Le stagioni teatrali della provincia di Ravenna Interviste
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INTRO
SOMMARIO 9
CONSIGLI D’AUTORE Alcuni spettacoli scelti tra le stagioni della provincia
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L’ATTORE Paolo Calabresi, da Biascica a “Perfetti sconosciuti”
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IL COMICO Vito e quell’esagerazione per il cibo
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L’ATTRICE Milena Vukotic tra Fellini, Fantozzi e... Woody Allen
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SATIRA Lodo Guenzi riporta in scena Dario Fo. E critica la sinistra...
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ATTUALITÀ Lo spettacolo di Menoventi che riflette sui cambiamenti climatici
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TEATRO CIVILE Giorgina Pi riscrive il mito di Filottete
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LETTURE Stefano Massini racconta lo “Zar” Putin
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EMERGENTI Il lavoro collettivo di Spazio A RAGAZZI Il Progetto g.g., per non sottovalutare l’infanzia OPERA E DANZA Le stagioni dell’Alighieri e il nuovo direttore artistico
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Tra realtà e finzione, il teatro che ci riguarda Una mappa per orientarsi tra stagioni, spettacoli, artisti e luoghi. È quello che vuole essere la rivista che avete tra le mani, un modo per raccontare un territorio attraverso la sua vita culturale. Un territorio che quest’anno presenta novità importanti e qualche ferita ancora aperta. A Lugo torna a vivere il Teatro Rossini, recuperato dopo l’alluvione: una riapertura che ha restituito alla città un luogo di cultura e di comunità. A Conselice, invece, il Comunale è ancora fuori uso e dovranno partire i lavori per riportarlo alla sua funzione. Faenza affronta una stagione particolare, senza il Masini, indisponibile per gli interventi di ristrutturazione. Tre situazioni diverse che ricordano quanto i teatri siano parte concreta della vita delle città: spazi fragili, che hanno bisogno di cura, ma anche presìdi capaci di tenere insieme le persone. Dentro questa geografia si muove una stagione ricca di linguaggi e domande. E forse non è un caso che uno dei suoi fili conduttori sia il rapporto tra realtà e finzione. Lo suggerisce Emanuele Masi, nuovo direttore artistico dell’Opera e Danza del Teatro Alighieri, scegliendo per la stagione il tema della rappresentazione: quanto siamo davvero ciò che mostriamo? Quanto la realtà cambia quando viene raccontata, interpretata, messa in scena? È una domanda che attraversa il nostro tempo, in cui immagini e identità si moltiplicano fino a rendere sempre meno netto il confine tra ciò che siamo e ciò che appare. La stessa soglia, in un altro modo, è al centro di un’altra delle interviste di questa nuova edizione, quella a Paolo Calabresi, attore capace di attraversare personaggi e situazioni fino a confondere, agli occhi del pubblico, interpretazione e vita. Il teatro, del resto, ha proprio questa forza: usare la finzione non per allontanarci dal reale, ma per farcelo vedere meglio.
Autorizzazione Tribunale di Ravenna n.1428 del 9 febbraio 2016
Direttore responsabile: Luca Manservisi Hanno collaborato alla redazione: Federica Angelini, Maria Vittoria Fariselli, Alessandro Fogli, Iacopo Gardelli, Serena Garzanti, Alex Giuzio, Enrico Gramigna, Linda Landi, Ernesto Moia, Gabriele Rosatini (grafico), Sara Scheda In copertina: Una scena tratta da I’ll do, I’ll do, I’ll do, performance del collettivo Dewey Dell, in scena al teatro Rasi di Ravenna il 17 aprile 2027. La foto è di John Nguyen Editore: Reclam Edizioni e Comunicazione srl www.reclam.ra.it viale della Lirica 43, 48124 Ravenna tel. 0544 408312 - info@reclam.ra.it Direttore generale: Claudia Cuppi Stampa: Grafiche Baroncini srl – Sede di Imola www.grafichebaroncini.it
dal 12 novembre 2026
Stagione Teatrale 2026/27
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CONSIGLI D’AUTORE
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Uno spettacolo per teatro: breve guida alle stagioni della provincia
di Iacopo Gardelli
Tindaro Granata in “Vorrei una voce”, in scena al Rasi di Ravenna il 25 febbraio e alla Casa del Teatro di Faenza il 9 marzo (foto di Masiar Pasquali)
Non si può iniziare questa guida alle stagioni teatrali della provincia di Ravenna senza citare la grande novità del biennio 2026/2027, ovvero la riapertura del teatro Rossini di Lugo, il più antico della regione. Un teatro a cui è capitato davvero di tutto negli ultimi sette anni (un restauro trascinatosi faticosamente a causa del Covid, una riapertura durata giusto una stagione, quindi l’arrivo della terribile alluvione che tutti ricordiamo, con conseguente triennio di nuovi lavori) e a cui auguriamo di rimanere aperto, senza altri incidenti, per molto e molto tempo ancora: come si suol dire, Lugo ha già dato. La nuova stagione di prosa è stata curata con un certo equilibrio da Gianni Parmiani, bravo e attento attore-autore del territorio, a cui facciamo i migliori auguri. Fra gli spettacoli proposti, tutti interessanti e di sicuro richiamo, quello che più mi seduce è Tre variazioni della vita, di Yasmina Reza, fra le più importanti drammaturghe europee contemporanee. Si sa, la drammaturgia non è un genere particolarmente letto nel nostro paese: forse però lo spettatore si ricorderà del bellissimo Carnage, film del 2011 diretto da Roman Polanski con Jodie Foster, Kate Winslet, John Reilly e Christoph Waltz, tratto proprio da un testo della Reza. Bene, anche questo Tre variazioni, che ha debuttato nel lontano 2000, indaga la fragilità delle convenzioni borghesi: la Reza pone al centro del suo vetrino d’osservazione l’incontro/scontro fra due coppie, e fa emergere tutta la violenza che, sotto le spoglie della migliore educazione, è sempre pronta a esplodere – basta che le siano date le giuste circostanze. Interessante la scelta del cast, diretto da Luigi Saravo, che vede fra i protagonisti anche il comico Ugo Dighero: la sua tendenza a un certo nervosismo fumantino, tipicamente ligure, potrebbe funzionare bene in questa produzione, in scena dal 5 al 7 febbraio. Passando alla stagione teatrale di Ravenna, sono tanti gli spettacoli che meriterebbero un approfondimento; per questioni di spazio ne scelgo due, molto diversi fra loro. Il primo è il Riccardo III con Maria Paiato, fra i titoli fissi in scena all’Alighieri, dal 4 al 6 marzo, diretto da Andrea Chiodi. Trattasi ovviamente di “teatro-teatro”: un classicone di Shakespeare, 2 ore e 45 minuti di durata, con una produzione importante alle spalle (più di dieci gli attori in scena) e un’ottima drammaturga all’adattamento, Angela Dematté. Ma il lavoro mi intriga soprattutto per la presenza della Paiato, una delle attrici più brave della scena nazionale, che, per la prima volta in Italia, ha deciso di interpretare il ruolo di re Riccardo, il deforme villain shakespeariano incapace di amare, figura tanto
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Da Ugo Dighero al rinato Rossini di Lugo, alle prese con le Tre variazioni di Reza, fino all’Asteroide Premio Ubu di Marco D’Agostin, in scena a Russi
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CONSIGLI D’AUTORE
respingente quanto intrigante per la storia del teatro. Dietro i tanti capocomici presenti in questa stagione ravennate (Orsini, De Capitani, Massini) fa capolino una giovane regista, che consiglio caldamente di seguire. Alice Sinigaglia è in scena il 24 marzo al Rasi con Uno spettacolo gigantesco, basato su Gargantua e Pantagruele, uno dei capolavori della storia della satira europea, opera di François Rabelais. Negli ultimi anni gli spettacoli della Sinigaglia hanno dato prova di freschezza e originalità, capaci come sono di parlare, senza fronzoli e piuttosto direttamente, di temi importanti; è sicuro che anche questa nuova prova, “un inno alla libertà di essere mostruosi”, non farà eccezione – e anche la scelta del testo di partenza tradisce una libertà poetica non comune per il paludato panorama italiano. Passiamo quindi alle stagioni di Faenza, Cervia e Bagnacavallo, tutte curate da Accademia Perduta / Romagna Teatri. Per la città manfrediana quest’anno sarà una stagione “policentrica”, a causa della chiusura per lavori del teatro Masini; fra le tante proposte in cartellone, segnalo il nuovo spettacolo
Al teatro Rasi di Ravenna da non perdere la libertà poetica di Alice Sinigaglia, a Bagnacavallo e Cervia l’esperimento (da Tolstoj) di Fulvio Pepe
Una scena da “Uno spettacolo gigantesco” di Alice Sinigaglia, in arrivo il 24 marzo al teatro Rasi di Ravenna (foto di Francesco Capitani)
di Tindaro Granata, attore e autore fra i più interessanti nel nuovo panorama italiano. Vorrei una voce, in scena alla Casa del Teatro il 9 marzo, è un progetto nato assieme alle detenute della casa circondariale di Messina, e parte dalle più famose canzoni di Mina per parlare del rapporto che abbiamo coi nostri sogni, e di cosa succede quando questi sogni rischiano di spegnersi (Lo spettacolo toccherà anche il Rasi di Ravenna, il 25 febbraio). Passiamo a quella piccola chicca che è il teatro Walter Chiari di Cervia: impossibile non consigliare, per novità e interesse, lo spettacolo che debutterà il 27 ottobre in prima nazionale: Dialoghi con mia madre, di Santiago Carlos Oves. In scena, assieme a Francesco Gargiulo, Laura Curino, fra le fondatrici del teatro di narrazione in Italia, diretti da Beppe Rosso. Il testo, che nasce come sceneggiatura di un film argentino, è stato adattato per il teatro da un drammaturgo catalano, Jordi Gàlceran, e tratta un tema ormai ineludibile per le società occidentali (e a maggior ragione, per quella italiana): l’invecchiamento della popolazione. La commedia racconta con delicatezza e ironia lo scontro fra una madre ormai anziana e un figlio cinquantenne alle prese con uno dei momenti più delicati della vita di una famiglia: la decisione di dover trasferire un proprio caro in una casa di riposo. Ed eccoci arrivati al Goldoni di Bagnacavallo, dove il 13 marzo andrà in scena un esperimento interessante, prodotto dallo Stabile del Veneto. L’ultima domenica di agosto è un testo originale dell’attore e autore Fulvio Pepe, che firma anche la regia dello spettacolo, ed è liberamente tratto da La potenza delle tenebre di Lev Tolstoj, il primo e più importante dramma teatrale scritto dal maestro russo. Al centro dell’originale, che data 1886 e fu subito censurato dalle autorità (per la prima russa si dovrà attendere il 1902) c’è un tema assolutamente consueto per la poetica di Tolstoj, ovvero la riflessione, dai tratti crudi e naturalistici, sulla società contadina e sul degrado morale, tratta da un caso di cronaca dell’epoca: un contadino che uccise, su istigazione della madre, il figlio avuto con la sua figliastra. Pepe, accompagnato da un cast di ottimo livello, ha deciso di adattare questa storia a un paesino di campagna non precisato, sperso fra il Veneto e l’Emilia-Romagna: un’occasione interessante per riscoprire un testo meno conosciuto nella sterminata produzione tolstoiana (lo spettacolo avrà due repliche il 14 e 15 marzo al teatro Walter Chiari di Cervia). E infine, un consiglio anche per l’ottima stagione del Comunale di Russi curata da Ater. Il 26 febbraio Marco D’Agostin, pluripremiato danzatore veneto, è in scena con Asteroide. Da anni D’Agostin raccoglie consensi e recensioni entusiastiche per i suoi lavori intimi e concettuali; interessante sarà vedere questa sua ultima fatica, premio Ubu 2025 come migliore spettacolo di danza, che parte curiosamente dalle ipotesi della paleontologia per raccontare la fine di un amore, in uno stile a metà fra performance teatrale e danza contemporanea che omaggia i musical di Broadway. L’estro, di certo, non mancherà.
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Paolo Calabresi, quando la finzione diventa realtà (e viceversa)
di Luca Manservisi
In alto Paolo Calabresi in “Tutti gli uomini che non sono” (insieme a Carolina Di Domenico) Foto di Valeria Gifuni
Dal palcoscenico al cinema, passando per il successo di Boris, serie cult in cui ha dato vita all’indimenticabile capo elettricista Biascica. Paolo Calabresi è un attore capace di attraversare registri e linguaggi diversi, senza perdere di vista ciò che più lo interessa: la verità dei personaggi, anche quando si muovono nel territorio della finzione. A Ravenna (dal 22 al 25 aprile) arriva con Perfetti sconosciuti, trasposizione teatrale di una storia che il pubblico conosce bene, ma che sul palcoscenico rivela una forza nuova. Al vicino Teatro Bonci di Cesena (in dicembre) sarà invece protagonista di Tutti gli uomini che non sono, spettacolo che racconta una delle esperienze più incredibili della sua vita: per quasi dieci anni ha trasformato la propria identità, riuscendo a farsi passare per personaggi famosi, a frequentare ambienti inaccessibili e a entrare in situazioni che, per chiunque altro, sarebbero sembrate impossibili. Un’avventura nata per gioco e diventata, con il tempo, molto più di una serie di scherzi. Un esperimento sul potere della recitazione, sulla credibilità e sul modo in cui siamo disposti a credere a ciò che ci viene mostrato. Temi che oggi, nell’epoca delle immagini manipolate e dei confini sempre più incerti tra realtà e finzione, assumono un significato ancora più attuale. Lo abbiamo incontrato. Calabresi, partirei dal suo rapporto con il teatro. Che cosa lo rende così speciale, ancora oggi? «Il teatro è sempre stato necessario, ma dopo il Covid lo è diventato ancora di più. Quell’esperienza ha fatto capire alle persone quanto abbiano bisogno del contatto umano diretto, anche nelle arti performative. Possiamo avere le piattaforme, possiamo vedere qualsiasi cosa attraverso uno schermo, ma il teatro è un’altra cosa. Lì non puoi barare». Continua quindi a frequentarlo anche da spettatore? «Sì, vado a vedere spettacoli quando posso e negli ultimi anni ho trovato cose molto interessanti, soprattutto tra i giovani. Ho visto, per esempio, un bellissimo spettacolo di Alice Bertini, Contratto.
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Dal teatro alle trasformazioni impossibili, passando per Boris, il celebre attore racconta la sua carriera fuori dagli schemi e riflette sul confine sempre più fragile tra vero e falso
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C’è molta qualità e, soprattutto, sta tornando una ricerca della verità. È una cosa che mi interessa molto». A proposito di verità, ha deciso di portare in scena una delle esperienze più singolari della sua vita: quella da “trasformista”. Cosa dobbiamo aspettarci dello spettacolo Tutti gli uomini che non sono? «Non ho mai amato particolarmente l’inserimento dei video a teatro, ma in questo caso sono come un personaggio: servono a dimostrare con assoluta certezza che quello che racconto è realmente successo. Per anni ho raccontato queste mie follie trasformiste nelle interviste e nei podcast, ma la cosa che lascia più meravigliati gli spettatori è scoprire che non si tratta di un racconto inventato: è successo davvero». Tutto comincia allo stadio di Milano, nel gennaio del 2000... «Avevano finito i biglietti per Milan-Roma (Calabresi è un noto tifoso romanista, ndr) e, per gioco, ne ho chiesto uno a nome di Nicolas Cage. Non solo mi hanno fatto entrare scambiandomi per l’attore americano ma, una volta dentro, il Milan ha messo in moto tutta l’organizzazione, annunciando a tutti la presenza di Cage. Mi hanno inquadrato e sono finito persino nello spogliatoio a salutare i giocatori. A quel punto ho capito che avevo fatto il mio lavoro da attore: avevo fatto finta di essere un altro ed ero stato creduto. Involontariamente, quella sera è successo qualcosa di importante. Ero partito per fare uno scherzo con gli amici e mi sono ritrovato a trasportare il mio mestiere fuori dai luoghi deputati, fuori dal palcoscenico. Ho pensato: se sul palco posso rappresentare una finzione e renderla credibile, posso provare a portare quella finzione anche nella vita reale». E da quel momento ha continuato per anni, spingendosi sempre più oltre. «Sì, quell’esperienza è durata quasi dieci anni. L’ultimo tentativo è stato quello, folle, di entrare nella diretta di Carràmba che sorpresa: una sorta di gesto finale». In questo percorso ha interpretato personaggi molto diversi. C’è un episodio al quale è particolarmente legato? «Ce ne sono tantissimi. Sono stato anche un presidente del Cio e ho concesso un’intervista a Mediaset insieme a Massimo Moratti, appena eletto presidente dell’Inter. Sono molto affezionato anche a mister Babù, immaginario ex capo del governo del Botswana che ho impersonato dopo dieci ore di trucco e grazie al quale sono riuscito a incontrare ufficialmente l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni. Voglio sottolineare, però, che dietro queste follie c’era anche qualcosa di molto personale. Tutto questo periodo è nato dopo un momento traumatico
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della mia vita, segnato dalla morte ravvicinata dei miei genitori e dalla perdita di Strehler, che per me era stato un maestro. Questa mia attività è stata una cura per quelle ferite, nella vita personale come in quella professionale. Poi, però, ho anche capito che rischiava di diventare una dipendenza: fare il matto in giro per il mondo, cercare sempre qualcosa di più pericoloso. A un certo punto ho dovuto liberarmene. Mi è rimasta, però, la consapevolezza che quella che era nata come una follia si era trasformata in qualcosa di molto serio. Mi sono accorto che stavo studiando il comportamento delle persone, il modo in cui riconosciamo un’identità e, soprattutto, quanto siamo disposti a credere a ciò che ci viene mostrato. In fondo è il meccanismo stesso della recitazione: devi fare in modo che chi ti guarda creda a quello che stai facendo». Oggi questa storia sembra avere un’attualità quasi inquietante. «È proprio questo uno dei temi dello spettacolo. Io utilizzavo il mio mestiere come strumento per cercare la verità, o almeno il verosimile. Oggi viviamo in una situazione in cui non distinguiamo più una fotografia vera da una falsa, un’immagine di guerra autentica da una costruita. Pensiamo anche alle immagini che arrivano da Gaza, spesso realizzate con un cellulare, che vengono poi smentite e altrettanto credibilmente riconfermate. Non se ne esce. Prima o poi questo sistema imploderà, perché l’uomo ha bisogno della verità. L’artista ancora di più, e soprattutto chi usufruisce di un’opera d’arte. Credo che prima o poi ci sarà un rifiuto di questo sistema, ma il problema è che non abbiamo ancora le armi per difenderci dalla confusione. E quando un sistema del genere esplode o implode, inevitabilmente ci saranno conseguenze. Anche per chi avrà costruito il proprio potere proprio sulla confusione». Restiamo sul tema della finzione e arriviamo a Perfetti sconosciuti, un film diventato quasi un fenomeno culturale. Che cosa succede quando un attore deve riportare sul palcoscenico una storia che il pubblico conosce già molto bene? «Eravamo molto spaventati dal successo del film. Invece abbiamo scoperto che la macchina teatrale e la fruizione dello spettacolo sono completamente diverse e non abbiamo sofferto per niente il confronto. Anzi, molti ci dicono che lo spettacolo è ancora più forte del film, che funziona meglio. In effetti, sembra un testo teatrale che si è adattato molto bene al cinema, più che il contrario». Anche in Perfetti sconosciuti ci sono telefoni, identità nascoste, segreti e finzioni. In qualche modo, i due spettacoli dialogano tra loro?
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«Quando abbiamo deciso di portare sul palco Perfetti sconosciuti eravamo molto spaventati dal successo del film, ma funziona persino meglio: sembra un testo teatrale prestato al cinema e non il contrario»
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TEATRO & SCHERMI
«Assolutamente sì. È una delle intuizioni più interessanti di Perfetti sconosciuti: quando tutto viene filtrato dalle macchine, il nostro controllo diventa molto più fragile. Abbiamo scelto di delegare a questi hard disk esterni molte cose della nostra vita. Non soltanto i segreti piccanti, ma anche situazioni emotive, relazioni, pezzi importanti della nostra esistenza. Abbiamo affidato una parte enorme della nostra identità alle macchine. E quando questo sistema esploderà o imploderà - lo ripeto - ci saranno scintille». Dopo tanti anni di carriera, che cosa cerca oggi in un personaggio? «Mi è sempre piaciuto variare molto, quando mi è stato permesso. Adesso che ho uno straccio di popolarità, ho qualche possibilità in più. Mi vengono offerte tante commedie e le faccio volentieri, perché mi divertono. Però tendo sempre di più ad andare verso cose che abbiano anche una componente drammatica. Mi interessano i personaggi che hanno più livelli. Ho lavorato con Bellocchio e quella è una direzione che mi interessa molto. Sto pensando anche alla possibilità di fare un film, un finto film, su tutta questa esperienza delle trasformazioni. Sarebbe un modo per tornare ancora una volta su quella storia, ma da un’altra prospettiva». C’è poi Biascica, il personaggio di Boris, diventato talmente riconoscibile da rischiare di essere più famoso dell’attore che lo interpreta. Le è mai capitato di sentire che il pubblico vedesse prima Biascica e poi Paolo Calabresi? Chiedo scusa se le domande sulla serie dovessero averla stancata... «Assolutamente no, Boris non stanca mai. Sono ovviamente molto affezionato a Biascica e capita, certo, che la gente mi chiami così per strada. Mi fa molto piacere. Pensa che c’è anche chi mi ha supplicato di fare un video insieme in cui lo chiamo “mèrda” (con il tono per cui Biascica è diventato celebre tra i fan della serie, ndr)». Qual è, secondo lei, la forza di Boris? «Secondo me sta nel coraggio di far ridere in maniera vera, verosimile. I personaggi arrivano al limite della verità, ma rimangono sempre un passo prima di diventare falsi o pretestuosi, come accade in tante commedie di basso livello. Che, tra l’altro, ho fatto anch’io: non ho problemi ad ammetterlo, ho fatto anch’io cose come Gli occhi del cuore 2...». Per concludere, quale consiglio darebbe oggi a un giovane che vuole intraprendere la carriera di attore? «Direi che questo mestiere va fatto soltanto quando non puoi farne a meno. Quando hai bisogno di comunicare qualcosa attraverso il mezzo della recitazione. Per me questa è una condizione necessaria, imprescindibile, soprattutto in un periodo in cui si è invece sempre alla ricerca solo della popolarità».
«Sono molto affezionato al mio Biascica: Boris non stanca mai, ha avuto il coraggio di far ridere in maniera vera, non come in tante commedie di basso livello. Che tra l’altro ho fatto anch’io, lo ammetto...»
Qui sopra Paolo Calabresi nei panni di Biascica nella serie tv cult “Boris” A pagina 14 in scena in “Perfetti sconosciuti”
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TEATRO COMICO
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di Alessandro Fogli
Il 19 dicembre e il 19 febbraio, rispettivamente al Teatro Veritas di Reda e al Teatro San Giuseppe di Faenza, arriverà Stefano Bicocchi, in arte Vito, con L’altezza delle lasagne, spettacolo scritto con Francesco Freyrie e Andrea Zalone il cui fil rouge è il mondo della cucina con tutte le sue mistificazioni, ossessioni e derive. Attore comico da sempre appassionato gourmand e conduttore di seguitissime trasmissioni di cucina (tra cui Vito con i suoi su Gambero Rosso Channel), oltre a essere proprietario di una trattoria nella sua San Giovanni in Persiceto, Vito affronta in questo lavoro con ironia e un pizzico di cattiveria un tema che gli è particolarmente caro, il cibo. Ma dai tempi del Circolo Pavese a Bologna e di trasmissioni televisive totalmente innovative quali Lupo solitario e L’Araba Fenice, Vito di cose ne ha fatte davvero tante. È evidente che nella tua vita il cibo ha un ruolo importante, quand’è però che hai pensato di trasformarlo in materiale anche comico? «Quel momento, in generale, arriva sempre quando ti rendi conto che su un dato tema è in atto un’esagerazione, che il livello è andato oltre e che occorre abbassare i toni. Ecco quindi che mi è venuta l’idea di fare questo “Monologo di sopravvivenza gastronomica”. Era arrivato il momento anche per il cibo, non se ne poteva più». Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso? «Più che una sola goccia, è una situazione plurima. Penso ad esempio a quando vai in certe trattorie: ti aspetteresti che la cucina rispecchi le facce dei gestori, e invece c’è una dissonanza tra la faccia dell’oste o del cameriere e quello che poi ti arriva nel piatto, tipo una spuma di qualcosa. È Vito contro le esagerazioni verso il cibo una cosa che non si può sopportare». Ed è più nostalgia per una cucina meno esibita o «Serve più pancia e meno testa...» autentica insofferenza? «Nessuna nostalgia, sono convinto che la cucina debba andare avanti con i suoi pro e i suoi contro, ma sono favorevole a un ritorno – per quanto ad alti livelli nel merito degli ingredienti – all’essere un po’ più di pancia e meno di testa, che non significa fare solo cucina tradizionale, ma anche». Lo spettacolo viene definito “politicamente scorretto”: è cambiato, in generale, il modo di fare comicità? «È cambiato tantissimo e la stand-up comedy insegna che ormai si può dire tutto. Poi sono cambiato un po’ anch’io, il mio personaggio ha avuto un’evoluzione e ora siamo in un momento storico in cui il politicamente scorretto va tirato fuori. E comunque sono stato sempre politicamente scorretto, seppur dentro dei limiti, e ne L’altezza delle lasagne mi permetto di esserlo con un argomento che conosco benissimo, la cucina, quindi non c’è nessun tipo di pudore. Ma poi noi comici dobbiamo essere politicamente scorretti, se no cosa andiamo a dire? Bisogna suscitare un po’ di emozione. Mi trovo molto bene, perché parlando di argomenti che mi piacciono e andando a sviscerarli fino in fondo, anche con una bella polemica, mi diverto molto. In buona sostanza me la prendo un po’ con tutti, dai vegani a chi la mattina mangia l’avocado col toast invece di una tazza di caffellatte con il pane secco. Ma senza alcun livore». Un tuo spettacolo comico come nasce? A tavolino, ragionando sulla drammaturgia oppure a ruota libera, affidandosi all’istinto e all’esperienza? «L’esempio perfetto per spiegarti è proprio il lavoro con Francesco Freyrie e Andrea Zalone che ha portato a L’altezza delle lasagne. Li ho invitati a cena da me, li ho messi a loro agio – so dove andare a parare, visto che cucino discretamente e so scegliere anche i vini giusti –, si è iniziato a chiacchierare e da lì è nato tutto, è un flusso che sgorga naturale, niente “riunioni” creative a tavolino».
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«Il mio monologo di sopravvivenza gastronomica»
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TEATRO COMICO
Cosa ti ha insegnato cucinare in tv con i tuoi genitori nel programma Vito con i suoi? «È stata un’esperienza di vita bellissima, un avvicinamento molto profondo con loro, con l’anima di mio padre, ed è stato molto divertente. Mio padre è sempre stato una persona “pane al pane e vino al vino”, tanto che durante le registrazioni, quando voleva dire qualcosa, gli chiedevo sempre di dirla prima a me per poi vedere se era il caso di mandarla in onda. Nella stragrande maggioranza dei casi, non era il caso di mandarla in onda». Sei stato ospite della prima stagione di MasterChef, che idea ti sei fatto di quel tipo di programmi? «Qui mi parte il politicamente scorretto. Per me quelli sono programmi che non servono assolutamente a nulla, ti fanno vedere una cucina e un mondo che purtroppo non esistono. In cucina si deve star bene, io non ho mai visto buttare piatti per terra e cose del genere. Secondo me quello che manca maggiormente è la drammaturgia di una ricetta, quello che c’è dietro, è quella la cosa interessante. E comunque – lo dice uno che i programmi di cucina li ha fatti – ormai sono vent’anni, in generale, che son sempre uguali, propongono cose scontate, in un momento in cui, per dire, il sifone è nelle case di tutti, come la lavatrice. Non amo questi talent show che ti fanno diventare un divo, perché poi appena cala il sipario ti rendi conto che la vita è ben diversa». Ti sei fatto le ossa negli anni ottanta nella ferventissima scena bolognese. Com’è ora Bologna? Potrebbe mai rinascere una situazione come quella? «Beh, tanto per cominciare posso dirti che sono andato via da Bologna e sono tornato a vivere a San Giovanni in Persiceto, e già questo risponde un po’ alla tua domanda. Comunque, ovviamente il mondo è cambiato, la vita è andata avanti. Per noi che l’abbiamo vissuto, quello fu un momento altissimo, oggi è molto diverso ovunque, c’è una sbarra che frena un po’ tutto, ossia il successo e la popolarità. Una volta lavoravamo per il gusto e il piacere di farlo. Quando andavo in scena al Pavese di via del Pratello mi davano 50mila lire a settimana, non ci pagavo neanche la benzina, ma non era importante, c’era un’aria unica, un movimento, anche politico, importante, il Pratello era la zona fulcro dell’università, c’era una connessione di forze e intelligenze che hanno contribuito a far
«Una volta lavoravamo solo per il gusto e il piacere di farlo, a Bologna c’era un’aria unica, una scena culturale pazzesca: fuori dai teatri incontravi Gaber e si andava a mangiare insieme, in fila al Pavese c’era Umberto Eco, poi si andava a casa di Lucio Dalla mentre lui provava le canzoni...»
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sì che quel momento a Bologna fosse un momento irripetibile. Oggi la città è cambiata, ma non voglio giudicare se in meglio o in peggio, semplicemente non c’è più quella cosa lì, ce ne sono altre, com’è giusto che sia. Dico solo che a quei tempi c’era una scena culturale pazzesca, fuori dai teatri incontravi Gaber o la Melato e si andava a mangiare insieme, poteva comparire anche Mick Jagger. Al Pavese c’era Umberto Eco in fila per entrare, poi si andava a casa di Dalla, nel suo studio, mentre lui provava le canzoni, era un mondo diverso. Quelle cose lì non ci sono più, ma perché la vita è andata avanti. Io che le ho vissute mi ritengo molto fortunato, e mi godo la memoria. L’importante è non fare paragoni perché se no gli anni che hai ti saltano fuori tutti, ti viene mal di schiena». Hai avuto una carriera ricchissima, tra teatro, televisione, cinema, hai lavorato con tanti registi, da Fellini a Salvati. C’è qualcosa che ti manca o sei soddisfatto? «Soddisfatto mai, se no mi toccherebbe stare in casa con le babbucce. Il mio sogno nel cassetto è ricevere una telefonata in una lingua che non conosco – e casualmente con un traduttore vicino – in cui Spielberg mi dice che mi ha scelto per girare un film nello spazio su un’astronave. Ecco, questo mi piacerebbe moltissimo. Mai dire mai». Al momento, invece, a cosa stai lavorando? «Sto girando una serie per Rai Uno a Roma, La ricetta della felicità, che è già andata in onda l’anno scorso con un successo molto buono, e c’è lo spettacolo, Classescion. Come salvare il mondo ammalandosi di carognite, la storia di un vecchio che non ne può più di tutto – anche questo molto politicamente scorretto – che debutterà il 20 novembre a San Giovanni in Persiceto per poi andare in tournée. Poi c’è un film, La diletta da mio padre, di una regista emiliana molto giovane, Sara Schiavone, al suo primo lungometraggio, con un cast quasi completamente al femminile».
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TEATRO & CINEMA
«Fellini è stato il grande premio della mia esistenza» La celebre attrice Milena Vukotic si racconta, in attesa di partire in tournée dal Goldoni con L’inconveniente
di Maria Vittoria Fariselli
Milena Vukotic in scena ne “L’inconveniente” Foto Tommaso Le Pera
Dei mille volti di Milena Vukotic, che sul palco o davanti alla cinepresa è stata proletaria e borghese, sottomessa e seduttrice, ingenua e scaltrissima, abbiamo provato a ritrarne uno: il suo. Nata a Roma nell’aprile del 1935, ha alle spalle oltre sessant’anni di carriera, dai panni dell’indimenticabile Pina Fantozzi a Nonna Enrica al fianco di Lino Banfi, fino alla moglie dello squattrinato Mascetti in Amici miei, passando per le regie di Luis Buñuel e Özpetek. Una vita passata tra set e teatro, che la porterà in scena al Goldoni di Bagnacavallo, dove partirà il 16 e 17 gennaio (dopo il debutto, la scorsa estate, nella prestigiosa cornice del festival di Borgio Varezzi), la tournée di L’inconveniente, nuova produzione di Accademia Perduta e Società per Attori che la vede protagonista insieme a Giulia Fiume. Scritto da Juan Carlos Rubio e diretto da Luca Manfredi, lo spettacolo affianca due generazioni lontane tra loro, quella di Carmen (Vukotic) e quella di Sara (Fiume), mettendo al centro l’insolita relazione nata da una vendita immobiliare con nuda proprietà. Sul palco anche Marco Grossi, il “portiere indiscreto”. La coesistenza tra le due donne, la malattia di Carmen e la morte che aleggia intrecciandosi al bisogno di vivere davvero, danno vita a una commedia cinica che alterna una parte ironica a una più seria. Anche se, come ricorda Vukotic, «L’ironia è una cosa serissima». Lo spettacolo L’inconveniente affronta temi molto attuali e delicati: l’anzianità, la solitudine, la malattia e anche la crisi abitativa. Portare questioni così concrete in teatro le rende più facili da affrontare o ancora più difficili? «Bisogna partire dal presupposto che il nostro è un grande gioco, al quale varrà sempre la pena partecipare. Tutti i temi che riguardano la realtà, più o meno gradevoli, una volta portati in teatro entrano a far parte di questo gioco: quando siamo sul palco abbiamo studiato per fingere di vivere un’esistenza in cui trovano spazio commedie, tragedie e tanta voglia di esprimersi». In generale, il teatro attraversa tutta la sua carriera. C’è qualcosa che ancora oggi sa darle più del cinema? «Il teatro è sempre stato dominante, ma non posso dire che uno mi dia più dell’altro. Ogni proposta
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è un nuovo mondo e a me piace scavare, reinventare. Ogni volta che faccio qualcosa mi innamoro del personaggio, del tema, parto sempre in quarta e mi dedico completamente a ciò che faccio. Oggi come oggi non posso dire che c’è qualcosa in particolare che vorrei ancora fare, se non lavorare con registi con cui non ho mai lavorato». Ad esempio? «Il grande sogno è Woody Allen. Ma anche Nanni Moretti, Gianni Amelio, Gianni Di Gregorio… maestri del cinema italiano con cui non ho ancora avuto l’occasione di collaborare, e ce ne sarebbero altri. L’amore per il teatro non esclude quello per il cinema, per il quale mantengo una grande passione. Ogni volta è una nuova avventura». C’è una riscoperta del teatro tra le nuove generazioni? «Confesso che ultimamente vado poco a teatro, perché sono in teatro. Ma guardando le cose dall’interno, se da un lato negli ultimi anni sono scomparse figure essenziali come Paolo Poli, che per me incarnava il teatro in tutte le sue forme ed era una gioia da guardare, dall’altro trovo molto interessante osservare come le nuove generazioni approccino ai testi, anche classici, rileggendoli in modi inediti». Nella sua carriera ha interpretato donne molto diverse: da personaggi più dimessi e servizievoli fino alla “femme fatale” di Bianco, rosso e Verdone, passando per figure dell’alta borghesia. C’è una “maschera” che sente più sua?
«No, nessuna. Se è una maschera significa che non mi appartiene, e mi piace che sia così. Il bello del nostro lavoro è proprio questo: metterci una maschera, darle una vita, e poi rifarla, reinventarla. È come ritrovare l’infanzia: i bambini non si pongono problemi, prima vogliono essere il generale, poi la fatina. Tutte le maschere sono possibilità che abbiamo dentro di noi e che manifestiamo a modo nostro, anche solo a seconda del nostro umore» Moltissimi italiani la riconoscono come Pina Fantozzi, un personaggio che l’ha accompagnata per decenni e ormai parte dell’immaginario collettivo. Che cosa le ha dato quel ruolo? C’è qualcosa invece che ha rischiato di toglierle? «No, anzi, mi ha permesso di imparare tanto. Il trucco e la caratterizzazione del personaggio mi hanno tolto la preoccupazione di essere, non dico “bella”, ma “meglio di quello che sono”. Essere al fianco di Paolo Villaggio è stato molto importante per me, mi ha arricchito e ha arricchito le mie possibilità interpretative. È stato bello, anche perché Paolo era un uomo geniale: lo stesso Fantozzi è una sua invenzione, e lui per primo si considerava più uno scrittore che un interprete. Il suo pensiero traspare continuamente dalle sue caricature, sono il ritratto di ciò che siamo portato fino al parossismo, alla caricatura estrema. L’ho capito piano piano». A distanza di tanti anni, che cosa secondo lei rende ancora così attuale l’universo di Fantozzi?
«Dopo sessant’anni di carriera tutto mi emoziona ancora come il primo giorno Il sogno? Lavorare con Woody Allen. Ma anche Nanni Moretti...»
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TEATRO & CINEMA
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TEATRO & CINEMA
«I suoi personaggi. La rappresentazione di dinamiche che si ripetono da che mondo è mondo, portate all’estremo, camuffate da cartoni animati. Oggi forse ci sembra assurdo, ma anche se cambiano le mode e i secoli sul calendario, gli uomini sono sempre gli stessi». Nella sua carriera anche tante collaborazioni con maestri come Fellini e Özpetek. C’è un incontro che ricorda con particolare affetto? «Prima di tutto Fellini. È stato il grande premio della mia esistenza, presente e futura. La causa del mio recitare e del mio cambiamento di vita. Vivevo a Parigi, studiavo opera in conservatorio e danzavo per professione, girando il mondo. Poi ho visto La strada, ed è stata una folgorazione: mi ha colpito a tal punto da rimettere in ordine tutto ciò che avevo in mente. Mi sono trasferita a Roma, dove viveva mia madre, e ho continuato i corsi di recitazione iniziati a Parigi. A Roma però, a parte mia mamma, non avevo nessuno. Continuavo a studiare danza ma nel frattempo ho iniziato a fare provini, costruire conoscenze. Una casa di produzione mi scrisse una lettera di presentazione per Fellini, ma quando finalmente ebbi la possibilità di incontrarlo, non gliela consegnai. Tra noi si creò fin da subito un coinvolgimento spontaneo. Ricordo le serate a casa mia, con lui e sua moglie Giulietta, Paolo Villaggio e Maura. Aver avuto la fortuna di entrare, anche solo un po’, nella sua cerchia di amicizie è stato un grande privilegio. Era una persona su cui poter contare per ricevere ottimi consigli e, insieme alla moglie, veniva anche a vedermi a teatro». Tra gli anni Sessanta e Settanta, ha avuto modo di attraversare una stagione fondamentale della commedia italiana. Che cosa è oggi cambiato nel panorama nazionale? «Forse è venuta meno la passione per quello che si fa. I registi hanno meno possibilità artistiche di una volta, perché le esigenze produttive sono più forti. Un tempo si faceva “il grande cinema” con pochi mezzi, oggi è il contrario. Anche la televisione ha tolto tanto a cinema e teatro, permettendo alle persone di fare quello che vogliono: guardare e mangiare, interrompere, ricominciare. La possibilità di guardare un film su uno schermo di pochi centimetri ha cambiato tutto. Oggi in Italia le sale cinematografiche chiudono per lasciare spazio ai supermercati, così
«Interpretare la moglie di Fantozzi mi ha permesso di imparare tanto, Paolo Villaggio era un genio e i suoi personaggi sono ancora attuali: le dinamiche si ripetono, anche se cambiano i secoli gli uomini sono sempre gli stessi»
Nella pagina a fianco Milena Vukotic (a destra) con Giulia Fiume, in scena ne “L’inconveniente” Foto Tommaso Le Pera
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viene meno quel coraggio che portava ad affrontare le sfide del settore con meno timori, sostenuti dal fuoco della passione e della gioia, perché ne valeva la pena». Dopo una carriera di oltre 60 anni, c’è qualcosa che la emoziona ancora come il primo giorno? «Tutto. Con il passare degli anni si diventa sempre più consapevoli della fortuna di poter fare ciò che si ama e di continuare a farlo
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nel tempo. Nonostante le difficoltà, potersi esprimere attraverso la parola, la musica e la danza su un palco è una delle gioie più grandi. Ricevere in cambio l’affetto di un pubblico che ti vuole bene e te lo dimostra in modo così spontaneo e disinteressato è qualcosa di speciale. Siamo persone privilegiate. E non mi riferisco soltanto a noi attori, ma a chiunque abbia la possibilità di fare ciò che ama e portarlo avanti nel tempo».
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SATIRA
Lodo Guenzi: «Oggi abbiamo perso il coraggio di ridere del potere»
di Alex Giuzio
In alto un ritratto di Lodo Guenzi (foto di Andrea Ciccalè)
Nel centenario della nascita di Dario Fo torna in scena uno dei suoi testi più celebri, Morte accidentale di un anarchico. Scritto e allestito nel 1970, lo spettacolo è dedicato al ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato il 15 dicembre 1969 da una finestra della questura di Milano durante un interrogatorio sulla strage di Piazza Fontana. Pinelli fu trattenuto illegalmente per più di 48 ore e le successive indagini hanno escluso il suo coinvolgimento nella strage, poi attribuita a un attentato terroristico di matrice neofascista. Sulla sua morte non è mai stata fatta chiarezza e le circostanze della caduta restarono al centro di polemiche e contestazioni; nel 1975 l’istruttoria giudiziaria escluse sia il suicidio sia l’omicidio e attribuì la morte a un malore. L’opera di Dario Fo sulla vicenda di Pinelli è stata riallestita con la regia di Giorgio Gallione e l’attore e cantante Lodo Guenzi (Lo Stato Sociale) nei panni del Matto, il protagonista che mette in crisi la versione ufficiale delle istituzioni sulla morte dell’anarchico. Lo spettacolo è in programma il 5 dicembre 2026 al Teatro Comunale di Russi. Lodo Guenzi, la forza di Morte accidentale di un anarchico è soprattutto nel suo essere un testo dissacrante. «Dario Fo usa l’ironia, il paradosso e l’irriverenza come strumenti per ribaltare le retoriche istituzionali e denunciare le ingiustizie. È un meccanismo di critica molto potente ed efficace». Perché è ancora importante metterlo in scena dopo mezzo secolo? «Perché racconta la vicenda di un abuso in divisa, che è un tema purtroppo ancora diffuso. Lo abbiamo portato in alcune città dove sono avvenuti casi recenti e significativi come Ferrara, Roma, Genova e Bologna. Inoltre alcuni passaggi del testo sono diventati ancora più attuali e dirompenti rispetto agli anni ‘70». Quali? «Morte accidentale di un anarchico parla dell’inutilità del clamore, dell’ossessione di
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In scena il testo di Dario Fo su un abuso in divisa: «Un tema ancora attuale... Il teatro? È l’unico luogo dove puoi costruire un discorso dall’inizio alla fine»
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In alto Lodo Guenzi (a sinistra) in scena in “Morte accidentale di un anarchico” Foto di Laila Pozzo
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smascherare le trame del potere non perché sia giusto farlo, bensì solo per avere la soddisfazione catartica di far scoppiare uno scandalo e sentirsi migliori degli altri. Sono meccanismi narcisistici che mezzo secolo fa erano poco radicati mentre oggi, nell’era dei social, l’autoaffermazione di sé avviene spesso attraverso la soddisfazione quotidiana e momentanea di scagliarsi contro il colpevole del giorno. Ma questo non significa fare politica; anzi si rimane vittime eterne degli stessi rapporti di forza che si denunciano». Negli anni ’70 c’era anche la speranza più forte di un’alternativa politica. «Era un’epoca di grandi tensioni sociali ma anche di grandi movimenti di massa. Oggi invece non ci sono più organizzazioni proattive nel costruire progetti alternativi di economia e società. Le idee politiche esistono solo come negazioni di quelle dell’avversario». Il personaggio del Matto smonta i meccanismi della verità e della rappresentazione grazie alla sua follia. «Interpreto un uomo arrestato nella questura dove pochi giorni prima è avvenuta la morte di Pinelli. Il Matto resta solo nella stanza del commissario e legge le carte sull’incidente, accorgendosi delle contraddizioni nei verbali. Attraverso una serie di lazzi, riesce a svelare la verità e a mettere alla berlina quella piccola struttura di potere. L’elemento più interessante della storia è che ha due livelli: c’è il piano più alto e complesso che racconta le tensioni politiche di quegli anni, le storture della democrazia, i complotti e lo stragismo; e c’è quello più ironico e legato alla tradizione della commedia dell’arte, che deride le versioni raffazzonate della questura sulla morte di Pinelli e di riflesso l’intera catena del potere che non riesce a gestire un tentativo di depistaggio» Che fine ha fatto oggi l’ironia? «Nel racconto del potere, Dario Fo portava avanti una ricerca spregiudicata del divertimento e del gioco. Aveva la capacità e il coraggio di parlare di tragedie, stragi e complotti riuscendo sempre a scherzare, disperatamente. D’altronde ripeteva spesso che “la risata è necessaria per piantare in testa i chiodi della ragione”. Oggi quella modalità è passata di moda e l’abbiamo perduta. Viviamo in un’epoca di mitomani che si prendono sul serio per qualsiasi cosa, anche quando fanno dirette online sulle proprie personali battaglie contro i brufoli. È molto più facile ripetere tante banalità con tono sacrale, anziché dire una verità profonda scherzando». Dopo averci riso sopra, non resta il rischio che lo spettatore dimentichi le urgenze e i problemi, continuando a vivere come nulla fosse? «L’ironia aiuta comunque a non prendersi troppo sul serio, e quindi a evitare l’autocompiacimento che produce solo immobilismo. Credo che il pubblico non vada mai educato né punito o rimproverato. Il teatro non dev’essere una maestrina dalla penna rossa. Al contrario, quando l’attore riesce a divertire e coinvolgere lo spettatore, può trovare un pertugio per entrare nelle vite altrui e cercare di cambiare le cose. È un approccio che dovrebbero imparare anche molti politici di sinistra». In che senso? «La sinistra è in crisi perché parla solo a chi è già d’accordo con le sue posizioni, per ribadire ai suoi elettori che sono migliori degli altri, sulla base di una presunta e autopercepita superiorità morale e culturale. Chi non vota a sinistra viene costantemente insultato, mortificato e usato come esempio negativo dell’umanità. Ma così si instaura un meccanismo escludente e piccolo-borghese, senza
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«Ormai il consumo culturale riguarda una minoranza e gli artisti sono spesso incapaci di comunicare con chi c’è “fuori”. Come la sinistra: è in crisi perché parla solo con chi è già d’accordo» scavare nelle cause che hanno portato a questa fase storica di crisi». Il tuo percorso artistico è iniziato nel teatro, che non hai mai abbandonato nonostante la fortunata carriera musicale e televisiva. Perché? «Per due motivi. Il primo è di banale soddisfazione personale: nei mesi di tournée si lavora solo per un paio d’ore la sera, che è l’unico momento in cui ho voglia di farlo; si visitano tante città diverse e si viene pagati per tenere banco, che è qualcosa che personalmente farei anche gratis. È uno stile di vita per me ideale e molto piacevole. Con la musica non si fa lo stesso numero di date e col cinema ci si sveglia presto la mattina, a volte solo per girare una battuta. Il secondo motivo è artistico: il teatro consente il rapimento coatto del pubblico, non è un linguaggio di massa e non è isolabile dalla sua complessità. La musica invece non permette di avere il controllo di ciò che si comunica: per esempio, se scrivo il testo di una canzone antirazzista che contiene una frase razzista, quel verso può essere estrapolato e rimbalzare sui social tra centinaia di migliaia di persone che lo decontestualizzeranno senza avere mai ascoltato il pezzo nel suo intero. Pensiamo a “Born in the Usa” di Bruce Springsteen: è una canzone antiamericana, ma molti europei oggi pensano che sia un inno agli Stati Uniti. Lo stesso avviene con i film e i podcast; qualsiasi frammento può essere estratto e ribaltato rispetto al suo significato originario. A teatro invece il pubblico è chiuso in sala col telefono spento ed è costretto a seguire un discorso complesso per un’ora o due. È l’unica forma d’arte che dà la possibilità di costruire e trasmettere
un discorso dall’inizio alla fine, senza rischiare di essere fraintesi. È un enorme vantaggio, soprattutto di questi tempi in cui chiunque commenta prima di avere capito ciò che ha letto o ascoltato». C’è una continuità artistica tra ciò che fai con la musica, il teatro e il cinema? «Il mio sogno è che ci sia, ma non sempre può essere così. Per raggiungerlo bisogna fare delle battaglie di territorio. Credo che interpretare il Matto in Morte accidentale di un anarchico sia molto coerente con i miei 15 anni di percorso da attore e cantante de Lo Stato Sociale, ma per poter avere la credibilità di arrivare a farlo, sono passato per recitare testi di Agata Christie e Shakespeare. Sono state esperienze belle e sensate, ma di certo in quei casi non c’era la stessa continuità artistica». Qual è la maggiore urgenza di cui un artista dovrebbe occuparsi oggi? «Da artista impegnato – perché sento davvero di esserlo, e non perché lo fingo per ragioni di marketing come fanno tanti altri colleghi – mi pongo spesso il problema del pubblico. Ormai il consumo culturale riguarda una minoranza della popolazione, tendenzialmente la media borghesia semicolta di sinistra. La maggior parte degli artisti è incapace di rompere questa bolla e riuscire a comunicare con chi c’è fuori. Torno al discorso di prima: è inutile vestirsi con la patina dei valori progressisti, per sentirsi migliori rispetto agli ignoranti che votano i partiti conservatori, se non si riesce a comunicare anche con loro. Credo sia una pratica da cui occorre cercare di fuggire».
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CAMBIAMENTI CLIMATICI
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Oasi, il teatro nella zona critica del pianeta Menoventi porta in scena la fragilità degli equilibri e interroga il nostro rapporto con gli altri esseri viventi. Tra filosofia, alluvioni e partecipazione emotiva
di Alessandro Fogli
Una scena da “Oasi” Foto di Ilaria Scarpa
Una piccola porzione del pianeta custodisce tutto ciò che ci permette di vivere. È a questo spazio vulnerabile, condiviso con le altre specie, che Menoventi dedica Oasi, lo spettacolo presentato in prima nazionale a settembre al Teatro Rasi di Ravenna. La compagnia faentina tornerà a proporlo in Romagna dal 9 all’11 febbraio 2027 al Teatro Socjale di Piangipane e il 27 aprile alla Casa del Teatro di Faenza. Non a caso lo spettacolo è stato commissionato e realizzato con il sostegno del Comune di Ravenna nell’ambito del Progetto Europeo Interreg Action (dedicato a temi di crisi ambientale, adattamento climatico e tutela delle aree costiere e naturali). Il titolo prende infatti spunto dalla “zona critica” studiata da Bruno Latour: l’ambiente nel quale si incontrano suolo, acqua, aria e organismi viventi. Considerarlo un’oasi significa riconoscere quanto la nostra esistenza dipenda da condizioni delicate e da equilibri che le attività umane contribuiscono a compromettere. Su questa consapevolezza si costruisce un lavoro che affida al palcoscenico il compito di rendere percepibile una minaccia spesso difficile da mettere a fuoco. A condurre il percorso sono Consuelo Battiston e Alessandro Renda, storico attore delle Albe, protagonisti di una successione di quadri nei quali cambiano identità e modalità espressive. Le loro figure, indicate dalla compagnia come “elettrosciamani”, attraversano immagini e situazioni che affrontano da prospettive differenti il rapporto con l’ambiente. La composizione alterna linguaggi e registri, cercando nel coinvolgimento del pubblico una possibilità di avvicinare questioni che la sola conoscenza dei fatti non sempre rende concrete. Il progetto è stato ideato da Battiston e Gianni Farina, in collaborazione con Renda; Farina firma testo, regia e luci. Nella sua genesi hanno avuto un peso le alluvioni del 2023 e del 2024, che a Faenza e in altre città romagnole hanno trasformato il dissesto ambientale in un’esperienza diretta. Per Menoventi, quei giorni hanno dato una nuova urgenza a una ricerca già avviata, ponendo anche un problema di linguaggio: come parlare di una crisi tanto vasta senza ridurla a una sequenza di avvertimenti? Una delle risposte viene dalle riflessioni di Timothy Morton. Il filosofo descrive il cambiamento climatico come un fenomeno che supera le dimensioni della nostra esperienza individuale e sfugge a una visione complessiva. Oasi ne affronta quindi aspetti circoscritti, lasciando che sia il loro accostamento a suggerire la portata del problema. Anche la scelta di puntare sulla partecipazione emotiva risponde a un limite della comunicazione ambientale, l’esposizione continua a statistiche e previsioni può renderci meno sensibili agli allarmi, anziché spingerci ad agire. Accanto a Morton e Latour, la ricerca ha incrociato gli studi di Matteo Motterlini e la narrativa di Amitav Ghosh e Margaret Atwood. Da questo insieme di letture emerge, nella prospettiva di Farina, la necessità di riconsiderare il posto dell’essere umano fra i viventi e di prestare attenzione a esistenze che abitualmente restano fuori dal nostro campo d’interesse. Il teatro offre un luogo in cui esercitare questo ascolto insieme agli altri, riunire gli spettatori diventa parte di un’indagine che riguarda anche i legami e le responsabilità di una comunità. Il suono è curato da Francesco Tedde e le scenografie da Andrea Montesi. La produzione è di Menoventi/E Production e Albe/Ravenna Teatro, con la collaborazione di Ateliersi.
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TEATRO CIVILE
Rileggere il mito greco per interrogarsi sulle violenze del presente Giorgina Pi e Bluemotion portano in scena Lemnos, ispirato alla tragedia di Filottete
di Alex Giuzio
In alto uno scatto dalla prima di “Lemnos” al Teatro Vascello per Romaeuropa Festival Nella pagina a fianco le riprese di “Miasma”
Una rilettura del mito di Filottete si intreccia col racconto delle torture subìte dagli antifascisti greci tra il 1946 e il 1974, per interrogarsi sulle origini della violenza umana. Si intitola Lemnos ed è lo spettacolo della compagnia Bluemotion in programma il 23 gennaio 2027 al Teatro Rasi di Ravenna. Nella sua fase di ricerca, la regista e drammaturga Giorgina Pi ha visitato due volte l’isola di Makronissos dove furono perseguitati gli antifascisti greci. «Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mentre il resto d’Europa festeggiava la pace e si preparava a un nuovo inizio, in Grecia è scoppiata una lunga guerra civile che è stata un vero e proprio inferno», spiega la regista. «Makronissos fu usata come luogo di confino per le persone antifasciste, a cui veniva chiesto di rinnegare la propria fede comunista attraverso una dichiarazione pubblica di pentimento chiamata “dílosi”. Chi si rifiutava veniva torturato nel campo di concentramento». A causa delle efferatezze compiute nell’isola, Makronissos fu ribattezzata “l’inferno in terra”. Il luogo principale delle torture era il teatro: «Nel fine settimana le persone detenute recitavano davanti alle esponenti di destra dell’oligarchia e della borghesia di Atene, che andavano sull’isola per verificare come si rieducavano i comunisti. Durante la settimana, sullo stesso palco avvenivano le torture davanti alle altre persone detenute, per convincerle a firmare la dílosi. C’era quindi una forte ambivalenza del ruolo del teatro». La maggior parte dei deportati, sottolinea Giorgina Pi, «era composta da attori, attrici, registi, drammaturghi e poeti. Tra questi il più noto è Ghiannis Ritsos». Anche durante il confino queste persone continuarono a fare teatro e riscrissero delle tragedie greche. Negli anni ’60 in Europa la pratica della riscrittura del mito divenne un gesto politico e di rivolta portato avanti dal nuovo teatro che stava nascendo in quegli anni, sull’onda di artisti come Julian Beck e Judith Malina del Living Theatre, Jerzy Grotowski e il Teatr Laboratorium, Eugenio Barba e l’Odin Teatret. Ma nessuno sapeva che in mezzo al Mar Egeo altri artisti stavano facendo lo stesso mentre erano isolati e sotto tortura. Nel raccontare la vicenda degli antifascisti greci, Giorgina Pi fa un parallelismo col mito di Filottete che venne abbandonato sull’isola di Lemnos, da cui prende il titolo lo spettacolo. «La tragedia di Filottete, scritta da Sofocle, ha al centro la questione del corpo che diventa fragile e per questo viene escluso», racconta la regista. «Ma Filottete è anche un eroe che a un certo punto si rifiuta di assecondare il sistema ingannevole e prevaricatore di Odisseo. Molte autrici femministe, tra cui
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la poetessa Adrienne Rich, hanno ripreso questo mito per parlare delle varie forme di dissidenza che hanno cavalcato i successivi secoli fino ai nostri giorni». Nello spettacolo di Bluemotion il personaggio di Filottete è
interpretato da un’attrice donna, Gaia Insenga, e il Coro da un’attrice greca, Alexia Sarantopoulou. «Attraverso non solo la sua lingua, ma anche la sua biografia, Alexia racconta come la Grecia sia stata e continui a essere un luogo di enormi contraddizioni e violenze; basti pensare alla Troika», sottolinea Pi riferendosi all’intervento di Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale che ha gestito i piani di salvataggio finanziario durante la crisi economica del 2015 in Grecia con pesanti politiche di austerità. Un altro personaggio importante nella tragedia è il Deus ex machina, impersonato in Lemnos da Aurora Peres. «Nel nostro spettacolo è solo Deus ex, perché dichiara di non poter essere più un Dio. Questa figura incarna il contraltare del nostro discorso; ovvero noi persone intellettuali, impegnate e antifasciste che spesso, di fronte a tanto orrore, non siamo riusciti fino in fondo a fare nulla». L’interesse di Giorgina Pi per la mitologia greca si è tradotto in altre opere prima di Lemnos. Nel 2020 e 2021 la compagnia Bluemotion ha messo in scena rispettivamente Tiresias e Guida immaginaria: il primo è uno spettacolo teatrale che ha riadattato la drammaturgia di Kae Tempest sul mito dell’indovino cieco che cambia sesso, il secondo è un viaggio sonoro verso Atene e il museo dell’Acropoli. «Credo che il mito greco accompagnerà sempre i miei lavori; è qualcosa che si può continuare a rileggere in infinite declinazioni», chiosa la regista, che a ottobre ha portato al Romaeuropa Festival la video installazione Miasma utilizzando molti materiali di ricerca raccolti durante i viaggi a Makronissos. Miasma sarà allestita anche a Ravenna il 22 gennaio al Rasi, il giorno prima della replica di Lemnos.
Durante la ricerca per lo spettacolo, la regista ha visitato due volte Makronissos, l’isola greca dove nel dopoguerra furono confinati e torturati gli antifascisti, un luogo passato alla storia come «l’inferno in terra», dove persino il teatro diventò strumento di persecuzione
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LETTURE
Dopo Trump, Massini ci racconta l’ascesa di Putin, detto “Vova” All’Alighieri il monologo dell’attore e autore vincitore di un Tony Award, che è anche un libro Einaudi
di Federica Angelini
In alto Stefano Massini nella foto promozionale dello spettacolo. A destra la copertina del libro
Lo zar di oggi è naturalmente Vladimir Putin, eletto presidente della Federazione russa nel 2000 e da allora artefice dei destini globali del mondo. Soprattutto per questo motivo, leggere il monologo di Stefano Massini intitolato appunto Lo zar (e pubblicato da Einaudi nella collana del teatro) ha un suo interesse, anche in vista dello spettacolo che Massini porterà in teatro a Ravenna mercoledì 3, venerdì 5, sabato 6 febbraio alle 21, e domenica 7 febbraio alle 15.30 con il medesimo titolo (Massini in scena sarà accompagnato da musiche di Luca Roccia Baldini eseguite dal vivo con Mariel e Ottavia Piccolo che “presta” la voce ad Anna Politkovskaja). Dopo la storia di Trump in Donald. Storia molto più che leggendaria di un Golden Man che Massini ha portato sul palco nella scorsa stagione, ora si confronta con un altro uomo di potere che ha un impatto diretto anche sulle vite di tutti noi, che lo vogliamo o no. Se fino a qualche anno fa potevamo relegare Putin ai confini del nostro mondo democratico senza preoccuparcene troppo, oggi lo zar ci ha costretti a fare i conti con una guerra che sembra non poter finire, a nuovi equilibri che stanno di certo impoverendo e mettendo in difficoltà l’Europa dal punto di vista energetico, mentre i bilanci si stanno spostando verso la spesa militare. E in parte è - ci ricorda Massini proprio ciò che ha fatto Putin stesso all’indomani della sua elezione: ricostruire l’esercito, mentre occupava l’ala del Cremlino che era sempre stata, appunto, degli zar. Massini però non ci racconta
LETTURE
il “monarca” all’opera, all’apice, bensì ci accompagna lungo la relativamente rapida e per qualcuno inattesa ascesa. Massini lo fa parlare in prima persona, fin da quando, bambino, era noto a tutti come Vova. Non c’è dunque da aspettarsi una storia di intrighi di potere come ne Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli. Il personaggio che porta in scena Massini è una maschera più che un uomo, un essere calcolatore mai mosso da veri sentimenti, ma solo ambizioni. Il monologo è così un viaggio dove si attraversano le varie fasi della sua vita: quella di un bambino nella Russia comunista con il padre che facendo la spia ottiene qualche piccolo beneficio per la famiglia. Unico figlio sopravvissuto di tre, abita con i genitori in una stanza più grande delle altre che si affacciano su quel cortile puzzolente, l’unica dove arriva addirittura un televisore. Ne Lo zar non ci sono dubbi, ma solo certezze, scelte consapevoli fin quando da ragazzo, ad appena sedici anni, si presenta al Kgb che lo istruirà sulla laurea da prendere e i passi da compiere. Addirittura il matrimonio e le figlie diventano uno strumento utile esclusivamente all’avanzamento di carriera. Alcuni episodi cruciali: a Dresda dopo la caduta del muro di Berlino e poi a Leningrado quando torna da San Pietroburgo a fare da vice al sindaco democratico in modo da renderlo ricattabile e poterne determinare la caduta. Gli incontri con gli oligarchi, il controllo della gente attraverso la fame e la paura. Attacchi terroristici attribuiti ai ceceni per spianare la strada al suo arrivo al vertice del potere, ad appena 48 anni. Cosa lo muove? Quale idea politica? Questo è meno chiaro, di certo la democrazia non è cosa che gli interessi o in cui possa credere, il sistema e la gestione del potere sono lì a guidarlo. L’effetto finale è forse un personaggio tutto sommato piatto e prevedibile, tanto da apparire quasi banale, così schiacciato sui luoghi comuni dell’uomo di ghiaccio, senza scrupoli e senza coscienza. Alla fine c’è forse un po’ da chiedersi cosa possa aggiungere alla nostra comprensione del complesso mondo odierno, se davvero un racconto così possa dirci qualcosa di più di quanto già non sappiamo o ci viene lasciato intendere rispetto allo zar in carica. Di certo così Massini aggiunge un tassello al racconto di un tempo fatto da uomini soli al comando, disposti a tutto o quasi per ottenerlo, quel comando. Del resto l’autore ci ha da tempo abituato a portare la cronaca e la politica sul palco e non solo; grazie allo spazio nella trasmissione di Corrado Formigli Piazzapulita è diventato anche un volto televisivo che ha usato e usa la propria voce e il proprio teatro spesso proprio per lanciare messaggi di impronta politica o sociale. Per questo, del resto, ci fu chi gridò allo scandalo nel 2025 per il declassamento del teatro della Pergola di Firenze, diretto proprio da Massini, vedendoci l’intenzione di colpire l’artista che nel tempo ha preso posizioni anche molto critiche verso il governo in carica, una situazione poi rientrata nel 2026 con nuovi fondi stanziati dal Ministro delle cultura. E del resto, Massini proprio con un’opera che parlava addirittura di economia, The Lehman Trilogy, nel 2022 ha vinto, unico italiano, il prestigioso Tony Award.
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Lo Zar che ci narra in prima persona la sua storia è in realtà una maschera senza profondità
Un teatro, il suo, che guarda all’attualità, ma che non rinuncia al gusto delle storie, come si vedrà anche a Faenza dove il 25 maggio (al teatro San Giuseppe) porterà invece il suo Alfabeto delle emozioni. Una lettera per ogni emozione (alla P c’è la paura, così centrale anche ne Lo Zar) illustrata da una storia, tra personaggi realmente esistiti e immaginari.
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EMERGENTI
Spazio A, giovani “artigiani” lungo un percorso di creazione condivisa L’attrice Camilla Berardi racconta genesi e obiettivi del collettivo ravennate
di Ernesto Moia
Nella foto il collettivo Spazio A Teatro (Camilla Berardi è la prima a sinistra)
«Ci sentiamo degli artigiani. Vogliamo ambire a creare un nuovo luogo di ricerca e comunità». Camilla Berardi, attrice ravennate classe 1997, racconta così la visione di Spazio A Teatro, il collettivo nato pochi anni fa dall’incontro di un gruppo di giovani artisti che, negli anni, ha trasformato il desiderio di fare esperienza insieme in un progetto culturale articolato. Dopo essersi conosciuti nel 2020 in un laboratorio del Teatro delle Albe, hanno cominciato a costruire un percorso tra spettacoli, laboratori e rassegne, facendo della ricerca condivisa e del rapporto con il territorio i propri punti di riferimento. Il primo spettacolo, Im Labyrinth, debutta nel 2021 al Teatro Socjale di Piangipane. Da allora il collettivo ha continuato a crescere, fino ad arrivare lo scorso settembre al Teatro Rasi, dove ha inaugurato il prologo della stagione dei teatri di Ravenna con Frisbee. Una storia d’amore, lavoro che riassume molte delle tensioni e delle ambizioni di Spazio A. Un percorso che guarda anche al futuro: tra i progetti in cantiere c’è infatti la riapertura a tutti gli effetti del Teatro dello Zodiaco come nuovo luogo di incontro, produzione e sperimentazione artistica. Ne parliamo con l’attrice Camilla Berardi. Partiamo da Frisbee… «È una sorta di manifesto del collettivo, del nostro modo di lavorare e degli obiettivi che ci poniamo. Venivamo da due anni di laboratori, collaborazioni e studio e sentivamo il bisogno di realizzare un progetto nostro, nel quale fossimo tutti in scena: Rendy Anoh, Marco Saccomandi, Marco Montanari, Silvia Rossetti e io, con Davide Salvadori alle musiche. Volevamo parlare a una generazione di artisti, ma anche di cittadini e cittadine, quella tra i 25 e i 30 anni, che si è trovata a fare i conti con aspettative di vita spesso disattese o irraggiungibili. Eppure continua a fare, e a fare bene, nonostante tutto. “Nonostante” è proprio la parola chiave dello spettacolo: forse, date le condizioni in cui ci troviamo e le risorse limitate, non dovremmo essere qui. E invece continuiamo a esserci». Torniamo all’inizio. Come nasce Spazio A e quali esigenze vi hanno spinto a unirvi? «Ci siamo conosciuti al laboratorio Salmagundi di Marco Martinelli. Abbiamo deciso di unirci per fare gavetta e imparare insieme. Il primo progetto è stato Poesie a domicilio, un’idea itinerante nata durante il Covid. Poi Fausto Stradaioli ci ha proposto di utilizzare la Vecchia Pesa di Classe come spazio in cui costruire un piccolo mondo: fare spettacoli, organizzare rassegne e cominciare a lavorare con continuità. Dal 2021 portiamo avanti alla Pesa la rassegna Ra-Dici, che negli anni è cresciuta molto: siamo passati dalle venti persone delle prime edizioni a oltre trecento presenze. È uno spazio non facile, ma proprio per questo capace di favorire l’incontro e una ricerca collettiva. Attorno a noi si sono consolidate alcune figure centrali, con cui abbiamo costruito momenti di grande profondità». La vostra attività, però, non si limita agli spettacoli. «Sono cresciuti anche i laboratori, in particolare Risvegli, rivolto ad adulti e ragazzi, che oggi è un
EMERGENTI
«Fare teatro per noi è andare nei luoghi, abitarli e mettersi in gioco in prima persona: se vuoi stare sulla scena, devi sbucciarti le ginocchia» percorso solido. C’è poi la collaborazione con il Grande Teatro di Lido Adriano, dove siamo stati in scena nel 2024, nel 2025 e anche quest’anno. Gigio Dadina ci ha dato molto, in termini di visione e direzione: è stato un maestro. E poi ci sono le Albe, che consideriamo fratelli maggiori, maestri e maestre capaci di lasciarci spazio, con cui abbiamo costruito un rapporto importante. Per noi il confronto con chi ha aperto la strada è fondamentale, così come lo è trovare una nostra identità». Lavorate anche fuori Ravenna, per esempio a Russi. «Con il Comune collaboriamo alla Fira di Sett Dulur, attraverso un percorso che si conclude con una restituzione scenica corale, distribuita su sei o sette serate consecutive. Siamo registi, attori, scenografi e tecnici delle luci. Il lavoro attraversa spazi urbani dimenticati, luoghi che proviamo a trasformare in palcoscenici. È un modo di fare teatro che ci rappresenta: andare nei luoghi, abitarli e mettersi in gioco in prima persona. Marco Martinelli dice che, se vuoi stare sulla scena, devi sbucciarti le ginocchia. È quello che cerchiamo di fare ogni volta». Il vostro è un percorso che punta molto sul lavoro collettivo. Perché scegliere questa strada? Se le condizioni fossero diverse, cambiereste modo di lavorare? «Altri modi esistono, naturalmente. Ho amici che lavorano da soli a spettacoli e monologhi, e anch’io partecipo come interprete a progetti di altri. Per noi, però, il lavoro collettivo è la forma che sentiamo più nostra. Credo di parlare a nome di tutti: è uno sforzo che ti porta fuori dall’ego e rimette al centro le cose importanti. Crediamo nella possibilità di mettere continuamente in discussione le nostre idee, di sporcarci le mani e di fare con quello che abbiamo a disposizione. È una scelta chiaramente antieconomica e più complessa, ma anche molto più bella. E poi c’è una tradizione di compagnie che ci ha insegnato quanto possa essere fertile lavorare insieme». Adesso state lavorando anche al Teatro dello Zodiaco, nell’ex Villaggio Anic. Che cosa rappresenta questo progetto? «Stiamo risistemando lo spazio e preparando A Ca’, un nuovo progetto di aggregazione e comunità. Sentiamo il bisogno di creare occasioni per stare vicini, in un mondo e in un tempo difficili. Non vogliamo che il teatro sia soltanto il luogo in cui si va a vedere uno spettacolo, ma uno spazio in cui le persone possano incontrarsi, partecipare e creare. In questo percorso ci sono anche Galla & Teo, Nerval Teatro e Lady Godiva. L’obiettivo è fare dello Zodiaco un centro capace di accogliere artisti, artiste e progetti di generi diversi: un luogo di meraviglia, nel senso più ampio del termine». Quali sono i prossimi appuntamenti e l’ambizione per il futuro? «Il 25 novembre, in collaborazione con Linea Rosa e il Comune di Ravenna, con cui siamo in contatto da anni, è previsto un nuovo progetto. Intanto guardiamo alla riapertura dello Zodiaco come a un passaggio importante. Ci piacerebbe che diventasse un altro centro artistico e di produzione per la città, accanto al Rasi e all’Alighieri, con una propria identità e la capacità di ospitare percorsi differenti. Ambiamo a costruire un luogo in cui le persone possano venire, vedere, ma anche creare. Un luogo che abbia una dimensione quasi da cattedrale, capace di raccogliere energie e visioni. Guardiamo in alto, sempre».
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Tra “gioco e ginepraio”: come prendere sul serio i bambini, senza smettere di stupirli
di Sara Scheda
Consuelo Ghiretti e Francesca Grisenti (Progetto g.g.) in scena nello spettacolo “Streghe”, atteso al Goldoni il 13 dicembre Foto di Francesco Bondi
Nato quasi per caso nel 2017, Progetto g.g. è il percorso artistico condiviso da Consuelo Ghiretti e Francesca Grisenti, che lavorano nel teatro per l’infanzia attraverso la narrazione, i pupazzi e il confronto diretto con il pubblico. Dalla collaborazione con Accademia Perduta/Romagna Teatri è nato un repertorio che attraversa fiabe, classici della letteratura e temi contemporanei. Le due artiste (di Reggio Emilia) ci raccontano il loro metodo di lavoro e l’importanza di costruire spettacoli capaci di parlare ai bambini senza semplificare eccessivamente le storie. Saranno protagoniste in più occasioni nelle stagioni per famiglie di Bagnacavallo (il 13 dicembre con Streghe), Cervia (il 12 dicembre con Pinocchio), Faenza (il 17 gennaio con Valentina Vuole) e Ravenna (per le scuole, in aprile, con Tea, super bambola a transistor). Come nasce Progetto g.g. e da dove viene il nome della compagnia? «Il progetto è nato in un salotto, senza l’intenzione iniziale di fondare una compagnia. Volevamo realizzare uno spettacolo agile, da portare nelle biblioteche. Abbiamo costruito una piccola scenografia, con poche aspettative ma tanto entusiasmo. Lo spettacolo è piaciuto e Linda Eroli, la nostra organizzatrice, che ci ha incoraggiate a proseguire e a migliorarlo per presentarlo al festival “Arrivano dal Mare!”. Nel 2017 è stata proprio Linda a farci conoscere Accademia Perduta e da lì sono partite le altre produzioni. Il nome è nato in modo altrettanto spontaneo. Eravamo in Grecia e dovevamo preparare una scheda artistica per il progetto: avevamo bisogno di un nome, senza pensare di fondare una compagnia. In seguito, abbiamo associato a “g.g.” parole come “gioco” e “ginepraio”. Il nome racconta bene la natura aperta del nostro lavoro, fatto di ricerca, intrecci e possibilità ancora da esplorare». Quanto ha contato la collaborazione con Accademia Perduta nel vostro percorso? «È stata fondamentale. Abbiamo incontrato Claudio Casadio (storico attore ravennate cofondatore di Accademia Perduta, ndr), che si è reso disponibile a seguirci e accompagnarci nel nostro lavoro. Senza di loro non potremmo produrre i nostri spettacoli. È un rapporto che nel tempo si è consolidato, andando oltre la dimensione professionale, per diventare anche umano e artistico. Questa collaborazione ci ha permesso di crescere e di portare il nostro teatro a un pubblico sempre più ampio, a partire dai bambini e dalle scuole, ma coinvolgendo anche le famiglie e gli adulti. Dopo l’interruzione dovuta al Covid, le rappresentazioni scolastiche sono ripartite e oggi ci esibiamo in tutta Italia, dalla Puglia a Bolzano, e anche all’estero, in paesi come la Polonia e la Svizzera». Nel vostro percorso ci sono stati anche riconoscimenti importanti, come quello ottenuto al Fit Festival di Lugano... «Sì, in quell’occasione il nostro spettacolo Rosaluna e i lupi è stato presentato a una giuria composta da adolescenti e persone anziane. È stato un confronto significativo, perché ci ha permesso di osservare come generazioni diverse si possano avvicinare al nostro lavoro. Con il tempo abbiamo capito quanto sia importante confrontarci con persone che hanno competenze diverse dalle nostre. Cerchiamo di collaborare con tecnici, videomaker, costumisti, attori e professionisti provenienti da altri ambiti. Abbiamo lavorato anche con un coreografo che opera nella danza per adulti. Sono incontri che portano prospettive differenti e arricchiscono la ricerca. È un percorso impegnativo, sia economicamente sia per il tempo e l’organizzazione necessari, ma ci permette di evitare di ripiegarci su schemi già conosciuti. Anche la tournée è fondamentale: viaggiando in Italia vediamo come uno stesso spettacolo possa suscitare reazioni diverse da una regione all’altra. Soprattutto, continuiamo a incontrare direttamente i bambini e a confrontarci con loro. È un’esperienza essenziale per il nostro lavoro».
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La compagnia emiliana Progetto g.g., prodotta da Accademia Perduta, protagonista nei teatri della provincia. Ne parlano Consuelo Ghiretti e Francesca Grisenti
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Come nasce uno spettacolo? Da dove partite quando affrontate un nuovo progetto? «Generalmente partiamo da un’urgenza: un tema che sentiamo vicino, qualcosa che ci piace molto oppure che ci disturba e che abbiamo bisogno di approfondire. A volte troviamo una storia di riferimento, altre volte partiamo da zero. Cerchiamo sempre di mettere il lavoro in relazione con il presente. Anche quando abbiamo un riferimento letterario, non ci sentiamo obbligate a riprodurlo fedelmente. Rosaluna e i lupi, per esempio, seppur nel libro sia ambientato in un bosco, noi lo facciamo cominciare in un bar. Ancora, abbiamo ripreso una fiaba di Gianni Rodari del 1973 e l’abbiamo rielaborata attorno al tema dell’intelligenza artificiale, da lì è nata Tea, Super bambola a transistor. Ci interessa soprattutto intrecciare il mondo dei bambini con quello degli adulti, offrendo punti di vista che possano essere letti a livelli diversi. Non ci poniamo il problema dell’attenzione come un ostacolo da aggirare a tutti i costi: cerchiamo di dare un senso a quello che facciamo e di costruire qualcosa che sia bello e significativo per noi. Se uno spettacolo funziona ed è ben costruito, il pubblico ci segue». In Tea, super bambola a transistor affrontate un tema molto importante: il rapporto tra adulti, bambini e tecnologia. Qual è il punto di partenza? «Al centro della storia c’è una mamma che cerca di fare tutto quello che deve, ma finisce per perdere pezzi per strada. Ci interessa mostrare anche la fallibilità dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie. Siamo circondati da strumenti che promettono di semplificarci la vita, ma non tutto può essere risolto automaticamente. Attraverso il gioco e la relazione tra i personaggi, cerchiamo di interrogare il nostro rapporto con questi strumenti, senza rinunciare all’ironia e all’immaginazione». In un presente pieno di stimoli digitali, come si conquista l’attenzione dei bambini senza semplificare troppo il racconto? «Crediamo che il teatro permetta ancora di concedersi tempi lenti, ed è qualcosa che ci interessa preservare. Non pensiamo che per catturare l’attenzione dei bambini sia necessario accelerare continuamente o semplificare tutto. Cerchiamo di costruire qualcosa che abbia senso per noi e che riesca a coinvolgere chi guarda. Salire sul palco comporta una responsabilità: le persone vengono ad ascoltare una storia, ma dobbiamo anche renderle disponibili a farlo. Il teatro è un rito e ogni replica ci mette davanti a un pubblico nuovo, con reazioni diverse. Il pubblico dell’infanzia può sfuggirti in due secondi, quindi serve una presenza forte e autentica. Le repliche ci aiutano a capire
«Non bisogna accelerare o semplificare tutto: se uno spettacolo è costruito con cura, i bambini sanno seguirlo e interpretarlo a modo loro»
Nella pagina a fianco Consuelo Ghiretti (a sinistra) e Francesca Grisenti in scena in “Rosaluna e i lupi” Foto di Lorenzo Bresolin
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se uno spettacolo funziona. Osserviamo le reazioni, aggiustiamo i tempi e approfondiamo alcuni passaggi. Anche il periodo successivo al Covid ci ha mostrato fragilità emotive e maggiori difficoltà nell’ascolto, che incontriamo anche nei laboratori che
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facciamo. Per noi è fondamentale prendere sul serio i bambini, senza infantilizzarli né semplificare eccessivamente il linguaggio e i contenuti. Se uno spettacolo è costruito con cura, il pubblico può seguirlo e interpretarlo a modo proprio».
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Di tradizione, moti perpetui e accettazione Tra balletto classico e scritture contemporanee: gli spettacoli in provincia per gli appassionati di arte coreutica: dal Lago dei Cigni al focus su Dewey Dell di Linda Landi
Qui sopra “Reconciliatio” di Aterballetto (foto di Umberto Favretto) Nella pagina a fianco “Grand Finale”, Ballet de Genève (foto di Gregory Batardon)
La stagione di danza 2026/27 di Ravenna torna a connettere tradizione e contemporaneità, con il balletto che dialoga con nuove narrazioni del presente e la ricerca che sfuma nelle arti visive. A partire dal classico de Il lago dei cigni il programma mette in relazione generazioni e linguaggi differenti: ad aprire le anteprime del Teatro Alighieri è il ritorno del Balletto dell’Opera di Tbilisi con la sensibilità e la freschezza narrativa di Nina Ananiashvili (venerdì 4 e sabato 5 dicembre alle 20.30 e domenica 6 alle 15.30). Il titolo sulle musiche di Čajkovskij riporta al centro la tradizione coreografica di Marius Petipa e Lev Ivanov e il racconto di un amore sottoposto all’inganno e alla forza del sortilegio. Nel destino di Odette trasformata in cigno, e del principe Siegfried, tornano a intrecciarsi desiderio, riconoscimento e illusione: un universo fiabesco che ha trovato nella danza una delle sue espressioni più durature. Dal repertorio ottocentesco alle scritture contemporanee, il passaggio conduce al Ballet Junior de Genève, per la prima volta ospite dell’Alighieri (sabato 20 febbraio 2027 alle 20.30 e domenica 21 alle 15.30). Nato nell’ambito dell’École de Danse de Genève, il gruppo accompagna da oltre quarant’anni la formazione di giovani interpreti attraverso il confronto diretto con il lavoro di coreografi affermati. A Ravenna, i danzatori del vivaio incontrano tre autori che hanno ridefinito la scena degli ultimi decenni. Untitled Black, capolavoro del 2012 firmato da Sharon Eyal e Gai Behar, esplora la tensione tra l’individuo e il gruppo attraverso una trance fisica totalizzante, accostando precisione e intensità dell’impegno fisico a una dimensione emotiva che attraversa la grammatica del gesto. Con Rain Dogs Johan Inger, autore anche di scene e costumi, si confronta con le canzoni dell’omonimo album di Tom Waits e con una condizione di smarrimento che diventa materia coreografica. I danzatori si muovono come animali sotto la pioggia, disorientati e incapaci di ritrovare la propria traccia, mentre affrontano la costante tensione tra il desiderio individuale di ribellione e la necessità sociale di conformarsi. Il trittico si completa con Grand Finale di Hofesh Shechter, che firma la musica. Al centro è un mondo attraversato da tensioni e contraddizioni, incapace di sottrarsi al proprio destino. Trance, precipizio e tentativo di fuga sono le immagini attraverso cui la creazione interroga questa instabilità. Tre vocabolari per osservare l’individuo esposto alle forze del presente. Un’altra costellazione di autori accompagna il ritorno di CCN/Aterballetto (sabato 13 marzo alle 20.30 e domenica 14 alle 15.30). Il programma comprende quattro creazioni che toccano la dimensione della comunità, il rapporto con l’altro e l’elaborazione della perdita. Ceneri, con regia e coreografia di Marcos Morau, nasce dal confronto con Le ceneri di Gramsci, l’oratorio per coro composto da Giovanna Marini a partire dall’omonima raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini. L’intreccio fra parole e musica conduce a interrogare il senso di una collettività e il suo progressivo dissolversi.
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Alla dimensione collettiva si affianca quella del duetto. In An echo, a wave, Philippe Kratz trova nel moto continuo del mare una suggestione per osservare partenze e ritorni, incontri e separazioni. Anche Reconciliatio di Angelin Preljocaj affida a due interpreti la propria indagine: sulle note della Sonata Al chiaro di luna di Beethoven, il tema della riconciliazione si
accompagna al riferimento all’apocalisse nel suo significato di rivelazione. Con Solo Echo, Crystal Pite porta invece lo sguardo verso un paesaggio invernale. Le sonate di Brahms per violoncello e pianoforte e la poesia Lines for Winter di Mark Strand costituiscono i riferimenti di una creazione che affronta la perdita e la possibilità di accettarla. Nel disegno complessivo
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In questa pagina “Trickster” di OPERABIANCO Nella pagina a fianco “Le Sacre du Printemps” di Dewey Dell
della serata, dal coro evocato da Morau all’intimità dei duetti, fino alla riflessione di Pite, emergono differenti modi di interrogare il legame: quello con una storia comune, quello fra due persone, quello con ciò che non possiamo trattenere. Il rapporto fra danza, teatro e immagine si estende anche alla Stagione dei Teatri di Ravenna Teatro, con gli appuntamenti di OPERABIANCO nell’ambito di Corpo Comune, la programmazione condivisa con Cantieri Danza, Teatro Alighieri e Teatro del Drago. Giovedì 11 marzo al Ridotto del Rasi, First and second clown, Phantasmata e The Playhouse propongono un percorso di videoinstallazioni. Shakespeare alimenta i ritratti del primo lavoro; i materiali coreografici di Jump!, ripresi durante la pandemia, ritornano in Phantasmata attraverso un montaggio che avvicina corpi fisicamente separati; The Playhouse prende le mosse da Buster Keaton, lavorando sull’imitazione e sullo sguardo. Venerdì 12 marzo alle 21, al Teatro Rasi, questo dialogo prosegue con Trickster. Il progetto di
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Vincenzo Schino, con la coreografia di Marta Bichisao e Luca Piomponi in scena, mette in relazione la fisicità di Keaton e la pittura di Francis Bacon. Citazioni e materiali differenti sollecitano una trasformazione continua, mentre la figura del trickster suggerisce un principio di sovversione capace di generare significati. La danza diviene montaggio incarnato fra anatomia e acrobazia. Ad aprile, il focus su Dewey Dell sviluppa in tre giornate un confronto fra mito, ritualità e metamorfosi. Il collettivo romagnolo riunisce Agata e Teodora Castellucci, Vito Matera e il musicista Demetrio Castellucci. Venerdì 16 aprile (alle 20.30 al Teatro Alighieri) Dido and Aeneas – spettacolo coprodotto dall’Alighieri – affronta il capolavoro barocco di Henry Purcell attraverso una
riscrittura elettroacustica. La regia di Agata Castellucci, Teodora Castellucci e Vito Matera accompagna un universo nel quale le immagini del libretto, fra tempeste e rocce laviche, alimentano la costruzione scenica e coreografica. Dopo lo spettacolo, la Sala Corelli ospita DJ Dèmè, il live-set di Demetrio Castellucci. Sabato 17 aprile alle 21, al Ridotto del Teatro Rasi, I’ll do, I’ll do, I’ll do introduce la dimensione del sabba, in una performance che attraversa possessione ed estasi. Domenica 18 aprile alle 17 si torna all’Alighieri per Le Sacre du Printemps, con la coreografia di Teodora Castellucci. La partitura di Stravinskij incontra un allestimento ispirato alle metamorfosi del mondo naturale, aprendo il rito della primavera a un immaginario nel quale il cambiamento delle forme diventa centro della visione. Premiato da Danza&Danza come migliore produzione italiana del 2023, il lavoro sarà proposto anche alle scuole lunedì 19 aprile. Con Faenza che quest’anno - a causa della chiusura forzata per lavori del Masini - rinuncia alla sua tradizionale programmazione, la danza trova spazio solo a Russi, dove venerdì 26 febbraio 2027 alle 20.45, il Teatro Comunale accoglie Asteroide, ideato e interpretato da Marco D’Agostin. La conferenza scientifica incontra il sentimento e il musical: il paleontologo che parla di ossa e di estinzioni diventa il tramite per interrogare la persistenza della vita e dell’arte dopo la morte. La memoria, la carne e il canto portano così la riflessione oltre la catastrofe, verso ciò che può ancora prendere forma quando qualcosa sembra essersi concluso. La ricerca si affida anche al suono di Luca Scapellato e alle canzoni scritte con D’Agostin, mentre l’incontro fra scienza e spettacolo modifica il modo di raccontare il tempo. È in questa possibilità di continuare, ricostruirsi e immaginare un seguito che il lavoro trova il suo legame con lo spirito che guida la stagione: come custodire una traccia, come affrontare l’inesorabile cambiamento, come riconoscere, nel movimento, la persistenza della vita e del nostro centro.
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DIETRO LE QUINTE
«Il teatro è il lusso di fermarsi e lasciarsi sorprendere» A tu per tu con Emanuele Masi, nuovo direttore artistico della stagione di Opera e Danza dell’Alighieri
di Luca Manservisi
Eclettico, con un percorso che attraversa la musica, lo spettacolo dal vivo e il management culturale, Emanuele Masi è il nuovo direttore artistico della Stagione d’Opera e Danza del Teatro Alighieri di Ravenna per il triennio 2026-2028. Prende il testimone di Angelo Nicastro, che ha guidato la programmazione per quasi trent’anni, e si presenta a Ravenna con una stagione che intreccia grandi titoli del repertorio, rarità, coreografie internazionali e progetti capaci di portare lo spettacolo fuori dai suoi confini tradizionali. Da Pagliacci a Death in Venice, da La Cenerentola al tributo a Lucio Dalla, il filo conduttore è una domanda sul rapporto tra realtà e rappresentazione. Ma soprattutto c’è un’idea precisa di teatro: non un luogo in cui limitarsi ad assistere a uno spettacolo, bensì uno spazio da abitare, in cui incontrarsi e lasciarsi sorprendere. Masi, il suo è un profilo che unisce competenze artistiche e manageriali. Con quale obiettivo arriva a Ravenna? «Non mi piace l’idea di arrivare in un teatro portando un progetto già fatto e finito, da applicare a una città. Mi piace piuttosto cercare di essere un mezzo attraverso il quale gli artisti e i progetti artistici possano incontrare le esigenze di una comunità, di una città e di un teatro. Per farlo bisogna prima conoscere il contesto, ascoltarlo, capire quali siano le sue punte di diamante anche in ambiti diversi dallo spettacolo dal vivo. Il mio obiettivo è intessere un dialogo che permetta di costruire una stagione capace di essere, per usare un’immagine, la giusta dieta culturale per i pubblici che la potranno frequentare». Che città ha trovato, o meglio, che Ravenna aveva già imparato a conoscere? «Avevo già avuto rapporti professionali con la città, sia attraverso il Teatro Alighieri sia nell’ambito di Ammutinamenti, il festival dedicato alla danza contemporanea. Preparando la candidatura e approfondendo ulteriormente la conoscenza del territorio, mi ha colpito il fermento culturale, molto ampio, che attraversa il teatro, le arti e il mondo sociale. Ravenna vive una contrapposizione che trovo estremamente fertile: da una parte un patrimonio storico straordinario, dall’altra una dimensione di ricerca e sperimentazione che cerca continuamente nuovi modi di utilizzare la cultura. Mi sembra una città capace di tenere insieme queste due anime, ed è una condizione molto stimolante per chi deve costruire una programmazione». La stagione 2026/27 è la prima firmata da lei. Qual è la sua cifra? «Mi sembra una bella occasione per proporre un programma che comprenda grandi titoli, ma anche una serie di appuntamenti capaci di spingere il pubblico fuori dalla propria comfort zone. Il repertorio
In alto Emanuele Masi (foto di Fabrizio Zani) Nelle pagine successive (48 e 51) due scatti rispettivamente da “Pagliacci” e “Death in Venice”
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«Mi ha colpito il fermento che a Ravenna attraversa cultura, arti e società: è una città in grado di tenere insieme patrimonio storico, ricerca e contemporaneo»
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L’approfondimento
L’amore va in scena, l’opera è servita: il “menù” della stagione lirica Narra la leggenda che il 6 ottobre 1600 a Palazzo Pitti a Firenze accadde un evento che cambiò drasticamente il corso della storia. Non il matrimonio tra Maria de’ Medici e il sovrano di Francia Enrico IV, che fu il contorno, ma la nascita del melodramma. Genere buffo il melodramma dove, su di un palco, amanti segreti fanno perpetue promesse a volume talmente alto da farsi sentire da un nutritissimo gruppo di persone giunte in quel luogo proprio per partecipare alle vicende messe in scena. E a ben vedere fin dal primo istante l’opera lirica nasce come rappresentazione di una vicenda. La prima di queste, infatti, fu la storia di Euridice, protagonista suo malgrado di una discesa agli inferi e di un vano tentativo di risalita, guidata dall’uomo che coi suoni irretiva persino gli dèi, l’amato Orfeo. E da quel fatidico giorno fiorentino l’amore divenne il carburante ideale del melodramma, perfetto motore delle vicende umane che in esso trovavano spazio. Il teatro d’opera nei secoli non ha cambiato nulla pur cambiando tutto: in primis i luoghi, da una sala di un palazzo nobile si è spostato in un edificio dedicato allo scopo che, per i melomani e non solo, ne è diventato il Tempio. C’è poi la questione dell’evoluzione del genere, l’argomento che da mitologico prende mille strade per arrivare a parlare dell’umanità nella sua quotidianità, dalle vette alle bassezze. Parlare del melodramma oggi è più difficile che in passato perché, come la musica d’arte tutta, ha perso quella centralità culturale secolare nell’esperienza sociale per diventare intrattenimento intellettuale diretto non più a tutto l’orbe terracqueo, ma solo a chi è disposto a viverla. Oggi, quindi, il pubblico non è più solo un fruitore passivo, bensì è chiamato a una consapevolezza storica senza precedenti. Ecco perché le stagioni d’opera sono sempre meno pensate come merci da ostendere in vetrina e più come percorsi guidati per gli spettatori che, più consapevoli dello spettacolo, possono vivere un’esperienza culturale nata secoli prima nonostante non ne parlino più la lingua. La stagione d’opera 2026/2027 del Teatro Alighieri di Ravenna è paradigmatica di ciò. Le proposte sono davvero golose partendo dal primo appuntamento in anteprima, la celebre opera Le convenienze ed inconvenienze teatrali di Donizetti (16 dicembre), la cui messa in scena vede il teatro ravennate, in sinergia con realtà locali quali il Teatro Galli di Rimini e il Conservatorio Maderna – Lettimi, affidare la regia ad Alfonso Antoniozzi e la direzione a Paolo Manetti. In un dialogo tra antico e moderno, all’opera donizettiana seguirà L’anno che verrà (22 e 23 di-
cembre), lavoro ispirato alla musica di Lucio Dalla arrangiata e diretta da Roberto Molinelli per la regia di Manuel Renga. Dopo gli antipasti sarà servito il capolavoro verista Pagliacci di Leoncavallo (15 e 17 gennaio) in cui, a dispetto dei 135 anni passati, emerge un tema attualissimo, quello della mascolinità tossica. Saranno le voci di Irina Lungu, Gregory Kunde e Youngjun Park a riempire la scena, predisposta dal regista Gabriele Lavia, insieme all’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, sotto la direzione di Hossein Pishkar. A un primo gustoso seguirà una seconda pietanza musicale di rara presenza nei teatri italiani, Death in Venice di Britten (13 e 14 febbraio), un esempio di quel teatro inglese che sembrava non aver più voce dalla scomparsa del sempre poco lodato Purcell. Gustav von Aschenbach sarà interpretato per l’occasione da Toby Spence (13) e Mar Le Brocq (14) e l’Orchestra I Pomeriggi Musicali seguirà la guida di Daniel Smith per la regia di Rodula Gaitanou. Rossini non avrebbe concepito un pasto senza contorni, sarà per questo che nella stagione ravennate La Cenerentola (2 e 4 aprile) appare perfetta per questo ruolo. Una fiaba di riscatto sociale che funziona allora come oggi, affidata alla bella voce di Giuseppina Bridelli che «non più mesta» canterà sulle armonie dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, diretta da Giovanni Di Stefano, guidata dalla regia di Nicola Berloffa. Ci sono poi alcuni dolcetti quali Melo_Logic (14, 16 e 17 gennaio), progetto tra musica e gioco d’indagine già vincente che La Corelli ha affidato alla direttrice e compositrice Alicia Montorsi Galli. Molto gustosi e sapienti i due appuntamenti Opera Kids e Opera Domani, rispettivamente Gilda. Nel gioco del Duca (24 gennaio) e Il barbiere di Siviglia e la rosa incantata (27 e 28 aprile), ottime opportunità per i più piccoli di avvicinarsi a un mondo sonoro al quale sempre più spesso non riescono ad accedere. Ogni pasto di festa è seguito da un gustoso sorso corroborante: gli appuntamenti di Prima dell’opera che, grazie a Luca Baccolini, Guido Barbieri, Paolo Marzocchi e Carla Moreni approfondiranno i temi dei titoli della stagione. Tutto ciò accade nel capoluogo di provincia, tuttavia anche Lugo, che riapre le porte del suo “Rossini”, propone un appuntamento con la lirica che, sebbene non sia un’opera intera, può definirsi un assaggio goloso: Canto Rossini (21 gennaio) sarà l’occasione per gustare una serata con le più belle arie del cignale di Lugo eseguite da una nuova generazione di interpreti internazionali provenienti da tutto il mondo. L’opera è in tavola, buon appetito! Enrico Gramigna
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stagione. Da dove nasce questa scelta? «Il motto della stagione è una battuta di Pagliacci, «Par vera questa scena», che mi sembra particolarmente attuale. Oggi la distanza tra ciò che siamo, ciò che mostriamo e ciò che gli altri vedono di noi è diventata un’esperienza quotidiana, di cui i social rappresentano forse l’espressione più evidente. Mi interessava costruire un percorso in cui questo gioco di identità e rappresentazioni ritornasse in forme diverse. Nella Cenerentola, per esempio, la protagonista è una ragazza di cui nessuno sembra davvero chiedersi chi sia, perché tutti sono troppo impegnati a imporle un’immagine. In Death in Venice ci confrontiamo invece con il modo in cui una storia cambia passando dalla letteratura al teatro musicale e al cinema. E c’è anche il tema dell’Italia vista da fuori, attraverso lo sguardo di artisti e autori che ci restituiscono un’immagine diversa di noi stessi. L’invito è a interrogarci su quanto la realtà possa essere differente da come la rappresentiamo». L’opera lirica sta riuscendo a portare avanti un ricambio generazionale, nel pubblico? «Credo che ci sia un interesse rinnovato, e Ravenna ha una storia importante da questo punto di vista, grazie agli investimenti fatti negli anni per avvicinare i bambini e gli studenti allo spettacolo dal vivo. È un lavoro che va continuato, perché il rapporto con il teatro si costruisce anche attraverso l’abitudine e la possibilità di incontrare questi linguaggi in età precoce. Nella nuova stagione abbiamo, per
è fondamentale, perché ci mette in relazione con opere che hanno attraversato il tempo e continuano a parlarci. Ma un teatro deve anche offrire occasioni per incontrare linguaggi meno frequentati, aprire prospettive e creare curiosità. Penso, per esempio, a Death in Venice di Benjamin Britten, un’opera del Novecento raramente rappresentata in Italia, attorno alla quale abbiamo costruito un percorso di approfondimento che mette in relazione musica, letteratura e cinema. Mi interessa che lo spettacolo non sia un’esperienza isolata, ma possa diventare il punto di partenza per altre scoperte». È anche il senso dei nuovi formati e delle iniziative che accompagnano il cartellone... «Vorrei che il teatro fosse un luogo da abitare in maniera nuova. Ci saranno i tradizionali incontri di “Prima dell’opera”, ma anche le nuove visite “Dietro le quinte” e, per la prima volta, un percorso di presentazioni dedicato anche alla danza. Attorno a Pagliacci, per esempio, La Corelli propone un formato che unisce musica, recitazione e interattività digitale, trasformando gli spettatori in detective chiamati a risolvere un giallo. Per Death in Venice abbiamo pensato a un percorso che comprende il coinvolgimento del Conservatorio e la proiezione al Cinema Mariani di Morte a Venezia di Luchino Visconti. Mi affascina l’idea che la musica possa modificare la percezione di una storia e che il confronto tra linguaggi differenti ci faccia scoprire aspetti che, da soli, non avremmo colto». Il tema della rappresentazione attraversa diversi titoli della
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«L’invito è a interrogarci su quanto la realtà possa essere differente da come invece la rappresentiamo»
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esempio, Opera Kids con Gilda nel gioco del Duca, ispirato a Rigoletto, pensato per i bambini dai tre ai sei anni, e torna Opera domani con Il barbiere di Siviglia. Non si tratta di iniziative marginali: fanno parte di una strategia che mira a intrecciare i pubblici, mettendo in relazione le famiglie, le scuole e chi frequenta abitualmente il teatro. In altri Paesi europei, penso alla Germania, in città di dimensioni simili alla nostra un’opera può riempire fino a sei o sette recite a spettacolo, contro le nostre 2-3. C’è ancora molto lavoro da fare per costruire una partecipazione così ampia e continuativa». Produrre opera, però, è costoso. Come si concilia questa ambizione con la sostenibilità economica? «L’opera rappresenta l’apice di una filiera dell’industria culturale che coinvolge moltissime professionalità. È una macchina complessa e costosa, e proprio per questo la sostenibilità non può essere affrontata da un singolo teatro in maniera isolata. Le coproduzioni sono ormai una regola: permettono di condividere i costi, mettere in comune competenze e dare a un allestimento la possibilità
«Non vendiamo biglietti, ma sogni: vorrei che le persone uscissero dal teatro con emozioni capaci di restare anche dopo lo spettacolo»
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di circolare più a lungo. Ravenna ha alle spalle una rete consolidata con gli altri teatri dell’Emilia-Romagna, ma è importante spingere le collaborazioni anche oltre i confini regionali e verso l’estero. C’è poi il tema del riutilizzo degli allestimenti: Pagliacci, nella regia di Gabriele Lavia, arriva dal Teatro Regio di Torino e viene ripreso in collaborazione con altri teatri: valorizzare un progetto già esistente genera economie di scala, garantendo una qualità artistica elevata e permettendoci di investire in un cast di primo piano, a partire da una star come Gregory Kunde». La danza propone tre appuntamenti in abbonamento, più il focus dedicato ai Dewey Dell (ne parliamo da pagina 42 a pagina 45). Che spazio vuole riservarle? «Voglio che la stagione rappresenti alcune delle grandi firme della danza contemporanea internazionale, senza rinunciare a una pluralità di approcci. Il Ballet Junior de Genève porta a Ravenna tre coreografie di Sharon Eyal e Gai Behar, Johan Inger e Hofesh Shechter; CCN/ Aterballetto presenta quattro lavori di Marcos Morau, Philippe Kratz, Angelin Preljocaj e Crystal Pite. Sono artisti e artiste che hanno contribuito a definire il panorama internazionale degli ultimi anni. Accanto a loro c’è il focus sui Dewey Dell, collettivo romagnolo che considero una delle esperienze più originali della scena italiana. Con Dido and Aeneas e Le Sacre du Printemps si entra in un universo in cui il movimento, la musica e le immagini possono generare significati anche senza seguire una narrazione tradizionale». Il contemporaneo, però, può essere percepito come difficile o distante. Come si può avvicinare il pubblico? «Innanzitutto, credo che contemporaneo significhi semplicemente qualcosa che viene creato oggi. Per il resto, non esiste una regola: un lavoro contemporaneo può essere immediatamente accessibile, mentre un balletto classico può risultare più ostico per chi non
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L’eccellenza del tartufo
ha studiato danza, e viceversa. Ci sono spettacoli che non hanno bisogno di raccontare una storia nel senso tradizionale del termine, perché offrono ugualmente la possibilità di emozionarsi e ciascuno può dare la propria interpretazione di quello che vede. Non penso che al pubblico debba essere sempre offerta una narrazione, una trama. Al contempo credo sia importante creare occasioni di incontro, fornire strumenti quando possono essere utili e permettere alle persone di avvicinarsi gradualmente a linguaggi diversi». Nella stagione c’è anche L’anno che verrà, ispirato alla musica di Lucio Dalla. È un segnale di questa apertura? «Da adolescente ho avuto una formazione musicale piuttosto rigida: studiando in conservatorio, ero portato a pensare che la classica fosse l’unica musica davvero degna di attenzione. Crescendo, ho imparato ad ascoltare e ad apprezzare altri generi, capendo che ciò che conta non è tanto il linguaggio utilizzato quanto la sua capacità di comunicare. L’anno che verrà non è un racconto biografico su Dalla, ma un’opera-pop che costruisce un affresco a partire dalle sue canzoni. È un progetto che mette insieme musica, teatro, danza e voci diverse, dimostrando quanto sia possibile attraversare i confini tra generi senza perdere profondità». Qual è, in definitiva, il teatro che vorrebbe lasciare in eredità? «Mi piace un’immagine che offrì un direttore di teatro tanto tempo fa: non vendiamo biglietti, vendiamo sogni. Vorrei che le persone venissero a teatro e avessero l’occasione di uscire portandosi a casa delle emozioni, qualcosa che continui a lavorare dentro di loro anche dopo lo spettacolo. In un mondo sempre più digitale, il teatro resta un’esperienza analogica, fatta di corpi presenti nello stesso spazio e nello stesso tempo. Credo che la possibilità di disconnettersi, di fermarsi e dedicare attenzione a qualcosa senza essere continuamente interrotti diventerà un valore sempre più grande. In fondo, il teatro offre anche questo lusso: il tempo per guardare, ascoltare e lasciarsi sorprendere».
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Teatro Alighieri
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Teatro Rasi
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LA STAGIONE DEI TEATRI Prima del temporale da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio regia di Massimo Popolizio con Umberto Orsini e Massimo Popolizio Durante la mezz’ora che lo separa dall’entrare in scena per recitare da protagonista nel Temporale di Strindberg, nel suo camerino Umberto Orsini, con un rovesciamento della percezione del tempo tipica dei sogni, si ritrova a rivivere in un tempo senza fine alcuni momenti della propria vita. La colonna sonora della realtà di un teatro che si sta animando oltre la porta del suo camerino diventa il pretesto e l’invito a volte spensierato e a volte commosso a ricordare e addirittura a dialogare con i fantasmi del proprio passato in un mescolarsi senza logica temporale dove un suono ne evoca un altro, una risata riporta ad un momento di gioia, un lungo silenzio ad una perdita lontana nel tempo. In scena dal 26 al 29 novembre all’Alighieri
L’ombra perduta di Peter Schlemihl di e con Marco Baliani regia di Maria Maglietta produzione Casa degli Alfieri, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Tib Teatro
IL PROLOGO
In novembre le ultime “anteprime”, da Bernini a Tondelli Come ormai abitudine, se non tradizione, la Stagione dei teatri di Ravenna ha un prologo di ben otto spettacoli fra settembre e novembre. Dopo il debutto di Frisbee. Una storia d’amore di Spazio A, è andato in scena Roberto Magnani/Albe, che con Scorar ripercorre il suo rapporto con il dialetto romagnolo e oltre venticinque anni di teatro; MANDEL’ŠTAM di Roberto Paci Dalò è una creazione dedicata all’omonimo poeta; Beckettiana di Teatro degli Incamminati e Nerval Teatro, uno spettacolo nato da un percorso di ricerca insieme ad attori con disabilità; Franz (Purgatorio XXVII-XXXIII) di Spreafico Eckly & Matteo Fargion è una performance caotica e musicale che esplora con ironia il rapporto tra intelligenza artificiale e umanità. In novembre ecco il poetico monologo Lettere a Bernini di Marco Martinelli/ Albe interpretato da Marco Cacciola (il 5 e 6 novembre), e, infine, due lavori di Licia Lanera: Con la carabina, dal testo di Pauline Peyrade, Premio Ubu 2022 per la regia e come miglior testo straniero (10 e 11 novembre), e Altri libertini, tratto dall’universo narrato da Pier Vittorio Tondelli (il 12 e 13 novembre).
Taci, anzi parla.
Diario di una femminista 1972-1977 di Carla Lonzi ideazione e regia di Fiorenza Menni con Fiorenza Menni, Sara Bertolucci, Meike Clarelli Dalle pagine di diario di Carla Lonzi – tra le figure più importanti del femminismo italiano e co-fondatrice del collettivo Rivolta Femminile – prende forma uno spettacolo che conduce il pubblico nelle atmosfere delle pratiche femministe tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta per continuare a interrogare il presente. In scena il 22 dicembre al Rasi
La vicenda di Peter Schlemihl, ispirata al racconto di Adelbert von Chamisso Storia meravigliosa di Peter Schlemihl, è una di quelle esistenze che si dipanano nella fatica del vivere come fossero sempre sospese, in attesa di una qualche rivelazione che però tarda a manifestarsi. La storia di Peter parla di quel passaggio aspro e difficile che dalla giovinezza porta all’età adulta, quando la speranza di futuro si scontra con la grettezza del presente. Di fronte alle tante porte sbattute in faccia, Peter accetta di scalare la salita esistenziale che ha di fronte, per entrare di colpo nel gran mondo che crede gli spetti, una scorciatoia che gli si rivela una trappola e che segnerà il resto della sua vita. In scena il 10 e 11 dicembre all’Alighieri Anche il 14 novembre a Bagnacavallo e il 23 febbraio a Faenza
Morte di Arpagone. Da Raffaele Viviani a Molière una produzione Collettivo LaCorsa regia di Gianni Vastarella Dalla contaminazione tra A morte ’e Carnevale di Raffaele Viviani (1928) e L’avaro di Molière (1668), prende forma un cortocircuito drammaturgico originale che attraversa la tradizione come un processo di trasformazione continua. Un meccanismo scenico che interroga eredità, legami familiari e permanenze della tradizione nel presente. In scena il 13 gennaio al Rasi
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Extrema Ratio
5 sketches mistico-paranoici per due attrici, due attori e un calamaro testo di Armando Pirozzi regia di Emanuele Valenti con Valentina Curatoli, Lisa Imperatore, Peppe Papa, Emanuele Valenti Una giovane donna, un mistico, una creatura metà umana metà animale, un’apparizione miracolosa nel bel mezzo di un omicidio. Sono alcuni dei tanto semplici quanto bizzarri protagonisti dei cinque sketch umoristici firmati da Armando Pirozzi, alle prese con situazioni insolite e misteriose. Il comico diventa uno strumento per interrogare ciò che eccede la comprensione ordinaria. In scena il 14 gennaio al Rasi
Caivano Dreamin’ Se puoi sognarlo, devi farlo!
uno spettacolo di Fulvio Sacco coaching Armando Pirozzi con Christian Giroso e Fulvio Sacco Napoli, 1926: due improbabili individui di provincia si imbarcano per New York, inseguendo il sogno americano. Portano con sé della speranza e qualche bottiglietta di anice con un’etichetta raffigurante un topo nero in pantaloncini corti. Uno scarabocchio che, arrivato nelle mani di Walt Disney, ispirerà la creazione del mitico Mickey Mouse. Da questa leggenda popolare, tanto improbabile quanto affascinante, Fulvio Sacco costruisce un racconto ironico e malinconico su come i sogni potrebbero non realizzarsi mai. In scena il 15 gennaio al Rasi
Hamlet Travestie
compagnia Punta Corsara di Emanuele Valenti e Gianni Vastarella con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Carmine Paternoster, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella regia di Emanuele Valenti Ispirandosi a Hamlet Travestie di John Poole e da Don Fausto di Antonio Petito, Emanuele Valenti e Gianni Vastarella immaginano una famiglia napoletana contemporanea. Immersi in un presente fatto di sopravvivenza quotidiana, tra lavoro, casa, debiti, figli, i membri della famiglia restano gli uni agli altri in una stasi violenta, tenuta insieme in nome di una fragile unità. In scena il 16 gennaio al Rasi
CARTELLONE RAVENNA
Lemnos regia, drammaturgia, scene e video Giorgina Pi Prima tappa di un progetto tra mito, poesia e paesaggio contemporaneo, la regista Giorgina Pi rilegge la figura di Filottete, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemnos dopo essere stato morso da un serpente. Video, suono e parola danno vita a un ambiente immersivo, mentre la drammaturgia si arricchisce di riferimenti teorici del Novecento e della scrittura femminista, riattivando il mito come strumento per interrogare il presente. Nella riscrittura di Giorgina Pi, Filottete è una donna: una scelta che rende omaggio al pensiero di Adrienne Rich. In scena il 23 gennaio al Rasi La nostra intervista a Giorgina Pi a pagina 32
Erano tutti miei figli di Arthur Miller Regia e interpretazione di Elio De Capitani Teatro dell’Elfo Primo grande successo di Arthur Miller, scritto nel 1947 e ambientato nell’America post-bellica. Per De Capitani è un ritorno al teatro di questo grande autore americano ed è un’occasione per indagare il rapporto conflittuale tra genitori e figli e la responsabilità morale dell’individuo a confronto con la storia, in un’opera in cui il dramma sociale e quello psicologico coincidono. In scena all’Alighieri dal 28 al 31 gennaio Anche a Lugo dall’11 al 13 dicembre
LA RASSEGNA/1 E Production e Menoventi, seconda edizione di “Schiusa” Seconda edizione per Schiusa, rassegna itinerante a cura di Menoventi e di E Production, che si sviluppa da ottobre a dicembre tra Ravenna e Faenza. Ha aperto la programmazione 2026 lo spettacolo Mai qui del gruppo salentino Ultimi Fuochi Teatro, con in scena Rita Felicetti, a seguire si è tenuto Specie di spazi di gruppo nanou allo spazio Z.A.R.A. in collaborazione con Manualetto e poi La zona originale e a seguire, ancora a Ravenna, l’ultimo spettacolo di Menoventi O.A.S.I. (ne parliamo a pagina 31). La rassegna continua poi a Faenza al Cimitero dell’Osservanza che apre le sue porte alla cittadinanza per lo spettacolo Nephesh. Proteggere l’ombra di Alessandro Renda (Teatro delle Albe) per poi passare alla Land Art di Emidio Galassi e il lavoro di Roberto Magnani Scorar (parte del prologo della Stagione dei Teatri). Ottobre si chiude con con il giovane artista Ugo Fiore e lo spettacolo in tre parti La vita degli animali di Elisa Pol e Chiara Lagani. Schiusa intreccia anche la Stagione dei Teatri con Taci, anzi Parla. Diario di una femminista 1972-1977, ultimo lavoro di Ateliersi che sarà presentato il 22 dicembre nell’ambito della Stagione dei Teatri di Ravenna Teatro. Dedicato a Carla Lonzi, figura tra le più importanti del femminismo italiano. Anticiperà lo spettacolo l’incontro pubblico dal titolo Risputiamo su Hegel? Rieditare, rileggere e portare in scena Carla Lonzi oggi cui prenderanno parte Fiorenza Menni, Chiara Lagani e la scrittrice e traduttrice Claudia Durastanti, impegnata nella ripubblicazione di tutti i testi di Lonzi. Chiude la rassegna l’appuntamento fisso di dicembre a cura di Club Adriatico, rassegna dedicata alla musica elettronica.
CARTELLONE RAVENNA
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LA RASSEGNA/2
Physical Theatre Company regia, coreografie, scenografie e costumi di Tata Tavdishvili testo di Guram Jakhutashvili Sono passati 102 anni dalla morte di Maro Makashvili, una ragazza di diciannove anni che sacrificò la propria vita resistendo all’occupazione russa della Georgia e che divenne la prima donna a ricevere il titolo di Eroe Nazionale del paese. Ispirandosi al suo diario e alle sue poesie, la compagnia georgiana HOI sceglie di raccontarne la vita attraverso una narrazione non verbale, oggetti simbolici e il teatro di figura: la performance evoca sia il mondo interiore della giovane sia il più ampio contesto storico e culturale del suo tempo. In scena il 2 febbraio al Rasi
Lo Zar di e con Stefano Massini La storia di uno dei protagonisti della politica contemporanea, Vladimir Putin, raccontata in un spettacolo firmato e interpretato da Stefano Massini. Dopo il ventennale successo internazionale del suo testo su Anna Politkovskaja, l’autore torna a occuparsi di Russia portando in scena il concentrato di violenza e lucidissima ingegneria che hanno condotto Putin – bambino “spacciato ai nastri di partenza” – a scalare tutti i gradi del potere mentre l’Unione Sovietica crolla intorno a lui. In scena il 3, il 5, il 6 e il 7 febbraio all’Alighieri Il nostro approfondimento a pagina 34
Polis, a maggio i dieci anni del festival dedicato (anche) ai diritti Polis Teatro Festival giunge nel 2027 alla sua decima edizione, dopo nove anni di crescita per uno dei pochi festival teatrali italiani che indagano tematiche fondamentali quali la difesa dei diritti civili, il cambiamento climatico, il ruolo dell’arte nella società. Aperto dal 2022 alla scena contemporanea europea, Polis ha portato a Ravenna artisti internazionali di massimo rilievo, protagonisti del teatro italiano e giovani emergenti. La sua formula che coniuga l’alto livello delle proposte artistiche con la cura degli aspetti divulgativi è stata premiata da un continuo incremento del pubblico e dall’attenzione da parte della stampa nazionale e internazionale (due Premi Ubu nel 2022 e varie nomination negli anni), ma anche dalle istituzioni pubbliche e private, che hanno progressivamente aumentato i contributi a favore del festival (primo Festival di Teatro in Italia per Qualità Artistica, Ministero della Cultura 2022-2024). In occasione del suo decennale, Polis 2027, che si terrà dal 4 al 9 maggio nei principali luoghi culturali di Ravenna, ribalta i focus internazionali che lo hanno contraddistinto per mettere al centro questa volta la scena teatrale italiana e accogliere alcuni artisti europei che da diverse prospettive riflettono sul territorio di origine del festival. Il calendario includerà più di 30 eventi, tra cui nomi di punta della scena teatrale internazionale, prime nazionali, collaborazioni con i maggiori festival europei. Come sempre gli spettacoli saranno accompagnati da incontri, attività formative e progetti partecipativi, in un’ottica di inclusione e cittadinanza attiva che è anima del festival sin dalla prima edizione (Biglietti sospesi, Biglietti Under30, Progetto Visionari, Laboratori Universitari) e collaborazioni con le realtà accademiche sul territorio.
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Nel Blu Avere tra le braccia tanta felicità uno spettacolo di e con Mario Perrotta collaborazione alla regia Paola Roscioli musiche di Domenico Modugno Tra biografia e storia collettiva, Mario Perrotta racconta Domenico Modugno come simbolo dell’Italia del secondo dopoguerra, che con la sua voce, il suo corpo e la sua arte ha incarnato lo spirito del Paese tra il prima e il dopo l’avvio del boom economico. Non è un caso che proprio nel 1958 Modugno esordisca a Sanremo con Nel blu dipinto di blu, brano destinato a diventare celebre con il titolo Volare e che segnerà profondamente l’immaginario del Paese. Lo spettacolo ha vinto il Premio Ubu 2025 per il miglior progetto sonoro ed è accompagnato dai musicisti Vanni Crociani (pianoforte, fisarmonica), Giuseppe Franchellucci (violoncello) e Massimo Marches (chitarra e mandolino). In scena il 17 e 18 febbraio all’Alighieri
LUS di Nevio Spadoni ideazione, scena, regia di Ermanna Montanari e Marco Martinelli voce di Ermanna Montanari musica, contrabbasso, live electronics di Daniele Roccato Trent’anni fa, dalla voce-corpo di Ermanna Montanari, prendeva vita la Bêlda, protagonista del poemetto in romagnolo di Nevio Spadoni: Lus, luce. Quella che lei stessa invoca per sé e per il mondo, dal “buio” delle campagne ravennati. Insultata e messa ai margini di giorno, considerata una “strega”, Bêlda di notte riceve poveri e ricchi, tutti uguali di fronte al male del vivere, che a lei si rivolgono confidando nelle sue arti magiche. Un testo di straordinaria forza espressiva che riprende ora vita in una nuova edizione, con la sua lingua ruvida a cui danno voce Montanari e il contrabbasso di Roccato, facendosi carico delle tenebre del nostro tempo. In scena il 19 e il 20 febbraio al Rasi
Vorrei una voce di e con Tindaro Granata Un monologo costruito sulle canzoni di Mina cantate in playback, che suona come inno alla capacità di sognare e alla forza salvifica dell’immaginazione. L’autore e attore Tindaro Granata si ispira al percorso teatrale all’interno della Casa Circondariale di Messina con le detenute di alta sicurezza, intrecciando un sentimento personale e le storie di reclusione, dando vita a una riflessione sulla libertà, sul desiderio e sul bisogno di riscatto. In scena il 25 febbraio al Rasi Anche il 9 marzo alla Casa del Teatro di Faenza Ne parliamo nei “Consigli d’autore” a pagina 9
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La morte e la fanciulla di Ariel Dorfman traduzione di Alessandra Serra progetto di Elena Bucci e Marco Sgrosso regia di Elena Bucci Una notte sospesa tra mare e memoria, in una casa isolata dove il passato non smette di tornare. Elena Bucci e Marco Sgrosso si confrontano con La morte e la fanciulla dell’autore argentino Ariel Dorfman (1942), conducendoci in un paese che ha ottenuto la democrazia dopo un lungo periodo di dittatura. Paulina aspetta il marito Gerardo Escobar, brillante avvocato che ha appena ricevuto dal nuovo governo il prestigioso incarico di presiedere la commissione di indagine sui crimini della dittatura, ma non di perseguire i criminali. Gerardo porta con sé Roberto Miranda, un medico che lo ha soccorso per un guasto alla macchina e nel quale Paulina crede di riconoscere colui che la violentò quando fu imprigionata dai militari per estorcerle il nome di Gerardo. Si scontrano, passato e presente, vittime e carnefici, traditi e traditori, memoria e oblio. In scena il 27 e il 28 febbraio al Rasi
Fuori abbonamento
Due videoinstallazioni al Rasi Fuori abbonamento, la Stagione dei Teatri di Ravenna propone due videoinstallazioni al Rasi. La prima, il 22 novembre alle 19, è a cura di Giorgina Pi (vedi p. 32) e si intitola miasma (foto) ed è nata all’interno del progetto Lemnos (in scena il 23 gennaio al Rasi). Il titolo richiama la vicenda di Filottete, abbandonato a causa della sua ferita infetta e del presunto contagio che lo condanna all’esilio; ma “miasma” rimanda anche alla Grecia del Novecento, quando venne utilizzato per definire la presunta “contaminazione” ideologica del comunismo. First and second Clown (2 video da 11’, foto) invece, a cura di Operabianco (che in scena porta il giorno dopo lo spettacolo Trickster), nasce da improvvisazioni in primo piano con un insegnante di inglese Edward Lorence Nelson e un filosofo Enrico Piergiacomi a partire da Shakespeare. Phantasmata (11’) invece rielabora materiali coreografici di Jump! di Operabianco, girati durante la pandemia, quando il contatto fisico non era permesso. Infine The Playhouse (11’) parte da Buster Keaton e da un gioco di imitazioni e specchi. La data dell’evento è giovedì 11 marzo alle 21.
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Riccardo III
Trickster
di William Shakespeare riduzione e adattamento di Angela Dematté regia di Andrea Chiodi con Maria Paiato, Emanuele Arrigazzi, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanni Franzoni, Fabio Marchisio, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Giuseppina Turra, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo
OPERABIANCO concept, regia, luci, spazio di Vincenzo Schino coreografia di Marta Bichisao performer Luca Piomponi Un danzatore si divincola tra citazioni, con un focus su un’intera scena del film del 1921 The Playhouse, in cui Buster Keaton interpreta una scimmia che imita i clichés dell’umana borghesia. La danza è costruita attraverso un collage di materiali multiformi, la coreografia è nutrita dalla pittura sensuale e cinetica di Francis Bacon. In scena il 12 marzo al Rasi Ne parliamo anche a pagina 44
Le Baccanti Al centro del lavoro, una delle figure più complesse e perturbanti del teatro elisabettiano: Re Riccardo, l’usurpatore, il “genio del male”, incarnazione lucida e spietata del potere come strategia e destino. Il progetto nasce da una lettura condivisa del testo che mette in evidenza la tensione tra carisma e ferocia, deformità e volontà di dominio, rendendo Riccardo un personaggio insieme repellente e irresistibile, capace di attraversare la scena con una forza ancora profondamente contemporanea. In scena dal 4 al 7 marzo all’Alighieri
di Euripide traduzione di Edoardo Sanguineti regia, adattamento, scene, luci e costumi Terzopoulos
di Theodoros
Per la settima volta, il grande maestro greco Theodoros Terzopoulos si confronta con Le Baccanti di Euripide. Il dramma è interpretato attraverso uno sguardo contemporaneo, facendo di Dioniso non solo il simbolo dell’arte teatrale, ma anche l’archetipo del rifugiato. In scena dal 18 al 21 marzo al teatro Alighieri
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Uno spettacolo gigantesco drammaturgia di Alice Sinigaglia e Elena C. Patacchini regia di Alice Sinigaglia con Emma Bolcato, Lorena Nacchia, Giorgio Pesenti, Caterina Rosaia, Davide Sinigaglia Lo spettacolo èun viaggio psichedelico nell’universo dello scrittore francese François Rabelais, accompagnando il pubblico dentro la bocca dei grandi protagonisti delle sue opere, i giganti Gargantua e Pantagruele, dove ordine e disordine, bellezza e deformazione sono la stessa cosa. In scena il 24 marzo al Rasi Ne parliamo anche nei “consigli d’autore” a pagina 9
Damn! ideazione e regia Tea And con Tea And, Daniela Pascual Esparza e Daniel Bongioanni Un bicchiere d’acqua, una corrente invisibile e un viaggio a ritroso fino alle montagne dell’Alta Valle Seriana, dove l’energia viene creata nelle grandi dighe dell’idroelettrico. DAMN! è una performance site-responsive che mette in relazione il gesto minimo del consumo quotidiano con le infrastrutture e i paesaggi da cui l’energia proviene. Durante la performance viene assemblata una dinamo, dispositivo che diventa fulcro materiale e simbolico del lavoro. Al termine, la macchina viene donata a un collettivo locale impegnato in pratiche sociali e ambientali. In scena il 30 e il 31 marzo al Rasi
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MUSICA CLASSICA/1 Dal Barocco al Novecento con Emilia Romagna Concerti Torna a Ravenna “Capire la musica”, la rassegna curata da Emilia Romagna Concerti che accompagna il pubblico alla scoperta del repertorio classico attraverso interpreti affermati, giovani musicisti e programmi che spaziano dal Barocco al Novecento. Il calendario si apre martedì 1 dicembre nella Sala Corelli del Teatro Alighieri con il violinista Brando Medici e il pianista Daniele Lasta, impegnati in musiche di Beethoven, Vitali, Sarasate, Amy Beach e Paganini. Giovedì 10 dicembre, nella basilica di San Francesco, è in programma il tradizionale Concerto di Natale con la Young Musicians European Orchestra diretta da Matteo Parmeggiani, con il violinista Leone Pini solista e musiche di Bach, Paganini e Respighi. Il nuovo anno proseguirà con l’appuntamento del 16 febbraio alla Sala Corelli, dedicato ai musicisti del Conservatorio di Amsterdam, e con il concerto del 3 marzo al Teatro Alighieri, quando la Young Musicians European Orchestra accompagnerà il pianista Ramin Bahrami, nel doppio ruolo di solista e direttore, in un programma interamente dedicato ai concerti per tastiera di Bach. L’8 marzo, sempre alla Sala Corelli, la pianista Maria Perrotta sarà protagonista del concerto per la Festa della Donna, con pagine di Mendelssohn, Liszt e Clara Wieck, accanto a una composizione di Marco Di Bari a lei dedicata. Chiusura lunedì 22 marzo nella basilica di San Francesco con il Concerto di Pasqua: in programma il Requiem di Mozart, affidato al Muenchener Bach-Chor und Orchester e alla Young Musicians European Orchestra, sotto la direzione di Paolo Olmi.
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L’analfabeta Fanny & Alexander di Ágota Kristóf con Federica Fracassi regia, scene, luci e video di Luigi Noah De Angelis sound design Damiano Meacci traduzione e adattamento di Chiara Lagani
In una fabbrica di orologi svizzera, una donna lavora al suo banco. È Agota Kristof: esule, straniera, costretta a ricominciare da una lingua che non le appartiene. Mentre assembla gli ingranaggi, cerca, da “analfabeta, le parole per raccontarsi, tra fantasmi, ricordi d’infanzia, l’esperienza dello sradicamento, i personaggi delle sue storie. La compagnia Fanny & Alexander sceglie di raccontare la scrittrice, interpretata da Federica Fracassi, intrecciando autobiografia e invenzione: i personaggi dei suoi romanzi appaiono e scompaiono come frammenti di memoria, il passato e il presente si alternano, realtà e finzione si confondono. In scena l’8 e il 9 aprile aprile all’Alighieri
Perfetti sconosciuti regia di Paolo Genovese con Dino Abbrescia, Alice Bertini, Paolo Briguglia, Paolo Calabresi, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Valeria Solarino Paolo Genovese firma la sua prima regia teatrale portando in scena l’adattamento Perfetti sconosciuti, il suo film campione di incassi nel 2016. Una commedia brillante che, tra intrighi e non detti, dialoghi serrati e a tratti paradossali, racconta di amicizie, amori e tradimenti. Quattro coppie di amici a cena si ritroveranno a confronto con gli angoli oscuri della vita privata degli altri, scoprendosi tra loro dei “perfetti sconosciuti”.. In scena dal 22 al 25 aprile all’Alighieri La nostra intervista a Paolo Calabresi a pagina 13
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MUSICA CLASSICA/2 L’associazione Mariani presenta nove concerti nel segno di Beethoven Dalle musiche di Nicola Piovani (foto), premio Oscar per “La vita è bella”, ai capolavori di Beethoven, passando per il grande repertorio sinfonico, la musica da camera e la lirica. È un cartellone che intreccia interpreti affermati e giovani talenti quello di Ravenna Musica 2027, la stagione dell’Associazione Musicale Angelo Mariani. Nove appuntamenti in abbonamento, dal 27 gennaio al 5 maggio, tutti al Teatro Alighieri, ai quali si aggiunge il tradizionale Concerto di Pasqua. Il filo conduttore sarà il bicentenario della morte di Ludwig van Beethoven, scomparso nel 1827, al quale la rassegna rende omaggio attraverso diverse composizioni e interpreti. Un percorso che attraversa epoche e linguaggi, alternando orchestre, recital pianistici e formazioni cameristiche. Ad aprire la stagione, mercoledì 27 gennaio, sarà la Filarmonica Marchigiana diretta da Nicola Piovani, con il clarinettista Alessandro Carbonare. Lunedì 1 febbraio spazio al pianista Olaf John Laneri, con un programma dedicato a tre sonate di Beethoven. Il 24 febbraio la Filarmonica Arturo Toscanini, diretta da Sesto Quatrini con il pianista Giuseppe Albanese, proporrà musiche di Rachmaninov e Musorgskij. Il cartellone proseguirà il 1 marzo con il recital lirico del soprano Florentine Schumacher e del tenore Enrico Park, accompagnati al pianoforte da Davide Cavalli. L’11 marzo sarà la volta della ForlìMusica Orchestra, con Danilo Rossi alla viola e alla direzione, mentre il Concerto di Pasqua, fuori abbonamento, è previsto lunedì 22 marzo con l’oratorio “Cristo sul monte degli ulivi” di Beethoven, diretto da Nicola Valentini. Ad aprile sono in programma un concerto cameristico con musiche di Beethoven e Schubert, l’Orchestra La Corelli con il pianista Massimiliano Soriente e un trio formato da Andrea Manco, Gabriele Geminiani e André Gallo. Chiusura il 5 maggio con l’Orchestra da Camera di Perugia, il violinista Marco Rizzi ed Enrico Bronzi alla direzione. La stagione conferma l’impegno della Mariani nella diffusione della musica classica; fino al 20 dicembre proseguono inoltre i Concerti della domenica alla sala Corelli (info su angelomariani.org).
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OPERA LIRICA Death in Venice
Pagliacci dramma in un prologo e due atti libretto e musica Ruggero Leoncavallo con Irina Lungu, Gregory Kunde, Youngjun Park, Giuseppe Infantino, Nikolai Zemlianskikh direttore Hossein Pishkar regia Gabriele Lavia Orchestra Giovanile Luigi Cherubini Coro Lirico Veneto maestro del coro Alberto Pelosin Coro di voci bianche Ludus Vocalis maestra del coro Elisabetta Agostini allestimento Teatro Regio di Torino coproduzione Teatro Sociale di Rovigo, Teatro Verdi di Padova, Teatro Mario del Monaco di Treviso, Teatro Alighieri di Ravenna Con Pagliacci si porta in scena uno dei temi più antichi e insieme più moderni del teatro: il fragile confine tra finzione e realtà. La compagnia di girovaghi intende mettere in scena una commedia, ma ciò che accade sul palcoscenico si confonde tragicamente con amori, gelosia e desiderio. È proprio questa ambiguità a rendere Pagliacci ancora sorprendentemente attuale e l’allestimento creato da Gabriele Lavia per il Regio di Torino e ripreso in quest’occasione trasporta la vicenda nel secondo dopoguerra. Un contesto riconoscibile ma soffuso da una componente visionaria che richiama l’immaginario di Fellini: in questo paesaggio di macerie, il teatro appare come un effimero rifugio, ma anche come il luogo in cui ogni illusione è destinata a essere smascherata e dove la verità irrompe con violenza. In scena il 15 e il 17 gennaio all’Alighieri
(Morte a Venezia)
opera in due atti musica Benjamin Britten libretto Myfanwy Piper dalla novella di Thomas Mann con Toby Spence, Mark Le Brocq, Dominic Sedgwick, Danilo Pastore, Xin Zhang, Michael Temporal Darell, Serena Pulpito, Dario Battaglia, Chiara La Porta, Ilaria Molinari, Fabio Sabadini, Federica Cassetti, Chiara Torosani, Marcello Zinzani, Renato Cadel, Marco Tomasoni, Davide Cucchetti direttore Daniel Smith regia Rodula Gaitanou Orchestra I Pomeriggi Musicali Coro OperaLombardia maestro del coro Diego Maccagnola nuovo allestimento coproduzione Teatri di OperaLombardia, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Teatro Alighieri di Ravenna Venezia: non una città, ma uno stato d’animo. Così la ritrae la novella di Thomas Mann, che nella città lagunare fa arrivare, in cerca di ispirazione, lo scrittore Gustav von Aschenbach. Il suo sguardo è catturato dall’adolescente Tadzio; ben presto il rapimento della bellezza si intreccia indissolubilmente alla spirale di fragilità e decadenza di una città attraversata da un’epidemia senza nome. Se Britten, in quella che è stata la sua ultima opera, ha saputo mettere in musica lo sgretolarsi delle certezze di Aschenbach, questa nuova produzione traduce scenicamente la percezione e la sensibilità del protagonista, colto mentre si confronta con il desiderio quanto con la realtà del corpo in declino. In scena il 13 e il 14 febbraio all’Alighieri
Anteprime e iniziative collaterali
Da Donizetti al “Barbiere di Siviglia” per le scuole, passando da “Melo_Logic” Diverse le anteprime e gli appuntamenti collaterali della stagione d’opera. Mercoledì 16 dicembre, “Le convenienze ed inconvenienze teatrali”, farsa in un atto che Donizetti compose su libretto di Domenico Gilardoni, è una riflessione comica sul teatro d’opera che osserva se stesso e mette a nudo i propri meccanismi, gerarchie, capricci e vanità. Al centro del progetto, che include i teatri di Rimini e Modena accanto a Ravenna, c’è il Conservatorio Maderna - Lettimi di Cesena e Rimini con la sua Orchestra diretta dal ravennate Paolo Manetti; la regia è di Alfonso Antoniozzi e scene e costumi sono in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Martedì 22 e mercoledì 23 dicembre, un emozionante tributo a Lucio Dalla: “L’anno che verrà” è un’opera-pop ispirata alla sua musica, non un racconto della sua vita ma un affresco composto a partire dalle sue canzoni. Con libretto e drammaturgia di Emanuele Aldrovandi, lo spettacolo diretto da Manuel Renga vede impegnati il cantante Pierdavide Carone, l’Orchestra Città di Ferrara guidata da Roberto Molinelli (autore degli arrangiamenti), la MM Contemporary Dance Company su coreografie di Michele Merola, l’Accademia corale Vittore Veneziani e gli attori Marinella Manicardi e Gabriele Martini. Alcuni dei titoli in programma hanno suggerito prospettive diverse che rappresentano spettacoli a tutti gli effetti. È il caso
del fuori abbonamento “Melo_Logic” (14, 16, 17 gennaio), il format che La Corelli questa volta applica a “Pagliacci”, unendo musica, recitazione e interattività digitale per trasformare gli spettatori in detective chiamati a risolvere il giallo, con la compositrice Alicia Montorsi Galli alla guida dell’Ensemble La Corelli. Attorno a “Death in Venice”, Paolo Marzocchi e Guido Barbieri hanno concepito un percorso tra letteratura, musica e cinema: l’11 febbraio, l’incontro Prima dell’opera in Sala Corelli con il coinvolgimento della classe di musica applicata del Conservatorio di Ravenna sarà seguito dalla proiezione di “Morte a Venezia” di Visconti al Cinema Mariani. Un’ulteriore novità è rappresentata dagli appuntamenti pensati per le famiglie che affiancano le proposte dedicate alle scuole: arriva una nuova proposta per la fascia 3-6 anni con il progetto Opera Kids con “Gilda. Nel gioco del Duca” (24 gennaio), da Rigoletto, e torna Opera domani con “Il barbiere di Siviglia e la rosa incantata” (27, 28 aprile), da Rossini. Questi due titoli sono il perno del cartellone A scuola in Teatro, che si intreccia a quello della Stagione con recite dedicate e prove generali per gli studenti. Completa l’offerta formativa “Non dirmi che hai paura” (21 gennaio), tratto dal romanzo di Giuseppe Catozzella con la regia di Laura Ruocco, per portare alle scuole la storia emblematica dell’atleta olimpica Samia Yusuf Omar attraverso il linguaggio del musical.
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Ravenna Festival
La Trilogia d’Autunno per Mozart
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La Cenerentola dramma giocoso in due atti musica Gioachino Rossini libretto Jacopo Ferretti con Marco Ciaponi, Gianluca Failla, Carlo Lepore, Silvia Caliò, Ester Ferraro, Giuseppina Bridelli, Matteo D’Apolito direttore Giovanni Di Stefano regia e costumi Nicola Berloffa Orchestra Giovanile Luigi Cherubini Coro del Teatro Municipale di Piacenza maestro del coro Corrado Casati allestimento Fondazione Teatro Comunale di Modena coproduzione Teatro Municipale di Piacenza, Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro Galli di Rimini
C’è un anno nella vita di Wolfgang Amadeus Mozart che sembra contenere un’intera esistenza. È il 1791, l’ultimo: pochi mesi nei quali il compositore salisburghese riesce a dare forma ad alcune delle sue pagine più celebri, mentre la vita si avvia prematuramente alla conclusione. È attorno a questa stagione estrema, sospesa tra la vitalità della creazione e il mistero della morte, che Ravenna Festival costruisce la sua Trilogia d’Autunno 2026. Dal 13 al 17 novembre, il Teatro Alighieri diventa il luogo di un viaggio musicale e teatrale intitolato “Mozart 1791”, affidato alla direzione di Ottavio Dantone e alla regia e drammaturgia di Chiara Muti (foto). Ad aprire il trittico, venerdì 13 novembre, con replica lunedì 16, sarà La clemenza di Tito, opera composta in appena diciotto giorni per l’incoronazione di Leopoldo II a re di Boemia. In una partitura nata per celebrare il potere, Mozart mette in scena il conflitto tra ragione e passione, fedeltà e tradimento, vendetta e perdono. Una nuova produzione, con Chiara Muti alla regia e Ottavio Dantone alla guida dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e del Coro della Cattedrale di Siena Guido Chigi Saracini, diretto da Lorenzo Donati. Nel cast figurano Giovanni Sala, Mariangela Sicilia, Martina Licari, Arianna Vendittelli, Paola Gardina e Francesco Leone. Sabato 14 novembre, con replica martedì 17, sarà invece la volta de L’ultimo incanto, creazione originale che prende le mosse da Il flauto magico e dalle ultime composizioni mozartiane. Qui il teatro si fa racconto e la musica diventa la traccia attraverso cui ricostruire un mondo artistico e umano. Al centro della Trilogia, domenica 15 novembre, alle 17, si colloca il Requiem in re minore K 626, l’ultima, incompiuta partitura di Mozart, rimasta legata alla leggenda del committente misterioso e alla morte del suo autore. Una pagina nella quale la musica sacra si confronta con le domande più universali dell’esistenza, tra timore del giudizio, invocazione di misericordia e desiderio di pace. A interpretarla saranno l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e il Coro della Cattedrale di Siena Guido Chigi Saracini, ancora sotto la direzione di Dantone e la preparazione corale di Lorenzo Donati, con Silvia Frigato, Margherita Sala, Ilker Arcayürek e Francesco Leone come solisti.
La più celebre delle fiabe si fa commedia brillante: merito di Rossini, che ne La Cenerentola rinuncia alla magia a favore di una protagonista che grazie alle proprie qualità (e qualche coincidenza) conquista un posto nel mondo e il vero amore. La produzione ambienta le vicende in due set ottocenteschi ispirati all’estetica della meraviglia del Royal Pavilion di Brighton, ma osserva i personaggi quasi come figure uscite dalle pagine della Commedia umana di Balzac. Così restituisce all’opera il carattere di commedia borghese e storia di formazione. I vincitori? Le buone maniere, l’educazione e la ragion pura… senza rinunciare mai alla comicità che nasce dalla musica stessa. Dopo tutto in Rossini la leggerezza è una forma straordinaria e contagiosa di intelligenza. In scena il 2 e il 4 aprile all’Alighieri
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DANZA Il lago dei cigni
Unditled Black Rain Dogs - Grand Finale Ballet Junior de Genève Untitled Black coreografia Sharon Eyal & Gai Behar musica Ori Lichtik
Balletto dell’Opera di Tbilisi direttrice artistica Nina Ananiashvili musica Petr Ilic Cajkovskij libretto Vladimir Begichev e Vasil Heltzer coreografia Marius Petipa e Lev Ivanov versione coreografica e messa in scena Alexey Fadeechev Creatura sospesa tra mondo umano e animale, la ballerinacigno è una delle icone più potenti dell’immaginario occidentale. A rileggere la tragica storia d’amore tra il Principe Siegfried e Odette, trasformata in cigno da un maleficio, è in questo caso la compagnia guidata da oltre vent’anni da Nina Ananiashvili, che si riallaccia alla grande tradizione russa ma vi infonde una sensibilità nuova, fatta di freschezza narrativa, virtuosità tecnica e attenzione per la cultura georgiana. In scena dal 4 al 6 dicembre all’Alighieri
Rain Dogs coreografia, scene e costumi Johan Inger musica Tom Waits Grand Finale coreografia e musica Hofesh Shechter I coreografi più richiesti oggi, in un solo appuntamento: accade con il Ballet Junior de Genève, per la prima volta all’Alighieri. Untitled Black di Sharon Eyal e Gai Behar fonde virtuosismo fisico e carica emotiva, dinamiche organiche e movimenti dai toni futuristici. Rain Dogs di Johan Inger è sulle note dell’omonimo album di Tom Waits e si fa metafora del disorientamento e dell’incertezza. Grand Finale di Hofesh Shechter gioca sull’alternanza tra ombra e luce per un ritratto di un mondo in preda alle contraddizioni. In scena il 20 e il 21 febbraio all’Alighieri
A due passi dalla Basilica di San Vitale, il gusto di fermare il tempo. Via Gamba, 12 | Ravenna | Tel. 0544 215393
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Ceneri - An echo, a wave Reconciliatio - Solo Echo CCN/Aterballetto
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MUSICA Transmissions Festival, avanguardia nel segno di Teodorico
Ceneri regia e coreografia Marcos Morau musica Giovanna Marini “Le ceneri di Gramsci” An echo, a wave coreografia Philippe Kratz Reconciliatio coreografia Angelin Preljocaj musica Ludwig van Beethoven Solo Echo coreografia Crystal Pite musica Johannes Brahms Pasolini, il mare, l’Apocalisse, Brahms, l’inverno. Sono alcune delle ispirazioni della serata con CCN/Aterballetto, composta con quattro firme coreografiche d’eccezione. Morau prende le mosse da Le ceneri di Gramsci per contemplare la dissolvenza delle comunità. An echo a wave di Kratz è costruito sul moto naturale e ininterrotto delle onde. È un duetto anche Reconciliatio di Preljocaj, sviluppato sulla Sonata “Al chiaro di luna” di Beethoven e attraverso echi di “apocalisse”. Sono invece le sonate di Brahms per violoncello e pianoforte e la poesia Lines for Winter di Mark Strand a ispirare Solo Echo di Pite, che ci invita a riflettere su perdita e accettazione. In scena il 13 e il 14 marzo all’Alighieri
Dido and Aeneas I’ll do, I’ll do, I’ll do Le Sacre du Printemps Dewey Dell venerdì 16 aprile, alle 20.30 Dido and Aeneas sabato 17 aprile, alle 21 (nella Stagione dei Teatri / Ravenna Teatro) I’ll do, I’ll do, I’ll do domenica 18 aprile, ore 17 Le Sacre du Printemps (La Sagra della Primavera) L’occasione perfetta per scoprire una delle esperienze più originali della scena contemporanea italiana degli ultimi anni è il focus dedicato a Dewey Dell, collettivo composto da Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Vito Matera e dal musicista Demetrio Castellucci. In Dido and Aeneas il confronto con il capolavoro barocco di Purcell produce una riscrittura elettroacustica e le parole del libretto diventano echi evanescenti; completa la serata il dj set di Demetrio Castellucci. Se la performance I’ll do, I’ll do, I’ll do è un immaginifico e violento sabba, in Le Sacre du Printemps la musica originale di Stravinskij si arricchisce di un allestimento sorprendente, ispirato alle metamorfosi del mondo naturale, con la coreografia di Teodora Castellucci. In scena dal 16 al 18 aprile all’Alighieri e al Rasi
A 1.500 anni dalla morte di Teodorico, Transmissions Festival – l’appuntamento annuale dedicato alla ricerca musicale internazionale targato Bronson Produzioni – torna a Ravenna (tra teatro Rasi e altri luoghi) da giovedì 19 a sabato 21 novembre con una nuova edizione che parte dalla figura del celebre condottiero e sovrano per costruire architetture sonore fatte di incontri e collisioni tra culture, convivenze possibili e fragili, trasformazioni e memorie. Teodorico incarna infatti un’ibridazione culturale che parla al nostro presente – identità plurali, mediazione tra tradizioni diverse, la fragilità di ogni convivenza. L’edizione 2026 è il secondo capitolo di un ciclo tematico avviato lo scorso anno con Deserto Rosso, il capolavoro di Michelangelo Antonioni girato a Ravenna nel 1964. La lineup del festival vede tra i protagonisti il nuovo progetto di Radwan Ghazi Moumneh, fondatore di Jerusalem In My Heart e curatore con Martin Bisi della dodicesima edizione di Transmissions nel 2019, che insieme al polistrumentista di Oiseaux-Tempête, Frédéric D. Oberland, costruisce in Eternal Life No End un dialogo inedito tra tradizioni mediorientali e drone d’avanguardia europea; Igor Cavalera con un live solista interamente costruito dal vivo, alla ricerca di un suono ritualistico e di quell’elemento di pericolo che è antidoto alla prevedibilità; Kevin Richard Martin (aka The Bug), che presenta in Sub Zero una sorta di escavazione al rallentatore fatta di drug-tech, dub e ambient gelida; PHREN, dialogo tra Marta Salogni, Stefano Pilia (Zu, Massimo Volume, Afterhours) e l’illustratrice Sarah Mazzetti nato all’interno di Opale, progetto triennale di musica, disegno e narrazione curato da Maple Death e Canicola; Alina Kalancea, sound artist rumena di base in Emilia-Romagna, che porta a Ravenna i suoi paesaggi unici dark ambient e drone gotico, sospesi tra sintetizzatori e voce, rigore compositivo e istinto ritualistico; il compositore elettronico italiano Blak Saagan e l’illustratore e graphic novelist iraniano Majid Bita, che in Un Sequestro Lungo 10.000 Anni – altra opera realizzata all’interno del progetto Opale – danno vita a un mix eclettico di punk iraniano, beat mediorientali allucinati e industrial; l’artista sonora, compositrice e performer napoletana Sara Persico, che manovra abilmente droni, voci riverberate e tracce di musica sacra in Sphaîra, registrato nella cupola dell’Experimental Theatre,; Adriano Zanni, maestro del field recording, ospite anche quest’anno del festival per presentare l’ultimo album Post Dub Cities (foto), nel quale echi e riverberi dub costruiscono un beat essenziale e solenne, una meditazione in musica sul destino di ogni civiltà; Bruno Dorella, storico curatore di Transmissions, al Rasi con il suo Concerto per chitarra solitaria, viaggio sperimentale a sei corde in acque placide che diventa naufragio, eseguito in totale solitudine. Il programma del festival sarà arricchito da nuovi nomi in line-up e dal palinsesto di Transmissions Off, serie di contenuti speciali incentrati sul tema guida di quest’anno che comprenderanno proiezioni, mostre, incontri e djset.nziale sull’identità, ispirandosi al filosofo taoista Zhuang-zi.
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TEATRO SOCJALE
a Piangipane
James Compagnia Licia Lanera Quattro attrici di venti, quaranta, sessanta e ottant’anni, e un attore provano una commedia sull’immortalità. Da questa situazione prende forma James, ispirato alle riflessioni di Tadeusz Kantor, in cui Licia Lanera intreccia il mestiere del teatro con le domande sull’identità, sull’amore, sulla maternità e su ciò che ogni generazione lascia alla successiva. In scena il 14 novembre
Qui vivremo bene Luigi Vittoria Gli arresti e gli sgomberi avvenuti nel 2018 nel quartiere milanese del Giambellino sono il punto di partenza di uno spettacolo dedicato all’emergenza abitativa e alle difficoltà di accesso alla casa nelle grandi città. In scena il 13 dicembre
O.A.S.I. Menoventi/E, Alessandro Renda/Albe Alluvioni, ondate di calore e siccità sono fenomeni di un unico disegno, il cambiamento climatico. I Menoventi ci mostrano questo la Terra non come un semplice paesaggio, ma come la nostra unica casa. In scena dal 9 all’11 febbraio Anche a Faenza il 27 aprile alla Casa del Teatro Il nostro approfondimento a pagina 31
Partitura di stagioni Serena Abrami, Enrico Vitali, Giuseppe Frequenlucci Lo spettacolo intreccia musica e poesia per raccontare esistenze minacciate da guerre e violenze. Il progetto della cantautrice Serena Abrami e del chitarrista e compositore Enrico Vitali prende avvio dall’Iran e allarga lo sguardo ad altri paesi, facendo incontrare lingue e forme espressive diverse. In scena il 14 marzo alle 11
Ballata per la katër i radës Factory Compagnia Transadriatica
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Due bambini attraversano il mare in fuga dall’Albania del 1997, mentre cronaca e leggenda si intrecciano nel racconto del naufragio della Katër i Radës. In una storia che evoca Kuçedra, il mito del mostro acquatico e il desiderio di una terra sicura, le loro voci restituiscono un volto e un nome a chi il mare ha inghiottito. In scena il 4 aprile alle 11
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Musica al Socjale
Una stagione per omaggiare i pionieri come Miles Davis Per la prima volta nella storia del Teatro Socjale di Piangipane, la direzione artistica (Filippo Padovani) ha raccolto i dieci concerti attorno a un unico fil rouge. Partendo dal capolavoro jazz “Miles Ahead” di Miles Davis, di cui quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita, tutti i protagonisti di questo cartellone sono stati o sono tutt’ora “miglia avanti” rispetto agli altri. Il Teatro Socjale celebra quest’anno chi ha avuto il coraggio di guardare oltre l’orizzonte. Si comincia il 30 ottobre con “Bianco, rock e Verdone”, passioni, incontri e memorie musicali di Carlo Verdone con Enzo Gentile e musica dal vivo con gli Helter Shelter. Il 6 novembre Federico Mecozzi è autore di “Traiettorie Impercettibili”, un viaggio attraverso la musica di Franco Battiato. Il 13 novembre è invece la volta di “2026 /1269 Skiantos -Omaggio a Freak Antoni e Dandy Bestia” (foto), mentre il 20 novembre sarà protagonista il Fabio Nobile Quartet con lo Special guest Fabrizio Bosso. Ancora jazz il 22 novembre con “100 Miles for Miles Davis, an original centenary tribute to Miles Davis”, con Jason Miles che è tastierista, compositore, produttore e arrangiatore e ha trascorso oltre 50 anni da pioniere. Il 27 novembre sarà la volta di Abigail Lapell, pluripremiata ai Canadian Folk Music Awards. Il 28 novembre sale sul palco l’incontro artistico tra il Cristian CC Quartet e Phil Palmer. Dicembre si apre, l’11, con Filippo Graziani e le sue “Stanze acustiche” , il 18 dicembre va invece in scena Bandakadabra, mentre la prima parte del programma si chiude l’8 gennaio con il Vito Bassi Quartet featuring Simone Zanchini.
Solo con spettri
Materiali di pregio emozioni da abitare. Da oltre 50 anni, qualità e arredi su misura.
Zoe Francia Lamattina Lo spettacolo è una serie di di soli con molti corpi in scena. Gli spettri sono corpi meno visibili e più agenti che toccano e disturbano una figura protagonista, interrompono e intervengono nell’azione scenica principale, appaiono e spariscono senza che sia propriamente possibile individuarli e contarli. In scena il 29 aprile alle 19
Barrani Corps Citoyen Questa performance-concerto di Corps Citoyen, collettivo artistico attivo tra Tunisi e Milano, esplora l’esperienza della migrazione e il senso di estraneità che può accompagnarla. In arabo tunisino, “barrani” indica lo straniero. Il punto di partenza è la “doppia assenza” descritta dal sociologo Abdelmalek Sayad, la distanza dalla terra d’origine e la difficoltà di sentirsi pienamente parte del paese d’arrivo. In scena il 29 aprile alle 21
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COMICO ALL’ALIGHIERI Fuori di tela
Benvenuti in casa Esposito
di e con Filippo Caccamo produzione Talia Media Produzioni
regia di Alessandro Siani con Giovanni Esposito e Nunzia Schiano
Fuori di tela è uno spettacolo completamente nuovo, un colpo di teatro, firmato Filippo Caccamo, che torna in scena con un progetto originale, inedito e naturalmente comico. Con la sua inconfondibile ironia Caccamo costruisce un vero e proprio universo scenico dove, partendo dall’arte, si riflette senza accorgersene, e si viene trascinati da un ritmo serrato fatto di gag fulminanti, dialoghi esilaranti, situazioni surreali, musiche originali, personaggi e scenografie sorprendenti. Uno spettacolo che alterna momenti di comicità pura a squarci più intimi, senza mai perdere la leggerezza e la sincerità che da sempre contraddistinguono l’artista reso noto con i suoi racconti video della vita quotidiana a scuola. Con pochi oggetti di scena è stato infatti capace di raccontarci la vita di un consiglio di classe, di un colloquio con i genitori o del rientro in sala insegnanti svelandoci anche il lato della scuola che nessuno vede. In scena il 26 gennaio
Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Pino Imperatore, ecco la commedia che ha per protagonista un imbranato ossessionato dal desiderio di diventare delinquente; è un insieme di dialoghi irresistibili, colpi di scena e messaggi di valore etico sugli aspetti più ridicoli della criminalità, rispolverando la grande tradizione comica napoletana, tra risate e riflessioni. In scena il 23 febbraio Anche a Bagnacavallo il 24 e 25 febbraio
Volevo essere io di Valeria Graci e Francesca Zanni con Francesca Graci regia di Francesca Zanni
Volevo essere io non è solo un titolo: è una confessione, un desiderio, un atto di resistenza contro il dover essere “giuste”, “brave”, “adatte” a tutti i costi. Con ironia e fuori dai luoghi comuni, Valeria Graci plana con leggerezza sulle sue esperienze personali lanciando un messaggio di empowerment che incoraggi tutti a trovare la versione migliore di sé stessi. In scena il 16 marzo Anche il 23 aprile al Teatro San Giuseppe di Faenza
La Tradizione nel Futuro
In tutti i sensi di e con Maria Pia Timo
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Un monologo in cui l’attrice, tra curiosità, certezze e assurdità, si inoltra in un’analisi di tatto, gusto, olfatto, vista e udito, esplorando come fin da bambini i nostri sensi delineano un mondo che diventa tutto e solo nostro, sempre soggettivo. In scena il 12 aprile Anche a Cervia il 21 gennaio, a Reda il 14 novembre, a Bagnacavallo il 4 e 5 dicembre, a Faenza il 22 gennaio
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RAGAZZI AL SOCJALE E AL RASI Eh-Oh, in marcia per la pace! IAC Centro Arti Integrate Adatto a un pubblico dai 5 ai 10 anni, un teatro d’attore non verbale, sul dramma dell’infanzia travolta dalla guerra. In scena il 6 novembre al Rasi alle 17
C’era una volta l’Africa Teatro del Drago/Famiglia d’Arte Monticelli Teatro d’attore e video animazione per raccontare la storia di un bambino sempre affamato, nato in un villaggio della Guinea. Tra panorami, suoni e due lingue, Bakary narra il viaggio che lo porta a lasciare la propria terra, custodendone la memoria. In scena il 29 novembre al Socjale alle 16
Arcipelago Teatro Telaio Un’installazione immersiva che coinvolge il pubblico, dai 5 ai 12 anni, in un’esperienza multisensoriale tra realtà e finzione. In scena il 24 gennaio alle 16 al Socjale
La Bottega di Mangiafuoco Drammatico Vegetale Installazione-spettacolo da attraversare tra memoria, gioco e immaginazione. Un progetto che si ispira ai Teatrini di Carta della collezione di Gastone Schieraggi e che è un omaggio a Collodi. Dai 3 ai 10 anni In scena il 13 febbraio alle 11 e il 14 febbraio alle 16.30 al Mar
Nel dettaglio
Mare e Meraviglia per un pubblico di piccolissimi Doppio appuntamento per la primissima infanzia al teatro Rasi. Domenica 18 aprile alle 11 la compagnia Elsinor porta “Meraviglia!”, adatto a un pubblico da 1 a 4 anni. Teatro d’attore e oggetti per un’immersione nella magia della realtà, dove fenomeni fisici e piccoli misteri del mondo diventano occasioni di conoscenza e meraviglia. Martedì 11 maggio alle 17 la compagnia teatrale Petra propone lo spettacolo “Onde” adatto a bambini dai 2 ai 5 anni. Uno spettacolo con voci e strumenti dal vivo per raccontare l’incontro di una bambina con il mare.
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A pesca di emozioni Eccentrici Dadarò Clownerie e pantomima per raccontare una giornata di pesca in un mondo dove le emozioni vivono dentro palloncini colorati. In scena il 28 febbraio alle 16 al Rasi
Quattro volte Andersen Drammatico Vegetale Le fiabe del grande autore danese prendono vita in una scatola che diventa un piccolo teatro. Adatto a bambini dai 3 agli 8 anni. In scena il 14 marzo alle 17 al Rasi
Luna e Zenzero Teatro Giovani Teatro Pirata Teatro d’attore e figura per una storia adattta fino agli 8 anni che intreccia avventura e scoperta di sé. In scena l’11 aprile alle 16 al Socjale
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La novità
La lettura integrale (a puntate) del capolavoro di Collodi Grande novità di questa stagione dei Piccoli è la lettura integrale del capolavoro per l’infanzia pubblicato a fine Ottocento e divenuto un grande classico ormai internazionale, più volte tradotto, interpretato, manipolato, riscritto, illustrato da un po’ tutti i linguaggi artistici (nella foto la magnifica opera di Lorenzo Mattotti). Parliamo naturalmente di Pinocchio di Carlo Collodi, di cui si celebra quest’anno il bicentenario dalla nascita, che sarà letto dall’attore delle Albe Roberto Magnani, ovviamente a puntate. Consigliata a un pubblico dagli 8 anni, la lettura sarà suddivisa in appunt amenti domenicali di 40 minuti l’uno a cominciare da domenica 15 novembre, al Ridotto del teatro Rasi. Il secondo appuntamento sarà poi domenica 13 dicembre, a seguire il 17 gennaio, il 7 e il 21 febbraio e infine il 7 e il 21 marzo, sempre alle 18.30. Un’occasione davvero preziosa, con posti limitati per cui è consigliato l’acquisto dei biglietti in prevendita.
Il paese dove non si muore mai DËKK BU KËNN DULL DËWEE Alessandro Argnani/Albe, Teatro Caverna, Ker Theatre Mandiaye N’Diaye
Teatro d’attore con danze e musica dal vivo per l’incontro tra l’opera di Calvino e il Senegal da cui nasce una fiaba contemporanea afro-italiana per grandi e piccoli, che accompagna in un divertente e malinconico viaggio tra morte e desiderio di eternità. In scena il 18 aprile alle 11 al Socjale
Flowers
Drammatico Vegetale, Teatro all’Improvviso Il dialogo tra una danzatrice e un pittore trasforma ogni gesto in un segno che si genera e svanisce per raccontare la natura. In scena il 16 maggio alle 17 al Rasi
CREMAZIONE ANIMALI DOMESTICI Ci occupiamo di tutto presso il NOSTRO impianto di Ravenna senza appoggiarci ad operatori esterni. Avrai così la certezza di lasciare il tuo amico a 4 zampe in buone mani e di ricevere soltanto le sue ceneri. Ci trovi a RAVENNA in via Luigi Masotti 14 e a CESENA in Corso Cavour 27. Tel. 339 6782440 e 366 4522190 www.littleheavenravenna.it
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RAGAZZI ALL’ALMAGIÀ Tubi Sosta Palmizi/Dadodans Spettacolo di danza adatto a un pubblico dai 4 anni. Uno spettacolo visivo e musicale sul divertimento, la sfida, il conforto e l’essere presenti l’uno per l’altro, dove le due danzatrici in scena costruiranno il loro mondo con tubi di cartone In scena il 18 ottobre alle 17.30
Il Mago di Oz Teatro Bertolt Brecht con Sara Petrone, Chiara Laudani, Maurizio Stammati Pupazzi di Ada Mirabassi regia di Maurizio Stammati Liberamente ispirato al romanzo di Frank Baum, pubblicato nel 1900, lo spettacolo ripercorre le tappe del fantastico viaggio di Dorothy, la bambina annoiata del Kansas. Spettacolo di teatro d’attore e pupazzi per bambini a partire dai 5 anni. In scena il 22 novembre alle 17.30
Pinocchio Teatro del Drago con Mariasole Brusa, Roberta Colombo, Andrea Monticelli, Gianluca Palma, Enea Pignatta regia di Andrea Monticelli Spettacolo “cult” della compagnia che fonde immagini, musica e animazione. La scenografia e i pupazzi sono ispirati alle immagini di Alain Letort. La trama, con i noti personaggi di Collodi, si sviluppa per “quadri e scene” surreali. Spettacolo musicale di teatro d’attore e pupazzi per bambini a partire dai 4 anni. In scena il 29 novembre alle 17.30
Il Pifferaio magico Fiaba musicale in 5 quadri per flauto e colori Teatro dei Colori con Valentina Ciaccia, Elisa Cardoso, Giorgio Volpe, Niccolò Bove Liberamente tratta dal celebre racconto dei Fratelli Grimm, uno spettacolo dal ritmo giocoso, dove il racconto scandisce in una semplice sequenza di quadri il movimento delle immagini e dei corpi degli animatori in scena. La musica si fa personaggio, nella costruzione di una figura danzante, una marionetta Futurista, un mobile Fool, che porterà la gioia del colore, e del caos della vita e dell’arte, a trionfare sulle stringenti leggi di una città in bianco e nero. Spettacolo di teatro d’attore e teatro su nero per bambini a partire dai 3 anni. In scena il 17 gennaio alle 17.30
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Feste all’Almagià
Ecomostri e burattini della tradizione per Halloween, la Befana e Carnevale
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Casa romantica Catalyst di David Bianchi e Riccardo Rombi con David Bianchi Uno spettacolo teatrale che intreccia clownerie, mimo e musica. Protagonista è Roman, un Clown pescatore ubriacone che, sorpreso da una tempesta, naufraga su un’isola di plastica dove ogni oggetto riprende una nuova vita. Roman si troverà a riciclare tutto quello che trova in modo originale e divertente. Moderna versione di un Robinson Crusoe è uno spettacolo di teatro d’attore, clownerie e magia per bambini a partire dai 3 anni. In scena il 21 febbraio alle 17.30
Di fili e di fole All’InCirco Teatro di e con Gianluca Palma
Come sempre la stagione delle Arti della Marionetta non è solo una rassegna di spettacoli, ma anche il luogo dove trascorrere le ricorrenze più divertenti sempre all’insegna del teatro, ma anche di laboratori creativi e vere e proprie feste. Il primo appuntamento è ovviamente per il 31 ottobre con Halloween: dalle 16.30 iniziano i laboratori a tema, mentre alle 17.30 va in scena “Ecomoster Banchetto con delitto” di All’InCirco Teatro/Teatro del Drago (Digger), spettacolo di e con Mariasole Brusa e Gianluca Palma. Un vero e proprio spettacolo fantascientifico di teatro di marionette robotiche e clown per bambini a partire dai 4 anni. Mercoledì 6 gennaio, sempre dalle 16.30 , si festeggia la Befana con laboratori a tema e poi alle 17.30 lo spettacolo “Due burattini e un bebé” di e con Vladimiro Strinati per la regia di Danilo Conti . La commedia prende spunto dalle versioni cinematografiche di “Tre uomini e una culla” e vuole essere un omaggio a quella comicità meccanica e di movimento, fatta di gomitate e sberle tanto cara alla slapstick comedy. Spettacolo di burattini della tradizione emiliano-romagnola per bambini a partire dai 4 anni. A seguire grande festa aspettando l’arrivo della Befana. Infine, non poteva mancare l’appuntamento del Carnevale, sabato 6 febbraio, sempre dalle ore 16.30. Lo spettacolo sarà “Il rapimento del Principe Carlo” del Teatro del Drago, ispirato ad un vecchio canovaccio della metà del XIX secolo appartenente alla collezione Monticelli. Spettacolo di burattini della tradizione emiliano-romagnola per bambini a partire dai 3 anni. A seguire giochi e festa danzante.
Il Bagatto è un grande inventore o un ciarlatano? Le storie che racconta gli sono successe davvero, o sono nient’altro che memorie storte e sogni rattoppati? E le marionette, sue inseparabili compagne di viaggio, sono vere o esistono solo grazie ai fili sottili della fantasia? Non importa, perché la magia non è né nel miracolo e né nel trucco, ma nell’occhio di chi decide di vederla. Spettacolo di marionette ispirato alla figura del giullare per bambini a partire dai 4 anni. In scena il 7 marzo alle 17.30
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Il giardino di Rigoletto Teatro in Trambusto di e con Francesca Zoccarato Regia di Dadde Visconti Mitzi, un’elegante clown in gonnella, conduce il pubblico in un mondo di fantasie retrò, di manie surreali e di sogni reali. Un omaggio all’Avanspettacolo e al mondo del Cabaret degli anni ’30. Spettacolo di marionette a filo, clownerie e magia per bambini a partire dai 3 anni. In scena l’1 marzo alle 17.30
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CARTELLONE FAENZA
Teatro San Giuseppe, Teatro Sarti, Casa del Teatro, Teatro Veritas
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Inizio spettacoli ore 21
PROSA Gin Game
Le Fuggitive
di Donald L. Coburn regia di Gianpiero Francese con Pamela Villoresi e Giuseppe Pambieri produzione Operaprima, Accademia Perduta/Romagna Teatri
di Palmade e Duthuron regia di Stefano Artissunch con Paola Quattrini e Gaia De Laurentis produzione Synergie Teatrali
Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1978, Gin Game affronta il senso di solitudine di due anziani ospiti nella stessa casa di riposo, Weller e Fonsia. Entrambi senza amici, Weller si offre di insegnare alla donna a giocare a Gin. Ed è l’inizio di un rapporto tra competizione e ricordi. In scena il 7 e l’8 novembre al Teatro San Giuseppe
Le fuggitive di Pierre Palmade e Christophe Duthuron racconta la storia di due donne, Margot e Claudia, che si incontrano in una situazione curiosa: entrambe cercano di “fuggire” dalle loro vite ma per motivi diversi. L’incontro dà vita a una commedia che racconta la nascita di un’amicizia. In scena il 20 e 21 marzo al Teatro San Giuseppe
La Tigre
L’uomo, la bestia e la virtù
di Ramon Madaula (versione italiana di Pino Tierno) regia di Alessandro Benvenuti con Alessandro Benvenuti e Marina Massironi
di Luigi Pirandello adattamento e regia Roberto Valerio con Vanessa Gravina, Max Malatesta, Nicola Riganese, Beatrice Fedi, Massimo Grigò, Franca Penone, Lorenzo Prestipino, Mario Valiani produzione Teatri di Pistoia
La Tigre, ovvero il confronto tra una donna di sostanza e un uomo di fumo. Un confronto tra il “pratico” e “l’ideale”. Lui vorrebbe essere un guru. Lei è una fotografa professionista. Lui parla di come rendere meravigliosa la vita degli altri. Lei cerca di catturare la realtà della vita, fotografando gli altri. La Tigre del titolo (ci informa l’autore) “è la paura che tutti abbiamo e che, impossibile da nascondere, va solo accettata e gestita come meglio si può”. In scena il 20 e 21 gennaio al Teatro San Giuseppe
Il cotto e il crudo sceneggiatura, regia e interpretazione di Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo Lo spettacolo propone una coppia storica della comicità pugliese che coglie l’occasione per mettere in scena il rapporto che da oltre tre decenni li vede insieme sul palco. “Il cotto e il crudo” sembra infatti una rappresentazione non strutturata, ma nata al momento; appare come la conversazione di due amici alla su tematiche comuni e condivise. L’obiettivo Uno spettacolo per chi ama l’improvvisazione ed è in cerca di svago. In scena il 27 e 28 febbraio al Teatro San Giuseppe
Forse è il testo più anomalo di Pirandello: grottesco, onirico, folle. Una commedia divertente, piena di situazioni comiche, dove però l’apparente semplicità del classico triangolo amoroso (marito, moglie, amante) cela tematiche forti, quali l’ipocrisia e il perbenismo, che ci parlano ancora oggi. In scena il 5 e 6 aprile al Teatro San Giuseppe
Contrazioni pericolose scritto e diretto da Gabriele Pignotta con Rocio Munoz Morales, Giorgio Lupano, Gabriele Pignotta produzione ArtistiAssociati Centro di Produzione Una commedia che si svolge nel reparto di ginecologia dove una donna ha le contrazioni e sta per partorire. La situazione è concitata: un ostetrico cerca di tranquillizzarla, ma soprattutto cerca di tranquillizzare l’uomo che la accompagna: il marito? No. Il fratello? No. Il compagno? Non proprio. In scena il 18 e 19 maggio al Teatro San Giuseppe
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CARTELLONE FAENZA
PERCORSI Un modesto discutibile genio qualunque
Se non posso ballare… non è la mia rivoluzione
di e con Francesco Tesei “il mentalista” produzione Marangoni spettacolo
ispirato a Il catalogo delle donne valorose di Serena Dandini drammaturgia e regia di Serena Sinigaglia scrittura scenica di Lella Costa e Gabriele Scotti con Lella Costa
Tesei appare in grado di scoprire bugie e verità, leggere nella mente e condizionare i pensieri, sfiorando in maniera provocatoria temi universali: quanto comunichiamo senza accorgerci di farlo? Quanto siamo liberi nelle nostre scelte? Cosa ci lega agli altri? Ma la vera domanda è un’altra. Cosa c’è di reale in tutto questo? Tra spettacolo e illusione, un appuntamento, quello con il “mentalista” che continua a sorprendere. In scena il 29 gennaio al Teatro San Giuseppe
In scena donne intraprendenti, controcorrente, spesso perseguitate, a volte incomprese, che hanno lottato per raggiungere traguardi che sembravano inarrivabili, se non addirittura impensabili. Donne valorose che seppure hanno segnato la storia, contribuendo all’evoluzione dell’umanità, per uno strano sortilegio raramente vengono ricordate, con difficoltà appaiono nei libri di storia e tanto meno sono riconosciute come maestre e pioniere. In scena il 6 marzo al Teatro San Giuseppe
L’EVENTO Cristicchi in Duomo sulle “Tracce di Francesco”
Io, Charles Omaggio a Bukowski testi di Sonia Antinori regia di Alessio Pizzech con Marco Bocci, Pia Lanciotti Lo spettacolo è un affondo teatrale nel magma di Donne, romanzo fiume di Charles Bukowski, senza trama ma guidato dall’ossessione erotica, il delirio alcolico, la necessità vitale di naufragare. In scena prende corpo un affresco umano disperato e grottesco, popolato da relazioni esasperate, donne libere e indomabili, e un protagonista – Henry Chinaski – che si muove tra cinismo e fragilità, brutalità e disarmo. La drammaturgia costruisce un doppio racconto: da un lato il caos pulsionale, la sessualità come campo di battaglia e sopravvivenza, la violenza reciproca che genera e consuma; dall’altro una tensione metafisica verso l’assoluto, l’amore come forza demoniaca, ineluttabile, che brucia tutto ciò che incontra. In scena il 18 aprile al Teatro San Giuseppe
Alfabeto delle emozioni Lunedì 8 febbraio, alle 21, la stagione del Masini prevede un evento speciale. Nel Duomo di Faenza, ci sarà uno spettacolo di Simone Cristicchi dal titolo “Sulle tracce di Francesco” realizzato in occasione delle celebrazioni dell’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi. Sarà un evento a ingresso gratuito fino a esaurimento posti. Un viaggio di ricerca, spirituale e umana, per capire San Francesco d’Assisi, il “Santo di tutti”, un personaggio rivoluzionario, capace di scelte estremiste, innamorato della vita, che vedeva sacralità e bellezza in ogni volto, ogni persona, ogni animale. Riflessioni ad alta intensità emotiva di un percorso sfociato nello spettacolo Franciscus, il folle che parlava agli uccelli, rappresentato con enorme successo di critica e pubblico in tutta Italia.
di e con Stefano Massini produzione Savà Produzioni Noi siamo quello che proviamo. E raccontarci agli altri significa raccontare le nostre emozioni. Ma come farlo, in un momento che sembra confondere tutto con tutto, perdendo i confini fra gli stati d’animo? In un immaginario alfabeto in cui ogni lettera è un’emozione (P come Paura, F come Felicità, M come Malinconia…), Massini trascina il pubblico in un susseguirsi di torie e di esempi irresistibili, con l’obiettivo unico di chiamare per nome ciò che ci muove da dentro. In scena il 25 maggio al Teatro San Giuseppe Il nostro approfondimento su Stefano Massini a pagina 34
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Musica
Note (e numeri) tra il Sarti e il Mic con l’Emilia Romagna Festival
La XV edizione di ERF&TeatroMasiniMusica torna a Faenza da ottobre a marzo con sette appuntamenti che troveranno sede sul territorio, come la stagione teatrale, data la temporanea chiusura del Masini. Si comincia giovedì 29 ottobre (ore 21) al Teatro Cinema Sarti con Richard Galliano, impegnato nel recital “Passion Galliano”. Il secondo appuntamento è per lunedì 21 dicembre, sempre al Teatro Cinema Sarti e sempre alle 21 con il New York City Gospel Choir e lo spettacolo “The Spirit of Gospel Christmas: Seasons of Love”. Diretto da Mark Anthony Henry l’ensemble è formato dalle migliori voci della scena newyorchese. Domenica 10 gennaio (ore 15.30), la rassegna si sposta al Museo Internazionale delle Ceramiche per il primo appuntamento pomeridiano: in scena il pianista Nicolas Giacomelli con il recital “Variare, Trasformare, Improvvisare”. Il programma intreccia tre capolavori per pianoforte di Schumann, Fauré e Gershwin. Ancora al Mic alle 15.30, il 24 gennaio va in scena “La cantabilità del violoncello”. Protagonisti il violoncellista Vito Paternoster e il pianista Pierluigi Camicia, impegnati in un percorso che esplora tutte le sfumature liriche ed espressive del violoncello da Mendelssohn, Beethoven e Wagner fino Mariano Paternoster e brani dello stesso Vito Paternoster, tra cui l’omaggio a Nino Rota. Stessa ora e luogo il 7 febbraio con il Quartetto di Genova con un report tra Mozart e Beethoven e anche il 21 febbraio per un’anteprima assoluta: la presentazione della Opera Omnia per Quartetto con chitarra di Niccolò Paganini. A portarla in scena è l’ensemble Progetto Paganini. A chiudere la stagione lunedì 15 marzo alle 21 si torna al Teatro Cinema Sarti per uno spettacolo che incrocia matematica e musica. Protagonisti della serata sono Piergiorgio Odifreddi, matematico e divulgatore, e Ramin Bahrami (nella foto), pianista tra i maggiori specialisti al mondo della musica di Bach e Massimo Mercelli, flautista di straordinaria versatilità. Lo spettacolo esplora la profonda e complessa connessione tra la rigida struttura matematica e l’armonia musicale nell’opera di Johann Sebastian Bach. Attraverso il formato del concerto-racconto, Odifreddi illustrerà come le composizioni del maestro tedesco siano costruite su regole geometriche, simmetrie e calcoli numerici, mentre Bahrami e Mercelli tradurranno queste spiegazioni in musica eseguendo i brani dal vivo. Un modo originale per comprendere cosa renda unici i capolavori di Bach, scoprendo la logica che sostiene ogni singola nota. Informazioni: www.emiliaromagnafestival.it - tel. 0542 25747.
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CONTEMPORANEO Dialoghi con mia madre di Santiago Carlos Oves con Laura Curino e Francesco Gargiulo regia di Beppe Rosso co-produzione Accademia Perduta Il testo affronta con profondità, leggerezza e ironia, il rapporto tra figli e genitori nel delicato momento in cui si pone l’esigenza del dove “mettere” una persona anziana non più autosufficiente. In scena il 30 novembre alla Casa del Teatro Anche a Cervia il 27 ottobre e a Bagnacavallo il 28 ottobre
Processo a Elena di e con Paola Fresa regia di Emiliano Bronzino
Elena, la donna più bella del mondo. Di lei viene ricostruita la biografia, quella concatenazione di eventi che ha portato il personaggio a essere quello che è, oltre a quello che di lei hanno detto in tanti, in troppi. Tutti coloro che di Elena hanno provato a dare una lettura, un’interpretazione, un giudizio che si è tradotto nell’attribuzione di una colpa o di una grazia. In scena il 23 gennaio alla Casa del Teatro
L’EVENTO La “tenerezza del serpente” della regista faentina Samantha Casella
L’ombra perduta di Peter Schlemihl di e con Marco Baliani regia di Maria Maglietta produzione Casa degli Alfieri, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Tib Teatro La vicenda di Peter Schlemihl, ispirata al racconto di Adelbert von Chamisso Storia meravigliosa di Peter Schlemihl, è una di quelle esistenze che si dipanano nella fatica del vivere come fossero sempre sospese, in attesa di una qualche rivelazione che però tarda a manifestarsi. La storia di Peter parla di quel passaggio aspro e difficile che dalla giovinezza porta all’età adulta, quando la speranza di futuro si scontra con la grettezza del presente. In scena il 23 febbraio alla Casa del Teatro Anche a Bagnacavallo il 14 novembre e a Ravenna il 10 e 11 dicembre
Vorrei una voce di e con Tindaro Granata Scritto e interpretato da Tindaro Granata, Vorrei una voce è uno spettacolo in forma di monologo costruito attraverso le canzoni di Mina cantate in playback, fortemente ispirato dal lungo percorso teatrale che l’autore e attore siciliano ha realizzato al teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina con le detenute di alta sicurezza, nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare. Il fulcro della drammaturgia è il sogno: perdere la capacità di sognare significa far morire una parte di sé. Vorrei una voce è dedicato a coloro i quali hanno perso la capacità di farlo. In scena il 9 marzo alla Casa del Teatro Anche il 25 febbraio al teatro Rasi di Ravenna Ne parliano nei consigli d’autore di pagina 9
O.A.S.I. compagnia Menoventi ideazione Consuelo Battiston e Gianni Farina in collaborazione con Alessandro Renda con Consuelo Battiston e Alessandro Renda testo, regia e luce di Gianni Farina
In data ancora da definirsi, il Ridotto del Teatro Masini ospiterà la proiezione del lungometraggio La tenerezza del serpente della pluripremiata regista faentina Samantha Casella, che ne è anche interprete con Bruno Bilotta, Francesca Rettondini, Laura Trotter, Gina Rose Pieri, Vanessa Marini, Barbara Bovoli, Angela Tuccia, Vincenzo Amoruso, Roberto Rizzoni, Rossella Ambrosini, Massimiliano Nocco. La colonna sonora del film è firmata da Kim e Kathryn Kluge, già compositori per il film Silence di Martin Scorsese. Il film è stato presentato all’83° edizione del Festival del Cinema di Venezia.
Abitiamo un’oasi che riusciamo a percepire solo quando alza la voce, o quando abbassiamo la nostra. Quest’oasi è la pellicola di aria, acqua e suolo in cui si intreccia tutta la vita che conosciamo. E un’oasi, si sa, può essere un miraggio. Il riscaldamento del pianeta è troppo vasto per entrare in una sola immagine. Si presenta sempre a frammenti e sfugge alle semplificazioni. Oasi tenta di tracciarne il profilo disponendo alcuni pezzi uno accanto all’altro, cercando di metterli in relazione e di farli interagire. In scena il 27 aprile alla Casa del Teatro Anche dal 9 all’11 febbraio al Socjale di Piangipane Il nostro approfondimento a pagina 31
CARTELLONE FAENZA
L’altra stagione
Per il terzo anno, il “Teatro di pace” dei Due Mondi
«Per il terzo anno consecutivo abbiamo scelto di chiamare ancora la nostra stagione “Un teatro di pace”. Avremmo voluto che questo titolo fosse diventato meno necessario. È accaduto il contrario». Con queste parole il Teatro Due Mondi introduce la nuova stagione di spettacoli, come sempre alla Casa del Teatro di Faenza che quest’anno, data la chiusura del teatro Masini, ospiterà anche una parte della stagione organizzata da Accademia Perduta che potete consultare nel cartellone di queste pagine. Quella invece “tradizionale” dello spazio di via Oberdan prende il via il 6 novembre alle 21 con la prima nazionale di uno spettacolo proprio dei Due Mondi intitolato Il Bunker (in scena fino all’8 novembre. Lo spettacolo racconta una parte della prigionia di Elio Materassi, deportato in Germania dopo l’8 settembre del 1943, argomento al centro anche di una tavola rotonda il 7 novembre su teatro e storia. Il 27 novembre sarà invece di scena il Teatro delle Temperie con Il circo capovolto: due storie parallele ma strettamente intrecciate, quella di Branko e quella di suo nonno Nap’apò, due generazioni di rom in questa Europa in cui le etnie nomadi hanno vissuto e vivono ancora vite separate, vite “a parte”. L’8 gennaio sarà la volta di Antonietta Fusco con A Titina. Vita nell’Arte di una attrice napoletana, uno spettacolo dedicato a una figura rivoluzionaria, una controtendenza, uno spirito libero che ha cercato la forza della propria auto-affermazione nel fare e non nell’apparire. Il 22 gennaio Muchas Gracias Teatro porta in scena Lei Lear, descritto come «spettacolo cacofonico, un volo ribelle su alcuni elementi della narrativa di Re Lear, all’interno di una cornice beckettiana». Il 5 marzo Cicconi/Vono portano il titolo vincitore del Premio Scenario Adolescenza 2024, Tinta, una favola nera, che racconta la storia di una ragazza di sedici anni, del suo viaggio dal Sud al Nord e poi di nuovo al Sud. Non mancheranno poi i tradizionali appuntamenti della domenica alle 16 dedicati alle famiglie. Il 20 dicembre si comincia con la compagnia Natiscalzi DT con Cosa hai in testa?, vincitore di Premio Scenario Infanzia 2024. Il 17 gennaio invece si terrà la prima nazionale dei “padroni di casa”, il Teatro Due Mondi, con lo spettacolo Animali da favola. Infine, il 7 febbraio il Teatro Giovani Teatro Pirata con Legami.
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COMICO In tutti i sensi
CARTELLONE FAENZA
La novità
A Reda cinque date tra comico, contemporaneo e teatro per famiglie
di e con Maria Pia Timo Un monologo in cui l’attrice, tra curiosità, certezze e assurdità, si inoltra in un’analisi di tatto, gusto, olfatto, vista e udito, esplorando come fin da bambini i nostri sensi delineano un mondo che diventa tutto e solo nostro, sempre soggettivo. In scena il 22 gennaio al Teatro San Giuseppe Anche a Cervia il 21 gennaio, a Reda il 14 novembre, a Bagnacavallo il 4 e 5 dicembre, il 12 aprile a Ravenna
L’altezza delle lasagne di Francesco Freyrie e Andrea Zalone con Vito regia di Daniele Sala - produzione Cronopios Con la comicità che lo contraddistingue, Vito prende di mira tutte le manie e gli eccessi che oggi connotano l’argomento: dalla scelta delle materie prime ai ristoranti, passando per le allergie, intolleranze, diete e mode alimentari. La morale? Resta sempre la stessa: l’amore. Cucinare con amore, per chi si ama (compresi se stessi), amando l’ambiente che ci circonda, senza sprechi né eccessi. In scena il 19 febbraio al Teatro San Giuseppe e a Reda il 19 dicembre La nostra intervista a pagina 19
Del nostro peggio / meglio! San Costanzo Show di Goffrey Bartolomeo, Daniele Santinelli, Massimo Pagnoni, Giovanni Giacomini regia di Oscar Genovese Il San Costanzo Show racchiude in un unico grande spettacolo i suoi migliori successi. Un vero e proprio turbinio di gag irresistibili, battute fulminee, balli scatenati, quiz improbabili e personaggi surreali (più o meno famosi), il tutto intrecciato con esilaranti racconti sulla storia della TV e del cinema. In scena il 12 marzo al Teatro San Giuseppe
Volevo essere io di Valeria Graci e Francesca Zanni con Francesca Graci regia di Francesca Zanni Volevo essere io non è solo un titolo: è una confessione, un desiderio, un atto di resistenza contro il dover essere “giuste”, “brave”, “adatte” a tutti i costi. Con ironia e fuori dai luoghi comuni, Valeria Graci plana con leggerezza sulle sue esperienze personali lanciando un messaggio di empowerment che incoraggi tutti a trovare la versione migliore di sé stessi. In scena il 23 aprile al Teatro San Giuseppe Anche il 16 marzo a Ravenna
Novità della stagione 2026/2027 a Faenza, complice anche la chiusura del teatro Masini per lavori, è l’avvio di una piccola ma significativa rassegna che avrà luogo al Teatro Veritas di Reda, tra comico, teatro per ragazzi e contemporaneo. Si comincia con Maria Pia Timo e il suo “In tutti i sensi”, il 14 novembre alle 21, un nuovo monologo comico che spazia tra spunti medicoscientifici e pratico-organolettici alla ricerca dei nostri sensi. Tatto, gusto, olfatto, vista e udito, fin da bambini, ci portano a una scoperta del mondo che è tutta nostra, sempre soggettiva. Ogni senso si può affinare con l’esercizio, ma si può pure perdere con l’età. Il senso di libertà è il sesto senso? Il 21 novembre alle 21 sarà di scena lo Studio Dioz con “Ombrelloni. Riviera blues” (nella foto), un testo di Iacopo Gardelli interpretato da Lorenzo Carpinelli con musiche di Giacomo Toschi. Un racconto della vita in spiaggia in Romagna, in quegli stabilimenti balneari che diventano grandi condomini costruiti sulla sabbia. Sotto gli ombrelloni si forma una comunità di inquilini temporanei. Il Bagno Kursaal – fittizio stabilimento per famiglie che ha attraversato immutato gli ultimi trent’anni di storia italiana – diventa la lente d’ingrandimento per raccontare le illusioni e le ossessioni di un Paese, il nostro. Il 29 novembre, alle 16, primo appuntamento per le famiglie con la compagnia Il Baule volante e il suo spettacolo “Nico cerca un amico” di Liliana Letterese, tratto da Nico cerca un amico di Matthias Hoppe, uno spettacolo che è una riflessione sull’amicizia e sulla diversità proposta in un linguaggio semplice e poetico fatto di teatro d’attore e pupazzi animati a vista. Anche martedì 8 dicembre, alle 16, il sipario si alza per le famiglie con “La gallinella rossa” di Tcp Tanti Cosi Progetti, testo e regia Danilo Conti e Antonella Piroli, con Danilo Conti: spettacolo di teatro d’attore, pupazzi, oggetti musicali. Si chiude di nuovo con il comico, il 19 dicembre alle 21 con Vito e il suo “L’altezza delle lasagne” di Francesco Freyrie e Andrea Zalone, regia di Daniele Sala. Uno spettacolo il cui fil rouge è il mondo della cucina con tutte le sue mistificazioni, ossessioni e derive.
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RAGAZZI Magma. Un’avventura claustrocomica Compagnia del Buco di e con Luca Macca e Simone Vaccari Due clown esploratori stanno scavando un tunnel per cercare un qualcosa di indefinibile, ma rimangono bloccati. Tra luci che si spengono, strani rumori e tesori ritrovati, il pubblico, abitante sottoterra, forse potrebbe aiutarli a salvarsi. Uno spettacolo di clownerie e circo contemporaneo In scena il 13 dicembre alle 11 al Teatro Sarti
Valentina vuole Progetto g.g. di e con Consuelo Ghiretti e Francesca Grisenti Questa è la storia di una bambina. Che è anche una principessa. Lei ha tutto. Ma è sempre arrabbiata e urla, urla sempre, perché tutto vuole, sempre di più. Forse le manca qualcosa. Ma cosa non sa. E i grandi? Sembrano non capire. Una favola di desideri e sogni raccontata attraverso Teatro di figura, narrazione e oggetti. In scena il 17 gennaio alle 11 al Teatro Sarti La nostra intervista a Progetto g.g. a pagina 38
Le avventure di Pulcino Teatro Giovani Teatro Pirata testo e regia di Francesco Mattioni, Diego Pasquinelli, Silvano Fiordelmondo con Lucia Palozzi, Carmela Di Marte musiche originali Simone Guerro, Nicola Paccagnani La storia racconta le avventure di un pulcino di stoffa che prende vita e va in cerca di una mamma tra scoperte, avventure ed incontri, fino all’epilogo finale dove finalmente troverà affetto e serenità tra le braccia di Gelsomina, un’aggiustacose un po’ bambina e un po’ “barbona”. Teatro di narrazione con pupazzi. In scena il 21 febbraio alle 11 al Teatro Sarti
Hansel e Gretel Il baule volante di Roberto Anglisani e Liliana Letterese Una fiaba classica e antichissima che parla di paure, sfide, pericoli, riscatto e che qui viene raccontata con gli strumenti della parola e del movimento. In scena il 14 marzo alle 11 al Teatro Sarti
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CARTELLONE BAGNACAVALLO
Teatro Goldoni
piazza della Libertà 18 tel. 0545 64330 Inizio spettacoli ore 21
PROSA Le ultime lune
Ispettore in casa Birling
con Alessandro Haber
di John Boyton Priestley regia di Piero Maccarinelli con Ettore Bassi, Galatea Ranzi e Stefano Santospago
Un testo intenso, poetico e struggente che indaga con lucidità i legami familiari e l’ineluttabilità del tempo che passa. In scena il 24 e il 25 ottobre
La misteriosa scomparsa di W di Stefano Benni regia e interpretazione di Ambra Angiolini Un “soliloquio di gruppo” tragicomico, buffo e amaro, in cui una donna emarginata combatte contro l’omologazione sociale e la solitudine alla ricerca della propria identità. In scena il 6 e 7 novembre
In tutti i sensi di e con Maria Pia Timo Un monologo in cui l’attrice, tra curiosità, certezze e assurdità, si inoltra in un’analisi di tatto, gusto, olfatto, vista e udito, esplorando come fin da bambini i nostri sensi delineano un mondo che diventa tutto e solo nostro, sempre soggettivo. In scena il 4 e 5 dicembre Anche a Cervia il 21 gennaio, a Faenza il 22 gennaio, a Reda il 14 novembre, a Ravenna il 12 aprile
L’inconveniente di Juan Carlos Rubio regia di Luca Manfredi con Milena Vukotic e Giulia Fiume Dopo il debutto al festival di Borgo Varezzi nell’estate 2026, partirà dal Goldoni, la tournée di questa nuova produzione di Accademia Perduta e Società per Attori, una commedia contemporanea che unisce humour, cinismo, tenerezza e disincanto per raccontare un incontro inatteso: quello tra Sara, giovane donna rigorosa e razionale, e Carmen, anziana dal carattere ribelle e imprevedibile e con una malattia che incombe. In scena il 16 e 17 gennaio La nostra intervista a Milena Vukotic a pagina 22
Prima Nazionale, per una commedia/thriller ambientata nell’Inghilterra del 1912, in una sera in cui la famiglia Birling festeggia il fidanzamento della figlia. Tra abiti eleganti e vini d’annata, tutto fila liscio fino a quando bussano alla porta: un ispettore di polizia deve fare delle domande…. In scena il 6 e 7 febbraio
Benvenuti in casa Esposito regia di Alessandro Siani con Giovanni Esposito e Nunzia Schiano
Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Pino Imperatore, ecco la commedia che ha per protagonista un imbranato ossessionato dal desiderio di diventare delinquente; è un insieme di dialoghi irresistibili, colpi di scena e messaggi di valore etico sugli aspetti più ridicoli della criminalità, rispolverando la grande tradizione comica napoletana, tra risate e riflessioni. In scena il 24 e 25 febbraio Anche il 23 febbraio a Ravenna
Orlando, La commedia testo e regia di Giuseppe Dipasquale con Viola Graziosi, Arturo Cirillo, David Coco Liberamente ispirato al romanzo di Virginia Woolf, la commedia racconta la vicenda di Orlando, giovane e melanconico cortigiano dell’epoca di Elisabetta I, nel corso di quasi quattro secoli non solo si troverà a vivere diverse vite, in varie e suggestive epoche storiche che vanno dal XVII al XX secolo, ma anche a cambiare sesso, diventando così una donna. Una storia che parla di trasformazione. Attraverso una metamorfosi a vista, lo spettacolo fonde estetica elisabettiana e urgenza contemporanea in un atto visivo potente. In scena il 23 e 24 marzo
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CONTEMPORANEO Dialoghi con mia madre
Nuda Preghiera
di Santiago Carlos Oves con Laura Curino e Francesco Gargiulo regia di Beppe Rosso co-produzione Accademia Perduta
di Emilio Rentocchini con Angela Malfitano e Paolo Musio regia di Michelangelo Campanale
Il testo affronta con profondità, leggerezza e ironia, il rapporto tra figli e genitori nel delicato momento in cui si pone l’esigenza del dove “mettere” una persona anziana non più autosufficiente. In scena il 28 ottobre Anche a Cervia il 27 ottobre e a Faenza il 30 novembre
L’ombra perduta di Peter Schlemihl con Marco Baliani regia di Maria Maglietta Vera e propria anteprima per il Goldoni, la pièce parla del passaggio, aspro, difficile, che dalla giovinezza porta all’età adulta, quando la speranza di futuro si scontra la spietata grettezza del presente. In scena il 14 novembre Anche a Ravenna il 10 e l’11 dicembre e a Faenza il 23 febbraio
Un testo sull’amore, sulla memoria, sulla difficoltà di “dire” la vita. Le due “figure” in dialogo sul palco affrontano il nucleo più fragile dell’esperienza umana: il legame con l’altro, le ferite, il desiderio di dare forma a ciò che sfugge. In scena il 28 gennaio
Il racconto di Chimera di Santiago Carlos Oves con Lucilla Giagnoni regia di Beppe Rosso co-produzione Accademia Perduta Tratto da La chimera di Sebastiano Vassalli, in cui si racconterà la tragica vita della strega di Zardino. Allestito e in prova proprio al Teatro Goldoni, sarà presentato in “Anteprima” . In scena il 12 febbraio
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L’ultima domenica di agosto scritto e diretto da Fulvio Pepe con Ilaria Falini, Denis Fasolo, Gianluca Gobbi, Riccardo Livermore, Federica Sandrini, Beatrice Schiros, Leone Tarchiani, Paolo Li Volsi, Debora Zuin
CARTELLONE BAGNACAVALLO
MUSICA La rassegna di classica e barocca compie dieci anni Accademia Bizantina (foto) diretta da Ottavio Dantone organizza la decima edizione di “Libera la musica”, al teatro Goldoni di Bagnacavallo, rassegna nata con l’obiettivo di avvicinare un pubblico ampio e trasversale alla musica barocca e classica. Dopo gli appuntamenti del 16 settembre e del 17 ottobre, la rassegna propone mercoledì 16 dicembre la stessa Accademia Bizantina nel “Concerto per la Notte Santa”, con musiche di Corelli, Valentini e Schiassi. Nel 2027 il Quartetto Alla Maniera Italiana sarà protagonista sabato 27 marzo di “Presumed Beethoven”, con musiche di Beethoven e Mozart. Mercoledì 21 aprile torneranno infine le prove aperte di Accademia Bizantina con “Baroque Anatomy #1”, dedicato a musiche di Bach, Vivaldi e Fasch. Per informazioni: www.accademiabizantina.it
Tratto da La potenza delle tenebre di Lev Tolstoj, lo spettacolo sposta l’ambientazione negli anni ’50, tra Emilia-Romagna e Veneto, e racconta la storia di una donna disposta a tutto per un amore impossibile. In scena il 13 marzo Anche a Cervia il 14 e 15 marzo
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Nel video la festa dei 40 anni
CARTELLONE BAGNCAVALLO
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RAGAZZI Streghe
Re tutto cancella
progetto g.g. di e con Consuelo Ghiretti e Francesca Grisenti musiche Claudio Poldo Parrino
Teatro perdavvero di e con Marco Cantori
Uno spettacolo liberamente ispirato all’opera letteraria di R. Dahl che attraverso il teatro di narrazione e quello di figura guarda all’impossibile, ed esplora alcune tematiche fondamentali dell’infanzia (vedi p. 50-51) . In scena il 13 dicembre La nostra intervista a Progetto g.g. a pagina 38
Il tenace soldatino di stagno Il baule volante di Roberto Anglisani e Liliana Letterese Lo spettacolo rappresenta un percorso, articolato su tre racconti, sul tema della diversità. Si tratta di un argomento complesso ed attuale, affrontato attraverso storie che possano mostrarlo sotto molteplici aspetti. Ma soprattutto che possano appassionare e coinvolgere, commuovere e divertire attraverso le tecniche del teatro d’attore e di narrazione. In scena il 10 gennaio
In questo spettacolo realtà e fantasia si fondono insieme, per dare vita ad una favola che conduce gli spettatori attraverso l’universo delle lettere, dei numeri, delle figure e delle note attraverso un mix di teatro d’attore, teatro fisico e body percussion, video e ombre. . In scena il 24 gennaio Anche a Cervia il 28 novembre
Il principe Ranocchio Centro teatrale da ponte regia e drammaturgia e musiche Edoardo Fainello Il tema principale dello spettacolo è quello dell’amicizia, che si sviluppa tra la principessa e il servitore Grissino, andando oltre qualunque differenza sociale. Inoltre in tutto lo spettacolo ci si concentra sulla geografia dell’Italia. Altro tema è quello dell’apparenza che, come i bambini scopriranno, inganna sempre. Raccontato con teatro d’attore e canzoni dal vivo. In scena il 14 febbraio
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CARTELLONE CERVIA
Teatro Walter Chiari
via XX Settembre 125 tel. 0544 975166 Inizio spettacoli ore 21
PROSA Indovina chi viene a cena?
Le serve
regia di Guglielmo Ferro con Cesare Bocci e Vittoria Belvedere
di Jean Genet regia di Guglielmo Ferro con Fioretta Mari, Nadia De Luca, Francesca Ferro
Una commedia brillante, il cui tema, assai noto grazie all’omonimo film di successo, è quello di un matrimonio misto nell’America di fine anni ’60; un tema ancora oggi attualissimo in una società sempre più multietnica. In scena il 10 e 11 novembre
Letizia va alla guerra con Agnese Fallongo e Tiziano Caputo Un racconto tragicomico, di tenerezza e verità, con al centro tre donne del popolo, irrimediabilmente travolte dalla guerra nel loro quotidiano, che si ritroveranno a sconvolgere le proprie vite e a compiere, in nome dell’amore, piccoli grandi atti di coraggio. In scena l’1 e il 2 dicembre
Gli innamorati di Carlo Goldoni adattamento e regia di Roberto Valerio con Claudio Casadio, Loredana Giordano, Valentina Carli, Leone Tarchiani co-produzione Accademia Perduta/Romagna Teatri
Un dramma che esplora il conflitto di classe, l’alienazione e la ricerca di identità. In scena il 3 e 4 febbraio
L’ultima domenica di agosto scritto e diretto da Fulvio Pepe con Ilaria Falini, Denis Fasolo, Gianluca Gobbi, Riccardo Livermore, Federica Sandrini, Beatrice Schiros, Leone Tarchiani, Paolo Li Volsi, Debora Zuin Tratto da La potenza delle tenebre di Lev Tolstoj, lo spettacolo sposta l’ambientazione negli anni ’50, tra Emilia-Romagna e Veneto, e racconta la storia di una donna disposta a tutto per un amore impossibile. In scena il 14 e 15 marzo Anche a Bagnacavallo il 13 marzo
I promessi sposi Lo spettacolo, già vincitore del Premio Nazionale Enriquez 2026 per la regia, inizierà a Cervia la propria tournée italiana. Gli Innamorati racconta una storia d’amore universale, sfaccettata e attualissima, i cui protagonisti sono più vicini alla nostra contemporaneità di quanto si possa pensare. Un amore dietro al quale si celano contraddizioni e tensioni, così come contraddittori sono i personaggi, alcuni caratterizzati da personalità razionali e “borghesi”, altri più istintivi e impulsivi, contrapposti nei loro atteggiamenti e nel loro modo di affrontare la vita. In scena, insieme ai nomi più noti, anche numerosi giovani attori. In scena il 5 e 6 gennaio
di Alessandro Manzoni adattamento e regia Giuseppe Argirò con Giuseppe Pambieri, Paolo Triestino, Ruben Rigillo produzione Teatro della Città La difficoltà nel trasporre teatralmente I Promessi Sposi non consiste nel passaggio dalla narrativa al teatro, peraltro aiutato dalla scrittura dell’autore, bensì nel mantenere intatta la vita poetica che pervade ogni pagina del romanzo. Lo spettacolo cerca di ridurre questa distanza, trasformando la struttura diegetica in dettato epico. In scena il 10 e 11 aprile
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CARTELLONE CERVIA
CONTEMPORANEO Tape
Dialoghi con mia madre
La registrazione
di Santiago Carlos Oves con Laura Curino e Francesco Gargiulo regia di Beppe Rosso co-produzione Accademia Perduta Il testo affronta con profondità, leggerezza e ironia, il rapporto tra figli e genitori nel delicato momento in cui si pone l’esigenza del dove “mettere” una persona anziana non più autosufficiente. In scena il 27 ottobre Anche a Bagnacavallo il 28 ottobre e a Faenza il 30 novembre
di Stehpen Belber con Tommaso Armadio, Camilla Pistorello, Umberto Terruso regia di Bruno Fornasari produzione Teatro Filodrammatici Milano
Emma B. Vedova Giocasta di Alberto Savinio con Marco Sgrosso Il monologo è il racconto di una madre in attesa del figlio che sta per tornare a casa dopo una lunga assenza e verso il quale nutre un attaccamento morboso. Un assolo potente e disturbante, che scava nel profondo della psiche di un genitore. In scena il 12 gennaio
Un testo teso e incalzante di Stephen Belber che scava nei meccanismi della memoria, nel bisogno di verità e nella violenza sotterranea dei rapporti affettivi. In scena il 7 aprile
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COMICO Fricassea
In tutti i sensi
di e con Alessandro Ciacci
di e con Maria Pia Timo Un monologo in cui l’attrice, tra curiosità, certezze e assurdità, si inoltra in un’analisi di tatto, gusto, olfatto, vista e udito, esplorando come fin da bambini i nostri sensi delineano un mondo che diventa tutto e solo nostro, sempre soggettivo. In scena il 21 gennaio Anche a Bagnacavallo il 4 e 5 dicembre, a Faenza il 22 gennaio, a Reda il 14 novembre, a Ravenna il 12 aprile
AlgoRitmo. Lui e l’AI di Raffaello Tullo e Andrea Delfino regia Marco Rampoldi Si tratta di un mix originale e raffinato di umorismo intelligente, virtuosismo linguistico ed energia debordante, in cui alto e basso si fondono con equilibrio irresistibile trascinando il pubblico in un garbuglio comico dove sketch e monologhi si alternano con ritmo serrato. In scena il 10 dicembre
Lo spettacolo invita il pubblico a riflettere, ridendo, su rischi e benefici dell’intelligenza artificiale, affrontando temi come il progresso, l’identità, la solitudine, il potere umanizzante della musica e quella polvere che troppo spesso lasciamo si depositi sui sogni. In scena il 12 febbraio
RAGAZZI Re tutto cancella Ovvero come nacquero le parole di e con Marco Cantori video e suoni Diego Gavioli musiche Marco Cantori e Diego Gavioli produzione Accademia Perduta/Romagna Teatri
La gallinella rossa testo e regia Danilo Conti e Antonella Piroli con Danilo Conti produzione Accademia Perduta/Romagna Teatri
In questo spettacolo realtà e fantasia si fondono insieme, per dare vita ad una favola che conduce gli spettatori attraverso l’universo delle lettere, dei numeri, delle figure e delle note. Teatro d’attore, teatro fisico e body percussion, video e ombre. In scena il 28 novembre Anche a Bagnacavallo il 24 gennaio
Pinocchio
Vita e imprese di un burattino scritto, diretto e interpretato da Francesca Grisenti e con Davide Zilli (pianoforte e canzoni) produzione Accademia Perduta/Romagna Teatri Pinocchio è un’icona universale, che si riscopre ad ogni lettura. Un capolavoro mondiale della letteratura per ragazzi qui riletto e interpretato con le tecniche del teatro d’attore e di figura con musiche e canzoni dal vivo... In scena il 12 dicembre La nostra intervista a Progetto g.g. a pagina 38
La gallinella rossa affronta argomenti quali la condivisione, la collaborazione, l’amicizia, la tenacia, l’anticonformismo, l’etica del lavoro, l’iniziativa personale. Lo spettacolo di teatro d’attore, pupazzi e oggetti musicali, narra il rapporto degli animali della fattoria con la gallinella che li sprona ad agire, e che, nonostante la loro indolenza e indifferenza, infine, li ritroverà uniti perché compresa la trasformazione a cui hanno assistito, sapranno mettere a frutto in modo collettivo l’esperienza che hanno vissuto. In scena il 16 gennaio
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CARTELLONE RUSSI
Teatro Comunale
via Cavour 10 tel. 0544 587690
Inizio spettacoli ore 20.45
PROSA Predatori di pianura
Misurare il salto delle rane
di e con Andrea Pennacchi regia di Gabriele Vacis
di Carrozzeria Orfeo regia di Cabriele di Luca e Massimiliano Setti con Elsa Bossi, Marina Occhionero e Chiara Stoppa
Tratto liberamente da Bilora di Ruzante, celebre commedia in un atto scritta in dialetto pavano tra il 1526 e il 1528 dal drammaturgo padovano Angelo Beolco, detto appunto il Ruzante, lo spettacolo intreccia tragicommedia e attualità per mostrare come le passioni e i vizi umani restino immutati nel tempo. In scena il 20 novembre
Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo e Franca Rame con Luca Guenzi regia di Giorgio Gallione In scena un nuovo allestimento che raccoglie e rinnova l’eredità di uno dei testi che hanno fatto la storia del teatro italiano. In scena il 5 dicembre La nostra intervista a Lodo Guenzi a pagina 26
Il viale del tramonto di Muta Imago con Iaia Forte, Giovanni Onorato, Massimo Verdastro regia di Claudio produzione Muta Imago
Premio della Critica A.N.C.T. 2025 come miglior spettacolo, una dark comedy che esplora il femminile e le sue complessità in un piccolo borgo di pescatori negli anni ‘90. In scena il 9 gennaio
Il cappotto di Nikolaj Gogol’ traduzione, adattamento, regia e interpretazione di Fausto Russi Alesi Un’intensa riflessione metaforica sulla solitudine, l’emarginazione e il bisogno di dignità attraverso le vicende del sarto e umile impiegato di Pietroburgo. In scena il 20 gennaio
Il commissario Montalbano tratto da Andrea Camilleri con Vincenzo Perrotta, Marianella Barilli e Alessandra Mortelliti Per la prima volta l’universo di uno dei personaggi più amati della scena letteraria italiana, già diventato iconico anche grazie a una serie tv di enorme successo, approda a teatro. Ma in questa versione teatrale non c’è la trasposizione o l’adattamento di un singolo episodio, ma un mosaico di racconti e di atmosfere da quella Sicilia barocca che tanti hanno imparato ad amare proprio grazie a Salvo Montalbano e all’indimeticato maestro del giallo mediterraneo. In scena il 4 febbraio
Asteroide di e con Marco D’Agostin La compagnia guidata dalla regista Claudia Sorace e dal drammaturgo e sound designer Riccardo Fazi dà vita a un suggestivo gioco di specchi ispirato al celebre film di Billy Wilder, mettendo a confronto il presente con i fantasmi e i sogni del passato teatrale. In scena il 18 dicembre
Spettacolo di danza contemporanea che si propone come una creazione originale in grado di intrecciare conferenza scientifica, memoria, corpi e musical per riflettere sulla persistenza della vita e dell’arte dopo la fine. In scena il 26 febbraio Ne parliamo nei “consigli d’autore” di pagina 9
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CARTELLONE RUSSI
Giovanna dei disoccupati Un apocrifo brechtiano di e con Natalino Balasso regia di Andrea Collavino
Ceneri alle ceneri di Harold Pinter regia e intepretazione di Elena Bucci e Marco Sgrosso
In un mondo dominato da algoritmi, multinazionali e sistemi economici sempre più difficili da comprendere, prende forma una rilettura contemporanea dell’universo di Bertolt Brecht. Uno spettacolo che alterna comicità e inquietudine e interroga il rapporto tra potere, coscienza individuale e comunità. In scena il 10 marzo
MUSICA
Il prologo con la concertistica Come abitudine, a fare da sorta di prologo alla stagione di prosa, il teatro comunale di Russi propone una piccola rassegna di concerti. Martedì 13 ottobre il primo appuntamento è stato con il folklore del Gruppo Ocarinistico Budriese. Si prosegue mercoledì 28 ottobre con “Musica Maestro!”, concerto di Toscanini Academy Ensemble, diretto da Massimo Ferraguti, un viaggio sonoro attraverso alcune delle pagine più celebri della musica sinfonica, operistica e popolare. La musica torna mercoledì 11 novembre con “My Way”, concerto affidato alla Toscanini Academy Big Band, diretta da Beppe Di Benedetto, con Alan Scaffardi come voce solista. Una serata dedicata allo swing, al jazz e alla grande canzone internazionale.
Dopo l’allestimento de L’amante, i due artisti della compagnia russiana Le Belle Bandiere tornano alla scrittura di Pinter, alla sua capacità di incrinare l’apparente tranquillità delle relazioni e delle convenzioni attraverso dialoghi ambigui, silenzi e prospettive continuamente ribaltate. Una storia in cui il non detto diventa potente quanto la parola e in cui il passato, rimosso o negato, torna a interrogare il presente. In scena il 19 aprile
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CARTELLONE LUGO
Teatro Rossini
piazzale Cavour 17 tel. 0545 299542 Inizio spettacoli ore 20.30 Repliche domenicali alle 16
PROSA Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard con Francesco Pannofino, Francesco Acquaroli, Paolo Sassanelli Regia Alberto Rizzi
Tre variazioni della vita di Yasmina Reza Regia Luigi Saravo con Ugo Dighero, Marangeles Torres, Alberto Giusta, Laura Mazzi
In questo nuovo allestimento, l’umorismo inglese di Stoppard si fonde con la Commedia dell’Arte per dare vita a una commedia esistenziale e filosofica che ne esalta comicità e potenza emotiva. Il testo rilegge Amleto attraverso lo sguardo spaesato e grottesco di due personaggi secondari – Rosencrantz e Guildenstern – che colgono della tragedia solo i tratti più farseschi e surreali. Un “Amleto dal buco della serratura”, che fa del backstage la scena principale.. In scena dal 12 al 15 novembre
Erano tutti miei figli di Arthur Miller Regia e interpretazione di Elio De Capitani Teatro dell’Elfo Primo grande successo di Arthur Miller, scritto nel 1947 e ambientato nell’America post-bellica. Per De Capitani è un ritorno al teatro di questo grande autore americano, a dodici anni da Morte di un commesso viaggiatore ed è un’occasione per indagare il rapporto conflittuale tra genitori e figli e la responsabilità morale dell’individuo a confronto con la storia, in un’opera in cui il dramma sociale e quello psicologico coincidono. In scena dall’11 al 13 dicembre Anche a Ravenna dal 28 al 31 gennaio
People, Places & Things di Duncan Macmillan regia di Pierfrancesco Favino con Anna Ferzetti, Betti Pedrazzi, Thomas Trabacchi, Totò Onnis, Luca Massaro, Maria Giulia Toscano, Giorgio Stefani Sofia Capo, Gabriele Badaglialacqua, Marta Virginia Morgavi Favino firma la regia dell’adattamento italiano di “People, Places & Things” (Cose, Posti e Persone), il pluripremiato testo teatrale dell’autore britannico Duncan Macmillan Al centro della storia c’è Emma, un’attrice di talento, ma anche una donna che ha perso il controllo. Vive protetta dagli scudi della finzione teatrale, l’unico luogo in cui si sente davvero al sicuro. In scena dal 7 al 10 gennaio
L’astrofisico Henri e sua moglie Sonia, affermata avvocata finanziaria, aprono le porte della loro elegante casa parigina per un aperitivo con il professor Hubert Finidori e sua moglie Inès. Ma ben presto in quella che sembra una tranquilla serata mondana, mentre il pianto insistente del figlio risuona tra una portata e l’altra, le maschere della buona educazione cominciano a cadere. Vecchi rancori, tensioni sopite e verità taciute emergono con forza, trasformando la serata in un campo di battaglia emotivo. In scena dal 5 al 7 febbraio
MUSICA/1 La sesta edizione del Rossini Open tra giovani talenti e grandi classici Prosegue fino a novembre, dopo i numerosi appuntamenti di ottobre, la sesta edizione del Rossini Open, rassegna che vede diversi appuntamenti per raccontare la musica nelle sue molteplici espressioni, con uno sguardo rivolto al futuro e, insieme, alla grande tradizione. Nel dettaglio, il 6 novembre alla Chiesa della Collegiata ci sarà il War Requiem dell’Orchestra La Corelli alle 20.30, il giorno seguente alla stessa ora alla Chiesa del Carmine Luca Scandali è protagonista del Concerto d’organo con musiche di Cimarosa, Provesi, Bellini, Mercadante, Morandi e Rossini. L’8 novembre alle 11 a Villa Malerbi Tancredi Burza al pianoforte propone brani di J.S. Bach, E. Dohnányi; Giovanni Bergamasco al pianoforte proporrà invece brani di Schumann e Ravel. Stesso luogo e stessa ora il 15 novembre con Antonio Lorenzo Pitaro al pianoforte (Musiche di J. S. Bach, L. van Beethoven, F. Chopin, D. Shostakovich), mentre il 22 novembre Silvia Borghese sarà al violino e Sofia Donato al pianoforte per brani tratti da Mozart, Brahms, Stravinskij e Respighi. Tutti i concerti di Villa Malerbi sono realizzati in collaborazione con la Fondazione Accademia di Imola.
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CARTELLONE LUGO
Molière - l’arte della beffa
EVENTO SPECIALE
di Michail Bulgakov Testo di Francesco Niccolini drammaturgia Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Francesco Niccolini e Marcello Prayer con Alessio Boni Regia di Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer
Per il giorno della Memoria Argentieri dà voce a Primo Levi Il 27 gennaio alle 20.30, il teatro Rossini ospita lo spettacolo Se questo è Levi della compagnia ravennate Fanny&Alexander. A partire dai documenti audio e video delle teche Rai e di Youtube, uno straordinario Andrea Argentieri (nella foto) veste i panni dello scrittore Primo Levi, assumendone la voce, le gestualità, le posture, i discorsi in prima persona. È un incontro a tu per tu, in cui lo scrittore, a partire dal vincolo di verità che lo ha ispirato nelle sue opere, testimonia la sua esperienza nei lager con una tecnica di testimonianza lucidissima, di scrematura della memoria, con la trasparenza di uno sguardo capace di esprimere l’indicibile a partire dal perimetro apparentemente sereno della ragione. Un appuntamento da non perdere.
Un viaggio nel tempo, nella Parigi del Seicento, per scoprire la vita straordinaria, comica e spietata di un uomo che ha cambiato per sempre la storia dello spettacolo: Jean-Baptiste Poquelin, universamente noto come Molière. Non si tratta di una semplice biografia, ma di un corpo a corpo teatrale con un genio assoluto, un uomo fragile, nevrotico e malato, ma dotato di una ferocia satirica senza eguali. In scena dal 18 al 21 febbraio
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CARTELLONE LUGO
MUSICA/2
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Rumori fuori scena
Anche cinque concerti nel rinnovato Teatro Rossini Nel rinnovato teatro Rossini di Lugo è in programma anche una rassegna concertistica. Si comincia il 21 dicembre con un viaggio nella grande tradizione musicale del Seicento e Settecento italiano grazie all’Orchestra da camera dei Cameristi della Scala, prestigioso ensemble fondato nel 1982 e formato interamente da musicisti del Teatro alla Scala di Milano. Esattamente un mese dopo, il 21 gennaio, si assisterà al frutto della collaborazione tra la Fondazione Teatro Rossini e la Toscanini Academy della Fondazione Arturo Toscanini, ossia il Progetto “Canto Rossini”: un viaggio musicale nelle mille sfaccettature del belcanto rossiniano, dove la tradizione dialoga con la modernità. Il concerto conclusivo vede salire sul palco una nuova generazione di interpreti internazionali — provenienti da Italia, Cina, Giappone, Corea, Cile, Perù e Moldavia —, pronti a condividere con il pubblico i frutti di un intenso percorso di perfezionamento svolto sotto la guida di maestri di fama mondiale. Sabato 27 febbraio è invece la volta di un’altra prestigiosa compagnia nazionale, l’Orchestra Cherubini diretta da James Conlon, per lunghi anni alla testa della Los Angeles Opera e molto amato in Italia dove, dopo anni alla testa dell’Orchestra Rai di Torino, è nuovamente presente nei cartelloni delle stagioni entranti del Festival Verdi di Parma e del Teatro del Maggio musicale fiorentino. Il 18 marzo è la volta di un concerto interamente monografico dedicato all’universo sonoro di Antonio Vivaldi, che mette in luce l’incredibile varietà inventiva e la modernità del “Prete Rosso”. Sul palcoscenico, l’orchestra da camera I Virtuosi Italiani, guidata dal violino solista e maestro di concerto Alberto Martini. Infine, il 16 aprile, un concerto che unisce sul palco due delle anime più iconiche, rivoluzionarie e affascinanti della musica del Novecento: l’universo introspettivo e pionieristico del jazz di Miles Davis e l’eleganza dello swing pop di Frank Sinatra. A dare vita a questo viaggio musicale è la Toscanini Academy Big Band (foto), guidata dalla direzione sicura e dagli arrangiamenti di Beppe Di Benedetto. La formazione orchestrale dialoga con due solisti: il crooner Alan Scaffardi e la tromba internazionale e virtuosistica di Andrea Tofanelli. Tutti i concerti hanno inizio alle 20.30.
The Kitchen Company di Michael Frayn Regia di Massimo Chiesa con Fabrizio Careddu, Lidia Castella, Caterina Cottafavi, Daria D’Aloia, Mauro D’Amico, Fabio Facchini, Lorenzo Tolusso Susanna Valtucci, Marco Zanutto Un ingranaggio comico che ha conquistato milioni di spettatori in tutto il mondo. Diventato il vero e proprio cavallo di battaglia della compagnia, lo spettacolo mette a nudo, con ironia e un pizzico di sana follia, il caotico e imprevedibile mondo del teatro “dietro le quinte”. In scena dal 9 all’11 aprile
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CARTELLONE BASSA ROMAGNA
COMICO A MASSA LOMBARDA
alla Sala del Carmine
Si fa in tre!
Che sventola
Fabrizio Fontana
Maria Pia Timo
Il celebre comico di Zelig e inviato di Striscia la Notizia porterà sul palco i personaggi che lo hanno reso popolare presso il grande pubblico: dal concorrente Gianmaria Fontana, con il tormentone “Le so... tutte!”, all’improbabile agente segreto James Tont, fino all’inconfondibile Capitan Ventosa. Uno spettacolo che alterna gag, mimica, monologhi e interazione con il pubblico, ripercorrendo trent’anni di comicità televisiva e teatrale In scena il 13 novembre
In questo spettacolo scritto insieme a Roberto Pozzi, l’attrice e comica faentina giocherà sui diversi significati della parola “sventola” per costruire un racconto ironico dell’universo femminile, dalla famiglia al lavoro, dai rapporti personali alle questioni di genere. Un monologo che affronta anche temi delicati, come la violenza contro le donne, alternando comicità e riflessione, con la capacità di trasformare le contraddizioni del quotidiano in occasioni di confronto. In scena il 12 marzo
Animali umani
Cari amici vi scrivo
Roberto Mercadini
Chiara Lippi Attrice, autrice e volto di Zelig On, Lippi partirà dalle lettere che l’hanno resa conosciuta al pubblico televisivo per raccontare, con ironia e autoironia, una vita fatta di amore, figli, lavoro e piccole battaglie quotidiane. Uno spettacolo scritto e diretto insieme a Marzio Rossi, nel quale si intrecciano monologhi, storie personali, battute e musica. In scena il 9 aprile
Il narratore e autore romagnolo accompagnerà gli spettatori in un viaggio alla scoperta della natura umana, interrogandosi su ciò che distingue l’uomo dagli altri animali e sulle sorprendenti somiglianze che li accomunano. In scena il 12 dicembre
Work Class Metallurgica Viganò La formazione teatrale e musicale nata a Faenza porterà in scena nove improbabili operai in tuta blu, tra canzoni, ballate, gag e situazioni surreali. Un originale intreccio di teatro-canzone - scritto da Roberto Pozzi e Marco Boschicomicità di gruppo e satira sociale, nel quale i sogni degli operai metalmeccanici si mescolano ai miti della tradizione romagnola e alle contraddizioni del mondo contemporaneo. In scena il 15 gennaio
Total Positivity Max Samaritani Samaritani, comico conosciuto anche per le sue partecipazioni televisive a Zelig, proporrà uno spettacolo dedicato all’accettazione di sé, al rapporto con il proprio corpo e alle piccole e grandi difficoltà quotidiane. Ad affiancarlo Davide Iaco, performer della nuova generazione che ha conquistato il pubblico dei social con i suoi video basati su accenti, linguaggi inventati e dialoghi surreali. In scena il 5 febbraio
CONSELICE
Aspettando la riapertura del teatro, torna la mini rassegna al centro civico Pellegrini Il teatro comunale è ancora chiuso a causa dei danni provocati dall’alluvione, ma a Conselice la proposta culturale riparte dal Centro civico G. Pellegrini, in piazza Foresti 25, con “Civico Off”, una mini rassegna che porta sul territorio musica, teatro e spettacolo. Quattro gli appuntamenti in calendario, tra novembre 2026 e marzo 2027, ai quali si aggiunge un incontro speciale dedicato alla libertà di stampa. Si comincia venerdì 6 novembre alle 21 con la Novensemble Orchestra e un omaggio a Ennio Morricone, attraverso le celebri colonne sonore del compositore premio Oscar. Martedì 22 dicembre sarà invece Ottavia Piccolo a salire sul palco con “Matteotti. Anatomia di un fascismo”, testo di Stefano Massini, accompagnata dai Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo: uno spettacolo che ripercorre la vicenda di Giacomo Matteotti e il contesto storico e politico dell’ascesa del fascismo. Venerdì 15 gennaio spazio a “Si può fare band”, diretta dal maestro Davide Zubani. L’ingresso sarà a offerta libera, senza prenotazione e fino a esaurimento dei posti. Il 5 marzo, sempre alle 21, arriverà Marco Marzocca con “Chi me lo ha fatto fare?”, appuntamento all’insegna della comicità. La rassegna prevede inoltre un appuntamento speciale dal titolo “Voci libere”, dedicato alla libertà di stampa, con data e programma ancora in via di definizione.
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