Periodico di informazione dell’A lto Vicentino
anno XI n. 97 - febbraio 2022
Schio: Due mesi di bidoni del secco, primi esempi di usi e abusi - p.10 ◆ Nel segno di Cucovaz - p.22 Thiene: Il centro commerciale al tempo del Tosano - p.6 ◆ Quei sassolini dipinti per un sorriso - p.18
Sono gli anni di Sofia e di Giovanni
Sono questi oggi i nomi di battesimo più scelti dai neogenitori scledensi per i propri figli. Anche dai nomi che seguono in classifica sembra dunque consolidarsi la tendenza a un ritorno a nomi più consolidati rispetto a certi voli pindarici del passato.
Hanno mollato tutto e sono partiti in camper per il mondo
È iniziata ormai da quattro mesi l’avventura di Gabriele Crivellaro e Natalia Saleh, una coppia di 35 e 27 anni che ha lasciato tutto ed è partita da Lugo in camper alla ricerca del proprio posto nel mondo. Sono in viaggio da 4 mesi.
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Di mese in mese
Schio-Vicenza, che sia la volta buona?
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Stefano Tomasoni
iornali e tivù locali hanno dato notizia, nei giorni scorsi, di un progetto presentato dall’Associazione Industriali per superare il passaggio a livello dell’Anconetta, alle porte di Vicenza, e risolvere così un “nodo” che strozza da decenni la viabilità locale e provoca disagi continui al traffico della città. In parole povere, l’idea è di realizzare un sovrapasso che superi i binari del treno e si colleghi alla rete stradale con una bretellina “a cappio”. A prima vista potrebbe sembrare che questa cosa riguardi appunto Vicenza e che a noi, qui nell’Alto Vicentino, interessi poco o niente. E invece no. Questa è una cosa che può apparire di poco conto, ma che in realtà potrebbe avere una ricaduta mica da poco anche per Schio e per Thiene. Proprio la bretellina e il viadotto dell’Anconetta po-
SchioThieneMese
Periodico di informazione dell’Alto Vicentino
Supplemento mensile di
Lira&Lira e La Piazza Direttore Stefano Tomasoni Redazione Elia Cucovaz Omar Dal Maso Mirella Dal Zotto Camilla Mantella Grafica e impaginazione Alessandro Berno Per inviare testi e foto: schiothienemese@gmail.com Per le inserzioni pubblicitarie Pubblistudio tel. 0445 575688
trebbero diventare l’innesco che mette finalmente in moto la trasformazione della vecchia e bistrattata linea Schio-Vicenza (o Vicenza-Schio, dipende da dove la si guarda) in quella “metropolitana di superficie” di cui si favoleggia da almeno dieci anni. Molti ricorderanno quando, appunto più di dieci anni fa, si cominciò a parlare – a partire da un convegno al Lanificio Conte promosso da Gigi Copiello, sindacalista di lungo corso - della formula “30-30-30”, che voleva dire puntare a una linea ferroviaria moderna ed elettrificata, che vedesse partire un treno ogni trenta minuti e impiegasse trenta minuti per fare i circa trenta chilometri della tratta. Da allora quella che poteva sembrare una pura suggestione e un sogno destinato a infrangersi di fronte alla progressiva marginalizzazione delle piccole tratte ferroviarie italiche, in realtà è sempre rimasta un’ipotesi in pista, e adesso potrebbe perfino ricevere una spinta decisiva. Perché il tempo ha fatto maturare il tema della mobilità sostenibile e quindi ha rivalutato il trasporto su rotaia, perché ci sono le risorse del Pnrr che potrebbero servire allo scopo, e infine perché adesso è aumentato il peso specifico dei soggetti che hanno preso a spingere in questa direzione ed è aumentata la convinzione con cui spingono. Il fatto che il progetto dell’Anconetta sia portato avanti da Confindustria e che sia guardato con attenzione dal Comune di Vicenza mette sul piatto due nuovi “player” che possono giocare carte importanti dal punto di vista istituzionale, politico ed economico nei confronti della Regione, che alla fin fine è quella che decide. In definitiva, dall’eliminazione del passaggio a livello dlel’Anconetta può partire un percorso molto più ambizioso: sciogliere quel nodo viario alle porte del capoluogo può portare a sciogliere uno dopo l’altro tutti gli altri nodi che avviluppano da decenni il futuro della Schio-Vicenza. “Questa tratta è lo strumento per collegare il territorio provinciale altamente industrialzizato con le altre città mdetropolitane – ha detto la presidente degli Industriali vicentini, Laura Dalla Vecchia -. Per farlo
è necessario adeguare la linea, eliminare i 27 passaggi a livello che la attraversano e renderla efficiente arrivando ad avere un numero maggiore di treni e una sensibile riduzione dei tempi di percorrenza. A quel punto potremmo attuare la prima metropolitana di superficie del nostro territorio”. Che vorrebbe dire realizzare la formula del “30-30-30” che dieci anni fa sembrava magica e che invece potrebbe anche essere realistica.Addirittura facendo scendere sotto i trenta i minuti di percorrenza da Schio a Vicenza. E qui arriviamo più nello specifico al “nodo” viabilistico che anche Schio si ritrova da lungo tempo sul gobbone, quasi gemello a quello di Anconetta: il passaggio a livello di via dell’Industria, in zona Cementi, per l’eliminazione del quale la Regione ha previsto una spesa di 6 milioni di euro. Da molti anni ormai è l’unico passaggio a livello rimasto in territorio scledense, ma non c’è dubbio che sia una scocciatura, visto che ferma il traffico per una buona manciata di minuti due volte all’ora: quando il treno parte da Schio e quando arriva da Vicenza. Le sbarre, pare per motivi di sicurezza, si abbassano un’eternità prima che il treno compaia all’orizzonte e i tempi di questa procedura si scaricano sulla viabilità, producendo schiere di automobilisti rassegnati a piantare le tende e tirar fuori le sdraio. Qualche tempo fa il Comune è sembrato sul punto di pensare a un referendum che desse ai cittadini la scelta tra tre opzioni risolutive: un sottopasso, un sovrapasso o lo spostamento della stazione dei treni ai Cementi, prima del passaggio a livello. A smuovere le acque è poi arrivata, un annetto fa, una proposta progettuale concreta realizzata da due ingegneri, Gianpietro Morandini e Alberto Baccega, presentata in occasione di un incontro del Partito democratico. In estrema sintesi, anche in questo caso si tratterebbe di costruire un sovrapasso, ma mentre all’Anconetta sarebbe la strada a passare sopra la ferrovia, qui da noi sarebbe la ferrovia a passare sopra la strada. E quindi sarebbe ovviamente un’opera più semplice: niente curve o bretelline, ma un “ponte” dritto per far passare il treno, intervenendo su terreni incolti sia prima di viale dell’Industria sia dopo, scendendo ai Cementi. Vista sui rendering – lo abbiamo già scritto - l’opera appare effettivamente una soluzione fattibile, e lo stesso sindaco Orsi a suo tempo ha espresso interesse per approfondirne la realizzabilità. Di certo, nostro avviso, è una soluzione preferibile all’idea di spostare la stazione in zona Cementi, perché fermare i binari due chilometri fuori dal centro vorrebbe
Di mese in mese dire darsi la zappa sui piedi per il futuro. Soprattutto se davvero cresceranno le prospettive di realizzare la metropolitana di superficie. A quel punto avere i treni che arrivano in centro diventerà ancora più importante di oggi. La fermata ai Cementi un suo senso pratico lo avrebbe pure: considerato che la stragrande maggioranza di chi arriva in treno a Schio prende poi l’auto per uscire dalla città e tornarsene a casa nei dintorni, anticipare la stazione toglierebbe traffico dal nodo di via Baccarini. Ma l’impressione è che questo vantaggio porterebbe con sé una serie di svantaggi duraturi e definitivi. Una città che vuole contare di più in futuro e cercare di essere polo attrattivo per un territorio più ampio non deve rinunciare a un punto di riferimento e a un simbolo di centralità come può essere (o diventare) una stazione, per quanto piccola. Piuttosto converrebbe lavorare fin d’ora a un progetto che consenta di avere da qui a 5 anni una stazione più presidiata, più sicura, più frequentata e più inserita nel contesto cittadino. Nel frattempo, Schio e Thiene farebbero bene a tifare per il progetto di Anconetta. ◆
Lo Schiocco Uschita? Questo segnale di cantiere, all’incrocio tra via Maraschin e via Cardatori a Schio, lascia aperte tre possibili interpretazioni: 1) un eccesso di ignoranza della lingua italiana, 2) un eccesso di amore per Schio fino al punto da inserire l’acca in qualsiasi sequenza di lettere “s-c-i”, 3) un eccesso di disattenzione e di disinteresse di chi ha scritto il cartello e di chi l’ha poi posizionato. La prima ipotesi è francamente inverosimile, la seconda esagerata anche per il più acceso dei campanilisti. Propendiamo dunque per la terza ipotesi. A meno che qualcuno se ne sia accorto, abbia pensato al da farsi e poi abbia deciso: “Vabbè, laschiamolo così”. [S.T.]
[4] ◆ Schio Copertina Se da un lato i nomi che in questi ultimi anni sono più scelti per i figli hanno una storia spesso radicata nei secoli, dall’altro è anche vero che in buona parte non sono nomi che andavano di moda al tempo dei genitori o dei nonni. Quelli di oggi sono nomi ricchi anch’essi di passato, ma in buona parte alternativi a quelli delle generazioni precedenti.
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Stefano Tomasoni
ofia e Giovanni. Sono questi oggi i nomi di battesimo più scelti dai neogenitori scledensi per i propri figli. Negli ultimi cinque anni, dal 2017 al 2021, l’anagrafe comunale – che ci ha fornito i dati - ha registrato e 22 iscrizioni di neonate con il nome della Loren o, se si vuole essere più attuali e sportivi, della sciatrice Goggia, e 21 neonati ai quali è stato dato il nome dell’apostolo evangelista. Per la precisione si sono registrate 4 Sofia nel 2017, altre 2 l’anno dopo, di nuovo 4 nel 2019, ancora 2 nel 2020 per volare di punto in bianco addirittura al record di 10 nell’anno da poco trascorso. Per Giovanni, invece, il trend è stato di 4 neonati nel 2017, ben 7 nel 2018, altri 6 nel 2019, soltanto 1 nel 2020 e 3 lo scorso anno. Tra le femmine, dopo Sofia troviamo Aurora e Emma con 15 nate, Matilde con 14, Beatrice, Giorgia e Vittoria con 12 a testa, Camilla e Irene con 9, e poi ancora quattro ex aequo con Alice, Eleonora, Ginevra e Giulia a quota 8. Tra i maschi, dietro Giovanni si classificano nella “top ten” del quinquennio Edoardo e Matteo con 16 casi ciascuno, Leonardo con 15, Mattia e Alessandro con 14, Francesco e Riccardo con 13, Tommaso con 12 e Lorenzo con 11.
La rivincita della tradizione Sembra dunque confermata – s’intende all’interno delle famiglie di nazionalità italiana - una tendenza che girava nell’aria
Sono gli anni di Sofia e di Giovanni Sono questi oggi i nomi di battesimo più scelti dai neogenitori scledensi per i propri figli. Anche dai nomi che seguono in classifica sembra dunque consolidarsi la tendenza a un ritorno all’uso di nomi della tradizione familiare, o comunque di nomi più consolidati rispetto a certi voli pindarici del passato.
già da un po’ di tempo, quella di un ritorno all’uso di nomi della tradizione familiare, o comunque di nomi più consolidati rispetto a certi voli pindarici del passato. Chissà, forse è il segnale che si è esaurito il periodo dell’eccentricità e della fascinazione per i nomi stranieri, perlopiù anglosassoni, peraltro spesso e volentieri storpiati e personalizzati “a orecchio”, una tendenza che ha avuto il suo picco tra gli anni Ottanta e il passaggio di secolo, producendo una ge-
nerazione di trenta-quarantenni dai nomi improbabili, impossibilitati tra l’altro ad avere un proprio onomastico. Sia come sia, di fatto entrambe le “top ten” ultimamente abbondano di nomi di battesimo che attraversano le generazioni. A partire da Giovanni, che risulta il nome scledense più “storico”, visto che lo si ritrova nei primi posti della classifica per gran parte del secolo scorso. Tra i maschi i due nomi oggi più nuovi so-
I dieci nomi di battesimo più diffusi a Schio dal 2017 al 2021 Maschi GIOVANNI EDOARDO MATTEO LEONARDO MATTIA ALESSANDRO FRANCESCO RICCARDO
2017 4 3 6 2 1 2 5 2
2018 7 5 5 5 4 4 3 3 5
TOMMASO LORENZO
Femmine SOFIA AURORA EMMA MATILDE BEATRICE GIORGIA VITTORIA CAMILLA IRENE ALICE
1 2017 4 2 2 2 2 4 2 1 2 1
2019 6 2 6 1 1 2 1 1 4
2018 2 4 4 2 2 2 2 2 3
2019 4 6 3 6 2 2 6 1 2
2020 1 4 2 3 5 4 3 5 2 1 2020 2 2 4 1 1 2 3 2 3 1
2021 3 2 2 4 2 2 2 3 4 2021 10 1 2 3 5 2 1 4 1 1
Totale 21 16 16 15 14 14 13 13 12 11 Totale 22 15 15 14 12 12 12 9 9 8
Schio ◆ [5] no Matteo e Mattia, che hanno preso piede in questi ultimi vent’anni e prima erano decisamente più sporadici. Mattia in particolare è decisamente un nome da Generazione Zeta, di cui si trovano solo alcune tracce in passato. Sorprende un po’ il forte ritorno di fiamma del “leader” della classifica di questi ultimi cinque anni, Giovanni, nome che sta vivendo effettivamente una fase di ritrovata vitalità dopo essere stato messo in seconda fila per qualche buon decennio. E la tendenza al ritorno a una certa “classicità onomastica” prosegue anche nella seconda decina dei nomi più scelti nell’arco di tempo che abbiamo preso in esame, visto che tra i maschi si trovano Pietro, Andrea, Federico, Filippo, Martino, Ettore e via così, mentre tra le femmine dopo il decimo posto si prosegue con Eleonora, Ginevra, Giulia, Adele, Bianca, Margherita, Rebecca e avanti ancora. Tra i fiocchi rosa davvero non si trova più un nome bizzarro nemmeno a cercarlo col lanternino, a tutto vantaggio di chi i nomi deve poi portarseli per tutta la vita.
Ma non è un ritorno al passato Attenzione, però, a non pensare che si tratti di un puro e semplice ritorno al passato. Perché se da un lato i nomi che in questi ultimi anni sono più scelti dalle coppie scledensi hanno una storia che spesso è radicata nei secoli, dall’altro è anche vero che in buona parte non sono i nomi che andavano di moda al tempo dei genitori,
dei nonni o dei bisnonni. Quelli di oggi sono sì nomi ricchi anch’essi di tradizione, ma in buona parte sono alternativi a quelli delle generazioni precedenti. Tra i maschi scledensi, ad esempio, nel Novecento era difficile trovare degli Edoardo, dei Leonardo, dei Riccardo, dei Tommaso o dei Lorenzo. Per verificare quali erano i nomi maschili più diffusi in città nel secolo scorso torna utile la consultazione di un articolo analogo a questo che chi scrive pubblicò ormai 33 anni fa sul mensile “Schio”: si vede, così, che i nomi più usati dall’ultimo dopoguerra a fine anni Ottanta erano Andrea, Roberto, Marco, Paolo, Stefano, Luca e Giuseppe. Tutti nomi – a parte Andrea che come s’è visto negli ultimi cinque anni si assesta al 12° posto – che oggi sono finiti nelle retrovie: Marco è al 23° posto, Luca al 27°, Paolo al 34° e gli altri non appaiono nemmeno tra i primi cinquanta. La stessa cosa vale anche per le femmine. Nella seconda metà del secolo scorso i numeri più alti li facevano Paola, Laura, Daniela, Anna. Nomi anche in questo caso che da almeno venti-trent’anni vengono scelti molto poco. Anche per i fiocchi rosa la tendenza da qualche tempo è quella di recuperare sì il gusto per la tradizione, ma in modo del tutto diverso dalle generazioni precedente, andando cioè ad attingere a un serbatoio di nomi che si rifanno piuttosto a una certa tradizione alto borghese o apertamente aristocratico-dinastica (Sofia, Matilde, Beatrice, Vittoria) o per altri versi fiabesca (Aurora, Alice).
Dalla Vecchia è il cognome numero uno È Dalla Vecchia il cognome più diffuso a Schio. Ce ne sono 368. Primato indiscusso e imbattibile da qui quantomeno al prossimo secolo, a meno di un’improvvisa emigrazione di massa di famiglie Dalla Vecchia. Il secondo cognome in classifica è infatti distantissimo, a quota 220, ed è Santacatterina (con due t). Sul terzo gradino del podio sale il cognome Filippi con 199 presenze. A seguire ci sono poi Zanella e Ruaro, Dalla Costa e Bonato, con Sella, Marchioro e Sartori a completare la “top ten”. Ecco qui di seguito l’elenco de primi trenta cognomi più presenti all’Anagrafe comunale. DALLA VECCHIA SANTACATTERINA FILIPPI ZANELLA RUARO DALLA COSTA BONATO SELLA MARCHIORO SARTORI FONTANA GROTTO TRENTIN SCORTEGAGNA FACCI
368 220 199 185 182 170 168 168 154 147 136 136 131 130 128
ROSSI COSTA PIETRIBIASI ZANROSSO SMIDERLE ZALTRON TOMASI ZAMBON FABRIS CALGARO DALL’ALBA REGHELLIN CAVION DALLA RIVA RIGHELE
127 126 126 125 123 123 120 119 118 115 115 115 114 109 107
Copertina È la società che cambia I nomi, insomma, cambiano con le generazioni, procedendo a ondate che forse hanno a che fare anche con l’evoluzione della società, con l’imporsi di determinati fenomeni mediatici e divistici. A ben vedere, in effetti, la generazione che ha messo ai figli nomi complicati, strani o stranieri, è quella che ha procreato negli anni Ottanta-Novanta e che ha vissuto la sua giovinezza e la sua formazione in un’epoca di radicale trasformazione di usi, costumi e mestieri: l’epoca in cui si è passati dall’Italia contadina delle famiglie allargate – dove era prassi dare ai figli i nomi dei nonni – all’Italia industriale e urbana, del boom economico e delle famiglie ristrette, con la regola della “staffetta onomastica” tra generazioni che ha lasciato il posto a una maggiore (e più che comprensibile) voglia di originalità e di creatività. La bibbia non fa più testo Se poi si risale ancora più indietro e si guarda ai nomi più usati nella prima metà del secolo scorso, si nota un’ulteriore differenza, ovviamente non soltanto rispetto a oggi ma anche tra primo e secondo Novecento. Tra il 1900 e il 1945 si usava dare ai neonati nomi che oggi sono in buona parte scomparsi del tutto dall’orizzonte. Tra i maschi vale per Giuseppe, che oggi è sentito come un nome vetusto e che invece all’epoca occupava stabilmente il primo posto. E vale anche per Antonio o Luigi o Mario. Tra i nomi che furoreggiavano cent’anni fa oggi resiste soltanto Pietro, che si mantiene in buona posizione di classifica, subito a ridosso della “top ten”. Tra le femmine la prima metà del Novecento vedeva ai primi posti nomi come Maria (primo posto incontrastato), Teresa, Lucia, Rosa, Catterina (con due t), Annamaria. Nomi anche in questo caso che da decenni vengono dati ormai di rado alle neonate. Dunque cent’anni fa i primi due nomi in assoluto a Schio erano proprio Maria e Giuseppe, ovvero la vera “coppia più bella del mondo”, oggi diventati più rari di una pepita d’oro sul Leogra. Anche questo può essere interpretato come un piccolo segnale di una società secolarizzata che ha di molto allentato i suoi riferimenti religiosi. E però c’è chi tiene duro, dall’alto della classifica più recente dei nomi maschili. Giovanni, appunto. Un sempreverde. ◆
[6] ◆ Thiene Attualità
A
Omar Dal Maso
ormai tre mesi dall’apertura della filiale di IperTosano all’interno del Centro Commerciale Thiene si può stilare un primo mini-bilancio della situazione, per bocca degli stessi negozianti impiegati nelle oltre 40 attività della galleria. Con ormai lontane le immagini quasi spettrali degli scaffali vuoti e dei pannelli a oscurare i lavori in corso nel spazio vendita da 7 mila metri quadrati, tra luglio e novembre, il ritrovo commerciale per la spesa e lo shopping di Thiene è tornato a nuova vita. O meglio, per tanti, a quella precedente. Per qualcuno (pochi in realtà) addirittura “in meglio” con surplus di affari facendo il confronto al 2021, prima della fine corsa del Carrefour (ma occhio all’incidenza del fattore Covid nelle analisi “a caldo”). Per altri la sospirata ripresa arranca ancora mentre c’è chi sta assistendo a una diversificazione della clientela e rimanda al futuro valutazioni più precise. A distanza di tre mesi ormai da giovedì 18 novembre 2021, giorno dell’inaugurazione – senza cerimoniali visto il periodo – dell’era IperTosano dopo quella, in ordine di tempo, dei marchi spagnoli e francesi Continente e Carrefour, i giudizi rimangono sospesi. Sia da parte di chi lavora in negozi con presenza ultra ventennale in galleria – basti citare Dal Maso Abbigliamento o Cisalfa Sport praticamente nati insieme al Centro, o Game Stop per i giochi da console attivo da 16 anni – sia per le new entry degli ultimi tempi, come la Libreria Giunti o il Barber Shop Little Italy. Da ricordare poi come parte consistente del personale del supermercato è stata “incorporata” dalla nuova gestione, salvo chi ha preferito prendere altre strade. Una cinquantina, invece, i nuovi assunti nei vari reparti. Girovagando per i punti vendita, lo scambio informale di opinioni con commessi e responsabili contribuisce a tracciare lo scenario attuale, ben diverso da quello descritto a fine estate con l’insegna “work in progress” che campeggiava all’interno.
Il centro commerciale al tempo del Tosano Un breve viaggio tra le vetrine della galleria del centro commerciale ex Carrefour consente di tastare il “polso” dopo la riapertura del supermercato con il nuovo marchio.
“Dopo il boom dei primi giorni di apertura, ora possiamo dire che l’afflusso di persone è tornato ai livelli del passato, almeno nelle ultime settimane – confida un commerciante -. Nei mesi di chiusura dell’ipermercato abbiamo tenuto soltanto grazie alla clientela affezionata, ora si cominciano a vedere facce nuove e si sta lavorando bene”. Sulla stessa linea un collega che gestisce un punto vendita di tutt’altro tipo e target: “Credo sia prematuro fare confronti, ma il trend è positivo rispetto all’autunno, complici le festività natalizie che portano sempre maggior movimento di gente. Soprattutto al sabato”. Trapela un cauto ottimismo in generale, ma non manca chi ad oggi mastica ancora amaro. “Vorrei poter dire che va tutto bene, ma non è così – è il commento di un responsabile dietro al bancone -, spero di smentirmi più avanti. La tipologia di clientela che si recava a fare la spesa al Carrefour è diversa da chi fa la spesa al Tosano, più improntato sui prodotti del food, e questo si riflette sul volume di affari dei negozi di galleria. Mi spiego meglio, si vede tanta gente uscire con il carrello della spesa colmo di alimentari e con la fretta di tornare subito a casa, con meno interesse perle vetrine della galleria”. Tra piatti serviti, attività per la cura del corpo, abbigliamento e servizi vari, come gli artigiani calzolai e duplicazione chiavi
- altra attività storica che resiste ai tempi moderni -, nei nogizi si notano parecchi giovani addetti.Tanti, fra loro, con gentilezza declinano l’invito a dire la loro, chi perché arrivato da poco a Thiene e chi perché è tenuto non rilasciare dichiarazioni in rispetto a regolamenti interni. “La clientela è vero che è diversa e magari deve prendere un po’ di confidenza – afferma uno di questi - ma sono convinto che a forza di vederci e passarci davanti prima o poi si fermerà, è la nostra forma di pubblicità”. C’è chi con spirito critico porta la propria analisi al di fuori dei padiglioni del Centro Commerciale. “Sicuramente si è recuperato terreno e sono concorde nel dire che si è tornati ai livelli di un anno fa – spiega un commesso di lungo corso – ma se il metro di confronto si fissa a prima della pandemia c’è ancora strada da fare. Vanno messe in conto le limitazioni sanitarie che condizionano l’organizzazione degli eventi nei week end, la poca voglia della gente di uscire di casa e non ultima la concorrenza di tanti supermercati aperti come funghi a Thiene e nei comuni limitrofi. Solo quando l’incubo Covid sarà finalmente un ricordo potremo fare bilanci più obiettivi, ma dalla nostra c’è la forza che deriva dall’aver tenuto duro, noi come altre categoria di lavoratori. E questo ci deve dare speranza”. ◆
[8] ◆ Schio Attualità Sversare scarti e inerti “xo in Giòlgara” è pratica assai disdicevole. Farlo appena di là della staccionata di via Lungo Leogra, considerandola come elemento di confine tra uno spazio comune da rispettare e uno spazio di nessuno di cui fregarsene, lo è altrettanto.
A
Stefano Tomasoni
nche una banale staccionata può servire a comprendere qualcosa della psicologia umana. Con il suo segnare un “di qua” e un “di là” da qualcosa, può servire a capire come la mente umana viva di linee di demarcazione, di separazioni. Fisiche, ma anche psicologiche. Del resto, come ha scritto il giornalista Mauro Suttora nel suo libro “Confini”, “gli psicanalisti vanno a nozze con i concetti di limite, muro, ponte”. In effetti ci dev’essere qualcosa che scatta, nella testa di più di qualcuno, davanti a un elemento fisico che segna un confine. Non necessariamente un confine geografico o una frontiera: il discorso vale anche per limiti molto (ma molto) più terra-terra. Come ad esempio quelli tra una strada e un corso d’acqua. O in generale quelli che fissano una divisione tra una proprietà privata e una pubblica, peggio ancora se demaniale, parola che forse a qualcuno dà l’idea di uno spazio indefinito, una specie di terra di nessuno perché di tutti. Prendiamo via Lungo Leogra, con quella sua gradevole passeggiata alberata che si dipana per 500 metri dal ponte di via Trento Trieste fino all’intersezione con via Bevilacqua, in pieno Quartiere Operaio. Un luogo amèno, baciato dal sole in quasi tutte le stagioni dell’anno, dove - a Giove pluvio piacendo – si può avere anche in piacere di ascoltare lo scorrere saltellante dell’acqua tra i sassi del Leogra. Ecco: è sufficiente percorrere la via, in un giorno qualsiasi, costeggiando la staccionata che delimita l’argine del torrente (da qualche tempo divelta in alcuni punti dai vandali), per imbattersi in vari sversamenti di materiale inerte, evidenti residui di qualche lavoro privato o di qualche disbrigo in giardino. Secchiate di cenere di camino, mucchi di ghiaino
Cosa insegna la staccionata di via Lungo Leogra Anche una banale staccionata può servire a comprendere qualcosa della psicologia umana. Con il suo segnare un “di qua” e un “di là” da qualcosa, fa capire come la mente umana viva di linee di demarcazione, di separazioni.
candido, montagnole di segatura, cocci di mattoni o di tegole, sporte di di erba tagliata, ramaglie secche. Nessun rifiuto pericoloso, beninteso, tutta roba che di per sé non inquina con composti o detriti chimici. Ma comunque roba in buona parte classificabile come “rifiuti inerti”, i quali come tali hanno una loro destinazione ben precisa: le ecostazioni di Magrè o di Campagnola, dove ci sono appositi cassoni dedicati appunto agli inerti. Ma l’aspetto che chiama in causa l’analisi comportamentale citata all’inizio arriva adesso. Perché chi si libera di questi scarti
non è che li getta giù nella scarpata, con l’intento di liberarsene nascondendoli alla vista sfruttando le sterpaglie che abbondando sugli argini. Macché: ceneri, segature, erbe e compagnia cantante sono candidamente rilasciate appena al di là della staccionata. Dieci o venti centimetri oltre, dove ancora l’argine non scende o comincia appena a farlo. In un punto dove ben difficilmente una pioggia arriverà mai a spingere il materiale lungo l’argine e a lavarlo via, portandolo in acqua. Il fenomeno, intendiamoci, non è di oggi e probabilmente è un inconsapevole retaggio generazionale di quando l’attenzione per l’ambiente era ben diversa e gettare scarti e materiali inerti giù in torrente era una prassi comune, ritenuta tutto sommato innocua. Del resto, cinquanta o sessant’anni fa non si parlava di impianti di smaltimento ma al massimo di discariche, un po’ ovunque nei corsi d’acqua finivano scarichi di tutti i tipi senza troppi scandali, sicché gettare rifiuti di tutti i tipi lungo gli argini di fiumi e torrenti era una pratica non così rara, e c’è chi sostiene che tuttora ci siano tratti di argini del Leogra che, se venissero scavati, rivelerebbero sorprese non proprio edificanti. Oggi però le sensibilità sono un tantino cambiate, e anche soltanto sversare scarti inerti “xo in Giòlgara” è diventato pratica disdicevole assai. Farlo appena di là della staccionata di via Lungo Leogra, considerandola come elemento di confine tra uno spazio comune da rispettare e uno spazio di nessuno di cui fregarsene, lo è altrettanto. Non sarebbe male rendersene conto. ◆
[10] ◆ Schio Attualità
Due mesi di bidoni del secco, primi esempi di usi e abusi I nuovi bidoni per il rifiuto secco hanno raggiunto i due mesi di prova. E si comincia già a registrare una discreta casistica dal punto di vista delle modalità d’uso (e abuso) e alcune strategie messe in atto da chi cerca di limitare il numero degli svuotamenti per sborsare meno che può.
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nuovi bidoni unifamiliari per il rifiuto secco hanno raggiunto i due mesi di prova. E si comincia già a registrare una casistica non male, dal punto di vista delle modalità d’uso (e abuso) del nuovo contenitore, dovute in parte al fatto di non aver ancora capito come funziona “il bagolo” e in parte ai comportamenti dei “comodoni”, quelli che vogliono fare meno fatica possibile. A non aver ancora assimilato le regole del nuovo metodo sono quelli che non si sono ancora resi conto che da febbraio la raccolta del secco è diventata quindicinale e mettono in strada il bidone nella settimana sbagliata, sicché per un giorno o due si vedono ancora in giro bidoni pieni, e c’è da immaginare la sorpresa del proprietario che se lo deve riportare in casa. A fare i “comodoni”, invece, sono quelli che sembrano aver deciso che il bidone in casa non se lo tengono e hanno già preso l’abitudine di lasciarlo per strada in pianta stabile. Ecco così che, dopo averlo posizionato magari accanto ai più vicini bidoni marroni dell’umido o al cassonetto del vetro sotto casa, il bidone del secco diventa parte del panorama del proprio tratto di via, come fosse un bidone pubblico e chi s’è visto s’è visto. I “comodoni”, però, così facendo sembrano darsi la zappa sui piedi, perché a lasciare il bidone per strada è da immaginare che gli operatori dell’Ava glielo svuoteranno a ogni passaggio anche se magari è mezzo vuoto, collezionando così a fine anno 24 svuotamenti e pagando qualche decina di euro in più di tassa. Senza dire che potrebbero anche trovarselo utilizzato da qualche “infiltrato” che si ritrova un bidone altrui comodamente utilizzabile. Dal Comune, peraltro, fanno sapere di star intervenendo sui casi di uso “allegro” del bidone. Resta da vedere se le buone pratiche cresceranno con le buone o con le multe. [S.T.]
A
desso il secco si paga “a svuotamento”, e gli svuotamenti già compresi nella tassazione (da considerare praticamente gratuiti), in un anno, son proprio pochini. Ecco dunque alcune strategie messe in atto da chi cerca di sborsare meno che può: • riempire all’inverosimile il proprio bidone, fino a fargli vomitare spontaneamente i sacchetti; • approfittare dell’ospitalità dei bidoni altrui, tanto non sono chiusi a chiave: in questo caso, il legittimo proprietario si ritroverà inequivocabili sacchetti di altro colore in cima a quelli di proprietà, e probabilmente per decenza li lascerà lì; • inserire sacchetti, magari riducendone all’uopo le dimensioni, nei cestini adibiti alla raccolta di rifiuti di piccole dimensioni o dei sacchettini con la cacca di Fido, oppure lasciare sacchetti di indifferenziata accanto ai cestini dei rifiuti; • abbandonare sacchi preferibilmente neri, ma anche di altro colore, a lato della carreggiata, tanto ci sarà pure l’operatore ecologico di buon cuore che prima o dopo li raccoglierà. E così, non ci resta che confidare proprio nel buon cuore e nella pazienza dell’operatore, perché il senso del bene comune, ormai, più di qualcuno lo ha già mandato al macero. ◆ [M.D.Z.]
[12] ◆ Thiene Attualità
Nelle foto di queste pagine alcune méte già toccate dalla coppia in viaggio da quattro mesi per il mondo. Sotto, all’interno del piccolo camper insieme con il cane che li accompagna nell’avventura
Lui è stato per molto tempo l’anima di “Hoffman Cafè” a Villaverla, punto di ritrovo glamour per giovani. Lei, di madre serba e padre palestinese, ha lasciato la sua attività avviata di agente immobiliare.
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Omar Dal Maso
iamo tre… bestie in nove metri quadrati”. Una è affamata di croccantini “etnici”, due sono assetate di emozioni da vivere, immerse nella natura e alla ricerca del loro posto del mondo. Il terzetto è composto da un cagnolone e da una coppia affiatatissima: il più peloso si chiama Dian, un setter irlandese di due anni e mezzo, il più barbuto risponde al nome di Gabriele Crivellaro, che di anni ne ha 35, la più “capellona” Natalia Saleh, di 27. Tutti e tre, da quattro mesi ormai, condividono un’esperienza che è soprattutto un’avventura, abbinando occhi spalancati ad ammirare paesaggi a mente aperta e incline all’introspezione. “Non da turisti, ma da viaggiatori”. Sono loro stessi, raggiunti telefonicamente dalle parti di Antalya, nel sud della Turchia, a rimarcare questa sottile ma fondamentale linea di demarcazione. Lugo di Vicenza è il punto di partenza, la realizzazione di un sogno condiviso è la destinazione. Per conoscere quale sarà, meglio affidarsi a una sfera magica più che al mappamondo, perché nei piani di questi esploratori moderni un punto di arrivo non è affatto prefissato. Hanno lasciato la loro vita convenzionale nell’Altovicentino per seguire un’aspirazione, un sogno, un’attrazione. Non ce ne vogliano il cucciolone e la ragazza già giramondo seriale – “Nata” ha già alle spalle una lunga permanenza in Nuova Zelanda – ma è la scelta individuale di Gabri ad aver sopreso i più, amici e parenti in prima linea. Rinunciare a tutto, se non di punto in bianco nell’arco di qualche mese di riflessione e poi di preparazione, per partire con la propria amata in un viaggio doppiamente romantico: per il legame che intreccia le loro vite da tre anni, e per il fascino della sfida, o meglio della ricerca del destino che li accomuna.
Hanno mollato tutto e sono partiti in camper per il mondo È iniziata ormai da quattro mesi l’avventura di Gabriele Crivellaro e Natalia Saleh, una coppia di 35 e 27 anni che ha lasciato tutto ed è partita da Lugo in camper alla ricerca del proprio posto nel mondo.
Lo stretto necessario, e via in camper Barista ma prima ancora imprenditore nel commercio di successo, Gabriele Crivellaro è stato per molto tempo l’anima di “Hoffman Cafè” a Villaverla, punto di ritrovo glamour per giovani (e non) dell’Altovicentino. Da ormai quattro mesi non lo si vede più dietro al bancone del locale in piazza delle Fornaci e, per chi non ne conosceva il motivo, eccolo “servito” come i suoi cocktail. Natalia, di madre serba e padre palestinese, vicentinissima di crescita ma cittadina del mondo per vocazione viscerale, ha lasciato la sua attività avviata di agente immobiliare: troppo forte la calamita verso lidi sconosciuti, fin da giovanissima. Una comune sete di conoscenza, di ricerca e di bellezza li ha spinti a salire su un caravan davvero mini.All’interno solo lo stretto necessario. Con i primi chilometri macinati negli stati dell’ex Jugoslavia, con tappa la
Thiene ◆ [13] Serbia terra delle origini di lei, e poi Montenegro, Albania, Grecia e Turchia. Senza fretta e senza meta. A giorni si metteranno in marcia verso il Pakistan, non vedono l’ora di immergersi nell’India e via via di fiore in fiore dove raccogliere il nettare e l’essenza di questo formidabile viaggio “fai da te”, che in questo caso fa per tre. O forse quattro, se si considera anche il veicolo diventato quasi il loro migliore amico da 120 giorni, nonché la loro casa itinerante. Un mezzo di trasporto datato, un camper con almeno 30 anni di vita, ma rimesso a nuovo e adattato per la missione in corso dei tre avventurieri. “Stiamo cercando quel posto nel mondo che fa per noi – raccontano loro dalla Turchia -. Siamo partiti lo scorso 18 ottobre da Lugo senza un itinerario predeterminato. Ci sono posti che incontriamo dove vale la pena di fermarsi più a lungo, altri meno e qualche amico qua e là da salutare. L’idea è far durare il viaggio almeno un anno, compatibilmente con le finanze che abbiamo accantonato per il viaggio, ma magari anche di più: ci dedicheremo a lavori stagionali per sostenerci, perché no”.
“Dopo quattro mesi siamo solo all’inizio del viaggio” C’è un diario di bordo affidato a Natalia, c’è una rotta “a spanne” lungo la direttrice sud-est ma, come accennato, nessuna bandierina piantata come punto di arrivo. “Lo spirito di questa esperienza è goderci il contatto con la natura da scoprire e proseguire una strada che non sappiamo ancora dove e a cosa ci porterà. Magari ci guarderemo in faccia dicendoci di aver trovato il posto giusto dove vivere un giorno, chi lo sa. Sappiamo però, dopo 120 giorni, di essere solo all’inizio: contiamo di arrivare fino
in Cambogia, Vietnam e Thailandia ma si vedrà strada facendo”. Si muovono sulle quattro ruote del camper, e su quelle delle biciclette caricate sul mezzo. Al 4 di febbraio hanno tagliato il traguardo dei primi 10 mila chiloemtri percorsi. Non di rado dormono in tenda, aniziché nel veicolo: mai una notte che sia una in hotel. Assopirsi sotto le stelle tra i boschi, il bagno in baie deserte... e Natalia ha perfino messo per la prima volta gli sci ai piedi sulle alture di Saklikent, in Turchia. La loro “finestra sul mondo” l’hanno intitolata non a caso “window.onthe.world”, il blog del viaggio aggancianto a un profilo instagram che già in 1.500 stanno seguendo da Thiene e dintorni. Tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo pensato di mollare tutto e andare via. Facile prenotare una vacanza, quando le tasche lo permettono, più da prendere con le pinze l’affascinante ma insidiosa idea del giro del mondo, o di mezzo mondo. Di certo, la scelta di vita di questi due giovani non è dettata dal momento, ancor più considerando l’era pandemica che complica e non facilita lo spostarsi. “Viviamo relativamente alla giornata – puntualizza Gabriele -, siamo viaggiatori, non sprovveduti: il nostro focus è il viaggio e quello che ci offrirà lungo il percorso, ma è chiaro che non è stata né una decisione facile né un colpo di testa lasciare un’attività sempre andata bene. Personalmente ci ho riflettuto a lungo, dopo il ritorno da un viaggio di un mese in Nuova Zelanda per raggiungere Natalia. Era la prima volta che, tra i tanti impegni di lavoro nel mio locale, riuscivo a ricavarmi del tempo per me, per ‘camminare’ con la mia testa e non sapevo che effetti avrebbero provocato. Ora, li conosco e li tocco con mano”.
Attualità
“Un’esperienza che ci riavvicina all’essenziale” Cosa vi manca di casa, intesa come l’Italia? Per Natalia “penso subito all’abbraccio dei miei genitori e della mia migliore amica ma, lo ammetto, anche di un comodo materasso”. Per Gabriele “i miei familiari di sicuro, ma sento la mancanza anche delle Dolomiti”. Basta spulciare il suo profilo della “vita di prima” per scoprirlo grande appassionato di montagna e di silenzi, che ricercava assiduamente, forse per compensare il rumoroso tram-tram quotidiano di un locale come l’Hoffman. Guardacaso, il “nido” dove Gabriele e Natalia si sono conosciuti: lei da cliente, lui da titolare. “Al di là di quello che ci può mancare – prende lei la parola – posso dire che per il resto abbiamo davvero tutto quello che ci serve e le nostre menti continuano ad arricchirsi giorno dopo giorno, oltre a incontrare persone ospitali: nessuno ci ha mai detto di no quando, ad esempio, abbiamo necessità di riempire il nostro serbatoio di acqua potabile da 120 litri”. “Esperienze come queste ci riavvicinano alle piccole cose, all’essenziale”. Lo afferma Gabri, che le foto di viaggio ritraggono spesso al volante di questo camper partito verniciato di bianco e che ora invece riporta le firme di tante persone conosciute fin qui. Con un aneddoto – tra i tanti - da raccontare: “C’è chi vedendo le scritte ci chiede un pennarello indelebile per firmare. Un giorno a un posto di blocco un poliziotto turco ci ha fermato, stavamo cercendo i documenti con un po’ di apprensione quando poi lui ci ha fatto capire che non gli interessavano, voleva solo anche lui mettere un autografo”. E le vostre firme? “Per ora non ci sono – dicono – forse quando le metteremo entrambi significherà che il nostro viaggio ha trovato la sua meta e sarà concluso”. E di sicuro anche Dian, il più coccolato, vorrà lasciare la sua orma. ◆
[16] ◆ Schio Attualità
Per ottenere i codici dello Spid, vero lasciapassare per documenti e pratiche comode e facili, bisogna avere un minimo di dimestichezza con gli strumenti informatici. Inevitabile che i meno giovani stiano facendo qualche difficoltà a raccapezzarsi con le nuove frontiere della digitalizzazione.
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Camilla Mantella
vere uno Spid è diventato l’urgenza del momento. Alla fine dello scorso anno, per direttiva governativa, tutte le pubbliche amministrazioni hanno dovuto uniformare l’accesso ai propri servizi digitali: fine dei nomi utente e delle password che cambiavano da ente pubblico a ente pubblico e spazio a un’unica chiave di accesso che vada bene per tutto. Una chiave unica, quindi, che può dipendere o dalla carta di identità elettronica, o dalla carta nazionale dei servizi o, appunto, dallo Spid, ovvero il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Ora, molti cittadini hanno ancora le vecchie carte di identità cartacee – quelle, per intenderci, che sono spesso tenute insieme dallo scotch, che si distruggono a brandelli a ogni passaggio in lavatrice e che vengono sbeffeggiate alle frontiere di mezza Europa (“i soliti italiani antiquati”). La carta nazionale dei servizi, invece, non è mai veramente decollata – perfino agli addetti ai lavori non è ben chiaro che cosa sia – quindi a usarla sono probabilmente solo coloro che l’hanno creata o che hanno capito di cosa si tratta. È chiaro, perciò, che alla fine per accedere ai servizi digitali degli enti pubblici molti abbiano scelto di ottenere le credenziali dello Spid. Anche perché senza lo Spid si è iniziato, soprattutto in questi tempi di pandemia e distanziamento sociale, a non poter fare un sacco di cose, dal pagare la mensa scolastica a scaricare i referti dei tamponi Covid.
Ma dove vai, se lo Spid non ce l’hai? Avere uno Spid è diventato l’urgenza del momento, il mnetodo diventato indispendsabile per accedere ai servizi e agli atti della pubblica amministrazione, per accedere ai sistemi Inps e a quelli sanitari. Il metodo gratuito più comodo per ottenere lo Spid è recarsi presso i Comuni. A Schio da quando è attivo il servizio (luglio 2020), sono già state erogate 2.150 credenziali, con una media di 120 codici al mese e picchi di oltre 200 a ottobre e novembre 2021. Ora la domanda è stabile, ma sostenuta.
Come si ottengono le credenziali Le credenziali Spid possono essere richieste ai vari provider abilitati che, in parole povere, sono tutte quelle realtà che sono autorizzate a identificare le persone e a rilasciare i codici. Perché per avere le tue credenziali ti devi far riconoscere, recandoti fisicamente a ritirarle: allo sportello delle Poste, nelle banche aderenti, perfino in alcuni supermercati. Di solito, in questi casi, le credenziali le paghi. Il metodo gratuito più utiizzato per ottenere i codici è recarsi presso i Comuni. A Schio, per esempio, da quando è attivo il servizio (luglio 2020), sono già state erogate 2.150 credenziali, con una media di 120 codici al mese e picchi di oltre 200 a ottobre e novembre 2021, quando sono diventati indispensabili per accedere ai sistemi Inps e a Sanità Kilometro Zero. Ora la domanda è stabile, ma sostenuta. Il problema, tuttavia, è che per ottenere i codici bisogna avere un minimo di dimestichezza con gli strumenti informatici,
dotarsi di una email personale e possedere un cellulare abilitato alla ricezione dei messaggi (e, possibilmente, al download di applicazioni). Anche nel caso in cui allo sportello si riceva una totale assistenza da parte dell’operatore, quindi, bisogna almeno essere in grado di digitare una password e di consultare telefono e casella email: capacità che per i più possono sembrare scontate, ma che stanno mettendo in seria difficoltà gli anziani e gli over 50 che, negli scorsi anni, non si sono digitalizzati.
Tutto quello che si fa con lo Spid “Faccio lo Spid perché mi ha mandato qui mia figlia - spiega una signora settantenne che sta per accedere al servizio comunale -. Ma la verità è che non so fare niente con il telefono. Guardi, mi hanno perfino comprato lo smartphone per fare lo Spid e poter poi avere le ricette del dottore e gli esiti degli esami, ma non so nemmeno accenderlo. Vede? Mia figlia mi ha scritto su questo bigliettino la mia nuova mail e una
Schio ◆ [17] Attualità password, spero tanto che le signore dello sportello siano gentili e mi aiutino perché io da sola non so proprio fare nulla”. Le necessità sanitarie, soprattutto per gli anziani, sono la vera ragione che spinge a chiedere le credenziali. In realtà il servizio in presenza è sempre garantito, per cui le persone possono continuare a recarsi agli sportelli dell’ospedale per ottenere i referti, senza doverli per forza scaricare on line. “Sì è vero - racconta un altro anziano che ha appena ottenuto le sue credenziali - ma intanto per parlare con gli uffici dell’ospedale ho dovuto chiamare molte volte e nessuno rispondeva e poi quando sono riuscito a prendere la linea mi hanno detto che avrei dovuto prenotare un appuntamento e che comunque visto che i miei non erano esami urgenti non avrei potuto farlo prima di un paio di settimane. Alla fine ho deciso di venire qui e farmi lo Spid, ma dovrà per forza aiutarmi mio nipote a usarlo”. Cinquantenni e sessantenni, invece, usano i codici soprattutto per verificare le proprie posizioni Inps e fare domanda di pensione. “Ho avuto la malsana idea di chiedere lo Spid in posta - testimonia un lavoratore che prevede di andare in pensione a breve -. Ho avuto un sacco di problemi a usarlo e ora mi tocca rifarlo con il Comune. Spero almeno serva per vedere quanti contributi ho e quanto mi manca per ritirarmi dal lavoro, spero non ci siano brutte sorprese, ma ho pensato che fosse meglio controllare per tempo”. “Senza Spid non riesco a pagare la mensa dell’asilo della mia bambina - interviene una mamma trentenne che sta accompagnando un familiare a ottenere le sue credenziali -. Per me non è stato troppo difficile farlo, ma penso che per un anziano sia davvero complicato: oltre a dover superare lo scoglio iniziale di dotarsi di un casella email ed eventualmente di un telefono personale, deve poi saper riferire a casa, a chi lo aiuterà, cosa deve fare per attivare l’identità digitale e poterla effettivamente usare. Non è una cosa di poco conto”. La procedura risulta invece più semplice per i giovani e giovanissimi, che usano lo Spid per richiedere il bonus cultura riservato ai neodiciottenni e per gestire le pratiche con l’università o il centro per l’impiego. Sono pochi quelli che accedono ai servizi comunali: spesso hanno carte di identità elettroniche che consentono loro di richiedere le credenziali dello Spid direttamente da casa, senza recarsi fisicamente agli sportelli e utilizzando la fotocamera dello smartphone per il riconoscimento.
Il divario digitale Certo è che i servizi sono sempre più digitali e chi li sa usare risparmia tempo e soldi. Fino alla fine dell’anno, ad esempio, chiunque abbia uno Spid può scaricarsi gratis dal sito dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente certificati anagrafici che normalmente sconterebbero marche da bollo da 16 euro e che andrebbero ritirati allo sportello. Il pericolo però è che chi non ha potuto o voluto digitalizzarsi rimanga indietro, creando di fatto cittadini di serie A, che usando le credenziali digitali accedono a servizi pubblici efficienti erogati in tempo reale, e cittadini di serie B, tagliati fuori dal processo di decisa informatizzazione che sta finalmente caratterizzando tutta la nostra pubblica amministrazione. Risulta centrale, quindi, accompagnare gli utenti verso questa nuova dimensione, impegnandosi perché nessuno rimanga escluso. “Ormai da tempo abbiamo intrapreso un percorso necessario di digitalizzazione dei servizi - spiega il sindaco Valter Orsi, che nella giunta ha mantenuto la delega all’innovazione -. In quest’ottica, però, per noi è prioritario accompagnare e so-
stenere un accesso inclusivo ed efficiente ai servizi digitali, in modo che la cittadinanza venga facilitata nell’effettuare operazioni online senza doversi recare necessariamente agli sportelli dei vari uffici presenti sul territorio. Il rilascio dello Spid da parte del Comune è reso possibile grazie al supporto di Pasubio Tecnologia e in collaborazione con Lepida. Si tratta di un servizio che si collega anche allo sportello telematico polifunzionale attivato a inizio dello scorso giugno e che consente a cittadini e liberi professionisti di richiedere e ottenere in tempo reale e 24 ore su 24 certificati anagrafici e certificati di stato civile. Passo dopo passo stiamo portando a termine importanti obiettivi dal punto di vista della digitalizzazione della macchina amministrativa. La nostra volontà di seguire questo percorso di digitalizzazione si esprime anche nel ruolo di capofila di Schio nel progetto Avatar (Alto Vicentino Alleanza Territoriale per Azioni in Rete) che coinvolge altri 11 Comuni, associazioni e altri enti e imprese del territorio. Anche quest’anno, poi, abbiamo destinato risorse importanti per l’innovazione, ovvero circa 1 milione e 300 mila euro, grazie a due bandi regionali”. ◆
Due “totem” per Hemingway Il 9 giugno 1918 il diciottenne Ernest Hemingway arrivò a Schio e per quattro giorni soggiornò all’allora albergo “Due Spade” in via Carducci, finché non fu trasferito al Lanificio Cazzola, sede della quarta sezione della Croce Rossa Americana, alla quale era stato assegnato. A Schio rimase fino al 22 giugno, per poi partire verso il fronte del Basso Piave. Proprio alla permanenza in città del grande scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 1954, sono dedicati due totem realizzati nell’ambito del progetto “Ambasciatori digitali del nostro patrimonio. Ereditare dal passato, trasmettere al futuro” da 25 studenti dell’indirizzo Classico-Linguistico del Tron-Zanella. Un primo totem è ora proprio davanti al Lanificio Cazzola, mentre il secondo è stato posizionato sulla facciata dell’Osteria Due Spade. Nei due totem viene raccontata la permanenza di Hemingway a Schio e attraverso dei qr code è possibile approfondire il soggiorno in città dello scrittore grazie al materiale raccolto, analizzato e trasformato in podcast dagli studenti.
[18] ◆ Thiene Attualità Persone che si abbracciano, animali, fiori e brevi frasi che invitano all’amore e alla pace, coccinelle portafortuna, cuori grandi e piccoli... questi e molti altri sono i soggetti dipinti nei ciottoli che si trovano qua e là.
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Omar Dal Maso
orse è prematuro o esagerato parlare di uno spicchio dell’Altovicentino come “capitale” di un’iniziativa che da qualche mese si sta diffondendo in tutta Italia e che contagia, per una volta in... positivo, di sorrisi. Ma, di sicuro, l’area che tocca le vie di campagna e piste ciclabili che tra Zanè, Zugliano, Thiene e Montecchio Pracalcino sta diventando il “quadrilatero del sorriso”. È qui che stanno spuntando come funghi tanti sassolini colorati con disegni e frasi variopinte. Gli avvistamenti si riscontrano anche in altri paesi dell’hinterland thienese ma, guardando ai gruppi Facebook, sembra che una sorta di “epicentro” si possa individuare proprio nei dintorni di Zanè. Tanto che un paio di queste pietre, preziose per i simboli e il significato che racchiudono, sono state raccolte perfino nel parco del Municipio, una sulla rampa di accesso che il sindaco locale utilizza quotidianamente per recarsi nel suo ufficio di primo cittadino. Un regalo, assai gradito, da parte degli anonimi, simpatizzanti di una proposta senza confini lanciata sui social e denominata “Un sasso per un sorriso”. Coccinelle portafortuna, cuori grandi e piccoli, animali, fiori e brevi frasi che invitano all’amore o alla pace... ma la lista di elementi raffigurati è sterminata. Piccoli sassi, spesso “piatti” per agevolarne la scrittura, quasi tutti conservatisi intatti per giorni, vista l’assenza di piogge tra gennaio e metà febbraio. Tanti tra coloro che passeggiano o portano a spasso il cane si sono imbattuti in questi ciotoli dipinti. Magari immaginando fossero giochi di bambini, magari delle scuole dell’infanzia. Invece non è proprio o non è solo così, uno sguardo più attento intuisce che parecchi non possono che essere opera di adulti, spesso mamme e papà insieme ai loro figli, a divertirsi a realizzare disegnini e disegnetti, magari con l’invito leggibile “sul retro” a postare sul gruppo Facebook dedicato. Una comunità virtuale che con-
Quei sassolini dipinti per regalare un sorriso Zanè, Zugliano, Thiene e Montecchio Pracalcino sta diventando il “quadrilatero del sorriso”. È qui che – tra stradine e viottoli méta di passeggiate – da qualche tempo spuntano come funghi tanti sassolini colorati con disegni e frasi variopinte. Un fenomeno simpatico che si alimenta nel gruppo Facebook “Un sasso per un sorriso”.
ta oltre 160 mila partecipanti, numero destinato a salire. Basta… togliersi il sassolino dalle scarpe per la curiosità ed entrarci per scoprire decine di amici e conoscenti dell’Altovicentino già iscritti. E c’è già chi i simpatici sassolini li colleziona, macinando chilometri a piedi per avvistarli. Insomma, tra i temi d’attualità di quest’epoca, Covid e bollette su tutti, spuntano anche i sassolini multicolori, ed è di sicuro un argomento di dialogo poù leggero e rinfrancante. “Se ne parla anche negli uffici comunali – spiega il sindaco di Zanè Roberto Berti, che per far da contraltare all’aggiornamento sui numeri di positivi da Covid del paese ha pubblicato nello stesso post periodico un sasso raffigurante un abbraccio - da un mese e mezzo sicuramente non passa giorno senza che a Zanè qualcuno ne trovi e li renda visibili anche nel gruppo dedicato al paese. Direi che è un bene. A distanza di pochi giorni qui in Comune ne abbiamo raccolti due, il primo con un bambino e una bambina uniti in abbraccio e il secondo con
tre api. Simbolo il primo che considero come un augurio affinché questa emergenza possa presto finire per tornare tutti ad abbracciarci senza timore, e il secondo gradito visto che Zanè ha aderito nel marzo 2020 all’iniziativa di ‘Comune amico delle Api’”. Tra gli autori dei sassolini dipinti c’è chi si firma con una sigla, chi col nome di battesimo e chi invece preferisce lasciare avvolta nel mistero la mano artefice dei disegni, alcuni tra l’altro palesemente composti da mani esperte e con una spiccata vena artistica. I primi avvistamenti a Thiene e dintorni risalirebbero ai primi giorni d’estate 2021, ma la proliferazione vera e propria è maturata a cavallo tra fine autunno e l’inverno in corso. Facile immaginare il divertimento di chi si arma di pennarelli e/o pennelli dopo aver setacciato campi e viali in cerca di ciotoli adatto allo scopo, e ancor più lo stupore di chi se li ritrova davanti. Facendosi strappare volentieri un sorriso extra, che magari distoglie per un attimo dai pensieri pesanti di questo periodo. ◆
[20] ◆ Schio Attualità
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Elia Cucovaz
ià da qualche settimana i più mattinieri si saranno accorti che, nonostante l’inverno faccia ancora sentire i suoi rigori, gli uccellini hanno ricominciato a cantare. Ma non è solo la natura, in città, a pensare già alla bella stagione. Anche l’Ufficio ambiente del Comune, in questi giorni, ferve di preparativi. I prossimi mesi, infatti, porteranno un cambiamento non soltanto dal punto di vista climatico, ma anche per quanto riguarda la gestione di aiuole, alberature e giardini pubblici. Un aspetto non secondario per la vita della città, sicuramente per il beneficio che genera… ma anche per i costi che comporta: la cifra messa a bilancio infatti è di circa 650 mila euro l’anno. La novità è che il 22 giugno – data che nel calendario segna l’ingresso nell’estate – scade anche, dopo un anno e mezzo di proroghe legate alla pandemia, l’affidamento per l’incarico di gestione del verde cittadino. E l’amministrazione comunale sta predisponendo un nuovo bando basato su logiche differenti da quelle del passato. Non più un unico maxi-appalto per l’affidamento del servizio in tutta la città, bensì una suddivisione in più aree (inizialmente due) che, nell’idea dell’assessore all’ambiente Alessandro Maculan, dovrebbe garantire “una maggiore accessibilità a diverse realtà del territorio e, in definitiva, un miglioramento del servizio”. E questa non è l’unica novità. L’Ufficio ambiente infatti è stato dotato di un sistema informatico che permette una mappatura puntuale di tutto il verde pubblico scledense. Un’innovazione tecnologica che permetterà di pianificare e controllare in modo molto più preciso lo stato di sfalci, potature, cura delle aiuole… Insomma di tutte quelle attività che, stando alle numerose segnalazioni che ogni anno arrivano in municipio da parte dei cittadini, stanno sicuramente molto a cuore agli scledensi.
Una mappa digitalizzata controllerà la salute di parchi, alberi e aiuole L’Ufficio ambiente del Comune è stato dotato di un sistema informatico che permette una mappatura puntuale di tutto il verde pubblico scledense e darà modo di pianificare e controllare in modo molto più preciso lo stato di sfalci, potature, cura delle aiuole.
“Ma anche di quantificare in modo più preciso e di valorizzare correttamente il lavoro di chi se ne occupa per conto del Comune” aggiunge Maculan.
Una mappatura digitalizzata “Schio possiede una mole notevole di verde pubblico – continua – e questo rappresenta certamente un vanto per la nostra città e un elemento che migliora la qualità della vita degli scledensi. Tuttavia costituisce anche un onere notevole per mantenerlo in ordine e buono stato. Fin dall’inizio di questo mandato, nel 2019, era nostra intenzione come amministrazione e mio obiettivo personale cercare di dare un impulso innovativo in questo aspetto della gestione della cosa pubblica. La pandemia ha imposto un rallentamento, ma ora possiamo dire che il momento è arrivato”. Ma cosa cambia, concretamente, nella gestione del verde urbano? “Abbiamo investito molto nella creazione di un vero e proprio sistema territoriale che raccoglie in una mappa digitalizzata tutti i dati significativi relativi a parchi, aiuole, alberi, eccetera – spiega Maculan –. Un sistema già sperimentato con successo anche in grandi città come Milano e Torino. Ciò significa che ora, nell’affidare il servizio di gestione, potremo essere molto più accurati non soltanto in termini di quantificazione delle superfici, ma anche nella determinazione del reale lavoro che richiede, ad esempio in
base alla presenza di piante e altri elementi che richiedono cure particolari”. La transizione digitale riguarda la rappresentazione statica del patrimonio esistente, importante soprattutto per quanto riguarda la pianificazione, ma migliora anche anche la capacità di controllo. “Gli incaricati alla gestione del verde saranno tenuti ad aggiornare giorno per giorno il sistema con i lavori svolti in ogni area – sottolinea l’assessore - e questo permetterà agli uffici comunali di controllare, in base a un codice cromatico diversificato, il rispetto delle scadenze contrattuali in tutte le diverse zone verdi, sia centrali che periferiche, cosa fino a ieri impensabile”.
Si sperimenta la suddivisione della città in due aree “Il fatto di affidare la gestione del verde per l’intera cttà a un unico soggetto, come si è sempre fatto in città, ha certamente dei vantaggi – spiega Maculan –, in particolare il fatto che l’amministrazione comunale può interfacciarsi con un’unica realtà. Tuttavia presenta anche delle criticità: il bando prevede lavori per oltre mezzo milione di euro l’anno e questo permette a realtà fortemente strutturate di parteciparvi”. Molti soggetti specializzati del territorio, continua l’assessore, non possono nemmeno pensare di partecipare in quanto dovrebbero dimostrare di avere l’organizzazione necessaria, in termini di personale
Schio ◆ [21] e di mezzi per sobbarcarsi l’onere che comporta curare tutto il verde pubblico cittadino. Il nuovo bando, che permetterà anche a realtà meno strutturate di intervenire, sarà strutturato per stimolare la concorrenza a vantaggio della qualità del servizio e, in definitiva, dell’intera collettività. “L’idea che porto avanti fin dall’inizio di questo mandato – continua l’assessore – è quello di suddividere il territorio comunale in aree omogenee, in modo che più soggetti possano partecipare al bando in base alle proprie specificità. Cominceremo a perseguire questo obiettivo con una sperimentazione: il prossimo appalto sarà diviso in due lotti: da una parte la zona industriale, area che vale un quarto dell’intero patrimonio di verde pubblico scledense con una base d’asta da 150 mila euro, dall’altra il resto della città, con una gara del valore di base di 500 mila euro”. La formula, continua Maculan, sarà quella dei 2 anni di contrattualizzazione, con due anni possibili di rinnovo. In questo modo, spiega, la nuova amministrazione che arriverà nel 2024 potrà decidere se proseguire con la situazione esistente o se emanare un nuovo bando basato su logiche differenti. “Stiamo protendendo per un bando di du-
rata “2 + 2” anni, in modo che la futura amministrazione che arriverà in città nel 2024 abbia la libertà di decidere se prorogare l’appalto alle aziende che vinceranno la prossima gara, o se indire un nuovo bando basato sugli indirizzi politici che vorranno dare”. Inoltre da quest’anno saranno ricompresi all’interno dell’appalto principale anche tutti gli stralci che negli anni erano stati trattati a parte con affidamenti diretti. Ad esempio via Maestri del Lavoro, o le fioriere anti terrorismo.
Costi, benefici e sponsorizzazioni La nuova organizzazione del servizio non porterà, comunque, a una diminuzione dei costi per l’ente. Anzi. “L’ultimo bando per la gestione del verde pubblico risalente al 2016 aveva un valore totale di 515 mila euro – precisa l’assessore – . Con questa nuova edizione abbiamo eseguito un aggiornamento dei compensi, che erano fermi a 7-8 anni fa, in modo da valorizzare al massimo il lavoro delle realtà territoriali che si aggiudicheranno l’appalto”. Questo appunto porterà la spesa totale per la gestione del verde alla cifra di 650 mila euro. Maculan spiega inoltre che la gara non
Attualità
sarà condotta in base alla logica del massimo ribasso. Il risparmio economico per l’ente proposto dalle aziende in gara sarà sì considerato, ma nella misura minima consentita dalla normativa (pari al 20%). Ottanta punti su cento, invece, saranno assegnati sulla base delle proposte migliorative della qualità del servizio. Un’ultima novità nel nuovo bando per la gestione del verde sarà l’estensione delle sponsorizzazioni oggi utilizzate in alcune rotonde. “Il nuovo concessionario dovrà impegnarsi a trovare nuovi sponsor e stiamo pensando a estendere questa iniziativa anche ai parchi pubblici, in cui l’apporto dei privati sarà quello di aumentare la frequenza della manutenzione”. ◆
[22] ◆ Schio Il personaggio
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Mirella Dal Zotto
n città in molti conoscono Gianni Cucovaz, designer e artista puro e originale, che riesce a fondere colore, luce e forma dando vita a opere che emozionano. Lo abbiamo incontrato a “Casamenta di zia Rina”, l’abitazione in campagna dove vive con la moglie Farida, sua indispensabile mecenate. Lì è a contatto con la natura, che lo ispira quotidianamente, così come la fantasia della nipotina Olivia e dei tanti bambini che in questi anni ha avuto modo di seguire volontariamente, per dar loro una mano nel percorso scolastico. Anche il portoncino d’ingresso è decorato con coloratissimi quadrati che, nelle loro tonalità, evocano le quattro stagioni; all’interno, carte, colori e oggetti in qualsivoglia modo fruibili occupano ogni spazio. Troneggia un armadio, di proprietà dei suoi genitori, con figure di animali, disegnati per i figli; il verde è dominante in casa sua, così come lo è nella natura. “Sono nato in casa a Bardo, una piccola contrada nel Comune di Pùlfero (Valli del Natisone), in provincia di Udine – dice –. Era il 1950 e la gente del mio altopiano viveva di ciò che dava la campagna; la povertà, anzi la miseria, era un comune denominatore. I miei genitori, quando avevo sei anni, mi hanno messo in collegio per andare a lavorare in Svizzera; tornavano nelle festività e durante le ferie estive, quando c’era da star dietro ai campi. Lo facevo anch’io, come tutti i ragazzi di allora, e mi sono sempre stupito di ciò che la natura sa fare: è stata lei a farmi innamorare della bellezza e della luce anche se, lo ammetto, la terra era dura da lavorare…”. Dopo le elementari, dove una maestra particolarmente sensibile ha intuito la sua vena artistica, Cucovaz doveva frequentare una scuola d’arte, ma i suoi, gente pratica e attenta alla possibilità di un futuro lavoro, lo ha iscritto a un istituto professionale, dove comunque ha potuto seguire e apprezzare corsi di disegno tecnico: la li-
Cucovaz quando faceva anche l’animatore di attività ludiche per bambini.
Nel segno di Cucovaz Gianni Cucovaz, friulano naturalizzato scledense dalla fine degli anni Settanta, non è solo il designer autore di numerosissimi loghi per enti pubblici e ditte private, ma un artista che fa dello stupore e della purezza la sua fonte d’ispirazione. nea, nella sua variabilità, è ancor oggi oggetto e soggetto delle sue opere. È riuscito comunque a diplomarsi all’Istituto d’arte di Udine, frequentando l’ultimo biennio, perfezionandosi poi a Novara alla scuola di Industrial e Visual Design. In quegli anni ha conosciuto due Bruno, rispettivamente Munari e Contenotte, che lo hanno ispirarato non tanto a dipingere, ma a seguire ciò che la materia stessa “dipinge”. È tornato in seguito in Friuli, prima a Udine come autore e consulente di rendering per studi di architettura e ingegneria edile, e quindi a Pordenone, come animatore di un centro per l’inserimento nel mondo del lavoro di persone con disabilità lieve. “Durante una ‘vacanza intelligente’ dedicata all’apprendimento dell’arte plastica in ceramica, sono stato messo in contatto con il maestro Giancarlo Scapin – ci dice sorridendo con i suoi occhi chiari e lucidi - e guardando con attenzione i miei piedi ho visto spuntare le prime radici; per stare a Schio mi sono adattato all’inizio con vari lavori, sbarcando così il lunario; poi mi so-
Insieme con la nipotina Olivia
no fatto conoscere e ho accumulato varie esperienze professionali nel pubblico e nel privato. Sono autore di numerosi loghi: ad esempio, ho firmato quelli del Sistema Bibliotecario, dello Schiofestival, dell’Istituto salesiano, dell’ex Ulss 6… ma ne ho realizzati altri per CineTv Produzioni di Roma, per la Olivetti di Ivrea, per tante ditte della nostra zona e per vari Comuni del circondario. Sono stato socio fondatore e docente di tecniche di rappresentazione all’ISAI (Istituto Superiore di Architettura d’Interni) e animatore di attività ludiche con i bambini, da sempre mia fonte d’ispirazione”. Adesso che è in pensione e ha la fortuna di avere una nipotina di tre anni che segue artisticamente, e che lo sa seguire, realizza con lei opere che espone da due anni nella galleria “Casa Capra” di Saverio Bonato; le mostre all’attivo sono due e le ha volute chiamare “Ailovolivia” (I love Olivia). “Francamente sono rimasto stupito – conclude - da come il pubblico, e quindi non solo io, abbia subìto il fascino di segni liberi, privi di contesto e ricchi di volontà; io mi emoziono della magica, innata e caotica abilità con cui agisce un bimbo di due-tre anni; realizzo dei moduli quadrati che predispongo per l’uso di tecniche miste e l’effetto finale è pieno di un’energia che da solo non saprei mai raggiungere. I bambini, mentre imparano, ci insegnano. Del resto, Picasso stesso sosteneva che a dodici anni dipingeva come Raffaello e che poi impiegò una vita per tornare a dipingere come faceva da bambino. E se lo diceva lui…”. ◆
[24] ◆ Thiene Attualità La struttura, costruita in prevalenza in legno, sorge nel centro a fianco del plesso delle primarie Fabris e della piazza: comprende palestra e sala conferenze
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n nuovo e atteso centro polivalente a servizio dello sport, della cultura, delle scuole primarie e in generale della gente di Zugliano. A “goderselo” per primi sono i bimbi delle elementari, che finalmente potranno divertirsi nell’ora di “ginnastica” in uno spazio adatto e attrezzato, quando le condizioni meteo non permettono di muoversi all’esterno. Originale il nome con cui è stato battezzato, “Zagorà” mischiando identità locale e un rimando all’antichità greca che per la volontà di renderlo un luogo d’incontro. La struttura, costruita in prevalenza in legno, sorge nel centro a fianco del plesso delle primarie Fabris e della piazza: comprende palestra e sala conferenze che il paese attendeva da tempo, con un surplus di pazienza dovuto ai ritardi nei lavori – iniziati quasi tre anni fa - causa Covid, dopo una sospensione di 85 giorni. A conti fatti quasi mille giorni di un cantiere che ha sfornato un’opera che diventerà pienamente operativa in queste prime settimane del 2022. Il costo complessivo dei due stralci completati è di 2 milioni 137 mila euro. Il grande salone a disposizione di molteplici attività e i locali accessori sorgono su un’area di 500 metri quadri, con spoglia-
La nuova agorà di Zugliano È diventata realtà “Zagorà”, il nuovo e atteso centro polivalente a servizio dello sport, della cultura, delle scuole primarie e in generale degli abitanti di Zugliano. Il centro sarà anche palco e platea per eventi culturali con doppia sala.
toi, servizi igienici, infermeria, magazzino e vano tecnico. Sul piano tecnologico, apprezzabili il sistema audio-video e il palco a sollevamento idraulico che consentirà di trasformare la palestra in “platea” per convegni, incontri con la cittadinanza, concerti, rappresentazioni teatrali, reading o proiezione di film con circa 340 posti a sedere. Un’ulteriore sala della capienza di 80 persone (di circa 130 mq) è stata ricavata in un ambiente a parte, con dotazioni autonome. La presenza in atrio di ingressi separati tra le sale e dall’area scolastica permetterà di gestire all’interno dell’intero edificio più eventi in contemporanea. Profonda attenzione è stata dedicata, infine, come ormai d’obbligo viste le esigenze legate all’ambiente, alle prestazioni orientate al risparmio energetico: installati 92 pannelli fotovoltaici per immagazzinare energia solare,
I vincitori del Premio Zugliano Tra attività e persone meritevoli consegnati sette riconoscimenti oltre alle borse di studio alle più “brave” a scuola
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roprio con lo sfondo del nuovo centro Zagorà è tornato l’appuntamento “Premio Zugliano”, dopo un anno di assenza, per la prima volta celebrato nello scenario nuovo di zecca destinato a eventi che interessano il paese e i propri cittadini. Sette di loro sono stati insigniti del riconoscimento che l’amministrazione locale riserva a chi ha saputo distinguer-
si in diversi ambiti: agricolo e produttivo, culturale e di impegno civile e sociale. Per la prima categoria i premi sono andati a Sergio Paterno, storico imprenditore della “Segheria Paterno”, all’azienda agrituristica e fattoria didattica “Ca’ dell’Agata”, all’impresa edile “Leonardi Damiano” e al negozio “Il mio gelato by Apo&Nicky”. Nel sociale è stata premiata la coppia di coniugi Elsa
con potenza stimata in 23 kw e produzione annua di 26.450 kw/h. “L’abbiamo chiamato Zagorà: Z come Zugliano e agorà quale luogo di incontro, di aggregazione, dove sia possibile fare sport, ritrovarsi per discutere, ascoltare buona musica, favorire eventi legati all’arte, allo spettacolo, alla cultura – è la spiegazione del sindaco di Zugliano, Sandro Maculan -. Per stare insieme e fare comunità. Un luogo dove dare qualità al presente e progettare il futuro: formazione scolastica e promozione di arte e cultura. Sono davvero convinto siano questi due settori strategici dove investire risorse. Non solo per mettere a disposizione delle associazioni già presenti nel nostro comune degli spazi belli e a norma ma anche per offrire a tutti i cittadini di tutte le età un luogo di incontro e di crescita”. ◆ [O.D.M.]
Perotto e Silvano Borgo, per il loro costante impegno a favore della Protezione civile e nella vita della comunità zuglianese. Per la categoria della cultura applausi per il musicista e producer Beppe Cunico e per la cantante e direttrice di gruppi corali Jose Borgo. L’evento è stato anche occasione per assegnare alcune borse di studio – del valore di 200 euro ciascuna - a 6 ex allieve delle scuole medie locali “Galilei”, finanziate grazie agli accantonamenti di parte dei gettoni (indennità) di presenza della giunta. Tutte in “quota rosa” le più brave che hanno conseguito alte valutazioni agli esami. La “ribalta” è per Marta Donà, Gaia Fontana, Sofia Lucente, Maddalena Rodighiero, Giorgia Simonatoe Giulia Zuccollo. ◆
Schio ◆ [25] Attualità
Bollette alle stelle, vola il fotovoltaico I rincari sulle bollette energetiche si sono fatti sentire pesantemente nell’ultimo periodo e famiglie e imprese hanno iniziato a pensare a cosa fare per correre ai ripari. Gli impianti fotovoltaici stanno avendo un boom, il problema è che la domanda supera di gran lunga le capacità dell’offerta.
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Camilla Mantella
rincari sulle bollette energetiche si sono fatti sentire pesantemente nell’ultimo periodo e famiglie e imprese hanno iniziato a pensare a cosa fare per correre ai ripari. L’opzione più accreditata è quella di installare impianti fotovoltaici per l’autoproduzione di energia elettrica sfruttando l’inesauribile fonte solare, magari abbinandoci sistemi di riscaldamento a pompa di calore che consentano di ridurre drasticamente anche la dipendenza dal gas e dalla sua variazione di mercato. “È indubbio che anche sul nostro territorio la richiesta di soluzioni legate alle energie rinnovabili è sempre più in crescita - spiega Filippo Fabris, volontario dell’Associazione Buona Pratica, che ha in gestione lo Sportello Energia dell’Alto Vicentino e collaboratore di Alternative Energetiche, società tutta vicentina specializzata nell’installazione di impianti fotovoltaici, sistemi di accumulo e colonnine di ricarica per auto elettriche -. Se tuttavia, fino a prima della pandemia, la scelta di riqualificare energeticamente case e aziende era appannaggio di famiglie e imprenditori con una certa sensibilità ambientale, ora per molti è diventata una necessità che va oltre l’etica green. Sul nostro territorio ci sono realtà produttive che hanno visto la bolletta dell’energia lievitare nel corso dei passati 12 mesi da 20 mila a 110 mila euro a
bimestre - e questo lo abbiamo potuto toccare di persona anche nelle nostre bollette domestiche”. Il problema, ora, è che la domanda supera di gran lunga le capacità dell’offerta. “L’azienda con la quale collaboro ha già ricevuto talmente tanti ordini da dover chiedere a nuovi potenziali clienti di pazientare alcuni mesi anche solo per poter fare il primo sopralluogo. Come noi, molti altri nostri concorrenti non riescono a soddisfare totalmente l’enorme richiesta di mercato, chi per ragioni legate alla carenza di manodopera, chi per questioni connesse alla difficoltà di reperimento dei materiali”, continua Fabris. Chi si approccia al mondo del fotovoltaico, peraltro, spesso non è pienamente consapevole delle potenzialità e dei limiti di questa tecnologia. “Ora tutti desiderano l’impianto fotovoltaico, ma per fare una scelta adeguata ai propri bisogni è necessario approfondire l’argomento – racconta Fabris -. Per prima cosa l’impianto va correttamente dimensionato sulla base dei consumi reali e di eventuali necessità future: di frequente le persone chiedono impianti tarati sui classici chilowatt (kW) del contatore in uso senza considerare le necessità effettive della casa. La realtà è che dovremmo abituarci a guardare il consumo annuo della casa in chilowattora (kWh). Poi va capito se conviene installare delle batterie di accumu-
La scelta di riqualificare energeticamente case e aziende ora per molti è diventata una necessità che va oltre l’etica green: ci sono realtà produttive che hanno visto la bolletta dell’energia lievitare nel corso dei passati 12 mesi da 20 mila a 110 mila euro a bimestre. lo oppure no. Nel primo caso, che richiede un esborso iniziale maggiore, l’impianto immagazzina energia e funziona anche quando non c’è il sole, consentendo di fatto di coprire il 90% del fabbisogno elettrico annuale; nel secondo, invece, deve esserci la contemporaneità tra produzione e consumo dell’energia prodotta, permettendo di coprire circa il 35% del fabbisogno elettrico annuale. Infine va prestata attenzione alla manutenzione, prediligendo se possibile impianti controllati da remoto che permettano interventi tempestivi in caso di guasti”. Con gli attuali costi dell’energia, l’investimento per un impianto fotovoltaico si ripaga in circa 5-6 anni, che salgono a un paio in più se si opta per l’installazione contestuale di un sistema di accumulo. “Gli esperti prevedono che i vari costi dell’energia, in particolare il PUN (Prezzo Unico Nazionale), si stabilizzeranno attorno al mese di giugno di quest’anno, ma nella migliore delle ipotesi si assesteranno tra il doppio o il triplo del prezzo prepandemico. L’Italia, rispetto ad altri Paesi d’Europa e del mondo, ha ancora livelli medio-bassi di produzione di energia elettrica dal sole, nonostante le sue ottime caratteristiche climatiche: è quindi naturale pensare che assisteremo a una decisa diffusione della tecnologia fotovoltaica nel nostro Paese e sicuramente anche nel nostro territorio. In ogni caso il fotovoltaico non sarà l’unica soluzione: penso ad esempio al contributo dell’idrogeno, a quello dell’eolico e della combinazione idrogeno-fotovoltaico-eolico. Di sicuro – conclude Fabris - i rincari a cui stiamo assistendo non sono che un acceleratore di tendenze in atto da tempo, peraltro necessarie per contribuire al contenimento degli effetti negativi del cambiamento climatico”. ◆
[26] ◆ Schio Spettacoli
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Mirella Dal Zotto
l 5 e 6 febbraio scorsi, all’Astra, Andrea Pennacchi ha recitato in “Eroi” e in “Una piccola Odissea”, testi che ha scritto ispirandosi liberamente ai più famosi poemi omerici. Diretto da Mirko Artuso e accompagnato in scena da ottimi musicisti, ha saputo intrattenere il numeroso pubblico presente a entrambi gli appuntamenti con la consueta empatia. “Il mio percorso nell’Iliade e nell’Odissea – ci ha detto - è una personale rilettura “di pancia”, senza tante elucubrazioni, con il solo desiderio di trasmettere ciò che mi ha toccato. È una passione ancestrale, la mia, quella per Omero, e quando durante il primo lockdown mi sono andato a rileggere l’Odissea, ho deciso di proporla al pubblico così come avevo fatto con l’Iliade di “Eroi”. Ho visto giusto, a giudicare dall’accoglienza”. Lei, oltre che a teatro, recita nelle fiction, al cinema, in televisione: non le chiedo dove preferisce stare, è evidente che il teatro è la sua casa, ma in quale spettacolo, per ogni altro settore, ha lavorato più volentieri?
“Bel gioco, dai… La fiction che preferisco è “Petra”, su Sky, dove ho fatto la spalla di Paola Cortellesi, per me una grande scoperta come collega e come persona. “Welco-
Centro “Dalla Costa”, arriva il ciclo di marzo Per celebrare il suo quarantesimo anno di attività il Centro di Cultura “Cardinale Elia Dalla Costa” sta organizzando tre importanti eventi che si terranno in città a maggio, giugno e ottobre. Per l’immediato, invece, dopo l’incontro toccante preparato in occasione della Giornata della Memoria, ben quattro saranno gli appuntamenti di marzo: i primi tre al giovedì, alle 20.30, al Lanificio Conte; l’ultimo, domenica 27 alle 16, in Sala Calendoli. Il 3 marzo la teologa Rosanna Virgili parlerà di sinodalità della Chiesa; il 10 il giornalista e scrittore Marco Albino Ferrari tratterà l’argomento del futuro delle Alpi; il 17 il consulente culturale Franco Miracco farà il punto sulla situazione culturale nella nostra Regione; il 27, per chiudere più “leggermente”, quattro passi nella Belle époque con canti, letture e immagini. [M.D.Z.]
Pennacchi: “Che bello fare teatro con i giovani di Schio” Il ritorno in città di Andrea Pennacchi, all’Astra con due spettacoli tratti dall’Iliade e dall’Odissea – è stata occasione per un’intervista sulla sua vita di attore e sui suoi trascorsi teatrali scledensi.
me Venice”, diretto da Andrea Segre, è un film che amo molto perché parla della trasformazione di Venezia, in tutta la sua attualissima drammaticità. In televisione, a “Propaganda live”, il mio Pojana sta benissimo, perché non viene snaturato: gli autori adattano il format a lui, non è il Pojana ad adattarsi al format. Insomma, metto parecchio teatro nel mio modo di fare televisione”. Visto che le piace, proseguiamo il gioco… È attore, drammaturgo e regista: quali sono le caratteristiche che apprezza maggiormente in ognuna di queste professioni?
“Recitare è splendido, perché entri nei panni delle persone, soffri e gioisci con loro. Scrivere è invece ascoltare vittime e carnefici, è sedersi nel parlamento delle storie e tirare i fili per trasmetterle: sono molto legato a ogni libro o copione che ho scritto, li porterei in scena tutti e tutte le sere, ma ormai manca il fisico. Dirigere chi sta sul palco è un bellissimo gioco: ti senti un coach che aiuta gli altri a dare il meglio di sé, sei uno che mette carne alle storie cercando di tirar fuori il meglio dagli attori che sono con te”. A Schio, dove per dieci anni ha diretto i ragazzi della Campus Company, di carne sul palco ne ha messa proprio tanta.
“Quanto mi mancano, mi creda, i laboratori teatrali con i ragazzi delle superiori: mi davano energia vitale, mi suggerivano come procedere, rilevavano gli aspetti più critici… Annalisa Carrara mi ha voluto a suo tempo nella vostra città, dove ho avuto modo di conoscere organizzatori veramente in gamba, ho avuto il privilegio di recitare e far recitare in un teatro che è un vero gioiello. E poi, me lo lasci dire, gli adolescenti di Schio per me hanno una marcia in più: sono stato a contatto con loro per dieci anni e mi hanno lasciato un segno indelebile; con gli impegni che ho adesso nel mondo dello spettacolo, purtroppo non mi è più possibile stare con i ragazzi. Mi dispiace, ma nella vita ci sono corsi e ricorsi, chissà”. Beh, allora concludiamo, visto che è in vena di lodi e di ricordi, parlando di ciò che a Schio, come città, le piace di più.
“Quando seguivo i laboratori rientravo a casa, a Padova, appena finivo, ma il giro in centro me lo son fatto più volte e l’Osteria Due Spade, per la sua atmosfera, le chiacchiere e il buon bicchiere mi piace ancora tanto. Da appassionato di Hemingway, quando sono a Schio, è un posto dove torno sempre volentieri”. ◆
[28] ◆ Thiene Sport
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emperature quasi polari intorno, con la fatica a scaldargli il corpo e le soddisfazioni a infiammare il cuore. E un sogno olimpico che si potrebbe materializzare all’orizzonte, con proiezione al 2026. Di medaglia in medaglia è entrata nel vivo la stagione di Matteo Sostizzo, astro ormai non più nascente ma ben solido nella costellazione dei talenti dello scialpinismo, o Ski-Alp per chi mastica internazionale. Uno sport invernale che fa da “contenitore” di più discipline – dallo Sprint al Vertical race, la “scalata” in salita con gli sci ai piedi o in spalla a seconde delle pendenze – e che vede il ventenne di Zanè primeggiare non solo in Italia: il giovane altovicentino è fresco campione nazionale Under 23 ma staziona ai vertici anche in Europa, come dimostrano i piazzamenti sul podio a ripetizione nelle tappe di Coppa del Mondo fin qui disputate. Quattro, con un argento recente nel rendez-vous di Sondrio in Valmalenco prima della spedizione sui Pirenei che lo ha visto in gara a metà febbraio. Dopo aver fatto incetta di metalli preziosi al collo nelle categorie cadetti e junior tra gare sprint, vertical e mix, le premesse all’annata sportiva in corso d’opera sono state adrenalina pura per il classe 2001. È arrivata sul finire dell’anno l’investitura ufficiale a portacolori del Centro Sportivo Carabinieri, che gli ha permesso una stabilità negli allenamenti da atleta a tutti gli effetti professionista e prima ancora gli ha portato la notiziona dell’approvazione dello Ski-Alp a disciplina olimpionica, “battezzata” a Tokyo da un’apposita commissione. Il Cio ha detto sì, insomma, e pure all’unanimità, all’entrata nel lotto degli sport dei
Sostizzo punta alle Olimpiadi di Milano-Cortina La super stagione di Matteo Sostizzo, giovane azzurro di Zanè campione di scialpinismo, si è aperta con il titolo di campione italiano Under 23 e ora già guarda alle Olimpiadi del 2026, dove la sua disciplina sarà all’esordio.
Giochi Invernali a questa versione ibrida di corsa “bianca” di montagna alternata agli sci, che sarà dunque al debutto ufficiale proprio a Milano-Cortina 2026, l’edizione italiana delle prossime Olimpiadi. E con Matteo a rientrare di diritto, fin da oggi, tra i candidati a guadagnarsi un pass futuro per questo palcoscenico, pur con tanta concorrenza intorno. Avrà 4 anni per prepararsi e avvicinarsi all’Olimpo nel pieno della maturità agonistica, tra passaggi e traguardi intermedi, confrontandosi via via con i migliori su scala planetaria. Intanto i risultati parlano per lui, a partire da dicembre quando il titolo nazionale (Under 23) se lo è conquistato “al freddo e al gelo”, sul ghiacciaio del Presena con termometro a -15, sui 9 km di tracciato a un’altitudine di 2.500 metri, con dislivello in ascesa di 1000 e in discesa. Un
trionfo sul Tonale, nella categoria Individual, per il giovane cresciuto nelle fila dello Sci Cai Schio e supportato dal Comitato veneto della Fisi, per lui due famiglie “acquisite” che gli hanno permesso di avere le carte in regola per prenotare l’ascensore verso il professionismo. L’ultima impresa, in ordine di tempo, è fresca fresca: all’Europeo sui Pirenei (lato spagnolo) “Sosti” ha fatto parte della comitiva azzurra dei 32 convocati e ancora una volta si è ben comportato, guadagnando una medaglia di bronzo. “Ora finalmente potrò godermi qualche giorno di riposo a casa prima di concentrarmi su un intensissimo finale di stagione” dice Matteo nel viaggio di ritorno in Veneto, pronto a scaldare di nuovo corpo – e cuore – in vista dei prossimi impegni. Sul tema a cinque cerchi Sostizzo si è espresso combinando determinazione e maturità, così come sa mettere insieme la corsa alla sciata ad alta quota. “La strada è sempre più in salita – ha dichiarato a inizio stagione –. L’importante è affrontare gli alti e bassi che ci saranno sempre, nella maniera giusta senza mai farsi abbattere”. Le Olimpiadi? “Sognare non costa nulla, ci proverò senza smettere mai di divertirmi, di correre e di sciare con passione anche se ora è divenuto il mio lavoro. Grazie al Gruppo Sportivo dei Carabinieri ho la possibilità di focalizzare tutte le mie energie nello sport che amo. Mi è stata data una grandissima possibilità e non voglio sprecarla”. ◆ [O.D.M.]
Detto tra noi
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Il problema tamponi è solo la punta dell’iceberg Come molte persone, in gennaio io e la mia famiglia abbiamo dovuto effettuare tamponi per accertare la positività di tamponi fatti in casa e far partire ufficialmente il conteggio dei giorni di isolamento. Come molti avrei dovuto sottoporre i miei figli alle estenuanti file al punto tamponi dell’ospedale di Santorso. Mi sono rifiutata perché sapevo che i miei figli erano positivi e inoltre stavano male. Per loro e per rispetto di quelli che avevamo attorno, ho preferito riportarli a casa. In altre regioni, per esempio in Emilia-Romagna, avevano previsto che ci sarebbe stato un eccesso di richiesta di tamponi e avevano adottato queste direttive: per il conteggio dei giorni poteva valere anche il tampone positivo fatto in casa registrandolo in un portale dedicato. In Veneto invece, per certificare la positività, abbiamo assistito ad assembramenti che probabilmente sono stati il focolaio di altri contagi. Si poteva fare diversamente. Poi, alla fine della malattia, è stato necessario necessario effettuare un altro tampone per rientrare al lavoro e a scuola. In Emilia, dal 10 gennaio, era già possibile fare il tampone per il rientro al lavoro in tutte le farmacie, a carico del Sistema sanitario. Il Veneto ha continuato a pretendere che il tampone per il rientro fosse effettuato in ospedale creando un collo di bottiglia che ha reso complicato il rientro al lavoro anche per i guariti. Zaia a metà gennaio ha dovuto ammettere: “Oggi siamo nel caos, sono comprensibili tutte le lamentele dei cittadini”. Ma non ha detto che parte di questo caos era creato da regole proprie del Veneto e che l’uscita dal caos la stavano pagando i cittadini di tasca propria. I cittadini veneti naturalmente non sono rimasti a casa ad aspettare che si potesse fare il tampone in ospedale, come formalmente richiesto dalla Regione. Ribadisco, solo dalla nostra Regione. I veneti si sono arrangiati e sono andati a farsi il tampone in quei centri che sono convenzionati a comunicare l’esito del tampone al Sistema sanitario. In questo modo il Green Pass si attivava dopo poche ore. L’unica differenza, rispetto all’Emilia-Romagna è che i veneti il tampone se lo sono pagati. Dal 24 gennaio, due settimane dopo l’E-
milia, anche il Veneto ha permesso che il tampone di rientro fosse fatto in farmacia, a carico del Sistema sanitario. Zaia però lo ha annunciato in TV prima di dare direttive ai farmacisti. Sommando ulteriori disagi a quelli che c’erano già. Il caso dei tamponi è solo l’emblema di quello che succede nella sanità veneta. Per non limitarci a questo, riporto un altro confronto significativo: il personale infermieristico. Ritengo che la mancanza di investimento nelle risorse umane sia la colpa più grave della politica sanitaria veneta perché comporta la fuga dal pubblico del personale sanitario e ulteriori disservizi che indirizzano i cittadini alla sanità privata, foraggiata sempre più dal pubblico. La Corte dei conti il 24 aprile 2021 riporta che in Emilia Romagna ci sono 28.029 infermieri ovvero 6,3 ogni 1000 abitanti, in Veneto 25.323, che corrisponde a 5,2 ogni 1000 abitanti. Dal Decreto Legge 34/2020, dove erano finanziati interventi straordinari per affrontare il Covid, gli infer-
mieri reclutati in Emilia-Romagna sono stati 5007 di cui 2161 a tempo indeterminato, in Veneto solo 113 di cui 37 a tempo indeterminato. Non ci stancheremo di evidenziare la grande distanza tra la narrazione che Zaia fa della sanità veneta e la realtà di grande disagio che vivono gli operatori della sanità: se i reparti sono sottodimensionati, il carico di lavoro diventa ingestibile e infatti gli operatori stanno fuggendo dal pubblico nella nostra regione più che in altre. Il disagio ricade naturalmente sui cittadini che, se possono, si rivolgono al privato. Per tappare la bocca alle minoranze, Lega e maggioranza ci invitano sarcasticamente a curarci in Calabria. Siamo consapevoli che ci sono regioni con difficoltà maggiori del Veneto, ma noi preferiamo prendere ad esempio quelle in cui la sanità funziona meglio, come l’Emilia. In Emilia si investe in personale sanitario più che in Veneto, e si vede. Giulia Andrian Consigliere comunale Pd
Il giardinetto di Nassiriya usato come WC per il cane In via Riboli, nel giardinetto davanti all’ex lanificio Cazzola intitolato ai Caduti di Nassiriya, da qualche tempo si trovano quasi quotidiane e indecenti testimonianze del passaggio di un (incolpevole) cane di medio-grandi dimensioni, portato dal proprio padrone a liberarsi in quel posto, probabilmente con il favore del buio serale o con il primo chiarore del mattino. Le quantità di escrementi rilasciate dal cane (di cui nella foto si vedono in basso due esempi) sono concentrate nelle vicinanze della zona di passeggio, perciò si consiglia di fare attenzione e non sconfinare nell’erba per non rischiare di dover buttare via le scarpe dopo aver pestato il mezzo chilo di cacca di turno. Nel caso qualcuno si imbattesse nel cane e nel suo proprietario in flagranza di evacuazione,
si consiglia di prender nota dell’orario e di avvisare la polizia locale. Volendo, si potrebbe anche chiedere a chi accompagna il cane di avere un po’ di rispetto - se non per il decoro urbano che probabilmente gli risulta un concetto estraneo - quantomeno per un giardino dedicato alla memoria di giovani soldati tragicamente uccisi in Iraq. Basterebbe evitare di considerarlo il wc privato del proprio cane. [S.T.]