

SchioMese
Periodico di informazione dell’Alto Vicentino
anno XV n. 144 - maggio 2026
Quelli del Masiera - p.6 ◆ Una carovana per l’Ucraina - p.10

Cunegato, la recluta veterana
Carlo Cunegato è consigliere regionale da sei mesi, ma quasi da subito ha preso a muoversi nel nuovo ruolo come se fosse lì da sempre. “Ho avuto la fortuna di aver sempre perso le elezioni… È una battuta, ma in effetti come consigliere comunale a Schio le elezioni le ho sempre perse, quindi ho esperienza di opposizione”.

Decoro urbano, bene le regole ma poi bisogna farle rispettare
IStefano Tomasoni
n queste settimane il tema del decoro urbano è tornato ancora una volta d’attualità, sulla scia di una nuova querelle politica tra maggioranza e minoranza di destra. È capitato che Fratelli d’Italia abbia presentato in consiglio comunale una mozione che, rifacendosi nell’intestazione appunto al “decoro urbano”, teneva dentro roba non da poco: la richiesta di una revisione del Regolamento di polizia urbana, la verifica degli immobili sfitti, il potenziamento del servizio a piedi da parte degli agenti della polizia locale e altro. Dal canto suo, la maggioranza ha risposto con un emendamento che di fatto ha saltato a piè pari la mozione per dare mandato al presidente della Prima Commissione consiliare (espresso da FdI) di “avviare un percorso di analisi e revisione del vigente Regolamento di polizia urbana”, per vedere di inserire delle norme che vadano a contrastare i fenomeni di degrado. Ne è nata una nuova (prevedibile) polemica tra amministrazione e FdI, nel merito della quale non ci interessa qui entrare.
di informazione
Supplemento mensile di Lira&Lira
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Redazione
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Quel che interessa dire sono due cose.
La prima: ben venga una (nuova) revisione del Regolamento di polizia urbana, purché poi non ci si accontenti di mettere nero su bianco una serie di comportamenti non consentiti e si facciano rispettare davvero i divieti che ne deriveranno. Perché già adesso il Regolamento contiene più di qualche norma e di divieto che poi di fatto non ci si preoccupa di far rispettare. Per dirne una: il Regolamento contiene da sempre una disposizione che vieta di salire sui monumenti; eppure, quanti se ne vedono di bambini o di giovani appollaiati sul monumento ai fratelli Pasini senza che la cosa solleciti l’intervento di qualcuno? Sarebbe vietato anche esporre la biancheria dalle finestre e dai poggioli prospicienti vie del centro, eppure sia in piazzetta Garibaldi (più centro di così) che in piazzetta San Gaetano, per citare solo due casi, gli indumenti stesi ad asciugare in pubblico sono uno spettacolo diffuso e del tutto tollerato. Per non dire del divieto di sputare per terra, di per sé sacrosanto, ma che si scontra con l’impossibilità di sanzionarlo, dovendo riuscire a cogliere l’incivile di turno in flagranza di spuacio. Insomma, si possono introdurre tutte le norme che si vuole, ma bisogna che siano realistiche. E perché lo siano servono controlli puntuali e multe vere, seguite fino al loro effettivo pagamento.
La seconda cosa che interessa dire è che il decoro urbano ha certamente a che fare (e molto) con aspetti cruciali legati alla sicurezza – reale e percepita – e al degrado di certi contesti abitativi, ma nel contempo è qualcosa che dipende in modo preponderante dai comportamenti dei singoli. E da questo punto di vista, si sa, si lotta contro i mulini a vento perché ormai menefreghismo, volgarità e sciatteria sono prassi diffusa e quotidiana. Anche in questo caso, però, qualcosa si deve pur fare, sia attraverso controlli più puntuali e severi per scoraggiare gli atti di degrado, sia attraverso piccoli interventi preventivi per impedire all’origine i comportamenti beceri. Due esempi.
1) Ai tempi di Carosello c’era una “réclame” (in quegli anni non si chiamavano ancora spot) dei pelati De Rica che consisteva in un breve cartone animato in cui il canarino Titti fuggiva, come faceva sempre, cercando di non cadere nelle grinfie di Gatto Silvestro. Alla fine si rifugiava nella dispensa della cucina, sopra un barattolo di pelati, appunto, al che Silvestro si bloccava di colpo e rinunciava a catturare l’uccellino, ammettendo che “su De Rica non si può”. Ecco, ora si cambi il marchio dei pomodori con la statua del Tessitore, e si dica tutti insieme che “sull’Omo non si può”. Perché va bene tutto (anzi, non va bene niente), ma il monumento simbolo di Schio, almeno quello, si abbia la compiacenza di rispettarlo. Tutti, che qui si sia nati o che qui si sia arrivati da paesi lontani e dunque non si conosca inevitabilmente il “pregresso storico” locale. In poche parole, non è possibile vedere gente mezza sdraiata sul basamento del monumento, nel punto più centrale e visibile della città, come se sotto il buon Tessitore ci fosse un divano. Tra le frasi rossiane scolpite sotto la statua del Monteverde ce n’è una che dice “Il lavoro ci affranca”, non dice “il riposo ci stravacca”.

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Periodico
dell’Alto Vicentino
Oltre a chiedere più rispetto a chi non coglie il senso di degrado che deriva dal trattare un monumento alla stregua di una panchina, va chiesta anche tempestività di intervento da parte di chi è chiamato a far rispettare le regole del vivere civile, specie se, come accennato sopra, sono regole inserire anche nel Regolamento di polizia locale vigente.
2) Anche una situazione di pericolosa anarchia del traffico può far perdere punti alla classifica del decoro urbano. Prendiamo il caso di via Baccarini davanti alla stazione ferroviaria, dove non si contano le infrazioni e le manovre vietate compiute da automobilisti impuniti, che restano non sanzionati per mancanza di controlli. C’è chi arriva dal monumento Rossi e svolta

di colpo a sinistra su via S.Giovanni Bosco anziché fare il giro del Fagiolone, manovra non solo vietata ma anche rischiosa. C’è chi esce dal parcheggino della stazione e svolta a sinistra infischiandosene del divieto e della doppia linea continua. E c’è chi arriva dal Fagiolone e si ferma all’altezza del passaggio pedonale per girare a sinistra ed entrare in area stazione, andando a bloccare il traffico dietro di sé; una manovra anch’essa palesemente vietata sia dalla segnaletica orizzontale che da quella verticale. In questo caso, lo abbiamo già scritto, ci sembra che qualcosa che si possa fare in termini di prevenzione, da un lato installando apposite telecamere in grado di sanzionare le infrazioni stradali, ma dall’altro applicando una semplice “striscia” di birillini gialli di dissuasione (come quella installata in via XXIX Aprile all’altezza del nuovo ingresso su via Fogazzaro) al centro della carreggiata, là dove la gente in arrivo dal Fagiolone si ferma per entrare in stazione.
E poi ci sono anche gli atti di puro vandalismo che vanno ad appesantire la percezione del degrado. La staccionata di via Lungo Leogra è uno degli esempi cronici. Non si contano più ormai i punti in cui risulta sfasciata, divelta o pericolosamente trabal-

La staccionata di via Lungo Leogra sempre più sfasciata
lante, roba che uno se ci si appoggia rischia di finire in Leogra. A danneggiarla sono i soliti balordi che si ritrovano a ore tarde nei punti meno esposti, quasi sempre vicino alle panchine, e quando se ne vanno lasciano rifiuti dappertutto e assi sfasciate. Anche qui, controlli a parte, sarebbe consigliabile agire di prevenzione, sostituendo l’intera staccionata – che del resto ormai ha fatto il suo tempo - con i tronchetti in agglomerato plastico installati da tempo in via Redentore, dalle parti dello stadio di rugby.
In definitiva, è lecito chiedere qualche sforzo in più da parte di chi ha il compito di sanzionare le situazioni e i comportamenti che creano degrado o di trovare forme che possano aiutare a prevenirli. Dopodiché, certo, nessuno si deve fare illusioni: la madre degli imbecilli rimarrà sempre incinta. Quello è l’unico indice demografico che non cala mai. ◆

Il dissuasore di via XXIX aprile: ne servirebbe uno davanti alla stazione
Copertina

Cunegato in Regione si muove con sorprendente disinvoltura, come se fosse lì da sempre. “Ho avuto la fortuna di aver sempre perso le elezioni […] quindi ho esperienza di opposizione”.
“Io sindaco? Se me lo chiedessero ci penserei”
MStefano Tomasoni
a quale apertura di via Fogazzaro, ma quale monumento di piazza Statuto, ma quale stadio di calcio da ammodernare… Quando da consigliere comunale di Schio passi a essere un consigliere regionale queste cose escono un tantino dall’orizzonte quotidiano e la normalità diventa un’altra. Tipo che ti chiama un comitato di Conegliano che si batte contro la monocoltura del prosecco e ti chiede un incontro per parlarti del problema. Se ne sta rendendo conto Carlo Cunegato, che in consiglio regionale siede da sei mesi e si sta facendo conoscere in tutto il Veneto con i suoi interventi in aula, le sue interrogazioni e le sue (frequenti) apparizioni nei talk politici delle tivù regionali. Al punto che, s’è detto, lo chiamano anche per occuparsi dei problemi del prosecco trevigiano. E lui va, gira la regione, ascolta, incontra, si documenta. Insomma, l’ha preso decisamente sul serio, questo fatto del consigliere regionale. D’opposizione, certo - quando mai (finora) il Cune è stato in maggioranza? – ma intanto bisogna dire che si sta dando da fare.
Allora, Cunegato, come sta andando la nuova esperienza? Qual è il bilancio di questi primi sei mesi in Regione?
“Il primo mese e mezzo è servito per abituarmi al cambio di vita. Ho dovuto mettermi in aspettativa dall’insegnamento, per legge. Ma devo dire che, dopo il primo periodo di ambientamento, ho trovato il mio equilibrio e sono molto contento dell’esperienza che sto facendo. È molto stimolante, perché mi piace fare politica, e
Da sei mesi Carlo Cunegato ha lasciato la dimensione locale e si è immerso nel suo nuovo ruolo di consigliere regionale, che adesso lo porta a essere chiamato e sollecitato su temi e problemi da tutto il Veneto. Ma se nel futuro ci fosse una “chiamata” scledense per fare il candidato sindaco del centrosinistra? “Mi piace molto la dimensione politica regionale e c’è molto tempo davanti. Diciamo che non la escludo come possibilità”.
in Regione la si fa, la dimensione è meno amministrativa. Sono nella commissione sanità e nella commissione lavoro e cultura. Mi sembra di avere un buon spazio nel dibattito, che ci sia una voce dell’opposizione che comincia a essere riconosciuta”. Qual è il lavoro quotidiano del consigliere regionale?
“È un lavoro a tempo pieno, se uno lo vuole fare bene gli impegni non finiscono mai, perché i temi di cui occuparsi sono tantissimi. Diventi consigliere regionale e ti chiamano un po’ tutti, da tutto il Veneto, con richieste, istanze. Adesso mi capita di incontrare tanta gente in tutto il Veneto. Qualche giorno fa, per dire, sono andato a Mestre per un impegno legato al mio gruppo politico, poi a Venezia, poi mi sono trovato a intervenire nell’ambito di una campagna elettorale per una delle elezioni amministrative in programma in questi giorni in Veneto, poi sono andato in televisione e sono tornato a casa a mezzanotte. Il giorno dopo sono andato a Mestre a una manifestazione contro il progetto di riforma Valditara, poi in ufficio a Venezia, poi a Conegliano per incontrare un comitato critico contro la monocultura del prosecco, che voleva conoscermi”.
Passare dalla dimensione locale a quella che porta ad ascoltare le istanze di tutte le realtà del Veneto non dev’essere semplice. Come si fa a entrare dentro i problemi di tutti e a farsene carico con cognizione di causa?
“Eh, bisogna studiare molto. Però a me piace, mi diverte approfondire, conoscere i temi, andare a fondo. È una bella occasione di arricchimento personale”.
In effetti la si vede sui social con un piglio deciso, come se fosse lì da anni. Un veterano, invece di una recluta.
“Ho avuto la fortuna di aver sempre perso le elezioni… (sorride) È una battuta, ma in effetti come consigliere comunale a Schio le elezioni le ho sempre perse, quindi ho esperienza di opposizione. Poi comunque già prima di candidarmi alle Regionali la prima volta, nel 2020, mi occupavo di politica in difesa della sanità pubblica, è una cosa che faccio almeno da dieci anni. Insomma è un po’ che sto cercando di fare una contro-narrazione sui temi regionali, per smontare la propaganda autocelebrativa della Lega e fare il controcanto a chi governa. Arrivando in Regione mi sono trovato a fare questo a tempo pieno, con più mezzi e più visibilità”. Tra l’altro in passato aveva già avuto modo di scontrarsi direttamente con lo stesso Zaia, anche a livello giudiziario. Com’era andata?
“Sono stato querelato da Zaia durante il Covid. Nella seconda ondata, il Veneto viveva un paradosso: avevamo più morti e contagiati ma eravamo in zona gialla. Come ‘Il Veneto che vogliamo’ avevamo raccontato che l’indice RT di replicabilità del virus non era dato dal numero si contagiati ma dai contagiati sintomatici; siccome a un certo punto nel sistema veneto erano tutti asintomatici, l’indice RT si abbassava e si rimaneva zona gialla. Ho sostenuto questo e sono stato denunciato. Hanno fatto due indagini di polizia da 160 pagine, poi il giudice delle indagini preliminari ha archiviato perché non era diffamazione ma critica politica. Il paradosso è che ho vinto, ma intanto mi sono dovuto pagare l’avvocato”. È consapevole, comunque, di avere un destino da consigliere di opposizione, come fu quello del doppio mandato regionale di Berlato Sella? È ben difficile che in Veneto il centrosinistra possa scalzare la maggioranza di centrodestra…
“Mah, spero di no. Quello che dice è oggettivo, d’altronde Marco Almagisti, studioso di processi politici, ha osservato che il Veneto prima nell’impero austroungarico e poi nei primi anni del Regno d’Italia è stato lasciato solo: lo Stato non è arrivato a costruire istituzioni, l’unica istituzione che c’era era la Chiesa. Nei decenni scorsi, poi, nel giro di due generazioni il Veneto è diventato terra di distretti e piccole imprese e sono nate nuove istanze che la Lega è stata molto abile a intercettare: una richiesta di maggiore attenzione da parte di Roma, più attenzione alle piccole imprese, sburocratizzazione… Ma credo che ormai la Lega abbia perso credibilità: è nata autonomista, è diventata indipendentista e con Salvini si è trasformata in un partito nazionalista. Il nostro lavoro è quello di insistere su temi importanti. Uno di questi è appunto la sanità, che è un tema post-ideologico, e infatti io credo di aver preso voti anche da chi non ha mai votato Avs”. Sì, ma siamo realisti: pensa che ci sia qualche possibilità che lo scenario possa cambiare al punto da arrivare prima o poi a un presidente del Veneto di centrosinistra?
“Perché possa succedere va fatto un lavoro concreto sui temi che incidono sulla vita delle persone. Uno l’ho detto, è la sanità, ma ci sono anche l’ambiente, il lavoro. Noi abbiamo fatto una proposta per l’introduzione del salario minimo in Regione, così come hanno fatto altre regioni. Il salario minimo lo decide lo Stato, ma una Regione può fare una legge in cui chiede che tutti quelli che lavorano con lei - negli appalti, nei subappalti – abbiano un minimo salariale. Credo che sia un segnale importante”. Anche qui, però, si può immaginare che difficilmente la proposta passerà.
“Non so, l’iter del progetto di legge per il salario minimo l’ho depositato, ma è solo all’inizio. Certo se la maggioranza non vuole, non viene nemmeno portato in consiglio. Avevo fatto proposte anche sul congedo paritario e mi sono state bocciate. Eppure sappiamo che c’è un problema legato alla violenza sulle donne. Le donne possono liberarsi da un maschio violento se hanno un lavoro che consente loro di vivere, ma oggi il 40% delle donne in Veneto non lavora e se non lavori non sei libero di emanciparti da un maschio violento. Poi c’è la questione del gap salariale: in provincia di Vicenza tra i dipendenti il salario medio lordo di un uomo è di 30 mila euro, quello di una donna è di 19 mila euro”. Sta maturando la sensazione di lottare contro i mulini a vento?
“La vedo così: il mio ruolo è di tre tipi. Il primo è fare un lavoro di studio e di scavo per denunciare quello che non va. Il secondo è fare proposte, come appunto quella del salario minimo ma anche altre che continuiamo a fare, ad esempio sul tema della linea ferroviaria Vicenza-Schio. Il terzo è un ruolo che posso cercare di esercitare come consigliere del territorio: essere una voce chiara di opposizione non mi impedisce di costruire rapporti anche con chi governa, per portare avanti le istanze che vengono espresse dal nostro territorio”.
A proposito di territorio locale, parliamo di Schio: visto il consenso elettorale ottenuto alle Regionali anche qui in città, pensa di poter diventare un punto di riferimento del centrosinistra scledense fino a essere candidato sindaco alla prossima tornata elettorale?
“Per ora nessuno me l’ha chiesto, nel momento in cui dovessero chiedermelo lo valuterei.Adesso posso dire che la dimensione

regionale mi piace molto: si discute di questioni politiche e non solo amministrative e questo, come ho detto, mi appassiona”. Diciamo che per una volta, se diventasse sindaco, avrebbe la possibilità di governare… “Certo, ma c’è molto tempo, mancano tre anni. Diciamo che non la escludo come possibilità”.
Intanto, l’attuale situazione politica a Schio come la vede? Chi dice che l’esperienza civica mostra la corda ha ragione o no?
“Questa non è una domanda facile. Questi due anni hanno mostrato la debolezza di chi governa la città e la difficoltà della sindaca di tenere insieme forze eterogenee e composite: da chi è vicino ai Cinque Stelle a chi non ha nascosto una vicinanza a Fratelli d’Italia. Lo si è visto anche alle Regionali, dove nella maggioranza c’è chi ha sostenuto l’ex sindaco di Vicenza Rucco, chi il presidente della Provincia Nardin, chi candidati di Forza Italia. Credo tuttavia che il fatto che Orsi sia uscito di scena favorisca l’equilibrio all’interno della maggioranza. Dipende tutto dalla sindaca Marigo, un sindaco faccia fatica a non ripresentarsi, se arriva in fondo al mandato. Credo che quel mondo civico ci sarò ancora, a meno che non decida lei di uscire di scena”. ◆
Lo Schiocco
Lo zoccolo-trincea
A margine dei lavori per l’apertura di via Fogazzaro, in Largo De Pretto e fino all’imbocco con via Marconi è sorto uno zoccolo “monstre” per separare la pista ciclabile dalle auto. Un mestiero alto una buona ventina di centimetri, grigio e spigoloso, un ostacolo che sembra più pericoloso che utile. E che, come si vede nella foto, presenta già segni neri evidenti là dove più di qualche auto o furgone deve averlo strisciato con i copertoni nel fare la curva, da prendere ora con molta più attenzione di prima. Il manufatto, che corre su tutto Largo De Pretto fin quasi all’altezza della fabbrica, ricorda in miniatura il pro -

filo di una casamatta tedesca della seconda guerra mondiale, o di una trincea sulle coste della Normandia. Non sappiamo di chi sia l’idea di uno zoccolo così aggressivo e teutonico. Fatto sta che adesso quel tratto di strada anziché Largo De Pretto, potrebbe tranquillamente chiamarsi Von Pretten Strasse. [S.T.]
Attualità
“Con le borse di studio vogliamo premiare chi fatica il doppio per tenere insieme due mondi, quello sportivo e quello scolastico, che spesso non riescono ad integrarsi efficacemente”, spiega il direttivo del Masiera.
C’Camilla Mantella
è un momento preciso, tra i quattordici e i diciotto anni, in cui il borsone dello sport diventa troppo pesante. Non per i chilometri o per la fatica fisica, ma per il tempo che sembra sottrarre a tutto il resto. In Italia, i dati Istat e le rilevazioni dell’Osservatorio nazionale per l’adolescenza confermano una tendenza cronica: il cosiddetto “drop-out” sportivo – l’abbandono dell’attività fin lì seguitacolpisce circa il 30% dei ragazzi proprio durante le scuole superiori. La ragione principale è la difficoltà di conciliare impegno agonistico e ritmi scolastici.
In un sistema che spesso costringe dunque a scegliere tra il “buon voto” e la “buona prestazione”, a Schio si cerca di invertire la rotta, premiando tutti quei ragazzi che si impegnano con costanza tanto tra i banchi di scuola quanto in palestra.
Al centro di questa iniziativa c’è il MasieraDay, evento che è diventato culla della MasierAcademy. Tutto nasce dal ricordo di Livio Romare, centrale storico della Jockey Volley Schio, scomparso prematuramente nel 2014. Romare era atleta di alto livello, ma pure l’incarnazione di un modo di intendere la vita fatto di lealtà, dedizione e, appunto, equilibrio. “Masiera” era il suo soprannome, per il muro proverbiale con cui affrontava gli avversari.
Oggi il palazzetto della città – il PalaRomare, tempio del basket e del volley – porta il suo nome, e MasierAcademy porta avanti


Quelli del Masiera
A Schio c’è un gruppo di persone che, con l’obiettivo iniziale di promuovere i valori dello sport tra i giovani ma anche l’impegno scolastico, in pochi anni ha messo in piedi un progetto in continua crescita: il MasieraDay e la MasierAcademy. La seconda assegna ogni anno sei borse di studio all’interno dell’evento MasieraDay, dedicato agli studenti, con ospiti illustri che presentano ogni anno un tema diverso.
i suoi valori con uno strumento concreto: sei borse di studio, all’interno di un evento dedicato soltanto agli studenti, dove ospiti illustri presentano ogni anno un tema diverso: un unicum nel panorama italiano. “Si tratta di un progetto che premia non solo il merito scolastico, ma la capacità di essere cittadini attivi attraverso lo sport”, spiegano gli organizzatori. A differenza delle classiche borse di studio, basate sulla media dei voti e/o sulla situazione economica familiare, qui il requisito è duplice: una media scolastica di almeno 7,5 e la pratica di una disciplina sportiva riconosciuta dal Coni. Viene premiato un ragazzo per ogni classe delle superiori di tutti gli istituti scledensi.
Il processo è meritocratico e partecipativo. Dal mese di settembre, i ragazzi si autocandidano attraverso il portale ufficiale del MasieraDay, raccontando i propri risultati in classe e nelle palestre. Le società sportive di appartenenza forniscono le certificazioni necessarie, garantendo la serietà della candidatura. “Guardiamo ai risultati oggettivi - ribadiscono gli organizzatori -. Vogliamo premiare chi fatica il doppio per tenere insieme due mondi, quello sportivo e quello scolastico, che spesso non riescono ad integrarsi efficacemente”.
La selezione è affidata al direttivo del Ma-
siera composto da otto persone tra familiari, ex compagni di squadra e amici stretti di Livio, che lavorano per un anno intero alla costruzione dell’evento.
L’apice di questo percorso è il MasieraDay di aprile, un evento che trasforma il PalaRomare in un palcoscenico nazionale. L’edizione del 2026, tenutasi lo scorso aprile, ha confermato il livello degli ospiti: dal commissario tecnico della nazionale femminile italiana di pallavolo Julio Velasco alla biatleta campionessa olimpica nell’inseguimento a Milano-Cortina 2026 Lisa Vittozzi, fino all’attore e conduttore Paolo Ruffini, fortemente impegnato nel sociale. L’obiettivo non è la sfilata di celebrità, ma offrire ai ragazzi modelli di vita che parlino di resilienza, etica e impegno. I premiati vengono svelati durante l’evento, anche loro stessi lo scoprono in diretta. L’evento, rivolto in presenza agli studenti delle superiori di Schio, dal 2021 viene trasmesso anche in diretta web sul canale YouTube del Masiera. Una scelta onerosa in termini logistici ed economici, ma necessaria per rendere la comunità partecipe di un messaggio educativo significativo. Dal 2024 il valore civile dell’iniziativa si è ulteriormente ampliato con l’introduzione
L’ultima edizione del MasieraDay


della sesta eccellenza in memoria di Vivian Borsato, co-fondatore dell’associazione e amico fraterno di Livio. Questo speciale riconoscimento da mille euro non guarda ai cronometri o ai voti, ma al cuore: premia la generosità, il senso civico e l’altruismo. A essere premiati, infatti, sono giovani che trovano il tempo per il volontariato attivo, diventando punti di riferimento per le proprie comunità.
Dietro la mattinata di festa c’è una macchina organizzativa complessa. C’è chi gestisce i contatti con gli ospiti, chi cura la comunicazione social per mantenere alta la percezione di serietà del progetto e chi tesse i rapporti fondamentali con i dirigenti scolastici e i rappresentanti d’istituto. Questi ultimi, solitamente ragazzi di quarta superiore, cambiano ogni anno e offrono un supporto logistico fondamentale nei giorni dell’evento. Una logistica che sfida anche i tempi dello sport professionistico. Il PalaRomare è
la “casa” del Famila Basket e della Gps Volley, società che collaborano attivamente al progetto, arrivando a spostare i calendari delle partite per permettere l’allestimento del MasierAcademy, che spesso si svolge in notturna al termine delle partite delle squadre di casa.
Un aspetto centrale riguarda le modalità di finanziamento del progetto. Le borse di studio e l’intera macchina organizzativa sono sostenute da una rete di sponsor locali – industriali, artigiani, commercianti, liberi professionisti e privati – che credono nel valore sociale dell’operazione. È una partnership basata sulla fiducia, dove le aziende accettano una visibilità “non standard”: trattandosi di un evento rivolto a minorenni, infatti, non c’è spazio per logiche commerciali aggressive. Nonostante i costi elevati la gestione permette spesso di chiudere il bilancio con un segno positivo. Quest’anno il ricavato è stato interamente devoluto alle scuole superiori di Schio per favorire l’inclusione, permettendo a ragazzi di famiglie in difficoltà di partecipare a gite e laboratori extrascolastici.
Il MasierAcademy, lungi dall’essere una

celebrazione nostalgica, è un investimento sul capitale umano del territorio. In un contesto dove l’abbandono dell’attività fisica tra gli adolescenti è così diffuso, il modello Schio dimostra che la soluzione non è abbassare l’asticella, ma dare ai giovani le motivazioni per saltare più in alto. L’invito per tutti gli studenti scledensi è quello di non lasciarsi sfuggire l’opportunità: il sito www.masieraday.it è il punto di riferimento da monitorare per le prossime scadenze. Candidandosi a partire dal mese di settembre è possibile non solo ambire a un premio, ma testimoniare che scuola e sport sono, e devono rimanere, due elementi complementari per una crescita sana e bilanciata. ◆
Un pitbull al mercato diventa roverso
Fin da bambino avevo paura dei cani, soprattutto. quando mi arrivavano da dietro. Anche se piccoli, avrebbero potuto darmi proditori morsi alle caecie. A quel tempo non si parlava di pitbull o di rottweiler, ma semmai di lupini (piuttosto cativi), che in qualche maniera erano riconducibili al pastore tedesco; di buldò; di cani da caccia, in genere abbastanza buoni, salvo quelli incrociati con i lupini (buoni anche quelli, ma no farli incassare); e poi della grande categoria dei cani cosiddetti da pajaro, generati dal libero amore tra cani di razze diverse. Con i cani bisognava stare attenti, anche perché a quel tempo molti erano randagi e giravano come loli per Schio. Ma allora c’era il massacan che li teneva d’occhio e, se qualcuno aveva l’aria di essere cativo o saltava su alle persone, lo copava senza tanto andar drio. La maggior parte dei cani però andava via per la propria strada, senza far malagrassie.
Oggi non ci sono più cani randagi, almeno qui da noi: sono tutti al guinzaglio di un padrone e quindi non ci dovrebbe più essere la necessità di guardarsi dai morsi alle caecie. In realtà nello scorso mese di aprile, al mercato del sabato, in mezzo a una folla che mi obbligava di continuo a scansarmi, per non andare addosso ad altri, ho sentito dietro di me un abbaiare furioso. Non me ne intendo molto di cani, ma, con la coda dell’occhio, mi è sembrato di vedere il tipico muso di pitbull, al guinzaglio di un ometto (non di un giovanotto tatuato, come si vede di solito), che diceva al cane: “Dai, stà bon, parcossa sbaitu ti?” Come se parlasse al muro: il cane continuava ad abbaiare e anche abbastanza da rabioso. Mi sono sentito un formicolio che dalle caecie andava su. Una donna ha detto a una che era assieme a lei: “’Ndemo via in pressa, parché quel can lì no el me piaze gninte”. All’improvviso ho sentito una vigorosa testata su una gamba e il cane è corso avan-
ti, trascinandosi dietro l’ometto, che non smetteva di parlargli con buona maniera, per ammansirlo: “Stà bon, dai no sbajare”. “Méttarghe magari na musarola, no?” gli ha gridato dietro una donna. Ma l’ometto era già avanti e non sentiva o faceva finta. Io capisco che un cane, già di per sé nervoso per razza, quando si trova in mezzo a una folla di gambe
(è quello che credo abbia visto il pitbull in quella circostanza), diventi ancora più roverso. Ma allora non portarlo al mercato, pora bestia!
Per fortuna al mercato del sabato, scene come quella che ho descritto, non sono la normalità. Talvolta si vedono, è pur vero, persone con una carrozzina, come quelle usate per i neonati: dentro ci tengono non un neonato, ma un cagnetto. Per la carità, non sono ostile a queste esternazioni di affetto verso i cagnetti. Importante è che non mi vengano da dietro a mòrdermi le caecie, anzi finché sta in carrozzina è escluso che possa farlo. E quindi, dal mio punto di vista, la carrozzina per il cagnetto va benissimo. È importante però non lasciare un pitbull in mano di gente che non ha né la forza né l’autorevolezza per controllarlo. È una specie di arma impropria lasciata nelle mani di un bambino. Piccolo. ◆
Mariano Castello

Il gruppo di volontari pronti per la missione umanitaria in Ucraina. Sotto, due momenti del viaggio verso il paese in guerra
UAttualità
Elia Cucovaz
n raggio di sole dall’Alto Vicentino ha portato speranza al popolo ucraino nei suoi giorni più bui. Volontari delle province di Vicenza, Verona e Padova, tra cui lo scledense Andrea Alba, hanno preso parte alla carovana della pace coordinata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in collaborazione con i Lions di Milano che ha raggiunto città come Dnipro, Mykolaiv e Odessa. Hanno percorso più di 6 mila chilometri in quattro giorni con dieci furgoni per portare nelle zone di guerra oltre 100 quintali di aiuti - viveri, medicine, attrezzature - che hanno consegnato a varie realtà locali impegnate nell’assistenza di migliaia e migliaia di civili colpiti dalla guerra e in particolare delle fasce più deboli e colpite dal conflitto: orfani e vedove, anziani soli, mutilati e altri malati gravi. Gli aiuti sono stati raccolti nelle provincie di Vicenza, Verona, Padova coinvolgendo decine e decine parrocchie - compresa l’Unità pastorale Bakhita di Schio - enti, associazioni, attività commerciali (come le farmacie per la raccolta di medicinali indicati su liste) e moltissimi privati cittadini che si sono recati spontaneamente o in gruppo presso i centri di raccolta allestiti a Valdagno e San Vito di Leguzzano.
Questa attività ha fatto parte di un impegno che continua dal 2022 e che non si ferma: è in corso di organizzazione l’invio di un tir di aiuti, che partirà probabilmente dopo l’estate: «l’aiuto di tutti può fare la differenza», spiega Giuseppe Longo, responsabile della casa famiglia di Novale della Papa Giovanni, coordinatore della missione. «Siamo partiti con equipaggi di tre-quattro persone per furgone, in modo da poterci alternare alla guida - dice Longo -. Ogni giorno abbiamo macinato oltre mille chilometri per poter raggiungere tutte le tap -


Una carovana per l’Ucraina
Anche da Schio e dall’Alto Vicentino c’è chi continua a mobilitarsi per portare aiuti alle popolazioni ucraine martoriate dalla guerra in corso ormai da più di quattro anni.
pe del nostro viaggio, su strade che, più ci si avvicina al fronte, più diventano dissestate a causa del passaggio di carri armati o dei danni causati da bombardamenti e colpi di mortaio, con il segnale GPS che va e viene, perché durante gli attacchi di droni viene oscurato».
I volontari hanno attraversato città segnate dalla violenza della guerra dove nonostante tutto si cercano di salvare sprazzi di vita normale. «Nonostante l’esercito ucraino viva momenti difficili per carenza di munizioni, specialmente contraeree, le persone escono, si ritrovano nei parchi, frequentano i bar, mentre lungo i muri si susseguono file di foto dei morti sotto le bombe o al fronte. Ormai si tratta di ragazzi di 19-20 anni, che vengono prelevati dai militari senza alcun preavviso e dopo pochi

giorni di addestramento spediti in combattimento, a volte senza che le loro famiglie ne sappiano più nulla».
«Tutto ciò che abbiamo portato e che porteremo - continua Longo - viene preventivamente richiesto dalle realtà con cui siamo in contatto, come orfanotrofi, centri medici, associazioni di assistenza, e consegnato direttamente nelle mani dei referenti, in modo che nulla vada sprecato né possa finire al mercato nero. Abbiamo ricevuto anche donazioni in denaro che abbiamo impiegato per pagare le spese di trasporto (il costo per ogni furgone supera i mille euro), ma anche per acquistare beni come testi scolastici, stufe e dissalatori per l’acqua. Acquistiamo in Ucraina tutto quello che possiamo per aiutare l’economia del Paese. Ovunque ci fermiamo siamo accolti con un calore struggente, considerando che le persone che ci ospitano si stanno togliendo il pane di bocca e il tetto sulla testa per darli a noi. Non meno commovente è stato il tam tam che ha mobilitato centinaia di persone e enti animati dalla voglia di dare un aiuto concreto alle vittime di un conflitto mediaticamente passato in secondo piano, ma ancora fonte di infinite sofferenze alle popolazioni».
Per chi volesse contribuire alle prossime spedizioni, è possibile contattare le sedi territoriali dell’associazione Papa Giovanni XIII. Giuseppe Longo indica l’IBAN IT 50 T 03069 096061 00000404620 (Fondazione Lions Milano Citta’ Metropolitana Ets).◆




PAttualità
Mirella Dal Zotto
aolo è stato un esempio come pochi nella malattia, vissuta con tanta dignità e con un sorriso, senza lamenti. Ogni tanto Stefano e io andavamo a trovarlo: fare quattro chiacchiere insieme faceva piacere a lui e a noi. Vicino c’è sempre stata Ada, che lo ha seguito con amore e con un’ammirevole dedizione; Paolo aveva la battuta pronta e ironica, anche quando, alla fine, faticavamo a capire quello che diceva, ma si rideva lo stesso. Gli piaceva ricordare gli inizi della nostra amicizia, quando io e Stefano siamo approdati al Gazzettino dove lui era il corrispondente da Schio, e anche quando siamo arrivati a Lira&Lira, la sua creatura editoriale, perché gli avevamo proposto di assorbire il mensile Schio, che aveva chiuso i battenti. Paolo e suo figlio Andrea hanno accettato volentieri, contenti di introdurre “qualcosa di nuovo” nel giornale. Trovare due colleghi che si sarebbero occupati di attualità, politica, cultura, a volte criticando, altre volte raccontando le tante positività di Schio, lo ha entusiasmato fin dall’inizio. Era uno modesto, non era da lui mostrare che capacità che aveva, ma il giornalismo locale gli deve parecchio, e anche quello nazionale, dato che Lira&Lira è tuttora tra i giornali pubblicitari più longevi d’Italia. Ricordava volentieri le sue passioni, i viaggi e lo sport, coinvolgendo sempre Ada, cercando la sua approvazione e ridendo di gusto quando disapprovava qualcosa.Aveva un contagioso senso dell’umorismo e la battuta pronta, era simpatico e generoso. Sono convinta che dov’è ora troverà molto da fare: gareggerà in rally prestigiosi, viaggerà vedendo il mondo dall’alto, fonderà un giornale pieno di notizie utili e interessanti e soprattutto proteggerà la sua famiglia e i suoi cari.

PCiao Paolo
Il 21 aprile è mancato Paolo Zami, colui che all’inizio degli anni Ottanta aveva fondato questa rivista, realizzandola per decenni, negli ultimi anni insieme al figlio Andrea. Giornalista, insegnante di educazione motoria, rallysta, aveva 77 anni.
Stefano Tomasoni
aolo è stata la prima persona ad aprirmi la porta del giornalismo. Era l’estate del 1981, lui era il corrispondente del Gazzettino per Schio. Mi presentai a casa sua senza preavviso, verso l’ora di pranzo, chiedendo se aveva bisogno di un collaboratore. Lui sorrise e disse “ok, comincia a scrivere qualche articolo”. Andai a intervistare il presidente delle Opere Pie, l’ente che all’epoca gestiva il Baratto, e tornai da Paolo con l’articolo, lui lo lesse e scosse la testa con garbo: “devi essere più concreto, metti dentro dati dati dati”. Mi scrissi quella prima lezione di giorna-
lismo sul taccuino: “dati dati dati”. Tornai dal presidente delle Opere Pie e risistemai l’intervista. Avevo già imparato qualcosa. Tanti anni dopo, era il 2012, Mirella e io proponemmo a Paolo di realizzare un mensile all’interno di Lira&Lira. Lui accettò subito. Stava già facendo i conti con la malattia, ma non aveva smesso di fare progetti. Avrebbe potuto continuare a fare la rivista che portava avanti con successo da trent’anni, invece pensò che si poteva fare qualcosa di nuovo e di diverso. E negli anni successivi, in veste di editore, non ha mai messo parola su quello che facevamo. Si fidava, a priori. Paolo aveva il giornalismo locale nel cuore. Con un’intuizione vincente ha inventato un format editoriale che non esisteva, che ha resistito alle evoluzioni tecnologiche e che sta ancora in piedi a distanza di 45 anni. Ha tenuto informata per tanti anni la città dalle pagine del Gazzettino. E ha anche dato una chance a un pivello di vent’anni che un giorno gli aveva suonato il campanello all’ora di pranzo. Ciao Paolo. Grazie di tutto.
HPaolo Dal Cucco
o conosciuto Paolo come professore a Valli del Pasubio, alle scuole medie e l’ho rincontrato poi all’istituto professionale a Schio. Nell’81 sono entrato a Radio City a vendere pubblicità e mi ca-
pitava di incontrare Paolo per lavoro in tipografia, dato che da poco aveva creato “Lira&Lira”. In una di quelle occasioni è stato lui a lanciarmi l’idea di fare una rivista simile a Thiene. Lì per lì non ho dato seguito alla cosa, ma due anni dopo l’ho fatto, e sono partito con “La Piazza”. Paolo mi ha dato lo spunto iniziale per avviare un’iniziativa editoriale analoga alla sua. Poi, a distanza di 7-8 anni, ci siamo trovati a lavorare insieme: io nel frattempo avevo aperto Pubblistudio e ci trovavamo in ufficio da me, in piazza Almerico, dove avevamo preso a comporre graficamente anche “Lira&Lira”, in una sinergia che è durata anni, fin quando nel 2020, con la decisione di Paolo e Andrea di cedere l’attività, ho rilevato io “Liraelira”.
Nella mia professione ho avuto due o tre persone che mi hanno insegnato qualcosa di importante, una di queste è stato Paolo. Mi ha insegnato qualcosa di diverso e di più di un corso di marketing: mi ha insegnato l’importanza dell’intuizione, della cura del prodotto: mi diceva sempre che nel fare il giornale bisognava essere molto razionali, le pagine dovevano essere ben realizzate in tutti i loro spazi, con attenzione. È sempre stata una persona molto diretta e concreta. Io, Cristina, Ales, Silvana, Beppe, Diego e Alessandro lo ricordiamo con affetto e gratitudine.. ◆


Spettacoli

Schio Grande Teatro ha chiuso con una magistrale Valentina Picello, interprete della black comedy in prima regionale “Anna Cappelli”, scritta da Annibale Ruccello, autore partenopeo mancato prematuramente quarant’anni fa in un incidente stradale. Era uno geniale, lui, e qualcuno vi vedeva già un nuovo Eduardo, però la vita, si sa, ha la morte con sé, che arriva quando vuole.
Una black comedy per chiudere la stagione
Il testo rappresentato al Civico è stato un noir surreale che per protagonista unica e assoluta aveva una giovane donna desiderosa di emanciparsi, di guadagnare, di avere una casa, di avere un amore… e quando quell’amore l’ha lasciata la sua mente ha vacillato, arrivando ad architettare una soluzione finale del tutto inaspettata: ha ucciso l’amato, l’ha fatto a pezzi, l’ha messo in frigorifero e se l’è pure mangiato.
Drupi fa il pieno di fan
Un pubblico molto numeroso ha affollato l’Astra per il concerto di uno dei cantanti più noti degli anni Settanta, a mezzo secolo dalla hit “Piccola e fragile”.
Pubblico molto numeroso di fan affezionati, platea dell’Astra gremita e galleria con pochi posti liberi, per il concerto di Drupi, “50 anni da “Piccola e fragile””, organizzato da ARLive. Una serata alquanto piacevole, a tratti commovente, senza dubbio coraggiosa, perché ci vuole coraggio a rimettersi in gioco dopo una brutta forma di tumore ai polmoni che ora è fortunatamente un ricordo e ci vuole coraggio a far musica cantando solo ciò che si sente dentro, lontano da follower ed esposizioni mediatiche.
Drupi, nome d’arte di Giampiero Anelli, si è presentato a Schio con il suo gruppo di sette elementi, fra cui la moglie Dorina Dato, sposata mezzo secolo fa e sua corista da sempre. Con l’inconfondibile voce roca e soul, il cantante ha proposto brani noti e meno noti, cavalli di battaglia come “Rimani”, “Regalami un sorriso”, “Soli” (scritta con i New Trolls, terzo posto a Sanremo; tutte le altre canzoni di successo sono state in fondo alla classifica, ha tenuto a ricordare scherzando), “Era bella davvero”, “Vado via”, “Sereno è” e,
Elogio della diversità in musica
Pregevole serata di chiusura di Schio Musica con la viola di Danilo Rossi e il gruppo rom The New Gipsy Project.
Non succede quasi mai di rimanere inchiodati alla poltrona, a teatro, per tre ore consecutive: il testo dev’essere avvincente e attuale, gli attori devono saper diventare i personaggi che interpretano, le scene devono evocare e sottolineare i fatti. Quando queste congiunzioni ideali, quasi astrali, si verificano, si è di fronte a un capolavoro. “Come gli uccelli” (premio UBU 2024), visto al Civico, lo è stato.
Tratto dall’opera del franco-libanese Wajdi Mouawad, progettato per il teatro da Il Mulino di Amleto e diretto da Marco Lorenzi, racconta una storia d’amore tra un giovane israeliano e
una ragazza araba, che studiano a New York; l’amore fiorisce e se ne infischia altamente della realtà storica che fa di questi popoli degli eterni nemici. Il giovane rimane gravemente ferito in un attentato, ma sopravvive e, suo malgrado, scopre un passato che ha dell’incredibile, e che comunque non sarà in grado di unirlo per sempre alla persona amata. I nove attori in scena recitano in più lingue, ma ciò non disturba minimamente la comprensione, anche grazie alla traduzione sullo schermo-sfondo. Il coinvolgimento emotivo è forte, dall’inizio alla fine, senza cali di tensione.
Il linguaggio frammentato che l’attrice è stata in grado di sostenere fino alla fine, accompagnandolo con una gestualità pulsante e un’ironica comicità, ha permesso allo spettatore di seguire la progressiva follia della donna, cogliendone il lato umoristico. Il noto regista argentino Claudio Tolcachir ha saputo valorizzare al massimo le doti recitative di Valentina Picello che, per questa sua interpretazione, ha vinto il prestigioso premio UBU 2025. ◆ [M.D.Z.]
com’era scontato, “Piccola e fragile”, dedicata alla compagna di una vita.
Celebrazione? Nostalgia? Anche, sicuramente. Ma pure tanta onestà, carica, dignità, sincerità, voglia di stare con il proprio pubblico, come in famiglia. Toccante il ricordo e il duetto virtuale con Mia Martini, la collega che Drupi ha amato di più e che gli ha portato fortuna facendogli cantare al posto suo, a Sanremo, il pezzo “Vado via”. All’Astra c’era soprattutto un pubblico diversamente giovane, lì ad applaudire un cantante che nel mondo ha venduto quindici milioni di dischi, è stato premiato con quattordici dischi d’oro, ha pubblicato venti album e partecipato a ben otto Sanremo. Tutto, senza mai seguire pure logiche di mercato, vivendo in provincia e andando ogni tanto a pescare. Il che, umanamente parlando, non è poco. ◆ [M.D.Z.]

“Come gli uccelli” è una grande storia, che passa dalla commedia alla tragedia, testimoniando più che mai, in questi tempi tristi, il senso di appartenenza a un popolo: legame o condanna? Sullo sfondo, l’utopia della pace, che una soldatessa, quasi alla fine, nega possa esserci fra Israele e Palestina. Ma i muri, come quello, enorme, che domina la scena firmata da Gregorio Zurla, si possono abbattere. È già successo. ◆ [M.D.Z.]

Spettacoli

IMirella Dal Zotto
l Sacrofest animerà le serate scledensi dal 27 maggio al 7 giugno. Sempre molto attesa, la manifestazione quest’anno vede le serate con giornalisti e opinionisti a farla da padrone. Nomi più importanti: Luca Sommi, Sigfrido Ranucci, Tomaso Montanari.
“Sacrofest – dice Alberto Vitella, da sempre factotum della kermesse – vuol mettere insieme proposte diverse, in grado di emozionare e far riflettere. Circa duecento volontari, suddivisi in sette ambiti di intervento, danno il massimo nei giorni clou, mentre durante l’anno, nella fase di individuazione del programma, sono impegnate una quindicina di persone. Il nostro ossigeno sono gli sponsor, sia quelli che ci riconoscono un contributo in denaro che quelli tecnici, che forniscono servizi; in tutto se ne contano una cinquantina, ma una segnalazione particolare va riservata ai main sponsor che già da tempo sono Farmacia Pasubio, For Horses, HDR System, Rieco System e Ro-Bi. Prosegue anche la collaborazione con il Comune, che come di consueto garantisce il suo patrocinio”.
Tutte le serate si svolgeranno presso il Teatro Pasubio (con inizio alle 21), tranne
Un Sacrofest a tutto talk
Quello di quest’anno è un festival che privilegia le occasioni di dialogo, dibattito e confronto rispetto ai momenti di spettacolo, confermandosi un vero polo di cultura e spettacoli che richiama pubblico da mezza provincia.
una, che rappresenta la novità dell’edizione 2026: il 27 maggio verrà proposto al Teatro Civico un momento che vedrà protagonista Luca Sommi con un appassionato intervento sulla Costituzione.
“Come si evince dal calendario degli appuntamenti – precisa Vitella - quest’anno si sono volute privilegiare le occasioni di dialogo e confronto rispetto a momenti di spettacolo per cui, per l’evento musicale, si è deciso di rinunciare al nome di spicco di portata nazionale, valorizzando artisti forse meno noti al grande pubblico, ma talentuosi e coinvolgenti, come Erica Boschiero con il suo nuovo tour e il gruppo “Vicoli della Vita” con il tributo a Fabrizio De Andrè. Offriremo spunti di riflessione stimolanti e avvincenti per tutte le età. Per incentivare la partecipazione dei giovani, in tutti gli eventi a pagamento sono stati previsti per gli under 25 prezzi di ingresso a cinque euro”.
Gli appuntamenti? Eccoli.
Venerdì 29 Julio Gonzales, calciatore ed ex promessa del calcio internazionale, racconterà la sua riabilitazione umana e professionale dopo un grave incidente. Sabato 30 Giulia Trippetta reciterà in “La moglie perfetta”, nel tentativo di smascherare stereotipi e convenzioni. Domenica 31 Erica Boschiero, cantautrice trevigiana nella cinquina del Premio Tenco 2022, si esibirà con il suo trio. Lunedì 1 la giornalista Natascha Lusenti spiegherà come si bat-
Che mattatore, quel Vernia
In coda alla stagione programmata lo scorso autunno, che ha portato all’Astra dodici rappresentazioni, Scoppiospettacoli ha fatto arrivare Giovanni Vernia, comico versatile, raffinato, mai volgare, eletto personaggio dell’anno ai Best Movie Awards 2025. Peccato che l’artista non sia stato accolto a Schio da un pubblico numeroso, ma ha saputo scherzarci sopra con ironia, offrendo comunque ai presenti un bel momento di teatro-cabaret.
“Vernia o non Vernia – Sbrilluccicoso edi-
tion” è un lavoro leggero ma acuto, che bersaglia luoghi comuni e racconta la vita del protagonista con il canto, il ballo e le imitazioni. L’artista è veramente poliedrico, un autentico mattatore che sprizza energia e senso dell’umorismo. Insomma, abbiamo perso un ingegnere elettronico laureato col massimo dei voti, ma abbiamo guadagnato un oneman-show come pochi: non è certo un caso il suo successo al Gialappa Show e a Rds, dove quotidianamente intrattiene con simpatia migliaia di radioascoltatori. ◆ [M.D.Z.]
te per le donne, i diritti umani, l’ecologia. Martedì 2 giugno Sigfrido Ranucci, giornalista di Report, svelerà il dietro le quinte di molte sue scelte. Mercoledì 3 giugno Massimo Recalcati, docente universitario, tratterà di giovani e scuola. Giovedì 4 Tomaso Montanari, storico dell’arte, accademico e saggista, illustrerà il ruolo dell’arte nella società. Venerdì 5 Luca Misculin, giornalista del Post, parlerà del Mediterraneo come mare aperto, entrando nel cuore della geopolitica. Sabato 6 il gruppo “Vicoli della vita” omaggerà De André con un concerto. Domenica 7 alcuni detenuti del carcere Due Palazzi di Padova, con un gruppo di studenti del Gregorianum, animeranno un lavoro teatrale che sarà un percorso laico tra Bibbia, teatro e carcere. Sacrofest ci ha abituato da tempo a un’alta qualità dell’offerta, e non solo per gli eventi culturali; gli stand gastronomici, con serate gourmet a tema, possono sempre contare su un gran numero di partecipanti. Si può tranquillamente affermare che la collaborazione aperta e disponibile, la soddisfazione di lavorare bene e insieme, la ricerca della qualità in ogni campo, il senso del bene comune che spinge a lavorare gratuitamente per un unico obiettivo sono collanti eccezionali per un gran numero di persone che tutti gli anni, a giugno e non solo, si danno da fare per il prossimo, con grande soddisfazione personale. ◆

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