i Classici Raffaello
PinocchiO Carlo Collodi
i Classici Raffaello
Editor: Patrizia Ceccarelli Coordinamento redazionale: Emanuele Ramini Adattamento: Giovanna Marchegiani Illustrazioni: Manuela Santini Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti Team grafico: Raffaella De Luca, Nicoletta Moroni Stampa: Gruppo Editoriale Raffaello
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Carlo Collodi
Pinocchio Riduzione e adattamento di Giovanna Marchegiani
Illustrazioni di Manuela Santini
Uno strano pezzo di legno
C’era una volta...
– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname che tutti chiamavano mastro Ciliegia. Il falegname si rallegrò e, dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce: – Questo legno è capitato al momento giusto: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino. Detto fatto, prese subito l’ascia per cominciare a levargli la corteccia. 5
Quando però fu lì per lasciar andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile sottile che disse raccomandandosi: – Non mi picchiare tanto forte! Figuratevi come rimase quel buon vecchio di mastro Ciliegia! Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere da dove mai poteva essere uscita quella vocina e non vide nessuno. Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio, e nessuno; aprì l’uscio della bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno. – Ho capito – disse allora ridendo e grattandosi la parrucca; – si vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare. Allora prese in mano la pialla, ma, mentre piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo: – Smetti! Tu mi fai il pizzicorino sul corpo! 6
Questa volta il povero mastro Ciliegia cadde giù come fulminato. In quel momento qualcuno bussò alla porta. – Avanti, passate pure! – disse il falegname. Allora entrò nella bottega un vecchietto tutto arzillo, di nome Geppetto. – Buongiorno, mastro Ciliegia – disse Geppetto. – Stamattina m’è piovuta nel cervello l’idea di fabbricarmi un bel burattino di legno; ma un burattino meraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Che ve ne pare? – Buona idea, compare Geppetto. Cosa posso fare per aiutarvi? – Vorrei un po’ di legno stagionato. Mastro Ciliegia, tutto contento, andò subito a prendere quel pezzo di legno che era stato la causa di tante paure. Geppetto ringraziò e se ne tornò a casa. 7
La nascita di Pinocchio
A ppena entrato in casa, Geppetto prese
gli arnesi e si mise a fabbricare il burattino. – Lo chiamerò Pinocchio – disse fra sé. Gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi. Figuratevi la sua meraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso. Dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena fatto, cominciò a crescere: e cresci, cresci, cresci, diventò in pochi minuti un nasone che non finiva mai. Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e lo scorciava, e più quel naso impertinente diventava lungo. Dopo il naso, gli fece la bocca. 8
La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e a canzonarlo. – Smetti di ridere! – disse Geppetto impermalito. Allora la bocca smise di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua. Geppetto finse di non accorgersene. Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il collo, le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani. Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi via la parrucca dal capo. – Pinocchio! Ridammela subito! E Pinocchio, invece di ridargli la parrucca, se la mise in testa rimanendovi sotto mezzo soffocato. Geppetto continuò il suo lavoro e, dopo le mani, gli fece i piedi. Quando ebbe finito di fargli i piedi, Geppetto prese il burattino sotto le braccia e lo posò sul pavimento della stanza per farlo camminare. 9
Pinocchio non sapeva muoversi e Geppetto lo conduceva per mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro. Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e scappò. E il povero Geppetto iniziò a corrergli dietro, ma senza poterlo raggiungere, perché quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre. Alla fine, per buona fortuna, capitò un carabiniere, il quale si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada e lo acciuffò comodamente per il naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere acchiappato dai carabinieri). Geppetto lo riprese e, mentre lo riconduceva indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo: 11
– Quando saremo a casa, non dubitare che faremo i conti! Pinocchio, a questa minaccia, si buttò per terra e non volle più camminare. Intanto i curiosi cominciavano a fermarglisi intorno. – Povero burattino! – dicevano alcuni. – Ha ragione a non voler tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell’omaccio di Geppetto! E gli altri soggiungevano malignamente: – Quel Geppetto pare un brav’uomo, ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi! Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto.
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Il Grillo parlante
Pinocchio, rimasto libero dalle grinfie
del carabiniere, se la dava a gambe attraverso i campi per far più presto a tornarsene a casa. Appena arrivato, trovò la porta socchiusa. La spinse, entrò e lasciò andare un gran sospiro di contentezza. Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che fece: – Crì–crì–crì! – Chi è che mi chiama? – disse Pinocchio tutto impaurito. – Sono io! Pinocchio si voltò e vide un grosso Grillo che saliva lentamente su su per il muro. – Dimmi, Grillo: e tu chi sei? 13
– Io sono il Grillo parlante e abito in questa stanza da più di cent’anni. – Oggi però questa stanza è mia – disse il burattino, – e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro. – Io non me ne andrò di qui – rispose il Grillo – se prima non ti avrò detto una grande verità. – Dimmela e spicciati. – Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente. – Canta pure, Grillo mio, ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene, perché se rimango qui mi succederà quel che succede a tutti gli altri ragazzi, cioè mi manderanno a scuola e dovrò studiare. E io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho affatto voglia! 14
– Povero grullerello! Ma non sai che facendo così diventerai un somaro e tutti si piglieranno gioco di te? – Sta’ zitto, Grillaccio del malaugurio! – gridò Pinocchio. – Io voglio mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del fannullone! – Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione... – Perché ti faccio compassione? – Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno... A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutto infuriato e, preso da sopra il banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo parlante. Forse non voleva, ma disgraziatamente lo colpì proprio sul capo, tanto che il povero grillo ebbe appena il fiato di fare “crì–crì–crì!”, poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.
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La fame di Pinocchio
Intanto era arrivata la notte e Pinocchio
cominciò ad aver fame, e la fame dopo pochi minuti diventò una fame da lupi. Iniziò a correre per la stanza e a frugare nelle cassette e nei ripostigli in cerca di un po’ di pane, magari di pane secco, di un osso avanzato al cane, di una lisca di pesce, insomma di qualcosa da masticare; ma non trovò nulla, proprio nulla. E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre. Allora il burattino, piangendo e disperandosi, diceva: – Il Grillo parlante aveva ragione. Ho fatto male a ribellarmi al mio babbo e a fuggire di casa... Se il mio babbo fosse qui!
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Quand’ecco gli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche cosa di tondo e di bianco che somigliava tutto a un uovo di gallina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra fu una cosa sola. Era un uovo davvero. Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava quell’uovo fra le mani.
Lo toccava e lo baciava, e baciandolo diceva: – E ora come dovrò cuocerlo? Ne farò una frittata? O non sarebbe più saporito se lo friggessi in padella? No, la più lesta di tutte è di cuocerlo nel tegamino: ho troppa voglia di mangiarmelo!
Detto, fatto: prese un tegamino, lo appoggiò sopra la brace, mise nel tegamino, invece dell’olio o del burro, un po’ d’acqua e, quando l’acqua cominciò a fumare, tac! Spezzò il guscio dell’uovo e provò a scodellarvelo dentro. Ma, invece della chiara e del tuorlo, scappò fuori un pulcino tutto allegro e complimentoso il quale, facendo un bell’inchino, disse: – Mille grazie, signor Pinocchio, d’avermi risparmiato la fatica di rompere il guscio! Arrivederla, stia bene e tanti saluti a casa! Ciò detto, distese le ali e, infilata la prima finestra aperta, se ne volò via a perdita d’occhio. Il povero burattino rimase lì, come incantato, cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci dell’uovo in mano. Riavutosi dal primo sbigottimento, cominciò a piangere, a strillare e a battere i piedi in terra per la disperazione. 20
Alla fine si mise a sedere appoggiando i piedi sopra un braciere. E lì si addormentò; e nel dormire i piedi, che erano di legno, gli presero fuoco, e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere. E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli di un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò perché qualcuno aveva bussato alla porta. – Chi è? – domandò sbadigliando e stropicciandosi gli occhi. – Sono io – rispose una voce. Quella voce era la voce di Geppetto.
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Pinocchio senza piedi
Il povero Pinocchio, ancora mezzo
addormentato, non si era accorto che i piedi gli si erano tutti bruciati. Appena sentì la voce di suo padre, quindi, schizzò giù dallo sgabello per correre ad aprire, ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di botto tutto lungo disteso sul pavimento. E nel battere in terra fece lo stesso rumore che avrebbe fatto un sacco di mestoli cascato da un quinto piano. – Aprimi! – intanto gridava Geppetto dalla strada. – Babbo mio, non posso – rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra. – Perché non puoi? 22
– Perché mi hanno mangiato i piedi. – E chi te li ha mangiati? – Il gatto – disse Pinocchio, vedendo il gatto che con le zampine si divertiva con alcuni trucioli di legno. – Aprimi, ti dico! – ripeté Geppetto – se no, quando vengo in casa, il gatto te lo do io! – Non posso star ritto, credilo. O povero me! Povero me, mi toccherà camminare coi ginocchi per tutta la vita! Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un’altra monelleria del burattino, pensò bene di farla finita e, arrampicatosi su per il muro, entrò in casa dalla finestra. Quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora si intenerì e, abbracciatolo, cominciò a baciarlo e a fargli mille carezze. Poi, presi in mano gli arnesi del mestiere e due pezzetti di legno stagionato, si mise a lavorare con grandissimo impegno. 23
In meno di un’ora i piedi erano belli e fatti: due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se fossero modellati da un grande artista. Geppetto li incollò al loro posto così bene che non si vedeva nemmeno il segno dell’attaccatura. – Per ricompensarti di quanto hai fatto per me – disse Pinocchio al suo babbo, – voglio subito andare a scuola. – Bravo ragazzo! – Ma per andare a scuola mi manca il più e il meglio. – Cioè? – Mi manca il libro. – Hai proprio ragione; ma come si fa per averlo? – È facilissimo: si va da un libraio e si compra. – E i soldi? – Io non ce l’ho. – Nemmeno io – soggiunse il buon vecchio facendosi triste. 24
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Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE,GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n° 633, art. 2 lett. d).
La storia di Pinocchio, ormai conosciuta da tutti, fa volare leggera la fantasia in una molteplicità di avventure sempre nuove. Il burattino piace perché passa all’improvviso da momenti di profondo scoramento all’entusiasmo più sfrenato; perché in un attimo trasforma il pianto in sorriso; perché si trova in ambienti e paesaggi sempre nuovi; perché è circondato da una grande varietà di personaggi, ora comuni, ora singolari, ora fantastici. Allora la storia di Pinocchio si legge di getto e chi l’ha letta non si stanca di rileggerla. Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, nacque a Firenze nel 1826. Scrisse diversi libri destinati ai ragazzi. Il suo capolavoro, “Le Avventure di Pinocchio”, uscì a puntate dal 1880 sul “Giornale dei Bambini”; nel 1833 venne pubblicato in un unico volume e successivamente tradotto in altre lingue e letto in tutto il mondo.
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