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RFM - Ravenna Festival Magazine 2012

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Ravenna Festival Magazine

Ravenna Festival Magazine Edizione 2012 Supplemento gratuito a “Ravenna & Dintorni” nr. 491 del 07 giugno 2012

Redazione: 0544.271068 redazione@ravennaedintorni.it Pubblicità: 0544.408312 info@reclam.ra.it

Editore: Reclam srl - Ravenna www.reclam.ra.it In collaborazione con

Meditazioni fra divinità e natura

Simboli

e riti della

spiritualità Classica Riccardo Muti sul podio del “Concerto delle fraternità”. Yuri Temirkanov celebra la grande musica russa

Danza

Opera

Hip hop dal Brasile, contemporanea fra oriente e occidente, balletto Gran Galà direttamente da Parigi

“Sancta Susanna” capolavoro rinnegato di Paul Hindemith

Etnica e jazz Edizione 2012

Egberto Gismonti & Co., tamburi africani e salentini, De Gregori e Sparagna a tutto folk

All’interno Omaggio a Steve Reich, genio del minimalismo / Cinema ed elettronica con Weird Tales / Passeggiate: nella pineta di Classe e da Ravenna all’eremo di Camaldoli / Sette giorni in Tibet fra cerimonie, canti, danze rituali e mandala


Via Faentina 218S - Fornace Zarattini Ravenna tel. 0544 463621 - www.ravennainterni.com

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sommario 5 Ravenna Festival Magazine 2012

Nobilissima Visione 2012

Conversazione Cristina Mazzavillani Muti: tra spiritualità e futuro il segreto di un festival che si rinnova _pag_9

Sinfonica Pura classicità per il “Concerto della fraternità” diretto da Muti_pag_12 Temirkanov sul podio della Filarmonica di San Pietroburgo celebra la grande musica russa _pag_14

Antica e Sacra La “barbarica bellezza” dei suoni della tradizione. Dal medioevo al Rinascimento fra sacro e profano_pag_16

Opera L’immorale “Sancta Susanna” di Paul Indemith. Un allestimento dell’Opera di Roma per la regia di Chiara Muti con l’orchestra Cherubini _pag_18

Luoghi e sensi dello spirito I mille anni di Camaldoli. Contemplazione, profezia e libertà. Un viaggio in sette tappe da Ravenna al sacro eremo sull’Appennino _pag_20 Gli dei e la liberta nella mistica femminile_pag_24 Silenzio, solitudine, sublime nella poesia_pag_27

Danza e Balletto Gran Galà di étoile dall’Opéra di Parigi_pag_30 Dal Brasile poesia urbana tra le favelas_pag_33 Cedar Lake, mix di linguaggi contemporanei_pag_36 Shen Wei, artista totale dal senso pittorico _pag_38 La “nobilissima visione” di Van Hoecke_pag_40

Musica e natura Concerto trekking fra la pineta di Classe e il mare con le voci della montagna_pag_42

Il viaggio Alle pendici dell’Himalaya in visita al Dalai Lama_pag_46 Canti, riti e cerimonie dal tetto del mondo_pag_48

SEMPRE LIBERA

4-5 SOM RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 16.15 Pagina 7


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7 RFM2011 SOM2:Rafest mastro 06/06/12 16.16 Pagina 7

sommario 7 Ravenna Festival Magazine 2012

Immaginario

Il mandala buddista tra meditazione, religione e psicanalisi_ pag_50

Cartellone Il calendario di tutti gli appuntamenti del festival e degli eventi alle 7 della sera e delle liturgie “In templo domini”_pag_52

Etno Jazz I mille suoni del Brasile. Due concerti con Egberto Gismonti & Co._pag_66 Memorie di Adriano: omaggio a Celentano nel linguaggio del jazz_pag_68

Etno Pop Nero è bello: dall’Africa al Salento. Sfida fra talking drume e pizzica tarantata_pag_70 L’autore De Gregori e l’archeologo Sparagna riscoprono il folk italiano_pag_72

Contemporanea Steve Reich e il minimalismo che non c’è più. Appunti su di un genere in evoluzione_pag_76 Le ardite sperimentazioni di “Weird Tales”, fra cinema ed elettronica. Da Yuri Ancarani a Ben Frost e Edward Sharpe _pag_78

Narrazioni e visioni Paolo Rumiz e la parola rotonda che parla alla pancia_pag_80 Guido Guidi e la linea di confine della fotografia_pag_84

Un supplemento di Ravenna & Dintorni, autorizzazione Tribunale di Ravenna n. 1172 del 17 Dicembre 2001 DIRETTORE RESPONSABILE: Fausto Piazza In redazione: Andrea Alberizia, Federica Angelini, Serena Garzanti, Maria Cristina Giovannini (grafica), Luca Manservisi, Erika Marchi (grafica) Collaboratori: Tarcisio Balbo, Roberta Bezzi, Chiara Bissi, Anna De Lutiis, Nevio Galeati, Linda Landi, Marina Mannucci, Serena Simoni, Roberto Valentino. Si ringrazia per la collaborazione la Direzione del Ravenna Festival, e in particolare Fabio Ricci e Stefano Bondi dell’Ufficio Stampa. Referenze fotografiche: Reinhard Winkler, Jeffrey Herman, Bruce R. Feeley, Christopher Duggan, Michael Roberts, M. Logvinov, Fotoavventura, Bjarni Grimsson, Francoise Rousseau, Michel Cavalca, Silvia Lelli, Ziga Koritmik, Jacky Lehmann, Julien Mignot, Marco Anelli, Gianluigi Di Napoli, NELLA FOTO DI COPERTINA, DANZA RITUALE DEI LAMA TIBETANI DEL MONASTERO DREPUNG LOSELING Editore: Edizioni e Comunicazione srl - www.reclam.ra.it Viale della Lirica 43 - 48121 Ravenna. Tel. 0544 408312. DIREZIONE GENERALE: Claudia Cuppi STAMPA: Industrie Grafiche Galeati - Imola (BO)


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Aperti tutto l’anno dal lunedi alla domenica dalle 19,00 alle 23,30 - da ottobre a maggio domenica solo dalle 12,00 alle 14,30 Piazzale Napoli 26 Viale Matteotti - Milano Marittima - Tel. 0544 993482 (parcheggio privato)


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conversazione 9 Ravenna Festival Magazine 2012

Tra spiritualità e futuro, il segreto di un festival che si rinnova

DI NEVIO GALEATI

Un festival lungo un anno, come se il difficile periodo congiunturale non avesse affaticato la macchina organizzativa di Ravenna Manifestazioni. Invece la crisi si sente e “tenere le posizioni” è sempre più difficile. Eppure il complesso programma di questa 23ª edizione dimostra che è possibile andare avanti. Ma come ci si riesce? Come si affronta la preparazione di tanti eventi, da aprile a novembre? Cristina Mazzavillani Muti incrocia le braccia e sorride. Gli occhi, appena nascosti dalle lenti azzurre degli occhiali, mandano un bagliore. «Nello spalmare così il programma è più facile fare di conto e se si deve “calare”

A colloquio con Cristina Mazzavillani Muti, sull’organizzazione di un festival “lungo un anno”, sul tema spirituale della “Nobilissima Visione”, i mille anni di Camaldoli e la trilogia verdiana d’autunno qualche appuntamento da una parte, lo si può far crescere da un’altra. Ma è stato anche il felice risultato dell’incrocio di opportunità, improvvisate, che ci ha regalato il destino e che non potevamo non cogliere. Così siamo riusciti a presentare la straordinaria anteprima di aprile, con la Chicago Symphony Orchestra diretta da Riccardo. Poi la Comunità europea ha scelto la Romagna e siamo riusciti a incrociare “Allegromosso”, il festival europeo della musica giovanile, che per la prima volta si è svolto in Italia. Così è stato

possibile proporre due serate con l’Orchestra giovanile Cherubini diretta da Wayne Marshall, in un evento che abbiamo avuto il piacere di offrire a questi giovani e alla città». Diamo uno sguardo al tema centrale di questa ventitreesima edizione; a questa “Nobilissima visione” che ha una prima declinazione iconografica nelle pareti bianche e nelle porte sul “nulla” proposte dalle foto di Guido Guidi e scelte come simbolo del 2012. L’impatto dà un lieve senso di vertigine: potrebbe raccontare l’essenza

della spiritualità. La religiosità, senza frontiere, è in realtà una traccia che si intercetta in numerosissime edizioni del festival. Come viene declinata, in questa nuova occasione? «Abbiamo deciso di porre al centro questo tema particolare perché non si poteva trascurare una data: i mille anni della fondazione del sacro eremo di Camaldoli da parte di Romualdo da Ravenna. La sua scelta di lasciare la “civiltà” e stare in mezzo alla natura, non per isolarsi come fanno gli anacoreti, ma per pensare a tutto il genere


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10 conversazione Ravenna Festival Magazine 2012

umano, ha una potenza ancor oggi straordinaria. Abbiamo accolto questa indicazione che è venuta dall’anniversario e ci siamo accostati al tema direi dolcemente. Così presenteremo un grande Concerto, che intitoleremo alla fraternità, raccogliendo attorno a noi comunità monastiche di molte religioni. E abbiamo avuto l’onore di ricevere per questo la benedizione anche del Dalai Lama, che ha registrato un messaggio per il Festival, dedicato alla bellissima idea di mettere insieme gli ordini monastici a quelli che si dedicano all’assistenza dei bambini profughi. Sì, possiamo davvero parlare di spiritualità». La presidente di Ravenna Festival lascia la frase in sospeso, come fosse incerta sul proseguire o meno, per non “intromettersi” nella vita dei monaci camaldolesi. Poi conclude il ragionamento... «Quando abbiamo portato all’eremo il nostro catalogo, per donarlo loro, abbiamo visto un vero gaudio in quei monaci. Se il silenzio e l’isolamento sono loro regole, perché dedicano il loro respiro all’umanità, i camaldolesi hanno contemporaneamente il desiderio di far capire il perché della loro scelta. Quella soddisfazione che mi hanno fatto percepire è stata per me un successo. E sono certa che il concerto sarà bellissimo». C’è un’altra specificità. La pagina autunnale. Da tempo il Festival ha realizzato produzioni operistiche di grande qualità, partendo dai laboratori con giovani artisti. E il pubblico ravennate ha già avuto il piacere di assistere al prestigioso ciclo dedicato da Riccardo Muti alla Scuola Napoletana, proposto in apertura di stagione lirica, dopo le “prime” salisburghesi. Qual è la novità della “Trilogia d’autunno”? «È una nuova sfida. Siamo partiti con Orfeo, poi mi sono lanciata nella regia delle opere, senza alcuna preclusione di fronte ai nuovi linguaggi espressivi e artistici. Così, insieme al Trovatore e a Traviata, realizzeremo quest’anno Rigoletto, a completare la trilogia popolare di Giuseppe Verdi. Ancora una volta saranno in scena solo artisti giovani, giovanissimi!, a formare tre compagnie che si susseguiranno

nell’arco delle nove serate, durante le quali presenteremo le opere in successione. Il rischio c’è, come sempre: non è automatico che il progetto debba avere successo. Ma l’impegno è totale. Come l’entusiasmo. Lo stesso slancio che ho sentito quando ho pensato di utilizzare le tecnologie più raffinate e metterle al servizio della grande musica. La trilogia lo dimostrerà ancora di più, per mostrare

avvalerci di queste meraviglie. Così Bh parlerà della spazializzazione del suono; Gianni Guerrini della video arte e Vincent Longuemare del mondo della luce. Ecco piccoli esempi di come affronteremo le opere con tecnologie totalmente virtuali: Rigoletto sarà all’insegna della luce che, scaturendo dal buio, sarà l’assoluta protagonista. In questo caso non utilizzeremo il computer: i cantanti avranno

La Traviata

Il Trovatore

insieme come si possano contenere i costi senza intaccare di un millimetro la qualità degli allestimenti. Così presenteremo un unico modulo di palcoscenico, cangiante, dove le sensazioni saranno ricreate con mezzi innovativi, in grado di far capite come queste opere siano davvero molto diverse». In che modo? «Facendo manipolare quello spazio all’hi-fi, al computer, al light designer. E spiegheremo ai giovani artisti, appunto nei laboratori, come intendiamo

indosso stoffe e costumi splendenti, come se fossero stati disegnati da Vermeer. Sarà il nostro prezioso light designer a cercarle, proporle, nasconderle. Il pubblico ricorda poi Trovatore, visionario e divenuto totalmente “nostro” con quelle immagini digitalizzate che avvolgevano i cantanti. Infine i riflessi degli specchi di Traviata. Il tutto con una circolarità che richiama espressamente quella musicale di Verdi. E questo senza perdere un millimetro del rispetto dei testi, nell’assoluto rigore

dell’esecuzione musicale. Il successo che abbiamo ottenuto in Oman, appunto con Il Trovatore, dice che la strada è giusta». Anche per quello che riguarda la preparazione dei cantanti e dei cori… «Proprio così. Il coro sarà creato appositamente per questi tre titoli. Curerò personalmente la preparazione dei cantanti, sia dal punto di vista tecnico che da quello vocale, prima ancora di affrontare il repertorio. A quel punto il lavoro si affinerà per curare l’alternanza dei cast sul palcoscenico e offrire al pubblico tre eventi speciali; nel complesso davvero un bell’affresco musicale. Andiamo verso una “grande semina”: vogliamo valorizzare i giovani. Quando avremo garanzie dal punto di vista economico, potrei invitare a Ravenna un giovane regista per proseguire le “Trilogie”. Perché, secondo me, tutto questo avrà successo: se ne parlerà e si cercherà di valorizzare al meglio anche quanto c’è attorno. Non è possibile che, chi ama Verdi, decida di trascorrere tre o quattro giorni a Ravenna, in autunno, per assistere ai tre titoli? Non sarebbe un indotto turistico interessante e “fuori stagione’? Potremmo pensare di avere una “Ravenna città aperta”, in cui venire in qualsiasi giorno dell’anno». Cristina allarga le braccia a simboleggiare lo spirito di accoglienza che dovrebbe permeare questa città e questa terra che ama così profondamente. E conclude la chiacchierata tornando con lo sguardo rivolto ancora al futuro, e ai ragazzi. «Immagino le prime parti della Cherubini che, nel periodo centrale del Festival, realizzano master class non solo per musicisti che desiderano perfezionarsi, ma proprio per i bambini e i ragazzini. Immagino tanti piccoli momenti musicali lungo la Darsena di città. I seimila adolescenti arrivati a maggio ci hanno dato il polso di cosa possiamo essere. E lungo il canale non sarà indispensabile avere solamente grandi spazi: chi ha voglia di ospitare concerti e piccoli eventi, si faccia avanti. Saranno “il festival” insieme a noi». m


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12 sinfonica Ravenna Festival Magazine 2012

Pura classicità per il “Concerto delle fraternita” diretto da DI

TARCISIO BALBO

Accanto alle rappresentazioni operistiche, i concerti sinfonici hanno da sempre costituito il nerbo di Ravenna Festival. Non stupisce quindi che Riccardo Muti abbia voluto aprire l’edizione 2012 della kermesse ravennate, lo scorso 27 aprile, dirigendo un colosso quale la Chicago Symphony Orchestra: “una supercorazzata sinfonica”, come l’ha definita lo stesso Muti; una compagine poderosa cresciuta sotto la guida di titani quali Rafael Kubelík, Fritz Reiner, Georg Solti, Daniel Baremboim, che con Muti – direttore musicale dell’Orchestra dal 2010 – ha sviluppato una cantabilità, una morbidezza e un’elasticità tutte made in Italy. La dimostrazione di cotanta versatilità il Maestro l’ha fornita col regalare a Ravenna un concerto dalla scaletta quanto mai poliedrica, che accostava le musiche di Nino Rota per il Gattopardo di Luchino Visconti, composte tra il 1962 e il ’63 a partire dalla giovanile e incompiuta Sinfonia sopra una

canzone d’amore, a uno dei più struggenti poemi sinfonci di Richard Strauss: quel Tod und Verklärung (Morte e Trasfigurazione) in apparenza antitetico negli atteggiamenti musicali rispetto a un caposaldo della letteratura sinfonica quale la Quinta sinfonia di Dmitrij Šostakovič, la “risposta pratica di un compositore a una giusta critica” con cui l’autore faceva ammenda – ma solo in apparenza – delle imbarcate formaliste che lo avevano condotto alle stroncature di regime per la Quarta sinfonia e la Lady Macbeth del distretto di Mcensk. Sempre Muti chiuderà il ciclo sinfonico del Festival 2012, il 21 luglio, con un “Concerto delle fraternità” dedicato a tutti coloro che ricercano nella preghiera, nella meditazione, nella vocazione al silenzio e alla ricerca il significato ultimo della fede: l’Orchestra Giovanile >> Luigi Cherubini,

Muti Un ritratto del maestro Riccardo Muri. In basso, il direttore d’orchestra Dennis Russel Davies

Il 12 luglio, alla guida della Cherubini, il maestro eseguirà brani di Brahms, Haydn e Mozart Il direttore d’orchestra Dennis Russell Davies


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14 sinfonica Ravenna Festival Magazine 2012

>> l’Orchestra Giovanile Italiana e il Coro “Stagione Armonica” diretto da coro Sergio Balestracci affronteranno, assieme al contralto Ekaterina Gubanova, lo Schicksalslied op. 54, il Canto del Destino di Johannes Brahms su testo dall’Hyperion di Friedrich Hölderlin, e sempre di Brahms la Rapsodia per contralto, coro maschile e orchestra op. 53. A chiudere, e a elevare gli animi con la più pura classicità musicale, il Te Deum Hob. XXIIIc/2 di Franz Joseph Haydn, e il celeberrimo mottetto Ave Verum Corpus K 618: una delle opere estreme di Wolgang Amadeus Mozart, composto a ridosso della celeberrima Zauberflöte. Prima, però, l’8 luglio al Palazzo Mauro De André, un altro grande del podio dirigerà un’altra “corazzata sinfonica” come l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo: Yuri Temirkanov interpreterà due classici della musica russa quali l’ouverture La grande Pasqua russa op. 36 di Nikolaj RimskijKorsakov e gli immortali Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij nell’orchestrazione di Maurice Ravel. In mezzo, l’impervio e sublime Concerto per violino op. 64 di Felix Mendelssohn, interpretato dalla solista giapponese Sayaka Shoji. A fare da corona a tali giganti della direzione d’orchestra, una variegatissima serie di appuntamenti sinfonici. Il 10 giugno toccherà a Dennis Russell

Il maestro Yuri Temirkanov a Ravenna sul podio della Filarmonica di San Pietroburgo

Davies, brillante direttore e pianista, versato sia nel repertorio “classico” sia in quello contemporaneo, dirigere l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e la pianista giapponese Maki Namekawa nel Lamentate per pianoforte e orchestra di Arvo Pärt e in The Planets op. 32 di Gustav Holst. Il 21 al Teatro Alighieri, direttamente da Taiwan, la giovane EverGreen Symphony Orchestra diretta da Gernot

Schmalfuss si cimenterà in un singolare concerto che accosterà brani del folklore orientale arrangiati da compositori taiwanesi a monumenti del sinfonismo occidentale quali l’ouverture dal Rienzi di Richard Wagner e la possente Sinfonia Dal nuovo mondo di Antonín Dvorák. Ancora il 25 giugno, nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe, l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, il Chicago Children’s Choir e il contraltista Antonio Giovannini si confronteranno con la Terza

sinfonia di Franz Schubert e con i Chichester Psalms di Leonard Bernstein, diretti da Pietro Borgonovo. Non va dimenticata, infine, una citazione per la “seconda anteprima” festivaliera dello scorso 16 maggio, con L’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e gli strumentisti delle scuole di musica d’Europa diretti dal poliedrico Wayne Marshall in un programma che spaziava da Gershwin a Bernstein, da Rossini a Verdi, e da Nino Rota al John Williams di Guerre stellari. ❍

Sopra, la violinista giapponese Sayaka Shoji. A fianco, giovani cantanti del Chicago Childrens Choir


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16 antica e sacra Ravenna Festival Magazine 2012

La “barbarica bellezza” dei suoni della tradizione DI TARCISIO

BALBO

“C’è musica e musica” era una serie televisiva del 1972, curata da Luciano Berio e tutta tesa a illustrare la pluralità delle esperienze musicali nel Novecento. C’era spazio per tutti: per i classici, i didattici e gli avanguardisti. C’erano anche alcuni minuti di una puntata dedicati alla cosiddetta musica antica, tra Boulez e Stockhausen, e accanto a una magistrale analisi con esempi dal vivo dell’“Eroica” di Beethoven: mai cammeo fu più adatto per illustrare l’ambivalenza e la genericità del concetto stesso di “musica”. Siamo passati dall’oblio dell’antichità musicale, al suo recupero, alla sua riproposizione in chiave “filologica”, fino alla historically informed performance, per dirla all’inglese. Insomma, pian piano stiamo riscoprendo che quella musica “antica” poi tanto antica non è. E non è neppure elitaria o remota, visto che ama mischiare l’alto col basso, il sacro col profano. Capita quindi che il filone “antico” di Ravenna Festival inizi con un doppio appuntamento, il 9 giugno. Alle 21 a Sant’Apollinare nuovo; alle 23 alla Basilica di San Francesco: qui la polifonia arcaica e potente delle squatri di ladatùra, dei cantori che durante la settimana santa solennizzano i riti penitenziali in non poche città della Sicilia più interna (e con loro due veri e propri ambasciatori della musica tradizionale siciliana quali i fratelli Mancuso); lì le polifonie raffinate e concertanti di Orazio Tarditi, monaco camaldolese che attorno alla metà del Seicento dimostra di aver assimilato a puntino la lezione dei grandi compositori di scuola veneziana, Monteverdi in primis. Ad eseguire la partitura l’ensemble La stagione armonica, diretto da Sergio Balestracci.

E che musica ed etnomusicologia abbiano molto imparato l’una dall’altra nel farci riscoprire pratiche e tecniche credute desuete, ma in realtà ancora vive e vitali, lo dimostrerà il 26 giugno il duo Eloqventia, nei chiostri della Biblioteca classense, con un tourbillon di danze due e trecentesche italiane, francesi, andaluse, sefardite, rilette alla luce delle vive tradizioni folkloriche europee e dalle culture musicali del vicino Oriente. All’orizzonte folklorico che si rivolgeva già trecento anni fa anche Georg Philipp Telemann, allorché si meravigliava della forza e della “bellezza barbarica” nella musica tradizionale ascoltata a Cracovia e nella regione dell’Hanà. Il 29 giugno, ancora nei chiostri della Biblioteca Classense, l’orchestra Il Suonar Parlante diretta da Vittorio Ghielmi farà scoprire agli spettatori del Festival i gioielli “barbarici” incastonate nei più pregevoli esempi del concertismo settecentesco: dalle composizioni del già citato Telemann a quelle di una gloriosa stirpe musicale come i boemi Benda. Assieme a Ghielmi e al Suonar Parlante, un ospite d’eccezione: Marcel Comendant, virtuoso del cymbalon, e grande esperto della musica gitana di Romania e Boemia. Questo ricco, fra sacro e profano, proposto da Ravenna Festival 2012, non disdegnerà neppure il vero e proprio crossover. Il 17 giugno sempre nei chiostri della Biblioteca Classense, le tre voci femminili del norvegese Trio Mediæval e il trombettista Arve Henriksen, esponente di punta dell’attuale scena jazzistica nordeuropea, proporrano un seducente gioco di rimandi temporali dove folklore nordico e musica medioevale si incontrano con l’improvvisazione contemporanea e la tecnologia digitale di una tromba


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antica e sacra 17 Ravenna Festival Magazine 2012

la murrina

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NUOVO SHOWRO OM

Sopra, la flautista Dorothée Oberlinger; sotto, il Trio Mediæval. Nella pagina a sinistra, dall’alto verso il basso: i fratelli Mancuso, il coro dei Cantores Minores e il direttore e violista Vittorio Ghielmi

manipolata elettronicamente. Così come il 10 luglio nei Giardini di San Vitale, nell’ambito della rassegna “Sette giorni in Tibet”, i lama tibetani del Monastero Drepung Loseling uniranno la propria sapienza musicale a quella di musicisti poliedrici quali Markus Stockhausen e Fabio Mina, al Coro gregoriano Mediae Aetatis Sodalicium diretto da Nino Albarosa, e ai live electronics Luigi Ceccarelli. Il giorno dopo, sempre nei giardini di San Vitale, Amelia Cuni, Maria Jonas e Werner Durand fonderanno insieme l’elettronica contemporanea, il gregoriano, e il dhrupad: il canto sacro della tradizione classica indiana. A completare il panorama “antico” del Festival, l’11 giugno

nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe, i Cantores Minores della Cattedrale di Helsinki diretti da Hannu Norjanen con Markus Malmgren all’organo, in un suggestivo programma tutto dedicato alla musica finlandese dal Medioevo alla contemporaneità. L’1 luglio tocchera invece alle voci estoni dell’Ensemble Heinavanker proporre agli spettatori ravennati la feconda tradizione musicale estone, a partire dai cosiddetti canti runici di epoca precristiana. Una citazione a parte, infine, per il repertorio fuori dal tempo del Coro ortodosso maschile di Mosca, che porterà a Ravenna la grande tradizione del canto sacro e liturgico della chiesa russa: l’11 luglio, nella Basilica di San Vitale.m

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18 opera e balletto Ravenna Festival Magazine 2012

L’immorale Sancta Susanna secondo Chiara Muti DI

TARCISIO BALBO

A scorrere la biografia di Paul Hindemith, a volte si ha l’impressione di avere a che fare con due personaggi diversi: con la stessa persona nata due volte, o se si vuole con la versione musicale del dottor Jekyll e il signor Hyde. Jekyll è l’ultimo Hindemith: quello che dagli anni Trenta si arrocca su posizioni accademiche e neobarocche, venate di un profondo sentimento mistico e di una qual certa intenzione socialpedagogica che culmineranno nei grandi capolavori operistici Mathis der Maler (sulla vita del visionario pittore cinquecentesco Mathias Grünewald) e Die Harmonie der Welt, in cui il protagonista Keplero (il celebre astronomo) si trova a dover conciliare la Bibbia con le scienze fisiche e matematiche, nel tentativo tutto umano di avvicinarsi a contemplare l’armonia del mondo. In questo cammino artistico e spirituale, che Hindemith aveva maturato sin dalla Marienleben del 1922-1923 basata su una serie di liriche mariane di Rainer Maria Rilke, si colloca il balletto Nobilissima visione. Hindemith ne concepisce l’idea nel 1937 a Firenze, durante un Maggio Musicale Fiorentino, folgorato dagli affreschi della cappella Bardi in Santa Croce in cui Giotto raffigura alcuni episodi dalla vita di san Francesco. L’anno dopo nascono sia il balletto per il Covent Garden di Londra, diretto da un immortale della danza quale Léonide Massine, sia una suite orchestrale che a Ravenna, il prossimo 6 luglio, sarà coreografata da Micha van Hoecke: uno dei più stretti collaboratori e amici di Riccardo Muti, habitué della prima ora a Ravenna Festival, direttore del Corpo di ballo al Teatro dell’Opera di Roma di cui Muti è Direttore onorario a vita dallo scorso agosto (vedi pp. 40-41). Come di consueto per gli appuntamenti di

La figlia del maestro esordisce alla regia con un’opera che provocò scandalo e fu rinnegata dallo stesso Hindemith

rilievo nei propri passaggi ravennati, il Maestro Muti dirigerà la “propria” Orchestra Giovanile Luigi Cherubini nel concerto che dà il titolo al Festival di quest’anno, e che racchiude in un solo evento le due facce contrastanti di uno dei massimi compositori del Novecento. Sì, perché assieme a Nobilissima

visione, assieme al dottor Jekyll, ci sarà anche il signor Hyde: ovvero lo Hindemith espressionista al limite della blasfemia che nel 1922, à côté della misticissima Marienleben, aveva messo in scena un trittico operistico destinato a far scandalo soprattutto per l’atto unico Sancta Susanna, in cui una

giovane suora confessa alla consorella Klementia (il nome dice tutto) il turbamento dei propri sensi, sconvolti dal profumo dei lillà e dalla voce di una ragazza che geme di piacere nel campo vicino. Non basterà che Klementia ricordi alla giovane monaca la storia di suor Beata che, vinta dalla passione dei sensi, baciò nuda la testa del crocefisso e per questo venne murata viva: quando la notte volge al termine, Susanna confessa il proprio peccato di fronte alla priora e alle consorelle, e poiché non vuole pentirsi, si dichiara pronta a essere anch’ella murata viva. L’opera era sin troppo osé persino nel pieno della vague espressionista. Il grande direttore Fritz Busch si rifiutò di dirigere Sancta Susanna giudicandola immorale; ancora quarant’anni dopo, una rappresentazione a Roma provocò l’indignazione del Vaticano, un’interrogazione parlamentare, e la denuncia al sindaco di Roma e al sovrintendente del Teatro da parte di un’associazione di donne cattoliche. Persino lo stesso Hindemith giunse a rinnegare la propria opera nel 1937, espungendo dal proprio catalogo operistico quello che è oggi considerato uno dei maggiori capolavori scenici dell’espressionismo musicale. Sancta Susanna viene rappresentata per la prima volta in forma scenica a Ravenna Festival. L’opera, in più, vede per la prima volta Chiara Muti collaborare col padre in veste di regista, dopo averlo affiancato da preziosa narratrice nel 2008, nella Passiuni di Giovanni Sollima. Ancora, attorno a Nobilissima visione discuteranno il 7 luglio Riccardo Muti e Massimo Cacciari, che prenderanno spunto dall’opera di Hindemith e la figura del Poverello d’Assisi per conversare sullo spirito del monachesimo, sul misticismo , sulla potenza dell’arte, sul rapporto tra fede e Chiesa. ❍


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20 luoghi dello spirito Ravenna Festival Magazine 2012

I mille anni di Camaldoli Contemplazione, profezia e libertà DI

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CHIARA BISSI

Il millenario della fondazione del sacro eremo di Camaldoli ad opera del ravennate San Romualdo diviene per il festival ispirazione per un viaggio sonoro nella spiritualità occidentale e orientale. Romualdo (952 – 1027), nobile ravennate, monaco a 20 anni, abate del monastero di Sant’Apollinare in Classe, poi mistico ed eremita errante diviene la figura guida per rintracciare alcuni elementi della Ravenna dell’anno Mille, assai meno nota rispetto ai fasti dell’impero romano d’occidente, ma costellata di personaggi eminenti da Sant’Adalberto a Gerberto di Aurillac (papa Silvestro II), fino all’imperatore Ottone III. Nel 1012 Romualdo fonda con cinque monaci una nuova comunità nel “Campo di Maldolo” messo a disposizione dal vescovo Teodaldo sulla dorsale degli Appennini, tra la Romagna e Arezzo, con un oratorio e alcune celle dove praticare la vita contemplativa e servire Dio. Lungo il corso di dieci secoli quell’eremo e cenobio ha continuato a rappresentare un luogo di silenzio, di studio nonché di cura e simbiosi con la foresta che circonda il monastero. Testimone del profondo legame fra Ravenna e

l’eremo di Camaldoli, il priore Alessandro Barban, atteso sabato 9 giugno alla sala Muratori della biblioteca Classense, alle 18, nella giornata di apertura del festival per un incontro dal titolo “Nobilissima Visione. Contemplazione, profezia e libertà”. L’intenso legame fra Ravenna e l’Eremo di Camaldoli si rinnova inaspettatamente attraverso la musica. Il percorso tematico del festival propone liturgie sacre come la messa concertata di Orazio Tarditi, monaco camaldolese. La dimensione musicale ha avuto ed ha un ruolo nelle attività monastiche, quotidianamente votate alla contemplazione e al silenzio? «La musica – soprattutto nella sua forma del gregoriano - ha accompagnato da sempre la preghiera dei benedettini nei loro cenobii. All'eremo di Camaldoli si alternava la preghiera orale dei salmi con quella cantata, soprattutto nelle feste. So che in certi contesti monastici di tipo eremitico come i Certosini era proibita la musica considerata come disturbo per una preghiera contemplativa. Ma questo non fa parte della nostra tradizione: alla lettura semplice e cadenzata dei salmi si alternava la preghiera in


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canto. Musica recepita da altri contesti monastici, oppure creata direttamente qui all'Eremo sia per cantare inni o antifone proprie, secondo i diversi tempi liturgici, o per accompagnare i salmi». Cosa significa raccontare la figura storica, morale e spirituale di Romualdo. Quali riflessioni proporrà al pubblico ravennate, nell’incontro di sabato 9 giugno? «Il tema del Ravenna festival è la visione. Cercherò di qualificare diverse modalità di visione da quella più filosofica a quella religiosa. Bisognerebbe fare chiarezza sul termine contemplazione... Ma contemplare, cioè vedere in profondità, o vedere oltre, o scorgere l'utopia, volare al di là dell'orizzonte, significa anche rintracciare la libertà e la profezia. Il profeta critica il presente per rintracciare una via di cammino verso la destinazione di un mondo più aperto, più giusto e più umano». Nella vita dell’Eremo il rapporto con la foresta e con la natura appare dalla fondazione inscindibile. Oggi più che mai nel mondo, la relazione fra l’uomo e l’ambiente appare spesso conflittuale, fino ad arrivare alla cattiva gestione dei territori, al cieco sfruttamento delle risorse, a cui, a volte, fanno seguito manifestazioni incontrollabili degli elementi. Qual è la via per tornare all’equilibrio e all’armonia con l’ambiente naturale? «Il dio denaro, l'interesse e lo sfruttamento fine a se stesso delle risorse della terra, l'egoismo soggettivo attraverso il quale pensiamo che esse non debbano mai finire, il mancato senso di responsabilità nei confronti delle future generazioni, questa ossessione di avere e consumare, sono il segno della nostra cecità, della nostra insipienza e del vuoto che si sta producendo dentro il senso ultimo della vita. Solo ritrovando i valori di un nuovo umanesimo, cioè rimettendo a ripensare l'essere umano, potremo ritrovare una relazione vitale con l'ambiente che ci circonda e cominceremo a camminare in modo differente su questa terra. Non ritroveremo solo la natura nella sua ricchezza, ma incontreremo anche gli altri in una reciprocità che non esclude più nessuno». L’incontro con il priore Barban sarà preceduto sempre sabato 9, alle 17,30 dalla presentazione del volume I passi del silenzio. Da Ravenna all’Eremo di Camaldoli sulle tracce di San Romualdo, Danilo

Passi nel silenzio sulle tracce di Romualdo Dal 19 al 25 giugno in cammino dalla basilica di Classe all’Eremo di Camaldoli Per chi oltre ai viaggi musicali proposti dal festival nel tempo e nello spazio volesse intraprendere nuovamente il cammino di Romualdo, nobile ravennate, abate di Sant’Apollinare in Classe e eremita si offre l’occasione unica per seguire le orme del mistico in un ipotetico percorso che lo condusse da Ravenna all’eremo di Camaldoli nel 1012. Fra le iniziative concordate con la congregazione dei monaci Camaldolesi dedicate al millenario della fondazione dell’Eremo, spicca “Passi nel silenzio”, camminata ideata da Trail Romagna e organizzata in collaborazione con la sezione ravennate del Cai, dal 19 al 25 giugno. Sette le tappe individuate, come sette furono gli anni nei quali Romualdo rispettò l’assoluto silenzio. Seguendo la possibile morfologia del territorio nell’anno Mille, le relazione intrattenute dall’eremita ravennate, e il racconto successivo di San Pier Damiani, il percorso con partenza dalla basilica di Sant’Apollinare in Classe raggiunge via San Pietro in Vincoli Faenza, città ricca di testimonianze camaldolesi e conduce attraverso il crinale di Modigliana, di Tredozio, prima all’antica chiesa di san Valentino poi all’Eremo di Gamogna (eretto da San Pier Damiano) e a San Benedetto in Alpe, dove Romualdo fondò una delle sue comunità, fino a Campigna e all’eremo. Il cammino, non certo il più lineare è fedele al tracciato delle vie

«Solo ritrovando i valori di un nuovo umanesimo potremo ritrovare una relazione vitale con l’ambiente che ci circonda e cominceremo a camminare in modo differente su questa terra» Montanari editore. Alessandro Barban celebrerà anche la messa, nell’ambito delle liturgie domenicali “In Templo Domine”, il 10 giugno, quando la basilica basilica di Sant'Apollinare in Classe ospiterà la Messa concertata a cinque voci di Orazio Tarditi (1602-1677), monaco camaldolese (prima esecuzione in tempi moderni). Ma il priore di Camaldoli non sarà l’unica guida spirituale accolta dal festival. Passando dalla storia del misticismo monacale alla contemporaneità infatti, lunedì 18 giugno il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, da 40 anni impegnato nel dialogo ecumenico fra differenti chiese cristiane sarà protagonista di un incontro, sempre alla biblioteca Classense, dedicato al rapporto fra monachesimo e società civile. m

medievali, alte, lungo i crinali per sfuggire alle terre allagate e ai pericoli della pianura. Oltre a prevedere momenti di raccoglimento, il percorso vuole unire idealmente due grandi aree verdi, ora protette: l’antica pineta di Classe e la foresta Casentinese. Su quest’ultima è stato recentemente pubblicato “Il codice forestale camaldolese”, un testo che raccoglie le regole di gestione del verde, frutto della sapienza dei monaci che custodendo amorevolmente questo patrimonio ne hanno consentito la conservazione, norme che probabilmente furono osservate anche dai monaci di Classe e che, oggi, possono essere considerate alla radice della sostenibilità. «Con frequenti saliscendi – scrive Elisabetta Baldrati, presidente della sezione ravennate del Cai – supereremo torrenti, risaliremo i fianchi delle montagne, percorreremo crinali; ascolteremo i suoni e i silenzi della natura. Un viaggio della mente, del cuore, dei sensi, di tutti i sensi, un percorso che privilegia la sacralità dei luoghi e degli ambienti». Un cammino senza difficoltà tecniche ma in continua ascesa, da 0 a 1100 sopra il livello del mare, fra querce, castagni, larici e abeti bianchi. È prevista l’assistenza lungo tutto il percorso e l’ospitalità per ogni tappa, e la possibilità di partecipare anche a singoli tratti giornalieri. Info e mappa del viaggio nella pagina seguente

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24 illuminazioni Ravenna Festival Magazine 2012

Gli Dei e la Libertà nella mistica femminile DI

MARINA MANNUCCI

«...non ho nessun titolo per scrivere un libro su Dio... ciò nonostante, io volevo parlare di Dio, lo volevo fortemente, per parlare delle donne, parlarne in un certo modo di cui solo “Dio” mi offriva la possibilità...» Luisa Muraro, Il dio delle donne

I testi della mistica femminile si possono leggere e studiare da più punti di vista – religioso, letterario, sociologico, psicoanalitico, filosofico –, ma nessuno di essi può ignorare le strategie di libertà messe in atto dalle loro autrici. Libertà e non parità o emancipazione, occorre sottolineare trattandosi di donne, affinché la prospettiva non si arresti al confronto con l’uomo, facendoci perdere, insieme all’allegoria dell’assoluto che caratterizza ogni scrittura mistica, il legame originario tra questa allegoria e il piacere femminile, legame che fa sfociare il piacere in gioia libera. «Nella scrittura mistica, la donna è in rapporto con un altro che non è l’uomo. I testi sono parlati/parlanti di un’esperienza di relazione i cui termini non stanno interamente nell’ordine di questo mondo, ma che, in compenso, gettano molta luce sulla strana economia e le molte incoerenze di tanta esperienza femminile comune» (Luisa Muraro). Nella rappresentazione della storia del genere umano, si è sistematicamente messo tra parentesi l’altro che è donna (si veda Luce Irigaray, Speculum. De l’autre femme, Minuit, Paris, 1974, trad. it. Feltrinelli, Milano, 1976). Il contributo della mistica femminile non s’incontra nel patrimonio che gli studiosi mettono a disposizione della cultura comune; tuttavia, una parte dei testi si è salvata, alcuni di questi sono stati studiati e stampati da tempo, molti lo sono ai nostri giorni ed incontrano lettrici e lettori anche fuori della

cerchia degli specialisti, tornando così a nuova vita. Li ha salvati la loro energia pensante, più profonda della diffidenza, delle censure, delle manipolazioni, dell’incomprensione, del disprezzo e dell’indifferenza di cui, molto spesso, fu disseminata la loro storia nella cultura religiosa e in quella laica. Una caratteristica riconosciuta del pensiero mistico è di arrivare a pensare l’essere senza concetti e senza operazioni logiche, con la stessa immediatezza che ha il sentire. La metafisica occidentale ne fa una scienza divina; ad essa si può pervenire al culmine di un itinerario asceticofilosofico le cui caratteristiche cambiano nei secoli e nei contesti, conservando tuttavia, da Plotino in avanti, una medesima impostazione. Nel pensiero femminile, la mistica mantiene

la peculiarità di scienza divina (nello Specchio di Margherita Porete ritroviamo esattamente questa formula). Inoltre, quando si volge alla cosa anelata, la donna cessa di recludersi in un ordine predeterminato, sociale, teologico, patriarcale, muovendosi verso un’alterità di gran lunga più radicale e netta di quanto mai intervenga in un uomo. Nel libro Il Dio delle

donne, Luisa Muraro sceglie di studiare i testi della mistica medioevale femminile per penetrare più a fondo nella dimensione delle donne: una ricerca all’interno della storia del pensiero occidentale che elabora una Teologia al Femminile. Un recupero di una sensibilità più attuale che mai, attraverso la lettura di testi di donne tagliate fuori della cultura ufficiale come Il libro dell’esperienza di Angela da Foligno, Lo specchio delle anime semplici, di Margherita Porete, La luce fluente della Divinità di Matilde di Magdeburgo, le Lettere di Hadewijch d’Anversa. Con propaggini che, attraverso i secoli, portano fino alle pagine di scrittrici moderne, come la Lispector, la Weil o Cristina Campo. Nel secolo XIII in Umbria si creò un movimento di mulieres religiosæ che in parte andarono a chiudersi all’interno di conventi dandosi loro regole, in parte si liberarono del peso di famiglia e figli per riunirsi in gruppi

Antonello da Messina, L’Annunziata, 1475 ca., Galleria Regionale della Sicilia, Palazzo Abatellis, Palermo. Possibile ritratto di Margherita Porete


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illuminazioni 25 Ravenna Festival Magazine 2012

che girovagavano proclamando e ancora Luisa Muraro, è ostentando il loro senso della straripante e non va confuso con fede. Tale libertà avrebbe avuto quello degli uomini che è invece breve durata, ben presto trascendente. Allorquando un riassorbita e normalizzata dalla fiume esce dagli argini, non si limita ad oltrepassarli, li rompe. Chiesa e dalla società. Ma, per la Potrebbe esser questa la prima volta, le donne fecero differenza tra san Francesco qualcosa senza la mediazione d’Assisi e la beata Angela da maschile (della Chiesa, della Foligno: lui che si effonde in un società, della famiglia). Grazie a Cantico che lega creato e questa situazione straordinaria, creature, divino e mondo, vita e si attribuirono, anzi, si morte; lei che si affretta trafelata conquistarono, il potere della parola e conseguentemente della per tutta l’Umbria e quando fa il scrittura. Del movimento suo ingresso all’interno della religioso di queste donne non esiste una narrazione storica unitaria, come esiste invece delle lotte per il potere politicoreligioso o delle rivolte sociali. Si trattò di una lotta che possiamo considerare politica; ma in questione non era il potere politico né la giustizia sociale; la lotta era per un senso più grande e più libero del nostro stare al mondo: per la felicità. «Il terreno di lotta era l’ordine simbolico, quell’ordine a volte invisibile ma attivo e operante – lo impariamo imparando a parlare – cui attiene il rapporto tra quello che c’è e quello che non c’è, o non si vede, tra le cose e le parole, tra i corpi e i segni, tra i desideri e la legge, tra l’esperienza e la possibilità di dire il vero» (Muraro, 2003). In questo rapporto che si apre tra la donna e Dio, pur data evidentemente la grande disparità intercorrente tra i due, si crea un’intimità singolare Gian Lorenzo Bernini, Estasi di santa e una franchezza Teresa d’Avila, 1647-1652, Chiesa di incondizionata. Santa Santa Maria della Vittoria, Roma Caterina ragiona di Cristo alla stregua di un innamorato; le beghine si pongono con pieno agio e Basilica di Assisi tanto è colma di disponibilità nella posizione emozioni e scossa che la femminile accettando la debbono allontanare con la forza differenza, dunque accettando la per il clamore che solleva. forza e l’energia dell’altro. Purché Luisa Muraro vede, dunque, in questo Dio delle donne qualcosa l’altro sia però Dio, cioè senza che “apre” a dimensioni nuove, la limiti. Quando nel loro rapporto col divino le donne incontrano il sua potenza è la potenzialità di loro Dio, cioè la relazione, colui a cui si affida l’anima, è la sospendono ogni aspetto «rigido, possibilità suprema: un concetto strutturante, sintattico, che di Dio come apertura al Possibile. organizza visioni fisse delle cose Si tratta di una teologia senza e ordini che vanno conservati, theòs in cui è mantenuto aperto riaffermati, imposti» (Macola, l’orizzonte esistenziale e ultra2003). Il Dio delle donne, osserva logico del possibile. Nell’amore

divino di queste mistiche viene catalizzato nella stessa nonentità di Dio, come radicale possibilità, il proprio contrario, ossia quell’Impossibile che è vittoria sulla morte e negazione di ogni limite nel godimento dell’amore e della felicità. Sono, inoltre, donne libere dalla gabbia logico-linguistica del pensiero codificato perché riattingono la parola dagli albori dell’esperienza ancora informe, riscoprendo il potere significante del linguaggio ancor prima che

questo venga governato dall’egemonia del significato. Dio – sostiene Luisa Muraro – inizia dal luogo ancora non luogo, dal tempo non tempo in cui un’esperienza cerca la parola per dirsi. La donna, attraverso il misticismo, vacilla, ma vacillando è libera dalla solidità vincolante del centro di gravità: anche nell’inquietudine, lei vive la sua fondamentale possibilità di libertà. Questo, a ben guardare, è un tratto peculiare del pensiero femminile in generale, quando

riesce a non subordinarsi ai codici maschili. Teresa d’Avila si appella all’esperienza mistica da lei vissuta per opporsi alle imposizioni teologiche e dottrinali degli uomini di chiesa, dei dotti, dei letrados: «No diré nada que yo no haya largamente experimentado». Dietro il percorso delle mistiche medievali, vi è spesso un’affermazione della libertà di espressione, di linguaggio e di immaginazione che non è solo e non tanto una libertà-da, una libertà-contro, (e da questo punto di vista non c’è più bisogno di scontrarsi col Dio della vecchia teologia maschile), ma soprattutto una libertà-di, produttiva. Il Dio delle donne non è una Persona, né un Ente, né una Sostanza: è la loro divina potenzialità espressiva. Carla Lonzi, scrittrice, critica d’arte, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale, trova nelle mistiche medievali la capacità di esplorazione del proprio spazio interiore e quella di dar voce alla soggettività femminile, generalmente tacitata, nella storia, dall’invadenza del simbolico maschile. Un senso della trascendenza segnato dalla differenza femminile: per una donna, a differenza che per un uomo – lei scrive – vita e senso della vita si sovrappongono continuamente. Mentre per un uomo la trascendenza si pone come un al di là, come una verticalità che si allontana dalla vita e dalla materialità dell’esistenza, una donna fa continuamente la spola fra immanenza e trascendenza, fra vita e senso della vita. Le donne hanno rivestito un ruolo molto importante anche nel sufismo, anche se i manuali non riservano loro molto spazio. Nelle fonti storiche, invece, si trovano citate molte donne musulmane che hanno praticato una vita di ascesi, giungendo ad un alto livello di spiritualità riconosciuto dalle più grandi autorità >> nell’Islam.


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26 illuminazioni Ravenna Festival Magazine 2012

Patti Smith, foto di Annie Leibovitz

>> Ibn al-Jawzi (1114/11151200/1201) riporta nella sua raccolta di biografie su Le qualità degli eletti, i nomi di oltre duecento donne sufi. Abd alRa’uf al-Munawi (1545-1621), nel suo libro Gli astri splendenti, ne registra trentacinque. La maggior parte di queste donne appartengono alla prima e alla seconda generazione dell’Islam. «Moooooove! Ask the angels who they’re calling, Go ask the angels if they’re calling to thee Ask the angels while they’re falling Who that person could possibly be» Patti Smith, Ask The Angels

Anche Patti Smith “sacerdotessa maudite” del punk, della ribellione, dell’avanguardia, che ha segnato la storia del rock, ha subito il fascino della fede come strumento di pace, del Cristo come supremo emblema dell’eroismo sacrificale ed ha spesso scelto le chiese per concerti dal vivo. Fu dopo il memorabile concerto del 1979 allo stadio di Firenze – autentico punto di non ritorno della sua storia e di quella del rock degli anni Settanta – che la Smith iniziò ad avvicinarsi all’altrove; da allora, i riferimenti misticoreligiosi non sono mai mancati, sia nelle canzoni che nelle

poesie: «Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, non per i miei» e «I miei peccati sono solo miei: mi appartengono». Mi piace concludere ricordando Alda Merini, nella cui ricerca di un divino, spesso incomprensibile, liberamente si incontrano erotismo e misticismo, cristianità e paganesimo, un linguaggio che può apparire irriverente, ma che, come lei stessa sostiene, a volte, sboccia da una «splendida frase musicale piovuta dalle mani di Dio». Nei versi della poetessa milanese il corpo è la chiave che apre le porte dell’anima: la dimensione sensuale è permeabile alla manifestazione divina, ne registra la presenza e ne denuncia, disarmata, l’enigma. ❍ «Gesù, forse è per paura delle tue immonde spine ch’io non ti credo, per quel dorso chino sotto la croce ch’io non voglio imitarti. Forse, come fece San Pietro, io ti rinnego per paura del pianto. Però io ti percorro ad ogni ora e sono lì in un angolo di strada e aspetto che tu passi. E ho un fazzoletto, amore, che nessuno ha mai toccato, per tergerti la faccia» Alda Merini, Corpo d’amore


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estasi in versi 27 Ravenna Festival Magazine 2012

Il silenzio, la solitudine, il sublime nella poesia DI

ANNA DE LUTIIS

Nella vita che viviamo in un turbinio di movimenti e di suoni il silenzio diventa una necessaria piccola oasi in cui rifugiarsi per pensare, per pensarsi; la solitudine riconduce dentro di noi i nostri pensieri così li vediamo chiari come riflessi in uno specchio. «Lontani dal caos per sublimare le nostre emozioni», così i poeti hanno sentito i loro versi, così i religiosi si sono concentrati nelle loro preghiere e i filosofi hanno elaborato le loro teorie. La preghiera e il pensiero legano insieme il trascorrere delle ore, allargano gli spazi, ampliano gli orizzonti. «Nel tempo, la notte a seguire il giorno e il giorno la notte, e le stagioni che portano i loro colori e i loro lievi rumori», così ci racconta Philip Gröning nel film Il Grande Silenzio nel quale si interroga sulle priorità della vita mentre osserva, per mesi, quella semplice e rigorosa dei monaci dell’Ordine dei Certosini. Anche per i Benedettini il silenzio era la regola da non infrangere «sia in periodo di digiuno, sia di pranzo». Nel corridoio centrale della Biblioteca Classense di Ravenna, un tempo monastero benedettino camaldolese, troviamo un distico che dice:

Il sacro eremo di Camaldoli

«Lontani dal caos per sublimare le nostre emozioni», così i poeti hanno sentito i loro versi, così i religiosi si sono concentrati sulle loro preghiere e i filosofi hanno elaborato teorie

Et tacet et clamat vocalis pagina, quidnam in muto semper personat ore:tace (La pagina vocale tace e grida nello stesso tempo. E che cosa suona sempre nella bocca muta:taci).

Il silenzio è la regola suprema ed è l'espressione di sé più profonda. San Romualdo, fondatore dell'Eremo di Camaldoli, or mille anni fa, sembra sia rimasto in completo silenzio per sette anni «tacendo con la lingua e predicando con la vita». Silenzio e solitudine mentre lo spirito si spoglia di

Chiostro della Biblioteca Classense

tutte le sovrastrutture in cui l'uomo cerca continuamente di imprigionarlo. Esiste qualcosa di più grande e più puro rispetto a ciò che la bocca pronuncia. Il silenzio illumina l'anima, sussurra ai cuori e li unisce.

Il silenzio ci porta lontano da noi stessi, ci fa veleggiare nel firmamento dello spirito, ci avvicina la cielo; ci fa sentire che il corpo è nulla più che una prigione, e questo mondo è un luogo d'esilio K. Gibran da Le ali spezzate

La coscienza avverte il silenzio in tutte le pieghe e i meandri emotivi. In Leopardi è timore, ................................................ sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura;

in altri rappresenta il sollievo, la pace, la lontananza dal mondo. Se Leopardi si isolava al riparo della siepe per mirare infiniti spazi e immergersi nei suoi pensieri, molto tempo addietro, in Egitto, in Grecia, nell'antica Roma le ricche residenze private godevano di prestigiosi giardini dove erano creati spazi al riparo di sguardi indiscreti per rilassarsi e meditare oppure per pregare, per celebrare i riti. I giardini dell'Islam rappresentavano addirittura il tentativo di ricreare sulla terra l'immagine dettata dal Corano: mai può mancare al centro una fontana da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso, poiché l'acqua è la sorgente della vita, mentre nei monasteri medievali era il chiostro lo spazio riservato alla >> preghiera.


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28 estasi in versi Ravenna Festival Magazine 2012

>> Anche il Romanticismo impose la ferrea regola del luogo isolato, del contatto con la natura, lontani dal mondo industrializzato, alla ricerca di abbazie solitarie o di cimiteri di campagna. Il poeta inglese William Wordsworth passeggia solitario, nel Lake District, nel silenzio interrotto solo da una brezza leggera, nella solitudine che lo ispira in una delle più belle liriche della sua ricca produzione.

il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di primavera. Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell'anima Il silenzio tra padre e figlio e il silenzio dei vecchi carichi di saggezza Edgar Lee Masters da Cielochiaro

oppure viene proiettato nel sublime slancio verso il cielo Su tutte le vette è quiete in tutte le cime degli alberi senti un alito fioco. Gli uccelli son muti nel bosco. Aspetta, fra poco riposi anche tu J.Wolfgang Goethe

I wandered lonely as a cloud that floats on high o'er vales and hills when all at once I saw a crowd a host of golden daffodils (Passeggiavo solitario come una nuvola che fluttua in alto su valli e colline quando all'improvviso vedo una folla una distesa di narcisi dorati).

L'immagine più suggestiva è senza dubbio la vista dei fiori che, accarezzati dal vento, si muovono come onde fluttering and dancing in the breeze (piegandosi e danzando nella brezza). Cercare nella natura la propria isola per soddisfare il desiderio di silenzio appartiene a molti poeti. Antonia Pozzi, poetessa milanese morta suicida a soli 26 anni, cercava lontano dalla città, in fuga dall'incomprensione dei genitori e della società, un rifugio sicuro in un paesaggio che accoglieva e pacava la sua tristezza... ma alimentava allo stesso tempo il presagio di un futuro imprevedibile e inafferrabile.

Il sublime

I luoghi del silenzio possono essere quelli in cui trascorriamo gran parte della nostra vita, ricacciando nel buio più remoto i nostri pensieri, i nostri desideri che raramente la poesia riesce ad esprimere, ma potrebbe poiché, come dice Neruda «La parola è

Esita l'ultima luce fra le dita congiunte dei pioppil'ombra trema di freddo e d'attesa dietro di noi e lenta muove intorno le braccia per farci più soli-

Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare,

This is my letter to the World that never wrote to me .................................. È questa la mia lettera al mondo che mai scrisse a me semplici annunzi che dà la natura con tenera maestà. Il suo messaggio è consegnato a mani per me invisibili. Per amor suo, miei dolci compaesani benignamente giudicatemi.

Cade l'ultima luce sulle chiome dei tigliin cielo le dita dei pioppi s'inanellano di stelleQualcosa dal cielo discende verso l'ombra che tremaqualcosa passa nella tenebra nostracome un biancoreforse qualcosa che ancora non èforse qualcuno che sarà domaniforse una creatura del nostro pianto

Antonia Pozzi, novembre 1930

un'ala del silenzio...» e quando essa manca il desiderio di uscire allo scoperto e comunicarli rimane intorno a noi, dentro di noi e fa parte della nostra vita

Ma se la parola può interrompere il silenzio non da meno è la musica che supera ogni barriera e riesce a trasfondere sentimenti ed emozioni; ne è la prova il grande Beethoven che ci ha saputo regalare quella grande musica, che lui poteva solo immaginare, consapevole, come ebbe a dire «Dio mi dà il diritto di unire le anime con il ponte della musica», infatti il suo silenzio fu l'elemento che creò il miracolo delle sue sinfonie. C'è chi, come Emily Dickinson, il silenzio lo sceglie come stile di vita, consciamente, decidendo di guardare il mondo da un punto di osservazione privilegiato per vedere gli altri vivere. Dalla sua solitudine nacque la sua poesia. Chi avrebbe potuto mai immaginare che quella donna, sepolta nelle antiche stanze dell'austera dimora di famiglia, avesse affidato ai suoi quaderni il tesoro delle sue riflessioni universali. Dalla solitudine della sua stanza Emily scrive al mondo, quel mondo, quella società che non l'aveva accettata:

Il La ricerca di solitudine

Emily Dickinson si ritira definitivamente dalla realtà e per oltre vent'anni vive fino in fondo la propria solitudine e la finzione della sua poesia. La porta appena socchiusa, quando c'erano visite, le permetteva di intuire la vita


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estasi in versi 29 Ravenna Festival Magazine 2012

oltre la soglia. Pure la sua era una solitudine cercata «Sarei più sola senza la mia solitudine» e inoltre sentiva la sicurezza nel suo angolo di mondo «Una prigione poco per volta diventa un amico». Avvolta nel buio della sua stanza, il buio reale, Emily è incantata dalla luce che all'alba e al tramonto riveste e illumina alberi e case, le linee della collina, i solchi lasciati dai carri e dalle carrozze.

raccoglie i pensieri nel silenzio e li trasmette in maniera diretta perché se ne possa cogliere il messaggio: Soffio di Morte è per alcuni soffio di Vitaper chi fino alla morte non è mai stato vivo, chi finché è stato in vita è stato come mortoe solo col morire iniziò la sua Vita

Forse soltanto oggi, in tempi di confuse, arrischiate metamorfosi, in cui la dimensione dell'assoluto sembra perdere spessore nella traboccante sovrabbondanza dello sperimentale superfluo, siamo in grado di apprezzare pienamente la forza di una simile poesia e coglierne il silenzioso sacro messaggio cosa che i suoi contemporanei non seppero fare. m

C'è un taglio obliquo di luce nei pomeriggi d'inverno che affligge, come il peso d'armonie di cattedrale.

La stessa luce che illumina la pagina, i fogli su cui scivoleranno le parole su cui avrà lavorato a lungo per spogliarle di significati e valenze residui così da restituirle alla loro nudità, una semplicità che permetterà loro di giungere dritto al cuore e alla mente del lettore. La semplicità delle sue parole nasconde profondità filosofica e pensiero mistico; è lei la sacerdotessa della poesia che

Abbandonata con noncuranza su un foglio una parola potrà rendere sacro lo sguardo, quando ormai ripiegato per sempre giacerà raggrinzito il suo autore

Emily Dickinson

Addio alla Vita che ho vissuto E al Mondo che ho conosciuto E Bacia le Colline, per me, basta una volta Ora - sono pronta ad andare.


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30 balletto Ravenna Festival Magazine 2012

Gran galà di étoile dall’Opéra National

di Parigi DI

ROBERTA BEZZI

La danza classica, in tutto il suo magnifico splendore, irrompe al Ravenna Festival domenica 24 giugno al Palazzo Mauro De André. E lo fa rinverdendo i fasti della scuola francese, del leggendario Ballet de l’Opéra National di Parigi da cui provengono le giovani stelle del balletto. Dieci i protagonisti: celebri étoile, brillanti primi ballerini, solisti in ascesa, promesse del corpo di ballo, pronti a esibirsi in pas de deux, assoli, piccoli ensemble che si susseguono nel programma del Gran Gala “Grand pas classique”. Per il pubblico sarà quindi una imperdibile occasione di ammirare i frutti di una delle istituzioni più blasonate della scena europea che ha al suo attivo 154 ballerini, 16 étoile e 16 primi ballerini, in genere tutti “assunti” tra i 16 e i 20 anni. Nella prima parte dello spettacolo si rievoca il secolo d’oro del balletto con lo squisito romanticismo di “Sylphide”, “Coppélia” e “Giselle”, preludio ai virtuosismi imperiali russi del “Lago dei cigni”. Ha iniziato a

danzare a quattro anni ed è entrata alla scuola di Roland Petit due anni dopo, la ventitreenne Marine Ganio che apre il Gala con un passo a due tratto da “Sylphide”, con il solista Simone Valastro, su coreografia di August Bournoville. A seguire, un altro pax de deux, per “Coppélia” di Mikhail Baryshnikov con in scena la ventiseienne Mathilde Froustey, reduce dalla tournée a Tokyo in gennaio di “Love from Paris”, e François Alu, danzatore che si è fatto notare in primavera in L’idole Doré della “Bayadère”. Si procede con l’estratto del terzo atto del “Cigno nero”: un altro passo a due coreografato da Marius Petita, che vede come interpreti Florian Magnenet, nominato primo ballerino nel 2010 dopo aver interpretato splendidi assoli in “Don Quichiotte” e “Suite en Blanc”, e Myrian Ould Braham, promossa prima ballerina nel 2005, già vincitrice di premi quali Prix du Cercle Carpeaux, Leonide Massine e Arop. Sempre a Petita si deve la creazione di “Giselle”, con in scena questa volta la ventottenne Dorothée Gilbert, diventata étoile a soli 24 anni dopo


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balletto 31 Ravenna Festival Magazine 2012

aver ballato un fantastico Schiaccianoci al fianco di Manuel Legris. Al suo fianco Josua Hoffalt, pure lui étoile, nominato dal direttore Nicolas Joel, il 7 marzo scorso, a seguito della prima rappresentazione della “Bayadère” all’Opéra di Parigi. Ma nella vita, Dorothée fa coppia con un altro artista, il primo ballerino italiano Alessio Carbone – figlio d’arte, visto che il padre Giuseppe Carbone è stato direttore dei principali teatri italiani ed europei e la madre Iride Sauri era una ottima ballerina – con cui è sposata dall’estate 2009. E proprio il marito chiuderà la prima parte dello spettacolo con il passo a due tratto da “Les Enfants du Paradis”, sul palcoscenico con la prima ballerina Muriel Zusperreguy. Dopo la pausa, si ricomincia con “Adagietto” di Oscar Araiz, che riporta in scena Marine Ganio e Simone Valastro, per proseguire poi con un fulgido esempio del Novecento che porta la firma di Rudolf Nureyev con la sua versione di “Romeo e Giulietta”. Questa volta Muriel Zusperreguy danza con Josua Hoffalt. Florian Magnenet e Myrian Ould

Braham si ripropongono ma con l’estratto del terzo atto del “Cigno bianco”. Fra i maestri francesi non può mancare Maurice Béjart con “Arepo” e l’assolo di Alessio Carbone. Dopodiché la scena sarà tutta per Dorothée Gilbert in una emozionante

Nella pagina a sinistra Alessio Carbone. In questa pagina: sopra Simon Valastro, sotto Murile Zusperreguy,

“Morte del cigno”, con coreografie di Michel Fokine. Dopo il passo a due di Mathilde Froustey e François Alu, tratto da “Don Quichiotte”, per il gran finale tutti in scena con la perla “Études”, summa di rigore accademico. ❍


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danza 33 Ravenna Festival Magazine 2012

Poesia urbana tra banlieu e favelas DI

ROBERTA BEZZI

Con un’anteprima nazionale Käfig Brasil, si chiude il cartellone della danza del Ravenna Festival 2012, mercoledì 4 luglio, alle 21, nella cornice del Palazzo Mauro De André. L’hip hop con tutta la sua esuberanza ed energia entra così di prepotenza sul palcoscenico, grazie al genio creativo del ballerino e coreografo francese Mourad Merzouki, nato a SaintPriest nella periferia di Lione. In

scena gli artisti della sua compagnia Käfig, fondata nel 1996, il cui nome in arabo e in tedesco significa “gabbia” proprio per evocare un luogo in cui si “frullano”, mescolandosi, i diversi stili di danza hip hop. Sin dal 1998 si è fatta portavoce di un’originalità difficilmente imitabile grazie alla sua guida artistica. Merzouki – che è oggi anche il direttore del Centre choréographique National di Créteil succedendo a Dominique

Hervieu e José Montalvo – ha infatti sdoganato la danza e la cultura hip hop dall’ambito sociale per farne un linguaggio artistico “totale” perfettamente adatto al palcoscenico. Il primo in Europa a dare una struttura drammaturgica compiuta a uno spettacolo costruito sulla danza di strada con una trama coerente senza “tradire” l’effetto virtuosistico e “a numeri” di questo stile. Già premiato dal ministero della Cultura e della Comunicazione francese con l’onorificenza di Chevalier des Arts et des Lettres

Dall’hip hop più tradizionale alle arti marziali, alla danza contemporanea, al circo, al free style, all’acrobazia ogni rappresentazione del ballerino coreografo Mourad Merzouki è una sorpresa

nel 2004, Merzouki è diventato in pochi anni una vera star e i suoi spettacolo registrano in ogni piazza il tutto esaurito. Chi ha avuto la possibilità di ammirare qualche sua creazione è certamente rimasto colpito dalle sue spiccate abilità coreografiche e compositive >>


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34 danza Ravenna Festival Magazine 2012

>> e dalla felice fusione di stili e linguaggi, messi in campo – ogni volta – con modalità sempre diverse. Passando dall’hip hop più tradizionale alle arti marziali, alla danza contemporanea, al circo, al free style, all’acrobazia, ogni sua rappresentazione si rivela una sorpresa. Per il Ravenna Festival, Merzouki firma Käfig Brasil, uno spettacolo che coniuga Francia e Brasile in una danza urbana poetica, proseguendo il filone di successo di Agwa e di Correira che hanno registrato ben 180 repliche. Risale a due anni fa, infatti, la nascita di un progetto di collaborazione artistica nell’ambito di una “residenza” brasiliana degli undici giovani bboy di Rio de Janeiro. Agli eccezionali hip-hopper scovati tra le banlieu francesi della sua compagnia, Merzouki abbina dunque la travolgente crew carioca strappata alle favelas. «La loro sete di scoperta e di confronto con altri mondi, mi ha ispirato una creazione in cui confronto queste undici personalità con delle singole scritture coreografiche – afferma

Merzouki ha sdoganato la danza e la cultura hip hop dall’ambito sociale per farne un linguaggio artistico totale

l’artista –. Mi è piaciuta l’idea di invitare diversi coreografi, quali Anthony Egéa, Céline Lefèvre e Denis Plassard per la parte francese, Octavio Nassur per la parte brasiliana così come i ballerini stessi. Dalla forza bruta di questi ballerini, al lavoro sul

corpo e le forme ibride di Anthony Egéa, passando dalla poesia di Céline Lefèvre, all’incontro di generi di Denis Plassard e al linguaggio hop hop dai colori del Brasile di Octavio Nassur, lo spettacolo è un condensato di diverse sensibilità

artistiche». In scena, si susseguono cinque moduli da quindici minuti l’uno. L’ultimo è lasciato all’estro dei danzatori brasiliani, incitati a mixare ritmi e stili dal fuoriclasse Diego Gonçalves Do Nascimento Leitão detto “White”. m


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LA NOSTRA PASSIONE SEI TU! RAVENNA - MARINA DI RAVENNA - MEZZANO - LUGO - BAGNACAVALLO - RUSSI - FAENZA - CESENA - RIMINI - ARGENTA


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36 danza Ravenna Festival Magazine 2012

L’integrazione trascinante dei linguaggi contemporanei DI LINDA LANDI

Immaginate un sabba urbano, dirompente, ossessivo. Conditelo con un pezzo elettronico che abbia la stessa mano “violenta” del coreografo, e avrete Violet Kid, primo dei tre brani proposti dalla giovane compagnia newyorkese Cedar Lake Contemporary Ballet, al Pala de Andrè sabato 30 giugno. Il gruppo, formato da 16 giovani danzatori, nasce nemmeno dieci anni fa, nel 2003, grazie a Nancy Laurie. E oggi, con la direzione artistica di Benoit-Swan Pouffer, si è affermato a livello internazionale sia per il talento dei suoi interpreti, sia per le produzioni firmate da molti dei più ambìti coreografi emergenti nel mondo. Nicolo Fonte, Edwaard Liang, Crystal Pite, Jacopo Godani, Stijn Celis, Angelin Preljocaj e Ohad Naharin (già protagonista di una coreografia interpretata dal Nederlands II, in calendario per la scorsa edizione del Festival)

sono solo alcuni dei nomi che gravitano intorno a questo astro multiforme della nuova danza contemporanea. Hofesh Shechter è il deus ex machina di Violet Kid (2011), tra l’altro presentata in prima italiana, componendone coreografia, musica e light design per un’integrazione trascinante di linguaggi contemporanei. Ritmico, travolgente, sincopato piacerà sicuramente a chi non teme l’elettronica più strong. Di

Musica e light design sono elementi fondamentali della giovane compagnia newyorkese Cedar Lake

Crystal Pite è invece la firma di Ten Duets on a Theme of Rescue (2007), il secondo brano proposto, con suggestioni musicali che arrivano direttamente dalla colonna sonora della pellicola diretta da Cliff Martinez, Solaris, dieci passi a due in cui il virtuosismo dei giovani danzatori diviene ancor più un’evidenza. Dieci dialoghi, dieci contrasti in uno spazio che pare conflittuale, completamente definito dalla luce. Come sinapsi attraversate da una corrente elettrica i corpi si animano in uno scambio serrato, si rincorrono, si respingono buttandoci in un quotidiano drammaticamente riconoscibile sulla nostra pelle.

«Sono affascinata dalle storie condivise che vivono nei nostri corpi – racconta infatti la coreografa canadese – Mi

Dall’elettronica più strong a Charles Aznavour, passando per Solaris, tra i momenti in cui si articola lo spettacolo incuriosisce il modo in cui il corpo sa esprimere significati profondissimi attraverso il più semplice dei gesti, e come la distorsione, l’iterazione e l’analisi della familiare azione umana forniscono un’opportunità di riconoscerci e rispecchiarci reciprocamente». L’ultima coreografia in programma è Necessity, again, prodotta quest’anno e proposta in prima europea. L’autore è il norvegese Jo Strømgren, che ne cura anche scene e luci, qui ideatore di una profonda riflessione sulla necessità della verbalizzazione. La pulsione a “tradurre” tutto in parole viene vista come un’impellenza contemporanea, un’urgenza che prende forma laddove le emozioni prevaricano completamente la razionalità. Si alternano momenti sulle musiche di Charles Aznavour, ad altri sulle parole di Jacques Derrida, in perfetto serrato confronto tra l’emotività delle note e la razionalità del pensiero. Viene lasciata fuori qualsiasi traccia di narrazione, per concedere allo spettatore il pericoloso lusso di poter fare i conti con la vertigine senza reti dei propri flussi di coscienza. ❍


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38 danza Ravenna Festival Magazine 2012

Artista totale, dal senso pittorico DI LINDA LANDI

Paul Delvaux non è il pittore surrealista più famoso. Eppure, tra l’ingombrante e colorato egocentrismo di Salvador Dalì e i turbamenti dell’animo dipinti da Max Ernst, la sua voce sospesa è in grado di delineare figure femminili di un fascino insondabile. Che restano indimenticate per chi ne ha potuto cogliere l’aura. Shen Wei, che porterà il suo Shen Wei Dance Arts al Pala de Andrè il 16 giugno, galleggia nella psiche come il surrealista belga, perché proprio da lui muove coreografando Near the Terrace – produzione americana del 2000 –, un brano statuario e metafisico che rimedita anche i manichini di de Chirico. E lo fa da artista totale, curando costumi, scene e make-up design. Balzato agli onori della cronaca con la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, il coreografo di origine cinese e adozione americana costruisce architetture in movimento di grande lirismo (come l’ipnotico Connect Transfer II, danzato su “Mad world”, la struggente cover dei Tears for Fears firmata da Gary Jules e divenuta celebre come colonna sonora del film Donnie Darko), fondendo in

questo Near the Terrace ieraticità, forza plastica e insieme la delicatezza esangue delle sculture in marmo riportate alla vita, come se fossero osservate attraverso lo sguardo concupiscente di un Pigmalione. Molto diversa la cifra stilistica del secondo brano presentato a Ravenna, The Rite of Spring, un classico della danza contemporanea, che Wei realizza con rigore sincopato, ma misurato, rendendo l’angoscia delle potenziali vittime sacrificali in un crescendo emotivo senza isteria. Un occhio coreografico che abbraccia la visione d’insieme, ma senza mai tralasciare la cura morbidamente maniacale dei particolare. Lontano dal senso del

Shen Wei firmò la cerimonia d’apertura di Pechino 2008 dramma tutto espressionista di Pina Bausch, a cui è quasi impossibile non pensare data la celebrità di questa intensa pagina del tanztheater, Shen Wei riesce tuttavia a rendere con grande efficacia narrativa un lessico del movimento contemporaneo (in quest’occasione) sicuramente più affezionato al codice di quanto non lo fosse la storica coreografa tedesca. Scelta che appare

meticolosamente voluta e strutturata, ancor più perché in altri lavori sceglie invece la via della decostruzione. Un “senso pittorico” della coreografia, quello di Shen Wei, che non a caso è anche autore di tele, a dimostrazione di come a volte l’arte sappia trovare rimandi e rispondenze nei suoi tanti volti creativi: la danza, la pittura, o la musica. Queste le parole dell’artista: «Quando ho sentito per la prima volta La Sagra della primavera di Stravinskij in Cina nel 1989, sono rimasto affascinato dalla ricca ed evocativa partitura. Nei successivi dodici anni ho continuato a sviluppare un forte interesse creativo nell’opera, per

poi iniziare ad analizzare in profondità la musica nell’inverno 2001. Ho avuto un’ulteriore ispirazione quando ho ascoltato la versione a due pianoforti della partitura realizzata da Fazil Say. Con la passione e la voglia di sfidare me stesso nell’opera creativa verso un terreno artistico innovativo, ho portato la Compagnia in sala prove nell’autunno 2001. Dopo aver ascoltato la partitura, ho identificato diverse strutture e idee del movimento che corrispondevano alla qualità della musica: la sospensione, la velocità, le spirali, la congiunzione, il muscolo e i nervi. Queste analisi sono il mezzo per generale nuovi movimenti con l’improvvisazione, sottolineando l’importanza del promuovere il movimento con chiarezza, specificità e integrità. La coreografia, nella sua forma definitiva, è una struttura scenica nella quale c’è un equilibrio tra l’esattezza del movimento e l’intuizione del movimento. Come nella vita al di fuori del palcoscenico, accanto a ciò che è definito, esiste sempre qualcosa di coincidente, incontrollabile, fortuito». m


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40 balletto Ravenna Festival Magazine 2012

Suite per Francesco

d’Assisi

nata dalla “nobilissima visione” di Hindemith DI

ROBERTA BEZZI

Da oltre vent’anni, il coreografo di origine belga ma ormai italiano d’adozione Micha van Hoecke è una presenza fissa al Ravenna Festival, a dimostrazione di come la creatività si arricchisca ogni anno di nuove sfumature. Ma anche di nuove visioni, come quelle di San Francesco che – in un momento così travagliato per l’Italia – possono aiutare a riscoprire i valori più autentici. Il risultato finale è di grande impatto: non un balletto in senso classico, ma una interpretazione drammatica e coreografata della vita del santo. L’appuntamento è per venerdì 6 e sabato 7 luglio al Teatro Alighieri, con uno spettacolo diviso in due parti, una coproduzione Ravenna Festival e Teatro dell’Opera di Roma: Nobilissima visione, suite per orchestra dal balletto omonimo e Sancta Susanna che vede il debutto alla regia di Chiara Muti (vedi p. 18). Le musiche sono dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini diretta da Riccardo Muti.

«L’idea mi è stata proposta da Cristina e dal maestro Muti, che in realtà ha già diretto quest’opera con l’Orchestra di Chicago – spiega il coreografo –. Questa è una suite dell’omonimo balletto Nobilissima visione, creato da Leonid Massine nel 1938, sulle musiche del compositore Paul Hindemith, ispirate dalle Storie di San

Francesco affrescate da Giotto nella Cappella Bardi di Santa Croce a Firenze. La suite non rispecchia una vera e propria cronologia ma disegna, attraverso le varie sinfonie, cinque diversi momenti della vita di San Francesco». Si inizia con la preghiera di San

Micha van Hoecke

Il coreografo Micha Van Hoecke racconta lo spettacolo Francesco, con le sue estatiche visioni che sono preambolo di spiritualità, per continuare con il battesimo, in cui gli amici frati lo circondano mentre arriva Chiara che sta per essere in armonia con lui nel mondo di Dio. C’è poi la visione del mondo della guerra, con la descrizione di una scena in cui soldati ubriachi se la prendono con un “poveraccio”. «L’ispirazione – racconta l’artista che ora dirige il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma – mi è venuta riguardando il film di Roberto Rossellini Francesco, giullare di Dio, in cui un giullare si trova per l’appunto alle prese con un gruppo di soldati. Un episodio con cui il compositore tedesco Hindemith descrive una premonizione, il sentore della guerra che lo porta ad abbandonare presto il suo Paese». Un altro momento importante è l’incontro con il lebbroso e il rapporto spirituale


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balletto 41 Ravenna Festival Magazine 2012

Tre immagini tratte dalle prove di “Nobilissima visione”.

con Chiara che simbolicamente rappresentano le virtù dei francescani, in primis carità e obbedienza, e che si riflettono negli elementi della natura. Fino al gran finale, interamente dedicato al Cantico delle Creature. «Francesco è un

giovane ragazzo a cui Dio ha rapito l’anima – conclude van Hoecke –. Nel matrimonio con la povertà, ispirato da Maria e da Chiara, capisce che la maggiore ricchezza è ciò che ciascuno si porta dentro. I francescani sono come uccelli liberi, vanno dove

vogliono, privi di attaccamento con il mondo materiale che a volte può opprimere e schiacciare. Le visioni di San Francesco sono quanto mai attuali, in questo periodo di grave crisi che il mondo sta attraversando». Quella del santo

di Assisi è una storia che un po’ tutti conoscono, ma che le grandi composizioni di Hindemith, l’estro coreografico di van Hoecke, il carisma del maestro Muti, e un palcoscenico come quello di Ravenna, aiutano a impreziosire ancora di più. m


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42 musica e natura Ravenna Festival Magazine 2012

Le voci della montagna nella pineta di Classe con il concerto trekking

DI

CHIARA BISSI

Come spesso accade nella programmazione del festival la musica apre la via a percorsi nuovi e raggiunge mete impensabili. Da tempo questo sforzo cammina sulle gambe degli spettatori e degli artisti, grazie all’appuntamento con il concerto Trekking, evento musicale per tappe, promosso con l’associazione sportiva Trail Romagna e atteso quest’anno il 27 giugno alle 18 nella secolare pineta di Classe. Seguendo uno dei filoni tematici del festival, la passeggiata nella pineta, ambiente per secoli curato dai monaci camaldolesi, condurrà all’ascolto del concerto “Come alberi d’inverno” di e con Luisa Cottifogli, voce, composizioni e arrangiamenti vocali. Un evento che vive di contrapposizioni, nelle linee orizzontali della pianura che

giunge al mare, fra dune e ambienti umidi e fluviali protetti, colti al principio dell’estate, trova posto il canto della montagna e le sonorità fredde dell’inverno. «Il tema della montagna – spiega Franco Masotti, direttore artistico del festival con Cristina Muti e Angelo Nicastro – trova forte il legame con il monachesimo. In particolare i Camaldolesi sono stati i precursori di quello che oggi viene definita decrescita, da sempre pronti a entrare nella dimensione dell’ascolto dell’ambiente». La musica di questo singolare concerto, sarà giocata tra nordiche tradizioni di montagna (dai canti alpini alle vocalità difoniche inuit) ed elettroniche sonorità contemporanee. «Dopo tanto sud, la mia ricerca sonora – assicura Luisa Cottifogli – è andata verso nord, verso l’inverno e il colore grigio. Ho indagato la relazione


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musica e natura 43 Ravenna Festival Magazine 2012

fra le forme dell’albero e la montagna, cercando fra le parole di autori come Rigon Stern, Maurizio Corona ed Enzo Bianchi. Oltre alla musica e alle letture, la voce prenderà corpo come strumento». Nella cornice verde della pineta di Classe, amata dai poeti da Dante a Bocaccio, da Byron, Wilde e D’Annunzio, alle 21.30

risuoneranno con la voce di Luisa Cottifogli gli arrangiamenti strumentali di Gabriele Bombardini, la voce, il canto difonico di Oskar Boldre e il canto del coro CeT di Milano, composto da allievi del coro Sat di Trento impegnato nell’interpretazione del repertorio

popolare del Trentino e delle altre regioni alpine, il tutto avvolto nella cura di video e luci di Andrea Bernabini. Il programma del concerto Trekking prevede un percorso anulare con il parco Primo Maggio (Fosso Ghiaia, Ravenna) come punto di partenza e di arrivo. Il percorso prevede lo spostamento dei partecipanti in pullman alla foce libera e sinuosa del Bevano, tra i meandri fociali e un paesaggio pressoché unico di dune vive, in via di formazione e rimodellamento continuo. Personale del corpo forestale, guidato da Giovanni Nobili spiegherà le peculiarità naturalistiche dell’area, dove nidificano specie rare come il fratino, piccolo trampoliere e rischio d’estinzione. «Si tratta di un ambiente unico – precisa Nobili – fra i 150 chilometri di costa dell’Emilia Romagna. Alla foce del Bevano siamo impegnati in un vasto programma di salvaguardia della biodiversità. Il

27 giugno, ci saranno già i pulcini di fratino, la passeggiata protetta sulla battigia in fila indiana per non pregiudicare la presenza dei nidi avrà un forte valore di sensibilizzazione. Ospitiamo quindi l’iniziativa con orgoglio». La passeggiata inizierà in spiaggia fra le dune con un guado assistito dai bagnini della cooperativa Spiagge Ravenna del Bevano per giungere al lato sud del torrente ed entrare nella pineta per 9 chilometri e mezzo, passando per l’idrovora della Bevanella, oggi centro visite, e lambendo l’Ortazzino e la cosiddetta quercia di Dante. All’arrivo al parco Primo maggio un punto di ristoro realizzato in collaborazione con Coop Adriatica, sponsor dell’iniziativa, accoglierà i camminatori. Scarpe comode, repellente per zanzare, acqua e disponibilità all’ascolto della musica nel cuore della foresta di pini sono le uniche raccomandazioni richieste. m Nella pagina a sinistra, La foce del Bevano e Luisa Cottifogli, sopra il coro Sat di Trento.

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46 il viaggio Ravenna Festival Magazine 2012

Alle pendici dell’Himalaya in visita al Dalai DI

NEVIO GALEATI

L’incrocio fra le massime espressioni artistiche, principalmente musicali ma non solo, e la tensione alla spiritualità sono da tempo una fra le costanti del tessuto di Ravenna Festival. Uno slancio che ha trovato innumerevoli sfaccettature, dalle meditazioni fra mille luci nella notte, a San Vitale, ai canti nelle basiliche, alle grandi sinfonie sacre. Il tutto con uno sguardo ampio, senza preclusione per alcuna forma di religiosità. Così, nei mille anni della fondazione del Sacro Eremo di Camaldoli, rendendo omaggio a San Romualdo e ai suoi insegnamenti, il festival ha voluto richiamare l’attenzione sulla straordinaria e antichissima esperienza del monachesimo buddista tibetano. «All’inizio c’era l’idea di dedicare il Concerto al Dalai Lama, andando appunto in India. Ma quando se n’è parlato, in settembre, in realtà era già tardi»: Franco Masotti, direttore artistico del festival, racconta come si sia riuscito a comporre il progetto sul Tibet. Compreso l’eccezionale esperienza del viaggio in India per incontrare il quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, premio Nobel per la pace nel 1989. «È’ stato come realizzare un sogno che avevo sempre avuto. Non è stato facilissimo capire quali contatti potessero essere utili. Per fortuna abbiamo trovato la massima disponibilità di Gunther Cologna, per anni presidente dell’associazione Italia-Tibet e tutt’ora punto di riferimento in Italia del Dalai Lama. Così grazie a lui abbiamo inoltrato la domanda per un’udienza e l’abbiamo ottenuta. In marzo siamo partiti per Delhi dove abbiamo incontrato una delegazione di monaci di Drepung Loseling, un monastero antichissimo che ha ospitato fino a diecimila buddisti e che ora si è ‘trasferito’ nel sud dell’India e ha ‘solo’ un migliaio di monaci. Dieci religiosi di quel monastero saranno a Ravenna appunto dal 5 all’11 luglio, insieme alla sorella minore del Dalai Lama, Jetsun Pema, ambasciatrice del

popolo tibetano nel mondo.” Da Delhi vi siete poi spostati a Darhamsala, la residenza del Lama dai primissimi anni Sessanta. Come ha vissuto l’esperienza? «Sono stati giorni davvero incredibili. Arrivare là, a 1.700 metri d’altitudine, di fronte all’Himalaya; immaginare che oltre quelle vette c’è il Tibet: sono state momenti intensissimi. Il nome della città significa “Casa di riposo” e ha meno

Lama di ventimila abitanti: una città piccola, quindi, e questo ci ha consentito di avere una densa serie di incontri, in pratica con tutto il mondo che ruota attorno al Dalai Lama. Siamo, per altro, capitati nel giorno dell’orgoglio tibetano, l’11 marzo. Abbiamo assistito così alla sfilata dei monaci vestiti di tuniche color amaranto. E ho visto molte donne, giovanissime monache, con il viso dipinto con l’hénné. Il tutto in

Franco Masotti, direttore artistico del festival, a Darhamsala; nella pagina a fianco con il Dalai Lama

un clima in realtà molto sereno: il Lama non incoraggia le azioni violente, è addolorato quando un monaco decide di “incendiarsi” per protesta. Poi la situazione politica si è modificata da poco tempo. Inizialmente il Dalai Lama deteneva sia il potere spirituale che quello temporale; poi, durante un lungo processo di democratizzazione, è stato costituito un Governo tibetano in esilio, che ha un primo ministro e


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il viaggio 47 Ravenna Festival Magazine 2012

una ristretta cerchia di dicasteri. Ha il compito di sostenere gli esuli che arrivano dal Tibet, amministrare i campi profughi, e gli insediamenti permanenti; e soprattutto preservare la cultura tibetana». E come funziona? «Questo governo, dichiarato illegale dalla Cina e che non è riconosciuto da alcun Paese del mondo, si riunisce poche

volte l’anno. Il primo ministro è un giurista e ricercatore dell’università di Harvard, che l’anno scorso ha vinto le elezioni. Ha lasciato la cattedra per trasferirsi in India, al servizio della causa. Durante le riunioni del governo tutto si svolge nell’assoluto silenzio, mentre si sorseggia the con burro di yak, molto energetico. E ogni intervento viene trascritto per essere poi divulgato a tutti i tibetani». Ma il punto centrale del viaggio è stato l’incontro con il quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, che ha appunto abdicato dalla carica di capo del governo… «Esatto; e quando abbiamo toccato questo tema, il Lama ha commentato: “Da quel giorno riesco a dormire serenamente, ogni notte”. Vorrei ricordare un altro aneddoto che ho raccolto da un accompagnatore. Fra le personalità che spesso salgono a Darhamsala per incontrare il Dalai Lama c’è Nelson Mandela. A quanto pare in quelle occasioni i due uomini straordinari si chiudono nelle stanze private di Tenzin Gyatso; e ridono, ridono di gusto. Naturalmente non è dato sapere di cosa parlino; e di cosa ridano! Si tratta in ogni caso di una disposizione d’animo sempre

presente nel Dalai Lama, che si propone a chi lo incontra appunto con il sorriso. E se gli si pone una domanda alla quale non sa rispondere, ride e dice: “Non lo so”, con grandissima umiltà. Nel mio incontro, pur non essendo buddista, ho percepito in pieno il suo immenso

carisma. E quando gli ho consegnato, come omaggio del festival, un mosaico con la riproduzione del cielo di Galla Placidia, ha sorriso nuovamente e ha detto: “Sembra un mandala”. Quindi ha ascoltato con la massima attenzione i dettagli del nostro progetto sul monachesimo. E lo ha “benedetto”, consentendo la realizzazione della settimana che dedicheremo appunto al Tibet. Fra le altre cose, abbiamo conosciuto anche un monaco che è rimasto nelle prigioni cinesi per 33 anni: Palden Gyatso. Affianca il Dalai Lama nell’istruzione dei giovani monaci. Molto anziano, è anche lui

sempre sorridente, nonostante la tremenda esperienza di sofferenza che porta sulle spalle. Il regista giapponese Makoto Sasa gli ha dedicato il documentario Fire under the Snow : una testimonianza toccante su come un uomo possa trovare la forza di non arrendersi». Altri incontri? «Sì, vicino al monastero abita una donna italiana, originaria del Varesotto, Rita. Nel corso della propria vita aveva adottato a distanza alcuni bambini tibetani. Poi, una volta in pensione, si è trasferita a

Darhamsala (il marito l’ha raggiunta in un secondo tempo) e ospita in casa propria sette ragazzi. Non si tratta di ‘adozioni’, ma di un modo per aiutare quella popolazione». E com’è Darhamsala? «L’ambiente è estremamente piacevole e tutto è molto colorato. La cucina è semplice e si beve birra indiana King Fisher davvero buona. Una curiosità: si chiama così anche la compagnia aerea con la quale abbiamo viaggiato in India! Ah, il Kingfisher è un uccello, il nostro Martin Pescatore! Al di là della serenità che si vive con i monaci, non è tutto tranquillo, e la residenza del Dalai Lama è iperprotetta. I servizi di sicurezza parlano di

«Siamo di fronte a uno stato senza terra che però ha una giurisdizione morale in tutto il mondo. Il buddismo tibetano è un patrimonio dell’umanità» tentativi di assassinio, che sono stati messi in atto anche utilizzando riti antichi, ad esempio con veleni estratti, dicono, dai capelli. Questo perché l’antica tradizione magica orientale esiste tutt’ora». In che senso? «Meglio fare un altro esempio: il ministero della medicina è vicino a quello dell’astrologia. E si tratta in realtà di stanzette piccole, illuminate da una sola finestra. Ho sperimentato, con serietà, la medicina tradizionale e mi sono sottoposto a una visita. Detto per inciso, ero partito per l’India con alcuni problemi che mi erano stati diagnosticati dopo indagini mediche abbastanza lunghe: lastre, ecografie e altro ancora. Il medico tibetano non mi ha lasciato neppure raccontare i sintomi: mi ha tenuto il polso per un po’ e ha sciorinato la stessa diagnosi. In dieci minuti! Nel costo della visita, pochissimi euro, era compresa anche la fornitura di medicinali per un mese. Stanno facendo effetto. In ogni caso viene utilizzata anche la medicina occidentale, con professionisti laureati in Europa o negli Usa. Si deve capire lo spirito tibetano: tutte le creature sono ugualmente degne. Per questo ci sono anche le ambulanze per gli animali. E per questo il Dalai Lama lancia appelli “Per tutti gli esseri viventi”. Siamo di fronte a uno stato senza terra, che però ha una giurisdizione morale in tutto il mondo. In sintesi: il buddismo tibetano è un patrimonio dell’umanità: con Ravenna Festival cerchiamo di farlo conoscere un poco di più, perché solo la conoscenza e la buona volontà di tanti possono salvarlo». ❍


48-51RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 01.40 Pagina 50

48 progetto Tibet Ravenna Festival Magazine 2012

Canti, riti cerimonie dal tetto del mondo In un’edizione il cui percorso prende avvio dal tema della spiritualità e dell’escetismoi, il Ravenna Festival non poteva non seguire i sentieri del monachesimo occidentale fino a giungere in Tibet, terra di quello straordinario patrimonio spirituale che è il buddhismo tibetano, sedimentato in migliaia di monasteri (in gran parte, però, andati distrutti nel corso dell’occupazione cinese). Con la consulenza di Guenther Cologna (esponente “storico” dell’Associazione ItaliaTibet) è nata allora “7 giorni in Tibet”, una densa settimana di appuntamenti che, dal 5 all’11 luglio, cercherà di offrire un’immagine per nulla esotica di questo Paese dalle millenarie tradizioni. Una settimana che parte sotto i migliori auspici, se consideriamo che nel corso di un’udienza ufficiale concessa al direttore artistico Franco Masotti e allo stesso Cologna, il progetto è stato addirittura presentato al Dalai Lama Tenzin Gyatso nella sua residenza di Darhamsala, nel Nord dell’India. La massima guida spirituale del buddhismo tibetano ha non solo “benedetto” la dedica del Festival al Tibet

ma ha anche favorito la presenza a Ravenna, durante l’arco dell’intera settimana, di dieci monaci tibetani provenienti dal monastero Drepung Loseling, che diverranno così l’elemento portante della programmazione. Questa “settimana tibetana” vedrà i religiosi impegnati a partire dal solenne evento iniziale (5 luglio), nella basilica di Sant’Apollinare in Classe, un rito-concerto nel corso del quale agli antichi canti e ai mantra dei monaci si unirà la voce di Ani Choying Drolma, suora buddhista tibetana (ma proveniente dal Nepal), che ha già incantato decine di migliaia di persone nel mondo grazie ai suoi concerti e ai suoi video su YouTube. Nella giornata successiva avrà poi inizio il grande rito del mandala alla Biblioteca Classense, che si concluderà l’11 luglio, con una suggestiva cerimonia (e le sabbie variopinte di questa mistica raffigurazione di significato propiziatorio verranno poi disperse nelle acque del mare), mentre ancora i monaci saranno protagonisti di una rappresentazione di danze sacre che permetterà di partecipare, al teatro Alighieri, a un evento molto particolare, a cui è normalmente molto difficile poter assistere. Il


46-49RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 16.44 Pagina 51

progetto Tibet 49 Ravenna Festival Magazine 2008

misticismo dei riti buddhisti tibetani, con il caratteristico canto difonico e gli ipnotici drone, potrà poi ispirare i concerti di alcuni musicisti che sono stati invitati, come Stephan Micus (il vocalist e polistrumentista che ha contribuito a rendere leggendaria l’etichetta tedesca Ecm), Markus Stockhausen, che ricreerà il visionario paesaggio sonoro di un Tibet elettronico, e la cantante “dhrupad” Amelia Cuni; ma si potrà anche assistere a un inedito confronto tra il canto rituale dei monaci tibetani con quello che è stato il canto per eccellenza della cristianità, ossia il gregoriano, il tutto immerso nel calibrato live electronics di Luigi Ceccarelli. La rassegna sarà impreziosita anche dalla presenza di Jetsun Pema, da molti anni ambasciatrice

del popolo tibetano nel mondo assieme al Dalai Lama (di cui Jetsun è la sorella minore), la quale, in occasione della cerimonia di inizio del Mandala (il 6 luglio alle 18 alla Classense) parlerà della difficile situazione del suo Paese e della diaspora dei tibetani, come anche dei Tibetan Children’s Villages, in cui sono accolti migliaia di bambini profughi.❍

In alto, Monaci Buddisti del Monastero Drepung Loseling. Sopra, la musicista e cantante “Dhruupad” Amelia Cuni. A fianco, il trombettista Markus Stockhausen.


a

50-51 RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 15.46 Pagina 58

50 immaginario Ravenna Festival Magazine 2012

Il mandala tra meditazione,

religione e psicanalisi DI

SERENA SIMONI

Quattro libri e vent’anni di studi sono il contributo moderno di Karl Gustav Jung alla conoscenza del mandala, simbolo universale del mondo e di Dio che – in forma di disegno, dipinto, elemento architettonico o scultureo – è considerato uno degli strumenti più importanti per la meditazione

all’interno delle religioni orientali. Secondo la tradizione, la struttura circolare, spesso conchiusa in un quadrato, può contenere forme geometriche semplici, bi o tridimensionali, talvolta accompagnate da scritte in sanscrito. Possono inoltre comparire oltre ai cerchi, quadrati, punti che lo compongono anche luoghi,

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oggetti, figure, disposte attorno al centro – il punto focale della composizione – che per i buddisti indica l’origine. Per Jung che si basa sulla propria esperienza personale – il mandala è un simbolo talmente sedimentato nell’immaginario collettivo da costituire una sorta di archetipo naturale che può comparire spontaneamente nei sogni e nelle immagini interiori, soprattutto nei momenti in cui una personalità vive un momento di conflitto e crisi. Per lo psicanalista ex allievo di Freud, questo simbolo concentra l’energia psichica sul sé ed è in grado di conciliare i poli psichici opposti, ristabilendo l’equilibrio e l’armonia, che in condizioni armoniche corrispondono alla totalità della personalità. Ma se nell’Occidente moderno il mandala sorge in modo spontaneo e acquisisce per questo uno status e un valore all’interno della nascente scienza psicologica, la religione induista e il buddismo utilizzano solo modelli codificati e simboli significativi tratti dal proprio mondo spirituale. Per il buddismo, il mandala è uno strumento per far crescere la propria interiorità e ripercorrere al tempo stesso la nascita del cosmo, prodotta dal centro, individuabile nella montagna sacra Meru. Ripercorrere in

meditazione il mandala – che può anche essere una raffigurazione puramente mentale – significa vivere i diversi stadi di purificazione che conducono alla coscienza prima, quella della suprema felicità. Colori e forme, considerati singolarmente o nella loro unione, possiedono un valore simbolico, in grado di aiutare nel processo di raggiungimento di una pura forma, vuota e immobile: il fine è trasformarsi in un’essenza simile al Buddha. Strumento per la meditazione, il mandala non ha alcun significato estetico, ma è da considerare come un supporto alla meditazione, che per questo motivo deve essere distrutto alla fine del percorso, come tutto ciò che appartiene al mondo. Il mandala acquista il nome di yantra presso gli Induisti: a differenza del buddismo, il simbolo è più schematico, come


50-51 RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 15.46 Pagina 59

immaginario 51 Ravenna Festival Magazine 2012

anticipa la traduzione letterale di “strumento”, una figura geometrica che si sviluppa gradualmente “fuori da” o “verso” il suo centro, finché la sua espansione o contrazione non raggiunge il compimento. Le figure concentriche sono simboli di energia nei due sensi, che creano un’unità ritmica, collegando e dividendo nel medesimo tempo. Il bindu (punto) al centro dello yantra è il centro di ogni creazione, la fonte che irradia l’energia che crea tutte le forme. Tutti i movimenti degli esseri umani portano al punto d’origine, quello che viene considerato come l’inizio e la fine di tutta l’esistenza. Anche in questo caso la meditazione ha il compito di riunire il proprio sè dentro a un punto creativo, capace di integrare ed equilibrare la sua espanzione in una totalità. Affine allo yantra è il kolam che

in lingua tamil indica un motivo decorativo pavimentale, di forma geometrica e tradizionalmente di colore bianco, tracciato ogni giorno prima dell’alba davanti all’entrata principale delle case indiane. Si tratta di un’antica pratica riservata solo alle donne, forse derivata dal culto del sole, che attira sulla casa la buona sorte. Nonostante mandala, yantra e kolam abbiamo chiari riferimenti alle religioni e ai rituali religiosi dell’Oriente, anche la storia occidentale conosce fin dalle sue radici disegni geometrici simili al mandala, collegabili alla religione, alla meditazione e al mondo della spiritualità. Per i Greci antichi il cerchio è la forma che allude al mondo dei morti, il principio in cui sfocia l’antico mondo degli antenati e la radice di tutto ciò che nasce e vive, mentre il quadrato è il principio opposto, la forma che blocca la ruota. Si comprende come per gli antichi il mandala sia un cerchio tenuto fermo dal quadrato, dove si oppongono i due principi vitali. Il simbolo del mandala ricompare nelle piante di alcuni templi etruschi e romani, così come nelle costruzioni cristiane del Medio Evo, dove il cerchio mantiene la sua potente simbologia, riferita alla perfezione, all’essere senza principio, né fine, né direzione. Rappresentazione del Tutto e dell’universo, nell’iconografia cristiana il circolo rimanda a Dio, alle sfere celesti e alla santità, resa visibile nella rappresentazione dell’aureola. Nell’architettura romanica e gotica, il rosone – la grande apertura circolare posta nelle

facciate – allude alla via della salvezza, simboleggiata attraverso un percorso da compiere che porta dalla materialità alla luce, dal mondo terreno a quello spirituale. In questo stesso senso, il labirinto – spesso presente nelle decorazioni delle chiese paleocristiane e medievali – dipinto o intarsiato sul pavimento o scolpito negli amboni – rimanda al percorso iniziatico che porta al centro della vita spirituale, come luogo della scoperta del divino. In Italia, ad Alatri, nella chiesa di San Francesco, è stato scoperto recentemente un affresco del XIII-XIV secolo con la raffigurazione di questa forma, al cui centro è l’immagine di Cristo. In alcuni casi, questa elaborazione geometrica acquista un significato leggermente diverso, come nel caso del labirinto circolare del XII secolo segnato sul pavimento della cattedrale gotica di

Chartres, al cui centro compare una rosa a sei petali: a seconda delle interpretazioni, il percorso porta alla città di Dio o all’emblema della preghiera del Padre. Per altri, si tratta di un cammino simbolico verso la Terra santa. La grande differenza con la tradizione orientale sta nel fatto che il labirinto mandalico della chiesa francese non va contemplato, non è una strada di consapevolezza o di equilibrio spirituale, ma un percorso da compiere fisicamente, dall’inizio alla fine. 77A un periodo precedente a queste date risale il labirinto che si trova scolpito su un pilastro dell’entrata laterale della Cattedrale di San Martino a Lucca, fatto costruire da Matilde di Canossa: accompagnato da una scritta che cita il labirinto di Dedalo – dal quale nessuno potè uscire tranne Teseo, e grazie all’aiuto di un filo – pare ricordare che la strada della vita è una continua e faticosa ricerca verso l’illuminazione. m

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il cartellone 53 Ravenna Festival Magazine 2012

sabato 9 giugno Sala Muratori della Biblioteca Classense, ore 18

NOBILISSIMA VISIONE

maestro del coro Elena Sartori

SERVIZIO A PAGINA XX

Arvo Pärt “Lamentate” per pianoforte e orchestra Gustav Holst “The Planets” op. 32 SERVIZIO A PAGINA XX

CONTEMPLAZIONE, PROFEZIA E LIBERTÀ

INCONTRO CON ALESSANDRO BARBAN Priore Generale dei Monaci Camaldolesi

Steve Reich regia del suono

giovedì 14 giugno Chiostri della Biblioteca Classense, ore 21.30

lunedì 11 giugno Basilica di Sant’Apollinare in Classe, ore 21

ore 17.30 presentazione del libro “I passi del silenzio. Da Ravenna all’Eremo di Camaldoli sulle tracce di San Romualdo” (Danilo Montanari Editore) INGRESSO LIBERO SERVIZIO A PAGINA XX

MUNAJAT YULCHIEVA

sabato 9 giugno Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, ore 21

MUNÂJÂT YULCHIEVA GHAZAL, IL CANTO MISTICO SUFI DALL’UZBEKISTAN

VESPRO DELLA BEATA VERGINE di Orazio Tarditi (1602-1677) monaco camaldolese “In Festo Annuntiationis B.V. Mariae” progetto e trascrizioni a cura di Sergio Balestracci La Stagione Armonica concerto vocale e strumentale violini Marialuisa Barbon, Mauro Spinazzè violoncello Gioele Gusberti violone Luca Stevanato tiorba Pietro Prosser organo Carlo Rossi direttore Sergio Balestracci

CANTORES MINORES DELLA CATTEDRALE DI HELSINKI

SERVIZIO A PAGINA XX

CANTORES MINORES DELLA CATTEDRALE DI HELSINKI

I canti della passione in Sicilia con i Fratelli Mancuso lamentatori Memento Domini di Mussomeli Lamentatori di Marianopoli

Teatro Alighieri, ore 21

CORO DELLA SAT

direttore Hannu Norjanen organo Markus Malmgren

Coro della Società degli Alpinisti Tridentini direttore Mauro Pedrotti

LA MUSICA DELLE VETTE

SERVIZIO A PAGINA XX

martedì 12 giugno Biblioteca Classense, ore 21.30

INCONTRO CON STEVE REICH

sabato 16 giugno

direttore DENNIS RUSSELL DAVIES pianoforte Maki Namekawa Melodi Cantores,

domenica 17 giugno Chiostri della Biblioteca Classense, ore 21.30

TRIO MEDIÆVAL con Arve Henriksen, tromba SERVIZIO A PAGINA XX

lunedì 18 giugno

Palazzo Mauro De André, ore 21

Chiostri della Biblioteca Classense, ore 18

SHEN WEI DANCE ARTS

VIA SANCTI ROMUALDI

INCONTRO CON ENZO BIANCHI

condotto da Franco Fabbri

Priore della Comunità di Bose

INGRESSO LIBERO SERVIZIO A PAGINA XX

MONACHESIMO E SOCIETÀ CIVILE INGRESSO LIBERO

mercoledì 13 giugno

SERVIZIO A PAGINA XX

Palazzo Mauro De André, ore 21

giovedì 21 giugno

Palazzo Mauro De André, ore 21

ORCHESTRA GIOVANILE LUIGI CHERUBINI ORCHESTRA GIOVANILE ITALIANA

SERVIZIO A PAGINA XX

SERVIZIO A PAGINA XX

SERVIZIO A PAGINA XX

domenica 10 giugno

Near the Terrace ideazione e coreografia Shen Wei musica Arvo Pärt (“Für Alina” e “Spiegel Im Spiegel”) costumi, scene, make-up design Shen Wei luci David Ferri

(NORVEGIA)

Basilica di San Francesco, ore 23

LA VIA DOLOROSA

venerdì 15 giugno

MUSICA FINLANDESE DAL MEDIOEVO AGLI AUTORI CONTEMPORANEI

SERVIZIO A PAGINA XX

sabato 9 giugno

voce Munâjât Yulchieva rubab Shavkat Mukhamedov doira Khodjimurad Safarov dutar Dilfuza Khaydarova

Rite of Spring ideazione e coreografia Shen Wei (“Le Sacre du printemps”) musica Igor’ Stravinskij costumi, scene e trucco Shen Wei luci David Ferri

OMAGGIO A STEVE REICH

Teatro Alighieri, ore 21

DALL’ORIENTE CON AMORE

PMCE - PARCO DELLA MUSICA CONTEMPORANEA ENSEMBLE City Life, direttore Tonino Battista Tehillim, direttore Gianluca Ruggeri

EVERGREEN SYMPHONY ORCHESTRA SHEN WEI DANCE ARTS

direttore GERNOT SCHMALFUSS Brani del folklore orientale


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54 il cartellone Ravenna Festival Magazine 2012 arrangiati da compositori taiwanesi

SFACS

Richard Wagner Ouverture da “Rienzi” Antonín Dvoˇrák Nona Sinfonia in mi minore “Dal nuovo mondo” SERVIZIO A PAGINA XX

CHICAGO CHILDREN’S CHOIR Dal Gospel a Michael Jackson

“On wheel” service Europe/Grece N.V.O.C.C. Services Freight Forwarders Custom Brokers Shipping Agency

con Dorothée Gilbert, Alessio Carbone, Muriel Zusperreguy, Myriam Ould Braham, Josua Hoffalt, Florian Magnenet, Simone Valastro, Mathilde Froustey, Marine Ganio, Francois Alu

sabato 23 giugno Palazzo Mauro De André, ore 21

dal 1976

PAS CLASSIQUE”

direttore Josephine Lee coreografie Judy Hanson pianoforte John Goodwins tastiere Mitchell Owens percussioni Jonathan Wenzel con la partecipazione del Coro “Libere note”

SERVIZIO A PAGINA XX

lunedì 25 giugno Basilica di Sant’Apollinare in Classe, ore 21

ORCHESTRA GIOVANILE LUIGI CHERUBINI CHICAGO CHILDREN’S CHOIR direttore PIETRO BORGONOVO solista Antonio Giovannini

SERVIZIO A PAGINA XX

sabato 23 giugno Piazza Giuseppe Garibaldi,

Franz Schubert Sinfonia n. 3 in re maggiore D 200 Leonard Bernstein “Chichester Psalms” per contralto, coro e orchestra SERVIZIO A PAGINA XX

martedì 26 giugno Chiostri della Biblioteca Classense, ore 21.30

CHOMINCIAMENTO DI GIOIA La musica virtuosistica per il ballo nel Medioevo Eloqventia Alejandro Villar flauti

L’ENSEMBLE PER VOCI DI CORRIDOIO

Cervia, ore 21.30 Concerto per i 100 anni della fondazione di Milano Marittima

ALEJANDRO VILLAR

E

DAVID MAYORAL

VOCI DI CORRIDOIO 100 anni di canzone italiana… con swing

SEA FREIGHT AND CARGO SERVICE s.r.l.

Roberta Bacciolo, Elena Bacciolo, Paolo Mosele, Fulvio Albertin voci Luca Rigazio batteria Saverio Miele contrabbasso Fulvio Di Nunzio pianoforte INGRESSO LIBERO

via Pirano 7 48122 Ravenna Tel +39 0544 424211 Fax +39 0544 590550 web site: www.sfacs.it

SERVIZIO A PAGINA XX

domenica 24 giugno

David Mayoral percussioni SERVIZIO A PAGINA XX

mercoledì 27 giugno Parco 1° maggio Trekking ore 18 Concerto ore 21.30

CONCERTO TREKKING

Palazzo Mauro De Andrè, ore 21 ÉTOILES, PRIMI BALLERINI E SOLISTI DEL BALLET DE L’OPÉRA NATIONAL DE PARIS

GRAN GALA “GRAND

Come alberi d’inverno un progetto originale di e con Luisa Cottifogli voce, composizioni, arrangiamenti vocali Gabriele Bombardini chitarre,


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il cartellone 55 Ravenna Festival Magazine 2012 elettronica, composizioni, arrangiamenti strumentali Oskar Boldre voce, strumenti e percussioni vocali, canto difonico Gianni Pirollo clarinetto, pianoforte, composizioni Coro CeT - “Canto e Tradizione” Orchestra Vocale del Sabato Cristina Busin per Cooperativa Alpes Ricerca materiale letterario

Via Paolo Pavirani 32/34/36 - Tel/Fax 0544 502216 obiettivosalute.ra@gmail.com

Produzione di Ravenna Festival

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SERVIZIO A PAGINA XX

BEN FROST

BEN FROST - YURI ANCARANI con Shahzad Ismaily batteria e synth Borgar Magnason contrabbasso In esclusiva per l’Italia proiezione di Piattaforma Luna (2011) di Yuri Ancarani SERVIZIO A PAGINA XX

PEPPE SERVILLO

sabato 30 giugno giovedì 28 giugno

Palazzo Mauro De André, ore 21

Rocca Brancaleone, ore 21.30

CEDAR LAKE MEMORIE DI ADRIANO CONTEMPORARY BALLET Le canzoni del Clan di Adriano Celentano Peppe Servillo voce Javier Girotto sax Fabrizio Bosso tromba Furio Di Castri contrabbasso Rita Marcotulli pianoforte Mattia Barbieri batteria SERVIZIO A PAGINA XX

venerdì 29 giugno Chiostri della Biblioteca Classense, ore 21.30

direttore artistico Benoit-Swan Pouffer Violet Kid coreografia e musica Hofesh Shechter prima italiana

“Il corpo umano è un tempio e come tale va curato e rispettato” (Ippocrate)

Ten Duets on a Theme of Rescue coreografia Crystal Pite Necessity, Again coreografia Jo Strømgren prima europea SERVIZIO A PAGINA XX

BELLEZZA BARBARICA Il concerto barocco e la tradizione dell’Est europeo Graciela Gibelli soprano Dorothée Oberlinger flauto dolce Marcel Comendant cymbalon Il Suonar Parlante Orchestra direzione e viola da gamba Vittorio Ghielmi PIERO BONAGURI SERVIZIO A PAGINA XX

venerdì 29 giugno Rocca Brancaleone, ore 21.30 WEIRD TALES 1

sabato 30 giugno Chiostri della Biblioteca Classense, ore 21.30

Omeopatia, alta cosmesi e bio cosmesi, preparazioni erboristiche anche personalizzate


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56 il cartellone Ravenna Festival Magazine 2012

PIERO BONAGURI (CHITARRA) Omaggio a Segovia nel 25° della scomparsa SERVIZIO A PAGINA XX

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domenica 1 luglio Basilica di San Vitale, ore 21

ENSEMBLE HEINAVANKER (ESTONIA) Corali e musiche religiose nei paesi del Nord Europa dopo l’Anno Mille Eve Kopli soprano Kadri Hunt alto Anto Õnnis tenore Tõnis Kaumann baritono Taniel Kirikal basso Margo Kõlar direttore artistico e tenore SERVIZIO A PAGINA XX

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coreografie di Anthony Egea, Céline Lefèvre, Octávio Nassur, Denis Plassard e dei danzatori sotto l’egida di Diego Gonçalves Do Nascimento Leitão “White” costumi Émile Carpentier luci Yoann Tivoli prima italiana

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SETTE GIORNI IN TIBET I CONCERTI

PAOLO RUMIZ

martedì 3 luglio Teatro Rasi, ore 21

LA COTOGNA DI ISTANBUL PAOLO RUMIZ narratore musiche di Alfredo Lacosegliaz Ornella Serafini canto Cristina Verità violino, canto Daniele Furlan clarinetto Orietta Fossati tastiere Alfredo Lacosegliaz tamburitza a cura di Franco Però

5 luglio - Giardini di San Vitale, ore 21.30 ANI CHOYING DROLMA I lama tibetani del Monastero Drepung Loseling 8 luglio - Basilica di San Vitale, ore 21 STEPHAN MICUS 9 luglio - Teatro Alighieri, ore 21 SACRE DANZE E MUSICHE DAL TIBET I lama tibetani del Monastero Drepung Loseling 10 luglio - Giardini di San Vitale, ore 21.30 TIBETAN MONKS INSIDE ELECTRONICS con la partecipazione di

SERVIZIO A PAGINA XX

mercoledì 4 luglio Palazzo Mauro De André, ore 21

Via Petrosa 393/396 • San Pietro in Campiano (RA) Tel. 0544.576147 • Fax 0544.576207 APERTO GIOVEDì POMERIGGIO CHIUSO DOMENICA

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KÄFIG BRASIL STEPHAN MICUS

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il cartellone 57 Ravenna Festival Magazine 2012 I lama tibetani del Monastero Drepung Loseling Markus Stockhausen e Fabio Mina Coro gregoriano Mediæ Ætatis Sodalicium diretto da Nino Albarosa live electronics Luigi Ceccarelli 11 luglio - Giardini di San Vitale, ore 23 RAGA VERDE Un incontro tra il canto dhrupad e il canto gregoriano con Amelia Cuni canto dhrupad Maria Jonas canto gregoriano Werner Durand live electronics

scene Leonardo Scarpa, costumi Alessandro Lai, luci Vincent Longuemare Melodi Cantores, maestro del coro Elena Sartori con la partecipazione della danzatrice Catherine Pantigny direttore RICCARDO MUTI Orchestra Giovanile Luigi Cherubini nuovo allestimento coproduzione Ravenna Festival, Teatro dell’Opera di Roma SERVIZIO A PAGINA XX

consulenza Günther Cologna (Associazione Italia-Tibet) Tutti gli spettacoli/concerti sono in esclusiva per l’Italia SERVIZIO A PAGINA XX

da giovedì 5 a mercoledì 11 luglio

SETTE GIORNI IN TIBET LE CERIMONIE 6 luglio - Biblioteca Classense, ore 18 CERIMONIA DI INIZIO DEL MANDALA I lama tibetani del Monastero Drepung Loseling intervento della Sig.ra Jetsun Pema 11 luglio - Biblioteca Classense, ore 18 CERIMONIA SOLENNE DI DISTRUZIONE DEL MANDALA I lama tibetani del Monastero Drepung Loseling INGRESSO LIBERO SERVIZIO A PAGINA XX

NANÁ VASCONCELOS

venerdì 6 luglio Rocca Brancaleone, ore 21.30 BRASIL IN JAZZ

EGBERTO GISMONTI, NANÁ VASCONCELOS Egberto Gismonti chitarra e pianoforte Naná Vasconcelos percussioni, berimbau SERVIZIO A PAGINA XX

venerdì 6 e sabato 7 luglio

sabato 7 luglio Teatro Alighieri, ore 10.30

Teatro Alighieri, ore 21

NOBILISSIMA VISIONE

MASSIMO CACCIARI E RICCARDO MUTI

Suite per orchestra dal balletto omonimo

Conversazione su “Nobilissima Visione”

PAUL HINDEMITH

INGRESSO LIBERO

coreografia di Micha van Hoecke allestimento Carlo Savi, costumi Anna Biagiotti, luci Vincent Longuemare Corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma

SERVIZIO A PAGINA XX

sabato 7 luglio Rocca Brancaleone, ore 21.30

PAUL HINDEMITH

BRASIL IN JAZZ

SANCTA SUSANNA

EGBERTO GISMONTI, TRIO MADEIRA E HAMILTON DE HOLANDA

Opera in un atto op. 21 su testo di August Stramm Susanna Csilla Boross Klementia Brigitte Pinter la vecchia suora Annette Jahns regia Chiara Muti

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RaFest 53-62:Rafest mastro 06/06/12 15.02 Pagina 66

58 il cartellone Ravenna Festival Magazine 2012 Egberto Gismonti chitarra e pianoforte Trio Madeira Brasil Zé Paulo Becker chitarra Marcello Gonçalves chitarra a 7 corde Ronaldo do Bandolim mandolino Hamilton de Holanda mandolino a 10 corde SERVIZIO A PAGINA XX

DAL 2000 A RAVENNA IL POSTO PIÙ SICURO PER SOSTITUIRE IL TUO PARABREZZA • Riparazione e sostituzione immediata vetri auto, bus, TIR, mezzi agricoli e industriali • Oscuramento cristalli • Installazione fasce parasole parabrezza • Rigenerazione fari opacizzati • Vendita o sostituzione spazzole tergicristalli, specchietti retrovisori, filtri aria, copricerchi, pistoncini pneumatici per portelloni, fari anteriori e posteriori, alzacristalli ed altro ancora • Servizio a domicilio con officina mobile • LIQUIDAZIONE DIRETTA ASSICURAZIONI CON POLIZZA CRISTALLI • Sconti fino al 50% su parabrezza e lunotti di auto con più di 10 anni

domenica 8 luglio Chiostro Biblioteca Classense, ore 18

Basilica di San Vitale, ore 21

CORO ORTODOSSO MASCHILE DI MOSCA La grande tradizione del canto sacro e liturgico della chiesa russa Georgij Smirnov direttore solisti Vladimir Miller basso profondo Oleg Bocharov tenore Grigory Grigoryev tenore Sergey Tkachenko tenore Artem Reznichenko baritono Oleg Spirin basso SERVIZIO A PAGINA XX

NATURA E SILENZIO NELL’ESPERIENZA MONASTICA E NELLA NOSTRA VITA OGGI

mercoledì 11 luglio

INCONTRO CON MASSIMO CAMISASCA

Rocca Brancaleone, ore 21.30

Fondatore e superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo

EDWARD SHARPE & THE MAGNETIC ZEROS

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Alex Ebert voce, chitarra Jade Castrinos voce, chitarra Nico Aglietti chitarra, sintetizzatore, tastiera, voce Stewart Cole tromba, percussioni, tastiera, tenore ukulele, voce Aaron Embry tastiera, piano, voce Josh Collazo batteria, percussioni, voce Orpheo McCord percussioni, voce Nora Kirkpatrick fisarmonica, voce Christian Letts chitarra, voce Seth Ford-Young basso, voce In esclusiva per l’Italia SERVIZIO A PAGINA XX

YURI TEMIRKANOV

domenica 8 luglio Palazzo Mauro de André, ore 21

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ORCHESTRA FILARMONICA DI SAN PIETROBURGO direttore YURI TEMIRKANOV

RICCARDO MUTI

Sayaka Shoji violino Nikolaj Andreevicˇ Rimskij-Korsakov “La grande Pasqua russa” op. 36 Felix Mendelssohn-Bartholdy Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 Modest Petrovicˇ Musorgskij “Quadri di un’esposizione” trascrizione per orchestra di Maurice Ravel SERVIZIO A PAGINA XX

mercoledì 11 luglio

giovedì 12 luglio Palazzo Mauro De André, ore 21

CONCERTO DELLE FRATERNITÀ direttore RICCARDO MUTI Orchestra Giovanile Luigi Cherubini Orchestra Giovanile Italiana Stagione Armonica direttore del coro Sergio Balestracci


RaFest 53-62:Rafest mastro 06/06/12 15.02 Pagina 67

il cartellone 59 Ravenna Festival Magazine 2012 contralto Ekaterina Gubanova Johannes Brahms “Schicksalslied” (“Canto del destino”) per coro e orchestra op. 54 Rapsodia per contralto, coro maschile e orchestra op. 53 Franz Joseph Haydn Te Deum in do maggiore per coro e orchestra Hob. XXIIIc n. 2 Wolfgang Amadeus Mozart Ave Verum Corpus, mottetto in re maggiore per coro archi e organo Kv 618 in collaborazione con RAI UNO SERVIZIO A PAGINA XX

ALY KEITA

venerdì 13 luglio

YURI TEMIRKANOV

KAREYCE FOTSO (CAMEROUN) FRANCESCO DE GREGORI

Palazzo San Giacomo - Russi, ore 21.30

ALY KEÏTA (MALI) DOBET GNAHORÉ (COSTA D’AVORIO) SERVIZIO A PAGINA XX

Esame computerizzato del piede Plantari e scarpe su misura Calze elastiche - Busti Sistemi antidecubito e di trasferimento Saliscale - Tutori ortopedici Ausili per disabili e anziani

VOLA VOLA VOLA

FRANCESCO da venerdì 9 novembre DE GREGORI & a domenica 18 novembre AMBROGIO SPARAGNA Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica Coro Amarcanto SERVIZIO A PAGINA XX

sabato 14 luglio Palazzo San Giacomo - Russi, ore 21.30

BLACK IS BEAUTIFUL (ANNO II)

TARANTA NERA Quando il Salento incontra l’Africa con Officina Zoe’, Baba Sissoko, Mamani Keita (Mali) e Sourakhata Dioubate (Guinea) SERVIZIO A PAGINA XX

domenica 15 luglio Palazzo San Giacomo - Russi, ore 21.30

BLACK IS BEAUTIFUL (ANNO II)

Teatro Alighieri, ore 20.30

TRILOGIA D’AUTUNNO “ASPETTANDO VERDI” Produzione Ravenna Festival a cura di Cristina Mazzavillani Muti Un grande laboratorio multidisciplinare per giovani artisti con l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini diretta da Nicola Paszkowski 9, 13, 16 novembre

RIGOLETTO 10, 14, 17 novembre

IL TROVATORE 11, 15, 18 novembre

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RaFest 53-62:Rafest mastro 06/06/12 15.02 Pagina 68

60 In templo domini e alle 7 della sera Ravenna Festival Magazine 2012

Spettacoli e incontri ad ingresso gratuito, inizio ore 19 se non diversamente indicato

domenica 10 giugno Basilica di Sant’Apollinare in Classe, ore 11.30

viola Elisa Floridia violoncello Giacomo Gaudenzi

venerdì 15 giugno Anfiteatro della Banca Popolare (replica venerdì 22 giugno, ore 21.30 a Marinara)

CHORUS BAND gruppo vocale a cappella

sabato 16 giugno Centro Esp

GLI STRUMENTISTI DELLA CHERUBINI Il cinquecento musicale trombe Nicola Baratin, Guido Masin tromboni Giancarlo Bruno, Gianluca Tortora

giovedì 21 giugno Anfiteatro della Banca Popolare

GLI STRUMENTISTI DELLA CHERUBINI violini Violetta Mesoraca, Cosimo Paoli viola Flavia Giordanengo violoncello Matteo Parisi

NASCE L’ORCHESTRA DEI GIOVANI A RAVENNA

SERGIO BALESTRACCI

In Templo Domini

MESSA CONCERTATA A CINQUE VOCI di Orazio Tarditi (1602-1677) monaco camaldolese (prima esecuzione in tempi moderni) La Stagione Armonica organo Carlo Rossi direttore Sergio Balestracci Messa celebrata da Alessandro Barban

lunedì 11 giugno Teatro Alighieri

FESTA DELLA MUSICA E DEI GIOVANI MUSICISTI Allievi della Scuola Primaria “F. Mordani” (metodo “Tititom” di Luciano Titi) Centro di educazione musicale infantile di Bologna (metodologia Suzuki) Orchestra Don Minzoni dell’Istituto Comprensivo San Biagio Orchestra del Corso Indirizzo Musicale Damiano-Novello Strumentisti dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini

DUO ARCADIA flauto Raffaele Bifulco arpa Carla They

martedì 19 giugno Chiesa delle Carmelitane (replica mercoledì 20 giugno)

UNA PERLA NEL TESORO DEL RE La vita di San Romualdo letture e canti gregoriani A cura della comunità monastica delle Suore Carmelitane di Clausura di Ravenna

giovedì 14 giugno Anfiteatro della Banca Popolare

QUARTETTO FAUVES violini Alessandro Pace e Leonardo Cella

FREN-GIONG Il primo libro di Fosco Maraini e i ricordi dei suoi amici (Casa Editrice Corbaccio). Una ricognizione nell’universo Maraini. Intervengono Mieko Namiki Maraini, Gianni Fodella, Yutaka Tani, Claudio Cardelli.

MESSA DI JOHANNES OCKEGHEM ENSEMBLE HEINAVENKER direttore Margo Kõlar

lunedì 2 luglio Chiesa di Santa Maria del Suffragio JOSEPHINE LEE

I MAESTRI RAVENNATI DI ORAZIO TARDITI

Anfiteatro della Banca Popolare

Fosco Maraini ha cent’anni!

In Templo Domini

Basilica di Sant’Agata Maggiore, ore 11.30

domenica 17 giugno

Ore 18,00 Biblioteca Classense, Sala Muratori

Basilica di Santa Maria Maggiore, ore 10.30

domenica 17 giugno

LUDUS VOCALIS direttore Stefano Sintoni

venerdì 29 giugno

domenica 1 luglio

Orchestra Don Minzoni dell’Istituto Comprensivo San Biagio Orchestra di Percussioni della Scuola Media Ricci-Muratori Orchestra del Corso Indirizzo Musicale Damiano-Novello

In Templo Domini

tratti dalla raccolta “Cristo nelle Costellazioni” letti da Maria Cristina Mazzavillani Muti tiorba Fabiano Merlante controtenore Carlo Vistoli

L’ARTE DELLA FUGA E L’ARTE DI VIVERE domenica 24 giugno Basilica di S. Francesco, ore 11.30 In Templo Domini

CANTI DELLA TRADIZIONE AFRO-AMERICANA CHICAGO CHILDREN’S CHOIR direttore Josephine Lee

La vita privata del signor Bach commentata da L’Arte della Fuga narrazione a cura di Sergio Balestracci Concerto di flauti La Fontegara Valentina Confuorto Stefano Squarzina Olga Bernardi Sergio Balestracci

martedì 3 luglio Chiostri della Biblioteca Classense

lunedì 25 giugno Ospedale Santa Maria delle Croci

FACES Mac Saxophone Quartett

PICCOLA ORCHESTRA ZACLÈN ensemble di musica popolare di fine ‘800

martedì 26 giugno

Sax soprano Stefano Pecci Sax contralto Luis Lanzarini Sax tenore Alex Sebastianutto Sax baritono Valentino Funaro

mercoledì 4 luglio

Basilica di Sant’Agata Maggiore

Castiglione di Cervia - Teatro “Mazzini”

Tredozio - Giardino di Palazzo Fantini

... E TU PARLAVI ALLE ROSE

Giordano Mazzavillani

In occasione della tappa del cammino Passi del Silenzio

Testi di Arnoldo Mosca Mondadori

mercoledì 20 giugno

LA VOS DL’ANMA poesie lette da Ermanna Montanari fisarmonica Simone Zanchini


GRAND ITALIA RFM:Rafest mastro 05/06/12 21.35 Pagina 7

L’aperitivo del Festival Un aperitivo “fuori dal comune”

Facciamo “le ore piccole” durante le sere del Festival per soddisfare il vostro palato!

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RaFest 53-62:Rafest mastro 06/06/12 13.43 Pagina 70

62 alle 7 della sera e dintorni Ravenna Festival Magazine 2012

domenica 8 luglio

martedì 10 luglio

Basilica di San Vitale, ore 10.30 In Templo Domini

Sala Corelli del Teatro Alighieri

SUSCEPIMUS, DEUS, MISERICORDIAM TUAM Messa in canto gregoriano della Domenica XIV Per Annum, Mediae Aetatis Sodalicium

BREVE STORIA SONORA DELLA NASCITA DEL PIANOFORTE

CORO GREGORIANO FEMMINILE direttore Nino Albarosa

II° PARTE Il pianoforte dal periodo romantico al

lunedì 9 luglio

primo ‘900

Sala Corelli del Teatro Alighieri

Biglietteria: modalità e orari Prevendite • www.ravennafestival.org • Cassa di Risparmio di Ravenna • IAT Cervia via Evangelisti 4, tel. 0544 974400 • IAT Marina di Ravenna piazzale Marinai d’Italia 17, tel. 0544 531108 • IAT Milano Marittima piazzale Napoli 30, tel. 0544 993435 • IAT Punta Marina Terme via della Fontana 2, tel. 0544 437312 • IAT Ravenna via Salara 8/12, tel. 0544 482838 • IAT Ravenna Teodorico via delle Industrie 14, tel. 0544 451539 • Vivaticket Circuit www.vivaticket.it

Recital di Giacomo Fiori Informazioni generali Gli abbonamenti, i carnet e i singoli biglietti acquistati non possono essere

BREVE STORIA SONORA DELLA NASCITA DEL PIANOFORTE

rimborsati, non sono nominativi e possono essere ceduti ad altre persone. Tariffe ridotte riservate a: Associazioni liriche, Cral, insegnanti, fino a 26 anni, over 65, convenzioni.Diritto di prevendita: il servizio di prevendita comporta la maggiorazione del 10% sui prezzi dei carnet e dei biglietti (maggiorazione che non sarà applicata ai biglietti acquistati al botteghino nel giorno di spettacolo). Gruppi e associazioni Alle associazioni, alle agenzie specializzate in viaggi culturali e ai gruppi (minimo 15 persone) sono riservati specifici contingenti e condizioni agevolate per l’acquisto dei biglietti. Ufficio Gruppi: tel. 0544 249251

giovedì 12 luglio Chiesa di Santo Spirito

I° PARTE “La graziosa degradazione” o “La misura del diverso impulso” Recital per clavicembalo e fortepiano di Andrea Coen

CORO SERBO BIZANTINO MOISEY PETROVIC DEL MONASTERO DI KOVILJ

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Orari: dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13, giovedì dalle 16 alle 18. Da venerdì 3 giugno a sabato 9 luglio, dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 18; domenica dalle 10 alle 13.

Con il patrocinio di

Comune di Ravenna In collaborazione con

di tutto un pò Omaggio al varietà

Sabato 7 luglio alle ore 21 Teatro Socjale di Piangipane Direzione artistica

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31-05-2012

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64 RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 01.03 Pagina 74

64 l’intervista Ravenna Festival Magazine 2012

Cento ci lavorono, 60mila lo amano «Ecco i numeri del Festival» DI MATTEO CAVEZZALI

>>

Il Ravenna Festival è la realtà culturale della città che coinvolge il maggior numero di lavoratori dello spettacolo dal vivo. Antonio De Rosa ne è il sovrintendente, l’uomo che gestisce bilanci e organizzazione. Lo abbiamo intervistato. In quanti lavorano a tempo pieno per il Festival tutto l’anno? E nel periodo estivo di piena attività? «La Fondazione Ravenna Manifestazioni, che è la struttura su cui poggia il Festival, ha un organico di base di 35 persone. D’inverno si occupano principalmente della Stagione d’Opera e Balletto e della gestione dell’Alighieri rendendo il teatro disponibile ai soggetti convenzionati con il Comune di Ravenna, quali ad esempio Ravenna Teatro e l’Associazione Angelo Mariani. D’estate il numero di lavoratori aumenta sensibilmente con contratti a tempo determinato e tirocini, a cui va aggiunto l’indotto dei servizi esternalizzati, come le maschere (tramite la coop Colas), i tecnici di palcoscenico e i facchini, superando il centinaio di persone. Vorrei sottolineare inoltre le forti ricadute sul territorio per alberghi, ristoranti ed attività legate alla permanenza dei turisti, che difficilmente sono quantificabili, ma sono ingenti: il Festival conta tra le 50 e le 60 mila presenze ogni anno, di cui oltre la metà viene da fuori. Qual è il pubblico del festival? La Fondazione Fitzcarraldo ha realizzato uno studio su questo tema, che dati sono emersi? «Sono per il 66% donne, con un livello di istruzione molto alto, ben il 41% ha una laurea. Questi dati sono stati paragonati con quelli di altre istituzioni culturali italiane, curiosamente siamo in linea con il festival MiTo ma non con quelli delle fondazioni lirico sinfoniche. A nostro favore gioca l’età media, che è di circa 45 anni. Se si pensa che il pubblico dei Teatri d’opera si avvicina o supera i 60 anni, siamo molto più giovani».

Il sovrintendente Antonio De Rosa guarda alle nuove tecnologie: «L’80 percento del nostro pubblico utilizza spesso internet: per questo siamo sui social network e riserviamo privilegi ai fan» Il pubblico è diventato negli anni molto fedele alle iniziative del Festival e lo segue anche in spazi non squisitamente teatrali come il Pala De Andrè, il porto o il tiro a segno, che riscontri avete avuto su questo fenomeno? «Il 40% degli spettatori segue fedelmente il Festival da più di sette anni. Inoltre l’acquisto di biglietti è molto gradito mediante acquisto di carnet, a cui spesso si aggiungono ulteriori biglietti. Questo significa che lo spettatore è interessato a diversi spettacoli e che ama crearsi un proprio itinerario all’interno della programmazione. È molto apprezzata anche la ricerca da parte del Festival di spazi sempre nuovi per gli spettacoli e questo è emerso chiaramente dai dati raccolti con i questionari. Ci ha fatto immensamente piacere constatare il pieno gradimento per il personale del Festival, che è stato valutato con altissimi giudizi di “cortesia e professionalità”. Un

ringraziamento caloroso voglio formularlo a tutti i dipendenti e collaboratori che lavorano alla realizzazione di questa straordinaria impresa culturale condotta con grande capacità e passione dalla direzione artistica di Cristina Muti, Franco Masotti e Angelo Nicastro, a loro dobbiamo l’impianto del Festival». Sono emerse anche delle note critiche? «Si certo, la programmazione è molto fitta e a volte non si riesce a seguire tutti gli spettacoli desiderati, critica che rivela un lato positivo, ossia un apprezzamento per il cartellone. Ci hanno poi segnalato la carenza di comunicazione sui social network, il dato però si riferiva al 2010, quando su Facebook avevamo appena 200 persone che ci seguivano, quindi ci siamo impegnati ed oggi contiamo oltre 4.000 amici. Sul web il festival è molto presente, dal sito internet fino a Facebook e Twitter.

Come sta evolvendo il legame con questo mondo? «L’80% del nostro pubblico utilizza spesso internet, per questo abbiamo sviluppato questi media e riserviamo dei privilegi per chi condivide con noi le proprie foto e i propri commenti. Abbiamo infatti anche riservato loro 200 carnet del progetto Omaggiovani tramite la nostra pagina Facebook: sono stati esauriti in pochi minuti. Recentemente abbiamo aperto anche i profili su Flickr per condividere le foto degli spettacoli, su Youtube con i video di estratti degli spettacoli e su Twitter, che, aggiornato in tempo reale dagli utenti, fornisce notizie ancora prima dei siti di informazione. Partecipiamo anche al progetto “Teatro Net” della Regione EmiliaRomagna che permetterà presto di seguire concerti in diretta streaming con i commenti in diretta del pubblico e degli artisti nell’intervallo dello spettacolo».m


ZANNONI RFM:Rafest mastro 05/06/12 21.51 Pagina 7


66-67 RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 19.02 Pagina 72

66 etno jazz Ravenna Festival Magazine 2012

I mille suoni del Brasile Egberto Gismonti & Co. DI ROBERTO VALENTINO

Due serate all’insegna del Brasile, di una piccola ma significativa parte dei mille suoni che popolano l’immenso Paese sudamericano. Difficile è infatti immaginare un panorama musicale così composito e sfaccettato come quello brasiliano, al cui interno convivono un’infinità di stili e generi che riflettono le diversità delle aree culturali e geografiche dove sono germogliati. Non solo samba o bossa nova, dunque: il Brasile è molto, molto di più. Una delle personalità più originali, e quindi difficilmente definibili, è sicuramente Egberto Gismonti, chitarrista (suona chitarre insolite, a 8 e 10 corde),

pianista, compositore, icona di una musicalità senza confini che getta un ponte fra elementi di matrice

Egberto Gismonti

folklorica e modernità di linguaggio. Padre libanese e madre di origine italiana, Gismonti viene da Carmo, nel nord dello Stato di Rio de Janiero, al confine con Minas Gerais: strada facendo ha assimilato gli insegnamenti di Nadia Boulanger e di Jean Barraqué, le influenze di Schoenberg, Webern, Villa-Lobos, del jazz, nonché le tradizioni degli indios amazzonici Xingù, con i quali ha vissuto a lungo. Nel 1976 incide il suo primo album per la ECM, Dança Das Cabeças, due lunghi brani che sono altrettanti affreschi sonori ricchi di fascino e magia. In seguito Gismonti registrerà vari altri dischi per

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RAVENNA


66-67 RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 02.36 Pagina 73

etno jazz 67 Ravenna Festival Magazine 2012

l’etichetta di Monaco di Baviera, tra cui i due targati Magico, ovvero il trio formato sul finire degli anni Settanta assieme al contrabbassista americano Charlie Haden e al sassofonista norvegese Jan Garbarek. Sempre nel catalogo ECM si rintraccia Duas Vozes, un “faccia a faccia” del 1984 con Nana Vasconcelos (già presente, peraltro, in Dança Das Cabeças), fantasioso percussionista, specialista del berimbau, strumento dal quale riesce a trarre sonorità di grande forza evocativa. Nana Vasconcelos ha frequentato assiduamente il mondo del jazz, suonato con Gato Barbieri, Pat Metheny, Jan Garbarek, Enrico Rava e altri. E ha fatto parte, insieme a Don Cherry e a Collin Walcott, del supertrio Codona, precursore della world music e di tante contaminazioni sonore in auge dagli anni Ottanta in poi. Se quindi Egberto Gismonti e Nana Vasconcelos sono musicisti cui piace spaziare, dialogare con “altre musiche”, ve ne sono altri che prediligono un unico ambito espressivo e di questo sono diventati autorevoli interpreti. È il

Due serate con il grande strumentista e compositore brasiliano, in concerto sia con Nanà Vasconcelos, sia con il trio Madeira e Hamilton de Holanda

Hamilton de Holanda

caso di Zé Paulo Becker (chitarra), Marcello Gonçalves (chitarra a 7 corde) e di Ronaldo Do Bandolim (mandolino), componenti del Trio Maidera Brasil e principali protagonisti del film Brasileirnho del regista finlandese Mika Kaurismaki. La loro specialità è il choro, la prima musica urbana totalmente brasiliana, fertile terreno sul quale sono fioriti sia il samba che la bossa nova. Nato attorno al 1870, nell’area di Rio de Janiero, il choro è stato fino agli anni Venti del secolo scorso il genere musicale più popolare in Brasile, influenzando anche un insigne compositore come Hector Villa Lobos. Di tante musiche – dalla classica al jazz, allo stesso choro – si nutre invece Hamilton de Holanda, virtuoso del mandolino. Nato a Rio De Janiero nel 1976, figlio del chitarrista José Americo de Oliveira, Hamilton de Holanda suona il suo strumento dall’età di cinque anni: ancora bambino avvia una fortunata carriera artistica che oggi è in pieno fulgore. In Italia è ormai di casa, anche grazie alla collaborazione con un altro vulcanico talento che risponde al nome di Stefano Bollani. m

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68RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 01.01 Pagina 42

68 canzoni Ravenna Festival Magazine 2012

Omaggio al molleggiato nella lingua del jazz DI

ROBERTO VALENTINO

Non è la trasposizione in musica del famoso romanzo di Marguerite Yourcenar. “Memorie di Adriano” è, in questo caso, un omaggio al “molleggiato”, al “predicatore”, al Celentano che col suo Clan divenne negli anni Sessanta una figura di riferimento per altri talenti artisti sospinti dai medesimi intenti: interpretare l’Italia del boom economico, le sue trasformazioni culturali e sociali, adattando il rock di Elvis Presley e il soul di Wilson Pickett e Ben E. King al sound e alla melodia di casa nostra. Attorno al Clan e al suo indiscusso, dispotico leader gravitarono personaggi che in seguito avrebbero preso strade diverse: Don Backy, Ricky Gianco, i Ribelli, la cui voce inconfondibile era niente meno che Demetrio Stratos, futuro fondatore degli Area, icona del rock sperimentale italico. “Memorie di Adriano” è un

concerto-spettacolo in chiave jazz. O meglio, la rivisitazione jazz di canzoni che ormai appartengono di diritto alla storia della musica italiana, leggera ma non solo. Qualche

Peppe Servillo, carismatica voce degli Avion Travel, a Javier Girotto (sax baritono e soprano), a Fabrizio Bosso (tromba), a Rita Marcotulli (pianoforte), a Furio Di Castri (contrabbasso), a Mattia

Il concerto “Memorie di Adriano” vede insieme una all stars con Servillo, Girotto, Bosso, Marcotulli, Di Castri e Barbieri titolo in ordine sparso: “24000 baci”, “Stai lontana da me”, “Il problema più importante”, “Una carezza in un pugno”, “Pregherò”, “Azzurro”, l’immancabile “Il ragazzo della via Gluck”, sorta di manifesto proto-ecologista. Canzoni che hanno accompagnato più generazioni, ragazzi che poi sono diventati adulti e che, almeno con la memoria, tornano ragazzi ogni volta che le ascoltano. È un po’ lo stesso effetto che fa a

Barbieri (batteria) tutte le volte che le cantano e le suonano. Questa sorta di piccola all stars del jazz italiano è arrivata a Celentano dopo aver affrontato le musiche di un autentico genio del Novecento come Frank Zappa e il repertorio di un’altra colonna portante della musica italiana, Domenico Modugno. La nuova impresa, non meno ardua delle due precedenti, del ben assortito gruppetto è non solo un dichiarato atto d’amore, ma una

vera e propria sfida, condotta non senza un pizzico di salutare ironia. Servillo mette in mostra tutte le qualità per cui è noto: profondità espressiva, gusto teatrale, una mimica facciale che non può non rammentare illustri conterranei come Totò o De Filippo. Girotto e Bosso soffiano nei loro strumenti con passione e intensa partecipazione. Rita Marcotulli dispensa finezze melodiche come solo lei sa fare. Di Castri e Barbieri sono il motore ritmico, solido e nel contempo flessibile. E tutti, pur nel massimo rispetto del materiale originale, si prendono quelle libertà che contraddistinguono ogni jazzista di razza. Insomma, “Memorie di Adriano” ha tutte le carte in regola per piacere a chi vuole rivivere antiche emozioni cantate, ma anche a chi crede che la lingua del jazz sia ancora un’arma vincente per donare nuova fantasia a uno standard americano o italiano che sia. m


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70-71 RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 02.14 Pagina 76

70 etno pop Ravenna Festival Magazine 2012

Nero

è bello dall’ Africa al Salento Sfida fra talking drum e pizzica tarantata DI ROBERTO VALENTINO

“Black Is Beautiful”, “nero è bello”, si gridava negli anni Sessanta sull’onda delle lotte per i diritti civili degli afro-americani. Un urlo di orgoglio che si è sparso a macchia d’olio in tutto il mondo coagulando ideali di libertà condivisi a tutte le latitudini e longitudini. La musica ha fatto molto a riguardo, diffondendo un messaggio forte e chiaro. Da tre anni Ravenna Festival dedica uno spazio alle musiche nere: Rokia Traorè, Maceo Parker e Fred Wesley, storici collaboratori del “soul brother number one” James Brown, i congolesi Benda Bilili e il nigeriano Seun Kuti, figlio del mitico Fela inventore dell’afrobeat e uomo di mille battaglie non solo musicali, si sono esibiti nelle due prime

>

edizioni di questo piccolo festival nel festival. Ora tocca ad altri artisti africani, ma anche a un gruppo che tiene alta la bandiera delle tradizioni del Salento, Officina Zoè. La prima serata della terza edizione di “Black Is Beautiful” li vedrà in azione con tutto il loro corredo di percussioni insieme a Baba Sissoko (già collaboratore dell’Art Ensemble of Chicago, paladini della “grande musica nera”), alla cantante del Mali Mamani Keita e al


70-71 RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 16.49 Pagina 77

etno pop 71 Ravenna Festival Magazine 2012

SALVAGENTE Taglie morbide, dalla 46 e oltre...

percussionista guineano Sourakhata Dioubate. Un incontro inedito, sicuramente coinvolgente, in cui la pizzica tarantata “sfida” i ritmi africani, la frenesia dei tamburelli dialoga con gli spiriti evocati dai “tamburi parlanti”, il canto griko si fonde con la tradizione orale dei griot, i poeti-cantori dell’Africa Occidentale. Un incrocio di suoni e culture millenari apparentemente lontani fra loro, ma in realtà molto più vicini di

life ghaniano. Aly Keïta è della Costa D’Avorio e suona uno degli strumenti più tipici e diffusi dell’Africa Occidentale sub-sahariana: il balafon. A questo antenato dello xilofono e della marimba si è avvicinato da piccolo e oggi è considerato uno dei massimi virtuosi di uno strumento magico ed evocativo come pochi altri: Aly lo ha adattato alle proprie esigenze espressive ed è capace di trarne spettacolari, sontuose

A Palazzo San Giacomo di Russi spazio a straordinari cantanti e musicisti di Mali, Guinea, Camerun, Costa d’Avorio e della nostra Puglia quanto si possa pensare. La seconda notte a palazzo San Giacomo avrà invece come protagonista la musica dell’Africa sub-sahariana. Kareyce Fotso è originaria del Camerun ed è una formidabile polistrumentista (sanza, talking drum, chitarra) e cantante che si esprime in lingua bantu. Dalla sua ha anche una presenza scenica magnetica che caratterizza pure Dobet Gnahoré, “dea nera” ivoriana che ha ereditato la conoscenza della tradizione beté dal padre, maestro percussionista di Abidjan. Nella sua musica Dobet ha assimilato anche elementi della rumba congolese, del bikoutsi camerunense, dell’high-

sonorità che rammentano persino quelle di un’orchestra. Da quando si è trasferito in Germania, Aly Keïta ha avuto modo di collaborare con Joe Zawinul, Omar Sosa, Rhoda Scott, Paolo Fresu, Cheick Tidiane Seck, Trilok Gurtu e molti altri. Su disco Aly Keita è già avvincente, dal vivo è semplicemente straordinario. m

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72-74 RFM2012:Rafest mastro 06/06/12 01.54 Pagina 78

72 musica popolare Ravenna Festival Magazine 2012

De Gregori

L’autore e l’archeologo DI

MATTEO CAVEZZALI

Musica d’autore mescolata con le origini del folklore. “Vola, vola, vola” è un esperimento firmato da Francesco De Gregori e dal re della taranta Ambrogio Sparagna. Ne abbiamo parlato con Sparagna che spiega così la nascita di questo progetto, talmente retrò da essere sperimentale. Come siete arrivati, dopo due

esperienze molto diverse, a mescolare il canto della tradizione folckloristica, con la canzone d’autore moderna e il pop? «Al contrario di quello che può sembrare non è affatto un abbinamento difficile, perché anche se sono forme musicali diverse, possiedono la stessa matrice. La canzone moderna si sviluppa nel tempo partendo proprio dal canto popolare. De Gregori nelle sue

Sparagna

Nello spettacolo dei due artisti il recupero di tradizioni, come la tarantella dei pastori che cantavano terzine dantesche canzoni ha molti segni tipici dei vecchi canti. Quelle radici tradizionali della canzone sono rimaste e hanno influenzato la musica, a volte anche in maniera inconsapevole. Il nostro progetto è proprio quello di fare una riscoperta culturale di queste radici con un lavoro di rielaborazione e interpretazione di questi classici popolari semi dimenticati, accostati a canzoni di De Gregori che hanno nelle loro corde forti assonanze». Non è la prima volta che intraprende la strada di lavorare assieme a cantautori, pensiamo ad esempio a Lucio Dalla, com’è il confronto con autori così diversi? «Ho fatto diverse incursioni nella musica leggera. Lucio era molto curioso dei canti popolari. Aveva una voracità di conoscenza tale che quando venne alla notte della taranta cantò addirittura una canzone nell’antico dialetto leccese, che ha ancora inflessioni dell’antico greco, e che è quindi molto complesso da pronunciare per un bolognese. L’obbiettivo di questi lavori però è sempre lo stesso: far conoscere i gioielli che abbiamo in Italia, e che teniamo rinchiusi negli armadi, rischiando che vengano dimenticati per sempre». Che reazioni ha il pubblico a ritrovarsi davanti a rintepretazioni

delle canzoni, che furono cantate dai nonni e dai bisnonni e ormai da anni dimenticate? «Chi le ascolta rimane incantato. Colpito da quanta ricchezza c’è in quelle vecchie opere d’arte, come quando un archeologo scopre un antico affresco rimasto sepolto per centinaia di anni e si rimane abbagliati e sedotti». Crede quindi di essere un archeologo della musica? Sì, nel senso che cerco i segni del passato e li riporto alla luce. In un luogo però molto diverso dal museo… «Già, sono piazze e luoghi aperti, perché per noi la cosa più importate è ascoltare queste musiche come una esperienza viva. Insomma bisogna ballare e divertirsi per assaporare queste tradizioni!» Per molti anni la musica popolare, come i dialetti, sono stati esclusi dalla definizione di “cultura”, perché considerati arte povera. Oggi questi pregiudizi sono superati? «Allontanarsi dal popolare è stata per la nostra cultura una gravissima perdita. Oggi ci se ne accorge e si comincia a recuperare dialetti, musiche e anche la cucina tradizionale. Attenzione però! Non devono essere operazioni accademiche e filologiche, altrimenti si perde la verità di questi linguaggi, che è la quotidianità, e quindi i continui cambiamenti. È come se per anni ci fossimo nutriti solo di hamburger del Mc Donalds. Oggi abbiamo l’indigestione, è ora di tornare ad assaporare le tagliatelle». >>


DREAM CAR RFM:Rafest mastro 05/06/12 21.55 Pagina 7


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74 musica popolare Ravenna Festival Magazine 2011

>> Perché per decenni gli italiani si sono vergognati delle proprie origini culturali e musicali? «È stato per sentirsi parte del mondo avanzato e industriale, quello che parlava in inglese e suonava rock, i canti in dialetto sembravano un segno di arretratezza. Purtroppo c’è stata una vera rimozione di questi canti, ritenuti non-colti, ma in realtà è l’esatto contrario. Basti pensare che i pastori cantavano a ritmo di tarantella i versi di Dante e altre antichissime poesie che venivano così mantenute in vita e tramandate. Era una tradizione che è rimasta fino a una trentina di anni fa, e oggi non si fa quasi più. Per questo abbiamo deciso di recuperali. È una idea di cultura poetica genuina e che io sento più nostra. La poesia cos’è se non è musica da sentire in una esperienza collettiva? Penso che qualcuno stia cominciando a capirlo». Quali sono le peculiarità che l’Italia può dare alla musica e che altri paesi non possono dare?

«È la varietà della musica italiana. Parafrasando il maestro Muti, l’Italia non è il paese della storia della musica, ma è il paese della musica. Basterebbe vedere quanti strumenti diversi di musica popolare esistono, e che purtroppo stanno scomparendo. Ci siamo fatti distrarre da altri generi musicali, ma le nostre canzoni, quelle che ci appartengono, sono quella dei contadini e dei pescatori». Era già venuto a suonare al Ravenna Festival, proprio nella suggestiva cornica di Palazzo San Giacomo a Russi, come ricorda quella serata? «Ero venuto con la mia orchestra per una notte di taranta nel 2007. C’era molta gente ed è stata una grande festa. Palazzo San Giacomo è un luogo speciale, denso di memoria, legato al territorio. Un luogo di comunione. Credo che anche questa volta si ripeterà quella esperienza».m Sopra Francesco De Gregori, nella pagina precedente Ambrogio Sparagna

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76 contemporanea Ravenna Festival Magazine 2012

Parla il musicologo Franco Fabbri che intervisterà il celebre compositore americano il giorno prima del concerto al Pala De André

Steve Reich

e il minimalismo che non c’è più

DI LUCA MANSERVISI

Tra i protagonisti di una tra le più significative rivoluzioni della musica del ventesimo secolo, quella riconducibile al movimento artistico del cosiddetto minimalismo, il 72enne compositore americano Steve Reich sarà protagonista di una due giorni a lui dedicata al Ravenna Festival. Prima di lasciare spazio alle sue composizioni mercoledì 13 giugno al Pala De André – dove verranno proposte dal Parco della Musica Contemporanea Ensemble Tehillim, frutto dei suoi studi sulla cantillazione ebraica, e City Life, omaggio alla sua New York – martedì 12 sarà alla biblioteca Classense in un incontro condotto da Franco Fabbri. Musicista (celebre in passato per essere stato cantante e compositore degli Stormy Six) e musicologo di fama internazionale, Fabbri insegna storia della musica contemporanea all'Università di Torino e tiene il corso di Elementi di economia dei beni musicali all'Università di Milano. Lo abbiamo intervistato pochi giorni prima del suo arrivo a Ravenna. Fabbri, come sarà strutturata la serata a fianco di un mostro sacro come Reich? Quali spunti di interesse può offrire? «Reich è l'unico dei minimalisti considerati classici (gli altri sono La Monte Young, Terry Riley e Philip Glass, ndr) che non ho ancora intervistato. Come ho fatto con gli altri, cercherò di essere il più possibile preparato sul lavoro di Reich, ma non redigerò uno schema per il colloquio. Preferisco, diciamo così, un'improvvisazione controllata. Sono sicuro che Reich abbia moltissime cose interessanti da dire, ben oltre qualsiasi pianificazione di chi lo intervista». Da insigne musicologo, quale ritiene che sia stato il ruolo di Reich nella storia della musica contemporanea? «Mi sembra che il tempo abbia già

dimostrato che Reich è stato, e continua anche ad essere, uno dei compositori più originali dell'ultimo mezzo secolo, uno che vale senz'altro la pena di ascoltare e di studiare. Peccato per i critici e i musicologi che non l'avessero ancora fatto». In che modo il minimalismo è riuscito ad influenzare anche generi musicali considerati meno colti e più popolari e, conseguentemente, a entrare anche nelle discoteche degli appassionati di rock, per esempio? «I compositori minimalisti si sono posti il problema di creare una musica la logica del cui sviluppo fosse percepibile all'ascolto, e non solo analizzando una partitura. In questo senso, pur senza nostalgie o ricalchi stilistici, si sono collegati a un’epoca nella quale non era stata ancora istituzionalizzata la divisione tra musica d'intrattenimento e musica d'arte. Non è questione che il rock sia meno “colto” – anche se sì, lo si può vedere sotto questa luce – è che è una musica che è indubbio

abbia una logica, la si coglie nell'ascolto. Ci sono appassionati di rock, oggi, che hanno un'età e una cultura musicale non certo inferiore a quella dei frequentatori dei concerti della vecchia avanguardia». Considerato anche il cambiamento della fruizione musicale, soprattutto a causa di internet, crede che i festival orientati in particolare verso la musica colta o d'avanguardia siano destinati ad assumere un ruolo sempre minore? O è vero forse il contrario? «Potenzialmente, dico una banalità, c’è molta più informazione sulla musica di oggi e del passato che in qualsiasi altra epoca. Qualunque festival musicale dovrebbe e potrebbe sfruttare questa informazione per creare un pubblico più ampio». E gli ascoltatori? Sono meno aperti rispetto al passato riguardo alle proposte più difficili? «La “difficoltà” – come tutto, in musica – è un concetto relativo. Quando negli anni Settanta “Musica

nel nostro tempo” (storica rassegna di concerti milanese, ndr) aveva duemila abbonati, escludo che fossero tutti “ascoltatori esperti” – o strutturali – secondo la gerarchia di Adorno, ma avevano fiducia che man mano si sarebbero impadroniti del codice. Bisogna ricreare quella fiducia». Oggi vengono spesso definiti dalla critica “minimalisti” alcuni nuovi protagonisti in particolare della scena elettronica: ma ha ancora senso parlare di minimalismo? «Il minimalismo classico degli anni Sessanta-Settanta è stato superato dai suoi stessi fondatori. La ripetitività, resa così accessibile dall'uso dei computer o di scatolette che costano poco più di un distorsore del 1965, è un aspetto superficiale del minimalismo, anche se è facile interpretarla come un segnale di riconoscimento. Anche per questo mi sembra utile confrontarsi per prima cosa con la musica dei cosiddetti inventori di questo genere, o di questo stile». m


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contemporanea 77 Ravenna Festival Magazine 2012

corrente musicale Il bello della reiterazione « La musica minimalista (detta anche musica minimale o musica ripetitiva) è un genere di musica colta, sorto negli Stati Uniti negli anni sessanta, che si caratterizza per un tessuto scarno, fatto di pochissimi elementi. Le ricerche in ambito minimalista si sviluppano a partire dagli anni sessanta, con autori quali Steve Reich e La Monte Young. Tuttavia, esse acquistano il loro consenso maggiore e, di conseguenza, la loro massima appetibilità commerciale, negli anni novanta in quanto riescono a sintetizzare mondi musicali distanti senza che essi siano particolarmente contrastanti [...]». Questa, su Wikipedia, la definizione della categoria annoverata (con molte riserve critiche da parte degli accademici) nel campo della musica colta che però ha sempre avuto ampio credito e apprezzamenti in ambienti culturali e in pubblici più orientati alla musica pop, jazz e etnica che alla classica. Contenitore ampio di talenti artistici, ricerche estetiche e stili, il filone minimalista vuole fra i suoi padri fondatori i già citati La Monte Young, Terry Riley e, fra i suoi più evoluti ed eclettici protagonisti, Steve Reich e Philip Glass, tuttora in piena attività. Senza dimenticare le sperimentazioni sulla risonanza e le armoniche di Charlemagne Palestine. A tale poliedrica ricerca musicale americana vengono

affiancate, inoltre, le figure e le opere di altri compositori come gli inglesi Gavin Bryars e Michael Nyman (famoso per le sue colonne sonore e – si dice – coniatore proprio del termine “minimalismo musicale”), mentre, in ambito europeo, si distinguono anche il belga Wim Mertens, l’olandese Louis Andriessen, l’estone Arvo Pärt. Infine, per quanto riguarda la seconda generazione dei minimalisti, dopo gli esordi degli anni ‘60, ecco spuntare i nomi degli americani John Adams, Michael Torke e gli ironici sperimentatori della newyorkese “lovely music” guidata da Robert Ashley. Oltre l’omaggio a Steve Reich di quest’anno, il Ravenna Festival nelle edizioni passate ha ospitato esponenti di rilievo della corrente minimalista o commissionato concerti con composizioni di musicisti di questa corrente, fra cui Philip Glass, Terry Riley e Arvo Pärt. Proprio due composizioni del compositore dell’est europeo Arvo Pärt (ma residente a Vienna dal 1980) sono inserite nel cartellone di questa edizione 2012. Si tratta del Lamentate per painoforte e orchestra, eseguito dall’Orchestra Cherubini guidata da Dennis Russel Davies, e dei brani Für Alina e Spiegel Im Spiegel per la coreografia Near the terrace, messa in scena dalla compagnia di danza Shen Wei.

Nel mosaico di ritratti, esponenti storici del genere minimalista. Dall’alto, e da sinistra a destra: Reich, Glass, Riley, Nyman, Adams e Pärt. Un quadro rappresentativo ma a cui manca il pioniere La Monte Young


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78 contaminazioni Ravenna Festival Magazine 2012

elettronica folk

Tra e ecco i suoni di Weird Tales DI LUCA MANSERVISI

L’anno scorso fu una delle più belle sorprese del festival, anche perché rappresentava una sorta di “ritorno a casa” di un ravennate che ce l’ha fatta. Uno come Yuri Ancarani, videomaker di 40 anni premiato un po’ in tutto il mondo, in grado di attirare l’interesse di nientemento che Maurizio Cattelan. Quel Maurizio Cattelan. Ecco, dopo il lavoro dell’anno scorso sulla bora insieme a Stephen O’Malley – anch’esso un fenomeno nel suo campo, quello del black metal, diciamo così, sperimentale – Ancarani torna alla Rocca Brancaleone con la sua nuova opera targata appunto Cattelan, che l’ha prodotta, presentata all’ultimo festival di Venezia, prima di passare in rassegna, per esempio, al Guggenheim di New York o recentemente al nuovo Maxxi di Roma. Arte con la a maiuscola, evidentemente. E la quintessenza del cinema, tanto che solo la bella locandina è un tuffo nel Kubrick di 2001. Il film in questione si chiama Piattaforma Luna, che è la piattaforma su cui lavorano i sei sommozzatori che ne sono protagonisti, costretti a vivere per settimane tra il fondo del mare e una camera iperbarica. L’opera di Ancarani sarà proiettata alla Rocca nel corso della serata di venerdì 29 giugno nell’ambito della terza edizione di Weird Tales, la rassegna dedicata alla musica contemporanea (e in particolare al suo rapporto con l’immagine) che organizza Bronson Produzioni nell’ambito del Ravenna Festival. Ancarani quella sera sarà affiancato – e probabilmente del tutto, inevitabilmente, sovrastato – dall’australiano Ben Frost, personaggio chiave della scena musicale elettronica e sperimentale mondiale, scelto dal

Un fotogramma dal film di Yuri Ancarani Piattaforma Luna

Protagonista anche il videomaker ravennate Yuri Ancarani con Ben Frost: «Lo ho scelto perché mi serviva qualcosa di forte» E poi sarà festa con Edward Sharpe Il personaggio L’elettronica glaciale dell’australiano d’Islanda Australiano trapiantato in Islanda, dove ha collaborato anche con Bjork, Ben Frost (al festival il 29 giugno) è uno dei nomi di punta della scena elettronica mondiale. Influenzato dal minimalismo come dal post-punk, per descrivere la sua musica la parola più adatta è contaminazione. Una continua ricerca sperimentale tra elettronica pura, dark ambient, noise, drone e glitch music. Acclamato in particolare dalla critica il suo album del 2009, By The Throat, il terzo della sua carriera, fatta però anche di collaborazioni svariate e di parentesi da produttore. L’ultima sua pubblicazione è frutto del progetto realizzato insieme a Daniel Bjarnason – sotto la supervisione addirittura di Brian Eno – di musicare ex novo il noto film di Andrej Tarkovsky Solaris.

videomaker ravennate per la colonna sonora di Piattaforma Luna. Non si poteva perdere l’occasione, quindi, per far esibire Frost dal vivo, tra l’altro insieme a musicisti “veri” quali Shahzad Ismaily a synth e batteria – uno che ha collaborato nel corso della sua carriera, tanto per citarne due, con Lou Reed e Tom Waits – e Borgar Magnason al contrabbasso, per un concerto in esclusiva per l’Italia. «La scelta di Ben Frost per Piattaforma Luna è stata naturale – ci racconta lo stesso Ancarani –. Lui si ispira a scenari che sono molto vicini ai miei. Il mio processo nella costruzione è a togliere, cerco di raccontare utilizzando meno inquadrature possibili, e Ben Frost con pochi suoni riesce ad essere potente. Mi serviva qualcosa di forte, di estremo, come è estremo quello che fanno i personaggi di Piattaforma Luna. Tra tutti i dischi della mia collezione, sono circa duemila, dovevo sceglierne uno, un autore. Ho pensato a lui». Parole chiare che rendono forse pleonastica la classica domanda sull’importanza che riveste la musica in un creatore di immagini, ma che gli facciamo lo stesso. «Sono molto attento alle scelte musicali. Colleziono da sempre dischi di musica contemporanea ed elettronica. l'ascolto per piacere, ma soprattutto per studio. La musica, i suoni, mi fanno evocare immagini, suggestioni che spesso mi aiutano a completare i miei film». Il secondo e ultimo appuntamento della rassegna rappresenterà il concerto più tradizionale finora nella storia di Weird Tales: niente visuals, al bando l’avanguardia e la sperimentazione, solo tanta voglia di fare festa. Certo, difficile comunque definire tradizionale un gruppo che si


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contaminazioni 79 Ravenna Festival Magazine 2012

Alex Ebert cantante di Edward Sharpe & The Magnetic Zero

esibisce sul palco in una dozzina di elementi e che ha appena fatto un tour a bordo di un treno d’epoca. Loro vengono da Los Angeles e hanno scelto un nome un po’ improbabile, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, ma già noto in tutto il mondo. I loro fan affolleranno sempre la Rocca

Brancaleone, mercoledì 11 luglio, quando si esibiranno per la prima volta in Italia. Nella cartella stampa vengono definiti come una truppa indie-rock che si ispira fortemente alle comunità musicali spontanee che sorgevano nelle piccole cittadine della California – la famosa scena di Laurel Canyon – tra

gli anni Sessanta e Settanta. Noi aggiungiamo le parole folk e psichedelia per inquadrare il gruppo. «Quest’anno siamo stati costretti a ragionare su due soli eventi – a tracciare una sorta di bilancio preconsuntivo di Weird Tales è Christopher Angiolini, mente della

Bronson Produzioni – ma l'idea è rimasta comunque quella di alzare l'asticella, il livello di fama internazionale. Restano due gli indirizzi principali: quello dell'elettronica contemporanea che si spinge fino al drone, alla manipolazione del suono e delle frequenze sonore che flirta con le immagini da una parte, e quello del neo indie folk dall'altra. Sia Ben Frost che Edward Sharpe sono entrambi artisti che io e Franco (Masotti, direttore artistico del Ravenna Festival, ndr) stavamo monitorando da tempo in attesa di approfittare dell'occasione favorevole per portarli a Ravenna». E come si è inserita una realtà “rock” come quella del Bronson in un contesto tradizionalmente classico come il Ravenna Festival? «La Bronson Produzioni si è creata una credibilità internazionale tra le pieghe del contemporaneo, nelle cosiddette nicchie di mercato. Credo che il Festival sia attento a quanto accade in città e, per quanto mi riguarda, la possibilità di collaborare con la direzione artistica di Masotti è alquanto stimolante. Il successo di pubblico e critica delle due precedenti edizioni credo sia indiscutibile, ora si tratta di proseguire in questo percorso accettando la sfida di continuare a crescere senza tradire l'idea di partenza». m


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80 narrazioni Ravenna Festival Magazine 2012

Rumiz e la parola rotonda che parla alla pancia DI

MATTEO CAVEZZALI

Molti scrittori preferiscono scrivere stando fermi dietro la propria scrivania, vagando con la fantasia, Paolo Rumiz non è tra questi. Lo scrittore triestino, nonché prestigiosa firma di Repubblica, ha sempre scritto camminando, spostandosi su strade spesso polverose e dissestate. Da paesi in guerra, da paesi in pace, da luoghi sconosciuti e da capitali, sui monti innevati degli Urali e nei deserti dell’Afghanistan. Mai stando fermo, ma andando incontro alle storie. Da dove viene questa voglia di raccontare in movimento? «Da piccolo sognavo di fare l’esploratore. Non il giornalista. Era il desiderio nato da bambino, acceso dalla fiabe di mia nonna, e mai sopito. Ho scelto allora di viaggiare, poi è venuto lo scrivere, come una conseguenza. Il viaggio, infondo, è la metafora della vita. Raccontare un viaggio è un modo per raccontare della vita». Cosa ha avuto di diverso la Bosnia in cui si era recato durante la guerra, dove è scoccata la scintilla che ha portato a realizzare “La cotogna di Istambul”? «Sono stato in Bosnia come inviato di guerra. L’ho conosciuta nel suo periodo più infelice, ma questo non mi ha impedito di conoscere lì persone speciali. Il libro è la foto di gruppo di un mondo, scattata appena prima che scomparisse. Lì ho fatto incontri che mi hanno segnato e che ho fermato in un’immagine». La storia è vera o in parte immaginata? «È tutto vero. All’inizio. Poi la realtà diventa una storia a furia di raccontarla. Quella della “cotogna” è una storia nata come un racconto orale. Per essere letta ad alta voce. Come ogni racconto orale, però, ogni volta che viene pronunciato muta. Così il confine tra verità e fantasia scompare. Oggi farei

“La Cotogna di Istanbul” è un racconto in versi che il grande giornalista ha scritto dopo un viaggio a Sarajevo con la Muti sinceramente fatica a dire cosa è vero e cosa lo è diventato a forza di ripeterlo». Come mai, dopo tanti libri e tanti articoli, questa volta ha sentito la necessità di partire dalla parola orale? «Tutto è iniziato con la perdita di una persona. Per rielaborare questo dolore ho iniziato a raccontare la storia, finché il dolore non è trasfigurato. Narrare le storie a voce alta è una pratica antica come l’umanità. Nell’Odissea c’è scritto che gli uomini non “canterebbero” se ci fossero strappi nella vita. Per me è stato così. Poi qualcuno mi ha detto “perché non la scrivi questa storia?”. Allora l’ho scritta per fissarla nel tempo, per la paura che il vento dell’inverno la soffiasse via. L’ho cominciata e ricominciata, ma non trovavo una forma su carta che rendesse giustizia al racconto orale. Poi un giorno, forse camminando, mi è venuta l’idea folle di scriverla in versi. Con una metrica che è anche un mantra. È una forma che, quando pronunciata a voce alta, rassicura. Tutti riconoscono

quel suono inconsciamente, perché è lo stesso tipo di vibrazione che sentivamo da bambini per essere addormentati. In questa forma musicale c’è una energia segreta. Così l’ho scritta tutta in una volta, come trasportato dalla corrente di un fiume. Mentre il libro era già in stampa ho continuato a fare modifiche e quella che recitiamo adesso è una versione più fluida di quella andata in stampa. La canzone che ruolo ha avuto nel passaggio da narrazione a spettacolo teatrale? «Il racconto ha assunto una forma epica in cui la musica è parte della storia. Il fato ha voluto che incontrassi un musicista con la mia stessa passione per quelle terre: i Balcani, la Turchia, la Dalmazia. Sentita la storia si è subito buttato pancia a terra a comporre le musiche». Com’è cambiato il rapporto con il pubblico dai primi racconti spontanei, fino ad oggi, che si trova davanti a un vero spettacolo? «Il pubblico viene coinvolto molto di più. Non si è più abituati ai

versi. La scelta di una forma così poco abituale poteva diventare un grosso buco nell’acqua. Invece non lo è stato. Le persone sono affascinate da una forma che pare arcaica, ma è in realtà molto vicina. È una parola rotonda che parla alla pancia». La tourneè di uno spettacolo è una sorta di viaggio, in cui lei sta portando la storia di un altro viaggio. Che effetto le fa? Il pubblico di luoghi diversi ascolta in modo diverso? «Ci sono pubblici molti diversi in luoghi diversi. Per noi che ci affacciamo sull’Adriatico i Balcani sono mondi esotici vicini. Già in piazze come a Napoli o in Sardegna i Balcani suonano come lontani, come mondi poco conosciuti dalle passioni forti. Noi siamo abituati a ragionare troppo di testa e non lasciarci mai andare ai sentimenti. I Balcani invece sono la pancia d’Europa». Nella storia appare anche, indirettamente, Ravenna. Mascia, la protagonista, nei suoi tratti è descritta come un volto bizantino… «Esatto, Mascia ogni tanto viene chiamata anche Teodora, come la dama di San Vitale… Ravenna è una città in cui si respira l’aria dell’oriente. Nei volti dei mosaici ho rivisto quelli di persone che avevo conosciuto al di là del mare, a Istanbul e a Sarajevo. Ravenna però c’entra anche per un altro verso. A Sarajevo, tre anni fa, ho conosciuto la famiglia Muti. Dopo qualche incontro si creò subito sintonia e così, nel viaggio di ritorno, raccontai a Riccardo Muti e a Cristina la storia del melograno. Era una storia ancora molto personale e poco rielaborata. Fu allora che Muti mi disse: “questa è una ballata cavalleresca”. Fu quell’incontro a darmi la spinta per lavorare su questa storia e mi diede anche l’idea di renderla musicale. Quando uscì il libro, mi fu recapitato a casa un pacco “da Ravenna”, me lo aveva mandato Cristina. Era un cesto pieno di cotogne ravennati». m


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82 cultura e affari Ravenna Festival Magazine 2012

Evergreen, e dall’impresa nacque I migliori giovani talenti di Taiwan a comporre un'orchestra che nasce dai traffici marittimi. È la storia della Evergreen Symphony Orchestra: nel cartello del Ravenna Festival si esibirà per la prima volta in Italia quella che è un’orchestra nata per volontà di Chang Yung-fa, fondatore nel 1968 della compagnia di navigazione Evergreen. Oggi quella piccola compagnia è diventata un colosso tra i primi quattro al mondo e destinata a crescere ancora quando verranno varate le undici mega navi già in cantiere. Evergreen fa scalo a Ravenna dall’inizio del 2011, rappresentata dalla Sisam Agenti. Quando mezzo secolo fa Chang Yung-fa fondò a Taiwan la sua piccola compagnia di navigazione certo non immaginava di dare vita a quello che in pochi anni sarebbe diventato un vero e proprio impero, l’Evergreen Group: decine di società di trasporti e centinaia di uffici in tutto il mondo. E neppure immaginava che un giorno in seno a quell’impero avrebbe trovato posto anche un’orchestra. Ma navi e note non sono gli unici settori in cui si muove il magnate asiatico: il gruppo comprende infatti una compagnia aerea privata, la stessa su cui viaggeranno i componenti dell'orchestra per venire in Italia, e

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numerosi investimenti nel settore alberghiero. In Europa finora non sono molte le città in cui Yung-fa ha investito. Qualcuno a Ravenna culla il sogno di poter affascinare il miliardario facendolo innamorare della città. Del resto è innegabile che in questo caso il momento musicale e culturale avrà anche una valenza imprenditoriale per il tessuto economico della città. In questo caso impresa e cultura vanno a braccetto perché, come lascia intendere qualcuno, per una compagnia come Evergreen è alquanto semplice cambiare i porti di scalo. Venire a Ravenna con l'orchestra e trovare un ambiente piacevole potrebbe servire a promuovere il brand ravennate.

l’orchestra

Il gruppo Evergreen nasce a Taiwan nel 1968. Il primo colpo di genio fu intuire che il trasporto merci in container avrebbe rappresentato il futuro del trasporto via mare. Nel 1984 arriva il primo servizio attorno al globo: dall'Asia la linea taiwanese fa

il giro del mondo conquistando successo e fama. Non è quindi un caso che all'inizio degli anni novanta fosse il primo vettore mondiale. Oggi, come detto, è sceso di qualche posizione nella classifica. Una graduatoria che presto risalirà: al momento la flotta conta centocinquanta navi e fa scalo in 240 parti di ottanta Paesi. Nel 1985 viene costituita la Fondazione Chang Yung-fa. La missione? Promuovere la cultura e le arti sovvenzionando i bisognosi di cure mediche e formazione scolastica. L'anteprima di quella che posi sarebbe stata la Evergreen Symphony Orchestra avviene tra il 1986 e il 1997: la fondazione sponsorizzò ventotto giovani interessati alle tradizionali musiche taiwanesi perché studiassero nelle migliori accademie musicali degli Stati Uniti. Ecco che nel 2001 nasce l’orchestra. Inizialmente solo venti musicisti. I pionieri. Nel 2002 furono settanta gli elementi a comporre la prestigiosa formazione. Nello stesso anno il primo concerto. La notorietà dell'insieme è data soprattutto dalle interpretazioni, brillanti, di musica classica e delle canzoni popolari taiwanesi. Il violinista cinese di fama mondiale Kek-Tjiang Lim è stato il primo e principale direttore musicale. Suo successore fu Ya-Hui Wand. Nel 2004 l'orchestra esce dai confini di Taiwan: la prima apparizione all'estero è a Singapore alla Esplanade Concert Hall. Il 2007 si apre con un momento importante: la nomina di Gernot Schmalfuss a direttore principale: l'artista in precedenza aveva diretto la Munich Chamber Orchestra ed era stato direttore ospite della Munich Philarmonic Orchestra e la Stuttgart Radio Symphony Orchestra. m Sopra, Gernot Schmalfuss, a sinistra la Evergreen Symphony Orchestra


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84 visioni Ravenna Festival Magazine 2012

Guido Guidi e la linea di confine della fotografia Ad accompagnare questa edizione del Festival sono le immagini di uno dei maestri italiani della fotografia, Guido Guidi. Guidi nasce nel 1941 a Cesena, dove vive e lavora. Dal 1956 è a Venezia dove studia prima Architettura allo IUAV e successivamente Disegno industriale, seguendo tra gli altri i corsi di Luigi Veronesi e Italo Zannier. È nel clima vivace del periodo veneziano che decide di dedicarsi con continuità alla fotografia. Dalla fine degli anni sessanta realizza importanti ricerche personali, indagando il paesaggio e le sue trasformazioni e sperimentando al contempo il linguaggio fotografico. Le sue opere

sono state esposte in istituzioni italiane e internazionali – tra le quali il Fotomuseum di Winterthur, il Guggenheim e il Whitney Museum di New York, il Centre Georges Pompidou di Parigi, La Biennale di Venezia – e sono state oggetto di numerose pubblicazioni. A partire dagli anni ottanta partecipa a numerosi progetti di documentazione del territorio come l’indagine sulla città diffusa tra Venezia, Padova e Treviso, promossa dallo IUAV nel 1982, “Viaggio in Italia” (1983) ed “Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio” (1986), “Archivio dello Spazio” della Provincia di Milano (1991), l’indagine sull’edilizia

pubblica dell’Ina-Casa (1999), “Atlante Italiano 003” (DARC, 2003). In ambito prettamente architettonico realizza ricerche e pubblicazioni sulle opere di Le Corbusier (Einaudi, 2003), Carlo Scarpa e Ludwig Mies van der Rohe (Canadian Centre for Architecture, 1999 e 2001). Alla professione di fotografo affianca da anni attività di didattica e promozione della fotografia: nel 1989 avvia a Rubiera, con Paolo Costantini e William Guerrieri, Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea. Dallo stesso anno è docente di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Ravenna, dal 2001 insegna presso lo IUAV di Venezia e dal 2009 presso l’ISIA di Urbino. m

«La fotografia, per Guido, è, prima d’altro, un modo di pensare, un invito a meditare, un’occasione per coinvolgersi nel reale e impastarvisi; prima d’altro, ossia prima di essere una tecnica (eppure, quella di Guidi è virtuosistica, di volta in volta inventata improvvisata gestuale funzionale, ma finalmente senza regole), o un linguaggio (che se lo è, come in effetti lo è, non ha bisogno di una filosofia che spieghi troppo, come una didascalia), o un’arte (le immagini di Guidi sono artistiche, eccome, ma lo sono in quanto fotografie e basta). Italo Zannier (Venezia, 1983)

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visioni 85 Ravenna Festival Magazine 2012


LIBRO SCHIAVINA RFM:Rafest mastro 06/06/12 22.37 Pagina 7

cose buone di casa volume 1 e 2 L ’ in t er a r a cc o lt a de ll e r i ce tt e a u tu n n o - i n ve r no e p ri m a v er a - es ta t e di

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88 RFM2012 copia:Rafest mastro 06/06/12 17.11 Pagina 28

88 pubblicazioni Ravenna Festival Magazine 2012

Iconografie, saggi critici, documenti Il catalogo è questo Da sempre un catalogo accompagna le edizioni del Ravenna Festival, con immagini, testi di approfondimento e saggi critici sui temi della manifestazione. Quest’anno, la pubblicazione si presenta rinnovata, come sempre ricca di contenuti ma rinnovata da una raffinata veste grafica. Al centro del volume, il millenario anniversario della nascita dell’eremo di Camaldoli e del suo fondatore San Romualdo, indagati sia sul piano artistico che storico. Daniela Poggiali analizza l’iconografia romualdiana fra Ravenna e Camaldoli, mentre Giovanni Tabacco e Donatino

Domini esplorano le vicende secolari del santo Romualdo nella Ravenna dell’anno Mille. Notevoli anche le testimonianza fra passato e presente della vita monacale e del rapporto fra spiritualità e natura di Alessandro Barban, Roberto Fornaciari e Salvatore Frigerio, rispettivamente priore e monaci della comunità camaldolese. Sui concetti ascetici di solitudine e vuoto, le declinazioni di Franco Masotti (sulla musica di Arvo Pärt), di Alberto Girogio Cassani (sul cinema di Antonioni) e di Antonio Marchetti (sull’attualità di “Esserci fuori luogo”). Un altro tema, trattato con interventi di

Particolari dall’iconografia artistica romualdiana

Fosco Maraini, Giuseppe Tucci e Enzo Bianchi, è la vicenda del buddismo tibetano rivelata nella sua tragica attualità di esilio e persecuzione ma anche di straordinaria vitalità culturale e spirituale. Tre i saggi critici di stretta impronta musicale sulla “nobilissima visione” di Paul Hindemith e la “trilogia popolare” di Giuseppe Verdi a firma di Luigi Abbate, Andres Briner e Paolo Gallarati. In chiusura di catalogo, immagini e testi sulla fotografia di Luigi Ghirri e Guido Guidi, a cura di Danilo Montanari e Silvia Loddo. Fra i documenti pubblicati, frammenti dal Libro della regola eremitica. m

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Ravenna Festival Magazine

Ravenna Festival Magazine Edizione 2012 Supplemento gratuito a “Ravenna & Dintorni” nr. 491 del 07 giugno 2012

Redazione: 0544.271068 redazione@ravennaedintorni.it Pubblicità: 0544.408312 info@reclam.ra.it

Editore: Reclam srl - Ravenna www.reclam.ra.it In collaborazione con

Meditazioni fra divinità e natura

Simboli

e riti della

spiritualità Classica Riccardo Muti sul podio del “Concerto delle fraternità”. Yuri Temirkanov celebra la grande musica russa

Danza

Opera

Hip hop dal Brasile, contemporanea fra oriente e occidente, balletto Gran Galà direttamente da Parigi

“Sancta Susanna” capolavoro rinnegato di Paul Hindemith

Etnica e jazz Edizione 2012

Egberto Gismonti & Co., tamburi africani e salentini, De Gregori e Sparagna a tutto folk

All’interno Omaggio a Steve Reich, genio del minimalismo / Cinema ed elettronica con Weird Tales / Passeggiate: nella pineta di Classe e da Ravenna all’eremo di Camaldoli / Sette giorni in Tibet fra cerimonie, canti, danze rituali e mandala


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