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I ragazzi della via Paal

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I ragazzi della via Paal Il capolavoro della letteratura ungherese adattato da Sabrina Rondinelli

I C L AS S I C I

Ferenc Molnรกr

Ferenc Molnรกr

I ragazzi della via Paal


Collana di narrativa per ragazzi


Editor: Paola Valente Coordinamento di redazione: Emanuele Ramini Impaginazione: Benedetta Boccadoro Illustrazione di copertina: Danilo Loizedda Approfondimenti: Paola Valente Schede didattiche: Redazione Raffaello Ufficio stampa: Francesca Vici

I Edizione 2018 Ristampa 7 6 5 4 3 2 1 0

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Tutti i diritti sono riservati © 2018 Raffaello Libri S.p.A. Via dell’Industria, 21 60037 - Monte San Vito (AN) www.grupporaffaello.it info@ilmulinoavento.it www.ilmulinoavento.it Printed in Italy

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Ferenc Molnรกr

I ragazzi della via Paal Adattamento di

Sabrina Rondinelli


Al mio caro alunno Alesssandro,

che ha amato questo libro tanto quanto me.


Capitolo

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ALTOLÀ

A

ll’una meno un quarto, dopo numerosi tentativi, l’esperimento riuscì: finalmente la fiamma incolore della lampada di Bunsen venne attraversata da una luminescenza verde smeraldo. Il professore di scienze era riuscito a dimostrare così che quel particolare composto chimico aveva davvero la proprietà di colorare la fiamma di verde. Ma proprio in quell’attimo, dal cortile della casa accanto, salì il suono di un organetto e gli scolari si distrassero. La finestra era spalancata su una tiepida giornata di marzo. La musica entrava nell’aula trasportata dalle ali di un venticello primaverile: era un’allegra canzone ungherese che metteva voglia di ridere. Solo gli alunni dei primi banchi continuavano a osservare la fiamma danzante; gli altri sbirciavano fuori dalla finestra. Oltre i tetti delle casette di fronte, si vedeva in lontananza l’orologio del campanile che annunciava, incoraggiante, l’avvicinarsi della fine delle lezioni. Pian piano l’agitazione contagiò tutta la classe. Qualcuno iniziò a rovistare tra i libri sotto i banchi, mentre i più ordinati pulivano i pennini. Boka chiuse con uno scatto il suo elegante calamaio tascabile di pelle rossa, che aveva una strana caratteristica: non perdeva mai una goccia di inchiostro, tranne quando lo metteva in tasca. Csele radunò le pagine sparse che portava al posto dei libri interi. Era un fighetto, lui, si rifiutava di venire a scuola con un pacco di libri sottobraccio: staccava le pagine che gli servivano per la lezione del giorno e le teneva nelle tasche della giacca. 5


Capitolo 1

All’ultimo banco, Csonakos sbadigliava spalancando le mascelle come un ippopotamo annoiato. Weisz si rivoltò le tasche spargendo per terra le briciole del panino che aveva sbocconcellato di nascosto dalle dieci all’una. Gereb cominciò a strisciare i piedi sul pavimento, impaziente di alzarsi. Barabas avvolse i libri in un pezzo di tela cerata, stringendo la cinghia intorno al pacco con tanta energia da far traballare il banco. Insomma, tutti si preparavano a uscire, soltanto il professore sembrava non accorgersi che mancavano cinque minuti alla fine della lezione. – Che c’è? – chiese, alzando lo sguardo calmo sulle teste dei ragazzi. Nell’aula scese il silenzio. Barabas mollò la cinghia, Gereb rimise i piedi composti, Csonakos coprì lo sbadiglio con una mano, Csele lasciò perdere i suoi fogli e Boka si cacciò il calamaio in tasca. – Che c’è? – ripeté il professore. Ma i ragazzi erano tutti immobili ai loro posti. Allora l’insegnante guardò verso la finestra, dalla quale continuavano ad arrivare le note dell’organetto, allegre, impertinenti, che se ne infischiavano della disciplina. Il professore corrugò la fronte. – Chiudi quella finestra, Csengey! Alzandosi dal primo banco, il piccolo Csengey eseguì l’ordine con aria seria. Intanto Csonakos bisbigliò al ragazzino biondo davanti a lui: – Attento, Nemecsek! Il biondino raccolse la pallottola di carta rotolata ai suoi piedi e la aprì. “Passa a Boka” lesse su un lato del foglietto. Appallottolò di nuovo il messaggio, attese il momento buono e lo lanciò a Boka. – Attento, Boka! – mormorò. Sul lato del foglio che Nemecsek non aveva voluto leggere per discrezione, c’era scritto: 6


Altolà

“Oggi alle tre, assemblea generale al campo. Elezione del presidente. Passare parola”. Ormai era l’una in punto. La campanella suonò. Il professore spense la lampada di Bunsen, assegnò i compiti e andò a rintanarsi nel deposito attiguo all’aula di scienze: ogni volta che apriva quella porta, gli alunni intravedevano gli animali imbalsamati che li spiavano con i loro occhi di vetro e, in un angolo, uno scheletro umano ingiallito dal tempo. In un attimo l’aula si svuotò. I ragazzi si precipitarono giù per lo scalone; rallentavano e abbassavano la voce soltanto quando incrociavano l’alta figura di un insegnante. Ma non appena il professore svaniva in un corridoio, la corsa sfrenata ricominciava. Dal portone i ragazzi si riversavano in strada come una marea inarrestabile. Sembravano prigionieri usciti dal carcere. Camminavano barcollando un po’, come storditi dall’aria fresca e dalla luce, attraversando l’allegra confusione della città, un groviglio di strade, case, negozi, folla, carrozze e tram a cavallo. Csele si fermò sotto un portone vicino alla scuola per comprare un pezzo di torrone. Il venditore italiano aveva aumentato vergognosamente i prezzi. Fino al giorno prima, un pezzo di torrone costava un soldo, come tutti gli altri dolciumi: tre prugne infilzate in uno stecchino di legno, tre fichi secchi legati con lo spago, un bastoncino di liquirizia, un pugno di caramelle d’orzo, e anche il famoso “cartoccio dello studente” che conteneva un miscuglio di noccioline, uva passa, granelli di zucchero, mandorle, polvere della strada, frammenti di carrube e almeno un paio di mosche morte. Il venditore aveva aumentato i prezzi per una precisa ragione. Gli esperti di economia sanno benissimo che i prezzi salgono quando il commercio comporta dei pericoli. Per esempio, erano costosi i tè asiatici che i carovanieri trasportavano attraverso i paesi infestati dai banditi. Anche il venditore di dolciumi correva un rischio: quello di essere allontanato dai dintorni della scuola, dato che i professori vedevano in lui un nemico degli studenti. 7


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– I ragazzi sprecano tutti i loro soldi da quell’italiano – si lamentavano. E poiché prevedeva di essere cacciato, prima di andarsene voleva guadagnare il più possibile. – Ieri costare tutto un soldo – stava spiegando a Csele, nel suo stentato ungherese. – Adesso costare due. Gereb sussurrò a Csele: – Lanciagli il cappello sui dolci! A Csele l’idea di veder schizzare dolciumi a destra e a sinistra piaceva parecchio. Chissà come si sarebbero divertiti gli altri ragazzi! Come un demonietto tentatore, Gereb insisteva: – Che aspetti? Butta il cappello! Quest’uomo è un vampiro. Lentamente Csele si tolse il cappello, esitando: un elegantone come lui ci pensava due volte prima di sporcarlo. – Hai paura? – lo apostrofò Gereb. – Non ho paura, lo sai che non sono un vigliacco, mi scoccia rovinare il cappello. Ma se vuoi, posso lanciare il tuo. – Non ho bisogno di te per lanciare il mio cappello! Vattene se hai paura! E con un gesto deciso Gereb si tolse il berretto, pronto a mandare all’aria l’esposizione di dolciumi. Ma qualcuno, da dietro, gli fermò la mano. Una voce profonda, quasi da uomo, gli chiese: – Che cosa vuoi fare? Gereb si girò: era Boka. – Che cosa hai intenzione di fare? – domandò di nuovo il compagno, fissandolo con quel suo sguardo serio e dolce allo stesso tempo. Gereb brontolò come un leone domato e, con una scrollata di spalle, si rimise il cappello. Boka gli disse con calma: – Il coraggio mi piace, ma non è il caso di esibirlo contro quest’uomo. Vieni via! I due si avviarono, mentre Csele, rimasto indietro, diceva all’italiano con voce rassegnata: 8


Altolà

– Va bene! Se tutto ormai costa due soldi, mi dia due soldi di torrone. E tirò fuori di tasca un raffinato portamonete di camoscio verde. L’italiano sorrise, staccando con un grosso coltello un pezzetto di torrone che avvolse in un foglio di carta. – Ma è più piccolo delle altre volte! – protestò Csele. – E allora? Se la merce è più cara, se ne dà di meno, no? Poi si rivolse a un altro ragazzo che, dopo aver assistito alla scena, teneva già in mano due soldi. Di nuovo il coltellaccio si abbatté sul torrone. Il venditore sembrava un carnefice delle fiabe che decapitava minuscoli uomini dalla testa piccola come una nocciolina. – Che vergogna! – esclamò Csele, rivolto al nuovo cliente. – Non comprare niente da lui. È uno strozzino. Intanto si ficcò in bocca l’intero pezzo di torrone con tutta la carta appiccicata: staccarla non era proprio possibile, perciò era meglio mangiarla, piuttosto che buttare via una sola briciola di dolce. – Aspettatemi! – gridò a Boka e Gereb, che si stavano allontanando. Li raggiunse all’angolo, e insieme a loro prese via Pipa, in direzione di via Soroksari. Camminavano tutti e tre a braccetto, con Boka al centro che spiegava qualcosa sottovoce, serio come al solito. Aveva quattordici anni, Boka, eppure il viso era ancora infantile; ma quando parlava appariva molto più adulto. La sua voce era calma e profonda e quello che diceva assomigliava alla sua voce. Raramente diceva stupidaggini o si lasciava convincere a fare ragazzate. Evitava di immischiarsi nei piccoli litigi; interveniva soltanto se la lite si inaspriva, rischiando di finire davanti ai professori: allora cercava di mettere pace. Insomma, Boka era un ragazzo saggio e certamente, da adulto, avrebbe saputo occupare con onore il suo posto nella vita. 9


Capitolo 1

Per tornare a casa, girarono dalla via Soroksari in via Koztelek, una stradina silenziosa, illuminata dolcemente dal sole primaverile. Dall’edificio della manifattura di tabacchi, che occupava il lato sinistro, usciva un leggero ronzio di macchinari. In quel momento, in tutta la via si vedevano soltanto due persone ferme in mezzo alla strada: il forte e robusto Csonakos e il piccolo Nemecsek, il biondino. All’arrivo dei compagni, Csonakos si entusiasmò e, cacciandosi due dita in bocca, emise un fischio potente come quello di una locomotiva. Era la sua specialità: nessuno in classe riusciva a imitarlo, anzi, in tutta la scuola solo pochissimi erano in grado di produrre un fischio così acuto. Quando gli amici lo raggiunsero, Csonakos si rivolse a Nemecsek: – Non gliel’hai ancora detto? – No – rispose il biondino. – Che cosa? – chiesero in coro gli altri. Csonakos rispose al posto di Nemecsek: – Ieri, al Museo, hanno ripetuto l’altolà. – Chi è stato? – domandò Boka. – I due fratelli Pasztor, naturalmente. Il gruppo rimase in silenzio a meditare sulla notizia. A questo punto è necessario spiegare che cosa significa l’“altolà”. È una parola del gergo dei ragazzi di Budapest: quando un bullo, vedendo qualcuno giocare con le biglie, con i pennini o con i semi di carrube, vuole portargli via tutto, dice: “Altolà!”. Ciò significa che le biglie e le altre cose diventano sue. E chi osa opporsi rischia di essere picchiato. Csele esclamò con la voce velata dal terrore: – Veramente hanno detto “altolà”? – Sì – confermò il piccolo Nemecsek con aria di importanza. – Non si può certo continuare così – sbottò Gereb. – Dobbiamo reagire! Se non ci muoviamo, quelli prima o poi ci prendono a botte! 10


Altolà

Csonakos si mise due dita in bocca: era sempre pronto a partecipare a qualsiasi battaglia, oltre che a fischiare. Ma Boka gli afferrò la mano. – Non rintronarci! – gli disse. Poi, domandò al biondino: – Quand’è successo? – Ieri pomeriggio, al Museo. I ragazzi chiamavano così il giardino del Museo. – Dai, racconta com’è andata esattamente. Dobbiamo sapere la verità, se vogliamo fare qualcosa contro di loro. Nemecsek provò un brivido di eccitazione: stava per diventare il protagonista di un avvenimento importante, cosa che gli accadeva di rado; lui non contava mai niente, come il numero uno nelle divisioni o nelle moltiplicazioni. Non attirava l’attenzione di nessuno, così insignificante, così gracile e debole. Era destinato a essere la vittima di tutti. Appena iniziò a raccontare, gli altri ragazzi lo circondarono, attenti. – Dopo pranzo, io, Weisz, Richter, Kolnay e Barabas siamo andati al Museo e ci siamo messi a giocare a biglie. Sapete come si gioca, no? Ognuno tira una biglia e chi riesce a colpire quella di un avversario può prendersele tutte. Avevamo fatto diversi tiri e vicino al muro ce n’erano già una quindicina, comprese due belle grosse, di vetro. Di colpo Richter ha gridato: “Siamo nei guai, stanno arrivando i Pasztor!”. Infatti stavano girando l’angolo proprio in quel momento; venivano avanti a testa bassa, le mani in tasca, e così lentamente che ci siamo spaventati tantissimo. Contava poco che fossimo in cinque: quei due sono così forti che potrebbero picchiarne dieci come noi. E comunque non potevamo dire di essere veramente in cinque. – Perché? – chiese Csele. – Perché appena c’è qualche pericolo, Kolnay scappa come un coniglio, e Barabas pure. E avevo voglia di darmela a gambe anch’io. Ma tanto non serviva a niente: i Pasztor corrono più forte di tutti i ragazzi della scuola e ci avrebbero presi di sicuro. All’inizio non ci hanno dato fastidio, guardavano solo come giocavamo. 11


Capitolo 1

Kolnay voleva sospendere la partita. Ma io gli ho detto: “Eh, no, è troppo comodo, proprio dopo che hai tirato tu senza prendere niente. Adesso tocca a me”. Intanto aveva tirato Richter; gli tremava la mano per la paura, perciò non è riuscito a fare centro. I due fratelli rimanevano sempre lì, come baccalà, con le mani in tasca. A quel punto toccava a me. E ho vinto tutte le biglie, erano almeno trenta. Stavo andando a raccoglierle quando il minore dei Pasztor mi è saltato davanti urlando: “Altolà!”. Mi sono girato e ho visto Kolnay e Barabas che se la filavano al galoppo; Weisz, pallido come un lenzuolo, era attaccato al muro e Richter sembrava indeciso se andarsene o no. Io ho tentato di farli ragionare, ho detto: “Scusate, ma non avete il diritto di comportarvi così”. Parole al vento, perché il maggiore ha raccolto le biglie e se le è messe in tasca, mentre l’altro mi prendeva per la giacca, gridandomi in faccia: “Sei sordo, ho detto altolà!”. A quel punto non ho più fiatato e loro se ne sono andati. – Incredibile! – sbottò Gereb, al colmo dell’indignazione. – Una vera rapina! – aggiunse Csele. Csonakos emise un fischio che sembrava una fanfara di guerra. Boka rimase in silenzio, sovrappensiero; tutti lo guardavano, curiosi di sentire la sua opinione: da mesi si lamentavano di quelle provocazioni, senza che lui li prendesse sul serio. Questa volta, però, l’ingiustizia era così evidente che persino Boka reagì. – Troviamoci al campo, oggi pomeriggio – disse. Nei suoi occhi neri brillavano fuochi di guerra. – Dobbiamo decidere bene cosa fare. Ripresero la strada di casa. Un allegro suono di campane proveniva da una chiesa vicina. Il sole brillava. Tutto era bello e carico di promesse. I ragazzi sentivano che stavano per vivere eventi importanti: avevano voglia di combattere, eccitati al pensiero di quel che sarebbe successo. Camminavano in direzione di via Ulloi. Csonakos e Nemecsek erano rimasti indietro; si erano fermati davanti a una finestra del seminterrato della manifattura dei tabacchi: sul davanzale si era depositato uno spesso strato di polvere di tabacco. 12


Altolà

– Tabacco da fiuto! – gridò Csonakos, riempiendosi le narici di quella polvere gialla. Nemecsek si mise a ridere di gusto; poi, come uno scimmiotto lo imitò, allungando la mano per annusare il tabacco. Starnutendo, proseguirono per via Koztelek. Gli starnuti di Csonakos rimbombavano come colpi di cannone, mentre il biondino sbuffava come un porcellino d’India quando viene stuzzicato. E sbuffando, ridendo, correndo, provavano una felicità così grande che il ricordo della grave ingiustizia commessa dai fratelli Pasztor volò via.

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