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IoArch 123 May/Jun 2026

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ioArch

Anno 21 | 2026 Maggio | Giugno euro 12,00 ISSN 2531-9779 DOSSIER

123

INLAYERED

RESISTENZA AL CALORE SUPERIORE

ZERO SILICE

MINERAL SURFACE

CON MATERIALI RICICLATI

INLAYR® 3D DESIGN PER APPLICAZIONI INTERNE

ĒCLOS è la nuova generazione di superfici minerali, caratterizzata da un design 3D integrato a strati e da una resistenza al calore superiore.

E4000 study bench
Project: ESCP Business School | Turin Campus Turin, Italy
Architectural project: TRA_Toussaint Robiglio Architects Lucci e Orlandini
Courtesy: BNL BNP Paribas, thanks to ESCP Business School, Ph. Fabio Oggero

SOMMARIO

ioArch 123

DESIGNCAFÈ

12 Rothko. L’esperienza del colore | PALAZZO STROZZI. FIRENZE

14 Lella e Massimo Vignelli. A Language of Clarity | TRIENNALE MILANO

18 Letia. Parnassus | GAM. MILANO

20 Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present | TRIENNALE MILANO

22 Cecilia Vicuña. Il ghiacciaio scomparso | CASTELLO DI RIVOLI

24 Premio Carlo Scarpa per il Giardino | HOSPITALFIELD

28 Calder Gardens | PHILADELPHIA

32 Leggere architetture #10 | MATTEO PERICOLI

34 Gaza. Il futuro ha un cuore antico | FONDAZIONE MERZ. TORINO

36 Sottsass. Io sono un architetto | PALAZZO BUONTALENTI. PISTOIA

38 Hans Hartung. The Invisible Chord | FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA

40 Franco Zagari | LE STORIE DI LPP

42 Forensic Architecture | SAMANEH MOAFI

194 Cecily Brown. Picture Making | SERPENTINE SOUTH. LONDRA

80 | 182 Libri

REPORT di Aldo Norsa

44 Rigenerazione Urbana | PAOLO BRESCIA, SARA BUSNELLI CLEMENS KUSCH, DANIELE RANGONE, GUENDALINA SALIMEI LUCIANO SCHIAVON

WORK IN PROGRESS

56 Torino | LINEA 2 DELLA METROPOLITANA

58 Casale Monferrato | CRA. CENTRO CULTURALE BUZZI

60 Rimini | PROGETTO CMR. NUOVO DISTRETTO AEROPORTUALE

62 Ancona | SIMONE SUBISSATI. SEDE DEL CNR-IRBIM

64 Maglie | DIELE KERCIKU. LA PIAZZA DIVENTA UN PARCO

66 Massy | PCA-STREAM. FABRIQUE DE L’ART CENTRE POMPIDOU

68 Nashville | BIG. TENNESSEE PERFORMING ARTS CENTER

70 Bubanza Burundi | KÉRÉ. L’OSPEDALE SULLA COLLINA

72 Astana Kazakistan | CITY META LAB. LA CITTÀ SATELLITE

FOCUS

57 Trattamenti anti scivolo Progrip e Easygrip | FILA SOLUTIONS

74 Sistemi fonoassorbenti alla Sapienza | SAINT-GOBAIN

76 Ēclos Inlayered Mineral Surfaces | COSENTINO

78 Banchi studio E4000 nel campus Junia a Lille | LAMM

ORGANICO MECCANICO

di Carlo Ezechieli

81 Ecologie Costruite | COLECTIVO C733

LPP ARCHITETTI ITALIANI

I Profili di Luigi Prestinenza Puglisi

96 Luca Compri

DOSSIER GLASS ARCHITECTURE

104 Vetro. Presenza o assenza? | SONIA CALZONI

106 Torino. Le Milanesiane | SONIA CALZONI E PIERLUIGI NICOLIN

108 Pechino. Tiffany & Co | MVRDV

110 Bernina 12. La metamorfosi | SCHÜCO ITALIA

112 Cirfood District | IOTTI+PAVARANI E LSA

116 I serramenti per Mobble | FINSTRAL

SOMMARIO io Arch 123

118 La trasparenza connette gli spazi | GEZE

119 Giochi di luce sulle vetrate | SAINT-GOBAIN

120 Trasparenze strutturali | CAMILLA DE CAMILLI

124 Kedry Skylife. La pergola bioclimatica | KE

125 WarmCore. L’evoluzione del sistema ibrido | PROFINE

126 Il paesaggio attraverso OS2 | SECCO SISTEMI

128 Un curtain wall tridimensionale | METRA

132 FGH-V Galeria. La finestra da tetto diventa balcone | FAKRO

133 L’alzante scorrevole elimina la soglia | ISOLCASA

134 Ampie aperture sul lago di Lugano | UNIFORM

136 Profili in Pvc Mediterranean | PROFILIA

137 Gli scorrevoli minimali | EKU PERFEKTION

138 Grandi aperture panoramiche Imago++ | AGB

140 Greta Fenster_dinkel | SALAMANDER

141 Luce e architettura Metalunic | GRIESSER SCUOLE

142 Il Crafts College di Herning | DORTE MANDRUP

148 Kinder Rain a Piove di Sacco | CHINELLO MORANDI

152 Polo educativo di Parma | ENRICO MOLTENI

Direttore editoriale

Antonio Morlacchi

Direttore responsabile

Sonia Politi

Advisor

Giulia Floriani

Contributi

Lella e Massimo Vignelli. Apertura della mostra A Language of Clarity Triennale Milano. Foto Delfino Sisto Legnani Dsl Studio.

Vincenzo Bernardi, Sonia Calzoni

Luisa Castiglioni, Carlo Ezechieli

Enrico Giacopelli, Roberto Malfatti

Pierluigi Molteni, Giulia Mura

Aldo Norsa, Matteo Pericoli, Mario Pisani, Luigi Prestinenza Puglisi

Elena Riolo

Grafica e impaginazione

Alice Ceccherini

Marketing e Pubblicità Elena Riolo elenariolo@ioarch.it

Editore Font Srl Via Siusi 20/a 20132 Milano Tel 02 2847274 redazione@ioarch.it www.ioarch.it

ARCHIWORKS

156 Casa sotto la nuvola | LDA.IMDA

162 Béton brut e pietra lavica | SALVO PULEO

166 Lo spazio come medium | IL PRISMA

170 Palazzo Balsamo. Ospitalità, arte e materia | FLORIANA PARISI

STORIE DI DESIGN

di Luigi Prestinenza Puglisi e Giulia Mura

174 The Project of Things. Cromoterapia

176 Il colore come spazio più che superficie | DRAGA & AUREL

178 Il colore come Dna creativo | ELENA SALMISTRARO

180 Il colore come materia emotiva | DEBONADEMEO

ELEMENTS

a cura di Elena Riolo

183 Colore

Fotolito e stampa Errestampa

Prezzo di copertina euro 12,00 Arretrati euro 18,00

Abbonamenti (6 numeri) Italia euro 72,00 - Europa euro 112,00 Resto del mondo euro 180,00 abbonamenti@ioarch.it

Reg. Tribunale di Milano n. 822 del 23/12/2004

Pagamento online su www.ioarch.it o bonifico a Font Srl - Unicredit Banca IBAN IT 68H02 008 01642 00000 4685386

Periodico iscritto al ROC Registro Operatori della Comunicazione n. 34540

Spedizione in abbonamento postale 45% D.L. 353/2003 (convertito in legge 27.02.2004 n.46) art. 1 comma 1 - DCB Milano ISSN 2531-9779

EXTERNO SKUDO | Sand woodco.it

HORIZON BENCH

Il bench Horizon si distingue per il suo design audace e innovativo, che rompe gli schemi delle scrivanie tradizionali. Il sostegno laterale in vetro, posizionato strategicamente, crea un’illusione ottica: la scrivania uttua leggermente, conferendo allo spazio un’eleganza senza pari. Le gambe tradizionali sono eliminate, sostituite da lastre di vetro trasparente, che contribuiscono ulteriormente a questa sensazione di leggerezza e modernità. Questo approccio unico al design rende il bench Horizon un vero e proprio pezzo d’arte funzionale, perfetto per ambienti contemporanei.

La dimensione contemplativa e religiosa delle opere di Rothko in una grande mostra a Firenze, nelle sale di Palazzo Strozzi e nelle celle del Museo di San Marco

Da sinistra in senso orario. Gray, Orange, Maroon. 1960.

Collection Museum Boijmans Van Beuningen Rotterdam. Foto Studio Tromp. Untitled. 1952-53. img. © Fmgb Guggenheim Bilbao Museoa. Foto Erika Barahona.

Untitled (Harvard Murals Sketch), olio su tela di 236 x 144 cm. Collezione privata.

Sotto, Mark Rothko nel 1952 in una foto di Henry Elkan. Courtesy The Rothko Family Archive.

LE OPERE DI ROTHKO A FIRENZE L’ESPERIENZA DEL COLORE NELLO SPAZIO

Palazzo Strozzi ma anche il Museo di San Marco, con cinque opere che si confrontano con gli affreschi di Beato Angelico, e il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurentana, fonte di ispirazione per i Seagram Murals realizzati sul finire degli anni Cinquanta: fino al 23 agosto Firenze celebra Mark Rothko (1903-1970).

A cura di Christopher Rothko e Elena Geuna, il percorso espositivo a Palazzo Strozzi ripercorre l’intera carriera del maestro dell’arte moderna: dagli anni Trenta e Quaranta, caratterizzati da opere figurative e in dialogo con i linguaggi

dell’Espressionismo e del Surrealismo, fino agli anni Cinquanta e Sessanta, che si distinguono per le tele astratte create attraverso ampie campiture cromatiche capaci di coinvolgere profondamente lo spettatore attraverso un vocabolario intriso di spiritualità e poesia.

Oltre 70 le opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia, provenienti da collezioni private e da importanti musei internazionali, che dagli esordi attraversano i diversi momenti della ricerca dell’artista documentando anche la sua relazione con la tradizione artistica italiana.

Rothko a Firenze, due delle dieci sale che Palazzo Strozzi ha destinato alla mostra. Concepito ad hoc, l’allestimento espositivo fa emergere la tensione tra misura classica e libertà espressiva che l’artista traduce in pittura. Foto courtesy Fondazione Palazzo Strozzi.

In un primo nucleo di opere degli esordi emerge l’interesse di Rothko per una dimensione simbolica e psicologica della figura e per l’impianto compositivo rinascimentale come in Interior (1936) in cui è evidente il richiamo alla tomba di Giuliano de’ Medici di Michelangelo nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo. A queste si affiancano i lavori neosurrealisti degli anni Quaranta che introducono una sensibilità più fluida e metamorfica, preludio alla dissoluzione della forma nei celebri Multiforms, campi di colore sospesi sulla tela che segnano il passaggio verso

una totale astrazione. Nelle successive grandi tele astratte come No.3 / No. 13 (1949) o Untitled (1952-1953), la luce e il colore invitano alla meditazione. Negli anni seguenti la tavolozza si fa più raccolta, dai verdi e blu fino ai toni bruni e rossi degli anni Sessanta. La relazione con l’architettura riemerge negli studi per i Seagram e gli Harvard Murals (nella saletta 5). Il percorso si conclude con la serie pittorica Black and Gray (1969-1970) e le ultime opere su carta in cui, attraverso tinte terra di Siena, rosa e celeste, la pittura raggiunge

una sintesi di introspezione e rigore.

La mostra Rothko a Firenze è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi con la collaborazione della Direzione regionale Musei nazionali Toscana - Museo di San Marco e Biblioteca Medicea Laurenziana. Main sponsor Intesa Sanpaolo ■

ROTHKO A FIRENZE

Palazzo Strozzi, Museo di San Marco, Biblioteca Laurenziana 14 marzo | 23 agosto 2026

A sinistra. Apertura della mostra in Triennale. Foto Delfino Sisto Legnani DSL Studio. Sotto. New York Subway Guide 1972. Courtesy Vignelli Center for Design Studies.

LELLA E MASSIMO VIGNELLI GLI ARCHITETTI DELLA COMUNICAZIONE

Lella e Massimo Vignelli. A Language of Clarity (fino al 6 settembre) conclude la serie di mostre con le quali in questi anni la Triennale guidata da Stefano Boeri ha voluto valorizzare alcune delle figure più eclettiche e rappresentative del mondo del progetto italiano. Main partner della monografica è MillerKnoll, il collettivo che oggi include anche il marchio Knoll, che in un’intervista Massimo Vignelli definiva “il cliente più entusiasmante

di tutta la mia carriera”. Il progetto grafico di Knoll International, firmato Unimark, la società fondata con Bob Noorda (ma dopo il 1971 la relazione proseguì con la neonata Vignelli Associates), è uno dei casi di corporate identity più organici e integrali sviluppati da Massimo Vignelli. Concepito come un sistema e avviato mettendo a punto una griglia, il progetto introdusse anche un altro punto di riferimento della mo-

Lella e Massimo Vignelli. Foto Luca Vignelli.
Techsize Global Design Center
Guangzhou, China

A destra.

Liberté Liberty National Park Service poster 1986. Stampa litografica 99 x 74 cm.

Courtesy Vignelli Center for Design Studies.

Sotto.

Installazione in Triennale.

Foto Delfino Sisto

Legnani Dsl Studio.

derna progettazione grafica: il font Helvetica. Secondo caposaldo dell’esposizione, curata da Francesca Picchi con Marco Sammicheli e Studio Mut e concepita in collaborazione con il Vignelli Center for Design Studies del Rochester Institute of Technology, che conserva oltre 750.000 documenti e artefatti sviluppati dai Vignelli, la mappa della metropolitana di

New York (non per caso i tondi colorati della segnaletica sono in copertina sul catalogo Electa).

Semplificazione, chiarezza e razionalità: pietre miliari del Codice Vignelli, che raccomanda di non usare mai più di sei caratteri tipografici ■

LELLA E MASSIMO VIGNELLI. A LANGUAGE OF CLARITY

Triennale Milano 25 marzo | 6 settembre 2026

PIÙ DESIGN, PIÙ SOLUZIONI

Sistema ferramenta per alzante scorrevole minimale

Legno

Profilo da 50 mm per un minimalismo estremo. Il maniglione, posizionato lateralmente in corrispondenza del nodo centrale, non interferisce con l’impacchettamento delle ante e lascia il montante libero di essere incassato nel telaio.

Un’evoluzione del sistema ferramenta per Alzante Scorrevole in risposta alle tendenze future che mirano ad un’estetica sempre più raffinata e a performance di alto livello.

www.agb.it

PARNASSUS

A sinistra. Dettaglio di Calendario Vento scrittura a inchiostro frammenti di vegetali e rami essiccati pittura oro e ricamo su lenzuolo intelaiato. 2025-26.

Sotto. Dettaglio di Calendario del navigante. Ricamo con filo d’oro e scrittura a inchiostro su lenzuolo intelaiato. 2025. Courtesy l’artista.

L’INSTALLAZIONE DI LETIA ALLA GAM

La Gam, Galleria d’Arte Moderna di Milano, dedica la Sala del Parnaso a Παρνασσός Parnassus, installazione site-specific di Letia, Letizia Cariello, in programma fino al 5 luglio. Per la prima volta il lavoro dell’artista, milanese d’adozione, entra in un contesto museale pubblico della città, misurandosi con uno degli ambienti più suggestivi della Villa Reale.

L’opera si presenta come un’ampia struttura in alluminio dorato, aperta e completamente attraversabile dallo sguardo, che instaura un dialogo costante con l’architettura della sala e con il giardino all’inglese visibile dalle grandi finestre. Leggerezza, trasparenza e relazione con l’esterno sono i principi che guidano la costruzione di Parnassus, facendo della sala un dispositivo spaziale in cui luce e tempo diventano quasi materiali di progetto. Il confronto è diretto con l’affresco di Andrea Appiani sul soffitto, che raffigura Apollo e le Muse sul Monte Parnaso,

capolavoro del neoclassicismo italiano. Cariello risale alle origini del termine, dal hittita parna (casa, dimora) al toponimo anatolico Parnašša, per elaborare il concetto di ‘casa-attraversamento’: un luogo in cui lo spazio è pensato come passaggio, soglia tra interno ed esterno, dimensione fisica e mentale. La ricerca di Letia, che indaga da anni la possibilità di rendere visibile il tempo attraverso forme, gesti e suono, si riflette qui in una struttura che funziona insieme come architettura, partitura musicale e strumento percettivo.

Accompagna la mostra un catalogo Silvana Editoriale con testi, tra gli altri, di Lea Vergine e Sonia Calzoni ■

Letia - Letizia Cariello PARNASSUS

GAM Galleria Arte Moderna di Milano 14 aprile | 5 luglio 2026

Letizia Cariello

Dall’alto. Ellipse nell’allestimento originale per la Fondation Cartier. Un’immagine della Triennale.

ANDREA BRANZI BY TOYO ITO CONTINUOUS PRESENT

È il valore sensoriale dello spazio in sé – e insieme una concreta manifestazione della No-Stop City che nasceva nel 1968 come critica alla città – quello messo in scena da Toyo Ito in questa fondamentale mostra che Triennale Milano e Fondation Cartier dedicano, a due anni dalla sua scomparsa, ad Andrea Branzi. E in Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present – in collaborazione con Lorenza Branzi e Nicoletta Morozzi, curata da Nina Bassoli e Michela Alessandrini, fino al 4 ottobre al Palazzo dell’Arte – l’allestimento è particolarmente importante, non solo per il comune sentire del Premio Pritzker giapponese e dell’architetto e designer fiorentino, ma anche perché sembrerebbe altrimenti impossibile mettere in mostra

le idee critiche di Branzi, sempre espresse e disegnate, nelle parole di Stefano Boeri, come costruzioni apparentemente instabili eppure concettualmente bilanciate.

Un flusso continuo che confluisce nelle undici sezioni tematiche della mostra, con più di 400 opere tra installazioni ambientali (non mancano Ellipse e Gazebo, presentate nel 2008 nella mostra Open Enclosures nei primi spazi della Fondation Cartier disegnati da Jean Nouvel), modelli, disegni, pubblicazioni, oggetti di piccole e grandi dimensioni.

Tra la riproduzione di Superarchitettura – la prima mostra di Archizoom fortunosamente allestita a Pistoia nel 1966), i progetti raccolti in Metropoli teoriche, le sperimentazioni sui

Superonda di Archizoom Associati per Poltronova 1967. Foto Andrea Rossetti, courtesy Triennale Milano.

materiali riunite nella sezione Decorattivo, gli oggetti e i progetti di carattere antropologico come Ospitalità cosmica e Animal City, con cui Andrea Branzi e Stefano Boeri proponevano al presidente Sarkozy di popolare parchi e viali di Parigi con 50.000 vacche sacre e 30.000 scimmie (i collage sono del 2023 ma il progetto risale al 2008), i 10 modesti consigli per una nuova Carta di Atene (2009) riassumono la filosofia di Branzi, emendamento radicale – e preconitore –delle 95 tesi del Movimento Moderno.

ANDREA BRANZI BY TOYO ITO

CONTINUOUS PRESENT Triennale. Milano 19 marzo | 4 ottobre 2026

La
Andrea Branzi. Foto Emanuele Zamponi.
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A destra. Cecilia Vicuña, Canoa de luz alla mostra collettiva Quotidiana, al Castello di Rivoli nel 2000. In basso. Foraging Quipu, dalla mostra Cecilia Vicuña: Reverse Migration, a Poetic Journey all’Irish Museum of Modern Art di Dublino.

Foto Ros Cavanagh, courtesy Cecilia Vicuña e Imma, ©Cecilia Vicuña, by Siae.

CECILIA VICUÑA IL GHIACCIAIO SCOMPARSO

Fino al 20 settembre un quipu acostado commissionato a Cecilia Vicuña (1948) attraversa lo spazio del terzo piano della Manica lunga del Castello di Rivoli nella prima mostra personale dell’artista e poetessa cilena in un museo italiano. Un’architettura aerea fatta di lana grezza che evoca lo scorrere del tempo, umano e geologico, e gli elementi naturali – l’acqua, il vento – che modificano l’ambiente e le condizioni nelle quali lo abitiamo, così come il titolo della mostra – Il ghiacciaio scomparso – evoca la memoria dei ghiacciai estinti che hanno modellato il paesaggio della Valle di Susa dove è collocato il Castello, e simbolicamente – trasformando in installazioni artistiche la pratica dei quipu – l’estinzione delle tradizioni culturali andine travolte da un passato coloniale.

I quipu (‘nodi’ in lingua Quechua) sono un’antica forma di scrittura che consiste in corde inestricabilmente annodate che veniva impiegata nelle misurazioni astronomiche e per registrare informazioni di carattere amministrativo e storico-narrativo. La poetica di Vicuña li trasforma in simboli della transitorietà della presenza umana sul pianeta.

Sostenuto da Andrea Zegna, El glaciar ido include video che portano nel progetto immagini, sonorità e canti, parte integrante della pratica dell’artista, e suoi nuovi componimenti poetici ■

Cecilia Vicuña EL GLACIAR IDO

Castello di Rivoli 29 Aprile | 20 Settembre 2026

Foto Bruno Savelli

Da rifugio per pellegrini a dimora di collezionisti e sede di residenze di artisti. La 34esima edizione del Premio

Carlo Scarpa per il Giardino a Hospitalfield e al suo paesaggio ridisegnato da Nigel Dunnett

Accanto, site plan di Hospitalfield.

Sotto, scorcio della Fernery (la serra delle felci). Foto Caruso St John, Jack Allan; edifici di servizio e una torretta dell’edificio principale. Foto Patrizia Boschiero.

PREMIO CARLO SCARPA PER IL GIARDINO

RESIDENZE D’ARTISTA NEL PAESAGGIO SCOZZESE DI

HOSPITALFIELD

Per la trentaquattresima edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, il comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche ha scelto Hospitalfield, un luogo da quasi ottocento anni dedicato all’accoglienza, prima dei pellegrini in visita alla vicina abbazia benedettina e oggi con un programma di residenze d’artista, che negli spazi abitati e nei suoi giardini condensa un senso di appartenenza al paesaggio scozzese e insieme di apertura al mondo dell’arte contemporanea.

Nel territorio della cittadina di Arbroath, nota per l’omonima Dichiarazione che nel 1320 affermava l’indipendenza della Scozia dall’Inghilterra, la pietra arenaria delle architetture di Hospitalfield è dello stesso colore delle dune sabbiose e delle vicine scogliere del Mare del Nord.

Il programma di residenze d’artista del luogo, gestito dal Patrick Allan-Fraser of Hospitalfield Trust e diretto da Lucy Byatt – a cui il 9 maggio a Treviso è stato consegnato il sigillo

A destra, l’ingresso del Walled Garden

visto dal giardino. Foto Luigi Latini.

Sotto. La residenza principale sulla sinistra e la serra delle felci sulla destra. Foto Caruso St John, Jack Allan.

Scarpa – prosegue una tradizione avviata nel 1902 da Patrick ed Elizabeth Allan-Fraser, collezionisti la cui famiglia ha abitato la residenza per secoli.

In anni recenti a Hospitalfield è stato avviato un processo di rinnovo e adeguamento – a cura dello studio Caruso St John – dell’edificio principale e degli spazi annessi, ed è in corso la costruzione di nuovi edifici per gli studi degli artisti e la caffetteria.

Gli spazi aperti, riprogettati dal paesaggista Nigel Dunnett (1962-2026) anche ripristinando alcune soluzioni di epoca vittoriana, rispondono alla necessità di estendere il campo

di lavoro al giardino e al paesaggio con strumenti e linguaggi nuovi. Di fronte alla casa padronale, al di là di un grande prato, l’antico Walled Garden, riaperto al pubblico come Community Garden nel 2021, è ora frequentato dagli abitanti della zona, dagli artisti che raggiungono Hospitalfield per le loro residenze, dagli studenti delle scuole di Arbroath e dai numerosi volontari che se ne prendono cura con la guida di un giardiniere.

«Nella ricerca che caratterizza il Premio Carlo Scarpa – si legge nelle motivazioni della giuria

– Hospitalfield ci mostra la potenza e l’acutezza di un lavoro ‘non finito’, in continuo dive-

nire, e di un ambiente nel quale natura e arte, architettura e paesaggio si compenetrano. Un esempio inedito e prezioso, nel quale la presenza di una testimonianza patrimoniale notevole sfugge alle deboli ovvietà della valorizzazione turistica e culturale, e individua piuttosto nella stratificazione storica del luogo un principio vitale che si trasforma in un programma di lavoro aperto, vivo e orientato all’accoglienza, alla sperimentazione e all’equilibrio».

La premiazione è accompagnata da una pubblicazione dedicata e da un film documentario, prodotto da Fbsr con Dada Film per la regia di Davide Gambino ■

NOT A CONVENTIONAL MUSEUM I CALDER GARDENS A PHILADELPHIA

I Calder Gardens espongono il lavoro di Alexander Calder (1898-1976) in un percorso che attraversa un parco realizzato da Piet Oudolf e un’architettura di Herzog & de Meuron. Foto Iwan Baan.

Più che un museo, Calder Gardens si configura come un dispositivo spaziale dedicato all’esperienza dell’arte. Il progetto nasce in collaborazione tra Herzog & de Meuron e il paesaggista Piet Oudolf con l’obiettivo di offrire un incontro intimo, mutevole e non convenzionale con l’opera di Alexander Calder, superando il modello museale tradizionale pur rispettandone le esigenze tecniche. Architettura, paesaggio e città si intrecciano in un sistema relazionale che ridefinisce il modo di stare con l’arte. A Philadelphia, città natale dell’ar-

tista, il progetto si inserisce lungo la Benjamin Franklin Parkway, asse monumentale segnato dalla presenza del Philadelphia Museum of Art e della Barnes Foundation. Qui, tra infrastrutture invasive e spazi residuali generati dalla Vine Street Expressway, Calder Gardens occupa un lotto marginale, privo di qualità apparenti e dominato dal rumore del traffico. La sfida è stata quella di trasformare questo vuoto urbano in destinazione.

Il progetto rifiuta sia la retorica monumentale del contesto sia una traduzione letterale del

Dall’alto.

Interno del volume di Herzog & de Meuron con scultura di Calder.

Dettaglio di una installazione collocata all’interno dell’edificio.

Foto Iwan Baan.

linguaggio di Calder – forma, colore, movimento. Al contrario, si presenta come un giardino attraversabile, al cui interno l’architettura si rivela progressivamente attraverso una sequenza di spazi eterotopici.

Un muro metallico rastremato definisce il limite verso la strada, attenua il rumore e costruisce un fondale per un giardino pubblico dal carattere prativo. L’accesso, filtrato da un’apertura centrale, introduce a un sistema spaziale dominato da un grande disco che copre le gallerie sottostanti e organizza il complesso.

Il percorso si sviluppa in sezione: dalla scala

d’ingresso, concepita come luogo di sosta, si scende verso ambienti che alternano compressione e apertura, luce naturale e controllo artificiale. Spazi come la Highway Gallery o la Tall Gallery offrono punti di vista inediti sulle opere, mentre il giardino incassato e il Vestige Garden portano luce e natura all’interno del sistema espositivo. Tracce invisibili del sito –infrastrutture sotterranee, geometrie storiche cancellate – riaffiorano nel disegno, informando sia la pianta sia il paesaggio.

Ne emerge un organismo complesso ma calibrato, in cui interno ed esterno, naturale e artificiale, si contaminano continuamente ■

CREDITI

Progetto architettonico Herzog & de Meuron (partner-in-charge Jason Frantzen)

Architetti associati Ballinger

Progetto del paesaggio Piet Outdolf

Project management Aegis Property Group

Superficie del sito 7.300 mq

Superficie costruita 1.672 mq

Costo US$ 90 milioni

Cronologia 2019-2025

La luce crea il luogo. Tadao Ando

Leggere architetture

Architetto, autore, disegnatore e insegnante, Matteo Pericoli vive a Torino dove nel 2010 ha fondato il Laboratorio di architettura letteraria, uno strumento in forma di workshop che utilizza il potenziale narrativo dell’architettura per esplorare la struttura delle storie. I risultati sono raccolti nel suo libro Il grande museo vivente dell’immaginazione (Il Saggiatore, 2022). www.lablitarch.com

Come è fatta l’architettura di un romanzo? Come fanno a stare in piedi le storie?

La lettura è un atto creativo e siamo noi, con la nostra sensibilità e la nostra esperienza, a creare quelle strutture che ci permettono di esplorare e abitare liberamente le storie. Ogni struttura quindi non è che una tra le infinite possibili. In questa puntata, un’interpretazione architettonica del racconto lungo, insieme ironico e crudele, della scrittrice premio Nobel 2013 per la letteratura.

Scherzi del destino di Alice Munro #10

Il grattacielo appoggia su un unico, grande basamento, come il tronco comune di un’eredità condivisa. Da un certo punto in poi, come sotto la spinta di un equivoco silenzioso, il solido sembra non riuscire a reggere il proprio peso e si apre a ventaglio, dividendosi in due parallelepipedi identici: sono Danilo e suo fratello, indistinguibili come gli ingranaggi di un orologio. Ma sono anche le due versioni di una storia che doveva invece essere solo una.

Le due metà di cui era composto il volume originale, quello ancora integro, danno l’impressione di essersi appena liberate di una cerniera che le teneva unite e ora, come due filamenti di Dna, sono pronte a duplicarsi in esistenze distanti e autonome.

Man mano che salgono in altezza, le due parti dell’edificio traslano leggermente

l’una rispetto all’altra, creando uno scarto sordo che impedisce il riconoscimento. Così, vista da lontano, l’enorme facciata maggiore del grattacielo appare confusa nei suoi contorni, mancare di integrità, perdere in definizione — riflettendo la vita di Robin, rimasta incastrata in quella traslazione per decenni. In poche parole, il volume perde determinazione e si trasforma nello scherzo crudele di una forma che sembra specchiarsi e che, non più uguale a se stessa, ha perso per sempre il suo centro.

MATERIE E MEMORIE DEL MEDITERRANEO

ALLA FONDAZIONE MERZ DI TORINO

Fino al 27 settembre la Fondazione Merz di Torino ospita la mostra Gaza, il futuro ha un cuore antico, che espone una selezione di circa ottanta reperti archeologici provenienti dal Musée d’art e d’histoire di Ginevra – dove sono custoditi temporaneamente su mandato dello Stato di Palestina – insieme a opere di sette artisti contemporanei, palestinesi e internazionali (il ‘futuro’ del titolo).

Tra gli obiettivi della mostra, patrocinata dalla Città di Torino e organizzata con la collaborazione del Museo Egizio di Torino e il sostegno del Comité international pour l’égyptologie, promuovere il dibattito sulla distruzione del patrimonio culturale causata dai conflitti e tenere viva la memoria di una civiltà millenaria e delle comunità che la incarnavano. Fin dall’Età del Bronzo, Gaza è stata un nodo strategico nelle relazioni tra Africa, Asia e Mediterraneo, punto di passaggio per rotte com-

merciali, religiose e culturali che il dialogo con la collezione del Museo Egizio di Torino contribuisce a evidenziare, inserendo Gaza in una geografia più ampia di relazioni e influenze reciproche e contribuendo a restituire la complessità di un territorio che ha svolto un ruolo centrale nella storia del Mediterraneo. La tutela del patrimonio culturale è un tema più che mai attuale e riguarda l’intera umanità. Mostrare gli effetti della guerra su Gaza (l’allestimento è integrato da una selezione di fotografie) sulla memoria materiale contribuisce a sensibilizzare il pubblico alla responsabilità collettiva della conservazione. A questo scopo il percorso evidenzia la fragilità del patrimonio culturale in contesti di conflitto, affidando alla sensibilità di artiste e artisti contemporanei l’indispensabile dialogo tra memoria e contemporaneità oltre alla possibilità di nuove narrazioni ■

Dall’alto, in senso orario. Samaa Emad Reimagining Homeland. 2023. Foto e collage. Courtesy the artist. Frammento di sarcofago detto ‘a pantofola’. Terracotta. Nuovo Regno epoca ramesside (12921077 a.C.) Museo Egizio. Placca decorativa: palma VI secolo, Impero bizantino.

Gaza City, quartiere di Daraj, 1997. Pietra calcarea. Foto Flora Bevilacqua.

GAZA, IL FUTURO HA UN CUORE ANTICO Fondazione Merz. Torino 21 aprile | 27 settembre 2026

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© Valentin Reigneau

Due immagini dell’esposizione a Palazzo Buontalenti.

Foto courtesy Fondazione Pistoia Musei, Ela Bialkowska Oknostudio.

IO SONO UN ARCHITETTO ETTORE SOTTSASS IN MOSTRA A PISTOIA

Io sono un Architetto è la grande mostra di oltre 1.400 opere tra disegni, progetti, fotografie, documenti e oggetti di design che raccontano, a Palazzo Buontalenti, trent’anni decisivi della ricerca di Ettore Sottsass (1917-2007), dal 1945 alla metà dei Settanta. Un periodo in cui la sua biografia intellettuale incrocia in modo intenso la Toscana, tra Montelupo, Agliana, Massa, Pisa. Curata da Enrico Morteo e costruita intorno al grande fondo conservato al Csac di Parma, la mostra indaga Sottsass là dove lui stesso amava definirsi: architetto di relazioni tra le fragilità umane e l’’infinito ordine del cosmo’. Il percorso, a sviluppo cronologico e tematico, segue il passaggio dall’arte al progetto: pittura, tessuti, tappeti come laboratorio di linguaggi capaci di superare il razionalismo; poi il fare a

mano, la materia, la ceramica. Emblematica la collaborazione con Bitossi, dove Sottsass smette di decorare la ceramica per lavorare ‘nella ceramica’, usando il colore come volume e la forma come rito. In parallelo si sviluppano gli interni e le architetture che piegano il cemento armato alle curve dell’emozione, e l’esperienza con Poltronova, in cui l’ironia incrina la normalità borghese del mobile con i Superbox e i Mobili Fly

Il dialogo con Olivetti apre al vero design industriale: computer e macchine d’ufficio diventano paesaggi di geometrie elementari. I viaggi, in particolare l’India, e i cicli ceramici degli anni Sessanta (Offerta a Shiva, le Ceramiche di fumo, le Ceramiche Yantra) spostano il baricentro verso un design iniziatico, in cui

l’oggetto indica il posto dell’uomo nel mondo. L’allestimento di Daniele Ledda (XyComm) restituisce questo work-in-progress. Il ciclo fotografico delle Metafore chiude la rassegna: una radicale riduzione formale e concettuale che coincide con la donazione dell’archivio al Csac e apre alla stagione di Memphis. Un passaggio di soglia, più che un epilogo, che conferma come, per Sottsass, progettare significhi mettere in forma emozioni, simboli, visioni di vita possibile ■

Ettore Sottsass IO SONO UN ARCHITETTO Palazzo Buontalenti. Pistoia 7 marzo | 26 luglio 2026

DESIGN MINIMALE LEGNO-ALLUMINIO

ARMONIA E LUCE IN SOLI 4 CM

uniform.it

Hans Hartung. 1973. Adagp, Paris 2026. Courtesy Fondation Hartung Bergman e Perrotin. Foto Thomas Hennocque.

Alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, fino al 13 settembre il suono diventa chiave di lettura dell’opera di Hans Hartung (1904-1989).

La mostra The Invisible Chord. Hans Hartung and Music, curata da Thomas Schlesser, riunisce quasi ottanta dipinti, documenti e strumenti di lavoro per raccontare come la musica abbia plasmato l’universo plastico ed esisten-

HANS HARTUNG INFORMALI ESPLOSIONI MUSICALI ALLA QUERINI STAMPALIA

ziale del maestro dell’informale. Danzatore e pianista da giovane, Hartung viveva in un perenne sottofondo sonoro: odiava il silenzio, come ricorda l’amico Pierre Soulages, che nel 1948 parlava della sua radio “sempre accesa” e dell’impossibilità per l’artista di lavorare senza dischi. In studio risuonavano le grandi voci del Barocco – Bach, Händel, Vivaldi – o le Variazioni Goldberg, la Sarabanda o Le quattro stagioni a scandire il ritmo di pennelli, rulli litografici e pistole a spruzzo. Accanto a loro, le partiture di Lili Boulanger, Pierre Boulez e Philip Glass aggiornavano la sua colonna sonora al Novecento.

Lontano dalle teorie sinestetiche di Kandinsky o Schönberg, Hartung non cercava equivalen-

ze astratte tra suono e colore: la musica era un dispositivo fisico, intuitivo, quasi vitale. Senza musica, niente pittura; senza pittura, nessuna ragione di esistere.

Le tele esposte a Venezia, dagli anni Venti agli ultimi giorni ad Antibes, restituiscono così un artista che traduce fughe, sinfonie, opere e sonate in gesti, graffi, vortici di segni. Un ‘ascoltatore instancabile’ che ha fatto della pittura la propria, rumorosissima, partitura muta ■

THE INVISIBLE CHORD HANS HARTUNG AND MUSIC

Fondazione Querini Stampalia. Venezia 5 maggio | 13 settembre 2026

Franco Zagari l’architettura del paesaggio per aprire le porte al nuovo

È di Franco Zagari (1945-2023) il progetto del paesaggio del Parco della Musica di Roma.

Nella pagina di destra, la piazza dell’abbazia di Saint-Denis (2005).

Franco Zagari è stato un sensore infallibile capace di captare, come pochi altri, la direzione del movimento verso nuovi scenari architettonici, anche quando l’energia di tale divenire scorreva sotto traccia e gli altri non riuscivano a individuarla.

Era la metà degli anni Novanta e stava avvenendo, per alcuni, una rivoluzione, per altri una rivolta. Si tentava di sprovincializzare la ricerca architettonica italiana guardando a ciò che accadeva nei Paesi europei più avanzati. Erano i tempi del decostruttivismo: Rem Koolhaas, Jean Nouvel, Frank O. Gehry, Zaha Hadid, i fermenti radicali, il riciclato Peter Eisenman che abbandonava il suo concettualismo per

sperimentare con il computer e le geometrie non euclidee.

In Italia il fenomeno fu ignorato, deriso e combattuto dall’accademia. Non però dall’Istituto Nazionale di Architettura di cui in quegli anni Franco Zagari era uno dei principali punti di riferimento. Zagari, da presidente dell’InArch Lazio (1996-2004) capì subito che bisognava aprire le porte al nuovo. E lo fece promuovendo incontri e conferenze, coinvolgendo sia i giovani critici, che credevano al rinnovamento, sia personaggi del calibro di Massimiliano Fuksas che, proprio in quegli anni, stava emergendo sulla scena internazionale.

Se a Roma si parlava di architettura contem-

Zagari è stato un maestro di architettura del paesaggio, che seppe trasformare in una disciplina indispensabile per la formazione

poranea, era in buona parte merito di Zagari e dell’InArch Lazio, non delle università. Docente a Reggio, Zagari promosse un’analoga operazione di svecchiamento culturale in Calabria. A Reggio si fronteggiavano due scuole: una europea e sperimentale, da lui guidata, e una accademica e post-Tendenza, diretta con rigore da Laura Thermes, compagna di lavoro e di vita di Franco Purini.

Ancora oggi, quando torno a Reggio, molti ricordano l’oasi di libertà e sperimentazione che Zagari seppe creare attraverso il grimaldello dell’architettura del paesaggio, la disciplina che ha segnato il suo insegnamento e gran parte della sua produzione professionale. Il paesaggio è stato, infatti, il suo principale campo di battaglia. Una materia spesso considerata di serie B che Zagari ha trasformato in disciplina centrale per la formazione dell’architetto.

Prima di lui pochi professori in Italia avevano trattato il verde e il vuoto come disciplina progettuale contemporanea. La ricetta di Zagari era semplice: sprovincializzarsi e guardare a ciò che accadeva all’estero, soprattutto in Spagna e in Francia. Da qui il dialogo con grandi progettisti del verde come Gilles Clément e la redazione di libri e manuali.

Come paesaggista ha collaborato con importanti architetti italiani, dall’Auditorium di Roma di Renzo Piano all’ingresso delle grotte di Niaux con Massimiliano Fuksas. Ma i suoi lavori più significativi li ha firmati da solo, dimostrando che oggi un progetto non può limitarsi a prevedere generici spazi verdi. Figlio di un giornalista e politico e di un’attrice, Zagari aveva ereditato i talenti di entrambi: è stato un instancabile divulgatore, sapeva dialogare con il potere mantenendo la schiena dritta e possedeva una naturale capacità teatrale nel presentare le proprie idee.

I suoi progetti sono costruzioni poetiche, cali-

brate e sensibili. Forse un po’ troppo raffinati per lo spazio pubblico italiano, dominato da fioriere in cotto, jersey di cemento e panettoni metallici.

Emblematica la sistemazione di Piazza Montecitorio a Roma: un intervento delicato presto violato dalla rozzezza del potere con l’invasione di transenne. Non compreso nemmeno da Vittorio Sgarbi, che con la sua storica arroganza lo indicò come esempio di cattivo intervento nel centro storico.

Il suo intervento più interessante è, a mio avviso, a Saint-Denis, dove ha ridisegnato le piazze davanti alla celebre abbazia e l’area del mercato è stata suddivisa in piccoli rettangoli colorati per le bancarelle: vista dall’alto un

mosaico perfetto, che nei giorni di mercato si trasforma in un brulicare, forse un po’ troppo caotico, di forme.

Zagari appartiene ancora alla generazione che vede nel disegno una sintesi attraverso cui la collettività riconosce se stessa.

«Parlare di paesaggio – ha scritto – significa parlare dello stato di democrazia, di lavoro, di autostima di una popolazione». Basta pensare a cosa significhi lavorare con questa idea in luoghi difficili come Reggio Calabria. Ed è anche per questo che la presenza di una figura come la sua, nel nostro martoriato meridione architettonico, è stata in molti momenti salvifica ■

Siamo abituati a considerare l’architettura come l’arte di costruire lo spazio. Ma cosa accade quando diventa testimone di violenze e violazioni dei diritti umani? Ne abbiamo parlato con Samaneh Moafi, vicedirettrice della ricerca di Forensic Architecture, l’agenzia multidisciplinare fondata a Londra da Eyal Weizman. Il loro team non progetta edifici: li interroga, utilizzando strumenti propri della progettazione per ricostruire la verità, pixel dopo pixel. Dal monitoraggio della devastazione a Gaza all’analisi dell’incendio della Grenfell Tower, il loro lavoro ha oltrepassato i confini degli studi professionali, arrivando fino alle aule della Corte Penale Internazionale.

Oggi il web è popolato da ricostruzioni 3D di ogni tipo, dalla divulgazione scientifica al true crime. In un ecosistema così saturo, come riuscite a stabilire la vostra autorità scientifica, distinguendovi dal semplice intrattenimento o dalla disinformazione? Il nostro obiettivo è la ricerca della verità attraverso la ricostruzione millimetrica dei luoghi teatro di eventi tragici. Nel caso di Shireen Abu Akleh [la giornalista di Al Jazeera uccisa dall’Idf nei territori palestinesi occupati, NdR] abbiamo elaborato un modello a nuvola di punti estremamente dettagliato dell’albero colpito dai proiettili, riuscendo a stabilire con esattezza la posizione e il campo visivo del tiratore. Quando l’accesso fisico ai luoghi non è possibile o il sito è stato demolito, come nel caso della Grenfell Tower a Londra, realizziamo modelli ‘poliprospettici’, utilizzando dati diversi. All’interno di queste ricostruzioni guidiamo i testimoni a ripercorrere i propri

Forensic Architecture Interrogare l’architettura per ricostruire la verità

movimenti per riattivare i loro ricordi. Questa tecnica, che abbiamo definito Situated Testimony, si fonda sull’idea che la memoria sia profondamente spaziale. Le persone non ricordano solo ciò che è accaduto, ma anche dove si trovavano, cosa potevano vedere da una certa angolazione, come si muovevano nello spazio e cosa si trovava dietro un muro o lungo un corridoio.

Sostenete che la verità non sia un’entità assoluta, ma una costruzione collettiva fatta di migliaia di frammenti. Come riuscite a trasformare dati spesso ‘sporchi’ in prove dotate di rigore scientifico?

Ogni immagine, suono o ricordo è inscritto in precise coordinate spazio-temporali. Nel nostro approccio, la modellazione 3D costituisce l’ambiente digitale in cui frammenti parziali vengono messi in relazione. Da questa integrazione emergono dinamiche che sfuggirebbero a un’analisi isolata delle singole prove. Un esempio è l’indagine sull’uccisione di quindici operatori umanitari a Tel al-Sultan (Gaza) nel marzo 2025. Abbiamo sincronizzato e integrato nello stesso modello i ricordi di due sopravvissuti, la registrazione audio di una vittima e il video di un testimone. Questa analisi ha permesso di determinare la posizione di persone e veicoli, nonché la durata e la direzione delle centinaia di colpi sparati contro il convoglio. Il lavoro, condotto in collaborazione con Earshot, ha evidenziato come le forze israeliane abbiano messo in atto un’azione coordinata e prolungata contro personale e mezzi di soccorso chiaramente identificabili, in assenza di qualsiasi minaccia.

Descrivete l’architettura come un sensore capace di registrare la violenza nelle fibre stesse degli edifici. Perché l’architetto è oggi la figura più idonea a decodificare queste ferite e in che modo il vostro approccio si differenzia da quello dei periti classici?

L’architettura non è mai uno sfondo neutro, ma una testimone che conserva tracce e lacerazioni della violenza. Separare l’ambiente dall’evento che vi si consuma è un’operazione arbitraria, come voler distinguere una ferita dall’arma che l’ha prodotta. Il caso dell’esplosione all’ospedale Al-Ahli di Gaza, che nell’ottobre 2023 ha causato 471 morti, conferma questa interdipendenza. Con la tecnica della Situated Testimony, abbiamo sincronizzato e geolocalizzato i video del chirurgo Ghassan Abu-Sittah e di altri testimoni, integrandoli con le riprese di Anadolu Agency e Al Jazeera per generare un modello tridimensionale del complesso. L’analisi spaziale e dei movimenti al suo interno ha permesso di mettere in discussione la versione ufficiale delle autorità israeliane, che attribuivano la strage al fallimento del lancio di un razzo palestinese. Il caso dimostra come l’ambiente costruito non sia un semplice sfondo separabile dagli eventi: li registra, li condiziona e talvolta li anticipa. È al tempo stesso testimone e attore, mai neutro, mai intatto.

Nel progetto su Gaza, perché avete scelto di mappare l’intero territorio invece di concentrarvi su singoli episodi? Alla luce della vostra analisi spaziale, riuscite a prefigurare scenari futuri ora che, come da voi rilevato, l’intero sistema agricolo risulta compromesso?

Samaneh Moafi Vicedirettrice della Ricerca di Forensic Architecture.

A sinistra A Cartography of Genocide: dall’ottobre 2023 Forensic Architecture analizza in modo sistematico gli attacchi contro civili e infrastrutture a Gaza. Sotto, la ricostruzione dell’uccisione della giornalista Shireen Abu Akleh avvenuta l’11 maggio 2022 nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania (© Forensic Architecture e Al-Haq, 2022).

Dall’ottobre 2023 analizziamo in modo sistematico gli attacchi contro civili e infrastrutture a Gaza, documentando non solo i raid diretti ma anche il progressivo smantellamento delle condizioni di vita. Un elemento centrale della nostra ricerca è il ciclo forzato di sfollamento. Abbiamo osservato come gli ordini di evacuazione abbiano ripetutamente spinto la popolazione verso aree dichiarate sicure, poi nuovamente colpite. I dati raccolti indicano una strategia coordinata più che una serie di episodi isolati. Attraverso una piattaforma interattiva, abbiamo organizzato migliaia di informazioni in una mappa navigabile che rivela correlazioni e ricorrenze. Da questa analisi emergono ‘pattern di violenza’: ripetizioni strutturate di eventi simili che suggeriscono una logica operativa non casuale che abbiamo ricostruito in una cartografia del genocidio. È importante chiarire che la nostra analisi non mira a prevedere il futuro, ma a comprendere le logiche strutturali degli eventi. Il futuro di

Gaza non appartiene ad attori esterni né a modelli analitici, ma ai palestinesi. Saranno loro a decidere come ricostruire la propria terra e come sarà plasmato il loro futuro.

Il vostro lavoro richiede di esaminare scene di traumi per mesi. Come gestite l’impatto psicologico di questa vicinanza al dolore altrui? Creando ‘gemelli digitali’ eterni di luoghi distrutti, come vi ponete rispetto al diritto delle comunità di ricostruire il proprio futuro senza restare per sempre ‘congelate’ nel momento del crimine?

Il lavoro svolto con i superstiti della Grenfell Tower rappresenta un caso emblematico di memoria digitale in relazione al trauma. Tra il 2017 e il 2024 abbiamo collaborato con loro per ricostruire non solo la dinamica dell’incendio, ma anche i loro appartamenti che esistevano ormai soltanto nei ricordi. È stato un processo delicato, che ha comportato la riattivazione di ricordi dolorosi. Eppure, nonostante la soffe -

renza, la determinazione nel proseguire ha rivelato tutta la complessità del fardello della testimonianza. Ricordare era un atto difficile ma necessario per riprendere il controllo narrativo su eventi che avevano stravolto violentemente le loro vite. Come osservatori, il nostro compito ha richiesto una profonda responsabilità etica. In questo contesto, il modello digitale smette di essere un artefatto tecnico per farsi vascello del lutto e strumento di verità. Ogni stanza ricostruita porta con sé il peso dell’assenza. La precisione, qui, non è solo rigore metodologico ma anche una forma di rispetto, un modo per onorare le vite spezzate. Oggi, questo percorso prosegue nel dialogo con la Grenfell Memorial Commission, con cui stiamo progettando un memoriale digitale: uno spazio di commemorazione condiviso, costruito collettivamente da chi custodisce la memoria e da chi se ne fa testimone ■

Rigenerazione urbana Obiettivi e strategie tra urbanistica e architettura

In questo Report ci occupiamo di un tema di grande attualità che corre il rischio di essere facilmente abusato e banalizzato, ovvero la rigenerazione urbana. In un Paese dalle tante stratificazioni insediative come l’Italia questa disciplina, che combina architettura e urbanistica, rappresenta sempre più l’ambito operativo in cui si intrecciano giustizia sociale, qualità dello spazio pubblico e transizione energetica delle città. Gli obiettivi fondamentali della rigenerazione urbana si inquadrano nell’Agenda 2030 dell’Onu, sottoscritta nell’ormai lontano 2015, in particolare negli obiettivi 7 (energia pulita), 11 (città sostenibili) e 13 (lotta al cambiamento climatico). Sebbene sia finalmente entrata stabilmente nell’agenda normativa e politica dell’attuale legislatura, in Italia la rigenerazione urbana non ha ancora trovato sbocco in una legge dello Stato. Infatti nell’agosto scorso è approdato in Senato un nuovo testo unificato (attualmente in corso di esame in commissione parlamentare) che sostituisce uno del settembre 2024 e integra ben otto disegni di legge precedenti. Il testo non si limita a fissare regole edilizie ma ha l’ambizione di riscrivere le politiche urbane spaziando dalla sostenibilità ambientale alla sicurezza sismica, dal contenimento del consumo di suolo alla qualità della vita nei centri storici e nelle periferie. Al centro vi è un’idea di città come luogo da recuperare, rigenerare e rendere resiliente non solo attraverso demolizioni e ricostruzioni ma soprattutto con politiche di coesione sociale, integrazione funzionale e tutela del paesaggio.

del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) in linea con la politica della Next Generation Eu: per gli anni 2021-2026 questo ha comportato contributi per 3,4 miliardi di euro per interventi da terminare entro il 31 dicembre 2026. È proprio a queste opportunità che si rifanno le esperienze concrete illustrate dai sei architetti che abbiamo intervistato, premettendo in ogni caso un punto di vista più comprensivo sulla pratica della rigenerazione urbana e sul miglior ricorso al rapporto pubblico-privato. La casistica è molto ampia: dall’intervento di valorizzazione del fronte porto di Genova al recupero di una delle tante aree industriali dismesse di Milano, fino alla trasformazione dell’ex-tabacchificio di Bologna in un tecnopolo di rilievo internazionale. Per non parlare di due progetti pilota (in vista di un piano nazionale per il rilancio dell’edilizia abitativa economicopopolare) per la bonifica e la rifunzionalizzazione di grandi complessi socialmente degradati come le ‘Vele di Scampia’ a Napoli (l’unico in cui si ricorre all’extrema ratio della demolizione) e il Corviale a Roma. L’esempio conclusivo, il Net Center, è interessante perché si inserisce nel dibattito sul ruolo dei grattacieli nella rigenerazione urbana, non solo ovviamente per la loro attitudine a liberare terreno utile a funzioni collettive ma per il ruolo di catalizzatori di nuovi interventi di qualità su aree precedentemente emarginate e sottoutilizzate. E non in una città di prima grandezza ma a Padova, capoluogo per un certo verso decentrato ma con una grande tradizione universitaria e di ricerca.

Aldo Norsa

Con una lunga carriera di docenza universitaria in Italia e all’estero dal 2010 il professor Aldo Norsa, direttore scientifico della società di ricerca Guamari, cura il Report on the Italian Architecture Engineering and Construction Industry, il Rapporto Classifiche Le prime 70 imprese dell’edilizia privata e organizza la conferenza annuale Tall Buildings. Dal 2023 è membro della giuria dei Premi Oice e dal 2025 è nell’advisory board della Jrp Costruzioni del Politecnico di Milano. www.guamari.it

Ecco le principali novità: Premi volumetrici fino al 30 per cento.

Delocalizzazione di edifici in aree a rischio idrogeologico con bonus volumetrici.

Fondo nazionale da 3,4 miliardi per finanziare interventi di riqualificazione.

Governance multilivello con compiti differenziati e conferenze di servizi semplificate. Esenzioni fiscali.

Incentivazione del consumo di suolo zero e di contrasto al cambiamento climatico.

Nell’attesa della nuova legge nazionale non sono però fortunatamente mancate in questi anni opportunità di sperimentare la rigenerazione nell’ambito di interventi locali finanziati all’interno

3 DOMANDE a 6 architetti

1 Il tema della rigenerazione urbana è della massima attualità: qual è la sua opinione/interpretazione?

2 Quale è la formula più adatta affinché la rigenerazione urbana abbia successo nel rapporto pubblico-privato?

3 Quale il progetto di maggior successo dal punto di vista della rigenerazione urbana al quale ha lavorato?

Mariela Apollonio

Foto

1 _ Lavorando a scala urbana, cerchiamo di vedere ogni progetto in una visione più allargata, valorizzando le energie che animano la città. Se ascolti il luogo e la comunità che lo abita, spesso ti accorgi che c’è già tutto, che ottieni di più con meno, sottraendo piuttosto che aggiungendo, che non vuol dire minimalismo ma eliminare il soverchio che impedisce a ciò che è di essere e a ciò che non è più – o non è ancora – di essere quello che è meglio che sia. In pratica: attivare nuove relazioni tra quello che già esiste. Secondo questo approccio è possibile proporre nuovi modelli di sviluppo a partire dal bordo urbano, inteso nel senso classico di limes, ovvero come l’inizio – e non la fine – della città, creando spazi civici che riflettano le nuove aspettative sociali di una comunità urbana sempre più in divenire. Del

resto, è come viviamo che deve determinare l’ambiente costruito, non viceversa.

2 _ Non so se c’è una formula, ma la domanda mi fa venire in mente l’antinomia di Albert Hirschman nel saggio Shifting Involvements: Private Interest and Public Action secondo cui la storia umana sarebbe un continuo oscillare da un desiderio di soddisfazione individuale a uno (opposto) di soddisfazione collettiva e di condivisione. Ecco, quello che ci sembra stia sempre più emergendo è la riscoperta dello spazio pubblico, la sete di urbanità, la fame di piazze. Ma attenzione a pensare alla rigenerazione urbana come disegno d’insieme, che è la migliore ricetta per una scarsa qualità del territorio e porta all’esclusione di tutto ciò che non è omogeneo, di tutto ciò che non rientra nel sistema, sbarrando la

strada alla sperimentazione e all’innovazione, che sono il vero genius loci della città. Questo desiderio di ‘fare città’ credo rappresenti una grande opportunità. Operando con l’architettura, auspichiamo progetti che, benché di iniziativa privata, restituiscano qualcosa al dominio pubblico, senza indulgere a soluzioni ostentate ma, al contrario, perseguendo una maggiore urbanità e qualità sociale.

3 _ A Genova stiamo completando il progetto di Casa Vela, il centro della Federazione Italiana Vela realizzato con il Pnrr, che è l’opera pubblica più prominente verso il Mar Ligure nell’ambito del masterplan di Renzo Piano per il Waterfront di Levante, con l’idea di creare un rapporto sensato tra la città e la costa a partire dalla consapevolezza che attraverso il mare tutto è interconnesso.

Paolo Brescia
Obr
Casa Vela, centro della Federazione Italiana Vela. Render del progetto.

Sara Busnelli Acpv Architects

1 _ Per noi non esiste un’alternativa reale alla città come spazio nel quale costruire il benessere del futuro. Da questo punto di vista la responsabilità degli architetti è progettare un ecosistema vivibile per l’essere umano, perché è questo l’ambiente nel quale viviamo e continueremo a vivere. La rigenerazione urbana è quindi un concetto ampio e onnicomprensivo. Riguarda certamente il progetto dello spazio fisico ma non si esaurisce in esso: coinvolge la qualità dell’ambiente urbano, le relazioni sociali, l’accessibilità e il modo in cui le persone abitano la città. Se l’essere umano è un animale urbano il suo ecosistema deve possedere determinate caratteristiche qualitative e la responsabilità progettuale sta proprio nell’assicurare queste condizioni.

Fastweb Hq nel quartiere Symbiosis a Milano. Foto Giovanni Nard.

3 DOMANDE a 6 architetti

1 Il tema della rigenerazione urbana è della massima attualità: qual è la sua opinione/interpretazione?

2 Qual è la formula più adatta affinché la rigenerazione urbana abbia successo nel rapporto pubblico-privato?

3 Quale il progetto di maggior successo dal punto di vista della rigenerazione urbana al quale ha lavorato?

2 _ Quando si parla di rigenerazione urbana, inoltre, bisogna riconoscere che si tratta quasi sempre di azioni che trovano origine nelle politiche pubbliche. Esiste una differenza sostanziale tra interventi che vengono definiti rigenerativi ma hanno carattere puramente speculativo e progetti che invece si innestano in strategie pubbliche di trasformazione urbana, spesso attraverso partnership tra pubblico e privato. In questi casi il rapporto funziona quando esiste una visione condivisa: il pubbli-

co definisce gli obiettivi e l’interesse collettivo mentre il privato contribuisce con risorse, competenze e capacità di realizzazione.

3 _ Un esempio significativo di questo approccio è il distretto Symbiosis a Milano, sviluppato con il gruppo immobiliare Covivio su un’exarea industriale nel quadrante sud del capoluogo lombardo. Il masterplan ha trasformato un’area residuale in una nuova parte di città, organizzata attorno a una lunga spina verde pedonale che struttura lo spazio pubblico e connette piazze, percorsi ciclabili e funzioni urbane. La nuova piazza Adriano Olivetti, pensata come luogo di incontro e di vita collettiva, rappresenta il fulcro degli spazi pubblici che incorniciano e si intrecciano con gli edifici a uso privato da noi progettati. Tra questi, Fastweb Headquarters, che combina una volumetria razionale con avanzate strategie climatiche, e Casa Moncler, che reinterpreta l’identità del passato industriale di un’area dismessa in un’architettura contemporanea ed efficiente. La rigenerazione, in questo caso, ha significato prendersi cura dell’esistente e restituirlo alla città come nuovo ecosistema urbano.

Foto
Di

Progetto del Tecnopolo di Bologna.

3 DOMANDE a 6 architetti

1 Il tema della rigenerazione urbana è della massima attualità: qual è la sua opinione/interpretazione?

2 Quale è la formula più adatta affinché la rigenerazione urbana abbia successo nel rapporto pubblico-privato?

3 Quale il progetto di maggior successo dal punto di vista della rigenerazione urbana al quale ha lavorato?

1 _ Le città possono essere paragonate a organismi viventi che si adattano nel tempo a nuove esigenze sociali, economiche e ambientali per garantire migliori condizioni di vita. In questo senso la rigenerazione urbana rappresenta un processo ‘naturale’ di evoluzione che deve essere governato e orientato da strategie consapevoli. La sfida per il futuro consiste nel promuovere la trasformazione della città senza ulteriore consumo di suolo privilegiando il recupero di aree già urbanizzate e di edifici abbandonati, oltre alla riconversione di superfici impermeabilizzate in spazi verdi e permeabili.

2 _ Il settore pubblico dovrebbe svolgere un ruolo attivo nella mappatura e nel censimento di aree ed edifici dismessi con potenzialità di trasformazione e recupero, permettendo agli operatori privati di valutare le opportunità più coerenti con le loro strategie di sviluppo. Affinché gli interventi siano effettivamente realizzabili l’investimento privato dovrebbe essere sostenuto da politiche pubbliche mirate, come incentivi fiscali o contributi economici. Ulteriori incentivi potrebbero essere introdotti per progetti che favoriscano la creazione o l’ampliamento di spazi verdi, di localizzazioni ben servite dal trasporto pubblico o da sistemi di mobilità sostenibile, ma anche tali da ospitare

funzioni pubbliche e/o servizi collettivi. Queste politiche potrebbero generare un circolo virtuoso capace di attivare investimenti e quindi promuovere la rigenerazione urbana.

3 _ Il progetto del Tecnopolo di Bologna, sviluppato dallo studio tedesco gmp (che rappresentiamo in Italia), è un esempio emblematico di rigenerazione urbana. Un grande complesso industriale, progressivamente abbandonato dopo la cessazione della sua funzione di tabacchificio, è in corso di trasformazione in un polo dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. La sua posizione strategica, tra il centro storico, l’autostrada e l’aeroporto, contribuisce a rafforzarne il ruolo nel sistema territoriale. Il progetto valorizza gli edifici progettati da Pier Luigi Nervi negli anni Cinquanta, ai quali sono stati affiancati nuovi volumi destinati a ospitare funzioni pubbliche e private di alto profilo. Tra queste si annoverano i data-center del servizio meteo Ecmwf e del Cineca, il centro ricerche dell’Enea e diverse altre istituzioni di ricerca scientifica. Il Tecnopolo rappresenta un caso significativo di riconversione in un’infrastruttura strategica per la conoscenza capace di coniugare conservazione architettonica, innovazione e sviluppo urbano.

Daniele Rangone Settanta7

1 _ Come chief vision officer di Settanta7 seguo diversi processi di rigenerazione urbana. Stiamo lavorando su progetti che interesseranno Bologna (ex-scalo Ravone), Padova (ex-caserma Piave), Torino (Metro 2), Gioia Tauro (La Ciambra) e Rimini (Cittadella della

3 DOMANDE a 6 architetti

1 Il tema della rigenerazione urbana è della massima attualità: qual è la sua opinione/interpretazione?

2 Quale è la formula più adatta affinché la rigenerazione urbana abbia successo nel rapporto pubblico-privato?

3 Quale il progetto di maggior successo dal punto di vista della rigenerazione urbana al quale ha lavorato?

sicurezza). I prossimi anni saranno cruciali per molti centri abitati e capoluoghi italiani. Per il successo di questi interventi sarà fondamentale che pianificazione e governance sappiano adattarsi alle complessità dei processi urbani. La progettazione deve essere attenta ed empatica e i progetti poter contare su cantieri efficienti e imprese in grado di gestire e coordinare le diverse fasi realizzative.

2 _ Dopo le distorsioni emerse con il Pnrr e i recenti accadimenti milanesi, sarà inevitabile costruire un rapporto più proattivo tra pubblico e privato. Un’opportunità interessante è la formula design & build che però dovrebbe ispirarsi al modello inglese per evitare criticità dovute a budget non allineati allo ‘scope of work’. Anche il partenariato pubblico-privato potrebbe conoscere una nuova stagione positiva a patto – e lo dico con una punta di provo-

cazione – che gli istituti bancari offrano condizioni finanziarie meno onerose. Sarebbe anche importante che il settore pubblico superasse l’idea che collaborare con le imprese private sia quasi un tabù, perché le più evolute sono pronte per una nuova ripartenza.

3 _ Uno dei progetti a cui stiamo lavorando è ReStart Scampia, il più grande intervento di rigenerazione urbana di Napoli. Comporta la demolizione della Vela Gialla e Rossa, la riqualificazione della Vela Celeste e la realizzazione di nuovi edifici residenziali energeticamente auto efficienti. Attorno sorgerà un ecoquartiere con parco pubblico, spazi per l’agricoltura urbana, servizi educativi e luoghi per la comunità. Il progetto mira a ricucire il tessuto urbano e sociale, valorizzando la storia del luogo e restituendo qualità agli spazi pubblici, insieme a nuove opportunità per i residenti.

ReStart Scampia. Render.
Foto Gianni
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3 DOMANDE a 6 architetti

1 Il tema della rigenerazione urbana è della massima attualità: qual è la sua opinione/interpretazione?

2 Quale è la formula più adatta affinché la rigenerazione urbana abbia successo nel rapporto pubblico-privato?

3 Quale il progetto di maggior successo dal punto di vista della rigenerazione urbana al quale ha lavorato?

1 _ La rigenerazione urbana è oggi una necessità strutturale. Le città europee non possono più crescere per espansione illimitata ma devono trasformarsi al loro interno, lavorando su vuoti, margini e tessuti incompiuti. Non si tratta di una semplice sommatoria di interventi tecnici ma di un processo di ricucitura morfologica, sociale e ambientale. Rigenerare significa riattivare parti di città marginali restituendo qualità dell’abitare, continuità urbana e valore dello spazio pubblico, attraverso strategie integrate di riuso, densificazione controllata e riconfigurazione dell’esistente.

2 _ La condizione decisiva è un equilibrio tra indirizzo pubblico e capacità operativa privata. Il soggetto pubblico deve garantire visione, regole, qualità architettonica e tutela dell’interesse collettivo; il privato può contribuire con risorse economiche, innovazione e capacità realizzativa. La rigenerazione funziona quando si fonda su un patto chiaro: mix funzionale, sostenibilità economica e centralità dello spazio collettivo. In assenza di questa regia, gli interventi rischiano di ridursi a operazioni immobiliari oppure a programmi pubblici privi di efficacia trasformativa.

3 _ Il progetto Km Verde riguarda la riqualificazione del quarto piano del complesso edili-

zio residenziale Corviale (terminato nel 1984), il cosiddetto ‘piano libero’ originariamente destinato da Mario Fiorentino ai servizi e alle relazioni collettive ma occupato abusivamente nel tempo. L’intervento prevede sia la realizzazione di una serie di alloggi ricavati all’interno della maglia strutturale esistente – sviluppati nell’ambito di un programma sperimentale fondato su modelli di abitare condiviso, ecosostenibile ed economicamente accessibile –sia la creazione di spazi comuni destinati alla socializzazione recuperando e reinterpretando quel principio di ‘vicinidad’ generato spontaneamente dalle pratiche di auto-organizzazione degli abitanti. L’obiettivo è favorire l’interazione tra le persone attraverso ambienti concepiti sia come luoghi di permanenza e comunicazione sia come dispositivi di mediazione tra dimensione privata e dimensione collettiva. Gli spazi condivisi diventano quindi elementi strutturanti dell’abitare, capaci di contrastare l’isolamento e di rafforzare il senso di appartenenza comunitaria. La loro presenza contribuisce a migliorare la qualità percepita degli alloggi, che si relazionano reciprocamente e con l’esterno, promuovendo una più intensa consapevolezza del vivere comune e della responsabilità condivisa nei confronti dell’ambiente abitato.

Guendalina Salimei TStudio
Progetto Km Verde per il Corviale. Roma.

3 DOMANDE a 6 architetti

1 Il tema della rigenerazione urbana è della massima attualità: qual è la sua opinione/interpretazione?

2 Quale è la formula più adatta affinché la rigenerazione urbana abbia successo nel rapporto pubblico-privato?

3 Quale il progetto di maggior successo dal punto di vista della rigenerazione urbana al quale ha lavorato?

1 _ Per noi la rigenerazione urbana è un tema prioritario e dovrebbe esserlo anche per la politica che ha il compito di governare quel territorio di cui la città è elemento decisivo. Purtroppo l’urbanistica normativa che si è affermata a partire dal secondo dopoguerra –applicando l’individualismo liberale della proprietà privata a scapito della coesione sociale – ha generato vasti quartieri periferici fatti solo di case, recinti e strade, a servizio del cittadino inteso come automobilista: una città drive-in, più propriamente una suburbia. Un cittadino che usa l’automobile per raggiungere tutti i servizi e che, per avere una gratificazione urbana, va nel centro storico, diventato un luogo di elezione (oltre che di gentrificazione). Spiace constatare che questa città vera, così ambita, sia il frutto di società del passato di impronta autoritaria e che la nostra attuale democrazia non ne sia più all’altezza.

2 _ La rigenerazione può avvenire solo creando spazi e servizi pubblici, superando i limiti della proprietà privata. L’azione è efficace se è promossa e governata dal soggetto pubblico che è l’unico in grado di affrontare progettualmente grandi aree, gestire gli incentivi e, soprattutto, collegare la pianificazione particolare a un disegno strategico complessivo.

Lo schema è quello delle Zac francesi ( Zone d’Aménagement Concerté ). L’importante è che la pianificazione e l’urbanizzazione restino in mano pubblica, con progetti preferibilmente ottenuti da concorsi di architettura. La facile critica che non ci siano le risorse è infondata perché la rigenerazione urbana è una potenziale macchina da soldi: si tratta solo di non lasciarli alla speculazione privata.

3 _ Ironia della sorte, il Net Center di Padova, che abbiamo progettato con il compianto Aurelio Galfetti, è stato interamente promosso e attivato da un costruttore privato! Ciò non ci contraddice, perché gli imprenditori visionari che antepongono la qualità dei progetti al proprio tornaconto sono veramente pochi. La rilevanza del complesso risiede nel più alto edificio della città che – come landmark – segnala la presenza di spazi collettivi, interconnessi a luoghi di lavoro aperti al paesaggio e alla condivisione, con un ruolo di generatore per la trasformazione dell’intero quartiere. Trasformazione che oggi si sta finalmente verificando ora con l’avvio di grandi interventi: il nuovo ospedale, un’area residenziale per mille abitanti, la linea tramviaria SIR2 con la fermata Net Center, l’asse strategico per la ricerca e l’innovazione previsto dal nuovo piano degli interventi di Stefano Boeri.

Il Net Center di Padova.

TORINO

Le stazioni della nuova Linea 2 della metropolitana di Torino

Il raggruppamento guidato da Un Studio e composto da Settanta7, 3BA, Mijksenaar, Frigorosso e Wsp ha vinto il concorso internazionale per la realizzazione di 13 stazioni (su un totale di 32) della nuova linea 2 della metropolitana di Torino. Pur diverse tra loro, le tre stazioni approfondite nella proposta progettuale manifestano un sistema architettonico unitario. La composizione delle pensiline si basa su una serie di cornici strutturali che evolvono dall’archetipo dell’arco a quello del portale, richiamando elementi tipici delle facciate torinesi.

Accanto alla Mole Antonelliana, la stazione di Mole-Giardini è leggera e trasparente, riconoscibile e attenta all’unicità del luogo. La fermata San Giovanni Bosco si presenta

interamente fuori terra, un nuovo spazio pubblico attraversabile. Porta d’ingresso al centro storico, gli accessi alla stazione Carlo Alberto si adattano ai portici esistenti, mentre l’atrio ospita una vetrina espositiva di reperti archeologici rinvenuti durante gli scavi. È previsto inoltre un collegamento diretto tra la stazione e gli ambienti sotterranei monumentali di Palazzo Carignano, secondo il modello delle “stazioni d’arte” già affermatosi in altri contesti.

I materiali, selezionati per le prestazioni in termini di durabilità, resistenza all’usura, facilità di manutenzione e qualità acustiche, giocano un ruolo centrale nel definire l’identità delle stazioni. Alluminio, ceramica, terrazzo e pietre locali

come porfido e pietra di Luserna i materiali previsti, sia per definire il linguaggio architettonico sia per le prestazioni in termini di durabilità e resistenza all’usura ■

Località Torino

Committente Commissario Straordinario di Governo per la realizzazione della Linea 2 della Metropolitana della Città di Torino (Prof. Ing. Bernardino Chiaia) Infratrasporti.To Srl Gruppo di progettazione UN Studio, Settanta7, 3BA, Mijksenaar, Frigorosso, Wsp Area di progetto 13 stazioni (32 stazioni sull’intera linea)

Importo dei lavori euro 29.464.636,73

Immagini by Hism, ©Extraordinary Commissioner Chiaia

Per aumentare il grip su superfici in gres porcellanato ceramica e granito Fila Solutions ha messo a punto nei suoi laboratori la Linea antiscivolo Grip.

FILA Solutions punta sulla sicurezza

con i trattamenti anti scivolo Progrip e Easygrip

La sicurezza delle superfici rappresenta un tema progettuale centrale negli spazi contemporanei, in particolare in ambienti esposti a umidità e acqua come bagni, spa, piscine e ingressi. In questi contesti, la riduzione del rischio di scivolamento diventa un requisito imprescindibile, capace di incidere direttamente sulla qualità dell’abitare. Per rispondere a queste esigenze, Fila Solutions ha sviluppato la Linea Grip, un sistema di trattamenti antiscivolo per gres porcellanato, ceramica, granito e altre pietre silicee come serizzo, quarzite e porfido. La gamma si articola in due soluzioni complementari: Progrip, destinato all’applicazione professionale, ed Easygrip, pensato per interventi puntuali e

contesti residenziali. Entrambe le soluzioni garantiscono un’azione permanente senza alterare l’estetica dei materiali: non creano film superficiali e mantengono inalterate cromie e finiture.

Il principio di funzionamento è basato sulla modifica controllata della superficie attraverso la creazione di micro-porosità che incrementano il coefficiente di attrito, migliorando l’aderenza sia a piedi nudi sia con calzature. Il risultato è una maggiore resistenza allo scivolamento in condizioni di bagnato o condensa, verificata attraverso test conformi a standard nazionali e internazionali. Progrip si rivolge a contesti ad alta intensità d’uso, come rampe, bordi piscina o pavimentazioni soggette

a ristagni, rivelandosi efficace anche nella correzione di criticità progettuali legate a materiali con prestazioni antiscivolo non adeguate. Progrip, nel formato compatto, consente invece interventi mirati su superfici limitate come piatti doccia, soglie e gradini. Un approccio discreto ma altamente performante, che integra la sicurezza nel progetto senza comprometterne il linguaggio architettonico.

www.filasolutions.com

CASALE MONFERRATO

Il progetto di Carlo Ratti per il centro culturale Buzzi

Una trave a sbalzo lunga 100 metri che collega due edifici esistenti è al centro del progetto per il Buzzi Heritage Cultural Center a Casale Monferrato. Si tratta della prima applicazione concreta al mondo di un sistema strutturale brevettato sviluppato da Carlo Ratti Associati in collaborazione con Maestro Technologies: la tradizionale gettata di calcestruzzo viene integrata con un sistema composito acciaio-calcestruzzo fabbricato digitalmente tramite taglio laser e lavorazione Cnc. Questi elementi fungono sia da casseratura permanente sia da rinforzo strutturale: vengono prodotti off-site, assemblati in loco con precisione millimetrica e impiegati per il

getto. A differenza delle casseforme che a lavoro finito vengono smantellate, questi componenti metallici rimangono in opera, migliorando le prestazioni strutturali e riducendo al contempo lo spreco di materiali, i tempi di costruzione e la complessità in cantiere. Il volume sospeso che nascerà dall’impiego di questa tecnologia ospiterà l’archivio storico Buzzi, azienda del cemento fondata nel 1907. A livello del suolo, la trave reticolare a sbalzo darà luogo a una sequenza di tre spazi aperti, in una transizione graduale dal pubblico al privato. La prima corte è completamente aperta alla città; la seconda è condivisa tra usi pubblici e privati – ospita attività

quotidiane e incontri informali – e la terza è riservata alle attività sociali del Centro Incontro Fondazione Maurizio Buzzi, con la possibilità di accogliere usi in evoluzione nel tempo ■

Progetto architettonico Carlo Ratti Associati. Partners in charge Carlo Ratti e Andrea Cassi. Project manager Chiara Morandini. Team: Iratxe De Dios, Francesco Rabuffetti, Ina Sefgjini, Anna Spaggiari; strategia e innovazione Luca Bussolino e Camilla Nicolini

Strutture Ingembp

Impianti Projema

Consulenza acustica Vibes

Paesaggio Laura Gatti

Lighting design Lfb

RIMINI

Progetto Cmr disegna il nuovo distretto aeroportuale

2027 - 2035 - 2050: il concept del nuovo distretto aeroportuale di AiRiminum 2014 Spa presentato recentemente da Progetto Cmr incarna una visione di lungo periodo per un aeroporto che già oggi conta su un bacino di circa 5,5 milioni di passeggeri/ anno ma dove nel 2025 sono transitate solo 416.000 persone. Così, se dal 2027 il piano industriale prevede il potenziamento delle rotte e nuove destinazioni, per gli anni a venire Progetto Cmr propone la nascita di un distretto aeroportuale nel quale architettura, paesaggio e infrastruttura concorrono alla costruzione di una nuova centralità urbana. Sarà un processo progressivo, che parte dalla riqualificazione dell’aeroporto esistente, con il rinnovo del terminal e dell’attuale facciata.

La seconda fase prevede invece la realizzazione di nuovi volumi: l’ampliamento del terminal in altezza; un’area intermodale (con il prolungamento della filovia Metromare); un parcheggio multipiano con 1.500 posti; una palazzina direzionale e commerciale; un ponte pedonale con food court e affaccio sulle piste; e infine la copertura verde del parcheggio multipiano (l’Air Park) che diventerà un parco pubblico su più livelli, con un ristorante rooftp (l’Airport Disco) al centro. Il concept architettonico sviluppa tre temi principali – romanità, natura e aerodinamicità. La romanità trova espressione nell’uso dell’arco, che richiama il Ponte di Tiberio; la natura si traduce in un sistema di verde continuo e graduale;

l’aerodinamicità prende forma in linee curve e leggere che richiamano il movimento degli aeromobili. Il risultato è un linguaggio architettonico contemporaneo ma radicato nel territorio, capace di trasformare l’aeroporto nella nuova immagine di Rimini e della riviera romagnola ■

Inquadrando il QR code si accede al video del progetto.

ANNI

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Quello che vedi
Quello che hai

ANCONA

Subissati trasforma l’ex-palazzina Fincantieri nella sede del Cnr-Irbim

Completamento previsto entro la fine del 2027 per la nuova sede del Cnr-Irbim (Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine) nel Porto Antico di Ancona.

In uno dei contesti storici e paesaggistici della città, a pochi metri dall’Arco di Traiano e in prossimità dell’Arco Clementino, il progetto di Simone Subissati Architects preserva la forma e l’impianto originari della ex palazzina Fincantieri introducendo un calibrato completamento in sommità e riorganizzando integralmente gli interni. Le lame leggere del nuovo piano attico ridefiniscono il profilo dell’edificio senza alterarne la misura urbana, inquadrando il mare e la città storica e correggendo alcune interferenze visive generate dalle stratificazioni recenti del porto.

Le nuove volumetrie, realizzate in struttura d’acciaio, sono rivestite da una membrana microforata in Pvc pre-tesa.

La superficie esterna nasconde le finestre, offre protezione dal sole e consente la ventilazione naturale, definendo un prospetto monocromo e regolare. Di giorno l’edificio appare monolitico e opaco; di sera, la luce interna filtrata attraverso la membrana fa emergere le aperture, trasformando il fronte in un reticolo luminoso.

La nuova sede integra funzioni scientifiche avanzate dedicate agli ecosistemi marini e alle biotecnologie blu con una dimensione accessibile alla città. L’ingresso e l’attraversamento sono ripensati come sequenza spaziale continua, culminante

nella sala conferenze e in una terrazza panoramica affacciata sull’Adriatico. Per collocazione e scala, l’intervento costituisce uno dei primi tasselli del più ampio processo di riqualificazione del waterfront di Ancona ■

Committente Cnr

Progetto architettonico Simone Subissati Architects

Ingegneria Domenico Lamura Impresa di costruzioni Ar.Co.

Investimento 7,2 milioni di euro Completamento fine 2027

MAGLIE

Diele Kerciku Architetture trasforma la piazza in un parco

Con un investimento stimato in 4 milioni di euro, finanziati attraverso i fondi di coesione, il progetto sviluppato dallo studio fondato da Vincenzo Diele e Eljor Kerciku – in collaborazione con Sit&A, Marco Antonini Architects, Studio Matera e Studio Scalera – trasformerà piazza Bachelet a Maglie, oggi un deserto pavimentato che in estate rilascia il calore accumulato durante il giorno dalle superfici dure, in un’infrastruttura verde.

«Non si trattava di disegnare una nuova piazza ma di ricostruire un sistema di relazioni oggi interrotte – spiegano dallo studio. Abbiamo lavorato cercando una forma di semplicità che non fosse semplificazione, ma il risultato di scelte precise: togliere ciò che creava discontinuità e costruire un equilibrio tra architettura e paesaggio»

La piazza, che verrà ampliata incorporando l’antistante porzione di Corso Cavour (che sarà inibita al traffico veicolare) e il sagrato della chiesa, oggi delimitato da cordoli che nulla hanno a che fare con l’idea stessa di sagrato, verrà riconfigurata mediante quel che il progetto definisce l’anello della biodiversità, un’infrastruttura verde concepita come dispositivo spaziale che struttura il nuovo sistema-piazza e ne orienta l’uso definendo una sequenza di condizioni tra loro interconnesse: una piazza polifunzionale, un percorso e un paesaggio vegetale ispirato alla macchia mediterranea, con l’impiego di specie

autoctone e una progressiva densificazione del verde che contribuirà anche a mitigare le temperature, migliorando la qualità ambientale complessiva.

Per le aree calpestabili il progetto prevede l’impiego di pietra locale, pavimentazioni drenanti e superfici semi-permeabili, al fine di ridurre le superfici impermeabili e migliorare la gestione delle acque meteoriche ■

Committente Comune di Maglie (Lecce)

Progetto urbano architettonico Diele Kerciku Architetture

Landscape e botanica Marco Antonini Architects

Progetto urbanistico e viabilità Sit&A

Progetto strutture e sicurezza Domenico Scalera

Progetto impianti Biagio Matera

Render Proloog

Superficie 10.600 mq

Cronologia 2026 - in corso

MASSY, GRAND PARIS

Design di

Pca-Stream per la Fabrique de l’Art del Centre Pompidou

Entro la primavera del 2027 sarà completato a Massy un polo per la raccolta e conservazione delle opere d’arte della collezione del Centre Pompidou. Inserito nel Parc de la Blanchette, l’edificio di circa 30.000 metri quadrati comprenderà anche spazi aperti al pubblico. Il progetto dello studio Pca-Stream fondato da Philippe Chiambaretta disegna un edificio bifronte: da un lato, verso il parco e il suo lago artificiale, un profilo aperto, che con la scala in facciata e passerelle (qui in legno) di fronte agli spazi espositivi si richiama dichiaratamente al fronte dell’edificio di Piano e Rogers; dall’altro un monolite in calcestruzzo (un doppio strato con una forte massa termica) che nei laboratori e nei depositi lascia filtrare solo luce naturale controllata da lamelle

verticali per garantire le migliori condizioni di conservazione e restauro delle opere. La struttura di conservazione fornisce tutti gli spazi di stoccaggio necessari per diverse capacità e tipologie. I depositi si sviluppano su tre livelli che operano in modo indipendente, con gli spazi al piano terra per le opere più pesanti e ingombranti. I laboratori sono collocati al secondo e al terzo piano, sul lato nord dell’edificio. La piattaforma espositiva domina i depositi e offre viste straordinarie. Una parete vetrata separa i laboratori dal pubblico, consentendo ai visitatori di intravedere le acquisizioni recenti custodite in una sala occasionalmente aperta alle visite guidate. Il tetto dell’edificio ‘caveau’ è coperto da circa 2.000 mq di pannelli fotovoltaici, mentre al terzo piano dell’edificio pubblico

una terrazza belvedere di 1.500 mq ospiterà eventi pubblici.

Di fronte all’ingresso, gradoni che scendono verso il lago potranno accogliere raduni artistici all’aperto ■

Committente Adim Île-de-France (gruppo Vinci)

Architettura Pca-Stream

Ingegneria di facciata Eoc Engineers

Strutture in legno Bollinger & Grohmann

Paesaggio Bureau Bas Smets

Ingegneria acustica Studio Fa

Scenografia Studio Adrien Gardère

Logistica artistica e conservazione Aïnu

Superficie 28.600 mq

Cronologia 2019-2027

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NASHVILLE

Il Tennessee Performing Arts Center di Big

Sarà Bjarke Ingels Group, in team con William Rawn Associates (Boston) e Hastings Architecture (Nashville, vincitori nel 2025 del Best of Practice di Architect’s Newspaper) a realizzare, lungo la sponda est del fiume che attraversa la città, il nuovo centro del Tennesse Performing Arts Center, dove convergono le stagioni del balletto, dell’opera e del teatro della ‘music city’ e che ospiterà anche le tournée teatrali di Broadway.

Avvolti da un involucro di tubi di alluminio accostati tra loro come canne d’organo che si piegano a ventaglio per trasformarsi nelle pensiline a tenda che segnalano e proteggono gli ingressi, i 28.500 metri quadrati del complesso sono organizzati in

due volumi, anch’essi disposti a ventaglio, tra loro collegati da un grande atrio centrale con vista sul fiume e una scalinata che conduce al foyer delle sale.

Uno dei volumi è interamente occupato dal grande Broadway Theater, con palchi disposti in balconate di legno che si allungano al di sopra della platea disegnate per ottimizzare la vista sul palcoscenico. Nel secondo corpo trovano posto invece la sala dell’opera e del balletto, un teatro più piccolo (il Black box) privo di proscenio, collocando così il pubblico direttamente dentro lo spettacolo, e una sala per cabaret, recital e stand-up comedies.

Al di sopra, una terrazza apre al pubblico viste panoramiche sul fiume Cumberland

e sullo skyline della città, incluso il discutibile Batman building sede della At&t progettato in stile post-modern negli anni Novanta da Earl Swensson ■

Committente Tennessee Performing Arts Center Team di progettazione BIG. Bjarke Ingels Group con William Rawn Associates, Hastings Architecture, Apeiro Design, TyLin, Altieri, Jaffe Holden, Kimley-Horn, Front, Thornton Tomasetti, Vda, Code Consultants, Inc., Tillotson Design Associates, Inman Foodservices Group, Olin, L’Observatoire International, Atelier Ten, Venue Consulting Rendering Bloomimages Superficie 28.500 mq

La finestra su cui puoi CAMMINARE

FINESTRA DXW

PER TETTI PIATTI

La nuova finestra per tetti piatti DXW inonda gli interni di luce naturale. Grazie alla struttura rinforzata e al rivestimento antiscivolo, sopra questa finestra è possibile camminare liberamente.

· Luminosità naturale negli interni sottostanti il tetto piatto

· Possibilità di camminare in sicurezza sopra la finestra

· Una soluzione perfetta per terrazze o piccoli giardini progettati su tetti piatti

BUBANZA, BURUNDI

L’ospedale sulla collina di Kéré Architecture

Trenta chilometri a nord di Bujumburi e del lago Tanganika è in corso il cantiere per la costruzione di una clinica privata focalizzata sull’assistenza chirurgica e la maternità. Il progetto di Kéré Architecture si adatta alla topografia del luogo, un ripido pendio collinare, con dieci padiglioni che seguono le curve di livello del terreno, riducendo al minimo gli scavi e i riporti e preservando il profilo originario della collina. Una spina centrale collega tutti gli edifici, dalla portineria fino all’area destinata ai visitatori, nella parte superiore. I padiglioni sono orientati in base ai venti dominanti, così da massimizzare la ventilazione naturale e assicurare comfort termico senza l’impiego di sistemi meccanici.

L’unità di ostetricia e il reparto ambulatoriale presentano perimetri dai

profili irregolari che generano aree di attesa coperte e nicchie dotate di sedute integrate. Le coperture ventilate, tipiche delle architetture di Kéré, sono state adattate al clima del Burundi, caratterizzato da forti precipitazioni durante la stagione delle piogge.

Nel reparto chirurgico, dotato invece di camini di ventilazione, ogni posto letto dispone di una propria finestra che porta al paziente luce naturale e viste sul paesaggio circostante, migliorando il benessere durante la degenza.

Il progetto privilegia l’uso di materiali locali e tecniche costruttive già sperimentate in precedenza: con il cantiere, il team di Kéré Architecture sta formando i lavoratori locali, condividendo competenze e sostenendo lo sviluppo di capacità professionali. Pareti e schermature

A Reception

B Cafeteria

C Toilet Block

D Outpatient Unit

E Pharmacy

F Birthing Unit

G Laudry Services

H Surgical Unit

I Surgical Ward

J Visitors’ Housing

K Visitors’ Lounge

traforate sono realizzate con mattoni d’argilla prodotti localmente, mentre rampe, muri di contenimento e altri elementi paesaggistici sono costruiti con pietra proveniente da cave vicine ■

Committente Ineza Clinic Burundi

Architettura Kéré Architecture, Francis Kéré

Team Giovanni Bortolotti, Maria Paula Rodriguez

Sarmiento

Ingegneria Evan Company, Bujumbura

General Contractor Robuco Group, Bujumbura, Burundi

Superficie edificata 3.000 mq

Cronologia 2025 - in corso

ASTANA,

KAZAKISTAN

La città satellite di City Meta Lab

City Meta Lab, lo studio fondato da Antonio Marseglia e Daniele Burrascano con uffici a Roma, Dubai e New York, ha vinto il concorso privato per la realizzazione di un nuovo sviluppo ad uso misto e residenziale ad Astana. Dopo l’indipendenza, la nuova capitale del Kazakistan ha visto una forte crescita della popolazione, più che raddoppiata negli ultimi vent’anni nonostante l’inclemenza del clima: in inverno le temperature scendono regolarmente sotto i -30 gradi centigradi, l’assenza di protezioni naturali la espone ai freddi venti siberiani, il fiume che l’attraversa rimane ghiacciato per mesi e il terreno della steppa congela. Il masterplan prevede la costruzione, su

un’area di 120 ettari, di una città capace di ospitare circa 16.000 residenti. Delimitata a sud da una strada a grande scorrimento esistente, l’intera superficie è circondata da complessi residenziali che delimitano, come una corte fuori scala, l’area centrale, attraversata da una spina sud-nord e pensata come un grande spazio pubblico con funzioni miste. Molti i collegamenti coperti per favorire gli spostamenti malgrado la rigidità del clima. Se questa è la struttura di base, il concetto del progetto vincitore – che si fonda su una critica della rigida pianificazione urbana fin qui adottata da Astana e sulla rivalutazione della cultura nomadica del Paese – fa del movimento, del successivo adattamento e della

Inquadrando il QR code si accede al video del progetto.

trasformazione i parametri di un dispositivo che organizza le relazioni tra densità, spazi pubblici, mobilità e paesaggio. Gli schemi strutturali delle yurte e i pattern dei tradizionali tappeti kazaki diventano essi stessi riferimenti per il disegno del suolo da edificare, per le pavimentazioni degli spazi pubblici e per l’illuminazione e l’arredo urbano ■

Committente BI Group

Masterplan City Meta Lab

Superficie del sito 120 ettari

Slp 1.600.000 mq

Superficie edificabile netta 798.000 mq

Sistemi fonoassorbenti Saint-Gobain

per l’acustica di un’Aula magna della Sapienza

Nell’ambito del programma di riqualificazione degli spazi didattici della Sapienza Università di Roma, l’Aula magna della Facoltà di Medicina e Psicologia di via dei Marsi, nel quartiere San Lorenzo, è stata oggetto di un intervento mirato a migliorare comfort acustico, sicurezza e funzionalità, preservando il carattere rappresentativo dell’ambiente. In questo contesto le soluzioni a secco Saint-Gobain a marchio Gyproc hanno giocato un ruolo centrale, consentendo di integrare elevate prestazioni tecniche con tempi contenuti di cantiere e grande flessibilità progettuale. Obiettivo primario del progetto era il controllo del riverbero in un’aula di grandi dimensioni destinata a lezioni, seminari e conferenze. La risposta è arrivata attraverso l’inserimento di un sistema di baffle sospesi

in lana di vetro ad elevate prestazioni di fonoassorbimento acustico, in combinazione con pannelli di controsoffitto modulare in lastre di gesso rivestito pieno, impiegati nei punti in cui era necessario incrementare la componente riflettente. Questa articolazione ha consentito di calibrare il comportamento acustico sulle diverse zone della sala: più marcato in prossimità del relatore e nelle aree centrali di ascolto, più controllato verso i percorsi laterali e il fondo della sala. Le strutture metalliche leggere che reggono i baffle acustici hanno consentito di lavorare con spessori ridotti, seguendo le geometrie complesse imposte dalle pendenze, e di ospitare il nuovo sistema di climatizzazione, completamente coordinato con le linee di luce continua e i corpi illuminanti. In questo ‘cielo’ tecnico e al tempo stesso

scenografico si inseriscono i pannelli fonoassorbenti Ecophon Solo Baffle ed Ecophon Solo Baffle Wave, che garantiscono alte prestazioni acustiche e definiscono un forte carattere spaziale.

Il risultato è uno spazio rinnovato, in cui comfort acustico, qualità percettiva e funzionalità tecnica concorrono a definire un ambiente di apprendimento contemporaneo. www.saint-gobain.it

Località Roma

Committente Sapienza Università di Roma

Progetto architettonico Lenzi Consultant

Rivestimento Gyproc Gyquadro, Gyproc Igniver, Ecophon Solo Baffle – Ecophon Solo Baffle Wave Applicatore sistemi Saint-Gobain iEdil

La palette comprende

7 diversi colori. Sotto

Ivora: un color crema chiaro con venature grigie e beige.

Pagina a fianco, Tajnar: base chiara con venature piumate in una tonalità leggermente più scura.

Sopra. Wondr, una base bianca luminosa solcata da venature grigie e blu.
A destra. Landr. Venature dorate sottili si intrecciano sul fondo bianco.

Eclos Inlayered Mineral Surfaces di Cosentino

Cosentino lancia Ēclos, una nuova generazione di superfici minerali che inaugura la categoria delle Inlayered Mineral Surfaces: lastre con design stratificato integrato a tutta massa ottenute grazie all’esclusiva tecnologia Inlayr, che combina materiali riciclati, zero silice cristallina e un avanzato processo di ingegneria robotica. Il risultato è un materiale ad alte prestazioni, con un’estetica profondamente tridimensionale e un feeling naturale al tatto, pensato per gli interni contemporanei dove design e requisiti tecnici sono sempre più integrati. Il progetto Ēclos è il frutto di oltre 28mila ore di ricerca e 1.500 ore di test di laboratorio. Il materiale è stato sviluppato per resistere a temperature fino a 220° C, consentendo il contatto diretto con pentole e stoviglie appena tolte dal forno o con il piano cottura senza rischio di danneggiamenti.

Una caratteristica che apre nuove possibilità compositive e di dettaglio nei top continui, nelle isole monolitiche e nelle superfici integrate con elementi funzionali. La prima collezione, Eclectic Veins, esprime in modo esemplare il potenziale estetico di Ēclos. Priva di silice cristallina e composta fino all’88% da materiali riciclati, evidenzia l’impegno di Cosentino sui temi di sicurezza e sostenibilità. La palette si ispira alla materia naturale, enfatizzando venature organiche che si intrecciano in profondità, con pattern complessi che emergono da fondi dinamici. I sette colori – Sandr, Landr, Wondr, Ivora, Tajnar, Legnd e Phantome – coprono un ampio spettro progettuale: dalle stratificazioni leggere su base bianca, ideali per interni luminosi e minimali, alle tonalità più decise e immersive. Landr e Wondr lavorano su fondi chiari scanditi da filigrane dorate o venature

grigio-blu in movimento; Sandr, Ivora e Tajnar esplorano i beige caldi e le trame morbide, adatte a spazi residenziali e hospitality; Legnd e Phantome introducono invece profondità e carattere, con toni terrosi o neri intensi animati da venature ‘a fulmine’, riflessi verdi e accenti metallici.

Con Ēclos ed Eclectic Veins, Cosentino arricchisce il lessico delle superfici per l’architettura d’interni, offrendo a progettisti e interior designer uno strumento materiale che unisce libertà espressiva, alte prestazioni e una forte attenzione all’impatto sulla salute e sull’ambiente.

www.cosentino.com

In queste pagine l’Auditorium di JuniaLille con i banchi studio E4000 – Lucci e Orlandini. Il sistema integrato e continuo di sedute e tavoli è installato in file diritte su gradoni, nella versione con piano di scrittura fisso da 30 cm in laminato argento. In color argento anche la verniciatura delle strutture.

CREDITI

Località Lille

Committente Junia. Grande École d’Ingénieurs

Progetto Saison Menu Architectes & Avantpropos

Architectes

Fornitura Lamm. Banco E4000 – Lucci e Orlandini

Foto Mauro Davoli

Lamm, i banchi studio E4000 nel Campus di Ingegneria Junia a Lille

Dal momento che oggi l’apprendimento è prima di tutto l’esito di una contaminazione tra discipline diverse, la scuola di ingegneria francese Junia ha avviato un processo di razionalizzazione della sede di Lille che concentra le attività didattiche, prima distribuite in dodici diversi edifici, in tre blocchi nel campus Vauban. L’intervento, firmato dagli studi Saison Menu Architectes e Avantpropos Architectes, nasce dal recupero di due monumentali edifici e dalla costruzione di un nuovo volume, e dà forma a un polo all’avanguardia dedicato alla formazione, alla ricerca e ai servizi alle imprese, all’interno di in un contesto urbano dinamico e fortemente identitario. Il nuovo edificio accoglie 21 aule, un grande auditorium, nove laboratori di ricerca, quattro spazi per progetti pedagogici, un’ampia terrazza esterna e numerose aree informali per lo studio individuale o di gruppo, per la socialità e il relax. Oltre 5.000 mq distribuiti su sei livelli definiscono un’architettura

didattica contemporanea, flessibile e porosa, che moltiplica le occasioni di incontro e di scambio tra studenti, docenti e imprese. Cuore rappresentativo di questo sistema è il grande Auditorium, pensato come uno spazio di convergenza per conferenze, lezioni magistrali, eventi istituzionali e momenti di condivisione allargata. Per questo ambiente sono stati scelti i banchi studio E4000 di Lamm, disegnati da Lucci e Orlandini, chiamati a coniugare qualità ergonomica, rigore compositivo e resistenza all’uso intensivo tipico degli spazi universitari. Il sistema E4000, installato in file diritte su gradoni, è adottato nella versione con piano di scrittura fisso, profondo 30 cm, in laminato color argento. La finitura richiama i pannelli delle prime file e dialoga con il linguaggio tecnologico dell’auditorium, rafforzato dalla verniciatura, anch’essa argento, delle strutture metalliche. L’effetto complessivo è quello di un paesaggio interno ordinato e continuo, in cui le linee dei

banchi disegnano la sezione dell’aula e ne enfatizzano la dimensione collettiva. Sedili e schienali, rivestiti in tessuto, sono dotati di un’imbottitura maggiorata che incrementa il comfort anche durante le sessioni più lunghe, migliorando l’esperienza d’uso senza compromettere la pulizia formale del sistema. Le postazioni risultano inoltre completamente attrezzate e dotate di prese, assecondando un modello di didattica evoluta in cui laptop e dispositivi personali sono strumenti essenziali di lavoro, ricerca e collaborazione.

Con questo intervento, Lamm conferma la propria capacità di dialogare con architetture complesse e con programmi funzionali articolati, offrendo soluzioni integrate che trasformano l’auditorium in un dispositivo spaziale efficiente, accogliente e pienamente allineato alle esigenze della formazione superiore contemporanea.

www.lamm.it

Il testo affronta un argomento che sembra ai margini della storia: l’elaborazione di proposte, molte interrotte, di progettisti italiani in altri Paesi negli anni della guerra fredda. Un argomento poco studiato che, per i protagonisti e la qualità dei temi elaborati nei vari continenti, merita di essere divulgato. In Italia esiste un numero di architetti superiore alle reali necessità. Molti finiscono nei ruoli pubblici. Altri sono costretti a emigrare verso i grandi studi professionali internazionali. Pochi, come Piano o Fuksas, realizzano opere in varie parti del mondo. Venute meno le condizioni politiche e diplomatiche, commerciali e culturali che l’Italia era stata in grado di sviluppare con le nazioni dei due blocchi e con i Paesi non allineati, si è attenuata, se non spenta, la spinta propulsiva a intervenire all’estero. Il termine Made in Italy è inflazionato. Restano le potenzialità della creatività italiana che ha realizzato opere di eccellenza nel mondo. Il volume affronta un argomento ampio e non certo esaustivo. Inizia (con un saggio di Antonio Pizza) dal ruolo svolto da Alberto Sartoris e Gio Ponti nella Spagna franchista, a sostegno della tradizione moderna. In Unione Sovietica, ma anche in Sud Africa, ebbero grande successo i progetti elaborati dallo studio di Pier Luigi Nervi. Raimondo Mercadante analizza poi le ‘germinazioni adriatiche’ nell’architettura slovena dei primi anni Ottanta, dovute all’influenza di Manfredo Tafuri e Aldo Rossi. Come nota l’autore “L’attenzione verso il contesto italiano si esprime in originali riletture del patrimonio dell’architettura del regime fascista in Istria, come quella compiuta da Janez Kožozelj e Vojteh Ravnikar” Denise Costanzo segnala il ruolo svolto a Roma dall’Accademia Americana nel dopoguerra. Chiara Baglione si occupa di “Art and landscape of Italy, too late to be saved?” con l’immagine dell’Italia nella mostra fotografica al Metropolitan Museum di New York nel 1972. Si auspica quindi che il lavoro prosegua oltre gli anni della guerra fredda.

Mario Pisani

GLI ASSI CARTESIANI DEL RIUSO ADATTIVO

Il riuso adattivo, nel glossario compilato con l’assistenza dell’AI al termine del volume, è “la riconversione di un edificio esistente per un uso diverso da quello per il quale era stato inizialmente progettato, conservandone al contempo le caratteristiche storiche”. Riuso di edifici che, insieme al reimpiego di materiali e componenti costruttive presenti in-situ, da venticinque anni è oggetto di ricerca dello studio milanese Park Associati, come testimoniano i 15 lavori che il volume illustra – su tutti la riqualificazione del complesso La Serenissima dei fratelli Soncini in via Turati a Milano (1962) e quella della Nave di Luigi Moretti in Corso Italia – e, per quanto riguarda l’urban mining, il contributo dello studio alla Biennale di Architettura di Carlo Ratti con l’installazione Resourceful Intelligence Lontani da qualsiasi intento monografico, organizzati in capitoli introdotti da conversazioni con architetti, urbanisti, critici, storici, curatori e designer tra cui i Formafantasma, Koenraad Van Cleempoel, Margherita Guccione, Stefanie Weider, i lavori di Park presenti nel volume rappresentano piuttosto un prezioso patrimonio di prassi e di soluzioni che con questa pubblicazione Filippo Pagliani e Michele Rossi scelgono di condividere con i lettori. Un contributo importante, oltre al dibattito sull’uso e

IL PRIMATO DELLA SOLUZIONE

l’impiego di risorse che già esistono in un continente – l’Europa – ricco di storia ma povero di materie prime, al tema fondamentale della conservazione del moderno.

L’intento di sistematizzare una materia per sua natura eterogenea trova espressione grafica e concettuale in uno schema cartesiano che pone sull’asse delle ascisse la struttura (nei gradi intermedi che vanno dalla conservazione alla totale trasformazione) e su quello delle ordinate il programma dell’intervento e la funzione cui l’edificio è destinato. Ogni lavoro trova così posto in uno dei sedici quadranti determinati dall’incrocio della natura e delle ragioni del progetto.

Reinventing Heritage

A Design Compass on Adaptive Reuse Park Books, Zurigo, 2025 318 pp, En, Ill, 49 Chf ISBN 978-3-03860-444-0

Nelle diciassette opere raccolte in questa prima monografia – descritte con asciutto rigore astenendosi da aggettivi suggestivi ma inutili – la forma emerge sempre come conseguenza di azioni che derivano dalla prassi progettuale e operativa che Piuarch adotta.

Architettura made in Italy. Il progetto italiano all’estero negli anni della guerra fredda a cura di Francesca Castanò, Federico Deambrosis, Alessandro De Magistris LetteraVentidue. 2026 240 pp, 29 euro ISBN 979-12-5644-101-3

Modelli e mock-up a tutte le scale, dal masterplan al dettaglio di una facciata. Dopo trent’anni, il laboratorio dove vengono costruiti è uno dei principali ambienti dello studio milanese di Piuarch in via Palermo e testimonia l’approccio al progetto che i soci fondatori – Francesco Fresa, Germán Feunmayor, Gino Garbellini, Monica Tricario – hanno impresso allo studio: l’architettura non già come continuità stilistica bensì come prassi per affrontare le questioni poste dal programma e dal contesto. Approccio che risulta evidente fin dalla scelta del nome collettivo, una rinuncia all’autorialità, e che ha permesso a Piuarch di affrontare opere rilevanti per dimensione e complessità. Dai primi lavori, sviluppati prevalentemente nei settori corporate e della moda, negli anni la scala degli interventi si amplia per confrontarsi con il tema del recupero e con la dimensione urbana.

Piuarch

Forma Edizioni, Firenze, 2026 160 pp, Ita/En, ill. 22 euro ISBN 978-88-55212-335

ECOLOGIE COSTRUITE

a cura di Carlo Ezechieli

Tra immagini digitali e smaterializzazione l’architettura riscopre il valore del contesto reale: luoghi materiali e comunità tornano al centro del progetto

Balneario Bacalar. Quintana Roo. México. Foto Rafael Gamo.

Ecologia costruita: artificiale per natura

In un presente dominato da immagini, simulazioni e processi digitali, l’architettura rischia di allontanarsi dalla realtà concreta dei luoghi. L’universo dei rendering, delle forme parametriche e delle estetiche generate attraverso strumenti elettronici produce immagini sospese in uno spazio virtuale indipendente dalle condizioni materiali, ambientali e sociali. Eppure, proprio mentre la disciplina sembra orientarsi verso una progressiva smaterializzazione, emerge con forza una tendenza opposta: un ritorno al contatto diretto con il territorio che non coincide con un rifiuto della tecnologia, ma con la consapevolezza che l’innovazione non possa prescindere da un ancoramento al contesto specifico. In molte esperienze contemporanee l’architettura torna a svilupparsi attraverso tecniche semplici, risorse locali e sistemi costruttivi radicati ai luoghi in cui opera. Una pratica che non ricerca l’eccezionalità formale, ma una relazione concreta con il clima, il terreno, i materiali disponibili e le necessità abitative reali. Alcuni studi – come Al Borde, Studio Mumbai, Xu Tiantian o il Colectivo C733 – si fondano su un rapporto di continuità con la cultura e le condizioni reali, e mostrano come l’architettura possa essere uno strumento capace di incidere concretamente sulle condizioni di vita delle comunità. Queste esperienze riportano al centro il valore di un’architettura radicata al contesto, che si misura con problemi reali: scarsità di risorse, fragilità ambientali, necessità di costruire spazi collettivi dignitosi e accessibili. Intelligenza artificiale e strumenti digitali sono opportunità straordinarie, ma non possono sostituire la relazione diretta con il luogo. L’ecologia costruita nasce dalla capacità dell’architettura di interpretare il contesto trasformandolo in spazi concreti e abitabili. Carlo Ezechieli

COLECTIVO C733 Architettura pubblica come pratica collettiva

Colectivo C733 nasce in Messico nel 2019 dall’unione di quattro studi di architettura i cui membri, tutti docenti della Universidad Nacional Autónoma de México, decidono di associarsi in risposta a un bando promosso dalla Secretaría de Desarrollo Agrario, Territorial y Urbano (Sedatu), il Ministero federale incaricato dello sviluppo urbano e territoriale. Obiettivo del programma era intervenire nelle aree di maggiore vulnerabilità sociale del Paese, in particolare lungo la frontiera nord del Messico, attraverso la realizzazione di infrastrutture pubbliche capaci di generare inclusione e nuove forme di spazio collettivo.

Gabriela Carrillo, José Amozurrutia, Carlos Facio, Eric Valdez e Israel Espín, figure provenienti da pratiche professionali autonome ma accomunate da un forte legame con la ricerca accademica e con il tema dell’architettura pubblica, fondano il collettivo. Il nome C733 deriva dal codice identificativo assegnato al gruppo durante il programma, ma nel tempo ha assunto anche un significato teorico: la lettera C viene associata all’idea

di un’architettura ‘Cosmic’, mentre i numeri rimandano ai principi di una pratica logica, efficiente ed economica.

L’idea iniziale del bando era quella di progettare un edificio-tipo, replicabile sull’intero territorio nazionale e realizzabile con risorse economiche limitate. C733 ribalta però questa logica, proponendo non un singolo progetto ma una strategia adattabile.

Le opere del collettivo condividono alcuni principi ricorrenti: uso di materiali locali, ventilazione naturale, grandi coperture ombreggianti, continuità tra interno ed esterno e attenzione all’economia dei mezzi. In questa ricerca è evidente anche l’influenza delle sperimentazioni strutturali di Eladio Dieste, soprattutto nell’uso espressivo della materia, nella logica modulare e nell’efficienza delle grandi strutture leggere.

In progetti come il Mercado Matamoros, la Casa de Música di Nacajuca, il Balneario Bacalar o la Estación Tapachula, l’architettura diventa così infrastruttura sociale e climatica, capace di costruire appartenenza e identità collettiva.

Sopra. Una sequenza di coperture emerge dal basamento in muratura che ne definisce il perimetro.

Sotto. Feritoie di luce in copertura identificano i volumi delle coperture a impluvio.

Il mercato di Matamoros infrastruttura pubblica come valore sociale

Nella periferia sud di Matamoros, città di frontiera nel nord del Messico, il nuovo mercato pubblico Matamoros si inserisce come una nuova centralità urbana, parte del Plan de Mejoramiento Urbano promosso dal governo federale per intervenire in contesti di marginalità. Il progetto, sviluppato in tempi estremamente rapidi dal Colectivo C733, nasce con l’ambizione di coniugare efficienza costruttiva, qualità spaziale e valore sociale, ridefinendo il ruolo del mercato pubblico come luogo di identità e incontro.

Pensato come prototipo replicabile, l’edificio si organizza su una struttura semplice e mo -

dulare di circa 3mila mq, capace di accogliere quaranta locali fissi e altrettanti spazi temporanei. L’impianto a patio centrale struttura l’intero complesso: due anelli perimetrali definiscono un giardino interno, concepito come un’oasi climatica e sociale, dove il mercato si trasforma in piazza e spazio condiviso. La relazione con il contesto è costruita attraverso un gesto misurato: il volume arretra rispetto al margine del lotto, liberando spazi aperti e aree verdi che connettono l’edificio alla città. La composizione architettonica si articola in due elementi sovrapposti e complementari. Il basamento, compatto e materico, è realizzato

Pensato come prototipo replicabile

l’edificio si organizza su una struttura semplice e modulare

di circa 3mila mq capace di accogliere quaranta locali fissi e altrettanti spazi temporanei.

in mattoni rossi e si configura come una muratura continua, perforata da aperture che consentono accessi, ventilazione incrociata e una costante permeabilità tra interno ed esterno. La piegatura di questa pelle muraria genera allo stesso tempo struttura, spazi commerciali e ingressi.

Al di sopra, una copertura leggera e complessa definisce l’immagine dell’edificio: una sequenza di moduli trapezoidali prefabbricati, simili a grandi ombrelli, che garantiscono protezione climatica e resistenza strutturale, fino a rispondere a condizioni estreme come uragani. La geometria della copertura non è solo espressiva, ma funzionale: favorisce il deflusso delle acque e contribuisce alla qualità ambientale degli spazi sottostanti.

All’interno, la combinazione tra luce naturale, ombra e ventilazione costruisce un ambiente flessibile e accogliente.

Il mercato si configura come uno spazio aperto ma definito, capace di adattarsi a usi diversi e di accogliere la vita quotidiana della comunità. In questo senso, il progetto supera la dimensione dell’infrastruttura commerciale per diventare un dispositivo urbano: un luogo in cui architettura, clima e socialità si intrecciano, restituendo al mercato il suo ruolo originario di spazio pubblico contemporaneo. CE

MERCADO MATAMOROS

Località Matamoros, Tamaulipas. Messico

Progetto architettonico Colectivo C733. Gabriela Carrillo

Eric Valdez, Israel Espín, Carlos Facio, José Amozurrutia

+ Facoltà di Architettura Unam

Team di progettazione Rosendo Casarrubias, Pedro Domínguez, Misael Romero

Progetto illuminotecnico Colectivo C733, Enrique Zenón

Progetto del paesaggio Taller de Paisaje Hugo Sánchez

Committente Secretaría de Desarrollo Agrario, Territorial y Urbano, Governo del Messico + Municipio di Matamoros

Superficie del lotto 3.932 m²

Superficie costruita 2.868 m²

Progetto Marzo 2019 – Giugno 2019

Costruzione Dicembre 2019 – Aprile 2020

Foto Rafael Gamo

La copertura leggera e complessa definisce l’immagine dell’edificio: una sequenza di moduli trapezoidali prefabbricati, simili a grandi ombrelli. La geometria favorisce il deflusso delle acque e contribuisce alla qualità ambientale degli spazi sottostanti.

camminamento perimetrale e gli elementi trapezoidali che emergono in copertura.

Immagini di dettaglio evidenziano il rapporto di connessione tra il basamento, il

Una sequenza di terrazze in pietra calcarea assorbe i dislivelli e costruisce un sistema di belvedere progressivi dissolvendo la separazione tra strada e acqua e generando una continuità spaziale e percettiva che invita all’attraversamento e alla sosta.

SEZIONE LONGITUDINALE

Balneario Bacalar paesaggio, acqua e spazio pubblico

Affacciato sulla Laguna di Bacalar, nello stato di Quintana Roo, il Balneario Bacalar ridefinisce il rapporto tra infrastruttura pubblica e paesaggio naturale, configurandosi come uno spazio aperto e accessibile che accoglie abitanti e visitatori. Il progetto di Colectivo C733 nasce con l’obiettivo di restituire alla comunità un luogo di relazione con l’acqua, trasformando un margine urbano in un dispositivo ecologico e sociale.

L’intervento si sviluppa lungo il bordo della laguna, dove la topografia e un muro preesistente costituivano una barriera fisica e visiva. La strategia progettuale consiste nel sostituire questo limite con una sequenza di terrazze in pietra calcarea, che assorbono i dislivelli e costruiscono un sistema di belvedere progressivi. In questo modo, il progetto dissolve

la separazione tra strada e acqua, generando una continuità spaziale e percettiva che invita all’attraversamento e alla sosta.

Le terrazze non sono solo elementi compositivi, ma dispositivi ambientali. Ispirate al funzionamento dei mangrovieti originari, agiscono come un sistema di drenaggio e filtrazione naturale: raccolgono l’acqua piovana, la rallentano e la purificano prima che raggiunga la laguna. Questo approccio restituisce al progetto una dimensione ecologica attiva, in cui architettura e paesaggio collaborano per la rigenerazione del sito.

Al centro dell’intervento vi è una riflessione sull’acqua come risorsa da gestire e proteggere. Il progetto integra sistemi di raccolta, trattamento e riutilizzo, introducendo anche una piscina naturale che riduce la pressione diretta

dei bagnanti sulla laguna. In questo modo, l’esperienza balneare viene mediata da un’infrastruttura che tutela l’equilibrio dell’ecosistema. Due elementi costruiti definiscono il programma architettonico.

La palapa multifunzionale, (nome che identifica una struttura coperta, tipica delle zone costiere dell’America Centrale e del Messico, caratterizzata da un tetto di paglia o foglie di palma essiccate) realizzata in legno di chicozapote e copertura in palma, interpreta in chiave contemporanea la cultura costruttiva locale, offrendo uno spazio ombreggiato e flessibile. A questa si affianca il sistema dei moli, articolato in tre piattaforme con funzioni distinte: supporto alle attività turistiche, spazio contemplativo e area ricreativa.

Il Balneario Bacalar si configura così come un

L’intervento si sviluppa lungo il bordo della laguna, dove la topografia e un muro preesistente costituivano una barriera fisica e

visiva. La strategia progettuale consiste nel sostituire questo limite con una sequenza di terrazze in pietra calcarea.

giardino acquatico pubblico, in cui l’architettura si integra con i processi naturali, trasformando il costruito in parte attiva dell’infrastruttura ambientale e offrendo un nuovo modello di spazio collettivo sensibile al contesto. CE

BALNEARIO BACALAR

Località Bacalar, Quintana Roo, Messico Committente Secretaría de Desarrollo Agrario, Territorial y Urbano (Sedatu), Municipio di Bacalar

Progetto architettonico Colectivo C733 (Carlos Facio, Eric Valdez, Israel Espín, Gabriela Carrillo, José Amozurrutia) Team di progettazione Fernando Rodríguez, Eder Ademar, José Herrera, Misael Romero Foto Rafael Gamo

La ‘palapa’ interpreta la cultura costruttiva locale, offrendo uno spazio ombreggiato e flessibile. A questa si affianca il sistema dei moli, articolato

in tre piattaforme con funzioni distinte: supporto alle attività turistiche, spazio contemplativo e area ricreativa.

SEZIONE LONGITUDINALE

L’intervento restituisce alla collettività una stazione ferroviaria costruita all’inizio del Novecento e trasformata nel corso del tempo. Dopo la devastazione causata dall’uragano Stan nel 2005, la stazione ha cessato la propria funzione, cadendo progressivamente in stato di abbandono.

L’intervento si fonda sull’idea di restituire alla stazione il suo ruolo originario di

connettore urbano reinterpretandolo come parco pubblico e infrastruttura civica.

La stazione di Tapachula memoria, infrastruttura e spazio collettivo

Nel Sud del Messico, la stazione ferroviaria di Tapachula, ormai dismessa, torna a vivere come spazio pubblico grazie a un intervento che intreccia memoria storica, rigenerazione urbana e nuove forme di socialità. Costruita all’inizio del Novecento e trasformata nel tempo, la stazione ha cessato la propria funzione dopo la devastazione causata dall’uragano Stan nel 2005, cadendo in uno stato di abbandono. Solo l’iniziativa della comunità locale ha permesso di riattivare questo luogo, oggi oggetto di un progetto promosso nell’ambito

del Programma di miglioramento urbano del governo messicano.

L’intervento di Colectivo C733 si fonda sull’idea di restituire alla stazione il suo ruolo originario di connettore urbano, reinterpretandolo come parco pubblico e infrastruttura civica. Il progetto introduce una sequenza di spazi flessibili capaci di accogliere attività sportive, culturali e comunitarie, tra cui campi coperti, aree ricreative e spazi per la socialità quotidiana. Il principio compositivo nasce dall’osservazione dell’infrastruttura ferroviaria stessa: la

SEZIONE TRASVERSALE

I corridoi laterali si configurazione come fondazioni esposte che sostengono una grande copertura leggera che si eleva fino a 19 m e forma una copertura con una luce trasversale di oltre 30 metri.

ripetizione delle traversine diventa matrice progettuale, tradotta in una sezione modulare che organizza piccoli ambienti laterali destinati a usi multipli. Questi volumi, concepiti come ‘fondazioni esposte’, sostengono una grande copertura leggera che si eleva fino a 19 metri, coprendo una luce di oltre 30 metri e permettendo lo svolgimento di attività di ampia scala. La struttura combina materiali locali e tecniche contemporanee. Il bambù, risorsa abbondante nella regione, definisce insieme ad acciaio e calcestruzzo un sistema costruttivo capace di garantire resistenza sismica e ventilazione naturale. L’uso di elementi in tensione consente di ottenere una notevole snellezza strutturale, mentre l’apertura laterale favorisce l’ingresso di luce e aria, costruendo un ambiente permeabile e confortevole.

Il progetto si estende al paesaggio, integrando piazze e orti comunitari che dissolvono i confini tra interno ed esterno. La vegetazione locale diventa parte attiva della composizione, contribuendo a creare continuità con il contesto e a rafforzare il carattere pubblico dello spazio. Attraverso il recupero delle murature originarie e l’esposizione dei segni del tempo, l’intervento conserva la memoria del luogo, trasformandolo in un simbolo di resilienza. La stazione non è più solo un’infrastruttura dismessa, ma un nuovo punto di incontro per la comunità, dove architettura e paesaggio collaborano nel costruire identità e futuro.

PLANIMETRIA

1. Officine

2. Aule

3. Servizi igienici

4. Palestra

5. Campo da basket

6. Spogliatoi

7. Vecchia stazione ferroviaria

8. Ingresso

9. Giardino orchidee

10. Vecchio vagone ferroviario

11. Campo da calcio

12. Zona umida

13. Pentathlon

14. Servizi igienici

15. Parco giochi

16. Mensa

17. Strade

18. Piazza delle palme

ESTACIÓN TAPACHULA

Località Tapachula, Chiapas, Messico

Committente e gestione progetto Secretaría de Desarrollo Agrario, Territorial y Urbano (Sedatu), Municipio di Tapachula

Architettura Colectivo C733: Gabriela Carrillo (Taller Gabriela Carrillo), José Amozurrutia, Carlos Facio (TO), Eric Valdez (Labg), Israel Espín

Team di progettazione Álvaro Martínez, Israel Carrión, Fernando Venado

Progetto esecutivo Vectores Urbanos

Superficie del lotto 27.000 m²

Superficie costruita 7.200 m²

Costo: 120.000.000 Mxn (circa 5,8 milioni di euro)

Cronologia 2020 - 2021

Foto Rafael Gamo

La struttura combina materiali locali e tecniche contemporanee. Il bambù definisce insieme ad acciaio e calcestruzzo un sistema costruttivo che garantisce resistenza sismica e ventilazione naturale.

ASSONOMETRIA

SEZIONE TRASVERSALE

Il complesso si articola in due corpi principali: il centro comunitario e la scuola di musica. Il primo è dominato da una grande aula coperta, una navata con tetti inclinati che genera spazi a doppia altezza e accoglie attività collettive, eventi e momenti di socialità. Il secondo ospita otto aule, oltre a spazi di servizio e una caffetteria, organizzati in modo da aprirsi visivamente verso le chiome degli alberi circostanti. La dialettica tra coperture leggere con struttura metallica e grandi luci e un solido base in muratura è una costante delle opere del Colectivo C733.

SEZIONE LONGITUDINALE

L’intervento si fonda su un principio di continuità e riuso: la nuova architettura recupera infatti le fondazioni di un edificio preesistente, trasformandole in base per un organismo architettonico capace di rispondere alle esigenze contemporanee.

Casa de Música architettura, comunità e ambiente

Nel contesto di Nacajuca, nello stato di Tabasco, la Casa de Música si configura come un’infrastruttura civica capace di intrecciare educazione, cultura e vita quotidiana. Il progetto, sviluppato da Colectivo C733 nell’ambito del Programma di miglioramento urbano promosso dal governo federale messicano, restituisce alla comunità uno spazio dignitoso per l’incontro e la formazione musicale, rafforzando il senso di appartenenza e identità collettiva.

L’intervento si fonda su un principio di continuità e riuso: la nuova architettura recupera infatti le fondazioni di un edificio preesistente, trasformandole in base per un organismo rinnovato, capace di rispondere alle esigenze contemporanee. Il complesso si articola in due corpi principali: il centro comunitario e la scuola di musica. Il primo è dominato da una grande aula coperta, una navata con tetti inclinati che genera spazi a doppia altezza e accoglie attività collettive, eventi e momenti di socialità.

Il secondo ospita otto aule, oltre a spazi di servizio e una caffetteria, organizzati in modo da aprirsi visivamente verso le chiome degli alberi circostanti.

La scelta dei materiali riflette una forte attenzione al contesto ambientale e culturale. La struttura in acciaio si combina con materiali locali e rinnovabili come il legno di cocco e la creta, definendo una palette cromatica calda, fatta di toni ocra e terracotta, che radica l’edificio nel paesaggio. Questo approccio non

La struttura in acciaio si combina con materiali locali e rinnovabili come il legno di cocco e i raffinati grigliati in laterizio, definendo una palette che radica l’edificio al paesaggio.

Schizzi preliminari di progetto dai quali si intuisce la scansione del basamento a

CASA DE MÚSICA

Località Nacajuca, Tabasco, Messico

Committente Secretaría de Desarrollo Agrario, Territorial y Urbano (Sedatu), Municipio di Tapachula

Progetto architettonico Colectivo C733 (Gabriela Carrillo, Eric Valdez, Israel Espín, José Amozurrutia, Carlos Facio)

Team di progettazione Álvaro Martínez, Fernando Venado, Eduardo Palomino

Progetto esecutivo Leticia Sánchez, Victor Arriata

Superficie del lotto 3.350 m²

Superficie costruita 1.325 m²

Cronologia 2020 - 2021

Foto Yoshihiro Koitani

è solo estetico, ma anche etico: l’utilizzo di risorse disponibili in loco riduce l’impatto ambientale e sostiene le filiere produttive e artigianali locali, contribuendo alla trasmissione dei saperi costruttivi. Particolare attenzione è dedicata alla gestione delle risorse naturali, in particolare dell’acqua. Il progetto integra un sistema di raccolta e trattamento delle acque piovane che ne consente il riutilizzo per usi sanitari. L’acqua viene captata, filtrata e convogliata verso un sistema di biodigestori e biofiltri attraverso zone umide artificiali, configurando un ciclo virtuoso che

contrafforti in muratura (a sinistra) e il ritmo nella partizione degli spazi interni (a destra).

riduce il consumo idrico e l’impatto sull’ambiente.

La Casa de Música si propone così come un modello di architettura pubblica sostenibile e inclusiva, in cui spazio costruito, natura e comunità dialogano in modo armonico. Più che un semplice edificio, diventa un luogo di crescita condivisa, dove la musica e l’architettura contribuiscono insieme alla costruzione di un’identità collettiva e di un futuro più consapevole.

CE

Il rivestimento in sughero di Casa Quattro (2016-2019) decorato con motivi a pantografo. Sperimentale, il progetto è stato condiviso con i committenti.

L’abitazione è completamente autosufficiente.

Foto Simone Bossi.

Luca Compri Architetti

Fondato nel 2001 a Varese da Luca Compri, che lo guida insieme a Giuseppe Benso, Lca sviluppa progetti dalla piccola alla grande scala seguendone tutte le fasi, dal concept alla costruzione dell’opera. Dall’inizio, la ricerca dello studio si è orientata verso i temi della sostenibilità, in un percorso tecnico e culturale dove l’impiego di materiali naturali convergesse con la bellezza e la qualità dello spazio architettonico. www.lcarchitetti.com

LUCA COMPRI

di Luigi Prestinenza Puglisi

Luca Compri appartiene a quella categoria di architetti il cui lavoro procede per sedimentazioni successive all’interno di un contesto geografico. E a tal fine lavora preferibilmente dentro un territorio preciso: la fascia prealpina tra Varese, il lago di Lugano e il confine svizzero.

Qui costruisce edifici che, pur non essendo mimetici né tantomeno vernacolari, difficilmente potrebbero essere trapiantati altrove senza perdere qualcosa della propria identità. Più che imitare il luogo, sembrano infatti derivarne lentamente, come se il progetto fosse il risultato di una progressiva messa a punto tra topografia, clima, materiali disponibili, immaginario formale e modi dell’abitare.

Il suo studio, Lca Architetti, opera soprattutto sulla scala domestica: case unifamiliari, ristrutturazioni, piccoli edifici, interventi nei quali il rapporto tra materia, paesaggio e vita quotidiana diventa il principale terreno di sperimentazione. Non è una scelta casuale. È quasi una dichiarazione di poetica: l’architettura non come gesto, ma come

disciplina che costruisce ambienti, fortemente radicati, in cui vivere.

I progetti ruotano intorno a un tema preciso: l’uso di materiali naturali e tecniche costruttive a basso impatto. Case in legno, paglia, sughero, sistemi prefabbricati che cercano di ridurre consumi ed emissioni. Casa Quattro, per esempio, realizzata con struttura lignea e isolata con paglia di riso e sughero a vista, è diventata una sorta di manifesto di bioarchitettura contemporanea e ha attirato l’attenzione della stampa internazionale. Ridurre il lavoro di Luca Compri alla sola sostenibilità sarebbe però un errore. Lui stesso diffida di questa etichetta. In un suo intervento ha ricordato una frase di Souto de Moura: non esiste un’architettura ‘ecologica’ o ‘intelligente’, esiste soltanto buona architettura.

Perché la vera sfida non è la prestazione tecnica, ma la capacità di tenere insieme spazio, luce, relazioni e contesto. Ed è qui che emerge il lato più interessante della sua ricerca. Molti edifici sostenibili degli ultimi anni sono diventati oggetti

tecnici: macchine energetiche impeccabili ma prive di emozione. Luca Compri, invece, cerca di tenere aperto il fronte poetico dell’architettura. La sostenibilità non è mai l’unico tema del progetto; è piuttosto una condizione di partenza, un prerequisito che lo libera dalla retorica tecnologica per riportarlo sul terreno più concreto dell’abitare. Si vede bene nelle sue case. Nella Border House sul lago di Lugano, ad esempio, l’edificio è costruito con legno, sughero e lamiera scura, materiali scelti per dialogare con i colori delle montagne e della vegetazione circostante. Più che emergere, l’architettura cerca quasi di sintonizzarsi con il paesaggio prealpino, evitando atteggiamenti irrispettosi.

Oppure nella House of the Archaeologist, dove un semplice parallelepipedo è inciso da blocchi rivestiti in pietra e travertino, evocando le tessiture dei muri antichi e delle strutture archeologiche. Anche qui il progetto gioca su pochi elementi primari: volume, materia, luce. Questo minimalismo non è però astratto.

Non ha nulla a che vedere con il compiaciuto rigore un po’ algido di Mies van der Rohe o con l’estetismo ultra costruito di Kazuyo Sejima. In Compri minimalismo vuol dire semplificazione, e questa è sempre legata alla vita degli abitanti.

Gli spazi sono pensati per consentire di muoversi liberamente, per cambiare nel tempo, per accogliere inaspettate relazioni. In un appartamento ristrutturato a Varese, ad esempio, la demolizione dei corridoi ha lasciato posto a tre grandi ‘scatole’ funzionali che organizzano lo spazio senza bloccarlo, permettendo nuove prospettive e percorsi interni.

È un modo di lavorare che ricorda, per certi versi, la lezione dell’architettura nordica: costruzioni semplici, attenzione quasi artigianale ai materiali, rapporto costante con la natura. Non sorprende che molti edifici dello studio siano in legno prefabbricato o che sorgano su lotti già urbanizzati per evitare consumo di suolo, come accade nella sede stessa dello studio progettata a Varese. Il rischio, semmai, è un altro. Un’architettura così controllata, così attenta alle proporzioni e ai materiali, può apparire bloccata e troppo educata. Troppo calibrata. Troppo legata ad archetipi figurativi che fanno parte del nostro immaginario.

Eppure è proprio questa la sua forza. In un’epoca in cui la sostenibilità è spesso ridotta a slogan e l’architettura a un incessante divenire, il paziente lavoro di Compri ricorda che costruire significa prima di tutto stabilire un equilibrio tra l’uomo, lo spazio e il paesaggio.

Le sue architetture, a costo di rifarsi a forme simboliche consolidate, cercano di durare. E in un tempo dominato dalla precarietà e dalla mutevolezza, questa scelta ha valore di posizione critica ■

Casa Quattro ha struttura a telaio in legno realizzata da Novello Case. Rivestimento in sughero di Tecnosugheri, serramenti Smp, impianti Nilan. In copertura, solare termico sopra tegole Creaton. Foto Simone Bossi.

Casa Quattro e Casa Nove

Realizzate a distanza di alcuni anni, le due abitazioni sono accomunate dal medesimo intento, condiviso con i rispettivi committenti: impiegare materiali naturali e tecniche costruttive alternative nobilitando materiali di per sè ‘poveri’. Intento reso evidente in entrambi i casi dall’uso, per il rivestimento e l’isolamento esterno, di pannelli di sughero, valorizzati con un trattamento superficiale a pantografo che conferisce loro tridimensionalità rendendo le facciate vive

e vibranti di luce. Più semplice nella composizione architettonica, che richiama i piccoli casali rurali della campagna lombarda, vetrata a nord e parzialmente a sud, Casa Quattro è costruita interamente in legno e isolata con paglia di riso, materiale fino a ieri considerato ‘di scarto’.

Più articolata la composizione di Casa Nove, ‘di confine’ sia per la posizione, prossima al bordo tra Italia e Canton Ticino, sia per definire il limite che divide chi pensa che nulla debba cambiare

Magnago (Milano) e Porto Ceresio (Varese)

CASA NOVE SEZIONE LONGITUDINALE

e chi è disposto a sperimentare. In un contesto di case unifamiliari, l’edificio ha una fondazione in cemento armato e terra costipata sopra la quale poggia una struttura in legno a telaio. All’esterno il sughero a vista decorato in 3d riveste il piano terra mentre le pareti verticali del piano superiore e la copertura a due falde sono rivestite in pannelli di alluminio Prefa color antracite, così che l’architettura si mimetizzi con il profilo degli alberi e delle rocce che caratterizzano l’intorno.

In questa pagina Casa Nove (20192022). Struttura in legno a telaio costruita da Südtirol Haus, rivestimento in sughero di Tecnosugheri pareti e copertura metallica in lastre Prefa color antracite Serramenti Heis.

Località Varese
Committente privato
Progetto architettonico Luca Compri architetti Slp 190 mq
Costo 600.000 euro
Cronologia 2019-2022
ESPLOSO

SEZIONE TRASVERSALE

Nello schizzo e nell’assonometria il concept volumetrico del progetto strettamente associato alla scelta dei materiali nella quale antico e moderno si fondono. Foto Simone Bossi.

SEZIONE LONGITUDINALE

La casa dell’archeologo

Come reinterpretare l’antico in un edificio di nuova costruzione?

La professione del committente – un archeologo – ha suggerito le scelte formali e i materiali di questa residenza unifamiliare a nord-ovest del centro di Varese.

Nel semplice volume parallelepipedo a base rettangolare Luca Compri ‘scava’ per poi ricomporre con un rivestimento in travertino di recupero alcune porzioni, a memoria delle pietre e dei marmi che venivano usati per architravi, conci di arco e pietre angolari. Di travertino è rivestita anche la colonna stilizzata che, leggermente sporgente dal perimetro, segnala l’ingresso dell’abitazione. I laterizi che venivano impiegati per costruire le murature portanti rivivono nel rivestimento esterno fatto di blocchetti cannettati prefabbricati usando cemento da riuso.

Il fabbricato si sviluppa su due livelli fuori terra: al

piano terra si trova l’ampio e luminoso living con la cucina e la sala da pranzo e un piccolo bagno di servizio; al piano primo sono state collocate le camere da letto, due bagni padronali e lo studio privato del committente.

Le finestre, che chiuse sembrano citazioni fuori scala di Malevic (quadrato bianco su fondo bianco), si aprono sull’ondulato paesaggio circostante, caratterizzato da vigne e da prati di coltivo. I materiali impiegati sono tutti di recupero, prelevati da cave in disuso o da discariche di materiali edili. L’edificio è stato inoltre isolato al meglio per ridurne i consumi al minimo.

Varese

CONCEPT PROSPETTI

Lo stabilimento Novello autocostruito dai dipendenti dell’azienda. Invecchiato nel tempo naturalmente, il rivestimento di legno

ha assunto una tonalità grigio chiaro. A destra, il fronte ovest che si affaccia sull’autostrada. Foto Andrea Ceriani.

Località Oggiona Santo Stefano (Varese)

Committente Novello Srl

Rivestimento Metalltech

Team di progettazione Luca Compri Architetti (facciate e consulenza energetica); Novello; Holzbau; Andrea Ceriani

Slp 17.500 mq

Legno impiegato 5.000 mc

Cronologia 2007-2010

MAQUETTE

Fabbricato industriale Novello

Quando venne completato, nel 2010, era il fabbricato industriale in legno più grande d’Europa. Proprio in quel periodo cresceva l’interesse e l’attenzione degli addetti ai lavori verso l’impiego del legno in architettura: un materiale leggero e ecologico in quanto per sua natura, attraverso la fotosintesi ‘sequestra’ anidride carbonica dall’atmosfera. Infine, il committente è un’azienda che realizza imballaggi in legno.

Tutte queste peculiarità dovevano essere comunicate valorizzandole architettonicamente e nel team di progettazione è stato questo il compito dello studio di Luca Compri, che approfittando

della posizione del lotto, tra l’autostrada A8 Milano-Varese e la trafficata strada provinciale numero 20, ha disegnato i prospetti ovest e sud dello stabilimento.

Per il prospetto che corre lungo l’autostrada il concept è stato di ‘moltiplicare’ l’idea di scatole di legno (il core business dell’azienda) trasferendo in verticale la tipica forma a sega degli shed che dall’alto portano luce alle sette sezioni del fabbricato, dando vita a un’architettura ‘ritmica’ ben percepibile, come già sapeva Paul Rudolph, dalle automobili in corsa.

Il prospetto meridionale è invece lineare e com-

pletamente rivestito con doghe di legno di larice. Per l’N Building, autocostruito dai dipendenti di Novello, Luca Compri ha fornito anche la consulenza energetica per realizzare un ambiente interno privo di sistemi di riscaldamento e condizionamento estivo: l’elevato isolamento dell’involucro esterno, il recupero del calore prodotto dalle macchine di produzione e lo sfruttamento attivo e passivo delle fonti rinnovabili hanno così consentito di raggiungere la totale indipendenza energetica, annullando le emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Oggiona Santo Stefano (Varese)
Casa a Morbegno. Calzoni architetti. Foto Michele Nastasi.

Vetro presenza o assenza?

Il vetro, tra i materiali dell’Architettura, è quello che oggi permette ancora un’ampia possibilità di sperimentazione attraendo per le sue caratteristiche di trasparenza, riflettanza, variabilità di percezione e interazione con il contesto.

La sua peculiarità illusoria e mutevole contribuisce ad accrescere le inaspettate rivelazioni

dell’architettura dove, anche per chi al progetto si dedica da decenni, è noto quanto quest’ultimo includa sovente un’alea di imprevedibilità. In altre parole, scoprire che l’Architettura riserva continue, quanto inattese, sorprese è di fatto una ricchezza imprescindibile a cui l’uso del vetro concorre.

La luce attraversa la materia, il colore cambia con l’angolo di rifrazione, la posizione del sole e le condizioni atmosferiche ne mutano la percezione così come il movimento di chi guarda trasforma l’oggetto in qualcosa di sempre nuovo: sono queste infinite possibilità a renderlo un materiale speciale e dai molteplici impieghi nei campi del design e dell’architettura. Ne sono testimonianza del secolo scorso le realizzazioni di Mies van der Rohe o Philip Johnson con la sua famosa Glass House e le più contemporanee sperimentazioni di Sanaa, Toyo Ito, Jean Nouvel: un esteso panorama di progetti in cui molti si sono cimentati.

Materiale etereo, evanescente, diafano, illusorio e capace di dissolversi nella luce, è protagonista assoluto di quel fenomeno contemporaneo e in voga da molti decenni che è l’Estetica della sparizione, dove l’edificio si trasforma in un riflesso o in un’ombra mutevole perdendo la sua

solidità fisica per diventare pura atmosfera. Ma all’opposto, il vetro, per sua metamorfica natura, è anche capace di rivelare la sua presenza materica prepotente, di divenire presente e in grado di mostrare l’artificio laddove la sua trasparenza lo rende invisibile e lascia passare lo sguardo o dove la sua particolarissima matericità diviene specchio e rivela il circostante integrando il paesaggio nella propria superficie. Nella sua duplicità può apparire un guscio solido che riflette il cielo durante il giorno e trasformarsi in una lanterna luminosa durante la notte, rivelando l’interno e invertendo il rapporto tra massa e atmosfera.

In campo artistico questa capacità di essere contemporaneamente presenza e assenza è divenuta oggetto di nuove interpretazioni come per Dan Graham che con i suoi padiglioni mette in crisi la percezione della realtà e lo spettatore è contemporaneamente osservatore e parte dell’opera, o per Ólafur Elíasson che attraverso prismi e vetri dicroici sperimenta l’illusione delle cromie proiettando ombre colorate sfasate rispetto all’oggetto reale che è smaterializzato e dove l’effetto visivo è l’unica realtà presente. Possiamo allora sostenere che il vetro è tra i materiali che fanno parte di quello scambio virtuoso e arricchente tra arte e architettura, un’ibridazione dai confini sempre più porosi così vitale nel nostro mondo contemporaneo.

di SONIA CALZONI
Foto
Gianluca
Di Ioia

TORINO

La luce come materia di progetto per le Milanesiane di Sonia Calzoni e Pierluigi Nicolin

Nel recupero del sottotetto denominato Le milanesiane, realizzato nel 2008 nel quartiere

Crocetta di Torino da Sonia Calzoni e Pierluigi Nicolin, la luce diventa la vera materia del progetto. L’intervento trasforma un volume tecnico e residuale in uno spazio domestico mutevole, sensibile alle variazioni atmosferiche e al trascorrere delle ore del giorno.

Fondamentale è stata la disponibilità del committente, che ha accolto con entusiasmo la componente sperimentale della proposta architettonica, accettando di affidarsi a una ricerca non convenzionale sul rapporto tra luce, colore e abitare. Questa fiducia ha permesso di sviluppare un lavoro libero e appassionante, nel quale l’architettura si confronta con fenomeni percettivi in continua trasformazione. Il cuore del progetto è la luce zenitale che penetra dall’alto attraverso superfici vetrate co -

lorate, capaci di filtrare il sole e di proiettare all’interno campiture cromatiche sempre diverse. Non esiste una percezione univoca degli ambienti: ogni momento della giornata modifica la qualità dello spazio, i suoi confini visivi e la percezione dei materiali. La casa cambia continuamente volto seguendo il ritmo naturale della luce esterna.

Per questo motivo gli interni sono stati concepiti come neutri, quasi silenziosi. Pareti, pavimenti e arredi evitano ogni protagonismo cromatico, mantenendosi in una gamma di toni chiari e misurati. È la luce stessa a introdurre il colore, trasformando gli ambienti in un paesaggio variabile. Le superfici diventano schermi sensibili sui quali si depositano riflessi blu, rossi, gialli e verdi che si modificano con l’intensità del sole e con le condizioni climatiche. Le aperture del sottotetto non offrono soltanto

una straordinaria luce zenitale, ma permettono anche di traguardare il paesaggio che circonda Torino: le colline, le Alpi e il continuo mutare del cielo entrano così a far parte dell’esperienza quotidiana della casa. In Le milanesiane, Sonia Calzoni e Pierluigi Nicolin costruiscono un’architettura essenziale, affidando alla luce il compito di generare emozione, atmosfera e continua trasformazione dello spazio abitato. SC

MILANESIANE

Località Torino

Progetto Sonia Calzoni e Pierluigi Nicolin

Dimensioni 250 + 30 mq terrazzo

Stato Realizzato

Anno 2008

Attraverso vetrate colorate la luce trasforma gli ambienti in un paesaggio variabile che si modifica secondo l’intensità del sole e le condizioni climatiche.
Dettaglio delle lame verticali di vetro che avvolgono le facciate. Le lame sono
prodotte con vetro da riciclo in una sfumatura azzurra. Foto ©Tiffany & Co.

Lame curve di vetro traslucido

avvolgono il flagship store

Tiffany & Co di Mvrdv

Da alcuni anni lo studio fondato da Winy Maas, Jacob van Rijs e Nathalie de Vries sviluppa rivestimenti di facciata tridimensionali personalizzati per gli store Tiffany & Co nel mondo. La ricerca su forme e materiali – sviluppata su misura per ciascun punto vendita – traduce in architettura motivi e gioielli che hanno fatto la storia dell’azienda fondata nel 1837 a New York. In particolare il rivestimento del quinto negozio della serie, completato nel 2025 a Pechino, si ispira alla sensuale collezione Bones disegnata da Elsa Peretti per Tiffany negli anni Settanta. Curvilinee lame di vetro traslucido e texturizzato rivestono interamente i quattro livelli dell’edificio, che sorge su un incrocio nella porzione settentrionale di Taikoo Li Sanlitun, conferendogli una presenza eterea.

I bordi dolcemente curvi delle pinne – realizzate con vetro da riciclo in una sfumatura azzurra e prodotte localmente – conferiscono alla facciata una forma fluida e un aspetto cinetico, che cambia al variare del punto di osservazione. Più fitte, come layer sovrapposti, se viste da certe angolature, da altre lasciano intravedere l’interno del negozio. Il gioco di interazioni con la luce prosegue la sera, quando l’edificio è illuminato dal celebre Tiffany Blue (un colore legalmente registrato e depositato). I corpi illuminanti sono integrati direttamente nelle staffe di sostegno delle lame e nascosti alla vista. L’intero involucro è smontabile: pinne di vetro e staffe metalliche di sostegno possono essere rimossi senza danni per essere riutilizzati altrove o avviati al riciclo selettivo ■

PECHINO

Località via Bernina 12, Milano

Progettazione Architettonica L22 Urban & Building

Progetto e direzione lavori strutture SPS Studio

Progetti Strutturali

Project management e direzione lavori

Cushman & Wakefield

Serramentista Schüco Partner Sicef

Foto Matteo Piazza

Sistemi in alluminio Schüco utilizzati

Schüco FWS 35 Sistema per facciate a montanti e traversi in alluminio

Schüco FWS 50 Sistema per facciate a montanti e traversi in alluminio con inseriti sistemi per finestre apribili in alluminio Schüco AWS 114

Schüco AOC 50 Sistema per facciate verticali in alluminio con inseriti i sistemi per porte in alluminio Schüco ADS

Il fulcro del restyling del complesso direzionale

Bernina 12 risiede nel cambio di paradigma dei prospetti. Laddove l’edificio originale appariva chiuso e frammentato, la nuova progettazione ha promosso una visione basata sulla trasparenza.

BERNINA 12

SCHÜCO ITALIA

Dall’introversione alla luce.

L22 per la metamorfosi di Bernina 12

Nel ridisegno del complesso direzionale Bernina 12 a Milano, le soluzioni in alluminio Schüco sono lo strumento tecnico che rende possibile il passaggio da un’architettura introversa a un organismo trasparente e permeabile.

Progettato da L22 Urban & Building (Gruppo Lombardini22), l’intervento lavora sull’involucro come dispositivo urbano: il fronte su via Bernina viene completamente riscritto attraverso una griglia metallica netta che inquadra ampie specchiature vetrate e serramenti a doppia altezza. Qui la scelta dell’alluminio è determinante per coniugare profili estremamente snelli con la necessità di sostenere grandi luci, garantendo al contempo continuità formale e prestazioni energetiche elevate, in linea con la certificazione Leed Gold conseguita dal complesso.

La nuova facciata è costruita su un sistema

combinato di montanti e traversi Schüco: i macro-moduli in alluminio FWS 50, integrati con i profili più sottili FWS 35, disegnano un ritmo profondo che enfatizza le maxi specchiature vetrate sporgenti. All’interno di questa maglia si inseriscono gli elementi apribili a sporgere Schüco AWS 114, che garantiscono ventilazione naturale senza alterare la continuità della composizione.

Al piano terra, il basamento trasparente è realizzato con i sistemi per facciate verticali Schüco AOC 50, riportati su sottostruttura in acciaio: una soluzione che consente di gestire il peso delle grandi superfici vetrate e di massimizzare la permeabilità visiva verso la nuova piazza interna che connette i due edifici. In corrispondenza degli accessi, i sistemi per porte in alluminio Schüco ADS si integrano nella facciata, offrendo elevata durabilità, pre -

stazioni termo-acustiche e affidabilità in presenza di utilizzi intensivi.

Il supporto ingegneristico di Schüco Italia, in stretta sinergia con il serramentista partner Sicef Srl, ha permesso di tradurre le esigenze architettoniche di L22 in dettagli costruttivi coerenti, trasformando il tema della leggerezza e della trasparenza in un dispositivo tecnico preciso. La finitura dei profili, calibrata sulle cornici metalliche, restituisce un’immagine unitaria e sobria, tipicamente milanese, in cui il serramento non è semplice componente ma parte integrante del progetto di facciata e, di riflesso, della riqualificazione dell’intero isolato.

www.schueco.it

Il Cirfood District è una struttura polifunzionale con un sistema integrato di ricerca gastronomica (Laboratorio sensoriale,

Cucine e Ristorante sperimentale) realizzato con la collaborazione dell’Università di Scienze gastronomiche

di Pollenzo e aperto alla partecipazione di partner, scuole, enti, start-up, aziende e università.

SEZIONE AMBIENTALE

La trasparenza come manifesto

e Lsa per Cirfood District

Il progetto del Cirfood District a Reggio Emilia rappresenta una ulteriore tappa nella ricerca architettonica dello studio Iotti + Pavarani Architetti che, insieme a Studio Lsa, affrontano qui tra gli altri temi, attraverso l’utilizzo del vetro, quello della smaterializzazione dei bordi dell’edificio: l’architettura si fa territorio, se ne fa permeare e per certi versi plasmare, come spesso accade nei progetti dello studio emiliano, mentre la sua pelle trasparente diviene dispositivo d’ascolto e relazione. Cirfood, tra le maggiori imprese italiane attive nella ristorazione collettiva, ha concepito questo nuovo spazio come un laboratorio permanente dove esplorare il futuro del cibo in termini di accessibilità, sostenibilità e innovazione. Non si tratta di un semplice addizione all’headquarter direzionale, ma di un punto di

incontro e sperimentazione dove mettere in comunione saperi e competenze, aprendosi al confronto con approcci esterni in una contaminazione continua; una piattaforma partecipativa orientata a progetti di ricerca applicata, dove simulare i diversi ambiti e ambienti della ristorazione, osservare il comportamento degli utenti, elaborare nuove soluzioni e testare nuove proposte.

Le facciate vetrate, ad alta performance sia acustica che energetica, non servono quindi solo a ‘mostrare’ l’interno, ma vogliono ‘connettere’, visivamente e psicologicamente, pratiche e territori, fisici e culturali. L’architettura si fa trasparente per divenire interfaccia sensibile: un luogo dove la luce naturale modella gli ambienti di lavoro, rendendo l’attività quotidiana dei ricercatori, degli chef e dei

tecnologi un’estensione fluida del paesaggio circostante.

Il vetro diventa quindi una dichiarazione di intenti: apertura verso la collettività, democrazia visiva che rende pubblico il processo dell’innovazione alimentare che avviene all’interno, ma anche strumento di mediazione formale, smaterializzando l’impatto volumetrico del costruito grazie ai riflessi del cielo e della vegetazione sulle facciate vetrate. E questo gioco di specchi permette alla struttura di cambiare volto a seconda delle ore del giorno e delle stagioni, quasi fosse un elemento naturale esso stesso.

All’interno, il tema della intervisibilità si manifesta pienamente nell’Agorà, la piazza coperta fulcro del centro di innovazione. Si tratta di uno spazio a doppia altezza concepito come

REGGIO EMILIA

PIANTA PIANO TERRA

PIANTA PIANO PRIMO

SEZIONE

SEZIONE

un open space fluido, dove i percorsi e i sistemi di risalita ruotano attorno a un vuoto centrale che favorisce il contagio delle idee. L’impressione che l’insieme comunica è quella di un organismo permeabile, che si lascia letteralmente attraversare dallo sguardo, dalla luce naturale e dalle variazioni cromatiche delle stagioni, annullando le rigide gerarchie tra i diversi spazi interni dell’edificio, fluidi e trasformabili a seconda delle esigenze, e assorbendo gli spazi esterni come propria connaturata estensione.

L’integrazione con il contesto non è solo visiva, ma strutturale e concettuale. Qui l’architettura è una forma di scrittura del paesaggio. La pelle

trasparente si piega e si flette scorrendo lungo l’asse est-ovest, assecondando l’andamento del suolo e le linee orizzontali del contesto agricolo emiliano. Il tetto giardino non è solo un raffinato dispositivo tecnico di sostenibilità energetica e di benessere termico, ma agisce anche come vera e propria quinta facciata che dialoga con lo skyline ed il cielo, integrando l’opera nel ciclo vitale della natura circostante. Il nuovo Cirfood District è, nel suo insieme articolato e interconnesso, un’architettura che si propone e rivela come ‘corpo sensibile’, capace di accordare il proprio respiro a quello di chi lo abita e lo attraversa e di vibrare del battito profondo del territorio ■

CIRFOOD DISTRICT

Località Reggio Emilia, via Nobel 19/A

Committente Cirfood

Progetto architettonico Iotti+Pavarani e Studio Lsa

Direzione lavori Antonio Sassi (Studio Lsa)

Progetto strutture Studio Lsa, Studio Mutussis

Copertura verde Daku

Pavimenti in legno Itlas

Pavimenti in ceramica Casalgrande Padana

Pareti vetrate interne Methis

Tende esterne Mottura

Superficie edificio 1.600 mq

Cronologia 2017 progetto; 2022 completato

Foto Fernando Guerra | FG+SG

Le facciate vetrate ad alta performance acustica e energetica non servono solo a mostrare l’interno

ma connettono visivamente e psicologicamente, pratiche e territori fisici e culturali.

Alluminio all’esterno, Pvc all’interno: i profili sottili di Finstral sono durevoli, resistenti e disponibili in numerosi colori.

MOBBLE

Luogo di produzione Eeklo, Belgio Materiale costruttivo Legno

Superficie totale a costruzione finita 100–120 mq (a seconda del progetto)

Finestre Finstral FIN-Window Classic-line 77+8 alluminio-Pvc

Alzante scorrevole Finstral FIN-Slide Step-line 144 alluminio-Pvc

Porta d’ingresso Finstral FIN-Door Step Frame-Frame Pvc-Pvc

FINSTRAL

Efficienti, ecologici e su misura. I serramenti per il progetto Mobble

Mobble rappresenta un nuovo modo di concepire l’abitare. È un concetto che guarda al futuro: case ecologiche in legno, realizzate con componenti modulari, nate da una collaborazione tra l’omonima azienda belga e l’Università di Gand.

Prefabbricate, le unità abitative possono essere installate su terreni liberi oppure come tassello mancante in un contesto urbano esistente. I singoli moduli vengono realizzati con la massima efficienza e precisione nel laboratorio aziendale di Mobble a Eeklo, dove prende forma l’intero processo produttivo: bagno, cucina, finestre, piastrelle, pavimenti e persino gli impianti vengono preassemblati. Una volta posizionati, i moduli richiedono solo interventi minimi, come il montaggio delle

scale. I materiali utilizzati, come legno e cellulosa, sono sostenibili e riciclabili, mentre tecnologie come pompe di calore e pannelli solari assicurano efficienza energetica e comfort. In circa quattro mesi, tra progettazione e produzione, l’abitazione è pronta.

Il punto di forza del sistema Mobble è la flessibilità: le case si adattano alle esigenze nel tempo, consentendo di aggiungere o rimuovere moduli in poche settimane. Questa visione modulare si riflette anche nella collaborazione con Finstral, azienda altoatesina specializzata in serramenti personalizzabili. Finstral offre un’ampia gamma di soluzioni, combinando alluminio e Pvc in diversi colori e finiture, con attenzione alla qualità e alla sostenibilità.

Per i moduli prefabbricati Mobble vengono impiegati serramenti Finstral con profili esterni in alluminio, proposti in circa 250 colori diversi, e profili interni in Pvc di facile manutenzione, disponibili in sette colori. Entrambe le aziende condividono un approccio basato sull’efficienza e sull’economia circolare: produzione senza sprechi, uso di energia rinnovabile e possibilità di smontare e riutilizzare i materiali a fine ciclo di vita. Il risultato è un modello abitativo innovativo, flessibile e sostenibile, che definisce nuovi standard per il futuro dell’edilizia.

www.finstral.com

Geze ha contribuito al progetto con l’installazione di porte automatiche scorrevoli all’ingresso principale dell’edificio garantendo accessibilità comfort e sicurezza.

GEZE

La

trasparenza connette gli spazi e genera dialogo con il paesaggio

La nuova sede produttiva e creativa di Furla a Tavarnelle Val di Pesa, firmata Geza Architettura, lo studio fondato da Stefano Gri e Pietro Zucchi, è un complesso composto da un corpo uffici e due volumi per laboratori e logistica. Il progetto punta su trasparenza, continuità visiva e dialogo con il contesto: l’ingresso riprende l’archetipo delle ville toscane con un filare di cipressi, mentre facciate scandite da lamelle fil-

tranti mediano luce e controllo solare negli ambienti di lavoro. Patii interni e tetti verdi estendono lo spazio verso l’area boschiva, rafforzando la relazione tra architettura e natura.

In questo quadro, le soluzioni Geze sono parte integrante del disegno di facciata e dell’esperienza di accesso.

laborazione con Pichler Projects, responsabile delle facciate continue e dell’involucro, curando l’integrazione dei sistemi di movimentazione all’interno del curtain wall.

Località Tavernelle Val di Pesa

Committente Furla

Progetto architettonico Geza Architettura

Porte scorrevoli automatiche Geze Slimdrive SL NT

Foto Fernando Guerra | FG+SG FURLA PROGETTO ITALIA

L’azienda ha infatti fornito le porte automatiche scorrevoli della serie SL NT ISO, con automazioni Slimdrive SL NT, installate all’ingresso principale. Caratterizzate da profili a sezione ridotta, assicurano elevati standard di efficienza energetica, isolamento e affidabilità nella gestione dei flussi. Il design minimale permette di mantenere la continuità delle superfici vetrate e di valorizzare la trasparenza richiesta dal concept di progetto, senza elementi meccanici invasivi. L’intervento è stato sviluppato in col-

Automazioni e profili, in finitura Nero segnale Ral 9004, sottolineano il carattere contemporaneo dell’intervento e si raccordano cromaticamente con il sistema di facciata.

Le soluzioni Geze contribuiscono così alla qualità d’ingresso e alla funzionalità complessiva del complesso, allineandosi alla visione di un’architettura aziendale efficiente, identitaria e in dialogo con il paesaggio.

www.geze.it

I curtain wall in vetro Saint-Gobain del complesso

Eleven sono incorniciati da marcapiano fortemente aggettanti e animati da una maglia di cavi metallici verticali.

SAINT-GOBAIN

Nell’area milanese che un tempo ospitava la storica fabbrica Motta sorge oggi Eleven, un complesso direzionale di nuova generazione certificato Leed Gold che unisce funzionalità, estetica e sostenibilità.

Completamente ripensato e riqualificato per rispondere alle nuove esigenze dell’edilizia contemporanea, il complesso è composto da due

Località Milano

Committente Axa Reim Italia

Progetto architettonico Il Prisma

Direzione lavori Sebastiano Pasculli

Vetri Saint-Gobain Glass

Fornitura e posa facciate e serramenti

Aza - Aghito Zambonini Lab

edifici, armonizzati sul fronte di Via Battistotti Sassi grazie all’inserimento di marcapiano continui e fortemente aggettanti, che enfatizzano l’orizzontalità delle facciate e conferiscono identità e riconoscibilità all’intervento.

L’intervento, dello studio di architettura Il Prisma, ridisegna la facciata vetrata restituendole carattere e riconoscibilità con un approccio additivo: un nuovo layer che dialoga con l’esistente e unifica due corpi di fabbrica nati in epoche diverse. La nuova facciata funziona come una pelle viva: nei fronti corti, trasparenza e ritmo verticale danno vita a un gioco di pieni e vuoti; nei fronti lunghi, sporgenze e rientranze rompono la linearità con una sequenza variabile, mettendo in risalto l’accesso principale e il torrino esistente.

L’elemento architettonico principale è costitu-

ito da una suggestiva maglia di cavi verticali a ritmo variabile che, disposti all’esterno tra i diversi marcapiano, creano giochi di luce e permettono all’edificio di mutare pelle nelle diverse ore del giorno e della notte.

« Un intreccio di corde nautiche che si muovono con la luce – spiegano da Il Prisma – trasformando ogni passo in un cambio di prospettiva. Un segno capace di dare identità a un edificio che prima restava invisibile. Questa pelle è anche funzionale: riduce l’irraggiamento solare, migliora l’efficienza energetica e contribuisce alla certificazione Leed Gold. L’intervento unisce tecnica e simbolo, performance e racconto, restituendo al quartiere un nuovo punto di riferimento».

www.saint-gobain.it

ELEVEN

Legno e vetro trasformano il piccolo edificio inserito in un parco in una casa-

padiglione schermata da un sistema di tende che diventa parte dell’involucro.

Trasparenze strutturali nel progetto di Camilla de Camilli

Nel contesto dei colli bolognesi, all’interno del parco di una villa storica rinnovata in epoca neoclassica dall’architetto Giovanni Antonio Antolini, prende forma un piccolo edificio che interpreta in modo radicale il rapporto tra architettura, vetro e paesaggio. Nato da un concorso del 2014 per una residenza del custode, il progetto ha progressivamente mutato destinazione, diventando uno spazio per attività terapeutiche e ricreative, mantenendo la dimensione di casa-padiglione, aperta e accogliente.

L’intervento si inserisce su un terreno in pendenza, raggiungibile attraverso un sentiero tra gli alberi, che diventa principio generatore dell’architettura.

L’edificio si dispone ‘a cavallo’ di questa trac-

cia, e il corridoio distributivo ricalca il profilo del pendio, configurandosi come prosecuzione del percorso esterno. La struttura lignea, con esili montanti accostati allo zoccolo in cemento nei cambi di quota, richiama la verticalità degli alberi, mentre la copertura definisce un orizzonte artificiale che misura la distanza tra gesto architettonico e natura.

In questo sistema, il vetro assume un ruolo centrale, tanto tecnico quanto percettivo. Le superfici vetrate sono realizzate con tripli vetri stratificati, selettivi ed extra-chiari su tutte le lastre: una scelta che risponde alle elevate prestazioni termo–energetiche richieste ma, soprattutto, garantisce una resa cromatica neutra, priva di dominanti. Il paesaggio viene

BOLOGNA

così restituito nella sua integrità, senza filtri, rafforzando la continuità visiva tra interno ed esterno. L’orientamento delle facciate – est e nord per le principali superfici trasparenti, con aperture puntuali a sud e ovest – contribuisce a un equilibrio passivo già efficace, in cui il controllo dell’irraggiamento solare è affidato più alla disposizione e al contesto che a dispositivi invasivi.

Proprio in questo equilibrio si inserisce il sistema delle schermature solari, concepito non come elemento accessorio ma come parte integrante del progetto di facciata. Le tende, derivate da un semplice sistema a rullo con caduta verticale, sono state reinterpretate attraverso l’introduzione di sottili bracci laterali in metallo, che sostituiscono guide o cavi tradizionali, e di un dispositivo elastico che ne controlla il movimento. Questo consente di mantenere un disegno estremamente pulito e coerente con la leggerezza dell’insieme, evitando interferenze visive con la struttura.

Le schermature non svolgono soltanto una funzione tecnica di regolazione della luce e del calore, ma introducono una dimensione dinamica e mutevole. Il loro utilizzo modula l’intensità luminosa, attenua i contrasti e costruisce una sequenza di trasparenze variabili, contribuendo alla qualità atmosferica degli interni. Al tempo stesso, il loro cromatismo richiama i toni della città, instaurando un legame sottile con il contesto culturale più ampio.

Le facciate diventano così superfici vive, che

cambiano con le stagioni, le condizioni climatiche e l’uso quotidiano.

La struttura, concepita come esoscheletro, rimane volutamente esposta. Il larice lamellare consente di contenere gli spessori – appena 10 cm – e di esprimere una leggerezza proporzionata, destinata a trasformarsi nel tempo. In questa condizione, l’architettura si configura come spazio di mediazione tra interno ed esterno, capace di accogliere e mettere in relazione. Il vetro e le schermature, insieme, costruiscono un dispositivo sensibile che rende abitabile il paesaggio, contribuendo a definire un ambiente di calma e benessere ■

LA CASA DEL CUSTODE

Località Bologna

Committente Fondazione privata senza scopo di lucro

Progetto architettonico Camilla De Camilli

Strutture, fase di progetto Luigi Cocco - Tecnobrevetti

Team Engineering

Impresa Mca (impresa generale); Vibro-Bloc (costruzione in legno)

Superficie costruita 140 mq

Foto Martino Stelzer, Barbara Corsico, Camilla De Camilli

SEZIONI
FACCIATA EST
FACCIATA OVEST

In questo progetto il vetro assume un ruolo centrale, tanto tecnico quanto percettivo. Le superfici vetrate

sono realizzate con tripli vetri stratificati, selettivi ed extra-chiari su tutte le lastre.
FACCIATA SUD
FACCIATA NORD

KE Kedry Skylife, la pergola bioclimatica con copertura a lame mobili

La tenda a pergola bioclimatica KE Kedry Skylife con tetto a lame mobili retrattili ad impacchettamento è pensata per applicazioni residenziali e horeca. Il sistema integra in un unico movimento rotazione e traslazione delle lame, consentendo di regolare accuratamente luce, ventilazione e apporto termico in relazione alle condizioni meteo.

La struttura, completamente modulare, si adatta a spazi di geometria e dimensioni differenti, coprendo grandi luci con un impatto visivo minimale. Il sistema di deflusso dell’acqua è integrato nei profili, garantendo protezione dalla pioggia e ottime prestazioni di tenuta al vento.

Per una gestione scenografica dell’illumina-

zione, nei profili interni ed esterni è possibile integrare strip Led.

L’automazione è completa e gestibile da remoto tramite app, con programmazione di tempi e modalità di apertura/chiusura.

Le chiusure perimetrali includono le vetrate scorrevoli Line Glass con ante senza profili e guida a pavimento e Vertika Prime, sistema integrato di tende a caduta laterali e frontali con tessuti trasparenti, filtranti o oscuranti, completamente a scomparsa nella struttura. Disponibili anche eventuali tende interne ornamentali a drappo.

Kedry Skylife viene proposta anche nella versione Classic, con profili che si richiamano alla colonna dorica e travi ridisegnate come capi-

telli essenziali, senza viti a vista. I profili a scatto consentono interventi di restyling anche su strutture esistenti.

La pergola contribuisce al contenimento energetico in tutte le stagioni, riducendo dispersioni invernali e surriscaldamento estivo.

Kedry Skylife è certificata CE e coniuga elevate prestazioni tecniche, comfort e cura del linguaggio architettonico.

www.keoutdoordesign.com

PROFINE

WarmCore, l’evoluzione del sistema ibrido che integra alluminio e Pvc

WarmCore è la nuova denominazione di AluNext, il sistema ibrido sviluppato da Kömmerling che integra alluminio e Pvc in un’unica piattaforma tecnologica.

Il cambio di nome segna un passaggio chiave nell’evoluzione del prodotto, esplicita la struttura del profilo – un alluminio riciclato con il ‘cuore caldo’ in Pvc – e ne rafforza il posizionamento come soluzione ad alte prestazioni per il serramento contemporaneo.

Nato come sistema ibrido con core in Pvc rivestito da alluminio riciclato, AluNext puntava a coniugare la robustezza e la qualità estetica dell’alluminio con le elevate prestazioni termo isolanti del Pvc. WarmCore rappresenta l’evoluzione di questo concetto: una versione 2.0

ottenuta dopo oltre quattro anni di analisi di mercato, test e sviluppo tecnico. L’aggiornamento interessa sia il disegno dei profili sia il processo produttivo.

Le nuove geometrie introducono telai più sottili, ante più snelle e cartelline con sistemi di aggancio migliorati, incrementando stabilità, precisione dimensionale e coerenza estetica delle sezioni a vista.

Il risultato è un sistema che mira a ottimizzare prestazioni energetiche, comfort abitativo e integrazione architettonica, con un’impronta chiara in termini di sostenibilità e durabilità. Aspetto strategico è la piena compatibilità con il precedente AluNext, che consente a produttori e installatori di adottare WarmCore senza

Il sistema WarmCore si presenta con nuove geometrie, telai più sottili, ante snelle e cartelline dotate di agganci migliorati.

modificare le linee esistenti né gli schemi costruttivi, salvaguardando investimenti e know how.

Presentato ufficialmente durante i Kömmerling Corporate Days – dove è stata esposta una portafinestra WarmCore in finitura ‘vino’ – il sistema vedrà un’ulteriore estensione di gamma in occasione della fiera di Norimberga. Il payoff A next vision of Aluminium & Pvc sintetizza l’obiettivo del brand: proporre una nuova generazione di ibridi alluminio-Pvc, orientata a innovazione, prestazioni e responsabilità ambientale.

www.kommerling.it

SECCO SISTEMI

Il paesaggio attraverso OS2 in un’architettura di Alvisi Kirimoto

In Gallura, affacciata sul Golfo degli Aranci e immersa nella macchia mediterranea, Villa S, progettata da Alvisi Kirimoto, nasce dal recupero di tre edifici esistenti distribuiti su un lotto collinare di due ettari. Il progetto trasforma un piccolo insieme di volumi in un organismo unitario, più borgo che casa, connesso da percorsi in granito giallo che seguono l’orografia del terreno e convergono in una piazza centrale, luogo di incontro e cerniera tra i corpi di fabbrica.

L’ortogonalità dei volumi costruiti è avvolta da un paesaggio ridisegnato tramite muri in pietra, terrazzamenti e linee sinuose che alternano verde e acqua, in dialogo diretto con l’orizzonte marino.

La continuità tra interno ed esterno è affidata

a un involucro leggero: protetti da coperture a sbalzo che li unificano e svuotati dalle partizioni interne, i volumi esistenti vengono ridisegnati come sequenze di setti murari paralleli collegati da ampie superfici vetrate. Il progetto di Villa S si sviluppa infatti intorno a un elemento chiave: il sistema di serramenti OS2 75 di Secco Sistemi, che trasforma i corpi edilizi originari in leggere scatole di vetro che si fondono con la macchia mediterranea.

Il profilo sottile di OS2 75 in ottone brunito diventa strumento di disegno del paesaggio: incornicia viste profonde verso il mare, restituisce continuità visiva tra gli ambienti e riduce al minimo la presenza del telaio, lasciando che la superficie trasparente assuma un ruolo predominante.

Capostipite della famiglia OS2 e premiato nel 2018 con un Compasso d’Oro, OS2 75 ha sezioni a vista da 27 a 62 mm, può alloggiare vetri fino a 50 mm e presenta un catalogo di oltre 40 profili che consentono di modulare i prospetti con grande libertà: in Villa S convivono portefinestre a libro, elementi a bilico, scorrevoli e battenti tutti riconducibili a un unico linguaggio coerente.

La leggerezza visiva dei serramenti dialoga con la matericità del progetto – legno, granito locale, coppi recuperati – e con la dimensione artigianale del cantiere. L’ottone brunito sottolinea le aperture come segni continui, in equilibrio tra la trasparenza del vetro e la presenza fisica del metallo, mentre la cura degli accessori e dei dettagli – maniglie, cerniere,

telai secondari – mantiene l’estetica essenziale richiesta dal progetto.

All’esterno, pergole in legno e struttura metallica completano il sistema di controllo della luce, filtrando l’irraggiamento e costruendo spazi di soglia ombreggiati. L’involucro vetrato diventa così un dispositivo ambientale oltre che percettivo, capace di modulare il rapporto tra interno ed esterno senza rinunciare alla continuità delle viste.

In Villa S il serramento è parte integrante del linguaggio architettonico, contribuisce alla qualità ambientale degli interni e rafforza il carattere contemporaneo di un intervento fondato sul recupero e sulla precisione del dettaglio.

www.seccosistemi.com/it

L’involucro è definito da porte-finestre a libro, porte vetrate a bilico, scorrevoli e battenti. Sono molte le tipologie di serramenti OS2 75

utilizzate nel progetto così come molte le configurazioni offerte mantenendo invariata la pulizia dei profili e l’estetica complessiva del serramento.

VILLA S

Località Palau (SS)

Progetto architettonico Alkvisi Kirimoto

Sistema OS2 75, ottone brunito

Serramentista Nuova Metalli

Fotografo Marco Cappelletti

Sotto. La facciata della sede Bsv con l’area dell’ingresso protetta da una pensilina aggettante.

Nella pagina a destra. Particolare della facciata: un ventaglio di lame vetrate a tutt’altezza.

Progetto Architekten Marx/Ladurner.

METRA

Marx/Ladurner: un curtain wall in vetro e calcestruzzo per la sede Bsv

Presentata al festival viennese di architettura

Turn On e premiata nel 2025 con il CasaClima Award dell’Agenzia KlimaHaus, la nuova sede di Bsv progettata dallo studio Marx/Ladurner si estende per 120 metri su uno stretto lotto triangolare alle porte di Silandro, in Val Venosta, con un ordine verticale gigante fatto di pannelli di calcestruzzo prefabbricati di Progress Ag alternati – per la prima metà, dedicata a uffici e showroom – a vetrate di 12 metri di altezza realizzate con profili di alluminio realizzati su misura da Metra Building. Disposti asimmetricamente, le vetrate e i pan-

nelli di calcestruzzo (arricchiti con frammenti di bianco marmo Lasa e levigati) definiscono un profilo a denti di sega che conferisce profondità alla facciata.

Percorrendo la statale 38 la sensazione è straniante: un’architettura aliena nel paesaggio circostante eppure coerente con esso. Inoltre, il mezzo e la velocità modificano la percezione: ritmo cinetico viaggiando in automobile, statica monumentalità se si cammina a piedi.

Evidente, nel punto più stretto del lotto, l’area di ingresso sul lato est, la cui forma a imbuto genera uno spazio esterno coperto da una pensi-

SEZIONE LONGITUDINALE (PRODUZIONE E SHOWROOM E UFFICI)

SEZIONE TRASVERSALE (PRODUZIONE)

PLANIMETRIA E PIANTA PIANO TERRA

SEZIONE TRASVERSALE (SHOWROOM E UFFICI)

BSV HEADQUARTERS

Località Silandro, Bolzano

Committente BSV

Progetto architettonico Stephan Marx (Architekten Marx/ Ladurner)

Direzione lavori Stephan Niederfriniger

Progetto strutture Florian Perkmann

Progetto impianti Thomas Spitaler, Wolfgang Tröger

Lighting design Lichtraum²

Elementi prefabbricati in calcestruzzo Progress Ag

Profili su misura in alluminio Metra Building

Superfice utile 4.850 mq

Completamento 2025

Foto Samuel Holzner

lina fortemente aggettante e protetta, sul fronte nord che guarda le colline, da un ventaglio di lame di vetro alte fino a 12 metri.

L’opera parla esplicitamente dell’attività del committente. Bsv produce infatti finestre, porte, facciate e schermature solari e desiderava creare una struttura aperta e polifunzionale che, oltre alla concentrazione sul lavoro, favorisse le relazioni tra le persone. Allo showroom di quasi 1.000 mq su due livelli, a uffici open space e a spazi di co-working per partner esterni si aggiungono un bistrò interno, una academy aziendale e finanche una cappella come luogo di quiete e di ritiro spirituale. Molte di queste idee sono nate da un processo di progettazione che ha coinvolto i collaboratori sin dalle prime fasi.

Il sistema costruttivo adottato – Green Code, messo a punto da Progress Ag – insieme ai profili in alluminio realizzati ad hoc da Metra Building, ha svolto un ruolo essenziale nella realizzazione dell’opera e nel raggiungimento dello standard CasaClima A. Gli elementi in calcestruzzo prefabbricato, prodotti in modo specifico per il progetto, svolgono una molteplicità di funzioni portanti, isolanti e impiantistiche mediante le pareti Thermowand Plus con isolamento integrato, i solai Akustikklima con tubazioni integrate per il riscaldamento e il raffrescamento, e la riduzione di cemento e acciaio che gli elementi cavi in polipropilene riciclato Eco Slab rendono possibile.

www.metrabuilding.com

PIANTA ULTIMO PIANO

Il bistrò interno con il solaio Akustikklima. In basso, la reception la scala che conduce agli uffici e uno scorcio dell’Academy.

FGH-V-Galeria è un serramento di grandi dimensioni progettato per falde con pendenza compresa tra 35° e 55°.

FAKRO

FGH-V Galeria, la finestra da tetto che diventa balcone panoramico

Con FGH-V Galeria, Fakro trasforma la tradizionale finestra da tetto in un balcone retrattile accessibile, ridefinendo il comfort in mansarda e l’affaccio sul paesaggio. Il serramento, di grandi dimensioni, è pensato per falde inclinate tra 35° e 55° e integra un sistema a doppio battente sovrapposto che, in apertura, genera uno spazio esterno pienamente fruibile. Il battente superiore si apre a vasistas fino a 45° e può essere bloccato in qualsiasi posizione tramite un meccanismo di sostegno dedicato; quello inferiore si proietta verso l’esterno portando con sé le ringhiere laterali integrate. A finestra chiusa, le ringhiere scompaiono nel profilo, preservando la continuità del manto di copertura e proteggendo i componenti dagli agenti atmosferici.

La movimentazione è studiata per un azionamento manuale fluido. L’anta può ruotare fino

a 180° e bloccarsi in sicurezza, facilitando le operazioni di pulizia dall’interno.

Sul piano prestazionale, FGH-V Galeria integra il sistema di ventilazione automatica V40P, che assicura il ricambio d’aria anche a serramento chiuso, e il sistema di sicurezza TopSafe, che irrigidisce la struttura contro i tentativi di effrazione.

Realizzata in legno di pino selezionato, impregnato sottovuoto e finito con vernice acrilica trasparente, la finestra da tetto FGH-V Galeria è proposta in due misure (78×255 e 94×255 cm) e va installata esclusivamente in falda, senza parete verticale d’angolo. È abbinabile a una gamma completa di accessori interni (tende avvolgibili, plissé, oscuranti) ed esterni (tende parasole manuali o solari).

www.fakro.it

ISOLCASA

Sospeso, l’alzante scorrevole in alluminio che elimina la soglia

Con Sospeso Isolcasa introduce uno scorrevole in alluminio ad alte prestazioni pensato per azzerare la soglia fisica e visiva tra interno ed esterno, in linea con i trend dell’abitare contemporaneo. Il sistema nasce per applicazioni residenziali e contract di alto livello, dove continuità spaziale, comfort e accessibilità sono requisiti prioritari.

La peculiarità di Sospeso è l’assenza totale di soglia: il binario è completamente integrato nel piano di calpestio, fino a far apparire l’anta ‘sospesa’. Ne deriva un passaggio senza dislivelli, handicap -friendly, che elimina le barriere architettoniche e rafforza la pulizia formale. A serramento aperto, il diaframma vetro sparisce e living, logge, terrazze e balconi si trasformano in un unico ambiente.

Il sistema, leggero all’uso anche con specchiature di grandi dimensioni, adotta un mec -

canismo di sollevamento brevettato con articolazione unica, certificato per le costruzioni sostenibili. Lo sbloccaggio e il sollevamento anta sono motorizzati, con possibilità di apertura manuale o automatizzata e controllo tramite comandi vocali, app dedicata o tastiera a muro.

Le prestazioni collocano Sospeso nella fascia alta del mercato: guarnizioni a ventosa per la tenuta agli agenti atmosferici, valori di trasmittanza Uw pari a 1,17 W/m²K con doppio vetro e fino a 0,68 W/m²K con vetro triplo, resistenza ad aria, acqua e vento fino a 1050 Pa (circa 160 km/h). Caratteristiche che lo rendono adatto anche a contesti esposti e a interventi di riqualificazione, inclusi edifici storici dove è richiesta la completa eliminazione della soglia.

Accanto all’innovazione di Sospeso, Isolca-

sa investe nella dimensione cromatica con il progetto You Decor Color: un programma di verniciatura ad acqua atossica e inodore per i profili in Pvc che amplia le possibilità di personalizzazione tramite l’intera gamma Ral e Ncs, finiture metallizzate e effetti legno iperrealistici. Oltre mille combinazioni tra colori e texture consentono di integrare il serramento nel disegno complessivo del progetto, coordinando facciata e interni in relazione a superfici, materiali e arredi.

You Decor Color estende così il campo di applicazione dei sistemi in Pvc di Isolcasa, aggiungendo valore estetico a prestazioni già consolidate.

www.isolcasa.it

I sistemi per serramenti magis40 di Uniform sono qui nelle versioni a battente e alzanti scorrevoli in alluminio all’esterno per garantire resistenza nel tempo. Il rivestimento dei profili interni, in tranciato di rovere al naturale incornicia con eleganza le viste e dialoga con colori e finiture delle superfici.

UNIFORM

Ampie aperture sul lago di Lugano

Sulle pendici del comune di Paradiso, sopra Lugano, lo studio Renzetti + Partners progetta Skydeck, un edificio residenziale di quattro piani fuori terra più un livello interrato destinato a garage. Il volume si piega dolcemente seguendo l’orografia del terreno, disegnando un segno curvo che massimizza le viste verso il lago.

Ogni piano ospita un solo appartamento di

RESIDENZA SKYDECK

Località Paradiso, Lugano

Progettista Renzetti & Partners

Produttore dei serramenti Alu Project

Sistemi per serramenti magis40 by Uniform

Foto Michel Passos Zylberberg

circa 200 metri quadrati. La struttura è caratterizzata da materiali e tecnologie ad alte prestazioni e dall’ampio uso di superfici vetrate sul fronte principale, quasi una facciata continua che mette in relazione diretta gli interni con il paesaggio. Elemento centrale del progetto sono i serramenti, chiamati a svolgere un doppio ruolo: dispositivo prestazionale e elemento dell’architettura, in facciata e all’interno. Per questo vengono scelti i sistemi magis40 di Uniform, in versione a battente e alzante scorrevole, con profili in tranciato di rovere naturale verso l’interno e alluminio Oxipulver XP40 verso l’esterno.

Sul fronte lago, l’alluminio garantisce durabilità e continuità formale, scandendo il prospetto senza competere con luce e paesaggio. Le finestre con sottoluce fisso, accoppiate e al-

lineate lungo la porzione curva, enfatizzano l’effetto di facciata continua, completata da frangisole verticali orientabili.

All’interno, il legno chiaro inquadra le aperture in modo discreto, in dialogo con colori e finiture, mentre la posa a filo muro interno riduce l’impatto dei profili e amplifica l’ingresso di luce naturale. Nella zona giorno i grandi alzanti scorrevoli, con due ante centrali apribili e due laterali fisse, raggiungono una larghezza complessiva di più di undici metri, costruendo un fronte vetrato unitario.

Tutti i serramenti sono dotati di vetro triplo da 52 mm, che incrementa le prestazioni di isolamento termico e acustico.

www.uniform.it

Studio di applicazione della cover al profilo della finestra. Profilia riveste integralmente nelle tre dimensioni tutti i profilati in Pvc.

PROFILIA

Motivi

e colori della

costiera amalfitana

nei profili in Pvc Mediterranean

Prima in Italia a proporre rivestimenti integrali dei profilati, anche per il sistema a tre guarnizioni, alla Milano Design Week Profilia ha presentato la nuova serie Mediterranean, firmata da Massimiliano Mandarini, che trae ispirazione da motivi ornamentali del passato e in particolare delle ceramiche vietresi: eleganti motivi e geometrie in versione Total Blue, che in seguito evolveranno in una versione tricolore con il verde intenso delle foglie del corbezzolo, il rosso delle bacche e il bianco dei fiori. Da tempo, insieme alle funzioni tecniche di tenuta e isolamento, ormai egregiamente assolte con l’innovazione nei materiali e l’ingegnerizzazione dei profilati, alla finestra è demandato il compito di integrarsi con il progetto di interni, fin qui affrontato con gamme sempre più ampie – ma monocromatiche – di finiture e colori. Mediterranean fa un passo in più, enfatizzando le possibilità decorative offerte da tecniche

Al centro della composizione di Mediterranean, una forma geometrica crea un punto focale che si irradia verso motivi floreali

di stampa digitale sempre più evolute. E lo fa rileggendo in chiave contemporanea – e fortemente riconoscibile – la millenaria tradizione artigianale e artistica del Paese.

In un mercato sempre più orientato alla personalizzazione, alla flessibilità decorativa e al ridisegno dello spazio, senza perdere però la ricerca di senso, di cultura e di bellezza, Mediterranean si pone come elemento di caratterizzazione estetica e una dichiarazione di autenticità che nasce dall’incontro tra disegno originale e tecnologie digitali che ne permettono la riproduzione fedele su ogni superficie. Con Mediterranean gli spazi diventano ambienti narrativi attraverso i quali alimentare e trasmettere la memoria della tradizione vietrese e la personale identità dello spazio interno, con nuove possibilità espressive.

www.profiliaspa.it

RESIDENZA

Località Provincia di Treviso

Committente Privato

Progetto Mauro Barbon

Serramenti Eku Perfektion HPS

Eku Perfektion Slide

Messa in opera Ser Lux Serramenti

Il ridotto ingombro del profilo amplia la superficie vetrata e favorisce la continuità tra interno e esterno.

EKU PERFEKTION

Gli scorrevoli minimali per una villa in classe A nel trevigiano

L’elemento caratterizzante di questa abitazione, dalle linee pulite e rigorose, sono le ampie vetrate, che la alleggeriscono e la rendono più interessante a livello formale e spaziale.

La struttura portante in legno X-Lam è rivestita esternamente con un cappotto in fibra di legno e lana di roccia, internamente con cartongesso. La tecnica costruttiva, i materiali scelti, l’utilizzo del fotovoltaico e di impianti di riscaldamento ad alta efficienza, hanno permesso di classificarla in Classe A4.

Nella stessa logica di efficienza energetica sono stati scelti i serramenti Eku, modelli HPS e Slide, messi in opera dal serramentista Ser Lux di Maserada, che si è occupato anche del montaggio di tutti i frangisole a scomparsa, delle tende filtranti e oscuranti, delle cancellate frangisole e di una pergola bioclimatica.

I fattori vincenti sono stati l’aspetto estetico, la finitura – un color ghisa che è stato scelto per

tutti i serramenti – e lo stile minimalista degli scorrevoli PFK Slide a scomparsa.

Il telaio perimetrale dello scorrevole è incassato al muro sia all’interno che all’esterno e l’anta scorrevole scompare all’interno del muro stesso. Si ottiene così un effetto che oltre ad esaltare la vetrata, crea una fusione tra ambiente interno ed esterno molto interessante, impossibile da ottenere con altre soluzioni tecniche.

Tutti i serramenti sono stati inoltre dotati di vetrocamera importanti: gli scorrevoli hanno un vetro 6+6 bassoemissivo all’esterno, due camere da 10 mm con gas argon e warm edge, un vetro da 6 mm extrachiaro centrale e un 4+4 bassoemissivo interno.

www.eku.it

Collocato lateralmente in corrispondenza del nodo centrale, il maniglione di Imago++ non interferisce con l’impacchettamento delle ante e permette di ottenere superfici vetrate più ampie a parità di foro architettonico.

AGB Grandi aperture panoramiche con il sistema per alzanti scorrevoli Imago++

Minimalismo estremo e performance di alto livello sono le principali caratteristiche di Imago++. Il sistema di ferramenta di AGB pensato per le grandi vetrate dell’architettura contemporanea consente di realizzare alzanti scorrevoli minimali dalle prestazioni eccezionali per scorrevolezza, comfort abitativo, isolamento termico e sicurezza all’effrazione anche in caso di aperture multislide e con profili ridotti al minimo.

Grazie alle dimensioni estremamente ridotte dei suoi componenti, la gamma di accessori Imago++ si presta alla realizzazione di serramenti in legno, legno/alluminio, alluminio e acciaio dai profili estremamente sottili. La novità principale di Imago++ riguarda il

posizionamento del maniglione rispetto agli alzanti scorrevoli tradizionali. Collocato lateralmente in corrispondenza del nodo centrale, il maniglione non interferisce con l’impacchettamento delle ante. Una modifica tanto semplice quanto fondamentale che permette di assottigliare ulteriormente il telaio e liberare il montante anteriore dalla presenza del maniglione, ottenendo un profilo frontale pulito. Grazie alla facilità di impacchettamento delle ante, Imago++ permette di ottenere superfici apribili più grandi a parità di foro architettonico, rendendo così possibile realizzare serramenti a due, tre, quattro o più ante scorrevoli. Il risultato è una soluzione capace di valorizzare la continuità visiva tra interno ed esterno,

contribuendo a creare ambienti più luminosi e aperti.

Imago++ è una visione alternativa e avanzata rispetto a quella già ampiamente conosciuta nel panorama dell’alzante scorrevole, che offre nuove possibilità espressive all’architettura moderna.

www.agb.it

SALAMANDER

La materia ibrida di Greta Fenster_dinkel

Il sistema finestra Greta®Fenster_dinkel di Salamander introduce una riflessione concreta sull’ibridazione tra materiale industriale e componente naturale.

Il profilo integra nella superficie in Pvc circa il 10 per cento di pula di farro – sottoprodotto agricolo – generando un materiale composito bio-ibrido. Non si tratta di un’operazione simbolica, ma di una modifica sostanziale del comportamento del materiale: maggiore rigidità, riduzione della dilatazione (fino al 60 per cento) e maggiore stabilità nel tempo.

La presenza della componente organica produce anche una trasformazione percettiva. La superficie diventa opaca, materica, con una texture che richiama il legno pur mantenendo le prestazioni del Pvc. Il serramento perde così

la propria neutralità tecnica per diventare parte del linguaggio dell’involucro.

Il rivestimento bio-ibrido copre interamente anta e telaio fino alla battuta, con un effetto monolitico che rafforza l’integrazione con l’architettura.

La sostenibilità si esprime anche nella composizione del materiale. L’utilizzo della pula riduce la quantità di plastica e fino al 20% le emissioni di CO2 nella produzione della superficie. Allo stesso tempo, la naturale maturazione cromatica dovuta agli agenti atmosferici introduce una dimensione dinamica, senza compromettere le prestazioni.

Dal punto di vista tecnico, il sistema mantiene standard elevati: valori Uf fino a 1,0 W/m²K, trasmittanze minime fino a 0,73 W/m²K, tenuta

Con il 10% di pula di farro nel Pvc, nasce un materiale bio-ibrido che dà maggiore rigidità ai profili e crea una texture superficiale materica.

all’aria classe 4, impermeabilità 9A e resistenza al vento C5/B5, con possibilità di triplo vetro fino a 48 mm.

Greta®Fenster_dinkel suggerisce una direzione precisa: il serramento non è più solo componente, ma materia progettuale. Un passaggio che ridefinisce il ruolo del Pvc, portandolo oltre la dimensione tecnica verso una nuova espressività architettonica.

www.salamander-windows.it

GRIESSER

Controllo della luce e integrazione architettonica

Prodotto di punta di Griesser, Metalunic è una tenda veneziana esterna interamente in metallo dall’identità immediatamente riconoscibile: lamelle robuste, linee essenziali e meccanismi completamente integrati nelle guide laterali, senza elementi tecnici a vista. Il sistema consente la regolazione continua dell’orientamento e il sollevamento delle lamelle in qualsiasi posizione, modulando con

precisione l’ingresso della luce naturale, riducendo abbagliamento e surriscaldamento e migliorando il comfort degli ambienti interni. La luce diventa così un elemento progettuale attivo, capace di trasformare la percezione degli spazi.

Metalunic offre protezione attiva (il motore si arresta in caso di ostacoli) e passiva (sistema antisollevamento).

Progetto Davide Reggiani

Impresa Mac Costruzioni Generali RESIDENZA

Schermature Griesser, veneziana Metalunic Serramenti in legno Devincenzi 1983

Progettato per garantire elevata resistenza al vento, affidabilità nel tempo e sicurezza d’uso con un funzionamento fluido e controllato, il sistema Metalunic è disponibile in oltre 150 colori, definiti da tonalità, grado di lucentezza e struttura superficiale, per garantire un’ottimale integrazione con la facciata. Il sistema BiColor consente inoltre di differenziare il colore delle lamelle tra interno ed esterno, adattando la schermatura sia all’involucro sia agli spazi abitati.

Il progetto che pubblichiamo è stato curato dall’architetto Davide Reggiani che ha ristrutturato un’abitazione unifamiliare degli anni Settanta.

Proposte da Devincenzi 1983, le veneziane Metalunic definiscono ritmo e profondità delle facciate e contribuiscono in maniera sostanziale alle elevate prestazioni attese da un progetto certificato CasaClima.

www.griesser.com

HERNING. JUTLAND

Il college arts & crafts Architettura come strumento didattico per i futuri artigiani delle costruzioni

Al di là dei valori della tradizione shintoista, c’è una ragione pratica che spiega perché il santuario di Ise in Giappone venga smantellato e ricostruito nella medesima forma ogni vent’anni: vent’anni sono una generazione, e in questo modo – ormai da quindici secoli – gli anziani possono tramandare ai giovani le tecniche di costruzione. Non accade lo stesso in Europa, dove le capacità artigianali si vanno progressivamente perdendo. Per favorire la formazione professionale di apprendisti artigiani l’ente danese Fonden for Håndværkskollegier (Fondo per i collegi

artigiani) ha avviato la realizzazione di tre centri dedicati. Quello di Herning, progettato da Dorte Mandrup, è il secondo costruito. La considerazione che ha guidato il progetto è che, come ricorda l’architetto danese, «esiste una stretta relazione tra architettura e artigianato. Senza artigiani qualificati con una profonda conoscenza dei materiali e dei metodi, l’architettura semplicemente non può essere realizzata».

Per questo il college di Herning è prima di tutto un luogo dove i giovani possono scoprire l’impatto e le possibilità del loro lavoro, un dispositivo didattico in cui

materiali, dettagli e tecniche costruttive diventano contenuto formativo. Tema fondativo è l’onestà dei materiali e delle tecniche di costruzione, che devono essere chiaramente leggibili. Per questo tutto nel centro è il più possibile a vista: legno certificato di diverse essenze, ardesia, granito e più di un milione di mattoni di recupero. Con chiara intenzione didattica anche le scelte e le tecniche costruttive – giunti, connessioni strutturali e stratigrafie – sono ben visibili, così che gli artigiani apprendisti possano comprendere in modo diretto come è fatto l’edificio. Nel tempo inoltre,

PLANIMETRIA

l’invecchiamento naturale dai materiali assumerà un ruolo educativo nella percezione del loro comportamento rispetto a clima, usura e manutenzione.

Il risultato di un lavoro ben fatto, condiviso tra chi progetta e chi costruisce (“la nostra professione“, dice con nordico understatement Dorte Mandrup) è evidente nell’architettura del centro, organizzata

attorno a una grande copertura ellittica che unifica alloggi, laboratori e spazi comuni in un unico gesto continuo. La forma genera una corte circolare interna, uno spazio verde protetto che funziona come cuore comunitario del complesso. Una lunga seduta in legno al centro della corte ne sottolinea il carattere di ‘piazza’ informale. La copertura è anche un’infrastruttura ambientale: la

parte interna convoglia l’acqua piovana verso una vasca di raccolta attraverso una cascata controllata che trasforma un dispositivo tecnico in esperienza sensoriale e introduce il tema della gestione delle risorse. All’esterno dell’ellissoide quattro grandi aperture mettono l’edificio in relazione diretta con il paesaggio pianeggiante dello Jutland, la vicina scuola professionale, un

ALZATO EST
ALZATO SUD

CRAFTS COLLEGE | Dorte Mandrup

Dorte Mandrup

Fondato da Dorte Mandrup nel 1999 lo studio, con sede a Copenhagen, comprende un team internazionale di circa 85 collaboratori che lavorano su scale e geografie diverse. Negli ultimi anni, lo studio si è distinto per la capacità di operare in contesti complessi e sensibili. Tra i progetti più significativi, il Wadden Sea Centre in Danimarca, l’Ilulissat Icefjord Centre in Groenlandia, The Whale in Norvegia, l’Exile Museum a Berlino e il Nunavut Inuit Heritage Centre neI territori settentrionali canadesi.

www.dortemandrup.dk

SEZIONE

ASSONOMETRIA

parco e la città di Herning. La distribuzione interna riflette una gerarchia funzionale leggibile anche come dispositivo spaziale: le funzioni collettive e i laboratori si attestano sull’anello interno, in stretto rapporto con la corte, mentre gli alloggi si dispongono lungo il perimetro esterno, ciascuno dotato di una terrazza affacciata sul paesaggio.

In sezione, la grande copertura unificante enfatizza l’idea di un unico tetto sotto

il quale vivere, imparare e lavorare, rafforzando il senso di appartenenza a una comunità di futuri artigiani.

La scuola ospita in totale 70 unità abitative, una grande sala comune, l’alloggio del responsabile e laboratori condivisi, pensati in particolare per carpentieri, falegnami, idraulici, lattonieri e muratori. È inoltre previsto un laboratorio specializzato dedicato alla tecnologia di stampa 3D e all’Additive Manufacturing ■

In alto, particolare della gronda che comvoglia l’acqua piovana nello specchio d’acqua centrale. Nella pagina di sinistra, le colonne in legno lamellare montate su pilastri di calcestruzzo che sostengono il portico centrale e, in alto particolare del perimetro esterno con le residenze degli studenti.

CREDITI

Località Herning

Committente Fonden for Håndværkskollegier

Progetto architettonico Dorte Mandrup

Ingegneria Artelia

Progetto del paesaggio Kristine Jensen Landscape e Henning Larsen

Lighting design fortheloveoflight

Impresa CC Contractor

Superficie dell’area 19.000 mq

Anno di completamento 2025

Foto Adam Mørk

Negli interni i materiali essenzialmente legno e mattoni di scarto, sono volutamente a vista per diventare essi stessi mezzi di insegnamento.

Dall’alto in senso orario alloggi degli studenti, ambienti di servizio e un corridoio delle residenze. A destra, la grande aulalaboratorio ben illuminata anche dall’alto.

PIANTA PIANO TERRA
PIANTA PRIMO PIANO

Un asilo modellato sulla memoria del luogo dove pieni e vuoti sono un gioco per bambini

A Piove di Sacco sopravvivono due ‘casoni veneti’ come quelli a cui dichiaratamente si ispira Kinder Rain, la scuola per l’infanzia progettata dall’Atelier di architettura

Chinello Morandi (Aacm), che tuttavia non ha nulla della povertà e della precarietà delle costruzioni vernacolari dei braccianti e dei pescatori che per secoli hanno punteggiato il paesaggio di questa porzione piatta e paludosa del territorio veneto, pochi metri sopra il livello del mare tra i fiumi Brenta e Bacchiglione, a metà strada tra Padova

e Chioggia. Finanziata in larga parte con fondi del Pnrr e completata nel 2025, l’opera si configura come un villaggio in miniatura, con un gioco di pieni e vuoti, patii interni che collegano tra loro i volumi delle aule e della mensa, che insieme all’ampio ingresso ruotano intorno a una corte interna. Poi, così come la campagna circonda il nucleo urbano, allo stesso modo un giardino esterno protegge l’intero perimetro di aule e spazi aperti.

Come edifici attorno a una piazza, le aule

si affacciano anche all’interno, in relazione tra loro attraverso l’agorà centrale, spazio condiviso di gioco e didattica informale. Qui lo sguardo si perde verso il giardino e verso il cielo, che entra nell’edificio attraverso i lucernari che, in luogo degli sfoghi del focolare delle antiche costruzioni, troncano la forma piramidale delle coperture ventilate. Tale forma, rivestita all’interno da un controsoffitto in lana di legno e cemento, conferisce notevole altezza agli ambienti, percepiti così come più ampi

In alto. il fronte dell’edificio visto dall’ingresso e a sinistra, un tipico ‘casone veneto’.
A sinistra e sopra. Particolari di vita nell’asilo e a destra dettaglio dell’involucro, con gli elementi in
laterizio posati ‘a scandole’ su una sottostruttura in acciaio. Foto Alex Shoots Buildings.

Atelier di Architettura

Chinello Morandi

Fondato da Nicolò Chinello e Rodolfo Morandi nel 2020, l’Atelier di Architettura Chinello Morandi ha sedi a Padova e Milano. Lo studio adotta un approccio che pone l’integrazione del contesto e l’esperienza dell’utente come principi fondativi di ogni progetto. Nei propri progetti residenziali commerciali e pubblici, Aacm coniuga rigore compositivo e sensibilità materica, in equilibrio tra forma e spazio. www.aacm.it

CREDITI

Località Piove di Sacco

Committente Comune di Piove di Sacco

Progetto architettonico Aacm - Atelier di Architettura

Chinello Morandi

Capo progetto e DL Rodolfo Morandi

Strutture in legno Zoppelletto

Elementi prefabbricati Pellizzari Prefabbricati

Laterizi Fornace Sant’Anselmo

Controsoffitto in lana di legno e cemento Celenit

Porte e finestre Marinello Group

Superficie costruita 672 mq

Investimento 2.361.280 euro

Cronologia 2022-2025

della superficie effettiva. Coperture e pareti sono interamente rivestite da elementi in terracotta di colore rosso, fino al basso basamento di calcestruzzo pigmentato che agisce anche da seduta – o da ostacolo da scavalcare agevolmente – per i piccoli ospiti. La struttura portante dell’edificio è di calcestruzzo e travi di legno lamellare. Dalle stratigrafie e dai disegni emerge la qualità del progetto e della costruzione, per testare il cui involucro è stato realizzato un mock-up con il fabbricante del laterizio: isolamento in lana di roccia, manto impermeabilizzante bianco, profili dei

lucernari in legno e alluminio, sottostruttura in acciaio per l’involucro ventilato, monoblocchi isolati per i fori finestra, doppi vetri con sistema di schermature solari a rullo, controsoffitti in lana di legno e cemento, riscaldamento radiante a pavimento sotto superfici in Pvc, vespaio aerato, pavimentazione esterna drenante. Sulla porzione piana della copertura, un parco fotovoltaico contribuisce al fabbisogno energetico dell’edificio ■

Luce naturale scende dai lucernari che troncano i volumi piramidali rivestiti all’interno da pannelli di lana di legno e cemento Celenit. Foto Alex Shoots Buildings.

Agiscono da isolamento termico e acustico i pannelli Celenit AB di 25 mm di spessore avvitati sulla struttura in legno X-Lam. Realizzati in lana di legno sottile di abete rosso mineralizzata e legata con cemento Portland bianco, vantano valori di assorbimento acustico certificati aw fino a 0,95. Conformi alla norma UNI EN 13168 e UNI EN 13964, sono certificati da Anab e natureplus

per l’ecocompatibilità dei materiali e del processo produttivo, e Pefc per l’uso responsabile della risorsa legno. Resistenti al fuoco (Euroclasse B-s1, d0) e all’umidità, sono disponibili in diversi formati e colori. Per il Kinder Rain sono stati scelti in versione non verniciata e nel formato di 1.200 x 600 mm. www.celenit.com

CELENIT

Bambini e adolescenti sotto lo stesso tetto in un padiglione che promuove le relazioni intergenerazionali

Due edifici gemelli, attraversati da un percorso che conduce a una corte comune interna e uniti da un ampio portico perimetrale alto 5 metri e sostenuto da colonne leggermente inclinate, danno vita ad ambienti interni che si combinano come in un puzzle per assolvere a funzioni differenti. Il padiglione che sorge all’interno del campus dell’Università di Parma è nello stesso tempo nido d’infanzia per i dipendenti dell’ateneo e centro formativo e di incontro

dell’Accademia dei Giorni Straordinari, fondazione che promuove l’inclusione sociale di adolescenti in condizioni di fragilità. In questo senso la corte interna, a cui si accede da entrambi i blocchi, si configura come luogo che può favorire incontri intergenerazionali.

Interamente prefabbricato in legno, il padiglione si estende su una superficie di oltre 2.000 metri quadrati. La scelta di sviluppare l’edificio su un

unico piano risponde a criteri pedagogici e funzionali, favorendo l’accessibilità, la sicurezza e la continuità visiva degli spazi. Le ampie superfici vetrate instaurano un dialogo costante con il paesaggio e consentono alla luce naturale di diventare parte dell’esperienza quotidiana. Tratto distintivo del progetto è l’attenzione alla sostenibilità ambientale, affrontata come principio generatore. L’adozione di sistemi costruttivi a secco consente non solo una

VISTA FRONTALE
L’ampio portico sorretto sui quattro lati da colonne inclinate riunisce i due volumi che formano il padiglione costruito nel campus dell’Università di Parma.
Foto Lorenzo Bartoli

Enrico Molteni Architecture

Architetto, docente (ha insegnato all’Accademia di Mendrisio e attualmente è professore associato all’Università di Genova) e autore di importanti testi, Enrico Molteni apre lo studio di Milano nel 1997. Il suo lavoro, che include più di un centinaio di concorsi internazionali e progetti in Italia, Corea del Sud e Thailandia, è stato pubblicato e riconosciuto a livello internazionale. www.enricomolteni.com

PROSPETTO SUD-EST

PROSPETTO SUD-OVEST

SEZIONE LONGITUDINALE

SEZIONE TRASVERSALE

CREDITI

Località Parma

Committente Fondazione Ags e Università di Parma

Architettura Enrico Molteni Architecture

(Enrico Molteni con Alessandro Ferrazzano)

Progetto strutture Guidetti Serri Studio Ingegneria

Direzione lavori Lorenzo Serri

Strutture in legno Gruppo Rubner

Partizioni interne

Gyproc e Isover | Saint-Gobain

Controsoffitti Celenit

Profili vetrate in alluminio Schüco Italia

Impresa edile Garc

Superficie costruita 2.450 mq

Cronologia 2021 (concorso)-2025 (completamento)

Foto Marco Cappelletti

significativa riduzione dei tempi di cantiere (concluso senza incidenti in 310 giorni) ma anche la realizzazione di un organismo edilizio improntato alla reversibilità e alla circolarità. I componenti prefabbricati impiegati, selezionati per le loro elevate prestazioni, contribuiscono a migliorare l’efficienza complessiva dell’edificio rispetto a soluzioni tradizionali, garantendo al contempo un controllo accurato del microclima interno e una conseguente riduzione dei consumi energetici legati alla climatizzazione.

L’articolazione tecnologica dell’involucro e delle partizioni riflette una progettazione attenta alle specificità d’uso degli spazi.

Le chiusure perimetrali assicurano resistenza agli agenti atmosferici e all’umidità, mentre i divisori interni sono concepiti per offrire flessibilità distributiva, elevata resistenza agli urti e adeguate prestazioni acustiche, requisiti imprescindibili in un contesto educativo per l’infanzia. L’integrazione tra materiali, tecnologie e soluzioni costruttive garantisce inoltre elevati standard in termini di sicurezza sismica e salubrità degli ambienti, contribuendo a definire uno spazio sicuro, accogliente e performante. Più che una scuola, il progetto è una moderna infrastruttura educativa, inclusiva e sostenibile, che unisce innovazione, qualità architettonica e benessere degli utenti ■

A sinistra, prospetti sezioni e pianta del padiglione. Numerose le soluzioni Saint-Gobain. Lastre Gyproc Glasroc X e pannelli isolanti Isover Arena32 per il pacchetto di tamponamento esterno verso il cortile. Lastre Gyproc Wallboard, Hydro e DuraGyp Activ’Air per i divisori interni.

Nelle foto, alcuni ambienti del padiglione. Negli interni la struttura in legno X-Lam rimane a vista. Controsoffitti in pannelli Celenit in lana di legno e cemento migliorano le performance acustiche degli interni.

Foto Lorenzo Bartoli

Cromie esterne in continuità con i colori dei manufatti storici denotano la volontà di ricomprendere la dimensione culturale e la matericità del territorio. La contemporaneità del progetto emerge anche dall’uso di una lamiera microforata. Pagina a fronte, il cannocchiale visivo a sbalzo.

PROSPETTO EST

LA CASA SOTTO LA NUVOLA

IL NUOVO COME METAMORFOSI

Intervenire nel paesaggio toscano è sempre un atto di coraggio, specie se si rinuncia deliberatamente come fa Lda.iMdA con questa ricostruzione, al linguaggio vernacolare.

Rilette e interpretate criticamente, le forme della preesistenza instaurano qui un nuovo rapporto con la prospiciente Via Francigena

Nel progetto di Casa sotto la nuvola , l’intervento si configura come una ristrutturazione ricostruttiva che rinuncia consapevolmente alla fedeltà mimetica nei confronti del fabbricato originario, scegliendo piuttosto di reinterpretarne i principi insediativi in chiave contemporanea.

Se dal punto di vista tipologico il tema appare essenziale, è nell’inserimento paesaggistico che il progetto rivela la sua maggiore complessità. Il contesto toscano, icona consolidata per la qualità del paesaggio collinare, impone infatti una riflessione attenta sul rapporto tra architettura e territorio. In questo senso,

l’edificio è concepito per ridurre al minimo l’impatto visivo rispetto alla viabilità storica della Via Francigena, ponendosi lungo un asse nord-sud perpendicolare al crinale e aderente al naturale declivio del terreno.

L’architettura si struttura a partire da alcuni principi guida: la ricerca di un pieno inserimento nel paesaggio attraverso dispositivi visivi che inquadrano selettivamente l’intorno; geometrie stereometriche che rileggono il manufatto preesistente senza replicarlo; la continuità visiva e funzionale tra spazi interni ed esterni; la conservazione della vegetazione autoctona; e un attento studio della luce natu-

SAN MINIATO
SEZIONE

YTONG CLIMAGOLD

In tutto il progetto di Casa sotto la nuvola, dall’ideazione alla scelta dei materiali, è evidente la volontà di perseguire un risultato di qualità, affrontando anche la dimensione culturale del territorio con soluzioni evolute.

L’impiego, per il tamponamento perimetrale, di blocchi Ytong Climagold di 45 cm di spessore ha consentito di ridurre lo sfasamento termico e di raggiungere livelli ottimali di isolamento senza ricorrere a ‘cappotti’ o soluzioni

ventilate. Leggero (300 Kg/mc), resistente e incombustibile (Euroclasse A1), il sistema costruttivo in calcestruzzo aerato autoclavato Ytong, prodotto a partire da materie prime naturali, possiede infatti ottime capacità termoisolanti (conducibilità termica a secco di 0,072 W/mK) ed è ideale per costruire pareti monostrato isolate senza ulteriori interventi di coibentazione. Inoltre la gamma Ytong –blocchi, intonaci, malte e rasanti – ha ottenuto la

certificazione Biosafe che attesta le prestazioni dei materiali in termini di qualità dell’aria interna e salubrità ambientale.

Ulteriore considerazione riguarda infine l’ambiente: grazie alla sua natura cristallina, il calcestruzzo aerato autoclavato con cui sono prodotti i blocchi assorbe, lega e fissa in maniera permanente le molecole di CO2, senza più rilasciarle. www.xella-italia.it

Il progetto, visto qui attraverso una balaustra trasparente che riflette i boschi circostanti, mantiene l’idea ancestrale della casa, un rettangolo

sormontato da un triangolo, tipologia che ben si relaziona con i sistemi di costruzione tradizionali. Foto medullastudiomedulla.

Lda.iMdA architetti

Fondato nel 2003, Lda.iMdA è uno studio premiato a livello nazionale e internazionale per architettura e design (tra cui Red Dot, Big See, Dedalo Minosse). Pubblicato su riviste italiane e internazionali, espone alla Biennale di Venezia 2021. Il co-fondatore Paolo Posarelli è membro del comitato scientifico Toscana 2050. www.ldaimda.com

rale, orientata in funzione della qualità degli ambienti interni.

Le scelte cromatiche contribuiscono a rafforzare questo dialogo con il contesto: all’esterno prevalgono tonalità chiare riconducibili al laterizio e ai manufatti storici locali, mentre all’interno una palette neutra amplifica la percezione dello spazio e valorizza le aperture verso il paesaggio.

L’edificio si articola in due volumi distinti, collegati da un percorso loggiato che ne garantisce la continuità pur preservando la reciproca autonomia funzionale tra l’abitazione principale e la dépendance. L’impianto planimetrico conserva la memoria del sedime storico documentato nel Catasto Leopoldino, reinterpretando la semplicità della tradizione rurale attraverso un linguaggio architettonico attuale.

Anche nei prospetti emerge questa tensione tra archetipo e innovazione: la figura primaria

della casa, sintetizzabile nel rapporto tra rettangolo e triangolo, viene mantenuta ma rielaborata mediante l’introduzione di un elemento fortemente caratterizzante, il cannocchiale ottico rivolto verso valle. Tale dispositivo è ulteriormente enfatizzato da uno sbalzo terminale che, oltre ad alleggerire la percezione volumetrica, definisce uno spazio esterno coperto in continuità con la zona living.

L’organizzazione interna ribalta la distribuzione tradizionale: la zona notte si colloca al livello dell’ingresso, mentre la zona giorno trova posto al piano inferiore, in diretto rapporto con il paesaggio. Una scelta che richiama alcune esperienze dell’architettura moderna, tra cui Casa Tugendhat, e che valorizza le relazioni visive e percettive con l’intorno.

L’intero progetto, dalla concezione alla definizione materica, è attraversato da una ricerca di qualità che tiene insieme dimensione culturale

e sensibilità contemporanea.

Alla solidità della tradizione costruttiva locale si affianca una componente immateriale, evocata dal rapporto con il cielo e dalla memoria di quella nuvola di aghifoglie che per lungo tempo ha accompagnato la costruzione e che oggi sopravvive come traccia evocativa nell’identità stessa dell’opera ■

Progetto architettonico Lda.iMdA architetti

Strutture Delta Project Engineering

Murature esterne Xella Italia (Ytong) + Bifire (lastra aquafire) + Gyproc (lastra Glasroc)

Infissi Ciampini - Secco Sistemi

Rivestimento esterno in lamiera microforata

Arte Arredo di Sandro Pieri

Foto medullastudiomedulla

CREDITI
Sopra. Il corridoio che collega i due volumi.

1. Cucina / zona giorno

2. Bagno

3. Ingresso / zona notte

4. Camera singola

5. Camera matrimoniale

6. Camera

7. Bagno

8. Terrazza

A sinistra il corridoio che collega i due volumi. In questa pagina alcune viste degli interni, dove predominano i colori

neutri per enfatizzare le viste. I serramenti della casa, anche su misura sono OS2 di Secco Sistemi in acciaio zincato verniciato.

PIANO TERRA
PIANO PRIMO
L’ingresso visto dal patio (anche nella foto sotto). In basso a destra, il complesso visto da nord.

La villa vista da ovest, con il giardino tropicale ipogeo che si integra nell’architettura e disegno del prospetto. Cemento faccia-a-vista pietra, intonaco e ampie superfici vetrate i materiali del progetto.

In posizione invidiabile sulla sommità di una collina, il progetto di Puleo Architettura è uno straordinario esempio di lettura critica dei caratteri del luogo. Nelle forme, nei materiali e nella relazione con la vegetazione e il paesaggio

PROSPETTO OVEST

ACI CASTELLO (CATANIA)

BÉTON BRUT E PIETRA LAVICA

TRA L’ETNA E IL MARE

Superato un cancello in corten, una stradina che si snoda tra muri a secco, bounganville e ulivi raggiunge infine la villa costruita da Salvatore Puleo sulla sommità di una collina, tra Aci Castello e Acitrezza, con formidabile vista sul mare della costa orientale della Sicilia. All’evidente dialogo che la villa sviluppa tra architettura e paesaggio, tra spazi verdi e ambienti interni, tra tradizione e modernità, un altro se ne affianca, più sottile, come le citazioni che solo i cinefili colgono in un film, ed è la lettura critica che il progettista pratica di molta architettura siciliana degli anni Sessanta e della relazione con il verde e il paesaggio.

Quattro i materiali utilizzati con sapienza: il calcestruzzo faccia a vista, la pietra lavica, il vetro e gli intonaci. Ad essi si aggiungono la luce e la vegetazione, che da un patio ‘entra’ letteralmente nella casa mentre un secondo patio interno con un’alta palma nasce dalla conformazione planimetrica a C e accoglie gli ospiti subito a destra dell’ingresso principale. Nato dalla demolizione di un edificio agricolo di un solo piano che disponeva di un seminterrato adibito a deposito, il progetto ricostruisce sullo stesso sedime una superficie di 500 metri quadrati distribuiti su tre livelli. L’ingresso, raggiunto da una scalinata ester-

Puleo Architettura

La sperimentazione su materiali, spazi e forme è il tratto distintivo dello studio fondato negli anni Ottanta dall’architetto Salvo Puleo. Ogni progetto nasce da un processo creativo fondato sul dialogo con il committente e sulla profonda relazione con il luogo, trasformando un’idea in spazio vissuto. Negli anni lo studio ha dato vita a interventi di diversa natura: dalle ristrutturazioni alle nuove costruzioni, musei, cantine vinicole, alberghi, dagli allestimenti (come per Pitti Moda e Milano Moda) agli spazi pubblici. Insieme al fondatore, il team comprende gli architetti Angela Catanese, Carlotta Puleo, Carmelo D’Amico e Giulia Rizzo.

www.puleoarchitettura.it

Sotto, il percorso di ingresso corre sotto il volume della camera padronale.

Nella pagina di destra, ambienti interni in cemento a vista: l’area pranzocucina e il grande living.

na, è riparato dallo sbalzo della camera posta al piano superiore, un cubo di vetro, calcestruzzo e pietra lavica. Al piano superiore si trovano del resto tutte le funzioni principali, essendo quello di arrivo un ampio spazio di transizione dominato dalla scala e aperto sulla corte-giardino, al di la della quale sono costruiti ambienti per gli ospiti. Il livello superiore è occupato dalla parte più suggestiva dell’abitazione: un unico salone modellato dalle falde di copertura, in cemento a vista come le pareti, con vetrate contrapposte aperte sul mare a ovest e sul giardino a est. Collegata al living è la cucina, con un’isola centrale e pannelli in legno che celano i contenitori. Sullo stesso livello si trova l’ampia zona notte padronale, vetrata su tre lati. Tutti gli spazi interni sono pensati per mantenere una relazione visiva e percettiva con

l’ambiente naturale. Finestre e vetrate inquadrano scorci del paesaggio, che diventa parte dell’esperienza abitativa. Allo stesso modo fa parte della casa anche il progetto del verde, che alle piante mediterranee accosta una vegetazione tipicamente tropicale. Non manca, nel giardino a ovest, protetto dalle colline, una piscina con bordo a sfioro, accanto alla quale un’area living all’ombra di un ulivo selvatico consente di pranzare all’aperto. Infine, a nord, una piccola rampa in salita conduce a un terrazzo – dove è in corso il recupero di un antico pozzo – con vista sul mare dove cenare ammirando in lontananza i faraglioni ■

PIANTA PIANO TERRA
PIANTA PIANO PRIMO

CREDITI

Località Aci Castello

Progetto architettonico Studio Puleo Architettura

Progetto del verde Ivan Gallo

Infissi in alluminio Schüco Italia

Serramentista Schüco Premium Partner SicilCima

Luci Linea Light Group, Flos

Parquet Mardegan Legno

Resina Ideal Work

Superficie lotto 10.000 mq

Superficie costruita 500 mq

Foto Urbana Production

SCHÜCO ITALIA

Verniciati in nero opaco RAL 9005, i sistemi in alluminio installati del serramentista Schüco Premium Partner SicilCima valorizzano l’architettura e la percezione degli spazi della villa. Per le aperture dell’involucro, larghe più di 5 metri, è stato adottato il sistema alzantescorrevole in alluminio Schüco ASS 50, in configurazione a un’anta fissa più un’anta scorrevole. Il sollevamento di circa 8 mm dell’anta, che libera i sistemi di tenuta prima della traslazione, assicura maneggevolezza,

silenziosità e fluidità di movimento.

Per la facciata vetrata – di 6,30 x 6,30 metri – il progetto adotta invece il sistema in alluminio Schüco AOC 60 ST su sottostruttura in acciaio. La combinazione consente di realizzare verticali di grande impatto visivo e l’innesto di vetri di notevoli dimensioni, con un risultato coerente con l’intero progetto.

Per le porte a vetri infine si è scelto il sistema in alluminio Schüco ADS 65. www.schueco.it

Sopra. Nell’atrio un cielo di sculture sospese si trasforma con la luce e può essere personalizzato in base agli eventi. A terra, un sistema multimonitor integrato nei portabiciclette offre informazioni e messaggi.

A destra. Le Verande Social favoriscono il benessere e la condivisione.

La sfida progettuale per Il Prisma era immaginare uno spazio che fosse allo stesso tempo luogo di lavoro, hub creativo, punto di incontro ed ecosistema di relazioni interne e esterne tra persone competenze e discipline diverse. Uno spazio in cui architettura e design diventassero linguaggio identitario del brand

LO SPAZIO COME MEDIUM PER LA

NUOVA SEDE DI HAVAS

Nel contesto urbano di via Crocefisso a Milano, la nuova sede di Havas, gruppo globale di comunicazione fondato a Parigi nel 1835, si configura come un dispositivo spaziale capace di tradurre e attivare il cambiamento culturale dell’azienda. Il progetto, sviluppato da Il Prisma, supera la dimensione tradizionale dell’ufficio per costruire un ambiente ibrido: luogo di lavoro, piattaforma creativa e spazio aperto alla città, in cui relazioni interne ed esterne si intrecciano in modo dinamico.

Alla base del processo progettuale vi è un percorso condiviso con il team Havas, articolato in workshop, osservazione delle dinamiche

operative e analisi delle esigenze delle diverse pratiche. Da questo confronto emerge il concept di Meaningful Conversions, che interpreta lo spazio come un vero e proprio medium: un’infrastruttura attiva capace di generare connessioni, favorire collisioni creative e stimolare processi di apprendimento e contaminazione tra discipline.

Il progetto si distingue per la convergenza di linguaggi eterogenei – architettura, comunicazione, arte, dimensione digitale e principi Esg – che trovano sintesi in un ambiente coerente con l’identità di Havas. L’architettura diventa così espressione tangibile del brand, traducen-

done i valori in un sistema spaziale aperto, inclusivo e relazionale, in dialogo continuo con il contesto urbano milanese.

Un ruolo centrale è affidato alla progettazione dei percorsi e degli spazi liminali, intesi non come semplici connessioni ma come luoghi attivi di incontro informale. Corridoi, soglie e aree di transizione si trasformano in occasioni di scambio, innescando dinamiche di relazione spontanea e integrando elementi naturali e installativi che arricchiscono l’esperienza percettiva.

Il sistema degli spazi articola e rende concreta questa visione. L’atrio, concepito come punto

MILANO
ARCHIWORKS | Sede Havas

Il Prisma

Guidata da Stefano Carone (nella foto), la società internazionale di architettura e design Il Prisma nasce a Lecce nel 1971. Oggi con sedi a Londra, Milano, Roma e Lecce, Il Prisma conta circa 120 professionisti. Con le relative business unit opera in tre aree di competenza: Architettura, Workplace e Retail & Hospitality. www.ilprisma.com

Sopra. Il giardino

accoglie attività all’aperto e momenti informali; la sera illuminazioni scenografiche e arredi modulari permettono di riconfigurare lo spazio.

A destra. Un bar conviviale e un working garden offrono due modalità complementari di relazione, conversazione e concentrazione.

di convergenza, accoglie i flussi e introduce l’identità del brand attraverso un’installazione sospesa che dialoga con la luce e un paesaggio digitale integrato. Le Verande Social , declinate tra bar e working garden, offrono ambienti complementari per la socialità e la concentrazione, mentre il giardino esterno si configura come un dispositivo flessibile, capace di mutare funzione e atmosfera nel corso della giornata.

Gli spazi dedicati alla co-creazione – come il palco e il teatro – enfatizzano la dimensione

performativa del lavoro contemporaneo. Configurabili e supportati da infrastrutture digitali diffuse, questi ambienti accolgono presentazioni, workshop ed eventi, favorendo modalità ibride di interazione.

Il Campo Base, cuore operativo dei piani di lavoro, organizza invece le attività quotidiane attorno a una home zone centrale che promuove l’incontro tra team, bilanciando spazi collaborativi e aree di concentrazione.

In questo progetto il design si configura come strumento abilitante: non un elemento decora-

tivo, ma un sistema capace di supportare nuovi modi di lavorare, basati su flessibilità, interazione e integrazione tra fisico e digitale.

Particolare attenzione è dedicata al benessere ambientale, attraverso il controllo della luce, della qualità dell’aria, del comfort acustico e l’uso di materiali coerenti.

La nuova sede Havas si propone così come un ecosistema aperto, in cui architettura e organizzazione si fondono per generare valore culturale e relazionale, ridefinendo il ruolo dello spazio di lavoro nel contesto contemporaneo ■

I luoghi liminali diventano occasioni per favorire l’incontro informale e la condivisione delle idee. Colori, materiali e percorsi interni contribuiscono a creare un ambiente di lavoro equilibrato. Sotto. Campo Base è il cuore operativo dei piani di lavoro. Al centro si sviluppa una home zone circolare che favorisce l’incontro tra i team e le prime conversazioni della giornata.

CREDITI

Committente Havas

Progetto architettonico Il Prisma

Luogo Via Crocefisso 10, Milano

Illuminazione Hi Lite Next

Impianto clima Mitsubishi Electric

Arredi Dieffebi, Dvo, Pedrali, Quinti

Pannelli acustici Lvb

Superficie 3.300 mq circa, distribuiti su 5 piani

Completamento gennaio 2026

Foto Carola Merello

HI LITE NEXT

Il progetto di illuminazione di Hi Lite Next per i nuovi uffici milanesi di Havas, progettati da Il Prisma, contribuisce in modo decisivo alla definizione dell’identità degli spazi, traducendo in luce il concept di apertura e connessione. Le soluzioni proposte costruiscono un equilibrio tra illuminazione tecnica e decorativa, trasformando lo spazio in un luogo capace di connettere persone, competenze e visioni.

La luce diventa così strumento di orientamento e benessere, che sostiene le diverse modalità di lavoro e rafforza il dialogo tra interno ed esterno.

www.hi-lite.it

La sala colazione di Palazzo Balsamo Atelier del Barone Lounge Bar, è concepita come
spazio espositivo e luogo di produzione creativa, aperto a installazioni e mostre temporanee.

PALAZZO BALSAMO OSPITALITÀ, ARTE E MATERIA

Nel cuore della Palermo più antica, su via Maqueda, un palazzo nobiliare dell’Ottocento rinasce come boutique hotel, trasformando un contenitore storico in un dispositivo di ospitalità contemporanea. Palazzo Balsamo Boutique Hotel accoglie 18 camere e suite e costruisce il proprio racconto sull’equilibrio tra stratificazione urbana, ricerca materica e attenzione alla sostenibilità, in una chiave progettuale che lavora più sulla sottrazione che sul gesto iconico.

Gli interni assumono il centro storico come tavolozza cromatica: toni caldi, terre e neutri profondi sono reinterpretati attraverso intonaci in terra cruda, parquet in rovere italiano e volumi essenziali. La materia non è solo finitura, ma strumento per modulare luce e acustica,

per restituire spazi avvolgenti in dialogo con le altezze e le proporzioni originarie del palazzo. Le linee curve – dai portali alle arcate della sala colazione – orchestrano la transizione dal dinamismo di via Maqueda a una dimensione più raccolta, guidando il passaggio dagli spazi comuni alle camere con una continuità quasi scenografica.

Il progetto degli interni sceglie un registro misurato: pochi elementi, calibrati tra artigianato locale e design internazionale, definiscono l’identità degli ambienti senza sovrapporsi alla struttura storica. La memoria dell’edificio non viene celebrata in modo decorativo, ma filtrata in dettagli contemporanei – nelle boiserie ridisegnate, nei corpi illuminanti pensati per enfatizzare le superfici materiche, nella scelta di

arredi che si ‘appoggiano’, più che ridisegnarli, agli spazi esistenti.

All’interno dell’hotel l’arte diventa parte del dispositivo spaziale. La sala colazione, Atelier del Barone Lounge Bar, è concepita come spazio espositivo e luogo di produzione creativa, aperto a installazioni e mostre temporanee. In una delle camere al piano terra, un intervento site-specific di Alessandro Florio introduce un ulteriore livello di lettura: la sua Santa Rosalia, ispirata ai mosaici della Cappella Palatina, lavora per sovrapposizione di segno e materia, costruendo un ponte diretto tra iconografia sacra, memoria cittadina e linguaggio contemporaneo.

La dimensione sensoriale si estende alla filiera gastronomica e al benessere, integrati nel con-

PALERMO

Floriana Parisi

Specializzata nel restauro architettonico, opera principalmente a Palermo, dove si è laureata in Restauro, Recupero e Riqualificazione dell’Architettura Storica e in Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali. La sua ricerca si colloca al confine tra restauro e progetto dell’ospitalità, indagando il rapporto tra conservazione, uso contemporaneo e qualità percettiva dello spazio attraverso misurati interventi sul costruito.

cept spaziale. Le colazioni, firmate dallo chef Giuseppe Costa, valorizzano i prodotti biologici dell’Azienda Agricola Cammareri – della stessa famiglia proprietaria di Palazzo Balsamo – in un circuito che mette in relazione il palazzo urbano con il paesaggio agricolo di Finale di Pollina, dove l’azienda sperimenta pratiche innovative, come un sistema di diffusione sonora a bassa frequenza nei campi e negli allevamenti, finalizzato a ridurre lo stress animale e a favorire l’equilibrio ambientale. La stessa filiera ritorna nella spa dell’hotel, provvista di sauna e idromassaggio, dove l’olio biologico di avocado prodotto dall’azienda è utilizzato nei trattamenti.

L’identità sensoriale degli interni è completata da un progetto olfattivo dedicato, con fragranze che agiscono come elemento di riconoscibilità e memoria, al pari di una scelta materica o di un dettaglio costruttivo. Materiali naturali, dotazioni biodegradabili e scelte gestionali attente ai consumi chiudono il cerchio di un’ospitalità impostata su una sostenibilità che è pratica quotidiana, più che dichiarazione di intenti. Palazzo Balsamo Boutique Hotel si configura così come un progetto coerente e stratificato, in cui architettura, arte, cucina e benessere sono coordinati da un’unica regia sensoriale: un modo di tradurre Palermo non in immagine, ma in esperienza ■

Località Palermo

Progetto architettonico Floriana Parisi

Interior decor Celestina Sgroi

Pitture in terra cruda Matteo Brioni

Pavimenti in legno Italiana Parquet

Arredi Bolzan, Cassina, Pianca

Letti e divani letto Bolzan

Arredi su disegno Disé

Illuminazione Nemo, Penta, Vibia

Interruttori Vimar

Arredi a catalogo Extendo, Lema, Miniforms, Kave

Home, Cassina

Foto The Atlas Way

CREDITI

BOLZAN

In questa pagina. Alcuni ambienti del Boutique Hotel. Sopra. Letto Marty design E-ggs e daybed Jill design Zanellato Bortotto. Tutto Bolzan.

A Palazzo Balsamo, Bolzan valorizza camere e suite con l’eleganza sartoriale di letti, divani letto e complementi. L’azienda unisce eccellenza manifatturiera e materiali naturali con una filiera 100% italiana: legno massello certificato Pefctm trattato ad acqua, imbottiture in fibra di cocco e ovatta di lana, rivestimenti in fibre naturali. Soluzioni personalizzate che assicurano

il benessere del riposo, confermando la forza di Bolzan nel contract d’alta gamma grazie a un sistema produttivo versatile e specializzato, dove ricerca e competenza tecnica dialogano costantemente con la sensibilità progettuale degli architetti. www.bolzan.com

Rhinoceros Gallery. Ronan Bouroullec Tajimi Vase N8. Alexandra de Cossette Courtesy Galerie kreo.

The Project of Things Cromoterapia

L’antico non conosceva il pudore cromatico: templi, statue, superfici erano saturi di colori vivaci e brillanti. Ma il tempo li ha cancellati e la perdita è stata trasformata in valore. Tanto che possiamo dire che, da Winckelmann, il bianco è diventato un dogma, tanto da farci scambiare l’erosione per la verità. L’Ottocento industriale ha prodotto colori in quantità mai viste, ma la cultura architettonica li ha guardati con sospetto. Il colore è decorazione, e la decorazione è un crimine morale, un delitto come più tardi suggerirà Adolf Loos. Il Novecento non sfugge alla tensione di questa problematica.

Le Corbusier non rifiuta i colori: li codifica, li addomestica, li inserisce in una grammatica.

Lo stesso fanno Theo van Doesburg e De Stijl: pochi, primari, controllati. Per tutti loro occorre costruire un sistema, senza scadere nell’eccesso. La rottura arriva con Andy Warhol e la stagione della Pop Art, caratterizzata da superfici mediatiche, segnali dinamici, logiche legate al consumo. Se il moderno cercava di controllarlo, il pop usa il colore come shock, come attrazione immediata, come linguaggio rapido. Il design radicale compie un’operazione ancora più spregiudicata. Superstudio, Archizoom Associati, Sottsass, Mendini e discepoli sperimentano nuovi materiali e tra questi i laminati plastici decorati e stampati dell’Abet, applicandoli a mobili che così si trasformano in economiche e vivaci opere d’arte. Oggetti per la verità non facili da digerire al grande pubblico che ama poco gli esperimenti cervellotici e astratti di questi designer intellettuali un po’ troppo

alla moda. Seguono le ricerche di designer professionalmente più tranquillizzanti che puntano alla sensibilità, quali Patricia Urquiola, la quale gioca sulla tessitura, le stratificazioni, e l’invenzione di geologie domestiche. Oppure Benedetta Tagliabue, dove le cromie dialogano con la materia, con la luce, con il contesto. È, poi, il turno dei nuovi designer, cresciuti dentro una cultura visiva dominata dagli schermi, che ne portano la logica alle estreme conseguenze. Il colore deve funzionare nello spazio ma anche nell’immagine, nella fotografia, nei feed. Nascere già mediatizzato, studiato con le tecniche delle neuroscienze. E, proprio per questa ragione, torna il problema della verità. Perché un colore perfetto rischia di essere un colore utile solo a generare immagini che fanno da sfondo alle fotografie postate su instagram. È qui che si gioca la partita oggi più interessante. Non nel ritorno al bianco troppo carico di ideologia né nell’esplosione cromatica fine a se stessa, che scivola nel marketing. Ma nella capacità di usare il colore per ridare senso. Che piace e allo stesso tempo introduce una differenza, una frizione. E così la ricchezza cromatica può continuare a fare quello che ha sempre fatto: mettere in crisi un modo geometrico, razionale, meccanico e in bianco e nero di intendere il progetto che noi occidentali ci portiamo dietro da lungo, anzi da lunghissimo tempo.

Storie di Design Cromoterapia

Draga & Aurel www.draga-aurel.com @dragaandaurel

Draga & Aurel Il colore come spazio più che superficie

Nel panorama del design contemporaneo internazionale, il lavoro di Draga Obradovic e Aurel K. Basedow – coppia nella vita e nel lavoro – si distingue per una cifra profondamente personale, costruita sull’incontro tra discipline e sensibilità diverse. Fondato a Como nel 2007, Draga&Aurel, lo studio multidisciplinare di arte, collectible e product design (che conta oggi un team di 30 persone) nasce, infatti, dalla convergenza di due percorsi professionali e umani solo apparentemente distanti: moda e tessile da un lato (lei), arte visiva e musica dall’altro (lui). È proprio questa doppia matrice a definire un linguaggio progettuale ibrido, in equilibrio tra oggetto funzionale e pezzo d’autore, rigorosa metodologia progettuale e approccio artistico a materiali, composizione e forma. Draga&Aurel rifiutano le rigide classificazioni di se stessi e della propria creatività; al contrario, abbracciano il design libero e incondizionato, rifuggendo logiche industriali e processi lineari. Ogni progetto prende forma attraverso stratificazioni successive, in cui

intuizione, errore e sperimentazione giocano un ruolo centrale. Più che disegnare oggetti, Draga&Aurel costruiscono narrazioni materiche: superfici che raccontano trasformazioni, sedimentazioni, passaggi di stato. In questo racconto, il colore è protagonista assoluto. Non interviene come elemento decorativo ma come dispositivo strutturale, capace di definire profondità, ritmo e percezione. L’uso della resina – materiale ricorrente nella loro produzione – amplifica questa dimensione: trasparenze, velature e inclusioni cromatiche generano effetti ottici che mutano al variare della luce, rendendo ogni pezzo instabile, quasi vivo. Il colore diventa così spazio, più che superficie. Una dimensione immersiva che dissolve i confini tra pieno e vuoto, tra naturale e artificiale, portando il design verso territori prossimi alla pittura e alla scultura. È in questa tensione che si riconosce la loro poetica: un’estetica dell’intensità che si oppone alla neutralità dominante, restituendo al progetto una dimensione emotiva e sensoriale.

« Per noi – dichiarano – il colore è un complice attraverso il quale diamo espressione alla materia. Attraverso la sperimentazione, prende forma con la stratificazione e amplifica il suo significato nella trasparenza. La luce non si limita a illuminare ma entra nella materia, la attraversa, la rifrange e la trasforma continuamente. Nei nostri progetti il colore non è mai statico: deve vibrare, mutare con lo sguardo, restituire profondità e ambiguità percettiva. È nel dialogo tra luce e superficie che il progetto prende vita, in un equilibrio sottile tra controllo e casualità. Ogni pezzo nasce così, come un paesaggio emotivo, dove il colore costruisce lo spazio, lo dissolve e lo ricompone, generando un’esperienza sensoriale in continua evoluzione ».

Il risultato è un linguaggio libero da categorie, ludico ma sofisticato, sperimentale ma profondamente sensoriale, in cui il design si afferma come pratica aperta, capace di sviare verso territori quasi pittorici, accogliere l’imprevisto e trasformarlo in valore.

Anne
Valerie van der Werff

2025. Pensieri Riflessi

Galleria Rossana Orlandi

Pensieri Riflessi, la mostra-installazione che il duo ha presentato da Rossana Orlandi alla Milano Design Week 2025, era un invito a immergersi nel colore e nella luce, a scoprire il linguaggio delle stratificazioni. Lo spazio diventava palcoscenico di storie e riflessi, il sipario si apriva sul progetto di upcycling artistico Rescue Me (Heritage Collection): la madia in lucite trasparente Cadre, arricchita da sfumature verdi, è ispirata alla ricerca artistica di Bettina Bürkle. La scena poi prendeva vita con le lampade Phebe, due dischi come satelliti di luce e colore. I dipinti di Aurel K. Basedow rappresentavano l’estensione pittorica di un percorso di ricerca sinergico.

2024. Tinted Hues

Nilufar

Spiritoso, ipnotico, riflettente, il progetto Tinted Hues esplorava le potenzialità dei materiali, primi tra tutti la resina epossidica e la lucite, e la loro capacità di rispondere alla luce e al colore. In un’atmosfera sospesa nel tempo, caratterizzata da un mood giocoso e spensierato, si incontravano oggetti da collezione fatti a mano dalle forme morbide e tonalità tenui in cui le combinazioni di colori pastello e gli

inserti opalini generavano sfumature suggestive e quasi ipnotiche. L’uso di colori freddi come il blu, il lilla e verde sulla lucite poi, creava un effetto di  tridimensionalità astratta all’insieme, invitando il pubblico ad interagire. I nuovi prodotti, realizzati in esclusiva per Nilufar via della Spiga - Glaze table, Dewdrops coffee table e Puffed pouf – venivano presentati insieme a una selezione di oggetti di art design parte delle collezioni Candy Box eSpace Couture, proposti in nuove colorazioni.

2026. Affinity in Light

Salone Raritas

Al Salone Raritas, il nuovo format dedicato al collectible introdotto quest’anno con la curatela di Annalisa Rosso e l’allestimento di Formafantasma, Draga&Aurel, in collaborazione con la storica fornace Salviati, punto di riferimento dell’arte vetraria muranese, hanno presentato Affinity in Light, nuovo capitolo della loro ricerca tra luce, colore e trasparenza. Accanto alla resina, un nuovo percorso di sperimentazione sul vetro, indagato come superficie viva, capace di assorbire, riflettere e generare profondità. La famiglia di lampade Soffio

(sospensione, concrete applique e full concrete) esplora il vetro di Murano nella sua dimensione più libera e sperimentale, spingendone la plasticità fino ai limiti. Nella famiglia Crisalide (applique, sospensione e coffee table) il vetro si costruisce per stratificazione: le lastre fuse di Murano si sovrappongono generando transizioni cromatiche fluide e mai completamente prevedibili, in cui il colore diventa elemento strutturale del progetto. Completa il set up, una selezione di opere in resina e cemento come la Stendhal console, il Lava dining table, la Rive Duo Bench.

Foto Riccardo Gasperoni
Foto Riccardo Gasperoni
Foto Riccardo Gasperoni

Elena Salmistraro

www.elenasalmistraro.com

@elenasalmistraro

La ricerca di Elena Salmistraro si colloca in un territorio ibrido, dove progetto e narrazione coincidono. Milanese, classe 1983, formatasi tra Accademia di Belle Arti di Brera e Politecnico di Milano, Elena Salmistraro ha progressivamente costruito un lessico visivo autonomo, riconoscibile ben oltre i confini del design industriale. Il suo lavoro si distingue, infatti, per una tensione costante tra funzione e racconto: ogni oggetto diventa dispositivo espressivo, spesso antropomorfo, attraversato da un immaginario che mescola culture ancestrali, simbologie totemiche e suggestioni pop. Colore e decorazione non sono elementi accessori ma strutturali: superfici ipercolorate, pattern stratificati e volumi plastici contribuiscono a generare una dimensione quasi rituale, in cui l’oggetto smette di essere neutro per acquisire identità e presenza. Una pratica ‘emotiva’ del design, capace di instaurare una relazione empatica con l’utente. Non a caso, molte delle sue collezioni sembrano abitare un confine sottile tra arte applicata e scultura, mantenendo però una forte vocazione produttiva. È proprio questa duplicità ad aver attratto collaborazioni con realtà eterogenee, per le quali reinventare

Elena Salmistraro Il colore come Dna creativo

pezzi attraverso una lente autoriale: dai colossi globali come Apple, Nike, Ikea, Disney, Vitra, fino a marchi storici del design italiano come Alessi, Cappellini, Bosa, Florim, Cedit, Natuzzi, De Castelli, Cc-Tapis, Lavazza, Driade, Technogym, Ceramica Flaminia, Alcantara. Ne emerge un design vivo, che non teme l’eccesso, ma lo governa con precisione, trasformandolo in linguaggio. Più che oggetti, Elena Salmistraro produce figure, presenze, narrazioni tridimensionali. In questo senso, il suo lavoro – premiatissimo – intercetta una delle traiettorie più interessanti del design contemporaneo: il ritorno a una dimensione simbolica e affettiva del progetto, capace, anche grazie al colore, di restituire complessità e immaginazione all’esperienza quotidiana.

Nei tuoi progetti il colore sembra avere una personalità autonoma, quasi narrativa: come scegli le palette cromatiche e come il colore diventa il mezzo per raccontare storie o evocare emozioni?

Disegnando molto ho capito che ogni colore ha un suo peso specifico. Non è solo una questione estetica, ma una presenza quasi fisica, che si muove su due livelli, quello mentale

2023. Crisalide, maniglia DND

Come una farfalla pronta a librarsi in volo, la maniglia Crisalide, disegnata per DND e presentata al Salone nel 2023, esprime una leggerezza intrinseca, una bellezza delicata fatta di colori accesi mixati con le simmetrie proprie delle ali del magnifico insetto. Un progetto, tra l’altro vincitore dell’Archiproducts Design Awards 2023 che unisce decorativismo eclettico e ricerca sui materiali – riattualizzando la porcellana, da sempre utilizzata nella realizzazione di maniglie e pomoli – con un cromatismo vivace che ricorda il mondo animale e appartiene alla cifra stilistica della sua ideatrice.

intervista di Giulia Mura

2026. Succulentia vasi Bosa

La collezione Succulentia di Bosa prende spunto dall’osservazione del mondo vegetale, in particolare delle piante grasse, capaci di vivere e prosperare anche in condizioni avverse. Elena Salmistraro interpreta le diverse varietà botaniche e le trasforma in piccoli totem postmoderni, lucidi e colorati. Una collezione ironica e pop, che connette naturale e artificiale, realtà e rappresentazione: vasi e centrotavola prendono infatti forma attraverso la combinazione di volumi pieni e morbidi, arrotondati e profondamente organici, dove la palette cromatica diventa linguaggio emotivo.

2023. Collezione Legami

Una collezione di sei pezzi realizzati con la tecnica della taftatura artigianale, nata dalla collaborazione con la manifattura di tappeti di alta gamma fondata a Hong Kong nel 1956 e ispirata al tema grafico e concettuale della mano, intesa come simbolo di relazione e di condivisione. Un concept che la Salmistraro ha stilizzato e declinato, uno per ciascun dito: circolare quello dedicato al Pollice, rettangolari quelli di Indice, Medio, Anulare e Mignolo, più un ultimo tappeto, dedicato alla Mano, dal profilo irregolare e articolato. Ognuno dei sei disegni presenta sagome che si intrecciano e si sovrappongono, generando un effetto dinamico e giocoso. La palette dei colori è energica e include tinte sature come i blu, i verdi e i marroni, così come colori pastello dal giallo al celeste, al rosa, talvolta sfumati in raffinati degradé. “Forma, colore e materia assumono un valore primordiale, che evidenzia il gesto, l’abbraccio, il legame”.

dei ricordi e della cultura, e quello puramente sensoriale. Anche se le teorie sul colore sono fondamentali, non bastano da sole, la scelta è spesso un atto istintivo. Mi lascio guidare dall’emozione del momento, cerco di catturare uno stato d’animo preciso, e spero che chi guarda possa percepire la stessa sensazione. Ovviamente lo spazio, il materiale, la funzione mi aiutano e mi guidano in certe scelte, ma c’è sempre l’idea e l’emozione alla base di tutto.

Come bilanci istinto e metodo nella scelta dei colori? Parti da una regola o da un’intuizione?

Come dicevo prima probabilmente molto nasce da un’intuizione, ma è un’intuizione allenata da anni di pittura, che è stata la palestra

che mi ha insegnato a non vedere il colore come qualcosa di fermo. Lì inizia il gioco: sporco, sposto, ricreo. È una pratica molto divertente, quasi terapeutica. Il punto critico arriva quando devo passare agli oggetti, perché in pittura se un colore non c’è, lo Invento, ma nel design invece devo confrontarmi con mazzette, codici e anche quando le possibilità sono enormi, a volte le sento strette. Personalmente non credo esista davvero una separazione tra istinto e metodo. Uno senza l’altro non regge. L’istinto ti dice dove vuoi arrivare, ma è la tecnica che ti permette di arrivarci davvero, quindi è sempre una questione di equilibrio.

C’è stato un momento o un progetto in cui

il tuo rapporto col colore è cambiato radicalmente?

In realtà non c’è stato un cambiamento improvviso nel mio modo di vedere il colore, ma piuttosto una presa di coscienza. A un certo punto ho capito che dovevo avere il coraggio di portare sugli oggetti esattamente ciò che facevo sulla tela. Agli inizi mi lasciavo influenzare molto dal contesto e da quell’estetica che dominava le riviste di settore, avevo una sorta di timore reverenziale. La svolta è arrivata con la collezione Primates per Bosa. Lì ho smesso di trattenermi e ho lasciato che il colore diventasse parte essenziale. In quel momento tutto si è chiarito ed ho capito che il colore non era solo un elemento decorativo, ma una parte del mio Dna creativo.

Debonademeo www.debonademeo.it @debonademeo

Tra Padova e Milano, Debonademeo – lo studio fondato nel 2010 dall’architetto Luca De Bona e il designer Dario De Meo – costruisce un linguaggio progettuale in cui il design si sottrae alle semplificazioni stilistiche ‘di maniera’, ‘di moda’, per affermarsi come ricerca sensibile su materia, percezione e atmosfera. Progetti volti a superare il dualismo formafunzione per arricchirlo, invece, di valore simbolico ed etico. Il loro lavoro si distingue, infatti, per una cifra espressiva capace di coniugare rigore compositivo e intensità emotiva, muovendosi con grazia tra arredo, interni, product design e art direction con un approccio fortemente autoriale.

Riconoscibile sì, ma mai uguale a se stesso: ne sono prova i tanti lavori – oggetti e spazi –portati avanti in questi anni dallo studio, che, pur nella loro diversità, di scala e tipologia, hanno in comune la capacità di partire dalle persone, evocare emozioni, costruire atmosfere e instaurare una relazione immediata, fisica e percettiva, con chi li abita o li usa. Ogni loro progetto è infatti frutto di un pro -

Debonademeo Il colore come materia emotiva

cesso di ascolto e analisi di uno specifico Hic et Nunc, un tempo e un luogo, attitudine che si riflette nella capacità dello studio di attraversare linguaggi e collaborazioni differenti, mantenendo sempre una coerenza metodologica. Dalle collezioni di prodotto alle installazioni, fino agli spazi commerciali e all’interior design, Debonademeo sembra lavorare per cercare in ogni progetto un equilibrio calibrato tra gesto progettuale e costruzione narrativa, tra memoria e contesto. È forse in questa tensione che risiede la loro contemporaneità: un design che non si limita a rispondere a esigenze funzionali, ma ambisce a generare esperienze.

In questa visione, il colore non interviene come elemento decorativo o sovrastruttura grafica, ma come sostanza progettuale primaria. Come dichiarano i designer, il colore è materia viva, componente intrinseca dell’oggetto, parte della sua identità più profonda. Una concezione che restituisce al progetto di design o di interior una dimensione quasi tattile e sinestetica, dove superfici, finiture e

2025. Divano Aedo Adrenalina

Il divano Aedo ci ricorda come il design è prima di tutto esperienza, servizio al benessere delle persone: di tutte le persone. È infatti il risultato finale del progetto curatoriale Adrenalina Incontra Museo Omero e l’Istituto Cavazza – presentato a Palazzo Litta durante la Milano Design Week 2025 – nato da un processo sinestetico di co-progettazione con persone non vedenti, ipovedenti e la direzione artistica di Debonademeo Studio. Un divano concepito con un approccio tattile e non visivo, che supera il concetto tradizionale di design del bello e propone un nuovo canone estetico basato sulla percezione. Aedo non è un divano progettato ‘‘per’ le persone non vedenti, è un divano progettato ‘con’ loro, composto da moduli differenti adattabili e diverse funzioni complementari, come il punto di ricarica integrato per dispositivi elettronici.

cromie dialogano come elementi di un unico racconto sensoriale.

«Nei nostri progetti sovvertiamo il significato etimologico del colore, inteso come semplice macchia, per esaltarne invece il valore materico e la relazione profonda tra i materiali che compongono l’oggetto e la loro natura cromatica. Per noi il colore rappresenta la quin -

Foto Serena Eller / Ellerstudio

tessenza stessa dell’oggetto: un elemento primordiale, intimamente radicato nella materia e nella sua capacità di generare suggestioni emotive nell’essere umano. Il colore diventa così un materiale duttile, che si plasma, suscita emozioni e costruisce atmosfere». Più che una scelta estetica, la loro appare dunque come una precisa presa di posizione progettuale: attribuire al colore un ruolo strutturale significa riconoscergli la capacità di influenzare percezioni, comportamenti e qualità dello spazio. Nei lavori di Debonademeo la cromia non riveste ma costruisce; non decora ma orienta la lettura dell’oggetto e dell’ambiente.

È in questo slittamento concettuale che il loro approccio si inserisce in quella tradizione del design italiano che considera il progetto non solo un esercizio formale, ma un dispositivo culturale capace di mettere in relazione materia, emozione e quotidianità.

2023. Alchimie e Ossimori Incalmi

Per il brand veneziano Incalmi, Debonademeo ha disegnato due collezioni di alto artigianato: Ossimori, consolle e tavoli trasparenti presentati la prima volta al Fuorisalone 2023, e Alchimie, capsule collection di accessori ispirata all’ossimoro realismo/alchemico presentata invece a Edit Napoli. Un progetto sperimentale che si ispira al dna geologico dei materiali di Incalmi, il metallo e il vetro, proponendo una serie di oggetti duali – lampade, vassoi, vasi e porta oggetti – composti da piccoli volumi geometrici che evolvono le potenzialità del vetro di Murano e dello smalto su rame in alchimie capaci di evocare le texture di marmi e pietre dure.

2026. Tavolini Due Sicilie Chroma

Traendo ispirazione dai motivi decorativi di origine ancestrale che rivestono pavimenti, pareti, elementi architettonici, superfici tessili di chiese, palazzi, piazze e terrazze del Sud Italia, Debonademeo ha reinterpretato un alfabeto iconografico sotto forma di oggetti e complementi d’arredo. Presentata per la prima volta a Edit Napoli 2025, e parte della linea Chroma Objects – linea inedita di oggetti e arredi in tiratura limitata, realizzati con l’innovativa materia Chroma – la collezione di tavolini bassi Due Sicilie si arricchisce ora di tre nuovi pezzi, in tre nuove forme e colori. Qui, le geometrie e i cromatismi mediterranei si fondono: nella materia Chroma sono inseriti, come un prezioso intarsio, frammenti di travertino di diverse dimensioni, così da creare pattern evocativi ma estremamente leggeri, pensati per adattarsi a tutti gli ambienti domestici e non solo.

Foto Michele Stanzione
Render Adrenalina

Ideale prosecuzione di Quello che noi non siamo – premio Bagutta 2024 – dove raccontava le vite di architetti che, contro l’Accademia del tempo, costruirono edifici razionalisti (in ‘stile novecento’, come spregiativamente li definiva il gerarca Farinacci), con La costruzione del potere Gianni Biondillo, architetto da più di vent’anni prestato alla letteratura, un godibilissimo racconto di taglio divulgativo, si inoltra nel dibattito architettonico del Ventennio e nei suoi esiti, caratterizzati da un mix di forme che non possono ricadere sotto l’unica etichetta di ‘architettura fascista’ solo perché inaugurate tra il 1922 e il 1944. Della ‘liberalità’ di Mussolini verso le arti, o piuttosto del suo disinteresse purché assolvessero a scopi propagandistici, si è già scritto, così come del carattere molteplice dell’ideologia, rivoluzionaria agli inizi e ‘imperiale’ dalla metà degli anni Trenta, ma sempre violenta e, sul versante della formazione, elitaria. Ma quel che Biondillo sottolinea è che si trattava comunque dell’infausto sbocco di un carattere del tutto italiano (‘o Franza o Spagna purché se magna’) che riguardava anche l’architettura. Così, se grande è la confusione sotto l’etichetta di ‘architettura fascista’, ciò è dovuto sia alla tensione verso il funzionalismo della Bauhaus (“architettura germanica e bolscevica”, la definivano i deputati fascisti, che “contrasta con il sentimento e il nostro buon gusto”, citando Iti Bacci) che affascinava i giovani architetti come quelli del Gruppo Toscano, sia la smania monumentale del prediletto dal regime Piacentini, che lucrava sui rivestimenti in marmo. Il capo dei retrogradi, come li definiva il giovane Vittorio, secondogenito del duce, senza essere smentito dal padre che firmava il nulla osta per la stazione di Firenze e la costruzione di Sabaudia. Ma poiché il principale carattere del regime era comunque la violenza, ecco che secondo Biondillo l’architettura più ‘fascista’, malgrado la spianata dei Fori Imperiali e le velleità ‘romane’, non si trova a Roma ma a Bolzano, dove l’italianizzazione comincia con il monumento a Cesare Battisti (naturalmente disegnato da Marcello Piacentini che inventa l’ordine littorio), fulcro della nuova città, italiana, che venne costruita nell’Oltretalvera.

Il libro ha il pregio di introdurci nella lunga e straordinaria avventura professionale di uno dei più dimenticati ma importanti architetti americani della seconda metà del Novecento. Protagonista del programma di riqualificazione urbana promosso dal Governo Federale tra il 1957 e il 1981, Louis Sauer è noto soprattutto per i suoi lavori a Filadelfia dove ha affinato, in progetti e realizzazioni esemplari (pluripremiati e pubblicati in tutto il mondo), il principio del “low risinghigh density” applicato a complessi residenziali destinati “a persone escluse dall’economia di mercato e trascurate dal design mainstream” in cui esprime un’abilità rara nella gestione della gerarchia fra spazi pubblici, semipubblici e privati e nel creare situazioni ambientali stimolanti, memori delle atmosfere veneziane frequentate da studente. Grazie a questo testo però possiamo allargare lo sguardo sull’esperienza professionale dell’autore scoprendo progetti inediti e una maestria applicata anche ad altri ambiti, apprezzando la capacità di Sauer di dare con i suoi progetti un senso compiuto alla propria visione del ruolo sociale dell’architetto. Il testo, mescolando i piani di una biografia complessa, rivela aspetti della vita privata dell’autore e retroscena di una attività professionale di successo

FOTOGRAFARE LA POESIA

ma talvolta defatigante, gettando luce sui fertili rapporti di Sauer con l’Italia e sugli incontri (casuali e provocati) con personaggi straordinari di cui vengono tratteggiati rapidi e sapidi ritratti: Scarpa, Valle, De Carlo, Quaroni, Bakema, Wachsman, Mies Van der Rohe, Chermayeff, Saarinen, Margot Fontayne e – soprattutto – Louis Khan di cui Sauer è stato allievo alla Penn University e dei cui insegnamenti molto rimane nell’organizzazione morfologica e nel trattamento delle masse dei suoi progetti migliori.

Enrico Giacopelli

Not by Design Alone

A Scrapbook To Help Me Remember My Life as an Architect

Louis Sauer

Vita Nostra Edizioni, Roma, 2023 313 pp, En, 166 ill. b/n, 38 Us$

ISBN 979-83-8881-351-0

ha avuto sotto gli occhi in tutte le case e gli studi che ha abitato, e comprende una precisa ricostruzione dell’allestimento scritta da Guido Pietropoli, che di Carlo Scarpa fu a lungo collaboratore.

La costruzione del potere

Gianni Biondillo

Marsilio Editori

Venezia, 2025

320 pp, 19 euro

ISBN 978-88-2979-194-1

Finora inedite, le 45 fotografie dello Spazio Ambiente, allestito da Carlo Scarpa per la Biennale di Venezia del 1968, rappresentano un prezioso documento e nello stesso tempo un monito sull’importanza di salvaguardare opere che hanno segnato un’epoca: di quello spazio tutto è perduto, anche le parti, come le scale, che si sarebbero potute conservare e che insieme ai veli, ai teleri, alla luce e alle persone –compreso lo stesso Scarpa – che lo visitavano, rivivono nelle immagini a grana grossa tipiche di quel periodo, quando un giovane studente di architettura armato di una delle prime reflex sul mercato e di una camera oscura casalinga assunse con emozione l’estemporanea richiesta del maestro ricevendo come compenso il suo “Mi piacciono. Molto belle”. Il libro è curato dal figlio Roberto, anche lui architetto in quel di Rovigo, che quelle fotografie in grande formato

Carlo Scarpa.

Lo spazio Ambiente, Biennale 1968

Franco Navarrini

TGBook Editore, Sandrigo, 2026 104 pp, Ita/En, 45 fotografie in b/n 28 euro

ISBN 979-12-5539-090-9

elements

Colore

Colore, finitura e materia attraversano prodotti e sistemi molto diversi tra loro, dalle sedute ai tessuti, dalle maniglie alle partizioni tessili. Toni pieni, palette desaturate, superfici opache e accostamenti a contrasto definiscono identità visive sempre più precise, in cui il colore non agisce come elemento decorativo ma partecipa alla costruzione della forma, della luce e della percezione dello spazio

a cura di Elena Riolo

Gillo Dorfles Crisalide gialla 1994. Acrilico su tela 132×112 cm. Si ringrazia Paula Seegy Il divenire dell’arte tra estetica e mercato. Foto Fabio Viganò.

WARLI

LIMEN. Disegnato da Paolo

Zani, Limen è un tappeto indoor in lana realizzato a telaio manuale con tessitura panja, tecnica che compatta la trama attraverso un pettine metallico a denti larghi. Il progetto si costruisce su una soglia grafica definita da due colori combinati, da cui derivano tre pattern che modulano ritmo e variazione del segno. Disponibile nelle tonalità verde, giallo e rosso. www.warli.it

FENIX / FORMICA

I materiali dei due brand parte del gruppo Broadview Materials sono utilizzati per superfici verticali e orizzontali, per arredi e rivestimenti. Il primo combina una superficie estremamente opaca e soft touch con proprietà anti-impronta, mentre il secondo è un laminato adatto a rivestire pareti, porte, cabine, mobili, piani di lavoro. Nell’immagine, Sunrise dello studio Uchronia: i colori Fenix Rosso Namib e Formica Clementine e Arctic Blue costruiscono una composizione retro-futurista fatta di volumi arrotondati ed effetti cromatici. www.fenixforinteriors.com www.formica.com

VERUM

SNAPP. La maniglia in plastica riciclata ottenuta dal recupero di reti da pesca dismesse traduce un materiale di scarto in un elemento funzionale per l’arredo disponibile in cinque cromie. Il progetto lavora sulla trasformazione del rifiuto in superficie compatta e resistente. Il processo integra una componente sociale: ogni pezzo è confezionato da una onlus, collegando produzione e inclusione.

www.verumitaly.com

JANNELLI&VOLPI

MISSONI WALLCOVERINGS 06. La collaborazione con Missoni, giunta alla sesta collezione, trasferisce i motivi tessili della maison su carte da parati viniliche su base tessuto non tessuto. Goffrature e stampe a registro mettono in evidenza la trama e la superficie, accentuando la profondità visiva e il ritmo delle combinazioni cromatiche. Tra i disegni, il classico zig zag viene rielaborato in varianti come Graffiti e Waves (nell’immagine), mentre motivi organici introducono texture ispirate alla natura. www.jannellievolpi.it

Foto Simone Sapia
Foto Claudia Zalla

NARDI

DOGA BENCH. La panchina in resina fiberglass con sottostruttura metallica è disegnata da Raffaello Galiotto pensando a spazi outdoor compatti e flessibili. Impilabile e leggera, si basa su una geometria di elementi cilindrici e semi cilindrici. L’ampia palette alterna toni neutri e naturali – bianco, antracite, cappuccino – a varianti più sature come tabacco, pera, menta, agave e marsala. www.nardioutdoor.com

S CAB

KOALA OUTDOOR. Koala evolve in versione outdoor adattando la seduta introdotta nel 2025 a contesti open air. L’intreccio di corde nautiche sul tubolare dello schienale ridefinisce comfort e resistenza per uso contract, tra plateatici, bordo piscina e spazi pubblici. Il cuscino opzionale completa il sistema, mantenendo il segno grafico e la forza cromatica che caratterizzano il progetto firmato da Zaven.

www.s-cab.it

ESTEL

DOLOMITE. Progettato da MCA

Mario Cucinella Architects, il sistema di workstation modulari con piano parzialmente elevabile introduce l’alternanza tra posizione seduta ed eretta. La configurazione varia dal desk singolo a isole condivise; i pannelli integrati, anche fonoassorbenti, organizzano lo spazio definendo postazioni più aperte o protette. Le tonalità morbide e desaturate, tra verdi, azzurri e neutri, rafforzano la continuità visiva del sistema. www.estel.com

CAPPELLINI

PARTITA A SCACCHI. Il tappeto disegnato da Carlotta Fortuna, parte della collezione A-Punti, nasce come sovrapposizione su base tessile, combinando fondi in lana e juta con inserti figurativi. Il pattern a scacchiera in rosso e bianco dialoga con campiture blu e accenti gialli e rosa, costruendo una composizione grafica che rappresenta una farfalla intrappolata in una partita a scacchi. Realizzato a mano in collaborazione con Jaipur Rugs.

www.cappellini.com

RIPA

ELVIRA. La sedia disegnata da Roberto Cicchinè rilegge la tipologia tradizionale attraverso una struttura in alluminio dalle forme essenziali. Le gambe posteriori si prolungano in un telaio continuo che sostiene lo schienale orizzontale, leggermente inclinato e curvato. La gamma cromatica alterna neutri – Argilla, Carta, Liquirizia, Seta – a toni pastello come Burro, Cielo e Pesca, fino a colori pieni come Foglia, Fuoco e Oceano. www.ripadesign.com

BENE

bFRIENDS. Sviluppata con Pearson Lloyd, la collezione di oggettistica e accessori per scrivania è realizzata tramite stampa 3D a partire da PLA riciclato proveniente da packaging postconsumo. Il processo, sviluppato con Batch. Works, utilizza filamenti biodegradabili ottenuti da scarti locali, riducendo sprechi e trasporti. Vasi, contenitori e supporti organizzano lo spazio con elementi modulari pensati per ambienti di lavoro e living.

www.bene.com

FRASCIO

MINIMA COLLECTION. Linee compatte e proporzioni ridotte definiscono la collezione di maniglie sviluppata da BCF Design, pensata per integrarsi alla porta come un segno continuo. La rosetta da 30 mm si allinea al collo della leva, riducendo l’ingombro visivo. Realizzata in alluminio, si amplia nel 2026 con cinque nuove finiture ColorTrend. Nell’immagine il distintivo Teal, a metà tra verde e blu, sottolinea il carattere della maniglia. www.frascio.it

Foto Matteo Bianchessi

PARÀ

TEMPOTEST. La collezione di tessuti in fibre naturali pensata per rivestimenti, tendaggi e imbottiti si arricchisce con nuove versioni ignifughe di cotone e lino, mantenendo morbidezza e qualità tattile. La gamma cromatica si sviluppa su toni caldi e desaturati come beige, crema, terracotta, rosa e malva accanto a varianti più fredde come azzurri e verdi. Nell’immagine, i lini della collezione Isi. www.para.it

DOOOR

Un sistema di chiusura flessibile che supera la logica binaria della porta tradizionale, articolando lo spazio attraverso passaggi e configurazioni variabili: le partizioni tessili rivestite in tessuto o ecopelle permettono di giocare con colori e materiali, definendo soglie e cambi di atmosfera. Nell’immagine, Fòco. Living notes, installazione di Studiopepe con soluzioni in ecopelle matte color tortora, in velluto bordeaux e in ecopelle rosso scuro.

https://dooor.it

PEDRALI

ESTRATTO. Prima collaborazione con Formafantasma, la collezione di tavolini e consolle nasce dall’estrusione dell’alluminio, che definisce una base concava composta da tre elementi e un piano disponibile in diverse forme. Le finiture si articolano in versioni verniciate lucide nelle cromie burro, verde lime, rosa salmone e azzurro e le anodizzate disponibili in diversi colori. www.pedrali.it

Foto Matteo Bianchessi
Foto
Omar
Sartor; set design & styling Studio Milo

CALCHÈRA SAN GIORGIO

LITHOCALX. La finitura minerale per interni a effetto pietra combina calce aerea, pozzolane naturali, polveri di pietra e pigmenti inorganici. La superficie restituisce cromie naturali non uniformi, con sfumature e variazioni che emergono con la luce e riproducono la profondità della materia. Il colore non è mai pieno ma modulato, tra velature e passaggi tonali.

www.calcherasangiorgio.it

GABRIEL

UMI. Il tessuto da rivestimento in lana vergine si distingue per una trama twill diagonale ispirata alle onde, che crea una superficie tridimensionale e soffice. La palette si muove tra toni caldi e avvolgenti, ruggine, terracotta, pesca, accanto a verdi e azzurri più morbidi, con passaggi cromatici che enfatizzano la profondità del tessuto.

www.gabriel.dk

MANERBA

ETHEA. Progettato da Ilaria Marelli, il sistema di librerie e scrivanie modulari si basa su una struttura leggera in metallo tubolare che consente configurazioni aperte e riconfigurabili. La gamma cromatica alterna tonalità calde come ocra, argilla, arancio, rosso granata fino ad accenti più brillanti come Bristol Blue, permettendo composizioni che definiscono lo spazio attraverso il colore. www.manerbaspa.com

MOĆI

POPSI. Il tavolino in crystal-resin nasce da una colata che genera sfumature cangianti e profondità visiva. La superficie, lucidata a mano, sviluppa tonalità calde come arancio, pesca, corallo che variano con la luce e rendono ogni pezzo leggermente diverso. La base riflettente amplifica l’effetto, accentuando la percezione di materia liquida solidificata.

Foto Max Rommel

CAIMI

RERECYCLED. Lo sgabello impilabile disegnato da Amdl Circle richiama la forma delle colonne classiche con scanalature e rastremazione del fusto. Realizzato in polietilene riciclato e stampato in un unico pezzo, può essere utilizzato anche come fioriera. È proposto in tre varianti cromatiche: grigio chiaro, grigio scuro, verde mela. www.caimi.com

ANTRAX IT

ANDROID. Giunto al suo decimo anniversario, il radiatore disegnato da Daniel Libeskind trasforma la piastra liscia in una superficie a rilievo, attraversata da pieghe e spigoli che reagiscono alla luce. La finitura si declina in un’ampia gamma di cromie in oltre 200 varianti, dalle tonalità neutre a colori più saturi. www.antrax.com

MILANI

MI WOOD. Evoluzione della MI Chair progettata da Giovanni Ingignoli, si distingue per la scocca in legno che mette in evidenza venature e tonalità naturali, dal chiaro al bruno. La base in metallo e i braccioli si declinano in finiture coordinate o a contrasto – nero, bronzo, alluminio –che permettono accostamenti diretti tra legno e struttura. www.sm-milani.com

Foto Alessandro Di Bon

SPAGHETTIWALL

++++. La carta da parati disegnata da Claudio Meninno sviluppa un pattern lineare tracciato a mano, fatto di segni leggeri e ripetuti. La grafica si distingue per l’uso di colori vivaci e contrastati, che danno ritmo alla superficie e si adattano a contesti domestici e hospitality. Disponibile in nove varianti cromatiche. www.spaghettiwall.it

MATTEOBRIONI

L’azienda realizza superfici in terra cruda per interni, sviluppate a partire da argille naturali che mantengono la propria identità cromatica originaria. La palette comprende oggi 21 colori e 60 gradienti: le nuove tonalità Melanzana, Burro e Cenere (nell’immagine) arricchiscono la collezione ampliando le variazioni tra toni pieni e passaggi più chiari. www.matteobrioni.com

MAGIS

BISHOP. La lamiera d’acciaio tagliata, piegata e saldata definisce una struttura essenziale, lasciata a vista nella sua costruzione. La sedia disegnata da Konstantin Grcic è proposta in finitura lucida e colori pieni, rosso, verde, arancio e marrone che ne mettono in evidenza volumi e geometria.

www.magisdesign.com

DIEFFEBI

FRANNY / ZOEY. Nel progetto curato da Elisa Ossino, la scrivania e la seduta si presentano come elementi coordinati: una struttura leggera con piano e cassettiere integrate si affianca a un volume compatto su base rialzata, dai fronti continui. Le superfici declinano una palette di rosa, terracotta, bruni e rossi profondi, costruendo un equilibrio cromatico unitario ed essenziale. Appoggiato alla parete il contenitore Primo Tex, design 967arch. www.dieffebi.com

Foto Valentina Sommariva

KERAKOLL

KERAKOLL COLORS. Il sistema integrato per la decorazione di interni ed esterni coordina pitture, resine e rivestimenti in una palette di 1.500 tonalità, organizzate in otto chart cromatiche. Il colore rappresenta così uno strumento progettuale applicabile su superfici diverse senza soluzione di continuità. Nell’immagine, una parete nella tonalità gialla piena e compatta KK 5429, che assorbe e diffonde la luce in modo uniforme, dipinta con la pittura decorativa all’acqua Absolute. it.kerakoll.com

USM

HALLER SOFT PANEL. I nuovi pannelli in tessuto, dotati di magneti, consentono di essere inseriti con estrema comodità all’interno del sistema USM Haller. I soft panel aggiungono così un tocco morbido alla gamma di prodotti USM. Sviluppati con Marc Venot, sono disponibili in tre motivi, diagonale, curvo, verticale e in dieci colori combinabili tra loro. Realizzati in fibra sintetica di alta qualità, contribuiscono anche ad attenuare i rumori.

www.usm.com

KNOLL

MORRISON HANNAH CHAIR. La sedia con struttura in alluminio progettata da Andrew Morrison e Bruce Hannah mantiene il disegno originario del 1973, aggiornato per migliorare comfort ed ergonomia. L’imbottitura più generosa e la maggiore inclinazione dello schienale definiscono una seduta adatta a usi ibridi. Il rivestimento è disponibile in un’ampia gamma di tessuti e pelli, con colori a contrasto oppure in tonalità neutre e monocromatiche. www.knoll.com

Foto Daniel Farò

KARL LAGERFELD MAISON

WELLEN. Progettata con Toan Nguyen, la poltrona riprende il motivo ondulato della collezione che comprende anche divano, pouf, chaise longue e tavoli attraverso volumi continui e avvolgenti. Il rivestimento è disponibile in diverse tipologie come techno velvet, velluto, bouclé, tweed, melange e nabuk look declinate in colori pieni e saturi, oltre a varianti più neutre e a finiture come la pelle argentata. www.karllagerfeldmaison.com

STEPEVI

A SOFTER WORLD. L’artista tessile svedese Alfhild Külper utilizza filati recuperati per costruire una superficie irregolare, fatta di nodi, ciuffi e inserti tridimensionali. La palette è morbida e sfumata con beige, sabbia, rosa, azzurri, verdi e accenti più intensi distribuiti come tracce all’interno del tessuto. www.stepevi.com

ANONIMA CASTELLI

DSC 106. Disegnata da Giancarlo Piretti nel 1965, la seduta è caratterizzata da un giunto in pressofusione di alluminio da cui si sviluppano quattro gambe sottili, elemento tecnico e visivo distintivo del progetto. La configurazione varia tra versioni con sedile e schienale in legno impiallacciato oppure rivestiti in tessuto o velluto in diverse varianti cromatiche.

www.anonimacastelli.com

GIULIO CAPONI

DOMINO DANCING. Pezzo unico della collezione Linea Contemporanea, il tappeto in feltro di lana alpina è lavorato a mano a punto erba. Il materiale proviene dall’Alto Adige dove un gruppo di ragazzi disabili alleva un gregge di pecore, le tosano e realizzano manualmente la stoffa che poi viene tinta con elementi naturali. La superficie è dominata dal rosso, attraversato da elementi circolari che scandiscono il ritmo del disegno. www.giuliocaponi.com

DND

TOTAL LOOK. Il sistema integra maniglie, serrature e accessori in un progetto coordinato, in cui la scelta della finitura diventa parte integrante del disegno complessivo. Le diverse varianti cromatiche possono essere applicate in continuità o in contrasto tra gli elementi, permettendo di configurare un kit porta coerente in tutti i dettagli.

www.dndhandles.it

SITLAND

VYRA. Progettata da Marco Zito e presentata in anteprima in occasione del Fuorisalone, la seduta nasce da una geometria a V che definisce la scocca e diventa il segno distintivo del sistema. La possibilità di combinare moduli, basi e schienali consente configurazioni diverse, dalla sedia al divanetto. Il rivestimento è proposto in diverse finiture, con varianti cromatiche che permettono di enfatizzare la linea della scocca o mantenerla più uniforme. www.sitland.com

FERREROLEGNO

ULTRAOPACO. La finitura laccata per porte interne è declinata in una palette di 25 nuance caratterizzate da una superficie opaca e vellutata al tatto. Il colore si articola in variazioni tono su tono, come nel modello Plissè, dove leggere incisioni trasformano l’anta in una sequenza di bande orizzontali che modulano luce e ombra. Vernici a base d’acqua e a basso contenuto di Voc definiscono il profilo sostenibile del sistema. www.ferrerolegno.com

Foto Enrico Dal Zotto

Cecily Brown. Nature Walk with Paranoia 2024, una delle opere in mostra alla Serpentine South. Londra 2026. Foto Genevieve Hanson.

CECILY BROWN CON PICTURE MAKING ALLA SERPENTINE SOUTH

Dal 27 marzo al 6 settembre 2026 Serpentine South ospita Picture Making, personale dell’artista britannica Cecily Brown, che vive e lavora a New York da trent’anni.

Nel corso della sua carriera, Brown ha sviluppato un linguaggio pittorico personale, caratterizzato da pennellate energiche, colori intensi e composizioni dinamiche. In alcuni lavori i corpi si fondono con l’ambiente naturale, dissolvendo il confine tra figura e paesaggio. La mostra prende ispirazione dalla posizione della Serpentine nei Kensington Gardens, luogo significativo per l’artista, e riunisce temi ricorrenti della sua ricerca, come la natura, le coppie di innamorati, i paesaggi boschivi e le passeggiate in atmosfere sospese e inquietanti.

La ripetizione è un elemento centrale della sua pratica artistica, con ogni nuova variazione che offre una prospettiva inedita. Un gruppo di dipinti creati appositamente per la galleria londinese trae ispirazione dall’illustrazione di un tronco che fa da ponte su un fiume: Brown la rielabora attraverso scale, formati e palette differenti, trasformando il soggetto in un punto di partenza per infinite variazioni. Accanto a nuove opere, vengono presentati dipinti chiave dal 2001 a oggi, offrendo uno sguardo sull’evoluzione della sua pratica negli ultimi venticinque anni. Monotipi e disegni recenti ampliano il percorso espositivo, richiamando i ricordi dell’infanzia inglese dell’artista, l’immaginario dei libri illustrati per bam-

bini e gli aspetti più oscuri delle filastrocche e delle fiabe tradizionali, mettendo in luce l’interesse dell’artista per gli animali come sostituti dell’esperienza umana. Intrecciando i temi della natura e della vita nei parchi, Cecily Brown attinge liberamente a riferimenti visivi molto diversi tra loro, tra cui fotografia, illustrazione, cinema e storia dell’arte ■

PICTURE MAKING

CECILY BROWN

Serpentine South. Londra 27 marzo | 6 settembre 2026

The REvolution is Blue

La prima Collezione di tessuti in PET riciclato e certificata GRS

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IoArch 123 May/Jun 2026 by Redazione IoArch - Issuu