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A qualunque costo

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A QualunQue

costo

Tre compagni di classe, tre artefici della Costituzione Italiana abc Alta leggibilità

FuturoPresente

FRANCESCA BANCHINI


FuturoPresente


Editor: Patrizia Ceccarelli Testi: Francesca Banchini Coordinamento di redazione: Emanuele Ramini Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti Team grafico: Enzo Bocchini, Mauda Cantarini Illustrazioni: Gruppo Editoriale Raffaello Crediti fotografici: Massimo Caponnetto © 2026 Tutti i diritti sono riservati Raffaello Libri S.p.A. Via dell’Industria, 21 60037 - Monte San Vito (AN) ilmulinoavento.it Ristampa 6 5 4 3 2 1 0

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FRANCESCA BANCHINI

A qualunque costo!

Storia di tre compagni di classe: Antonino che voleva sconfiggere la mafia, Pierluigi e Silvano che volevano liberare l’Italia


A suor M. Annina, la mia maestra


PREFAZIONE

Le storie di Nino, Pierluigi e Silvano che leggerai in questo libro, a parte pochi dettagli romanzati, sono vere. Noterai che sono molto diverse fra loro: sono ambientate in luoghi e in epoche differenti, ruotano intorno a fatti differenti e hanno differenti esiti. Tuttavia, i protagonisti si sono trovati, in particolari momenti, a tu per tu con eventi storici importanti: la liberazione dal nazifascismo, l’arresto di Benito Mussolini, la lotta contro la mafia. Ognuno di loro ha dovuto compiere delle scelte difficili ed è bello pensare che, alla base delle loro decisioni, ci sia stato il fatto di aver frequentato insieme la stessa classe, nel Liceo Classico “Niccolò Forteguerri” di Pistoia. 5


Allora erano solo dei ragazzi e niente lasciava presagire che nelle loro vite si sarebbero poi trovati di fronte a eventi tanto drammatici. La scuola che frequentavano, inoltre, era molto diversa da quello che possiamo immaginare oggi. Nel 1935 il Liceo Classico era una scuola assai rigida, esigente, rigorosa; era anche un percorso scolastico che non tutti potevano permettersi di fare e che risultava assai selettivo. Eravamo nel pieno del regime fascista, di lì a poco Mussolini avrebbe avviato la campagna militare in Etiopia con la quale aveva il progetto scellerato di ampliare l’impero italiano conquistando e sfruttando altre popolazioni. Sarebbero state promulgate entro pochi anni le leggi razziali che avrebbero condannato alla persecuzione migliaia di italiani di origini ebraiche e presto Mussolini avrebbe trascinato il Paese nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale, a fianco di Hitler. Mentre i protagonisti della nostra storia andavano a scuola, insomma, la dittatura fascista sembrava inarrestabile e quasi nessuno riusciva a immaginare un futuro diverso per l’Italia. Tuttavia, come accadde in altre città italiane, anche a Pistoia, in quegli anni, proprio nelle aule delle scuole, in questo caso del Liceo Classico, si tenne acceso il fuoco della libertà interiore, del coraggio, del desiderio di giustizia. 6


Proprio qui nacquero tentativi di Resistenza, sicuramente anche grazie agli insegnanti e ai testi degli scrittori greci e latini che in quella scuola si studiavano e che da sempre e per sempre invitano l’uomo a riflettere su cosa è bene e cosa è male, su quali valori impostare la propria vita, sulla necessità di sentirsi protagonisti delle scelte che compiamo. Nino, Pierluigi e Silvano, forse senza nemmeno accorgersene, hanno interiorizzato tutto ciò e hanno poi saputo attingervi, quando si sono trovati ad affrontare momenti decisivi. Sono diventati protagonisti delle proprie decisioni, secondo quello che ci chiede di fare la Costituzione italiana, e hanno fatto la differenza per chi li ha incontrati e per tutti noi.

Auguriamo anche a te, che stai per affrontare la lettura di questo libro, di incontrare una scuola che ti dia radici salde, fondamenta solide su cui costruire le decisioni della tua vita, una scuola che sappia accompagnarti sulla strada che sceglierai e che ti dia gli strumenti per ritrovarla, quando ti capiterà di perderla. 7


Antonino Caponnetto È stato un importante magistrato italiano. Nacque in Sicilia nel 1920, poi si trasferì con la famiglia in Toscana, a Pistoia, dove studiò al Liceo Classico “Forteguerri” e conobbe la ragazza che poi sarebbe diventata l’amore della sua vita: Elisabetta Baldi, Bettina. Una volta diventato magistrato cominciò la sua carriera a Prato e a Firenze, ma presto, dopo la strage di mafia che nel 1983 provocò la morte del giudice siciliano Rocco Chinnici e della sua scorta, chiese e ottenne il trasferimento a Palermo. Qui creò e coordinò un gruppo di giovani magistrati impegnati nella lotta contro la mafia. Nacque così il pool antimafia, composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello, Leonardo Guarnotta e guidato dall’esperienza e dall’abilità di Antonino Caponnetto.


Questi magistrati condussero indagini impegnative che portarono all’arresto di molti mafiosi e, anche grazie alle testimonianze di pentiti come Tommaso Buscetta, riuscirono a organizzare il primo processo contro la mafia, il cosiddetto maxi processo.

Sembrava che la mafia sarebbe stata sconfitta, ma poi arrivarono le stragi di Capaci e di via D’Amelio dove furono uccisi Falcone e Borsellino. Antonino Caponnetto, sebbene ormai in pensione, continuò nel suo impegno contro la criminalità organizzata, incontrando i ragazzi delle scuole e girando l’Italia per parlare di legalità e per invitare ognuno a fare la propria parte. Antonino Caponnetto morì nel 2002 ed è sepolto a Pistoia, nel Cimitero della Misericordia.


Pierluigi Bellini delle Stelle Nacque a Firenze nel 1920 in una famiglia di origini nobili. Dopo gli studi iniziati al liceo classico “Forteguerri” di Pistoia e terminati a Firenze e dopo la laurea in Giurisprudenza, decise di unirsi alla Resistenza e diventò partigiano andando a combattere sui monti intorno al lago di Como e scegliendo come nome di battaglia “Pedro”. Qui si distinse prendendo parte a molte azioni contro i nazifascisti, raggiungendo posizioni di comando ed essendo coinvolto nell’arresto di Benito Mussolini che stava cercando di scappare in Svizzera. Dopo la guerra Pierluigi si sposò e visse una vita ritirata, lavorando e dedicandosi alla famiglia. Con il compagno di battaglia Urbano Lazzaro, il partigiano Bill, scrisse le sue memorie per raccontare i terribili mesi della Resistenza e gli ultimi giorni di guerra che li hanno visti protagonisti. Pierluigi Bellini delle Stelle morì a Milano nel 1984.


Silvano Fedi Nacque a Pistoia nel 1920 in una famiglia benestante. Si diplomò al Liceo Classico “Forteguerri”, e si iscrisse alla facoltà di ingegneria. In questi anni, Silvano ebbe numerosi problemi con le autorità fasciste: subì un processo per attività contrarie alla nazione e fu anche incarcerato. Nel 1943 decise di aderire alla Resistenza fondando una formazione partigiana, indipendente dai partiti politici e dagli altri movimenti partigiani, che chiamò “Squadre Franche Libertarie”. Insieme ai suoi compagni condusse molte azioni di sabotaggio contro i nazifascisti che occupavano la città di Pistoia: assaltarono prima la Fortezza Santa Barbara rubando una gran quantità di munizioni e armi, poi la Questura e infine il carcere da dove fecero uscire oltre cinquanta prigionieri, fra cui alcuni ebrei. Silvano e i suoi compagni agirono soprattutto nel territorio intorno a Pistoia e proprio qui, su una collina, furono coinvolti, il 29 luglio 1944, in un agguato le cui dinamiche esatte sono ancora da chiarire.


Io sono...

nino


storia di Nino

UN VECCHIO AMICO Firenze, agosto 1992

Oggi sono arrivate diciotto lettere, due in meno di

ieri, tre in più di ieri l’altro. Domani ne arriveranno ancora, lo so, e chissà per quanto tempo continuerò a riceverle. Scrivono proprio a me, al magistrato in pensione Antonino Caponnetto, e lo fanno da ogni parte d’Italia, in un flusso d’inchiostro che non si ferma, che mi abbraccia e mi sostiene e sa il cielo se ho bisogno di sostegno e quanto ne avrò bisogno nei prossimi mesi. Sono avvocati, studenti di giurisprudenza, giudici, carabinieri, insegnanti, studenti e semplici cittadini. Sono persone di ogni età e di tutti i ceti sociali, persino due coniugi appartenenti a una nobile famiglia fiorentina che mi chiedono di diventare il padrino di battesimo del bambino o della bambina che sta per nascere. Se sarà maschio si chiamerà Giovanni, come Falcone; se sarà femmina Paola, in onore di Borsellino. Mi scrivono soprattutto da Palermo, la città dove tutto ha avuto inizio. Devo trovare il tempo di rispondere a tutti: voglio farlo personalmente. Socchiudo la finestra per far entrare nel mio studio un po’ dell’aria fresca mattutina che ancora fa respirare Firenze. 13


Fra poco sarà necessario chiudere le imposte e affidarsi alla penombra per trovare sollievo dalla morsa di caldo estivo che stringe la città, in questo agosto che non accenna a finire. Torno alla scrivania, mi siedo e faccio scorrere fra le dita le buste chiuse che sono appena arrivate. Cosa spinge tanta gente che non mi conosce a scrivere proprio a me? Ad affidarmi pensieri, paure, speranze? La mafia, il male, ha vinto, noi siamo stati sconfitti, però non ci arrendiamo o almeno non si arrendono gli autori di queste lettere. È come se stesse nascendo una comunità fatta da persone che non vogliono mollare: spingendo me a resistere, in realtà prendono coscienza che sono loro stessi quelli che non intendono arretrare di un passo. Io non so se ho ancora la forza necessaria per continuare, dopo tutto quello che è successo, però mi fa bene stare immerso nel coraggio e nell’energia che trasuda da questi fogli. All’improvviso sono attirato da una busta in particolare. Non il colore, non lo spessore, non il formato mi colpiscono. È la calligrafia: elegante, antica, fine e con quel modo unico di fare la “t”. Possibile che sia lui a scrivermi? Dopo cinquant’anni? Leggo bene il mio nome scritto sulla busta, Antonino Caponnetto, passo l’indice sopra le “t”. 14


Gli occhi si inumidiscono mentre la apro con un sorriso e rifletto che proprio di questo avevo bisogno: che fra le tante lettere che ricevo ogni giorno ci fosse anche la sua, dopo più di cinquant’anni dal nostro ultimo incontro. Gli occhi scorrono avidi sulla carta, come se volessero mangiarsi ogni parola: Carissimo Antonino, non so se ti ricorderai di me, ma confido di sì, visto che le amicizie che nascono fra i banchi di scuola, laddove si condividono lacrime, speranze e desideri con la profondità e l’assolutezza proprie della gioventù, rimangono nei cuori come le relazioni più pure e significative della vita, anche quando poi le strade si dividono e la frequentazione quotidiana non c’è più. In questi anni ti ho seguito a distanza, Nino. Ho seguito la tua carriera e ne ho gioito per te; ho seguito i tuoi momenti difficili e ne ho sofferto con te. Ora che le stragi di mafia hanno dilaniato al cuore il nostro Paese, ho sentito mio dovere mandarti queste poche righe, per farti sentire la mia vicinanza, certo, ma soprattutto per ringraziarti fraternamente per il tuo esempio. Leggevo stamani a messa Ezechiele: “Il santuario, delizia dei vostri occhi e amore della vostra anima, è stato profanato, ma voi non mangerete il pane del lutto”. Tutto non è finito. C’è ancora da lavorare – anche per chi è caduto – come tu ci ricordi, ci insegni. 15


La lettera prosegue fino alla firma ed è proprio la sua firma, di Aurelio Sensi, mio compagno di classe fra i muri austeri del Liceo Classico “Niccolò Forteguerri” di Pistoia. Mi tolgo gli occhiali, appoggio il foglio sulla scrivania e passo una mano sugli occhi. Dovrei ancora custodire una foto di quegli anni lontani e sicuramente Bettina, mia moglie, saprebbe dove cercare a colpo sicuro, ma lei adesso non c’è, quindi devo fare da solo. Su uno degli scaffali più alti della libreria trovo un vecchio album che contiene poche foto, tutte in bianco e nero. Là in mezzo ecco quella che cercavo, accanto a poche parole vergate di blu: “V ginnasio, 1934–1935”. Ci siamo tutti in questa immagine: quasi quaranta, molti ragazzi e poche ragazze, come era abituale in quel tempo. Io sono in piedi nell’ultima delle quattro file in cui siamo schierati, con un completo chiaro e un sorriso che sembra beffardo ma non lo è: ero molto timido e insicuro, in quegli anni. Dita e occhi scorrono sui volti dei miei compagni di allora: alcuni sguardi sicuri, gioviali, scherzosi, altri corrucciati, misteriosi, intriganti. 16


Avevamo sedici anni e tutta la vita davanti, ma non ne sembravamo consapevoli, né eravamo consapevoli di tutte le difficoltà che da lì a pochi anni avremmo dovuto affrontare. Non lo ero io e sicuramente non lo era nemmeno Aurelio, di cui riconosco subito fra tutti gli altri il volto sorridente.

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storia di Nino

COMPAGNI DI CLASSE Firenze, agosto 1992

Stringo gli occhi per osservare bene la fotografia,

accarezzo i volti con il polpastrello e improvvisi, potenti, affiorano nella mia mente ricordi che chissà dove erano rimasti sepolti per tutti questi anni. Questo con la faccia allegra è Iacopo Barbi, che è morto poi in un campo di concentramento, dopo la ritirata italiana dalla Russia. Proprio lui che tanto odiava il freddo e che rammento come un ragazzo mite e sensibile. Riconosco bene anche Mario Caterini: gli hanno dato la medaglia al valore dopo la sua tragica morte sulla nave militare su cui prestava servizio, ma allora era solo un ragazzo gentile e appassionato alla scuola. Dicevano tutti che io e lui eravamo i più bravi, in quella classe, e penso che fosse vero, ma ormai a che serve ripensarci? E questo… sì, questo è Natale Rauty, uno dei miei compagni di banco, che poi sarebbe stato un mio grande amico. Allora non ci consideravamo molto, a dire il vero, ma già l’anno dopo sarebbe diventato abituale passare qualche ora insieme, nei pomeriggi in cui eravamo più liberi dai compiti. 18


Ci rintanavamo spesso nel boschetto di lecci davanti a casa sua, dove parlavamo di libri, di film, di ragazze e dove finivamo in men che non si dica il buonissimo pane e marmellata che sua zia Amelia ci portava ogni volta. Scherzavamo tanto insieme: io stavo bene con lui, come si sta bene con un amico vero e, anche se poi la vita ci ha allontanato e abbiamo mantenuto contatti solamente sporadici, penso di poter dire che una parte di noi è rimasta sempre là, con le schiene appoggiate agli alberi, le mani sporche di marmellata e le voci che si accavallavano, nella spensierata allegria dei sedici anni. Pierluigi, l’altro mio compagno di banco, è in prima fila in questa foto, seduto con le gambe conserte, due lunghi calzettoni di lana a coprire i polpacci e il suo solito sorriso stampato in volto, come sempre. Spesso i professori lo apostrofavano con durezza: «Si tolga quell’espressione dalla faccia, Bellini delle Stelle», ma per lui era impossibile obbedire, lo ricordo bene! Scherzare faceva parte della sua natura, non riusciva mai a restare serio troppo a lungo. Io timido, solitario, riflessivo, proveniente da una semplice famiglia di lavoratori; lui divertente, arguto, risoluto, membro di una nobile e antica casata. Eravamo tanto diversi, noi due, eppure siamo stati buoni amici. Scuoto la testa, scostando l’album da me. 19


A che serve tornare a quel tempo lontano al quale da troppo non pensavo più? Ormai è cambiato tutto, sono cambiato io. Eppure, aprire la lettera di Aurelio è stato come spalancare una finestra su un panorama di cui non ricordavo l’esistenza: sento che mi fa bene tornare a quei giorni, ritrovare i miei compagni di classe, trascorrere un po’ di tempo insieme con loro, nel mio cuore, e sperare che possano rendermi un po’ di leggerezza. Non sono mai stato un tipo spensierato, nemmeno da ragazzo. Non ero particolarmente scherzoso e non avevo doti di simpatia che mi rendessero attraente: altri lo erano assai più di me. Io amavo passare il mio tempo libero da solo nella mia stanza, visto che finalmente, da quando ci eravamo trasferiti a Pistoia da Catania, sia io che i miei fratelli Turi e Francesco avevamo una camera per uno. Là dentro, nel mio nido, ascoltavo musica e mi esercitavo a suonare il pianoforte su un vecchio strumento che i miei avevano preso a noleggio per me. Anche i passatempi fuori casa erano perlopiù solitari, come il mio preferito: lanciarmi sulla bicicletta in lunghi giri sulle colline intorno a Pistoia. Quasi sempre arrivavo alle Piastre, ma a volte, soprattutto la domenica, quando il tempo libero era maggiore, mi spingevo fino al Passo dell’Oppio. 20


La strada era impegnativa: spesso dovevo alzarmi in piedi per spingere con forza sui pedali e affrontare quelle curve severe, ma mi piaceva molto la sensazione che provavo una volta arrivato in cima, quando appoggiavo la bicicletta a terra e mi sedevo accanto a lei, sull’erba. Mentre il fiatone piano piano lasciava il posto a un respiro più regolare e il sudore si asciugava sulla fronte, il mio sguardo spaziava. Da lassù si vedevano le montagne alte e lontane degli Appennini, al di là delle quali c’erano le città e le pianure emiliane e tutto il mondo che prima o poi avrei conosciuto. Perso fra i miei pensieri mordevo un filo d’erba, aspettavo che il respiro fosse di nuovo pronto, rimontavo in sella e tornavo indietro, verso la città, lanciandomi in una discesa così piena di leggerezza da cancellare ogni preoccupazione. No, decisamente non ero un tipo sempre allegro e divertente, eppure gli altri ragazzi parlavano volentieri con me, Aurelio, Pierluigi, Natale, Iacopo, Mario, ma anche Silvano. Lo riconosco bene, in questa vecchia foto che torno a guardare con attenzione. È abbastanza vicino a me: siamo separati da un compagno di cui, pur sforzandomi, non riesco a ricordare il nome. Silvano era proprio così, come appare in questa immagine: serio, meditabondo. 21


Non andava molto bene a scuola, eppure pareva che vedesse più avanti di tutti noi, che già a quindici anni sapesse scendere in profondità nella vita. Non lo capivo sempre e qualche volta i suoi discorsi mi spaventavano, da quanto erano audaci, temerari e azzardati, perché io non ero come lui: l’educazione rigida che avevo ricevuto da mio padre mi faceva sembrare impossibile anche solo il pensiero della disobbedienza a una qualsiasi autorità. – Non è stata solo colpa di don Rodrigo, Nino – mi disse una volta Silvano, mentre, appoggiati alle solenni colonne di pietra del chiostro del nostro Liceo, discutevamo scambiandoci opinioni su una recente lezione sui Promessi Sposi. – Ma che dici, Silvano? – feci io di rimando. – Certo che è colpa di don Rodrigo. È lui che ha impedito il matrimonio fra Renzo e Lucia e ha usato la forza per minacciare il prete, don Abbondio. Di chi altro può essere la colpa? Riaffiora alla memoria la sua risposta e il sorriso disilluso con cui la pronunciò: – È soprattutto colpa di chi ha avuto paura di lui: il prete don Abbondio, il Griso e gli altri suoi servi, l’avvocato Azzeccagarbugli, il podestà del territorio. Don Rodrigo è stato un delinquente, ma gli altri gliel’hanno lasciato fare. La colpa, Nino, è sempre di chi non ha il coraggio di opporsi al male. 22


Le sue parole risuonano chiare dentro di me, a distanza di tanti anni e mi fanno quasi tremare. Silvano, Pierluigi: il loro ricordo svetta su quello degli altri, forse perché da tanto non ripensavo proprio a loro. Fino a ora avrei detto che le nostre tre vite sono proseguite in modi completamente diversi, ma adesso non ne sono così sicuro. Adesso, come non mi capitava da decenni, mi sento uno di loro, un compagno di classe e vorrei averli qui per chiederglielo: che cosa pensano di me e che cosa mi direbbero, oggi.

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Io sono...

pierluigi


storia di Pierluigi

LA SCELTA Monte Berlinghera, Lago di Como, giugno 1944

Quei treni li vedevo quasi ogni giorno, perché abitavo

vicino alla stazione di Campo di Marte, a Firenze, e spesso ci andavo, come se un richiamo potente e irresistibile mi attirasse fin là. Erano vagoni piombati diretti verso nord carichi di prigionieri. Le donne cercavano di avvicinarsi, di portare un po’ d’acqua e di viveri a quei disperati, ma le guardie naziste e fasciste non avevano pietà: picchiavano, urlavano, persino sparavano. Quelle immagini terribili non mi abbandonavano mai, nemmeno quando tornavo nel mio palazzo di famiglia, l’imponente edificio fiorentino dove noi Bellini delle Stelle eravamo tornati a vivere dopo esserci trasferiti a Firenze da Pistoia. Ero un signorino, allora, il signorino Pierluigi, appartenente a una famiglia aristocratica fra le più ricche della città e il nostro benessere era palpabile fra quelle stanze in penombra. Arredi antichi, marmi lucenti, tendaggi imponenti e poi servitù pronta a esaudire e a prevenire qualsiasi desiderio. Davanti a me allora erano aperte tutte le strade: mi sarebbe bastato scegliere e sarei potuto diventare quel che volevo. 25


Frequentavo giurisprudenza, accarezzando il sogno di diventare avvocato o giudice e sarebbe sicuramente finita così perché non c’erano ostacoli fra me e i miei desideri. Se non fosse stato per quei treni, lo so, sarebbe stato tutto facile: avevo la strada spianata. Ma i treni c’erano, io li vedevo e quella violenza mi disgustava. La mia indignazione contro i fascisti e i nazisti cresceva di giorno in giorno, insieme con la convinzione che non sarei potuto restarmene in disparte a non fare niente. C’era chi ci riusciva benissimo: chi fingeva di non vedere, di non sapere, chi pensava solo a salvare sé stesso e i propri cari. “Beati loro che ce la fanno a vivere così” pensavo. Ma io no. Io volevo fare la mia parte, dare il mio contributo alla Liberazione, non restarmene con le mani in mano e chinare la testa. Non mi bastava condannare l’ingiustizia, dovevo lottare contro di essa, ribellarmi. Del resto nello stemma della mia famiglia troneggia un pino con radici sospese nell’aria. E così mi sentivo io: un albero che aveva bisogno di mettere radici in qualcosa che fosse più grande di lui. “Chi non fa niente è complice” mi ripetevo e quando, grazie a mia sorella Eleonora che insegnava al Nord, sono entrato in contatto con un gruppo di partigiani, ho deciso che era quella la strada. Sono partito per la montagna e sono diventato uno di loro. 26


È andata così e adesso non sono più il signorino Pier Luigi Bellini delle Stelle, sono Pedro; non sono più un aristocratico studente di giurisprudenza, sono un ribelle; non sono più un ragazzo, sono un uomo. La notte è il momento più duro, soprattutto quando toccano a me i turni di guardia. Me ne sto là, immobile, al freddo, abbracciato alla mia arma, attento a ogni fruscio. Il profilo dei monti si staglia di fronte a me al chiaro di luna e mi riporta alle serate sotto le stelle, da ragazzo, nelle campagne intorno a Pistoia, quando mi sdraiavo sull’erba circondato dalle lucciole. Non sono passati tanti anni, se ci penso bene, ma quanto sembrano distanti! La leggerezza degli incontri con gli amici, dei pomeriggi passati a tradurre, dei primi sguardi timorosi lanciati a qualche ragazza hanno lasciato il posto alla fame, al freddo, alla paura per ogni rumore. E pensare che c’è stato un tempo in cui il mio problema maggiore era ricordare le coniugazioni dei verbi di greco. Sorrido sotto il bavero rialzato della giacca mentre provo a ripescarne qualcuno nella mia memoria, ripetendoli come se fossero una cantilena, proprio come facevo con i miei compagni durante le ricreazioni e prima che il professore interrogasse. – Avere si dice ècho, il suo futuro è schèso, il suo passato è èschon. Prendere si dice lambàno, il suo futuro è lèpsomai, il suo passato è… 27


Accidenti. – Il suo passato è… Niente da fare, non ricordo il passato di lambàno e subito dentro di me risuona la voce possente e imperiosa del professore di greco, come in quelle lontane mattinate a scuola: – Qual è il suo problema con i verbi, signor Bellini delle Stelle? Se non li ricorda è perché non li ha studiati bene. Adesso, ripensandoci, sorrido, ma allora mi confondevo: non sopportavo di fare brutte figure davanti ai miei compagni e mi sembrava di sentire su di me i loro sguardi affilati come coltelli. – A cosa ci servirà poi nella vita sapere i verbi in greco? – sbuffai una volta sottovoce a Nino, il mio compagno di banco, dopo che il professore mi aveva rimproverato più aspramente del solito. – Un serve a nenti, si sape! – mi sorrise lui strizzandomi un occhio. Aveva origini siciliane e spesso ci diceva parole nel suo dialetto, facendoci ridere. Ora invece vorrei ricordarlo, il passato di lambàno: mi servirebbe saperlo, qui, su questa montagna dimenticata da Dio, nelle infinite notti di guardia, perché quel verbo non cambierà mai. Qualunque cosa succeda, lui sarà sempre lo stesso per me, per tutti. È eterno, ormai. 28


Appartiene a una lingua che non muterà mai più, che ci sovrasta e che può rendere eterni anche tutti noi. Continuo a pensarci, mentre mi stringo nella giacca e soffio l’alito caldo sulle mie mani per scaldarle. Vorrei che i miei compagni di classe fossero qui per chiederlo a loro. Intanto la luna tramonta, le stelle passano lente sopra a me e ai miei pensieri, l’oriente si rischiara. Presto il sole tornerà a illuminare ogni cosa e a rendere evidente la precarietà della nostra situazione su questa montagna. Eppure, non c’è altro posto in cui adesso vorrei essere se non qui.

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Io sono...

silvano


storia di Silvano

SOTTO LE STELLE Campagna di Montechiaro, Pistoia, 29 luglio 1944

Silvano, Danilo, Marcello, Ivan, Brunello e Giuseppe,

detto Genova, camminano senza fretta fra gli ulivi nelle campagne intorno a Pistoia. Il sole picchia forte e fa risplendere le canne dei fucili a tracolla. I sei amici sono circospetti, in questo primo pomeriggio estivo, ma non hanno paura, non più del solito, almeno. Lo so bene, perché sono anch’io lì con loro. Mentre i sassolini scricchiolano sotto alle suole degli scarponi, il mio pensiero torna al giorno in cui ci siamo conosciuti, io e Silvano. Abbiamo quasi la stessa età noi due e siamo stati ragazzi negli stessi anni, ma non sapevamo l’uno dell’esistenza dell’altro fino a pochi mesi fa. Lui è benestante di famiglia perché suo padre è un commerciante di bestiame, i soldi non sono mai stati un problema né per lui né per suo fratello Filiberto. Neanche la politica era un problema per nessuno di noi due, quando eravamo piccoli: eravamo fascisti più o meno come tutti e, più o meno come tutti, lo saremmo stati anche da grandi, qualunque cosa volesse dire.

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– Quando ci hai pensato la prima volta? – gli chiedo a bruciapelo, accelerando il passo per camminargli a fianco. – A cosa? – mi risponde stranito. – A questo, al nostro gruppo, a combattere per la libertà. Continua a camminare senza guardarmi e senza dirmi niente, tanto che penso che se la sia presa per questa domanda: non è mai facile capire cosa gli passa per la mente. Poi, all’improvviso, mi lancia uno dei suoi sguardi ironici e sagaci insieme alla risposta che aspettavo: – Tu quando hai pensato per la prima volta di metterti a respirare? Ecco – continua senza aspettare il mio intervento, – per i miei pensieri sulla libertà è lo stesso. Sorrido e scuoto la testa mentre Silvano riprende a parlare, stavolta con tono serio, come se lasciasse uscire la voce dalla profondità del suo animo: – Avrò avuto sì e no quindici anni e salii in collina, una sera d’estate, per cercare un po’ di refrigerio mentre la città era infuocata. Erano i giorni del solleone, proprio come adesso. Mi feci più vicino a lui perché mi piacevano quei momenti di intimità che ogni tanto si creavano, nei quali Silvano mi sceglieva come confidente e apriva con me una parte del suo cuore. 32


– Non so se ti ricordi, Enzo, ma i quotidiani in quei giorni riportavano trionfalmente una sola notizia e anche i cinegiornali non parlavano di altro: il Duce era andato in visita a Pompei, a Paestum, a Salerno... Una folla in delirio l’aveva accolto: ovunque un fiume di camicie nere, fra bandiere, canti che inneggiavano alla patria e striscioni per celebrare l’Impero che, grazie alla sua guida sapiente, l’Italia stava per riconquistare. Lo ricorderai anche tu, credo: Mussolini inaugurò una campagna di bonifica di quelle terre, salutò le truppe in partenza per conquistare l’Etiopia, si lasciò fotografare in pose solenni e memorabili e la gente, intorno a lui, fremeva di entusiasmo e di gioia incontenibile. Sembrava che tutti avessero la febbre, una febbre collettiva, un delirio di massa che aveva contagiato l’intero Paese. Perfino nel cinema dove ero, a Pistoia, quando trasmisero il cinegiornale, ci furono grida di approvazione, applausi frenetici. Erano tutti impazziti, come se il desiderio di dimostrarsi fascisti perfetti avesse annebbiato le menti. La voce stentorea e tonante del Duce sovrastava quelle manifestazioni di entusiasmo, descrivendo le opere di ricostruzione nella piana di Pompei con parole che ricordo benissimo ancora oggi: – Popolo di Salerno, popolo della Campania! Avete il pri-vi-le-gio di assistere a un prodigio romano – fascista, a un vanto dell’ingegneria italiana! 33


Avevo ben presenti anch’io i cinegiornali, perché li trasmettevano prima della proiezione di ogni film, nei cinema italiani. A sentir loro tutto era perfetto in Italia, sotto il regime fascista: tutto era ordinato, pulito, efficiente. – Proprio quella sera salii in collina e mi sdraiai sull’erba – continuò Silvano. – Dentro di me risuonavano le parole che avevo ascoltato nel pomeriggio e sentivo ancora l’eco degli applausi che mi soffocava più del caldo estivo, in una morsa che mi sembrava fatale e dalla quale non vedevo scampo – continuò Silvano. – Sopra di me però il cielo era una coperta di stelle: erano milioni, molte di più di quelle che si possono vedere stando in città. Cominciai a guardarle cercando le costellazioni che conosco, come per orientarmi in quell’ammasso di luci, ma presto cambiai prospettiva. Pensai che erano le stesse stelle che avevano ammirato gli uomini della preistoria, gli antichi Greci e persino i Romani che vivevano a Pompei, a Paestum e in tutte le nostre terre ora funestate dalla furia fascista. Silvano tacque. Continuammo a camminare in silenzio e poi, quando ormai i miei pensieri stavano iniziando a seguire un altro corso, esclamò: – Le stelle hanno visto un sacco di cose, Enzo. Tutto, nel mondo, inizia e finisce sotto le stelle, io quella sera l’ho capito bene. 34


A forza di guardare il cielo e di respirare a pieni polmoni l’aria fresca della notte, mi pareva quasi di riempirmi di stelle, mi pareva che il battito del mio cuore si regolasse sul loro pulsare eterno e, soprattutto, mi pareva che il Duce e i suoi proclami di grandezza fossero irrilevanti, rispetto all’immensità del cielo.

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storia di Nino

L’INIZIO DI TUTTO Firenze, agosto 1992

Lo sento chiaramente mentre chiudo l’album e lo

ripongo al suo posto nello scaffale: mi ha fatto piacere ricevere, insieme a tutte le altre, la lettera di Aurelio. In quel passato sono le mie radici e la freschezza della gioventù. Il presente però è diverso, penso con un sospiro. In particolare, non riesco a togliermi dalla mente quella frase terribile che ho pronunciato poche settimane fa in diretta TV, dopo la morte di Paolo Borsellino: È finito tutto. Ho colpito, forse ho deluso, tanta gente con quella frase, lo so, ed evidentemente anche Aurelio ne è rimasto impressionato. Penso anzi che mi abbia scritto proprio per questo motivo: per dirmi che non è vero, non è tutto finito. In fondo questo fanno gli amici, anche gli amici che non vedi più da cinquant’anni: quando sbagli te lo dicono. E io quel giorno ho sbagliato a dire quelle parole, lo so, me ne sono reso conto subito, ma non ho potuto fare a meno di lasciarle uscire da dentro di me, mentre quasi mi aggrappavo al braccio del giornalista che continuava a chiedermi cosa volessi dire. 36


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“Avevamo 16 anni e tutta la vita davanti, ma non eravamo consapevoli delle difficoltà che da lì a un po' d'anni avremmo dovuto affrontare”.

Tre compagni di classe speciali: Antonino Caponnetto, il padre del pool antimafia, Pierluigi Bellini delle Stelle, l’uomo che nel 1945 arrestò Mussolini a Dongo, e Silvano Fedi, il partigiano che combatté e morì per la Liberazione di Pistoia. Per una sorte incredibile, nell’anno scolastico 1934-1935 questi tre uomini furono nella stessa scuola e nella stessa classe. E proprio lì, mentre ancora il fascismo sembrava inarrestabile, maturarono quei desideri di libertà, giustizia e legalità che li hanno poi accompagnati per il resto della loro vita. Valori che ancora sono capaci di attrarre giovani di ogni epoca. Un invito a comprendere la Resistenza e la lotta alla mafia e a capire che la Costituzione non è un obiettivo già raggiunto, ma un cammino che va percorso giorno dopo giorno. abc Alta leggibilità

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