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L'isola del labirinto - ESTRATTO

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L' ISOLA DE L LABIRINTO Michele Santuliana

Alla scoperta dell’ ANTICA CRETA e dei suoi segreti


Per volare con la fantasia

Collana di narrativa storica per ragazzi


Editor: Paola Valente Coordinamento redazione: Emanuele Ramini Approfondimenti e schede didattiche: Paola Valente Impaginazione: AtosCrea, Raffaella De Luca Progetto grafico copertina: Mauro Aquilanti Illustrazioni: Mauro Marchesi Ufficio stampa: Francesca Vici I Edizione 2019 Ristampa 6 5 4 3 2 1 0

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LA VITA AL TEMPO DELLA CIVILTÀ CRETESE Ecco un'immagine di creta del 1500 a.c. VUOI FARE UN TUFFO NELLA STORIA? LEGGI IL RACCONTO E INIZIA L'AVVENTURA!


Michele Santuliana

L ' ISOLA DE L LABIRINTO


Kiros scosse la testa. – Non mi fido, Elyros. Il vento è favorevole per ora, ma non senti che già comincia a cambiare direzione? Ci spinge sempre più al largo. E quelle nuvolacce nere, non le hai viste? Elyros alzò la testa e rimase a contemplare il cielo con aria assorta. Il timoniere continuò: – Dammi retta, comandante, torniamo indietro a forza di remi. Fermiamoci in una baia sicura e domani potremo riprendere la navigazione. A quelle parole il comandante Elyros si girò di scatto verso il timoniere, in volto un’espressione cupa. – Se potessi decidere, Kiros, seguirei il tuo consiglio. Ma ho ricevuto ordine di non ritardare di un solo giorno la consegna del nostro carico. Il grande Minosse in persona ha chiesto che il viaggio avvenisse nel più breve tempo possibile. Portiamo un tesoro prezioso e abbiamo già tardato troppo per i venti contrari che ci hanno spinti lungo la costa meridionale. Non possiamo fermarci: dobbiamo proseguire. Ci vorrà ancora una settimana per circumnavigare Creta. Kiros scosse di nuovo la testa e sospirò. Conosceva Elyros da almeno dieci anni, erano amici e avevano condiviso innumerevoli avventure in mare. Ora però non avrebbe

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voluto trovarsi nei suoi panni: essere costretto a prendere una decisione che metteva a rischio la nave con tutto l’equipaggio nonché il suo prezioso carico! Kiros ripensò alla moglie e ai figli che lo attendevano a casa e si chiese se li avrebbe rivisti. Era una domanda atroce, che ogni marinaio si poneva nei momenti più drammatici del proprio mestiere. E a poco giovava essere fedeli servitori del grande Minosse! Nessun mortale, nemmeno nella grande e potente Creta che molti popoli aveva sottomesso grazie al mare, poteva dirsi sicuro quando si avventurava tra le onde. Se l’arte della navigazione apparteneva agli uomini, i profondi segreti delle acque erano noti solo alla Grande Dea, l’unica a poterne disporre a suo piacimento, per far prosperare con la pesca o sommergere tra i flutti. “Proteggici tu, dea potente e misteriosa, che governi i nostri destini” pregò tra sé Kiros. Poi il pensiero si volse al viaggio che avevano intrapreso. Secondo un ordine emesso dal re Minosse, DENTRO LA STORIA... erano partiti alcune setIl gaulos era un tipo di nave cretese timane prima, nel pieno con lo scafo a forma di mezzaluna. Raggiungeva i 21 metri di lunghezdell’estate, a bordo di un za e comprendeva un equipaggio di gaulos dipinto di rosso, 30 rematori. diretti alla foce del Nilo.

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Seguendo le antiche rotte, sospinti da venti propizi, avevano attraversato in cinque giorni il tratto di mare che separava la loro isola dalla costa africana. Raggiunto il delta del Nilo, avevano incontrato i porti del faraone. Là avevano venduto la maggior parte del carico, costituito di pietre preziose lavorate secondo l’antica arte cretese. In cambio avevano ottenuto gioielli d’oro, zanne di elefanti, fogli di papiro e alcune misteriose ceste di vimini il cui contenuto era rimasto ignoto a tutto l’equipaggio, lui compreso. L’unico a conoscerne il contenuto era il comandante Elyros. “Si tratta senz’altro di animali” pensò Kiros fissando le assi del ponte sotto i suoi piedi. Il comandante aveva fatto riporre le ceste a poppa, nella parte più riparata della stiva, e se ne occupava personalmente, ma da esse giungevano spesso dei versi che non ricordava di aver mai sentito. Tornò a pensare al viaggio. Per il ritorno, i marinai avevano optato per una rotta più lunga ma più sicura: arrivati alla costa fenicia, l’avevano risalita toccando i porti di Byblos, Sidone e Tiro, città fiorenti che il faraone aveva sottomesso alla propria potenza. Infine, superata l’isola di Cipro, avevano fatto vela verso casa costeggiando la Panfilia e la Licia, toccando le isole di Scarpanto e Caso. Qui i venti, fino a quel momento favorevoli, avevano all’improvviso mutato

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direzione, impedendo al gaulos di navigare lungo la costa settentrionale e spingendolo a sud di Creta. Il comandante Elyros aveva stabilito di mantenere quella rotta: nel giro di una settimana al massimo le correnti avrebbero portato la nave a compiere un giro completo dell’isola e, di conseguenza, ad arrivare a destinazione, al porto di Cnosso. Un improvviso scossone del timone sottrasse Kiros ai propri pensieri. Si spaventò quando tornò a fissare la distesa scura che li circondava. Il mare si era ingrossato e ora onde sempre più possenti si scagliavano contro le assi dipinte di rosso dello scafo. – Ritirate la vela e l’albero, poi tutti ai remi! – gridò il comandante Elyros. Era, quello, un ordine noto ai marinai quando il mare si agitava. In un attimo sul ponte fu un brulicare di uomini che si affannavano attorno alle boline e alle scotte, le corde di fibre e cuoio che ancoravano la vela quadra e l’albero della nave. Guidati dai capisquadra, gli uomini si mossero all’unisono e in pochi minuti vela e albero scomparvero nel ventre della nave. Allora ciascun marinaio si portò ai remi mentre il vento fischiava e già cominciavano a cadere le prime pesanti gocce di pioggia dal cielo colore del piombo.

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Elyros chiamò il secondo timoniere a sostituirlo e si diresse a prua. Raggiunse a fatica l’estremità anteriore della nave, rischiando più volte di cadere: l’imbarcazione oscillava infatti paurosamente a causa delle onde imponenti. Pulendosi il viso dagli spruzzi, Elyros scrutava l’orizzonte: si rallegrò notando che la costa non era lontana. Se avessero trovato un’insenatura sabbiosa in cui ripararsi, sarebbero stati in salvo. – Coraggio! – urlò all’equipaggio mentre ripercorreva la nave verso poppa, – la costa ci attende! In cuor suo sperò di avere ragione. Poco dopo che il comandante aveva parlato, la tempesta si scatenò in tutta la sua furia. La pioggia s’infittì e il vento ululava rabbioso, spazzando la superficie delle acque e sollevando onde che superavano in altezza le querce più alte degli altipiani cretesi. A ogni ondata che ricadeva sul ponte i marinai non impegnati a remare si affannavano con recipienti di ogni genere per gettare fuori bordo l’acqua di mare: appesantito dalle merci che trasportava, il gaulos non avrebbe resistito a lungo altrimenti. Presto però questa operazione non bastò ed Elyros fu costretto a urlare l’ordine che nessun mercante marittimo vorrebbe mai sentire: – Gettate il carico in mare!

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Kiros, dalla sua postazione, osservava la scena: le zanne di elefante furono le prime a sparire tra i flutti, seguirono le casse e le anfore contenenti gli oggetti preziosi acquistati nei porti d’Oriente. Quando però i marinai giunsero alle ceste, si udì di nuovo la voce del comandante. – Quelle no! Appartengono a Minosse, non possiamo gettarle! Ma la sua voce fu coperta da un’onda più terribile delle altre, che si rovesciò sul ponte con la forza di un maglio. Lo scafo intero scricchiolò, numerose cime furono troncate di netto, diversi remi si spezzarono. La nave fu sollevata come una foglia, girò su se stessa assieme alle acque, si piegò fra le urla impotenti dell’equipaggio. Infine il mare la sommerse.

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Due doni di compleanno

Un villaggio sulla costa meridionale di Creta, 1500 a.C.

N

– onno, manca molto? La voce di Maia si perse tra il vento e le sterpaglie del sentiero. Dopo l’inatteso acquazzone della sera prima si sarebbero senz’altro rinvigorite, per la gioia delle capre selvatiche che pascolavano attorno al villaggio. Ma la bambina a questo non pensava affatto: sapeva soltanto una cosa, che moriva di sonno. Ma perché il nonno l’aveva svegliata in piena notte? – Vestiti – le aveva detto soltanto. Il tempo di indossare gli abiti e si erano messi in marcia. – Allora, nonno, manca molto? Il vecchio Axos si fermò e borbottò qualcosa tra sé. – La vuoi piantare di lamentarti? – Io non mi lamento – rispose Maia, – solo vorrei sapere dove stiamo andando. – Quante storie! Andiamo sulla testa del leone.

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– La testa del leone? – fece eco Maia fingendo un tono stupito. La “testa del leone” era un promontorio non lontano, che Maia conosceva bene. Con gli altri bambini c’era stata diverse volte: ci andavano abbastanza spesso i piccoli abitanti del villaggio, di nascosto dai genitori. Si potevano fare dei giochi strepitosi tra i sassi, i cespugli di euforbia, gli asfodeli e le rovine che sorgevano sul promontorio. Doveva esserci stata una torre di avvistamento un tempo, ma di essa ora restavano soltanto muri sbrecciati: l’ideale per nascondersi e inventare nuovi giochi! E poi c’era il salto a picco sul mare, un precipizio che metteva i brividi solo a guardarlo da lontano. Era lì che Maia aveva battuto Talos, il figlio del costruttore di barche, sfidandolo a correre fino al ciglio del burrone. Aveva vinto la gara senza difficoltà, fermandosi ben oltre il punto in cui Talos aveva frenato e guadagnandosi il rispetto e l’ammirazione di tutti i piccoli abitanti del villaggio. C’erano dei vantaggi, dopotutto, a vivere con suo nonno e a non dover rispondere a mamme apprensive o papà troppo severi. Il vecchio, impegnato quasi sempre nel suo mestiere di vasaio e decoratore, non si curava troppo di lei durante il giorno tranne quando la chiamava a sé per insegnarle qualche segreto della sua arte. – Ecco. Siamo quasi arrivati – disse Axos.

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Erano ormai nei pressi della torre diroccata. Maia alzò gli occhi pieni di sonno: in cielo le stelle si andavano spegnendo e verso est l’oscurità profonda della notte cedeva il posto a un azzurro tenue venato appena di rosa. Il vecchio offrì la mano alla bambina, che la strinse, e insieme procedettero verso il limite del promontorio. Trovata una pietra abbastanza comoda, Axos si sedette. Maia lo imitò. Così aspettarono in silenzio per alcuni minuti, finché il vecchio riprese la parola. – Oggi sono esattamente dieci anni che gli dei ti hanno dato di vedere la luce, bambina. E questo è il mio regalo per te. – Oh, è vero! – rispose Maia. Aveva del tutto dimenticato che quello era il giorno del suo compleanno, tuttavia non riusciva a capire a cosa alludesse il nonno. Dapprima pensò che ci fosse un regalo fra le erbe, ma abbandonò presto l’idea. Nulla c’era ai loro piedi, a parte sassi e radi ciuffi d’erba. Le sembrava brutto non aver capito e rimase in attesa, puntando i gomiti sulle ginocchia per sorreggersi con le mani la testa che cadeva dal sonno. – Ecco, ci siamo – sussurrò Axos. Fu allora che Maia avvertì uno strano brivido dentro di sé. Istintivamente puntò lo sguardo a sinistra, imitando il nonno, in direzione del cielo che schiariva.

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Avvenne tutto in un istante: l’orizzonte esplose di rosa, di giallo, di amaranto. I primi raggi del sole colpirono il mare, riflettendosi sulla superficie e propagandosi tutt’intorno. Maia era come ipnotizzata. Si alzò in piedi per meglio osservare quel superbo spettacolo. – Vedi la luce? – domandò il vecchio Axos. – Sì – rispose sottovoce la bambina.

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– Ecco, ricordala bene. È la luce che la Grande Dea ci porta ogni mattina, quella che ci permette di vedere e perciò di esistere. È la luce che per tutta la vita ho cercato di rappresentare nelle mie pitture. È lei la fonte di tutto. Maia non sapeva cosa rispondere. Aveva davanti una visione celestiale. Quando poi il sole, dopo aver fatto capolino dal mare, si staccò dalla linea dell’orizzonte, la bambina si strinse al vecchio e lo abbracciò. – Grazie, nonno – disse soltanto. Ritornarono poco dopo, attraverso lo stesso sentiero che avevano percorso all’andata; fecero però una deviazione poco prima del villaggio, passando per la DENTRO LA STORIA... fonte sacra che sorgeva Chiamata anche Britomartis, Dictinna a monte dell’abitato. Lì, era la dea della caccia e delle acque dopo una preghiera alla zampillanti. I Greci in seguito la associarono ad Artemide. dea Dictinna, si lavarono e bevettero. Mentre si avviavano verso il villaggio, Maia sentì un verso bizzarro provenire dalla fonte, come una specie di risata soffocata. Si voltò ma davanti a lei non c’era altro che lo scrosciare placido dell’acqua. Alzò le spalle: a volte la dea si divertiva così.

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Giunsero alle prime case che il paese si risvegliava. Non c’era però solo il consueto viavai di persone indaffarate, pronte a lavorare nelle botteghe o a uscire nei campi o in mare; uomini e donne andavano e venivano dalla spiaggia, correvano e gridavano agitati. – Nonno, cosa succede? – domandò Maia. Axos guardò verso il porticciolo del paese. Tra le onde si intravedevano resti di tavole, funi e fasciame. – Deve esserci stato un naufragio stanotte – disse Axos. Annuì tra sé, rabbrividendo: sì, i segni di un disastro marittimo erano inconfondibili. Lui lo sapeva bene. Arrivati a casa, Maia e il nonno prepararono la colazione: focacce di grano, frutta essiccata e una tazza di latte di capra che la bambina gustò a piccoli sorsi, facendo alla fine schioccare la lingua al palato. Aveva ancora negli occhi l’immagine dello spettacolo a cui aveva assistito; del sonno, ormai, nemmeno l’ombra. Stavano finendo di mangiare quando una voce proveniente dalla strada attirò la loro attenzione. – È questa la casa dell’illustre pittore Axos? Il vecchio si alzò e si affacciò alla finestra. Di fronte a lui c’era un giovane sui vent’anni. Vestiva abiti sontuosi, dai colori sgargianti, ma ricoperti di polvere. Doveva aver viaggiato a lungo, a giudicare dall’aspetto.

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– La casa è questa e io sono Axos, ma non so se il suo nome è illustre quanto affermi, giovane straniero – disse il vecchio. – Sei dunque tu Axos, il pittore? – ribatté ancora il giovane con fare arrogante. – Come tu mi vedi! – Allora prepara la tua roba: ho l’ordine di scortarti fino a Cnosso. Partiremo il prima possibile. – Un momento, ragazzo. Prima di venire qui a dare ordini dovresti almeno presentarti. Il giovane si indignò. – Non lo vedi dalle insegne che porto? Sono un messaggero del grande Minosse, signore di Cnosso! Axos fece una risatina. – Io vedo solo un giovanotto che non sembra conoscere le regole della buona educazione. Ma vieni, entra in casa e spiegami cos’è questa storia. Il giovane non se lo fece ripetere. Maia, che aveva assistito in silenzio al dialogo, portò all’uomo una tazza di latte di capra. Il giovane non la degnò di uno sguardo mentre Axos la ringraziò; quindi le chiese di uscire. – Credo che avremo da fare per un po’, bambina mia – le disse. Maia obbedì senza fiatare, ma una volta all’esterno rimase nei paraggi della casa, così da poter ascoltare quanto

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i due si dicevano. Sentì la voce dello straniero ripetere quanto egli aveva detto poco prima, aggiungendo particolari circa un palazzo ricostruito, intere sale da dipingere, pittori chiamati da tutta l’isola… e il nome di Axos richiesto dal re Minosse in persona. La bambina provò un impeto di orgoglio: sapeva che il nonno era stato un grande pittore prima di ritirarsi a vivere sulla costa meridionale, ma a lei non aveva mai raccontato nulla; la bambina, da parte sua, non aveva mai osato chiedere, accontentandosi delle voci che circolavano: un’ombra calava infatti sul volto di Axos quando era costretto, anche solo per caso, a ricordare il passato. Maia si accostò al muro e tese l’orecchio. Nonostante il cuore le battesse forte, respirava appena. Ora era il nonno a parlare. – So perché sei qui, giovane messaggero, ma la mia risposta è no. Ho smesso di lavorare per i re di Cnosso molto tempo fa. E ho smesso quasi del tutto di dipingere. Sono andato a lungo a cercare la mia libertà; infine l’ho trovata qui, in questo villaggio sottoposto al potere di Festo e del suo re. Qui le leggi DENTRO LA STORIA... di Radamanto il Giusto, mi hanno permesso di viRadamanto, fratello di Minosse, era il mitico sovrano di Festo, un centro vere in pace, lontano dadel sud di Creta. gli intrighi e dalle rivalità

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dei palazzi. Ora fabbrico DENTRO LA STORIA... vasi e il massimo che dipingo sono motivi floreali Si ritiene che il polpo, dipinto su moltissimi vasi cretesi, avesse un o polpi, come tramandano significato religioso legato ai culti le nostre usanze. Inoltre, funebri. come hai visto, ho una nipote a cui badare: da quando i suoi genitori sono purtroppo scomparsi ho il compito di crescerla secondo le leggi del nostro popolo. Maia si intristì al pensiero dei genitori. Eppure ricordava pochissimo di loro: un viaggio per mare verso un santuario su un’isola che doveva distare poco, una falla nello scafo, lei “viva per miracolo”. Così avevano detto i pescatori che l’avevano salvata. La bambina ascoltò attenta. Ora si sentiva di nuovo la voce del messaggero: si era fatta più forte e più duro era divenuto il tono. – Forse non hai capito, Axos. Non hai scelta: il re ha chiesto espressamente la tua presenza. Egli ricorda bene i tuoi servigi e ha concluso un accordo con Radamanto, che ha dato il suo consenso. Il palazzo di Cnosso è ormai stato ricostruito ed è pronto a diventare una dimora celeste. Manca solamente la tua arte per renderlo perfetto. Ho con me tre soldati e l’ordine di condurti subito a Cnosso a ogni costo, con le buone o…

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Qui il giovane si fermò. Un silenzio teso seguì alle sue parole. – Insomma non ho scelta – concluse Axos. – No – disse il messaggero. – E mia nipote? Chi baderà a lei? – Puoi portarla con te. Di certo non mancherà lo spazio per ospitarla. Maia non sapeva cosa pensare: temeva per il nonno ma al contempo fremeva di gioia. Un viaggio fino a Cnosso! Chi l’avrebbe mai detto? Per i suoi dieci anni quello era senza dubbio un secondo incredibile dono.

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In viaggio verso Cnosso

Axos e Maia si misero in viaggio per Cnosso due ore

dopo, scortati dal messaggero e dai tre soldati inviati dal re. La notizia della loro partenza era corsa in un baleno sulla bocca di tutti gli abitanti della zona. – Axos ha ricevuto un grande onore dal possente signore di Cnosso! Lo vuole a palazzo – si diceva in giro. Come sempre accade nei villaggi sperduti, dove rare sono le occasioni per interrompere il monotono incedere dei giorni, la voce della partenza del pittore e della nipote aveva provocato in tutti curiosità e trepidazione, sovrastando la notizia del naufragio consumatosi al largo la notte precedente. E questo nonostante tutti si fossero resi conto che non una nave qualsiasi era perita tra i marosi. Axos, prima di abbandonare il villaggio, ne ebbe conferma da parte di un amico che era stato alla spiaggia: dai segni apparsi e dai corpi che il mare aveva restituito si capiva che il

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bastimento affondato doveva essere stato di prim’ordine, forse addirittura destinato a un palazzo. – Pare anche ci siano dei superstiti. Sono stati soccorsi prontamente ma non sappiamo se riusciranno a cavarsela – concluse l’uomo. Del carico invece nulla si era salvato, a parte qualche cesta vuota, trasportata a riva dalle onde. Il vecchio Axos non aveva però avuto il tempo di verificare di persona quanto gli era stato detto; il messo reale non aveva infatti concesso proroghe all’orario stabilito per la partenza. Maia si preparò al viaggio riponendo le sue poche cose in una sacca di lino che poteva trasportare sulle spalle. Non possedeva nulla di prezioso tranne un’esile collana d’ambra che indossò con delicatezza sotto la tunica. Era quello l’unico ricordo che le restava di sua madre. Terminato di allestire il proprio bagaglio, andò ad aiutare il nonno. Il vecchio Axos non possedeva molto di più della nipote quanto a effetti personali ma, raccolti in diversi astucci in pelle di capra, radunò gli utensili del suo antico mestiere: pennelli di varia foggia e misura, stiletti di legno e di rame per tracciare le figure e una serie di piccoli vasi raccolti all’interno di un cesto di vimini. Maia sapeva bene cosa contenevano perché una volta, mentre il nonno non era in casa, aveva sbirciato all’interno, trovando

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polveri colorate che, mescolate con l’acqua, servivano senz’altro per comporre colori. In una bisaccia, il vecchio e la nipote radunarono le provviste per il viaggio. Mentre erano intenti in quell’operazione, la voce del messaggero irruppe di nuovo dalla strada. – Allora, siete pronti? – domandò con fare imperioso. Il vecchio Axos scosse la testa. – Ah, i giovani – borbottò tra sé, – sono convinti di avere la vita nelle loro mani. Strepitano e si agitano come se da loro dipendessero i destini del mondo. E invece l’uomo non è che il sogno di un’ombra... – Cos’hai detto, nonno? – chiese Maia. – Niente, niente, piccola mia. Vieni, andiamo. Si caricarono in spalla i fagotti e uscirono. La piccola comitiva lasciò il villaggio tra due ali di persone. Molti abitanti erano scesi in strada per salutare il vecchio e la nipote: amici, conoscenti e semplici curiosi. Maia e Axos risposero ai saluti e promisero di portare, al loro ritorno, notizie dal nord. – Vi racconterò se l’aria che tira da quelle parti è buona per la salute! – esclamò Axos provocando una smorfia in uno dei soldati. – Coraggio, sbrighiamoci. Ne abbiamo di strada da fare per arrivare a Cnosso – tagliò corto il messo.

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In effetti, una volta suDENTRO LA STORIA... perate le alture alle spalle del villaggio, avrebbero È la parte più pianeggiante di Creta. avuto almeno due giorColtivata fin dagli albori della civiltà cretese, assicurava cibo in abbonni di marcia. Dovevano danza agli abitanti dell’isola. risalire in direzione nord la parte centrale dell’isola attraverso la grande pianura di Messara, superare i rilievi centrali e quindi discendere fino alla valle di Cnosso. Axos ricordava bene quei sentieri che per tanti anni aveva percorso ponendo la sua arte al servizio dei santuari e dei signori dei palazzi. Maia invece fremeva di curiosità: era la prima volta che si allontanava dal villaggio e cercava di imprimersi nella memoria ogni nuova immagine, ogni particolare di quanto vedeva lungo il cammino. Più avanzavano nell’interno e più il paesaggio cambiava rispetto alla costa. Passarono per valli coltivate a orzo e altri cereali che biondeggiavano al sole e attraversarono boschi di olivi frammisti a carrubi, mandorli e giuggioli accompagnati dal canto assordante delle cicale. Quando, dopo qualche ora, la piana di Messara apparve ai viaggiatori, Maia non riuscì a trattenere un “Oh” di sorpresa. Era una pianura larga, che correva da sud ovest verso nord est.

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La parte piÚ bassa era segnata dalle coltivazioni mentre i pendii che lambivano i fianchi piÚ ripidi delle montagne e delle colline restavano dominio delle foreste. Lungo quei pendii si intravedevano i solchi dei ruscelli primaverili, ormai secchi e vuoti, come tante piccole rughe in un volto anziano. L’aria limpida e la luce del sole rendevano brillanti i colori e piÚ forte il contrasto col cielo, di un azzurro tanto intenso da sembrare dipinto.

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– Non ti spaventare – disse Axos, indovinando i pensieri della bambina, – i ruscelli scorrono sotterranei una volta che scompaiono tra i sassi. È questo uno dei segreti della nostra isola: i suoi tesori più preziosi sono nascosti alla vista dei più. Grazie alla sua discreta presenza, l’acqua consente di coltivare questa terra. Il grano e l’olio che qui si producono servono non solo alla nostra gente ma vengono trasportati dalle navi di noi Keftiù fino alle coste più lontane del mare. – Che significa Keftiù? – domandò Maia. – È così che ci chiamano i sudditi del faraone, in Egitto. Gli Egiziani sono molto ghiotti del nostro olio, sai? Ma fai attenzione prima che scendiamo. Guarda di là, in direzione del mare. Maia fece come le aveva detto il nonno. Da quella parte, tra le montagne brune per la distanza, si poteva notare un cocuzzolo diverso dagli altri. Sulla cima dell’altura Maia scorse una costruzione imponente, che digradava in diversi piani fin quasi alla base del monte. Fu colpita dai colori sgargianti dell’edificio: al bianco della pietra si alternavano il rosso scarlatto delle colonne, il giallo, il nero. – Quello che vedi in lontananza – disse Axos – è il palazzo di Festo, santuario antico e dimora di un re che rivaleggia per gloria e saggezza con Minosse. Il nostro villaggio è sottoposto alla sua autorità.

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– Ed è contento che noi andiamo a nord? – domandò Maia. – Perché non dovrebbe esserlo? I nostri due regni vivono in pace ora! Era il giovane messaggero ad aver parlato. Axos non disse nulla, Maia sbuffò senza farsi notare. “Che antipatico, non sa nemmeno farsi gli affari suoi” pensò.

Durante le ore più calde del giorno la comitiva sostò sotto la chioma di un ulivo secolare, fra sciami di cicale intente nel loro canto. Fu consumato il pasto e Axos poté far riposare le sue gambe appesantite dagli anni. – Avete deciso dove passeremo la notte? – domandò al messo quando venne l’ora di riprendere la marcia. – Ci sono numerose grotte nella prossima valle – rispose secco il giovane. Axos non si fece intimorire e lo incalzò. – Lo so, ma molte sono DENTRO LA STORIA... occupate da boscaioli e pastori. Soprattutto da Molti sono stati i ritrovamenti archeologici nelle grotte di Creta, da cui quella parte e più in là, sono emersi reperti interessanti. oltre quelle montagne.

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– Sembri conoscere bene queste zone – disse il messaggero. – Potresti guidarci se conosci un posto confortevole. Il suo tono si era fatto all’improvviso più mite: forse non aveva avuto molti agi nel viaggio di andata. Axos accettò di buon grado, soddisfatto di poter decidere da sé la via migliore. – Ti porterò in un bel posto – disse sottovoce a Maia. Era ormai l’ora del tramonto quando il gruppo raggiunse una grotta il cui ingresso era celato alla vista da cespugli di mirto e macchie di erica. L’interno era cosparso di paglia, segno che l’antro doveva essere stato utilizzato ancora dall’uomo. Iscrizioni sulle pareti e splendidi disegni ne diedero conferma poco dopo. Maia si soffermò ad ammirare la bellezza di alcune figure umane intente a inseguire un toro dalle lunghe corna. – Si tratta di disegni molto antichi, realizzati dai nostri antenati prima che scendessero ad abitare nelle pianure – spiegò Axos alla bambina. A poche spanne di distanza, un altro gruppo di uomini rincorreva degli animali più piccoli, simili a capre. – Sono ibex, gli animali sacri a Dictinna – disse ancora Axos. Maia li osservò estasiata, sfiorandoli con la mano. Ma se quello fu per lei il particolare più suggestivo, per i sol-

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dati, stanchi e assetati, fu un’altra la vera sorpresa di quel luogo: addossata alla parete di fondo della grotta, appena visibile per via della luce scarsa, zampillava una sorgente d’acqua. – Questo sì che è un dono gradito! – esclamò il messaggero. Axos gli lanciò un’occhiata di rimprovero. – Impara a fidarti di chi ha visto più inverni di te, giovane suddito di Minosse, e sii più gentile in futuro. Per cena consumarono una zuppa fredda di miglio e legumi secchi e qualche nespola offerta da uno dei soldati. Quindi tutti si coricarono. Prima di addormentarsi, Maia guardò il cielo stellato: le sembrava che quella notte gli astri brillassero più del solito. Socchiuse gli occhi e proprio allora tornò a udire un suono che era certa di aver già sentito. Durò il tempo di un respiro e pareva una specie di risata soffocata. Ma la stanchezza era tale che la bambina non ebbe il tempo di ricordare, chiuse gli occhi e si addormentò.

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L'arrivo a Cnosso

Quella notte Maia dormì profondamente. Sognò di

trovarsi in una grande valle coltivata a ulivi e campi di cereali: in mezzo a essi correva attorniata da branchi di ibex che brucavano l’erba dei cespugli e la guardavano con occhi placidi. A poca distanza, sulla cima di una collina, un palazzo immenso, dai muri candidi, si innalzava verso il cielo come una preghiera alle divinità. Nel punto più alto della costruzione comparve all’improvviso un toro maestoso, dal pelo nero più del carbone e gli occhi colore del fuoco. Al contempo, risuonava nella valle il suono di una risata soffocata. Impaurita da quella visione, la bambina era incerta se fuggire o no. A quel punto una voce tuonò terribile. – Per tutti gli dei, che disastro! Maia si risvegliò di soprassalto. Solo quando ebbe aperto si occhi si rese conto che la voce udita non faceva parte del sogno ma era di uno dei soldati.

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– Per la potenza di Minosse, le provviste sono sparite! – ripeté un secondo soldato. La bambina si strofinò le mani sugli occhi e piano piano si rese conto del luogo in cui si trovava e di quanto doveva essere accaduto. Qualcuno o qualcosa aveva manomesso le sacche dei soldati durante la notte. E non solo le loro! Anche la bisaccia in cui Axos aveva riposto il cibo per il viaggio era stata aperta e rovistata da cima a fondo. – Per fortuna mancano solo poche bacche… – disse il nonno. Il messaggero, furibondo, si scagliò contro i soldati. – Incapaci, non avete vigilato questa notte? I soldati cincischiarono. – Io ieri – disse uno, – ho avuto per tutto il giorno l’impressione che qualcuno ci seguisse. – E allora perché non l’hai detto? – Pensavo si trattasse di una mia suggestione. Questi luoghi irradiano il mistero dei secoli. – Ora non fare poesia! Ciò che è accaduto è grave e ne risponderete a Minosse una volta arrivati a palazzo. Coraggio, muoviamoci! Il vecchio Axos provò a smorzare i furori del messaggero. Disse che doveva essere stato qualche animale, forse un roditore. Aggiunse che per un giorno avrebbero potuto dividere le provviste rimaste.

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– D’accordo – tagliò corto il messaggero, – però dovremo accelerare il passo. Ripresero così la marcia attraverso le colline, ancora una volta fermandosi durante le ore più calde, ma con una pausa più breve rispetto al giorno precedente. Nonostante le difficoltà del sentiero, Axos non si lamentava. Maia lo affiancava. Talora il vecchio si rivolgeva alla bambina per rivelarle il nome di un villaggio, di un albero o per indicarle dove conduceva una deviazione del sentiero. – Vedi quella strada? – disse poco dopo la partenza dalla grotta. – Porta fra quelle vette che si intravedono in lontananza. La più alta è il monte Ida, la cima sacra alla nostra gente. Anche su DENTRO LA STORIA... quella montagna ci sono numerose grotte. Una di Oggi conosciuto come Psiloritis, il esse è sacra alla Signora monte Ida è il più alto di Creta. Era sacro alle divinità. della Montagna e a suo figlio, il dio supremo della nostra isola. Ogni otto anni Minosse si reca lassù in pellegrinaggio a chiedere ispirazione e consiglio per formulare le leggi più giuste. Maia aguzzò la vista. Tra le nubi che avvolgevano le montagne più alte le parve di intravedere un puntino scuro, una macchia.

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Che fosse quella la misteriosa grotta di cui parlava il nonno? Non ebbe però il tempo di controllare: il sentiero svoltava e, seguendolo, si lasciarono presto alle spalle le montagne più alte. Il gruppo trascorse la seconda notte di viaggio presso un piccolo villaggio della pianura, ospite di alcune famiglie di contadini che, osservando le antiche leggi dell’ospitalità, furono liete di dare rifugio ai viaggiatori. Venne DENTRO LA STORIA... così risolto anche il proPer gli antichi cretesi l’ospitalità nei blema delle provviste: i confronti dello straniero era un docontadini divisero con vere sacro. L’ospite era posto sotto la protezione degli dei e doveva gli ospiti il loro vitto e essere trattato con ogni riguardo. agli adulti offrirono del vino da loro prodotto. Dopo cena, vennero intonate canzoni tradizionali. Fra esse, alcune erano dedicate alla Grande Dea e ad altre divinità dell’isola. O madre antichissima, che nutri tutti gli esseri, quanti si muovono sulla terra o nel mare, e quanti volano nel cielo: tutti si nutrono dell’abbondanza che tu concedi, benevola.

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Nei cori ornati di ghirlande, con animo lieto, ti celebrano danzando tra i fiori le figlie e i figli di quanti tu onori, o dea veneranda, forza generosa… Un altro canto si rivolgeva alla dea elencando le azioni che le erano care: O tu che ami il clamore dei timpani e il gemito dei flauti e l’urlo dei lupi e il ruggito dei fieri leoni e le montagne che risuonano di echi e le valli boscose… Maia partecipò al canto e in un momento in cui nessuno la osservava ne approfittò per assaggiare un goccio di vino che le colorò le guance di rosso e le fece un po’ girare la testa. La mattina seguente il gruppo si rimise in viaggio. Mancavano ormai poche ore di cammino al palazzo di Cnosso e il passo di tutti si fece più leggero e spedito. Axos raccontava alla nipote aneddoti legati alla sua vita di giovane pittore, descrivendo animali e piante raffigurati in pitture multicolori ma sorvolando sul palazzo e sulla vita che aveva condotto al suo interno. Quando Maia, con molta cautela, gli poneva qualche domanda sugli altri pittori, il vecchio scuoteva la testa.

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– Le rivalità che c’erano, bambina mia. Non puoi immaginare le rivalità… Infine, poco prima di mezzogiorno, superata l’ennesima collina, Maia vide apparire dinnanzi a sé una costruzione ancor più imponente e meravigliosa del palazzo che aveva osservato da lontano all’inizio del viaggio. – Quello – scandì solenne il messaggero – è l’insigne palazzo di Cnosso, santuario della Grande Dea e sede di Minosse, re potente e supremo sacerdote degli antichi culti. Maia, che non era certa di aver afferrato il significato di tutte quelle parole, chiese al nonno cosa volessero dire. – Oh, significa che il palazzo ha varie funzioni. La dimora del re non è che una piccola parte dell’insieme delle costruzioni. È quella parte a sinistra, staccata dal resto. Minosse, come del resto Radamanto, non è solo signore degli uomini ma anche dei culti. La parte centrale degli ambienti del palazzo è adibita alle cerimonie ed è sede delle sacerdotesse della Grande Dea, quella che, come ti ho raccontato ieri, Minosse si reca a consultare ogni otto anni sul monte Ida, lontano da tutti per essere solo a contatto con il divino mistero. Vengono poi le parti laterali in cui ci sono magazzini, laboratori e singole abitazioni. Maia era emozionata. Il palazzo appariva davvero immenso: un intrico di pareti, colonne dipinte di rosso, corridoi coperti e scoperti, tetti e terrazze.

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Il tutto pareva costruito senza un ordine apparente, anzi, si allargava nella pianura come una sorta di polpo, di quelli che il nonno dipingeva sui vasi al villaggio; eppure l’insieme risultava armonico e aggraziato. Attorno alla costruzione principale, altri gruppi di edifici ricoprivano il piano e i fianchi delle colline circostanti. Su ogni muro, su ogni terrazza, su ogni pinnacolo svettavano corna taurine scolpite in pietra e asce dalla doppia lama.


– Non serve che ti dica quali sono i simboli del potere regale e sacerdotale di Minosse – sorrise Axos, ancora una volta indovinando i pensieri di Maia. A mano a mano che il gruppo si avvicinava, la bambina osservava gli edifici e, ancor più, le persone che dal palazzo andavano e venivano. Sacerdoti e sacerdotesse, messaggeri, contadini, devoti in pellegrinaggio, inservienti del tempio, servi con in spalla pesanti giare di terracotta: un insieme eterogeneo DENTRO LA STORIA... e quasi infinito di persone andava e veniva da CnosNella società cretese la donna so. Le donne, secondo l’ugodeva di diritti pari a quelli degli uomini: poteva ereditare e amminisanza cretese, procedevastrare beni e su di essa si fondava no accanto agli uomini o la discendenza. andavano sole. Maia ed Axos varcarono la soglia del palazzo passando sotto un portale decorato con due corna di toro più grandi di tutte le altre viste fino a quel momento. Furono fatti attendere in un cortile interno, in mezzo a una piccola folla di contadini e fedeli concentrati nelle più diverse occupazioni. – Aspettate qui – disse il messaggero, – fra poco sarete ricevuti dal re. Detto questo il giovane sparì senza nemmeno salutare, seguito dalle guardie.

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Una di esse, mentre se ne andava, si voltò invece verso Maia e accennò un saluto. La bambina rispose alzando la mano. Sentiva che in quel momento una parte del viaggio finiva e un’altra, altrettanto appassionante, stava per iniziare.

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Incontri inaspettati

Mentre attendevano di essere ricevuti, Axos e Maia

si lavarono mani e piedi presso una fonte che sgorgava in un angolo del cortile, sotto un porticato. Era quella, disse il vecchio, un’operazione necessaria per avere accesso alla parte più interna del palazzo. Ogni buon cretese sapeva che doveva purificarsi prima di calpestare il suolo di un tempio o di un santuario. Maia obbedì senza sforzo, felice di potersi rinfrescare dopo il lungo viaggio. Una volta terminata l’operazione, la bambina si sedette sul bordo della vasca e osservò le attività che si svolgevano nel cortile. Fu colpita dalla precisione con cui ciascuno dei presenti portava a termine il proprio compito: alcuni inservienti si affannavano attorno a un carro di grano, scaricando i sacchi sotto l’occhio vigile di uno scriba che registrava il carico incidendo con uno stiletto una tavoletta di argilla; poco distante, un sacerdote

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accoglieva le offerte di alcune donne indicando loro la direzione da prendere attraverso i corridoi del santuario. Maia era così intenta a osservare che non si accorse di un uomo che si avvicinava al nonno con fare solenne. Se ne rese conto solo quando lo sconosciuto era ormai accanto al vecchio. – Axos, grande maestro, che piacere rivederti! – esclamò l’uomo sorridendo vistosamente. La sua voce aveva un che di mellifluo. – Salute a te, Nefalione – rispose Axos a bassa voce, senza guardare in faccia l’interlocutore. Maia fu sorpresa da questo particolare: quando il nonno abbassava la testa in quel modo non ci si poteva aspettare niente di buono. Anche la sua risposta, quasi sussurrata, non era consueta. In cerca di capire cosa stesse succedendo, la bambina scrutò lo sconosciuto. Era un uomo maturo, magro e non troppo alto. Il volto era solcato da rughe profonde, nascoste a stento dalla barba. Portava un nastro attorno alla fronte, a trattenere i capelli, e indossava una tunica macchiata qua e là dei colori più vari. – E così sei di nuovo a palazzo, Axos. Che strano, un tempo giurasti che non avresti più messo piede qui… – Lasciami in pace, Nefalione. Non sono venuto di mia volontà.

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– Certo, certo. Ma non scaldarti, ti prego. Mi hanno detto che ora vivi all’estremo sud: se sei appena arrivato, sarai stanco, immagino. Alla tua età un viaggio del genere! Io invece sono qui già da tre settimane. Sono arrivato dal santuario di Malia, dove DENTRO LA STORIA... ho ridipinto i corridoi interni: qui mi hanno affidaMalia, località sulla costa nord orientale di Creta, era sede di un to una parete importante altro importante palazzo-santuario da dipingere sul lato sud della Creta minoica. e il lavoro sta procedendo bene, anzi, benissimo. Non sei contento per me? Dopotutto sono il pittore più celebre del momento. “Di certo non pecca di umiltà” pensò Maia, a cui l’uomo già cominciava a diventare antipatico. Il nonno le aveva insegnato a non vantarsi delle proprie qualità: solo agli dei era concesso fare mostra di sé. Axos non rispose. L’uomo, aspettandosi forse una reazione diversa, sbuffò. Poi si rivolse alla bambina. – E tu chi sei? – chiese freddamente. – Io sono Maia – rispose la bambina. Ma non poté aggiungere altro perché fu interrotta dal nonno. – È mia nipote – tagliò corto Axos. – Oh, capisco – rispose l’uomo con lo stesso tono mellifluo. – Sai, Maia, un tempo tuo nonno mi ha insegnato molto sulla pittura. In seguito però io l’ho superato in

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bravura e da allora non mi può soffrire. Pazienza. Vi saluto, ho molto da fare per rendere l’ala sud del palazzo più bella di tutte. Statemi bene! L’uomo se ne andò imboccando un corridoio laterale. Maia non ebbe il coraggio di parlare. Si voltò verso la vasca e contemplò la propria immagine riflessa nell’acqua. Le pareva di essere diventata più alta. – Non è andata come ha detto lui – borbottò Axos. Maia sorrise al nonno. – L’avevo capito subito, non temere. In quel mentre una voce acuta risuonò nel cortile. Una delle donne che portava le offerte stava discutendo animatamente con uno scriba: – No, non è tutto! Ti dico che c’era un cesto colmo di mandorle assieme all’anfora. L’avevo appoggiato dietro la colonna un attimo fa! – E perché adesso non c’è? Sono forse venuti gli dei a prenderselo? – Mi prendi in giro? Ti dico che c’era. Qualcuno l’ha rubato! – E chi potrebbe esseDENTRO LA STORIA... re tanto scaltro tra queNella religione minoica vigeva una sta gente? Forse lo Spirito gerarchia fra esseri divini; anche azioni come la mietitura o la raccolta della mietitura? Di’ la vedei frutti erano divinizzate. rità: avevi solo l’anfora.

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– Osi mettere in dubbio la mia parola? – E tu la mia? Attirata dalle grida, attorno ai due si radunò in un baleno una piccola folla di curiosi. Altre donne confermarono di aver visto un cesto di mandorle poco prima accanto all’anfora, ma lo scriba si rifiutava di crederci. Per calmare la situazione intervenne un funzionario con due guardie. – Che strano – esclamò Axos, – chi oserebbe rubare un’offerta al santuario? Maia e il nonno si avvicinarono, attratti come gli altri dalla bizzarra situazione, ma a metà del cortile incrociarono un secondo sacerdote. – Salute a voi. Tu devi essere Axos e tu Maia. La bambina e il nonno annuirono. – Vedo che vi siete già purificati. Non badate a queste sciocche discussioni: sono all’ordine del giorno nella fiorente Cnosso. Piuttosto, se volete seguirmi, il grande Minosse vi attende. Prego, da questa parte. Maia avrebbe preferito seguire la vicenda delle mandorle sparite ma seguì il nonno e il sacerdote. Percorsero un passaggio laterale che conduceva verso nord, attraversando il santuario in tutta la sua estensione. Dappertutto c’erano persone che lavoravano, indaffarate e precise come api intorno all’alveare. Talora il sacerdote dava indicazioni pratiche.

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– Da quella parte c’è il quartiere degli artigiani, laggiù una piscina per le purificazioni, là in fondo invece i quartieri riservati alle sacerdotesse della Grande Dea, ove non è permesso accedere… Maia era così presa da quanto la circondava che si voltava di continuo a destra e a sinistra. Così facendo finì col rimanere indietro rispetto agli altri. Giunta di fronte a una rampa di scale che si biforcava in due direzioni, si accorse che il nonno e il sacerdote erano scomparsi. “E ora dove saranno andati?” Si trovava in un’ala del santuario più silenziosa delle altre, sotto un porticato aperto sulla campagna coltivata a ulivi e carrubi, da cui giungeva il canto delle cicale. Un fruscio alle sue spalle la fece rabbrividire. Aveva la netta sensazione di sentirsi osservata. Ma da chi? O da cosa? Più di una volta il nonno le aveva raccontato il mito del toro sacro: amante della quiete, l’animale amava sorprendere i propri nemici piombando alle loro spalle di soppiatto… Maia fece un profondo respiro e si preparò al peggio: era pronta a correre con tutte le sue forze in caso di pericolo. Un secondo fruscio, sopra la sua testa, le fece volgere lo sguardo verso l’alto. Niente, solo le travi in legno che sorreggevano il tetto. – Salve, bambina!

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Per poco Maia non lanciò un urlo riabbassando la testa. A un passo da lei c’era un ragazzo. Dall’aspetto non doveva avere più di sedici anni: di statura media, aveva un volto abbronzato, occhi scuri e vivi e capelli color ebano che gli ricadevano sulle spalle. Indossava un perizoma che lasciava scoperti il busto e le gambe. Non portava calzari. – Io sono Filolao – disse il ragazzo. – E tu? – Io mi… mi chiamo Maia – rispose la bambina col cuore in gola per lo spavento. – Bel nome! Ti ho spaventata? Scusami, non volevo, ma sono talmente abituato a saltare che spesso mi viene più facile che camminare. – Beato te! – tagliò corto Maia. Il ragazzo piegò la testa e sorrise orgoglioso. – Del resto sono un danzatore e mi devo esercitare in ogni momento per il gran giorno. Maia lo guardò perplessa. – Il gran giorno? – La prossima primaDENTRO LA STORIA... vera, per le nozze annuali di Minosse con la sacerOgni anno, in primavera, il re-sacerdote di Cnosso celebrava le proprie dotessa. Allora ci sarannozze con la sacerdotessa-regina no feste, giochi e danze e del santuario, un rito di rinascita io mi esibirò per la prima fra i più importanti della religione dell’antica Creta. volta. Sono…

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Ma la frase fu interrotta da una voce che si udì da sopra le scale: – Maia, Maia! – È mio nonno – disse la bambina. – Devo andare. Minosse ci attende! Filolao fece una smorfia divertita. – Allora non posso trattenerti. Piacere di averti conosciuto, Maia. Arrivederci. Ciò detto, il giovane spiccò un salto, disegnò una piroetta nell’aria, si aggrappò a una trave che sporgeva sul corridoio e, spiccando un secondo salto, raggiunse il piano superiore sparendo dietro una colonna. Maia restò a bocca aperta. “Certo che Cnosso pullula di gente strana” pensò.

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Al cospetto di Minosse

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– i può sapere dov’eri finita? Maia non seppe cosa rispondere al nonno. Allargò le braccia e disse la semplice verità: aveva perso la strada. – Devi fare attenzione – la rimproverò Axos con dolcezza. – Il palazzo a volte può diventare più intricato dell’antico Labirinto. Maia rabbrividì a quelle parole. Sapeva bene cosa fosse il Labirinto, particolare sul quale il nonno amava soffermarsi quando le narrava il mito del toro sacro: una grotta buia e piena di diramazioni, un antro misterioso in cui l’animale consacrato al dio figlio della montagna trascorreva placidamente i suoi giorni in attesa di essere sfidato dai giovani più coraggiosi. – Ma è qui vicino? – chiese Maia, incuriosita. Le rispose il sacerdote che li accompagnava. – Chiedere il luogo della grotta sacra è proibito quanto entrarvi. Non sono cose che riguardano una bambina.

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“Ecco un altro antipatico” pensò Maia tra sé. La voce del nonno però le fece dimenticare i suoi pensieri. – Dovremmo esserci ormai, se ben ricordo. – Ricordi bene – rispose il sacerdote all’ingresso di una costruzione sontuosa benché assai più piccola rispetto al complesso principale del santuario. Avevano raggiunto il palazzo isolato dalle altre costruzioni che Maia aveva notato poche ore prima, all’apparire di Cnosso. Stavolta non dovettero attendere a lungo. Dopo alcuni minuti di anticamera sotto un arioso peristilio, furono introdotti in una sala luminosa, con pilastri sui due lati consecutivi rivolti verso la valle e il pavimento di fine alabastro. Secondo l’usanza cretese, che prevedeva pari diritti per l’uomo quanto per la donna, Maia fu ammessa alla presenza del sovrano assieme al nonno. – Fai quello che faccio io – le sussurrò Axos un attimo prima di entrare al cospetto del re. Il grande Minosse, signore e sacerdote di Cnosso, sedeva su un trono di gesso dipinto di giallo, rosso e nero, sul cui schienale svettavano le doppie corna taurine, simbolo del potere regale e sacerdotale. Il re, un uomo possente con una lunga barba color della pece, indossava una veste candida e in vita cingeva una spada dall’impugnatura d’oro e il pomolo d’ambra.

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Alle spalle del trono, la parete di fondo era dipinta a motivi marini: verso destra pesci delle più diverse specie, delfini e polpi nuotavano in uno sfondo azzurro tenue; verso destra si notavano invece imbarcazioni di pescatori, commercianti e soldati. In alto, delimitava il dipinto un fregio a onde che si avvolgevano in spirali. Maia si emozionò: la colpivano la raffinatezza delle pitture, il realismo dei dettagli, ma soprattutto la costruzione d’insieme e lo spirito della rappresentazione. In un breve spazio l’autore dell’opera era riuscito a rendere in modo perfetto il potere sul mare esercitato da Minosse, la vitalità e il dinamismo dei Keftiù. Il re, seduto sul trono, all’appressarsi dei due ospiti si alzò in piedi e andò loro incontro. Camminava con passo lento, ritto il capo e nel volto un’espressione ferma, fiera ma, allo stesso tempo, serena, quasi benevola. Axos si inchinò e Maia fece altrettanto. Minosse rispose al gesto con un lieve cenno del capo. – Nobile Axos – disse, – benvenuto di nuovo nella mia dimora. Ne è passato di tempo dall’ultima volta… Spero che il viaggio sia stato agevole. – Sì, sono passati molti inverni, potente Minosse. E a essere sinceri è un viaggio che questo povero vecchio non avrebbe affrontato di sua iniziativa – rispose Axos, facendo seguire alle parole un prudente inchino.

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– Vedo che non hai perso la schiettezza che ti distingueva da giovane. Devi perdonarmi, ma, come sai, volevo che i migliori pittori decorassero il palazzo. Ti affiderò i corridoi interni dei piani superiori e una parte della parete esterna lungo il percorso sacro. Pensi di farcela per la cerimonia di nozze della prossima primavera? – Sì, se mia nipote potrà aiutarmi – disse. – Ma certo. Inoltre ti metterò a disposizione alcuni schiavi, se vorrai. – No, non mi servono. Mi basta avere Maia al mio fianco. – Ciò che desideri sarà esaudito. C’è altro? Axos rimase in silenzio. Poi, abbozzando un sorriso, chiese: – Terminato il lavoro saremo liberi di tornare al nostro villaggio? – Senza dubbio. – Grazie. La visita si concluse poco dopo, con un’invocazione del re alla Grande Dea e a suo figlio perché assistessero Axos e Maia nel loro lavoro. Uscendo dalla sala del trono Maia condivise le proprie impressioni. Più che l’incontro col sovrano, a colpirla erano state le pitture sulla parete. – Davvero ti sono piaciute? – Le ho trovate meravigliose – disse la bambina.

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Il vecchio Axos ridacchiò. – Grazie. Ero molto giovane quando le ho realizzate. Sono felice che tu le abbia apprezzate. Maia guardò il nonno e si sentì fiera di essere al suo fianco. Usciti dal piccolo palazzo, fecero ritorno al complesso principale del santuario. Qui il sacerdote che li accompagnava li affidò a un inserviente che li condusse dapprima alla stanza in cui avrebbero alloggiato, nel settore del palazzo deputato a ospitare artisti e artigiani, e quindi alle pareti che Axos avrebbe dovuto dipingere. Infine, su richiesta del pittore, l’uomo li portò nel deposito degli altri strumenti del mestiere. – Qui troverete tutto quanto vi serve per la vostra attività – disse l’uomo. Mentre tornavano verso i loro alloggi, Maia e il nonno incrociarono il sacerdote che poche ore prima aveva discusso in cortile per il misterioso cesto di mandorle. La donna lo seguiva a pochi passi e gli parlava con evidente foga. – Te l’avevo detto che c’era, ed era piena delle mandorle migliori! Ma tu non mi hai voluto credere! – E allora dove sono finite queste mandorle? Ne abbiamo trovate solo una manciata…

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– Che ne so? Qualcuno di certo le ha rubate. I presenti ti hanno confermato che c’erano! – Profanare le offerte è un gesto grave. Dovrò avvisare il sovrintendente ai culti. Una volta che i due se ne furono andati, Maia si rivolse al nonno. – Hai sentito? Non è strana questa storia? – Sì, è una faccenda molto spiacevole. Speriamo trovino il colpevole al più presto. La bambina fremette: se avesse potuto si sarebbe messa a indagare all’istante. Cercare tracce e studiare i particolari era uno dei suoi giochi preferiti al villaggio, specie quando gli altri bambini erano occupati ad aiutare i genitori e lei rimaneva sola. Per questo non era d’accordo col nonno: se c’era davvero un colpevole del furto, era meglio che non si scoprisse subito. Il vecchio pittore e la bambina fecero ritorno nella loro stanza. Lì poterono sfamarsi e riposare. Rifocillatisi e riacquistate le forze, nel pomeriggio si misero al lavoro.

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I segreti della pittura

Nei primi giorni della loro permanenza a Cnosso,

Axos e Maia si diedero da fare soprattutto per preparare i pigmenti e gli strumenti necessari per la pittura. L’artista, nel pieno dell’attività, non lesinava gli insegnamenti alla nipote. – Vedi – spiegava triturando in un mortaio dei frammenti carbonizzati di ossa animali, – in questo modo si ricava il nero intenso che tanto piace al nostro popolo. Oppure, mentre sfregava un minerale rossastro: – Questo che sto grattando è ferro: viene estratto in alcune zone dell’isola; da esso si ricavano varie tinte, fra cui l’ocra che usiamo per dipingere i corpi maschili. Grazie a questi momenti, Maia in pochissimo tempo imparò una miriade di informazioni, arricchendo quanto il nonno le aveva già insegnato al villaggio. Le interessavano tanto gli aspetti tecnici del lavoro, come, ad esempio, il fatto che i pigmenti andavano mescolati con una gomma

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speciale per rendere l’impasto più resistente allo scorrere del tempo, quanto le convenzioni pittoriche dell’arte minoica. Su queste il nonno non le aveva mai rivelato molto in precedenza: le decorazioni che egli effettuava sui vasi erano piuttosto standardizzate per quanto sempre diverse. Invece ora, nel corso delle passeggiate attraverso gli ambienti del santuario già dipinti, Maia apprese che le figure maschili dovevano essere rappresentate in ocra rossa, quelle femminili in bianco, oppure che gli occhi, benché i visi fossero colti di profilo, dovevano presentarsi sempre di facciata; i visi poi non dovevano avere rughe. – Non perché non esistano in natura, ma perché con la nostra arte dobbiamo puntare all’eternità – fu la spiegazione di Axos. Maia osservava, poneva domande, studiava i dettagli, talvolta ripercorreva col dito i contorni delle innumerevoli raffigurazioni che ornavano gli ambienti di Cnosso. Ce n’erano di ogni tipo, con varietà di stili e di soggetti: fanciulle in processione lungo i corridoi sacri percorsi durante le cerimonie, paesaggi naturali, terrestri e marini, momenti di festa, trionfi di animali noti o misteriosi. In pressoché tutte le pitture spiccava la destrezza degli artisti nel rendere la fuggevolezza dell’attimo. Nonostante le convenzioni secolari, i pittori di Cnosso erano riusciti, nel corso delle generazioni, a rinnovare di

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continuo la loro arte e a eternare lo spirito intraprendente delle genti di Creta. Non mancarono purtroppo, nel corso delle visite, i momenti di tensione. Quando passarono accanto al cantiere del pittore Nefalione, questi non dimenticò di sottolineare la propria superiorità nei confronti di Axos. Il vecchio non rispose alle provocazioni e preferì allontanarsi in fretta. – Stai alla larga da lui – disse a Maia, – è una persona infida. – Ma come mai si diverte tanto a stuzzicarti? Axos non volle affrontare l’argomento. – Faccende di un tempo – disse soltanto. – Magari un giorno te ne parlerò. Non oggi. Maia non insistette. Quando il nonno stabiliva qualcosa non c’era verso di farlo desistere. In fondo anche lei era così. Un pomeriggio, di ritorno da una di queste perlustrazioni preparatorie, Axos e Maia sbucarono in un cortile secondario, nella parte orientale del santuario. Non c’era pavimentazione in quel patio, ma sabbia e paglia in quantità. – Ehi, guarda là in fondo! – esclamò il vecchio. Un gruppetto di ragazzi e ragazze, quattro in tutto, si allenava attorno a un fantoccio di legno e pelli animali. Due corna svettanti verso l’alto rendevano riconoscibile la bestia, per quanto stilizzata: si trattava di un toro.

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– Vieni, avviciniamoci – sussurrò Maia. Era così chiamato lo scontro fra il toro – Osserva bene cosa sacro e giovani saltatori, ragazzi e fanno – disse il vecchio ragazze, i quali dovevano eseguire quando furono abbastanza una capriola sopra l’animale. vicini, – la taurocatapsia è forse il rito più antico e caratteristico della nostra civiltà. La bambina concentrò l’attenzione sul gruppo: mentre le due ragazze danzavano attorno al simulacro, i due giovani, pure a passo di danza, si allontanarono da esso. A una ventina di passi di distanza, il primo dei due atleti si lanciò contro la bestia, spiccò un salto, afferrò il fantoccio per le corna e con una capriola si librò nell’aria, sfiorando la schiena del finto animale e atterrando sulle punte dei piedi dall’altra parte. Il secondo lo imitò poco dopo. – Ma è Filolao! – esclamò Maia. Il nonno la guardò sorpreso. – Lo conosci? – Ehm, sì. L’ho conosciuto il giorno del nostro arrivo – confessò la bambina. Quindi lanciò un grido al ragazzo. – Ehi, Filolao! – Taci, non disturbarlo, non vedi che sta saltando? – disse Axos. Ma era troppo tardi: Filolao stava già spiccando il balzo quando Maia lo chiamò. DENTRO LA STORIA...

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Il ragazzo si voltò appena ma ciò fu sufficiente a sbilanciarlo. La sua piroetta risultò assai meno aggraziata di quella del suo predecessore e l’atleta atterrò male, perdendo l’equilibrio e sbattendo il sedere per terra. – Ahio!


Una risata risuonò fra i corridoi che circondavano il cortile, ma nella foga del momento nessuno ci fece caso. Maia, preoccupata per quanto aveva causato, corse accanto al ragazzo. – Filolao, scusami. Non volevo, sono stata sciocca! Il ragazzo la guardò storto. – Direi, piccola Maia! – Oh, ti chiedo perdono – ripeté la bambina, mortificata. – Coraggio, Filolao, non è la prima volta che accade – sorrise l’altro ragazzo. – In realtà gli capita sempre – soggiunse una delle fanciulle strizzando l’occhio verso Maia. – Criso, Ariadne, fatevi gli affari vostri! – borbottò Filolao. Vedendo che stentava a rialzarsi, Maia porse una mano al giovane. – Grazie – disse questi. Il tono pareva già più mite rispetto a poco prima. – In realtà non mi sono fatto male – disse rimettendosi in piedi. – È vero, ogni tanto ci capita di sbagliare. – In ogni caso dimostrate una grazia e una maestria che da tempo i miei occhi non ammiravano: complimenti! – esclamò Axos, rimasto in silenzio fino a quel momento. Il gruppo apprezzò le parole del pittore. – Ci alleniamo per la prossima primavera! – dissero in coro i giovani.

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– Allora saremo lieti di ammirarvi – rispose Axos. Seguì un istante di silenzio imbarazzato, rotto all’improvviso da una serie di grida. – Qualcuno ha rubato le offerte per la dea. Al ladro, al ladro! Tutti si irrigidirono. Le grida continuarono, amplificate a dismisura dalle stanze e dai corridoi del santuario – È la voce della grande sacerdotessa! – esclamò Filolao massaggiandosi il sedere. Axos si passò una mano sul mento. Un’espressione preoccupata si dipinse sul volto del vecchio pittore. – Mi dispiace ammetterlo, ma c’è qualcosa che non va in questo santuario. Qualcuno si aggira per il palazzo commettendo furti. E pare che nessuno l’abbia individuato finora. Lo sguardo di Maia si accese. Se c’era un mistero, chi più di lei poteva cimentarsi a risolverlo? Per caso la bambina si volse verso Filolao e capì dal suo sguardo che il giovane aveva avuto il medesimo pensiero. “Un’aspirante pittrice e un danzatore: non male dopotutto come squadra per risolvere misteri” concluse fra sé la bambina.

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continua online La collana è arricchita da utili attività interattive, domande, quiz, giochi, video incentrati sul mondo della storia.

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L M IS ’is ich BN ol ele a 97 d Sa 8- el nt 88 L uli -4 ab an 72 ir a -3 in 25 to 94 Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n°633, art. 2 lett. d).

ISOLA DI CRETA, 1500 CIRCA A.C. A partire dal secondo millennio a.C., sull’isola di Creta fiorì la civiltà minoica. Dominatori del mare, gli antichi Cretesi diedero vita a una società fiorente e con tratti originali, per miti, leggi, tradizioni, culti e aspetti artistici. Ma quali erano i misteri dell’isola di Minosse? Quali le funzioni dei grandiosi palazzi? È esistito veramente il terribile Minotauro? E che cos’era davvero il Labirinto? Prova a scoprirlo con Maia, una bambina che, seguendo il nonno pittore, si reca a Cnosso per decorare il palazzo.

Michele Santuliana vive in provincia di Vicenza. Cresciuto ascoltando storie, scrive oggi per adulti e per bambini. Con Raffaello ha pubblicato vari racconti storici.

Online: approfondimenti e schede didattiche www.raffaellodigitale.it

€ 7,50


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L'isola del labirinto - ESTRATTO by Gruppo Editoriale Raffaello - Issuu