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Abbonamento alla Rivista Militare (Italia) Abbonamento alla Rivista Militare (Estero) Abbonamento alla Rivista Militare Inglese (Italia) Abbonamento alla Rivista Militare Inglese (Estero) Diario di un combattente in Libia Storia del servizio militare in Italia Vol V (due Tomi) Diritti e doveri del Cappellano Militare Movimenti migratori e sicurezza nazionale Approvvigionamento delle materie prime: crisi e conflitti nel Mediterraneo Lo sviluppo dell’aeromobilità L'impatto economico delle spese militari in Emilia Romagna Paesi della sponda sud del Mediterraneo e la politica europea Lo Status delle navi da guerra italiane in tempo di pace ed in situazioni di crisi Il pensiero militare nel mondo musulmano Vol III I Medici Militari italiani nella resistenza all’estero La resistenza dei Militari italiani all’estero. «Montenegro» L'impatto della presenza militare. Caso Budrio Sistema di sicurezza dei Paesi del Golfo. Riflessi per l’Occidente Il ruolo del pilastro europeo della NATO: rapporti istituzionali e industriali La resistenza dei Militari italiani all’estero. «Isole dell’Egeo» La resistenza dei Militari italiani all’estero. «La Divisione Garibaldi» Emergenza marittima e Forze Armate Organizzazione e burocrazia Quinto Cenni artista militare La resistenza dei Militari italiani all’estero. «Francia e Corsica» Indipendenza ed imparzialità della Pubblica Amministrazione Il Clero Palatino tra Dio e Cesare La resistenza dei Militari italiani all’estero. «Isole dello Ionio» Possibili Effetti Della Legge Sull'obiezione La resistenza dei Militari italiani all’estero. «Iugoslavia Centro-S Settentrionale» Geoeconomia. Nuova politica economica Paolo Caccia Dominioni La Leva Militare e la società civile La resistenza dei Militari italiani all’estero. «Albania» Le operazioni di sostegno della pace (1982-1 1997) Parole e Pensieri (Raccolta di curiosità linguistico-m militari)
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MARKETING, COMUNICAZIONE, QUALITÀ DELLA VITA. CAPISALDI ORGANIZZATIVI DI UN ESERCITO DI QUALITÀ Intervento del Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito allo IASD (Roma, 16 ottobre 2002) Nell’ambito delle Forze Armate sono state sempre condotte, con indubbia efficacia, le attività di promozione, di pubblica informazione e di pubbliche relazioni. I colleghi impegnati in questi settori, si sono applicati con entusiasmo cercando di compensare la mancanza di specifiche professionalità così lontane dalla nostra formazione di base e dalle nostre esperienze di servizio. A rendere più complicata la gestione operativa in tali ambiti, interviene il forzato turn over degli incarichi, tipico del nostro impiego, ma poco funzionale in termini di apprendimento organizzativo. Apprendimento organizzativo che rappresenta l’humus per far crescere e sviluppare la cultura indispensabile all’elaborazione di una vera e propria strategia funzionale ad una concezione di policy. Ritengo che siano proprio queste le ragioni della modesta attenzione da parte del nostro sistema verso una politica comunicativa interforze. Ci sono stati, è vero, momenti di alti e bassi, più alti negli ultimi anni, ma non possiamo dire che attualmente esista una vera e propria cultura verso questi settori da tutti riconosciuti come altamente strategici. Un elemento di riscontro può essere fornito dall’esame di tutti gli interventi che vengono presentati presso gli istituti di formazione militare da parte dei vertici delle Forze Armate. Si è sempre parlato di organizzazione interna con riferimento alla componente operativa, logistico-tecnologica, formativa, ai modelli di Forza Armata, all’impegno nelle missioni ed anche, parzialmente, alla qualità della vita. Credo, però, che poche volte sia stato trattato il tema che mi accingo ad illustrare. In tutte le grandi organizzazioni complesse, da quelle accademiche a quelle aziendali, da quelle economiche a quelle istituzionali, e recentemente anche in quelle ecclesiastiche, vengono conti-
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nuamente potenziate le branche strategiche del marketing, della comunicazione e della qualità della vita, area quest’ultima i cui obiettivi perseguiti ed acquisiti rappresentano certamente la pietra di paragone dei reali livelli di qualità interna raggiunti. Lo status sociale riconosciuto, la motivazione e l’autogratificazione, il grado di compartecipazione alla missione comune, la qualità della vita, quella propriamente detta e quella dei nuclei familiari e del tempo libero rappresentano, infatti, gli indicatori di qualità all’interno di un’organizzazione e, se percepiti all’esterno in trasparenza, fattori produttori di consenso. L’Esercito ha dovuto affrontare queste problematiche, molto complesse, con particolare attenzione ed urgenza – direi quasi in emergenza – nella seconda metà degli anni 90. Il termine a quo può essere individuato nel 1995: l’emergenza Bosnia. Nasce in quell’anno l’improvvisa esigenza di proiettare nell’area di Sarajevo una intera Brigata meccanizzata, quindi pesante, costituita esclusivamente da volontari. Si presenta allora, riproponendosi, la volontà politica e sociale di non inviare all’estero in missioni a rischio militari di leva che costituivano ancora l’ossatura delle Forze Armate. Nel 1995 erano circa 200 000. L’Esercito non si presentò del tutto impreparato a questo vincolo: era già stata costituita la Brigata «Garibaldi» tutta composta di professionisti. E questi nuovi volontari si guadagneranno presto il consenso dell’opinione pubblica internazionale ben operando in un contesto operativo multinazionale. È proprio da questa esperienza che inizia la diffusione, da parte dei media, dell’immagine positiva del soldato italiano in possesso di qualificate capacità e di una particolare attitudine alle missioni di peace keeping. Per inciso voglio indicare che si parla spesso di tanti fattori concorrenti a questo inimmaginabile successo, ma si trascura quello che ritengo fondamentale: l’esperienza maturata da tutti i quadri dell’Esercito nell’operazione «Vespri Siciliani». Fu quest’ultima, avviata nel 1992 e che ebbi l’onore di iniziare alla guida della Brigata «Aosta», ad evidenziare all’opinione pubblica la predisposizione del militare italiano a interagire con le popolazioni locali e a operare in ambiti integrati. Le peculiari doti di empatia, facilità di dialogo, comunicatività, mediazione nella soluzione dei problemi e la capacità di creare intesa e spirito di collaborazione con le altre forze impegnate sul campo nella lotta alla mafia, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, emersero per la prima volta proprio in questo contesto. Nell’operazione «Vespri Siciliani», alla guida delle unità, si sono avvicendati tutti i quadri dell’Esercito acquisendo una importante esperienza. Gli stessi Ufficiali e Sottufficiali guideranno la Brigata «Garibaldi» composta da professionisti anche di truppa. Anche se l’Operazione in Bosnia iniziava bene e riscuoteva successo, non si dormì sugli allori. Gli Stati Maggiori, come noto organizzazioni qualificate per la valutazione degli scenari, avevano già allora tutti gli elementi per capire che nasceva anche, e in tutta la sua gravità, il problema di disporre rapidamente e in numero adeguato di militari in ferma prolungata, sia per alimentare la «Garibaldi» sia per fronteggiare possibili future esigenze che si andavano configurando ancorché in termini di ipotesi pianificate. I motivi che rendevano impellente questa necessità erano di tre ordini: • la società italiana, pur cominciando a nutrire considerazione per le Forze Armate e ad esprimere solidarietà durante le operazioni nei Balcani, continuava ad essere intransigente sull’impiego di militari di leva in operazioni rischiose. Ma c’è di più: crescevano le richieste, anche politiche, di una compressione della coscrizione di leva; • i compiti da svolgere richiedevano di operare in contesti multinazionali joint e combined che implicano l’impiego di professionisti con competenze linguistiche, informatiche e padronanza delle procedure NATO; • l’esigenza di disporre di unità di supporto e logistiche proiettabili, costituite da personale esperto nell’impiego e nel mantenimento di mezzi tecnologicamente avanzati in condizioni di rapida usura (alla massima intensità). Andava, pertanto, risolto il problema del reclutamento.
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La prima idea fu quella – spontanea e intuitiva – di affidare il «reclutamento» alle stesse unità operative, promuovendo ai propri militari di leva il prolungamento della ferma di 3, 6, 12 mesi. Tale soluzione si rivelò, però, inefficace. Il motivo di fondo del fallimento fu sostanzialmente legato all’inattitudine alle attività di promozione da parte delle unità per carenza fisiologica di organizzazione e di preparazione nel campo. Se ci fosse stata questa capacità diffusa nelle nostre unità, l’Esercito, che negli anni aveva «ospitato» tutti i giovani italiani, avrebbe potuto autopromuoversi con grande efficacia presso la società e godere, quindi, di tutt’altro consenso. Qualche storico ha ben puntualizzato questo argomento sottolineando che l’Esercito, essendo stato nel tempo un «bacino d’invaso» di giovani di leva, aveva beneficiato del presupposto organizzativo preliminare e fondamentale per l’attività promozionale: realizzare il contatto diretto con il pubblico d’interesse. C’erano, ovviamente, eccezioni di valore, per lo più legate alla personalità di alcuni Comandanti. Cito ad esempio, il caso della Brigata «Granatieri», che riuscì nel 1996 ad esprimere un’intera compagnia meccanizzata costituita da militari di leva a sei mesi di rafferma. Compagnia che fu impiegata in Bosnia quale complesso minore meccanizzato in riserva, inserito in un Reggimento alpini. Questo successo fu più frutto di un’attività di comunicazione interna già in atto, che aveva acquisito obiettivi di motivazione e di compartecipazione del personale di leva, che non la risposta diretta al nuovo compito del reclutamento. Il problema di reclutare volontari in numero sufficiente e di qualità non era un problema soltanto dell’Esercito. La nostra Forza Armata era soltanto la prima a fronteggiarlo e, aggiungo, in emergenza. I mutati scenari dettavano chiaramente alla Difesa l’esigenza di avviare rapidamente la costituzione di un Esercito a forte componente professionale – all’epoca il modello prescelto era quello della forma mista. Le esperienze vissute dall’Esercito rappresentarono, quindi, gli ammaestramenti per avviare al meglio e senza indugi una nuova politica di reclutamento di volontari a livello interforze. Si decise pertanto di risolvere i nodi, per lo più conflittuali, che impedivano la soluzione del problema, perseguendo in tempi brevi l’obiettivo di far accettare a tutte le Forze Armate, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia ed altri Corpi armati dello Stato la cosiddetta «tagliola». Nel giugno del 1998, con un unico bando fu indetto il primo Concorso Interforze per Volontari in Ferma Breve (VFB), aperto a giovani con diploma di scuola media inferiore, tra i 17 e i 22 anni. Nonostante i buoni propositi la mancanza di un’organizzazione comune preposta in termini di marketing allo sviluppo delle specifiche attività promozionali, causò il fallimento del primo concorso interforze: sui 10 251 posti a concorso, ne vennero ricoperti soltanto 1 153 (11,25%). L’insuccesso ebbe ripercussioni più consistenti proprio sull’Esercito che, quindi, si attivò per analizzare le cause del fallimento ed elaborare autonome strategie di intervento. I risultati del concorso furono studiati a fondo da parte di un team di specialisti, esperti in analisi statistiche, ricerca operativa e marketing aziendale. Se ne trassero deduzioni che suggerivano iniziative e azioni assolutamente innovative. Il punto chiave era la riorganizzazione del concorso nel suo iter burocratico-selettivo per renderlo più aderente alle aspettative del potenziale candidato. E questa era una sfida cruciale. Il responsabile del marketing doveva risolvere il problema di riplasmare un sistema organizzato, fortemente burocratizzato, non immune da difese conservatrici. Tuttavia era questa la condizione preliminare per poi operare con probabilità di successo nel marketing vero e proprio. Il secondo passo era quello di concepire e avviare la realizzazione di una vera e propria rete per lo sviluppo delle attività promozionali rivolte all’esterno, affidandone i terminali a professionalità competenti. Il compito veniva tolto alle unità operative e attribuito ad «agenzie» organiche ai Comandi territoriali che utilizzarono teams delle unità specificamente formati e disponibili on call. Il terzo passo era quello di immettere su questo circuito un’efficace comunicazione. A fattor comune andava costruita una solida piattaforma di relazioni esterne.
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Per fortuna c’era un elemento di forza ed era proprio rappresentato dalla nuova positiva considerazione da parte dell’opinione pubblica verso il nuovo Esercito. Era una risorsa preziosissima ancora tutta da utilizzare. In termini di marketing si potrebbe parlare di un mercato in espansione. Si concepì quindi una campagna imperniata su quattro direttrici di sviluppo: • la creazione di un modello territoriale finalizzato al reclutamento e alla costruzione di relazioni esterne sul territorio di competenza; • la realizzazione di rapporti di collaborazione con esperti del mondo accademico e aziendale al fine di garantire l’acquisizione di quella cultura organizzativa necessaria alla realizzazione della transizione verso il modello professionale; • l’azione di smantellamento degli stereotipi negativi che alimentavano pregiudizi esiziali a qualsiasi campagna di promozione dei reclutamenti (nonnismo, naja, noia e quant’altro); • la ricerca di sinergie in termini di cooperazione orizzontale con le direzioni generali competenti per snellire l’iter del concorso e per facilitare la comunicazione con l’utenza. Tutte queste iniziative e innovazioni organizzative furono utilizzate e contemporaneamente ottimizzate nei concorsi straordinari per l’Esercito, volti a reclutare giovani dall’esterno, ancorché senza offrire precise garanzie di stabilità occupazionale. I risultati ci furono. Infatti, grazie a questi concorsi, che definirei «ponte» verso l’ambìto concorso interforze – questo sì a garanzia occupazionale – l’Esercito riuscì a reclutare un numero adeguato di volontari a ferma breve. Riuscì, quindi, ad alimentare il teatro balcanico, e, subito dopo, nel ’97, a produrre il considerevole sforzo dell’operazione «Alba», la prima multinazionale a guida italiana. Questa nuova capacità organizzativa e propulsiva, in termini di marketing, ancorché sperimentale, venne utilizzata per supportare il secondo concorso interforze del 1999 del quale si fa carico l’Esercito, sebbene pars pro toto, ottenendo per 10 545 posti a concorso ben 43 835 domande. Su questo punto mi preme evidenziare che di fatto tutte le Forze Armate e le Istituzioni che sono comunque oggetto del concorso hanno beneficiato e beneficiano di questa attività svolta dall’Esercito. Chi comunica il concorso, per rispetto della normativa che regola le attività pubblicitarie, sottoposte a tutela del Garante, infatti, deve informare su tutte le possibilità di arruolamento. Per rispondere a questa esigenza si è fatto ricorso a strumenti come esempio il Rap Camp (Reclutamento e Attività Promozionali) e il gioco interattivo. Il gioco, che rappresenta un po’ il «simbolo» del secondo concorso interforze, è stato diffuso tramite internet permettendo all’aspirante candidato di calcolare la probabilità di riuscire a entrare nella Forza Armata prescelta. Il Rap Camp dell’Esercito, un altro punto di forza del concorso, è ormai una istituzione, fortemente richiesta dal Paese. Questa è un po’ la storia della nostra organizzazione e anche quella di un felice processo che scandisce il passaggio dalla semplice pubblica informazione a una vera e propria politica comunicativa; dall’attività promozionale a una vera e propria strategia di marketing; dalle pubbliche relazioni ad un efficace sistema di relazioni esterne, sia a livello centrale che periferico. Queste «grandezze» fra di loro sono legate dal rapporto indicato. In sostanza potenziando un denominatore occorre parallelamente potenziare tutti gli altri per mantenere il rapporto costante. In estrema sintesi oggi possiamo contare su un modello organizzativo molto efficace. IL NUOVO MODELLO ORGANIZZATIVO Rispetto alla prima linea di sviluppo indicata, la creazione di un modello territoriale, l’organizzazione ha creato tre diverse configurazioni: • la prima, quella denominata RFC, è stata studiata per promuovere l’attività periferica ed è tesa a
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creare un sistema di relazioni esterne ben radicate sul territorio al fine di consentire, nel momento del «bisogno» (sia inteso come attività di reclutamento che come gestione di eventuali crisi comunicative), il fattivo supporto dei mass media e il sostegno degli opinion leaders del luogo (politici, presidi, docenti, rappresentanti delle istituzioni, giornalisti, ecc.). Il personale che opera negli RFC ha seguito corsi di formazione che hanno permesso l’acquisizione di strumenti di azione basati su una metodologia scientifica. Questo sistema opera concependo veri e propri atti tattici standardizzati e suddivisi per tipologia in eventi di tipo A (coinvolgimento di un’intera città), B (coinvolgimento di un intero Istituto scolastico) e C (attività svolta in una singola classe) a seconda del target di pubblico destinatario delle attività. Sempre sinergicamente con le altre Forze Armate. A supporto e a completamento delle attività territoriali è stata effettuata la mappatura di tutte le relazioni esterne presenti sul territorio che viene monitorata in una vera e propria sala operativa. • La seconda, indicata come «modello Brigata», affida all’addetto Pubblica Informazione di ciascuna Grande Unità, scelto soltanto in base alla capacità professionale e con un incarico part-time, la costruzione delle relazioni esterne per la promozione dell’immagine e la comunicazione delle attività, per lo più addestrative e di missione all’estero, dei Reggimenti dipendenti. Compito principale dell’addetto PI della Brigata è, infatti, la realizzazione della mappatura ed il relativo aggiornamento del sistema mediatico di relazioni esterne dell’area di competenza. Lo scopo è quello di acquisire le informazioni necessarie per effettuare azioni comunicative di tipo «attivo» attraverso la pubblicazione su testate giornalistiche di articoli scritti da militari (newsmaking) e l’elaborazione di piani di comunicazione ad hoc per eventi di rilievo, come ad esempio le partenze di Reparti per le missioni fuori dal territorio nazionale, cerimonie interne ed attività addestrative. È importante aggiungere che questo personale, come quello che opera negli altri settori, è sottoposto a un processo di formazione e aggiornamento continuo curato direttamente dallo Stato Maggiore dell’Esercito. Ultima attività il Master in Comunicazione e Pubblica Informazione in base alla legge 150/2000. • La terza configurazione si realizza attraverso «protocolli di intesa» con le associazioni combattentistiche d’Arma. Voglio qui accennare a un esempio particolarmente riuscito, quello della collaborazione con l’ANA. Per realizzare le attività di reclutamento di VFA in favore dei Reggimenti alpini, l’Esercito ha avviato una proficua collaborazione con l’Associazione Nazionale Alpini (ANA), la quale si caratterizza per un particolare rapporto con le comunità locali e per una presenza capillare e diffusa sul territorio. L’Esercito riesce così a reclutare VFA, volontari in ferma annuale, che rappresentano una vera e propria camera di compensazione del reclutamento. Gli alpini, per contro, garantiscono così la propria sopravvivenza, basando la loro associazione sul personale che ha terminato il servizio militare finora per lo più di leva. Per ciascun Reggimento alpino viene definita un’area di responsabilità coincidente con il proprio territorio e un’area di interesse che comprende regioni o province eccentriche rispetto alla sede stanziale, definite dall’ANA, quali ulteriori bacini di alimentazione. All’ANA è stata, quindi, affidata l’attività di comunicazione e di promozione a livello locale. I rappresentanti ANA presso i Reggimenti alpini operano in sinergia con i loro «colleghi» impegnati sui territori individuati come bacini di reclutamento associati, avvalendosi dei nuclei RAP del Reggimento alpino interessato. L’ANA si impegna, inoltre, sul territorio a favorire l’inserimento dei giovani militari di provenienza meridionale attraverso svariate iniziative. Questa forma di sinergia mira a produrre una sorta di volontariato militare, per lo più della durata di un anno al termine della leva in competizione con quello civile. LA CULTURA ORGANIZZATIVA In riferimento alla seconda linea di sviluppo devo dire che, in sinergia con la creazione dei modelli territoriali, sono stati incentivati e rafforzati i rapporti di collaborazione con i consulenti esterni collegati alla Forza Armata mediante un rapporto di scambio-servizi senza oneri sostan-
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ziali da ambo le parti. Queste collaborazioni producono studi di analisi e di marketing suggerendo i successivi passi da compiere sul piano delle strategie comunicative e di marketing. Essi, però, seppur altamente qualificati, non vivono la realtà dell’organizzazione e le problematiche concernenti gli aspetti tecnico-operativi e, pertanto, trovano normalmente difficoltà a trasformare in operative le soluzioni pur efficaci sul piano teorico. L’ammaestramento tratto era la necessità di costituire un organismo militare nuovo, particolarmente competente. Il primo problema da risolvere era reclutare queste nuove professionalità. L’occasione propizia fu l’immissione femminile. Si fece leva sulla forte motivazione e sulla preparazione delle donne che chiedevano di entrare a far parte dell’istituzione militare. Dati, questi, suffragati dallo studio condotto da parte di esperti sociologi, sulle numerose lettere pervenute allo Stato Maggiore dell’Esercito, circa 10 000, e dall’esperimento tenutosi presso la caserma dei «Lancieri di Montebello», nel 1992. Ricorrendo alla modalità di concorso a «nomina diretta», l’Esercito ebbe la possibilità di reclutare giovani Ufficiali in possesso di professionalità ed esperienze necessarie. La risultante di tutte queste iniziative e progetti innovativi è stata la costituzione dell’Ufficio Risorse Organizzative e Comunicazione (ROC), che opera nell’ambito del Reparto Affari Generali dello SME in stretto contato con la leadership sia organizzativa che comunicativa e fornisce un supporto qualificato al processo decisionale. Non è senza orgoglio e soddisfazione che mi sovvengono alla memoria alcuni risultati del «nuovo corso» della politica comunicativa dell’Esercito finalizzata alla promozione dell’immagine. Le campagne pubblicitarie innovative, la presenza sui media, le collaborazioni con gli enti di formazione sia pubblici che privati, la partecipazione a saloni dedicati a specifici temi di interesse della Forza Armata, sono sotto gli occhi di tutti e non necessitano di altre spiegazioni. Un esempio per tutti è il primo premio per il «diritto all’informazione» assegnato all’Esercito Italiano durante il Salone della Comunicazione Pubblica di Bologna dello scorso mese di settembre, in competizione con quasi trecento altre istituzioni presenti. L’ANALISI DEI BISOGNI E DELLA QUALITÀ DELLA VITA In riferimento alla terza linea di sviluppo relativa all’abbattimento degli stereotipi presenti nella percezione sociale dell’organizzazione militare, primo fra tutti il fenomeno del nonnismo, è stata condotta un’articolata campagna di contrasto prima e di eliminazione successivamente, coniugata con un’efficace azione di marketing. Prima è stato costituito un Comitato di studi composto da esperti e docenti universitari sociologi, psicologi e psichiatri, proprio con l’obiettivo di analizzare, intervenire e debellare il fenomeno. Le modalità con cui ha agito questo Comitato sono state indirizzate all’apertura del mondo militare verso la società esterna in un’ottica di completa trasparenza. L’efficacia di questa azione – a tutti nota – è dimostrata dalla riduzione del fenomeno a una soglia inferiore a quella fisiologica e al salto compiuto dall’organizzazione che ha potuto concentrare la sua attenzione non più sulla patologia, ma sulla fisiologia e sul suo funzionamento. È necessario su questo argomento sottolineare che nessuna azione di attacco ed eliminazione degli stereotipi e conseguente azione di rimozione dei pregiudizi ha successo definitivo se non coniugata con un’efficace attività di prevenzione e di gestione delle crisi comunicative che rappresentano una vera e propria fucina di stereotipi. A questo scopo l’Esercito ha istituito da tempo la figura del portavoce dell’Esercito che, in caso di emergenza, è autorizzato a intervenire senza vincoli gerarchici sulle unità/reparti/enti dove si sia verificata la situazione di crisi con l’obiettivo di chiarificare in tempo reale la situazione, di concepire una corretta strategia di comunicazione e, dietro autorizzazione di UG SPI e di SMD, di condurre direttamente l’attività mediatica connessa all’evento. Questa tecnica, consentendo di riempire tempestivamente i vuoti di informazione che si verificano nei momenti di crisi, permette di gestire con efficacia gli eventi negativi, suscettibili di essere amplificati (e a volte strumentalizzati) e spesso di trasformare gli stessi in eventi positivi facendo apprezzare la trasparenza comunicativa dell’Esercito.
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Il portavoce opera in collegamento col Comitato che si è in seguito consolidato, trasformandosi in un organo di consulenza stabile dei Vertici assumendo la denominazione di Osservatorio Permanente sulla Qualità della Vita. In questa veste è impegnato anche a condurre attività di ricerca e campagne di prevenzione sul fenomeno della droga e su quello degli incidenti stradali. Le attività di relazioni esterne hanno consentito di affrontare il tema della droga creando partnership con organismi esterni che da anni si occupano di questa tematica. L’Osservatorio ha, tra l’altro, consentito l’accesso al finanziamento, da parte del Ministero delle Politiche Sociali, per la realizzazione di un progetto sull’analisi del fenomeno all’interno della struttura militare e sull’individuazione di opportune strategie di risposta. Rispetto al fenomeno degli incidenti stradali è stato effettuato un percorso similare che ha fatto ricorso sia a strategie comunicative, attivando relazioni sinergiche con altri enti, soprattutto del settore non profit impegnati nella prevenzione del fenomeno stesso, sia a strategie organizzative derivanti dall’analisi dei dati di situazione effettuata dallo stesso Osservatorio. Quest’ultimo, con cui l’Ufficio ROC opera in stretto contatto, ha colto in tutta la sua impellenza la necessità di spostare l’attenzione dal nonnismo alla qualità della vita. Dall’analisi del bisogno interno all’organizzazione e da successivi monitoraggi, oltre che dal continuo confronto con l’ambiente esterno, l’Osservatorio ha fatto nascere la definizione del modello ideale di «Caserma aperta» come risposta alle istanze di migliorare la qualità della vita del personale sia dal punto di vista infrastrutturale che relazionale. Il modello ideato si incentra su una struttura militare che offre possibilità di integrare vita di caserma e vita sociale del territorio circostante. Fisicamente si concretizza in un’area addestrativa destinata ad attività prettamente militari e frequentata esclusivamente da militari e in una rete di spazi «satelliti» aperti all’interazione con il territorio circostante. L’obiettivo è quello di fare in modo che la struttura militare diventi un «luogo aperto» all’esterno e si configuri come uno spazio di socializzazione frequentato dalle famiglie appartenenti all’organizzazione militare. I giovani di queste famiglie hanno così diverse possibilità di trascorrere il tempo libero, interagendo e creando relazioni con i coetanei del territorio che possono accedere agli stessi spazi. Le mogli dei militari possono, invece, trovare luoghi di aggregazione e integrazione con persone del posto oltre che occasioni lavorative. Per il perseguimento di questo obiettivo è necessario: • realizzare strutture con spazi funzionali e attrezzati per rispondere alle esigenze dei militari in servizio e della popolazione locale: in particolare a quelle dei giovani (con la focalizzazione sulle tre «i»: inglese – informatica – internet) sulla base di indagini condotte dall’Osservatorio Permanente sulla qualità della vita e dalle Università; • pensare al futuro dei volontari intesi come capifamiglia con esigenze diverse dai single; • rafforzare i legami tra Esercito e società; • coinvolgere e far convergere studi ed iniziative, istituzioni pubbliche, privati ed industria verso il raggiungimento di questo obiettivo; • affermare e far riconoscere il principio che la società deve investire per la presenza militare. La realizzazione del modello prevede il coinvolgimento dei seguenti attori: • l’Osservatorio permanente sulla qualità della vita che realizza indagini presso il personale dei reparti interessati all’insediamento per rilevarne le esigenze sia individuali che dei nuclei familiari di appartenenza; • l’Università e gli enti di ricerca locali che rilevano i bisogni e le aspettative della popolazione civile rispetto alla realtà da costituire. • la sfera politica locale (regione, provincia e comune) per accordi su investimenti e finanziamenti di abitazioni e strutture sportive; • i rappresentanti politici a livello centrale (Governo e Parlamento) che promuovono il progetto; • gli enti di formazione (scuole e università) disposte a collaborare per attività di formazione; • le imprese private disponibili a sponsorizzare iniziative quali, ad esempio, lo spazio multime-
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diale o il centro sportivo; • altri partners disponibili a sostenere il progetto con convenzioni e contribuiti: ad esempio l’azienda trasporti, l’ente autonomo turismo e soggiorno, agenzie di collocamento al lavoro. Mi ritengo oltremodo soddisfatto di come questo modello abbia «preso concretezza» e stia, progressivamente, superando le resistenze dei più scettici. La realtà di Macomer è un esempio di implementazione del modello precedentemente descritto. Nell’ambito della riorganizzazione della componente «genio» lo SME ha considerato l’ipotesi di costituire un Reggimento genio guastatori presso la struttura della Caserma «Bechi Luserna» a Macomer (NU). Prossime attività verranno svolte nel sorano e in Abruzzo. I VINCOLI BUROCRATICI Rispetto alla quarta linea di azione, relativa all’abbattimento degli ostacoli burocratici che si frappongono alla realizzazione di efficaci campagne di marketing, l’Esercito si è attivato allo scopo di facilitare gli iter concorsuali. Ha instaurato, perciò, rapporti di collaborazione con le Direzioni Generali per semplificare le procedure di accesso ai concorsi oltre che per individuare ulteriori elementi di attrazione per la professione militare. CONCLUSIONI Obiettivo di questa dissertazione era quello di descrivere le strategie di risposta, sia a livello organizzativo che comunicativo, elaborate dall’Esercito per soddisfare le istanze provenienti sia dal mondo esterno che dalla stessa struttura militare. Si è pensato al nuovo modello organizzativo, articolato nelle sue tre diverse configurazioni di modello RFC, modello Brigata e modello di collaborazione con le associazioni combattentistiche (di cui un esempio riuscito è l’ANA), per affrontare il problema del reclutamento di professionisti militari. Si è attivata una rete di rapporti di collaborazione con consulenti esterni come strumento per diffondere quella cultura organizzativa necessaria alla funzionalità della Forza Armata in un mondo in trasformazione. La creazione dell’Ufficio ROC è stata, invece, la risposta interna a questa esigenza. Si è sentita l’esigenza di abbattere gli stereotipi negativi costruendo un percorso che vede, come sue tappe principali, l’istituzione della figura del portavoce come strumento istituzionale di continua contrapposizione agli stessi stereotipi e la focalizzazione su una politica di trasparenza che ha condotto al recepimento di tutte le istanze di miglioramento della qualità della vita culminate nella elaborazione del modello di «Caserma aperta». Si sono abbattuti gli ostacoli burocratici al cambiamento attraverso la cooperazione orizzontale con le Direzioni Generali per la semplificazione degli iter concorsuali. Tutte queste attività, oltre a risolvere le esigenze del reclutamento e della qualità della vita, alimentano il circolo virtuoso del consenso. Dell’apprezzamento della pubblica opinione, i media si fanno, infatti, cassa di risonanza presso la leadership politica che in sede di programmazione legislativa non può non tenerne conto ai fini del miglioramento dello status militare. Miglioramento che ha sicuramente ripercussioni positive sull’immagine della Forza Armata e che spingeranno sempre più giovani ad entrare a far parte della nostra organizzazione.
Tenente Generale Roberto Speciale
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ATTUALITÀ
GIORNATA DELLE FORZE ARMATE E DEL DECORATO AL VALORE La ricorrenza, giunta al suo 84° anniversario, ha ricordato la vittoria riportata dall'Italia sulle armate austrotedesche nel corso della Prima guerra mondiale. Il 4 novembre 1918, infatti, dopo la richiesta ufficiale dell'armistizio, aveva finalmente termine un conflitto che il nostro Paese aveva iniziato tre anni prima. La conclusione coincideva con il compimento stesso del lungo Risorgimento nazionale. Sul fronte italiano, quella guerra era sempre stata particolarmente dura ed intensa, ma ben pochi tuttavia avrebbero potuto
Un momento della cerimonia all’Altare della Patria.
immaginare che proprio l'ultimo anno di conflitto doveva richiedere all'intera nazione sacrifici ancora maggiori. L'episodio di Caporetto, quando il fronte orientale italiano venne improvvisamente sfondato - e le agguerrite divisioni avversarie ormai dilagavano nella pianura veneto-friulana, con un
impeto che avrebbe messo in ginocchio una nazione senza saldi valori -, segnò un capitolo nuovo tra i nostri combattenti. I militari italiani di ogni grado espressero come un solo uomo la volontà di restare uniti, tutti, in un momento decisivo per la Patria. Non bisogna però dimenticare il fronte interno. In Patria, le donne dettero un contributo determinante alla vittoria: oltre a guidare le famiglie e a educare i figli, rimaste sole, con i mariti al fronte, si sostituirono agli uomini nei campi e nelle fabbriche, negli uffici e in tutte le altre attività produttive, come pure sostennero moralmente i combattenti nei momenti più critici. Dopo innumerevoli sacrifici di tutto un popolo e la saldatura del fronte sul Piave, il 30 ottobre 1918 le nostre Armate riuscivano a raggiungere la città di Vittorio Veneto e, il 3 novembre, dopo la liberazione di Trieste, la flotta italiana attraccava finalmente al porto del capoluogo giuliano, accolta dalla popolazione in festa per la sua liberazione. L'Austria-Ungheria, uno dei più potenti imperi dell'epoca, che aveva un esercito moderno e organizzato saldamente in un apparato bellico di prim'ordine, si stava ormai sfaldando sotto la spinta degli eventi bellici e delle nazionalità dei popoli che lo costituivano. Fu quindi proprio il 4 novembre dello stesso anno che l'imperatore dell'Austria-Ungheria, da Vienna, chiedeva la cessazione delle ostilità e dichiarava di volere la pace. L'anniversario è stato ricordato in tutte le sedi di servizio. Momenti particolarmente intensi sono stati evocati presso i sacrari di Redipuglia e di Bari, che hanno visto rispettivamente la partecipazione dei Presidenti del Senato e della Camera, Senatore Marcello Pera e Onorevole Pierferdinando Casini. Nella Capitale, l'evento ha acquisito un tono ancora più solenne con la deposizione
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ATTUALITÀ Le festività natalizie costituiscono un importante momento di riflessione per la comunità militare, tesa come sempre a tutelare a costo di ogni sacrificio i bisogni e la sicurezza delle genti. A tutti la Rivista Militare augura un futuro di serena prosperità.
di una corona di alloro sulla tomba del Milite Ignoto da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il quale era accompagnato dal Ministro della Difesa Onorevole Antonio Martino, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale Rolando Mosca Moschini e da altre alte autorità dello Stato. Al termine, il Presidente Ciampi ha visitato la mostra dedicata alla Giornata della Forze Armate avente per tema "Dalla Vittoria al Milite Ignoto: 4 novembre 1918 - 4 novembre 1921". Alla manifestazione erano presenti circa 500 entusiasti studenti delle scuole medie superiori di Genzano (Liceo scientifico "Vailati" e Istituto tecnico "Pertini"), Albano Laziale (Liceo classico "Foscolo"), Velletri (Liceo scientifico "Landi") e Ariccia (Liceo classico "Joyce"), convenuti a Roma nell'ambito del Progetto "Esercito e Scuole".
se e conosciute nel mondo, pur in una situazione di notevole disparità di forze con l’attaccante, resistettero per ben tre giorni fino alla capitolazione della Città. Le Forze Armate hanno dato moltissimo alla Guerra di Liberazione, terminata il 5 maggio 1945. Basti pensare che furono 1 200 000 i militari che scelsero volontariamente di schierarsi contro l’occupante (500 000 inquadrati nei reparti regolari al fianco degli angloamericani, 100 000 partigiani, 600 000 detenuti nei campi di concentramento nazisti per il rifiuto di collaborare con l’invasore. La ceri-
Un momento della cerimonia commemorativa a Porta San Paolo.
A PORTA SAN PAOLO 59 ANNI FA INIZIÒ IL RISCATTO NAZIONALE
riv.mil@flashnet.it ras.es@flashnet.it 2
L’inizio della Guerra di Liberazione, la sanguinosa lotta che permise il riscatto della nostra Nazione, si fa risalire alla data dell’8 settembre 1943, quando, subito dopo la dichiarazione dell’armistizio firmato con gli eserciti alleati, l’Italia venne occupata dalle truppe germaniche. Il 59° anniversario della ricorrenza è stato celebrato a Roma domenica 8 settembre, davanti al monumento che a Porta San Paolo ricorda gli 87 000 Caduti nella difesa del nostro Paese per evitare che diventasse una devastata terra di conquista. Proprio a Porta San Paolo avvennero i combattimenti più accaniti. In quella che allora era la periferia di Roma accorsero a difesa della Capitale e della dignità degli italiani i «Lancieri di Montebello», i Carabinieri e i «Granatieri di Sardegna». Queste unità, famo-
monia si è svolta in una folta cornice di pubblico alla presenza del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Tenente Generale Gianfranco Ottogalli, del Comandante Generale l’Arma dei Carabinieri, Generale Guido Bellini, del Comandante Generale della Guardia di Finanza, Generale Alberto Zignani, del Generale Senatore Luigi Poli, Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione Inquadrati nei Reparti delle Forze Armate, nonché del Comitato per la celebrazione delle Forze Armate nella
Guerra di Liberazione 1943-1945. Hanno partecipato il Sottosegretario alla Difesa, Onorevole Filippo Berselli, il Sindaco di Roma, Walter Veltroni, le Associazioni Combattentistiche e d’Arma e i sodalizi partigiani. Il Sindaco di Roma ha voluto deporre, a nome della Città, una corona d’alloro, seguito da identico gesto del Generale Senatore Luigi Poli a nome dei reduci. Nel suo discorso, dopo aver abbracciato Massimo Rendina, Presidente per Roma e il Lazio dell’Associazione Nazionali Partigiani d’Italia, il Senato-
gli steccati ideologici e le divisioni di parte. Siamo certi che questa fu la motivazione che spinse, pur in una situazione di oggettiva difficoltà operativa, i difensori di Roma a battersi eroicamente. Non dimenticheremo gli Ufficiali, i Sottufficiali, i Soldati ed i combattenti tutti. L’Italia democratica e repubblicana di oggi è tale anche grazie alla loro assoluta dedizione che mai sarà dimenticata, in quanto fa parte integrante della storia della nostra Patria. Proprio da Porta San Paolo – ha concluso – è nata la nuova Italia. Il Sottosegretario Berselli ha poi ricordato le sofferenze patite dagli ebrei italiani e le feroci persecuzioni che li videro oggetto di azioni inumane. Al termine i presenti hanno potuto visitare, nel vicino Parco della Resistenza, la suggestiva mostra documentale tematica di fotografie d’epoca, organizzata dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, che si è avvalso anche dei contributi offerti dal Centro Militare Studi sulla Guerra di Liberazione, dall’Associazione «Granatieri di Sardegna» e dal Reggimento «Lancieri di Montebello».
La manifestazione, giunta alla nona edizione, è molto nota agli addetti ai lavori e rappresenta la vetrina di tutte le novità introdotte nel settore della comunicazione pubblica e dei servizi al cittadino forniti da parte di tutte le Pubbliche Amministrazioni. Quest’anno sono stati oltre trecento gli enti pubblici e privati partecipanti, tra i quali erano presenti Carabinieri, Polizia, Vigili del Fuoco, Parlamento, Presidenza del Consiglio, Regioni ed amministrazioni locali, Ministeri, Università, Poste Italiane, Inail, Inpdap, Sindacati. A rappresentare la stampa e il mondo della comunicazione mediatica hanno partecipato diverse agenzie d’informazione come l’AGI (Agenzia Giornalistica Italia), l’ANSA (Agenzia Giornalistica Stampa Associata) e l’ADN Kronos.
L’ESERCITO OTTIENE IL PRIMATO DELLA COMUNICAZIONE Il Presidente della Camera, Onorevole Pier Ferdinando Casini, nella mattina di mercoledì 19 settembre, si è soffermato presso lo spazio allestito dall’Esercito.
re Filippo Berselli ha tra l’altro affermato che: a Porta San Paolo si ricorda la giornata del riscatto nazionale, del riscatto dell’Esercito Italiano abbandonato a se stesso nell’impossibile difesa di Roma. La città eterna – ha proseguito l’Onorevole Berselli – con la sua storia millenaria simbolo dell’unità nazionale, andava difesa ad ogni costo. Rappresentava, come oggi rappresenta, l’incarnazione dello Stato, delle Istituzioni, di quel senso di comunità e di popolo che ci fa Nazione e che supera
«Per la realizzazione di informazione, formazione e sensibilizzazione a elevato valore umanitario rivolte alle popolazioni in contesti post-bellici e per l’impiego di tecniche di alto livello nelle operazioni di bonifica dei campi minati». È questa la motivazione con cui l’Esercito Italiano ha vinto il Premio «Diritto all’informazione» assegnato dall’Associazione «Comunicazione Pubblica», organismo che annovera tra i suoi componenti i maggiori esperti del settore. L’importante riconoscimento è stato consegnato a Bologna, il 21 settembre, nella cerimonia di chiusura dell’edizione 2002 del COMPA, acronimo di «Comunicazione Pubblica Amministrazione».
Il Ministro della Funzione Pubblica, Franco Frattini, ha rimarcato la funzione della Forza Armata di strumento indispensabile per esportare un'elevata immagine del «sistema Paese» nel mondo.
L’Esercito non è nuovo a questo appuntamento. Infatti, già nella scorsa edizione non era passata inosservata l’originalità comunicativa della Forza Armata, che ha colto piacevolmente di sorpresa gli addetti ai lavori e il numeroso pubblico.
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ATTUALITÀ
Quest’anno la Forza Armata ha scelto di presentare le numerose attività di cooperazione civile-militare e le operazioni di Bonifica Ordigni Esplosivi (BOE), perché esse sono quelle che più direttamente si rivolgono alle popolazioni civili. La comunicazione iconografica rende meglio il senso e la reale consistenza delle branche CIMIC (Cooperazione Civile-Militare) e di bonifica per cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, nell’allestire un proprio spazio dedicato, ha deciso di utilizzare accurati servizi fotografici del tutto inediti, realizzati dal Centro Cinefotografico dell’Esercito. Le immagini hanno illustrato le operazioni di supporto alla pace a favore delle popolazioni locali, comprendendo le Organizzazioni non governative e coloro i quali, con mezzi e materiali, si prodigano, senza risparmio di fatiche fisiche e mentali, per ripristinare le normali condizioni di vita nei territori tormentati dalla guerra. Il tutto grazie alla cornice di sicurezza fornita dall’Esercito. Le numerose e suggestive fotografie hanno mostrato anche l’opera degli artificieri che, con il supporto di tecniche all’avanguardia, operano per l’individuazione, la rimozione e la distruzione di ordigni esplosivi sia in territorio nazionale sia all’estero. È bene rammentare che, durante le missioni fuori area, i nostri esperti dello sminamento, oltre a svolgere il delicatissimo lavoro di bonifica, tengono lezioni alla popolazione civile per insegnare come individuare e riconoscere tempestivamente mine e trappole esplosive. Gli artificieri, inoltre, controllano l’opera di sminamento effettuata da privati, bonificando le aree in cui operano i militari dei contingenti multinazionali, distruggendo tutti i materiali esplosivi requisiti, ritrovati o consegnati. Queste attività di insegnamento, illustrate con dovizia di particolari nel salone del COMPA, sono molto apprez-
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zate dalla popolazione in aree dove è in atto la ricostruzione sociale conosciuta come «Progetto cattedre itineranti». Il poliedrico mondo della Forza Armata è stato ben riassunto al pubblico con il nome di «Universo Esercito Italiano», mentre lo spazio dedicato alle missioni è stato invece intitolato «A garanzia della sicurezza». Il settore allestito dalla Forza Armata si è poi distinto anche per la scelta dei colori e la qualità delle immagini proposte. Qualche visitatore lo ha definito «uno stand dotato di anima», in cui emerge l’impegno e la motivazione di chi vi ha lavorato per allestirlo. Particolare successo hanno riscosso i Sottufficiali appartenenti al nucleo BOE della Scuola del Genio, i quali si sono dimostrati disponibili ed entusiasti nel dare spiegazioni ai visitatori, facendo particolarmente presa sui giovani. Questi ultimi si sono lasciati poi coinvolgere da un’interessante dimostrazione pratica, incentrata sull’addestramento dei genieri. Un programma multimediale interattivo, elaborato dallo stesso personale della Scuola del Genio, ha offerto quindi un’insolita opportunità, quella di simulare tutte le fasi di individuazione, riconoscimento, segnalazione e successiva rimozione degli ordigni esplosivi. I video, trasmessi a ciclo continuo da due schermi al plasma, hanno fatto inoltre piena luce sulle molteplici opportunità professionali e sociali offerte dall’Arma del Genio. Ma è stato tutto l’Esercito a presentarsi al meglio a questa grande manifestazione comunicativa. I numerosi crest di tutte le Brigate che hanno operato fuori area, esposti in eleganti teche di cristallo, hanno ulteriormente testimoniato l’impegno italiano a favore della pace nel mondo. La tradizione culturale è invece stata rimarcata dai numerosi volumi editi dallo Stato Maggiore dell’Esercito, che hanno riscosso un notevole successo da parte di esperti e curiosi. Anche le attività di comunicazione condotte fuori area sono state oggetto di considerevole attenzione. Il materiale inviato dalla Brigata Multinazionale
Ovest – la Grande Unità multinazionale a guida italiana impegnata in Kosovo –, riguardante le attività di prevenzione sanitaria, di esortazione alla legalità e di educazione stradale, ha impressionato favorevolmente la giuria degli esperti, contribuendo sensibilmente all’assegnazione del premio. Al pubblico, soprattutto a quello più giovane, è stato distribuito anche materiale promozionale avente per tema tutto l’aspetto operativo delle nostre unità. A proposito di operatività, in uno spazio esterno ai padiglioni della mostra sono stati esposti alcuni mezzi di ultima generazione, provenienti dal 17° Reggimento Artiglieria Controaerea «Sforzesca», di stanza a Rimini. Lusinghieri giudizi qualificati si sono aggiunti a quelli di visitatori. Il Presidente della Camera, Onorevole Pier Ferdinando Casini, nella mattina di mercoledì 19 settembre, si è soffermato presso lo spazio allestito dall’Esercito per circa quindici minuti e ha commentato le attività svolte definendole «encomiabili». Nel pomeriggio è passato in visita il Ministro Stanca, titolare del Dicastero per l’innovazione e la tecnologia, che ha elogiato la Forza Armata per le attività che svolge sia in Patria che all’estero, ricordando episodi di interventi del nucleo BOE, tra cui quello di Vicenza. Ma Illustri ospiti non sono mancati neanche il giorno successivo. Il Presidente della Commissione Europea, Prof. Romano Prodi, ha mostrato un particolare apprezzamento per le attività di comunicazione finalizzate al reclutamento, mentre il Ministro della Funzione Pubblica, Franco Frattini, oltre a complimentarsi per il contributo dato dalla Forza Armata al mantenimento della sicurezza internazionale, ne ha rimarcato la funzione di strumento indispensabile per esportare un’elevata immagine del «sistema Paese» nel mondo. L’esito della manifestazione e l’entusiasmo dimostrato dai visitatori hanno ricompensato degnamente lo sforzo organizzativo, rafforzando ulteriormente l’immagine della nostra Forza Armata tra la gente.
Sommario
Numero
6/2002
Novembre - Dicembre
«Rivista Militare» ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnica e professionale del personale dell’Esercito e di far conoscere, alla pubblica opinione, i temi della difesa e della sicurezza. A tal fine, costituisce organo di diffusione del pensiero militare e palestra di studio e di dibattito. «Rivista Militare» è quindi un giornale che si prefigge di informare, comunicare e fare cultura.
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SOCIOLOGIA
Marketing, comunicazione, qualità della vita. Capisaldi organizzativi di un Esercito di qualità. di Roberto Speciale
26 Chi siamo veramente. di Giuseppe Mani
79 Pensieri dal fronte. a cura di Girolamo Garonna 88
1 Sotto la lente. Intervista all’On. Prof. Gabriele De Rosa. a cura di Giuseppe Maria Giovanni Tricarico
POLITICA, ECONOMIA E ARTE MILITARE 6 Le nuove possibili relazioni tra NATO ed Europa. di Lamberto Dini
STORIA SPECIALE EL ALAMEIN Quando il deserto diventò l’inferno.
92 La passione di El Alamein. di Gabriele De Rosa 32
36 Grazie Presidente. di Michele Torres
ASTERISCHI 18 La grande festa dei «Fanti da mar». di Pino Ritraccio
RUBRICHE Osservatorio strategico. 45 El Alamein. Sessantesimo anniversario della battaglia. di Carlo De Risio
108 Attualità in breve. 122 Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen. 128 Recensioni. 131 Indice annuale 2002.
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«È difficile – se non impossibile – sostenere che lo scenario che si presenta ai nostri occhi all’inizio del nuovo millennio non sia invece proprio quello di una minaccia gravissima alla nostra sicurezza, causata dal terrorismo e dalla proliferazione della tecnologia nucleare e delle armi di distruzione di massa.
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Si tratta di una minaccia globale che ha implicazione per la NATO e richiede, per essere credibile, una risposta globale».
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urante un mio recente soggiorno negli Stati Uniti, molti amici influenti americani hanno messo l’accento sulla necessità che l’Europa, di fronte alle nuove sfide alla sicurezza collettiva, si doti al più presto di tutte le capacità militari indispensabili per evitare che diventi una semplice appendice del grande continente eura-
di Corea allorché il Congresso, nell’approvare la decisione del Presidente Truman di inviare quattro Divisioni sul Vecchio Continente, sostenne che occorreva «garantire che gli alleati europei facessero uno sforzo concreto per difendere il loro territorio». Da allora, dagli anni cinquanta, un’equa ripartizione degli oneri finanziari fra gli Stati dell’Alleanza è diventato un leitmotiv della politica di Washington verso la NATO anche se, occorre riconoscerlo, una altrettanto equa ripartizione delle responsabilità è sempre stata affrontata con minore decisione. Gli americani hanno ragione nel pretendere che gli europei facciano la loro parte nel garantire la sicurezza collettiva; e il fatto che la clausola di mutua assistenza contenuta nell’articolo 5 del Trattato di Washington sia stata invocata per la prima volta in cinquant’anni, contrariamente a ogni previsione, per rispondere a un attacco diretto contro gli Stati Uniti, la dice lunga sul nuovo tipo di minaccia che il terzo millennio riserva all’Occidente.
di Lamberto Dini *
Il legame transatlantico si rafforza meglio attuando una solida e congiunta politica comune di difesa europea siatico, insomma poco più di un’espressione geografica. Nell’atteggiamento dei tanti americani che, seppure con argomentazioni diverse, sostengono con vigore l’attualità del le-
game transatlantico – e, quindi, la sua perdurante validità – ai fini della sicurezza di tutti gli Stati membri della NATO vi è un tratto comune: tratto comune che affonda le sue radici nella guerra
Dunque, il territorio degli Stati Uniti ha cessato di essere un «santuario» e i sofisticati sistemi a disposizione della più grande potenza del mondo non sono stati in grado di prevenire un attac7
co di sorpresa non riconducibile allo schema classico contemplato dal Diritto Internazionale di Guerra. La minaccia cui rispondere ha cessato di essere unica e identificabile. È una minaccia che ha forme e contenuti del tutto diversi rispetto al passato e che impone anche a questa parte dell’Atlantico di compiere scelte precise e conseguenti sul duplice piano della definizione di un’Identità Europea di Sicurezza e di Difesa e del rafforzamento di quelle capacità militari senza le quali la pretesa dell’Unione Europea di parlare al mondo con una voce sola assume carattere semplicemente velleitario. Washington – contrariamente a quanto si ritiene da taluni – ha sempre auspicato un’Europa più forte, capace di conciliare l’obiettivo dell’identità e dell’integrazione con l’imperativo della solidarietà atlantica al fine di evitare una duplicazione o una diluizione degli impegni assunti nel quadro della NATO. Significative di questo atteggiamento sono due dichiarazioni: quella fatta al Consiglio Atlantico del 15 dicembre 1999 dal Segretario di Stato Aggiunto, Strobe Talbot, con cui l’Amministrazione americana si diceva favorevole a un’Europa in grado di agire efficacemente sia attraverso la NATO sia in maniera autonoma; e quella del 20 giugno 2000, con cui il Presidente Clinton, nel felicitarsi per le conclusioni raggiunte il giorno prima al Consiglio Europeo di Feira sull’attuazione della Politica Europea Comune in materia di Sicurezza e di Difesa, metteva l’accento sulla necessità, da un lato, di coinvolgere nella gestione militare delle crisi gli Stati membri della NATO non appartenenti all’Unione Europea e, dall’altro, di prevedere strette relazioni tra quest’ultima e la NATO stessa. Lo sviluppo da parte dell’Unione Europea di una credibile capacità militare è diventato – non 8
dimentichiamolo – ancora più urgente se si tiene presente che il bilancio per la difesa degli Stati Uniti prevede negli anni a venire aumenti progressivi molto sostenuti e passerà dai 329 miliardi di dollari del 2001 a 351 miliardi di dollari nel 2002 per raggiungere, all’orizzonte del 2007, 470 miliardi di dollari. Insomma, l’aumento di 48 miliardi di dollari, annunciato dal Presidente Bush nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 29 gennaio scorso, comporterà una crescita media annuale del bilancio della difesa degli Stati Uniti superiore a quella di tutto il periodo della guerra fredda! Questi stanziamenti così importanti non potranno non ripercuotersi sulle relazioni transatlantiche. Il rischio di un decoupling tra la sicurezza americana e la sicurezza europea è purtroppo un rischio reale che spetta alla leadership del Vecchio Continente di prendere molto sul serio per evitare che il gap, sopra tutto tecnologico, che ci separa dagli Stati Uniti abbia ad allargarsi irrimediabilmente. Secondo alcune stime, che, sebbene risalenti a un anno e mezzo fa, mi sembrano egualmente indicative e significative semmai di una situazione in progressivo deterioramento, gli europei spendono per la difesa circa il 60 per cento di quanto spendono gli americani mentre le loro capacità militari operative e di proiezione rappresentano soltanto il 10-15 per cento di quelle degli Stati Uniti. Sempre quelle stime indicano che per ridurre sensibilmente il gap fra le due sponde dell’Atlantico occorrerebbe che gli europei stanziassero sui rispettivi bilanci nazionali della difesa complessivamente circa 40 miliardi di dollari in più. In sintesi, di fronte ai nuovi scenari della sicurezza collettiva ciò che è in gioco oggi è il futuro dell’Alleanza Atlantica e con esso l’ambizione dell’Unione Europea a passare dalla fase declaratoria
Bandiere dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica durante una recente cerimonia militare.
alla fase di attuazione di una Politica Estera e di Sicurezza Comune capace di incidere veramente sul corso delle vicende del nostro pianeta senza rassegnarsi a subirlo. Nell’affrontare il problema di
un maggiore coinvolgimento attivo dell’Europa sulla scena internazionale ritengo, anzi tutto, che sia assolutamente opportuno collocare la nozione di Politica Europea Comune in materia di Sicurezza e di Difesa nel suo contesto naturale che è quello della Politica Estera. Già Clausewitz, del resto, ci aveva insegnato che il ricorso all’impiego della forza militare altro non poteva significare che la continuazione della politi-
ca con strumenti diversi da quelli della diplomazia. Chi come me ritiene che l’obiettivo finale della Costruzione europea debba essere un’unione sempre più stretta tra i popoli che vi partecipano deve altresì essere convinto che l’attuazione di una politica estera e della sicurezza comune rappresenta nient’altro che il necessario prolungamento del mercato unico e dell’euro. Occorre aggiungere che
nell’era della globalizzazione non soltanto l’economia ma anche la politica ha una dimensione necessariamente globale che va ben oltre i confini geografici del nostro Continente: una dimensione, cioè, che necessita di strutture istituzionali forti per le quali il rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza e lo sviluppo di una politica estera e della sicurezza comune, dotata della necessaria indipendenza, rappresenta9
no processi volti ad assicurare una risposta adeguata ai nuovi scenari della sicurezza nel quadro della NATO. Il Vecchio Continente deve essere in grado di fare sentire la sua voce. Le cancellerie europee rimproverano all’Amministrazione Bush di aver lasciato cadere l’approccio multilaterale in auge fino al 1998; e di privilegiare, invece, azioni selettive e specifiche, per puntare sulla tutela dell’interesse nazionale e per riservare all’impiego della forza militare un’importanza eccessiva. Queste critiche possono anche sembrare pertinenti: ma sarebbero poi gli europei capaci di suggerire a Washington strade alternative da percorrere? Nemmeno la considerazione che bisogna piuttosto curare le radici del terrorismo puntando sul potenziamento dell’aiuto allo sviluppo mi sembra pienamente corretta e, sopra tutto, convincente per un’America che si è risvegliata inaspettatamente l’11 settembre sotto il cumulo delle macerie delle Torri Gemelle; perché il rischio immanente di un attacco terroristico non può certo essere prevenuto attraverso misure-tampone dato che il superamento di situazioni strutturali di povertà e di indigenza di tanti popoli della terra richiede purtroppo tempi lunghi. Il nostro impegno in questo campo così delicato e importante dovrebbe essere semmai quello di fare in modo che questi tempi non si trasformino in tempi biblici! Le vicende di questi ultimi anni durante i quali l’Unione Europea si è adoperata per mantenere saldo il legame transatlantico vanno doverosamente menzionate. Non sarò certo io a sottovalutarle, dato che mi è toccato di viverle non soltanto da semplice spettatore. Le conclusioni alle quali giunsero nel 1999 i Consigli Europei di Colonia (3-4 giugno) e di Helsinki (10-11 dicembre) vanno lette alla luce di una maggiore presa di coscienza delle responsabilità 10
dei Quindici nella gestione delle crisi internazionali rientranti nella tipologia delle «missioni Petersberg» contemplate dal Trattato di Amsterdam; ma devono altresì essere considerate sotto l’angolo visuale del raggiungimento, in un quadro di razionalizzazione delle risorse disponibili nei bilanci nazionali della difesa, di precisi obiettivi non soltanto quantitativi ma anche di sviluppo delle capacità strategiche in materia di Comando, Controllo e Comunicazione, nel settore dell’intelligence e in quello del trasporto aereo e navale. In particolare, a Colonia i Quindici dichiararono che l’Unione Europea doveva «disporre di una capacità d’azione autonoma sostenuta da forze militari credibili, avere i mezzi per decidere di ricorrervi e essere pronta a farlo per reagire di fronte alle crisi internazionali». A Helsinki, poi, oltre a definire il quadro istituzio-
nale lanciato a Colonia, fissarono per il 2003 un grande obiettivo, costituito da contingenti militari messi a disposizione dagli Stati membri dell’Unione (60 000 uomini schierabili nell’arco di 60 giorni per almeno un anno di missione) e contemplarono altre-
sì la possibilità che gli Stati membri della NATO non membri dell’Unione contribuissero alla gestione militare delle crisi condotta sotto l’egida dell’Unione Europea. Certamente, rispetto alle enunciazioni contenute nel Trattato di
Sopra. Famiglia afghana sotto la protezione armata di un cavalleggero delle «Guide». A sinistra. Gurka nepalesi dell’Esercito britannico.
Maastricht in materia di Politica Estera e di Sicurezza comune, i Quindici hanno compiuto negli ultimi tre-quattro anni passi che potremmo senz’altro definire da gigante se non li dovessimo valutare purtroppo anche alla luce dei tragici avvenimenti dell’11 settembre. La guerra al terrorismo internazionale è un conflitto «a tutto campo», globale nel tempo e nel-
lo spazio, ad alto contenuto ideologico e comparabile a un confronto bilaterale. Esso riduce, rispetto al periodo della guerra fredda, la centralità strategica del nostro continente, dato che il terrorismo internazionale va inseguito e combattuto nei Paesi che lo proteggono, fuori, cioè, dall’Europa. Se, dunque, la guerra del nuovo millennio tende a cancellare i confini delle operazioni della NATO per estenderli là dove il nemico si annida, allora è necessario che l’Alleanza nel suo insieme, oltre a costituire una cornice che legittimi e rafforzi le scelte dei singoli Stati membri, fornisca mezzi militari coordinati sufficienti per risolvere i nodi posti dal terrorismo e dalla diffusio-
ne degli strumenti chimici, batteriologici e nucleari dei quali quest’ultimo può disporre. L’attuazione della Politica Europea Comune di Sicurezza e di Difesa e la definizione dell’Identità Europea di Sicurezza e di Difesa rappresentano i due momenti fondamentali di un processo di riassestamento dell’Alleanza iniziato ma non finito dopo il crollo dell’impero sovietico. A prima vista, questi due momenti paralleli (nell’ambito dell’Unione Europea e in quello della NATO) potrebbero anche essere considerati non più in linea con i tempi nuovi, come certamente tali sono apparsi verso la fine degli anni ottanta. A quell’epoca, molte voci si erano levate 11
anche sul Vecchio Continente per sostenere non senza fondamento che proprio la pacificazione del mondo raggiunta all’insegna del trionfo dei valori della democrazia e del libero mercato quale conseguenza del crollo del muro di Berlino doveva comportare lo smantellamento dell’organizzazione militare integrata in seno all’Alleanza Atlantica. Era venuta meno – così si argomentava – quella minaccia unica, massiccia e identificabile che aveva giustificato in altri tempi la conclusione del Trattato di Washington. Poche previsioni si sono rivelate più fallaci di questa per tutta una serie di dati di fatto incontrovertibili, che vanno dalla volontà degli Stati dell’Europa orientale di trovare riparo, ai fini della loro sicurezza, sotto l’ombrello dell’Alleanza alla considerazione che le forti tensioni regionali sviluppatesi nell’Europa balcanica sopra tutto durante gli anni novanta potevano trovare un argine dal punto di vista militare soltanto nelle forze ben addestrate e comandate della NATO. Mi sembra utile in questo contesto cercare di comprendere come nelle contingenze attuali le esigenze della sicurezza collettiva garantite dal legame transatlantico possano restare compatibili con la volontà degli Stati membri dell’Unione Europea di ritagliare per quest’ultima, e nella cornice più ampia dell’esercizio dei poteri attinenti alla sua proiezione esterna, una fetta di discrezionalità anche nel campo della sicurezza e della difesa. Premetto subito che l’ambizione dell’Europa di fare sentire la sua voce sulla scena internazionale ha un senso soltanto se saprà dotare se stessa di tutti gli strumenti, compresi, dunque, anche quelli militari, necessari a tale scopo. In questa cornice si colloca l’interesse dell’Unione in quanto tale a mantenere saldo il legame transatlantico: un legame, peraltro, che, tenendo conto del mutamento delle circostanze, 12
contempli un maggiore coinvolgimento della componente europea nel processo decisionale della NATO e una conferma della tendenza dell’Alleanza a evolvere verso forme di cooperazione con Stati terzi, quali quelle inaugurate con la Partnership for Peace e con la Russia e l’Ucraina. Ma, torno a ripeterlo, il nodo centrale che abbiamo davanti a noi, e che troveremo nei lavori della Convenzione Europea incaricata dai Quindici a Laeken di riflettere sul futuro del nostro Continente, sta proprio nella volontà di definire una politica estera e della sicurezza comune che
sia credibile e, sopra tutto, dotata della possibilità di ricorrere a tutta una serie di strumenti, compreso quello dell’impiego in ultima istanza della forza militare. Soltanto a questa condizione la NATO potrà trasformarsi in un’Alleanza fondata su due pilastri e mantenere l’impegno solennemente adottato a mettere a disposizione risorse e capacità per la gestione delle crisi internazionali a guida europea. Le conseguenze di una «inerzia» degli europei di fronte a rischi per la sicurezza collettiva, che sono più complessi, diffusi e meno unidirezionali rispetto a quelli del passato e che ri-
zioni militari possano essere lanciate da Washington anche in altri Stati, segnatamente in Iraq. Per la verità Bush e i suoi consiglieri hanno sempre sostenuto che sul nostro pianeta vi sono regimi ispirati dal male e che nella lotta contro il terrorismo internazionale, come in quella contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, non si possono certo adottare mezze misure: «You are either with us or you are against us» (O sei con noi o sei contro di noi). Quali sono dunque, in queste condizioni, le possibilità per noi europei di influenzare le decisioni che Washington potrebbe ritenere di dovere assumere prima o poi? Se per quanto riguarda le scadenze di medio e di lungo periodo penso di avere indicato una via da seguire, nell’immediato l’Unione Europea dovrebbe poter dire in maniera ferma ai cosiddetti «Stati canaglia» che resterà dalla parte di Washington qualora essi continuino a non consentire le ispezioni sul loro territorio volte a impedire la fabbricazione di armi di
Sopra. Fuciliere canadese in addestramento. A destra. Paracadutisti italiani e francesi.
chiedono, quindi, reazioni diversificate e flessibili, potrebbero anche risultare dirompenti. A poco più di un anno dalla «entrata in guerra» contro il terrorismo, gli alleati europei manifestano riserve sulla politica degli Stati Uniti, considerata troppo «esclusiva» quanto all’uso della forza militare o alla minaccia di
un suo ricorso. Gli interrogativi che più sovente ricorrono nelle cancellerie delle capitali europee riguardano la mancata applicazione delle Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra e il rischio che opera-
distruzione di massa, a appoggiare il terrorismo internazionale e a dare asilo ai loro capi o a esportare tecnologie per la costruzione di missili di lunga portata. Sarebbero i Quindici in grado di esprimere una presa di posi13
zione ferma e senza equivoci? Qui non si tratta di scegliere tra diverse opzioni ma di imboccare una strada obbligata tenendo presente che l’inazione dell’Unione produrrebbe effetti certamente meno desiderabili di quelli che avrebbe una manifestazione di solidarietà volta a lavorare in maniera inequivocabile a favore della sicurezza collettiva. Dobbiamo vigilare perché il comportamento di noi europei non fornisca agli americani il pretesto per seguire una linea di politica estera attenta soltanto agli interessi degli Stati Uniti. Chi non ricorda, al riguardo, che soltanto per pochi voti nel maggio del 2000 il Congresso respinse l’emendamento Byrd-Warner che chiedeva il ritiro dei soldati statunitensi impiegati nel Kosovo? Nella conferenza stampa del 13 marzo il Presidente Bush ha affermato che la guerra al terrorismo condotta dagli Stati Uniti non ha nessun punto in comune con la sfortunata campagna del Vietnam ma che è paragonabile piuttosto alla seconda guerra mondiale: una
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guerra, quella che combattiamo attualmente, ha aggiunto, «nella quale ci battiamo per le libertà e la libertà del nostro Paese». Personalmente non ritengo, a differenza di quanto ha scritto qualche tempo fa l’Economist, che né gli americani né gli europei vedrebbero di buon occhio il possibile rafforzamento delle capacità militari dei Quindici: i primi perché dovrebbero poi subire le pressioni dell’Unione Europea per un diverso equilibrio nel decision-making dell’Alleanza e i secondi perché, dopo tanti anni durante i quali il loro sistema di vita li ha indotti a optare più per il burro che non per i cannoni, sarebbero portati a ridimensionare per il momento la minaccia del terrorismo. È difficile – se non impossibile – sostenere che lo scenario che si presenta ai nostri occhi all’inizio del nuovo millennio non sia invece proprio quello di una minaccia gravissima alla nostra sicurezza causata dal terrorismo e dalla proliferazione della tecnologia nucleare e delle armi di distruzione
A sinistra. Un Briefing pre-missione tra Ufficiali di varie nazionalità durante l’operazione INTERFET. Sopra. Soldati statunitensi in perlustrazione a Kabul.
di massa. Si tratta di una minaccia globale, che ha implicazione per la NATO e richiede, per essere credibile, una risposta globale. Questa semplice constatazione non può sfuggire ai governanti dell’una e dell’altra sponda dell’A-
tlantico e la conoscenza delle cause del secondo conflitto mondiale dovrebbe renderci tutti attenti a non sottovalutare i gravi rischi dell’impreparazione militare. È difficile sostenere il contrario alla luce della stessa nostra esperienza ed è questa la ragione fondamentale che mi induce a ritenere che un rafforzamento delle capacità militari dei Quindici che vada oltre allo scenario delle missioni di Petersberg per fare fronte a una minaccia globale sia in ultima analisi un obiettivo che non consente alternative altrettanto valide.
Insomma, anche la nozione della nostra sicurezza è venuta assumendo una dimensione globale che valica i confini geografici dell’Europa e che richiede di ripensare a fondo gli obiettivi dell’Alleanza e gli strumenti dei quali quest’ultima deve essere dotata per svolgere positivamente il ruolo di garante della sicurezza collettiva. La stabilità del legame transatlantico non è sinonimo di immobilità e le esperienze dell’area balcanica ci hanno insegnato che gli strumenti e le strutture attualmente a disposizione dell’Allean15
za nel suo complesso non sono affatto adeguate alla natura e all’entità di una minaccia multiforme, suscettibile in molti casi di sottoporre a dura prova la solidarietà transatlantica. Un migliore equilibrio delle forze che contribuiscono a formare l’Alleanza Atlantica è assolutamente necessario; così come lo sviluppo di una cooperazione sempre più intensa con tutti i Paesi fino a ieri espressione della minaccia alla stabilità e alla sicurezza dell’Occidente diventa nelle attuali circostanze un elemento indispensabile per il ruolo che l’Alleanza stessa è chiamata ad assolvere. Naturalmente, alla luce di quanto sono venuto dicendo, resto altresì convinto che l’Alleanza non può fungere soltanto da foro permanente di consultazione, per quanto importante. La prospettiva, dunque, di una NATO che continui a essere credibile sul piano militare anche grazie allo sforzo di adattamento che gli europei sono chiamati a compiere resta pur sempre l’ipotesi vincente per il nostro futuro e sulla quale tutti siamo chiamati a lavorare e a profondere, oltre alle indispensabili risorse finanziarie e umane, immaginazione fervida e volontà politica fortemente motivata. Al riguardo, dovremmo riesaminare la struttura delle spese militari dei nostri Paesi dando una accresciuta priorità a ciò che è maggiormente necessario per far fronte alle nuove minacce. A questo fine la NATO potrebbe sviluppare un sistema di monitoraggio che indichi ai Paesi membri come meglio orientare, nell’interesse comune, le proprie spese militari e di sicurezza, evolvendo essa stessa da sola alleanza di difesa in una organizzazione di sicurezza collettiva. I seguiti della tragedia dell’11 settembre suggeriscono qualche riflessione. Nonostante che il Consiglio della NATO avesse deciso di applicare l’articolo 5 del Trattato di Washington, la guerra in Afghanistan non ha visto il 16
coinvolgimento, come invece sarebbe stato logico, della strutture dell’Alleanza. Da parte americana, infatti, si è tenuto a mantenere su un piano strettamente unilaterale tutte le decisioni strategiche relative al conflitto, evitando, quindi, il ricorso alla NATO e mantenendo gli Alleati europei – compreso perfino il Regno Unito, che si era mostrato decisamente interventista – in una posizione di sostanziale marginalizzazione rispetto alle decisioni medesime. È possibile che sull’atteggiamento di Washington abbiano influito il ricordo dei Balcani e, in particolare, le divergenze manifestatesi, come ho ricordato, tra Stati Uniti e Europa sugli obiettivi da bombardare; così come è possibile che Washington abbia messo in linea di conto la necessità di imprimere alla sua azione in Afghanistan quella prontezza di riflessi che il ricorso ad una risposta collettiva organizzata attraverso i comandi integrati NATO non avrebbe garantito in maniera soddisfacente. Ma la verità è probabilmente ancora diversa e, in un certo senso, più preoccupante. Essa è riconducibile, piuttosto, al fatto che l’Unione Europea è attualmente incapace di rispondere in maniera effi-
Sopra. Autoblindo tedesca «Luchs» in Bosnia. A sinistra. Forze speciali statunitensi in Afghanistan.
ciente alle «sollecitazioni» provenienti dall’esterno. Nonostante i progressi compiuti, essa stenta ad adattarsi alle situazioni create dalla fine della guerra fredda e ad accettare scenari di rischio multiformi, derivanti dal venir meno nel
nuovo millennio di una minaccia ben identificata. Sopra tutto occorrerà evitare che l’imminente allargamento della NATO rimanga fine a se stesso e evidenzi soltanto gli aspetti legati alla consultazione tra alleati, a scapito, dunque, di quelli di un ricorso alla forza commisurato al grado di pericolosità della minaccia. D’altra parte, il carattere globale che tale minaccia può rivestire dovrebbe indurre i Governi delle due rive dell’Atlantico a riflettere sull’impossibilità di un ripiegamento su se stessi. Lo «splendido isolamento» nel mondo di oggi è
un modello suicida, che va contro la storia e, quindi, irripetibile ma proprio per questa ragione il rafforzamento di una solidarietà collaudata da tante prove continua ad essere, ancora in questo inizio di secolo, l’ipotesi che mi sembra più probabile. A condizione, naturalmente, che l’Europa impari a parlare con una voce sola e si doti, quindi, di tutti gli strumenti necessari per farla sentire autorevolmente. Ž
* Senatore Vice Presidente del Senato 17
Circa 1 500 Lagunari si sono ritrovati a San Donà di Piave per il 5° Raduno Nazionale della specialità accolti con la simpatia e l’affetto propri della generosa popolazione veneta
di Pino Ritraccio *
«Il quinto raduno nazionale dell’Associazione Nazionale Lagunari e Truppe Anfibie offre un’importante e significati va opportunità per rendere omaggio a quanti hanno donato la propria vita per il bene supremo della Patria. Il loro sa crificio sia di esempio per tutti e, le nuove generazioni in particolare, sappiano coltivare tale preziosa memoria, con tinuando a operare in favore della collettività per difendere gli insostituibili valori della pace, della giustizia e della libertà e per assicurare la serena convivenza tra i popoli». Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica Italiana
S
ono state testimonianze di valori intensi e profondi quelle che si sono levate recentemente dall’importante appuntamento della specialità lagunare, organizzato a metà settembre nel cuore del Veneto. Sono stati confermati, infatti, quei sentimenti tanto cari agli eredi dei «Fanti da mar» e alla schietta gente dalla quale hanno origine, per esprimere dedizione, amicizia, solidarietà, lealtà e fedeltà al-
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le Istituzioni. È stata, quindi, un’invasione patriottica quella che ha visto convenire a San Donà di Piave (Venezia), sabato 14 e domenica 15 settembre, circa 1 500 entusiasti appartenenti all’Associazione Nazionale Lagunari e Truppe Anfibie (ALTA) in servizio e in congedo, riunitisi nella deliziosa cittadina per celebrare la quinta edizione del loro raduno. Dalla sola provincia di Venezia sono
state ben 18 le Sezioni intervenute a ranghi compatti, ma in pratica tutta la penisola ha partecipato al più importante appuntamento annuale della specialità anfibia dell’Esercito, legittima erede dei «Fanti da mar» della Serenissima Repubblica di Venezia. Anche il Capo dello Stato ha voluto far sentire la sua presenza con un caloroso messaggio indirizzato al Maggior Generale Antonio Assenza, l’instancabile Presidente del sodalizio. Nelle sue parole, il Presidente Carlo Azeglio Ciampi ha posto in risalto l’importanza dei valori che caratterizzano la nostra collettività, ha reso omaggio a coloro i quali si sono sacrificati per la Patria, ha espresso un caloroso saluto ai convenuti e alle loro famiglie, concludendo quindi con l’augurio di un pieno successo della manifestazione. Sin dal giorno precedente, una gran folla distintasi per civiltà e simpatia aveva cominciato ad affluire per le vie del centro, mescolandosi ai residenti e fraternizzando con loro. La manifestazione è stata preceduta alle 16 di sabato dal salu-
L’INTERVENTO DEL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO TENENTE GENERALE GIANFRANCO OTTOGALLI
Lagunari d’Italia, è per me motivo di profondo orgoglio e di viva soddisfazione prendere oggi la parola in occasione del vostro 5° Raduno Nazionale per portare ai «Fanti da mar», in servizio e in congedo, l’abbraccio affettuoso dell’intero Esercito. Ringrazio la generosa cittadinanza di San Donà di Piave – che sta offrendo una superba cornice alla manifestazione – e saluto le Autorità qui intervenute e i Rappresentanti della pubblica informazione. Un sentito ringraziamento all’Onorevole Generale Luigi Ramponi, Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, che ci ha voluto onorare della sua partecipazione. Un saluto particolare, inoltre, al Tenente Generale Alberto Ficuciello, decano dei Lagunari in servizio, e alle Associazioni Combattentistiche e d’ Arma, insieme a quanti, con la loro presenza, testimoniano l’affetto della Nazione verso la specialità dei Lagunari Un saluto affettuoso a Voi, giovani militari qui schierati, che rappresentate la continuità fra passato e futuro. Con l’ appuntamento odierno, ricco di profondi significati, si riconfermano simbolicamente la fede e l’attaccamento delle Truppe Anfibie a un retaggio storico fatto di sacrifici e altruismo, vissuti al servizio del bene comune e nell’esclusivo interesse della Patria. I Lagunari, evocatori di antiche glorie, eredi dei «Fanti da mar» della Serenissima Repubblica di Venezia, tengono fede a un’insigne tradizione di ardimento e virtù militare. Parlare o scrivere delle Truppe Anfibie è infatti come calarsi nella profonda miniera della storia militare nazionale alla ricerca di vicende a volte ignorate, ma sempre presenti nello spirito e nel carattere di un popolo. Nonostante il trascorrere del tempo e l’evoluzione dell’organizzazione e della dottrina della Forza Armata, i Lagunari conservano intere tutte le peculiari caratteristiche che delineano sempre un’inconfondibile identità che discende dall’operare in un ambiente altamente impegnativo e particolarmente difficile. Temprati da questo, «Fanti da mar» sono attualmente in grado di assolvere anche compiti diversi da quelli tradizionali e, sempre più rinnovati nei mezzi e nelle procedure d’impiego, si confermano protagonisti, unitamente ad altre Armi e Specialità dell’Esercito, nelle diverse missioni internazionali e multinazionali per la difesa dei diritti fondamentali dell’uomo, dei valori civili e della libertà nella sua accezione più vasta. Sono perciò convinto che la vera forza delle Truppe Anfibie sia nello spirito di Corpo e nella solida compattezza morale, che costituiscono la base della continuità di ideali di coloro che hanno servito e servono nella prestigiosa specialità «Lagunari». Oggi, infatti, i Lagunari, di ogni età in servizio ed in congedo, si ritrovano qui a San Donà per riaffermare con vigore quel messaggio di forza che viene dal passato e che rappresenta un momento di certezza per un futuro da protagonisti. L’Associazione Nazionale dei Lagunari e Truppe Anfibie è testimone di un fervido «Credo» di preziosi e irrinunciabili valori che non conoscono limiti di tempo, quali lo spirito di servizio, la dedizione al dovere, il coraggio, l’ardimento, l’attaccamento alla propria terra. Un «Credo» che si rispecchia pienamente nell’opera costante e meritoria profusa dal sodalizio, da sempre vicino alle truppe in armi ma anche fortemente impegnato nella società civile per il bene delle istituzioni pubbliche a vantaggio di tutti i cittadini. Nel settore della Protezione Civile, in particolare, i soci operano mettendo a disposizione la loro competenza e professionalità per possibili interventi nell’ambiente lagunare e del delta del Po. Un ringraziamento particolare, affettuoso e personale, va al Presidente Nazionale dell’Associazione, Maggior Generale Antonio Assenza, promotore di ogni iniziativa che interessi le Truppe Anfibie. Nel mantenere alte le tradizioni del passato, l’Associazione è oggi coinvolta non solo nella realizzazione di importanti manifestazioni, ma anche in una proficua opera di ricerca e valorizzazione di tutto ciò che mantiene un determinato significato storico, come monumenti e luoghi storicamente importanti. Ma soprattutto concorre ad alimentare le unità dell’Esercito, il Reggimento «Lagunari» in particolare favorendo la promozione e il reclutamento di volontari e rappresentando in tal modo il legame fra la società civile e quella militare, specialmente in quelle realtà laddove la presenza militare è divenuta meno significativa. Questo è per me il Raduno dei Lagunari: una manifestazione che serve non solo per celebrare il passato ma anche e soprattutto per guardare insieme al futuro. L’Esercito Italiano guarda a tutti i suoi Lagunari in servizio e in congedo con immutata ammirazione, gratitudine e profondo affetto, certo che essi sapranno sempre fornire, con rinnovato vigore, il loro generoso e qualificato contributo per la difesa e la sicurezza del Paese per tenere alto il nome dell’Italia. Con questi sentimenti saluto ancora una volta quanti hanno voluto partecipare all’odierna cerimonia e formulo a tutti i miei più fervidi voti augurali di sempre maggiori successi. Viva i Lagunari! Viva l’Esercito! Viva l’Italia!
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to di benvenuto che il Sindaco, il Professor Vasco Magnolato, ha rivolto ai convenuti dalla sala consigliare del Municipio, invitando la cittadinanza ad esporre il tricolore a balconi e finestre per tutta la durata del raduno lagunare. In seguito, alle ore 17, presso il Ponte della Vittoria, è stato deposto un ricordo floreale al monumento del volontario di guerra. Il
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semplice atto d’omaggio ha riservato intensi momenti di riflessione e di raccoglimento e gli occhi si sono posati sui Lagunari dai capelli candidi, guardati da tutti i presenti con rispetto ed ammirazione. Il grande fiume della vasta pianura veneta, che tanta parte ha avuto nella storia e nella cultura di quei luoghi, è stato ricordato con un emozionante tributo qua-
si doveroso: il lancio di un serto d’alloro nelle sue acque. Affinché si tenesse maggiormente memoria della ricorrenza, le Poste Italiane hanno voluto dare un loro importante contributo all’evento. Presso il Centro Culturale «Leonardo da Vinci», un distaccamento postale ha infatti garantito – in concomitanza con la sede centrale – un punto di riferimento che ha dato un ulteriore tocco di suggestione alla corrispondenza in uscita. Sono state così personalizzate le lettere che quei giorni partivano dalla bella cittadina veneta, mentre gli amanti del collezionismo e della filatelia in generale hanno trovato disponibili i migliori prodotti filatelici del momento. Alle 21, in Piazza Indipendenza, attesa da grandi e piccoli, la Banda della Brigata Artiglieria Controaerei – diretta dal Maresciallo Ermanno Pantini e composta da 30 musicisti di provata esperienza – ha tenuto un riuscito concerto, incentrato su un indovinato repertorio artistico classico e leggero. La sera, dopo cena, è stato gradevole intrattenersi
e parlare dei ricordi, dei progetti di ciascuno e, purtroppo, di quanti non c’erano più. Il giorno successivo alle 10, in Piazza Indipendenza, ha avuto luogo uno dei momenti più significativi del raduno: la cerimonia militare, alla presenza della Bandiera di guerra del Reggimento Lagunari «Serenissima». Molte le Autorità presenti, intervenute per portare ai Lagunari una testimonianza di considerazione e di gratitudine in nome dell’Italia. Hanno dato con la loro presenza maggior risalto alla cerimonia il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Tenente Generale Gianfranco Ottogalli, il Tenente Generale Alberto Ficuciello, Comandante delle Forze Operative Terrestri, l’Onorevole Generale Luigi Ramponi, Presidente della Commissione Difesa della Camera, il Presidente della Provincia di Venezia, dottor Luigino Busatto, e il Sindaco del Comune di San Donà di Piave, Professor Vasco Magnolato, quest’ultimo come Primo cittadino della graziosa località che ha ospitato il raduno. I Reparti in armi, preceduti dalla Banda della Brigata Artiglieria Controaerei, sono affluiti formando lo schieramento e dimostrando un’elevato livello addestrativo e formale. Durante la cerimonia militare, dopo la lettura del messaggio inviato dal Capo dello Stato, hanno preso la parola le più alte Autorità presenti. Nella sua allocuzione il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha riconosciuto la solidità morale dei Lagunari, evidenziando il loro spirito di dedizione e sacrificio che li ha resi famosi in Italia e all’estero, esortandoli a proseguire nel mantenere intatte, nel futuro, queste peculiarità. Il Tenente Generale Ottogalli ha concluso il suo intervento spiegando che il raduno è servito a celebrare il passato ma, nello stesso tempo, ha esortato a guardare positivamente con operosa speranza al futuro, valorizzando l’importanza del contributo individuale ai fini 23
dei conflitti mondiali, quando la voglia di libertà, di ribellione all’oppressione, la voglia di pace e fratellanza per tutti, di un futuro sereno, ha spinto tanta gente a lottare, a dare la propria vita per questi valori. Al termine, dopo la consegna della bandiera italiana alla Sezione lagunare di Caorle e del labaro alla Sezione di Spinea, è stata recitata la preghiera del Lagunare. È seguita una sfilata nelle vie cittadine, alla quale hanno preso parte i Lagunari in servizio e quelli in congedo. Il corteo è cominciato con l’ammassamento dei circa 1 500 radunisti all’imbocco di Corso Trentin, per percorrere poi Piazza Rizzo, Via Don Bosco, Via Tredici Martiri, Corso Silvio Trentin, Piazza Indipendenza e Via Jesolo. Dopo che le vie del centro sono state interessate alla lunga colonna di partecipanti, è stato proprio da Via Jesolo che sono partiti i pullman per la zona fieristica di Via Pralungo, dove per i convenuti è stato preparato il pranzo sociale, durante il quale si è svolto l’atto di consegna di una borsa di studio alla figlia di un socio maggiormente distintasi a scuola e nella vita. Infine alle 17, in Piazza Indipendenza, l’ammaina bandiera ha segnato la fine della manifestazione. del benessere e della prosperità del nostro intero Paese. L’Onorevole Ramponi, nel prendere la parola, dopo aver portato il saluto del Parlamento, ha definito i Lagunari «la perla del Veneto nel panorama militare italiano». Il Primo cittadino di San Donà di Piave, infine, nel corso del suo intervento, ha ricordato che: C’è da sempre uno stretto legame tra San Donà e il Piave. Il fiume, che oggi i più giovani hanno imparato a conoscere e ad amare per le sue bellezze naturali, per la sua ricchezza e che da sempre è stato teatro della storia di questa città. Una storia macchiata di sangue per quanto accaduto nel corso 24
Il Comando Reclutamento e Forze di Completamento Regionale «Veneto» ha coordinato la manifestazione, cui ha dato un valido contributo la Sezione ALTA di San Donà di Piave con i suoi oltre 300 Lagunari iscritti. San Donà di Piave si è confermata particolarmente accogliente come centro idoneo a ospitare al meglio i raduni. Infatti, quest’anno aveva già aperto le porte agli alpini e ai paracadutisti, ma quello dei Lagunari è stato il primo significativo appuntamento di carattere nazionale. Ma i motivi che hanno fatto ricadere la scelta proprio sulla cittadina del Basso Piave sono molti e li ha spiegati il Maggior Generale Assenza. Abbiamo scelto San Donà – ha fatto presente – per un vincolo nato tra i Lagunari e i sandonatesi nell’alluvione del 1903 e rinsaldato il 9 novembre 1917, quando i Lagunari portarono in salvo il carteggio del Municipio per sottrarlo all’austriaco già alle porte della città. Il Comando supremo poté schierare le artiglierie anche sul Basso Piave soltanto perché c’erano i Lagunari che, con le loro barche, trasportavano tonnellate di munizioni attraverso la laguna, permettendo alle artiglierie montate su barconi e annidate nei canneti del Sile e del Piave di
inchiodare l’avversario davanti a San Donà. Furono i Lagunari che, la notte del 15 giugno 1918, fecero attraversare la laguna con le loro barche alle riserve della 4a Divisione, consentendole di tamponare la falla apertasi tra Musile e Caposile. Un legame, questo, che i cittadini di San Donà hanno dimostrato – con la loro numerosa partecipazione e con l’affettuosa accoglienza – di sentire particolarmente. I Lagunari, soddisfatti per l’ottima riuscita del loro raduno, si sono salutati dandosi appuntamento per il 2004, a Mestre. Ž * Giornalista 25
CHI SIAMO VERAMENTE L’incisivo ruolo della Chiesa militare quale centro di comunità e fulcro di ricerca per il proprio percorso di vita umana e spirituale 26
di Giuseppe Mani *
La Chiesa rappresenta un costante riferimento anche nella realtà militare. L’atipicità del mondo in grigioverde non deve impedire di guardare al di fuori e all’interno di noi stessi, al fine di dare un senso compiuto alla nostra esistenza ed essere davvero partecipi alla vita professionale e famigliare. La Chiesa presta la massima attenzione ai militari, in quanto questi ultimi sono depositari di alti valori umani e sociali. La stessa uniforme è il simbolo esteriore di una vocazione che implica la disponibilità al servizio verso gli altri. Il Natale che è al le porte e l’arrivo del nuovo anno devono fornire un ulteriore pun to di riflessione riguardo al rapporto con Dio e con il mondo. Que sto perché ognuno può fornire un importante contributo umano e di concretezza alla famiglia e alla società, anche nel silenzio. L’importante, infatti, è credere e amare.
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iventando militari si entra a far parte di una particolare diocesi: l’Ordinariato Militare. Cos’è infatti l’Ordinariato Militare? Molti pensano che sia il centro organizzativo dei Cappellani che operano nelle Forze Armate che, ovviamente, fanno assistenza spirituale ai militari, un po’ come i Cappellani ospedalieri lo fanno ai malati e i Cappellani delle università agli studenti. No, non è così. L’Ordinariato Militare è la Chiesa cattolica presente nel mondo militare, sono tutti i battezzati presenti nelle Forze Armate. Essere militare vuole dire far parte di un corpo, di una categoria di persone ben precisata e qualificata con le sue scuole, i suoi villaggi, i suoi ospedali, i suoi cimiteri, il suo stile, le sue tradizioni e le sue liturgie. La Chiesa ha sempre curato con particolare attenzione i militari e si è sempre posta il problema di chi fosse il Vescovo di questi uomini che hanno per domicilio il
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mare, il cielo e sono caratterizzati per la loro mobilità sulla terraferma. La risposta era stata radicale: il Vescovo dei militari è il Papa che ha giurisdizione in tutta la terra. A sua volta il Papa si faceva aiutare da Vescovi che in sua vece guidavano i militari delle singole nazioni. Per questo loro si chiamavano Vicari Castrensi, cioè Vicari del Papa per le Forze Armate. Dopo il Concilio Vaticano II è stata data una nuova configurazione giuridica ai militari: il Papa ha costituito in Chiese locali – assimilandole alle diocesi – tutti i Vicariati Castrensi delle singole nazioni. Sono nate, così, circoscrizioni ecclesiastiche non caratterizzate dal territorio, come tutte le diocesi, bensì ripartite mediante le tipologie di servizio prestato. In una parola si può affermare che i militari in quanto tali sono una chiesa particolare con il loro Vescovo, con i loro parroci, con la loro Chiesa non legata ad un luogo, ma caratterizzata dal loro servizio. Questo è molto bello, perché
le nostre comunità ecclesiali sono davvero comunità di servizio e al totale servizio dei fratelli. La cosa è anche impegnativa perché i cristiani addetti al servizio militare devono farlo per vocazione non per mestiere, altrimenti il loro vivere insieme come cristiani non potrebbe caratterizzarli come Chiesa, ma al massimo come una corporazione di arti e mestieri. Questa nostra Chiesa militare, che in quanto tale ha compiuto sedici anni, ma che ha alle sue spalle circa ottanta anni di storia, ha ormai una sua bella tradizione, ha le sue strutture e la consapevolezza di essere utile, anzi necessaria, con il suo servizio tra gli uomini delle Forze Armate. Ha una sua Curia, un’organizzazione pastorale, una sua scuola per Cappellani militari, ha già fatto il Primo Sinodo ed è in dialogo con le chiese sorelle degli altri Paesi, oltre ad avere un’attività ecumenica che si svolge al vivo, diremo sul campo, dove i nostri
soldati si incontrano e collaborano nelle operazioni di pace con colleghi di altri culti, di differenti religioni, mentre i Cappellani delle diverse confessioni condividono insieme e in concordia gli spazi a loro disposizione. La Chiesa militare ha fatto le sue scelte di campo, in termini ecclesiastici ha stilato il suo piano pastorale. In questi due anni sarà particolarmente attenta alla famiglia dei militari. Questo è presto spiegato. La famiglia, infatti, è il supporto fondamentale e indispensabile del militare, è coinvolta in pieno nella sua missione e, purtroppo, oggigiorno è un soggetto particolarmente a rischio. La visita pastorale che sto facendo a tutte le realtà militari ha questo particolare interesse, e il suo scopo è quello di evangelizzare, vivere i valori della famiglia e, nello stesso tempo, farli scoprire e difenderli. Anche i Cappellani si impegnano nel loro lavoro partendo dalla famiglia, con lo specifico pro-
gramma di preparare alla famiglia, sostenerla e svilupparla e devo affermare che, dopo un anno, abbiamo verificato l’esistenza di un grande interesse al riguardo. La famiglia è davvero il più grande tesoro dell’uomo. Gesù stesso ce lo ha proclamato con la
sua stessa vita. È voluto nascere in una grotta senza una casa, senza un letto, è morto nudo su una croce, ha rinunciato a tutto tranne che a una cosa: alla sua famiglia, a una bella famiglia. Quanti bambini oggi nascono più poveri di lui. Quelli che non
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vedono neppure la luce perché le loro mamme li sopprimono appena concepiti, quelli che i genitori non vogliono riconoscere, quelli che appena nati vengono abbandonati davanti alle porte della chiesa o gettati nei cassonetti della nettezza urbana. Gesù, privandosi di tutto meno che della fami-
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glia, ci ha detto che mancare di famiglia non è povertà, è miseria e ciascuno ha diritto alla famiglia. Se c’è un diritto c’è anche il dovere della famiglia ed è questo il messaggio che la Chiesa militare nella sua interezza vuole proclamare in nome di Cristo. Vuol dire che ogni uomo deve
una bella famiglia a sua moglie e ogni donna deve una bella famiglia al proprio marito. Insieme devono una splendida famiglia ai loro figli e i figli debbono una bella famiglia ai loro genitori, a ogni età. Siccome nessuno può fare a meno della famiglia, tutti hanno il dovere della famiglia. Lavorando in questo senso, i cristiani militari si impegnano a edificare l’uomo e la società secondo i principi di giustizia e di onestà, che sono poi i principi del Vangelo. Con l’approssimarsi del Natale, davanti al grande mistero della Natività, non possiamo che fermarci ad ascoltare il suo profondo messaggio di pace. Dalla grotta di Betlemme veniamo introdotti nella pienezza della vita cristiana e nella perfezione dell’amore, poiché ci viene rivelata la volontà di Dio di condividere con gli uomini la sua vita, il suo amore, il suo sacrificio per la nostra redenzione. Dalla contemplazione della scena della Sacra Famiglia raccolta nella fredda capanna dobbiamo
trarre l’ammaestramento a vivere nell’umiltà, nel perdono e nella fratellanza. Ai giovani soldati auguro di saper riscoprire, grazie anche alla testimonianza dei loro superiori gerarchici, il fascino di un ideale di santità, di solidarietà e i valori dell’amor di Patria, accettandoli con entusiasmo, con generosità e con spirito di sacrificio. Ai superiori gerarchici a tutti i livelli, agli educatori in genere, vada l’augurio di saper offrire agli uomini loro affidati esperienze positive di vita, di esempio, di carità, di amore verso il prossimo e nella certezza di trasformarsi in seminatori di speranza e in solerti guide di professione e di vita, sostenuti dalla giustezza del dovere compiuto e dal supporto della famiglia. A tutti i lettori della Rivista Militare auguro, quindi, un Buon Natale e un felice e sereno Nuovo Anno 2003, nella grazia di Dio. Ž
* Arcivescovo, Ordinario Miliare per l’Italia 31
BIVALENTI STRATEGIE GEOPOLITICHE È passato poco più di un anno dall’attacco terroristico alle Torri gemelle e al Pentagono e molto già se ne è parlato e se ne parla ancora. Non è nostra intenzione però legarci strettamente all’attualità. Faremo invece solo alcune considerazioni di più ampio respiro che riteniamo siano fondate, in maniera diretta o indiretta, su gran parte delle cose che sono accadute dopo quella data.
con loro, e non certo per dar loro il benvenuto». L’Ambasciatore R. N. Haas, il più stretto collaboratore di Colin Powell nell’Amministrazione Bush, ha scritto nel 1997 il libro «The Reluctant Sheriff» (lo sceriffo riluttante) sulla politica estera americana. Pochi giorni fa ha detto che oggi quel libro lo scriverebbe in modo diverso: lo sceriffo del 2002, infatti, è molto più motivato e risoluto.
Supremazia militare e invulnerabilità
Deterrenza e contenimento
C’era il convincimento negli Stati Uniti che la «Rivoluzione negli Affari Militari» e la schiacciante supremazia militare che da essa derivava, e sempre più sarebbe derivata, non solo dovesse consentire al colosso americano di intervenire con successo in qualsiasi parte del mondo dove gli interessi nazionali potessero essere minacciati (o, con una qualche riluttanza, quando il fratello europeo o l’ONU e l’opinione pubblica mondiale lo richiedessero), ma dovesse anche proteggere il Paese dalla minaccia sul proprio territorio. Nei fatti, però, il concentrarsi sulla «fascia alta» della minaccia non è stato pagante. È stato brusco, quindi, il risveglio dall’idea che una supremazia militare schiacciante fosse sinonimo di invulnerabilità. Qualcuno, non a caso, ha parlato anche di «perdita di innocenza» e gli americani hanno ora compreso che «se scelgono di non impegnarsi con il mondo, sarà il mondo a impegnarsi
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La deterrenza e il contenimento, che avevano assicurato l’equilibrio della guerra fredda, sembrano ormai inadeguati per combattere il terrorismo o chi costruisce armi di distruzioni di massa con intenti aggressivi. I recenti interventi del Presidente Bush hanno molto battuto su questo tema, tanto che si è arrivati a parlare di «Dottrina Bush». Nuove minacce richiedono un new thinking (un nuo-
vo modo di pensare) nel discorso di giugno a West Point. E ancora Noi non possiamo aspettare e non fare nulla mentre il pericolo cresce nel discorso del 12 settembre alle Nazioni Unite. Infine l’enunciazione chiara del diritto di azione preventiva: Facendo appello al senso comune e all’autodifesa, l’America agirà contro le minacce emergenti prima ancora che esse si siano pienamente formate (dalla National Security Strategy presentata il 20 settembre). New thinking quindi, ma unilaterale o sviluppato in ambito multilaterale? Non bisogna infatti dimenticare che fin dall’inizio degli anni 90 le Nazioni Unite hanno cominciato a sviluppare un new thinking. Il riconoscimento dei diritti di ingerenza umanitaria e di intervento contro Stati che hanno favorito atti di terrorismo è stato uno dei risultati più importanti di questo new thinking. Risultati che hanno rappresentato
a cura del Ce.Mi.S.S. strutture dello Stato che possano creare un qualche ordine in quelle aree martoriate. L’Europa sudorientale è sotto gli occhi di noi tutti. Anche la campagna afghana non si tradurrà in una vittoria locale (quand’anche si possa considerare conseguita la vittoria militare) se non si costruirà uno Stato afghano. La cooperazione tra USA ed Europa
uno storico passo in avanti nel superamento del concetto tradizionale di sovranità. L’evoluzione del pensiero potrà essere considerata lenta in ambito multilaterale, ma questo, per così dire, limite è bilanciato dal fatto che una sua comune e condivisa consapevolezza ha una valenza politica straordinaria. Strategie durature e di disimpegno Molto si è parlato negli anni 90 di exit strategies, di strategie cioè di disimpegno. E tante valutazioni sono state fatte al riguardo in alcune delle crisi più importanti che hanno caratterizzato l’ultima decade dello scorso secolo. Nel caso della guerra al terrorismo non ha senso invece parlare di «strategie di disimpegno». È una guerra non tradizionale che durerà molti anni e che non avrà battaglie decisive (la stessa cattura o morte di Bin Laden, ove questa avvenisse o fosse provata, pur essendo rilevante dal punto di vista mediatico, non cambierebbe l’attuale scenario della guerra al terrorismo internazionale). In questa guerra non tradizionale, combattuta ormai su numerosi fronti multi e interdisciplina-
ri (non soltanto cioè militari), occorre portare avanti una «strategia duratura» più che cercare una «strategia di disimpegno» che non esiste. Il problema umanitario e quello della pace Negli anni 90 uno Stato debole era considerato soltanto un problema umanitario. Oggi uno Stato che non ha più né il controllo del suo territorio né istituzioni credibili è considerato una minaccia non solo per il suo popolo ma anche per gli Stati vicini e per tutta la comunità internazionale. Prevenire il dissolvimento degli Stati o collaborare per la loro ricostruzione nei casi in cui ciò diventi necessario assume quindi una valenza strategica ai fini della sicurezza internazionale. Sono ormai in molti quelli favorevoli a superare i concetti di «costruzione della pace» (molto usato) e di «costruzione di una nazione» (appena sopportato) per privilegiare il concetto di «costruzione di uno Stato». Non è un caso che nelle aree nelle quali tali sforzi sono in atto, c’è spesso un’abbondanza delle Nazioni in embrione e una corrispondente mancanza di
USA ed Europa, e più in generale i Paesi occidentali, condividono valori comuni, quali libertà, diritti umani, solidarietà e così via. Questa condivisione non si limita a semplici enunciazioni ma si traduce talora in cooperazione effettiva quando c’è da operare sul campo per preservare questi principi. In queste occasioni, quando si avviano cioè operazioni congiunte, si sente parlare spesso di «divisione del lavoro» fra le due sponde dell’Atlantico. Statunitensi ed europei devono adoperarsi per incrementare ulteriormente legami e rapporti già peraltro ottimi. Solo così potranno contribuire a rafforzare la pace, lo sviluppo e il benessere del mondo. Il riposizionamento strategico tra USA e Russia La guerra al terrorismo e il formarsi della coalizione che la sostiene hanno accelerato il processo di avvicinamento della Russia al mondo occidentale. In particolare Putin considera ormai strategico il rapporto con gli Stati Uniti, pur se talvolta – e secondo gli interessi nazionali – viene mitigato dalle attenzioni verso le Nazioni Unite dove la Russia mantiene una forte posizione quale potenza mondiale e rappresentante permanente del Consiglio di sicurezza. Ž
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VENTI DI COOPERAZIONE NEL PACIFICO L’Asia orientale è universalmente riconosciuta come una delle regioni economicamente più dinamiche del pianeta. Nell’area, che comprende il continente americano e quello asiatico, vive circa la metà della popolazione mondiale ed è fatturato circa il 46,7% del PIL mondiale. L’APEC ( Asia Pacific Economic Cooperation) è un forum economico istituito nel 1989 a Canberra, composto da 21 Paesi appartenenti a quell’area geografica (1), il cui scopo principale è instaurare, all’interno della regione, una cooperazione efficace in campo economico, la liberalizzazione del commercio, la completa riduzione delle barriere tariffarie e la promozione degli investimenti. Il raggiungimento di tali obiettivi, secondo le previsioni dei 21 Stati membri, è fissato nel 2010 per i Paesi industrializzati e per il 2020 per le altre Nazioni. Attualmente l’APEC è il più grande forum asiatico di cooperazione economica e la sua estensione geografica fa di questa organizzazione uno dei più eterogenei raggruppamenti regionali mai istituiti negli ultimi decenni. L’APEC comprende, infatti, il 37% della popolazione mondiale dislocata su tre continenti ed è composto da Paesi che appartengono anche ad altre aree geografiche. Nonostante le cifre e i dati impres-
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sionanti, l’APEC è spesso bersagliato da aspre critiche che riguardano alcune questioni ancora oscure, quali i criteri da rispettare per entrare a fare parte del forum. Al di là dell’appartenenza geografica e all’adesione ai principi dell’economia di mercato, la ratio di tali parametri non sembra essere del tutto chiara. L’APEC è inoltre considerato da numerosi detrattori un ente privo di poteri, apparentemente governato dalla volontà di quattro o cinque macrostati (USA, Russia, Cina, Giappone e forse Canada o Australia) che decidono le linee di azione comune. Secondo queste correnti di pensiero, la membership sarebbe troppo eterogenea e gli interessi dei Paesi membri troppo contrastanti l’uno con l’altro per esprimere una politica concertata in campo economico. È un dato di fatto che gli Stati membri, proprio per la vastità dell’area geografica rappresentata da APEC, sono caratterizzati da diversi, talvolta confliggenti, sistemi socioculturali, valoriali ed economici. Tutto questo non facilita certamente la liberalizzazione degli scambi e si traduce anzi in violente contrapposizioni e conflitti d’interesse su questioni-chiave, come l’anti-dumping, la legislazione del lavoro o la tutela dell’ambiente. È ancora tutta da individuare, poi, la natura di questo forum.
Può essere considerato un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti oppure si tratta di una cooperazione internazionale di settore che segue, per così dire, «canali istituzionali»? I Paesi fondatori hanno sicuramente concepito l’APEC come un forum economico internazionale, con compiti ben precisi e campo d’azione limitato allo sviluppo di misure in favore della liberalizzazione degli scambi e della riduzione delle tariffe. Per questa ragione, l’APEC dispone di una struttura molto semplice, basata essenzialmente sui principi di partecipazione volontaria (per questa sua caratteristica è spesso citato come esempio di «regionalismo aperto»), di unanimità nell’adozione delle decisioni comuni e di autodisciplina nel rispetto e nell’attuazione di queste ultime. Ogni Stato membro assume, a rotazione, le funzioni di presidente del forum e organizza sul proprio territorio nazionale il vertice annuale dell’organizzazione. Il Segretariato, situato a Singapore, è in funzione dal 1993 e dispone di un budget e di uno staff limitati, considerati sufficienti per svolgere mansioni di ordinaria amministrazione. In definitiva, l’APEC non può essere certamente annoverato fra le organizzazioni internazionali intese in senso stretto, proprio per il relativo peso dei suoi organi societari e per le procedure con cui sono elaborate le posizioni comuni. Il principio del dialogo fra membri, che sta a fondamento di tutta la costruzione APEC, non contempla infatti la possibilità di esprimere votazioni a maggioranza e quindi non permette dissensi: tutte le decisioni, senza eccezioni, sono adottate solo se vi è unanimità. In virtù di queste premesse, ogni connotazione politica è esclusa.
L’APEC si configura pertanto come una cooperazione internazionale sui generis, istituita sulla base di un vero e proprio contratto stipulato dagli Stati membri per il raggiungimento di fini comuni. Non si verifica nessuna cessione di sovranità. Gli Stati membri rimangono enti politicamente indipendenti e sovrani. Anche la Dichiarazione di Shanghai dell’ottobre 2001, con cui i 21 Paesi membri hanno espresso la loro condanna unanime e la dissociazione dagli attacchi terroristici dell’11 settembre, deve essere letta in chiave economica e non come un manifesto di azione politica. Il terrorismo è stigmatizzato perché considerato una minaccia alla pace, alla sicurezza civile, ma anche e soprattutto al libero scambio, all’economia di mercato e ai valori di cui l’APEC si fa portavoce. Tuttavia, la mancanza di una struttura decisionale ben delineata e di organi societari «forti» ha spesso condannato il forum all’inattività e alla passività di fronte ai grandi eventi mondiali e regionali. Infatti, sin dai suoi esordi sulla scena internazionale nell’ormai lontano 1989, l’APEC ha assistito impotente ai mutamenti, talvolta drammatici, che hanno riguardato da vicino il grande teatro del Pacifico. La crisi economica del 1997, che ha coinvolto praticamente tutti i Paesi asiatici membri del forum, ha evidenziato i limiti del sistema di cooperazione instaurato dai 21 Stati. L’APEC non è stato infatti capace di prevedere la portata e gli effetti della crisi e di fungere da valvola di sfogo e da punto di raccordo delle politiche economiche delle cosiddette «tigri» che hanno preferito negoziare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il FMI (Fondo Monetario Internazionale) per poter far fronte alla loro
difficile situazione interna. In sintesi, il fallimento della politica di concertazione dell’APEC (ma anche degli altri raggruppamenti regionali, quali l’ARF (2) e l’ASEAN (3)) di fronte alle problematiche condizioni in cui versava l’economia ha dimostrato l’incapacità dei raggruppamenti multilaterali di gestire le crisi, siano esse di natura economica o politica. Allo stesso tempo, la crisi del 1997 può essere considerata un evento nella storia dell’APEC, perché ha segnato un vero e proprio punto di svolta. In conseguenza di questo evento i Paesi membri si sono resi pienamente conto delle sue difficoltà strutturali e hanno deciso di ripensare l’attività del forum in senso dinamico, cercando di facilitare la comunicazione e la collaborazione fra le imprese dell’area. Nuovi comitati sono stati creati (comitato per le misure tariffarie e non tariffarie, per la proprietà intellettuale, per le politiche di competizione e cartello) al fine di facilitare le transazioni e ridurre in questo modo gli ostacoli alla liberalizzazione economica dell’area. Tuttavia, il percorso da compiere per far sì che l’APEC non sia più uno spettatore, ma un attore del sistema economico regionale e internazionale, è quanto mai in salita. In sintesi, il futuro del forum appare strettamente collegato agli obiettivi che, di volta in volta, gli Stati membri si prefiggeranno sulla base di una lucida analisi delle variabili economiche in gioco. Una riforma della struttura dell’APEC è quanto mai necessaria e auspicabile per fugare ogni dubbio circa la reale efficacia di questo organismo. I 21 Paesi membri dovranno cercare un modo per rendere l’APEC in grado di agire sulla scena internazionale a un livello paritetico rispetto alle al-
tre organizzazioni economiche, quali il FMI o il NAFTA (North American Free Trade Agreement). Alle grandi dichiarazioni di principi, che di solito rappresentano l’atto conclusivo di ogni summit dell’APEC, dovrà quindi fare seguito un radicale ripensamento delle politiche di azione del forum, al fine di rendere questo organismo in grado di prevedere, seguire e gestire i cambiamenti del sistema economico. Si eviterà in questo modo che i giochi dell’economia e del mercato, così come già successo nel passato, sconvolgano e travolgano gli equilibri e la cooperazione che l’APEC mira a stabilire nell’area. Ž
NOTE (1) Alle undici nazioni fondatrici: Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Giappone, Tailandia, Brunei, Singapore, Indonesia, Canada, Malaysia, Corea del Sud, si sono aggiunti: Cile, Cina, Hong Kong, Messico, Papua Nuova Guinea, Perù, Filippine, Russia, Taiwan e Vietnam. (2) ARF è la sigla di Asean Regional Forum, un forum nato nel 1994 da una «costola» di ASEAN al fine di promuovere il dialogo, la pace e la stabilità fra i 10 Paesi membri di ASEAN (Brunei, Birmania, Cambogia, Indonesia, Filippine, Laos, Malaysia, Singapore, Tailandia e Vietnam), i Paesi e le organizzazioni partner di ASEAN (Australia, Canada, Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Nuova Zelanda, Russia, Stati Uniti e l’Unione Europea), la Papua Nuova Guinea (l’unica Nazione avente status di osservatore ASEAN), la Corea del Nord e la Mongolia. (3) ASEAN – Association of Southeast Asian Nations, fu fondata nel 1967 a Bangkok per favorire la cooperazione economica e il benessere degli Stati asiatici membri.
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GRAZIE PRESIDENTE I l C a p o d e l l o St a t o a r t e f i c e d i u n o s t r a o r d i n a r i o a t t o d i o m a g g i o che consegna a pieno titolo i Caduti di El Alamein alla memoria collettiva e alla storia nazionale d i M i c h e l e To r r e s *
La toccante rievocazione, alla presenza delle più alte autorità militari e civili italiane ed estere, nonché dei reduci di tutti i Paesi che parteciparono alla battaglia, si è svolta tra le dune in prossimità dell’osservatorio di Quota 33, quello che più si tinse, sessanta anni fa, del sangue di amici e di avversari. I nemici di ieri, che nonostante gli opposti schieramenti mai si odiarono, sono poi diventati gli edificatori dell’Europa di oggi. El Alamein, per il valore dimostrato dai nostri soldati, rimarrà per sempre una testimonianza del coraggio e della dedizione che sanno esprimere i figli d’Italia. Il Presidente Ciampi ha consegnato alla vedova del Colonnello Paolo Caccia Dominioni, la Contessa Elena, la medaglia al valore dell’Esercito, giunta dall’Italia con il Tenente Generale Gianfranco Ottogalli.
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l nostro Capo dello Stato, a El Alamein, è stato l’artefice di uno straordinario tributo alle migliaia di soldati caduti per la Patria che ha reso partecipe e commosso l’intero Paese. La cerimonia organizzata annualmente a turno da Italia, Gran Bretagna e Germania, quest’anno ha avuto una valenza particolare. È toccato all’Italia, infatti, organizzare l’evento per onorare degnamente gli oltre quarantamila morti di Italia, Germania e del Commonwealth. Una grande cerimonia tra le sabbie del deserto ha voluto dare un segno di comune commosso riconoscimento del senso del dovere di quei giovani dalle differenti uniformi che si sono sacrificati per il proprio Paese. In tanti, il 20 ottobre, presso il Sacrario militare italiano di El Alamein, hanno commemorato l’anniversario di quella cruenta battaglia che segnò la fine del sogno africano dell’Asse e la consa-
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crazione definitiva del valore del soldato italiano. Il fatto d’arme, che si combatté in quei luoghi dal 23 ottobre al 4 novembre 1942, ha visto questa volta una toccante rievocazione, resa solenne dalla presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, delle più alte autorità militari e civili italiane ed estere, dei reduci di tutti i Paesi che parteciparono alla battaglia. All’osservatorio di Quota 33, sono inoltre convenuti il Ministro della Difesa, Onorevole Antonio Martino, il Ministro per gli Italiani all’estero, Onorevole Mirko Tremaglia, il Sottosegretario alla Difesa, Onorevole Filippo Berselli, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Rolando Mosca Moschini, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Tenente Generale Gianfranco Ottogalli, il Duca di Kent in rappresentanza del Regno Unito, il Governatore Generale australiano, Peter Holligwoth, il Premier neozelandese,
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Helen Clark, e il Governatore di Marsa Matruk, Generale Sheat, che ha rappresentato il Governo egiziano. Ben 500 sono stati i reduci italiani e tedeschi e del Commonwealt che, a dispetto dell’età , non hanno voluto mancare. Oltre 1 500 gli ospiti. Con essi spiccavano tanti entusiasti bambini, figli degli italiani residenti in Egitto. La cerimonia ha avuto inizio con la resa degli onori al Presidente Ciampi da parte di un picchetto interforze. Il Capo dello Stato ha passato in rassegna e reso omaggio alle Bandiere di guerra italiane, le stesse dei Reparti dell’Esercito che presero parte a quella battaglia entrata ormai nel mito e nella letteratura. Lungo il tragitto, che parte dalla Corte d’Onore e termina alla Torre del Sacrario, sono stati esposti i mezzi da combattimento impiegati nella battaglia, prelevati da vari musei militari, o 40
forniti da appassionati modellisti del club «Historica» che, per l’occasione, vestivano anche uniformi dell’epoca. A rendere omaggio alle nostre Bandiere di guerra, a salutare i nostri reduci e a ricordare le 4 800 salme raccolte in quel Sacrario sono intervenuti anche il Comandante delle Forze Terrestri, Tenente Generale Alberto Ficuciello, il Vice Segretario Generale degli Armamenti, Tenente Generale Giulio Fraticelli, l’Ispettore delle Infrastrutture, Tenente Generale Donato Berardi, l’Ispettore del Reclutamento e Forze di Completamento, Tenente Generale Angelo Lunardo, l’Ispettore della Formazione, Tenente Generale Ferruccio Boriero, il Comandante del 2° FOD, Tenente Generale Antonio Lombardo, il Comandante della Regione Sud, Tenente Generale Bruno Loi, il Comandante della Regione Nord, Tenente Generale Silvio Torre, il
Direttore Generale di BILANDIFE, Tenente Generale Gennaro Marino, il Comandante delle Truppe Alpine, Maggior Generale Bruno Job, e i Comandanti e i Capi di Stato Maggiore delle altre
Forze Armate e della Guardia di Finanza. Un momento di toccante intensità spirituale si è avuto nella concelebrazione religiosa officiata dai Cappellani Militari di Ita-
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lia, Germania, Grecia e Inghilterra (ha presieduto il rito l’Ordinario Militare, Monsignor Giuseppe Mani). I prelati hanno officiato nella propria lingua, terminando la liturgia con la recita del «Padre Nostro» in latino. Successivamente le autorità presenti hanno deposto corone di alloro e, mentre i trombettieri dei vari Paesi presenti intonavano il «Silenzio fuori ordinanza», le Frecce Tricolori sono sfrecciate sopra il Sacrario, tracciando nel cielo i colori della bandiera italiana, quasi a coprire con un grande lenzuolo tricolore i 6 000 connazionali ancora sepolti fra le sabbie africane. Il Presidente della Repubblica ha quindi reso omaggio agli ascari libici, caduti durante la battaglia a fianco degli italiani, depo42
nendo una corona alla stele che ne ricorda il sacrificio. Particolare commozione ha destato il conferimento della Medaglia d’Oro al Merito dell’Esercito alla Memoria alla vedova del Colonnello Paolo Caccia Dominioni, che nella battaglia comandò il XXXI Battaglione Guastatori del Genio. Di Caccia Dominioni è stata ricordata la nobile impresa di raccogliere i resti dei nostri soldati, di quelli tedeschi e di quelli avversari. Il recupero, svolto tra insidiosi campi minati, si rivelò difficile e rischioso, ma meritò l’unanime apprezzamento in Patria e all’estero. Allo stesso Caccia Dominioni si deve la realizzazione del Sacrario che, con i suoi giardini fioriti e l’ottimo stato di conservazione,
sembra quasi un miraggio fra la sabbia, e il Capo dello Stato, esaltandone le virtù, ha affermato che è stato un prosecutore delle tradizioni risorgimentali rispettando l’avversario e dando prova di coraggio e di umana pietà. Il suo valore gli valse la Croce di ferro, massimo riconoscimento della Germania. A conclusione della manifestazione è stata consegnata al Presidente della Repubblica, da parte dei reduci guidati dalla Medaglia d’Argento al Valor Militare Raul Di Gennaro, una bandiera recante i nomi dei Reparti che presero parte alla battaglia. Ž
* Colonnello, Capo Ufficio presso il Reparto Affari Generali dello SME
Il presente servizio è stato realizzato grazie alla collaborazione di: • Dottor Carlo De Risio, autore del fascicolo «EL ALAMEIN»; • Professor Girolamo Garonna, Presidente della Federazione Provinciale Romana dell’Associazione Nazionale del Fante, il quale ha raccolto le testimonianze dei reduci: Caporal Maggiore Giovanni Pucciotti, Caporal Maggiore Balilla Maurizi, Caporal Maggiore Antonio Ventriglia, Geniere Guastatore Giovanni Martini; •Senatore Professor Gabriele De Rosa, il quale ci ha fornito gentilmente il memoriale scritto di suo pugno in zona di operazioni.
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di Carlo De Risio Sessant’anni fa, nella battaglia di El Alamein, si immolò il fior fiore dell’Armata d’Africa, che rappresentava una parte notevole dell’intero Esercito Italiano. Per dodici giorni, dal 23 ottobre al 4 novembre 1942, le Divisioni corazzate «Ariete» e «Littorio», la Divisione motorizzata «Trieste», le Divisioni di fanteria «Trento», «Bologna», «Brescia», «Pavia», la Divisione paracadutisti «Folgore», le unità di supporto d’Armata, di Corpo d’Armata e divisionali, tennero testa, insieme con l’«Afrika Korps», all’VIII Armata britannica, molto più potente in uomini e soprattutto in mezzi, appoggiata da un’aviazione numerosa e agguerrita. Insieme con i carristi, i fanti, i bersaglieri, gli artiglieri, i granatieri, i guastatori, i genieri, i paracadutisti di quelle otto Divisioni, condivisero il comune destino, in battaglia, gli uomini dell’Aeronautica Italiana, nonostante la superiorità dell’aviazione avversaria. Sul mare, nella «battaglia dei convogli», soprattutto le unità leggere di scorta della nostra Marina pagavano un elevato tributo, in termini di navi e di vite umane. Senza ombra di retorica, il nostro Esercito scrisse a El Alamein una pagina memorabile di dedizione e di eroismo e acquisì un patrimonio morale e spirituale che appartiene all’intero popolo italiano e che va consegnato alle nuove generazioni di oggi e di domani. Perché una Nazione senza memoria storica non ha diritto a un avvenire. A distanza di mezzo secolo da quella battaglia – consacrata nei libri di storia – è possibile esprimere un giudizio sereno e non polemico sulla valutazione errata che l’avversario e lo stesso alleato dell’epoca avevano fatto sovente dei combattenti italiani. L’impreparazione materiale e tecnica con la quale il nostro Esercito fu costretto ad affrontare la guerra, in un teatro di operazioni particolarissimo come quello nordafricano – che richiedeva mezzi moderni e dovizia di rifornimenti di ogni genere –, fu la causa principale di rovesci dolorosi. Ma ogni qualvolta il margine di superiorità delle forze avversarie (superiorità che fu una costante dell’intera campagna) risultò appena accettabile, le Divisioni italiane si batterono validamente e vittoriosamente. Lo stesso Rommel diede più volte atto agli italiani di elevato spirito combattivo, arrivando a scrivere, in sede di sintesi sulla guerra in Africa Settentrionale: «Le prestazioni di tutte le unità italiane, ma specialmente delle unità motorizzate, superano di molto ciò che l’Esercito Italiano ha fatto negli ultimi decenni». A questo riguardo, mi sia consentito di ricordare le molto spesso ignorate Divisioni del X e XXI Corpo d’Armata. Perché le Divisioni di fanteria «Trento», «Bologna», «Brescia», «Pavia» – su due Reggimenti sotto organico, con poca artiglieria e prive di automezzi – parteciparono, nel 1941-1942, all’intero ciclo pendolare delle operazioni in Marmarica, nella Sirtica e poi ancora in Marmarica, fino a Tobruk e all’avanzata in territorio egiziano. Le quattro Divisioni si consumarono nella lotta, a El Alamein, al pari delle Divisioni del XX Corpo Motorizzato e degli invitti «ragazzi della Folgore». Veramente epica e leggendaria la pagina di valore e di dedizione scritta dalla Divisione corazzata «Ariete», negli ultimi disperati combattimenti del 4 novembre 1942, imponendosi, col suo consapevole sacrificio, all’ammirazione incondizionata di Rommel e degli stessi comandanti dell’VIII Armata britannica. Dal silenzio dei cimiteri italiano, tedesco, inglese di El Alamein si leva un monito, affinché l’umanità non conosca più guerre. Dal bianco sacrario che custodisce i resti dei nostri combattenti si leva, perenne, l’esortazione all’Italia di mai dimenticare i suoi figli, caduti per la Patria. 45
LE DUE BANDIERE
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A destra. L’edificio di Quota 33, già base italiana durante le operazioni di ricerca e recupero dei Caduti, domina la catena collinosa prospiciente il mare e dista dal Sacrario 500 metri. Sotto. Cartina riproducente l’area dell’Africa settentrionale compresa tra Tobruch e il canale di Suez, con focalizzata l’area di El Alamein.
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l Alamein, in arabo «due bandiere». Nel 1942, c’era soltanto una stazioncina lungo la ferrovia che dal Delta del Nilo raggiungeva il confine con la Libia e che gli Inglesi avevano prolungato fino in prossimità di Tobruk. Situata sul Golfo degli Arabi, la località – distante 180 chilometri da Marsa Matruh e 105 da Alessandria – era soltanto un nome sulla carta geografica. Nessuno poteva immaginare che uomini in armi, sotto una dozzina di bandiere (altro che le «due bandiere» del nome), si sarebbero dati battaglia in quel posto desolato: gli Italo-tedeschi, decisi a raggiungere Alessandria, Il Cairo e Suez, gli Inglesi, le truppe del Commonwealth e gli altri alleati altrettanto decisi a sbarrare il passo ai primi. Nel 1940, in previsione dell’entrata in guerra dell’Italia e di una avanzata della nostra X Armata in direzione dell’Egitto, il Comandante inglese del Medio Oriente, Generale Archibald Wa-
vell, e il Comandante dell’Armée d’Orient francese, Generale Maxime Weygand, compirono una ricognizione a El Alamein, avendo valutato l’importanza della posizione, difficilmente aggirabile da
sud. Tanto è vero che, quando gli Italiani raggiunsero El Alamein, scoprirono che alcune opere in calcestruzzo, apprestate dagli Inglesi, recavano la data del 1940: segno evidente che le difese non erano state improvvisate. Dunque, una posizione difficilmente aggirabile. Infatti, a poco meno di 60 chilometri dalla costa, il deserto – rotto qua e là da piccoli rilievi che diventarono di grande importanza tattica e sovrastato a sud dai 217 metri della «piramide» naturale rocciosa di Qaret El Himeimat – piomba verso la depressione di El Qattara (134 metri sotto il livello del mare), costellata di sabbie mobili e terreno cedevole. Rappresenta una curiosità che, verso la fine degli anni Venti, ingegneri tedeschi avevano progettato di immettere, con condotte forzate, l’acqua del Mediterraneo
– depurata con un avveniristico sistema di desalinizzazione – nella depressione, per ricavarne un enorme bacino e soprattutto energia elettrica. Fin da allora, i tecnici ammonivano a non turbare il corso del Nilo con una grande diga all’altezza di Assuan: cosa che invece hanno fatto i Sovietici negli anni Sessanta, con infiniti guasti per il regime delle acque del grande fiume e per le millenarie inondazioni, che ritirandosi lasciavano un limo fecondatore, per cui le colture hanno subito danni incalcolabili. Ma questa è appunto soltanto una curiosità. Un’altra curiosità – questa molto importante – è che nella zona di El Alamein si trovavano le uniche sorgenti di acqua dolce di quel tratto di deserto occidentale egiziano: circostanza confermata dall’allora Colonnello di Stato Maggiore, Fritz Bayerlein, uno
dei principali collaboratori di Rommel. Non c’è libro sulla guerra in Africa Settentrionale che non accenni alla «intransitabile» depressione di El Qattara. Ma sulla assoluta interpretazione di questo assunto sussiste al meno qualche dubbio. Desmond Young, uno dei biografi di Rommel (incline alla agiografia sulla «volpe del deserto» quanto a malevoli apprezzamenti sui combattenti italiani) scrive che: Randall Plunkett, Ufficiale della Cavalleria Guide, si attirò le antipatie dell’ufficio operativo del Cairo, allorché, durante la ritirata, riuscì a portare i suoi mezzi corazzati attraverso quelle sabbie mobili, partendo dall’oasi di Siwa. Un dubbio ancora più significativo sulla «intransitabilità» della depressione sorge scorrendo le annotazioni di Rommel sulla campagna in Nord Africa, poiché, sotto la data del 29 ottobre 1942, durante la grande battaglia di El Alamein, il Feldmaresciallo scrive: Ricevetti ad un tratto l’allarmante notizia che il nemico, attraversata con due Divisioni la depressione di El Qattara, aveva già raggiunto la regione 100 chilometri a sud di Marsa Matruh. Eravamo oltremodo costernati perché non avevamo alcuna possibilità di difesa. Parecchie unità che si trovavano dietro il fronte vennero subito inviate nella zona minacciata. A nostro sollievo, però, la mattina del 30 ottobre questa notizia, trasmessaci dal Comando Supremo, risultò falsa. Ora, se Rommel si preoccupò per l’aggiramento da parte di due Divisioni inglesi attraverso la depressione, questo significa che la riteneva possibile. Peraltro, durante l’estate del 1942, con gli schieramenti contrapposti fermi a El Alamein, Rommel si spinse più volte sull’orrida zona, facendo sospettare ai suoi Ufficiali chissà quale piano ardito per lanciare una unità motorizzata attraverso l’infida distesa di El Qattara. 47
È un punto fermo, tuttavia, che una manovra con l’impiego di Grandi Unità meccanizzate non era possibile attraverso la depressione, che presentava una certa analogia con quella di Marsa El Brega – nella Sirtica, al confine tra Cirenaica e Tripolitania – il cui fianco verso l’interno è cosparso di paludi salmastre e sabbia cedevole. Non è un caso che per due volte – nel febbraio del 1941 e nel gennaio del 1942 – le offensive Inglesi si esaurirono proprio davanti a Marsa El Brega, al punto che gli Inglesi, con il loro innato humour, avevano de48
finito «la gita annuale» quel loro spingersi fino alla Sirtica, senza riuscire ad avanzare oltre. Per comprendere il dramma – perché tale fu – dell’avanzata italo-tedesca a El Alamein e le successive battaglie combattutevi, occorre rifarsi alle decisioni prese nella primavera del 1942. Il 29 e 30 aprile 1942, a Klessheim, in occasione di uno dei loro periodici incontri, Hitler e Mussolini, assistiti dai rispettivi Stati Maggiori, avevano deciso di risolvere la partita nel Mediterraneo e nel Nord Africa. Malta, pesantemente bombar-
data dalla Seconda Flotta Aerea di Kesselring (che aveva assunto la direzione del Comando Forze Sud il 28 novembre 1941) e dall’Aeronautica italiana, aveva cessato di esistere come base navale e gli stessi reparti della RAF che vi erano dislocati avevano subìto forti perdite. Ciò aveva consentito di far passare, per Tripoli e Bengasi, un convoglio italiano dopo l’altro, con importanti rinforzi per l’Armata corazzata i talo-tedesca. Il Capo di Stato Maggiore Generale italiano, Generale (poi Maresciallo) Ugo Cavallero, caldeggiava il piano di invasione di Malta, designato dagli Italiani col nome convenzionale di «Operazione C3» e dai Tedeschi col nome altrettanto convenzionale di «Operazione Herkules». Un vero e proprio Corpo di spedizione si stava preparando per l’impresa. Non meno di sette Divisioni italiane erano state precettate per l’«Operazione C3», comprese molte unità speciali: la Divisione paracadutisti «Folgore», il Reggimento «San Marco», un Reggimento speciale di Camicie Nere e poi arditi, rocciatori, nuotatoriparacadutisti, assaltatori delle varie Armi. I Tedeschi avrebbero partecipato con una loro Divisione paracadutisti, con mezzi e carri armati anfibi, oltre che con centinaia di aerei di tutti i tipi. Per agevolare l’operazione contro Malta e isolare ancora di più l’arcipelago assediato era essenziale scacciare gli Inglesi dall’intera Cirenaica e dalla Marmarica, allontanando la minaccia rappresentata dai campi d’aviazione della RAF e conquistando soprattutto la piazzaforte di Tobruk. Pertanto, sempre in occasione dell’incontro di Klessheim, venne stabilito che la prima mossa sarebbe spettata all’ Armata corazzata italo-tedesca (Operazione «Aida»). Rommel avrebbe attaccato a fine maggio, con l’obiettivo di battere le forze inglesi e di attaccare e conquistare Tobruk. Dopodiché, le truppe dell’Asse si
Carro M 13 di una colonna in marcia nel deserto.
sarebbero attestate sulla linea Halfaya-Sollum, al confine libicoegiziano, consentendo ai reparti dell’aeronautica di essere ritirati e riorganizzati per la successiva operazione contro Malta. Soltanto dopo si poteva pensare a una offensiva contro l’Egitto. «Aida» ebbe inizio il 26 maggio alle 14.00: un’ora insolita per una offensiva. Alla finta iniziale di Rommel lungo la costa – affidata alle Divisioni di fanteria italiane del X e XXI Corpo d’Armata – fece seguito l’avvicinamento notturno, da sud, dell’intera massa corazzata e meccanizzata, (oltre 10 000 mezzi) che si mosse dopo la parola convenzionale «Venezia». L’VIII Armata, comandata dal Generale Ritchie, era infatti attestata dalla posizione costiera di Ain El Gazala alla località di Bir Hacheim, 64 chilometri più a sud, nel deserto, al riparo di estesi campi minati. Esula da questa trattazione ricostruire, una fase dopo l’altra, la
battaglia che infuriò dal 26 maggio al 21 giugno, quando Tobruk cadde di schianto. Ma è essenziale precisare che la battaglia rapida e manovrata, immaginata da Rommel, si trasformò in battaglia di usura. Già il giorno 27 maggio, un terzo dei carri tedeschi era stato messo fuori combattimento, a causa dell’impiego massiccio, da parte degli Inglesi, di carri americani «Grant», con cannone da 75 millimetri in casamatta e un cannone da 37 in torretta girevole. Sensibili e man mano crescenti anche le perdite delle Divisioni italiane, soprattutto dell’«Ariete», corazzata, e della «Trieste», motorizzata, (XX Corpo d’Armata) che facevano parte della massa di manovra. A questo riguardo, c’è da dire che gli Inglesi, quando Rommel si trovò in difficoltà e fu costretto ad arretrare per agevolare l’afflusso dei rifornimenti, attaccarono decisamente il XX Corpo italiano e furono respinti con gravi perdite. Non era la prima volta (e non sarebbe stata l’ultima) che gli In-
glesi prendevano di mira le unità italiane, nella presunzione di un loro facile «cedimento». Evidentemente, non era stata sufficiente l’esperienza fatta il 19 novembre 1941 (inizio dell’Operazione Crusader), quando, a Bir El Gobi, la 22a Brigata corazzata inglese, dopo aver individuate le posizioni dell’«Ariete», aveva «caricato come se si fosse trattato della caccia alla volpe», perdendo più di cinquanta carri in poco tempo. Stesso duro pedaggio avevano pagato, subito dopo, Inglesi e Indiani, sempre a Bir El Gobi, quando si erano lanciati contro le posizioni tenute dai battaglioni di «Giovani Fascisti», che respinsero i carri britannici con pochi pezzi controcarri da 47/32. Ma torniamo agli eventi del giugno 1942. Sia pure con notevole dispendio di mezzi e di uomini, l’Armata italo-tedesca cominciò a sbriciolare l’intero dispositivo britannico. Cadde la posizione mediana di Gott El Ualeb; cadde Bir Hacheim, strenuamente difesa dalla Brigata della «Francia Libera» del Generale Koenig; cadde infine la posizione di Ain El Ghaza49
Cartolina (1938) dell’85° Reggimento Fanteria, nel luglio 1942 inquadrato su un battaglione nella Divisione Sabratha (XXI Corpo d’Armata).
la. Quanto alle forze corazzate inglesi della 7a e 1a Divisione (per non parlare delle Brigate autonome), esse subirono una pesante e conclusiva sconfitta nella località del deserto enfaticamente denominata dagli Inglesi Knights Bridge (Ponte dei Cavalieri). L’VIII Armata inglese aveva iniziato la battaglia con 843 carri armati, più altri 145 in riserva, che includevano 242 «Grant» e 219 «Stuart» di fabbricazione americana, a riprova del crescente peso militare e industriale degli Stati 50
Uniti anche nel teatro nordafricano. L’Armata corazzata italo-tedesca era invece entrata in battaglia con 560 carri, 228 dei quali italiani, e, durante le operazioni, ricevette l’apporto di altri 76 carri tedeschi e della Divisione corazzata italiana «Littorio», sulla efficienza della quale torneremo più avanti. Innegabile, dunque, la superiorità numerica delle forze corazzate dell’VIII Armata, che vantava anche un maggior numero di automezzi, cannoni, autoblindo, mentre l’organico delle Divisioni
inglesi e del Commonwealth era anch’esso immancabilmente superiore a quello delle Divisioni italiane e tedesche. Parimenti più numerosi i Gruppi aerei della Desert Air Force , anche se l’Aeronautica italiana e la Luftwaffe avevano concentrato in Libia 700 aerei di tutti i tipi, che avevano avuto una parte importante fin dall’inizio dell’offensiva. Le unità corazzate dell’Asse, abilmente manovrate, avevano ottenuto il risultato di falcidiare la massa corazzata avversaria, al punto che, dopo la battaglia di carri di Knights Bridge, l’VIII Armata si trovò in condizione di inferiorità. Era venuto il turno di Tobruk che, investita da terra e dal cielo, capitolò il 21 giugno, con più di 30 000 uomini e un immenso bottino, dopo un attacco durato in tutto ventiquattro ore. L’eco nel mondo fu enorme. La vera premessa a El Alamein è da ricercare nella repentina caduta di Tobruk, e non soltanto per ciò che l’evento produsse in campo italo-tedesco. L’ulteriore mobilitazione dell’apparato militare e industriale americano in favore del fronte nordafricano avvenne proprio in conseguenza della conquista della piazzaforte inglese, contro la quale Rommel si era «spezzato i denti» fin dall’aprile del 1941. Winston Churchill apprese la notizia della capitolazione mentre si trovava a Washington, per importanti colloqui col Presidente americano Roosevelt. Scrive il Premier inglese nelle Memorie sul secondo conflitto mondiale: Poco dopo venne consegnato al Presidente un telegramma: egli me lo passò senza dir motto. Il telegramma diceva: «Tobruk si è arresa; 25 000 uomini (in realtà 33 000) sono caduti prigionieri» (...) non cercai di nascondere al Presidente l’emozione provata: era un momento assai
Semovente M40 da 75/18 della Divisione corazzata «Littorio».
amaro. La disfatta è una cosa, la vergogna è un’altra (...). «Che cosa possiamo fare per aiutarvi?», chiese Roosevelt. Risposi immediatamente: Darci tutti i carri armati «Sherman» che potete e spedirli nel Medio Oriente al più presto possibile. Per completare il racconto – prosegue Churchill – occorre dir subito che gli americani mantennero più di quanto avessero promesso. Trecento carri armati «Sherman», ancora privi del motore, e un centinaio di pezzi semoventi furono caricati su sei delle loro navi più veloci e spediti alla volta del Canale di Suez. La nave che trasportava i motori di tutti i carri armati fu affondata da un sommergibile al largo delle Bermude; senza che noi dicessimo una parola il Presidente e Marshall fecero caricare un ugual numero di motori su un’altra nave veloce e la spedirono a raggiungere il convoglio. Al rinnovato impegno angloamericano per impedire il crollo del fronte nordafricano, con la perdita dell’Egitto e una minaccia mortale portata alle indispensabili fonti petrolifere del Medio Oriente (Iraq e Iran), fece riscontro, da parte dell’Asse, l’euforia dei Capi ma nessun serio impegno per rinsanguare le esauste Divisioni dell’Armata corazzata d’Africa. Contemporaneamente, veniva accantonato il previsto attacco contro Malta, tanto è vero che il dispositivo, faticosamente messo insieme, cominciò ad essere smontato. È importante sottolineare, nella successione cronologica degli avvenimenti, che proprio mentre Tobruk capitolava, Mussolini aveva scritto a Hitler, riproponendo la priorità della conquista di Malta – decisa a KIessheim in aprile – e sollecitando importanti forniture di nafta per la flotta italiana. Infatti, a metà giugno, la Marina italiana si era impegnata, nel bacino orientale e in quello
centrale del Mediterraneo, contro due convogli inglesi diretti a Malta. Su diciassette mercantili, che si erano mossi, fortemente scortati, da Alessandria e da Gibilterra, soltanto due avevano raggiunto l’isola assediata. Severe anche le perdite inglesi in navi da guerra. Ma lo sforzo compiuto aveva esaurito le scorte di nafta della Marina italiana, scorte che era necessario ricostituire per il previsto attacco a Malta. I bagliori della vittoriosa battaglia della Marmarica e la conquista di Tobruk mandarono all’aria tutti i piani precedentemente concordati. Hitler montò sul «cavallo di Orlando», contagiato dalla euforia di Rommel. Nella risposta a Mussolini, Hitler infatti scrisse: Ordinate il proseguimento delle operazioni fino al completo annientamento delle truppe britanniche, fino a che il vostro Comando e il Maresciallo Rommel crederanno di poterlo fare militarmente con le loro forze. Ora, è vero che a Tobruk erano stati catturati immensi depositi di carburante, materiali, viveri. Ma il bottino non era certo sufficiente per rinsanguare le Divisioni italiane e tedesche, che non avevano più lineamenti organici. Né, dal tono stesso della lettera di
Hitler, c’era da sperare in consistenti rinforzi. La mente del Cancelliere e Führer era rivolta altrove. Il 28 giugno sarebbe iniziata la grande offensiva estiva in Russia e tutte le forze corazzate sarebbero state lanciate contro il fronte meridionale, dirette verso il Caucaso e Stalingrado. Torneremo su questa mancata concentrazione delle forze dell’Asse nel teatro nordafricano. Ma intanto c’è da dire che un altro elemento giocò a favore della offensiva a fondo in Egitto. La cattura dei codici americani nell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, da parte del SIM (Servizio Informazioni Militare italiano), aveva fornito una fonte di inestimabile importanza ai Comandi italiani e tedeschi in Libia. I dettagliati rapporti che l’addetto militare americano al Cairo, Colonnello Frank Bonner Fellers, inviava al War Department , furono «letti», ovviamente, in quella cruciale congiuntura, perché fornivano un quadro di situazione completo delle gravi difficoltà nelle quali si dibatteva l’VIII Armata britannica. Una conferma si trova in quanto scrisse nel 1958 – uscendo da un riserbo che si era imposto per sedici anni – il Maresciallo d’Italia Ettore Bastico, Governatore 51
S
empre in base ai dispacci di Fellers, si era potuto apprendere – particolare importantissimo – che su 1 142 carri armati inglesi, 1 009 erano stati distrutti; nei depositi del Medio Oriente rimanevano appena 133 carri. Quella che Rommel, nelle sue annotazioni sulla guerra d’Africa, chiama «l’occasione unica» trovava la sua giustificazione dalla somma di tutti questi fattori. L’VIII Armata aveva subìto un tracollo senza precedenti e Tobruk era caduta: bisognava cogliere quel momento irripetibile per tentare la conquista di Alessandria, del Cairo, della zona del Canale. Per la verità, né Bastico, né Kesselring e nemmeno Cavallero condividevano la predisposizione di Rommel a giocare d’azzardo. A Derna, il 25 giugno, i tre
Sopra. Cartolina (1938) del Reggimento «carri armati». Disegno di G. Ferrari.
Generale della Libia e Comandante Superiore delle Forze Armate in Africa Settentrionale. A puntellare le tesi di Rommel – si legge nei ricordi di Bastico – aveva concorso anche l’intercettazione di una comunicazione dell’addetto militare americano al Cairo che forniva il quadro della situazione inglese nello scacchiere libico-egiziano. Il rapporto, dopo un esame numerico dei mezzi britannici e di quelli dell’Asse, così concludeva: «Rommel potrebbe tentare l’invasione dell’Egitto dopo un breve periodo di riordinamento delle proprie unità, durante il quale l’Asse potrebbe peraltro attaccare Malta in modo da assicurarsi un’ininterrotta linea di rifornimenti dall’Italia alla Grecia.... L’interruzione dei rifornimenti dell’Asse deve potersi raggiungere, altrimenti il Medio Oriente sarà alla completa mercè di Rommel. L’Esercito inglese è stato sconfitto principalmente a causa delle deficienze dei Comandanti. Se Rommel ha intenzione di prendere il Delta ora è il momento opportuno». 52
IL MIRAGGIO DELLE PIRAMIDI alti Ufficiali fecero il punto della situazione e proprio Kesselring – il «sorridente Albert», come lo chiamavano i Tedeschi – fece un apprezzamento della situazione ispirato a estrema razionalità. Il nemico – disse Kesselring – può formare una massa decisiva contro di noi. Io lo aspetto e lo temo. Anche ammettendo che non giungano rinforzi, dobbiamo contare di avere di fronte circa 600 apparecchi, a cui opponiamo 60 o 70 caccia tedeschi e altrettanti italiani, che diminuiranno del cinquanta per cento perché, dati i mezzi di trasporto, solo la metà di essi possono seguire l’avanzata. Io dissi già al Führer che le forze qui erano sufficienti per l’obiettivo previsto. A raggiungere altri obiettivi non è soltanto questione di benzina e di bombe ma anche di apparecchi. Ritengo di
Cartolina (1940) del XXI Corpo d’Armata (Cirenaica). Disegno di Matta.
aver rappresentato la situazione in modo del tutto obiettivo e non penso che (Rommel) possa andare oltre El Alamein. Di tale giudizio mi sento responsabile di fronte alla storia. Il 26 giugno, Cavallero, Bastico, Rommel e Kesselring si ritrovarono a Sidi El Barrani per un incontro conclusivo, mentre le punte avanzate dell’Armata si avvicinavano al campo trincerato inglese di Marsa Matruh. Rommel fu perfino gelido con Kesselring; Bastico era sempre riluttante a quell’affondo; Cavallero era un po’ sulle sue e un po’ guadagnato alle tesi della «volpe del deserto» (tanto è vero che, subito dopo, Cavallero comunicò a Roma la parola convenzionale «Tevere», in seguito alla quale Mussolini giunse in Libia, sicuro di entrare trionfalmente ad Alessandria e fu poi tragica e amara la sua inutile attesa, fino al 20 luglio, quando rientrò in Italia). Quello che si dissero i quattro Marescialli si ricava ancora dai ricordi di Bastico. Rommel si dimostrò nuovamente fiducioso, ma dovette prendere atto che nessun serio rinforzo gli sarebbe stato concesso. Ho bisogno di un intervento presso il Führer perché mi vengano inviate con urgenza truppe fresche e unità corazzate. Kesselring rispose asciuttamente: Credo che per adesso sarà difficile. C’è troppa carne al fuoco dappertutto. Al momento ho soltanto avuto alcuni nuovi «Stuka». La conclusione di Rommel fu a dir poco altezzosa: Se l’Armata riuscirà a superare la stretta di Alamein, cosa che credo, il 30 giugno sarò al Cairo. Vi aspetto là. Potremo parlare con più comodo. Proprio il 26 giugno si era intanto prodotta una grave crisi di Comando nel XX Corpo d’Arma-
ta. In seguito ad un bombardamento aereo persero la vita il Comandante del XX Corpo, Generale Baldassarre, il Comandante dell’artiglieria, Generale Piacenza e il Comandante del genio, Colonnello Raffaelli. Un triste presagio. Conseguentemente, il Generale De Stefanis, dell’«Ariete», assunse il Comando del Corpo d’Armata, mentre il Generale Arena diventò Comandante della Divisione corazzata. La Desert Air Force , rinunciando a battere i lontani obiettivi strategici in Cirenaica, stava sottoponendo le colonne avanzanti italiane e tede-
sche a una serie di duri attacchi con i 200 aerei plurimotori ed i 160 caccia monomotori disponibili nel deserto occidentale. Ma con che cosa stava avanzando l’Armata corazzata in direzione dell’Egitto? Corpi d’Armata, Divisioni, Reggimenti, battaglioni erano tali soltanto di nome. Il XX Corpo comprendeva l’«Ariete», ridotta a 10 carri armati, 15 pezzi di artiglieria e 600 bersaglieri dell’8° Reggimento, mentre la Divisione motorizzata «Trieste» disponeva di 4 carri armati, 24 pezzi di artiglieria e 1 500 fanti. Ed eccoci al53
Cartolina (1938) raffigurante carri leggeri italiani all’assalto. Disegno di C. Tafuri.
la Divisione corazzata «Littorio», assegnata al XX Corpo durante le precedenti operazioni. Letteralmente smembrata dopo il suo trasporto in Libia – avendo ceduto carri, cannoni e materiali all’«Ariete» e alla «Trieste» - la nuova Divisione disponeva, in tutto, di 30 carri, 11 pezzi di artiglieria e 1 000 bersaglieri del 12° Reggimento. Il X Corpo d’Armata (Divisioni di fanteria «Brescia» e «Pavia»), aveva una consistenza complessiva di 2 000 fanti e bersaglieri e 90 pezzi di artiglieria. Nell’ordine di battaglia figurava anche un «gruppo di inseguimento», tratto dal XXI Corpo d’Armata, formato da un battaglione granatieri controcarro, due battaglioni di bersaglieri del 7° Reggimento, quattro battaglioni della Divisione di fanteria «Trento» e otto gruppi di artiglieria: in tutto 3 000 uomini e 100 pezzi di artiglieria. Quanto alle Divisioni corazzate del DAK (Deutches Afrika Korps) la 15a e la 21a Panzer erano ormai ridotte a esigui gruppi di 54
combattimento: i carri cominciavano ad arrancare, col fiato grosso, per via dei motori logorati dalla sabbia e da ore e ore di moto, in combattimento. La 90a Divisione leggera tedesca era ridotta a meno di un sesto degli effettivi e in condizioni non migliori si trovavano i gruppi esploranti 3°, 33° e 580°. In queste condizioni l’Armata era il fantasma della Grande Unità che, rombando e sferragliando, aveva iniziato l’offensiva, il 26 maggio. Quando Kesselring asseriva che le forze assegnate erano a mala pena sufficienti per raggiungere l’obiettivo assegnato (cioé la linea Sollum-Halfaya) non faceva che rispecchiare la realtà nuda e cruda. Dalla frontiera libico-egiziana al Delta correvano più di cinquecento chilometri, battuti dalla RAF. Inoltre, l’VIII Armata, pur duramente provata, stava avvicinandosi alle basi di alimentazione, mentre l’Armata italo-tedesca si allontanava pericolosamente dalle proprie, finendo nella classica «area di sfinimento strategico». Rifatti i conti, l’Armata poteva contare esclusivamente sulle pro-
prie forze e, in considerazione delle scadenti caratteristiche dei carri italiani (M13 e L6, poco protetti e usurati dalla battaglia), la punta di diamante era formata dai carri tedeschi, che tuttavia erano poche decine. Come ricordava il Generale Giuseppe Mancinelli (Capo di Stato Maggiore della Difesa nel 1954-1959, all’epoca Capo di Stato Maggiore di collegamento presso l’Armata corazzata italo-tedesca), il Corpo tedesco poteva contare su «54 carri efficienti mentre 150 si trovavano in riparazione nelle officine campali e sarebbero stati restituiti ai reparti, prevedibilmente, nel giro di cinque-dieci giorni». La Wehrmacht , in quel momento, non ritenne di potersi privare di una sola delle Divisioni corazzate destinate al fronte russo. Si parlò in seguito – ma se ne parlò soltanto – di inviare in Africa la 7a e la 10a Panzer: ma poi non se ne fece nulla. Anche nell’estate del 1941, la 6a Panzer, inizialmente destinata all’ Afrika Korps, era finita in Russia: i carri, già con la colorazione mimetica del deserto, partirono alla volta dell’Ucraina. Addirittura inesplicabile la di-
Carri M 13 si apprestano all’attacco.
spersione delle forze da parte dell’Italia. Proprio nel giugno 1942 stavano partendo per la Russia le Divisioni dell’ARMIR (8a Armata), con più di 16 000 automezzi – disperatamente richiesti in Africa – che si aggiungevano agli oltre 5 000 assegnati in precedenza al CSIR e la quasi totalità dell’artiglieria moderna d’Armata, di Corpo d’Armata e divisionale (gruppi da 210/22, da 149/40 e soprattutto gruppi controcarri da 75/32 e obici da 75/18, a parte i gruppi controaerei da 75/46, le mitragliere da 20 e le armi da accompagnamento: in tutto più di 800 pezzi). È vero che un raddoppio delle unità corazzate e motorizzate in Nord Africa avrebbe ulteriormente complicato il problema del rifornimento, necessariamente via mare. Ma, nell’estate del 1942, mancò la volontà di giocare il tutto per tutto, dal momento che si era deciso di penetrare in profondità nel territorio egiziano. Inoltre, venne a mancare la creazione di un adeguato «centro di
gravità aereo» anche da parte tedesca, sottraendo reparti della Luftwaffe a settori «minori», come Francia, Danimarca e Norvegia. Nel deserto occidentale, tra il 28 e il 30 giugno 1942, la guerra in Nord Africa giunse a una svolta. Dal Cairo, il Comandante inglese del Medio Oriente, Generale Claude Auchinleck, aveva assunto il Comando sul campo dell’VIII Armata, rimuovendo il Generale Ritchie. Era la seconda volta, in meno di un anno, che Auchinleck si vedeva costretto a una decisione del genere: nel novembre 1941, infatti, aveva rimosso il Generale Cunningham, fratello del più famoso Ammiraglio, in seguito sempre ai brucianti insuccessi dell’Armata del deserto. Auchinleck fu il vero protagonista di quei giorni carichi di destino. Ma, prima di vivere la sua ora più bella, il Generale dovette trangugiare un altro amaro boccone. Marsa Matruh, investita dalle «Divisioni-fantasma» italotedesche, capitolò il 29 giugno: vennero catturati 6 000 prigionieri e il solito bottino di rifornimenti. Furono i bersaglieri del 7° Reggimento a entrare per primi nella piazzaforte, l’ultima posi-
zione importante prima del Delta. Tuttavia, a causa della esiguità delle Divisioni dell’Asse, l’accerchiamento di Marsa Matruh non poté essere ermetico e gli Inglesi riuscirono a sganciare il grosso della fanteria. Fin dall’inizio della guerra in Africa Settentrionale, i piani inglesi prevedevano che, qualora il nemico avesse raggiunto Marsa Matruh, la flotta di Alessandria (Mediterranean Fleet) avrebbe lasciato la grande base egiziana, ormai entro il raggio d’azione dell’aviazione italo-tedesca. Fu ciò che avvenne e, fin dal 21 giugno, l’Ammiraglio Harwood aveva predisposto i piani per il decentramento della flotta a Haifa e a Suez. Auchinleck, a sua volta, pur predisponendo i piani per la difesa del Delta (la stessa perdita dell’Egitto non era importante quanto la difesa a oltranza delle posizioni a est di Suez, soprattutto l’Iraq e l’Iran), indirizzò ai suoi uomini un ordine del giorno del seguente tenore: Il nemico si è spinto al massimo limite consentitogli e pensa che siamo un esercito ormai disperso. Spera di occupare l’Egitto con un bluff. Fate55
una valutazione esagerata. In realtà, era l’VIII Armata, nonostante tutto, a vantare ancora una forza notevole. Prima battaglia di El Alamein (1 - 31 luglio 1942)
gli vedere che sbaglia. In una serie di «scatole», da El Alamein ai margini della depressione di El Qattara, erano attestate le unità inglesi e del Commonwealth , scampate al disastro delle settimane precedenti. 56
Ma erano tempestivamente affluite anche unità fresche, perfino dall’Iraq, come la 18a Brigata indiana. Il servizio informazioni dell’VIII Armata faceva ancora credito all’Armata italo-tedesca di 100 carri e 25 000 uomini:
Al Cairo, mentre i reparti italiani e tedeschi si avvicinavano a El Alamein, ci fu quello che venne ironicamente chiamato «il mercoledì delle ceneri». Dal giardino dell’ambasciata inglese si levavano infatti volute di fumo: i funzionari bruciavano fasci di documenti segreti, in previsione del peggio. Molti clienti dell’hotel «Shepheard» cominciarono una ritirata strategica verso l’hotel «King David» di Gerusalemme. Per tre anni la guerra nel deserto aveva fatto registrare un movimento pendolare, in un alternarsi di vittorie e sconfitte degli Italotedeschi e degli Inglesi. Mai, tuttavia, l’oscillazione del pendolo, verso oriente, era andata al di là di Sidi El Barrani. Ora, invece, erano cadute, una dopo l’altra, Marsa Matruh, Maaten Bagush, Fuka, El Daba, Sidi Abd El Rahman: sulla strada per Alessandria – poco più di cento chilometri da percorrere – restavano soltanto le località di El Alamein, El Hammam, Burg El Arab. Nel porto di Alessandria le navi della Mediterranean Fleet stavano per salpare, mentre una squadra navale francese – internata nel porto egiziano dal 1940 – si preparava all’autoaffondamento. Il Generale Auchinleck, pur consapevole della gravità della situazione (l’esito della successiva battaglia rimase in forse per almeno due settimane), era deciso a resistere. Al di là dello shock subìto dall’VIII Armata, dopo cinque settimane di ininterrotte sconfitte, le unità disponibili per la difesa di Alessandria e del Delta erano tutt’altro che trascurabili. La 50a Divisione britannica e la a 1 Divisione sudafricana – dopo oltre mille chilometri di ritirata, da Ain El Gazala a El Alamein –
9 ottobre 1942: uno «Spitfire» abbattuto dal tiro controaerei della «Folgore. Il pilota sudafricano fu catturato.
avevano salvato il nerbo dei loro battaglioni. Quasi al completo era la 2 a Divisione neozelandese (riordinata in Siria), energicamente comandata dal Generale Freyberg, un veterano della battaglia di Creta e di precedenti campagne nel deserto, rimasto seriamente ferito a Marsa Matruh. Oltre alla 18a Brigata indiana, giunta dall’Iraq, c’era la 4a Brigata indiana: la prima a difesa della posizione di Deir El Shein, la seconda di Abu Weiss, nell’interno, ai margini della depressione di El Qattara. Quanto alle unità mobili, Auchinleck disponeva ancora di 150 carri della 1a Divisione corazzata e aveva creato una Brigata, la 4a corazzata leggera, formata interamente da autoblindo. In conclusione, una forza combattente ancora di tutto rispetto, che era sotto la copertura di un’«ombrello aereo» le cui «stecche» erano formate dalle agguerrite squadriglie della RAF. Contro questo schieramento, quello che rimane-
va dell’Armata italo-tedesca disponeva di una esigua «punta» corazzata formata da 55 carri tedeschi e poche decine di carri medi e leggeri delle Divisioni «Ariete», «Littorio» e «Trieste». In considerazione di ciò e della altrettanto esigua consistenza delle unità di fanteria, l’investimento della intera posizione di El Alamein, da nord a sud, non era possibile (senza considerare che lo stesso Rommel comprese soltanto nei giorni successivi che il settore vulnerabile della posizione era quello meridionale). Rommel, anche quando lasciò il teatro di guerra africano, respinse sempre l’accusa di aver giocato d’azzardo con la sua «galoppata» verso oriente, andando fatalmente incontro a una crisi logistica e alla reazione britannica, quella aerea soprattutto. Ma il primo urto – in considerazione delle condizioni dell’Armata italo-tedesca – ebbe innegabilmente le caratteristiche di un colpo di mano. Si faceva affidamento sul fattore morale e spirituale, che era di esaltazione e di euforia da parte dei soldati dell’Asse e di prostrazione da parte degli Inglesi. Riattivare il mordente delle truppe fu il compito prioritario e
difficile del Comandante in Capo britannico. Occorre dire che il Generale Auchinleck ci riuscì con la sua presenza sul campo, combattente tra i combattenti. Nel pomeriggio del 30 giugno, la 90a Divisione leggera tedesca (o meglio, ciò che rimaneva della Divisione: meno di un sesto dell’organico) urtò contro le difese inglesi e furono esplosi i primi colpi della battaglia di El Alamein. Auchinleck aveva previsto un attacco sul centro-destra del suo schieramento e le Brigate erano state disposte sul terreno in conseguenza. Non si sbagliava. Il 1° luglio, il DAK tentò di «forzare» la posizione di El Alamein con una celere progressione; ma venne investito dal fuoco concentrico dell’artiglieria britannica, mentre la RAF interveniva con attacchi a volo radente. L’inizio del processo di disgregazione dei piani di Rommel – e con essi della prospettiva di una marcia vittoriosa su Alessandria – avvenne a Deir El Shein, tra El Alamein e Bab El Qattara, a ovest dell’altura di Ruweisat. La 18a Brigata indiana oppose per tutto il giorno una tenace resistenza e quando, alla fine, fu sopraffatta aveva distrutto 18 dei 55 carri coi quali i 57
tedeschi erano entrati in combattimento. Nelle memorie sulla seconda guerra mondiale, Churchill, per respingere le accuse di quanti, anche allora, affermavano che gli Inglesi risparmiavano il loro sangue facendo combattere gli altri popoli del Commonwealth, scrive che le Divisioni indiane erano, in realtà, anglo-indiane e come tali dovevano figurare anche nei documenti ufficiali, oltre che nelle relazioni sulle battaglie. Comunque, anglo-indiane o indiane tout court che fossero, le Divisioni fornite dalla «perla dell’impero» fecero il loro dovere, tanto nella Campagna in Nord Africa quanto nella Campagna d’Italia. Questo per sottolineare che, all’inizio della prima battaglia di El Alamein, la 18a Brigata indiana ebbe un ruolo importante e sconvolse la tabella di marcia dell’Armata italo-tedesca. In quelle primissime giornate del luglio 1942, con un caldo torrido, Auchinleck capì che l’Armata italo-tedesca stava combattendo con la tensione delle sue ultime energie. Pure, una speranza di sfondare c’era da parte delle truppe dell’Asse, e le sorti della 58
battaglia rimasero in bilico. Scrive Rommel, sotto la data del 2 luglio: Durante la notte il Comandante dell’aviazione mi aveva informato che la flotta di Alessandria aveva lasciato il porto. A viva forza volevo ottenere una decisione nei prossimi giorni. I britannici non sembravano avere più fiducia in se stessi e, a quanto pareva, si preparavano a una ritirata. Ero fermamente convinto che un vasto sfondamento da parte delle mie truppe avrebbe sparso il panico nelle file nemiche. Ma le scarne formazioni italiane e tedesche si stavano consumando come cera al fuoco. A questo riguardo fa molto effetto, nelle relazioni inglesi, leggere che il 3 luglio la Divisione corazzata italiana «Ariete» fu distrutta in seguito a un attacco della 2a neozelandese, sostenuta da carri e artiglieria. In realtà furono distrutte le reliquie dell’«Ariete», ridotta a una dozzina di carri, a trenta pezzi di artiglieria e a poche centinaia di uomini. La 2 a neozelandese era sempre una Grande Unità su tre Brigate bene armate. Il cedimento della Divisione corazzata italiana scosse anche
Rommel: Questo colpo ci arrivò del tutto inatteso, perché nei combattimenti durati lunghe settimane, presso Knights Bridge l’«Ariete», sia pure sotto la protezione dell’artiglieria e dei carri tedeschi, si era battuta bene contro tutti gli assalti britannici, sebbene subisse sensibili perdite. Ora gli Italiani non erano più in grado di rispondere alle enormi esigenze della situazione. Dopo l’«Ariete» fu la volta della Divisione di fanteria «Sabratha» (ricostituita dopo la Campagna del 1940-’41 e non ancora bene orientata) a essere investita dalla 9a australiana (come si vede, le riserve inglesi stavano man mano affluendo). Poi, vennero investiti i resti della «Trieste» e delle Divisioni di fanteria. L’altura di Ruweisat – orientata in direzione est-ovest – era stata in buona parte occupata dagli italiani e venne perduta. Poiché Ruweisat, al pari dell’altura di Alam Halfa, con le stesse caratteristiche, era una posizione chiave, la sua perdita fu grave. Come si è detto all’inizio, il terreno, nel settore settentrionale di El Alamein, è piatto e uniforme, per cui rilievi del terreno appena
A sinistra. Carri M 13 nei pressi delle gole di El Qattara. A destra. Cartolina (1906) del 19° Reggimento Fanteria della 27a Divisione di Fanteria «Brescia».
percettibili diventarono di grande importanza tattica (in seguito, anche il Capo di Stato Maggiore Generale Imperiale inglese, Alan Brooke, rimase stupito per la poca accentuazione delle alture, comprese Ruweisat e Alam Halfa). Su ciò che accadde nei primi giorni del luglio 1942 a El Alamein decisivo è il giudizio, sereno e obiettivo, dello stesso Rommel, che merita di essere riportato per intero, tanto più che i Tedeschi – allora e in seguito – non furono mai ben disposti nei confronti dei combattenti italiani. Poi – scrive Rommel – crollò la forza di resistenza di molte unità italiane. E per me un dovere, come camerata e in particolare come Comandante in Capo delle unità italiane, stabilire con tutta chiarezza che la colpa delle disfatte da esse subite nei primi giorni di luglio davanti a El Alamein non fu dei soldati. Il soldato italiano era volenteroso, generoso, buon camerata e per le sue condizioni aveva dato un rendimento superiore alla media. Bisogna dire che le prestazioni di tutte le unità italiane, ma specialmente delle unità motorizzate, superarono di molto ciò che l’Esercito italiano ha fatto negli ultimi decenni. Molti Generali e Ufficiali suscitarono la nostra ammirazione dal punto di vista umano come da quello militare. La sconfitta degli italiani fu una conseguenza dell’intero sistema militare e statale italiano, del cattivo armamento e del poco interesse che molte alte personalità, Capi militari e uomini di Stato, avevano per questa guerra. Spesso l’insufficienza italiana impedì la realizzazione dei miei piani. In media, il Comando italiano non era all’altezza della guerra
nel deserto, la quale richiede fulminee decisioni e rapidissima attuazione delle medesime. L’addestramento della fanteria non rispondeva affatto alle esigenze di una guerra moderna. L’armamento della truppa era così cattivo che già per questa ragione essa non poteva tener fermo senza l’aiuto tedesco. Oltre alle manchevolezze tecniche dei carri armati –- troppo corta gittata dei cannoni e debolezza dei motori – soprattutto l’artiglieria, con la insufficiente mobilità e lunghezza di tiro, offriva un chiaro esempio del cattivo armamento. Le unità erano dotate di armi anticarro in misura dei tutto insufficiente. Il vettovagliamento delle truppe era
così cattivo che gli italiani dovevano spesso chiedere viveri ai camerati tedeschi. Durante i combattimenti dei primi giorni di luglio, il Comando di Rommel diventò improvvisamente «sordo», perché vennero a mancare le preziose intercettazioni dei messaggi aggiornatissimi sui piani inglesi – inviati dal rappresentante militare americano al Cairo, Colonnello Frank Bonner Fellers, al War Department. A Teil El Eisa (in arabo «piccola collina di Gesù»), il 10 luglio, nel corso di un attacco della 9a australiana, venne travolta la «compagnia intercettazione» del DAK, comandata dal valente Ca59
A sinistra. Cartolina disegnata da Paolo Caccia Dominioni nel 1966. A destra. Carri M 13/40 della Divisione corazzata «Ariete».
pitano Alfred Seebhom. Questa preziosa unità era stata spostata incautamente, dagli stessi Tedeschi, a ridosso della prima linea, invece di restare nel terreno retrostante. Tra le carte prese nel carrozzone di Seebhom, gli australiani trovarono anche alcuni dispacci di Fellers, che il nostro SIM – Servizio Informazioni Militare – intercettava e decrittava da sei mesi, comunicandoli a Kesselring e a Rommel. Seebhom, gravemente ferito, venne trasportato al Cairo, dove morì, resistendo a tutti i tentativi inglesi di farlo parlare. Naturalmente fu dato 60
l’allarme e la «fonte Fellers» venne a mancare in un momento cruciale. L’improvvisa «sordità» della «compagnia intercettazione» fu un’autentica catastrofe, che si aggiunse ai rovesci di quei giorni. L’Armata italo-tedesca, è vero, stava ricevendo rinforzi, come la 164 a Divisione leggera tedesca (trasportata da Creta senza automezzi), la Divisione «Bologna» (riorganizzata alla bell’è meglio nelle retrovie) e quattordici gruppi di artiglieria. Erano, inoltre, in arrivo la Divisione paracadutisti «Folgore» e la Brigata paracadutisti comandata dal Generale
Ramcke, entrambe inizialmente destinate a calarsi su Malta. Ma la pressione dell’VIII Armata britannica, con l’affluenza di unità sempre più numerose, stava aumentando e Auchinleck aveva riassunto l’iniziativa. Costretto a un continuo, snervante lavoro di «rammendo» del fronte di El Alamein, Rommel cominciava a denunciare i primi segni di sfiducia: il suo astro si stava appannando, perché cocente era la delusione per la mancata conquista di Alessandria, del Cairo, di Suez. Il 17 luglio, a El Daba, Rommel si incontrò con Cavallero, Bastico e Kesselring e, per la prima volta, manifestò apertamente propositi di ripiegamento. E meglio tornare sulla linea Sollum-Halfaya , disse il Maresciallo. Kesselring osservò subito: Un ripiegamento mette in crisi i campi d’aviazione avanzati e tutta l’organizzazione aerea. Cavallero, tagliò corto: Non vedo la ragione di ripiegare. I rinforzi sono già in viaggio e bastano, almeno per ora, per resistere dove siamo. In effetti, il giorno dopo questo colloquio, tre gruppi di artiglieria si schierarono a sinistra della Divisione «Trento» (che occupava uno dei settori più minacciati) e si preannunciava l’arrivo in Libia della Divisione «Pistoia», con mezzi tuttavia inadatti per operare nel deserto. Il 19 luglio, sempre a El Daba, Rommel manifestò nuovamente propositi di ritirata e Cavallero ribadì la volontà di resistere sul posto. I fattori politici erano ormai prevalenti, perché i contraccolpi di un ripiegamento dell’Armata al confine libico-egiziano sarebbero stati molto seri, non soltanto in Italia, sul piano psico-
logico e propagandistico, per la tenuta del fronte interno. Si decise pertanto di «restare», anche perché gli Inglesi stavano pagando un pesante pedaggio alla ostinata reazione dei reparti italo-tedeschi. Tanto è vero che la 23a Brigata corazzata britannica – appena giunta dall’Inghilterra, dopo aver compiuto il periplo dell’Africa – venne interamente distrutta. A fine luglio, dopo un ultimo attacco inglese, i combattimenti scemarono d’intensità. Il 29 e 30 luglio, Rommel, riacquistata la calma, condusse Bastico in un minuzioso giro di ispezione allo schieramento italotedesco. Ormai, la parola era ai genieri, che stavano guarnendo la linea di mine e ordigni di ogni tipo. Nascevano nel deserto i «giardini del diavolo». Seconda battaglia di El Alamein (31 agosto - 6 settembre 1942) Nel luglio 1942, gli affondamenti di navi italiane dirette in Libia furono di due sole unità. I
convogli passavano, consentendo di far affluire rinforzi e soprattutto rifornimenti. In agosto, di colpo, la curva degli affondamenti riprese a salire, a causa di attacchi condotti da sommergibili, aerosiluranti, bombardieri inglesi. Malta tornava a brandire – per usare l’espressione di Churchill – la sua «spada fiammeggiante»; ma anche dal Delta e dalla Palestina gli Inglesi portavano devastanti attacchi nelle acque del Mediterraneo orientale. È il caso di precisare che, nel periodo agosto-novembre 1942, quarantadue mercantili italiani e tedeschi colarono a picco, comprese molte preziose petroliere: in particolare, 10 navi in agosto, 9 in settembre, 12 in ottobre, 11 in novembre. Poiché quella in Nord Africa fu soprattutto una «guerra di convogli» – dovendosi trasportare praticamente tutto via mare – le perdite subite dall’Asse furono gravissime, tanto più che avvennero in coincidenza con l’ultima offensiva italo-tedesca (fine agosto) e con la batta-
glia finale di El Alamein (fine ottobre). Inoltre, a causa dei contemporanei, crescenti impegni in Russia, l’Alto Comando tedesco non solo non inviò altre unità corazzate in Nord Africa, ma non fu nemmeno in grado di tenere a numero i carri in organico al DAK. Stentato e insufficiente anche l’impegno italiano, pur mettendo nel conto le difficoltà dell’industria nazionale e la povertà di materie prime. Il carro-base delle nostre Divisioni corazzate era sempre l’M13 con un cannone da 47/32. La produzione di carri del 1941 (1 222 esemplari) non fu peraltro né superata e tanto meno uguagliata nel 1942 e si rinunciò – per motivi inesplicabili – a concentrarsi nella produzione del semovente da 75/18, il solo in grado di contrastare i carri inglesi e, soprattutto, i nuovi carri americani. Si stavano costruendo nuovi semoventi da 90/53, per destinarli in Russia, dove era già finito il me61
Cartolina (1940) del 75° Gruppo Osservazione Aerea. Raffigura un velivolo CR 42 che sorvola due palme e tre mehara nel deserto.
glio del materiale di artiglieria! Poiché si è accennato alla battaglia dei convogli, è il caso di aggiungere che, in agosto, la Marina inglese compì uno sforzo supremo per rifornire Malta («Operazione Pedestal»). Entrarono in Mediterraneo le navi da battaglia «Nelson» e «Rodney», le portaerei «Victorious», «Indomitable», «Eagle», «Furious» e uno stuolo di incrociatori e cacciatorpediniere, a copertura e di scorta a un convoglio formato da quattordici mercantili. L’Aeronautica italiana e la Luftwaffe, sommergibili, motosiluranti e MAS della nostra Marina e di quella germanica attaccarono quell’autentica Armada, nel corso della cosiddetta «battaglia di mezzo agosto» (11-14 agosto 1942). 62
La portaerei «Eagle» affondò, la «Indomitable» riportò gravi danni; affondarono gli incrociatori «Cairo» e «Manchester», mentre il «Kenya» e il «Nigeria» venivano silurati e si salvarono a stento; affondò il cacciatorpediniere «Foresight». Soprattutto, colarono a picco nove mercantili. Una ecatombe. Ma cinque mercantili riuscirono a raggiungere Malta e la battaglia si concluse con un successo strategico inglese, anche se pagato a caro prezzo. Avvenivano intanto, nei due eserciti contrapposti, importanti mutamenti al vertice dei Comandi. A partire dal 12 agosto 1942, il Comando Superiore delle Forze Armate dell’Africa Settentrionale mutò la propria denominazione e si chiamò Comando Superiore Forze Armate della Libia, con giurisdizione militare in tutto il territorio della colonia. Nella stessa data, l’Armata italo-tedesca, agli ordini del Maresciallo Rommel, passò alle dirette dipen-
denze del Comando Supremo italiano e per i contatti con l’Armata venne creata una Delegazione, che prese il nome di «Delease» (Delegazione Africa Settentrionale Egitto). Come ricorda il Maresciallo Bastico, che era anche Governatore Generale della Libia: L’unico risultato fu che Rommel assunse piena autonomia e fu libero di agire come meglio credeva. Da quel momento, gli organi italiani in Africa funzionarono come semplici Uffici di collegamento con il Comando tedesco, mentre per i rapporti con il Comando Supremo a Roma, Rommel si servì soltanto del Generale von Rintelen (addetto militare tedesco a Roma). Col nuovo ordinamento – aggiunge Bastico – io venni ad assumere l’ipotetico Comando delle Forze Armate della Libia, con una circoscrizione territoriale che si limitava in pratica alla Tripolitania e al Sahara libico. Profondi i mutamenti di Co-
mando anche in campo britannico. Il Primo Ministro, Winston Churchill, e il Capo di Stato Maggiore Generale Imperiale, Alan Brooke, fecero sosta al Cairo, all’andata e al ritorno, diretti a Mosca per importanti colloqui con Stalin. La rimozione del Generale Claude Auchinleck dal Comando del Medio Oriente era già stata decisa. Per cui, inizialmente, il Generale Gott – un altro veterano della guerra nel deserto – avrebbe dovuto assumere il Comando dell’VIII Armata e il Generale Alexander quello del Medio Oriente. Ma Gott morì, durante un trasferimento in Egitto, quando l’aereo sul quale viaggiava venne abbattuto. Per cui al Comando dell’VIII Armata fu designato il Generale Bernard Law Montgomery, che si propose come l’«anti-Rommel». La rimozione di Auchinleck fu profondamente ingiusta, perché era stato lui a salvare l’Egitto. L’avvicendamento avvenne, ufficialmente, il 15 agosto 1942, quando Auchinleck aveva non soltanto stabilizzato il fronte a El Alamein, ma definito i piani per fermare l’ultima offensiva di Rommel, che si preannunciava. Nell’agosto 1942, i colpi di scena negli alti Comandi non si fermarono qui. Il 22 agosto, infatti, Rommel chiese improvvisamente di essere sostituito per motivi di salute. Sotto la stessa data, nel Diario di Cavallero si legge: Von Rintelen m’informa che il Maresciallo Rommel ha chiesto di essere sostituito per malattia. Problemi che ne conseguono. Domando se vi sono altri motivi. Von Rintelen crede di no. Rommel farà o no l’offensiva? Se non agirà dovremo metterci sulla difensiva. Dimostro che la situazione imperniata su di un uomo non va. Ecco le conseguenze (ma anche Cavallero aveva contribuito alla eccessiva «personalizzazione» del Comando in Africa, col nuovo ordinamento da lui voluto il 12 ago-
sto. -N. d. A-). Rommel era stanco, soffriva di difterite nasale, lamentava disturbi gastroenterici e aveva il volto piagato dal sole. Ma la sua richiesta di essere sostituito denunciava una crescente sfiducia in un esito vittorioso della imminente offensiva. Tanto è vero che, alla vigilia dell’attacco, si lasciò andare a questa intima confessione: La decisione di attaccare è la più difficile che io mi sia mai trovato a prendere. O riusciamo a raggiungere il Canale di Suez e il nostro esercito in Russia ce la fa a impadronirsi di Groznyi nel Caucaso, oppure.... E concluse con un gesto vago. Ricorda sempre Bastico, dopo la richiesta di Rommel di essere sostituito: La scelta cadde sul A destra. Flammiere del XXXI battaglione Genio guastatori. Sotto. Fante del 20° Reggimento Fanteria della Divisione «Brescia».
Maresciallo Kesselring, ma forse fu proprio questa scelta, per via di vecchi rancori, che indusse Rommel ad accantonare i suoi propositi di lasciare il Comando e a spingerlo ad affrettare l’offensiva. In data 28 agosto, infatti, la «volpe del deserto» emanò l’ordine d’operazione fissando come data d’inizio della battaglia il 30 agosto. Le forze che si fronteggiavano erano le seguenti: • da parte italo-tedesca, 67 battaglioni di fanteria (30 italiani), 536 cannoni (336 italiani), 515 carri armati (281 italiani), 119 autoblindo (72 italiane) e 777 aerei fra bombardieri, caccia e ricognitori; • da parte inglese, le forze erano state valutate in 66 battaglioni di fanteria (a organici completi, mentre non lo erano quelli italotedeschi), 576 cannoni, 450 carri armati, 150 autoblindo e 1 200 aerei di tutti i tipi. L’ultima offensiva dell’Armata 63
italo-tedesca ebbe inizio, come fase di preparazione, la sera del 30 agosto con attacchi diversivi nel settore centro-settentrionale: vi presero parte la Divisione italiana «Trento», la 164a Divisione tedesca, reparti di paracadutisti della Divisione «Folgore» e della Brigata «Ramcke». Ancora una volta la massa di manovra gravitò nel settore meridionale. Con l’intero DAK attaccò il XX° Corpo Motorizzato italiano, con le Divisioni corazzate «Ariete» e «Littorio» e la Divisione motorizzata «Trieste», che operavano sulla sinistra della 15a e 21a Panzer. Le Divisioni italiane, al pari di quelle germaniche, rimasero subito invischiate nei campi minati, sorprendentemente e pericolosamente più estesi e con maggiore profondità del previsto, mentre la RAF eseguiva attacchi notturni micidiali e il fuoco di reazione delle artiglierie, delle armi automatiche e dei mortai inglesi era nutrito e ben diretto. Se si deve prestare fede al Ge64
nerale Freddy de Guingand, Capo di Stato Maggiore di Montgomery, un trucco avrebbe influito sul difficile inizio della battaglia da parte dell’Asse. In alcune parti del deserto – afferma de Guingand – il terreno era duro e fermo, in altre era cedevole e poco transitabile. Pensammo allora di alterare le carte topografiche, facendo figurare molli i terreni duri e viceversa. L’area intransitabile nei pressi della posizione della 7a Divisione corazzata, conosciuta col nome di Depressione Ragil, fu indicata come eccellente per la natura del terreno. Una di queste carte, sdrucita e sporcata apposta con macchie di the, fu messa in un carro da ricognizione che venne fatto saltare su un campo di mine di fronte a noi. Il mattino successivo il carro era stato rovistato e la carta non c’era più. Come conseguenza, durante la battaglia, la principale linea di collegamento tedesca correva attraverso la Depressione Ragil, dove andò esaurendo quasi tutta la scorta di benzina.
Cartolina di Paolo Caccia Dominioni «a ricordo di un episodio poco noto».
Questa ruse de guerre – la cui efficacia è negata da altre fonti – avrebbe dunque acuito il problema dell’alimentazione della battaglia da parte dell’Armata italo-tedesca. Infatti, la mancanza di benzina viene indicata come la causa principale dell’insuccesso della battaglia che è passata alla storia con il nome di Alam Halfa. Ma fu veramente la insufficiente disponibilità di carburante a mandare all’aria i piani di Rommel? A parere del facente funzione di Capo di Stato Maggiore dell’ Afrika Korps , Colonnello Fritz Bayerlein, le cose andarono in maniera sensibilmente diversa. Alla fine di agosto del 1942, l’ Afrika Korps era comandato dal Generale Nehring. Ma il giorno 31 Nehring rimase seriamente ferito sul campo e il Comando venne assunto dal Generale von Vaerst: tuttavia, fu
Un obice da 100/17 in azione contro i mezzi corazzati inglesi
Bayerlein ad avere nelle mani la direzione tattica delle operazioni. Questa fase dell’intero ciclo operativo sul fronte di El Alamein è nota anche come «corsa dei sei giorni», perché sei giorni durò l’ultimo tentativo dell’Asse di sfondare in direzione di Alessandria e del Delta. Occorre ricordare che alla fine di agosto era avvenuto un importante preliminare scambio di comunicazioni tra Cavallero, Kesselring e Rommel, per quanto concerneva l’alimentazione dell’imminente battaglia. Come riserva minima per l’offensiva, Rommel aveva chiesto 6 000 tonnellate di carburante, aggiungendo: La battaglia dipende dall’arrivo tempestivo di questa benzina. Cavallero aveva allora comunicato: Lei può cominciare la battaglia, il carburante è in viaggio. Rommel fu rassicurato anche dal fatto che Kesselring gli promise che, nel caso in cui i trasporti marittimi fossero stati falcidiati, la Seconda Flotta aerea avrebbe provveduto a far giungere il carburante necessario. Il 30 agosto, quando fu buio, i reparti corazzati tedeschi investirono, come si è detto, il settore meridionale del fronte con l’obiettivo di superare di slancio la fascia minata, aggirare l’intero schieramento inglese e sboccare sulla costa all’altezza di El Hammam, alle spalle dell’VIII Armata. La 15a Panzer entrava in battaglia con 70 carri tipo «III» e «IV» e la 21a Panzer attaccava con altri 120 carri armati di cannone (si dovevano escludere i carri modello «II», poco armati e inadatti per una battaglia di carri: ma va sottolineato che il numero dei Panzer a disposizione di Rommel era nettamente inferiore a quello col quale aveva combattuto la precedente battaglia di Ain El Gazala e di Tobruk).
Prima di mezzanotte le punte della 15a Panzer urtarono contro la difesa britannica della cintura minata. Ma lì dove si contava di trovare soltanto deboli forze, si trovavano invece profondi campi minati e una difesa attenta. Il I battaglione del 115° Reggimento granatieri corazzato, comandato dal Maggiore Busch, capitò in uno sbarramento assicurato da artiglieria e fanteria britannica. Si verificò un notevole scompiglio. L’arrivo del II battaglione, guidato dal Capitano Weichsel, riuscì tuttavia a salvare la situazione: attaccò a piedi, superò lo sbarramento minato, costituì una testa di ponte e rese possibile la creazione di un passaggio per i
carri della 15a Panzer. La fase che segue va raccontata al presente. Il Generale Walther Nehring, Comandante deIl’ Afrika Korps , segue la 21a Panzer a bordo della sua autoblindo. Accanto a lui, siedono il Capo di Stato Maggiore, Colonnello Bayerlein, tre marconisti e due autisti. Le mine scoppiano tutt’intorno. Nehring riceve la prima triste notizia: il Comandante della 21a, Generale Georg von Bismarck, un valente Ufficiale, è caduto alla testa della sua unità mentre tentava di attraversare la fascia minata. Mezzanotte è ormai trascorsa. È cominciato il 31 agosto. Le Divisioni continuano a com65
guidare i reparti corazzati avanzati. Poco prima dell’alba la resistenza dei Britannici nella fascia minata diminuisce. In tal modo le punte corazzate del DAK possono raggiungere, a giorno fatto, un settore a 12-15 chilometri dalle posizioni di partenza, invece dei 50 chilometri previsti. Ci siamo un po’ dilungati sulle serie difficoltà incontrate dal DAK perché è indubbio che le Divisioni corazzate tedesche rappresentavano l’«ala marciante». «Ariete», «Littorio» e «Trieste» coprivano il fianco sinistro del DAK e tutte le relazioni sulla battaglia attestano che incontrarono le stesse difficoltà della 15a e 21a germaniche. Il piano di Rommel, che era
sufficiente per preparare le sue controazioni. L’avversario ci costringeva dunque alla «piccola soluzione»: essa consisteva nel fatto che noi dovevamo girare verso nord assai prima di quanto progettato e, in tal modo, urtare direttamente contro il dorso dell’altura di Alam Halfa, con l’importante quota 132 che doveva essere conquistata mediante un attacco diretto. A questa fase cruciale della battaglia di Alam Halfa è legato il mancato arrivo della benzina. Una dopo l’altra erano state infatti affondate o gravemente danneggiate le petroliere «Sanandrea», «Pozarica», «Picci Fassio» e «Abruzzi». E Kesselring? Egli tenne fede al
quello di penetrare profondamente verso est e di «ruotare» all’alba verso la costa, era dunque fallito. Riflettemmo se interrompere la battaglia – narra Bayerlein – per ché gli Inglesi sapevano ormai dove eravamo. Rommel parlò con me della situazione e giungemmo alla decisione di continuare l’attacco. Ma una cosa era evidente: la «grande soluzione», ossia il vasto aggiramento dell’VIII Armata, non era più possibile, in quanto l’avversario aveva avuto il tempo
la promessa ed entrò in azione, ordinando agli aerei della Seconda Flotta di trasportare il carburante: ma gli aerei ne consumarono la maggior parte in volo. Torniamo alla battaglia. Il 31 agosto i Panzer attaccarono la cresta di Alam Halfa, presidiata nel settore centro-orientale dalla 44a Divisione di fanteria britannica e dalla 10a Divisione corazzata britannica nel settore occidentale (secondo le predisposizioni di Auchinleck, semplicemente confermate da Montgo-
Sopra. Ufficiale carrista della Divisione corazzata «Ariete». A destra. Base italiana di Quota 33.
battere nei vasti campi minati, strenuamente difesi dall’avversario. Dall’alto le bombe e le armi di bordo degli aerei britannici martellano le forze motorizzate italiane e tedesche. Gli Inglesi usano un nuovo metodo per illuminare il terreno: lanciano un materiale infiammabile, contenente anche magnesio, che si incendia soltanto quando è a terra e che è difficile spegnere. Il campo di battaglia è conseguentemente illuminato a giorno. Dopo von Bismarck la struttura di Comando dell’ Africa Korps perde anche Nehring, che rimane ferito nel corso di un bombardamento aereo. È Bayerlein ora a 66
Bersagliere motociclista e autoblindo SPA Mod. 41.
mery, da appena due settimane al Comando dell’VIII Armata). Si levò una tempesta di sabbia, che inchiodò a terra la RAF. Approfittando di questa insperata circostanza, i carri tedeschi attaccarono immediatamente a sud della cresta, affrontati dai 92 carri «Grant» della 22a Brigata corazzata inglese, che aveva un compito «ritardante», in quanto l’attaccante doveva essere «battuto» dall’artiglieria e soprattutto dai numerosi pezzi controcarri da 57 mm. Questo affondo tedesco non riuscì e, a sera, i carri della 15a e 21a ripiegarono verso sud, passando la notte nella Depressione Ragil. Montgomery, in quelle ore, non sbilanciò il proprio dispositivo, ma tolse comunque una Brigata sudafricana dalla posizione principale del fronte e la trasferì sul
Ruweisat, mentre un’altra Brigata affluiva dal Delta per occupare la zona a est dei combattimenti, lasciata dalla 10 a Divisione corazzata. Il 1° settembre, la 15a corazzata, della quale aveva assunto il Comando il Colonnello Crasemann, fu lanciata contro l’altura di Alam Halfa e, dopo dura lotta, giunse quasi fino alla fatale quota 132. La battaglia era nella fase risolutiva. Ciò che accadde va raccontato ancora una volta al presente. Ora, granatieri, carristi, genieri combattono sotto l’incessante gragnuola della RAF. Se si riesce a superare lo sbarramento della quota 132, i carri potranno avanzare verso il mare. L’8° Reggimento corazzato è già riuscito a penetrare nelle linee avversarie e, nel pomeriggio del 1° settembre, sta con le proprie punte avanzate a 8 chilometri dalla costa, a tergo del fronte principale di El Alamein. Ma, a sinistra, il 50° Reggimento corazzato è rimasto impi-
gliato e non riesce a superare le posizioni difensive britanniche, mentre, durante la giornata, la RAF colpisce duramente i carri e la fanteria motorizzata. Nel solo Stato Maggiore del DAK cadono sette Ufficiali. Il rifornimento di munizioni e carburante diventa estremamente difficile. La sera stessa Rommel decide di sospendere l’offensiva e di indietreggiare, passo passo, verso la base di partenza. Ancora tre giorni di combattimenti e poi la «corsa dei sei giorni» si conclude. Uno strano finale. La più inesplicabile e meno decisa delle offensive «africane» di Rommel fu quella di Alam Halfa, senza dimenticare che il Maresciallo non stava bene in salute e non aveva più fiducia nella vittoria. Si è sempre sostenuto che l’offensiva fallì a causa della mancanza di carburante. Ma una simile spiegazione non può essere sostenuta in senso assoluto. Il carburante era scarso, ma, anche 67
durante il ripiegamento, nessuno automezzo restò sul terreno immobilizzato per mancanza di benzina. Un fattore negativo importante risultò la profondità dei campi minati inglesi al momento dell’assalto iniziale. In secondo luogo, Montgomery si attenne al criterio di una rigida difesa del crinale di Alam Halfa. Al Generale Brian Horrocks, Comandante del XIII Corpo, Montgomery aveva più volte raccomandato: Horrocks, non si faccia «martellare», alludendo alla necessità di risparmiare le forze corazzate. Il 7 settembre gli ultimi spari si spensero nel settore meridionale del fronte, lasciando gli Italo-tedeschi in possesso della posizione di Himeimat, coi suoi 217 metri di altezza. Ciò turbava molto i Comandanti inglesi perché, di lassù, Italiani e Tedeschi potevano osservare tutto quanto avveniva a sud di El Alamein. Ma era proprio ciò che voleva Montgomery. Si stavano apprestando il pro68
scenio e le quinte posticce della successiva, grande battaglia. Per questa scadenza l’VIII Armata aveva escogitato di costruire un oleodotto e vasti depositi fittizi, per tenere sul chi vive l’avversario. A che varrebbe – disse Montgomery – costruire tutta questa mascheratura se il nemico non può vederla? Lasciatelo in possesso di Himeimat. E lì dove desidero che stia. Si diceva della scarsa energia dimostrata da Rommel, soprattutto nella giornata del 1° settembre. Critico e anzi acrimonioso fu il giudizio di Kesselring. A parere del Comandante Forze Sud, Rommel non aveva «spinto» a fondo l’attacco, anche a costo di giocare il tutto per tutto quando il DAK stava per scavalcare il crinale di Alam Halfa. Insomma, la «volpe» aveva perduto lo smalto dei tempi migliori. Kesselring, in seguito, trovò il modo di tornare su questo argomento alla presenza di Hitler: Per noi è stato un mistero perché Rommel non abbia continuato a
darci dentro. E Hitler di rimando: Sono fermamente convinto che sia una follia mantenere troppo a lungo un uomo in una posizione di alta responsabilità. Con il passare del tempo è destinato a crollare. Il 23 settembre Rommel lasciò il Comando dell’Armata per un periodo di cure e di riposo in Germania. Lo sostituì il Generale Georg Stumme, che vantava una esperienza sul fronte russo. Prima di questo cambio al vertice gli Inglesi avevano tentato (13-14 settembre) un colpo di mano in grande stile contro Tobruk, con un attacco congiunto dall’entroterra (reparti del Long Range Desert Group) e dal mare (reparti di Royal Marines, appoggiati da una squadra navale). L’attacco si risolse in uno scacco completo. Fanti, artiglieri, marò del «San Marco», carabinieri, batterie di Marina reagirono energicamente. Poi intervennero l’Aeronautica italiana e la Luftwaffe. Gli Inglesi – oltre a più di cinquecento uo-
A sinistra. Cartolina di Paolo Caccia Dominioni raffigurante due camionette della Delegazione Italiana Onoranze Caduti nel deserto di Q. 28, presso Alamein mentre, dopo una ricognizione, rientrano attraverso i relitti del campo di battaglia durante una tempesta di sabbia. A destra. Cartolina del 9° Reggimento bersaglieri. Bozzetto del Tenente Benso.
mini dei reparti speciali – ci rimisero anche l’incrociatore controaerei «Coventry», i cacciatorpediniere «Sikh» e «Zulu» e alcune motosiluranti. Proprio alla fine di settembre – quasi un sinistro presagio – cadde nel cielo di El Alamein l’asso dell’aviazione tedesca, il giovane Capitano Joachim Marseille, l’«astro dell’Africa», con le sue 158 vittorie omologate. L’Aeronautica italiana e la Luftwaffe , erano sempre duramente impegnate, non soltanto in Africa. In considerazione della crescente, rinnovata minaccia rappresentata da Malta, venne decisa una nuova offensiva aerea contro l’isola, che iniziò il 10 ottobre. Questa offensiva venne sospesa dopo pochi giorni, a causa delle severe perdite lamentate dai reparti aerei italo-tedeschi. Anche a Malta l’iniziativa era ormai saldamente nelle mani degli Inglesi. Prologo alla battaglia conclusiva «Il prologo dei quartiermastri» è la definizione data da Rommel al periodo compreso tra il fallimento della «corsa dei sei giorni» e la battaglia conclusiva di El Alamein. Un prologo logistico che gli Inglesi avrebbero vinto fatalmente. L’atteso grande convoglio alleato di 200 000 tonnellate (in realtà una teoria di convogli navali che stavano «risalendo» il Mar Rosso) era entrato nel Golfo di Suez, rovesciando sui moli dei porti egiziani carri armati, artiglierie, automezzi, montagne di munizioni e milioni di litri di carburante. Ora l’VIII Ar-
mata era sul serio il più formidabile strumento di guerra che l’impero inglese avesse mai posseduto. Nel deserto egiziano proseguiva intanto l’addestramento degli equipaggi con i 300 carri armati «Sherman» forniti dagli americani e con i 100 semoventi da 105 millimetri, parimenti forniti dall’Esercito degli Stati Uniti. Anche la US Air Force aveva fatto la sua apparizione e avrebbe partecipato con un buon numero di missioni alla prossima offensiva inglese. A petto del rafforzamento, senza precedenti, dell’VIII Armata stava il sempre insufficiente im-
pegno italiano e tedesco per rinvigorire le Divisioni schierate sul fronte di El Alamein. La partenza di Rommel – che quando voleva sapeva essere esecutivo oltre che protervo – aggravò la situazione e Stumme non volle o non seppe farsi valere con gli Alti Comandi di Berlino e di Roma. Inoltre, sommergibili e aerei inglesi continuavano a imporre un salasso insostenibile ai convogli «libici». In settembre, su 40 200 tonnellate di carburante destinato alla Libia, ne arrivarono 31 061 e in ottobre andò anche peggio, perché su 25 771 69
tonnellate ne andarono perdute 12 308. Con l’avvicinarsi dell’autunno e con l’irrigidimento della resistenza sovietica, l’Alto Comando tedesco non poté privarsi di reparti corazzati da inviare in Africa. Durante la licenza a Rommel furono mostrati i nuovi carri pesanti «Tigre», lanciarazzi multipli, nebbiogeni, facendogli credere in un potenziamento della Panzerarmee, che da due anni combatteva in Africa Settentrionale. In effetti, pochi «Tigre» fecero la loro comparsa nel teatro di guerra africano, ma nella fase finale della lotta per la Tunisia, quando ormai era troppo tardi per rovesciare le sorti del conflitto nel settore mediterraneo. È giunto il momento di precisare consistenza e dislocazione dell’ACIT (Armata Corazzata ItaloTedesca) e dell’VIII Armata, mentre si avvicinava il giorno d’inizio dell’offensiva britannica. L’ACIT, nel settore settentrio70
nale, in prima linea, schierava il XXI Corpo d’Armata, con il 7° Reggimento bersaglieri e le Divisioni di fanteria «Trento» e «Bologna». Per «tonificare» lo schieramento in considerazione dell’insufficiente armamento italiano, Rommel aveva disposto sul terreno reparti misti alternati, italiani e tedeschi, organizzati in gruppi o «zone» (Raum). Nei capisaldi, a nord, si alternavano infatti i battaglioni italiani, quelli tedeschi della 164a Divisione tedesca e due battaglioni della Brigata paracadutisti «Ramcke», tutti trincerati al riparo dei «giardini del diavolo», ampi rettangoli di terreno imbottiti di mine e trappole esplosive. In seconda schiera, sempre nel settore settentrionale, erano disposte la 15a Panzer e la Divisione corazzata «Littorio». Il settore meridionale era invece presidiato dal X Corpo d’Armata italiano, con il 9° Reggimento bersaglieri, le Divisioni di fanteria «Brescia»
Cartolina (1937) del 2° Reggimento Fanteria carrista. Raffigura carri leggeri L 33 all’attacco sotto il fuoco nemico.
e «Pavia», la Divisione paracadutisti «Folgore» e altri due battaglioni paracadutisti della Brigata «Ramcke». Alle spalle di queste unità c’erano la 21a Panzer e la Divisione corazzata «Ariete». Come riserva d’Armata, nel terreno retrostante, a nord, c’erano la 90a Divisione leggera tedesca e la Divisione motorizzata «Trieste», più unità minori (gruppi tattici e reparti esploranti). L’VIII Armata inglese aveva invece, nel settore settentrionale, in prima linea, il XXX Corpo d’Armata con la 9a Divisione australiana, la 51a «Highlanders», la 2a neozelandese, la 1a sudafricana e la 4a indiana. A sud era schierato il XIII Corpo d’Armata con la 50a britanni-
ca (più un gruppo di Brigata greco e il II gruppo di Brigata della «Francia Libera»), la 44a britannica e, a sinistra di quest’ultima, il I gruppo di Brigata della «Francia Libera», dipendente dalla 7a Divisione corazzata, un’unità famosa, veterana delle precedenti campagne. In seconda schiera, alle spalle del XXX Corpo, c’era il X Corpo d’Armata con le Divisioni corazzate 1a e 10a, mentre alle spalle del XIII Corpo era disposto il grosso della 7a Divisione corazzata. Alle dirette dipendenze del Comando d ’Armata c’erano, inoltre, una Brigata indiana per l’apertura di varchi nei campi minati; una Brigata corazzata; due Brigate di artiglieria controaerei e una Brigata di fanteria indiana. Riassumendo, a parte le unità minori, si trovavano di fronte 12 Divisioni italo-tedesche, 4 delle quali corazzate, e 10 Divisioni inglesi e del Commonwealth, di cui 3 corazzate. Ma un computo numerico puro e semplice delle Divisioni non rispecchia assolutamente l’effettivo rapporto di forze. Il vero rapporto di forze era quello riportato nella tabella in basso. Scomponendo il dato relativo ai carri – come sempre protagonisti principali della guerra nel deserto – si ha una ulteriore riprova della disparità delle forze. Le tre Divisioni corazzate inglesi e i reparti autonomi di carri allineavano: 285 «Sherman», 246
«Grant», 421 «Crusader», 167 «Stuart», 223 «Valentine» e 6 «Matilda» (c’erano anche 3 carri da fanteria «Churchill», i primi esemplari inviati in Africa). Su 497 carri dell’Asse, 239 eraA destra. Sergente dei bersaglieri della Divisione corazzata «Ariete». Sotto. Graduato della compagnia controcarri da 47/32 del 187° Reggimento paracadutisti.
no carri medi e 20 carri leggeri italiani, assolutamente inidonei a reggere il confronto con i carri «Sherman» e «Grant» di costruzione americana e nemmeno da contrapporre ai «Crusader». Per lo stesso motivo vanno esclusi i 30 carri leggeri «Mark-II» tedeschi, mentre dei 170 «Mark-III» avevano un qualche peso quelli armati con cannone da 50 «lungo» (50/60). Sul piano statistico gli unici carri validi erano i 38 «Mark IV» tedeschi, alcuni dei quali armati con il 75 «lungo» (75/43). Validi erano anche i pochi semoventi italiani da 75/18 assegnati all’«Ariete» e alla «Littorio». Ai numerosi controcarri inglesi da 57 mm gli Italiani contrapponevano gli ormai superati 47/32 e i tedeschi gli altrettanto inefficaci (contro i carri americani) 50/35; ottimo era sempre il pezzo da 88/55 tedesco, vero atout del secondo conflitto mondiale, in considerazione della polivalenza del pezzo, controaerei e controcarri, 71
come era ottimo il pezzo italiano da 90/53. Schiacciante la superiorità quantitativa e qualitativa dell’artiglieria campale inglese, tanto più che il parco di artiglieria italiano era ancora basato su vecchi cannoni e che i complessi moderni erano pochissimi. Nettissima la superiorità della RAF con 1 200 aerei (800 di prima linea) contrastati da circa 700 aerei italiani e tedeschi (150 caccia, 180 bombardieri a tuffo e cacciabombardieri e 400 velivoli di altro tipo). Terza battaglia di El Alamein (23 ottobre - 4 novembre 1942) Alle 20.45 (ora italiana) del 23 ottobre 1942 circa mille cannoni da campagna inglesi aprirono contemporaneamente il fuoco contro le posizioni italo-tedesche a El Alamein. Tutte le testimonianze concordano nel definire quell’uragano di fuoco simile ai grandi concentramenti di arti72
glierie della prima guerra mondiale. Sta di fatto che, in precedenza, nel deserto non si era mai visto nulla di simile. Il Comandante in Capo inglese, Generale Montgomery, si vantò, in seguito, di essere andato a dormire, come il principe di Condé, di manzoniana memoria, prima della battaglia di Rocroi. Ma è lecito dubitarne. Montgomery aveva lasciato il quartier generale principale dell’VIII Armata di Burg El Arab spostandosi in un quartier generale tattico a El Alamein, più prossimo dunque alla prima linea, per cui il rombo assordante delle artiglierie era poco indicato per conciliare il sonno. Più che questa vanteria del tutto gratuita – rimproveratagli severamente anche da alcuni autori inglesi – al Generale Montgomery va contestato, sul piano militare e «professionale», ciò che accadde nelle ore e nei giorni seguenti. Si consideri che, per risparmiare munizioni, il Generale Stumme, sostituto di Rommel, proibì alle
Cartolina disegnata da Paolo Caccia Dominioni nel 33° anniversario della battaglia di El Alamein.
artiglierie italo-tedesche il fuoco di contropreparazione, per cui i punti di radunata della fanteria inglese non furono sottoposti ad alcun bombardamento (decisione criticata da Rommel subito dopo il suo precipitoso ritorno in Africa). La sorte regalò a Montgomery un’altra chance, in quanto Stumme, nelle prime ore del 24 ottobre, recatosi in prima linea per rendersi conto della situazione, finì sotto il fuoco nemico e morì per colpo apoplettico, cadendo dalla sua autovettura alla quale era rimasto aggrappato per uscire rapidamente dalla zona pericolosa. Dunque, Rommel era assente al l’inizio dell’offensiva; Stumme morì, con conseguente crisi nel Comando dell’Armata italo-tedesca; i cannoni dell’Asse rimasero muti per alcune ore. Ce n’era abbastanza – in considerazione della
Cartolina (1938) della Divisione motorizzata «Pistoia» (16a).
schiacciante superiorità dell’VIII Armata e della RAF – per pensare a una immediata rottura della prima linea italo-tedesca, pur mettendo nel conto l’ostacolo rappresentato dai campi minati. Non accadde nulla di simile. È necessario, a questo punto, fare un piccolo passo indietro. Nel pomeriggio del 24 ottobre, Rommel, ancora in convalescenza in Austria, era stato raggiunto da una telefonata di un suo aiutante con la quale gli veniva comunicato l’inizio dell’offensiva inglese. Poi, Rommel aveva ricevuto una telefonata da Hitler in persona. Se la sentiva di riassumere il Comando, tanto più che Stumme era dato per disperso? Il Maresciallo non esitò un attimo a salire su un aereo messogli a disposizione. L’indomani era a Roma, ragguagliato sulla situazione dal Generale von Rintelen.
Rommel rimase esterrefatto quando apprese che l’Armata disponeva di pochissimo carburante e che non aveva ricevuto, in sua assenza (durata un mese), alcun significativo rinforzo. Da Roma, Rommel raggiunse Creta e di lì il fronte. Alle 23.25 del 25 ottobre tutti i reparti impegnati a El Alamein ricevettero il seguente messaggio: Ho ripreso il Comando della Panzerarmee – Rommel. L’«Operazione Lightfoot» (piede leggero) studiata dallo Stato Maggiore di Montgomery e montata con dovizia di mezzi, prevedeva, nel settore settentrionale, che quattro Divisioni del XXX Corpo e le due Divisioni corazzate del X Corpo, sovrapposte alle prime, superati i campi minati, sboccassero abbastanza celermente in campo aperto. Due corridoi dovevano essere aperti dalla fanteria, in direzione dei rilievi di Kidney Ridge e di Miteiriya, per consentire l’«irruzione» delle unità corazzate. Nel settore meridionale, intan-
to, il XIII Corpo avrebbe «fissato» le Divisioni avversarie, con un attacco diversivo, per ingannare gli Italo-tedeschi sulla direttrice principale dell’offensiva. Ma sulla «secondarietà» del compito affidato al XIII Corpo non tutti concordano. A sud c’erano le Divisioni italiane «Brescia», «Pavia» e «Folgore» e un loro eventuale cedimento avrebbe consentito l’aggiramento della intera linea, appunto da sud. Come sempre, non confessata, c’era la convinzione, nel campo inglese, di aver ragione con relativa facilità degli Italiani. Il difetto delle ricostruzioni storiche – in particolare degli eventi militari – consiste nel fatto che si indulge sempre, da parte dei protagonisti, a tutti i livelli, a postume giustificazioni e «accomodamenti». Qualche volta le testimonianze scritte e raccolte «a caldo» rispondono meglio allo scopo di accertare come andarono veramente le cose. Ebbene, nella relazione sulla battaglia, scritta appunto «a cal73
A Sinistra. Cartolina (1940) raffigurante il lancio e il riordinamento a terra di paracadutisi italiani. Disegno di Vittorio Pisani. A destra. Sergente Maggiore del XXXI battaglione Genio guastatori nell’atto di strappare la linguetta di sicurezza a una bomba a mano offensiva.
do» dal Tenente Colonnello paracadutista Alberto Bechi Luserna (Medaglia d’Oro, Comandante del 187° Reggimento «Folgore», caduto tragicamente in Sardegna il 10 settembre 1943 perché fedele al suo giuramento, mentre era Capo di Stato Maggiore della Divisione paracadutisti «Nembo») si legge sotto la data del 25 ottobre: Con i rinforzi affluiti l’avversario si era ricostituito una massa d’urto, valutabile in cinque-sei battaglioni e in due Brigate corazzate, e mirava con essa ad allargare la fessura dischiusasi nel settore centrale della «Folgore», 74
gravando verso meridione sopra il 186° presidiante le posizioni di Qaret El Himeimat. Lo scardinamento di questo pilastro difensivo avrebbe probabilmente consentito, secondo i calcoli dell’avversario, di iniziare il movimento aggirante destinato a far cadere per manovra l’intero fronte di El Alamein. Insomma, se gli Italiani avessero ceduto il Generale Brian Horrocks, l’energico Comandante del XIII Corpo britannico, non avrebbe certo esitato a lanciare la sua 7a Divisione corazzata, senza dimenticare che tutte le unità in-
glesi, del Commonwealth e alleate erano motorizzate, a differenza delle Divisioni italiane. Se si deve accettare che lo sforzo principale dell’VIII Armata avvenne nel settore settentrionale – dove, alla fine, si verificò lo sfonda mento finale, in corrispondenza delle posizioni tenute dalla 164a tedesca – le fonti inglesi tacciono o minimizzano le possibilità offerte da un eventuale sfondamento nel settore meridionale. L’alba del 24 ottobre – questa è la prima verità che occorre ribadire – a distanza di sessant’anni si levò su una battaglia entrata innegabilmente in crisi per l’VIII Armata, preludio a un esito finale a dir poco sorprendente. Perché furono necessari dodici giorni di violenti combattimenti per sbriciolare, una ad una, le posizioni dell’Asse e triturare letteralmente le Divisioni di fanteria e quelle corazzate e motorizzate italo-tedesche. La seconda verità è che l’attacco «diversivo» inglese, a sud, incappò nella violenta reazione della «Folgore» (quattromila uomini), sostenuta dall’artiglieria della «Pavia», in quanto l’armamento principale dei paracadutisti era formato dai controcarri da 47/32. Per non perdere mai di vista il quadro d’insieme, anche quello politico-militare, allorché, nel 1960, lo storico inglese Correlli Barnett diede alle stampe il suo «The Desert Generais» (tradotto anche in Italia) sostenne la tesi che la battaglia di El Alamein era stata voluta da Churchill per motivi di prestigio. Il Premier inglese, lo Stato Maggiore Generale britannico,
Montgomery, Alexander e tutti gli altri, sapevano che l’8 novembre sarebbero avvenuti gli sbarchi alleati nel Nord Africa francese. La direzione della guerra, anche nello scacchiere mediterraneo, stava per diventare, da inglese, angloamericana, con gli Stati Uniti in posizione sempre più emergente. Inoltre, il 1942 aveva visto le capitolazioni inglesi di Singapore (più di 60 000 prigionieri) e di Tobruk (33 000 prigionieri), per cui era necessario concludere l’anno con una vittoria. Ancora: con lo sbarco alle spalle dell’Armata italo-tedesca schierata a El Alamein, gli alti Comandi dell’Asse avrebbero necessariamente dovuto ordinare lo sgombero del territorio egiziano. La «volpe del deserto» rischiava di fuggire dalla tana. Contro tutte le previsioni, nonostante la superiorità terrestre e aerea inglese, gli ultimi giorni di ottobre del 1942 trascorsero senza la sperata, folgorante vittoria
dell’VIII Armata. Invischiate nei campi minati, contrattaccate da un avversario che stava impegnando tutte le proprie energie – senza alcuna speranza di ricevere rinforzi – le Divisioni inglesi segnarono il passo. In compenso, la RAF picchiava duro e i Generali inglesi, col naso in sù, dovettero ammettere che l’aviazione stava avendo un ruolo decisivo. A questo riguardo non si darà mai abbastanza atto al 40° e 5° Stormo caccia e al 500° Stormo d’assalto, montato sui superati CR. 42, dell’Aeronautica italiana per ciò che seppero fare in quei giorni per contenere la massacrante superiorità aerea della RAF (scrisse un Ufficiale inglese: Vedo passare sopra di me una formazione di biplani italiani CR. 42: non so se ridere di scherno o piangere di commozione). Nella fornace della battaglia si stavano consumando le Divisioni del X, XXI e XX Corpo italiano e quelle del DAK, impegnate in una
«lotta per esaurimento». Nel settore meridionale gli inglesi, tra il 23 e il 29 ottobre, perdevano davanti alle posizioni della «Folgore» una settantina di carri e centinaia di uomini, appartenenti a Reggimenti famosi, mentre, a nord, continuavano a essere richiamate tutte le unità corazzate italo-tedesche. Rommel, che ventiquattro ore dopo aver riassunto il Comando dell’Armata, aveva guidato un contrattacco mettendo in campo meno di 150 carri, vedeva le sue formazioni assottigliarsi sempre di più. Pure Montgomery non era riuscito a passare. Il 30 ottobre, quando a Londra giunse la notizia che l’VIII Armata aveva temporaneamente ritirate le Divisioni di prima linea per essere riordinate, Churchill esplose. La fase di stallo della battaglia era intollerabile per il Premier, che investì con dure parole il Capo di Stato Maggiore 75
«Trieste» – si legge nelle annotazioni del Maresciallo – venivano abbattuti uno dopo l’altro dai britannici. I cannoni anticarro italiani da 47 mm, esattamente come i nostri da 50 mm, non avevano alcuna efficacia contro i carri armati inglesi. Si era prossimi all’epilogo.
Generale, Alan Brooke: Non abbiamo dunque nessun Generale che sia in grado di vincere una battaglia? Finivano intanto in fondo al Mediterraneo motonavi, piroscafi e petroliere italiane, con preziosi carichi di carri armati, armi, rifornimenti e carburante. Il 23 ottobre affondò l’«Amsterdam»; il 25 il «Tergestea» e la petroliera «Proserpina»; il 29 la petroliera «Luisiano»; il 10 e 2 novembre il «Tripolino», l’«Ostia» e lo «Zara». Quando l’affondamento del «Luisiano» fu comunicato a Rommel, questi annotò: Ora eravamo definitivamente a piedi. Montgomery, lontano dai rimbrotti di Churchill, stava prepa-
A sinistra in alto. Fante della Divisione «Pavia». A sinistra in basso. Sottotenente del 186° Reggimento paracadutisti della Divisione «Folgore». Sotto. Cartolina raffigurante il monumento al «Carrista del deserto» nel cortile del Sacrario di Q. 33. Disegno di Paolo Caccia Dominioni. A destra. Cartolina (1938) raffigurante carri leggeri italiani all’assalto. Disegno di C. Tafuri.
rando l’«Operazione Supercharge» (sovralimentazione): un uragano di 400 carri pesanti, appoggiati da 15 Reggimenti di artiglieria e tutta l’aviazione disponibile. In quei giorni Rommel era più incline che in passato a ricono76
scere i meriti degli alleati italiani, i quali non solo stavano condividendo il destino dell’Afrika Korps – contrastando il terreno agli Inglesi, palmo a palmo – ma erano destinati a recitare il ruolo di ultimi protagonisti della battaglia. I carri della «Littorio» e della
A Tell El Aqqaqir si combatté una delle ultime battaglie di carri e Rommel, dando fondo a tutte le sue indiscusse qualità di Comandante, fece, ancora una volta, segnare il passo ai carri assegnati da Montgomery all’«Operazione Supercharge». Ormai, per salvare
i resti dell’Armata si imponeva la ritirata all’altezza del meridiano di Fuka. Gli ordini furono diramati ed erano in corso di esecuzione, quando giunse a Rommel un messaggio di Hitler, insensato in quella situazione: Alle vostre truppe non potete indicare altra via se non quella che conduce alla vittoria o alla morte. Rommel si indignò, ma obbedì. Era una chiara interferenza politica, la prima nella guerra in Nord Africa. Anche Mussolini chiedeva una resistenza a oltranza. I reparti sospesero il ripiegamento e si generò molta confusione: era l’applicazione del classico aforisma napoleonico «Ordine, contrordine, disordine». Alla fine Rommel si sottrasse all’ordine del «Signore della guerra», che, dalla sua lontana «tana del lupo», a Rastenburg nella Prussia Orientale, pretendeva di interferire in una battaglia che si stava svolgendo a migliaia di chilometri di distanza. Questo avvenne il 4 novembre.
Lo stesso giorno si compì il destino della Divisione corazzata «Ariete», che rappresentava l’ultima riserva dell’Armata. Rommel ha lasciato una testimonianza scritta di questa autentica epopea. A sud-est e a sud del Comando si vedevano grandi nuvole di polvere. Qui si svolgeva la disperata lotta dei piccoli e scadenti carri armati italiani del XX Corpo contro circa 100 carri armati pesanti britannici che avevano aggirato gli Italiani sul fianco destro, scoperto. Come riferì più tardi il Maggiore von Luck, da me mandato a tamponare la falla fra gli Italiani e il DAK, i primi, che rappresentavano ormai le nostre più forti truppe motorizzate, combatterono con straordinario valore. Uno dopo l’altro i carri armati esplodevano o s’incendiavano, mentre il violentissimo fuoco dell’artiglieria nemica ricopriva le posizioni della fanteria e dell’artiglieria italiane. Verso le 15.30 partì l’ul-
timo messaggio radio dell’«Ariete»: «Carri armati nemici fatta irruzione a sud dell’«Ariete»; con ciò «Ariete» accerchiata. Trovasi circa 5 chilometri nordest Bir el Abd. Carri «Ariete» combattono». Aggiunge Rommel: La sera, il XX Corpo italiano, dopo valorosa lotta, era annientato. Con l’«Ariete» perdemmo i nostri più anziani camerati italiani ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo sempre chiesto più di quello che erano in grado di fare con il loro cattivo armamento. I carri italiani si sacrificarono fino all’ultimo. In seguito, il Capo degli interpreti tedeschi presso il XX Corpo, dottor Monzel, scrisse: La probabilità di sopravvivere in uno di tali carri – dal momento che con tali mezzi non si poteva minima mente parlare di successi militari – stava al di là della sfera cui appartiene il valore come fatto morale. L’Armata italo-tedesca non esisteva più. I resti del DAK e una 77
Cartolina (1942) dell’11a compagnia di Sanità.
fiumana di automezzi ripiegavano lungo la litoranea, verso occidente, «col sole alle spalle e il viso rivolto alla notte». Nonostante il Corps de chasse organizzato da Montgomery, l’VIII Armata «seguì» più che «inseguì» le poche unità mobili tedesche e italiane che erano riuscite a uscire dalla fornace. Il maltempo e la pioggia – che il 7 novembre trasformò il deserto in un pantano – fecero il resto, bloccando ulteriormente i movimenti di Montgomery. Nel settore meridionale si era compiuto il destino anche del X Corpo d’Armata italiano, con l’annientamento delle Divisioni «Brescia», «Pavia» e «Folgore». La Divisione paracadutisti al pari di quelle di fanteria stava contando i suoi morti, compresi i fratelli Ruspoli, Marescotti e Costantino, Medaglie d’Oro sul campo. Rommel, in seguito, venne accusato di aver «piantato in asso» gli Italiani: ma si tratta di una accusa ingiusta. La scelta era tra salvare i resti motorizzati dell’Armata o sacrificare tutti. Nel deserto venne abbandonata anche la Brigata paracadutisti tedesca del Generale Ramcke. Questi, vista perduta la partita, radunò i suoi uomini, assalì le colonne motorizzate inglesi e fece ritorno alle linee amiche, presentandosi con 600 paracadutisti. Quando vincitori e vinti contarono le rispettive perdite, si accertò che l’Armata italo-tedesca lamentava 25 000 uomini, tra morti, feriti e dispersi, oltre a 30 000 prigionieri: tra questi ultimi anche 10 724 tedeschi, compreso il comandante dell’Afrika Korps, Generale von Thoma. Gli inglesi lamentavano a loro volta la perdita di 13 560 uomini, tra morti, dispersi e feriti e 600 cari armati fuori combattimento. Un prezzo troppo alto per l’VIII Armata, che avrebbe 78
dovuto «livellare» l’avversario con relativa facilità, in considerazione della enorme sproporzione dei mezzi. Anche se nel Regno Unito vennero fatte suonare le campane per la vittoria, gli Inglesi, in considerazione delle perdite, dovettero rammentare le parole del Duca di Wellington, a Waterloo: Dopo una battaglia perduta, la più grande tragedia è una battaglia vinta. In sede di sintesi storica non si può non essere d’accordo con Correlli Barnett quando scrive: Da un punto di vista storico questo è l’ultimo atto dell’impero britannico, come grande potenza unita e indipendente. È qui condensato ironicamente il suicidio della vecchia Europa: perché oggi
né Tedeschi, né Italiani, né Inglesi controllano più il Medio Oriente, per il quale hanno così duramente combattuto. I tre cimiteri di El Alamein ne sono la muta testimonianza: un prato verde all’inglese, custodisce i resti mortali dei combattenti del Commonwealth; un castello svevo, è stato eretto in memoria dei combattenti tedeschi; in un bianco Sacrario sono raccolti i resti dei combattenti italiani. Poco distante c’è la torre di Quota 33, costruita da Paolo Caccia Dominioni, per anni impegnato nella pietosa ricerca delle povere ossa di quanti, sotto tutte le bandiere, si affrontarono in armi, sessanta anni fa, nel deserto di El Alamein. Ž
PENSIERI DAL FRONTE a cura di Girolamo Garonna Nello sterminato Sahara, ove lo sguardo si smarrisce nel lontano orizzonte e la mente vaga nell’imponderabile, potrebbe sembrare visione onirica l’immagine di valorosi soldati degli opposti fronti che lottano per fedeltà al proprio Paese. Eppure le ondulate, evanescenti dune, le umili ma pretenziose quote, create per dare rifugio ad anacoreti aspiranti alla perfezione, violate, nel passato, soltanto dalle scorrerie di predoni alla caccia di carovane trasmigranti divengono, in un marginale angolo orientale, teatro di una battaglia che è difficile descrivere a parole. El Alamein, sito topografico collocato tra un mare azzurrissimo, esaltato ancor più dal candore della battigia e da una orrenda depressione, regno di leggende e di serpenti, è stato il teatro nel quale si sono combattute potenti Armate. Conflitti memorabili hanno segnato un’epoca. Rivivono da queste pagine, ora come allora, uomini con tutti i loro pregi, i loro sogni e le loro virtù. Nella rievocazione storica della grande battaglia di El Alamein (23 ottobre - 4 novembre 1942), conclusasi con la disfatta delle Forze dell’Asse in terra d’Africa, la commemorazione dei Caduti con l’esaltazione delle eroiche gesta compiute dai combattenti delle due parti diviene espressione della sacralità insita nella memoria storica dei popoli. Nella loro immediatezza queste testimonianze rendono, con efficacia, le condizioni dello spirito che aleggiava tra i combattenti. Dare importanza alle storie personali acquista significazione di rispetto, di considerazione e di onore per tutti i protagonisti di una crudele vicenda umana, intrisa di sacrificio, di dolore e di sangue, ma anche testimonianza di intramontabili valori umani e sociali. Porgiamo mente e cuore a questi ricordi e a questi soldati, che non vogliono essere interpretazione degli eventi ai quali si riferiscono, ma sommesso ammonimento e diverso incitamento a non dimenticare.
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TESTIMONIANZE DI COMBATTENTI REDUCI DALL’AFRICA SETTENTRIONALE
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Caporal Maggiore Giovanni Pucciotti, classe 1919, di Roma, LXVIII battaglione mitraglieri autocarrati (carri leggeri) della Divisione «Brescia»
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arto da Roma il 6 febbraio 1940 diretto a Salerno e subito inviato in Libia. Sbarco a Tripoli dove rimango fino al 9 giugno 1940. Allo scoppio della guerra, il 10 giugno 1940, muoviamo subito per occupare la Tunisia che appartiene alla Francia. È una marcia veloce verso il confine. Passiamo molte città della Tripolitania. Ricordo in particolare Sabratha, antica città romana. Oltre il confine non incontriamo resistenze e giungiamo rapidamente a Sfax. La Francia si arrende e torniamo in Libia per essere schierati sul fronte cirenaico-egiziano. È la vera guerra. Bengasi, Derna, Tobruk, Bardia, Sidi el Barrani. Partecipo a tutte le operazioni che si svolgono per difendere o conquistare queste città. In particolare ricordo il mese di novembre 1941 in Marmarica. Gli Inglesi sferrano la seconda offensiva e siamo costretti a ripiegare. Mentre retrocediamo, sempre in ordine, ma pressati dal nemico, nei pressi del confine libico troviamo la pista occupata da alcuni carri inglesi. Siamo tra due fuochi; ci stanno accerchiando e la nostra strada di ritirata non è percorribile. Dobbiamo raggiungere la zona di Bardia ad ogni costo. Contrattacchiamo con i nostri carri leggeri e gli inglesi sono costretti a sgombrare. Però, di tanto in tanto ricompaiono con i loro carri pesanti e causano molte perdite. In questo
quadro di estenuanti combattimenti ho modo di partecipare a un’azione comandata dall’eroico Generale Bergonzoli, detto «barba elettrica». Il nemico sta ostacolando in tutti i modi i nostri movimenti e rischiamo di perdere i contatti con il grosso della Divisione e di essere imbottigliati. A un certo punto un ordine blocca la colonna. Un nucleo di carri M13 inverte la marcia e rapidamente avanza verso la zona da cui proviene il fuoco che ci perseguita. Nello stesso tempo ad alcuni carri leggeri del mio Battaglione, con le mitragliere da 20 m/m pronte al tiro, viene ordinato di fare conversione e di portarsi su una pista laterale e seguire i carri M13. Succede l’inferno. Per circa mezz’ora una valanga di colpi parte dai nostri carri e dalle mitragliere. Siamo irriconoscibili perché accecati dai lampi e dal fumo, storditi ed esaltati dal finimondo nel quale siamo immersi e protagonisti. Improvvisamente tutto cessa ed incominciamo a sentire i lamenti dei feriti. A mano a mano che il fumo svanisce
Colonna di carri M 13 in marcia nel deserto.
possiamo vedere che alla testa dei carri fermi, mentre i cannoni allungano il tiro, il Generale Bergonzoli osserva, sullo sfondo, i rimanenti carri inglesi che si allontanano. È l’alba, il sole velato sembra triste per tutti quei ragazzi che poco prima erano vivi e ora giacciono morti sopra o dentro i mezzi distrutti e fumanti. Abbiamo alcuni compagni morti e diversi feriti. Anche i morti inglesi sono tanti. A guardarli tutta la rabbia passa ed esce anche qualche lacrimuccia. Pochi giorni dopo un altro scontro si risolve a nostro svantaggio. Un nucleo di carri viene sopraffatto dal nemico e catturato. I nostri equipaggi si comportano da eroi, ma il nemico impone la sua superiorità numerica e di armamento. Siamo ai primi di gennaio 1942 e purtroppo la ritirata continua. Agedabia è l’ultima azione di guerra alla quale partecipo. Con estenuanti combattimenti cerchiamo di sfuggire all’accerchiamento che gli Inglesi stanno tentando con puntate provenienti dal deserto. La loro manovra si conclude proprio ad Agedabia
ove cado prigioniero insieme a molti altri reparti. Non si può immaginare lo sconforto provato. Mi sento come un uomo finito, senza più forze, senza il coraggio di alzare la testa. Dopo prevale la ragione e sopraggiunge anche la forza di reagire e di dimostrare l’orgoglio di aver servito con onore la propria Bandiera. L’episodio che gradirei portare a conoscenza serve proprio a dimostrare che anche in prigionia i combattenti italiani si sono fatti rispettare. Dopo la cattura ci portano ad Alessandria poi al Cairo e infine sul Canale di Suez, in una località chiamata Geneifa, dove sono stati allestiti molti campi di concentramento. A poca distanza da questi campi passa una linea ferroviaria a scartamento ridotto. Tutti i giorni, sia al mattino che al tramonto, transita un treno di soli pianali che trasporta lavoratori arabi a Suez. Dopo pochi giorni che siamo nei recinti, questi lavoratori quando passano cominciano a sfotterci con gesti triviali e soprattutto con frasi offensive. Sputano, ci scherniscono gridandoci: «Italy finish», «Arma-
ta italiana finish» e sghignazzano con mosse oscene e minacciose. Sopportiamo per alcuni giorni, poi mediante «radio-fante» ci mettiamo d’accordo anche con i prigionieri dei campi confinanti e ricorrendo a sotterfugi ci riforniamo di tantissime pietre. Il mattino dopo, quando passa il treno e ricominciano le offese, a un segnale, attacchiamo il treno con il lancio preciso di sassi. Facciamo danni vistosi. La sera dello stesso giorno, il Comandante del campo, un Maresciallo maltese, ci mostra un giornale, il «Times» egiziano, che riportava, a grandi caratteri la notizia: «Treno di lavoratori attaccato da prigionieri italiani». Stranamente appare soddisfatto, è sorridente e scherzoso. Apprendiamo poi che aveva sposato una signora italiana. Il mattino seguente, al passaggio del treno, rimaniamo sorpresi: i lavoratori sono tutti in piedi e hanno il braccio alzato nel saluto rituale. E non siamo più stati disturbati, anzi rispettati. A tale proposito desidero aggiungere che il Maresciallo maltese ci tratta con molta umanità, ci difende sempre e si prodiga per non farci mancare il necessario, specialmente l’acqua. Per tanti, lunghissimi anni la condizione di prigionieri non ci risparmia sofferenze e mortificazioni, ma rispetto ad altri siamo stati fortunati. Ricordare quei tempi, oggi, è commovente. Sento di dover ringraziare tanto chi ancora ci consente di esternare un umile orgoglio per il dovere compiuto. Non abbiamo sprecato i migliori anni della nostra gioventù. La nostra storia dovrebbe costituire per i nostri nipoti un passato, del quale essere fieri. Solo per questo vorremmo essere ricordati. Non siamo eroi, siamo uomini che hanno compiuto, come meglio potevano, un sacro dovere. Ž 81
TESTIMONIANZE DI COMBATTENTI REDUCI DALL’AFRICA SETTENTRIONALE
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Caporal Maggiore Balilla Maurizi, classe 1917, di Roma, 1a compagnia autonoma Mitragliere da 20 mm antiaerei della Divisione «Brescia»
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ono Caporal Maggiore e, con la mia compagnia partecipo all’avanzata verso Alessandria d’Egitto. Soprattutto per mancanza di carburante dobbiamo però fermarci in pieno deserto. La mia Divisione è schierata verso l’interno, nel territorio di Marsa Matruk, a 80 miglia circa da El Alamein. La linea che presidiamo è costituita da diverse postazioni, poste a 8 miglia l’una dall’altra, armate con una mitragliera da 20 mm e da un paio di vecchie mitragliatrici austriache, preda della prima guerra mondiale, con raffreddamento ad acqua. Questo nel deserto, immaginate! Ogni postazione è comandata da un Ufficiale e comprende un Sottufficiale e 18 uomini circa. Nella mia postazione siamo però una diecina, compreso l’Ufficiale. Tutti in buca e con le Armi coperte per non farle luccicare al sole e, quindi, individuare dagli aerei nemici e per salvaguardarle dalla sabbia. Spesso siamo attaccati da aerei inglesi e da pattuglie specialmente di neozelandesi e australiani, particolarmente cattivi. Una pattuglia australiana attacca una pattuglia italiana, comandata dal Caporal Maggiore Marinucci di Cosenza, composta di pochi uomini. Sono catturati, spogliati e lasciati nudi sul posto.
Tra i numerosi episodi, ricordo quello del 28 agosto 1942. Nella postazione siamo io e il soldato Domenico Clementi, di Geraci Marina, perché il Tenente è stato convocato al Comando a Marsa Matruk e gli altri stanno pattugliando, come da ordini, la zona. Siamo attaccati e mitragliati da uno «Spitfire», aereo da caccia inglese. Li chiamiamo «i Tommy». Si accanisce contro di noi e torna per ben quattro volte. Clementi e io scopriamo la mitragliera da 20 e
una mitragliatrice e rispondiamo al fuoco puntando le armi mediante i mirini a croce, come se fossero pistole. Al quarto attacco, quando l’aereo è a bassa quota sulla nostra verticale, stringo i denti e, noncurante di quanto succede intorno, sparo e così fa anche Clementi. La gioia è grande e urliamo quando A sinistra. Bersaglieri in azione armati di mitragliatrice FIAT 14/26 e moschetto 91. Sotto. Carri M 13 in movimento, sono visibili le protezioni aggiuntive di fortuna, create con sacchetti a terra legati sullo scafo per proteggersi dai proietti perforanti di grosso calibro dei carri «Sherman» e «Grant».
vediamo una fiammata e l’aereo abbattersi tra la sabbia a circa cento metri da noi. Lasciamo il posto e corriamo verso l’aereo. Il pilota è morto. Lo raccogliamo, lo copriamo, gli poniamo a fianco una bottiglietta contenente un appunto relativo alla data dell’abbattimento e l’indicazione del Reparto che lo ha abbattuto. Consegniamo i documenti trovati al Tenente che provvede a fare dettagliata relazione che consegna al Generale Rossi, comandante a Marsa Matruk. Ci
viene promessa una ricompensa, ma, forse, per la grave situazione in cui ci troviamo l’episodio viene dimenticato. Al ritorno in Patria ho chiesto vanamente il riconoscimento promesso, ma ormai ogni speranza è savanita. L’importante, però, è la certezza di aver onorato la Patria e le stellette. Nello stesso periodo, esattamente il 16 settembre ’42, salviamo una pattuglia neozelandese di quattro uomini che si è smarrita nel deserto: è rimasta senza cibo e senz’acqua ed è allo stremo delle forze. Ricordo sempre quei volti atterriti con le labbra arse e la lingua penzoloni e schiumosa. Provvediamo a ristorarli e li consegniamo, come da ordini, al Co-
mando tedesco. Perché si sappia che noi rispettiamo sempre e rigorosamente la consegna, cito un altro episodio capitato con i Tedeschi. Abbiamo ordini scritti che le truppe amiche, in formazione, non devono superare certe distanze dalle postazioni. Un giorno vediamo un gran polverone e sentiamo rumori di mezzi corazzati. Ci poniamo all’erta e ci accorgiamo che alcuni carri muovono verso di noi superando la distanza prescritta. Senza esitazione incominciamo a
sparare. Ad un certo punto compare una bandiera bianca e alcuni Ufficiali vengono verso di noi. Cessiamo il fuoco e ci accorgiamo che sono Tedeschi. Appena giunti presso di noi ci coprono di improperi e ci minacciano di denuncia, di fucilazione. Con tutta calma facciamo leggere loro gli ordini scritti in italiano e tedesco, che dobbiamo rispettare. Allora ci elogiano, si scusano e tornano sui loro passi. Piango quando il 4 novembre 1942 giunge l’ordine di abbandonare le posizioni dalle quali gli Inglesi non ci hanno cacciati, e di ripiegare su Tobruk. Inizia così il calvario della ritirata senza fine e senza speranze. Cirene, Tripoli, Tunisia fino a Naubel, dove veniamo schierati accanto al battaglione «San Marco». L’undici maggio 1943 sono catturato da un reparto scozzese e portato in un campo di concentramento a Tunisi. Siamo impiegati al trasporto di bombe aeree dai depositi ai caccia, che poi vanno a scaricarle in Italia. In seguito sono trasferito al campo di Orano. Sono fortunato perché è un campo per Ufficiali e siccome sono infermiere ho alcuni privilegi. La vita migliora molto anche perché il campo è di competenza degli Americani. Giunge l’armistizio e, interpellato, scelgo di collaborare. Vestito con l’uniforme americana, sbarco a Marsiglia con una formazione di quattro compagnie di militari italiani: siamo impiegati in compiti di ordine pubblico. Questo avviene nel settembre 1944. Fino a quando non giungono le truppe francesi tutto va benissimo, poi soffriamo ancora. Torno a casa nel 1946. Oggi ricordo con venerazione i miei compagni meno fortunati di me che, ancora vivo, posso ricordare questi eventi con l’orgoglio e l’umiltà di chi ha compiuto, come meglio ha potuto, il dovere di servire la Patria. Pace per i fratelli Caduti in terre lontane. Sarebbe vergogna dimenticarli. Ž 83
TESTIMONIANZE DI COMBATTENTI REDUCI DALL’AFRICA SETTENTRIONALE
Caporal Maggiore Antonio Ventriglia, classe 1922, di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), compagnia Mortai da 81 mm del IV battaglione del 187° Reggimento paracadutisti «Folgore»
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l mio battaglione è comandato dal Maggiore Alberto Bechi, caduto eroicamente e decorato di Medaglia d’oro al Valor Militare. Allo stesso battaglione appartiene il Capitano Costantino Ruspoli, anch’egli caduto e decorato di medaglia d’oro al Valor Militare. Il mio battaglione si immola quasi completamente nelle tre battaglie di El Alamein. Porto nel mio corpo mutilato i segni di quei terribili giorni dei quali conservo un «sacro ricordo». Sono schierato con il mio plotone mortai all’estrema destra del fronte di El Alamein, in pieno deserto, quasi ai margini della terribile depressione di El Qattara. Il nemico è molto attivo dati gli ampi spazi in cui può operare. Non dà tregua e i pericoli di attacchi da pattuglie e da aerei sono costanti. Le rapide incursioni di mezzi cingolati, i continui micidiali tiri di artiglieria, gli sconosciuti campi minati che ci circondano mietono vittime giornalmente. La
morte è sempre in agguato. Ma noi siamo sempre svegli, entusiasti e ottimisti. Le sofferenze non ci abbattono, siamo contenti quando possiamo uscire dalle buche per andare in perlustrazione. Ricordo perfettamente la notte del plenilunio del 30 agosto 1942, quando giunge l’ordine di attaccare verso Alam el Halfa. Incappiamo subito in un esteso campo minato. Alcune mine scoppiano, ma con molta cautela riusciamo a progredire. Nella luce incerta dell’alba ci accorgiamo che nella sabbia, dinanzi a noi c’è un impedimento; somiglia a un muretto costruito con sacchetti di sabbia. Ci fermiamo e guardando intensamente scopriamo che è una piccola trincea, presidiata da tre Inglesi armati di mitragliatori. Anch’essi hanno sentore della nostra presenza, ma siamo più celeri e li catturiamo. Questi tre prigionieri, però, rappresentano una difficoltà per noi che dobbiamo avanzare e, quindi, non possiamo portarceli dietro. Se non
grossa mina. Lo scoppio è terribile: un commilitone muore e io sono ferito, ho un piede frantumato e numerose altre schegge in tutto il corpo. Il terzo Paracadutista rimasto illeso, con l’ardimento caratteristico dei «Folgorini», provvede a trasportarmi al posto di medicazione, dove sono immediatamente operato. A questo punto è doveroso mettere in evidenza l’eroica abnegazione dei medici ai quali sono affidato; mi
A sinistra. El Alamein, panoramica dell’area della Battaglia tenuta dalla Divisione Folgore. Dove sostano le macchine v’erano le postazioni del plotone mortai del Ventriglia. Sullo sfondo è visibile la depressione di El Qattara. Sotto. Il piastrino del Caporal MaggioreVentriglia.
fossimo stati Italiani, per loro sarebbe stata la fine. La nostra perplessità è la loro fortuna perché appare un autocingolato della Divisione Brescia, al cui equipaggio li consegniamo. Alla cattura dei tre Inglesi partecipa il Paracadutista Salvatore Ruggieri, che ricordo con commozione. Purtroppo la preponderanza delle forze inglesi impedisce il proseguimento di quella offensiva e rientriamo nelle posizioni di partenza a El Munassit, nella zona di El Alamein, quasi sul ciglio della grande depressione di El Qattara. Continua così la vita di posizione con tutto il suo stillicidio di morti e di feriti. È qui che il 7 ottobre, pochi giorni prima dell’inizio della 3a battaglia di El Alamein (23 ottobre), cadono il Comandante della compagnia Comando, Capitano Padella, e il Generale Ferrari Orsi, Comandante dei reparti carristi. Qui sono ferito gravemente il 17 ottobre 1942. Uscito di pattuglia con altri due paracadutisti, finiamo su una
operano mentre due aerei inglesi mitragliano. Con immensa gratitudine ricordo il militare che mi dona il sangue impassibile sotto il mitragliamento. Il chirurgo non conosce il mio gruppo sanguigno ma occorre trovare subito un donatore, data l’estrema gravità del mio stato. Per fortuna, dopo l’intervento, è possibile accertare che il donatore è del mio
stesso gruppo sanguigno. Così finisce la mia campagna in Africa Settentrionale. Non posso però tralasciare un fatto che ha del miracoloso e merita di essere ricordato. Dopo 43 anni, nel 1985, un egittologo tedesco, il Prof. Schreiner Hubert, durante un viaggio di ricerca archeologica nell’area compresa tra El Alamein e l’oasi di Siwa, a circa 80 km da El Alamein, rinviene la mia piastrina di riconoscimento evidentemente caduta nella sabbia all’atto del mio ferimento. Per fortuna i miei dati anagrafici sono perfettamente leggibili e, pertanto, può consegnarlo alle Autorità militari competenti. Il reperto, in data 29 ottobre 1985, mi viene fatto recapitare dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra. Questo carissimo e per me prezioso cimelio, per mia volontà testamentaria, alla mia morte sarà affidato al Museo Storico della «Folgore» in Livorno. Il benemerito egittologo nella lettera che accompagna la piastrina precisa che il posto ove l’oggetto è stato ritrovato è chiaramente individuabile come una postazione militare, con residui di munizionamento e resti di equipaggiamento italiani e molte schegge di granata. Vi sono – aggiunge – anche pezzi di isolatori elettrici, il che è strano. Questa è una ulteriore prova, invece, che la postazione è quella mia. Nei pressi, infatti, passava la linea telefonica palificata per il Cairo e noi spesso tagliavamo qualche palo che utilizzavamo per coprire e mascherare le buche. Esprimo gratitudine alla Rivista Militare che mi ha dato la possibilità di ricordare un episodio della mia vita di Paracadutista combattente. Non per vano protagonismo, ma per doverosa memoria di immensi sacrifici e di tanto fraterno sangue versato per la Patria. Un patrimonio indelebile di valori che deve essere tramandato alle generazioni future. Ž 85
A TESTIMONIANZE DI COMBATTENTI REDUCI DALL’AFRICA SETTENTRIONALE
Geniere Guastatore Giovanni Martini, classe 1922, di Rocca di Mezzo (L’Aquila), XXXI battaglione Guastatori
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ppartengo al glorioso XXXI battaglione Guastatori. La mia compagnia, suddivisa in plotoni guastatori, opera in una vasta zona che dal mare si estende per diverse miglia nel deserto. Ho partecipato, come volontario, al corso per guastatori svoltosi a Civitavecchia. Appena terminato il corso, nemmeno il tempo di salutare la famiglia, siamo inviati a Tripoli. Ricordo una grande confusione perché l’aereoporto è continuamente bombardato da aerei inglesi. Di corsa dobbiamo allontanarci, sparpagliandoci per i campi spogli nei quali non abbiamo ripari. Gli Inglesi si accaniscono a mitragliare finché non appaiono i nostri caccia. Tutto avviene di gran fretta e, così, dopo una lunga marcia siamo caricati su alcuni camion e, seguendo a volte la strada costiera, a volte alcune piste adattate, raggiungiamo le zone di impiego. Dobbiamo rimpiazzare i genieri caduti nei precedenti scontri. Siamo alla fine del 1941. Gli Inglesi sono tornati a El Agheila. Ci uniamo a un altro plotone e subito partecipiamo a un combattimento con una pattuglia inglese che tenta di superare la nostra postazione. È già buio. Spariamo verso alcuni rumori; non vedo nulla se non le fiammate dei colpi che partono. Non so se colpisco qualcuno, certo è che gli Inglesi scompaiono. Ancora ricordo quei primi «miagolii» delle pallottole. Dopo non ci si bada più, ci fai l’abitudine. Il nostro compito è quello di recarci nel terreno antistante le postazioni e costruire o ripristinare muretti di difesa, segnalare i punti minati per aggiornare le carte dei campi minati, distruggere con cariche esplosive qualche mezzo bloccato per guasti o per mancanza di carburante. Provvediamo anche a minare tratti di piste o a far saltare ostacoli anticarro. Più spesso siamo in buche scavate in zona neutra, tra le linee italiane e quelle nemiche. Siamo addestrati ad attacca-
re i carri armati con mine magnetiche. Siamo nelle buche quando i carri avanzavano verso di noi e giungono a tiro. Fulmineamente usciamo dalle buche e lanciamo le mine nel carro se lo sportello è aperto, altrimenti ai lati o nelle parti posteriori. Poi velocemente rientriamo nelle buche se ancora utilizzabili. Quanti compagni ho visto morire dilaniati dalle stesse mine che lanciamo! Molte volte dobbiamo raccogliere i caduti anche se sono nemici. Li seppelliamo cercando di mettere qualche segno in modo che, successivamente, potranno essere recuperati e trasportati nei cimiteri di retrovia. Verso la fine di gennaio scatta l’offensiva e ci spostiamo in avanti. Stiamo sempre in attività. Abbiamo preso confidenza con i pericoli, con la sabbia, con il vento e il freddo della notte. Siccome sappiamo arrangiarci, le nostre buche sono fornite del necessario. Passiamo il confine con l’Egitto e siamo contenti perché si dice che presto la guerra finirà. Invece cominciano proprio ora i guai peggiori. Ci raccomandano di non sprecare le munizioni, gli autocarri sono fermi per risparmiare benzina ed i pattugliamenti aumentano di frequenza e, quindi, aumentano i rischi delle mine e le insidie delle pattuglie avversarie. Di notte arrivano anche dalle spalle e seminano scompiglio e morte. Anche noi, però, non scherziamo. I tiri di artiglieria durano ore. Il cielo è sempre rosseggiante. Non è bello e spesso la paura ci fa compagnia. Le vittime sono numerose; le urla dei feriti strazianti. Ricordo i lamenti di un nostro compagno colpito da una scheggia di granata, scoppiata dinanzi alla nostra buca nel momento in cui è uscito per accertare la provenienza di un rumore avvertito. Forse il brontolio della granata in arrivo. Senza badare a niente corriamo per portar via Ivano, così si chiama, da quell’inferno. Purtroppo è già morto. Aveva una
spalla spappolata e parte di un braccio asportato. Piangiamo, imprechiamo e per la rabbia spariamo dei colpi, inutilmente. Questo episodio è ben fisso nella mia mente e nei miei occhi. Siamo fermi in una zona oltre il confine egiziano da molti giorni e possiamo accorgerci che le cose non vanno bene dalla confusione di ordini e di contrordini, dal continuo spostarci più all’interno e a volte verso il mare. È in uno di questi spostamenti su alcune piccole alture, quota 28 e quota 33, che assistiamo a un duello di artiglieria spaventoso. Gli scoppi si susseguono senza intermittenza e tutta la zona è avvolta da un fumo rossastro come se si trattasse di un immenso incendio. Veniamo a sapere poi che un nostro Gruppo di cannoni è stato totalmente distrutto. Il 23 ottobre 1942 avviene il finimondo di El Alamein, con la successiva estenuante ritirata. Di quei giorni conservo solo il ricordo di un continuo correre da tutti i lati per distruggere materiali, per collegarsi con altri reparti, per recuperare feriti, per segnalare truppe appiedate, lasciate sole nel deserto senza autocarri e destinate alla cattura. Facciamo parte della retroguardia. I nemici comparivano dai lati più impensati ed è un continuo lottare per difendersi e per non cadere prigionieri. In quel marasma bisogna pur pensare a sostentarsi. In verità un po’ di cibo l’abbiamo sempre trovato. Spesso ci allontaniamo dalle piste e capita quasi sempre di rintracciare qualche autocarro rotto nel qua-
le si trova immancabilmente qualche cosa da mangiare. Magari bisogna prima seppellire qualche caduto. E così avanti per Bengasi, per Derna, per Tripoli e poi la Tunisia. Sostiamo nei pressi di Medenina e ci apprestiamo a difesa. Sembra che la ritirata debba terminare, invece ecco gli Inglesi e tutti i loro alleati. In più, questa volta, anche i Francesi. È il 28 gennaio 1943. Alcuni carri inglesi tentano di incunearsi tra la nostra postazione e quella alla nostra sinistra. Ne segue uno scontro breve ma violento, durante il quale rimango gravemente ferito. Quando i carri inglesi si ritira-
no, sono raccolto dai miei compagni e trasportato in una buca ove c’è un medico tedesco, che facendomi una prima medicazione dice in italiano che sono spacciato, che sono in imminente pericolo di vita. Lo sento, ma sembra che parli di un’altra persona. I dolori sono atroci, ma stringo i denti quasi per smentire la diagnosi fatta dal medico tedesco, il quale però subito mi fa trasportare con una motocarrozzetta tedesca all’ospedaletto da campo più vicino, ove mi vengono prestate le più urgenti cure e dove resto ricoverato alcuni giorni prima di essere avviato all’ospedale di Sfax. È la mia salvezza perché, data la gravità delle condizioni, sono imbarcato su una nave ospedale e rimpatriato. Lo sbarco avviene a Napoli, nelle prime ore del mattino, mentre è in corso un terribile bombardamento. Lo stesso giorno, in un secondo bombardamento, la nave ospedale viene colpita. Molti membri dell’equipaggio e alcuni ricoverati, rimasti a bordo in attesa di essere smistati in altre città, muoiono. Io sono molto fortunato! Ancora oggi me lo ripeto pensando a tutte le traversie patite. Sono ottantenne e ringrazio Iddio di poter raccontare questa mia storia e di poter dire a me stesso, alla mia famiglia e alle generose persone disposte ad ascoltarmi che ho cercato di compiere interamente il mio dovere e che sono fiero di aver sofferto per la Bandiera, per la Patria e per il glorioso Esercito Italiano. Ž 87
INTERVISTA all’Onorevole Professor Gabriele De Rosa
già S.Ten. IV btg. c/c «Granatieri di Sardegna» a cura di Giuseppe Maria Giovanni Tricarico * 88
Professore, lei ha combattuto a EI Alamein – e non solamente – in quella battaglia diventata ormai leggendaria. Lei ha vissuto la guerra nelle sabbie infuocate del deserto, torrido di giorno e freddo di notte, tra rischi, disagi nostalgie e sacrifici senza limiti. Cosa la sorreggeva in quei momenti così difficili, per potere essere uomo e soldato, per andare avanti?
A destra. Il portiicato d’iingresso con n la «Corte d’On nore» progettato e costru uito da Paolo Cacciia Dom minion ni. Sotto. Opera di Paolo Cacciia Dom minion nidell’87.
Era il senso del dovere che mi sorreggeva c ostantemente, c he mi aiutava a superare tutte le difficoltà. N on a vevo r isentimenti verso nessuno, anzi volevo dare il mio apporto in un momento particolare per la Patria. Non importava chi governasse, io e i miei amici commilitoni lottavamo per la Patria, per la nostra terra, per la n ostra s toria e p er l a n ostra cultura. tutelare e proteggere quelli che mi rimanevano. Ancora oggi, il ricordarlo è u n’emozione s empre molto forte. Non potrò mai dimenticare. D ’altronde c ome potrei? Lei ha provato l’esaltazione della vittoria. Come ha reagito all’ordine di ritirarsi dopo la battaglia di El Alamein?
L’amicizia che si instaurava in condizioni di pericolo è particolare e di non facile comprensione per c hi n on l ’ha p rovata. È u n sentimento che i veterani dicono sia d ifficile d a s piegare p erché solamente il cuore può riuscire a capire, senza usare le parole. Cosa c’è di diverso, rispetto all’amicizia che nasce nel benessere e negli agi? Vede, n ella D ivisione « Bologna», l a m ia D ivisione, c ’era una p articolare a tmosfera d ’unione e d i a micizia. E ra i n s ostanza quello che si chiama ve-
ro cameratismo. Quando si vive insieme in situazioni di pericolo, o gnuno d ipende d all’altro, come o gnuno f a t utto p er l ’altro, p er p roseguire l ’esistenza sia pure in circostanze tragiche e a nche p er s opravvivere, p er sorreggerci r eciprocamente n ei momenti di sconforto e per consolarci a vicenda quando molti commilitoni non tornavano. Ho visto i m iei u omini – e ro C omandante di plotone – e i miei amici fatti a pezzi e mi si stringeva il cuore per dolore, rabbia e impotenza. Io però da Comandante d ovevo f are d i t utto p er
Ci ritiravamo, è vero, provavamo un senso di rabbia e di vuoto nello stesso tempo, ma avevamo la sensazione di non avere perso la battaglia. La disparità con il nemico era enorme, non era per nostro demerito che ci ritiravamo. Avevamo fatto l’umanamente p ossibile, n on c i e ra v enuto meno il valore o il coraggio, bensì le sole risorse materiali. A volte, con la ragione, valutando le forze c he l ’avversario p oteva mettere in campo, incominciavamo a renderci conto, poco a poco, quanto fosse difficile prendere l’iniziativa. Ci v oleva u n c oraggio d oppio per lottare in una situazione del genere: r ischiare l a v ita, e c on mezzi risicati e logori, per fare il proprio dovere. 89
A sinistra. Stem mma Arald dico settecen ntesco della ban ndiera Colon nnella del Reggiimen nto delle «Gu uard die» del Re di Sard degn na fon ndato il 16 apriile 165 59, da cui deriiva la Speciialtà à «Gran natiierii di Sardegn na», oggii priima Speciialiità à dell’Arm ma di Fan nteriia. Sotto. Carro inglese «Matiild da» distru utto, opera di Paolo Cacciia Dom minion ni.
È vero, ci rendevamo conto di q uesta n ostra i mpotenza materiale, d ei n ostri s carsi mezzi, insufficienti per fronteggiare un nemico con un’abbondanza incredibile di mezzi moderni, tanto in carri armati quanto in aerei. Cosa si poteva fare con i nostri « 47/32»? E ppure n on h o mai saputo che si siano verificati casi di diserzione, d’insubordinazione e d i f iacchezza morale. Ognuno di noi – e venivamo da tutte le regioni d’Italia – era convinto di essere determinante p er l a v ittoria delle nostre Armi. Questo erano riusciti ad inculcarci: l’importanza del singolo nella collettività. Cercavamo di sopperire alle limitate r isorse c on m aggior cuore, c on s empre r innovato entusiasmo, facendo anzi a gara per essere utili agli amici e per proteggerli in ogni modo. Così tutti si sentivano a proprio agio perché ognuno era al 90
servizio degli altri e del Reparto. Com’erano sessanta anni fa i figli dell’Italia di allora? È difficile capire oggi, coinvolti come siamo tutti, dentro e fuori casa, in un imponente processo di sviluppo tecnologico, addestrati a un linguaggio che poco ha a che fare con le antiche realtà domestiche. Esisteva, nella guerra che combattevamo, u n’Italia s emplice, prevalentemente c ontadina, rurale, d ove p erò f iorivano i buoni s entimenti. H o s critto centinaia di lettere per i miei soldati. Erano lettere che parlavano di m odeste, m a i mportanti sfaccettature della vita: gli affetti f amiliari, l a s alute d elle bestie domestiche, il lavoro nei campi, la salute dei parenti anziani. Q uelle p overe f amiglie che allora conducevano una vi-
ta d i s tenti, r esi a ncora p iù drammatici da una situazione di guerra, avevano bisogno di credere n el r itorno d ei l oro giovani figli. Tanti, però, sono rimasti l aggiù. T ra l e s abbie della grande Africa. Cosa ricorda maggiormente dei momenti di pausa che si alternavano alle battaglie? Il carattere domestico della buca è s tata u n’esperienza davvero i nsolita. N oi s oldati consideravamo il fosso scava-
to nella cocente sabbia come la nostra c asa. L ì a vevamo l e n ostre povere cose, lì cucinavamo e mangiavamo, lì ci sorreggevamo a vicenda e sognavamo tante cose. Inizialmente ci sembrava piccola, scomoda e angusta ma, dopo le prime settimane era il massimo che si potesse desiderare. Ci d onava r ifugio e c onforto e
strettamente l egata a l s ervizio della Patria. Questa parola, Patria, appunto, per noi aveva per nulla u n s ignificato a stratto Rappresentava infatti amore per gli a ffetti p iù c ari ( famiglia e amicizie), per la nostra cultura e civiltà, e sigere d ignità, u miltà, dovere, legge della coscienza e, per q uanto m i r iguarda, m i h a
aiutato a c apire i l v ero v alore della v ita, d ella r eligione e l a grandezza di Dio. Sono p arole d i e levato v alore spirituale, ma come vengono percepite nella nostra epoca? La vita va assaporata nella sua totalità, come pure va compreso il grande dono che la stessa vita rappresenta. M a q uesto n on v a scisso dal contesto generale, che ci deve avvicinare agli altri e farci sentire i l l egame c on c oloro i quali ci hanno preceduti nelle varie epoche. Ecco da cosa scaturisce il sentimento di comunità nazionale, c he p urtroppo s embra oggigiorno quasi spento. Per fortuna, però qualcosa si sta muovendo anche in tal senso. Ž
* Colonnello, Dirrettorre della Rivvista Militarre
costituiva un importante punto di incontro. Quali ammaestramenti i giovani possono trarre da quegli episodi? È u tile c onoscere i s acrifici dalla viva voce di chi li ha vissuti, p erché s ono u na p reziosa scuola d i v ita. G li I taliani n on avrebbero potuto dimostrare al mondo il loro valore, non si sarebbero fatti onore a El Alamein senza una passione, tutta umana e s pirituale n el c ontempo,
Gabriele De Rosa è nato a Castellammare di Stabia il 24 giugno 1917. Ufficiale dei Granatieri nella seconda guerra mondiale, ha combattuto ad El Alamein. Ha insegnato storia contemporanea nelle Università di Padova, Salerno (della quale è stato anche rettore) e Roma. È Presidente dell’Istituto per le ricerche di storia sociale e di storia religiosa di Vicenza, nonché Presidente del Centro studi per la storia del Mezzogiorno di Potenza. Dirige la rivista «Ricerche di storia sociale e religiosa». Dal 1979 è Presidente dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma con il quale ha collaborato dal 1954 al 1959. Eletto Senatore della Repubblica nella X Legislatura il 15 giugno 1987 nel Collegio di Treviso, ha fatto parte della Commissione Istruzione del Senato ed è stato Presidente della Commissione di vigilanza della Biblioteca del Senato. È rieletto Senatore nella XI Legislatura, il 5-6 aprile 1992, nel Collegio di Alba-Bra-Savigliano. Nella XII legislatura è deputato nella Circoscrizione Campania 2 . Tra le sue opere principali sono da citare: «La Storia del movimento cattolico» (1966), «Vescovi popolo e magia nel Sud» (1971), «Sturzo mi disse» (1982), «Tempo religioso e tempo storico» (1987 e 1994), «Storie di santi» (1990). Ha curato per il Mulino, il volume «Cattolici, Chiesa e Resistenza» (1997), con F. Agostini, «Vita religiosa e cultura in Lombardia e nel Veneto nell’età napoleonica» (1990) e, con A. Vauchez e T. Gregory, «Storia dell’Italia religiosa». Dirige la collana «Thesaurus Ecclesiarum Italiae recentioris aevi» (sec. XVIII-XX). 91
di Gabriele De Rosa
17 settembre 1942 In Africa dopo cinque ore di volo, dall’aeroporto di Tatoi in Grecia a Creta e ora a Tobruk. A riceverci c’era un vento infernale e la sabbia, che è dura di granuli taglienti e finissimi, s’infiltrava subito in tutte le fessure dei bagagli e negli occhi e per le nari degli uomini che ne ingoiavano giù a piccole dosi. Ela, un cagnetto trovatello bianco e nero, me lo sono trovato accosto mentre io stesso stavo cercando un ricovero sotto una specie di tettoia, in attesa dei camion. Mi dissero che aveva fatto inavvertito il viaggio con noi. Ela è un cucciolo intelligente, sveglio, con un minuscolo muso tutto fremiti che impaziente mette dovunque. Ha un difetto: piange per nulla troppo spesso. È un affare minuto, leggero, tascabile. Non ha certo la sagoma dell’eroe. Su questo campo cinque giorni fa gli inglesi tentarono di sbarcare e il luogo n’è ancora pieno dei resti: invero un po’ dappertutto è sparso il bagaglio della lotta, macchie nere di materiale abbandonato, rotto, infranto, bruciato, dall’alto sembrano grossi ragni giganteschi inchiodati e schiacciati al suolo. Ogni tanto sulla distesa equorea di assoluta nudità del deserto, dove le carcasse dei mezzi bellici importano un aumento di desolazione per la loro evidenza mortale, ci arresta il silenzio di piccole croci bianche in fila, allineate che chiamano su questa asprezza il Dio clemente della nostra ultima guerra. Qui si è battuto bene il IV battaglione, che ora integriamo, dove sono le nostre conoscenze, i Sottotenenti Valentino Tolazzi (1), Goffredo D’Antona, Francesco Saraceni (2). 92
26-227 settembre Improvvisamente l’ordine della partenza: un affaccendarsi muto intorno alle proprie robe, un sogguardarsi rispettoso, poi le macchine che rombano e i pensieri che si staccano senza dolore da noi stessi. Siamo soli, con un cielo curvo, lucido, violento che ci tocca le teste e ci rende per qualche tempo chiusi, oppressi. Come qui accade, il sole è appena precipitato che s’è fatto subito buio. Gli uomini sono scesi a terra, si sono chiusi nel telo da tenda. Passo tra di loro, sorveglio i loro movimenti e li sento caldi di un calmo pensare. La sveglia ci sorprende con le membra intorpidite, la nebbia che insiste ancora ha inzuppato fin le nostre maglie. In un quarto d’ora si riparte: sentiamo una certa sorda gelosia per questo rapido fare, quasi lo intendessimo come un tradimento al nostro preferito atteggiamento contemplativo. Eppure ci piace anche 1’agitazione; si finisce per ammirarci, per sentirci come il centro di qualcosa che avanza, che conquista, che costruisce, e ogni movimento sembra già di una partecipazione impegnativa, sicura al-
la guerra. A Bardia la colonna si ferma per il rifornimento: ma la sosta vicino ad un camposanto di guerra diventa momento di preghiera. Un elmetto e una croce, un elmetto e una croce, un elmetto e una croce: nessun fiore, croci di guerra e un bossolo nero di granata. Le auto scivolano sulla Balbia, si guardano sempre i resti delle macchine distrutte disperse ovunque. Uno «Spitfire» preme rabbioso la zanna umiliata della sua elica contro la sabbia, sdegnoso del suo scheletro contorto, impotente. A Sollum conquistiamo il mare: ci invade improvvisa l’emozione di profondi colori: azzurro, bianco, rosso staccati l’uno dall’altro senza alcuna gradazione, avvicinati come su una tavolozza veneziana, prepotenti in questa loro pazzia coloristica. Bianco calcinato contro una fila di dune discontinue lungo la costa, sudario immacolato di una terra inverosimile, azzurro intenso, ma chiaro, come una levigazione assidua eterna, profondità severa di un mare inospite: rosso della terra superbo come una lava, rode, consuma la vita, scrupolo di una castità inviolabile.
Sud di Alamein, settembre 1942: semoventi da 75/18 italiani e «panzergrenadieren» della 90a Divisione leggera tedesca avanzano nel deserto.
30 Settembre 1942 Ieri ultima tappa. Si arriva alla base verso sera (3). Prendiamo immediato contatto con gli anziani del nostro battaglione: ci insegnano a riconoscere il deserto di notte, a muoverci sui disegni delle ombre. Da noi impariamo a distinguere il rombo delle diverse aviazioni e delle artiglierie. Tutta la notte continua la musica: all’alba gli ultimi colpi si spengono nella prima sveglia degli uomini. Ma ora comincia, si introduce un’altra attenzione nella nostra vita: fino a questa mattina non era guerra, ma solo colore. Poi, verso le 10, le mitragliere vicino a noi hanno iniziato un veloce fuoco controaereo e in alto due apparecchi da caccia si scontrano rabbiosi. Dapprima il lento misurato volteggiare di 2 cavalieri in guardia, poi d’un colpo l’uno contro l’altro, ruote vertiginose e calate a candela, cabrate insidiose e raffiche corte ma taglienti. Il 93
Questa sera hanno recato la notizia del primo granatiere ferito, di quelli nuovi giunti. È saltato su una mina dopo un quarto d’ora da quando era arrivato in linea: gli ha detto un po’ male. Ma ancora se l’è cavata bene, con una lacerazione alla coscia. Sabbia e fango – il temporale. Comincia sempre da occidente con una vampa straziante di luce sfatta e decadente che incenerisce a mano a mano il cielo e lo
Sotto. Carro leggero L 6/40 della Divisione corazzata «Ariete».
nelle casse, nelle cucine, nelle canne delle pistole, ti toglie l’aria fino a soffocarti. Vortica paurosamente ululando come un inferno: calda, opprimente stordisce l’organismo. Poi passa, va avanti lasciando l’aria pregna di un ché di bruciaticcio, la testa pesante dolorante come per influenza. Una tregua di qualche minuto e si scarica l’acqua, dapprima gioca con il residuo del vento sabbioso, poi lo schiaccia, lo umilia e allora viene giù, padrona assoluta, battendo la terra. Infradiciandola fino ai limiti della sua permeabilità. Di qui sorge spurgando una melma giallastra che ribolle nei fossi. Tutta questa sozzura t’impermalisce, ti dà disgusto e devi stare attento, sveglio, perché non
brucia fino a farlo diventare nero. Poi è un saettare lontano di folgori, un serpeggiare di fiamme che lambiscono da tutte le parti la terra e un rimbrotto continuo di tuoni che ingrandisce e avanza sempre più clamorosamente. Quando si fa vicino t’accorgi che non è acqua ma una colonna altissima e profonda di sabbia fitta, rossastra, carica di elettricità. S’abbatte immensa per chilometri di fronte, divelle ogni cosa, t’entra nelle buche, nei cannoni,
dilaghi sotto la tenda, non t’impantani la roba. Il temporale può durare così un’ora, due, tre come anche dei giorni. Al primo sole che spacca le nubi, cielo e terra hanno uno stesso colore itterico. Di elementi che si sono odiati addentro senza rispetto per gli uomini. In mezzo a quest’acqua putrida, guai ad ammalarsi. L’amebiasi è in agguato. Il ricovero è un’impresa. «Lilì Marlen». È una sfida sottomessa ai nostri sentimenti quella che facciamo ogni sera
A sinistra. Tenente del IV battaglione del 187° Reggimento paracadutisti.
«Macchi» morde alla coda 2 volte, l’Inglese s’impenna, si drizza pauroso contro il cielo, poi piega senza modo, di fianco, comincia ad avvitarsi fino a vorticare paurosamente senza più controllo. Si pianta contro il suolo a due km dalle nostre buche, mentre le fiamme lo divorano già tutto. Il «Macchi» ha girato ancora sul luogo per qualche minuto misurando l’altezza della sua vittoria.
3-77 ottobre 1942 Un ferito – sabbia e fango – «Lilì Marlen». Da qualche giorno gli inglesi sparano forte, ma disordinatamente. Così pure l’aviazione dà segni di viva preoccupazione con le sue continue incursioni. 94
quando ci troviamo per qualche ora riuniti nella buca Ufficiali accanto alla bianca radiola che ci sospira dall’Italia le canzoni scelte dal soldato. È proprio in un sospiro, in una mancanza improvvisa di fiato che ci arriva la voce: una discontinua intensità, un venir meno ed un riprendersi alternato di onde sul tono di un racconto o di una musica che ognuno può riprovare facilmente sulla misura mutevole dei propri ricordi. Lale Andersen ha cantato «Lilì Marlen»: è la prima volta che ho sentito al fronte la bella canzone.
19 ottobre 1942 Siamo sulla linea del fronte. Si costruiscono le buche.
20 ottobre 1942 Gli Inglesi questa mattina hanno tirato qualche colpo molto vicino alle nostre buche. Forse è il loro saluto.
21 ottobre 1942 «Radio Fante» aveva promesso per questa notte un attacco degli Inglesi. Non c’è stato. Nella mattinata la nostra caccia ha fatto la sua comparsa. Tutta la notte e fino a questa mattina (ore 8) nel settore della «Trento» bombardamenti aerei e tiri di artiglieria. L’aviazione inglese ha sganciato bombe sulle nostre posizioni. Non sappiamo cosa succede sulla nostra ala di sinistra.
23-224 ottobre 1942 Su tutta la linea correva voce («Radio Fante») che gli Inglesi avrebbero attaccato sul plenilunio, verso il 20 del mese si accordavano pressappoco le probabilità della data. Ma la notte del 20 trascorse senza alcun incidente, così quella del 21 e poi del 22 e 23, se si eccettua un’aumentata attività delle due aviazioni. Sulla nostra linea passavano la
Carro M 13/41 con il suo equipaggio durante una sosta dei combattimenti sul fronte di El Alamein.
mattina gli stormi da bombardamento americani, bene allineati come una formazione filmistica da parata. Di contro verso il tramonto gruppi di «Stukas» neri e paurosi, si portavano sul cielo nemico. Sulla linea inglese si accendevano le file delle traccianti per fare sbarramento. Le mitragliere sventagliavano colpi luminosi che bene risaltavano sullo schermo perlaceo del cielo, sul fuoco dell’ultimo sole. Era una pazzia veloce di punti rossi che salivano, salivano sino ai bersagli e lì crepavano con degli scoppi secchi, appena percepiti data la nostra distanza. Gli «Stukas», giunti a destinazione, iniziavano subito una sarabanda di picchiate spaventose sganciando bombe di ogni specie e fischiando la loro sirena. La notte del 23 verso le ore 95
concentra i suoi mezzi nel settore di schieramento del battaglione cui siamo aggregati. Alle undici inizia il tiro di preparazione nemico: tiro a mitra-
A sinistra. Quota 33: un indigeno transita con i suoi «mehara» su una pista nel deserto, due cartelli indicano la distanza da Nerviano e dal Cairo. Sotto. Postazione di Artiglieria: artiglieri italiani in azione con il loro pezzo da 149/40.
22.00, per la lunghezza di una decina di chilometri, mano a mano, da sinistra verso destra, come se un interruttore trasmettesse a intermittenza l’energia, scaturiscono un migliaio di lampi. Qualche secondo ancora ed i lampi hanno già presentate le loro cannonate. Un furioso giuoco di luci, instancabile, continuo, un pullulare di fiamme serrate rompono la fascia nera interna della notte; e la terra come un mare ammalato si scuote tutta, trema ubriaca, sembra voglia sbandare da qualche parte. I colpi piovono con uno schianto orribile, squarciando, bruciando tutto e le buche hanno una spinta a sparire, a muoversi alla deriva. Sulla nostra linea una cortina di fumo s’è distesa con l’odore caratteristico, acre, penetrante della polvere accesa, bruciata. Calcolando 250 cannoni, e forse più, e 5 minuti la frequenza dei tiri, circa un milione sarebbero stati i colpi (4). Verso le 02.00 l’artiglieria nemica ha concentrato le sue artiglierie contro il settore di una nostra divisone posta sulla sinistra dello schieramento. All’alba i carri armati inglesi muovono all’attacco, 96
protetti ancora da una fitta cortina di nebbia. I nostri capisaldi rimangono fermi sul posto aprendo un fuoco preciso che inchioda i mezzi nemici. Le fanterie inglesi non possono nemmeno tentare l’infiltrazione; i carri, che dovevano sostenerli, sono sventrati, sfiancati, immobilizzati dal tiro dei nostri pezzi. Nel settore della «Trento» la battaglia infuria. Più volte gli Inglesi attaccano con una preparazione spaventosa di artiglieria. I nostri resistono, ma nei centri di fuoco e nella trincee molti sono già i morti e i feriti, le armi e i mezzi di collegamento fuori uso. Non so altro per ora. Di qui, settore della «Bologna», Comandante il Generale Alessandro Gloria (in questa zona dopo l’attacco del 26 abbiamo avuto solo duelli di artiglieria), possiamo vedere sulla nostra sinistra le numerose colonne di fumo e sentire i colpi dei carri che si combattono. La Divisione uscì dalla battaglia a pezzi (5). La notte tra il 25-26, il nemico, certo per crearsi un diversivo alla sconfitta del giorno prima e anche per saggiare in altra parte la possibilità di uno sfondamento,
glia rapido, incessante. Gli «88» mandano colpi secchi, laceranti e le schegge volano con un fruscio infuocato rabbioso da tutte le parti. Cade una ventina di proiettili alla volta e l’aria è tutto un sibilare duro, la terra un borbottio incessante di immensa caldaia che bolle. Rannicchiato nella bu-
ca il cuore ti si apre ad ogni schianto, la testa diventa un tumulto di idee insensate: poi diventi iroso d’una ira consapevole però, direi, giusta. Vorresti uscire e trovarti mani tanto lunghe e grosse da potere afferrare uno di quei cannoni e stritolarlo fino a morte. Finalmente la preparazione termina: le fanterie nemiche avanzarono. Allora apre il fuoco una nostra batteria da 75 che abbiamo alle spalle, i mortai da 81 e poi pezzi da 47/32 e ancora le mitragliatrici e le altre armi automatiche. Dopo due ore di fuoco intenso l’attacco inglese è respinto.
to la copertura della buca e una grossa scheggia gli ha tagliato le gambe. Moriva in un dissanguamento lento, inesorabile con le forze che gli svanivano a goccia a goccia e un residuo di volontà gli muoveva piano il capo, in un dondolio di incertezza e di dolore. Gli amici gli parlavano sommessamente, gli bisbigliavano parole che potevano interessarlo ancora, come se quella non fosse morte, ma solo un incidente per nulla definito e grave. Ferito il Sottotenente Tosoni, ucciso il Sottotenente Feliciani.
La mattina uscendo dalla buca ho scoperto in terra due macchie del suo sangue.
27 ottobre 1942
28-229 ottobre 1942
Le notizie che vengono dal Comando del battaglione mi hanno dato molto dolore. La prima compagnia «Granatieri» distrutta, Francesco Palladino morto. Povero amico mio! Un colpo d’artiglieria ha spezza-
Nessuna nuova. Sulla sinistra dello schieramento continua la lotta. È stato seppellito vicino al mio centro di fuoco un fante ucciso da una granata. Han fatto un piccolo tumulo con un contorno di sassi.
stregato là a quell’ammiccare micidiale, ironico e crudele. Allora t’alzi di scatto, corri avanti, ancora avanti e pensi a quella cosa inverosimile mostruosa che ancora ti sputa inviperita il suo odio e gracida velenosa, verde, gialla, rossa: ma, quando gli sei su, la puoi vedere finalmente crepata
30 ottobre 1942 Questo ancora è da provare: a terra con la faccia nella sabbia e gli zampilli che fanno i colpi del nemico, a grandine, a due metri, e il trafiggente scalpellìo sulla tua testa. Nascondere il cuore sotto qualche sasso. Poi guardare un momento davanti e scoprire le fiammelle azzurre della mitragliatrice che ti osserva, ti segue, maligna, t’affascina e t’inchioda
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con tutte le interiora fuori, sozze di fango e di sangue, nera e calda di morte. Un momento consideri il mostro, il tempo necessario perchè si sciupi tutto in ischeletro; un ferro inservibile.
31 ottobre 1942 Rientro alla base inseguito di notte e di giorno dal mitragliamento degli aerei. Ho dormito con un sonno di piombo al riparo di un costoncino. Ritrovo il mio Comandante di battaglione, ci sentiamo accorati per queste giornate tristi. Il fronte della «Trento» è già sfondato, sul posto i carri della «Littorio» contengono la pressione nemica. Ma i «Liberator» continuano numerosissimi a bombardare le nostre retrovie. Arrivano a ondate di diciotto o venti apparecchi, compatti, ad altissima quota: sganciano secondo una striscia determinata al segnale del Capo squadriglia (una fumata verde). Le bombe fischiano e il loro sibilo aumenta più che s’av98
vicinano alla terra. Cadono con un fragore tremendo, assordante che finisce nel sibilo cocente di centinaia di schegge. Ma stamattina ne ho visti due di quegli apparecchi scoppiare in cielo, sventrati dai colpi della nostra antiaerea; sono andati in frantumi lasciando per un po’ sospesa in alto una mobile massa rossa che bruciava, litigava col vento, con tutto quel fremito che aveva di fiamme. Li chiamano «lo squadrone bianco» perché, quando c’è il sole dal di sotto, la loro pancia micidiale sembra bianca, un bianco celestrino.
1° novembre 1942 Bombardamento notturno. Comincia verso le dieci di sera e finisce all’alba. Sono appena sceso nella mia buca in compagnia del cappellano don Ventura. Abbiamo solo un telo come copertura della buca. Avvertiamo il borbottio del ricognitore che gira sulle nostre teste, poi lascia andare giù
dei bengala e tutta la zona è illuminata più che a giorno. L’apparecchio, individuati gli obbiettivi, rimane in alta quota a richiamare, come una civetta, i bombardieri. Il loro arrivo si annunzia in quel caratteristico rumore metallico dei battimenti isocroni dei motori. Appena giunti al luogo d’appuntamento, uno o più di loro si portano a bassa quota a motori spenti. Senti il fruscio rabbioso delle ali, poi il fischio lacerante delle bombe: tre, quattro, cinque scoppi contemporanei a poca distanza da noi. Il fuoco degli incendi, coronato dal nero del fumo, nella notte rende spettacoli da inferno. I nervi si spezzano.
2 novembre 1942 Ci arriva improvviso l’ordine di ripiegare, prima che ci prendano alle spalle. Terrificante bombardamento notturno. All’alba, a qualche chilometro da noi, bruciano i nostri automezzi colpiti da camionette inglesi, che sono
A sinistra. Cartolina del 61° Reggimento Fanteria all’epoca inquadrato nella 102a Divisione di Fanteria «Trento». A destra. Bersaglieri all’assalto.
già oltre la linea del nostro fronte. I nostri uomini assumono immediata formazione di protezione al carreggio, mentre si provvede a fare il carico dei materiali. Finalmente riusciamo ad uscire dalla zona delle infiltrazioni da parte degli Inglesi. Sono neozelandesi e australiane le truppe che avanzano, dove si infiltrano lasciano il segno. Sono truppe fresche, la loro preparazione e il loro armamento le rende baldanzose. Per la prima volta ho avuto la sensazione che non combattevamo più contro un nemico in carne e ossa. Inglese, indiano, neozelandese che fosse, ma contro un’anonima micidiale macchina da guerra, che viene avanti inesorabilmente contro i nostri poveri «47/32», fatti non per perforare ma per carezzare la corazza dei carri armati «Sherman» (6). Scopriamo improvvisamente un angolo di mare vicino alla palificata di El Alamein, nasce da una rientranza del deserto, da una frattura dell’orlo costiero. Forse un miraggio, una visione crudele. Ma no, è proprio mare, ne sono certo: terribile contatto con un panorama noto, sentito, invocato anche.
per il collegamento con il Comando del battaglione. Dormiamo in una zona separata dall’attività aerea. Rumori e passaggi di carri.
3 novembre 1942
4 novembre 1942
Stiamo indietreggiando, ci troviamo in mezzo ad una battaglia di carri. Le perforanti fischiano attorno. Sbandamento della colonna. Ci ritroviamo dopo qualche ora. Sopportiamo tre bombardamenti aerei. L’ultimo su di noi, in pieno. Ma non arreca danni. Rimango solo, in attesa di notizie che il Tenente capocolonna Rossi va a cercare
Siamo a El Dabah, sempre in cerca del collegamento con il comando del battaglione. Mitragliamento aereo. Un cadavere bruciato ci tormenta l’anima, ribalta nella memoria una cupa tristezza. Non si sostiene quel viso di preghiera. Dove approdano le mie parole? Sono ancora fuori oltre il dolore che ci saccheggia il cuore.
Ma rimane lui, con le braccia mozze, una breve traccia tra due argini di vita inutile. Il suo corpo annerisce la spiaggia dove biancheggiano le nostre anime. «Un po’ di terra sulla testa ed è finita per sempre». Nella notte si prosegue alla cieca. La luminaria nemica lungo la litoranea. Si sfugge per miracolo alla morte. Uomini e macchine che bruciano. Un cimitero dei nostri cannoncini «47/32», abbandonati e resi inutilizzabili.
5 novembre 1942 All’altezza di Fuka, due batterie della Flak aprono un fuoco 99
morti e feriti. Si va al buio, ciechi, giostrando sulla fortuna. Ciglione di Sollum. Fermi alla Ridotta Capuzzo. Elemento della nostra anima, il deserto: ne soffriamo le distanze.
7 novembre 1942 Dalla Ridotta Capuzzo, ricomposta alla meno peggio, l’autocolonna granatieri, come una famiglia stordita, ma contenta dopo tanta morte per essersi ritrovata, giunge ai pozzi di Bardia dove pernotta. Di mattina presto siamo ripartiti facendo alt a Tobruk, dove si concentra qualche Corpo d’Armata. Non sappiamo nulla: possiamo
d’interdizione contro gli apparecchi della RAF. Un aereo viene inquadrato da un fascio di luce dei riflettori e sbanda in cerca del buio. Breve agitazione. Qui si organizza la prima resistenza. Nella mattinata giungiamo a Marsa Matruch. Continuiamo oltre 30 km. Incontro con Romano (7) cedo tutto di schianto. Odio la mia letteratura che mi ingombra mischiandosi ai sentimenti, alla passione. Vorrei spezzare l’inquadratura dei pensieri e lasciare libere, senza alcuna finitura accademica, le parole di una vita nuova.
6 novembre 1942 Di notte, due macchine tedesche si scontrano lasciando sulla strada un corpo senza testa. Abbiamo gli aerei inglesi sulla testa. A terra, per farsi strada i Tedeschi bloccano le nostre macchine. Ne viene fuori uno scontro con 100
11 novembre 1942 Stiamo attraversando il Gebel Cirenaico.
A sinistra. Caporal Maggiore del 40° Reggimento Fanteria della Divisione «Bologna». A destra. Relitti sul campo di battaglia (carri M 13 e «Sherman»). Sono visibili sul carro M 13, in primo piano, le maglie di cingolo utilizzate come protezione aggiuntiva. Sotto. Messa al campo alla vigilia della battaglia di El Alamein, in un disegno di Paolo Caccia Dominioni.
12 novembre 1942
essere prigionieri o salvi. El Alamein, è un nome di passione oggi, mentre avrebbe nel suono un sentimento quieto, lento di amore.
Partenza all’alba. Incontriamo a Barce il Comando di battaglione.
10 novembre 1942
13 novembre 1942
Si parte per Ghemines. Tappa a Omerzan.
Ripartiamo, meta Sirte. Seguo come Ufficiale di coda la colonna
la macchina. Con qualche granatiere mi porto sul luogo della provenienza dei colpi: è mai possibile che siano Inglesi? Impugno la pistola e metto gli uomini a salire verso un costone da dove arrivano gli spari. Sono tedeschi che si esercitano!
15 novembre 1942
e rimango attardato di un giorno. Si pernotta a 40 km da Agedabia.
14 novembre 1942 Fermi a 35 km per Marsa el Brega. Gli Inglesi hanno ripreso a mitragliare sulla Balbia. E di nuovo incendi e di nuovo morti. Colpi di mitragliatori vicino al-
Si parte per Nofelia. Per la strada continuano i mitragliamenti. Gli apparecchi inglesi sbucano improvvisi dal mare e si precipitano sulle colonne velocissimi rafficando a sbalzi. Gli uomini si sparpagliano per il circostante deserto, ma molte macchine bruciano con gli uomini dentro, sorpresi e fissati dalla morte. Eppure, finita l’incursione, si ritorna ai nostri posti, apparentemente indifferenti, con un sorriso astratto sulle labbra come a disperdere o a nascondere l’interna tensione. O tutta questa è ancora chiacchiera, esercizio di parole inutili che lascia inspiegata la verità dei nostri atti. Del resto in quei momenti non pensiamo nè ci vertigina qualcosa nella testa e quel
che diciamo ora è avvenuto prima o dopo, ma quell’«adesso», quella cosa che è lì, ferma, più presente di ogni discorso, più forte di ogni ragione, quella non la conosciamo assolutamente, ci è distante, chiusa, impenetrabile in un gelo di forma irreale. «Adesso»: oh ma quanto la vita è poco nostra! I morti sono lì ancora, con la testa spezzata, bruttati di sangue.
16 novembre 1942 Raggiungo la base del mio battaglione tra il 60° e il 61° km per Sirte. Mi hanno trovato una faccia da Negus, nera e crudele. Io sono solo triste e amareggiato. La catastrofe è immane. Povera patria, cosa accadrà di te? Le forze superstiti del nostro battaglione possono riunirsi dimostrando ancora una capacità organizzativa di cui va reso omaggio al Capitano Viganò.
22 novembre 1942 Ricorrono due mesi dallo sbarco in Africa, due mesi che mi 101
hanno fatto vecchio. Il Generale ha parlato alle truppe raccolte per rincuorarle. Di che cosa?
24 novembre 1942 Giornata di riposo. Attendiamo l’ordine di partenza per la nuova zona di combattimento da un momento all’altro. È l’ora della corrispondenza dei granatieri. Vengono da me, mi chiedono di scrivere una «bella» lettera alla loro fidanzata o ai genitori. Ci devo mettere dentro anche le domande sulla terra, sul bestiame, sulla raccolta dell’uva. Non sono forse un «intellettuale» che sa scrivere bene? Anche per me c’è una lettera della mia Gabriella.
25 novembre 1942 Assegnati alla Divisione «Trieste», 66° Reggimento. Fermi a Buerat. Con le forze che ci sono
rimaste e con le armi del nonno possiamo solo sperare nella nostra buona stella. Ma c’è ancora questa stella?
27 novembre-11° dicembre 1942 Possiamo considerare chiuso ma non definito il ciclo delle operazioni della battaglia di El Alamein. Quale che sia la fortuna delle nostre armi, un fatto dentro di me è certo: che noi italiani abbiamo qui, su queste terre, sofferto questa battaglia, questa guerra con il cuore, con la memoria, con l’intelligenza: ne abbiamo fatto un tormento per la nostra coscienza. Giornalmente abbiamo lasciato che tutto di noi stessi partecipasse doverosamente al mestiere della guerra: non si è fatto alcun gioco da furbi, siamo stati sinceri fino all’esasperazione, fino alle lagrime, quanto più sentivamo che per il nemico questa battaglia aveva un non so che di disinvolto e facile. Mi dissero i granatieri che un giorno, lungo il mare che costeggiava la Balbia. spuntò lucido e veloce uno «Spitfire», il cui pilota agitava le braccia in segno di saluto.
6 dicembre 1942 Ieri mattina alle sette, dai pressi di Buerat il battaglione si è portato alla casa cantoniera 12 km in avanti verso Sirte e 12 km nell’interno. Siamo l’estrema sinistra dello schieramento divisionale della «Trieste» che deve proteggere il ripiegamento delle nostre forze a ovest di Buerat. Costituiamo caposaldo.
In alto. Disegno di Paolo Caccia Dominioni. A sinistra. Sergente dell’VIII battaglione Genio Guastatori paracadutisti.
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7 dicembre 1942 Il sodati del Genio fanno brillare le mine per le piazzole. A sera qualche centro è già sistemato e le armi sono in postazione. Verso l’interno sulla sinistra di mezzi meccanizzati, non identificati ci mettono in sospetto per la notte. Avanti a noi si offre un campo di tiro abbastanza vasto e lontano arriva la possibilità del nostro avvistamento. Ho letto il discorso del Duce. Non so se sia definibile come «uomo di sensazioni maligne». A me sembra che in quel discorso ci sia più un commento di penetrazione psicologica dell’oratore che un quadro rassicurante di storia militare e politica. Il senso di quelle asserzioni si sfalda dietro il gelo di una realtà di-
versa e più terribile. La politica dell’abbellimento, delle notizie per mezzo della statistica non riesce: il quadro è spettrale e la voce della tragedia è sinistra (8).
9 dicembre 1942 Ieri alle 10.00 ho letto con sincera devozione la preghiera di San Bernardo alla Vergine (9). Tanti ricordi e un po’ la pena per l’uomo di adesso, mi hanno accostato al calore di un sentimento familiare che credevo disperso. Siamo soli in questo deserto e il cielo è troppo grande per ricevere la nostra sofferenza. Sono due giorni che trascorro giornate di ricordi in comunione con gli altri amici, e i nomi di donne sono nostalgia di una cara impazienza.
Siamo ritornati 20 km avanti Buerat in attesa di nuovi ordini.
11 dicembre 1942 I miei amici (10) Magnani, Bavaresco, Berlincioni e Piglia hanno mangiato coraggiosamente il pasticcio di maccheroni combinato da me con la ricetta di mia madre. Alla fine abbiamo chiuso il lauto pranzo – si fa per dire – con un’arancia che ha aperto un profumo da svenire, che ha invaso tutta la tenda. In Africa possediamo un numero di oggetti, una suppellettile domestica di cose che io scopro carica di un segreto poetico. Nella buca, per esempio, la vista di una tanica o di una «scatoletta» riempie il luogo di una familiarità, di un’idea felice di amicizia che ci
riconcilia alla vita intima delle cose stesse. Esse difatti ci danno veramente la possibilità di una scansione fissa, sicura di parole, un riferimento permanente di intelligenza. La buca vuota, mancante di quegli oggetti è pressoché assurda e diventa un fosso casuale quando la abbandoniamo. La sua accoglibilità nasce solo se ne indichiamo, fisicamente, la ragione in quella presenza delle nostre inseparabili cose. Tutti siamo incerti: Vittorio P., più degli altri, si sbianca la voce quando pensa al suo avvenire. Io sono sicuro che il mio Capitano Magnani domani camminerà ancora con il suo tascapane vuoto, in cui affondando la mano scoprirà lì i suoi venti anni che qui ha dovuto dimenticare. Toni B. diventa ragazzo quando parla 103
miamo con la fantasia una guerra di ansie, di augurio quasi. In fondo è la crudeltà del deserto.
17 dicembre 1942 A 100 km da Misurata. Ci accampiamo con sistemazione di caposaldo. Il nostro battaglione si completa di una compagnia di paracadutisti.
18 dicembre 1942 Questa notte allarme al caposaldo per un’incursione di camionetta inglese che ha mitragliato sulla strada. La notte fa un’umidità che intirizzisce le membra e bagna come di pioggia i teli.
21 dicembre 1942 Una pattuglia di nostri granatieri in perlustrazione nei dintorni ha catturato un Sottufficiale neozelandese smarritosi nel deserto in seguito alla perdita della sua camionetta.
23 dicembre 1942 Da ieri mattina siamo sistemati su un’altura chiudendo lo schieramento del battaglione sullo ua-
delle esperienze umane e civili che gli sono mancate.
14-116 dicembre 1942 Non si fa a tempo a rincorrere i giorni: la distanza monotona del deserto eguaglia anche le forme mentali del tempo e dello spazio. Dire «arabo» è forse null’altro che affermare una condizione originaria dello spirito fermo a uno stato di sicura inerzia contemplativa. Combattiamo un nemico che non vediamo: la sua presenza si fa spesso con la nostra agitazione, con la preoccupazione dei movimenti supposti. Forse pre104
Questo mio diario non ha minimamente la pretesa di dare un quadro strategico complessivo della battaglia di El Alamein. Con la matita riempivo le pagine di un piccolo taccuino quando potevo approfittare di qualche pausa o sosta, dentro la mia buca finché rimasi al fronte, poi dove trovavo un angolo per scrivere. Non ho visto la battaglia e la ritirata dall’aereo, né da un alto Comando, ma nell’immediatezza del suo svolgersi sotto i nostri occhi con l’urgenza di muoversi, di districarsi nel groviglio di situazioni sempre più confuse sotto il fuoco nemico, e di guidare e di dare fiducia agli uomini finché fosse possibile. Nelle note ho inserito notizie e particolari necessari per capire alcuni riferimenti bibliografici. Sentimenti, impressioni, dolori, timori riempiono le pagine, costituendo la parte più vera, più vissuta del diario. Mia moglie, Carla Sabine Kowohl, che gli anni dell’infanzia visse come profuga dalla Slesia, nel 1944-4 45 sotto l’avanzata delle truppe sovietiche, mi ha aiutato a grariordinare le pagine del diario e a sistemarle per la stampa. Ring zio Mariolina De Luca che mi ha aiutato nel lavoro di correzione e revisione delle bozze. Gabriele De Rosa
di Zern-Zem. La compagnia è completamente isolata, autonoma (11).
25 dicembre 1942 «Ora la nascita di Gesù Cristo avvenne così: essendo Maria sua madre, fidanzata a Giuseppe, si scoperse che ella aveva concepito per virtù dello Spirito Santo....» (San Matteo, «Vangelo», versi 18 e segg.) L’umiltà dell’eloquio ingrandisce il miracolo, pure rendendolo suasivo del suo racconto all’animo che lo apprende con devozione e fede. Ieri sera (la mezzanotte è stata una diffusione pallida e trepidante di luce lunare con una ruga di
Nella pagina a fianco. Capitano, flammiere e guastatore del XXXI battaglione Genio guastatori. A sinistra. Il cannone controcarri da 47/32, risultava spesso inefficace contro le spesse e robuste corazzature dei carri «Matilda», «Sherman» e «Grant». Fu impiegato dal Regio Esercito Italiano su tutti i fronti della seconda guerra mondiale.
nubi veline che rapivano la nostra attenzione) l’animo si è fatto spontaneo di una confessione dove contava un affanno di perplessa solitudine: il bisogno forse diminuente di una comica afflizione giovanile.
7 gennaio 1943 Nella Cattedrale di Tripoli, sul lato sinistro della navata centrale, all’altezza dell’Altare Maggiore, c’è un Cristo. C’è scritto sotto: «Venite ad me omnes qui laboratis e oneratis estis». (San Matteo) Ž
NOTE (1) Valentino Tolazzi fu una delle figure più note e amate dalla famiglia dei granatieri del IV battaglione, che combattè in Africa, da Tobruk ad El Alamein a Takrouna in Tunisia, dove fu fatto prigioniero. Fu decorato di medaglia d’argento. Egli era nato a Vicenza, dove lo rividi più volte e insieme tornavamo con la memoria ai nostri ricordi africani. Dal 1975 avevo spesso l’occasione di recarmi a Vicenza, dove dirigevo e dirigo tuttora l’Istituto per le Ricerche di Storia Sociale e Religiosa. Era uomo di un’affidabilità e umanità straordinarie. Tolazzi si segnalò nell’offensiva che Rommel, nel luglio 1942, guidò vittoriosamente per raggiungere El Alamein, incalzando i reparti inglesi, in ritirata precipitosa. L’allora Comandante del IV battaglione controcarro
«Granatieri», giunto con il primo scaglione (il secondo scaglione fu il nostro) a El Dabah ordinò a Tolazzi di avanzare per 40 km. Paolo Caccia Dominioni così descrisse l’operazione: Ricordati che non hai nessuno davanti a te, dice il maggiore (Buraggine) a Tolazzi. Dopo 20 km l’Ursus (è il nome dell’autocarro) è definitivamente allontanato. La piccola colonna avanza sotto la luna e la luminaria dei bengala. Il punto indicato è raggiunto e il Lancia 3 Ro è abbandonato; i granatieri percorrono a piedi, trascinandosi i sei pezzi a braccia, l’ultimo tratto prima di sistemarsi a caposaldo. (Paolo Caccia Dominioni, «Alamein 1933», Mursia, Milano, 1962, 1992, pp. 57-58). Tre mesi scarsi durò l’illusione. Mussolini si credette sicuro che noi e i Tedeschi della Wermacht avremmo raggiunto El Alamein e di là fulmineamente saremmo arrivati a Suez; invece, dopo circa venti giorni d’attesa, ignorato da Rommel, rientrò in Italia, riportandosi a casa il cavallo bianco e la spada dell’Islam che avrebbe volu-
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to innalzare. Tolazzi scrisse anche un Diario di guerra dal 22 dicembre del 1941, quando partì dall’Italia, alla resa d’armi dopo la grande dura battaglia di Takrouna, del 13 marzo 1943, in cui furono impegnati per l’ultima volta i superstiti della «Folgore» e i resti del nostro battaglione. Fra i granatieri c’era anche il mio amico, il Tenente medaglia d’oro Delfo Diletti. Takrouna era un colle importante, una muraglia che impediva ai mezzi corazzati inglesi di raggiungere agevolmente Tunisi e Capo Bon. Diletti si distinse in questa battaglia per aver condotto il contrattacco contro le fanterie inglesi. I giornali e la radio inglesi ne parlarono come di uno dei combattimenti più duri sostenuti dall’VIII Armata in uno scontro con soldati italiani: che combatterono come mai, nei corpo a corpo, abbiano visto combattere. Diletti fu ferito gravemente e le conseguenze di questa ferita si fecero sentire lungo il restante corso della sua vita. Rividi più frequentemente a Roma Diletti allorchè nel 1972 le nostre due famiglie abitarono in due villini contigui nella località di Prima Porta. Gli fui vicino nel giorno del suo trapasso nell’al di là. Per il racconto di questa battaglia si veda Valentino Tolazzi «l’ultima battaglia in Africa», «Il Giornale di Vicenza», 22 febbraio 1990. Si veda anche, sempre di Tolazzi, A Takrouna Montgomery non mantenne una promessa, in «Il Lunedì», Udine, 18 aprile 1949. Tolazzi mi chiese di presentargli il suo libro a Cividale del Friuli, dove per ventisette anni aveva ricoperto la carica di Cancelliere Capo del Tribunale civile. Tolazzi scrisse il diario durante la prigionia ad Algeri con l’aiuto del Capitano Attilio Viganò. Documento prezioso, perché è un libro-testimonianza di quel che vide e operò un Combattente sui luoghi stessi delle battaglie Di Tolazzi ha raccolto le memorie Francesco Saraceni, altro granatiere, che ha percorso tutta la strada delle operazioni militari da El Alamein e oltre fino alla battaglia di Enfidaville Tunisia (Tunisia). Tolazzi è deceduto a Vicenza nel novembre del 2000, assistito dalla moglie Angelina Gennari alla quale era legato da profondo e tenero affetto. (2) Francesco Saraceni, granatiere, Caporale Maggiore, letterato, ha combattuto in Tunisia, dove fu fatto prigioniero dagli americani e condotto negli USA. Ha raccolto molto valide testimonianze sulla guerra in Africa e sulla prigionia. (3) Facevamo parte della Divisione «Bologna», nella parte centrale dello schieramento fra la Divisione «Trento»
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e la Divisione «Brescia». Il nostro battaglione non operò in maniera compatta, ma decentrata, per compagnia e plotone, in supporto delle Divisioni «Ariete», «Bologna», «Trento» e «Trieste». La Divisione «Folgore» con la Divisione «Pavia» era prossima alla depressione di El Qattara. Sulla battaglia di El Alamein riferisce in un ampio quadro delle forze in campo, britanniche e italo-tedesche, Massimo Zamorani, El Alamein, per l’asse l’inizio della fine, «Il Giornale», 23 ottobre 1992. (4) Contro uno schieramento italotedesco si scagliò l’VIII Armata britannica (Neozelandesi, Australiani, Indiani, Sudafricani, ma anche Polacchi), costituita da 200 000 uomini, circa 1 500 carri armati contro i 500 fra tedeschi e italiani e di peso molto al disotto di quelli dell’VIII Armata, 4 000 bocche da fuoco, 13 000 autocarri, 1 600 aerei contro i 500 complessivi tra i nostri e i tedeschi. La battaglia dal principio alla fine fu guidata dal Maresciallo Erwin Rommel, precipitosamente rientrato da una licenza, per sostituire il Generale Hans Stumme ucciso dall’artiglieria britannica. La sproporzione della forza era immensa. (5) Lo sfondamento delle nostre linee avvenne al centro, all’altezza di El Alamein. Attraverso i varchi aperti passarono la 1a e la 10a Armata britanniche. Le Divisioni italiane resistettero fino al limite del possibile, con attacchi che hanno avuto dell’eroico. La «Folgore» perse due terzi delle sue forze, si sacrificarono le Divisioni «Trento», «Brescia» e «Bologna». (6) In una rievocazione dei cinquant’anni dalla battaglia di El Alamein sottolineai il coraggio degli uomini della «Folgore» (su cinquemila uomini, circa trecentottanta i superstiti), ma anche il coraggio degli uomini delle Divisioni «Trento», «Ariete» e «Bologna» che si batterono fino allo stremo nella «ferocissima» battaglia, come la definisce Tolazzi. G. De Rosa, El Alamein la nostra impotenza , «Il Giornale», 24 ottobre 1992. (7) Il Sottotenente Fulvio Romano di Asti, mio carissimo amico, raggiunse dall’Italia il nostro battaglione proprio in quell’ora e in quel tragico giorno. Con lui veniva in Africa ancora calda e trepida la voce dei nostri tempi migliori. La terra di Takrouna conserva le spoglie di questo generoso giovane. (8) Mussolini pronunziò il suo discorso, di cui si fa cenno nel mio diario, il 2 dicembre 1942 nella riunione plenaria della Commissione legislativa della Camera dei fasci e delle corporazioni.
Il testo di questo discorso comparve sul «Corriere della Sera» del 3 dicembre con il seguente titolo Storico rapporto del Duce all’Italia. Rileggendolo oggi, a sessant’anni dall’evento, mi sembra di poter confermare l’impressione che ebbi allora leggendo: più che un rapporto politico-militare, esso si presentava come «un commento di penetrazione psicologica dell’oratore», tanto è che il Duce immediatamente estrinseca, in apertura del discorso, la sua convinzione che in tempo di guerra, quando parla con la sua voce tonante il cannone, meno si parla e meglio è. In questo caso bisogna parlare non per i consuntivi e raramente per i preventivi. A tal punto rinuncia ai consuntivi che, nel descrivere i tre eventi principali della guerra, la guerra in Russia, dove combatte ormai disperatamente l’Armata;«l’imbattibilità» del Giappone; la guerra d’Africa dopo lo sbarco degli Anglo-Americani nell’Africa del nord, che egli non considera glorioso, perché è avvenuto con la complicità degli invasi, cioè delle popolazioni algerine, insomma «una tragicommedia», mi stupì il fatto, leggendo nella mia buca il discorso, che egli non usasse mai le parole sconfitta, ritirata, indietreggiamento. Mussolini giustifica queste autocensure con un’altra convinzione, che la guerra avrebbe oramai assunto proporzioni che si potrebbero dire cosmiche, tanto sono universali, guerra che scavalcando di continuo le parole, guerra che essendosi dilatata enormemente nello spa-
zio si è naturalmente e proporzionalmente allungata nel tempo. Psicanaliticamente si direbbe – questa fu la mia impressione – che Mussolini rifiutava una realtà che non poteva accettare, ammettere, perché avrebbe messo in crisi le sue certezze: non vi è il minimo dubbio, a mio avviso, che in questa gigantesca partita, che deve creare la nuova Europa e stabilire i confini fra Europa e Asia, la vittoria decisiva e definitiva non può che arrivare dalle armi italiane. Di qui la scelta del suo discorso che non sarebbe stato politico, ma sarebbe stato «un discorso di dati, di cifre, di fatti, sarà, in altri termini il consuntivo dei primi trenta mesi di guerra». Consuntivo di perdite, di distruzioni nelle città bombardate, di sacrifici, che facevano sì che la guerra in atto fosse «sacrosanta e dalla quale non potevamo in nessun modo esimerci». (9)Portavo con me dall’Italia un’edizione tascabile della «Divina Commedia», Edizione Hoepli, 1911. (10) Il Capitano Giovanni Magnani
Lazzaretto (alle spalle dell’ospedale San Camillo), per un periodo di convalescenza, alternato a controlli medici, l’Africa era già persa e Montgomery si accingeva a sbarcare in Sicilia. Così la mia vicenda di Ufficiale combattente in Africa, che aveva fatto parte della compagnia degli universitari volontari aggregati al 3° Reggimento «Granatieri», addestrati a Viterbo e a Civitacastellana, infine il corso per allievi Ufficiali ad Arezzo, si era conclusa. Dopo l’8 settembre 1943, ricercato dai nazisti (il mio nome e l’indirizzo erano nell’elenco Ufficiali del 1° Reggimento «Granatieri») passai nella clandestinità, fra le forze badogliane. Nella fase finale di questa interminabile guerra fui assegnato dal Ministero delle Terre liberate, al quartiere generale della V Armata come Ufficiale di campo dei partigiani di Pescia, che ripiegavano per lo più dalla zona di Modena dietro la linea gotica. Ebbi il mio da fare per tenere calmi questi «resistenti» che davano la caccia agli ex gerarchetti locali. Tornai civile alla libera-
era stato Aiutante Maggiore del Colonnello Tullio Gervasoni, figura severa, esigeva una disciplina consapevole, non formale né meccanica. Gervasoni aveva alle spalle un curriculum di guerra di tutto rispetto, dalla prima guerra mondiale a quella in Africa Orientale, Comandante del 1° Reggimento «Granatieri» e stimato da quanti furono al suo Comando. Magnani lo conobbe bene, ma fu Comandante più duttile, di piacevole conversazione; anche lui esperto di guerra. (11) A Tripoli ottenni una licenza di 15 giorni, che mi condusse in Italia su un aereo tedesco, che, avvicinatosi a Malta, fu individuato dall’antiaerea inglese. La scampò. Scesi all’aeroporto di Lecce. Alla visita medica scopersero che avevo contratto l’amebiasi istolitica-vegetativa. Quando uscii dal
zione di Milano. Sulla compagnia «Granatieri» degli universitari si veda la commemorazione letta da uno di questi volontari, il Tenente Luigi Deserti, il 10 marzo 1995 nell’aula magna dell’Università di Bologna. Sulla storia della compagnia volontari universitari: L. Deserti, I giovani universitari volontari nella guerra 1940-45, nella «Rivista di Storia contemporanea», 1 febbraio 1996. Si veda anche, sempre di L. Deserti, La storia della Compagnia dei Volontari universitari. Divenne il reparto più decorato d’Italia, in «Il Granatiere», luglio-agosto 1986. Non va dimenticato che gli Ufficiali universitari granatieri non furono solo destinati in Africa, ma anche, nel Montenegro, in Grecia, in Russia, Albania, dove cadde il mio caro amico Galdo Galderisi, che a Civitacastellana, dove ci preparavano alla
Scuola con i percorsi di guerra mi parlava, di Benedetto Croce, della sua Estetica, e del marxismo. Un altro caro amico, Stenio Contigliozzi, fatto prigioniero dai Tedeschi, fu condotto in Germania. Nel mio diario sono ricordati i nomi di alcuni Ufficiali universitari, come Ugo Aprile, ferito ad El Alamein, Franco Romano, Enzo Rossini, Antonio Bavaresco, Luciano Berlincioni. Mi piace concludere queste note con le parole di Paolo Caccia Dominioni, che, licenziando il suo volume su El Alamein, divenuto un classico di questa grande storia ricordava fra gli amici e nemici di questa battaglia: i «Granatieri di Sardegna» del IV battaglione; i fanti dei battaglioni I/19° «Brescia», I/40° «Bologna», III/61° «Trento», III/65° «Trieste»; i bersaglieri dell’VIII battaglione corazzato; i paracadutisti dei battaglioni II, IV e VII «Littorio»; i lancieri del III gruppo corazzato «Novara»; gli artiglieri dei reggimenti celeri «Eugenio di Savoia» e «Duca d’Aosta», del 132° «Ariete», 46° «Trento» e 205° «Bologna», del 52° gruppo cannoni; i guastatori dei battaglioni d’Africa 31° e 32°; i genieri dei battaglioni 51° «Trento», 17° e 27° «Brescia»; gli artieri d’arresto della 15a compagnia; gli autieri del 37° autoreparto; il Comando della Regia Marina a Marsa Matruh e l’equipaggio della motozattera «MZ 715» i piloti degli Stormi da caccia 1°, 2°,3°,4°, e 50° d’assalto: i granatieri corazzati del 115° Reggimento «Landgravio d’Assia»; i paracadutisti del battaglione «von der Heydte», Brigata «Ramcke»; gli scozzesi dei battaglioni «Argyll and Sutherland Highlanders».
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ATTUALITÀ ...in breve IL TENENTE GENERALE MINI AL COMANDO DI K-F FOR Il 4 ottobre, a Pristina, ha avuto luogo l’avvicendamento al vertice di KFOR, la Forza della NATO di stanza in Kosovo, che vigila sulla pace in quella martoriata regione balcanica. Il Tenente Generale Fabio Mini è subentrato al Generale francese Marcel Valentin alla guida dell’importante Grande Unità di coalizione, che riunisce i Reparti professionisti dei Paesi dell’Alleanza Atlantica.
L’assunzione del comando è stata sancita nel corso di una cerimonia presenziata da numerose autorità militari e civili. Era infatti presente per l’Italia l’Onorevole Antonio Martino, Ministro della Difesa, accompagnato dal Generale Rolando Mosca Moschini, Capo di Stato Maggiore della Difesa. Tra le personalità estere il Ministro della Difesa francese, dottor Michele Alliot-Marie, il rappresentante speciale dell’Onu in Kosovo, dottor Michael Steiner, il Comandante Supremo alleato in Europa, Generale Joseph W. Raleston, il Comandante in Capo del-
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le Forze Alleate del Sud Europa, Ammiraglio Gregory G. Johnson. Questi rappresentanti di Nazioni amiche hanno voluto dimostrare di esserci vicini in un momento particolare per il nostro Paese. Infatti, questa è la seconda volta – dall’inizio dell’operazione iniziata nell’estate del 1999 – che un incarico di tale rilievo è conferito all’Italia e la cosa ci fa onore. Il primo Generale italiano a ricoprire tale carica è stato il Tenente Generale Carlo Cabigiosu, il quale ha comandato KFOR dall’ottobre 2000 all’aprile 2001. Lo stesso Ministro Martino, nel commentare pubblicamente l’avvenimento durante il suo intervento, non ha nascosto la sua soddisfazione. La designazione del Generale Mini – ha rilevato – conferma l’apprezzamento della NATO e della Comunità internazionale per il ruolo fondamentale svolto dal nostro Paese nei Balcani. È proprio in quest’area che la nostra presenza militare, nel quadro delle forze a guida NATO, seconda solo a quella degli Stati Uniti d’America, si affianca alle altre iniziative del nostro Governo poste in essere per assicurare un futuro di pace e di stabilità all’intera regione. Il Tenente Generale Mini, il quale ha appena lasciato l’incarico di Capo di Stato Maggiore del Comando Sud della NATO, è un esperto di difesa missilistica, nucleare, biologica e chimica. Studioso di geopolitica e di geostrategia, è apprezzato collaboratore di riviste specializzate, dove ha dimostrato la sua capacità d’intervento nel campo dell’informazione pubblica. Ha comandato la Brigata Meccanizzata «Legnano», con la quale ha preso parte all’Operazione «Vespri Siciliani», in operazioni di controllo del territorio e di concorso alle Forze dell’Ordine. Quale Direttore dell’Ufficio Documentazione e Attività Promozionali dello Stato Maggiore dell’Esercito, dal 1993 al 1996, si è interessato di relazioni esterne. Come Addetto Militare italiano nella Repubblica Popolare Cinese ha meritato un’alta onorificenza: la BaYi.
Ha inoltre diretto l’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, a Roma, collaborando successivamente a progetti in materia d’informazione istituzionale e reclutamento. Nel 1999 si è occupato del programma di Euroformazione, il progetto finalizzato alla capillare trasmissione ai soldati delle nozioni di base in materia di informatica e di conoscenza di lingue straniere veicolari. Ha guidato anche il gruppo di lavoro per l’arruolamento delle donne nell’Esercito.
L’AMBASCIATORE MORENO NUOVO RAPPRESENTANTE ITALIANO NELLA NATO L’Ambasciatore Maurizio Moreno è il nuovo Rappresentante Permanente dell’Italia presso il Consiglio Atlantico della NATO. Nella capitale belga l’Ambasciatore Moreno porta circa quaranta anni d’intensa e delicata esperienza maturata in molteplici ambienti internazionali, dove ha ricoperto i più prestigiosi incarichi diplomatici. Dopo la laurea in giurisprudenza, il 10 settembre 1963 viene ammesso nella carriera diplomatica. È Vice Console a Basilea (Svizzera) dal 1965 al 1968, Primo Segretario a Rabat, dal 1968
al 1971, e Console a Bordeaux (Francia) negli anni 1972-1974. Tornato a Roma quale Capo Ufficio della Direzione del Personale del Ministero degli Esteri, vi rimane fino al 1976, per essere poi destinato quattro anni a Ginevra (Svizzera) quale Vice Capo della Delegazione italiana alla Conferenza del Disarmo, e per un altro quadriennio quale Console Generale a Lione (Francia). Dal 1985 al 1988 assolve l’incarico di Capo dell’Ufficio Ricerca, Studi e Sperimentazione e, in seguito, dell’Ufficio Africa della Direzione Generale degli Affari Politici. Nominato Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario di II Classe nel 1986, è Ambasciatore a Dakar dal 1988 al 1992. Rientra in Italia per diventare Vice Capo di Gabinetto del Ministro degli Affari Esteri. Negli anni 1993-1994 è Capo della Delegazione diplomatica speciale per la Somalia con rango di Ambasciatore, quindi è Capo del Servizio Stampa e Informazione dal 1994 al 1995 e Direttore dell’Istituto Diplomatico fino al 1996, quando diventa Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario di I Classe. In seguito, svolge gli incarichi di Ambasciatore a Praga dal 1996 al 1999, Direttore Generale per i Paesi dell’Europa nel 2000 e, infine, nello stesso anno viene elevato al rango di Ambasciatore. Parla perfettamente l’inglese e il francese. Nel tempo libero si dedica alla vela e allo sci. È appassionato di musica classica. CORSO DI COMUNICAZIONE PUBBLICA ISTITUZIONALE E D’INFORMAZIONE Un altro obiettivo di carattere professionale è stato raggiunto dalla nostra Forza Armata nell’ambito del potenziamento della struttura comunicativa. Il risulta-
to, che s’inserisce in forma pionieristica nel delicato settore della comunicazione, è stato realizzato in sinergia con le più qualificate istituzioni didattiche offerte dalle strutture universitarie. Si è concluso in settembre il pri-
simulazioni, attività comunicative delle Istituzioni Pubbliche – si è concluso con una impegnativa prova di profitto. Il Corso ha avuto un seguito ulteriore, fino al 30 ottobre, per il
mo Corso formativo in «Comunicazione pubblica e istituzionale e pubblica informazione», teso a creare i moderni comunicatori militari. Organizzato dallo Stato Maggiore dell’Esercito in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi «Roma Tre», il corso si è sviluppato in un arco temporale compreso dal 13 maggio al 13 settembre. Articolato in moduli di 90 ore di lezione – includenti periodi di teoria e di pratica comunicative, sperimentazione di tecnologie e processi innovativi, incontri e dibattiti, esercitazioni pratiche,
personale già in possesso del titolo di laurea. Tale personale, nell’eseguire un ulteriore ciclo applicativo e di perfezionamento, ha protratto il suo impegno fino a raggiungere le 120 ore di attività. Gli idonei hanno ricevuto l’attribuzione di 20 Crediti Formativi Universitari (CFU). Il corso, oltre a qualificare ulteriormente il personale dell’Esercito che opera nel campo della comunicazione, ha il merito di conferire a detto personale una specifica veste giuridica nell’ambito degli organi di Pubblica Informazione. 109
ATTUALITÀ ...in breve Il Corso ha visto l’entusiastica partecipazione di oltre quaranta iscritti, i quali hanno così accresciuto il loro potenziale professionale per meglio competere in una realtà sempre più specialistica e in costante evoluzione. L’EREDE AL TRONO DI SPAGNA VISITA EUROFOR Il Principe Felipe di Borbone e Grecia ha visitato a Firenze lo Stato Maggiore multinazionale. Il Principe, erede della prestigiosa e antica corona, si è recato in visita a Firenze la mattina del
25 settembre per porgere il suo saluto all’Euroforza Operativa Rapida (EUROFOR), il Comando multinazionale costituito nel 1996 nel Capoluogo toscano in seguito agli accordi firmati a Lisbona il 15 maggio 1995 tra i Ministri degli Esteri e della Difesa di Francia, Spagna, Portogallo e Italia. Il Comando permanente e mul110
tinazionale è a livello divisionale ed è costituito da Quadri delle quattro Nazioni aderenti. La visita del Principe s’inserisce nell’impegnativo iter di preparazione istituzionale che lo porterà, in futuro, ad assumere la grande responsabilità di comandare le Forze Armate spagnole. La scelta di Firenze non è stata casuale, anzi è una conferma della notorietà e dell’elevato livello operativo acquisito in ambito internazionale dallo Stato Maggiore di EUROFOR, per la capacità di essere proiettato con efficacia e tempestività in Teatro. Questo, tra l’altro, è avvenuto proprio lo scorso anno, quando è stato impiegato con successo in Albania. Complesse le attività addestrative
condotte con continuità in Italia e all’estero. Il Principe, accompagnato dall’Ambasciatore spagnolo in Italia, giunto alla caserma «Predieri» – dopo la resa degli onori militari da parte di una compagnia italiana di formazione, specificatamente addestrata e fornita dall’Unità di Quartier Generale – è stato ri-
cevuto dal Comandante di EUROFOR, il Maggior Generale Michel Barro. Quest’ultimo ha accompagnato l’illustre ospite nell’ampia Piazza d’Armi per presiedere la suggestiva cerimonia dell’alzabandiera, durante la quale, è stato reso omaggio ai colori dei quattro Paesi che compongono EUROFOR, mentre risuonano, cantati, i vari inni nazionali. In seguito, dopo aver conosciuto il personale dello Stato Maggiore ed essersi intrattenuto con i presenti, l’erede al trono di Spagna ha visitato l’infrastruttura e ha potuto apprezzare i lavori di potenziamento eseguiti di recente. CAMBIO AL VERTICE DI EUROFOR Ottobre ha portato grandi mutamenti al Comando dell’Euroforza Operativa Rapida (EUROFOR). Il 1° giorno del mese ha avuto luogo, infatti, l’avvicendamento delle due principali cariche di vertice della flessibile organizzazione multinazionale con sede a Firenze: quella del Comandante e quella del Capo di Stato Maggiore. Dopo due anni d’intensa attività addestrativa e operativa, il Maggior Generale Michel Barro, dell’Esercito francese, ha ceduto il comando di EUROFOR al Maggior Generale Luis Nelson Ferreira dos Santos, appartenente all’Esercito portoghese. Numerosi e di notevole importanza i risultati raggiunti sotto il comando del Generale Barro. Da ricordare la prima partecipazione ad una missione fuori area, svolta dall’ottobre 2000 all’aprile 2001, quando EUROFOR è stata proiettata per la prima volta in Albania, nell’ambito della NATO per l’operazione «Joint Guardian» e precisamente nella COMMZ (W) (Comunication Zone West).
La missione, che non era delle più facili – garantire la disponibilità delle vie di comunicazione con il Kosovo e con la Macedonia – è stata assolta con professionalità e senso del dovere, confermando EUROFOR come forza operativa spendibile e di tutto pregio. Quanto ottenuto si deve a un’attenta pianificazione, alla meticolosità con cui si è preso parte alle più importanti esercitazioni interalleate e a un notevole spirito di coesione tra le Nazioni componenti. Primo obiettivo della delicata attività di comando assolta dal Generale Barro. Recentemente, EUROFOR ha partecipato all’Esercitazione multinazionale «Eolo 2002», svolta a Capo Teulada. Il Maggior Generale Luis Nelson Feirreira dos Santos, proviene dall’Arma di fanteria, ha 53 anni ed è stato promosso nel gennaio dello scorso anno. Arruolatosi 35 anni fa, dopo i corsi di formazione ha assolto numerosi incarichi di comando e di Stato Maggiore. Ha inoltre comandato i cadetti dell’Accademia Militare dell’Esercito portoghese. Prima di giungere a Firenze, era Addetto al Comandante del Corso Superiore di Stato Maggiore Interforze. Sempre il 1° ottobre, anche l’incarico di Capo di Stato Maggiore è stato oggetto di avvicendamento. Il Brigadier Generale Fernando Cano Velasco ha assunto l’ambito incarico. Il Generale Velasco sostituisce il Maggior Generale portoghese Joao Baptista Nabeiro Canelas. Appartiene all’Esercito spagnolo e ha comandato celebri unità di fanteria. Proviene dal Comando Logistico Regionale dell’Esercito dove si è distinto per le sue capacità di direzione e controllo. Parla correntemente l’inglese, il francese e l’italiano. Nel corso della lunga carriera ha prestato servizio presso organismi della NATO e ha partecipato, inol-
tre, a tre missioni di pace nel territorio della ex-Iugoslavia. Tra le specializzazioni acquisite spiccano quelle di pilota, di comandante di mezzi corazzati e di elicotteri. Infine, presso l’Università degli studi di Madrid, ha acquisito il Master in Relazioni Internazionali. IL MAGGIOR GENERALE JOB AL COMANDO DELLE TRUPPE ALPINE
Il 26 settembre, a Bolzano, nella Caserma «Vittorio Veneto», il Tenente Generale Roberto Scaranari ha ceduto il Comando Truppe Alpine al Maggior Generale Bruno Job. La cerimonia, presieduta dal Tenente Generale Alberto Ficuciello, Comandante delle Forze Operative Terrestri, si è svolta in presenza dei Reparti in armi con le Bandiere di guerra. Hanno partecipato autorità militari, civili e religiose, Associazioni combattentistiche e d’Arma con labari e medaglieri, il tutto in un’adeguata cornice di pubblico.
La folta partecipazione popolare dimostra quanto sia profondo, nel contesto del tessuto sociale cittadino, l’inserimento della componente alpina e l’elevato consenso che le «penne nere» riscuotono. Questo è dovuto a molti fattori. Innanzitutto alla componente culturale che da sempre lega gli alpini alla popolazione montanara e valligiana, quindi al prestigio che in guerra e in pace i soldati di montagna hanno saputo guadagnarsi e, soprattutto, mantenere e
rinnovare. Infatti, hanno partecipato alle missioni in tutti i Teatri operativi, dai Balcani al vicino e medio oriente, dal Kosovo all’Afghanistan (Contingente ISAF). Come non ricordare poi l’opera costante dell’Associazione Nazionale Alpini (ANA), impegnata più volte in occasione di pubbliche calamità e in competizioni sportive in Patria e all’estero. Nel suo intervento, il Generale Scaranari, destinato a Roma per un prestigioso incarico, ha ringraziato il Commissario del Governo, Dottor Di Santo, per l’attenzione 111
prestata alle esigenze degli alpini, il Sindaco di Bolzano, Avvocato Salghetti, per il consolidato rapporto concreto e collaborativo esistente con l’Amministrazione comunale, e ha espresso gratitudine all’Associazione Nazionale Alpini (ANA) per aver inviato il suo labaro con 207 Medaglie d’Oro al Valor Militare. La nostra specialità, – ha affermato il Generale Scaranari – che sta perseguendo come il resto della Forza Armata una totale professionalizzazione, è oggi caratterizzata da unità a elevata operatività e proiettabilità in ambito internazionale, in grado di assolvere le missioni più diversificate e complesse nei moderni scenari operativi. Una trasformazione imposta dai recenti cambiamenti nell’ambito geopolitico e geostrategico mondiale e dalla conseguente necessità di proporci come strumento a difesa dell’integrità e della sovranità nazionale, ma anche e soprattutto, a sostegno della politica estera e di sicurezza del Paese. Il passaggio a un Esercito interamente professionale costituisce la naturale evoluzione di questo processo innovativo senza che sia stata assolutamente intaccata l’identità e la peculiarità delle Truppe alpine. È un processo evolutivo costellato di impegni operativi sul territorio nazionale e nei teatri esteri: in Bosnia, in Kosovo, in Albania e in Afghanistan, con turnazioni quadrimestrali di dieci Reggimenti alpini oltre al battaglione alpini paracadutisti «Montecervino» e l’immissione dei Comandi Brigata «Julia» e «Taurinense». Nell’anno 2001 abbiamo inviato nei vari teatri operativi poco meno di 4 700 uomini e nell’anno in corso siamo arrivati, per il momento, a quota 2 600. Per partire sicuri di avere le carte in regola ci siamo sempre sottoposti, prima, ad una intensa attività addestrativa, in Italia e all’estero, a verifiche effettuate con importanti esercitazioni a fuoco. Così, nel 2001, siamo stati in Lituania e in Turchia con 1 650 uo112
mini e nel 2002 in Norvegia e in Ucraina con complessivi 1 100 uomini. Alla cerimonia hanno presenziato, inoltre, il Maggior Generale Hubertus von Trauttenberger, Comandante del 2° Corpo d’Armata austriaco di stanza a Salisburgo, il Brigadier Generale Bernd Diepenhorst, Vice Comandante e Capo di Stato Maggiore del 2° Corpo d’Armata tedesco dislocato a Ulm e il Maggior Generale Baumgaertel, Vice Comandante del Joint Command South di Verona, a conferma del solido legame professionale e di amicizia che unisce gli Eserciti dei Paesi alleati e amici. Il nuovo Comandante, il Maggior Generale Job, nominato Sottotenente nel settembre del 1975, ha comandato il plotone e la compagnia presso il Battaglione Alpini «Tolmezzo», rivestendo poi l’incarico di Vice Comandante del Battaglione Alpini «Feltre» dal 1980 al 1982. Dopo aver frequentato il 104° Corso Superiore di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra, ha prestato servizio, quale Ufficiale Addetto, presso l’Ufficio Ordinamento dello Stato Maggiore dell’Esercito. Dal 1985 al 1987 ha comandato il Battaglione Alpini «Bassano», per poi tornare allo Stato Maggiore in veste di Capo della 3a Sezione dell’Ufficio Ordinamento. Ha comandato il Distretto Militare di Firenze, dal 1990 al 1992, ed è stato poi nominato Capo Ufficio Ordinamento, assolvendo tale incarico sino al 1995. Promosso Brigadier Generale il 31 dicembre 1994, ha comandato la Brigata Alpina «Taurinense» dal 1995 al 1997 ed è stato chiamato poi a Capo del II Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito. Negli ultimi due anni ha comandato la Scuola Allievi Marescialli di Viterbo. IL GENERALE SANTRONI NUOVO COMANDANTE
DELL’«AOSTA» Dopo un anno di spiccata attività operativa per tutti i reparti siciliani, il 4 ottobre il Brigadier Generale Adriano Santini – chiamato a svolgere l’importante incarico di Vice Capo Reparto Logistico dello Stato Maggiore Esercito – ha ceduto il comando della Brigata meccanizzata «Aosta», la Grande Unità di stanza a Messina. È subentrato il Brigadier Generale Sandro Santroni. Alla cerimonia erano presenti le più alte Autorità militari, civili e religiose di Messina, alle quali si sono unite con l’affetto di sempre le Associazioni combattentistiche e d’Arma. Particolare entusiasmo ha suscitato la presenza di un ex Comandante dell’ «Aosta», il Tenente Generale Antonio Lombardo, Comandante del 2° FOD (Forze Operative di Difesa) di San Giorgio a Cremano (NA), da cui dipende la Brigata. Il preludio alla cerimonia si è svolto con la deposizione di una corona di alloro al monumento ai Caduti in Piazza dell’Unione Europea, da parte del Generale Santini e del Generale Santroni. Gli onori sono stati resi da un plotone in armi e dalla fanfara del 12° Reggimento bersaglieri di Trapani. La cerimonia vera e propria di passaggio di consegne è iniziata alle 10.30 nella caserma «Crisafulli-Zuccarello», sede del 5° Reggimento fanteria «Aosta». Lo schieramento del personale – che ha dato prova dell’elevato livello di professionalità raggiunto e che è stato completato dalla banda musicale della Brigata «Aosta» – era su un reparto di formazione formato da una compagnia del 5° Reggimento fanteria «Aosta», da uno squadrone del Reggimento «Lancieri di Aosta» (6°) di Palermo, da una compagnia del 62° Reggimento fanteria di Catania, da una compagnia del 12° Reggimento bersaglieri di Trapani, da una batteria del 24° Reggimento Peloritani di Messina, da una compagnia del 4° Reggimento genio di Palermo e da una compa-
gnia del Reparto comando e supporti tattici di Messina. Nel discorso di commiato, il Generale Santini ha espresso il suo apprezzamento alle donne e agli uomini, in uniforme e no, che hanno dimostrato quotidianamente il loro attaccamento e la loro dedizione al servizio, il loro coraggio nell’affrontare una professione difficile e il loro profondo senso del dove-
obiettivi sensibili in concorso alle Forze dell’ordine, come l’esercitazione «Terraferma 2002» svolta con unità dell’Esercito maltese, a Piazza Armerina, nella terza decade del mese di settembre 2002. Mi emoziona stare qui – ha tenuto a precisare il Comandante del 2° FOD – perché otto anni fa mi trovavo al posto del generale Santini e condivido con lui questa emo-
numerosi ospiti intervenuti per un importante appuntamento che in vari modi coinvolge tutta la Sicilia. Il Generale Sandro Santroni è giunto a Messina proveniente da Viterbo, dove ha ricoperto l’incarico di Vice Comandante della Scuola Sottufficiali dell’Esercito e Comandante del Raggruppamento unità addestrative. Ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e ha conseguito la laurea in Scienze Strategiche all’Università di Torino. Nel corso della carriera ha ricoperto vari incarichi di comando, anche nel contesto d’operazioni fuori dal territorio nazionale, come pure ruoli di Staff presso gli Stati Maggiori della Difesa e dell’Esercito. ALTRI AVVICENDAMENTI Brigata Corazzata «Pinerolo»
re. Ha indirizzato un saluto agli amici dell’«Aosta» e agli intervenuti e ha poiconcluso con un riverente pensiero alle gloriose Bandiere dei Reggimenti della Brigata e alle generazioni di militari che hanno servito la Patria alla loro ombra, con spirito di sacrificio e di servizio, mantenendo alto il nome della nostra Grande Unità. Il Tenente Generale Antonio Lombardo si è compiaciuto per l’opera svolta dal Generale Santini e per il livello di operatività dimostrato nelle attività addestrative e operative, quali la «Domino» che vede impiegati i reparti della Brigata «Aosta», nel controllo di
zione. La Brigata «Aosta» che io ho comandato era formata da militari di leva e dipendeva dal Comando Regione Militare della Sicilia, oggi invece rappresenta l’evoluzione del nostro Esercito. Vede infatti tra i suoi ranghi i Volontari, sia in servizio permanente e sia in ferma annuale. Sono fiero di vedere soldati con le medaglie sul petto, conquistate nei lontani Teatri operativi. Sono certo che continuerete a farvi onore. Anche il Generale Santroni ha voluto ringraziare i presenti, innanzitutto il suo predecessore, per l’ottima unità che riceve e, non ultime, le tante Autorità e i
Una solenne cerimonia si è svolta a Bari presso la caserma «Vitrani», il 24 settembre, in occasione del cambio del Comandante della Brigata corazzata «Pinerolo». Al Brigadier Generale Franco Giannini è succeduto il Brigadier Generale Carmineantonio Del Sorbo, già Capo di Stato Maggiore del 2° Comando delle Forze di Difesa (FOD) di San Giorgio a Cremano. Alla manifestazione ha presenziato il Tenente Generale Antonio Lombardo, Comandante del 2° FOD, il quale, nella sua allocuzione, ha voluto sottolineare l’importante ruolo che la Brigata sta svolgendo nell’ambito dell’operazione «Joint Guardian» in Kosovo, cui attualmente sta partecipando con il 7° Reggimento Bersaglieri e il Reparto Comando e Supporti Tattici. Nel suo intervento il Generale Lombardo ha rivolto un particolare saluto di ringraziamento al Generale Giannini, destinato al Quartiere Generale NATO a Tirana, per ricoprire un importante 113
ruolo NATO. Comando Reclutamento e Forze di Completamento «Puglia» Nel piazzale della caserma «Picca» di Bari, il 30 settembre alla presenza dei reparti in armi, è avvenuto il passaggio di consegne al Comando Forze di completamento «Puglia» tra il Colonnello Michele Genchi, cedente, e il Maggior Generale Vito Marchetti, subentrante. Il Generale Marchetti, laureato in Scienze Poliche e Scienze Strategiche, ha ricoperto in passato incarichi di rilievo presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e la Direzione Generale Ufficiali dell’Esercito. È stato inoltre vice Comandante della Brigata meccanizzata «Legnano», Comandante della Brigata meccanizzata «Mantova», Capo di Stato Maggiore della Regione Militare autonoma della Sicilia. Ha, infine, espletato l’incarico di Presidente della Commissione Tecnica Interministeriale per i volontari presso lo Stato Maggiore della Difesa.
servizio di approvvigionamento svolto dal proprio supporto logistico nelle aree di Civitavecchia, Monte Romano e Sant’Agostino, simulandone l’immissione in un Teatro di guerra. L’operazione è stata realizzata ricorrendo all’impiego di cinquecento automezzi e all’utilizzo di un vettore aereo C 130 J, impiegato per il trasferimento di personale e mezzi, oltre a quello di tre navi salpate da Savona e approdate a Civitavecchia. Un treno gestito dal Comando del
EAGLE FLIGHT 2002 Si è protratta dal 21 settembre al 7 ottobre, nelle aree addestrative di Civitavecchia, Sant’Agostino e Monte Romano, l’esercitazione «Eagle Flight 2002», che ha visto impegnato il Comando del Corpo d’Armata di Reazione Rapida, una struttura multinazionale a guida italiana con sede a Solbiate Olona. Lo scopo della complessa esercitazione, alla quale hanno preso parte circa 2 500 militari, è stato quello di addestrare il personale alle tecniche e alle procedure per la pianificazione e la condotta di operazioni di pace. L’attività si è suddivisa in due fasi. Durante la prima fase, che si è svolta dal 21 al 30 settembre, il Comando del Corpo d’Armata di Reazione Rapida è stato impegnato a schierare i suoi tre posti Comando e a dare piena capacità al 114
Reggimento Genio Ferrovieri è servito poi per il trasporto e lo schieramento delle forze. La seconda fase, essenzialmente statica, si è sviluppata dall’1 al 7 ottobre. In questa fase, il Comando del Corpo d’Armata è stato impegnato in un’esercitazione per posti comando, volta a verificarne le capacità di condurre operazioni tradizionali, di supporto alla pace e di risposta a crisi regionali. L’esercitazione «Eagle Flight 2002» può essere considerata la più complessa delle attività previste nel programma del Corpo d’Armata di Reazione Rapida, volto a migliorare le capacità di operare in ambiente internazionale, utilizzando le procedure NATO e la lingua inglese. Al comando del
Corpo d’Armata di Reazione Rapida (NRDC-IT, NATO Rapid Deployable Corps - It), vi è il Maggior Generale Fabrizio Castagnetti, che possiede una vasta esperienza in ambito internazionale (è stato Osservatore Militare delle Nazioni Unite in Medio Oriente nel periodo 1977-1979 e Addetto Militare negli Stati Uniti dal 1995 al 1998). Il Generale Castagnetti è affiancato dal suo Vice, il Generale inglese Seymour Monro, il quale è stato impiegato tra l’altro in Irlanda del Nord, in Germania, a Hong Kong e in Bosnia, dove ha ricevuto la Meritorius Service Medal degli Stati Uniti. Il Corpo d’Armata di Reazione Rapida è sorto lo scorso anno in seguito alla richiesta della NATO di dotarsi di sei Comandi internazionali ad elevata prontezza operativa, capaci di intervenire ovunque in tempi brevissimi e di soddisfare qualunque esigenza, dal combattimento alle operazioni di supporto della pace. L’Italia ha subito risposto a questa necessità, creando una struttura multinazionale costituita per il 70% da Ufficiali e Sottufficiali italiani e per il 30% da personale appartenente a dieci Nazioni alleate: Germania, Grecia, Ungheria, Olanda, Portogallo, Polonia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. La creazione di questo organismo internazionale a guida italiana ripropone il ruolo dell’Italia nell’ambito della NATO, aumentandone la disponibilità nella gestione e nel ristabilimento della pace. Per la definitiva validazione come Comando NATO, il Corpo d’Armata di Reazione Rapida dovrà sostenere nel prossimo dicembre, le prove finali per la verifica della piena capacità operativa alla presenza di una commissione di ispettori dell’Alleanza Atlantica. SANDALIA L’Associazione Culturale Sardi in Toscana, in collaborazione con autorità civili e militari, ha orga-
nizzato a Firenze, dal 25 settembre al 6 ottobre, una importante iniziativa denominata «Sandalia», volta a «dare l’impronta» di un’isola attraverso i suoi artisti, la sua musica, l’epopea della Brigata «Sassari» e la cartografia. Particolare importanza ha assunto la mostra cartografica, organizzata nella storica sede dell’Istituto Geografico Militare e inaugurata dal Sottosegretario alla Difesa Onorevole Cicu. La mostra dedicata alla rappresentazione cartografica della Sardegna negli archivi del prestigioso Istituto è stata illustrata dal direttore della Scuola di geodesia, topografia e cartografia, Ingegner Salvatore Arca. Egli ha illustrato l’estensione della raccolta di materiale che spazia dalla copia della romana Tabula Peutingeriana (IV secolo d.C.) ai giorni nostri. La Tabula, rielaborata nel XV secolo, è custodita presso il Kunst Historisches Museum (Museo di Storia dell’Arte) di Vienna. Si passa poi alla carta dell’Idrisi (1154), ai portolani del XIII e XIV secolo e alle opere del Bordoni, del Muster e del Porcacchi da Castiglione, Venezia 1590, sino alle classiche opere dell’Ortelio, del Magini, del Coronelli. La cartografia scientifica dell’Isola ha però inizio solo con l’opera di Alessandro Ferrero della Marmora. Lo studioso pubblica, nel 1845, la bellissima carta dell’ Isola in due fogli al 250 000, seguita, nel 1856, dalla «carta geologica» in un foglio al 500 000. L’Istituto Geografico Militare insediato a Firenze, allora capitale del Regno, nel 1865 provvede poi alla elaborazione e pubblicazione delle carte al 50 000 e al 25 000, completando la copertura dell’ Isola nel 1900. Il quadro è completato dalle odierne riprese da satellite. In sostanza tutto il percorso rappresentativo «dalla Sardegna immaginata all’immagine della Sardegna». Altrettanto interessanti la rievocazione della storia de «I diavoli
rossi» – gli eroici soldati sardi – svolta dal Brigadier Generale Enrico Pino, Comandante della Brigata «Sassari»; l’illustrazione dell’attività dell’Istituto sviluppata dal Comandante Tenente Generale Michele Corrado; i concerti tenuti nello storico «Chiostro del maglio» (aula magna della caserma «F. Redi»); i concerti e l’esibizione in Piazza della Signoria della banda musicale della Brigata «Sassari».
di una lingua veicolare, rappresentata dall’inglese, e di almeno un altro idioma dell’Unione Europea. Sono inoltre previsti specifici tirocini individuali e di gruppo. Coloro che supereranno, al termine del programma, il ciclo di studi avranno diritto a 180 crediti formativi universitari (CFU), secondo quanto previsto dal Decreto del 3 agosto 2000, n. 509, del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica.
CORSI DI LAUREA IN STUDI INTERNAZIONALI
LA SANITÀ MILITARE IN KOSOVO PREVIENE I TUMORI FEMMINILI
L’accrescimento culturale e lo sviluppo professionale viaggiano insieme. L’Esercito da sempre sostiene questa simbiosi e, negli ultimi tempi, sta intensificando le sinergie con le istituzioni didattiche civili. Infatti, due nuovi corsi di laurea in Studi internazionali, finalizzati al miglioramento professionale dei Quadri in servizio permanente dell’Esercito, hanno avuto inizio in ottobre a Roma. Il primo si svolge presso l’Università degli studi «La Sapienza», il secondo presso il Link Campus University of Malta. Entrambi i corsi di laurea, della durata triennale, sono progettati per consentire ai frequentatori di acquisire capacità di analisi e di comprensione delle problematiche e dei fenomeni connessi all’attualità, riguardanti aspetti politici, giuridici, economici, sociali, storici, antropologici e geografici. Molto è concesso anche all’attività pratica e allo scambio di esperienze. L’ambito d’interesse spazia dal contesto nazionale a quello europeo ed extraeuropeo, senza tralasciare le istituzioni che lo compongono, i mercati in esso organizzati, le norme che lo caratterizzano e le evoluzioni che più si sono affermate nelle varie branche. Le attività formative oggetto di trattazione comprendono pure l’approfondimento orale e scritto
Importante e umanitaria l’iniziativa condotta in Kosovo dalla Sanità Militare italiana nella prevenzione e nella lotta ai tumori, svolta in collaborazione con le infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana. Infatti, grazie all’impegno della Brigata Multinazionale Ovest, la Grande Unità interalleata a guida italiana, ha preso il via in agosto una capillare azione preventiva, tesa a tutelare le donne kosovare di tutte le etnie dal devastante tumore al seno. L’obiettivo è sensibilizzare i residenti a diagnosticare preventivamente le formazioni neoplastiche, avvalendosi di diapositive illustrative di un testo didattico coinvolgente. Il programma di prevenzione dei tumori si basa su materiale propagandistico e su un intenso ciclo di conferenze periodiche accompagnate dalla distribuzione di testi e da moderni supporti audiovisivi. La prima delle conferenze si è svolta a Pec, sede del nostro Comando Brigata, e ha visto l’attenta partecipazione di numerose donne, che potremmo definire le pioniere di un’educazione sanitaria che già si sta diffondendo in tutto il territorio. Le partecipanti non avevano avuto prima molte occasioni di affrontare con metodo e rigore scientifico questa delicata patologia che, se trascurata, provoca effetti devastanti nel fisico e nella 115
psiche. Dopo ogni sessione illustrativa, le donne ricevono la documentazione necessaria per conoscere meglio quella subdola malattia e diminuire i rischi di contrarla. Tale campagna informativa entra così a fare parte integrante dell’aiuto italiano dato a quella terra, perché la salute è la più importante occasione di riscatto per quei popoli che tanto hanno sofferto. Ogni conferenza viene introdotta dal Direttore dell’ospedale da campo italiano, Tenente Colonnello medico Antonio Caramanica, specialista nella cura dei tumori.
zione selettiva e proporzionata in condizioni di stress psico-fisico del tiratore nonché di migliorare l’efficacia del tiro alle brevi distanze e del tiro in movimento. Il tiro operativo non attribuisce un’importanza determinante al punteggio ottenuto sul bersaglio, quanto piuttosto al realismo, all’efficacia dell’azione di fuoco e alle capacità di autodifesa e protezione del tiratore. Riguardo alle armi, è ammesso ogni tipo e calibro di arma corta, purché utilizzabile per la difesa, nonché di armi lunghe a ripetizione automatica e semiautomatica, ad anima liscia o rigata.
LO SPORT
Successi equestri italiani nella Repubblica Ceca
A Silvestroni e Lillo il titolo di tiro dinamico sportivo Presso il poligono del «Futura club» a Castel Sant’Elia (VT), dal 25 al 27 giugno, si sono svolte le fasi finali del Campionato Italiano Esercito di tiro dinamico sportivo, valido anche quale 2a prova del 1° trofeo «Top Shoter». La competizione ha visto la partecipazione di 94 tiratori in rappresentanza di 27 enti e reparti dell’Esercito. Il titolo individuale è andato al Maresciallo Capo Luigi Silvestroni del Centro di Addestramento Ginnico Sportivo dell’Esercito, mentre l’Ufficio D.A.R. dello Stato Maggiore dell’Esercito ha vinto il titolo a squadre. Nella categoria esordienti si è imposto il Maresciallo Capo Enrico Lillo del Comando Truppe Alpine, mentre il titolo a squadre è stato assegnato alla rappresentativa del Reggimento «Lancieri di Aosta». Il tiro dinamico nasce negli Stati Uniti quale evoluzione sportiva dell’addestramento militare e di polizia al tiro con armi d’ordinanza e si suddivide in «sportivo» e «operativo». Il primo, rappresentato nella Federazione Italiana Tiro Dinamico Sportivo, privilegia gli aspetti di accuratezza e velocità, tralasciando quelli tattico116
operativi. Il tiro dinamico sportivo ha, invece, una connotazione più propriamente militare e operativa. Infatti, riproducendo situazioni simili a quelle che potrebbero verificarsi in ambiente operativo reale, si prefigge lo scopo di incrementare la capacità di maneggio in sicurezza delle armi in dotazione, di sviluppare la rea-
A un anno dalla scelta del Centro Militare di Equitazione di allargare la partecipazione alle competizioni anche ai giovani volontari giungono i primi significativi risultati con il Caporale VFA Fabio Farina, classificatosi al secondo posto nel concorso internazionale di completo «due stelle», svoltosi a Humpolec (Repubblica Ceca) il 27 e 28 luglio. Il Caporale montava Ballyconelli, un purosangue inglese di 12 anni del Centro Militare d’Equita-
zione. Il completo di equitazione raggruppa tre prove distinte e, in particolare dressage, fondo e salto ostacoli. Le prove puntano a verificare le doti di robustezza, docilità e resistenza del cavallo, nonché ad accertare l’assoluto affiatamento del binomio cavallo-cavaliere. In questo il Caporale Farina ha dato ampia prova di aver raggiunto con il cavallo un’intesa perfetta, non avendo il purosangue mai raggiunto in precedenza simili risultati. Sempre nella stessa giornata, ma nel completo «una stella», si deve segnalare anche il secondo posto del Tenente Andrea Mezzaroba, Capo della Sezione «Completo» presso il Centro Militare d’Equitazione e allenatore del Caporale Farina. In questa specialità equestre le stelle, da una a quattro, indicano in senso crescente le difficoltà complessive della prova. Il Capitano Angeli campione italiano di orientamento Il 15 settembre scorso si sono conclusi a Predazzo (Trento) i Campionati Italiani Esercito 2002 di Orienteering (orientamento). La competizione, giunta ormai alla 4a edizione, ha visto il successo del Capitano Giancarlo Angeli del Centro Militare di Paracadutismo di Pisa, che si era già impo-
sto il 4 aprile a Prato, nel corso della prima prova. Originario dei Paesi scandinavi, l’Orienteering può essere assimilato a una corsa campestre dove però i concorrenti, uno alla volta e con l’ausilio di carta e bussola, devono raggiungere nel minor tempo possibile il traguardo, scegliendo liberamente il percorso e passando, comunque, per una serie di punti di controllo. In Italia l’Orientamento non è ancora molto diffuso, anche se il numero dei praticanti è in crescita. Per la sua valenza addestrativa, l’Orientamento è stato incluso dallo Stato Maggiore dell’Esercito tra le discipline di interesse per la Forza Armata. Per praticare questo sport sono indispensabili una buona conoscenza delle nozioni elementari di topografia, la capacità di leggere una carta topografica e una preparazione psico-fisica adeguata. A tal proposito si deve ricordare che viene praticato prevalentemente in collina o in montagna, su distanze variabili da 10 a 12 km da percorrere di corsa. Per quanto riguarda i materiali, quelli indispensabili sono davvero minimi. Servono infatti una bussola, una carta al 15 000, vestiario atto per muovere in terreno vario ma, soprattutto, è necessario il perfetto equilibrio tra preparazione fisica e conoscenze tecniche. Per chi intendesse avvicinarsi alla pratica di questa interessante disciplina si consiglia di riprendere mano a carta e bussola e di iniziare con semplici esercizi di orientamento e lettura della carta, possibilmente in un’area ben conosciuta e dall’orografia chiaramente identificabile. Parallelamente, si può iniziare a incrementare le proprie capacità aerobiche con due o tre sedute d’allenamento settimanali, basate sulla corsa a ritmo costante, partendo da 15-20 minuti a un’ora o più per i più volenterosi. È utile, inoltre, associare anche un lavoro di potenziamento muscolare soprattutto degli arti inferiori. Per chi volesse saperne di più si può contattare la Federa-
zione Italiana Sport Orientamento. Il Caporale Antonioli si conferma il migliore in sky race La rappresentativa del Reparto Attività Sportive – Sezione sport invernali – del Centro Sportivo dell’Esercito ha partecipato al 3° trofeo «Marco Vidini», gara di corsa in montagna svoltasi a Piani di Resinelli (Lecco) il 1° settembre. Alla competizione, inserita nel calendario della Federazione Italiana Sport d’Alta Quota, hanno concorso circa 190 atleti, che si sono dati battaglia sui 3 600 metri di altitudine del percorso da Piani di Resinelli alla vetta della
Grighetta, con un dislivello di 906 metri. Le gare di skyrunning sono, come noto, divise in varie discipline: la Sky Marathon, che sulla distanza della maratona classica raggiunge i 4 000 metri, la Sky Race che può essere più lunga o più corta di una maratona classica ma raggiunge «soltanto» i 3 000 metri e il Vertical Kilometer che, come dice il nome, prevede il superamento di un dislivello di 1 000 metri a una altitudine che varia di gara in gara e con distanza compresa tra 3 e 5 km. In quest’ultima specialità rientra il 3° Trofeo «Vidini» che, fin dalla prima edizione, ha richia117
mato numerosi appassionati. L’edizione 2002 del trofeo, come già accadde lo scorso anno, è andata al Caporale VFA David Antonioli del Reparto attività sportive di Courmayeur con il tempo di 34’ 29. L’atleta ha partecipato spesso a corse in montagna, ma la sua disciplina preferita rimane il Winter Triathlon, sport multidisciplinare di resistenza nel quale l’atleta copre, nell’ordine e senza interruzione, un tratto di 8 km di corsa, 15 km in bicicletta e 10 km di fondo con gli sci. Antonioli, al suo terzo anno nel triathlon, ha già conseguito importanti risultati. In particolare, ha conquistato la medaglia d’argento nella categoria «junior» ai Campionati mondiali 2002, svoltisi nel febbraio scorso a Brusson e, sempre nel contesto «junior», si è aggiudicato, nella passata stagione agonistica, la medaglia di bronzo agli europei e il titolo italiano di categoria. Il Sergente Morra nuovo campione italiano di tiro a volo
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L’8 settembre si sono conclusi a Sant’Angelo in Formis (Caserta) i Campionati italiani assoluti di tiro a volo, specialità Skeet, organizzati dalla Federazione Italiana Tiro a Volo (F.I.T.A.V.). L’evento ha portato alla ribalta il Sergente Giovanni Morra del 2° Comando delle Forze di Difesa, che si è laureato Campione italiano di «1a categoria». In questa specialità il tiratore ha a disposizione un solo colpo per piattello e deve sparare da otto pedane, poste su un semicerchio di circa 20 metri di raggio, alle cui estremità sono collocate le macchine lancia-piattelli, una alta a sinistra (pull) e una bassa a destra (mark). L’atleta dell’Esercito si è imposto al termine di una combattuta competizione cui hanno partecipato circa 180 tra i migliori tiratori. L’affermazione ha permesso al Sergente Morra di accedere alla categoria «Eccellenza», che raggruppa i 70 migliori tiratori a livello nazionale e dalla quale vengono selezionati i componenti della squadra azzurra. Il titolo e il passaggio al-
la massima categoria hanno quindi aperto a Morra la possibilità di confrontarsi con il vertice della specialità. La sfida è stata resa ancor più esaltante e impegnativa dal livello dei tiratori d’eccellenza presenti, tra i quali figuravano Ennio Falco, medaglia d’oro olimpica ad Atlanta e Pietro Genga, attuale campione mondiale. Nuova via sul Monte Bianco aperta dagli alpini Una nuova importante impresa alpinistica è stata compiuta dagli uomini del Reparto Attività Sportive del Centro Addestramento Alpino. Nei primi giorni di agosto il Maresciallo Alessandro Busca e il Caporale Massimo Farina, istruttori della Sezione sci alpinistica di Courmayeur, coadiuvati dal Maresciallo Erman Tussidor, hanno aperto una nuova via sulla parete est dell’Aguille de la Brenva nel gruppo del Monte Bianco. La via è stata dedicata alla memoria del 1° Caporal Maggiore Mares Cesco Bolla, già istruttore della Sezione e recentemente scomparso a seguito di un incidente in montagna. I due giorni d’attività, necessari al compimento dell’impresa, hanno fortemente sollecitato le capacità tecniche e fisiche del terzetto. In particolare gli alpinisti, raggiunta quota 3 350 metri del rifugio Torino a Punta Elbronner, hanno iniziato l’avvicinamento alla base della parete, attraversando in circa due ore il ghiacciaio del Toula a quota 3 000, particolarmente insidioso per via dei numerosi e profondi crepacci. Ognuno di loro, oltre alla normale attrezzatura, trasportava materiale per l’allestimento della via per un complessivo carico di circa 30 kg a persona. Prima dell’alba del secondo giorno, è iniziata la scalata alla parete della Brenva e il contemporaneo allestimento della via. Al tramonto, Busca e Farina lasciavano la base della parete, dopo aver posizionato 35 chiodi e predisposte 11 soste per quanti, in futuro, vorranno ci-
mentarsi con questa nuova ed impegnativa via di 360 metri, con difficoltà massime tra il 7B e 7B superiore. I due alpinisti non sono nuovi a imprese del genere. Infatti il Caporale Farina ha già partecipato, nel 2002, all’apertura di tre nuove vie sul versante francese del Monte Bianco, mentre per il Maresciallo Busca valgono gli 8 172 metri del Daulaghjirj nell’Himalaya nepalese raggiunti nell’autunno del 2001.
te per un totale di 12,6 chilometri. Già nel corso della prima prova di qualifica, Zuddas si è posto in luce giungendo primo davanti al polacco Sinuraki, già campione del mondo. Purtroppo nella seconda prova la perdita della visiera del casco ha imposto un forte rallentamento al pilota italiano, che è giunto terzo. La terza e quarta fase hanno però ribadito l’assoluta superiorità dell’imbarcazione italiana, spinta da un motore fuoribordo da 250 centimetri cubi, che consente di raggiungere e superare i 150 chilometri orari. Molto del successo del pilota italiano va anche ascritto a due esperti meccanici, i Marescialli Agostino Soffiantini e Francesco Misiti, anch’essi del 2° Reggimento pontieri, che hanno garantito una perfetta manutenzione all’imbarcazione. Il risultato ottenuto corona una carriera densa di sacrifici, ma anche di successi per il Maresciallo
Zuddas e per tutta la piccola ma agguerritissima sezione motonautica del Centro sportivo dell’Esercito, che accanto a questa prestigioso risultato può vantare anche un brillante secondo posto nel Campionato Europeo 2002. La « Eurrope Cup 2002» di paracadutismo a premessa di future rivincite Con la quinta prova, svoltasi a Locarno (Svizzera) dal 6 all’8 settembre, si è conclusa l’«Europe Cup 2002», manifestazione di paracadutismo sportivo. Vi hanno partecipato 49 squadre di 12 nazioni tra le quali la Slovenia, già vincitrice dell’edizione 2000, la Germania, campione del mondo a squadre nel ’99, e la fortissima Ungheria. La manifestazione ticinese è stata fortemente influenzata da condizioni meteorologiche non proprio ottimali, tanto da obbligare l’Aeroclub svizzero di
Il Maresciallo Zuddas è campione mondiale di motonautica Stagione agonistica esaltante per la sezione motonautica del Centro Sportivo Esercito, che ha conquistato il titolo mondiale classe 0/250 con il Maresciallo Capo Gian Luigi Zuddas, del 2° Reggimento Genio pontieri. Davanti a più di 2 000 appassionati, nelle acque del piccolo lago di Oslovec sito 30 km a nord di Brno (Repubblica Ceca), il Maresciallo Zuddas ha infatti conquistato il titolo iridato battendo 27 tenaci concorrenti provenienti da tutto il mondo. La prova si è svolta su un circuito di 2,1 km, percorsi 6 vol-
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Mendrisio, organizzatore dell’evento, ad annullare 4 dei 10 lanci previsti. Alla vigilia della gara la squadra del Centro Addestramento di Paracadutismo, formata dal Capitano Paolo Filippini, dai Marescialli Giuseppe Tresoldi, Giorgio Squadrone, Paolo Bevilacqua e dal Caporal Maggiore VSP Fabrizio Giannelli, si presentava con un ottimo terzo posto provvisorio e i primi lanci della giornata sembravano alimentare le migliori aspettative. Il gruppo italiano riusciva infatti ad avanzare fino al secondo posto, ma le peggiorate condizioni meteorologiche hanno influito sulla retrocessione della nostra rappresentativa al quarto posto assoluto. Nei lanci di precisione in atterraggio a squadre, ogni rappresentativa è formata da 5 paracadutisti che, lanciandosi da una quota di circa 1 000 metri,
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devono colpire in successione un sensore di 3 cm posto al centro di un piatto-bersaglio di 30 cm di diametro. Per l’attesa rivincita, l’appuntamento è fissato a Orano, in Algeria, dove si svolgeranno i prossimi Campionati mondiali militari. Iniziative e sorprese sotto il Vesuvio Si è concluso a Napoli, il 28 settembre, alla presenza di autorità militari e civili, il 3° Campionato Nazionale Esercito di tennis. La manifestazione, che ha fatto riscontrare un notevole successo di atleti e di pubblico, è stata organizzata presso lo Stadio Militare «Albricci» dal Comando Reclutamento e Forze di Completamento «Campania». L’iniziativa, aperta il 23 settembre a partecipanti dei
due sessi, si è svolta in un’intensa atmosfera di agonismo e di sport che ha meritato una vasta eco mediatica e ha rafforzato l’immagine della Forza Armata nell’opinione pubblica. Nella classifica finale di «Singolo open» i migliori sono stati nell’ordine: 1° Caporal Maggiore Umberto Falanga, Maresciallo Alessandro D’Onofrio, Capitano Matteo Guarnieri e Maresciallo Stefano Nappi. Nella finale di «Doppio open» la vittoria ha arriso alla coppia formata dai Marescialli Nappi / D’Onofrio, che ha battuto la coppia formata dal Tenente Barone e dal Sergente Manna. La finale di «Doppio over 50» è stata aggiudicata dal duo formato dal Generale Mandato e dal 1° Mar. Siano. Delle 15 rappresentative iscritte, le migliori squadre sono state in successione: Centro Atleti Ginnico Sportivo Esercito – Roma; Reclutamento e Forze di Completamento Regionale «Campania» – Napoli; 10° Reggimento di Manovra – Persano (Napoli). La manifestazione è servita anche ad aprire una lunga serie di attività, organizzate ad arte a cominciare dal 23 ottobre, per accompagnare degnamente fino al 4 novembre la Festa dell’Unità nazionale e la Giornata delle Forze Armate. Infatti, su iniziativa del Comando Regione Militare Sud, il 3 novembre ha sfilato per le vie del capoluogo partenopeo il tricolore più lungo del mondo, una realizzazione tutta italiana che, con i suoi 1 797 metri di lunghezza (gli stessi dell’anno in cui la nostra bandiera fece la sua prima apparizione), 8 000 metri quadrati di superficie e 4,80 metri di larghezza, è entrato a pieno titolo nel «Guinness dei primati». Il tricolore, srotolato da due potenti camion, è stato poi retto nella sfilata da 3 000 militari e civili lungo un percorso accuratamente studiato che andava dalla Rotonda Diaz a Piazza Plebiscito.
delle celebrazioni per l’anniversario della morte di San Pio da Pietrelcina, il Centro Sportivo Italiano ha organizzato una maratonapellegrinaggio da Roma al santuario di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo (Foggia), sede del santuario ove San Pio celebrò l’ultima messa il 22 settembre 1968, giorno del compimento del suo percorso terreno. In rappresentanza dell’Esercito, hanno preso parte alla manifestazione il Capitano Fabio Martelli del Comando Militare della Capitale, il Maresciallo Pellegrino Baricella del 4° Reggimento carri e il Maresciallo Maurizio Redivo dello Stato Maggiore dell’Esercito, i quali si sono cimentati sui 549 chilometri del percorso.
Il 4 novembre, poi, una scheda telefonica commemorativa in distribuzione a livello regionale, ha richiamato alla mente dei campani il loro profondo legame – che è reciproco – con l’Istituzione militare. Ma molte altre sono ancora le novità che hanno fatto sentire sempre più amica la presenza grigioverde in città: spazi culturali, seminari di studio in collaborazione con l’Ateneo Federico II, l’alzabandiera solenne in Piazza Plebiscito, oltre a mostre e concerti, che hanno coinvolto anche tutta la centralissima via Caracciolo. Un notevole successo ha riscosso l’esibizione di fanfare, cori alpini e della banda dell’Esercito, nel Teatro di corte del Palazzo reale. Grande pure lo spazio per la solidarietà, in una atmosfera d’intesa con la popolazione, con
la gente. Una notevole testimonianza di valore civico ha rappresentato la raccolta di sangue, predisposta nelle Piazze Trieste e Trento e San Vitale e in Via Scarlatti. È stata nostra intenzione – ha detto il Tenente Generale Bruno Loi, Comandante della Regione Militare Meridionale – migliorare l’integrazione tra gli uomini con le stellette e la società civile. La celebrazione della Festa delle Forze Armate - ha concluso - ha rappresentato un’occasione di condivisione e d’incontro con la popolazione di tutte le età e di tutti i ceti sociali. BREVISSIME SAN GIOVANNI ROTONDO - Dal 18 al 23 settembre, in occasione
VARSAVIA - La delegazione polacca del Consiglio Internazionale dello Sport Militare ha organizzato a Varsavia, dal 14 al 18 agosto, il Torneo C.I.S.M. di ciclismo su strada. Per l’occasione il Centro di Addestramento Ginnico Sportivo dell’Esercito, ha inviato una propria rappresentativa che si è classificata prima assoluta nella classifica a squadre. Nella classifica individuale, invece, la vittoria è andata al tedesco Baumann mentre il primo degli italiani, il Caporale Francesco De Bonis, è giunto sesto. COURMAYEUR - Nel periodo luglio-agosto la Caserma «L. Perenni» di Courmayeur (Aosta), sede del Reparto Attività Sportive del Centro Addestramento Alpino, ha ospitato la rappresentativa nazionale femminile di sci. In particolare, in agosto, la squadra nazionale «A» di sci alpino femminile di coppa del mondo ha svolto un’intensa sessione di allenamento sotto la guida del 1° Maresciallo Livio Migliorini, responsabile per conto della Federazione italiana sport invernali della preparazione atletica della cosiddetta «valanga rosa».
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SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN
Le nuove possibili relazioni tra NATO ed Europa, di Lamberto Dini (p. 6). «È difficile - se non impossibile sostenere che lo scenario che si presenta ai nostri occhi all’inizio del nuovo millennio non sia invece proprio quello di una minaccia gravissima alla nostra sicurezza, causata dal terrorismo e dalla proliferazione della tecnologia nucleare e delle armi di distruzione di massa. Si tratta di una minaccia globale che ha implicazione per la NATO e richiede, per essere credibile, una risposta globale». La grande festa dei «Fanti da Mar», di Pino Ritraccio (p. 18). Il quinto raduno nazionale dell’Associazione Nazionale Lagunari e Truppe Anfibie offre un’importante e significativa opportunità per rendere omaggio a quanti hanno donato la propria vita per il bene supremo della Patria. Il loro sacrificio sia di esempio per tutti e le nuove generazioni in particolare sappiano coltivare tale preziosa memoria, continuando a operare in favore della collettività per difendere gli insostituibili valori della pace, della giustizia e della libertà e per assicurare la serena convivenza tra i popoli. Chi siamo veramente, di Giuseppe Mani (p. 26). La Chiesa rappresenta un costante riferimento anche nella realtà militare. L’atipicità del mondo in grigioverde non deve impedire di guardare al di fuori e all’interno di noi stessi, al fine di dare un senso compiuto alla nostra esistenza ed
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essere davvero partecipi alla vita professionale e famigliare. La Chiesa presta la massima attenzione ai militari, in quanto questi ultimi sono depositari di alti valori umani e sociali. La stessa uniforme è il simbolo esteriore di una vocazione che implica la disponibilità al servizio verso gli altri. Il Natale che è alle porte e l’arrivo del nuovo anno devono fornire un ulteriore punto di riflessione riguardo al rapporto con Dio e con il mondo. Questo perché ognuno può fornire un importante contributo umano e di concretezza alla famiglia e alla società, anche nel silenzio. L’importante, infatti, è credere e amare. Grazie Presidente, di Michele Torres (p. 36). La toccante rievocazione, alla presenza delle più alte autorità militari e civili italiane ed estere, nonché dei reduci di tutti i Paesi che parteciparono alla battaglia, si è svolta tra le dune in prossimità dell’osservatorio di Quota 33, quello che più si tinse, sessanta anni fa, del sangue di amici e di avversari. I nemici di ieri, che nonostante gli opposti schieramenti mai si odiarono, sono poi diventati gli edificatori dell’Europa di oggi. El Alamein, per il valore dimostrato dai nostri soldati, rimarrà per sempre una testimonianza del coraggio e della dedizione che sanno esprimere i figli d’Italia. Speciale El Alamein. Quando il deserto diventò l’nferno. I momenti della battaglia e le coinvolgenti testimonianze degli eroi che ritornarono (p. 43). Questo servizio speciale, dedicato all’episodio bellico di El Alamein nel suo 60° anniversario, vuole rendere omaggio agli eroi, noti e meno noti, di una grande battaglia entrata ormai nella storia e nella leggenda. Ma non è tutto. Vuole anche essere un insieme di valori da riproporre alla società e alle sue generazioni più giovani, affinché ne traggano esempi di dedizione, spirito di sacrificio,
lealtà, fedeltà, senso dell’onore, solidarietà, amicizia, senso del dovere. Tale servizio speciale inizia con la presentazione della battaglia fatta dal Dottor Carlo De Risio. Seguono le riflessioni di un vecchio combattente, il Professor Girolamo Garonna, il quale ha raccolto con molta fatica le testimonianze di quattro reduci. Per concludere, si presenta il memoriale del Senatore Gabriele De Rosa - scritto di proprio pugno in zona di operazioni e che viene presentato in prima assoluta - e la sua intervista raccolta dal Direttore della Rivista Militare.
New Possible Relations between NATO and Europe, by Lamberto Dini (p. 6). It is difficult - if not impossible - to assert that the scenarios confronting us at the beginning of the new millennium are not a most serious threat to our security, brought about by terrorism and by the proliferation of both nuclear technology and mass destruction weapons. It is a global menace, involving NATO and calling for a response which has to be global in order to be credible. The Great Celebration of the «Infantrymen of the Sea», by Pino Ritraccio (p. 18). The fifth national gathering of the National Lagoonal and Amphibious Troops Association offers an important and meaningful opportunity to render homage to those who gave their lives for their Homeland’s supreme good. Their sacrifice is to be an example to everyone: especially the new generations have to know how to foster such a precious memory by
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN carrying on their work for the community, so as to defend the irreplaceable values of peace, justice and freedom and to ensure a serene living among peoples. Who We Really Are, by Giuseppe Mani (p. 26). The Church is a constant reference point also for military reality. The atypical character of the grey-green world must not prevent us from looking outside and inside ourselves, in order to give us a thorough meaning to our existence and to really be a part of our professional and family life. The Church pays utmost attention to the military, who advocate human and social values. The uniform itself is an exterior symbol of a vocation implying readiness to service for other people. The approaching Christmas and new year should give further reason to think about our relationship with God and the world. This is because everyone may give an important contribution, both human and concrete to family and society, however silent it may seem. The important thing is to believe and to love. Thank You, President, by Michele Torres (p. 36). The touching recalling, in the presence of the highest military and civil authorities, both Italian and foreign, as well as the veterans from every Country which took part in the battle, took place among the dunes of the Hight 33 observation post, the one which more than others was covered with blood of friends and adversaries. The enemies of yesterday, who, in spite of belonging to opposite fronts, never hated each other, have become the founders of the Europe of today. Owing to our soldiers bravery, El Alamein will be forever evidence of the courage and devotion which Italy’s children are able to express. Special El Alamein. When Desert turned to Hell. The moments of the
battle and the moving witness’ accounts of heroes who came back (p. 43). This special report, devoted to the El Alamein war action on its sixtieth anniversary, is meant to render homage to the known and the less known heroes of the great battle which has gone down into both history and legend by now. This is not all, however. It is also meant to hold up to society and its youngest generations a whole range of values such as devotion, spirit of selfsacrifice, loyalty, faithfulness, sense of honour, solidarity, friendship, sense of duty. The special report opens with the description of the battle by Carlo De Risio and goes on with the thoughts of an old combatant, Professor Girolamo Garonna, who laboriously collected the moving witness’accounts presented by four veterans. It closes by featuring the record of Senator Gabriele De Rosa - written by himself in the operation zone and published now for the first time and the interview granted by him to the Chief of Rivista Militare.
Les nouveaux rapports possibles entre l’OTAN et l’Europe, par Lamberto Dini (p. 6). « Il est difficile, voire impossible, d’affirmer que le scénario qui se présente à nos yeux au début du nouveau millénaire n’est pas celui d’une menace extrêmement grave pour notre sécurité, dérivant du terrorisme et de la prolifération de la technologie nucléaire et des armes de destruction en masse. Il s’agit d’une menace globale qui, pour cette même raison, ne va pas
sans avoir des implications pour l’OTAN et appelle une réponse globale». La grande fête des « Fanti da Mar», par Pino Ritraccio (p. 18). Le cinquième rassemblement national de l’Associazione Nazionale Lagunari e Truppe Anfibie (Association Nationale des soldats spécialisés dans les opérations amphibies et de débarquement) est une occasion importante de rendre hommage à tous ceux qui ont fait le sacrifice de leur vie pour le bien suprême de la Patrie. Notre souhait est que ce sacrifice serve d’exemple pour tous et que les nouvelles générations, en particulier, sachent cultiver cette précieuse mémoire en continuant à agir au bénéfice de la population pour sauvegarder les valeurs irremplaçables de la paix, de la justice et de la liberté et assurer la coexistence sereine et pacifique des peuples. Qui sommes nous en fait?, par Giuseppe Mani (p. 26). L’Eglise représente l’un des repères stables de la société militaire. Le caractère atypique de l’armée ne doit pas nous empêcher de regarder au-delà et à l’intérieur de nous mêmes pour donner un sens à notre existence et participer pleinement à la vie professionnelle et familiale. L’Eglise se penche avec un grand intérêt sur les militaires car ceux-ci sont les dépositaires de hautes valeurs humaines et sociales. De fait, l’uniforme est le symbole extérieur d’une vocation qui soustend la disposition à rendre service aux autres. La Noël et le nouvel an qui approchent seront une occasion de réfléchir sur le rapport avec Dieu et avec le monde, car chacun peut apporter une contribution humaine et concrète à la famille et à la société, et ce même dans le silence. Croire et aimer, voilà ce qui importe! Merci Monsieur le Président, par Michele Torres (p. 36). L’émouvante commémoration a eu lieu en présence des plus hautes
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SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN autorités militaires et civiles italiennes et étrangères et des anciens combattants de toutes nationalités ayant pris part à la bataille. La cérémonie s’est déroulée à proximité de l’observatoire Cote 33, où, il y a soixante ans, fut versé le sang de nos amis et de nos adversaires. Nos ennemis d’hier, qui ne se haïrent jamais malgré les circonstances, sont devenus les constructeurs de l’Europe d’aujourd’hui. Grâce au courage dont ont fait preuve nos soldats, El Alamein témoignera toujours de la bravoure et du dévouement des fils d’Italie. Spécial El Alamein. Lorsque le désert devint l’enfer. Les moments de la batille et les témoignages captivants des héros qui en sortirent vivants (p. 43). Ce reportage spécial consacré à la bataille de El Alamein à l’occasion de la commémoration de son soixantième anniversaire, se propose de rendre hommage aux héros, connus et inconnus, d’une grande bataille qui appartient désormais à l’Histoire et à la légende. Mais ce n’est pas tout. Il vise également à évoquer des valeurs telles que le dévouement, l’esprit de sacrifice, la loyauté, la fidélité, le sens de l’honneur et du devoir, la solidarité et l’amitié, des valeurs qui puissent servir d’exemple à la société et aux générations les plus jeunes. Le reportage commence avec la présentation de la bataille de la part de M. Carlo De Risio et se poursuit avec les réflexions d’un ancien combattant, le Professeur Girolamo Garonna qui a recueilli, non sans difficultés, les témoignages de quatre rescapés. Dans la conclusion sont reportés le mémoire que le Sénateur Gabriele De Rosa a écrit de sa propre main sur le terrain (une grande première ) et l’interview que celui-ci a accordée au directeur de la Revue Militaire. Die neuen möglichen Beziehungen zwischen NATO und Europa,
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von Lamberto Dini (ehem. Außenminister und Premier Italiens) (S. 6). «Es ist schwierig, wenn nicht gar unmöglich, zu behaupten, dass das Szenario, was sich unseren Augen bietet, nicht stattdessen das einer schweren Bedrohung unserer Sicherheit sei, die vom internationalen Terrorismus, der Verbreitung von Massenvernichtungswaffen sowie Nukleartechnologien herrührt. Es handelt sich hierbei um eine globale Bedrohung, was für die NATO bedeutet, global zu antworten, wenn sie glaubwürdig bleiben will». Das große Fest der «Fanti da Mar», von Pino Ritraccio (S. 18). Das fünfte Treffen des italienweiten Verbands der Lagunar- und amphibischen Truppen bietet eine wichtige und signifikante Gelegenheit, diejenigen zu ehren, die ihr Leben für das oberste Wohl des Vaterlands geopfert haben. Ihr Opfer sei allen ein Beispiel und mögen vor allem die neuen Generationen jene wichtige Erinnerung zu bewahren in der Lage sein, indem sie sich weiterhin für die Gemeinschaft einsetzen, um die unersetzlichen Werte des Friedens, der Gerechtigkeit, der Freiheit zu garantieren und zugleich das glückliche Zusammenleben der Völker. Wer sind wir wirklich?, von Giuseppe Mani (S. 26). Die Kirche ist ein konstanter Bezugspunkt auch des militärischen Lebens. Die Atypizität der graugrünen (olivgrünen) Welt darf uns nicht
daran hindern, außerhalb und innerhalb uns selbst zu sehen, um unserer Existenz einen vollständigen Sinn zu geben und ernsthaft am beruflichen und familiären Leben teilzuhaben. Die Kirche ist dem Militär gegenüber sehr aufmerksam, da dieses hohe menschliche und gesellschaftliche Werte inkorporiert. Die Uniform selbst ist äußeres Symbol einer Berufung, die einen weiteren Punkt der Reflexion im Verhältnis zum Verhältnis zu Gott und der Welt zu geben. Dies rührt daher, dass ein jeder einen wichtigen, konkreten menschlichen Beitrag zur Familie und zur Gesellschaft leisten kann - auch in Stille. Das Wichtige ist aber - zu glauben und zu lieben. «Grazie Presidente», von Michele Torres (S. 36). Die anrührende Heraufbeschwörung in Anwesenheit der höchsten militärischen und zivilen Autoritäten Italiens und des Auslands sowie der Überbliebenen, die an der Schlacht teilnahmen, hat in der Nähe des Observatoriums «Quota 33», zwischen den Dünen der afrikanischen Wüste stattgefunden. Es handelt sich um den Punkt, der sich vor sechzig Jahren am meisten mit dem Blut von Freunden und Gegnern tränkte. Die Feinde von gestern, die sich trotz der verfeindeten Koalitionen nie gehasst haben, sind die Aufbauer des heutigen Europas geworden. Sonderbericht El Alamein. Als die Wüste zur Hölle wurde. Die Momente der Schlacht und die eindringlichen Augenzeugenberichte der Helden, die zurückkamen (S. 43). Dieser Sonderbericht, der dem Kriegsereignis von El Alamein an seinem 60. Jahrestag gewidmet ist, will den bekannten und weniger bekannten Helden Respekt
SOMMARIO SUMMARY SOMMAIRE INHALT RESUMEN erweisen, und an eine große Schlacht erinnern, die inzwischen sowohl Geschichte als auch Legende ist. Doch ist dies nicht alles. Es will auch ein zusammen von Werten sein, dass man der heutigen Gesellschaft anbieten möchte, auf dass sie daraus Beispiele an Entsagung, Opfergeist, Zuverlässigkeit, Treue, Ehrensinn, Solidarität, Freundschaft, Pflichtbewusstsein entnehmen möge. Jener Sonderbericht beginnt mit der Vorstellung der Schlacht durch Dr. Carlo De Risio. Es folgen die Überlegungen eines alten Kämpen, Prof. Girolamo Garonna, der mit viel Mühe die Augenzeugenberichte von vier Augenzeugen aufgenommen hat. Schließlich wird das Memorial von Senator Gabriele De Rosa vorgestellt, der mit eigener Hand im Gebiet der Operationen handschriftlich Kriegstagebuch geschrieben hat. Dies ist die absolut erste Vorstellung dieses Werks - und das Interview stammt vom Chefredakteur der Rivista Militare.
La nuevas relaciones posibles entre OTAN y Europa, por Lamberto Dini (pág. 6). «Resulta difícil, incluso imposible, negar que el escenario que se nos presenta a principios del nuevo milenio es el de una seria amenaza para nuestra seguridad, debida al terrorismo y a la proliferación de la tecnología nuclear y de las armas de destrucción masiva. Es una amenaza global y, por lo
mismo, involucra la OTAN y necesita una respuesta global». La fiesta de los «Fanti da Mar», por Pino Ritraccio (pág. 18). El quinto encuentro nacional de la «Associazione Nazionale Lagunari e Truppe Anfibie» (Asociación nacional de soldados especializados en operaciones anfibias y de desembarque) es una oportunidad importante para tributar un homenaje a todos aquellos que sacrificaron su propia vida por el bien supremo de la Patria. Su sacrificio ha de servir de ejemplo a todos en general y a las nuevas generaciones en particular, para cultivar esta valiosa memoria, actuando a favor de la comunidad con el fin de salvaguardar los valores de la paz, justicia y libertad y asegurar la coexistencia serena y pacífica de los pueblos. ¿Quiénes somos en realidad?, por Giuseppe Mani (pág. 26). La Iglesia representa un punto de referencia estable para los militares. El carácter atípico del mundo militar no ha de impedir que miremos para nuestros adentros y para afuera con el fin de darle un sentido a nuestra existencia y participar plenamente en la vida profesional y familiar. La Iglesia no desatiende a los militares, siendo éstos los depositarios de altos valores humanos y sociales. El mismo uniforme es el símbolo exterior de una vocación que implica la disposición a atender al prójimo. La Navidad y el año nuevo que se aproximan serán una oportunidad para reflexionar sobre la relación con Dios y el mundo. Cada cual puede dar una valiosa aportación humana y concreta a la familia y a la sociedad, incluso en el silencio. Lo importante es creer y amar. Gracias, Señor Presidente, por Michele Torres (pág. 36).
La conmovedora conmemoración se celebró, en presencia de las mayores autoridades militares y civiles italianas y extranjeras y de los veteranos de todos los países que participaron en la batalla, en proximidad del observatorio Cota 33, donde hace sesenta años fue derramada la sangre de nuestros amigos y adversarios. Los enemigos de ayer, que a pesar de encontrarse en bandos opuestos nunca llegaron a odiarse, se han vuelto los edificadores de la Europa de hoy. El Alamein, por el valor de que dieron pruebas nuestros soldados, no dejará de ser un testimonio del coraje y de la dedicación que saben manifestar los hijos de Italia. Reportaje especial sobre El Alamein. Cuando el desierto se convirtió en infierno. Los momentos de la batalla y los cautivantes testimonios de los que sobrevivieron (pág. 43). Este reportaje especial, dedicado a la batalla de El Alamein para conmemorar su 60 aniversario, pretende honrar a los héroes, conocidos y desconocidos, que protagonizaron una batalla que ya pertenece tanto a la leyenda como a la Historia. Es más. El reportaje se propone evocar una serie de valores tales como la dedicación, el espíritu de sacrificio, la lealtad, la fidelidad, el sentido del honor y del deber, la solidaridad y la amistad; valores que sirvan de ejemplo para la sociedad y las nuevas generaciones. El reportaje empieza con la presentación de la batalla por el Lic. Carlo De Risio y se prosigue con las reflexiones de un ex combatiente, el Profesor Girolamo Garonna, quien con su empeño logró juntar los testimonios de cuatro supervivientes. En la conclusión se presenta el memorial escrito en el terreno mismo por el senador Gabriele De Rosa - siendo ésta una primicia- y la entrevista que éste concedió al Director de la Revista militar.
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Sebastian O’Kelly: «Amedeo - Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet, un eroe italiano in Africa Orientale», Rizzoli, M ilano, 2 002, p p. 3 95, e uro 18,50. Quando gli eroi effimeri svaniscono, rimangono solamente gli eroi veri. È questo il caso del Generale Barone Amedeo Guillet, il quale pur a distanza di oltre mezzo secolo dal termine della seconda guerra mondiale, continua a incarnare il mito del valoroso soldato romantico, il Cavaliere senza macchia e senza paura, che seppe compiere il suo dovere tra le sabbie infuocate dell’Africa. Egli fece rivivere le imprese del più conosciuto Lawrence d’Arabia, il guerriero inglese del deserto al quale non ha nulla da invidiare. Comandante di Cavalleria indigena, l’allora Tenente Guillet continuò a combattere strenuamente contro i britannici anche dopo la resa delle truppe italiane, impegnando a tal punto le forze di sua maestà che queste, pur di catturarlo, misero una taglia di mille sterline d’oro sulla sua testa. I suoi cavalieri indigeni, da lui stesso reclutati, erano diversissimi per cultura, religione, lingua e tradizioni e spesso appartenevano a tribù nemiche da centinaia di anni. Essi lo seguirono ovunque, senza tradirlo mai. Dopo la guerra, intraprese la carriera diplomatica e oggi si gode la bella Irlanda continuando a stupirsi per la bellezza del creato. Questa è dunque la sua quarta vita che sta vivendo. Infatti, nel corso degli anni, è stato ottimo cavaliere pre-
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scelto per le Olimpiadi del 1936, eroico soldato e abile diplomatico. Il libro – che fa seguito ad un altro successo editoriale, «La guerra privata del Tenente Guillet», scritto da Vittorio Dan Segre, pubblicato nel 1993 dalla casa editrice Corbaccio – può solamente descrivere una piccola parte della sua intensa esistenza, oppure potremmo dire che ne fa piuttosto un riassunto, che mai appanna il fascino del personaggio, anzi lo svela e lo rivela negli aspetti essenziali, ma che tuttavia sono sufficienti per capirne la grandezza del personaggio, innanzitutto quella interiore. Il Generale Amedeo Guillet è nato a Piacenza nel 1909. Egli si può considerare un eroe di altri tempi, per la sua purezza morale che travalica le epoche, per riuscire a vivere fuori e dentro la storia, per i suoi valori di riferimento che ne fanno un personaggio sempre attuale. Una società ha sempre bisogno di riferimenti, soprattutto quando quelli che a prima vista sembrano brillare, si appannano repentinamente, oppure si svelano effimeri e si dissolvono così com’erano sbocciati. Allora si ricorre a figure come la sua, per colmare questi vuoti, come una garanzia di qualità, per andare insomma sul sicuro. La sua famiglia, originaria di Thonon-Les-Baines, in Savoia, per secoli ha fornito generazioni di militari alla Casa sabauda regnante, distinguendosi per l’alto contributo di dedizione confermato su tutti i campi di battaglia. Se i suoi antenati erano riusciti a concorrere all’unità nazionale, il barone Amedeo Guillet ha partecipato al riscatto del nostro Paese. Non ha mai gradito raccontarsi in prima persona. Pertanto, fra le sue numerose virtù, è da riconoscergli il raro pregio dell’umiltà. Un altro tocco di stile. La sua gioventù lo vede come brillante Ufficiale del Regio Esercito, proveniente dalla Scuola di Applicazione di Cavalleria di Pinerolo. Con la sua elegante uniforme di Tenente dei Cavalleggeri Guide e con i suoi modi cortesi tanto ama e tanto viene corrisposto, ma solamente due donne lasceranno davvero il segno nel suo cuore: l’affascinante Kadija, figlia di un capo tribù etiope, e la dolce nobildonna napoletana Beatrice Gandolfo la quale, al termine delle ostilità, diventerà sua moglie. Si fa apprezzare pure nello sport più nobile, quello equestre, mettendosi in evidenza al punto da essere convocato nella squadra nazionale di equitazione per le Olimpiadi di Berlino del 1936 e in un momento peraltro di grande pro-
duzione di talenti, in cui i nostri cavalieri facevano scuola in tutto il mondo. Ma il richiamo dell’avventura è ancora più forte dei campi di gara. Tralascia – con una decisione a sorpresa che addolora la squadra ed i suoi sostenitori – le Olimpiadi e parte per la guerra d’Etiopia prima e, successivamente, si arruola nel Corpo di Spedizione italiano impegnato nella guerra civile spagnola. Il secondo conflitto mondiale lo trova nell’Africa Orientale Italiana, in quanto il Duca d’Aosta, a quel tempo viceré di quella regione, gli aveva affidato il comando di un reparto speciale, il Gruppo Bande Amhara a cavallo, costituito da indigeni eritrei, etiopi e yemeniti a lui fedelissimi e che arruola personalmente. Con loro e per la Patria lontana diventa il «Comandante diavolo», in lingua araba «Cummundar-as-sheitan». L’Africa rappresenta per lui qualcosa di davvero speciale, quasi un incontro mistico stabilito dal destino, un appuntamento con il fato. Vi comanda sempre reparti di Cavalleria indigena, gli «Spahis» in Libia, con i quali va alla conquista dell’impero, mentre con i cavalieri eritrei, etiopi e yemeniti lo difende. Crea, con la sua perizia di Comandante, con il suo carisma e con le sue qualità militari, un amalgama umano che sembrava inizialmente impossibile agli stessi avversari: milleseicento cavalieri irregolari perfettamente addestrati ed integrati tra loro, appartenenti a etnie, religioni e lingue diverse, spesso provenienti da tribù da sempre in guerra tra loro, ma che seppero essere soldati disciplinati e fedelissimi, in grado di competere con un esercito formidabile come quello inglese, sabotando ponti, strade, ferrovie, linee logistiche, come pure caricando anche contro cannoni, mortai, mitragliatrici, carri armati ed autoblindo. Perfettamente inserito nella cultura, nei costumi e nell’ambiente arabo, dopo la sconfitta delle armi italiane in Africa Orientale continua la sua lotta – non ricevendo diverse disposizioni al riguardo, in quanto gli ordini ricevuti erano di «ritardare a ogni costo l’avanzata britannica», in onore al giuramento prestato. Comincia così la fase detta della sua «guerra privata». Il Gruppo Bande Amhara viene ammirato e rispettato dai britannici, eccellenti soldati, ma si sacrifica generosamente in ogni azione di guerra, subendo forti perdite che tuttavia non ne intaccano il morale. Ben presto il suo valore viene riconosciuto dagli stessi avversari e il suo nome entra a far parte della leggenda del deserto.
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Nel 1941, nella battaglia di Cherù, come un demone, si lancia alla carica della «Gazelle Force», l’avanguardia del Corpo d’invasione britannico, ritardandolo e consentendo così alle forze italiane di potersi riorganizzare a difesa. Quel giorno – spiega – quando guidai la carica, preferii che la sciabola mi pendesse dal polso, come faceva Lannes, il grande Comandante della Cavalleria napoleonica. Dopo una lunga resistenza all’invasore, senza mezzi e con soli trenta superstiti, scioglie la sua formazione e acquisisce un’altra identità, diventando lo yemenita Ahmed Abdullah al Redai, mentre per vivere fa l’acquaiolo. In seguito riesce a raggiungere lo Yemen, ove dopo aver fatto anche il maniscalco e il veterinario, viene nominato consigliere del regnante di quelle terre. Nel settembre 1943, da clandestino, torna in Italia per entrare nella fila della resistenza e combattere contro i nazisti fino al termine delle ostilità. Nel 1944 si sposa con Beatrice Gandolfo. Nel 1946 lascia l’Esercito ed intraprende la carriera diplomatica, diventando ambasciatore in Yemen, in Giordania, in Marocco e in India e ha occasione d’incontrare molti dei suoi ex nemici, che divennero poi i migliori amici. Al termine della carriera diplomatica, nel 1975, decide di ritirarsi in Irlanda. Oggi il Generale Barone Ambasciatore Amedeo Guillet ha la veneranda età di 93 anni ed è uno dei principali simboli del coraggio e del valore che sa esprimere la gente d’Italia. Il vecchio e saggio Cavaliere si gode la campagna irlandese a Kentstown Glebe, nella Contea di Meath, a circa settanta chilometri da Dublino. Monta a cavallo, suona il pianoforte e dipinge ancora con mano ferma. In casa ha i muri pieni di fotografie, densi riquadri dei suoi intensi ricordi di eroe buono e leale, che ancora oggi, nonostante abbia visto tanto, si commuove davanti alla bellezza della natura. Quando Dio lo chiamerà a sé, si farà cremare con lo zoccolo e la criniera di Sandor, l’affezionato stallone yemenita, suo inseparabile amico di tante cariche di cavalleria, che fu con lui sin da giovane e scalpitante puledro. Per salire in cielo insieme. Sebastian O’Kelly, alterna la professione di scrittore a quella di giornalista. È irlandese e, come tutti i suoi conterranei, la schiettezza e la vivacità del suo carattere lo rende molto vicino all’Italia, quindi in grado di calarsi bene nell’animo della nostra gente. Per questi motivi è fra le persone più vicine al barone Guillet, il quale gli è molto affezionato e lo consi-
dera, dopo molti anni di vera amicizia, una persona di famiglia. Per motivi professionali vive e lavora a Londra, dove ha fatto esperienza nel mondo giornalistico ed editoriale, diventando una firma apprezzata nella cultura anglosassone. Le sua capacità espressive e stilistiche gli hanno consentito di ricoprire molti incarichi di direzione giornalistica. È sposato ed ha due figlie, Emily ed Anna. O’Kelly è appassionato di cavalli e, nel tempo libero, pratica con continuità l’equitazione montando quadrupedi che ama scegliere personalmente. Nel 1999, dopo un’attenta valutazione, Guillet gli consigliò l’acquisto di una puledra irlandese, la quale dimostrò da subito, a prima vista, il suo fiero temperamento ed uno slancio affettivo non comune. Dopo averla a lungo addestrata, la puledra è diventata l’inseparabile compagna delle sue passeggiate, nei verdi prati dell’isola cara a San Patrizio ed al trifoglio. G.M.G.T.
Natalino Ronzitti (a cura di): «Comando e Controllo nelle forze di pace e nelle coalizioni internazionali», Franco Angeli Editore, Milano, 1999, pp. 338, s.i.p.. Il volume, inserito nella collana «Lo Spettatore Internazionale», attraverso una serie di monografie promosse dall’Istituto Affari Internazionali, intende rispondere al crescente interesse per la politica estera e le relative problematiche.
Il curatore e coautore dell’opera è il professor Natalino Ronzitti, ordinario di Diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza della LUISS. Sfogliandone le pagine emerge nitidamente l’importanza e l’attualità della complessa tematica del Comando e Controllo nelle operazioni multinazionali. Lo studio del professor Virgilio Ilari, docente di Storia delle Istituzioni Militari presso l’Università Cattolica di Milano, sul Comando e Controllo nelle coalizioni militari – profili storici apre il volume. Segue Comando e Controllo nella Carta delle Nazioni Unite di Natalino Ronzitti. I due capitoli, insieme al terzo di Mats R. Berdal Il sistema delle Nazioni Unite di Comando e Controllo nelle operazioni di peace keeping, danno un’essenziale prospettiva storica, istituzionale e specifica del problema. Daniele Cabras, consigliere parlamentare, tratta invece Il controllo parlamentare nazionale nell’impiego delle Truppe impegnate in missioni di pace completato dai successivi capitoli, Il controllo degli Stati sulla partecipazione delle loro Forze Armate alle operazioni di pace di Carlo Jean, rappresentante personale del Presidente dell’OSCE, e da Comando e Controllo nelle operazioni NATO del Tenente Generale Renzo Romano, già Capo Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa. Dopo le puntuali esemplificazioni di Massimo Cremasco, Il caso Somalia, e di Fabio Caffio e Flaminio Gallo, Il caso Albania, Paolo Benvenuti, con Forze multinazionali e di diritto internazionale umanitario, e Gabriella Venturini, con Aspetti civili del peace-keeping, illustrano alcuni importanti riflessi che la forza internazionale produce durante le operazioni fuori area. Il volume si chiude con il capitolo Proposte di riforma nelle Nazioni Unite del sistema di Comando e Controllo delle operazioni di peace-keeping di Andrea Carlevaris, ricercatore dell’università di Roma. Un’attenta analisi storica, politica e giuridica, arricchita da particolari esperienze, approda così a indicazioni concrete, la cui realizzazione non può fare a meno del supporto, rafforzato, del Dipartimento per le operazioni a supporto della pace (Dpko). Notevole importanza assume anche il ruolo del Standey Arrangements System, volto a consentire al Segretario Generale di disporre di forze dei Paesi membri in precedenza individuate, pur mantenendo ferma la distinzione, basilare per gli Stati Uniti, tra Commander in Chief del-
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le Forze Armate (irrinunciabilmente del Presidente) e Operational Control. Da sottolineare, infine, la necessità di incrementare gli scambi di informazione e di vedute attraverso Ufficiali di collegamento, nominati dai Paesi membri, come ripetutamente richiede nel proprio scritto Andrea Carlevaris. O.R.
Paolo Bonetti: «Ordinamento della difesa nazionale e Costituzione italiana», Giuffrè Editore, Milano, 2000, pp. 271, euro 21,69. Configurare esattamente la problematica della sicurezza e della difesa nell’ambito dell’ordinamento giuridico italiano è assai difficoltoso per la pressoché totale assenza di attenzione che si è registrata per lungo tempo dopo la nascita della Repubblica. Ciò è stato determinato in parte dall’esistenza di sistemi di difesa collettiva di organismi come ad esempio la NATO, ai quali si è finito per delegare le scelte più importanti relative alla politica estera e militare. La fine del confronto bipolare ha determinato l’incapacità della stessa Alleanza Atlantica di rispondere alle esigenze attuali caratterizzate dal divampare di conflitti regionali, guerre civili, emergenze umanitarie. D’altra parte la stessa carenza strutturale è evidenziata dall’ONU nel garantire la repressione delle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. Occorre però riconoscere che sul
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fronte interno italiano si è registrata una inversione di tendenza; è aumentato cioè il consenso politico-parlamentare per le scelte attinenti alla politica di sicurezza e di difesa.Tale attenzione dei pubblici poteri e delle forze politiche è stata determinata innanzitutto dai recenti impegni militari all’estero delle nostre Forze Armate (si pensi all’Irak, alla Somalia, alla Bosnia, all’Albania, al Kosovo fino al recente impiego nel Golfo Persico) nonché dalla necessità di adottare degli orientamenti per definire, insieme agli altri Paesi, una politica comune. In attesa di un adeguamento della struttura comunitaria e internazionale ai nuovi scenari resta centrale per uno Stato garantire la sicurezza, aspetto prioritario per la sua stessa esistenza. Ciò fa da premessa a questa riflessione sui profili costituzionali delle innovazioni legislative che di recente hanno riguardato l’assetto delle funzioni della sicurezza e della difesa nell’ordinamento italiano. Si assiste infatti a un rafforzamento del ruolo dei competenti organi costituzionali: la direzione del Governo, la compartecipazione, nella sua funzione di indirizzo e controllo, del Parlamento, il ruolo di garanzia del Capo dello Stato. Senza dimenticare l’importanza di provvedimenti legislativi di settore, che hanno determinato il passaggio a un Esercito professionale, l’inserimento delle donne nelle FF.AA. e la riforma della disciplina dell’obiezione di coscienza, l’aspetto più significativo della riforma riguarda il riordinamento dei vertici delle Forze Armate e della Difesa (legge 18 febbraio 1997 n. 25). Nel presente studio, dopo un primo capitolo introduttivo, vengono analizzati (capitolo secondo) i tre livelli delle materie oggetto di decisione (sicurezza, difesa, politica militare. Si passa poi a individuare, nel capitolo terzo, le nuove attribuzioni del Ministro della Difesa e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, nonché le conseguenze riguardanti il Comando operativo delle Forze Armate. Nel quarto capitolo si sottolinea il ruolo più incisivo del Parlamento circa le deliberazioni governative in materia di difesa e sicurezza, prevedendo una specifica approvazione parlamentare di ogni singola deliberazione in materia. Opportuno rilievo è dato anche, nel quinto capitolo, alle nuove attribuzioni del Consiglio Supremo di Difesa, volte a rafforzarne il ruolo di collegamento tra organi costituzionali e di sede nella quale affrontare e impostare le questioni della sicurezza. Il sesto e ultimo capitolo è dedica-
to al nuovo ruolo del Capo dello Stato. Ancorchè la legge n. 25 del ’97 non menziona esplicitamente tale figura, indirettamente produce diversi effetti volti a rendere più incisive le sue attribuzioni nella materia della sicurezza e della difesa. L’opera di Paolo Bonetti rappresenta nel suo complesso un valido apporto dottrinale non solo per gli operatori del settore, ma anche per coloro che vogliono conoscere più da vicino un settore che costituisce, per ogni Stato, un aspetto vitale. A.L.
Mario R izza: « Le T ruppe A lpine e l’Associazione Nazionale Alpini nel terzo millennio», Granzella Editore, Genova, pp. 160, euro 15,49. L’autore di «Le Truppe Alpine e l’Associazione Alpini nel terzo millennio» fa il punto di situazione delle Truppe Alpine a seguito del processo di rinnovamento degli ultimi anni, che ha interessato le Forze Armate. La specialità, dalla sua storica e tradizionale configurazione di 4° Corpo d’Armata alpino statico, organizzato e addestrato per la difesa dei confini nazionali, si è evoluta in un Comando operativo dinamico, flessibile, interamente proiettabile in ambito internazionale, in grado di assolvere le missioni più diversificate e complesse nei moderni scenari, senza peraltro tralasciare il compito di presenza e sorve-
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glianza sul territorio nazionale. Questa trasformazione è stata dettata dai grandi cambiamenti del contesto geopolitico e geostrategico mondiale, che hanno determinato l’esigenza di attribuire un ruolo nuovo alle Forze Armate. Esse sono infatti chiamate a essere non solo uno strumento al servizio della difesa dell’integrità e sovranità nazionale, ma anche a sostegno della politica estera e di sicurezza del Paese. In tal senso le Forze Armate – Truppe Alpine comprese – hanno avviato un profondo processo di ristrutturazione e di riorganizzazione, così da essere all’altezza dei nuovi compiti e reggere il confronto con gli Eserciti dei Paesi alleati, con l’obiettivo di assumere un ruolo guida in ambito internazionale. Le tappe più significative dell’evoluzione delle Truppe Alpine in questi ultimi anni sono state: la riconfigurazione su base professionale delle Brigate Alpine «Taurinense» e «Julia»; l’attribuzione del ruolo di leader della Forza multinazionale italo-slovena-ungherese alla Brigata alpina «Julia»; la riorganizzazione e progressiva professionalizzazione del Comando e delle unità di supporto; l’acquisizione di reali capacità operative e di proiezione del Comando Truppe Alpine e delle sue tre Brigate attraverso un complesso di impegni operativi e di esercitazioni in ambito nazionale e internazionale (Norvegia, Spagna, Ungheria, Romania, Lituania, Slovenia, Grecia); la presenza di unità Alpine nelle forze di reazione immediata delle Nazioni Unite e dell’Alleanza Atlantica; la trasformazione della Scuola Militare Alpina in Centro Addestramento Alpino con accresciuti compiti formativi nei riguardi dell’intera Forza Armata e degli Eserciti di Paesi alleati. Le «penne nere» in armi stanno vivendo un processo evolutivo di impegni operativi sul territorio nazionale e nei teatri balcanici (Bosnia, Albania, Kosovo), con turnazioni quadrimestrali di Reggimenti delle Truppe Alpine e l’immissione, per ben tre volte, della Brigata alpina «Taurinense». Le Truppe Alpine sono una realtà nazionale, operativamente viva, dinamica, flessibile, pienamente proiettabile, in grado di assolvere un ampio spettro di missioni in contesto multinazionale, pur mantenendo la propria identità nel solco delle antiche tradizioni che vengono condivise con l’operosa Associazione Nazionale Alpini. Il libro di Mario Rizza offre al lettore interessanti schede storiche di tutte le unità delle Truppe Alpine (notizie, bandiera di guerra con elenco di tutte le de-
corazioni concesse, motto dell’unità, dipendenza operativa dell’unità, reparti dipendenti, elenco delle Medaglie d’Oro al Valor Militare concesse alle «penne nere», sede del Comando, festa di Corpo). Ogni scheda è rappresentata dal distintivo del reparto e da una foto significativa dell’unità interessata. Tutte le foto riprodotte sono a colori. Anche l’Associazione Nazionale Alpini (A.N.A.) ha trovato una giusta collocazione nel libro di Rizza con una sintesi storica delle attività profuse in tanti anni dalle «penne nere» in congedo. Inoltre nella monografia viene riportato l’elenco delle decorazioni concesse al medagliere dell’A.N.A., la situazione delle sezioni e dei gruppi dell’Associazione Nazione Alpini e l’elenco delle adunate nazionali effettuate nel periodo 1920-2001. Non sono sfuggite, inoltre, all’autore la situazione aggiornata del medagliere delle Truppe Alpine e le attuali possibilità di arruolamento: Volontari in ferma annuale, in ferma breve e in servizio permanente. Il libro è indirizzato a quanti vogliano conoscere la storia delle unità Alpine e della generosa attività svolta dall’Associazione Nazionale Alpini. P.V.R.
Giorgio Rochat: «Duecento sentenze nel bene e nel male», P. Gaspari Editore, Udine, 2002, pp. 189, euro 15,00. Giorgio Rochat, professore di Sto-
ria delle istituzioni militari presso l’Università di Torino ed autore di numerosi volumi, articoli e rassegne sulla storia militare coloniale e politica dell’Italia contemporanea, con questo suo libro «Duecento sentenze nel bene e nel male», desidera coprire una evidente lacuna nella storiografia per il periodo relativo alla seconda guerra mondiale ed in particolar modo porre l’attenzione sul ruolo svolto dai Tribunali militari nella guerra 1940-1943. Per lo sviluppo del suo lavoro, Rochat ha utilizzato materiale e documenti custoditi presso l’archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, e comunque non con poca difficoltà poiché il materiale da vedere è immenso per mole e inoltre di caotica consultazione o persino impossibile per la chiusura degli archivi specifici. La documentazione disponibile e che l’autore è riuscito a trovare è disordinata e lacunosa (come risulta dai numeri di protocollo e dalle date ignote di diverse buste e lettere di comunicazioni), catalogata secondo criteri casuali e imprecisati non sempre ad esempio corrispondenti i titoli dei fascicoli al loro effettivo contenuto relativo alle istruttorie processuali (alcune contengono cenni agli sviluppi processuali successivi, aggiornati agli anni cinquanta), in parte quindi rimasti com’erano originariamente e in parte riordinati malamente. L’archivio infatti, per quanto riguarda gli studi in generale condotti sulla seconda guerra mondiale, raramente è stato utilizzato per ricerche basate sull’organizzazione della guerra (mezzi, uomini, strutture e decisioni esistenti tra i vertici politicomilitari e i fronti operativi) bensì maggiormente consultato per lo sviluppo di studi riguardanti le operazioni militari. A differenza della prima guerra mondiale, l’attività della Giustizia militare nella seconda guerra mondiale e nel dopoguerra non suscita polemiche nonostante in quegli anni la sua presenza è costante sia verso i militari sia verso i civili italiani e sia nei confronti della repressione della resistenza balcanica, non a caso i procedimenti inoltrati risultano per un totale di circa 200 000. Il motivo di questa scarsa attenzione, sostiene Rochat, è da ricercarsi sulla mancata capacità dei tribunali militari di imporsi e di avere quindi un ruolo limitato nelle punte repres-
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sive forti, rispetto a quello che è stato il 1915-18: risultano rare le fucilazioni di soldati italiani o sentenze di decimazioni ecc.... e comunque solo per reati di una certa gravità, nonostante poi leggendo il contenuto delle diverse denunce e le conseguenti sentenze, che corredano la seconda parte del volume, ci si accorga subito della la presenza di individui di ogni tipo nella massa dei soldati alle armi e della inapplicata Giustizia per il reato commesso oppure di come una denuncia di scarsa importanza magari sia stata portata dinanzi ad un Tribunale di guerra, appaiano poi invece più equilibrate le reazioni dei Tribunali militari. La struttura dell’opera, come già accennato, si articola in una prima parte che si occupa dell’organizzazione gerarchica dei vari Tribunali militari dislocati sul territorio nazionale (da Torino fino a Bari), dell’individuazione delle più significative linee di intervento del vertice politico-militare nella gestione della Giustizia militare e di qui è senz’altro interessante notare come riferimenti legislativi si alternino alle vicende a carattere prevalentemente storico. Rochat nella seconda parte da ampio spazio alla concretezza dei processi e delle vicende umane attraverso pagine dattiloscritte occupate da formule burocratiche dei reati e condanne commessi e che comunque fanno parte della realtà dell’esercito e che, l’autore vuol precisare a questo punto, la giustizia per ragion d’essere non si occupa delle «situazioni normali», cioè dei soldati che fanno il loro dovere, ma di coloro che evidentemente non seguono tale normalità. Inoltre il volume è ulteriormente arricchito di fotografie, che ritraggono momenti di vita militare, relative all’epoca, nella parte finale, al fine di rendere la consultazione del libro veloce e agevole è stato compilato un indice posto in ordine alfabetico, che tiene conto principalmente del reato di ogni processo senza distinguere tra assoluzioni e condanne. Questa pubblicazione con la sintesi di duecento sentenze qui riportate, secondo l’opinione dell’autore, non certo esaustiva sull’argomento, rappresenta solo un primo passo per intraprendere una più accurata ricerca e analisi storica di un aspetto raramente affrontato attraverso la guerra combattuta dagli italiani in Europa ed in Africa. P.L.
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Alessandro Colombo e Natalino Ronzitti (a cura di): «L’Italia e la politica internazionale», Istituto affari internazionali - Istituto per gli studi e la politica internazionale, ed. il Mulino, Bologna, 2002, pp. 336, euro 24,00. Troppi proverbi popolari concordano nel negare fiducia ai figli di più padri. «Meglio un Generale cattivo di due buoni» è addirittura motto napoleonico. Ancora una volta sembra voler smentire questi pregiudizi il terzo volume dell’annuario dell’Istituto affari Internazionali (IAI). Argomento del volume sono gli eventi del 2001. Con un inizio segnato dalla presidenza Bush all’insegna, almeno apparente, di un disimpegno statunitense dalle aree di crisi e con una sempre più manifesta assenza di controllo effettivo della globalizzazione. Come sottolineano i curatori nella Introduzione (pp. 9-17) gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno causato un ricompattamento dei Paesi liberi e democratici con aspetti politici, economici, istituzionali e sociali. In questo quadro il volume dedica ampio spazio alla integrazione europea e al correlativo allargamento sino a una sperata Europa dall’Atlantico al Pacifico, da Lisbona a Vladivostock, con una Costituzione europea. Questo è l’argomento della parte prima con i saggi: Il contesto internazionale dopo l’11 settembre di Alessandro Colombo; Il progetto dell’etica pubblica per la governance della globalizzazione di Sebastiano Moffettone; Go-
vernance e giustizia penale internazionale di Natalino Ronzitti; Le nuove sfide dell’economia globale: tra deficit di governance e lancio di un nuovo Round commerciale multilaterale di Paolo Guerrieri e Isabella Falautano. Il tema è completato nella parte seconda dai saggi: Le posizioni d’Italia sul futuro dell’Unione Europea di Lucia Serena Rossi; Verso una razionalizzazione dell’allargamento? di Serena Giusti. Più direttamente connessa alla Difesa è la parte terza con i saggi: Il processo di integrazione europea della difesa e il ruolo dell’Italia di Giovanni Gasparini; L’industria della difesa italiana tra collaborazioni europee e transatlantiche di Michele Nones seguito da La proposta di difesa missilistica (scheda di Giovanni Gasparini). La parte quarta è dedicata alla concorrenza e ad aspetti di politica agricola, ambientale ed economica: Un antitrust a livello globale? Progressi e battute di arresto nella convergenza delle politiche antitrust europea e americana di Michele Polo seguito da: Il dibattito su un quadro multilaterale di regole di concorrenza di Gabriella Venturini; La politica alimentare e la politica agricola europea di Secondo Tardini; I cambiamenti climatici e la politica ambientale di Luigi De Paoli; La politica macroeconomica italiana nell’ambito della cooperazione e dell’integrazione europee di Franco Bruni. La parte quinta rappresenta, infine, una analisi dell’area di maggior interesse, sotto il profilo geopolitico e della politica estera italiana. Giusto rilievo è dato alla crisi del vicino medio-oriente e ai problemi dell’America latina e dell’Asia. Ne sono parte i saggi: L’Italia e i Balcani occidentali di Sonia Lucarelli; La crisi iraelo-palestinese: conflitto e diplomazia di Simona Gallotta e Laura Guazzone; L’Italia e l’Asia centro-meridionale di Riccardo Radaelli; La politica estera italiana verso l’America latina di Josè Luis Rhi-Sausi; Verso nuovi equilibri politici in Asia di Matteo Cuielli e Maria Weber. In relazione all’interesse specifico dei lettori della Rivista, ci auguriamo di poter dedicare, in separata sede, spazio al saggio sui problemi dell’industria di Michele Nones, uno dei nostri maggiori esperti in materia. Occorre non dimenticare quanto pesi, in campo internazionale, ai fini dell immagine di un Paese il posto occupato dalla sua industria aerospaziale e della difesa. P.F.Q.
Rivista Militare
Indice 2002
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ELENCO DEI COLLABORATORI A A.L. • Recensione: «L’ombra di Atlantide. Il processo di allargamento della NATO tra espansione e contenimento», n. 1, pag. 138. • Recensione: «Ordinamento della difesa nazionale e Costituzione italiana», n. 6, pag. 128.
A.M. • Recensione: «Pensée strategique et humanisme: de la tactique des Anciens à l’éthique de la stratégie», n. 1, pag. 135. • Recensione: «Armando Diaz Duca della Vittoria – Da Caporetto a Vittorio Veneto», n. 1, pag. 136.
B BATTISTI GIORGIO • Il «controllo dell’area» nelle operazioni di gestione delle crisi, n. 1, pag. 80. • I soldati italiani a Kabul, n. 4, pag. 38. BELLACICCO MARCELLO • Il «controllo dell’area» nelle operazioni di gestione delle crisi, n. 1, pag. 80. BONGIOVANNI GIUSEPPE • Le forze di completamento (1a parte), n. 2, pag. 78. • Le forze di Completamento (2a parte), n. 3, pag. 80. BONI MAURIZIO • La proliferazione delle armi portatili, n. 1, pag. 34.
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RESTAINO GERARDO • Il Comando sud-ovest della Nato, n. 2, pag. 34. • Quelle fenomenali Legioni di Roma. Un affascinante viaggio nel tempo alla riscoperta delle loro origini e della loro identità, n. 5, pag. 100.
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RITRACCIO PINO • La grande festa dei «Fanti da mar», n. 6, pag. 18.
RUSSO FLAVIO • Legionari romani in Cina, n. 1, pag. 120. • Le forche caudine. Una precisazione storica, n. 2, pag. 120. • Il galleggiante pneumatico, n. 4, pag. 124.
ROMEO GIUSEPPE • Relazioni internazionali. Una nuova geografia, n. 4, pag. 22. ROSSI JACOPO VITTORIO • Lotta alle nuove minacce, n. 5, pag. 36.
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SPECIALE ROBERTO • L’organizzazione dell’Esercito Italiano in rapporto agli impegni internazionali ed in particolare alla NATO e all’Unione Europea, n. 1, pag. I. • L’Esercito italiano per la pace nel mondo, n. 4, pag. III. • Marketing, comunicazione, qualità della vita. Capisaldi organizzativi di un Esercito di qualità, n. 6, pag. I. SULIS GIOVANNI • Il Collegio della Difesa romeno, n. 4, pag. 74.
T TOMASSETTI ROMEO MICHELE • Cavallo Pazzo. L’ultimo stratega del popolo india-
no, n. 5, pag. 88.
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TORRES MICHELE • Grazie Presidente, n. 6, pag. 36.
TRICARICO GIUSEPPE MARIA GIOVANNI • Editoriale, n. 5, pag. 1. • Intervista all’On. Prof. Gabriele De Rosa, n. 6, pag. 88.
V VASTOLA ROCCO • Il Corpo d’Armata italiano per la NATO (1a parte), n. 2, pag. 16.
VIDULICH TULLIO • La conquista del Passo della Sentinella. Storie di uomini e atti di leggenda della 1a guerra mondiale, n. 4, pag. 118.
Z ZINNI ANTONY C. • Riflessioni di un Comandante, n. 3, pag. 66.
ARTICOLI REDAZIONALI In In In In
breve..., breve..., breve..., breve...,
n. n. n. n.
1, 2, 3, 4,
pag. pag. pag. pag.
1. 1. 1. 1.
Attualità sotto la lente..., n. 5, pag. 3. Attualità sotto la lente..., n. 6, pag. 1. Attualità in breve..., n. 5, pag. 114. Attualità in breve..., n. 6, pag. 108. Diritto di Replica, n. 1, pag. 70. Diritto di Replica, n. 3, pag. 102. Osservatorio Osservatorio Osservatorio Osservatorio Osservatorio Osservatorio
strategico, strategico, strategico, strategico, strategico, strategico,
n. n. n. n. n. n.
1, 2, 3, 4, 5, 6,
pag. pag. pag. pag. pag. pag.
62. 76. 78. 58. 44. 32.
Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 1, pag. 128. Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 2, pag. 130. Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 3, pag. 138. Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 4, pag. 132. Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 5, pag. 123. Sommario, Summary, Sommaire, Inhalt, Resumen, n. 6, pag. 122. Recensioni, Recensioni, Recensioni, Recensioni, Recensioni, Recensioni,
n. n. n. n. n. n.
Internautica, Internautica, Internautica, Internautica,
1, 2, 3, 4, 5, 6,
n. n. n. n.
pag. pag. pag. pag. pag. pag.
1, 2, 3, 4,
134. 136. 144. 138. 118. 126.
pag. pag. pag. pag.
139. 141. 149. 143.
Indice 2002, n. 6, pag. 131.
EDIZIONI SPECIALI • La formazione degli Ufficiali dell’Esercito. Atti del Convegno. • Agenda Vademecum per i Comandanti (n. 14 fascicoli): •• Vademecum/Agenda per i Comandanti, testo; •• Vademecum/Agenda per i Comandanti, allegati; •• Gli Allievi Ufficiali; •• Gli Ufficiali inferiori; •• I Militari di leva; •• I Dirigenti; •• Gli Ufficiali superiori; •• I Volontari in ferma breve; •• Il ruolo Sergenti;
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•• •• •• •• ••
I Marescialli; I Volontari in servizio Permanente; Gli Allievi Marescialli; I Primi Marescialli; I Volontari in ferma annuale.
• Gli Ufficiali dell’Esercito. La formazione dagli anni 50 al 2000. • La resistenza degli Italiani: 1943-1945 (Zignani). • Un uomo Paolo Caccia Dominioni. • Esercito italiano. Rapporto annuale 2001.