FONT Srl - Via Siusi 20/a 20132 Milano - Poste Italiane SpA Sped. in abb. postale 45% - D.L. 353/2003 (conv. in l. 27.02.2004 n. 46) - Art. 1 Comma 1 - DCB Milano
ioArch
Anno 21 | 2026 Settembre | Ottobre euro 12,00 ISSN 2531-9779
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ORGANICO MECCANICO
BAUKUNST L’ARTE DEL COSTRUIRE A PARTIRE DAI MATERIALI
DESIGN FULL METAL JACKET ELEMENTS
CONTRACT
DE AMICIS | PIERO LISSONI | MARIO CUCINELLA | ACPV | STEFANO BOERI | NORMAN FOSTER | CINO ZUCCHI IOTTI + PAVARANI | CARLO RATTI | PATRIZIA ROSSI | NOA | SIMÓN VÉLEZ | MILLIM STUDIO | PAOLO DESIDERI RAUL PANTALEO | MARCO PIVA | L.A.BARASSI | A25 | MONICA TRICARIO | FSARCHITETTURA | FINEMATERIA | NM3
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SOMMARIO
DESIGNCAFÈ
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12 Giacomo Balla. Lo stile dell’avanguardia | MART ROVERETO 14 Flânerie e interstizi della città | GIAMPAOLO NUVOLATI 16 Leggere architetture #12 | MATTEO PERICOLI 18 Geoffrey Bawa. Architettura per i sensi | VITRA DESIGN MUSEUM 20 Ellsworth Kelly. At the Edge of Water | FONDATION MAEGHT 24 Jae Ko. Striated. I paesaggi di carta | 22 MUSE GALLERY. ANVERSA 26 Vanitas | LA GALLERIA BPER. FERRARA 28 L’Architettura modernista di Tashkent 30 Lucio Fontana. Spatialism | HAUSER & WIRTH. HONG KONG 32 Plenty to Play With! | MAK. VIENNA 36 E. A. Griffini. Costruire modernamente | TRADATE 40 Heinz Mack. Color in Forma | PALAZZO BEMBO. VENEZIA 42 Manifesta 16 Ruhr. This is Not a Church | BIENNALE NOMADE EUROPEA 58 Carlo Aymonino | LE STORIE DI LPP
WORK IN PROGRESS
194 Josef Albers. Meditations | VILLA PANSA. VARESE 100 | 164 | 184 Libri
66 Milano | AMDL CIRCLE. UNA ESPERIENZE 68 Milano Bovisa | RPBW. IL CAMPUS DEI GASOMETRI
REPORT
70 Piacenza | BOERI. TRASFORMAZIONE EX CONVENTO SANTA CHIARA
di Aldo Norsa
46 Edilizia abitativa | PAOLO DESIDERI. RAUL PANTALEO. MARCO PIVA GIULIO ROSI. MONICA TRICARIO. CINO ZUCCHI
72 Bologna | OPEN PROJECT. MASTERPLAN DEL CASARALTA DISTRICT 74 Bologna | MARIO CUCINELLA. UNIPOL HALL IN FIERA 76 Modena | CARLO RATTI. COPERTURA COMPLESSO SANT’AGOSTINO
FOCUS
78 Rimini | SETTANTA7. PROGETTO CITTADELLA DELLA SICUREZZA
60 Caffè Botanico SerreQuerini | NARDI
80 Fiss. Austria | NOA. L’ARCHITETTURA-AVVENTURA
62 Evoluzione antifiamma delle fibre naturali | PARÀ
82 Reykjavík | MARCO PIVA. INTERNI PER RESIDENZE VESTURVIN
64 I Balocchi compiono cinquant’anni | FANTINI
84 Abu Dhabi | FRANK GEHRY. GUGGENHEIM
75 Norust XL. Prevenire e eliminare la ruggine | FILA SOLUTIONS
86 Abidjan | MICHELANGELI DESIGN E SAOTA. SEDE MTN
79 Una pergola bioclimatica | KE OUTDOOR
88 Panama City | PALMA + TO. MUSEO DE ARTE CONTEMPORÁNEO
18
LPP ARCHITETTI ITALIANI I Profili di Luigi Prestinenza Puglisi
90 Iotti + Pavarani
ORGANICO MECCANICO di Carlo Ezechieli
101 Baukunst. L’arte del costruire a partire dai materiali 102 Le radici della Baukunst | SIMÓN VÉLEZ 106 L’algoritmo della foresta. I ponti viventi del Meghalaya 110 La complessità dell’essenziale | A25ARCHITETTI
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SOMMARIO
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ARCHIWORKS
144 Gabelli. La scuola del futuro | MARIO CUCINELLA 152 Villa privata a Forte dei Marmi | PIERO LISSONI 158 Housing sociale | LUCA BERNARDONI CON ARCHILINEA 160 ITIS Leonardo da Vinci | DE AMICIS ARCHITETTI
DOSSIER ACUSTICA di Elena Riolo e Luisa Castiglioni
LUOGHI DEL LAVORO 112 Il grattacielo di JP Morgan Chase | FOSTER + PARTNERS 120 Previp. Identità rinnovata | L.A.BARASSI
152
165 Un’aula si giudica ascoltandola | DENISE BORSOI
STORIE DI DESIGN di Luigi Prestinenza Puglisi e Giulia Mura
176 Full Metal Jacket 178 La materia prima del progetto | FINEMATERIA E QUADRODESIGN 180 L’ordinario come sistema | NM3
126 Fornaroli Polymers | FSARCHITETTURA
182 Tra tecnica e dimensione scultorea | MILLIM STUDIO
130 Nuova sede Reply | ACPV 136 Lexington workspaces | IVORY
ELEMENTS
138 Un arcipelago connesso | PATRIZIA ROSSI
a cura di Elena Riolo
140 Mancini Pastificio | STEFANO BOERI
185 Contract Ospitalità
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In copertina. Heinz Mack. Costellazione Cromatica. Senza titolo. 2016.
Direttore responsabile Sonia Politi
Contributi Denise Borsoi, Luisa Castiglioni Carlo Ezechieli, Roberto Malfatti Giulia Mura, Aldo Norsa Giampaolo Nuvolati, Matteo Pericoli Luigi Prestinenza Puglisi Elena Riolo
Advisor Giulia Floriani
Grafica e impaginazione Alice Ceccherini
Direttore editoriale Antonio Morlacchi
Marketing e Pubblicità Elena Riolo elenariolo@ioarch.it
Fotolito e stampa Errestampa
Editore Font Srl Via Siusi 20/a 20132 Milano Tel 02 2847274 redazione@ioarch.it www.ioarch.it
Abbonamenti (6 numeri) Italia euro 72,00 - Europa euro 112,00 Resto del mondo euro 180,00 abbonamenti@ioarch.it
Prezzo di copertina euro 12,00 Arretrati euro 18,00
Reg. Tribunale di Milano n. 822 del 23/12/2004
© Diritti di riproduzione riservati. La responsabilità degli articoli firmati è degli autori. Materiali inviati alla redazione salvo diversi accordi non verranno restituiti.
Pagamento online su www.ioarch.it o bonifico a Font Srl - Unicredit Banca IBAN IT 68H02 008 01642 00000 4685386 Periodico iscritto al ROC Registro Operatori della Comunicazione n. 34540 Spedizione in abbonamento postale 45% D.L. 353/2003 (convertito in legge 27.02.2004 n.46) art. 1 comma 1 - DCB Milano ISSN 2531-9779
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Il bench Horizon si distingue per il suo design audace e innovativo, che rompe gli schemi delle scrivanie tradizionali. Il sostegno laterale in vetro, posizionato strategicamente, crea un’illusione ottica: la scrivania fluttua leggermente, conferendo allo spazio un’eleganza senza pari. Le gambe tradizionali sono eliminate, sostituite da lastre di vetro trasparente, che contribuiscono ulteriormente a questa sensazione di leggerezza e modernità. Questo approccio unico al design rende il bench Horizon un vero e proprio pezzo d’arte funzionale, perfetto per ambienti contemporanei.
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DESIGNCAFÈ Qui sotto. Giacomo Balla. Linee di forza di paesaggio maiolicato. 1917-1918. Fondazione Biagiotti Cigna.
In basso. Laura Biagiotti all’inaugurazione della mostra Giacomo Balla. Futurismo tra arte e moda, 1998.
GIACOMO BALLA LO STILE DELL’AVANGUARDIA. AL MART Il Mart di Rovereto, dal 16 maggio al 18 ottobre, presenta Giacomo Balla. Lo stile dell’avanguardia, prima presentazione integrale in Italia della straordinaria raccolta delle opere di Balla appartenente alla Collezione Laura Biagiotti e alla Fondazione Biagiotti Cigna. Oltre 240 tra dipinti, disegni, arredi, abiti e oggetti dialogano con le opere futuriste del Mart, in un percorso che attraversa l’intera parabola creativa dell’artista: dagli esordi divisionisti alle celebri astrazioni dinamiche, fino alla ‘nuova figurazione’ degli anni Trenta, rivalutata con anticipo proprio da Laura Biagiotti. La mostra, curata da Beatrice Avanzi e Fabio Benzi, racconta un’idea radicale di arte totale: Balla trasferisce vortici, cunei e arabeschi dai quadri ai mobili, alle stoffe, agli abiti, az[ 12 ]
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zerando le gerarchie tra arti maggiori e arti applicate. Ne sono testimonianza i bozzetti per accessori e tessuti, i paralumi, gli arazzi e, soprattutto, il monumentale Genio Futurista, la più grande opera da lui realizzata. Nel dialogo tra il museo di Rovereto e il collezionismo illuminato della famiglia Biagiotti, il futurismo torna ad apparire nella sua natura più autentica: un progetto di vita moderna, di quella forza visionaria e contagiosa che ha segnato l’alba della modernità italiana
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Giacomo Balla LO STILE DELL’AVANGUARDIA Mart. Rovereto 5 maggio | 27 settembre 2026
Stessa icona.
Nuovi colori. Aeron non si ferma mai.
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LE FLÂNERY DI GPN
Giampaolo Nuvolati Insegna Sociologia urbana all’Università degli studi di Milano Bicocca dove è stato direttore del dipartimento di Sociologia e ricerca sociale e prorettore per i Rapporti con il territorio. Studia il tema della qualità della vita urbana nel rapporto tra città, sociologia e flânerie.
Flânerie e interstizi della città rifugi del vivere quotidiano
Giampaolo Nuvolati. Incontro al caffè. 2024. Acrilico e matita su cartoncino. 50x70.
di Giampaolo Nuvolati
Riconosciamo quattro aspetti fondanti dell’architettura e dei suoi manufatti: 1. l’ampiezza volumetrica, 2. l’estetica, 3. la funzionalità, 4. la simbologia. Mentre per i primi tre, e in particolare per il primo aspetto, si può pensare ad una sufficiente, anche se ovviamente non completa oggettività, per l’ultimo occorre ribadire che i luoghi possono assumere molteplici significati, particolarmente soggettivi. Il sagrato di una chiesa non solo ha determinate dimensioni, è più o meno ben fatto e accessibile, ma è anche lo spazio dove abbiamo giocato a pallone da bambini, dove siamo stati accolti da applausi e manciate di riso se in quella chiesa ci siamo sposati. I luoghi cioè sono legati a un numero infinito di biografie. Evidentemente per alcuni abitanti o persone di passaggio quel luogo non avrà alcun significato, per altri sarà un punto di riferimento irrinunciabile. [ 14 ]
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Ogni volta che un luogo, un edificio viene distrutto, modificato o sostituito sappiamo comunque che se ne vanno in frantumi tante storie, si generano forme di lutto. Spesso non si tratta di grandi luoghi, di luoghi istituzionali che hanno servito la collettività, ad esempio chiese, palazzi del governo locale, ospedali, carceri, ma di luoghi minori, ‘luoghi terzi’ come direbbe Ray Oldenburg, ‘interstizi’ – come mi piace chiamarli in Interstizi della città rifugi del vivere quotidiano, Moretti&Vitali, 2019 – dove si è nel tempo consumata la nostra quotidianità: bar, campetti di calcio, fermate dell’autobus, aiuole antistanti la scuola, piccole stazioni ferroviarie. Il senso di identità con il territorio e di appartenenza ad una comunità passa spesso attraverso di essi. Camminare ogni tanto lentamente nei luoghi, fermarsi ad un bar per guardare i passanti, come fossimo flâneurs un poco perditempo, ci
aiuta a ricostruire le nostre biografie e ad immaginare quelle degli altri, ci rende consapevoli dell’importanza e bellezza degli elementi urbani minori che costellano il paesaggio e la nostra esistenza. Ça va sans dire che, poiché siamo parti di collettività e di spazi pubblici condivisi, non tutto può essere preservato a vantaggio di ognuno di noi e dei desiderata individuali. Molti luoghi vedranno sempre conflitti e visioni opposte quando non indifferenza. Alcuni saranno appetiti, altri trascurati. Cionondimeno, avventurarsi nel mondo dei segni e delle tracce sottopelle caratterizzanti il contesto che ci circonda può essere utile per riprogettarlo anche nel rispetto delle memorie, delle emozioni, delle storie personali che si sono susseguite e che solo un fine osservatore come il flâneur sa riportare alla luce
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Ph. Pietro Cocco
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Matteo Pericoli Architetto, autore, disegnatore e insegnante, Matteo Pericoli vive a Torino dove nel 2010 ha fondato il Laboratorio di architettura letteraria, uno strumento in forma di workshop che utilizza il potenziale narrativo dell’architettura per esplorare la struttura delle storie. I risultati sono raccolti nel suo libro Il grande museo vivente dell’immaginazione (Il Saggiatore, 2022).
www.lablitarch.com
Leggere architetture #12 Italo Calvino
Le avventure di un miope
di Matteo Pericoli
Come è fatta l’architettura di un romanzo? Come fanno a stare in piedi le storie? La lettura è un atto creativo e siamo noi, con la nostra sensibilità e la nostra esperienza, a creare quelle strutture che ci permettono di esplorare e abitare liberamente le storie. Questo disegno è la libera interpretazione del romanzo di Calvino Le avventure di un miope [ 16 ]
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È un continuo gioco al rimpallo tra l’idea di integrità e quella di complementarità, la stessa alternanza che anima lo sguardo di Amilcare Carruga, tornato al paese natale con occhiali che, per via del loro bizzarro aspetto, sono, prima ancora che strumento correttivo della vista, un’architettura del riconoscimento. Infatti, se li indossa vede ma non è visto per ciò che è; se li toglie, è riconosciuto ma non riconosce. In pianta, l’edificio ispirato dal racconto è composto da due spazi a forma di archi di corona circolare concentrici. Due muri vetrati, posti agli estremi di una sorta di cono che li unisce, offrono altrettanti punti di vista tra loro opposti e complementari: dallo spazio più ampio, la grande finestra si affaccia su quella più piccola che inquadra una porzione minima
dell’altro spazio, rendendo quest’ultimo quindi solo parzialmente visibile dal primo. Chi guarda da qui vede poco, ma è interamente esposto; dallo spazio minore, invece, affacciandoci dalla sua finestra vediamo, attraverso la grande finestra dall’altra parte del cono, la quasi totalità dello spazio maggiore, restando però quasi invisibili a chi ci osserva da lontano, proprio come accade a Carruga quando crede di scorgere, in una figura indistinta, i tratti dell’amata Isa Maria Bietti senza poter essere a sua volta riconosciuto. È un edificio che non promette altro se non di lasciarci, come lui, con un permanente senso di irresolutezza e disagio.
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MARMOMAC VERONA Padiglione 6 | Stand B3 22-25 Settembre 2026
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Vitra dedica una grande retrospettiva a Geoffrey Bawa, uno dei maggiori architetti del subcontinente indiano. La mostra raccoglie ben 250 opere tra cui disegni, modelli arredi, filmati d’epoca e una recentissima documentazione fotografica di Iwan Baan sulle sue architetture più conosciute
ARCHITETTURA PER I SENSI GEOFFREY BAWA AL VITRA DESIGN MUSEUM Con oltre duecento progetti in cinque decenni, Geoffrey Bawa (1919-2003) è tra gli architetti asiatici più influenti del Novecento. La sua opera intreccia il Modernismo con la tradizione costruttiva dello Sri Lanka, dando forma a un linguaggio che attraversa case, scuole, hotel, fabbriche e il Parlamento del Paese. Il Vitra Design Museum gli dedica la retrospettiva Geoffrey Bawa: Architecture for the Senses, con oltre 250 opere tra disegni, modelli, arredi, filmati, opere d’arte e fotografie. Il percorso, progettato da Lina Ghotmeh, trasforma il museo in un ambiente immersivo che richiama la dimensione sensoriale delle sue architetture, amplificata dalle nuove immagini di Iwan Baan [ 18 ]
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che mostrano gli edifici abitati e inseriti nel paesaggio tropicale. Nato a Colombo in una famiglia di origini miste asiatiche ed europee, Bawa arriva tardi all’architettura dopo gli studi in legge, diplomandosi alla Architectural Association di Londra nel 1957. Tornato nella Sri Lanka indipendente, passa dalle prime opere segnate dal Modernismo occidentale, come la St Thomas’ Preparatory School, a un linguaggio che integra materiali locali, saperi artigianali e possibilità industriali in stretto dialogo con il clima e la natura. Tra i progetti chiave figurano la tenuta-giardino di Lunuganga, il Bentota Beach Hotel e il Kandalama Hotel, dove costruito e paesaggio diven-
tano un tutt’uno. Per Bawa l’architettura “Non può essere totalmente spiegata, ma deve essere esperita”: i suoi edifici sono sequenze spaziali che si aprono e si richiudono sulla vegetazione, con rocce, alberi e dislivelli che entrano nella composizione, sfumando il confine tra interno ed esterno. La mostra mette in luce anche le collaborazioni con artisti e artigiani come Ena de Silva, Laki Senanayake e Barbara Sansoni, attivi in laboratori organizzati come imprese sociali. Pannelli batik, sculture e tessili non sono semplici decorazioni, ma componenti dell’esperienza spaziale, dove architettura, arte e design si fondono. Spesso definito pioniere del Tropical Moderni-
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Pagina accanto. Number 11, Casa per Geoffrey Bawa Colombo, Sri Lanka. Interni della biblioteca della University of Ruhuna. Matara. Foto ©Iwan Baan 2026. Geoffrey Bawa Foto ©Dominic Sansoni.
Qui sotto. La lounge del Bentota Beach Hotel, Bentota, Sri Lanka. Foto ©Iwan Baan, 2026. Poltrona rivestita in ‘Jak and Ebony’ design Barbara Sansoni. Foto Andreas Sütterlin. ©Bawa and Lunuganga Trusts.
sm, Bawa emerge come anticipatore di molte istanze attuali: attenzione all’ecologia, al contesto culturale, alla responsabilità sociale del costruire. Coprodotta con M+ Hong Kong, la Wüstenrot Foundation e il Geoffrey Bawa Trust, la mostra è accompagnata da un catalogo illustrato con saggi, progetti e interviste a Kengo Kuma, Tatiana Bilbao, Marina Tabassum e Lina Ghotmeh
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GEOFFREY BAWA ARCHITETTURA PER I SENSI Vitra Design Museum 26 settembre 2026 | 28 febbraio 2027
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In alto. Ellsworth Kelly. Boats in Sanary Harbor. 1952. Ellsworth Kelly Studio ©Ellsworth Kelly Foundation. A destra. Una sala della Fondation Maeght.
ELLSWORTH KELLY ALLA FONDATION MAEGHT DI SAINT-PAUL DE VENCE Fino al 15 novembre 2026 la Fondation Maeght di Saint-Paul-de-Vence dedica una grande mostra a Ellsworth Kelly, figura centrale dell’arte americana del secondo Novecento, con un taglio inedito: Ellsworth Kelly At the Edge of Water indaga per la prima volta il ruolo dell’acqua nella ricerca dell’artista, trasformando un motivo apparentemente laterale in chiave di lettura del suo intero percorso. Conosciuto per le grandi tele astratte e i rigorosi pannelli monocromi, Kelly (1923-2015) ha sempre mantenuto un legame stretto con l’esperienza diretta del paesaggio. «Nei miei dipinti non invento; le mie idee vengono da [ 20 ]
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un’indagine costante sull’apparenza delle cose», dichiarava nel 1991. L’elemento liquido è uno dei campi privilegiati di questa indagine: mari, fiumi, estuari, bordi d’acqua osservati a Belle-Île, sull’Île SaintLouis a Parigi, a Giverny, a Sanary, lungo la Côte d’Azur, a Coenties Slip a New York o ai Caraibi diventano occasione per disegni dal vero, collage e superfici pittoriche in cui l’acqua è tradotta in vibrazione cromatica, luce riflessa, ambiguità percettiva. La mostra, curata da Éric de Chassey in collaborazione con l’Ellsworth Kelly Studio, riunisce oltre cento opere: dai dipinti e sculture
monumentali ai collage in formato cartolina, come Long Bay Beach (study for White and Dark Gray Panels I), 1977. Non si tratta di vedute o marine, ma di sintesi astratte nate ‘al bordo dell’acqua’, dove la superficie piatta si carica di profondità, la quiete è sempre in movimento e un orizzonte finito suggerisce l’idea di infinito. Proprio concentrandosi su questo motivo, spesso sottotraccia nelle opere finite, l’esposizione mette in luce la coerenza del metodo di lavoro di Kelly e il modo in cui percezione e riduzione formale si intrecciano nel tempo. Il progetto espositivo sottolinea anche il lega-
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me precoce e duraturo tra l’artista e la famiglia Maeght: rientrato in Francia nel 1948 grazie al G.I. Bill, Kelly viene esposto alla Galerie Maeght di Parigi e ospitato più volte nella casa di Saint-Paul-de-Vence, avviando un’amicizia con Adrien Maeght che durerà tutta la vita. At the Edge of Water sarà accompagnata da un catalogo illustrato a cura di de Chassey (edizioni Fondation Maeght) e costituirà il fulcro di una ‘Stagione americana’ che intreccia arti visive, musica e performance, con programmi dedicati, tra gli altri, a Duke Ellington, Sun Ra e Philip Glass. Negli altri spazi del museo sono allestite una selezione di capolavori dalla collezione permanente e una piccola mostra dossier sul rapporto tra fotografia e moda. Per la Fondation Maeght, prima istituzione privata francese dedicata all’arte moderna e contemporanea, si tratta di un nuovo capitolo nel dialogo di lunga data con uno degli artisti più influenti tra XX e XXI secolo
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Dall’alto in senso orario. Four Greens, Upper Manhattan Bay. 1957. Jack Shear. Light Reflection on Water. 1951. Ellsworth Kelly Studio. Kite II. 1952. Centre Pompidou Paris, Musée national d’art moderne-Centre de création industrielle. ©Ellsworth Kelly Foundation.
Ellsworth Kelly AT THE EDGE OF WATER Fondation Maeght di Saint-Paul-de-Vence 27 giugno | 15 novembre 2026
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A destra. JK Force of Nature. Sotto. JK425 Red and Black. JK262 Green on Black. Rolled Paper and Pigmented Ink.
STRIATED. I PAESAGGI DI CARTA DI JAE KO TRA GEOLOGIA E MEMORIA Striated, alla 22Muse Gallery di Anversa, riunisce una selezione mirata di opere che documentano una fase cruciale della ricerca di Jae Ko, quando la trasformazione del materiale e l’osservazione dei processi naturali hanno iniziato a definire il suo linguaggio scultoreo. Le opere in mostra sono realizzate con carta riciclata impregnata di inchiostro sumi, sottoposta a un lungo processo di arrotolamento, compressione, legatura e incisione. Le superfici risultanti, stratificate e vibranti, rimandano a sezioni geologiche, paesaggi erosi, forme di crescita organica: sono ‘terreni in cui si depositano tempo, memoria e impermanenza’. In questo lavoro la materia non è neutra: diventa un organismo in trasformazione. Elevando uno scarto fragile come la carta a forma scultorea quasi monumentale, Ko mette in discussione i confini tra effimero e durevole,
Jae Ko
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tra fragilità e resistenza, e collega la scelta sostenibile del materiale a un’idea di ciclicità, accumulo, rigenerazione. Il suo vocabolario plastico si colloca in uno spazio intermedio tra architettura e paesaggio. Le forme biomorfe evocano erosione e sedimentazione, ma restano debitrici anche delle densità urbane di Seoul e Tokyo, dove l’artista è cresciuta, e del paesaggio costiero del Maryland orientale, dove vive e lavora da oltre vent’anni. Striated invita a leggere la scultura come oggetto fisico e, insieme, come traccia temporale: un luogo in cui processo, materia e paesaggio si fondono in un’unica, silenziosa topografia
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Jae Ko STRIATED 22 Muse Gallery. Anversa 23 ottobre | 28 novembre 2026
REFERENZA: L’OREAL ITALIA, MILANO
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Ettore Tito. Con la rosa tra le labbra. Collezione privata. Foto Luca Postini. Sotto. Francesco Hayez. Vaso di fiori. Collezione Privata. Foto Antonio La Grotta.
VANITAS. FIORI E SIMBOLI DA FRANCESCO HAYEZ A FELICE CASORATI Con Vanitas. Fiori e simboli, da Hayez a Casorati apre al pubblico Palazzo Barbantini‑Koch, storica sede della Cassa di Risparmio di Fer‑ rara rifunzionalizzata da Bper Banca. Il nuovo polo espositivo intreccia il percorso perma‑ nente dedicato alla pittura ferrarese ed emilia‑ na con un programma di mostre temporanee. Curata da Fernando Mazzocca ed Elena Lis‑ soni e realizzata con 24 Ore Cultura, Vanitas ripercorre, attraverso oltre quaranta opere tra dipinti e sculture, l’evoluzione della pittura di fiori in Italia tra Ottocento e primo Novecento: da Francesco Hayez, padre del Romanticismo, a Felice Casorati, fino agli esiti simbolisti e alle aperture verso la contemporaneità. Il tema della vanitas – la fragilità del fiore come metafora della precarietà dell’esistenza – diventa chiave di lettura trasversale. Dalla na‑ tura morta di ascendenza fiamminga alla sce‑ na di genere, dal Naturalismo al Divisionismo, fino al Decadentismo e al Simbolismo, il fiore [ 26 ]
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perde il ruolo di puro ornamento per farsi luo‑ go di condensazione di memorie, desideri, in‑ quietudini. In mostra emerge il ritrovato Vaso di fiori di Hayez, presentato al pubblico per la prima volta, accanto a opere di Molteni, dei fratelli Induno, Segantini, Previati, Casorati. Il percorso, articolato in sezioni cronologi‑ co‑tematiche, mette in dialogo le immagini con la poesia di Manzoni, Leopardi, Baude‑ laire, D’Annunzio, Pascoli e dei crepuscolari, fino a far coincidere il lessico floreale della pit‑ tura con quello della parola. Una sala mono‑ grafica infine restituisce alla storia Amanzia Guerillot, pittrice a lungo rimossa, attraverso un nucleo raro di nature morte e il celebre ri‑ tratto eseguito dal marito, Angelo Inganni
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VANITAS FIORI E SIMBOLI, DA HAYEZ A CASORATI La Galleria BPER, Ferrara 8 ottobre 2026 | 31 gennaio 2027
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Dall’alto in senso orario. Grande Forno Solare di Parkent. (1981-1987). Museo statale delle arti (1967-1974). Museo statale di storia (1968-1970). Courtesy Acdf.
L’ARCHITETTURA MODERNISTA DI TASHKENT NEL PATRIMONIO MONDIALE DELL’UNESCO Avviata fin dagli anni Trenta, la trasformazione modernista di Tashkent ebbe forte impulso dopo il terremoto del 26 aprile 1966, che accelerò i piani esistenti e ne favorì la realizzazione su larga scala. Grandi viali, piazze pubbliche, spazi verdi, abitazioni e istituzioni civiche ridisegnarono la capitale, parallelamente alla sperimentazione nella prefabbricazione, nel cemento armato, nell’ingegneria antisismica e nella progettazione ambientale. A Tashkent gli architetti adattarono i principi del modernismo internazionale e le tecniche costruttive di epoca sovietica alla società e alla cultura della repubblica uzbeka. Dispositivi di ombreggiamento, facciate profonde, cortili e acqua rispondevano alle condizioni climatiche, mentre superfici in ceramica, mosaico, scolpite o realizzate a stampo collegavano l’architettura alle tradizioni artistiche e artigianali del Paese. Tipologie spaziali consolidate furono rielaborate per nuovi usi. Ne emerse un ampio campo di idee architettoniche che met[ 28 ]
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teva a confronto le aspirazioni universali del Moderno con le condizioni culturali dell’Uzbekistan. Dieci di quelle architetture – rimaste in uso dopo l’indipendenza dell’Uzbekistan nel 1991 – entrano oggi nella World Heritage List dell’Unesco. La loro iscrizione riflette una più ampia rivalutazione del movimento modernista e delle geografie attraverso le quali è stato tradizionalmente interpretato. Il riconoscimento si basa sui risultati del progetto di ricerca Tashkent Modernism XX/XXI, avviato nel 2021 dalla Uzbekistan Art and Culture Development Foundation e condotto da un gruppo di lavoro internazionale coordinato dallo studio milanese di architettura e design Grace di Ekaterina Golovatyuk e Giacomo Cantoni insieme al Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano - polo di Mantova, sotto la guida di Davide Del Curto e Sofia Celli, al quale hanno collaborato tra gli altri lo storico dell’architettura Boris
Chukhovich, Laboratorio Permanente, Novaya Zemlya e il fotografo Armin Linke, mentre Rem Koolhaas e Jean-Louis Cohen hanno seguito da vicino il progetto in qualità di consulenti. Tashkent Modernism XX/XXI ha documentato ventiquattro edifici e prodotto schede dettagliate che integrano ricerca d’archivio, informazioni tecniche e valutazioni dello stato di conservazione e delle relative esigenze di tutela. Tra il 2019 e il 2024, ventuno edifici modernisti sono stati inseriti nel Catasto statale del patrimonio culturale dell’Uzbekistan. Nel 2024, le schede sono diventate documenti di riferimento giuridico per la loro conservazione e gestione
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Accedi al video delle architetture moderniste di Tashkent
ADI COMPASSO D’ORO INTERNATIONAL AWARD
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SPATIALISM. PIONEERING THE CONTEMPORARY LUCIO FONTANA IN MOSTRA A HONG KONG Lucio Fontana: Spatialism. Pioneering the Contemporary è la mostra organizzata dalla Fondazione Lucio Fontana con la curatela di Luca Massimo Barbero presso Hauser & Wirth Hong Kong dal 17 settembre e rappresenta il capitolo finale della trilogia di mostre inaugurata a Los Angeles nel 2020 con una tappa dedicata agli Ambienti spaziali e proseguita a New York nel 2022-2023 con un progetto dedicato alla scultura fontaniana. L’esposizione di Hong Kong si concentra sulla ricerca spazialista, ripercorrendone l’evoluzione attraverso una selezione di opere seminali ed emblematiche. Il percorso prende avvio nel 1949, anno in cui Fontana concepisce la rivoluzionaria serie dei Buchi, che inaugura una radicale riflessione sulla tela come luogo di infinite possibilità, per giungere ai Tagli. Di questi sono esposte le prime sperimentazioni – squarci e tagli realizzati su carta telata o su tele dipinte ad [ 30 ]
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aniline – fino alle Attese monocromatiche dei tardi anni Sessanta, divenute iconiche e punto di riferimento per gli artisti d’avanguardia. In mostra anche la serie dei Quanta, realizzata tra 1959 e 1960, anticipatrice delle shaped canvas, così come alcuni Concetti spaziali testimoni della sperimentazione fontaniana con materia e luce, attraverso l’uso dell’olio e di colori metallici. In dialogo con queste – nel solco di una ricerca spaziale e materica – è esposto anche un nucleo di Nature, concepite tra 1959 e 1960. Insieme, i lavori presentati svelano la straordinaria ricchezza del periodo spazialista, confermando Fontana come un autentico precursore della contemporaneità
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Lucio Fontana SPATIALISM. PIONEERING THE CONTEMPORARY Hauser & Wirth Hong Kong 17 settembre | 19 dicembre 2026
In alto. Concetto spaziale. 1961. Qui sopra. Concetto spaziale Natura. 1959-1960. Courtesy ©Fondazione Lucio Fontana.
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Sopra. Kit di costruzione. Libretto dei modelli Minibrix. A destra, un modello costruito.
PLENTY TO PLAY WITH! TUTTO DA GIOCARE! Il Mak, Museum of Applied Arts di Vienna, presenta Architectural Construction Kits 1890– 1990. Plenty to Play With!, un secolo di giochi di costruzione, curata dal Deutsches Architekturmuseum di Francoforte. In esposizione circa 70 kit originali, selezionati dalla collezione privata del graphic designer Claus Krieger: un campionario sorprendente di mattoncini, blocchi, elementi modulari tra 1890 e 1990. Prima dell’egemonia di Lego, il mondo dei giochi di costruzione era infatti molto più vario: mattoni artificiali, legno, me[ 32 ]
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tallo, materiali oggi quasi dimenticati come la galalite o persino la gomma. Al Mak se ne potranno sperimentare diversi, tra cui una cattedrale realizzata con 4mila blocchi di feltro. Per rendere immersiva l’esperienza, il team del corso di Architettura della Hochschule für Technik di Stoccarda ha reinterpretato in grande formato alcuni set storici – come Ingenius (brevettato a Vienna), Bâtiss e Skyline – facilitandone l’uso anche ai più piccoli. Sono esposti anche i sistemi Minibrix, Tetek,
Qui volupta temqui ommolum que caborro vide estisti ectio veru mIqui uta. Cullorerum dolo berum vendam. Ignam quae nis architiae sitatusam faccum nobitam as eat re, quo blam,
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Dusyma e Plaspi, quest’ultimo prodotto nell’ex Germania Orientale, oltre a un ambiente virtuale esplorabile con visori VR. Il percorso mette a fuoco tre temi: storia dell’architettura, infanzia e istruzioni. I kit riflettono il linguaggio architettonico del loro tempo: dai volumi decorati della Gründerzeit al Modernismo, che dagli anni Venti entra nelle camerette dei bambini. Le illustrazioni sulle scatole mostrano bambini in intensa concentrazione, interpellati come ‘piccoli architetti’, mentre le bambine, quasi sempre relegate a semplici spettatrici, cominciano a essere incluse solo dagli anni Sessanta. Un programma di laboratori e mini concorsi di architettura completa la mostra, invitando a progettare in squadra con set storici, Lego e Bioblo. Un invito a riscoprire, attraverso il gioco, come si costruiscono le città e l’immaginazione
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Architectural Construction Kits 1890–1990 PLENTY TO PLAY WITH! MAK di Vienna 7 ottobre 2026 | 14 marzo 2027
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A destra. Modello di Sistema Modulare Ingenius (Austria 1924-1929). Sotto. Batiss, Kit di costruzione (Francia 1930-1940).
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Sopra. Enrico A. Griffini. A destra. Modello stabilimento e abitazioni per Koh-I-Noor a Tradate, 1942. Courtesy Iuav. Archivio Progetti, fondo Enrico Agostino Griffini.
LA MODERNITÀ PRAGMATICA DI ENRICO AGOSTINO GRIFFINI Forse meno noto di altri esponenti del Miar, il Movimento Italiano per l’Architettura razionale al quale aderì dopo un viaggio studio al Weissenhof di Stoccarda, nel corso della sua carriera professionale Enrico Agostino Griffini (1887-1952) fu un pioniere dell’architettura moderna in Italia. Sebbene la sua attenzione fosse rivolta principalmente alla questione della casa popolare come “problema sociale, costruttivo ed economico” (ristampato più volte, il suo libro Costruzione razionale della casa è considerato il primo manuale moderno sull’argomento) Griffini lavorò anche nell’edilizia industriale e tra il 1942 e il 1943 progettò e costruì lo stabilimento italiano della Koh.I.Noor ad Abbiate Guazzone (Varese). Fino a dicembre questo edificio, al centro di un progetto di recupero che lo trasformerà nel nuovo spazio culturale 155 Tradate e attualmente in cantiere, ospita la mostra Enrico A. Griffini. Costruire modernamente. Curata da Massimiliano Savorra con i materiali provenienti dall’Archivio Progetti dell’Università Iuav di Venezia, l’esposizione ricostruisce il metodo progettuale dell’architetto attraverso disegni, tavole costruttive, manuali e pubblicazioni, fotografie d’epoca, documenti di cantiere e materiali d’archivio, raccontan[ 36 ]
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Spazio culturale 155 Tradate E. A. Griffini. Foto Francesca Iovene.
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In alto. Pensilina per il ricovero automobili per il padiglione Granelli. Milano, e Palazzo delle Assicurazioni Generali. Progetto E. A. Griffini, 1937.
Sopra. Medaglia d’Oro alla V Triennale di Milano 1933. Archivio Progetti fondo Enrico Agostino Griffini.
done la figura esattamente all’interno di spazi che egli stesso aveva progettato. L’allestimento, firmato da Lola Ottolini, Matteo Andreoletti e Lucia Emma Avolio, si confronta con la condizione transitoria della ristrutturazione in corso definendo il percorso con elementi e dispositivi mutuati dal linguaggio del cantiere. con il colore blu che agisce come filo conduttore. La trasformazione dell’ex stabilimento Koh-INoor nel nuovo centro culturale 155 Tradate è promossa da Ponderosa Music Records e dallo studio di Alessia Interlandi in.circle. Il progetto di ristrutturazione è dell’architetto Giorgio Giani, la direzione lavori di Lucio Giudici
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Enrico Agostino Griffini COSTRUIRE MODERNAMENTE Tradate Ottobre | Dicembre 2026
Villetta progettata da Griffini, Bottoni e Faludi. V Triennale di Milano,1933.
Courtesy Iuav. Archivio Progetti fondo Enrico Agostino Griffini.
DEDICHIAMO AI PROGETTI L’ECCELLENZA CHE MERITANO. Milano Verticale | UNA Esperienze è un edificio recuperato in chiave contemporanea nel rispetto del suo disegno originale, oggi punto di riferimento per un’ospitalità che coniuga design, innovazione e sostenibilità. Mitsubishi Electric contribuisce a rendere questa esperienza ancora più confortevole grazie a soluzioni ad alta efficienza per il riscaldamento, il raffrescamento e la produzione di acqua calda sanitaria, garantendo il benessere degli ospiti in ogni stagione.
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A sinistra. Costellazione cromatica. Senza titolo. 2016.
A destra, dall’alto. Heinz Mack davanti a una costellazione cromatica. Dicembre 2021. Costellazione cromatica. Senza titolo. 2014. Costellazione cromatica. Senza titolo. 2018.
COLOR IN FORMA HEINZ MACK A PALAZZO BEMBO A 95 anni Heinz Mack torna a Venezia con una mostra che guarda soprattutto al presente del suo lavoro. Color in Forma, a Palazzo Bembo sul Canal Grande, riunisce infatti oltre trenta dipinti realizzati nell’ultimo decennio e coincide con il conferimento all’artista tedesco dell’Ecc Award for Lifetime Achievement da parte dell’European Cultural Centre Italy. Fondatore nel 1957 insieme a Otto Piene del Gruppo Zero, Mack è una figura chiave dell’arte internazionale del secondo dopo[ 40 ]
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guerra: fin dagli anni Cinquanta ha scelto di confrontarsi con le forze elementari della luce, del movimento, dello spazio e dell’energia, sviluppando un linguaggio capace di mettere in relazione percezione, materia e dimensione immateriale. I quadri in mostra a Venezia riprendono questi temi con una pittura fatta di campiture nette e vibrazioni cromatiche che puntano a uno spazio visivo ‘oltre’ la superficie, più mentale che figurativo.
Il percorso conferma la coerenza di una ricerca che, a distanza di decenni, continua a ruotare attorno alla luce come materiale e come idea. Heinz Mack vanta un lungo e significativo rapporto con la città lagunare. Nel corso della sua carriera, la sua opera ha instaurato un intenso dialogo con l’unicità del paesaggio veneziano. Ha esposto a Venezia in numerose occasioni, nell’ambito della Biennale di Venezia e in importanti istituzioni culturali della città.
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L’European Cultural Centre Italy conferirà al maestro tedesco, tra i fondatori del Gruppo Zero, l’ECC Award for Lifetime Achievement. L’esposizione, dal titolo Color in forma, propone 30 dipinti realizzati nell’ultimo decennio di attività e offre una panoramica approfondita sulla ricerca pittorica più recente dell’artista
In particolare, ha presentato The Vibration of Light come Evento Collaterale della 59. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nella storica Biblioteca Marciana in Piazza San Marco. Sue opere sono, inoltre, presenti al Guggenheim Museum di Venezia
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Heinz Mack COLOR IN FORMA Palazzo Bembo, Venezia 18 ottobre | 22 novembre 2026
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When Animals Fall From the Sky. 2026. ©Eva Koťátková. Photo ©Manifesta 16 Ruhr / Ivan Erofeev.
BIENNALE NOMADE EUROPEA MANIFESTA 16 RUHR. THIS IS NOT A CHURCH Dal 21 giugno al 4 ottobre 2026 il bacino della Ruhr diventa il laboratorio di una trasformazione silenziosa ma radicale: dodici chiese del dopoguerra, in quattro città tedesche, vengono riconfigurate come spazi per l’arte contemporanea, l’architettura, il social design e l’incontro civico. È Manifesta 16 Ruhr, edizione del trentennale della Biennale Nomade Europea, che prende le mosse da una domanda urgente: come ripen[ 42 ]
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sare le infrastrutture di vicinato per sostenere nuove forme di vita collettiva in un’epoca di frammentazione sociale e polarizzazione? Il titolo programmatico, This is not a church, rovescia lo sguardo su un patrimonio in bilico. In Germania si stima che oltre 20mila chiese saranno dismesse o sconsacrate nel prossimo decennio. La biennale rifiuta di considerarle soltanto come testimonianze di architettura religiosa:
le assume invece come potenziali ancoraggi civici in quartieri che cambiano, luoghi capaci di creare prossimità laddove prevalgono distanza e isolamento. Il progetto nasce da un lungo lavoro preparatorio (Urban Vision e Citizen Consultations) che ha coinvolto territori e comunità locali. Non si tratta di una semplice operazione di riuso temporaneo, ma di un’indagine sulle possibilità di trasformazione durevole.
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Una stanza non è una stanza senza luce naturale Louis I. Kahn
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Dall’alto, in senso orario. Kino. 2026. ©Luc Tuymans. Photo ©Manifesta 16 Ruhr Ivan Erofeev.
Complete Cypher Vol.I. 2026. ©Emre Abut. Photo ©Manifesta 16 Ruhr Rainer Schlautmann.
Ogni ex chiesa diventa il prototipo di un diverso modello di riattivazione: spazio espositivo, giardino, sala da concerto, scuola d’arte, laboratorio tessile, centro culturale o luogo per l’impegno civico. Attorno a questi casi studio si costruisce una narrazione che interessa l’intera Ruhr, regione policentrica segnata dalla deindustrializzazione e da una continua reinvenzione delle proprie infrastrutture. Accanto al percorso principale, il programma Manifesta 16+ estende questo approccio a sedici iniziative di base in altre sei città dell’area, progetti nati ‘dal basso’ che fanno leva su saperi locali e pratiche comunitarie. Manifesta 16 Ruhr si definisce non tanto come piattaforma espositiva, quanto come incubatore di cambiamento e meccanismo transdisciplinare di riattivazione urbana e culturale. [ 44 ]
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2023-25. ©Zuza Golińska. Photo ©Manifesta 16 Ruhr Ivan Erofeev.
Sullo sfondo, la domanda è più ampia: come reimpiegare le eredità spaziali dell’industrializzazione, della modernità e del progressivo ritiro delle istituzioni per dare forma a nuove collettività? La curatela riflette questa ambizione con otto mediatori creativi: Josep Bohigas, Gürsoy Doğtaş e tre tandem intergenerazionali da Regno Unito, Germania e Polonia, costruiscono un programma che fa del dialogo tra generazioni e oltre i confini nazionali la propria struttura di base, in risposta a un contesto europeo attraversato da sfiducia e divisione sociale. Il risultato è un panorama di 107 partecipanti, con 67 nuove commissioni da oltre 25 Paesi. Germania, Polonia e Turchia sono particolarmente rappresentate, a riflettere le storie migratorie che hanno plasmato la Ruhr.
Tutte le dodici sedi e il programma di eventi, workshop, attività per famiglie e passeggiate urbane sono a ingresso gratuito: un modo per restituire questi edifici alle città come dispositivi comuni di accesso alla cultura. In una stagione in cui molte chiese rischiano di diventare contenitori vuoti, Manifesta 16 Ruhr le mostra come infrastrutture per una nuova forma di vita pubblica. Non solo luoghi da preservare, ma spazi da rinegoziare: tra arte e architettura, memoria e futuro, spiritualità e cittadinanza
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Biennale Nomade Europea Manifesta 16 Ruhr THIS IS NOT A CHURCH 21 giugno | 4 ottobre 2026
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REPORT | Edilizia abitativa
Edilizia abitativa la differenza semantica e progettuale tra dwelling e housing di Aldo Norsa
Il tema dell’edilizia abitativa è vecchio come il mondo ma, proprio per questo, sembra prestarsi a un’amplissima gamma di risposte sia pianificatorie che progettuali, tali da farne un vero rebus in ogni generazione. Su tutto svetta la questione dell’abitare anche da un punto di vista semantico/ simbolico. Come spesso succede è la lingua inglese, assurta a una sorta di esperanto, ad aiutarci a capire meglio i termini della questione. Infatti vi è una sottile differenza tra le parole dwelling e housing, dove la prima indica l’atto (in qualche modo spontaneo) dell’abitare mentre la seconda caratterizza una volontà, spesso dall’alto, di qualcuno che alloggia qualcun altro. E non è questione da poco perché tutta la storia del movimento moderno in architettura è segnata dalla vicenda del housing (con ovvie connotazioni sociali) nella quale si confrontano le diverse tendenze tipo/tecnologiche che hanno segnato le tante scuole a partire dal secolo scorso (con un momento di particolare attenzione nel Movimento Moderno presto
Aldo Norsa Con una lunga carriera di docenza universitaria in Italia e all’estero dal 2010 il professor Aldo Norsa, direttore scientifico della società di ricerca Guamari, cura il Report on the Italian Architecture Engineering and Construction Industry, il Rapporto Classifiche Le prime 70 imprese dell’edilizia privata e organizza la conferenza annuale Tall Buildings. Dal 2023 è membro della giuria dei Premi Oice e dal 2025 è nell’advisory board della Jrp Costruzioni del Politecnico di Milano.
www.guamari.it [ 46 ]
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diventato International Style) a sottolineare che le questioni dell’abitare sono talmente basiche da interessare tutti i Paesi e le culture, a maggior ragione quando l’industrializzazione prende il sopravvento e, in nome del massimo controllo dei costi, unifica i linguaggi. Dopo questa (dotta?) premessa, che non vuol certo far dimenticare i molti disastri sociologici causati da una progettazione ‘calata dall’alto’ e soprattutto caricata di ideologia, veniamo all’oggi che, in Italia, è caratterizzato da un cronico squilibrio tra domanda e offerta di abitazioni, malgrado la generale decrescita demografica, soprattutto per l’addensarsi degli abitanti nei centri di maggior attrazione urbana a scapito di zone rurali sempre più emarginate. Il problema molto semplicemente è che la casa è, salvo eccezioni, un prodotto in un certo senso povero e quindi poco attrattivo per investitori che hanno ben altre opportunità: non solo, obbliga a immobilizzare capitali che le famiglie (a differenza che in passato) vorrebbero tenere disponibili per investimenti ‘mobiliari’ più fluidi. Il risultato è un fabbisogno abitativo inevaso, sia per le fasce di utenza solventi sia per quelle a più basso reddito, che l’Ifel (Istituto per la finanza e l’economia locale) stima in 1,5 milioni di nuclei familiari (quelli che devono impegnare anche più del 40% del reddito per alloggiare degnamente). Ecco che il nostro Governo si è finalmente mosso per lanciare, in sintonia con l’Europa, un Piano casa di forte impatto mediatico sul quale gioca alcune delle carte necessarie per farsi rieleggere l’anno prossimo. La scommessa, oltre a recuperare il patrimonio abitativo in vari modi inutilizzato, è mettere a disposizione circa 100mila nuovi alloggi in dieci anni, mobilitando 10 miliardi di risorse tra pubbliche e private. Con forte attenzione alle politiche oggi
più in voga: la rigenerazione urbana e il partenariato pubblico/privato. L’intero impianto del piano si regge su tre pilastri: il primo è quello tradizionale delle case popolari (che prevede oltre al riutilizzo di quelle sottratte al mercato sia perché obsolete sia perché vuote (!) o abusivamente occupate: un patrimonio di ben 61.300 abitazioni); il secondo è il Fondo Invimit destinato ad attirare capitali di lungo periodo per programmi anche di grandi dimensioni; il terzo pilastro, il più innovativo e anche il più sfidante, è quello del coinvolgimento di capitali privati con la clausola che almeno il 70% di quanto investito in nuovi quartieri abitativi sia destinato ad alloggi a prezzi o canoni calmierati. Significa ricostruire in Italia un mercato dell’abitare dinamico e serio quanto sono quelli della maggior parte degli altri Paesi europei. In quest’ottica è evidente che la cultura architettonica italiana è sollecitata a rivisitare temi che aveva colpevolmente abbandonato, soprattutto dopo i grandi fallimenti dei quartieri di case popolari del secolo scorso: un esempio per tutti è il Corviale a Roma, un ‘mostro’ lungo un chilometro, di Mario Fiorentino, che finalmente torna a nuova vita su progetto di Guendalina Salimei. Nelle sei interviste che seguono abbiamo voluto insistere sulla sfida progettuale più difficile: quella dell’edilizia abitativa a prezzi moderati coinvolgendo autori attivi in primarie società di progettazione. Non inseguendo una o un’altra poetica (non è il caso trattandosi di temi di tale valenza sociale) ma piuttosto cercando di capire come il controllo dei costi (preventivo nel caso del progetto) si associa al perseguimento di una qualità che in primis deve aver valore civile e… urbano.
REPORT | Edilizia abitativa
L’intervento di Abdr a Tor Bella Monaca.
Paolo Desideri ABDR Architetti Associati
3 Quale esempio di intervento di edilizia abitativa a prezzi moderati ritiene più significativo per la sua società?
2 _ I punti che abbiamo ritenuto strategici per lo sviluppo delle nostre progettazioni sono: • una costante azione di value engineering
Foto Enrica ScalfariAGF
2 Quali sono le competenze specifiche nell’occuparsi della residenza e nel valutare in anticipo i costi di costruzione?
1 _ ABDR ha lavorato nella progettazione di edilizia abitativa a canoni moderati sia con progettazione alla scala dei masterplan che alla scala edilizia. Nel primo caso devo citare il progetto per Vienna Süßenbrunn del 1993 vincitore del concorso per una siedlung bioclimatica lanciato dall’amministrazione comunale e le volumetrie di social housing inserite nel masterplan per lo sviluppo immobiliare delle exOfficine Grandi Riparazioni a Firenze, proprio alle spalle del nostro Teatro dell’Opera. Nel secondo caso l’intervento di sostituzione edilizia di Giustiniano Imperatore a Roma del 20062011; la ristrutturazione generale delle corti di Tor Bella Monaca sempre a Roma attualmente in fase di cantierizzazione e l’intervento di sostituzione edilizia e rigenerazione urbana del quartiere di San Giovanni a Teduccio/Taverna del Ferro a Napoli, anch’esso in corso di realizzazione. In realtà tutti e tre questi interventi, che, come detto, abbiamo sviluppato fino alla scala edilizia esecutiva, partono dal progetto in termini di masterplan e proseguono fino alla cantierizzazione/realizzazione.
3 DOMANDE a 6 architetti 1 Qual è l’esperienza maturata dalla sua società nella progettazione di edilizia abitativa a canoni moderati?
capace a tutte le scale di trasformare il tema centrale del contenimento dei costi in opportunità per il progetto. Perché si riesce a spender meno non solo alla scala dei materiali e delle tecniche costruttive, ma principalmente alla scala del concept design • l’interazione/integrazione tra masterplan, impostazione tipo-morfologica delle volumetrie edilizie e aspetti relativi alla progettazione strutturale e alla cantierizzazione (incluso il piano di cantierizzazione) appare davvero l’unica strategia decisiva per assicurare un efficace controllo dei costi. 3 _ Citerei senz’altro quanto si sta realizzando a Tor Bella Monaca a Roma. L’intervento che può contare su circa 37 milioni assicurati da fondi PinQua (destinati alla qualità dell’abitare) prevede la riorganizzazione generale degli edifici progettati da Pietro Barucci nel 1972 e realizzati con prefabbricazione a tunnel, caratterizzati da spiccate performance di contenimento energetico, di riqualificazione ambientale, di dotazione di nuovi servizi e un incremento di ben 40 unità abitative per mezzo della realizzazione della nuova torre collocata al centro della grande corte.
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REPORT | Edilizia abitativa
Green Soul progetto di riqualificazione dello scalo RavonePrati a Bologna.
Raul Pantaleo TAMassociati 1 _ Più che da una singola tipologia residenziale l’esperienza di TAMassociati nasce da quasi quarant’anni di lavoro in contesti segnati da fragilità, scarsità di risorse e bisogno di risposte concrete. Questo percorso ha costruito una forma mentis: progettare significa ottimizzare superfici, mezzi economici e qualità estetica, eliminando il superfluo senza impoverire l’architettura. In questo senso l’edilizia a canoni moderati è parte del nostro Dna professionale: è una sfida che impone di cercare valore dove spesso si pensa ci siano solo limiti.
2 Quali sono le competenze specifiche nell’occuparsi della residenza e nel valutare in anticipo i costi di costruzione?
2 _ La competenza principale in questa specifica tipologia edilizia è considerare il costo non come una verifica finale, ma come materia del progetto fin dall’inizio. Non si immagina prima un edificio per poi scoprirne il prezzo: l’aspetto economico entra nel processo creativo insieme a quello funzionale, tecnico ed estetico. Per noi è anche una questione etica: estetica, etica ed economia hanno una radice comune nel modo in cui si dà forma a un’opera responsabile. Servono quindi ascolto, metodo e capacità di lavorare in sinergia con tutte le figure del processo edilizio.
3 Quale esempio di intervento di edilizia abitativa a prezzi moderati ritiene più significativo per la sua società?
3 _ Un’esperienza centrale è stata quella del quartiere Green Soul, progetto di riqualificazione dello scalo Ravone-Prati a Bologna, vin-
3 DOMANDE a 6 architetti 1 Qual è l’esperienza maturata dalla sua società nella progettazione di edilizia abitativa a canoni moderati?
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citore della competizione internazionale C40 Reinventing Cities. La forza dell’intervento, al quale abbiamo lavorato con il gruppo internazionale di ingegneria Arup, è stata mettere al primo posto il costo di ogni unità abitativa, individuando un sistema prefabbricato e raggiungendo un preaccordo con i fornitori per rendere il prezzo il più possibile certo. Abbiamo progettato 110 unità abitative sociali che siano anche ecosostenibili, con una superficie che varia dai 30 ai 95 metri quadrati per soddisfare le esigenze di diverse tipologie di residenti, dagli studenti alle famiglie. Il progetto prevedeva social housing e abitazioni da immettere sul mercato: un kit flessibile, capace di adattarsi a standard diversi partendo da un costo determinato. Il risultato è stato un impianto solido, adatto alla complessità di un grande quartiere residenziale e capace di restare dentro un budget definito senza rinunciare a identità urbana e qualità dello spazio.
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REPORT | Edilizia abitativa
Easy San Siro, in fase di conclusione a Milano.
Marco Piva Studio Marco Piva 1 _ Studio Marco Piva ha sviluppato nel tempo una consolidata esperienza nella progettazione di interventi residenziali orientati alla sostenibilità economica e all’accessibilità abitativa, affrontando temi quali l’ottimizzazione degli spazi, la flessibilità distributiva, il contenimento dei costi di realizzazione e gestione e la qualità dell’abitare. L’attività riguarda sia nuove costruzioni sia operazioni di rigenerazione urbana, con particolare attenzione all’integrazione tra esigenze sociali, sostenibilità ambientale e fattibilità economica. Lavorando sia in Italia che all’estero (in Cina e Africa Occidentale), ci confrontiamo con interventi complessi che spaziano dalla progettazione architettonica alla definizione di grandi masterplan urbani. Siamo convinti che la qualità dell’abitare derivi dalla capacità di coniugare efficienza, identità dei luoghi e attenzione alla dimensione umana dell’esperienza urbana.
3 DOMANDE a 6 architetti 1 Qual è l’esperienza maturata dalla sua società nella progettazione di edilizia abitativa a canoni moderati? 2 Quali sono le competenze specifiche nell’occuparsi della residenza e nel valutare in anticipo i costi di costruzione? 3 Quale esempio di intervento di edilizia abitativa a prezzi moderati ritiene più significativo per la sua società? [ 50 ]
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2 _ Disponiamo di competenze multidisciplinari che consentono di governare il processo progettuale, dalle fasi preliminari fino alla definizione esecutiva. Abbiamo maturato esperienze nell’elaborazione di soluzioni architettoniche efficienti standardizzando gli elementi costruttivi e scegliendo tecnologie affidabili e facilmente manutenibili. Adottiamo strumenti di stima economica e di controllo dei costi sin dalle prime fasi progettuali, attraverso analisi parametriche, computi estimativi progressivi e
verifiche di congruità economica. Questo metodo permette di valutare anticipatamente l’impatto delle scelte progettuali, ridurre il rischio di scostamenti in fase realizzativa e garantire la sostenibilità dell’intervento, mantenendo elevata la qualità architettonica degli spazi abitativi. E’ nostra convinzione che anche nell’edilizia a canoni moderati sia possibile costruire luoghi capaci di produrre identità, relazioni e benessere. 3 _ Easy San Siro, in fase di conclusione a Milano, è una delle nostre esperienze più significative: l’intervento rappresenta un esempio di equilibrio tra sostenibilità economica, innovazione progettuale e attenzione alle esigenze degli utenti. Particolare rilievo è stato attribuito all’efficienza distributiva degli alloggi, alla presenza di spazi comuni e all’adozione di soluzioni costruttive capaci di ottimizzare tempi e costi. Il progetto comprende oltre a edilizia privata 142 appartamenti in convenzionata in locazione, in classe energetica A, integrati da servizi condivisi e spazi comuni. Con “Easy San Siro” abbiamo voluto interpretare l’edilizia residenziale sociale come uno strumento di rigenerazione etica, in cui il valore del progetto si misura non solo nella qualità degli edifici ma anche nell’impatto positivo che può avere sulle persone e sul quartiere.
REPORT | Edilizia abitativa
L’Ecoquartiere Ponticelli, nell’area di Campo Bipiani a Napoli.
Giulio Rosi SAB 1 _ La società di progettazione SAB ha consolidato negli anni una competenza specifica nell’edilizia abitativa a canoni moderati e nel social housing, lavorando con amministrazioni pubbliche in diversi contesti italiani. Tra le esperienze più significative rientrano l’EcoQuartiere Ponticelli a Napoli nell’area di Campo Bipiani e interventi ad Aosta, Foggia, Salerno, Trapani (nonché Alcamo). In un ambito segnato da forti ricadute sociali e da una precisa responsabilità etica il progetto assume come elementi centrali l’attenta lettura del contesto, il dialogo con il tessuto urbano, la qualità degli spazi comuni e i servizi di prossimità.
3 DOMANDE a 6 architetti 1 Qual è l’esperienza maturata dalla sua società nella progettazione di edilizia abitativa a canoni moderati? 2 Quali sono le competenze specifiche nell’occuparsi della residenza e nel valutare in anticipo i costi di costruzione? 3 Quale esempio di intervento di edilizia abitativa a prezzi moderati ritiene più significativo per la sua società? [ 52 ]
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2 _ La sfida attuale consiste nel preservare un saper fare fondato sulla ricerca integrandola con competenze specialistiche sempre più verticali. Un intervento pubblico di edilizia abitativa richiede il governo simultaneo di requisiti urbanistici, normativi, energetici, ambientali, manutentivi ed economici, con la sostenibilità sociale come criterio di sintesi. Il controllo dei costi diventa quindi uno strumento progettuale. L’analisi parametrica, confrontata con interventi analoghi già sviluppati nel tempo, consente di orientare le scelte e preservare la qualità dell’opera, secondo metodologie e protocolli Bim.
3 _ L’Ecoquartiere Ponticelli, nell’area del Campo Bipiani a Napoli, è per SAB particolarmente significativo. L’intervento sostituisce i prefabbricati sorti dopo il sisma del 1980 con 104 alloggi ERP nZEB, integrando demolizione, ricostruzione e rigenerazione urbana. La tradizionale corte napoletana è reinterpretata come matrice insediativa e spazio pubblico alberato, capace di accogliere orti urbani, servizi collaborativi e luoghi di relazione. Il progetto libera e restituisce oltre 12mila mq di verde, integra dispositivi bioclimatici e qualifica gli spazi comuni come estensione dell’abitare. Così logge, balconi e servizi di prossimità contribuiscono a costruire un modello residenziale più inclusivo restituendo dignità e centralità abitativa a comunità fragili.
credit: Andrea Piovesan
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REPORT | Edilizia abitativa
Progetto di Social housing nel’ex-Manifattura Tabacchi a Firenze.
Monica Tricario Piuarch 1 _ Abbiamo realizzato molti anni fa un intervento di edilizia residenziale sovvenzionata a Sesto San Giovanni, un’esperienza che ricordiamo ancora oggi con piacere perché, oltre a essere il nostro primo progetto realizzato, ci ha dato la possibilità di confrontarci fin da subito con il tema della qualità architettonica nell’edilizia sociale attraverso la ricerca sui materiali e
3 DOMANDE a 6 architetti 1 Qual è l’esperienza maturata dalla sua società nella progettazione di edilizia abitativa a canoni moderati? 2 Quali sono le competenze specifiche nell’occuparsi della residenza e nel valutare in anticipo i costi di costruzione? 3 Quale esempio di intervento di edilizia abitativa a prezzi moderati ritiene più significativo per la sua società? [ 54 ]
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la cura dei dettagli. Siamo felici di poterci nuovamente confrontare con questa questo tema oggi, nel complesso della Manifattura Tabacchi di Firenze. 2 _ La sfida più evidente rimane senz’altro quella di coniugare la qualità architettonica con il budget a disposizione, immaginando per gli edifici soluzioni avanzate che garantiscano i corretti standard abitativi, sostenibilità ambientale e durabilità nel tempo. L’architetto opera all’interno di un quadro economico ben definito fin dalle prime fasi del progetto e questo dato rappresenta un riferimento imprescindibile. Rispettarlo è il risultato di un lavoro di squadra: attraverso un confronto continuo con tutti i consulenti cerchiamo di raggiungere il miglior equilibrio tra valore sociale, qualità degli spazi e sostenibilità finanziaria dell’intervento. 3 _ Il nostro progetto di social housing nel’exManifattura Tabacchi a Firenze è uno dei tre
interventi a firma dello studio all’interno di questo complesso. L’edificio, che prevediamo di completare nell’estate del 2027, si inserisce in un contesto fortemente connotato e si confronta necessariamente con la sua memoria industriale. Il nuovo volume sorge nelle vicinanze del Teatro Puccini e ne riprende i caratteri geometrici, in particolare gli angoli smussati e i profili accentuati, il tutto nel segno di una sobria essenzialità. Consideriamo questo intervento particolarmente significativo perché introduce una ulteriore varietà funzionale e sociale all’interno di un nuovo polo urbano che già ora integra uffici, spazi per la formazione, servizi, attività commerciali, hospitality e residenze a libero mercato. La presenza del social housing conferma la volontà di affrontare in modo concreto il tema dell’accessibilità dell’abitare, oggi più che mai centrale nel dibattito sulla città contemporanea.
REPORT | Edilizia abitativa
I portici e la piazza corte delle torri di Cascina Merlata.
Cino Zucchi Cino Zucchi Associati 1 _ In questi anni abbiamo progettato e realizzato edilizia residenziale a basso costo in diversi luoghi del continente europeo quali Austria, Italia, Finlandia. Francia, Germania, Olanda, Russia. L’Europa è ormai un ‘grande paese’ dove tuttavia le consuetudini abitative, le pratiche costruttive e i regolamenti restano ancora piuttosto diversi tra loro. Questa condizione necessita di una capacità di adattamento e interpretazione di ogni singolo tema e contesto, e ciò ha rappresentato un grande arricchimento delle nostre competenze progettuali.
3 DOMANDE a 6 architetti 1 Qual è l’esperienza maturata dalla sua società nella progettazione di edilizia abitativa a canoni moderati? 2 Quali sono le competenze specifiche nell’occuparsi della residenza e nel valutare in anticipo i costi di costruzione? 3 Quale esempio di intervento di edilizia abitativa a prezzi moderati ritiene più significativo per la sua società? [ 56 ]
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2 _ Se il funzionalismo del secolo scorso cercava la ‘cellula tipo’ per poi riprodurla in serie in centinaia di esemplari, in un buon progetto contemporaneo l’unità abitativa si inserisce nella dimensione urbana secondo strategie sempre diverse, creando innovativi spazi di relazione tra la dimensione privata, luoghi e servizi condivisi e la più vasta compagine urbana. Non a caso negli ultimi venti anni è aumentata sia la nostra sensibilità nei confronti dell’ambiente sia la comprensione dei pregi ecologici, culturali e sociali che solo la città può dare. La città europea contiene un codice genetico capace di fondere qualità ambientale e ricchezza dell’esperienza urbana in forme inedite. Il tema economico resta sì una delle questioni centra-
li nella costruzione e manutenzione del social housing, ma non dobbiamo dimenticare che - citando Henry Roice “la qualità rimane per lungo tempo dopo che il costo è stato dimenticato” e che la qualità costruttiva, tipologica e spaziale del progetto è la migliore garanzia di durata e sostenibilità. 3 _ Tra i nostri progetti di edilizia sociale più interessanti ricordo: le case cooperative in via Pestalozzi a Milano, che riprendono in chiave contemporanea la sequenza di cortili delle ‘casere’ sul Naviglio; l’edificio Joia Meridia a Nizza, che con parti di diversa altezza e tipologia dona forma a un nuovo quartiere ecologico; le due torri dell’Expo Village di Cascina Merlata, un esempio innovativo di abitazioni costruite con tempi e budget davvero sfidanti. In quest’ultimo caso ci siamo concentrati nel: fornire ad ogni unità abitativa una loggia abitabile di grandi dimensioni; evitare il tono di casa popolare attraverso una permutazione delle piante e un accurato disegno dei fronti; oltre a disegnare un vasto portico che dona alla piazza-corte antistante uno spazio di incontro e di gioco alle nuove famiglie insediate nel quartiere, generando una dimensione umana accogliente ai piedi dell’edificio.
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LE STORIE DI LPP
Carlo Aymonino L’esigenza di autonomia dell’architettura di Luigi Prestinenza Puglisi illustrazioni di Roberto Malfatti
Carlo Aymonino è stato una delle figure centrali del dibattito architettonico italiano. Per almeno due decenni il suo nome è stato associato a una parola che allora sembrava decisiva: autonomia. Autonomia dell’architettura rispetto alla politica, autonomia della forma urbana rispetto alle contingenze economiche, autonomia della disciplina rispetto alle semplificazioni funzionaliste. Nato a Roma nel 1926, Aymonino si forma in un ambiente nel quale convivono interessi artistici, impegno civile e attenzione per la storia. Si laurea nel 1950 e attraversa una stagione particolarmente intensa dell’architettura italiana, segnata dalla ricostruzione postbellica e dal progressivo esaurirsi dell’esperienza razionalista. Il suo primo terreno di ricerca è il quartiere popolare. Negli anni Cinquanta il problema della casa coincide con quello della città e Aymonino comprende presto che l’architettura non può limitarsi al disegno dell’edificio isolato. Quartieri come il Tiburtino, al quale collabora insieme a Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi, mostrano già un interesse destinato a diventare centrale: il rapporto tra tipologia edilizia e struttura urbana. Nel 1963 Giuseppe Samonà lo chiama all’Istituto universitario di architettura di Venezia. Lo Iuav di quegli anni è un laboratorio straordinario. Vi insegnano, tra gli altri, Aldo Rossi, Manfredo Tafuri, Vittorio Gregotti e Giorgio Ciucci. È lì che prende forma una delle più influenti scuole italiane del secondo dopoguerra. Il libro che ne consacra il ruolo è Origini e sviluppo della città moderna, pubblicato nel 1965 e completamente rielaborato pochi anni dopo. Il volume nasce in polemica con la lettura storica proposta da Leonardo Benevolo, secondo il quale l’urbanistica moderna sarebbe il risultato quasi diretto delle trasformazioni politiche e sociali dell’età contemporanea. Aymonino contesta questa impostazione. La città, sostiene, possiede una propria logica interna, una sedimentazione di regole, permanenze e discontinuità che non può essere ridotta alla
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semplice espressione dei rapporti di potere. È un organismo complesso, nel quale le architetture sopravvivono alle ideologie che le hanno prodotte e continuano a influenzare le trasformazioni successive. Per comprendere la modernità bisogna allora guardare non soltanto alle avanguardie del Novecento, ma ai grandi processi urbani che attraversano l’Ottocento europeo: la Parigi di Haussmann, la Vienna del Ring, la Londra industriale. Le categorie attraverso cui lavora sono quelle che dominano il dibattito degli anni Sessanta: tipologia edilizia e morfologia urbana. Oggi appaiono concetti elastici, forse troppo generici, ma allora rappresentavano un tentativo di restituire spessore storico al progetto. Il tipo edilizio garantisce continuità; la morfologia
spiega la varietà delle forme urbane. Non esiste una città astratta: ogni organismo urbano è il risultato di adattamenti, eccezioni, sovrapposizioni. Aymonino non trasforma mai queste categorie in un dogma. Anzi, la sua forza consiste proprio nel tenere insieme posizioni differenti. Non sorprende che intrattenga un rapporto fecondo con Aldo Rossi, nonostante le profonde differenze che separano i due. Il loro sodalizio produce una delle opere più significative dell’architettura italiana del dopoguerra: il quartiere Gallaratese di Milano, realizzato tra il 1969 e il 1973. Il complesso rivela immediatamente la distanza tra i due autori. L’edificio di Rossi è una lunga stecca bianca, severa e quasi metafisica.
LE STORIE DI LPP
Quello di Aymonino, al contrario, moltiplica gli episodi, varia le quote, introduce colori, passerelle, elementi plastici. Rossi ricerca l’ordine; Aymonino la complessità. Il primo tende all’astrazione; il secondo conserva una vena espressionista che non abbandonerà mai del tutto. Aymonino non è un razionalista ortodosso, ma nemmeno un neoeclettico. Nel 1974 diventa rettore dell’Università Iuav, incarico che manterrà fino al 1979. Sono anni difficili, attraversati dalle tensioni politiche e dalle contestazioni universitarie. Nel 1980 torna a Roma come professore di composizione architettonica. Nello stesso anno esce un volume monografico curato da Giorgio Ciucci e Claudia Conforti che restituisce l’immagine di un intellettuale raffinato ma anche di un progettista discontinuo, capace di intuizioni brillanti e di risultati talvolta irrisolti. L’anno successivo è nominato assessore agli interventi sul centro storico nella giunta capitolina guidata da Luigi Petroselli. Sembra il ruolo ideale per lui: nessun architetto italiano aveva riflettuto con altrettanta intensità sul rapporto tra progetto contemporaneo e città consolidata. Insieme a Raffaele Panella coinvolge progettisti come Maurizio Sacripanti, Franco Purini e Alessandro Anselmi, tentando di promuovere una strategia di trasformazione del centro storico romano. L’esperimento si scontra con ostacoli insormontabili. Le soprintendenze difendono una concezione puramente conservativa del patrimonio; la politica perde rapidamente interesse; l’opinione pubblica fatica a comprendere la necessità di intervenire sulla città storica con strumenti contemporanei. Gran parte dei progetti rimane sulla carta. Negli anni successivi Aymonino continua a insegnare, a scrivere e a progettare. Tra gli interventi più significativi vi è la sistemazione del Giardino Romano dei Musei Capitolini, destinato a ospitare la statua equestre di Marco Aurelio. È un’opera elegante e colta, ma che conferma una certa difficoltà a trasformare le intuizioni teoriche in architettura costruita
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In alto. Aymonino sullo sfondo dei corridoi colorati del quartiere Gallaratese (a sinistra). A destra. La sistemazione dei musei Capitolini con la statua di Marco Aurelio.
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FOCUS
Nardi al Caffè Botanico SerreQuerini Un progetto tra storia, design e responsabilità sociale Nel cuore del Parco Querini di Vicenza, tra la cornice storica delle serre ottocentesche e il verde che le avvolge, è nata la nuova caffetteria SerreQuerini: un concept che unisce design e responsabilità civica, restituendo alla comunità un luogo di bellezza condivisa e di inclusione reale. Il Caffè Botanico SerreQuerini è infatti molto più di una semplice caffetteria: il progetto, promosso e gestito dalla cooperativa Agendo, è pensato come spazio di integrazione sociale e formazione professionale per giovani con sindrome di Down. Qui l’esperienza della cooperativa si traduce in percorsi di autonomia, apprendimento e inserimento lavorativo, valorizzando il talento individuale all’interno di un contesto aperto alla città. Nardi ha contribuito all’allestimento degli spazi interni ed esterni con la donazione degli arredi,
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inserendosi in un progetto di alto valore sociale e culturale. L’azienda, da tempo impegnata sul tema dell’outdoor come luogo di incontro e benessere, consolida così il proprio legame con il territorio, mettendo il design al servizio di una comunità più inclusiva. Le antiche serre del Parco Querini, risalenti ai primi dell’Ottocento e parte del patrimonio storico di Vicenza, sono state oggetto di un attento intervento di recupero, che ne rispetta le tracce originarie e al tempo stesso le trasforma in uno spazio contemporaneo. SerreQuerini si configura così come uno spazio flessibile, pronto ad accogliere eventi culturali e sociali, oltre alla quotidianità del caffè. All’interno, la caffetteria è arredata con le sedute Trill nel colore agave abbinate alle basi per tavoli Frasca in finitura antracite. L’abbinamento di tonalità naturali e volumi
essenziali costruisce un ambiente fresco e ordinato, in cui il design si integra con la trasparenza delle serre e la presenza costante del verde esterno. All’esterno, il dehor prolunga l’atmosfera dell’indoor e ne amplia le possibilità d’uso. Le basi per tavoli Frasca, in versione alta e bassa, si combinano con sedie e sgabelli della collezione Trill nelle tonalità antracite, nero e senape, disegnando una sequenza di microspazi per pause veloci, colazioni all’aperto o momenti di lavoro informale. Le aree lounge ospitano divani e poltrone della serie Komodo, con struttura in antracite e cuscineria in tessuto canvas, creando isole morbide e accoglienti dedicate alla sosta più rilassata e alla convivialità. Il risultato è un luogo in cui il progetto di arredo diventa parte integrante di una visione più
FOCUS
ampia: le serre storiche recuperate, il parco, il lavoro sociale della cooperativa e gli arredi outdoor concorrono a definire un nuovo spazio pubblico, accessibile e inclusivo, in cui il design contribuisce in modo discreto ma decisivo alla qualità dell’esperienza.
www.nardioutdoor.com
All’interno, la caffetteria è arredata con le sedute Trill nel color agave insieme alle basi per tavoli Frasca in finitura antracite. All’esterno, per il
dehor, basi per tavoli alti e bassi, sedie e sgabelli Trill, in antracite, nero e senape. Nelle aree lounge divani e poltrone Komodo. Tutto Nardi.
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FOCUS
Caleido
Isi
Alaska
Criss Cross
Ossi
L’evoluzione antifiamma delle fibre naturali nei tessuti Made in Italy per interni di Parà Grazie ai costanti investimenti in R&S, oggi Parà presenta la versione permanentemente ignifuga delle sue collezioni storiche in fibre naturali per la decorazione e l’arredamento di interni. I nuovi tessuti F.R. (Flame Retardant) mantengono la mano morbida, la caduta e l’aspetto materico dei tessuti naturali introducendo al contempo nuovi standard di sicurezza al fuoco certificati. Al centro della proposta troviamo il decorativo Alaska F.R., 100% cotone, che si contraddistingue per un piacevole e gradevole aspetto manopesca e un’eccellente
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resistenza, ideale per tendaggi verticali, controsoffitti e drappeggi; Caleido F.R. tessuto smerigliato 63% cotone e 37% lino particolarmente adatto per la realizzazione di imbottiti, sedute, testate letto e armadi; CrissCross F.R., 100% cotone riciclato preconsumer, che per morbidezza, resistenza all’abrasione e assenza di pilling bene si presta alla realizzazione di imbottiti e sedute; Ossi F.R., tessuto in 100% lino, leggero (370 gr/m2) e trasparente, per dialogare con la luce naturale. Ad essi si aggiunge Isi, che valorizza la purezza del lino in sofisticate soluzioni di home decor.
La cartella colori di ogni variante è composta da 24 tessuti Flame Retardant conformi alle seguenti normative: EN 1021 Part 1-2, IMO FTP code Part 7-8, BS 5852 cigarette test e match test, BS 5852 Crib5, Cal TB-117, NFPA 701, UNI 9175 (1 IM). La nuova linea Indoor F.R. di Parà consente ad architetti e designer di scegliere tessuti ignifughi in materiali naturali per il residenziale, il contract, l’hospitality e gli arredi senza rinunciare alle qualità sensoriali e all’eleganza delle fibre naturali.
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FOCUS
A destra, I Balocchi Land, con i rubinetti in un mondo da favola, art direction 150UP. Sotto, la sede di Fantini sul lago d’Orta è un esempio virtuoso di architettura integrata nel contesto naturale. Nella pagina a fianco, I Balocchi che celebrano quest’anno il 50° anniversario nella versione in colore bianco senza tempo e fanno parte della collezione design di Triennale Milano.
Colorati, giocosi e con uno spiccato spirito pop I Balocchi di Fantini compiono cinquant’anni Era e rimane un’azienda familiare Fantini, fondata nel 1947 dai fratelli Giovanni e Ersilio a Pella, sulle rive del lago d’Orta con vista sull’Isola di San Giulio. Il ricco know-how nella lavorazione dei metalli e la collaborazione con i più importanti designer le permettono di crescere nella rubinetteria di alta gamma in una logica di ricerca estetica e perfezione tecnologica, dando vita anche a una delle icone del design italiano del settore: I Balocchi, linea che oggi celebra il 50° anniversario. È infatti nel 1976 che i giovani architetti Paolo Pedrizzetti e Davide Mercatali disegnano un rubinetto fuori dagli schemi, forme inedite,
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colori pieni, spirito pop. Lo presentano ai fratelli Fantini, catturando l’attenzione di Giovanni, che comprende di trovarsi davanti a qualcosa di nuovo, anche nella scelta del colore, allora inusuale. Così, alla presentazione in fiera, Fantini sceglie di eliminare tutto il resto, puntando solo su quel modello. Nasce così un oggetto che trasforma la rubinetteria da accessorio tecnico a segno d’arredo. I Balocchi attingono all’immaginario Disney, ai cartoon e alla Pop Art della Factory di Warhol: volumi semplici e marcati, palette decise – giallo, rosso, arancio – per un rubinetto giocoso che conquista il pubblico fin dal
debutto milanese nell’allestimento ‘Il Paese dei Balocchi’. Da allora la collezione entra nel canone del design, fino alla presenza nella Collezione Permanente del Design Italiano di Triennale Milano. Oggi, sotto la guida di Daniela Fantini, la linea evolve in chiave contemporanea: la gamma cromatica si amplia e si personalizza, in dialogo con interni sempre più sofisticati, senza tradire l’idea originale di un oggetto quotidiano che invita al gioco. L’acqua rimane il fulcro: materia da governare, con sistemi doccia e rubinetterie, elemento identitario di un’azienda profondamente legata
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al proprio genius loci, fino alla tutela del lago d’Orta e a progetti sociali come ‘100 Fontane Fantini for Africa’ voluto da Daniela Fantini per supportare la costruzione di un acquedotto in Burundi, permettendo l’accesso ad acqua pulita a oltre 25mila persone. In occasione di I Balocchi / 50° Anniversary, Fantini riafferma il proprio ruolo di fabbrica del design: un’industria radicata nel territorio, capace di trasformare un’idea visionaria in un’icona che, a cinquant’anni di distanza, continua a far parlare di sé.
www.fantini.it
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WORK IN PROGRESS
MILANO
La torre di Amdl Circle per un nuovo albergo Nuovo landmark dell’ingresso nord-ovest di Milano, è quasi terminato, accanto a Casa Bff e a due passi dal centro congressi Mi.Co, il cantiere della nuova torre alta 90 metri per 23 piani che Fondazione Fiera Milano ha commissionato allo studio di Michele De Lucchi, Davide Angeli e Angelo Micheli. Con 173 camere, sarà gestito da Una Italian Hospitality, diventando la dodicesima destinazione milanese del gruppo. In sommità la torre è caratterizzata da un sistema di cinque terrazze alberate via via ascendenti. Evitando l’effetto curtain wall vetrato senza rinunciare alla luce naturale, su tre lati l’involucro è formato da cellule con finestre apribili e caratterizzato da lunghi profili frangisole che sottolineano la verticalità dell’edificio, mentre il [ 66 ]
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fronte sud sarà attrezzato con un parco fotovoltaico verticale che contribuisce al fabbisogno energetico. Al piano terra, un’ampia tettoia collega l’atrio alla vicina stazione della metropolitana e si collega a sua volta alla nuova piazza coperta popolata di sculture di arte contemporanea della collezione Bff. La centrale impiantistica è razionalmente collocata al decimo piano, e la climatizzazione affidata a un sistema di geotermia condiviso con la vicina Casa Bff. Il cronoprogramma prevede la consegna al gestore nel gennaio 2027 e l’apertura al pubblico, dopo il fit-out degli interni che Una ha affidato allo studio Vudafieri Saverino, a settembre 2027. Con un investimento di 66 milioni di euro, Fondazione Fiera Milano prosegue
così l’attività di trasformazione dell’area dell’ex-fiera campionaria, che comprende anche il nuovo centro di produzione Rai, progetto affidato a Lombardini22, che sarà completato nel 2029
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Progetto architettonico Amdl Circle Definitivi e esecutivi architettonici L22 Ingegneria strutture e impianti InPro Progetto degli interni dell’hotel Vudafieri Saverino Partners General contractor Nessi & Majocchi Facciate Gualini Mep Gianni Benvenuto Impianti elettrici e di sicurezza Zaffaroni Cronologia 2022-2027
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Soluzioni integrate per Energy e Lighting Bassa e media tensione Fotovoltaico ed e-mobility Impianti speciali e comfort Reti dati e cybersecurity Domotica e building automation Poli industriali Uffici e aziende Poli didattici
Infrastrutture e spazi pubblici Hotel e ristorazione
Illuminazione Strutture sanitarie e RSA Residenze private
Retail e GDO Musei e luoghi di culto
WORK IN PROGRESS
MILANO BOVISA
Rpbw. Il campus dei gasometri Avviati nel 2024, proseguono nel quartiere Bovisa di Milano i lavori che trasformeranno i 60 ettari de ‘La Goccia’ (dalla topografia dell’area che, delimitata dai fasci dei binari ferroviari, vista dall’alto assume la forma di una goccia d’acqua) nel nuovo campus aperto del Politecnico. Il masterplan dello studio di Renzo Piano prevede la costruzione di venti nuovi edifici di quattro piani ciascuno, così da non superare i 16 metri di altezza degli alberi secolari che, preservati, insieme ai nuovi che verranno piantati caratterizzano il campus. Del resto al masterplan ha assegnato il nome poetico di Komorebi, che in giapponese significa più o meno “la luce del sole che filtra attraverso le foglie degli alberi”: luce che oltre alle aule e ai laboratori universitari rischiarerà le residenze studentesche, due scuole civiche, nuove imprese e uno spazio aperto alla città destinato allo sport che terranno attivo e vivace il campus anche oltre gli orari delle lezioni. Degli edifici industriali abbandonati verranno conservati solo un edificio storico, riconvertito ad area ristorazione, e i due gasometri, che saranno recuperati per ospitare i laboratori di un nuovo ‘Innovation Hub’ e gli spazi per le start-up. I nuovi edifici occuperanno il sedime di quelli demoliti, senza ulteriore consumo di suolo e liberando 24 ettari di parco a bosco, attraversato dai percorsi ciclopedonali che collegheranno il campus alle stazioni ferroviarie Bovisa e Villapizzone. Il progetto prevede la totale autonomia energetica del campus e zero emissioni di CO2
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Residenze Universitarie Aule Start-up/Uffici Edifici di interesse storico. Gasometri Sala Polifunzionale Altre funzioni Politecnico Funzioni private Comune - Scuole civiche Ambiti di futura riorganizzazione funzionale
Committenti Fondazione Ion e Politecnico di Milano Masterplan e progetto architettonico Renzo Piano Building Workshop Team Rpbw Elisabetta Trezzani, Paolo Pelanda (partner e associate-in-charge) Progetto strutture e sviluppo in Bim Buromilan Superficie area 60 ettari Superficie costruita 105.000 mq Superficie parco 24 ettari Cronologia 2022 – in corso
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PIACENZA
Stefano Boeri Interiors trasforma l’ex convento di Santa Chiara Avviato il cantiere per il recupero del monumentale complesso di Santa Chiara – 12.000 mq, di cui 8.500 di aree verdi – sullo Stradone Farnese, che un sistema integrato di architetture, spazi aperti e paesaggio trasformerà in alloggi per studenti, centro socio-riabilitativo residenziale e nell’auditorium all’aperto Arena Santa Chiara. Un nuovo giardino terapeutico e una terrazza comune diventano il fulcro aggregativo delle diverse funzioni. La residenza universitaria nasce dal recupero, restauro e rifunzionalizzazione degli edifici esistenti, valorizzando portici, chiostri e percorsi coperti, mentre il centro socio-riabilitativo residenziale, che sarà gestito da Unicoop, sarà collocato [ 70 ]
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in un edificio di nuova costruzione che reinterpreta in chiave contemporanea i linguaggi esistenti. Destinata ad accogliere spettacoli, rappresentazioni e incontri pubblici, l’Arena Santa Chiara nasce dalla valorizzazione delle preesistenze storiche rinvenute, a cominciare dalle antiche fondazioni, preservate al centro della superficie piana pensata per eventi di diversa scala, dalle rappresentazioni teatrali alle conferenze. Al progetto di Stefano Boeri Interiors hanno collaborato l’ingegner Paolo Milani e un qualificato gruppo di professionisti locali. L’architetto Pier Giorgio Armani ha curato gli aspetti architettonici e di restauro, l’ingegner Silvio Carini la componente
strutturale, l’architetto Isabella Tampellini gli aspetti urbanistici e procedurali, mentre gli ingegneri Maurizio Fornasari e Gennaro Schiano Lo Moriello hanno seguito la progettazione degli impianti. L’operazione, che nasce su impulso della Fondazione di Piacenza e Vigevano e ha un valore di circa 30 milioni di euro, è attuata dal fondo iGeneration, promosso e gestito da Investire Sgr (Gruppo Banca Finnat), partecipato da Cdp Real Asset Sgr, fondazioni bancarie, casse di previdenza e istituti bancari
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BOLOGNA
Open Project disegna il masterplan del Casaralta District Recentemente Open Project ha consegnato per approvazione al Comune di Bologna il masterplan del Casaralta District, un progetto per la riconversione di una ex-area industriale di circa 50.000 metri quadrati nel quadrante nord della città, nel quartiere Bolognina, tra via Ferrarese e via Stalingrado. Il masterplan prevede la realizzazione di un nuovo comparto urbano a uso misto. La componente residenziale – con un 30 per cento di edilizia residenziale sociale – occuperà una superficie di 9.000 mq; quella ricettiva, che comprende anche uno student housing, 21.300 mq. 1.770 mq saranno destinati a superfici commerciali mentre il rimanente 63 per cento dell’area (circa 16.300 mq), de-impermeabilizzata, sarà trasformata in parco pubblico. Lo sviluppo immobiliare è di una cordata privata formata da Fcv development, Taurus, Tredil e Zini Elio. Secondo Francesco Conserva, vicepresidente di Open Project, con questo intervento «il quartiere della Bolognina recupera oltre la metà della sua superficie sotto forma di spazio pubblico e verde comune, in una [ 72 ]
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logica di apertura alla collettività che si concretizza in una combinazione funzionale capace di accogliere nuove forme di abitare e di vivere il quartiere come ecosistema integrato». Il percorso progettuale ha incluso momenti di confronto pubblico e strumenti partecipativi che hanno contribuito alla
definizione degli usi delle aree comuni. L’intervento, il cui completamento è previsto nel 2029, si inserisce nel più ampio quadro delle trasformazioni urbane in atto nell’area della Bolognina, contribuendo alla riconversione di ambiti produttivi dismessi in nuovi spazi urbani integrati
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BOLOGNA
L’Unipol Hall di Mario Cucinella Architects in Fiera a Bologna Con il completamento delle opere strutturali prende forma il padiglione multifunzionale di BolognaFiere che, con una capienza di circa 10.000 spettatori, rappresenta una nuova tappa del percorso di evoluzione del quartiere fieristico verso una piattaforma integrata capace di connettere attività differenti, aprendo la Fiera alla città. Tra Viale della Fiera e Via Aldo Moro l’edificio, alto 25 metri, sorge sul sedime dell’ex-padiglione 35, demolito, e copre una superficie di 12.000 metri quadrati. Il padiglione, di forma semplice e ben inserito nel contesto, è caratterizzato da un basamento al di sopra del quale si colloca un involucro di tela che avvolge l’arena. Se di giorno apparirà semitrasparente, [ 74 ]
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lasciando intravedere le travi che reggono la copertura, la sera la grande superficie tessile diventerà lo sfondo per proiezioni e scenografie multimediali. L’illuminazione interna ‘trasporterà’ all’esterno la vivacità degli eventi musicali o sportivi che si svolgeranno nell’arena – in particolare quelli della Virtus pallacanestro Bologna – e lo trasformerà in una sorta di lanterna urbana. L’interno è progettato per ottenere la massima flessibilità d’uso, con una superficie libera la più ampia possibile al piano terra, che in assenza di eventi potrà essere destinata ad attività espositive o congressuali. Il che implica anche la progettazione di un rapido sistema di montaggio/smontaggio e deposito
temporaneo delle tribune previste per gli eventi sportivi. Mario Cucinella Architects ha sviluppato il progetto in collaborazione con Arup Italia e Im.Tech, mentre al cantiere lavorano Strabag, Cimolai e Cefla. Committente è BolognaFiere, con un investimento di circa 75 milioni di euro. La denominazione Unipol Hall nasce dalla partnership decennale sottoscritta tra BolognaFiere e Unipol, title sponsor della nuova struttura fino al 2036
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Norust XL di FILA Solutions per prevenire e eliminare la ruggine La ruggine è tra i problemi più insidiosi per le superfici: macchie puntuali, difficili da controllare, mettono a rischio soprattutto materiali pregiati come marmi lucidi e pietre naturali. Proprio su questo fronte interviene Norust XL di Fila Solutions, smacchiatore rimuovi-ruggine che unisce efficacia professionale e massima delicatezza, oggi disponibile in un nuovo look e nei formati da 1 e 5 litri, ideali sia per piccoli interventi sia per grandi cantieri. La vera innovazione è la formula
L’evoluzione della pulizia: Norust XL di Fila Solutions ora anche nei formati da 1 e 5 litri, per prevenire e eliminare la ruggine anche sulle superfici più delicate.
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preventiva, intercettando i primi processi di ossidazione prima che diventino danno evidente. La consistenza in gel assicura aderenza alla zona da trattare, evitando colature e concentrando l’azione solo dove serve. In circa 15 minuti l’intervento è concluso. Un indicatore visivo semplifica il lavoro: a contatto con le particelle di ferro, il gel cambia colore e diventa viola, segnalando che la ruggine è stata disgregata ed è pronta per essere rimossa con spugna e risciacquo. Il prodotto è pronto all’uso, senza diluizioni, e pensato per chi cerca risultati rapidi, controllabili e sicuri. Con Norust XL, Fila Solutions mette a disposizione del cantiere e delle facility un alleato affidabile contro la ruggine, capace di coniugare prestazioni elevate, tutela del materiale e semplicità operativa. Superfici pulite, protette e rispettate, anche quelle più delicate.
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WORK IN PROGRESS
MODENA
CRA per la copertura cinetica del complesso di Sant’Agostino Caratteristica del progetto di riqualificazione dell’ex-Ospedale Sant’Agostino, che Fondazione di Modena ha affidato a CRA - Carlo Ratti Associati insieme al compianto Italo Rota, Francesco Doglioni e a Politecnica, sarà la copertura cinetica del triangolare Cortile delle Tenaglie, progettata dall’artista-ingegnere Chuck Hoberman: tre sezioni che potranno aprirsi e chiudersi singolarmente per creare diversi gradi di riparo, luce e recinzione. Un modello in scala della struttura trasformabile, di sette metri per lato, fabbricata digitalmente in acciaio da Articulated Artworks, è esposto in un’installazione pubblica in piazza Sant’Agostino, a illustrare l’approccio di ‘reversibilità dinamica’ che guida l’intero progetto di riqualificazione, ovvero un’architettura pensata per le ‘possibilità’ di impiego: quando è attiva, la copertura introduce nell’architettura storica un [ 76 ]
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elemento ingegneristico che favorisce differenti impieghi dello spazio; quando è aperta riporta lo spazio alla sua qualità originaria e alle prospicienti sale a volta che saranno volutamente lasciate al grezzo. A cantiere tuttora in corso, il prossimo 11 dicembre il nuovo polo culturale Ago Modena Fabbriche Culturali inizierà ad aprire le sue porte alla città. Una volta completato (la fine dei lavori è prevista per il 2029), con una superficie complessiva di oltre 22.000 metri quadrati Ago Modena Fabbriche Culturali diventerà uno dei più estesi siti culturali europei: una sequenza di musei, spazi di ricerca, strutture educative e cortili pubblici collegati attraverso una struttura architettonica flessibile che darà vita a un nuovo modello di integrazione tra patrimonio storico, cultura contemporanea e innovazione
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Committente Fondazione Ago Modena Fabbriche Culturali (Comune di Modena, Fondazione di Modena, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) Progetto architettonico CRA-Carlo Ratti Associati (partner-in-charge Carlo Ratti e Andrea Cassi) e Italo Rota Progetto copertura cinetica Hoberman Associates Struttura copertura cinetica Ingembp Ingegneria strutturale, Mep e sicurezza Politecnica Paesaggio Studio Laura Gatti Acustica Vibes Progetto illuminotecnico Light Follows Behaviour Antincendio Gae Engineering
WORK IN PROGRESS
RIMINI
Settanta7 guida la progettazione della Cittadella della sicurezza Approvato il Pfte alla base del concorso, entra nel vivo la fase di progettazione della nuova Cittadella della Sicurezza di Rimini, che nasce dalla riconversione della ex caserma Giulio Cesare. Il progetto è firmato da Settanta7, capofila di un raggruppamento multidisciplinare composto da Paisà, MicHub, l’ingegnere Marco Monaco e Aspasia Archeo Service. L’area di 70.000 metri quadrati lungo via Flaminia accoglierà le sedi di Prefettura, Questura, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Carabinieri, riunendo in un unico polo funzioni oggi distribuite in diverse sedi cittadine. L’investimento complessivo è stimato in oltre 76 milioni di euro, con la conclusione dei lavori prevista entro il 2030. L’intervento si fonda su un approccio integrato alla rigenerazione urbana che con l’abbattimento del muro perimetrale della caserma trasforma un’area storicamente chiusa in un parco pubblico di 41.000 mq [ 78 ]
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con nuove alberature, 2.600 mq di aree attrezzate per lo sport e 1.375 mq di area giochi. Il masterplan colloca gli edifici sul lato est del lotto e ridefinisce la viabilità urbana con una nuova infrastruttura stradale che lo attraversa. Questo e altri interventi infrasrtutturali separeranno i flussi istituzionali da quelli pubblici, migliorando la sicurezza senza compromettere la fruizione del parco. Rafforzata anche la rete della mobilità dolce che connette la Cittadella ai principali assi urbani. Nuove aree di sosta, punti di ricarica elettrica e servizi di mobilità condivisa completano una visione di mobilità urbana contemporanea e sostenibile. Oltre agli edifici istituzionali, il progetto prevede la realizzazione di 46 nuove abitazioni, con logge, terrazze verdi e facciate articolate, per il personale
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Committente Agenzia del Demanio, Direzione Regionale Emilia Romagna Coordinamento generale e progettazione architettonica Settanta7 Landscape Paisà Viabilità Mic-Hub Sostenibilità Marco Monaco Archeologia Aspasia Archeo Service Superficie Lorda Edificata 35.600 mq circa Importo lavori 56.266.505 euro Cronologia 2025-2030
FOCUS
KE, una pergola bioclimatica tra viti e olivi nelle colline umbre Nelle colline vitate di Bardano, le Cantine Neri hanno voluto affiancare all’edificio rurale ottocentesco dove hanno sede, uno spazio all’aperto destinato all’accoglienza degli ospiti, alle degustazioni e agli eventi. Il contesto – un paesaggio agricolo di vigneti e uliveti con vista sulla Rupe di Orvieto – ha richiesto un intervento misurato, capace di non alterare il rapporto tra architettura storica e campagna. La soluzione è stata individuata nella pergola bioclimatica Kedry Prime di KE, con tre moduli autoportanti per una superficie di circa 70 m². La configurazione autonoma, priva di ancoraggi strutturali invasivi, preserva la lettura dell’involucro originario e mantiene libero il fronte visivo verso il paesaggio, evitando effetti di sovrapposizione tra nuovo e preesistenza. Dal punto di vista funzionale, l’elemento centrale è la copertura a lame orientabili, che consente di modulare irraggiamento e ventilazione naturale: chiusa in caso di pioggia o nelle stagioni fredde, filtrante nelle fasi intermedie, più aperta in estate per favorire ombreggiamento e ricambio d’aria. Questo dispositivo riduce il ricorso alla climatizzazione artificiale e rende lo spazio utilizzabile per gran parte dell’anno, in coerenza con il clima
dell’Umbria centrale. Le vetrate scorrevoli panoramiche Line Glass definiscono un involucro trasparente e mobile: la terrazza può funzionare come spazio completamente aperto oppure come ambiente schermato ma visivamente continuo con il contesto agricolo circostante. L’adozione di profili minimali e la vetratura totale preservano la continuità delle viste dei filari e sulla Rupe di Orvieto come fondale. Particolare attenzione è riservata all’inserimento materico e cromatico. La finitura Corten Ruvido della struttura riprende le tonalità calde dei terreni e dei materiali tradizionali, attenuando l’impatto di un linguaggio contemporaneo. L’integrazione di strip Led nei profili garantisce un’illuminazione
indiretta e controllata, evitando fenomeni di abbagliamento e limitando la dispersione luminosa verso l’esterno. Ne risulta un dispositivo spaziale leggero, che lavora sulla soglia tra interno ed esterno e tra fabbricato storico e campagna produttiva.
www.keoutdoordesign.com Località Località Bardano. Orvieto Committente Cantine Neri Progetto KE Divisione Contract Fornitura Tre pergole bioclimatiche Kedry Prime + vetrate Line Glass + illuminazione strip Led Superficie coperta 70 mq
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WORK IN PROGRESS
LEVEL 3
FISS, AUSTRIA
L’architettura-avventura di Noa È prevista per l’inverno 2027 l’apertura dell’ampliamento ‘ludico’ dello Schlosshotel Fiss, nel Tirolo Orientale, progettato dallo studio di architettura Noa. I nuovi volumi, inseriti nel giardino dell’hotel e rivolti a un pubblico di bambini e adolescenti, prevedono spazi dedicati al gioco, un ambiente ipogeo centrale a doppia altezza con ponti sospesi e pareti attrezzate per una climbing area. Al piano -1 si troveranno uno shop e un deposito sci, direttamente collegati allo ski-in/ski-out che garantisce accesso diretto alla pista. Sullo sfondo alpino del Gruppo del Samnaun emergerà soprattutto la torre dello scivolo, in calcestruzzo a vista color terra come le facciate fuori terra dell’edificio: l’impiego di [ 80 ]
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matrici inserite nella casseratura imprimerà direttamente sul calcestruzzo una texture controllata e precisa la cui ripetizione modulare si combina con sottili variazioni di profondità. Gli ambienti ipogei – tre i livelli sotterranei previsti – ricevono luce naturale da fenditure che si insinuano nel pendio del terreno come crepacci, interpretati architettonicamente attraverso coperture vetrate rette da profili che anche in questo caso riproducono le geometrie dei cristalli. Il paesaggio ipogeo degli interni è fatto di pareti e soffitti che condividono le stesse tonalità cromatiche e texture materiche dell’esterno. Sul soffitto si innestano moduli triangolari, realizzati in parte in
intonaco con proprietà acustiche e in parte in pannelli di cemento stampati in 3D, che introducono una frattura geometrica nello spazio e, oltre alla funzione estetica, integrano i pannelli acustici e modulano la luce. Infine, l’edificio avrà un tetto verde accessibile
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Committente Simone Domenig Progetto architettonico Noa (capo-progetto Giulia Prevedello; interior design Alin Messner) Superficie 2.340 mq Volume 9.730 mc Completamento previsto inverno 2027 Rendering Aleksey Mokhov, Noa
Kömmerling Pannelli Ampia offerta di soluzioni per edilizia, industria, pubblicità e comunicazione visiva, rivestimenti interni ed esterni per il rivestimento di qualunque tipologia di superficie verticale. Vasta scelta di colorazioni e finiture, per un risultato finale dall’impatto eccellente. kommerling.it/pannelli
IT-072025
COMPOSITI, IN PVC DURO E IN ALLUMINIO
WORK IN PROGRESS
REYKJAVÍK
Interni italiani di Studio Marco Piva per il residenziale Vesturvin Ai bordi del fiordo di Elliðaárdalur, nei pressi del porto di Reykjavík, l’immobiliare Vesturvin ha da poco completato uno sviluppo residenziale composto da sei edifici per un totale di 210 appartamenti, affidando a Studio Marco Piva un progetto di interni ‘chiavi. in-mano’: tutti gli appartamenti sono stati venduti completamente arredati, una pratica insolita in Islanda, con elementi fissi (cucine, armadiature, porte e bagni) sviluppati e forniti da aziende italiane come Cassina e Lema, main contractor del progetto. La strategia di fit-out integrato ha rafforzato la sinergia tra architettura e interior design, definendo atmosfere cromatiche e materiche coerenti – con un linguaggio che lo studio definisce di ‘warm minimalism’ – capaci di accompagnare l’utente nella percezione e nell’acquisto della residenza già come esperienza abitativa completa. Ispirati al paesaggio islandese, Studio [ 82 ]
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Marco Piva ha sviluppato tre diversi mood, nei quali la geometria essenziale incontra la ricchezza dei materiali e il savoir-faire artigianale italiano. Componente primaria del progetto di interni è la luce naturale, fondamentale a queste latitudini, che modella gli spazi ed esalta texture, volumi e materiali sviluppati secondo sottili variazioni di una palette cromatica neutra, dove il bianco non è mai uniforme me si declina nella diversità materica delle superfici. Il progetto si completa con opere d’arte realizzate da Sweet Salone, una collaborazione creata da Aurora Foundation che unisce designer islandesi e artigiani della Sierra Leone, combinando artigianalità tradizionale e design contemporaneo. Ogni pezzo è concepito in Islanda e realizzato a mano in Sierra Leone utilizzando materiali locali come fibre naturali e argilla
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Committente Vesturvin Progetto architettonico Jvst; Nordic Office of Architecture; Thg Arkitektar Progetto degli interni ‘chiavi-in-mano’ Studio Marco Piva Numero appartamenti 210 (da 48 a 160 mq) Cronologia 2021-2026 Immagini Maurizio Morra
www.fakro.it
WORK IN PROGRESS
ABU DHABI
Il Guggenheim Abu Dhabi di Frank Gehry Aprirà le porte al pubblico il prossimo 11 dicembre il museo di arte contemporanea Guggenheim Abu Dhabi, ultimo progetto in vita del premio Pritzker Frank Gehry. Il sito, con una superficie complessiva di 80.000 metri quadrati, sorge al centro del Saadiyat Cultural District, che ospita una delle maggiori concentrazioni di edifici culturali al mondo, tra cui il Louvre Abu Dhabi di Jean Nouvel, il Zayed National Museum di Foster + Partners, il recente Museo di Storia Naturale di Mecanoo e il complesso interreligioso Abrahamic Family House progettato da Sir David Adjaye. Un profilo di dieci forme coniche, nove rivestite in acciaio e una in onice e vetro, che raggiungono un’altezza di 88 metri, si riflette sull’acqua dalla punta dell’isola di Saadiyat a coprire 11.600 metri quadrati di spazi interni, articolati in 30 gallerie [ 84 ]
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espositive connesse da un atrio centrale. Circondato da altri 23.000 mq di spazi espositivi esterni e di terrazze, anche solo osservarlo da lontano, e a maggior ragione visitarlo, promette di essere un’esperienza di arte contemporanea in sé, prima ancora delle opere esposte. Allo stesso tempo è l’ennesima, plastica manifestazione della volontà degli Emirati Arabi Uniti di assumere un ruolo di potenza regionale nel complicato quadro geopolitico del Golfo Persico. L’incarico della progettazione e la costruzione del museo sono il risultato di una collaborazione tra il Dipartimento della cultura e turismo di Abu Dhabi, presieduto da Mohamed Khalifa Al Mubarak, e la Solomon R. Guggenheim Foundation, già attiva dal 2009 nella capitale degli Emirati
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WORK IN PROGRESS
ABIDJAN, COSTA D’AVORIO
Michelangeli Design e Saota per la sede di Mtn Dal Sud Africa, la rete e i servizi di telefonia mobile di Mtn si è estesa all’intero continente africano. Base per la gestione delle infrastrutture dell’Africa occidentale è la capitale della Costa d’Avorio, dove è in corso il cantiere per la costruzione della nuova sede. Con un pianoterra rialzato di 80 cm dal suolo e dalla falda freatica, prossima al piano di campagna, il progetto, curato dallo studio di Jerome Michelangeli su concept di Saota, organizza gli spazi in due ali simmetriche, a sbalzo sul piano terra, collegate da un cortile vegetato al centro del quale si eleva all’aperto, in calcestruzzo armato e protetto da doghe verticali [ 86 ]
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di materiale composito, il corpo scale principale. Il cortile porta luce naturale agli ambienti delle due ali, le cui facciate, opache e in pannelli di cemento a vista sui lati più esposti alle radiazioni solari, dove invece sono vetrate sono protette da lame frangisole metalliche verticali. Al di sopra dei due edifici una grande copertura orizzontale sospesa, retta da esili pilastri, caratterizza formalmente l’architettura della nuova sede, agisce come ulteriore protezione climatica degli ambienti e regge un parco fotovoltaico che contribuisce al fabbisogno energetico dell’edificio. Al di sotto di questa grande
tettoia si aprono terrazzi, verande e altri spazi di transizione tra interno e esterno per gli oltre 400 dipendenti del gruppo di telecomunicazioni
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Committente Mtn Cote d’Ivoire Concept Saota Architettura, interior design, paesaggio, controllo del cantiere Mid-Michelangeli Design Ingegneria strutturale Studio Gavagnin (Genova) Superficie del lotto 20.000 mq Superficie costruita 12.500 mq Cronologia in corso
WORK IN PROGRESS
PANAMA CITY
Palma e Taller TO per il nuovo Museo de Arte Contemporáneo Sono gli studi di Città del Messico Palma e Taller TO i vincitori del concorso internazionale – al quale hanno partecipato 363 proposte da 56 Paesi – per la progettazione di un nuovo edificio del MAC Panamá, unica istituzione museale del Paese centroamericano dedicata esclusivamente all’arte moderna e contemporanea. Architettura, nel parere della giuria, “democratica e sostenibile che nasce dall’identità, dal clima e dal pesaggio della città”, la nuova infrastruttura culturale sorgerà nel quartiere di San Francisco, una vivace area lungo la costa della baia di Panama negli ultimi anni in rapido sviluppo. Con il nuovo edificio il MAC Panamá, [ 88 ]
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fondato nel 1962 come Panarte e diventato museo nel 1983, intende consolidare il ruolo di spazio di incontro aperto tra arte, cittadinanza e territorio, oltre a migliorare le proprie capacità di conservazione delle opere. Il progetto configura un edificio in calcestruzzo armato con elementi su misura in laterizio montati su pannelli a tutt’altezza a formare profondi setti verticali che proteggono le sale espositive dal clima tropicale. Importante l’integrazione tra spazi interni e esterno, con sedute ad anfiteatro e una piazza coperta che funziona come luogo d’incontro per manifestazioni artistiche ed eventi. Altrettanto significativa l’integrazione con l’acqua e la vegetazione che caratterizzano il luogo
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IOTTI + PAVARANI
Marco Pavarani e Paolo Iotti
www.iotti-pavarani.com
L’RCF Arena di Reggio Emilia non è soltanto una grande infrastruttura per eventi capace di ospitare fino a centomila spettatori è un intervento di rigenerazione territoriale. Foto Hufton+Crow.
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SCHIZZI PER RCF ARENA
I PROFILI DI LPP | Architetti Italiani
IOTTI + PAVARANI di Luigi Prestinenza Puglisi
È nello studio di Guido Canali che Paolo Iotti e Marco Pavarani hanno assimilato un modo di intendere il progetto destinato a segnare profondamente il loro percorso. Un modo fondato sul rigore compositivo, sulla qualità costruttiva e sull’attenzione al rapporto tra edificio, paesaggio e città. Un approccio che trova nel controllo del dettaglio, nella precisione dell’impianto e nella capacità di misurarsi con la complessità i propri strumenti essenziali. Non si tratta, tuttavia, di una semplice continuità generazionale. L’eredità di Canali è rielaborata e adattata a un contesto profondamente mutato, nel quale l’architettura è chiamata a confrontarsi con questioni nuove: la sostenibilità ambientale, la trasformazione dei modi dell’abitare e del lavorare, la rigenerazione delle periferie. Le piante sono leggibili, i percorsi costruiti con naturalezza, il rapporto tra gli spazi nasce da una ricerca di equilibrio. Tale impostazione emerge con chiarezza nelle opere che hanno dato allo studio una riconoscibilità nazionale e internazionale. L’RCF Arena di Reggio Emilia, realizzata nell’area di Campovolo, non è soltanto una grande infrastruttura per eventi capace di ospitare fino a centomila spettatori. È un intervento di rigenerazione territoriale che riutilizza un’area esistente evitando nuovo consumo di suolo e dimostrando come anche un programma di enorme scala possa essere affrontato con attenzione al paesaggio e allo spazio pubblico. In un’epoca in cui le grandi attrezzature tendono spesso a imporsi come oggetti autonomi, l’arena sceglie invece di radicarsi nel territorio e di trasformare un luogo marginale in uno spazio collettivo. La scelta di lavorare sul già costruito, piuttosto che inseguire una crescita indiscriminata, non è episodica. Attraversa buona parte della produzione dello studio e rivela una convinzione precisa: il futuro delle città europee dipende meno dall’espansione che dalla capacità di reinterpretare strutture, spazi e infrastrutture esistenti. In questo senso, i progetti di Iotti e Pavarani sembrano muoversi all’interno di una tradizione italiana che ha sempre guardato alla trasformazione urbana come a un processo di stratificazione, nel quale il nuovo acquista senso soltanto se
riesce a instaurare un dialogo con ciò che lo precede. Maturità che si ritrova nella nuova sede di Reale Group a Torino, un progetto che rappresenta un esempio particolarmente riuscito di rigenerazione urbana. L’edificio dialoga con la tradizionale geometria a corti della città, assumendola come matrice ordinatrice senza limitarsi a riprodurla. Alla compattezza dell’impianto vengono sovrapposti elementi di complessificazione e di smaterializzazione, particolarmente evidenti nel trattamento degli angoli, che cessano di essere semplici punti di chiusura per trasformarsi in dispositivi di apertura e relazione. La ricerca tecnologica sull’involucro edilizio non è un esercizio di virtuosismo, ma costruisce un equilibrio sottile tra densità urbana e leggerezza percettiva. Il concorso vinto per la trasformazione dell’ex caserma Amione nella nuova Cittadella della Pubblica Amministrazione di Torino è un intervento complesso che conferma la capacità dello studio di misurarsi con la grande scala urbana senza perdere il controllo del progetto. La qualità del loro lavoro emerge con ancora maggiore chiarezza negli edifici destinati alla vita quotidiana. La nuova scuola di Cesenatico, completata nel 2025 e progettata per circa duecentocinquanta bambini, interpreta il tema dell’edilizia scolastica secondo i più recenti principi educativi. Il complesso è immerso nel verde e costruisce un rapporto continuo tra spazi interni ed esterni. Le aule, i laboratori e gli ambienti comuni sono pensati come spazi flessibili e polifunzionali, capaci di adattarsi a forme di apprendimento sempre meno gerarchiche e sempre più collaborative. L’architettura rinuncia alla monumentalità e costruisce un paesaggio nel quale educazione, natura e comunità si intrecciano. È significativo che uno studio cresciuto all’interno di una cultura progettuale tradizionalmente attenta alla composizione abbia saputo confrontarsi con il mutamento dei modelli educativi senza indulgere né all’estetica dell’innovazione tecnologica né all’idea tradizionale della scuola come edificio
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IOTTI + PAVARANI
monumentale. La qualità dello spazio viene affidata alla luce, alla continuità visiva, alla misura degli ambienti e alla possibilità di usi molteplici. Un carattere diverso, ma animato dalla stessa sensibilità, definisce il centro CirFood di Reggio Emilia, dedicato all’innovazione della cultura alimentare. Qui il progetto assume una configurazione organica. Il volume principale, che ricorda una foglia, si piega e si modella per instaurare un rapporto intenso con il contesto circostante. La forma genera una sequenza di spazi, visuali e relazioni che mettono in dialogo gli ambienti di lavoro con il paesaggio. Precisione costruttiva e dimensione poetica trovano equilibrio. Più essenziale appare il centro sociale realizzato nel 2025 in un quartiere popolare di Mantova. In questo caso il progetto lavora con pochissimi elementi: una serie di muri paralleli, traforati da archi, attraversa tanto gli spazi interni quanto quelli esterni. L’idea è efficace. Gli archi consentono allo spazio di aprirsi in molteplici direzioni, costruendo una ideale continuità tra l’edificio e il quartiere. È una soluzione che dimostra come la qualità architettonica non dipenda necessariamente dalla complessità formale o dall’abbondanza di mezzi, ma dalla capacità di dare forma a uno spazio condiviso. Non è un caso che una parte importante dell’attività di Iotti e Pavarani riguardi la rigenerazione urbana, gli spazi pubblici e il paesaggio. Anche quando affrontano programmi molto diversi, dagli uffici alle scuole, dalle infrastrutture ai servizi di quartiere, l’attenzione rimane concentrata sulla qualità dello spazio collettivo e sulla capacità dell’architettura di costruire relazioni durevoli. Iotti e Pavarani sembrano perseguire un metodo fondato sulla verifica e sulla coerenza. La loro ricerca procede per affinamenti successivi più che per rotture improvvise. È questa la ragione della solidità del loro lavoro. In questo senso rappresentano una delle linee più convincenti di quell’architettura italiana contemporanea che abbiamo chiamato High Touch, cioè un’architettura che punta sulla piacevolezza degli spazi, sulla qualità costruttiva e sulla compostezza figurativa. La loro opera dimostra che la tradizione tramandata da maestri del calibro di Canali – ma, lungo altri percorsi, si potrebbero citare anche Albini, Scarpa o Ponti – continua a produrre edifici capaci di parlare al presente
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PLANIMETRIA GENERALE
FLUSSI
I PROFILI DI LPP | Architetti Italiani
Il rapporto col paesaggio è posto al centro del progetto, ed è volto a far convivere istanze apparentemente inconciliabili: la grande dimensione della struttura con il contesto di alto valore ambientale in cui si colloca, l’enfasi sulla carica emotiva dello spettacolo e la possibilità di favorire modi più pacificati di abitare lo spazio collettivo.
Località Reggio Emilia Committente C.Volo Spa Partner pubblici Enac-Ente Nazionale per l’Aviazione Civile. Aeroporto di Reggio Emilia Spa. Comune di Reggio Emilia. Regione Emilia-Romagna Progetto Iotti+Pavarani Architetti, Tassoni and partners Studio Lsa Impresa di costruzioni Nial Nizzoli Area 19 ettari Capienza 100.000 spettatori Foto Hufton+Crow
SEZIONE A - A’
SEZIONE C - C’
Reggio Emilia
RCF Arena RCF Arena, il più grande spazio attrezzato per concerti all’aperto in Europa, sorge al Campovolo di Reggio Emilia, in un’ex area aeroportuale non operativa, storicamente sede di feste popolari e grandi eventi. Il progetto di Iotti + Pavarani Architetti, Tassoni & Partners e Studio LSA ricompone in un sistema unitario diverse modalità d’uso dello spazio aperto, dando vita a un nuovo dispositivo di aggregazione urbana e territoriale. Collocata in posizione strategica tra città e campagna e connessa a rete ferroviaria, Alta Velocità e autostrada, l’area è pensata per una fruizione supportata da mobilità sostenibile. L’intervento realizza una rigenerazione senza consumo di suolo su 20 ettari, trasformando l’area dismessa in parco, aumentando superfici permeabili e dotazioni arboree.
Il concept lavora quasi esclusivamente sul landscape design: modellazione del suolo, rilevati, scavi, opere di ingegneria ambientale e un sistema di percorsi organici che richiama l’andamento dei corsi d’acqua, generando un landmark orizzontale e discreto. Articolata in Boulevard, Arena e Backstage, l’RCF Arena ha il suo cuore in una cavea erbosa ovoidale di 85.000 mq, con pendenza al 5% per ottimizzare acustica, visibilità e comfort. Una corona perimetrale di elementi tessili a bandiera definisce il bordo dell’Arena, accompagna i flussi, rafforza identità e continuità visiva e trasforma il movimento del pubblico in parte integrante del paesaggio costruito.
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IOTTI + PAVARANI
Torino
Reale Group Per carattere e dimensioni – quasi un intero isolato nel centro storico di Torino – i nuovi uffici di Reale Group si innestano nel tessuto urbano consolidato con un progetto che insiste sull’articolazione volumetrica e sul disegno dei fronti esterni. Il complesso si compone di nuovi edifici – per una superficie utile complessiva di 23.500 mq – costruiti sul sedime di altri demoliti, che racchiudono una corte interna, visibile dalla strada, di 1.700 mq. La progettazione generale, al pari della direzione lavori e della gestione del progetto, era affidata alla società Artecna, guidata dall’ingegnere Roberto Tosatti, mentre Iotti + Pavarani erano incaricati della progettazione dell’involucro, della corte interna e della direzione artistica. Il progetto degli spazi interni è di Archilabs Srl (Riccardo Minelli). L’organizzazione semplice e rigorosa dei quattro fronti definisce un intervento contemporaneo ma intimamente connesso al luogo e crea le condizioni per un’alta efficienza energetica e un ottimale sfruttamento della luce negli ambienti interni. La scansione verticale dell’involucro e quella orizzontale, svincolata dai solai retrostanti per allinearsi agli edifici attigui ed enfatizzare la progressiva apertura verso l’alto, fanno convergere una forte tensione
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dinamica suglie elementi d’angolo. Minerale e compatto anche nel rapporto pieni-vuoti, severo nella composizione ma luminoso nei materiali, l’involucro su strada è realizzato con tecnologia di ‘facciata a cellule’, con alternanza di celle opache e trasparenti in scocche preassemblate di pannelli compositi alleggeriti con una finitura in lastre ceramiche di grandi dimensioni. Più trasparente e rarefatto il fronte che si apre verso la corte interna, realizzato con un sistema di controfacciata rivestito di profili sagomati in alluminio anodizzato che scherma i serramenti e le pareti vetrate.
PLASTICO
Località Torino Committente Reale Immobili Progetto generale e direzione lavori Artecna Progetto involucro e direzione artistica Iotti+Pavarani Interior design e space planning Archilabs Superficie costruita 23.500 mq Corte interna 1.700 mq Cronologia 2012-2016
FACCIATA INTERNA
I PROFILI DI LPP | Architetti Italiani
FRONTE OVEST SU CORSO SICCARDI
FRONTE SUD SU VIA BERTOLA
FRONTE NORD SU VIA SANDALMAZZO
FRONTE NORD SU VIA SANTA MARIA
Alle facciate esterne modulate prioritariamente su una scansione verticale a passo 3,60 mt, ideale sia per gli ambienti open space che per gli uffici singoli. si contrappongono i fronti interni, più aperti e trasparenti affacciati sulla corte, cuore verde del complesso. Foto Fernando Guerra.
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IOTTI + PAVARANI
L’edificio industriale trova una continua relazione con il paesaggio naturale: quello interiorizzato delle corti e del rilevato; quello prossimo dei campi coltivati; quello a lunga distanza del profilo della campagna, a nord e est, e della collina e dell’Appennino, a ovest e sud.
ESPLOSO ASSONOMETRICO
Collecchio
Nuova sede A Due
Località Collecchio Superficie edificio 4.500 mq Committente A Due Spa di Squeri & C. Cronologia 2016 progetto. 2019 completato Foto Fernando Guerra
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A sud-est di Collecchio, nella piana tra il torrente Baganza e i Boschi di Carrega, il volume bianco della nuova sede dell’azienda A Due, specializzata nella progettazione e costruzione di sistemi per la preparazione di bevande, delimita il confine di un insediamento di imprese agroalimentari e mette in relazione l’azienda con il contesto agricolo della ‘food valley’ parmense. L’impianto si sviluppa lungo l’asse nord-sud, parallelo alla SP15, alternando corpi edificati e le corti verdi longitudinali di un rilevato piantumato che scherma l’atrio vetrato, il corpo uffici a due livelli e il volume produttivo di 2.400 mq. La sobria tipologia lineare trova complessità nel disegno degli spazi aperti e nel controllo delle viste: dalle corti interne ai campi coltivati, fino al profilo collinare appenninico a sud.
Il rapporto uomo-ambiente guida sia le scelte spaziali (trasparenze, continuità visiva tra uffici e produzione, permeabilità dell’atrio passante) sia quelle prestazionali: involucro ad alte prestazioni con vetrate selettive e schermature integrate, copertura riflettente, impianto fotovoltaico e pompe di calore ad alta efficienza. Il corpo uffici è concepito come volume bianco, rivestito in lamiera presso-piegata, ‘sospeso’ su un basamento scuro di pannelli prefabbricati in cls trattati con incisioni verticali in assonanza con la texture in lamiera del corpo uffici. Il fronte est si risolve in un segno orizzontale continuo che accompagna l’intero complesso, configurando la sede come un landmark discreto: un ‘luogo tecnico’ essenziale, radicato nel territorio e aperto alle relazioni globali dell’azienda.
I PROFILI DI LPP | Architetti Italiani
Per la nuova sede di A Due il progetto ha perseguito l’obiettivo di una architettura essenziale e sobria capace di generare al contempo un’esperienza del luogo ricca e articolata, non priva di ambiti da scoprire.
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IOTTI + PAVARANI
Mantova. Quartiere Lunetta
Centro Sociale Alessio Artoni
Località Mantova. Quartiere Lunetta Committente Comune di Mantova Progetto Iotti+Pavarani Architetti Superficie edificio 1.000 mq Cronologia 2022 progetto - 2025 completamento Foto Federico Covre | Iotti + Pavarani
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Il nuovo Centro Sociale Alessio Artoni restituisce a Lunetta, quartiere popolare di Mantova, un luogo pubblico aperto, accessibile e riconoscibile, attraverso un intervento di abbattimento e ricostruzione senza consumo di nuovo suolo. Finanziato dal Pnrr (Missione 5, rigenerazione urbana) e inaugurato nel dicembre del 2025, il progetto trasforma un’area chiusa e residuale in uno spazio civico attraversabile, in relazione diretta con università, Creative Lab e palestra, rafforzando il ruolo del quartiere come polo di servizi e relazioni. L’edificio è concepito come dispositivo urbano più che come semplice attrezzatura: una sequenza di setti paralleli est–ovest definisce struttura, ritmo e viste, mentre le grandi aperture ad arco ribassato generano permeabilità, profondità e scorci in dialogo con i robusti edifici in cemento armato a vista del quartiere, che vengono reinterpretati in chiave più porosa e accogliente.
Il portico, in continuità con quello dell’università, è la principale soglia di mediazione: prolunga all’esterno le attività della sala polivalente, costruendo una fascia ombreggiata grazie al pergolato metallico e agli alberi a ceppaia. Il centro, sviluppato su un unico livello, organizza attorno alla sala di 275 mq un sistema di spazi di supporto (atrio passante, area ristoro, cucina, uffici e servizi) per garantire massima flessibilità d’uso. Classificato Nzeb, l’edificio è collegato al teleriscaldamento di quartiere e dotato di impianto fotovoltaico in copertura (35,6 kW), con salto energetico dalla classe D alla A4. Il ridisegno del piazzale, tramite grafiche a terra a basso impatto, completa l’intervento trasformando un semplice spazio di attraversamento in una nuova piazza di quartiere.
I PROFILI DI LPP | Architetti Italiani
Cesenatico
Scuola primaria
Località Cesenatico Committente Comune di Cesenatico Responsabile Unico del Procedimento Barbara Zignani Progetto architettonico Iotti + Pavarani Architetti Progetto strutture Ingegneria Design e Architettura Sarah Trussardi Progetto impianti Sistema Srl; Etastudio; Studio Ti Coordinatore della sicurezza Eugenio Oliva Direzione lavori Interconsultants (Gianluigi Barvas) Impresa di costruzioni Scientia Superficie dell’area 5.500 mq Superficie costruita 3.500 mq Cronologia 2018-2025 Foto Iotti + Pavarani Architetti
L’ambizione del progetto della nuova scuola primaria di Cesenatico, completata nel 2025, è quello di stimolare l’esplorazione, la scoperta e la consapevolezza di sé nei piccoli utenti che la frequentano, introducendo complessità e ‘vibrazioni’ anche con il ricorso a pochi materiali prevalenti, il legno con il suo carattere tattile e olfattivo, e il colore. A questi paesaggi interni, creati dai bambini con l’immaginazione, fa riscontro il paesaggio naturale del luogo, un contesto verde nel quale il corpo su due livelli dell’edificio si inserisce e che accoglie, introiettando il verde dei cortili nei luminosi spazi interni. L’involucro è modellato e ‘arrotondato’ sugli angoli, a definire un’architettura morbida e organica, ed è costituito da una controfacciata a diaframma in profili verticali, a schermatura delle parti vetrate, sorta di bosco artificiale che si aggiunge alle alberature naturali.
L’atrio passante di ingresso è un’ampia piazza coperta a doppia altezza, con una gradonata che lo collega al primo piano ma che lo configura anche come auditorium per eventi collettivi. Una ‘piazza lineare’ attraversa poi l’edificio e connette fisicamente le attività scolastiche: apprendimento, gioco, lettura, teatro e mensa. A supporto della didattica, tra coppie di classi atelier condivise sono i luoghi della sperimentazione pratica. In graduale sviluppo, in sintonia con i tempi della natura, è il parco, con tappezzanti e arbusti rampicanti che arriveranno infine ad avvolgere e penetrare l’edificio. Il progetto si completa con una dotazione di funzioni collettive (palestra, auditorium, laboratori), accessibili in orari extrascolastici tramite ingressi separati che trasformano la scuola in presidio civico e culturale per il quartiere.
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› DESIGNCAFÈ IL BENE COMUNE NON HA PREZZO
LA PARTICELLA ELEMENTARE DELL’IMMAGINE DIGITALE
Se questo volume è già arrivato alla quinta ristampa è segno che la città è davvero di tutti, non solo degli specialisti come l’autrice (Elena Granata è docente di Urbanistica al Politecnico di Milano) che usando la sua competenza (e il cuore) tocca un tema urgente e evidente ai più: da luoghi della polis, “organismi vivi nati dal bisogno umano di stare insieme e costruire legami … composto da quartieri che custodiscono identità, memorie e visioni del futuro” (è la definizione scaturita da un lavoro che Granata ha fatto insieme agli studenti di Urbanistica del primo anno) – le città sono diventati luoghi di consumo, dove la gratuità è scomparsa e, messi a profitto, gli spazi pubblici non sono più beni comuni. Schemi organizzativi ostili a tutti – bambini, anziani, studenti, gatti – tranne che a chi dispone di un reddito adeguato, promuovono solitudine ed espulsione. Smarrita l’idea di uguaglianza e diritto alla città e in bilico il welfare faticosamente conquistato nel dopoguerra, se non consumi non esisti e se questo ti provoca ansia, fai yoga. Innumerevoli i temi, tra sociale e antropologico ma letti sempre attraverso le lenti dell’urbanistica, trattati nel libro e altrettanto numerosi gli esempi – dalle 4.500 sedie del Jardin du Luxembourg che ciascuno può mettere dove meglio crede, alle associazioni e alle municipalità che in Italia e all’estero tentano di resistere a questa ‘monetarizzazione urbana’ con spazi accessibili e gratuiti (per fortuna ci sono ancora le chiese e gli oratori) – citati per guardare al futuro tentando di riscrivere una grammatica di ciò che nello spazio pubblico può e deve essere accessibile, di tutti. Fino all’invito alle amministrazioni pubbliche di compilare, a fine mandato, un bilancio delle gratuità che hanno lasciato.
Figlio della Guerra Fredda, quando i militari avevano la necessità di trasmettere velocemente immagini-spia satellitari, il pixel si diffonde negli anni Ottanta con i personal computer e dai primi videogiochi – come Pong e Pac-Man – presto diventa la particella elementare della pervasiva civiltà dell’immagine. “Oggi esistono più immagini di elefanti che elefanti”, scrive in La furia delle immagini Joan Fontcuberta, autore anche della prefazione di The Pixel, dove riassume la sostanziale mutazione introdotta da questo atomo artificiale dell’immagine contemporanea: non più incisione meccanica della grana d’argento ma codice scritto, obbediente a una logica matematica. Una logica che, spiega nelle ultime pagine Francesca Seravalle, con la capacità dell’Intelligenza Artificiale di creare immagini ‘probabili’ che non hanno un corrispettivo preesistente nel reale e di manipolare i pixel per aumentare la risoluzione, prescindendo cioè dalla registrazione fisica della luce attraverso un sensore, mina l’affidabilità stessa dei nostri sensi. Con un background in storia dell’arte, nel libro l’autrice esplora gli antesignani del pixel, dalle tessere
Elena Granata La città è di tutti Giulio Einaudi Editore, Torino, 2026 236 pagine, 18 euro ISBN 978-88-0626-840-4
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dei mosaici bizantini al Suprematismo di Malevič, dalle griglie di Mondrian alle linee frastagliate dei quadrati di colore di Rothko, dal Puntinismo di Seurac e Segantini alla pop-art di Wharol e Lichtenstein. Ma soprattutto, propone domande, coerentemente illustrate nella loro originalità, che forse non ci siamo mai posti (per esempio, perché il pixel non è esagonale? Spoiler: la Fujifilm ci provò ma lo standard non riuscì a imporsi commercialmente). O forse sì.
Francesca Seravalle The Pixel Corraini Edizioni, Mantova 2026 360 pp, Ill, Ita/En, 32 euro ISBN 979-12-5493-161-5
PENSIERI LATERALI Il progetto avviato nel 2023 da InArch Lombardia con tre semplici domande indirizzate ad architetti, intellettuali, artisti sfocia oggi in questo volume, corredato dalle fotografie di Matteo Piazza che mettono in relazione 22 edifici del Moderno milanese con i 44 contributi raccolti sul tema del muro. Come il tetto fondamentale elemento di riparo e protezione dalle intemperie e nella sua accezione femminile (le mura) per secoli strumento difensivo, dopo l’introduzione del calcestruzzo il muro è via via diventato schermo e parete, una complessa stratigrafia di cartongesso, vuoti di ventilazione e di servizio, pacchetti isolanti, reti e grigliati che reggono rivestimenti esterni in ceramica, pietra, marmo, legno e più comunemente compositi industriali. Se ha perduto le sue proprietà strutturali e la natura di supporto decorativo che prima di Loos denotava il censo e l’ambito urbano, anche quando diventa tenda di vetro, curtain wall, il muro conserva caratteri di separazione ancora più marcati quando si fa infrastruttura. Eppure poroso, come nell’apologo che Kahn scriveva ai suoi studenti nel 1964, citato da Cino Zucchi nel suo contributo, grazie alle soglie e alle bucature che lo
feriscono e che l’architettura mette in bella forma, spostando la dimensione difensiva verso quella sociale e paesaggistica. Apparentemente incongrua, la relazione tra i pensieri raccolti e il reportage fotografico del Moderno milanese è in realtà un modo, spiega nell’introduzione Sonia Calzoni, “per riattivare un processo di scambio tra il manufatto fisico con le sue pratiche costruttive e la sua rappresentazione in forme architettoniche”. E di pensiero.
Il muro attraverso il progetto del Moderno Sonia Calzoni, Giacomo De Amicis, Annalisa de Curtis (a cura di) Foto di Matteo Piazza InArch Lombardia, Blu Oberon, Milano, 2026 212 pagine, Ill, En, 30 euro ISBN 978-88-9482-559-6
ORGANICO MECCANICO
BAUKUNST
L’ARTE DEL COSTRUIRE A PARTIRE DAI MATERIALI a cura di Carlo Ezechieli
Simón Vélez. Scala. Foto Sebastião Salgado.
Dettaglio costruttivo di un’opera di Simón Vélez. L’intreccio tra elementi in bambù, tiranti e connessioni rivela la
capacità dell’autore di comprendere e valorizzare la natura strutturale dei materiali. Foto Sebastião Salgado.
Mattone, cosa vuoi essere? Negli ultimi anni la ricerca architettonica sembra avere scoperto una nuova frontiera: materiali biologici, organismi capaci di produrre materia, componenti che crescono o si consolidano attraverso processi naturali. Alla Biennale di Venezia The Other Side of the Hill ha portato al centro della riflessione il mondo microbico, mentre già nel 2009 Magnus Larsson proponeva con Dune di utilizzare batteri per trasformare la sabbia del deserto in una sorta di arenaria. Ma forse, nell’entusiasmo per il biomateriale, rischiamo di dimenticare una domanda più antica e fondamentale. Louis Kahn chiedeva al
Simón Vélez Le radici della Baukunst
mattone: «Cosa vuoi essere, mattone?». E il mattone rispondeva: «Voglio essere un arco». Perché ogni materiale contiene implicitamente una tettonica: suggerisce dimensioni, giunzioni, strutture e, infine, forme dell’architettura. Le costruzioni vernacolari lo dimostrano da millenni. Nelle architetture Dogon, come in molte culture tradizionali, forma, dimensione degli
Alla proposta di un’intervista sul tema di Materia vivente, Simón Vélez ha preferito rispondere con un testo scritto a mano. Più che un’intervista, è una riflessione sul rapporto tra materiali naturali, tecnica e innovazione. Lo pubblichiamo integralmente, limitandoci alla trascrizione e suddividendolo in brevi sezioni per facilitarne la lettura.
elementi disponibili, tecniche costruttive, organizzazione sociale e condizioni
La nascita del calcestruzzo armato
ambientali appartengono a un unico
Il ferro è molto antico. Siamo ancora nell’Età del Ferro, iniziata circa tremila anni fa. Il cemento è ancora più antico. Ma l’unione tra ferro e cemento ha la stessa età dell’aviazione. Un giardiniere francese, di cui non ricordo il nome, aveva un problema: i vasi di terracotta si rompevano quando le piante crescevano troppo. Gli venne allora l’idea di prendere un cestello di ferro e rivestirlo di cemento. Fu così che nacque il calcestruzzo armato. È un’unione perfetta, perché ferro e cemento hanno lo stesso coefficiente di dilatazione. Un ingegnere francese osservò che quei vasi non si rompevano più e decise di applicare l’ingegneria a quel fenomeno. Non ricordo nemmeno il suo nome. Successivamente un architetto belga che viveva a Parigi, Auguste Perret, costruì il primo edificio in cemento armato a Parigi e, di fatto, nel mondo. Questa tecnica rimase protetta da brevetto per diversi decenni; una volta
sistema. Il materiale non è separabile dal modo di costruire. I Living Root Bridges del Meghalaya, nell’India nord-orientale, non impiegano un materiale biologico per riprodurre una tipologia convenzionale: i Khasi e i Jaintia guidano le radici aeree del Ficus elastica, facendo coincidere crescita biologica, struttura, manutenzione e uso collettivo. Il ponte non viene semplicemente costruito: viene coltivato e, crescendo, diventa più resistente. La vera innovazione potrebbe allora non consistere nel sostituire un mattone industriale con un bio-mattone mantenendo invariato tutto il resto. La questione è più radicale: un nuovo materiale diventa architettura quando genera una propria logica costruttiva. CE
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scaduto, divenne patrimonio di tutti. Prima ancora degli edifici, la stessa tecnica era stata impiegata e continua a essere utilizzata nella costruzione delle imbarcazioni.
Il bambù come acciaio vegetale Il bambù è un materiale molto resistente a trazione. Io l’ho definito un acciaio vegetale. Ha il difetto di essere attaccato dagli insetti, ma questo problema si risolve con opportuni trattamenti. Presenta anche una certa fragilità nei punti di connessione, sia a trazione sia a compressione, perché è un materiale tubolare e cavo. Ma proprio per questa sua natura, con diaframmi interni disposti ogni 25-70 centimetri, costituisce un tubo ideale dal punto di vista strutturale. Mi venne allora l’idea di iniettare malta cementizia nei nodi in cui si concentrano le connessioni, sia quelle soggette a trazione sia quelle a compressione, utilizzando sempre bulloni o piastre in acciaio come elementi di collegamento. Non cerco alcuna adesione tra il calcestruzzo armato, che è un materiale minerale, e il bambù, che è un materiale organico. Non è questo il principio. Ciò che cerco è che i diaframmi interni dei culmi, disposti perpendicolarmente alle fibre, svolgano il lavoro meccanico di trasmettere gli sforzi di trazione alle fibre stesse.
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Simón Vélez (Manizales, Colombia, 1949) è uno dei maggiori protagonisti dell’architettura contemporanea in bambù. Laureato in architettura all’Universidad de los Andes, dagli anni Settanta ha sviluppato un linguaggio costruttivo che combina la tradizione vernacolare colombiana con tecniche strutturali innovative. Tra le sue opere più note figurano lo Zeri Pavilion per l’Expo 2000, il Crosswaters Ecolodge e il Nomadic Museum progettato per la mostra fotografica di Sebastião Salgado. Il suo lavoro dimostra come materiali naturali e industriali possano dialogare senza contrapposizioni ideologiche, ponendo al centro la qualità dello spazio e dell’architettura piuttosto che il materiale in sé
Stefana Simic, Simón Vélez e Sebastião Salgado.
Aqua Mater, Paris La Défense, 2022. Il grande padiglione in bambù progettato da Simón Vélez e Stefana Simic ospitava la mostra fotografica di
Sebastião Salgado dedicata all’acqua. La struttura, di circa 1.000 mq era realizzata prevalentemente in bambù Guadua e concepita
come architettura smontabile e riutilizzabile. Già presentato ad Arles nel 2018, il padiglione esprime la ricerca di Vélez sulle possibilità
strutturali del bambù, impiegato non come rivestimento o elemento decorativo ma come vero materiale da costruzione.
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A sinistra. Aqua Mater Paris La Défense 2022. Interno del padiglione in bambù progettato da Simón Vélez e Stefana Simic per la mostra di Salgado. La struttura in Guadua interamente a vista definisce lo spazio attraverso una fitta trama triangolata di pareti e copertura.
A destra dall’alto. Disegni originali di Simón Vélez. L’architetto lavora esclusivamente a mano libera utilizzando quaderni scolastici francesi a quadretti, matite tedesche e una gomma, anch’essa tedesca. Non usa il computer: schizzi, studi e progetti nascono direttamente sulla carta, che Vélez considera il proprio strumento fondamentale di lavoro. Dettaglio costruttivo di un’opera di Simón Vélez. Le grandi canne di bambù Guadua lavorano come elementi strutturali curvi, mentre la fitta orditura della copertura costruisce una superficie continua e leggera. La forma nasce direttamente dalle possibilità meccaniche e costruttive del bambù.
La scoperta della Guadua Circa quarantacinque anni fa un cliente mi commissionò una struttura per i suoi cavalli utilizzando la Guadua, il bambù autoctono colombiano. Pur essendo nato nella regione dove questo bambù cresce in abbondanza, non l’avevo mai utilizzato. In Colombia è considerato il ‘legno dei poveri’. E, paradossalmente, sono proprio i poveri a detestarlo di più. Fu proprio grazie a quell’incarico che scoprii come, iniet-
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tando malta cementizia nei nodi e utilizzando bulloni e piastre in acciaio, il bambù si comportasse straordinariamente bene dal punto di vista strutturale. Questa unione tra malta cementizia e ferramenta funziona così bene che oggi posso realizzare strutture in bambù grandi quanto, o persino più grandi, di quelle costruite in acciaio o in legno lamellare. Anche il bambù può essere lavorato come il legno lamellare.
Oltre l’ideologia dei materiali So usare altri materiali, ma non mi interessa. Fin da quando ero studente di architettura mi hanno interessato più i legni di qualsiasi altro materiale. Eppure, nonostante la Colombia sia un Paese con immense foreste e una biodiversità straordinaria, non possiede foreste coltivate e gestite per produrre legname strutturale. I nostri alberi sono molto tortuosi e, una volta segati in sezioni rettangolari o quadrate, diffi-
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cilmente consentono di ottenere elementi più lunghi di tre o quattro metri. Non mi hanno mai interessato le specie introdotte dai nostri ingegneri forestali, come gli eucalipti australiani o le diverse conifere importate dal Messico. Le piantagioni di eucalipto riproducono il grande deserto australiano; quelle di conifere riproducono il deserto messicano. Per questo ho scelto di lavorare con i tronchi delle specie autoctone, fra cui la Guadua. Quello che riesco a fare
con questo bambù non lo posso fare né con l’acciaio né con il legno lamellare, che pure rappresenta il sistema più efficiente. Utilizzo anche tronchi di eucalipto. È un ottimo legno, ma il suo modello di coltivazione è sbagliato. Le conifere non mi piacciono, né come materiale strutturale né come coltivazione. La natura è un laboratorio che lavora da milioni di anni. Dovremmo imparare a guardare con occhi diversi i materiali che ci offre, siano essi minerali o organici.
La ricerca come alleata Non sono contrario a ciò che si realizza nei laboratori. Il Pvc utilizzato per le tubazioni fognarie è un derivato dal petrolio che ha rivoluzionato il mondo delle costruzioni ed è stato sviluppato proprio in un laboratorio. Se avessi più anni di vita, più prestigio e molto denaro, metterei al lavoro un gruppo di scienziati affinché riuscissero, in laboratorio, a ottenere una guadua resistente agli insetti. Con il mais questo si fa già
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L’algoritmo della foresta per i ponti viventi del Meghalaya nel nord-est dell’India [ 106 ]
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Living Root Bridges Nongriat Village Khasi Hills, Meghalaya. Il doppio ponte realizzato dalle comunità Khasi guidando le radici aeree del Ficus elastica: una struttura in cui crescita biologica e processo costruttivo coincidono e che, anziché degradarsi, acquista resistenza con il tempo. Foto © Arijit Sahu, CC BY-SA 4.0.
Le parole che oggi traduciamo con arte e tecnologia hanno un’origine comune. Il greco téchne indicava la capacità di fare e costruire; il latino ars (dal sanscrito are: dare un ordine) rimandava al saper ordinare la materia. Solo in epoca moderna tecnologia è diventata sinonimo di macchina e calcolo, mentre l’arte è stata confinata all’espressione estetica. In origine, entrambe descrivevano lo stesso gesto: lo sforzo umano di comprendere, imitare, completare o alterare una data condizione ambientale (i.e. la natura). Pochi esempi rac-
contano questa relazione meglio dei Jingkieng Dieng Jri, i ponti viventi del Meghalaya, nel nord-est dell’India. Da secoli il popolo Khasi guida le radici aeree del Ficus elastica lungo semplici impalcature di bambù fino a farle incontrare sulla sponda opposta. Le radici continuano a crescere, si intrecciano, si saldano naturalmente e diventano una struttura portante capace di attraversare torrenti impetuosi. Per diventare utilizzabile un ponte richiede decenni, ma la sua durata si misura in secoli: invece di deteriorarsi, aumenta progressivamente la
propria resistenza. Osservando queste strutture è inevitabile pensare alle geometrie generate oggi dai software di progettazione parametrica. Le ramificazioni, le biforcazioni, le connessioni seguono regole locali di crescita che producono configurazioni sorprendentemente simili alle reti ottimizzate dagli algoritmi contemporanei. La differenza è però radicale: il progettista non disegna la forma finale, ma definisce le condizioni affinché la forma emerga autonomamente dal processo biologico.
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Un giovane pescatore cammina sotto un ponte fatto di radici nel villaggio di Mawlynnong, in India. Nell’inesorabile umidità delle giungle di Meghalaya, per secoli il popolo Khasi ha usato le radici aeree degli alberi della gomma per costruire ponti ‘viventi’ che attraversano i fiumi. Foto © Amos Chapple, courtesy Julia Watson.
Living Root Bridge Mawlynnong Meghalaya, India. Le radici aeree del Ficus elastica guidate e intrecciate nel tempo dalle comunità locali, formano una struttura vivente che con la crescita si consolida. Foto Madhumita Das / Wikimedia Commons. CC BYSA 4.0
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L’architettura non viene costruita: viene coltivata. Negli ultimi anni il dibattito architettonico ha dedicato grande attenzione ai biomateriali. Si sperimentano pannelli ottenuti dalla crescita del micelio dei funghi, mattoni consolidati attraverso l’azione di batteri mineralizzanti, bio-cementi e altri materiali viventi, spesso presentati come la nuova frontiera dell’edilizia sostenibile. Si tratta di ricerche fondamentali, ma che nella maggior parte dei casi producono comunque semilavorati destinati a essere assemblati se-
condo logiche costruttive sostanzialmente tradizionali: travi, pannelli, blocchi, giunti. I ponti viventi del Meghalaya appartengono invece a un’altra categoria. Qui non è il materiale a essere biologico, ma l’intera struttura. Cresce, si autoripara, aumenta le proprie prestazioni nel tempo e modifica continuamente la propria geometria. È un organismo vivente che coincide con l’architettura stessa. Tradizionalmente il ponte rappresenta il gesto tecnico per eccellenza: attraversare un fiume significa imporre un ordine umano al paesag-
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gio. Molte culture hanno attribuito a questo gesto un carattere sacrale, tanto da accompagnarne la costruzione con rituali propiziatori o leggende di sacrifici umani, diffuse dall’Europa balcanica fino al mondo mediterraneo. Il ponte vivente ribalta completamente questo paradigma. Non sfida la natura, ma la completa. Non consuma energia per imporre una forma definitiva, ma accompagna un processo biologico che continua nel tempo. La complessità ecologica aumenta anziché diminuire; l’ecosistema non viene impoverito, ma arricchito. Forse la
vera innovazione non consiste nell’inventare nuovi materiali, ma nel ripensare il rapporto stesso tra progetto e natura. In questo senso i ponti dei Khasi dimostrano come pratiche antichissime, basate su principi low-tech, su tempi lunghi e su un impatto ambientale quasi nullo, possano generare strutture che, lette attraverso i parametri della progettazione parametrica contemporanea, appaiono sorprendentemente avveniristiche. Per questa prospettiva devo un ringraziamento particolare a Julia Watson, fondatrice
di Lo-Tek Office for Intercultural Urbanism. Il suo lavoro ha mostrato come le conoscenze costruttive delle culture indigene non appartengano al passato, ma possano rappresentare una delle fonti più fertili per immaginare il futuro dell’architettura. I ponti viventi del Meghalaya non sono un’eccezione folkloristica: sono la dimostrazione che la tecnologia più avanzata potrebbe consistere, ancora una volta, nell’imparare dalla natura invece di sostituirla CE
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A25Architetti
PLANIMETRIA
Il giardino di mattoni la complessità dell’essenziale Nel piccolo borgo ligure di Crocefieschi, Il Giardino di Mattoni propone una riflessione sull’impiego di materiali prossimi al loro stato originario. Mattoni in laterizio, ghiaia, acciaio da armatura e vegetazione costituiscono un vocabolario costruttivo essenziale, composto da elementi che richiedono minime trasformazioni industriali e che mantengono un rapporto diretto con la loro natura materica. Il progetto rigenera un sistema di terrazzamenti esistenti senza imporre forme estranee al luogo. Ispirandosi alle Rocche del Reopasso, gli interventi sembrano affiorare dal terreno come nuove stratificazioni del paesaggio. Il mattone non costruisce edifici ma disegna percorsi, sedute e muri di contenimento; la ghiaia diventa superficie drenante; le barre di acciaio, lasciate nella loro forma elementare, sostengono le
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piante rampicanti destinate a trasformare progressivamente l’opera. La scelta dei materiali non risponde soltanto a criteri di sostenibilità, ma esprime una diversa idea di architettura. In un momento in cui si parla molto di biomateriali e materiali biofabbricati, il progetto dimostra come sia possibile ridurre l’impatto ambientale semplicemente impiegando materiali poco lavorati, vicini alla loro condizione naturale e capaci di instaurare relazioni durevoli con il contesto. Non è la tecnologia a determinare il carattere ecologico dell’intervento, ma il grado di trasformazione imposto alla materia. L’architettura rinuncia così al controllo assoluto della forma e accetta l’azione del tempo come parte integrante del progetto. La vegetazione cresce sulle strutture metalliche, i materiali invecchiano senza perdere dignità e il giardino
modifica lentamente il proprio aspetto. Più che un’opera conclusa, Il Giardino di Mattoni è un dispositivo aperto, dove natura e costruzione evolvono insieme. In questa prospettiva il progetto suggerisce una possibile direzione per l’architettura contemporanea: non inseguire necessariamente nuovi materiali ‘bio’, ma riscoprire il valore di quelli che, per la loro semplicità e limitata trasformazione, conservano ancora un legame autentico con la terra da cui provengono CE
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IL GIARDINO DI MATTONI
Progetto architettonico A25architetti Anno 2025 Foto Marcello Mariana
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Il giardino nasce da un vocabolario costruttivo essenziale: ghiaia mattoni in laterizio tondini d’acciaio da armatura e vegetazione. Materiali e semilavorati low-tech sono assemblati con precisione per definire percorsi sostegni e superfici drenanti.
Semplici tondini metallici diventano supporto per le piante rampicanti, mentre comuni mattoni forati e ghiaia definiscono pavimentazioni e bordi permeabili. Materiali ordinari e low-tech acquistano qualità attraverso un uso progettuale sapiente, destinato a trasformarsi nel tempo.
La vegetazione non è complemento decorativo, ma parte integrante di un’architettura integrata nel paesaggio circostante: specie densità e crescita concorrono nel tempo a costruire spazi, margini e differenti gradi di permeabilità.
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JP MORGAN CHASE | Foster + Partners
NEW YORK
Foster + Partners Il grattacielo dove il denaro non dorme mai EAST AND SOUTH ELEVATIONS
Imponenti colonne a ventaglio rivestite in bronzo – come la diagrid strutturale – sollevano visivamente di 24 metri da terra la torre della nuova sede di JPMorganChase in Park Avenue, liberando più spazio pubblico rispetto al sedime del precedente edificio che il progetto di Foster + Partners sostituisce e dando luogo a nuove prospettive urbane, con una vista che dall’ingresso su Park Avenue si estende fino a Madison Avenue. La soluzione del piano terra peraltro risponde a precise esigenze costruttive: le infrastrutture ferroviarie (20 binari passanti
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su più livelli sotterranei delle linee che collegano Manhattan con Long Island e il Connecticut) impedivano la costruzione di classiche fondamenta a tutta pianta. Così le colonne a ventaglio contribuiscono a scaricare i milioni di tonnellate di peso dell’edificio. Le fondamenta vere e proprie sono scavate solo in pochi punti strategici della roccia su cui è costruita Manhattan. Del resto è lo studio stesso a sottolineare la coincidenza tra architettura e ingegneria, peraltro quasi un segno distintivo di Foster + Partners, dalla sede della Hsbc a Hong
Kong (incarico del 1979) al londinese 30 St Mary Axe (il cosiddetto Gerkin, cetriolo) alla Hearst Tower. Altra caratteristica distintiva di 270 Park Avenue il funzionamento esclusivamente ‘elettrico’ che impiega energia certificata come proveniente da fonti idroelettriche, che riduce sensibilmente l’impatto ambientale del grattacielo. Alta 423 metri per 60 piani, la nuova torre sviluppa una superficie lorda complessiva di 232.000 metri quadrati e può ospitare 10.000 persone, accolte oltre la soglia da un atrio a doppia altezza che comprende opere d’arte
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JP MORGAN CHASE | Foster + Partners
Norman Foster
www.fosterandpartners.com AXO FAN COLUMN (SOUTH)
site-specific, come le Color Chase One e Two di Gerhard Richter, una scala monumentale e un piano ammezzato (con un’immancabile bandiera a stelle e strisce issata in cima al monumentale pennone in bronzo Wind Dance), oltre a scale mobili (anche provenienti direttamente dalla stazione sottostante) e ascensori che garantiscono accessibilità universale. Ascensori-navetta dedicati conducono al [ 114 ]
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vasto spazio a tripla altezza di The Exchange, collocato nella parte centrale della torre e cuore della comunità di JPMorganChase, con sedici ambienti diversi e spazi per assemblee e grandi eventi. Gli altri piani sono caratterizzati da grandi altezze: dai 4,5 metri degli uffici ai 6,7 metri degli otto piani dedicati al trading, che occupano la parte inferiore della torre. Qui, dove il denaro non dorme mai, il benessere
L’edificio, sollevato di circa 80 piedi (24 metri) da terra, estende la prospettiva visiva dall’ingresso su Park Avenue fino a Madison Avenue.
dei dipendenti è un fattore competitivo decisivo. Per questo il ricambio d’aria fresca, che ha effetti benefici sul sistema cognitivo, è il doppio degli standard prescritti per legge; per questo tutti i piani dispongono di un sistema di illuminazione circadiana, ovvero allineato ai ritmi naturali del corpo umano. Oltre all’architettura, Foster + Partners ha curato direttamente il progetto della lobby e quello degli uffici dirigenziali, ai piani
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alti della torre. Gensler ha progettato i piani uffici, il Client Center che accoglie i clienti di JPMorganChase, Som gli otto piani del trading, mentre Studios Architecture ha curato le aree ristorazione e le sale ristorazione collettive. Importante nella realizzazione della nuova sede il contributo di aziende italiane come UniFor, che ha progettato e fornito sistemi operativi, partizioni e arredi custom
per i trading floors e i livelli direzionali, Molteni&C, che ha fornito arredi firmati da Gio Ponti, Vincent Van Duysen e Rodolfo Dordoni. Nel fit-out della lobby e degli spazi executive sono stati impiegati 10.000 mq di travertino Bianco Dei di Travertini Paradiso
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Il progetto integra le fondamenta dell’edificio con l’infrastruttura ferroviaria sotterranea della città creando un atrio ampio e maestoso.
In tutto l’edificio, l’attenzione è stata posta sulla promozione della collaborazione e del benessere, con ampi spazi per dipendenti e clienti.
L’innovativa struttura a colonne a ventaglio e la controventatura triangolare consentono all’edificio di toccare il suolo con leggerezza lungo l’intero isolato. Progettati in collaborazione con Karimoku Furniture
sono stati sviluppati nuovi arredi riconfigurabili per il mezzanino della hall, tra cui panche imbottite, divani angolari, tavoli e paraventi in legno. ©Nigel Young / Foster + Partners.
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JP MORGAN CHASE | Foster + Partners
L’atrio comprende uno scalone monumentale e un piano mezzanino. Ai lati dell’ingresso Color
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Chase One e Two, due opere monumentali di Gerhard Richter. ©Nigel Young / Foster + Partners.
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JP MORGAN CHASE | Foster + Partners
ENLARGED PLAN - TRADING FLOOR EAST AND WEST NODE 1
Lo spazio a tripla altezza denominato Exchange che si trova al centro della torre funge da punto di aggregazione per la comunità, ospita spazi diversi e aree destinate a riunioni e convegni. ©Nigel Young / Foster + Partners.
CREDITI Località New York Committente JPMorganChase Progetto e concept strutturale Foster + Partners Local architect Adamson Associates International Progetto esecutivo strutture Severud Associates Progetti degli interni Foster + Partners; Gensler; Som; Studios Architecture Lighting Design Tillotson Design Associates Acustica Cerami Paesaggio Ken Smith Workshop Main contractor Aecom Tishman Pavimenti Travertini Paradiso Arredi Unifor Superficie lorda 228.515 mq (173.319 interna netta) Altezza 423 metri / 60 piani ISOMETRIC VIEW
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Cronologia 2018-2025
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PREVIP | l.a.barassi architettura
MILANO
Funzionalità, comfort e un’identità rinnovata per la sede milanese di un fondo previdenziale La nuova sede milanese di Previp, fondo pensione complementare, segna una tappa importante in un più ampio percorso di rinnovamento dell’immagine aziendale, che lo studio di Ludovica e Anna Barassi ha affrontato attraverso gli strumenti dell’architettura e del progetto d’interni. Più che un semplice cambio di indirizzo, l’intervento interpreta lo spazio di lavoro come dispositivo di comunicazione: un luogo capace di restituire un’identità più fresca, moderna e aperta, senza rinunciare alla sobrietà e all’affidabilità che connotano il settore previdenziale. Il layout è studiato per garantire funzionalità
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e comfort ai diversi team, organizzando gli ambienti secondo una logica di trasparenza e condivisione. Gli spazi di lavoro si articolano in aree flessibili che incoraggiano la collaborazione e la circolazione delle idee, mentre le zone più operative mantengono un elevato livello di privacy acustica e visiva. Fulcro della vita collettiva è la grande sala riunioni, che può ospitare fino a 16 persone: uno spazio rappresentativo ma allo stesso tempo misurato, pensato come luogo privilegiato di confronto, decisione e relazione con gli stakeholder esterni. Un ruolo centrale è affidato al colore, utilizzato come elemento di connessione tra
identità aziendale e progetto. I toni istituzionali di Previp, il cyan e l’arancio, vengono reinterpretati in una palette di sfumature più calde e terrose, capaci di dialogare con i volumi architettonici e con i materiali scelti. Questa traslazione cromatica ammorbidisce l’immagine complessiva e restituisce un ambiente più accogliente, pur mantenendo un forte legame con il brand. Particolare attenzione è dedicata agli spazi di connessione. Un lungo corridoio, potenzialmente percepito come un semplice passaggio distributivo, viene trasformato in una sequenza narrativa grazie alla
LUOGHI DEL LAVORO
Dieffebi è partner d’arredo nei nuovi uffici Previp, uno spazio di 400 mq a Milano CityLife. Sopra, le pareti della grande sala riunioni sono attrezzate con il sistema Echo Locker. Nei corridoi, i moduli storage Primo Cabinet e gli sgabelli Zoey.
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PREVIP | l.a.barassi architettura
l.a.barassi architettura Fondato nel 2018 a Milano dalle sorelle Anna e Ludovica Barassi, cui nel 2020 si è aggiunta Francisca Marzotto, l.a.barassi architettura conta già su vent’anni di esperienza maturata dalle socie in ambito internazionale. Alla forte esperienza tecnica di Ludovica, laureata in architettura e con passate esperienze presso Scandurra Studio e Jean Nouvel, si aggiunge la formazione post-laurea londinese di Anna e le sue esperienze nel fashion design, mentre Francisca ha aggiunto la sua esperienza nel settore degli interni e del retail in Lussemburgo e a San Paolo. Il focus dello studio è sul progetto di interni negli ambiti residenziale e degli uffici.
www.labarassi.com
scomposizione in blocchi cromatici distinti. La pavimentazione vinilica intrecciata – Bolon Tatami Collection – introduce un ritmo visivo che spezza la linearità, conferendo identità e vivacità anche alle aree di transito e stimolando una diversa percezione del movimento interno. La scelta degli arredi è guidata da criteri di sostenibilità e durabilità, combinando elementi in metallo di alta qualità con arredi di recupero integrati nel concept. I sistemi Dieffebi, caratterizzati da colori decisi e da un segno grafico netto, introducono un linguaggio visivo dinamico che rafforza il [ 122 ]
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dialogo tra architettura e comunicazione aziendale. L’uso di pezzi esistenti, riletti e ricontestualizzati, riduce l’impatto ambientale e aggiunge profondità narrativa agli interni. L’illuminazione, affidata a corpi luce di Astep e Nemo, combina soluzioni tecniche e decorative, garantendo comfort visivo e al tempo stesso una presenza formale coerente con il profilo tradizionale e istituzionale della società. Materiali, luce e colore vengono orchestrati con equilibrio per costruire un ambiente luminoso, accogliente e ordinato, in cui
la funzionalità operativa si intreccia con un’estetica sobria ma immediatamente riconoscibile. La nuova sede di Previp si configura così come un luogo di lavoro capace di rappresentare la visione evolutiva del fondo pensione: uno spazio che coniuga innovazione e benessere, comunicazione e identità istituzionale, proiettando Previp verso il futuro senza recidere il legame con la propria storia
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LUOGHI DEL LAVORO
La pavimentazione vinilica intrecciata Bolon Tatami Collection di Liuni introduce un ritmo visivo che spezza la linearità, conferendo identità e vivacità anche alle aree di transito.
LIUNI
L’obiettivo del progetto era quello di spezzare la rigidità formale degli ambienti con un’idea estetica originale, che creasse continuità e delimitasse allo stesso tempo i diversi ambienti grazie alle tre differenti varianti cromatiche, che richiamano i colori di Previp. L’idea architettonica ha preso forma con la consulenza di Liuni e la scelta di
Bolon Tatami, un must per l’inconfondibile texture e l’intreccio nonché per la sua durabilità e la facilità di manutenzione, che qui è stato scelto nella collezione Botanic e posato in quadrotte autoposanti. www.liuni.com
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PREVIP | l.a.barassi architettura
CREDITI Località Milano
Illuminazione Astep, Nemo
Committente Previp Fondo Pensione
Superficie 400 mq
Progetto di interni l.a.barassi architettura
Completamento 2025
Arredi e sistemi di contenimento Dieffebi
Foto Vito Corvasce
Pavimenti Bolon Tatami di Liuni
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LUOGHI DEL LAVORO
DIEFFEBI
Con un ecosistema completo di mobili in metallo, Dieffebi si inserisce nel layout degli uffici Previp con una studiata varietà di funzioni e colori. Nei corridoi e negli open space, le aree di lavoro sono scandite dalle armadiature Primo Acoustic Sliding con ante scorrevoli forate fonoassorbenti in tonalità azzurro polvere, e dai moduli storage di minimo impatto visivo Primo Cabinet nella stessa sfumatura mattone delle pareti e della pavimentazione. Negli uffici, il rigore si fa più marcato con l’armadiatura nera Primo Tex, sistema di contenimento modulare con struttura
in lamiera riciclabile e ante battenti in Mdf dall’aspetto opaco e dalla texture irregolare. Nella sala riunioni, le pareti sono attrezzate con il sistema di contenimento Echo Locker, autentica micro-architettura qui personalizzata in livrea bicolore antracite e color ruggine. L’ambiente si completa con le avvolgenti poltroncine bicolore Cuvée su base a 4 ruote disposte attorno al grande tavolo. Le postazioni operative ed executive sono composte da ergonomiche scrivanie T-Share, coordinate cromaticamente con le cassettiere sottopiano
Universal Quick 320 e accompagnate da sedute Cuvée. Nelle aree comuni infine gli sgabelli Zoey Stool, dall’inconfondibile design a quattro gambe cilindriche e rivestiti in tessuti color ocra e carta da zucchero, introducono un linguaggio informale nei punti di passaggio e nelle nicchie di condivisione. Nelle aree di pausa, le sedute Cuvée sono affiancate dalla versatilità del tavolino Agreste, che combina una solida ed essenziale base in metallo a un piano geometrico. www.dieffebi.com
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FORNAROLI POLYMERS | FSArchitettura
PIACENZA
Recupero riqualificazione ed efficientamento energetico Alla periferia ovest di Piacenza, nel quartiere di Sant’Antonio, un edificio a destinazione mista produttivo-residenziale è stato integralmente riconvertito in sede direzionale per Fornaroli Polymers, che si occpua della distribuzione di polimeri termoplastici e prodotti chimici. Il progetto, firmato da Filippo Sbarretti di FSArchitettura, affronta in un unico intervento il cambio d’uso, il consolidamento strutturale e una riqualificazione energetica spinta fino alla Classe A4, mantenendo volume e sagoma originari. Il fabbricato, completato nel 2023 su
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un lotto di 1.438 mq, all’interno di un tessuto urbano a bassa densità, unifica un organismo in precedenza ibrido (abitazione e laboratori) trasformandolo in una sede terziaria coerente: gli ambienti residenziali diventano uffici direzionali, i locali produttivi si trasformano in uffici, archivi, sale di formazione e depositi, mentre due ambienti seminterrati vengono destinati ad autorimessa con accesso autonomo. All’interno, le partizioni esistenti sono rimosse per introdurre una distribuzione permeabile, fatta di divisori in cartongesso e vetro a tutta altezza, controsoffitti continui
e un pavimento sopraelevato al piano interrato per il passaggio impiantistico. Il consolidamento strutturale, mirato e non invasivo, rinforza pilastri, aperture su murature portanti e asole nei solai legate a un nuovo impianto di sollevamento, garantendo i carichi senza sostituire l’ossatura in calcestruzzo. Un ascensore assicura l’accessibilità verticale. È però l’involucro a ridefinire l’immagine pubblica dell’edificio. Una pelle continua di doghe metalliche verticali articola il volume in due fasce: un basamento scuro, materico, che ancora l’edificio al suolo e sottolinea
LUOGHI DEL LAVORO
PROSPETTO SUD
PROSPETTO NORD
PROSPETTO OVEST
PROSPETTO EST
A sinistra. Il rivestimento della facciata è stato realizzato con lastre a geometria variabile Alubel Forma in alluminio preverniciato smooth spessore 1,1 mm in due tonalilità: Ral 1019 e 8017.
Nella sala riunioni il tavolo P045 con piano chiaro, struttura minimalista e sedute Hego in ecopelle con design ergonomico.
Tutti gli arredi sono predisposti per l’alloggiamento dei cavi e possono essere dotati di accessori. Tutto Estel.
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FORNAROLI POLYMERS | FSArchitettura
FSArchitettura www.fsarchitettura.it
PIANTA PIANO TERRA
l’ingresso, e un volume superiore chiaro, quasi dorato, che nelle ore serali si accende come un leggero tessuto metallico. Le doghe filtrano la luce, riducono il carico solare e mediano il rapporto con il contesto misto dell’intorno; all’interno, persiane orientabili consentono una regolazione fine dell’apporto luminoso. Le aperture sui fronti sud, ovest e nord vengono ampliate per massimizzare la luce naturale. Sul prospetto ovest, la continuità del rivestimento si interrompe per accogliere l’ingresso principale: una scala metallica scura con pedate chiare conduce a una pensilina a sbalzo che segnala la soglia e, di notte, diventa fulcro del disegno luminoso della facciata. All’interno, una palette neutra – bianco, grigi chiari, legno – è animata da corpi illuminanti lineari curvilinei lungo i percorsi, anelli luminosi sospesi nelle sale riunioni, sedute color mattone nell’area break, pouf gialli e grigi nella zona di attesa. Pareti vetrate serigrafate definiscono uffici e sale di diversa scala, mentre un piccolo cortile verde interno porta luce e vegetazione al centro della pianta. La riqualificazione energetica colloca l’edificio in Classe A4, con un indice di energia primaria non rinnovabile (EPgl,nren) cinque volte inferiore a quello fissato dalle normative. Cappotto termico, isolamento controterra e in copertura, nuovi serramenti in alluminio a taglio termico con vetri selettivi, sostituzione della caldaia a gasolio con pompe di calore aria-aria e un impianto fotovoltaico da 32,4 kW con accumulo – capace di coprire oltre il 76% del fabbisogno di energia primaria – spostano l’edificio verso un modello interamente elettrico e decarbonizzato. Completano l’intervento la riqualificazione del cortile, con nuove pavimentazioni
drenanti, adeguamento delle reti di smaltimento e una recinzione ridisegnata su via Bentelli, oltre alla sostituzione delle alberature con essenze sempreverdi in continuità con il verde privato circostante. Più che per il solo esito formale, il progetto si distingue per la sua valenza tipologica: in un territorio costellato di piccoli edifici misti produttivo-residenziali sottoutilizzati, dimostra come la conversione a terziario ad alte prestazioni possa avvenire senza demolizione, tenendo insieme in modo integrato struttura, involucro e impianti e offrendo un modello replicabile di rigenerazione energetica e funzionale del patrimonio recente
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CREDITI Località Piacenza Committente Fornaroli Polymers Progetto architettonico FSArchitettura (Filippo Sbarretti) Team di progetto Alberto Catulli, Michela Bellezza, Giorgia Corvi, Sahar Ahmadinezhad, Ipek Yazir, Chiara Impembo Stefano Roncaglia Rivestimento facciate Alubel Serramenti Schüco Italia Frangisole Model System Arredi Estel Pavimenti Skema Illuminazione Artemide Dimensioni complessive 1.700 mq Data completamento 2025
LUOGHI DEL LAVORO
L’area accoglienza è caratterizzata da una reception curvilinea e monolitica di colore grigio chiaro e base dal colore più caldo con un contrasto materico simile a quello dell’edificio esterno. Tutto Estel. L’illuminazione è stata risolta con il sistema modulare Alphabet of Light di Artemide.
PIANTA PIANO PRIMO
ESTEL
Il capitolato F&E di Fornaroli Polymers è stato gestito da Estel, che ha fornito i tavoli More – con profilo di alluminio che corre attorno al perimetro – sia per le sale riunioni sia per i bench operativi, e le sedie operative Time. Installata inoltre, all’interno di una parete divisoria cieca, un’interparete con panca: si tratta di un sistema da pavimento a
soffitto dotato di sistemi fonoassorbenti che non si limita a dividere gli ambienti ma integra funzioni essenziali per il benessere e la produttività. L’area break e la sala conferenze sono attrezzate con sedie Profilo Cristallo, dal design moderno e pulito, con seduta e schienale in plastica. Personalizzabili a piacere, scegliendo tra tre diversi
basamenti e combinando plastica e rivestimenti, sono caratterizzate dal motivo ad arco in rilievo sul retro dello schienale che aggiunge un piacevole tocco tattile. www.estel.com
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REPLY | ACPV Architects
TORINO
Restauro e trasformazione della caserma De Sonnaz Progetto di Acpv per Reply Costruita alla fine dell’Ottocento sull’area dell’ex Cittadella come magazzino centrale militare, con una superficie complessiva di circa 20.500 metri quadrati la ex-caserma Ettore De Sonnaz occupa un intero isolato nel centro storico di Torino. Con un complesso progetto di restauro e riuso, Acpv Architects l’ha trasformata nella nuova sede di Reply, società fondata a Torino e oggi presente in tutto il mondo che offre consulenza, system integration e servizi digitali a gruppi industriali e finanziari e società della Pubblica Amministrazione. Preservando il carattere monumentale
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del complesso, la continuità delle facciate, delle volumetrie e dell’impianto originario e accompagnandone l’evoluzione verso la nuova destinazione d’uso, il progetto interpreta la tutela come una condizione capace di generare nuove possibilità. La struttura storica rimane leggibile anche nelle sue peculiarità. La riconfigurazione delle coperture, la ridefinizione dei fronti interni e il recupero delle gallerie storiche – inclusa una porzione del muro della Cittadella rinascimentale, legato alla memoria di Pietro Micca, riportato alla luce e visibile nella sala ipogea dell’auditorium
da 100 posti – contribuiscono a costruire un equilibrio tra conservazione e trasformazione, dove ogni intervento contemporaneo rafforza la continuità storica del complesso. La nuova configurazione degli ambienti rafforza la leggibilità dell’impianto originario e la continuità tra le diverse parti del complesso. La struttura originaria si apre a nuove connessioni visive e funzionali all’interno dell’edificio, introducendo una maggiore permeabilità e una nuova sequenza di luoghi dedicati all’incontro, alla ricerca e alla condivisione.
LUOGHI DEL LAVORO
Il progetto trasforma un complesso militare ottocentesco di circa 20.500 metri quadrati in un centro dedicato alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo tecnologico. Sviluppato su due
isolati urbani nel centro storico di Torino, il complesso della ex Caserma De Sonnaz viene recuperato preservando la continuità delle facciate, delle volumetrie e dell’impianto originario.
A sinistra. Il cortile interno dell’edificio allestito per offrire momenti di relax e di incontro. Sopra. Gli interni conservano il carattere monumentale
del complesso reinterpretandone gli spazi per accogliere una delle principali realtà internazionali nel campo dell’innovazione digitale.
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REPLY | ACPV Architects
www.acpvarchitects.com
Uffici, laboratori ambienti collaborativi e aree esperienziali convivono all’interno di una struttura pensata per favorire lo scambio di competenze e la costruzione di nuove conoscenze interpretando il luogo di lavoro come una piattaforma aperta alla ricerca e all’innovazione.
e zone di decompressione accompagnano i momenti di pausa e scambio. Un’intera ala di Reply House è dedicata all’intelligenza artificiale applicata, con la Reply House of Models, il laboratorio in cui opera la piattaforma industriale di Reply dedicata alla creazione di modelli di intelligenza artificiale proprietari costruiti sulla conoscenza specifica di ciascuna organizzazione, dove i clienti possono trasformare dati, know-how, processi e competenze di dominio in asset AI sicuri,
governati e migliorabili nel tempo. In Area73 si sperimentano invece nuove forme di interazione tra tecnologie digitali, persone, prodotti, servizi e ambienti. Modelli generativi, digital human, ambienti olografici, configuratori e sistemi multisensoriali diventano strumenti per esplorare casi d’uso in cui l’interazione digitale entra nello spazio fisico con esperienze multisensoriali che coinvolgono vista, udito, tatto e olfatto. È significativo notare la coincidenza tra la
Antonio Citterio Patricia Viel
La luce naturale assume un ruolo centrale nella definizione degli spazi interni, accompagnando la trasformazione di un complesso all’origine chiuso e introverso in un sistema di ambienti aperti e connessi. Grandi spazi, luce naturale e aree verdi definiscono un ambiente di lavoro aperto e accogliente. Le corti interne diventano luoghi di relazione, gli spazi comuni favoriscono incontri spontanei, le project room supportano il lavoro dei team, mentre kitchenettes [ 132 ]
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LUOGHI DEL LAVORO
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REPLY | ACPV Architects
CREDITI Località Torino Committente Reply Services Progetto Acpv Architects Antonio Citterio e Patricia Viel Progetto esecutivo e strutturale, acustica, antincendio sicurezza, direzione lavori AI Group General contractor Cgg. Costruzioni Generali Gilardi Superfici ceramiche AI generated Marazzi Arredi UniFor Superficie 20.500 mq Investimento 47 milioni di euro Cronologia 2017-2026
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vocazione all’innovazione del committente e le tecnologie adottate nello sviluppo del progetto e nella sua realizzazione: dal modello informativo – concepito non solo come strumento di rappresentazione ma come sistema di controllo, validazione e coordinamento – ottenuto con la campagna iniziale di rilievo tridimensionale dell’edificio in laser scanner, ai piani di gestione in Bim sviluppati dal Digital & Technology Group di Acpv, fino alle AI Generated Marbles, grandi superfici in gres ceramico adottate per alcuni rivestimenti,
sviluppate da Reply insieme ad Acpv e Marazzi, che reinterpretano il marmo con motivi generati da algoritmi. «In architettura – afferma Patricia Viel, co-fondatrice di Acpv Architects – la tecnologia è realmente innovativa quando riesce a entrare in dialogo con la cultura del progetto. In questo intervento, strumenti digitali, intelligenza artificiale e competenze artigianali contribuiscono alla costruzione di un linguaggio condiviso, capace di trasformare l’innovazione in esperienza concreta e materiale»
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LUOGHI DEL LAVORO
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LEXINGTON WORKSPACES | Ivory Arquitectura
BARCELLONA
Un coworking di fascia alta nel centro nobile della città Al terzo e quarto piano di un edificio storico sul Passeig de Gràcia, nell’Eixample di Barcellona, Lexington Workspaces introduce un modello di ufficio pensato per rispondere alle radicali trasformazioni degli spazi di lavoro contemporanei. Su una superficie di oltre 2.200 mq, il progetto dello studio spagnolo Ivory Arquitectura realizza ambienti flessibili e rappresentativi, in cui funzionalità, comfort e qualità architettonica convivono in equilibrio. L’intervento combina uffici privati, sale riunioni, aree collaborative e ambienti informali all’interno di un impianto chiaro
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e intuitivo. L’organizzazione degli spazi favorisce una circolazione fluida e offre una varietà di ambienti di lavoro, supportando concentrazione, collaborazione e interazione quotidiana. La luce naturale svolge un ruolo centrale negli interni, rafforzando la relazione tra le diverse aree e migliorando l’esperienza complessiva dei professionisti che lo scelgono come sede di lavoro e di incontri. Una palette materica calibrata, unita a finiture calde, soluzioni acustiche e elementi custom made, genera un’atmosfera al tempo stesso professionale e accogliente. Gli arredi Pedrali e l’illuminazione sono
stati selezionati per rafforzare l’identità del progetto, privilegiando flessibilità, durabilità e comfort d’uso. Ogni scelta concorre a definire un linguaggio architettonico coerente, che rispecchia il posizionamento high-end di Lexington e risponde alle esigenze operative di un luogo di lavoro dinamico. L’ufficio non è concepito come una somma di ambienti separati, ma come un ecosistema integrato. Ne risulta uno spazio di lavoro raffinato, adattabile e senza tempo, che fissa un nuovo benchmark per gli uffici flessibili di fascia alta nel centro di Barcellona
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LUOGHI DEL LAVORO
Irene Rodríguez e Sergio Jiménez
www.ivoryarquitectura.com
In alto, sgabelli Stiel di Sebastian Herkner per il banco bar. Qui accanto, tavolo Frank di Robin Rizzini e poltrone Laja 2 di Alessandro Busana per una sala riunioni. Nella pagina di sinistra. Tavoli Blume e sedia Stiel entrambi di Sebastian Herkner, per un ambiente di collaborazione e di relax. Tutto Pedrali. Foto Joaquin Alvujar.
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LAURA SPA | Patrizia Rossi
MILANO BICOCCA
Un arcipelago connesso, luminoso e molto funzionale Il progetto degli interni sviluppato dall’interior designer Patrizia Rossi per i nuovi uffici della società di intermediazioni assicurative Laura Spa, al margine nord ovest della Bicocca di Vittorio Gregotti, trasforma un piano di circa 450 mq, in precedenza completamente aperto, in un ambiente di lavoro compatto e articolato, dove geometria, colore e comfort definiscono l’identità degli ambienti. Lo spazio è segnato da una fila centrale di pilastri che genera due ambiti distinti: verso nord un fronte interamente vetrato, verso sud un affaccio continuo con finestre a nastro. Su questo impianto si innesta un programma
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funzionale che include una ventina di postazioni in open space, sale riunioni, phone booth, area relax e zona ristoro con banco cucina e tavoli. L’ingresso accoglie con la reception e un’area d’attesa e si apre su un ‘parterre’ di segni orizzontali e verticali: scrivanie, schermature, corpi illuminanti disegnano un paesaggio interno leggibile, scandito dalla luce naturale che entra da nord e dal sistema di illuminazione artificiale. Nella fascia vetrata trovano posto le postazioni operative: file parallele di tavoli sono intervallate da pannelli fonoassorbenti colorati e completate da isole acustiche sospese
e lampade a luce biemissione. La ripetizione modulare degli arredi, forniti da Bene, unita alle schermature e ai pannelli a soffitto, costruisce una griglia ordinata ma non rigida, in cui i volumi rettangolari, verticali e orizzontali, si sovrappongono e instaurano una composizione controllata. Sul lato sud, le finestre a nastro fanno da sfondo a un dispositivo centrale di sedute, Sotto. Lato sud, l’ufficio è progettato come un open space suddiviso in diverse aree grazie alle soluzioni d’arredo Bene. Accanto al
sistema di sedute modulare e facilmente riconfigurabile Parcs Causeway, sedute e tavoli Club e sgabelli Parcs Pop Up.
LUOGHI DEL LAVORO
ancora di Bene, disposte secondo una geometria a X ruotata che diventa fulcro prospettico e nodo distributivo. Attorno a questo segno si attestano da un lato le sale riunioni, chiuse da pareti vetrate doppie a garanzia di privacy acustica, dall’altro l’area più informale del ristoro, pensata come spazio conviviale a supporto della vita d’ufficio quotidiana. La qualità ambientale deriva dall’equilibrio tra colore, assorbimento acustico, tattilità dei materiali e progetto illuminotecnico. Le gamme cromatiche degli arredi, in particolare divani e poltroncine, introducono campiture morbide che dialogano con la moquette, con le isole acustiche sospese e con i controsoffitti microforati, contribuendo alla riduzione del riverbero e a un comfort percettivo diffuso. Nel progetto illuminotecnico di Alberto Zecchini, la luce naturale è integrata da un sistema misto: lampade da terra Costanza di Luceplan, spot Marino Cristal ad alto indice di resa cromatica e apparecchi a luce biemissione Novalux definiscono gerarchie luminose e garantiscono una resa fedele dei colori. In questo quadro, gli arredi Bene si inseriscono come elementi strutturanti dello spazio: non semplici supporti funzionali, ma componenti attivi di un paesaggio d’ufficio che punta su benessere, riconoscibilità e misura
Sotto. La Nooxs Think Tank offre, all’interno dell’open space uno spazio tranquillo e raccolto per conversazioni e brevi riunioni. All’esterno sedute Bay e tavoli Delta Pure. In basso. La zona uffici (lato nord) accanto ai tavoli Delta Pure, sedute girevoli ergonomiche Equo e contenitori CT. Tutto Bene Office. L’interior designer Patrizia Rossi
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Località Milano Bicocca Progetto Patrizia Rossi Arredi Bene Office Lighting Design Alberto Zecchini Luci Luceplan, Novalux Foto Filippo Bamberghi
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MANCINI PASTIFICIO AGRICOLO | Stefano Boeri
MONTE SAN PIETRANGELI, FERMO
Industria agricoltura e paesaggio nell’ampliamento del pastificio progettato da Stefano Boeri Nel paesaggio marchigiano, tra querceti e distese di spighe e di girasole, Mancini Pastificio Agricolo è una realtà unica nel suo genere, perché trasforma solo ed esclusivamente il grano che coltiva direttamente nei propri campi. La selezione delle diverse varietà è scientifica e multidisciplinare, tra agronomia e economia, per ottenere una qualità costante in presenza di variazioni micro e macroclimatiche sempre più marcate; la coltivazione e la mietitura seguono i ritmi delle stagioni; i tempi di essiccazione della pasta sono quelli della natura, senza accelerazioni artificiali. Recentemente,
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il pastificio ha inaugurato il suo terzo ampliamento, passando in poco più di dieci anni da una prima superficie costruita di 855 metri quadrati parzialmente interrati a ridosso di una collina, progetto dell’architetto Ernesto Paoletti, all’articolato complesso integrato odierno, di circa 6.400 metri quadrati e una volumetria di 37.225 mc. L’attuale ampliamento, firmato da Stefano Boeri Architetti con la direzione lavori di Michele Cruciani e Silvia Del Bianco, che con lo studio Ernesto 5.0 sono gli eredi professionali di Paoletti, anziché estendere linearmente l’impianto esistente, con un principio insediativo circolare lo ‘avvolge’,
limitando sia il consumo di nuovo suolo sia l’impatto visivo, che dal basso risulta minimo. Dalla breve salita di accesso l’edificio si rivela progressivamente e culmina in un totem alto 4 metri, solo elemento verticale che identifica il nuovo ingresso e riequilibra l’orizzontalità dei volumi, diventandone il nuovo riferimento visivo. Tipiche degli edifici industriali e complicate dal punto di vista ingegneristico dalle opere di sbancamento e contenimento necessarie al parziale interramento (utile peraltro a creare una condizione di ‘fresco naturale’ per la produzione e l’essiccazione della pasta)
LUOGHI DEL LAVORO
Nel bozzetto di Stefano Boeri una vista complessiva dello stabilimento, insediato su un’ondulazione del terreno e integrato nel paesaggio agricolo. Mancini Pastificio
Agricolo trasforma solo il grano coltivato sui terreni della zona secondo un mix di varietà selezionate dagli agronomi dell’azienda. Foto courtesy Stefano Boeri Architetti.
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MANCINI PASTIFICIO AGRICOLO | Stefano Boeri
Stefano Mancini (al centro) con il team di progettazione. Da sinistra Stefano Boeri Silvia Del Bianco Francesca Pincella e Marco Giorgio.
L’ampliamento si integra nella morfologia del terreno, rendendo l’architettura parte del paesaggio stesso. Sotto, Il totem in cemento pigmentato
le strutture sono realizzate in calcestruzzo armato e acciaio. I fronti degli edifici esistenti – uno in legno e l’altro in cemento a vista – sono stati uniformati con un nuovo rivestimento di elementi frangisole verticali in legno. Le nuove volumetrie sono invece rivestite con pannelli prefabbricati in calcestruzzo colorato in pasta con pigmenti che richiamano il colore della terra. Alti fino a otto metri, i pannelli, prodotti con l’impiego di matrici Rekli, presentano una texture ondulata che genera ritmo, profondità e sottili variazioni cromatiche in base al mutare della luce. Il progetto di paesaggio, sviluppato dal team dell’agronoma paesaggista Laura Gatti, completa la relazione con l’unicità del luogo: filari di ciliegi delimitano i lati nord e ovest del volume costruito, creando un naturale porticato ombreggiato, e insieme agli arbusti e alle pergole coperte dal verde riprendono il disegno delle colline circostanti, reinterpretando la tradizione agricola dei filari come elementi di protezione, separazione e rotazione delle colture
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di rosso che segna l’ingresso. A destra, frangisole orizzontali di legno uniformano i nuovi fronti con quelli esistenti. All’ombreggiatura
CREDITI Località Contrada San Rustico, Monte San Pietrangeli, Fermo
Progetto impianti Stiem Engineering
Committente Mancini Pastificio Agricolo
Relazione e analisi geologica Geologia Ambiente
Progetto architettonico e direzione artistica Stefano Boeri Architetti (Stefano Boeri, Marco Giorgio)
Autorizzazioni ambientali Cialab
Team Sba Francesca Lina Pincella (project leader); Marco Neri, Daniele Barillari, Klodiana Kajmaku
Elementi prefabbricati in cls Manini Prefabbricati
Local architect, strutture e direzione lavori Studio Ernesto 5.0 (Michele Cruciani e Silvia Del Bianco) Guarda il video.
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contribuiscono i filari di ciliegi che circondano due lati dello stabilimento e gli arbusti delle aree a pergola. Foto courtesy Stefano Boeri Architetti.
Progetto botanico e del paesaggio Studio Laura Gatti
Prevenzione incendi Studio Tecnico Moretti
Struttura in c.a. Mancinelli Mario & C Carpenterie metalliche Ferbat Superficie complessiva 6.399 mq Completamento 2026
LUOGHI DEL LAVORO
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L’intervento ha conservato l’assetto originario della scuola Gabelli salvaguardandone il valore storicoartistico con interventi il più possibile mirati e rimuovendo gli elementi che ne limitavano la funzionalità.
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ARCHIWORKS | Scuola Gabelli
BELLUNO
MCA PER LA SCUOLA DEL FUTURO NATA NEL LONTANO 1934 Per il carattere storico dell’edificio, inaugurato nel 1934 e tutelato, il compito di Mario Cucinella e del suo studio, nell’affrontare il progetto di ristrutturazione e riqualificazione della scuola Aristide Gabelli di Belluno, era dei più delicati. Ma d’altra parte sviluppare il progetto significava anche comprendere quanto, più di un secolo fa, la pedagogia italiana fosse all’avanguardia. Tanto da indurci a credere che le attuali linee guida per l’edilizia scolastica non siano altro che la riproposizione semplificata di un metodo didattico che, fin dalla sua intitolazione, la scuola Gabelli di Belluno ha sempre interpretato. Da pedagogista, il bellunese Aristide Gabelli (1830-1891) intendeva la scuola come luogo di educazione informata al metodo scientifico, abituando gli alunni a osservare la realtà, a
verificare la rispondenza delle parole ai fatti, traducendo quindi il sapere in saper fare. Quarant’anni dopo, Giuseppina Pizzigoni (18701947) traduceva queste convinzioni in un metodo sperimentale che l’educatrice bellunese Pierina Boranga adottò in questa scuola e che non per caso coincide con la metafora dello ‘spazio come terzo educatore’ di Loris Malaguzzi (Reggio Children). Queste le premesse dell’attuale intervento su un edificio che fin dall’inizio era stato concepito come un sussidiario, uno strumento educativo che ingloba misure, figure geometriche, carte geografiche, una meridiana, un orto, elementi cioè che stimolano l’apprendimento e seguono il bambino nelle differenti fasi del suo percorso di crescita. Il progetto architettonico di ristrutturazione e
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Foto Julius Hirtzberger
Mario Cucinella
riqualificazione della Scuola Gabelli – che ha coinvolto anche la popolazione in un percorso di progettazione partecipata con il Comitato della scuola – prevedeva la nascita di un polo didattico per bambini dai 2 ai 10 anni: un nido d’infanzia (2-3 anni) per 20 bambini; una scuola d’infanzia (3-5 anni) con quattro aule per 70/100 bambini; e una primaria (5-10 anni) che in 11 aule e due aule speciali ospita 200/250 alunni. Il progetto ha conservato l’assetto originario, con le aule disposte lungo il fronte sud e i servizi a nord e, dal punto di vista spaziale, rivisitandolo in chiave contemporanea. È il caso del grande atrio con l’agorà d’ingresso e la biblioteca, resa di più ampio respiro e accessibile. L’orto-giardino didattico viene ristudiato nel progetto del verde e, analogamente, vengono riprese le aule laboratorio. Infine, grazie alle modifiche proposte per la copertura della scuola, è stato possibile creare un osservatorio astronomico all’ultimo piano. Un altro importante aspetto legato all’innovazione spaziale di questo progetto è il design degli arredi, studiati ad hoc per quelle funzioni come la biblioteca, l’atrio, le aule laboratorio con le mappe, che si configurano come spazi flessibili in cui è possibile diversificare l’offerta didattica. Gli interventi di riqualificazione sono stati il più possibile mirati. Per migliorare il comfort interno e limitare i consumi energetici si è provveduto in primo luogo – dall’interno, così da salvaguardare il valore storico-artistico della facciata – all’isolamento dell’involucro. La seconda strategia che ha guidato l’azione progettuale è stata quella di riportare l’edificio all’immagine originaria, cercando di rimuovere quegli elementi, successivi alla realizzazione, che la deterioravano e ne limitavano la funzionalità. Sono stati aperti dei lucernari che contribuiscono al confort ambientale degli spazi didattici. Gli infissi storici sono stati restaurati e preservati, mentre la restante parte dei serramenti non originali è stata sostituita con nuove porte e serramenti in legno il cui disegno riprende quello degli infissi originari
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L’area esterna è parte integrante del metodo pedagogico. L’orto-giardino didattico viene ristudiato nel progetto del verde.
ARCHIWORKS | Scuola Gabelli
Gli infissi storici della scuola Gabelli sono stati restaurati o sostituiti con nuove porte in legno che riprendono i disegni originari.
ZANINI SAN.CO
Le porte in legno ad elevate prestazioni acustiche e tagliafuoco fornite e installate da Zanini-San.Co, realizzate su disegno di MCA, contribuiscono alla realizzazione di un ambiente scolastico sicuro e funzionale. Caratteristiche le porte di accesso alle aule: contraddistinte da colori vivaci e completate da grandi portali e da un doppio oblò disallineato che ne rafforza il valore architettonico, contribuiscono a creare spazi accoglienti e facilmente riconoscibili dai bambini. Le soluzioni Zanini-San.Co – con un’attestazione SOA OS6 in classe IV l’azienda è abilitata a operare negli appalti pubblici – rispondono ai requisiti richiesti per edifici destinati all’istruzione e all’uso collettivo. Su richiesta, l’azienda può fornire prodotti che contribuiscono al rispetto dei Criteri Ambientali Minimi (Cam) e di altri protocolli di sostenibilità adottati nei progetti di edilizia pubblica e scolastica. www.zaniniitalia.com
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La biblioteca della scuola, con l’abbattimento di una parete divisoria è diventata più ampia e accessibile. L’apertura di alcuni lucernari l’ha resa anche più luminosa.
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ARCHIWORKS | Scuola Gabelli
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Sopra. Nei corridoi controsoffitti e pannelli acustici Saint-Gobain a marchio Gyproc.
CREDITI Località Belluno Committente Comune di Belluno Progetto architettonico e direzione lavori generale Mario Cucinella Architects Team Mario Cucinella, Marco Dell’Agli (project director) Davide Raffaelli (senior and technical expert), Laura Mancini (design leader), Maria Lucrezia Rendace Martina Ruini, Marta Torsello, Giuliana Maggio, Alessia Monacelli (visual unit manager), Giovanni Checchia (visual art spec) Progettazione impianti Stiem Engineering Strutture e sicurezza Marco Redolfi Progettazione acustica Omniacustica di Denise Borsoi Progetto di paesaggio Atena Studio Direzione operativa edile Alessandro Sacchet, Marco Sardella Opere edili Atheste costruzioni Porte interne in legno e tagliafuoco Zanini San.Co Controsoffitti acustici Saint-Gobain - Gyproc; Celenit Cronologia 2022-2026 Foto Duccio Malagamba
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Sopra. Per ridurre il riverbero negli ambienti, pannelli acustici Celenit a soffitto.
ARCHIWORKS | Scuola Gabelli
Luce, colori e dimensioni a altezza di bambino nei nuovi bagni della scuola.
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FORTE DEI MARMI
EVOLUZIONE DI UNA VILLA SILENZIOSA, MISURATA, INTROVERSA dalla relazione progettuale
La prima parte di questo progetto di Lissoni&Partners risale al 2011, con la realizzazione di una villa caratterizzata da un’architettura essenziale in vetro e pietra naturale, sviluppata su due piani: monolitica nelle forme e priva di decorazioni. La nuova villa, completata nel 2025, nasce come ampliamento della casa esistente, a cui si [ 152 ]
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aggiunge anche un nuovo ingresso. Si tratta di un progetto rigoroso, realizzato attraverso un processo costruttivo quasi sartoriale, basato su allineamenti precisi e disegnati su misura. Un corridoio vetrato unisce con delicatezza l’edificio esistente alla nuova architettura, che si sviluppa su due piani attorno a una corte centrale. La nuova facciata in mattoni, rivolta
verso la strada, è compatta e piena, interrotta soltanto da un bow-window e, sulla destra, da un portale in legno che conduce al patio, protetto così alla vista dall’esterno. I due volumi sono collegati architettonicamente da un pergolato metallico che sovrasta la struttura: un elemento leggero e contemporaneo che ripara e protegge dal sole le terrazze.
ARCHIWORKS | Villa a Forte dei Marmi
La nuova villa si affianca alla precedente. Un grande pergolato metallico ripara dal sole, rende vivibili gli ampi spazi esterni e unisce i due edifici, collegati da un corridoio vetrato. Qui accanto il nuovo ingresso.
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Foto Veronica Gaido
GROUND FLOOR
Piero Lissoni
www.lissoniandpartners.com
I pieni e i vuoti che caratterizzavano il progetto della prima villa vengono qui reinterpretati attraverso l’utilizzo di mattoni artigianali, che rivestono completamente la parte nuova, interrotti solo da grandi vetrate incorniciate da imbotti in alluminio. I muri della corte d’ingresso e della terrazza al primo piano sono rivestiti con mattonelle di ceramica artigianale blu e verdi, i colori del mare e dei pini marittimi che caratterizzano il paesaggio circostante. Per garantire maggiore privacy alle terrazze del primo piano sono stati disegnati frangisole verticali sporgenti in legno. L’ispirazione per la scelta dei materiali arriva anche da alcune ville moderniste ancora presenti nella regione. Le corti centrali al piano terra eliminano i confini e ibridano le funzioni degli spazi, trasformando gli interni in esterni e viceversa, offrendo agli ospiti la possibilità di vivere senza limitazioni gli spazi all’aperto. Gli interni sono caratterizzati dalla predominanza di colori bianchi e neutri, in contrasto con legni molto scuri. Una scala eterea, bianca e leggera, unisce i due piani. Al piano terra i pavimenti in cotto artigianale bianco a spina di pesce dialogano in contrasto con i profili delle porte in legno scuro; al primo piano, invece, il rapporto si inverte, con pavimenti in legno resinato scuro e pareti bianche
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Grazie ai grandi serramenti i confini tra interno e esterno si annullano. Nella villa sono stati installati sistemi scorrevoli panoramici in alluminio Schüco
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Ase 67 PD, sia lineari che con soluzioni customizzate ad angolo, e sistemi per finestre in alluminio a battente Schüco Aws 75 BS.HI+.
ARCHIWORKS | Villa a Forte dei Marmi
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Materiali artigianali e come tali imperfetti conferiscono carattere ai dettagli e bellezza agli ambienti. Nelle corti troviamo ceramiche smaltate nei colori blu e verde, già presenti in diverse ville della zona. Nei bagni, il miscelatore lavabo a parete Nostromo, cromato lucido, design Davide Mercatali di Fantini. La collezione si basa su un linguaggio visivo immediato e riconoscibile ed è l’archetipo del rubinetto contemporaneo senza tempo, essenziale nell’esito estetico e formale.
CREDITI Località Forte dei Marmi Progetto architettonico e degli interni Lissoni&Partners Design team Piero Lissoni con Miguel Casal Ribeiro, Tania Zaneboni, Greta Andreoni, Andrea Piazzalunga Porte interne su disegno Falegnameria Ghirardi Serramenti in alluminio Schüco Italia con Schüco Premium Partner Polito Serramenti Pavimenti e rivestimenti Cotto Sugaroni, Kerakoll, Lava Stone / Nero Sicilia, Palladio Concept, Domenico Mori Arredi LaCividina, Boffi, De Padova, B&B Italia, Sika Design, Time & Style, Vitra, Golran, Knoll, Cappellini Bagni Galassia (sanitari), Fantini (rubinetterie) Luci Flos, Ingo Maurer, FontanaArte Completamento ampliamento 2025 Foto Gionata Xerra
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ARCHIWORKS | Villa a Forte dei Marmi
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MILANO
SUPERBONUS NELL’EDILIZIA RESIDENZIALE SOCIALE UN CASO DI RIQUALIFICAZIONE UNICO IN ITALIA Per una volta, di fronte al fabbisogno di abitazioni a basso costo e alle scadenti condizioni in cui versa larga parte del patrimonio pubblico di case popolari, lo strumento introdotto con la Legge 77/2020 ha consentito di dare vita a un’operazione di utilità sociale e ambientale: due complessi di edifici di Edilizia Residenziale Pubblica del Comune di Milano, risalenti agli anni Sessanta, sono stati oggetto di un profondo progetto di riqualificazione energetica. Gli interventi sono stati seguiti da MM Spa, che gestisce il patrimonio residenziale pubblico del Comune di Milano, in collaborazione con i team dello studio di architettura di Sassuolo Archilinea e di Csa Studio per la direzione lavori, in modalità di cantiere integrato. La gara d’appalto è stata vinta da Colombo Costruzioni. Oltre che per le potenzialità di trasformazione degli edifici – che sono passati dalle classi energetiche F e G alla classe C – gli insediamenti oggetto degli interventi, entrambi sul [ 158 ]
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bordo sud-ovest della città (Municipi 6 e 7), sono stati scelti anche per il ruolo che una migliorata qualità architettonico-edilizia potrà svolgere in un tessuto urbano e infrastrutturale in evoluzione, favorendo una rigenerazione estesa capace di attivare nuove connessioni con il contesto metropolitano. Nell’insieme l’intervento ha riguardato 16 palazzine – sei edifici a torre di nove piani e dieci edifici a stecca di cinque piani ciascuno, per un totale di 566 appartamenti e più di mille inquilini – oltre alle portinerie e alle due centrali termiche a servizio dei complessi. Le facciate, un tempo degradate e termicamente inefficienti, sono ora rivestite da un cappotto termico in Eps e lana di roccia e da facciate ventilate in ceramica fotocatalitica, capaci di respingere lo sporco atmosferico e migliorare l’estetica. Il contrasto di materiali, le cromie scelte e le possibilità di personalizzazione grafica rendono ogni blocco più leggero e integrato nel paesaggio urbano.
I serramenti originali sono stati sostituiti con infissi in Pvc ad altissima efficienza (Uw 1.0 W/m²K), integrati da avvolgibili moderni e tende a rullo sui balconi esposti a sud per una schermatura solare efficace che rende più confortevoli gli alloggi in estate. Gli altri interventi, come i primi eseguiti con materiali rispondenti ai Criteri Ambientali Minimi, hanno riguardato la coibentazione dei solai, il trattamento dei ponti termici su balconi e ballatoi e la riqualificazione degli impianti termici con la sostituzione delle vecchie caldaie con sistemi ibridi di pompe di calore e caldaie a condensazione. Il risparmio annuo prodotto dall’intervento è stimato in 1,5 milioni di kWh di energia primaria non rinnovabile, che si traduce in 700 tonnellate di minori emissioni di CO2 e in una riduzione della spesa per energia di 350.000 euro l’anno (una media di 620 euro per appartamento). Peculiarità dell’intervento, condotto in poco
ARCHIWORKS | Social Housing
più di un anno e concluso nel dicembre 2023, il fatto che i residenti non hanno mai dovuto abbandonare l’alloggio durante l’esecuzione dei lavori, a dimostrazione che anche un cantiere complesso può essere gestito con cura verso la comunità, mantenendo intatto il tessuto sociale che anzi gli incontri informativi e i momenti di confronto promossi da MM ha rafforzato
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CREDITI Località Milano Committente MM Spa Progettazione Luca Bernardoni con Archilinea Direzione lavori Paolo Perrotta e Csa Studio Coordinamento sicurezza Giovanni Tenti (Ingegneri Riuniti) Verificatore PE Filippo Veronese (Conteco Check)
SALAMANDER
Asseverazioni tecniche Lucia Mosconi e Raffaele Cristiano (Archilinea)
Decisiva per la riqualificazione energetica del complesso è stata la sostituzione degli infissi con profili in Pvc ad alte prestazioni. Nel quartiere Coppin il serramentista Caneva Srl ha fornito e posato finestre in doppio vetro isolante Nurith realizzate con i sistemi di profili estrusi in Pvc greenEvolution e evolutionDrive di Salamander. Con una trasmittanza termica Uw ≤ 1,00 W/m²K e un isolamento acustico
Asseverazione fiscale Michele Nobolo Collaudo Giuseppe Giunta (Gbrg Engineering) Sistema serramenti Salamander Serramentista Finestre Nurith-Caneva General contractor Colombo Costruzioni Cronologia 2022-2023 Foto Giacomo Albo
Rw = 36 dB, alle prestazioni energetiche i serramenti aggiungono una superiore qualità e un eccellente comfort abitativo. Coperti da Epd (Environmental Product Declaration), giunti a fine vita (stimata in 40 anni per il telaio in Pvc e in 30 per vetro e ferramenta) tutti i loro componenti sono completamente riciclabili. www.salamander-windows.com
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L’organizzazione di ogni piano si articola in fasce funzionali che comprendono gli spazi collettivi, le aree di servizio gli ambienti per la didattica e le terrazze vetrate.
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ARCHIWORKS | Itis LdV
PARMA
ITIS LEONARDO DA VINCI UN PROGETTO PNRR COSTRUITO IN UN CLIMA DI FIDUCIA Come un ‘abbraccio’ lungo 115 metri, a Parma l’architettura del nuovo Itis Leonardo da Vinci progettato da De Amicis Architetti assume un valore territoriale perché è il tassello che delimita, senza spezzare la continuità urbana, il campus che include altre due scuole e che si connette con il vicino parco ex-Eridania e l’auditorium Toscanini di Renzo Piano. Chiaro ed essenziale, il linguaggio dell’edificio assume la verità costruttiva come un valore etico/didattico: impianti a vista, pavimenti in cemento lisciato, strutture in cemento armato
lavorate con dettagli artigianali, pochi particolari molto curati. Gli spazi, pensati per adattarsi a nuove modalità di apprendimento e di relazione tra studenti e insegnanti, sono innovativi e facilmente riconvertibili. Anche quelli esterni, in continuità con gli ambienti interni, offrono occasioni di socializzazione e apprendimento. L’organizzazione interna scardina il consueto impianto distributivo con corridoio centrale e aule laterali a favore di un’organizzazione degli spazi che consente l’immediata comprensione
CONTESTO
del funzionamento e dei percorsi. Una lunga rampa attraversa l’edificio toccando gli spazi collettivi, che diventano anche luoghi per una didattica informale. Si passa poi alla zona dei servizi e agli ambienti della didattica, come aule e laboratori, per incontrare infine la fascia di interfaccia con la città, caratterizzata da ampie terrazze vetrate che offrono luminosità e spazi comuni vivibili. L’intero edificio è progettato per raggiungere elevati standard di sostenibilità: le sporgenze dei balconi e della copertura, oltre a conferire
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De Amicis Architetti
www.deamicisarchitetti.it
valore estetico e proteggere dalla pioggia, regolano l’incidenza del sole sugli spazi interni, contribuendo a creare ambienti confortevoli. Questo accorgimento, insieme all’uso di tende esterne, consente di limitare al massimo il numero e la potenza degli impianti necessari, riducendo i costi di gestione e manutenzione. Nato dal concorso nazionale scuole legato al Pnrr, in questo caso dopo il progetto di fattibilità tecnico-economica la costruzione della scuola non è stata demandata direttamente all’appaltatore (come avvenuto in molti casi, escludendo di fatto i vincitori del concorso) ma è stata portata avanti seguendo la procedura ordinaria. De Amicis Architetti ha dunque redatto il progetto definitivo ed esecutivo sulla base del quale è stata poi indetta la gara d’appalto. [ 162 ]
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Lo studio ha altresì curato la direzione lavori dell’opera. Il rispetto dei tempi e dei costi è stato ottenuto sia con una costruzione interamente in calcestruzzo armato con solai prefabbricati, sia con un organismo strutturalmente in grado di adattarsi in corso d’opera alle capacità dell’appaltatore. Ma soprattutto operando in un clima di fiducia tra lo studio – che in alcuni momenti si è assunto anche un rischio imprenditoriale ed economico – l’impresa e i responsabili unici del progetto, a dimostrazione del fatto che anche in Italia le opere pubbliche si possono fare con modalità virtuose, ma che ciò dipende dalla qualità e dalla volontà delle persone più che dalla robustezza del sistema attuale
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ESPLOSO
CREDITI Località Parma Committente Provincia di Parma Progetto architettonico e direzione lavori De Amicis Architetti Progettista architettonico (locale) -ini architetti Progettisti strutturali Alb Ingegneria. Sbf Studio Impresa di costruzioni Allodi Superficie 5.000 mq Cronologia 2024-2026 Importo (fondi Pnrr) 14 milioni di euro Fotografie Alberto Strada
ARCHIWORKS | Itis LdV
Il nuovo Itis, che copre una superfice di 5mila mq è realizzato con una struttura in calcestruzzo armato e solai prefabbricati, una soluzione che garantisce solidità, durabilità e rapidità di esecuzione.
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› DESIGNCAFÈ LA FABBRICA DEL FUTURO
LEARNING FROM MAPUTO
Dighe, chiuse, moli e canali hanno fatto di Rotterdam un porto globale fin dal Seicento, quando invece della globalizzazione c’era il colonialismo. E beni coloniali come il caffè, il tè e il tabacco erano le materie prime dello stabilimento Van Nelle, capolavoro del Movimento Moderno oggetto di questo agile volume tascabile – insieme storia e guida alla visita – scritto da Mariele Kupfers, esperta di architettura del ventesimo secolo e docente emerita dell’Università di Delft. Progettata nel 1925 dai Brinkman (Michiel, morto nel 1925, e Jan) e da Leen Van der Vlugt e costruita tra il 1926 e il 1931, nelle intenzioni di Kees Van der Leeuw, illuminato dirigente della compagnia, la Van Nellefabriek doveva migliorare le condizioni di lavoro con ambienti igienici, ariosi e pieni di luce e con una progettazione antincendio all’avanguardia, perseguita anche con la separazione dei diversi ambienti dove si svolgevano le lavorazioni, gli imballaggi e le spedizioni. Requisiti che insieme alle caratteristiche del suolo paludoso e alla razionalità dei metodi produttivi, di stampo nordamericano, determinarono l’architettura del complesso, dal 2014 iscritto nel patrimonio mondiale dell’Unesco. Gli attenti interventi di restauro e riuso – oggi gli spazi, di proprietà privata, sono abitati prevalentemente da studi di design e agenzie creative e il sito viene usato ogni anno anche per decine di manifestazioni culturali e conferenze – cui l’architettura è stata sottoposta hanno svelato dettagli, come l’impiego del colore, in precedenza trascurati. Perché visitare la Van Nellefabriek? Perché è un’ode di vetro e acciaio alla cultura del Moderno, con soluzioni pionieristiche – come i ponti sospesi per lo smistamento dei prodotti finiti che scavalcano in diagonale l’asse viario principale – che ancora oggi fanno parte della cultura delle costruzioni industriali.
Anziché disquisire di rifugi climatici, potremmo guardare agli esempi che il Moderno ha prodotto tra gli anni Sessanta e Settanta in Africa e alla capacità di adattarsi alle condizioni climatiche estreme (caldo torrido e uragani) della costa del Mozambico. Con fotografie a tutta pagina in grande formato (24 x 32 cm) l’ampio reportage di Giovanna Silva rende molto bene il panorama urbano di Maputo, fondata dai portoghesi nel XVIII secolo e caratterizzata da un’architettura modernista che, malgrado la stagione dell’apartheid, ha saputo costruire un tessuto pubblico vivace e permeabile, con attacchi al suolo caratterizzati da patii e gallerie, protettivi e ospitali. Spazi oggi in abbandono, a favore di investimenti stranieri – in particolare dalla Cina – che come in gran parte del continente costruiscono torri di vetro e acciaio come fortezze isolate, incuranti dell’intorno urbano e del clima, affidandone la progettazione a team internazionali graditi agli sviluppatori, in un clima politico sempre più opprimente e repressivo. Con due lunghe conversazioni degli autori con gli architetti Ana Tostões e Ana Raquel Machava, il volume costituisce di fatto un progetto di ricerca il cui interesse,
Marieke Kuipers Van Nellefabriek Rotterdam Nai010 Publishers, Rotterdam, 2025 96 pp, Ill, En, 14,95 euro ISBN 978-94-6208-978-5
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oltre che nello sguardo su una realtà sconosciuta ai più, potrebbe consistere in qualche insegnamento alla progettazione europea in tempi di cambiamenti climatici. Dopo un’esperienza maturata in OmaOffice for Metropolitan Architecture, nel 2008 Luca Astorri e Matteo Poli hanno fondato a Milano lo studio Aoumm, che ha al proprio attivo numerosi progetti di ricerca sull’architettura informale, le tecniche di autocostruzione e collaborazioni con Ong in Africa, Sud America e Medio Oriente.
Album Architectures - Maputo Giovanna Silva, Luca Astorri, Matteo Poli Caryatide, Parigi, 2025 128 pagine, Ill, Fr/En, 32 euro ISBN 978-2- 493283-31-3
RITRATTO DI UN ARCHITETTO DI PROVINCIA La cupola in vetroresina della discoteca Woodpecker di Milano Marittima che appare in copertina rischia di non rendere giustizia alla qualità dell’opera dell’architetto faentino Filippo Monti (1928-2015) né alla documentata ricerca di Claudio Piersanti che con Francesca Castanò, Rita Rava e Stefania Altieri ripercorre la carriera di un professionista estraneo ai circuiti accreditati e per questo ancor più meritevole di approfondimento e riscoperta. Un architetto che nel contesto della provincia romagnola e in quello più ampio della ricostruzione del Paese, scrive Francesca Castanò nell’introduzione, può essere considerato uno dei migliori esempi “della possibilità di conciliazione tra i diversi ambiti della pratica progettuale”. Degli anni della formazione fiorentina e dell’incontro con Adalberto Libera Monti fa propria la dimensione inventiva e un’inclinazione alla sperimentazione. “Non è un eroe della modernità – prosegue Castanò – quanto piuttosto un artigiano della costruzione … capace di difendere la propria visione senza mai cedere alle seduzioni delle tendenze contemporanee”, in un rifiuto antimoderno che se da un lato ne accrescerà l’isolamento, dall’altro gli darà una straordinaria libertà creativa
che si manifesterà soprattutto a Faenza, che diventa quasi un palinsesto delle sue opere (per un caso fortuito, quasi la metà delle architettura che sorgono in via Farini sono state progettate da Monti). Colto, accurato, ricco di ottime fotografie anche a tutta pagina e mai celebrativo, il volume è un eccellente documento di un periodo dell’architettura italiana che sembra oggi scomparso, ma anche un messaggio di speranza per i professionisti che, attivi nella vasta provincia italiana, non vengono sfiorati dai concorsi a inviti della finanza immobiliare.
Filippo Monti. L’opera nel tempo e nei luoghi Claudio Piersanti Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2026 300 pagine, Ill, En, 34 euro ISBN 978-88-498-8675-7
DOSSIER | Acustica
Acustica Un’aula si giudica ascoltandola Denise Borsoi. Architetto specializzato in acustica, ha fondato lo studio Omniacustica di Venezia.
di DENISE BORSOI
www.omniacustica.it
Di un edificio si racconta quasi sempre come appare, raramente come suona. Eppure l’acustica condiziona profondamente la vita di chi lo abita, per esempio a scuola: mensa, bagni, corridoi e aule possono trasformarsi in fonti continue di rumore, compromettendo la possibilità di parlare, ascoltare e concentrarsi. In una scuola il problema non è semplicemente il suono, ma il rumore che copre la voce. Per sei ore al giorno l’aula deve permettere di ascoltare e farsi capire, non solo durante la lezione frontale, ma anche nelle attività di gruppo e nelle discussioni. Le voci da distinguere sono molte e l’ambiente deve rispondere a esigenze più complesse. Per questo l’acustica non è un elemento di comfort, ma una vera funzione didattica. Gli strumenti per migliorarla esistono da tempo; la difficoltà, soprattutto negli edifici esistenti, è integrarli trovando il giusto compromesso. Un’aula acusticamente efficace permette alla voce di raggiungere tutti senza che l’insegnante debba forzarla e impedisce la sovrapposizione delle sillabe. Il beneficio riguarda soprattutto gli alunni più vulnerabili: i bambini più piccoli, chi sta imparando la lingua, chi non ha l’italiano come lingua madre o chi è seduto lontano. Correggere l’acustica significa quindi garantire a tutti una maggiore possibilità di comprendere. Il primo passo è misurare. Il tempo di riverbero consente di trasformare in un dato oggettivo un disagio spesso difficile
da definire. Il rumore proveniente dalla strada può essere affrontato, nei nuovi edifici, attraverso lo studio del contesto e una corretta disposizione degli ambienti; nelle ristrutturazioni, con interventi sui serramenti. La trasmissione del rumore tra aule e corridoi può essere ridotta con contropareti, partizioni e porte adeguate. Per il calpestio e il rumore prodotto dalle sedie si possono utilizzare pavimentazioni resilienti, solai galleggianti e piedini in gomma. Particolare attenzione richiedono gli impianti, che non si limitano a trasmettere il rumore ma lo producono. Ventilazione meccanica e sistemi di riscaldamento o raffrescamento ad aria aumentano il rumore di fondo, riducendo la differenza tra la voce e ciò che la disturba. Gli alunni comprendono quindi meno e gli insegnanti sono costretti a mantenere un tono elevato per ore, con conseguente affaticamento vocale. Gli impianti devono perciò essere progettati anche come componenti acustici. Il riverbero può invece essere controllato mediante superfici fonoassorbenti dimensionate in relazione al volume e alle caratteristiche dell’ambiente. Nella riqualificazione esiste però un ulteriore vincolo: contropareti, controsoffitti e nuovi pavimenti riducono altezza e superficie disponibili, parametri regolati nell’edilizia scolastica. Nell’esistente i margini sono spesso limitati, ma soluzioni efficaci sono comunque possibili attraverso un attento equilibrio tra esigenze diverse.
Il quadro normativo comprende il Dpcm 5 dicembre 1997 sui requisiti acustici passivi, la UNI 11532-2 sugli ambienti scolastici, richiamata nei Cam per l’edilizia, e il Dpcm 14 novembre 1997 relativo al rumore degli impianti, insieme alla classificazione acustica comunale. Dal 2022 i Cam hanno reso il comfort acustico una prestazione richiesta negli appalti pubblici. Anche il Pnrr ha contribuito a cambiare il panorama, finanziando migliaia di cantieri di messa in sicurezza e riqualificazione scolastica. L’inserimento dell’acustica nei capitolati e nei listini regionali ha aumentato l’attenzione dei progettisti. Le prestazioni devono essere verificate sull’edificio reale a lavori conclusi, mentre le linee guida dell’Associazione Italiana di Acustica offrono un supporto operativo. Un esempio significativo è la scuola Gabelli di Belluno, edificio del 1934 sottoposto a vincoli sulla facciata (vedi articolo a pag 145). Qui l’acustica è stata affrontata fin dall’inizio del progetto, trasformandola da intervento aggiuntivo a parte integrante dell’architettura, al pari di una finitura. È una scelta poco evidente nelle fotografie, ma capace di incidere quotidianamente sulla qualità degli spazi. Il vero risultato di una buona progettazione acustica, infatti, non si vede: si ascolta. Si riconosce alla fine della giornata, quando l’insegnante non ha dovuto alzare continuamente la voce e gli alunni possono ancora ascoltare, parlare e raccontare serenamente la propria esperienza.
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CAIMI
Snowsound-Up, una struttura leggera per acustica e luce Franco Caimi, amministratore delegato di Caimi.
Struttura modulare in profili di alluminio e componenti metallici Pannelli Snowsound, Industrial, Snowcustom e baffle tessili Snowsound Fiber Binari elettrificati con faretti monoled o multiled e luci professionali lineari Sistema brevettato e marcato CE
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Assorbimento acustico e illuminazione si incontrano in Snowsound-Up, il sistema sviluppato da Caimi Lab per uffici, negozi, spazi pubblici e hospitality. Il progetto combina la ricerca sul comfort degli ambienti con la riduzione del materiale impiegato e la possibilità di disassemblare, riconfigurare e riutilizzare i componenti. Ne abbiamo parlato con Franco Caimi, amministratore delegato di Caimi. Quale esigenza progettuale ha portato allo sviluppo di Snowsound-Up? Abbiamo rilevato la necessità di una soluzione che integrasse fonoassorbenza e illuminazione, lasciando al progettista un’ampia libertà compositiva. Snowsound-Up crea un
secondo livello sotto il soffitto senza coprirlo direttamente e, poiché è autonomo rispetto alla posizione degli impianti, può adattarsi alle condizioni reali dello spazio. Quest’ultimo è un aspetto sempre più importante sia negli interventi sull’esistente, sia nei progetti in cui le configurazioni vengono definite o messe a punto sul posto. Come è costruito il sistema? La struttura portante è formata da profili in alluminio e componenti metallici ai quali possono essere applicati pannelli fonoassorbenti orizzontali o verticali, rigidi oppure tessili. Può inoltre accogliere binari elettrificati, faretti, luci lineari o apparecchi di dimensioni maggiori de-
DOSSIER | Acustica
Pannelli orizzontali e baffle verticali disegnano un secondo livello sotto il soffitto: Snowsound-Up
combina superfici fonoassorbenti e luce in composizioni che si adattano alle esigenze del progetto.
stinati all’illuminazione generale. Forme, finiture e disposizione dei pannelli possono essere personalizzate, sempre nel rispetto delle normative. Si possono così creare isole, corridoi o configurazioni più estese. Qual è stata la principale sfida nello sviluppo di Snowsound-Up? La ricerca ha richiesto circa un anno di lavoro. Per ottenere un sistema semplice da montare e installare è stato necessario progettare numerosi componenti, innesti e profili, oltre a realizzare gli stampi e le attrezzature necessari alla loro produzione. L’innovazione non riguarda quindi soltanto l’esito visibile, ma anche tutto ciò che consente alla struttura di essere composta, modificata e nuovamente installata. Come è cambiata l’attenzione al comfort acustico nella progettazione degli ambienti? Negli ultimi anni è stato fatto molto e la cultura del progetto è cresciuta. L’evoluzione è continua: oggi non basta correggere il riverbero, occorre integrare l’acustica con illuminazione, impianti, manutenzione e possibilità di trasformazione degli spazi. Snowsound-Up nasce proprio da questa progressiva estensione del tema. www.caimi.com
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SAINT-GOBAIN ECOPHON
Meno riverbero, più concentrazione negli uffici Infoprogetto La sovrapposizione delle conversazioni è una delle criticità affrontate nel progetto acustico degli uffici milanesi di Infoprogetto, dove riunioni e videoconferenze si affiancano alle attività di vendita e assistenza clienti. Il rumore ambientale può innescare l’effetto Lombard: le persone alzano involontariamente la voce per farsi sentire, accrescendo a loro volta il disturbo. Per affrontare questa condizione sono stati installati i sistemi fonoassorbenti Ecophon, azienda del gruppo Saint-Gobain specializzata nel comfort acustico degli interni.
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Situata al piano terra, la sede comprende un open space rettangolare e una sala riunioni. Pareti in muratura intonacata, pavimenti in terracotta, ampie finestre e un soffitto ribassato in cartongesso definiscono un ambiente nel quale sono stati inseriti elementi sospesi e a parete, preservando l’assetto architettonico esistente. A soffitto, le isole Ecophon Solo Square seguono uno schema sfalsato sopra le postazioni. I pannelli in lana di vetro misurano 1.200 × 1.200 mm, hanno uno spessore di 40 e sono rivesti-
DOSSIER | Acustica
Negli uffici Infoprogetto di Milano, le isole Ecophon Solo Square a soffitto e i pannelli Akusto Wall C a
parete contribuiscono a ridurre il riverbero e la propagazione del parlato tra le postazioni. Foto Colin Dutton.
ti su entrambe le facce con finitura acustica Ecophon Akutex FT. Il trattamento è completato dai pannelli a parete Ecophon Akusto Wall C, anch’essi in lana di vetro, con finitura liscia e materica Texona in colori scelti dai dipendenti. L’abbinamento distribuisce le superfici assorbenti su piani orizzontali e verticali, integrandole nel disegno degli interni. La posa a isole mantiene visibile il soffitto esistente e lascia liberi gli intervalli tra i pannelli. Il progetto ha assunto come riferimento la ISO 22955, dedicata alla qualità acustica degli uffi-
ci open space, considerando le attività svolte. Le misurazioni fonometriche precedenti e successive all’intervento documentano una riduzione del tempo di riverberazione: a 1.000 Hz il valore passa da circa 0,94 a 0,31 secondi. Migliora anche il decadimento spaziale del parlato: allontanandosi da chi parla, il livello sonoro diminuisce più rapidamente, limitando il disturbo alle altre postazioni.
Ecophon Solo Square isole fonoassorbenti in lana di vetro, dimensioni 1.200 × 1.200 × 40 mm, con finitura Akutex FT su entrambe le facce e posa sospesa a soffitto Ecophon Akusto Wall C pannelli fonoassorbenti a parete in lana di vetro, con rivestimento tessile Texona Località Milano
www.ecophon.com
Committente Infoprogetto Anno 2023
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Nooxs Think Tank di Bene, con pannelli divisori, elementi vetrati e tende opzionali.
BENE
La stanza dove concentrarsi Nooxs Think Tank, disegnato da Pearson Lloyd per Bene, azienda austriaca specializzata nell’arredo per ufficio, crea ambienti acusticamente protetti attraverso una struttura autoportante che combina pannelli divisori ed elementi vetrati. La modularitá dei pannelli permette di creare innumerevoli configurazioni, dal singolo phone booth a sale meeting di dimensioni importanti, mantiene il contatto visivo tra interno ed esterno e può ospitare telefonate, riunioni o incontri in piedi. Tende e schermature opzionali consentono di modulare la privacy. Un pannello tecnico a soffitto integra illuminazione Led e ventilazione; le restanti porzioni possono accogliere un’ulteriore protezione dal rumore. La scelta degli arredi definisce la funzione di ogni modulo, da cabina telefonica a sala riunioni, con una dotazione tecnica integrata e tempi di montaggio contenuti. Il sistema può essere abbinato a Points per organizzare gli spazi senza costruire partizioni interne: ai volumi chiusi e schermati acusticamente si affiancano aree semiaperte, ampliando le possibilità di articolazione dell’ufficio. www.bene.com
iGUZZINI
Luce e silenzio in un unico elemento Illuminare, assorbire il rumore e arredare lo spazio con una sola soluzione d’arredo. Light Shed dB di iGuzzini, azienda italiana specializzata in soluzioni illuminotecniche, combina emissione luminosa e comfort sonoro in un apparecchio modulare pensato per gli spazi residenziali, di lavoro e contract. Il corpo da 596 × 596 mm è realizzato in materiale fonoassorbente composto per l’85% da fibre di poliestere riciclato. Lo schermo microprismatico Mpo controlla l’abbagliamento e rende l’apparecchio adatto agli ambienti con computer. La luce può essere regolata nell’intensità e nella temperatura di colore, adattandosi alle diverse esigenze visive e percettive. I componenti, assemblati senza colle, possono essere smontati, riparati e riciclati. La dichiarazione ambientale è certificata Pep Ecopassport. www.iguzzini.com
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Disponibile nelle versioni a incasso, sospesa o in appoggio su griglia modulare Light Shed dB può comporre zone di luce e quiete.
DOSSIER | Acustica
Negli uffici Bestway a San Giuliano Milanese, pannelli Celenit Abe a parete e soffitto. Foto courtesy Sara Signorini.
CELENIT
Lana di legno e finiture avorio per la sede Bestway Negli uffici di Bestway a San Giuliano Milanese, il progetto di Sara Signorini interpreta il carattere industriale degli edifici attraverso ambienti di impronta domestica. L’intervento si inserisce in un percorso avviato alla fine del 2017 con la ristrutturazione di due fabbricati esistenti, cui si è aggiunto un nuovo edificio tra il 2019 e il 2021. Negli spazi recuperati, le altezze importanti e la pavimentazione mantenuta convivono con boiserie, porte in legno, superfici vetrate e una palette cromatica rilassante. La distribuzione cerca un equilibrio tra privacy e condivisione, articolando aree per conference call, attività di gruppo, ristoro e postazioni flessibili in open space. Il rapporto con l’esterno e gli elementi verdi verticali contribuiscono al carattere accogliente degli interni. In questo contesto, i pannelli
Abe di Celenit, azienda italiana specializzata nella produzione di isolanti termici e acustici, rivestono porzioni del soffitto e delle pareti. Realizzati in lana di legno di abete rosso, mineralizzata e legata con cemento Portland bianco, i pannelli vantano una texture superficiale extra-sottile di 1 mm di spessore. Per gli uffici sono stati scelti elementi di formato 1.200 × 600 mm con spessore di 25 mm, e verniciatura Avorio V02 (Ral 1015) avvitati su struttura metallica. Il rivestimento resta interamente a vista. La medesima finitura accompagna le due applicazioni, dando continuità cromatica al trattamento fonoassorbente. A parete, la lavorazione Groove Basic aggiunge una trama superficiale costituita da fresature parallele longitudinali. Questa soluzione rientra nella gamma Design
Solutions, che personalizza i pannelli attraverso lavorazioni eseguite a pantografo: la superficie tecnica assume così un ruolo nel design degli interni. Celenit Abe è classificato in Euroclasse di reazione al fuoco B-s1, d0 ed è certificato Pefc, disponibile su richiesta anche con certificazione Fsc. www.celenit.com
Località San Giuliano Milanese Committente Bestway Progetto Sara Signorini Soluzioni acustiche pannelli Celenit Abe a soffitto e a parete. formato 1.200 × 600 mm, spessore 25 mm
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GABRIEL
La maglia tridimensionale per il suono Runner di Gabriel, azienda danese specializzata nei tessuti per arredamento, è un rivestimento fonoassorbente progettato da Inger Mosholt Nielsen. Trova applicazione negli uffici e negli spazi pubblici, dove il controllo del riverbero contribuisce al comfort degli ambienti.
Il tessuto Runner di Gabriel abbina una maglia tridimensionale a proprietà fonoassorbenti per pannelli e sedute.
Traspirante e flessibile, è pensato soprattutto per gli schienali delle sedute, dove favorisce la circolazione dell’aria e offre sostegno ergonomico. La costruzione volumetrica caratterizza il rilievo della superficie e contribuisce alle proprietà fonoassorbenti del tessuto, progettato per mantenere nel tempo forma e aspetto.
Il trattamento del suono entra così nel progetto attraverso gli arredi e gli elementi che organizzano gli interni. Disponibile in 25 colori, studiati da Cenk Kivrikoglu, è composto da poliestere riciclabile al 100%.
za, alla finitura e alle prestazioni richieste. Il plexiglas bisatinato separa le postazioni senza chiudere visivamente lo spazio, mentre le versioni rivestite in tessuto contribuiscono al controllo del rumore. Il pannello fonoassorbente impiega fibra di poliestere con densità di 40 kg/m³, rivestita in tessuto e cucita a mano. Una seconda versione presenta un’imbottitura in poliestere a den-
sità variabile e un rivestimento termosaldato. Formati, materiali e colori possono essere combinati per delimitare singole postazioni o articolare aree estese. La struttura freestanding consente infine di spostare e ricomporre gli elementi quando cambia l’organizzazione dello spazio.
www.gabrielfabrics.com
DIEFFEBI
Dividere gli spazi senza pareti fisse Pensato per schermare una scrivania o creare una zona riservata senza ricorrere a opere fisse, Dolomites è il sistema di partizioni freestanding progettato da Dorigo Design per Dieffebi. Adatto agli ambienti di lavoro e alla casa, comprende pannelli quadrati e rettangolari, da terra o da tavolo, sostenuti da basi metalliche. La gamma combina legno, plexiglas bisatinato e tessuto, scelti in base al grado di trasparen-
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www.dieffebi.com
DOSSIER | Acustica
CARUSO ACOUSTIC
Cerchi di luce sopra gli spazi di studio Nel 2025 al Dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano, l’architetto Marco Alì di MRC Architetti ha trasformato spazi compartimentati in un ambiente flessibile, dedicato allo studio e al lavoro condiviso. Nell’ampio open space, i pannelli circolari Dot di Caruso Acoustic, specializzato in soluzioni fonoassorbenti con illuminazione integrata, sono sospesi sopra le postazioni. La composizione, ispirata al mondo della fisica, richiama un sistema di particelle in equilibrio. La forma circolare ritorna nei segni grafici sulle partizioni vetrate, stabilendo una relazione visiva tra gli elementi sospesi e la suddivisione degli ambienti. Le superfici gialle e arancione risaltano sul fondo scuro degli impianti a vista. In corrispondenza dei piani di lavoro, alcuni pannelli Dot integrano sorgenti Led, associando assorbimento acustico e illuminazione in un unico elemento. Foto Paolo Belletti
www.carusoacoustic.com
HERMAN MILLER
Più privacy e movimento in postazione La collezione Bound di Herman Miller, azienda statunitense con una lunga tradizione di ricerca sull’ergonomia e sull’arredo per ufficio, si amplia con Sit-Stand Booth e Sit-Stand Desking, postazioni regolabili in altezza che abbinano privacy visiva e assorbimento acustico. Alla configurazione individuale si affiancano soluzioni aggregabili fianco a fianco o schiena contro schiena, per adattare il layout alle attività di concentrazione e alle diverse esigenze delle persone.
I pannelli imbottiti raggiungono un’altezza di 1.400 mm e offrono prestazioni di assorbimento acustico in classe A; il piano di lavoro sale fino a 1.250 mm, consentendo di alternare la posizione seduta a quella in piedi. Attraverso il comando è possibile programmare promemoria a vibrazione che invitano a cambiare postura. Il meccanismo è celato dai pannelli, lasciando spazio libero sotto la scrivania anche per chi utilizza una sedia a ruote. Cinque famiglie di tessuti, rivestimenti interni
ed esterni monocromatici o bicolore e diverse finiture dei piani permettono di comporre le postazioni. Passacavi e accessi all’alimentazione integrati riducono l’ingombro visivo. La struttura impiega alluminio riciclato e un riempimento in fibre di canapa coltivata nel Regno Unito, i cui scarti di lavorazione vengono reintrodotti nel ciclo produttivo. www.hermanmiller.com
Bound Sit-Stand Booth, con piano regolabile in altezza e pannelli acustici.
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5 1. Eterea Hotel di GD
Dorigo è una porta filo parete che garantisce resistenza al fuoco e isolamento acustico. Ha telaio in alluminio, cerniere a scomparsa, chiusura magnetica, guarnizione acustica e intumescente. Disponibile nelle versioni a spingere o tirare, si installa su muratura o cartongesso ed è proposta in diverse superfici e colori. www.gd-dorigo.com
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2. I moduli fonoassorbenti
da parete Archisonic Natura Truchet dell’azienda svizzera Impact Acoustic possono essere ruotati per creare disegni murali diversi. Realizzati in cellulosa naturale, sono disponibili nelle varianti con fibre di cotone, juta o cocco, che modificano texture e aspetto della superficie. Il materiale è riciclabile e compostabile. www.impactacoustic.com
3. WP/Acoustic è il
materiale fonoassorbente di Wall/Pepper per realizzare rivestimenti murali personalizzati a parete e a soffitto che riducono il riverbero negli ambienti. Composto da fibra di vetro abbinata a un materassino acustico è rifinito con il protettivo WallSilk Antibacterial e resiste alla luce, allo sfregamento e al fuoco. www.wallpeppergroup.com
4. Il tessuto per tende
Silent Sun del marchio Jab Anstoetz Acoustics combina assorbimento acustico, protezione termica e schermatura UV. Il retro riflette le radiazioni infrarosse e ultraviolette il fronte è percorso da sottili striature, illuminate dalla presenza di filati in Lurex. Morbido, ignifugo e lavabile, è proposto in 15 colori tenui. www.jab.de
DOSSIER | Acustica
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7 5. Lucy, la tenda
leggera fonoassorbente di Vescom, lascia filtrare la luce e contribuisce a ridurre i tempi di riverbero negli ambienti. Il tessuto contiene il 60% di filato bouclé ignifugo in poliestere riciclato. Disponibile in doppia altezza, è proposta in 12 tonalità neutre ispirate a legno pietra e vetro. www.vescom.com
6. Equa di FerreroLegno,
abbinata al telaio Evoluto Eleva, è una porta battente complanare con isolamento acustico certificato di 30 dB per formati fino a 1.000 × 2.400 mm. Il pacchetto acustico comprende l’anima fonoisolante, guarnizioni perimetrali e un dispositivo mobile a pavimento che sigilla la fessura inferiore a porta chiusa. www.ferrerolegno.com
8 7. La porta scorrevole
Acustica di Scrigno assicura un isolamento sonoro certificato. L’anta racchiude una struttura fonoisolante stratificata; paraspifferi guarnizioni e magneti, nascosti nella struttura, sigillano il perimetro. Lo stipite e i meccanismi dedicati consentono una chiusura fluida e aderente. www.scrigno.com
8. La porta in legno
Isofire Lz58.60.43 di Zanini-San.Co unisce resistenza al fuoco, tenuta ai fumi e isolamento acustico Rw 43 dB. Può essere impiallacciata in essenza o verniciata con effetto bronzo. Nella foto, il raccordo tra telai e portali in travertino è stato sviluppato ad hoc. Serrature e ferramenta hanno la stessa finitura. www.zaniniitalia.com
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Existence Consolle. Design Michele De Lucchi. Courtesy De Castelli. Foto Alberto Parise.
Full
Storie di Design Full Metal Jacket
l The Project of Things
Full Metal Jacket
di LUIGI PRESTINENZA PUGLISI
Per buona parte del Novecento, il metallo ha evocato l’industria e quindi la precisione, la produzione in serie e il progresso. Dalle sedie di Marcel Breuer alle strutture di Jean Prouvé, usarlo era una dichiarazione di fiducia nella modernità. Fiducia che oggi si è incrinata: l’industria non appare più come una promessa universale e il futuro non coincide con la perfezione tecnica. Il metallo infatti può essere freddo o sensuale, preciso o irregolare, nuovo o recuperato. E la sua identità non è più nascosta dietro superfici impeccabili, ma resa leggibile attraverso tagli, pieghe, giunti, saldature e tracce di lavorazione. NM3, lo studio milanese fondato da Nicolò Ornaghi, Delfino Sisto Legnani e Francesco Zorzi, lavora per esempio con l’acciaio inox, attraverso taglio laser, piegatura e assemblaggi privi di decorazioni superflue. Il nome deriva dal Normal Cubic Meter, unità di misura del gas utilizzato per il taglio laser: un riferimento ironico a un’ispirazione cercata dentro il ciclo produttivo, più che nell’arte o nella natura. I mobili di NM3 sono elementari: piani, pieghe, incastri, spessori. Piccoli edifici ridotti all’essenziale, ma la neutralità è anche uno stile riconoscibile. Il riferimento al funzionalismo e al modernismo è contaminato dal gusto per l’oggetto prezioso, da galleria. L’industriale diventa sofisticato, il normale eccezionale. Millim Studio, fondato a Roma da Chiara Pellicano ed Edoardo
Giammarioli, percorre una strada diversa. Qui il metallo è meno algido e più narrativo. Può essere lamiera nera recuperata dagli scarti oppure alluminio e acciaio assemblati lasciando leggibile la logica costruttiva. O anche essere alluminio fuso, con imperfezioni e imprevedibilità. Attraverso tagli, sovrapposizioni, viti, giunti, l’oggetto racconta la propria autobiografia costruttiva, evitando l’assenza di temporalità del design delle superfici perfette e senza storia. Le cicatrici della fabbricazione e lo scarto offrono infatti tracce continue e impreviste da interrogare. Finemateria, lo studio milanese fondato da Gianluca Sigismondi e Stefano Bassan, sposta ancora il problema. Il nome suggerisce un interesse per la materia, i processi e le culture che li accompagnano. Nei lavori con QuadroDesign il progetto nasce dalla tensione tra qualità fisiche diverse. In generale, non interessa il metallo come immagine di forza, ma la sua capacità di creare relazioni: freddo/caldo, duro/morbido, pesante/ leggero, preciso/imperfetto. Dopo anni in cui il digitale sembrava rendere possibile qualsiasi fantasia o fantasticheria, emerge una possibilità più interessante: sono proprio i limiti della materia e le sue molteplici relazioni che dovrebbero dare forma agli oggetti che ci accompagnano nel percorso della nostra esistenza.
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Gianluca Sigismondi e Stefano Bassan.
Fontanella
Finemateria | QuadroDesign
La materia prima del progetto di Giulia Mura foto NonFuturo e Luca A. Caizzi (I Giorni) Fondato a Milano nel 2020 da Gianluca Sigismondi e Stefano Bassan, Finemateria nasce intorno a un assunto apparentemente semplice, ma piuttosto radicale e non negoziabile: dare voce ai materiali, più che al disegno, più che alla funzione. Lo suggerisce già il nome dello studio, che ribalta la consueta gerarchia del progetto per affermare che il fine può coincidere con la materia stessa, con le sue caratteristiche fisiche, i suoi limiti e le possibilità che contiene. «Il materiale precede la forma – dichiarano – così lo studiamo: chi lo produce, il carattere della persona che aziona la macchina responsabile di un particolare dettaglio. Lavorando in questo modo, quando si arriva effettivamente al disegno, si sa già cosa non fare e, al contrario, cosa valorizzare al massimo da ciò che si è visto e da ciò che già esiste. Se si inizia subito a disegnare, spesso si finisce per inseguire quell’idea a tutti i costi, costringendo tutti gli altri ad adattarsi e a cambiare. Noi preferiamo
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il contrario: miglioriamo ciò che già esiste, o almeno ci proviamo, ma vogliamo anche che tutte le persone coinvolte si sentano a proprio agio lungo il percorso». Una posizione che sposta il progetto dall’idea dell’autore alla costruzione di un processo condiviso, nel quale designer, industria e materia partecipano alla definizione dell’oggetto. Nei loro progetti monomaterici, in particolare, la sottrazione non coincide tanto con un esercizio formale quanto con la volontà di eliminare interferenze: lasciare che siano peso, spessore, superficie, piega, riflesso o giunzione a costruire l’identità dell’oggetto. E il metallo diventa particolarmente efficace in questa ricerca perché difficilmente può nascondere il modo in cui è stato trasformato. «Lavorare con un unico materiale per noi non è tanto un esercizio di sottrazione formale, quanto un modo per portare il materiale al centro del progetto. Il risultato sono oggetti che dichiarano con chiarezza come sono fatti e
Fontanella è una sorgente itinerante commissionata da QuadroDesign e progettata per accompagnare Rooting/ Radicarsi, festival organizzato e ospitato da Dopo? Space, a Milano (2023). Una stazione di rifornimento dinamica di acqua potabile, facilmente spostatile per seguire la programmazione di eventi, talk e party. Realizzata completamente in acciaio e definita da una struttura ridotta al minimo Fontanella è caratterizzata da un’estrema sintesi formale capace di mettere in evidenza le qualità tecniche e materiche dei prodotti QuadroDesign installati su di essa: sopra rubinetto, manopola e una griglia di scolo dal sapore hi-fi; sotto, ogni componente è messo a nudo.
che affidano la propria identità alle caratteristiche intrinseche della materia». Una sensibilità che trova terreno fertile nella collaborazione con QuadroDesign, azienda con cui lo studio condivide l’attenzione per la materia e per una riduzione del prodotto ai suoi elementi necessari. Nei pezzi sviluppati insieme, l’acciaio inox diventa struttura, superficie e linguaggio allo stesso tempo: un unico materiale chiamato a fare quasi tutto. Dal 2024 questa attitudine alla contaminazione tra progetto, produzione e ricerca ha anche un luogo fisico: House of Finemateria, nella zona est di Milano, sede dello studio ma soprattutto spazio aperto all’incontro tra discipline e linguaggi contemporanei. Un’ulteriore estensione di un metodo che, prima ancora di chiedersi quale forma dare alle cose, sembra interrogarsi su che cosa la materia abbia già da raccontare. www.finemateria.com | @finemateria www.quadrodesign.it | @quadrodesign_official
STORIE DI DESIGN | Full Metal Jacket
I Giorni Calendar I Giorni è un manifesto a misura di scrivania, voluto da QuadroDesign: un calendario analogico perpetuo che offre la propria interpretazione all’esaltazione materica e alla precisione raggiunta nelle lavorazioni che l’azienda ha affinato negli anni. Così la rubinetteria di QuadroDesign viene sintetizzata nella forma cilindrica di
tre corpi d’acciaio sorretti da una base in legno di rovere e lasciati liberi di ruotare su loro stessi. L’oggetto è pensato per innescare un’interazione con la persona instaurando una relazione diretta tra lei e il materiale tramite la percezione tattile visiva e uditiva. È il materiale stesso a prendere la parola e a rivolgersi a chi lo tocca, osserva e ascolta.
Gioiello Collection Gioiello è una collezione di oggetti in acciaio inox disegnata in collaborazione con Very Simple: Kitchen e QuadroDesign presentata alla rassegna parigina di Matter and Shape a marzo 2026. Otto prodotti per la mise en place, concepiti per la condivisione attorno al tavolo sviluppati a partire da una ricerca sul linguaggio grafico bidimensionale dei pizzi e dei ricami decorativi delle tavole di inizio Novecento trasformati in disegni che hanno guidato le laserature delle piastre in acciaio. Tre tipologie di vassoi multiuso (da portata, centrotavola e tagliere), due alzate, due basket portafrutta di differente capienza e un coltello spalmaburro realizzato partendo da una lastra senza ricorrere a stampaggio o fusione: un piccolo esercizio di stile, leggero e divertito.
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NM25 Consolle Evoluzione del sistema NM24, NM25 attraverso l’allineamento di più moduli, dà vita a un volume architettonico allungato la cui struttura si basa su un sistema metallico con montaggio a secco, costituito da elementi a sezione scatolare che formano un prisma rigido articolato in vani a giorno. L’oggetto può fungere da mobile per giradischi libreria, contenitore o sistema espositivo adattandosi a diverse destinazioni d’uso pur mantenendo una logica strutturale coerente. Anche NM25 è completamente smontabile e riducibile in componenti modulari, disponibile in acciaio inox o verniciato a polvere (nella selezione Ral standard di NM3) con piedini o ruote.
Nicolò Ornaghi, Delfino Sisto Legnani e Francesco Zorzi.
NM3
L’ordinario come sistema di Giulia Mura foto Delfino Sisto Lignani e Louis De Belle Fondato a Milano da Delfino Sisto Legnani, Nicolò Ornaghi e Francesco Zorzi, lo studio opera tra prodotto e spazio, interior design, architettura e direzione creativa, muovendosi contemporaneamente come brand e agenzia di consulenza. Al centro della sua produzione c’è una famiglia di arredi standardizzati e custom realizzati prevalentemente in acciaio inox, sviluppati con un approccio minimale e funzionale attraverso un vocabolario di geometrie elementari, componenti industriali e lavorazioni di precisione. Più che inventare nuove forme, NM3 sembra interessato a estrarre possibilità dall’esistente, “riconoscendo nell’astrattezza dell’ordinario una fonte di infinite possibilità: elementi comuni, tecniche industriali standard, materiali grezzi”. Ogni pezzo è infatti prodotto con finiture non lucidate, attraverso lavorazioni di precisione e tecniche di carpenteria medio leggera – come il taglio laser e l’assemblaggio a secco – che ne preservano l’integrità naturale e lasciano emergere segni, texture e variazioni di tono che rivelano l’onestà dei materiali non trattati: non imperfezioni, ma parte integrante del processo produttivo.
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Quelli che altrove potrebbero essere considerati difetti diventano parte dell’identità dell’oggetto. L’acciaio non viene nobilitato: viene semplicemente lasciato essere acciaio. Tavoli, sedute, scaffalature, contenitori e complementi assumono così una presenza quasi archetipica, a metà tra mobile, struttura e dispositivo. È una scelta estetica, ma anche produttiva. Ridurre trattamenti e passaggi significa accorciare la distanza tra progetto e fabbricazione, facilitare assemblaggio e disassemblaggio e lavorare con un materiale durevole e riciclabile.
Il dichiarato approccio low-tech di NM3 trova così una propria coerenza proprio nell’incontro tra economia di mezzi e precisione industriale. Ne deriva un design asciutto senza essere neutrale, nel quale la serialità non esclude la specificità e il rigore non coincide necessariamente con la freddezza. Perché dietro questi oggetti c’è soprattutto un esercizio di osservazione: prendere ciò che l’industria produce già e capire quanto progetto possa ancora contenere. www.nm3.xyz | @nm3.xyz
STORIE DI DESIGN | Full Metal Jacket
NM26 Libreria Basata su un sistema metallico di montaggio a secco, sviluppato attorno a componenti a sezione scatolare, la libreria modulare NM26 è composta da ripiani fissi sostenuti da montanti verticali intercambiabili, rimovibili e riposizionabili, consentendo di modificarne la configurazione senza alterare il design di base. Il sistema può infatti passare da una versione bassa a due ripiani a una
struttura verticale fino a sette ripiani mantenendo inalterate le proporzioni e il linguaggio formale esclusivamente attraverso la riconfigurazione dei montanti, senza necessità di componenti aggiuntivi o sostitutivi. Disponibile in acciaio inox o in acciaio verniciato a polvere, nella selezione di colori Ral standard di NM3, NM26 è completamente smontabile e riducibile in elementi modulari.
NM21 Tavolo Caratterizzato da una configurazione rettangolare essenziale, NM21 basa la sua struttura su un sistema metallico assemblato a secco, sviluppato attorno a componenti a sezione scatolare che ne incrementano prestazioni strutturali e consentono una logica progettuale più articolata e modulare. Il tavolo è composto da cinque volumi: quattro gambe verticali e un piano orizzontale. L’oggetto è completamente smontabile
e scomponibile in elementi modulari, ottimizzando così trasporto, stoccaggio e riconfigurazione spaziale. Disponibile in acciaio inox o in acciaio verniciato a polvere, con l’opzione di piedini o ruote. Nella foto a sinistra, con lo sgabello OG-NM301, realizzato da QuadroDesign in collaborazione con NM3 by Andrea Ferrari. È interamente in acciaio inox.
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Omnes Bench
Foto Flavia Rossi
Chiara Pellicano ed Edoardo Giammarioli.
Millim Studio
L’opera, una panca in acciaio e ottone (225 x 45 x 40h cm) costituita da una seduta e quattro coppie di montanti verticali che generano un motivo a pettine esplora la cucitura come principio di unione, conferendo all’oro una doppia valenza: struttura e ornamento, elemento che tiene in relazione parti distinte senza annullarne l’autonomia. La bellezza del convivio sta nell’incontro di identità diverse che, pur non appartenendosi, si influenzano reciprocamente, lasciando tracce l’una nell’altra. Materia su materia, in un intreccio di forme e connessioni. La panca è infatti una composizione di elementi autonomi legati senza vincoli, che lasciano spazio a un uso libero. L’assenza di gerarchia tra le parti invita all’interazione spontanea trasformando il sedersi in un’esperienza di equilibrio e relazione.
Tra tecnica e dimensione scultorea di Giulia Mura foto Eller Studio Per Millim Studio, la materia non è mai semplicemente ciò di cui un oggetto è fatto. È piuttosto qualcosa da interrogare, trasformare e talvolta mettere alla prova, all’interno di una pratica che attraversa liberamente design, arte, comunicazione e ricerca. Fondato quasi dieci anni fa a Roma da Chiara Pellicano ed Edoardo Giammarioli, Millim Studio costruisce il proprio lavoro intorno all’esplorazione dei processi e alla possibilità di generare nuove relazioni tra forma, materia e contenuto, in opere inedite e contemporanee. Ne deriva una produzione volutamente difficile da circoscrivere: oggetti, installazioni, allestimenti, interior convivono all’interno di una ricerca nella quale il progetto non coincide necessariamente con la soluzione di una funzione, ma può diventare strumento di indagine. Materiali e tecniche vengono osservati non soltanto per ciò che sono, ma per ciò che po-
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trebbero diventare: la trasformazione diventa parte della narrazione dell’oggetto e il processo acquista un valore equivalente, se non superiore, alla forma finale. In questa prospettiva anche il metallo perde parte della propria tradizionale connotazione industriale. Acciaio e alluminio diventano superfici sensibili alla luce, alla piega, alla deformazione e alla relazione con altri materiali, capaci di oscillare tra la precisione tecnica e una dimensione scultorea. Collectible, insomma. All’apparente freddezza della leghe metalliche Millim contrappone un approccio sperimentale, innovativo, sostenibile che ne esplora riflessi, tensioni e possibilità espressive, utilizzando il progetto come dispositivo per rendere visibile il comportamento della materia. È probabilmente questa attitudine di confine ad aver portato lo studio a muoversi con naturalezza tra aziende e gallerie, produzione e
ricerca. I suoi lavori sono stati presentati, tra gli altri, alla Triennale Milano, all’ADI Design Museum e al Maxxi di Roma, oltre che in contesti internazionali da Hong Kong a Shanghai, New York e Bruxelles. Nel 2019 lo studio ha ricevuto un Wallpaper* Design Award e nel 2024 è stato incluso tra i venti talenti selezionati da AD Germany. Parallelamente, Pellicano e Giammarioli proseguono la ricerca attraverso l’attività accademica, rispettivamente nell’ambito della comunicazione visiva e del design sostenibile e di prodotto. Una continuità non secondaria per uno studio che considera il tempo della ricerca parte integrante del progetto: perché, prima dell’oggetto finito, sembra interessargli soprattutto ciò che può accadere alla materia durante il percorso.
www.millim.com | @millimstudio
STORIE DI DESIGN | Full Metal Jacket
Rivière Collection Rivière Collection traduce in oggetti la tensione tra materia e struttura affermando una bellezza funzionale diretta e senza mediazioni. Concepita come un manifesto della costruzione, nella collezione – panche, tavolini, sgabelli – la struttura in alluminio con viti in acciaio non viene nascosta ma portata deliberatamente in primo piano e ogni elemento è il risultato di una sedimentazione formale: superfici sovrapposte, giunzioni e sistemi di montaggio costruiscono un ritmo rigoroso e rendono leggibile la logica dell’assemblaggio. Conservando, quasi fosse una radiografia, il racconto della propria costruzione.
Lare Cabinet Per Lare Cabinet, la ricerca si sposta dalla costruzione alla percezione. Lare reinterpretata infatti la componente più immateriale del camino: la vibrazione. Non solo quella sonora – il crepitio delle braci che si diffonde nello spazio – ma la vibrazione visiva. La superficie in metallo satinato spazzolato secondo differenti direzioni intercetta e frammenta la luce, mentre sottili frange metalliche, leggere e inclinate, reagiscono allo spazio generando riflessi mutevoli: la durezza del materiale sembra dissolversi in una vibrazione luminosa, si moltiplica, danza nello spazio come farebbero le fiamme. Lare infatti non si posiziona a parete, ma vive nella tridimensionalità dello spazio. È un oggetto contenitore, ma allo stesso tempo espansivo. La sua presenza è dichiarata: una vibrazione che irradia e coinvolge spazio, oggetti e persone.
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› DESIGNCAFÈ UOMINI E MICROBI Uno dei principali capitoli della 24esima Triennale Inequalities era la mostra We the Bacteria, perché riflettere sulle disuguaglianze significa anche riflettere sulla salute, oggi concepita anche in relazione al microbioma, i trilioni di microrganismi che ci abitano, ci nutrono, ci proteggono (e talvolta ci ammazzano). Quel lavoro di ricerca è confluito nell’omonimo volume, curato dalla storica dell’architettura Beatriz Colomina e da Mark Wigley, architetto e docente della Columbia. Attraverso un approccio che intreccia architettura, biologia, storia, filosofia e design, We the Bacteria rivela come gli spazi in cui viviamo siano il risultato di una continua coabitazione, negoziazione e scambio con comunità microbiche, visibili e invisibili. Edifici e corpi sono attraversati, modellati e in parte costruiti dai microbi. Il testo affronta anche il tema dell’ossessione moderna per la sterilizzazione: dal XIX secolo, sotto la pressione di epidemie e decisioni biopolitiche, l’architettura è stata concepita secondo un progetto igienico-difensivo che tuttavia contrasta con la funzione benefica che molti microrganismi svolgono per la salute umana e ambientale. Il cambio di paradigma è evidente: attraverso una storia dell’architettura lunga diecimila anni non centrata esclusivamente sull’essere umano ma su una rete complessa di relazioni tra specie, materiali, corpi, tecnologie e micro-organismi, il libro delinea un manifesto a favore dell’architettura biotica, ovvero nuovi modi di convivere con i batteri e altre forme di vita invisibili, invitando architetti e designer a riconoscere che pensare ai microbi significa ripensare il futuro dell’umanità e del pianeta. Mah.
We the Bacteria Notes Toward Biotic Architecture Beatriz Colomina, Mark Wigley Lars Müller Publishers, Zurigo, 2025 352 pagine, 319 Ill, En, 20 Chf ISBN 978-3-03778-783-0
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La Gae. Gae Aulenti (1927-2012) A cura di Giovanni Agosti Electa e Triennale MIlano, 2025 880 pp, Ill, 105 euro ISBN 978-88-9282-629-8
LA SIGNORA DELL’ARCHITETTURA “L’architettura è un mestiere da uomini, ma io ho sempre fatto finta di nulla”, disse Gae Aulenti nel 2011 in un’intervista a Paolo Di Stefano. Questo volume di formato sesquipedale (30x20) curato da Giovanni Agosti, che nasce dall’esperienza della mostra su Gae Aulenti tenutasi tra il 2024 e il 2025 in Triennale Milano in collaborazione con Archivio Gae Aulenti, è il saggio definitivo (ma non critico) sulla sua vita e il suo lavoro. Filo conduttore è la cronologia che dal 1927 al 2012 segue l’architetto in un intreccio ininterrotto di testimonianze dove vita personale e attività professionale sono inestricabilmente connesse:
architetture, cantieri, oggetti, scenografie teatrali, molto ben documentati da un ampio corredo iconografico. Non mancano una cronologia degli scritti e un regesto delle centinaia di progetti. Gae Aulenti è stata una protagonista, oltre che dell’architettura, della cultura e della vita sociale del secondo Novecento. Ne dà conto l’indice dei nomi – da Ernesto Nathan Rogers, quando negli anni Cinquanta ‘la Gae’ collaborò a Casabella, a Gianni Agnelli, da Mitterand al cantiere del Musée d’Orsay a Luca Ronconi – che colloca Gae Aulenti in un periodo irripetibile della storia recente.
ARTI APPLICATE E VITA QUOTIDIANA “Qui non ricamiamo cuscini”, l’apostrofò Le Corbusier quando l’allora ventiquattrenne Charlotte Perriand (1903-1999) si presentò nel suo studio in Rue de Sèvres. Pur rendendosi conto che lui, il portabandiera del modernismo, era rimasto indietro dopo avere visto alla fiera di Stoccarda le sensazionali collezioni di arredi in tubolari di acciaio che Marcel Breuer, Mart Stam, Ludwig Mies van der Rohe e J. J. P. Oud avevano appena presentato. Eppure, ancora nel 1958, il nome di Perriand non veniva neppure citato nella mostra Le Corbusier: Architecture, Sculpture, Painting, Tapestries organizzata dal museo Kaiser Wilhelm di Krefeld. Alla Perriand, fondamentale figura del design degli interni e dell’architettura del XX secolo, rende giustizia oggi, sempre a Krefeld, la retrospettiva organizzata dal Kunstmuseen Charlotte Perriand: The Art of Dwelling (dopo la conclusione in marzo e il passaggio al Museum der Moderne di Salisburgo, la mostra si potrà visitare a Barcellona, alla Fundació Joan Miró) di cui questa pubblicazione è l’esauriente catalogo. Il volume, curato da Katia Baudin e Waleria Dorogova, accoglie numerosi contributi, tra cui quello della
figlia Pernette Perriand-Barsac che con Jacques Barsac cura l’Archivio Perriand nello studio parigino della designer e artista in Rue Las Cases. Alcuni documenti sono inediti, altri dimenticati, come l’elogio dell’acciaio che Perriand scriveva nel 1929 sulla rivista Studio (“il metallo è una rivoluzione. Nel campo degli arredi gioca lo stesso ruolo che il calcestruzzo svolge in architettura”).
Charlotte Perriand The Art of Dwelling Aa. Vv. Hatje Kantz, Berlino, 2026 272 pagine, 200 Ill, En, 44 euro ISBN 978-3-7757-6165-9
elements Contract
Arredi flessibili, superfici resistenti, materiali sostenibili e soluzioni pensate per migliorare il comfort: il progetto contract richiede prodotti adatti a un uso intensivo, personalizzabili e durevoli. La selezione riunisce proposte per hotel, ristoranti e ambienti collettivi, tra ricerca tecnica, qualità estetica e versatilità d’impiego
a cura di Elena Riolo
Jannis Varelas, Untitled Couple of Steps Towards Socialism. 2016. Tecnica mista su tela. Collezione privata Bologna.
BROSS EERA. Pensata da Marco Zito per spazi residenziali e hospitality, la poltrona lounge può essere utilizzata in spazi interni ed esterni. La struttura in tubolare metallico integra braccioli in frassino, per la versione indoor, o iroko, per quella outdoor. Seduta, schienale e poggiatesta formano un’imbottitura reversibile, rivestibile sui due lati con tessuti diversi e, per l’uso esterno, con finiture tecniche. Foto Andrea Ferrari
www.bross-italy.com
CALLIGARIS NOGU. Disegnato da Oscar e Gabriele Buratti, il tavolo ha una base in frassino composta da due elementi sovrapposti e capovolti, uniti a formare una struttura a forbice. L’incrocio definisce il profilo del basamento, mentre l’appoggio su quattro punti garantisce stabilità e lascia libero il perimetro. Il piano è disponibile in legno, vetro trasparente, vetro ricotto con bordo curvo oppure ceramica.
www.calligaris.it
LACIVIDINA PALME. La pianta stellata di Palmanova ispira la struttura tridimensionale in metallo del tavolino progettato da Zanellato/Bortotto. Il perimetro intrecciato, legato alla tradizione locale dell’impagliatura, è realizzato in corda di carta per gli interni e in corda tecnica trattata per l’outdoor. Il piano è disponibile in lamiera, frassino o con il pannello rigido Really di Kvadrat, ottenuto dall’upcycling di tessuti a fine vita e di scarti tessili della produzione laCividina.
www.lacividina.com
ISOPLAM DECO NUVOLATO GRIP. Per spazi esterni anche ad alto traffico, il rivestimento continuo, formulato con cemento, quarzo sferoidale, additivi e ossidi di ferro, ha uno spessore strutturale di 8 cm. La lavorazione sul calcestruzzo fresco genera una texture pettinata che rifrange la luce. Stabile e resistente agli agenti atmosferici, mantiene inalterate le caratteristiche tecniche e cromatiche anche con un’esposizione prolungata ai raggi UV.
www.isoplam.it
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elements_Contract Ospitalità MARGRAF ALMA. Marmo italiano dal fondo beige chiaro,
attraversato da venature e intrusioni marroni di intensità variabile, che conferiscono profondità e movimento alla superficie adatta per pavimenti e rivestimenti. La resistenza e la durabilità ne consentono l’impiego anche in bagni, cucine e spazi outdoor; le finiture lucida, levigata e spazzolata consentono di modulare la resa delle sfumature naturali.
www.margraf.it
LIUNI PAINTED GARDEN. Distribuita da Liuni, la
collezione di moquette modulare Milliken traduce colori e forme vegetali in motivi astratti, accostabili liberamente grazie al formato in doghe da 25 × 100 cm. Realizzata con filati Econyl riciclati al 100%, contribuisce al comfort acustico degli ambienti. La collezione è corredata da certificazioni ambientali, tra cui Cradle to Cradle.
www.liuni.com
PEDRALI OPALE. La collezione disegnata da Patrick
Jouin comprende poltrona, sedia e sgabello. Schienale, sedile e braccioli sono in schiumato poliuretanico; il telaio in acciaio integra cinghie elastiche. Le gambe in massello di noce o frassino certificato Fsc, finite con vernici a base acqua, si assottigliano gradualmente da una sezione ovale a una forma tonda. L’elemento distintivo è una funzionale maniglia integrata nella parte posteriore dello schienale. I componenti sono disassemblabili per la sostituzione o il riciclo.
www.pedrali.com
Foto Omar Sartor, set design & styling Studio Milo
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LA CALCE DEL BRENTA VIVASAN PRO. Pittura naturale a calce sviluppata per le superfici esterne e adatta anche agli interni, presenta una grana leggera che conferisce alle superfici una texture uniforme e materica. La formulazione traspirante e resistente è priva di sostanze nocive e additivi artificiali; il pH naturalmente elevato crea inoltre condizioni sfavorevoli allo sviluppo delle muffe. Foto Matteo Imbriani
www.lacalcedelbrenta.it
EDITIONS MILANO TRIANGOLI. Scolpito a mano in Italia da
BAGNARA DOVER SKY. Fondo
bianco luminoso, venature grigie delicate e variazioni cromatiche sfumate sono le principali caratteristiche di questo marmo nuvolato di origine asiatica, indicato per pavimenti, pareti e scale negli interni. Fa parte di Bagnara Selection, selezione di pietre naturali particolarmente ricercate, individuate da Bagnara attraverso la propria attività internazionale di ricerca e approvvigionamento.
un unico blocco di marmo Black & Gold, il vaso presenta venature che rendono ogni esemplare differente. Il bordo, formato da una sequenza regolare di elementi triangolari, richiama il profilo di una corona e contrasta con il volume compatto del corpo. Il modello di david/nicolas appartiene a una collezione di vasi e vassoi in differenti varietà di marmo e onice.
www.editionsmilano.com
www.bagnara.net
VANITÀ LIVING METRICA. Disegnato da Massimo Farinatti,
in versione tonda o rettangolare, combina la superficie specchiante con sottili barre metalliche che filtrano e frammentano la luce, creando un gioco di riflessi e opacità. La tecnologia brevettata Ghost Mirror, celata sotto la superficie, fa emergere la luce attraverso la trama metallica, mentre il GlowWave ne attiva progressivamente l’intensità, per un effetto scenografico e sofisticato.
www.vanitaliving.it
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elements_Contract Ospitalità
COSENTINO DEKTON AMAZONIK. La superficie ultracompatta
reinterpreta venature, nodi e grana del legno nelle tonalità Kedar, ispirata al rovere naturale, e Zira, più chiara. Disponibile negli spessori di 8, 12 e 20 mm, in lastre e formati a listone, è destinata a pavimenti, rivestimenti e piani di lavoro. La bassa porosità e la resistenza ai graffi, agli urti e ai raggi UV ne consentono l’impiego in spazi ad alto traffico, ambienti umidi ed esterni.
www.cosentino.com
ARPER RALIK. Il sistema di Ichiro Iwasaki comprende sei moduli sfoderabili, riconfigurabili e utilizzabili singolarmente o uniti tramite agganci in Pet. Ogni seduta può integrare uno o due tavolini con piano in Hpl effetto pietra, resistente a graffi, abrasioni e sostanze chimiche. I moduli sono disassemblabili per il riutilizzo e il riciclo dei materiali; le basi sono in polipropilene postindustriale riciclato e riciclabile. Foto Salva López
www.arper.com
CERAMICA SANT’AGOSTINO IKI WOOD. La collezione in gres porcellanato combina l’aspetto del legno recuperato, segnato dalle tracce del taglio a sega, con una stesura cromatica ispirata alla resina. Ogni listello 5 × 30 cm consente pose verticali, orizzontali, lineari o a spina italiana. La gamma comprende sei tonalità neutre e tre colori d’accento — due verdi e un blu — per pavimenti e rivestimenti di spazi residenziali, pubblici e hospitality.
www.ceramicasantagostino.it
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VISIO MIRROR GESTI NATURE. Lo specchio come vera e
propria materia progettuale nasce dalla visione del designer Mauro Olivieri per Antique Mirror. La collezione di lastre Gesti Nature prende ispirazione dall’osservazione dei segni ricorrenti della natura ricomposta sulla superficie riflettente, senza l’utilizzo della stampa digitale. Si sviluppa nelle linee Sabbie e Terre, Acque e Ghiacci e Muschi e Cortecce, traducendo le tracce e le texture del mondo naturale in superfici materiche e vibranti.
www.visiomirror.it
NOËL & MARQUET PLISSÉ S & PLISSÉ L. I pannelli decorativi
NEOLITH
tridimensionali rivestono pareti, soffitti e superfici di arredo con una sequenza di pieghe disposte a ventaglio. Realizzati in polistirene ad alta densità e accostabili tra loro, i due modelli possono anche essere combinati nella stessa composizione. Impermeabili e resistenti agli urti, sono adatti agli ambienti umidi, comprese cucine e bagni. Forniti preverniciati, possono essere tinteggiati nel colore desiderato.
STRATA ARGENTUM. Un
www.noel-marquet.com
fondo beige con sfumature grigio chiaro riproduce la stratificazione del Travertino Silver italiano. La finitura Riverwashed conferisce una texture materica alle grandi lastre, disponibili negli spessori di 3, 6 e 12 mm. Le applicazioni comprendono rivestimenti verticali e orizzontali, per interni ed esterni, e top per cucine e bagni.
www.neolith.com
DINO ZOLI TEXTILE JURI. Il nuovo divano di Plinio il Giovane
progettato dal designer Francesco Ippoliti, con la base e la struttura portante in legno in massello di rovere, si contraddistingue per il rivestimento in tessuto Ruffo di Dino Zoli Textile. Contemporaneo, versatile e in linea con le più evolute tendenze dell’interior design, Ruffo è un bouclé della collezione REspect realizzato con lana e filati provenienti da materiali riciclati.
www.dinozoli.it
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elements_Contract Ospitalità
ET AL. SNAP. La collezione firmata da Francesco
Meda comprende sedia con o senza braccioli e sgabello, con struttura in acciaio e scocca in polipropilene, disponibile anche riciclato. Sedile e schienale sono collegati da due bracci a sezione ogivale che consentono un leggero movimento tra le parti. La gamma include varianti a slitta, imbottite e Baby. Tre i nuovi colori: Bianco Canapa, Terracotta e Giallo Curry.
www.et-al.it
GABRIEL SAVAK NU. Destinato all’hôtellerie e agli arredi
contract sottoposti a uso intensivo, il tessuto rielabora un disegno scandinavo degli anni Sessanta con un nuovo sistema cromatico. Realizzato interamente in lana riciclabile, unisce una superficie morbida e materica a un’elevata resistenza. Le 22 varianti a righe grafiche corrispondono alle 22 tinte unite (Savak NU uni), permettendo accostamenti coordinati.
www.gabriel.dk
ANTOLINI CRISTALLO LUMINESCENCE. Il cristallo/natural quartz
della Exclusive Collection presenta sfumature bianco latte, sottili venature ramate e marcate stratificazioni cristalline. La texture dall’aspetto setoso è scandita da fratture geometriche che richiamano il disegno del ghiaccio, mentre le tonalità più calde conferiscono profondità e movimento. La traslucenza consente la retroilluminazione: attraversando la materia, la luce amplifica trasparenze, volumi e dettagli interni.
www.antolini.com
KNOLL BIBONI. La collezione del Biboni Sofa si arricchisce
di una poltrona e di un ottoman dal forte carattere scultoreo e dall’elevato livello di comfort, progettate da Sharon Johnston e Mark Lee. Il divano, caratterizzato da un design antropomorfico che risulta naturalmente accogliente, è ora disponibile con una nuova profondità di seduta e nuovi elementi componibili. L’ampliamento della collezione riflette il particolare approccio degli architetti nel plasmare lo spazio attraverso volumi, vuoti e curve.
www.knoll.com
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SPAGHETTIWALL
CONNUBIA
ELECTRICITY. Disegnata da Studio Chiara
FRAC. Disegnato da Zest, il tavolo tondo allungabile ha il piano in ceramica su vetro e un basamento centrale formato da due elementi uguali in lamiera scatolare sagomata. Il meccanismo guidato permette di estrarre e posizionare l’allunga centrale in nobilitato agendo da un solo lato, portando il piano da 125 a 184,5 cm. Completano il progetto i piedini regolabili e il blocco contro le aperture accidentali.
Caberlon per la collezione In the Mood for Love, la carta da parati sviluppa una composizione modulare basata su una griglia regolare di pois. Terra bruciata e verde si alternano a tonalità neutre e calde, su una trama visiva che richiama il tessuto. Le carte sono atossiche, resistenti e prive di Pvc; i supporti possono essere anche fonoassorbenti o idrorepellenti e personalizzati.
www.spaghettiwall.it
www.connubia.com
WARLI CALA. Disegnato dal designer francese Samuel Accoceberry, il tappeto outdoor è realizzato con corde in polipropilene cucite a mano. La disposizione del filato tecnico costruisce una superficie attraversata da linee curve, rilievi e interruzioni geometriche. Resistente agli agenti atmosferici e pensato per patii, terrazze e giardini, misura 180 × 230 cm nella versione standard ed è disponibile anche su misura. Foto Sara Magni
www.warli.it
CERAMICHE REFIN METAMORPHOSES VARIATION. La collezione di rivestimenti in gres porcellanato sviluppata con l’artista Oliver Laric traduce in ceramica il tema della metamorfosi. La struttura tridimensionale di ispirazione lenticolare combina un lato liscio e uno dalla texture organica. L’effetto metallizzato, applicato artigianalmente, assume una resa più chiara e lucida sulla parte liscia, più scura e brunita su quella texturizzata. Tre i colori: Bronze Earth, Copper Sand e Steel Rock.
www.refin.it
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S.CAB BREZZA RELAX INDOOR. Nato come lounge
chair per esterni, il progetto di Alessandro Stabile diventa un sistema di sedute per gli interni. I maxi-cuscini definiscono una seduta dal comfort informale, mentre i rivestimenti in tessuto riciclabile avvicinano il sistema all’estetica e al comfort dell’arredo domestico. L’elemento bracciolo consente di configurare divani con un numero variabile di sedute; il pouf completa le composizioni angolari oppure può essere utilizzato come elemento indipendente.
www.s-cab.it
CARPET EDITION LAMA. Il tappeto taftato a mano in lana della
Nuova Zelanda, disegnato da Margherita Fanti, interpreta nel tessile il taglio dei Concetti spaziali di Lucio Fontana. È proposto in due forme: una combina profili regolari e arrotondati, velluto di due altezze e frange nere in lino; la versione tonda, dai bordi irregolari, alterna lavorazioni loop e velluto. Il contrasto tra bianco e nero accentua la profondità della superficie. Foto Odeon
www.carpetedition.com
WOODCO DREAM. La collezione di parquet comprende
tavole, listoncini e spine, proposti in numerose colorazioni e finiture. Il legno proviene da foreste gestite responsabilmente secondo gli standard Fsc e Pefc ed è trasformato attraverso processi produttivi certificati. Le vernici prive di solventi e le finiture naturali a olio-cera sono completamente atossiche; l’assenza di emissioni di sostanze nocive è certificata da laboratori italiani accreditati.
www.woodco.it
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DESIGNCAFÈ
A destra. Study to Homage to the Square. New Island 1957. ©Kunsthalle Recklinghausen. Foto Ferdinand Ullrich. Sotto.Young Prediction (Homage to the Square) 1954. ©The Josef and Anni Albers Foundation. Foto Tim Nighswander Imaging4Art.
JOSEF ALBERS MEDITATIONS. UN’IMMERSIONE NEL COLORE
Josef Albers in una foto del 1937.
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Organizzata dal Fai e dalla Josef & Anni Albers Foundation a Villa Panza, in quella che fu la magnifica residenza di Giuseppe e Giovanna Panza di Biumo, dal 9 aprile 2026 al 10 gennaio 2027 la mostra Josef Albers. Meditations, raccoglie ventinove opere del maestro tedesco appartenenti alle serie Variant/Adobe e Homage to the Square, provenienti da musei e collezioni europee e statunitensi. Il progetto mette in relazione l’indagine di Albers su luce, colore e percezione con la storia della Collezione Panza. Pur non essendo in collezione, Albers rappresenta infatti un antecedente cruciale alle ricerche che Giuseppe Panza svilupperà con Flavin, Turrell, Irwin e i monocromi americani anni Ottanta presenti in villa. Pioniere della pittura astratta, designer e docente, Josef Albers (1888-1976) ha dedicato una parte essenziale della propria pratica artistica e pedagogica allo studio del colore e delle sue interazioni.
Le serie Variant/Adobe (1946-1966), ispirate alle architetture in terra cruda e ai paesaggi messicani, e Homage to the Square (1950-1976), oltre duemila lavori basati sulla modulazione del quadrato, costituiscono l’esito più sistematico della riflessione di Albers sulle interazioni cromatiche: il colore muta a seconda del contesto, mentre il leggero slittamento dei quadrati verso il basso introduce una sottile tensione dinamica. Allestita nelle otto stanze del primo piano affacciate sul parco, la mostra non segue un criterio cronologico ma si configura come un ‘esercizio del vedere’: un itinerario percettivo costruito su assonanze e dissonanze cromatiche, dai bianchi e gialli aciduli delle prime sale alle tensioni fra aranci, rosa e toni freddi, fino alle gamme dense di grigi, bruni e neri
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Josef Albers MEDITATIONS Villa Panza, Varese 9 Aprile 2026 | 10 Gennaio 2027
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