LA MORTE DI MARCO ANTONIO E CLEOPATRA
ATLANTIDE
ARCHEOLOGIA DI UN MITO
LE MEDITAZIONI DI MARCO AURELIO
TORRE DI LONDRA
DA PRIGIONE A SIMBOLO
LA FEDE SEGRETA DEI CATARI aut. mbpa/lo-no/063/a.p./2018 art.
- esce il 23/10/2021 - poste italiane s.p.a spedizione in abbonamento postale d.l. 353/2003 (conv. in l. 27/02/2004 n° 46) 1 comma 1 - lo/mi. germania 12 € - svizzera c. ticino 10,20 chf - svizzera 10,50 chf - belgio 9,50 €
LA FINE DI UN’ERA
periodicità mensile
GLI ULTIMI SAMURAI 9 772035 878008
10153
N. 153 • NOVEMBRE 2021 • 4,95 E
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IN
A L CO I ED
Gli speciali di Storica National Geographic in edicola questo mese
Speciale Storica Archeologia
I REGNI DELLA THAILANDIA I due regni di Sukhothai e Ayutthaya vantano molti edifici monumentali, fra cui palazzi e templi buddisti di una maestosità straordinaria. In edicola dal 26 ottobre. Prezzo ¤9,95.
Speciale Storica
LA FINE DELLA REPUBBLICA ROMANA Conflitti interni, guerre civili, minacce esterne e l’ascesa di Giulio Cesare condussero alla dissoluzione della repubblica romana. In edicola dal 15 ottobre. Prezzo ¤9,95.
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ORFEO
Per riavere con sé la sua amata Euridice, il musico più celebre si addentrerà nel regno di Plutone, il signore degli inferi. In edicola dal 6 ottobre. Prezzo ¤9,95.
L’INCONTRO TRA MARCO ANTONIO E CLEOPATRA A TARSO. OLIO DI LAWRENCE ALMA-TADEMA. 1885.
22 La fine di Marco Antonio e Cleopatra Dopo la battaglia di Azio la coppia di amanti si ritrovò assediata da Ottaviano ad Alessandria d’Egitto. DI JAVIER NEGRETE
36 Alla ricerca di Atlantide Nel IV secolo a.C. Platone raccontò di un’isola che mille anni prima era sprofondata nell’oceano. DI MARIA TERESA MAGADÁN
46 Castros delle Asturie Considerati insediamenti di epoca romana, i castros asturiani in realtà risalgono all’Età del bronzo. DI ÁNGEL VILLA VALDÉS
58 Le Meditazioni di Marco Aurelio Scritta durante le campagne del Danubio, l’opera è divenuta un classico della filosofia. DI JUAN PABLO SÁNCHEZ
70 La fede dei catari Nel XII secolo si diffuse una dottrina cristiana che mirava a riportare le anime alla patria celeste. DI CARLES GASCÓN CHOPO
84 La Torre di Londra Eretta nell’XI secolo questa fortezza fu una residenza reale, uno zoo e una prigione di stato. DI JOAN ELOI ROCA
96 Gli ultimi samurai La rivoluzione dei guerrieri giapponesi in difesa dei valori tradizionali. DI JOSÉ PAZÓ ESPINOSA
8 PERSONAGGI STRAORDINARI I fratelli Herschel Intorno al 1780 William e Caroline Herschel realizzarono scoperte astronomiche cruciali.
12 EVENTO STORICO La corazzata Potëmkin Nel 1905 l’equipaggio della nave ammiraglia della flotta russa si sollevò contro il governo zarista.
16 VITA QUOTIDIANA Dormire e sognare in Egitto Gli antichi egizi mentre dormivano portavano amuleti per proteggersi dai brutti sogni e da ogni pericolo.
112 GRANDI SCOPERTE Il Sebasteion Un monumento ad Afrodisia, nell’attuale Turchia, onorava gli imperatori romani.
118 STORIA VISUALE Il muro di Berlino Simbolo di divisione, rimase in piedi dal 1961 al 1989.
128 LIBRI E MOSTRE
KABUTO O CASCO SAMURAI IN FERRO DEL XIX SECOLO.
Licenciataria de NATIONAL GEOGRAPHIC SOCIETY, NATIONAL GEOGRAPHIC TELEVISION
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GLI ULTIMI SAMURAI
LA FINE DI UN’ERA
LA MORTE DI MARCO ANTONIO E CLEOPATRA ATLANTIDE
ARCHEOLOGIA DI UN MITO
LE MEDITAZIONI DI MARCO AURELIO TORRE DI LONDRA DA PRIGIONE A SIMBOLO
LA FEDE SEGRETA DEI CATARI IL CASTELLO CATARO DI QUÉRIBUS, SITUATO NEL COMUNE DI CUCUGNAN, IN LINGUADOCA (FRANCIA). FOTO: ARNAUD SPANI / GTRES
Pubblicazione periodica mensile - Anno XIII - n. 153
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PERSONAGGI STRAORDINARI
I fratelli Herschel, esploratori delle stelle Tramite grandi telescopi da lui costruiti, William Herschel, in compagnia della sorella Caroline, realizzò scoperte stupefacenti come quella del pianeta Urano
Vocazioni scientifiche parallele 1738 William Herschel nasce ad Hannover. Il padre gli fornisce una formazione musicale prima di mandarlo in Inghilterra.
1772 Caroline si trasferisce in Inghilterra per vivere con i fratelli. Qui assiste William nelle sue esplorazioni degli astri.
1781 William scopre Urano e inizia ad avere un discreto successo. Giorgio III lo nomina astronomo reale e gli concede una rendita.
1822 William muore a Slough, lasciando un’importante eredità nel campo dell’astronomia.
1848 Caroline si spegne due anni dopo aver ricevuto la medaglia d’oro delle scienze dal re di Prussia Federico Guglielmo IV. SSPL / GETTY IMAGES
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D
alla Germania all’Inghilterra; dalla musica all’astronomia; dall’anonimato alla fama. Quelle dei fratelli Frederick William e Caroline Herschel furono vite colme di trasformazioni e contrasti in un’epoca di grande fermento intellettuale. Originari di Hannover, i due crebbero in una casa con una lunga tradizione musicale. Sin da bambino William imparò a suonare diversi strumenti e divenne un abile interprete e compositore. Era talmente dotato che, dopo essere sfuggito nel 1757 all’occupazione francese di Hannover, a soli diciott’anni riuscì a farsi strada e a trovare fortuna in Inghilterra. Cominciò come copista a Londra e finì per stabilirsi a Bath, dove conciliava il lavoro da organista con l’insegnamento e la composizione. Tuttavia pian piano il suo interesse si spostò dalle partiture alle stelle, e nel 1766 cominciò a scrivere il primo diario astronomico. Ben presto contagiò la sorella Caroline con la febbre per l’astronomia, una scienza piuttosto in voga nel XVIII secolo. La ragazza, di
dodici anni più giovane, era arrivata nella sua casa di Bath nel 1772 dopo aver lasciato la città natale. Come William era una musicista di talento, e come lui si sarebbe rivelata un’acuta osservatrice del firmamento.
Passione per i telescopi Tenace e con una bravura nella meccanica dovuta alle conoscenze da musicista, William non tardò a lanciarsi nella fabbricazione di telescopi propri. Nel 1773 iniziò ad assemblarne uno riflettore, dotato di specchi metallici, sperando che fosse più potente e preciso del telescopio rifrattore, cioè il modello con lenti d’ingrandimento utilizzato da Galileo e migliorato da Keplero e da Huygens. William aveva in mente uno strumento di grandi dimensioni, con uno specchio concavo di quindici centimetri di diametro. Per confezionarlo improvvisò a casa una fonderia, fece delle matrici con sterco di cavallo e provò leghe e specchi che richiedevano un intenso lavoro di levigatura. Intorno al 1774 aveva ormai la sua prima attrezzatura. Con questa si dedicò allo studio delle nebulose, all’esplorazione dell’orografia della
Grazie ai loro telescopi, i fratelli Herschel scoprirono astri, satelliti e pianeti TELESCOPIO RIFLETTORE REALIZZATO DA WILLIAM HERSCHEL.
STREGATO DALLA LUNA
VICTORIA ART GALLERY / BRIDGEMAN / ACI
COME ALTRI ASTRONOMI della sua epoca, William Herschel mostrò un particolare interesse per la luna. Si diceva che, negli anni in cui dava lezioni di musica, le interrompesse spesso per portare fuori gli alunni a guardare il satellite. Si spinse perfino a credere che su di esso potesse esserci della vita. I crateri presenti sulla sua superficie sarebbero state le città dei seleniti, e credette di vedere «boschi o grandi quantità di sostanze che crescono sulla luna». Nel 1780 pubblicò un articolo in cui assicurava che «con ogni probabilità» la luna era abitata da vita «di un qualche tipo». RITRATTO DI WILLIAM HERSCHEL REALIZZATO DA LEMUEL FRANCIS ABBOTT NEL 1785. VICTORIA ART GALLERY, BATH.
bulosa o una cometa». Si sbagliava. Quanto aveva appena scoperto era un pianeta: Urano, il settimo del sistema solare e il primo identificato dall’epoca di Tolomeo, nel II secolo d.C. Ma ad Herschel non fu subito chiaro quanto avesse visto, e tardò giorni per arrischiarsi ad affermare che il Un pianeta sconosciuto corpo astronomico era un pianeta. Alcuni imputarono il suo succesGli Herschel avrebbero toccato il cielo con un dito nel 1781. Il 13 marzo, so al caso e, mettendo in dubbio la durante una veglia solitaria, William potenza del telescopio, affermarono avvistò un disco che si spostava nella che il corpo celeste era stato già scorcostellazione dei Gemelli, un corpo to una ventina di volte a partire dal celeste che prese per «una strana ne- 1690 ed era sempre stato catalogato luna e all’elaborazione di un elenco di stelle binarie. In effetti fu il primo a indicare che la stella polare non era un solo astro, bensì due. L’aiuto di Caroline risultò decisivo nell’annotare le osservazioni e nel compito di catalogazione, calcolo e revisione.
come una stella minore. Tuttavia la scoperta di Urano catapultò William nel firmamento delle scienze. Raggiunse l’apice della fama quando, grazie alla mediazione di Joseph Banks, presidente della prestigiosa Royal Society, diventò astronomo personale del re Giorgio III. Nel corso del decennio successivo gli Herschel fabbricarono centinaia di specchi, progettati per telescopi di dimensioni sempre maggiori. Al primo riflettore di William, dotato di uno specchio di quindici centimetri di diametro, seguì un altro di STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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PERSONAGGI STRAORDINARI
L’ENORME TELESCOPIO
ALAMY / ACI
progettato dagli Herschel divenne una vera e propria attrazione turistica visitata dai curiosi di tutta Europa. Acquerello di G. Dupont, 1801.
22,5 centimetri e un tubo di tre metri di lunghezza, e quindi un ulteriore nuovo modello con uno specchio di quarantotto centimetri di diametro e un tubo di sei metri. Maggiore era la dimensione del dispositivo, maggiore la nitidezza nell’osservazione. La fama di tali apparecchi valicò le frontiere della Gran Bretagna. E così
Herschel assemblò un imponente telescopio per l’osservatorio di Madrid ma nel 1808, sei anni dopo il suo trasporto in Spagna da Londra, le truppe di Napoleone lo ridussero in pezzi, che usarono per appiccare il fuoco. Per fortuna i disegni si erano conservati, ed è stato possibile ricostruirlo tra il 2001 e il 2004.
IL PIANETA GIORGIO QUANDO OGNI INDIZIO lasciava intendere che l’astro
di Herschel fosse un pianeta, Banks gli scrisse: «Dovrebbe darle ipso facto un nome, o i francesi ci risparmieranno il problema di battezzarlo». William scelse Georgium Sidus (pianeta Giorgio), formula che piacque molto al re Giorgio III ma non agli altri astronomi stranieri, i quali optarono per il mitologico Urano. IL SISTEMA SOLARE CON L’ORBITA DEL “PIANETA GIORGIO” O URANO. WHITEWAY / GETTY IMAGES
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A metà degli anni ottanta del XVIII secolo Herschel decise d’iniziare il suo progetto più ambizioso: montare un apparecchio con un tubo ottagonale lungo dodici metri e dal diametro di 1,22 metri, dotato di specchi che pesavano fino a una tonnellata. Sarebbe stato il più grande telescopio mai realizzato. Con questo credeva di poter indagare la natura delle nebulose, l’origine delle stelle e perfino l’esistenza della vita nello spazio. Un simile colosso richiedeva un enorme investimento e nel 1785 (di nuovo grazie alla mediazione di Joseph Banks) Giorgio III gli concesse una generosa sovvenzione di duemila sterline. Per costruire il marchingegno i fratelli Herschel si trasferirono a
LAVORO DI SQUADRA USARE il telescopio degli Her-
SPL / AGE FOTOSTOCK
schel non era semplice. William e Caroline dovevano sistemarsi quasi come fossero piloti di una stramba nave spaziale: lui si metteva nella parte superiore, in una piattaforma di osservazione a cui si accedeva tramite delle scale; lei stava sotto, a una manciata di metri dal fratello, chiusa in un vano dove prendeva appunti alla luce delle candele e circondata da atlanti, orologi, quaderni e brocche di caffè. Ogni volta che avevano bisogno di comunicare, per non smettere di lavorare urlavano o ricorrevano a un codice basato sullo strattonare una fune, suonare campanelle e una trombetta. DIARIO DELLE OSSERVAZIONI DI CAROLINE HERSCHEL NEL 1790, IN CUI SEGNALA LA SCOPERTA DI UNA COMETA.
Slough, dove si stabilirono in una casa che finì per diventare un ritrovo di curiosi, artigiani e operai consacrati alla levigatura e alla lucidatura. William si vide costretto a chiedere altri fondi. In totale il re gli avrebbe concesso quattromila sterline, e fu solo grazie alla generosità del sovrano che poté portare a termine il progetto. L’impressionante telescopio venne inaugurato nel 1789 in pompa magna con la scoperta di Mimas, uno dei satelliti di Saturno. Settimane più tardi Herschel avvistò un secondo satellite del pianeta: Encelado. Ciononostante, il telescopio di Slough presentava molte complicazioni. Il dispositivo era difficile da maneggiare e, date le dimensioni, gli specchi di metallo si appannavano, si storcevano e si coprivano facilmente di verderame. Tutto ciò faceva sì che dovessero essere puliti e levigati di continuo. Non solo: a causa del
peso enorme, prendere i pezzi era una manovra rischiosa che una volta per poco non costò la vita a William e a un altro fratello, Alexander. Herschel ambiva a realizzare una scansione sistematica del firmamento: non poteva quindi interrompere l’osservazione e doveva coordinarsi meticolosamente con un assistente, di solito la sorella Caroline, che annotava ora e posizione delle esplorazioni. Una prova del ruolo chiave svolto da Caroline è il fatto che nel 1787 il re le assegnò uno stipendio annuo di cinquanta sterline. La donna fece anche delle scoperte in proprio, in particolar modo delle comete: ne avvistò otto.
so della loro prolifica carriera i due fratelli catalogarono migliaia di corpi celesti, soprattutto nebulose e stelle binarie. Nell’Europa in cui sbocciava il movimento romantico il loro lavoro incrementò in modo decisivo la conoscenza umana del cosmo. «Un telescopio con la capacità di penetrare lo spazio, come il mio, ha pure la capacità di penetrare il tempo passato», scrisse William. Nella sua mente la vetusta immagine di un universo statico lasciò il posto a un modello dinamico, mutevole, con nebulose e grappoli di stelle – spiegava – simili a vegetali che crescono e alla fine si scompongono.
Un universo senza limiti Dopo le nozze di William, nel 1788, Caroline si sentì messa da parte e abbandonò la residenza di Slough. Gli Herschel continuarono comunque a collaborare con successo. Nel cor-
CARLOS PREGO MELEIRO GIORNALISTA
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SAGGI
Scienziate nel tempo Sara Sesti e Liliana Moro. Ledizioni, Milano, 2018.
STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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Rivoluzione in alto mare: la corazzata Potëmkin Nel 1905 l’equipaggio della nave ammiraglia della flotta russa nel mar Nero si ribellò contro il governo zarista e si diresse verso Odessa, dove la rivolta fu schiacciata
N
el 1905 la Russia assolutista degli zar sprofondò in una grave crisi rivoluzionaria. Le proteste e gli scioperi generalizzati di operai e contadini, che chiedevano la fine della fame e della miseria e il riconoscimento dei diritti politici, furono repressi nel sangue. Allo stesso tempo la guerra con il Giappone, iniziata un anno prima per il controllo delle enclavi in estremo Oriente, si trasformò in una serie di dolorose sconfitte. L’ultima fu il disastro della battaglia navale di
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Tsushima alla fine di maggio 1905, che si concluse con la distruzione della parte migliore della marina russa e i cui echi infiammarono ulteriormente il malcontento popolare. Il partito socialdemocratico, in cui Lenin era già una figura di spicco, prese il controllo dell’agitazione: a Sebastopoli, il porto della Crimea che era la base della flotta zarista, il comitato del partito stava preparando un’insurrezione che sarebbe stata sostenuta dai marinai delle navi. Purtroppo però il corso degli eventi precipitò.
Il 27 giugno (secondo il calendario occidentale) la corazzata Potëmkin, la nave ammiraglia della flotta russa nel mar Nero, stava effettuando delle manovre non lontano dalla costa di Odessa, accompagnata da una torpediniera. Poco prima che fosse servito il rancio iniziò a girare voce che la carne del borscht (la tipica zuppa di barbabietole) fosse andata a male e piena di vermi, e che il medico di bordo non fosse intervenuto. L’equipaggio si rifiutò allora di mangiare il rancio. Il comandante della nave, il capitano
EVENTO STORICO
LA CORAZZATA POTËMKIN,
HERITAGE / SCALA, FIRENZE
varata nel 1900, dislocava 13mila tonnellate e trasportava circa 700 soldati semplici, tra marinai e fanteria. Dopo l’ammutinamento fu ribattezzata Panteleimon. Fotografia scattata nel porto di Sebastopoli nel 1911.
SCOPPIA L’AMMUTINAMENTO descrive così l’inizio della rivolta (ricostruito nell’opera in alto dal pittore sovietico Pyotr Timofeyevich): «La nave fu scossa dalle urla terribili e furiose dei marinai [...] Le grida selvagge, il fragore di centinaia di piedi, il rumore di oggetti in frantumi e sporadici spari formavano una strana miscela di suoni che paralizzavano la volontà».
AKG / ALBUM
L’UFFICIALE KOVALENKO
Evgenij Golikov, cercò una mediazione, ma l’ufficiale di guardia, il tenente Ippolit Giliarovskij, decise di fare a modo suo. Ordinò a chi era disposto a ricevere il borscht di schierarsi a tribordo e agli altri di raggrupparsi a babordo. Quando fece stendere un telone sul ponte, tutti capirono che era intenzionato a fucilare i renitenti senza macchiare la nave di sangue. Giliarovskij ordinò alla fanteria di marina di puntare le armi contro i rivoltosi. Ma in quel momento i ca-
IMPERO RUSSO ODESSA CONSTANZA SEBASTOPOLI
FEODOSIA
Mar Nero
rispettive cabine. Immediatamente un comitato rivoluzionario formato dai marinai più politicizzati con a capo il sottufficiale Matjušenko assunse il comando della corazzata. Poco più tardi il comitato emise un comunicato radio che recitava: «È stato intrapreso uno sforzo decisivo contro il governo russo. Ne informiamo le potenze straniere. Consideriamo nostro dovere dichiarare che diamo piena garanzia d’inviolabilità alle navi straniere presenti nel mar Nero». Nel frattempo la Sulla rotta per Odessa Potëmkin e la torpediniera si diresGli ammutinati presero subito il sero verso Odessa issando la bandiecontrollo della nave. Il capitano e di- ra rossa. Arrivarono alle dieci di sera versi ufficiali furono arrestati e alcu- e scaricarono il corpo di Vakulenčuk, ni di loro uccisi mentre cercavano di il marinaio morto, lasciandolo esporaggiungere a nuoto la torpediniera, sto sulla banchina. anch’essa finita sotto il controllo dei Odessa – una città di 600miribelli. Sette o otto ufficiali, tra cui il la abitanti duramente colpita dalla capitano Golikov, furono eliminati crisi e dalla repressione del regime durante il sollevamento e gli altri, zarista – era in sciopero generale, e una ventina, furono rinchiusi nelle l’ammutinamento della Potëmkin pi rivoluzionari dei marinai, guidati dal sottufficiale torpediniere Afanasij Matjušenko, arringarono i soldati che, sconcertati, abbassarono i fucili. Gli ammutinati approfittarono dell’occasione per disperdersi e imbracciare a loro volta le armi. Giliarovskij ripeté l’ordine di aprire il fuoco. Quando le truppe si rifiutarono nuovamente di obbedirgli, sparò lui stesso, uccidendo il marinaio Grigorij Vakulenčuk. Ciò spinse a sua volta Matjušenko a uccidere l’ufficiale.
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EVENTO STORICO
LA CARICA DEI COSACCHI QUANDO SCOPPIARONO i disor-
SERHII LIAKHEVYCH / ALAMY / CORDON PRESS
dini nel porto di Odessa, il governatore militare della città, Kakhanov, ordinò di chiudere la scalinata Richelieu. Di fronte all’aggravarsi della situazione, a mezzanotte Kakhanov ordinò ai suoi cosacchi di attaccare scendendo la scalinata a cavallo e a piedi. Fu una carneficina terribile. I cavalieri uccidevano a colpi di sciabola uomini, donne, giovani e vecchi. Ogni tre passi le truppe appiedate scaricavano i loro fucili sulla folla. Molti fuggitivi furono infilzati con le baionette. Di questo tragico episodio della storia ucraina il regista Ėjzenštejn fece la scena culminante del suo film. SCALINATA POTËMKIN A ODESSA (UCRAINA), DI 192 GRADINI, INAUGURATA NEL 1841.
poteva essere la scintilla che avrebbe scatenato la rivolta. Marinai e operai fraternizzavano vegliando il cadavere di Vakulenčuk, mentre la polizia e la guarnigione della città stavano a guardare. Ma gli ammutinati ignorarono gli ordini del comitato rivoluzionario e si rifiutarono di scendere a terra per aiutare gli scioperanti a prendere il controllo della città. Pre-
ferirono piuttosto aspettare l’arrivo del resto della flotta, ritenendo ottimisticamente che tutta la marina si sarebbe unita a loro.
Una notte di violenza Durante tutta la giornata del 28 la tensione tra i lavoratori di Odessa e le forze dell’ordine, in particolare i cosacchi, continuò ad aumentare.
MITO DEL CINEMA DOPO LA RIVOLUZIONE del 1917 i bol-
scevichi trasformarono la rivolta in un mito. Nel 1925 Sergej Ėjzenštejn diresse La corazzata Potëmkin, una ricostruzione molto libera degli eventi al servizio della propaganda comunista. POSTER DEL FILM LA CORAZZATA POTËMKIN.
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FINE ART / ALBUM
Giunta la sera, gli eventi precipitarono. Quando anche l’equipaggio della nave ospedale Vekha si unì ai rivoltosi, la città cadde in una spirale di violenza, distruzione e saccheggi incontrollati. Il corrispondente del giornale britannico The Times scrisse: «Le strade sono cosparse di morti e feriti, le banchine sono accecanti muri di fuoco, e nessun quartiere della città è esente dallo spargimento di sangue e dalla distruzione». Il giorno successivo si svolsero i funerali del marinaio morto, che finirono per trasformarsi in una grande manifestazione contro lo zar e la monarchia. Durante la cerimonia dalla Potëmkin furono sparati due proiettili contro l’edificio dov’erano riuniti i funzionari zaristi della città, che però non centrarono il bersaglio.
AFANASIJ MATJUŠENKO
La mattina del 30 giugno due squadriglie navali formate da cinque corazzate, un incrociatore e quattro torpediniere si presentarono alla bocca del porto e ordinarono ai ribelli di arrendersi. Ma la Potëmkin e la torpediniera salparono coraggiosamente verso il mare aperto. L’ammiraglio della squadriglia zarista, che dubitava della lealtà dei suoi equipaggi, diede l’ordine di non aprire il fuoco: la Potëmkin attraversò la linea di blocco tra le ovazioni dei marinai delle corazzate Georgi Pobedonosets e Sinop. Una parte dell’equipaggio della prima imbarcazione arrestò i suoi ufficiali e si unì agli ammutinati, spingendo la squadriglia zarista a lasciare il teatro delle operazioni, dato che i successivi ordini di sparare sugli insorti non furono rispettati. Per un attimo gli ammutinati della Potëmkin si convinsero che l’intera flotta del mar Nero si fosse sollevata.
BRIDGEMAN / ACI
(al centro) a Costanza nel 1905. Dopo essere tornato in Russia nel 1907, fu scoperto e giustiziato tramite impiccagione.
Matjušenko avrebbe poi dichiarato che quel giorno sentì essere arrivato il momento che stavano aspettando. Era l’inizio della rivoluzione. Ma le sue aspettative sarebbero ben presto state disattese. I marinai della Pobedonosets erano divisi e non condividevano l’entusiasmo rivoluzionario dei loro colleghi sulla Potëmkin. Per convincerli, Matjušenko inviò degli uomini al comando del tenente medico Golenko ma questi, appena salito a bordo della Pobedonosets, cambiò schieramento e fece arrestare i rivoluzionari. La corazzata tornò così alla causa zarista.
nemmeno lì fece ritorno a Costanza. La mattina dell’8 luglio, dopo aver deposto le armi, gli ammutinati si consegnarono alle autorità rumene. Matjušenko e i suoi compagni tentarono di affondare la Potëmkin nel porto aprendone le valvole, ma i militari locali bloccarono il tentativo. Il giorno dopo il contrammiraglio russo Sergej Pisarevskij tornò a issare la bandiera imperiale sulla corazzata, e alcuni giorni dopo la scortò con altre navi da guerra alla base di Sebastopoli. L’ammutinamento e l’avventura erano finiti. JUAN CARLOS LOSADA STORICO
La fuga e la resa Vedendosi abbandonato, l’equipaggio della Potëmkin decise istintivamente di fuggire. Dopo essere stato respinto nel porto rumeno di Costanza, si diresse verso Feodosia in Crimea, ma non riuscendo a sbarcare
Per saperne di più
SAGGI
Ammutinamento. La vera storia della corazzata Potëmkin Neal Bascomb. Mondadori, Milano, 2010. 1905. La vera rivoluzione russa Ettore Cinnella. Della Porta Editori, Pisa, 2019.
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Dormire e sognare nell’antico Egitto Per proteggere il loro sonno da incubi e da spiriti maligni, gli antichi egizi ricorrevano ad amuleti e formule magiche Gli antichi egizi prestavano attenzione anche ai sogni. Nella loro lingua tale parola corrispondeva a reset, ovvero “risveglio”, dal verbo res “essere sveglio”: attraverso il sogno ci si sarebbe “svegliati” in un’altra realtà, in un mondo soprannaturale in cui si potevano vivere degli avvenimenti come fossero reali. Al risveglio queste visioni oniriche andavano interpretate perché avrebbero gettato uno sguardo sugli avvenimenti futuri. Nel papiro Insinger si trova scritto: «Dio ha creato il sogno per mostrare il cammino a chi sogna quando i suoi occhi sono nell’oscurità».
Cosa svelano i sogni Attraverso la bocca degli dèi o dei familiari defunti e attraverso il sogno si possono ricevere saggi consigli oppure possono essere rivelate verità nascoste. È ciò che accadde al faraone del Medio Regno Sesostri I, così
SOGNO DEL FARAONE NEL LIBRO della Genesi il sovrano d’Egitto
racconta di aver sognato sette vacche magre che divorano sette vacche grasse, e in seguito sette spighe «vuote e arse dal vento» che inghiottono sette spighe mature. L’ebreo Giuseppe sarà colui che s’incaricherà d’interpretarlo.
GIUSEPPE INTERPRETA IL SOGNO DEL FARAONE. INCISIONE. 1860.
AKG / ALBUM
UNA DONNA dorme su un
MET / ALBUM
M
orire, dormire – dormire, forse sognare», scriveva Shakespeare, e in effetti come dargli torto? Quando si è immersi nel sonno ci si trova in uno stato simile alla morte, un’incoscienza momentanea, come se la vita fosse sospesa. Vista la somiglianza tra sonno e morte, i greci avevano creato le divinità gemelle Hypnos (sonno) e Thanatos (morte). Anche agli egizi appariva evidente tale somiglianza: gli abitanti del Paese del Nilo chiamavano il defunto “il dormiente” e spesso usavano la metafora “colui che ha il cuore stanco”. Difatti gli egizi pensavano che, così come ci si desta dal sonno, ci si sarebbe risvegliati pure dalla morte per vivere un’altra vita nell’aldilà del dio Osiride. Il risveglio diventava quindi una metafora per la rinascita, e il sonno una per la morte.
letto con il capo adagiato su un poggiatesta. Statuina in pietra calcarea. XVIII dinastia. Metropolitan Museum of Art, New York.
come si tramanda nel testo letterario che lui stesso ordinò di scrivere: L’insegnamento di Amenemhat I al figlio Sesostri. Una notte il padre deceduto gli apparve in sogno, rivelandogli con amarezza di essere stato assassinato da una congiura nata nel suo harem. I traditori vivevano quindi nel suo stesso palazzo, e il re si lamentava: «Colui che mangiò i miei alimenti fece una sollevazione, colui al quale avevo dato la mano ne ha approfittato per suscitare spavento». Il sovrano ormai morto avrebbe in seguito raccontato il momento dell’agguato: «Era dopo cena ed era venuta la notte;
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mi presi un’ora di tranquillità, sdraiato sul mio letto. Ero stanco e la mia mente cominciò a seguire il sonno». Il faraone dormiva ed era senza difese. Alcuni uomini armati entrarono nella sua stanza e l’assassinarono. Il sovrano si giustifica così con il figlio: «Non c’è uno valoroso di notte, non c’è chi combatta solo». Un altro sogno divenuto famoso è quello che fece un giovanissimo Thutmose IV prima di salire al trono. Il principe racconta come un giorno, dopo essersi svagato a cacciare leoni e gazzelle e a tirare frecce contro un bersaglio di rame nella piana desertica,
Incubi in una lettera a un defunto o incubi, spaventavano gli antichi egizi, giacché temevano che spiriti maligni o demoni potessero fargli visita mentre dormivano. L’incubo più antico di cui si ha contezza risale a 4mila anni fa. I «CATTIVI» SOGNI,
Il racconto si trova nella lettera che, ai tempi della X dinastia, un certo Heni fece incidere nella tomba del padre per chiederne l’aiuto. Heni, spaventato, racconta al genitore che è perseguitato da un terribile sogno. Nell’incubo viene assillato da Seni, un servitore
ormai morto. Scrivere lettere ai familiari scomparsi era una pratica abbastanza comune nel Paese del Nilo: si potevano incidere su piatti o calici colmi di offerte, poi collocati nella cappella funeraria perché l’anima del defunto potesse leggerle mentre si nutriva.
STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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GLI STRANI LETTI DEGLI ANTICHI EGIZI di Torino sono esposti due letti funerari provenienti dalla tomba di Kha – architetto reale a Deir el-Medina – e di sua moglie Merit. L’immagine accanto a queste righe mostra il letto di Kha. È costituito da un’armatura di legno e un’intelaiatura di corde vegetali, e si regge su gambe a forma di zampe di leone. In realtà per i contemporanei il letto è disposto “al contrario”: gli egizi rivolgevano i piedi verso quella che a prima vista sembra la testiera del giaciglio, mentre dall’altra parte era posto il poggiatesta. Il letto di Merit comprende lenzuola, un copriletto con frange e un poggiatesta imbottito.
M MET / ALBU
si stancò al punto che decise di riposarsi all’ombra della sfinge di Giza. Il sonno presto s’impadronì di lui, e in sogno gli apparve il dio del monumento, Ra-Horakty. Parlandogli come un padre, gli rivelò che sarebbe presto divenuto faraone e, in cambio della profezia, gli chiese di liberare il suo corpo dalla sabbia: «Vedi lo stato in cui io sono e come il mio corpo è dolorante, io che sono il signore dell’altopiano di Giza! Avanza sopra
ALAMY / ACI
NEL MUSEO EGIZIO
di me la sabbia del deserto...». Il giovane principe fece ciò che il dio gli aveva chiesto: appena salito al trono come nuovo regnante fece disseppellire il monumento e fece incidere il suo sogno su una stele che pose tra le zampe della sfinge a eterno ricordo dell’incontro con il dio. La profezia di Ra si era compiuta e Thutmose IV governava l’Egitto.
Magia protettrice del sonno Gli egizi temevano il sonno perché il dormiente era inerte e avrebbe potuto essere visitato da incubi notturni, spiriti malvagi o da delinquenti
Durante il sonno gli amuleti vegliavano sul dormiente – o sul defunto – e sui suoi sogni AMULETO CHE RAPPRESENTA LA DEA IPPOPOTAMO THOERIS. MET, NEW YORK.
in carne e ossa. Proprio per questo quando si dormiva era necessario proteggersi attraverso degli amuleti che avrebbero vegliato sulle persone e sui loro sogni. Per tutelare i bambini si scrivevano formule magiche su pezzi di papiro che venivano poi arrotolati e infilati in astucci di pelle o legno che dovevano essere portati al collo. I decreti amuletici oracolari per la protezione degli infanti furono in uso soprattutto tra la XII e la XXIII dinastia (X-VII secolo a.C.) e avevano la funzione di proteggere i bambini da tutte le malattie, da qualsiasi incidente e dai brutti sogni. Al Museo egizio di Torino se ne trova uno dov’è scritto: «Faremo buoni tutti i sogni che ha fatto. / Faremo buoni tutti i sogni che farà». Un altro oggetto che, oltre a un uso pratico, svolgeva anche un ruolo di difesa durante il sonno, era il poggiatesta. Era composto da tre parti:
Il sole e l’orizzonte
WHITE IMAGES / SCALA, FIRENZE
il poggiatesta dell’antico Egitto ha una forma che ricorda quella del geroglifico akhet, che significa “orizzonte”. Tale segno rappresenta il momento in cui il sole sorge all’orizzonte tra due montagne, ed era impiegato come simbolo della rinascita e dell’esistenza stessa. In questo modo, quando il morto o il dormiente adagiava il capo sul poggiatesta era come se diventasse il sole che sorge a nuova vita tra le montagne.
Questo splendido poggiatesta in avorio decorato con la figura di Shu, dio dell’atmosfera, proviene dal corredo funerario di Tutankhamon. Il dio è rappresentato mentre, con le braccia aperte e sollevate, sostiene la mezzaluna del poggiatesta. La testa del faraone diveniva così il sole. I leoni ai lati rappresentano invece l’est e l’ovest. Museo egizio, Il Cairo.
Infine, il poggiatesta aveva la stessa funzione di un amuleto. Collocato sotto la testa del defunto, avrebbe dovuto proteggerlo dalle insidie della Cuscini bizzarri morte. Era chiamato wres, che signiÈ difficile credere che questo curioso fica “veglia”, e già da qui s’intuisce oggetto potesse servire per dormire. come il suo uso non fosse solo pratiTuttavia i poggiatesta presenti nei co ma anche magico: avrebbe vegliato musei sono il più delle volte funerari e protetto il sonno – del morto o del e quindi, non essendo destinati a un dormiente, a seconda dei casi – dagli reale uso, sono talvolta molto alti e spiriti maligni, da tutto ciò che è nerealizzati in pietra. Quelli destinati ai gativo e dai brutti sogni. La formula vivi invece erano di legno, più bassi, e 166 del Libro dei morti afferma che potevano anche essere imbottiti con durante il viaggio nell’aldilà il detele di lino. Il loro impiego per riposare funto doveva portare il poggiatesta potrebbe sembrare scomodo, ma in re- come amuleto per impedire che i suoi altà così non è: nei Paesi dove il clima nemici lo decapitassero: in questo è caldo quest’oggetto è estremamente modo il corpo sarebbe giunto integro utile, se non indispensabile, in quanto a destinazione. Alcuni poggiatesta erano decorapermette una maggiore areazione della testa durante il sonno, donando alla ti con immagini apotropaiche come persona una piacevole sensazione di quelle delle dee Iside e Nefti, le due freschezza. Inoltre evita che la testa sia compagne protettrici di Osiride, cui poggiata direttamente al suolo. il morto-dormiente veniva assimiuna base, un piedistallo innestato su questa, e una parte superiore a mezzaluna per sostenere la testa.
lato, oppure con ritratti di Bes, un dio nano con piume sulla testa che mostra la lingua, la cui bruttezza aveva il potere di spaventare e allontanare tutto ciò che era negativo. Certi poggiatesta del Nuovo Regno sono accompagnati da testi geroglifici di buon augurio. In uno si legge: «Un buon sonno e il naso pieno di gioia»; in un altro: «Possa passare una buona notte», o anche: «Un buon sonno sotto la protezione di Amon» e via dicendo. Era un po’ come se il poggiatesta augurasse la buonanotte al suo proprietario. BARBARA FAENZA EGITTOLOGA
Per saperne di più
SAGGI
Letteratura e poesia nell’antico Egitto Edda Bresciani. Einaudi, Torino, 2020. La porta dei sogni Edda Bresciani. Einaudi, Torino, 2005.
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ANTONIO MORIBONDO
L’olio di Pompeo Batoni ricostruisce gli ultimi istanti di vita di Marco Antonio tra le braccia di Cleopatra. 1760. Musée des Beaux-Arts, Brest. A destra, braccialetto in oro a forma di serpente. Museo archeologico nazionale, Napoli. WHITE IMAGES / SCALA, FIRENZE
LA FINE DI CLEOPATRA E MARCO ANTONIO L’avventura politica e amorosa tra il comandante romano e la regina egizia giunse al termine nel 30 a.C. Assediati ad Alessandria da Ottaviano, entrambi preferirono il suicidio alla resa
FOGL IA
/ SCALA
, FIRENZE
ALESSANDRIA D’EGITTO
Fondata da Alessandro Magno nel 331 a.C., la capitale del Paese del Nilo sedusse Antonio da quando vi mise piede per la prima volta. Nell’immagine, ricostruzione dell’imponente via Canopica, che attraversava il centro della città.
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suoi di casa che ben colmassero i bicchieri [...] Non so se lo potrete fare domani, se servirete altri signori o se giacerò a terra cadavere, ridotto a niente». Al suo fianco la moglie, la regina Cleopatra, forse rimuginava in silenzio. Per capire come si fosse giunti a un simile epilogo bisogna tornare ai momenti convulsi che seguirono l’uccisione di Giulio Cesare nel 44 a.C. Dopo che i suoi assassini erano stati sconfitti a Filippi nel 42 a.C., i vincitori – Marco Antonio, Ottaviano (figlio adottivo di Cesare) e Lepido – si erano spartiti i possedimenti di Roma nel cosiddetto secondo triumvirato. Mentre Lepido perdeva potere, Ottaviano s’impadroniva della parte occidentale dei domini romani, e dall’Egitto Antonio governava l’Oriente assieme a Cleopatra, con cui aveva concepito tre figli tra il 40 e il 36 a.C. L’equilibrio non era però durato a lungo. Una volta estromesso Lepido, i due triumviri avevano rotto ogni relazione e nel 31 a.C. si erano scontrati nella battaglia navale di Azio, nella Grecia occidentale. La battaglia a stento poteva essere definita come tale: poco dopo l’inizio delle ostilità, Cleopatra era fuggita con le sue navi e Antonio l’aveva seguita, lasciando il resto della flotta alla mercé di Ottaviano.
C R O N O LO G I A
LA FINE DI UN SOGNO
La coppia reale era tornata ad Alessandria, mentre l’avversario riorganizzava le proprie forze. Nella primavera seguente Ottaviano aveva lanciato una doppia offensiva contro l’Egitto da est e da ovest: alla fine di luglio era accampato fuori da Alessandria, e la sua flotta ancorata a poca distanza dal porto. L’unico successo di Antonio, che aveva visto come il rivale conquistava terreno e gli alleati l’abbandonavano, era consistito nel mettere in fuga uno sparuto manipolo della cavalleria nemica. Era proprio quello il modesto trionfo che si festeggiava nel triste banchetto, e Antonio sapeva bene che era giunta la sua ora. Gli rimaneva un ultimo tentativo, un disperato attacco il giorno seguente via terra e via mare.
DIVIDERSI ROMA
Dopo la morte di Giulio Cesare venne costituito il secondo triumvirato, formato da Ottaviano, Antonio e Lepido. Sopra, aureo con l’effigie di Lepido. Museo nazionale romano, Roma. ORONOZ / ALBUM
Diserzione di massa All’alba del primo agosto Antonio schierò l’esercito fuori città e diede alla flotta l’ordine di andare all’assalto. Tuttavia, appena le sue navi furono vicine a quelle nemiche, alzarono i remi e si arresero, per poi unirsi a Ottaviano così da chiudere l’accesso al porto. Antonio e Cleopatra avevano appena perso qualsiasi possibilità di fuggire dall’Egitto via mare.
41 a.C.
37 a.C.
31 a.C.
30 a.C.
Antonio si reca nelle province orientali di Roma e conosce Cleopatra.
Ad Antiochia Marco Antonio sposa la regina d’Egitto, da cui ha già avuto due figli.
Cleopatra e Marco Antonio si scontrano con Ottaviano nella battaglia di Azio.
Ottaviano attacca l’Egitto. La coppia si suicida a pochi giorni l’uno dall’altra.
AUGUSTO DI PRIMA PORTA. SCULTURA IN MARMO. MUSEI VATICANI.
SCALA, FIRENZE
ACQUERELLO DI JEAN-CLAUDE GOLVIN. MUSÉE DÉPARTEMENTAL ARLES ANTIQUE © JEAN-CLAUDE GOLVIN / ÉDITIONS ERRANCE
a sera del 31 luglio del 30 a.C. nel palazzo reale di Alessandria venne celebrato un insolito banchetto. Anche se più lussuoso di molti altri, vi regnava un’atmosfera talmente cupa che gli invitati non riuscivano a trattenere le lacrime. Secondo quanto tramanda Plutarco nelle sue Vite Parallele, uno degli anfitrioni, il comandante romano Marco Antonio, comandò «ai servi
LA BATTAGLIAXXXXXX DEFINITIVA XXXXXXXXX XXX
Il bassorilievo presente nellaesaddw Nequassi re vend aec eatios Colección Duques a evenda quidit etus de quiCardona, quidunt faces Córdoba, la battaglia navale ea oluptiuevoca dicimin explaborrum, di in cui nel 31ntiunti a.C. ladicimin flotta di ut Azio, volorem oluptiu Ottaviano sconfisse explaborrum, ut quoquelle torem.di Marco Antonio e Cleopatra. XXXXXXXXXX PEPE LUCAS / ALBUM
FINE ART / AGE FOTOSTOCK
Non solo: pure la cavalleria, dispiegata su entrambi i fianchi dello schieramento, disertò. Dal momento che le ali erano esposte, la fanteria di Antonio non costituì una vera minaccia per Ottaviano e venne subito sconfitta. Furibondo, Antonio rientrò in città e irruppe nel palazzo reale strepitando che Cleopatra era una traditrice; qualcuno gli aveva infatti riferito che la regina aveva ordinato ai capitani delle navi di arrendersi a Ottaviano. Ma era vero? Sia Antonio sia Cleopatra avevano trascorso l’inverno a scambiare messaggi con Ottaviano. L’ex triumviro non aveva nulla da offrire all’avversario, a cui chiedeva solo clemenza. Cleopatra invece l’aveva: era lei la legittima regina dell’Egitto e manteneva il controllo delle ricchezze a cui aspirava Ottaviano. Dopo aver fatto erigere un mausoleo a due piani e avervi fatto riporre oro, argento, smeraldi, ebano, avorio, cinnamomo, Cleopatra l’aveva fatto ricoprire di resina e stoppa: una“bomba incendiaria”con cui sarebbe arso quell’immenso tesoro nel caso in cui Ottaviano non avesse accettato le sue condizioni, tra cui la garanzia che i figli le sarebbero succeduti sul trono d’Egitto.
IL COLPO DI FULMINE DOPO LA MORTE di Giulio Cesare, Marco Antonio si trasferì
a Tarso, in Asia Minore, e inviò un messaggio alla regina d’Egitto per incontrarla. Decisa a stupire il romano, Cleopatra giunse in città a bordo di una fastosa nave, in un baldacchino dorato e vestita come la dea Afrodite. Durante lo spettacolare banchetto che la sovrana offrì poco dopo, Antonio capì che non sarebbe più riuscito a vivere senza di lei. CLEOPATRA GIUNGE A TARSO. OLIO DI LAWRENCE ALMA-TADEMA. 1885.
Secondo alcuni storici, in tale accordo Antonio era prescindibile, anzi: era un ostacolo. Non vi sono dubbi sul fatto che la regina provasse dei sentimenti per lui ma, ancor prima di essere amante o moglie, era una sovrana che teneva al proprio regno e alla propria dinastia. Agendo alle spalle del consorte, Cleopatra – machiavellica quanto il suo antico protettore Cesare, Ottaviano o lo stesso Antonio – mirava semplicemente ai propri interessi politici e personali, alla stregua di tanti altri potenti dell’epoca. Non appena seppe che Antonio era fuori di sé dall’ira, Cleopatra si rifugiò nel mausoleo con due servitrici e un eunuco. Una volta chiusa la porta con un complesso meccanismo azionato dall’interno, l’edificio si trasformava in un’inespugnabile camera di sicurezza. Nel frattempo altri servi da lei edotti si presentarono ad Antonio per informarlo che la regina era deceduta.
Alla funesta notizia la furia del comandante romano mutò in desolazione. Sapeva che l’amante aveva già sperimentato diverse sostanze tossiche nell’eventualità che la situazione peggiorasse, cosicché la morte si potesse presentare come una dignitosa via d’uscita. Convinto che si fosse avvelenata, decise di seguirla nella tomba e ordinò allo schiavo Eros di trafiggerlo con la spada. A quest’ultimo mancò il coraggio e preferì togliersi la vita. «Bravo, Eros, che mi insegni come io debba fare ciò di cui tu sei incapace» avrebbe esclamato Antonio secondo Plutarco, rivolgendo contro di sé l’arma. Ma uccidersi in un simile modo non era certo facile. Per questo, come i samurai giapponesi ricorrevano all’aiuto di STATUETTA IN BRONZO IDENTIFICATA COME LA RAPPRESENTAZIONE DI ALESSANDRO ELIO, UNO DEI FIGLI DI MARCO ANTONIO E CLEOPATRA. MET, NEW YORK.
MET / AL BUM
L’ambiguità di Cleopatra
L’ULTIMO INCONTRO
Moribondo, Antonio viene issato all’interno del mausoleo dove Cleopatra si è rifugiata con due servitrici e un eunuco. Olio di EugèneErnest Hillemacher. 1863. Musée de Grenoble. AKG / ALBUM
BRIDGEMAN / ACI
un kaishakunin per portare a termine il seppuku – il suicidio –, i nobili romani decisi a porre fine alla propria vita chiedevano aiuto a qualche servo fedele, proprio come avevano fatto Cassio e Bruto, gli assassini di Cesare, all’indomani della sconfitta di Filippi. Privo d’aiuto, Antonio non riuscì a danneggiare organi vitali e comprese che l’agonia sarebbe stata lunga e dolorosa. In quel momento qualcuno l’informò che la regina era ancora viva; ordinò di essere portato da lei. Era talmente malconcio che dovettero condurlo al mausoleo in spalla. Affacciata alla finestra del piano superiore, Cleopatra ordinò che lo portassero dentro. Poiché l’edificio non era ancora ultimato, si potevano trovare dappertutto corde e ponteggi. Così Cleopatra e le ancelle issarono la portantina con una fune. È sempre Plutarco a raccontare di come, mentre la regina e le ancelle ansimavano per lo sforzo, un Antonio agonizzante sollevasse le braccia e chiamasse l’amata. I testimoni presenti alla scena avrebbero poi commentato di non aver mai visto uno spettacolo così commovente e ricco di pathos.
AMANTE SCONSOLATA NELLA VITA DI ANTONIO Plutarco descrive in tal modo il mo-
mento in cui Cleopatra contempla il corpo del suo amante morente: «Una volta che l’ebbe accolto, dopo tanto penare, nella tomba, e l’ebbe steso sopra un divano, si stracciò i veli su di lui, si batté e lacerò il petto con le mani, s’insanguinò il viso col suo sangue, lo chiamò signore e marito e imperatore; quasi si dimenticò dei suoi guai per la pietà che sentiva dell’amato». LA MORTE DI ANTONIO E CLEOPATRA. QUADRO DI ALESSANDRO TURCHI. 1630-1635. LOUVRE.
La morte di Antonio
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STATUA IN BASALTO RAFFIGURANTE CLEOPATRA. LA REGINA INDOSSA UN ABITO TIPICO EGIZIO E REGGE UNA CORNUCOPIA. ERMITAGE, SAN PIETROBURGO.
ENZ E
carta che le rimaneva per uno scambio. Ottaviano voleva impadronirsene, ma aveva anche bisogno della sovrana viva per farla sfilare in trionfo tra le strade di Roma. Decise dunque d’inviare l’ufficiale Gaio Proculeio a trattare con lei. Ma Cleopatra, temendo che la delegazione romana fosse venuta a imprigionarla, non si sporse nemmeno dalla finestra: parlò invece con il messo di Ottaviano attraverso la porta chiusa, assicurandogli che non si sarebbe mai consegnata, a meno che non le avessero consentito di far regnare i figli sul trono d’Egitto. Tornato da Ottaviano, Proculeio gli comunicò che, durante il colloquio, aveva esaminato da fuori il mausoleo
DEA
Appena riuscirono a introdurre il ferito nel mausoleo, la regina, sfinita per la fatica e per la tensione, si strappò la tunica e si graffiò il petto, mentre s’imbrattava il volto con il sangue di Antonio. Lui si sforzò per riprendere il contegno. Sorseggiando un ultimo calice di vino, accarezzò con tenerezza la moglie e le chiese che, una volta morto lui, trattasse con Ottaviano pur di salvarsi, a patto che lo facesse con dignità. Le suggerì pure che, invece di ricordare la sua triste fine, pensasse ai begli anni vissuti assieme. Secondo Plutarco, prima di spirare tra le sue braccia incoraggiò Cleopatra a non piangere per lui ma piuttosto a considerarlo fortunato, «essendo stato il più glorioso e il più potente uomo del mondo, il quale ora, generoso romano, era vinto da un altro romano». Dopo la morte del rivale, Ottaviano entrò ad Alessandria senza incontrare ostacoli sul suo cammino. Cleopatra si rifiutò di uscire dal mausoleo: i suoi tesori erano l’unica
L’ULTIMO COLLOQUIO
Cleopatra incontra Ottaviano per accordarsi con lui sulle condizioni della sua resa. Anton Raphael Mengs evoca tale momento. 1759. Augusta, Städtische Kunstsammlungen. AKG / ALBUM
e aveva scoperto una maniera per entrarvi. In una seconda ambasciata fu Cornelio Gallo a negoziare con Cleopatra da una parte all’altra della porta. Mentre Gallo portava per le lunghe la conversazione, Proculeio e due servitori poggiarono una scala contro il muro ed entrarono dalla finestra; poi scesero velocemente al piano inferiore e immobilizzarono Cleopatra prima che potesse pugnalarsi. Quindi aprirono l’edificio. I soldati di Ottaviano entrarono, presero il materiale infiammabile e s’impossessarono del tesoro.
Nessuna pietà
MORIRE CON ONORE
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Qualche giorno dopo Ottaviano e Cleopatra ebbero un incontro nel palazzo reale. Malgrado il lutto, la donna preparò di tutto punto la sala dove avrebbe ricevuto il nemico e l’allestì con quella che Cassio Dione avrebbe definito «studiata negligenza». Si mostrò come una vedova al contempo seducente e afflitta. Decisa a conquistare Ottaviano, riempì la sala di ritratti di Giulio Cesare, padre adottivo di quest’ultimo, e lesse ad alta voce alcuni tra i passaggi più appassionati delle lettere d’amore che aveva scambiato con lui. Nessuno dei suoi tentativi sortì però l’effetto desiderato: Ottaviano aveva progetti ben precisi per l’Egitto, il prospero Paese che produceva inoltre dell’ottimo frumento, necessario alla numerosa popolazione di Roma. Invece di farne un regno vassallo al pari della Giudea, della Cappadocia o della Mauritania, ambiva a trasformarlo in provincia e a nominare governatori che dipendessero direttamente da lui, e non dal senato di Roma. Insomma, Ottaviano non aveva mai preso in considerazione la possibilità di cedere l’Egitto ai figli di Cleopatra. Come se non bastasse, nell’incontro tra i due alla regina fu fatto intendere che avrebbe dovuto patire l’umiliazione di sfilare come trofeo di guerra nel corteo trionfale del vincitore. E sebbene la sua vita non corresse pericoli – a Roma non vigeva l’usanza di giustiziare le prigioniere –, sarebbe rimasta per sempre alla mercé di Ottaviano, potendo al massimo aspirare a una prigione dorata in qualche villa vicino al mare. Una disfatta che l’ultima discendente dei
CLEOPATRA si trovava a Roma assieme all’amante di allora, Giulio Cesare, quando questi celebrò la sfilata trionfale in cui venne esibita Arsinoe, sorellastra e grande rivale dell’ultima regina d’Egitto. Sicuramente Cleopatra preferì non assistere a uno spettacolo che offendeva la sua stirpe. Perciò, giunta l’ora della sconfitta, non accettò che Ottaviano ripetesse la stessa umiliazione e scelse di porre fine alla sua vita. ARSINOE IV È CONDOTTA COME UN TROFEO NEL TRIONFO DI CESARE A ROMA. INCISIONE.
Tolomei non era disposta ad accettare. Il giorno seguente la regina chiese ai sorveglianti di poter fare visita al cadavere di Antonio, deposto nel suo mausoleo. Plutarco racconta che lì pianse lacrime amare: «In vita nulla ci separò uno dall’altro; con la morte temo che dovremo scambiarci i luoghi della nostra origine: tu, romano, giacerai qui, io, derelitta, in Italia, e solo la parte che coprirò col mio corpo, riceverò della tua terra».
PROVINCIA ROMANA
Denario d’argento con su scritto Aegypto Capta, Egitto conquistato, coniato per ricordare la presa del Paese del Nilo. Stadtmuseum, Berlino.
Prepararsi a morire Dopo l’addio al consorte defunto, la sovrana tornò a palazzo, fece il bagno, indossò le sue vesti migliori e cenò. Quindi mandò a Ottaviano una lettera sigillata in cui chiedeva di essere sepolta accanto ad Antonio. Appena la lesse, Ottaviano capì subito le intenzioni della donna e inviò degli uomini per impedirne il suicidio. LA , SCA BPK /
E FIR
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LA MORTE DI CLEOPATRA
Colei che un tempo era stata la regina d’Egitto giace morta per il morso leggendario dell’aspide. Quadro di Guido Cagnacci. 1657-1658. Kunsthistorisches Museum, Vienna. AUSTRIAN ARCHIVES / SCALA, FIRENZE
KENNETH GARRETT
Ma era troppo tardi. Quando entrarono nella stanza, la regina giaceva morta su un divano dorato. Ai suoi piedi, il corpo senza vita della schiava Iras. Un’altra serva, Carmione, ebbe giusto il tempo d’indossare la corona regale prima di accasciarsi a terra. Sono molte le ipotesi sulle modalità con cui si uccisero Cleopatra e le sue ancelle. I minuscoli morsi su una spalla della monarca e la circostanza che negli ultimi tempi avesse condotto esperimenti con il veleno indussero a credere che fossero state attaccate da un aspide, una specie di cobra tipico dell’Egitto. Fu questa la versione che s’impose sulle altre, sebbene il rettile non fosse stato trovato da nessuna parte. Del resto il simbolismo del cobra era così potente che, quando Ottaviano celebrò a Roma il trionfo su Marco Antonio e Cleopatra, fece sfilare un’immagine della regina con un aspide attorcigliato al braccio.
Con la scomparsa di Cleopatra, l’Egitto divenne una semplice provincia. Ottaviano assunse il titolo di Augusto e diede inizio alle riforme che avrebbero trasformato l’antica repubblica nell’impero romano. Quanto a Cleopatra, Ottaviano rispettò le sue ultime volontà e permise che potesse riposare assieme ad Antonio nel mausoleo che lei stessa aveva fatto costruire: uniti nell’eternità e, soprattutto, nella leggenda.
TEMPIO DI DENDERA
Sulle pareti di questo santuario dedicato alla dea Hathor sono rappresentati più volte Cleopatra e Cesarione, figlio ed erede.
JAVIER NEGRETE SCRITTORE. AUTORE DI ROMA INVICTA
Per saperne di più
SAGGI
Cleopatra Chiara Melani. Giunti, Firenze, 2021. La morte di Cleopatra Letizia Lodi, Lisa Hilton. Skira, Milano, 2017. TESTI
Antonio e Cleopatra William Shakespeare. Mondadori, Milano, 2019.
STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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UN COBRA O UNA SPILLA AVVELENATA? ome poté entrare un aspide in un edificio controllato da decine di sentinelle? Cassio Dione e Plutarco riferiscono più versioni: un contadino lo portò nascosto in una cesta di fichi per la regina, o era ben celato in un’idria, una brocca d’acqua, e Cleopatra lo fece salire su di lei pizzicandolo con una bacchetta d’oro. Il problema è che un cobra non sembrerebbe un affidabile strumento di suicidio, visto che poi sarebbe servito per uccidere pure le due ancelle: l’animale poteva rifiutarsi di mordere le vittime, o inoculare una dose di veleno insufficiente. Inoltre il veleno avrebbe comportato convulsioni, rictus del viso – contrazione
dei muscoli facciali simile al riso – e altri effetti, poco decorosi nonché inappropriati alla fine di una regnante. Sia Cassio Dione sia Plutarco raccontano pure un’altra storia: Cleopatra si punse da sola con una spilla nascosta nei capelli e precedentemente immersa in un veleno che, al contatto con il sangue, induceva una morte rapida e indolore, come la sovrana aveva sperimentato nei giorni precedenti. Quest’ultima versione sembra la più verosimile. A ogni modo, come per altri misteriosi casi dell’antichità, e in mancanza di prove materiali, storici e studiosi dovranno accontentarsi di mere ipotesi sulla morte di questa donna dal fascino immenso.
DEA / ALBUM
LA MORTE DI CLEOPATRA. OLIO DI JEAN-ANDRÉ RIXENS. 1874. MUSÉE DES AUGUSTINS, TOLOSA.
ATLANTIDE A RCH EOLO GIA DI UN MI TO Quasi 2.400 anni fa, nelle opere Timeo e Crizia, Platone descrisse una grande isola affondata nell’oceano dagli dei, che si cercò vanamente d’identificare
SPL
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TRA DUE MONDI
Sopra, moderna ricostruzione del centro di Atlantide, con il tempio di Poseidone. A destra, un busto di Platone su una mappa del 1785 che mostra la posizione di Atlantide.
.BUSTO: BRIDGEMAN / ACI. MAPPA: GRANGER / AURIMAGES
DAVID SANTIAGO GARCÍ A / FOTOTECA 9X12
PALUDI DEL GUADALQUIVIR
Sopra, El Rocío, a Huelva, nel Parco nazionale di Doñana. Pochi chilometri più in là si trova la palude di Hinojos, uno dei luoghi della Spagna dove si pensava sorgesse Atlantide.
C R O N O LO G I A
LE RADICI DEL MITO 38 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
A
scolta, Socrate, un discorso certamente singolare, ma tutto vero, come lo raccontò un giorno Solone». È con queste parole che nel Timeo di Platone inizia la storia di Atlantide, il continente che ebbe l’ardire di conquistare tutto il mondo conosciuto e finì sommerso dalle acque in un gigantesco cataclisma. Grazie alla forza di tale racconto il ricordo di Atlantide ha continuato a sopravvivere. Anzi, studiosi di ogni tipo hanno cercato di dimostrare che il filosofo parlava di un evento reale, e che sarebbe bastato seguire alla lettera le sue parole per
XVII secolo a.C.
Un’eruzione vulcanica sull’isola di Thera, l’attuale Santorini, seppellisce l’attiva enclave commerciale minoica di Akrotiri.
scoprire in quale punto dell’oceano era affondato quel potente regno. Non è quindi sorprendente che, dopo la scoperta dell’America, una volta provata l’esistenza di terre emerse oltre lo stretto di Gibilterra, l’anelito d’individuare dove sorgesse Atlantide abbia portato a situarla in una miriade di località differenti, dall’Atlantico al Pacifico, dal Baltico alla Groenlandia o all’Antartide, e persino nello stesso Mediterraneo. L’archeologia non è rimasta indifferente a questa smania esplorativa: sebbene si consideri generalmente che il racconto platonico sul continente scomparso abbia solo fini mo-
479 a.C.
426 a.C.
Uno tsunami (il più antico di cui si abbia testimonianza in un testo) travolge le truppe persiane che assediano la città di Potidea.
Quando Platone ha circa dieci anni, un terremoto seguito da uno tsunami distrugge la città di Orobie e la piccola isola di Atalanta.
rali, non si esclude che il filosofo possa essersi ispirato a una catastrofe naturale avvenuta ai suoi tempi o in epoca precedente.
In Andalusia? La maggior parte degli studiosi che ha interpretato il racconto di Platone come un resoconto veritiero colloca Atlantide sulla costa atlantica della regione spagnola dell’Andalusia, in accordo con il fatto che nel Timeo si dice che sorgesse nell’oceano. Ma la motivazione principale è la peculiare topografia di quella frangia litoranea – costituita di estuari, isolotti, canali e zone lacustri – che richiama la
descrizione platonica della capitale del regno perduto. È forse per questa ragione che l’identificazione di Atlantide con le paludi del Guadalquivir è molto antica. Si trova per la prima volta in uno scritto del 1673 dell’erudito José Pellicer de Ossau Salas y Tovar che, affermando di basarsi sull’opinione espressa dallo storico e gesuita Juan de Mariana nel 1592, propone di collocare il continente scomparso nelle paludi di Hinojos (Doñana). L’archeologia, invece, non interviene nella questione fino al 1920, quando lo studioso
373 a.C.
360 a.C. circa
Un terremoto devasta le città di Bura ed Elice. Anticamente le rovine di quest’ultima erano visibili sott’acqua.
Platone scrive il dialogo Timeo, in cui racconta che un cataclisma distrusse l’isola di Atlantide tra i 9mila e i 10mila anni fa.
CIONDOLO TARTESSICO CHE FA PARTE DEL TESORO DEL CARAMBOLO. VII-VI SECOLO A.C. MAN, MADRID. ALCUNI AUTORI HANNO COLLEGATO TARTESSO E ATLANTIDE. PRISMA / ALBUM
358-354 a.C.
Nel Crizia, Platone presenta Atlantide come la versione imperialista dell’Atene democratica. STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
39
GLI EREDI DI POSEIDONE
UNA BREVE STORIA DI ATLANTIDE
A
tlantide era un’isola al largo delle Colonne d’Ercole (il nome con cui i greci chiamavano lo stretto di Gibilterra) grande quanto la Libia e l’Asia messe insieme. Nella spartizione del mondo operata dagli dei era stata assegnata a Poseidone, da cui discendevano gli atlantidei. Era divisa in tre zone: una pianura, una montagna e la capitale. Il dio separò la città mediante tre anelli concentrici di mare, che i suoi abitanti protessero rispettivamente con mura di ferro, stagno e oricalco. La pianura forniva alimenti di ogni tipo ed era popolata da animali domestici e selvatici, come l’elefante. Al centro della città si trovava il tempio di Poseidone, dove si riunivano i dieci re dell’isola. Col tempo, gli atlantidei divennero superbi e ambiziosi. Costruirono
una grande flotta e arrivarono a dominare il Tirreno e l’Africa settentrionale. Solo Atene li sconfisse, ma si ritrovò coinvolta nel cataclisma che Zeus aveva inviato per punire l’orgoglio degli atlantidei. Un violento terremoto e un diluvio spazzarono via l’isola in un giorno e una notte e la fecero sprofondare nel mare. ATLANTIDE, SITUATA TRA L’EUROPA E IL SUDAMERICA IN UNA MAPPA TEDESCA DEL 1785.
GRANGER / AURIMAGES
NESSUNA TRACCIA SCRITTA
HERITAGE / SCALA, FIRENZE
Eruzione del vulcano di Santorini nel 1866. Della grande eruzione del 1628-1600 a.C. non c’è traccia in documenti coevi o successivi.
40 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
tedesco Adolf Schulten inizia gli scavi che lo avrebbero portato a scoprire la civiltà dei tartessi. Schulten suggeriva che le leggende sulla sua enorme ricchezza potessero aver ispirato l’abbondanza di metalli preziosi che Platone attribuiva agli atlantidei. Fu invece Ellen Whishaw, un’archeologa dilettante statunitense che viveva a Huelva, a collegare esplicitamente la civiltà dei tartessi con Atlantide, nel suo libro Atlantis in Spain del 1928.
All’inizio del XXI secolo la relazione tra Atlantide e la costa andalusa è tornata alla ribalta con L’Atlantide retrouvée? (2009), il libro del geologo francese Jacques Collina-Girard. Nel testo si sostiene che il continente scomparso fosse situato al largo di capo Spartel, sulla costa atlantica del Marocco settentrionale, e che fosse costituito da una serie di isole poi sommerse intorno al 9400 a.C. dall’innalzamento del livello del mare. Invece, in un articolo del 2004, il fisico tedesco Rainer W. Kühne collocava l’isola nelle paludi di Hinojos, in virtù di alcune fotografie satellitari in cui secondo lui era possibile osservare delle strutture sepolte. Tali strutture sono alla base della teoria che Richard Freund ha diffuso tramite i documentari da lui prodotti per il canale di National Geographic, Finding Atlantis (2011) e Atlantis Rising (2017), e il libro Digging through History (2017). Freund e il suo collaboratore, lo scrittore cubano Georgeos Díaz-Montexano, sono partiti dall’ipotesi che Atlantide fosse a Doñana per poi sostenere che alcuni reperti del periodo tartessico potrebbero contenere
LEPRETE PIERRE / GETTY IMAGES
riferimenti alla sua esistenza. Solo nel 2010 il geologo greco Stavros Papamarinopoulos ha fatto notare che Platone parla di una penisola e non di un’isola, e ha ampliato l’estensione di Atlantide a tutto il sud-ovest della Spagna. Queste teorie hanno in comune un grande dispiegamento di mezzi, l’uso di tecnologie all’avanguardia, una lettura molto personale del testo di Platone e una tendenza a mescolare date e fatti. Nel frattempo il Progetto Hinojos, avviato nel 2005 dal Consiglio superiore spagnolo per la ricerca scientifica per verificare l’ipotesi di Kühne, ha permesso di datare le strutture da lui osservate al periodo andaluso, documentare l’occupazione di Doñana alla fine del Neolitico e chiarirne l’evoluzione geomorfologica: fasi di sedimentazione, subsidenza ed episodi erosivi oceanici, come quello rilevato intorno al 2000 a.C.
Catastrofi nell’Egeo Coloro che credono che Platone possa essersi ispirato a una catastrofe della sua epoca si sono concentrati sull’Egeo, una zona soggetta
a terremoti ed eruzioni. La teoria più famosa mette in relazione la scomparsa di Atlantide con l’eruzione vulcanica avvenuta a Santorini nel XVII secolo a.C. Questo cataclisma ricoprì l’allora fiorente cultura dell’isola con uno spesso strato di cenere e lava, mentre la pioggia di lapilli e lo tsunami finale causarono alterazioni climatiche e devastazioni in varie parti del Mediterraneo. L’idea di collegare la calamità di Santorini alla scomparsa di Atlantide nacque in seguito all’eruzione del 1866-1870, poco dopo che gli ingegneri francesi incaricati di estrarre aggregati dalle cave per la costruzione del canale di Suez scoprirono dei resti di alcune case sotto la lava. Ferdinand A. Fouqué, un geologo inviato a studiare il vulcano, pubblicò la ricerca Santorin et ses éruptions (1879), in seguito alla quale divenne abituale associare l’isola greca a un cataclisma simile a quello vissuto da Atlantide. Lo stesso effetto ebbero La terre et les mers (1864) di Louis Figuier, un chimico diventato scrittore; o Les terres disparues (1885) di Auguste Nicaise, un archeologo francese
IL CRATERE DI SANTORINI
Nel 21000 a.C. circa un’eruzione sull’isola permise al mare di riversarsi nella caldera vulcanica, nel cui centro si formò un’isola che in gran parte scomparve con l’eruzione del 1628-1600 a.C.
STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
41
L’AFFASCINANTE MONDO Nel Crizia il filosofo greco narra dell’esistenza di un arcipelago a ovest
LE MURA
IL PALAZZO
Diversi cerchi concentrici di mura, costruiti con pietre di vari colori e ricoperti di metalli differenti (stagno, bronzo, oricalco), proteggevano la capitale atlantidea da eventuali attacchi esterni.
Sede del governo di Atlantide e prodigio di architettura e ricchezza, era situato nel circolo centrale dell’isola, ben protetto e circondato dalle case dei guardiani, lo stadio e l’ippodromo.
RICOSTRUZIONE DI ATLANTIDE OPERA DELLO STUDIOSO DEL MONDO ANTICO PETER CONNOLLY, BASATA SULLA DESCRIZIONE PLATONICA. AKG / ALBUM
DESCRITTO DA PLATONE dello stretto di Gibilterra, di cui Atlantide era l’isola più grande
L’ACROPOLI
IL CANALE
Era situata nel centro della città e vi si onoravano le divinità tutelari di Atlantide. Nel tempio di Poseidone, protetto da un muro d’oro, erano conservate le ricche offerte degli abitanti della città perduta.
Metteva in comunicazione il circolo esterno di Atlantide con il mare. Ogni circolo era dotato di banchine a cui si accedeva tramite un sistema di canali che assicurava il commercio dell’isola con il mondo esterno.
LA TESTIMONIANZA DI ERODOTO
UNO TSUNAMI NELLA GRECIA CLASSICA
E
rodoto racconta, come Platone, di una catastrofe verificatasi nel 479 a.C. che fece sprofondare in mare un esercito invasore. Secondo quanto tramandato dallo storico, dopo la sconfitta contro i greci nella battaglia navale di Salamina, la flotta persiana intraprese il viaggio di ritorno. Un contingente che aveva protetto la flotta via terra venne a sapere della ribellione antipersiana in diverse città della penisola calcidica e le attaccò. Dopo aver conquistato Olinto, il contingente assediò Potidea per tre mesi. Poi, un giorno, il mare si ritirò dalla costa. Le truppe persiane ne approfittarono per avvicinarsi alla città, ma quando avevano percorso i due quinti del tragitto furono sorprese da una mareggiata di tale portata che annegarono sul posto, e la città si salvò. Erodoto
aggiunge che, secondo gli abitanti, Poseidone aveva in questo modo voluto punire i persiani per aver profanato il suo tempio, ubicato nei dintorni di Potidea. L’analisi dei sedimenti marini condotta di recente ha rivelato che l’evento riportato da Erodoto fu uno tsunami, il più antico documentato in letteratura. POSEIDONE, DIO DEL MARE, RAFFIGURATO SU UN LÈKYTHOS, UN VASO PER UNGUENTI DEL 480-460 A.C.
DEA / SCALA, FIRENZE
MONETA DI ELICE
Elice, poi distrutta da un terremoto, era la capitale di una confederazione di città che si riunivano nel santuario di Poseidone, il cui tridente è raffigurato su questa moneta.
/ BPK
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44 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
che cercò dei collegamenti fra Atlantide, Santorini e l’eruzione del Krakatoa (1883). Tuttavia, nessuno di questi autori avanzò l’ipotesi che Santorini fosse Atlantide. L’identificazione richiese tempo, perché prima bisognava connettere la civiltà minoica di Creta e quella atlantidea. In due articoli del 1909 e del 1913 l’archeologo inglese Kingdon Tregrosse Frost sostenne che il racconto platonico ricostruiva, modificandola, la fine del mondo minoico. Il passo successivo – il collegamento tra Creta e Santorini – fu opera di Spyridon Marinatos, l’archeologo greco che scoprì Akrotiri. All’inizio lo studioso non ottenne il permesso di effettuare scavi a Santorini, così decise di lavorare a Creta, dove riteneva che una catastrofe di quella portata dovesse avere lasciato delle tracce. Nel 1932 scavò l’antico porto di Cnosso, Amniso, dove trovò una villa con degli affreschi e dei resti di pietra grezza e cenere che mise in relazione con l’eruzione. Lo
spostamento di alcuni grandi blocchi lo portò a sospettare che potesse essersi verificato un maremoto. Da qui ebbe origine la teoria – formulata tra il 1934 e il 1939 – che la civiltà minoica fosse stata distrutta dall’eruzione di Santorini. Più tardi, nel 1950, Marinatos affermò che Santorini non era Atlantide, ma che comunque il mito dell’isola scomparsa si basava su una tradizione relativa a una catastrofe nel mar Egeo. È stato il geologo greco Angelos G. Galanopoulos a chiudere il cerchio, nel 1969. Nel suo libro Atlantis sostiene che Santorini era Atlantide, che Creta fu distrutta da un vulcano e che il racconto biblico dell’Esodo si riferiva alle fasi dell’eruzione: la colonna di fuoco che mostrava la strada agli ebrei era la colonna eruttiva, e il ritiro delle acque del mar Rosso il momento precedente lo tsunami. Nemmeno il fatto che gli studi di archeologia abbiano dimostrato che la distruzione dei palazzi cretesi è avvenuta in epoca successiva all’eruzione è riuscito a frenare le teorie che connettono Creta, Santorini e Atlantide.
HERCULES MILAS / ALAMY / ACI
Altre catastrofi sono state collegate ad Atlantide, in particolare due accadute durante la vita di Platone. La prima, del 426 a.C., quando Platone aveva all’incirca dieci anni, è il terremoto che distrusse la città di Orobie (sull’isola di Eubea) e l’isola di Atalanta. A tal proposito Tucidide racconta: «Il mare si ritirò da quella che allora era la costa e, sollevando una grande onda, travolse una zona della città, sommergendone una parte mentre si ritirava nell’altra. E così quella che una volta era terraferma ora è mare». La seconda è la distruzione di Elice e Bura, sulla costa settentrionale del Peloponneso, nel 373 a.C. Secondo Eraclide Pontico, discepolo di Platone, quell’inverno un terremoto spazzò via le due città per volere di Poseidone, dio del mare e dei terremoti, infuriato per un atto di empietà. A raccontarlo sono autori greci e romani, che riferiscono anche quanto visto in prima persona, dato che il sito divenne un’attrazione turistica: sott’acqua si poteva osservare la statua di bronzo del dio con un ippocampo. Nel 1988 sono iniziate le ricerche sottomarine per trovare l’antica
Elice, poi spostatesi sulla terraferma nel 1991. Dopo che sono state individuate le tracce di una laguna sui cui fondali giacevano dei resti di mura, è nato il Progetto Elice, che dal 2000 ha portato alla luce la città sulla terraferma. Elice fu distrutta dal terremoto, ma non venne sommersa dal mare: fu ricoperta dal fango e dal limo portati dalle piogge torrenziali e dai sedimenti del fiume adiacente. Per aprire un dibattito tra sostenitori e detrattori dell’esistenza di Atlantide, le squadre di Elice e Akrotiri hanno partecipato alle conferenze organizzate da Papamarinopoulos a Milo (2005, 2008, 2011), una chiara dimostrazione di quanto quest’arcana leggenda sia ancora molto viva.
LE ROVINE DI POTIDEA
I resti delle mura di Potidea si ergono ancora sulle acque del mar Egeo. Nel 479 a.C. uno tsunami distrusse l’esercito persiano che assediava la città.
MARIA TERESA MAGADÁN ICAC (ISTITUTO CATALANO DI ARCHEOLOGIA CLASSICA)
Per saperne di più
SAGGI
Atlantide. Breve storia di un mito Pierre Vidal-Naquet. Einaudi, Torino, 2006. Atlantide. Una controversia scientifica da Colombo a Darwin Marco Ciardi. Carocci, Roma, 2002.
STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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CASTRO DI COAÑA
È il primo insediamento studiato: José María Flórez vi effettuò i primi scavi nel 1877. Tra il 1939 e il 1944 Juan Uría Ríu e Antonio García y Bellido portarono alla luce gli edifici qui visibili. STOCKPHOTOASTUR / GETTY IMAGES
I CASTROS DELLE ASTURIE Anche se per un certo periodo si è ritenuto che gli insediamenti fortificati del nord della Spagna fossero comparsi dopo la conquista romana, ora si è stabilito che sorsero quasi mille anni prima, alla fine dell’Età del bronzo
ORONOZ / ALBUM. COLORE: SANTI PÉREZ
L’EDIFICIO ALL’INGRESSO DEL CASTRO, CHE NEL DISEGNO È RAFFIGURATO COME UNA TORRE DIFENSIVA, FORSE ERA PIUTTOSTO UNO SPAZIO RIALZATO (UNA SORTA DI TRIBUNA) UTILIZZATO PER LE RIUNIONI, SIMILE PER DIMENSIONI A UN EDIFICIO ANALOGO RINVENUTO NELL’INSEDIAMENTO DI CHAO SAMARTÍN. IN ENTRAMBI I CASI, IN PROSSIMITÀ DI QUESTI SPAZI SORGEVANO DELLE SAUNE CASTRENSI.
Riproduzione a colori della ricostruzione del sito pubblicata dall’archeologo Antonio García y Bellido, direttore dei primi scavi scientifici lì realizzati nel 1942.
AL
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AUGUSTO SUL DRITTO DI UN QUATERNIONE, UNA MONETA D’ORO EQUIVALENTE A QUATTRO AUREI. 48 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
on l’espressione “cultura castrense” di solito s’indicano i popoli che vissero sulla costa cantabrica, nel nord della Spagna, tra la fine della preistoria e la conquista da parte delle legioni dell’imperatore Augusto. Ma l’uso di quest’espressione è stato messo in discussione perché suggerisce l’idea erronea che la civiltà a cui si riferisce sia rimasta invariata nel corso di un millennio di storia. Sebbene questa critica abbia delle basi, è anche vero che i termini evocano una cultura specifica vissuta tra paesaggi nebbiosi, foreste e montagne, al cui interno – in un intervallo di tempo non rigido – il castro rappresentò il
simbolo e il segno d’identità più forte per gli asturiani, eredi degli antichi cantabri, asturi e galiziani che popolavano le attuali Asturie.
Cos’è un castro? I castros furono i primi insediamenti stabili e fortificati di cui si abbia testimonianza nel nord-ovest della penisola iberica. La loro ubicazione si adattava all’aspro paesaggio delle terre cantabriche, nonostante fossero per lo più situati in una posizione rialzata, più idonea a proteggere gli abitanti e ulteriormente rafforzata dalla costruzione di palizzate, fossati e mura difensive. Nelle zone interne sorgevano in genere su colline o alture isolate, che permettevano di
XI secolo a.C.
IX secolo a.C.
IV secolo a.C.
19 a.C.
Primi segni di occupazione in alcuni castros come Taramundi, Chao Samartín o Campa Torres.
Inizia l’ascesa della società castrense delle Asturie. Nella regione si moltiplicano gli insediamenti.
Appaiono le saune castrensi e allo stesso tempo si sviluppa la tecnica della lavorazione del ferro.
Augusto sconfigge i cantabri e gli asturi. La civiltà castrense inizia un inesorabile declino sotto il dominio romano.
FERNANDO FERNÁNDEZ / AGE FOTOSTOCK
COAÑA VISTA DALL’ALTO
CASTRO DI SAN CHUIS
La prima occupazione del sito dotato di un muro e di un fossato risale all’VIII secolo a.C. Gli scavi sono iniziati nel 1962, dieci anni dopo la sua scoperta.
ORONOZ / ALBUM
Pendia La Escrita
Os Castros
Chao Samartín
San Chuis
Monte Castrelo
CANGAS DEL NARCEA
C O R D I Larón
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A
I
L’esistenza di recinti fortificati stabili è ben attestata nelle Asturie sin dalla fine del IX secolo a.C., ma diversi siti mostrano segni di popolamento anche nei due secoli precedenti. È il caso di Chao Samartín e Monte Castrelo de Pelóu (nel comune spagnolo di Grandas de Salime), Os Castros (Taramundi) e Campa Torres (Gijón).
Coaña
Arancedo
Z
Quando sorsero?
Mohías
El Picón
I G A L
Questo ornamento d’oro, che denota l’alto status sociale di chi lo indossa, è caratteristico dell’oreficeria castrense. Museo archeologico delle Asturie, Oviedo.
Cabo Blanco
Navia
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LA TORQUE, IL COLLARE CELTICO
El Esteiro
Porcía
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controllare i corsi dei fiumi e gli specchi d’acqua navigabili. A volte dominavano anche i principali estuari della regione, molto apprezzati dai marinai dell’antichità perché offrivano un luogo di riparo su una costa frastagliata e sferzata dal mare e dai venti come quella cantabrica. Lungo il litorale questi insediamenti si susseguono a intervalli di appena due o tre chilometri – soprattutto a ovest del fiume Nalón –, sfruttando i promontori e le ripide scogliere. La prima linea difensiva era di solito costituita da fossati. Lo scavo di queste trincee intorno ai castros, oltre a proteggere, forniva il materiale necessario a costruire case e mura. I fossati potevano raggiungere dimensioni superiori rispetto alle più esigenti precauzioni militari. Al pari delle mura, richiedevano un imponente sforzo collettivo, che forse promuoveva la coesione del gruppo e trasmetteva un’efficace immagine di prosperità e potenza alle comunità vicine. Le cinte difensive, che nei primi insediamenti erano robuste palizzate o recinzioni fatte di pietra e travi di legno, divennero sempre più complesse, adottando una struttura a doppio paramento con riempimento interno. A partire dal IV secolo a.C. abbandonarono il precedente profilo lineare e continuo per essere sostituite da una configurazione a moduli separati che ne migliorava la resistenza.
CARTOGRAFIA: EOSGIS.COM
L’occupazione – continua o intermittente – proseguì fino alla sconfitta contro i romani e alla perdita dell’indipendenza. In seguito alcuni insediamenti furono abbandonati, mentre altri sopravvissero per decenni. Gli storici suddividono questo periodo di quasi mille anni in fasi culturali distinte. La prima, che va dalla tarda Età del bronzo all’inizio dell’Età del ferro, durò fino alla metà del I millennio a.C. Ne sono i migliori esempi i castros di Camoca e El Olivar (entrambi a
Con il materiale estratto durante lo scavo dei fossati si costruivano case e mura ASCIA A TALLONE IN BRONZO. GLI ANELLI SERVIVANO A FISSARLA ALL’IMPUGNATURA. MUSEO ARCHEOLOGICO DELLE ASTURIE, OVIEDO.
C A N T A B R I C O
M A R
Campa Torres
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GIJÓN
El Olivar
Castello di San Martín
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Alava
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La Cogollina
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La Garba
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MIERES
D I G L I E R A
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C A N T A B R I C A
Principato delle Asturie Castros individuati
C A E O R D SI TD II GG LL II AE R A Villaviciosa), Coaña e i già citati Taramundi, Campa Torres e Chao Samartín. In quest’ultimo, la parte più alta dell’insediamento era circondata da un muro che delimitava un ampio spazio intorno a una singolare cresta di quarzite. Alle porte di questo recinto gli archeologi hanno trovato una specie di nicchia scavata nel terreno e coperta da una lastra di pietra, sotto la quale era custodita una parte del cranio di una ragazza morta a circa quindici anni di età. Il teschio fu sepolto lì intorno all’800 a.C., forse in seguito al sacrificio della giovane, oppure al recupero delle spoglie di una qualche antenata mitica, esumata in una delle tombe neolitiche così frequenti nelle immediate vicinanze dell’insediamento.
L E Ó N C A N T A B R I C A Castros scavati Località attuali
ASTURIE, TERRA DI CASTROS IL NOME DELLE ANTICHE ASTURIE deriva dal fiume Esla, che
i romani chiamavano Astura. La mappa riprodotta in alto comprende il territorio dell’attuale principato delle Asturie, che non coincide esattamente con i domini degli asturi. Questi ultimi erano separati dai galiziani dal corso del fiume Navia e dai cantabri dal Sella, mentre a sud si estendevano fino al Duero. Il gran numero d’insediamenti identificati nella regione – in genere situati vicino ai fiumi o agli estuari, lungo la costa – contrasta con i pochi che sono già stati studiati. I principali, da cui è stato possibile ricavare più informazioni, sono quelli di Coaña e Pendia, scavati negli anni ’40, Chao Samartín (1990), Monte Castrelo de Pelóu (2003) e Os Castros de Taramundi (2006).
PIC
Si possono solo fare ipotesi in merito alle intenzioni di chi creò una nicchia così curata ai piedi delle mura. Forse la sepoltura era connessa a qualche evento importante per la comunità, probabilmente tragico o relativo alla fondazione dell’insediamento. Si tratta, in ogni caso, di un comportamento praticato fin dalla preistoria per rafforzare il nesso con gli antenati, cercarne la protezione e rivendicare la legittimità della propria stirpe. Non ci sono prove che il recinto rialzato di Chao Samartín, denominato “acropoli”, fosse uno spazio abitativo. Al contrario, i manufatti recuperati durante gli scavi suggeriscono che avesse uno scopo cerimoniale, forse legato ad attività rituali e comunitarie. Al suo interno sorgeva un unico grande edificio, con la porta che dava sulla cresta di quarzite ai piedi della quale ardeva costantemente un falò.
Vita quotidiana L’esistenza di grandi case destinate al servizio della comunità divenne abituale in epoche successive, nella cosiddetta seconda Età del ferro, tra il IV e il I secolo a.C. Nei castros della Cantabria occidentale, a queste case si accompagnavano alcuni edifici molto particolari: le saune castrensi. Sia le case sia le saune erano teatro di liturgie connesse all’attività politica o religiosa della comunità. La sauna fu una delle creazioni più originali dei popoli delle Asturie e della Galizia dell’Età del ferro. Erano destinate alla pratica cerimoniale dei bagni di vapore e legate a rituali di purificazione e iniziazione. Si trattava di piccoli monumenti in cui gli abitanti degli insediamenti amministravano il potere benefico delle divinità che, come la dea Navia (da cui prenderebbe nome il fiume cantabrico), risiedevano nelle acque primordiali delle sorgenti e dei letti dei fiumi. Oltre alle grandi case comuni e alle saune, in questi luoghi sorgeva pure
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Un gioiello eccezionale Il diadema di Moñes (così chiamato perché probabilmente proviene da questo villaggio asturiano) fu trovato nel 1885 e risale a un momento imprecisato dell’Età del ferro, forse tra il VI e il I secolo a.C. I due frammenti di sinistra sono conservati presso il Museo archeologico nazionale di Madrid, e quello di destra è una riproduzione di quello del Museo d’archeologia di Saint-Germain-en-Laye. PEDRO CARRIÓN / ALBUM
una serie di costruzioni prevalentemente a pianta circolare. A seconda delle zone potevano essere fatte di materiali deperibili collocati su un basamento di pietra e ricoperti di argilla, oppure di pietre tenute insieme con fango; avevano pareti di tre metri di altezza ed erano dotate di un solaio ricoperto con vegetazione. Al centro dell’unica stanza, intorno al camino o al focolare, si riuniva il gruppo familiare. Questo era il luogo che accoglieva gli spiriti degli antenati e dove
Forse coloro che seppellirono il cranio di Chao Samartín lo avevano preso da una tomba neolitica CALOTTA O VOLTA CRANICA APPARTENENTE A UNA GIOVANE DONNA, RITROVATA NEL CASTRO DI CHAO SAMARTÍN. MUSEO CASTRO CHAO SAMARTÍN
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I cavalieri 1 tengono le redini con la mano sinistra, nella quale reggono al contempo una caetra (scudo) o una torque, mentre con la destra impugnano una lancia; sulle loro teste è visibile un triplice pennacchio. Tra le zampe dei cavalli sono raffigurati
dei pesci e degli uccelli acquatici. Per quanto riguarda le figure in piedi, alcune reggono un paiolo con ciascuna mano 2, mentre un altro personaggio è nella stessa posizione dei cavalieri e ha in testa un pennacchio simile al loro 3. Oggi questo manufatto è chiamato
si rendeva manifesto il rango delle diverse persone che, a quanto riferisce il geografo greco Strabone, sedevano secondo un ordine specifico in base all’età e alla dignità. Lo stesso autore parla anche dell’importanza della raccolta nell’alimentazione degli abitanti dei castros, soffermandosi in particolare sulle ghiande. Le testimonianze archeologiche mostrano d’altra parte il consumo di legumi e cereali come miglio, avena e farro, di carne di manzo, maiale e capra, e anche di pesce e di molluschi negli insediamenti vicino al mare. All’esterno delle abitazioni, gli archeologi hanno trovato prove della preparazione e del consumo di cibo, probabilmente connessi alla celebrazione di banchetti e sacrifici come quelli
anche diadema-cintura, perché all’inizio era stato interpretato come un ornamento per la testa, mentre in seguito si è ipotizzato che fosse una cintura a cui si accompagnava una fascia di materiale organico. Fonte: Museo Arqueológico Nacional, Madrid.
IL PASSAGGIO ALL’ALDILÀ NEL DIADEMA DI MOÑES QUEST’OPERA STRAORDINARIA fu creata lavorando a sbalzo dei
sottili fogli d’oro. Sul diadema sono raffigurati cavalieri e bambini armati in compagnia di figure femminili che trasportano grandi paioli. Ambientate sullo sfondo di un paesaggio acquatico, le scene rappresentano il viaggio eroico dei guerrieri verso l’aldilà – l’evento rievocato nelle saune castrensi. La composizione enfatizza il ruolo prominente delle donne in una cerimonia in cui le figure femminili trasportano recipienti di metallo che simboleggiano la morte e la resurrezione. Si tratta di oggetti simili a quelli usati dalle tribù germaniche per raccogliere il sangue del nemico sacrificato, o al famoso calderone di Gundestrup, su cui sono rappresentate diverse dee nell’atto di partecipare alla rinascita di un guerriero tramite la sua immersione nel calderone stesso.
Il forno occupava la parte iniziale dell’edificio. Accanto a esso c’era un piccolo serbatoio contenente l’acqua che veniva versata sulle pietre riscaldate dal fuoco per produrre vapore.
Acqua e fuoco. Il termine “sauna” è fuorviante per designare questi edifici, che non erano semplici zone termali, quanto piuttosto santuari nei quali venivano custoditi gli elementi fondamentali del pensiero religioso degli abitanti dei castros: l’acqua, il principio purificatore attraverso il quale avveniva il passaggio all’aldilà, e il fuoco, simbolo dell’origine comune e della coesione del gruppo.
LE SAUNE, SANTUARI CASTRENSI Qui accanto, la ricostruzione dell’edificio termale 2 del castro di Coaña. L’aspetto attuale di questa antica sauna castrense, costruita intorno al IV secolo a.C., è visibile nella fotografia riprodotta sulla destra.
Una parete divisoria separava la stanza del forno, alla quale si poteva accedere solo attraverso una stretta apertura a livello del suolo; quest’unica entrata rimanda ai concetti di iniziazione, rigenerazione e passaggio spirituale connessi all’acqua e al fuoco.
“Recinto sacro” di Coaña. In evidenza la pianta della sauna orientale (Coaña 2).
VAPORI BENEFICI
Le saune castrensi erano edifici monumentali che occupavano una posizione preminente sopra la porta di accesso agli insediamenti, all’interno del recinto delimitato dalle mura. La struttura dei recinti segue sempre lo stesso schema, in vigore dal V secolo a.C. e in auge fino al periodo romano inoltrato. Va però sottolineato che durante la dominazione di Roma questi spazi persero il loro tradizionale carattere sacro e furono ridotti a una mera funzione balneare, quasi come se si trattasse di semplici terme romane. Ormai slegati dalle credenze e dai miti originari, con il passare dei secoli furono usati sempre meno e infine abbandonati.
ILLUSTRAZIONE: IVÁN CUERVO PER IL MUSEO ARQUEOLÓGICO DE ASTURIAS. FOTO: ÁNGEL VILLA VALDÉS
Il suolo era pavimentato con grandi lastre di ardesia. La camera in cui si trovava il forno aveva una copertura a falsa volta, anch’essa in ardesia.
JUANJO ARROJO PER Á.VILLA. MUSEO CASTRO DE CHAO SAMARTÍN. CATALOGO
PUGNALE DI TARAMUNDI
Conserva l’impugnatura (i cui due prolungamenti caratterizzano i cosiddetti pugnali ad antenna) e la punta di bronzo, la lama di ferro e parte della fibra vegetale del fodero.
descritti da Strabone tra i popoli del nord della penisola iberica. La maggior parte degli oggetti di uso quotidiano era probabilmente in legno o in fibre vegetali. Strabone ricorda che i popoli del nord «usavano recipienti di legno, proprio come i celti»; e le cronache di Eugenio de Salazar, scritte nel XVI secolo, affermano che alcune comunità delle Asturie occidentali mangiavano e bevevano in «piatti e ciotole di legno», perché preferivano non utilizzare i «piatti in ceramica di Talavera, né in vetro veneziano», in quanto li ritenevano «sporchi e fatti di fango». Di fatto, nei castros asturiani dell’Età del ferro la ceramica scarseggia, e i prodotti esotici come le ceramiche greche o i tipici vasi iberici decorati, detti calatos, sono inconsueti. Le popolazioni locali conoscevano la lavorazione dei metalli, il che non sorprende in una regione la cui tradizione mineraria risale a 4.500 anni fa, quando si cominciò a estrarre il rame nella Sierra del Aramo (Riosa), a El Milagro (Onís) e a La Profunda (León). I materiali legati alla metallurgia del rame e del bronzo sono molto comuni. In una prima fase le tecniche e i manufatti sono eredi delle tradizioni preistoriche, ma in seguito compaiono nuovi oggetti destinati soprattutto all’ornamento personale, come piccole spille o fibule, tra le quali spiccano quelle a forma di cavallo, considerate un segno delle influenze celtiche provenienti dalla regione limitrofa della Meseta. Anche se negli insediamenti più antichi sono stati trovati oggetti di ferro, nella prima metà del I millennio a.C. la presenza di questo metallo è molto scarsa. Era infatti ricavato unicamente per mezzo di scambi e poi lavorato tramite forgiatura. Alcuni lingotti così ottenuti, trovati a Camoca, sono esposti nel Museo archeologico delle Asturie di Oviedo, della cui collezione fanno parte i pugnali ad antenna di
UM ALB Z/ NO ORO
VASO REALIZZATO E RINVENUTO NELL’INSEDIAMENTO DI COAÑA. MUSEO ARQUEOLÓGICO DE ASTURIAS, OVIEDO.
Taramundi e di Chao Samartín, i più antichi oggetti in ferro realizzati nella zona e rinvenuti fino a oggi. A partire dal IV secolo a.C. gli artigiani cominciarono a padroneggiare i processi siderurgici che resero disponibili nuove armi e nuovi attrezzi agricoli. Sembra anche che gli specialisti locali fossero particolarmente abili nella lavorazione dei metalli preziosi: utilizzavano non solo le tecniche tradizionali dell’Età del bronzo, ma anche altre di origine meridionale come la saldatura, la granulazione e la filigrana, dando vita a un’oreficeria autentica, le cui creazioni più rappresentative erano torque (anelli da collo), orecchini e diademi.
Una società di guerrieri? In contrasto con l’immagine guerriera proiettata dalle formidabili strutture difensive dei castros e dal carattere bellicoso che gli scrittori classici attribuivano alle popolazioni locali, i reperti archeologici parlano di una società contadina e dotata di un orientamento egualitario, in cui i ruoli di comando dovevano avere un carattere onorifico. È inoltre evidente l’importanza delle donne in ruoli chiave della società per garantire la coesione del gruppo e la legittima trasmissione della stirpe; e i testi classici ne evidenziano l’unicità dell’abbigliamento, l’audacia del carattere o lo status di legittime destinatarie dell’eredità familiare. A ciò si aggiungono le varie testimonianze dell’importante ruolo ricoperto dalle donne nelle cerimonie che si svolgevano nelle saune castrensi, dove veniva anche custodito il fuoco comune (simbolo di unità e origini condivise), che periodicamente avrebbe rinnovato quello dei focolari familiari e illuminato la fondazione di nuovi insediamenti. ÁNGEL VILLA VALDÉS ARCHEOLOGO DEL MUSEO ARCHEOLOGICO DELLE ASTURIE
Per saperne di più
SAGGI
Hispania Romana. Da terra di conquista a provincia dell’Impero J. Arce, S. Ensoli, E. La Rocca (a cura di). Mondadori Electa, Milano, 1997. INTERNET
https://www.castrosdeasturias.es/
ÁNGEL VILLA VALDÉS
UN CASTRO PER ROMA
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/ RA MO RLO AGE
OCK OST FOT
UNA DEDICA scritta dagli abitanti di Buroflavia ha permesso d’identificare l’insediamento di Chao Samartín, a Grandas de Salime, con la civitas Ocela, citata dal geografo Tolomeo nel II secolo d.C., la cui ubicazione era finora sconosciuta. Il sito fu scelto dai conquistatori romani come centro amministrativo di alcuni territori ricchi di miniere d’oro. Come residenza del funzionario incaricato di gestirlo fu eretta una grande casa nobiliare, una domus, dotata di atrio e bagni, riccamente decorata con pitture murali, stucchi e colonne. La costruzione dell’edificio richiese di abbattere un terzo del vecchio insediamento.
UNA FINE IMPROVVISA
Intorno al 180 d.C. un terremoto mise fine alla storia millenaria dei castros. La parte inferiore di questa foto mostra l’enorme domus romana. LE TRACCE DI ROMA
La fotografia qui accanto rappresenta un frammento di pittura murale proveniente dalla domus romana di Chao Samartín.
MARCO AURELIO
LE MEDITAZIONI
DEA / ALBUM
Nel mezzo delle feroci campagne contro le popolazioni germaniche del Danubio, l’imperatore Marco Aurelio scrisse delle riflessioni che lo collocarono tra i più famosi pensatori dell’antichità
SOLDATO E FILOSOFO
L’unica statua equestre di epoca classica arrivata fino ai nostri giorni è quella di Marco Aurelio conservata nei Musei capitolini di Roma; questa copia è esposta in piazza del Campidoglio. A sinistra, strumenti di scrittura romani del I secolo d.C. Rijksmuseum, Nimega. SHUTTERSTOCK
ANDREA JEMOLO / SCALA, FIRENZE
SCONTRO TRA ROMANI E MARCOMANNI. SARCOFAGO DI UN GENERALE DI MARCO AURELIO. MUSEO NAZIONALE ROMANO.
EPITTETO, IL SUO MODELLO
Nelle Meditazioni, Marco Aurelio ringrazia il suo maestro Rustico per avergli fatto conoscere l’opera dello stoico Epitteto (sotto), morto intorno al 135 d.C.
L
e Meditazioni (o Colloqui con sé stesso) sono un capolavoro della filosofia antica scritto dall’imperatore romano Marco Aurelio. In realtà l’autore non aveva intenzione di pubblicare l’opera, ritenendola piuttosto una raccolta di annotazioni personali scritte con l’unico obiettivo di sforzarsi di essere un governante migliore e, soprattutto, una persona migliore. Marco Aurelio elaborò le Meditazioni sul finire della sua vita e (almeno in parte) durante la lunga e sanguinosa guerra che condusse tra il 169 d.C. e il 180 d.C. contro le tribù germaniche insediate lungo il Danubio. Di fronte all’avvicinarsi della morte, sua e degli altri, Marco Aurelio cercò conforto
C R O N O LO G I A
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LA PENNA E LA SPADA
nella filosofia: non gli restava più tempo per scrivere le sue memorie, né per leggere i testi che si era riservato per la vecchiaia. L’unica cosa da fare era prendere coscienza di sé stessi e del senso ultimo della vita per prepararsi all’incontro finale con la divinità. Il risultato di questo sincero esercizio d’introspezione sono dodici libri di annotazioni apparentemente scollegate, forse scritte nei momenti lasciati liberi dalle campagne militari, che assumono forme differenti – dalle massime incisive alle brevi dissertazioni sulla vita e l’essere umano. Marco Aurelio non scriveva in latino, ma in greco, la lingua della filosofia forgiata da Platone e Aristotele, che aveva imparato dalla madre e che padroneggiava fin dall’infanzia, tanto che citava con scioltezza Omero ed Euripide. In greco erano stati scritti anche i precetti morali raccolti nell’Enchiridion (Manuale) di Epitteto, un ex schiavo greco diventato filosofo stoico. Fu questo il modello più diretto a cui si rifece Marco Aurelio per le sue riflessioni, contribuendo con un’opera originale a questa tradizione filosofica.
Alla ricerca della pace interiore Leggendo le parole dell’imperatore si resta colpiti da quanto poco si rallegri delle sue vittorie sugli avversari: sarebbe, dice, come se un ragno s’insuperbisse di aver catturato una mosca. È vero che certi versi evocano l’esperienza del combattimento: «Hai mai visto una mano mozza, o un piede, o una testa tagliata, che giace, da qualche parte, senza il resto del corpo?». Ma Marco Aurelio non si crogiola in tali visioni, al contrario: «Disprezza questo po’ di carne», ricorda continuamente a sé stesso, «è sangue putrido, un po’ di ossa, un sottile reticolo di nervi, venuzze e arterie, niente di più». L’importante per lui è trovare la pace dello
121 d.C.
138 d.C.
Il 26 aprile nasce a Roma Marco Annio Catilio. Il padre discende da una nobile famiglia di Ucubi, l’odierna Espejo, in Spagna.
Il futuro imperatore Antonino Pio adotta come suoi successori Lucio Vero e Marco Annio Catilio, ora chiamato Marco Aurelio.
LE PORTE DI FERRO
Questo è il nome dato alla gola del Danubio che separa la Serbia e la Romania, dove si trovava la provincia romana della Dacia. A nord-ovest di questa regione Marco Aurelio combatté una guerra contro i quadi e i marcomanni. STELIAN POROJNICU / ALAMY / ACI
161 d.C.
169 d.C.
178 d.C.
180 d.C.
Muore Antonino Pio. Marco Aurelio gli succede al governo e associa al trono il fratello adottivo Lucio Vero.
Dopo la morte di Lucio Vero, Marco Aurelio si dirige verso il Danubio per combattere contro varie popolazioni germaniche.
L’imperatore riesce a sottomettere i quadi e i marcomanni. Durante la guerra scrive le Meditazioni.
Marco Aurelio muore di peste il 17 marzo a Vindobona (Vienna). Gli succede sul trono il figlio Commodo.
RIFLESSIONI SULLE RIVE DEL DANUBIO
L
E MEDITAZIONI rispecchiano indi-
rettamente la vita e i costumi romani, ma contengono pochissimi riferimenti alle circostanze specifiche in cui furono scritte. Per esempio, all’inizio del Libro III si legge l’indicazione «A Carnunto», una base militare sulle rive del Danubio, non lontano da Vienna, dove Marco Aurelio aveva stabilito il suo quartier generale. Un altro riferimento alla fine del Libro I recita: «Fra i quadi, sul Granua». Il Granua (Hron) è un affluente del Danubio che attraversa tutta l’odierna Slovacchia, il che rivela che l’imperatore non si accontentò di dirigere le operazioni da Carnunto, ma oltrepassò il Danubio per inoltrarsi in territorio germanico. È commovente che Marco Aurelio abbia trovato il tempo per scrivere le sue riflessioni in mezzo a tutte quelle operazioni militari.
IL GIOVANE MARCO AURELIO
Antonino Pio, sovrano di un impero pacifico, credeva che il figlio adottivo (sotto in un busto conservato al Louvre) non avrebbe avuto bisogno di addestramento militare.
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spirito dopo le lunghe giornate trascorse accanto al Danubio, durante le quali ricorda che «il tempo è come un fiume di eventi e un torrente impetuoso». Non è nel suo quartier generale che Marco Aurelio si rifugia a scrivere, ma piuttosto dentro di sé: «In nessun luogo, infatti, né più tranquillo né più calmo che nella sua stessa anima può ritirarsi un uomo». La ragione – che per i filosofi stoici non è altro che quel piccolo dio che risiede in ogni essere umano – serve a Marco Aurelio come guida interiore nell’unica lotta che per lui conta davvero: quella per la salvezza eterna. Quando si dispone a scrivere, forse nella solitudine della notte, l’imperatore sembra aprire il suo cuore con totale sincerità. Le Meditazioni sono una sorta di “resa dei conti” con cui vuole rendere omaggio a tutti coloro che hanno avuto un’influenza positiva su di lui nel corso della sua vita. Ringrazia ad esempio i suoi precettori per averlo allontanato dalla superstizione e dal vizio, e per aver
moderato la sua passione per gli spettacoli circensi e il gioco d’azzardo, orientandolo verso una vita più austera e virtuosa. Il più importante di questi, come ricorda lo stesso autore del testo, fu Quinto Giunio Rustico, che corresse il suo carattere impetuoso e lo introdusse alla lettura dei filosofi stoici. Grazie a queste raccomandazioni, Marco Aurelio imparò che la felicità dipende dalla pratica della virtù e che bisogna sempre farsi guidare dalla ragione di fronte alle difficoltà della vita.
Solo ombre L’imperatore ricorda anche i suoi giorni alla corte di Roma, dove arrivò a soli diciassette anni. Lì imparò a vivere senza bisogno di una guardia personale, né di abiti sontuosi o altri lussi del genere. Fu il suo predecessore sul trono, Antonino Pio, a imporgli questa sobrietà: Marco Aurelio ne loda l’affabilità, lo zelo con cui si dedicava alle necessità dello stato e la calma fermezza con cui prendeva le decisioni; e confessa che, in quell’epoca, quasi non sentiva nemmeno la tentazione d’indulgere agli impulsi sessuali, e che
SHUTTERSTOCK
ROVINE DI CARNUNTO. TRAIANO FECE DI QUESTA CITTÀ LA CAPITALE DELLA PANNONIA SUPERIORE, DOVE MARCO AURELIO RISIEDETTE DAL 171 AL 173.
IL PADRE ADOTTIVO
Apoteosi o deificazione di Antonino Pio e di sua moglie Faustina Maggiore, sul piedistallo della colonna dedicata a questo imperatore nel Campo Marzio a Roma. Esposta nel cortile della Pinacoteca dei Musei vaticani. BRIDGEMAN / ACI
FAUSTINA MINORE
L’accusa di tradire il marito con i gladiatori mirava a giustificare il brutale operato del figlio Commodo, che amava scontrarsi con loro in spettacoli circensi.
rimase vergine fino al matrimonio. Di sua moglie Faustina Minore, figlia di Antonino Pio, loda la mitezza, l’affetto e la semplicità, sebbene girasse voce che lei lo tradisse con soldati e gladiatori di bell’aspetto. Ma Marco Aurelio ha solo buone parole per tutti: sono ormai morti e di loro non resta che l’ombra di un ricordo rievocato per iscritto durante le notti insonni nell’accampamento.
La morte, una liberazione
SKI / DOW LEWAN
Quando spunta il giorno, questi ricordi svaniscono e la dura realtà s’impone: l’imperatore romano deve guidare i suoi eserciti in una nuova spedizione. Marco Aurelio riconosce nelle Meditazioni di alzarsi talvolta con riluttanza; e soprattutto, di sentirsi vecchio e debole, sull’orlo della morte. Per quanto riguarda la guerra, l’imperatore ripensa ai grandi generali del passato, come Alessandro Magno, Cesare e Pompeo: nonostante le importanti vittorie, «un bel giorno uscirono di vita anche loro», afferma. Evoca anche le sontuose corti imperiali
di Augusto, Adriano e Antonino: lo spettacolo di potere che offrivano era lo stesso, cambiavano solo gli attori. Cita poi gli anonimi abitanti di Pompei ed Ercolano, che morirono sepolti sotto le ceneri del Vesuvio. Con loro Marco Aurelio sente di condividere un unico destino. «Pensa alla brevità della vita»; «non credere che sia una gran cosa dover morire fra molti anni piuttosto che domani»; compi «ciascuna azione come se fosse l’ultima della tua vita»: è questo il monito che percorre quasi ossessivamente le Meditazioni. La morte è per Marco Aurelio anche una liberazione, poiché comporta il distacco da un mondo in cui molti ignorano l’unico valore da lui riconosciuto: quello della virtù razionale e del bene morale. Il vero dramma di Marco Aurelio è che si sforza di amare i suoi simili –«adattati a ciò che hai avuto in sorte, e gli uomini con cui ti è toccato di vivere amali, ma veramente», scrive –, ma odia ciò che essi amano. I giochi del circo, per esempio, gl’ispirano disgusto; disprezza il sesso come un semplice «sfregamento di un misero membro»; e non capisce perché la gente si appassioni tanto alla toga
ERICH LESSING / ALBUM
ALESSANDRO MAGNO, NEL MOSAICO DELLA BATTAGLIA DI ISSO. MARCO AURELIO SCRIVE NELLE MEDITAZIONI: «ALESSANDRO IL MACEDONE E IL SUO MULATTIERE MORIRONO E FECERO LA STESSA FINE».
IS LA PA ND RA N-G RM
POMPEI E IL VESUVIO
A proposito della natura effimera della vita, Marco Aurelio cita nelle sue Meditazioni tre città scomparse: Pompei (nella foto) ed Ercolano, sepolte dal Vesuvio nel 79 d.C., ed Elice (in Acaia, Grecia), inghiottita dal mare nel 373 a.C. MASSIMO RIPANI / FOTOTECA 9X12
DA CLINTON A HANNIBAL LECTER
MARCO AURELIO INTENTO A SCRIVERE LE MEDITAZIONI. ILLUSTRAZIONE DELLA STORIA DI ROMA DI FRANCESCO BERTOLINI. XIX SECOLO.
LO SCARSO VALORE DEL SESSO
FOGLIA / SCALA, FIRENZE
Nelle Meditazioni si legge che «l’accoppiamento è sfregamento di un misero membro ed escrezione con qualche spasmo di un po’ di muco».
pretesta, segno distintivo di senatori e imperatori: secondo quanto afferma, quegli abiti non sono altro che «peluzzi di pecora tinti con un po’ di rosso di una conchiglia». Per non perdere il senno, Marco Aurelio s’impone un riservato silenzio su questi argomenti: «Che non ti si senta lamentarti della vita di corte, che neppure tu senta te stesso quando te ne lamenti». L’imperatore cerca di rimanere sempre calmo e di non indignarsi per quello che il suo prossimo dirà o penserà di lui. A che scopo, poi? Come ricorda a sé stesso: «Presto ti dimenticherai di tutti; presto tutti si dimenticheranno di te». È solo ed esclusivamente la filosofia che deve accompagnarlo nel suo ultimo viaggio. Marco Aurelio si ripete tutto questo senza alcun accenno di angoscia o disperazione. Secondo quanto afferma nel testo, persino la fine dev’essere accolta con gratitudine: «Non disprezzare la morte, ma accettala di buon grado».
relio e la semplice profondità del suo pensiero, le Meditazioni hanno attirato l’interesse di vari capi di stato, da Federico II di Prussia al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. In Cina, dopo che il premier Wen Jiabao ebbe dichiarato di aver letto l’opera più di 100 volte, questa divenne uno dei classici greci più tradotti e pubblicati nel Paese insieme alla Repubblica di Platone. Il testo di Marco Aurelio entrò anche nell’immaginario popolare. In una scena del film Il silenzio degli innocenti (1991), ad esempio, il terrificante personaggio dello psichiatra cannibale Hannibal Lecter aiuta l’agente dell’FBI Clarice Starling a capire l’anima di un serial killer con queste parole: «Leggi Marco Aurelio: di ogni singola cosa chiedi che cos’è in sé, qual è la sua natura».
BRIDGEMAN / ACI
P
ER L’IMPORTANZA di Marco Au-
Per aderirvi con assoluta naturalezza, l’imperatore arriva a paragonare il momento della morte a qualcosa di così semplice come un’oliva matura che cade, «benedicendo la terra che l’ha prodotta e ringraziando l’albero che l’ha generata». Marco Aurelio comprende fino in fondo quale privilegio sia stato il semplice fatto di aver vissuto: respirare, pensare, godere e amare il prossimo, anche chi gli ha fatto dei torti. Proprio per questo, nonostante una vita movimentata, l’imperatore si augura di poter «morire non borbottando, ma veramente sereno e dal profondo del cuore grato agli dèi». JUAN PABLO SÁNCHEZ FILOLOGO CLASSICO
Per saperne di più
TESTI
Colloqui con se stesso. Ricordi e pensieri Marco Aurelio. Demetra, Firenze, 2021. SAGGI
Marco Aurelio. La miseria della filosofia Augusto Fraschetti. Laterza, Roma-Bari, 2008. Marco Aurelio. L’imperatore che scoprì la saggezza Pierre Grimal. Garzanti, Milano, 2018.
LA MORTE DELL’IMPERATORE
Eugène Delacroix la ricostruì così nella sua tela Le ultime parole di Marco Aurelio. L’imperatore afferra il braccio del figlio e successore Commodo. 1844. Musée des Beaux-Arts, Lione. RENÉ-GABRIEL OJÉDA / RMN-GRAND PALAIS
ALCUNE RIFLESSIONI PER SÉ STESSO Dei quasi 100 imperatori romani, Marco Aurelio è l’unico a essere stato considerato un filosofo. Sono qui riportate alcune massime tratte dalle sue Meditazioni, conosciute anche con i titoli Ricordi, Pensieri o A sé stesso (traduzione letterale dell’originale greco Ta eis heautón).
B R E V I T À D ELLA V ITA Tieni […] presente che nessuno perde altra vita se non quella che vive, né vive altra vita se non quella che perde (II, 14). Alla fin fine, la vita è breve: bisogna approfittare del presente con senno e giustizia (IV, 26). Ricorda […] che ciascuno vive solo quest’istante che è presente; il resto è vita già vissuta o incerto avvenire. Piccolo è quindi il tempo che ciascuno vive, piccolo l’angolino di terra dove vive (III, 10).
L E RELA Z ION I C ON GLI ALTRI Gli uomini sono nati gli uni per gli altri: dunque, o istruiscili o sopportali (VIII, 59). Che cosa, infatti, ti infastidisce? La cattiveria degli uomini? Considerati i termini del problema - e cioè che gli esseri razionali esistono gli uni per gli altri; che la tolleranza è parte della giustizia; che sbagliano senza volerlo - e considerato quanti già, dopo aver nutrito inimicizia, sospetto, odio, giacciono trafitti, ridotti in cenere, smettila, infine! (IV, 3). Trascorri il resto della vita come chi ha affidato con tutta l’anima tutte le sue cose agli dèi, senza renderti mai né tiranno né schiavo di nessun uomo (IV, 31).
S U LLA B ON TÀ Fa’ attenzione e desidera di essere onesto con te stesso in ogni cosa che fai (VII, 58). Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può sempre zampillare, se sempre scavi dentro di te (VII, 59). Mantieniti quindi semplice, buono, puro, serio, schietto, amante del giusto, timorato di dio, benevolo, affettuoso, energico nell’assolvere i tuoi doveri [...] La vita è breve; unico frutto della vita terrena una disposizione alla rettitudine, e azioni nell’interesse della comunità (VI, 30). Non tenere mai in conto come cosa utile per te stesso ciò che ti costringerà un giorno a violare la fede, abbandonare il contegno, odiare, sospettare, maledire, simulare (III, 7).
AGIRE N EL MOD O GIU S TO Non agire contro la tua volontà, né egoisticamente, né senza attento esame, né trascinato da motivi opposti […] Siano in te serenità e mancanza di bisogno dell’aiuto esterno e della tranquillità che offrono gli altri (III, 5).
Non divagare, ma in ogni impulso compi ciò che è giusto e in ogni pensiero serba la facoltà percettiva (IV, 22). Prendi senza orgoglio, lascia prontamente (VIII, 33). Non esser trascurato nelle azioni, né confuso nei discorsi, né incerto nei pensieri, né troppo concentrato in te stesso o troppo fuori di te, né dalla vita indaffarata (VIII, 51). SCALA, FIRENZE
BUSTO DI MARCO AURELIO SCOLPITO IN MARMO DI CARRARA. PRINCETON UNIVERSITY ART MUSEUM.
Non farti un’opinione delle cose tale quale è il giudizio del prepotente o come egli vuole che tu le giudichi, ma vedile in sé stesse, come veramente sono (IV, 11).
CASTELLO DI QUÉRIBUS
Nel 1209, quando iniziò la crociata albigese, questa imponente fortezza situata a Cucugnan, in Linguadoca, a 728 m di altezza, apparteneva al cavaliere cataro Chabert di Barbera. ARNAUD SPANI / GTRES
LA FEDE DEI CATARI UN CR IS T I A N E SI MO DI F F ER EN T E NEL XIII SECOLO SI DIFFUSE UNA FEDE CRISTIANA CHE MIRAVA A SALVARE GLI UOMINI DA UN MONDO DI CORRUZIONE E A RIPORTARNE LE ANIME ALLA PATRIA CELESTE
Miniatura che raffigura il rogo dei catari durante la crociata condotta contro di loro. Grandes chroniques de Saint-Denis. 1400 circa. Bibliothèque municipale, Tolosa.
E
ra il 1165 circa quando un inquieto monaco tedesco di nome Ecberto, dell’abbazia cistercense di Schönau, sul Reno, scrisse dei sermoni per l’arcivescovo di Colonia. Nei testi raccontava della presenza di una setta eretica nella regione. Secondo Ecberto, i membri di questo gruppo non solo criticavano sistematicamente la corruzione della Chiesa cattolica e del suo clero, ma mettevano anche in dubbio la validità dei sacramenti e negavano persino che Cristo avesse avuto una natura umana. Il monaco li chiamò “catari”, un termine che deriva dal greco katharoi (letteralmente, “puri”). L’espressione, già utilizzata molti secoli prima per riferirsi ai membri di un’antica eresia dell’Asia Minore, fu ripresa per indicare questi nuovi fedeli eterodossi.
DANIEL SCHOENEN / ALAMY / ACI
KHARBINE-TAPABOR / ALBUM
ROGHI DI ERETICI
VISTA DELLA WIESENTAL, LA VALLE DEL FIUME WIESE, DOVE SORGEVA L’ABBAZIA DI SCHÖNAU A CUI APPARTENEVA IL MONACO ECBERTO.
Anche se loro si definivano semplicemente cristiani, il nome catari era destinato a fare fortuna. Il catarismo sarebbe diventato uno dei movimenti eretici medievali più noti, anche se più per la sanguinosa repressione di cui fu oggetto che per le sue dottrine, che sono state spesso presentate in modo semplicistico se non distorto. L’aspetto più affascinante della fede catara è senza dubbio il dualismo. L’importanza di questo elemento variò molto a seconda dei momenti storici e delle località, ma indubbiamente permeava il modo in cui i catari intendevano e vivevano il cri-
C R O N O LO G I A
ASCESA E CADUTA DEI CATARI
Inizio della lotta per le investiture, dalla quale il potere papale uscirà notevolmente rafforzato. I catari emergono dal clero che si oppone a questa nuova Chiesa.
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Il monaco tedesco Ecberto, dell’abbazia di Schönau, scrive una serie di sermoni per l’arcivescovo di Colonia in cui riferisce della presenza di catari nella zona. PAPA GREGORIO VII. MINIATURA DEL XII SECOLO.
72 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
DAL RENO ALL’OCCITANIA
FOCOLAI DI ERESIA
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e prime accuse di eresia contro i catari si registrarono nella zona del Reno intorno al 1140. La nuova fede aveva probabilmente messo radici in certi ambienti colti delle città tedesche che all’epoca erano coinvolte nel confronto tra i sovrani del Sacro romano impero e il papato, a causa delle pretese di autorità universale di quest’ultimo. I predicatori catari diffusero le loro idee lungo le principali vie di comunicazione dell’Europa occidentale. In ogni regione, quanto più radicato era il sentimento anticlericale, tanto più facilmente prendeva piede il catarismo. In questo modo il movimento riuscì a diffondersi lungo un vasto territorio che arrivava fino alle Fiandre, al nord della Francia, allo Champagne, alla Borgogna e comprendeva anche le due zone dove raggiunse la massima diffusione: l’Occitania (la metà meridionale dell’attuale Francia) e la parte settentrionale della penisola italica.
stianesimo, conferendo al gruppo un carattere estremamente particolare rispetto al resto delle confessioni cristiane.
Tra bene e male La base del dualismo cataro è la distinzione tra due principi opposti, il bene e il male, in lotta permanente tra loro. Il principio del bene è assimilato alla figura di Dio, che nella sua infinita bontà avrebbe creato il mondo eterno e invisibile dello spirito. A fronteggiarlo c’è il principio del male, chiamato il Diavolo, il Maligno o Satana. Profondamente invidioso della creazione divina, il Maligno
cercò d’imitare l’opera di Dio in modo grottesco, creando il mondo visibile e corruttibile della materia, che i catari equiparavano al peccato. Anche l’origine del Maligno e la natura del suo potere differivano tra le diverse correnti catare. Per i catari, uomini e donne si trovano davanti a un bivio tra il bene e il male. Satana sedusse un buon numero di anime create da Dio per popolare il suo mondo corruttibile e materiale, allettandole con promesse di ricchezza e potere, con le gioie della vita familiare o anche attraverso immagini seducenti.
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Dopo diversi mesi di duro assedio, cade la fortezza di Montségur, l’ultima grande roccaforte catara in Francia. Come monito, 225 eretici fatti prigionieri vengono bruciati sul rogo.
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Papa Innocenzo III indice una crociata contro i catari dopo l’omicidio del monaco cistercense Pietro di Castelnau. Ha così inizio oltre un secolo di repressione contro la Chiesa catara.
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IL CONTE DI TOLOSA
Sigillo del conte Raimondo VII di Tolosa. Scomunicato dal papa Onorio III per il suo sostegno al catarismo, in seguito partecipò alla repressione del movimento. Archives nationales, Parigi.
LA NASCITA DI GESÙ Secondo il predicatore cataro Bélibaste, Cristo «discese dal cielo e apparve come un bambino appena nato a Betlemme». Sotto, un angelo con Gesù bambino nell’affresco della crocifissione del monastero di San Benedetto a Subiaco. XIV secolo.
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Il risultato fu che le anime celesti iniziarono a cadere nel mondo del Maligno alla stregua di gocce di una pioggia persistente che sarebbe durata giorni. Una volta sulla terra, le anime indossarono abiti di pelle e divennero soggette alla corruzione della carne. I corpi adottati dalle anime cadute erano generati, nascevano, crescevano, soffrivano le imperfezioni di questo mondo, invecchiavano e morivano, e poi ricominciavano il ciclo, perché mentre i corpi erano corruttibili le anime erano immortali. Il catarismo sembra quindi accogliere una nozione vicina alla reincarnazione o alla trasmigrazione delle anime, il che ha portato alcuni storici ad azzardare un legame con le dottrine orientali – come per esempio il buddismo –, un’ipotesi da escludere data la scarsa conoscenza che l’Occidente medievale aveva delle religioni orientali. Nel catarismo il ciclo delle reincarnazioni non era infinito: il credente aveva la possibilità di romperlo, liberandosi dalla prigione della carne e tornando alla patria celeste, a condizione di raggiungere un certo grado d’iniziazione all’interno della Chiesa catara. In tal modo gli esponenti di questa fede speravano di svuotare il mondo corrut-
AKG / ALBUM
ART COLLECTION / AGE FOTOSTOCK
IL BENE E IL MALE. L’AGNELLO SCONFIGGE LE BESTIE E IL SERPENTE. BEATUS DE LA SEU D’URGELL. X SECOLO.
tibile, realizzando la redenzione dell’intera umanità quando tutti ne avessero abbracciato i principi. Nella visione dei catari la fine del mondo sarebbe avvenuta in un grande silenzio, a differenza di come i teologi cattolici concepivano l’Apocalisse, che sarebbe stata accompagnata dal suono delle trombe.
Il Cristo dei catari La concezione dualistica della creazione del mondo aveva delle ripercussioni su altri aspetti fondamentali dell’interpretazione catara delle Sacre Scritture, in particolare per quanto concerne la natura di Cristo. Se il mondo terreno era associato al male, era impensabile che Cristo si fosse incarnato e fatto uomo, come sosteneva invece l’ortodossia cattolica. Per i catari, Cristo era un’emanazione di Dio o un angelo che aveva assunto l’aspetto di uomo, ma senza alcun contatto con la carne e la materia. Gesù Cristo era stato mandato sulla terra non per salvare l’umanità con il suo sacrificio redentore sulla croce, ma per mostrare agli
RESURREZIONE
Questa scena che decora il timpano della cattedrale di Reims raffigura la resurrezione della carne. XIII secolo.
I RESTI DI UNA FEDE
I LIBRI CATARI
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SAN DOMENICO GETTA SUL ROGO I LIBRI DEI CATARI. MINIATURA DELLO SPECULUM HISTORIALE, DI VINCENZO DI BEAUVAIS. XV SECOLO.
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catari trasmettevano la loro dottrina oralmente, attraverso sermoni o conversazioni personali, e più raramente per iscritto. Nel XII e nel XIII secolo esisteva una letteratura catara di cui oggi restano poche tracce a causa della repressione inquisitoriale, che condannò al rogo tutti gli scritti considerati eretici. Tuttavia i ricercatori hanno individuato alcuni testi autenticamente catari. Uno di questi è il Libro dei due princìpi, un trattato di teologia dualista che uno studioso francese ha scoperto nella Biblioteca nazionale di Firenze negli anni trenta del XX secolo; è un riassunto di un trattato più importante scritto dal teologo cataro bergamasco Giovanni di Lugio nei primi decenni del XIII secolo.
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UNA “CROCE CATARA” A MONTSÉGUR Questo monumento in omaggio ai catari bruciati sul rogo dopo la caduta del bastione di Montségur è stato eretto vicino al castello molto di recente, nel 1961.
uomini e alle donne la vera via della salvezza, insegnandogli come rompere il ciclo delle reincarnazioni e mostrando loro il cammino per fare ritorno alla patria celeste. Secondo i catari non c’era stata alcuna passione o crocifissione di Cristo, così come non c’era stata alcuna incarnazione. Ecco perché rifiutavano la croce come simbolo cristiano: proponevano un Cristo senza croce, la cui passione e la cui morte sarebbero avvenute solo in apparenza; di fatto, l’episodio della crocifissione non aveva per loro l’importanza capitale attribuitagli dalla teologia cattolica ortodossa. In questo senso non riconoscevano la croce come simbolo della loro fede; i resti di “croci catare” visibili oggi si riferiscono in realtà all’emblema araldico dei conti di Tolosa. Il catarismo era, dunque, un cristianesimo senza croce.
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Il sacramento supremo Secondo i catari, Gesù Cristo nella sua missione pedagogica aveva voluto mostrare ai discepoli la via della salvezza per spezzare così il circolo delle reincarnazioni che legavano gli uomini al mondo del Maligno. Era possibile raggiungere tale obiettivo attraverso un particolare rito o sacramento. La Chiesa cattolica aveva sviluppato un complesso sistema di sacramenti, tra cui il battesimo, l’eucarestia, la penitenza e il matrimonio. I catari rifiutavano
ARNAUD SPANI / GTRES
PRISMA / ALBUM
IL CORPO DI CRISTO È CALATO DALLA CROCE. GRUPPO SCULTOREO PROVENIENTE DALLA CHIESA PIRENAICA DI SANTA MARÍA DE TAÜLL. XIII SECOLO. MNAC, BARCELLONA.
questa pluralità di riti e credevano fermamente che solo uno di essi fosse contenuto nelle Scritture, e che quindi avesse ragione di esistere: il battesimo dello spirito santo. Nella Chiesa catara, il battesimo veniva conferito tramite l’imposizione delle mani – e non per infusione dell’acqua sulla testa, come nella Chiesa romana. Questo era il vero battesimo – che loro chiamavano consolamentum –, l’unico modo per salvare le anime strappandole al mondo della materia. I catari credevano che quello fosse il sacramento trasmesso ai discepoli di Cristo attraverso lo spirito santo il giorno di Pentecoste, simboleggiato dall’apparizione di una lingua di fuoco sulla testa di ciascuno degli apostoli. Coloro che ricevevano il consolamentum dovevano evitare le tentazioni della carne per assicurare la salvezza delle loro anime e non ricadere nel peccato; e per farlo dovevano seguire una vita esemplare, all’insegna dalla più assoluta austerità. Non potevano mentire né mangiare cibo di origine animale, e dovevano evitare la concupiscenza.
CASTELLO DI MONTSÉGUR
Questa fortezza catara costruita nel sud della Francia fu sottoposta a un duro assedio da parte delle forze francesi dal maggio 1243 fino alla caduta, avvenuta il 16 marzo 1244.
IMPOSIZIONE DELLE MANI
IL BATTESIMO CATARO
L’
RAPPRESENTAZIONE DELLA PENTECOSTE. MINIATURA DEL SALTERIO HUNTERIANO. XII SECOLO. UNIVERSITY LIBRARY, GLASGOW.
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unico sacramento accettato dai catari, il consolamentum, era il battesimo dello spirito conferito a un novizio tramite l’imposizione delle mani da parte di un adepto già consacrato. Il rito si basava su alcuni passaggi del Nuovo testamento. Negli Atti degli apostoli si narra che, dopo la morte di Cristo, gli apostoli ricevettero lo spirito santo sotto forma di «lingue di fuoco» discese sulle loro teste; e che Pietro e Giovanni andarono poi in Samaria per trasmettere lo spirito santo ai samaritani ripetendo su di loro il gesto dell’imposizione delle mani. Da questo racconto evangelico i catari dedussero che il vero battesimo si realizzasse con l’imposizione delle mani e non con l’acqua.
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CASTELLO DI PEYREPERTUSE
Questo castello situato tra Perpignan e Carcassonne apparteneva a Guillaume de Peyrepertuse, perseguitato per la sua adesione al catarismo fino a che non si sottomise nel 1240. HERVÉ LENAIN / ALAMY / ACI
Dopo aver ricevuto il sacramento, i “consolati” entravano a far parte della Chiesa catara. In questo modo stabilivano un legame diretto con la Chiesa primitiva degli apostoli, che erano stati i primi a ricevere il consolamentum. Ai loro occhi la Chiesa di Roma era solo una versione corrotta di quella primitiva.
La via della salvezza
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I catari si differenziavano dalla Chiesa ufficiale anche per il fatto che, all’interno del corpo di testi che compone la Bibbia, accettavano solo il Nuovo testamento, mentre rifiutavano la maggior parte dell’Antico; per loro, il Jahvè degli ebrei era in realtà un’incarnazione del Maligno. Ritenevano inoltre più opportuno utilizzare i vangeli tradotti in volgare che non nella classica versione latina. Di fronte a un’interpretazione così particolare del cristianesimo, i teologi e gli intellettuali cattolici, a partire dallo stesso Ecberto di Schönau, trovarono parallelismi con arcaiche credenze dualistiche. È questo il caso del manicheismo, un’antica religione fondata nel III secolo dal saggio Mani in Persia e influenzata sia dallo zoroa-
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IL LEGAME CON I MANICHEI ORIENTALI I pensatori cattolici equiparavano le idee catare a quelle manichee. Sotto, illustrazione manichea per un cantorino. Arte cinese. Museum für Asiatische Kunst. Staatlichen Museen, Berlino.
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I CATARI VENGONO ESPULSI DA CARCASSONNE. MINIATURA DELLE GRANDES CHRONIQUES DE FRANCE. XV SECOLO. BRITISH LIBRARY, LONDRA.
strismo (la religione tradizionale iranica a base dualista) sia dal cristianesimo. L’identificazione di catari e manichei da parte dei pensatori cattolici del XII e XIII secolo non era affatto innocente. Più che mettere in luce le somiglianze tra le rispettive concezioni dualistiche, aveva lo scopo di bollare gli eretici catari come una setta pagana di origine orientale, e quindi come qualcosa di completamente estraneo al cristianesimo. Molti studiosi del XIX e XX secolo hanno seguito alla lettera tali argomentazioni, considerando il catarismo una derivazione del manicheismo orientale, portato in Europa dai cavalieri crociati a partire dal XII secolo. Tuttavia negli ultimi decenni è stato dimostrato che il catarismo è un prodotto genuinamente occidentale, con pochissime influenze straniere e tanto meno pagane. Il dualismo intrinseco delle sue dottrine nasce dalla necessità di spiegare l’esistenza del male alla luce di un’ossessione esasperata per le potenze demoniache, caratteristica di tutto il cristianesimo medievale. Analoga-
mente, dietro la credenza nella caduta delle anime si fa riferimento al mito di Lucifero, l’essere diabolico per eccellenza, divenuto una figura popolare nell’immaginario collettivo cristiano a partire dall’alto Medioevo. Si possono anche notare delle somiglianze tra il catarismo e il movimento monastico sviluppatosi con grande intensità in Europa a partire dal V secolo. L’esistenza di un gruppo prescelto, quello dei “buoni uomini” catari, interessati esclusivamente alla salvezza dell’anima, è in linea con il modo in cui percepivano sé stessi molti monaci che si ritiravano a vivere nei monasteri, isolati dalle tentazioni del mondo e della carne. Infine, l’opposizione radicale dei catari alla potente e corrotta Chiesa istituzionalizzata riflette le tensioni causate dall’enorme potere accumulato dalla Chiesa di Roma a partire dalla fine dell’XI secolo, con il trionfo della cosiddetta Riforma gregoriana – così chiamata perché promossa da papa Gregorio VII –, che prevedeva un ristabilimento dell’integrità morale del cle-
ro e l’esaltazione della figura del pontefice come guida della Chiesa. In risposta a tale riforma si svilupparono tentativi di vivere il cristianesimo in modo più autentico e partecipativo: la Chiesa catara divenne un’alternativa di salvezza in opposizione alla Chiesa ufficiale, e fu ciò, più che gli aspetti puramente dottrinali, a portare alla sua condanna da parte della gerarchia cattolica, che già nel XII secolo iniziò una campagna sistematica di vessazione e demolizione del catarismo, conclusasi con la sua totale estinzione all’inizio del XIV secolo.
CATTEDRALE DI ALBI
Nel 1282, dopo la crociata contro i catari, fu eretta ad Albi, in Linguadoca, la cattedrale di Santa Cecilia, per riaffermare il potere della Chiesa nella regione. Nella foto, il coro della cattedrale.
CARLES GASCÓN CHOPO STORICO
Per saperne di più
SAGGI
I Catari. Dai roghi di Colonia all’eccidio di Montségur Paolo Lopane. Besa, Nardò (LE), 2011. La cena segreta. Trattati e rituali catari Francesco Zambon (a cura di). Adelphi, Milano, 1997. I catari: storia e destino dei veri credenti Anne Brenon. Convivio, Firenze, 1990.
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LA CADUTA DELLE ANIME SECONDO I CATARI Verso il 1310, Peire Authié, notaio di Ax-les-Thermes (nel nord dell’attuale Andorra), espose davanti ai suoi correligionari catari la dottrina della caduta delle anime sulla terra corrotta, secondo quanto riportato in un atto inquisitoriale. ra le altre cose, afferma che il Padre celeste, in principio, creò tutti gli spiriti e le anime del cielo, e questi spiriti e queste anime erano con il Padre. Allora il diavolo andò alla porta del paradiso e cercò di entrare, ma non poté, quindi rimase sulla porta per mille anni. Poi entrò in paradiso con l’inganno, e una volta dentro convinse gli spiriti e le anime creati dal Padre celeste che avevano un ben triste destino, perché erano soggetti al Padre celeste, ma che se lo avessero abbandonato e fossero andati con lui nel mondo terreno avrebbe dato loro dei beni, cioè campi, vigneti, oro e argento, donne e altre ricchezze del mondo inferiore visibile. Ingannati da queste parole tentatrici, gli spiriti e le anime del cielo seguirono il diavolo, e tutti quelli che lo seguirono caddero dal cielo. Caddero in tanti, per nove giorni e nove notti, come una pioggia persistente. Allora il Padre celeste, vedendosi quasi abbandonato dagli spiriti e dalle anime, si alzò dal trono e mise il piede nel buco da cui cadevano gli spiriti e le anime. E disse a quelli che erano rimasti che, se a partire da quel momento qualcuno di loro si fosse mosso, non avrebbe mai conosciuto né riposo né pace». (Tratto da Michel Roquebert, I catari).
IL DIAVOLO ALLE PORTE DEL PARADISO. QUESTO PARTICOLARE DELLA PARTE FRONTALE DELL’ALTARE DELLA CHIESA DI SANT MIQUEL DE SORIGUEROLA, NEL NORD DELLA CATALOGNA, MOSTRA IL DIAVOLO E L’ARCANGELO MICHELE NELL’ATTO DI PESARE LE ANIME DA CONDANNARE O DA SALVARE. A DESTRA, UN ANGELO CONSEGNA UN’ANIMA A SAN PIETRO ALLE PORTE DEL PARADISO. FINE DEL XIII SECOLO. MUSEU NACIONAL D’ART DE CATALUNYA, BARCELLONA.
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SULLE SPONDE DEL TAMIGI
Al centro della Torre di Londra s’innalza un edificio quadrangolare detto White Tower da quando, nel XIII secolo, venne imbiancato a calce. Per secoli questa struttura fu una prigione, nonché luogo di torture e di pene capitali. A destra, schiacciapollici usato nelle sue segrete. SINISTRA: LEIVA / ALAMY / ACI. DESTRA: BRIDGEMAN / ACI
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LA TORRE DI LONDRA una prigione di stato
Per molto tempo chi osava sfidare il potere dei sovrani ingle si correva il rischio di finire nelle celle della Torre e di esservi giustiziato
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LONDRA NEL XVII SECOLO
FORTEZZA NORMANNA
Guglielmo II fece costruire una prima muraglia di pietra attorno alla Torre voluta dal padre, Guglielmo il Conquistatore. Sopra, illustrazione del XX secolo.
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a quasi mille anni la Torre di Londra incombe e veglia sulla capitale inglese dalle sponde del Tamigi. Nel corso dei secoli quest’antica roccaforte ha svolto la funzione di palazzo reale, custode dei gioielli della Corona, zecca statale, giardino zoologico reale, prigione inespugnabile, terribile luogo di esecuzioni e di torture e, infine, affollata attrazione turistica. La storia della Torre ha inizio nel 1066 con l’invasione dell’Inghilterra da parte dei normanni di Guglielmo il Bastardo, conosciuto anche come il Conquistatore. Il nuovo re decise di costruire un’imponente fortezza a un’estremità della capitale per proteggersi dagli attacchi stranieri e per ricordare a tutti chi fosse il nuovo padrone. Il luogo prescelto non era casuale, giacché corrispondeva a un punto strategico del
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BRIDGEMAN / ACI
Vista della capitale inglese intorno alla metà del XVII secolo, con il ponte al centro e la Torre sulla destra dell’immagine.
Tamigi, dove oggi figura l’altrettanto celebre Tower Bridge. A quei tempi Londra occupava a malapena lo spazio dell’odierna City – il distretto che costituisce il centro storico della città –, ovvero all’incirca quello della Londinium romana. Dapprima il castello di Guglielmo fu costruito in legno, ma ben presto cominciarono i lavori perché divenisse una grande struttura in pietra, l’attuale White Tower, l’enorme torre al centro del complesso. In un periodo in cui la maggioranza degli edifici aveva un solo piano d’altezza e a sud del Tamigi c’erano unicamente pantani e pianure, la White Tower,
x1 secolo C R O N O LO G I A
STORIA DI UNA TORRE 86 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
Guglielmo conquista l’Inghilterra nel 1066 e fa erigere a Londra un castello di legno. Nel 1078 iniziano i lavori per la costruzione della White Tower.
x111-xv secolo
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GUGLIELMO I. MONETA DELL’XI SECOLO CONIATA A LONDRA.
Nel XIII secolo vengono erette due muraglie e si amplia il fossato. Numerosi prigionieri politici sono giustiziati nella Torre: tra di loro, Simon Burley nel 1388 e i cosiddetti principi nella Torre, morti nel 1483.
alta ventisette metri e posta su una collinetta artificiale, svettava non soltanto sulla capitale, ma anche su un’area di diversi chilometri. Fu il primo “grattacielo” della City e serviva a rammentare a qualsiasi sassone ribelle che i normanni erano giunti per rimanere.
Leoni nella Torre Nel XIII secolo alla struttura originale vennero aggiunte le due muraglie che oggi circondano la Torre e venne ampliato il fossato, riempito con le acque del Tamigi. Fu così creata l’impressionante fortezza che, con alcune modifiche, è arrivata sino ai nostri giorni.
Enrico VIII fa decapitare nella Torre i suoi ministri: Thomas More, nel 1535, e Thomas Cromwell, nel 1540, nonché la seconda moglie Anna Bolena nel 1536 e la quinta, Catherine Howard, nel 1542.
x1x-xx secolo Gli ultimi animali del giardino zoologico della Torre vengono trasferiti allo zoo di Londra nel 1834. Nel 1988 la Torre è dichiarata patrimonio mondiale dall’Unesco.
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xv1 secolo
Si sa che i monarchi d’Inghilterra risiedettero spesso nella Torre, però è meno noto che vi vissero pure gli animali del re. Per sei secoli infatti l’edificio accolse un vero e proprio giardino zoologico che, al suo apice, ospitò più di 280 animali di circa sessanta specie diverse. I primi a fare la loro comparsa, nel 1235, furono alcuni leoni dell’Atlante, specie oggi estinta in natura. Sono dello stesso tipo di quelli scolpiti a Trafalgar Square o presenti sullo stemma reale. Vent’anni dopo i cavalieri di ritorno dalle crociate portarono con sé un elefante, al quale i guardiani della Torre, con le migliori intenzioni,
UN REGNO DEL TERRORE
Durante il governo di Enrico VIII la Torre assunse la fama di sinistra prigione di stato. Sotto queste righe, il sovrano in un ritratto di Hans Holbein.
AFFRESCO RECUPERATO
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UN PARCO ZOOLOGICO NELLA TORRE Le guardie cercano di separare due tigri e un leone che si azzuffano nella Torre. L’illustrazione ricostruisce un episodio avvenuto il 3 dicembre 1830, quando la grata che separava le loro gabbie rimase aperta per errore.
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facevano bere almeno quattro litri di vino rosso al giorno perché non patisse il freddo. Ci fu anche un orso polare norvegese che, legato a una grossa fune, veniva lasciato cacciare nel Tamigi. Successivi regali fatti al sovrano aumentarono la fauna della Torre. Ormai nel XVIII secolo gli animali attiravano le folle, che pagavano tre mezzi pennies per l’ingresso. C’era però la possibilità dello sconto: se avessero portato un cane o un gatto da dare in pasto ai leoni, sarebbero entrati gratuitamente. Rimasto a lungo una delle principali attrazioni della Torre, lo zoo venne chiuso nella prima metà del XIX secolo. Eppure questo non sminuì il fascino della struttura, ricca di sorprese e di segreti. Non
SCALA, FIRENZE
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Nel 1953, in una sala della Byward Tower, venne alla luce una pittura gotica della fine del XIV secolo. Rappresenta una crocifissione, la cui scena centrale è coperta dal camino di pietra.
appena entrati nella fortezza, nella storica Byward Tower, un misterioso mattone trasparente sul muro sinistro presenta all’interno una mano inquietante. Nessuno sa da chi vi fu posta né perché, sebbene alcuni lo ritengano uno scherzo degli alabardieri che custodivano la Torre.
Avvertimenti ai truffatori La sala al primo piano della Byward Tower nasconde un altro importantissimo dettaglio: i lavori di restauro di un camino normanno hanno portato alla luce l’unico affresco medievale del complesso. Si pensa che sia stato dipinto nel 1390, e rappresenta la crocifissione di Cristo. Ma perché un affresco con tale contenuto fu posto proprio in quel punto? Probabilmente, a partire dagli anni settanta del XIII secolo e per i sei secoli successivi, questa parte della Torre ospitò la zecca reale. È qui che i commercianti portavano l’oro alla Corona, che lo pesava, stimava e comprava per coniare le monete. L’eventualità di frodi era
L’ESECUZIONE DI THOMAS MORE
IL DESTINO DI UN “TRADITORE”
E
ra il 6 luglio 1535: Thomas More, cancelliere del re, fu decapitato per alto tradimento durante una cerimonia pubblica sulla collina dietro la fortezza. Le cronache dell’epoca narrano che quel giorno «lo prelevarono dalla Torre verso le nove della mattina» e lo scortarono fino alla spianata su cui era stato innalzato il patibolo. Una volta giunto lì, senza perdere il buon umore, «mentre stava per cadere disse a una guardia: “Per favore aiutatemi a salire, poi per scendere non disturberò nessuno”». Sulla pedana «domandò al popolo di pregare per lui». Poi s’inginocchiò, «appoggiò la testa sul blocco e pregò il boia di lasciargli spostare la barba, perché non aveva commesso nessun tradimento». Quindi «gli tagliarono la testa in un sol colpo». Il corpo venne gettato nella fossa comune di St. Peter ad Vincula, la stessa in cui l’anno dopo sarebbe finita Anna Bolena, condannata anche lei da Enrico VIII.
concreta, e perciò il messaggio della pittura murale era diretto sia ai mercanti sia ai funzionari: in tal modo si voleva forse ricordare che Dio vede ogni cosa e che chi non fosse stato onesto sarebbe andato dritto all’inferno. Ironia della sorte, intorno al 1526 fu lo stesso sovrano d’Inghilterra a mettersi a rubare, sostituendo l’oro e l’argento delle monete con il rame, molto più economico. Il sovrano in questione era Enrico VIII, il cui desiderio di divorziare da Caterina d’Aragona avrebbe dato impulso a quegli eventi che avrebbero fatto sprofondare la Torre in uno dei periodi più cupi della sua storia.
Prigione reale Sin dai tempi dei primi regnanti normanni, la Torre era stata una prigione politica per tutti coloro che erano considerati una minaccia per la monarchia: cospiratori o ribelli, rivali dinastici, stranieri catturati in battaglia... A decine morirono giustiziati o in circostanze poco chiare, come l’adolescente erede al trono Edoardo V e il fratellino, rinchiusi
nella Torre e forse uccisi per ordine dello zio Riccardo III. Ma fu a partire dal governo di Enrico VIII che nell’edificio si verificarono gli episodi di cronaca nera più famosi. Dietro la serie di casette che si trovano poco dopo l’ingresso si nasconde un segreto. Attraverso la cosiddetta Queen’s House, residenza privata del governatore della Torre, si giunge a una stanza in pietra, ora vuota e interdetta ai visitatori. Fu qui che Enrico VIII fece rinchiudere Thomas More, suo cancelliere, caduto in disgrazia perché ebbe l’ardire di opporsi al primo divorzio del sovrano. La condizione dei prigionieri all’interno della Torre di solito variava molto in funzione della ricchezza e dello status. More poteva godere di tappeti sul pavimento, arazzi sulle pareti, mobili, candele e all’inizio (finché il re non glieli ritirò) perfino libri e un servitore. Il cancelliere non ritrattò mai le sue posizioni e alla fine fu decapitato. La sua testa venne esposta alla Traitors’ Gate, la porta dei Traditori, l’ingresso che dal Tamigi permette di accedere alla Torre in barca.
IL MARTIRE DELLA TORRE
L’uccisione di More per volere di Enrico VIII rese il consigliere un martire, la cui decapitazione è rappresentata in quest’opera del francese Antoine Caron. Château royal de Blois.
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LA TORRE DI LONDRA, UNA Dal XIII secolo la Torre di Londra ha subito pochi cambiamenti a livello di
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Queen’s House
Beauchamp Tower Bell Tower
Middle Tower St. Peter ad Vincula
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Wakefield Tower
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Luoghi scomparsi 1 Lion Tower 2 Patibolo reale 3 Tower Hill
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Bloody Tower
i Traitors’ Gate
FORTEZZA MILLENARIA struttura, malgrado non svolga più funzioni carcerarie né di difesa
Martin Tower
White Tower
Caserma Waterloo
Constable Tower
Fossato Lanthorn Tower Salt Tower
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Develin Tower
PERSECUZIONE RELIGIOSA
HISTORIC ROYAL PALACE / BRIDGEMAN / ACI
TORTURE INCISE NELLA PIETRA Nell’iscrizione in basso, realizzata all’interno della Bell Tower, un prigioniero racconta le torture patite e come, malgrado la confessione, non sia stato liberato. L’autore è forse un ribelle irlandese degli anni ottanta del XVI secolo.
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Ma Enrico VIII non si fermò lì. Le cupole che oggi coronano le quattro torrette agli angoli della White Tower furono fatte erigere per rendere il complesso più appariscente in occasione dell’incoronazione della seconda moglie, Anna Bolena. Tuttavia, dopo solo tre anni, la stessa Anna divenne una delle prigioniere più famose della Torre. Fu la prima regina giustiziata nel cortile della fortezza, in assenza di pubblico. Enrico fece venire dalla Francia un boia esperto, che le tagliò la testa con un unico colpo. Durante alcuni lavori di ristrutturazione avvenuti nel XVIII secolo, sotto la cappella di St. Peter ad Vincula furono trovati i resti di più di 1.500 persone, e si ritiene che vi siano pure quelli di Anna Bolena. Morire come la regina, con un’esecuzione privata nel cortile della Torre, era una pratica riservata a pochissimi. La maggior parte delle pene capitali invece aveva luogo davanti al pubblico sulla collina della Torre. Gli odierni visitatori non prestano attenzione a questo anonimo spiazzo perché si trova fuori le mura, oltre il fossato. Oggigiorno una discreta targa e un piccolo quadrato chiuso da catene nei giardini di Trinity
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Il nobile cattolico Philip Howard nella cella della Beauchamp Tower, dove fu rinchiuso con l’accusa di aver cospirato contro Elisabetta I. Olio di Henry Barraud. Arundel Castle.
Square indicano il luogo dove si trovava il patibolo. Le esecuzioni più celebri attraevano migliaia di persone e si celebravano in un ambiente di festa. Il boia, che di solito usava un’ascia, non sempre tranciava la testa al primo tentativo.
Prigione e torture Ma morire, nella Torre, era il minore dei mali: il complesso era tristemente noto quale luogo di tortura. Il famoso Guy Fawkes, per esempio, recluso nel 1605 per aver preso parte alla cosiddetta congiura delle polveri, venne martoriato sul cavalletto, strumento che provocava la disarticolazione degli arti e al quale era difficile resistere per più di cinque o dieci minuti prima di perdere i sensi per il dolore. Malgrado ciò, per tanti la Torre era semplicemente un carcere. Uno dei suoi annessi, la Beauchamp Tower, divenne la principale prigione di stato nel XVI e nel XVII secolo, periodo d’intensi contrasti religiosi. Vi si possono ancora leggere le iscrizioni incise dai detenuti sulle mura di pietra.
Il turismo di massa interessò la Torre dal nel XIX secolo, quando i vittoriani ricostruirono perfino la Lanthorn Tower perché avesse un aspetto più medievale. E quando Londra ebbe bisogno di un nuovo ponte accanto alla struttura, la regina Vittoria insistette affinché il progetto trovasse un incastro nella roccaforte. Il Tower Bridge venne iniziato nel 1880 e fu costruito in uno stile neogotico volontariamente antiquato perché non stonasse accanto alla millenaria fortezza.
Gli ultimi prigionieri Durante la Seconda guerra mondiale le visite vennero sospese e il fossato, prosciugato da tempo perché non fosse focolaio di malattie, si trasformò in un immenso orto adibito a nutrire i londinesi. Durante il Blitz, il bombardamento dei tedeschi su Londra, caddero sulla Torre quindici ordigni, tre missili e numerose bombe incendiarie. Morirono tre persone, ma i danni materiali furono di scarsa consistenza. In quel periodo la Torre tornò per l’ultima volta ad accogliere reclusi
famosi quali Rudolf Hess, l’ultimo prigioniero di stato. Il 15 agosto 1941 venne portata a termine l’ultima condanna a morte, la fucilazione della spia tedesca Josef Jakobs; nella Torre è conservata la sedia dove questi sedette durante l’esecuzione. Nel 1946, non ancora ricostruita del tutto, riaprì al pubblico. Anche se da mille anni continua a vegliare sul Tamigi, la pandemia di covid ha fatto sì che la Torre chiudesse di nuovo. Ma il virus un giorno passerà mentre lei, come sostiene la leggenda, rimarrà in piedi finché vi abiteranno i suoi corvi.
INGRESSO FORTIFICATO
La Byward Tower è l’entrata principale del complesso. Costruita nel XIII secolo, presenta una porta con ai lati due torri cilindriche, difesa e isolata grazie al fossato e a un ponte levatoio.
JOAN ELOI ROCA AUTORE DI GUÍA LITERARIA DE LONDRES (2012)
Per saperne di più
SAGGI
La Torre di Londra Christopher Hibber. Mondadori, Milano, 1973. ROMANZI
Il signore dei corvi Christopher Skaife. Guanda, Milano, 2019. LIBRI PER BAMBINI
I guardiani della Torre di Londra Elvira Woodruff. Piemme, Milano, 2015.
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YEOMEN WARDERS
Gli alabardieri sono i difensori delle porte e i guardiani cerimoniali della Torre fin dai tempi di Enrico VII, nel XV secolo. Sono popolarmente noti come beefeaters, forse perché avevano il privilegio di poter mangiare a proprio piacimento la carne (beef) delle mense reali. Nelle occasioni speciali sfoggiano le uniformi di gala, in stile Tudor e di un tessuto rosso; l’uniforme quotidiana invece è blu scuro con alamari rossi. La loro funzione principale oggi è quella di guidare i turisti. BEEFEATER CON L’UNIFORME DI GALA, DI F.O. SALISBURY.
I GIOIELLI DELLA CORONA
Dal XIV secolo i gioielli della Corona inglese sono conservati nella Torre di Londra, dove i turisti li visitano regolarmente dal XVII secolo. Oggi si trovano nella Jewel House, una cripta della caserma Waterloo, l’edificio più moderno della Torre, protetto 24 ore al giorno da soldati armati. Si tratta di più di 2.300 gioielli, il cui valore commerciale è stimato in 30mila milioni di euro e il cui valore storico è impareggiabile. Tra di essi figura la corona imperiale nella quale sono incastonate oltre tremila gemme. CORONA DI SAINT EDWARD, USATA NELLA CERIMONIA D’INCORONAZIONE.
IL SIGNORE DEI CORVI
NO V/ AL AM Y/ AC I
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IVA
CORVO. ATTUALMENTE NELLA TORRE VIVONO SETTE ESEMPLARI.
A.
Nella Torre di Londra i corvi ci sono sempre stati. Secondo una cronaca, quando venne decapitata Anna Bolena «perfino i corvi della Torre tacquero, calmi sui merli». Una leggenda vuole che, se mai ci fossero meno di sei corvi nella Torre, questa sprofonderebbe e con lei cadrebbero la monarchia e l’Inghilterra. Sebbene in molti pensino che tale credenza risalga al XVII secolo, in realtà s’impose durante i bombardamenti del Blitz nella Seconda guerra mondiale e mantenne alto il morale dei londinesi. Dagli anni cinquanta una guardia ricopre sempre il ruolo di Ravenmaster, signore dei corvi.
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TESORI, GUARDIE E CORVI DELLA TORRE a Torre di Londra è una piccola città all’interno della City. Ha il proprio governatore e un conestabile, che si occupa della zona e vi vive, così come vi dimorano i 37 alabardieri, o guardie, al suo comando e le rispettive famiglie. Nessuno di loro può rincasare dopo le dieci di sera, quando vengono chiuse le porte del complesso, se prima non avvisa. Sono tutti membri delle forze armate, e oltre alla funzione di custodi della struttura e dei gioielli della Corona ne presentano un’altra ben più pittoresca, ovvero quella di guide a una delle più popolari attrazioni inglesi. Ma forse i residenti maggiormente conosciuti sono i corvi che, secondo la leggenda, assicurano con la loro presenza la conservazione della fortezza stessa e della monarchia.
IL CORRIDOIO DELLE ARMI
La Torre di Londra vanta la collezione da più tempo aperta al pubblico al mondo. Conosciuta come la Kings Line, si tratta di una spettacolare esposizione di armi e armature montate su cavalli di legno a grandezza naturale. L’origine risale al decennio del 1650, quando qualcuno ebbe la brillante idea di prendere tutte le armature e le armi dell’armeria reale non più usate sui campi di battaglia per esporle ai visitatori che transitavano nella White Tower.
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ELMO ESPOSTO NELL’ARMERIA REALE DELLA TORRE.
Da ben sette secoli ogni sera, quando mancano sette minuti alle 22, il capo degli Yeomen Warders esce con una lanterna e delle chiavi. In compagnia di una scorta chiude le porte della fortezza. Quando il gruppo raggiunge la Bloody Tower, che permette di accedere alla porta principale, una sentinella urla a gran voce: «Alt! Chi va là?». Il capo risponde: «Le chiavi». «Le chiavi di chi?», ribatte la sentinella. «Le chiavi della regina Elisabetta». Al che la sentinella sentenzia: «Passino le chiavi della regina Elisabetta. Tutto bene», e il complesso rimane chiuso fino alla mattina seguente.
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L A C E RI MONI A DE LLE C H I AV I
IL CAPO DEGLI YEOMEN WARDERS, CON LA SCORTA, CHIUDE LE PORTE DELLA FORTEZZA DURANTE LA CERIMONIA DELLE CHIAVI. LITOGRAFIA DEL XX SECOLO.
FEDELE SERVITORE
Nel 1858, dopo la morte del suo signore, o daimyo, Saigo tentò di suicidarsi in segno di fedeltà gettandosi in mare, come raffigurato in questa incisione. A destra, kabuto (elmo da samurai) del XIX secolo, in ferro laccato.
LA LEGGENDA DI UN VINTO
L’ULTIMO SAMURAI
GRANGER / AURIMAGES
SC AL
Austero, idealista e strenuo difensore dei valori tradizionali, nel 1877 Saigo Takamori guidò una rivolta disperata contro il nuovo stato Meiji, che accusava di tradire gli ideali dell’antico Giappone in nome del progresso
A, FIR EN ZE
LA FINE DEL GIAPPONE FEUDALE
N
PRIMA DEL 1868 gli shogun della dinastia Tokugawa governavano il Giappone da Edo, l’attuale Tokyo, mentre l’imperatore, privo di potere reale, viveva a Heian-kyo, l’odierna Kyoto. Gli shogun amministravano direttamente un quarto del Paese, per lo più terre dove si produceva grano. Il resto era costituito da circa 200 grandi domini, o daimiatos (daimyo), governati autonomamente da signori legati agli shogun da un giuramento di fedeltà. Queste signorie erano di tre tipi, a seconda che fossero guidate da parenti dei Tokugawa (shinpan), vassalli ereditari (fudai) o signori esterni (tozama), discendenti dei nobili sconfitti nel 1600 dai Tokugawa nella battaglia di Sekigahara. Gli estesi feudi tozama erano concentrati nelle zone periferiche a ovest e a nord dell’arcipelago. Tra questi si annoveravano i domini di Tosa, Choshu e Satsuma, che nel 1866 formarono una coalizione per rovesciare lo shogunato.
el 1853, quando il commodoro Perry, alla testa di una flotta statunitense, costrinse il Giappone ad aprire le proprie frontiere e a permettere il commercio con il resto del mondo, il Paese entrò in una delle fasi più turbolente e drammatiche della sua lunga storia. Non solo andarono in frantumi 250 anni d’isolamento, pace e prosperità economica, ma si scatenò anche una violenta lotta per il potere che sarebbe proseguita ben oltre l’ascesa al trono dell’imperatore Meiji, avvenuta nel 1868. In realtà, queste tensioni andavano avanti da tempo. Dal 1600 il Giappone era governato dallo shogunato, o bakufu, un regime in cui uno shogun, o generale supremo, della famiglia Tokugawa esercitava tutto il potere dalla sua residenza di Edo (Tokyo) per conto dell’imperatore, che viveva praticamente dimenticato da tutti nel suo palazzo di Kyoto. La chiave per la stabilità del regime consisteva nel mantenere totalmente sottomessa la nobiltà feudale impedendo qualsiasi ribellione o guerra civile. Per riuscirci si costringevano i grandi signori feudali, o daimyo, a risiedere alla corte dello shogun. Allo stesso tempo, la vecchia classe di guerrieri samurai dovette adattarsi a una vita in cui non poteva più esercitare la sua funzione guerriera. Nonostante il loro elevato status sociale, alla fine del periodo Tokugawa molte famiglie di samurai vivevano in crescenti difficoltà economiche.
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Una pace fragile
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EVERETT COLLECTION / BRIDGEMAN / ACI
Anche se gli shogun riuscirono a mantenere la pace per più di due secoli, c’erano aree dove il malcontento era palpabile. Nella parte occidentale di Honshu, l’isola principale, e sulle isole di Kyushu e Shikoku, i daimyo erano strettamente sorvegliati e i loro vassalli samurai venivano discriminati se cercavano di accedere a posizioni nell’amministrazione centrale. Inoltre, i contadini erano sottoposti a una forte pressione fiscale che minacciava di provocare lo scoppio di rivolte. In questo contesto, l’incidente con il commodoro Perry servì a galvanizzare l’opposizione al bakufu.
SHIKOKU
KYUSHU
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5 Kagoshima
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MAPPA DEL GIAPPONE NEL 1855. DISEGNATA DAL CARTOGRAFO STATUNITENSE J.H. COLTON, MOSTRA I DOMINI FEUDALI.
IL COMMODORO MATTHEW C. PERRY IN UN’INCISIONE GIAPPONESE DEL 1854 CIRCA.
C R O N O LO G I A
IL NUOVO GIAPPONE 1853 Una spedizione navale diretta dal commodoro Perry costringe il Giappone ad aprirsi al resto del mondo.
HONSHU
1868 Saigo Takamori partecipa alla ribellione che rovescia lo shogunato e ripristina il potere della dinastia imperiale.
1873 Edo (Tokyo)
Saigo, in disaccordo con le politiche imperiali di modernizzazione, si dimette dai suoi incarichi di governo.
1874-1876 Heian-kyo (Kyoto)
Kyoto Città
HONSHU Isola Focolai di ribellione (1864-1877)
1 Hizen 2 Tosa 3 Fukuoka 4 Choshu 5 Satsuma
Diversi clan di samurai si rivoltano contro la crescente apertura e occidentalizzazione del Giappone.
1877 L’esercito imperiale schiaccia l’ultima e più sanguinosa rivolta dei samurai, guidata da Saigo, che si suicida.
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SAIGO TAKAMORI VESTITO CON UN KIMONO.
UN SAMURAI DI LEGGENDARIA SEMPLICITÀ SAIGO TAKAMORI era un uomo molto corpulento,
dal carattere franco e impulsivo. I suoi gusti erano spartani, non amava né la confusione né le formalità. Gli piaceva andare a caccia e passeggiare in campagna con il suo cane. I suoi modi di fare con i sottoposti erano di una spontaneità assoluta. Un collaboratore scrisse di lui: «Emana un’innocenza e una semplicità quasi infantili». Un giorno, lasciando il palazzo sotto un acquazzone, decise di togliersi gli zoccoli e camminare a piedi nudi. Un guardiano che non lo conosceva, alla vista di un simile personaggio, pensò che si trattasse di un intruso e lo trattenne finché un ministro che passava casualmente di lì non lo informò che in realtà era un comandante e consigliere di stato.
I daimyo della zona ovest e i loro samurai rimproveravano allo shogunato la sua debolezza di fronte alle pressioni occidentali, così come la riluttanza a lanciare un’invasione della Corea, un’impresa con cui molti samurai sognavano di far rivivere l’antica gloria guerriera del Paese. Una serie di clan si unì così sotto lo slogan sonno joi (riverire l’imperatore, cacciare i barbari). Poiché gli shogun non intendevano minimamente cedere il potere, si susseguì una serie di rivolte che nel 1868 portarono alla caduta dello shogunato e alla restaurazione del potere imperiale. Uno degli architetti della rivoluzione del 1868 fu Saigo Takamori, che apparteneva a una famiglia di samurai in declino residente a Satsuma, uno dei domini dell’isola di Kyu-
FRANCK GUIZIOU / GTRES
shu che si ribellò al bakufu. Circa il quaranta per cento della popolazione dell’isola era composto da samurai amareggiati dall’ostracismo a cui lo shogunato li aveva sottoposti. Per mantenersi dipendevano dai tributi dei contadini, e ciò alimentava ulteriormente il malcontento di questi ultimi.
La nascita di un ribelle Cresciuto a Kagoshima, nella punta meridionale dell’isola, Saigo dimostrò fin da piccolo una personalità in cui si mescolavano innocenza e sincerità, energia e autocontrollo. Si racconta che fosse dotato di un corpo vigoroso simile a quello di un lottatore di sumo. Presto ottenne il favore del suo signore, Shimazu Nariakira, che lo incaricò
di rappresentarlo davanti al governo dello shogun. Ad accompagnarlo fu inviato Okubo Toshimichi, suo compagno di scuola e amico d’infanzia nonché samurai di Satsuma. I modi rudi ma sempre sinceri di Saigo, il suo disinteresse per i beni materiali e la sua devozione al Giappone lo resero famoso nella capitale. Ben presto si unì ai samurai che si opponevano allo shogunato, cosa che gli valse un esilio di cinque anni per ordine del nuovo signore di Satsuma, desideroso di propiziarsi le
BAIA DI KAGOSHIMA
La città natale di Saigo Takamori si trova nella parte sud-occidentale di Kyushu, in una baia di fronte al vulcano Sakurajima (nella foto).
Saigo Takamori era noto per la sua energica personalità e il suo possente fisico da lottatore di sumo STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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re Meiji come capo di stato, ma questo non significava che avessero intenzione di consegnargli effettivamente il potere. Volevano semplicemente instaurare un governo composto da samurai di tutti i clan e dall’antica nobiltà. Nuove prefetture guidate da questi nobili guerrieri avrebbero sostituito i vecchi domini feudali. Eppure non tutti i samurai avevano la stessa visione del futuro del Giappone. I più conservatori, rappresentati da Saigo Takamori, erano favorevoli a una modernizzazione moderata che conservasse l’essenza delle vecchie strutture. Chiedevano limiti alla presenza degli occidentali – e in particolare ai loro diritti di proprietà sul suolo giapponese – e sostenevano che l’apparato militare dovesse rimanere nelle mani della classe dei samurai. A loro si opponeva il gruppo che voleva trasformare radicalmente il Giappone per allinearlo ai Paesi occidentali. Il programma dei più riformatori prevedeva una modernizzazione e industrializzazione rapide, una centralizzazione assoluta tramite una nuova classe di funzionari statali, la creazione di un esercito aperto a tutte le classi sociali e il mantenimento di stretti contatti con i Paesi occidentali. Il rappresentante di questa tendenza divenne Okubo Toshimichi, l’amico d’infanzia di Saigo Takamori.
Traditi dal governo UN IMPERATORE IN STILE OCCIDENTALE
In quest’incisione l’imperatore Meiji indossa un’uniforme in stile occidentale, simbolo dell’apertura del Paese al mondo.
simpatie del governo centrale. Dopo essere stato graziato nel 1864, all’età di trentasei anni Saigo fu nominato ministro della guerra di Satsuma. Da quel momento in poi fu una figura chiave della ribellione contro lo shogunato. Nel 1868-1869 il suo esercito di quattromila samurai sconfisse i 20mila soldati del bakufu, precipitando la conquista del castello di Edo e la caduta dello shogunato. I samurai vittoriosi decretarono immediatamente la restaurazione dell’imperato-
La sua vittoria contro un esercito cinque volte superiore rese possibile la presa del castello di Edo e la caduta dello shogunato 102 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
Ben presto apparve chiaro che sarebbe stata questa seconda tendenza a prevalere nel governo, anche a spese delle aspirazioni dei samurai che avevano guidato la rivolta contro lo shogunato. Dal 1869 il governo e l’amministrazione centrale e provinciale furono aperti a tutti i gruppi sociali, e nel 1872 venne creato un esercito con truppe di tutte le classi, compresi i contadini, guidato da nuovi militari che non appartenevano necessariamente alla classe dei samurai. Questa misura, che implicava lo smantellamento di un ordine sociale che esisteva da secoli, acuì il malcontento degli ex domini occidentali. Particolarmente doloroso fu il divieto dell’uso pubblico della katana, la spada che costituiva il più riconoscibile simbolo di autorità dei samurai.
SAMURAI DI UN’AMBASCIATA DEL DOMINIO DI SATSUMA FOTOGRAFATI NEL 1863.
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In questo contesto, i samurai insoddisfatti cominciarono a guardare a Saigo Takamori come al loro leader naturale. Inizialmente, Saigo evitò di assumere una posizione di confronto. Dopo la sua vittoria a Edo, deluso dal governo centrale e dalla sua nuova amministrazione, decise di tornare nella sua città natale, Kagoshima, dove trascorse tre anni lontano dalla vita pubblica. Nel 1871 Okubo, che gli era ancora molto vicino, lo raggiunse per chiedergli di rientrare nel governo centrale. Saigo alla fine accettò e divenne un sangi, una specie di consigliere. E anche se nel 1873 ricevette il titolo di comandante militare, continuò a mostrare il suo disprezzo per i beni materiali e per la nuova classe politica, di cui facevano parte molti suoi ex colleghi
ADAT TARSI PER SOPRAVVIVERE I SAMURAI furono le prime vittime della riforma
sociale promossa dal nuovo regime Meiji. L’abolizione dei grandi domini feudali li privò dei signori (daimyo) che li mantenevano, senza ricevere in cambio alcuna compensazione se non un piccolo stipendio governativo. Dovettero rinunciare anche ad altri privilegi simbolici come il diritto di portare la spada (katana), la loro caratteristica acconciatura e la riverenza degli altri cittadini. Costretti a guadagnarsi da vivere, molti si arruolarono nell’esercito o nella polizia. Altri approfittarono della loro formazione per fare gli insegnanti, gli avvocati e i giornalisti. Altri ancora finirono per diventare mercanti, artigiani o contadini.
ATTACCO FALLITO
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Il castello di Kumamoto era una delle più solide fortezze del Giappone. Nella primavera del 1877 Saigo tentò di conquistarlo, ma i difensori resistettero e l’arrivo delle truppe governative costrinse i ribelli a ritirarsi. Questo fallimento avrebbe indebolito in modo decisivo l’insurrezione guidata da Saigo.
OKUBO TOSHIMICHI IN ABITI OCCIDENTALI. OLIO DI ANDO NAKATARO.
che Saigo considerava poco più che animali rapaci, uomini corrotti in tutti i sensi. Fu in quegli anni che si consolidò la sua immagine leggendaria. A livello personale era visto come uno shimatsu ni komaru, un uomo dai modi rudi che non si preoccupava né della vita né della fama né del denaro (spesso dimenticava persino di riscuotere la paga). Si considerava al servizio del suo Paese e dei suoi ideali, e non voleva dipendere da niente e da nessuno. Ammirava chi lavorava con le proprie mani – i contadini – e con la propria testa – i capi samurai –, ma disprezzava la nuova classe amministrativa di funzionari e i genro, i consiglieri dell’imperatore. Il suo motto era «makoto gokoro» (cuore sincero). Come un monaco buddista, preferiva un alloggio modesto e un pasto frugale agli sfarzi del palazzo imperiale e del governo. Allo stesso tempo, si scagliava pubblicamente contro quel «covo di ladri» che era il nuovo esecutivo centrale, di cui, paradossalmente, faceva ancora parte.
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Il momento della rottura
PERCORSI DIVERGENTI OKUBO TOSHIMICHI, amico d’infanzia di Saigo
Takamori, con il passare del tempo divenne suo acerrimo nemico. Erano entrambi samurai del dominio di Satsuma e nel 1866, insieme a Katsura Kogoro, del dominio di Choshu, forgiarono l’alleanza Satcho per rovesciare il governo dello shogun. Una volta al potere, Okubo si rese conto che era necessario sacrificare gli ideali del passato per adattarsi ai nuovi tempi. Freddo e calcolatore, sempre vestito all’occidentale, attuò un programma radicale di modernizzazione del governo e non esitò a schiacciare la rivolta del suo ex amico Saigo. Solo sei mesi dopo la morte di quest’ultimo, un commando di ex samurai assalì Okubo nella sua carrozza e lo assassinò per vendicare Saigo.
La svolta arrivò nel 1873. In seguito al peggioramento delle relazioni tra Giappone e Corea i samurai dell’ovest, guidati da Saigo, chiesero a gran voce una spedizione militare contro il Paese nemico. Tra i membri del governo centrale, Okubo era colui che si opponeva più fermamente a questa posizione, ritenendo che il Giappone non fosse ancora pronto per uno scontro armato. Saigo, invece, era di parere opposto: quando prevalse l’idea di non effettuare alcun intervento contro la Corea, si dimise da tutti i suoi incarichi pubblici e si ritirò di nuovo a Kagoshima. Questa volta manifestò apertamente la sua indignazione, dichiarando all’imperatore che non avrebbe mai più accettato alcuna carica pubblica. Nella sua città natale Saigo fondò delle accademie dove insegnava ai ragazzi le tecniche agricole e i principi della vita samurai e utilizzò i suoi contatti per procurarsi delle moderne armi britanniche. Nel 1873 il governo centrale, allarmato dal suo comportamento, incaricò il principe Sanjo, ideologicamente vicino a Saigo, di fargli arrivare la richiesta di
rientrare nel governo Meiji. Quando sentì le parole del messaggero di Sanjo, Saigo esclamò ad alta voce, come se lo stesso principe fosse presente: «Ma sei un pazzo o cosa, principe Sanjo?». Il messaggero replicò che non avrebbe potuto trasmettere quella risposta, ma Saigo non cambiò idea.
Ribellioni disperate Iniziarono allora dei sollevamenti armati dei samurai contro l’amministrazione del nuovo imperatore. Nel 1874, a Saga, sull’isola di Kyushu, gli antichi guerrieri si ribellarono contro il governo per il suo atteggiamento debole nei confronti della Corea, che nel frattempo aveva vietato il commercio con il Giappone soffocando l’attività mercantile
della parte occidentale dell’arcipelago. La rivolta fu schiacciata dal nuovo esercito imperiale. Okubo ordinò la decapitazione del capo dei ribelli, Eto Shinpei, un giovane seguace di Saigo, e l’esposizione pubblica della sua testa su una colonna, il più grande affronto che si potesse fare a un samurai. Due anni dopo, nell’ottobre 1876, un gruppo di duecento samurai, infuriati per la politica occidentalista del governo – che permetteva anche la diffusione d’idee straniere a scapito del credo scintoista locale – diede vita a un movimento chiamato Shinpuren, la Lega del vento divino o Lega kamikaze. I suoi membri attaccarono la fortezza di Kumamoto, ma furono rapidamente sconfitti da circa duemila soldati imperiali. Tutti i sopravvissuti si
SOCIETÀ RURALE
Prima dell’era Meiji la società giapponese aveva un carattere molto gerarchico e stratificato. Sopra, contadini nel periodo del raccolto, 1880 circa. MATHIEU RAVAUX / RMN-GRAND PALAIS
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uccisero con il rito tradizionale del seppuku, squarciandosi il ventre con la spada. Quasi contemporaneamente ci furono altre due ribellioni, una a Fukuoka, nel nord di Kyushu, e l’altra a Hagi, nell’indomito dominio Choshu. Entrambe furono schiacciate. I leader, ex funzionari che avevano sostenuto la fine dello shogunato, furono giustiziati e molti dei loro seguaci praticarono il seppuku.
Nel frattempo il governo centrale seguiva con attenzione Saigo e l’evoluzione degli eventi nel Kyushu meridionale e in previsione di azioni violente iniziò ad accumulare armi ed esplosivi nella zona. Saigo osservò quei movimenti senza decidersi ad agire, fino a quando un intervento dei suoi seguaci contro uno degli arsenali non segnò il punto di non ritorno. Saigo capì che era giunto il momento d’intervenire e diede avvio alla più lunga, sanguinosa e inutile ribellione contro il nuovo governo imperiale. Dal 17 febbraio al 24 settembre 1877, alla testa di un’armata di circa 20mila uomini composta prevalentemente da samurai del suo dominio o giunti a Kyushu per unirsi alla rivolta e da ronin (samurai senza padrone), affrontò un esercito imperiale di circa 60mila soldati guidati da Okubo, addestrati da poco ma molto meglio equipaggiati. Dopo una serie di battaglie tutt’altro che equilibrate Saigo si rifugiò sulla collina di Shiroyama, nei pressi di Kagoshima, con il suo contingente già molto ridotto. Nelle prime ore del 24 settembre fu assediato dall’esercito imperiale. Nonostante l’inferiorità numerica le forze ribelli resistettero, ma Saigo fu ferito all’inguine e morì poco più tardi, probabilmente dopo aver praticato il seppuku. Il suo comandante in seconda, Beppu Shinsuke, gli tagliò la testa, la nascose e pochi istanti dopo lanciò con i superstiti una carica disperata contro l’esercito imperiale,
ALAMY / ACI
La battaglia di Shiroyama
TRIONFO IMPERIALE
I soldati dell’esercito imperiale presentano le teste di Saigo e di altri leader ribelli alle autorità militari giapponesi.
Prima di essere catturato, Saigo praticò il seppuku. Il suo assistente, secondo le usanze, lo decapitò qualche istante dopo 108 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
che bombardò i nemici con una pioggia di proiettili. Le truppe imperiali trovarono la testa di Saigo e la portarono a Tokyo come prova della morte del leader ribelle.
La nobiltà della sconfitta Così ebbe fine la resistenza al nuovo governo imperiale promossa proprio dall’uomo che aveva portato quel governo al potere. Ma neppure allora la leggenda di Saigo Takamori smise di crescere. La gente gli attribuiva poteri soprannaturali, e molti erano convinti che non fosse morto davvero, ma che si fosse piuttosto nascosto da qualche parte in Russia. Altri pregavano per il suo ritorno. La tragica fine di Saigo era in linea con l’amore giapponese per ciò che lo storico
Ivan Morris definiva «la nobiltà della sconfitta». Niente è più giapponese della cieca dedizione a valori che si sa in partenza perdenti. In sintesi, il consolidamento del regime imperiale fu propiziato dalla lotta tra due samurai che erano stati amici, a un certo punto quasi fratelli, e che alla fine erano diventati nemici mortali, separati dalle loro opposte visioni del Giappone e dalle rispettive personalità: da una parte Okubo Toshimichi, pragmatico, freddo e cerebrale; e dall’altra Saigo Takamori, emotivo, sincero e attento alle radici. La sconfitta di Saigo, bella ed eroica, fece capire agli oppositori del nuovo regime che la ribellione era impossibile e che le arti dei samurai erano inefficaci contro le armi moderne. Si chiudeva così la via della rivolta.
Eppure, nonostante la bruciante sconfitta, o forse proprio grazie a essa, le azioni e le parole di Saigo Takamori secoli dopo risuonano ancora nel cuore dei giapponesi, proprio come questi versi di una sua poesia: «Non mi preoccupa il freddo dell’inverno, / ciò che mi riempie di timore è il freddo del cuore umano…». JOSÉ PAZÓ ESPINOSA SCRITTORE E TRADUTTORE. UNIVERSITÀ AUTONOMA DI MADRID
Per saperne di più
SAGGI
Il Giappone dei samurai. Ascesa, poteri e rituali dell’antico ceto guerriero Niccolò Capponi. Giunti, Firenze, 2021. Samurai. Una breve storia Michael Wert. Il Saggiatore, Milano, 2020.
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LA BATTAGLIA DI SHIROYAMA KATANA DEL XIX SECOLO. QUESTO TIPO DI SPADA DIVENNE UN SIMBOLO DEI SAMURAI.
MUSÉE DE L’ARM
opo diversi scontri con le truppe governative nel corso della rivolta di Satsuma, le forze di Saigo erano ormai ridotte a circa cinquecento uomini, che riuscirono a rifugiarsi in una grotta sulla collina di Shiroyama, vicino a Kagoshima. Lì furono circondati da un esercito imperiale di 30mila soldati. Sapendo che non c’erano vie ÉE / RMN-G
RAND PA
LAIS
LA BATTAGLIA DI SHIROYAMA RICOSTRUITA IN VARIE SCENE DA YAMAZAKI TOSHINOBU. FINE DEL XIX SECOLO.
FOTO: BRIDGEMAN / ACI
di fuga, e avendo rifiutato l’offerta di resa del generale Yamagata, Saigo decise che sarebbero morti tutti in combattimento. Alle quattro del mattino del 24 settembre le truppe imperiali iniziarono l’attacco e scaricarono sugli uomini di Saigo una pioggia di proiettili. Questi, senza lasciarsi scoraggiare, scelsero il combattimento corpo a corpo, sapendo
di essere molto meglio addestrati all’utilizzo della spada. Inizialmente i soldati imperiali si ritirarono, ma poco dopo, protetti dal fuoco dell’artiglieria, ripresero ad avanzare. Una pallottola vagante ferì mortalmente Saigo, che decise di togliersi la vita compiendo il seppuku. Il suo luogotenente, Beppu Shinsuke, s’incaricò di decapitarlo e di seppellirne la
testa. I samurai ribelli si lanciarono giù dalla collina in una carica suicida e furono annientati dal fuoco imperiale. Quando fu trovata la testa di Saigo, il generale Yamagata s’inchinò davanti a essa in segno di rispetto ed esclamò: «Oh, com’è pacifico il suo volto!». Nemmeno i soldati imperiali vittoriosi riuscirono a trattenere le lacrime.
GRANDI SCOPERTE
Roma in Turchia: il Sebasteion di Afrodisia
L
a città di Afrodisia, o Afrodisiade, si trova nell’antica regione della Caria, nell’area sud-occidentale dell’attuale Turchia. Consacrata ad Afrodite, la dea greca dell’amore e della bellezza, è uno dei maggiori e più importanti siti archeologici dell’Asia Minore. Nonostante sia stata dichiarata patrimonio dell’umanità nel 2017, la gran parte della sua superficie si trova ancora sotto terra. Afrodisia venne scoperta da viaggiatori occidentali solo in tempi relativamente recenti. Dopo che l’inglese William Sherard ebbe svelato all’Europa parte delle sue iscrizioni nel 1705, dovettero passare ancora due secoli perché, nel 1904, alcuni archeologi francesi iniziassero i primi scavi. Nel periodo compreso tra le due
CRONOLOGIA
UN GRANDE EDIFICIO
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Mar Nero ISTANBUL
TURCHIA
Afrodisia
guerre mondiali una spedizione italiana continuò a lavorare nel sito e, dal 1961, sotto la guida dell’archeologo turco Kenan Tevfik Erim, vennero effettuate le esplorazioni che hanno permesso di realizzare le scoperte più sensazionali.
Evacuare e scavare Il sito di Afrodisia si trova su una pianura fluviale in cui in epoca medievale sorse un villaggio noto come Geyre. Gli archeologi precedenti avevano effettuato scavi limitati ai luoghi pri-
vi di case e di campi coltivati. Nel 1956 un terremoto causò l’evacuazione di una parte della popolazione e, agli inizi del 1970, le autorità turche decisero di espropriare e abbattere quasi tutti gli edifici rimasti. Gli abitanti del luogo vennero trasferiti in una nuova zona a due chilometri dall’antico centro, che rimase così libero per le ricerche degli scienziati. E fu proprio sotto una delle vecchie case, costruita in posizione leggermente elevata rispetto al terreno circostante, che nel 1979 ebbe luogo un appassionante rinvenimento. Man mano che si scavava nel modesto poggio per scendere più in profondità, comparvero due mucchietti allungati di macerie, separati da una sottile linea d’impluvio poi allagata dal
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Nel 1979 venne rinvenuta nella Turchia sud-occidentale una serie di rilievi scolpiti in onore dei primi imperatori di Roma
ruscellamento di più inondazioni. Le operazioni permisero di portare subito alla luce colonne e capitelli in marmo, fregi, cimase – ovvero cornici aggettanti di edifici – e, soprattutto,
1961
1970
1979
2006-2012
L’archeologo turco Kenan Tevfik Erim inizia gli scavi ad Afrodisia.
Dopo l’evacuazione del villaggio sotto il quale si trova Afrodisia, si lavora con più libertà.
Durante uno scavo in profondità si verifica una grande scoperta: il Sebasteion.
L’edificio viene ricostruito e i bassorilievi originali sono portati al museo del sito.
IL SEBASTEION
di Afrodisia oggi, dopo la ricostruzione archeologica dell’edificio.
UN IMMENSO ONORE DOTTORE IN ARCHEOLOGIA CLASSICA presso
Culto imperiale Tali ritrovamenti spinsero gli studiosi a suppore che, in origine, il monumento fosse dedicato alla venerazione della stirpe imperiale. L’edificio equivaleva a quello che nelle province
orientali dell’impero romano era detto Sebasteion (dal termine greco sebastos, o venerabile, equivalente greco di Augusto): un luogo destinato al culto sia del sovrano divinizzato sia della sua famiglia, in questo caso della prima dinastia. In ogni caso si è poi potuto verificare che certe parti del complesso vennero adibite pure a negozietti e magazzini. Lo stato non sempre buono di conservazione dei
RILIEVI DEL SEBASTEION NEL MUSEO DI AFRODISIA.
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decine di rilievi contenenti scene mitologiche e rappresentazioni di esponenti della prima dinastia dell’impero romano, la famiglia giulio-claudia (27 a.C.-68 d.C.).
l’università di Princeton, Kenan Tevfik Erim (1929-1990) lavorò sempre alla New York University, alternando la docenza agli scavi nel sito di Afrodisia. Come riconoscimento per il suo lavoro, ricevette il rarissimo onore di essere sepolto nell’area dell’antica città.
STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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GRANDI SCOPERTE
Dei, eroi e cesari I BASSORILIEVI del Sebasteion
alternano scene mitologiche a rappresentazioni dei membri della famiglia imperiale romana. Il fine ultimo era quello di esaltare la dinastia giulio-claudia legandola agli dei e agli eroi dai quali affermava di discendere: Afrodite-Venere ed Enea, il mitico troiano figlio della dea dell’amore.
L’eroe Achille sorregge il corpo dell’amazzone Pentesilea, che ha appena ucciso a Troia.
Protetto dalla dea Venere, Enea fugge da Troia con il padre Anchise sulle spalle e il figlio Iulo-Ascanio per mano.
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La personificazione femminile della dea Roma si erge trionfante su un nemico dalle mani legate e riprodotto in piccolo.
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Anchise e Afrodite hanno un incontro amoroso sul monte Ida: ne nascerà l’eroe Enea.
Seduto accanto al tripode dell’oracolo di Delfi e alla sacerdotessa Pizia, Apollo ascolta le richieste di un pellegrino.
Gaio e Lucio, nipoti ed eredi di Augusto, ritratti in un nudo eroico dopo la loro morte prematura.
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Nerone viene incoronato imperatore dalla madre Agrippina, rappresentata con una cornucopia in mano.
GRANDI SCOPERTE
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LA CITTÀ
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PROTETTA DA MURA,
l’area di Afrodisia comprendeva una superficie di 72 ettari. Il centro riuniva i principali edifici pubblici: una basilica 1, un teatro 2, l’agorà 3, il bouleuterion 4 e il grande tempio di Afrodite 5. Davanti a questo si apriva un ampio spazio porticato al quale si accedeva da una porta monumentale, il Tetrapilo 6, che dava il nome alla via lungo la quale si trovava il Sebasteion 7. Quasi fuori dalle mura si alzava lo stadio 8.
Immagine ampliata
PIANO URBANISTICO DELLA CITTÀ DI AFRODISIA NEL II SECOLO D.C.
resti era frutto di uno dei numerosi terremoti che nel corso della storia avevano piagato la città di Afrodisia e che avevano finito per distruggerla. La zona settentrionale del Sebasteion era quella che aveva riportato più danni: gli elementi costruttivi si erano dispersi
tutt’attorno, e dagli inizi del Medioevo molti erano stati riutilizzati per altri edifici, in particolare per l’innalzamento delle mura difensive. Proprio da queste ultime si poterono recuperare pezzi di bassorilievi in seguito esposti nel museo. Il resto, molto più frammentato, venne imballato per settori man mano che veniva scoperto. In tal
modo si facilitò la ricomposizione di un immenso puzzle formato da migliaia di tessere marmoree che dovettero poi essere assemblate per ripristinare di nuovo le figure.
Ricostruzione Per fortuna la zona meridionale del Sebasteion era meno deteriorata, e alcuni elementi mantenevano
Gli archeologi facilitarono la ricostruzione dell’edificio annotando la posizione di ogni frammento TESTA IN MARMO DELLA DEA AFRODITE PROVENIENTE DA AFRODISIA. MARSHALL IKONOGRAPHY / AGE FOTOSTOCK
perfino la posizione originale. Durante gli scavi gli archeologi annotarono con cura la collocazione di ogni frammento, e più tardi, tra il 2006 e il 2012, si procedette all’anastilosi, cioè alla ricomposizione dell’edificio. In questa fase la struttura rimasta in piedi venne consolidata e gli elementi staccatisi vennero reintegrati come si riteneva fossero disposti nell’antichità. A ogni modo, si preferì reinserire le copie, mentre gli originali furono messi al sicuro nel museo. Il complesso architettonico del Sebasteion fungeva da via processionale e
RICOSTRUZIONE del Sebasteion di Afrodisia all’epoca dei suoi fasti.
ILLUSTRAZIONI 3D: 4D NEWS
conduceva dall’agorà meridionale di Afrodisia fino a un tempio consacrato ad Afrodite e agli dei Augusti (gli imperatori divinizzati), di cui si conserva solo l’alto podio. Tramite un ingresso monumentale – o propileo – situato all’estremità occidentale e obliquo rispetto all’asse principale, si accedeva a uno spazio rettangolare largo quattordici metri e lungo novanta, fiancheggiato da due edifici porticati alti dodici metri. Chi avesse percorso la via del Sebasteion sarebbe rimasto abbagliato dalla fastosa decorazione dei due splendidi porticati, ispirata
a quella che si poteva am- Troia, nonché allegorie demirare sulle facciate dei te- gli imperatori della dinastia giulio-claudia, da Augusto atri romani. fino a Claudio e a Nerone. Storia e mito La presenza di quest’ultiGli edifici porticati, non mo colloca la costruzione strettamente simmetri- del monumento in un peci, presentano tre livelli, riodo compreso tra il 20 e adornati con i tre ordini ar- il 60 d.C. circa. Un’iscriziochitettonici tradizionali: ne indica che l’opera venne dorico (al piano inferiore), finanziata da tre personaionico (al secondo) e corin- lità locali. Senza dubbio questi baszio (al superiore). Negli ultimi due livelli gli spazi tra sorilievi costituiscono un le colonne erano chiusi da tesoro artistico eccezionamuri su cui erano disposti le. Se ne sono conservati dei rilievi. Gli artisti vi rap- circa ottanta dei duecento presentarono diversi sog- presenti in origine. Il nugetti: personaggi mitologici, mero comunque elevato ha scene famose di episodi costretto gli studiosi ad mitici come la guerra di ampliare il piccolo museo
che già esisteva nella vecchia piazza di Geyre, molto vicino al Sebasteion: vi è stata aggiunta un’enorme sala longitudinale in cui dal 2008 sono esposti tutti questi magnifici rilievi. ÁNGEL CARLOS AGUAYO PÉREZ STORICO
Per saperne di più TESTI
Il romanzo di Calliroe Caritone di Afrodisia. BUR, Milano, 2004. SAGGI
Afrodisia Kenan T. Erim. Net Turistik Yayinlar, Istanbul, 2006. Arslantepe, Hierapolis, Iasos, Kyme. Scavi archeologici italiani in Turchia Giovanni Pugliese Carratelli. Marsilio, Venezia, 1993.
STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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STORIA VISUALE
Il muro, la ferita aperta di Berlino
BURT GLINN / MAGNUM PHOTOS / CONTACTOPHOTO
Tra il 1949 e il 1961 più di 2,5 milioni di cittadini della Repubblica Democratica Tedesca (RDT, in tedesco DDR) socialista fuggirono verso la Repubblica Federale di Germania (RFG, in tedesco BRD). Per scongiurare la perdita di giovani e di lavoratori qualificati che avrebbe minacciato la stabilità economica della RDT, venne eretto il muro di Berlino
PICTURE ALLIANCE / GETTY IMAGES
L’ALBA AMARA DEL
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AGOSTO
Incastrata tra i territori della RDT e della RFG, Berlino era divisa in quattro settori: quello orientale, occupato dall’Unione Sovietica, e quelli occidentali, controllati da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. In città non esisteva una frontiera con vere e proprie barriere fisiche come quelle che separavano le due Germanie, e ciò facilitava la fuga dei tedeschi orientali verso la RFG. A mezzanotte del 12 agosto 1961 le autorità della RDT fermarono il traffico diretto verso i settori occidentali. Ebbe così inizio la costruzione del muro, che all’inizio era solo una serie di recinzioni di filo spinato e barriere di mattoni di cemento come quella che innalza quest’operaio davanti al settore americano. In Bernauer Strasse gli edifici del settore orientale del Mitte, il centro, vennero inglobati nel muro: ne vennero tappate le finestre, come si può notare a sinistra; due giorni dopo che Burt Glinn scattò questa foto, la finestra da cui una donna sta parlando a un’altra (che si trovava nella RFG) venne murata.
STORIA VISUALE
PATRICE HABANS / GETTY IMAGES
L’ULTIMA OPPORTUNITÀ
Malgrado le misure prese dalla RDT per chiudere Berlino est, tra mezzogiorno di sabato 12 agosto e le quattro del pomeriggio di domenica 13, ottocento persone si trasferirono a Berlino ovest. L’immagine mostra coloro che quella domenica interruppero la passeggiata nelle vicinanze della porta di Brandeburgo per fuggire nella RFG attraverso una breccia nella recinzione che separava le due zone. Le truppe dell’Unione Sovietica e della RDT avevano circondato Berlino mentre numerosi uomini armati controllavano la costruzione del primo muro. Lo stesso giorno il sindaco socialdemocratico della città, Willy Brandt, dichiarò: «Il regime comunista nelle ultime quarantott’ore ha ammesso che è esso stesso il colpevole dell’esodo dei tedeschi orientali verso la Germania occidentale. Una cricca che si definisce governo sta tentando di tenere la sua propria popolazione imprigionata [...] Il filo spinato [...] le mitragliatrici, queste sono caratteristiche di un campo di concentramento».
STORIA VISUALE
AKG / ALBUM
I DIFENSORI DEL MURO
Del controllo del muro era incaricata una sezione speciale delle truppe di frontiera della RDT (le forze che sorvegliavano l’innerdeutsche Grenze, la frontiera tra le due Germanie), diretta dal Grenzkommando-Mitte. Nel 1989, anno in cui il muro venne abbattuto, tale corpo era costituito da 11.504 soldati, che potevano contare su 567 veicoli blindati per il trasporto delle truppe, quarantotto lanciagranate, quarantotto armi anticarro, 114 lanciafiamme, 156 carri armati e 992 cani da guerra. A questo copioso spiegamento di mezzi si aggiungeva un’ulteriore unità mobile di 2.295 veicoli e 503 impiegati civili. Nell’immagine, forze della RDT sorvegliano il muro nel 1961. Anche se il numero dei defunti è incerto, si ritiene che, nel tentativo di valicare la barriera, tra il 1961 e il 1989 morirono 101 persone (assassinate, per incidente o per suicidio), mentre otto guardie di frontiera della RDT perirono cercando di sventare le fughe e altre trentuno in modo accidentale.
STORIA VISUALE
HISTORICAL / GETTY IMAGES
UNA CITTÀ CIRCONDATA
La “barriera di protezione antifascista” – era questo il nome ufficiale che la RDT diede al muro – divideva Berlino in due tramite la Sektorengrenze, il confine tra i settori di occupazione sovietica e quelli occidentali, lungo 43,1 km; la fotografia mostra la porta di Brandeburgo, posta nel territorio della RDT. Berlino ovest era circondata anche da un muro esterno, l’Aussering, di 111,9 km di lunghezza, che separava questa parte della città dallo stato di Brandeburgo, il cui territorio apparteneva alla RDT. Negli anni settanta i successivi ampliamenti del muro gli diedero l’aspetto con cui venne poi conosciuto: un muro interno, uno esterno (affacciato verso la RFT) e, tra i due, la “striscia della morte”, provvista di una staccionata con barriera elettrificata e sistema d’allarme, di un passaggio nel quale circolavano le pattuglie, di lampioni, torrette di controllo, un fossato... e perfino spine interrate e strisce coperte di sabbia per registrare le impronte di chi fuggiva.
STORIA VISUALE
RAYMOND DEPARDON / MAGNUM PHOTOS / CONTACTOPHOTO
DI NUOVO UN’UNICA CITTÀ
Questa foto fu scattata da Raymond Depardon l’11 novembre 1989: un giovane siede sul muro, la cui fine era ormai stata decretata due giorni prima. La sua caduta fu il risultato della crisi politica in cui erano sprofondati i regimi socialisti dell’Europa orientale, abbandonati alla loro sorte da un’Unione Sovietica ormai lacerata. L’apertura in aprile della frontiera tra Austria e Ungheria, dove si diressero migliaia di tedeschi orientali in fuga dal loro Paese – un’emorragia umana che la costruzione del muro aveva voluto evitare ventott’anni prima – provocò cambiamenti nella gestione della politica migratoria della RDT. Tali novità, annunciate ufficialmente la sera del 9 novembre, vennero interpretate come la fine del divieto di recarsi a Berlino ovest. Nella notte una folla di cittadini provenienti da Berlino est si ammassò nel passaggio di confine di Bornholmer Strasse, e le guardie cedettero permettendogli di superare il muro. Fu impossibile trattenere la marea umana, ed ebbe inizio la distruzione del muro stesso, che i berlinesi cominciarono ad abbattere con i martelli ben prima che intervenissero i bulldozer.
scopri di più sulla costruzione e la caduta del muro di berlino su www.storicang.it
L I B R I E M O S T R E A CURA DI MATTEO DALENA
STORIA MODERNA
La parola “negro” è frutto di un “ordine bianco”
P Aurélia Michel
IL BIANCO E IL NEGRO Einaudi 2021; 312 pp., 24 ¤
ronunciate la parola “negro” in un contesto pubblico […] gli effetti saranno immediati e terribili, benché si tratti di un termine completamente anacronistico che è stato sviato infinite volte dal suo senso originario». A ricordarlo è la docente di storia delle Americhe nere Aurélia Michel (tradotta da Valeria Zini). Secondo l’accademica, la parola “negro” – una metonimia che risale alla fine del XVI secolo e che associa in modo stabile
i termini “schiavo” e “africano” – sarebbe il prodotto di un ricercato “ordine bianco”. «Erede dell’Ancien Régime cristiano in Europa e del suo sviluppo atlantico moderno, esso si sviluppa a partire dai Lumi e dalla Rivoluzione Francese» spiega l’autrice. L’insistenza sulla “bianchezza” della pelle di alcuni individui s’incontra secondo Michel già nelle Americhe della fine del XVII secolo, cioè in quello che è considerato il momento più florido
dell’economia atlantica. Il colore bianco si presentò come un suggello di superiorità, un valore da preservare, un «baluardo rispetto alla pretesa dei meticci, degli affrancati, degli indiani – divenuti “di colore” – di partecipare a questa economia», continua Michel nel suo saggio. L’opera è una storia della schiavitù, un’indagine strutturata nell’arco di cinque secoli e corredata di “prove” letterarie, argomentazioni storiche e sociologiche che permettono di risalire a quel tempo in cui si forgiarono le procedure giuridiche atte a sancire la purezza delle genealogie, la supremazia “bianca” e, in definiva, «quell’ordine razziale che ancora governa il mondo».
STORIA SOCIALE
ODISSEA: UNA RILETTURA SCONVOLGENTE «L’UOMO CHE sbarca a Itaca e che si presenta un bel
giorno nella capanna di Eumeo è una controfigura, uno stunt, un impostore, un killer assoldato da Telemaco […] al fine dichiarato di dar man forte a far piazza pulita dei proci». Giovanni Kezich prova a “stanare” Omero e i suoi “giochi enigmistici” celati nell’Odissea mettendo in luce propositi diversi da quelli noti. Se la narrazione delle peripezie di Ulisse tra sirene e mostri impegna circa un sesto dell’opera, la sua parte preponderante per Kezich è dedicata «ai preparativi di un massacro tremendo e immotivato, quello dei «proci», i pretendenti di Penelope […] che costituisce il vero obiettivo della narrazione». La poesia dell’opera servirebbe solo a celare gli inganni sparsi tra le pagine omeriche. Giovanni Kezich
ULISSE NON È LUI Baldini+Castoldi 2021; 384 pp., 22 ¤
128 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
Giancarlo Alfano
FENOMENOLOGIA DELL’IMPOSTORE Salerno 2021; 228 pp., 20 ¤ L’IMPOSTORE è colui che pro-
ditoriamente smette i propri “panni” per indossare quelli della persona della quale intende assumere l’identità. Questa figura assai diffusa nella storia sociale dell’Europa medievale e moderna
trova un esempio illustre in Martin Guerre, il contadino vissuto nella Francia del XVI secolo protagonista di un clamoroso furto d’identità finito nelle aule giudiziarie. Con i loro stratagemmi non sempre efficaci gli impostori sono parte di quella “stirpe di Caino”, cioè i poveri e vagabondi di cui scrive lo storico polacco Bronislaw Geremek, o della vasta schiera di furbi, furfanti e falsari narrata nel celebre Libro dei vagabondi da Piero Camporesi. Ne fa menzione lo storico Giancarlo Alfano nella sua «genealogia dell’impostura», un viaggio soprattutto letterario alla scoperta delle avventure dei grandi mistificatori narrate da Boccaccio, Shakespeare, Molière, Diderot, Rousseau e altri.
© DISNEY
A SINISTRA, DISEGNO IN GRAFITE DI PINOCCHIO, 1940. A DESTRA, COMPOSIZIONE CON ACETATO DI BIANCANEVE E I SETTE NANI, 1937.
ARTE CONTEMPORANEA
Disney: raccontare storie senza tempo Una mostra al MUDEC di Milano svela il processo creativo dei primi capolavori di animazione Disney usciti tra il 1937 e il 1940
P
areva destinato a bissare, anzi a surclassare il successo straordinario ottenuto dal film di animazione Biancaneve e i sette nani (1937), tuttavia Pinocchio – il secondo “classico” Disney uscito il 7 febbraio del 1940 – fu penalizzato dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. Partendo da bozzetti (oggi in gran parte perduti) e da centinaia di modellini
di personaggi e ambientazioni che, più che all’Italia del burattino uscito dalla penna di Carlo Collodi, rimandavano a tipici scorci tirolesi, Walt Disney volle girare tutte le scene con attori in carne e ossa per una profonda aderenza al “vero”, specie nei movimenti. Dietro alla favola “formativa” di Pinocchio, al pari di Biancaneve, Bambi, Fantasia e altri capolavori di
animazione Disney, stava un lungo ed elaborato lavoro di ricerca creativa. Il tratto distintivo che accomuna tutti i prodotti usciti dagli studios californiani è però il certosino rifarsi alle antiche matrici di tradizione epica: miti, leggende medievali, folklore, favole e fiabe. Un’altra peculiarità che ha permesso ai personaggi di far presa nel pubblico tanto da essere ricordati nei de-
cenni a venire è la volontà dell’équipe Disney di dare aspetti e sentimenti umani agli animali e agli oggetti delle favole. Così miti e leggende di dei ed eroi, favole di animali, racconti di cavalieri, streghe, maghi e principesse assumevano le fattezze dei cartoni animati. Tutto ciò è indagato in una mostra a Milano che racconta il processo creativo che si nasconde dietro ai capolavori di Walt Disney, un pioniere nell’arte dell’animazione, e il suo approccio allo storytelling, l’arte di raccontare storie. COME NASCE UNA STORIA? DISNEY MUDEC, Milano fino al 13 febbraio 2022 mudec.it/ita/disney
STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
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Prossimo numero I QUADERNI DI LEONARDO NEL CORSO della sua vita
BRIDGEMAN / ACI
Leonardo da Vinci prese un’infinità di appunti e realizzò migliaia di disegni sui temi più diversi: anatomia, natura, astronomia, architettura e ingegneria, senza dimenticare gli argomenti puramente artistici. Alla sua morte questi scritti furono raccolti in una serie di volumi che, dopo infinite peripezie, oggi si trova sparsa in diverse biblioteche europee e statunitensi.
Il Nilo, il fiume sacro d’Egitto
BILLY THE KID, IL PISTOLERO DEL NUOVO MESSICO
130 STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC
Socrate, la vita di un filosofo Nelle sue opere Platone tramanda la personalità di Socrate, un filosofo che non volle mai scrivere un libro e che fece del “porsi domande” uno stile di vita.
Natale, tra realtà e mito Le nozioni circa la data e le circostanze in cui avvenne la nascita di Gesù di Nazareth sono frutto di tradizioni elaborate secoli dopo l’avvenimento.
La vita ai confini dell’impero Le lettere scritte su tavolette di legno nel forte britannico di Vindolanda rivelano uno spaccato della vita e delle preoccupazioni dei legionari romani.
Villa d’Este, il gioiello di Tivoli GILARDI / GETTY IMAGES
POVERO e con una scarsa educazione, William Bonney crebbe assieme alla madre e al fratello a Lincoln, in una contea nel sud-est degli Stati Uniti. Quando il suo datore di lavoro, che lo trattava come un figlio, fu barbaramente assassinato, Billy fu preso da una sete di vendetta che lo portò a compiere diversi omicidi. Arrestato, riuscì a fuggire uccidendo i suoi carcerieri e in poco tempo divenne il bandito più ricercato degli Stati Uniti. Poco tempo dopo lo sceriffo Pat Garrett lo localizzò e lo uccise quando non aveva ancora compiuto 21 anni.
Gli antichi egizi adoravano il Nilo sotto forma di Hapi, un dio dall’aspetto androgino che incarnava la fertilità delle acque del fiume.
Fortemente voluto dal cardinale Ippolito d’Este, l’edificio, con i suoi affreschi e fontane, rappresenta uno dei più mirabili esempi di villa rinascimentale.
PH. MARCO FARMALLI
IL NUOVO LIBRO DI CHIARA FRUGONI
DONNE MEDIEVALI SOLE, INDOMITE, AVVENTUROSE
«Un avvincente percorso che mette in luce, con rigore scientifico e sapienza divulgativa, cinque figure emblematiche dell’epoca di mezzo»
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E’ decorato da 37 miniature di ispirazione giottesca e da preziose iniziali istoriate, realizzate nella bottega di Pacino di Buonaguida nel XIV secolo. Contiene gran parte del Commento AUTOGRAFO di “Jacopo”, figlio di Dante. Quasi ogni chiosa è segnata dalla sigla: “Ja”, Jacopo Alighieri. Noto come “Dante Poggiali” dal nome dell’editore e bibliofilo Gaetano Poggiali che lo acquistò per utilizzarlo nella sua edizione della Commedia del 1807. Per informazioni può contattarci al numero 0541.384859 oppure via email: info@imagosrl.eu Con il Patrocinio di:
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