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La scienza

è nuda ŒŒŒ

Esperimenti di comunicazione nell’era della scienza post-accademica


La scienza

è nuda

Esperimenti di comunicazione nell’era della scienza post-accademica ŒŒŒ Politecnico di Milano Facoltà del Design Corso di Laurea Magistrale in Design della Comunicazione ŒŒŒ Tesi di Laurea Specialistica di Paolo Dusi Relatore: Paolo Ciuccarelli Correlatore: Donato Ricci


alla mia famiglia


Politecnico di Milano Facoltà del Design Corso di Laurea Magistrale in Design della Comunicazione testi di Paolo Dusi, 708179 font: Thesis, Lucas de Groot (1994/1999), FontFabrik | Adobe Caslon™, Carol Twombly (1990), Adobe in copertina: Tintoretto, Susanna e i Vecchioni, 1557 finito di stampare il 30 aprile 2010 a Milano


Indice

I. Abstract ’’’ 11 II. Introduzione ’’’ 13 01. La scienza vista con gli occhi di un cittadino 1. L’immagine pubblica della scienza. ’’’ 21

2. Paleontologia dell’immaginario scientifico. ’’’ 24 2.1. La scienza nel cinema e nei fumetti. ’’’ 35

3. Studi sull’immagine pubblica della scienza. ’’’ 52 3.1. Eurobarometro 2008. ’’’ 52 3.2. Observa 2009. ’’’ 56

4. Plasmare l’immagine pubblica della scienza. ’’’ 61

02. La scienza vista con gli occhi di un sociologo 1. Gli studi di laboratorio. ’’’ 71

2. La “dimostrazione” della relatività. ’’’ 76

2.1. Eclissi, stelle e movimento apparente. ’’’ 79 2.2. Verità, mito e metodo scientifico. ’’’ 84

3. Visioni a confronto. ’’’ 87

3.1. Il modello mertoniano, una visione incantata. ’’’ 88 3.2. Bruno Latour, la scienza tra fatto e artefatto. ’’’ 92 3.3. Il modello di campo, una visione realista. ’’’ 97

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03. Edificazione e crollo della Torre d’avorio 1. Nascita della scienza moderna. ’’’ 109 2. Il crollo della Torre d’avorio. ’’’ 113

2.1. Scienza come motore di sviluppo. ’’’ 119 2.2. Scienza come pratica collettiva. ’’’ 122 2.3. Scienza e partecipazione. ’’’ 126 3. Un dialogo controverso. ’’’ 130

4. Il ruolo della comunicazione. ’’’ 135

04. Non c’è scienza senza comunicazione 1. Comunicazione e scienza. ’’’ 141

1.1. La comunicazione interna. ’’’ 143

1.2. La comunicazione pubblica. ’’’ 146 2. Analisi sul campo. ’’’ 148

2.1. La letteratura divulgativa. ’’’ 151 2.2. La scienza sul web. ’’’ 159 2.3. Il teatro scientifico. ’’’ 165

2.4. La scienza in piazza. ’’’ 174

2.5. La scienza in bacheca. ’’’ 188 2.6. La scienza patinata. ’’’ 199

2.7. La scienza del piccolo schermo. ’’’ 208 3. Conclusioni. ’’’ 215

05. La scienza figurativa 1. Visualizzare la scienza. ’’’ 221 1.1. Nella ricerca. ’’’ 223

1.1. Nella comunicazione. ’’’ 228

2. Visualizzare per abbattere barriere. ’’’ 234

3. Visualizzare per trasmettere conoscenze. ’’’ 238

Π00 | Indice


4. Visualizzare per dialogare. ’’’ 245

5. Visualizzare per prendere decisioni. ’’’ 247

06. Visualizzare i processi 1. Comunicare i processi nella scienza post-accademica. ’’’ 257 2. Caratteristiche e tipologie di processi. ’’’ 260 3. Visualizzare i processi. ’’’ 265

3.1. Dove vengono visualizzati i processi ’’’ 278

07. Il caso, la Terapia di Bella 1. Criteri di scelta. ’’’ 285

2. La Terapia Di Bella. ’’’ 287

2.1. In che consiste la terapia. ’’’ 288 2.2. Posizioni contrastanti. ’’’ 290

2.3. Raggiunto il punto critico. ’’’ 290 2.4. La sperimentazione. ’’’ 292

2.5. Critiche alla sperimentazione. ’’’ 294 2.6. Una Conclusione controversa. ’’’ 296 3. Problemi di comunicazione. ’’’ 297

08. Un esperimento di comunicazione 1. Il processo scientifico. ’’’ 303 2. L'analisi affrontata. ’’’ 304 3. Le scelte progettuali. ’’’ 313

4. Gli artefatti comunicativi e la loro grammatica. ’’’ 329

09. Conclusioni ’’’ 337 Bibliografia ’’’ 345

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Π00 | Abstract


Abstract “La visione ufficiale della scienza è un’ipocrisia collettiva capace di garantire il minimo di credenza comune che è necessario al funzionamento di un ordine sociale; l’altra faccia della scienza è ad un tempo universalmente conosciuta da tutti coloro che partecipano al gioco e unanimemente dissimulata, come un segreto di Pulcinella scrupolosamente custodito.” Pierre Bourdieu Allo stato attuale la comunicazione scientifica verso il grande pubblico si limita a divulgare i risultati della ricerca, basandosi su un principio di autorevolezza; questi risultati, presentati sempre come chiari e univoci, sono invece frutto di lunghe e dure lotte interne, di scontri e dibattiti tra ricercatori secondo procedure regolate. Citando Pierre Bourdieu, “La scienza è un immenso apparato di costruzione collettiva collettivamente utilizzato.” La realtà è ben diversa e molto più complessa di come potrebbe ad un primo sguardo apparire; non esiste però l’interesse a raccontare questo processo all’esterno del campo, a svelare il “segreto” al grande pubblico. La tesi si propone di creare un modello di comunicazione che mostri questo processo e permetta così anche alla gente comune di avere le basi necessarie per giudicare in modo critico il risultato, evitando mistificazioni. Si parte quindi dall’analisi del mondo scientifico con l’obiettivo di comprenderne la struttura, gli attori principali e la loro interazione per creare una verità comune, passando ad analizzare il modello di comunicazione scientifica e confrontarlo con quello divulgativo, per definirne le sostanziali differenze. Infine analizzare una serie di casi studio che dimostrano come i risultati possano essere facilmente falsati se non viene comunicato il processo.

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Ĺ’ 00 | Introduzione


Introduzione Una vecchia favola racconta che l’imperatore di una terra lontana un giorno sfilò davanti ai propri sudditi indossando la più pregiata delle stoffe, caratteristica per essere invisibile agli sciocchi. Si narra che quel giorno tutti videro sfilare un imperatore nudo, ingannato dalla sua stessa vanità, ma che nessuno ebbe il coraggio di rivelare la verità. Questo oggi accade nei confronti della scienza. Noi tutti siamo stati abituati a vedere la scienza come un’entità in grado di trasmettere certezze assolute, un vecchio costume che fa ormai acqua da tutte la parti, ma che funziona ancora. Ogni giorno telegiornali, quotidiani e riviste ci annunciano con titoli altisonanti una nuova scoperta, una nuova invenzione, le ultime novità della ricerca: sentiamo troppo spesso parlare di scienza e dei suoi risultati, ma mai parlare riguardo alla scienza. Nei suoi confronti abbiamo sviluppato una sorta di timore reverenziale: seppure migliori la nostra vita sappiamo che la sua forza nelle mani sbagliate potrebbe distruggere l’intero pianeta. Ci pare far parte di un mondo distante dal nostro, dove raziocinio, rigore e perfezione regnano sovrani e l’errore non è ammesso. Ma la verità è ben diversa. Basta solo avere il coraggio di stropicciarsi gli occhi e guardare meglio: la scienza è nuda e il corpo che ci mostra è fatto di carne ed ossa e pulsa di sentimenti e passioni: il corpo di un uomo. Eccola quindi la verità: la scienza, in quanto umana, è una creazione potente ma imperfetta, che ha bisogno oggi più di ieri di essere sostenuta e protetta da tutti, nessuno escluso. Obiettivo della tesi è quindi quello di abbracciare questa nuova visione e proporre un modello di comunicazione per la scienza che non badi più al trionfalismo e all’autoritario autocom-

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piacimento, ma che sia il più possibile schietto, consapevole e critico e che permetta un dialogo tra due mondi – scienza e società – che si credevano distanti, ma che in realtà sono molto vicini. Oggi è importante che i cittadini si interessino di scienza e che ne siano ben informati. Lo sviluppo sempre più veloce delle tecnologie li porta infatti a essere sempre più a contatto con oggetti hi-tech e coinvolti nel dibattito politico circa temi di interesse scientifico che influenzeranno la loro vita futura (nanotecnologie, energie rinnovabili, OGM, effetto serra...). Sempre più spesso, inoltre, i cittadini degli stati democratici sono chiamati ad esprimere con il voto il proprio parere riguardo a temi scientifici e dalla loro scelta dipendono spesso interi settori della ricerca. Si parla quindi dell’importanza dell’alfabetizzazione scientifica e della divulgazione: la diffusione di conoscenza che si attiene alla trasmissione dei dati e degli argomenti dell’agire scientifico. Oggi è possibile trovare ovunque e senza fare nessuna fatica notizie di questo genere: giornali, riviste, programmi radiofonici e televisivi sono imbottiti di scienza e tecnologia. Basta accendere il televisore e fare un po’ di zapping per trovare un documentario sugli orsi polari o un esperto che racconta ad un pubblico assonnato le ultime scoperte sull’artrite reumatoide, sfogliare un quotidiano per scoprire un caso di fuga di cervelli all’estero o i risultati di una ricerca sullo stress metropolitano. C’è un gran parlare di scienza. Ma un cittadino come vede la scienza? E cos’è che comporta la formazione di questa immagine? Da questo primo interrogativo parte la mia riflessione: la scienza è percepita dai cittadini da due punti di vista diametralmente opposti, tanto da sembrare o tutta buona o tutta cattiva. Per alcuni, è come un castello in pericolo, assediato da orde barbariche; per altri, è la scienza stessa il nemico: il nostro pianeta, la nostra vita quotidiana, sono sotto l’attacco di una burocrazia tecnologica controllata da capitalisti il cui unico interesse sembra essere il profitto (Collins e Pinch, 1993). Nel secondo capitolo, che analizza le ricerche effettuate a partire dagli

Π00 | Introduzione


anni sessanta dai sociologi della scienza, vedremo come l’idea di un metodo scientifico infallibile sia solo una bella leggenda e come invece sia il processo di collettivizzazione e di critica generale che contribuisce a dare significato scientifico ai singoli atti di osservazione e spiegazione. Seppure questa leggenda sia ridotta a un colabrodo, subisce ancora un certo fascino e il mito è difficile da dimenticare. L’immagine romantica dello scienziato che lotta da solo contro la realtà per riuscire ad impossessarsi della verità è utilizzata ancora in molti discorsi e tanti sono i sostenitori di questo ideale. La realtà è invece ben diversa: lo scienziato, nella sua attività di ricerca, è sempre più legato e condizionato dalle decisioni di altri attori, che in qualche modo partecipano al processo scientifico. Questa situazione è un dato di fatto. Se in un primo momento la scienza si era creata delle barriere protettive per riuscire a distinguersi da altre discipline che ne minacciavano i valori e a creare un sistema di regole e prassi condivise per auto-regolarsi, questi confini, per diverse cause storiche che analizzeremo, sono oggi crollati. Se una volta le decisioni della scienza erano prese in completa autonomia oggi i cittadini vogliono dare la loro opinione e vogliono essere ascoltati. Sono stanchi di sentire la solita lezione ex cathedra; vogliono partecipare in maniera propositiva. In questa nuova era della scienza, ribattezzata dal sociologo John Ziman era post-accademica, la comunicazione assume un ruolo fondamentale. Si giunge quindi al tema principale della tesi: la comunicazione pubblica della scienza. Ma perché pubblica? Nel quarto capitolo vedremo come in ambito scientifico esistano due differenti campi di comunicazione: lo studioso si trova infatti a dover comunicare con i propri colleghi della comunità scientifica, oppure con il pubblico generico dei cittadini, utilizzando modalità e linguaggi differenti. Prima di addentrarsi in un campo completamente nuovo è opportuno esaminarne lo stato attuale e le condizioni storiche che lo hanno determinato, per comprenderne a fondo le dinamiche specifiche, evidenziandone i limiti e le lacune. Per questo è stata realizzata una mappa della comunicazione

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pubblica della scienza, prendendo come riferimento la tassonomia definita da Pietro Greco, studiando l’evoluzione di ogni categoria e individuando per ognuna di esse un caso studio specifico che ne evidenziasse le potenzialità. Uno strumento utilizzato dalla scienza quando si tratta di comunicare è la visualizzazione, a prescindere dal target. Forse perché le scienze naturali hanno basato sulla percezione gli strumenti della loro indagine: percezione come osservazione diretta, percezione incrementata mediante strumenti adatti, percezione che trova strumenti per rendere visibili e misurabili fenomeni altrimenti impercettibili (Massironi, 1982). In particolare nella comunicazione pubblica, la visualizzazione permette di risolvere diversi problemi: essa infatti consente di abbattere le barriere di un linguaggio tecnico, di trasmettere conoscenze a un pubblico non solamente specialistico, permette ad attori con competenze e esperienze diverse di dialogare e di prendere decisioni in maniera autonoma e consapevole. In realtà attualmente in campo scientifico la visualizzazione viene utilizzata quasi solamente per abbattere barriere e trasmettere conoscenze mentre in altri ambiti, come l’organizzazione aziendale, è stata compresa la sua importanza anche per dialogare e prendere decisioni: da anni sono infatti utilizzati strumenti di rappresentazione grafica come le business process map. La proposta avanzata in questa tesi è quindi quella di servirsi della rappresentazione visiva anche per raggiungere queste due nuove finalità, dettate dai bisogni emersi nel panorama moderno. Il progetto, in particolare, si ripropone di visualizzare i processi scientifici. Si crede ingenuamente che la gente comune non disponga delle conoscenze necessarie per la comprensione; per questo motivo molte informazioni vengono perse, semplificate e selezionate in base a criteri di notiziabilità. Così facendo, solo i risultati raggiungono gli spettatori. Questo modo può funzionare quando si tratta di divulgare delle conoscenze ormai consolidate e condivise da tutta la comunità scientifica; cosa ben diversa è comunicare quegli ambiti in cui la scienza è in azione, dove

Π00 | Introduzione


le conoscenze a riguardo non sono ancora consolidate e non è ancora stato raggiunto un “verdetto finale”. Il problema è che non abbiamo ancora i mezzi, i riflessi, gli utensili, le abitudini mentali che ci permettano di trovarci a nostro agio nei fatti d’ora in avanti discutibili (Latour, 1998). Per questo motivo viene proposto di visualizzare l’intero processo scientifico, per valorizzarne i risultati e per permettere a chiunque di prendere posizione in maniera autonoma. Per sperimentare delle soluzioni concrete è stato opportuno non rimanere nell’astratto, ma lavorare su un tema specifico, sul quale testare le ipotesi teoriche. La scelta di un buon oggetto di studio facilita il lavoro e produce risultati più convincenti. Al contrario, la scelta di un cattivo oggetto comporta sovente il fallimento dell’indagine (Venturini, 2008). Per questo, solo dopo un’attenta analisi delle possibili alternative, ho preso in considerazione il caso Di Bella. Questo metodo di cura, che secondo il medico modenese Luigi Di Bella e i suoi numerosi sostenitori è in grado di guarire diverse tipologie di cancro senza ricorrere alle tradizionali chemioterapie, scatenò nella seconda metà degli anni ’90 un forte dibattito che portò a una presa di posizione del Parlamento italiano. Quest’ultimo chiese alla massima autorità in campo medico, l’Istituto Superiore di Sanità, di compiere delle ricerche per dimostrarne l’effettiva validità scientifica, che, nonostante le aspettative iniziali, ebbero un esito negativo. La comunicazione dei risultati al pubblico venne tuttavia trascurata tanto che, nonostante siano passati più di dieci anni dalla dimostrazione scientifica della sua inefficacia, questa cura è tuttora diffusa, anche in ambito medico. Il progetto mostra che l’integrazione della comunicazione tradizionale con strumenti di visualizzazione dei processi potrebbe costituire una possibile soluzione a questo problema.

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Ĺ’ 01 | La Scienza vista con gli occhi di un cittadino


01. La scienza vista con gli occhi di un cittadino 1.

L’immagine pubblica della scienza.

2.

Paleontologia dell’immaginario scientifico.

3.

Studi sull’immagine pubblica della scienza.

4.

Plasmare l’immagine pubblica della scienza.

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Ĺ’ 01 | La Scienza vista con gli occhi di un cittadino


1.1 L’immagine pubblica della scienza. La scienza, quando passa al cittadino, si somma alla cultura, alle considerazioni morali, alle credenze irrazionali e alle tradizioni. Tutti questi sono elementi che, dal punto di vista dei comportamenti e delle scelte, rivestono un’importanza identica al dato scientifico. Per immagine pubblica della scienza si intende quindi l’espressione di tutte le modalità attraverso le quali gli individui e la società fanno propria la scienza (Godin & Gingras, 2000). Metaforicamente parlando possiamo dire che la percezione della scienza parte dalla testa, ma si sviluppa nello stomaco come l’insieme di quell’immaginario collettivo e stereotipato, che può talvolta addirittura trovarsi in contraddizione con le idee che effettivamente concorrono allo sviluppo della tecnologia, della medicina e, in ultimo, della vita quotidiana. Per scoprire come cambia la percezione dei cittadini riguardo alla scienza ogni anno vengono investite numerose risorse e utilizzati diversi strumenti come interviste telefoniche, questionari o focus group. Dagli ultimi report pubblicati si scopre che gli scienziati rimangono tra le categorie professionali più apprezzate, assieme a medici e ingegneri, che la scienza è ritenuta di fondamentale importanza per il miglioramento delle condizioni di vita e in generale viene messa in stretta relazione con l’idea di progresso. Rimane infatti l’idea della scienza come motore principale del progresso tecnologico: una scienza-strumento che si colloca “a monte” di un processo a senso unico tramite il quale le scoperte e le invenzioni utili

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Ĺ’ 01 | La Scienza vista con gli occhi di un cittadino


img 001 | Albert Einstein mostra la lingua. Princeton, New Jersey, 1951. Albert Einstein mostra la lingua ai fotografi che gli chiedono di sorridere in occasione del suo settantaduesimo compleanno. Questa immagine è oggi un’icona e rappresenta lo stereotipo comune della scienza, genio e sregolatezza.

alla fine giungono “a valle” nelle case, nei negozi e nelle sedi di lavoro (Ziman, 2003). Questo modello, lineare e ultra-semplificato, rimane ciò che molti politici, uomini d’affari e giornalisti affermano riguardo alla scienza e per riflesso è anche l’immagine percepita dai cittadini. Questa teoria socio-economica ha però una doppia medaglia: da un lato infatti santifica la scienza come una componente del processo di R&S creatrice di ricchezza, dall’altro la demonizza come principio attivo nel «complesso militare/ industriale» tecnoscientifico. La scienza è quindi vista alla stregua di una «scatola nera», uno strumento potente, ma misterioso, il cui utilizzo deve essere attentamente vagliato e sottoposto al controllo della società. Questa visione si forma a partire dagli anni ’60 quando il termine “scientifico” inizia ad assumere connotazioni negative, suscitando più dubbi che certezze nell’opinione pubblica. Da allora questa connotazione negativa si è mantenuta viva ed è arrivata fino ad oggi riprendendo vigore ogni qual volta che la scienza commette un errore. Questa ambivalenza è un problema di tutta la società moderna. Viene percepita come un periodo di cambiamenti continui, che mostra allo stesso tempo benefici e minacce. Come ha scritto lo storico Marshall Bearman “essere moderni significa vivere in un ambiente che promette avventura, potere, gioia, come pure la crescita e la trasformazione di noi stessi e del mondo. Allo stesso tempo essere moderni spaventa perché questo può voler dire distruggere tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che co-

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img 002 | Faust nel suo studio. H. Rembrandt, 1652. Faust osserva apparire un cerchio magico nel suo studio.

nosciamo.” Il fatto che le molte scoperte della scienza, dal DNA alle nanotecnologie, sono invisibili e oltre la portata della conoscenza e del senso comune di certo non aiuta. Questo può infatti causare sfiducia o disinteresse. Sfiducia amplificata anche da alcune caratteristiche del mondo scientifico, come l’indipendenza o il linguaggio specifico: la scienza viene infatti vista dal pubblico come un mondo complesso, difficile e distante dove solo pochi eletti, passando per mille vicissitudini, possono entrare a farne parte. Questo riduce le aspettative da parte dei cittadini sulla possibilità che la scienza faccia parte della loro vita, spingendo sempre più ampie fette di popolazione a sentirsi escluse dalla scienza, come dimostra il calo di iscrizioni alle facoltà scientifiche.

1.2 Paleontologia dell’immaginario scientifico. In generale è importante non cadere nel tranello di una visione semplicistica ritenendo l’immagine pubblica della scienza un semplice risultato degli insegnamenti scolastici e delle conoscenze scientifiche apprese tramite divulgazione. Bisogna capire che la creazione dell’immaginario scientifico è in realtà un processo molto più complesso e ad esso concorrono dei fattori espliciti, quanto dei fattori impliciti. Questi ultimi – che per esempio possono essere le conversazioni in famiglia, la pubblicità, la

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fiction televisiva, il cinema e anche i fumetti – non hanno come scopo principale la divulgazione, ma possono comunque riflettere lo spirito scientifico dei tempi, funzionando da specchio deformante, che a sua volta può essere realistico, irriverente o in alcuni casi addirittura fuorviante. Se si osserva la tavolozza con cui viene dipinta la scienza in questi artefatti si possono trovare molte sfumature, una grande varietà di tonalità, che vanno da quelle cupe utilizzate per descrivere lo scienziato pazzo, diabolico e criminale, a quelle più forti e vivaci dello scienziato geniale e irrequieto, eroe dell’umanità e appassionato del proprio lavoro. La scienza è cultura e, come tutta la cultura, si propaga non soltanto nella forma di nozioni, concetti, affermazioni isolate su fatti determinati, ma prima ancora per mezzo di storie, metafore, sogni, rappresentazioni mentali complesse, nelle quali l’ambivalenza gioca un ruolo cruciale. Si può dire che la percezione della scienza sia formata da diversi sedimenti di epoche diverse, anche antecedenti alla nascita della scienza moderna, che nel tempo si sono solidificati nell’immaginario comune, sovrapponendosi assieme, rielaborati e intrecciati, ricomposti e reinventati dalla cultura popolare. Per capire da dove nasce questa immagine bisogna perciò tentare una sorta di paleontologia dell’immaginario, capace di scavare e incontrare elementi profondi, alcuni dei quali risalgono a epoche precedenti alla scienza stessa. Tre grandi sedimenti in particolare hanno contribuito a costruire il nostro immaginario sulla conoscenza e si ritrovano mescolati ogni volta in maniera differente nei nostri discorsi sulla scienza. Sin da epoche remote la conoscenza è stata associata a tre grandi dilemimg 003 | Mefistofele appare a Faust. T. Johannot, 1845–1847. Il vecchio Faust vende la propria anima al diavolo in cambio di giovinezza e sapienza.

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img 004 | Prometeo dilaniato dalle aquile. J. de Ribera, 1652. Prometeo, colpevole di aver portato la fiamma della conoscenza all’uomo, è costretto a un’eterna tortura.

mi di carattere mitico, tutti caratterizzati da un punto di vista positivo di fascino per il nuovo e da un punto di vista negativo di diffidenza o paura. Nella mitologia greca, Prometeo ruba agli dei il sacro fuoco della conoscenza e lo concede in dono agli uomini. Per questo su di lui si scatenerà l’ira di Zeus e subirà una punizione esemplare. Prometeo è quindi un eroe ma allo stesso tempo è l’autore del crimine più grave che si possa concepire: la ribellione contro il divino. Non meraviglia che fra le numerose versioni del mito, ce ne sia una in cui Prometeo non è solamente simbolo di libertà, ma anche di orgoglio e presunzione. Nella Divina Commedia la contraddizione della conoscenza è incarnata dalla figura tragica di Ulisse, che, contro ogni suggerimento, decide di attraversare le Colonne d’Ercole, a dimostrazione che ciò che distingue la natura umana è proprio il testardo tentativo di inseguire “virtù e conoscenza”. Anche in questo caso il prezzo da pagare è altissimo. Gli stessi scienziati sono stati sempre affascinati da questo mito, come lo dimostra J.B.S. Haldane, famoso biologo e genetista inglese considerato uno dei padri della moderna sintesi evoluzionistica, che scrisse: “L’inventore chimico o fisico è sempre un Prometeo. Non esiste grande invenzione, dal fuoco al volo, che non sia stata salutata come un insulto a qualche divinità.” Il secondo sedimento mitico è quello dell’apprendista stregone, legato al controllo della conoscenza e delle applicazioni che ne derivano: la conoscenza è potere e il potere deve essere gestito e dominato con estrema

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ÿ L’Apprendista stregone, 1797, W. Gohete. Il vecchio maestro d’incantesimi finalmente è andato via! E ora devono i suoi spiriti fare un poco a modo mio! Le sue parole e l’opere io ho guardato e i riti, e con la forza magica anch’io so fare prodigi. Corri! Corri per un tratto bello e buono, ché allo scopo scorra l’acqua, e con ricchi, pieni fiotti si riversi nella vasca! E ora, vecchia scopa, vieni, prendi gli stracci miseri! È da tempo, ormai, che servi; ora esegui i miei ordini! Sta’ ritta su due gambe, ci sia una testa, sopra, fa’ in fretta e vattene con questa brocca! […] Fermati! Fermati! Poiché noi dei tuoi doni la misura abbiamo colma! – Ahimè, ora è chiara la faccenda. Ahi, ahi, ho scordato la parola! La parola che la riduce, alla fine, com’era una volta. Ah, lei corre e porta veloce. Oh, se tu fossi la vecchia scopa! Rapida, sempre nuovi flutti lei porta dentro con sé.

Ah, e cento fiumi si gettano su di me. […] Oh tu, mostro dell’inferno, vuoi affogare tutta la casa? Oltre ogni soglia già vedo l’acqua a fiumi che dilaga. Scopa scellerata, non mi dai ascolto! Bastone, che sei stata, fermati di nuovo! […] Ecco, colpita a dovere! Guarda, in due è spaccata! Ora posso sperare e tirare il fiato! Oh, che guaio! I due pezzi in gran fretta, come servi, sono pronti a ogni cenno, all’impiedi ritti stanno! Oh, aiuto, forze del cielo! E corrono! L’acqua irrompe nella sala e su ogni gradino. Che orrenda massa di onde! Signore e maestro, ascolta il mio grido! – Oh, il maestro arriva! Signore, il pericolo è grande! Gli spiriti chiamati per magia, non riesco a liberarmene. In quell’angolo, presto scope, scope! Siate quello che foste! Come spiriti voi al suo scopo evoca il vecchio maestro, e solo lui.

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img 005 | L’apprendista stregone. S. Barth, 1882. L’apprendista stregone, approfittando dell’assenza del vecchio maestro invoca gli spiriti, con degli esiti disastrosi.

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img 006 | A beautiful mind. Ron Howard, 2001. Locandina pubblicitaria del film “A beautiful mind”, biografia del matematico John Nash, Premio Nobel per l’economia nel 1994.

saggezza. Questo mito, di origine egizia, conosce numerose versioni, ma la più famosa è sicuramente quella romantica di Goethe. Non a caso Goethe, autore del Faust, si è interessato a questo raccon-

to. Lo scrittore tedesco infatti, appassionato di arte e filosofia quanto di scienza, realizza con il Faust una narrazione sull’ambivalenza del conoscere, interpretata dallo storico americano Marshall Bearman come mito fondante della modernità.

Un secolo più tardi la fiaba si trasforma in musica sulle note del musi-

cista francese Paul Dukas, che, ispirato dalla ballata romantica, compone “L’Apprenti Sorcier”. Nel 1938 infine Walt Disney disegna un Mickey Mouse nelle vesti di apprendista che, approfittando dell’assenza del ma-

estro stregone, si impadronisce del cappello magico e degli incantesimi. Proverà così sulla sua pelle cosa voglia dire possedere il potere della conoscenza senza saperlo controllare.

Terzo e ultimo mito della conoscenza scientifica è quello connesso al

tema antichissimo e presente in ogni cultura del giocare con la vita. È

questo il dilemma del Golem, personaggio mitico che rappresenta il caos

primordiale che assume struttura grazie all’opera della magia degli uomini. La leggenda narra che Judah Loew ben Bezale – rabbino capo di Praga

nel sedicesimo secolo, studioso e teologo, amico di scienziati del calibro di

Tycho Brahe e Keplero – fosse in realtà un grande mago e cabalista e grazie alle sue conoscenze costruì il Golem, per difendere gli ebrei del ghetto dalle sommosse antisemite che si erano scatenate in quel periodo nella capitale.

Sempre secondo la leggenda il Golem prende vita dopo che il rabbino ha

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img 007 | Frankenstein Junior. M. Brooks, 1974. Il nipote del famoso Barone Frankenstein torna in Transilvania e decide di ripetere l’esperimento del suo vecchio avo, portando in vita una creatura comica e grottesca. img 008 | Dr. Strangelove. Stanley Kubrick, 1964. Il Dr. Strangelove, interpretato meravigliosamente da Peter Sellers, è uno scienziato pazzo filonazista al servizio del Governo degli Stati Uniti.

scritto sulla sua fronte le lettere del Sacro nome di Dio. Ma l’essere artificiale

presto diventa un mostro che minaccia il mondo, e deve essere distrutto: il brivido dell’uomo che gioca a fare Dio, si intreccia col tema della conoscenza come violazione dell’ordine divino e a quello dell’apprendista stregone.

Non è difficile verificare quanto questi elementi siano rimasti saldi an-

che nel nostro immaginario moderno della scienza. Da allora fino ai nostri giorni questi temi saranno infatti costantemente ripresi nel cinema, nella

science-fiction e nei fumetti, in tutti quegli elementi d’intrattenimento che ci circondano nella vita quotidiana.

1.2.1 La scienza nel cinema e nei fumetti. Se ci dovessimo fermare un attimo e ragionare su quanto i film o i fumetti

siano intrecciati con temi scientifici rimarremmo a bocca aperta. In realtà

non c’è nulla di cui stupirsi. La scienza è una cultura, cultura vera e diffusa,

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che interessa e affascina le grandi masse dei non esperti. Questi artefatti non

fanno quindi altro che assorbire lo spirito scientifico dei tempi e rifletterlo. Per questo contribuiscono a costruire il nostro immaginario collettivo e, in maniera rilevante, a plasmare il nostro immaginario scientifico. Se ne deduce quindi che sono un mezzo rilevante della comunicazione pubblica della

scienza (vedi capitolo 04). E gli scienziati questo lo hanno sempre saputo, tanto che negli anni sessanta la American Association for the Advancement

of Science prese seriamente in considerazione l’ipotesi di aprire degli uffici di consulenza ad Hollywood e a New York per incentivare la quantità e la qualità dei contenuti scientifici nelle produzioni televisive e cinematografiche.

Partiamo dal cinema. Per chiunque sarebbe facile stilare una lista di

titoli di film legati a tematiche scientifiche dove ricompaiono, mixati in

modalità e quantità differenti, i tre temi trattati nel capitolo precedente. Eccone alcuni solamente per citare qualche esempio importante: “Metro-

polis”, “Il Dottor Stranamore”, “2001 Odissea nello Spazio”, “Pi greco, il teorema del delirio”, “Jurassik Park”, “Donnie Darko”, “Ritorno al futuro”, “Jonny

img 009 | Metropolis. Fritz Lang, 1927. L’inventore delle macchine di Metropolis, Rotwang, mostra all’imprenditoredittatore John Fredersen la sua ultima invenzione: l’uomo-macchina, in grado di sostituire in tutto l’essere umano. img 010 | Back to the future. Robert Zemeckis, 1985. Il dottor Emmett Lathrop Brown, detto Doc, sbattendo la testa contro un lavandino ipotizza la creazione di una macchina del tempo, che realizza utilizzando una vecchia DeLorean.

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Mnemonic”, “Matrix” solo per citarne alcuni.

Vediamo ora di analizzarne alcuni nel dettaglio. Partiamo da “Pi greco, il

teorema del delirio” film del 1998 del regista americano Darren Aronofsky, legato al tema dell’ambivalenza della conoscenza, la cui ricerca può por-

tare alla scoperta della verità, ma anche alla “maledizione eterna”. Il film racconta la vita di Maximillian, matematico che incarna tutte le caratteri-

stiche tipiche dello stereotipo moderno dello scienziato: solitario, geniale quanto eccentrico, vive quasi in reclusione nel suo appartamento-labo-

ratorio. Unica compagnia alla sua solitudine è il suo vecchio professore

universitario, amico e mentore. Max crede in alcuni principi che regolano la sua vita: la matematica è il linguaggio della natura; ogni cosa esistente

può essere spiegata e rappresentata con i numeri; in qualsiasi situazione, se analizzata a fondo, emergono degli schemi. Per trovare questi schemi

img 011 | Dr Jekyll and Mr Hyde. L’attore John Barrymore interpreta il doppio ruolo dello scienziato e del suo Alter ego malvagio nel film muto del 1920. img 012 | Der Golem. C. Boese e P. Wegener, 1920. Il rabbino Loew dona la vita alla creatura di argilla per aiutare gli ebrei di Praga, vittime di continui pogrom. img 013| Spiderman Vs Lizard. Lizard è in realtà il Dr Curt Conners che, per provare l’efficacia della propria terapia si inietta il DNA di una lucertola, trasformandosi così in un incontrollabile rettile..

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img 014 | Professor Frink. Matt Groening, 1990. Lo scienziato pazzo di Springfield compare spesso nei Simpson con qualche strana ma efficace invenzione, come ad esempio il detector di sarcasmo. img 015 | Il primo Spiderman. Stan Lee e Steve Ditko, 1962. Il timido Peter Parker, maltrattato dai compagni per la sua bravura e per la sua passione per lo studio, acquista i poteri da ragno durante una conferenza scientifica.

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img 016 | Archimede Pitagorico. Carl Barks, 1952. Gyro Gearloose, in Italia conosciuto come Archimede Pitagorico, è un inventore un po’ pasticcione che riesce a trovare ogni volta l’invenzione giusta per risolvere un problema.

perderà completamente il contatto con la realtà e, dopo aver perso anche

l’ultimo barlume di equilibrio mentale, si trapanerà la parte logica del cervello, conscio di non poter più vivere serenamente.

Passiamo ora a “Matrix”. Film di fantascienza del 1999 scritto e diretto

dai fratelli Wachowski. In un futuro indeterminato le macchine hanno

preso il sopravvento sull’uomo – la tecnologia si è ribellata al suo creatore – e ora gli uomini sono inconsciamente utilizzati come fonte di energia

per il sostentamento di queste ultime. Un programma, Matrix appunto, condiziona le menti degli umani e fa loro credere di vivere liberamente nel

mondo del XX secolo. L’umanità intera vive quindi in un mondo fittizio,

fatto di numeri, senza rendersi conto delle vere condizioni in cui giace. Solo alcune persone percepiscono che “qualcosa non va”, provando una

sensazione di stranezza ed estraneità che non riescono a descrivere. Tra queste persone c’è Thomas Anderson, personaggio inquieto, che conduce una vita parallela sul web. Qui è un famoso hacker ed è conosciuto con il

nome di Neo. Tramite la rete viene contattato da Morpheus, che lo convince

ad uscire da Matrix ed ad essere riportato nella vera realtà. Qui Neo scopre

così la verità: l’uomo è letteralmente “coltivato” dalle macchine. Neo, pur non essendolo, è l’icona dell’uomo di scienza che opera per il puro desiderio di conoscenza, anche a costo di andare incontro a una dura verità.

La scienza ha invece una connotazione positiva in “Ritorno al futuro”,

film del 1985 di Robert Zemeckis. Qui la tecnologia è vista come uno

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strumento capace di realizzare tutti i nostri sogni, compreso quello di

viaggiare nel tempo. Infatti, grazie a una una vecchia DeLorean DMC12 modificata, raggiunte le 88 miglia orarie il protagonista, tale Marty

McFly, può viaggiare nel tempo grazie all’energia sprigionata da alcune fiale di plutonio di misteriosa provenienza.

Veniamo ora ai fumetti. Anche qua gli esempi da riportare sono nume-

rosi. Pensiamo a quanti supereroi dei fumetti americani sono stati uomini di scienza: Spiderman era, prima di acquisire i suoi fantastici poteri, uno studioso impacciato e occhialuto; Mr Fantastic, il gommoso supereroe dei

Fantastici Quattro, prima di venire sottoposto alle radiazioni cosmiche

era un genio scientifico un po’ asociale e con grossi problemi ad esprimere

le proprie emozioni. Da veri uomini di scienza comprendono l’immensa responsabilità che comporta avere dei poteri che elevano al grado di “su-

peruomo”, per questo decidono di metterli gratuitamente al servizio della

società. Siccome ogni supereroe ha un degno avversario, ecco comparire

tra i nemici più temibili di Spiderman il Dottor Octopus, che al contrario utilizza le proprie invenzioni per soddisfare un desiderio di vendetta o

Lizard, una gigante lucertola umanoide nata dagli esperimenti condotti dal dottor Curt Connors su se stesso per riavere il braccio perso durante la guerra del Vietnam. Ma l’avversario più duro da battere per l’uomo ragno

è sicuramente Venon, simbolo del lato oscuro, che gli offre potere e gloria. L’eroe all’inizio dubita, non sa che fare, entusiasta dei suoi nuovi poteri. Capisce però che la sete di potere si sta impossessando di lui e questo non

deve accadere. Un supereroe, come ogni scienziato, deve essere umile e utilizzare i propri “poteri” solo al fine di aiutare l’umanità.

Analizziamo ora la figura di Mr Fantastic. È interessante notare come il

suo potere consista in una estrema flessibilità del corpo, che funge da giusto parallelo all’elasticità mentale che uno scienziato del suo calibro deve

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necessariamente possedere (Gaspa e Giorello, 2007). In qualità di ricerca-

tore Mr Fantastic trascorre buona parte del tempo in solitudine, rinchiuso nel suo ambiente “naturale”: il laboratorio. Qui, immerso in calcoli e sperimentazioni, inventa e progetta marchingegni incredibili per proteggere il nostro pianeta da ogni minaccia. Come degno alter ego malefico di Mr Fantastic troviamo fin dai primi numeri della serie Dr Doom – Dottor

Destino nella versione italiana. Destino compete con Mr Fantastic per

conoscenze scientifiche, intelligenza e astuzia – come racconta lo stesso Mr Fantastic durante il loro primo scontro, sul quinto numero dei Fantastic Four.

“Al college c’era uno studente, Victor von Doom, affascinato dalla stregoneria. Era un brillante studente di scienze, ma gli interessavano solo esperimenti proibiti! Una notte osò troppo e liberò forze incontrollabili. Doom sopravvisse, ma il suo viso rimase sfigurato! Venne poi espulso dalla scuola e le sue ultime notizie lo davano in Tibet, alla perenne ricerca di segreti!” Anche se la preparazione scientifica di Dr Doom è straordinaria, come

i Fantastci Quattro avranno modo di constatare nei periodici incontri con il loro arcinemico, il suo interesse primario rimane l’occulto e il soprannaturale. Ricorrendo alle arti magiche, Destino ammanta di un’aura sinistra

i suoi prodigi tecnologici, in contrapposizione sempre più netta con il positivista Mr Fantastic, per il quale la comprensione scientifica e l’intervento tecnologico restano retti esclusivamente dalla logica e strutturati dalla

matematica. Dr Doom sembra quindi dare corpo ai timori che la stessa img 017 | Scontro all’ultimo sangue. Stan Lee e Jack Kirby, 1964. Mr Fantastic affronta in una lotta all’ultimo sangue il suo eterno rivale Dr Doom.

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impresa tecnico-scientifica suscita in un pubblico che si sente tagliato

fuori da una conoscenza che pare oltrepassare le capacità di assimilazio-

ne del cittadino comune – il quale finisce con il percepire la scienza non

diversamente da come, un tempo, venivano intesi i prodigi degli stregoni, elementi di un sapere oscuro, monopolio di pochi iniziati.

1.3 Studi sull’immagine pubblica della scienza. Per monitorare la percezione pubblica della scienza la Comunità

Europea e i diversi enti nazionali che si occupano di scienza effettuano periodicamente ricerche di tipo qualitativo (focus group e interviste) e di tipo quantitativo (sondaggi d’opinione). Avere degli indicatori per

valutare l’immagine pubblica della scienza è molto importante: grazie

alla loro analisi è infatti possibile avere un feedback sulle campagne di

comunicazione effettuate, verificare i passi compiuti e ricalibrare il tiro

in caso di errore. Permettono inoltre di individuare le aree critiche sulle quali intervenire con uno sforzo coordinato, dando così la possibilità ai decision-maker di definire le priorità nella stesura dei programmi.

1.3.1 Eurobarometro 2008 Dal 1973 la Commissione Europea monitora l’evoluzione dell’opinione pubblica degli Stati membri, in modo da aiutare il processo decisionale

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e poterlo valutare. Le indagini e gli studi realizzati si rivolgono a diversi ambiti riguardanti i cittadini europei, come ad esempio la situazione sociale, la salute, la cultura, la difesa militare, ecc. Lo strumento adottato ha preso il nome di Eurobarometro. Esistono differenti tipologie di EB: standard, special, flash, CC (Candidate Countries) e Qualitative study. In particolare i Qualitative study servono per indagare in profondo le motivazioni, i sentimenti e le reazioni di specifici gruppi sociali a riguardo di un dato soggetto o concetto, e sono stilati ascoltando e analizzando il modo di esprimersi dei partecipanti in gruppi di discussione o in interviste non direttive – un particolare tipo di intervista caratterizzata da una struttura in cui è l’intervistato a trovarsi in posizione preminente rispetto all’intervistatore. Nel 2008 la OPTEM agency – impresa che si occupa della coordinazione di studi qualitativi a livello internazionale – è stata incaricata dalla Commissione Europea, Direttorato Generale alla Ricerca di effettuare uno studio qualitativo riguardo all’immagine della scienza, alla percezione dei cittadini nei suoi confronti e agli atteggiamenti a riguardo della politica europea di ricerca. Lo studio è stato effettuato su 27 gruppi di discussione, organizzati in condizioni simili per ogni Stato dell’unione. I partecipanti sono stati selezionati in base a dei criteri prestabiliti: uomini e donne di età compresa tra i 17 e i 60 anni, di medio livello sociale, la cui professione non avesse alcuna relazione con la scienza o la ricerca, con le questioni europee o con il marketing e la comunicazione. Obiettivo della ricerca è stato: Stimare i diversi livelli di percezione della scienza, della tecnologia e della ricerca. ii. Analizzare la percezione e gli atteggiamenti su particolari aree di ricerca, oggetto di controversie e dibattiti pubblici. iii. Analizzare il livello medio di informazione e conoscenze a riguardo della scienza e della ricerca, identificando i principali canali di informazione. i.

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ÿ Fasi principali del processo scientifico.

“Se la scienza renderà la mia vita meno difficile, allora mi interessa.”

“Penso che la scienza sia meravigliosa. Se penso alla mia generazione mi rendo conto che abbiamo avuto delle meravigliose opportunità di migliorare il futuro.”

“La missione della scienza è di servire l’umanità.”

Sentimenti positivi

Sentimenti negativi “Gli scienziati diranno sempre che realizzano invenzioni con buoni intenti, ma le loro invenzioni possono avere applicazioni diverse. Un’invenzione diventa una disgrazia quando si trasforma in un’arma per uccidere le persone.”

“Provo un sentimento in qualche modo intermedio: il progresso nella medicina è certamente positivo, ma non posso accettare che gli esseri umani siano usati come cavie da laboratorio.”

“La scienza è uno strumento potente, che può essere utile o catastrofico: dipende dall’uso che ne si fa.”

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iv.

Stimare le opinioni a riguardo dell’attività di ricerca a livello nazionale e della politica di ricerca a livello europeo, quindi rilevare le aspettative future. v. Testare un numero di elementi di comunicazione realizzati dal DG alla Ricerca e raccogliere suggerimenti su come rendere più comprensibili e attraenti le questioni scientifiche e aumentare il coinvolgimento dei cittadini nelle questioni connesse. Cosa è emerso dall’indagine? È emerso che i cittadini europei mostrano la loro padronanza riguardo alla scienza riportando definizioni concettuali circa i suoi scopi, più raramente facendo riferimento alla razionalità e al rigore scientifico oppure, più frequentemente, facendo riferimento ai risultati della ricerca scientifica e ai benefici concreti che questa comporta. I partecipanti tendono a categorizzare le scienze al plurale in scienze “esatte” (riferito alle scienze “naturali”), scienze “applicate”, scienze “tecnologiche” e scienze umane-sociali – che comunque non sono considerate come le altre scienze, perché non sono completamente tangibili o “dimostrabili”. Strettamente connessa alla scienza, la tecnologia – che forma un ramo applicativo della scienza e le fornisce gli strumenti per progredire – è percepita soprattutto attraverso i prodotti e i servizi che crea. Questo spesso significa che essa è considerata tanto più tangibile e accessibile, quanto più migliora le condizioni di vita dei cittadini-consumatori. La ricerca invece è vista come una componente o “la base” della scienza. A seconda degli individui può apparire un concetto più astratto e distante (quando implica i metodi e i processi più che i risultati), o al contrario può apparire più accessibile (con riferimento agli esperimenti, ai test, alla verifica delle ipotesi che sono tutte aree più facili da comprendere della teoria). Nel Documento~002 alcune frasi riferite dai partecipanti ai gruppi d’indagine, che dimostrano quanto riportato. La scienza è quindi un concetto a cui si dà molta importanza ed è percepita come strettamente legata all’idea di progresso. Allo stesso tempo però

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viene vista con una certa paura e con alcune riserve legate ai possibili abusi da parte dell’uomo: il suo utilizzo intenzionale per scopi dannosi, il rischio di effetti non approfonditi o il suo sfruttamento commerciale motivato puramente dal profitto. L’interesse mostrato nei confronti della scienza varia da intervistato a intervistato. In generale si può evincere da queste paure o riserve, l’immagine della scienza come un qualcosa di complesso e difficile, che richiede conoscenze a priori e fatiche prolungate, che appare lontano e riservato ai soli iniziati. Quando poi durante le sessioni si entra più nel profondo nelle aree della scienza e della ricerca che fanno sorgere interessi e speranze o, al contrario, riserve e preoccupazioni, i cittadini intervistati hanno menzionato principalmente i campi seguenti, mantenendo una visione in qualche modo omogenea tra i diversi Stati: Viene percepito positivamente, il campo medico-farmaceutico, seguito dalla ricerca sulle possibili soluzioni circa i problemi energetici, ambientali e climatici, e dall’invenzione o miglioramento di prodotti che possono rendere la vita più facile. Negativamente invece , le manipolazioni genetiche, gli OGM, altri problemi relazionati alla salute dell’ambiente e per l’utilizzo della scienza per scopi distruttivi (armamenti nucleari e chimici).

1.3.2 Observa 2009 Observa – Science in Society è un’associazione senza fini di lucro con sede a Vicenza che promuove la ricerca, la riflessione e il dibattito sui rapporti tra scienza e società, favorendo il dialogo tra ricercatori, policy makers e cittadini. Svolge attività di supervisione scientifica, pianificazione e valutazione di iniziative per il coinvolgimento dei cittadini su questioni

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scientifiche e tecnologiche. Realizza inoltre studi sulla percezione pubblica di temi, istituzioni e soggetti dell’area tecnico-scientifica e sulla loro visibilità e rappresentazione nei mass media. Dal 2003 pubblica con cadenza annuale l’Annuario Scienza e Società, dove viene proposta una raccolta sintetica di informazioni e dati, provenienti da fonti nazionali e internazionali, utili per comprendere lo stato e le trasformazioni della ricerca e dell’innovazione nella nostra società. Da due anni una sezione speciale dell’Annuario è dedicata al rapporto tra scienza, tecnologia e opinione pubblica in Italia. Questo rapporto,che offre una fotografia aggiornata tra la scienza e gli italiani ed è unico per il suo genere, è realizzato tramite tecnica CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing) su un campione di circa 1000 casi raccolti su tutto il territorio nazionale. Tema centrale dello studio, oltre a una sezione sulle opinioni, atteggiamenti e comportamenti relativi ai temi ambientali , è l’analisi di alcuni aspetti generali del rapporto tra cittadini e scienza: livelli di conoscenza e informazione, credibilità delle fonti, orientamenti verso le questioni di genere nella ricerca e atteggiamenti verso forme emergenti di sostegno alla ricerca, come il «cinque per mille». Cosa è emerso dall’indagine? Dall’indagine è emerso che nel complesso gli italiani continuano ad esprimere interesse per gli argomenti scientifici e tecnologici, anche se dimostrano delle grandi lacune. Oltre quattro intervistati su dieci ritengono infatti che il sole sia un pianeta e che gli antibiotici siano ugualmente efficaci contro virus e batteri; quasi sei su dieci invece non sono in grado di riconoscere che gli elettroni sono più piccoli degli atomi. In definitiva, un quarto degli intervistati non fornisce alcuna risposta corretta, mentre meno del 20% si attesta su livelli di alfabetismo elevati. Gli italiani si dimostrano consumatori relativamente assidui di contenuti scientifici sui giornali quotidiani: quattro su dieci dichiarano di leggere articoli

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5,5

Ogni giorno

31,3 mai

%

9,9

10~12 volte

25

4 volte

1 volta

28,8

ÿ Quante volte al mese ti informi sulla scienza?

di scienza e tecnologia almeno una volta alla settimana. Esposizione alla scienza nei media (nel caso specifico la stampa quotidiana) e alfabetismo scientifico sono positivamente correlati: all’aumento dell’una corrisponde un aumento dell’altro e viceversa. Questo può portare a credere da un lato alla tesi che una più consistente esposizione a contenuti scientifici nei media contribuisca a migliorare le conoscenze. Nello stesso tempo però suggerisce il meccanismo inverso, ovvero la possibilità che il pubblico dei contenuti mediali a carattere scientifico sia in gran parte auto-selezionato, cioè sia già di per sé sensibile e competente nei confronti della scienza. In altre parole: le persone già in possesso di un certo grado di conoscenze scientifiche potrebbero essere più interessate ad approfondirle, anche informandosi regolarmente sulla carta stampata. Per quanto riguarda invece l’attendibilità delle fonti, in generale, gli italiani ritengono che la fonte più credibile siano i programmi televisivi: il 72% del campione li considera infatti attendibili, una quota che raggiunge

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Scientista informato

26,9

Antiscientista disinformato

29,6

% 20,1

Critico interessato

23,4

Scientista distratto

ÿ Orientamenti degli italiani nei confronti della scienza.

l’82% tra chi non si espone mai ai contenuti scientifici della carta stampata. Seguono poi le riviste di divulgazione scientifica e le conferenze pubbliche degli scienziati.Accanto a fonti di carattere più tradizionale si stanno affermando anche altri canali di informazione scientifica: la divulgazione scientifica sul web è considerata fonte attendibile da quasi un italiano su due, soprattutto se giovane. Circa gli orientamenti generali dell’opinione pubblica italiana nei confronti della scienza e della ricerca, l’Osservatorio scienza e Società rileva da tempo l’esistenza di opinioni articolate e ambivalenti. Infatti, seppure il 60% degli italiani riconosce i benefici della scienza, valutandoli superiori ai possibili effetti negativi, cresce il timore che le innovazioni scientifiche e tecnologiche rappresentino una minaccia per i valori della ricerca, mentre più del 50% degli intervistati è convinto che anche il mondo della ricerca sia significativamente governato dalle logiche di mercato e dagli interessi economici. Dai dati raccolti è inoltre possibile ricavare una visione degli orientamenti degli italiani verso la scienza elaborando una tipologia di sintesi che consen-

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te di identificare quattro tipi di atteggiamento nei confronti della scienza. Scientista informato: enfatizza i benefici e i possibili effetti positivi della scienza, mentre tende a sottovalutarne le conseguenze negative; esprime fiducia nei confronti dei ricercatori e delle loro attività; è alfabetizzato e segue regolarmente l’informazione scientifica proposta dai media. Scientista distratto: aderisce a una visione positiva della scienza e dei ricercatori, respingendo l’ipotesi di ricadute negative sul piano dei valori e dimostra discrete conoscenze di carattere scientifico. Si espone, tuttavia, assai raramente alla scienza nei media. Antiscientista disinformato: è poco fiducioso nei confronti dei benefici della scienza; preferisce accentuarne le implicazioni negative ed è piuttosto critico rispetto alle logiche organizzative della ricerca. Scarsamente alfabetizzato, segue raramente l’informazione scientifica nei media. Critico interessato: esprime un giudizio molto severo sul peso degli interessi economici nella ricerca e sugli effetti negativi della scienza. È attento ai contenuti specifici presentati nei media, nonostante dimostri una preparazione scientifica relativamente modesta. Questa distribuzione mette in luce alcuni aspetti particolarmente interessanti per il dibattito sui rapporti tra scienza e cittadini in Italia. Un primo dato riguarda l’ampia diffusione di atteggiamenti di fiducia nella scienza. Il 70% degli intervistati condivide l’idea che i benefici apportati alla scienza superino gli effetti negativi, sebbene nel caso dei critici interessati questa opinione si abbini a un giudizio fortemente negativo sull’organizzazione della ricerca e sulla gestione delle sue implicazioni. Un secondo aspetto rimanda alla presunta relazione di linearità tra orienta-

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menti ed informazione scientifica. La presenza dello scientista distratto e del critico interessato porterebbe infatti a confutare l’idea che l’adesione ad una visione positiva del mondo scientifico sia direttamente connessa ad un elevato grado di esposizione alla scienza nei media.

1.4 Plasmare l’immagine pubblica della scienza. Quando negli anni sessanta iniziarono a mostrarsi i segnali di un cambiamento riguardo alla percezione pubblica della scienza e a manifestarsi i primi sentimenti di sfiducia, la comunità scientifica iniziò un ragionamento su come risolvere il problema. Nacque così l’idea che se i cittadini avessero avuto una migliore conoscenza scientifica, tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. Secondo il modello sviluppato, nominato “modello del deficit”, l’origine delle controversie pubbliche sulla scienza era dovuta alla mancanza di comprensione e di conoscenza delle teorie e dei metodi scientifici. Di conseguenza, se queste fossero state tradotte da una terminologia specialistica in un linguaggio più semplice e comune, le controversie si sarebbero risolte automaticamente. In questo modello scienza e società sono considerate due entità separate da una sorta di membrana semipermeabile che consente il flusso di informazione (disseminazione) e di azioni (innovazione tecnologica) dalla scienza verso la società, ma non permette flussi nella direzione opposta. Il pubblico è così considerato come un audience omogeneo e passivo per la conoscenza “pura” prodotta dagli scienziati, che sono la sorgente del flusso di informazione quanto gli stessi censori. La scelta di quale conoscenza trasmettere è quindi basata sulle presunte lacune culturali e cognitive del pubblico, piuttosto che sulle

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img 018 | Science Fair. B. Hoffman, 1958. Una fiera della scienza per ragazzi in uno scatto di fine anni cinquanta.

sue domande, su i suoi interessi e capacità (Carrada, 2006). Perseguendo queste idee vennero lanciati in tutti i paesi sviluppati programmi di divulgazione e ogni iniziativa per il pubblico (libri, articoli, mostre, musei, eventi) proposta da comitati, fondazioni e associazioni scientifiche si pose questi obiettivi. All’inizio degli anni ottanta questo movimento ricevette il consenso internazionale e prese il nome di “Public Understanding of Science”, con l’infelice acronimo PUS. All’interno del movimento si formarono due fazioni, ognuna delle quali propose un proprio metodo per plasmare l’immagine pubblica della scienza. Da un lato i razionalisti normativi ritenevano che gli atteggiamenti nascessero da un’elaborazione delle informazioni, da un ragionamento probabilistico in cui il pubblico informato concorda con gli esperti, i quali – a differenza del pubblico – sono privi di pregiudizi. In questo modo «più si conosce la scienza più la si ama». Dall’altra parte i razionalisti realisti credevano invece che gli atteggiamenti dipendessero da valori ed emozioni. Fondamentale dunque conquistare il cuore dei cittadini, paragonati in questo caso a consumatori che fanno poca differenza tra la scienza, un’auto o un detersivo. Sicuramente il modello teorizzato dal PUS ha riconosciuto una parte importante del problema. Con rare eccezioni – come la Finlandia o il Sud Corea, dove i cittadini dimostrano di avere una buona conoscenza in materia scientifica – i sondaggi realizzati nei paesi sviluppati hanno infatti svelato un grado molto basso di istruzione scientifica nella popolazione. Ma questo dato è oggettivamente importante? Se i cittadini conoscono ogni aspetto circa la biologia molecolare, sono veramente meno diffidenti riguardo agli OGM? All’inizio degli anni novanta questo approccio semplicistico e lineare nei confronti della percezione pubblica della scienza inizia a mostrare forti

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segni di cedimento. I segnali più forti saranno avvertiti in Gran Bretagna, lo stato che nel 1985 aveva lanciato il “movimento” e che più di tutti aveva investito nel progetto, arrivando addirittura alla creazione di un’organizzazione speciale, la CoPUS (Committee for the Public Understanding of Science). Nel 2000 infatti l’importante report “Science & Society”, preparato dalla Camera dei Lord, riconobbe che, nonostante gli sforzi intrapresi, i cittadini britannici non solo continuavano ad essere scientificamente ignoranti, ma in più l’atteggiamento positivo nei confronti della scienza si era trasformato in una forte avversione. Il problema è che la realtà è ben più complessa di quanto sia stato ipotizzato: le scelte e le opinioni non possono essere imposte in una società democratica: nessuno le accetterebbe e il tentativo di farlo sortirebbe sicuramente, come dimostrato dalla pratica, il risultato opposto (Carrada, 2007). Ci sono inoltre almeno tre diversi motivi che hanno portato al fallimento del PUS. Il primo motivo è che i cittadini sarebbero costretti a conoscere troppo tanto: per farsi un’idea reale sui possibili rischi dovuti ai campi elettromagnetici ad esempio, bisognerebbe avere una buona conoscenza circa la natura delle radiazioni elettromagnetiche, le loro interazioni con le cellule viventi e la ricerca epidemiologica sull’argomento. Il secondo motivo è il cosiddetto “paradosso della specializzazione”: all’aumentare della quantità di conoscenze prodotte, la possibilità per un singolo individuo di possederle diminuisce. La terza ragione è invece la mancanza di una motivazione sufficiente. Quante persone vorrebbero investire il proprio tempo e affrontare gli sforzi necessari per raggiungere una buona educazione scientifica? Quali incentivi sarebbero necessari? In molti casi inoltre la scienza controversa e maggiormente discussa dall’opinione pubblica è quella che dimostra meno certezze. Pensiamo ad esempio ai cambiamenti climatici dovuti all’effetto serra. Se la stessa comunità scientifica non ha ancora raggiunto un accordo, come è possibile fare divulgazione? Generalmente le persone più informate tendono ad avere delle opinioni

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img 019 | Divulgazione della scienza. 1958. Una giovane studentessa universitaria mostra a un pubblico di adulti e ragazzi degli esemplari di insetti.

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più forti a favore o contro una particolare innovazione: questo è il risultato di due inchieste condotte in Gran Bretagna e in Italia sugli OGM. È difficile fare delle previsioni: la percezione della scienza è infatti il prodotto di un processo complesso che dipende da modelli mentali individuali, che oltre agli elementi reali include emozioni, considerazioni etiche, conoscenze antecedenti e giudizi di valore. Il Public Undersanding of Science riceverà il colpo finale nell’ottobre del 2003, quando gli scienziati britannici pubblicano un breve trafiletto su Science dal titolo “From PUS to PEST”. Il significato simbolico di

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img 020 | Nuclear Bomb. B. Hoffman, 1950. Una giovane sorridente spiega a un pubblico attento il funzionamento di una bomba atomina.

questo gesto è molto forte: erano stati infatti gli scienziati inglesi i più forti promotori del PUS. Al suo posto essi propongono di introdurre il “Public Engagement with Science and Technology”. Nella nuova sigla traspare chiaramente l’invito a una riconcettualizzazione del rapporto tra scienza e pubblico. La direzione indicata è quella del coinvolgimento del pubblico attraverso il dialogo, mediante una discussione aperta e paritaria tra scienziati e non-esperti che renda questi ultimi veri protagonisti nelle decisioni su problematiche scientifiche con ricadute sociali. Questo cambiamento di rotta non si tratta solo di una questione terminologica: lo spostamento dalla semplice promozione della comprensione dei fatti scientifici, secondo quanto indica il PUS, alla necessità della partecipazione del pubblico è considerato un passaggio necessario per recuperare quella che da più parti viene percepita come una sempre più diffusa e crescente sfiducia nei confronti della scienza (Pitrelli, 2003). Con questo documento si conclude così l’era del Public Understanding of Science, un’era paternalistica della scienza, dove si riteneva che la scienza avesse il ruolo di accompagnare la società nelle decisioni e indicare il modo corretto di pensare.

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02. La scienza vista con gli occhi di un sociologo 1.

Gli studi di laboratorio.

2.

La dimostrazione della relativitĂ .

3.

Visioni a confronto.

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2.1 Gli studi di laboratorio. L’idea di scienza è talmente contaminata da analisi filosofiche, da miti, da teorie, dall’autocompiacimento, dall’eroismo, dalla superstizione, dalle paure e, cosa più importante, da un totale giudizio retrospettivo, che quello che succede effettivamente difficilmente viene raccontato al di fuori di una stretta cerchia. Quello che proviamo a fare ora sarà quindi di osservare la scienza con lo sguardo critico e disincantato del sociologo per capire cosa sia realmente questa struttura sociale, che appare nell’immaginario collettivo tanto arcana e misteriosa. Analizzeremo la scienza facendo ricorso a riflessioni sul metodo scientifico nella misura minore possibile, sottolineando invece le questioni di carattere umano e sociale. Il lavoro svolto dai sociologi è stato infatti fondamentale per svelare la realtà della pratica scientifica, fatta di regole definite, di vincoli, di strategie e astuzie, nonché di effetti di dominio, di trucchi e furti d’idee, ma anche di passioni e sentimenti. I sociologi hanno in un certo senso aperto un vaso di Pandora e hanno mostrato una realtà ben diversa dal mito. All’inizio degli anni settanta numerosi sociologi, stanchi di riflessioni riguardo alla scienza puramente filosofiche, si sono addentrati, armati di taccuino e penna, nei laboratori per osservare chi la scienza la fa, aprendo così la strada a nuove riflessioni meno autocelebrative e più attente agli aspetti sociali e umani. Grazie a questa visione ravvicinata i sociologi hanno offerto un contributo indispensabile, mostrando ad esempio come anche i migliori scien-

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img 021 | Vita da laboratorio S. Harris, 1981. “Non farti problemi a falsificare i risultati. Ho già falsificato il problema”. L’autore mostra in chiave sarcastica la vita del laboratorio sulle pagine di Nature e Science.

ziati mettano da parte i risultati sfavorevoli considerandoli aberrazioni, soppresse poi nei rendiconti ufficiali e come trasformino esperienze equivoche in risultati decisivi. Inoltre gli studi di laboratorio sono stati fondamentali per comprendere che la retorica dei testi scientifici è solo un artificio letterario utilizzato per cercare di ricreare un effetto di “verità”: il ricercatore non è, come potrebbe apparire dalle pagine dei resoconti ufficiali, un automa freddo e insensibile che agisce seguendo i principi del “Metodo scientifico”, bensì una persona appassionata al proprio mestiere che usa l’immaginazione, la passione e l’arte appresa con l’esperienza per raggiungere dei risultati innovativi. Particolarmente interessante a questo scopo è un passaggio dei sociologi G. Nigel Gilbert e Michael Mulkay in cui viene raccontata la scoperta fatta in un laboratorio: un “manuale pronto all’uso” che suggerisce il linguaggio da utilizzare per scrivere un buon paper scientifico. Da un lato viene mostrato “quel che va scritto” e dall’altro “quel che si ha in mente”. Ecco il divertente stralcio che riportano gli autori: i. È da tempo noto... Non sono stato a cercare il riferimento. ii. Benché non sia stato possibile trovare risposte definitive a queste domande... L’esperimento non ha funzionato, ma ho pensato che avrei potuto almeno ricavarne una pubblicazione. iii. Tre dei campioni sono stati scelti per uno studio dettagliato... I risultati degli altri non avevano alcun senso e sono stati ignorati.

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iv. Danneggiato accidentalmente durante il montaggio... Caduto a terra. v. Di una grande importanza teorica e pratica... Interessante per me. vi. Si suggerisce che... È noto che... Sembra che... Io penso. vii. Si ritiene generalmente che... Non sono il solo a pensarlo. Questo quadro produce un effetto umoristico facendo risaltare l’ipocrisia della letteratura formale. Ma la doppia verità dell’esperienza che gli agenti possono avere della loro stessa pratica ha qualcosa di universale: si conosce la verità di ciò che si fa, ma per essere in regola con l’idea ufficiale, o con l’idea che si ha di sé, occorre che questa decisione sembri essere stata motivata da ragioni fondamentali. Altri sociologi dedicano invece il proprio lavoro ad attente anamnesi storiche, mostrando come spesso la realtà sia ben diversa dai racconti celebrativi delle imprese scientifiche.

img 022 | Albert Einstein e Robert Oppenheimer. A. Eisenstaedt, 1947. Il fisico Oppenheimer discute della teoria della relatività nel proprio studio a Princeton assieme ad Einstein.

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2.2 La “dimostrazione” della relatività. Quando si parla di teoria della relatività ci si addentra in un campo in cui l’esperienza e il senso comune non possono più venire in aiuto. La sua elaborazione ha implicato infatti delle conseguenze sconvolgenti che hanno scardinato tutte le convinzioni precedenti riguardo alla realtà fisica. Ciononostante la teoria di Einstein riscosse un grande successo nella comunità scientifica, in quanto riusciva a fornire spiegazione a un gran numero di misteriose osservazioni: grazie a questa nuova teoria si potevano infatti spiegare fenomeni come la leggera deviazione di Mercurio rispetto all’orbita prevista o il lieve spostamento verso il rosso dello spettro di luce proveniente dal Sole. Se le idee di Einstein erano corrette, tempo massa e lunghezza non erano più grandezze determinate, ma dipendevano dalla velocità di movimento degli oggetti, inoltre la luce non si sarebbe propagata più solo lungo traiettorie rettilinee, ma poteva essere deviata dai campi gravitazionali più di quanto si potesse immaginare ai tempi. Altra conseguenza della teoria riguardava poi l’intercambiabilità di massa ed energia, giustificando il fatto che il sole continuasse a bruciare nonostante il suo combustibile dovesse essersi consumato da tempo e prospettando l’accesso a nuove, terribili fonti di energia. Questa ipotesi sarà presto dimostrata dalla cruda realtà dei fatti di Hiroshima e Nagasaki. Ma non fu l’esplosione della bomba atomica nel 1945 la “prova” della teoria della relatività. Questa era stata infatti accettata ben molti anni prima img 023 | Sir Arthur Eddington. Il fisico britannico fotografato a fianco del proprio telescopio.

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img 024 | Eclisse solare. Un negativo delle fotografie scattate da Eddington all’eclissi solare del 1919, servite a verificare la teoria della relatività di Einstein.

di allora: la tradizione racconta , in particolar modo, come un esperimento precedente sia stato fondamentale a dimostrarne la veridicità. Si fa spesso riferimento all’osservazione da parte di Arthur Eddington, durante l’eclissi solare del 1919, dello spostamento apparente delle stelle. La storia narra che le spedizioni di Eddington in terre lontane e selvagge indicarono che la luce proveniente dalle stelle era deviata dal sole della quantità necessaria a provare le teorie di Einstein. Proprio su questo secondo esperimento i sociologi Harry Collins e Trevor Pinch hanno concentrato la loro attenzione, conducendo un’attenta analisi storica molto interessante per dimostrare come in realtà questo esperimento sia stato meno decisivo di quanto si possa credere in generale.

2.2.1 Eclissi, stelle e movimento apparente. “Il campo gravitazionale della Terra è, naturalmente, troppo debole per rendere possibile per via sperimentale la verifica diretta della deviazione dei raggi luminosi. Ma i famosi esperimenti effettuati durante gli eclissi solari mostrano, in maniera decisiva anche se indiretta, l’influenza di un campo gravitazionale sul cammino di un raggio luminoso.” (A. Einstein e L. Infeld, L’Evoluzione della fisica) Nel 1919 il dibattito su che cosa ci si dovesse aspettare dalla teoria della

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relatività era ancora aperto nella comunità scientifica. Tutti erano d’accordo, tuttavia, riguardo al fatto che, sia secondo le teorie di Newton che quelle di Einstein, un forte campo gravitazionale doveva produrre un effetto di attrazione considerevole sui raggi di luce; tale effetto doveva però essere secondo Einstein maggiore di quello previsto da Newton. Come si poteva stabilire quale delle due teorie fosse corretta? Il campo gravitazionale della Terra è troppo debole per produrre un effetto misurabile sulla luce. Quello del Sole è invece molto più forte: la luce proveniente dalle stelle dovrebbe così essere deviata nel momento in cui transita nel campo gravitazionale del Sole. Da questo ne consegue che le stelle in prossimità del Sole appariranno leggermente spostate rispetto alla loro naturale posizione. Lo spostamento, secondo la descrizione del mondo proposta da Einstein, sarebbe stato più grande che in quella proposta da Newton. Einstein sosteneva che le stelle sarebbero dovute apparire traslate di una distanza pari al doppio di quella suggerita da Newton, sebbene gli spostamenti fossero, in entrambi i casi, in un ordine di grandezza infinitesimale. In cifre gli spostamenti previsti erano di 0,8 secondi d’arco per la teoria di Newton e di circa 1,7 per quella di Einstein – un secondo d’arco corrisponde a 1/3600 di grado. Per verificare quali delle due previsioni fosse quella corretta nel 1919 Eddington, stimato sostenitore delle teorie di Einstein, organizzò una spedizione transoceanica con l’obiettivo di realizzare alcuni scatti fotografici per confrontare la posizione normale delle stelle nel cielo con quella apparente, cioè quando la radiazione luminosa emessa dalle stelle transita in prossimità del bordo del sole. L’unica occasione per poter scattare queste immagini è durante un’eclissi solare: ovviamente le stelle non possono essere viste quando si trovano vicino al Sole e neppure quando il Sole è alto nel cielo, a causa della sua grande luminosità. Le fotografie di confronto devono essere invece scattate numerosi mesi prima, o dopo, quando il sole è completamente assente in quella regione di cielo. Per poter realizzare questo esperimen-

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to, apparentemente molto semplice, bisogna affrontare in realtà numerose problematiche. In un esperimento di tale accuratezza, dove le misure da rilevare sono infinitesimali, qualsiasi tipo di disturbo può infatti compromettere i risultati. È quindi importante che la situazione complessiva sia mantenuta il più possibile costante fra le osservazioni durante l’eclisse e quelle di confronto. Il problema è che le fotografie delle osservazioni durante l’eclisse e le lastre fotografiche di confronto devono essere scattate in diverse stagioni dell’anno. Ciò significa che, nel frattempo, possono incorrere parecchi cambiamenti. Inoltre, le lastre fotografiche delle osservazioni effettuate durante l’eclissi, eseguite quindi di giorno, utilizzeranno un telescopio caldo. Al contrario quelle di confronto, realizzate di notte, con l’abbassarsi della temperatura anche il telescopio sarà più freddo. La differenza di focale tra un telescopio caldo ed uno freddo implicherà un errore nella determinazione della posizione apparente delle stelle il cui ordine di grandezza è confrontabile con quello dell’effetto che deve essere misurato. Ci sono molti altri cambiamenti, alcuni calcolabili, altri stimabili approssimativamente, altri ancora imprevedibili, che intercorrono tra le osservazioni condotte durante l’eclisse e quelle di confronto, dovuti a diverse sorgenti di sollecitazioni meccaniche sul telescopio che altereranno continuamente la lunghezza focale della lente e la connessione della lastra fotografica con l’asse del telescopio. A peggiorare la situazione concorre il fatto che l’eclissi completa non può essere vista ovunque, ma solo da alcuni sperduti angoli del mondo. In tali luoghi non è sempre possibile portare telescopi particolarmente sofisticati e dotati di tutti i necessari meccanismi di controllo. I telescopi dovranno essere quindi relativamente piccoli, con un potere di raccoglimento della luce relativamente basso. Ciò significa che le esposizioni devono essere lunghe – in questo caso si parla di 5-30 secondi – in modo da raccogliere la luce stellare in quantità sufficiente da produrre immagini ben definite. Questo però comporta tutta un’altra serie di problemi: non

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soltanto il telescopio deve essere mantenuto stabile, ma deve essere spostato continuamente per compensare il moto di rotazione della Terra. I maggiori telescopi astronomici sono costruiti su delle complesse montature accuratamente elaborate in grado di ruotare dolcemente rispetto alla Terra, per poter così mantenere il telescopio verso lo stesso punto del cielo. Questi piedistalli non potevano certamente essere trasportati sul luogo delle osservazioni. In mancanza di questa sofisticata strumentazione le immagini erano mantenute fisse per mezzo di celostati – dei meccanismi basati su uno specchio in movimento controllato da un contrappeso, che riflette la luce verso il telescopio. Ovviamente anche gli specchi dei celostati rappresentano un’ulteriore fonte di errore, così come i loro meccanismi di controllo. Appare dunque chiaro che le osservazioni di Eddington non consistevano solo nel guardare nel telescopio e riscontrare uno spostamento; esse si basavano su una complessa struttura teorica di assunzioni, calcoli e interpolazioni relative ai due gruppi di foto in esame. Risolti questi problemi rimaneva comunque un altro problema insormontabile: le condizioni atmosferiche. Se le nuvole avessero coperto il cielo tutti i preparativi sarebbero stati vani. Spedizioni precedenti si erano risolte in un fallimento proprio per questo motivo. Come si vedrà in seguito anche in questa occasione le nubi avevano ridotto, ma non impedito, la possibilità di utilizzo di uno dei telescopi utilizzati per la rilevazione. Le osservazioni in realtà furono eseguite da due squadre distinte e collocate in due punti di osservazione diversi. Una squadra stava a Sobral in Brasile, mentre l’altra – composta da Eddington e dal suo assistente – si img 025 | Un talento da copertina. Aprile 1934. Sir Arthur Eddington guadagna la copertina del Time Magazine grazie alle ricerche effettuate sul movimento apparente delle stelle.

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trasferì sull’isola di Principe, nei pressi delle coste dell’Africa occidentale. Il gruppo brasiliano aveva con sé un «telescopio astrografico» e un telescopio di 10 cm. Nel corso dell’eclissi questo gruppo ottenne 19 fotografie dal telescopio astrografico e 8 da quello di 10 cm, sebbene una delle lastre del telescopio di 10 cm fosse stata oscurata dalla nubi. Il gruppo di Eddington era provvisto di un solo telescopio. Il giorno dell’eclissi questa spedizione fu meno fortunata dell’altra. Il cielo era infatti nuvoloso, ma scattando ugualmente le fotografie, furono ottenute 16 lastre. Solo 2 di esse furono però utilizzabili in maniera parziale. Entrambi i gruppi scattarono le fotografie di confronto alcuni mesi dopo, nello stesso luogo nel caso del gruppo in Brasile e ad Oxford per quanto riguarda la squadra di Eddington.

2.2.2 Verità, mito e metodo scientifico. Le fotografie migliori, sebbene non perfettamente a fuoco, risultavano quelle scattate dal telescopio da 10 cm. Da queste lastre Eddington calcolò che la deflessione della luce stellare in prossimità del bordo del sole era compresa fra 1,86 e 2,1 secondi di arco, confrontabile con la previsione di Einstein. Nonostante le lastre fotografiche degli altri telescopi fossero meno soddisfacenti, si riuscì comunque a eseguire calcoli basandosi su 18 lastre, ottenendo al contrario del primo un valore medio paragonabile a quello newtoniano. Per dirla in maniera sintetica uno degli strumenti suffragava una teoria, mentre l’altro propendeva per l’altra versione. Allo stesso tempo però nessuna delle due osservazioni dava dei risultati inequivocabili che potessero essere sufficientemente affidabili. Se dovessimo dunque immaginare di eseguire delle misure a prescindere dalle ipotesi che cosa si potrebbe concludere? Sarebbe molto difficile fornire una risposta univoca. Ciono-

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nostante il 6 novembre 1919, l’Astronomer Royal annunciò che le osservazioni avevano confermato la teoria di Einstein. Questo perché, per cercare di ricavare dalle osservazioni una conferma alla previsione di Einstein, Eddington trascurò completamente le 18 lastre fotografiche che smentivano le previsioni del fisico, giustificando questa sua decisione affermando che le lastre in considerazione erano affette da un «errore sistematico», che spostava la lettura verso un valore più basso del reale. Eddington scrivendo gli articoli di rassegna che descrivevano le spedizioni e il loro significato trascurò deliberatamente le 18 lastre che smentivano la teoria di Einstein, riportando semplicemente i risultati a favore. È chiaro che se si dispone solamente di questi numeri per effettuare il confronto tra le due previsioni la conclusione è inevitabile. Quello che fece Eddington fu quindi di decidere a posteriori quali risultati erano determinanti per ciò che egli voleva dimostrare a priori. Se si dovesse confrontare questa vicenda con il concetto idealizzato di “Metodo scientifico”, dove le prove cieche impediscono ai pregiudizi dell’osservatore di intervenire nelle osservazioni e dove un solo risultato sperimentale può far crollare un’intera teoria, potremmo affermare che questa vicenda è tutt’altro che oggettiva, ma “viziata” dalla visione dello sperimentatore. Detto questo non c’è motivo nel pensare che la relatività sia qualcosa di diverso dalla verità, solo che a quel tempo fu una verità determinata dal “fiuto” di Eddington e non fu certo una verità a cui si era costretti sulla base inesorabile di una serie di esperimenti cruciali.

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2.3 Visioni a confronto. Nel corso del ventesimo secolo diversi sociologi e filosofi hanno sviluppato modelli che tentano di dare una raffigurazione realistica della scienza. Ognuno di questi ha messo però in luce solo alcuni aspetti della pratica scientifica: a chi si è interessato maggiormente a una visione generale del sistema e della sua struttura, c’è chi invece ha preferito mantenere una visione ristretta su fenomeni particolari, come la vita del laboratorio piuttosto che le controversie scientifiche. Analizzando storicamente la sociologia della scienza si può notare come la sua evoluzione abbia portato verso una progressiva visione disincantata: mentre nei primi modelli si nota un forte legame con la definizione logicista, accademica e dominante della scienza, che non rappresenta tanto quello che “è” la scienza, quanto piuttosto quello che “dovrebbe essere”, nelle teorie più moderne ogni ipocrisia viene progressivamente svelata e il ritratto realizzato è sempre più realistico, tiene conto non solo dei pregi, ma anche dei difetti. Ogni modello è stato però fondamentale apportando un piccolo tassello per comprendere meglio quella costruzione collettiva che è la scienza.

img 026 | Ricercatrici al microscopio. 1965. Tecnici di laboratorio cercano una cura per la rosolia nel centro universitario di Medicina di New York.

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2.3.1 Il modello mertoniano, una visione incantata. Nel 1942 Robert Merton – stimato sociologo statunitense che, “per aver fondato la sociologia della scienza e per il suo fondamentale contributo allo studio della vita sociale”, ricevette la “National Medal of Science”, massimo riconoscimento scientifico americano consegnato dal Presidente stesso – definì alcune norme generali concepite come elementi strutturali di un modello teorico che rappresenta la scienza come un gruppo di pari unito dal desiderio comune di ricerca e sapere. Nasce così la nozione di “comunità scientifica” descritta in questo modo da Rom Harré: Tutti coloro che sottoscrivono certi principi generali di razionalità e oggettività, e hanno livelli di competenza e fiducia reciproca così elevati da poter confidare che lavoreranno insieme per il beneficio dell’umanità nella conquista della verità. Secondo questo modello la cooperazione e la stima dei pari sono gli ingranaggi che permettono il corretto funzionamento della macchina scientifica. Riprendendo le parole di Merton, “l’istituzione scientifica è dotata di un sistema di ricompense concepito al fine di conferire riconoscimento e stima a quei ricercatori che meglio hanno adempiuto al loro ruolo e che hanno dato contributi genuinamente originali alla massa comune di conoscenze” (Merton, 1973). Questo meccanismo, denominato “reward system”, porta, secondo il sociologo, a selezionare i ricercatori più meritevoli e a spingerli ad essere più produttivi, onorandoli di importanimg 027 | Laboratorio scientifico. P. Stackpole, 1957. Uno scienziato lavora su delle culture cellulari per le proprie ricerche.

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ti riconoscimenti (dare il proprio nome a una teoria, a una stella, essere citato da altri studiosi, ecc). Lo scienziato che, seguendo le norme, offre gratuitamente il suo contributo alla comunità riceverà come ricompensa il riconoscimento da parte della comunità stessa. Questo scambio giova a tal punto agli interessi individuali degli scienziati che questi sono indotti prontamente a rispettare le norme del gruppo. Questa visione della scienza appare oggi un po’ “naïve”. Se infatti è vero che la cultura scientifica promuove la razionalità e poggia saldamente sulla fiducia, bisogna anche riconoscere che la retorica della cooperazione e della fratellanza, così come traspare dal concetto di comunità scientifica, deve essere conciliata con la realtà: la scienza è notoriamente competitiva e polemica e le controversie sono all’ordine del giorno. Le norme “CUDOS”. Formalizzate per la prima volta da Merton, queste norme non costituiscono in realtà delle regole scritte o dei precetti: non sono codificate e non vengono fatte rispettare mediante azioni specifiche, ma sono trasmesse nella forma di precetti ed esempi che vengono appresi tramite la pratica da ogni nuovo apprendista. Merton definisce cinque norme, le cui iniziali formano la parola “CUDOS”. Comunismo. La norma del comunismo esige che i frutti dell’attività scientifica siano considerati come “conoscenza comune” e abbraccia quindi la moltitudine di prassi coinvolte nella comunicazione dei risultati di una ricerca ad altri scienziati e alla società nel suo complesso. Il precetto “publish or perish” (pubblica o muori) non è uno scherzo. Gli scienziati passano molto tempo e si impegnano scrupolosamente nella redazione dei risultati delle loro ricerche. La norma esige, soprattutto, che questi risultati siano resi pubblici nel modo più rapido ed esauriente possibile, in modo che “chiunque” possa ripetere la stessa osservazione o esperimento.

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Universalismo. La norma dell’universalismo stabilisce che i contributi della scienza non devono essere esclusi per ragioni legate a razza, nazionalità, religione, stato sociale o altri criteri non rilevanti. Per questo motivo molte riviste scientifiche hanno la pratica di eliminare qualsiasi riferimento dell’autore prima di sottoporre un qualsiasi articolo alla peer review. Disinteresse. La norma del disinteresse impone che gli scienziati non lavorino per interesse personale, ma per il bene della collettività. Questa norma in particolare, influenza lo stile e il modo di affrontare le comunicazioni scientifiche formali, scritte o parlate. Il tono passivo, neutro e impersonale tipico di un articolo scientifico, viene infatti adottato per celare i fattori di natura personale e sociale che possono aver motivato all’origine la ricerca e potrebbero spingerla verso un particolare risultato. Il rispetto della norma del disinteresse si osserva con facilità nel mondo scientifico. Gli scienziati scrivono in un modo curiosamente impersonale e riempiono i loro testi con innumerevoli note con lo scopo di riconoscere il debito verso il lavoro di altri scienziati. Editor di riviste, relatori di tesi, referee, recensori e altre autorità sorvegliano le comunicazioni e censurano quelle che non sono conformi a queste convenzioni. Originalità. La norma dell’originalità è di grande stimolo all’attività scientifica, poiché afferma che qualsiasi nuovo contributo alla cultura scientifica deve apportare una novità significativa alle conoscenze precedenti suggerendo un nuovo problema scientifico, proponendo un nuovo tipo di indagine, presentando nuovi dati, argomentando una nuova teoria o offrendo una nuova spiegazione. Scetticismo. Se l’originalità è il motore del progresso scientifico, lo scetticismo è il suo freno. E tra le cinque norme è sicuramente quella più impor-

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tante. Questa norma afferma infatti che per poter dimostrare la veridicità di una ricerca, questa deve essere prima sottoposta a una dura critica. Questa norma innesca molte prassi scientifiche, come la discussione pubblica o la peer review – un accurato esame critico da parte di esperti scientifici. Quando viene presentato un manoscritto, dei referee specializzati nello stesso campo di studio sono chiamati a farne un resoconto da sottoporre all’editor. Questa pratica si è diffusa per un motivo pratico: gli scienziati devono continuamente confrontarsi con nuove osservazioni e teorie che sono importanti per la loro ricerca, ma non possono affidarsi interamente ed esclusivamente al proprio giudizio. Nessuno scienziato possiede infatti la competenza necessaria per decidere quali elementi siano attendibili e quali invece siano sospetti. Per questo motivo le procedure per esaminare accuratamente le affermazioni scientifiche rappresentano una caratteristica essenziale per la scienza (Ziman).

2.3.2 Bruno Latour, la scienza tra fatto e artefatto. Il lavoro di Bruno Latour, agli antipodi del pensiero mertoniano, ha avuto parecchie difficoltà ad essere accettato dalla comunità scientifica, poiché considerato per parecchio tempo come il lavoro di un estraneo a questo mondo che affronta la scienza con la visione del profano, del sociologo con l’occhio da semiologo, apparendo così a molti scienziati fortemente dissacrante e relativista. Per prima cosa Latour distingue due modalità di scienza, paragonandola img 028 | Laboratorio chimico. A. Fenn, 1950. Uno scienziato conduce ricerche in un laboratorio chimico a Oak Ridge.

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a un’antica divinità romana: il Giano bifronte. Come questa divinità infatti anche la scienza possiede una doppia faccia: una seria rivolta al passato che mostra fatti certi e sicuri – la scienza “pronta all’uso” – l’altra vivace, rivolta al presente, che mette in luce una realtà caratterizzata dall’incertezza, dalla competizione e dalle controversie – la scienza “in azione”. Ai due volti di questa “creatura mitica” egli preferisce concentrare le sue ricerche sulla parte destra, indagando nei laboratori dove questa viene “costruita”. Studiando questi habitat sociali scopre che i prodotti della scienza sono il risultato di un processo di fabbricazione e il laboratorio – piccola realtà artificiale separata dal mondo in diversi modi: fisicamente, socialmente, nonché per le strumentazioni e le apparecchiature che si maneggiano al suo interno – è il luogo dedicato a questa costruzione a “regola d’arte” dei fenomeni grazie ai quali le teorie vengono verificate. Questi fenomeni infatti non esisterebbero neppure senza l’attrezzatura strumentale del laboratorio. “La realtà artificiale che i partecipanti descrivono come un’entità oggettiva è stata di fatto costruita” (Latour e Woolgar, 1986). Latour sottolinea inoltre come quello che esce dal laboratorio non sia tanto il fatto in sè, quanto un testo. Gli scienziati non si trovano ad affrontare le cose in se stesse quanto le “inscrizioni letterarie” prodotte attraverso strumenti di registrazione: “tra gli scienziati e il caos non c’è che un muro di archivi, di etichette, di libri, di protocolli, di figure e di fogli” (Latour e Woolgar, 1986). La credenza dei ricercatori in una realtà esterna a quella del laboratorio è quindi pura illusione. Per riuscire a creare un effetto di verità e convincere i colleghi della validità della propria ricerca, lo scienziato deve imparare a utilizzare non solo strumenti tecnici del laboratorio, ma anche un’arte molto potente: la img 029 | Scienziato lavora in laboratorio. E. Clark, 1958. Uno scienziato conduce degli esperimenti con l’azoto liquido.

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retorica, che per millenni ha studiato come indurre la gente a credere e agire, che ha insegnato alle persone l’arte della persuasione. Ricorrendo alla retorica lo scienziato depura il discorso da ogni riferimento soggettivo, trasformando il discorso in una realtà asettica basata sull’infallibilità del Metodo scientifico. Stratagemma retorico estremamente efficace è l’utilizzo della citazione. La presenza di elementi bibliografici, di citazioni o di note a piè di pagina è un tratto così distintivo della serietà di un libro che consente di trasformare una finzione in un fatto con la sola aggiunta di citazioni. Le citazioni non persuadono solamente con il loro “prestigio” o con il “bluff ”, quello che conta veramente sono i numeri: attaccare un articolo pieno di citazioni significa infatti dover confutare, o quantomeno indebolire, ognuno degli articoli citati. Al contrario, attaccare un articolo spoglio sarà molto più semplice, poiché il lettore e l’autore sono posti sullo stesso piano. Se lo scienziato saprà utilizzare al meglio gli strumenti a sua disposizione, la sua costruzione poco a poco si trasformerà in un fatto vero e proprio attraverso un processo di “consacrazione” collettivo che porterà al riconoscimento del fatto in quanto tale: le pubblicazioni, le reti di citazioni, le dispute tra laboratori rivali e i negoziati tra i membri di un gruppo di ricerca sono quindi aspetti fondamentali per l’affermazione scientifica. Nel momento in cui il prodotto finale si sarà elaborato nella circolazione, le tappe intermedie che l’hanno reso possibile, e in particolare la vasta rete di negoziati e di macchinazioni che ha trasformato l’artefatto in un fatto vero e proprio, verrà dimenticata, soprattutto in quanto il ricercatore cancella dietro di sé le tracce della propria opera. Il fatto diventa così una “scatola nera”, un contenitore dentro il quale non si torna più ad indagare o a discutere, perché il suo funzionamento è talmente complicato da far desistere chiunque dal tentativo di aprirla. Ecco quindi che la scienza “in azione” ha cambiato aspetto e si è trasformata in scienza certa e “pronta all’uso”.

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2.3.3 Il modello di campo, una visione realista. Pierre Bourdieu, ritenuto una tra le più importanti figure della sociologia moderna, propone questo modello della scienza per porre soluzione all’eterna controversia creata dalla contrapposizione tra le due visioni dominanti: logicismo e relativismo, varianti in chiave moderna di dogmatismo e scetticismo. Da un lato il pensiero logicista, al quale fa riferimento anche Merton, semplifica la realtà, affermando l’esistenza di leggi a priori per la valutazione scientifica e di un codice di leggi immutabili per distinguere la buona dalla cattiva scienza. Dall’altro la corrente del relativismo, che ha il merito di aver svelato la realtà della pratica scientifica, corre il rischio con la propria visione disincantata e scettica di giungere ad una deriva nichilista. Per risolvere questa eterna contrapposizione secondo Bourdieu bisogna “associare una visione realista del mondo scientifico a una teoria realista della conoscenza”. Per far questo introduce il concetto di campo che, come vedremo di seguito, permette di avere una visione della scienza che resiste agli argomenti relativisti, perché non è fondata sulla conoscenza prodotta da un singolo scienziato che da solo affronta con i propri strumenti la natura, bensì su una conoscenza creata dai rapporti tra i vari soggetti del campo. Inoltre permette di rompere con l’idea scolastica, risultato del pensiero logicista, che considera la scienza una “comunità”, un mondo di scambi generosi in cui tutti i ricercatori collaborano a un medesimo fine. Quest’idea è contraddetta dalla realtà dei fatti: ciò che si osserva sono infatti lotte, a volte feroci, e competizioni all’interno delle strutture di dominio. Il campo, secondo Bourdieu, è un sistema di relazioni tra posizioni sociali che possono essere analizzate oggettivamente, indipendentemente dai soggetti che le ricoprono. È la relazione tra i vari soggetti (detti agenti) che dà forma al campo e la posizione che questi occupano all’interno del

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img 030 | Need proof. S. Harris. “Vuoi delle prove? Te le do io le prove!” L’artista ironizza sulla “forza” delle prove matematiche e sperimentali riportate dagli scienziati a dimostrazione delle loro teorie.

campo determina la loro particolare visione del mondo e del campo stesso. “È nel rapporto fra i diversi agenti (concepiti come fonti di campo) che si generano il campo e i rapporti di forze che caratterizzano il campo scientifico. Questo campo, al pari di altri, è un campo di forze dotato di una struttura, e anche un campo di lotte per conservare o trasformare questo campo di forze” (Bourdieu, 2001).

Un campo di forze. Secondo Bourdieu ogni agente in campo esercita una forza più o meno intensa sugli altri agenti in base alla quantità di capitale specifico posseduto. È importante quindi avere il controllo di una buona quantità di capitale per esercitare un potere sul campo e sugli agenti relativamente meno dotati. Possiamo immaginare il capitale come una pila di gettoni di diversi colori – corrispondenti alle diverse specie di capitale – che ogni agente in gioco possiede. La forza di ogni giocatore, la posizione nello spazio, come pure le strategie, le mosse che compie più o meno arrischiate, più o meno prudenti, più o meno sovversive o conservatrici, dipendono dal volume globale dei gettoni che possiede e dalla struttura delle pile di gettoni. In breve il capitale scientifico è il prodotto del riconoscimento dei propri concorrenti. Il capitale scientifico funziona come un capitale simbolico di riconoscimento che vale innanzitutto nei limiti del campo: al di fuori di questo il capitale in possesso perde il proprio valore. Inoltre, poiché il capitale simbolico va al capitale simbolico, né deriva

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che nel campo scientifico viene dato maggiore credito a coloro che già ne possiedono. Facciamo un esempio: sono sempre i più conosciuti ad approfittare dei profitti simbolici distribuiti apparentemente in egual misura tra i firmatari nel caso di firme multiple o di scoperte multiple effettuate da personaggi di diversa notorietà. Oltre al capitale simbolico di tipo scientifico esistono anche altri tipi di capitale. Poiché l’autonomia di un campo non è mai completa gli agenti in campo si muovono secondo delle strategie inseparabilmente scientifiche e sociali. Per questo il campo è il luogo, oltre che di un capitale di autorità propriamente scientifica, anche di un capitale di potere sul mondo scien-

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tifico, che può essere accumulato in vie non propriamente scientifiche. È il principio burocratico di poteri temporali sul campo scientifico come quello dei ministri e dei ministeri, dei rettori, dei presidi, ecc. Questi poteri temporali sono solitamente legati alle istituzioni nazionali, soprattutto quelle che regolano l’attività scientifica come le accademie, i comitati o le commissioni, mentre il capitale scientifico è piuttosto internazionale. I giudizi sulle opere scientifiche sono in qualche modo contaminati dalla conoscenza della posizione occupata nelle gerarchie sociali: come è noto il capitale simbolico di un ricercatore, e quindi l’accoglienza riservata ai suoi lavori, dipende almeno in parte dal capitale simbolico del laboratorio in cui opera. Un campo di lotte. “Gli agenti dotati di risorse differenti si scontrano per conservare o trasformare i rapporti di forze vigenti”(Bourdieu, 2001). Il margine di libertà delle strategie adottate si organizza sempre intorno all’opposizione principale tra dominanti – first movers – e dominati – challengers. I primi sono in grado di imporre la rappresentazione della scienza più favorevole ai loro interessi, cioè il modo conveniente di giocare e le regole del gioco, quindi della partecipazione al gioco. Oltre a fare tutt’uno con lo stato consolidato del campo e ad essere i difensori della scienza normale del momento (Kuhn, 1962), costoro partecipano alla competizione con un vantaggio decisivo, in quanto costituiscono un punto di riferimento obbligato per i loro concorrenti, i quali, qualunque cosa facciano o vogliano, sono tenuti a prender posizione in rapporto ad essi, passivamente o attivamente. La minaccia costante dei challengers li obbliga però a una vigilanza costante, cosicché possono mantenere la loro posizione solo in virtù di una permanente innovazione. Per arginare le incursioni da altre discipline e limitare le lotte ai soli adepti la scienza ha innalzato delle barriere d’ingresso, creandosi così una propria autonomia.

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L’autonomia del campo scientifico è dovuta a diversi fattori. La matematizzazione è sicuramente il più importante tra questi. A partire dagli anni centrali del settecento si è formato un fortissimo divario tra i professionisti e gli amatori, gli insiders dagli outsiders: la competenza matematica diviene così il diritto d’ingresso al campo scientifico e riduce il numero dei lettori e dei produttori potenziali. “Le frontiere dello spazio sono lentamente ridefinite in modo tale che i lettori potenziali siano sempre più limitati ai potenziali produttori di contributi, dotati della stessa formazione” (Gingras, 2001). Come seconda conseguenza la matematizzazione ha portato alla trasformazione dell’idea di spiegazione: ora è con il calcolo che viene spiegato il mondo, generando spiegazioni che solo poi vengono verificate attraverso la sperimentazione – pensiamo ad esempio alla teoria della relatività di Einstein. Il processo di autonomizzazione è legato all’innalzamento del diritto d’ingresso esplicito o implicito. Il diritto d’ingresso è dato da un lato dalla competenza acquisita, ma anche dalla predisposizione, dalla libido scientifica. Per conoscenza non si intende però la pratica mnemonica, ma acquisizione pratica. Il sapere deve diventare un “automatismo naturale”: la pratica della scienza è un arte che richiede mestiere, intuizione e senso pratico, fiuto, “naso”. Nozioni che possono essere apprese solo dopo una lunga esperienza e con la competenza teorica necessaria per padroneggiare abilmente la strumentazione specifica e la teoria stessa. Questo insieme di pratiche generalmente inconsce viene chiamato da Bourdieu habitus. Gli agenti, con il loro capitale, si scontrano all’interno di quel gioco che è il campo, in una lotta per fare riconoscere un modo di conoscere, contribuendo così a conservare o a trasformare un campo di forze. Normalmenimg 031 | Motociclista in camice bianco. L. Dean, 1952. Uno scienziato gira per un’anonima strada americana con uno strano motociclo.

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te un piccolo numero di agenti e di istituzioni, che possiedono capitale sufficiente per esercitare il loro potere sugli altri agenti, hanno anche il potere sulla struttura della distribuzione delle opportunità di profitto. I dominanti impongono, con la loro semplice esistenza, come norma universale, i principi che mettono in atto nella loro pratica. Per questo vengono contestati dall’innovazione rivoluzionaria che sconvolge la struttura della distribuzione dell’opportunità di profitto e con ciò riduce l’opportunità di profitto di coloro che sono legati alla vecchia struttura. Storia e verità. L’oggettività è un prodotto sociale del campo che dipende dai presupposti accettati nel campo stesso: i ricercatori si fermano nella loro sperimentazione solo quando pensano che la loro esperienza sia conforme alle norme della loro disciplina e che essa possa affrontare le critiche anticipate. La conoscenza scientifica è ciò che sopravvive alle obiezioni e resisterà alle obiezioni a venire. La conoscenza poggia quindi non solo sull’evidenza soggettiva di un singolo individuo ma sull’esperienza collettiva, regolata da norme di comunicazione e argomentazione. Il fatto è conquistato, costruito, constatato attraverso la comunicazione dialettica tra i soggetti, cioè attraverso il processo di verifica, di produzione collettiva della verità. È una forza di convinzione che si impone all’avversario concorrente che tenta invano di respingerla; gli avversari collaborano quindi al lavoro di verifica attraverso il lavoro di critica, correzione, confutazione.

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img 032 | Than a Miracle occurs. S. Harris. “E poi serve un miracolo�.

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03. Edificazione e crollo della Torre d’avorio 1.

Nascita della scienza moderna.

2.

Il crollo della Torre d'avorio.

3.

Un dialogo controverso

4.

Il ruolo della comunicazione.

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3.1 Nascita della scienza moderna. C’era una volta un’era in cui la scienza operava in completa autonomia. La leggenda vuole che tutta la comunità fosse racchiusa all’interno di una torre d’avorio intarsiata d’oro e dall’alto di questa osservasse il mondo per carpirne i segreti. In quest’era, chiamata “era accademica della scienza”, la gran parte dei rapporti sociali degli scienziati si sviluppavano all’interno di una cerchia ristretta di eletti: la comunità scientifica (Ziman, 2003). L’istituzione nel 1660 della prima Accademia scientifica – la Royal Society a Londra – viene considerato il momento della nascita di questa nuova forma di scienza (Ben-David, 1997). La scienza infatti, per riuscire a sviluppare una propria autonomia e differenziarsi da altre discipline come astrologia o cartomanzia, a quei tempi considerate di pari importanza per la ricerca della conoscenza, crea un’istituzione sociale che le permette di divenire un’attività intellettuale separata, sotto il controllo delle proprie norme (Ben-David, 1997). Nei secoli precedenti la scienza si era infatti sviluppata all’interno delle corti europee. Il compito degli scienziati, quasi al pari dei giullari era di allietare le richieste dei propri padroni, soddisfare i loro desideri per guadagnare così la loro stima e portare avanti liberamente i propri studi. Tanti sono gli esempi da riportare, anche tra gli scienziati più famosi. Secondo il racconto tradizionale e l’ipotesi più accreditata Cartesio morì di polmonite, costretto ad uscire all’alba durante il rigido inverno svedese per impartire lezioni alla regina Cristina. Si racconta che questo sforzo

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prolungato ne minò il fisico e compromise irrimediabilmente la salute. Oppure Keplero che, oltre a dedicarsi all’astronomia, era stato incaricato di redigere l’oroscopo dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo. L’autonomia della scienza a cui siamo stati abituati dalla leggenda non è quindi un dato di fatto, bensì una conquista storica avvenuta poco a poco. Si tratta di un atteggiamento difensivo. Per proclamare la propria indipendenza dal resto della società, la comunità scientifica si cinge deliberatamente di un fossato protettivo. Questa istituzionalizzazione è servita a creare le condizioni favorevoli alla produzione del sapere e alla riproduzione a lungo termine del gruppo e in secondo luogo al costituirsi di un gruppo professionale riconosciuto come socialmente distinto, grazie alla creazione di una corporazione che difende gli interessi degli scienziati e conferisce loro visibilità sociale. Fattore che ha contribuito allo sviluppo di questa autonomia è stata anche la progressiva matematizzazione: l’utilizzo del linguaggio matematico per descrivere la realtà e i fenomeni naturali. La matematizzazione della scienza ha prodotto un effetto di esclusione, di espulsione dal campo di discussione di tutti coloro che non conoscono questo linguaggio specifico: a partire da Newton l’utilizzo della matematica nella fisica tende a instaurare una fortissima separazione sociale tra i professionisti e gli amatori. Le frontiere dello spazio sono lentamente ridefinite in modo tale che i lettori potenziali siano sempre più limitati ai potenziali produttori di contributi, dotati della stessa formazione. In altri termini la matematizzazione contribuisce alla formazione di un campo scientifico autonomo. img 033 | Giovanni Keplero. Anonimo, 1610. In questo dipinto ad olio Keplero viene raffigurato con i propri strumrenti di misurazione, necessari per calcolare l’orbita dei pianeti osservati.

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Grazie all’autonomia acquisita, nell’era accademica la gran parte delle decisioni rilevanti per lo sviluppo delle conoscenze scientifiche vengono prese all’interno della comunità. Non si può però certo dire che questa autonomia sia reale: un’attività sociale elaborata e su vasta scala come la scienza moderna non potrebbe di fatto “restare sospesa per aria” senza legami con il mondo, come la Leggenda vorrebbe farci credere (Ziman, 2003). La scienza accademica può tuttavia rivendicare di essere un’istituzione sociale indipendente, nel senso che ha la libertà di gestire gli affari al suo interno senza interferenze da parte di autorità esterne. In quest’era le istituzioni politiche in Europa e in Nord America non intervengono in maniera organica e sistematica per dare indirizzi di ricerca all’intera comunità scientifica. In altri termini nell’era accademica della scienza vige

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img 034 | Isaac Newton. W. Blake, 1795. Il fisico britannico autore della legge di gravità universale viene raffigurato come un classico mentre compie le proprie misurazioni.

una sorta di mecenatismo di stato, che assicura agli scienziati la possibilità di svolgere le loro attività nelle università e nelle accademie. Questa situazione, come vedremo nel capitolo seguente, è cambiata. La scienza, come ha annunciato John Ziman, negli ultimi anni ha subìto una “rivoluzione pacifica” e oggi si trova in una nuova era, definita dallo stesso sociologo “era post-accademica”. La scienza ha perso il primato sulla società ed è costretta, per diverse cause, ad un rapporto organico e sistematico con altri attori che provengono dall’esterno della torre.

3.2 Il crollo della Torre d’avorio. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una trasformazione radicale e irreversibile del modo in cui la scienza è organizzata, gestita e resa operativa. Questo cambiamento è il frutto di innumerevoli soluzioni improvvisate che rispondono a problemi pratici incontrati; è il frutto di un interesse, non di un progetto e, tuttavia, costituisce una cultura più o meno coerente, non perché sia stata progettata in quanto tale, ma piuttosto perché la scienza è di per sé un sistema complesso e auto-organizzato che si adatta in maniera opportunistica al mutare delle circostanze. Questa “nuova creatura”, osservata per la prima volta dal sociologo della scienza John Ziman, prende il nome di scienza post-accademica. Secondo il teorico il passaggio da scienza accademica a post-accademica, causato da diversi fattori, sia in-

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img 035 | Colbert presenta i Membri della Royal Accademy of science a Luigi XIV. H. Testelin, 1668. La tela commemora l’incontro ufficiale avvenuto nel 1667 tra il re di Francia Luigi XIV e gli scienziati della Royal Accademy. img 036 | Manhattan Project. 1945. I lavoratori, al termine della giornata, lasciano la Oak Ridge Facility, dove viene condotto il progetto top secret Manhattan per lo sviluppo della bomba atomica.

terni che esterni alla scienza, ha portato come conseguenza a una relazione sempre più stretta tra scienza e mondo esterno. Mentre, come abbiamo visto nel capitolo 3.1, durante l’era accademica gli uomini di scienza non dovevano rendere conto a nessuno delle loro ricerche, se non ai propri colleghi, ora questa autonomia è andata progressivamente perduta. Prima causa di questo cambiamento è stata il progressivo avvicinamento avvenuto tra scienza e politica. Da una parte la politica si è resa conto di quanto sia importante la scienza per il progresso e il benessere della società. Dall’altra la scienza si è resa consapevole della necessità dell’aiuto politico per riuscire a progettare e conseguire ricerche prima neppure concepibili. Pensiamo ad esempio al già citato LHC di Ginevra: la costruzione dell’acceleratore di particelle, lungo 27 Km che passa a una profondità di circa cento metri tra Svizzera e Francia, è costato sicuramente lunghe trattative con i due governi nazionali e la sua realizzazione sarebbe stata inimmaginabile senza il contributo economico offerto dall’Unione Europea. In questa nuova ottica la scienza perde però la sua totale autonomia nel decidere le strade da intraprendere nella ricerca. La scienza post-acca-

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demica è così messa costantemente sotto pressione per dimostrare che il denaro investito per essa è stato ben speso ed è la politica che, nell’elargire i finanziamenti o nel promulgare leggi specifiche, detta le linee guida che la ricerca scientifica deve perseguire. Accettando il mecenatismo dello stato su larga scala, gli scienziati sono diventati più vulnerabili alle richieste dei loro sovvenzionatori. Dai governi vengono infatti richiesti progetti su particolari problemi della società e i finanziamenti sono ottenuti sulla base della loro potenziale capacità di risolvere tali problemi.

3.2.1

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Scienza come motore di sviluppo. Ma esattamente quando è avvenuto questo cambiamento di rotta? Punto di demarcazione tra scienza accademica e post-accademica, che ha portato alla svolta nei cambiamenti dei rapporti tra scienza e politica è considerato il rapporto “Science: The Endless Frontier”, realizzato nel 1945 da Vannevar Bush – direttore dell’US Office of Scientific Research and Development, ufficio con il compito di coordinare circa seimila ricercatori americani mobilitati nello sforzo bellico – su richiesta del Presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt. Il testo che propone è destinato non solo a diventare famoso, ma a segnare un’autentica rivoluzione nella storia evolutiva dei rapporti tra scienza e società. Egli individua infatti nella scienza le basi per la sicurezza nazionale – economica e sociale, ancor prima che militare – della potenza che si accinge a vincere la seconda guerra mondiale e a divenire punto di riferimento nella politica di tutti i paesi sviluppati. Nel rapporto egli afferma che al termine della guerra il governo federale dovrà smantellare senza esitazione l’Office of Scientific Research and Development, ma dovrà preservare lo spirito di questo ufficio, continuando a incentivare la ricerca per ottenere risultati straordinari, che consentiranno all’America di vincere le sfide del dopoguerra e consolidare la propria sicurezza economica e sociale, oltre che militare. Incentivare la ricerca significa fornire con grande generosità risorse finanziarie e umane, affinché gli scienziati possano realizzare in piena libertà le proprie ricerche. Questo anche quando si tratta di campi, come la matematica superiore o l’astrofisica, che non img 037 | Dr. Vannevar Bush. F. Miller, 1947. Il Dr. Vannevar Bush seduto alla scrivania del suo uffico fuma una pipa mentre controlla dei documenti.

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hanno un’immediata ricaduta pratica. Queste parole verranno seguite attentamente dal neo-eletto Presidente Harry Truman – che succederà a Roosevelt nel 1945 – e da tutti i futuri Presidenti degli Stati Uniti, tanto che la Ricerca e lo Sviluppo diventeranno i pilastri portanti della società americana, che collaborerà alla ricerca con finanziamenti superiori al 2% del proprio PIL. La scienza assume così un ruolo strategico a tutto campo negli Stati Uniti. In ambito militare, ma soprattutto in ambito civile. Nascono nuovi enti, come la National Science Foundation (Nsf ), incaricati dal governo federale di sostenere finanziariamente e coordinare le attività di ricerca nelle università americane. In definitiva, grazie alla precisa scelta politica consigliata da Vannevar Bush, la conoscenza scientifica diventa motore

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img 038 | Impiegate al Manhattan Project. 1944. Impiegate del Mahattan Project lavorano sui pannelli di controllo delle strumentazioni costruite per arricchire l’uranio utilizzando la separazione elettromagnetica degli isotopi.

dello sviluppo degli Stati Uniti d’America. Dopo il rapporto del dottor Bush gli scienziati americani che lavorano nelle università si trovano a gestire una quantità di risorse, finanziarie e umane, senza precedenti. E questo avviene in tutti i settori: in quelli della scienza applicata con ricadute pratiche pressoché immediate, ma anche nel campo della scienza di base, che non ha ricadute immediate prevedibili. Grazie anche a quella scelta, squisitamente politica, da sessant’anni gli Stati Uniti non sono solo la massima potenza militare, ma anche uno tra i paesi che guidano lo sviluppo tecnologico ed economico del pianeta. Tuttavia a noi interessa analizzare non tanto le ragioni del successo americano, quanto l’evoluzione del mondo scientifico e l’evoluzione del rapporto tra scienza e società. Evoluzioni cui Vannevar Bush conferisce un’accelerazione formidabile. Tanto da poter considerare il suo rapporto il punto di transizione tra la scienza accademica e quella post-accademica (Ziman, 2003). Un’era, quest’ultima, in cui i rapporti tra scienza e società diventano strettissimi, con la riformulazione, non solo negli Stati Uniti d’America, del modo di lavorare degli scienziati.

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img 039 | Scienziati al lavoro. 2006. Un team di scienziati del CERN di Ginevra lavora sulla strumentazione necessaria al funzinamento dell’LHC.

3.2.2 Scienza come pratica collettiva. Grazie ai finanziamenti privati e pubblici ricevuti da Governi e industrie la scienza può oggi intraprendere esperimenti sempre più costosi e complessi. Inoltre, grazie allo sviluppo delle telecomunicazioni, per gli scienziati è sempre più facile instaurare collaborazioni internazionali tra diversi istituti e formare così gruppi di lavoro composti da centinaia, a volte addirittura migliaia, di ricercatori. Nella nuova era post-accademica della scienza il conseguimento di un risultato non è più quindi l’impresa di un singolo, quanto piuttosto un’impresa collettiva. Pensiamo ad esempio alle ricerche sul DNA, che confrontano le caratteristiche genetiche di persone provenienti da tutto il mondo: se non ci fosse una collaborazione tra équipe internazionali i risultati non sarebbero sicuramente significativi. Ecco quindi un’altra caratteristica della scienza post-accademica: gli esperimenti e le ricerche scientifiche sono diventati talmente complessi che necessitano di gruppi di scienziati molto grandi, all’interno dei quali collaborano figure professionali estremamente specializzate, provenienti dai campi più disparati. Questo fenomeno, caratteristico della scienza post-accademica, prende il nome di “Big Science”. La figura dello scienziato post-accademico viene quindi a modificarsi sostanzialmente dall’immagine classica e stereotipata della leggenda che lo raffigura come un solitario, che lotta contro ogni avversità per la scoperta della verità. Oggi il lavoro dello scienziato è infatti diviso, e condiviso, con altre persone – tecnici ausiliari, tecnici strumentisti, ingegneri di sof-

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tware e numerosi specialisti in altri campi. Il lavoro di gruppo, la comunicazione in rete e altre forme di collaborazione tra ricercatori specializzati non sono quindi semplici mode, alimentate dal buon esito dell’attuale comunicazione elettronica globale, quanto piuttosto la conseguenza naturale dell’accumulo di conoscenze e tecniche: la scienza è progredita ad un livello così avanzato che i suoi problemi non possono più essere risolti da singoli che operano autonomamente (Ziman, 2003). Inoltre questo nuovo modo di fare scienza, che necessita del lavoro di centinaia di scienziati per la costruzione, gestione e manutenzione delle strumentazioni tecniche necessarie ai propri esperimenti, coinvolge, per le conseguenze e le applicazioni pratiche che deriveranno dalle nuove conoscenze acquisite, l’intera società. Tutti siamo, in maniera più o meno consapevole, coinvolti. L’estendersi della scienza e della tecnica ci ha trasformati tutti quanti in partecipanti, volontari o meno, di grandi esperimenti, alcuni dei quali si svolgono su scala planetaria (Latour, 2009).

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Che si tratti di riscaldamento globale, di telefoni cellulari, di fumo passivo, di autovelox o di riserve petrolifere, siamo tutti imbarcati in esperimenti di cui, talvolta, si tenta invano di trovare una soluzione comune. La fretta di ottenere dei risultati pratici applicabili a livello industriale costringe spesso gli scienziati a immettere sul mercato tecnologie la cui conoscenza non è ancora abbastanza dettagliata. Basti pensare al problema degli OGM o alle radiazioni elettromagnetiche. Nessuno sa ancora con certezza le conseguenze che avranno a lungo termine. Eppure la necessità dell’industria di progredire e di lanciare sul mercato nuove applicazioni scientifiche e tecnologiche ha superato ogni ragionevole dubbio e perplessità e ci ha reso tutti partecipi, anche se involontariamente, di grandi esperimenti che si svolgono su scala globale. Ultima caratteristica della scienza post-accademica è quindi questa: il laboratorio scientifico non è più racchiuso da quattro pareti, esso si è ampliato ed è entrato nelle case, nelle strade e nelle piazze. La condizione di sostanziale separatezza tra scienza (accademica) e il resto della società, viene sostituita da una fitta e crescente inter-penetrazione dell’una nell’altra. La torre d’avorio nella quale la scienza si era barricata apre stabilmente le sue porte e le sue finestre. Qua e là si aprono brecce nelle mura, mentre i contrafforti della torre cadono del tutto. Nell’immagine classica si parla sempre di scienza “e” società, sottolineando la separazione tra le due realtà, in cui una prevale sull’altra grazie alla sua conoscenza. Viste le conseguenze comportate oggi è sicuramente più opportuno parlare di scienza “nella” società: la scienza è solo una delle sfere che costituiscono la società. Se, fino img 040 | Lhc di Ginevra. 2006. Le mastodontiche apparecchiature costruite nei sotteraiei del CERN di Ginevra per studiare il Bosone di Higgs sono costate centinaia di milioni di euro e anni di lavori .

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img 041 | Trasporto eccezionale. 2007. Un pezzo necessario alla realizzazione dell’LHC viene rimorchiato verso il CERN di Ginevra.

a poco tempo fa, gli scienziati accademici potevano respingere la richiesta di “responsabilità sociale della scienza” (Ziman, 2003) rivendicando il fatto che non sapevano nulla – né si preoccupavano – delle applicazioni del loro lavoro, e pertanto non dovevano interessarsi del fatto che il loro operato potesse essere collegato alla guerra, all’oppressione politica ed economica, al degrado ambientale e ad altri ignobili attività, lo scienziato post-accademico invece, essendo più direttamente connesso con la società nel suo insieme, deve condividerne valori ed interessi più ampi.

3.2.3 Scienza e partecipazione. Se da un lato lo scienziato post-accademico è diventato responsabile nei confronti della società, dall’altro i cittadini sono stufi di giocare il ruolo di pubblico e pretendono di essere resi partecipi alle decisioni rilevanti per lo sviluppo della conoscenza scientifica. Specie quando sono degli stakeholders e hanno una posta in gioco diretta e rilevante nella scelta. La società di oggi non firma più assegni in bianco per nessuno, neanche per la scienza. I cittadini si aspettano di essere consultati – e informati – prima che una decisione venga presa. Questo accade per qualsiasi decisione: dalla semplice mammografia, al luogo in cui costruire la prossima centrale nucleare. Oggi la scienza non può più limitarsi ad annunciare le decisioni prese, difendendole a spada tratta. Sono necessari programmi chiari per la consultazione pubblica, durante i quali il problema non viene spiegato solamente da un punto di vista tecnico: i cittadini hanno infatti bisogno

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di essere ascoltati e di avere una risposta che prenda in considerazione richieste e dubbi. Essi vogliono comprendere quello che accade all’interno del mondo scientifico che percepiscono come distante ed elitario. Il coinvolgimento della scienza con gli interessi privati dell’economia li rende sempre più sospettosi dell’attività scientifica. Esortati dalle campagne allarmistiche dei media, che hanno il solo scopo di aumentare l’audience, vedono complotti ovunque. È dunque fondamentale per la scienza cercare di essere il più trasparente possibile, senza timore di mostrare anche i propri difetti. Prendiamo ad esempio l’iter che ha preceduto l’approvazione della legge sulla regolamentazione delle sperimentazioni sugli embrioni in Gran Bretagna: il dibattito parlamentare è iniziato solo dopo una lunga campagna di informazione e consultazione di tutti i maggiori attori sociali coinvolti durata ben due anni. Questo esempio è fondamentale per comprendere quali siano oggi le esigenze dei cittadini. Se un tempo la risposta che la società avrebbe dato alla scienza era, più o meno sempre, “Ti aiuterò

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perché credo in te ciecamente”, oggi la società vuole, a buon diritto, saperne molto di più prima di dare il proprio consenso. Come dice Bruno Latour ci troviamo oggi in una condizione di coricerca: ogni fatto è diventato discutibile e gli scienziati non sono più gli unici attori in campo. Questo cambiamento spaventa in qualche modo gli scienziati, che si trovano il laboratorio improvvisamente invaso da estranei che, a diverso titolo, chiedono di esprimere la propria opinione. Molti, vedendo i propri confini invasi dall’irrazionalità del “popolino”, reagiscono chiudendosi a riccio e cercando soluzioni per arginare l’invasione. Altri, invece di essere spaventati da questa situazione, cercano di sfruttarla a proprio favore: l’opinione pubblica può infatti diventare un utile alleato da schierare nel dibattito politico sulla scelta delle strade di ricerca da intraprendere. Inoltre, se si riesce a coinvolgere il pubblico in modo propositivo, si può giungere a soluzioni che possono addirittura essere migliori di quelle proposte inizialmente. A livello politico la partecipazione attiva dei cittadini è fortemente promossa e in tutti i programmi di ricerca è considerata un punto fondamentale: l’Unione Europea la inserisce nel proprio Programma Quadro e i ricercatori che vogliono ricevere finanziamenti pubblici devono tenerla ben presente nel formulare i propri progetti. Ma siamo sicuri che questa politica sia effettiva? Oppure questa parola viene spesso utilizzata a sproposito? L’impressione generale è che l’utilizzo della parola partecipazione img 042 | Change the politics. 2009. Manifestazione contro i cambiamenti climatici a Londra. img 043 | Protesta aliena. 2010. Militanti di Greenpeace travestiti da alieni per manifestare contro i cambiamenti climatici.

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sia altamente inflazionato e che in molti la utilizzino per riempire di belle parole i propri discorsi, che difficilmente poi si traducono in fatti. Se vogliamo che la partecipazione divenga effettiva e che si instauri un dialogo costruttivo tra pubblico e scienza bisogna per prima cosa migliorare la comunicazione tra questi due campi. Senza una corretta comunicazione i due campi continueranno a rimanere estranei e la partecipazione rimarrà solo un fatto di pura immaginazione.

3.3 Un dialogo controverso. Un rapporto così stretto e diretto tra scienza e società pone diverse problematiche che, talvolta, si aggrovigliano intorno a nodi difficili da sciogliere. Queste problematiche sono chiamate “controversie”. Esse si formano quando le opinioni tra i vari attori in gioco sono contrastanti e non si riesce a giungere ad una conclusione. Secondo la visione tradizionale la scienza sarebbe particolarmente abile nel porre fine alle controversie: una schiacciante prova empirica o una logica irrefutabile dovrebbero bastare a sistemare la faccenda, oltre ogni ragionevole dubbio. Come però abbiamo già osservato – nel secondo capitolo – questa visione è lontana dalla realtà: accade infatti che le due parti in gioco si scontrino in una battaglia in cui vengono sfoderate argomentazioni per elevare il livello di credibilità della propria teoria a scapito degli oppositori e utilizzate tattiche non propriamente scientifiche. Nelle controversie gli esperti non dissentono solamente sui risultati, ma anche sulla qualità del lavoro dei propri avversari, lanciandosi in disquisizioni sempre più tecniche a riguardo delle loro vere capacità. E poiché non esiste un tribunale, che giudichi in maniera incontrovertibile e proclami un vincitore, la controversia può durare anni senza mai giungere ad una vera e propria conclusione.

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img 044 | Protesta verde. 2010. In Oceania anche gli elefanti manifestano per spingere la classe politica a prendere una decisione circa il clima mondiale.

Se nel mondo scientifico questa pratica è considerata normale, quando entrano in gioco attori provenienti da altre sfere (politica, economica, sociale...) che devono prendere una decisione pratica, questa incertezza può diventare un problema. La società crede nel potere della conoscenza scientifica, ma raramente si trova nella posizione di poter giudicare da sola la validità delle ragioni su cui tale conoscenza è fondata. In generale, la parola di un esperto accreditato è tutto ciò da cui ci si lascia guidare. Se però, come accade durante le controversie, gli esperti sono in disaccordo fra loro i cittadini non sanno più a chi fare affidamento. Può quindi accadere che nello schierarsi delle parti i cittadini non ab-

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img 045 | Faucheurs volontaire d’OGM 2004. Un attacco dei Falciatori volontari di OGM, gruppo da anni attivo in Francia. Al centro, con la bandiera del gruppo, François Dufour, vice-presidente di ATTAC Francia.

biano degli strumenti adatti per comprendere le dinamiche e le poste in gioco. In mancanza di questi strumenti non c’è da stupirsi se il giudizio del pubblico non è del tutto razionale. Per questo la valutazione di un cittadino può variare da quella di un esperto. Studi psicologici hanno dimostrato che gli individui sono più sicuri se sentono di possedere un maggiore controllo sul fenomeno, influenzando l’opinione che avranno nei confronti delle stime probabilistiche degli esperti. Questo spiega perché la gente ha molta meno paura degli incidenti automobilistici che di quelli aerei, del cosiddetto “inquinamento elettromagnetico” rispetto ai danni causati dal fumo passivo, anche se le stime degli esperti hanno dimostrano il contrario. Questa valutazione, che si differenzia da quella degli esperti non può essere legata esclusivamente, come accusa la comunità scientifica, a una mancanza del pubblico di conoscenza tecnica o all’allarme esagerato e alla distorsione dei fatti operata dai media. In realtà a questo contribuiscono molte altre componenti che possono essere culturali, morali e spesso anche politiche. Per minimizzare il rischio che il pubblico si affidi a elementi puramente irrazionali nella propria valutazione è quindi importante offrire degli strumenti che gli permettano di comprendere nel migliore dei modi lo spazio del problema. Non quindi dei semplici strumenti informativi, ma degli strumenti d’orientamento. Prima condizione per un’effettiva partecipazione è infatti conoscere e comprendere il campo di gioco su cui si muove la scienza: i partecipanti, i punti di vista, i sentimenti e gli interessi coinvolti, le influenze positive quanto gli ostacoli che devono essere rimossi e quelli che possono essere scansati. Questo compito deve essere affidato alla comunicazione.

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3.4 Il ruolo della comunicazione. Nell’era accademica della scienza la comunicazione era considerata da molti scienziati una vocazione personale. Così, per un Albert Einstein che sentiva il bisogno di spiegare a chiunque – compresa la nonna – i difficili concetti della relatività e i cambiamenti di visione che questa teoria comportava, c’era un Paul Dirac, premio Nobel e fondatore della fisica quantistica, che teorizzava l’opportunità di stare alla larga da giornalisti e popolino. Nell’era accademica la comunicazione verso il pubblico dei non esperti era quindi una sorta di missione, non un’esigenza sociale, ed era considerata una pratica svilente per la scienza, come dimostra Cartesio quando afferma che “la scienza è come una donna: se rimane fedele al marito è onorata, se diventa pubblica si avvilisce”. Per questo motivo gran parte degli scienziati, seguendo nei fatti l’invito di Paul Dirac, non si preoccupava di comunicare con altri attori al di fuori dei propri colleghi, considerando la scienza una disciplina riservata a pochi eletti. Oggi, come abbiamo avuto modo di dimostrare, le esigenze sono molto cambiate. La scienza è diventata infatti un fatto di dominio pubblico ed è sempre meno isolata e indipendente. Mentre una volta le decisioni relative alla ricerca erano prese in base alle inclinazioni personali del singolo scienziato o, al massimo, all’interno della comunità di ricerca, oggi questo diventa sempre più improbabile. A partire dal dopoguerra l’organizzazione sociale della scienza inizia lentamente a cambiare e ad assumere nuove forme. Con l’avvento della cosiddetta “Big science”, gli scienziati sono sempre più legati al mondo privato dell’industria e a quello pubblico delle istituzioni, dai quali dipendono economicamente per le loro ricerche. Oggi può capitare che, come è accaduto ai fisici inglesi che si occupavano delle ricerche sul bosone di Higgs, una mattina il politico di turno chieda una breve relazione per conoscere il motivo per cui il contribuente

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debba investire una parte cospicua delle sue risorse in un campo di ricerca. E se la relazione non è abbastanza convincente si rischia di chiudere. Oggi gli obiettivi della ricerca sono, sempre più, delineati non solo sulla base delle aspettative della comunità scientifica, ma anche sulle aspettative dell’intera società. D’altra parte gli effetti della ricerca hanno ricadute immediate, notevoli e complesse sulla società – si pensi alla ricerca nucleare o alle moderne biotecnologie. Insomma, il mondo della scienza e il resto della società sono sempre meno mondi separati, sia pure dialoganti, e sempre più mondi inter-penetranti. In questa nuova era della scienza i “non esperti” partecipano quindi sempre più alle decisioni rilevanti che attengono al lavoro degli “esperti”. Per questo motivo la comunicazione con il pubblico – o con i pubblici – è diventata un’esigenza inderogabile per la scienza. Lo scienziato non deve più preoccuparsi solamente di fare buona ricerca. Egli deve anche preoccuparsi di comunicarne i risultati al pubblico. A questo nuovo compito lo scienziato non si è ancora abituato, probabilmente perché la percezione dei suoi rapporti con il pubblico resta ancora legata all’immagine tradizionale della scienza. Comunicare con il pubblico non è esattamente come scrivere un paper scientifico. Come vedremo meglio nel prossimo capitolo le logiche di comunicazione non sono esattamente le stesse. I rischi che si corrono nel comunicare con il pubblico sono grandi. Una comunicazione malfatta rischia infatti di non essere compresa e di creare una situazione di rigetto, che potrebbe portare, nel peggiore dei casi, all’abbandono della ricerca. Una comunicazione ben progettata può invece aiutare a migliorare la comprensione delle questioni in campo e gettare così le basi per un dialogo partecipato tra mondo della scienza e gli altri attori coinvolti, evitando inutili incomprensioni. Nel capitolo seguente entreremo quindi nel nocciolo della questione. Per prima cosa cercheremo di capire le diverse tipologie di comunica-

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zione che utilizza la scienza. Ricostruiremo con un’ampia panoramica lo stato dell’arte della comunicazione pubblica della scienza in Italia, analizzando diversi casi studio per individuare quali sono i suoi punti forti e quali invece i deboli.

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Π04 | Non cՏ scienza senza comunicazione


04. Non c’è scienza senza comunicazione 1.

Comunicazione e scienza.

2.

Analisi sul campo.

3.

Conclusioni.

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4.1 Comunicazione e scienza. Il processo scientifico può essere schematizzato in due fasi fondamentali: la prima fase è quella dell’osservazione privata – lo scienziato osserva il mondo naturale – mentre la seconda è quella della comunicazione – in cui lo scienziato pubblica i risultati delle sue osservazioni. Questi due stadi possono avere forme diverse e anche piuttosto articolate, tuttavia non è possibile fare scienza passando per un processo che non preveda entrambi questi stadi. Da questo ne deriva che la scienza non può esistere senza la comunicazione, o meglio, riprendendo le parole di Ziman “qualsiasi cosa gli scienziati pensino o dicano individualmente, le loro scoperte non possono essere considerate come appartenenti alla conoscenza scientifica finché non sono state riferite e registrate in modo permanente”; quindi “il sistema di comunicazione è l’istituzione fondamentale della scienza”. Il filosofo francese Latour, partendo da questa visione, giunge addirittura alla conclusione che “il lavoro scientifico è essenzialmente un’attività letteraria e interpretativa”. Nella sua visione personale “tutto è testo” e “tra gli scienziati e il caos non c’è che un muro di archivi, di etichette, di libri di protocolli, di figure e di fogli”. Per Latour la scienza non è che una sorta di artefatto comunicativo che possiede la capacità di esercitare un “effetto di verità”. Senza essere degli estremisti possiamo comunque riconoscere che la comunicazione sta alle basi della scienza moderna ed essa ha svolto un ruolo fondamentale per la nascita della cultura scientifica. Come è già stato detto la comunicazione è fondamentale per la scienza.

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~ Le fasi del processo scientifico ~

Osservazione

YYYY

Comunicazione

ÿ Fasi principali del processo scientifico.

Non è un caso quindi se la scienza moderna è nata proprio dopo l’invenzione della stampa. Grazie a questa tecnologia è stato infatti possibile comunicare in maniera pubblica e rapida, consentendo così agli scienziati di riferire, registrare e discutere i risultati dell’osservazione della natura. Pensiamo a che impatto avrebbero avuto le prime osservazioni del cielo col cannocchiale di Galileo se nel 1609 non le avesse rese pubbliche stampando il “Sidereus Nuncius”. Molto probabilmente, senza la rapida pubblicazione e diffusione in tutta Europa del libro, la rugosità della Luna e la scoperta dei satelliti di Giove non avrebbero superato il punto critico, affondando così per sempre nell’oceano delle lente e dotte discussioni scolastiche. Il sistema di comunicazione della scienza è complesso e articolato; non è un sistema cristallizzato, ma come tutte le creazioni umane è in continua evoluzione e si adatta alle nuove esigenze. Ai tempi di Galileo, cioè agli esordi della scienza moderna, la comunicazione dei risultati scientifici era abbastanza informale ed era affidata ai libri, oltre che, in parte non banale, agli epistolari e all’oralità. Allora il pubblico a cui si rivolgeva era principalmente quella classe colta che si stava sviluppando in tutta Europa, interes-

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sata alla scienza e alle sue scoperte: la nuova borghesia, che in breve tempo avrebbe rivoluzionato i rapporti di potere e la mentalità di tutto il mondo. A partire dalla fine del ‘700 la comunicazione scientifica inizia però ad assumere forme più complesse. Il linguaggio scientifico è sempre più tecnico e matematizzato, divenendo di conseguenza accessibile ai soli esperti. La matematizzazione della scienza tende quindi a instaurare una fortissima separazione sociale tra i professionisti e gli amatori, portando alla riduzione non solo del numero dei lettori, ma anche quello dei potenziali produttori (Bourdieu, 2001). Questo processo ha portato alla formazione di due campi di comunicazione. Da un lato lo scienziato si rivolge alla comunità dei propri pari per portare il proprio contributo alla ricerca utilizzando un linguaggio specifico e seguendo delle procedure formalizzate, mentre dall’altro si adopera per la divulgazione al pubblico scegliendo un linguaggio comune, ricco di metafore e immagini che permettano la facile comprensione dei concetti. L’iper-specializzazione, necessaria alla scienza per poter continuare a progredire, ha poi portato ad un paradosso: il linguaggio al giorno d’oggi è diventato così specialistico e tecnico che oltre il proprio campo si è tutti pubblico.

4.1.1 La comunicazione interna. Per comunicazione interna si intende la comunicazione che avviene tra “esperto” ed “esperto”, all’interno del campo scientifico. Questa comunicazione può avvenire in maniera formale, distinguendosi in due tipologie: letteratura primaria e letteratura secondaria. La letteratura primaria è l’insieme degli articoli, dei saggi e dei documenti che danno notizia di risultati originali e non banali dell’attività di

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ricerca. Un articolo scientifico riferisce il risultato di un’indagine , tipicamente rivendicando di aver compiuto una scoperta teorica, osservativa o sperimentale. Le prove a sostegno di questa rivendicazione sono presentate sotto forma di testo verbale sostenuto da dati numerici, grafici, diagrammi, fotografie, formule matematiche, etc. Idealmente, a qualunque lettore competente dovrebbero essere fornite sufficienti informazioni per riprodurre l’indagine e giungere alle stesse conclusioni (Ziman, 2003). Il mezzo utilizzato per questo tipo di comunicazione è principalmente la rivista scientifica – anche se la modalità del libro non è affatto scomparsa. Questo permette una comunicazione rapida tra i vari ricercatori che possono così rimanere costantemente aggiornati su ogni nuova evoluzione. L’accesso alla pubblicazione sulle riviste scientifiche è decisamente formalizzato: nelle forme – lunghezza definita degli articoli, uso di una particolare retorica, precisi riferimenti alla conoscenza scientifica già acquisita – e nei contenuti. Contenuti che vengono preventivamente vagliati da un gruppo di esperti e anonimi. Questo sistema di revisione ad opera di colleghi, detto peer review, assicura – o meglio, dovrebbe assicurare – che i risultati pubblicati siano originali e significativi e che siano stati conseguiti tramite procedure corrette. In linea di principio queste informazioni dovrebbero essere accessibili a chiunque possa recarsi in una biblioteca universitaria e capire i linguaggi tecnici specializzati impiegati nella stesura dell’articolo. In pratica, la maggior parte delle scoperte andrebbe completamente perduta senza un sistema scrupolosissimo di classificazione e recupero. È questo il ruolo della letteratura secondaria, l’insieme delle riviste di rassegna, monografie, manuali, e altri lavori nei quali l’informazione tratta dalla letteratura primaria viene raccolta, selezionata, analizzata e ricombinata in porzioni più generali di conoscenza (Ziman, 2003). Il sistema di comunicazione formale scritto è soltanto uno dei molti canali attraverso cui le scoperte scientifiche escono dai laboratori o dalle biblioteche. Va tenuta infatti in

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considerazione anche la comunicazione formale orale – come i congressi e le conferenze – e la comunicazione informale, che agisce in parallelo e si ramifica profondamente nella società. Gli scienziati infatti chiacchierano incessantemente fra loro – in laboratorio, nei corridoi, mentre pranzano e ovunque si incontrino. Passano anche parecchio tempo scambiandosi appunti tra laboratori o lettere tra collaboratori per darsi consigli ed opinioni. A queste forme classiche dovremmo aggiungere oggi una nuova forma di comunicazione della scienza: quella elettronica, attraverso il web. Internet non è semplicemente un nuovo strumento di comunicazione, il suo avvento ha determinato infatti una nuova qualità aggiuntiva di comunicazione. Grazie al web è possibile formare gruppi di ricerca internazionali, senza che i membri del gruppo debbano trovarsi in una unica sede, scambiandosi semplicemente le informazioni necessarie per proseguire la ricerca attraverso la rete in tempo reale. Sempre grazie al web sta avvenendo una piccola rivoluzione delle riviste scientifiche. On line è infatti possibile mantenere livelli qualitativi molto alti, adottando il processo di peer review come sulle vecchie riviste cartacee e allo stesso tempo abbattere i costi di stampa e di distribuzione, rendendo così l’informazione scientifica accessibile a tutti. Compresi quegli scienziati che, lavorando in paesi e istituti con scarse risorse a disposizione – si pensi agli scienziati che lavorano nei Paesi in Via di Sviluppo – non possono accedere alle riviste su carta dai costosissimi abbonamenti. Sempre sul web si sta imponendo un’altra forma di comunicazione tra scienziati, diretta e senza mediazioni. Su diversi portali online la peer review non è più assolta da un numero limitato di colleghi anonimi, ma dagli stessi lettori che sono, in buona sostanza, i membri della comunità scientifica cui l’autore si rivolge. La nuova modalità di comunicazione ripropone, in qualche modo, la modalità diretta di comunicazione che utilizzavano gli scienziati prima dell’avvento delle riviste. Per queste ragioni

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la rete informatica potrebbe rappresentare una novità evolutiva da tenere in debito conto nella comunicazione della scienza.

4.1.2 La comunicazione pubblica. Con il termine comunicazione pubblica si fa riferimento a tutte le attività di divulgazione e trasmissione di contenuti scientifici rivolte a un pubblico generale che hanno come scopo principale quello di aumentare la comprensione o l’interesse di concetti, princìpi e argomentazioni scientifiche. Può essere divisa in due categorie : la comunicazione pubblica esplicita e quella implicita. Nella prima categoria rientrano tutte quelle attività che concorrono all’alfabetizzazione scientifica: l’insegnamento, la letteratura divulgativa, la fiction e i documentari, i musei, i festival della scienza, i siti internet e file multimediali nonché i programmi radiofonici e televisivi scientifici. Nella comunicazione implicita rientrano invece tutte quelle attività che non hanno come scopo primario la diffusione della cultura scientifica, ma contribuiscono allo sviluppo della percezione pubblica della scienza. Fanno parte di questa categoria il cinema e i fumetti (vedi cap. 1.2.1), i discorsi in famiglia e con gli amici, la pubblicità, ecc. Nella comunicazione pubblica lo scienziato non è il solo soggetto emittente, oltre ad esso vanno tenuti in considerazione tutti quegli esperti di comunicazione che non sono scienziati – pensiamo agli insegnanti, ai giornalisti,ai presentatori di radio e TV, ai membri di organizzazioni culturali e politiche o agli artisti – che comunque rivestono un ruolo importante nella diffusione e nella comprensione sociale della scienza.

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Modello lineare della ~ Comunicazione Pubblica della Scienza ~

Scienziati Mittenti

Blog

Uff. Stampa Intermediari

Festival

Giornalisti Trasmettitori

Pubblico Ricevente

每 Modello lineare della comunicazione pubblica della scienza..

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4.2 Analisi sul campo. Giunto a questo punto della ricerca ho provato a sviluppare una fotografia sullo stato dell’arte della comunicazione pubblica della scienza. Obiettivo della ricognizione è stato quello di comprendere quali sono i suoi punti forti e quali invece i deboli, cercando di definire delle caratteristiche comuni a tutti gli strumenti. Questa ricognizione è stata importante al fine di comprendere meglio quali sono i limiti della comunicazione pubblica e dove bisogna intervenire per renderla più adatta a comunicare la scienza in azione. La percezione generale è stata infatti che questi strumenti siano rimasti legati a una vecchia concezione e che non siano adatti a comunicare la scienza così come è mutata negli ultimi anni. Quali competenze può apportare il designer della comunicazione al fine di migliorare questo processo comunicativo? Quali sono gli strumenti più adatti a comunicare la complessità della scienza moderna e quali hanno le qualità adatte per rendere partecipe il pubblico? Cercando di dare una risposta a queste domande ho preso come riferimento la classica tassonomia della comunicazione pubblica della scienza, delineando così delle macro-categorie per definire l’ambito della ricerca: ”” ”” ”” ”” ”” ”” ””

Letteratura divulgativa Riviste Spettacoli teatrali Musei Festival Siti internet e file multimediali Programmi televisivi

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Ho escluso dall’analisi la comunicazione implicita e tutti quei mezzi che non si occupano esclusivamente di scienza; da questo la scelta di non prendere in considerazione quotidiani, telegiornali e riviste generiche, che in realtà hanno sempre al loro interno un’ampia sezione dedicata alla scienza. Questo per un motivo pratico: considerare tutti i soggetti che comunicano la scienza al pubblico è praticamente impossibile. Al giorno d’oggi infatti la scienza è legata a qualsiasi argomento della nostra vita quotidiana. Anche i giornalisti sportivi comunicano la scienza al pubblico quando parlano di doping o di nuove tecnologie. Come prima cosa ho eseguito un’analisi storica per ognuna delle categorie definite con l’obiettivo di comprendere le dinamiche e le motivazioni che ne hanno portato alla nascita e allo sviluppo, mettendo così in luce che, se si sono trasformati in quello che sono oggi, è solo per soddisfare le esigenze incontrate mano a mano nel tempo. La casistica è stata difficile da raccogliere: le fonti principali sono state l’esperienza personale e le informazioni trovate sul web; per ogni caso esemplificativo ne spuntavano sempre molti altri. Si potrebbe scrivere un intero libro sugli esempi di comunicazione pubblica della scienza; siccome questo non è il mio obiettivo, ho deciso di operare una selezione in base alla mia personale percezione e riportare solo tre casi esemplificativi per ogni categoria. Dei tre casi ho poi scelto quello che ritenevo più interessante conducendo un’analisi approfondita tramite l’osservazione diretta e l’esperienza personale o, quando questo non è stato possibile, tramite l’analisi dei documenti e delle interviste. Nel realizzare l'analisi ho tenuto presente due aspetti, importanti per determinare le scelte di quello che sarà il progetto finale: ”” Quali sono i campi della comunicazione pubblica della scienza in cui il design della comunicazione può aggiungere le proprie capacità a quelle specialistiche degli scienziati per creare una comunicazione scientifica

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più adatta ai cambiamenti degli ultimi anni? ”” Quali sono gli strumenti più adatti per realizzare una comunicazione scientifica che possa portare a un dialogo più partecipato con il pubblico? Questa ricognizione è il risultato di un’osservazione personale e, come tale, non ha la pretesa di essere completa e perfetta. Anzi, mi rendo conto di aver escluso dall’analisi categorie ed esempi per altri più importanti o significativi e che non potrà mai essere esaustiva, completa e oggettiva. Ciò nonostante ritengo che l’analisi sia stata importante per raggiungere una maggiore consapevolezza circa la pratica reale della comunicazione pubblica della scienza. Gli esempi individuati sono disposti sul piano secondo due assi e sono poi raggruppati secondo le categorie già indivisuate. L’asse orizzontale indica il livello di engagement – la capacità di rendere il pubblico partecipe dell’azione. A sinistra stanno così gli esempi che più si limitano alla divulgazione; proseguendo verso destra si troveranno invece gli esempi che mirano al dialogo e alla partecipazione del pubblico. Sebbene il dialogo con il pubblico sia uno degli obiettivi principali da raggiungere per la comunicazione pubblica della scienza, possiamo vedere come la pratica sia ben lontana dalla teoria. L’asse verticale indica invece il livello di knowledge – la capacità di trasmettere conoscenza. In basso si troveranno quindi gli esempi che hanno come obiettivo principale il puro intrattenimento, mentre proseguendo verso l’alto si troveranno esempi che più puntano alla trasmissione di conoscenze. Le scelta di questi due criteri per la disposizione degli esempi ha lo scopo di individuare quali strumenti sono più adatti per creare dialogo e partecipazione pubblica, che allo stesso tempo sia in grado di trasmettere contenuti complessi.

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4.2.1 La letteratura divulgativa. Il libro è stato sicuramente uno dei mezzi di comunicazione più antichi utilizzati dalla scienza per diffondere le proprie scoperte. Si può anzi affermare che, senza la diffusione della stampa a caratteri mobili, la rivoluzione scientifica non sarebbe mai stata possibile. Nonostante questo bisogna sottolineare che scrivere un libro di divulgazione non è uguale a scrivere un paper per una rivista scientifica. Lo scienziato che scrive un’opera divulgativa deve infatti ricordare che il pubblico a cui si rivolge è ben diverso da quello che avrebbe se dovesse scrivere un testo scientifico. Montanelli, nelle prefazioni ai vari volumi della sua Storia d’Italia, diceva sempre che scriveva per quei lettori che mai avrebbero potuto né voluto cimentarsi nei testi accademici. Eppure questo viene spesso dimenticato e le pagine si riempiono di citazioni, di termini scientifici e latinorum vari. Pochi sono in realtà gli autori che sanno veramente scrivere per un pubblico generico. Tra i più grandi scienziati di tutti i tempi Galileo Galilei possedeva sicuramente anche questo dono. Con la stesura nel 1601 del Sidereus Nuncius (l’Annuncio Astronomico) inventa un nuovo genere letterario imponendo un linguaggio limpido e concreto, facile da leggere, che bada all’essenziale e non si perde in digressioni e divagazioni metafisiche. Intento del testo è comunicare le sensazionali scoperte, realizzate grazie all’utilizzo del cannocchiale, non solo agli specialisti ma a tutte le persone colte d’Europa, svolgendo così un compito scientifico ma anche di alta divulgazione. Galileo espone le sue scoperte con dovizia di particolari e utilizza diversi espedienti visuali per facilitare la comprensione dell’argomento, riportando dei disegni al tratto da lui stesso realizzati della faccia lunare osservata attraverso il cannocchiale o utilizzando dei simboli tipografici per rappresentare Giove con i quattro satelliti da lui stesso scoperti. Galileo comprende perfettamente i vantaggi della comunicazione, quanto sia im-

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img 047 | Sidereus Nuncius, Tipografia astrale. G. Galilei, 1610. I simboli tipografici vengono usati per indicare le posizioni dei quattro satelliti (asterischi) e di Giove (O maiuscola ruotata). img 048 | Sidereus Nuncius, Superficie lunare. G. Galilei, 1610. Le illustrazioni realizzate dallo scienziato che mostrano la superficie lunare vista attraverso il cannocchiale.

portante riuscire ad appassionare e stimolare l’interesse della gente comune alla scienza per creare un consenso più vasto. Egli infatti deve lottare contro la propaganda aggressiva lanciata dalla Chiesa che lo proclama un eretico. Per questo nelle sue opere successive abbandona l’uso del latino, lingua dei dotti e della Chiesa, e inizia a scrivere in volgare fiorentino per rivolgersi a quella classe sociale che presto avrebbe preso il sopravvento in tutta Europa: la borghesia. Come visto già nell’esempio di Galileo l’illustrazione gioca un ruolo fondamentale nella letteratura divulgativa e permette la comprensione di fenomeni o esperienze altrimenti troppo difficili da capire – e da descrivere – solamente tramite l’utilizzo del testo. Di questo ne era sicuramente convinto anche Comenio quando, nel 1658, pubblicò il suo Orbis sensualium Pictus (Tutto il modo illustrato), un opera pedagogica , considerata tra i primi esempi di libri illustrati per ragazzi, che aveva lo scopo di insegnare il latino con l’aiuto di centocinquanta sezioni illustrate. L’esempio di Comenio verrà ripreso nel secolo successivo da Diderot e D’Almbert per la realizzazione dell’Encyclopédie ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, dove trovano spazio numerose tavole che arricchiscono la comprensione e catturano l’attenzione. Facendo ora un rapido salto all’ultimo secolo troviamo diversi scienziati

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che hanno diviso il loro tempo tra lo studio e l’attività divulgativa – solo per citarne alcuni, Albert Einstein, Konrad Lorenz o Bertrand Russell. Quello che contraddistingue i loro testi è il frequente ricorso a metafore, a termini di paragone, a un linguaggio semplice ma, cosa più importante, leggendo le loro pagine si scopre una personalità viva. I loro libri infatti, i loro racconti, sono molto distanti dall’essere una freddo resoconto di eventi. Nei loro testi si percepisce tutta la passione con cui hanno seguito il loro lavoro. Per uno scienziato, abituato ad avere a che fare con paper e relazioni, dove è necessario mantenere un tono impersonale e distaccato, è molto più difficile scrivere un testo divulgativo che un testo scientifico. Proprio Einstein ripeteva spesso che non si può capire veramente una cosa finché non si riesce a spiegarla alla propria nonna. A scrivere libri di divulgazione non sono stati solamente scienziati, anche altre figure, come ad esempio i giornalisti, si sono dedicati con successo a questa attività. E Darrll Huff fa parte di questa categoria. Un caso studio ~ Mentire con le Statistiche. Edito per la prima volta nel 1954 con il titolo “How to Lie with Statistic”, questo libro di Darrell Huff, che da allora ha venduto oltre 500.000 copie ed è stato tradotto in diverse lingue tra cui cinese e italiano, appare oggi come allora un ottimo esempio di letteratura divulgativa. Intento dell’autore – giornalista freelance e direttore di importanti riviste – è di spiegare come le statistiche e i dati possano essere facilmente manipolati per falsare la realtà; un argomento serio e concreto, rimasto sempre attuale, seppure siano passati tanti anni. Nonostante il tema complesso il libro è scritto con un linguaggio semplice, senza termini complicati ad uso degli specialisti della materia, in modo da essere compreso dal più vasto pubblico possibile.

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img 049 | MENTIRE CON LE STATISTICHE. I. Geis,1954. Una delle tante illustrazioni realizzate per aiutare la lettura del libro di Darrel Huff..

L’autore utilizza inoltre metafore ed esempi tratti dalla vita comune per mantenere viva l’attenzione del lettore e riuscire a comunicare concetti difficili, come si nota nello stralcio qua riportato: “Se abbiamo un sacco di fagioli, alcuni rossi e alcuni bianchi, c’è un solo modo per sapere esattamente quanti ne abbiamo di ciascun colore: contarli

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tutti. Tuttavia, possiamo calcolare approssimativamente quanti sono rossi in modo più facile, tirando fuori una manciata di fagioli e contando solo quelli, immaginando che la proporzione sia la stessa in tutto il sacco.” O ancora, “Un’altra cosa di cui diffidare è una conclusione in cui si presume che una correlazione continui al di là dei dati in cui se ne è dimostrata l’esistenza. È facile affermare che più piove in una certa area, più saranno alte le spighe di grano o anche più abbondante il raccolto. La correlazione positiva tiene fino a un certo punto e poi diventa rapidamente negativa. Oltre un certo limite di centimetri, più piove e meno grano c’è.” Un’altra caratteristica del linguaggio dell’autore è che non spiega i concetti in maniera astratta e impersonale riempiendo il libro di teorie e formule strane, bensì parla della propria esperienza, facendo riferimento a fatti concreti e portando ad esempio anche la propria famiglia: “Mio suocero, [...] dopo essersi trasferito dallo Iowa alla California, disse: «C’è molta criminalità da queste parti». E infatti c’era – nel giornale che lui leggeva. Un quotidiano noto per non trascurare alcun crimine [...]. Quella conclusione tratta da mio suocero era, a modo suo, statistica. Basata su un “campione” che aveva un forte difetto strutturale. [...] Presumeva che lo spazio dedicato dal giornale alle cronache di delitti fosse un indice di criminalità.” Si veda anche. “Un giorno stavo guardando due scatole di ingredienti per la colazione che si chiamano Grape-Nut Flakes. [...] Su tutti e due c’era il grafico per

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mostrare («Gli scienziati dimostrano che è vero!») come questi fiocchi «cominciano a darvi energia in due minuti!». In uno dei grafici, nascosti in una foresta di punti esclamativi, c’erano numeri sul lato. Nell’altro erano omessi. Ed era lo stesso, perché comunque non c’era alcuna indicazione di ciò che quei numeri volessero dire.” Esempi come questi citati si trovano facilmente nel libro, scritto con stile fresco, a volte tagliente, sempre spiritoso. Questo non toglie che le nozioni presentate siano orchestrate dall’autore con grande rigore e precisione. Anzi, seppure gli autori di testi divulgativi siano spesso visti dai propri colleghi di mal occhio, perché si sono dedicati ad un’attività redditizia che infrange i princìpi del disinteresse e della gratuità (Merton, 1973), in questo caso il suo lavoro è stato largamente riconosciuto e apprezzato, tanto che, nel 2005, la rivista Statistical Science ha dedicato un’intera sezione a Darrell Huff e al suo libro. La lettura è inoltre aiutata da illustrazioni umoristiche realizzate appositamente da Irving Geis, celebre illustratore scientifico che lavorò a lungo nel campo della visualizzazione di strutture biologiche complesse o come illustratore divulgativo. Molte delle sue “opere d’arte” sono comparse sulle pagine di “Scientific American”.

Osservazioni. ”” Affinché un testo divulgativo possa avere successo tra il pubblico deve riuscire ad abbattere le barriere del linguaggio specialistico, che impediscono una chiara comprensione. ”” È importante parafrasare sempre i concetti più difficili, utilizzando paragoni o metafore che facciano riferimento alla vita quotidiana e all’esperienza reale.

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”” Mantenere un tono impersonale serve a creare un effetto di oggettività, ma rischia di non appassionare il lettore. ”” L’illustrazione è un valido aiutante del testo: riesce a spiegare quello che mille parole non saprebbero dire. Commenti.

Libro interessante, chiaro, poco tecnico ma preciso e funzionale. Un’arma in più per capirci qualcosa, o quantomeno per farsi fregare qualche volta di meno. Cigno5e5

Geniale. Da regalare a chi crede ai sondaggi, exit poll, alle ricerche di mercato, ai call-center, agli esagerati dell’indagine quantitativa, alle mode di oggi. Unico. Aldo Corso

Bel libretto divulgativo sull’uso della statistica, si fa leggere senza problema, scritto in un inglese che ho capito pure io. Letto in poche ore in un volo aereo. Amatig

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4.2.2. La scienza sul web. La scienza è sempre stata strettamente legata al World Wide Web; come probabilmente tutti sanno il linguaggio HTML nasce infatti nel 1989 dal lavoro di due ricercatori del CERN di Ginevra, Tim Berners-Lee e Robert Cailliau, che volevano trovare un modo per condividere velocemente informazioni tra scienziati europei e americani, poiché la ricerca sulla fisica veniva svolta con la collaborazione di gruppi provenienti dalle università dei due continenti. Per rendere lo scambio di informazioni semplice e intuitivo a chiunque non avesse familiarità con le reti di calcolatori, progettarono e costruirono un sistema di condivisione dei documenti usando un concetto chiamato hypertext, un testo costituito da documenti connessi tra loro tramite dei link. Questo permise così ai ricercatori di condividere le documentazioni scientifiche indipendentemente dalla piattaforma usata. La storia racconta che la semplicità della tecnologia ebbe un grande successo, sia nel campo accademico che, più tardi, in quello commerciale, dando inizio alla grande rivoluzione di internet. Ai suoi esordi quindi internet è stata uno strumento fondamentale per lo sviluppo della collaborazione internazionale tra diversi istituti di ricerca. Ormai internet ha raggiunto potenzialità che mai ci si sarebbe aspettati ai suoi esordi. Tutti ormai devono essere presenti in qualche modo su internet, così anche la scienza si è adattata ai tempi: ogni istituzione, fondazione, laboratorio o chicchessia ha un proprio spazio sul web. Quello che accade spesso però è che questo diventa una vetrina digitale, dove si mette semplicemente in mostra quello che si fa ed è molto lontano dall’essere un servizio per l’utente. Molti siti scientifici italiani sono ancora legati a questa vecchia concezione del web.

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Cerchiamo ora di capire come si sta adattando la scienza alla rivoluzione del 2.0. Navigando si possono vedere numerosi cambiamenti, dei tentativi da parte del mondo scientifico di sfruttare le caratteristiche di internet per avviare un processo partecipativo e collaborativo. Strumenti come Nature Network, servizio messo a disposizione dall’omonima rivista, permettono ai ricercatori di conoscere il lavoro dei propri colleghi, scambiandosi giudizi e consigli. Questi sono strumenti sicuramente utili, ma progettati per migliorare la comunicazione interna, non sono certo rivolti a tutti e non migliorano la partecipazione collettiva. Se Galileo fosse vissuto nella nostra epoca avrebbe utilizzato sicuramente un blog per comunicare le sue importanti scoperte. I blog infatti permettono agli scienziati e ai ricercatori di rivolgersi direttamente ai propri lettori, senza avere bisogno del tramite dei massmedia. Stanno riscuotendo grande successo in questo senso gli aggregatori di notizie come ad esempio ScienceBlogs, l’aggregatore di notizie scientifiche realizzato da Seed Media Group, dalle cui pagine è possibile consultare le ultime notizie provenienti da settantasei blog di ricercatori impegnati in tutti i diversi settori di ricerca. Con l’aumentare della velocità della banda inoltre molti musei stanno sperimentando nuovi servizi basati sulla multimedialità, provando a realizzare mostre online per migliorare la propria offerta. L’interattività è però molto difficile da raggiungere. Nella maggior parte dei casi si tratta al più di un catalogo fotografico o di video di bassa qualità che guidano l’utente in un tour virtuale all’interno della mostra reale. Un buon esperimento, in cui viene messa in pratica l’interazione e la collaborazione tra utenti è la mostra Evidence: how do we know what we know, realizzata dal museo the Exploratorium, in particolare un piccolo strumento basato su una visualizzazione innovativa delle informazioni realizzato per la mostra: My Evidence.

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Un caso studio ~ My Evidence. My Evidence è un’applicazione online realizzata dal museo della Scienza e della Tecnica di San Francisco, the Exploratorium; fa parte di un progetto più ampio dal nome Evidence: how do we know what we know, una mostra prima reale e ora anche virtuale che indaga, attraverso diversi itinerari ed esperienze, come si formano e si consolidano le prove scientifiche che dimostrano le nostre credenze. My Evidence in particolare è uno strumento interattivo creato con lo scopo di aiutare il visitatore a prendere coscienza del proprio sistema di credenze, di come si sia formato e come funziona. È quindi un piccolo strumento d’indagine che, attraverso dei semplici esempi, dimostra come le nostre credenze reggano talvolta su basi molto fragili e difficili da dimostrare tramite la sola esperienza personale. All’utente viene chiesto di rispondere a semplici domande come “Gli uomini hanno causato il riscaldamento globale?” ,“I fantasmi esistono?” oppure “La Terra è rotonda?” riportando come risposta le prove che lo dimostrano. Dopo essersi registrato ciascuno può iniziare a costruire la propria mappa delle credenze, segnando per ogni prova come ne è venuto a conoscenza (l’ho osservato o fatto esperienza - me l’ha detto una persona che conosco - l’ho letto su un giornale o su internet - l’ho sentito in TV o alla radio), quanti anni aveva e dove si trovava. Grazie alla partecipazione di ogni singolo utente, secondo l’idea dei progettisti, si può dunque visualizzare una mappa che mette in luce il sistema collettivo di creazione delle credenze. La parte principale è la visualizzazione delle prove, rappresentate in due dimensioni tramite una grafica vettoriale in flash composta da cerchi o anelli, a seconda che le prove siano favorevoli o contrarie; il colore indica invece la tipologia della fonte e puntando il mouse sopra ai cerchietti compare il commento e maggiori informazioni sull’autore. I cerchi e gli anelli

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img 050 | My evidence. 2007. Due schermate esemplificative dell'interfaccia grafica dell'applicazione interattiva.

fluttuano casualmente nello spazio della pagina, scontrandosi e respingendosi; passando il mouse sopra ad ognuno di questi si evidenziano tutte le prove create dallo stesso utente. Questo tipo di visualizzazione comporta, a mio avviso, diversi problemi: l’utilizzo della forma ad indicare che la prova sia favorevole o contraria rende la comprensione molto difficile ad un primo sguardo; anche la scelta di legare il colore alla tipologia di fonte obbliga l’utente a tenere sempre sott’occhio la legenda in basso. Sarebbe stato molto più intuitivo utilizzare la forma per indicare la tipologia e il colore per il grado di supporto. L’interfaccia permette invece di esplorare la mappa filtrando i dati in base a semplici caratteristiche (scienziati/non scienziati, inglese/spagnolo...) oppure di clusterizzare i dati in base alle proprie esigenze e ai propri interessi. All’utente viene lasciata la possibilità di clusterizzare le prove in base a tipologia, età in cui è stata fatta l’esperienza dall’autore e il luogo in cui è avvenuta. Facendo delle semplici prove però ci si accorge presto che questa funzionalità non è proprio efficace ed è quindi del tutto inutile. Osservazioni. ”” La percezione è che, per quanto riguarda gli strumenti interattivi rivolti agli utenti, si concentri l’attenzione su dei giochi pedagogici, che hanno il solo intento dell’intrattenimento. ”” L’usabilità è considerata un optional di cui si può fare a meno. ”” Internet permette ai ricercatori di evitare il passaggio attraverso i mass media. Non basta però pensare di pubblicare online per raggiungere automaticamente tutti gli utenti.

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Commenti.

Mi piace molto il modo in cui l’interfaccia multimediale arricchisce l’esperienza educativa, specialmente nei musei e nelle gallerie. È un peccato che questo strumento per il momento sia ancora sottovalutato. Aphic

Apprezzo gli sforzi di questo progetto. Penso sia uno strumento estremamente importante in un mondo in cui molta gente crede in qualsiasi affermazione. Comunque, non credo che questo progetto vada abbastanza a fondo. Non fa riferimento al perché crediamo alle affermazioni e alle teorie di scienziati affermati piuttosto che a teorie cospirative che trovano spazio su internet. Penso che con qualche estensione il progetto potrebbe divenire più completo. JMDoherty

È interessante filtrare i risultati tra esperti e non-esperti. Ad esempio per il Global Warming le prove riportate dai nonesperti includono parole come anno, clima, più, uomo, scienziato, gente e neve. Quelle riportate dagli esperti sono invece umano, clima, carbonio, diossido, effetto e ciclo. Bioephemera

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4.2.3. Il teatro scientifico. Difficilmente si sente parlare di teatro scientifico – per esempio attività rivolte a ragazzi che hanno come scopo la divulgazione scientifica (organizzate da musei o festival), oppure spettacoli tradizionali a tema scientifico. A un primo sguardo Teatro e Scienza potrebbero apparire due campi del sapere nettamente separati; eppure entrambi possiedono delle caratteristiche che li accomunano. Come ha fatto notare Giulio Giorello, docente di Filosofia della scienza alla Università Statale di Milano, la spettacolarizzazione è una caratteristica che appartiene sia alla scienza che al teatro. Egli ricorda inoltre che la parola teoria possiede la stessa radice etimologica di teatro. I due termini derivano infatti dalla parola greca Théa, che significa osservazione. “Entrambe le discipline poggiano dunque su un elemento comune, quello della visione, sostanziale per il teatro e pervasivo dell’intera impresa scientifica” (Magni, 2003). Ultimo aspetto non meno importante è la dimensione narrativa: la capacità di raccontare storie, di creare degli scenari, elemento fondante del dramma, diviene sempre più importante per la scienza. Da un punto di vista storico l’incontro fra le scienze e il teatro è avvenuto spesso in maniera casuale e nella maggior parte dei casi, come già detto sopra, il teatro è stato utilizzato come strumento volto a spettacolarizzare la scienza e risvegliare l’interesse nei suoi confronti stuzzicando la curiosità della gente. Uno dei casi più antichi ed eclatanti è costituito sicuramente dai Teatri Anatomici: nel 1600 il teatro esce infatti dai suoi luoghi canonici per arrivare sul tavolo delle facoltà di medicina, dove la dissezione dei cadaveri diventa un spettacolo aperto al pubblico. Furono costruiti in tutta Europa; i più celebri esempi italiani sono quelli di Padova, Bologna, Ferrara, Roma e Pisa. In questi luoghi suggestivi si tenevano le “funzioni anatomiche”: una

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img 051 | Lezione di anatomia del Dr Tulp. Rembrandt, 1632. Il dottor Tulp è ritratto nel momento in cui, dissezionato un cadavere, espone con gesti teatrali agli ascoltatori presenti il funzionamento dei tendini del braccio.

serie di lezioni durante le quali il docente leggeva e commentava un testo di anatomia, mentre l’incisore e i chirurghi preparavano e mostravano al pubblico le parti del corpo descritte. Le lezioni erano pubbliche, costituivano un momento importante per la vita cittadina ed un motivo di prestigio per l’Università. L’argomento fondamentale, la morte, era anche il tema delle decorazioni dell’aula, costituite da vasi funerari e soffitti con dipinti simbolici, a dimostrazione del fatto che i progettisti dei teatri, oltre alle funzioni scientifiche del luogo, tenevano bene in considerazione anche quelle più di natura “spettacolare”. L’intero rituale inoltre, come racconta lo scrittore Camillo Semenzato era studiato per avere un forte impatto scenico: Il cadavere era coperto da un panno funebre e aveva il capo avvolto da un velo nero. Quando il professore era entrato, un servente scopriva il cadavere e poneva alle due estremità del tavolo due candelabri con tre candele ciascuno, mentre tutto il resto rimaneva al buio. In questo caso la medicina prende in prestito vere e proprie tecniche di rappresentazione teatrale: l’intensità del gesto (l’aiutante che scopre il cadavere), il linguaggio del corpo, l’attesa che genera tensione (il cadavere al centro della sala, ma coperto fino all’arrivo del professore). Sembra esserci uno studio drammaturgico volto a rendere la “scena” carica di emozione. Due secoli più tardi, nel 1832 per l’esattezza, si sviluppa un nuovo genere teatrale, il vaudeville scientifico o fiaba scientifica, costituito da tre

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elementi portanti: una storia divertente e leggera, un pizzico di scienza e tanti effetti scenografici. Vale la pena ricordarne almeno uno, intitolato “La Femme électrique”, messo in scena a Parigi nel 1846. Il protagonista, che architetta esilaranti esperimenti, convinto che alcuni esseri umani possano avere proprietà elettriche tali da attirare a sé oggetti e persone, cade vittima di una burla ordita dalla sua stessa figlia e dal suo scaltro spasimante. Sfortunatamente non ci sono arrivate le opinioni dell’Académie des sciences su questo spettacolo, però in una critica allo spettacolo uscita sul giornale La Presse del 18 maggio 1846, si legge: “Tout cela est bête, si vous voulez, mais amusant”. Dalla seconda metà del ventesimo secolo la spettacolarizzazione della scienza lascia infine il posto ad un’analisi critica sul rapporto fra scienzasocietà e i conflitti fra i valori etici e morali e la pratica scientifica. Il teatro diventa dunque un luogo di riflessione sulla scienza, dove si possono esprimere le proprie visioni del mondo (celebre il caso dell’opera Vita di Galileo di B.Brecht). Altro esempio importante è sicuramente lo spettacolo Infinities presentato a Bovisa nel maggio del 2002 dal regista teatrale Luca Ronconi. Un caso studio ~ Infinities di Bovisa. Questo spettacolo teatrale, realizzato da Luca Ronconi – uno dei registi di punta dell’avanguardia teatrale italiana e direttore artistico del Piccolo Teatro di Milano dal 1998 al 2004, ha ottenuto il premio Ubu come migliore spettacolo della stagione 2002. Obiettivo ambizioso dello spettacolo è capire come il linguaggio specialistico coinvolge lo spettatore, pur sconcertandolo, e forza i canoni dell’azione tradizionale. È quindi l’idea astratta ad entrare in scena da sola senza bisogno di usare elementi biografici per avvincere lo spettatore (Magni, 2003). Per questo motivo il regista chiede al matematico J. David Barrow di scrivere un testo senza pensare

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img 052 | Infinities di Bovisa. M. Norberth, 2002. L'Albergo infinito di Hilbert ricostruito per lo spettacolo di Luca Ronconi negli spazi della Bovisa.

al teatro durante la stesura, ma di procedere secondo le solite regole di scrittura di un testo scientifico. Tema centrale è la riflessione sull’infinito e lo spettacolo stesso è concepito per essere “infinito”, svolgendosi in un continuum temporale in cui tante copie di se stesso non lasciano mai vuote le stanze degli immensi ex magazzini della Scala. Spazio scenico impressionante, quello della Bovisa, che il regista sfrutta alla perfezione per inserire l’elemento umano pubblico-attori in mondo indimenticabile e suggestivo. Anche il pubblico svolge un ruolo da protagonista e ha la possibilità di crearsi un punto di

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vista personale: non esiste infatti una platea, gli spettatori vengono scaglionati all’ingresso e invitati ad entrare nei diversi ambienti, liberi di crearsi un proprio percorso personale. Ronconi concepisce lo spettacolo come un ciclo di cinque sequenze della durata di circa 15-20 minuti, ripetute dalle 10 alle 15 volte, cambiando il numero e gli interpreti, che dallo spazio e dal momento convenzionalmente stabilito come incipit avviano lo sviluppo, il movimento, le sequenze, mutando anche il ritmo e le soluzioni registiche. Gli attori cioè recitano diversi ruoli in diverse stanze, ripetendo più volte lo stesso ruolo, passando poi da una stanza all’altra, dividendosi e ricomponendosi (dal totale 10, a 5+5, 3+3 e 4, 2+2 e 3+3, 2+2+2+2+2, fino a tornare al 10 iniziale). Questa specie di labirinto – queste cinque varianti sul medesimo tema – compone la figura dell’infinito, tende a ricreare un movimento infinito nello spazio e si replica infinitamente variato nel tempo dello spettacolo (Colorno, 2003). Prima scena. Ci sarà posto abbastanza per tutti nell’albergo infinito? J.David Barrow Nella prima scena viene posto il problema dell’Albergo Infinito di Hilbert. Questo paradosso della matematica afferma che immaginando un hotel con infinite stanze tutte occupate, sarà sempre possibile ospitare un qualsiasi numero di altri ospiti che sopraggiungono, tutti, anche se il loro numero è infinito. Basterà infatti spostare tutti i clienti nella camera successiva (l’ospite della 1 alla 2, quello della 2 alla 3, etc.); in questo modo, benché l’albergo sia pieno è comunque, essendo infinito, possibile sistemare ogni nuovo ospite. Ronconi ricrea questo albergo infinito all’interno di un cortile della fabbrica, circondato da sei piani di ringhiere e stanze aperte, in cui l’altezza (infinita) è protagonista indiscussa, anche grazie a una carrucola che fa scen-

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dere e salire dal soffitto pacchi e valigie o anche grazie a un getto d’acqua che scende a pioggia improvviso. Seconda scena. Qual è la funzione della morte per gli esseri viventi? J.David Barrow Tema della seconda scena è la Vita Eterna, sogno di molti uomini, ma che può portare a una grande maledizione qualora non sia associata all’eterna giovinezza, come racconta il mito di Eos. Si narra infatti che Eos (Aurora per i Romani), personificazione dell’alba e della rugiada per gli antichi greci, si innamorò di un mortale, il troiano Titono. Per lui domandò a Zeus – e ottenne – l’immortalità, ma omise un particolare fondamentale: chiedere anche l’eterna giovinezza. Il povero Titono cominciò così a invecchiare, diventando un vecchietto decrepito e prostrato dalle malattie. Alla fine smarrì ogni parvenza di aspetto umano fino a trasformarsi in una cicala. Questo concetto viene rappresentato da Ronconi mettendo in scena una bassa cripta tecnologica cupa e inquietante. Terza scena. In un universo di una grandezza infinita, qualsiasi cosa abbia una probabilità diversa da zero di accadere, deve accadere un numero infinito di volte. J.David Barrow La terza stanza propone il tema dell’esistenza del doppio, dei molti doppi che ciascuno di noi ha in un universo infinito, ovvero Il paradosso della replicazione infinita. Se l’universo in cui ci troviamo è infinito quanto a estensione spaziale (cioè a volume) e se la probabilità che la vita si sviluppi non è uguale a zero, allora deve esserci un numero infinito di copie identiche di ciascuno di noi che stanno facendo esattamente ciò che ognuno di noi sta

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facendo ora e ci sono anche numeri infiniti di copie identiche di ciascuno di noi che stanno facendo qualcosa di diverso da quello che stiamo facendo noi in questo momento. Per spiegare questo paradosso Ronconi ricrea la Biblioteca di Babele di Borges, con i suoi infiniti corridoi, cassettoni e passerelle che – grazie a giochi prospettici e specchi – conduce la carovana degli spettatori a riflettere sulle tematiche della replicazione infinita. Quarta scena. La mia teoria è solida come una roccia e ogni freccia rivolta contro di essa tornerà indietro verso chi l’ha scagliata. Georg Cantor La scena, dedicata ai numeri infiniti e alle teorie del matematico Georg Cantor, si svolge in un’aula di lettura ampia e bianca. Qui studenti annoiati e indisponenti, seduti vicino agli spettatori oppure appesi a testa in giù come pipistrelli che scorrono dal soffitto (grazie a un sistema di carrucole e binari), snocciolano ossessivamente le teorie dell’infinito attuale e non potenziale. Quinta scena. Arriverà un momento in cui i viaggiatori nel tempo affolleranno il passato a un punto tale da intasarlo. Riempiremo i nostri ieri di noi stessi e cacceremo via i nostri antenati. Robert Silverberg La quinta e ultima scena, che tratta il tema dei viaggi temporali, viene invece rappresentata come una palestra enorme circondata da vetrate industriali (che a volte si aprono per far entrare viaggiatori provenienti dal passato o dal futuro), enorme “vasca” che contiene un vagone ferroviario, una passatoia infinita di libri e una poltrona per viaggiare nel tempo.

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Osservazioni. ”” Le parti del testo di Barrow sono spesso recitate troppo velocemente per poter essere comprese, proprio per ricreare il senso di un linguaggio chiuso in se stesso, del modo di essere tipico dei matematici visti dall’esterno. ”” Lo scopo di Ronconi non è quello di utilizzare il teatro per parlare della scienza, bensì di indagare in che modo la scienza può parlare a teatro. ”” Più che la divulgazione dei concetti matematici presenti nel testo di Barrow, Ronconi si concentra sulla suggestione e sulla creazione di un’esperienza teatrale che faccia sperimentare di persona quello che l’infinito può provocare. ”” L’idea di lasciare lo spettatore libero di crearsi un percorso personale all’interno dello spettacolo aiuta a interiorizzare e fare propria l’esperienza vissuta. Commenti.

Ho terminato la giornata culturale andando con Anna e suo padre a vedere Infinities alla Bovisa. Devo dire che l’allestimento di Ronconi è molto suggestivo, e anche l’idea di Barrow di provare a fare un “teatro scientifico” ha i suoi meriti: finito lo spettacolo ti ritrovi a pensare ai paradossi filosofici implicati dalle idee sull’infinito. Certo che non è facile spiegare alla massa di ventenni che facevano parte del nostro cartellone cosa veniva fatto, o perlomeno spiegare che se fossero rimasti zitti gli altri sarebbero riusciti ad apprezzare meglio lo spettacolo. .Mau.

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4.2.4. La scienza in piazza In Europa i festival della scienza sono una realtà ormai consolidata: è un appuntamento fisso a Edimburgo, dove si tiene quello più famoso, così come a Cambridge e in diverse città europee. L’obiettivo principale di questi eventi è quello di “portare la Scienza alla gente”. Solitamente durano più di un giorno e si svolgono nelle piazze delle città, così da poter coinvolgere i passanti a fare esperienza diretta con la scienza invitandoli ad incontri, dibattiti e laboratori. Questi eventi non richiedono ingenti somme per essere organizzati e permettono agli organizzatori (Università, Istituti di Ricerca, Accademie e Fondazioni) di avere una buona visibilità e di mostrarsi direttamente al pubblico senza il filtro dei media. Dal 2001 inoltre si è costituito l’EUSCEA (European Science Events Association) che oggi conta ben ottantanove membri, provenienti da trentatré stati europei. Obiettivi principali dell’associazione sono: ”” Creare un network tra le varie associazioni esistenti per permettere lo scambio di informazioni e di esperienze utili. ”” Contribuire alla comprensione pubblica della scienza aumentando la consapevolezza e incoraggiando la partecipazione attiva. ”” Interessare i giovani alla scienza e alla bellezza del mestiere dello scienziato. Da questi festival è nata una nuova figura professionale ibrida tra il divulgatore scientifico e l’animatore turistico; e il nome deriva molto probabilmente dalla fusione tra i due nomi: l’animatore scientifico. Figura fondamentale nei festival della scienza è il trait d’union tra lo spettatore e l’ideatore dell’evento. È lui che deve sapere attirare lo spettatore e come un venditore ambulante deve catturare l’attenzione del passante, entusia-

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ÿ Festival della scienza Euscea.

smare e spiegare nel modo più semplice possibile le attività svolte. Deve sapere rispondere alle domande – a volte pure strambe – che arrivano dalla platea degli spettatori. Le capacità scientifiche non sono quindi le uniche richieste: è necessaria una buona conoscenza delle lingue straniere – quanto meno inglese, cortesia e una capacità comunicativa in grado di adattarsi a qualsiasi pubblico: dai bambini agli anziani. Normalmente è un giovane tra i venti e i trent’anni, studente o laureato in discipline scientifiche che cerca di arrotondare il salario con lavoretti sporadici. Deve seguire un corso di formazione in preparazione al festival dove gli vengono insegnati i fondamenti della comunicazione, qualche elemento di psicologia e preparato ad affrontare il pubblico. Nonostante possa sembrare che la formula degli eventi scientifici nelle piazze sia una trovata degli ultimi anni, visto il grande successo che que-

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sti stanno riscontrando, indagando nella storia scopriamo che ci stiamo sbagliando; fin dal settecento infatti la scienza compare nelle fiere e nelle piazze. Si parla di veri e propri spettacoli, organizzati per attirare l’attenzione e incuriosire il pubblico tramite l’esibizione pubblica delle più moderne applicazioni della scienza. Allora, proprio come oggi, si puntava allo stupore e alla meraviglia, creando fenomeni elettrici e ottici, oppure esibendo microscopi e automi – come l’anatra meccanica di Jacques Vaucanson del 1738 o il giocatore di scacchi di Wolfgang von Kempelen, di cui parlerà anche Edgar Allan Poe in un suo racconto, svelandone i segreti. Si possono inoltre citare moltissime lezioni tenute da scienziati che, vo-

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lontariamente o no, finivano per essere delle vere e proprie conferenze spettacolo. Ad esempio, le prime conferenze pubbliche tenute da Bernard Palissy in Francia dal 1575 al 1584, dove lo “spettatore” poteva essere rimborsato quattro volte l’ammontare del biglietto nel caso in cui le teorie scientifiche sostenute dall’oratore fossero risultate false. Oppure le lezioni a Pavia di Alessandro Volta, in cui il fisico mostrava il funzionamento della pila tramite giochi di scintille. Nelle loro dimostrazioni pubbliche gli oratori utilizzavano moltissimi strumenti sperimentali, e il più delle volte avevano una personalità ben marcata. Dumas, nel suo “Leçons de philosophie chimique”, descrive l’esperienza all’interno del laboratorio di chimica di Nicolas Lémery, dove assiste alla preparazione di un composto per ottenere esplosioni, che costituiva un vero e proprio “vulcano artificiale” che non poteva non attirare un pubblico di studenti, scienziati e dame. Si pensi anche alle conferenze tenute alla Sorbona da Luis Pasteur nel 1864 e nel 1867, in cui la dimostrazione sperimentale prendeva la forma di un vero e proprio evento, con giochi di luce, effetti di oratoria – come ripetizioni e paragoni evocativi –, applausi da parte del pubblico che interrompeva l’oratore nei momenti clou e che chiedeva il bis degli esperimenti particolarmente graditi. La conferenza di Pasteur sulla generazione spontanea del 1864 è un caso esemplare di conferenza che aveva il doppio scopo di insegnare al pubblico e, contemporaneamente, di far avanzare le idee scientifiche e conquistare il consenso dei colleghi. Un altro esempio ancora, fra i più noti, è l’esperimento del pendolo di Foucault, ancora oggi appeso nella cupola del Panthéon di Parigi per dimostrare il moto rotatorio della Terra, esperienza rivolta al grande pubblico ma anche a quello scientifico. img 053 | Giocatore di scacchi. W. von Kempelen, 1770. Il finto automa che ingannò il pubblico di tutta Europa.

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img 054 | Locandina Perugia Science fest. 2009. La locandina della settima edizione del festival della scienza di Perugia. Il tema, visto l'anniversario, è l'evoluzione.

Alla fine dell’Ottocento, la moda delle conferenze spettacolari e degli eventi di piazza sparì molto rapidamente, a causa del prevalere della divulgazione scritta e più tardi dell’avvento di radio e televisione. Solo negli ultimi dieci anni, cioè da quando le parole “engagement” e “dissemination”sono entrate di forza nei programmi di tutte le organizzazioni europee, questi eventi hanno iniziato a riacquistare forza e vigore. Anche in Italia stanno riscontrando un successo sempre maggiore di pubblico: il Festival della Scienza di Genova nell’ultima edizione ha avuto un’affluenza di circa 200000 visitatori negli spazi occupati dalle postazioni dell’evento. Anche Perugia organizza annualmente il proprio festival – che non raggiunge le centinaia di migliaia di visite del festival del cioccolato – ma riscuote comunque un discreto successo di pubblico. Giunto alla sua settima edizione, quest’anno ha ospitato l’EUSCEA per la conferenza annuale, diventando punto di confronto della comunicazione scientifica europea. Un caso studio ~ Il Perugia Science Fest. Mentre mi addentro nei meandri più nascosti di internet per la ricerca di tesi, scopro che a Perugia si sta svolgendo il Perugia Science Fest. Partecipare mi sembra un’ottima occasione per condurre una piccola indagine e capire un po’ meglio come funzionino i festival della scienza. Mi organizzo quel poco che basta, prenoto l’albergo per la notte e parto. Scopo della visita è comprendere meglio come funziona un festival della scienza, quali sono i metodi utilizzati, in che modo il pubblico entra a contatto con essa e come la percepisce.

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Il tema di questa edizione è l’evoluzione della scienza, intesa come evoluzione della vita, del pensiero e della ricerca. Il primo giorno di visita è dedicato secondo programma alle mostre stabili. Arrivato a Perugia, dopo essere passato dall’albergo a depositare i bagagli, salgo alla Rocca Paolina con la scala mobile. Giungo così nelle vecchie segrete della rocca, dalle quali bisogna passare per entrare nel centro storico. Qui sotto, in un clima alquanto fresco e umido, si trovano

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img 055 | Imparare giocando. Ad uno dei numerosi stand viene mostrato un semplice esperimento. L'età in questi casi non conta e tutti sono pronti a provare con le propie mani curiose attività scientifiche.

le mostre. Una segnaletica orizzontale creata appositamente per l’evento accompagna il visitatore alle stanze allestite per l’occasione. L’atmosfera è particolare: ci si aspetterebbe quasi di trovare dietro l’angolo un arcano alchimista alle prese con alambicchi polverosi. Invece incontro una ragazza sorridente con una maglietta verde della staff che risponde a tutte le mie domande. È semplice: continuando diritto si incontra prima la mostra “Mini Darwin alle Galapagos”, poi si raggiunge la “Sala dei Cannoni” dove si tengono le conferenze e sono esposte le fotografie delle donne che lavorano al CERN di Ginevra; da lì si prosegue per il laboratorio “Raggio di luce” e infine si arriva alla mostra-laboratorio “Sfere, Bolle, Palle e Globi”. All’uscita posso passare dall’Info-point per richiedere la cartella stampa. Proseguo seguendo le indicazioni e arrivo alla prima esposizione “Mini Darwin alle Galapagos”. Si capisce subito a chi è rivolta. Leggendo sull’opuscolo scopro che dovrebbe trattarsi di una mostra interattiva che conduce alla scoperta dell’evoluzione, di Darwin, della biodiversità e della conservazione della natura, attraverso l’esplorazione delle isole Galapagos. Al momento della visita la sala però è vuota e un’atmosfera di immensa tristezza aleggia sulle riproduzioni in scala naturale delle tartarughe giganti. Attraverso pannelli, statue e video, ma non vedo l’ombra della pretesa interazione... forse sul computer appoggiato su un tavolino in un angolo. Continuo l’esplorazione e arrivo alla seconda installazione: “Raggio di luce”, un laboratorio interattivo che attraverso il gioco spiega cos’è la luce e quali sono le sue principali caratteristiche. Qua la situazione è più movimentata: un asilo sta facendo visita al labo-

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img 056 |L' Animatore scientifico. Una figura diventata ormai indispensabile in un festival della scienza, conduce nell'esplorazione scientifica il pubblico di passaggio.

ratorio e una ventina di bambini osserva con aria meravigliata una lavagna luminosa dove vengono appoggiati vari oggetti di plastica colorata. Con questo espediente, con l’utilizzo di giochi e il coinvolgimento dei bambini, che rimangono increduli davanti a tali “magie”, un ragazzo della staff prova a raccontare come funziona la luce. I bimbi, e le maestre, sembrano divertirsi un mondo e sembrano seguire attenti. Dopo averli osservati per un po’ mi allontano seguendo le indicazioni, giungendo al padiglione successivo dove è allestita l’installazione “Sfere, bolle, palle e globi”, un laboratorio che ha l’intento di condurre il visitatore a scoprire un po’ della matematica che è possibile leggere nei fenomeni della natura, nell’arte, nelle cose di uso quotidiano. All’ingresso mi accoglie una ragazza sorridente con la solita maglietta verde che mi accompagna alla scoperta del mondo delle bolle di sapone. Con semplici strumeti – una bacinella di acqua e sapone e dei pannelli di plexiglas – mi spiega, e mi mostra, come la natura tenda al risparmio di spazio quando crea delle strutture. Mi mostra poi i principi, sempre con le bolle di sapone, dai quali sono partiti gli architetti – ad esempio Fuksas – per realizzare progetti avveniristici. Anche qua non sono solo, all’esposizione partecipano una comitiva di turisti e un’anziana coppia di distinti signori. Terminata anche questa esperienza mi allontano e cerco qualcos’altro da vedere... continuo a girare per un po’, ma quello che trovo l’ho già visto... chiedo allora all’info point dove posso trovare altro da vedere. Mi rispondono che è il primo giorno di apertura e non è ancora tutto operativo. Domani però verranno esposti i lavori di Wonders 2009, il festival europeo della scienza, che quest’anno fa tappa a Perugia, “un evento che incorpora le esperienze dei vari festival europei, un modo

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di raccontare la scienza che fa leva sullo stupore e su una trama avvincente in cui racconto ed esperimento, concetti e coinvolgimento del pubblico si fondono e danno vita ad un vero e proprio spettacolo”. Non mi resta che aspettare domani... nel frattempo torno a giocare con le bolle di sapone! Il giorno successivo arriva presto, mi alzo e mi preparo alla giornata. Arrivo alla rocca e trovo molto più movimento del giorno prima. Oggi sono presenti rappresentanti provenienti da tutta europa: ”” ”” ”” ”” ”” ””

Nottingham Trent University - UK Festival della Scienza di Genova - IT Palace of Miracles - Budapest - HU National Center for Scientific Reasearch Demokritos - Athens - EL AHHAA Science Center - Tartu - EE School of Biomedical Sciences, University of Ulster - UK

Ogni partecipante deve spiegare agli altri il proprio approccio alla comunicazione scientifica in modo pratico, portando cioè un progetto reale. Ad esempio la Nottingham Trent University ha portato un allestimento dal titolo “Evolution & Color”: qua due ragazzi in camice bianco dimostrano con una serie di esperimenti come i colori siano di fondamentale importanza per l’evoluzione naturale. Sulla cattedra, allestita per l’occasione nella “Sala Cannoniera”, si alternano per tutta la giornata esponenti provenienti dalle diverse realtà. E ognuno mostra agli altri il proprio modo di comunicare la scienza: ad esempio, per spiegare la fisica che sta dietro al nuoto, i due esponenti del Festival della Scienza di Genova si travestono da nuotatori e fanno un piccolo teatrino; il loro collega di Budapest preferisce invece giocare sulla sensazionalità degli esperimenti, incantando il pubblico con ghiaccio secco e azoto liquido. Alle esposizioni sono presenti dei giornalisti che fanno fotografie e chiedono addirittura il bis di qualche esperimento che

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non sono riusciti a riprendere. Inoltre sono presenti diversi insegnanti ed esperti che osservano attenti e prendono appunti sul block notes. Finite le presentazioni, con i minuti contati per la prossima partenza, mi avvicino a uno dei pochi italiani, uno degli esponenti del Festival della Scienza di Genova, che si è appena tolto la muta da sub. Mi presento e gli faccio qualche domanda: «Perché un Istituto di ricerca, un’Università partecipa ad un festival?» «Principalmente per una questione di immagine. Al giorno d’oggi è il mezzo più semplice per entrare a contatto diretto con il grande pubblico.» «Chi può partecipare?» «Tutti possono partecipare. Basta avere una buona idea da presentare alla call indetta prima di ogni festival. Anche io la prima volta sono entrato in questo modo.» «Quali sono i criteri per valutare i progetti presentati alle selezioni?» «Per prima cosa si guardano gli obiettivi. Poi il livello di interazione: si preferiscono progetti dove il visitatore è chiamato a partecipare in prima persona. Per finire si valutano fattibilità e costi di realizzazione.» Osservazioni. ”” Gli strumenti utilizzati per fare esperienza sono semplici e comuni. ”” L’animatore scientifico deve essere molto preparato e deve riuscire a coinvolgere attivamente lo spettatore. ”” L’interazione è fattore fondamentale per un’installazione. ”” Lo scienziato si trasforma in una sorta di attore (scienziattore) per attirare l’attenzione dello spettatore. ”” Si punta principalmente all’effetto “Wow”, a stupire e non a stimolare

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il ragionamento. ”” Quando un esperimento non riesce lo scienziato esclama ridendo: «La scienza non la devi vedere, ci devi credere!» ”” Gli esperimenti condotti trattano solamente argomenti consolidati e certi, non si fa alcun cenno a controversie o temi pubblici dibattuti nella vita di ogni giorno. Commenti.

Sono rimasta estremamente colpita da tutto ciò che si può fare con l’azoto liquido e il ghiaccio secco! Quel ragazzo è riuscito a fare perfino il gelato! Sirio

È molto bello che ci siano queste manifestazioni, soprattutto per avvicinare di più i ragazzi alla scienza e fargli capire che può anche essere divertente! Sara82

La mostra sulle origini delle specie di Darwin mi ha deluso... era un po’ “spoglia”. Ludovico

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4.2.5. La scienza in bacheca. I musei scientifici non sono sempre stati come li conosciamo oggi: essi hanno avuto un’evoluzione e si sono adattati ai bisogni della società, fino ad assumere la forma odierna. Anche se prevale ancora la dimensione privata, possiamo considerare precursori dei moderni musei della scienza i gabinetti delle meraviglie e naturalia. Questi gabinetti, allestiti nelle dimore dei nobili facoltosi di tutta Europa tra il XVI e XVII secolo, raccoglievano reperti di interesse artistico e scientifico provenienti dagli ambiti più disparati. Il fine ideale di queste raccolte consisteva nel mettere in mostra l’intero universo: la collezione valeva quindi come modello per la spiegazione del cosmo. Questo concetto si rifà chiaramente al modello biblico dell’arca di Noè, che rappresenta idealmente la più completa raccolta di naturalia. Allo stesso modo anche a queste collezioni barocche non venivano fissati limiti: tutto ciò che aveva valore, che appariva singolare e raro, veniva raccolto nella stanza delle meraviglie. Uno dei gabinetti più completi e bizzarri è stato senza dubbio quello posseduto dall’imperatore d’Asburgo Rodolfo II (1552-1612). Egli trasformò la propria residenza in un vero museo, frequentato da matematici e astronomi come Giovanni Keplero e Tyco Brahe, ma anche da maghi, medium e alchimisti. Leggende raccontano che tra le mura del castello fossero raccolti oggetti bizzarri e misteriosi che costituivano l’unica gioia dell’imperatore. Queste collezioni erano raccolte private, un vezzo della nobiltà, che non comprendeva ancora chiaramente la distinzione tra scienza e occultismo, e costituivano più un motivo di vanto e di prestigio. Sarà solo a partire dal XVIII secolo, con l’avvento dell’Illuminismo e successivamente della Rivoluzione industriale – che porteranno a una progressiva massificazione della cultura– che l’istruzione scientifica diventerà un obiettivo sempre più importante. A partire da questo periodo si apriranno

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img 057 | Gabinetto delle Meraviglie. Incisione del museo di Ferrante Imperato, in Ferrante Imperato, Dell'Historia Naturale, Napoli, 1599.

i primi spazi, non più privati ma pubblici, dedicati alla scienza: il più antico esempio è il “Museo de Ciencias Naturales” di Madrid, inaugurato nel 1752. Altro elemento che ha portato allo stato attuale sono state sicuramente le grandi esposizioni: a partire dalla metà del XIX secolo infatti, con l’obiettivo di celebrare il trionfo della scienza e dell’industria, prendono piede le Esposizioni Universali: la prima Esposizione (Londra, 1851) ebbe un tale successo di pubblico che, dopo la chiusura, le sue collezioni vennero trasferite e utilizzate per creare quello che oggi è il “London Science Museum”. Il paradigma di questi primi musei rimane però lo stesso dei gabinetti

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img 058 | Esposizione Universale. Parigi, 1867. Il padiglione principale dell'esposizione universale di Parigi raccoglie i grandi macchinari della rivoluzione industriale e le meraviglie della scienza e della tecnica.

delle meraviglie del XVI secolo: il museo è visto come un luogo in cui raccogliere gli esempi dell’eccellenza scientifica e tecnica e l’obiettivo principale è concentrare la maggior quantità di oggetti in grado di rappresentare nel modo più esaustivo possibile l’intera conoscenza scientifica. Saranno le idee del fisico e pedagogo Frank Oppenheimer – fratello del più celebre Robert, inventore della bomba atomica – che porteranno a un cambiamento a livello mondiale dei musei scientifici, trasformandoli in quello che sono oggi. Nel 1969 egli fondò l’Exploratorium, il museo della scienza di San Francisco, dove iniziò ad attuare le proprie idee rivoluzionarie. Questo museo era diverso da tutti i precedenti: per Oppenheimer infatti era di fondamentale importanza per l’apprendimento un fattore che era assente in tutti gli altri musei: l’esperienza attiva. Il visitatore che rimane passivo davanti alla scienza si sente escluso da quanto vede, non percependolo come proprio. L’esperienza attiva e l’interazione con gli oggetti reali o fenomeni scientifici stimola invece ad ulteriori esplorazioni e indagini. L’obiettivo è quindi quello di rendere il mondo della scienza più invitante, democratico, amichevole e un po’ meno oscuro e distante (Delacôte, 1998). Nel museo non ci sono più solamente collezioni di oggetti, ma esposizioni interattive, abbastanza complesse da interessare gli scienziati e abbastanza semplici da attirare l’attenzione dei più piccoli. Queste idee avranno un grandissimo successo, tanto che in pochi anni l’Exploratorium diverrà punto di riferimento per i musei della scienza di tutto il mondo. In Italia uno dei più grandi musei scientifici è sicuramente il Museo

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Ĺ’ 01 | La Scienza vista con gli occhi di un cittadino


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img 059 | Bolle di sapone. Exploratorium di San Francisco. L'esperienza attiva e l'interazione con gli oggetti reali o fenomeni scientifico è fondamentale per l'apprendimento. img 060 | Esperimenti luminosi. Exploratorium di San Francisco. Le esposizioni interattive riescono ad interessare anche scienziati ed esperti.

Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano, inaugurato nel 1953. Questo, nato inizialmente come semplice museo espositivo, ha saputo adattarsi all’evolversi dei tempi, proponendo sempre nuove attività come laboratori interattivi, installazioni didattiche ed eventi culturali, divenendo così un punto di riferimento per la cultura scientifica in Italia e all’estero. Un caso studio ~ Il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano è il più grande museo tecnico-scientifico d’Italia con i suoi circa diecimila oggetti in esposizione. Dopo essere stato chiuso per tutta l’estate del 2008 a causa di lavori di restauro è riaperto parzialmente al pubblico, anche se si trovano ancora diverse aree in restauro. È un pomeriggio assolato di luglio quando mi avvicino alla cassa e compro il biglietto. Fuori il sole batte forte, tanto da non riuscire a respirare; spero ardentemente che, con il restauro, abbiano aggiunto l’aria condizionata. Entro, prendo una mappa e cerco di capire quale sia il percorso migliore per la visita. Nonostante la giornata non sono solo, subito dopo di me vedo entrare qualche turista dall’accento chiaramente germanico e altri

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dai lineamenti chiaramente nipponici. I soffitti sono molto alti e le collezioni sono ospitate in corridoi che sembrano infiniti, dove il minimo rumore viene amplificato a dismisura. Leggo sulla guida che la grande particolarità del museo è la sua completezza: le collezioni infatti esplorano la tecnologia in diversi settori, senza limitarsi a un solo ambito. In totale i dipartimenti sono sei: Materiali, Trasporti, Energia, Comunicazione, Leonardo Arte e Scienza e Nuove Frontiere. Ma non è tutto: altro aspetto caratteristico del museo è la presenza dei cosiddetti “i-lab”, dei laboratori interattivi, dedicati ai bambini – ma anche agli adulti – nei quali è possibile non solo guardare, ma partecipare

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attivamente svolgendo dei piccoli esperimenti sotto la supervisione di guide esperte. Incuriosito cerco di orientarmi sulla mappa e mi incammino verso la direzione presunta. A questi laboratori però si può accedere solamente su prenotazione e a gruppi. Quando arrivo sono chiusi e l’unica cosa che posso fare è dare un’occhiata attraverso i vetri ai piccoli robot in mostra davanti al laboratorio di robotica. Gli i-lab sono sicuramente una buona trovata per avvicinare i bambini alla scienza e alla tecnologia e, più in generale, per evitare l’associazione, che spesso si crea durante l’infanzia, tra “museo” e “noia”. Trovo interessante la sezione “Materiali”, dove sono esposti strumenti di lavorazione dei materiali con i quali si costruiscono gli oggetti più comuni della vita quotidiana: carta, materie plastiche e metalli. Scopro una sezione dedicata alla lavorazione della carta, un laboratorio originale ricostruito fedelmente sul modello di quelli sorti a Fabriano alla fine del 1200, con tanto di torchi pressacarte. Per la metallurgia, dei pannelli e dei diorami spiegano come avviene l’estrazione e la lavorazione dei principali metalli. Il pezzo forte però è nascosto in una stanza buia, al termine di una scala angusta: la riproduzione fedele di uno stabilimento Falck per il ferro del 1860, dove si possono ammirare le macchine utilizzate all’epoca, come un grosso maglio per la battitura del ferro. La sensazione generale è però che quella esposta sia tecnologia del passato. Si trova poco, o quasi nulla, della tecnologia attuale. L’unica cosa che riesco a individuare è un braccio meccanico che è in grado di montare, tramite il riconoscimento ottico... un marchingegno progettato da Leonardo. La più grande delusione la trovo però nella sezione dedicata a Leonardo da Vinci. La mia speranza era di poter ammirare almeno qualche schizzo originale, invece l’allestimento consiste di pannelli che mostrano degli ingrandimenti dei progetti di Leonardo affiancati da un modellino che mostra una possibile interpretazione. Sull’altro lato del corridoio dei pannelli mostrano invece le conoscenze anatomiche e mediche del genio fiorentino. Tutto qua. Mi rincuora vedere due modelli di globi celesti del

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1600, estremamente curati e di una bellezza straordinaria. Quando esco al sole per dirigermi verso l’ultimo padiglione dedicato ai trasporti sono passate parecchie ore e inizio a sentire la stanchezza salire. Entro nel primo padiglione dove è stata ricostruita una vera stazione di fine Ottocento, con tanto di binari, lungo i quali si trovano alla rinfusa cento anni di evoluzione del trasporto su rotaia. Mi guardo attorno incuriosito e proseguo verso il padiglione dedicato ai trasporti aerei e marittimi. Al piano terra sono ospitate intere navi o alcune loro parti. La ammiro in tutta la sua lunghezza, con un’attenzione particolare ai ricchi decori. Attorno, piuttosto alla rinfusa, sono collocate spingarde, palle di cannone, siluri, modellini di vecchie imbarcazioni e tanto altro ancora. Dal piano superiore provengono le grida di operai e pesanti colpi di martello. La sezione dedicata ai velivoli aerei per il momento è ancora chiusa al pubblico. Esco e mi trovo davanti al tanto vantato “Enrico Toti”, il sottomarino esposto da tre anni al museo che destò grande interesse quando nel 2005, nella notte di ferragosto, attraversò le vie di Milano, facendo scendere molta gente per le strade ad assistere all’eccezionale evento. Il sottomarino per ovvi problemi di spazio – è lungo sessantadue metri – è collocato in un piazzale esterno; per poterlo visitare bisogna acquistare un biglietto speciale e venire accompagnati da una guida con tanto di caschetto protettivo. Nella piazza non c’è anima viva. Sento ancora le grida degli operai al lavoro nel cantiere. Faccio un giro attorno al colosso e, vinto definitivamente dalla stanchezza, mi dirigo verso l’uscita. Osservazioni. ”” Per poter migliorare la percezione della scienza da parte del pubblico è importante coinvolgerlo in attività semplici, ma entusiasmanti. ”” Per un museo è importante ampliare la propria offerta e non rimanere un semplice luogo della memoria.

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”” Si ricerca spesso l’effetto di meraviglia puntando al grande – come nel caso del sottomarino Toti o della centrale termoelettrica Regina Margherita posta all’ingresso. ”” I visitatori, soprattutto i più piccoli, preferiscono le attività collaterali che non le collezioni. ”” Spesso si ha una sensazione di confusione all’interno delle varie collezioni, non sembra esserci una filo logico che unisce i vari pezzi, quanto piuttosto un accostamento casuale di pezzi rari. Questo “clima” si percepisce soprattutto nella sezione dei trasporti. ”” Il museo è una realtà rivolta principalmente al passato. Dovrebbe trovare un modo di comunicare anche la ricerca scientifica presente. Commenti.

Sponsorizzo codesto luogo visitato in data odierna. Bello. Alessandra

Al museo una guida ci ha accompagnati al laboratorio dei colori, dove abbiamo imparato a estrarre dei pigmenti colorati come facevano nel medioevo i pittori. Alla fine del lavoro la guida ci ha accompagnati all’ingresso per cominciare la visita sulle navi. Avevamo una guida molto simpatica che per farci capire gli argomenti ci faceva divertire. Alla fine siamo usciti dal museo per vedere un sottomarino, più piccolo in confronto ad altri, che serviva per distruggere le navi. Ludovica, Giulia e Marta

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4.2.6. La scienza patinata Possiamo far risalire le prime pubblicazioni periodiche dedicate alla scienza al periodo successivo alla Rivoluzione industriale, sul finire del XVIII secolo. Le nuove scoperte, le nuove teorie scientifiche, l’avanzata della tecnologia negli anni dello sviluppo industriale e l’affermarsi del positivismo sono stati senza dubbio fattori importanti, che hanno portato alla nascita dei primi periodici scientifici. In questi anni di grande cambiamento le notizie scientifiche sono considerate interessanti soprattutto per le applicazioni che da esse possono scaturire nel settore agricolo e industriale; esse trovano spazio per la prima volta in pubblicazioni più simili ai fogli commerciali che alle tradizionali pubblicazioni accademiche rivolte a un pubblico di lettori specialisti. Accanto ai fogli di notizie e alle gazzette, nascono così per la scienza nuovi canali e nuove forme di comunicazione. La cronaca di interesse scientifico trova subito spazio in queste riviste divulgative dove il riferimento all’attualità è uno degli aspetti di maggiore interesse. Più che formare, l’obiettivo è di informare i lettori e aggiornarli sulle ultime novità del mondo scientifico e industriale: quanto di più interessante filtrava dal lavoro accademico veniva raccolto e diffuso fuori degli atenei, allargando il cerchio della comunicazione scientifica a una sfera più vasta di uomini colti, scienziati dilettanti e uomini pratici impegnati nell’industria e interessati al “progresso”. A partire dalla seconda metà del XIX secolo alcune riviste divulgative preferirono introdurre i lettori ai temi scientifici attraverso brevi racconti illustrati, spesso ispirati alla storia degli scienziati, delle loro scoperte o viaggi, il cui stile era molto simile a quello di un romanzo. Le riviste scientifiche possono essere divise in due filoni principali in base al pubblico di riferimento: da una parte si trovano i periodici di scienza popolare, dedicati a più discipline scientifiche, attenti all’attualità

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img 061 | Popular science. 1933. La copertina della rivista di divulgazione scientifica americana “Popular science” mostra un’improbabile armatura per registi temerari.

e rivolti a un pubblico non specialistico, interessato alla scienza per intrattenimento e svago. Dall’altra parte troviamo invece le riviste di alta divulgazione, caratterizzate dall’uso di un linguaggio specialistico, alle quali si interessa un’élite ben più ristretta, interessata alle novità della ricerca per l’applicazione di queste in campo industriale. Un problema rimasto irrisolto e che oggi, con la concorrenza di internet, ritorna più forte che mai è quello dei costi di produzione: molte riviste, seppur di gran pregio e interesse scientifico, non riescono a coprire i costi di produzione a causa dell’elevata settorialità e dello scarso numero di lettori e sono quindi costrette a chiudere i battenti dopo brevi periodi. Questo fu un problema generale per tutte le riviste di divulgazione nel periodo compreso tra le due guerre. In Italia soltanto una rivista – La Scienza per tutti – riuscì con non poche difficoltà a superare questi anni duri e dal 1914 al 1924 fu l’unico periodico divulgativo a sopravvivere. È solamente la fine della Seconda Guerra Mondiale che segna il termine agli anni duri e l’inizio di una nuova ripresa per l’editoria periodica divulgativa di tutto il mondo. In questo periodo, per contrastare la paura che la ricerca scientifica fosse al servizio di armi micidiali come la bomba atomica, vennero spesso proposte immagini positive di un futuro in cui la tecnologia è l’ossatura di una società progredita. “Nel 2000 saremo giovani a 100 anni”, assicurava la “Scienza Illustrata” nel 1955. Ai nostri giorni le riviste scientifiche stanno vivendo un periodo difficile: internet gioca un ruolo sempre più importante nella comunicazione

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scientifica, sia per quanto riguarda quella interna che quella pubblica. Il web può diventare uno strumento utile a dare nuovo slancio e a conquistare nuovi settori di pubblico. Molte riviste hanno compreso questo aspetto e cercano di adattarsi ai cambiamenti, adottando strategie di comunicazione integrata e proponendo nuove funzionalità online. Esempio degno di nota è sicuramente la rivista americana “Seed”. Questa è riuscita a cavalcare l’onda e a utilizzare internet a suo vantaggio. Essa ha infatti diversificato la propria offerta, puntando da un lato sul web – dove ha sviluppato un aggregatore di notizie raccolte dai blog – per la diffusione di contenuti brevi, sempre aggiornati e provenienti direttamente dai ricercatori. L’edizione cartacea – con un progetto grafico curato da Stefan Sagmeister – si dedica invece principalmente all’approfondimento e alla spiegazione dettagliata. Anche in Italia si possono notare, più in piccolo, le stesse tendenze. Le testate di divulgazione scientifica che hanno una distribuzione nazionale sono Sapere, Galileo, Le scienze, Focus, Newton e Geo. Quella che ci apprestiamo ora ad analizzare meglio è “Wired Italia”, edizione dell’omonima rivista americana, approdata in Italia ormai più di un anno fa. Un caso studio ~ Wired italia È passato più di un anno dall’uscita del primo numero di Wired: “Storie, idee e persone che cambiano il mondo”, la versione italiana della celebre rivista di culto per gli appassionati di tecnologia, nata sulla East Coast americana. Sono usciti in edicola ormai più di dodici numeri e si può dire che il mensile abbia riscosso un notevole successo, soprattutto considerando che l’Italia è un paese dove poche persone leggono giornali e riviste e che nell’era del digitale e degli ebook, in cui l’importanza della carta si riduce sempre più, l’idea di avviare un’avventura editoriale poteva sembrare avventata.

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img 062 | Seed. S. Sagmeister, 2007. Copertina della rivista di divulgazione scientifica “Seed�.

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img 063 | Numero primo. 2009. Copertina di pregio per il primo numero dell’edizione italiana di Wired.

Ogni edizione è introdotta da un “login”, l’editoriale del direttore Riccardo Luna, dedicato al tema centrale del numero e termina con un “logout, pensieri da incorniciare”, in cui vengono riportati insegnamenti di personaggi di rilievo nel campo tecnologico, come Guglielmo Marconi e Tim Berners-Lee. All’interno, nella parte introduttiva, dopo le prime pagine dedicate ai commenti dei lettori – inbox – si passa ai contributi lasciati da esperti esterni, provenienti da diversi settori, che esprimono ogni volta il loro autorevole punto di vista– password. Gli articoli sono distribuiti in ordine sparso all’interno della rivista, ma raggruppati nell’indice a seconda dei contenuti, delineando così quattro macrosezioni. La sezione “storie” raccoglie gli articoli più rilevanti dell’edizione, “start” le curiosità e le ultime innovazioni tecnologiche, mentre gli articoli più brevi legati all’intrattenimento sono inseriti nella sezione “play”. L’ultima parte “test” si occupa delle recensioni, in cui la redazione di Wired dà suggerimenti riguardo a diversi oggetti hi-tech, dagli ultimi smart-phones al nuovo massaggiapiedi Shiatsu. Cavallo di battaglia di questa rivista, ripreso successivamente anche dalla concorrenza, sono sicuramente le grandi mappe visive, che occupano addirittura una quadrupla pagina da dispiegare come un poster: Wired ha capito sin dalla prima versione americana l’importanza della visualizzazione per la trasmissione di concetti complessi. Dopo aver seguito interessato questo progetto editoriale sono giunto alla conclusione che Wired Italia sia un esempio rilevante di comunicazione scientifica nell’Italia odierna. Mi spiego meglio: sono consapevole che in un mix mediale in cui c’è di tutto e di più, trovare l’equilibrio per soddisfare e per intrattenere anche i lettori più esigenti senza annoiare i

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più distratti non è certo un obiettivo semplice. Inoltre, vista l’importanza della versione americana, l’aspettativa per l’edizione italiana è stata, già prima della sua uscita, molto alta, tanto che le critiche non hanno tardato a farsi sentire. Apprezzo quindi gli sforzi e l’approccio di una rivista che si inventa, si sviluppa e cresce minuto per minuto, mischiando informazione approfondita e tecnica a contenuti più leggeri, in un tentativo di avvicinare alla scienza e alla tecnologia anche il mondo dei giovani. Tuttavia esistono ancora dei problemi da risolvere: uno fra tutti la scarsa organicità dei contenuti, distribuiti in modo troppo disomogeneo e caotico per permettere una lettura scorrevole. Osservazioni. ”” Quando c’è tanto materiale di spessore e interessante, in particolar modo in un ambito così complesso come quello scientifico, diviene importante prestare attenzione anche all’organizzazione dei contenuti: una disposizione poco curata può infatti rendere difficile la consultazione e la comprensione. ”” Anche l’appeal è importante quando si tratta di comunicare la scienza su una rivista, soprattutto quando questa è rivolta ai giovani. Inizialmente una grafica ben strutturata può affascinare, attenzione però a non dimenticare i contenuti. ”” Mappe e visualizzazioni grafiche sono sempre utili per illustrare a un pubblico appassionato, ma non sempre specializzato, concetti articolati come quelli scientifici.

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Commenti.

Leggere Wired accresce la mia voglia di vivere l’innovazione, non di subirla!!! B3lv1ct0r

Non credi anche tu che su Wired non sarebbe male un po’ di scienza in più? Magari qualche scoperta di medicina/ biologia/fisica. Martinoaiello

Wired è arrivato :) andare in bagno tornerà a essere innovativo! Vincenzodb

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4.2.7 La scienza del piccolo schermo. Fin dagli esordi la programmazione scientifica sul piccolo schermo utilizza espedienti spettacolari e scenici atti ad attirare l’attenzione del pubblico, a rendere piacevole e interessante un contenuto complesso e decisamente non familiare. Non si tratta ancora di soluzioni quasi filmiche, di effetti speciali cinematrografici, di mix con altri generi di intrattenimento cui siamo abituati oggi, dove la scienza diventa un film d’azione,una fiction, un agguerrito talk o una piacevole conversazione di salotto, ma l’obiettivo è il medesimo: edulcorare la pillola scientifica con un pizzico di zucchero per renderla maggiormente digeribile. Su questa scia si muovono i primi programmi di intrattenimento scientifico realizzati negli anni cinquanta; così anche in Italia l’allora monopolio RAI realizza i primi esperimenti mandando in onda trasmissioni come “Una risposta per voi”, dove il professore Alessandro Cutolo, seduto sulla poltrona del proprio salotto, risponde alle lettere dei propri spettatori usando esempi o ricorrendo a una battuta; oppure al programma “Le avventure della scienza” dove il famoso fisico Enrico Medi, grazie anche all’espediente di brevi documentari, conduce il telespettatore all'interno dei laboratori di fisica e di chimica. Caratteristica comune a questi programmi, e probabilmente intrinseca del mezzo televisivo, è l’unilinearità del messaggio. Dal mittente esperto al pubblico ignorante i contenuti vengono diffusi dall’alto dello schermo televisivo al basso del “volgo” popolare. Per la prima volta infatti, attraverso lo schermo catodico, masse di contadini, agricoltori, operai, ma anche artigiani e una certa piccola borghesia si avvicinano a discipline come la chimica, la fisica, la biologia, fino ad allora per loro sconosciute. In questi primi anni di televisione l’obiettivo principale è quello dell’alfabetizzazione e anche i programmi di divulgazione scientifica si adattano a questo obiettivo. Si nutrono così grandi aspettative nei confronti della divulgazione e del

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img 064 | Superquark. Riprese di una puntata di Superquark condotta dallo storico presentatore Piero Angela.

ruolo della televisione come mezzo per adempiere alla missione evangelizzatrice della scienza, come possiamo leggere nelle seguenti parole di Enrico Medi: Il progresso della scienza e le sue applicazioni nella vita suscitano nell’opinione pubblica un senso di stupore e talvolta uno smarrimento nel pensiero comune: la ricerca scientifica rimane avvolta da un alone quasi magico, è considerata inaccessibile e come staccata dall’ordinaria esistenza degli uomini. Questo non è bene. Le conquiste del pensiero nei meravigliosi segreti del creato devono essere aperte a tutti: esse danno gioia alle menti,

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elevano lo spirito e ci fanno partecipi della medesima ascesa. Fra tutti i mezzi che abbiamo per adempiere a questa nobile missione la televisione è certo uno dei più potenti: essa fa vedere, essa fa sentire, essa raggiunge tutti e ovunque. Il mondo delle stelle e degli atomi, della terra e della vita, della conoscenza e delle speranze si apre così davanti al telespettatore. A partire dagli anni ottanta, con l’avvento della televisione commerciale e della concorrenza dei programmi d’intrattenimento nasce sulla RAI un nuovo programma, destinato a diventare il programma di divulgazione scientifica più conosciuto in Italia, al quale dovranno fare riferimento tutti i suoi successori: Quark. Obiettivo del programma, dichiarato apertamente dallo storico presentatore Piero Angela è di “puntare alla più alta soglia dei contenuti con la più semplice soglia del linguaggio”. A differenza dei suoi predecessori in questo programma non c’è più una rigida divisione dei confini di genere. È invece diviso in diverse rubriche disciplinari che si occupano dei temi più svariati: dal documentario naturalistico, alla rubrica di storia, quella di medicina o di scienza dell’alimentazione e di musica. Desta così l’interesse di target diversi, riuscendo nel difficile compito di battere la concorrenza dei programmi di varietà in onda sugli altri canali, rimanendo per oltre vent’anni un punto di riferimento nella programmazione del palinsesto di Raiuno. Le altre reti non sono rimaste certo a guardare e in tutti questi anni hanno cercato con diversi tentativi di scalfirne il primato. Anche l’ultima arrivata, a partire dalla scorsa stagione ha lanciato il proprio programma di approfondimento scientifico, scegliendo un modo innovativo di raccontare la scienza. Un caso studio ~ La Gaia scienza. La Gaia scienza, nome preso a prestito dal titolo di un libro di Nietzsche – Die fröhliche Wissenschaft – è il programma di approfondimento scienti-

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www.la7.it

img 065 | La gaia scienza. Pagina promozionale per il nuovo programma di approfondimento scientifico realizzato da Mario Tozzi e Il Trio Medusa su La7.

fico lanciato lo scorso anno da La7 e giunto ora alla sua seconda edizione. Conduce il programma Mario Tozzi, geologo e primo ricercatore del Cnr già noto ai telespettatori per aver condotto su Raitre Gaia e Terzo Pianeta. Svolge il ruolo di spalla il Trio Medusa, un terzetto comico proveniente da Le Iene, programma di satira politica in onda su Italiauno. Obiettivo ambizioso di questo nuovo format televisivo è quello di rinnovare la Tv di scienza, affrontando in maniera divertente argomenti seri e applicando il metodo scientifico a cose meno serie. Le riprese vengono effettuate in un’aula della Sapienza di Roma, con un totale di sei puntate dedicate a

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sei temi specifici. Come pubblico i ricercatori precari dell'università, tutti rigorosamente in camice bianco. All’uscita della metropolitana butto l’occhio su un manifesto con le facce sorridenti del Trio. Incuriosito leggo attentamente e mi ripropongo di seguire la trasmissione, potrebbe diventare utile per la tesi. La domenica successiva mi sintonizzo su La7 giusto per la sigla iniziale. Dopo una breve introduzione del Trio Medusa, Tozzi presenta subito il manifesto, che stila i propositi e i princìpi a cui il programma si ispira. I punti sono chiaramente dieci: ”” ”” ”” ”” ”” ”” ”” ”” ”” ””

Ci sono molte lacune nella nostra ignoranza Non smettere mai di farsi domande Quello che non si spiega oggi, si spiegherà domani (forse) Ricercare la bellezza della natura Siamo cariche elettriche vaganti sull'orlo dell'abisso Non esistono prove scientifiche dell'esistenza di Dio L'amore non è tutto, quella è la salute Niente preti, né politici Una sola esperienza vale più di mille ragionamenti Tutti gli esperimenti devono essere replicabili

Il programma è ben articolato e si divide tra momenti seri in cui Tozzi spiega l’argomento aiutato da alcune clip e momenti di ilarità generale in cui il Trio si dà a delle vere e proprie sperimentazioni acrobatiche, commentate poi dal conduttore. Il programma lascia spazio anche agli spettatori chiedendo suggerimenti sugli argomenti da trattare nelle puntate successive. Dalla nuova edizione, vista l’esperienza positiva – sulla pagina web i suggerimenti ricevuti sono a centinaia – il programma va oltre e chiede ai propri spettatori di inviare dei contributi da loro stessi realizzati per poter selezionare i migliori e poterli utilizzare nella stagione presto in onda.

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Il programma è realizzato in maniera semplice, non ci sono i grandi effetti scenici tipici di Voyager o di altri programmi simili. Inoltre, la scelta di inserire persone che non hanno nulla a che fare con la scienza e di mettere in platea un pubblico di ricercatori aiuta a rendere la scienza più umana e quindi più vicina e comprensibile al pubblico. Durante la prima puntata viene addirittura mandato in onda un filmato realizzato da una ricercatrice del CERN che si lancia in un rap per spiegare le ricerche che gli scienziati europei stanno affrontando per dimostrare l’esistenza della particella elementare, il bosone di Higgs. Questo video – dove si vedono diversi scienziati ballare allegramente in mezzo alle complicate e giganti apparecchiature necessarie per la sperimentazione – mina seriamente lo stereotipo dello scienziato e ci mostra quanto anch’essi siano delle persone normalissime, un’immagine completamente diversa da quella televisiva dello scienziato. Osservazioni. ”” Al contrario di quanto si possa credere il modo migliore per comunicare la scienza non è la spettacolarizzazione, quanto piuttosto l’utilizzo di un linguaggio semplice, schietto e obiettivo. ”” L’utilizzo dell’ironia rispetto al tipico autocompiacimento può servire a tener viva l’attenzione dello spettatore e a trasmettere un’immagine della scienza più umile e vicina al pubblico. Einstein oltre a essere un ottimo scienziato è stato anche un grande comunicatore e grazie alla sua ironia è riuscito a farsi apprezzare anche dalla gente comune. ”” L’idea di inserire oltre al conduttore esperto anche dei comici con il ruolo di spalla che rappresentino lo spettatore tipo, trasforma quello che altrimenti sarebbe un monologo in un dialogo più interessante, che risponde alle aspettative del pubblico.

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Commenti.

Bellissimo programma! Innovativo, molto ben fatto, istruttivo, si utilizza un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, Mario Tozzi è una garanzia, il Trio Medusa... Beh, loro sono fantastici, unici ed inimitabili! Tutti promossi a pieni voti! Krimi

Finalmente una ventata d’aria fresca nell’ambito della divulgazione scientifica in televisione, ingessata finora fra il descrittivismo a oltranza di Quark e l’esoterismo di Voyager. La formula, che combina un’esposizione rigorosa con una banda di “enfants terribles” è assolutamente vincente. La audience dei ricercatori precari, che spero possano essere sempre più coinvolti in modo intelligente, costituisce la giusta relazione con la realtà attuale, dove chi studia ed è preparato non ha, di solito, voce e visibilità. CarloDelGracco

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4.3. Conclusioni. La comunicazione pubblica della scienza è un campo nuovo per molti scienziati. Davanti a questa si sentono spiazzati e procedono a tentativi: gli studiosi non sono infatti degli esperti di comunicazione. Quando va bene nascono con delle spiccate capacità comunicative, ma non è da tutti avere la chiarezza di Einstein nello spiegare le teorie sulla relatività. Per questo molti scienziati delegano il compito della comunicazione a giornalisti scientifici. In questo modo però ci sono troppi intermediari e la probabilità che l’informazione venga persa aumenta: è lo stesso meccanismo che si presenta nel tradizionale gioco del “telefono senza fili”, dove il messaggio iniziale viene storpiato da un giocatore all’altro e la probabilità che il messaggio giunga alla fine della catena corretto diminuisce all’aumentare dei partecipanti. Al giorno d’oggi molti soldi vengono investiti per la comunicazione pubblica, ma non sempre in maniera corretta. Qualsiasi progetto è infatti accettato purché sia realizzato nel nome della scienza. Quale sia in realtà il vero impatto sul pubblico è tuttavia difficile da sapere. Una parola molto utilizzata dai ricercatori quando si parla di comunicazione al pubblico è “disseminazione dei risultati” o il suo equivalente anglosassone ancora più citato “dissemination of results”. Già il termine stesso possiede però una valenza negativa, rivela infatti uno sbaglio a priori nel modo di intendere la divulgazione: disseminare, letteralmente spargere qua e là come fa chi semina, implica un lasciare al caso la comunicazione dei risultati, senza alcun progetto alla base. Ciò a cui assistiamo oggi è sicuramente una fase di passaggio. Fino ad ora l’imperativo è stato “comunicare ad ogni costo”, senza un vero obiettivo preciso. Ecco allora che vengono pubblicate ovunque guide “for dummies” che spiegano agli scienziati come comunicare in semplici mosse. Lo

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stesso Direttorato Generale alla Ricerca della Commissione Europea ha distribuito gratuitamente un “Kit di sopravvivenza” per suggerire a scienziati e ricercatori come servirsi degli strumenti di comunicazione. A questa prima fase di sbaraglio, in cui si comunica – con grande spreco di risorse – giusto per mostrare di comunicare, sta seguendo una nuova fase in cui ci si rende conto che anche la qualità è importante e non si può, anzi non si deve, improvvisare nulla. Per realizzare questo obiettivo bisogna per prima cosa abbandonare il “do it yourself ”. Se da un lato non si pretende che lo scienziato si specializzi in tutte le discipline esistenti, allo stesso modo non bisogna pretendere che vesta anche i panni del comunicatore. Come nella ricerca si è ormai abituati a “joint venture” tra scienziati provenienti da diverse discipline – la scienza è progredita a un livello così avanzato che i suoi problemi non possono essere più risolti da singoli operatori– allo stesso modo per fare buona comunicazione scientifica è necessaria una nuova alleanza tra scienziati e esperti di comunicazione. Da un lato allora i ricercatori devono smettere di sottovalutare i problemi di divulgazione, mentre dall’altro gli esperti di comunicazione devono rendersi conto delle possibilità di crescita e sviluppo che possiede il campo della scienza, quasi del tutto inesplorato sotto il frangente della comunicazione. Solo in questo modo sarà possibile ottenere una comunicazione più attenta alle esigenze del pubblico. Un altro errore nel quale si può incorrere quando si tratta di comunicare la scienza è ritenere che si possa confezionare un messaggio efficace semplicemente utilizzando l’arma della seduzione. In realtà non bisogna pensare a sedurre, ma ad aumentare l’affordance. Questo termine, coniato dallo psicologo statunitense James J. Gibson e fondamentale per l’ergonomia e il design, indica quella particolare caratteristica insita nell’oggetto, che ne suggerisce la funzione. Oggetti con un’ottima affordance sono, ad esempio, la forchetta e il cucchiaio, strumenti che nel tempo sono sta-

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ti affinati dall’uomo fino alla forma odierna, estremamente intuitiva e di semplice uso. Affordance letteralmente implica il concetto di invito: la forma stessa dell’oggetto deve essere progettata per guidare chiunque al suo corretto utilizzo. Allo stesso modo la comunicazione scientifica deve essere progettata non tanto per sedurre e stupire il pubblico, quanto per “invitarlo” a un maggiore interesse, appassionandolo. La comunicazione scientifica non dovrebbe quindi tendere solo alla spettacolarizzazione, affascinando il pubblico con le sue scoperte, che sembrano le meraviglie estratte dal cilindro di un bravo illusionista, ma puntare a trasmettere un messaggio più onesto, mostrando una scienza umana, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Infine, quando uno scienziato deve comunicare ad un pubblico generico, egli è in un certo qual modo obbligato a comporre, a costruire i propri messaggi servendosi di repertori segnici condivisibili anche a coloro ai quali viene indirizzata la comunicazione. A questo scopo può venire in aiuto l'utilizzo della visualizzazione, come vedremo più nel dettaglio nel prossimo capitolo.

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05. La scienza figurata 1.

Visualizzare la scienza.

2.

Visualizzare per abbattere barriere.

3.

Visualizzare per trasmettere conoscenze.

4.

Visualizzare per dialogare.

5.

Visualizzare per prendere decisioni.

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5.1 Visualizzare la scienza. John Ziman, nel libro “La vera scienza”, sembra cogliere la stretta relazione tra scienza e rappresentazione visiva, giungendo a paragonare le teorie scientifiche a delle mappe. Queste sono le parole che utilizza: Le teorie sono molto simili a delle mappe e quasi ogni affermazione generale che si può fare riguardo alle teorie scientifiche è applicabile anche alle mappe: sono rappresentazioni di una presunta realtà, sono istituzioni sociali, riassumono, classificano e semplificano numerosi fatti, sono funzionali ed esigono abili interpretazioni. Tale analogia è evidentemente molto più di una potente metafora. [...] Allo stesso modo una mappa, come una teoria, per aver valore deve solitamente essere molto di più di un elenco di dati o di proposizioni. Perché abbia valore, deve avere una struttura sufficiente a suggerire schemi imprevisti di dati e inferenze, deve cioè permettere di eludere blocchi, osservare oggetti da diversi punti di vista o stabilire connessioni tra entità o concetti in precedenza non correlati. Scienza e visualizzazione hanno dunque molti punti in comune. E la visualizzazione può divenire strumento utile alla scienza, per diversi motivi che ora vedremo. Nonostante i discorsi ufficiali degli scienziati mostrino una predilezione per la parola e lo scritto, anche l’immagine svolge un ruolo fondamentale: molti aspetti della scienza sarebbero incomprensibili

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se venissero utilizzate le sole parole. La creazione di modelli mentali o di immagini aiuta infatti a sostenere il discorso e facilita la comprensione. Prendiamo ad esempio l’albero della vita di Darwin. La scelta di utilizzare una metafora per spiegare il concetto dell’evoluzione è stata fondamentale per il successo della teoria. Con questa semplice immagine presa dall’esperienza comune è stato infatti possibile per il biologo rendere comprensibili i concetti innovativi presentati. Questo è solo uno dei tanti esempi presenti nel mondo scientifico.I modelli grafici e mentali utilizzati per spiegare concetti scientifici non possono essere considerati delle rappresentazioni realistiche della realtà, né tanto meno delle metafore o delle metonimie visive, e non si possono assimilare ad alcun altro artificio retorico di derivazione verbale, come ad esempio le allegorie. In alcune discipline, come ad esempio la botanica o l’anatomia, la rappresentazione diventa talmente importante per la spiegazione che prende addirittura il posto della scrittura. L’immagine diventa così protagonista e la scrittura si riduce a didascalia o a nota a piè di pagina.

5.1.1 Nella ricerca. La visualizzazione svolge un ruolo importante anche nella ricerca. Molti fenomeni studiati dalla scienza non sono direttamente percepibili. È solo grazie a rappresentazioni elaborate da complicate strumentazioni e costose apparecchiature che uno scienziato può studiare fenomeni come img 066 | L’albero della vita. Il primo schizzo dell’albero della vita di Darwin tra le pagine dei taccuini portati nei suoi viaggi sul Beagle.

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terremoti, molecole o buchi neri. Le apparecchiature scientifiche non sono però un sostituto degli organi di senso, ma piuttosto degli amplificatori e dei traduttori di segnali impercettibili in impulsi percettibili. È sintomatico il fatto che la strumentazione scientifica sia per la maggior parte predisposta a trasformare Ie informazioni, captate in qualsiasi dominio dell’esperienza, in indici visivi, adatti cioè ad essere letti e valutati dal più raffinato dei nostri sensi: la vista (Massironi, 1982). Il progresso scientifico è quindi strettamente legato allo sviluppo di strumenti e tecniche di rappresentazione dell’invisibile. Pensiamo come esempio quante scoperte ha permesso l’invenzione del termometro, il più semplice degli strumenti di laboratorio. Oppure quanto è progredita l’astronomia grazie alla visualizzazione e allo studio dello spettro visivo dei pianeti e delle stelle che ci circondano. I metodi per “vedere l’invisibile” non sono certo una scoperta recente; tuttavia hanno avuto un forte impulso con l’avvento dei primi calcolatori e, grazie all’inarrestabile incremento della loro capacità di calcolo, è oggi possibile elaborare quantità di informazioni enormi, mostrando così fenomeni sempre più complessi. Immagini, mappe e modelli sono dunque strumenti fondamentali per la ricerca. Questi artefatti permettono di superare le limitazioni dei sensi e della mente. Permettono di definire dei contorni all’entità osservata, evocata, costruita. Scoperta e metodo di rappresentazione sono quindi spesso tutt’uno (Anceschi, 1992). La rappresentazione visiva può essere anche uno strumento utile per il lavoro dello scienziato. Essa permette di esteriorizzare e fissare le coimg 067 | Codice leonardesco. Una pagina delle oltre cinquemila pagine giunte ai nostri giorni dei codici leonardeschi, in cui possiamo vedere degli appunti realizzati da Leonardo sull’anatomia umana.

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noscenze, rendere visibili schemi, regolarità e svelare eventuali errori di giudizio, risparmiando difficili inferenze logiche. Basti pensare al lavoro mentale necessario ad assimilare la descrizione verbale di un percorso stradale rispetto alla comprensione immediata dello stesso quando lo vediamo disegnato su una mappa. Visione e cognizione sono quindi strettamente legate, tanto che a volte si dice “vedo” per intendere “capisco”. Le tecniche di visualizzazione possono essere usate da scienziati e ricercatori come strumento di notazione e di lavoro. In questo campo è compreso lo schizzo, l’appunto grafico, l’annotazione o le mappe mentali. Molti famosi scienziati hanno compiuto le loro più importanti scoperte grazie a questi semplici strumenti. Possiamo portare come esempio i codici leonardeschi o i taccuini di Darwin, utilizzati durante i viaggi a bordo del Beagle. È tra le loro pagine che si possono vedere le intuizioni geniali dell’inventore fiorentino o il primo schizzo di quello che diventerà il modello dell’albero della vita proposto nella “Teoria dell’evoluzione delle specie”. In questo caso la visualizzazione diventa un sussidio all’invenzione, uno strumento per scoprire e inventare nelle mani dello scienziato. Ovviamente queste rappresentazioni visive possono essere comprese anche da altri destinatari oltre al ricercatore, a condizione che questi abbiano esperienza con il codice utilizzato. Questo fatto non costituisce però la funzione principale per cui sono stati creati. Non prevale ancora la funzione comunicativa, quanto la necessità di un supporto all’attività di ricerca.

img 068 | Modello dell’atomo di Bohr. T. Lewis. Rappresentazione del modello dell’atomo di Bohr che mostra lo spettro di emissione dell’atomo di idrogeno.

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5.1.2 Nella comunicazione. Come abbiamo già visto nel capitolo 4, il processo scientifico si divide in due fasi: osservazione e comunicazione. Fino ad ora ci siamo limitati ad osservare la prima faccia della medaglia. Spostiamo ora lo sguardo sull’altro lato, per capire come la visualizzazione può venire utile nella fase di comunicazione. Abbiamo già visto quanto sia importante comunicare nella maniera corretta le proprie idee. Una strategia sbagliata può portare a tragiche conseguenze, come ha dimostrato la triste fine del Challenger e del suo equipaggio. Nel 1986 la “Morton Tiokol”, ditta che produceva i razzi a propellente solido utilizzati per il decollo dello shuttle, cercò infatti di convincere la NASA a ritardare il lancio della navetta perché la temperatura troppo rigida dell’aria aveva deformato le guarnizioni di tenuta utilizzate dai suoi razzi. Sfortunatamente queste informazioni vennero comunicate in una maniera tale che nessuno comprese il reale pericolo. Il risultato è noto a tutti: il Challenger esplose in volo per il cedimento di una guarnizione deformata dalla bassa temperatura (Matricciani, 2003). Non c’è bisogno di ricorrere a scenari così apocalittici per rendersi conto che avere dati o idee corrette non è sempre sufficiente per convincere ed essere persuasivi. Uno scienziato, o chiunque tratti dati oggettivi con metodo scientifico, è spesso convinto che l’informazione giusta parli da sé e di conseguenza non si cura degli aspetti comunicativi. A volte è però necessario tenere presente gli aspetti della comunicazione se si vogliono avere dei buoni risultati. La visualizzazione in modo particolare può aiutare lo scienziato a comunicare con i propri colleghi e con il pubblico in maniera semplice e diretta. Come abbiamo già visto gli strumenti di comunicazione scientifica sono svariati e molteplici e si dividono in base al target e all’obiettivo da raggiungere: articoli scientifici e pubblicazioni per comunicare con il pubbli-

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img 069 | Orbis sensualim Pictus. Giovanni Comenio, 1592 - 1670. Doppia pagina con Abecedario illustrato. Questo libro può essere considerato il primo libro illustrato per l’infanzia realizzato nella storia .

co degli esperti; libri e riviste divulgative, spettacoli teatrali, programmi televisivi, musei per comunicare con il pubblico generale. Trasmettere il messaggio ad un ampio pubblico nel modo più efficace possibile diventa quindi l’obiettivo fondamentale della comunicazione divulgativa, tenendo sempre presenti le esigenze del target specifico. Quando si tratta di comunicare al grande pubblico gli scienziati sono in

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img 070 | Systême figuré des connoissances humaines. Briasson, David l’Ainé, Le Breton, Durand, 1751. Tabella tratta dall’Encyclopédie ou Dictionnaire Raisonné des Sciences, des Arts et des Métiers.

un certo senso obbligati a comporre, a costruire i loro messaggi servendosi di repertori segnici di cui dispongano anche coloro ai quali indirizzano la comunicazione. La rappresentazione visiva diventa uno strumento ideale per raggiungere questo obiettivo, grazie alla sua particolare caratteristica di saper trasmettere il messaggio con un codice universalmente decifrabile. Il valore dell’immagine come strumento di sintesi informativa è stato riconosciuto da diversi autori. Il filosofo austriaco Otto Neurath disse che se “le immagini uniscono, le parole separano”. L’immagine ha quindi la capacità di unificare e raggruppare le informazioni e, grazie al suo valore comunicativo universale, è uno strumento ideale per trasmettere conoscenze. Il pedagogista ceco Comenio è stato sicuramente un pioniere di questo campo. Egli comprende il valore dell’immagine e, a partire da questa intuizione, realizza nel 1658 l’Orbis sensualium Pictus (Tutto il mondo illustrato). Quest’opera, prima nel suo genere, utilizza un modello combinato di testo e immagine per insegnare ai giovani rampolli di Germania e di tutta Europa diversi aspetti della natura e delle attività umane del tempo, ma anche concetti astratti come ad esempio l’anima e i sentimenti. Questo libro è oggi considerato opera di riferimento per l’utilizzo delle tecniche visive come strumento d’insegnamento. Prendendo spunto dall’opera di Comenio nel XVIII secolo Diderot e D’Alambert realizzeranno l’Encyclopédie, ou Dictionnaire Raisonné des Sciences, des Arts et des Métiers. Quest’opera, figlia del secolo dei lumi e dei suoi ideali, si pone l’ambizioso obiettivo di raggruppare sinteticamente

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tutta la conoscenza umana. Per farlo utilizza anche le immagini. Al suo interno sono infatti contenute 2885 tavole grafiche realizzate dai più importanti illustratori del tempo, per un totale di undici tomi su ventotto dedicati esclusivamente alle illustrazioni. Secondo Neurath la grande quantità di informazioni testuali e grafiche fornite da quest’opera era però caratterizzata da una connessione troppo debole tra elementi grafici e testuali. Al contrario Roland Barthes afferma che le tavole erano disposte nella maggior parte dei casi con un linguaggio articolato. Questa pratica di rinviare al lettore informazioni testuali esterne all’immagine era d’uso comune ed era dovuta alle difficoltà tecniche di comporre e stampare immagini insieme a caratteri tipografici. Non trovando altre soluzioni, questa tecnica venne usata in generale durante tutto il periodo dell’enciclopedismo per rinviare il lettore da un punto dell’immagine a una informazione testuale esplicativa all’esterno. Solo più tardi, quando si riuscì a superare queste difficoltà tecniche, si poté lavorare anche con una relazione più stretta tra testo e immagine.

img 071 | La chirurgie. Illustrazioni, Lucotte, Goussier; incisione, Bénard, 1751. Tavola illustrata tratta dall’Encyclopédie, ou Dictionnaire Raisonné des Sciences, des Arts et des Métiers che mostra alcuni strumenti utilizzati dai chirurchi del ‘700 per operare alla testa.

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5.2 Visualizzare per abbattere barriere. Uno dei principali problemi che si riscontrano quando si fa comunicazione scientifica è individuare un linguaggio comprensibile al destinatario. Il linguaggio altamente specializzato e tecnico legato alle discipline è chiaramente inadatto a questo fine: seguendo il modello di comunicazione classico proposto da Jakobson, mittente e destinatario devono infatti condividere uno stesso codice affinché il messaggio venga trasmesso correttamente. Questa teoria, che per diversi ambiti della comunicazione si è rivelata eccessivamente semplicistica, è invece da tenere in considerazione per quanto riguarda la comunicazione scientifica, dove i concetti rappresentati devono essere chiari e lasciare poco spazio all’interpretazione e al rumore. È quindi fondamentale per la comunicazione scientifica trovare un linguaggio che sia comprensibile da tutti. L’immagine può risolvere questo problema, permettendo di trasmettere un’informazione oltre le barriere dei codici linguistici e tecnici. Nonostante questo, le differenze culturali o la mancata alfabetizzazione verso determinati codici visivi possono creare degli ostacoli nella comunicazione. Se è infatti vero che spiegare con il solo aiuto del testo, senza utilizzare immagini, è difficile, soprattutto quando si tratta di dover descrivere concetti figurativi molto comuni nella scienza, bisogna anche dire che per la decodifica di qualsiasi messaggio visivo serve una minima alfabetizzazione, la conoscenza della sintassi dell’immagine e le sue regole. Cosa riusciamo a capire oggi dalle statue e dalle vetrate delle cattedrali gotiche se non abbiamo un minimo di conoscenza sulla simbologia e l’allegoria cristiana? img 072 | Atlante anatomico. W. Braune, 1831-1892. Tavola anatomica tratta dall’opera “Topographisch-anatomischer Atlas”

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img 073 | Storia della Malaria. Isotype Institute, 1946. Doppia pagina realizzata per il libro The New Biology, di Johnson e Abercrombie.

Una delle ricerche più interessanti in questo campo fu condotta, a partire dagli anni ’20, da Otto Neurath, sociologo, economista e filosofo austriaco. Alla base delle sue teorie poneva la ferma intenzione di unificare e rendere comprensibili a chiunque linguaggi tecnici come quello statistico o scientifico. Infatti secondo Neurath, “il cittadino medio dovrebbe essere in grado di acquisire illimitate informazioni su ogni tema che gli interessa, così come può ottenere informazioni geografiche da mappe e atlanti”.

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Neurath era cosciente del ruolo sempre più importante che le immagini stavano assumendo nell’ambito della comunicazione. Per questo motivo elaborò una teoria per la rappresentazione visiva di dati complessi, partendo dal concetto che l’apprendimento avviene in modo più immediato e intuitivo utilizzando immagini semplici rispetto alle parole. Prendendo spunto dalle teorie sul linguaggio di Wittgenstein, immaginò un linguaggio visivo composto da icone che potessero combinarsi tra loro secondo regole stabilite, per dar vita a un sistema di comunicazione visiva universale. Per realizzare questo ambizioso progetto chiamò a collaborare al suo fianco un gruppo di persone, tra cui l’artista e grafico tedesco Gert Arntz. Arntz tradusse le teorie di Neurath in un sistema di segni grafici efficace e sotto la sua direzione vennero realizzate numerose pubblicazioni statistiche e mostre divulgative. Il linguaggio coniato prese il nome di Isotype – acronimo di International System of Typographic Picture Education, il precursore di tutti i sistemi iconici e pittografici odierni. Secondo Neurath il segno utilizzato doveva essere netto e pulito ed essere comprensibile senza segni o parole. Infatti “un’immagine che fa un buon uso del sistema deve trasmettere tutte le informazioni importanti riguardo all’elemento che rappresenta. Al primo sguardo si vedono gli elementi più importanti, al secondo i meno importanti, al terzo i dettagli. Al quarto, non dovrebbe cogliersi più nulla”. Questi criteri di semplicità e immediatezza rendono il sistema Isotype utile anche come “linguaggio internazionale per immagini” o “linguaggio visivo ausiliario”. Neurath ne suggerisce l’utilizzo in diversi ambiti come l’istruzione, la divulgazione o la comunicazione con persone di lingua straniera oppure per la realizzazione di un’enciclopedia universale delle scienze. Sfortunatamente la sua ricerca venne più volte interrotta a causa degli avvenimenti storici: durante la guerra dovette infatti abbandonare prima l’Austria e poi l’Olanda per emigrare in Inghilterra, dove morì nel 1945. La sua ricerca non è però andata perduta. Gli studi di Neurath hanno

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dato l’impulso a un campo di studi oggi più che mai in grande sviluppo: l’information design, il settore della progettazione visiva che si occupa di rendere le informazioni accessibili al pubblico e che opera in settori come educazione, divulgazione scientifica, orientamento, e tanti altri.

5.3 Visualizzare per trasmettere conoscenze. Ogni giorno la scienza produce “conoscenza”, che è qualcosa di più di una semplice informazione codificata; è piuttosto un mix fluido di esperienze e informazioni contestualizzate, necessarie per la valutazione e l’interiorizzazione di esperienze e informazioni future. Non basta quindi avere a disposizione tutti i dati e le teorie degli archivi scientifici per poter capire. Bisogna invece “fare proprie” le informazioni e costruire una struttura che le metta in relazione tra loro. Fatte queste considerazioni iniziali è dunque facile capire che, anche se i dati sono pubblici e accessibili, la scienza è oggi così avanzata che in ogni sua disciplina solo una minuscola comunità di ricerca altamente specializzata è in grado di comprendere e interpretare i dati, tanto che lo stesso ricercatore è un semplice spettatore al di fuori del proprio campo. Tuttavia, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, è sempre più importante trovare un modo per diffondere le conoscenze acquisite anche all’esterno della scienza, nella società. Avere una conoscenza sufficiente circa un fenomeno è infatti condizione fondamentale per poter prendere una decisione consapevole. Le persone non sono infatti competenti su tutti gli aspetti della vita, soprattutto su temi specifici come quelli scientifici. Ciò nonostante devono prendere decisioni su tutto. Siccome la società contemporanea è sempre più impregnata di scienza è dunque fondamen-

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img 074 | Anatomia di un piccione. R. Oden, 1968. Anatomia generale interna di un piccione.

tale per chiunque arrivare ad un livello minimo di alfabetizzazione e conoscenza in ambito scientifico. A questo scopo può essere utile la visualizzazione, in modo particolare l’information design, che con il linguaggio visivo riesce a trasmettere in maniera immediata conoscenze altrimenti difficilmente comprensibili: come diceva anche Neurath “L’uomo moderno riceve una grande parte delle sue conoscenze e della sua istruzione in generale tramite impressioni visive, illustrazioni, fotografie, film. I quotidiani di anno in anno mostrano

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sempre più immagini. Inoltre, anche la pubblicità opera con segnali ottici e rappresentazioni visive.” L’immagine è infatti un elemento fondamentale per trasmettere conoscenze, anche in campo scientifico, dove queste sono spesso il risultato di osservazioni empiriche. Capita spesso nella scienza che solo il ragionamento per immagini permetta di risolvere un problema complesso o di raggiungere un risultato conoscitivo altrimenti irraggiungibile (Massironi, 1982). Questo può essere dovuto al fatto che la scienza ha fondato le proprie indagini sulla percezione, intesa come osservazione diretta, incrementata da strumenti adatti (cannocchiale, microscopio, ecc.), oppure che rende visibili e misurabili fenomeni altrimenti impercettibili (termometro, barometro, ecc.). I risultati ottenuti con questi metodi devono però assumere una codifica visiva per essere comunicati. La rappresentazione è quindi lo strumento che meglio si adatta alla trasmissione di questo genere di contenuti e l’accettazione di un modello è tanto più semplice quanto l’immagine serve a dare una spiegazione ai fenomeni osservati. I modelli così ottenuti permettono infatti di comprendere un problema complesso e tramite una sintesi formale riescono a mostrare e trasmettere conoscenze raggiunte solo dopo anni di ricerca e di duro lavoro. Pensiamo ad esempio a modelli come quelli dell’atomo, oppure alla doppia elica del DNA: la loro definizione è stata raggiunta solo dopo molteplici esperimenti volti a comprenderne la natura. La rappresentazione visiva diventa quindi uno strumento utile allo scienziato per trasmettere conoscenze difficili da comunicare con le sole parole e con le cifre. Pensiamo quanto sia importante per qualsiaimg 075 | Spirale del Dna. Il modello dell'elica del DNA è una rappresentazione semplificata della realtà che spiega in maniera chiara tutto ciò che sappiamo sulla molecola padrona della vita.

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si ricercatore mostrare i risultati raggiunti tramite strumenti visivi come grafici a torta e istogrammi che, pur essendo tra i più semplici, permettono di evidenziare e di facilitare la comprensione. In aiuto a scienziati e ricercatori vengono artisti e illustratori che, grazie al loro lavoro, rendono visivamente percepibili le scoperte scientifiche. Inizialmente queste persone erano principalmente artisti che si reinventavano una professione, specializzandosi in questo difficile campo. Ai nostri giorni si sta però iniziando a capire l’importanza di queste figure professionali e si iniziano ad aprire corsi volti a formare delle figure altamente specializzate in questo settore in espansione. Tra tutte le persone che possiamo citare possiamo ricordare Irving Geis, noto artista che dedicò la propria vita all’illustrazione scientifica. Grazie al suo lavoro molte strutture prima solamente immaginate presero una forma concreta. Tra queste la struttura cristallina della mioglobina o una delle più belle illustrazioni della spirale del DNA apparsa su American Scientific. La scienza ha inoltre utilizzato la visualizzazione a fine didattico e divulgativo, comprendendo l’importanza che assume nell’insegnamento e nell’apprendimento di nuovi concetti. Un ottimo esempio per mostrare questo aspetto può essere dato dalla tavola periodica di Mendeleev, pubblicata per la prima volta nel 1868 in un libro scolastico. La tavola, che mostra tutti gli elementi chimici presenti in natura, viene utilizzata tutt’oggi nelle scuole come primo approccio alla chimica ed è considerata da molti esperti una sintesi perfetta di quello che deve essere una grafica informativa. Non si tratta infatti di un semplice img 076 | Actina e Miosina. T. Lewis, illustrazione schematica che mostra come interagiscono i collegamenti tra le due tipologie di filamenti responsabili della contrazione muscolare.

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img 077 | Tavola degli elementi. 1960. Una tra le tante versioni ricavate a partire dal modello iniziale progettato dal chimico russo Dmitrij Mendeleev nel 1868 .

elenco degli elementi chimici, ma costituisce un ordine strutturato. I vari elementi sono disposti nella tabella in modo da fornire ulteriori informazioni e suggerire connessioni e caratteristiche comuni. La tavola venne inoltre studiata con tale attenzione da riuscire a combinare nello stesso spazio visivo gli elementi fino ad allora scoperti e quelli che ancora mancavano all’appello. Mendeleev lasciò infatti la possibilità di aggiornamento della sua grafica, limitandosi a costruire l’architettura dell’informazione.

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A questa sua prima tabella infatti ne seguiranno molte altre versioni, caratterizzate dall’aggiunta di elementi, particolari e accorgimenti visivi. La struttura rimarrà però sempre la stessa. Questo dimostra come un problema complesso possa avere una soluzione adeguata e in più, flessibile.

5.4 Visualizzare per dialogare. “Dialogo” è una parola di moda, che si ripete costantemente in tutti i programmi politici europei. Anche nel mondo scientifico è impossibile non prenderla in considerazione. Se infatti un ricercatore vuole sperare in una sovvenzione da parte della Comunità Europea, deve inserirla tra i punti del proprio programma. Questa “imposizione” è dovuta a una presa di coscienza da parte dei policy makers che, al fine di evitare lunghi dibattiti e controversie, si sono resi conto dell’importanza di instaurare un dialogo costruttivo e partecipativo prima di prendere una qualsiasi decisione; soprattutto quando si tratta di decidere la sorte di progetti che coinvolgeranno direttamente i cittadini, come ad esempio la costruzione di una nuova infrastruttura, oppure l’introduzione su larga scala di una tecnologia innovativa. Come abbiamo visto in maniera approfondita nel terzo capitolo, la scienza si trova nella stessa situazione, tanto che non può più permettersi di prendere decisioni in completa autonomia senza rischiare per questo di essere contestata. Mentre era stata abituata per secoli ad un monologo ex cathedra, dall’alto verso il basso, deve provare ora ad instaurare un dialogo costruttivo anche con attori provenienti dall’esterno del proprio campo. Sfortunatamente questo dialogo è spesso e volentieri solamente apparente: molti progetti vengono realizzati a questo fine ma solo una minima parte riesce effettivamente nello scopo. Spesso questo

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accade perché non viene offerto un punto di vista comune tra gli attori in gioco. Mancando una comprensione reciproca il dialogo si trasforma così in un’esperienza vuota e di facciata, dalla quale possono nascere solo nuove incomprensioni. Affinché due individui che comunicano l’un l’altro si comprendano, devono fissare strutture mentali comuni all’interno delle quali possono così collocare ogni argomento condiviso. Le differenze ( sociali, culturali, politiche…) esistenti tra gli attori coinvolti portano invece alla formazione di modelli incompatibili, causando così incomprensioni e rendendo difficile un dialogo costruttivo. Il problema maggiore rimane dunque trovare un modo per definire un punto di vista comune sul quale poter lavorare e discutere assieme. A questo scopo la visualizzazione torna nuovamente utile. Essa permette infatti anche a persone con caratteristiche diametralmente opposte di entrare in relazione, offrendo un punto di vista comune e gettando così le basi per un dialogo partecipato. Seppure nella scienza strumenti di questo genere non siano ancora diffusi, questi sono comuni in altri settori, come ad esempio quello industriale, dove vengono usati per incentivare il dialogo interno tra i vari settori aziendali. In queste realtà è infatti facile trovare figure completamente differenti, con esperienze formative, profili professionali nonché linguaggi tecnici completamente diversi. Possiamo facilmente immaginare le difficoltà incontrate dai manager per instaurare un dialogo tra i diversi settori dell’azienda e individuare i problemi percepiti dai lavoratori nella catena produttiva e renderla così più efficiente e snella. A questo scopo sono nate diverse compagnie, che offrono la propria consulenza per la realizzazione di strumenti visivi. Una delle più importanti in questo settore è sicuramente Xplane, una compagnia con sedi sparse tra l’America e l’Europa, che aiuta le aziende a risolvere questo genere di problemi. Tra le aziende che hanno richiesto il suo aiuto e sono rimaste soddisfatte si notano molte tra le più grandi multinazionali, come ad esempio Microsoft, Hp, Miche-

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lin e altre ancora. Per queste aziende Xplane ha progettato dei supporti visivi che hanno permesso di comunicare facilmente all’interno dell’azienda e, per alcuni casi specifici, creato le condizioni per un dialogo costruttivo. Cambiando esempio, anche Luigi Bobbio, figlio del celebre Norberto, studioso di processi inclusivi per la partecipazione pubblica, nel suo libro “A più voci”, si rivolge agli amministratori pubblici, ai politici, ai dirigenti o ai funzionari, per suggerire l’utilizzo di diverse tecniche visive e rappresentative da utilizzare per costruire un dialogo partecipato con i cittadini. Tra queste tecniche egli illustra l’uso di strumenti come le mappe o di modellini che possono essere liberamente manipolati dai partecipanti di un focus group e sui quali si possono lasciare i propri giudizi e dubbi, a partire dai quali si instaurerà poi il dibattito. Come vediamo questi strumenti sono già utilizzati in altri contesti per risolvere problemi simili a quelli che abbiamo riscontrato per la scienza. In questo mondo fanno ancora oggi fatica ad affermarsi, probabilmente perché molti ricercatori sono ancora legati all’immagine classica della scienza elitaria e trovano molta difficoltà a dialogare con il pubblico. Se però crediamo nell’importanza del dialogo tra scienza e cittadini, allora è importante tenere presente quanto possano diventare utili gli strumenti per la rappresentazione visiva.

5.5 Visualizzare per prendere decisioni. Come abbiamo visto nel terzo capitolo ogni cittadino è oggi chiamato a prendere decisioni riguardo ad ambiti tecnici, in cui non è direttamente competente. L’evoluzione dei rapporti tra scienza e società richiede infatti una partecipazione sempre più attiva di ogni cittadino, e costringe a compiere scelte e assumere decisioni, anche quando non si è esperti in

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img 078 | Diffusione del Colera. J. Snow. 1854. La mappa utilizzata dal medico britannico per determinare la causa dell’epidemia di colera che colpì Londra in quell’anno.

materia. Per cercare di risolvere questo problema discipline come l’information design sviluppano strumenti visivi in grado di sostenere e orientare il pubblico. Così come le carte geografiche possono aiutare a scegliere la strada migliore da percorrere, la rappresentazione visiva può venire utile

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per prendere decisioni complesse. Con gli strumenti di rappresentazione è infatti possibile avere una visione d’insieme e mettere in luce il sistema con le sue dinamiche. Il senso della vista è sicuramente quello più sviluppato nella specie umana: con la vista riusciamo a individuare strutture, pattern e regolarità che solamente con il ragionamento rimarrebbero invisibili. Confrontando grandezze, quantità e relazioni, la rappresentazione visiva evidenzia così gli aspetti più importanti e i punti critici di una questione, permettendo la comprensione dell’oggetto in analisi. In questo è esemplificativo il caso di John Snow, medico britannico vissuto a metà del 1800. Grazie all’utilizzo di strumenti visivi egli riuscì infatti a individuare la fonte dell’epidemia di colera che stava imperversando su tutta Londra nel 1854. Adoperando i diagrammi di Voronoi come strumento d’indagine egli comprese che la maggioranza delle persone morte nell’epidemia viveva più vicino a una delle pompe d’acqua di Broad Street che ad ogni altra. Questo gli permise così di individuare e denunciare la causa, risolvendo il problema e salvando numerose vite. Oltre la scienza altri campi, come l’economia e la politica, hanno da sempre utilizzato strumenti di visualizzazione più o meno complessi per aiutare manager e policy makers a prendere decisioni migliori. Un esempio molto semplice può essere dato dai diagrammi di flusso creati con programmi come Visio della Microsoft, che permettono di visualizzare e rappresentare attraverso modelli sistemi e processi. A partire da questi semplici strumenti il grado di rappresentazione può diventare sempre più complesso. Oggigiorno, grazie ai progressi realizzati dalle tecnologie informatiche, è sempre più facile trattare quantità maggiori di dati in tempo reale, riuscendo così ad offrire questi strumenti non solo agli specialisti, ma anche alla gente comune e ai cittadini interessati. Sul web si trovano sempre più strumenti di questo genere offerti gratuitamente all’utente; i più conosciuti sono “Manyeyes”, “Gapminder” o “SourceMap”, ma ne esistono anche molti altri.

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img 079 | Global Networks. M. Lombardi, 2003. L’artista statunitense ha realizzato molte mappe per mettere in evidenza relazioni tra le vicende di attualità riportate dai giornali.

Anche la scienza ha iniziato a ragionare sull’importanza di strumenti visivi che permettono la comunicazione e la comprensione di problemi complessi al pubblico. Primo fra tutti è stato il sociologo francese Bruno Latour con il progetto Macospol – MApping COntroversies on Science for POLitics, che si pone l’obiettivo di studiare e individuare strumenti visivi per esplorare e rappresentare i dibattiti pubblici riguardo a questioni scientifiche e tecnologiche, permettendo così un’effettiva partecipazione

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pubblica al dialogo scientifico. Latour, al contrario di molti suoi colleghi legati ancora a un concetto di scienza elitario, ritiene diritto di ogni cittadino poter dubitare e dibattere su argomenti scientifici. Se lo scetticismo è infatti la regola più importante all’interno della scienza, è importante estenderlo anche all’esterno, a tutta la società, vista la rilevanza che la scienza assume nella vita quotidiana. A tutti deve essere concesso il diritto di critica, purché consapevole. Egli però si rende conto che, per raggiungere questo obiettivo, è necessario realizzare degli strumenti che permettano a chiunque di formarsi un’opinione in completa autonomia. Egli stesso si rende conto della difficoltà dell’impresa, affermando che: Il problema è che non abbiamo ancora i mezzi, i riflessi, gli utensili, le abitudini mentali che ci permettano di trovarci a nostro agio nei fatti d’ora in avanti discutibili. Imbevuti ancora di epistemologia tradizionale, ci rivolgiamo ai manuali scientifici come fossero catechismi. Siamo scioccati quando realizziamo che dovremo abituarci non più a dei dogmi, ma a delle controversie. Anche la Comunità Europea, che da anni si chiede come risolvere il problema della partecipazione e del dialogo tra scienza e società, ha riconosciuto l’importanza del progetto, tanto da farlo rientrare nel piano di finanziamenti del Settimo Programma Quadro sotto il capitolo “Scienza nella Società”. Il progetto si pone cinque linee di ricerca. ”” Tenere costantemente sotto esame l’offerta di strumenti per mappare le controversie scientifiche e per sostenere la partecipazione democratica. ”” Costruire un portfolio di casi studio che mappino le controversie secondo diversi gradi di elaborazione. ”” Identificare gli aspetti negativi di ogni strumento raccolto (costo del

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software proprietario, mancanza di compatibilità, usabilità...) al fine di prevedere gli ostacoli o trovare delle alternative. ”” Indagare come il design e la geografia possano migliorare la performance visiva dell’equipaggiamento di rappresentazione. ”” Testare la rilevanza politica di piattaforme online capaci di ospitare e dare forma all’attuale dibattito sulla scienza e sulla tecnologia. Al progetto iniziale hanno aderito numerose Università, Istituti di ricerca e Organizzazioni provenienti da tutta Europa e specializzati in diversi ambiti. Sociologi, informatici, scienziati e designer si sono riuniti a formare un team internazionale, aperto a nuove collaborazioni, che indaga su questi aspetti e che punta a trovare una soluzione pratica al problema. È dal 2000, anno in cui viene redatto dalla camera dei Lord il report “Science & Society”, che si discute sull’importanza della partecipazione e del dialogo tra scienza e società. Fino ad ora sono state dette molte parole e fatte molte conferenze a riguardo. Tutti sono d’accordo nell’affermarne l’importanza. Manca però un ragionamento sugli strumenti per renderlo possibile. Progetti come Macospol sono dunque fondamentali per studiare e individuare soluzioni in grado di risolvere i problemi di comunicazione esistenti, permettendo così anche alla gente comune di entrare in contatto con l’ambiente scientifico e di assumere delle decisioni consapevoli a riguardo.

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img 080 | Mapping controversies. 2009. Una delle tante mappe realizzate dagli studenti del corso di Controversies Mapping tenuto nelle UniversitĂ  Sciences Po Paris, MIT, Manchestern University, Ecole Polytechnique FĂŠdĂŠrale de Lausanne.

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06. Visualizzare i processi 1.

Comunicare i processi nella scienza post-accademica.

2.

Caratteristiche e tipologie di processi.

3.

Visualizzare i processi.

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Ĺ’ 06 | Visualizzare i processi


6.1. Comunicare i processi nella scienza post-accademica. La scienza, come abbiamo già avuto modo di vedere, comunica seguendo due linguaggi e due vie completamente distinte. Se all’interno del mondo scientifico la regola dello scetticismo (Merton) è fondamentale e ogni ricercatore deve vincere ogni possibile dubbio dimostrando passo passo e con assoluta trasparenza come è giunto a determinate conclusioni, quando si tratta di comunicare al pubblico questo aspetto viene spesso dimenticato. In questo caso si crede ingenuamente che la gente comune non disponga delle conoscenze necessarie per la comprensione; per questo motivo molte informazioni vengono perse o semplificate. Inoltre, visto che il processo di divulgazione verso il pubblico non è diretto, ma mediato, gli scienziati delegano questa attività ad altri attori (divulgatori scientifici, giornalisti, conduttori televisivi...). Queste persone non scelgono però le informazioni da trasmettere solo in base a criteri di rilevanza scientifica, ma anche in base a criteri di notiziabilità; le informazioni trasmesse al pubblico vengono scelte così in base alla logica degli ascolti e dello share, selezionando quelle che possono suscitare maggiore interesse da parte del pubblico e escludendo tutte le altre. In questo modo, ciò che raggiunge il pubblico, quando lo raggiunge, sono solo i risultati. Questo modello può funzionare quando si tratta di divulgare delle conoscenze ormai consolidate e condivise da tutta la comunità scientifica,

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come ad esempio il ciclo dell’acqua, il sistema solare, il comportamento sessuale degli opossum. Cosa ben diversa è comunicare quegli ambiti in cui la scienza è in azione, dove le conoscenze a riguardo non sono ancora consolidate e non è ancora stato raggiunto un “verdetto finale”. Normalmente, avendo a disposizione solo i risultati e non avendo nessuna spiegazione di come sono stati ottenuti, tutto ciò su cui la gente comune può fare affidamento rimane la fiducia riposta negli esperti che presentano i risultati. In una situazione d’instabilità e di dibattito accade però che i gli esperti non abbiano un parere unanime e si schierino su diversi fronti, intraprendendo dure lotte tra di loro. Se un personaggio autorevole appoggia una teoria, ce ne sarà sicuramente un altro pronto a sostenere il contrario, portando dati e prove inconfutabili a suo favore. Inoltre la quantità di esperti e di opinionisti è cresciuta esponenzialmente in questi ultimi anni: se una volta la parola spettava solo agli scienziati, oggi la loro voce non è più la sola in capitolo; a loro si sono aggiunti molti altri attori che comunicano la scienza al pubblico e che vogliono dare la propria opinione. Tra queste figure possiamo riconoscere conduttori televisivi, giornalisti, politici o pseudoscienziati. Capita ora che queste figure siano tenute anche in maggiore considerazione degli scienziati, che vengono visti invece come una setta pericolosa di cui sospettare. In questa giungla di opinioni e di pareri la gente comune non sa più a chi fare affidamento e assume un atteggiamento di diffidenza nei confronti della scienza. Se si vuole permettere a ogni cittadino di compiere una scelta consapevole, che non avviene solo in base a implicazioni sociali, etiche e personali, bisogna abbandonare il modello tradizionale e iniziare a comunicare come si comunica all’interno della scienza, riportando cioè a sostegno dei risultati anche il processo scientifico compiuto. Se i risultati riportati non sono dimostrabili, è molto facile che essi vengano screditati.

Π06 | Visualizzare i processi


Basta infatti che la fiducia nell’esperto che li fornisce venga meno per far crollare ogni resistenza; basta insinuare il più piccolo dubbio sull’onestà intellettuale del ricercatore che i risultati di anni di duro lavoro perdono improvvisamente ogni valore. Siccome ogni cittadino è oggi chiamato a dialogare e prendere decisioni che possono ricadere in maniera sempre più diretta sulla scienza, deve possedere degli strumenti che gli permettano di muoversi consapevolmente al suo interno, senza bisogno di affidarsi ad altre forze se non alle proprie. Anche se siamo stati abituati a vedere la scienza come un’entità in grado di trasmettere certezze assolute, la scienza nell’era post-accademica è diventata discutibile (Latour) e tutti possono dare la propria opinione. Per permettere che il dialogo tra scienza e società diventi reale, prima di tutto è necessario individuare forme di comunicazione che non badino più al trionfalismo e all’autocompiacimento, ma che siano il più possibile schiette, consapevoli e critiche. La scienza deve imparare a liberarsi dai residui di un modo di pensare ormai superato e comunicare in assoluta trasparenza, senza paura di mostrare per questo anche i propri difetti. Certo rimangono numerosi problemi da risolvere per raggiungere questo obiettivo, tra tutti quelli legati alla difficoltà di comunicare un ambito specialistico senza perdita di significato o di conoscenze. La visualizzazione a questo scopo può venire in aiuto della scienza. Può infatti servire a comunicare un’immagine trasparente e realistica, mostrando non solo i risultati, ma anche il processo scientifico, avvicinando così i cittadini a questo oggetto che per molti versi rimane ancora oggi oscuro. Obiettivo del progetto di tesi è quindi trovare un modo per visualizzare il processo scientifico per rendere partecipi anche gli estranei al campo del lavoro compiuto, degli attori coinvolti e delle criticità individuate dai diversi punti di vista.

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6.2. Caratteristiche e tipologie di processi. Il termine processo deriva dal latino “processus”, participio passato del verbo procedere, ˘ composto di “pro” “innanzi” e “cedere”, letteralmente “ritirarsi”, ma più genericamente “camminare”, “andare”. Implica quindi una trasformazione, un’evoluzione, uno spostamento per più punti lungo un percorso; dalla stessa radice derivano parole come procedimento, procedura o processione. Questo termine viene utilizzato in diverse discipline e, a seconda del contesto, può assumere significati e sfumature differenti: ”” In fisica. Indica il cambiamento in un sistema, ovvero una trasformazione che a partire da uno o più input restituisce uno o più output. ”” Nell’industria. Indica il procedimento attraverso il quale una materia prima o dei pezzi da lavorare vengono trasformati in manufatti, tramite utensili o strumenti. ”” In economia. Indica un insieme di attività interrelate, svolte all’interno dell’azienda, che creano valore trasformando delle risorse (input del processo) in un prodotto (output del processo) destinato ad un soggetto interno o esterno all'azienda (cliente). Questo processo è teso al raggiungimento di un obiettivo aziendale. ”” In biologia. Indica la successione di fenomeni collegati tra loro che danno luogo ad un’evoluzione organica.

Π06 | Visualizzare i processi


每 I possibili significati di Processo.

calcolare

determinare

marciare V

V cifrare

testare

computare citare V

fare causa V

trattare

the/to

Process

citazione causa

procedura

N

N metodo

prassi

procedimento procedimento

N

N

appendice escrescenza

lavorazione sviluppo

N

evoluzione andamento

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”” In informatica. Indica una serie di calcoli, di comandi che un programma deve eseguire per raggiungere un determinato risultato. In generale si può quindi affermare che un processo è definito come una rete di fasi o di azioni collegate tra loro che portano a un’evoluzione, a una trasformazione dello stato iniziale. È costituito quindi da una serie di fasi, azioni o eventi, che possono essere puntuali – ovvero delle condizioni momentanee – oppure stati – condizioni che permangono nel tempo. Queste azioni sono caratterizzate da una direzione precisa, determinata dalla consequenzialità degli eventi. Ogni azione può inoltre originare un flusso di informazione che influenzerà uno o più step successivi. I diversi soggetti coinvolti nel processo sono detti attori. Ogni processo può essere a sua volta suddiviso in sottoprocessi più semplici. Esistono numerose tassonomie dei processi, che si differenziano da disciplina a disciplina. Semplificando si possono distinguere quattro macroclassi, coniugabili per formare schemi processuali più complessi, che si riferiscono:

ÿ Processi discreti.

Sono caratterizzati da un numero ben definito di fasi che accadono in un tempo stabilito. I processi continui sono i più semplici. Una ricetta culinaria può essere considerata un processo continuo: è infatti caratterizzata da un numero limitato di fasi da compiere in un tempo determinato.

Π06 | Visualizzare i processi


ÿ Processi continui.

Al contrario dei processi discreti, hanno un numero imprecisato di fasi che tendono all’infinito.

ÿ Processi ciclici.

Sono una tipologia particolare di processo continuo. Pur avendo un numero limitato di fasi, queste si ripetono in maniera ciclica e continua. Esempi di questo genere possono essere il ciclo dell’acqua, il ciclo delle stagioni oppure l’alternanza tra giorno e notte.

ÿ Processi lineari.

Sono caratterizzati da una semplice successione di eventi che costituiscono un processo deterministico facile da definire e rappresentare. L’introduzione di imprevisti può portare a stravolgere un processo lineare. Bisogna stare attenti, perché si tendono a vedere molti processi come lineari.

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La maggior parte degli errori avviene quando non si capisce veramente a fondo un processo e lo si semplifica.

ÿ Processi non lineari.

L’aggiunta di alternative rende i processi non lineari. Più le alternative saranno numerose, più il processo diventerà imprevedibile e complesso.

ÿ Processi sequenziali.

Ad ogni istante corrisponde uno ed un solo evento.

ÿ Processi concorrenti.

Al contrario dei processi sequenziali, sono caratterizzati da catene di eventi paralleli: nello stesso istante possono accadere più eventi.

Π06 | Visualizzare i processi


ÿ Memory bound.

Le azioni possono essere influenzate da informazioni trattenute dagli step precedenti. Il loro opposto sono i processi forgetful, cioè quei processi in cui non viene mantenuta memoria e le azioni trascorse non influiscono in alcun modo sulle successive.

6.3. Visualizzare i processi. La definizione dei processi è un’operazione arbitraria e soggettiva. Questa può infatti dipendere da differenti circostanze, come gli obiettivi del progettista, la sua sensibilità percettiva e gli strumenti concettuali scelti per l’analisi. Ogni azione può essere infatti scomposta in infinite sub-azioni. Ad esempio “telefonare” può essere considerata come una singola azione, oppure si può scomporre in “afferrare la cornetta”, “digitare il numero”, “attendere la risposta”, “dialogare” e “riagganciare”. È una questione di grana, cioè di quanto si vuole entrare nel dettaglio; e questo è a discrezione del progettista. Nel momento in cui bisogna definire un processo è quindi importante capire l’obiettivo di comprensione da raggiungere e scegliere la grana migliore da utilizzare: per spiegare a un paziente la procedura da compiere per effettuare una prenotazione non c’è bisogno di mostrare tutte le sub-azioni di cui è composta l’azione “telefonare”.

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Per descrivere un processo possono essere utilizzati diversi linguaggi, tra cui quello matematico, impiegato in ambiti specialistici, come la fisica, la chimica o l’informatica. Spesso è però utile scegliere un linguaggio più semplice e accessibile, come quello della rappresentazione grafica. La visualizzazione garantisce infatti una migliore comprensione dei processi. Attraverso la vista, il senso più sviluppato nell’uomo, si possono rilevare schemi, regolarità e relazioni che con il linguaggio scritto sono difficili da individuare, risparmiando così complicate inferenze logiche, identificando e anticipando i cambiamenti. Mettere in luce i punti deboli, i possibili problemi e le relative responsabilità permette inoltre di correggere e apportare migliorie a un processo già in atto. Se il manager di un’azienda conosce esattamente ogni fase necessaria alla realizzazione del proprio prodotto, egli può prevenire i problemi logistici connessi ed eliminare ogni possibile ostacolo lungo il percorso, ottimizzando così il ciclo produttivo. A questo scopo vengono utilizzati spesso strumenti come le business process map. Questi stessi permettono anche ai responsabili di comunicare in modo più comprensibile a tutti i settori aziendali, risolvendo così i problemi comunicativi che sorgono tra attori con formazione culturale e competenze diverse, grazie all’utilizzo di un solo linguaggio, chiaro e comprensibile a tutti. La rappresentazione grafica serve quindi per rendere più consapevoli del processo i vari attori, coinvolgendoli e indirizzandoli lungo un percorso comune. Il progettista chiamato a rappresentare un processo deve valutare attentamente il metodo visivo più adatto al raggiungimento dell’obiettivo prefissato e tenere presente che una riduzione è inevitabile prima della schematizzazione (Anceschi, 1992). Diversi teorici hanno formulato delle scale di classificazione secondo criteri funzionali e formali. A. Moles, semiologo e docente di design alla scuola di Ulm, fu tra i primi a compiere degli studi sulla schematizzazione figurativa, definendo, nei primi anni ’60,

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img 081 | Catena alimentare. D. Armstrong, 1968. La visualizzazione, tratta dalle pagine di Popular Science, mostra tramite un diagramma di flusso il funzionamento della catena alimentare.

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img 082 | SBGN. N. Le Novère e M. Hucka, 2009. Esempio del linguaggio diagrammatico proposto dai due ricercatori per mappare i processi biologici.

una scala dei livelli di iconicità suddivisa in sette classi, a partire da una categorizzazione empirica, nata cioè da un’osservazione diretta su un ampio insieme di casi studio. I livelli di schematizzazione così individuati sono: i. fotografia ritoccata. ii. semplificazione al tratto. iii. disegno costruttivo. iv. schema costruttivo normalizzato. v. diagramma di flusso. vi. schema di campo. astrazione perfetta.

Π06 | Visualizzare i processi


img 083 | Assistenza pediatrica. Xplane, 2007. Process Map realizzata per il Children’s Hospital and Regional Medical Center di Seattle con l'obiettivo di spiegare ai genitori del bambino la procedura adottata.

Questi differenti gradi sono caratterizzati anche da funzioni precise, che seguendo la scala delle sette categorie formali passano da una finalità descrittiva, a una operativa, per finire con quella evocativa. La schematizzazione viene generalmente preferita quando si tratta di realizzare uno strumento progettuale o di gestione che rimane nelle mani di esperti. Richiede la conoscenza di una grammatica e di un linguaggio tecnico specifici per poter essere compresa. Un esempio è l’ “SBGN” (Systems Biology Graphical Notation), un sistema di notazione recentemente proposto per rappresentare in maniera univoca i processi biologici (N. Le Novère e M. Hucka, 2009). Al contrario una visualizzazione realistica e iconica è preferibile per comunicare a un pubblico più vasto, poiché utilizza un linguaggio il più

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Schedule Business Assessment II Visit VCRO END Step by step map outlining the hotel naming process

Send Hotel Visit recap & distribute internally

Approve all applicable forms

MACRO Email Rese Development

Hotel Name

HOD

Hotel

ess

Pre-sell

The Pre-Sell Agreement is a simple one-page document, but asking a lawyer to review it could slow the approval process. The Hotel Name must be completed to accept reservations.

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Update OnBoard system with visit details

Update PR Ques and email to PR team, if applicable


img 084 | Linguaggio schematico. Xplane, 2007. Intercontinental Hotels Group ha fornisce una Process Map realizzata con Visio. La richiesta del cliente è di rendere il processo azindale piÚ facile da comprendere. img 085 | Linguaggio iconico. Xplane, 2007. Il processo fornito dal cliente viene tradotto con un linguaggio piÚ iconico.

Reservations are accepted one month after open date.

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possibile simile a quello quotidiano, comprensibile anche senza una particolare alfabetizzazione. È quindi importante contestualizzare il processo rendendolo il più esplicativo possibile, inserendo elementi grafici e visivi grazie ai quali l’osservatore è in grado fin dal primo colpo d’occhio di capire l’ambito a cui si fa riferimento e trarne le informazioni principali. Anche la rappresentazione tramite figure retoriche comuni può esprimere il processo in modo più chiaro. Per semplificare la raffigurazione dei vari attori coinvolti possiamo ad esempio utilizzare una metonimia, che consiste nel rappresentare un termine o un concetto mediante un altro appartenente allo stesso campo semantico, che abbia col primo una relazione di contiguità logica o materiale: l’icona di un uomo d’affari può quindi essere raffigurata con una valigetta ventiquattrore o quella di un giudice con una bilancia. Un altro esempio è la metafora, che consiste nella sostituzione di una figura con un’altra che presenta una somiglianza (più o meno evidente) con questa, ma non appartiene allo stesso campo semantico: un albero può essere utilizzato per visualizzare e sottolineare la connessione di tutte le azioni di un processo con un’unica causa originaria. Esistono diversi linguaggi grafici per la visualizzazione dei processi, dai più semplici a quelli più complessi, utilizzati a seconda delle necessità. Uno dei più noti è sicuramente quello dei “Flowchart”, i diagrammi di flusso, che descrivono attraverso simboli grafici elementari, come blocchi e frecce, lo svolgersi del processo analizzato sotto forma di uno schema. Questo linguaggio possiede una grammatica molto semplice, facilmente img 086 | Reuter Transmission of News. Isotype Institute, 1947. Viene mostrato il processo di trasmissione delle notizie utilizzato dall'agenzia Reuters.

Π06 | Visualizzare i processi


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img 087 | Nascita di un progetto. Xplane, 2007. L'agenzia statunitense collabora con la Michelin per realizzare una mappa che permetta ai dipendenti della multinzaionale di comprendere il complesso funzionamento dell'azienda.

apprendibile, ma ha il difetto di non mostrare gli attori: per questo non si possono rappresentare processi complessi con un unico diagramma. Questo problema può essere risolto con l’impiego di “Swim lane diagram”, una tipologia particolare di diagrammi di flusso dove le azioni vengono distribuite su corsie orizzontali o verticali – da qui il nome – a ognuna delle quali corrisponde un attore preciso. Un limite di questo schema sta però nell’impossibilità di mostrare un’azione compiuta da più attori: se questi sono solamente due una soluzione pratica consiste nell’inserire l’azione a

Π06 | Visualizzare i processi


cavallo delle loro corsie. Un altro linguaggio, particolarmente utile nel caso dei processi concorrenti, è quello delle “Reti di Petri”, che consistono in una serie di posti, transizioni e archi che servono a rappresentare i legami causa-effetto e la loro concatenazione. Vediamo quindi che la questione della grammatica è fondamentale: come in ogni linguaggio anche nella visualizzazione dei processi deve essere presente infatti una struttura grammaticale, per comunicare in maniera efficace. Un discorso mal organizzato crea certamente difficoltà di comprensione: allo stesso modo nella visualizzazione , in particolare dei processi, delle incoerenze nella sintassi possono generare fraintendimenti. Inoltre, nel momento in cui si costruisce una grammatica rivolta a un pubblico generico, è bene che il progettista la strutturi nel modo più intuitivo e chiaro possibile.

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img 088 | Workflow Diagram. Funnel Incorporated, 2009. Workflow Diagram realizzato per la Kodak con l'intento di spiegare ai clienti il proprio modo di lavorare. img 089 | Come nasce un prodotto Disney. 1943. Il diagramma, tratto da “The Ropes At Disney’s” mette in luce il lungo processo nascosto dietro ad ogni lungometraggio animato firmato Walt Disney.

6.3.1. Dove vengono visualizzati i processi Già in molti ambiti è utilizzata la visualizzazione grafica dei processi. In campi come quello medico o quello aziendale strumenti come le learning map sono ampiamente diffusi e finalizzati a trasmettere conoscenze. Attualmente molte imprese collaborano con agenzie specializzate nella visualizzazione rivolta al business. Tra queste, una delle più conosciute è Xpalne, che da anni opera con le più importanti multinazionali del mondo come Vodafone, Microsoft e Adidas. Nel 2008 questa agenzia ha realizzato per la Michelin uno strumento apposito con l’obiettivo di rendere comprensibile a tutti i dipendenti l’intero processo aziendale, schematizzandolo in un diagramma composto da 45 fasi. Per rendere ancora più partecipata l’azione e facilitare il passaggio di conoscenze, è stata progettata inoltre una serie di artefatti comunicativi, come un gioco in scatola e delle carte-quiz da distribuire ai lavoratori.

Π06 | Visualizzare i processi


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Questo progetto ha riscosso, secondo l’azienda, un grande successo: più di 700 impiegati vi hanno aderito attivamente e positivamente e altri 600 hanno mostrato interesse richiedendo a loro volta di potervi partecipare. Xplane ha lavorato anche alla realizzazione di business process map, strumenti utili per strutturare il processo aziendale in modo standardizzato e uniforme. Ad esempio ha progettato per IHG, un gruppo che gestisce una catena internazionale di hotel e che apre continuamente nuovi sedi in tutto il mondo, un kit per i manager della compagnia che fissa attraverso delle mappe figurative un processo ben organizzato e definito, che permette di minimizzare gli sprechi di tempo e di denaro nella fondazione di nuove strutture alberghiere. In ambito medico i medical diagram sono già ampiamente utilizzati per visualizzare processi e trasmettere nozioni. Gli schemi informativi di primo soccorso sono un esempio che sicuramente tutti avranno presente: essi spesso compaiono nelle sale di attesa di ospedali e ambulatori e grazie all’utilizzo di immagini esplicative permettono la comunicazione delle più elementari tecniche di pronto intervento a un pubblico generico e multiculturale.

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img 090 | Come sono fatti i libri. Funnel incorporated, 2005. La process Map mette in luce tutti i passaggi compiuti per realizzare un libro dall'azienda statunitense Webcrafters Inc. In questo modo viene reso trasparente un processo oscuro e difficilmente comprensibile dal cliente.

In questo capitolo ho cercato di dimostrare quanto sia utile visualizzare i processi e come già molte discipline utilizzino queste tecniche di rappresentazione con profitto. Allo stesso modo propongo di estendere l’utilizzo di questi strumenti anche in ambito scientifico dove si stanno cercando soluzioni ai problemi di comunicazione della scienza in azione.

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Ĺ’ 07 | Il caso, la Terapia Di Bella


07. Il caso, la Terapia Di Bella. 1.

Criteri di scelta.

2.

La terapia di Bella.

3.

Problemi di comunicazione.

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Ĺ’ 07 | Il caso, la Terapia Di Bella


7.1. Criteri di scelta. Prima di individuare il caso studio per il progetto di tesi ho determinato dei criteri utili a selezionare l’alternativa migliore. La scelta di un buon oggetto di studio facilita infatti il lavoro e produce risultati più convincenti. Al contrario, la scelta di un cattivo oggetto comporta sovente il fallimento dell’indagine (Venturini, 2008). ”” Per prima cosa avevo bisogno di un caso in cui il dibattito avesse abbandonato i confini del campo scientifico, trasformandosi in dibattito pubblico, coinvolgendo così attori provenienti da altre sfere. ”” Tra le varie opzioni ho scelto il caso con il dibattito più acceso. In questo modo è stato più facile individuare le diverse posizioni, poiché uno scontro acceso porta inevitabilmente gli attori in gioco ad assumere posizioni più nette e contrastate. Se invece il caso scelto è caratterizzato da un dibattito spento e gli autori sono in contrasto solo sulle questioni secondarie, allora il progetto rischia di essere poco interessante e noioso. ”” Ho inoltre privilegiato un caso simmetrico, dove gli attori dispongono il più possibile degli stessi mezzi, escludendo quei casi in cui le risorse dispiegate non erano equilibrate. In questo caso c’è infatti il rischio che la fazione più forte riduca le altre al silenzio, portando così il dibattito a una conclusione parziale e limitata. ”” È preferibile scegliere un caso ancora aperto, poiché, una volta che viene concordata una soluzione, questo perde presto di interesse; anche stu-

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diare un caso storico può essere interessante, perché permette di analizzare gli oggetti sociali ormai considerati scatole nere, ma potrebbe essere una scelta pericolosa, poiché si corre il rischio di rimanere condizionati da come il caso è stato risolto. ”” Mi sono inoltre orientato verso un tema specifico: è meglio evitare dei casi troppo ampi e sconfinati, che richiedono una quantità di tempo e di lavoro maggiori. Al contrario, più il caso è ristretto ad un ambito specifico, più è facile da analizzare. ”” Ho preferito un caso in cui le informazioni fossero facilmente accessibili; infatti, se queste sono difficili da reperire, il risultato sarà poco convincente. ”” Infine è fondamentale trovare un campo di studio nel quale poter contare sull’aiuto di una persona esperta. Avventurarsi nella giungla del linguaggio tecnico-scientifico senza una buona guida alle proprie spalle, sperando di poter contare unicamente sulle proprie forze, potrebbe portare a seguire particolari inutili o a non comprendere logiche tacite, ma insite nella prassi del mestiere. Effettuata una ricerca on-line e sulla letteratura scientifica di riferimento, ho individuato una serie di casi controversi in cui gli esperti avevano pareri contrastanti difficilmente conciliabili e li ho esaminati per cercare di comprendere quale fra questi avesse le caratteristiche ideali. Dopo attente riflessioni sono giunto alla scelta del caso Di Bella. Questo caso soddisfa infatti tutti i criteri sopra riportati: ”” Non è rimasto confinato al campo scientifico, il dibattito si è aperto ad attori provenienti dall’esterno, trasformandosi così in una controversia pubblica. ”” Nei due anni in cui ha dominato le cronache il dibattito è stato acceso e cruento; i due schieramenti si sono accusati a vicenda di incompetenza e di seguire il proprio interesse. Le posizioni rimangono tutt’oggi inconciliabili. ”” Le risorse utilizzate dagli schieramenti sono equilibrate. Se da una parte

Π07 | Il caso, la Terapia Di Bella


l’Istituto Superiore della Sanità ha potuto contare sulla propria autorità temporale e decisionale, dalla parte del professor Di Bella si è schierata la voce dei media e la pressione esercitata da migliaia di italiani desiderosi di una risposta. ”” Seppure i riflettori si siano spenti e l’interesse mediatico si sia rivolto ad altre vicende, il caso è tutt’altro che chiuso. Se per la scienza ufficiale si è giunti a una conclusione, dimostrando l’inefficacia della terapia con la prova scientifica, numerose sono le persone che ancora oggi la praticano e la sostengono, come ha dimostrato nel 2005 l’allora Ministro della Sanità Francesco Storace annunciando di voler intraprendere nuovi test e di voler rimborsare i farmaci della terapia. ”” Durante le fasi più cruenti del dibattito è stata prodotta una grossa mole di documentazione da entrambi gli schieramenti. Molte di queste informazioni, visto l’argomento di pubblico interesse, sono state rese consultabili. Per questo è facile reperire tutte le informazioni necessarie a comprendere la vicenda e la sperimentazione. ”” La scelta di questo caso è stata mossa anche dalla possibilità di ricevere l’aiuto di un medico esperto, che mi ha guidato in questo campo.

7.2. La Terapia Di Bella. La cronaca che segue mostra come il caso scelto sia complesso; la scienza si trova a dover dialogare con altri attori, provenienti da diverse sfere, come quella politica, quella industriale e non ultima quella sociale. Come vedremo questi attori giocano un ruolo da protagonisti; non sono dei semplici spettatori e contribuiscono attivamente allo sviluppo della vicenda. È stato infatti grazie al loro impulso che il caso ha assunto l’attenzione

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pubblica, costringendo il Parlamento ad intervenire con un provvedimento d’urgenza per trovare una soluzione al dibattito. Per comprendere la vicenda non possiamo allora limitarci ad osservare il mondo della scienza, ma dobbiamo allargare la visuale, includendo questi nuovi attori e il contesto in cui si sono svolti i fatti. Seppure la vicenda si sviluppa principalmente nel biennio ‘97-’98, il caso comincia ben prima, continua fino ai nostri giorni ed è tutt’altro che chiuso: le fiamme si sono spente, ma sotto la cenere le braci sono ancora ardenti e potrebbero innescare nuovi focolari, come ha dimostrato il riaccendersi del dibattito nel 2005, quando l’allora Ministro della Sanità Francesco Storace annuncia di voler intraprendere nuovi test e di voler rimborsare i farmaci della terapia. Le fonti impiegate per comprendere il caso e creare la mappa sono state molteplici: per prima cosa ho consultato la documentazione prodotta dalle istituzioni coinvolte (Parlamento, Istituto Superiore della Sanità, Ministero della Salute), confrontandola con le informazioni riportate online dalla Di Bella Onlus (organizzazione che si occupa di promuovere le terapia del professore modenese). Per la sperimentazione ho preso in considerazione i report diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità e le pubblicazioni di riviste scientifiche come il British Medical Journal o Cancer, rivista della American Cancer Society. Infine, per dare un ordine cronologico ai fatti e ricostruire temporalmente la vicenda ho consultato le cronache giornalistiche.

7.2.1. In cosa consiste la terapia. La Terapia Di Bella, nota anche con i nomi “Metodo Di Bella” o “Multiterapia Di Bella”, abbreviato in MDB, è una terapia che, secondo il suo inventore Luigi Di Bella, sarebbe in grado di bloccare l’insorgere di diver-

Π07 | Il caso, la Terapia Di Bella


se tipologie di tumore. Al contrario della chemioterapia, questa cura non agirebbe sulle conseguenze del tumore– le cellule tumorali – ma sulla loro causa. Ruolo principale della cura sarebbe infatti svolto dalla somatostatina, sostanza prodotta naturalmente dal nostro organismo, che inibisce alcuni dei più potenti fattori tumorali di crescita, come il GH (Growth Hormone) e l’IGF (Insulin-like Growth Factor). Oltre a questo farmaco l’anziano inventore somministrava ai propri pazienti una soluzione di retinoidi – composto di betacarotene, retinolo, acido retinoico e vitamina E, che non si trova in commercio ma va preparato appositamente da un farmacista – che, assieme all’azione sinergica della vitamina D, della melatonina e della vitamina E, riporterebbe alla normalità l’organismo, “ridifferenziando” le cellule tumorali. Oltre a questi farmaci, a seconda del paziente, il medico modenese prescriveva anche altre sostanze medicinali, come la Bromocriptina e i Ciclofosfamidi. Queste sostanze in particolare hanno una funzione antitumorale riconosciuta e vengono utilizzate anche nella chemioterapia. Solo le dosi sono diverse: nel Metodo Di Bella la quantità somministrata è talmente bassa da non creare i tipici effetti collaterali della chemioterapia. Il Dr Di Bella iniziò a sperimentare questa terapia nel proprio studio privato nel 1963, usando soprattutto la melatonina per curare pazienti affetti da diverse malattie. È solamente nel 1977 che aggiunge anche la somatostatina alla propria cura. Egli lavora a questa terapia in privato e offre le cure a quei malati che, scoraggiati dagli scarsi risultati ottenuti con le terapie tradizionali, ripongono nel medico modenese ogni speranza. Lontano dai riflettori e dalle cronache continua a lavorare in questo modo per anni, fino a quando, trentaquattro anni dopo le prime sperimentazioni, improvvisamente il suo caso guadagna l’attenzione nazionale e scientifica.

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7.2.2. Posizioni contrastanti. Il caso diventa pubblico nel settembre del ‘97, quando pazienti malati di cancro manifestano contro l’allora Ministro della Salute Rosy Bindi, chiedendo che la Terapia Di Bella venga spesata dal Servizio Sanitario Nazionale. Essi rivendicano il principio di libertà di cura, secondo il quale chiunque deve avere la possibilità di seguire la cura che ritiene più opportuna. Visti i costi elevati della cura Di Bella essi non hanno la possibilità di scegliere e sono costretti a ricorrere alle cure tradizionali, venendo così privati della loro libertà. Dall’altra parte del campo di battaglia, il Servizio Sanitario Nazionale si oppone a queste richieste affermando che la Terapia Di Bella, per poter entrare nella lista delle cure spesate dallo Stato, deve seguire il normale iter di verifica che ne dimostri la reale efficacia in maniera scientifica. Le posizioni dei pazienti sono quindi inaccettabili: se le loro richieste dovessero venire ascoltate si creerebbe un precedente secondo il quale qualsiasi cura, anche se inefficace, dovrebbe essere spesata dallo Stato. Questo ovviamente non è possibile. Lo Stato si deve limitare ad offrire quelle cure la cui efficacia è comprovata.

7.2.3. Raggiunto il punto critico. Si scatena così una cruenta battaglia tra i sostenitori della terapia e il mondo scientifico e politico. I pazienti, per avere più voce in capitolo, si organizzano e si costituiscono in associazioni. La battaglia si trasforma in dibattito pubblico e la Terapia Di Bella in breve diventa un caso nazionale. L'Italia si trova divisa in due da un dibat-

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tito circa la reale efficacia di questa nuova cura contro il cancro. E anche la comunità scientifica è divisa. Le aspettative sono elevate e in molti vogliono credere alle parole dell’anziano dottore modenese, tanto più che i mass media decidono di dare forte risalto alla faccenda, riportandola in prima pagina. Numerose trasmissioni dedicano spazio alla cura e invitano Di Bella a comparire come ospite per raccontare in prima persona le proprie ricerche. Egli è il personaggio televisivo ideale, incarna lo stereotipo dello scienziato romantico, che da solo lotta per affermare le proprie scoperte. E nell’aspetto ricorda molto Einstein, che nell’immaginario collettivo raffigura il genio incompreso: gli stessi baffetti, i capelli bianchi scompigliati, lo stesso modo di fare riservato. Egli racconta di come la sua cura possa guarire qualsiasi tipo di cancro nel rispetto della persona, al contrario delle cure chemioterapiche che hanno gravi effetti collaterali. A queste trasmissioni partecipano anche diversi pazienti che sostengono di essere guariti grazie alle cure del professore dopo aver provato inutilmente le cure tradizionali. Grazie alla continua attenzione mediatica la terapia Di Bella acquista ogni giorno nuovi sostenitori e la casa-studio del dottore viene assediata giorno e notte da un grande numero di ammalati di cancro che, spinti dalla speranza, vogliono provare questa nuova terapia miracolosa. In questo clima arriva il 1998. È proprio durante i primi giorni di gennaio che due regioni – la Puglia e la Lombardia – decidono di ignorare le disposizioni del Sistema Sanitario Nazionale e somministrare gratuitamente la terapia. A queste decisione si scatena l’immediata protesta delle associazioni, che vogliono vedere riconosciuto lo stesso diritto per tutti i cittadini italiani. Mentre le proteste proseguono con lo scopo di attirare l’attenzione mediatica, culminando con la protesta di diversi malati di cancro in diretta sulla prima rete nazionale durante l’angelus domenicale del papa, la Commissione Oncologica Nazionale raggiunge un accordo con il Dr Di Bella per condurre delle sperimentazioni cliniche che testino l’attività

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anti-tumorale della terapia. Pressato dalla richiesta dell’opinione pubblica che chiede a gran voce una risposta decisiva a riguardo della terapia, il 17 febbraio del 1998 il Parlamento italiano approva in maniera straordinaria e d’urgenza un decreto legge che autorizza l’Istituto Superiore di Sanità a condurre degli studi per verificare la reale efficacia della Terapia Di Bella, stanziando dieci miliardi delle vecchie lire per la produzione dei medicinali necessari.

7.2.4. La sperimentazione. Per testare l’efficacia della terapia la commissione scientifica, sentito il parere del Dr Di Bella, opta per una sperimentazione clinica di fase II, finalizzata ad acquisire conoscenze sull’efficacia della terapia. In ambito oncologico questo significa valutare se un determinato trattamento è in grado di ridurre le dimensioni delle masse tumorali in un numero significativo di pazienti. In caso questa sperimentazione avesse dato esiti positivi, ne sarebbe seguita una successiva, detta di fase III, con lo scopo di comparare la riduzione dei tassi di mortalità di diversi gruppi di pazienti con caratteristiche simili assegnati in modo casuale alla terapia Di Bella e ad altri trattamenti tradizionali. Per l’occasione viene istituito un Comitato Guida, al quale prende parte anche il figlio del Dr Di Bella, con il compito di coordinare i lavori. Allo studio parteciparono 386 pazienti, arruolati tra le fila delle associazioni che a gran voce avevano richiesto la terapia gratuita. Numerosi sono i centri oncologici coinvolti in tutta Italia (27 per l’esattezza), desiderosi di testare con i propri occhi questa cura miracolosa. Poiché secondo Di Bella la terapia ha effetto su qualsiasi tipo di tumore vengono stilati 11 protocolli, ognuno dei quali si propone di verificare gli effetti della terapia su

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una differente tipologia di cancro. Un gruppo di oncologi a livello internazionale viene chiamato per verificare che la sperimentazione sia compiuta seguendo i criteri indicati e i risultati non siano falsificati. I farmaci necessari alla sperimentazione vengono offerti da diverse case farmaceutiche – che intravedono nella cura una nuova possibile fonte di guadagno e lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze viene incaricato di produrre i preparati che non si trovano in commercio. A febbraio tutti i preparativi sono completati e la sperimentazione può cominciare. Dopo lunghi mesi di attesa da parte dell’opinione pubblica, a fine luglio vengono pubblicati i primi risultati, che esprimono una secca bocciatura della terapia. Secondo il Comitato Guida, incaricato tra i vari compiti di redigere il report della sperimentazione, la terapia non ha infatti dimostrato “attività clinica sufficiente per giustificare ulteriori indagini” – la fase III. “I 3 casi di risposta parziale osservati tra i 386 pazienti rappresentano un tasso di risposta dello 0,8% che è ben al di sotto di ogni soglia ragionevole per dichiarare che il nuovo trattamento mostra un’attività promettente. Il basso tasso di risposta consente di escludere la possibilità che il trattamento, preso nel suo complesso, abbia alcun effetto oltre la moderata attività che è già stata dimostrata per alcuni suoi componenti”. “Inoltre, l’osservazione che la MDB è stata sospesa dopo pochi mesi nell’85% dei pazienti per progressione, tossicità o decesso, lascia poche speranze su un’efficacia significativa a lungo termine”. A novembre vengono pubblicati i risultati definitivi, che sostanzialmente confermano i risultati parziali di luglio. Per l’opinione pubblica questi risultati sono un duro colpo. In molti avevano sperato in un risultato positivo. Accade allora che molte persone rifiutino questi risultati, primi tra tutti il Dr Di Bella e suo figlio, che dopo un breve periodo abbandona il Comitato Guida denunciando diverse irregolarità avvenute durante la sperimentazione, dichiarando di essere vittima di un complotto.

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7.2.5. Critiche alla sperimentazione. Luigi Di Bella e i suoi sostenitori hanno criticato i metodi con cui è stata eseguita la sperimentazione e giustifica i risultati fallimentari muovendo principalmente queste accuse: ”” Utilizzo di medicinali scaduti. Questo sospetto, partito dalle segnalazioni di diversi pazienti in cura, porta i NAS (Nucleo Anti-Sofisticazione) dei Carabinieri di Firenze ad indagare sui metodi di confezionamento e di conservazione dei farmaci. Nel rapporto stilato emerge come durante la sperimentazione vennero distribuiti 1048 flaconi di soluzione ai retinoidi realizzati dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze che avevano superato il termine massimo di scadenza stabilito dall'Istituto Superiore di Sanità. L’inchiesta è successivamente stata archiviata. ”” Preparazione dei farmaci non corrispondente alle istruzioni. Nella preparazione della soluzione ai retinoidi, secondo il promemoria del professore Di Bella è necessario “Gorgogliare l'azoto a medio flusso per qualche minuto fino ad eliminare qualsiasi traccia del solvente organico”. In particolare se il solvente utilizzato è l'acetone. Secondo il dottore modenese queste disposizioni non sono state seguite alla lettera, compromettendo così i risultati della sperimentazione. Lo Stabilimento Chimico Farmaceutico di Firenze, incaricato della preparazione della soluzione, spiega che eliminare ogni di traccia di solvente è del tutto impossibile. Inoltre la quantità di acetone residua rimasta in soluzione era al di sotto della quantità considerata nociva secondo la letteratura scientifica, risultando così innocua. Di Bella non accetta queste giustificazioni e controbatte affermando che le quantità a cui si fa riferi-

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mento sono da considerare per una persona sana e non per dei pazienti affetti da cancro, la cui salute è già altamente compromessa. ”” Somministrazione di farmaci non corrispondente alle istruzioni. Il Dr Di Bella accusa i responsabili della sperimentazione di “non aver adoperato la particolare siringa temporizzata indispensabile per somministrare la somatostatina” come era stato da lui specificatamente richiesto. Secondo il medico anche questo problema, unito agli altri indicati, avrebbe compromesso gravemente la validità della sperimentazione. ”” Selezione di pazienti non idonea. I pazienti selezionati per la sperimentazione sono malati in stadio avanzato, già sottoposti a precedenti trattamenti chemioterapici, che secondo Di Bella “hanno un effetto deleterio”. La terapia secondo il Professor Di Bella avrebbe dato sicuramente risultati migliori se fosse stata somministrata a malati allo stadio iniziale. ”” Esclusione di pazienti. Infine, secondo i sostenitori della teoria del complotto, vennero esclusi dalla sperimentazione diversi pazienti che avrebbero potuto continuare a seguire la cura. Infatti se durante la terapia i pazienti presentavano sintomi collaterali, come ad esempio nausea eccessiva, febbre o vomito, la terapia veniva immediatamente interrotta. Questa prassi secondo gli accusatori venne utilizzata per escludere dalla sperimentazione diversi pazienti che stavano rispondendo positivamente alla cura.

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7.2.6. Una Conclusione controversa. Con la pubblicazione dei risultati finali da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, al contrario di quello che si sarebbe aspettato, la discussione non si placa. Seppure l’organo istituzionale più importante a livello nazionale abbia affermato l’inefficacia della terapia e il Ministero della Salute abbia espresso la totale inutilità nel proseguire le sperimentazioni – che nelle casse dello Stato sono costate oltre 70 miliardi di vecchie lire – il dibattito pubblico non si placa, anzi, si fa più vivo che mai e i toni utilizzati diventano sempre più secchi e accusatori. Da un lato il Dr Di Bella e i suoi sostenitori, tra cui una parte della destra politica italiana, sorretti da alcune inchieste volte ad accertare il reale utilizzo di farmaci scaduti durante la sperimentazione, affermano di essere vittima di un complotto. Dall’altro lato la comunità scientifica, di fronte ai risultati negativi, diventa sempre più sospettosa nei confronti del medico modenese e lo accusa di dare false speranze ai propri pazienti. Di Bella verrà nominato da Newsweek “Dr. Hope”, ovvero “Dottor Speranza”. In questo frastuono di nuove e continue dichiarazioni l’opinione pubblica non sa più in cosa credere e si ritrova più confusa di prima. Una ricerca condotta durante lo scoppio del caso per studiare gli effetti dei media sulla popolazione ha evidenziato come, nonostante la dimostrazione scientifica e la pubblicazione dei risultati, il senso di confusione sia aumentato e solo l’11% dei pazienti che seguivano il trattamento Di Bella si sono convinti della sua inefficacia (Passalacqua, 2004). Questo è probabilmente dovuto al fatto che, come abbiamo visto nel capitolo 3, durante le controversie pubbliche, quando gli esperti scientifici sono in disaccordo e non riescono a trovare una soluzione comune, il pubblico non sa in chi riporre la propria fiducia e perde qualsiasi punto di riferimento. Lentamente l’attenzione mediatica si rivolge ad altri problemi e i riflettori si spengono.

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Tutto rimane così in sospeso, senza una vera e propria conclusione. Poco alla volta l’attenzione mediatica si volge ad altri problemi e i riflettori si spengono senza che una risposta definitiva sia stata data. Di Bella ritorna a curare nel suo studio di Modena, fino a quando nel 2003 muore all’età di novantuno anni. Prende il suo posto il figlio Giovanni, che ancora oggi promuove la terapia.

7.3. Problemi di comunicazione. Nonostante le sperimentazioni abbiano dimostrato l’inefficacia della terapia, il senso di confusione rimane alto. Gli esperti in campo sui due fronti continuano ad avere delle posizioni inconciliabili e il pubblico generale non sa su chi fare affidamento. Questa situazione di confusione è dovuta anche ad un problema di comunicazione causato da vecchie abitudini. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, la scienza comunica tradizionalmente su due linee ben distinte, caratterizzate da modalità e linguaggi specifici. In primo luogo comunica con il pubblico degli esperti. In questo caso lo scopo principale è convincere anche lo scettico della validità delle proprie scoperte. A supporto delle proprie osservazioni e delle proprie teorie viene allora riportato il metodo, il processo tortuoso seguito per giungere alle conclusioni. La seconda modalità è quella rivolta al pubblico generale. Questa tipologia di comunicazione non è diretta, ma mediata. Diversi passaggi separano il mondo della scienza dal pubblico e a ognuno di questi si perdono molte informazioni. Ciò che giunge al pubblico generale, quando lo raggiunge, si limita solamente ai risultati, considerati come dati di fatto. In questo modo il pubblico non ha elementi sufficienti per valutare indipendentemente dal parere degli esperti.

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Anche durante il caso Di Bella sono state seguite queste due vie di comunicazione: da un lato l’Istituto Superiore della Sanità ha pubblicato una serie di report specialistici per mostrare come sono state condotte le sperimentazioni e quali criteri sono stati adottati. Queste pubblicazioni, seppure di libero accesso, sono di fatto irraggiungibili per il pubblico generale: anche ammettendo che una persona normale riesca a districarsi nel complicato archivio e negli incomprensibili criteri di indicizzazione utilizzati dall’Istituto Superiore della Sanità, riuscendo così a reperire il report, dovrà scontrarsi con un linguaggio specialistico difficilmente comprensibile. La maggior parte della gente intenzionata a raggiungere queste informazioni molto probabilmente si arrenderà dopo pochi passi. Dal lato della comunicazione pubblica l’ISS ha prodotto invece una serie di comunicati stampa diretti ai mass media con il compito di diffondere la notizia e annunciare i risultati. La scelta di relazionarsi con il pubblico affidandosi solamente a questa via di comunicazione mediata, rischia di non essere la scelta migliore quando il pubblico è coinvolto nel dibattito. Bisogna infatti capire che, nell’era attuale, in cui la scienza opera in una situazione di co-ricerca, anche il pubblico è coinvolto in maniera attiva nel dibattito e non vuole rimanere legato al parere degli esperti; vuole invece essere informato sulla vicenda e avere tutti gli elementi necessari per poter compiere una scelta critica e consapevole. Il modo di comunicare tradizionale della scienza tende ad escludere questi nuovi attori, che la percepiscono così come un mondo distante e poco trasparente. Da qua a giungere alla teoria del complotto il passaggio è breve. Anche la comunicazione pubblica non può più, quindi, limitarsi a fornire i soli risultati; diventa importante utilizzare degli strumenti che raccontino in completa trasparenza il processo, il percorso compiuto per arrivare alla conclusione, in modo che anche il pubblico generale possa comprendere e valutare in maniera critica come è stata condotta la sperimentazione. Analizzando la situazione da questo punto di vista si capisce facilmente

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quali errori sono stati effettuati durante il Caso di Bella: il senso di confusione si è generato a causa della mancanza di una comunicazione pubblica efficace che mettesse in luce gli elementi necessari ad una comprensione critica dei risultati. Questi strumenti attualmente non esistono. Ăˆ allora compito del designer della comunicazione progettarli per permettere al pubblico di giungere ad una scelta consapevole. Il progetto di tesi vuole quindi essere un primo esperimento, basato su un caso reale, per affrontare questo nuovo modo di comunicare.

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08. Un esperimento di comunicazione 1.

Il processo scientifico.

2.

Analisi del caso.

3.

La scelta progettuale.

4.

Gli artefatti comunicativi e la loro grammatica.

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8.1. Il processo scientifico. Individuato nella sperimentazione sul metodo Di Bella il caso pratico sul quale realizzare l’idea progettuale (vedi capitolo 6), ho analizzato il processo, con l’obiettivo di poterlo visualizzare. Ovviamente si tratta di un processo scientifico, definito come una serie di azioni ed eventi che portano ad un risultato scientifico che pone risposta a un problema iniziale. In ogni processo di questo genere si possono evidenziare 6 step fondamentali e caratterizzanti: 1 | Nascita del problema. Dalle esigenze e dai bisogni della società nascono degli interrogativi rispetto ai quali la scienza viene chiamata a trovare delle riposte, formulando una tesi da verificare. 2 | Progetto dello studio. I ricercatori coinvolti definiscono un percorso rigoroso e ben definito in base al quale condurre la sperimentazione. Viene inoltre stabilita l’ipotesi sperimentale, che fissa i criteri di validità della ricerca. 3 | Fase preparatoria. In base al progetto stabilito viene predisposto tutto il necessario per la realizzazione pratica della sperimentazione. Si effettua quindi un’operazione

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img 091 | Fasi processo scientifico. Le sei fasi identificate come rappresentative del processo scientifico e le icone utilizzate nel progetto finale.

di found raising e, a seconda delle esigenze, vengono acquistate o costruite le apparecchiature, selezionati i pazienti idonei, reperiti i materiali… 4 | Sperimentazione. Viene effettuato l’esperimento vero e proprio, seguendo le linee guida definite nella fase di progetto. Tutti i dati così ottenuti vengono attentamente raccolti e registrati. 5 | Elaborazione dei risultati. Studiando statisticamente i dati raccolti si ottengono i risultati. Se questi non soddisfano l’ipotesi sperimentale definita nella fase di progetto, la tesi iniziale non può essere considerata valida. 6 | Comunicazione. In quest’ultima fase i ricercatori rendono pubblici gli esiti della ricerca.

8.2. Analisi del caso. Definito il processo scientifico ho iniziato l’analisi del caso scelto, basando la ricerca da un lato sui documenti ufficiali pubblicati dai diversi attori coinvolti, come i report realizzati dall’Istituto Superiore della Sanità,

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Nascita del Problema

Progetto dello studio

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Fase preparatoria

Sperimentazione

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Elaborazione dei risultati

Comunicazione

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img 092 | Attori processo. Gli attori individuati per il caso studio, suddivisi nelle diverse categorie sociali che hanno partecipato alla sperimentazione.

i paper scientifici apparsi sulle riviste di settore e le ordinanze ministeriali. Dall’altro lato ho analizzato anche quei documenti con minor valore formale, come il materiale informativo consultabile sul sito Internet della Fondazione Di Bella, ma comunque importanti per non avere un’idea parziale sulla questione. Per riuscire a districarmi in questo campo e per reperire tutte le informazioni necessarie, è stato di fondamentale importanza l’aiuto e la disponibilità di un esperto in materia, che mi ha chiarito ogni possibile fraintendimento e dubbio. Ulteriore supporto alla comprensione è stato l’utilizzo di semplici strumenti di rappresentazione, utili a evidenziare e a tener nota in maniera fruibile delle informazioni principali. L’obiettivo di questa fase di analisi è stato fondamentalmente rivolto alla definizione del processo specifico, individuandone gli attori coinvolti e le loro relazioni, le azioni, che a loro volta formano dei sotto-processi, e i flussi d’informazione da queste generati. Nel processo in studio ho definito diciannove attori, non solo propriamente scientifici, ma che hanno comunque partecipato in maniera attiva al suo sviluppo (Vedi img 093). Le azioni non sono compiute per forza da un singolo attore, ma possono essere eseguite da diversi soggetti, spesso provenienti da sfere diverse. Per quanto riguarda i flussi, tutti sono caratterizzati dalla presenza di documenti, indispensabili per archiviare le informazioni raccolte, per tenerne memoria e per renderle fruibili agli attori protagonisti delle fasi successive. In conclusione dell’analisi ho cercato di collocare questo particolare processo all’interno della tassonomia descritta nel sesto capitolo:

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Politica Parlamento italiano Ministero salute Scienza Istituto Superiore SanitĂ  Com. Revisione Internazionale Com. Etico Nazionale Comm. Oncologica Nazionale Luigi di Bella Gruppo coord. centrale per la sperimentazione della MDB Comitato Guida Istituti Sanitari Com. revisione end points Lab. Chimica del farmaco Economia Stab. chimico farmaceutico militare di F irenze Aziende farmaceutiche Media Riviste scientifiche Mezzi di informazione SocietĂ  Ass. pazienti pro MDB Cittadini coinvolti

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img 093 | Mappa preliminare. Diagramma di flusso utilizzato durante la fase di analisi per sintetizzare e tenere memoria delle informazioni raccolte e comprendere il funzionamento del processo affrontato.

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img 094 | Primi bozzetti dei pittogrammi. Prime rappresentazioni delle azioni di processo. img 095 | Primi bozzetti dei pittogrammi. Altri ragionamenti sulla rappresentazione delle azioni di processo..

”” Si tratta di un processo discreto, perché giunge a una conclusione ed è costituito da un numero finito di azioni. ”” È lineare, in quanto essendo già concluso, non ha alternative possibili. ”” È concorrente, poiché al suo interno diverse azioni sono avvenute contemporaneamente. ”” È un processo memory bound, perché esistono passaggi di informazioni da un’azione a un’altra successiva.

8.3. Le scelte progettuali. La scelta progettuale è stata indirizzata verso lo sviluppo di un inserto per una rivista di divulgazione scientifica, poiché ritengo che i lettori dei magazine siano già attivi e interessati alle tematiche scientifiche. Si tratta di un pubblico piuttosto generico che, anche se appassionato, non è particolarmente competente in materia scientifica. Proprio per questo nella scala della rappresentazione, da quella più schematica a quella più iconica, ho scelto una visualizzazione schematica che permette di comunicare in modo chiaro, mostrando il processo nel suo insieme. Allo stesso tempo ho ritenuto però opportuno aggiungere un elemento più iconico, inserendo nell’artefatto dei pittogrammi che da un lato catturano l’attenzione, ma soprattutto chiariscono il concetto, utilizzando

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figure retoriche e immagini tratte dalla vita quotidiana. Gli strumenti di comunicazione scelti sono due, che agiscono in sinergia tra di loro. Il ruolo principale è svolto da una mappa, che permette di fornire un’idea complessiva del processo analizzato, mostrando le azioni e le responsabilità degli attori. Per avere maggiori informazioni si possono poi consultare delle card, ognuna delle quali approfondisce il ruolo dei vari attori o fornisce maggiori dettagli sulle azioni, mostrando i punti critici e le divergenze createsi durante la sperimentazione. Obiettivo principale del progetto è individuare uno strumento efficace per comunicare in modo chiaro non solo i risultati di una sperimentazione, come succede attualmente, ma anche il processo che li ha determinati, mettendo in luce un’immagine trasparente e obiettiva del problema. In questo modo anche il cittadino si trova nella condizione di poter comprendere il funzionamento della scienza, al fine di crearsi un’opinione consapevole e autonoma, senza bisogno di dover far affidamento sul giudizio di esperti.

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img 096 | Studi sui pittogrammi. Diverse prove realizzate per determinare la scelta migliore di rappresentazione. Si è optato per un'immagine non troppo dettagliata e graficamente semplice. img 097 | Gli artefatti comunicativi. I prodotti comunicativi realizzati per spiegare al pubblico il processo sperimentale. Nelle pagine successive diversi particolari della mappa.

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8.4. Gli artefatti comunicativi e la loro grammatica. Per quanto riguarda la mappa, si è cercato di progettarla seguendo il più possibile dei criteri che permettano di rendere applicabile questo modello anche ad altri casi di ricerca scientifica, nei quali il pubblico è coinvolto in maniera più o meno diretta. La grammatica stessa non è stata costruita attorno al caso specifico, ma per essere il più possibile elastica ed esportabile anche ad altri studi simili. Per la struttura generale ho scelto di seguire il modello della Swim lane Map, nella quale per ogni azione viene mostrato l’attore, o gli attori, che l’hanno eseguita o che vi hanno partecipato. È infatti importante mostrare tutti gli attori coinvolti perché in questo modo si possono evidenziare le relative responsabilità. Gli attori sono stati raggruppati secondo le diverse sfere di appartenenza, a sottolineare il fatto che non sono solo soggetti propriamente scientifici a partecipare al processo, ma anche altri, proventi da ambiti differenti. Le categorie individuate sono: Politica, Scienza, In-

img 098 | Le carte gioco. Le carte sono state progettate per comunicare più nel dettaglio degli attori e delle azioni del processo. img 099 | Carta azione. Due esempi di carta azione. Attraverso le carte si possono avere informazioni più dettagliate sulle singole azioni del processo sperimentale.

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Come leggere la mappa. Fasi processuali: sono gli step in cui si divide il processo sperimentale. Azioni: ogni fase processuale è divisa in azioni compiute dagli attori che partecipano alla sperimentazione.

Attori: sono i protagonisti del processo e sono

divisi per categoria a seconda del loro ruolo sociale.

Flussi: sono gli scambi di informazioni, mate-

riali o monetari tra le azioni del processo, necessari per lo svolgimento della sperimentazione.

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~ Categoria ~


Azione 1

Azione 3

Attore 1 relazione di sistema

Azione 2

Attore 2 Azione 1

Azione 2 flusso informativo

Azione 3 flusso materiale

flusso monetario

Fase processo 2

Fase processo 2

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img 100 | Come leggere la mappa. Il cartiglio ripreso dalla mappa spiega in maniera chiara come potere leggerla e comprenderla. img 101 | Carte attore. Alcuni esempi di cate attore. Queste carte, suddivise per tipologia, mostrano nel dettaglio ogni attore che partecipa alla sperimentazione.

dustria, Media e Società civile. Gli attori così divisi sono distribuiti in ordine gerarchico dall’alto verso il basso, per evidenziare il maggiore potere decisionale concentrato nelle mani dei primi. A sinistra vengono poi mostrate le relazioni di sistema, ovvero quei legami ovvi, stabili e definiti tra più attori. Anche le azioni sono distinte nei vari step che caratterizzano il processo scientifico – nascita del problema, progetto dello studio, fase preparatoria, sperimentazione, elaborazione dei risultati, comunicazione – e a loro volta sono organizzate in sotto-processi, gruppi di azioni legate tra loro da uno stretto rapporto di causa-effetto. A ogni evento sono associati gli attori responsabili. In questo modo è così possibile mostrare quelli che hanno avuto più rilevanza nell’intero processo. Ogni azione considerata è rappresentata da un pittogramma esplicativo e da ciascuna possono entrare ed uscire diversi flussi di informazione o di materia, disposti rispettivamente a sinistra e a destra dell’azione. Ogni flusso è caratterizzato dalla produzione di un documento ufficiale, indispensabile per mantenere la memoria e potere così utilizzare l’informazione in uno step successivo. Oltre al processo, sulla mappa sono presenti degli elementi corollari, elementi aggiuntivi che servono a facilitare la comprensione del processo. Un esempio è il glossario, componente indispensabile per poter spiegare le parole di ambito tecnico utilizzate nella mappa.

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Altro esempio è la Timeline, che dà una dimensione temporale, collocando gli eventi negli anni precisi e permettendo così di capire il contesto in cui si è svolta la sperimentazione. Le card, come abbiamo detto prima, forniscono maggiori dettagli sugli attori e sulle azioni da essi compiute. Sono infatti divise in due mazzi – carte attore e carte azione. A loro volta entrambi sono divisi in diverse serie; per quanto riguarda le carte attore, a seconda della sfera di appartenenza, mentre per le carte azione, in base alle fasi del processo. In particolare ogni carta attore mette in luce le azioni in cui il soggetto è partecipe, il suo livello di importanza e i relativi approfondimenti, rimandando l’utente a dei passaggi specifici, contenuti nella documentazione ufficiale, dove è possibile trovare maggiori informazioni a riguardo. Allo stesso modo anche ogni carta azione mostra gli attori coinvolti e gli approfondimenti. In più però vengono mostrati i diversi punti di vista, per evidenziare la differenza di opinioni tra i vari attori, definendo un diverso grado di controversia. Strumenti di questo genere, possono essere indirizzati a due target differenti e utilizzati per risolvere diversi problemi di comunicazione che si verificano solitamente durante il processo scientifico. Nella fase iniziale, possono essere utilizzati per comunicare a quei cittadini che parteciperanno attivamente nella sperimentazione, permettendo loro di rendersi conto del loro ruolo e di farsi un’idea precisa della complessità del progetto al quale parteciperanno. Questo permette così di rendere trasparente l’intero sistema, in modo che i pazienti coinvolti siano più consapevoli, evitando così la nascita di sospetti o incomprensioni che potrebbero generare accesi dibattiti. Nella fase conclusiva della comunicazione, come già approfondito, questi strumenti sono utili per comunicare, oltre ai risultati, l’intero processo a un pubblico più generico.

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Conclusioni 9.1. Considerazioni finali. Come per la realizzazione di qualsiasi rappresentazione visiva, anche nella visualizzazione di processi scientifici possiamo distinguere due fasi distinte: quella della comprensione, in cui si entra in contatto con la realtà da analizzare, e quella successiva, più strettamente progettuale, legata alla sintesi dei contenuti e alla trasmissione della conoscenza. Nel primo step – definito “See” da Francesco Zurlo nell’estratto “Della relazione tra design e strategia”, riferendosi alla capacità osservativa che ogni designer deve sviluppare (Zurlo, 2004) – si possono incontrare diverse problematiche. I primi ostacoli sono certamente dovuti alle barriere d’ingresso innalzate attorno al campo scientifico, come la difficile reperibilità delle informazioni, spesso neppure consultabili da un utente comune. La documentazione scientifica è infatti archiviata all’interno di database solitamente consultabili solo da specialisti. Nel caso in cui un “audace” cittadino dovesse riuscire a reperire il materiale cercato, i problemi non sono certo ancora terminati: a questo punto, per potersi fare una chiara idea dell’argomento, dovrà infatti affrontare una voluminosa quantità di paper, report, abstract e summary, per di più scritti in un linguaggio tecnico e, nella maggior parte dei casi, in inglese. È chiaro che qualsiasi utente abbandonerà presto l’impresa, completamente scoraggiato. Un altro problema che si può incontrare è la difficoltà a ricostruire la struttura e le relazioni dell’intero sistema e individuare il ruolo e le responsabilità di tutti gli attori coinvolti. Questo è dovuto al fatto che la

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scienza è diventata sempre più grande e complessa; il singolo ricercatore, per realizzare degli studi rilevanti, non può più lavorare da solo, ma deve entrare in sinergia con altri ricercatori specializzati in diversi ambiti e con attori provenienti da campi non propriamente scientifici, come ad esempio l’industria o la politica, per reperire i fondi necessari a condurre la sperimentazione. È chiaro che mappare il processo di un simile sistema è molto più difficile. A questi ostacoli si aggiunge poi il fatto che molte conoscenze rimangono implicite: gli autori dei testi scientifici tralasciano spesso numerose informazioni che fanno parte della loro pratica quotidiana; queste, essendo per loro scontate, non sono ritenute importanti al fine di comunicare il processo ai colleghi. Al contrario, quando questi documenti vengono analizzati da una persona non competente, la mancanza di queste informazioni rende ancora più a il processo ardua la comprensione del processo sperimentale. Per il progettista può essere per questo d’aiuto trovare un esperto del settore che faciliti la reperibilità delle informazioni necessarie e sia disponibile, nelle fasi di analisi e di progetto, a chiarire ogni possibile dubbio e a colmare le lacune di conoscenza circa la materia in studio. Altro aiuto può essere trovato nell’utilizzo di strumenti di rappresentazione per l’analisi e la schematizzazione – come le mind map – per superare la barriera creata dall’enorme quantità di documenti da consultare, per evidenziare le relazioni tra gli attori del sistema e per poter avere sempre sotto mano in maniera schematica un’immagine complessiva dell’intero processo da aggiornare ogni volta con le nuove informazioni raccolte. Nel secondo step della visualizzazione del processo – definito “Show” da Zurlo, riferendosi alla capacità di visualizzare l’informazione – si trasmette al pubblico con un linguaggio più comprensibile la conoscenza appresa durante la fase di analisi. Uno dei primi ostacoli che ci si trova ad affrontare è quello relativo alla traduzione. Infatti, come nel passaggio da una lingua all’altra la difficoltà

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maggiore sta nel riuscire a mantenere il concetto originale senza reinterpretarlo eccessivamente, rischiando quindi di stravolgerne il significato, così anche nel rappresentare visivamente un concetto è possibile incorrere in questo rischio. Inoltre nel momento in cui bisogna visualizzare un sistema di informazioni ci si trova davanti all’impossibilità di rappresentare l’intero sistema. Borges riprende un’antica leggenda cinese e racconta di come i cartografi dell’Imperatore, ossessionati dal desiderio di produrre una mappa quanto più precisa e dettagliata possibile, finirono col disegnarne una così perfetta da coprire l’intero impero…insomma, una mappa impeccabile ma, sfortunatamente, del tutto inutile ( J. L. Borges, 1960). Qualsiasi sia la rappresentazione scelta, sarà quindi sempre sicuramente diversa dall’originale e dovrà per forza essere più sintetica. Nel momento in cui bisogna fare una visualizzazione bisogna compiere una selezione e bisogna individuare la grana migliore da utilizzare: si esprime perciò un punto di vista personale. Questo comporta che la visualizzazione non potrà mai essere completamente oggettiva, ma rispecchierà per forza in un certo grado la visione del progettista. Altro problema da affrontare è quello dell’affordance: la rappresentazione deve riuscire a coniugare la trasmissione di contenuti importanti e non certo sempre di facile comprensione con una forma estetica in grado di attirare l’attenzione del pubblico, senza però eccedere e restare pura apparenza. Un’ultima difficoltà deriva dal fatto che la divulgazione scientifica, a parte rari casi come ad esempio quella rivolta solo ai più piccoli, deve essere indirizzata a un pubblico il più generico possibile e deve per questo utilizzare un linguaggio che cerchi di abbattere ogni barriera di comprensione. Per tutti questi motivi è importante scegliere un linguaggio visivo immediato ed efficace che utilizzi immagini tratte dalla quotidianità e figure retoriche che facilitino la comprensione del messaggio. Il segno grafico, la tecnica di mappatura, la tipologia dei pittogrammi

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e il layout, il grado di approssimazione della rappresentazione sono indicatori importanti per la lettura e l’interpretazione della mappa (Scagnetti et al., 2007). Nel progettare la visualizzazione di un processo è essenziale scegliere il corretto grado di astrazione da utilizzare, in base al target che si vuole raggiungere: se il pubblico a cui si rivolge la comunicazione non è competente sulla materia in analisi, sarà utile indirizzare il segno grafico verso un grado di iconicità più elevato. Al contrario, si potrà optare per un linguaggio più schematico. Per permettere che il processo venga compreso effettivamente è bene scegliere una grammatica che rimanga coerente e che si mantenga costante in ogni parte del progetto, per evitare ogni possibile fraintendimento. La sintassi utilizzata deve essere quindi corretta: in ogni linguaggio l’errore impedisce infatti la comprensione dei concetti. È infine importante dare una visione del processo nel suo insieme, permettendo così al pubblico di comprendere in generale come questo sia strutturato, ma anche una visione particolare, grazie alla quale si possano approfondire i singoli elementi del sistema.

9.2. Sviluppi futuri. Nell’affrontare questo progetto ho effettuato ogni scelta in base alle osservazioni personali raccolte durante l’analisi dei casi studio compiuta all’inizio di questo percorso e presentata nello specifico nel quarto capitolo e agli insegnamenti degli esperti che hanno affrontato le tematiche legate alla rappresentazione e alla visualizzazione della conoscenza, sia in campo propriamente scientifico, sia in ambiti simili, come il business management o l’information design.

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Secondo il metodo scientifico un esperimento non può essere considerato valido senza un’adeguata verifica. Per questo, immaginando i possibili sviluppi del progetto, la prima cosa da attuare è sicuramente quella di testare l’effettivo funzionamento della proposta presentata, che per il momento è fondata solamente su principi teorici. Nella fase di verifica sarà opportuno valutare in primo luogo che il messaggio venga compreso correttamente dal pubblico e che quest’ultimo ritenga l’artefatto uno strumento utile per la chiarificazione di concetti complessi, permettendo così di giungere a una presa di posizione più consapevole. Inoltre sarà necessario verificare che lo strumento possa essere effettivamente rivolto a un pubblico generico. In caso contrario le possibilità sono due: da un lato si può cercare di capire quali siano i limiti del linguaggio utilizzato e dove si trovino le maggiori difficoltà di comprensione, cercando così di apportare i dovuti miglioramenti; dall’altro, nel caso in cui ci si renda conto che comunicare a un pubblico generico è impossibile, bisognerà definire un nuovo target più specifico e più adatto a questo strumento. La mappa di processo e le carte sono state pensate per essere distribuite come l’inserto di un magazine di divulgazione scientifica. Sono state quindi prese in considerazione solo le potenzialità del supporto cartaceo. Un interessante sviluppo potrebbe essere quello di studiare come cambia l’approccio alla visualizzazione del processo negli altri mezzi della comunicazione pubblica, che aggiungono al messaggio nuove possibilità comunicative. Nel video, per esempio, viene aggiunto l’elemento del tempo: grazie a questo è possibile per il progettista non lavorare solamente ad un’“istantanea”, in cui è più difficile mostrare l’evoluzione del processo. Nel video è possibile aggiungere anche una chiave narrativa, che permette un maggiore coinvolgimento dello spettatore e facilita la comprensione del messaggio. Un’altra strada da perseguire è quella dell’interattività, che permette una maggiore partecipazione del pubblico. Tipici esempi sono le installazioni di festival e musei, importanti in quanto costituiscono uno dei pochi mo-

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menti in cui la scienza e i suoi protagonisti hanno l’occasione di entrare in contatto diretto con la società, senza bisogno di intermediari come giornalisti o conduttori televisivi. La scienza è una costruzione collettiva, costituita dai contributi di ogni singolo ricercatore. Per questo mi auguro vivamente di aver aggiunto con questa tesi il mio piccolo contributo, consapevole del fatto che la scienza è un campo in cui il design della comunicazione può portare ancora il proprio aiuto per migliorare i rapporti tra scienza e società.

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Ringraziamenti Un ringraziamento generale a tutta la Politeca. Un grazie a Donato per avermi indirizzato nella ricerca, ma anche a Gaia e a Francesca per aver ascoltato mille dubbi e avermi consigliato. A Mauro e a Michele per avermi sopportato per tutti questi anni passati assieme al Poli, a Daniele (detto il Fadda), Daniele (il Guido) e a Luca. Non potrò mai finire di ringraziare Andrea, che non si rifiuta mai di dare una mano a un amico e a Orsetta.

Un grazie anche a Sara che ha sopportato senza lamentarsi le mie agitazioni e i miei cattivi umori e mi ha aiutato a capir meglio il campo medico. Un grazie a Laura, la sorella migliore che potessi desiderare, e ai miei genitori, che mi hanno sempre aiutato a superare i momenti di difficoltĂ .

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La scienza è nuda, esperimenti di comunicazione nell'era della scienza post-accademica