I Di
GiGANTi
AUSCHWiTZ
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FuturoPresente
GIUSEPPE ASSANDRI MAURIZIO MOLAN
FuturoPresente
Editor: Patrizia Ceccarelli Testi: Giuseppe Assandri - Maurizio Molan Coordinamento redazionale: Emanuele Ramini Illustrazione di copertina: Giovanni Da Re Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti Team grafico: Mauda Cantarini Stampa: Gruppo Editoriale Raffaello
I Edizione 2026 Ristampa 7 6 5 4 3 2 1 0
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GIUSEPPE ASSANDRI MAURIZIO MOLAN
I Di
GiGANTi
AUSCHWiTZ
Illustrazione di copertina: Giovanni Da Re
Care lettrici, cari lettori, quando siamo venuti a conoscenza della storia della famiglia Ovitz, ci è venuto il desiderio di saperne di più e ci siamo appassionati. Tra le tante storie di discriminazione e deportazione avvenute durante il Nazismo, essa rappresenta infatti un caso unico nella storia. Una sopravvivenza collettiva che non è il frutto di un merito, né di un atto eroico di volontà, ma, come avrebbe detto Primo Levi, “una questione di fortuna”. Gli Ovitz, una famiglia con dieci figli, di cui sette nani, sono sopravvissuti grazie a un interesse scientifico che li rese “utili” al loro persecutore, il dottor Joseph Mengele. In particolare, siamo rimasti affascinati dal personaggio di Perla Ovitz, la più giovane. Prima di morire (nel 2001), Perla ha raccontato la storia della sua famiglia a testimoni, giornalisti, attivisti e curiosi, ispirando articoli, libri, documenti e film.
Abbiamo quindi deciso di far rivivere la memoria della famiglia Ovitz (che ha saputo trasformare gioiosamente una grave disabilità in un punto di forza) attraverso una narrazione romanzata con la voce narrante di Perla. E di affiancare al romanzo una ricca serie di interessanti approfondimenti sui diversi temi che il libro evoca. Ci pare che i protagonisti di questa storia trasmettano una vitalità, una passione e una speranza per il futuro che possono essere di ispirazione e incoraggiamento in un tempo come il nostro, in cui siamo chiamati ad affrontare conflitti e sfide mai viste prima. È nel creare legami tra gli eventi del passato e quelli del presente che la memoria diventa viva e acquista senso. Buona lettura! Gli autori
Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. PRIMO LEVI, Se questo è un uomo
PROLOGO
Campo di Auschwitz, 19 maggio 1944
Il treno finalmente si ferma, tra sbuffi
e stridore di freni. Per un istante c’è silenzio, un silenzio innaturale, come se anche il buio stesse trattenendo il respiro. Poi la porta del vagone si spalanca con un colpo secco e davanti a noi appare uno spicchio di cielo ancora notturno. Respiro aria fredda, ma dura poco. Subito dopo, nelle narici mi entra un odore che non avevo mai sentito prima: ferro, marcio, qualcosa di dolciastro e bruciato insieme. Mi gira la testa. È questa la fine del viaggio? – Dove siamo Perla? – mormora Frieda, accanto a me. – Non lo so – rispondo. Stringo gli occhi.
Cerco di mettere a fuoco il futuro. Un fascio di luce ci colpisce all’improvviso. Urla, ordini, rumori secchi, metallici. Sotto il vagone vedo una rampa di cemento. Uomini con giacche a righe salgono dentro e iniziano a spingerci fuori, in fretta, senza guardarci negli occhi. – Lasciate qui i vostri bagagli! Li riavrete dopo! Lo dicono in yiddish. Lo capiamo tutti. Non c’è tempo per pensare, il pensiero è un lusso che non possiamo permetterci. – Restiamo insieme... – dice Avram. Simon Slomowitz è già sceso e ci prende uno a uno, aiutandoci a saltare giù. Siamo infagottati nei vestiti, rigidi, goffi. Le valigie restano lì e le guardiamo, forse per l’ultima volta. Cerchiamo di conservare qualche oggetto, infilandolo nelle tasche degli abiti. Siamo tutti sulla rampa, uno accanto all’altro. Le luci sono così forti che mi fanno lacrimare gli occhi. Vedo solo a tratti: stivali lucidi, cani che tirano il guinzaglio, volti duri. Urla in tedesco, qualche parola in polacco. – Gemelli avanti! La frase cade addosso alla folla come una pietra. Nessuno si muove. Quali gemelli? L’ordine suona strano. – Uomini a sinistra! Donne, bambini e anziani a destra! 8
Le persone cominciano a separarsi, spinte, strattonate. Mani che cercano mani, voci che chiamano nomi. Noi restiamo fermi. Avram ci fa stringere in cerchio, Leah e Sarah ci tengono per le spalle, Dora stringe i bambini. Sento il cuore battermi nelle orecchie. Ho paura che, se mi muovo, qualcuno mi strappi via. Un ufficiale si avvicina. Ci guarda come si guarda qualcosa che non rientra in nessuna categoria. – E voi chi siete? È la signora Slomowitz a rispondere, con voce ferma e decisa. – Siamo una famiglia. Tutti parenti, dello stesso villaggio. Non è vero, ma in questo momento la verità è una cosa pericolosa. L’ufficiale ci osserva ancora. Sembra indeciso, poi fa un cenno. – Restate lì. E aggiunge qualcosa ai soldati attorno che le danno il permesso di unirsi a noi. La signora ne approfitta e chiede: – Mio marito e mio figlio sono laggiù, con gli uomini – dice indicandoli con la mano. – Possono venire con noi? La risposta, inaspettatamente, è affermativa. 9
Vedo mio fratello Micki che estrae dal cappotto un mazzetto di cartoline autografate del nostro gruppo e le distribuisce agli uomini delle SS che le esaminano scambiandosi sguardi interrogativi. Tutto sembra un po’ irreale e sospeso. Una donna con sua figlia osserva la scena, a pochi passi. Uno degli ufficiali, con una smorfia della bocca e un tono canzonatorio, chiede se anche loro sono nostri parenti. È ancora Micki a stupirci. – Non ancora, ma lo saranno presto. Lei è la mia fidanzata – dice indicando Bassie, una bellissima ragazza. La prontezza di spirito di Micki è davvero ammirevole. L’ufficiale fa segno alle due donne di unirsi al gruppo. Ora siamo in ventidue. Pausa. Solo allora respiro davvero, per la prima volta da quando siamo scesi dal treno. L’ufficiale ci invita ad aspettare. – Non muovetevi finché non arriva il dottor Mengele, l’Hauptstürmführer. E ordina a quelli che sembrano suoi sottoposti di non permettere a nessuno di portarci via. 10
Aspettiamo dunque e con lo sguardo osserviamo di spalle le sagome di parenti e conoscenti del nostro villaggio che camminano in fila, verso un edificio basso e grigio. Da due ciminiere esce fumo. – Che cos’è quello? – chiedo, senza rendermi conto di parlare ad alta voce. Un uomo con la giacca a righe mi guarda come si guarda una bambina che non capisce. – Non sai dove sei? – sibila. – Non è una fonderia e neppure un’officina, questo. È Auschwitz. La parola mi entra addosso senza senso. Auschwitz. Non è ancora niente. Non è ancora tutto. Poi arriva lui. Lo riconosco subito, non so perché, forse per come tutti si fanno da parte. È alto, elegante. Gli stivali sono lucidissimi. Il suo sguardo passa su di noi come una mano che misura. – La famiglia dei nani? Annuiamo. Raccontiamo. Di Rozavlea, di nostro padre, dei figli piccoli. Il dottor Mengele ascolta. Sorride. – Ora ho lavoro per vent’anni. La frase mi gela. Non so ancora cosa significhi, ma so che non è una promessa. 11
I miei fratelli vorrebbero continuare il loro racconto. – Siamo la Lilliput Troupe e con i nostri spettacoli abbiamo avuto molto successo – dice Micki. – Cantiamo, balliamo, recitiamo, portiamo il buonumore e... – aggiunge Avram eccitato. – Va bene, ho capito – dice il dottore in tono sbrigativo e fa segno di fermarci. Restiamo rispettosamente in attesa. Poi si rivolge all’ufficiale responsabile e gli sussurra alcuni ordini all’orecchio. – Ci rivedremo – dice rivolto a noi, ma il tono è cambiato. Ora è più freddo e distaccato. – Aspettate qui, vi troverò una sistemazione. E ci lascia lì. È spuntato il giorno, ormai. Il cielo è velato, quasi grigio e il fumo continua a uscire dalle ciminiere. La rampa è ormai vuota, sono andati tutti via. Alcuni uomini in giacca a righe stanno caricando su un carro pile di bagagli, rimasti senza proprietari. Dopo un po’ di tempo, non so dire quanto, ci portano via con un camion. Quando entriamo nello stanzone con le piastrelle, l’ordine arriva subito: – Spogliatevi! Le parole sono secche, senza spiegazione. 12
Cerchiamo di opporci. Non possiamo spogliarci tutti insieme, siamo ebrei ortodossi. – Subito! Tolgo i vestiti senza guardare. Sento il freddo sulla pelle, sento la vergogna. Non siamo mai stati così esposti. Quando la porta si chiude e il vapore ci avvolge, penso che sia finita. E quell’odore da dove viene? Poi capisco che non è gas. È acqua, è una doccia. Non so se ringraziare o tremare di più. Quando ci restituiscono i vestiti e ci conducono nelle baracche, leggo una parola sulla porta: Familienlager, Campo delle famiglie. Siamo insieme. Tutti. Mangiamo una zuppa calda, poi cado sul letto senza riuscire a dormire. Quando apro gli occhi, penso per un istante di essere ancora sul treno. Poi vedo il soffitto basso. La stanza è fredda e desolata, come si indovina nella fioca luce che penetra nella baracca. Sono ad Auschwitz. E sono viva. I pensieri si rincorrono confusamente e tornano indietro, lontano, al tempo in cui tutto è cominciato...
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Capitolo 1
NELLA FAVOLOSA TERRA DEI GIGANTI
Transilvania (Romania), 1927, una domenica di metà agosto
“In un tempo assai remoto, tra le colline della
Transilvania settentrionale c’era una valle abitata da tribù di giganti. Fin dalla notte dei tempi erano vissuti là, prosperando e vagando per terre e contrade coi loro lunghi passi. Poi arrivò il Diluvio e tutti fuggirono sulle cime più impervie delle montagne per mettersi in salvo. A uno a uno, i giganti morirono di fame, di sete o precipitando nei burroni scoscesi. Quando finalmente le acque si ritirarono, solo due di essi erano sopravvissuti: un gigante e sua figlia Roza Rozalina. I suoi occhi erano neri come la notte e i suoi capelli rossi come le fragole d’estate. Camminando per la valle desolata, la giovane si sentiva appassire per la solitudine, perdendo la speranza di trovare un compagno di vita. 15
Giunta sulla riva del fiume Iza, vide tra l’erba del prato delle creature minuscole. Roza Rozalina rimase di sasso: erano esseri tanto simili a noi, ma così piccoli! Ne raccolse una manciata e li adagiò sul suo grembiule disteso a terra. Osservò attentamente quelle minuscole creature in movimento. Uno di essi attirò la sua attenzione: era bellissimo e lei si sentì trafitta dall’amore. Mostrò al padre la sua scoperta ma il gigante divenne triste e cercò di dissuadere la figlia: “Figlia mia, riportali dove li hai trovati. Ascolta: il nostro tempo è finito, questi piccoli esseri domineranno la Terra”. Roza Rozalina però non sentì ragioni e in lacrime implorò l’Onnipotente di legare il suo destino a quello del piccolo uomo. Fu ascoltata: lei e l’uomo cambiarono di dimensione, sino a diventare tra loro simili come se fossero gemelli. I due giovani coronarono il loro amore. I discendenti si moltiplicarono e chiamarono quel luogo speciale Rozavlea”. Si fa silenzio. Poi la voce solenne del presentatore scandisce le parole finali: – Tutto è cominciato con i giganti. E noi vogliamo ricordare ogni anno l’origine del nostro villaggio e della nostra gente ed esprimere la nostra gratitudine a Roza Rozalina, la nostra madre gigante. 16
La rappresentazione è finita e i giovani attori si inchinano agli spettatori che applaudono. Anche la piccola Perla batte le mani. – È stato tanto tempo fa, signor maestro? – chiede forzando la sua timidezza. – Sì, Perla, tanto tempo fa... Molto prima della nascita dei tuoi nonni e bisnonni. Molto prima... Il maestro sorride e si accarezza la barba grigia. Come ogni anno, i bambini della scuola hanno messo in scena la storia. Adesso sono tutti più rilassati: c’è chi ringrazia il pubblico, chi corre tra le braccia dei genitori, chi si inchina, tra gli applausi festosi delle famiglie accorse con gli abiti della festa. Dietro il palco, lunghi tavoli con frittelle, torte salate e dolci, preparati dalle donne. Molte indossano il costume tradizionale, mentre gli uomini hanno i cappelli. In fondo c’è anche un tavolo con il sidro e la birra. In prima fila il posto era riservato alle autorità: il sindaco del paese, il pope della chiesa e il rabbino. E tanta gente, giunta anche dai villaggi vicini. In una piccola pedana allestita, ci sono musicisti. Il padre fa segno alla piccola Perla di avvicinarsi agli altri membri della famiglia già seduti al tavolo. La madre le parla: 17
– Ora conosci la storia delle nostre origini anche tu; ora fai parte pienamente della nostra comunità. – Sì, mamma! Per un momento le sembra tutto meraviglioso. Si guarda intorno, forse il prossimo anno faranno recitare anche lei. L’atmosfera della festa è coinvolgente e il suono dei violini e del clarinetto fanno venire voglia di ballare. Quando, dopo qualche ora, si torna a casa, Perla è stanchissima mentre le sorelle maggiori, Rozika e Franziska, le mostrano i violini invitandola a pizzicare le corde. – Vedrai che un giorno diventeremo una vera orchestra. Ci sarai anche tu con noi e la gente verrà ad applaudirci. Ne siamo convinte. Le corde del violino pizzicate dalla bambina emettono suoni sgraziati. Alle sorelle viene voglia di ridere. – Piano, piano con i programmi... – dice la madre. – Per ora Perla deve pensare ad andare a scuola, e a crescere. Per il futuro vedremo... Cala la notte e presto il silenzio e il sonno avvolgono la casa degli Ovitz, come una coltre morbida e protettiva. Il giorno dopo, di prima mattina, tutti sono indaffarati, ciascuno con i propri compiti da svolgere. 18
Simon Slomovitz è arrivato prima dell’alba con il cavallo e la carrozza. Lavora da tempo come tuttofare per la famiglia Ovitz ed è venuto a prendere Avram, il capofamiglia. Con le figlie maggiori viene chiamato in diversi paesi della provincia per intrattenere gli invitati di feste e matrimoni. Forse porterà a Perla caramelle e regali come la settimana passata, quando le ha donato una giacca per proteggersi dal freddo che sta per arrivare: le estati finiscono presto, in Transilvania. Perla è l’ultima nata della famiglia Ovitz e ha scoperto presto che in famiglia alcuni sono alti di statura, come la mamma, Sarah, Leah e il fratello Arie. Altri no, sono piccoli, come il papà e le altre sorelle. La gente li chiama “nani”. Sono come dei bambini, ma non sono bambini. Che cosa strana! Più volte lei si guarda allo specchio curiosa per scoprire se è cresciuta.
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Capitolo 2
IL TEMPO DEI GIOCHI E DEI SEGRETI
Giorno di bucato, un lavoro faticoso ma necessario.
Anche Perla ha avuto il permesso di andare al fiume con la mamma e le sorelle ed è contenta del giorno di vacanza. – Abbiamo quasi finito, riposiamoci un momento, Leah – dice Sarah. La mamma tira fuori da una borsa un sacchetto con le prugne, appena raccolte dall’albero. – Assaggiale, Perla, senti come sono dolci – le dice Sarah. – Che buone! Le prugne sono il mio frutto preferito. Anche le pere, però. E le ciliegie... – Gli alberi del frutteto ne sono pieni. Dirò ad Arie di portarle al mercato, martedì – dice la mamma. – E tu Perla, ci aiuterai a fare la marmellata. A Leah brillano gli occhi per quello che deve dire. – Che emozione! C’è da preparare il matrimonio di Frieda, il mese prossimo! A che punto siamo? 21
– Tutto procede bene, ma c’è ancora tanto da fare – risponde la mamma. – Sarà un banchetto nuziale grandioso, con tanti invitati. Frieda è molto bella. Lei ed Elisabeth sembrano gemelle, anche se tra loro ci sono quasi dieci anni di differenza. Leah e Sarah parlano del suo fidanzato Ignaz, che tutti chiamano Izo, abbassando la voce. – Eh, sì, alla fine Izo ce l’ha fatta! Leah accenna uno strano sorriso, come se ci fossero dei segreti da svelare. – Frieda ha fatto la sua scelta, finalmente – aggiunge Sarah sorridendo di gioia. La mamma interviene, con fare deciso. – Ora però basta con questi pettegolezzi. Smettetela! Chissà se Frieda lascerà la casa o sarà il suo sposo ad andare a vivere nella grande casa di famiglia Ovitz, come hanno fatto i mariti di Rozika e Franziska? Dopo il ritorno a casa, è ora di cena. C’è la zuppa di cipolle e barbabietole e una teglia già pronta di patate bollite. La casa degli Ovitz è nel centro di Rozavlea, ma ha un bel terreno intorno con l’orto e il frutteto e un recinto delimitato da una rete, dove razzolano oche e galline. E in fondo, accanto al muro di cinta, c’è una piccola costruzione in muratura che funge da stalla per due mucche. 22
Il capofamiglia è il padre Avram. E Perla si sente protetta quando è a casa. Lo guarda: è alta proprio come lui. A volte sta via per diversi giorni, per lavoro, ma quando torna trova sempre il tempo di stare con lei. Qualche giorno fa è andato a scuola per parlare con il maestro. A Perla piace andare a scuola. Ci sono gli amici con cui giocare, nelle pause delle lezioni. Le piace nascondino, è molto brava a nascondersi in posti minuscoli, difficili da scoprire. E che bello giocare a fare gli acrobati, come al circo! I suoi amici maschi corrono veloci con le loro lunghe gambe, fanno capriole e salti acrobatici, e lei passa dalle braccia di uno a quello dell’altro, come se fosse una bambola vivente. Poi ci sono le recite, che Perla adora. Nell’ultima, all’inizio della primavera, le hanno fatto fare la parte di un neonato nella culla, e lei si è immaginata ancora più piccola, appena nata. Un’altra sua grande passione è la geografia. In classe, appesa al muro, c’è una bella mappa della Romania a colori e lei ha imparato facilmente i nomi di città, montagne e fiumi. Durante la ricreazione, a volte rimane nell’aula e ne approfitta per portarsi avanti e fare gli esercizi assegnanti per casa. I compagni di classe lo sanno e spesso le chiedono di copiare i compiti dal suo quaderno. 23
Quando ha cominciato a frequentare la scuola sapeva già leggere, lo aveva imparato dalle sue sorelle. In casa, c’era un libro con le figure di animali magici, lo sfogliava e immaginava storie. Un giorno, Perla va a casa di un’amica che abita dall’altra parte della strada per aiutarla a fare i compiti. Non sono difficili e in poco tempo li finiscono. Mentre gustano la merenda preparata dalla sua mamma, parlano delle loro famiglie. L’amica si vanta di suo fratello grande, che vuole diventare medico, e di suo padre, che guadagna molti soldi. Allora anche Perla comincia a vantarsi del padre, di quanto è bravo e apprezzato nel suo lavoro e di quanto è dolce e affettuoso quando la copre di regali. È il miglior papà che si possa desiderare. – Non puoi chiamarlo papà, Perla! – le dice l’amica. – Cosa? – dice Perla col cuore in gola. – Non è il tuo vero padre, è tuo fratello! – Sì che lo è. Tutti hanno un padre, anch’io ce l’ho. – Tu non ce l’hai un padre. Tuo padre è morto... Perla corre a casa singhiozzando e racconta alle sorelle quella cosa. – Venite a dirle che si sbaglia. Io ce l’ho un padre! Le sue sorelle l’abbracciano forte forte. Ma restano in silenzio. L’abbraccio dura a lungo. 24
Forse quella è la verità: questo pensiero si fa strada sempre più chiaramente nella mente della piccola. – Va tutto bene, Perla – le dice Franziska. – Non devi piangere – aggiunge Rozika, con dolcezza. – Qual è la verità? Chi è mio padre? Dopo averne parlato con la mamma, Perla sa che Avram non è il suo vero padre, ma suo fratello maggiore, che è diventato il capo della famiglia quando suo padre è morto. Si chiamava Shimshon Eizik ed era un uomo saggio e rispettato, benvoluto da tutti. La famiglia Ovitz gli deve molto: è stato lui, con il suo lavoro e i suoi guadagni, a far ingrandire la casa di famiglia, ricavando spazio per le piccole stanze. I suoi genitori erano preoccupati per il suo futuro: come avrebbe potuto guadagnarsi dignitosamente da vivere un uomo alto come un bambino di cinque anni? Così, hanno fatto di tutto per farlo studiare dato che era molto intelligente, aveva un talento per la musica e una grande determinazione. Avram racconta di suo padre con rispetto e ammirazione e descrive la sua bravura come maestro di cerimonie. – Quali erano le sue specialità? – chiede Perla curiosa. – Sapeva mescolare con estro e maestria poesie e canzoni, far ridere e piangere con i suoi racconti... Con la sua parlantina e il suo senso dell’umorismo riusciva a catturare l’attenzione dei presenti. 25
Avram mostra un’altra foto del padre, durante un matrimonio: lo si vede vestito elegantemente in abito nero e cappello, con un piccolo bastone in mano, sta in piedi su un tavolo che funge da podio e intrattiene gli invitati. Racconta che veniva riccamente ricompensato, che era accorto e risparmiatore e aveva acquistato terreni e proprietà, cercando di assicurare alla numerosa famiglia non solo il sostentamento ma anche l’istruzione per i figli e una vita agiata. Perla cerca di immaginarsi il suo vero padre e si domanda se essere basso di statura non sia stato un problema per lui. Di certo sarà capitato che qualcuno lo abbia deriso e lo abbia chiamato “nano”, ma lui era abile e pronto nel rovesciare i motivi di derisione in qualità che destavano stupore e ammirazione. Dopo la sua morte improvvisa, di ritorno da un viaggio, Avram si era assunto la responsabilità di capofamiglia, anche se aveva solo vent’anni, mettendo a frutto quello che il padre gli aveva insegnato fin da quando andava ancora a scuola. Sul muro vicino alla cucina ci sono dei segni fatti per misurare l’altezza e la statura. Dall’anno scorso non è più cresciuta, sembra. Quando l’ha scoperto – ma temeva già da un po’ di tempo che fosse così – le è venuta tristezza e anche rabbia. Perché non può diventare alta come la mamma o come Sarah e Leah? 26
Lo sperava, invece è rimasta piccola come la maggior parte delle sue sorelle, che si somigliano molto e vengono spesso scambiate per gemelle. Anche Avram, il capofamiglia e Micki sono così. Da un po’ di tempo la mamma non sta bene e passa la giornata a letto. Forse tutto è cominciato qualche mese fa quando alla fine di settembre si era lasciata convincere dalla vicina di casa a fare un ultimo bagno al fiume prima che arrivasse la stagione fredda. Nei giorni di Hannukah, la festa delle luci che annuncia l’inverno, la mamma ha acceso le candele e si è sforzata di sorridere, ma con grande fatica. Anche nel giorno del compleanno di Perla, si è alzata a malapena. La situazione precipita all’inizio di febbraio 1930. Un giorno Perla, trova la casa piena di persone vestite di nero, c’è anche il rabbino, che parla a lungo con Avram. Non la fanno entrare nella stanza della mamma e l’accompagnano a casa degli zii, dove resta per la notte e il giorno successivo. Quando Perla torna a casa, la mamma non c’è. La vita riprende i suoi ritmi, lentamente. Ma la casa è vuota.
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Capitolo 3
UN PROGETTO ENTUSIASMANTE
Leah e Sarah mandano avanti la casa, Perla
ed Elisabeth continuiamo ad andare a scuola, mentre Avram e le sue sorelle maggiori hanno ripreso a girare la regione per la celebrazione dei matrimoni. Ma si fa strada l’idea che qualcosa deve cambiare. Sempre più spesso a casa si discute su come andare avanti: che futuro può avere una famiglia con dieci figli, di cui sette sono così piccoli di statura da non riuscire a svolgere un lavoro qualunque e guadagnarsi da vivere? Nel giro di parentela non mancano esempi di chi ha saputo trovare modi onesti ed efficaci: lo zio Lazar, per esempio, oltre a commerciare cavalli, ha avviato da anni una banda di musica kletzmer che coinvolge alcuni dei suoi dieci figli. Anche Avram, insieme a Rozika e Franziska, viene chiamato per suonare e intrattenere il pubblico durante le feste. 29
Un trio di musicisti piccoli di statura può sicuramente incuriosire il pubblico. Può essere questa la strada da percorrere? Gli Ovitz sono abituati a tenere dei consigli di famiglia per prendere le decisioni. Un giorno Perla ha ascoltato una parte della discussione, anche se non è sicura di aver capito bene tutto quello che è stato detto. – Non possiamo andare avanti all’infinito in questo modo – dice Avram dopo che, ancora una volta, non si è trovata una proposta convincente. – Dobbiamo cambiare e provare una nuova strada... – Che cosa intendi? – chiede Micki. – Forse possiamo aggiungere altri membri al gruppo musicale – afferma Rozika. – No, non funzionerebbe – risponde Avram scuotendo la testa. C’è chi ha sentito raccontare di città in miniatura che danno lavoro a centinaia di persone di statura minuscola. Il farmacista di Sighet, che da giovane ha vissuto a Vienna, ha raccontato a Micki che al Prater, il famoso parco dei divertimenti, c’era Lilliputstadt, una città in miniatura abitata da nani. Anche in America, dice qualcuno. Ma no, in Germania, secondo altri. E ci sono circhi, famosi in tutto il mondo, che assumono per i loro numeri dei nani... 30
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“Ci passano davanti gli ufficiali. Qualcuno ride, indicandoci con la mano”.
Negli anni '30 del Novecento, sette componenti della famiglia ebrea Ovitz sono nani e danno vita a una compagnia teatrale, la Lilliput Troupe, che ha un notevole successo nei paesi dell’Europa Orientale. La loro popolarità cresce con l’uscita nel 1937 del film Biancaneve e i sette nani. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale tutto diventa più difficile. Mentre si trovano nell’Ungheria occupata, gli Ovitz sono prima rinchiusi in un ghetto, poi, nel maggio 1944, deportati ad Auschwitz. Qui il dottor Joseph Mengele, per il quale la gemellarità e le anomalie genetiche rappresentano una vera ossessione, li sottopone a continui esperimenti. Tutti i sette fratelli Ovitz incredibilmente sopravvivono. Una storia vera, di resilienza, liberazione e rinascita. Quando la disabilità può diventare una risorsa.
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