli 1 e 81 della predetta convenzione e 99 e 100 della legge di guerra italiana. Rammenta inoltre che il testo della convenzione, ,che è riportato in allegato alla pubblicazione, «costituisce la base di tutto quanto concerne l'acgomenlo e deve quindi essere a completa conoscenza degli esecutori». • La pubblicazione è di una correttezza assolutamente totale ed esemplare in quanto riporta non solo norme di rispetto obbligatorio più civili ed avanzate in campo umanitario delle norme dettate dalle stesse convenzioni internazionali, ma poiché riporta in allegato, per verifica, i dettati delle norme internazionali e perché di tali norme impone agli esecutori la completa conoscenza, proprio al fine di evitare, in tale delicato settore, che gli esecutori possano commettere delle violazioni di diritto internazionale; e. la pubblicazione 4016 del Ministero della Guerra, edita nel 1941 dal Poligrafico dello Stato «Convenzione internazionale sul trattamento dei prigionieri di guerra», che riporta la traduzione ufficiale in lingua italiana del testo della Convenzione del 1929, in sostituzione della tra'.duzione provvisoria del 1931 della convenzione stessa.
Considerazioni Se è del tutto lecita l'affermazione che il periodo tra le due guerre mondiali è stato un periodo veramente scialbo dal punto di vista dei progressi del diritto internazionale dei conflitti armati, almerio per quanto riguarda le leggi e gli usi di guerra, modificati
220
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTERO
DELLA
GUERRA
I• RISTAMPA
ORGANIZZAZIONE DELLA NAZIONE IN GUER.R_A LECCE 2! IIACCIO 1940-XVIII. ~- 4 ·5. r UBBllCUA NEllA CAITETIA UfflCIAlE , DEL 24 MACCI O 19~0-XVIII, N. •20 ,
E
DISCIPLINA DEI CITTADINI IN TEMPO DI GUER.R.A LéCCE 24 MACCIO 1940·XVIII. 'l. ~A1ZETTA UFFICIALE . DEl zo :·c
O€ . 0 US6LICATA
-:ic
NELLA 9-iO·XVIII. N. · 25
;~I. ··. .
•'
.
~ -
ROMA
urrnuro
PoL1G1.t.Fl<.1.• MLU'
L1•Eau 19'1 · A:"'l' fl XlX
s.uro
LEGGI ED USI 01 GUERRA NELLA NORMATIVA DEU'ESERCITO ITALIANO ECC.
221
praticamente dal solo protocollo di Ginevra del 1925, ciò non è assolutamente riferibile alla regolamentazione italiana, relativa al diritto da applicare in guerra, specie per quanto si riferisce al comportamento delle truppe. Il Corpo legislativo e normativo, riferito ai regolamenti militari, ha fatto dei salti qualitativi veramente enormi non solo nella revisione delle norme esistenti, ma anche nella diffusione e nell'assimilazione dei dettati delle convenzioni internazionali, nello stabilire e rivedere le pene e le infrazioni a tali dettati. Si può veramente dire, dopo questa disamina, che nei quattro anni che vanno dal 1938 al 1941, le leggi di guerra e di neutralità, il rifacimento di tutte le pubblicazioni relative al servizio in guerra, sia relative al Servizio delle Truppe, sia relative all'organizzazione logistica, i nuovi codici penali militari di pace e di guerra, hanno costituito il Corpo normativo più avanzato e più aggiornato del mondo, nel campo dell'applicazione in guerra del diritto dei conflitti armati. Nessuna nazione può dire altrettanto ed è esaltante avere questa superba consapevolezza, che ha avuto i suoi indiscutibili riflessi in guerra, data la estrema correttezza su tutti i fronti di comportamento del soldato italiano, che certe azioni scorrette e molto poche, le ha fatte solamente per legittima rappresaglia.
CAPITOLO OTIAVO
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI NELLA LEGISLAZIONE ITALIANA DEL SECONDO DOPOGUERRA
Generalità. - La Costituzione della Repubblica Italiana. - I tribunali per la punizione dei grandi criminali di guerra. - JI genocidio. - I diritti dell'uomo. - Le Convenzioni di Ginevra del 1949. - La Convenzione dell'Aja del 1954. - I protocolli aggiuntivi del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949. - La regolamentazione dell'impiego delle armi nucleari e delle armi di distruzione di massa. - Considerazioni.
Generalità Il periodo che va dal 1945 ai nostri giorni è un periodo molto interessante dal punto di vista del progresso del diritto internazionale dei conflitti armati. Nella linea dell'utopia, la Società delle Nazioni è sostituita dalla Organizzazione delle Nazioni Unite che è nata, come dice la Carta Costituzionale di San Francisco, del 26 giugno 1945, con il fine di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, di sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli (fondate sul rispetto del principio dell'eguaglianza dei diritti dei popoli, del loro diritto all'autodeterminazione, prendendo tutte le misure necessarie per il rafforzamento della pace) di conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali di carattere economico, sociale, culturale o umanitario, con la promozione dei diritti dell'uomo, senza discriminazioni di nessun genere, e di essere un centro mondiale di coordinamento dell'attività delle nazioni per il raggiungimento di questi fini». Ma anche questo magnifico istituto internazionale è destinato nella pratica ad essere un'eco di parole e di buone intenzioni, finché non saranno disponibili degli strumenti internazionali di coercizione validi al fine di poter anche, solo se necessario, imporre
224
ARTURO MARCHEGGIANO
la pace con la forza o del diritto o delle armi. Malgrado l'ONU, presso il Centro di analisi dei conflitti della Scuola di Guerra italiana, che ho l'onore di dirigere, sono a repertorio e computerizzati ben 502 conflitti é situazioni conflittuali, che si sono verificate nel mondo dal 1945 fino all'inizio del 1988. Tuttavia, anche se l'ONU avesse prodotto solamente la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1848, questo solo documento sarebbe stato un deciso passo avanti. Infatti le leggi nazionali degli stati civili, che recepiscono principi internazionalmente affermati, portano nei loro dettati, norme e principi da applicare in assoluto, prescindendo dallo stato di pace e dallo stato di guerra, a tutela dell'uomo nella sua umanità. Anche a causa di tale fatto il diritto bellico, per alcuni anni, cambiò nome per chiamarsi diritto umanitario, proprio perché le norme di diritto bellico venivano a recepire e a fondersi con le norme dettate dall'affermazione internazionale dei diritti dell'uomo. Oggi, ormai, ciò è da considerarsi scontato, così che la materia, a mio avviso più propriamente, ha riassunto il nome di diritto internazionale di guerra o di diritto internazionale dei conflitti armati. Con le Convenzioni di Ginevra del 1949 fanno capolino, tra i combattenti legittimi, la cui definizione risaliva alle convenzioni del 1899 e del 1907, e di pieno diritto a mio parere, i membri dei «movimenti di resistenza organizzati, appartenenti ad una Parte in conflitto e che operano fuori o all'interno del loro territorio, anche se questo territorio è occupato, sempreché... adempiano alle seguenti condizioni: a) abbiano alla loro testa una persona responsabile dei propri
subordinati; b) portino un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza; e) portino apertamente le armi; d) si uniformino, nelle loro operazioni, alle leggi ed agli usi di guerra». Con le stesse convenzioni, non solo si migliorano le condizioni generali e le norme internazionali relative al trattamento dei feriti e dei malati delle forze in campagna, dei feriti, dei malati e naufraghi sul mare, ed ai prigionieri di guerra, ma anche, per la prima volta, viene redatta una convenzione che riunisce e migliora tutti i dettati internazionali precedenti riguardanti il trattamento
EVOLUZIONE DEL DIRIITO INTERNAZIONALE DEI CONFL!Tfl ARMATI ECC.
225
dei civili, con particolare riferimento a quelli dei territori occupati. Anche la protezione dei beni culturali fa un grande passo in avanti, nel 1954, con la convenzione dell' Aja, che per la prima volta è specifica e tratta la materia in modo completo e vincolante per gli Stati aderenti. Infine i protocolli del 1977, aggiuntivi alle convenzioni di Ginevra del 1949, cercano, non sempre in modo felice ed inequivocabile, di riorganizzare la materia, pur introducendo nuove norme e regole di indubbia utilità; anch'essi sono entrati nel corpo delle leggi italiane e solo recentissimamente (1989) sono stati adeguatamente inseriti nelle regolamentazioni militari.
La Costituzione della Repubblica Italiana
/
Nel secondo dopoguerra la Costituzione della Repubblica ltaliana occupa il primo e più importante posto nelle fonti di qualunque diritto nazionale e quindi anche, specificatamente ed in particolare, nel campo del diritto dei conflitti armati. Il primo annuncio in Italia di una nuova Costituzione fu dato con il Decreto Luogotenenziale n. 151, del 25 giugno 1944. In tale decreto era prevista l'elezione a suffragio universale diretto e segreto, grande passo avanti rispetto all'Italia dei plebisciti, e la costituzione di una Assemblea Costituente Sovrana, che, in nome del Popolo Italiano, scegliesse la forma istituzionale definitiva e deHberasse la nuova Costituzione dello Stato. Era finalmente venuto il tempo sognato dai grandi movimenti repubblicani ed europeisti italiani dell'ottocento. Per i lavori costituzionali venne nominata, nell'ambito dell'Assemblea, la così detta Commissione Ruini (detta anche dei 75), che a sua ·volta si divise in tre Sottocommissioni incaricate ciascuna di trattare rispettivamente «i diritti ed i doveri dei cittadini», «l'organizzazione costituziortale dello Stato» ed i «diritti e doveri economico sociali». I lavori delle Sottocommissioni, iniziati nel luglio 1946, portarono ad un progetto di carta costituzionale, che venne coordinato nelle sue varie parti da un Cqmitato di redazione (detto anche Comitato dei 18), che venne rivisto dalla Commissione in sede plenaria e presentato ali' Assemblea Costituente il 31 gennaio 1947. I lavori di discussione iniziarono il 4 marzo 1947; poi, dopo il necessario coordinamento giuridico e letterario, il testo veniva ap-
226
ARTURO MARCHEGGIANO
provato dall'Assemblea Costituente nella storica seduta del 22 dicembre 1947 (453 voti favorevoli, 62 contrari su 515 votanti: non erano tempi di schede nulle e di astenuti!) e veniva promulgato dal Capo Provvisorio dello Stato, il 27 dicembre 1947 (Gazzetta Ufficiale n. 298 in pari data), per entrare in vigore il 1° gennaio 1948. Tale Costituzione, in assoluto tra le più libere, civili ed avanzate nel mondo, contiene molti più articoli che hanno attinenza al diritto dei conflitti armati di quanto pare e di quanti, purtroppo, ne vengano trattati come attinenti in quelle Università italiane che hanno delle Cattedre specifiche in materia di Diritto Bellico. Per quanto riguarda i principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione tutti, per quanto riguarda il diritto dei conflitti armati, appuntano la loro attenzione sull'articolo 1 I, cioè sul civilissimo dettato che stabilisce che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Anche se il dettato è un po' sulla linea dell'utopia politica, cui più volte si è accennato nel corso della trattazione, ciò non significa assolutamente che non si debba fare la guerra e che non si debba dover combattere in difesa di questo Stato, di questi valori che appartengono alla nostra civiltà e di questa Costituzione, democratica e repubblicana. A parte l'articolo 12, che definisce la bandiera della Repubblica, ci sono molti altri articoli nei principi fondamentali che non sono esclusivi, cioè riferiti esclusivamente al cittadino italiano, e che impegnano il comportamento del militare nazionale, nel caso in cui la Nazione sia in guerra. Mi riferisco in particolare agli articoli della Costituzione n. 2, n. 8, n. 9 e n. 10. L'articolo 2 dice che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo» ecc .. Non si fa alcun riferimento al tempo di pace o al tempo di guerra. Non è scritto che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili del cittadino italiano. C'è scritto proprio dell'uomo, perché questa è stata nei secoli la tradizione culturale ed umanitaria italiana: quindi, garantisce an-
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLJ"IT! ARMATI ECC.
227
che i diritti inviolabili del nemico come uomo, del. cittadino nemico in territorio occupato e così via. Non si può non recepire e non sottolineare questa norma costituzionale parlando di diritto dei conflitti armati e di norme di comportamento legittimo in guerra del combattente italiano. A me, che non sono un giurista, sembra che non ci siano dubbi, ma quando tratto di queste cose vengo un po' guardato come un marziano. Lo stesso, a mio modesto avviso, vale per l'articolo 8 che riguarda l'uguale libertà di fronte alla legge di tutte le confessioni religiose. Non è specificata quale legge, quindi è compresa anche la legge di guerra e, _quindi, non solo qualunque confessione reli_: giosa del cittadino italiano, ma anche qualunque confessione religiosa di un prigioniero di guerra ha uguale diritto al rispetto. L'articolo 9 afferma che «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della Nazione». Di questo articolo mi dispiace solo il fatto che dica «della Nazione», anche perché ciò è riduttivo della realtà del comportamento in guerra tradizionale del soldato italiano. Avrei preferito che dicesse «dell'Umanità», perché tale dettato sarebbe stato più aderente alla realtà del comportamento delle nostre forze armate in tempo di guerra. Altrettanto vincolante è l'art. 10, che afferma che «l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute». Poiché tutte le convenzioni di diritto internazionale dei conflitti sono state o ratificate dall'Italia o recepite nelle regolamentazioni nazionali, è ovvio che nulla cambia nelle regole di ~orrettissimo comportamento, che il combattente legittimo italiano è tenuto a rispettare in caso di guerra. Anche se, per l'ultimo comma dell'art. 10, non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici», che abbia chiesto asilo nel territorio della Repubblica, è molto consolante che questo comma non si applichi ai delitti di genocidio. In merito alla Parte I, «Diritti e doveri dei cittadini», hanno a mio avviso rilevanza, sotto il profilo del diritto bellico, i dettati di taluni articoli. In particolare l'art. 26 afferma che «l'estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in nessun caso essere ammessa per reati politici». Anche in questo caso è consolante notare che questo ultimo comma non si applica in caso di
228
ARTURO MARCHEGGIANO
delitti di genocidio. Se mai il codice penale militare di guerra avesse lasciato dei dubbi sul fatto che la responsabilità penale del cittadino italiano, in armi o no , fosse individuale e personale, tale dubbio è fugato dall'art. 27 della Costituzione, che sancisce tale principio a chiare lettere. Quindi, la responsabilità del crimine di guerra, commesso in tempo di guerra dal cittadino in armi, è una responsabilità personale e, come tale, è ugualmente portata sia dal Comandante che avesse dato un ordine criminale, sia dal soldato che tale ordine criminale eseguisse. Sono molto consolanti i punti 2 e 3 dell'art. 27 , che garantiscono che «l'imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva» e che « le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione d el condannato» . La pena di morte è abolita, dal 4° comma «salvo i casi previsti dalle leggi militari di guerra» . E se tali leggi militari di guerra si van no a vedere- e ad approfondire si vede che la pena di morte è inflitta, a parte i casi di tradimento, diserzione, viltà ed infamia, per punire adeguatamente in tempo di guerra i delitti contro l'umanità, come il saccheggio e le violenze gratuite ed inutili contro gli inermi o contro chi non è più in grado di combattere. Ma vi sono molti altri dettati che hanno il loro riflesso sul corretto comportamento del combattente italiano in guerra, come a d esempio la protezione della famiglia (art. 29), della maternità, dell'infanzia e della gioventù (art. 31) o il fatto che la legge (e, quindi, anche la legge che regola il diritto nella guerra)» non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana» (art. 32). La stessa iniziativa economica privata, pur essendo libera «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale, o in modo da recare danno (ovviamente, in pace ed in guerra) alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana» (art. 41) . La proprietà privata, che è tutelata e completamente garantita, può essere, con indennizzo, «espropriata per motivi di interesse generale» . Ciò, ovviamente, se vale in territorio nazionale, vale anche in territorio occupato. La difesa della Patria è l'unico dovere del cittadino, obbligatorio per tutti senza discriminazioni, che la costituzione definisce «sacro» (art. 52). Anche la parte II della Costituzione, che riguarda l'ordinamento della Repubblica, contiene molte norme che riguardano il diritto dei conflitti armati.
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
229
Ad esempio, non è ammesso il referendum sulle leggi di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali (art. 75). Sono le Camere a deliberare lo stato di guerra ed a conferire al Governo i poteri necessari (art. 78) ed anche ad autorizzare con legge la ratifica dei trattati internazionali (art. 80). Mentre è il Presidente della Repubblica che ratifica i trattati internazionali, che ha il Comando Supremo delle Forze Armate, che presiede i1 Consiglio Supremo di Difesa, e che dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere (art. 87). Anche se il Presidente non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, Egli diventa responsabile solo in caso di alto tradimento, o di attentato alla Costituzione (art. 90). I militari di carriera in servizio attivo possono avere talune limitazioni in taluni diritti dei cittadini (~~t; 93);.J "tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdi'zione stabilita dalla legge, mentre in tempo di pace hanno giurisdizione soltanto per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze Armate (art. 103). ' J Si può dire in sintesi che in pratica la Carta costituzionale italiana, per quanto riguarda il diritto dei conflitti armati, non solo recepisce tutte le convenzioni internazionali precedenti relative al diritto bellico, comprese quelle in precedenza non ratificate dall'Italia ma entrate ugualmente nei regolamenti militari, tipo talune convenzioni del 1907, ma anche che le estende e le integra per comprendere tutte le norme e le regole che riguardano, in tempo di guerra, il rispetto assoluto dei diritti dell'uomo .
l tribunali per la punizione dei grandi criminali di guerra
Dopo la seconda guerra mondiale furono costituiti due Tribunali Militari Internazionali, per la punizione dei grandi criminali di guerr a delle Potenze dell'Asse. Sotto il profilo del diritto bellico essi sono molto interessanti, anche per il diverso modo in cui essi sono stati costituiti. Mentre il Tribunale di Norimberga venne costituito a seguito di accordo internazionale tra i Governi alleati vincitori (1), che riportava in allegato lo Statuto del Tribunale Militare Internazionale, il Tribu(1) Accordo di Londra de11'8 agosto 1945 tra il Governo Provvisorio fran cese ed i Governi di Gran Bretagna, Stati Uniti ed Unione Sovietica.
230
ARTURO MARCHEGGIANO
nale di Tokio venne costituito con bando del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Estremo Oriente. (bando del Gen. Macarthur del 19 gennaio 1946) che ne fissava costituzione, giurisdizione e funzioni, che si ispiravano ai criteri del Tribunale di Norimberga. Lo Statuto del Tribunale per l'Estremo Oriente, allegato al bando, era addirittura firmato d'ordine. La liceità della costituzione e un giudizio storico sui giudicati di tali tribunali ed il precedente internazionale costituito non sono oggetto della presente trattazione. Invece, sotto il profilo del diritto dei conflitti armati, sono interessanti gli Statuti di tali Tribunali, specie per quello che si riferisce a determinati principi generali dagli stessi sanciti, anche perché l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione n. 94 (I), dell' 11 dicembre 1946, approvata all'unanimità, ha confermato i principi di diritto internazionale riconosciuti dallo Statuto del Tribunale di Norimberga e dalle sentenze di detto Tribunale internazionale.
In particolare, l'art. 6 dello Statuto del Tribunale Militare di Norimberga, definisce i crimini di guerra che non solo sono soggetti alla sua giurisdizione, ma anche che comportano la responsabilità individuale dell'autore del crimine. Essi sono:
«a) Crimini contro la pace, cioè progettazione, preparazione, scatenamento e continuazione di una guerra di aggressione o di una guerra in violazione di trattati, accordi o garanzie internazionali, ovvero partecipazione a un piano concreto o ad un complotto per commettere uno qualsiasi di tali atti»; «b) Crimini di guerra, cioè le violazioni delle leggi e degli usi di guerra. Tali violazioni comprendono, tra l'altro, l'omicidio volontario, il maltrattamento o la deportazione per costringere a eseguire lavori forzati, o per qualunque altro fine, delle popolazioni civili dei territori occupati; l'omicidio volontario o i maltrattamenti di prigionieri di guerra, o di naufraghi, l'esecuzione di ostaggi, il saccheggio di beni pubblici o privati, la distruzione senza motivo di città e villaggi, o le devastazioni non giustificate da esigenze militari;» «e) Crimini contro l'umanità, cioè l'omicidio volontario, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione e ogni altro atto disumano commesso ai danni di una qualsiasi popolazione ci-
EVOLUZIONE DEL DIRITTO I NTERNA ZIONALE DEI CONFLITTI ARMA TI ECC.
231
vile, prima o durante la guerra; oppure persecuzioni per motivi politici, razziali o religiosi, sempreché tali atti o persecuzioni abbiano costituito, o meno, una violazione del diritto interno del paese in cui sono stati commessi - siano stati perpetrati nell'esecuzione di uno dei crimini rientranti nella competenza del Tribunale, o in connessione con uno di siffatti crimini». La definizione dei crimini sui quali è competente a giudicare il Tribunale Militare Internazionale per l'Estremo Oriente, definita all'articolo 5 dello Statuto dello stesso Tribunale, è sostanzialmente analoga. Come ben si vede questa nuova definizione internazionale dei crimini non comporta sostanzialmente variazioni ai dettati né delÌa nostra legge di guerra, né del Codice penale militare di guerra, in quanto gli stessi li prevedevano e li punivano in modo adeguato, tranne quanto riguarda la schiavitù ed il genocidio che, peraltro, costituivano una tipologia di crimine assolutamente estranea alla forma mentis ed alla cultur a ilaliana. Occorre ricordare che l'Italia, almeno per quanto riguarda lo schiavismo, era stata Parte Contraente delle convenzioni internazionali contro la schiavitù fin dal loro primo apparire e credo fermamente che il genocidio non rientrasse neppure nelle ipotesi di possibile delitto . I principi di diritto internazionale, riconosciuti dallo Statuto e dalle sentenze del Tribunale di Norimberga, sono stati riuniti in un testo adottato nel giugno-luglio 1960 dalla Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite. In tale documento sono stati meglio specificati i crimini di diritto internazionale, che sostanzialmente rimangono quelli individuati dallo Statuto del Tribunale e che sono stati precedentemente ricordati.
Il genocidio Il delitto di genocidio viene trattato prima dei diritti dell'Uomo non solo in quanto, come crimine, esso era stato previsto dallo Statuto del Tribunale di Norimberga, ma anche perché, dal punto di vista cronologico la convçnzione adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (con risoluzione 260 - III, del 9 dicembre 1948, che riguarda la «prevenzione e repressione del delitto di genocidio ») precede di un giorno la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo .
232
ARTURO MARCHEGG!ANO
Per delitto di genocidio si intende qualunque atto commesso «con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale», sia in tempo di pace, sia in tempo di guerra. A tale convenzione l'Italia, che allora ancora non faceva parte delle Nazioni Unite, aderì con la legge n. 153, dell'll maggio 1952, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 74, del 27 maggio 1952. In omaggio all'art. 7 della convenzione, che prevede non solo che il genocidio non è considerato come reato politico, ai fini della estradizione, ma che anche impegna le Parti Contraenti a concedere l'estradizione per il delitto suddetto, l'Italia il 21 giugno 1967, con una legge costituzionale (G.U. n. 164 del 3 luglio 1967) invalidava gli ultimi commi degli articoli 10 e 26 della Costituzione, rendendo così possibile l'estradizione per i delitti di genocidio. La legge italiana sulla «prevenzione e repressione del delitto di genocidio» è stata varata nel 1967 (legge n. 962, del 9 ottobre 1967, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n . 272, del 30 ottobre 1967). Come sempre e secondo le tradizioni, tale legge non solo recepisce in pieno i dettati della convenzione internazionale e definisce adeguate sanzioni penali ai colpevoli, ma estende tali dettati , punendo severamente anche l'imposizione di marchi o di segni distintivi agli appartenenti ai gruppi oggetto di persecuzione, gli accordi per commettere genocidio, la pubblica istigazione e l'apologia del reato .
I diritti dell'Uomo La «Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo» , adottata il 10 dicembre 1958, dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con risoluzione 217 - III, apre decisamente un nuovo capitolo di diritti e di doveri nella storia dell'Umanità, con particolare riferimento al diritto dei conflitti armati. Tale dichiarazione è definita nello stesso preambolo come «l'ideale comune che tutti i popoli e tutte le nazioni debbono raggiungere, affinché tutti gli individui e tutti gli organi della società, tenendo costantemente presente alla mente questa Dichiarazione, si sforzino, mediante l'insegnamento e l'educazione, di sviluppare il rispetto di detti diritti e libertà e di assicurarne, attraverso misure progressive di ordine nazionale ed internazionale, il riconoscimento e l'applicazione universali ed effettive, sia tra le popolazio-
EVOLUZIONE DEL DIRITIO INTERNAZIONALE DEI CONFUTI! ARMATI ECC.
233
ni degli stessi Stati Membri che fra quelle dei territori posti sotto la loro giurisdizione». Tale Dichiarazione, che sembrava nata e fatta per un mondo ideale, che da sé stessa si definiva un «ideale comune» e che sembrava destinata a rappresentare fin dall'inizio un messaggio utopistico di pii desideri, prese corpo e si concretò nell'ambito dell'Europa Occidentale nella Convenzione di Roma, dal 4 novembre 1950, riguardante la «salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali». Nella convenzione di Roma è tutelato il diritto alla vita di ogni persona, della quale nessuno può essere privato, salvo in esecuzione di pena capitale per gli Stati che la prevedono (la Costituzione Italiana l'aveva già abolita). Non è considerata violazione della Convenzione internazionale la morte che derivi da atti di guerra, dal1'impiego della forza per assicurare la difesa di qualsiasi persona dalla violenza illegale, per eseguire un arresto legale o per impedire l'evasione di un detenuto o per reprimere, secondo la legge, le sommosse o le insurrezioni. Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti disumani o degradanti, né può essere tenuto in condizioni di schiavitù, né essere costretto a compiere lavori forzati od obbligatori. Tra gli altri non sono considerati «lavori forzati od obbligatori» i servizi militari ed i servizi sostitutivi del servizio militare, per gli obiettori di coscienza, per i paesi che ammettono servizi civili e civici sostitutivi del servizio militare. La Convenzione è stata ratificata da tutti gli Stati europei dell'Europa Occidentale. In particolare, essa è stata ratificata dall'Italia con legge n. 848, del 4 agosto 1955, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 221, del 24 settembre 1955. Tale Convenzione prevede che, in caso di guerra o di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ciascuno Stato possa prendere delle misure in deroga agli obblighi previsti dalla convenzione «nella stretta misura in cui la situazione lo esiga e a condizione che tali misure non siano in contraddizione con le altre obbligazioni derivanti dal diritto internazionale». Ciò è molto importante nel campo del diritto bellico, specie se si fa riferimento alle quattro convenzioni di Ginevra del 1949 ed in particolare alla quarta di queste convenzioni, che r~guarda il trattamento dei civili in tempo di guerra.
234
ARTURO MARCHEGGIANO
Il Patto adottato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 19 dicembre 1966, relativo ai diritti civili e politici, ed il Protocollo facoltativo relativo alla «competenza del Comitato dei diritti dell'uomo» sono stati entrambi ratificati dall'Italia con la legge n . 881, del 26 ottobre 1977, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 333, del 7 dicembre 1977; essi confermano in genere, per quanto attiene al diritto bellico, i dettati già recepiti da altre convenzioni internazionali.
Le Convenzioni di Ginevra del 1949 Le quattro Convenzioni di Ginevra, del 12 agosto 1949, si basano sul rispetto della persona umana e della sua dignità, che va tutelata in ogni tempo, specialmente in tempo di guerra. Esse riguardano il miglioramento delle condizioni dei feriti e malati delle forze armate in campagna (I Convenzione), dei feriti, dei malati e dei naufraghi delle forze armate sul mare (II Convenzione), dei prigionieri di guerra (III Convenzione), e dei civili (IV Convenzione). Nell'insieme esse prevedono che le persone che soffrono, a causa della guerra, siano soccorse e curate senza alcuna discriminazione e che le persone che non partecipino direttamente alle ostilità, o che siano fuori combattimento in qualunque modo (a causa di ferite, di malattia, di prigionia, di guerra, o altre cause), siano rispettate e protette dagli effetti della guerra. Le quattro Convenzioni di Ginevra, del 12 agosto 1949, sono state ratificate dall'Italia con la legge n. 1739, del 27 ottobre 1951, e pubblicate, in lingua francese, nella Gazzetta Ufficiale n. 53, del 1° marzo 1952. TI testo italiano di tale legge, utilizzato dal Ministero degli Affari Esteri, e pubblicato nella G.U. n. 239, del 31 ottobre 1955, è un'ottima traduzione delle convenzioni, a suo tempo redatta dalla Croce Rossa Italiana. Le quattro convenzioni contengono norme generali comuni e delle norme specifiche, per la materia di cui trattano. Tra le disposizioni comuni esse hanno, in particolare, l'articolo 3 in comune, che da solo costituisce una miniconvenzione da applicare in ogni circostanza, non appena vi sia un conflitto armato di qualunque genere, specie se di carattere non internazionale; tale articolo detta le così dette regole minime da applicare in ogni caso e prende il nome, tra gli specialisti, di miniconvenzione Martens.
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFUTI! ARMATI ECC.
235
L'articolo, impegna le Parti Contraenti, nel caso di un conflitto armato non internazionale, che scoppiasse nel territorio di una delle Parti, di applicare almeno «le disposizioni seguenti: 1. Le persone che non partecipano direttamente alle ostilità, compresi i membri delle forze armate che abbiano deposto le armi e le persone messe fuori combattimento da malattia, ferita, detenzione o qualunque altra causa, saranno trattate, in ogni circostanza con umanità, senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole basata sulla razza, il colore, la religione o la credenza, il sesso, la nascita o il censo, o altro criterio analogo. A questo scopo, sono e rimangono vietate, in ogni tempo e luogo, nei confronti delle persone sopra indicate: a) le violenze contro la vita e l'integrità corporale, specialmente l'assassinio, in tutte le sue forme, le mutilazioni, i trattamenti crudeli, le torture ed i supplizi; b) la cattura di ostaggi; e) gli oltraggi alla dignità personale, specialmente i trattamenti umilianti e degradanti; d) le condanne pronunciate e le esecuzioni compiute, senza previo giudizio di un tribunale regolarmente costituito, che offra le garanzie giudiziarie riconosciute indispensabili dalle Nazioni civili;
2. I feriti, i malati ed i naufraghi saranno raccolti e curati. Un Ente Umanitario imparziale, come il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), potrà offrire i suoi servigi alle Parti in conflitto. Le Parti in conflitto si sforzeranno, d'altro lato, di mettere in vigore, mediante accordi speciali, tutte o parte, le altre disposizioni delle quattro convenzioni. Il fatto di applicare le disposizioni che precedono non avrà effetto sullo stato giuridico delle Parti in conflitto». Come si vede, per l'Italia, per le sue civilissime leggi e per i suoi regolamenti militari da applicare in guerra, non vi è assolutamente nulla di nuovo, a parte gli ostaggi, che, peraltro, godevano per legge di trattamento molto m~ano e privilegiato, essendo, nei pochi casi in cui potevano essere presi, trattati come prigionieri di guerra. Le altre regole comuni riguardano:
236
ARTURO MARCHEGGIANO
- l'applicabilità delle convenzioni in ogni circostanza, non appena sia in atto una situazione di conflitto armato (art. 2 delle 4 convenzioni); - l'osservanza dei principi minimi di umanità, appena ricordati, in caso di guerre civili o di conflitti di carattere interno (art. 3 comune); - la proibizione di prendere ostaggi, di fare delle esecuzioni senza regolare giudizio, di torturare, di infliggere trattamenti crudeli e disonoranti (art. 3 comune, 1-11 art. 12, III art. 13, IV art. 32 e 34); - la rinuncia volontaria o per costrizione alla protezione offerta dalle convenzioni (l-11-lll: art. 7, IV art. 33); - la possibilità individuale delle persone protette di poter ricorrere alla tutela delle Potenze Protettrici (Stati neutrali incaricati di salvaguardare i loro interessi) del CICR e di qualunque altro organismo umanitario specializzato (I-II-III: art. 8-9-10; IV art. 9-10-11). Ciascuna delle convenzioni detta, poi, delle regole specifiche da applicare in guerra, a seconda della materia trattata. Le convenzioni I e II, che riguardano una materia molto simile, e cioè i feriti e i malati delle forze armate in campagna e feriti, malati e naufraghi delle forze armate sul mare, dettano anche norme di comportamento piuttòsto analoghe. In particolare feriti, malati e naufraghi (del mare e dell'aria) devono essere rispettati e protetti in ogni circostanza, aiutati, raccolti e curati. È proibito attentare alla loro vita e nuocere loro in qualunque modo (I art. 12 e 15, II art. 12 e 18). Essi vanno trattati e curati come se si trattasse di connazionali (I art. 12 e 14, II art. 12 e 16). È rispettato e protetto anche tutto quello che serve per la loro cura e, quindi, il personale, i veicoli, il materiale sanitario, gli stabilimenti sanitari, . che appartengono ai Servizi di Sanità dell 'Esercito, alla società nazionale di Croce Rossa, alle altre organizzazioni di soccorso, agli ospedali civili, ecc., contraddistinti dal segno della Croce Rossa o della Mezzaluna Rossa, che sono segni obbligatori per fruire della protezione. I morti devono essere raccolti, occorre impedire che siano spogliati, devono essere identificati (possibilmente), la morte deve essere costatata (possibilmente)
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
/
237
con esame medico ed agli stessi deve essere data onorevole sepoltura (I art. 15-16-17; II art. 18-19-20). Il personale sanitario e religioso protetto comprende non solo tutto il personale sanitario specializzato, ma anche il personale dei servizi ed il personale amministrativo delle formazioni e degli stabilimenti sanitari ed i Cappellani. Tale personale, compresi i Cappellani, ha l'obbligo di portare il bracciale di riconoscimento internazionale ed un documento di identità fissato dalle convenzioni e può essere armato per la difesa personale propria e per la difesa dei feriti che sono loro affidati (I art. 22 e 40; II art. 35 e 42). I membri del personale sanitario e religioso, che cadono in potere dell'avversario, devono poter continuare a svolgere le loro mansioni a favore dei feriti e dei malati; quelli che non sono indispensabili per le esigenze dei prigionieri di guerra dovrebbero essere rimpatriati. I trattenuti non saranno considerati prigionieri di guerra e godranno di facilitazioni importanti per esercitare la loro missione umanitaria, come se fossero personale neutrale. Questi dettati (I art. 19-28-30-31; II art. 36 e 37) sono più teorici che pratici; infatti se si tiene conto delle incombenze sanitarie che competono al Servizio di Sanità, ad esempio nei campi di prigionia, che possono essere svolte con personale specializzato, si vede che esiste nella pratica, e se vi è la volontà di farlo, la possibilità di trattenere, anche a titolo cautelativo, tutto il personale specializzato catturato, né si vede l'esigenza di restituire personale dei servizi, come autisti, cucinieri, contabili, portantini, personale d'ordine, ecc. delle formazioni sanitarie. Delle formazioni e degli stabilimenti sanitari fanno parte sia le installazioni e gli edifici fissi , come gli ospedali, i depositi, ecc., sia le formazioni mobili di campagna ed i loro mezzi, come ambulanze, tende, ospedali da campo, infrastrutture civili che ospitino temporaneamente i feriti, come ad esempio le scuole, che sono protette in ogni circostanza, così come i veicoli sanitari (che comprendono ambulanze, autocarri, autobus, navi ospedale, ambulanze fluviali, aerei ed elicotteri sanitari, imbarcazioni di salvataggio delle navi, ecc.} ed il materiale sanitario (medicinali, barelle, apparecchi e strumenti medici, ecc.) (I art. 19 e da 33 a 36; II art. da 22 a 28 e 38-39). Il segno della Croce Rossa (o Mezzaluna Rossa) su fondo bianco serve a segnalare a distanza il personale, gli edifici, ed i mate-
238
ARTURO MARCHEGGIA NO
riali protetti, deve essere in ogni caso rispettato e non può essere destinato ad altro scopo. (I art. da 38 a 44, II art. da 41 a 43). Le leggi italiane in tal senso risalgono al 1912, sono state poi sempre ribadite e confermate sia nei dettati della legge di guerra del 1938, sia nelle sanzioni del Codice Penale Militare di Guerra del 1941. Per quanto riguarda la Convenzione III (trattamento dei prigionieri di guerra) essa supera, rielabora ed estende i dettati della convenzione del 1929. Malgrado ciò, le norme italiane relative al trattamento dei prigionieri di guerra, emanate nel 1941, contengono dei dettati, ancor oggi validi, che sono molto più avanzati, in senso umanitario, della stessa convenzione, come sarà dimostrato nel capitolo relativo del volume II. Tra i combattenti legittimi, come si è già fatto cenno, vengono recepiti i membri dei movimenti di resistenza organizzati, cioè le «così dette formazioni partigiane» della za guerra mondiale, purché i loro membri presentino i quattro requisiti delle convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907 e cioè: abbiano alla loro testa un capo responsabile, portino un distintivo fisso riconoscibile a distanza, portino apertamente le armi, si attengano nelle loro azioni all'osservanza delle leggi e degli usi di guerra. In sintesi godono dello Statuto di prigionieri di guerra i membri delle forze armate o delle formazioni assimilate, cioè i legittimi belligeranti che cadono in potere del nemico ed hanno diritto, in ogni circostanza, ad un trattamento umano ed al rispetto della loro persona e del loro onore (art. 13 e 14). Essi, fin dalla loro cattura, non sono in potere degli individui o delle truppe che li hanno catturati, ma sono in potere dello Stato nemico, che ne risponde (art. 12). Essi (art. 16) vanno tutti trattati nello stesso modo, essendo giustificabile un trattamento privilegiato solo per motivi di salute, di sesso, di età o per speciali attitudini professionali. Sono tenuti a comunicare al nemico solo grado, cognome, nome, età e numero di matricola e non possono essere costretti a dare altre informazioni (art. 17). Possono conservare (art. 18) i loro effetti ed oggetti personali e parte dell'equipaggiamento protettivo, come l'elmetto e la maschera antigas, mentre somme di denaro ed oggetti di valore possono essere tolti , dietro ricevuta, per essere restituiti al termine della prigionia. Essi sono per convenzione soggetti alla disciplina ed alle leggi in vigore nell'esercito dello Stato detentore,
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
239
che può per sicurezza, limitarne la libertà, senza imprigionarli, a meno che essi non infrangano le leggi ed i regolamenti, avendo possibilità e garanzia di difesa prima di ogni condanna (art. 1821-39 da 82 a 88-96-105-106). Deve essere data loro la possibilità di avvisare della cattura, fin dall'inizio della cattività, non solo le rispettive famiglie, ma anche l'Agenzia Centrale dei Prigionieri di Guerra» (costituita dal CICR. Tale agenzia dal 1960 ha preso il nome di «Agenzia Centrale delle Ricerche»). Una volta giunti nei campi di prigionia definitivi, essi potranno corrispondere regolarmente con le famiglie, ricevere invii e soccorsi e beneficiare di assistenza spirituale secondo la religione professata (art. 33 e da 70 a 72).
La potenza detentrice deve assicurare vitto e vestiario sufficienti, condizioni di alloggio simili a quelle delle proprie truppe e le cure mediche richieste dallo stato di salute di ciascuno (art. 15 - da 25 a 27-30). Durante la guerra i campi di prigionia in Italia erano del tutto assimilabili a delle caserme. Il gruppo di artiglieria, che ho avuto il privilegio di comandare dal 1972 al 1974 era ubicato, come sede, in una infrastruttura impiegata, in tempo di guerra, come campo di concentramento. Ad eccezione degli ufficiali, i prigionieri di guerra possono essere obbligati al lavoro, con equa paga, in condizioni almeno uguali a quelle dei cittadini della potenza detentrice, pur essendo vietati lavori pericolosi , malsani ed umilianti e lavori di carattere militare (art. da 49 a 54). Anche se l'esperienza in Italia _d imostra che il prigioniero lavora volentieri perché, oltre a guadagnare qualcosa di più, può uscire dal campo e vincere meglio la noia della prigionia, tali dettati andrebbero rivisti alla luce dei diritti umani, che vietano i lavori forzati. In Italia, però, il problema non si pone dato che di norma viene applicata per i lavori la regola del volontariato, che è civilissima, che assicura lavoratori che dovrebbero essere sulla carta più disponibili di quelli comandati, ma che comporta anche notevoli rischi per le occasioni di' fuga che i prigionieri possono, in tal modo, avere eludendo la sorveglianza. Per convenzione i prigionieri hanno anche il diritto di eleggere tra di loro i loroi rappresentanti, i così detti «uomini di fiducia» incaricati di rappresentarli, no:q solo nei confronti delle autorità preposte ai campi della Potenza1detentrice, ma anche presso le istituzioni di soccorso alle quali possono rivolgere lagnanze e richie-
240
ARTURO MARCIIEGGIANO
ste (Potenze Protettrici, delegati del CICR, che possono visitare i campi ed intrattenersi sia con i prigionieri, sia con gli uomini di fiducia) (art. 78, 79, 126). Dopo la legge italiana relativa alle «Norme di principio», i prigionieri in Italia, essendo soggetti per legge alle norme ed ai regolamenti validi per le forze armate nazionali, hanno addirittura diritto ai COBAR, cioè ai comitati di base di rappresentanza, con possibilità di colloquio costante e diretto con i comandanti dei campi. I prigionieri di guerra gravemente feriti o ammalati potranno essere rimpatriati, ma non potranno in nessun caso riprendere un servizio militare attivo (art. 109 e 117). Tutti i prigionieri al termine delle ostilità dovranno essere liberati e rimpatriati al più presto (art. 118). Il testo della convenzione sui prigionieri di guerra dovrà essere affisso in tutti i campi di prigionia, in lingua comprensibile dai prigionieri, in modo che ciascun prigioniero sia edotto in ogni caso dei suoi diritti e dei suoi doveri (art. 41). Per quanto attiene alla IV Convenzione di Ginevra, riguardante la protezione in tempo di guerra delle persone civili, essa viene redatta, per la prima volta nel 1949 e recepisce ed estende tutte le norme che erano state in precedenza dettate, sulla protezione dei civili, sia dalla Convenzione dell' Aja del 1899 sia da diverse convenzioni del 1907 e tiene, ovviamente, conto delle drammatiche esperienze delle due guerre mondiali . Per definizione è considerato «civile» chiunque non appartenga alle forze armate e non partecipi alle ostilità. Come tali, i civili non solo non devono mai essere attaccati ma, al contrario, devono essere sempre rispettati e protetti, trattati con umanità e poter scambiare notizie con i loro familiari (art. 3, 25, 27). Si trovano sotto speciale protezione gli ospedali civili, il loro personale e le ambulanze, che devono esporre il segno distintivo della Croce (Mezzaluna) Rossa, così come i civili feriti od ammalati (art. da 16 a 22). La convenzione (art. 4) divide in due categorie i civili in potere del nemico, facendo distinzione tra i civili in paese nemico e le popolazioni dei territori occupati, che però hanno in comune determinati diritti quali: - rispetto della loro persona, dell'onore, dei diritti familiari, delle convinzioni e pratiche religiose, abitudini ed usanze, con
EVOLUZIONE DEL DIRIITO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMA TI ECC.
241
particolare riferimento alle donne ed all'infanzia. Essi devono essere trattati con umanità, né contro di loro possono essere fatte pressioni di nessun genere (art. 27 e 31); - se internati beneficieranno di trattamento analogo a quello dei prigionieri di guerra, tenendo conto delle differenze derivanti dalla loro qualità di civili (art. 78. e 135); - hanno facoltà di rivolgersi liberamente alle Potenze Protettrici, al CICR, al Comitato nazionale della Croce Rossa del paese iri cui si trovano, che, a loro volta possono visitarli liberamente (art. 30 e 143). È il governo detentore che risponde del trattamento che è loro applicato dai militari, o dai funzionari, che da esso dipendono (art. 29), ferma restando la responsabilità individuale dei funzionari inadempienti.
I civili in paese nemico devono poter lasciare il paese, qualora non vi si oppongano considerazioni militari o di sicurezza (art. 35) e, in caso di mancata partenza, il loro trattamento dovrà essere analogo a quello degli altri stranieri (art. 38). Nel caso in cui il loro internamento sia assolutamente necessario, essi devono poter ricorrere contro tale misura ed ottenere un giudicato imparziale, dopo l'esame singolo del loro caso (art. da 41 a 43). La popolazione civile dei territori occupati deve, per quanto è possibile, continuare a vivere normalmente, dato che l'occupante ha il dovere di mantenere l'ordine pubblico (art. 64). In generale le autorità, le istituzioni pubbliche e private e l'amministrazione continueranno a funzionare (art. 54-63-64) come prima dell'occupazione. Sono particolarmente proibiti il saccheggio e le distruzioni non necessarie ed inutili (art. 33 e 53) e le deportazioni o i trasferimenti di popolazione (art. 49), salvo esigenze connesse con la necessità militare. Le requisizioni e l'impiego di manodopera sono regolati da precise norme che tutelano, tra l'altro, i minori di 18 anni, che sono completamente esentati da qualunque lavoro obbligatorio, ed i cittadini in genere, i quali non possono essere adibiti a lavori ·che li facciano partecipare alle operazioni militari (art. 51). Tra i doveri dell'occupante vi è la tutela dell'infanzia (art. 60), il vettovagliamento della popolazione (art. 55), il mantenimento dei servizi sanitari e di igiene (art. 86), l'autorizzazione al transito obbligatorio di soccorsi alle popolazioni (art. da 59 a 62).
242
ARTURO MARCHEGGIANO
Tra i diritti dell'occupante spiccano quello della difesa da atti ostili dei membri delle proprie forze armate e del personale dedito all'amministrazione del territorio ed il diritto di emanare, con bandi, leggi speciali (art. 64) di deferire gli imputati di crimini a tribunali militari propri, anche se nessuna condanna può essere pronunciata senza un processo regolare, con adeguate garanzie di difesa dell'mputato (art. 66). Se le misure di sicurezza lo esigono determinate persone possono essere internate (art. 78) secondo precise regole, soggette al controllo delle Potenze Protettrici (art. da 65 a 78-136-137-143). Questa breve sintesi delle convenzioni ha anche lo scopo di diffondere i più importanti dettati delle stesse, se mai ce ne fosse bisogno. Direi che, tutto sommato, in Italia non ve ne sia bisogno, almeno per i militari, dato che nessuna norma è nuova e che non vi è norma che non fosse già stata in precedenza recepita dalle leggi nazionali, dai regolamenti e dai codici militari, a parte, come già si è rilevato, il particolare problema degli ostaggi.
La Convenzione dell'Aja del 1954 La Convenzione dell' Aja, del 14 maggio 1954, sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, rappresenta un passo avanti storico, rispetto alle convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907, specie dopo le enormi distruzioni di beni culturali dovute alla seconda guerra mondiale. Essa, per l'Italia, è legge dello Stato, essendo stata ratificata con legge n. 279, del 7 febbraio 1958, pubblicata, in lingua francese, nella G.U. n. 87, dell'll aprile 1958. La traduzione italiana è stata curata, in un primo tempo dal Ministero della Pubblica Istruzione e successivamente dallo stesso UNESCO, che è l'organismo internazionale depositario della convenzione. Il testo della convenzione, con il regolamento di esecuzione allegato, ed il Protocollo aggiuntivo costituiscono la pubblicazione 6008 del Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, III Reparto, Ufficio Regolamenti del 1973. Tale pubblicazione molto correttamente e perché i militari ne abbiano conoscenza e norma, riporta anche l'iscrizione, nel «Registro Internazionale dei Beni culturali sotto protezione speciale», dello Stato della Città del Vaticano, iscritto al N. 1, con annesso il Protocollo con cui lo Stato italiano si impe-
EVOLUZIONE DEL DIRIITO INTERNAZIONALE DEI CONFUTI! ARMATI ECC.
/
243
gna a interdire al traffico militare, in tempo di guerra, la parte della Via Aurelia che, in Roma, costeggia le mura vaticane, allo scopo di garantire il rispetto dei requisiti necessari alla protezione. La convenzione, nella sua premessa, afferma che i danni ai beni culturali costituiscono danno al patrimonio culturale dell'umanità intera, da cui deriva la necessità di una protezione sancita dal diritto internazionale e che tale protezione, per essere efficace, deve essere organizzata fin dal tempo di pace con misure sia nazionali sia internazionali. In sostanza il grande concetto innovatore è il seguente: il bene culturale non appartiene né allo Stato né all'individuo cui esso appartiene, ma all'umanità e per l'umanità deve essere preservato. Per la convenzione sono considerati beni culturali: i beni mobili o immobili di grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli; gli edifici destinati a conservare e ad esporre i beni culturali; i centri monumentali comprendenti un numero considerevole di beni culturali. L'art. 2 riguarda la protezione dei beni culturali, la quale comprende la salvaguardia ed il rispetto, dove per salvaguardia si intendono le misure da prendere fin dal tempo di pace per salvaguardare con misure appropriate i beni culturali; mentre per rispetto si intende, in tempo di guerra (art. n. 3) se la necessità militare non lo esige in modo imperativo, di: non utilizzare a fini militari i beni culturali; non offenderli; proteggerli in ogni circostanza da furti, saccheggi, rappresaglie e distruzioni. La protezione dei beni culturali può essere semplice o speciale; la protezione semplice è generalizzata ed è estesa a tutti i beni culturali ovunque si trovino, anche se non segnalizzati (ad esempio, è inutile segnalizzare una chiesa, perché la si vede, mentre potrebbe essere necessario segnalizzare un museo. Però il bene culturale, per essere protetto deve sottostare alle condizioni di non essere usato a fini militari e di essere adeguatamente distante da obiettivi militari. Il mancato rispetto delle condizioni fa decadere automaticamente l'immunità. La segnalizzazione unificata internazionale può anche mancare; quello che è importante sapere è che, in caso di necessità militare, il comandante militare, di qualunque livello, è arbitro di regolarsi come crede; quindi il soldato semplice o il graduato capo pattuglia sono in sostanza arbitri di agire e di decidere.
244
ARTURO MARCHEGGIANO
.. MINISTERO DELLA DIFESA STATO MAGGIOR E DELL' ESERCITO lii REPARTO · l'.HICIO R EGO LAME N TI
N. 6008
CONVENZIONE INTERNAZIONALE PER LA PROfEzlONE DEI BENI CULTURALI IN CASO DI CONFLITTO ARMATO
(L'Aja, 14 Maggio 1954)
Anno 1973
EVOLUZIONE DEL DIJ!.JTI"O INTERNAZIONALE DEI CONFLITfl ARMATI ECC.
245
Da ciò appare evidente quale importanza rivesta il fatto di creare nei militari di tutti i livelli una coscienza ed un amore per i beni culturali ed il fornire loro le conoscenze necessarie di diritto internazionale. Di gran lunga più importante ed interessante è la protezione speciale dei beni culturali, definita dall'articolo 8 della convenzione. La protezione speciale non viene concessa dallo Stato, ma dagli Stati: è ristretta ad un limitato numero di rifugi e di centri monumentali alle solite condizioni, di distanza adeguata da obiettivi militari e di non uso ai fini militari. Questi grandi, beni culturali devono essere iscritti, con modalità che non è il caso di ricordare, ma ben stabilite dalla convenzione, nel «Registro Internazionale dei Beni Culturali sotto Protezione Speciale». Per tali beni culturali la segnalizzazione internazionale unificata è rigidamente prescritta e il non uso a fini militari deve essere internazionalmente controllato. Qualunque violazione fa decadere l'immunità, però l'articolo 11 stabilisce che l'atto di sospensione dell'immunità deve essere sancito da un generale comandante di divisione o equivalente. La decisione richiede un atto scritto e l'immediata notifica sia alla Parte avversa sia in sede internazionale. Due altri articoli di questa convenzione meritano di essere sottolineati: si tratta dell'articolo 7 che illustra le misure di ordine militare e dell'art. 25 che parla della diffusione della convenzione. L'art. 7 dice che le Alte Parti Contraenti si impegnano ad introdurre, fin dal tempo di pace, nei regolamenti o istruzioni ad uso delle loro truppe, disposizioni atte ad assicurare l'osservanza della convenzione e ad inculcare fin dal tempo di pace nel personale delle loro forze armate uno spirito di rispetto verso la cultura ed i beni culturali di tutti i popoli. Esse Parti Contraenti si impegnano a predisporre o costituire fin dal tempo di pace, nell'ambito delle proprie forze armate, servizi e personale specializzato aventi il compito di assicurare il rispetto dei beni culturali e di collaborare con le autorità civili inca-
ricate della loro salvaguardia. L'altro articolo significativo è l'art. 25, che tratta della diffusione della convenzione. Esso sancisce che le Alte Parti Contraenti si impegnano a diffondere il più largamente possibile, in tempo di pace e di guerra, il testo della convenzione e del suo regolamento di esecuzione nei loro paesi rispettivi. Esse si impegnano
246
ARTURO MARCHEGGIANO
specialmente ad incorporarne lo studio nei programmi di istruzione militare e civile in modo tale che i principi possano essere conosciuti dall'insieme della popolazione, in particolare dalle forze armate e dal personale addetto alla protezione dei beni culturali. Anche se questo articolo è legge dello Stato, devo constatare con amarezza che tale legge è completamente disattesa in campo civile e devo riconoscere che, come spesso accade purtroppo, la sensibilità militare è più spinta di quella civile. La conferenza dell'Aja si svolgeva dal 21 aprile al 14 maggio 1954 e la convenzione restava aperta per la firma degli Stati fino al 31 dicembre 1955 ed entrava in vigore il 7 agosto 1956 dopo la ratifica di 5 Stati. Già nel 1970 gli Stati aderenti erano oltre 60. L'Ente depositario della convenzione è l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione la Scienza e la Cultura (UNESCO) e si tratta di una eccezione, in quanto in genere, i depositari delle convenzioni sono Stati e non Enti. 11 18 gennaio I 960 si inaugurava anche il «Registro Internazionale dei Beni Culturali sotto Protezione Speciale» con l'iscrizione della Città del Vaticano, su domanda della Santa Sede. Seguiva nel 1967 l'iscrizione di un rifugio austriaco per beni culturali e nel 1969 l'iscrizione di 6 rifugi Olandesi. Oggi siamo a quota 170 beni iscritti (nessun bene italiano, anche perché, se ci fosse, non avrebbe i necessari requisiti). Meritano solo un cenno gli Stati europei che a me sembrano i più avanzati nella esecuzione della convenzione e cioè l'Austria e la Svizzera (facendo un gran torto alla Repubblica dell'Ukraina, la cui legislazione nazionale ha anticipato la convenzione di ben 5 anni, dato che risale al 1949) anche perché le politiche nazionali adottate dall'Austria e dalla Svizzera sono diametralmente opposte e rappresentano casi limite. Ricordo però che la protezione dei beni culturali in tempo di guerra è questione organizzativa: ciò significa poche chiacchere e poche enunciazioni di principi, ma pianificazione ed esecuzione degli sgomberi, che non si improvvisano, ma che devono essere fatti in stretto coordinamento tra le autorità civili preposte e le autorità militari, almeno a livello di studio congiunto del problema. Uno Stato molto avanti nell'applicazione deIIa Convenzione è l'Austria. Esiste a tal fine una stretta collaborazione tra i Ministeri della Pubblica Istruzione, della Difesa e dell'Interno. È stato portato a termine l'inventario completo dei beni culturali di proprietà pubblica e privata (ne sono già stati pubblicati
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
/
247
120 volumi sui 150 previsti). È stata realizzata la carta topografica dei beni culturali. Sono inoltre stati realizzati: l'inventario e la documentazione dei Centri Monumentali; gli archivi fotogrammetrici con utilizzazione elettronica dei documenti; gli archivi speciali; i testi per militari che pianificano anche esercitazioni militari ad hoc; la capillare organizzazione nei musei per quanto riguarda la pianificazione e le prove di sgombero; l'inventario delle grotte naturali utilizzabili come rifugi; la segnaletica in quattro lingue; il dizionario dei beni culturali in otto lingue; numerose altre pubblicazioni e l'aggiornamento dei codici penali. In particolare nel campo della protezione dei beni culturali è stato realizzato un enorme rifugio in caverna (Rifugio Centrale Austriaco), posto sotto protezione speciale, utilizzando un'antica miniera di sale dell'Assia. Per quanto riguarda la diffusione della convenzione vi sono corsi a tutti i livelli ed il cinema e la televisione curano l'istruzione della popolazione. In particolare oltre allo studio della convenzione in sede di educazione civica, a tutti i livelli di scuola, vengono svolti corsi obbligatori presso l'Accademia di Difesa Nazionale e presso la Scuola Militare di Protezione Civile. In Svizzera, altro Stato di netta avanguardia mondiale in tale settore, la legge federale del 1° ottobre 1968 afferma che la protezione dei beni culturali è compito pubblico e prevede la costruzione di un gran numero di ricoveri decentralizzati (opposto delJ' Austria) nelJe vicinanze di dove si trovano i beni culturali, l'allestimento di collezioni di documenti (microfilm), il reclutamento di personale ad hoc nel quadro della protezione civile, il funzionamento di organismi di cantone di protezione dei beni culturali. Le misure già realizzate o in via di realizzazione riguardano: la costruzione di ricoveri; l'organizzazione di protezione cantonale in ciascuno dei 25 cantoni; l'inventario dei beni culturali; l'approntamento della segnaletica per il tempo di guerra; la costituzione di un Comitato Nazionale; la creazione di ufficiali specializzati nel!' ambito delle forze armate, di testi per militari ed un addestramento periodico e specifico sull'applicazione della convenzione; la realizzazione di carte topografiche (scala I :300.000) dei beni culturali; la pubblicazione di testi militari completi sulle convenzioni in vigore, relative a leggi ed usi di guerra; l'aggiornamento dei codici penali; l'inserimento delJa convenzione nei programmi di educazione civica nelle scuole e la sensibilizzazione dell'opinione pubblica mediante cinema e televisione.
248
ARTURO MARCHEGGIANO
I protocolli aggiuntivi del 1977 alle convenzioni di Ginevra del 1949 Mentre fino a tutti gli anni cinquanta le norme internazionali riguardanti le leggi e gli usi di guerra e le regole relative alla protezione delle vittime della guerra avevano marciato più o meno, sempre con interazioni, su canali diversi, dal punto di vista non tanto dei governi, che accettavano o meno i dettati internazionali, quanto invece degli specialist~ che trattavano la materia, questo non avviene più dagli anni sessanta. A partire da tutto quel complesso di guerre internazionali vere e proprie, di situazioni conflittuali interne, di situazioni di violenza diffusa e di colpi di Stato, che sono connessi al così detto periodo della decolonizzazione, anche il discorso internazionale si complica. Mentre prima, ad esempio nel 1899 e nel 1907, l'apporto degli specialisti militari di tutti i Paesi partecipanti alle conferenze era stato -determinante nella redazione e nella accettazione delle regole internazionali, a partire dagli anni sessanta si vede e si sente sia nei dettati dei testi, sia nell'accettazione degli stessi, una preponderanza politica e di opportunità politica, non sempre sufficientemente supportata dall'apporto determinante e specialistico della cultura e della pratica di guerra dello specialista militare. Addirittura le delegazioni di taluni Stati, che pure avevano avuto notevoli esperienze di guerra, che siedono al tavolo della trattativa internazionale mancano dell'esperto militare. Sono anni difficili, nei quali i paesi emergenti e le .nuove realtà nazionali, spesso non ancora mature e non ancora dotate di sufficiente esperienza a livello internazionale, raggiungono, per ragioni di numero, a causa di giusti ed inevitabili fenomeni di decolonizzazione, la maggioranza dei paesi nei consessi internazionali. Tale maggioranza, a parità di dignità, di sovranità e di indipendenza di ciascuno Stato, e quindi a parità di voto, spesso ha creato delle vere e proprie confusioni dal punto di vista del progresso oggettivo del diritto internazionale. Spesso, approfittando di questa maggioranza, si sono volute creare, o sancire, norme che non sempre hanno contribuito a chiarire o a far progredire le regole di diritto internazionale, specie nel caso del diritto dei conflitti armati. I protocolli aggiuntivi del 1977, alle Convenzioni di Ginevra del 1949, sono un esempio tipico di questo stato di cose. Pur definendo in sede internazionale e sanzionando determinati principi e, indubbiamente, anche molti progressi nel travagliato, faticoso e lento cammino delle leggi e degli
EVOLUZIONE DEL D!RllTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
/
249
usi di guerra internazionalmente riconosciuti, non sempre essi hanno contribuito alla chiarezza della norma. Se da un lato è comprensibile l'istanza di molti popoli e governi, specie di nuova e recente nascita, di legittimare dal punto di vista del diritto internazionale, quel combattente grazie all'azione del quale essi avevano potuto nascere, e per ciò stesso esistere come mli e sedere alla pari nel consesso delle Nazioni, da un altro lato è da considerare che la guerra, per poter avere una certa probabilità di essere una guerra umana e pulita, ha assoluto bisogno di distinguere il combattente legittimo dal cittadino inerme e l'obiettivo militare, cioè legittimamente offendibile, dal bene civile da proteggere in ogni circostanza. D'altro canto non vi era alcun dubbio che norme determinanti, come quelle che riguardavano le leggi e gli usi di guerra, non potevano in eterno restare ferme ed immutabili dal 1907 e che necessitavano di una revisione o quanto meno di un aggiornamento . Forse però il consesso di Ginevra non era il più ac.latlu al cambiamento di talune norme, che richiedevano più un dibattito di giuristi e di tecnici anche militari, a supporto dei politici che, a nome dei rispettivi governi, dovevano tali norme approvare e, quindi, accettare ed introdurre in sede internazionale. Ma i se ed i forse sono sempre stati antistorici, perché la storia è quella che è. In sintesi con i Protocolli di Ginevra del 1977, aggiuntivi alle Convenzioni di Ginevra del 1949 si è dato l'avvio non solo alla revisione ed all'aggiornamento delle convenzioni internazionali riguardanti la protezione delle vittime della guerra, ma anche a parte dei dettati internazionali delle norme riguardanti le leggi e gli usi di guerra. Un precedente significativo era già stato costituito dalle convenzioni del 1949, nelle quali venivano legalizzati, come combattenti legittimi, i membri dei movimenti di resistenza. I protocolli di Ginevra dell'8 giu'g no 1977, sono stati ratificati con la legge n. 762, dell'll dicembre 1985, pubblicata nella G.U. n. 303, del 27 dicembre 1985 e sono pertanto entrati a far parte delle leggi italiane, vincolanti per il combattente italiano in caso di guerra. All'atto del deposito dello strumento di ratifica (si veda a tal proposito la G.U. n. 78, del 4 aprile 1986, che sancisce tra . l'altro, nel 27 agosto 1986, la data di entrata in vigore dei Protocolli per l'Italia) l'Italia ha comunicato non solo alcune riserve significative, riguardanti solamente taluni articoli (o commi di arti-
250
ARTURO MARCHEGGIANO
coli) dei protocolli, ma anche l'interpretazione che l'Italia darà ai dettati di taluni articoli ed in quali condizioni essa li ritenga validi. I protocolli aggiuntivi sono due, il Protocollo I, relativo alla «protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali», ed il Protocollo II, che riguarda la «protezione delle vittime dei conflitti armati non internazionali» e, cioè, nelle situazioni di guerra civile all'interno degli Stati. Tali protocolli meritano un approfondimento, specie per la ricerca e la chiarificazione delle nuove norme che essi introducono nelle leggi e negli usi di guerra, che sono oggetto della trattazione del presente volume, rinviando al volume secondo l'esame degli stessi, per quanto rig,u arda la protezione delle vittime della guerra. Circa il Protocollo II, sul quale peraltro l'Italia non ha presentato alcuna riserva all'atto della ratifica, c'è poco da dire, in quanto sostanzialmente tale documento ribadisce ed estende i dettati del paragrafo 3, comune alle quattro convenzioni di Ginevra, di cui si è già trattato. È molto importante la definizione del campo di applicazione di tale protocollo che riguarda (art. 1) i conflitti che si svolgono sul territorio di uno Stato «tra le sue forze armate e forze armate dissidenli o gruppi armati organizzati (definizione piuttosto vaga), che, sotto la condotta di un comando responsabile, esercitano, su una parte del suo territorio un controllo tale da permettere loro di condurre operazioni militari prolungate e concentrate, e di applicare il presente protocollo». Come si vede l'esercitare un controllo di fatto su parte del territorio dello Stato è una condizione indispensabile per essere dei belligeranti legittimi in una guerra civile. Il protocollo non è applicabile nelle situazioni di violenza interna o «di tensioni interne, di disordini interni, come le sommosse, gli atti isolati e sporadici di violenza ed altri atti analo~hi, che non sono considerati come conflitti armati» (art. 1.2). Nessuna disposizione del protocollo potrà essere invocata per: - «attentare alla sovranità di uno Stato o alla responsabilità del governo di mantenere o ristabilire l'ordine pubblico nello Stato, o di difendere l'unità nazionale e l'integrità territoriale dello Stato con tutti i mezzi legittimi» (art. 3. 1); - «giustificare un intervento, diretto o indiretto, quale che ne sia la ragione, in un conflitto armato o negli affari interni o esterni dello Stato», sul cui territorio avviene il conflitto (art. 3.2).
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
251
Nel complesso il protocollo tende a garantire il trattamento umano nella condotta delle ostilità e ad assicurare le garanzie fondamentali di rispetto della persona umana, «senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole», cioè senza discriminazioni, non solo a tutte le persone che non partecipano, o che non partecipano più, alle ostilità ma anche alle persone private della libertà (art. 4 e 5), con garanzia di azioni penali eque, con tutte le garanzie essenziali di indipendenza e di imparzialità dei tribunali (art. 6). Vieta la pena di morte per i minori di 18 anni e per le donne incinte o madri di figli in tenera età (art. 6.4). Il protocollo sancise inoltre la protezione dei feriti, dei malati, dei naufraghi, del personale sanitario e religioso, delle unità e dei mezzi di trasporto sanitari, che devono essere muniti dell'apposito d istintivo internazionale (titolo III). Il protocollo (titolo IV) protegge la popolazione civile ed i beni indispensabili alla sua sopravvivenza, i beni culturali ed i luoghi di culto, le opere e le installazioni che racchiudono forze pericolose e vieta il trasferimento forzato delle popolazioni civili, garantendo nel contempo le possibilità di azioni umanitarie da parte delle società di soccorso nazionali ed internazionali. Il Protocollo l , che riguarda la protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, in pratica aggiunge poche cose ai dettati delle Convenzioni di Ginevra del 1949, anche se li estende, ma entra nel merito delle ~eggi e degli usi di guerra, come si è già in precedenza affermato. I suoi dettati meritano uno sguardo d i insieme, con cenni più specifici solo a quegli articoli sui quali l'Italia ha esposto molto giustamente delle riserve all'atto della ratifica. Mentre le convenzioni di Ginevra si applicano in caso di qualunque conflitto armato (di carattere internazionale) dichiarato o non, riconosciuto o meno da tutte le Parti in conflitto, nei casi di occupazione parziale o totale, anche incruenta, del territorio di uno Stato, il Protocollo I estende il campo di applicazione (art. 1.4) anche ai «conflitti armati nei quali i popoli lottano contro la dominazione coloniale e l'occupazione straniera e contro i regimi razzisti, nell'esercizio del diritto dei popoli di disporre di se stessi, consacrato nella Carta delle Nazioni Unite e nella dichiarazione relativa ai principi di diritto internazionale concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione fra gli Stati, in conformità della Carta delle Nazioni».
252
ARTU RO MARCH E GGIANO
Per quanto riguarda le funzioni ed i compiti delle Potenze Protettrici, dei Sostituti e degli Organismi Internazionali essi sono meglio definiti, precisati e riuniti anche se non ci sono novità vere e proprie. Ai fini del Protocollo, per feriti, malati e naufraghi si intendono, non solo i membri delle forze armate, ma anche i civili, compresi i vecchi, gli invalidi, i neonati, ecc. la cui caratteristica comune è quella di astenersi da qualunque atto di ostilità. La protezione quindi si applica in modo più esteso ed in particolare tra gli organismi protetti figurano quelli che sono specificatamente assegnati alla Protezione Civile, per i quali è fissato anche un simbolo distintivo internazionale. Per quanto riguarda la protezione della persona (art. 11) sono specificatamente proibite (su internati e detenuti), anche se avvenissero con il consenso di chi le subisce, le mutilazioni fisiche, le sperimentazioni mediche o scientifiche ed i prelevamenti di tessuti o di organi per trapianti, a meno che tali inlcrvcnti non siano giustifh:ati, ma dò in fondo era già recepito
nei dettati d elle Convenzioni di Ginevra. Sono ugualmente protetti , salvo che al di fuori della loro missione umanitaria commettano atti dannosi all'avversario, anche il personale sanitario e religioso civile e le unità ed installazioni sanitarie civili: ma anche ciò era in fondo recepito dalla Convenzione (IV) di Ginevra. Anche sulla protezione dei trasporti sanitari le innovazioni sono poche e la più significativa, a mio avviso, riguarda i trasporti sanitari con aeromobili, in particolare, per gli elicotteri sanitari. In pratica fino al 1977 gli aerei sanitari, specie gli elicotteri sanitari, anche se adibiti esclusivamente al trasporto dei feriti e anche se muniti dei segni ben visibili di protezione internazionale volavano a loro rischio e pericolo. Infatti, per poter volare in condizioni di protezione dovevano praticamente effettuare solo voli notificati, accettati ed approvati dal nemico, lungo rotte prestabilite, con accordo tra i belligeranti. Ora si ricorre al trasporto aereo, specie con elicottero, solo in caso di grande urgenza o quando questo mezzo costituisca l'unico mezzo possibile. La stessa urgenza richiede che si voli, cioè che si esegua la missione di soccorso al ferito, con grande immediatezza ed il tempo materiale per gli accordi con il nemico, in generale manca. Mancando l'accordo mancava la certezza della protezione in volo a meno che il pilota avversario, supponendo che si trattasse di un pilota corretto, non riconoscesse visivamente i contrassegni di protezione internazionale.
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DE! CONFLITTI ARMATI ECC.
/
253
Ma oggi, a parte i voli notturni, l'intercettazione a vista è sempre più difficile e rara ed i radar mentre individuano l'aeromobile non sono in grado di individuare i segni di protezione. Con i protocolli del 77 viene sancito il principio che i voli sanitari, che sono effettuati «nelle zone non dominate dalla parte avversaria», sono protetti senza necessità di accordo con il nemico e di notifica dei voli (art. 25). Però è sempre meglio che tale notifica sia fatta, quando possibile, al fine di aumentare la sicurezza del volo. Sono anche allo studio norme internazionali di riconoscimento elettronico per i voli sanitari. Negli altri casi non vi è nulla di veramente nuovo rispetto alle Convenzioni di Ginevra. Il titolo III del Protocollo è di gran lunga il più interessante e riguarda i «Metodi e mezzi di guerra. Statuto di combattente e di prigioniero di guerra». Tra i metodi e mezzi di guerra vietati vi sono quelli «concepìti con lo scopo di provocare, o dai quali ci si può attendere che provochino, danni estesi, durevoli e gravi all'ambiente naturale, che costituiscono una importante novità e che rappresentano un segno indiscusso dei tempi cambiati e della maggiore attenzione dell'uomo all'ambiente. Tra i segni distintivi dei quali è proibito fare indebito uso compare l'emblema distintivo delle Nazioni Unite (art. 38). Nessuna persona che è «fuori combattimento» può essere oggetto di attacco, purché essa si astenga da qualunque atto di ostilità e non tenti di evadere» (art. 41). Devono essere liberate tutte le persone che hanno diritto alla protezione prevista per i prigionieri di guerra cadute in mano della Parte avversaria e che non possano essere sgomberate «per condizioni eccezionali di combattimento» (art. 41.3). Questa norma civilissima, di non uccidere il prigioniero che il belligerante non può portare con sé, che ritorna in pratica all'istituto della liberazione sulla «parola d'onore» data, era già in uso in Italia, sempre confermata, da 140 anni ed è stata applicata in guerra fin dalla prima guerra d'indipendenza (1848-1949) e trova puntuale riscontro nella legge italiana di guerra del 1938 (art. 104). L'articolo 44.3 è uno di quelli che ha suscitato maggiori perplessità e discussioni in ambito internazionale e che ha provocato le maggiori riserve nelle ratifiche degli Stati di più antica formazione ed anche da parte dell'Italia. Anche se l'articolo 44. 7 assicura che l'articolo 44, nel suo complesso, «non vuole modificare la pratica, generalmente ac-
254
ARTURO MARCHEGGIANO
cettata dagli Stati, concernente il porto dell'uniforme da parte dei combattenti appartenenti alle unità armate regolari in uniforme di una Parte in conflitto», il paragrafo 44.3 è tuttaltro che rassicurante in tale campo. È anche da notare il fatto che il porto dell'uniforme o del segno distintivo fisso riconoscibile a distanza non era affatto una «pratica, generalmente accettata dagli Stati», ma era una caratteristica essenziale imposta da tutte le convenzioni precedenti, come caratteristica indispensabile del combattente legittimo, salvo il solo caso della leva di massa. Il paragrafo 44.3 afferma che «per facilitare la protezione della popolazione civile contro gli effetti delle ostilità, i combattenti sono obbligati a distinguersi dalla popolazione civile quando prendono parte ad un attacco o ad una operazione militare preparatoria di un attacco. Tuttavia, dato che vi sono situazioni nei conflitti armati in cui, a causa della natura delle ostilità, un combattente armato non può distinguersi dalla popolazione civile, egli conserverà lo statuto di combattente a condizione che, in tali situazioni, porti apertamente le armi: a) durante ogni fatto d'armi; e b) durante il tempo in cui è esposto alla vista dell'avversa-
rio, mentre prende parte ad uno spiegamento militare che precede l'inizio di un attacco al quale deve partecipare». Se non deve partecipare all'attacco può continuare tranquillamente a stare in mezzo alla popolazione civile! Con ciò si suppone che mantenga almeno le altre due caratteristiche del combattente e cioè quella di sottostare ad un comando responsabile e di attenersi in azione alle leggi ed agli usi di guerra: ma ciò non è scritto! A me sembra un modo molto strano di perseguire il fine di «facilitare la protezione della popolazione civile», dato che la legittima reazione ad un attacco, che parta da una folla, non può che rivolgersi verso una folla quando il combattente legittimo non sia tra essa individuabile sicuramente ed a distanza. L'Italia, in sede di ratifica, ha precisato che ritiene valido il «verificarsi delle situazioni previste dall'art. 44.3 solo in territorio occupato» da truppe italiane e che intende per «spiegamento per l'attacco» «qualunque movimento verso il luogo dal quale l'attacco deve essere lanciato», escludendo quindi il territorio nazionale dall'applicazione di questo paragrafo del Protocollo. In sostanza il nemico dell'Italia, sul territorio italiano, se non porta anche l'uniforme non è
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
255
considerato combattente legittimo. Ciò è a tutela della popolazione civile itaJiana, che non deve essere oggetto di rappresaglia e che deve essere distinta e distinguibile dal combattente per non essere oggetto di attacco. Il fatto che l'articolo possa valere solo in territorio occupato dalle truppe italiane non è dovuto al fatto che l'Italia si interessi di meno alle popolazioni del territorio nemico o del territorio occupato, bensì al fatto che l'Italia, rifiutando la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e accettandola solo come guerra di difesa della propria entità territoriale e della propria civiltà, spera di non avere mai più nella sua storia dei «territori occupati». In ogni caso, qualora l'Italia dovesse averli, il dettato del significato attribuito al termine, «spiegamento per l'attacco» è così vasto da imporre, almeno, ad un nemico che non porti uniformi o segni distintivi di portare apertamente le armi, cioè in modo visibile, ed evidente, praticamente / sempre. Una nota, con riserve niolto simili a quelle italiane su tale articolo, è stata fatta dal Regno Unito di Gran Bretagna e dagli Stati Uniti d'America, all'atto della firma dei Protocolli. Il protocollo inoltre, all'art. 47, dà una definizione abbastanza precisa di un combattente particolare, e cioè del mercenario, che non ha diritto né allo statuto di combattente, né a quello di prigioniero di guerra. Per tale tipo di combattente non sono citate neppure nel paragrafo le così dette «garanzie equivalenti» delle quali, a mio modesto parere, dovrebbe peraltro fruire, almeno come diritto ad una carcerazione in condizioni «umane» e diritto a corretto giudizio. In merito alla protezione della popolazione civile (titolo IV), malgrado l'articolo 44.3, ed in contraddizione con esso, si afferma (art. 48) come regola fondamentale il fatto che «allo scopo di assicurare il rispetto e la protezione della popolazione civile e dei beni di carattere civile, le Parti in conflitto dovranno fare, in ogni momento, distinzione tra la popolazione civile ed i combattenti, nonché tra i beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari». I protocolli proteggono, estendendo i dettati delle convenzioni precedenti, la popolazione civile (art. 51), i beni di carattere civile (art . 52), i beni culturali ed i luoghi di culto (art. 53), i beni indispensabili alla sopravvivenza delle popolazioni civili (art. 54),
256
ARTURO MARCHEGGTANO
e introducono, come novità, la protezione dell'ambiente naturale (art. 55) e la protezione delle opere e delle installazioni che racchiudano forze pericolose (art. 56). . Fra tali opere, che racchiudono forze pericolose, cioè capaci di provocare gravi danni e lutti tra le popolazioni civili, sono specificatamente nominate le centrali nucleari e le dighe ed è prevista anche per tali installazioni e stabilimenti una apposita segnaletica internazionale. Purtroppo l'Italia in tali settori è molto esperta nel campo dei disastri. A parte i terremoti, frequenti inondazioni hanno provocato disastri nel nostro paese e non si può che accogliere con favore limitazioni e vincoli militari a sabotaggi specie contro le dighe, che possono dare dei disastri come quello del Vajont, o contro le centrali nucleari. Tuttavia occorre guardare con crescente preoccupazione anche agli sviluppi della chimica, specie per quelle industrie che impiegano materie prime ad alto inquinamento o ad alta tossicità, che, pur non essendo citate esplicitamente, dovrebbero rientrare nel Prolo<.:ollo, o nei suoi futuri aggiornamenti. La
tragedia di Seveso dovrebbe insegnare qualcosa. Vengono inoltre citate le precauzioni da prendere negli attacchi e contro gli effetti degli attacchi, a favore delle popolazioni e dei beni civili (art. 57 e 58) che però aggiungono poco alle regole internazionali precedenti. È da notare che la preoccupazione italiana per la tutela delle popolazioni civili nazionali e dei loro beni (art. 51 e 52) è così alta che l'Italia, in sede di ratifica, ha già preannunciato in sede internazionale che reagirà malamente «a serie e sistematiche violazioni da parte di un nemico dei doveri imposti dal Protocollo I, specie per quanto riguarda gli articoli 51 e 52, con tutti i mezzi ammissibili dal diritto internazionale al fine di impedire ogni ulteriore violazione». Per quanto concerne le località e le zone sotto protezione speciale, esse sono quelle previste dalle convenzioni di Ginevra del 1949 e dell' Aja del 1954, cui si aggiungono una migliore definizione e precisazione delle località non difese, già previste dalle Convenzioni dell' Aja del I 899 e del 1907 e le così dette zone smilitarizzate (art. 59 e 60). Viene, inoltre definita la protezione civile (ed i suoi organismi) alla quale si attribuisce non solo un simbolo di riconoscimento internazionale, ma alla quale si attribuisce anche una speciale protezione, sia in territorio nazionale che in territorio occupato (art. 61 e 67). Sono sancite le possibilità di soccorsi alle popolazioni civili vittime di una guerra e le modalità per le azioni
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERN AZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
/
257
di soccorso, così come la protezione del personale che partecipa alle operazioni di soccorso (art. da 68 a 71). In merito al trattamento delle persone in potere di una Parte in conflitto, vengono ribadite le garanzie fondamentali e sancite norme speciali per la protezione delle donne e dei fanciulli e dei giornalisti ma, in generale, si tratta di cose di poco conto. In merito alla ratifica italiana essa ribadisce molto realisticamente il fatto di tenere in eguale misura conto sia delle esigenze umanitarie sia delle esigenze militari, specie nella definizione degli obiettivi e n el giudizio sul vantaggio militare che l'acquisizione degli obiettivi offre. Il Protocollo (art. 52.2) afferma che «gli attacchi dovranno essere strettamente limitati agli obiettivi militari». Per quanto riguarda i beni, «gli obiettivi militari sono limitati ai beni che per loro natura, ubicazione, destinazione o impiego contribuiscono efficacemente all'azione militare, e la cui distruzione totale o parziale, conquista o neutralizzazione offre nel caso concreto, un vantaggio militare preciso». Molti da ciò traggono, in negativo la definizione di bene civile, come quel bene che non è obiettivo militar e: ma il Protocollo non lo dice. L'Italia, in sede di ratifica, annota che se la definizione di obiettivo può essere chiara per i beni, non lo è altrettanto per il territorio e che anche «una specifica area di terra può essere obiettivo militare se, per la sua posizione o per le altre ragioni specificate all'art. 52.2, la sua distruzione totale o parziale , la sua acquisizione o neutralizzazione, nelle circostanze in vigore al momento, offrono una determinata utilità militare». Anche se gli attacchi devono essere diretti solo contro gli obiettivi militari, l'Italia annota che il testo dell'articolo non prevede la questione dei danni collaterali causati da attacchi corretti dal punto di vista del diritto e diretti contro obiettivi militari. L'Italia inoltre che ha sempre protetto i beni culturali ed i luoghi di culto, tanto da vietarne in tutti i regqlamenti di servizio in guerra di servirsene a fini militari ai propri combattenti legittimi, ha anche annunciato in sede di ratifica, che i beni culturali ed i luoghi di culto perderanno la protezione fintanto che essi saranno usati illegalmente a fini militari da parte di un avversario. Il Governo Italiano, inoltre, è talmente sicuro del corretto comportamento, in ogni circostanza di guerra, delle proprie forze armate da poter dichiarare in sede di ratifi4a , ed è in ciò forse l'unico Stato del mondo, di riconoscere «ip~o facto e senza specistle
258
ARTURO MARCHEGGlANO
accordo» che la Commissione Internazionale, prevista dall'art. 90 e composta di quindici membri di elevata moralità e di riconosciuta imparzialità, possa indagare su qualunque presunta violazione degli accordi internazionali da parte dell'Italia di cui possa essere vittima un ipotetico nemico. Credo proprio che di più e di meglio di così non si possa dire; e questa certezza di corretto comportamento, che il nostro Governo ha nei confronti dei suoi legittimi combattenti, non può che costituire motivo di orgoglio non solo per noi militari, ma anche per tutti i cittadini italiani , dato che il nostro esercito, per volere sovrano del popolo è esso stesso esercito di popolo.
La regolamentazione internazionale dell'impiego delle armi nucleari e delle armi di distruzione di massa Sul problema della regolamentazione dell'impiego delle armi nucleari e delle armi di distruzione di massa, specie quelle batteriologiche e chimiche, si potrebbe scrivere un libro o anche non scrivere nulla. Per adesso, di sancito, c'è solo il Protocollo di Ginevra del 1925. In tale campo l'Italia ha già fatto a suo tempo scelte precise e pur essendo stata uno dei primi Paesi dell'Occidente, prima anche della Francia, ad essere tecnologicamente in grado di costruire «le bombe», non solo non lo ha mai fatto ma anche ha deciso, con il trattato di non proliferazione, di non farlo mai. Sono scelte che devono essere giustamente sottolineate. Le ferite aperte nella carne umana ad Hiroshima e a Nagasaki non sono ancora chiuse e l'umanità vive la speranza che musei, sul tipo di quello di Hiroshima, non abbiano a proliferare. Quello che c'è, credo che basti ed avanzi. Pare che il mondo, per quanto si riferisce alle armi di distruzione di massa, sia orientato al buon senso anche se, fino ad oggi, le armi nucleari sono servite soltanto da deterrente così spaventoso, da riuscire a scongiurare la guerra tra le opposte coalizioni e quindi, in fondo, fino ad oggi hanno svolto un ruolo pacifico e sostanzialmente positivo . La speranza dell'umanità è che la guerra possa essere scongiurata dal buon senso e dalla volontà degli uomini e non dalla potenza degli ordigni o dei mezzi di distruzione di massa. E su tale argomento, proprio e solo perché sono stato, per un certo periodo della mia vita, il
EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ARMATI ECC.
259
«Docente», su una Cattedra di Strategia Globale di una Scuola di Guerra, non voglio dire altro perché, a mio parere, in una guerra nucleare non avrebbe alcun senso parlare di guerre umanitàrie, di leggi e di usi di guerra, di protezione delle vittime della guerra. Ai sopravvissuti il ricordo dei tempi dei lager susciterebbe il sorriso e non avrebbe senso né parlare di civiltà, né di beni culturali e di valori da trasmettere ai posteri, né di scienza dell'uomo, se la guerra nucleare di tale scienza, civiltà, progresso e cultura fosse l'esperienza ultima.
Considerazioni Si può legittimamente affermare che, dopo la seconda guerra mondiale, qualche passo avanti è stato fatto nel campo delle leggi e degli usi di guerra rispetto a quelli che vigevano prima della seconda guerra mondiale e che regole molto valide sono state sancite soprattutto nel campo della protezione delle vittime della guerra. In modo particolare i progressi più significativi si sono avuti nel campo dell'acquisizione dei diritti dell' uomo, della salvaguardia della dignità della persona umana in tempo di guerra, della condanna del delitto di genocidio, nel campo della definizione e chiarificazione dei crimini di guerra, nel settore della protezione delle popolazioni civili e dei beni culturali. Per quanto si riferisce invece ai mezzi, metodi e strumenti di guerra si può dire che tutti i progressi del diritto dei conflitti armati riguardano essenzialmente gli armamenti convenzionali. L'Italia è sempre stata non solo presente ad ogni trattativa internazionale ma ha anche sempre, più o meno rapidamente, recepito i dettati internazionali, con la ratifica degli stessi, nella propria legislazione. È ovvio, che una legge dello Stato che riguarda il comportamento in guerra del combattente italiano, non appena è sancita essa entra automaticamente ed immediatamente nei programmi di formazione del personale militare per essere conosciuta ed applicata. Se ciò è vero per quanto riguarda gli studi militari ed i programmi militari degli istituti di formazione, specie dei Quadri, non è altrettanto vero per il sollecito ed immediato riscontro delle regole nelle pubblicazioni e nei regolamenti militari, che spesso tardano a venire. Un tipico esempio di ritardo è la pubblicazione dello Stato Maggiore dell'Esercito, relativa alla convenzione sulla prote-
260
ARTURO MARCHEGGIANO
zione dei beni culturali in caso di conflitto armato, cui si è fatto cenno nel corso della trattazione, che è stata emanata nel 1973, ben quindici anni dopo la ratifica del Governo italiano. Per quanto concerne le armi biologiche e chimiche l'Italia è uno Stato propulsore ed assertore convinto di una messa al bando di tali armi. A tal fine, con legge n. 618, dell'8 ottobre 1974, pubblicata sulla G.U. n . 316, del 16 dicembre 1974, essa ha ratificato la convenzione, firmata a Londra, Mosca e Washington il IO aprile 1972, che non solo vieta la «messa a punto, produzione e stoccaggio di armi batteriologiche (biologiche) o a base di tossine» ma che impone anche la loro distruzione . La stessa affermazione si può fare per le armi nucleari , dato che l'Italia ha ratificato: - con legge n. 1147, del 12 ottobre 1964 (G.U. n. 283, del 16 novembre 1964) il trattato di Mosca, del 5 agosto 1963, relativo alla «messa al bando degli esperimenti di armi nucleari nell'atmosfera, nello spazio extra atmosferico e negli spazi sottomarini; - con legge 28 gennaio 1970 (G.U. n. 72, del 21 marzo 1970), accettando completamente i «principi che regolano le attività degli Stati in materia di esplorazione e di utilizzazione dello spazio extra atmosferico, ivi compresa la luna e gli altri corpi celesti», che sono stati sanciti nel trattato di Londra, Mosca e Washington del 27 gennaio 1967; - con legge n . 131, del 24 aprile 1975 (G.U. n. 113 del 30 aprile 1975) il «trattato di non proliferazione delle armi nuclean», firmato a Londra, Mosca e Washington il 1° luglio 1968. In sintesi voglio affermare che, in ogni settore internazionale che riguarda il progresso della pace o il difficile percorso di un cammino arduo, quale è quello dell'effettivo progresso dei diritti dell'uc;,mo in pace ed in guerra e della «umanizzazione», se così si può dire, della guerra, l'Italia è sempre stata convinta assentrice dei principi di pace e di pacifiche relazioni tra i popoli, elemento traente in sede internazionale, un Paese che ha sempre recepito i dettati più civili, introducendoli nelle proprie leggi nazionali, il cui rispetto da parte dei cittadini è ovviamente obbligatorio, specie per cittadini in armi.
CAPITOLO NONO
CONSIDERAZIONI FINALI
/
Generalità - Le Lieber's Instructions e le regolamentazioni italiane precedenti. - Le regolamentazioni italiane dal 1863 al 1907. - Le regolamentazioni italiane relative alla t • guerra mondiale. - Le regolamentazioni italiane fino alla seconda guerra mondiale. - La legislazione italiana relativa alle leggi ed agli usi di guerra dalla fine della 2• guerra mondiale ai giorni nostri. - La legge sulle norme di principio ed il regolamento di disciplina militare. - Il dovere internazionale e nazionale relativo all'istruzione. - Conclusioni.
Generalità In questo capitolo le considerazioni riepilogative riguarderanno essenzialmente quella branca del diritto dei conflitti armati che concerne specificatamente le leggi e gli usi di guerra, in quanto mi riprometto, in altra sede, di trattare in modo più particolareggiato la protezione delle vittime della guerra. Anche in tale settore avremo modo di verificare, documenti alla mano, l'estrema civiltà delle norme emanate in Italia dagli Stati Maggiori responsabili e, di conseguenza, il correttissimo comportamento in guerra del nostro soldato. Ciò non toglie che, malgrado le norme, in ogni tempo e nelle forze armate di qualunque paese, abbiano prestato servizio dei criminali o degli irresponsabili e, quindi, anche nelle file dell'Esercito Italiano. Ma qualunque crimine il criminale isolato possa aver commesso, esso non è attribuibile ad un esercito o ad una forza armata, bensì e solo alla sua volontà criminale, punita peraltro dai nostri codici in modo sempre severo, adeguato ed esemplare. Con questo voglio dire, ad esempio, che nella prima guerra mondiale l'Italia può aver prodotto ed impiegato munizionamento chimico, per rispondere per legittima rappresaglia ad un attacco di gas da parte del nemico, ma che non ha mai prodotto mazze ferrate chio-
262
ARTURO MARCHEGGIANO
date, che hanno riportato l'uomo al medioevo, per finire a colpi di mazza un nemico già fuori combattimento perché stordito dai gas. Per il combattente italiano il rispetto del nemico fuori combattimento è sempre stato assoluto, ed in caso di violazioni del principio il nostro codice penale militare di guerra ha sempre punito il reato, il sopruso e la violenza gratuita. Con quale dignità e con quale senso dell'onore militare uno Stato, che è sempre il supremo responsabile delle armi e dei mezzi che fornisce al proprio combattente legittimo, così come delle norme di impiego del mezzo di guerra che fornisce, può fornire uno strumento di guerra come una mazza ferrata, per finire dei combattenti avversari colpiti dai gas e già fuori combattimento? Credo che debba costituire orgoglio nazionale il poter dire: «nella nostra storia queste cose non ci sono!» oppure anche «queste azioni il soldato italiano non le fa e non le ha mai fatte!». Un'altra precisazione desidero fare in premessa, che riguarda l'abuso frequente del bruttissimo termine «regolamentazione», con il quale intenderò, generalmente, il complesso delle leggi, dei codici militari di pace e di guerra ed i veri e propri regolamenti di servizio in guerra, che dettano e riportano le norme relative al comportamento dei combattenti legittimi del nostro Paese.
Le Lieber's Instructions e le regolamentazioni italiane precedenti Internazionalmente è riconosciuto alle Lieber's Instructions del 1863 il fatto di essere stata la prima legge nazionale di uno Stato, organica dal punto di vista non solo della riunione di norme di comportamento del combattente in guerra, ma anche come sintesi delle leggi e degli usi di guerra internazionalmente accettati, per consolidata tradizione, dagli eserciti dei paesi civili. La traduzione riportata in appendice è quella del Sandonà del 1870, di solo sette anni dopo. Vuol dire che il mondo universitario italiano, «l'intellighentia» e la cultura italiana, non solo guardavano ai fatti di casa nostra, cioè di una Italia appena unificata ed in piena crisi di assestamento, ma che anche erano molto aperti a tutto . quello che nel mondo si chiamasse umanizzazione, progresso della civiltà, avanzamento nel campo del diritto delle genti e di quelli che oggi si chiamerebbero i diritti dell'uomo in generale. L'opera del Sandonà, che è molto cospicua, deve aver richiesto
CONS1DERAZl0Nl FINALI
/
263
per l'elaborazione e la stampa almeno tre, quattro anni di tempo, di lavoro e di fatica; ciò dimostra che ancora prima della pubblicazione dell'opera il mondo universitario italiano di tale materia si occupava e si interessava con profondità ed attenzione, paragonando le norme estere a quelle nazionali, attento e pronto a recepire come a dare l'apporto ed il contributo della propria millenaria civiltà. L'aver invece verificato che, in fondo, nessuna norma delle Lieber's Instructions suonasse nuova, né per le leggi italiane del tempo né per i regolamenti, riguardanti il servizio in guerra del combattente italiano è, a mio avviso, molto confortante. La massa delle norme era già sancita e codificata nel regolamento albertino del 1833 e nel codice penale militare di guerra del 1840. È molto bello vedere sanciti nei nostri regolamenti principi sacrosanti, come quelli che affermano la non liceità dell'uso indiscriminato della violenza da parte del legittimo combattente, fermo restando il fatto che l'obiettivo è il nemico nei suoi fattori di potenza, cioè nelle forze armate, nelle armi e nei mezzi, e non certo nelle popolazioni civili inermi. Il nostro codice penale militare del 1840 puniva severissamente (con la morte, con i lavori forzati, con la reclusione militare) la violenza gratuita, il sopruso sull'abitante nemico inerme, l'incendio di case non reso necessario dalle esigenze militari, la devastazione, l'omicidio, la violenza o la mutilazione degli abitanti dei territori metropolitani ed occupati (civilissimamente, senza distinguere tra civili nazionali e gli altri). Analogamente durissime pene punivano lo stupro, il ratto, la libidine, il furto , la truffa, la frode, l'abuso di autorità a danno delle popolazioni ed erano protetti gli ospedali, i luoghi di culto, gli istituti di beneficienza, e così via. Può far ridere lo zelo del Sovrano, che pone sotto sua speciale personale protezione «i monasteri religiosi e le case destinate ali' abitazione di vedove o di figlie in educazione» minacciando «la morte passando per le armi» a chi vi si «introduca insidiosamente», o, peggio ancora, <<attentasse alla vita o all'onestà delle persone che vi si sono ritirate» . Manca solo che minacci anche l'anatema! Però siamo nel 1840, ventitre anni prima delle Lieber's Instructions, ed il Sovrano voleva essere sicuro che una soldataglia, ebbra di vittoria, non si abbandonasse a squalificanti eccessi, che avrebbero macchiato la dignità del suo Esercito. Però il sorriso
264
ARTURO MARCHEGGIA NO
scompare immediatamente dalle labbra se si pensa al significato che, dopo il 1944, ha avuto in Italia il verbo «marocchinare», per le donne della provincia di Frosinone, dopo la vittoriosa battaglia alleata di Montecassino . Tale verbo non esisteva nella nostra lingua e spero che scompaia per sempre da qualunque vocabolario o gergo di guerra. È molto consolante che il codice del 1840, poi sempre confermato nei dettati dei codici successivi, punisse con la pena di morte il soldato che, in paese nemico, appiccasse fuoco ad una casa o altro edificio senza ordine superiore e senza necessità per la propria difesa e che punisse con la morte infamante, e cioè con la fucilazione alla schiena, l'autore o l'istigatore di un saccheggio ed il fatto che l'ufficiale che cogliesse sul fatto un militare a saccheggiare i beni degli abitanti potesse anche ucciderlo sul posto, per dare un esempio. È spiritualmente molto bello perché consente di affermare con la dovuta fierezza: così combattevano e si comportavano i nostri Padri, queste sono le tradizioni del combattente italiano.
L'affermazione che si può fare in modo legittimo, dopo l'escursus che è stato fatto sui regolamenti nazionali, con capillare e scrupolosa verifica dei dettati delle norme, è una conclusione molto valida ed appagante: non solo ai tempi delle Lieber's Instructions la cultura italiana universitaria e militare era assolutamente pronta e preparata a recepirne e discuterne i principi umanitari, ma già nel 1863 tutte le norme umanitarie, che le Lieber's Instructions sancivano per l'Esercito degli Stati Uniti, erano già non solo norma corrente e pratica d'uso del combattente legittimo dell'Esercito italiano, ma regole sancite dai regolamenti militari e vincolative per il combattente, che veniva punito severamente dalla legge dello Stato in caso di violazioni.
Le regolamentazioni italiane dal 1863 al 1907 A questo travagliato periodo, che va dal 1863 al 1907, s1 e fatto cenno nel capitolo II e nel capitolo V; è un periodo che vede piano piano entrare nelle regolamentazioni nazionali degli stati più civili del mondo norme di comportamento del combattente di indirizzo umanitario, con gravi preoccupazioni dei governi in tale introduzione vincolativa, per il timore della non reciprocità di comportamento da parte del possibile avversario. È il periodo in cui
CONSIDERAZIONI FINALI
265
il bisogno di avere una regolamentazione vincolativa internazionale diventa prima impellente per poi affermarsi in modo definitivo. In questo periodo l'Italia è decisamente uno Stato traente, sia per quanto l'Italia introduce nelle norme nazionali, sia per quanto essa è presente ed attiva in sede internazionale per spingere gli stati ad una codificazione internazionale e, di conseguenza, ad una sanzione valevole per tutti gli stati, dei civilissimi dettati dei propri regolamenti. I segni di questa iniziativa e di questa promozionale attività internazionale, specchio delle millenarie tradizioni del nostro popolo, sono veramente tanti ed è giusto che siano ricordati come fatti illuminanti, anche se se ne è fatto cenno in sede di trattazione. I segni sono sterili, se consistono in dichiarazioni internazionali roboanti da parte di politici; essi invece diventano segni concreti, di volontà politica e di popolo, quando si traducono in dettati di legge, in regolamenti nazionali che escono silenziosamente, senza rumore o senza propagande mistificanti, ad imporre ai propri combattenti norme di umanità e di coscienza nell'uso della violenza e di norme di rispetto degli inermi e dell'altro uomo in generale, anche nemico, e pur nell'orrore della guerra. Di conseguenza, piuttosto che all'attività internazionale in questo settore della politica e della diplomazia italiana, come ad esempio la notevole opera propulsiva volta allo sviluppo della Convenzione di Ginevra relativa alla protezione dei feriti e dei malati delle for,ze armate in campagna e sul mare, desidero fare riferimento ai regolamenti ed ai Codici militari, essendo questi fatti concreti ed incontrovertibili, sia per le date, sia per i contenuti. Dell'attività internazionale si può dire una sola cosa e, anche questa con orgoglio: nessuna attività internazionale, che fosse promozionale dal punto di vista del progresso dei diritti umani, del diritto delle genti e del progresso in generale del diritto dei conflitti armati, ha visto l'Italia assente o in posizione subalterna. Le leggi e le regolamentazioni italiane nello specifico settore, che dimostrano, senza alcuna possibilità di dubbio, il ruolo dell'Italia ed il suo primato in sede internazionale nella volontà di umanizzare la guerra sono in questa fase molteplici. Il documento principe, tra gli altri, veramente primo anche in ordine cronologico ed in ordine di importanza, è lo stupendo codice penale militare del 1869. Era veramente giusta l'affermazione del Saredo, che esso era «il più liberale ed il più progressivo
266
ARTURO MARCHEGGIANO
d'Europa»; essendo ispirato «dai principi più sani del diritto penale e del diritto delle genti». È stato il codice più longevo del mondo, essen'do durato, così come era, fino al 1941. È stato l'unico codice penale militare del mondo a non dover subire alcuna modifica, dopo le convenzioni internazionali del 1899 e del 1907, in quanto esso era l'unico che stabiliva già giuste e severe sanzioni per ogni tipo di crimine di guerra, sancito dalle convenzioni internazionali. E la massa dei suoi dettati risaliva al codice del 1859, di quattro anni anteriore alle Lieber's Instructions. II secondo documento, altrettanto illuminante, che fa altrettanto onore aJl'Esercito Italiano ed al suo combattente, è il «Regolamento di Servizio in Guerra» del 1881-82. Questo Regolamento non solo ha un premio, di cui si è ampiamente trattato nel ca~ pitolo V, che non ha purtroppo riscontri in altri regolamenti militari, né nazionali né esteri, allo stesso livello di umanità, ma anche ha la particolarità di avere recepito, in toto e per primo nel mondo, i dettati del Manuale di Oxford del 1880. I sogni' dei giuristi internazionali del 1880 diventavano realtà italiana e solo italiana nel 1882. Lo Stato Maggiore italiano, che nel 1881 aveva già pronta la regolamentazione, che dettava le istruzioni di comportamento in guerra per le truppe, ha avuto il coraggio di ritardare la pubblicazione del regolamento per più di un anno (infatti, nel 1881 è stata promulgata solo la parte logistica del regolamento) per poter recepire nella propria regolamentazione per il tempo di guerra, le norme di diritto delle genti più avanzate dell'epoca, che erano state stabilite in sede internazionale ad Oxford. Questo primato mondiale italiano, mi sembra che debba essere sottolineato molto di più dei tanti primati che l'Italia dell'epoca coglieva in tantissimi settori della scienza e della tecnica. Io credo molto nei primati nel campo della crescita umana; questo primato non è mai stato né scoperto né sottolineato adeguatamente da nessuno e, a mio modesto avviso, dovrebbe essere insegnato nelle scuole ' fin dalle elementari. Sono questi, a· mio avviso i valori veri della civiltà del nostro popolo, che occorre tramandare ai cittadini italiani del futuro. Sono questi i primati che contano, perché sono connessi alla natura stessa dei popoli e sono il contributo vero che i popoli portano con loro stessi entrando, ad esempio, in una co.munità internazionale, come potrebbe essere una comunità europea, al di fuori degli interessi dei mercanti, anche se gli stessi so, no anche essi importanti. Questo regolamento, ed il successivo del
CONSIDERAZIONI F INALI
267
1892-96, sono quei regolamenti militari che potevano continuare a sussitere come tali anche dopo le convenzioni internazionali del 1899 e del 1907, senza alcuna modifica, poiché avevano già anticipato e recepito i dettati internazionalmente accettati. Il terzo punto di onore, anch'esso emblematico, è quello che nel capitolo V ho indicato come una curiosità molto significativa». È, a mio avviso, molto illuminante della sensibilità e della realtà italiana del1' epoca, che un regolamento edito nel 1900, portasse in allegato il testo di una convenzione internazionale conclusa a Ginevra il 6 luglio del 1906. ln realtà l'istruzione originale («Istruzione sul servizio dei portaferiti in guerra», del 5 settembre 1900) recepiva nel testo molte varianti, alle quali si pensava di poter giungere in sede internazionale, e riportava in allegato il testo della convenzione di Ginevra del 1864. Con una così detta «serie di aggiunte e varianti» del dicembre 1906, lo Stato Maggiore sostituiva il testo della convenzione del 1864 con il testo della convenzione del 1906. Ciò era fatto «motu proprio» dallo Stato maggiore dell'Esercito, che anticipava di qualche mese la ratifica internazionale della nuova Convenzione da parte dell'Italia, a mio avviso non in modo legittimo, in quanto, per essere a posto con la legge, lo Stato Maggiore avrebbe dovuto per correttezza aspettare la ratifica della convenzione da parte del Governo italiano. A parte le disquisizioni possibili sulla correttezza e sulla legittimità dell'operato dello Stato maggiore dell'epoca, a mio parere forse discutibili, questa anomalia indica essenzialmente due cose: - in primo luogo, la g,::ande e tradizionale apertura dell'ambiente militare dell'epoca a qualunque istanza che fosse rivolta alla umanizzazione della guerra. È indice anche della premura con cui l' impegno dell'Italia, preso in sede internazionale con la sola firma di una convenzione, era immediatamente onorato e sancito in un regolamento vincolativo per il combattente italiano, del cui addestramento lo Stato Maggiore si sentiva responsabile in prima persona. È indice anche di come lo Stato Maggiore disponesse di esperti veri e qualificati nello specifico settore, attenti ed immediata_mente ricettivi a qualunque nuova norma li riguardasse direttamente, come professionisti delle armi; - in secondo luogo, dimostra la grande autonomia dello Stato Maggiore italiano di allora, che poteva permettersi di rece-
268
ARTURO MARCHEGGIANO
pire una norma internazionale, non ancora ratificata dall'Italia, farla propria e renderla esecutiva come regola per il proprio combattente in modo completamente autonomo.
Le regolamentazioni italiane relative alla prima guerra mondiale In sede internazionale per molti stati, anche per molti dei cosiddetti stati civili dell'Europa, si è considerata come scusante valida di molte azioni di guerra illecite, proclamate come tali dalle convenzioni e dagli accordi internazionali del 1899 e, soprattutto, del 1907, il fatto che troppo poco tempo era trascorso dal 1910, anno di entrata in vigore delle convenzioni dell'Aja del 1907, e l'inizio della guerra del 1914. Si disse che tali norme erano troppo avanzate per i tempi, si parlò di tempi non ancora maturi e di cento altre giustificazioni non tutte molto corrette, per giustificare comporlamenti altrettanto poço corretti, o decisamente illeciti o delittuosi, come ad esempio l'impiego dei gas e delle armi chimiche in generale. Si può anche sostenere, forse legittimamente, che tali armi, in senso stretto, non erano ancora armi proibite dalle convenzioni internazionali (1), ma ciò è molto artificioso, se si pensa al dettato dell'art. 23 del Regolamento allegato alla IV Convenzione dell' Aja del 1907 («leggi ed usi della guerra terrestre») per il quale era «segnatamente vietato ... impiegare armi, proiettili o materie atte a causare mali superflui». E tutti gli aggressivi, ad esempio vescicanti, davano solo ed esclusivamente dei mali superflui. Il guaio era che il binomio mitragliatrice reticolato era nella realtà una barriera impenetrabile per le fanterie, specie quando era opportunamente integrato dalla fortificazione campale o permanente, e cioè legato intimamente alla trincea. Inoltre è da considerare che il dettato del 1907, appena citato, era identico a quello della convenzione del 1899 e, di conseguenza, il tempo a disposizione degli stati per adeguare le proprie norme e regolamentazioni era in effetti un tempo di 15 anni e non di soli quattro anni, come si vorrebbe fare credere. Né, evidentemente, tutte le colpe potevano risalire al Kaiser Guglielmo Il. In sostanza scuse più o meno banali, molto meno reali di quanto (1) Esisteva tuttavia la dichiarazione dell'Aja del 1899 che interdiceva l'uso di proietti destinati a sviluppare gas asfissianti o tossici.
CONSIDERAZIONI FINALI
269
si volesse fare apparire in ambito internazionale o di quanto si facesse finta di accettare, hanno guidato il progresso della barbarie nella prima guerra mondiale. Ma se questa è stata la realtà della guerra, vista nel suo complesso, non bisogna fare di tutta l'erba un fascio ed in particolare va tirato fuori completamente il comportamento dell'Esercito italiano. L'Italia, anche se fu uno dei pochi Paesi firmatari delle Convenzioni del 1907 che non ha mai ratificato le convenzioni stesse, fu l'unico Paese ad averle completamente recepite nelle proprie regolamentazioni, come si è visto nel capitolo VI, trattando delle pubblicazioni relative al Servizio in guerra del 1912 e del 1915. All'obbligo internazionale della diffusione dei testi delle convenzioni tra i membri delle forze armate, l'Italia, unico paese al mondo che possa dire altrettanto, diffuse i testi delle convenzioni in ben tre pubblicazioni ufficiali del Ministero della Difesa, come si è documentato. Il codice penale militare impiegato in guerra era il vecchio codice del 1869, ma si trattava di un codice perfettamente all'altezza dei tempi e del1e leggi e degli usi di guerra internazionalmente riconosciuti dalle convenzioni. Si è anche dimostrato come non fosse necessario, almeno per le leggi e gli usi della guerra terrestre, ratificare le convenzioni del 1907 che avevano dettati identici, salvo modifiche di poco rilievo, al testo della convenzione del 1899 che l'Italia, non solo aveva ratificato ed introdotto nei propri regolamenti, ma che aveva addirittura anticipato, fin dal 1882, con l'introduzione del manuale di Oxford nel proprio regolamento di servizio in guerra. Nel complesso l'esame dei regolamenti riguardanti il servizio in guerra del 1912 e del 1915 e le ben tre pubblicazioni emanate dal 1907 al 1915, sui dettati delle convenzioni internazionali relative alle leggi ed agli usi di guerra, consentono di affermare che l'Italia fu uno dei pochissimi stati ad entrare nella così detta grande guerra, con una regolamentazione avanzatissima e che aveva completamente recepito gli accordi internazionali di carattere umanitario. In sintesi anche nella prima guerra mondiale l'Italia fu l'unica al mondo ad onorare, in modo cospicuo (ben tre pubblicazioni ufficiali) gli impegni internazionali che le derivavano nel campo della diffusione delle convenzioni nelle proprie forze armate, anche se tali Convenzioni non aveva ratificato, ed a presentarsi con una regolamentazione di guerra di decisissima avanguardia, per quanto riguarda i dettami applicativi.
270
ARTURO MARCHEGGIANO
Le regolamentazioni italiane fino alla seconda guerra mondiale Se dal punto di vista dell'acquisizione internazionale di nuove regole umanitarie il periodo tra le due guerre mondiali è stato un periodo veramente povero, a parte il Protocollo di Ginevra del 1925, relativo alla proibizione delle armi chimiche, lo stesso periodo ha visto in Italia una vera fioritura di leggi e di regolamenti, che hanno riportato il nostro Paese in una posizione mondiale di assoluta preminenza nel campo del diritto dei conflitti armati, alla vigilia ed all'inizio della seconda guerra mondiale. I documenti che pongono l'Italia in una situazione di eccellenza in campo mondiale, nel settore dell'emanazione di norme umanitarie da applicare in caso di conflitto armato, sono almeno quattro: la legge di guerra del 1938, la raccolta delle convenzioni internazionali del 1938, i regolamenti di servizio in guerra del 1940, i codici penali militari del 1941. Con tali leggi e regolamenti l'Italia non solo recepiva completamente tutte le norme internazionalmente acquisite, in tale settore, e quindi anche le famose convenzioni non ratificate del 1907, ma aggiungeva a tali norme, come si è visto esaminandole, dettati molto civili e vincolanti per il proprio personale militare, che non hanno riscontro nelle convenzioni internazionali dell'epoca. Talune norme precorrono addirittura le Convenzioni di Ginevra del 1949, altre prescrizioni sono ancora oggi in assoluto le più civili del mondo ed ancora non sono ufficialmente sancite e riconosciute in ambito internazionale. Perché queste affermazioni non restino nel vago, anche se di feriti di ammalati e di naufraghi e di prigionieri di guerra si tratterà in modo specifico in un altro volume, dedicato alla protezione delle vittime della guerra, desidero dare almeno un esempio illuminante di queste due affermazioni. La nostra legge di guerra tratta della possibile creazione di speciali zone protette, e cioè delle zone sanitarie e di sicurezza per i feriti e gli ammalati e per le popolazioni civili, che sono state introdotte nelle regole internazionali solo con le Convenzioni di Ginevra del 1949. L'altro esempio, relativo al trattamento dei prigionieri di guerra, lo ho citato anche nella premessa del presente volume. Fa, forse, sorridere il fatto che un regolamento del 1941, edito in pieno tempo di guerra, possa prescrivere il divieto assoluto per i militari italiani, di scorta ai convogli ferroviari, di portare i prigionieri di guer-
CONSIDERAZIONI FINALI
271
ra a mangiare e bere nelle trattorie viciniori alle stazioni ferroviarie, durante le lunghe fermate delle tradotte, certo è, però, che l'Esercito Italiano non ha mai tradotto combattenti legittimi avversari in carri bestiame piombati, senza acqua e servizi igienici verso i campi di prigionia. Le nostre norme, ancora oggi valide e che risalgono al 1941 , consentono il trasferimento dei prigionieri di guerra, su loro domanda, non solo per riunire in unico campo di prigionia quei prigionieri che siano parenti, ma anche per motivi di salute o di opportunità, qualora un prigioniero si trovasse male in un campo a causa dei propri compagni di prigionia. Queste regole umanitarie, che per noi sono norma da quasi cinquanta anni, ancora non sono entrate a chiare lettere nelle convenzioni internazionali. Anche i codici penali militari, di pace e di guerra, del 1941 sono dei codici veramente ottimi in valore assoluto. Essi tengono conto non solo delle molteplici esperienze di guerra italiane del1'ultimo secolo, ma anche si propongono come esempio ùi codici corretti, per poter addivenire addirittura ad una codificazione internazionale delle sanzioni per i crimini di guerra internazionalmente riconosciuti ad eccezione della presa di ostaggi, dato che, nel tempo in cui sono stati redatti, la presa di ostaggi era un atto lecito ed internazionalmente ammesso, anche se per l'Italia si trattava di una evenienza eventuale. Le leggi e gli usi di guerra, allegati al regolamento di «Servizio in guerra» del I 940, e che sono riportati in appendice, sono un tipico esempio della totale correttezza italiana in questo delicatissimo settore, che, nelle tradizioni di comportamento delle forze armate italiane, e quindi dei combattenti legittimi nazionali, è sempre stato un settore privilegiato. Il comportamento in guerra dei comandanti e dei gregari è stato di conseguenza la risultante di tali norme umanitarie e di queste nobilissime tradizioni di tutte e tre le nostre Forze armate. Gli esempi di eroico comportamento in campo umanitario sono troppi, né avrebbe senso citarli. Per dare un cenno per ogni foq:a armata di fatti e di scelte individuali che sono quelle che, a mio avviso, maggiormente qualificano la dignità dell'uomo soldato nel campo dell'onore militare, citerò senza fare nomi volutamente: il sacrificio del brigadiere dei Carabinieri che si offre volontario per morire al posto degli ostaggi civili; il comandante dell'aereo da bombardamento colpito, che non si lancia col paraca-
272
ARTURO MARCHEGGIANO
dute in territorio nemico per guidare l 'aereo mentre precipita, perché non si schianti sulle case della popolazione civile nemica; il comandante del sommergibile in Atlantico che, dopo aver affondato un mercantile, emerge e traina per giorni i naufraghi fino a salvarli, mettendo a repentaglio se stesso, la propria nave, l'equipaggio e l'assolvimento del compito. Chi compie queste azioni, nella logica della guerra, probabilmente andrebbe processato e, forse, è anche un cattivo comandante: se si vuole, l'etica vorrebbe al primo posto, nel comportamento di un Comandante in guerra, l'assolvimento del compito e l'incolumità dell'equipaggio o degli uomini che gli sono affidati, senza correre rischi inutili . Ma questi episodi, tipicamente italiani, sono anche episodi che indicano che i militari del nostro popolo, oltre al professionismo e alla pratica della grammatica, che è il regolamento, usano spesso quel grande meraviglioso motore dell'umanità che dovrebbe essere il cuore. Ed è cuore di soldato.
La legislazione italiana relativa alle leggi ed agli usi di guerra dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri Oggi viviamo in uno Stato che è tra i più liberi del mondo, con una Costituzione che rifiuta la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e che abbiamo già approfondito sotto l'ottica del continuo progredire nel campo dell'applicazione delle norme internazionali, che riguardano il rispetto del diritto dei conflitti armati. Sotto l'o ttica del progresso lungo un cammino che prosegue nella via di una tradizione italiana assolutamente costante, verificata puntualmente, controllata minuziosamente, nei documenti che attestano le pietre miliari di questa via percorsa, che non ha flessioni o significativi cedimenti storici te mporanei, neppure all'atto delle guerre, non ci può meravigliare il fatto che anche nel secondo dopoguerra l'Italia sia sempre stata una nazione traente nel campo del progresso del diritto dei conflitti armati e del diritto umanitario in generale. Possiamo affermare, con consapevole fierezza, che qualunque accordo internazionale volto alla umanizzazione della guerra ed a dettare norme di comportamento umanitario dei combattenti in guerra, è stato sempre elaborato con la collaborazione dell'Italia
CONSIDERAZIONI FINALI
273
{e, in tale settore, spesso anche il dissenso, o il rifiuto, o la riserva di accettare determinate norme, specie se sono confuse, possono costituire un notevolissimo contributo di pensiero!) e che tutte le convenzioni ed i protocolli aggiuntivi alle stesse sono stati sostanzialmente accolti nella legislazione italiana e sono leggi dello Stato a tutti gli effetti. A questa ottima attività italiana in sede internazionale però non sempre fa riscontro una conseguente attività interna volta all'applicazione pratica di queste civilissime leggi che, se non applicate, restano delle pure e semplici enunciazioni di principio. Il riconoscimento del principio internazionale viene spesso promosso dall'Italia; quando non viene promosso dall'Italia esso è riconosciuto valido ed accettato; con la ratifica in sede internazionale esso diventa legge dello Stato: a questo punto, per correttezza, non può diventare una legge disattesa. Se così fosse l'Italia sarebbe molto lontana dall'essere in linea con la propria Costituzione e la Costituzione stessa sarebbe vanificata. Un popolo è libero veramente non solo quando liberamente sceglie le proprie leggi ma soprattutto quando, dopo averle scelte, le applica in modo coerente ed uguale per tutti. Mi rendo conto che esprimendomi in questo modo dico tante cose e nello stesso tempo non dico nulla e, perciò, per meglio chiarire quello che voglio dire, preferisco spiegarmi con un esempio, anche se potrei farne tantissimi. È possibile che l'Italia, nella quale si trova la massima concentrazione mondiale di beni culturali, non abbia nessun bene culturale iscritto nel «Registro Internazionale dei Beni Culturali sotto Protezione Speciale»? Ciò si verifica malgrado l'esistenza di un Comitato Internazionale per la salvaguardia di Venezia, che vuole in caso di guerra, preservare questa città facendone una «città aperta». L'Italia, a suo tempo, all'atto della firma della convenzione del 1954, aveva manifestato l'intenzione di iscriver e nel Registro Internazionale otto grandi beni culturali e centri monumentali, sui quali sarebbe stato possibile concentrare una grande quantità di opere d'arte, al fine di preservarle per l'umanità dagli effetti della guerra. Tali centri monumentali erano stati indicati in Venezia, Vicenza, il centro storico di Firenze, Roma entro le mura aureliane, Siena, Assisi, Caserta e Monreale. Tutto sembrerebbe perfetto ma dal 1958, data della ratifica della convenzione, ad oggi che cosa è stato fatto per dare applica-
274
ARTURO MARCHEGGIA NO
zione a questa legge ed a questo intendimento dello Stato manifestato in sede internazionale? È possibile che direttori di museo possano non conoscere la segnaletica internazionale di protezione dei beni culturali e che, per il caso deprecato di una guerra, che speriamo non ci sia mai, non approntino fin dal tempo di pace tale segnaletica? La segnaletica a me sembra assolutamente necessaria, in quanto per un corretto combattente legittimo avversario mentre una chiesa è sempre molto evidente, e di conseguenza la segnaletica sarebbe superflua, altrettanto non si può dire per un museo, che, spesso, è sistemato in infrastrutture nuove e moderne, per cui potrebbe sfuggire. Tra le località indicate, che non si possono legittimamente iscrivere nel Registro Internazionale (ed ecco il motivo vero per il quale esse non sono iscritte!) in quanto mancano dei requisiti necessari, che sono il non uso a fini militari e la lontananza sufficiente da obiettivi militari, prendiamone una a caso: ad esempio Caserta. Non vi è dubbio che la reggia di Caserta si presti ad un grandissimo concentramento di opere d'arte. Ma tali opere d'arte non saranno protette fino a quando la reggia non sarà evacuata dagli obiettivi militari, legittimamente colpibili da qualunque ipotetico avversario, che insistono nell'area della reggia. Tali obiettivi militari legittimamente colpibili, che effettivamente esistono, tra l'altro, fanno perdere il diritto all'immunità dell'Ospedale Militare di Caserta, che è sistemato nell'area della reggia. In caso di guerra un nemico che colpisca la reggia e, con essa, anche l'ospedale, anche se questo disponesse delle appropriate segnalazioni internazionali previste, non commetterebbe certamente illecito, né in sede internazionale né secondo le nostre leggi. Ne discende l'esigenza di un dialogo tra autorità civili e militari, a livello di esperti che, fin dal tempo di pace affrontino questi delicatissimi problemi e trovino delle soluzioni. Ciò va evidentemente promosso da tutti i Ministeri competenti che sono tanti, dalla Difesa, alJ'Interno, alla Pubblica Istruzione, ai Beni CulturalÌ. Di esempi se ne potrebbero fare mille. Oggi, forse, solo Assisi e Monreale sono nelle condizioni di poter legittimamente entrare nel Registro Internazionale, che ho appena ricordato, e per farlo non è scritto in nessun posto che si debba aspettare una guerra! In sintesi si può dire che siamo in situazione di decisa avanguardia nel settore del recepimento delle norme internazionali riguardanti le leggi e gli usi di guerra, che, come è nelle nostre tra-
CONSIDERAZIONI FINALI
275
dizioni, le civilissime leggi dello Stato italiano hanno accolto, con la sollecitudine di sempre, i dettati internazionali più civili ed umanitari, ma che molto resta ancora da fare, specie sul piano interno, per acquisire una coscienza pubblica, alla formazione della quale, peraltro, le forze armate possono contribuire in modo consistente. Ma, ovviamente, non possono essere le sole a farlo. Occorre bandire qualunque pressapochismo ed affrontare i problemi in modo realistico con dibattito a livello di professionisti qualificati. Questo sembra dire la strada del dovere e mi sembra che lo dica per tutti anche se, talvolta, mi sembra di essere il povero, isolato ed emarginato Don Chisciotte, che combatte contro i mulini a vento. Mi sembra un dovere che sia a noi assolutamente imposto dalla nostra storia.
La legge sulle norme di principio ed il regolamento di disciplina militare
Nelle nostre forze armate era molto sentita l'esigenza di una legge, come la legge n. 382, dell' 11 luglio 1978, che dettasse le «norme di principio sulla disciplina militare». Anch'essa è una legge tipicamente italiana che non ha riscontro in altri Stati ed è nella storia, una novità dell'Italia repubblicana, dato che non aveva dei precedenti storici. Prima di tale legge i regolamenti di disciplina erano tali e basta e non erano inquadrati e discendenti da una legge di norme di principio. Per quanto riguarda le leggi e gli usi di guerra da applicare da parte dei militari, come legittimi combattenti dello Stato, cioè come agenti dello Stato addestrati e preparati per esercitare la violenza in guerra, cioè le azioni belliche in nome dello Stato, gli articoli di interesse sono, a mio avviso, pochi ma di grande chiarezza ed efficacia. Forse qualche articolo in più con maggiori specificazioni sarebbe stato opportuno, ma una legge che detti «norme di principio» non può che dare soltanto delle grandi linee maestre. L'art. 1 sancisce che «le Forze armate sono al servizio della Repubblica; il loro ordinamento e la loro attività si ispirano ai principi costituzionali». Il compito è quello di assicurare la difesa della Patria, in conformità al giuramento prestato ed in obbedienza agli ordini ricevuti, e di «concorrere alla salvaguardia delle libere istituzioni ed al bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità».
276
ARTURO MARCHEGGIANO
È ovvio che tale concorso al bene della collettività nazionale, in caso di pubbliche calamità, riguarda sia il tempo di pace, sia il tempo di guerra, nel quale, peraltro, è sempre prioritario il compito della difesa della Patria. In ciò non vi è nulla di nuovo rispetto a quanto si faceva in precedenza, dato che le forze armate, ed in particolare l'Esercito, anche in territorio occupato, e, quindi, in presenza di popolazioni potenzialmente ostili o nemiche, ha sempre avuto, per le civilissime leggi del nostro Stato, precisi compiti ed obblighi nel campo del soccorso delle popolazioni. La formula del giuramento del militare, riportata nell'art. 2, «giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservare la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni», toglie quello che, tradizionalmente, era lo specifico riferimento al Capo Supremo delle Forze Armate, rappresentato, secondo le epoche, dal Re o dal Presidente della Repubblica. Però il riferimento all'osservanza delle leggi è chiarissimo ed inequivocabile e chiaramente comprensivo delle leggi di guerra e delle disposizioni che riguardano specificatamente il tempo di guerra. Tutti i doveri che lo «stato militare» comporta, e quindi il corretto comportamento, secondo le leggi dello Stato, del combattente legittimo in tempo di guerra sono altrettanti obblighi che, per giuramento, si devono adempiere «con disciplina ed onore», dove l'onore è una caratteristica essenziale, assolutamente connaturata, instillata fin dai primi rudimenti dell'istruzione militare e che, per i militari, nei secoli e nelle tradizioni, ha sempre avuto un peso veramente rilevante, talvolta anche più della disciplina. Il fondamento dei doveri del militare è nell'assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane (art. 4). Anche questo dato di assoluta fedeltà alle istituzioni dello Stato è un dato assolutamente tradizionale per le Forze Armate italiane, e per l'Esercito in particolare, che nella sua storia non ha mai avuto delle tradizioni ad esempio golpiste. Il soldato italiano, per tradizione, è sempre andato a fare il proprio dovere e ad assolvere il compito che gli era stato affidato dal legittimo Governo dello Stato, sempre senza devianze e sempre facendo del proprio meglio, in relazione ai mezzi di guerra di cui lo Stato lo aveva fornito. La pari dignità di tutti i militari nei rapporti personali deve essere sempre garantita (art. 4) e questa è un'altra delle grandi tradizioni delle nostre Forze Armate.
277
CONSIDERAZIONI FINALI
STATO
MAGGIORE
DELLA
I Rc:pano - Ufficio Addestramento
e
DIFESA
Regolamenti
SMD - G - 002
REGOLAMENTO
DI DISCIPLINA MILITARE
CON APPENDICE DI LEGGI USUALI IN MATERIA DISCIPLINARE
• Roma, 1986
278
ARTURO MARCHEGGJANO
Le norme di principio precisano molto bene (art. 4) che «gli ordini devono, conformemente alle norme in vigore, attenere alla disciplina, riguardare il servizio e non eccedere i compiti di istituto. Il militare al quale viene impartito un ordine manifestamente rivolto contro le istituzioni dello Stato, o la cui esecuzione costituisce comunque manifestamente reato, ha il dovere di non ese-
guire l'ordine e di informare al più presto i superiori». Questo dettato di legge è un dettato molto raro nelle istruzioni degli altri Paesi ed è dettato che si potrebbe dire per noi tradizionale, anche se non così esplicito come è oggi nella legge, in quanto da sempre per il soldato italiano il commettere un crimine di guerra, anche se ordinato dai superiori, ha comportato una responsabilità individua/e, che ha riscontro a chiarissime lettere anche nella Costituzione. L'obbligo dell'uniforme, cioè del segno distintivo, fisso, per il militare italiano è obbligo assoluto, tradizionale, quando il militare è in attività di servizio e quando, essendo in servizio, agisce come militare (art. 5). Il Regolamento di disciplina militare, che avrebbe dovuto vedere la luce entro sei mesi dalla promulgazione della legge, ha vissuto una elaborazione più lunga e travagliata, è stato emanato più volte in edizione provvisoria, per essere definitivamente approvato con D.P.R. n. 545, del 18 luglio 1986, nella sua edizione definitiva. Di tale regolamento meritano un cenno gli articoli che hanno attinenza al rispetto delle leggi e degli usi di guerra che sono legge per lo Stato italiano e che, come tali, per giuramento del militare devono essere osservati. I Tn particolare «la disciplina del militare è l'osservanza consapevole delle norme attinenti allo stato di militare in relazione ai compiti istituzionali delle Forze armate ed a11e esigenze che ne derivano». (art. 2.1). È evidente che una osservanza consapevole può solo derivare da un'esatta conoscenza di norme e di legge, di cui il militare deve essere edotto da un corretto addestramento. Anche perché (art. 2.3) «nella disciplina tutti sono uguali di fronte al dovere ed al pericolo». Non deve trarre in inganno il fatto che «l'obbedienza consiste nella esecuzione pronta, rispettosa e leale degli ordini attinenti al servizio ed alla disciplina, in conformità al giuramento prestato» (art. 5.1), in quanto «il militare al quale venga impartito un ordine manifestamente rivolto contro le istituzioni dello Stato o la cui
CONSIDERAZIONI FINALI
/
279
esecuzione costituisce comunque manifestamente reato, ha il dovere di non eseguire l'ordine ed informare al più presto i superiori» (art. 25.2). Ciò, a mio avviso, ribadisce ulteriormente e rafforza, soprattutto nella civiltà, l'uguaglianza di tutti i militari di fronte al dovere e nella disciplina (art. 2.3), che deve essere prima di tutto osservanza della legge. Da ciò deriva esaltato il dovere del Comandante della istruzione del militare, che da lui dipende, perché il soldato abbia esatta cognizione dei crimini di guerra previsti dalle leggi dello Stato e non debba mai commetterli, dato che il crimine di guerra macchia innanzitutto l'onore non solo dell'individuo ma anche del Corpo, e la bandiera del Corpo che di quell'onore è il simbolo (art. 7). · In ciò deve essere identificato quel dovere proprio del superiore (art. 21.2 d)) di «provvedere all'istruzione militare del personale e attuare le misure intese a promuovere l'elevamento culturale, la formazione della coscienza civica, la preparazione professio-
nale e la consapevole partecipazione». Pertanto, non solo a mio avviso, ma per regolamento, ed il fatto dal dettato non mi sembra assolutamente opinabile, il comportarsi secondo la nostra civiltà, le nostre tradizioni e le nostre leggi è un fatto di coscienza civica, di professionalità e di consa-
pevolezza. Solo una corretta formazione militare (art. 15) può portare il legittimo belligerante italiano, di ogni grado , in tempo di guerra, «a fare appropriato uso delle armi e dei mezzi affidatigli» e, a tale fine, l'amministrazione militare deve porre «in atto ogni possibile misura al fine di agevolare il miglioramento della formazione militare» . A tale scopo è b ene ricordare che nel campo «della disciplina, dell'ordine, dell'impiego e dell'addestramento del personale» la responsabilità personale e diretta risale ai Comandanti di Corpo (art. 22.2). C'è da notare che l'articolo 55, mentre si premura giustamente di ricordare i diritti e i doveri dei prigionieri di guerra, nel caso in cui il militare nazionale debba cadere prigioniero del nemico, omette di ricordare che, per legge italiana, il prigioniero nemico che sia in potere dello Stato italiano è soggetto ed è tenuto a rispettare nei campi di prigionia lo stesso regolamento di disciplina militare, e lo stesso codice penale che è in vigore per le forze armate nazionali e che, di conseguenza, ha diritto ad una rappresentanza, elettiva tra i prigionieri, ben più importante e rappresenta-
280
ARTURO MARCHEGGIANO
tiva di categoria di quella consentita dalle convenzioni internazionali. Ma, per l'Italia, essere avanti, specialmente in campo umanitario e di effettivo esercizio dei diritti umani, è tradizione di sempre.
Il dovere nazionale ed internazionale relativo all'istruzione Tutte le convenzioni internazionali, ovviamente, contengono delle norme che impongono agli Stati contraenti il così detto dovere della diffusione della convenzione, almeno tra coloro che tali convenzioni sono tenuti ad applicare, a rispettare e a far rispettare. Ad esempio, l'art. 1 della IV Convenzione dell' Aja del 1907 («leggi ed usi della guerra terrestre»), sancisce che «le Potenze con- . traenti impartiranno alle proprie forze armate di terra istruzioni che saranno conformi al Regolamento concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre, annesso alla presente convenzione». Fino al 1941 tali obblighi derivanti dagli accordi internazionali sono sempre stati, con grandissima immediatezza, onorati dal nostro Paese, addirittura anche quando le convenzioni non erano state ratificate, come è il caso proprio delle convenzioni del 1907. Dal dopoguerra il discorso diventa più complicato. Si prendano, sempre ad esempio, le convenzioni di Ginevra del 1949. Il dovere della diffusione è sancito in articoli sostanzialmente analoghi (I conv.: art. 47; II Conv.: art. 48; III Conv.: art. 147; IV Conv .: art. 144). L'articolo 47 della I Convenzione stabilisce che «le Alte Parti Contraenti si impegnano a diffondere, nel più largo modo possibile, in tempo di pace ed in tempo di guerra, il testo della presente convenzione nei loro rispettivi Paesi e, in particolare, a includerne lo studio nei programmi di istruzione militare e, se possibile, civile, di guisa che i principi siano conosciuti da tutta la popolazione, e particolarmente dalle forze armate combattenti, dal personale sanitario e dai cappellani militari». Il dovere dell'Italia di diffondere le convenzioni di Ginevra, che ormai sono legge dello Stato dal 1951, è ribadito dal I Protocollo aggiuntivo, nell'art. 83, che anch'esso è legge in vigore dal 1986, così come il regolamento di disciplina militare delle nostre Forze Armate. Tale protocollo, impegna l'Italia a diffondere le convenzioni ed il protocollo in Italia, «in particolare a includerne lo studio nei programmi di istruzione militare e a incoraggiarne lo studio da parte della popolazione civile, in modo tale che detti stru-
CONSIDERAZIONI FINALI
281
menti siano conosciuti dalle forze armate e dalla popolazione civile». Si ribadisce inoltre il fatto che «le autorità militari o civili che, in periodo di conflitto armato, assumessero responsabilità nell'applicazione delle Convenzioni e del Protocollo, dovranno avere una piena conoscenza di tali strumenti». Supposto che la diffusione avvenga in modo corretto e completo per quanto riguarda i professionisti delle armi, cioè nell'ambito delle forze armate, ciò non è sufficiente e le forze armate non possono essere lasciate sole nella diffusione di queste norme umanitarie. Né si può delegare, alla Croce Rossa Italiana o all'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario di San Remo o altri istituti o istituzioni, la diffusione di norme che di diritto appartengono alla cultura ed alla educazione civica del cittadino e del militare. Occorre avere la coscienza a posto e quindi è necessario anche il controllo e la verifica da parte dei responsabili di Governo e dei Capi delle forze armate, specie se, all'avanguardia assoluta nel mondo, come l'Italia si trova in questo momento, ci si può permettere un dettato come quello dell'art. 25.2 del regolamento di disciplina, dove splendidamente si sancisce il «dovere» del militare «di non eseguire l'ordine» che gli sia stato impartito dal superiore, che costituisca «comunque man(festamente reato». Tale dovere era già sancito nella legge sulle norme di principio. Credo che legittimamente, e come diretta conseguenza di tale dovere, scaturisca per il soldato il diritto di essere correttamente e completamente informato dai suoi superiori su tutti quelli che sono i crimini di guerra previsti dalle civilissime leggi del nostro Stato. Solo allora potremo dire di essere veramente i primi del mondo. A tale proposito mi sembra giusto ricordare un vanto della Scuola di Guerra dell'Esercito Italiano. Nel 1975, per la prima volta nel dopoguerra, l'insegnamento del diritto dei conflitti armati rientrava nella pratica dell'insegnamento della Scuola di Guerra. Prima l'insegnamento di tale materia era svolto esclusivamente dagli Istituti di formazione di più basso livello. Venivano rielaborate ed aggiornate le dispense, che venivano diffuse anche presso l'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario. In particolare veniva redatto un bellissimo «decalogo del combattente» che sintetizzava tutte le norme e le leggi vigenti nel nostro esercito e conformi alle convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia. Tale decalogo, redatto nell'intesa che il soldato non dovesse essere un giurista, ma solo un combattente corretto all'altezza delle s,ue tradizioni, era molto semplice e dettava le seguenti regole:
282
ARTURO MARCHEGG!ANO
1. Comportati da soldato disciplinato. La disobbedienza alle leggi di guerra macchia la tua unità a te stesso e crea sofferenze inutili, che, lungi dall'attenuare la volontà di battersi del nemico, lo spingono alla vendetta . 2. Combatti solo i tuoi nemici e gli obiettivi militari. 3. Non procurare distruzioni maggiori di quelle che richiede l'assolvimento del compito. 4. Non combattere più il nemico che si arrende o che è fuori combattimento. Raccoglilo, disarmalo e consegnalo al tuo superiore. 5. Tratta con umanità tutti i civili ed i nemici che si trovano in tuo potere. 6. Raccogli e cura i feriti ed i malati amki, nemici e civili al termine dell'azione o, durante l'azione, solo se te lo ordina il tuo Comandante. 7. Non prendere ostaggi e non fare mai atti di vendetta. 8. Rispt:lla le persone eù i beni munili lki simboli ddla Croce Rossa, della protezione dei beni culturali, della protezione civile e la bandiera bianca del parlamentare. 9. Non rubare né saccheggiare e rispetta le proprietà ed i beni di tulti. 10. Informa il tuo superiore di qualunque atto di ostilità. Questo decalogo, elaborato congiuntamente con specialisti dell'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario italiani e stranieri, mentre è stato recepito da molti Stati, che hanno frequentatori presso la Scuola di Guerra italiana, solo nel 1988 ha avuto in Italia una sanzione ufficiale (pubblicazione 1000/ A / 1). Anche in tale settore mi sembra che, in conclusione, occorra da parte di tutti sentire il privilegio di avere le nostre leggi e di godere di tale grande opportunità. In merito al dovere della istruzione del militare sono molto importanti gli articoli 86 e 87 del I dei Protocolli aggiuntivi alle Convenzioni di Ginevra del 1977, che, come ho già ricordato sono legge per l'Italia dal 1986. In particolare l'art. 86 riguarda le «omissioni» ed il comma 2 di tale articolo sancisce che «il fatto che una infrazione alle Convenzioni o al presente Protocollo sia stata commessa da un inferi ore, non dispensa i superiori dalle loro responsabilità penali o disciplinari, a seconda dei casi, se sapevano o erano in possesso
CONSIDERAZIONI FINALI
283
Dalla pubblicazione n. 1000/A/2 «Manuale del combattente» SME - III Reparto - Ufficio Addestramento (ed. 1988). Organizzazione Internazionale della Croce Rossa Servizio Sanitario militare e civile Personale militare religioso Personale civile religioso: solo del servizio sanitario civile e della protezione civile Protezione civile Protezione generale di beni culturali Personale addetto ai beni culturali
Protezione speciale di beni culturali
p
Opere ed installaz1om che racchiudono forze pericolose: argini, dighe, centrali a energia nucleare Bandiera bianca (bandiera di tregua, usata per negoziare e arrendersi)
Luoghi di culto, monumenti storici, musei, ecc.: combattimenti in mare
Emblema delle Nazioni Unite
284
ARTURO MARCHEGGIANO
di informazioni che permettevano loro di ritenere, nelle circostanze del momento, che l'inferiore stava commettendo o stava per commettere una tale infrazione, e se essi non hanno preso tutte le misure praticamente possibili in loro potere per impedire o reprimere l'infrazione stessa». L'art. 87, che riguarda i «Doveri dei Comandanti», in ) aie materia è ancora più esplicito ed in tre alinea stabilisce dei doveri molto precisi per i Comandanti e cioè il dovere di impedire e reprimere le infrazioni, il dovere di istruire i propri dipendenti, sotto la loro precisa responsabilità personale, ed il dovere di adottare misure preventive e repressive adeguate perché il personale alle loro dipendenze si comporti in modo conforme alle leggi ed agli usi di guerra internazionalmente accettati. Tali doveri dei Comandanti sono perfettamente recepiti dall'art. 21 del regolamento di disciplina che riguarda i «doveri propri dei superiori» che, evidentemente, consistono nella corretta e completa istruzione militare del personale alle loro dipendenze. Anch'io, in fondo, mi sono dilungato un poco sui dettati delle convenzioni del 1949 e del 1954, così come sui Protocolli aggiuntivi del 1977 sperando in tal modo, anche se per sintesi, di contribuire alla loro diffusione, almeno nell'ambito dei miei lettori, così come è mio dovere, come Ufficiale delle Forze Armate in servizio.
Conclusioni Con la speranza di poter completare la mia opera, con il volume secondo, già largamente impostato, relativo alla protezione delle vittime della guerra, mi sembra di poter affermare che in Italia la situazione della pratica e della diffusione delle norme di diritto umanitario nell'ambito dei suoi combattenti legittimi presenti molte più luci che ombre. Le luci ormai fanno parte della tradizione, per le ombre se ci sono, c'è chi si trova in situazioni peggiori. Ma questa non può essere una consolazione per un paese abituato per tradizione a condizioni di assoluta avanguardia nel mondo. Tanto si è fatto, molto resta da fare, molto è perfettibile: l'importante per me, da cittadino italiano di questa Repubblica è sentire il dovere di continuare a progredire nella luce delle nostre splendide tradizioni,
CONSIDERAZIONI FINALI
285
che fanno delle nostre Forze Armate uno dei complessi più civili del mondo, quando esse sono impiegate in combattimento. Speriamo che non si debba combattere mai più e che si verifichi la speranza, auspicata recentemente dal Pontefice Giovanni Paolo II: «il lavoro per la pace, ispirato dalla carità che non tramonta, produrrà i suoi frutti. La pace sarà l'ultima parola della storia».
APPENDICI
,.
APPENDICE 1
ISTRUZIONI PER LE ARMATE DEGLI STATI UNITI DI AMERICA DURANTE LA GUERRA (1)
SEZIONE I.
Legge Marziale - Giurisdizione militare Esigenze della guerra - Rappresaglie.
1. Una fortezza, un distretto, un tratto di paese occupati dal nemico sono posti pel solo fatto dell'occupazione, sotto l'impero della legge marziale dell'armata che invade o occupa. Non è punto necessario che un proclama o qualsiasi altro avviso pubblico abbia o no fatto sapere agli abitanti che eglino sono retti da una tale legge. La legge marziale è l'effetto immediato e diretto, la conseguenza spontanea della occupazione o della conquista. La sola presenza di una armata nemica porta con sé che sia messa in vigore la legge marziale di questa armata. 2. La legge marziale non cessa di essere applicabile, durante la occupazione, che in forza di un particolare proclama del comandante in capo, oppure mediante una speciale menzione che se ne faccia nel trattato che pone fine alla guerra, postoché l'occupazione di una fortezza o di un tratto di territorio debba continuare anche dopo la conclusione della pace come una delle condizioni della medesima.
(I) Traduzione delle «Lieber's Instructions» contenuta nel «Trattato di Diritto Internazionale Moderno» di Giuseppe Sandonà (Professore della R. Università di Siena) - Editore Giuseppe Pellas - Firenze - 1870.
290
ARTURO MARCHEGGIANO
3. La legge marziale, in un paese nemico, consiste nella sospensione a profitto dell'autorità militare dell'armata che occupa, delle leggi criminali e civili, dell'amministrazione e del governo del paese al quale appartiene la città o il territorio occupati, e nella sostituzione in luogo di esse del governo e dell'autorità militare, anche in ciò che si riferisce al diritto di fare leggi generali, in quanto che le esigenze della guerra domandino questa sospensione, sostituzione e facoltà di fare leggi. Il comandante in capo dell'armata occupante può ben anche d ichiarare che la legislazione civile e criminale continueranno a essere applicate in parte, o per intiero, come in tempo di pace, a meno che l'autorità militare superiore non ordini altrimenti. 4. La legge marziale altro non è che l'esercizio dell'autorità militare, esercizio che deve conformarsi alle leggi e agli usi della guerra. La legge marziale non deve confondersi coll'oppressione militare, la quale è l'abuso del potere che conferisce questa legge. Poiché la legge marziale viene eseguita dalla forza militare, devono quelli che l'applicano rispettare rigorosamente i principi della giustizia, dell'onore e dell'umanità - virtù che devono ornare il soldato a preferenza degli altri uomini, poiché egli è onnipotente armato come è di fronte a una popolazione inerme. 5. Le autorità militari devono agire con minore rigore nelle fortezze e nei territori occupati per intiero, e che non offrono piu alcuna resistenza. Esse possono mostrarsi più rigorose allorché l'ostilità persistono, o allorché abbiano motivo di temere che siano per iscoppiare. È permesso al comandante le truppe, anche quando si trova nel proprio paese, di ricorrere a misure di rigore, allorché le truppe sono in presenza del nemico, attese le imperiose necessità di questa situazione e il dovere supremo di difendere il paese dall'invasione. La salvezza della patria va avanti ogni altra considerazione. 6 . La legge civile e criminale continueranno a essere applicate nelle fortezze e nei territori nemici che si trovano sotto l'impero della legge marziale, posto che non sia stabilito diversamente dalla forza militare occupante: ma ogni funzione del governo nemico, sia legislativa, esecutiva o amministrativa, sia di un carattere generale, provinciale o puramente locale cessa sotto la legge mar-
APPENDICI
291
ziale, o non si continua a esercitare che in forza della sanzione, e se ciò è creduto necessario, colla partecipazione dell'occupante o dell'invasore. 7. La legge marziale si estende alla proprietà e alle persone, senza distinzione di nazionalità. 8. I consoli delle nazioni dell'America e dell'Europa non sono considerati come agenti diplomatici. Nullameno le loro cancellerie e le loro persone non verranno assoggettate alla legge marziale che in caso di necessità. Le loro proprietà e le funzioni loro non ne vanno esenti. Ogni violazione che eglino commettessero contro gli ordini del governo militare stabilito può essere punita come se avesse per autore un semplice cittadino, e questa violazione non può servire di motivo per un richiamo internazionale. 9. Le funzioni degli ambasciatori, dei ministri o di altri agenti diplomatici accreditati dalle potenze neutrali presso il governo nemico, cessano in tutto quello che si rapporta al governo rovesciato, ma la potenza conquistatrice o occupante riconosce abitualmente questi agenti come se eglino fossero stati accreditati presso lei provvisoriamente. 10. La legge marziale conferisce in particolare all'occupante il diritto di esercitare la polizia e di percepire le entrate pubbliche e le imposizioni, che fossero state decretate dal governo scacciato o dall'invasore. Essa legge mira sopra tutto ad assicurare il sostentamento dell'armata, la sicurezza di questa e il successo delle operazioni militari. 11. Le leggi della guerra non proibiscono solamente gli atti di crudeltà, e la mala fede in ordine agli impegni presi col nemico durante la guerra; ma esse vietano ben anche ogni violazione delle convenzioni solennemente firmate dai belligeranti in tempo di pace, dato che abbiano manifestato la loro intenzione di mantenenerla in vigore nel caso in cui la guerra scoppiasse fra le potenze contraenti. Queste medesime leggi proibiscono ogni sorta di estorsioni, ogni transazione che abbia per fine un guadagno illecito, come ogni atto di vendetta privata e ogni complicità in questi atti.
292
ARTURO MARCHECCIANO
Le violazioni saranno severamente castigate, massime se fossero commesse da officiali. 12. Nel caso di offese individuali, la legge marziale verrà applicata dai consigli di guerra ogni volta che ciò sia possibile; ma le sentenze di morte non saranno eseguite che dietro previa approvazione del capo del potere esecutivo. In caso di urgenza, basterà l'approvazione del generale in capo. 13. La giurisdizione militare è di due specie: essa abbraccia in primo luogo i casi che sono determinanti dalla legge e che da questa le sono attribuiti, e in secondo luogo i casi preveduti dalle leggi generali della guerra. I delitti militari che sono determinati dalla legge devono essere giudicati secondo le forme che essa prescrive; i delitti militari che non sono preveduti dalla legge, si devono giudicare e punire in conformità delle leggi generali della guerra. Il carattere dei tribunali che esercitano questa giurisdizione, dipende dalle leggi di ciascuno stato in cui essi risedono. Negli eserciti degli Stati Uniti, i casi della prima categoria sono giudicati dalle corti marziali, mentre i delitti che non cadono sotto l'azione dei regolamenti e degli articoli di guerra sono giudicati dalle commissioni militari. 14. Le esigenze della guerra, come sono intese dalle nazioni civili del mondo attuale, sono l'insieme delle misure credute indispensabili per raggiungere con sicurezza il fine della guerra e che inoltre sono conformi alle leggi e agli usi moderni della guerra. 15. La guerra autorizza la distruzione o la mutilazione dei nemici armati e di ogni altra persona, la distruzione della quale diviene incidentemcnte inevitabile negli incontri a mano armata; es·sa autorizza la cattura di ogni nemico che sia armato, di ogni nemico che sia utile al suo governo o in modo speciale pericoloso per chi lo fa prigioniero; essa autorizza a distruggere ogni specie di proprietà; a tagliare le strade, i canali, o altre vie di comunicazione; a intercettare i viveri e le munizioni del nemico, a impadronirsi di tutto quello che il paese nemico può somministrare per la sussistenza e la sicurezza dell'armata, e a ricorrere a tutte le astuzie che non importino una offesa agli impegni espressamente stipulati pel tempo che dura la guerra, o che sono contenuti implici-
APPENDICI
293
tamente nelle leggi moderne della guerra. Gli uomini che prendono le armi gli uni contro gli altri in una guerra regolare non perdono la natura di esseri morali, che sono responsabili gli uni verso gli altri e verso Dio . 16. La guerra non autorizza ad abbandonarsi ad atti di crudeltà, che è quanto dire di infliggere patimenti pel solo piacere di fare soffrire o per esercitare un atto di vendetta; né a storpiare o ferire un nemico fuori di combattimento, né a sottometterlo a torture onde strappargli notizie. Essa non permette in alcun caso di usare del veleno, né di devastare senza bisogno un distretto del nemico. Essa ammette la astuzia, ma condanna la perfidia; in generale la guerra non approva alcun atto di ostilità che sia tale, quando non vi è necessità, da rendere più difficile il ritorno alla pace. 17. La guerra non si fa solamente colle armi. È conforme alle sue leggi di ridurre il nemico colla fame, sia armato o inerme, onde poterlo sottomettere più prontamente. 18. Quando il comandante di una fortezza assediata fa uscire quelli che non combattono, onde economizzare le provvigioni, è permesso all'assediante, sebbene sia rigorosa la misura, di costringere gli espulsi a rientrare nella fortezza, affine di sollecitare la resa di questa. 19. Il comandante l'assedio, ogni qualvolta lo possa, manifesta agli assediati la sua intenzione di bombardare la fortezza, affinché i pacifici cittadini, e in particolar modo le donne e i fanciulli, possano cercare un rifugio prima che cominci il bombardamento. Tuttavolta non bisogna già credere che sia una violazione delle leggi della guerra l'omettere questa formalità. La sorpresa può essere richiesta dalla necessità. 20. La guerra aperta è uno stato di ostilità armata fra due nazioni o governi. È una legge e una condizione volute dalla civiltà che gli uomini facciano parte delle comunanze politiche, e ciascuna di queste forma una unità organizzata che si chiama Stato o Nazione. I membri di essa, solidali tra loro, godono o soffrono, progrediscono o indietreggiano tutti insieme, tanto nella pace che nella guerra.
294
ARTURO MARCHEGGIANO
21. I capi dell'armata di occupazione possono pretendere dai magistrati e impiegati civili del paese invaso un giuramento di obbedienza temporanea o anche di fedeltà al governo che è proprio dell'esercito che invase il paese, e possono cacciare da questo tutti quelli che si rifiutano a questo atto. Ma sia che si richieda il giuramento o no, gli abitanti e gli impiegati civili devono una stretta obbedienza al vincitore, finché questi resta padrone del territorio o del paese, e questo sotto pena di morte. 22. Le leggi atttuali della guerra non possono impedire le rappresaglie. Nulla meno le civili nazioni vedono nelle rappresaglie il lato più spiacevole della guerra, e non esiste spesse volte altro mezzo per impedire che si ripetano certi oltraggi da barbari. 23. Non si deve mai impertanto ricorrere ad atti di rappresaglie coll'unico fine di vendicarsi; ma fa d'uopo usarne come di un castigo protettore, e anche in questo caso con circonspezione e all'estrema necessità. In altre parole, non si deve ricorrere alle rappresaglie che dietro un'inchiesta sulle circostanze reali e sulla natura delle violazioni che possono dimandare un castigo. 24. I nostri tempi si distinguono dagli antichi per l'esistenza simultanea di molte nazioni e di grandi governi stretti tra loro da rapporti numerosi e intimi. La pace è la condizione loro normale; la guerra è l' eccezione; fine supremo di ogni guerra è il ristabilimento dello stato di pace. A misura che la guerra si conduce con vigore, l'umanità se ne trova meglio. Le guerre non sono che più corte. Le rappresaglie ingiuste e sconsiderate deviano ognora più i belligeranti dalle leggi della guerra regolare, e li menano su di un pendio che mette rapido alle abbominevoli crudeltà che sono proprie delle guerre dei selvaggi. 25 . In seguito alla formazione e coesistenza delle nazioni moderne, e dopo che le guerre assunsero il carattere di guerre grandi e nazionali, si riconobbe che non si fa più la guerra pel piacere di farla, ma che essa è un mezzo per raggiungere dei grandi fini politici, o per difendersi contro ingiusti attacchi. Non è più ammessa alcuna restrizione convenzionale in ordine al modo adottato per nuocere al nemico; ma le leggi della guerra prescrivono limiti e restrizioni che sono fondati sui principi eterni della giustizia, della buona fede e dell'onore.
APPENDICI
295
SEZIONE Il.
Proprietà pubbliche e private del nemico - Protezione delle persone, della religione, delle arti e delle scienze - Punizione dei delitti commessi a danno degli abitanti del paese nemico.
26. L'esercito vittorioso si impadronisce di tutto il numerario delle casse pubbliche, di tutti i valori mobili pubblici, aspettando le ulteriori instruzioni del suo governo; esso sequestra a suo profitto o a quello del suo governo tutte le rendite dei beni immobili che appartengono al governo nemico o alla nazione. La nuda (nue) proprietà di questi beni resta vacante finché dura l'occupazione militare e fino al momento in cui la conquista diviene definitiva. 27. L'esercito vincitore può in virtù dei suoi poteri militari sospendere, modificare o abolire entro i limiti di questi poteri, le obbligazioni che a tenore delle leggi del paese invaso incombono ai cittadini o abitanti di questo paese. Il comandante l'armata deve lasciare al trattato che porrà fine alla guerra, la cura di rendere permanente questo cangiamento. 28. Si considera come una grave violazione delle leggi della guerra costringere i cittadini dello stato nemico a servire il governo vincitore, se esso non dichiara, dopo di avere in tutto o in parte conquistato il territorio nemico, che è sua ferma volontà di mantenersi nel possesso del paese, del distretto o della fortezza e di incorporarli nel suo territorio. 29. In regola generale i beni appartenenti alle chiese, agli spedali, o altri stabilimenti che hanno un carattere esclusivo di beneficenza, i beni appartenenti agli instituti di educazione e a fondazioni che mirano al progresso delle umane cognizioni, come scuole pubbliche, università, accademie, osservatori, musei di belle arti, come tutti gli altri instituti, che avessero un carattere scientifico, non potrebbero considerarsi come proprietà pubbliche nel senso dell'articolo 31: ma si possono su essi mettere imposizioni o utilizzarli quando il servizio pubblico lo dimandi. 30. Le opere di arte, le biblioteche, le collezioni scientifiche,
296
ARTURO MARCHEGGIANO
o gli istrumenti di grande valore, come i telescopi astronomici, ec. devono essere preservati, al medesimo titolo che gli spedali, da ogni danno che si possa evitare, posto pure che si trovino nelle città fortificate che vengono assediate o bombardate. 31. Se queste opere d'arte, queste biblioteche, collezioni o istrumenti che appartengono a una nazione o a un governo nemico, possono senza danno venire rimossi, il capo dello stato conquistatore può ordinare che essi vengano sequestrati e rimossi a profitto di questo stato o di questa nazione. La questione relativa al sapere a quale dei due paesi apparterranno definitivamente verrà decisa dal trattato di pace. In nessun caso saranno venduti o donati (donnés en present), se essi sono stati sequestrati dagli eserciti degli Stati Uniti, né potranno mai divenire una proprietà privata, o essere volontariamente distrutti o danneggiati. 32. Gli Stati Uniti riconoscono e proteggono, nei paesi nemici da essi occupati, la religione e la morale, la proprietà privata, le persone degli abitanti, specialmente le donne, e la santità delle relazioni domestiche. Le offese portate a queste prescrizioni sono rigorosamente punite. Questa dichiarazione non è di ostacolo al diritto che ha I'invasore vittorioso di mettere a contribuzione gli abitanti del territorio invaso o la loro proprietà, di fare dei prestiti forzati, di alloggiare i suoi soldati presso gli abitanti, e di fare servire temporaneamente a usi militari le proprietà specialmente le case, i campi, i battelli o le navi, le chiese. 33. Una proprietà privata, se non è stata confiscata per crimini o deliLLi commessi da chi ne è il padrone, non può venire presa se non pei bisogni o per l'utilità dell'armata o degli Stati Uniti. Se il proprietario non è fuggito, l'officiale comandante gliene rilascerà ricevuta, che gli possa servire a ottenere una indennità. 34. I funzionari civili del governo nemico, specialmente i giudici, gli impiegati nella amministrazione o nella polizia, gli impiegati municipali e locali che restano nel paese invaso e continuano a esercitare le loro funzioni, al che sono autorizzati posto che si conformino alla nuova situazione che risulta dalla guerra, saranno
APPENDICI
297
pagati colle rendite pubbliche del territorio invaso, dato che il governo militare non creda cosa utile di rimuoverli dal loro posto in tutto o in parte. Gli emolumenti o pensioni che dipendono da titoli puramente onorifici sono sempre sospesi. 35. Non vi è legge o codice riconosciuto che determini i mutui rapporti delle armate belligeranti, se si eccettua quella parte del diritto naturale o internazionale, che passa sotto il nome di leggi e di usi di guerrra. 36. Le leggi comunali o speciali del territorio sul quale si trovano gli eserciti, dato pure che fosse la legge del paese al quale appartengono queste armate, sono sospese e senza effetto per esse durante la guerra. 37. La schiavitù che confonde l'idea di proprietà e di cosa colla idea di personalità e di umanità, non esiste che in forza della legge municipale o locale; la legge naturale e il diritto delle genti non l'hanno mai riconosciuta. La legge romana consacrava di già questo antico assioma del giureconsulto pagano: «di faccia alla legge naturale tutti gli uomini sono eguali». I fuggitivi che abbandonano un paese dove eglino erano schiavi, i villani o servi (vilains ou serfs) in altri paesi, sono ritenuti liberi e dichiarati tali dai tribunali europei, quando anche la legge del paese in cui il fuggitivo avea cercato un asilo sanzionasse la schiavitù nel proprio territorio. 38. In conseguenza, se in una guerra fra gli Stati Uniti e un belligerante che ammette la schiavitù, un individuo tenuto schiavo da questo belligerante viene preso dalle forze militari degli Stati Uniti, o si mette sotto la protezione di queste forze, egli rientra immediatamente nei diritti e privilegi dell'uomo libero, poiché non è in potere né degli Stati Uniti, né di alcun loro magistrato di trasmettere un essere umano in uno schiavo. La persona divenuta libera in nome delle leggi della guerra, è posta di pieno diritto sotto la protezione del diritto internazionale. Né il suo antico padrone, né lo stato di cui egli fa parte avranno a questo riguardo, in virtù del diritto di postliminio, alcun diritto da fare valere e un qualche servizio da reclamare.
298
ARTURO MARCHEGGTANO
39. Ogni violenza commessa senza necessità contro gli abitanti del paese invaso, ogni distruzione della proprietà che non sia comandata da un officiale che abbia a questo riguardo speciale incarico; ogni furto, ogni saccheggiamento, anche dopo di avere preso di assalto una fortezza; ogni ratto, ogni mutilazione, ogni uccisione di un abitante sono proibiti sotto pena di morte, o con tutt'altro castigo che sembrerà proporzionato alla gravità del delitto. I soldati, gli officiali, o ogni altro individuo sorpresi mentre commettono simili atti di violenza, e che si rifiutano di obbedire agli ordini del loro superiore di cessare da questi atti, possono essere uccisi sul fatto da questo superiore. 40. Ogni preda e bottino spettano per principio, secondo le leggi moderne della guerra, al governo di colui che ha fatto questa preda o questo bottino. Le porzioni della preda, che abbia avuto luogo sul mare, o sul continente, possono richiamarsi solo in virtù del diritto civile. 41. Né gli officiali né i soldati sono autorizzati a profittare della loro posizione o del loro potere nel paese nemico per procurarsi uno speciale guadagno, né meno per via di transazioni commerciali tutto che fossero legittime in se stesse. Gli officiali saranno degradati o subiranno un altro castigo conforme sarà richiesto dalla natura della violazione. I soldati saranno puniti secondo la gravità e la natura del delitto. 42. I crimini preveduti dalle leggi penali, come l'incendio, l'omicidio, la mutilazione, le percosse e ferite, il furto a mano armata, la sottrazione, il furto di notte con rottura, la frode , il falso, e il ratto, se essi sono commessi da un soldato americano sul territorio nemico, contro gli abitanti di questo territorio, non solo sono punibili con quelle stesse pene che si infliggono negli Stati Uniti, ma in tutti i casi che non portano le pene di morte, sarà applicato il massimo della pena.
APPENDICI
299
SEZIONE III.
I disertori - I prigionieri di guerra - Gli ostaggi Il bottino fatto sul campo di battaglia.
43. I disertori dell'armata americana, entrati al servizio del nemico, sono passibili della pena di morte, sia che vengano ripresi dall'armata americana, o consegnati dal nemico. Se un disertore dell'esercito nemico, entrato al servizio dell'armata americana viene fatto prigioniero dal nemico e viene punito colla morte o con tutt'altro castigo, questo fatto non viene considerato come una offesa alle leggi e agli usi della guerra; esso non esige quindi una riparazione e non autorizza alle rappresaglie.
44. È considerato come prigioniero di guerra il nemico pubblico, armato o addetto all'esercito avversario mediante un servizio attivo, e che è caduto nelle mani dcll'altTa armata, sia combattendo, sia ferito ; tanto sul campo di battaglia, che in uno spedale: sia che si arrenda di persona o in seguito di una capitolazione collettiva. Tutti i soldati a qualunque arma eglino appartengano, tutti gli uomini che fanno parte di una levata in massa nel paese nemico, tutti quelli che sono addetti ai diversi servizi dell'armata, e che concorrono direttamente al fine della guerra, eccettuati quelli di cui in seguito si farà parola, tutti gli uomini o officiali resi inabili al servizio sul campo di battaglia o altrove, se eglino vengono presi; infine tutti i nemici che depongono le armi e dimandano quartiere, sono prigionieri di guerra , e come tali sono esposti agli inconvenienti, e godono dei privilegi che sono inerenti alla qualità di prigioniero di guerra. 45 . Inoltre, i cittadini che per uno scopo qualunque accompagnano l'armata, come gli editori e i corrispondenti dei giornali, i provveditori ec ., possono, se vengono presi, venire dichiarati prigionieri di guerra e ritenuti come tali. Il sovrano e i membri della famiglia regnante nemica, uomini o donne il capo e i principali funzionari del governo nemico, i suoi agenti diplomatici, e tutte le persone, i servizi delle quali sono di una peculiare utilità all 'armata nemica o al suo governo, sono prigionieri di guerra, se vengono presi sul teatro dove questa si combatte e non sono muniti di salvacondotti rilasciati dai capi delle truppe che li hanno catturati.
300
ARTURO MARCHEGGIANO
46. Se all'avvicinarsi dell'armata nemica, la popolazione di quella parte del paese nemico che non è ancora occupato, o la popolazione del paese tutta intiera si leva in massa per resistere all'invasore, dietro un ordine emanato dalle competenti autorità, questa popolazione viene trattata quale nemico dichiarato, e tutti quelli dei suoi membri che vengono presi sono prigionieri di guerra. 47 . Nessun belligerante ha diritto di dichiarare che egli tratterà ciascun uomo della levata in inassa preso c~lle armi alla mano, come un brigante o un bandito. Tuttavia, se i cittadini o un certo numero di cittadini del paese di già occupato dalla armata nemica, si solleva contro essa, eglino offendono le leggi della guerra, e non possono più invocare la protezione del diritto internazionale. 48. I cappellani, gli impiegati del servizio medico, i farmacisti, gli inservienti o domestici degli spedali, che sono caduti nelle mani dell'armata americana, non saranno considerati come prigionieri di guerra, a meno che il comandante le truppe non abbia speciali ragioni per ritenerli. In quest'ultimo caso, come pure posto che ne facciano dimanda, eglino saranno autorizzati a restare coi loro compagni, e saranno trattati come prigionieri e potranno essere cambiati, se il comandante lo giudichi conveniente. 49. Un ostaggio è una persona ricevuta a titolo di garanzia in rapporto alla esecuzione di un accomodamento conchiuso tra i belligeranti durante la guerra o in seguito di una guerra. Gli ostaggi sono rari alla nostra epoca. 50. Se un ostaggio è accettato, egli viene trattato come prigioniero di guerra, conformemente al suo grado e alla sua condizione, almeno per quanto le circostanze lo possono permettere. 51 . Un prigioniero di guerra non è passibile di alcun castigo, in quanto è un nemico pubblico; nessun male, nessun disonore gli sarà volontariamente inflitto nell'intenzione di usare delle rappresaglie, né imprigionamento, né privazione di nutrimento, né mutilazione, né la morte; in una parola egli non è l'oggetto di alcun barbaro trattamento.
APPENDICI
301
52. Da che un uomo è armato dal suo sovrano e gli presta il giuramento militare di fedeltà, egli diviene un belligerante. Non si commette alcun delitto, né alcuna particolare ingiuria uccidendolo, ferendolo e trattandolo come nemico. Nessun belligerante ha il diritto di dichiarare che i suoi nemici di una certa classe, colore o condizione, organizzati militarmente, non verranno trattati da lui come nemici pubblici. 53. Il diritto delle genti non ammette distinzione di colore, e se un nemico degli Stati Uniti facesse schiavo e vendesse un soldato del loro esercito che egli prese, gli Stati Uniti potrebbero esercitare le più severe rappresaglie, se non venisse fatta giustizia ai loro richiami per questo atto. Come gli Stati Uniti non possono assoggettare alcuno alla schiavitù, né meno a titolo di rappresaglie, eglino puniscono colla morte questo delitto contro il diritto delle genti. 54. Un prigioniero di guerra continua ad essere risponsabile dei crimini che ha commesso prima di essere preso contro l'armata o il popolo di colui che lo catturò, e pei quali non fosse stato punito dai suoi capi. Ogni prigioniero di guerra è passibile dei castighi che vengono inflitti a titolo di rappresaglie. 55 . È cosa contraria agli usi delle guerre moderne il decidere, mossi da un sentimento di odio o di vendetta, che non si darà quartiere al nemico. Nessun corpo di truppe ha il diritto di dichiarare che egli non accorderà, e quindi non accetterà quartiere; ma è lecito a un comandante di prescrivere alle sue truppe, in certi casi estremi, di non dare quartiere se la sua propria salvezza gli rende impossibile di caricarsi di prigionieri.
56. Le truppe che non concedono quartiere non hanno però il diritto di uccidere il loro nemico di già caduto e incapace di più
nuocere sul terreno. 57. Tutte le truppe che in generale non danno quartiere, o che lo acçordano solo a una certa parte dell'esercito nemico, non hanno diritto alla loro volta ad alcun quartiere.
302
ARTURO MARCHEGGJANO
58. Le truppe che combattono sotto l'uniforme del loro nemico senza portare un segno apparente e uniforme che le contraddistingua, non possono ottenere quartiere. 59. Se le truppe americane catturano un convoglio che contenga degli uniformi del nemico, e che il comandante giudichi conveniente di distribuirli ai suoi soldati pel loro uso, questi dovranno adottare un qualche segno che si possa facilmente vedere onde distinguersi dai soldati nemici.
60. L'uso del vessillo, della bandiera, o di qualsiasi altro emblema nazionale del nemico, affine di trarlo in errore nel mezzo del combattimento, è un atto di perfidia, che fa perdere a chi ne è autore ogni diritto alla protezione delle leggi della guerra. 61. Nel caso in cui le truppe americane hanno dato quartiere a un nemico in seguito di uno sbaglio sul suo vero carattere, questi non è meno passibile della pena di morte, se, nei tre giorni dopo il combattimento, è riconosciuto appartenere a un corpo che non accorda quartiere. 62. Il diritto delle genti riconosce in ogni governo sovrano il diritto di fare la guerra a un altro governo sovrano. Esso non ammette quindi né leggi, né regole differenti da quelle che presiedono alle guerre regolari, in ciò che si riferisce ai prigionieri, dato pure che questi appartengano a un governo che può venire risguardato di avere preso volontariamente e senza giusto motivo l'iniziativa dell'attacco. 63 . Le guerre moderne non sono guerre gratuitamente m1c1diali, l'oggetto delle quali sia di spargere il sangue del nemico. La distruzione del nemico nelle guerre moderne, e ogni guerra moderna essa stessa, non è che un mezzo per raggiungere il fine che si propose il belligerante, fine che è riposto al di là della guerra. Uccidere uomini senza necessità o per ispirito di vendetta non è cosa legittima. 64. Non si deve fare fuoco sugli avamposti, sulle sentinelle o sui picchetti se non è per costringerli a ripiegarsi, o non è dato a questo riguardo un ordine positivo, speciale o generale.
APPENDICI
303
65 . L'impiego del veleno, in qualunque modo si faccia, che mira ad avvelenare i pozzi, i cibi, le armi; è assolutamente proibito nelle guerre moderne. Colui che vi ricorre si mette da sé fuori della legge e degli usi della guerra.
66. Chiunque ferisce con intenzione il nemico ridotto completamente alla impotenza, lo uccide, o comanda di ucciderlo, o incoraggia i suoi soldati a ucciderlo sarà messo a morte, se viene provata la sua colpabilità, sia che egli appartenga all'armata degli Stati Uniti, o sia un nemico catturato dopo di avere commesso il suo crimine. 67. Il denaro e gli altri valori o oggetti di valore trovati sulla persona del prigioniero, come oriuoli o gioie, come quelli tra i suoi abiti che non sono d'ordinanza, sono considerati dalle armate americane come la proprietà privata del prigioniero, e lo spogliarlo viene proibito come un atto disonorante. Ciò nulla meno, se somme considerevoli si trovarono sulla persona dei prigionieri o in possesso loro, esse vengono tolte a loro, e il di più della somma necessaria al loro sostentamento sarà, dietro l'ordine del comandante, consecrato a profitto dell'armata, a meno che il governo non prescriva altrimenti. I prigionieri non possono reclamare, come se a loro appartenessero, grosse somme che si sono trovate e prese in certe specie di carrette (fourgons), ancorché queste somme fossero collocate fra i bagagli particolari dei prigionieri. 68. Ogni officiale che viene catturato deve consegnare la sua spada. Essa gli può venire restituita in alcuni casi determinati dal comandante, come testimonianza di ammirazione per la bravura di cui ha dato prova, o di riconoscenza per la umanità colla quale ha trattato i prigionieri prima di essere preso. L'officiale prigioniero al quale si è restituita la sua spada non la può portare durante la sua cattività. 69. Un prigioniero di guerra essendo un nemico pubblico, è prigioniero del governo e non di colui che lo ha catturato. Non si può pagare nessuna taglia per un prigioniero di guerra, né al1' individuo che lo ha catturato, né al comandante. Il solo governo rimette in libertà i prigionieri secondo le regole che ha prescritte.
304
ARTURO MARCHEGGIANO
70. I prigionieri di guerra possono venire internati o messi in prigione, secondo che si giudica necessario per impedire la loro fuga; ma non si deve volontariamente sottometterli ad alcun cattivo trattamento e oltraggio . Il loro internamento e il modo di trattarli possono variare durante la loro cattività, secondo che lo dimandano le misure di sicurezza da prendersi contro di loro. 71. I prigionieri di guerra saranno convenientemente nutriti, per quanto lo si può, e trattati con umanità. Si potrà sottoporli a fatiche a vantaggio del governo che è proprio delle truppe che li hanno catturati, secondo il grado e la condizione loro. 72. Si può fare fuoco su di un prigioniero di guerra che fugge o ucciderlo in qualsiasi altra maniera nella sua fuga; ma non gli sarà inflitta né la morte né alcun altro castigo pel solo fatto del suo tentativo di fuga, tentativo che le leggi <.k:lla guerra non considerano come un delitto. Solamente si potranno prendere misure più rigorose per impedire che rinnovi il suo tentativo. Tuttavia se si scoprì una cospirazione che tendeva a una fuga collettiva o generale, i cospiratori possono essere rigorosamente puniti, e anche possono essere messi a morte. La pena di morte può essere altresì inflitta ai prigionieri di guerra che sono convinti di tentata ribellione contro le autorità del governo di cui eglino sono prigionieri, e di cospirazione a questo fine coi loro compagni di cattività o con altre persone. 73 . Se alcuni prigionieri di guerra, che non hanno dato alcuna garanzia né promessa sul loro onore, giungono a fuggire colla forza o in altra maniera, e dopo di avere raggiunto il loro esercito eglino vengono ripresi in una battaglia, non saranno puniti per la loro fuga e verranno trattati come semplici prigionieri di guerra; ma saranno sottoposti a una sorveglianza più rigorosa. 74. Ogni nemico ferito che verrà catturato sarà curato bene per quanto lo permetteranno le risorse del servizio medico dell'armata. 75. Gli uomini fatti prigionieri non possono, senza offendere l'onore, dare notizie al nemico relative alla loro armata; le leggi
APPENDICI
305
moderne della guerra non permettono più che si usi violenza ai prigionieri per ottenere da loro colla forza le informazioni di cui si ha bisogno, o di punirli perché ne aveano date di false.
SEZIONE IV.
Conduttori di avventurieri (partigiani) - Nemici armati che non appartengono all'esercito nemico propriamente detto Esploratori - Vagabondi armati - Ribelli 76. Gli avventurieri (o partigiani) sono soldati armati che portano l'uniforme del loro paese, ma appartengono a un corpo che agisce indipendentemente dall'armata principale, col fine di fare delle scorrerie nel territorio occupato dal nemico. Se eglino vengono presi, hanno diritto a tutti i privilegi che sono propri dei prigionieri di guerra. 77. Gli individui che da soli, o riuniti in bande, commettono ostilità assalendo le persone, distruggendo o predando le proprietà senza ordine superiore, senza fare parte dell'armata organizzata, senza prendere parte permanente alla .guerra, lasciando le a rmi quando loro conviene per ritornarsene alle loro case e alle loro pacifiche occupazioni - non sono nemici pubblici. Se eglino vengono p resi, non hanno alcun diritto ai privilegi dei prigionieri di guerra e devono sommariamente essere giudicati come ladri di strada (de grand chemin) o pirati. 78. Gli esploratori o i soldati isolati che, travestiti cogli abiti degli abitanti del paese o sotto l'uniforme dell'armata nemica, sono incaricati di prendere notizie sul conto di questa, sono trattati come spie e messi a morte, quando sono sorpresi mentre osservavano intorno le linee dell'armata che Ii ha catturati. 79. I vagabondi armati, qualunque sia il nome che loro si dà, o gli abitanti del territorio invaso che penetrano furtivamente nelle linee dell'armata, affine di commettervi furti o omicidi, di distruggere i ponti, le strade o i canali, di impadronirsi delle valigie postali o di distruggerle, di tagliare i fili telegrafici non possono reclamare i privilegi dei prigionieri di guerra.
306
ARTURO MARCHEGGlANO
80. Sono considerati come ribelli gli individui che, in un territorio occupato o conquistato da una armata, si rivoltano contro essa o contro le autorità che vi ha stabilite. Se eglino vengono presi, sono passibili della pena di morte, sia che sienosi rivoltati separatamente o riuniti in bande più o meno considerevoli, sia che sieno stati eccitati dal loro governo alla rivolta o pure no . Eglino non sono prigionieri, e non dovranno venire trattati come tali, né meno se furono scoperti e arrestati prima che la loro cospirazione sia giunta alla rivolta aperta o alle violenze a mano armata.
SEZIONE V.
Salva-condotti - Spie - Traditori - Messaggieri catturati Abuso della bandiera parlamentare. 81. Ogni rapporto tra i tenitori occupati dalle armate belligeranti, sia che si riferisca al commercio, alla corrispondenza epistolare, ai viaggi, o a tutt'altro oggetto, è interrotto. Questa regola è generale e non ha bisogno per venire osservata di un espresso proclama. Le eccezioni a questa regola, sia che si tratti di un salvacondotto, o di un permesso per atti commerciali- su di una scala più o meno estesa, sia che si tratti di un cambio di corrispondenze postali, o di un viaggio da un territorio in un altro, non possono risultare che da una autorizzazione del governo o dell'autorità militare superiore. Le contravvenzioni a questa regola devono essere severamente punite. 82. Gli inviati e tutti gli altri agenti diplomatici delle potenze neutrali che sono accreditati presso il governo nemico, possono ricevere salva-condotti per traversare il territorio occupato dai belligeranti, se non vi si oppongono considerazioni militari, e se loro torna impossibile di portarsi alla loro destinazione per un'altra strada. Il rifiuto di un salva-condotto non importa alcuna offesa, né alcuna ingiuria internazionale. Questi passa-porti emanano per l'ordinario dalla autorità superiore dello stato, e non dai funzionari subordinati.
APPENDICI
307
83. Viene considerato come spia l'individuo che secretamente travestito o sotto un falso pretesto, cerca procurarsi informazioni che si propone di comunicare al nemico. La spia potrà impiccarsi, sia che sia o no riuscita ad avere le informazioni che cercava o a trasmetterle al nemico. 84. Se un cittadino degli Stati Uniti, che ha potuto avere informazioni per vie legittime, le trasmette al nemico, egli verrà condannato a morte, tanto se egli è officiale civile o militare, o un semplice cittadino. 85. Le leggi della guerra considerano come traditore colui che, in una fortezza o in un distretto posto sotto la legge marziale, porge al nemico, senza l'autorizzazione del comandante militare, informazioni di qualunque natura esse sieno, o mantiene una corrispondenza con lui.
86. Il tradimento viene sempre severamente punito. Se il delitto consisteva a fare conoscere al nemico una qualsiasi particolarità relativa alla posizione, alle operazioni, ai disegni o alla sicurezza delle truppe che ritengono o occupano una città o il distretto, il colpevole sarà punito di morte. 87. Sarà considerato come traditore e punito di morte il cittadino o l'abitante di un tratto di paese o di una fortezza invasa o conquistata che darà informazioni di questo genere al suo governo da cui è diviso mediante l'armata nemica, o darà queste informazioni all'esercito del suo governo. 88. Ogni esercito durante la guerra ha bisogno di guide e esso le prende di propria autorità ; se non può procurarsele altrimenti. 89. Nessuno può venire punito se egli non ha servito di guida al nemico che in seguito della violenza e del costringimento. 90. Il cittadino di un tratto di paese invaso il quale serve volontariamente di guida al nemico, o si offre a servirlo, è considerato come traditore e sarà punito di morte.
308
ARTURO MARCHEGGJANO
91. Il cittadino che serve volontariamente di guida al nemico tradisce il suo proprio paese e sarà punito conformemente alle leggi del suo paese. 92. Le guide che vengono convinte di avere scientemente indotto in errore le truppe possono essere punite di morte. 93. Ogni corrispondenza non autorizzata o secreta col nemico viene considerata dalle leggi delJa guerra come un tradimento. Gli stranieri che risedono in un territorio invaso o occupato, gli stranieri che visitano questo territorio, non sono esenti da questa legge. Eglino possono mantenere corrispondenze al di fuori con altri stranieri, o cogli abitanti del paese nemico, se l'autorità militare Io permette, ma non altrimenti. L'espulsione immediata dal territorio occupato sarebbe il minimo castigo in cui incorrerebbero per avere violata questa legge. 94. I messaggieri che armati e vestiti dell'uniforme nazionale, trasportano dispacci scritti o verbali, di un corpo di truppe o di una fortezza assediata a un altro corpo di truppe o al governo, se sono catturati sul territorio occupato dal nemico compiendo la loro missione, sono trattati come prigionieri di guerra. Se eglino non sono in uniforme e non sono militari, le circostanze che accompagnarono la loro cattura determineranno le disposizioni da prendersi a loro riguardo. 95. Il messaggiero o altro agente che tenta di introdursi furtivamente nel territorio occupato dal nemico per servire in qualsiasi maniera agli interessi dell'altro belligerante, non ha alcun diritto, se viene preso, ai privilegi dei prigionieri di guerra. Egli sarà trattato a seconda delle circostanze nelle quali sarà stato catturato. 96. Sebbene le astuzie sieno ammesse in guerra come un mezzo legittimo e necessario, e sebbene non abbiano niente di contrario all'onore militare, il diritto comune della guerra permette nulla meno di applicare fino la pena di morte agli autori di attentati di un carattere clandestino e sleale contro il nemico , poiché essi sono tanto più pericolosi quanto torna più difficile di guardarsene.
APPENDICI
309
97 . Come la legge penale, così le leggi della guerra non istabiliscono alcuna differenza di sesso in tutto quello che si riferisce allo spionaggio, al tradimento e alla ribellione. 98. Le spie, i traditori, i ribelli non sono cambiati conformemente al diritto comune della guerra. Il cambio di questi individui dimanda una convenzione speciale autorizzata dal governo, o dal comandante in capo dell'armata di operazione allorché il teatro della guerra è assai lontano dalla sede del governo. 99. La spia o il traditore che, dopo di essere riuscito nella sua intrapresa e avere raggiunto sano e salvo il suo esercito, viene in seguito catturato dal nemico, non verrà punito pei suoi atti di spionaggio o di tradimento ma sarà posto sotto una più stretta sorveglianza, come un individuo particolarmente pericoloso.
SEZIONE VI.
Cambio dei prigionieri - Bandiere parlamentari - Bandiere di protezione. 100. Il cambio dei prigionieri si fa uomo per uomo, grado per grado, ferito per ferito, a condizioni egualmente obbligatorie per le due parti. Esempio: l'obbligo per tutti i prigionieri cambiati di non servire durante un certo tempo. 101. Tuttavolta potrà venire cambiato un numero convenuto di persone di un grado inferiore con una persona di un grado o di un ordine superiore. Questo numero viene determinato da una convenzione che deve essere sanzionata dal governo o dal comandante in capo dell'armata di operazione.
102. L'onore obbliga il prigioniero di guerra a dichiarare il suo vero grado a colui che lo cattura. Non gli è permesso di attribuirsi un grado o rango inferiore in vista di procurare al suo governo un cambio più vantaggioso, né un rango superiore per procurare a sé un migliore trattamento. Per avere offeso questo obbligo, certi prigionieri rilasciati furono giustamente puniti dai loro propri capi, e questa offesa può essere causa che si rifiuti di mettere in libertà i prigionieri che l'hanno commessa.
310
ARTURO MARCHEGGIANO
103. I prigionieri che non saranno stati cambiati con altri potranno essere rilasciati mediante il pagamento di una somma di denaro pattuito, o in alcuni casi urgenti, mediante la cessione di una quantità di provvisioni, di vestiti o di altri oggetti necessari all'armata. I patti di questo genere hanno bisogno dell'approvazione dell'autorità superiore. 104. Il cambio dei prigionieri è puramente facoltativo pei due belligeranti. Se non è stata conchiusa alcuna convenzione generale, il cambio non può essere reclamato da alcuno di loro, né alcun di loro è obbligato di consentirvi. Una convenzione può essere annullata tosto che venne violata dall'uno o dall'altro dei belligeranti. 105. Affinché il cambio dei prigionieri possa avere luogo, fa duopo che la cattura sia definitiva e completa, che siasi esatlarnenle reso conto del loro numero e che siasi redatta la lista degli officiali che figurano tra loro. 106. Chi porta una bandiera parlamentare, non può pretendere di essere ricevuto. Non bisogna mai ammetterlo che colle più grandi precauzioni. La ripetizione senza necessità di questi ricevimenti deve essere accuratamente evitata. 107. Se il portatore di una bandiera parlamentare si presenta durante un combattimento, può essere ammesso, ma per eccezione e assai di raro. Non è contro la buona fede ritenere questo parlamentario, se egli è ricevuto durante il combattimento. Non è necessario di fare cessare il fuoco appena in mezzo alla azione si scorge una bandiera parlamentare. 108. Se il portatore di una bandiera parlamentare, presentandosi durante il combattimento, viene ucciso o ferito, questo fatto non può dare motivo ad alcuna specie di lamento . 109. Se è riconosciuto e provato bene che non si fece uso della bandiera parlamentare che per ottenere surrettiziamente notizie militari, il portatore di questa bandiera sarà considerato come una spia.
APPE NDICI
311
La persona del parlamentario è così sacra, ed è necessario che sia così, che non ostante tutto quello che vi è di odioso nell'abuso che può venire fatto di questo carattere, è duopo procedere con una grande prudenza quando si tratta di convincere di spionaggio il portatore di una bandiera parlamentare. 110. Si usa di indicare, col mezzo di una bandiera di un certo colore (ordinariamente il giallo), gli spedali delle fortezze che sono bombardate affinché l'assediante eviti di tirare su di esse. La stessa precauzione viene presa a riguardo degli spedali situati sul terreno dove si dà una battaglia. 111 . Gli stessi belligeranti dimandano spesse volte che il nemico indichi loro gli spedali situati nel territorio che quest' ultimo occupa, affine di poterli risparmiare. L' onore militare dimanda in questo caso che l'avversario sia
autorizzato a collocarvi delle bandiere o altri segnali che siano atti a indicare gli edifici da risparmiarsi, tutte le volte almeno che le circostanze o la necessità della battaglia non vi si oppongono. 112. L'uso menzognero di queste bandiere o di questi segnali è considerato con ragione come un atto di mala fede, come un
procedere dei più condannevoli. Questo atto può autorizzare l'avversario a non tener alcun conto di queste bandiere. 113. L' assediante dimanda altresì talvolta all'assediato che gli segni gli stabilimenti che contengono le collezioni di opere d'arte, i musei scientifici, gli osservatori astronomici, le biblioteche che racchiudono libri preziosi, onde evitare per quanto si può la distruzione di questi edifici.
SEZIONE VII.
La parola d 'onore 115. I prigionierL di guerra possono essere messi in libertà sia in seguito di un cambio, sia in certe circostanze, semplicemente sulla parola.
312
ARTURO MARCHEGGIANO
116. La voce parola significa l'impegno preso in buona fede sul proprio onore da un prigioniero di fare o di non fare certi atti determinati, quando il nemico, a cui dà la sua parola, gli avrà reso una libertà completa o parziale. 117. L'impiego che deriva dalla parola data è un atto individuale, ma non un atto privato. 118. Questo impegno è principalmente contratto dai prigonieri di guerra ai quali il nemico permette, sotto certe condizioni che eglino promettono sul loro onore di osservare, di ritornare nel loro paese o di godere di una maggiore libertà nel paese e sul territorio di chi lo catturò. 119. Rendere la libertà ai prigionieri in seguito di un cambio è la regola generale; rendere loro questa libertà sulla parola data, è l'eccezione.
120. Il png10niero che in questo caso viola la sua parola è punito di morte se egli viene ripreso. In conseguenza i belligeranti devono redigere delle liste esatte rapporto alle persone che hanno dato la loro parola.· 121. Quando più prigionieri danno la loro parola e che il nemico l'accetta, questo fatto può venire constatato con due documenti scritti che vengono scambiati e nei quali sono esattamente inscritti i nomi, il rango o grado dei prigionieri messi in libertà dietro la data parola. 122. Solo gli officiali che ricevettero regolarmente il brevetto sono direttamente ammessi a dare la loro parola; eglino non possono darla che col permesso del loro superiore in grado, posto che si trovi non molto discosto. 123. L'officiale che non ha il suo brevetto o il semplice soldato può dare la sua parola indirettamente per l'intermezzo di un officiale che ha il brevetto. Se essa non è data mediante questo intermezzo, è nulla e non porta altro effetto che di rendere colui che la diede passibile della pena di morte se fugge. Non si fa che una eccezione a questa regola: allorché alcuni soldati, intieramen-
APPENDICI
313
te divisi dai loro capi, sono di già prigioni da lungo tempo senza avere potuto trovare via di dare la loro parola coll'intermezzo di un officiale. 124. La parola non può essere data da alcuno sul campo di battaglia. Essa non può essere data, dopo un combattimento, da tutto un corpo di truppe. Non è permesso rilasciare in una volta un gran numero di prigionieri, mediante una dichiarazione generale la quale dica che eglino hanno dato la loro parola; una tale dichiarazione è nulla e senza valore. 125. Nelle capitolazioni delle fortezze e dei campi trincerati, l'officiale che comanda la fortezza o il campo può, in caso di urgente necessità, convenire che le truppe sotto i suoi ordini non porteranno più le armi avanti la conclusione della pace, se un eguale numero di prigionieri nemici non viene rimesso in libertà a titolo di cambio. 126. L'impegno preso in forza della parola data porta in via ordinaria di non più servire contro il nemico, finché continua la guerra durante la quale l'impegno venne preso. Questo impegno non si riferisce che al servizio attivo in guerra contro il belligerante al quale venne data la parola e contro quelli dei suoi alleati che prendono effettivamente parte a questa guerra. Violare in questo caso la sua parola è un crimine che può essere punito di morte: ma l'impegno non si estende al servizio interno. I prigionieri messi in libertà sulla loro parola possono, per esempio, esser impiegati alla leva e alla istruzione delle reclute, a lavorare nelle fortificazioni delle piazze non assediate, a comprimere le civili sollevazioni, a combattere nemici che non sono gli alleati del belligerante, al quale eglino diedero la loro parola; infine possono attendere a funzioni civili o a missioni diplomatiche. 127. Se l'officiale che ha dato la sua parola è disapprovato dal suo governo, egli deve ritornare per essere prigioniero. Se il nemico rifiuta di riceverlo, egli è sciolto dalla sua parola e libero. 128. Un governo belligerante può fare sapere, mediante un ordine generale, se esso consentirà a che i prigionieri si impegnino sulla loro parola, e a quali condizioni. Quest'ordine è comunicato al nemico.
314
ARTURO MARCHEGGJANO
129. Nessun prigioniero di guerra può venire costretto dal governo nemico a dare la sua parola, e nessuno governo è tenuto ad accettare la parola dei prigionieri di guerra, o ad accettare la parola di tutti, pel solo fatto che esso accetta la parola di uno o di più fra questi. Come l'impegno preso in forza della data parola è, da parte del prigioniero, un atto personale, l'accettazione di questo impegno è, da parte del governo nemico, un atto puramente facoltativo. 130. Il comandante di un corpo di occupazione può richiedere dai funzionari civili del paese occupato o dai suoi abitanti, quella garanzia che crederà necessaria per la salvezza o sicurezza delle truppe poste sotto i suoi ordini. Se questa garanzia gli è rifiutata, egli può fare arrestare, internare o ritenere prigioni i ricalcitranti.
SE ZIONE VIII.
Armistizi - Capitolazioni. 130. L'armistizio è una sospensione delle ostilità durante un tratto di tempo convenuto tra i belligeranti. Esso deve essere stabilito per iscritto e debitamente ratificato dalle più alte autorità delle parti contraenti. 131. Se l'armistizio è stipulato senza condizione, esso produce altro effetto che la cessazione delle ostilità su tutta la fronte delle due armate. Se vennero apposte condizioni, esse devono essere chiaramente espresse e rigorosamente eseguite da tutte due le parti. La violazione da parte di un belligerante di una condizione espressa del1' armistizio, conferisce all'altro belligerante il diritto di dichiararlo nullo e non avvenuto. 132. Un armistizio può essere generale e applicarsi a tutti i punti del territorio invaso e a tutti i corpi delle armate belligeranti, o speciale e ristretto a certi corpi e a certe località. Un armistizio può venire conchiuso per un tratto determinato di tempo, o per un tempo illimitato. In questo ultimo caso, ciascun belligerante può riprendere le ostilità, purché lo denunzi nel tempo convenuto.
APPENDICI
315
133. I motivi che determinarono l'uno o l'altro dei belligeranti a conchiudere un armistizio, sia che ciò accada in vista di giungere, pel tempo della sua durata, a potere conchiudere un trattato di pace, o per prepararsi invece a spingere più vigorosamente la guerra, non potrebbero in nulla modificare il carattere dell'armistizio in se stesso. 134. L'armistizio obbliga i belligeranti a cominciare dal giorno che fissarono per venire eseguito; ma gli officiali delle due armate non sono risponsabili della sua esecuzione che partendo dal giorno in cui l'armistizio fu a loro notificato officialmente. 135. Ogni officiale comandante ha il diritto di conchiudere un armistizio che obblighi il distretto sul quale si estende il suo comando; ma questo armistizio deve essere ratificato dall'autorità superiore. Esso cessa di produrre il suo effetto tosto che viene notificato al nemico il rifiuto della ratifica, anche in allora che un tratto di tempo fosse stato stabilito tra la denunziazione dell'armistizio e la ripresa delle ostilità. 136. Le parti contraenti hanno il dovere di dichiarare nell'armistizio, se, e in quale misura saranno permesse relazioni personali o commerciali tra gli abitanti dei territori occupati dalle armate belligeranti. Se non fosse stato stipulato nulla a questo riguardo, ogni relazione resta sospesa come al tempo delle ostilità. 137. Un armistizio non è una pace parziale o temporanea; è solo una sospensione delle operazioni militari, nella misura che fu convenuta tra le parti. 138. Quando un armistizio è conchiuso fra una piazza fortificata e l'armata che la assedia, è ammesso da tutti gli scrittori l'opinione dei quali fa autorità in questa materia che l'assediante deve cessare di accrescere, perfezionare o spingere più avanti le sue opere di attacco, come egli deve interdirsi ogni attacco di viva forza. Ma poiché vi ha divergenza tra i giureconsulti in ordine alla questione, se l'assediato abbia diritto di riparare le sue breccie o di inalzare nuove opere di difesa nell'interno della piazza durante
316
ARTURO MARCHEGG!ANO
l'armistizio, questa questione deve essere risolta, in ciascun caso, mediante un accordo espresso tra le due parti contraenti. Appena una capitolazione è firmata, colui che capitola non ha il diritto, durante il tempo che scorre tra il firmare e l'eseguire la capitolazione, di distruggere o danneggiare le opere di difesa, le armi, le provvisioni, le munizioni che possiede, a menoché non sia stato convenuto altrimenti. 139. Quando l'armistizio è manifestamente violato dall'una delle parti, l'altra parte è liberata da ogni dovere di osservarlo. 140. I soldati presi in flagrante offesa dell'armistizio devono essere trattati come prigionieri di guerra; solo l'ufficiale che ha dato l'ordine di violare l'armistizio è responsabile. L'autorità suprema del belligerante offeso da questa violazione dell'armistizio può dimandarne la punizione. 141. I belligeranti conchiudono in generale un armistizio mentre i loro plenipotenziari si riuniscono per discutere le condizioni della pace; ma questi plenipotenziari possono riunirsi senza i preliminari di un armistizio; in questo ultimo caso la guerra si prosegue senza rallentamento.
SEZIONE IX.
Assassinio 143. Le leggi della guerra non permettono di proclamare che un individuo che fa parte dell'armata belligerante, né un particolare, né un cittadino dello stato nemico è messo fuori della legge e può essere ucciso senza giudizio dal primo individuo che si impadronisce di lui, né più né meno di quello che le leggi moderne non permettono in tempo di pace questa specie di fatto, di porre cioè uno fuori della legge internazionale; esse riprovano al contrario questo modo di procedere e lo considerano come un crimine. Le più severe rappresaglie colpiranno un omicidio commesso in forza di un proclama di questo genere, qualunque sia l'autorità da cui possa emanare. Le nazioni civili veggono con orrore le ricompense offerte in vista di spingere ad assassinare un nemico e le condannano come un ritorno verso la barbarie.
APPENDICI
317
SEZIONE X.
Insurrezione - Guerra civile - Ribellione. 144. L'insurrezione è la sollevazione della nazione armata contro il governo stabilito o contro una parte di questo governo, o contro una o più delle sue leggi, o contro uno o più dei suoi agenti. Essa può limitarsi a una resistenza armata, o essa può proporsi fini più considerevoli. 145. La guerra civile è la guerra che si fanno, nel seno di uno stato, due o un maggiore numero di partiti, ciascuno dei quali combatte per divenire padrone di tutto il paese e si sforza per avere solo il diritto di governare. Questa espressione significa altresì qualche volta una ribellione armata, quando le provincie o i distretti ribellati sono contigui alle provincie ove ha sede il governo . 146. La parola ribellione si applica all'insorgere che scoppia su una grande estensione di paese; è in via ordinaria una guerra dichiarata al governo legittimo da molte porzioni o provincie del paese, ad oggetto di sottrarsi alla sua autorità e di darsi un governo di loro scelta. 147. Allorquando il governo legittimo, spinto da un sentimento di umanità applica in tutto o in parte, a riguardo dei ribelli, le leggi della guerra regolare, questa condotta non implica in alcun modo da parte sua un riconoscimento parziale o completo del governo che i ribelli possono essersi dato o della loro indipendenza come stato autonomo e sovrano. Le potenze neutrali non potrebbero prevalersi in diritto di questa condotta del governo legittimo verso i ribelli per riconoscere in questi la qualità di potenza indipendente. Trattare i ribelli catturati come prigionieri di guerra, cambiarli , firmare cartelli, capitolazioni e altre convenzioni militari con loro; dare agli officiali di una armata ribelle nello scrivere a loro la qualità che eglino possono avere in questa armata; riconoscere le bandiere parlamentari; o per altra parte proclamare la legge marziale sul loro territorio, levarvi tasse di guerra o imprestiti sforzosi, fare infine ogni altro atto conforme alle leggi e agli usi della guerra fra due governi sovrani, non implica né prova il riconoscimento
318
ARTURO MARCHEGGIANO
come potere sovrano del governo che i ribelli possono avere stabilito. L'applicazione delle leggi della guerra ai ribelli implica molto meno che si voglia impegnarsi con loro al di là dei limiti tracciati da queste leggi. È la vittoria che mette fine alla lotta e determina le ulteriori relazioni delle parti belligeranti l'una di faccia all'altra. 148. L'applicazione ai ribelli, sul campo di battaglia, delle leggi e degli usi della guerra, non ha mai impedito il governo legittimo di sottoporre a giudizio i capi della ribellione o i principali ribelli come colpevoli di alto tradimento, e di trattarli come tali, a meno che non siano stati compresi in una amnistia generale. 149. Tutti i nemici, in una guerra regolare, sono divisi in due classi, in combattenti e non combattenti, o cittadini disarmati dello stato nemico. Il comandante militare del governo legittimo, durante una guerra di ribellione, fa una distinzione nella popolazione appartenente al paese del partito ribellatosi fra il cittadino leale e il cittadino sleale. I cittadini sleali si suddividono alla loro volta in cittadini conosciuti per le loro simpatie verso la ribellione senza darle alcun effettivo aiuto; e in cittadini che, senza prendere le armi, incoraggiano i ribelli e a questi prestano il loro appoggio, senza esserne materialmente costretti. 150. È cosa giusta e conveniente che il comandante militare protegga nei paesi ribellatisi i cittadini manifestamente leali contro i rigori della guerra, per quanto lo permettono le molte calamità inerenti a ogni guerra. Il comandante farà pesare il carico della guerra, per quanto questo dipenderà da lui, sui cittadini sleali del distretto o della provincia ribellatasi, sottomettendoli a misure di polizia più rigorose di quelle a cui sono assoggettati, in una guerra regolare, i nemici che non combattono. Se egli lo crede utile o se il suo governo gli ordina di esigere che ogni cittadino presti il giuramento di fedeltà al governo legittimo o ad esso dia qualsivoglia manifesta garanzia di sottomissione, egli può cacciare, internare, imprigionare, condannare a una ammenda i cittadini ribellatisi che rifiutano di impegnarsi nuovamente a rispettare le leggi e a obbedire al governo da buoni e leali cittadini.
APPENDICI
319
È del resto al comandante o al suo governo che spetta di decidere se convenga agire in questo modo, e se può avere confidenza in questi giuramenti.
151. I cittadini degli Stati Uniti che si oppongono a mano armata o senza armi ai movimenti legali (légaux) delle truppe nazionali, si mettono nello stato di guerra contro gli Stati Uniti, e quindi si rendono colpevoli di tradimento.
APPENDICE 2
MINISTERO DELLA GUERRA COMANDO DEL CORPO DI STATO MAGGIORE
N . 3768
USI E CONVENZIONI DI GUERRA (Allegato 2° al Servizio in guerra)
ROMA ISTITUTO POLIGRAFICO DELLO STATO LIBRERIA 1940 - ANNO XVIII
323
APPENDICI
MINISTERO DELLA GUERRA
È approvato il presente allegato 2° al Servizio in guerra: Usi e convenzioni di guerra
Roma, 3 febbraio 1910-XVIII.
p. IL DUCE DEL FASC ISMO CAPO DEL GOVERNO MINISTRO PER LA GUERRA SODDU
APPENDICI
325
INDICE
Premessa Capo I
Pag. 327 Della dichiarazione e della cessazione dello stato di guerra - Dei belligeranti - Degli atti di ostilità ...... .. .. .. ... .................. ..... .. .. ... ..... .. ... .
327
Della rappresaglia, della ritorsione e degli ostaggi ... ....... .... .. .................... .... ..... .. ... .. ... .
331
Capo III
Della occupazione militare del territorio nemico .. ...... .... ..... .............. .... ... .. ........ ........
334
Capo IV
Dei parlamentari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ....... .... ........ . . Delle convenzioni militari ........ .. .. ....... .... .... .
340
Capo II
Capo V
Capo VI Capo VII -
Della salvaguardia ... ..... ... ........ ...... ...... ... .... . Del salvacondotto ...... ..... ........ .... ... ....... . .. .. .
337 346 348
APPENDICI
327
PREMESSA
L'impiego della forza nella guerra tra popoli civili trova restrizione nei patti internazionali e negli usi di guerra. È interesse dei belligeranti che gli uni e gli altri siano lealmente osservati.
CAPO I
Della dichiarazione e della cessazione dello stato di guerra Dei belligeranti - Degli atti di ostilità.
DICHIARAZIONE E CESSAZIONE DELLO STATO DI GUERRA
1. Lo stato di guerra e la sua cessazione può essere dichiarato con il provvedimento con il quale viene ordinata l'applicazione delle disposizioni della «legge di guerra».
DEI BELLIGERANTI
2. Sono legittimi belligeranti coloro che appartengono alle forze armate di uno Stato, ivi comprese le milizie e i corpi volontari, che le costituiscono o ne fanno parte. 3. Sono legittimi belligeranti anche gli appartenenti a milizie o corpi volontari diversi da quelli indicati al n . 2, purché operino a favore di uno dei belligeranti, siano sottoposti ad un capo responsabile, indossino una uniforme, o siano muniti di un distintivo fisso comune a tutti e riconoscibile a distanza, portino apertamente le armi e si attengano alle leggi ed agli usi di guerra. 4. Appartengono alle Forze Armate dello Stato italiano: i militari del Regio esercito, della Regia marina, della R. aeronautica, della R. guardia di finanza e della milizia volontaria
328
ARTURO MARCH EGGIANO
per la sicurezza nazionale, nonché chiunque, a norma di legge, acquisti la qualità di militare; i militarizzati, gli assimilati ai militari e gli appartenenti a corpi civili militarmente ordinati, se sono inquadrati nelle Forze Armate indicate nel comma precedente e muniti dei distintivi prescritti. 5. La popolazione di un territorio non occupato che, all'avvicinarsi del nemico, prende spontaneamente le armi per combattere le forze d'invasione, senza aver avuto il tempo di organizzarsi nel modo indicato al n. 4, è considerata come legittimo belligerante, purché porti apertamente le armi e rispetti le leggi e gli usi della guerra. 6. Le persone non considerate legittimi belligeranti a norma dei numeri 4 e 5, che compiono atti di ostilità, sono puniti secondo la legge penale di guerra.
DEGLI ATTI DI OSTILITÀ
7. L'uso dei mezzi bellici è lecito solo fra col.o ro che hanno la qualità di legittimi belligeranti. 8. È proibito: 1° adoperare veleni e armi avvelenate; 2° usare violenza proditoria ovvero uccidere o ferire un nemico a tradimento, o quando questi, avendo deposte le armi o non avendo più modo di difendersi, si sia arreso a discrezione; 3° sparare contro i naufraghi del mare o dell'aria; 4 ° dichiarare che non si dà quartiere; 5 ° impiegare proiettili esplosivi o incendiari di peso inferiore ai quattrocento grammi, salvo che nel tiro aereo o contraereo; 6° impiegare pallottole che si deformano o si frantumano nel corpo umano, come quelle a involucro duro, che non coprono perfettamente l'anima, o sulle quali sono praticate incisioni;
APPENDICI
329
7° saccheggiare le località, ancorché prese d'assalto; 8° distruggere i beni nemici o impadronirsene, salvo che ciò sia fatto per imperiose necessità di guerra, e salvo le disposizioni speciali per la guerra marittima ed aerea. 9. Gli strattagemmi di guerra e l'impiego di mezzi atti a procurarsi informazioni concernenti il nemico sono considerati leciti. È, però, proibito: I O usare indebitamente la bandiera parlamentare e i segni distintivi della Croce Rossa, delle altre associazioni di soccorso autorizzate, delle navi ospedale e degli aereomobili sanitari; 2° usare bandiere, insegne o uniformi militari diverse da que11e nazionali. 10. È lecito aprire il fuoco contro i nemici, che, fuori del caso di naufragio, scendono con paracadute, isolati o in massa. 11 . È proibito costringere sudditi nemici a partecipare ad azioni di guerra contro il loro paese, o a favorirne l'esecuzione col prestare servizio di guida alle forze armate nazionali, col dare informazioni sulla situazione militare e sui mezzi di difesa del nemico, o in qualsiasi altro modo. Tale disposizione non si applica ai sudditi nemici, che posseggono in pari tempo la nazionalità italiana, o che comunque siano soggetti agli obblighi del servizio militare, a norma della legge sulla cittadinanza. 12. È lecito il bombardamento diretto contro gli obiettivi nemici, la cui distruzione, totale o parziale, torni a vantaggio delle operazioni militari, e, in particolare, contro le forze armate e gli accantonamenti militari, le opere c gli stabilimenti militari, le opere e gli apprestamenti per la difesa, i depositi di armi e di materiale bellico, le navi da guerra e gli aeromobili militari, nonché i depositi, le officine, le installazioni, le vie e i mezzi di comunicazione atte ad essere utilizzati per i bisogni delle forze armate. 13. 11 bombardamento, che abbia il solo scopo di colpire la popolazione civile o di distruggere o danneggiare i beni non aventi interesse militare, è in ogni caso proibito.
330
ARTURO MARCHEGGIANO
14. Le formazioni sanitarie mobili, gli stabilimenti fissi del setvizio sanitario, le navi-ospedale le navi-ospedal~ere e gli aeromobili sanitari addetti al servizio militare devono essere rispettati e protetti. Le formazioni, gli stabilimenti, le navi e gli aeromobili protetti a norma del comma pr:ecedente, debbono essere muniti dei segni distintivi previsti dalle convenzioni internazionali, facilmente visibili anche a grande distanza e a quota elevata. 15. I beni degli Stati neutrali e le sedi delle loro rappresentanze diplomatiche o consolari devono essere, per quanto è possibile, rispettati, purché non vengano usati a fini militari e siano individuati dalla loro bandiera nazionale visibile a grande distanza e a quota elevata. 16. In caso di investimento o assedio di una fortezza o di una località comunque apprestata a difesa, il comandante delle forze attaccanti può impedire l'uscita dei non combattenti. Salvo imperiose esigenze, il comandante deve consentire l'uscita ai sudditi di Stati neutrali, alle condizioni che egli ritiene di stabilire. In ogni caso, sempreché non siano in corso azioni di combattimento, il comandante non può vietare l'uscita agli agenti diplomatici o consolari neutrali, che ne facciano domanda ..! 17. Il comandante di una fortezza o di una località assediata o investita può vietare l'uscita di qualunque persona dalla fortezza o località medesima. 18. Fuori dei casi di necessità delle operazioni militari, il comandante delle forze attaccanti, prima di intraprendere il bombardamento, deve fare quanto è possibile per darne comunicazione alle autorità locali. 19. L'impiego di mezzi batteriologici, di gas asfissianti, tossici o simili, come pure i liquidi, materie o procedimenti analoghi, è vietato in conformità delle disposizioni internazionali vigenti. 20. Il divieto indicato al numero precedente vale anche a titolo di reciprocità, e indipendentemente dall'esistenza di convenzioni internazionali, verso i belligeranti, che dichiarino .di non voler far uso, ed effettivamente non facciano uso, dei mezzi enunciati nel numero stesso.
APPENDICI
331
CAPO II
Della rappresaglia, della ritorsione e degli ostaggi.
RAPPRESAGLIA
21. Le norme del diritto di guerra devono essere lealmente os-
servate. Nondimeno, se il belligerante nemico viene meno ad alcuno degli obblighi derivantigli dal diritto internazionale, è consentito, a titolo di reazione per l'offesa ricevuta, di non rispettare taluno dei diritti del belligerante inadempiente. Questa reazione costituisce la rappresaglia e può consistere tanto in un atto positivo, quanto in una omissione. 22. Ricorre la prima ipotesi quando si compiono atti, che sarebbero vietati dal diritto di guerra: quali ad esempio la distruzione dei beni nemici indipendentemente dalle necessità di guerra, l'imposizione di contribuzioni in danaro alle popolazioni dei territori occupati, anche se non siano destirlate ai bisogni delle forze occupanti o all'amministrazione dei territori stessi; l'applicazione, per . . atti individuali di sanzioni collettive alle popolazioni dei territori occupati, quando esse ne siano solidalmente responsabili; la confisca di proprietà privata in territorio occupato, ecc .. Ricorre la seconda ipotesi , omissione, quando non si compie un atto che sarebbe imposto dal diritto di guerra: come ad esempio, se si omette il preavviso di bombardamento alle autorità locali, in quanto esso sia preveduto dall'articolo 50 della legge di guerra, ecc .. 23. Quando il belligerante nemico, avendo commesso atti illeciti, che hanno determinato o avrebbero potuto determinare la rappresaglia, abbia dato, a nostro avviso, congrua soddisfazione, cessa ogni ragione per continuarla o per iniziarla.
332
ARTURO MARCHEGGIANO
La rappresaglia ha il fine di indurre il belligerante nemico a osservare le obbligazioni derivanti dal diritto internazionale, e può effettuarsi, sia con atti analoghi a quelli da esso compiuti illegittimamente, sia con atti di natura diversa. La rappresaglia non ha dunque la natura di una pena, ma è soltanto un mezzo di coercizione diretto a indurre il nemico a rispettare i suoi obblighi nei nostri riguardi. Pertanto la rappresaglia deve essere sufficientemente proporzionata alla gravità dell'offesa ricevuta, e non può consistere, salvo casi di assoluta necessità, in atti bellici diretti contro la popolazione civile. 25. Data la natura e lo scopo della rappresaglia, essa può essere diretta, in via di massima, soitanto contro il belligerante che abbia violato il diritto bellico ai nostri danni. 26. Non può essere sospesa, a titolo di rappresaglia, l'osservanza di norme internazionali, che prevedono espressamente l'obbligo di osservarle in ogni caso, come ad esempio, le norme relative ai prigionieri di guerra e quelle concernenti i feriti e i malati. Nulla osta però che, per indurre il belligerante nemico a osservare gli obblighi derivanti dalle predette norme, possano compiersi atti di rappresaglia in altri campi, per i quali non esista uno speciale divieto. 27. La rappresaglia è ordinata con provvedimento del DUCE o di autorità legalmente delegata. Gli atti di rappresaglia, se consistenti in operazioni belliche, possono essere disposti anche dal comandante supremo e, quando occorra un'azione immediata ed esemplare, da ogni altro comandante, salvo il caso preveduto dal precedente n. 26. I comandanti di grandi unità distaccate, possono ricorrere a misure di rappresaglia soltanto in caso di assoluta necessità e sempre fuori del caso preveduto dal precedente n . 26.
RITORSIONE
28. La legge di guerra italiana, ispiranqosi - a principi di civiltà e di umanità, in quanto lo consentano le necessità di guer-
APPENDICI
333
ra, ha preveduto un trattamento umanitario sia per i combattenti nemici, feriti o prigionieri, sia per la popolazione civile, anche fuori dei casi nei quali esistano speciali obblighi di diritto internazionale di guerra. 29 . Qualora il belligerante nemico, pur senza violare gli obblighi derivantigli dal diritto di guerra, non si ispiri ai predetti principi che informano la legge italiana di guerra, è lecito sospendere da parte nostra l'applicazione di dette misure favorevoli, allo scopo di indurre il belligerante nemico a uniformarsi a sua volta ai principi' stessi. In tal caso, si ha la ritorsione che, a differenza della rappresaglia, non è determinata da una violazione del diritto internazionale, bensì dalla mancata osservanza di principi' non ancora consacrati da norme giuridiche. 30. La ritorsione si effettua, in generale, mediante l'attuazione di misure analoghe a quelle prese dal belligerante nemico nei nostri confronti. 31. La ritorsione è ordinata con provvedimento del DUCE o di autorità legalmente delegata. Gli atti di ritorsione, in quanto consistano in modalità di operazioni belliche, possono essere disposti anche dall'alto comando e, quando si ravvisi la necessità di un'azione immediata ed esemplare, da ogni altro comando.
OSTAGGI
32. Per trattenere l'avversario dal compimento di azioni illecite, e in particolare per garantire l'osservanza di accordi intervenuti fra noi e il belligerante nemico, è lecito prendere speciali misure precauzionali contro determinate persone nemiche, dette «ostaggi». A differenza della rappresaglia, le misure prese verso gli ostaggi hanno carattere meramente precauzionale, poiché tendono a evitare una violazione soltanto futura ed eventuale di un nostro diritto.
334
ARTURO MARCHEGGIANO
33 . Gli ostaggi, se trattenuti, devono essere considerati quali prigionieri di guerra, e come questi trattati. Qualora non si intenda di trattenerli in stato di cattura, possono essere adottati, nei loro riguardi, speciali misure di vigilanza. 34. Alla misura di prendere ostaggi si deve ricorre solo in caso di assoluta necessità e in via del tutto eccezionale.
CAPO III
Della occupazione militare del territorio nemico.
35. Un territorio nemico è considerato occupato, se si trova di fatto sotto l'autorità delle nostre forze armate, cioè quando queste abbiano l'effettivo controllo e siano in grado di farvi valere, immediatamente ed efficacemente, la propria autorità, appena ne sorga il bisogno. Non può, pertanto, essere considerata come occupazione effettiva l'incursiçme in un tratto del territorio nemico, o l'invasione di questo, al solo fine di compiervi operazioni belliche di carattere assolutamente transitorio.
36. Il territorio nemico, occupato dalle nostre forze armate, è considerato zona delle operazioni, e l'alto comando vi assume anche i poteri civili. 37. L'autorità militare, che occupa il territorio nemico, prende tutti i provvedimenti per ristabilire e assicurare, per quanto è possibile, l'ordine e la vita pubblica, mantenendo in vigore, salvo impedimento assoluto, le leggi del paese occupato. A meno che esigenze politiche, militari o di ordine pubblico ne impongano la sostituzione, m~ntiene in carica, per l'esercizio delle proprie funzioni, le autorità e i funzionari civili dei territori occupati, che non chiedano di essere esonerati. L'autorità occupante può vietare l'abbandono del proprio posto da parte del personale addetto ai servizi sanitari o che, comunque,
APPENDICI
335
interessino l'incolumità pubblica, come: medici, farmacisti, ostetriche, personale dei manicomi, personale addetto all'igiene pubblica, ecc .. 38. Alle spese occorrenti per l'amministrazione del territorio occupato, l'autorità militare occupante provvede mediante la riscossione dei tributi già stabiliti dall'amministrazione dello Stato nemico, e nei limiti in cui vi provveda lo Stato predetto. 39. L'autorità militare, che occupa un territorio nemico, deve, in particolare, provvedere, perché siano rispettati l'onore e i diritti di famiglia, la vita degli individui e la proprietà privata, nonché le convinzioni religiose e l'esercizio dei culti. Gli abitanti del territoriq occupato conservano la piena capacità civile e il libero esercizio dei loro diritti. L'occupante, però, per necessità di guerra, può prendere misure preventive atte ad evitare che siano compiute azioni contrarie ai suoi interessi e alla sicurezza delle truppe. Così l'occupante può sospendere o limitare l'esercizio della libertà di riunione, della libertà della stampa e del diritto di portare le armi, l'inviolabilità del segreto epistolare, le licenze relative al commercio, ecc .. 40. Le autorità, i_funzionari e gli impiegati civili dei territori occupati, che non si siano valsi della facoltà di dimettersi e che siano mantenuti in carica, restano disciplinarmente soggetti all'autorità militare occupante. Essi non possono essere obbligati a prestare giuramento di fedeltà all'autorità militare occupante. Questa può solo esigere una dichiarazione scritta di adempiere con lealtà le funzioni che esercitano. 41. L'occupante non può costringere gli abitanti del territorio occupato a prendere parte, contro il loro paese, a operazioni di guerra, a favorirne l'esecuzione, col prestare servizio di guida alle forze occupanti, a fornire informazioni sull'esercito che precedentemente occupava il territorio e sui suoi mezzi di difesa, come pure a prestare giuramento di fedeltà. 42. Gli abitanti del territorio occupato, ancorché abbiano servito alle dipendenze del nostro Stato prima dell'inizio della guer-
336
ARTURO MARCIIEGGIANO
ra, non possono essere costretti ad arruolarsi nelle nostre forze armate, o, comunque, a prestare servizi attinenti direttamente alla guerra, salvo il caso che essi possiedano la nazionalità italiana o che, comunque, siano soggetti agli obblighi del servizio militare, a norma della nostra legge sulla cittadinanza. 43. L'autorità militare occupante ha, però, facoltà di richiedere l'opera degli a~itanti del territorio occupato, per servizi inerenti a opere civili, 'c he siano necessarie nel territorio predetto, per la vita slessa delle popolazioni, come ad esempio: ristabilire e assicurare le comunicazioni, riattivare acquedotti, spegnere incendi," ecc. 44. Tutti i beni immobili e le aziende, esistenti nel territorio occupato e appartenenti a pubbliche amministrazioni nemiche, passano in possesso dello Stato occupante, che ne diviene però soltanto amministratore o usufruttuario. Per contro, il numerario, i capitali, i crediti esigibili, i depositi d'armi, i mezzi di trasporto, i magazzini e, in generale, tutti i beni mobili, appartenenti a pubbliche amministrazioni nemiche e atti a servire a scopi di guerra, passano in proprietà dello Stato occupante.
45. La proprietà privata è rispettata e non è soggetta a confisca. Gli abitanti del territorio occupato conservano, quindi, il diritto di proprietà e di possesso dei loro beni, con tutte le facoltà inerenti . Tuttavia, l'autorità militare occupante può disporre di ogni specie di armi e di munizioni, come di tutti i mezzi di comunicazione e di trasporto, navi e aeromobili compresi, appartenenti a persone private, quando siano utilizzabili a scopi di guerra, con riserva di restituirli o di tenerne conto nell'eventuale regolamento delle indennità, all'atto della conclusione della pace. 46. Resta peraltro salvo il diritto di cattura e confisca stabilito dalla legge di guerra, relativamente alle navi mercantili nemiche e agli aeromobili civili nemici che appartengono a privati. 47. L'autorità militare occupante, quando ricorrano necessità di guerra, ha pure facoltà di imporre agli abitanti dei territori oc-
APPENDICI
337
cupati prestazioni o forniture, come: uso di fabbricati per alloggio e accantonamento delle truppe e del materiale, uso dei molini e dei forni, macchine e utensili per la riparazione di vie di comunicazione, cura e ricovero per malati e feriti medicamenti e materiale sanitario, ecc .. 48. I beni delle provincie e dei comuni, nonché gli stabilimenti consacrati ai culti o destinati alla carità, all'istruzione, alle arti e alle scienze, anche se appartenenti allo Stato o ad altri enti pubblici del territorio occupato, sono trattati come proprietà privata. L'autorità militare occupante adotta tutti i provvedimenti necessari per impedire e reprimere qualsiasi appropriazione, distruzione o danneggiamento intenzionale dei beni suddetti. 49. In paese occupato, specialmente se abitato da popola zioni ostili, i comandi di grandi unità, o di minori unità distaccate, hanno il dovere di garantire, con misure rigorosissime, la sicurezza delle truppe operanti. Nei rigua rdi della popolazione del territorio occupato saranno presi, a tale scopo, provvedimenti speciali del caso, come: obbligo di tenere aperte le case e illuminati determinati punti o località, divieto di circolazione in determinate zone e in date ore, piantonamento di uffici pubblici, sequestro di documenti e di valori, perquisizioni, ecc .. Per l'esecuzione di detti provvedimenti i comandi si valgono dell'opera dei Carabinieri Reali.
CAPO IV
Dei parlamentari.
50. «Parlamentare» è la persona autorizzata dall'autorità militare belligerante a mettersi in comunicazione diretta con il nemico; generalmente allo scopo di trattare la conclusione di determinati accordi, destinati ad avere esecuzione sul campo di battaglia.
338
ARTURO MARCHEGGIANO
51. Il parlamentare deve apparire, anche a distanza, come tale, e a questo scopo presentarsi con un distintivo visibile, bandiera bianca. Egli normalmente può essere accompagnato dal portabandiera, dal trombettiere o tamburino che ne annunzi l'arrivo a distanza e, se del caso, da un interprete. 52. Nel presentarsi il parlamentare deve comprovare la sua qualità e i suoi poteri esibendo una lettera-mandato rilasciatagli dal!'autorità militare che lo invia. In tale documento sono, in linea di massima, indicati il nome, cognome e grado del parlamentare, il giorno e l'ora d'invio, la zona di presentazione, l'autorità militare con la quale deve comunicare, la natura e la portata della missione, e, nominativamente, le persone che accompagnano il parlamentare, con l'indicazione della rispettiva qualità (annesso n. 1). Se il parlamentare non è provvisto di un atto scritto comprovante la sua qualità e i suoi poteri, l'autorità militare, cui si presenta, può trattenerlo adottando le opportune misure di sicurezza, prevedute dai numeri seguenti e richiedendo istruzioni ai comandi superiori. Questi hanno facoltà di ritenere il parlamentare accreditato per la missione che egli intende compiere, in base ad ogni altro elemento, che i comandi stessi possano considerare equipollente. 53. Il parlamentare, riconosciuto come tale, e le persone che lo accompagnano sono inviolabili per tutto il tempo occorrente all'adempimento della loro missione. 54. 1 parlamentari devono, di massima, essere ricevuti . Circostanze particolari possono, però, consigliare il comandante delle forze operanti a non riceverli; nel qual caso, al parlamentare sarà intimato di non avanzare e di tornare indietro. Se il parlamentare, avendo avuto il tempo sufficiente per ottemperare all'intimazione, continua ad avanzare, oppure non si ritira, perde il diritto all'inviolabilità. 55. Si ha, peraltro, il diritto di dichiarare preventivamente all'avversario che non si riceveranno parlamentari per un certo periodo. Dopo questa dichiarazione i parlamentari che si presentino non hanno diritto all'immunità. Il rifiuto di ricevere parlamentari può essere fatto anche a titolo di rappresaglia.
APPENDICI
339
56. In nessun caso l'apparire di un parlamentare o di una bandiera bianca obbliga il comandante a sospendere il combattimento o l'inseguimento. Se, pertanto, il parlamentare avanza durante il combattimento, ciò fa a suo rischio e pericolo. Tuttavia, chi intende ricevere un parlamentare deve far sospendere localmente il fuoco per il tempo necessario alla comunicazione e al rientro nelle proprie linee del parlamentare e delle persone che l'accompagnano. 57. Allorché un parlamentare si presenta con le formalità indicate nel n. 52, il comandante che Io accoglie deve prendere tutte le opportune precauzioni atte a impedire che esso venga a conoscenza di notizie di carattere militare. All'uopo, il comandante del reparto o del posto di riconoscimento più vicino lo fa fermare a distanza, ingiungendo a lui e a chi lo accompagna di voltarsi verso una determinata direzione; dopo di che, va a riceverlo, accompagnato da una scorta armata. Se però il comandante è un graduato, o un sottufficiale, tale incarico spetta all'ufficiale, dal quale immediatamente dipende e che deve essere subito avvertito . Il predetto comandante si assicura, nei modi indicati nel n. 52, che il parlamentare ha tali qualità; indi , se il parlamentare deve soltanto consegnare pieghi, il comandante li ritira e gliene rilascia ricevuta, rinviandolo immediatamente; se, invece, il parlamentare deve fare comunicazioni a un comando superiore, gli fa bendare gli occhi e Io accompagna, o Io fa accompagnare da un ufficiale o sottuffici~e al comando competente, unitamente all'interprete che lo abbia accompagnato e che deve essere anche esso bendato. Il rimanente seguito del parlamentare è trattenuto, anche esso bendato, presso il reparto o il posto di riconoscimento. 58. Per far ritorno alle proprie linee, il parlamentare e il suo . seguito sono ricondotti allo stesso posto dal quale sono entrati, adottandosi le medesime precauzioni. Le formalità suindicate devono essere rispettate e fatte rispettare con rigida severità, adoperando modi cortesi, ma fermi e decisi. 'ogni conversazione, il cui oggetto esorbiti dalla missione affidata al parlamentare, deve essere evitata tra lui e il personale destinato a riceverlo o ad accompagnarlo, come pure fra la sua scorta e il personale destinato a custodirla.
340
ARTURO MARCHEGGIANO
59. Il parlamentare nemico che comunque, e per circostanze indipendenti alla sua volontà, sia venuto o possa venire a conoscenza di notizie riservate di carattere militare, può essere trattenuto per impedire la divulgazione di tali notizie e finché dura il pericolo di questa divulgazione. La stessa misura si applica al parlamentare che, durante la sua missione, abbia intenzionalmente raccolto informazioni. Se, però, il parlamentare approfitta della sua posizione privilegiata per compiere o tentare di compiere atti di tradimento, perde il diritto alla inviolabilità, ed è punito in conformità della legge penale di guerra. 60. Il comandante che riceve un parlamentare può autorizzarlo ad avvalersi di un mezzo di trasporto (nave, aeromobile, automezzo, ecc.), per compiere la sua missione. Se concede il mezzo, fissa le condizioni d'impiego, determinando il tempo, l'itinerario, le modalità di sicurezza, ecc .. Nel caso predetto, l'inviolabilità si estende anche al mezzo adoperato, al relativo equipaggio o personale conducente, sempreché vengano osservate le condizioni d'impiego imposte all'atto della concessione.
CAPO V
Delle convenzioni militari.
61. La facoltà di condurre, con il nemico , armistizi, capitola-
zioni o altre convenzioni di carattere militare spetta all'alto comando dell'Esercito. Questi, con autorizzazione temporanea o permanente, in via generale o per casi determinati, può delegare, per la stipulazione di dette convenzioni, gli alti comandanti o i comandanti di unità dipendenti, quando, per la loro autonomia di azione o per altre circostanze, lo ritenga opportuno. La delega, in ogni caso, deve indicare la materia che può formare oggetto delle convenzioni stesse.
APPE NDICI
341
62. I comandanti di unità, che non abbiano possibilità di comunicare con gli alti comandanti e con l'alto comando dell'Esercito, possono stipulare con il nemico convenzioni di carattere temporaneo e locale, ai fini dell'azione militare. 63. L'armistizio e ogni altra convenzione, che modifichino sostanzialmente la situazione reciproca dei belligeranti, o che stabiliscano preliminari per la conclusione della pace, possono essere stipulate solo con l'assenso del Re Imperatore. 64. La persona incaricata di stipulare una convenzione militare deve essere munita da parte del comandante competente dei necessari poteri. Il documento che conferisce detti poteri, deve indicare il nome, il grado e la carica del delegato, nonché l'autorità con la quale è autorizzato a trattare. 65. Le convenzioni sono, di regola, redatte per iscritto. Quando siano state validamente concluse, i comandanti hanno il dovere di adottare i provvedimenti necessari perché esse siano lealmente osservate. 66. La sospensione d'armi (o tregua) è l'accordo, per effetto del quale si interrompe l'impiego dei mezzi di combattimento, per breve tempo, in una determinata località, allo scopo di provvedere a esigenze, che non interessano la condotta generale della guerra. La sua durata è convenuta per un certo periodo, che può essere di un determinato numero di ore o di giorni. La sospensione d'armi è stipulata, generalmente, per scopi limitati ma urgenti: ad esempio, per lo sgombero dal campo di battaglia dei feriti, per l'inumazione dei cadaveri, per lo scambio dei prigionieri, per dar tempo al comandante militare interessato di chiedere ordini o istruzioni per trattative più importanti. 67. Gli effetti della sospensione d'armi sono limitati al solo territorio indicato nella convenzione e alle truppe che vi si trovano; essi non si estendono quindi alle altre parti del teatro della guerra e alle truppe ivi dislocate. La sospensione d'armi è richiesta per mezzo di parlamentari, osservate le modalità per questi stabilite. Finché dura la sospensione d'armi non possono essere mutate le posizioni delle forze operanti, salve espresse intese contrarie.
342
ARTURO MARCHEGGIANO
68 . La sospensione d'armi, non appena stipulata, deve essere comunicata ~Ile truppe interessate: e pertanto un comandante deve dare esecuzione alla sospensione d'armi soltanto quando ne abbia avuto regolare notifica dai suoi superiori diretti e non in base a notizia che gli sia pervenuta dal nemico o altrimenti. La convenzione per la sospensione d'armi deve essere rigorosamente osservata nelle condizioni di tempo e con la modalità da essa stabilite. Se il nemico ne viola le condizioni, la convenzione può essere considerata come decaduta. 69. L'armistizio è l'accordo, che ha per effetto la sospensione, totale o parziale, delle ostilità, a tempo determinato o indeterminato, su tutto il teatro della guerra o su parte di esso. L'oggetto dell'armistizio è, perciò, più esteso di quello della sospensione d'armi, sia per limiti di tempo, sia per i luoghi ai quali si applica. In relazion e a lla sua portata ed efficacia, l'armistizio può es-
sere generale o parziale. 70. L 'armislizio generale ha al tempo stesso carattere polilico, economico e militare, e generalmente precede i negoziati per la pace. L'armistizio generale sospende, per la durata convenuta le operazioni militari dei belligeranti in tutto il teatro della guerra. 71. L'armistizio parziale (o locale) sospende le operazioni soltanto fra parti considerevoli delle opposte forze belligeranti, e solamente in una delimitata zona del teatro della guerra. L'armistizio parziale è concluso, non per far fronte a esigenze di carattere locale e temporaneo, come nel caso della sospensione d'armi, ma per gravi motivi che , mentre non possono essere fronteggiati con uria sospensione d'armi, non richiedono, tuttavia, la conclusione di un armistizio generale: come ad esempio: lo svilupparsi di gravi epidemie, un terremoto, ecc. 72. L'armistizio, appena stipulato, obbliga i contraenti all'osservanza rigorosa delle condizioni in esso convenute. La sua applicazione ha inizio dalla dala e ora stabilite; e, a tale uopo, l'armistizio stipulato deve essere subito comunicato ufficialmente alle truppe interessate, perché si uniformino alle disposizioni relative.
APPENDICI
343
Di solito, specialmente quando trattasi di armistizio di breve durata, i belligeranti stabiliscono, d'accordo, un determinato segnale, per indicare materialmente il momento in cui devono cessare le ostilità: quale, ad esempio una bandiera bianca tenuta alzata d'ambo le parti fino al termine dell'armistizio. 73. Allorché ,la durata dell'armistizio è stata convenuta per un tempo determinato, le ostilità possono essere riprese, senza preventiva notifica allo scadere dei termini stabiliti; se, invece, è stata convenuta per un tempo indeterminato, ciascuno dei belligeranti può ri1;>rendere le operazioni in ogni momento, preavvisandone, però, il nemico. L'armistizio stipulato per un determinato numero di giorni termina alla mezzanotte dell'ultimo giorno convenuto, salvo che sia stata espressamente stabilita altra ora di scadenza. La durata del1'armistizio può essere prorogata d'accordo tra le parti. 74. Nel corso dell'armistizio i belligeranti devono astenersi da ogni atto di ostilità, evitare spostamenti di truppe intesi ad effettuare occupazioni di terreno o di posizioni oltre il limite delle linee tenute all'inizio dell'armistizio: evitare ogni ricognizione fuori delle proprie linee. Nei limiti di territorio stabiliti dall'armistizio, è, invece, consentito qualunque movimento di truppe e di materiali, salvo che vi osti una esplicita clausola della convenzione. Se la convenzione non lo consente espressamente, il difensore di una fortezza assediata non ha facoltà di approvvigionarla durante l'armistizio. In quanto manchino espresse clausole contrarie, e salvo quanto è indicato nei commi precedenti, si presume che le parti abbiano voluto conservare lo stato di fatto esistente al momento della stipulazione e che, pertanto, nulla sia lecito di quanto possa alterare tale situazione. 75. La sospensione delle ostilità non importa sospensione dell'applicazione delle norme del diritto di guerra. La cessazione della guerra non avviene se non quando è stato stipulato il trattato di, pace; fino a quel momento, la guerra perdura con tutte le sue conseguenze giuridiche.
344
ARTURO MARCHEGGTANO
76. Data la loro importanza le convenzioni d'armistizio sono redatte per iscritto. Il testo di esse deve essere redatto con la massima chiarezza, in modo da escludere qualsiasi equivoco di interpretazione. Se il testo è redatto in più lingue si deve indicare quello che fa fede, in caso di divergenza. Oltre alle clausole, che, in relazione alle particolari esigenze del caso, possono essere giudicate necessarie, allo scopo di precisare diritti e obblighi reciproci durante l'armistizio, la relativa convenzione deve sempre comprendere quelle riflettenti: 1 ° l'estensione dell' ar mistizio: se cio'è si estende o meno a tutte le forze armate dello Stato e a tutto il teatro della guerra; 2 ° il giorno e l'ora dell'entrata in vigore delle sue disposizioni; 3° la durata dell'armistizio o, se essa non sia determinata, l'intervallo che deve correre tra l'eventuale denunzia dell'armistizio e la ripresa delle ostilità; 4 ° la proibizione, per tutta la durata dell 'armistizio, di qualunque atto di ostilità; 5 ° l'indicazione delle posizioni occupa te, al momento della stipulazione dell'armistizio , dalle forze armate, dei movimenti che esse possono compiere, dei limiti territoriali che non si devono oltrepassare e dell'eventuale zona neutra interposta fra le parti; ovvero la designazione delle persone che dovranno stabilire detti limiti e le modalità per provvedervi; 6 ° il regolamento del blocco, i rapporti ammessi e quelli esclusi fra le truppe avversarie e le popolazioni, e fra le popolazioni stesse; i movimenti ferroviari, marittimi e aerei, i servizi postali e di telecomunicazioni, l'esecuzione di lavori , il rifornimento di munizioni, ecc. ; 7° le norme per le eventuali ratifiche, l'indicazione del termine per lo scambio di esse, precisandosi se nel frattempo l'armistizio debba o no ritenersi in vigore; 8 ° la lingua o le lingue adoperate ; qualora la convocazione sia redatta in due o più lingue, il testo che fa fede in caso di divergenze. 77. Ogni violazione grave dell'armistizio, da parte di uno dei belligeranti, dà all'altro il diritto di denunciare l'armistizio stesso e, in casi particolari, di riprendere immediatamente le ostilità.
APPENDICI
345
Il comandante locale può, in quest'ultimo caso, reagire nel modo che giudichi più rispondente alla gravità degli atti commessi dal nemico, senza pregiudizio degli ulteriori provvedimenti dell'alto comando dell'Esercito. In ogni caso soltanto quest'u,ltimo ha facoltà di denunciare l' armistizio o di ordinare l'immediata ripresa delle ostilità. 78. Le violazioni d'armistizio possono consistere: in gravi atti di ostilità; nel qual caso l'accordo decade automaticamente e la reazione segna senz.a altro la ripresa delle ostilità; in fatti gravi: nel qual caso l'armistizio cessa di aver vigore, di norma, previa regolare denuncia; in violazioni di carattere locale: cessata, in questo ultimo caso, la eventuale reazione, l'armistizio continua, salva rivalsa di danni contro H belligerante colpevole della violazione. 79. Atti di ostilità compiuti da singoli individui , di loro iniziativa, non costituiscono motivo sufficiente per la denuncia dell'armistizio; ma l'autorità militare può esigere la punizione dei colpevoli e l'eventuale pagamento di indennità per i danni subiti. L 'azione dei singoli può invece costituire, ai fini di una ripresa delle ostilità, violazione dei patti d'armistizio quando risulta autorizzata o comunque approvata dalle superiori autorità. 80. Per la capitolazione, vale quanto, in materia, è stabilito dal nostro codice penale militare. Le norme degli articoli seguenti valgono nei confronti del nemico che capitola. 81. La capitolazione è la convenzione che determina le condizioni di resa di forze operanti o di una posizione fortificata. 82. La convenzione di capitolazione stabilisce: 1° il momento iniziale della sospensione delle ostilità; 2° la sorte e il trattamento riservato alle forze che capitolano, e l'eventuale concessione dell!onore delle armi;
346
ARTURO MARCHEGGIANO
3 ° i modi di garantire la sicurezza delle forze occupanti rispetto agli eventuali mezzi di offesa o di difesa esistenti nella posizione fortificata; 4° le altre clausole relative all'occupazione o alla consegna della posizione fortificata, delle navi e degli aeromobili, delle armi, degli impianti, .dei materiali e dei rifornimenti. 83. Gli appartenenti alle forze armate nemiche che capitolano, ancorché senza condizioni, sono trattati come prigionieri di guerra. In nessun caso, al nemico che capitola, possono essere imposte condizioni contrarie all'onore militare. Alla difesa valorosa è uso concedere gli onori di guerra: la guarnigione esce, con armi e bagaglio, e sfila innanzi alle truppe avversarie schierate.
CAPO VI
Della salvaguardia .
84. La salvaguardia è una speciale protezione concessa, in nome di S .M . il Re d'Italia e di Albania Imperatore d'Etiopia, a determinate persone, istituzioni, località, edifici o altre cose. 85. È generalmente co~cessa: a quelle persone, che, per la loro condizione o per altro giustificato motivo, sia opportuno proteggere (ad esempio: agenti diplomatici e consolari); a quelle istituzioni, località, edifici o altre cose che per ragioni di umanità, o per il rispetto dovuto al culto, o nell'interesse della scienza o delle arti o delle forze operanti, è conveniente porre sotto speciale protezione (ad esempio: luoghi sacri, stabilimenti d'istruzione o di beneficienza, conventi, musei, monumenti, opere d'arte, archivi, opifici, ecc.). 86. Salvo il caso di necessità assoluta, le persone munite di salvaguardia sono, per quanto concerne la loro abitazione, esone-
APPE NDICI
347
rate dall'obbligo di fornire l'alloggio militare ed esenti da visite domiciliari. Godono della immunità preveduta dal comma precedente anche gli edifici, gli stabilimenti e i luoghi muniti di salvaguardia. Ogni cosa posta sotto salvaguardia non può essere danneggiata o manomessa. 87. Hanno facoltà di concedere salvaguardie l'alto comando dell'Esercito e, per tutta l'estensione del territorio occupato dalle rispettive unità, i comandanti di armata e di corpo d'armata o di unità corrispondenti. Possono pure concedere salvaguardie, di propria autorità e nei limiti della zona occupata dalle truppe rispettive, i comandanti di reparti minori distaccati, che abbiano autonomia d'azione. 88. La salvaguardia deve risultare da un documento scritto con il quale, di norma, l'autorità militare competente dichiara di porre sotto salvaguardia una determinata persona o cosa. 89. Il predetto documento, compilato in conformità dell'annesso 2, deve portare un numero d'ordine ed essere firmato dall'autorità che concede la salvaguardia, e munito del bollo d'ufficio. È rilasciato in duplice esemplare di cui uno è affisso nel luogo dove meglio può giovare alla sicurezza della persona o cosa che si vuol proteggere, l'altro è custodito dalla persona posta sotto salvaguardia, ovvero dalle persone preposte alla direzione o alla sorveglianza di istituti, stabilimenti, ecc., cui la salvaguardia si riferisce. 90. In determinate circostanze, può essere opportuno garantire la protezione concessa a persone, stabilimenti, località, ecc. comandandovi una guardia o una scorta di militari, preferibilmente di Carabinieri Reali delle sezioni addette alle grandi unità. In tal caso, al personale comandato per la salvaguardia è rilasciato un ordine scritto conforme all'annesso 3. Occorrendo, il personale predetto può chiedere man forte ai comandanti delle truppe più vicine, i quali devono aderire alla richiesta. Il comando, che concede la salvaguardia con scorta o guardia, decide se la persona o l'ente, che ne gode, debba, e in quale
348
ARTURO MARCHEGCIANO
misura, corrispondere una retribuzione giornaliera ai militari all'uopo comandati. Nel caso di ritirata delle truppe nazionali, i militari comandati per la salvaguardia, salvo espresso ordine contrario, si ritirano con l'ultimo reparto che abbandona la località. 91. La salvaguardia diviene di diritto inefficace, qualora il titolare ne abusi, o non ottemperi alle condizioni impostegli. Ogni qualvolta se ne ravvisi l'opportunità, la salvaguardia può essere revocata dalle autorità competenti a concederla, o da autorità superiori. L'autorità che revoca la salvaguardia deve darne partecipazione all'interessato, e all'autorità che l'ha concessa. Nei casi suindicati, si provvede al ritiro del documento rilasciato.
CAPO VII
Del salvacondotto.
92. Il salvacondotto è uno speciale permesso concesso a unità delle forze nemiche o neutrali, ovvero a persone di qualsiasi nazionalità, perché possano raggiungere una località prestabilita, attraversando, ove occorra, la zona delle operazioni, senza subire perquisizioni e molestie. Il salvacondotto può essere permanente o temporaneo. Il primo vale per tutta la durata della guerra; il secondo, invece, ha valore solo per il tempo indicato nel salvacondotto stesso. 93. Hanno facoltà di concedere salvacondotti: l'alto comando dell'Esercito e, nei limiti del territorio occupato dalle rispettive unità, i comandanti di armata, di corpo d'armata, di divisione o di unità corrispondenti. Possono pure concedere salvacondotti, di propria autorità e nei limiti della zona occupata dalle truppe dipendenti, i comandanti di reparti minori distaccati, che abbiano autonomia d'azione. Tuttavia, la concessione di salvacondotti permanenti è di esclusiva competenza dell'alto comando dell'Esercito.
APPENDICI
349
94. Il salvacondotto deve constare di un documento scritto, portare un numero d'ordine ed essere firmato dall'autorità che lo rilascia e munito del bollo d'ufficio . Se è concesso ad unità delle forze nemiche o neutrali, il salvacondotto deve indicare l'unità che ne usufruisce, la sua nazionalità e composizione, la località da raggiungere, l'itinerario consentito, la durata della sua validità e l'eventuale facoltà di trasportare beni mobili (annesso n. 4). Se è concesso a una persona, il salvacondotto deve contenere l'indicazione dei connotati, firmata dal titolare, e precisare le generalità della persona, il mezzo di trasporto di cui può servirsi, la durata della validità del documento (se permanente o temporanea), lo scopo per cui è rilasciato, l'eventuale facoltà di trasportare beni mobili (annesso n. 5). 95. I salvacondotti permanenti sono rilasciati, di regola, agli ufficiali di potenze amiche, i quali siano stati ammessi, in via eccezionale, a seguire le operazioni militari. I salvacondotti temporanei possono invece essere rilasciati alle unità di forze nemiche o neutrali, ammesse a un determinato transito. Possono esser rilasciati altresì ad agenti diplomatici o consolari di potenze neutrali accreditati presso il nemico, a corrispondenti di giornali e, in generale, a persone che debbano, per un giustificato motivo, attraversare il territorio occupato dalle truppe. Il rilascio dei salvacondotti temporanei è, in ogni caso, subordinato alla condizione che non ostino ragioni di ordine militare o politico e che non sia possibile, a chi richiede il salvacondotto, raggiungere per altra via la propria destinazione . 96. Qualora, per causa di riconosciuta forza maggiore, al titolare di un salvacondotto non sia possibile attraversare il territorio occupato dalle truppe nei limiti di tempo prescritti, le autorità militari competenti, considerati lo spirito e lo scopo del salvacondotto, continueranno ad accordargli protezione per il tempo da esso ritenuto necessario. 97. Il salvacondotto diviene di diritto inefficace, qualora il titolare ne abusi, o non ottemperi alle condizioni impostegli. Ogni qualvolta se ne ravvisi l'opportunità, il salvacondotto può essere revocato dalle autorità competenti a concederlo, o da autorità superiori. L'autorità, che revoca il salvacondotto, deve dame partecipazione all'interessato e all'autorità che l'ha concesso. Nei casi suindicati, si provvede al ritiro del documento rilasciato.
350
ARTURO MARCHEGGIANO
Annesso
1
REGIO ESERCITO ITALIANO (1) ........... . ... . ........... .............. . ............ ..... .. .. .... .
LETTERA-MANDATO PER IL PARLAMENTARE E IL SUO SEGUITO Il (2) .... ........................ .. ......... .... .. .. ... ........ .... . è stato da questo comando incaricato delle funzioni di
per recarsi il giorno ............ . del mese di ... .. ... . ... . anno ...... alle ore ...... presso il comando del (3) .. ... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . nella zona di . ........ .. .......... .... . con la seguente missione (4) ........ . ... . ..... ....... ...... .. .
Egli non ha alcun potere oltre quelli sopraspecificati. Il parlamentare è accompagnato da (5) ...... .... ... . .
IL COMANDANTE DEL (6) .. . ... ... . (7) ................................. . .. . .
(1) Indicare la grande unità. (2) Grado, corpo arma, nome e cognome della persona. (3) Indicare eventualmente il comando nemico. (4) Indicare se deve «consegnare un piego» «fare comunicazione a voce al . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » ovvero ...... ....... . .. .. ... . ... .. .... .. .. . (5) Nome, cognome, grado e qualità di chi eventualmente accompagni il parlamentare (porta bandiera, trombettiere, o tamburino interprete). (6) Indicare la grande unità. (7) Firma e bollo d'ufficio.
351
APPENDICI
Annesso
2
REGIO ESERCITO ITALIANO (1) .. ................ . ........ -............. _ · ................... ---... .
SALVAGUARDIA N .... In nome di S.M. il Re d'Italia e di Albania, Imperatore d'Etiopia: Il sottoscritto comandante (1) ... ....... .. ... .. . ........... . mette sotto salvaguardia e speciale protezione delle forze armate dello Stato (2) ......... . ....... .... ................. .
Fa divieto a chiunque di recare danno di sorta a medesim.... e ordina a ogni autorità militare o civile di protegger..... e di far ..... rispettare .
.................addì ................. IL COMANDANTE
(3) ........... ....... .. . ................ .
(1) Indicare la grande unità.
(2) Indicare la persona, o cosa, che si vuole proteggere, per le persone indicare la condizione. (3) Firma o bollo d'ufficio.
352
ARTURO MARCHEGGIANO
Annesso
3
REGIO ESERCITO ITALIANO (1) ... ... . . . . . ... ...... . . .. . . . .. .... .... ....... .. ..................... .
ORDINE N ........ ........ .. DI RESTARE A SALVAGUARDIA Il sottoscritto (1) ................... . ... . .. . .... .... .. ...... . .. . ordina al (2) ................. .. ................. . . .... ... ......... . di restare a salvaguardia presso (3) ..... .... . .. .......... .. .. .. .. .. . .. .. . .. .. .. . . . per il periodo di ................ . .... .. dalla data del presente e lo autorizza (4) a riscuotere per tutta la durata di servizio, la somma di lire (5) quale retribuzione giornaliera. Ordina alle autorità militari e civili e a ogni altra persona di riconoscere e proteggere il medesimo come posto a salvaguardia e di dargli, occorrendo, man forte . ............... addì ............... . IL COMANDANTE
(6)
(1) Indicare la grande unità. (2) Indicare il grado, nome e cognome dell'individuo al quale è dato l'ordine di restare a salvaguardia e il reparto cui appartiene. (3) Indicare la persona, o cosa, che si vuole proteggere. (4) Annullare la parte riflettente detta autorizzazione qualora l'autorità competente non intenda di concederla. (5) Indicare la somma tutta in lette r e. (6) Firma e bollo d'ufficio.
353
APPENDICI
Annesso
4
REGIO ESERCITO ITALIANO (1) ..... .. . . .. . .. .... .... .. . . .. . .. . . . .. .. . ..... . .. . .. ....... . ... ...... .
SALVACONDOTTO N ......... (PER LE UNITA) che si rilascia a ................ .... ... . ... .. .... .... . nazionalità composizione .. ... .. .. ... .. . ... . ......... .. .. . .......... ...... ... . località da raggiungere .. ....... .. ... ..... .......... .. ....... . itinerario consentito ........ . ......... ........... . ............ . eventuale facoltà di trasportare beni mobili .. .. ..... . . durata della sua validità ....... ... ....... ... . ........... . ... . Le autorità militari e civili lasceranno passare liberamente il (2) .. .. ... ...... .... .. .... ....... ... .. ... ... ..... ...... . e, occorrendo, gli accorderanno protezione .. ...... .. . .
.......... addì .............. .
(3) ... .. .... . ... . .. . .. . . ....... . ..... . .. . (1) Indicare la grande unità.
(2) Unità delle forze armate a lla quale è concesso. (3) Grado, firma di chi rilascia il salvacondotto e bollo d'ufficio.
354
ARTURO MARCHEGGIANO
Annesso
5
REGIO ESERCITO ITALIANO (1)
SALVACONDOTTO N ......... . (PER LE PERSONE)
Connotati del titolare: Statura m ...... .... ... ....... . . Capelli ........ .... .. .. ........ . Occhi . ... . . . .. .. . ........ . .. . .. . Naso . .. . . . ............... . .. ... . Bocca .. . . .... . . . . . . . . . .. . . ... . . . Mento .... . . . . ... . . . . . . ... ..... . Viso . ...... . . . . .. .. . . ... . .. . .. . . Barba .. . ....... . . ... . .... ..... . Carnagione .......... . ....... .. . Segni particolari . . ..... .. . ... .
FIRMA DEL TITOLARE
che si rilascia a (2) ... . .... . . . . figlio di ...... ..... .... . . .... . . . e di ........... .... .... . . .. ... .. . nato a ................. . ....... . provincia di ................... . addì . . .... . . ... ............. ... . Il presente salvacondotto è valevole per (3) ............. . e serve per (4) ......... . ..... . . mezzo di trasporto ... ........ . eventuale facoltà di trasportare beni mobili . . ... . ............ . . Le autorità militari e civili lasceranno passare liberamente il (2) .... .... . ... . ..... . .. . ..... . e, occorrendo, gli accorderanno protezione. addì (5) .. . . ......... ... . .... .. .
(1) Indicare la grande unità. (2) Nome, cognome e nazionalità della pe rsona cui si rilascia il salvacondotto. (3) Indicare se per tutta la durata della campagna o per un tempo determinato. In quest'ultimo caso indicare i giorni. (4) Indicare lo scopo, e cioè: se per attraversare le linee avanzate; se per recarsi da un luogo all'altro; se per percorrere liberamente tutto il territorio occupato dalle forze a rmate. (5) Grado, firma di chi rilascia il salvacondotto e bollo d'ufficio .
BIBLIOGRAFIA 1. Autori
Actes de la Conférence de Bruxelles, Bruxelles. F . Hayez. 1874. BARCLAY Sir Thomas, La seconde Conférence de la Haye (modèles de clauses et conventions), Paris. A. Pédone. 1907. BLUNTSCHLI M., Le Droit International codifié, Paris. Librairie de Guillaumin et C.ie. 1874. FUNCK-BRENTANO Th., et SOREL Albert, Précis du Droit des Gens, Paris. E. Plon et C.ie. 1877 . CARGNINO Cav. G .M., Regolamento pel Servizio Militare nelle Divisioni e Piazze, in data 21 giugno 1823, coll'aggiunta delle disposizioni successive sono al 4 marzo 1866, Torino, Firenze. Fodratti. 1866. CONTUZZI Francesco P., Trattato di Diritto Internazionale, Napoli. 1894. FIORE Pasquale, Il Diritto Internazionale Codificato e la sua sanzione giuridica, Torino. Unione tipografico-editrice. 1897. GENTILI Alberico, De iure belli, Oxford. T.E. Holland. 1877. GOUTIES (DES) Paul, La Convention de Genève pour l'amélioration du sort des blessés et des malades dans /es armées en campagne du 27 juil/et 1929 (COMMENTAIRE), Genève. Comité international de la Croix-Rouge. 1930. GROTIUS (VAN GROOT Huig), De iure predae, Amsterdam, 1609. GROTIUS (VAN GROOT Huig), De iure belli ac pacis , Paris 1625. ISTITUTO INTERNAZIONALE DI DIRITIO UMANITARIO, La protezione internazionale dei beni culturali, Roma. Nagard. 1986.
356
ARTURO MARCHEGGIANO
MERIGNHAC A., La Conférence Internationale de la Paix (Etude historique, exégétique et critique des travaux et des résolutions de la conférence de la haye de 1899), Paris. Arthur Rousseau. 1900. MORICHETTI FRANCHI Alberto, Gli organismi militari nell'applicazione del diritto internazionale di Ginevra, Roma. 1976. MULINEN (DE} Frederic, Handbook on the law of zar for armed forces, Geneva. International Committee of the Red Cross. 1987.
PACIFICI-MAZZONI Emidio, Raccolta delle leggi Speciali e Convenzioni Internazionali del Regno d'Italia, Torino. Unione tipografico-editrice. 1879. PALMA Luigi, Nuova raccolta dei Trattati e delle convenzioni in vigore fra il Regno d'Italia ed i Governi Esteri (anni 1881-1890), Roma. Unione tipografica-editrice. 1890.
PAOLI B., Nozioni elementari di Diritto penale militare secondo il combinato disposto dei codici penali militari e comune vigenti in Toscana, Firenze. Tipografia delle Murate. 1856. SANDONÀ Giuseppe, Trattato di Diritto Internazionale Moderno, Firenze. Giuseppe PELLAS. 1870. VARI, Memorie storiche militari 1983, Roma. SME, Ufficio Storico. 1984.
VAN DAEHNE VAN VARIK Jhr., Actes et Documents relatijs au programme de la Conferenze de la Paix, La Haye. Martinus Nijhoff. 1899. VATTEL (DE} Emmerich, Le droit des gens au Principes de la loi nature/le appliqués à la conduite et aux affaires des nations et des souverains, Paris. 1758. VERRI Pietro, Le regole della disciplina Militare in Italia nell'epoca moderna e contemporanea, Supplemento al n. 1-2 della «Rassegna della Giustizia Militare». 1977. VERRI Pietro, Diritto per la pace e diritto nella guerra, Roma. 1980. VERRI Pietro, Dizionario di diritto internazionale dei conflitti armati, Roma. 1984.
BIBLIOGRAFIA
357
WHEATON Henry, Histoire des progrès du Droit des Gens en Europe et en Amérique depuis la paix de Westphalie jusqu'a nos jours avec une introduction sur /es progrès du droit des gens en Europe avant la paix de Westphalie. Tome premier, Leipzig. F .A . Brockhaus. 1853.
2. Regolamenti italiani e pubblicazioni militari varie (secondo il tempo)
Regolamento di servizio per le truppe in campagna, Torino. Giuseppe Fodratti. 1833. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte II. Servizio delle Intendenze (14 gennaio 1881), Roma. Carlo Voghera. 1882. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte I. Servizio delle truppe (26 novembre 1882), Roma. Carlo Voghera. 1882. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte I. Servizio delle truppe (6 marzo 1892), Roma. Enrico Voghera. 1892. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte II. Servizio delle Intendenze. Servizio di Cassa (20 maggio 1897). Roma Enrico Voghera. 1897. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in guerra. Parte II. Servizio delle Intendenze. Norme generali sul servizio delle intendenze. Appendice, ,Istruzione intorno agli atti di morte, di nascita ed ai testamenti in guerra, Roma. Enrico Voghera. 1899. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte II. Servizio delle· Intendenze. Servizio dei Carabinieri Reali, Roma. Enrico Voghera. 1899. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte Il. Servizio delle Intendenze. Servizio Telegrafico (5 marzo 1899), Roma. Enrico Voghera. 1899. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte Il. Servizio delle Intendenze. Servizio Veterinario, Enrico Voghera. 1899.
358
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTERO DELLA GUERRA, Istruzione sui portaferiti in guerra. 1 a serie di aggiunte e varianti (Appendice). Edizione 5 settembre 1900, Roma. Enrico Voghera. 1900. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte II. Servizio delle Intendenze. Servizi di Commissariato (2 luglio 1903), Roma. Enrico Voghera. 1903. MINISTERO DELLA GUERRA, Regolamento di Servizio in Guerra. Parte Il. Servizio delle Intendenze. Servizio di Tappa (8 ottobre 1906), Roma. Enrico Voghera. 1907. MINISTERO DELLA GUERRA, Servizio in Guerra (Pub. n. 103). Parte I. Servizio delle truppe. Edizione 1912, Roma. Enrico Voghera. 1912. MINISTERO DELLA GUERRA, Servizio in Guerra (Pub. n . 107). Parte II. Servizio Sanitario (edizione 1912), Roma. Enrico Voghera. 1912. MINISTERO DELLA GUERRA, Servizio in Guerra (Pub. n. 111). Parte II. Servizi Logistici (Servizio delle intendenze e servizi di prima linea) ed. 1912, Roma. Enrico Voghera, 1912.
MINISTERO DELLA GUERRA, Raccolta delle Convenzioni Internazionali che riguardano la guerra terrestre (Pub. n . 16), Roma. Officina tipografica del Ministero della Guerra. 1912. MINISTERO DELLA GUERRA, Traduzione italiana della IV e V Convenzione dell 'AJA (18 ottobre 1907) riguardanti la guerra terrestre (Pub. n . 16 bis). Ed. 1915, Roma. Officina tipografica del Ministero della Guerra. 1915. MINISTERO DELLA GUERRA, Servizio in Guerra (Pub. n . 150). Parte li. Organizzazione e funzionamento dei Servizi. Edizione 1915, Roma. Enrico Voghera. 1915. MINISTERO DELLA GUERRA, Legge e regolamento per la requisizione dei quadrupedi e di veicoli per il R . Esercito. Edizione 1915, Roma. Enrico Voghera. 1915. COMANDO 6 3 ARMATA. Sezione II (informazioni). Criteri fondamentali per la educazione della truppa e per l'istruzione degli aspiranti Ufficiali e degli uomini di truppa, Vienna. Sezione Cartografica. 1916. ·
BIBLIOGRAFIA
359
R. ESERCITO ITALIANO-COMANDO SUPREMO. Ufficio Affari Vari, Raccolta delle disposizioni in vigore per l'esercito mobilitato. Quarto gruppo. Circolari riguardanti la disciplina, Roma. Laboratorio Tipografico del Comando del Corpo di Stato Maggiore. 1917. MINISTERO DELLA GUERRA, Norme per l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi logistici in guerra, Roma. Libreria dello Stato. 1924. MINISTERO DELLA GUERRA, Norme generali per l'organizzazione e funzionamento dei servizi in guerra, Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1932. MINITERO DELLA GUERRA, Disciplina di guerra legge n. 1699, Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1932. MNISTERO DELLA GUERRA, Raccolta di disposizioni permanenti in vigore per il R. Esercito. Fascicolo n. 28. Servizio Chimico Militare (Pub. n . 2612), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1933. MINISTERO DELLA GUERRA, Legge sulla disciplina di guerra (14 dicembre 1931 - Anno X, n. 1699) e regolamento per l'applicazione della legge sulla disciplina di guerra (approvato con R. decreto 15 giugno 1933 - Anno Xl, n. 1176). Pub. n. 2638. Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1934. MINISTERO DELLA GUERRA, Servizio in Guerra (Pub . n. 3118), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1937. MINISTERO DELLA GUERRA, Norme generali per l'organizzazione e funzionamento dei servizi in guerra (1 a ristampa dell'edizione 1932-X), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1938. MINISTERO DELLA GUERRA, Raccolta delle convenzioni internazionali che riguardano la guerra terrestre (Pub. n . 3336), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1938. MINISTERO DELLA GUERRA, l trasporti per v.o. in guerra. Allegato n . 7 alle norme generali per l'organizzazione e funzionamento dei servizi in guerra (Pub. n . 3107). Ed. 1939, Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1939. MINISTERO DELLA GUERRA, Servizio in guerra (Pub. n. 3766), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1940.
360
ARTURO MARCHEGGIANO
MINISTERO DELLA GUERRA, Usi e Convenzioni di guerra (Pub. n. 3768)_ Allegato 2° al Servizio in Guerra, Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1940. MINISTERO DELLA GUERRA, Norme generali per l'organizzazione e funzionamento dei servizi in guerra (Pub. n. 2662), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1940. MINISTERO DELLA GUERRA, Istruzione per il servizio automobilistico in guerra. Allegato n. 15 alle norme generali per l'organizzazione e funzionamento dei servizi in guerra (Pub. n. 3813), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1940. MINISTERO DELLA GUERRA, Norme generali per l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi in guerra. Ed. 1940 A. XVIII. (Circolare 17.000 del 1° giugno 1940 - A. XVIII), Gaeta. Tipografia Stabilimenti Militari di Pena. 1940. MINISTERO DELLA GUERRA, Servizio in Guerra (Pub. n. 3766). (1 a ristampa dell'edizione 1940). Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1941. MINISTERO DELLA GUERRA, Istruzioni concernenti i prigionieri di guerra nemici (Pub. n.3993), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1941. MINISTERO DELLA GUERRA, Raccolta delle disposizioni per
l'amministrazione della giustizia militare complementari dei codici penali militari (Pub. n. 3182-ter), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1941. MINISTERO DELLA GUERRA, Organizzazione della Nazione in guerra (legge 21 maggio 1940 - XVIII, n. 120) e disciplina dei cittadini in tempo di guerra (legge 24 maggio 1940 - XVIII, n. 461 , pubblicata nella G.U. del 30 maggio 1940 - XVIII, n. 125), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1941. MINISTERO DELLA GUERRA, Convenzione internazionale sul trattamento dei prigionieri di guerra (Pub . n. 4016), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1941.
BIBLIOGRAFIA
361
COMANDO SUPREMO. Stato Maggiore Generale - Commissione consultiva per il diritto di guerra. Raccolta dei bandi, delle ordinanze e dei decreti emanati dal Comandante delle truppe operanti su tutte le fronti e dai Comandanti Superiori delle forze armate. Fascicolo Primo. Pub. n. 4047, Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1941. (Pubblicazione edita in 5 volumi, dal 1941 al 1943). SOTTOSEGRETARIATO DI STATO PER L'ESERCITO DEL MINISTERO DELLE FORZE ARMATE, Convenzione internazionale sul trattamento dei prigionieri di guerra (Pub. n. 4016), Roma. Istituto poligrafico dello Stato. 1945. MINISTERO DELLA DIFESA, Convenzione internazionale per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (Pub. n. 6008), 1973. S.M.E. I Reparto Ufficio Addestramento e Regolamenti, Regolamento di disciplina militure, c:un appendice di leggi usuali in materia disciplinare (Pubb. SMD-G-002), Roma. 1986.
3. Codici penali militari
Statuto penale militare per lo Regno delle due Sicilie (seconda edizione uffiziale), Napoli. Real Tipografia del Ministero di Stato della Cancelleria Generale. 1819. Regio Editto penale militare (in data del 27 di agosto 1822), Torino. Stamperia Reale. 1822. Codice penale militare e di processura criminale militare per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma. Tipografia Ducale. 1839. Codice penale militare per gli Stati di S.M . il Re di Sardegna, Torino. Stamperia Reale. 1840. Codice penale militare per gli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino. Stamperia Reale. 1859. MINISTERO DELLA GUERRA, Codice penale per l'Esercito del Regno d'Italia, Firenze. Bencini. 1870. Codice penale per l'Esercito del Regno d'Italia (28 novembre 1869), Firenze. Giuseppe Pellas. 1870. MINISTERO DELLA GUERRA, Codice penale militare di guerra, Roma. Istituto poligrafico dello stato. 1941.
INDICE Pag.
Presentazione ..... ....... ................ ........ .. .... .......... .............. ... ..... .... ... Premessa .................................. .......................................... ............ Introduzione ........................................................_....... ...................
13
1. Generalità . .. ... .. . .. . .. . . .. . .. . .. . ... . . .. . .. . .. .. .. .. . .. ... . .. . . ... . .. . . .. . . . .. . .. . .. . 2. Articolazione dello studio .................... ............. __ ...............
13 15
3 9
Capitolo I
Cenni storici sul diritto consuetudinario dei conflitti armati 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7.
Generalità ············································································· Le origini .............. ........... ............. ............ ........... ............... . I greci .............. ............. ................................ ....................... . Leggi ed usi di guerra al tempo dei Romani ................ . Leggi ed usi di guerra nel Medio Evo ............... .. .......... . Leggi ed usi di guerra nell'Evo Moderno ....................... Il diritto bellico consuetudinario nell'Ottocento ............. .
17 19
20 23
28 37
47
Capitolo II
Cenni storici sul diritto internazionale dei conflitti armati 1. 2. 3. 4. 5.
Generalità ..... .. ...... ........ .......... .. . .. . .... ..... .......... .. . ...... .. ... ....... I primi passi verso la codificazione internazionale ...... ... Le Conferenze Internazionali della Pace del 1899 e del 1907 La prima guerra Mondiale ed il primo dopoguerra ...... La seconda Guerra Mondiale ed il secondo dopoguerra 6. Considerazioni .. ... .. . . ... .. . .. . . .. .. .................. .... .. ..... .. .. .. ... ..... ...
55 55 58 61 65 68
364
ARTURO MARCH EGClANO
Capitolo ID
Le leggi e gli usi di guerra sanciti dalle Lieber's lnstructions (1863) Pag. 1. 2. 3. 4. 5.
Generalità .. ... .. ... ... ... . . ... .......... .. . ... ... . . ... .... .. .. .. . ... . ... .. . .. . ... .. ... La guerra e le sue esigenze ......................... .... .................. Le leggi e gli usi di guerra in generale ....... .......... .. ........ La legge marziale ........................ ........................................ I combattenti non legittimi ......... ... ... ........ .... .......... .. ... ...... 6. Le rappresaglie ... ...... .. ...... .............. ............. .... ........... ..... ... . 7. Quartiere - Uso di uniformi e di bandiere del nemico 8. Contatti col nemico. Parlamentari. Segni distintivi ....... . 9. Agenti diplomatici e loro salvacondotti ....... ................... . 10. La parola d'onore ...... ......................... .......... ............. ....... 11. Particolari protezioni . Beni pubblici del nemico .... ....... 12. Atti di guerra proibiti. Assedi. Ostaggi. Diserzioni. Prede ............ ......... ...... ............... ..... ........ ..... ......... ... ........ ........ 13. Armistizi e capitolazioni ......... .......................... ....... ......... 14. Considerazioni ... ........................... ........... ..........................
71 72 74 74 75
77 77 78 79 79 80 81 82 83
Capitolo IV
Cenni alle leggi ed agli usi di guerra codificati nelle istruzioni italiane prima del 1863 I. Generalità .................... ... ................................ ............. :........ 2. Lo Statuto penale militare per lo Regno delle due Sicilie del 1819 ... .......................................................................... ... 3. Il Regolamento Albertino del 1833 .. .......... ............ ........ .. 4. Il Codice penale militare piemontese del 1840 .... ... ........ 5. I Codici del Granducato di Toscana (cenni) ................... 6. Il Codice penale militare piemontese del 1859 ............ ... 7. Cenni storici sull'ordinamento dei Comandi Periferici nel Regno di Sardegna e nel Regno d'Italia fino al 1863 .. 8. Considerazioni ............ ............ ...... ............. ......... ................ .
85 87 89 93 98 100
104 107
INDICE
365
Capitolo V
Leggi ed usi di guerra codificati in sede internazionale e nelle istruzioni per l'esercito italiano dal 1864 al 1907 Pag. 1. 2. 3. 4. 5. 6.
Generalità ..... .. . ... .. . .. .. .. ... . . .. ... .. ... .. . .. ... . .... .. .. .. ... . ... . ... . . .. . ... .. . . Il Codice penale per l'Esercito del Regno d'Italia del 1869 Il Regolamento di Servizio in Guerra del 1881-82 .. ... .. . . Il Regolamento di Servizio in Guerra del 1892 .............. Il Regolamento di Servizio in Guerra del 1896 .............. Leggi ed usi della guerra terrestre sanzionati nella 1a Conferenza Internazionale della Pace (L' Aja 1899) .............. 7. La riedizione del 1906 della Convenzione di Ginevra del 1864: una curiosità molto significativa ............................. 8. Leggi ed usi della guerra terrestre sanzionati nel 1907 dalla 2" Conferenza Internazionale della Pace .................... 9. Considerazioni . . .. .. . . . .. .. .. .. . ... . . .. .. . . .. .. . .. . .. . ... . . .. . .. .. .. . ... .. ... . .. .. .
109 111 115 125 130 133 140 143 146
Capitolo VI
Leggi ed usi di guerra nelle istruzioni e nei regolamenti dell'esercito italiano dal 1907 alla fine della prima guerra mondiale I. 2. 3. 4.
Generalità .. ... .. . ... .... .. .. .. ... .. . . .. .. ... ... .... ... .. . .. ... .. .. .. .. .. .. ... .. . .. .. .. Le raccolte delle Convenzioni Internazionali ................. .. La pubblicazione «Servizio in guerra» del 1912 ............. La pubblicazione n. 150 del 1915 «Servizio in Guerra» Parte Il. Organizzazione e Funzionamento dei Servizi .. 5. Applicazione delle norme nel corso della I a Guerra Mondiale con particolare riferimento al fronte italiano ........ 6. Considerazioni ..... ... ... .. . ..... .. .. .......... ...... .. . ...... .......... ...........
149 151 155 163 168 175
Capitolo VII
Leggi ed usi di guerra nella normativa de/l'esercito italiano dal primo dopoguerra alla fine della seconda guerra mondiale I. Generalità .. .... ..... ... .. . .. . . .. .. .. . .. .. .. .. .... .. .... .. .. .. .. .. .. .. . .. .. ... .. .. . .. .. 2. La guerra chimica ... ....... ..... ...... ............. ......... ............. .......
177 178
366
ART URO MARCH EGGIANO
3. Le convenzioni internazionali di Ginevra del 1929 ........ 4. Altre convenzioni internazionali concernenti il diritto bellico ........................................................................................ 5. La legge italiana di guerra del 1938 ........................... ..... 6. La legge italiana di neutralità del 1938 ....:............... ....... 7. La « Raccolta delle Convenzioni Internazionali del 1938» 8. Le pubblicazioni sul «Servizio in Guerra» ...................... 9. I Codici penali militari di pace e di guerra del 1941 ... IO. Pubblicazioni varie del Ministero della Guerra attinenti al Diritto bellico ..................................................... ......... .. 11 . Considerazioni .... .. .. .. . ... .. ...... .. .... .. .... ..... .. . .... .... . ................
Pag. 182 185 187 197 201 205 209 215 219
Capitolo VIII
Evoluzione del diritto internazionale dei conflitti armati nella legislazione italiana del secondo dopoguerra 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.
Generalità .. .. .. .. ........... . ........... ........ ... . .. ... .. .. . . .... ... ... .. .. ... .. .. .. Costituzione della Repubblica Italiana .................. ........... I tribunali per la punizione dei grandi criminali di guerra Il genocidio ............................................................... ........... I diritti dell'uomo ............................................................... Le Convenzioni di Ginevra del 1949 ............................... La Convenzione dell'Aja del 1954 ................................... I protocolli aggiuntivi del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949 . .. . .. .. .... .. .. . ... .. ..... . .. .. . .. . .. . .... .. .. . .. .. .. . . .. .. .. .. .. .. ... .. 9. La regolamentazione dell'impiego delle armi nucleari e delle armi di distruzione di massa .. ....... ... ....... .... .. . .. ................. 10. Considerazioni ...................................................................
223 225 229 231 232 234 242 248 258 259
Capitolo IX
Considerazioni finali 1. Generalità .. ............. ... ..... .... ....................... ........................... 2. Le Liber's Instructions e le regolamentazioni italiane precedenti ......................................... ..... . .... .. ..... ........ ........... .. ... 3. Le regolamentazioni italiane dal 1863 al 1907 ................
261 262 264
INDICE
367 Pag.
4. Le regolamentazioni italiane relative alla 1 • Guerra Mondiale ........................ .................. .......... .......... ... ............... ...... 5. Le regolamentazioni italiane fino alla seconda Guerra mondiale .... .. ..... ..... ...... ........ .. ............................. .... ... ............... ... 6. La legislazione italiana relativa alle leggi ed agli usi di guerra dalla fine della 2 • guerra mondiale ai giorni nostri . 7. La legge sulle norme di principio ed il regolamento di disciplina militare ..... .... .... ....... ................... .... ... ... .................. 8. Il dovere internazionale e nazionale relativo all'istruzione 9. Conclusioni .... .......................................... ... ....... ................. .
268 270 272 275 280 284
Appendice 1 .. . . .. ... .. .. .. . .. . .. .... .. .. .. . . .. . ... ... . .... . .. ..... .. .. .. . .. . .. . . ... .. . .. . . . .. .
289
Appendice 2................... .............. .............. ................ .....................
321
Bibliografia .................... .... ...................... ................... ...................
355
Indice ...... ........ ......................... ........... ...... ............ ....... ........ .......... .
363