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La staffetta delle valli - Estratto

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Patrizia Marzocchi

La staffetta delle valli La Resistenza: la guerra di tutti, delle donne e dei più giovani, dei vincitori e dei vinti.

Patrizia Marzocchi

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Vive a Bologna e insegna lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha frequentato un corso di giornalismo presso l’Università di Ferrara e ha pubblicato numerosi libri per ragazzi. Per il Gruppo Raffaello è autrice di “Ricordare Mauthausen”. Il suo sito è www.patriziamarzocchi.com

Rosa vive nelle Valli di Ravenna, adora il padre pescatore e ha amici formidabili con i quali forma una vera e propria banda. La guerra però travolge la sua vita portando con sé il dolore; i tedeschi invadono la sua terra, gli amici diventano nemici. Rosa diventa una staffetta dei partigiani, tiene i collegamenti con la sua piccola barca. La brutalità della guerra entra nel mondo dei giovani protagonisti, sconvolge i loro sentimenti e i loro rapporti, mette a nudo i lati peggiori dell’animo umano. Talvolta però esalta qualità imprevedibili, trasformando persone comuni in eroi disposti a sacrificarsi nel nome di un bene superiore. Un romanzo affascinante, un quadro di vita vissuta al tempo della Seconda Guerra Mondiale, vista attraverso gli occhi dei giovani protagonisti. Una lettura per ragazzi che porta a riflettere sui problemi di quella immane tragedia. Per non dimenticare.

La Resistenza: la guerra di tutti, delle donne e dei più giovani, dei vincitori e dei vinti.

Completano la lettura: Approfondimenti finali F ascicolo di comprensione del testo

I S B N 978-88-472-2474-2

Online: approfondimenti e schede didattiche www.raffaellodigitale.it Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n°633, art. 2 lett. d).

La staffetta delle valli

Ravenna, 1943

STORIA E STORIE

La storia italiana raccontata da grandi storie per ragazzi

Patrizia Marzocchi

STORIA E STORIE

€ 9,00

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788847 224742

S chede interattive su www.raffaellodigitale.it


Collana di narrativa per ragazzi


Editor: Paola Valente Coordinamento di redazione: Emanuele Ramini Impaginazione: AtosCrea Illustrazione di copertina: Elena Mellano Approfondimenti: Valentina Conti Schede didattiche: Ottavia Tordini Ufficio stampa: Francesca Vici

I Edizione 2016 Ristampa 7 6 5 4 3 2 1

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SISTEMA DI GESTIONE CERTIFICATO


Patrizia Marzocchi

La staffetta delle valli Illustrazione di copertina

Elena Mellano


A Massimo che mi ha accompagnato nelle Valli alla ricerca della Storia e delle storie.


Capitolo

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Giorno solenne

2 giugno 1946

L

a vecchia pendola batte le dieci. Seduta sul lettone dei miei genitori osservo mamma che si prepara. Giana, la mia cagnolona, sembra ipnotizzata come me dai suoi movimenti. Un ultimo colpo di spazzola, anche se non ce ne sarebbe bisogno, una sistematina alla spilla, una rassettata alla gonna, poi le scarpe con un po’ di tacco, quelle eleganti. Si è vestita con la cura di chi deve andare all’esame più importante della sua vita oppure a una festa. Capelli biondi perfettamente in ordine, orecchini di perla ereditati dalla nonna. Gli occhi scuri emanano la luce dell’entusiasmo. Sembra anche una donna innamorata che sta per incontrare il grande amore della sua vita. Colpisce la solennità dei gesti che mia madre compie, come se ognuno di essi fosse destinato a essere immortalato nella storia. Nessuna festa, nessun esame, neanche l’amore: mamma va a votare. Sono un po’ invidiosa, per la prima volta in Italia le donne possono andare alle urne e io sono esclusa. Per motivi di età, solo per questo. Ho 16 anni. Quasi. È bello pensare che arriverà anche il mio momento. Sono nata sotto il fascismo e mi sembrava normale che non ci fossero elezioni, che si dovesse obbedire senza discutere a Mussolini e ai suoi uomini di nero vestiti. Sembrava normale che i giovani andassero a combattere e morire per il Duce, che insieme a Hitler avrebbe costruito un impero potente. Sì, tutto normale fino a quando… 5


Capitolo 1

Una improvvisa commozione blocca il corso dei miei pensieri e persino la mia salivazione. Accarezzo Giana che mi segue sempre, ovunque. – Rosa, non voglio che la cagnolona entri in camera mia, lo sai – dice mamma, che però non riesce a essere convincente nel rimprovero, assorta com’è nei suoi preparativi. Afferra la borsetta, mi lancia un lungo sguardo e mi dedica il suo caratteristico sorriso storto (non si capisce perché, ma muove solo la parte sinistra della bocca). Rimango qui alla finestra a osservare, con Giana accoccolata ai miei piedi a dispetto della prescrizione. Lungo la stradona, la via sterrata davanti alla nostra casa, l’auto padronale aspetta, già ricoperta da una polvere molto evidente a causa del colore scuro. Mamma la raggiunge, assieme a zia Vanna. Mentre guardo il veicolo arrancare verso la statale, immagino la conversazione all’interno. Il conte, cugino di secondo grado di mamma, è monarchico: vuole che Umberto sia re d’Italia. Mia madre è convinta che la famiglia reale si sia comportata in maniera talmente vergognosa da escludere assolutamente la possibilità che i Savoia rimangano ancora sul suolo che hanno contribuito a insanguinare (parole sue). Lei voterà per la Repubblica. Anch’io voterei per la Repubblica se avessi l’età giusta. Percorreranno tutto il tratto di strada verso il paese litigando selvaggiamente (mentre zia Vanna rimarrà in silenzio). È un passo avanti: fino a 16 mesi fa la gente si sparava, qui nelle nostre valli. Sono nata sotto una dittatura, in una terra aspra, attraversata da acqua salmastra, afflitta dalla malaria, immersa nelle nebbie più dense. – Poteva esserci inizio meno promettente? – chiedo a Giana che mi fissa con i suoi occhi miti e profondi. Ha uno sguardo umano, Giana, o forse sono io a immaginarlo perché la adoro. Dalla finestra vedo Luisa che stende il bucato seguita dai suoi fratellini. 6


Giorno solenne

Improvvisamente mi torna in mente che loro hanno avuto una parte nella nostra battaglia, anche se erano troppo piccoli per capirlo; probabilmente ci hanno salvato la vita. Cerco di scrollarmi di dosso questi pensieri, anch’io devo lavorare: il pollaio, innanzitutto. Quel che mi piace di più è sottrarre le uova ancora calde alle chiocce. Poi mi fulmina il ricordo di quella volta che i tedeschi ci hanno preso tutte le galline. Oggi sono inconcludente e malinconica, per fortuna zia Vanna non è qui a vedermi perdere tempo, per lei è una cosa inconcepibile. Cammino nella grande casa semi–deserta, salgo le scale, penso a quando qui si era in tanti e ci si calpestava i piedi a vicenda. Cosa avrei dato allora per tutto questo spazio… Cosa darei ora per tutte quelle voci… Alcune di loro sono spente per sempre. Sopraffatta dalla malinconia, rimando definitivamente le mie incombenze, vado nella soffitta, apro il baule piccolo, accanto a quello grande dei libri di mamma. Estraggo l’album delle fotografie. Vado a cercare a metà, dove c’è quella che non potrei dimenticare, anche se volessi. Una strada di campagna, sei bambini colti alle spalle dal fotografo, mentre procedono allineati, con le cartelle dei libri in mano. Io sono la più piccola, avevo sei anni, era il mio primo giorno di scuola. Di me si vedono le treccine chiare infiocchettate con cura da zia Vanna (inutilmente perché nel giro di poche ore i capelli sarebbero fuoriusciti selvaggiamente, incuranti dei nastrini), la mano che affonda in quella del più grande del gruppo, Francesco. È come quando si rilegge un libro che ci ha commosso, si piange sempre allo stesso punto. Lo faccio anch’io, ancora, perdendomi in questo particolare, la mia manina afferrata da quella grande di Francesco. Mi sembra che lì ci sia un po’ il senso delle cose, è come se in quel gesto tenero, immortalato per sempre, sia rappresentato tutto ciò che una guerra può distruggere. Per me è così.

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Capitolo

2 Non si può

Valli di Ravenna, il passato

S

ono nata in una casa contadina, abitata dalle famiglie di mio padre e suo fratello Bruno. Una casa con poca terra e poco arredo, ma grande abbastanza per occultare i suoi segreti. Papà era un uomo silenzioso, solitario, brulicante di pensieri non espressi che rendevano il suo sguardo blu straordinariamente profondo. Faceva il contadino: assieme al fratello era mezzadro in una proprietà del conte. Nei lunghi mesi invernali, però, lui andava al suo capanno di pesca lungo il canale che scorre a pochi chilometri dalla nostra casa e che si immette nel mare dopo un percorso tortuoso. Praticava la pesca illegalmente, era un bracconiere, come tanti altri nelle valli. Soprattutto in autunno, usciva anche di notte per cacciare le anguille. Io ero affascinata da quella sua attività, ma mamma voleva che ne rimanessi lontana. Lei proveniva da un ramo povero della famiglia dei conti, però aveva rotto i rapporti con i parenti a causa del loro sostegno al fascismo. Aveva studiato, era diventata maestra. – Ora potrei essere una signora – diceva sempre. – Avrei dovuto accettare l’ospitalità di quel fascista di mio cugino, oppure sposare il farmacista che era innamorato pazzo di me. Adesso abiterei in una casa lussuosa, indosserei la pelliccia. Invece ho sposato un contadino, un pescatore di frodo, devo lavorare e… Faceva una pausa con espressione mesta. Scuoteva la testa. Poi, come il mago che estrae il coniglio dal cilindro, allargava le 8


Non si può

braccia, lasciava esplodere il suo sorriso storto, illuminato da una certa luce nello sguardo. – … sono una donna libera, innamorata e felice! Fin da quando eravamo bambini, ci trattava come piccoli adulti, illustrandoci le sue idee sulla libertà. Io non capivo niente, mio fratello Giacomo la fissava con gli occhi ipnotizzati, annuiva, la seguiva come un anatroccolo. C’è un confine che la nostra dignità non ci permette di oltrepassare, costi quel che costi! Questa era la frase preferita di mamma. – Zitta Matilde, è pericoloso – diceva papà. – Siamo in famiglia! – rispondeva lei. Lui la guardava con i suoi occhi blu, che mio fratello ha ereditato e io purtroppo no, e lei stranamente si zittiva. Per un po’, poi ricominciava. Presi la mia decisione quando avevo all’incirca sei anni ed ero una specie di spiritello della palude, magra, con le trecce bionde, gli occhi neri enormi su un faccino pallido. Sapevo che mio padre, talvolta anche di notte, andava a pescare; spesso alla mattina la cucina era impregnata di un acre odore di pesce. A volte compariva un secchio pieno di anguille. Capitava che alcune riuscissero a fuggire, strisciando, e che zia Vanna la inseguisse con un coltello in mano. Continuavano a muoversi anche quando veniva mozzata loro la testa, un fenomeno che osservavo senza capire, tuttavia ammaliata, rapita. Sarei andata a pescare con papà, ero irremovibile su quel punto. Quando glielo comunicai, lui mi accarezzò i riccioli biondi fuoriusciti dalle trecce e mi disse che al momento non era possibile, ero troppo piccola. I rischi erano tanti: le guardie, le zanzare e la malaria… Un giorno, in cui mamma non era in casa, mi feci trovare accanto alla bicicletta che papà usava per andare al capanno dove teneva attraccata la barchetta. – Vengo anch’io – dissi. 9


Capitolo 2

– Rosa, non si può. – Vengo anch’io! – Rosa, la mamma non vuole. Scoppiai in un pianto furioso che lo lasciò allibito. Non ero una bambina capricciosa, quella reazione era del tutto inaspettata. Non riuscì a opporre resistenza, mi caricò sulla bicicletta. Fu una giornata meravigliosa. L’odore salmastro, le grida degli uccelli, la barca che scivolava silenziosa sull’acqua melmosa, sospinta dal paradello, una pertica biforcuta che veniva usata quando il fondale era basso, o dai remi se si voleva prendere velocità… Io che mi rendevo utile compiendo i piccoli gesti che lui mi indicava. Mi insegnò a vedere i balzi dei cefali sulla superficie dell’acqua, mi spiegò che il branzino andava a riprodursi nel mare, per poi tornare a due mesi nei canali. Aveva disseminato la palude di segni di riconoscimento noti solo a lui: una canna limata, una pietra schiacciata, un minuscolo nastrino giallo, mimetizzato con il colore dell’ambiente. Lì aveva calato le reti, che raccoglieva, svuotando poi il contenuto di pesci e anguille in un grande secchio o in un cesto. Osservai e memorizzai ogni cosa. Mi disse che nel piccolo capanno teneva una fiocina che usava solo di notte, quando andava a cacciare anguille con un lume a carburo. Anche per lui fu bello condividere con me la pesca, insegnarmi i suoi segreti, così quando tornammo in bicicletta con un bel secchio pieno di pesci eravamo entrambi felici. La contentezza svanì immediatamente di fronte al viso rabbioso di mamma. Fece una sfuriata pazzesca a papà che subì tutto a testa bassa e poi si rivolse a me: – Dimenticati di andare ancora a pescare. Te lo proibisco nel modo più assoluto. E che non se ne parli mai più! Mi vergogno a raccontare quello che feci, l’unica attenuante è che nella mia testa di bambina quella donna, chiamata madre, mi stava rubando la felicità. Sputai. Per fortuna ero troppo piccola per raggiungere l’obiettivo. 10


Non si può

Successe una cosa incredibile: mio padre mi schiaffeggiò. È stata la prima e ultima volta. Mamma, anche lei per la prima e ultima volta, rimase senza parole. Non sapeva se essere più costernata per il mio sputo o per lo schiaffo di papà. Capii che non dovevo sputare alla gente. Trassi le mie conclusioni: avevo sbagliato a sputare a mamma, ma non ad andare a pesca con papà. Anche dopo averlo sperimentato, quel mondo manteneva tutta la sua magia, non come le cose che ci affascinano fino a quando le immaginiamo, rivelandosi poi deludenti a uno sguardo più ravvicinato. Una volta terminata la reclusione cui fui condannata e che subii senza protestare, mi ripresentai alla bicicletta di papà, peraltro in un momento in cui mamma era presente. – Io vado a pescare – dissi, incrociando le braccia e battendo il piedino. I miei genitori si guardarono costernati. Cercarono di convincermi. – Tu sei una bambina molto intelligente – disse papà, – studierai, andrai all’Università. Il tuo futuro non è nei campi né nei canali, ma sui libri. – Sei molto fortunata – aggiunse mamma in tono aspro, – le femmine non vanno a scuola se sono povere. Ma noi faremo grandi sacrifici per te e tu in cambio dovrai essere una brava bambina obbediente. – Io vado a pescare – dissi, come se non avessero parlato. Mamma me lo impedì (fisicamente), io feci lo sciopero della fame fino al giorno seguente, quando mi ripresentai alla bicicletta. In quell’occasione mi sculacciò e mi rinchiuse nella mia camera. – Puoi digiunare fin che vuoi! – disse. – La pancia vuota è la tua, non la mia. Cambiai strategia. L’indomani mi avventurai a piedi, alla ricerca del capanno di pesca. Mi persi, mi trovarono dopo alcune ore che erano state per tutti colme di ansia. Quella volta fu la zia Vanna a darmi uno schiaffo. 11


Capitolo 2

Non potevano tenermi sempre rinchiusa, perciò appena avevo un minimo di spazio libero ripartivo alla ricerca del capanno, che alla fine riuscii a trovare. Lì attesi mio padre di ritorno dalla pesca. Mia madre è una combattente, condusse la sua battaglia fino alla fine, ma dovette cedere. – Se ti becchi la malaria nella palude, non sperare che io ti curi. Se finisci in galera io non ti vengo di certo a trovare, rimarrai là, in una cella schifosa con i guardiani fascisti. E poi non provare nemmeno a uscire con tuo padre di notte: dovrai passare sul mio cadavere! Accettai quel confine alla mia vittoria, sul momento. Non mi sono mai ammalata di malaria. La mia pelle delicata all’inizio è stata martoriata dai pizzicotti e dal sole, poi si è adattata assumendo uno strano colore brunito. L’altra mia grande passione era il baule di libri di mamma in soffitta, l’unico patrimonio che aveva portato nella casa di papà quando si erano sposati. Era orfana, aveva rifiutato la protezione del conte, pertanto era senza dote. Possedeva solo quel baule. Andavo in soffitta, prendevo i libri, li stendevo sul pavimento, ne afferravo uno, mi sistemavo sotto la piccola finestra che mi garantiva un po’ di luce, lo sfogliavo, guardavo le immagini, contavo le pagine. Imparai così i numeri e le lettere, ancor prima di andare a scuola. In quel caso mamma non aveva nulla di ridire, al contrario. – Giacomo, dovresti leggere anche tu – diceva. – Solo i libri ci permettono di superare il nostro orizzonte limitato. Mio fratello però non era interessato ai libri, preferiva dare una mano nei campi. Quello era il mio mondo; i fatti esterni, le idee incomprensibili di mamma non mi interessavano. Ma la Storia ci raggiunse fin nelle valli, perforando il denso strato di nebbia e silenzio, buttando all’aria tutto. Il suo nuovo nome era GUERRA.

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Non si può

Napoli, luglio 1943 Gli alleati sono sbarcati in Sicilia, bombardano prima di farsi strada con i loro carri armati, l’Italia è nel caos. La guerra segue la sua via, indifferente ai sentimenti che ferisce, alle esistenze che sconvolge. La sua corsa modifica anche la vita di un cane, un essere di cui nessuno sa nulla, destinato ad attraversare l’Italia, a condividerne le ferite. Un piccolo animale costretto dagli eventi a superare la paura in nome dell’amore per il suo padrone. Cane è un cucciolo nero, è nato in una bella casa, in una terra piena di sole, impregnata dell’odore del mare. Non ha ancora un nome, per cui al momento è solo Cane. La sua mamma è stata portata a Napoli dall’Inghilterra ed è di razza pregiata come i cuccioli che ha partorito. Cane è già stato scelto dalla famiglia: il suo musetto curioso, con gli occhi chiari e le orecchie sproporzionate, pendenti, è irresistibile. Sono belli anche i suoi fratellini, ma lui ha qualcosa di speciale, forse lo sguardo tenero, un po’ malinconico, affamato di carezze. Oppure la vivacità che lo ha spinto a uscire per primo dalla cuccia, costringendo la madre a ripescarlo afferrandolo con i denti per la collottola. Chissà. Non sta fermo, provoca continuamente tutti, distribuendo morsetti innocui qua e là. Esasperata, la mamma di tanto in tanto gli dà una zampata sulla testa. In ogni caso è deciso: rimarrà nella villa assieme alla mamma, mentre i fratelli verranno dati ad altri. I due bambini, che gli sono sempre addosso con le manine appiccicaticce, stanno discutendo il suo nome. Non hanno ancora deciso. Di notte Cane sobbalza nella sua cuccia a causa dei boati che risuonano nel cielo. Le bombe lo terrorizzano. 13


Capitolo 2

Si avvinghia alla mamma, che lo protegge coprendogli la testina con la sua grande zampa. A volte, il rombo si fa vicino, fortissimo, minaccioso. Poi arriva l’alba, la vita è di nuovo felice per Cane, che ancora aspetta il suo nome.

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Capitolo

3

Amici

La cosa più bella della mia infanzia sono stati gli amici.

La cosa più terrificante della mia infanzia è stato avere mia madre come maestra. La nostra casa era lontana circa tre chilometri dal borgo in cui c’erano la piccola chiesa con canonica, il calzolaio, il barbiere, la farmacia, il negozio della Teresina, dove si trovava un po’ di tutto, l’osteria. Per qualsiasi altra cosa si andava in città, percorrendo una ventina di chilometri in bicicletta. Tutt’intorno c’erano soprattutto casolari isolati, distanti l’uno dall’altro. Il nostro era uno di questi. Vicino a noi c’era solo un’altra cascina, più piccola, dove abitava il mio amico Ultimo che aveva un anno più di me. I suoi genitori avevano avuto cinque figlie, tutte femmine, poi era arrivato lui. Erano pastori ed erano poveri. Collegata a casa nostra e al borgo dal sentiero che chiamavamo la stradona, c’era la villa, abitata dai conti, lontani e odiati parenti di mamma. Nel mio mondo c’erano solo i due più giovani che noi chiamavamo i Nobili fratelli, con un tantino di perfidia. A casa mia eravamo in tre: mio fratello, mia cugina Luisa e io, Rosa. Ogni mattina partivamo insieme ai Nobili fratelli e a Ultimo, per andare alla scuola del paese di cui componevamo quasi la metà degli alunni. La scuola consisteva in una stanza della canonica dove si sedevano, al freddo anche in inverno, i tredici bambini della zona, di tutte le cinque classi elementari. La maestra era nostra madre, che non aveva certo un occhio 15


Capitolo 3

di riguardo per i suoi figli. Lei alla mattina partiva in bicicletta un’ora prima di noi per predisporre il locale, pulirlo, preparare il materiale e i libri necessari. Era stata trasferita al borgo, da Ravenna, perché aveva rifiutato di prendere la tessera del fascio e solo su intercessione dell’odiato cugino conte non aveva perso il lavoro. Mamma dava anche lezioni private a chi non voleva frequentare la scuola pubblica, percorrendo chilometri e chilometri in bicicletta, ma si rifiutò sempre di andare alla villa. Tutti i tentativi del vecchio conte di trovare un bravo insegnante disposto a trasferirsi lì nelle valli, dove infuriava la malaria, per istruire i piccoli rampolli erano falliti. I Nobili fratelli dovettero quindi venire alla scuola pubblica come noi mortali, ma loro ne erano ben felici. Insomma eravamo in sei, amici fin da bambini: le Cugine (Luisa e io), i Nobili fratelli (Ernesto e Francesco), mio fratello Giacomo e Ultimo, il più povero di tutti. Ogni mattina ci trovavamo sulla stradona e iniziavamo la camminata di tre chilometri fino alla scuola. – Io non ho risolto il problema – diceva spesso Luisa. Mamma assegnava compiti personalizzati e a casa ci vietava di studiare insieme, per cui era difficile aiutarci a vicenda. Per noi tre era come se la scuola prolungasse la sua ombra per tutte le 24 ore, un vero incubo. – Aspetta, ti aiuto – rispondeva Francesco, grondante di buona volontà, ma non particolarmente abile con i numeri. Ci fermavamo, leggevamo il testo del problema incriminato, cominciavamo a parlare tutti insieme senza risolvere nulla. Ernesto si irritava: – Se arriviamo in ritardo vostra madre ci dà dei compiti di punizione. Dammi qua! Prendeva il quaderno di Luisa e in pochi istanti trovava la soluzione. Naturalmente eravamo molto diversi; i due estremi erano rappresentati da Ultimo, che girava senza scarpe per quanto era 16


Amici

povero, ed Ernesto che aveva estrema cura del suo abbigliamento e riusciva miracolosamente a mantenersi elegante anche dopo la scarpinata nella polvere e nel fango. Trovavo quella sua caratteristica ridicola e lo definivo tra me e me il damerino con un certo disprezzo. Suo fratello Francesco era molto più sportivo. Tutti noi eravamo ansiosi di aiutare Ultimo, volevamo passargli vestiti o cibo, ma lui rifiutava, perché era orgoglioso. Al paese ci chiamavano i Sei delle Trecase. – Venite alla villa – disse un giorno Francesco, – così facciamo i compiti insieme. – Cosa dirà il conte? – obiettò Giacomo. I Nobili fratelli alzarono le spalle. In effetti non ricevemmo un’accoglienza particolarmente entusiasta, ma a guardarci con disprezzo fu la cameriera, che secondo Francesco avrebbe dovuto servirci il tè a metà pomeriggio. La giovane in divisa non sembrava avere intenzione di obbedire all’ordine di un ragazzino che aveva portato a casa degli straccioni; ci squadrava immobile, dall’alto in basso. La situazione si stava facendo imbarazzante quando entrò la mamma di Ernesto e Francesco. Era una signora non molto alta e paffuta, con grandi occhi castani. Nel silenzio generale ci osservò, uno a uno. Fissò con particolare attenzione Ultimo, lo sguardo si soffermò per lunghi istanti sui piedi scalzi. – Apparecchia nel salotto piccolo – ordinò infine alla cameriera, – porta la ciambella e i biscotti. Si sedette con noi, ci chiese della scuola, di nostra madre. – Fa bene a essere severa – disse quando io azzardai una critica. – È molto brava, i miei figli non potrebbero avere insegnante migliore. In quel momento entrò il conte e l’atmosfera si raggelò immediatamente. Faticai a finire di masticare un biscotto che finì dritto in gola provocando un lungo attacco di tosse. Conoscevo quell’uomo attraverso i racconti decisamente poco benevoli di mamma e 17


Capitolo 3

lo sguardo con cui ci stava perlustrando confermò le premesse. Era un uomo anziano, con una folta capigliatura tutta bianca, inquietanti occhi azzurri, espressione burbera. – Gli amici di Ernesto e Francesco sono venuti a fare i compiti – disse la signora, che appariva a suo agio. – Penso che sia una buona idea continuare, così li posso seguire tutti. Il conte reagì con una smorfia disgustata, ma non obiettò. Incredibilmente alzò il bastone con cui si aiutava per camminare e lo puntò verso di me. – Tu sei Rosa, la figlia di quella fanatica di mia cugina Matilde! Io riuscii a malapena ad annuire. – Sei la sua copia in miniatura – aggiunse, e per assurdo ebbi l’impressione che fosse una colpa. Uscì e noi respirammo come un sol corpo. Alla fine del tè, la mamma dei Nobili fratelli riempì le tasche di Ultimo di biscotti, poi diede ordine alla cameriera di cercare un paio di scarpe della sua misura. Ultimo fece per obiettare, ma lei si mise l’indice sulle labbra, come a dirgli di tacere e lo fece con tale autorevolezza che lui tacque. È stata l’unica persona da cui abbia mai accettato qualcosa.

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Capitolo

4

Guerra tra bande

A

ndare alla villa divenne una delle tante abitudini della nostra infanzia. Io ero abbastanza indifferente al lusso; mi piacevano le merende, ma poi volevo andare per i campi. Mia cugina Luisa invece sarebbe rimasta volentieri lì: le piacevano le cose belle e il suo sguardo percorreva insaziabile ogni particolare di quel mondo così distante dal nostro. Finiti i compiti, andavamo insieme a scorrazzare nella campagna, tra le canne e i canali. La nostra attività preferita era fare dispetti ai figli del farmacista, l’innamorato respinto di mamma. I più accaniti erano i Nobili fratelli che spesso erano costretti a frequentarli a causa dell’amicizia delle famiglie, le uniche di “rango” della zona. Li odiavano. Erano tre maschi e una femmina, con una carnagione straordinariamente bianca e corpi esili. Li chiamavamo I lividi. Non so come sia iniziata la vicenda, ma per anni ci fu una vera e propria guerra tra bande: I sei delle trecase contro I lividi farmacisti. Il loro capo era Ennio, il maggiore, che aveva raccolto “al suo servizio” altri ragazzetti del borgo. La sorella Lucrezia non prendeva parte ai combattimenti, mentre Luisa e io eravamo parte integrante della banda. I nostri capi erano mio fratello e il damerino Ernesto. Francesco si limitava a menare le mani e devolveva alla battaglia tutte le sue energie, con la stessa generosità che lo spingeva a offrirci il suo aiuto quando ne avevamo bisogno, senza risparmiarsi. In quanto a Ultimo, sembrava che il suo nome fosse una profezia. 19


Capitolo 4

Mi ricordava Nèmecsek, personaggio del romanzo I ragazzi della via Pal, l’unico destinato a rimanere perennemente soldato semplice. – Dobbiamo attaccare i nemici sul fianco destro – diceva Ernesto. – Neanche per idea, li si deve prendere alle spalle – ribatteva mio fratello. Ciascuno di loro pretendeva di essere il vero e unico capo. Un bel giorno la questione si risolse: i due si presero a botte. Si rotolarono a lungo tra le canne, tra schiaffi e pugni, ne uscirono pesti e acciaccati. Fu l’unica occasione in cui vidi il damerino Ernesto con i vestiti stracciati. Terminarono il combattimento per sfinimento, nessuno dei due aveva vinto. Quell’episodio in pratica confermò quello che qualunque persona di buon senso avrebbe capito da un pezzo: non c’era bisogno di un capo unico, in fondo anche gli antichi romani avevano due consoli. Ultimo, con il suo aspetto mingherlino in cui l’unica cosa imponente era il ciuffo aggrovigliato di capelli neri che gli ricadeva sulla fronte, era sfruttato e sottovalutato dai due capi, eppure aveva delle capacità eccezionali. Girava, esile com’era, con un enorme tascapane nel quale teneva gli oggetti più incredibili, per motivi misteriosi. Eravamo abituati a rivolgerci a lui per qualsiasi necessità. – Ultimo, hai un chiodo? – Ultimo, avresti dello spago? Era un genio nel recuperare materiale e nel costruire archi con frecce, fionde, piccole catapulte. Fu sua l’idea di scavare un buco nella terra e ricoprirlo di canna per farci cadere dentro i nemici. Ennio uscì dall’imboscata zoppicando. – Me la pagherete, bastardi – urlò. Il giorno dopo infatti, mentre tornavamo da scuola fummo colti di sorpresa da un tiro incrociato di sassi. Anche la nostra base operativa, un vero e proprio capanno fatto di legno e di paglia, fu in larga parte opera di Ultimo. Lì si teneva “il consiglio di guerra” per organizzare scherzi e sabotaggi ai danni dei Lividi farmacisti. 20


Guerra tra bande

Paradossalmente l’attività preferita di Ernesto era insudiciare i vestiti dei fratelli farmacisti, proprio lui che aveva cura maniacale del suo abbigliamento. Il suo bersaglio preferito era la sorella Lucrezia, che pure era innocente. Ci appostavamo la domenica, quando era vestita a festa, per spruzzarle addosso inchiostro nero. Ultimo aveva costruito uno spruzzino piccolo ma con una buona gettata, in modo tale che chi agiva aveva una distanza sufficiente per scappare. Avveniva tutto in modo così impercettibile che probabilmente Lucrezia si accorgeva della macchia solo a casa e non sapeva a cosa o a chi attribuirla. A turno, uno alla volta, ci appostavamo dietro un grosso albero di fronte alla casa del farmacista e con la fionda colpivamo le finestre dei rampolli, poi sgusciavamo via veloci come cerbiatti. Anche I lividi farmacisti costruirono un fortino, non molto distante dal nostro. Ci contendevamo il terreno tra le due basi, proprio come se fossimo al fronte, nascondendoci dietro le trincee. Le battaglie consistevano soprattutto in lanci di pietre; Luisa e io eravamo le addette agli approvvigionamenti di “materiale bellico”. Ultimo aveva messo a punto una sorta di catapulta che lanciava i sassi a distanza, molto più efficace delle piccole fionde degli avversari. Talvolta c’erano anche degli scontri corpo a corpo con bastoni. In quei casi noi femmine coprivamo le spalle ai nostri. La linea del “fronte” si spostava a seconda di chi aveva la meglio nel combattimento del giorno. – Siete dei fannulloni disgraziati – ci urlava la zia Vanna quando tornavamo a casa sporchi, stracciati e feriti. Poi ci disinfettava brontolando. Intanto la Guerra, quella vera, stava già infuriando e mietendo vittime. Anche a casa nostra.

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Capitolo

5 Segreto

Mamma mi diceva sempre:

– Non affezionarti troppo ai Nobili fratelli, Rosa. Adesso va tutto bene, siete ragazzini, ma quando sarete cresciuti loro si renderanno conto che voi siete solo figli di contadini e vi snobberanno. Risparmiati questo dolore. Alzavo le spalle, lei parlava così perché non capiva la nostra amicizia. Ero sicurissima che I sei delle trecase sarebbero rimasti amici per sempre a dispetto della guerra e di tutto il resto. La mia convinzione era basata anche su un segreto. Andavamo spesso insieme, papà e io, nella nostra piccola barca, avvolti dalla nebbia, immersi nel profumo salmastro e nel nostro denso silenzio. Durante le lunghe attese, costruivamo oggetti intrecciando le canne. I canali sembrano tutti uguali a un occhio inesperto, ma io riconoscevo ogni tamerice, ogni spinarone. Il cielo era percorso da miriadi di uccelli, cormorani, aironi e vi si poteva intravedere, solitario, il falco di palude. Le acque erano solcate da anatre che di tanto in tanto si libravano in un breve volo collettivo. Bisognava essere prudenti; papà sapeva bene come sgusciare tra gli anfratti dei canali, protetto dalla nebbia. Un giorno però fummo scoperti. Stavo raggiungendo il capanno a piedi quando avvertii un rumore alle mie spalle. Mi bloccai, le antenne tese per carpire la provenienza di quel suono che stonava nella famigliare orchestra della palude. Proseguii più cauta nel mio cammino e arrivai al capanno. A quel punto una mano si abbatté sulla mia spalla. 22


Segreto

Mi voltai di scatto: davanti a me c’era Ernesto, il damerino. Lui come al solito era perfettamente in ordine: camicia bianca, pantaloni alle ginocchia, scarpine lucide. Rimasi di sasso. – Cosa succede? – chiese mio padre che era appena arrivato a prendermi con la barca. – Finalmente ho scoperto dove si nasconde vostra figlia. Me lo chiedevo da tempo – rispose Ernesto, soddisfatto. – E adesso che lo sai? – intervenni io. – Potrei raccontarlo al nonno che vi denuncerebbe alle guardie. – Oppure? – chiese mio padre. – Potrei venire in barca con voi. – Questo è un ricatto! – mi indignai. – Già – confermò mio padre con un incomprensibile sorriso, – e questo non è bello. – Solo per oggi… – la voce di Ernesto si fece supplichevole. Papà atteggiò il suo viso aspro, abbronzato, già solcato da diverse rughe, a un’espressione perplessa. – Se è solo per oggi… Fui colta da una rabbia improvvisa: non volevo intrusi con noi. – Vuoi cedere a un ricatto? – chiesi con disprezzo. Mio padre mi guardò con quella mitezza nei suoi occhi blu. – Rosa, non essere dura come tua madre, la vita è fatta anche di compromessi. Forza ragazzi, si salpa. La barca era piccola, in tre ci si stava appena. Quel giorno mio padre fu stranamente loquace, ci raccontò una sacco di storie sulle valli. Io scrutavo il damerino con odio. Non vedevo il mio amico, il capo della mia banda, il compagno di classe, ma un arrogante riccastro ricattatore. Il suo viso aveva lineamenti delicati, con un nasino aristocratico che in quel momento inspirava fremente l’odore salmastro della palude. La pelle bianca si copriva velocemente di punture di zanzare che lui si grattava. Lo confesso, anche se non è bello: sperai che si ammalasse di malaria. 23


Capitolo 5

– Ernesto, conoscete la storia delle anguille? – chiese intanto mio padre. – Naturalmente, ce l’hanno raccontata a scuola e tutti qui la sanno. – Io non penso che voi la conosciate davvero per bene, ascoltate… Cominciò a raccontare. Mentre parlava la mia rabbia svaniva e io mi lasciavo come sempre ipnotizzare dalla vicenda che partiva dal Mar dei Sargassi per arrivare dopo anni nelle nostre valli, seguendo un filo dalle origini misteriose. Ernesto ascoltò la storia con la bocca spalancata, completamente avvinto, incurante delle zanzare che scacciava battendosi colpi sul viso con le mani affusolate. Notai in quel momento che il colore dei suoi occhi, uno strano verde melmoso, era uguale a quello delle acque che stavamo solcando. Quando papà ebbe finito di raccontare, rimanemmo un po’ in silenzio. Io eseguivo i soliti gesti, Ernesto mi osservava come se volesse prendere nota. Poi cominciò a raccontare una storia, quasi desiderasse ripagare papà con la stessa moneta. Parlava di una sirenetta innamorata di un principe. La trama mi era famigliare, era una fiaba di cui mi aveva colpito il finale tristissimo (il principe sposava un’altra e la Sirenetta svaniva nell’oceano). Lo ascoltai volentieri perché aveva un modo piacevole di narrare, però quando il principe si trasformò in “un sirenetto” e vissero felice e contenti nel mare, qualcosa mi disturbò. – Non è così che finisce! – mi indignai. Ernesto assunse un’aria pensierosa, poi disse una cosa assurda: – La percentuale di verità si aggira intorno al 70%. Il finale non mi piace, così l’ho cambiato. Ernesto tornò da quella spedizione con la pelle massacrata, ma non si ammalò di malaria. Non fu solo per una volta: il pupillo dei conti tornò ancora e ancora con noi sulla barca; quando c’era lui, mio padre raccontava tante cose, anche se la storia delle anguille era la nostra preferita. Non ci stancavamo mai di chiederla. In cambio, il damerino raccontava fiabe, poi romanzi, con va– 24


Segreto

riegate percentuali di verità. Papà e io ci divertivamo ad ascoltarlo. Quello divenne il nostro segreto, mio e di Ernesto. Non lo rivelammo mai a nessuno, nemmeno quando diventammo nemici.

Napoli, settembre 1943 Il nuovo capo del governo, Badoglio, ha proclamato l’armistizio, la fine della guerra. Ma la pace non è arrivata: i tedeschi hanno invaso l’Italia. Gli alleati, dopo essere sbarcati in Sicilia, sono avanzati e ora sono alle porte di Napoli. Oggi ci sono spari, fumo, grida: la città si è ribellata ai tedeschi. Il Vomero è un quartiere popolare che sta combattendo contro gli invasori. Cane è raggomitolato sotto un portone, trema in tutto il corpo. Da quando la sua vita è stata sconvolta da un improvviso boato e si è ritrovato solo a vagare tra le macerie, le bombe non sono più rumori lontani. Non ha più nulla, neanche un nome (a dire il vero quello non lo aveva nemmeno prima). Non ha trovato la sua mamma né i suoi fratellini né i suoi padroni dopo che la bomba ha distrutto la casa. Ha cercato, gemendo tra le macerie, ma un successivo scoppio l’ha spinto a scappare, lontano, fino a perdersi. Ha vagato e vagato, fino ad arrivare a questo quartiere. Nessuno se lo è preso a casa, sono tutti talmente poveri che è già una fortuna che non se lo siano mangiato. – È così carino – ha esclamato qualcuno, – povero piccirillo abbandonato! Il quartiere lo ha adottato e ha trovato il modo di passargli qualcosa da mangiare, di dedicargli qualche distratta carezza. Mentre i suoi amici stanno combattendo, lui nasconde il muso sotto le zampe. Ora non ha la sua mamma a proteggerlo.

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Capitolo

6 Guerra

All’epoca del mio tredicesimo compleanno, le cose erano già

cambiate per noi sei. Luisa e Ultimo avevano concluso gli studi dopo le elementari: lei si occupava della casa assieme alla zia Vanna, lui andava a pascolare il gregge. Io invece frequentavo la scuola media a Ravenna, ci andavo in bicicletta con Giacomo, Ernesto e Francesco. Mia cugina e io continuavamo a vivere insieme come sorelle, però a quel punto la nostre vite erano molto diverse, così come lo erano i nostri caratteri, da sempre. La Storia era già entrata nel nostro mondo, ma noi continuavamo a ignorarla, per quel che potevamo. La sua prima violenta incursione era avvenuta tre anni prima quando il papà di Luisa, fratello del mio, era morto in guerra, in Francia. Per me era stato un grande dolore, il primo della mia vita, perché adoravo lo zio Bruno. Ora anche Papà era in guerra, da qualche parte in Grecia, non sapevo di preciso dove. Ogni tanto, molto raramente, arrivavano sue notizie, due righe per dirci che stava bene e si trovava in un bel posto di mare. Non ci credevamo, ma ci speravamo. Leggevamo e rileggevamo le sue scarne parole, a volte scorrette, tenevamo le sue lettere in un cassetto per potervi accedere in ogni momento. Lo avevo visto partire una mattina triste, lo avevo abbracciato. – Papà, torna presto, ti prego. – Fai la brava, Rosa. Ora sei tu la pescatrice di famiglia, sei una vera esperta. Continua senza chiedere il permesso, ci sarà sempre più bisogno di cibo. 26


Guerra

Mamma e io non ne parlammo mai. Sgattaiolavo fuori anche di notte, con un piccolo lume a carburo, per potere assicurare una buona quantità di anguille che poi zia Vanna cucinava, senza indagare. Una parte delle anguille veniva marinata, così da averne una scorta conservata in caso di necessità. Ultimo e io avevamo organizzato un vero commercio clandestino in cui si scambiavano formaggi con anguille e tante altre cose. Mi veniva a trovare al capanno e lì mettevamo insieme quel che eravamo riusciti a procurarci. Io costruivo panieri con le canne, lui aggiustava le scarpe e oggetti di lana con i ritagli di cui si riusciva a impossessare durante la tosatura. Altre persone presero l’abitudine di venire a vedere se c’era qualcosa di interessante e magari portavano i prodotti che scarseggiavano come lo zucchero, in cambio del pesce o del formaggio. Mamma continuava a insegnare e a portare a casa il suo misero stipendio, Giacomo dopo la scuola sostituiva papà nei lavori dei campi. Loro due ogni tanto si allontanavano sul fare della sera, prima di cena. Si ritiravano nella stalla, chiudendosi il portone alle spalle. Cominciai a seguirli, di soppiatto: mi arrampicavo su un albero che arrivava nella parte superiore del fienile, mi buttavo sulla paglia soffice e da lì, attraverso una fessura, potevo vedere e sentire tutto quello che avveniva nel locale adiacente, la stalla. Loro estraevano una radio da una pozzetto per il letame, chiuso con una botola, poi la appoggiavano su un tavolo, intorno al quale c’erano anche delle sedie. Si mettevano comodi e ascoltavano radio Londra che dava informazioni diverse da quelle che si sentivano dalla stazione cui era sintonizzata quella ufficiale, che tenevamo in cucina. Radio Londra sosteneva che gli italiani erano stati sconfitti in Grecia e che erano intervenuti i tedeschi per rimediare. E allora io pensavo al mio papà ferito da un greco con la barba nera. Nei giorni ottimisti quella fantasticheria angosciante si concludeva con un biondo soldato tedesco che lo portava in salvo. 27


Capitolo 6

Volevo che la guerra finisse, non importava come, chi fosse il vincitore, volevo che lui tornasse a casa. Imparai presto che ciascuno di noi non può essere un piccolo mondo separato da quello degli altri, che le vite sono tutte collegate. Gli avvenimenti precipitarono in fretta. Era settembre, vidi un fermento intorno alla stalla. C’erano altre persone del borgo, nessun tentativo di nascondersi, per cui mi sentii autorizzata a entrare per la porta principale. Una voce tuonava nella radio. – La guerra è finita! – gridò qualcuno. La gente si abbracciava, ballava, rideva, piangeva. Uscimmo tutti nel cortile, sulla strada si profilarono altri, tra cui Don Luigi, tutti sorridenti. – La guerra è finita – ripetevano l’un l’altro. – Papà torna a casa? – chiesi con un fil di voce a mamma. Lei mi abbracciò, gesto decisamente inusuale, mi strinse fino a stritolarmi. – Speriamo di sì, Rosa, speriamo di sì. Iniziai ad aspettare il ritorno di papà. Ogni giorno mi piazzavo sulla stradona e scrutavo l’orizzonte, per cercare una sagoma famigliare. Lo immaginavo procedere a passi lenti, affaticato, sporco e stanco. Gli sarei corsa incontro, lo avrei abbracciato, lo avrei condotto in casa per mano, gli avrei cucinato personalmente un piatto di anguilla fritta. Non so quante volte ho immaginato quella scena, che è diventata nella mia mente quasi reale. Avevo un pensiero ossessivo: papà si trovava in Grecia assieme ai tedeschi che prima erano alleati e ora non più. Cosa gli avrebbero fatto? La fantasia del biondo soldato che lo traeva in salvo sfumava. – Non preoccuparti – mi diceva Giacomo, che però non sembrava affatto tranquillo, – al massimo lo prendono prigioniero e lo portano in Germania. Tornerà, vedrai, anche la guerra ha un suo codice, mica si possono ammazzare i prigionieri! 28


Guerra

Intanto si cominciarono a vedere i tedeschi, sempre più numerosi anche in un luogo isolato come il nostro. In una nebbiosa giornata di autunno, arrivò un carabiniere. Non dimenticherò mai il suo viso impietrito, l’espressione vuota, la voce gelida con cui annunciò la notizia: papà era morto.

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Capitolo

7 Dolore

Seguirono giorni di dolore. Straziante.

Ero sopraffatta dalla sofferenza per la perdita di mio padre: fino a quel momento avevo pensato che sarebbe tornato, avevo irrazionalmente cancellato dalla mia mente la sola possibilità che così non fosse. Improvvisamente non avevo speranze, non avevo scappatoie; il dolore era così duro che non riusciva neanche a sciogliersi in lacrime. Continuavo la mia vita come sospinta da fili invisibili, ma senza una mia propria energia interiore. Intorno a me la situazione precipitava, i tedeschi ci avevano invaso e ovunque si incontravano le loro camionette. Le divise verdi, i fucili, gli stivali neri lucidi. Si erano piazzati a casa della gente del borgo, senza chiedere il permesso; da noi non erano ancora arrivati, forse perché eravamo troppo isolati, ma probabilmente era solo questione di tempo. I soldati che erano tornati dal fronte e si erano presentati in caserma erano stati deportati in Germania. Alcuni nostri parenti di Bologna vennero a vivere da noi perché in città non si trovava cibo. Mamma e zia Vanna li sistemarono nel fienile e diedero loro una camera, quella in cui dormivamo Luisa e io. – La sala è libera e non la usiamo mai, perché non li mettete lì? – chiesi, senza un vero interesse. Ero indifferente a tutto. – Non si può – rispose evasivamente mamma. – Perché no? Sospirò. 30


Dolore

– Devi fidarti di me. Ascoltami bene, Rosa, i tedeschi hanno occupato la nostra terra, sono diventati i nostri padroni, bisogna agire, non si può stare a fare niente. – Va bene, ma cosa c’entra con la sala? Mi puntò addosso uno sguardo implacabile che mi fece rabbrividire. – In questa casa succedono delle cose di cui tu non verrai messa a conoscenza. Mise avanti una mano a fermare la mia obiezione. – Niente storie. Chiunque di noi può essere arrestato e torturato, meno si sa meno si può dire. Ricordati solo che a nessuno, ripeto a nessuno, devi raccontare la benché minima cosa accada qua dentro, anche la più banale, come questa. Mi sono spiegata? Fui avvolta dal potere magnetico che emanava e mi limitai ad assentire come una marionetta. – Dammi la tua parola d’onore! La diedi senza discutere. Pensai che mi avrebbe fatto dormire con lei, così come Luisa si era trasferita nella camera di sua madre, invece sistemò un materasso in soffitta, con lenzuola e coperte. La nostra stanza fu destinata a una coppia di anziani che non si muovevano quasi mai di lì, e a cui io stessa fui incaricata di portare i pasti tre volte al giorno. Mi resi conto che in quel modo in giro per casa c’eravamo quasi solo noi, soprattutto di sera, e pensai che mia madre fosse stata ben attenta a raggiungere quel risultato: dare ospitalità, ma nello stesso tempo mantenere intatta l’intimità famigliare. E potersi così muovere con una certa libertà per le oscure manovre che stava portando avanti. Io dormivo sotto la finestrella della soffitta, che mi dava la luce per leggere di giorno e mi permetteva di vedere il cielo stellato di notte. Pian piano cominciai ad apprezzare la solitudine e la libertà di movimento che mi garantiva quella sistemazione. 31


Capitolo 7

Andai piÚ di una volta nella sala che usavamo anni prima, quando c’eravamo tutti, per mangiare. Ora era un grande stanzone gelido e abbandonato. La osservai pigramente, ma davvero non capivo cosa avesse a che fare con la lotta contro i tedeschi e non capivo perchÊ uno spazio come quello rimanesse inutilizzato. Obbedii tuttavia agli ordini di mia madre, come un bravo soldato e, con chiunque parlassi, la mia casa non era mai oggetto di conversazione.

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Capitolo

8

Poesie e lacrime

Alla messa della domenica partecipavano tutti gli abitanti del-

la zona. Lì, nell’abituale ritrovo domenicale, in cui ricchi e poveri, padroni e contadini avevano da sempre un momento di condivisione, si cominciava ad avvertire ostilità. Le famiglie del conte e del farmacista ostentavano la loro appartenenza alla Repubblica Sociale, il governo di Mussolini. Gli altri li guardavano a capo basso, con l’odio negli occhi. Anche i Nobili fratelli oramai facevano parte dell’altro mondo, assieme agli ex nemici, I lividi farmacisti. Avevo anzi l’impressione che tra Ernesto e Lucrezia oramai entrambi quindicenni, ci fosse del tenero, magari erano fidanzati. Francesco, che esibiva la camicia nera, era sempre più simile al padre: grosso e imponente. Ernesto era ancora magro, si vestiva come sempre, ma sospettavo che fosse più per motivi estetici che ideologici. Guardandoli da lontano, non riuscivo più a trovare le radici della nostra amicizia, era come se tutti gli anni trascorsi insieme fossero stati spazzati via all’improvviso. In quel momento non provavo ancora odio, solo una profonda tristezza che appesantiva ulteriormente l’aspro dolore per la perdita di papà. Trascorrevo le notti a guardare il rettangolo di cielo visibile dalla finestrella; a volte era nero e cupo, a volte luminoso. Durante le lunghe ore insonni udivo rumori strani, come di lavori in corso. Se mi affacciavo e guardavo nella piccola vigna che si estendeva oltre l’aia, nella parte posteriore della casa, potevo intravedere 33


Capitolo 8

ombre che si aggiravano tra i filari. Alla mattina, guardandomi intorno, non notavo nulla di diverso. Era un mistero, ma nella mia apatia lo accettavo come tale senza pormi troppe domande. Oramai Giacomo e io andavamo a scuola da soli; i Nobili fratelli venivano sempre accompagnati in auto. Di giorno, dopo la scuola, sbrigate le faccende che mi venivano assegnate, mi rifugiavo nella nostra barca (mia e di papà), intrecciavo panieri nell’attesa della pesca, la mente vuota. Volevo rimanere sola. Anche mamma e Giacomo soffrivano, lo sapevo, ma non riuscivo a trovare sollievo nella condivisione. Loro stavano reagendo, in un modo che mi appariva ancora oscuro, io mi crogiolavo nella mia apatia. Stavo lì, in mezzo alle canne, inspiravo il profumo di salsedine e tamerici, solo così lo sentivo vicino, vivo, il mio papà. Non scrivevo poesie, le pensavo. Le mani si muovevano rapide, le parole mute davano una forma e un sollievo al dolore. *** Un giorno trovai Ernesto al capanno. – Come stai? – chiese. Alzai le spalle. Ultimamente non ci vedevamo più; la profezia di mamma si stava avverando, le nostre strade avevano intrapreso percorsi diversi. Lo guardai con ostilità, lui non sembrò rendersene conto. Salì sulla barca senza chiedere il permesso, io non protestai né feci alcuno sforzo di conversazione. Nemmeno lui, a dire il vero. Rimanemmo in silenzio quasi tutto il tempo. Mi aiutò nella pesca, fece qualche osservazione sulla nebbia, mi raccontò di qualcuno che si era ammalato di malaria. Poi cominciò una delle sue storie. Rimasi ad ascoltarlo, inebetita, distante e nello stesso tempo immersa nel racconto. 34


Poesie e lacrime

– Percentuale di verità? – chiesi meccanicamente. – Praticamente un 85%. Non mi piace l’inizio, per il resto va bene. Non parlò della sua nuova vita che gravitava intorno al partito fascista, nemmeno del ginnasio che frequentava a Ravenna; non accennò alla guerra, ai bombardamenti, alla morte di mio padre. Le poche parole che scambiammo quel giorno avrebbero potuto essere pronunciate in un tempo passato, prima che tutto succedesse. Ci ancorammo a un luogo fuori dalla realtà e solo quando tornai a casa sentii che le lacrime stavano per tracimare, come un fiume costretto in argini troppo stretti che a un certo punto straripa e allaga la campagna. Piansi a lungo, per tutta la notte, nella mia soffitta fino a impregnare di acqua salata il povero cuscino. Il giorno dopo mi sentivo diversa.

Novembre 1943 I napoletani hanno liberato la loro città e hanno accolto trionfalmente gli alleati. Il fronte si è spostato a nord, attestandosi sulla linea Gustav. Per Cane, sempre senza nome, la vita è cambiata di nuovo. È stato adottato e vive nella sede del comando alleato, un luogo molto accogliente. Era rimasto giorni nascosto quasi senza mangiare, il musetto nero imbiancato dalla polvere, gli occhi terrorizzati, il corpo sempre più scarno. Gli amici del quartiere erano troppo occupati a combattere, morire, infine a festeggiare gli alleati per occuparsi delle sue esigenze. Improvvisamente quelle voci: – My god! – Cosa fai, lord, ti sembra il momento di occuparti di cani? 35


Capitolo 8

Lord viene chiamato così dal suo amico scozzese perché è un nobile inglese, ora ufficiale nelle truppe alleate. – Questo è un cane di razza, non capisci niente, mangiapatate! – Scusami se non possiedo una tenuta grande come Napoli e non allevo cani di razza… – Non esagerare, è solo che mia moglie ha un cane come questo. Lord se lo è preso nella sua stanza al comando alleato di stanza a Napoli. Di nuovo un luogo caldo e soffice, di nuovo mani umane ad accarezzarlo. Non più tante mani, quasi indistinte, non più tanti visi, tante voci. Cane oramai riconosce solo una persona, Lord. Drizza le lunghe orecchie quando lui sta per entrare nella stanza, lo sente da molto lontano, riconosce anche il rumore della sua camionetta, laggiù tra le tante. Gli fa le feste, gli saltella intorno, il muso vibrante, lo sguardo tenero. Lord lo ricambia. Lo prende in braccio, lo accarezza e forse pensa a sua moglie che magari laggiù, a casa sua, sta facendo la stessa cosa con un cane quasi uguale. Queste mani, che emanano una sinfonia di odori (anche quello di tabacco), sono uniche e insostituibili per Cane, a cui nemmeno Lord ha dato ancora un nome. Sono speciali. Sono le mani del suo padrone.

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Capitolo

9

Nemici

Ricominciai a partecipare alla vita, a svolgere la mia attività

“commerciale” con Ultimo. – A casa tua succedono delle cose – mi disse. – Cosa? – Si nascondono persone che combattono di nascosto contro i tedeschi. – Giacomo e la mamma non mi dicono niente. – Neanche a me. – Allora come lo sai? – Origlio. I miei cognati parlano tra loro, ma tacciono se io entro, così ascolto di nascosto. Tre delle sorelle di Ultimo erano fidanzate con ragazzi che lui chiamava cognati, dando per scontato il felice esito del matrimonio. – Dove si sta combattendo questa battaglia contro i tedeschi e noi cosa c’entriamo? – Non lo so, non mi fanno partecipare. Mi ricordava sempre più Nèmecsek, il ragazzino che ne I ragazzi della via Pal rimane, lui solo, soldato semplice. Almeno fino a quando si ammala gravemente. Solo allora, poco prima di morire, viene promosso ufficiale. Quei pensieri mi facevano rabbrividire, la morte era intorno a noi e il fantasma della fine era ovunque, negli elmetti dei tedeschi che imperversavano nelle nostre strade, padroni della nostra terra, nel rombo dell’aereo che percorreva il cielo di notte, ma anche nei visi di chi frequentavamo ogni giorno. La Storia stava entrando con prepotenza nella mia vita, nonostante io la avessi sempre ignorata. 37


Capitolo 9

Ancora guardavo con una certa indifferenza l’agitarsi di mia madre in un’attività che presumevo antinazista. I fascisti di nero vestiti non mi piacevano, ma tra loro c’era qualche amico. Francesco, per esempio. Lo vedevo passare sulle camionette assieme ai tedeschi, talvolta, e non mancava mai di salutarmi allegramente. Io ricambiavo, non avevo nulla contro di lui. I tempi della guerra tra bande erano finiti, gli amici e i nemici avevano cambiato fronte. Tra gli amici dei Nobili fratelli c’erano i figli del farmacista che a quanto pareva avevano dimenticato gli scherzi maligni che I sei delle trecase avevano organizzato ai loro danni. Non esistevano più I sei delle trecase. Una volta mi capitò di vedere Luisa assieme a Ennio, il maggiore dei farmacisti. Si trovavano in un luogo appartato, vicino al borgo e sembravano intimi. In qualche modo il fatto non mi stupì: mia cugina era sempre stata attratta dall’altro mondo, quello dei ricchi, con le mani senza calli e i vestiti raffinati. Non ne parlai con nessuno. Anch’io sentivo una sorta di legame con Ennio e i suoi fratelli. Fin da piccola mi ero ritrovata a fantasticare sul fatto che se mamma avesse accettato di sposare il farmacista, né io né Giacomo né loro saremmo esistiti. Altri sarebbero stati al nostro posto, per questo li sentivo come una sorta di fratelli di sopravvivenza. Un pensiero assurdo, certamente. Quando andavo a comprare le magre merci permesse dalla tessera annonaria, incontravo i tedeschi. Qualcuno che viveva al borgo, ospite non desiderato dei paesani, era diventato una figura famigliare. Ce n’era uno giovane, molto carino, con i classici occhi azzurri e capelli biondi, che mi salutava sempre. Si chiamava Dirk, aveva imparato qualche parola in italiano e tutte le volte che passavo diceva: – Ciao bella Rosa. Gli avevo detto io il mio nome, avevamo scambiato qualche parola. 38


Nemici

Poi c’era Bruno, grande e grosso, un uomo di mezza età con l’aria sempre affaticata. Mi sorrideva e talvolta diceva: – Tu figlia mia stessa età. – Tu ti chiami come mio zio – gli dissi. Non sapevo che Bruno potesse essere un nome sia tedesco che italiano. Non potevo fare a meno di provare una sorta di simpatia per lui, forse per il suo nome che evocava una persona cara che avevo perso, ma anche per quel che leggevo nel suo grosso volto: tristezza e vergogna. Sì, ero sicura che lui sentisse un profondo malessere per ciò che era costretto a fare. Non era così per tutti; Dirk per esempio dava l’impressione di avere un’arrogante convinzione di fare la cosa giusta. Si stava avvicinando il Natale e cercavamo un po’ tutti di raggranellare qualcosa per mantenere viva almeno l’idea della festa. Erano lontani i tempi dei grandi pranzi con tutti i parenti: ora non c’erano gli uomini e non c’era neanche il cibo. C’erano solo i parenti. Presentai la mia tessera alla Teresina che mi diede in cambio un’esigua quantità di zucchero e caffè. Nella piazzetta incontrai Dirk che mi fece cenno di avvicinarmi e mi allungò un pacchetto. – Tenere per Natale. Rimasi di sasso, presi quel che mi porgeva, gli sorrisi. – Tu molto bellina, belli lunghi capelli biondi. Come ragazza tedesca. Mi fece una breve carezza. Quando arrivai a casa mostrai il pacco a mamma che lo aprì: c’era un bel pezzo di panettone. Guardai quel dolce succulento, che non avevo l’opportunità di mangiare da un bel po’, frenai l’istinto di addentarlo, perché vidi la mano di mamma tremare. – Chi te lo ha dato? – Dirk. – Chi diavolo è Dirk? – Non lo so, un tedesco, lo incontro in piazza, è gentile… Mamma mi puntò sul viso uno sguardo a spillo: 39


Capitolo 9

– È giovane? Arrossii. – Sì, anche carino. Per un attimo mi guardò senza parlare, poi, così come un tuono lacera la calma delle notti estive, uno schiaffo si abbatté sulla mia guancia. Rimasi di sasso. – Perché? – le chiesi accarezzandomi la guancia. – Non pensare neanche lontanamente di flirtare con i tedeschi! Flirtare? Ero davvero stupita, quella parola non aveva alcun senso per me. – Siediti – disse mamma, – parliamo un po’. Obbedii. Lei aveva appoggiato il pacco sulla tavola e stava evidentemente cercando le parole. Intanto io guardavo il panettone con bramosia, era più forte di me. – Lo sai che i tedeschi ci hanno vietato di consumare cibi al di fuori di quelli consentiti dalla tessera? – iniziò mia madre alludendo al pacco che giaceva sul tavolo. – Sì, li possono mangiare solo loro e non è giusto. – Brava, non è giusto, così come non lo è che siano qui a casa nostra a farla da padroni. Hanno invaso l’Italia, lo sai? Annuii. – Siamo in guerra, Rosa, sono finiti i tempi in cui si era amici di tutti, anche di quelli che la pensavano diversamente. Adesso si sta da una parte o dall’altra. La tua famiglia è contro i fascisti e i nazisti, tu da che parte stai? La guardai allibita. – Io sono con voi – scoppiai a piangere. Mia madre mi stava trattando come una nemica, dubitava di me. Mi prese le mani. – Rosa, io so cosa combini, la pesca e tutti i traffici che fai con Ultimo. Non mi piace, perché corri dei rischi, ma… – Mamma, lo faccio per tutti noi! Quasi non riuscivo a parlare, la gola strozzata dai singhiozzi. – Lo so, piccola, lo so. Capisco tutto, anche il legame che hai con quella barca sulla quale trascorri tante ore… 40


Nemici

Adesso la sua voce tremava. – Me la so cavare, devi stare tranquilla. Mi dedicò il suo sorriso storto. – Nessuno si muove in quei canali meglio di te. Però ascoltami, Rosa, con i tedeschi no, nessun rapporto! La sua voce si era fatta imperiosa. – Non ho fatto niente di male, solo qualche parola… – piagnucolai. – Da ora in poi nemmeno quello. Non devi inimicarteli, naturalmente, ma mantieni le distanze. Tra un po’ la situazione scoppierà in mano a tutti noi, e ciascuno dovrà sapere con molta certezza qual è il suo posto. Mi capisci? – Tu e Giacomo fate cose di nascosto. Perché mi tenete fuori? – Solo per proteggerti, ma non so fino a quando sarà possibile… – Io voglio partecipare! – Può darsi che venga il tuo momento, nel frattempo giurami che ti terrai lontana da tedeschi e fascisti, voglio la tua parola d’onore, Rosa! – Alludi anche ai Nobili fratelli? – Sì, mi dispiace, loro sono dall’altra parte. Pensai a Ernesto sulla mia barca, ma non provai alcun disagio: quel momento era come se appartenesse a un mondo irreale. Poi mi colpì il ricordo di Luisa e del suo incontro clandestino con Ennio. Mamma notò la mia esitazione e fraintese. – Rosa, cosa mi nascondi? – Niente, non li vedo più. Avevi ragione tu, la nostra amicizia è finita. Lei sorrise mestamente. – È tutto molto triste, ma non possiamo farci niente. Allora? – Hai la mia parola – dissi solennemente. – Non frequenterò più i Nobili fratelli e con i tedeschi al massimo un saluto, per diplomazia, va bene così? Lei mi scrutò, come a verificare che stessi dicendo la verità, poi annuì. 41


Capitolo 9

Giacomo ci trovò così, silenziose, i visi tristi, il panettone davanti, sulla tavola. I nostri sguardi erano calamitati da quel dolce croccante, che versava abbandonato, come fosse colpevole. – Cosa faccio, lo butto? – chiesi, rassegnata. Ci guardammo. – Sarebbe un eroismo inutile, oramai l’hai preso – disse mamma, dopo una riflessione. – Forza ragazzi, riempiamoci la pancia con qualcosa di buono, una volta tanto.

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Capitolo

10

Dolorosa verità

Il fienile si stava riempiendo di sfollati: la gente fuggiva dalla

città, dai bombardamenti, dalla fame. Tutto cambiò veramente dentro di me una notte d’inverno in cui la neve aveva coperto ogni cosa, regalando un’effimera illusione di pace. Arrivarono col buio a casa nostra Don Luigi e uno sconosciuto, con una capparella nera che lo copriva dal collo ai piedi. Ero già a letto, udii dei rumori, dei sussurri come era già successo altre volte. In quelle occasioni avevo nascosto la testa sotto il cuscino per non sentire, quella notte invece mi alzai, mi vestii in fretta e furia, scesi le scale che portavano nella nostra ampia cucina. Non so perché lo feci, con il senno di poi potrei dire di avere avuto una premonizione, ma forse è stato un caso. Accostai l’orecchio alla porta, sentii che veniva pronunciato più volte il nome di mio padre. Aldo. Entrai. La mia comparsa provocò l’effetto che avrebbe potuto fare un fantasma: tutti si zittirono, Don Luigi tossì, mia madre mi rovesciò addosso uno sguardo sconvolto. La stanza era sommersa da una oscurità interrotta dal fuoco del camino e da un lume posizionato al centro della tavola. Le finestre erano serrate e ricoperte da tende blu scuro cucite da zia Vanna per il coprifuoco. Nessun bagliore doveva uscire dalla casa, che se no sarebbe potuta divenire un obiettivo dei bombardamenti. Intorno al tavolo c’erano quattro persone, quattro ombre. Mamma e Giacomo si guardarono, poi, quasi all’unisono, annuirono. Avevano deciso che era giusto fossi presente. D’altra parte nessuno al mondo avrebbe potuto impedirmelo. Mi sedetti. 43


Capitolo 10

– Questo è Mario, era in guerra con tuo padre, ci sta raccontando come sono andate le… cose – mamma esitò, poi si asciugò le lacrime che avevano cominciato a sgorgare in modo incontrollato. L’atmosfera era grottesca in quella penombra ferita dai guizzi del fuoco e dall’alone pallido del lume, oppressa da un’emozione che ancora non aveva per me un significato preciso. – Mario dice che erano a Cefalonia, in Grecia, quando si è saputo dell’armistizio – intervenne mio fratello. Seguì un silenzio, in cui la tosse di Don Luigi risuonò come l’allarme che ci penetrava le orecchie e l’anima nelle notti dei bombardamenti. – Ricominciate, Mario, è giusto che Rosa sappia tutto. Osservai Mario di cui potevo vedere solo il viso scarno e segnato. Era giovane, gli occhi sembravano febbricitanti. Si rivolse a me: – A Cefalonia si era in molti italiani e pochi tedeschi. Non si stava male, noi avevamo fatto amicizia con gli abitanti. Io ho sposato una ragazza greca. Mostrò la mano sinistra in cui nella penombra si indovinava la fede all’anulare. – Noi eravamo alleati dei tedeschi, ma con loro avevamo pochi rapporti. Erano odiati dalla popolazione, facevano rastrellamenti, requisivano il cibo… In ogni caso la guerra lì si sentiva poco. Quando l’8 settembre si è saputo dell’armistizio, per un attimo abbiamo festeggiato. È stato solo un momento, perché da lì è cominciata la tragedia. Posso avere un bicchiere d’acqua? Si alzò mamma che versò l’acqua da una caraffa. La mano era insicura e qualche goccia cadde sulla tovaglia. – I tedeschi hanno intimato la nostra resa e la consegna delle armi nella pubblica piazza. Ci consideravano traditori, come se noi avessimo deciso qualcosa in questa maledetta faccenda! Ingurgitò in un sol fiato tutta l’acqua del bicchiere. – Ero molto amico di Aldo, tuo padre… Per una qualche ragione continuava a rivolgere a me lo sguardo febbricitante. 44


Dolorosa verità

– Io sono di Ravenna, così fin dall’inizio ci siamo riconosciuti come compaesani e abbiamo fatto tutto insieme. Eravamo nella divisione Acqui… Si interruppe ancora e nel silenzio assoluto si avvertiva il rumore della sua gola che deglutiva saliva. – Il nostro generale prendeva tempo, ma tra le file degli ufficiali e dei soldati cresceva la ribellione. I tedeschi ci volevano umiliare. Ricordo con precisione una frase di Aldo: Come dice sempre mia moglie c’è un confine che la nostra dignità non ci permette di oltrepassare, costi quel che costi! Mamma non si trattenne più, si lasciò andare a singhiozzi disperati. Mario la guardò e fece un cenno di assenso, Giacomo le appoggiò la mano sulla spalla, in una carezza tenera e consolatoria. Ma anche i suoi occhi blu, così simili a quelli di papà, erano sbarrati. In quanto a me, ero incapace di ogni movimento. – Ecco, tutti noi ci sentivamo arrivati a quel confine – proseguì Mario, sempre guardando me. – Sapevamo che i tedeschi, pur essendo in numero scarso sull’isola, potevano contare su rinforzi, ma davvero non si poteva accettare quell’umiliazione. Inoltre non sapevamo cosa ci sarebbe successo dopo la resa, non ci fidavamo. E avevamo ragione. La stanza sembrava trattenere il respiro assieme a noi, in una notte ancora senza bombardamenti. – Soldati e ufficiali hanno dichiarato che non volevano arrendersi. Una pausa, Mario si versò da solo un altro bicchiere d’acqua. – Abbiamo fatto quel che si poteva con i mezzi che avevamo e siamo persino riusciti ad avere la meglio in piccoli combattimenti. Ma i tedeschi avevano gli aerei che coprivano il cielo come tanti calabroni e mollavano bombe su di noi. Non sapevamo dove nasconderci perché l’isola è brulla. Si lasciò andare a un lungo sospiro, come se volesse raccogliere le forze per il momento più difficile. – Aldo è morto venerdì 17 settembre sotto una bomba, a poca distanza da me. 45


Capitolo 10

Anche con la luce soffusa, che lasciava in ombra quasi tutto, potei vedere gli occhi di Mario arrossarsi. I miei rimanevano secchi, i muscoli rigidi. – Non lo dico per consolarvi, perché è la verità: non ha sofferto, se ne è andato di colpo, senza accorgersene. E poi si è risparmiato quel che è venuto dopo che è stato anche peggio. Da lontano il rombo di una aereo. Nella penombra soffusa ci guardammo: avremmo dovuto andare nel rifugio, in cantina, ma nessuno si mosse. – Purtroppo non ho potuto fare niente, né per salvarlo, né per seppellirlo. Il suo corpo è rimasto assieme agli altri sul terreno. Alla fine di tutto i tedeschi hanno buttato i cadaveri nei pozzi o in mare. Non potete immaginare quanto mi dispiace. Si fermò, estrasse da sotto la capparella un berretto e una piastrina militare. – Sono riuscito solo a prendere questi oggetti che gli appartenevano e ho giurato a me stesso che li avrei portati alla sua famiglia, se fossi riuscito a sopravvivere. Potete metterli accanto alla sua croce nel cimitero. Improvvisamente i miei muscoli si sbloccarono: mi avventai su quegli oggetti che appartenevano a papà, li presi, me li strinsi al cuore. Tutti mi fissarono, attraverso la luce incerta, nessuno fece nulla. – Cos’è successo dopo, Mario? – chiese mamma con una vocina flebile che si fece spazio tra i singhiozzi morenti. – Abbiamo combattuto fino al 22 settembre, molti altri sono morti. A quel punto non c’era più niente da fare, il generale ha issato bandiera bianca. Quel che ho visto non vorrei mai doverlo raccontare. Stringevo il berretto militare e la piastrina di papà tra le mani con un movimento convulso. Poi pian piano rilassai i muscoli, capii che mi avrebbero lasciato tenere per un po’ quegli oggetti che sarebbero finiti al cimitero, accanto a una croce, a una foto. Su una fossa senza corpo. Guardai Mario in attesa, volevo sapere tutto. 46


Dolorosa verità

– I tedeschi hanno massacrato i prigionieri. Anche il generale è stato fucilato. – Come è possibile? La guerra ha un suo codice – disse Giacomo. – Non questa guerra, ve lo assicuro. Qui non si tratta di voci, ma di ciò che ho visto. I soldati, sono stati raccolti in un uliveto. I tedeschi ci hanno dato da mangiare, delle scatolette. A un tratto… Una lunga pausa, il suo respiro pesante, i nostri occhi che perforavano il gioco di luci e ombre, il rombo dell’aereo vicino, un’esplosione. La casa tremò, ma il rumore dell’aereo si allontanò. Respiri di sollievo, la voce di Mario rotta dall’emozione: – Mentre mangiavamo i tedeschi ci hanno puntato addosso le mitragliatrici e hanno scaricato una raffica che ha ucciso quasi tutti, poi sono andati alla ricerca di chi si muoveva ancora per dare il colpo di grazia. Occorse una nuova pausa per assimilare quella realtà inaccettabile. – Come avete fatto a salvarvi, Mario? – Sono stato incredibilmente fortunato e non una volta sola. Quella raffica non mi ha preso alla sprovvista, ho fatto in modo di cadere un attimo prima di essere colpito. Il corpo di un commilitone mi è caduto addosso, così sono rimasto nascosto e mi sono salvato anche dai colpi di pistola. Quando ho potuto, ho raggiunto la casa di mia moglie. Non ero al sicuro perché i tedeschi sono andati a cercare gli italiani nelle case dei greci, li hanno scovati uno a uno. Il padre di mia moglie combatteva con i partigiani greci ed è riuscito a trovarmi un rifugio. Sono rimasto nascosto a lungo, poi mi sono imbarcato di nascosto, sono arrivato a Brindisi, nella parte liberata. Ho risalito l’Italia come ho potuto, ho attraversato la linea del fronte e adesso sono qui a onorare il mio giuramento. – Non dovevate rischiare la vita, potevate venire dopo la guerra – disse mia madre. Questa volta Mario sorrise. – Come vi ho detto, sono stato graziato non una ma molte volte. Ora restituirò il favore alla fortuna, combatterò con i partigiani. 47


Capitolo 10

Se la fortuna continua ad assistermi, alla fine della guerra tornerò da mia moglie. Se no, morirò in pace con me stesso. Adesso voglio unirmi ai partigiani di Bulow. Fu la prima volta che udii quel nome. – Bisogna nasconderlo – disse Don Luigi. Uscirono tutti, io rimasi lì seduta al lungo tavolo, lo sguardo sugli ultimi spasmi del fuoco, nel camino. In quel preciso momento per me iniziarono i giorni dell’odio.

Napoli, Febbraio 1944 I due ufficiali brindano: – Finalmente si parte. Colosseo aspettaci! – Non sarà una passeggiata, il fronte è ancora fermo. – Ci siamo già riposati abbastanza a Napoli, tra le scartoffie, i nostri hanno bisogno di tutti a Cassino, e succeda quel che deve. Cane è accoccolato nel suo luogo preferito, il davanzale di una larga finestra che si affaccia sulla città colorata e rumorosa. La vita è ripresa là fuori dopo la ritirata dei tedeschi, ora Napoli fa parte dell’Italia liberata. Non ha ancora un nome. L’inglese non si intende granché di cani, anzi proprio niente, ma quel cane spaurito lo fa sentire più vicino a sua moglie, che non sa se rivedrà. Difficile prevedere se si esce vivi da una guerra così cruenta. Cane non partecipa alla vita là fuori, non si è mai mosso da questa stanza. Si è rifiutato, cominciando a ringhiare a ogni tentativo. – Non sapevo che i cani potessero soffrire di agorafobia – ha detto Lord all’ennesimo tentativo fallito. – Cosa significa? – ha chiesto l’amico scozzese. – Ha paura degli spazi aperti. Non mi sembra normale per un cane, d’altra parte l’esperta è mia moglie. Cane è stato nutrito e viziato, ha vissuto mesi di beatitudine. E oramai non è più un cucciolo, è abbastanza grande per affrontare la vita, ma sta bene lì dov’è. 48


Dolorosa verità

Oggi la carezza di Lord è diversa. La mano indugia sul pelo corto e lucido, quasi a trattenere questo momento. – Ti ho affidato a un tenente che avrà cura di te, non preoccuparti. Puoi rimanere per sempre in questa stanza, povero cane spaventato. Per te la guerra è finita, ma io devo andare. Una lunga, tenera carezza di addio. Lord esce, Cane lo segue fino alla porta, guidato forse da un istinto che suona l’allarme. Sulla soglia si ferma, anche se la porta è aperta. Trema. Trascorrono molti minuti su questa scena immobile. Una zampa, poi un’altra… Lentamente Cane supera quella che appare una barriera invisibile agli altri. Poi corre, giù per le scale, mentre un soldato si ferma a guardarlo, perplesso. Esce, all’aria aperta, annusa, cerca... Accade in un attimo: vede Lord salire su una camionetta che sgomma via. Il suo padrone non si guarda le spalle, intento a parlare con l’amico scozzese. E così non si accorge del cane che rincorre la camionetta.

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Capitolo

11 Sputi pericolosi

Odiavo i tedeschi che avevano ucciso il mio papà. Non facevo

differenze: ogni elmetto per me era degno di uno sputo. Naturalmente mi trattenevo e quando Dirk mi faceva le moine, io mi costringevo a rispondere con un sorriso, poi mi dileguavo velocemente. Il solo pensiero di provare qualcosa per lui, come aveva sospettato mia madre, mi dava un senso di nausea. Per la proprietà transitiva odiavo anche gli amici dei tedeschi, quindi i Nobili fratelli. Non rispondevo più all’allegro saluto di Francesco; quando mi capitava di incontrarlo mi giravo dall’altra parte. Ernesto, il mio damerino, il mio compagno di pesca, non faceva eccezione, anzi provavo più astio nei suoi confronti che verso chiunque altro. Sapevo che aveva cominciato a collaborare al giornale dove lavorava suo padre e che era attivo nella Brigata nera. Avevo occasione di vederlo solo alla domenica, in chiesa con la sua famiglia, accanto a quella del farmacista. Talvolta prendeva Lucrezia a braccetto. Lei vestiva con la camicetta bianca e la gonna nera. Avevo sentito che era entrata a fare parte del corpo delle ausiliarie e che aveva fatto richiesta di combattere nell’esercito della Repubblica sociale. In poche parole era diventata una fanatica, proprio lei che da bambina se ne stava chiusa in casa e sembrava pensare solo ai bei vestitini. Al loro gruppo si univa anche Dirk, il tedesco, che in fondo era un ragazzo. Li guardavo da lontano e provavo l’assurdo ma prepotente desiderio di innaffiarli tutti con una pioggia di sputi. Mi allontanavo al più presto per non assistere allo spettacolo dei 50


Sputi pericolosi

miei ex amici in combutta con i loro ex nemici e gli odiati tedeschi. Provavo una sofferenza così grande che non avevo altra scelta che la fuga. Sapevo che papà avrebbe potuto essere ucciso dagli alleati, dato che lui inizialmente era stato mandato al fronte contro di loro, ma la mia rabbia non accettava ragioni. L’odio che mi soffocava esigeva da me una qualche reazione, così commisi una sciocchezza che avrebbe potuto costare la vita a me e a tutta la famiglia. Una notte vidi attraverso la finestrella del solaio un’ombra bianca cadere dal cielo. Sgranai gli occhi, mi chiesi se l’insonnia che mi stava tormentando non mi provocasse delle visioni. Poco dopo però misi a fuoco delle figure che correvano nella notte verso l’ombra bianca e capii che si trattava di un paracadute. Riconobbi mia madre e mio fratello nei soccorritori. Un soldato alleato si era lanciato, forse lo aveva fatto per entrare in contatto con i partigiani, oppure per salvarsi perché il suo aereo era stato colpito… Il giorno dopo arrivò rombando istericamente una camionetta nel nostro cortile. L’allarme si diffuse nella casa e nel fienile: era la prima volta che i tedeschi percorrevano la stradona. Scesero gli uomini urlando nella loro lingua dura e incomprensibile, ci puntarono addosso i fucili. – Chi è il capo qui? – domandò, minaccioso un ufficiale. C’eravamo solo mamma, Giacomo, Luisa e io. Zia Vanna era corsa a nascondere i figli piccoli nel fienile, tra gli sfollati. Mia madre fece un passo avanti e io provai una paura tale da tremare da capo a piedi perché era difficile non collegare l’incursione con quello che avevo visto durante la notte. Mi avvicinai a lei, le presi la mano. Lei cercò di allontanarmi, ma la stringevo come una piovra. – Vattene, lasciami fare – mi sussurrò tra i denti. Non le obbedii. – Tu capo? – insistette il tedesco. – Mio marito è morto in guerra – disse lei, – combatteva al vostro fianco. 51


Capitolo 11

Quello era vero per la prima parte, ma lei si guardò bene dal comunicare come si erano evolute le cose. – Voi italiani siete sporchi traditori – urlò lui con quel loro accento duro, ma in buon italiano. – Voi qui avete americano con paracadute. Sussultai, di sicuro era vero, l’americano era nascosto da noi. Mia madre allargò le braccia e assunse l’espressione incredula di chi non capisce di cosa si stia parlando. – Noi povera gente, contadini, non sappiamo niente di guerra. – Tu porta qui americano! Subito! – La prego di credermi, non ci sono uomini qui, né italiani, né americani. – Quello cosa, allora? Mi tremarono le ginocchia, stava indicando mio fratello. – È mio figlio, ha solo 15 anni. Gliene aveva tolto uno. Giacomo atteggiò il volto a un’espressione di infantile inconsapevolezza. – Lui viene con noi, se tu non dai americano! Sentii la mano di mia madre tremare nella mia, ma la sua voce riuscì a essere ferma. – Non ci sono americani, solo donne e bambini! Il tedesco le si avvicinò minaccioso, estrasse la pistola, gliela puntò sulla fronte. – Obbedisci! Lei scosse la testa, alcuni capelli biondi uscirono dalla crocchia che si acconciava sulla nuca. I fatti successivi si susseguirono con velocità fulminante, incontrollabile. L’ufficiale tedesco schiaffeggiò violentemente mia madre. Nel silenzio generale che seguì, io feci un lungo respiro, raccolsi la saliva, la sputai con tutta la mia forza sulla faccia del tedesco. Quella volta il tiro andò drammaticamente a segno. Lui rimase allibito per un attimo, si asciugò lo sputo con la mano, poi batté la pistola sulla mia testa. Fui sopraffatta da un dolore acuto, caddi. Mio fratello si intromise tra di noi, un altro soldato lo prese, lo portò sulla camionetta. L’ufficiale mi puntò la pistola, mirando alla testa. 52


Sputi pericolosi

Ero sdraiata per terra, incapace di muovermi, chiusi gli occhi. Mia madre urlava, altri due soldati la tenevano stretta. Aspettavo lo sparo che non arrivava e tutto intorno si era fatto silenzio. Aprii gli occhi. Vidi che un soldato di una certa età stava parlottando con l’ufficiale puntandosi l’indice sulla tempia. Con l’incredibile lucidità che si acquisisce in certi momenti drammatici capii di colpo cosa stava succedendo. Quel soldato era Bruno, colui che sosteneva di avere una figlia come me, stava dicendo al suo superiore che ero svitata, che non valeva la pena di perdere tempo per una bambina fuori di senno. Lo so, non conosco il tedesco, ma sono sicurissima che quello fu il contenuto. L’ufficiale rimase perplesso, poi mi diede un calcio e rimise la pistola nella fondina. Sputò ordini ai soldati che si sparsero ovunque, nella casa e nel cortile. Mia madre si avventò su di me e mi aiutò ad alzarmi. Entrambe guardammo Giacomo nella camionetta, anche lui aveva seguito la scena con il viso terreo. Riuscì a rivolgerci un sorriso stentato e a fare un cenno che stava a significare di fare silenzio. Non potevo parlare, ma in quel momento pensai che non dovevamo sacrificare Giacomo per un americano. Non so cosa avrei fatto se avessi conosciuto il suo nascondiglio. I tedeschi comunque erano determinati a trovarlo, ci sarebbero riusciti. Cosa avrebbero fatto dopo? Chi nascondeva nemici dei nazisti veniva fucilato. Immaginai tutti noi schierati davanti ai loro fucili… Rimanemmo lì, immobili, impotenti a guardarli mentre buttavano all’aria tutta la casa. Sapevo che nella stalla c’era una botola in cui veniva messa la radio e chissà cos’altro. A un certo punto, proprio da lì si levarono delle grida. Ecco, era la fine. Un tedesco trascinò mia madre in quella direzione e io li seguii. Avevano trovato la botola, tutti si erano fatti intorno. 53


Capitolo 11

Mentre il tedesco scopriva il buco, ero in preda a un panico che non si può descrivere, ero sicura che si trattasse della fine per tutti noi. Mi aspettavo di vedere comparire la testa dell’americano e magari di qualcun altro. Chiusi gli occhi. – Cosa è lì? – chiese l’ufficiale alla mamma. Aprii gli occhi, guardai sotto: non c’era niente. – Buca per letame – disse lei, ostentando tranquillità. – Merda di mucche – aggiunse per essere più chiara. I tedeschi continuarono la loro ricerca a lungo, ma trovarono solo due salami che zia Vanna aveva nascosto in cantina. Naturalmente li presero, ma fu l’unico bottino, assieme alle galline. Svuotarono il pollaio. Per fortuna non avevano spazio per trasportare le mucche e il maiale. Nessuna traccia dell’americano. Continuavamo a guardare la camionetta dove era stato recluso Giacomo e mamma si stringeva le mani sul grembo in modo compulsivo, i capelli oramai completamente sciolti, in libera uscita disordinatamente sul viso terreo. Osservammo i tedeschi rientrare uno a uno nella camionetta con i nostri polli e i salami. Incrociai lo sguardo di Giacomo, gli occhi blu sbarrati dalla paura che tuttavia cercavano di trasmettermi il messaggio di essere prudente. Gli stessi occhi di papà. Non capii più niente, non mi avrebbero preso anche mio fratello. Mi lanciai verso la camionetta, pronta a qualsiasi cosa, ma in brevissimo tempo, mi ritrovai nel mezzo del gruppo di tutti gli abitanti di casa e fienile che praticamente circondava la camionetta. L’ufficiale urlò: – Via, andare, noi uccidere tutti! E sparò un colpo in aria. Nessuno si allontanò, al contrario il gruppo si strinse ancora di più intorno all’automezzo. C’era un che di minaccioso in quel movimento. Se i tedeschi avessero messo in moto avrebbero investito alcune donne che si trovavano proprio davanti. 54


Sputi pericolosi

Mi resi conto che si guardavano senza sapere bene cosa fare. L’ufficiale continuava a sputare minacce, nell’attesa che arrivassero gli ultimi soldati ancora intenti a rubare le nostre provviste. Quelle che avevano trovato. Giacomo era là dentro, stavano per portarlo via e io volevo disperatamente fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Bruno mi passò accanto, con una gallina in mano, mi lanciò uno sguardo intenso, senza dire una parola. Anche l’ufficiale entrò in auto, adesso erano pronti a partire e per farlo avrebbero dovuto falciare delle persone. Non mi illudevo che si sarebbero fermati, sapevamo tutti che in diverse occasioni avevano ucciso donne, bambini, vecchi. Perché non avrebbero dovuto farlo anche questi? Bruno andò a sistemarsi proprio accanto a Giacomo e cominciò a sgomitare, dando l’impressione che lo spazio fosse troppo stretto. Ancora una volta parlò con l’ufficiale, ancora una volta capii perfettamente i suoi intenti. Fu proprio lui a sbattere fuori Giacomo dalla camionetta, lo buttò a terra brutalmente. Aveva convinto l’ufficiale che era inutile portarsi appresso un ragazzino che non sapeva niente, occupava spazio e poi avrebbe anche richiesto cibo in prigione o pallottole per essere fucilato. Questo me lo riferì Giacomo che sapeva un po’ il tedesco. Il cerchio di persone si allargò, la camionetta sgommò via, lasciandoci inebetiti. Eravamo stati fortunati. Come Mario. Capii che per sopravvivere a quella guerra la fortuna era fondamentale, perché non esisteva riguardo per nessuno, non c’erano regole. Non importava se eri un bambino, una donna, un vecchio, un prigioniero di guerra: nessuna pietà. Dovetti però ammettere con me stessa, e lo feci con una certa difficoltà, che quel giorno eravamo vivi proprio grazie a un tedesco, Bruno, e che quindi le cose erano un po’ più complicate di quello che voleva la mia rabbia cieca. 55


Capitolo 11

Subito dopo la partenza dei tedeschi, mentre gli sfollati defluivano lentamente verso il fienile commentando i fatti, mamma fece una cosa che mi fece sospettare che fosse uscita di senno. Chiamò la zia che aveva nascosto i bambini sotto la paglia e ora era andata a recuperarli. – Presto, aiutami, dobbiamo stendere le lenzuola. Togli tutto il resto. In fretta, Rosa dacci una mano! Obbedii, ma francamente non capivo proprio perché dovessimo ritirare indumenti ancora bagnati e stendere al loro posto lenzuola asciutte. Pensai che fosse una reazione al panico, mi astenni da qualsiasi commento, anche perché avevo qualcosa di molto importante da farmi perdonare. Quella sera, a ora tarda, noi tre ci riunimmo in cucina, davanti al camino nel quale bruciava ancora un piccolo fuoco, unica luce nella stanza. Giacomo buttò un po’ di steli di canne per ravvivarlo. – Avevo quello sputo in gola, doveva uscire da tempo – dissi liberandomi del peso che gravava da ore nella mia gola. Sapevo di meritare i loro rimproveri per il mio gesto sconsiderato, ma le mie parole furono seguite da un rassicurante silenzio. – Perché hai appeso le lenzuola? – chiesi a mamma. – Per avvisare del pericolo – fu la laconica risposta. Avvisare chi, appostato dove? Rinunciai a indagare, consapevole del fatto che c’erano movimenti, comunicazioni a distanza, di cui lei non mi avrebbe parlato. Alla fine mi uscì solo la più stupida delle tante cose che si agitavano nella mia testa: – Siamo rimasti senza polli e salami. – Ci rifaremo con l’anguilla che non mancherà di certo. Abbiamo anche le scorte nascoste e poi le mucche e il maiale. Per fortuna non ci stavano nella camionetta, se no ci avrebbero rubato tutto – disse mamma con il suo sorriso storto. Prevaleva sopra ogni altra emozione il sollievo di essere ancora vivi, di essere insieme.

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Patrizia Marzocchi

La staffetta delle valli La Resistenza: la guerra di tutti, delle donne e dei più giovani, dei vincitori e dei vinti.

Patrizia Marzocchi

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Vive a Bologna e insegna lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha frequentato un corso di giornalismo presso l’Università di Ferrara e ha pubblicato numerosi libri per ragazzi. Per il Gruppo Raffaello è autrice di “Ricordare Mauthausen”. Il suo sito è www.patriziamarzocchi.com

Rosa vive nelle Valli di Ravenna, adora il padre pescatore e ha amici formidabili con i quali forma una vera e propria banda. La guerra però travolge la sua vita portando con sé il dolore; i tedeschi invadono la sua terra, gli amici diventano nemici. Rosa diventa una staffetta dei partigiani, tiene i collegamenti con la sua piccola barca. La brutalità della guerra entra nel mondo dei giovani protagonisti, sconvolge i loro sentimenti e i loro rapporti, mette a nudo i lati peggiori dell’animo umano. Talvolta però esalta qualità imprevedibili, trasformando persone comuni in eroi disposti a sacrificarsi nel nome di un bene superiore. Un romanzo affascinante, un quadro di vita vissuta al tempo della Seconda Guerra Mondiale, vista attraverso gli occhi dei giovani protagonisti. Una lettura per ragazzi che porta a riflettere sui problemi di quella immane tragedia. Per non dimenticare.

La Resistenza: la guerra di tutti, delle donne e dei più giovani, dei vincitori e dei vinti.

Completano la lettura: Approfondimenti finali F ascicolo di comprensione del testo

I S B N 978-88-472-2474-2

Online: approfondimenti e schede didattiche www.raffaellodigitale.it Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n°633, art. 2 lett. d).

La staffetta delle valli

Ravenna, 1943

STORIA E STORIE

La storia italiana raccontata da grandi storie per ragazzi

Patrizia Marzocchi

STORIA E STORIE

€ 9,00

9

788847 224742

S chede interattive su www.raffaellodigitale.it


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La staffetta delle valli - Estratto by Gruppo Editoriale Raffaello - Issuu