IL MONDO SOSTENIBILE DI
© Giorgio Galimberti
NUMERO TRE | 2021
Alex Bellini Mara Chilosi Clara Conti Mario Cosmo Mario Cucinella Brunello Cucinelli Denis Curti Paolo Fantoni Odo Fioravanti Alessandro Gassmann Daniele Guadagnolo Angelo Luigi Marchetti Maurizio Masi Luca Mercalli Paolo Mieli Michele Morgante Chicco Testa Riccardo Valentini Michela Zanetti
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A RG O ME NTO
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Le fotografie di questo numero IL MONDO SOSTENIBILE DI
© Giorgio Galimberti
NUMERO TRE | 2021
Alex Bellini Mara Chilosi Clara Conti Mario Cosmo Mario Cucinella Brunello Cucinelli Denis Curti Paolo Fantoni Odo Fioravanti Alessandro Gassmann Daniele Guadagnolo Angelo Luigi Marchetti Maurizio Masi Luca Mercalli Paolo Mieli Michele Morgante Chicco Testa Riccardo Valentini Michela Zanetti
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Ciò che fa della fotografia una forma d’arte e di comunicazione è, innanzitutto, la sua capacità di fissare definitivamente un’immagine su un file o su una pellicola mentre il suo “originale” svanisce per sempre. L’immagine fotografica può dare solo l’illusione di documentare in maniera oggettiva, in realtà non è altro che la rappresentazione di una specifica visione del mondo, legata ai valori di un individuo o di un’organizzazione. Nel nostro caso, una precisa visione del mondo da parte di Rilegno, che ha pensato di chiedere a un fotografo di “mettere in scena” quei valori e quei sentimenti che vivono all’interno del consorzio. Le fotografie di Giorgio Galimberti in questo numero di Walden si muovono sul precario equilibrio di quella linea sottile che separa la realtà dall’immaginazione. Da un lato c’è lo scenario del vissuto quotidiano, legato al lavoro e all’impresa, dall’altro c’è la sua percezione che, legata indissolubilmente al suo fascino
di DENIS CURTI
per l’astrazione, riesce a restituire con chiarezza la coerenza di un progetto che vuole tentare di trovare un equilibrio tra sviluppo e conservazione dell’ambiente. Di queste immagini colpisce la capacità di creare ritmo. Di restituire musicalità. Il flusso continuo degli scatti di Galimberti si muove parallelo al concetto futurista di dinamicità. La sua regola è quella di cambiare continuamente le prospettive, fino a raggiungere punti di vista quasi impossibili. Ed è in questo contesto che nascono quelle immagini stranianti, dove il realismo si esprime in una poetica di rimandi e corrispondenze visive. L’intera serie è costruita sul rapporto che certi stimoli visivi instaurano con il reale, compiendosi in una rinnovata percezione del rapporto figura/sfondo, grazie alla quale Giorgio Galimberti riesce a penetrare gli oggetti, i paesaggi e le architetture, fino a leggerne l’essenza nelle trame naturali delle superfici e della materia.
In questo numero 3 I nuovi semi della sostenibilità di NICOLA SEMERARO 4 Dalla pandemia, luci del mondo nuovo intervista a PAOLO MIELI 8 Dai giovani quattro punti per la sostenibilità intervista a DANIELE GUADAGNOLO 10 Sopra i due gradi, si mette male intervista a LUCA MERCALLI 12 Il ritorno delle foreste intervista a RICCARDO VALENTINI 14 Dalla genetica un aiuto contro il climate change intervista a MICHELE MORGANTE 16 La chimica ci salverà di MAURIZIO MASI 18 Non ci sarà riparo nello spazio intervista a MARIO COSMO 20 Per superare il carbone serve il nucleare intervista a CHICCO TESTA 21 Il mio capitalismo umanistico di BRUNELLO CUCINELLI
22 Il bosco? Non è un supermercato intervista a ALEX BELLINI 24 Dal design cambiamenti tenui ma consistenti intervista a ODO FIORAVANTI 25 Artisti e sportivi, fate di più per il futuro del clima intervista a ALESSANDRO GASSMANN 26 Progettare a basso impatto è l’unica via intervista a MARIO CUCINELLA 28 Costruire sostenibile di ANGELO LUIGI MARCHETTI 29 Dove c’è il legno si vive meglio intervista a MICHELA ZANETTI 30 Sull’ambiente troppe norme sparse, serve flessibilità intervista a MARA CHILOSI 32 Sotto pressione, ma competitivi di PAOLO FANTONI 34 In natura non esistono scarti intervista a CLARA CONTI 35 Rilegno in numeri
IL MONDO SOSTENIBILE DI
Rilegno Consorzio Nazionale per la raccolta, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi di legno
Presidente Nicola Semeraro
Cesenatico (FC) Via Luigi Negrelli 24/A Tel. +39 0547 672946 Fax +39 0547 675244
Consiglio di amministrazione Daniela Frattoloni Vicepresidente
Milano Via Pompeo Litta 5 Tel. +39 02 55196131
Emanuele Barigazzi Milena De Rossi Giacomo Ghirlandetti Mario Mazzucato Cosimo Messina Giovanni Napodano
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Direttore Marco Gasperoni
Franco Somenzi Roberto Valdinoci Ciro Vestita Sindaci Stefano Sirri Presidente del collegio
Marketing e comunicazione Elena Lippi Monica Martinengo
Anno 3 - Numero 3 - 2021 In attesa di registrazione presso il Tribunale di Forlì
Contatti info@rilegno.org
Direttore responsabile Michele Riva
Cecilia Andreoli Marcello Del Prete Gianluca Zavagli (sindaco supplente) Amministrazione Anna Antaridi Area tecnica Antonella Baldacci
Ha collaborato Riccardo Venturi
www.rilegno.org
Progetto grafico e realizzazione Margherita La Noce
Copyright © 2021 Rilegno Foto pagina 3: Francesco Falciola Foto pagine 10: Imagoeconomica Foto pagina 21: Delbo Andrea/Shutterstock.com Foto pagina 20: Flavio Lo Scalzo/AGF Foto pagina 27: Amedeo Turello Abbiamo fatto gli sforzi necessari per contattare tutti i detentori dei copyright delle immagini pubblicate. In caso di involontarie omissioni siamo a disposizione
Stampa Pazzini Stampatore Editore srl Via Statale Marecchia, 67 47826 Villa Verucchio (RN)
Art Consultant Franco Achilli
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svolge un ruolo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici proprio in virtù della sua capacità di assorbire anidride carbonica. La piantumazione resta un sistema efficace per stoccare la CO2, anche se nuove tecniche si affacciano, ad alto contenuto tecnologico ma anche molto costose, come autorevolmente spiegato su questo numero di Walden dai professori Maurizio Masi, Riccardo Valentini e Michele Morgante. Il riciclo del legno a fine vita consente poi di “congelare” l’anidride carbonica stoccata, evitando così l’immissione in atmosfera di milioni di tonnellate di CO2 rispetto ad altri utilizzi, come ad esempio la termovalorizzazione.
I nuovi semi della sostenibilità di NICOLA SEMERARO Presidente Rilegno
2021. La terza edizione della rivista annuale Walden, dedicata alla cultura e alla pratica della sostenibilità e dell’economia circolare, esce dopo un anno nel quale abbiamo fatto ancora i conti con le conseguenze della pandemia. Non soltanto per le difficoltà nel gestire il riaccendersi dei contagi, con l’ultimo colpo di coda della variante Omicron, ma nello specifico del settore anche per l’esplosione dei prezzi del legno, raddoppiato nel giro di diciotto mesi, così come quello di ferro, alluminio, poliuretani, fino ai costi dell’energia. Eppure, nonostante tutte le difficoltà, il sistema Rilegno continua a ottenere risultati di assoluta eccellenza. Un dato su tutti lo dimostra: l’Unione Europea ha fissato l’obiettivo del 30 per cento al 2030 per il riciclo degli imballaggi di legno. Noi siamo al 64 per cento, più del doppio di quanto sarà obbligatorio fra dieci anni! È stato anche l’anno di Cop26, non un trionfo ma nemmeno un flop, come affermato da qualche commentatore in modo troppo frettoloso. Per la prima volta è stato riconosciuto che l’obiettivo delle politiche climatiche deve essere quello di mantenere la temperatura globale entro un aumento massimo di 1,5 gradi come ci racconta nelle pagine della rivista Luca Mercalli. Rilegno dà il suo significativo contributo: con il lavoro di un anno, permette di risparmiare 2 milioni di tonnellate di CO2, pari a un milione di veicoli circolanti. Il legno è un materiale naturale, sostenibile per eccellenza e riciclabile all’infinito, che
E DITO RI A L E
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I giovani hanno dato un contributo importante al raggiungimento dei risultati ottenuti a Glasgow, non solo con i movimenti di protesta quali i Fridays for Future, ma anche esprimendo proposte concrete, di cui diamo conto, attraverso il Youth4Climate, come racconta Daniele Guadagnolo. Proprio i giovani sono i protagonisti dell’affermazione sempre più estesa dei principi della sostenibilità, cavallo di battaglia di Rilegno da sempre. Non a caso Rilegno ha sempre cercato il coinvolgimento dei giovani, anche attraverso le iniziative della community sostenibile We are Walden. Se vogliamo davvero raggiungere gli sfidanti obiettivi che ci siamo posti a Glasgow, ognuno di noi deve fare la sua parte, non possiamo pensare che i grandi cambiamenti dipendano dagli altri. Solo un’azione combinata di Stati e individui ci permetterà di incidere in modo efficace sulla dinamica ambientale e climatica. Ed è evidente che solo i giovani possono trainare questa dinamica virtuosa così essenziale. Nella sua lunga intervista pubblicata su questo numero di Walden, Paolo Mieli paragona il periodo che stiamo attraversando al passaggio tra Trecento e Quattrocento, dopo la peste nera. Proprio in quel periodo buio furono gettati i semi per una delle fasi più luminose della storia dell’umanità, il Rinascimento. Allo stesso modo, la pandemia ci ha obbligati a gettare nuovi semi, quelli della sostenibilità. Noi di Rilegno ne siamo antesignani: ci lavoriamo da un quarto di secolo esatto, e rimaniamo fiduciosi che i semi germoglieranno, a beneficio delle generazioni future. Chiudo la mia introduzione con un ringraziamento particolare a tutti coloro che hanno contribuito con i loro interventi alla creazione di questo numero di Walden: studiosi, imprenditori, personaggi del mondo della cultura, donne e uomini che condividono i valori di rispetto dell’ambiente e dell’uomo che caratterizzano il sistema Rilegno. Solo insieme e tramite la contaminazione possiamo costruire un futuro alternativo.
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Dalla pandemia, luci del mondo nuovo Come fra Trecento e Quattrocento, quando dalla peste nera nacquero i semi del Rinascimento, la storia ci mette di fronte a un’opportunità di cambiamento. La prima sfida è la sostenibilità intervista a PAOLO MIELI Esiste un’emergenza cambiamento? O stiamo solo vivendo la storia che va e non si ferma? Esiste eccome. Spesso vengono fatti dei paragoni con il passato per dimostrare che la storia dell’umanità conosce cambiamenti profondi, indipendenti dalla volontà dell’uomo. L’esempio classico è quello del passaggio da un’epoca più calda a cavallo del primo millennio, quando la Groenlandia era una terra verde (come dice il nome, Grönland), a un’epoca di raffreddamento. Questo è innegabile: e chiunque abbia studiato la storia sa che i cambiamenti hanno coinciso con grandi trasformazioni della terra e anche del genere umano. Ma è altrettanto dimostrato che dalla
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metà del Settecento in avanti, con un’accelerazione impressionante negli ultimi decenni, l’uomo è in grado di controllare questi cambiamenti e di aggiungere del suo, sia nel male, cioè accentuando i processi di intossicazione dell’atmosfera, che nel bene, cioè mettendoli a freno. È come se fossimo nel 1945 e parlando dell’uso dell’energia nucleare a scopi bellici dicessimo: le guerre ci sono sempre state e anzi hanno prodotto più morti nel passato che nel presente, quindi perché impressionarsi? Perché questa volta, come fu tra la seconda metà degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta per l’uso militare dell’energia atomica, dipende da noi. Si tratta di fare come
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si fece ai tempi dell’arma atomica: mettersi d’accordo per mettere un freno, per stabilire dei codici. Allora ci si riuscì a fatica e fu un processo laboriosissimo. Adesso, con una minaccia che vale dieci volte l’arma atomica, significa dover fare lo stesso sforzo. Che cosa pensa degli esiti di Cop26? Sono molto più positivo di quello che ho letto nei commenti della grande stampa internazionale. Proprio conoscendo i precedenti storici, è infantile immaginare che possa esserci un giorno in cui, con un colpo di bacchetta magica, l’umanità produce un cambiamento radicale e repentino. Penso che tutte le esigenze in campo siano esigenze reali. Il fatto che la Cina e l’India, dove vive una percentuale altissima degli abitanti dell’umanità, abbiano fatto progressi grazie ai quali nel giro di quarant’anni l’umanità è uscita dall’analfabetismo e non vive più sotto la soglia di povertà, sia pur di poco, è un tema che ci riguarda. Non possiamo dire: noi stiamo bene, per noi è venuto il momento di metterci a dieta, mettetevi a dieta anche voi. Dobbiamo trovare dei punti d’incontro tra le giuste esigenze che hanno Cina, India e Paesi come loro. Ed è anche nostro interesse che non esistano Paesi di quelle proporzioni, con due miliardi e mezzo di persone che non hanno nessun interesse a salvare il pianeta perché hanno da perdere solo un mondo orribile e brutale di miseria e mortalità infantile. Come sbagliarono i marxisti a pensare che l’interesse dei capitalisti fosse solo quello di arricchirsi, finché a un certo momento dovettero capire che i capitalisti avevano anche interesse a generare una ricchezza diffusa, che avrebbe creato il mercato e avrebbe permesso loro di arricchirsi, allargando la platea degli arricchiti, molto più che se avessero tratto ogni goccia di plusvalore dalle merci; così oggi l’umanità sta capendo che non può limitarsi a dire: che ci importa di loro?, perché senza di loro, gli abitanti delle zone arretrate del mondo, ci suicidiamo e non garantiamo secoli di vita a noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti. È il nostro interesse, non si tratta di generosità. Per questo dobbiamo trovare un modo, ed è molto complicato, di far coincidere le esigenze di salvaguardia del pianeta con l’emancipazione di popoli di quelle dimensioni. Il discorso vale anche per l’Africa: ho parlato di Cina e India perché sono i Paesi che si sono messi di traverso al recente vertice di Glasgow. A Cop26 sono stati commessi errori che hanno impedito di raggiungere risultati più ambiziosi? Penso che gli errori siano solo quelli che compromettono un processo. Tutte le forzature e le accelerazioni sono inutili, e rischiano di essere anche dannose. Non ho nessuna simpatia per la Cina e tantomeno per l’India, ma è una clamorosa ingiustizia puntare l’indice contro nazioni che vogliono conoscere un progresso come quello che noi ci siamo già messi alle spalle: si tratta di accompagnarli su quella strada e trovare dei punti di incontro. Così si crea il progresso: continue interruzioni nelle trattative e ripresa del lavoro da parte di gruppi dirigenti di buona volontà. Mettere
dei limiti all’uso bellico dell’energia nucleare ha comportato una fatica paragonabile a quella che stiamo compiendo oggi. Non fu facile uscire dalle logiche ancora militari del dopoguerra in piena guerra fredda, quando rischiammo tutti di commettere gli errori già fatti tra le due guerre mondiali, precipitando in un nuovo conflitto. Era possibilissimo che dalla seconda guerra mondiale si precipitasse in una terza, che la guerra fredda si trasformasse in una guerra rovente. Fu probabilmente il ricordo di quello che era successo alla fine del ventennio tra le due guerre a imporci di non fare lo stesso errore. Adesso, secondo me, la pandemia è un “segnale divino”: ci fa capire che quello che eravamo abituati a vedere nei film di fantascienza è possibile. Per fortuna la stiamo affrontando, ma dal punto di vista simbolico io do un’enorme importanza alla crisi pandemica. Io e lei, come ogni uomo sulla faccia della terra, ci siamo trovati per settimane, per mesi da soli a riflettere con noi stessi e a constatare che quello che consideravamo impossibile era invece possibile. Chi mai avrebbe immaginato di trovarsi nella propria vita in una situazione simile? Questo percorso interiore è una grande spinta a compierlo in anticipo su altri terreni, e il primo è proprio quello della sostenibilità. Da un punto di vista geopolitico, quali evoluzioni dello scenario globale sono auspicabili per una maggiore efficacia nella lotta al global warming? Che si trovi un equilibrio tra Stati Uniti e Cina e non ci si trastulli con l’idea che non si debba passare da questo. Il rapporto tra Stati Uniti e Cina è molto simile a quello che si stabilì nel dopoguerra tra Usa e Urss. So che in Europa è di moda pensare che anche noi siamo entrati nel gioco globale come attori. Certo l’Europa è il continente che ha più storia alle spalle, ma i fondamentali sono che esistono Usa e Cina; che la Russia è un Paese importante che gravita nell’orbita cinese; che l’India è un Paese importante che gravita nell’orbita nostra – non parlo di logiche militari, ma di pesi politici. Mettere tutto questo a profitto significa arrivare a un punto d’incontro in cui l’umanità procede insieme. Abbiamo imparato durante la pandemia a mettere da parte molte tensioni in Europa o in Medio Oriente. Pensi a quanti conflitti sono stati non dico sospesi ma molto ridimensionati. Dobbiamo continuare su quella strada. La sostenibilità, per fortuna, è diventata una sorta di mantra. Ma quanto è grande il gap tra parole e fatti concreti? Enorme. Speravo che con la pandemia fosse scalfito anche il gap tra le nostre aspirazioni e le idee ricevute, alle quali ci teniamo abbarbicati. Faccio un esempio a proposito dell’uso pacifico dell’energia nucleare. Tutti quelli che si sono battuti contro il suo utilizzo pensano che sia automatico doversi battere ancora nella stessa direzione, nonostante i progressi in quel campo siano stati clamorosi, e forse siamo vicini al momento in cui davvero avremo centrali – vecchia parola, usiamola per intenderci – di quarta e quinta
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Paolo Mieli è stato direttore de La Stampa e del Corriere della Sera e presidente di RCS Libri. Come storico, è autore di saggi, conduttore di programmi televisivi e curatore di collane editoriali.
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Foto in questa pagina: Tutto il sistema Rilegno nasce dal bosco, primo anello del sistema. Foto di Giorgio Galimberti (tutte le foto di questo numero). Foto pagina a lato: Il bosco regala il legno, materiale bio per natura. Le segherie preparano i tronchi che serviranno per la lavorazione.
generazione, molto più sicure, o del tutto sicure, o non più insicure di altre strutture industriali presenti sul territorio. Eppure vedo la fatica che si fa ad ammetterlo. Ben pochi, tra quanti anni fa si sono battuti contro le centrali nucleari, adesso sono disposti ad approfondire questo tema e a dare atto degli sforzi e dei risultati che hanno prodotto. La scarsa volontà di cambiare idea è uno dei limiti della questione che stiamo affrontando. Presa una posizione venti, trenta o quaranta anni fa si fa finta che le cose siano ancora così, perché non si vuole ammettere di aver sbagliato. Un Paese come il nostro, che per ben due volte tramite referendum ha detto no alle centrali, ma poi ha accettato di comprare a caro prezzo energia prodotta da centrali nucleari situate a pochi chilometri dai nostri confini, è un’evidente contraddizione in termini. Negli anni in cui in Europa stavamo abolendo le frontiere, noi facemmo come se in Abruzzo avessero abolito le centrali nucleari, che però si potevano costruire in Molise, e l’Abruzzo comprava energia dal Molise. Avendo fatto io in passato finta di non accorgermi, un po’ me ne vergogno, perché è una di quelle cose che mettono in discussione l’onestà intellettuale. Che i partiti politici abbiano usato strumentalmente questa materia non sorprende, ma che lo facciano degli intellettuali o comunque persone svincolate dalla politica non è più ammissibile. Questo mi porta a dire che il primo sforzo che devono fare le persone che pensano è di essere intellettualmente oneste, e svincolate da vincoli politici o di Paese. Uno può essere italiano, amare il proprio Paese, essere di destra o di sinistra, ma di una cosa così evidente deve dare pubblicamente atto. Bisogna fare un discorso chiaro su questo, e devono cominciare le persone intellettualmente libere.
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I giovani dei Fridays for Future sono un’esigua minoranza di attivisti? Oppure la consapevolezza dell’urgenza della crisi climatica si sta davvero diffondendo? Le minoranze che si sono mosse su terreni come la lotta per l’abolizione della schiavitù, il voto alle donne, l’emancipazione femminile, e potrei fare cento altri esempi, sono sempre apparse come gruppi di estremisti dissennati, gente che vedeva solo una parte del problema e non l’insieme: davano anche un po’ fastidio, provocavano insofferenza anche in un osservatore ben disposto. Ma da storico devo dire che la storia ha sempre dato ragione a loro. Non esiste un solo caso in cui una minoranza mondiale che si è mossa su terreni comprensibili dopo un secolo o due secoli non abbia avuto ragione. Anche i primi che si muovevano a San Francisco nelle lotte per i diritti degli omosessuali sembravano pazzi vestiti in modo strano, una cosa provocatoria, erano giovani con un tono perentorio di sfida; ma passati cinquanta o cento anni la storia ha dato loro ragione. Anche se a volte ci sono delle manifestazioni che mi danno fastidio. Ho trovato molto fastidioso l’atteggiamento che hanno avuto i militanti di Fridays for Future verso la conferenza di Glasgow, andare lì a dire che era tutto solo bla bla bla. Capirei se si fosse trattato di costruttori di centrali a carbone, ma stavano lì per fare l’interesse dell’umanità. Può darsi che tutto si potesse fare in maniera più veloce, può darsi che i partecipanti fossero vittime di contraddizione se si spostavano su voli privati, facendo all’atmosfera più danni dei vantaggi provocati della conferenza: però capisco che dire che era tutto un bla bla bla possa provocare irritazione. Ma ripeto: la storia ha dato sempre ragione a Greta e torto a quelli che alzavano il sopracciglio.
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VISIONARI PER NATURA
We are Walden è la community di Rilegno, nata nel 2021, dedicata ai giovani che desiderano impegnarsi attivamente per un futuro più sostenibile. Coinvolgere, formare e sensibilizzare i giovani e catalizzare le loro idee ed energie è un aspetto centrale dell’azione di Rilegno in favore della sostenibilità. In questo numero, nei box colorati a margine degli articoli, raccogliamo e presentiamo alcuni volti e testimonianze dei ragazzi “visionari per natura” che animano la nostra community per un mondo nuovo.
Il greenwashing è una pratica diffusa? Ritiene che la regolamentazione europea in fieri per contrastarla sia all’altezza della sfida? È una pratica diffusa, ma non esiste una soluzione unica: più divento adulto più ne diffido. Si tratta di tentare, riprovare, fare senza disprezzare quelli che hanno provato prima: non essendo in grado di dare una risposta definitiva, tendo a fidarmi. La transizione energetica costa: provocherà disoccupazione, o comunque mancate ricchezze. La facciamo perché abbiamo capito che è nostro interesse farla. Che interesse abbiamo a far finta? Nessuno. Tante volte proveremo a farla e non ci riusciremo, i mezzi si riveleranno inefficaci, ma questo non dipende dalla cattiva volontà degli uomini. Certo, ci sono degli imbroglioni che quando vengono scoperti devono essere processati o comunque indicati al pubblico disprezzo, ma la maggior parte delle persone che dedicano energia a questo lo fanno in buona fede, cercando soluzioni difficili da trovare. Se no come si spiega che per liberarsi dalla schiavitù tanti Paesi, non solo gli Stati Uniti, abbiano dovuto attraversare infiniti passaggi complicati, guerre come quella di secessione, che prima delle guerre mondiali fu tra le più atroci per le proporzioni, i morti, il fatto che era una guerra civile. Perché morire a centinaia di migliaia e non saltare tutti i passaggi per arrivare subito alla definizione? Perché i diritti civili, così come una grande sfida come la battaglia sul clima, sono appunto complessi. Le facilonerie sono tollerabili se fanno parte del bagaglio di Greta, ma non delle persone adulte. A quale periodo storico o a quali temi della storia possiamo guardare per una riflessione utile ad af-
frontare il nostro cambiamento? La fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, cioè il passaggio dal secolo della peste nera e della guerra dei cent’anni al mondo del rinascimento. Studiando a fondo quel periodo storico ci si rende conto che nel Trecento l’umanità pensò di essere precipitata in un gorgo da cui non si sarebbe più riavuta. Poi invece iniziò un’epoca luminosa. La storia si è ripetuta tra il Seicento e il Settecento, sono due passaggi che hanno molti punti in comune – tant’è che sia nel Quattrocento sia nel Settecento l’umanità pensò a se stessa come se si fosse lasciata alle spalle un Medioevo. Nel momento più buio si mettono i semi del processo successivo: sta accadendo qualcosa di simile con la pandemia, i semi gettati oggi dovrebbero produrre effetti benefici dove meno ce lo aspettiamo, cioè proprio sul terreno della sostenibilità ambientale. La peste ha prodotto la migliore letteratura, civilizzazione, quadri, dipinti, affreschi meravigliosi, musica, e le radici furono gettate in quel momento in cui l’umanità, o almeno l’Europa, visse come noi abbiamo vissuto la pandemia, cioè terrorizzata. Il terrore può essere un richiamo alle energie che ti consentono di fare un salto. Eppure non c’era questa consapevolezza, il mondo del Rinascimento non si accorse che lo stava vivendo. Infatti il Quattrocento si chiude con i due affreschi più famosi, due giudizi universali: quello di Luca Signorelli del Duomo di Orvieto, a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, e quello di Michelangelo, la Cappella Sistina, realizzato tra il 1536 e il 1541. I due affreschi sono il simbolo di una percezione da giudizio universale, ma le luci e alcuni elementi fanno intuire la consapevolezza di essere passati nel mondo nuovo.
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Visita il sito della nostra community
MATTIA, 21 I gesti più importanti che ho compiuto per ridurre il mio impatto ambientale sono stati sicuramente ridurre il mio consumo di plastica usa e getta, prediligendo altri materiali come l’alluminio, e iniziare a fare seriamente la raccolta differenziata.
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La strada è il percorso da fare verso il futuro. Il legno la accompagna.
Dai giovani quattro punti p Tre giorni di lavoro, 400 giovani da tutto il mondo: i risultati di Youth4Climate intervista a DANIELE GUADAGNOLO
Daniele Guadagnolo è co-fondatore e membro attivo di diverse organizzazioni e network dedicate alla sostenibilità, tra cui Change For Planet. È stato rappresentante dell’Italia alla conferenza dei giovani sul clima di Milano, Youth4Climate.
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Come è stato scelto per essere uno dei due delegati italiani alla Youth4Climate? Il processo di selezione è iniziato a marzo-aprile. Ognuno dei 193 Paesi che appartengono a UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) doveva esprimere due rappresentanti. Ci sono stati tre livelli di selezione: nazionale, effettuata dal ministero della Transizione ecologica; giovanile, per così dire, da parte di Youngo, la youth constituency all’UNFCCC; e internazionale, a opera di UN Youth Envoy, un’entità dell’ONU che si occupa di giovani non solo a livello di clima ma anche di diritti umani. A contare sono state anche le mie esperienze. In particolare quali? Sono laureato in Economia, e nel 2018 ho partecipato all’UNCTAD Youth Forum, ovvero al forum delle Nazioni Unite dedicato a commercio e sviluppo. Ho fatto esperienza alle LCOY (Local Conference of
Youth on Climate Change), evento organizzato da giovani per i giovani e dedicato ai temi del cambiamento climatico, versione locale e un po’ più pratica delle Conference of Youth di Youngo. Poi con alcuni amici abbiamo fondato una Onlus, Change for Planet. Il nostro punto focale è fare educazione climatica e advocacy, oltre ad attività pratiche di tipo diplomatico: abbiamo mandato una delegazione a Cop26. Ci spiega che cosa è stato Youth4Climate? Un evento della durata di tre giorni, con 400 giovani da tutto mondo a lavorare per 72 ore su un documento di linee guida con l’ambizione di essere implementate dagli Stati nazionali all’interno dei loro settori legislativi. Abbiamo avuto il supporto di youth advisor dell’UNFCCC e del mondo delle ONG, veri esperti in ogni tematica affrontata. È stato dunque uno sforzo comune, e il documento racchiude diverse visioni, anche da parte italiana, visto che io sono un economista mentre l’altra delegata, Federica Gasbarro, è
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una biologa. Credo sia stato un punto di forza mettere assieme persone che vengono da mondi diversi, in modo che il documento fosse il più inclusivo possibile, per andare uniti nella stessa direzione. La volontà comune era quella di non scontrarci con gli Stati nazionali o con l’ONU ma, al contrario, di collaborare con chiunque, nonostante le sensibilità diverse. Uno sforzo comune che ha avuto successo, se si pensa che il nostro documento è stato presentato alla cinquantina di ministri che hanno partecipato alla PreCop. Il documento finale prodotto da Youth4Climate è fatto di 44 pagine, ma ritengo che i punti fondamentali siano quattro. Ce li descrive? Eravamo divisi in quattro gruppi di lavoro, ma su un punto ci siamo focalizzati tutti: andare a Net zero, cioè eliminare le emissioni di CO2 entro il 2030 in tutto il pianeta. È un obiettivo molto ambizioso, quindi il documento descrive una sorta di adattamento graduale, spiegando quali incentivi usare e quali passi compiere perché l’obiettivo sia raggiungibile, non solo in Italia ma anche in Europa e in tutto il mondo. Questo è il punto fondamentale su cui tutti i gruppi di lavoro hanno trovato una posizione comune. Ritenete che sia un obiettivo possibile? Sì, ma bisogna lavorare velocemente, bene e parec-
Terzo? Il coinvolgimento dei giovani all’interno dei processi decisionali sui cambiamenti climatici. È molto complicato. Alcune prime azioni sono state intraprese: nel documento finale di Cop26 ci sono punti che fanno un riferimento diretto alle linee guida uscite da Youth4Climate. Il ruolo dei giovani sta avendo una spinta, non dico che stia diventando vincolante come vorremmo ma siamo sulla buona strada. Bisogna crea re un ponte di collegamento tra giovani ed entità nazionali, e tra giovani ed entità internazionali: in questo momento quest’ultimo è più facile. Si sta iniziando a capire l’importanza di questo dialogo. È un processo in via di sviluppo. Non siamo messi in vetrina ma abbiamo una sorta di responsabilità; non ci devono invitare a un evento all’anno per farci dire due parole, è un processo un po’ più lungo, che va avanti nel tempo. Il quarto punto ha a che fare con i meccanismi economici? Proprio così. Serve un meccanismo di finanziamento più trasparente, che semplifichi l’accesso dei giovani imprenditori, subissati dalla burocrazia e carenti di informazioni, in modo da favorire la loro partecipazione allo sviluppo sostenibile e all’adozione di soluzioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Inoltre il problema fondamentale, che è anche un enorme problema di legislatura globale, è l’e-
ti per la sostenibilità chio. Uno dei problemi principali è quello della coope razione, del coordinamento tra Paesi. Uno stato può implementare tutte le energie che vuole, ma se è responsabile del 3-4 per cento delle emissioni globali da solo può fare ben poco. Come ha detto l’attivista ugandese Vanessa Nakate, che ha partecipato anche allo Youth4Climate, l’Africa è responsabile solo del 3 per cento delle emissioni globali di CO2. Stati Uniti, Cina e India hanno percentuali ben maggiori… Qual è il secondo punto? Un’ora al mese di educazione al cambiamento climatico e alla sostenibilità su diversi livelli scolastici. Implementare questa attività in Italia è molto diverso dal farlo in India o in Colombia; noi abbiamo definito delle linee guida, poi spetta agli Stati nazionali decidere come applicarle. Ci siamo resi conto che per cercare di risolvere il problema del clima oggi, bisogna trovare una soluzione possibile anche per il futuro. Si deve far capire come funzionano la sostenibilità e il cambiamento climatico, in modo che le persone siano consapevoli delle conseguenze delle loro scelte, fornendo loro una base di conoscenza in modo che siano responsabili dei loro acquisti.
sigenza di cambiare il mindset delle aziende. Si tratta di superare il modello ormai antico che punta solo al break even, cioè solo a fare soldi. Bisogna guardare al lungo periodo, da un lato per valutare l’impatto delle proprie azioni a livello di tessuto economico e ambientale, dall’altro perché si possono magari fare soldi subito, ma se non si tiene conto dei fattori ESG non ci sono prospettive di continuare a farne. I prodotti non sostenibili, per esempio, possono essere boicottati anche se hanno un prezzo stracciato. La tendenza del mercato è l’acquisto di beni con un prezzo un po’ più alto ma con un impatto contenuto, e sostenibili. La direzione che sta prendendo il mondo è questa. Che rapporto avete con il movimento Fridays for Future? Siamo complementari. Fridays for Future ha un ruolo mediatico ineccepibile, in grado di scuotere la coscienza delle persone. Sono arrivati dove nessuno era riuscito fino a cinque anni fa, hanno fatto un’opera incredibile. Quel che possiamo fare noi è portare un po’ di materia tecnica. Loro si occupano di advocacy e media, noi della parte pratica. La loro azione va benissimo, ma servono anche cose concrete; noi di Youth4Climate abbiamo i nostri campi di competenza.
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La richiesta di Youth4Climate sulla partecipazione dei giovani “Chiedere ai paesi e alle istituzioni competenti di assicurare urgentemente un impegno e un coinvolgimento significativo dei giovani in tutti i processi decisionali sui cambiamenti climatici e sulla pianificazione, progettazione, attuazione e valutazione delle politiche climatiche a livello multilaterale, nazionale e locale, creando un ambiente a ciò favorevole.”
Le proposte di Youth4Climate in quattro punti
1 NET ZERO Eliminare le emissioni di CO2 entro il 2030 in tutto il pianeta
2 EDUCAZIONE 1 ora al mese di formazione al cambiamento climatico e alla sostenibilità ai vari livelli scolastici
3 GIOVANI Creare un ponte di collegamento tra i giovani e le entità nazionali e internazionali
4 MINDSET Superare il modello economico rivolto esclusivamente al profitto
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Sopra i due gradi, si mette male Cosa succede esattamente se la temperatura del pianeta si alza troppo (e cosa si può ancora fare) intervista a LUCA MERCALLI
Quali sarebbero le conseguenze di diversi livelli di aumento della temperatura sul pianeta? Con 1,5 gradi siamo entro i limiti di sicurezza, nella normalità del pianeta come lo conosciamo adesso. Aumenterebbero un po’ gli eventi estremi, ma in una misura giudicata dall’Onu assolutamente tollerabile. Sopra il grado e mezzo cominciamo a entrare in una zona rossa; sopra i 2 gradi, in una terra incognita. Questa è un po’ la ratio degli accordi di Parigi, che dicono: non più di due gradi, meglio 1,5 ma non più di 2. È un po’ come la febbre di un malato. Un aumento di 1,5 gradi equivale, diciamo, a una febbre a 38,5; 2 gradi vuol dire 39, sopra i 39 il medico comincia a dire: qui le cose si mettono male... Come questi diversi aumenti di temperatura impatterebbero sull’innalzamento del livello dei mari? Con un aumento della temperatura inferiore ai 2 gradi, il livello del mare aumenterebbe complessivamente a fine secolo di circa 40 centimetri. Oltre i 2 gradi – ma potenzialmente si può arrivare anche a 4 gradi in più se non si fa niente – a lungo termine si può avere un innalzamento anche di 1,20 metri. Il che significherebbe sommergere Venezia e tutto il delta del Po. Per quanto riguarda tutti gli altri fenomeni, semplicemente più aumenta la temperatura e più diventano frequenti e intensi. Sotto i 2 gradi la siccità può durare due mesi, sopra i 2 gradi magari un anno o un anno e mezzo – in California è già successo che durasse quattro anni. L’ondata di calore che prima arrivava una volta ogni cinque anni può esserci tutti gli anni. Un’alluvione che capita ogni cinquant’anni può arrivare ogni cinque. Un uragano che prima non si era mai visto può venire fuori. È tutta un’amplificazione di fenomeni che conosciamo già, più aumenta la temperatura e più diventano intensi e violenti.
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Quale sarebbe lo scenario se l’aumento a fine secolo fosse di 2,4 gradi, come ipotizzato dal Climate Action Tracker alla Cop26? Con 2,4 gradi già si esce dalla soglia di sicurezza dei 2, si entra in un territorio dove i nostri figli e nipoti rischiano di vedere eventi a cui è difficile adattarsi, per i quali si paga un prezzo più alto. Il livello del mare a fine secolo si innalzerebbe di oltre mezzo metro. Certo va detto che anche se si fosse capaci di mantenersi sotto i 2 gradi, in ogni caso 30-40 centimetri di innalzamento dei mari non ce li leva più nessuno. È un colpo già in canna, il mare sta aumentando di 3,7 millimetri all’anno. Ma un conto sono 30 centimetri, un altro mezzo metro. Con un aumento di 2,4 gradi della temperatura e quindi mezzo metro di innalzamento del livello dei mari, Venezia diventerebbe una città praticamente invivibile; tutte le coste sabbiose come il delta del Po avrebbero molti problemi. Il danno sarebbe enorme, una fetta di spiagge costiere verrebbe abbandonata in modo permanente. Non sono fenomeni che si possono riparare, una volta avvenuti. Inoltre, mentre fermandosi sotto i 2 gradi il mare aumenterebbe più o meno di 30-40 centimetri e poi si fermerebbe, oltre i 2 il livello del mare continuerebbe a crescere. Si destabilizzerebbero le calotte glaciali della Groenlandia. Se si va avanti con questa spirale, l’attesa è un innalzamento del livello dei mari di 5 metri nel 2300, l’ipotesi peggiore. Come sono giudicabili dal punto di vista di un climatologo i risultati della Cop26? Sono largamente insufficienti. Le leggi fisiche purtroppo non aspettano gli indugi umani. Da un punto di vista meramente negoziale, invece, il bicchiere è mezzo pieno, qualcosa si è portato a casa: non è facile mettere d’accordo 196 paesi. Ma purtroppo la fisica di questo se ne infischia, non è che ci ascolti e ci faccia degli sconti... C’è un’urgenza dettata dalle leggi fisiche, che
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Duemila le aziende consorziate di Rilegno che in Italia producono imballaggi di legno, cassette, pallet, bobine, casse. VISIONARI PER NATURA
DANIELE, 28 Luca Mercalli è presidente della Società meteorologica italiana, climatologo e docente di sostenibilità ambientale.
abbiamo peraltro trascurato per molti anni. Le decisioni dovevano già essere prese nel 1992, quando c’è stata la prima conferenza Onu sul clima a Rio de Janeiro (il Summit della Terra, ndr). Non ci sono scuse, si sapeva dell’urgenza, sono trent’anni che c’è un documento politico internazionale su questi temi, ma ogni anno i passi compiuti sono stati troppo lenti. Dal punto di vista della complessità, dunque, a Glasgow qualcosa si è fatto, ma purtroppo non in modo adeguato ai tempi brevi che abbiamo davanti. Nel corso del negoziato sono stati commessi degli errori? È un problema di complessità delle problematiche, non di singoli errori fatti alla Cop26. Tutti sappiamo benissimo cosa c’è da fare, l’energia nel mondo viene all’85 per cento da fonti fossili. L’errore strategico è stato fatto trent’anni fa, quando non si è riusciti a imporre una road map subito, che ci avrebbe portato oggi a poter agire con una gradualità che non ci possiamo più permettere. L’errore è stato aver sempre detto: c’è tempo, rimandiamo, è difficile, l’anno prossimo… Ora il tempo incalza, e il problema non è facile da risolvere, ancor meno in tempi brevi. I Paesi difendono posizioni più o meno difendibili. Alcuni dicono: io non ho goduto quello di cui hanno goduto i Paesi occidentali per cento anni, quindi o mi pagate o brucio il carbone. Il che non sarebbe del tutto sbagliato, se non fosse che anche l’India soccomberà all’innalzamento del livello dei mari. È una situazione nella quale tutti dicono: qualcuno faccia il primo passo. Ma i Paesi occidentali non vogliono rinunciare a nessuno dei loro interessi. Siamo incartati in un effetto condominio, ci vorrebbe un amministratore che decidesse. Ma l’amministratore Guterres purtroppo non ha potere esecutivo, può solo consigliare: e alla fine, visto che non ha potere esecutivo, nessuno lo ascolta.
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La crisi climatica non mi spaventa, però mi spinge a essere una persona migliore. Tutti sanno che il cambiamento climatico esiste e che c’è una crisi, ma l’importante non è essere spaventati, è attivarsi, per far sì che ognuno di noi possa vivere una vita il più sostenibile possibile.
LORENZO, 25 Andare in bicicletta ed evitare la macchina negli spostamenti quotidiani è un piccolo gesto che cerco di fare tutti i giorni. È il mio impegno per alleggerire il mio impatto sul pianeta, penso che sia importante per tutti mettere in pratica qualche piccolo cambiamento.
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Il ritorno delle foreste Il rimboschimento è la soluzione più attuabile e più economica per catturare CO2, e porta con sé numerosi benefici aggiuntivi. Ma attenzione a rischi e speculazioni intervista a RICCARDO VALENTINI
Riccardo Valentini è professore ordinario in Ecologia Forestale presso l’Università degli studi della Tuscia. Insieme ad altri scienziati del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), nel 2007 è stato insignito del premio Nobel per la pace per le ricerche condotte sul cambiamento climatico.
Foto in questa pagina: Nel bosco la nostra Casa, nei pioppeti la storia dell’Italia.
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In Italia ci sono vari progetti di riforestazione in atto, sia in zone urbane sia in aree rurali. Qual è il vero potenziale della riforestazione contro la crisi climatica? La riforestazione ha un ruolo molto importante. Nasce soprattutto dall’ultima decisione della conferenza delle parti alla Cop26 di Glasgow, che se da un certo punto di vista può essere considerata insoddisfacente (in primis dai movimenti dei ragazzi, che chiedono scelte veloci e concrete), in realtà ha preso decisioni importanti. La prima è la carbon neutrality. L’avremmo voluta dopodomani, ma non ce la faremo: è collocata a metà secolo. Tutti i Paesi hanno aderito, ma c’è una variabilità (l’India per esempio l’ha rimandata al 2070). Il dato più positivo è che se ne parla. Se non la raggiungeremo non riusciremo a stabilizzare l’aumento della temperatura a 1,5-2 gradi. La carbon neutrality è importante per le foreste perché siccome ci saranno sempre delle emissioni, e si tratta di ridurre soprattutto quelle da carburanti fossili, significa assorbire CO2. Questa è la nuova parola chiave che riguarda le foreste, che sono serbatoi di anidride carbonica e tramite la fotosintesi sono in grado di assorbire la CO2 in eccesso. Alle nostre latitudini una foresta oggi tipicamente può sottrarre dalle 10 alle 20 tonnellate circa di CO2 per ettaro ogni anno; a livello globale, circa il 30 per cento delle emissioni viene assorbito dalle foreste. Certo, ci sono anche altre tecnologie che possono aiutarci, alcune sperimentali. Per esempio? In Norvegia c’è un impianto pilota per l’assorbimen-
to di CO2 che cattura l’anidride carbonica attraverso grandi ventilatori che succhiano l’aria e diversi processi chimici. Ma si tratta di un impianto che al momento ha più una funzione di ricerca che di operatività, anche perché il costo è di circa mille euro a tonnellata di CO2, una cifra molto alta considerando la quantità di tonnellate di CO2 che ci sono nell’atmosfera. Un’altra strada consiste nello stoccare l’anidride carbonica negli impianti industriali sottoterra; è una soluzione che può avere i suoi effetti, anche se è molto costosa. Ma se mettiamo la CO2 sottoterra, chi ci garantisce che in futuro un terremoto non la rilasci nell’atmosfera? Comunque non tutti i siti sono idonei per questo tipo di stoccaggio e purtroppo la CO2 è un gas che definirei molto democratico, perché si trova dappertutto. Non è agevole raccogliere la CO2 e convogliarla in depositi localizzati. In questo quadro, il ruolo del rimboschimento esce rafforzato? A oggi le foreste rappresentano l’opzione più attuabile, più facile, dai costi inferiori e forniscono anche benefici addizionali: sono fonte di prodotti legnosi, biomassa, migliorano il terreno, riducono l’inquinamento dell’aria nelle aree urbane e migliorano il bilancio geologico, riducendo l’erosione e rallentando le piene. Dove ci sono bacini forestali il tempo che intercorre tra la pioggia e l’evento di inondazione è molto più lungo e gli eventi sono meno intensi. Le foreste rappresentano un valore aggiunto, catturano il carbonio e allo stesso tempo offrono prezio-
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si servizi ecosistemici. Ecco perché oggi ritornano, non senza rischi, perché possono diventare oggetto di speculazioni e distorsioni. In particolare, il mercato dei crediti di carbonio cresce rapidissimamente, grazie anche al fatto che le industrie pensano di poter raggiungere la neutralità carbonica attraverso la compensazione delle foreste. Questo è un aspetto che va affrontato con una certa prudenza: ogni operazione di carbon sequestration dev’essere rigorosa, certificata, validata. I modi in cui le foreste entrano nel sistema di assorbimento della CO2 sono tre. Ce li descrive? Il primo è la forestazione tout court, nel linguaggio dell’Onu il cambiamento di uso del suolo; su qualcosa che prima non era foresta, per esempio un terreno agricolo abbandonato, viene impiantato un bosco. Il secondo è la vera e propria foresta già esistente, che tipicamente è gestita, selviculturale. Una foresta può accumulare CO2 per un lungo periodo tempo, perché la sua vita si estende per molte centinaia di anni. Il picco della produzione primaria netta è attorno ai 100-150 anni, poi comincia un po’ a declinare. Il sistema di assorbimento va avanti per lungo tempo, è un investimento che ha un lungo periodo di ritorno. Il terzo è lo stop alla deforestazione tropicale: anche questa è stata una dichiarazione di Cop26, non ancora una misura operativa. C’era stata anche nel 2013 a Parigi e non è mai stata implementata. Ma la differenza è che Brasile e Indonesia, che prima non avevano aderito, questa volta si sono associati, dichiarando di rinunciare alla deforestazione tropicale. Vedremo se questa scelta sarà implementata. Bloccarla può ridurre sensibilmente le emissioni: la deforestazione oggi conta dal 10 al 20 per cento delle emissioni gas serra a seconda delle stime, per il carbonio incide dal 10 al 12 per cento, se ci aggiungiamo gli altri gas serra per via indiretta si arriva al 20 per cento. I tre processi entrano in modo determinante nel sistema di assorbimento della CO2. Quello che in Italia abbiamo più a portata di mano è la forestazione. Quanto è grande il rischio che le nuove aree boscate non vengano gestite adeguatamente in futuro? Come abbiamo visto, l’assorbimento di CO2 da parte delle foreste è facile, costa poco, ha tanti benefici e dura nel lungo periodo. Ma è proprio nell’orizzonte temporale che il carbonio può diventare vulnerabile. Nel caso della riforestazione, per esempio, è bello vedere che si organizza la giornata dell’albero, ma spesso dopo dieci anni tutti si sono dimenticati del boschetto piantato dai bambini e quegli alberi non ci sono più, per tanti motivi. Dobbiamo passare dalla giornata di celebrazione dell’albero a un vero e proprio sistema razionale di gestione delle nuove foreste, e quindi mettere a servizio di queste operazioni di rimboschimento anche la manutenzione. Ci vogliono attenzione, protezione, controllo continuo, monitoraggio e una cultura nuova di rispetto del bosco, soprattutto se guardiamo alle zone di periferia che sarebbero adattissime per fare rimboschimento e
assorbire CO2, ma sono quelle più vulnerabili all’incuria: dobbiamo fare entrare anche nella mentalità dei cittadini l’importanza di mantenere queste nuove formazioni di boschi. È importante anche la gestione di lungo periodo, quindi si devono privilegiare specie che possano avere lunghi periodi di assorbimento e una rapida ricrescita. Ma cosa facciamo del fine vita di queste piantagioni? Si può fare la scelta di avere delle specie longeve e accumulare poco carbonio sempre, oppure specie a rapida crescita, ma a un certo punto bisogna porsi il problema del fine vita: non si può pensare di mantenere una piantagione di pioppo per cento anni. A fine vita, se lo bruciassi o lo buttassi in discarica, se non facessi nulla, quello tornerebbe a essere CO2, e tutto il lavoro fatto sarebbe vanificato. La gestione del fine vita è quindi fondamentale nelle piantagioni a rapida crescita. Quando si fa la certificazione dei crediti, va assicurata in modo trasparente con impegni formali. Come gestirlo dunque operativamente? Ci sono due fine vita importanti. Uno per la produzione di legname da opera, da costruzione, da pannelli, fino alle fibre tessili: sono le cosiddette nature based solution, prodotti che hanno una stabilità e che permettono di dire: il carbonio catturato l’abbiamo stabilizzato. Anche il biochar, una forma di carbone, rimane stabile per migliaia di anni, ed è un modo per stabilizzare la CO2. L’altro è la produzione di energia, che oggi ci offre nuove tecnologie. In Italia è sempre stata oggetto di barriere ideologiche, magari confondendo una piantagione con una foresta di un parco... Da una piantagione legnosa possiamo produrre anche biomassa per fare energia. Oggi ci si spinge anche verso frontiere nuove come l’idrogeno verde, che si può produrre anche dalla biomassa. È una tecnologia importante che permette di stoccare energia in maniera delocalizzata: in futuro l’energia potrà essere prodotta anche da una piccola azienda agricola. Ma alla fine, prima o poi, la CO2 catturata nel legno viene rilasciata nell’atmosfera: qual è dunque il vantaggio? Nel caso di un violino Stradivari, fatto con legni di risonanza di Paneveggio da 600 anni, parliamo di secoli di cattura, che sono quelli che ci servono per comprare del tempo per trovare magari nuove forme energetiche. Ma va chiarito che è molto positivo fare energia dal bosco, e questo al di là delle ideologie. Se quell’energia sostituisce l’energia fossile, quel che si fa è sostituire alle emissioni del gasolio o del carbone un bilancio neutrale: con il legno ho assorbito la CO2 e l’ho riemessa, quindi non ho toccato l’atmosfera ma ho prodotto l’energia che mi è servita. È chiaro che se invece di farne energia la biomassa la butto o la incendio senza scopo, allora il vantaggio non c’è più. Per questo è importante che chi fa rimboschimento dica esattamente cosa farà tra vent’anni con la biomassa, e lo certifichi. Altrimenti non dovrebbe poter ottenere dei crediti.
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CESARE, 34 La crisi ambientale porterà diseguaglianza nel tessuto sociale, accade anche da noi in Italia con il solito divario tra Nord e Sud. Sono calabrese di origine e vivo a Piacenza per lavoro da 10 anni. Questa estate gli incendi hanno devastato la Calabria, la Sicilia e la Sardegna, a oggi cosa è stato fatto per rimboscare intere montagne andare carbonizzate?
RICCARDO, 24 Penso che il problema più grave oggi risieda nella cattiva informazione. Molte piccole informazioni, se raccontate nel modo corretto, dalle persone giuste, potrebbero davvero aiutare il cittadino a prendere decisioni ecologicamente consapevoli, evitando il pensiero che ogni scelta è uguale alle altre.
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La filiera del legno tra artigianalità e innovazione sostiene l’integrazione.
Dalla genetica un aiuto co n Piante adattate al cambiamento climatico, fotosintesi più efficiente per assorbire più CO2: a che punto è la ricerca e che cosa manca intervista a MICHELE MORGANTE
Michele Morgante è professore ordinario di genetica all’Università di Udine e Direttore Scientifico dell’Istituto di Genomica Applicata. È presidente dell’Associazione Genetica Italiana e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
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La genetica forestale può aiutarci nella lotta ai cambiamenti climatici? Siamo nell’area della genetica dove forse abbiamo fatto meno progressi, quella dei caratteri complessi. L’adattamento al clima, cioè la capacità delle piante di crescere in condizioni climatiche diverse, rientra tra i caratteri che hanno una notevole complessità, ossia sono controllati da tanti geni e soggetti a una notevole influenza di tipo ambientale. Non sappiamo ancora quanti e quali siano questi geni; e per poter dire se la genetica possa o meno dare un aiuto nella lotta al climate change bisognerebbe avere queste informazioni. Detto questo, sicuramente il miglioramento genetico può dare un aiuto, perché la selezione artificiale ha dimostrato di essere in grado di agire sui caratteri complessi anche in assenza di tutte le informazioni su quanti sono i geni, dove sono e quali sono, semplicemente sulla base di una selezione che va a guardare le caratteristiche fenotipiche, quelle visibili, e accelera il progresso che sarebbe dovuto alla selezione naturale. Nelle piante forestali, però, la selezione artificiale che tanto successo ha avuto nelle piante di interesse agrario trova una serie di ostacoli in più.
Di che tipo? Soprattutto legati al tempo di generazione. Molte piante forestali hanno bisogno di almeno vent’anni per passare da una generazione all’altra. Detto questo, le piante hanno anche dimostrato una notevole capacità di adattamento in passato. Molte di quelle che popolano le nostre aree climatiche, alla fine dell’ultima glaciazione, ovvero non molto tempo fa in termini evolutivi, erano ridotte a pochi nuclei in quelle che si chiamano zone rifugio. Questi rifugi erano nella zona mediterranea, in Spagna, in Italia, in Grecia. Da lì le piante si sono poi ridiffuse, circa 15-17mila anni fa, e hanno ricolonizzato tutto il continente europeo, risalendo verso nord man mano che i ghiacci sparivano; in questo processo si sono adattate a condizioni climatiche molto differenti. Oggi un abete rosso della Svezia o della Norvegia vive in condizioni sia di clima che di fotoperiodo molto diverse da quelle in cui vive in Italia. Quindi al loro interno le specie forestali hanno una notevole quantità di variabilità genetica che permette loro di adattarsi in tempi abbastanza rapidi a condizioni che cambiano. Si tratta di capire se la velocità del cambiamento climatico va ben al di là delle capacità
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delle popolazioni naturali di rispondere ai cambiamenti. C’è poi un altro problema particolarmente eclatante legato al cambiamento climatico. Quale? Quello della comparsa di nuovi patogeni. In parte è legato alle mutate condizioni climatiche, in parte alla diffusione di patogeni senza precedenti dovuto all’aumento dei commerci mondiali, quindi alla circolazione di merci e di persone, che possono trasportare anche patogeni. Oggi stiamo vedendo una continua invasione di nuovi patogeni, che potrebbero rappresentare una vera minaccia, perché come già ci indicano alcuni esempi, anche nelle specie forestali, potrebbe essere difficile trovare una risposta in tempi rapidi. È possibile accelerare i tempi di adattamento delle specie forestali al cambiamento climatico? Ci sono due opzioni. Una è più facilmente accettata da un punto vista ecologico ambientale: quella di accelerare il processo della selezione artificiale con la procedura della selezione assistita da marcatori. Se so dove sono i geni che controllano un certo carattere, posso
zione da parte del pubblico. Questa tecnologia, pur producendo mutazioni indistinguibili dalle mutazioni spontanee che avvengono in natura, viene vista da alcuni come una tecnologia invasiva legata all’ingegneria genetica, e in quanto tale da rifiutare. Oggi è in corso in Europa una grande discussione su quale debba essere la posizione della Commissione europea su queste tecnologie. Vedremo dove questa discussione porterà, se porterà a una regolamentazione che non si concentra sul processo tecnologico ma sul prodotto, come chiede da tempo la comunità scientifica, oppure se verrà messo al bando il processo senza preoccuparsi del prodotto, come chiedono molte organizzazioni ambientaliste. È possibile intervenire con la genetica per creare alberi che assorbano più CO2? Dobbiamo capire quale materiale riproduttivo usare per evitare di ritrovarci con materiale poco adattato alle condizioni in cui lo mettiamo a crescere; sicuramente va fatta un’analisi attenta di cosa si pianta, soprattutto dal punto di vista genetico. La ricerca di piante che assorbano più CO2 è un ambito di studio
o ntro il climate change selezionare più efficacemente non sulla base dell’aspetto visibile, cioè del fenotipo, che è la risultanza dell’assetto genetico e anche dell’ambiente, ma posso selezionare direttamente sulla base dell’assetto genetico. Se so quali sono le varianti che rendono la pianta più adattata a una temperatura più alta vado a selezionare le piante che portano queste varianti. Con questo posso accelerare notevolmente i tempi della selezione artificiale; questa è una opzione su cui ci sono poche riserve anche da parte degli ambientalisti più estremi. E l’altra? È quella aperta dalla scoperta di Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna, che hanno ricevuto lo scorso anno il premio Nobel per la chimica: l’editing del genoma Crispr-Cas9. Se per le piante forestali riuscissimo a sapere quali sono i geni con le caratteristiche che ci interessano, potremmo intervenire con quella tecnologia estremamente raffinata e generare nuove varianti, che potrebbero consentire alle piante di crescere meglio nelle mutate condizioni climatiche. Ma sulla possibilità di utilizzo di questa tecnologia ci sono due incognite. Una è scientifica: la tecnologia è potentissima ma richiede forti basi di conoscenza. Per poterla applicare dobbiamo sapere quali sono i geni che ci interessano, quindi occorre un grande sforzo di ricerca per andarli a cercare, anche all’interno delle singole basi di DNA. Il secondo problema secondo me è più grosso, perché i progressi della scienza molto spesso dipendono solo dall’entità dei finanziamenti; e c’è il problema dell’accetta-
molto importante. Si tratta di capire come rendere più efficiente la fotosintesi, un processo che conosciamo bene, ma su cui finora non si è intervenuti molto in termini di efficienza. Il miglioramento genetico, soprattutto nelle specie di interesse agrario, ha agito su tanti caratteri, ma non sembra avere influito sull’efficienza della fotosintesi, anche se sappiamo che ci sono margini per rendere il sistema più efficiente. Se ci si riesce, si arriva a catturare più CO2 per unità di tempo. Ci sono grandi sforzi in tal senso specie negli Stati Uniti, in parte finanziati dalla Bill & Melinda Gates Foundation. I gruppi di ricerca li abbiamo anche qui. L’importante è metterli in condizione di lavorare. Su quali aspetti si lavora in particolare per migliorare il processo fotosintetico? Perdite di efficienza nella fotosintesi sono legate ai meccanismi di adattamento che le piante hanno alla variazione dell’intensità luminosa. Si pensi a una giornata nella quale il cielo passa da azzurro a nuvoloso. Inizialmente la pianta mette in atto una serie di meccanismi che servono a proteggerla dagli effetti dell’eccesso di luminosità. Poi quando passa da condizioni di elevata a bassa luminosità ci mette un tempo non indifferente per riadattarsi. Tutti questi meccanismi, che servono a proteggere il sistema fotosintetico della pianta, causano una perdita di efficienza. Su alcune piante si è visto che è possibile intervenire su questi meccanismi di adattamento per renderli più veloci. Questo potrebbe aiutarci a produrre piante che catturano più CO2.
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Michele Morgante, I semi del futuro, Il mulino 2020.
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La chimica ci salverà Il nuovo paradigma: trasformare i rifiuti in prodotti chimici. L’Europa può produrre abbastanza biocombustibili da diventare indipendente di MAURIZIO MASI
Maurizio Masi è professore ordinario di Chimica fisica applicata presso il Dipartimento di chimica, materiali e Ingegneria chimica “Giulio Natta” del Politecnico di Milano.
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Le tecnologie di cattura del carbonio ad assorbimento chimico sono molto consolidate in presenza di una fonte di CO2 concentrata, come la ciminiera di una centrale elettrica. I fumi vengono trattati con una soluzione alcalina: oggi si tende a utilizzare un’acqua leggermente alcalinizzata, mentre il processo chimico tradizionale usa le etanolammine, che sono molto efficienti ma hanno un impatto ambientale più forte. Una volta che le etanolammine hanno assorbito la CO2 dai fumi, le si scalda e la CO2 viene rilasciata: si ottiene così una corrente di CO2 quasi al 100%, che viene convogliata in una pipeline e portata all’interno di un giacimento esaurito di metano. Si tratta di un ottimo serbatoio, che non ha dispersione nell’ambiente: estraendo il metano si è creata una spugna vuota, che può essere riempita di anidride carbonica. Questo è un esperimento che Eni sta facendo nel mare Adriatico, al largo di Ravenna, dove c’è un giacimento esaurito di metano. Stanno prendendo la CO2, estraendola da una centrale elettrica a carbone, per poi seppellirla a livello gassoso all’interno del giacimento. Si era pensato anche di fare la famosa bolla di CO2, di prenderla e mandarla in mare profondo, ma il problema è che cambia il Ph del mare, perché inizia a solubilizzarsi, fa i bicarbonati e ne cambia l’acidità; quindi è una tecnologia in abbandono, mai propriamente attuata. Le tecniche più avanzate che si sta cercando di realizzare sono quelle di mineralizzazione: si tratta di riportare la CO2 a livello di roccia. La natura ci mette milioni di anni, noi per fare più in fretta la facciamo reagire con particolari minerali che la catturano. Uno è il serpentino, che si trova anche in Lombardia: in Valmalenco viene estratto e utilizzato per fare le pentole ollari e le lastre di ardesia con cui si fanno i tetti delle case di montagna. Questi minerali, silicati di calcio e magnesio, sono in grado di reagire con la CO2 e di trasformarsi in carbonati
di calcio e magnesio. Il processo funziona, è stato a lungo studiato al Politecnico di Zurigo: uno dei monti nei pressi della città svizzera che era fatto quasi tutto di olivina, un altro minerale adatto allo scopo, ora è stato utilizzato, e accanto ce n’è uno di carbonato. Il problema, insomma, è che in pratica si consuma una montagna e se ne crea una nuova, oppure la si butta nel mare. Un altro bel progetto ha coinvolto Eni e Mapei, utilizzando gli amianti della Val Susa: il silicato è stato trasformato in un cemento con proprietà simili a quelli pozzolanici, molto leggeri e quindi utilizzati in edilizia. Non sarà mai possibile avere una soluzione one size fit for all, cioè che vada bene per tutti. Le soluzioni di decarbonizzazione saranno locali. Il pozzo di metano esausto nell’Adriatico è in una posizione strategica per il lombardo-veneto, che è responsabile all’incirca del 40 per cento delle emissioni italiane, ma non per la parte tirrenica, che avrebbe la necessità di costruire una pipeline lunga. Fin qui abbiamo parlato di tecnologie che non inventano nulla di nuovo, e si scontrano solo con il
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Migliaia di pallet rigenerati pronti per andare di nuovo sul mercato. Ogni anno in Italia sono 160 milioni i pallet, nuovi e usati, utilizzati nel mercato nazionale.
VISIONARI PER NATURA
catturare CO2 dall’atmosfera di tutti i marchingegni che possiamo inventare. Un albero cattura CO2 per, poniamo, dieci anni, poi il legno viene utilizzato per due-tre anni per fare mobili o imballaggi: se a fine vita lo brucio per fare energia, reimmetto nell’atmosfera tutta la CO2 che avevo catturato. Se faccio un bilancio su un anno sto catturando anidride carbonica, su una ventina anni il bilancio è neutro, sono carbon neutral, il che non è certo un risultato negativo.
problema del costo: se sarà attuata una carbon tax, potrebbe diventare conveniente seppellire l’anidride carbonica. Poi c’è il sogno: catturare la CO2 direttamente dall’atmosfera. Il problema è che sembra ce ne sia tanta, ma in realtà è solo lo 0,4 per cento, tant’è vero che respiriamo benissimo: fosse al 10 per cento ci mancherebbe l’aria. La CO2 alza la temperatura del pianeta, ma per la salute è più nocivo il particolato delle grandi città. Per catturare la CO2 dall’aria si utilizzano degli aspiratori con assorbenti solidi: zooliti, carboni attivi, ce n’è un’infinità, i cosiddetti MOF, metal organic frameworks. Il problema è che bisogna catturare qualcosa di estremamente diluito, quindi c’è un grande dispendio di superficie: ci vorrebbero chilometri e chilometri quadrati di ventilatori. Dal mio punto vista non ha nessun senso tecnico, anche a prescindere dal costo: prendere qualcosa di così diluito per concentrarlo è contrario ai principi della termodinamica. Anche perché si rivaleggia con la natura, che questa cattura invece la fa benissimo. Un albero che cresce prende la CO2 dall’aria e la mette nella lignina. Se si piantano degli alberi, sono molto più efficienti nel
Alla Manifattura tabacchi, una grande tenuta a San Sepolcro, stiamo sperimentando l’utilizzo di tutti gli stralci delle coltivazioni per fare biogas. Il nostro obiettivo è trasformarlo in metanolo dimetiletere, così da alimentare tutti i mezzi agricoli della tenuta con un carburante diesel prodotto dagli stessi scarti agricoli. Sono un sostenitore dell’utilizzo del legno di scarto per fare prodotti chimici, che sono quelli a più alto valore aggiunto. L’Italia è il Paese che utilizza più metanolo, ma non ha un impianto per produrlo e lo importa tutto, 40mila tonnellate all’anno. Se tutto il materiale di Rilegno fosse convertito in metanolo, non si saturerebbe neanche il mercato italiano. Bisognerebbe coinvolgere una bioraffineria, per produrre metanolo, e anche acido acetico, dimetiletere o etilene. In Italia sembra si debba puntare solo sull’idrogeno, ma dal punto di vista chimico e termodinamico è una follia. Faccio presente che un’elettrolisi, che separa l’ossigeno dall’idrogeno, fatta bene dà un 50-55 per cento di rendimento. Passando dall’energia elettrica all’idrogeno, dunque, circa la metà dell’energia si disperde. Facendo il percorso inverso con le pile combustibili, se ne perde una quota ulteriore. Alla fine dell’energia originaria rimane circa il 35 per cento, non il 100 per cento come è stato scritto recentemente su uno dei principali quotidiani italiani. La termodinamica insegna che a ogni passaggio la natura chiede dazio. Il moto perpetuo, insomma, non esiste. Ma al di fuori dell’Italia si sta affermando un nuovo paradigma: da from waste to energy a from waste to chemistry, ovvero trasformare i nostri rifiuti in prodotti chimici. Ogni cittadino europeo produce una tonnellata di rifiuti l’anno e consuma una tonnellata di carburanti. Se l’Europa inizia a utilizzare i suoi rifiuti diventa praticamente indipendente. E la trasformazione del legname in biocombustibile avviene con le stesse bioraffinerie che sono in grado di utilizzare anche altri tipi di rifiuti, dai plastici ai solidi urbani.
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ALESSANDRO, 24 Credo che il mio interesse per la sostenibilità sia qualcosa di innato, ho sempre cercato di acquistare pesando il meno possibile sul pianeta. Ho portato questo mio interesse anche nel lavoro, essendo oggi progettista, realizzo oggetti pensati in quest’ottica, a partire dalla fase di produzione.
ILARIA, 21 A Walden Hour è stato bello capire come così tante persone con storie differenti e percorsi di studio e lavorativi molto distanti fra loro avessero tutte un interesse in comune: l’ambiente. Capire che il rispetto per l’ambiente significa avere un interesse verso il futuro per me è stata la cosa più importante.
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Non ci sarà riparo nello spazio Le attività spaziali sono utili, ma non ci porteranno un nuovo pianeta dove abitare una volta distrutto questo intervista a MARIO COSMO
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L’uomo, il legno, l’imballaggio e l’importante prospettiva di un lavoro che nasce secondo i valori della sostenibilità.
Pensa che le agenzie spaziali e la scienza dello spazio abbiano una responsabilità e la capacità di contribuire alla lotta alla crisi climatica? Le attività spaziali in generale possono fornire un supporto al monitoraggio dei cambiamenti climatici. Ma la responsabilità risiede in noi cittadini. Siamo noi abitanti del pianeta Terra che dobbiamo garantirne la salute. Da una parte, dunque, ci dev’essere un’acquisizione di coscienza da parte dei cittadini. Dall’altra la scienza, coadiuvata anche da quella dello spazio, deve permetterci di acquisire conoscenza dei modelli climatici e soprattutto dell’impatto umano sul cambiamento climatico. Questo dovrà influenzare i nostri comportamenti, il modo in cui interagiamo con il pianeta. L’utilizzo delle immagini satellitari è fondamentale per monitorare gli effetti della crisi climatica sugli ecosistemi: quali sono le applicazioni e le innovazioni più recenti? Hanno a che fare soprattutto con la modellistica dell’interazione della famosa era antropogenica che stiamo attraversando. Siamo partiti con delle immagini satellitari con vari spettri di frequenza e stiamo vedendo la risposta della Terra a vari fattori in queste diverse finestre dello spettro elettromagnetico. È come se fossero aumentati i sensi con cui possiamo monitorare questi cambiamenti: mentre prima potevamo solo vederli, oggi grazie a questi altri occhi che stiamo sviluppando iniziamo anche a sentirne l’odore, la consistenza, il sapore.
Mario Cosmo è direttore della Direzione Scienza e Ricerca dell’ASI, Agenzia Spaziale Italiana.
Cosa stiamo apprendendo con questi nuovi sensi? Che l’essere umano ha modificato gran parte del territorio terrestre: sembra che nel 2020 i cambiamenti apportati dalla presenza umana abbiano superato la biomassa. Al di là delle variazioni geofisiche, ci sono conseguenze anche sull’habitat. Per esempio, abbiamo rilevato che le monoculture comportano una maggiore possibilità di sviluppo e diffusione di virus. La Terra ha sempre provato a rimettersi in equilibrio per compensare i fenomeni meteorologici. Si pensi a un’eruzione vulcanica: è una sciagura, ma qualche anno dopo ricrescono le piante, la natura riesce a compensare la distruzione. Nel momento in cui siamo rimasti tutti a casa per il Covid, è stato confortante rivedere le balene vicino alla costa nel Mediterraneo e i delfini nel
Tamigi. La natura prova a riprendere vita, solo che i cambiamenti che stiamo imponendo al pianeta sono più veloci dei tempi di compensazione che può avere una Terra già ferita. Eppure grazie ai nostri nuovi sensi riusciamo a vedere come la povera Terra stia reagendo e stia tentando di difendersi. Le esplorazioni spaziali per progetti di insediamenti extra-terrestri sono collegate alla crescente coscienza dei rischi che la crisi climatica porta alla vita umana sulla Terra? Mi auguro di no, perché è meglio vivere sott’acqua che su Marte o sulla Luna. Sono sicuramente luoghi interessanti per tutta una serie di tematiche scientifiche: come è giunta la vita sulla Terra, perché Marte si è evoluto in una certa direzione… La Luna possiamo usarla anche come laboratorio orbitante, con una stazione spaziale dove condurre una serie di studi, come quello sull’influenza dello spazio profondo sull’organismo umano. Ma sono dei postacci! Se l’umanità in qualche maniera sta pensando: che me ne frega, mi preparo e quando qui avrò distrutto tutto e me ne dovrò andare sbarcherò sulla Luna o su Marte, ha fatto male i conti, purtroppo. Perché prima di tutto significherebbe vivere isolati, in camere stagne. Sarebbe come vivere in un aereo, con spazi limitati. E soprattutto altereremmo l’evoluzione: l’essere umano si è evoluto per stare sulla Terra. Mentre è importante scoprire come siamo nati e cresciuti, perché siamo qui e se c’è qualcun altro da qualche altra parte, sarebbe una grave sconfitta e un atto di grave irresponsabilità pensare di andare sulla Luna, su Marte, su un altro corpo celeste o su una stazione spaziale perché abbiamo distrutto il pianeta Terra. Trovare un altro pianeta ospitale è fantascienza? Siamo sicuri che qua attorno non c’è. E mentre la fisica, che vale a Roma come a New York, vale anche nella galassia di Andromeda, per la biologia, un frutto delle condizioni per cui oggi siamo sulla Terra, e quindi c’è il verde, il mare, stiamo crescendo in altezza, la nostra vita dura di più rispetto agli antenati, non è così. Nel momento in cui dovessimo trovare un pianeta (che, garantisco, non sta dietro la porta, ma ci vorranno centinaia d’anni per arrivarci) dobbiamo comunque augurarci che abbia esattamente le condizioni che abbiamo sulla Terra, perché altrimenti ci vorranno gli scafandri e le camere pressurizzate… Non sembra una prospettiva invitante. L’idea di fare esplorazione spaziale come estrema ratio perché abbiamo distrutto il pianeta Terra è un po’ come fare un matrimonio con l’atto di divorzio in tasca. Non sto dicendo no all’esplorazione spaziale: è naturale porci domande scientifiche. Ci chiediamo da millenni perché qui ci sono acqua e ossigeno e altrove no. Le domande sono sempre le stesse e le risposte si evolvono, cambiano la tecnologia e la maniera di porsele. Ma se abbiamo distrutto la Terra dobbiamo fare la fine dei topi, perché non ci meritiamo di andare a inguaiare un altro pianeta.
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Per superare il carbone serve il nucleare Le novità tecnologiche si vedono all’orizzonte, ma i paesi occidentali sono in ritardo, mentre russi, coreani e cinesi corrono intervista a CHICCO TESTA
Perché ritiene che il nucleare sia un alleato prezioso per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione? Invito tutti a scaricare un’app, electricityMap, che fornisce minuto per minuto, ora per ora, il livello di emissioni di CO2 nella produzione di energia elettrica in diversi Paesi europei. Per esempio, in questo momento in Francia per ogni kWh di energia elettrica prodotta vengono emessi 97 grammi di CO2; in Germania 419. L’app dà informazioni anche sulle fonti utilizzate per produrre energia: in Germania la principale è il carbone, poi c’è il gas; in Francia la fonte prevalente è di gran lunga il nucleare. Come potrebbe Macron accettare, di fronte a queste evidenze, che il nucleare sia escluso dalla tassonomia europea che stabilisce quali fonti sono sostenibili e quali no? Chicco Testa, dirigente d’azienda, dirigente pubblico, deputato nella X e XI legislatura, è giornalista pubblicista e scrittore.
Pensa che questa consapevolezza si stia affermando? Direi di sì, visto che a pochi giorni da Cop26 il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato: “Per la transizione green abbiamo bisogno di più rinnovabili, ma anche di una fonte stabile, il nucleare”. E l’Economist, che è stato tradizionalmente critico verso l’energia nucleare per ragioni economiche legate ai costi, dopo la Cop26 ha pubblicato una copertina con il titolo The discreet charme of nuclear power, il fascino discreto dell’energia nucleare, e come sottotitolo: Il nucleare rende la battaglia contro il climate change molto più facile. Si sono resi finalmente conto che, se si vuole davvero mollare il carbone, ci vuole il nucleare. È davvero così? Ci sono fonti energetiche pulite con il vizio di essere intermittenti, cioè il sole e il vento. E ci sono altre fonti più sporche ma con il pregio di produrre grandi quantità di energia in maniera continua, senza differenza di ore e stagioni. Una di queste è il carbone. Se la si vuole sostituire, non si può farlo con il sole. Sa-
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rebbe come sostituire un treno merci con dei furgoncini elettrici: vanno benissimo per consegnare merci in città, ma se devo consegnare legname in Europa ho bisogno di un treno merci. Se ci si vuole allontanare dal carbone c’è bisogno di fonti potenti e continue, o il nucleare o il gas. La Cina è il più grande investitore in fonti rinnovabili, ma ha anche 50 centrali nucleari in funzione e 50 in costruzione. E in Italia? In Italia è meglio che non ne parliamo, perché a meno che non arrivino radicali novità tecnologiche non c’è il consenso minimo per riaprire il discorso nucleare. In Europa le cose sono un po’ diverse perché c’è la Francia e c’è l’Inghilterra, che non fa più parte dell’Ue ma fa sempre parte dell’Europa: la geografia non si cambia. E l’Inghilterra ha dichiarato che il suo programma è basato su rinnovabili e nucleare. Le novità tecnologiche cui fa riferimento si vedono all’orizzonte? Ci sono i mini reattori (tra i 100 e i 300 MWe per ciascun modulo, a differenza dei grandi impianti da oltre 1500 MWe l’uno, più facilmente integrabili in una rete elettrica articolata per la forte presenza delle rinnovabili, ndr), che dovrebbero essere operativi entro un decennio. Ma soprattutto c’è la fusione nucleare a confinamento magnetico, che l’Eni sta studiando insieme al Massachusetts Institute of Technology: recentemente, nel corso di una tavola rotonda a cui partecipavo, hanno ribadito che in dieci anni avranno il primo impianto su scala industriale. Il che ha lasciato tutti stupiti: sembra che anticipino in modo importante tempi che tutti consideravano più lunghi. (La fusione è una fonte di energia sicura, sostenibile e inesauribile che riprodurrà i principi alla base della generazione dell’energia solare. Un grammo di combustibile per la fusione contiene l’energia equivalente a quella di oltre 60 barili di petrolio, senza che questo comporti il rilascio di gas serra e senza produzione di scorie, ndr.) Ci sono anche progetti più vicini alla realizzazione? I reattori di terza generazione Epr, che sono scandalosamente in ritardo di costruzione, sia in Francia, sia in Inghilterra, sia in Finlandia. Invece in Cina vengono costruiti in tre-quattro anni, a costi pari a un quinto dei nostri. Ormai siamo talmente avvolti nelle nostre complessità che quando parliamo di tecnologie che hanno bisogno di questi livelli di sicurezza accumuliamo ritardi su ritardi, mentre cinesi, coreani e russi vanno dritti al punto. Più in generale, l’Occidente ha perso la leadership tecnologica. Gli americani, soprattutto, che infatti sono preoccupati: un rapporto commissionato da Biden sui deficit tecnologici accumulati, oltre al nucleare, elenca microchip, cybersecurity, intelligenza artificiale… Noi abbiamo creato Facebook, gli altri le cose serie.
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Il mio capitalismo umanistico Sostenibilità, cultura e bellezza nel discorso ai grandi della Terra pronunciato al G20 di Roma di BRUNELLO CUCINELLI
Brunello Cucinelli ha fondato la sua azienda di maglieria specializzata in cashmere, poi evoluta in marchio di moda d’alta gamma, sul concetto stesso di sostenibilità. E lo ha declinato in una chiave molto italiana, che ha definito “capitalismo umanistico”: la sede operativa è a Solomeo, un borgo medievale umbro, dove si lavora in vecchi opifici restaurati. Dopo aver costruito un teatro, Cucinelli si appresta a realizzare una grande biblioteca, definita universale. In occasione del G20 di Roma del 31 ottobre 2021, l’imprenditore italiano ha rivolto un discorso ai grandi della Terra, di cui pubblichiamo qui il testo integrale.
Brunello Cucinelli, stilista e imprenditore, è fondatore e Presidente esecutivo di Brunello Cucinelli S.p.A.
Sono onorato di essere qui tra voi, autorevoli governanti della nostra meravigliosa terra. Provo con un po’ di emozione ad esprimervi la mia idea di Umana sostenibilità e ciò che io intendo per Capitalismo umanistico. La prima parte della vita l’ho vissuta in campagna, eravamo contadini, non avevamo la luce elettrica, coltivavamo la terra con gli animali, raccoglievamo l’acqua piovana, avevamo un grande rispetto per la terra. Il filosofo e poeta greco Senofane diceva: “Dalla terra tutto deriva”, e noi vivevamo in armonia con il Creato. La prima balla di grano andava alla comunità per volere di mio nonno. Da lì ho appreso il grande tema della vita: l’equilibrio tra profitto e dono; quel periodo della mia vita è ancora oggi come un dono per il mio animo. Da ragazzo vidi gli occhi lucidi di mio padre umiliato e offeso sul lavoro, e ancora oggi non capisco perché si debba umiliare ed offendere, ma ispirato dal dolore che lessi in quegli occhi decisi che il sogno della mia vita sarebbe stato quello di vivere e lavorare per la dignità morale ed economica dell’essere umano. Volevo un’impresa che facesse sani profitti, ma lo facesse con etica, dignità e morale; siamo quotati in borsa, mi piaceva un’impresa che avesse una
equilibrata e garbata crescita. Volevo che gli esseri umani lavorassero in luoghi leggermente più belli, guadagnassero qualche cosa in più come salario e si sentissero al lavoro come anime pensanti. Proviamo a non volgere le spalle alla povertà. Desideravo che una piccola parte dei profitti dell’azienda andasse ad abbellire l’umanità tutta e volevo che le persone lavorassero le giuste ore e fossero connesse il giusto tempo, così da armonizzare Tecnologia e Umanesimo e ritrovare un sano equilibrio tra mente, anima e corpo, perché anche l’anima ed il corpo hanno bisogno di nutrirsi ogni giorno. Cerchiamo di rispettare le leggi di ogni Stato, e grazie al mio stimato Presidente Draghi, la nostra Italia è tornata ad essere credibile. La nostra industria si trova a Solomeo, un piccolo borgo medioevale del XIV secolo, vicino ad Assisi. Lavoriamo in vecchi opifici edificati nel passato secolo, alcuni restaurati ed abbelliti per renderli attuali, altri sono stati demoliti e la terra è tornata ad essere utilizzata per l’agricoltura, specialmente vigneti, oliveti, frutteti e grano, quindi, infine, possiamo dire di non aver consumato la nostra amata terra. Abbiamo restaurato il borgo ascoltando la parola sapiente dei nostri maestri e abbiamo edificato un Teatro che noi consideriamo come tempio laico dell’arte, poi un monumento alla Dignità dell’uomo ed un immenso parco definito “Progetto per la Bellezza”. E ora costruiremo una Biblioteca universale; per questa idea ci siamo ispirati al grande Tolomeo I di Alessandria e all’imperatore Adriano quando dice: “I libri mi hanno indicato la via della vita; da grande, la vita mi ha fatto comprendere il contenuto dei libri. Chi costruirà biblioteche, avrà costruito granai pubblici per le future generazioni”. Questa è la nostra idea di Umana sostenibilità e quello che noi chiamiamo Capitalismo umanistico. Nel salutarvi e ringraziarvi, spero che il cuore mi abbia suggerito le giuste parole per una richiesta rivolta, mi piace credere, in nome dell’umanità intera: “Oh miei stimati e potenti custodi pro-tempore del Creato, voi che siete i responsabili delle bellezze del mondo, vi preghiamo, indicateci la via della vita. Che il Creato ci protegga e ci illumini verso un nuovo Umanesimo universale”. Immensamente grazie, Brunello
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Il bosco? Non è un supermercato Per cambiare i comportamenti collettivi e individuali verso l’ambiente servono domande e metafore diverse intervista a ALEX BELLINI Qual è la sua visione della sostenibilità? È una cosa molto complessa, un dilemma che ci trova impreparati nella maniera più profonda: come disaccoppiare la crescita economica dagli impatti che ha sull’ambiente, sulle popolazioni e sull’economia stessa? Questa è forse la sfida non solo tecnologica, ma anche culturale e cognitiva più grande che si possa immaginare. Però è una sfida e in quanto tale è eccitante. Lo dico da esploratore, che quando si misura con un ostacolo che sembra insuperabile ha l’attivazione del mindset del curioso, del ficcanaso che prova con curiosità a superare il problema. Che però non può essere semplificato più di tanto, altrimenti si rischia di risolvere un problema e di crearne un altro. Come nel caso della plastica, che però non abbiamo considerato che poteva avere effetti secondari, i quali hanno creato nuovi problemi.
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Qual è il percorso che da esploratore estremo e coach l’ha portata a diventare divulgatore ambientale e ambasciatore della sostenibilità? Credo sia stata la lunga frequentazione, diventata anche molto intima, con l’ambiente naturale, che per me non è un accessorio di seconda importanza ma una componente fondamentale della mia vita. Se non ci fosse l’ambiente naturale non avrebbe senso fare l’esploratore. Frequentare intimamente il pianeta nelle sue sfaccettature più estreme, quelle più fragili, vulnerabili e quelle potenti e distruttive, mi ha portato a pormi delle domande, a riflettere su dove stiamo andando. Gran parte delle mie esplorazioni le faccio in solitaria, c’è tempo di riflettere, quindi è inevitabile sviluppare una certa sensibilità ai temi ambientali. Così ho deciso di intraprendere un percorso, sempre guidato da curiosità per l’esplorazione, finalizzato alla divulgazione ambientale,
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uno strumento anche comunicativo per accompagnare le persone in un viaggio metaforico. Qualche volta mi capita di essere accompagnato da ospiti, amici o personalità del mondo di internet che mi aiutano a far viaggiare più lontano il messaggio. Ci racconta alcune esperienze significative sulla gestione della natura e del rapporto uomo-natura di cui è stato ed è testimone? È accaduto durante la navigazione del Gange nel 2019, il primo della lista del progetto 10 Rivers One Ocean con il quale navigo i dieci fiumi più inquinati dalla plastica al mondo. Premetto che sul Gange la plastica è la cosa meno rivoltante che galleggia. Navigavo sulla mia zattera e mi sono imbattuto nell’ennesimo corpo marcescente di un vitello morto che galleggiava semisommerso. Poco distante ho incontrato un pescatore che buttava la sua rete per cercare di portare a casa qualcosa di commestibile. Allora gli ho chiesto, con l’aiuto di un interprete che mi accompagnava su un’altra imbarcazione, perché nessuno raccogliesse quel corpo, che è comunque un inquinamento psicologico, turba. Lui mi ha detto candidamente: il fiume è lungo, più a sud, qualcuno se ne occuperà. La relazione dell’uomo verso la natura, l’ambiente naturale e ciò che mette in crisi l’ambiente è simile all’approccio del pescatore, che vede il corpo del vitello morto e invece di raccoglierlo si affida a qualcuno che se ne occuperà più giù lungo il fiume. Ci illudiamo che qualcuno verrà prima o poi con la bacchetta magica, con la leadership anche spirituale a salvarci da questo gran caos che abbiamo contribuito a creare, anche per questa forma di inerzia che contraddistingue il pescatore, e non solo lui.
“Nel nostro cuore, tutti noi sappiamo che il limite che
oggi ci frena, qualunque esso sia, può essere superato. Ma spesso non sappiamo da dove cominciare.”
Quando pensiamo ai grandi atleti le prime cose che balzano all’attenzione della nostra mente sono il loro fisico e la grande preparazione atletica. Eppure c’è un aspetto, immateriale e forse per questo molto spesso sottovalutato, altrettanto importante, se non di più: la preparazione mentale. Senza di essa le doti, le abilità, apprese con sacrificio e duro allenamento, e i talenti non avrebbero modo di esprimersi e di tradursi in prestazioni formidabili. In questa nuova edizione aggiornata di Oltre, arricchita di una nuova prefazione e una postfazione, oltre a nuovi esempi tratti dagli eventi sportivi più recenti, Alex Bellini ci guida nell’affascinante mondo della mente umana, esplorando tutti gli aspetti che rendono possibile andare oltre i propri limiti (nello sport ma non solo) e condividendo i segreti appresi durante le sue incredibili imprese.
Quali sono i cambiamenti auspicabili nella comunicazione, anche dei media, sui temi ambientali? I media potrebbero contribuire a creare una nuova consapevolezza modificando in parte la comunicazione, cercando metafore diverse con cui spiegare la crisi climatica. La metafora è uno strumento molto utile perché semplifica concetti non comprensibili ai più e mette in luce alcune analogie. Si parla di guerra al cambiamento climatico. L’idea di guerra identifica un nemico con cui ce la stiamo vedendo; ma continuare a lavorare sull’idea della guerra, o emergenza, rischia di farci ignorare altri aspetti. In una guerra c’è il momento in cui sai per certo di aver vinto o perso, a meno di un armistizio. Con la crisi ecologica forse non arriveremo mai a quel momento. Si alimenta questa idea come se domani ci potessimo svegliare con questo risultato finale. I dilemmi vanno gestiti, si dovrebbe cercare una nuova comunicazione che renda giustizia al problema. Alex Bellini è noto per le sue imprese sportive estreme, fra cui la Marathon des Sables, una corsa in semi-autosufficienza di 260 km nel deserto del Sahara, la traversata dell’Oceano Atlantico e del Pacifico a remi, una corsa di più di 5.000 chilometri da Los Angeles a New York e la traversata invernale del più vasto ghiacciaio europeo, il Vatnajökull. È stato speaker in più di 500 conferenze e ha partecipato a tre diversi TEDx. Come mental coach fornisce supporto ad atleti e professionisti. Recentemente si è dedicato alla divulgazione e alla sensibilizzazione sulle tematiche di tutela dell’ambiente e in questa direzione va anche il suo ultimo progetto “10 rivers 1 ocean”, che prevede la navigazione dei dieci fiumi più inquinati al mondo su zattere costruite con materiali di recupero.
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Alex Bellini, esploratore, mental coach e divulgatore ambientale, è noto per le sue imprese estreme, tra cui le traversate oceaniche a remi, in solitaria e in completa autonomia.
ALEX BELLINI
Quali sono i comportamenti individuali da cambiare in funzione della sostenibilità, e come fare? Una modalità molto semplice per produrre dei cambiamenti è farsi domande diverse, perché le domande guidano i nostri comportamenti. Quando si parla di
A questo proposito, lei nel suo libro Oltre parla della componente mentale nelle alte prestazioni, soprattutto sportive. C’è un nesso con il tema ambientale? Il concetto di limite è un punto di contatto tra questi due mondi. Viviamo in un mondo di cui abbiamo ignorato per tanto tempo i limiti. Ma già nel 1972 fu pubblicato il Rapporto sui limiti dello sviluppo, pietra miliare della sostenibilità, che sottolineava il fatto che viviamo in un mondo di risorse finite e ci comportiamo come se fossero infinite. Abbiamo ancora il mindset del predone barbaro che non si ferma davanti a nulla proprio perché ignora questi limiti. Per sopravvivere dobbiamo imparare a superare dei limiti di carattere culturale, sociale, comportamentale, economico, e dall’altra parte dobbiamo renderci conto che ci sono dei limiti che non vanno superati, ma che sistematicamente superiamo. La stessa cosa nell’attività sportiva: ci sono dei limiti che vanno preservati: quello della sicurezza, del benessere mentale – temi molto attuali, perché le Olimpiadi di Tokio ci hanno lasciato in eredità questa nuova idea del costo della massima prestazione, che fino a poco tempo fa sembrava tabù. E altri limiti che possiamo superare: quelli imposti dal nostro linguaggio interiore, quelli imposti dalla tecnologia, dalla ricerca tecnologica legata alla performance.
Nella foto: Una catena mezzo di collegamento e di unione, gli alberi, e sullo sfondo colline di legno triturato giunto a riciclo per diventare pannello truciolare per produrre mobili. Siamo all’interno di un’azienda di riciclo.
OLTR E
Che visione ha maturato dei temi legati a legno, foreste, boschi? Sono un montanaro, nato e cresciuto in montagna, le prime esperienze in natura le ho fatte esplorando il bosco dietro casa, con una piccola mappa disegnata su un tovagliolo di carta da mio padre. Il bosco mi richiama alla memoria quei momenti, i temi del mistero, il misterioso, il sacro. Parole di cui abbiamo perso il significato. La modernità, la tecnologia, le conquiste della conoscenza hanno ridotto il mondo, che era pieno di luoghi misteriosi, come appunto il bosco, a una serie di luoghi in cui ci si approvvigiona delle materie prime. Il bosco non è più il luogo del mistero dove vivono i personaggi mitologici di alcune culture, come quelle nord europee, ma un luogo in un supermercato, dove si può andare a raccogliere le materie prime. La domanda che dovremmo porci è: di quale forma di economia ha bisogno la natura, incluso il bosco, per continuare a garantirci le risorse? E non invece: come poter sfruttare ancora più abilmente le risorse della natura per soddisfare i bisogni economici?
sostenibilità ci si chiede spesso in che maniera l’uomo contribuisce a cambiare l’ambiente che ha attorno; quindi tutte le azioni pro ambiente diventano di fatto altruistiche. Ma qui iniziano i problemi, perché l’uomo per quanto provi a essere altruista è profondamente egoista nelle sue scelte. Una domanda diversa potrebbe essere questa: in che maniera i nostri comportamenti cambiano chi siamo? Quale parte di noi contribuiamo a far fiorire attraverso i nostri comportamenti? Ragionando così potremmo scoprire più consapevolezza verso comportamenti poco virtuosi e cambiarli. Credo molto nella forza delle domande, che ritrovo nella mia attività di ottimizzatore mentale. Nel momento in cui si fa una riconfigurazione dello scenario attraverso una domanda nuova, si vedono opportunità e alternative che prima non si vedevano.
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Alex Bellini, Oltre, ROI Edizioni 2021. ISBN 978-88-3620-071-9
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Dal design cambiamenti tenui ma costanti Le leve del designer per la sostenibilità del prodotto: non decisive ma importanti intervista a ODO FIORAVANTI
Odo Fioravanti, industrial designer, per i suoi progetti ha ricevuto prestigiosi premi internazionali. Nel 2011 ha vinto il Premio Compasso d’Oro per il design. Ha insegnato al Politecnico di Milano e in altre scuole e università.
Cos’è per lei la sostenibilità nel mondo del design? Ci sono tanti interlocutori decisivi per la creazione di un nuovo prodotto: il designer non è decisivo, ma può influire. Non penso che possa mettersi di traverso rispetto a un’azienda che vuole fare l’ennesimo piatto di plastica, perché la convenienza economica e la mancanza di una legislazione più attenta danno al designer poche possibilità. La verità è che abbiamo provato per anni a disegnare lampade a led, che abbassano drasticamente i consumi, finché l’Ue non ha fatto una legge contro le lampadine a incandescenza, poi recepita dal governo italiano. Fino a quel momento tutte le lampade a led che si facevano erano poco più di uno scherzo, perché nessuno le comprava. Nessuno capiva perché doveva pagare il triplo o il quadruplo una lampadina che durava vent’anni, finché una legge non ha dato strumenti a tutti per far passare quei contenuti; da allora si è saputo che per comprare una lampadina ci volevano 5, 6, 10, 20 euro, mentre prima costavano un euro al massimo. Questo è un esempio di come la legislazione può molto più del designer. Questi può fare tutti i sogni che vuole, ma una legge fa in quattro e quattr’otto quello che il designer potrebbe metterci decenni a fare. Quali sono le leve proprie di un designer? Quelle tipiche della progettazione per me sono due. La prima è la riduzione: fare con meno possibile. A parità di progetto, vengo chiamato da un’azienda che vuole fare un prodotto. Cosa farò io rispetto a quello che avrebbe fatto un collega privo di scrupoli al posto mio? La prima cosa è provare a usare meno risorse, da tutti i punti di vista. Per me design e sostenibilità vanno insieme in quest’ottica: nell’utilizzo di minori risorse, quel che si chiama reduce, una delle tre R insieme a reuse e recycle. L’altra leva del designer è sicuramente la durabilità. Che di solito tende a richiamarsi al fatto che l’oggetto non si rompa, che duri nel tempo come una specie di catafalco indistruttibile...
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Ma a parte questa durabilità, che è meccanica o fisica, per me c’è un tema di durabilità estetica e di opportunità. L’oggetto dev’essere opportuno ed esteticamente tale che il tempo non lo renda fuori moda, fuori tempo. Penso che il design debba occuparsi per assurdo di limitare i segni che si riportano sugli oggetti, perché più l’oggetto è segnato e più ha connessioni con il tempo in cui è stato disegnato, che lo ancorano a quel tempo. Una maggiore neutralità del segno lo scollega, toglie quest’ancora rispetto al tempo in cui l’oggetto è stato disegnato e lo rende potenzialmente più duraturo, un oggetto che può accompagnare la vita delle persone per più anni senza diventare fuori moda. Ci sono diversi esempi di una tendenza opposta... È chiaro che un fashion design vistoso produce gli abiti di una stagione, che non vanno più l’anno dopo; questo è il massimo del contrario, l’oggetto è molto segnato, molto collegato al suo tempo, e poi non va più bene. Un tubino nero privo di segni e una fila di perle bianche sono oggetti praticamente privi di segni, che durano da sempre e dureranno per sempre. Questo è un esempio lampante di come dal punto vista del disegno si può lavorare sulla durabilità meccanico-fisica e anche su quella estetica: queste sono le cose che può fare veramente un designer. Quelli che può fare il designer sono cambiamenti che arrivano in maniera silenziosa, molto tenue ma costante, una specie di buona volontà che alla fine può averla vinta, aspettando che anche i governi diano strumenti legislativi che sono più potenti. Se da un giorno all’altro ti dicono che i sacchetti di plastica al supermercato non ci sono più, e ti dicono: arrangiati, questo cambia la storia della distribuzione della plastica. Si potrebbe fare per altre mille cose. Faccio l’esempio dei contenitori alimentari. Circa l’80 per cento dei rifiuti in plastica derivano da contenitori alimentari, bottiglie di plastica in cima. Basta fare la spesa per rendersene conto. Il legno come rientra in questo quadro? Il legno è un materiale ecologico quando è estratto dalla natura in maniera controllata, sensata, programmata nel senso della riforestazione. Faccio sempre l’esempio dell’ultimo albero di una specie che sta scomparendo: se lo taglio, quel legno non è molto sostenibile... Il legno è un materiale fantastico, che però va usato con la massima conoscenza e attenzione: oggi ci sono tutti gli strumenti per farlo, è uno dei materiali che ha sviluppato prima sistemi come quelli di riforestazione, penso alle certificazioni o ai sistemi di raccolta dei materiali post lavorazione, come può essere anche quello che fa capo al consorzio Rilegno, a una serie di iniziative che vanno a raccogliere gli scarti di legno e ne fanno nuova materia. Questa è una cosa che in Italia è successa coi tempi giusti e che adesso vede una certa maturità di espressione. Anche tutti i derivati del legno sono materiali super utilizzati e che fanno parte integrante del sistema design, ne sono spesso la struttura portante.
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Artisti e sportivi, fate di più per il futuro del clima I personaggi pubblici possono fare molto per spiegare la sostenibilità a chi ancora non l’ha capita intervista a ALESSANDRO GASSMANN
Qual è la sua idea di sostenibilità? È quella di entrare in un ordine di idee nel quale, se vogliamo garantire un futuro sul pianeta a chi verrà dopo di noi, dovremo tutti ugualmente rinunciare a qualche cosa. La sostenibilità è quello che permetterà al pianeta di sopravvivere anche con un aumento ulteriore della popolazione mondiale.
Alessandro Gassmann è un attore, regista e doppiatore italiano. Ambientalista e green influencer tra i più seguiti d’Italia, è attivista e testimonial per numerose campagne di sensibilizzazione sulla sostenibilità.
Come green influencer, che tipo di indicazioni pratiche dà a chi la segue? Consumare meno, riscaldare meno il pianeta. Per chi ne ha la possibilità, acquistare una vettura elettrica, impiantare pannelli fotovoltaici sulla propria casa, consumare meno acqua, meno energia elettrica, smettere di utilizzare la plastica quando possibile, usare i mezzi pubblici o la bicicletta. E soprattutto aiutare chi non ha capito il problema che stiamo vivendo a capirlo, cercare di parlare e lavorare in questo senso.
stenibile è anche più fruttuoso, dà più possibilità di successo. Non è vero che l’energia green e l’economia green siano solo per pochi eletti. Chi nel nostro Paese ha fatto impresa in maniera ecosostenibile, gruppi di persone, singoli cittadini, aziende, ne ha tratto vantaggio, ha aumentato i posti di lavoro e anche i propri introiti. Quindi essere green è redditizio per chi lo fa con coraggio e onestà. Crede che personaggi pubblici come lei abbiano una responsabilità in tal senso? Sono pochi i personaggi pubblici che come me si impegnano in questo senso: questo è sicuramente un aspetto negativo. Mi piacerebbe molto che i miei colleghi, ma non soltanto, anche i grandi sportivi, che hanno ancora più ascolto di noi, si impegnassero in maniera migliore e più forte in questo senso. Quello che i personaggi pubblici stanno facendo per il futuro del clima sul nostro pianeta non è sicuramente sufficiente, almeno in Italia. Più importanti i comportamenti individuali o le scelte politiche? Sono importanti entrambi, sia i comportamenti personali che quelli dei politici. I grandi movimenti come quello fondato da Greta Thunberg sono fondamentali per spingere poi i governi a muoversi in tal senso, ma sicuramente l’ultima decisione sarà la nostra. Se noi facciamo tutti capire che ci interessa garantire un futuro ai nostri figli su questo pianeta e che la questione climatica deve essere posta al centro del lavoro dei governi, avremo fatto un grande passo avanti. Al momento i governi hanno promesso molto, anche perché parlare di green dà nobiltà a chi lo fa, ma i fatti sono ancora molto pochi rispetto alle parole utilizzate fino adesso. Bisogna continuare a spingere in questo senso e a cercare di convincere i governi a fare di più: non è sufficiente.
Come si fa a convincere la gente a mettere in pratica comportamenti sostenibili? Per convincere le persone ad avere comportamenti e abitudini più ecosostenibili bisogna far capire loro, come stiamo facendo con i “Green heroes” ormai da alcuni anni, che imprendere in una economia ecoso-
FEDERICA, 22 VISIONARI PER NATURA
Ho deciso negli ultimi mesi di comprare abbigliamento solo nei negozi di abiti usati, acquistando beni che provengono dal riciclo e dal riutilizzo e non dal ciclo della fast fashion.
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Progettare a basso impatto è l’unica via Dalla “città dilatata” al recupero dei borghi storici, le nuove regole dell’architettura sostenibile intervista a MARIO CUCINELLA
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Lei è fondatore della SOS - School of Sustainability. Da dove nasce l’esigenza di una scuola per neolaureati che formi una generazione di architetti e designer sostenibili? SOS - School of Sustainability è una scuola con l’obiettivo di formare le prossime generazioni di professionisti del design sostenibile. SOS nasce per lanciare un messaggio: l’urgenza di affrontare il nostro futuro. La sostenibilità ambientale e delle scelte economiche rappresenta la vera grande prospettiva di crescita per il nostro Paese e per l’Europa. La progettazione sostenibile non è più un’opzione, ma l’unica via possibile. La scuola è aperta a giovani creativi e ricercatori, professionisti e imprese del settore che lavorano per sviluppare progetti innovativi con un impatto positivo sulla società, l’economia e l’ambiente. I giovani sono consapevoli di essere i protagonisti di questo futuro imprevedibile e cercano nella scuola gli strumenti per affrontarlo con fiducia e coraggio.
Dalla cassetta per la frutta ai pannelli. Il riciclo è giunto alla fine e il prossimo passo sarà tornare come cameretta o cucina per le nostre case.
Mario Cucinella, Architetto, Designer ed educatore, è fondatore di MC A - Mario Cucinella Architects.
Quali sono le basi dell’architettura a basso impatto, di cui lei è considerato maestro? La ricerca di soluzioni sostenibili che accompagni il progetto assicura un valore aggiunto a diverse scale, attraverso l’applicazione di un approccio investigativo e co-creativo, orientato verso la sostenibilità ambientale e socioeconomica. La bellezza va cercata oltre l’estetica, combinando invece l’efficienza energetica con l’empatia per l’identità dei luoghi e delle comunità, per poter porre le basi per il nostro futuro collettivo. Il lavoro che facciamo riunisce molti input, dalla conoscenza delle tecniche di costruzione tradizionali alle nuove tecnologie, al fine di creare edifici in grado di ridurre la loro impronta di CO2, allineati con gli obiettivi internazionali e capaci di produrre un impatto positivo sulla società. Più tecnicamente i progetti dello studio investono da sempre nella ricerca. Disponiamo di un’unità R&D impegnata sui temi dell’innovazione e della sostenibilità, sia nella ricerca teorica che nella pratica, per accrescere le nostre competenze sui temi più impegnativi, come, per avere degli esempi più tecnici, il controllo passivo della radiazione solare attraverso l’ottimizzazione delle volumetrie e delle facciate, lo studio del comfort esterno e interno, l’approfondimento di pratiche di edilizia innovativa e lo studio di strategie off-grid. Questo tipo di pratica architettonica si sta diffondendo o è ancora un’azione di testimonianza? Davanti a un’emergenza che si fa ogni giorno più impellente, non c’è più tempo per le testimonianze, bisogna agire ora. Purtroppo, a volte c’è ancora qualche resistenza di natura economica quando si tratta di costruire in maniera sostenibile. Ma un progetto sostenibile e ben fatto non è un costo, bensì un valore aggiunto. Un progetto tradizionale può costare meno di un progetto sostenibile certificato. Risparmi che si dissipano però in seguito, con i costi
elevati delle manutenzioni e delle bollette energetiche. Per non parlare del punto di vista etico e commerciale, che valorizza la proprietà. Quest’anno abbiamo presentato al COP26 per il Built Environment un prototipo di casa stampata in 3D interamente in terra cruda, TECLA, un progetto di MCA – Mario Cucinella Architects e WASP. È ovvio che non possiamo metterci a costruire da un giorno all’altro con questa materia naturale e riciclabile, ma volevamo lanciare un sasso in un dibattito sull’innovazione e sulla necessità di fare scelte radicali. Ci piace pensare che TECLA sia l’inizio di una nuova storia. Sarebbe veramente straordinario dar forma al futuro attraverso la trasformazione di questa materia antica con le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi. Come vede la metropoli del futuro? La sostenibilità avrà un ruolo importante? La sostenibilità guarda al futuro delle nostre città, che devono essere al centro di un progetto integrato. Un progetto capace di mettere assieme la rigenerazione degli spazi pubblici con il ciclo virtuoso dei rifiuti dove ambienti e servizi siano centri di raccordo e di relazione nelle nuove strutture della “città dilatata”: una città che diventi rete con le città minori, patrimonio straordinario del territorio italiano. Rigenerare continua a essere prioritario rispetto a costruire. Abbiamo appena completato il nuovo Rettorato di Roma Tre nel quartiere Ostiense a Roma: alla base c’era l’idea di una grande piazza che unisse zone diverse e frammentate del quartiere, dando un’opportunità concreta per gli studenti di abitare nuovi luoghi. Aperti, inclusivi e in continuità con la città, in un progetto sostenibile che desse un segno tangibile ai futuri architetti che è possibile progettare senza prescindere dalla tutela dell’ambiente e continuando a innovare. L’Italia è fatta anche di borghi distribuiti sul territorio, molti dei quali spopolati. Trovare una formula di sviluppo che permetta di riviverli può essere un’efficace strategia italiana sostenibile? L’Italia è fatta di una grande rete di città molto prossime e questa struttura dovrebbe essere al centro di un progetto, architettonico e infrastrutturale. Ma per realizzarlo ci vuole appunto una visione progettuale, altrimenti resta solo poesia. Servono le infrastrutture, telematiche ed energetiche. Scuole e case belle e moderne. Così le aree interne possono vincere una partita di prossimità. La strategia del cambiamento passa anche attraverso l’architettura. A Peccioli, un tipico borgo toscano con al centro una piazza e una chiesa in stile romanico pisano, in provincia di Lucca, abbiamo dato vita ad un’opera di riqualificazione architettonica e urbana, Palazzo Senza Tempo. Il progetto è stato disegnato e pensato attraverso e il recupero e la trasformazione dell’esistente, installando nuove funzioni pubbliche a servizio dei visitatori e della comunità.
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Costruire sostenibile La sostenibilità dei materiali come nuovo parametro di valore degli edifici: i primi esempi nel mondo di ANGELO LUIGI MARCHETTI
Angelo Luigi Marchetti è presidente di Assolegno.
Perché il legno è un materiale sostenibile? Perché si ricava dagli alberi. Gli alberi crescono perlopiù spontaneamente, grazie alla terra, all’acqua e al sole. E in questa loro crescita e rigenerazione assorbono e trattengono anidride carbonica e rilasciano ossigeno. Fino a quando, per diverse ragioni, iniziano un processo di marcescenza che restituisce l’humus e rimette in atmosfera l’anidride carbonica assorbita. Una pluralità di alberi costituisce un ecosistema che alimenta e arricchisce la vita. Il legno è dunque un dono prezioso che ci fornisce direttamente la natura, e che dai primordi ha accompagnato l’uomo nella sua quotidianità e soprattutto nella costruzione di abitazioni e di qualsiasi altra tipologia di edificio. Oggi il legno, grazie a continue innovazioni e a un sapiente uso di tecniche e know-how costruttivo, si pone traguardi sempre più ambiziosi in termini di possibilità e di prestazioni. Senza però dimenticare la sua semplice origine: è un materiale naturale. È un materiale a energia verde. Cioè che nel suo percorso dal bosco alla costruzione, pur considerando tutti gli impatti ambientali, dal trasporto alle trasformazioni, continua a mantenere una parte dell’anidride carbonica assorbita durante la sua crescita, sottraendola dall’atmosfera. E continuerà a mantenerla fino a quando raggiunge il proprio fine vita. A quel punto potrà essere riutilizzato o riciclato, continuando a immagazzinare a lungo nel tempo l’anidride carbonica assorbita come albero. Questo a differenza di molti altri materiali, definiti a energia grigia, che hanno un bilancio negativo in termini di anidride carbonica.
ma anche da un nuovo parametro, quello della sostenibilità dei materiali utilizzati. Maggiore sarà la quantità di materiale sostenibile impiegato nella costruzione, maggiore il valore dell’investimento. È un cambio di paradigma! E il legno avrà un ruolo di primaria importanza! Si contano già una molteplicità di fabbricati in tutto il mondo che sono l’emblema sia dei livelli d’ingegneria che di sostenibilità raggiunti. Basta per esempio citare la struttura del Metropol Parasol a Siviglia, ingegnerizzata dallo studio ARUP, dove sei grandi elementi a fungo si ergono dalla piazza centrale della cittadina spagnola tramite dei fusti cilindrici caratterizzati da una prima fascia di cemento raccordata alla pavimentazione che contiene i “tronchi” lamellari di sostegno. Crescendo verso l’alto e allargandosi a ombrello rovesciato, i grandi funghi si collegano tra loro a un’altezza di circa trenta metri dal livello stradale. Qui, sulla copertura, sono poi presenti un ristorante sospeso e una sinuosa passeggiata panoramica. Ma non solo. Un altro esempio icononico è il Treet building di Bergen in Norvegia, un edificio alto cinquanta metri, realizzato nel 2015, con quattordici piani a destinazione residenziale, con una combinazione ibrida in legno lamellare e a tecnologia XLAM. E infine, vorrei anche citare Mjøstårnet, la torre del lago Mjøstå in Norvegia: questo edificio completato nel 2019 ha a oggi il primato tra le opere di ingegneria in legno più alte a livello globale. Complessivamente, infatti, si erge a 85,4 metri di altezza. Una delle tante scelte virtuose e sostenibili dei progettisti (Voll Arkitekter) e dei committenti è stata quella di rifornirsi in loco, sia per le materie prime che per la lavorazione delle stesse e la manodopera. Per un progetto di tale visibilità mediatica, si è trattato di una decisione presa in maniera molto consapevole, che testimonia ancora una volta la necessità di ricorrere a un approccio sempre più sostenibile, in logica life cycle thinking, che valorizzi processi e materiali sempre più rispettosi dell’ambiente. E il legno avrà sempre più un ruolo da protagonista. Sta a noi valorizzarlo ulteriormente, partendo dalla salvaguardia dei nostri boschi fino a investire nella progettazione della manutenzione, della riparazione, del riuso e di tutte quelle forme di riciclo che ne allungano il più possibile la vita utile.
Il legno è un materiale rinnovabile, perché per ogni albero tagliato per ricavarlo ne possono essere piantati altri. È rinnovabile purché provenga da foreste certificate sostenibilmente. È rinnovabile e quindi è sostenibile. E la sostenibilità è il principale driver che caratterizzerà il settore delle costruzioni nei prossimi anni. Cambiando anche i parametri di valutazione. Infatti, il valore economico degli edifici dipenderà non solo dalla loro posizione, dal design architettonico, dalla sicurezza statica, dai ridotti consumi energetici,
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Dove c’è il legno si vive meglio Emozioni positive, rilassamento, qualità del sonno: sono gli effetti degli ambienti in legno intervista a MICHELA ZANETTI
Michela Zanetti è professore associato presso il Dipartimento di Territorio e Sistemi agro-forestali dell’Università di Padova.
Come viene percepito l’ambiente attorno a noi? Stanza in legno Stanza in cemento 1 3 5 7
1 stressante
7 rilassante 5,88
L’Università di Padova ha condotto una ricerca sulla dimensione psicologica dell’interazione legno-uomo, a cui lei ha collaborato. Ci racconta i risultati? È uno studio multidisciplinare, che ha coinvolto sia psicologi che tecnologi del legno. La scienza del legno interessa diversi ambiti, dalla chimica alla fisica, dalla meccanica alla biologia alla psicologia. Con uno studio bibliografico, infatti, si può vedere quante pubblicazioni sono state fatte sugli effetti benefici di questo materiale, dal punto di vista psicologico e fisiologico. Abbiamo preso un campione di un centinaio di persone e le abbiamo fatte stare per un po’ in due stanze, una in legno, costruita da FBE Woodliving, e una in muratura. Dai questionari, tutti validati scientificamente, è emerso che nella stanza in legno le emozioni positive espresse dai partecipanti erano più intense, specie in coloro che avevano un grado di biofilia, il legame con la natura, molto elevato. Abbiamo fatto un test per misurarla, trovando due livelli, uno molto elevato e uno medio; le persone con la biofilia più alta avevano anche sensazioni più positive. Oltre alle emozioni positive, che altro tipo di effetto avete trovato in chi stava nella stanza in legno? Un’altra cosa importante che abbiamo verificato è che la stanza in legno è stata percepita come più profumata. Anche studi precedenti hanno utilizzato sensi come la vista, e in particolare il tatto: il legno è percepito come più caldo rispetto ad altri materiali, come emerge dai risultati (non pubblicati) di un altro nostro studio. Anche il senso dell’olfatto è molto legato alle emozioni, così come ai ricordi: gli ambienti profumati e gli odori possono condizionare, come dimostrato da studi pubblicati, sia l’umore che il comportamento delle persone. Anche il profumo del legno influenza lo stato d’animo e il comportamento.
4,66
1 scomodo
7 confortevole 5,64
4,44
1 sconosciuto
7 familiare
5 3,66
1 sgradevole
7 piacevole
Ritiene che un analogo ragionamento sul comportamento possa essere fatto su scala urbanistica? Per quanto riguarda gli aspetti sociali, sarebbe interessante secondo me condurre degli studi in collaborazione con enti pubblici per cercare di curare, per esempio, le sale d’aspetto dei laboratori di analisi. Si potrebbe cercare di curare l’utilizzo dei materiali per vedere se hanno un effetto rilassante, calmante sulle persone, che di solito in quei contesti possono essere stressate. Inoltre nel legno c’è anche un aspetto affettivo.
6,08 4,52
Come si manifesta? Il legno, oltre a essere considerato naturale e calman-
te, fa sentire più protetti: questo è dovuto alle sue caratteristiche di materiale poroso e quindi capace di offrire isolamento non solo dal caldo e dal freddo, ma anche dal punto di vista acustico. Questo permette al legno di offrire una maggiore percezione di protezione dall’esterno. È considerato rilassante, confortevole, piacevole, familiare: l’abbiamo dimostrato in questo studio. Legno solo sul pavimento, anche alle pareti o sul soffitto: cambia qualcosa? La quantità e la disposizione ottimali del legno dipendono da quello che dobbiamo fare in una stanza. Per esempio, in una palestra è meglio che il legno sia sul suolo; in una stanza in cui ci riposiamo va bene che ci sia il legno anche alle pareti. In uno showroom completamente in legno (pavimento, pareti e persino il soffitto) abbiamo anche verificato che, a livello di piacevolezza, le persone dicevano che c’era troppo legno. C’è sempre bisogno di un equilibrio, anche se in questo caso si tratta più che altro di una percezione visiva. Come nel caso di un’altra scoperta interessante. Prego. Di fronte a una parete in legno, la pressione sanguigna dei partecipanti al test diminuisce rispetto a quanto registrato davanti a una superficie in metallo. Analogamente, sono state fatte anche delle prove con dei sensori a livello della pelle per vedere l’effetto sullo stress. Anche in questo caso la presenza di legno aveva un effetto calmante sulle persone intervistate. La testata del letto in legno può migliorare la qualità del sonno? Non l’abbiamo ancora dimostrato scientificamente, ma a livello esperienziale abbiamo verificato che tra le varie qualità di una camera da letto in legno di cirmolo, per esempio, le persone riportano un effetto calmante. Il vostro lavoro sta continuando anche oltre questo studio? Sto scrivendo un altro articolo non ancora pubblicato e posso dare un’anteprima di alcuni risultati. L’ambiente in legno aiuta a recuperare prima dopo uno sforzo o un lavoro stressante; una pausa rigenerante che si fa in un ambiente in legno aiuta recuperare meglio le forze, l’energia, le capacità intellettuali rispetto a una pausa fatta in un ambiente normale.
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Sull’ambiente troppe norme sparse, serve flessibilità Le aziende costrette a inseguire norme disseminate ovunque, spesso contraddittorie e con problemi interpretativi intervista a MARA CHILOSI Come si è evoluta la normativa ambientale italiana e come è cambiato l’atteggiamento delle imprese? Negli ultimi vent’anni, la necessità di recepire le direttive di Bruxelles ha portato a comporre un corpus piuttosto consistente, che abbraccia diversi ambiti con un approccio interdisciplinare. Un po’ come la sicurezza sul lavoro, il diritto ambientale interessa più ambiti dell’impresa. Ci troviamo per esempio a par-
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larne quando facciamo acquisizioni di stabilimenti, con la gestione delle bonifiche, in un ambito di due diligence. Ma anche nella vita operativa e nel rapporto con il consumatore, con la responsabilità estesa del produttore, i modelli di consumo, l’ecodesign. In più, adesso la conformità ambientale ha lasciato il posto a un concetto di sostenibilità più ampio. Alla conformità agli obblighi in materia ambientale si associano
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anche rating finanziari, il che rende il tema più centrale. L’approccio delle imprese è diventato per così dire olistico. In che senso? Le aziende hanno capito che la collettività e i consumatori chiedono una maggiore attenzione alla sostenibilità. E che la sostenibilità non riguarda solo l’ambiente. Una volta il diritto ambientale era una branca che interessava le industrie e alcune società di servizi, adesso si applica a tutte le attività economiche. Questo ha cambiato notevolmente anche la professione. Il diritto ambientale sta diventando una specializzazione importante cui si stanno avvicinando moltissimi giovani. Quando abbiamo iniziato eravamo pochissimi, perché era una tematica molto di nicchia. Com’è organizzata la normativa dal punto di vista legislativo? La normativa ambientale si sviluppa attorno al cosiddetto codice dell’ambiente, il decreto legislativo 152 del 2006, che in teoria dovrebbe essere la norma generale in materia. A questo si sommano una miriade di altre norme speciali o di disposizioni disseminate in altre norme. Questo è un problema del diritto dell’ambiente italiano: non è fruibile, è molto frammentato, è un corpus di norme anche di difficile ricostruzione, che si sono succedute nel tempo senza che sia mai intervenuta una riforma organica. Una delle difficoltà maggiori che incontrano le aziende è quella di individuare in maniera completa le norme ambientali che si applicano a una determinata attività, di essere certi di averle individuate tutte. Soprattutto, ci sono spesso problemi interpretativi, che si pongono perché la disciplina è frammentata. Ci possono essere contraddizioni tra norme diverse che si applicano alla stessa fattispecie. Quindi il d.l. 152 non ha risolto il problema? Il codice ambientale del 2006 doveva razionalizzare e semplificare, ma è stata una chimera. Non solo non è omnicomprensivo, ma il legislatore prima ha inserito nel codice alcuni ambiti della normativa ambientale, come la tutela delle acque, le bonifiche, la gestione dei rifiuti, il danno ambientale, alcune procedure autorizzative, poi ha subito ripreso a disseminare norme ambientali ovunque. Ormai l’aggiornamento normativo per chi si occupa di diritto dell’ambiente è quasi su base quotidiana. L’ambiente si sposa con tanti altri ambiti regolamentari, che riguardano autorizzazioni, incentivi, fiscalità, semplificazioni, rifiuti: possiamo trovare queste norme sparse ovunque. Ci sono dei tentativi di semplificazione? Da qualche tempo è stata avviata anche in sede ministeriale un’iniziativa per individuare le opportunità di semplificazione e razionalizzazione del quadro di riferimento. Ma si è trattato di azioni parziali, a macchia di leopardo, senza una visione organica. Questo problema riguarda tantissimi ambiti. Quelli in cui è più evidente il peso di questa situazione sono la normati-
va sui rifiuti e quella sulla bonifica dei siti contaminati. Due ambiti emblematici in cui la frammentazione e la sovrapposizione di norme e strumenti creano problematiche che rendono sostanzialmente impossibile o molto difficile portare avanti certe attività. Ci fa un esempio? Un’azienda decide di avviare un progetto di sostenibilità che riguarda il ritiro dei propri beni di consumo dal mercato per avviarli a riciclo. Oppure di sviluppare progetti innovativi di ottimizzazione delle filiere logistiche che riguardano anche materiali di scarto e rifiuto. Dal punto di vista tecnico e operativo-gestionale trova le soluzioni, ma quando va a vedere come deve svolgere l’attività nell’ambito della normativa ambientale si rende conto che certe cose non si possono fare perché mancano le norme di copertura. Quindi deve scegliere se fare il progetto o assumere un ambito di rischio: in un Paese normale questo non dovrebbe accadere. Ci sono aspetti, come avere lo strumento autorizzativo adeguato per svolgere una determinata attività, o compilare i formulari di trasporto dei rifiuti, che sembrano banalità ma si portano dietro rischi sanzionatori. Un’azienda che vuole operare correttamente si trova di fronte a dei blocchi. Per non parlare delle bonifiche, dove abbiamo un corpus molto frammentato, con norme sull’abbandono dei rifiuti anche storici che richiedono un certo approccio, poi quelle sulla bonifica, quelle sulle terre di scavo, quelle sui riporti. Tutte norme che prevedono cose simili, ma disciplinate in maniera diversa, per cui in uno stesso sito ci si trova di fronte a situazioni paradossali. Capita di non poter scegliere la strada più adeguata dal punto vista tecnico perché mancano strumenti normativi chiari, o gli strumenti normativi non consentono di fare determinate scelte.
Mara Chilosi, avvocato del Foro di Milano, è specializzata in materia di gestione dei rifiuti, scarichi idrici, autorizzazioni ambientali e situazioni di inquinamento.
Perché succede questo? Perché abbiamo la mania di regolamentare le varie fattispecie in maniera troppo dettagliata. Questo porta a dimenticare sempre qualcosa, o a dare descrizioni che vanno bene nel novanta per cento dei casi, ma c’è sempre un dieci che sfugge. In altri Paesi l’approccio è molto più progressivo e flessibile, sono valorizzati strumenti come gli accordi programma, o la possibilità per le associazioni imprenditoriali di categoria di disciplinare determinati ambiti operativi per le imprese del settore attraverso linee guida e prassi raccomandazioni adattabili nel tempo, che possono avere un riconoscimento normativo ma non hanno bisogno per essere aggiornate di tutto l’iter che richiede la modifica di una norma di legge o di un decreto ministeriale. Noi questo tipo di strumenti di flessibilità non li usiamo, oppure li ingessiamo, come nel caso delle famose autorizzazioni sull’end of waste, un grande problema della reale attuazione dell’economia circolare in Italia. Finché non si avrà un approccio diverso agli impianti che gestiscono rifiuti e al tema dell’end of waste, secondo me, l’economia circolare rimarrà più uno slogan che qualcosa di concreto in termini di numeri e di innovazione.
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Nella foto: Anche un blocchetto per costruire pallet può nascere dal legno riciclato.
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Sotto pressione, ma competitivi La filiera italiana del legno soffre l’escalation dei costi e la scarsità di materiali, ma è un’eccellenza mondiale in fatto di sostenibilità di PAOLO FANTONI
Il pannello sostenibile, il pannello del futuro, il pannello di un mondo nuovo è il pannello che nasce dal legno riciclato come accade nei quindici stabilimenti produttivi italiani.
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La situazione attuale vede la filiera sotto pressione per l’escalation di tutti i costi, non soltanto del legno ma anche di ferro, alluminio, poliuretani. La tensione nasce dall’aumento dei costi dell’energia, del gas e della chimica per quanto riguarda i pannelli, ma anche il costo del legno tout court franco foresta ha praticamente visto raddoppiare le sue quotazioni nell’arco degli ultimi diciotto mesi. Questa pressione deve essere in qualche modo distribuita all’interno della filiera, e questo rappresenta uno dei problemi principali. Gli aumenti infatti sono di tale entità che scoprono un nervo vivo: non si riesce infatti a riversarli in maniera proporzionale sui listini di vendita destinati all’utente finale. Così, di fatto, le marginalità della filiera vengono erose. Questo rappresenta una preoccupazione
forte: che una parte della nostra filiera, non tanto nel 2021 che ormai si è giocato, ma nel 2022 abbia a soffrire conseguenze importanti se non riuscirà a trovare il modo di risolvere questo problema. Il settore dunque vede aumenti delle materie prime su tutti i fronti. Ma attribuisco un ruolo importante di questa crisi a quella dei trasporti, perché il fatto di poter godere di noli e costi di trasporto efficienti per poter ritrovare vuoi in Nord America vuoi in Estremo Oriente o in Sudamerica elementi che bilancino e ricompensino gli squilibri che nascono sul mercato europeo ci è sempre stato di grande giovamento. Quello che è successo sul mondo dei noli in questi ultimi semestri fa sì che il trasporto internazionale ai costi attuali non rappresenti più una soluzione appor-
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tatrice di equilibrio ai mercati dei vari continenti. E se è vero che le portacontainer intercontinentali sembrano essere già prenotate per i prossimi tre anni, sembra che questa situazione abbia a perdurare. Guardando al nostro futuro la domanda ricorrente è proprio quanto durerà questa escalation di scarsità di materiali. Credo che per tutto il 2022 ci troveremo in una situazione in cui la scarsità e l’indisponibilità dei materiali la faranno ancora da padrona. Questo in Italia è particolarmente vero, perché il mercato dell’edilizia è drogato dagli stimoli dell’economia offerti dal governo nazionale con i crediti d’imposta. Per questo la domanda di prodotti in legno – mobili e materiali per finiture - sarà molto elevata e avrà probabilmente anche delle code che si estenderanno al 2023 e al 2024. In una situazione in cui è la disponibilità a farla da padrona il prezzo è diventato una variabile secondaria, assumendo connotati di una certa schizofrenia. I dati della filiera offerti da Federlegno mostrano come nel primo semestre di quest’anno le esportazioni abbiano superato del 6-7 per cento i dati del 2019, lasciando da parte quelli del 2020: questo mostra ancora come la filiera si dimostri competitiva, attrattiva e attraente sul mercato internazionale. Si rinnovano un po’ i fasti del suo design, che a questo punto trovano nella sostenibilità un nuovo pilastro attraverso il quale definire strategie di azienda e di prodotto che colgano i nuovi interessi dei consumatori, sempre più sensibili alle dinamiche della sostenibilità. Conseguentemente questo nuovo posizionamento offre alle aziende innumerevoli percorsi di crescita che non sono semplicemente legati all’apprezzamento di prodotti derivati dall’economia circolare, ma anche a una sostenibilità di sistema che vede la Federazione molto partecipe e protagonista del cambiamento. Mi riferisco al fatto di incentivare la costituzione di piattaforme che certifichino la presenza di crediti di CO2 attribuiti ai manufatti in legno, all’attenzione a una sempre maggiore certificazione sulla tracciabilità dei prodotti che garantiscono anche la legalità, la provenienza del legno e la sostenibilità delle aree e delle gestioni forestali. La promozione dei marchi FSC e PEFC rappresenta uno degli obiettivi di crescita di tutta la nostra filiera. A questi obiettivi si aggiunge l’aspettativa di riuscire in tempi ragionevoli a partecipare tutti a una maggior sostenibilità complessiva della filiera attraverso la definizione degli schemi di responsabilità estesa dei produttori. Stiamo iniziando a interloquire con il ministero della Transizione ecologica per riuscire a rendere concreto il progetto della responsabilità estesa
sul legno derivante da demolizione, che è una componente significativa del consumo del legno. Questo rappresenterà una svolta. così come una svolta è stata l’inizio dell’attività di questa responsabilizzazione nel mondo degli imballaggi in legno e in generale nella nostra società. La civilizzazione sulla sostenibilità della filiera vede anche moltissimi altri aspetti, che vanno dallo sviluppo dell’attività della pioppicultura alla certificazione dei prodotti, che sempre più devono essere ambientalmente sostenibili. Gli stessi criteri ambientali minimi auspicati dai legislatori italiani rappresentano un elemento cardine per la vendita di manufatti alla PA. Sono criteri ambientali minimi che prevedono molti elementi normativi, ma che al loro interno prevedono anche che i prodotti debbano essere certificati FSC e PEFC. Questo dà valore a quanto detto, e indica come la sostenibilità un po’ alla volta abbia a introdursi in totale profondità nei processi aziendali e produttivi. Per sostenibilità abbiamo anche l’obiettivo di sostenere un uso migliore della risorsa forestale da un lato, ma anche lo sviluppo dell’utilizzo del legno, che in Italia abbonda nelle nostre foreste ed è poco utilizzato e soprattutto poco ben qualificato. Potrebbe veramente essere un acceleratore di una parte importante della filiera del legno che è quella legata alla costruzione di abitazioni in legno, che in Italia inizia a rappresentare il 6-7 per cento delle nuove abitazioni, che sappiamo avere un paragone percentuale attorno al 17-20 per cento in molti Paesi centro europei e che crescerà sempre più. Infatti la stessa Commissione europea è interessata a valorizzare le abitazioni in legno per la loro capacità di stoccare CO2. Questa è un’importantissima valorizzazione del nostro comparto che non è premiante solamente per il fatto che le nuove abitazioni devono essere energeticamente più performanti, ma per il fatto che le case e l’edilizia in generale saranno sempre più considerate come un deposito di CO2. Questo apre discussioni estremamente importanti legate alla necessità di regolamentare quest’area attraverso le opportune piattaforme di certificazione del sequestro della CO2 dei manufatti. Tutta questa attività che la Federlegno sta portando avanti verrà opportunamente resa pubblica e manifestata in occasione di alcuni importanti eventi per dimostrare le tante best practice che l’Italia ha già in questa filiera. Questa attività non può semplicemente manifestare e dichiarare le grandi eccellenze italiane nell’economia circolare, e certamente l’industria del pannello truciolare è una di queste. Vorremmo veramente che diventasse un’eccellenza di filiera, che l’intera filiera italiana venisse a essere riconosciuta a livello mondiale come la filiera più sostenibile nell’area del legno.
Paolo Fantoni è Vice Presidente Fantoni Spa, Vice Presidente Federlegno con delega alla Sostenibilità e Presidente di Assopannelli.
CLARA, 25 VISIONARI PER NATURA
Mi interesso di sostenibilità perché credo che sia un filtro utile attraverso il quale vedere le cose, dal macroscopico al microscopico. Un filtro che ci può guidare nella vita di tutti i giorni e nelle scelte per il futuro.
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In natura non esistono scarti La fabbrica al femminile dove l’innovazione tecnologica convive con l’estetica, la cura del prodotto e l’attenzione al territorio intervista a CLARA CONTI
Giuseppe Conti CFO, Clara Conti CEO e Sergio Doriguzzi CEO di SAIB.
Come nasce e come si sviluppa SAIB? L’azienda è stata fondata nel 1962 da mia nonna, che aveva saputo di questo nuovo prodotto, il pannello truciolare, nato in America da poco, che si produceva con gli scarti delle piantagioni. A quel tempo non era legno di riciclo, ma era comunque scarto. In zona c’erano dei pioppeti, suo padre aveva una segheria e lei vedeva che i ceppi, le radici e la corteccia esterna dei pioppi venivano buttati via o bruciati. Questa cultura del rigenerare lo scarto è parte del DNA dell’azienda. Negli anni Settanta sono nati molti produttori. La maggior parte ha chiuso nel giro di qualche anno. Queste aziende devono avere dimensioni medio grandi ed economie di scala: gli impianti sono estremamente costosi e richiedono grandi investimenti tecnologici. Che ricordo ha di sua nonna? Una donna che avvia un’azienda di successo nel 1962 non è un fatto frequente... Era una donna molto intraprendente e coraggiosa. Il papà aveva una segheria, quindi conosceva il mondo del legno. Ha l’intuizione di questo prodotto, si fa prestare dal papà dei soldi e per iniziare l’attività e chiama il fratello. Dopo pochi anni liquida il fratello e restituisce tutto al padre. Era una donna molto decisa, con tratti caratteriali molto forti. Portava gli uomini su un piano di parità. Ricordo che quando era anziana tutti la chiamavano la signora, con grande rispetto. Come prosegue la storia dell’azienda? Per tanti anni è cresciuta. È stata gestita da mia madre, mia zia e mio padre ingegnere, fino a pochi anni fa responsabile della parte tecnica. Io lavoro in SAIB da vent’anni. Da quarant’anni abbiamo due CEO, attualmente rivestiamo la carica mio cugino, Sergio Doriguzzi, e io, mentre mio fratello è CFO. Negli anni Novanta l’azienda ha convertito la produzione da legno vergine a legno di recupero. Fin dagli anni Ottanta in Italia per una serie di ragioni viene abbandonata la pioppicultura e le aziende si trovano a non avere legno. Un grosso problema rispetto ai competitor te-
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deschi, che potevano contare su foreste infinite. Con la caduta del muro di Berlino, nel giro di pochi mesi la Germania est, che era costruita in legno, dovette essere abbattuta e ricostruita; l’intuizione delle aziende italiane, prima il gruppo Saviola poi altri, è stata quella di utilizzare il legno di recupero. Il problema è che era pieno di impurità. Una casa demolita è fatta di vetro, porte, maniglie, divani, imbottiture: il grande problema era come pulire il legno. Così si sono dovuti inventare una serie di macchinari che permettessero la pulizia del legno. È stato un cammino fatto di prove ed errori e miglioramento continuo. Oggi riceviamo oltre 150 camion al giorno di legno da raccolta differenziata. C’è di tutto: dalle cassette della frutta, ai pallet, alle assi da edilizia, ai serramenti. Con tanti anni di esperienza le aziende italiane sono diventate eccellenze mondiali. Utilizziamo processi sequenza volti a separare tutti i vari elementi o con separatori granulometrici, sfruttando i pesi specifici diversi, o usando delle calamite: con una serie di step successivi viene raffinato il tutto. La storia di SAIB è una storia di riciclo ed economia circolare con una forte impronta al femminile, da generazioni. Pensate che questo aspetto, abbia influenzato i vostri valori e la vostra sensibilità per l’ambiente rispetto ad altre aziende? L’impronta femminile si ritrova nell’attenzione all’aspetto estetico, non solo nella cura delle collezioni ma anche nella pulizia e nell’ordine degli impianti. Un tratto femminile è l’attenzione al bello, allo sviluppo di collezioni con nuovi motivi decorativi e nuove finiture. Mi piace usare una frase di Concita Di Gregorio: le donne hanno la capacità di tenere insieme tutto, anche quello che insieme non sta. Si pensa a un’azienda ipertecnologica, di produzione, ma non si immagina che il tema della pulizia, dell’ordine e dell’estetica possa essere così rilevante. Forse la nostra forza è riuscire a tenere insieme una parte innovativa e una parte estetica, fatta di cura del prodotto ma anche di altri aspetti più generali: i clienti che vengono da noi, per esempio, trovano uno showroom molto accogliente, con una cucina interna, e sono molto coccolati. Pensate che avere una conduzione femminile possa essere considerato un vantaggio nella gestione di una grande azienda influente sul territorio? Ho due figli grandi e credo che una donna venga più facilmente a conoscenza dei problemi locali. Delle necessità delle squadre di calcio, dei bisogni dell’asilo, di tante esigenze che insegnanti, allenatori e così via tendono a condividere. Proprio per questo contatto con la realtà territoriale sosteniamo progetti come ThisAbility USC Store: fino al 31 gennaio il merchandising ufficiale della squadra di calcio cittadina sarà venduto da quindici ragazzi con disabilità cognitiva del progetto ThisAbility. A Natale inoltre sosteniamo un piccolo gruppo di ragazzi autistici che realizzano borse con scarti di processi produttivi. Un altro segno della nostra attenzione alla sostenibilità. In natura non esistono scarti.
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Rilegno in numeri Nel 2020 abbiamo raccolto e riciclato 1,9 milioni di tonnellate di legno
Il risparmio di consumo di CO2 pari a 2 milioni di tonnellate ottenuto grazie al sistema Rilegno
1.841.065
TONNELLATE DI LEGNO RACCOLTE E RICICLATE, DI CUI IL
equivale a compensare
45,07%
1 milione di veicoli
SONO IMBALLAGGI
che circolano ogni anno
2.999.772
TONNELLATE DI IMBALLAGGI DI LEGNO IMMESSE AL CONSUMO IN ITALIA
GRAZIE A RILEGNO VIENE RICICLATO OLTRE IL
64,68%
DEGLI IMBALLAGGI DI LEGNO IMMESSI AL CONSUMO IN ITALIA
827.772
Grazie a Rilegno l’Italia ricicla già oggi il 63 per cento degli imballaggi in legno, più del doppio di quanto sarà obbligatorio nel 2030 secondo gli obiettivi fissati dall’Unione Europea.
TONNELLATE DI IMBALLAGGI RIGENERATE E REIMMESSE AL CONSUMO (OLTRE 60 MILIONI DI PALLET)
Rilegno, Consorzio nazionale per il recupero e riciclo degli imballaggi in legno, è un sistema che si muove grazie ai suoi 1.979 consorziati, 421 piattaforme per la raccolta prima dell’avvio a riciclo, e 4.549 Comuni convenzionati. Il sistema coinvolge oltre 42 milioni di abitanti e 15 impianti di riciclo distribuiti su tutta la penisola italiana.
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La filiera nazionale di Rilegno è basata su 1979 consorziati, oltre 421 piattaforme convenzionate, 12 aziende del riciclo, 15 stabilimenti produttivi, più di 4.500 comuni serviti, per un totale di oltre 42 milioni di abitanti pari al 70% della popolazione italiana.
L’ITALIA CHE PRODUCE TOTALE CONSORZIATI
1.979
LEGNO TOTALE IMMESSO AL CONSUMO TOTALE PALLET RIGENERATI
2.999.772 t* 827.772 t
*IL TOTALE INCLUDE ANCHE GLI IMBALLAGGI IMPORTATI
L’ITALIA CHE RECUPERA TOTALE PIATTAFORME TOTALE LEGNO RACCOLTO AVVIATO A RICICLO
421 1.841.065 t
L’ITALIA DEI COMUNI TOTALE COMUNI TOTALE ABITANTI RACCOLTA URBANA
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4.549 42.717.951 638205 t
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L’ITALIA CHE RICICLA AZIENDE RICICLATRICI
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STABILIMENTI PRODUTTIVI
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Le sedi delle aziende che trasformano il legno in risorsa BIPAN S.p.A. Pannellificio Bicinicco ( Udine)
Ecobloks S.r.l.
Pallet block Finale Emilia (Modena)
Fantoni S.p.A. Pannellificio Osoppo (Udine)
Frati Luigi S.p.A. Pannellificio Borgoforte (Mantova) Pomponesco (Mantova)
I-PAN S.p.A.
Pannellificio Coniolo (Alessandria)
Gruppo Mauro
Saviola S.r.l.
Pannellificio Mortara (Pavia) Sustinente (Mantova) Viadana (Mantova)
Isotex S.r.l. Blocchi legno cemento Poviglio (Reggio Emilia) Sicem - Saga S.p.A. Cartiera Reggio Emilia
S.A.I.B.
Società Agglomerati Industriali Bosi S.p.A.
Pannellificio Caorso (Piacenza)
Xilopan S.p.A. Pannellificio Cigognola (Pavia) Kastamonu S.r.l. Pannellificio Codigoro (Ferrara) ECO-Resolution S.r.l. Biofiltri Solofra (Avellino)
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We are Walden è la community di Rilegno che si rivolge a ragazzi interessati ad agire per un futuro sostenibile. È un luogo di incontro e di condivisione dedicato ai valori della sostenibilità, per l’uomo e per la Natura. A Novembre abbiamo organizzato il primo evento in presenza della community We are Walden. L’evento è stato un momento di incontro per i ragazzi iscritti e di confronto con autorevoli esperti e professionisti nel mondo della sostenibilità.
RIVIVI LA PRIMA WALDEN HOUR, GUARDA LE FOTO LEGGI IL MANIFESTO
SCOPRI COME ISCRIVERTI ALLA COMMUNITY WALDEN-RILEGNO-2021-DIC[17]STAMPA.indd 38
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Ogni giorno le nostre piattaforme raccolgono il legno in Italia Valle d’Aosta Enval Piemonte Amiat Ballarini Benassi Benfante Borgotti Teresa Bra Servizi Cerrirottami Clerico Primino Consorzio area vasta Basso Novarese Cooperativa Sociale Risorse Cortini Michele Ecolegno Airasca Elma Ferro e Metalli Italconcimi Koster M.M.G. Rosso Commercio S.K.M. S.T.R. Societa Trattamento Rifiuti Surico Vescovo Romano & C. Wood Recycling Liguria Anselmo Baseco Benfante Comet Recycling Di Casale Pietro F.lli Adriano e Giuseppe Bonavita e figli Giuseppe Santoro Iren Ambiente LRT R.T.R. Re.vetro Riviera Recuperi Specchia Services Verde Liguria Riciclaggi Lombardia A2A Recycling Briante Martegani Caris Servizi Caronni Group Cauto Cantiere Autolimitazione Cereda Ambrogio Convertini De Andreis – Recuperi e Servizi Ambientali Del Curto Divisiongreen Eco Wood Ecolegno Brianza Ecolegno Milanoest Ecosan Estri Focacity Pallets G.L.M. Galli Geo Risorse GGM Ambiente Herambiente Il Truciolo Isacco Koster L.D.R. Logistica Di Ritorno Laini Alberto Legno Pallets Servizi Mantica Rottami Mauri Emilio ME.S.ECO. Nuova Clean Polirecuperi Rebucart Rodella Pallets SABB — Servizi Ambientali Bassa Bergamasca
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SE.GE. Ecologia Selpower Ambiente Seval Casei Sima Sorri Tramonto Antonio Tre Emme Trentino Alto Adige CR3 Ecorott Energie Ag Suedtirol Umwelt Service F.I.R. F.lli Chiocchetti Galaservice recycling Lamafer Masserdoni Pietro Santini Servizi Sativa Voltolini Zampoli Veneto Ambiente e Servizi Arca Autotrasporti Gruppo Frati Casagrande Daniele Casagrande Dario Centro Recupero Trevigiano Destro Roberto Eredi E.T.R.A. – Energia Territorio Risorse Ambientali Eco – Trans Ecolegno Verona Ecolfer Ecoricicli Metalli Eredi Santarosa Bruno Filippi Ecologia Futura Recuperi Futura Imball Nord Intercommercio di Coccarielli Guerrino & C. Intercommercio Isola Futura Morandi Bortot Nekta Ambiente New Ecology Nuova Ecologica 2000 Pegoraro Ranzato Diego S.E.S.A.- Societa Estense Servizi Ambientali S.G.A. Societa Gestioni Ambientali Se.fi. Ambiente So.la.ri. T.M. Truciolo Usvardi Vallortigara Servizi Ambientali Vidori Servizi Ambientali Zanette Gianni & C. Friuli Venezia Giulia Autotrasporti Gruppo Frati Eco Sinergie Ecolegno Udine Logica Metfer PR Ecology S.N.U.A. Emilia Romagna B. Group Belloni Giuseppe Ca.re. Cupola Ecolegno Forli Eurolegno BO Garc Garnero Armando General Forest Ghirardi Herambiente
Il Solco Coop. Sociale Inerti Cavozza Iren Ambiente Italmacero L.C.M. La Cart La Citta Verde Soc. Coop. Longagnani Ecologia Maccagnani rottami Marchesini Monti Amato Recter S.E.A.R. Salvioli Sandei Sogliano Ambiente Specialtrasporti Tras-press Ambiente Trs Ecologia Unieco Holding Ambiente Toscana Alia Servizi Ambientali Autotrasporti Gruppo Frati Casini Elio Cerroni Dino & Figli Dife Ecolegno Firenze Ecorecuperi Versilia di Brugnano Galeotti Ferro Metalli Herambiente servizi industriali Impresa Costa Mauro Mancini Vasco Ecology Marinelli Pianigiani Rottami Real Rugi Sei – Servizi Ecologici Integrati Toscana Marche Autotrasporti Gruppo Frati Cartfer Cartfer Urbania Cartonificio Biondi Cavallari Cosmari Dur. Eco Eredi Covi Renzo Ferri & Oliva Gualdesi Immi L.S.L. Lavorazione Scarti Legno M.S.T. Multi Green P.E. Sampogna Leonardo & C. Umbria Biondi Ecologia e Servizi Biondi Recuperi Ecologia F.lli Baldini Ferrocart Gesenu Scarponi Luciano Spalloni Ecosistema Terenzi Lazio Baldacci Recuperi Bracci Emma C.E.S.PE. C.R.D. Centro Rottamazione e Demolizione Pontina C.S.A. – Centro Servizi Ambientali Cassino Espurghi Centro Rottami Cerchio Chiuso D. M. Del Prete Waste Recycling Eco Logica 2000 Ecolegno Roma Ecoprat Ecosystem
Ecotuscia Fatone Ferone Fitals Geco Ambiente Gerica Idealservice Innocenti Intercarta Intereco Servizi M.G.M. Marteco Mediaservice Recycling Pellicano Porcarelli Gino & Co. Refecta RI.M.E.1 Romana Maceri Sabellico Sieco Societa Sacite Servizi Ecologici Tecnoservizi Trash Abruzzo A.C.I.A.M. Cip Adriatica Eco.Lan. Ecoaspa Aquilana Combustibili GEA L.E.A. Mantini Paterlegno Pavind Rigenera Se.Lecta Molise Smaltimenti Sud West Molise Campania Ambiente Italia Ambiente Bio.Sca.V. Di Gennaro Eco Centro Salerno Eco Energy Eco Legnami Eco Sistem S. Felice Ecocart Ecosistem Ecowatt Servizi Ecologici Edil Cava Santa Maria La Bruna Green Energy Revolution Irpinia Recuperi Langella Mario Nappi Sud S.EN.EC.A. SER.GE.A. Sri Tony costruzioni Basilicata Decom Metaplas Paterlegno Puglia Asia Ecologia C.g.f. Recycle C.m. Recuperi Cave Marra Ecologia Daniele Ambiente Direnzo Ecologistic Ecosveva Fer. Metal. Sud La Puglia Recupero Patruno Group Recuperi Pugliesi S.e.t.a. Sima Ecologia Spagnuolo Ecologia
Calabria Calabra Maceri e Servizi Circular Factory E.W. &T. Eco Works e Trans Eco Piana Ecologia Oggi Ecology Green Ecomediterranea Ecoross Ecoshark – Igiene Ambientale Ecosistem Lauritano Logam M.I.A. — Multiservizi Igiene Ambientale Muraca Nami Poly2Oil Recuperi Costa Rocca S.E. Servizi Ecologici Servizi Ecologici di Marchese Giosè Sicilia Bellinvia Carmela Caruter Con.Te.A. – Consorzio Tecnologie per l’Ambiente Coopserservice D’Angelo Vincenzo Di Paola Group Ecocentro Polivalente Dimalo E.G.S. – Etna Global Service Ecodep Ecogestioni Ecoimpianti Ecomac Smaltimenti FG Gestam Ionica Ambiente L.C.R. La Sangiorgio Lemac Ma.eco. Marcopolo Morgan’s Niem Omnia Palermo Recuperi dei F.lli Bologna P. Eco Puccia Giorgio Rekogest Riolo Metalli Riu S.AM. – Sistemi Ambientali S.E.A.P. Sarco SB Ricicla Sicula Trasporti Sidermetal Trinacria Scavi W.E.M. Sardegna Eco Silam Ecopramal Pro.mi.s.a. R.G.M. Recuperi Generali Mediterranei Unione dei Comuni Alta Gallura Verde Vita
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