Adattamento e riscrittura di ERMANNO DETTTI Vive a Roma. Lavora nell’editoria e scrive su riviste per insegnanti. Autore di libri per ragazzi, ha pubblicato con le maggiori Case Editrici nazionali. È Direttore della rivista «Pepe verde», che si occupa di letteratura giovanile.
Swift fa incontrare a Gulliver, instancabile viaggiatore, mondi immaginari, abitati da uomini e donne molto diversi: piccolissimi a Lilliput, giganteschi a Brobdingnag, scienziati a Laputa, illuminati dalla ragione nel Paese dei cavalli. E a seconda del mondo in cui si trova, Gulliver cerca di adattarsi. In un ripetersi di crisi di identità, ogni volta si sente un intruso, un alieno. Torna alla sua amata patria, dove però la smania di conoscere lo fa ripartire subito per nuovi viaggi e nuove avventure.
I Classici Cittadinanza I Classici
I viaggi di Gulliver
I Classici
Riscritto da Ermanno Detti
Storie senza tempo che ci regalano emozioni sempre vive.
I viaggi di Gulliver
È stato uno scrittore e poeta vissuto in Irlanda tra il XVII e il XVIII secolo. Ha scritto romanzi satirici e saggi politici. Attraverso le sue opere, in particolare il suo capolavoro, “I viaggi di Gulliver”, ha voluto criticare la vanità e la superbia del genere umano.
I viaggi di Gulliver, capolavoro della letteratura mondiale, è unʼopera scritta da Jonathan Swift e pubblicata in forma anonima nel 1726. Ha quindi trecento anni ed è ancora capace di appassionare e divertire i lettori. Non solo, leggendo queste pagine vi troverete incredibili riferimenti al mondo di oggi.
JONATHAN SWIFT
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JONATHAN SWIFT
JONATHAN SWIFT
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Un classico è un libro che non ha mai finito di
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dire quel che ha da dire. Italo Calvino
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Caratteristiche grafiche che favoriscono l'accessibilità al testo
Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n°633, art. 2 lett. d).
Proposte di lavoro online: • approfondimenti • schede didattiche
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Testi: Ermanno Detti Editor: Patrizia Ceccarelli Coordinamento di redazione: Emanuele Ramini Progetto grafico e copertina: Mauro Aquilanti Impaginazione: Enzo Bocchini, Mauda Cantarini Illustrazioni: Erika De Pieri Stampa: Gruppo Editoriale Raffaello Ampliamenti online: Redazione Raffaello © 2026 Tutti i diritti sono riservati Raffaello Libri S.p.A. Via dell’Industria, 21 60037 - Monte San Vito (AN) ilmulinoavento.it Ristampa 6 5 4 3 2 1 0
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JONATHAN SWIFT
I viaggi di Gulliver
Illustrazioni di Erika De Pieri
PARTE PRIMA – Viaggio a Lilliput PARTE SECONDA – Viaggio a Brobdingnag PARTE TERZA – Viaggio a Laputa PARTE QUARTA – Viaggio nel Paese dei cavalli
Ai lettori
I viaggi di Gulliver sono un capolavoro della letteratura mondiale. Scritta da Jonathan Swift, l’opera venne pubblicata nel 1726 in forma anonima. Ha quindi trecento anni ed è ancora capace di appassionare e di divertire i lettori. Non solo, leggendo queste pagine vi troverete incredibili riferimenti al mondo di oggi. Swift fa incontrare a Lemuel Gulliver, instancabile viaggiatore, mondi immaginari, abitati da uomini e donne molto diversi: piccolissimi a Lilliput, giganteschi a Brobdingnag, scienziati a Laputa, illuminati dalla ragione nel Paese dei cavalli. E a seconda del mondo in cui si trova, Gulliver comincia a pensare “in scala” e cerca di adattarsi. In un ripetersi di crisi di identità, ogni volta si sente un intruso, un alieno. Torna alla sua amata patria, dove però la smania di conoscere lo fa ripartire subito per nuovi viaggi, nuove avventure. Gulliver vive in un’epoca in cui l’Europa si lancia in grandi viaggi, scopre nuove terre, nuovi popoli, nuovi modi di vivere. E in questi incontri i rapporti si fanno difficili, ogni cultura, considerandosi portatrice di giusti valori, vede gli altri come appartenenti a mondi alla rovescia.
Swift sta al gioco e si diverte a creare situazioni fantasiose, senza risparmiare critiche alla società e alla politica inglese ed europea. Secondo lui quei viaggi hanno una grande importanza per la formazione della persona. Swift scrive nel 1727 a suo cugino Sympson che grazie al suo immaginario peregrinare è riuscito a liberarsi “dall’infernale abitudine, profondamente radicata nei cuori stessi di tutta la specie umana, di mentire, truffare, ingannare ed equivocare; e particolarmente in Europa”. Quest’opera apparentemente semplice è ricca di grandi e vari significati e mi fa piacere averla adattata per la lettura dei giovani di oggi. Voglio avvertire che ho rispettato rigorosamente lo sviluppo delle vicende narrate da Swift, davvero spassose e geniali. Mi sono tuttavia preso un paio di libertà. La prima è stata quella di aver eliminato, per rendere più scorrevole la lettura, alcune descrizioni lunghe e complicate e di averle sostituite con molti dialoghi poco usati da Swift; la seconda è quella di dare uno spessore psicologico e più umano a qualche personaggio che, per la sensibilità di noi moderni, restava un po’ troppo ai margini. Ho la speranza che con il tempo, letta questa mia riscrittura, sentiate il bisogno di leggere l’opera originale. L’autore
Viaggio a Lilliput
I
I sogni e la realtà
Mio padre voleva che diventassi medico, ma io avevo in mente un futuro diverso. Amavo l’avventura, volevo viaggiare, ero curioso di vedere il mondo e soprattutto di conoscere altri popoli, le loro abitudini, i loro modi di vivere. Non era facile, però, a quei tempi disubbidire al volere dei genitori. Eravamo verso la fine del secolo XVII, erano passati due secoli dalla scoperta dell’America, si erano intensificati commerci nel mondo, i mari erano solcati da navi sempre più grandi, più agili e più belle. Era su quelle navi che avevo sognato di imbarcarmi fin da ragazzo. Ma mio padre era un uomo di provincia, dalla mentalità ristretta. Così dovetti assecondare la sua volontà. Mi mandò, da Nottingham dove ero nato, prima a Cambridge, poi a Londra: dovevo studiare per diventare un bravo medico. Divenni solo medico, non troppo bravo per la verità. 11
VIAGGIO A LILLIPUT
Lo trovavo un lavoro noioso. Non disprezzavo il fatto di dover curare e portare sollievo agli ammalati, ma i benefici che fino ad allora avevo apportato erano abbastanza limitati. I poveri si ammalavano spesso ma, poiché non avevano denaro, difficilmente chiedevano di essere curati, mentre i ricchi si ammalavano raramente ma si facevano curare per quelle che a me parevano sciocchezze. Erano pronti a chiamarmi per un raffreddore o, più spesso, per l’insonnia. E fu proprio per una nobildonna, una baronessa sofferente di insonnia che decisi di cambiare vita. Voglio raccontare il fatto, sperando che chi legge mi capisca anche se immagino che non potrà darmi piena ragione. Era la terza volta che, in soli dieci giorni, la baronessa mi aveva fatto chiamare per raccontarmi che nella notte non aveva chiuso occhio. Le avevo già prescritto alcune tisane con erbe rilassanti e non volevo ricorrere a farmaci più pesanti, perché avevo il dubbio che lei passasse l’intera giornata a letto e quindi era logico che la notte non riuscisse a dormire. Ero insomma convinto che la malattia della baronessa fosse più immaginaria che reale. Così decisi di abbandonare la mia etichetta da medico severo e di prendermela un po’ alla leggera. – Contessa – le dissi con un sorriso, – ha provato, per addormentarsi, a contare le pecorelle? 12
I sogni e la realtà
Era anche un modo per dirle che la sua malattia secondo me non era grave. Mi fissò attentamente nel profondo degli occhi, come se cercasse di capire se ero sano o ubriaco. Deve aver deciso che ero sano perché disse: – Sì dottore, ho provato. Il fatto è che poi, anche se mi addormento, sogno di essere diventata anche io una pecorella e allora puntualmente arrivano non uno ma branchi di lupi e… La battuta mi uscì spontanea, non riuscii a trattenerla. – Allora provi a contare i lupi! A quel punto decise che dovevo essere ubriaco, perché dopo un breve silenzio disse: – Dottor Gulliver, credo che oggi sia lei a non star bene! Me ne andai dopo aver tentato inutilmente di scusarmi e dopo che la contessa mi ebbe ricordato che fra i doveri di un buon medico al primo posto c’è la serietà e al secondo l’attenzione alle parole del paziente. Altrimenti è meglio, mi disse esplicitamente, che faccia il veterinario. Aveva le sue ragioni, un dottore non può presentarsi al letto di un ammalato per raccontargli una barzelletta. Nei miei studi avevo trovato più volte scritto che anche i malati immaginari sono degli ammalati e quindi ci vuole rispetto e attenzione. 13
VIAGGIO A LILLIPUT
La verità è che quello era il mio carattere. Nel mio tempo libero frequentavo, di nascosto da chi mi conosceva, qualche taverna vicino al porto, e lì con i marinai mi lasciavo andare e mi trovavo bene. Raccontavamo storie incredibili, inventavamo viaggi mai esistiti, ridevamo a crepapelle per amori immaginari, ci prendevamo in giro. Poi indossavo di nuovo gli abiti da serio medico, ma facevo fatica a concentrarmi su un lavoro tanto concreto. Avevo la testa piena di sogni e di viaggi in paesi nuovi e, meglio, se insoliti. Conclusione: non mi sentivo adatto per fare il medico. Nel tentativo di trovare quiete in impegni importanti, mi ero sposato. E per un breve tempo le cure familiari parvero calmare le mie inquietudini. Ma poi la smania di uscire dalle ristrettezze della vita quotidiana riprese il sopravvento. Insomma, quel giorno stesso, uscito dalla casa della contessa, mi recai al porto. C’era una nave a quattro alberi con un cassero snello e agile, adatta naturalmente ai lunghi viaggi di esplorazione. Chiesi di essere imbarcato e quando il capitano mi chiese che mestiere avevo fatto fino allora glielo dissi. – Bene – approvò, – ti puoi imbarcare con noi, sarai il nostro medico di bordo.
14
I sogni e la realtà
Non c’era modo di liberarmi dalla mia professione! Non feci resistenza, pensai che i marinai, per la loro vitaccia, dovevano essere estranei alle malattie immaginarie, e avrei potuto essere un buon medico di bordo. Mi sbagliavo. Durante il viaggio molti marinai si ammalarono di pertosse, compreso il capitano. E quando una mattina per incoraggiarlo gli dissi che secondo me stava migliorando, mi lanciò un’occhiataccia. – Ti credo che va meglio – disse poi, – non ho fatto che allenarmi a tossire tutta la notte! Ascoltami bene, dottoruzzo Gulliver, se non mi fai guarire subito ti faccio appendere al pennone più alto dell’albero maestro! Per mia fortuna la tosse gli passò quello stesso giorno. Ma nei giorni successivi, quando mi trovavo sulla tolda della nave, mi chiedevo quale doveva essere il pennone più alto. E immaginandomi lassù appeso e sbattuto dai venti, sentivo un brivido alla schiena. Comunque, in quel mio primo viaggio non accadde niente di nuovo. La nave tornò in Inghilterra carica di prodotti commerciali e io rientrai a casa deluso, avevo guadagnato poco e mi ero annoiato. Invece il mio viaggio ricco di avventure fu quello di qualche anno dopo, quando, nel 1699, mi imbarcai a Bristol in un veliero diretto alle Indie. Giunti nei mari del sud sembrava andasse tutto bene. Sembrava! 15
VIAGGIO A LILLIPUT
All’improvviso fummo colti da una tempesta terribile, il veliero non resse la furia dei venti e affondò. Sopravvivemmo a bordo di una scialuppa solo io e altri sei marinai, ma il mare era ancora in tempesta e un’ondata più violenta delle altre fece capovolgere l’imbarcazione. Gli uomini che erano con me scomparvero tra i flutti e io rimasi solo a nuotare verso non sapevo nemmeno dove. Lentamente le acque cominciarono a calmarsi e, come in un miraggio, comparve all’orizzonte una striscia di terra. Ripresi coraggio e a nuotare con maggior vigore. Sapevo di trovarmi in un punto del mare in cui sulle carte non comparivano terre emerse, ma questo non mi importava. Quella doveva essere un’isola sconosciuta agli uomini e io ero forse il primo a metterci i piedi. La curiosità e le correnti marine mi spinsero fino alla spiaggia. Mi incamminai verso l’interno per allontanarmi dal mare. Non feci molta strada. Le mie forze erano allo stremo e caddi a terra, non so se svenuto o addormentato. So che quando mi svegliai…
16
II
Un mondo in miniatura
Quando mi svegliai, il primo istinto fu quello di tirarmi su e di guardarmi attorno. Ero supino e mi resi conto che era impossibile muovermi, qualcuno mi aveva legato fermamente a terra braccia e gambe. Nemmeno la testa potevo muovere, anche i miei capelli erano legati a ciocche e fissati a terra. Era l’alba e dovevo aver dormito parecchie ore, la notte e una parte del pomeriggio del giorno precedente. C’era del brusio attorno a me, un chiacchiericcio che mi sembrava lontano ma doveva essere vicino. D’improvviso sentii qualcosa che mi camminava sul petto. Sforzandomi, riuscii a sollevare appena la testa e vidi qualcosa che mi lasciò stupito. Sul petto c’era un essere… un essere umano piccolissimo, alto al massimo una trentina di centimetri, con l’arco teso e una freccia pronta per essere scoccata. Per la sorpresa e per la paura lanciai un urlo. Il piccolo arciere cadde all’indietro abbandonando l’arco, e la freccia mi si conficcò sul viso facendomi avvertire il dolore di una puntura. 17
VIAGGIO A LILLIPUT
Cercai allora, con tutte le mie forze, di liberarmi almeno il braccio destro e ci riuscii: mi resi conto che i legami che mi inchiodavano a terra erano dei fili, resistenti ma sottili come quelli usati dai sarti per cucire. Liberato il braccio potei girarmi verso sinistra ed ebbi un’altra sorpresa, c’erano attorno a me decine di piccoli uomini, della statura più o meno come quella dell’arciere. Alcuni, evidentemente i capi, stavano urlando ordini e altri arcieri mi lanciarono nugoli di frecce, piccole ma acuminate e dolorose. Cercai di proteggermi il viso e gli occhi con la mano libera. Capii che era meglio non opporre resistenza e ridistesi il braccio. Capirono le mie buone intenzioni, perché smisero di colpirmi con le frecce e anzi di lì a poco mi accorsi che qualcuno mi stava sciogliendo i capelli legati a terra in modo che potessi muovere la testa. Intanto erano iniziati ad arrivare tronchi di alberi della misura di uno stecchino, con i quali i piccoli uomini costruirono con una rapidità straordinaria una piattaforma che giungesse all’altezza del mio viso. Passò altro tempo, almeno un’ora, e finalmente sulla piattaforma salì uno di quei piccoli uomini, così ben vestito e così sciolto nel parlare che si capiva che doveva essere di grado superiore agli altri, certamente un rappresentante di quella comunità. Cominciò subito un discorso che mi parve molto articolato, del quale 18
Un mondo in miniatura
non capii una parola non conoscendo la lingua. Ma dal tono di voce pacifico e dalla gestualità conciliante capii che mi invitava a evitare movimenti bruschi per non provocare incidenti. Ascoltai in silenzio e alla fine, mostrando di aver compreso il senso del suo messaggio, alzai la mano al cielo in segno di pace. Poi socchiusi, per non spaventare il mio interlocutore, solo un po’ la bocca e con lentezza portai la mano al viso e indicai con un dito le mie labbra semiaperte. – Hekinah degul! – esclamò e io immaginai che si riferisse alla mia bocca, secondo lui molto grande. Da parte mia intendevo comunicare di aver fame e sete e che potevo restare tranquillo solo se quei miei bisogni venissero soddisfatti. L’ometto deve aver capito subito, perché rivolgendosi verso il basso diede ordini, poi discese dalla piattaforma e continuò, mi parve, a dare spiegazioni. – Borach mivola! – ripeteva, e io sperai che quelle parole sconosciute significassero di portarmi da mangiare e da bere. Da lì a poco giunsero piccoli carri trainati da minuscoli cavalli o da buoi, alti poco più di uno di quei piccoli uomini. Tutto mi appariva come in un sogno. Mi trovavo in un mondo particolare, dove non solo gli uomini ma tutto, animali compresi, era di dimensioni ridotte. Guardando lontano vidi infatti prima degli alberi e poi qualche casetta di dimensioni piccole, adeguate a quel mondo. 19
VIAGGIO A LILLIPUT
Intanto dai carri cominciarono a essere scaricate ceste contenenti pagnotte di pane poco più grandi di un’unghia e carni che mi parvero prosciutti e salami non più grandi di mezzo mignolo. Appoggiate delle minuscole scale di legno ai miei fianchi, alcuni piccoli uomini salirono e giunti all’altezza della mia bocca vi riversarono il contenuto che trovai buono. Infine, sempre aiutandomi con i gesti, feci capire che avevo sete. Allora botti della dimensione inferiore a un bicchierino furono poste vicino alla mia mano libera. Una alla volta le portai alle labbra e lasciai che il liquido scivolasse in gola: era un vinello leggero, frizzante e fresco che bevvi con gusto. Avevo appena finito di mangiare, quando dalla parte più bassa della mia gamba vidi salire una persona che, dai modi e per come era vestito, mi apparve di riguardo. Giunto all’altezza della mia faccia, mi mostrò alcuni fogli contrassegnati da un sigillo che, capii subito, erano emanati dalla Maestà di quei piccoli uomini. Si trattava di un ambasciatore che cominciò a parlare e a gesticolare indicando in una direzione. Immaginai che forse mi avrebbero portato da quella parte, forse verso la capitale. Cercai di rispondere non con inutili parole, ma portando la mia mano libera all’altezza della sua testa e della mia, poi sul mio corpo: cercavo di dirgli, ma pensavo inutilmente, che volevo essere libero. 20
Un mondo in miniatura
Con mia sorpresa invece lui capì, però scosse la testa. E dai suoi successivi gesti mi fece comprendere che ero loro prigioniero. Poi se ne andò. Avevo da un po’ di tempo il bisogno di fare la pipì e, consapevole del pericolo che il soddisfare quella mia urgenza avrebbe comportato per quei piccoli uomini, non sapevo come comunicarlo. Ma non appena feci il gesto di girarmi su un fianco, subito ci furono ordini per allontanarsi. Dinnanzi a un ampio spazio si formò prima un ruscello e poi un laghetto che il sole prosciugò rapidamente, mentre alle mie spalle sentivo che i piccoli uomini già stavano armeggiando qualcosa. Ma non potei vedere di cosa si trattasse.
21
III
Nel cuore di Lilliput
Non potei vedere di cosa si trattasse perché fui colto da un colpo di sonno. Evidentemente nel vino dovevano aver messo del sonnifero per farmi restare calmo. Quando mi svegliai capii. Era stata costruita una piattaforma con ruote sulla quale mi avevano adagiato e avevano cominciato a spingere. Ebbi paura che mi stessero portando verso il mare e gettarmi in acqua, per liberarsi di me. D’improvviso però vidi gruppi di casette così piccole che dalle porticine difficilmente avrebbero potuto passare le mie scarpe. Immaginai che mi stessero portando alla capitale. Giungemmo invece a una cattedrale almeno dieci volte più alta delle altre casette, era anche così ampia che la piattaforma poté superare il portone e introdurmi in un ampio cortile. Attorno a me c’erano centinaia di persone – uomini, donne e bambini, tutti piccolissimi – accorsi lì, penso per curiosità. Ero completamente slegato, ma mi avevano incatenato con piccole catenelle alle caviglie fissate al muro che 22
Nel cuore di Lilliput
però mi permettevano di fare brevi passi. Mi alzai in piedi con lentezza. Si levò dalla folla un grido di paura e di sbigottimento. Da parte mia rimasi immobile, non volevo muovermi perché con un solo piede avrei potuto calpestare anche più di qualcuno di quei piccoli uomini che, almeno fino ad allora, non si erano mostrati molto aggressivi. Intenzionato a prendere in mano qualcuno di loro, mi chinai ma quelli scapparono per la paura. Solo uno di loro si fece avanti e salì sul palmo della mia mano. Doveva essere giovane, poco più di un ragazzo di un’età inferiore ai venti anni, anche coraggioso perché non mostrò alcuna paura quando lo sollevai all’altezza del mio viso. Se fosse caduto, quell’altezza sarebbe stata per lui fatale, ma lui mostrò di non soffrire affatto di vertigini. I capelli biondi gli scendevano sulle spalle e aveva occhi così ridenti che sembravano parlare. Io però volevo comunicare con la voce e con i gesti. Così aprii la bocca e con l’indice della mano liberi indicai il mio petto. – Gulliver! – dissi. Lui fece altrettanto, socchiuse le labbra e indicò il mio petto. – Gulliver! – disse Lasciai che passasse un po’ di tempo e lui prese l’iniziativa, puntò un dito su se stesso e concluse: – Verodic! 23
VIAGGIO A LILLIPUT
Mentre lo depositavo a terra Verodic, come si sarà capito questo era il suo nome, urlò alla folla: – Gulliver! Gulliver! La folla evidentemente entusiasta di aver conosciuto il mio nome ripeté in tono inneggiante: – Gulliver, moma predivit! Gulliver, moma predivit! Seppi poi che le parole moma predivit significavano nella lingua di quel minuscolo popolo “Benvenuto, Uomo Montagna”. Come seppi che la terra a cui ero approdato si chiamava Lilliput e i suoi abitanti Lillipuziani. Per la mia docilità e la buona condotta la popolazione cominciò a mostrarmi simpatia. Simpatia mostrarono nei miei confronti anche i soldati. E simpatico devo essere risultato, dai rapporti che gli venivano fatti, anche a Sua Maestà l’imperatore che dopo qualche giorno venne a farmi visita. Era poco più alto degli altri cortigiani, giovane, 28 anni circa, aveva carnagione olivastra e portamento maestoso. Indossava un abito molto semplice, disadorno, con in capo un leggero elmo d’oro ornato con pietre di vari colori e con cresta piumata. Restò a distanza fuori dalla cattedrale e parlò molto ma non capii un’acca. Poi presi la parola e, malgrado avessi parlato in tutte le lingue che conoscevo, mi accorsi che lui non ne aveva capite nemmeno due acca. 24
Nel cuore di Lilliput
Solo quando con cenni vari espressi il mio desiderio di essere messo in libertà, mostrò di aver compreso e mi sembrò assentire con la testa. Poco prima di ritirarsi l’imperatore, rivolgendosi ad alcuni dignitari della corte, parlò indicandomi. Immaginai che stesse ordinando che mi venisse insegnata la loro lingua. E difatti i maestri giunsero di lì a breve ed erano così bravi che dopo poche lezioni avevo già imparato molte parole del nuovo linguaggio. Mi venne alla fine concessa anche la libertà, mi si chiese però di giurare su alcune leggi fondamentali che avrei osservato la massima fedeltà allo Stato di Lilliput. La cattedrale era nel frattempo diventata la mia casa, non proprio comoda ma la più grande costruzione di Lilliput. Dalla porta principale (era alta un metro e venti e larga sessanta centimetri) potevo entrare sdraiato e nelle stanze non potevo sollevarmi completamente, ma potevo comunque viverci. Per il mio mantenimento misero a disposizione 600 domestici e 300 cuochi, per confezionarmi un vestito secondo la moda di Lilliput furono incaricati 300 sarti. Passarono i giorni di studio e di noia, fin quando un mattino sentii bussare alla porta. Che io sapessi non dovevo avere appuntamenti. Andai ad aprire. Con sorpresa…
25
IV
Pericolo di conflitti
Con sorpresa mi trovai davanti Verodic, il coraggioso giovane che il giorno dell’arrivo alla cattedrale era salito sulla mia mano. Con lui ci eravamo capiti al punto da intenderci sui nostri nomi. Ci eravamo anche rivisti, lo avevo incontrato ogni volta che mi ero avvicinato alla reggia imperiale. Insomma, avevo compreso che, sebbene così giovane, era tra i dignitari di Corte. Forse era un parente di qualche ministro. Gli avevo anche chiesto che ruolo ricoprisse nell’apparato dello Stato di Lilliput, ma lui si era stretto nelle spalle. – Vuoi sapere che faccio? – aveva risposto ammiccante. – Servo Sua Maestà... – Un compito delicato e impegnativo! – Sì, certo! Ma... – Ma? – Ma siamo così in tanti a servire Sua Maestà, che in pratica… non faccio niente dalla mattina alla sera! Questa sua maniera di dire e non dire le cose, di dirle insomma a metà, sempre accompagnando le parole con un sorriso allusivo come se volesse creare un rapporto di complicità, me lo aveva reso simpatico. 26
Pericolo di conflitti
Non so se anche lui nutriva simpatia per me, ma certo trovava divertente i nostri dialoghi, al punto che più di una volta me l’ero trovato al fianco. Di regola era calmissimo. Attento a ogni parola e a quello che gli accadeva attorno, trasmetteva sicurezza. Quella mattina invece era un po’ agitato e visibilmente accaldato, come chi ha compiuto una corsa lunga e affrettata. Le sorprese non erano finite, perché mentre gli dicevo buongiorno in lingua lillipuziana lui mi rispose buongiorno nella mia lingua. Gli chiesi spiegazioni. – Amico Gulliver – rispose poi nella sua lingua che ormai riuscivo a capire, – tu sai bene che io vivo quasi sempre a corte. Ci mangio, ci bevo e ci dormo… – Ebbene? – chiesi. – Che c’entra questo col fatto che tu conosci la mia lingua? – C’entra eccome – spiegò. – Forse tu non lo sai ma i maestri che ti stanno insegnando la nostra lingua imparano nel frattempo la tua. Allora per ordini dell’imperatore quegli stessi maestri debbono insegnarla anche a tutti quelli che lavorano a corte. E così sono costretto a studiarti. Mentre pronunciava queste parole Verodic rideva di gusto. Evidentemente mi voleva far capire come tutta questa attività lo divertisse. – Ma io sono qui – aggiunse prima che avessi il tempo di replicare e facendosi molto serio – per un altro motivo, per un fatto grave e importante. 27
VIAGGIO A LILLIPUT
– Ti ascolto! – Reldresal, il segretario di Stato, sta arrivando per darti una terribile notizia. – Reldresal qui? E di quale notizia si tratta? – Sta per scoppiare una guerra! O, meglio, la guerra c’era già prima, ma eravamo in un periodo di tregua e ora sappiamo che il nemico è pronto per riprendere le ostilità. Da un giorno all’altro Lilliput sarà attaccata e invasa! Mi domandai a quel punto se Verodic non mi stesse raccontando delle fandonie. Lo avevo fatto salire sul tavolino dinnanzi a me e potevo vederlo bene alla luce delle lampade appese alla parete della stanza. E dal suo viso e dai suoi gesti e dall’agitazione che manifestava esclusi che stesse mentendo. Ma se quello che mi stava raccontando era vero, perché veniva a dirmelo? Se stava per scoppiare una guerra, perché comunicarlo proprio a me? – Una guerra? Una guerra terribile? – dissi fingendomi più interessato di quanto lo fossi in realtà. – Conosci una guerra che non sia terribile? – fu la sua risposta. – Ti riferisci a una guerra… distruttiva e pericolosa per Lilliput? – Conosci una guerra che non sia distruttiva e pericolosa per tutti? 28
Pericolo di conflitti
– No, ma… Insomma, che posso fare? – Questo te lo dirà Reldresal. Ti chiedo, in nome della nostra amicizia, di difenderci, non so come ma di difenderci! Tu sei forte e potrai farlo! Dimmi che potrai! Aveva parlato in maniera quasi supplichevole e accorata. Risposi immediatamente di sì e lui apparve soddisfatto. – Debbo dirti dell’altro – disse. – Mi sono affezionato a te, ti considero un fratello più grande… Ebbene devi stare molto attento… – Attento? A che cosa? – A quello che fai! E a te stesso! Stavo per chiedergli altre spiegazioni, ma bussarono alla porta. – Ecco – disse il ragazzo. – È Reldresal che arriva e non voglio che sappia che sono qui! Lanciò un’occhiata alla finestra e soggiunse: – Se prima di aprire la porta mi cali dalla finestra è meglio. Ubbidii. Andai alla finestra, tenendolo sempre in mano lo calai giù per i pochi centimetri che lo separavano da terra. Lui scese dalla mie dita con un salto, alzò il viso verso di me e disse ancora: – Attento a te, amico Gulliver! Dopo un attimo lo vidi scomparire per la campagna. Correva come una lepre. 29
V
Come rompere le uova
Andai ad aprire la porta, si trattava proprio di Reldresal accompagnato da alcuni dignitari di corte. Non appena ebbi fatto accomodare Reldresal e gli altri sul tavolo, lui venne al dunque. – Caro Gulliver, o caro Uomo Montagna come ti chiamano a Corte, porto a te una brutta notizia. Sta per scoppiare una guerra, i nemici ci stanno attaccando. È per ordine dell’imperatore che sono venuto. Ed è per ordine suo e dei Ministri che chiedo il tuo aiuto. Ti dico la verità, tu sei l’unica possibilità che ci permette di sperare di vincere questa guerra. Il nostro nemico è più forte! Se non interveniamo subito saremo invasi. Il pericolo è grande. Sapevo che la guerra è sempre male per un popolo perché si sa che molti possono anche morire. Ma trovarsi immischiati in una guerra in un paese straniero, senza sapere nemmeno chi sia il nemico, getta in uno sconforto totale. Chiesi naturalmente spiegazioni e Reldresal me le fornì. 30
Adattamento e riscrittura di ERMANNO DETTTI Vive a Roma. Lavora nell’editoria e scrive su riviste per insegnanti. Autore di libri per ragazzi, ha pubblicato con le maggiori Case Editrici nazionali. È Direttore della rivista «Pepe verde», che si occupa di letteratura giovanile.
Swift fa incontrare a Gulliver, instancabile viaggiatore, mondi immaginari, abitati da uomini e donne molto diversi: piccolissimi a Lilliput, giganteschi a Brobdingnag, scienziati a Laputa, illuminati dalla ragione nel Paese dei cavalli. E a seconda del mondo in cui si trova, Gulliver cerca di adattarsi. In un ripetersi di crisi di identità, ogni volta si sente un intruso, un alieno. Torna alla sua amata patria, dove però la smania di conoscere lo fa ripartire subito per nuovi viaggi e nuove avventure.
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È stato uno scrittore e poeta vissuto in Irlanda tra il XVII e il XVIII secolo. Ha scritto romanzi satirici e saggi politici. Attraverso le sue opere, in particolare il suo capolavoro, “I viaggi di Gulliver”, ha voluto criticare la vanità e la superbia del genere umano.
I viaggi di Gulliver, capolavoro della letteratura mondiale, è unʼopera scritta da Jonathan Swift e pubblicata in forma anonima nel 1726. Ha quindi trecento anni ed è ancora capace di appassionare e divertire i lettori. Non solo, leggendo queste pagine vi troverete incredibili riferimenti al mondo di oggi.
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