Bimestrale indipendente d’informazione
Busto Domani - ANNO XLI – N° 3 GIUGNO 2022 - Copia Omaggio
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Editoriale Sergio Colombo - Direttore “Busto Domani”
Politica e volontariato
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erita qualche riflessione il recente flop referendario che ha registrato l'incredibile percentuale del 20,8% per scarsa affluenza alle urne con Liguria capofila al 28,20, ultimo il Trentino Alto Adige con 13,04. Un disastro previsto e che impone un’attenta analisi sull'utilizzo degli strumenti referendari (tra l'altro costosissimi) mentre le borse hanno frantumato, qualche giorno dopo, 235 miliardi. E con gli inquietanti venti di guerra, le preoccupazioni per le prospettive economiche aumentano mettendo a rischio la stabilità dell’azienda Italia. Il sistema sanzionatorio applicato alla Russia, si ripercuote anche sulla nostra economia nonostante i segnali di risveglio. Il successo del salone del mobile a Milano, l'alta moda a Firenze e altre rassegne settoriali, evidenziano il ruolo del mondo fieristico per rilanciare, con i rapporti internazionali, il nostro export. Un altro segnale positivo è rappresentato dall'incremento del traffico aereo registrato a Malpensa. L’atteso decollo, valorizzato dall'accordo “masterplan SEA” rappresenta un'attrazione per il territorio anche in prospettiva europea come autorevolmente sottolineato nel redazionale di Busto Domani dal Presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana. E l’europarlamentare Patrizia Toia, nel suo libro “Il futuro
I partiti invocano la pace in Ucraina ma sono già proiettati verso la campagna elettorale nonostante le prospettive di un’economia ad alto rischio.
che si preannuncia impietoso.
dell’Europa è ora”, rilancia alcune motivazioni per superare l’attuale fase emergenziale. Nonostante tutto, è già iniziata la fibrillazione tra i partiti proiettati alla scadenza elettorale del 2023: la riduzione del numero dei parlamentari di Camera e Senato moltiplica gli incontri per difendere le rendite di posizione. Soprattutto tra i 5 stelle dove le incomprensioni sono all'ordine del giorno nonostante il crollo nei consensi e l’abbandono di Di Maio metta a dura prova la tenuta del Governo Draghi per la prospettiva dell’ennesimo partitino. Insomma è iniziato l'assalto alla diligenza mentre gran parte delle famiglie italiane deve fare i conti con la soglia della povertà aggravata dal generale aumento dei prezzi oltre ai costi energetici... in attesa del generale inverno
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Fortunatamente non mancano Enti e privati che si fanno carico di interagire con il pubblico anche se da qualche mese è scattata l'operazione RUNTS che richiede una serie di adempimenti che per un'associazione basata sul volontariato, rappresentano complicati orpelli burocratici. Qualche esempio? I registri per i volontari, il CDA, collaboratori, assicurazioni, riunioni varie ed altro ancora richiedono impegno, tempi di attuazione non brevi, e una buona professionalità per interpretare le disposizioni di legge. Poi c'è il problema della rendicontazione all'ente erogatore dell’eventuale contributo che richiede perfezione assoluta, oltre all’IVA in quanto per le associazioni di -5-
volontariato - la maggioranza non ha partita IVA - rappresenta un onere aggiuntivo non marginale. Insomma una pioggia di innovazioni legittime, ma che imbrigliano volontà ed entusiasmo perché moltiplicano le procedure anziché semplificarle come logica vorrebbe. Abbiamo ritenuto opportuno esporre, sollecitati anche da responsabili di organismi similari, qualche valutazione sulle procedure legislative perché le prestazioni spontanee sono svincolate dalle norme burocratiche. Con un volontariato nato in provincia di Varese grazie alla straordinaria intuizione dell’on. Zamberletti che è riuscito a trasformare i terremoti in occasioni di rilancio e di ricostruzione nonostante la drammaticità dell’accaduto. Abbiamo avuto l'onore e la fortuna di occasionalmente apprendere l'impostazione generale della Protezione Civile nello studio privato del parlamentare varesino in piazzetta Capranica a Roma verificando la grande passione e gli autentici ideali del suo fondatore. Il volontariato insomma va aiutato, eliminando lacci e lacciuoli perché ha dato prova di verificabili risultati grazie ad un ritrovato senso di italianità: una grande risorsa per il paese spesso travolto da episodi dove l'incuria e la manutenzione (il ponte Morandi è l'esempio classico) lasciano spazio a profitti ingiustificati.
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L’intervento Presidente Regione Lombardia
Lombardia e provincia di Varese protagonisti in Europa Attilio Fontana Presidente Regione Lombardia La Lombardia, terra d’impresa e lavoro, contribuisce, da sola, al 20% del PIL italiano. Il tessuto produttivo regionale, composto prevalentemente da piccole e medie imprese, è solido e resiliente e in grado di affrontare le sfide di mercati sempre più competitivi. Vocazione all’innovazione, spinta all’internazionalizzazione, capacità di fare sistema sono alcuni degli elementi che contraddistinguono l’impresa lombarda, contribuendo a fare di questa regione uno dei motori del Paese e d’Europa.
La Provincia di Varese, caratterizzata da una elevata concentrazione di imprese, è uno dei territori più industrializzati ed economicamente progrediti d’Europa: con il 27,4%, il varesotto risulta ai primi posti tra le province italiane per peso dell’industria manifatturiera
Pur tra una miriade di impegni istituzionali, il Presidente Fontana ha scritto per “Busto Domani” il redazionale che delinea l’importante ruolo europeo di Regione Lombardia e il determinante contributo della Provincia di Varese.
nella composizione del valore aggiunto totale. Le imprese di questo territorio sono state protagoniste della storia dell’industrializzazione italiana contribuendo, attraverso una classe imprenditoriale coraggiosa e visionaria, alla transizione da un’economia agricola a un’economia industriale e al posizionamento dell’Italia tra i primi mercati al mondo. La strategicità della posizione geografica, sulla direttrice del traffico tra il Centro Europa, Milano, Genova e il Mediterraneo, ha facilitato la nascita e il consolidamento dei rapporti con i principali centri industriali d’Europa, favorendo gli scambi internazionali: non è un caso, dunque, che il valore delle esportazioni di merci in percentuale del valore aggiunto ammonti, per le imprese di
questo territorio, al 39,9% contro una media Lombardia del 34,5% e del 29,3% per il sistema Paese. L’economia locale ha, inoltre, generato oltre 10,8 miliardi di euro di export nel 2021, anno in cui la Lombardia ha toccato il record storico di esportazioni della sua storia. Da segnalare, infine, la straordinaria varietà merceologica del tessuto produttivo varesino che vanta, oltre alla tradizionale e consolidata presenza del settore tessile, realtà importanti nel campo della meccanica, del chimico-farmaceutico, della gomma-plastica e dell’aeronautica. Con queste caratteristiche - internazionalità, multi-settorialità e spinta all’innovazione - le imprese varesine si preparano ad affrontare le sfide economiche del presente, -7-
mai così complesse e imprevedibili. Dopo due anni di pandemia, l’economia lombarda e varesina aveva mostrato segnali di forte crescita, generando ottimismo e speranza: + 12% l’industria manifatturiera a Varese, + 11% artigianato, + 42% il dato del fatturato con l’estero (dati Unioncamere Lombardia, IV trimestre 2021). Lo scoppio del conflitto russo-ucraino e, ancor prima, l’impennata dei costi delle materie prime hanno, tuttavia, frenato bruscamente il percorso di ripresa a Varese, come in Italia e in Europa, costringendo le imprese a rivedere i propri programmi di sviluppo e produzione.
Secondo uno studio presentato dall’Unione Industriali di Varese, a fine marzo, già il 19,1% delle imprese manifatturiere della provincia di Varese aveva dovuto ridurre la propria produzione a causa dei rincari e delle difficoltà di approvvigionamento, mentre il 34% prevede di farlo nel
L’intervento
prossimo semestre. Il blocco delle produzioni, unito alle strozzature nelle catene di approvvigionamento e alla galoppante inflazione, compromettono in maniera determinante il processo di ripresa post-pandemico e impongono una revisione dell’agenda politica per sostenere, con misure adeguate, imprese, lavoratori e famiglie. A livello europeo e nazionale, le iniziative sinora intraprese sono destinate, in particolare, ad alleggerire il peso del caro-energia su imprese e consumatori, ridurre progressivamente la dipendenza energetica dalla Russia e, nel lungo periodo, favorire l’autosufficienza energetica attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e la creazione delle Comunità Energetiche. Fondamentale sarà, inoltre, garantire l’accesso al credito per le piccole e medie imprese, al fine di non pregiudicare ulteriormente la continuità produttiva e consentire, il più possibile, l’indebitamen-
to per investimenti. Regione Lombardia osserva con attenzione l’evolversi della situazione economica e internazionale e, nel limite delle sue competenze, mette in campo iniziative per sostenere adeguatamente le imprese e accompagnarle in questo momento storico così critico. Nella fase di ripresa, Regione Lombardia ha scelto di supportare le imprese con un pacchetto di misure pari a 460 milioni di euro per finanziare investimenti in innovazione e ricerca, digitale, garantire l’accesso al credito e favorire nuovi insediamenti produttivi. Più recentemente, siamo intervenuti con 60 milioni di euro a favore di interventi di efficientamento energetico destinati a quelle realtà che, a seguito dell’aumento dei costi dell’energia, vedono inasprito il contesto di ripresa post Covid. Queste misure sono rivolte a micro e piccole imprese artigiane del settore manifatturiero (22,3 milioni di euro),
micro e piccole imprese del commercio, della ristorazione e dei servizi (9,6 milioni di euro, in corso di integrazione per 1 milione di euro) e operatori economici che gestiscono gli impianti sportivi natatori e del ghiaccio di proprietà pubblica (32 milioni di euro). Già nel pieno dell’emergenza pandemica, Regione Lombardia ha voluto fortemente favorire la ripresa degli investimenti sul territorio, anticipando, di fatto, il futuro PNRR con programma straordinario da 5 miliardi di euro di opere pubbliche: il “Piano Lombardia”. Sul solo territorio della Provincia di Varese sono giunte risorse pari a 160 milioni di euro a favore di Comuni e Provincia per infrastrutture ferroviarie (tra queste, il nuovo collegamento T2-Malpensa-Linea RFI Sempione), opere stradali, messa in sicurezza e riqualificazione delle strade (che, per il Comune di Busto Arsizio ha impiegato risorse
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per oltre 950.000 euro), piste ciclabili (Move-On Busto Arsizio-Malnate e il nuovo collegamento ciclabile tra le stazioni di Busto Arsizio e Castellanza) e altri interventi su edifici pubblici. Oltre 10 milioni di euro sono stati assegnati per l’ampliamento del terminal modale di Busto Arsizio, confermando la volontà di valorizzare il più grande interporto ferrovia-strada d’Europa e un’area strategica per il traffico merci. La Lombardia è consapevole delle grandi sfide che attendono il suo territorio e l’impegno che l’Europa sollecita per la transizione ecologica. Continueremo a promuovere e ad ampliare, grazie alle risorse in arrivo con il PNRR, iniziative per la diffusione degli impianti a fonti rinnovabili, l’efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati e la rigenerazione urbana. A questo riguardo, ricordo che il territorio di Busto Arsizio sarà interessato da un
L’intervento
grande e innovativo piano di riqualificazione che coinvolgerà le stazioni di Milano Cadorna, Milano Bovisa, Saronno e Busto Arsizio e delle aree adiacenti per oltre 188.000 mq. L’intervento su Busto Arsizio consentirà di dare nuova centralità all’area della stazione, riattivando i collegamenti urbani e innescando un processo di riqualificazione urbana che farà da volano per lo sviluppo delle aree circostanti. Simili iniziative saranno attivate sull’intero territorio regionale con l’obiettivo fare della Lombardia un’unica grande Smartland, connessa e resiliente in tutte le sue aree. Fondamentale sarà, a questo proposito, investire su una rinnovata coesione sociale, che rappresenta sia un fattore di attrattività per i territori storicamente più marginali sia uno strumento per contrastare le povertà e sostenere le fragilità. Regione Lombardia ha stanziato 170 milioni di euro per sostenere le strategie di rigenerazione e sviluppo nelle aree urbane con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze materiali e immateriali. Di questi, 15 milioni sono destinati al progetto B.Re.a.T.H.E. per la valorizzazione dell’ex aree Macello e l’area del Mercato. La Lombardia scommette sul proprio futuro partendo dai suoi territori e dal sostegno alle realtà locali. La crisi internazionale, il caro-energia,
la crescente inflazione nonché l’aggravarsi della crisi alimentare rappresentano delle variabili da monitorare con attenzione poiché rischiano di aprire nuove fasce di povertà tra le famiglie lombarde e di frenare il motore produttivo lombardo. La transizione energetica, inoltre, necessita di essere “ragionata”, prevedendo misure di compensazione per quelle filiere – penso, ad esempio, all’automotive – più soggette a rischi in termini occupazionali e perdita di competitività internazionale. La complessità della realtà di oggi richiede flessibilità nell’agenda politica e – ritengo – nell’impiego delle risorse affinché si affrontino con prontezza e urgenza le criticità di volta in volta emergenti. Famiglie, imprese e territori devono rimanere i destinatari prioritari delle nostre iniziative e guidare le scelte della politica a ogni livello.
La sede di Regione Lombardia
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Parlamento Europeo Patrizia Toia - Europarlamentare
Il futuro dell’Europa è ora
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el 2019 questa legislatura europea è iniziata con la promessa di avviare una Conferenza sul futuro dell’Europa che avrebbe dovuto partire il 9 maggio del 2020, cioè 70 anni dopo il celebre discorso di Robert Schuman all’Assemblea francese che ha posto le basi e il metodo dell’integrazione europea. Il giorno prescelto però l’Europa, così come il resto del mondo, era alle prese con una pandemia e una crisi senza precedenti. Chiusi dentro casa a leggere le cifre raccapriccianti di morti e contagi, abbiamo dovuto rimandare al futuro il discorso sul futuro per occuparci del presente. Eppure, paradossalmente, le scelte fatte dall’Unione europea nei mesi dal 9 maggio 2020 al 9 maggio 2021 - quando effettivamente la Conferenza ha potuto avviare i suoi lavori - hanno fatto di più di quanto avrebbero fatto mille conferenze nel costruire concretamente il futuro dell’Europa e nell’indicarci una strada. In quei mesi è stato fatto l’accordo per varare un piano di rilancio economico più vasto del Piano Marshall, è stata presa la decisione storica di creare debito comune per ripagare il piano, con la rivoluzione copernicana di assegnare i fondi in base a un principio di solidarietà e non con i soliti parametri di contributi, pil e popolazione, così come la scelta di acquistare
Patrizia Toia, Parlamentare Europeo dal 2004, ha tratteggiato le difficoltà che la conferenza ha incontrato: pandemia e invasione ucraina hanno rallentato il processo di riforma dei trattati europei
insieme i vaccini, distribuendoli in modo equo a tutti i cittadini europei, creandole basi di una vera Unione della Salute. Ognuna di queste singole decisioni, prese in emergenza per affrontare i problemi del presente, avrà profonde ripercussioni sul futuro e contribuirà a forgiare negli anni e nei decenni che verranno il tipo di Europa e di società in cui vivranno i cittadini europei. Così, questo avvio ritardato della Conferenza ci ha impartito una doppia lezione di cui dobbiamo fare tesoro: innanzitutto, per quanto possiamo e dobbiamo fare previsioni per costruire il mondo di domani, dobbiamo ricordarci che le previsioni sono fatte per essere smentite dai fatti. “Mann Tracht, Un Gott Lacht” è un vecchio adagio yiddish che significa “L’uomo progetta e Dio ride”.
Quando è iniziata questa legislatura nessuno avrebbe mai immaginato di vivere uno scenario apocalittico come quello che abbiamo vissuto. Così come quando all’avvio della moneta unica i politici tedeschi e nord europei hanno detto: mai bilanci salvati con soldi comuni, mai eurobond, mai debito comune, nessuno avrebbe mai immaginato che nel giro di una decina d’anni il mondo sarebbe stato sconvolto da una crisi finanziaria ed economica globale, poi diventata crisi dell’euro e poi seguita pochi anni dopo da una pandemia.
TORNARE AL FUTURO I piani per un’Europa di bilanci nazionali indipendenti e sorvegliati da una rigorosa disciplina sono stati spazza-
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ti via insieme alla Lehman Brothers, mentre le conseguenze della decisione concreta di creare una moneta comune hanno continuato a influenzare la politica comunitaria, costringendo anche i governi più recalcitranti alla creazione di un fondo di solidarietà, dell’Unione bancaria, del piano Next Generation Eu e di nuove risorse proprie dell’Ue. E questo ci porta alla seconda lezione impartita da quei fatidici dodici mesi che hanno preceduto l’avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa: è vero che le previsioni e i progetti tendono a essere sconvolti dall’imprevedibile dipanarsi della Storia, ma è anche vero che ogni decisione che prendiamo nel presente contribuisce a forgiare il futuro, spesso in modi e forme imperscrutabili. Possiamo quindi “tornare al futuro”, quello indicato da Robert Schuman più di 70 anni fa quando ha detto “l’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Chi pensava che questa fosse soltanto una frase dovrebbe riflettere su come hanno influito le decisioni di creare un mercato comune negli anni ‘80 e una moneta comune negli anni ‘90, nelle scelte fatte dall’Unione europea negli ultimi 15 anni.
Parlamento Europeo
E, in una prospettiva meno compiaciuta, bisognerebbe anche riflettere su come ha influito negativamente la scelta degli Stati europei di non reagire di fronte alla prima grande strage di migranti nel Mediterraneo, quella del 3 ottobre del 2013, nell’illusione che fosse un problema che riguardava soltanto l’Italia. Bisognerebbe ricordare quanti morti sono seguiti, quanta sofferenza e quante spaccature nel progetto di integrazione europea che hanno reso tutti più deboli e ricattabili,tutti meno sovrani. Non dimentichiamoci che il referendum sulla Brexit nel 2016 è stato profondamente influenzato dalla questione immigrazione e che la stessa questione ha monopolizzato tutte le scelte, o le non scelte dell’Ue, dalla crisi migratoria del 2015 a oggi. Un buddista spiegherebbe con il concetto di Karma questa capacità che ha ogni scelta presente di dare forma al futuro. Noi ci accontentiamo della bussola che ci ha regolato Robert Schuman all’inizio di questo lungo viaggio per evitare di perderci nel labirinto della discussione sul futuro dell’Europa. Una discussione arricchita dai tantissimi contributi che i cittadini continuano a inserire nella piattaforma online creata dalle istituzioni europee, animata da tante buone intenzioni, da molte fughe in avanti, ma anche dalla cattiva coscienza
di molti politici che usano la parola futuro tutte le volte che vogliono distrarre l’attenzione da un presente troppo difficile da affrontare o da cambiare. Perché questo libro, nato dalla mia personale partecipazione come membro della delegazione del Parlamento europeo alla Conferenza sul futuro dell’Europa, è permeato da un’idea di fondo, che è anche un appello all’impegno e alla mobilitazione: qualsiasi discorso sul futuro ha senso solo se accompagnato dalla consapevolezza dell’importanza delle scelte presenti, che contribuiranno a forgiare il futuro più di mille discorsi e dichiarazioni. Il futuro dell’Europa è ora. Per questo abbiamo chiesto ad alcuni dei più autorevoli esperti di illustrarci la loro idea di futuro dell’Europa, partendo dal ricordo di un momento passato che a loro giudizio ha contribuito in modo determinante a rendere l’Unione europea quella che è oggi, con i suoi pregi e difetti, e spiegando come le scelte che abbiamo di fronte ora contribuiranno a fare l’Europa di domani.
L’AGGIORNAMENTO Non abbiamo fatto in tempo a finire di raccogliere tutti i contributi e a mandare in stampa questo libro che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha aperto una
nuova profonda crisi in Europa che, tolto il conflitto locale dei Balcani, non conosceva una guerra di queste proporzioni da 77 anni. Con la pandemia pensavamo di aver assistito all’impossibile, ma la brutale aggressione dell’Ucraina decisa e pianificata a freddo dal presidente Putin è destinata a essere più gravida di conseguenze per l’ordine globale e per l’Unione europea perfino del virus Covid-19. L’intenzione di questo libro sul futuro dell’Europa era mettere in guardia contro l’imprevedibilità della Storia, sulla necessità di stare al passo delle accelerazioni improvvise del processo di integrazione europea scandite dalle diverse crisi globalizzate e sul rischio di accomodarci su un calendario rilassato per le riforme per la costruzione dell’Europa del futuro. Oggi gli sviluppi dell’attualità ci dimostrano che questo monito non era affatto infondato. La guerra ha costretto i leader dell’Ue a ritrovare l’unità dei momenti difficili e a fare passi in avanti eccezionali su rifugiati, energia e difesa comune. Le prossime settimane e mesi ci diranno se l’Unione europea sarà in grado di mantenere questa compattezza e trasformare in vere e proprie riforme queste prime reazioni. Il futuro dell’Europa è ora, e ora lo è ancora di più. Tutti i contributi di questo libro scritti prima dello scoppio della guerra danno
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delle indicazioni sulla strada da intraprendere. Le indicazioni restano valide, ma ora la velocità con cui dobbiamo procedere è doppia, così come devono essere più profondi e inderogabili la nostra convinzione, la nostra lungimiranza e l’intensità ideale del nostro impegno. Lo scorso 9 maggio 2022 la Conferenza sul Futuro dell'Europa si è conclusa ufficialmente con una cerimonia a Strasburgo e il lavoro fatto si è trasformato in un testo finale composto da 49 proposte con obiettivi concreti e su più di 320 misure destinate alle istituzioni dell'Ue. Al Parlamento europeo abbiamo approvato la richiesta di aprire il processo di riforma dei Trattati europei. Ora è il momento di passare dalle parole ai fatti.
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Economia Antonio Laurenzano – Tributarista
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ra minacce di crisi e imboscate parlamentari, la irrequieta maggioranza di governo, dopo mesi di estenuanti trattative, ha trovato un faticoso accordo per far ripartire l’iter legislativo sul Fisco del futuro. Un compromesso al ribasso sui 10 articoli del disegno di legge delega per la riforma fiscale che, nell’intento del premier Draghi, “punta ad abbassare la pressione fiscale, razionalizzare e semplificare il sistema tributario preservando la progressività impositiva e riducendo i fenomeni di evasione ed elusione fiscale”. Un percorso ad ostacoli: dopo l’approvazione del Parlamento, trattandosi di legge delega, la palla tornerà al Governo che avrà 18 mesi di tempo per approvare i decreti di attuazione. A rendere quindi operativa la riforma potrà essere l’attuale esecutivo di Palazzo Chigi o il Governo che uscirà dalle elezioni politiche in primavera, con tutte le variabili e le incertezze del caso. I principi dettati nella delega riguardano sia la riforma dell’Irpef, per alleggerire il prelievo sui redditi medio-bassi, sia quelle delle imposte sulle imprese, Ires e Irap, con il graduale superamento di quest’ultima. L’intesa tra partiti e Governo archivia le addizionali comunali, sostituite da una sovraimposta. Non è stato un cammino facile. Il fisco è da sempre
La riforma fiscale, un’opera incompiuta
19 milioni di contribuenti hanno debiti con l’erario per circa 1100 miliardi di Euro. Superfluo ogni commento.
terreno politicamente esplosivo e divisivo, un terreno di proclami, slogan e bandierine. Un terreno per shoppimg elettorale. Particolarmente forti i contrasti registrati all’interno della maggioranza sul catasto, con il Governo più volte sull’orlo della crisi. L’abbandono dell’originaria idea di attribuire a ogni immobile un “valore patrimoniale”, allineato ai valori di mercato, ha sgomberato dai nuvoloni neri l’orizzonte della riforma fiscale. “Si cambia tutto, per non cambiare nulla”. Il “nuovo” catasto che scatterà nel 2026, al di là dei discorsi di facciata di alcuni partiti, non presenta quindi grandi novità ai fini di un riequilibrio della tassazione sugli immobili, in particolare per una pressione fiscale sulle abitazioni più equa.
Cancellata l’attribuzione di un “valore patrimoniale” agli immobili, sopravvive all’ultima limatura politica l’indicazione di una “rendita catastale ulteriore suscettibile di periodico aggiornamento”, da affiancare a quella già presente nella visura catastale. Questo “valore parallelo”, che non influenzerà il calcolo dell’Imu e delle altre imposte immobiliari, sarà determinato in base ai criteri di mercato previsti dal DPR 138/1998, quello che già consente ai Comuni di aggiornare i parametri catastali, e quindi le tariffe d’estimo, alle mutate condizioni degli immobili, rapportate anche alla revisione delle zone censuarie. Non si passa dunque da un regime catastale a uno patrimoniale basato su valori reali di mercato. Resta così l’incongruenza tra le rendite e i valori commerciali, e quindi l’ini-
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quità della tassazione. Nelle grandi città immobili in zone centrali accatastati come case popolari che pagano meno rispetto ad abitazioni moderne di periferia che hanno rendite aggiornate. Le abitazioni sono suddivise in categorie e classi che riflettono ancora la situazione di quando la rendita è stata attribuita ignorando le migliorie intervenute nel tempo. Basti pensare che 3,5 milioni di edifici residenziali tuttora esistenti sono stati costruiti prima del 1940 e la maggior parte ha subito importanti opere di riqualificazione. Ruderi diventati case di lusso, ville con piscina. Ancora più deludenti i risultati sull’obiettivo di “una progressiva revisione del trattamento fiscale dei redditi personali derivanti dall’impiego del capitale”, sia mobile che immobile, verso un sistema compiutamente duale, mettendo ordine alle molte aliquote attuali, che vanno dal 10% e dal 21% della cedolare secca sugli affitti al 26% sui capital gain, passando per il 12,5% su titoli di Stato e risparmio postale. Restano invariati i regimi alternativi all’Irpef: nessuna “tassa piatta” unica, sopravvive la parcellizzazione delle imposte sostitutive che ripropone non poche disparità di trattamento di cui è davvero difficile predicare la compatibilità con i principi di uguaglianza e capacità contributi-
Economia
va di cui agli articoli 3 e 53 della Costituzione.
CONTRIBUENTE E FISCO Con lo svuotamento della riforma del catasto e il depotenziamento del sistema duale, sono non pochi i dubbi sulla reale idoneità di questa legge delega, privata dai partiti di buona parte della sua carica innovativa, a riportare ordine e a raggiungere quindi risultati positivi almeno nel medio periodo. A meno di un anno dal voto diventa sempre più forte la spinta per i partiti a tutelare i propri orticelli elettorali di riferimento a scapito della coerenza di un disegno di riforma organico e coerente. Il rischio è che il sistema fiscale, nella sostanza, resti così com’è, lasciando sul tappeto il problema di sempre: la complessità del nostro ordinamento tributario con un labirinto di regole non sempre di facile interpretazione che rende conflittuale
il rapporto fra contribuenti e fisco. Nel corso di quasi cinquant’anni dalla sua introduzione, la “grande riforma” degli Anni 70 è stata oggetto di numerosi interventi modificativi che, in assenza di una riforma organica, ne hanno causato una generale frammentazione normativa. Da anni si opera con un proliferare di leggi e regolamenti che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione tributaria ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto e del conseguente contenzioso tributario. Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa semplice e con misure efficaci per la emersione di base imponibile e gettito tributario, senza tartassare il contribuente con balzelli e inutili adempimenti. Particolarmente significativo a riguardo l’intervento a
Trento, in occasione del Festival dell’Economia 2022, del Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ruffini: “Una seria riforma fiscale può favorire la semplificazione degli adempimenti per i contribuenti, azzerare la complessità del sistema, renderlo più equo ed efficiente.” Non funziona un sistema che ha bisogno di una circolare di oltre 400 pagine per le istruzioni sulle dichiarazioni dei redditi 2022. “L’inefficienza, ha osservato Ruffini, deriva dal disordine del quadro normativo: circa 800 norme, con il Tuir che dal 1986 ha visto circa 1300 modifiche, che generano elusione e rendono difficile la riscossione nei confronti di 19 milioni di contribuenti con debiti verso l’Erario per circa 1100 miliardi di euro”. Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di lenta ripresa economica, è un Fisco che oltre a ridurre la pressione tributaria sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico, attivando una intelligente “compliance fiscale”. Ma i segnali che arrivano dai Palazzi romani con il controverso accordo raggiunto dalle forze di maggioranza sulla delega fiscale lasciano pochi margini alla speranza per un Fisco migliore. Tranchant il giudizio di Ferruccio De Bortoli sulle pagine del Corriere della Sera: “Una lunare discussione, un dibattito surreale, il trionfo dell’ipocrisia.” No comment.
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PREMIATA LA DELL’ACQUA L’Istituto Falcone di Gallarate, tra i più autorevoli centri didattici in Provincia, ha premiato l’Associazione Enrico Dell’Acqua in occasione della recente “settimana della sicurezza” nell’ambito del Progetto di Educazione Sanitaria che ha già coinvolto circa 30.000 studenti dell’area. È finalizzato a stimolare i giovani studenti a considerare l’importanza di un corretto stile di vita propedeutico ad un armonico sviluppo psico-fisico.
Un trend solo apparentemente secondario in quanto la reintroduzione dell’educazione civica come materia di insegnamento valorizza le prospettive. Troppi episodi – anche a Busto Arsizio – scaturiti da una artificiosa intolleranza, sfociano nel bullismo compromettendo la relazionalità tra i giovani. E la degenerazione mette a rischio anche una olistica visione del futuro che si ripercuote sul tema lavorativo.
Attualità Rolando Pizzoli – Architetto
Busto Arsizio città d’arte?
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tesori storico-artistici di Busto Arsizio sono stati per troppo tempo sottovalutati e ancora oggi non c’è la piena consapevolezza di quanto di storicamente apprezzabile vi sia in città. Certo Busto Arsizio non può competere con le grandi città d’arte italiane, ma è ugualmente depositaria di uniche e preziose testimonianze del passato e della sua storia industriale che l’hanno resa famosa nel mondo, forgiandone indelebilmente la sua identità e cultura. Se oggi dovessimo associare l’immagine della città a quella di un suo monumento, probabilmente l’immaginazione collettiva correrebbe al santuario di Santa Maria di Piazza. Non a caso nel corso dell’Ottocento è stato riprodotto fedelmente, con le sue linee bramantesche, quale chiesa del villaggio operaio di Crespi d’Adda ideato e fatto edificare proprio da un illustre industriale, Benigno Crespi, a cui Busto Arsizio ha dato i natali. Seguono o potranno essere considerati di pari importanza a Santa Maria quali simboli della città anche la Basilica di San Giovanni e la chiesa di San Michele, entrambe opere di Francesco Maria Richino, meglio noto per essere l’architetto di riferimento di San Carlo Borromeo. Il primato di questi edifici, in ottimo stato di conservazione ed efficienza riflette la devozione dei bustocchi e alle loro
Il Bramantesco Santuario di Santa Maria di Piazza e l’Arch. Rolando Pizzoli che nel redazionale evidenzia importanti caratteristiche storiche-artistiche della città.
radici cristiane. Non si deve però dimenticare che la fortuna e la fama della città si è fondata in ampia parte sulla sua capacità imprenditoriale che ha trasformato Busto nella “città delle cento ciminiere” o ancora meglio “nella piccola Manchester italiana”. Il talento commerciale ha inoltre favorito, tra la fine
dell’ottocento e gli inizi del Novecento, la nascita e la diffusione del Liberty, quale stile architettonico di rappresentanza della nuova borghesia industriale che volle edificate con le linee di questo stile non solo le proprie residenze, ma spesso anche i propri stabilimenti e gli spazi di lavoro, unendo l’utile al
bello. Ne sono esempi, tra i tanti, il cotonificio Bustese, oggi Museo del tessile, il calzaturificio G.Borri, i Molini Marzoli Massari, la tintoria Garavaglia. Oggi purtroppo parte di questo patrimonio è andato perso o è stato fortemente alterato, soprattutto tra gli anni Sessanta e la fine del Novecento, a causa della speculazione edilizia ed un malinteso senso degli affari. Occorre però sottolineare che da circa una decina d’anni questo fenomeno pare essersi fortemente rallentato quando non avere assunto un’altra dimensione e direzione contraria. I progetti odierni sembrano riflettere una rinnovata attenzione al recupero delle testimonianze del passato, grazie anche ad alcune linee-guida contenute nel Piano di Governo del Territorio, ed ad una mutata sensibilità che si è sempre più opposta ad un processo di distratta cancellazione delle testimonianze dell’antica Busto.
LE PROSPETTIVE
Il Museo del Tessile custodisce il patrimonio della Busto industriale.
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Permane l’invito a riflettere e non considerare gli edifici e le testimonianze del passato come un onere, ma come un onore ed un’opportunità. Ci si ferma spesso a stimare un loro recupero come troppo costoso o condizionato da mille vincoli della Soprintendenza ma, ad una visione più tecnica ed approfondita,
Attualità
queste opinioni si rivelano fondate solo su un luogo comune; del resto anche una nuova costruzione è soggetta a innumerevoli vincoli di natura strutturale, urbanistica, di regole d’igiene. Agli edifici storici, a volte, vengono in proposito concesse deroghe in forza delle loro caratteristiche materiali e di pregio artistico. Ma vi è di più. Molto spesso questi edifici proprio in virtù del loro secolare radicamento del territorio e prodotto di una sedimentata e ampiamente collaudata cultura costruttiva abituata a confrontarsi con il genius loci del luogo ed a trarre il possibile con quanto di meglio poteva offrire il contesto, sono dotati di specificità appartenenti a quella che molto più tardi sarebbe stata identificata come bioedilizia passiva: queste caratteristiche sono analoghe, sul piano materiale e distributivo, a quelle richieste odiernamente per una corretta gestione dell’edificio
in ambito energetico, rendendoli anzi, per alcune caratteristiche, ben al di là degli standard moderni. Ne sono un validissimo esempio le cascine ed altri edifici a destinazione rurale, che costellano il territorio di Busto Arsizio ed il suo circondario. Oggi sono allo studio, grazie ai fondi del PNRR, i recuperi ed i progetti di restauro di importanti edifici della nostra città, quali Il Calzaturificio Borri, simbolo del suo passato industriale, Casa Lualdi (meglio conosciuta con il soprannome di villa Radetsky, legata ad una leggenda che la vedeva frequentata dal celebre maresciallo austriaco) che con casa Azimonti a Sacconago rappresentano la Busto Ottocentesca, dalle eleganti e neoclassiche forme. Vi sono poi le antiche carceri austriache, accanto a Palazzo Marliani Cicogna forse poco storiche, ma ingegneristicamente notevoli e progettualmente all’avanguardia per l’e-
poca della loro costruzione, tanto da meritarsi un plauso da Cesare Cantù. Ultimo, ma non meno importante, anche Casa Canavesi Bossi, meglio conosciuta come il Conventino di via Matteotti, un edificio oggi in grave stato di abbandono ma che ha avuto la fortuna di essere quasi immutato e di essere forse oggi l’edificio civile più antico della città, ed essere scrigno, data la sua esistenza semimillenaria, anche del passato pre-industriale di Busto e raccontare la vita dell’alta borghesia settecentesca, proprietaria di vasti terreni e vigneti. È importante sottolineare come non debbano essere recuperate le sole forme (che a volte sono semplici) ma anche e soprattutto i materiali in quanto depositari di tecniche costruttive e saperi oggi scomparsi, che forniscono nella loro composizione anche molte informazioni sul passato, se analizzati scientificamente e sottoposti ad ade-
guati metodi d’analisi. John Ruskin definiva nell’Ottocento il restauro come “la più totale distruzione dell’opera” proprio perché troppo spesso si confondeva la conservazione delle forme (spesso all’epoca arbitrariamente alterate dai progettisti) come il fine ultimo di un intervento su un edificio monumentale. A tale pratica veniva contrapposta “una costante ed amorevole manutenzione” che manteneva l’edificio nella sua essenza materiale e di significato, conservando la “nobile patina del tempo” o meglio ancora “la sua aura”. Una lezione, che per quanto frutto di una visione romantica, è oggi quanto mai moderna e ricca di significati. È suggestivo pensare che le pietre che oggi noi vediamo sono le stesse che hanno visto i nostri antenati e potranno potenzialmente essere quelle che vedranno i nostri nipoti. Sono in un certo senso un
La centrale villa Radetsky con la sua leggenda, le carceri austriache accanto a Palazzo Marliani e il Conventino, una costruzione da salvare anche perché è l’edificio più antico della città.
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Attualità
“ponte generazionale” o ancora meglio un “pegno mnemonico”.
LIBRI DI PIETRA Recuperare le pietre ed i mattoni significa traghettare la memoria e la consapevolezza del proprio essere al futuro. Busto è ricchissima di angoli, memorie che rappresentano la sua storia locale, e che con un cambio di prospettiva non rappresentano un ostacolo allo sviluppo della città ma per paradosso assurgerne al ruolo di potenziali elementi propulsivi. La città presente e futura può e deve convivere con quella del passato. É proprio qui che s’instaura la sfida affascinate che qualifica ampiamente la raffinatezza di un progetto, data dal suo dialogare con il passato, rappresentato da quanto già esistente. Gli edifici sono stati definiti dal prof. Paolo Torsello
come i “libri di pietra” che raccontano non solo la storia di una città, ma con la loro stessa materialità diventano documenti che veicolano conoscenza. Negli ultimi anni il patrimonio storico e culturale di Busto Arsizio è stato oggetto di esercitazioni e di analisi da parte di parecchi corsi di restauro del Politecnico di Milano ma anche dell’accademia di Brera. Diverse sono state anche le tesi di laurea che ne sono scaturite o che sono tuttora in corso. Per paradosso pare quasi che i pregi storici ed artistici della città siano noti più ai suoi visitatori che non ai suoi del tutto consapevoli abitanti. É in ogni caso doveroso rendere un sentito omaggio all’Arch. Augusto Spada, recentemente scomparso. Con i suoi approfonditi studi ha “fatto parlare le pietre” (così è stato detto durante la sua orazione funebre e credo sia
Spada è stato un apprezzato professionista appassionato della sua città alla quale ha dedicato studi di valore.
una frase che più di ogni altra qualifichi la sua alta ricerca culturale) ed è stato progettista e direttore di un accurato restauro della Chiesa Vecchia di Sacconago (già ex parrocchiale di San Pietro e Paolo), quella di San Giovanni Battista, Santa Maria, San Gregorio. Ha gettato allo stesso tempo le fondamenta per la salvaguardia anche dell’edificato storico di Busto Arsizio, che non può non prescindere dalla comprensione e dalla consapevolezza del bene che si ha di fronte. Con la sua opera silenziosa e discreta è stato lo sprone e l’esempio per tanti altri studiosi e comitati di cittadini ed amanti della cultura e della storia della nostra città. L’architetto nella sua vasta cultura aveva inoltre approfondito gli studi sugli antichi tracciati viari e sui toponimi dei luoghi, aspetti che in genere si tende a sottovalutare ma che sono anch’essi fonti di sapere. Ancora oggi, sopratutto in caso di progettazioni urbanistiche, sarebbe opportuno tenere in considerazione i calibri delle vie o i loro tracciati, aspetti che troppo spesso, in un passato anche recente e soprattutto nei centri storici non hanno ricevuto le dovute attenzioni. “Sono solo pietre”, qualcuno potrà dire...ma è pur vero che le pietre sono anche “le ossa della terra” e in questo caso anche della nostra storia e cultura.
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Sanità Simonetta Cherubini Primario Pediatrico Ospedale di Busto Arsizio
Tra epidemie e pandemie
U
n’ “epidemia” è un evento che si verifica in seguito ad un aumento improvviso della frequenza di una malattia superiore a quanto normalmente previsto in una popolazione in una data zona; il termine “pandemia” indica un’epidemia che si diffonde contemporaneamente in più paesi o continenti, con alto tasso di incidenza. Senza ricordare le pandemie influenzali di tempi ormai lontani, quali la Spagnola negli anni 1918-19 e l’Asiatica di fine anni Cinquanta, durante gli anni ’80 si diffuse l’AIDS, denominata “peste del 2000”. Anni di paura per una malattia che abbiamo conosciuto attraverso il nome di un divo del cinema, colpito con esito fatale; una malattia che dapprima sembrava coinvolgere solamente categorie di persone abituati a comportamenti a rischio; una patologia infettiva che gli studiosi successivamente definirono “a trasmissione sessuale” coinvolgendo una popolazione più ampia. Anche il mondo dell’infanzia fu interessato, in considerazione dell’alto tasso di trasmissione perinatale e la gravità del decorso clinico nel bambino: fu creato il Registro Italiano per la raccolta dei dati in età pediatrica e le conoscenze cominciarono ad aumentare, lo screening delle gravide e l’utilizzo combinato di nuovi farmaci ha ridotto il tasso di trasmissione a circa
genti e riemergenti, grosse minacce per la sicurezza sanitaria e l’economia globale sanitaria: la SARS in Cina nel 2002, l’“influenza suina” nel Messico nel 2009, la MERS del Medio Oriente nel 2012, l’epidemia di Ebola in Africa Occidentale nel 2013, l’epidemia di virus Zika ad origine in Brasile nel 2015, la diffusione del virus Lassa in Nigeria nel 2018. Un’informazione frammentaria a livello governativo ha causato non marginali difficoltà nell’affrontare il problema sanitario, complicato dalle “personali” valutazioni dei virologi.
l’1%, permettendo un buon controllo dell’infezione. Alla fine degli anni ’80, emerse l’infezione da HCV (epatite C), con alta correlazione con HIV in categorie a rischio e con possibilità di trasmissione perinatale: la storia naturale della malattia e l’utilizzo di terapie efficaci fece assistere ad una riduzione importante di adulti infetti e quindi di donne infette in età fertile, con riduzione del rischio di esposizione per il neonato. Negli anni è ricomparsa una malattia che si credeva debellata, la tubercolosi, complice il fenomeno dell’immigrazione: il numero di infezioni è stato rapidamente crescente ed è stato creato un registro dedicato. L’attività di stretta sorveglianza, l’informazione, la diagnosi precoce e la disponibilità di una combinazione di farmaci attivi ha permesso
di contenere la diffusione dell’infezione e di ottenere la guarigione clinica nella quasi totalità dei casi.
MALATTIE EMERGENTI E RIEMERGENTI Negli ultimi decenni, nel mondo si sono sviluppati focolai diversi di malattie emer-
L’interesse dei medici e dei media fu alto, la preoccupazione si diffuse rapidamente, ma grazie alle misure di contenimento tempestive queste infezioni rimasero localizzate in alcune aree geografiche (Medio Oriente, Africa Centrale, Bangladesh, Australia). Ancor oggi, diverse zone del mondo sono endemiche per virus comparsi per la prima volta o ricomparsi, le cosiddette “infezioni emergenti e riemergenti” che hanno causato focolai epidemici, quali virus West Nile, il virus della
In Cina con SARS e in Nigeria con Lassa: una preoccupante escalation.
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Sanità
febbre gialla, il virus Dengue, la febbre Chikungunya. Le “infezioni emergenti” sono riferibili ad insorgenza recente a causa di nuovi patogeni; le “infezioni riemergenti” sono causate da patogeni che fanno ricomparsa dopo un calo importante o dopo eradicazione. La disponibilità di farmaci antivirali e antibiotici, il successo dei vaccini e delle campagne vaccinali, il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi occidentali hanno ridotto la percezione di potenziali pericoli ipoteticamente circostanziabili a casi sporadici o a rari focolai endemici in aree geografiche circoscritte del nostro pianeta. In tempi recenti, abbiamo rivissuto il terrore di una pandemia non ancora cessata e che rimarrà nella storia come la “prima grande pandemia del III millennio”, temuta e preannunciata da tempo. L’infezione da Coronavirus, originatasi in Cina, si è diffusa rapidamente e in maniera incontrollata in tutto il mondo, generando confusione e angoscia non solo nella popolazione generale, ma tra gli studiosi, i clinici, i politici: mass media e stampa hanno rivelato quotidianamente la grandezza del problema e l’incertezza delle conoscenze. Certo è che il sequenziamento del nuovo virus venne conosciuto rapidamente, grazie ad un background di studi già avanzati sui coronavirus
potenzialmente pandemici. Da principio fu possibile stabilire che la sequenza genetica del virus era analoga a quella del Coronavirus della SARS per il 70%, ma per il 95% era sovrapponibile a quella del Coronavirus di pipistrello: veniva così confermata l’ipotesi del “salto di specie” (spillover) e il virus prometteva di essere una grave minaccia per la salute della popolazione mondiale. Dalle prime ricerche, emerse la ragionevole previsione di “mutazioni chiave rapide” e che avrebbero conferito al virus maggiore potenzialità invasiva e contagiosità; non solo, il “nemico” ha mostrato da subito spiccato tropismo per i tessuti dell’ospite e di essere un patogeno capace di innescare una reazione immuno-infiammatoria sistemica potenzialmente letale. Due anni di pandemia... li abbiamo vissuti tutti, ricordiamo l’incredulità iniziale associata ad un cauto ottimismo, poi confusione e disorientamento, incertezza, paura,... fino allo sgomento dato dalla certezza che era tutto vero, stavamo per affrontare una pandemia che avrebbe causato molte vittime fissate nelle fotografie e nelle immagini televisive...filmati che per molte persone sono stati “vita vissuta”. Fin dall’inizio, insieme ai dati di cronaca mondiale, arrivava l’invito a leggere o rileggere opere letterarie che avessero come sfondo situazioni di
epidemia o pandemia, al fine riflettere sulla ciclicità degli eventi per contestualizzare il momento attuale e trarne una prospettiva di comprensione; forse perché un buon libro aiuta ad aprire mente e cuore; forse, per qualcuno un esercizio letterario in cui rifugiarsi...
COINCIDENZE “Surfando Internet”, come scrive Alessandro Baricco in uno dei suoi saggi, troviamo che infezioni ed epidemie hanno fatto da sfondo ad opere letterarie e teatrali nelle diverse epoche: ne”I Malavoglia” Maruzza è vittima del colera, malattia infettiva di cui ritroviamo ampia descrizione ne “L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez”; Mimì nella Boheme e Violetta ne La Traviata sono colpite dalla “tisi” con esito infausto. Leggendo al-
cune pagine di Manzoni o di Camus, incontriamo descrizioni di scenari spaventosi non dissimili da quelli che abbiamo visto in televisione: è cambiato il contesto epocale, ma le emozioni e le reazioni dell’uomo sono le stesse. Charles Rosemberg, storico della medicina, in uno dei suoi saggi scrive che “le pandemie cominciano in un certo momento, procedono su un palcoscenico limitato in spazio e durata, seguono una trama di progressiva tensione rivelatoria, muovono verso una crisi di carattere individuale e collettivo, poi vanno alla deriva verso una chiusura”: quasi esistesse un copione comune di uno scenario che si rinnova a distanza di un tempo più o meno lungo. L’epidemia di peste nel romanzo di Camus inizia la mattina del 16 aprile... quando “il dottor Bernard Rieux, uscendo dal suo studio, inciampò in un topo morto...
Anche le opere letterarie e teatrali hanno dovuto fare i conti con le epidemie.
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Sanità
al momento non vi fece caso…” Spesso le epidemie iniziano con eventi apparentemente poco importanti e che diventano significativi in fase analitica retrospettiva: il topo rappresenta il collegamento tra animale e uomo nella trasmissibilità delle zoonosi, lo stesso concetto di “spillover” ipotizzato a inizio pandemia. Si entra nella fase di negazione della situazione, si vuole evitare il terrorismo psicologico, si temono ripercussioni economiche devastanti, è un momento di immobilità a cui farà seguito una progressiva presa di coscienza di fronte allo sviluppo degli eventi innegabili. Poi le emozioni si modificano, incertezza e paura spingono alla ricerca di interpretazioni del fenomeno in chiave spirituale o razionale, a seconda delle epoche e delle culture: c’è il nihilista, l’apocalittico, il fatalista, c’è chi “filosofeggia”, i sanitari trasmettono informazioni che i complottisti smentiscono, il sacerdote predica e invita a pregare, il legislatore decreta norme e divieti in parte disattesi, la popolazione “corre ai ripari” con scorte di farmaci e alimenti. In seguito si vive la fase di reazione emotiva collettiva con azioni e provvedimenti in risposta agli eventi: dagli interventi medici, oggi i farmaci, una volta la combustio-
ne degli indumenti infetti o il digiuno o l’assunzione di sostanze purificanti; alle scelte politiche, la quarantena non è un’invenzione dei nostri tempi; ai rituali di solidarietà della popolazione, oggi i social e i canti dai balconi, una volta la preghiera o riti di altro significato. L’immagine del topo di Camus richiama l’attenzione ai cambiamenti ecologici e la globalizzazione, oggi considerati fattori favorenti i salti di specie e le pandemie: sono stati raggiunti accordi internazionali di difesa e ripristino degli ecosistemi come contromisura urgente per rallentare il corso della crisi biologica, attraverso un impegno politico- economico-culturale collettivo…una “sfida”, termine abusato che non incoraggia. Le pandemie finiscono e finirà anche la “nostra pandemia”...ma già si teme il “monkeypox”.
PERCHÉ TUTELARE LA SALUTE Dopo la realizzazione dei Report: - Quale educazione Sanitaria per i giovani (2017) - Come affrontare il primo soccorso (2020) - Quale visione per la scuola del futuro (2021) l’Associazione Dell’Acqua propone un articolato approfondimento su selezionate problematiche di rilevante attualità. I medici-relatori del Progetto di Educazione Sanitaria esporranno, nel quarto Report, i seguenti argomenti: -
Per una sessualità consapevole; Perché educare a non fumare; Bullismo: il pericolo è dietro l’angolo; Mondo Digitale: spazio al progresso ma attenti agli eccessi; Una corretta alimentazione giova alla salute psicofisica; Alcool, droghe, cervello e giovani; Attualità su infezioni e vaccini; Primo soccorso; Pianeta ambiente.
L’evento - è stato chiesto il Patrocinio del Consiglio Regionale Lombardo e del Comune di Busto Arsizio - sarà ufficialmente presentato a Ottobre nella residenza municipale. L’iniziativa rientra nell’articolata azione promozionale e di sensibilizzazione avviata dall’Associazione che ha già coinvolto 30.000 studenti per un corretto stile di vita.
GALLERIA DEGLI IMPRENDITORI Il preannuncio l’abbiamo dato nello scorso numero di “Busto Domani”, stimolati dal libro realizzato dall’imprenditore - area meccanotessile - Giannino Landoni “Come ho fatto”: L’obiettivo è di idealmente collegare un glorioso passato industriale al difficile presente ed evidenziare la storia di personaggi che, oltre all’affermazione delle rispettive aziende, hanno lasciato un segno indelebile di generosa solidarietà alla città. Un sogno-progetto che l’Associazione Enrico Dell’Acqua e Busto Domani si propongono di realizzare caldeggiando la condivisione dell'innovativa iniziativa. Graditissimi preliminari contatti a: info@enricodellacqua.org - bustodomani81@gmail.com - sergiocolombo2809@gmail.com
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Sanità Adelio Colombo – Medico
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uerre e malattie accompagnano l’umanità da sempre e oggi si può dire che si contendano il primo posto nei mezzi d’informazione. Dopo l’invasione russa in Ucraina, la pandemia da covid19 è passata, per così dire, in secondo piano ma, di fronte ad eventi che insidiano l’intero pianeta, non dobbiamo abbassare la guardia. Per quel che riguarda SARS-CoV-2, pur con varianti meno aggressive (ma più contagiose) il virus è ancora in circolo, e la lotta continua. Questa è una guerra contro un nemico invisibile, come detto più volte, subdolo, mutevole ma a ben riflettere, come ogni guerra, anche questa era “nell’aria”, e prevedibile. Avvisaglie della comparsa di nuovi virus possibili agenti di pandemie circolavano da almeno un ventennio: ricordiamo la SARS del 2002, l’aviaria, la suina. Il pericolo di una pandemia era dietro l’angolo ed è stato più volte scampato (per motivi che tuttora ci sfuggono), ma il rischio potenziale è stato incautamente sottovalutato. Non si può pensare sempre di “farla franca”: e così, verso la fine del 2019, partendo da una popolosa città della Cina, Wuhan (e chi la conosceva?) SARS-CoV-2, un coronavirus stretto parente di quello di SARS 2002, ha invaso il pianeta cogliendo di sorpresa l’intera umanità. I sistemi sanitari di tutte le nazioni sono andati in crisi. I piani pandemici, là dove
Covid: guerra e pace tra dubbi e speranza
Adelio Colombo inquadra l’origine del virus sfuggito dai laboratori cinesi di Wuhan, la sua evoluzione, l’aggressione vaccinale, i risultati ottenuti e infine la speranza per una convivenza di solidarietà.
c’erano, si sono rivelati inadeguati, sono stati messi a dura prova controllo e salvaguardia di salute pubblica, economia, coesione sociale. Eventi come questi lasciano una traccia, un insegnamento. Abbiamo imparato ancora una volta quale sia il valore della prevenzione, a tutti i livelli e sarebbe imperdonabile farci trovare ancora una volta impreparati di fronte a simili calamità, sia sul piano delle strutture e dei presìdi sanitari, sia su quello sociale e assistenziale. Certo questa pandemia ha determinato una diffusione di informazioni senza precedenti. “Infodemia” è il nuovo vocabolo coniato per questo fenomeno, come a indicare una informazione pandemica, patologica. “L’infodemia, ovvero l’eccesso di dati, notizie, commenti, - afferma il ricercatore viro-
logo Giovanni Maga (nella foto) - si propaga come un virus, grazie alla pluralità dei media, e comporta due rischi: una sorta di “reazione immunitaria” verso l’informazione stessa, vale a dire una assuefazione che si traduce in sottovalutazione del rischio, e una condizione di “patologia” da contagio di fake news, cioè di informazioni distorte e scorrette, che porta ad adottare comportamenti pericolosi quali cure “fai da te”, rifiuto della vaccinazione (per giunta con velleità di proseliti-
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smo), arrivando fino all’exitus, alla morte della ragione: la negazione stessa del virus e della pandemia”. Una delle pagine più squallide di questa calamità è stata scritta da quanti hanno di fatto dichiarato la guerra dell’informazione, o per meglio dire, la guerra all’informazione, diffondendo disinformazione e arrivando anche a scontri verbali e fisici. “La stampa – continua Maga – deve privilegiare le fonti di sicura attendibilità e autorevolezza, evitando la contrapposizione a tutti i costi; la cittadinanza non deve cadere nell’errore diffuso secondo cui chiunque è o può diventare esperto grazie alla lettura di una pagina web; d’altro canto la comunità scientifica non deve prestarsi alla polarizzazione, ma deve seguire il metodo scientifico basato su cautela, dubbio e critica”.
LE CONTRADDIZIONI Come covid abbia cambiato il mondo è sotto gli occhi di tutti noi. Basti pensare che fino ad ora, su questo pianeta, ha causato mezzo miliardo di contagi e ha fatto 6 milioni di morti nella popolazione umana, secondo le stime più caute. In Italia un abitante su quattro ha contratto l’infezione da covid: incalcolabili i danni su economia e tessuto sociale. Paure, incertezze, sospetti, oltre alle necessarie misure di contenimento dell’infezione (distanziamen-
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to fisico, lockdown, isolamento domiciliare) adottate nel corso delle diverse ondate pandemiche, hanno spesso minato la salute mentale, sia in chi ha vissuto direttamente l’esperienza della malattia, sia in chi ha dovuto gestirla indirettamente attraverso il calvario dei tamponi, della quarantena, dell’allontanamento dagli affetti familiari e quant’altro. Questo impatto sulla salute mentale non va trascurato. L’emergenza sanitaria, cui si aggiunge la recente tragedia bellica in Ucraina, il protrarsi di queste calamità, l’incertezza sulla loro evoluzione e sul loro epilogo, sono possibili cause di ansia, stress, depressione, soprattutto in certe fasce della popolazione come i giovani (ma non solo), con possibili conseguenze che si protraggono nel tempo e che sono rilevanti sul piano personale e sociale. Grande è la responsabilità dell’uomo nell’influire sugli eventi naturali e sul loro controllo, sulla salute pubblica, su epidemie e pandemie, su cambiamenti ambientali e climatici. E questi sono tempi in cui è messa a dura prova l’intera umanità nel
suo aspetto più qualificante: l’intelligenza, intesa come capacità di conoscere e di capire. L’umanità può guardare al futuro con speranza solo se si sa governare ed è padrona di sé, se non perde il filo, se è società formata da chi, prima ancora di autodefinirsi col termine ambizioso e un po’ arrogante di homo sapiens, abbia l’umiltà e la saggezza di essere homo cogitans (pensante). Abbiamo assistito più volte a contrasti e scontri tra scienza e pseudoscienza. Senza avventurarmi in considerazioni etiche e filosofiche, o in distinguo fra giudizi e pregiudizi, vorrei solo soffermarmi brevemente su due noti argomenti o princìpi di interpretazione dei dati.
INTERPRETAZIONI CONTROVERSE Il primo riguarda il rapporto rischio-beneficio. Assistiamo da due anni a dibattiti, a contrapposizioni sull’utilizzo del vaccino, sulla definizione stessa di “vaccino”, su cosa debba intendersi per “sperimentale”, su quali eventuali alternative individuare. Gli oppositori o, per usare un eufemismo, i non favorevoli al vaccino anti-covid producono argomentazioni che già conosciamo e che lascio valutare al buon senso dei cittadini. Noto solo che ho trovato curioso ed emblematico il rifiuto, da parte di alcuni di loro, del vocabolo “vaccini” per la definizione di questi preparati: non riconoscendoli
come tali, ricorrono provocatoriamente al termine “siero”, che in campo biomedico, come ben sappiamo, rappresenta solo la parte liquida del sangue (e tuttalpiù del latte cagliato): null’altro. Un solo dato in mezzo a questo frastuono di numeri, tabelle, algoritmi: un report dell’Istituto Superiore di Sanità sulla campagna vaccinale anti-covid, pubblicato nel mese di aprile 2022, stima che le vite salvate dai vaccini contro il coronavirus in Italia siano oltre 150000. I numeri dicono che i tanto vituperati vaccini hanno evitato 8 milioni di contagi, più di 500mila ospedalizzazioni, 57mila ricoveri in terapia intensiva e, appunto, 151mila decessi. Come contestare questi dati? Eppure dobbiamo rispettare chi lo fa ... Come sarebbe andata se non fossero state avviate le campagne vaccinali, se avessimo atteso ulteriori conferme di efficacia e sicurezza dei vaccini tergiversando per altro tempo, se ci fossimo affidati solo ed esclusivamente a siero iperimmune, a terapie monoclonali, a farmaci e terapie convenzionali? Il secondo argomento riguarda il rapporto causa-effetto. Effetti collaterali indesiderati dei vaccini anti-covid, veri o presunti, dimostrati o no, indubbiamente ci sono, come in ogni prodotto umano. Vanno analizzati e monitorati, ma hanno alimentato anch’essi una buona fetta di infodemia, inducendo un
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clima di sospetto e di complotto che ha tentato, a volte riuscendo, di creare paure e ostacoli alla campagna vaccinale e quindi alla salute pubblica. È importante la valutazione del “nesso di causalità” delle reazioni avverse: non tutto ciò che viene dopo è necessariamente causato da ciò che viene prima ... è ormai notoriamente superato l’aforisma latino “post hoc ergo propter hoc”. I vaccini, tutti quanti, vengono autorizzati solo dopo un’attenta valutazione del profilo di sicurezza in base agli studi effettuati nella fase di sperimentazione. In ogni caso il profilo di sicurezza viene continuamente monitorato anche dopo l’autorizzazione. Questo è il dato ufficiale, ma evidentemente non ha convinto tutti. È stato penoso assistere a discussioni e confronti quotidianamente proposti nei talk show, dove mi risulta difficile capire quanto ci sia di folklore e spettacolo (show, appunto) e quanto ci sia di desiderio di verità. Non penso, beninteso, a una verità assoluta, utopica, arrogante, ma almeno a una ricerca utile, che sia davvero al servizio del bene comune.
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A questo proposito spero che, se non avrà fine, tenda almeno a diminuire il gracchiare di certi personaggi, assidui frequentatori di questi spettacoli televisivi, invitati ovviamente per “par condicio”, i quali la sanno lunga su questi problemi, tanto da confutare dati e argomenti di virologi, epidemiologi, immunologi … e serpeggia di qua e di là il sospetto di malafede, interessi, complotto. Se, come spero, non la farà da padrone il criterio dell’audience, ho la sensazione che li vedremo sempre di meno. Faccio affidamento al buon senso della pubblica opinione. Che sia complice il prevalere dell’interesse per il conflitto Russo-Ucraino, o che si siano ravveduti? Su questo ho dei dubbi, anche perché tra i contrari a questi vaccini (comunemente noti come no-vax), gli unici “pentiti” di cui io abbia notizia sono tra coloro che hanno vissuto in prima persona la malattia, rischiando la pelle (fatta eccezione ovviamente per i soliti irriducibili).
VACCINI PROTAGONISTI Un problema ancora aperto riguarda quella sindrome che va sotto il nome di “post covid” o “long covid”, altra sorpresa che ci ha riservato questo coronavirus. Si tratta di casi in cui la malattia è guarita, l’infezione si è risolta, ma alcuni sintomi persi-
stono: stanchezza, facile affaticabilità, maggiore difficoltà a concentrarsi, quella che in inglese viene definita brain fog (nebbia cerebrale), disturbi persistenti dell’olfatto, tosse fastidiosa e insistente … sintomi simili accompagnano in alcuni casi i giorni immediatamente successivi alla vaccinazione, ma nel long covid questo avviene in modo molto più prolungato. Si sta iniziando a capire perché si manifesti questa sindrome (probabilmente legata al protrarsi di alcune reazioni infiammatorie), e si pensa a come agire.
Un’altra finestra sulla speranza di sconfiggere questa malattia è stata aperta dagli ultimi antivirali, che però hanno indicazioni selezionate. La vera svolta l’hanno data i vaccini: oggi riusciamo meglio ad arginare la pandemia grazie al fatto che la maggior parte dei cittadini ha fatto la terza dose e questi vaccini proteggono anche nei confronti delle varianti omicron più recenti. Sappiamo che questo virus muta, si adatta, ma non ha intenzione di lasciarci, e questo fatto ha prodotto come effetto collaterale positivo un grande stimolo
alla ricerca. Questa pandemia ha dato un forte impulso allo sviluppo di test, tamponi molecolari e altri presìdi diagnostici che saranno utili per altre malattie, ha impresso una svolta allo studio sui vaccini, alle metodiche che utilizzano RNA messaggero, aprendo la strada a nuovi percorsi per la prevenzione di altre malattie infettive, autoimmuni e perfino tumorali. Per finire, ancora una volta, il punto sulla situazione: stiamo assistendo ora ad uno scenario prevedibile, vale a dire un adattamento, una convivenza tra virus e ospite, tra coronavirus, con le sue varianti meno virulente ma sempre contagiose, e un’umanità via via più in grado di difendersi con l’immunità naturale e vaccinale. In termini tecnici si dice che l’attuale pandemia sta virando verso uno stato di endemia. È la famosa luce in fondo al tunnel che si sperava di intravedere fin dall’inizio! È accaduto per l’influenza, ormai non più temuta, almeno per chi non è in condizioni di fragilità. A questo proposito va ricordato che per anziani e per persone a rischio è ora raccomandata la quarta dose e, così come accade per l’influenza, si prevedono anche per covid richiami vaccinali periodici, a tutela di quella famosa convivenza pacifica (o quasi) con coronavirus, di cui spesso si parla. Il peggio è ora alle spalle, ma non dobbiamo demordere: il virus potrebbe in futuro
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modificare la sua aggressività, come è accaduto per il virus influenzale nel caso “asiatica” del 1957. E così questa povera umanità, assetata giustamente di conoscenza e di verità, si è trovata ancora una volta a lottare contro le sfide aperte da una grave emergenza. Siamo ancora in guerra, stiamo ancora combattendo, abbiamo ancora nemici tra noi, ma ancora una volta abbiamo i mezzi per vincere, dobbiamo solo saperli usare con intelligenza. Abbiamo gli strumenti per adattarci, per convivere, per vivere, ma soprattutto... siamo esseri pensanti. Non aspettiamoci che tutto questo culmini in un’atmosfera di pace e serenità, come nel romanzo di Tolstoj che ho citato nel titolo. Contro il nemico coronavirus, se pace sarà, sarà pace armata, e per molto tempo ancora. Basti pensare che dopo più di un secolo non ci siamo liberati dal virus dell’influenza! Per giunta, ecco comparire una nuova minaccia: il vaiolo delle scimmie. Mentre sto scrivendo questo articolo, si riaffaccia sotto nuova forma il virus del vaiolo, che pensavamo completamente debellato, virus contro il quale fu usato il primo vaccino della storia, e nei confronti del quale, vivaddio, dovremmo essere più attrezzati. Guerre, malattie, calamità ci accompagneranno “finché il sole risplenderà sulle sciagure umane” (Ugo Foscolo), ma queste disgrazie ci aiutano a capire e ci stimolano a sperare.
Ricorrenze Erica d’Adda - Senatrice XVII Legislatura
L’Italia repubblicana
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he strana, questa Festa della Repubblica che si celebra il 2 giugno. Forse la meno sentita, la meno spiegata alle giovani generazioni, la meno approfondita. Riporta ad eventi apparentemente meno epici, ma ugualmente fondanti la nostra storia. Per diverso tempo fu festeggiata sottotono, tanto che non era neppure considerata giorno festivo, come invece avviene oggi. Seguendo la regina delle ricorrenze, il 25 aprile o Festa della Liberazione, è apparsa come la sorella meno nobile, un po’cenerentola. Il cambio di passo ci fu nel 2001, grazie al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che tanto si adoperò nel suo settennato per rivitalizzare i simboli della Repubblica e l’idea di Patria. Grazie a lui, con la legge n.335 del 20 novembre 2000, il 2 giugno perse lo status di “festa mobile”, nel senso che le celebrazioni avvenivano la prima domenica del mese, tornando ad essere un giorno festivo a tutti gli effetti. Soprattutto, una data fondamentale: il 2 giugno 1946, al termine di uno dei periodi più bui della sua storia unitaria italiana, a pochi anni dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda guerra mondiale, il paese si ricompone e si rigenera attraverso la chiamata ad una consultazione elettorale che coinvolge tutti i cittadini. Gli italiani, e per la prima volta le italiane, sono convocati alle urne per esprimersi
Una foto storica. Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, promulga la Costituzione della Repubblica Italiana: 2 Giugno 1946 – 2 Giugno 2022, per antiche strade, in nuove terre.
sulla forma istituzionale dello Stato – Repubblica o Monarchia- e per eleggere i deputati all’Assemblea costituente, cui spetterà il compito di redigere la nuova carta costituzionale. Ad essi si chiese di scegliere fra due forme statuali diverse, che sottendono modelli di società e cittadinanza a loro volta differenti. Era allora un’Italia uscita da circa vent’anni di dittatura fascista e cinque di guerra, distrutta materialmente e psicologicamente, con storiche fratture sociali e geografiche diventate più gravi. E tuttavia per la prima volta la società tutta viveva l’esperienza di libere elezioni a suffragio universale, maschile e femminile, benché il paese fosse profondamente diviso sulla questione istituzionale. Questa “quistione” emergeva con forza, imponeva l’esigenza di superare drasticamente un modello politico-culturale
che vedeva inestricabilmente connessi la continuità della dinastia sabauda e la complicità con il regime. L’affluenza al voto fu altissima. Gli aventi diritto erano 28 milioni, i votanti quasi 25 milioni, una percentuale dell’89,08%. I voti validi a favore della Repubblica furono pari al 54,27%, quelli a favore della Monarchia il 45,73%. Guardando alla concretezza dei numeri, la frattura nell’elettorato fu evidente. Possiamo indicare le cause delle divisioni sia nelle incognite politiche e socioeconomiche che la scelta repubblicana per molti rappresentava, sia anche nella disparità con cui la dura esperienza della guerra aveva toccato le diverse zone del paese e i differenti strati della popolazione. In molti prevaleva il radicamento in una istituzione, quella monarchica, comun-
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que identificata con la propria idea di nazione e con la continuità, soprattutto nel Sud del paese. A settentrione la scelta repubblicana prevalse come continuazione di quel “vento del Nord” dominante nelle forze protagoniste della resistenza, di orientamento largamente repubblicano, in cui il binomio liberazione e cambiamento non voleva soluzione di discontinuità. Da qui le tensioni, le polemiche sulla stampa, le accuse di brogli; tutte cose oggi sfatate dagli storici, ma che allora infiammarono gli animi e costrinsero a confrontarsi con l’avanzare della storia. Resta il fatto che, in virtù dei risultati, ed esaurita la valutazione dei ricorsi, il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò in modo ufficiale la nascita della Repubblica Italiana.
IL RICORDO DI TINA ANSELMI Come abbiamo ricordato, il voto portò anche all’elezione dell’Assemblea costituente: sui suoi banchi sedettero le ventuno “prime parlamentati”, denominate “Madri Costituenti”, assai attente a non deludere le aspettative delle donne che da partigiane, staffette, antifasciste avevano contribuito alla liberazione. Mi piace ricordare a questo proposito uno scritto di Tina Anselmi in ricordo del 2 giugno: “E le italiane, fin dalle
Ricorrenze
Una donna protagonista della storia repubblicana
prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate. Non eravamo pronte. Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tutt’ora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica!”. Parole di un’attualità sconvolgente. Nel voto per l’assemblea si registrò anche l’affermazione dei tre grandi partiti popolari di massa: la Democrazia Cristiana (35,21%), il partito Socialista (20,7), il Partito Comunista (19%). Le sinistre avevano insieme il 39,6. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e del movimento socialista. Iniziava a delinearsi la
struttura politica della prima repubblica, nella sua fase aurorale: la nazione si ricostituisce e si rinnova, forgiata nella lotta, definita nelle istituzioni, vivace nel pensiero. Il mondo di ieri è finito, il mondo nuovo si costituisce. Se corriamo veloci, arriviamo a un 2 giugno 2022 sulle cui spalle pesa una pandemia non ancora terminata, il fuoco della guerra in quell’Europa che aveva sognato di vivere senza conflitti -e per qualche decennio c’era anche riuscita- la stanchezza fra divisioni e incertezze che nessuno sa come ricomporre. Quando il popolo italiano si ritrovò a scegliere fra passato e futuro scelse il futuro, avendo capito il passato. Noi oggi riconosciamo che un mondo nuovo c’è, è dirompente, è dominante. Al fondo, c’è una diagnosi che vede davanti a sé non mera crisi della politica, non semplice crisi di società, piuttosto vera e propria crisi di civiltà. Saremo in grado di raccogliere l’eredità di quello “stato quasi d’eccezione”, che ha rappresentato il periodo del dopoguerra, di cui nel 2 giugno ravvisiamo le tracce e il simbolo? Bisogna andare a cercare quelle tracce e utilizzarle, mentre in questo mondo che cambia occorre non solo semplicemente starci, recriminando, ma viverlo come un’apertura. Fare come il duca di Kent nel Re Lear di Shakespeare: “in una nuova terra seguirà la sua vecchia strada”. Per antiche strade, in nuove terre. - 24 -
Ricorrenze Giuseppe Strazzi - Editorialista
La vita secondo Buzzati
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ino Buzzati, scrittore, pittore, giornalista, musicista. Una vita a vocazione espressiva condotta nella scelta di viverla attraverso la manifestazione artistica, opzione che deriva dalla domanda di senso dell’esistere a cui Buzzati offre la sua risposta. La domanda fondamentale è: “Perché vivere? Per cosa vivere?”. Leggendo le sue pagine, quale messaggio esistenziale offre? Penetrando nella sua poetica che è la misura su cui si basa il sentimento individuale, si scopre la novità del pensiero dell’autore che in Buzzati si caratterizza nella visione della realtà, da vivere, nella dimensione del sogno e quindi nell’attesa che esso si attualizzi in un’atmosfera di magico evento. Buzzati, sceglie l’onirico perché avverte che lo salva dalla angoscia in cui ogni uomo vive l’inganno nella precarietà della esistenza. Sembra quasi che in lui il sogno sia il fine della vita autentica, capace di superare la banalità di essa. Sognare è stare nella irrealtà, ma permette di andare fuori dal tempo della razionalità per proiettarsi nel futuro non calcolato e non deciso. E il futuro della vita viene segnato da una sola certezza: quella che essa finisce, cioè muore. Per non viverla quindi come un dramma angosciante, Buzzati sceglie la via della romantica attesa, contemplando magicamente il momento in cui anche il pensiero della morte si arren-
Dino Buzzati Traverso è stato scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo, librettista, scenografo, costumista e poeta italiano. Fin da studente collaborò al Corriere della Sera come cronista, redattore e inviato speciale.
derà al sorriso della venuta del sogno finale che diviene realtà definitiva. Egli si pone nella condizione di attendere, come fanno i bambini, l’arrivo di un dono che è nella promessa della esistenza. Questo dono lo reca la morte la quale ricapitola in sé tutti gli istanti consumati nella brevità dei desideri trascorsi. Desiderare la felicità e quando sembra compiersi non la trovi più. Pertanto, nei molti desideri, nei molti sogni svaniti e bruciati nella illusione che fossero immortali, l’unica certezza o verità per l’uomo (secondo Buzzati) consiste nel mettere il pensiero della morte come fondamento per trascorrere la vita. Si vive, attendo la morte! A me pare sia questa l’estetica buzzatiana. Infatti egli diceva in una intervista a Romano Battaglia:
“La morte è lì che ci attende ad ogni ora del giorno e della notte. È un avvenimento imprevedibile che in fondo accorcia le distanze fra noi e quelli che se ne sono già andati. Io, per esempio, potrei morire domani”. Con questa dichiarazione, Buzzati apre alla constatazione che la morte non è una condizione individuale: “Io muoio”, ma è una realtà universale in quanto afferma che: “Noi moriamo”. Dal singolare l’esperienza del pensiero della morte diviene plurale. E se questo è il nostro destino, come attenderlo? Buzzati sceglie e propone la via dell’attesa costante cogliendo tutti gli aspetti magici che si nascondono nel segreto e nel mistero della realtà che lo circonda. Sono le voci degli animali allo zoo, con cui egli dialoga, sono i silenzi della Milano
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mattutina che gli procurano un piacere di tenera bellezza. Sembra quasi che Buzzati sia alla ricerca di una dimensione ultraterrena che si possa svelare dentro il mondo della natura custode di messaggi ineffabili. Quindi, Buzzati non sceglie il raziocinio per pensare la morte come speculazione intellettualistica, ma preferisce l’intuizione magica dove l’imprevedibile diviene il possibile per vivere in attesa della fine. Il conforto della filosofia epicurea pur non essendo una esplicita scelta buzzatiana, può essere utilizzato per una interpretazione della poetica del Nostro.
IL MESSAGGIO Scriveva Epicuro: “Abituati a pensare che nulla è per noi la morte né per i vivi, né per i morti, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo più…”. Questo pensiero pone in evidenza l’essenza della autenticità del nulla che è la presa di coscienza per l’uomo in quanto se la morte è il nulla, non vale darsi pena a vivere per essa. Ma se nulla è per noi la morte si pone un interrogativo: “O vivi per il nulla oppure si è in ricerca di sapere cosa vi è oltre il nulla mortale?”. E allora l’esistenza cosa è? Per Buzzati, rappresentata dai suoi personaggi, come Drogo e Dorigo. La vita va cercata in ciò che non è. E dove è allo-
Ricorrenze
mondo?”. Heidegger avverte, tuttavia che la scomparsa dell’altro non può intendersi come un puro non essere più, ma come una ripetizione dell’originaria condizione umana che si trova nel Nulla. Quindi, la narrazione in termini esistenzialistici dell’opera di Buzzati si può riferire all’“amor fati” in cui il linguaggio non va inteso come un’opera dell’uomo, ma dell’ignoto o dell’inconscio di cui l’uomo è un medium per l’ascolto e per la voce.
VISIONE SURREALE
La locandina dell’importante convegno milanese per ricordare Dino Buzzati: tra i relatori Giuseppe Strazzi, autorevole collaboratore di “Busto Domani”.
ra? Nel mondo inteso come universo fisico? Oppure in una totalità spirituale che riassume in sé la realtà? Buzzati offre la descrizione di un mondo fatto di tran-tran quotidiano, cercando di trasfigurarlo con la immaginazione per cui avvenga ciò che non si è atteso. Vi è in ciò un poetico abbandono di fronte alle cose in cui la solitudine con se stesso si manifesta nello stile della sua opera. A me sembrano tre i paradigmi di lettura che potremmo dire costituiscono l’estetica buzzatiana: il mistero, l’attesa e la morte. Ad una er-
meneutica di filosofia esistenzialistica ripresa da Heidegger (Essere e tempo e Holzwege), si può offrire la possibilità di ampliare la scoperta del significato letterario delle opere buzzatiane. Heidegger sosteneva che l’essere-per la morte e l’essere - con l’altro sono categorie della affermazione dell’esserci. Heidegger definiva l’altro, in quanto muore, non è più qui, e lascia dietro di sé il nostro mondo. Pertanto come potrebbe comunicarci il senso della sua scomparsa quando la comunicazione ha un suo presupposto nell’ “essere assieme in un medesimo
Perciò il destino dell’uomo viene detto destino del “Fatum” che è parola pronunciata dell’Essere e che noi dobbiamo decifrare. Penso all’Oracolo di Delfi. Con questi paradigmi filosofici desunti da Heidegger, l’analisi dei testi dell’opera buzzatiana si evidenzia come visione surreale, onirica e trascendentale in quanto mettono al centro l’esistenza nella esperienza di solitudine individuale di fronte all’essere per - la morte, che si attua in un tempo dilatato all’infinito, vissuto dentro uno spazio limitato del proprio esistere. E Buzzati in tale condizione umana che è inevitabile sceglie l’attesa della morte, facendo della vita una abitudine a quanto viene cambiato dentro la storia. Infatti vive il tempo degli Dei fuggiti, la
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distruzione della terra, la riduzione dell’uomo a massa, il sospetto gravido di odio contro tutto ciò che è creativo e libero da moralismi alienanti la crescita della persona. In questo “Deserto” vi è una sola oasi: il linguaggio dell’arte per la quale le cose perdono il loro carattere pratico e strumentale per divenire in Buzzati “segni” onirici e fantastici. È un vivere il suo per ritornare continuamente all’origine ripetitiva del nulla che scorre inesorabile verso la fine di una vita, essendo la Vita un mistero di eterna fugacità per la conoscenza umana. In Buzzati ogni esperienza dentro la realtà diventa riconoscimento della morte e sapendo di poter morire ogni istante si accetta l’esistenza in modo distaccato in quanto tutto ciò che avviene in noi ed intorno a noi si trova a misurarsi sempre con il nulla della Morte. Egli conclude il romanzo Un Amore con queste frasi: “Sì, l’amore gli aveva fatto completamente dimenticare che esisteva la morte. Per quasi due anni non ci aveva pensato neppure una volta, sembrava una favola, proprio lui che ne aveva sempre avuto l’ossessione nel sangue….”. Sempre nella intervista a Romano Battaglia egli rispondeva alla domanda: “Chi è Dino Buzzati?”: “Uno che non ha la sicurezza di arrivare a domani e che si chiede spesso che cosa sia la vita”.
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Dai banchi delle Università alle imprese di famiglia?
l passaggio generazionale è un processo cruciale per garantire continuità e prosperità alle imprese familiari, spina dorsale dell’economia italiana. Alcuni passaggi possono essere intra-familiari, ma è importante che la nuova generazione abbia beneficiato di una formazione di alto livello e che sia intenzionata a entrare nell’impresa di famiglia. Il Family Business Lab (FABULA) della LIUC e il Center for Young and Family Enterprise (CYFE) dell’Università degli Studi di Bergamo hanno condotto uno studio sulle intenzioni di successione degli studenti universitari italiani appartenenti a famiglie imprenditoriali, prossimi a entrare nel mercato del lavoro, dopo aver conseguito almeno una laurea triennale. La ricerca si basa su dati raccolti nel 2021 presso le 19 Università italiane che hanno aderito al progetto GUESSS (Global University Entrepreneurial Spirit Students‘ Survey) 2021. GUESSS nasce nel 2003 su iniziativa dell’Università di St.Gallen (Svizzera). Da allora, solitamente ogni due anni, vengono raccolti dati sulle attività e sulle intenzioni imprenditoriali degli studenti universitari di tutto il mondo, Italia compresa, per la quale la raccolta dati è gestita dal CYFE. All’indagine per l’Italia hanno partecipato circa 3.300
l’intenzione di successione risulta analoga, a conferma della stabilità di queste osservazioni nel corso degli anni” aggiunge Davide Hahn, Ricercatore di CYFE, che ha curato la raccolta dati anche in passato.
La ricerca condotta dalle due università ha rilevato dati imprevisti nel passaggio generazionale con prospettive di successione alquanto sorprendenti.
studenti e il 16% appartiene a famiglie imprenditoriali. Dallo studio emerge come circa solo 1 studente su 10 abbia intenzione di entrare nella propria impresa familiare entro 5 anni dalla fine degli studi universitari. “Il dato è per certi versi preoccupante per le prospettive di successione intra-familiare, in quanto solo una minoranza di studenti intende intraprendere il processo di successione nella propria impresa familiare finiti gli studi. Tuttavia, si può ipotizzare che molti studenti, inizialmente “ammaliati dalle sirene” delle grandi corporation e delle start-up, riconsiderino la possibilità di entrare nell’impresa di famiglia solo una volta accumulata una certa esperienza” commenta il prof. Salvatore Sciascia, Co-direttore di FABULA.
Inoltre, l’indagine rivela che, nel 92% dei casi, chi è interessato a intraprendere il processo di successione ha intenzione di fare esperienza presso aziende diverse da quella familiare prima dell’ingresso. “Questo dato suggerisce che la nuova generazione è conscia dell’importanza di conoscere altre realtà aziendali per entrare con maggiore consapevolezza, competenza e maturità nell’azienda di famiglia” dichiara il prof. Tommaso Minola, Direttore di CYFE. “Il confronto fra questo risultato e quello rilevato su scala internazionale (9% vs. 5%) evidenzia che l’interesse per la successione appare maggiormente diffuso fra gli italiani, rispetto agli studenti di altri Paesi. Inoltre, confrontando i risultati dell’indagine del 2021 con quelli del 2016,
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È degno di nota rilevare come vi sia anche una forte spinta imprenditoriale tra gli studenti che hanno dichiarato di avere un’azienda di famiglia. “In generale, più di 1/3 degli studenti che hanno alle spalle una famiglia imprenditoriale ha intenzione di avviare una propria azienda. Questa spinta imprenditoriale probabilmente deriva proprio dal contesto familiare: l’imprenditorialità dei genitori si trasferisce ai figli anche in questo modo” commenta la professoressa Valentina Lazzarotti, Co-direttore di FABULA. Infine, l’analisi delle caratteristiche degli studenti interessati all’ingresso nell’impresa di famiglia mette in luce quali siano i fattori che possono aiutare a preparare il processo di successione. “In particolare, risulta maggiormente interessato alla successione chi è già coinvolto nell’impresa in termini di proprietà o lavoro, chi studia discipline economico-aziendali, chi appartiene a famiglie che controllano aziende più grandi, più performanti e più giovani” conclude Lorenzo Cervello, ricercatore di FABULA.
Diario Cittadino
NUOVA STRUTTURA HILTON DoubleTree by Hilton Milan Malpensa Solbiate Olona, immerso nel verde a pochi minuti dall’Aeroporto di Milano Malpensa, ha aperto i battenti. La struttura è stata rinnovata secondo lo stile DoubleTree by Hilton e dispone di 246 camere e 8 sale meeting modulabili. “Abbiamo scelto di investire oltre 3 milioni di Euro per rimodernare completamente l’albergo Le Robinie a Solbiate Olona e far nascere il nuovo DoubleTree by Hilton Milan Malpensa”, così dichiara Guido Della Frera, presidente di Gruppo Della Frera Hotel (Franchisee Management), “per avere una struttura di livello e standard internazionali in grado di intercettare la ripresa del turismo di qualità che ci aspettiamo arriverà nei prossimi mesi”. DoubleTree by Hilton Milan Malpensa Solbiate Olona dispone di una elegante ed accogliente Lobby, moderni spazi meeting per un totale di 1340 mq e di 300 mbps di Wi-Fi, una corte interna di 1200 mq e un fitness centre con attrezzi TechnoGym. All’interno della struttura si trovano anche il Swing Bar e Restaurant, con cucina tipica italiana e locale. “Grazie al brand DoubleTree by Hilton accoglieremo certamente clientela locale ed internazionale legata al Business Travel, al MICE ed al Leisure. I nostri clienti apprezzeranno anche il Campo da Golf Le Robinie e l’essere immersi nel verde. DoubleTree by Hilton Milan Malpensa può essere un punto di partenza per i turisti per scoprire la provincia di Varese. Si tratta di un territorio industriale di pregio”, così afferma il General Manager, Simona Calabrese. La struttura è situata nel nord della Lombardia in una posizione strategica: nelle vicinanze dell’Aeroporto di Malpensa (13,5 km) ed è facilmente raggiungibile in 30 minuti di macchina circa da Milano, Como, Varese e dal confine svizzero e si trova a meno di un chilometro dall’uscita di Busto Arsizio dell’Autostrada A8. DoubleTree by Hilton Milan Malpensa Solbiate Olona è parte di Hilton Honors®, il programma che premia la fedeltà degli ospiti in tutti i 18 brand. I membri Hilton Honors che prenotano direttamente dai canali preferenziali Hilton hanno immediatamente accesso ad alcuni benefici, come il WiFi gratuito e i pagamenti flessibili che permettono di poter scegliere di pagare un soggiorno utilizzando anche i punti accumulati, assoluto punto di forza della catena Hilton. L’app Hilton Honors offre anche la possibilità di effettuare il checkin, scegliere la propria camera e potervi accedere tramite Digital Key. DoubleTree by Hilton Milan Malpensa Solbiate Olona è gestito dal Gruppo Della Frera Hotel S.r.l, parte del Gruppo Della Frera S.p.A., società che opera nei settori del Turismo, dell’Immobiliare e della Ristorazione. La società è partner consolidato di Hilton in Italia attraverso un accordo di franchising e attualmente gestisce 4 Hotel a marchio Hilton: Grand Hotel Villa Torretta Milan Sesto Curio Collection by Hilton, Hilton Garden Inn Milan North, DoubleTree by Hilton Brescia e DoubleTree by Hilton Milan Malpensa Solbiate Olona.
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Diario cittadino
Museo Pagani
È situato a Castellanza ma Enzo Pagani, ideatore del prestigioso museo, lo considerava anche bustocco non solo per le autorevoli frequentazioni. Mancato il fondatore, il centro culturale ha vissuto anni di abbandono nonostante l’eccezionalità delle opere esposte che lo collocano fra i grandi “richiami” internazionali elevandolo a culla dell’arte contemporanea. Centinaia le opere esposte tra sculture e mosaici, firmate da artisti del calibro di Pomodoro, Man Ray e Veronesi. Il recente inserimento nella rassegna “Ville aperte in Brianza e Lombardia” è un primo passo verso un rilancio non certo facile ma importante non solo per la zona. Certamente occorre anche l’intervento pubblico per attivare risorse da investire, dopo la complessa risistemazione, in innovative iniziative promozionali. Ad iniziare dal Comune di Castellanza: un’opportunità da non sottovalutare anche in termini di immagine.
Onorificenze
In occasione della festività del 2 Giugno, il Capo dello Stato – non solo per sottolineare il valore e il significato della ricorrenza – assegna le onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI). Tra i premiati, Mauro Ghisellini, Direttore di ACOF, la benemerita istituzione creata da Olga Fiorini recentemente scomparsa. Oggi ACOF rappresenta una importante realtà con 3.500 studenti e 700 dipendenti. A Ghisellini è stato così riconosciuta e premiata la sua straordinaria dedizione al pianeta scuola made in Busto Arsizio. Membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione dal 2007, è anche nel Consiglio dell’opera nazionale Montessori e consulente del MIUR, un incarico di grande rilievo. Insomma, una vita per la scuola ricca di successi e di benemerenze. Anche la redazione di Busto Domani si complimenta con il neo-commendatore formulando i più vivi rallegramenti e l’auspicio di ulteriori affermazioni.
CULTURA IN MOVIMENTO In un periodo difficile per la carta stampata - e per i quotidiani e periodici in particolare - l’idea di un’Apecar con caratteristiche anche culturali avviata da Prochemi per conto de La Prealpina, è sicuramente un’iniziativa intelligente. La sponsorizzazione dell’azienda Floricoltura Fiscelli - tra le più prestigiose del territorio - ha completato un intervento ricco di prospettive. Posizionata, alternativamente, dove purtroppo sono scomparse due edicole, l’Apecar diffonde anche una nota di colore riproponendo quel rapporto umano che le moderne tecnologie non alimentano, anche se ritenuto necessario in una fase socio-economica molto complessa. Quasi un ritorno al passato, salutato con affetto da molti lettori in una città che coltiva con amore le tradizioni. “Cultura in movimento” anche a Busto Arsizio con Prealpina e Fiscelli impegnati a potenziare l’innovativa idea: quasi una sfida per cui non resta che augurare uno splendido successo made in Busto Arsizio.
LUIGI VENZAGHI, UN BUSTOCCO VERO! Profondo cordoglio in città per la scomparsa di Luigi Venzaghi, esponente di una dinastia imprenditoriale (tessile e bancaria) che ha contribuito a fare grande la città. Generoso, sincero, altruista, luminoso espressivamente, ricordo la sua passione e impegno per i problemi locali che affrontava con la discrezionalità del gentiluomo qual era. Alcuni anni fa, è piombato nella sede dell’Associazione Enrico Dell’Acqua: “sono venuto a trovarti perché abbiamo chiuso il bilancio della società con un po’ di utile e ho pensato di portarti un assegno per l’Associazione”. Anche recentemente, attraverso la Fondazione Monaco - la benemerita istituzione di Via Biancardi - ha disposto un contributo. Avevo conservato per quasi
mezzo secolo un volumimoso manoscritto di Piero Monaco – imprenditore e mecenate - che ripercorreva la sua esistenza e che - rileggendolo - ha suscitato commozione in Luigi Venzaghi. Con lui si è concluso un altro capitolo di storia bustocca e di quel mondo imprenditoriale che quasi gareggiava per risolvere i problemi della città, lontano dai riflettori e dalla politica e animato solo dal bene comune. Luigi Venzaghi è stato un protagonista silenzioso di una generazione purtroppo in via d’estinzione. Grazie, Luigi, per avermi onorato della tua amicizia e proteggi sempre la Tua, la nostra Busto Arsizio. Un riconoscente abbraccio. Sergio Colombo
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Notizie in Evidenza
Il guardiano del mare
L’abbiamo fotografato sul terrazzo di una villa quasi adagiata sul mare in via della Costa ad Arenzano. Perfetta la realizzazione (probabilmente in materiale ferroso) in grandezza naturale, dipinto con un intenso colore marrone in contrasto con l’azzurro del mare. In posizione di vigile attesa… pronto ad intervenire. Quasi un guardiano che, per la sua originalità, merita qualche valutazione.
pronto a ricominciare dopo aver fallito il tanto decantato progetto. Complice la Federazione, si dimenticano frettolosamente gli errori per guardare ad un futuro da inventare anche se i recenti insuccessi delle squadre italiane, impegnate nelle coppe, lo evidenziano. Dopo il vittorioso sogno europeo è calato il sipario e le luci si sono spente. Ed allora? A estremi mali, estremi rimedi, narravano i latini. Un messaggio ancora di grande attualità.
Green Pass
Caro energia
È stato il tormentone degli italiani e, come il virus, ha cambiato in continuazione. Oltre ad una informazione approssimativa che il Comitato Tecnico Scientifico, con l’intento di semplificare, ha complicato ulteriormente. Modalità, scadenze, sanzioni, controlli pubblici e privati hanno costretto l’utente scrupoloso ad approfondimenti continui per evitare sorprese. Molta confusione in una fase che invece richiedeva semplicità e chiarezza.
Pandemia
Per le tv pubbliche e private, la pandemia è diventata una non marginale fonte di reddito. Politici, giornalisti e soprattutto virologi hanno dibattuto, ogni sera, il preoccupante fenomeno fornendo, ovviamente, differenti interpretazioni e alimentando così l’attenzione dello spettatore. Ad intervalli cronometrici, si infilava poi la pubblicità, variegata per le condizioni offerte, tutte particolarmente vantaggiose per l’ascoltatore. Quasi una sagra del benessere, se non fosse condizionata dal triste fenomeno pandemico.
Mondiali
La partita vinta con la Turchia non ha cancellato la grande delusione per l’esclusione dell’Italia dai Mondiali di Calcio. Nonostante l’aplomb di Mancini - 30 -
Le bollette energetiche sono esplose a causa del grave conflitto in atto. Due le categorie colpite: le famiglie e le imprese. Sconforto in ambito famigliare per una serie di rincari che obbligano al ridimensionamento degli acquisti con non marginali ricadute negative sui beni di prima necessità e sulla salute. Per le imprese si tratta di un ossimoro impietoso. Il paradosso è il blocco della produzione per l’incidenza energetica che distrugge il rapporto costi-benefici e con l’export paralizzato mentre l’inflazione aumenta. Sino a quando le imprese saranno in grado di resistere alla spietata concorrenza estera?
Governo
Maretta all’interno del Consiglio dei Ministri sulla politica internazionale e, in primis, sul 2x1000 del PIL per allinearsi con i partner europei sugli armamenti. Molti i dissensi tra i partiti – anche condivisibili – ma da tempo datati. Protagonista l’ex premier Conte che, per conto dei 5Stelle, è pronto a “far saltare il Governo” (sono le sue parole) in una fase particolarmente difficile e preoccupante. È il solito assalto dei grillini alla disperata ricerca del consenso elettorale dopo le controverse posizioni di molti parlamentari che confermano la fragilità politica di un movimento alla ricerca dell’identità smarrita.
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