i SEGNALIBRI dei SUPERCITTADINI Compiere gesti di altruismo
Segui il colore e scegli il livello giusto per te:
- Papà, possiamo comprare una confezione di biscotti in più? - In più? Che devi farne? - Voglio regalarla a chi ha necessità.
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Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n°633, art. 2 lett. d).
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Tante storie di empatia, tanti gesti eroici, di un ALTRUISMO QUOTIDIANO, quello di cui tutti noi dovremmo farci portatori, nella vita di ogni giorno.
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Clelia Lombardo
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Storie che aiutano a migliorare il mondo, per costruire tutti insieme un luogo di pace, di legalità, di pari opportunità.
Clelia Lombardo
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mondo
a d r a u g i r mi Sto ri e d i a lt ru is m o e co
ra g g io
Dieci storie in cui i bambini e le bambine sono protagonisti del cambiamento. Con le loro azioni raccontano i desideri, le idee, le soluzioni possibili, i sogni necessari per creare un mondo migliore. Anna vuole la pace, Gabriele un ambiente naturale protetto, Roberto una casa, Bijay desidera condividere lingue e culture, Corinna difende il diritto alla salute e Lilla vuole diventare una campionessa. Vogliono una società a misura dei diritti, dove è possibile lavorare tutti insieme per uno scopo comune.
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Ai bambini, alle bambine, al loro mondo sacro
Coordinamento di redazione: Emanuele Ramini Progetto grafico: Valentina Mazzarini Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti I Edizione 2022 Ristampa 7 6 5 4 3 2 1 0
2028 2027 2026 2025 2024 2023 2022
Tutti i diritti sono riservati © 2022 Raffaello Libri S.p.A. Via dell’Industria, 21 60037 – Monte San Vito (AN) www.grupporaffaello.it www.ilmulinoavento.it info@ilmulinoavento.it Printed in Italy È assolutamente vietata la riproduzione totale o parziale di questo libro senza il permesso scritto dei titolari del copyright. L’Editore è a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti.
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SISTEMA DI GESTIONE CERTIFICATO
Clelia Lombardo
il
mondo
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Storie di altruismo e coraggio
Illustrazioni di
Richolly Rosazza
Cristina e la strada delle farfalle Diritto di vivere in una città pulita e armoniosa
La signora Matilde non ne poteva più dei suoi vicini di casa. Non avevano senso civico, diceva. Lei usciva e trovava i sacchetti dei rifiuti proprio a ridosso del portone. – Accidenti! – protestava, – non è così che ci si comporta però. Rientrava furiosa e già nell’ingresso alzava la voce: – Che cosa gli costa? Cosa? – ripeteva ancora andando di stanza in stanza. E suo marito capiva che la moglie era scesa a buttare l’immondizia. Effettivamente, da quando c’erano i grandi contenitori per la raccolta differenziata non c’era nessun motivo di non attenersi alle regole. Il lunedì, il giovedì e il sabato l’umido andava nel bidone marrone; il martedì e il venerdì il residuo non riciclabile nel bidone grigio; poi la carta in quello bianco e il vetro in quello verde. Non ci si poteva sbagliare, c’erano orari e giorni ben precisi. Allora perché qualcuno o qualcuna del palazzo o forse del palazzo accanto, non rispettava le regole? La signora Matilde ci perdeva il senno e non era ancora riuscita a scoprire chi, di nascosto, per non fare troppi sforzi abbandonava i sacchetti accanto al portone, quasi all’incrocio con una via secondaria. A volte si formavano dei mucchi ed era un guaio perché rimanevano lì a puzzare. – Non è possibile, bisogna intervenire. Devi parlare col capo condominio per trovare una soluzione – stava dicendo la signora al marito per l’ennesima volta.
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– Ma dai, sarà questione di poco, finiranno per fare loro una multa – aveva risposto il signor Mario che, per la verità, cominciava a essere stanco pure lui. Più per l’insistenza che per il problema in sé. Lui era un tipo “posa piano”, così lo definiva la moglie, forse anche un po’ più ottimista. Riteneva che prima o poi, in un modo o nell’altro, il problema si sarebbe risolto. Un pomeriggio, mentre la signora Matilde stava ripetendo il discorso al marito per l’ennesima volta reputandolo responsabile di mancanza di intraprendenza, nel palazzo di fronte, al quarto piano, Cristina stava disegnando farfalle. La passione per quei lepidotteri che reputava magici le era scoppiata all’improvviso, dopo aver visto un documentario sulla Valle delle Farfalle, una riserva naturale che, pur avendo un nome da fiaba, esiste veramente. Si trova nella zona occidentale di Rodi, isola nel mare Egeo. Cristina, una bambina di dieci anni che da molti era considerata una con la testa fra le nuvole, aveva lasciato che la sua immaginazione corresse veloce verso quell’isola greca. Aveva ammirato incantata la valle ricca di alberi frondosi, piante rigogliose che facevano ombra sui percorsi rocciosi e sulle cascatelle d’acqua scrosciante. E milioni, milioni di farfalle posate sulle cortecce, sui rami, sugli arbusti e sulle foglie, come un manto colorato a ricoprire tutto.
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A guardare il servizio in televisione, a un primo sguardo, non si distinguevano dal resto del paesaggio perché le farfalle si mimetizzavano con le tinte dei tronchi e delle piante. Anzi, spiegavano, queste farfalle hanno un doppio paio d’ali. Quelle superficiali di colore scuro con sottili strisce bianche quando l’insetto è a riposo ed è utile confondersi nell’ambiente, e quelle di un rosso vivace che in volo confonde i predatori e permettono quindi di posarsi su un altro tronco o roccia così da mimetizzarsi nuovamente grazie al colore bruno. Furbe queste farfalle! Creature così fragili eppure così accorte, dotate di doppie ali per proteggersi. Cristina si vedeva lì, nel Parco Naturale attraversato dal fiume Pelecano che lungo una parete rocciosa si riversava in una cascata e le cui acque cadevano in un laghetto verde. Quasi potesse trasformarsi nel personaggio di un fantasy, immaginava di seguire la telecamera, percorrere i sentieri, assecondare il corso dei ruscelli, passare con prudenza sui ponticelli di legno, riposare sulle panchine distribuite lungo i percorsi nel bosco. È davvero stupefacente, pensava incollata alla tv, sapere che al mondo esistono posti così belli e magici e che sia possibile visitarli! Quando sarebbe stata grande ci sarebbe andata di sicuro, in luglio o in agosto, quando nel resto dell’isola fa caldissimo e il sole picchia sulle spiagge.
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Le farfalle, in quella stagione, attirate da una specie di albero che espelle un’uva aromatica, si concentrano nella Valle, in cui il microclima si mantiene umido e fresco, ideale per favorire l’accoppiamento e la deposizione delle uova che avviene a settembre. Una vera magia, milioni di farfalle, tutte della specie Panaxia Quadripunctaria che alcuni chiamano “Bandierine spagnole” o “Arlecchino punteggiato”. E che, quando si sollevano in volo, lo fanno a sciami alzando nell’aria il giallo, l’arancione, il rosso delle ali in uno strabiliante spettacolo di colori. Insomma, da quell’incredibile pomeriggio in cui il documentario aveva riempito i suoi occhi e i suoi sogni, Cristina aveva cominciato a disegnare farfalle. Di vari tipi, le cui foto variopinte aveva cercato su internet e che a poco a poco l’avevano convinta che da grande sarebbe diventata un’entomologa e che sarebbe di sicuro andata a studiare da vicino le creaturine della Valle. Ma nel frattempo come poteva fare in modo che questi meravigliosi animaletti fossero al centro della sua giornata? Chissà perché, le frullava in mente anche una sorta di progettino. Desiderava che le farfalle comparissero, che le svolazzassero intorno, per cui cominciò a ritagliare cartoncini colorati che fissò con la colla su bastoncini di legno. Andò in cucina, aprì il cassetto delle posate dove si tenevano gli spiedini di legno per preparare gli involtini di carne o di verdure, e ne prese una decina.
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Poi, quatta quatta, tornò in camera e ci appiccicò le farfalle come fossero girandole. Sua madre se le ritrovò infilzate nei vasi delle piante sul balcone e sorrise. – Meglio questo passatempo che stare attaccata ai videogiochi – disse. Cristina decise poi di far vedere una di queste opere alla sua compagna di banco Gae, una bambina molto simpatica. Quello che piaceva a Cristina di questa sua amica, che aveva qualche difficoltà nel camminare, era la sua socievolezza e la sua dolcezza. – Oh, che bella! – aveva esclamato Gae quando Cristina tirò fuori dallo zaino due ali un po’ stropicciate che, distese poi per bene sul banco, avevano svelato la meraviglia del disegno e delle sfumature. – Te la regalo – rispose Cristina tutta soddisfatta, – è tua. Gae si era emozionata e l’aveva abbracciata. – Anche a me piacerebbe disegnarne una, mi aiuteresti? – le chiese, portandosi la carta delle ali vicino al viso quasi che potessero sfiorarla. L’idea che Cristina aveva avuto si faceva strada. Poteva chiedere anche ad altri compagni e compagne se avevano voglia di disegnare insieme a lei. C’era da parlarne con le maestre, certo. Chissà che avrebbero detto.
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Di sicuro avrebbe tentato con la maestra Carla che le sembrava la più adatta, sempre con quella voce squillante che li riportava all’ordine ma con gentilezza. Aveva un piccolo neo sulla guancia che a Cristina piaceva un sacco e indossava orecchini pendenti favolosi. Le espose quindi la sua idea: disegnare e realizzare farfalle, tante, e con esse decorare l’aula. – Perché no? – rispose la maestra Carla. Subito si diresse in segreteria per chiedere i materiali necessari all’attività. All’opera! Avevano scelto un paio di ore a settimana e avrebbero festeggiato l’arrivo della primavera addobbando le pareti con i lavori collettivi. Ma non tutti ci avevano messo l’entusiasmo che Cristina si sarebbe aspettata. Alcuni suoi compagni dicevano che era un lavoro da bambini piccoli, che era una cosa poco importante. Sì, magari a lei e a qualche altro piacevano i disegni, i colori dei pallini delle ali, ritagliare e appiccicare sui cartelloni ecc. ecc. ma che se ne facevano di tutte quelle farfalle? Ed erano cominciate le battute: – Mica siamo in un museo – aveva ridacchiato Matteo. – Ci dobbiamo fare una collezione? – aveva insistito Vanessa, – e poi, non tutti siamo bravi con le attività manuali, io mi annoio. Insomma dopo un paio di settimane il progetto sembrava naufragare. A casa, Cristina si era chiusa nella sua stanza e aveva pianto.
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Era uscita sul balcone e con gli occhi ancora umidi aveva notato che le farfalle si erano afflosciate come torte non lievitate. Le ali si erano ripiegate su se stesse, malferme sui bastoncini di legno piantati nei vasi. Era rientrata in camera sbattendo l’imposta. Era molto arrabbiata. Non l’avrebbero avuta vinta, lei avrebbe continuato a disegnare farfalle. Così, il pomeriggio in cui al signor Mario sembrava che sua moglie fosse più esasperata del solito, Cristina, dopo aver disegnato una farfalla dalle ali gialle che sembravano d’oro, era uscita di nuovo in balcone per sostituire le nuove farfalle con quelle da recuperare. Sì, come se fossero piccole creature da medicare. Si era accorta, spingendo un po’ in là lo sguardo, che la strada era malandata. Prima d’allora non ci aveva fatto granché caso, ora, invece, notava i cestini dei rifiuti traboccanti, cartacce svolazzanti lungo i marciapiedi, più avanti persino una sedia mezza rotta appoggiata al muro della scuola, la sua scuola. E tra i due palazzi di fronte un piccolo cumulo di immondizia. “Che tristezza” aveva pensato! “Se ci fossero le mie farfalle tutto sarebbe più bello e armonioso”. Questo pensiero in testa l’aveva accompagnata fino a quando era andata a dormire. La mattina dopo era arrivata a scuola imbronciata. – Che c’è? – aveva esordito la maestra Carla che, conoscendola, aveva intuito qualcosa. Cristina aveva risposto di getto:
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– La strada in cui abito è troppo trascurata! Ci vorrebbero farfalle dappertutto! La maestra l’aveva guardata e, anziché dirle di calmarsi, le aveva chiesto: – Perché dici questo? – Non è giusto, la strada dovrebbe essere curata e abbellita, così le farfalle potrebbero svolazzare! – Be’, adesso esageri – aveva risposto la maestra, – non crederai che questo possa essere un giardino? Gae, intanto, ascoltava con il viso in su. – Maestra, ma forse Cristina vuole che decoriamo anche la strada. Cristina l’aveva guardata riconoscente e, senza aggiungere altro, aveva tirato fuori dallo zaino una nuova farfalla con una coccinella sull’ala. – Porta fortuna – aveva detto Gae. La maestra Carla, che intanto cercava di far sedere gli altri ai loro posti, si era girata verso Cristina. – E secondo te che possiamo fare? – Ci penso e poi te lo dico. Va bene maestra? Cristina si era seduta accanto a Gae, con gli occhi vivi e la faccia rossa. Avevano cominciato a confabulare così che anche gli altri, distratti dalle loro chiacchiere, si erano incuriositi. Per fortuna la maestra non si era innervosita, aveva capito che quello era un momento di elaborazione importante. Si era seduta pure lei fra i banchi e aveva ascoltato
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ciò che Cristina aveva da dire. Le ore di lezione erano volate, sì, proprio come sulle ali delle farfalle. Il progetto aveva ripreso vigore ma questa volta era molto, ma molto più in grande. A ognuno di loro era stato assegnato un compito. Facile a dirsi ma veniva da ridere. Chi abitava nei paraggi doveva chiedere in famiglia di adottare un pezzetto di strada, quella davanti casa, e mettere un paio di piante così da curarle, innaffiarle, fare in modo che nessuno ci buttasse dentro delle cicche o altre schifezze. Questa era la prima fase. Nei giorni che seguirono era consueto incontrare per strada dei genitori affannati che trascinavano vasi e terra. Non erano fiduciosi che potesse funzionare ma i bambini li incoraggiavano: – È un progetto della classe, non potete rifiutarvi! La signora Matilde, osservando il trambusto, cominciò a chiedere di che cosa si trattasse e soprattutto i bambini all’uscita da scuola, quando lei andava a fare la spesa, erano ben felici di illustrare e fornire spiegazioni su quella impresa. Era strano ma anche coloro che all’inizio avevano scoraggiato Cristina, adesso sembravano convinti. La signora Matilde, rincuorata dal fatto che forse era arrivato l’aiuto sperato per contrastare l’abbandono dei rifiuti, chiese se poteva collaborare pure lei e davanti casa mise delle fioriere rettangolari, con dei piccoli cartelli piantati dentro:
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