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Lira & Lira n 850

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periodico di informazione scledense – anno VII n. 65

dicembre 2018

E questi sarebbero vecchi? Viaggio tra gli ospiti delle case albergo: anziani, certo, ma dinamici e indipendenti

A Schio i medici di base sono uniti da anni nella “medicina di gruppo integrata”. Una realtà che funziona ma che è a rischio

Città, pag. 6

Città, pag. 10

A 86 anni costruisce un sommergibile

Giuliano Marogna ha realizzato un’impresa che avrebbe scoraggiato più di qualche giovanotto: ha realizzato il primo modello dinamico del sommergibile “Nazario Sauro”, in scala 1:36, perfettamente funzionante. Un modello varato nel laghetto del Podere La Torre.


[2] ◆ Di mese in mese

La meglio vecchiaia SchioMese

Periodico di informazione scledense

Supplemento mensile di Lira&Lira Direttore

Stefano Tomasoni Redazione

Vittorino Bernardi Elia Cucovaz Mirella Dal Zotto Anna Lirusso Camilla Mantella Per inviare testi e foto:

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andrea_zami@yahoo.com 340 9267107 - 337 475785

D

Stefano Tomasoni

iventare vecchi è molto meglio dell’alternativa. Dentro ogni anziano c’è un giovane che si sta chiedendo cosa diavolo sia successo... Si potrebbe andare avanti all’infinito con gli aforismi più o meno arguti sulla vecchiaia. Per finire in ogni caso con quello più bello, dell’ultima Rita Levi Montalcini: penso di più adesso di qundo avevo 20 anni, il corpo faccia quello che vuole: io non sono il corpo, io sono il cervello. Eh già, la vecchiaia ha in sé qualcosa di tragico e di straordinario insieme: da un lato avvicina inevitabilmente al redde rationem, un pensiero che sgomenta, per quanto a ben vedere il conto alla rovescia cominci già al momento della nascita; dall’altro rende via via più consapevoli di tante cose, psicologicamente più liberi (fisicamente sempre meno, invece), fa perdere col tempo quell’”ansia da prestazione” che caratterizza la vita quotidiana in tutti i suoi aspetti, da quello lavorativo a quello sociale fino a quello, diciamo così, sentimentale. Tutta questa premessa per dire che abbia-

mo deciso di dedicare il tema di copertina di quest’ultimo numero dell’anno agli anziani, appunto. O meglio, a un certo modo di essere anziani e di invecchiare. Quello migliore, all’insegna della positività e della voglia di essere e sentirsi ancora attivi. La scintilla è venuta dalla notizia, data con enfasi da giornali e tv in queste settimane, che la Società italiana di gerontologia e geriatria ha ritoccato in su, e mica di poco, la soglia d’età oltre la quale ci si può considerare anagraficamente anziani. Non più i classici 65 anni, ma 75. Dieci anni in un colpo solo. “Cinquant’anni fa – hanno detto gli esperti, riuniti in congresso a Roma per parlare proprio di questo - la speranza media di vita degli italiani era di 60 anni, attualmente è di 85 anni per le donne e di 82 per gli uomini. Questo vuol dire che le malattie e le disabilità non si sviluppano più a 50-60-70 anni, ma a 80 anni. È più che legittimo, dunque, spostare la soglia dell’anzianità dai convenzionali 65 anni ai 75. Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa. E un 75enne quella di uno che nel 1980 aveva 55 anni”. Forse è un tantino esagerato, ma si sa come funzionano le statistiche e


Di mese in mese ◆ [3] le medie: se uno mangia un pollo e un altro sta a digiuno è come se ognuno avesse mangiato mezzo pollo. Così, un novantenne pimpante e un sessantenne stanco e malmesso fanno un settantacinquenne in buona forma. Ad ogni buon conto, che l’età media di vita si sia di molto allungata negli ultimi 4050 anni e che si diventi (e ci si senta) vecchi sempre più tardi, è un dato di fatto. Lo si capisce anche dalle due storie che raccontiamo nelle pagine seguenti. La prima è quella di Giuliano Marogna, un signore che a 86 anni ha realizzato un progetto mica poi tanto semplice: costruire un sommergibile. In scala, ovviamente, radiocomandato, ma perfettamente funzionante e collaudato. Uno, Marogna, che ha anche partecipato per molti anni a maratone in tutto il mondo, fino a età discretamente avanzata. Più ancora dell’oggetto sommergibile in sè, comunque, quello che importa è la volontà e la caparbietà con la quale il progetto è stato prima pensato, poi progettato fino al minimo dettaglio, infine realizzato; importa, insomma, che l’età che avanza non porti via la voglia di fare progetti, di rimanere attivi e creativi, di inseguire un obiettivo, anche piccolo, ma con passione. La seconda storia – che ne contiene in realtà tante – è quella degli anziani che vivono nelle due “case albergo” di Schio, la “Filanda” di Magrè e la “S.Francesco” in zona centro. Siamo andati a trovarli e nell’articolo alle pagine che seguono – non potendo parlare di tutti – citianmo alcuni di loro che da anni vivono in queste strutture, nel contesto di piccoli appartamenti che consentono una vita autonoma, ma con il vantaggio di poter contare su servizi come la lavanderia, le pulizie e il pranzo e ancor più sulla compagnia di altri anziani, superando uno dei rischi della terza e quarta età, la solitudine. Storie come quella di Giuditta che tra pochi mesi fe-

steggerà i 100 anni. Un traguardo raggiunto, dice, “lavorando tanto e camminando piano piano”. O come quella di Agnese, 86 anni, alla Filanda da venti, un punto di riferimento per tutti. O ancora come quelle di Gimo e Maria, sposati da più di 60 anni: “Avessimo saputo che ci saremmo trovati così bene qui, saremmo venuti prima”, dicono. Ma persone come Marogna o come gli ospiti delle case albergo citati ce ne sono tante, in città. Li abbiamo presi come esempio proprio per dire che, per fortuna, questi diventano sempre meno dei casi particolari e, magari fra un’altra ventina d’anni, saranno davvero casi ordinari che non si racconteranno neanche più. Ciò non toglie che questa nostra società abbia un problema strutturale enorme: va bene vivere più a lungo e meglio, diventando anziani a 75 anni; ma intanto i giovani diminuiscono sempre più, si fanno figli col contagocce e l’Italia è già uno dei paesi più vecchi del mondo, in compagnia del Giappone. In questi giorni in città è stato inaugurato il nuovo centro servizi del “campus” scolastico, il cosiddetto “Faber box”, quell’edificio a cinque piani in costruzione da un paio d’anni tra il liceo scientifico e l’Ipsia. Una struttura a servizio degli studenti che frequentano le diverse scuole del “campus” e che arrivano da una quarantina di comuni del territorio. Se diventerà davvero quel polo di innovazione, di studio e di incontro tra scuola e impresa così come è stato assicurato all’inaugurazione, sarà un luogo importante per la crrescita delle nuove generazioni. Con la speranza, però, che nel frattempo questa nostra società cambi rotta. Sennò tra trenta o quarant’anni, quando diranno che si diventerà anziani a 85 anni, si dovrà riconvertire anche il Faber box in casa di riposo e trasformare l’intera area in “Campus dei vecioti”. ◆

Lo Schiocco In the box Bello il centro servizi del Campus, inaugurato in questi giorni e di cui parliamo all’interno. Anzi, chiamiamolo pure con il suo vero nome: Faber box. Come spiega il pieghevole che lo presenta, dentro ha di tutto: studio box, meeting box, flex box, billiards box, learning box, break box, drama box, music box... L’unico problema è che, con tutto questo inglese, finisce con lo stare un po’ on the boxes. [S.T.]

Auguri di un Natale sereno e di un felice anno nuovo a tutti i lettori di SchioMese


[4] ◆ Copertina “Una volta ho realizzato una componente particolarmente difficile in conto terzi per un’altra ditta scledense nel settore aerospaziale. Dopo qualche mese ho ricevuto una telefonata dall’estero in cui mi hanno detto: Signor Marogna complimenti, il componente che ha realizzato è già in orbita”.

C’

Elia Cucovaz

è voluto oltre un anno di lavoro perché il progetto riuscisse ad arrivare… in porto. Ma il protagonista di questa storia non è certo persona da lasciarsi “affondare” dalle difficoltà, abituato com’è ad affrontare e superare problemi tecnici legati al suo lavoro di imprenditore metalmeccanico. Un lavoro che in lui ha coinciso per tutta la vita con una passione: quella per la costruzione di macchine. Tanto che lui stesso si definisce «più che altro un inventore». Giuliano Marogna, 86 anni è riuscito in effetti a realizzare un’impresa che probabilmente avrebbe scoraggiato più di qualche giovanotto. Ha realizzato il primo modello dinamico del sommergibile “Nazario Sauro”, radiocomandato. Un modello che è stato varato nel laghetto del Podere La Torre alla presenza del gruppo di Piovene-Schio dell’Associazione nazionale Marinai d’Italia, di cui Marogna è membro attivo, e dell’ammiraglio Massimo di Raimondo. «L’idea di creare un modello dinamico di sommergibile è nata per scommessa» spiega Marogna. Nella sua officina, ancora in perfetta efficienza, porta avanti numerosi progetti, tra cui restauri per la locale associazione dei Marinai (tra cui diversi cimeli che sono stati esposti alla mostra dedicata alla Marina realizzata allo spazio Shed).

A 86 anni costruisce un sommergibile Giuliano Marogna ha realizzato un’impresa che avrebbe scoraggiato più di qualche giovanotto: ha realizzato il primo modello dinamico del sommergibile “Nazario Sauro”, in scala 1:36, perfettamente funzionante. Un modello varato nel laghetto del Podere La Torre.

«Parlando di modellismo, qualcuno mi aveva detto che sarebbe stato un compito troppo arduo anche per me - racconta -. Ho risposto che non sapevano con chi avevano a che fare. E mi sono messo all’opera». Un compito in cui si è messo particolarmente d’impegno, anche perché il padre di sua moglie Vannina De Meda, Teresiano, era stato egli stesso un sommergibilista che aveva prestato servizio in Marina durante il secondo conflitto mondiale.

Il progetto originale dalla Fincantieri

La prima fase per realizzare il modello è stata quella della progettazione. E già qui Marogna ha deciso di pensare in grande, «Mi sono fatto inviare il progetto originale dalla Fincantieri, nei cui bacini era stato costruito il sommergibile Nazario Sauro. Per prima cosa ho deciso che avrei adottato la scala 1/36, dato che avrei avuto bisogno di abbastanza spazio all’interno per tutta la componente elettronica. Quindi ho iniziato la realizzazione delle diverse sezioni in legno larghe un centimetro e dello spessore di 4 mm. A quel punto ho unito le sezioni e ho impermeabilizzato l’interno con una fusione di gomma. Per far sì che lo scafo esterno tenesse l’acqua,

l’ho rivestito con uno strato di tessuto imbevuto di resina sintetiche e quindi verniciato». Per fare le verifiche di tenuta stagna e assetto, Marogna ha realizzato un “bacino di carenaggio” fuori dalla propria officina, dove ha trascorso molte ore fino a bilanciare perfettamente lo scafo del sommergibile. «Per zavorrarlo l’ho riempito con 10 chili di piombo fuso. Poi ho realizzato e montato tutte le parti mobili: i tre timoni (di stabilizzazione, di direzione e di profondità) e l’elica a sette pale: un piccolo gioiellino che ho realizzato personalmente in ottone». Il sottomarino Nazario Sauro originale, varato il 9 ottobre 1976 nei cantieri di Monfalcone, è lungo 63,8 metri, con una stazza in emersione di 1456 tonnellate e un equipaggio di 49 uomini. Chi volesse farsene un’idea precisa può fare un viaggio a Genova: il vascello infatti dal 2010 è ormeggiato alla darsena del Porto Antico ed è stato trasformato in museo galleggiante.

Ci sono anche le bocche lanciasiluri

Il modello realizzato da Marogna è lungo circa un metro e 80 e a pieno carico pesa 22 kg. Tutti i dettagli sono realizzati in


Copertina ◆ [5] scala, dalla torretta fino alle antenne e alle 4 luci di posizione funzionanti. «Ci sono anche le bocche dei sei lanciasiluri, ma dentro non sono riuscito a trovare spazio per gli armamenti, quindi il modello è innocuo», sorride Marogna. L’eccezionalità della realizzazione è confermata dal biglietto di congratulazioni inviato a Marogna da Romano Sauro, nipote dell’irredentista Nazario, tenente di vascello caduto con l’affondamento della sua nave durante il primo conflitto mondiale e insignito della medaglia d’oro al valor militare. Per la propulsione il sommergibile monta una batteria da 1,5 kg più una seconda batteria per alimentare i servomeccanismi - le pale dei timoni - che gli consentono un’autonomia di circa 2 ore di navigazione. «Le parti mobili sono controllate tramite un radiocomado come quello degli aereomodelli, che ho acquistato – spiega ancora Marogna -. Montare tutti i meccanismi negli spazi interni è stata la parte più complessa dato che lo spazio interno è molto ridotto. Una sfida interessante. Però anche il suo fratello maggiore, a giudicare dal progetto che ho utilizzato come base, è bello pieno». Il sommergibile è stato realizzato per navigare, ma non per immergersi. «Dotarlo

In queste pagine alcune immagini di Giuliano Marogna al lavoro sul suo sommergibile, realizzato ovviamente in scala ma perfettamente funzionante.

delle casse di zavorra e del sistema necessario al loro riempimento e svuotamento avrebbe richiesto troppo spazio. Quindi ho dovuto rinunciare. Già così, comunque, costruire questo modello ha richiesto talmente tanti accorgimenti che lo considero un pieno successo».

Una vita nella meccanica

La passione per la meccanica di Marogna è iniziata con la frequentazione delle scuole tecniche. «In seguito mi sono trasferito da Asiago, mio paese natale (dove aveva contribuito coi fratelli a fondare la locale squadra di hockey nella pozza della contrada, realizzando le lame dei pattini) a Vicenza, dove ho iniziato al lavorare per una ditta che produceva attrezzature odontotecniche». Nel frattempo aveva continuato a frequentare le scuole serali e aveva anche ottenuto il brevetto di proiezionista, «affascinato dalla complessità della macchina per la proiezione, vero gioiello della tecnica, più che dalle immagini che proiettava». Entrò poi al Nuovo Pignone di Schio, divenendo capogruppo attrezzisti. Quindi gli fu proposto di andare come capo officina in una ditta di Alte Ceccato, «che però decisi di lasciare in seguito a un dissidio dovuto al fatto che non volevano riconoscermi la paternità di alcuni brevetti». Quindi Marogna nel 1966 entrò alla De Pretto dove in poco tempo diventò capo ufficio tecnico dei progettisti d’officina, dedicandosi alla creazione di numerose macchine per incarichi speciali. Dopo un paio di parentesi in Canada, dove nel frattempo i suoi fratelli si erano trasferiti avviando una fiorente impresa di costruzioni, e dopo essere tornato alla De Pretto, decise di mettersi in proprio. «Mi sono dedicato a tanti differenti settori della metalmeccanica, sempre con una passione

per le applicazioni speciali: il mio orgoglio erano i corrimano per scale a chiocciola in pezzo unico di ottone, che riuscivo a ottenere grazie a una macchina da me ideata e costruita. Oppure delle macchine che avevo inventato per realizzare alcune lavorazioni in serie per la Sulzer. Una volta ho anche realizzato una componente particolarmente difficile in conto terzi per un’altra ditta scledense che operava nel settore aerospaziale. Dopo qualche mese ho ricevuto una telefonata dall’estero in cui mi hanno detto: Signor Marogna complimenti: il componente che ha realizzato è già in orbita».

Dopo la pensione via con le maratone

Giuliano ha terminato la sua attività professionale a metà degli anni ‘90. E lì, invece che adagiarsi e godersi una tranquilla pensione, ha aperto un altro capitolo della sua vita: quello del maratoneta. «Mi è sempre piaciuto fare sport. Un giorno partecipando a una mezzamaratona come amatore ho sbagliato percorso e alla fine ho quasi corso una maratona. Così mi sono detto: perché non provare? Da allora ho cominciato ad allenarmi, correndo circa 70 km alla settimana; lungo i miei percorsi ero conosciuto come “queo che core”. Ho partecipato a tante maratone in Italia, come Roma e Venezia, e all’estero: Praga, New York, Atene, Seefeld…». Oggi Marogna, per via dell’età, ha smesso di correre i 42 km, ma non ha appeso le scarpe al chiodo: «Ogni giorno faccio un’oretta di camminata sulle strade delle mie adorate Piane». Che sia questo uno dei segreti della sua mente ancora così vogliosa di affrontare problemi come la costruzione di un sommergibile? D’altronde lo dicevano già i romani: mens sana in corpore sano... ◆


[6] ◆ Copertina Gimo e Maria, che hanno festeggiato i sessant’anni di matrimonio, alla Filanda da un paio d’anni

C’è Agnese che è da 20 anni alla “Filanda”, Giuditta che a marzo spegnerà 100 candeline, Flavia che è la veterana della “San Francesco”, Emilia e Pietro arrivati da Brescia...e tanti altri anziani all’anagrafe ma giovani e attivi nell’anima.

“L

Camilla Mantella

a Filanda” ha l’entusiasmo travolgente di Gimo e Maria. La dignitosa compostezza di Agnese. L’acume pungente di Giuditta. La “San Francesco”, invece, può contare sulla forza tenace di Flavia, sulla capacità di mettersi in gioco di Emilia e Pietro e sulla creatività di Antonietta. Tratti di persone comuni, che hanno scelto di trasferirsi in una delle case albergo che si trovano nel nostro territorio comunale. La prima, “La Filanda”, è attiva a Magré, in via Camin, dal 1991 – quando parlare di residenze per anziani autosufficienti era quantomeno avveniristico. La seconda, “San Francesco”, arriva una decina di anni più tardi in pieno centro, accanto a “La Casa”, nella zona dell’ex ospedale Baratto. Due poli che sono più conosciuti per le attività diurne offerte che non per l’essere delle vere e proprie residenze–case, a tutti gli effetti, per chi è ancora indipendente ma gradisce qualche comodità in più, dal servizio lavanderia alle pulizie, dal pranzo comunitario alla possibilità di poter contare, in caso di emergenza, su personale dedicato. Conoscere le persone che abitano questi luoghi arricchisce lo spirito. Accompagnati da un’operatrice, abbiamo il piacere di chiacchierare con alcuni dei residenti: nonni che hanno vissuto esistenze piene e impegnate e che hanno deciso di continuare a riempire di cose buone la loro vita anche ben oltre la pensione.

Gimo e Maria, felici e contenti

“Fossimo venuti ad abitare qui prima!”, esclama commosso il signor Gimo, classe 1932, che ha da poco festeggiato i 60 anni di matrimonio con la sua adorata Maria, sposata nel 1957. “Siamo alla Filanda da un paio d’anni, ma se avessi saputo che mi sarei trovato così bene avrei lasciato la mia casa di San Vito molto prima”. La signora Maria annuisce sorridendo. Sono circondati dall’affetto di una famiglia che sta loro vicino e che, grazie alla soluzione della casa albergo, possono

E questi sarebbero vecchi? Un pomeriggio trascorso tra i residenti delle case albergo scledensi: persone anziane certo, ma forti e indipendenti, aperti e desiderosi di continuare a fare la loro parte. Nonostante l’età.

ospitare tutte le volte che vogliono. “Qui, se lo si desidera, si può essere molto attivi: abbiamo degli ottimi rapporti con gli altri residenti, andiamo a pranzo tutti insieme e io preparo sempre qualche torta da condividere”, racconta Maria. Gli occhi le brillano e ha una forza straordinaria: “La Filanda” è il posto dove questa coppia può esprimere tutta la propria vitalità, senza rischiare l’isolamento o, viceversa, senza doversi affidare a strutture che, per chi è indipendente, non sono adeguate.

to di riferimento per la comunità de “La Filanda”, la memoria storica di chi c’è da molto tempo. “Qualcuno, quando è venuto qui, pensava davvero che si sarebbe trasferito in albergo e si lamentava perché non era servito e riverito a tutte le ore - spiega ridendo Agnese -. Ma la cosa bella è che possiamo continuare a fare i mestieri da soli, a mettere in ordine casa senza dover chiedere aiuti, ma sapendo che, se serve, qualcuno c’è sempre”.

Agnese, da 20 anni alla Filanda

La cosa che dispiace di più a Giuditta, quando ci apre la porta della sua casa al primo piano, è non poterci fare il caffé. Ci invita però ad accomodarci sulle sedie della cucina: è una signora schietta e diretta. Il suo prossimo obiettivo è arrivare a marzo 2019, quando festeggerà il traguardo dei 100 anni. Cent’anni vissuti in autonomia, gli ultimi trascorsi a “La Filanda”, dove fino a un paio di inverni fa partecipava attivamente alle iniziative e ai pranzi tutti insieme nella sala comune, preparati per chi lo desidera e ha voglia di stare in compagnia. “Adesso faccio più fatica a muovermi ci spiega - ma qui ho passato degli anni molto belli: sono sempre stata bene, c’era sempre qualcuno con cui chiacchierare”.

E c’è anche chi, nella casa albergo di Magré, l’indipendenza se l’è riconquistata. Il sorriso dolce della signora Agnese, che vive qui da ben 20 anni – è la veterana del vicinato – la dice lunga sulla sua esperienza di vita. Nonostante le difficoltà di chi non può contare sul sostegno di entrambe le gambe, Agnese gestisce autonomamente la sua vita. Il suo appartamento, al primo piano, è impeccabile: i ricordi di una vita sono ben allineati vicino alla tivù. La domenica mattina aiuta a preparare la messa. Quando può, e quando gli occhi la aiutano, fa le parole crociate, la sua grande passione. Si è trasferita qui da Isola Vicentina a 66 anni – dopo un lungo periodo di ricovero a riabilitazione – ed è un pun-

Giuditta al traguardo dei 100


Copertina ◆ [7] ed Emilia, che non voleva pesare sulla figlia, era alla ricerca di una soluzione abitativa alternativa. Quando ha firmato il contratto per l’appartamento più grande, quasi non ci credeva che avrebbe potuto viverci ancora con il marito: un anno dopo, però, Pietro è riuscito a rimettersi e da circa due anni sono tornati a convivere. Hanno festaggiato 56 anni di matrimonio, non hanno nostalgia di casa, e a Schio sono riusciti a ricostruire un loro equilibrio.

E qualche vicino continua ad andare a trovarla. Come si arriva a cent’anni? “Lavorando tanto e camminando piano piano”, risponde pronta. In lei vive la memoria del nostro territorio: ha attraversato il Novecento e ora cammina già da quasi 20 anni, indipendente e risoluta, nel nuovo millennio.

Flavia, la veterana della “San Francesco”

Anche Flavia è una donna tutta d’un pezzo. La incontriamo il giorno del suo novantaduesimo compleanno. Ha praticamente inaugurato la residenza “San Francesco” del centro città: è qui dall’inizio, da quando, 16 anni fa, gli appartamenti erano 20 e i restanti 10 erano ancora in costruzione. “Quando ho detto ai miei figli che sarei venuta ad abitare qui non l’hanno presa molto bene, perché erano preoccupati che questa non fosse una buona soluzione per me. Ma vivevo a Magré, mia sorella era ospite de ‘La Casa’, e passando vedevo questi grandi cartelli sulla residenza di prossima costruzione. A convincermi a traslocare è stata una nevicata, che mi ha fatto capire che continuando ad abitare dove stavo prima avrei perso l’autonomia negli spostamenti quotidiani. I più perplessi erano i miei nipoti, abituati a venire a pranzo da me: nessun problema, ho risolto invitandoli qui in appartamento tutte le volte che volevano. Erano anche più comodi, perché frequentavano le scuole qui a Schio”. La possibilità di conservare la propria vita di prima e al tempo stesso di sentirsi più sicuri nelle attività di tutti i giorni è la molla che porta molti dei residenti delle case albergo a lasciare la loro abitazione: un passaggio non da poco, sia perché fatto a una certa età – gli appartamenti possono essere affittati solo da chi ha già compiuto 65 anni – sia perché può essere una fatica lasciare dimore che si sono costruite coi risparmi del lavoro di una vita e a cui sono legati molti dei ricordi più cari.

Antonietta, ingegno e creatività

La signora Agnese con l’assessore Cristina Marigo e il presidente de La Casa Beppe Sola.

Pietro ed Emilia, originari di Brescia

Emilia e Pietro, da Brescia con amore

Eppure, l’opportunità di trascorrere giornate serene, fruttuose e piene, dove sia possibile continuare a coltivare solide relazioni umane, ha la meglio anche tra gli ultraottantenni. Un caso emblematico è quello di Emilia e Pietro, che ci salutano con il loro accento lombardo. Classe ’29 lei, ’31 lui, hanno vissuto per tutta la vita a Brescia finché, a causa di una severa malattia di Pietro, si sono riavvicinati alla figlia che abita a Thiene. All’inizio Pietro era ospite de “La Casa”: la sua condizione era estremamente grave

La signora Giuditta davanti alla torta dei suoi 99 anni

Anche Antonietta ha trovato a “San Francesco” una sua nuova dimensione. Dopo essere stata poetessa dialettale – è stata parte attiva del circolo La Panocia – ora si dedica ai lavori creativi pomeridiani. È una persona acuta e con un gran senso pratico: è stata sua l’idea, dopo che in centro è stato chiuso il Pam, su cui facevano affidamento molti dei residenti della casa albergo, di organizzare un pulmino messo a disposizione dall’associazione “La Solidarietà” che tutti i lunedì mattina accompagna chi non è automunito a fare la spesa. “Mi sono spostata qui 15 anni fa proprio perché desideravo avvicinarmi al centro ed essere più comoda ai servizi – spiega -. Anno dopo anno abbiamo dovuto fare i conti con la chiusura dell’ospedale prima, dei negozi di alimentari poi. Ma ci siamo ingegnati e siamo riusciti a continuare ad avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno”. E qui Antonietta ha ritrovato anche i consuoceri. Non è un caso: chi sperimenta questa soluzione spesso attira parenti e amici: ci sono fratelli e sorelle, ex colleghi di lavoro, amici di infanzia che si ritrovano a vivere vicini e a condividere la quotidianità. “Questo posto facilita i rapporti umani”, commenta Antonietta. Non stentiamo a crederle: è bastato un pomeriggio trascorso tra le due residenze per conoscere una generazione di scledensi – e non - indipendenti e attivi, che anche negli anni più avanzati della vecchiaia hanno la possibilità di conservare fiducia e dinamicità. Merito di soluzioni abitative flessibili che, uscendo dal classico standard della cura, sono gestite per accompagnare senza invadere, offrire senza privare, creare occasioni di convivialità senza obbligare alla socialità. Non possiamo allora che augurare a tutte le persone che abbiamo incontrato – e che hanno arricchito anche il nostro, di cammino – di continuare ancora per molti anni a far bagolo, impegnarsi a costruire relazioni, rimanere tracce viventi della storia, grande e piccola, della nostra comunità. ◆


[8] ◆ Città “Sarà un centro in dialogo continuo con le aziende, la puibblica amministrazione, le associazioni e la società civile – ha detto il sindaco Orsi -. Una fabbrica di conoscenza, di formazione di cervelli”.

E

Stefano Tomasoni

ccolo, finalmente, il centro servizi del Campus scolastico. Mentre era in costruzione pareva un parallelepipedo di cemento senza particolari pregi architettonici, ma a lavori conclusi bisogna dire che è venuto fuori un edificio di vetro, cemento e resine anche esteticamente piacevole. Cinque piani a servizio delle scuole e delle giovani generazioni, della loro formazione, della loro crescita culturale e della loro interazione con il mondo del lavoro e delle imprese. Una struttura che arriva da lontano, visto che si era iniziato a pensarla 15 anni fa, a cavallo tra l’amministrazione Berlato Sella e quella Dalla Via, inserita nel più ampio progetto del “Campus”, ovvero l’area intorno alla quale ruotano tutti gli istituti superiori cittadini, a margine della quale nel frattempo è stato realizzato lo stadio di rugby e nel cuore della quale – nello

sterrato tra lo Zanella e il Pasini - stanno iniziando i lavori per l’ultimo tassello, la grande palestra interistituto. Il nuovo centro servizi ha anche un nome suggestivo, Faber box. “Faber come artefice, costruttore, trasformatore di realtà; box come spazio in cui tutto ciò accade; un luogo di ricerca e di sviluppo di talenti”, ha detto il sindaco Valter Orsi all’inaugurazione. E suggestivo è anche il richiamo che questi cinque piani lanciano alla Fabbrica Alta, l’altro “luogo di trasformazione e del fare” della storia scledense, anche quella alta cinque piani. Se l’idea del centro servizi ha dunque preso le mosse e ha fatto i primi passi negli anni del sindaco Dalla Via (che alla cerimonia di inaugurazione andava sistemato nelle prime file, non intorno alla decima come uno spettatore qualunque), è vero che poi, complice la crisi economica,

Il mio nome è Box, Faber Box

Inaugurato il Faber box, il nuovo centro servizi del Campus: cinque piani a servizio delle scuole e delle giovani generazioni, della loro formazione e delle loro relazioni, della loro crescita culturale e della loro interazione con il mondo del lavoro e delle imprese.

tutto si era arenato e all’arrivo dell’amministrazione Orsi pareva destinato a rimanere nel cassetto. Merito dell’attuale maggioranza è stato quello di riuscire a rimettere in moto l’operazione, con il sostegno della Fondazione Cariverona che ha messo sul piatto 4 milioni di euro, mentre altri 2 abbondanti li ha messi il Comune (da ricordare un contributo dell’Avis per l’acquisto di alcune dotazioni). E così ora il Faber box è realtà. Un edificio di ultima generazione: antisismico, attento al risparmio energetico e dotato di impianti fotovoltaici; mille metri quadrati di superficie per ciascun piano, un volume totale di oltre 20 mila metri cubi. All’interno poi c’è effettivamente parecchia roba. Al piano terra si comincia con un grande auditorium da 200 posti (anzi, meeting box, per stare nel...mood) per conferenze, convegni e meeting aziendali, nonché una mensa-ristorante (Risto box). Salendo si trovano spazi per lo studio (Studio box), sia di gruppo che individuali per studenti delle medie e delle superiori. Al

secondo piano un contenitore polifunzionale (Flex box) per mostre ed eventi artistici frutto dei talenti giovanili, ma anche una sala con 7 biliardi (Billiards box), spazio destinato al gioco impostato in modo scientifico, una sorta di laboratorio di biliardo, geometria e fisica (“parte di un progetto educativo che non ha eguali in Veneto e forse anche fuori”, ha assicurato Orsi). Salendo si trova l’Ufficio politiche giovanili del Comune, spazi per corsi diurni e serali di giovani e adulti (Learning box) e un’aula informatica (Digi box) e infine all’ultimo piano il nuovo Informagiovani trasferito da via Pasini e spazi per relax e meditazione (Break box), uno spazio per espressione teatrale e creativa (Drama box), un altro attrezzato con maxischermo per studio e audiovisivi (Video box) e una sala prove musicali per singoli e gruppi (Music box). Una sala è stata intitolata a Pino Marchi, storico giornalista per decenni corrispondente del Giornale di Vicenza, scomparso 16 anni fa. “Questo sarà un centro in dialogo continuo con le aziende, la puibblica amministrazione, le associazioni e la società civile – ha detto Orsi all’inaugurazione -. Una fabbrica di conoscenza, di formazione di cervelli”. A gestire la struttura sarà individuata la figura di un manager, “che si farà interpete e coordinatore degli obiettivi e dei progetti indicati dall’amministrazione comunale”. Tutto bene e tutto bello, ma adesso parte la sfida vera. Quella dei contenuti. ◆


[10] ◆ Città

La medicina di gruppo integrata, la prima è figlia della fusione tra l’Ulss Alto Vicentino e quella di Bassano: il “lato bassanese” della nuova Ulss sta diventando prevalente sia dal punto di vista logistico-sanitario che politico e questo fa sì che Schio si sia scontrata con i ritardi che il Bassanese sconta in questo ambito.

D

Stefano Tomasoni

ica trentatré. Oggi non si usa più, ma una volta il medico che auscultava i polmoni del paziente chiedeva di pronunciare il fatidico numero rivelatore della salute dei bronchi. A Schio trentatré adesso lo dicono i medici, quelli di famiglia. Tanti sono, infatti, i medici di base in città. Tutti uniti (con una sola eccezione) nella cosiddetta “medicina di gruppo integrata”, ossia team di dottori che lavorano “in squadra” garantendo assistenza a turno nell’arco delle 12 ore (dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 20, sabato dalle 8 alle 10), e quando smettono loro comincia la presenza della guardia medica. Tutti i gruppi hanno la presenza di personale infermieristico a tempo pieno (un infermiere ogni 3.600 assistiti) e assistente di studio (una risorsa ogni 2.400 assistiti). A Schio i gruppi di medicina integrata in convenzione sono tre e si sono dati tutti nomi che rimandano all’antichità: c’è il gruppo “Ascledum” che unisce 16 medici (attualmente 14 per via di 2 pensionamenti), il gruppo “Agape” che ne tiene insieme 12 e il gruppo “Pharos” che ne ha 4. I primi due hanno sede presso la “Casa della Salute”, ovvero il primo piano della “piastra”

Medici senza barriere

A Schio ci sono trentatré medici di famiglia e operano ormai da anni in tre gruppi di “medicina integrata”, ovvero team di dottori che lavorano “in squadra”, garantendo assistenza a turno nell’arco delle 12 ore. Una realtà che a Schio e nell’Alto Vicentino è un’eccellenza riconosciuta da tutti. Ma qualche criticità da risolvere ce l’ha...

del vecchio ospedale de Lellis (una parte dei dottori ha laboratorio esclusivamente qui e una parte mantiene anche un proprio ambulatorio esterno), mentre il terzo gruppo ha lo studio a SS.Trinità.

Schio e l’ex Ulss 4 sono stati pionieri

Una realtà, quella dei medici “integrati”, che è stata “ufficializzata” dalla Regione con il decreto 751 del 2015, il quale ha dato tempo fino alla fine di quest’anno per essere messa in pratica sul territorio. E chi in questi tre anni in Veneto avesse voluto imparare “come si fa”, avrebbe potuto venire proprio a Schio o comunque nell’Alto Vicentino, perché qui la medicina di gruppo è realtà ormai da una ventina d’anni, funziona ed è consierata una vera e propria eccellenza dell’organizzazione sanitaria veneta. Un’eccellenza che tuttavia qualche criticità da risolvere ce l’ha, come ha messo in evidenza una recentissima relazione della “Commissione consiliare di studio sull’evoluzione dei servizi socio-sanitari” di Palazzo Garbin, presieduta da Marco Tolettini, consigliere comunale di Forza Italia. La prima criticità è figlia della fusione tra l’Ulss Alto Vicentino e quella di Bassano.

Com’era facilmente prevedibile, il “lato bassanese” della nuova Ulss 7 sta diventando prevalente su quello altovicentino, sia dal punto di vista logistico-sanitario che politico e questo fa sì che l’eccellenza scledense nella medicina integrata si sia scontrata con i ritardi che invece il Bassanese sconta in questo ambito: “La fusione con Bassano – si legge nella relazione della Commissione consiliare – è arrivata in un momento cruciale per la medicina di gruppo integrata e ha creato un evidente rallentamento del funzionamento dei Gruppi già insediati e il ritardo nella cotituzione di nuovi gruppi”. Un’altra criticità indicata dalla Commissione è quella informatica, visto che “il programma in uso nell’ex Ulss 4 permette in tempo reale di vedere i dati relativi ai ricoveri mentre quello dell’ex Ulss 3 di Bassano non lo prevede”.

“Al centro c’è il paziente”

Il coordinatore dei tre gruppi di medicina integrata di Schio è Giorgio Testolin, che di questi temi si occupa fin dall’inizio, ovvero dalla fine degli anni Novanta. “Medicina integrata vuol dire occuparsi della gestione delle necessità sanitarie in modo moderno, affrontando la comples-


Città ◆ [11] sità della gestione soprattutto delle patologie croniche, utilizzando al meglio le professionalità e i servizi sanitari – dice -. Vuol dire lavorare insieme: medici, infermieri, specialisti e servizi sanitari in modo coordinato. Al centro c’è il paziente, che ha come costante riferimento il proprio medico, che deve fungere da regista e coordinatore, coadiuvato dagli infermieri professionali con specifiche funzioni”. È quel che succede nel distretto 1, ex Ulss 4, appunto. Ma a quanto pare non in tutta la nuova Ulss 7 allargata. “L’unione della nostra Ulss con quella di Bassano ha penalizzato quella spinta propulsiva che qui abbiamo sempre avuto in tema di medicina del territorio – afferma Testolin -. Bassano è storicamente indietro rispetto a noi in tema di sanità territoriale, però di fatto il centro di comando dell’Ulss è lì. L’ex direttore generale Roberti diceva che con l’unione delle due Ulss si sarebbe preso il meglio dell’una e dell’altra, ma non è stato così. Non è per voler metterci delle medaglie al petto, ma di fatto siamo la medicina territoriale che in Italia ha fatto scuola, insieme a poche altre nel paese. Basti pensare che noi da 20 anni abbiamo la formazione professionale: ogni primo mercoledi del mese tutti i medici dell’Ulss si riuniscono all’ospedale di Santorso per una giornata di aggiornamento. Qui abbiamo costruito per primi una realtà che è stata in grado di mettere a disposizione della medicina del territorio risorse come ben pochi altri casi in Italia. Il Distretto 1 di Bassano rispetto al nostro Distretto 2 è ancora lontano anni luce. Lo si capisce anche dal fatto che nel nostro Distretto ci sono 9 gruppi di medicina integrata, 3 dei quali come detto a Schio, mentre nel Distretto 1 di Bassano ce ne sono in tutto 3: una in altopiano, una a Rosà e una a Rossano; Bassano non ne ha nessuno”.

“Lavorare sull’integrazione con i servizi”

Dove i gruppi di medicina integrata fanno la differenza è nella patologia cronica importante, nelle gestione del paziente con scompenso cardicao, bronchite cronica e

diabete. Ci sono però poi tante potenzialità che ancora potrebbero essere espresse. “In passato avevamo iniziato ad esempio anche con la presenza dello psicologo di base – ricorda Testolin -. Per un anno c’è stata la possibilità di avviare a questa figura professionale la patologia minore: l’elaborazione del lutto, la piccola nevrosi, la piccola depressione, il paziente che somatizza... Avevamo avuto ottimo riscontro, speriamo di poter ripristinare questo servizio”. E c’è da lavorare sull’integrazione. Tra infermieri e medici prima di tutto, e poi con i servizi presenti alla Casa della salute: il centro antidiabetico, la radiologia, l’ambulatorio pediatrico, la neuropsichiatria infantile il servizio vaccinazioni, il consultorio familiare, l’ostetrica e altro ancora. A stretto contatto c’è la “continuità assistenziale”, ovvero la guardia medica, fondamentale per garantire la presenza nelle 12 ore della giornata nelle quali non operano i medici di base. “Il fatto di lavorare in questo modo porta a uno sviluppo della moderna medicina, in cui i bisogni dei pazienti sono complessi, tanto più se si tratta di affrontare patologie croniche – osserva Testolin -. L’esempio è quello del diabete: c’è una complessità di azioni da intraprendere e la gestione di questo paziente contempla una serie di azioni, preventive, diagnostiche, terapeutiche, che è molto vasta”.

“Vogliamo continuare, per migliorare”

Tutto bene, purché non succeda poi che per “aspettare” il recupero di Bassano qui nell’Alto Vicentino la medicina di gruppo finisca col perdere colpi e a scadere nel servizio reso alla popolazione. “Siamo in attesa dell’approvazione, da parte del Consiglio regionale, del piano socio sanitario che conterrà le nuove schede ospedaliere da cui si avrà finalmente chiarezza sull’ ubicazione prevista dei reparti nei tre ospedali, Santorso, Bassano e Asiago, presenti nella nostra Ulss – dice Marco Tolettini, presidente della Commissione Servizi socio-sanitari del consiglio comunale -. Per quanto riguarda le medicine

Lo Schiocco Riparano ma non puliscono

Vi è mai capitato d’imbattervi in queste colonnine che garantiscono il funzionamento di telefoni e computer? Osservatele bene dopo qualche riparazione e cercate quelle che, alla base, risultano perfettamente pulite. Questa, come altre, ha vari pezzetti di plasticume che rimarranno lì per mesi, se nessuno si prenderà la briga di raccoglierli e cestinarli a dovere. Possibile che questi tecnici abbiano così tanta fretta? Oppure è la banda larga che prevede il rispetto ristretto dell’ambiente [M.D.Z.] di gruppo, in base alla bozza uscita dalla Commissione Sanità regionale di prossima discussione, si prevede che nei prossimi due anni vengano attivate da parte della Regione il 70% di quelle in attesa di autorizzazione”. “In definitiva, per la medicina di gruppo un rallentamento c’è stato dopo la fusione delle Ulss: non abbiamo trovato grandi stimoli, se non nel direttore del Distretto, la dott.ssa Alessandra Corò, e negli apparati amministrativi, che ci hanno supportato – dice Testolin -. Ma in ogni caso i segnali che stiamo ricevendo ora non sono negativi. In ogni caso, bisogna lavorare per andare avanti. La nostra presenza coordinata alla Casa della salute consente uniformità di cure, formazione e aggiornamento continuo. Questo è quello che vorremmo continuare a fare. Abbiamo avuto parole di incoraggiamento da parte del commissario dell’Ulss 7 Simoni e possiamo contare sulla costante presenza del direttore di Distretto. Nelle medicine integrate oggi ci sono i medici, ci sono le infermiere, stiamo lavorando bene, stiamo affrontando i grossi temi della cronicità. Vogliamo andare avanti così. Certo sul piano tecnico abbiamo ancora molto da lavorare sull’integrazione, ma sappiamo qual è la direzione da prendere”. ◆


[12] ◆ Città I trend di quest’anno non sanno molto da Natale classico. Chi si aspetta di entrare in case rosse e dorate rimarrà deluso: gli scledensi preferiscono le tonalità neutre. Tanto legno, tanto bianco latte, tanti colori pastello. Qualche accenno d’argento.

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Camilla Mantella

l principio furono le palline sull’albero, le ghirlande di legno, pigne e bacche rosse da appendere alle porte, i ramoscelli beneaugurali di vischio. Poi si aggiunsero i festoni colorati, i ninnoli da piazzare sulla mensola sotto la televisione, le lucine da avvolgere attorno alla siepe in giardino. Poi ci si spinse più in là, con carillon a tema pista di ghiaccio, composizioni di candeline colorate in tinta con le tende di casa e simpatiche renne paraspifferi a grandezza naturale. Diciamoci la verità, negli ultimi tempi la preparazione al Natale ci è sfuggita un po’ di mano. E non solo perché la Grande Distribuzione Organizzata ci ha abituati ai panettoni post-Halloween e alle scritte luminose “Buone Feste” che campeggiano fuori dai supermercati di Schio già dal 2 novembre, ma anche perché amici e parenti ci accolgono in case che già a metà novembre sembrano allestite per il remake di “Mamma ho perso l’aereo”. Per la gioia dei negozianti cittadini, che soddisfano la crescente domanda di home decor proponendo – praticamente ovunque – decorazioni da poter sfoggiare in appartamento. Persino nei punti vendita che meno avrebbero a che fare con l’interior design si trovano idee sfiziose a tema – pupazzetti, oggettistica, creazioni in alcuni casi anche estremamente curate e di qualità – che ci si aspetterebbe di poter acquistare solo in negozi di arredocasa. Questi ultimi, dal canto loro, per il Natale danno il meglio di sé: il centro è inondato dai sentori di mele e cannella delle candele profumate e dagli sbrilluccichii di palline di vetro riccamente decorate. Per non parlare dei garden, che letteralmente trionfano – in alcuni casi offrendo veri e propri mercatini natalizi dall’atmosfera spiccatamente nordica. In mezzo a tutto questo clima festoso i trend di quest’anno non sanno molto da Natale classico. Chi si aspetta di entrare in case rosse e dorate rimarrà deluso: gli scledensi – come del resto la stragrande maggioranza degli europei e degli americani, a cui il mercato natalizio (spessissimo made in China) è destinato – preferiscono le tonalità neutre. Tanto legno,

È un Natale sempre più decorato È boom di decorazioni natalizie nelle case scledensi. Tutte talmente ben progettate che sembra che il prepararsi al 25 dicembre sia diventato un vero e proprio lavoro. tanto bianco latte, tanti colori pastello. Qualche accenno d’argento. È un Natale che sa tanto da inverno e meno da festa. Si salvano forse le case dei nonni, ancora intenti a comprare lucine colorate, festoni glitterati e Babbi Natale di 50 centimetri. Per il resto, tante tinte unite, tanto ordine, tanto studio. Con coppie – viste con i nostri occhi – sull’orlo della crisi di nervi perché incapaci di scegliere tra il marrone scuro e il marrone rame per il colore principale dell’albero. Una volta completata l’opera di allestimento, la tendenza è quella di condividerla sui social, che in queste settimane sono stati un vero e proprio tripudio di natalosità. Numerosi gli scledensi, soprattutto nella fascia d’età tra i 25 e i 40 anni, perlopiù donne, che hanno mostrato case a tema: impeccabili – c’è del gusto, nell’Alto Vicentino – anche se a volte un po’ simili. Il Black Friday su Amazon ha mietuto un sacco di vittime, per la gioia dei distributori che propongono decorazioni di grido a poche manciate di euro.

Quanto sono diversi, questi Natali pieni di decorazioni equilibrate e meravigliosamente progettate, da quelli a cui ci avevano abituati gli anni ’90. Quelle palline sugli alberi che assomigliavano alle palle da discoteca, quei capelli d’angelo fucsia e verde acido (oggi non li compra più nessuno, salvo i nonni di cui sopra), quei presepi trovati negli ovetti di cioccolato che gridavano “plastica” da metri di distanza difficilmente torneranno. Brutti, erano brutti. Ma pure un po’ più spensierati. Ché in mezzo a tutte queste decorazioni perfette, a queste case scledensi che starebbero bene sulle copertine delle riviste d’arredamento, a questi negozi che salgono sulla slitta – ops, sul carro – del Natale, l’impressione è che ci si stia impegnando anche un po’ troppo e che si perda di vista quel senso di gioco, di gioia, di leggerezza, che questa festa ha sempre portato con sé. E visto che a Schio siamo noti per la laboriosità, non vorremmo che anche il prepararsi al Natale diventasse un lavoro. Già c’era lo stress dei regali, ora ci tocca pure quello dei decori. ◆

Cartoline d’auguri dalla Belle Epoque È visitabile fino al 6 gennaio al secondo piano di Palazzo Fogazaro la mostra intitolata “Buone Feste!”, aperta ogni fine settimana dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. È una bella esposizione che presenta cartoline e bozzetti a tema natalizio risalenti agli anni ’20 e ’30, provenienti da una collezione privata, quella di Salvatore Galati, appassionato di manifesti e pubblicità d’epoca. Particolarmente belle risultano quelle con figure femminili che si stagliano all’interno di una foresta innevata, o quelle con coppie innamorate immortalate nel focolare domestico. Temi che rispecchiano

il carattere di quella società, riportata su carta con colori pastello predominanti, che lasciano comunque spazio alle tonalità più accese dei rossi e dei blu. Sono illustrazioni che riportano chi le osserva direttamente indietro in un bel tempo andato, in cui le azioni quotidiane risultano intime e poetiche. Il periodo della cosiddetta “belle époque”, in queste raffigurazioni opera di illustratori delicati e sensibili, acquista una nuova luce. L’esposizione s’inserisce ottimamente nelle manifestazioni natalizie. Da visitare. [T.F.M.]


[14] ◆ Città “Sono tra le più antiche orme di dinosauro al mondo. Sono datate al Norico (circa 210 milioni di anni fa), esattamente l’epoca in cui i dinosauri cominciavano ad affermarsi come il gruppo di animali dominante”.

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Anna Lirusso

iamo abituati ad associare al monte Pasubio un tragico evento: la Grande Guerra. Le tracce della Prima Guerra mondiale sono infatti ancora oggi presenti in particolare sulla suggestivaStrada delle 52 Gallerie che proprio in questi ultimi anni è diventata una delle mete preferite dal turismo di massa. Pochissimi però sanno che il monte Pasubio oltre a conservare tracce dei combattimenti bellici, cela un altro importante tesoro risalente a milioni di anni fa. Sul soffitto di una delle gallerie scavate dai soldati italiani sono state ritrovate tra le più antiche orme di dinosauro al mondo, che sono diventate oggetto di studio ancora nel 2008 da parte di alcuni ricercatori dell’Università di Padova e del MUSE di Trento. Ce ne ha parlato Matteo Belvedere, di Thiene, uno degli scienziati che si è occupato di questo importante studio che potrebbe offrire nuovi spunti al turismo del nostro territorio. Oggi Matteo Belvedere si trova in Svizzera dove si occupa del progetto “Paléontologie 16” che ha portato alla creazione della più grande collezione di orme di dinosauro al mondo. - Precisamente cosa avete trovato sul soffitto della XII Galleria?

“È stato un nostro collega del MUSE di Trento, Marco Avanzini, a scoprirle per

Alla scoperta dei dinosauri sul Pasubio Pochi sanno che sono presenti orme di dinosauro fra le più antiche al mondo nella XII Galleria del Pasubio, una eccezionale scoperta che risale al 2008. Ne abbiamo parlato con Matteo Belvedere, uno degli scienziati che si è occupato di questo studio.

la prima volta durante un’escursione. Assieme a lui, a Paolo Mietto e Manuel Rigo, abbiamo condotto i rilievi e mappato la superficie in modo da poter studiare in dettaglio tutte le orme. Basandoci sulla forma delle impronte, anche se la conservazione non è spettacolare, è stato possibile individuare 11 orme appartenenti ad almeno 3 gruppi di dinosauri, tra cui dinosauri carnivori di piccole e medie dimensioni e un dinosauro prosauropode (erbivoro) di taglia media”. - Cosa hanno queste orme di così importante?

Matteo Belvedere in Svizzera, con l’orma Jurabrontes curtedulensis. In alto una delle tracce della presenza di dinosauro nella XII galleria della “Strada” sul Pasubio

“Sono tra le più antiche orme di dinosauro al mondo. Sono datate al Norico (circa 210 milioni di anni fa), esattamente l’epoca in cui i dinosauri cominciavano ad affermarsi come il gruppo di animali dominante. Esistono altri siti, principalmente nelle Dolomiti, con orme impresse nella stessa formazione geologica, chiamata Dolomia Principale. Le orme del Pasubio però, a differenza di quelle di altri siti che si trovano su massi isolati, sono preservate “in strato”. Questo ci ha consentito di sapere la “posizione stratigrafica”, e di conseguenza, l’età precisa delle orme. Inaspettatamente poi, l’analisi micropaleontologica di alcuni campioni proveniente dallo strato sottostante quello con le impronte ha fornito dei resti micropaleontologici (dei conodonti) che ci hanno consentito di da-

tare con precisione le orme al Norico superiore”. - Sono orme visibili a occhio nudo o è necessario l’aiuto di un esperto?

“Le orme sono conservate come calchi naturali, ovvero si è conservato il riempimento dell’impronta, mentre l’orma vera e propria è caduta quando hanno scavato la galleria. La qualità di conservazione non è delle migliori, per cui non sono facilmente visibili a occhio nudo e servirebbe quantomeno avere una mappa della superficie per potersi orientare ma con un po’ di occhio e un po’ di pazienza sono comunque identificabili. Qualche anno fa ho portato una scolaresca delle elementari in gita e gli alunni, con un po’ di preparazione in classe, sono stati in grado di riconoscere le orme più evidenti sulla superficie”.

- Grazie alla vostra ricerca, si potrebbero aprire nuovi orizzonti di turismo rivolte ad esempio alle scuole?

“Sicuramente la valorizzazione del sito e della geologia lungo la strada delle Gallerie potrebbe aprire nuovi sbocchi anche per un turismo non solo orientato all’escursionismo puro o al turismo legato alla Grande Guerra. Potrebbe fornire al turista anche un punto di vista geologico sulle nostre montagne e questo aprirebbe sicuramente nuovi orizzonti.


Città ◆ [15] Le potenzialità didattiche sono molte, ma purtroppo sono molti anche i pericoli, primo fra tutti il sentiero stretto e a strapiombo che si deve affrontare quando si vuole raggiungere il sito. Credo che la creazione di pannelli esplicativi lungo il percorso potrebbe essere una buona soluzione per rendere consapevole il visitatore dell’importanza anche geo-paleontologica della Strada delle Gallerie”. - Lei di cosa si occupa ora?

“Attualmente mi trovo in Svizzera a Porrentruy dove mi occupo dello studio delle orme di dinosauro del periodo Giurassico

Superiore che risale a 150 milioni di anni fa e dello sviluppo di metodologie di analisi tridimensionali”.

- Da quanto dura questo progetto e a che punto siete?

“È iniziato nel 2000 e si concluderà nei primi mesi dell’anno prossimo. Durante questi 18 anni di lavoro sono stati scoperti numerosissimi fossili, tra cui ossa di mammuth del Pleistocene (tra i 100.000 e i 15.000 anni fa), scheletri di pesci, squali, tartarughe e coccodrilli marini del Giurassico, ma soprattutto ha consentito la creazione della più grande e meglio docu-

mentata collezione di orme di dinosauro al mondo. Sono state misurate qualcosa come 15.000 orme e un migliaio di esse è stato prelevato per creare questa eccezionale raccolta. Si tratta di una collezione importantissima per la qualità e la quantità dei dati contenuti che ci ha consentito di istituire, nel 2017 e 2018, due nuove specie di impronte di dinosauri carnivori di grandi dimensioni. Gli studi continueranno ancora per qualche mese e alla fine del progetto la collezione verrà passata al Jurassica Museum che ne continuerà anche lo studio”. ◆

SCHIO IN SOFFITTA a cura di Anna Lirusso

Quello scatto rubato per la Lanerossi L’

aneddoto che oggi raccontiamo risale all’anno 1955. La piccola Oriana Zocche giocava felice nei prati di Giavenale mentre il papà lavorava i campi con la spensieratezza tipica di una bambina di soli 5 anni. Accanto a lei c’era il padre Mario Zocche, classe 1915, lavoratore alla Italcementi mentre la moglie, Elvira Cavedon, era con orgoglio un’operaia della Lanerossi. “A mia mamma piaceva vestirmi da contadinella e anche quel giorno mi aveva fatto indossare un fazzolettino in testa prima di mandarmi a giocare all’aperto accanto a papà che si occupava dei campi – racconta oggi Oriana accanto al marito Luigi Ruaro - . Era una giornata come tante altre, quando un signore si avvicinò a mio padre per chiedergli il

permesso di fotografarmi. Per me fu una grande emozione: in quegli anni non si facevano tante fotografie e forse quella è stata proprio una delle prime fotogra-

fie della mia vita. Sarà per quello che mi rubò quell’espressione un po’ imbronciata che in realtà è solo di timidezza. Ricordo che mi mise vicino alla ruota di un carro e mi fece qualche scatto. Forse, nella mia ingenuità, non avevo nemmeno capito bene cosa stesse accadendo… comunque tutto si concluse in poco tempo e poi la giornata continuò nel suo tran tran”. Ben presto tutti si dimenticarono di quell’episodio così breve e fugace. Oriana e la sua famiglia mai avrebbero pensato di vedere quello scatto fare bella vista sulla copertina del giornalino della Lanerossi che prendeva l’ineccepibile nome “Noi del Lanerossi”. Si trattava del numero 9, dell’ottobre del 1955. Accanto a quel tenero volto fanno capolino l’elenco delle 13 sedi della Lanerossi: Milano, Cogollo, Dueville, Macomer, Marano, Montorio, Piacenza, Pieve, Rocchette, Schio, Torre, Vicenza, Vimodrone. A quella foto firmata dal fotografo “Cavedon” fu dato il titolo “Intuizione”. Ma ecco cosa accadde il giorno della pubblicazione. “Un giorno mia mamma arrivò a casa dopo il consueto turno alla Lanerossi tutta agitata – racconta Oriana Zocche -. Lei lavorava nel reparto Rammendo e uscendo dalla fabbrica aveva raccolto una copia omaggio del giornalino. Ne mettevano una pila fuori dalla porta d’ingresso della fabbrica e ognuno degli operai poteva prendersene una copia”. Subito non ci fece nemmeno caso, poi,

tutto ad un tratto si rese conto che la bella bambina in copertina non era altro che sua figlia Oriana. “Ricordo che venne a casa tutta orgogliosa e anche un po’ incredula perché non capiva come avevano fatto ad avere una mia foto. Allora io e mio papà risalimmo a quel giorno in cui un fotografo mi chiese di posare per lui e di fronte a quella spiegazione il volto di mia madre si rasserenò”. La prima pagina del giornale venne conservata con cura su un cassetto come un cimelio di famiglia. Ci piace immaginare la mamma di Oriana estrarlo nelle grandi occasioni per mostrarlo a parenti e amici con quell’orgoglio verso i figli che è tipico di tutte le madri. Rimase per anni là, nascosto in mezzo a tante carte e fotografie finché un giorno il marito Luigi, grande appassionato di “robe vecchie”, non lo riscoprì e lo volle incorniciare per la sua amata. Oggi questo bel ricordo è anche parte dell’arredo di casa. La rubrica Schio in Soffitta vive di ricordi legati alla nostra città. Chi vuole può condividere il proprio, scrivendo a schiomese@gmail.com


[18] ◆ Dintorni In Alta Val Leogra c’è chi rimpiange l’unione tra i due comuni ritenendo che avesse portato benefici economici e strutturali, ma il sindaco di Torre Boscoscuro, non mostra alcun ripensamento: “Nessun rimpianto. Anzi, sono più che mai convinto della bontà della scelta fatta a suo tempo”.

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L’Unione? “Non fa la forza” L’Unione tra i Comuni di Torrebelvicino e Valli del Pasubio, avviata nel 2012, è ormai lettera morta. A Torre l’attuale amministrazione non ci ha mai creduto: “La fine di quell’unione ci ha consentito di entrare nell’Unione Montana, un organismo che offre maggiori garanzie e benefici”.

Giovanni Lotto

chi giova? L’interrogativo era sorto spontaneo negli attuali componenti della giunta di Torrebelvicino, al momento del loro insediamento nel giugno del 2014. Tra i tanti nodi da sciogliere, c’era quello dell’Unione tra i Comuni di Valli del Pasubio e di Torrebelvicino, sancita nel 2012. Proseguire sulla strada già intrapresa o interrompere l’esperienza? Senza alcun tentennamento, il sindaco di Torrebelvicino, Emanuele Boscoscuro, aveva optato per la seconda scelta, forte del sostegno del suo gruppo di maggioranza, la lista “Fare Insieme”, e anche dell’inatteso appoggio dei consiglieri di minoranza di centro-sinistra della “Lista Belvicino”, che in tal modo avevano sconfessato gli orientamenti dei loro predecessori, in particolare dell’ex sindaco Giorgio Calli. Fatti di cronaca che appartengono oramai al passato, ma che in questi giorni ritornano a galla. Negli ambienti politici dell’Alta Val Leogra, si ritorna infatti a riflettere su quella scelta. C’è chi rimpiange la nascita dell’unione tra i due comuni, sostenendo che era stata foriera di benefici economici e strutturali per entrambi. Fuori da questo coro c’è ancora il sindaco Boscoscuro, il quale non dimostra alcun ripensamento in proposito. “Nessun rimpianto – dice -. Al contrario, sono più che mai convinto della bontà della scelta fatta a suo tempo. La formula dell’Unione tra i due Comuni, che inizialmente aveva portato qualche finanziamento nelle nostre casse comunali, sarebbe risultata improduttiva con il passare del tempo. Il denaro che avrebbe erogato successivamente lo Stato, sarebbe infatti risultato appena sufficiente per tenere in piedi la struttura. Peraltro, quel sodalizio amministrativo era sorto tra due Comuni governati da giunte di centro-sinistra, con filosofie di governo molto simili. Noi, invece, avevamo idee diverse, che non collimavano con quelle della giunta valligiana. La scelta della separazione si era perciò rivelata inevitabile”.

Il sindaco di Torrebelvicino, Mauro Boscoscuro

Boscoscuro respinge al mittente l’accusa di campanilismo. “La fine di quell’unione ci ha consentito di entrare nell’Unione Montana, vale a dire in un organismo che annovera più soggetti amministrativi e che offre maggiori garanzie e benefici anche ai comuni più piccoli. Così facendo, noi abbiamo dimostrato di andare ben al di là del nostro campanile”. Ma se per Boscoscuro l’Unione Torre-Valli era una sorta di vagone morto trainato dal treno amministrativo della Val Leogra, per il sindaco di Valli,Armando Cunegato, è stata invece una locomotiva che poteva viaggiare a velocità elevata e che avrebbe condotto già nel prossimo 2019 alla meta della fusione dei due comuni. Quel viaggio si è invece interrotto dopo un biennio. Troppo caro il biglietto per percorrere quel tragitto? “Come Comune di confine, Valli ha ottenuto negli anni scorsi importanti finanziamenti, di cui ne ha tratto un beneficio maggiore Torre – dice Cunegato -. Basti pensare che, dei 460 mila euro erogati in quel periodo dallo Stato a tale scopo, il 60 per cento era stato destinato ai turritani. Non è vero che i finanziamenti sarebbe-

Il sindaco di Valli del Pasubio, Armando Cunegato

ro poi calati, poiché ogniqualvolta si attua una unione dei servizi, lo Stato eroga nuovi finanziamenti”. Cunegato ritiene tuttavia riduttivo circoscrivere la questione in termini economici. “Le vere risorse sulle quali avevamo puntato erano quelle umane. L’Unione era diventata una sorta di laboratorio di idee, dentro il quale venivano elaborate importanti soluzioni amministrative a largo respiro, che sarebbero sfociate nella nascita del nuovo Comune di Torre e di Valli. Insieme stavamo creando nuove strutture per dare risposte concrete alle esigenze del presente e del futuro del nostro territorio montano. Avere interrotto quel progetto, dal mio punto di vista, è stato un errore marchiano. Tornare ai vecchi sistemi di governo è a mio avviso deleterio. In campo amministrativo, così come in altri settori della vita sociale, va sfatato il detto dell’era meglio quando era peggio. Quel passo indietro non ha giovato a nessuno. E temo che porterà a un impoverimento non solo nel campo delle risorse economiche, ma anche nei diversi ambiti della vita pubblica dell’Alta Val Leogra”. ◆


[20] ◆ Spettacoli

Domus Danza fra le 7 migliori scuole italiane La scuola diretta da Enrica Marcucci è stata premiata da Carla Fracci per essersi classificata nel “gotha” delle scuole di danza del paese.

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Mirella Dal Zotto

omus Danza”, scuola diretta da Enrica Marcucci con ottimi risultati a livello nazionale e internazionale, ha ottenuto l’ennesimo, ambito riconoscimento: a Campi Bisenzio (Firenze), nel corso della manifestazione “Metti le ali al talento”, è stata premiata da Carla Fracci per essersi classificata fra le sette migliori scuole di danza italiane. Allo Youth American Grand Prix di Cattolica, svoltosi nei primi giorni di questo mese, la scuola ha inoltre ottenuto un secondo posto a livello nazionale per le coreografie e un terzo posto per i solisti, femminili e maschili. “Una grande soddisfazione - dice la direttrice – che premia anni di lavoro appassionato e impegnato. A tutt’oggi contiamo su un centinaio di allievi e circa il trenta per cento arriva da fuori città: quest’anno abbiamo corsisti da Taranto, Lucca Padova… e negli scorsi anni provenivano dalle Marche, dall’Emilia, da varie province del Veneto e della Lombardia. Studiano da noi perché siamo diventati un nome consolidato e

sperano di accedere ad accademie nazionali o internazionali. Abbiamo anche avviato una collaborazione con il liceo linguistico di Schio, perché chi studia da noi possa parallelamente frequentare le lezioni di quell’istituto superiore, il più adatto a chi può essere destinato a girare il mondo”. - Ovviamente selezionate gli aspiranti.

“Certo che sì, facciamo un’audizione e li scegliamo, mettendoli alla prova per un anno e preparandoli nel balletto classico e nel contemporaneo, perché da qualche tempo le accademie richiedono la solida base classica, ma il contemporaneo poi permette di trovare più facilmente un lavoro nel settore”. - Che caratteristiche deve avere una ragazza o un ragazzo che vuole intraprendere un percorso come ballerina/o professionista?

“Deve avere un fisico adatto, unito a un carattere forte e volitivo, perché quella della ballerina o del ballerino non è una vita facile e ci sono molti ostacoli da superare. Penso per esempio a un infortunio che può bloccare l’attività per mesi minando la ragazza o il ragazzo anche psicologicamente, oppure penso alla difficoltà di con-

ciliare lo studio regolare con la preparazione artistica. Per i maschi poi è ancora più difficile arrivare, pochi hanno le caratteristiche fisico-psichiche per riuscire nell’intento. Nella nostra scuola ne abbiamo sette e cerchiamo di tirar fuori il meglio da loro, perché la danza ha anche tanto bisogno di figure maschili”. - Rispetto delle regole e disciplina non sono molto accettate dai giovanissimi di oggi...

“È vero e la danza in questo può aiutare molto, è una palestra di vita dove nessuno ha tutto e subito”. - E la nostra città, come potrebbe promuovere meglio la danza?

“Sostenendo in vari modi le scuole che ci sono, permettendo loro di esibirsi di più affittando i teatri a prezzi agevolati, portando a Schio più spettacoli di ballo… Ad amare la danza sono in tanti, grazie anche alle scuole che la fanno conoscere e praticare; Domus Danza ha messo le ali a tanti talenti, ci sono ragazze e ragazzi di Schio in giro per l’Italia e per l’Europa che fanno enormi sacrifici per prepararsi al meglio e affermarsi. Questa è passione, grande passione che va apprezzata e sostenuta, a tutti i livelli”. ◆

Ma per la lirica ci vuole più spazio

Tutto esaurito al Ridotto del Civico per i tre incontri con la musica lirica, dedicati a Mozart, organizzati ancora una volta con il format di “parole e musica” di Daniele Nuiovo. In parecchi sono rimasti fuori dal teatro.

I

tre incontri con la musica lirica, tutti dedicati a Mozart e svoltisi tra fine ottobre e inizio dicembre al Ridotto del Civico, hanno fatto registrare il tutto esaurito e parecchie persone sono addirittura rimaste fuori dal teatro. Gli incontri si sono svolti tra fine ottobre e inizio dicembre, di domenica pomeriggio, e sono stati condotti da Daniele Nuovo, che conta su una sede più consona per il prossimo anno: Sala Calendoli può ospitare solo centocinquanta persone e non è più sufficiente a soddisfare la piazza scledense, soprattutto dopo un decennio di lavoro propedeutico per la formazio-

ne di una platea, anche giovane, attenta e competente. Questo format di narrazione teatrale unita alla musica, va indubbiamente esteso a un contesto più capiente e prestigioso, ovvero il Teatro Civico, fra l’altro nato per il melodramma. “Dobbiamo metterci a discutere su questo - asserisce Nuovo – e dobbiamo farlo in tre: l’associazione Liricamente che rappresento, il Comune e la Fondazione”. - L’idea di proporre un percorso solo su Mozart è stata sua? Il Mozart lirico non è molto popolare, eppure ha avuto successo.

“Il progetto ‘Mozart Opera è Vita’ ha re-

cepito i suggerimenti del tema culturale 2018 (Kalos Kai Agathos) e l’invito a riflettere sui valori della bellezza, della bontà d’animo e della libertà. A me è parso naturale volgere lo sguardo all’opera mozartiana e alla carica ideale che l’ha ispirata. Tutto il teatro musicale di Mozart punta a far compiere ai suoi personaggi, e di conseguenza a noi spettatori, un viaggio in noi stessi capace di attraversare le oscurità dell’anima per giungere all’illuminazione di una nuova vita, più autentica e consapevole”. - Per l’anno prossimo, cos’ha in programma?

“Il mio progetto è correlato al tema per celebrare i 200 anni dalla nascita di Alessandro Rossi: è già stato presentato e sarà valutato da un’apposita commissione. Posso solo anticipare che prevedo un ritorno a Giuseppe Verdi”. ◆ [M.D.Z.]


[22] ◆ Spettacoli

Ale e Franz, molto più che cabaret I due cabarettisti, che ormai è riduttivo chiamare così, han fatto ridere e pensare, ma hanno anche recitato parti drammatiche e cantato accompagnati da un’ottima band.

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le e Franz, all’Astra con “Nel nostro piccolo”, omaggio a Gaber e a Jannacci, hanno goduto del pubblico delle grandi occasioni, richiamato per assistere all’evoluzione di due cabarettisti che ormai è riduttivo chiamare così: per circa due ore han fatto ridere e pensare, questo è il loro mestiere e il loro obiettivo, ma hanno anche recitato parti drammatiche e cantato accompagnati da un’ottima band che li ha supportati dall’inizio alla fine: Luigi Schiavone alla chitarra, Fabrizio Palermo al basso, Francesco Luppi alle tastiere e Marco Orsi alla batteria. Con “Nel nostro piccolo” Ale e Franz hanno reso omaggio a coloro che riconoscono come maestri fin dagli esordi ai tempi del CTA (Centro Teatro Attivo) di Milano, nel ’92: sono stati Gaber e Jannacci, artisti surreali ma con i piedi ben piantati nella società in cui vivevano, a suggerire

ad Alessandro Besentini e Francesco Villa la strada da seguire. Che poi per questi due artisti è la comicità stralunata, ricca di doppi sensi, poco scontata e mai volgare, ferma nel cogliere le trasformazioni socio-politiche e nel denunciare ciò che non funziona. “Con questo spettacolo abbiamo voluto mettere davanti quelli che di solito stanno dietro”, hanno affermato in chiusura, ed effettivamente si son visti i vecchi (eh, sì, nel raccontarne ma-

gagne e nostalgie sono proprio dei maestri…), i barboni, i depressi e i delusi. Lo facevano anche Gaber e Jannacci con le loro canzoni, ma sentire “La Ballata del Cerutti”, “Ma mi”, “Son s’cioppa’a” o “El purtava i scarp del tennis” prima o dopo uno sketch cucito su misura, le rendeva ancor più efficaci e attuali. A firmare il copione, accanto ovviamente ad Ale e Franz, figurano Antonio De Santis e Alberto Ferrari, che cura la regia; molto efficaci le proiezioni e le trasposizioni realizzate grazie alla tecnologia, che in questo caso non hanno però monopolizzato l’attenzione e sono risultate solo un valido accompagnamento al recitato e al cantato. Si poteva pure sentire l’aria di Milano, città tanto amata sia da Ale e Franz che da Gaber e Jannacci: opulenta e povera, stimolante e schiacciante, contradditoria come tutte le grandi metropoli, ricettacolo di tanta varia umanità da osservare, capire, raccontare con la musica e con le parole. Se poi si riesce a riderci sopra, meglio ancora: è anche la risata che può salvare il mondo. ◆ [M.D.Z.]


Spettacoli ◆ [23]

Macbettu, dove osano i sardi Si poteva pensare che la Fondazione avese osato un po’ troppo nel proporre un Macbeth in sardo (con sovratitoli in italiano). Invece lo spettacolo è stato magistrale e ha coinvolto fino in fondo gli spettatori.

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l “Macbeth” di Shakespeare completamente al maschile, recitato in sardo con sovratitoli in italiano e ispirato ai carnevali della Barbagia, quelli dei mamuthones, con suoni tetri, campanacci, pelli di animali e maschere di sughero: si poteva pensare che gli organizzatori della

Fondazione Teatro Civico avessero osato un po’ troppo con le proposte sperimentali… ma non è stato così. Per due sere, martedì 27 e mercoledì 28 novembre, il teatro storico di via Maraschin ha registrato il tutto esaurito per “Macbettu”, magistralmente diretto da Alessandro Serra, che con questo lavoro pluripremiato - premio UBU come miglior spettacolo e premio ANCT (Associazione Nazionale Critici Teatro) nel 2017 – si conferma tra i registi italiani più interessanti e innovativi. Il suo “Macbettu”, con soli attori maschi in scena come da tradizione elisabettiana, è uno di

quei lavori che coinvolgono lo spettatore toccandolo nella mente, nel cuore, nelle viscere: lo spazio scenico è praticamente vuoto, sono gli attori a trasformarlo e volumizzarlo con i loro corpi; il dialetto sardo, urlato o sussurrato, diventa una sorta di sottofondo musicale, come le mani e i piedi che battono e poco importa se non si capisce quanto detto, perché la magia sta tutta nel movimento e nel suono, nella luce e nel buio che avvolgono e coinvolgono. Molte trovate, dalle musiche e composizioni con pietre sonore, ai costumi, alle movenze delle vecchie o della regina, al fondale che si trasforma in tavolone da taverna dove battere gioia e disperazione, vanno viste e sono difficilmente descrivibili, perché legate a sensazioni soggettive che il regista ha espressamente voluto suscitare. Qualcosa di disturbante, a cercare il pelo nell’uovo? A nostro avviso, i sovratitoli che obbligano lo spettatore ad alzare la testa per leggere e poi abbassarla subito per vedere: dato che il testo, nell’economia dello spettacolo, diventa quasi pretesto, meglio eliminarli e affidarsi solo a quel che succede sul palco, perché è quello che va visto e vissuto. ◆ [M.D.Z.]


[24] ◆ Cultura

La sai l’ultima di Losavio? Beppino Losavio, cultore del dialetto e della Schio di ieri, alla soglia dei quasi novant’anni ha messo nero su bianco tutte le sue barzellette, raccolte nel corso di una lunga vita in cui riso e sorriso hanno giocato un ruolo determinante.

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Mirella Dal Zotto

ra ora. Beppino Losavio, cultore del dialetto e della Schio di ieri, noto anche come “barzellettiere di strada”, alla soglia dei quasi novant’anni portati in modo invidiabile ha messo nero su bianco tutte le sue barzellette, raccolte nel corso di una lunga vita in cui riso e sorriso hanno giocato un ruolo determinante. “Papà Vito mi raccontava che, quando mia madre era in attesa della mia nascita, spesso prorompeva all’improvviso in una schietta risata, in apparenza senza alcun motivo; e sono sempre stato convinto che io, all’interno del suo grembo, stavo in quel momento raccontandomi una barzelletta assai divertente” scrive Losavio nell’ introduzione a “L’ultima?”, questo il titolo della sua esilarante raccolta. Sono oltre trecentosessanta, praticamente una per ogni giorno dell’anno, le barzellette in italiano o in dialetto che si possono leggere per ridere di gusto e sono corredate con illustrazioni umoristiche d’epoca.

Raccontare barzellette per Losavio è appagante quasi come recitare: bisogna usare garbo, intelligenza e soprattutto non va mai bruciata la battuta finale. Per ricordarla, va annotata subito, così com’egli ha fatto nella sua lunga vita; poi la si studia come si farebbe con un copione, la si ripete più volte in privato, se ne controllano e definiscono i ritmi, si sceglie il tono di voce e si calibrano bene le pause. Se necessario, si devono introdurre gesti e movimenti ad hoc. Dunque, voi lettori che acquisterete il libro e magari racconterete quelle che vi son parse le migliori, fate tesoro di questi consigli per non rovinare momenti di autentica e spontanea ilarità. “Quando sarà giunto anche per me il momento del distacco da questa mia vita – conclude Losavio nella sua prefazione – ci sarà ancora e sicuramente accanto a me qualche amico che mi chiederà: E allora, Beppino, qual è l’ultima?. Al che io risponderò, forse soltanto con un filo di voce: D’accordo, te la racconto volentieri, ma

guarda che questa volta sarà, senza appello alcuno, proprio l’ultima”. Tornando al libro, presentato alla Ubik con una dotta introduzione sulla storia della barzelletta, contiene in calce un utile glossario con la traduzione dei termini dialettali usati, una bibliografia e un indice con la suddivisione in varie categorie, per una consultazione più veloce e specifica: mogli e mariti, medici e pazienti, carabinieri, animali, scuola… Qui di barzellette non ne riportiamo nemmeno una, di proposito. Andatevele a leggere seguendo le regole di cui sopra e il risultato è garantito.◆

Tra eredità e baruffe La stagione di Schio Teatro Veneto ha proposto i “Tramaci per l’eredità” con Schio Teatro Ottanta e le “Baruffe chiozzotte” con il Teatro Città di Chioggia.

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partita a fine novembre la stagione di Schio Teatro Veneto, programmata interamente al Civico e di venerdì. In novembre, fuori abbonamento, sono stati proposti i “Tramaci per l’eredità” con la storica compagnia Schio Teatro Ottanta. Il regista, Paolo Balzani, ha tradotto e adattato in dialetto veneto il “Légataire” di Jean Francois Regnard che in Francia, nel ‘700, otteneva un grande successo imitando Molière. In effetti la figura del vecchio Geronte ricorda “L’avaro” e l’affiancamento con il nipote indigente e innamorato, con i servitori furbi e scaltri, con nobildonne decadute e con figure esilaranti (in questo caso, il farmacista e il notaio) sono abbinamenti vincenti che il pubblico amante della commedia ricerca

sempre. Ottimo l’affiatamento tra gli attori, che hanno tutti saputo valorizzarsi nello spazio loro e nell’insieme, testimoniando ancora una volta che la compagnia scledense, la più longeva e produttiva in città, attiva anche con una sua scuola di teatro, è un gruppo coeso di persone che amano il teatro e sanno farne buon gioco. Il 7 dicembre è stata la volta delle celeberrime “Baruffe chiozzotte” di goldoniana memoria, messe in scena dal Piccolo Teatro Città di Chioggia che, ovviamente, non può esimersi dall’interpretarle. Il testo-capolavoro, scritto nel 1762, è una delle più riuscite commedie d’ambientazione veneziana ed è stato proposto in decine di versioni sia dai professionisti che dagli amatoriali. Noi ricordiamo volentie-

ri quella con l’insuperabile Bonaventura Gamba, a Schiofestival, ormai molti anni fa: non usava certo le urla di cui s’è abusato nella commedia al Civico… Forse il regista, Pierluca Donin, doveva placare gli animi degli interpreti, che facevano pensare a bagarre televisive in cui le grida fanno ormai parte del copione. Non ci son stati cali di tono, ma quello acustico è stato fin troppo alto. Piacevoli le scene, costituite da enormi vele colorate che facevano da sfondo a baruffe e riappacificazioni. ◆ [M.D.Z.]


[26] ◆ Sport

Per il Famila è un anno di passaggio Il nuovo Famila quest’anno non brilla e si prospetta un’annata di transizione, giustificata dal rinnovamento quasi totale avuto dalla squadra. Intanto è arrivata anche la stella Wnba Allie Quigley.

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Vittorino Bernardi

l Famila non brilla in questo campionato. Buona parte della tifoseria è sconcertata per le scialbe prestazioni delle arancioni con lo scudetto sulle maglie. Il radicale cambiamento operato dalla società per 9/12 del roster ha deluso, certo gli alibi non mancano: infortunio della play Francesca Dotto, squadra giovane con giocatrici inesperte per lottare a vertice in A1 e in Eurolega. A fine novembre è arrivato un rinforzo per dare un scossa all’ambiente: Allie Quigley, 32enne guardia di 178 centimetri. Cestista statunitense, naturalizzata ungherese, classe 1986, Allie Quigley ha esordito in campionato domenica 2 dicembre a San Martino di Lupari, realizzando 27 punti contro il Fila. Un bottino consistente che non è servito ad evitare la sconfitta per 69-67. Quigley è giocatrice nota a Schio: con la maglia del Fenerbahce Istanbul nel 2016/17 al PalaRomare realizzò 35 punti. L’atleta ha militato in alcune delle migliori formazioni europee: Fenerbahce Istanbul, Galatasaray Istanbul, Kosice e Cracovia, mentre nella Wnba nelle

ultime stagioni ha vestito la maglia delle Chicago Sky (nel 2018 15,4 punti di media con quasi 30 minuti di gioco a partita). «L’arrivo a Schio di Quigley – ha spiegato il g.m. Paolo De Angelis – è un segnale molto forte e chiaro che il presidente Marcello Cestaro e la società vogliono dare all’esterno. Abbiamo cambiato molto in estate e sapevamo che saremmo dovuti intervenire nel corso della stagione proprio perchè vogliamo raggiungere tutti gli obiettivi che abbiamo fissato. Dopo due mesi dall’inizio della stagione, abbiamo capito che per migliorare avremmo dovuto intervenire proprio in quella posizione. Con l’arrivo di Quigley siamo sicuri di alzare il livello tecnico della squadra e di avere una “bocca di fuoco” in più. È una giocatrice esperta e conosce la nostra realtà avendo giocato assieme a Lavender e Gruda». Intanto, Raffaella Masciadri il 21 novembre a 38 anni ha dato l’addio alla maglia azzurra. Per l’occasione la giocatrice al Famila ha scritto una lettera di commiato alla nazionale che ho commosso l’intero sport azzurro. L’atleta lombarda in nazionale ha collezionato 192 presenze con 1.701 punti: è terza alle spalle della

Allie Quigley, nuovo arrivo in casa Famila

vicentina Caterina Pollini (classe ’66) e della trevigiana Bianca Rossi (’54). In carriera ha vinto 14 scudetti, 9 Coppe Italia e 15 edizioni della Supercoppa italiana. L’esordio in Nazionale è datato 16 maggio 2001 a Limerick (Irlanda) contro il Portogallo. Questo uno stralcio della lettera scritta dalla campionessa all’atto del commiato. «Cara maglia azzurra grazie infinite per tutto ciò che mi hai permesso di vivere. Per tutto ciò che mi hai insegnato. Per tutto ciò che mi hai trasmesso (...) Sei stata la mia seconda pelle. Lo sarai sempre. E, anche se ora non avrò più il privilegio di indossarti in campo, stai pur certa che lo farò ad ogni possibile occasione. Quando l’Inno di Mameli suonerà e il tricolore sventolerà nel cielo, quella scossa che si chiama Amore pervaderà il mio corpo. Proprio come quando, nel 2001, ti ho sentita sulla mia pelle per la prima volta». ◆

Calcio, lo Schio punta sul girone di ritorno Il bilancio della prima metà della stagione non ha rispettato le aspettative. Ma otra c’è voglia di ripresa.

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l Calcio Schio con la Marosticense al De Rigo ha chiuso il girone d’andata e il 6 gennaio inizierà il girone di ritorno con l‘impegno interno contro il Mestrino-Rubano, salvo anticipo al 23 dicembre. Il bilancio della prima metà della stagione non rispecchia le aspettative formulate in agosto quando la squadra giallorossa iniziò la preparazione al campionato di Promozione: niente vertice di classifica. L’avvio è stato difficile, dopo la quinta giornata (4 punti in classifica: buon attacco ma difesa colabrodo) l’allenatore Paolo Beggio ha lasciato la panchina, affidata dal presidente Devis Vallortigara a Davide Zenorini. Il cambio ha prodotto un scossa, ma a effetto diesel: soltanto dopo qualche partita. La svolta è arrivata il 25 novembre con la vittoria 2-1 a Valdagno, bissata il 2 dicembre con il 5-2 sul Summania in casa. Per un bottino di 6 punti che ha acceso l’entusiasmo in squadra, salita a metà classifica.

La graduatoria è corta, dietro il capolista Camisano che ha qualcosa in più degli altri c’è una bella lotta e lo Schio nel girone di ritorno può prendere l’ascensore e agguantare alla trentesima giornata i play off promozione, riservati alle classificate dal 2° al 5° posto. Il team giallorosso ha le potenzialità per divertire il pubblico e farlo sognare per il ritorno in Eccellenza. «Eravamo convinti a inizio stagione di

aver costruito una buona squadra, e ne siamo convinti ancora – dice il presidente Devis Vallortigara -. Guardiamo avanti con fiducia, giocando partita dopo partita senza fare i conti. Stiamo crescendo con l’impegno di tutti e il lavoro svolto bene ripaga. Siamo fiduciosi, conosciamo i nostri giocatori». Da parte della società c’è pure un notevole impegno sul fronte del settore giovanile. «I giovani sono il nostro orgoglio, stiamo lavorando su 300 tesserati tra le varie squadre. Abbiamo investito molto e ci siamo affiliati con l’A.C. Milan, diventando di fatto la Scuola Calcio Milan per l’Alto Vicentino. Un accordo che ci fa crescere anche a livello di società. Inoltre abbiamo migliorato anche l’impiantistica allestendo al De Rigo un campo in erba sintetica per il settore giovanile. La nostra è una società viva, con progetti da sviluppare per il bene di tanti giovani e dello sport cittadino». Il 2019 si profila come un anno interessante per il calcio giallorosso. ◆


Sport ◆ [27]

Tiro con l’arco, anno d’oro per Cattaneo

Elisa Cattaneo si prepara ora per i campionati nazionali. “Se avesse 20 anni – dice il presidente degli Arcieri del Pasubio, Romano Grolli potrebbe andare anche alle Olimpiadi”.

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Vittorino Bernardi

li sportivi scledensi eccellono in più attività sportive, anche nel tiro con l’arco. È il caso di Elisa Cattaneo che a 45 anni non finisce di stupire per le sue capacità nel colpire un bersaglio con arco e frecce. La portacolori della società Arcieri del Pasubio del presidente Romano Grolli pratica l’attività agonistica da una ventina di anni con costante successo. Nel corso del 2018 ha conquistato in febbraio a Belluno di titolo regionale indoor nella sua specialità dell’arco Compound. L’arco Compound usa un sistema di carrucole di tipo eccentrico che permettono di accumulare una maggiore quantità di energia muscolare nel sistema di flettenti e di ridurre di una percentuale che va normalmente dal 40% all’80% (a seconda del modello) lo sforzo nel momento in cui si è teso l’arco. Con i successi e piazzamenti ottenuti nel corso di questa stagione, Elisa Cattaneo è seconda nel ranking Veneto ed è salita al dodicesimo gradino di quello Nazionale e

così parteciperà al campionato nazionale 2019 riservato ai primi venti. È allenata da Maurizio Primon, personaggio di spicco a livello regionale del tiro con l’arco, è pure il suo compagno di vita. Elisa Cattaneo, che lavora alla farmacia Breda di via Pasubio, ha ottenuto buoni risultati anche all’aperto nella stagione estiva, in tornei di spicco come quello di Bisceglie, in Puglia. Il presidente Romano Grolli con ironia loda le qualità tecniche di Elisa Cattaneo. «Ha un solo difetto: l’età. Se avesse 20 anni potrebbe andare molto lontano, anche fino alle Olimpiadi. È certamente brava Elisa, ma l’età la limita nella carriera e così prende l’attività come puro divertimento, tra allenamenti e gare. Oltre a lei in società abbiamo due ragazze con potenzialità enormi, sono Anna Dal Corobbo e Barbara Lucato. Speriamo che il loro futuro sia carico di soddisfazioni». La Asd Arcieri del Pasubio è prossima a un traguardo importante, i 30 anni di attività, che saranno festeggiati in gennaio. Servono qualità particolari per emerge-

re nel tiro con l’arco? «Calma e serenità, oltre alla mano ferma e quindi mira – dice Grolli – E serve anche testa. Una volta raggiunti risultati di rilievo è necessario ascoltare sempre il proprio istruttore, cosa che i maschi difficilmente fanno perché si credono arrivati e bravi. Nel tiro con l’arco è più semplice allenare le donne perché sono riflessive e pronte all’ascolto». La sede dell’Asd Arcieri del Pasubio Schio è in via Cavour 54 e opera nel campo all’aperto di viale dell’Industria e nella palestra Battistella. ◆


Detto tra noi

Per inviare lettere e contributi a SchioMese, scrivere a: schiomese@gmail.com Si prega di inviare i testi soltanto via posta elettronica e di contenere la lunghezza: testi troppo lunghi non potranno essere pubblicati a prescindere dai contenuti.

Schio “città amica delle biciclette”, d’accordo, ma serve fare chiarezza sul corretto uso di piste e corsie ciclabili Tempo fa, “scendendo” in bici via Pasini, provenendo dal centro e giunto in fondo per affrontare la corsia riservata alle bici nel latro destro della strada diretta alla rotonda del monumento a Rossi, mi vedo costretto a frenare di colpo, davanti a un’auto che invade metà della predetta corsia, e il guidatore, con fare minaccioso, mi fa presente che sono contromano; faccio notare al tipo, straniero, la presenza della corsia con relativo disegno delle bici sul selciato, che transitavo su uno spazio ciclabile e che, pertanto, fosse lui in torto; poco convinto e alquanto stizzito, il tizio con una vigorosa sgommata lascia la via libera, imprecando nella sua lingua. In una seconda circostanza, transitando dalla biblioteca per via Baratto, sulla corsia ciclabile, vengo adocchiato con piglio

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censore da un vigile (o agente di P.L.) fuori servizio, che mi lancia uno sguardo di inequivocabile rimprovero, in quanto “contromano”.Allora, domandandomi se le “corsie” ciclabili in città non siano percorribili da entrambi i sensi, torno indietro per guardare meglio l’ingresso della via dalla piazzetta della biblioteca e prendo atto. C’è il cartello di “divieto di accesso” ma non quello di “Eccetto bici”. E difatti il disegno della bici per terra nella corsia è diretto nello stesso senso di marcia, ovvero verso il centro; a tal punto mi sorge il dubbio di non avere chiaro quale sia il corretto utilizzo delle corsie ciclabili nelle vie centrali di Schio. A questo punto, per evitare di incorrere in sanzioni, o peggio, in incidenti, mi soffermo ad osservare con occhio critico le principali vie della città, ponendo particolare attenzione alle corsie riservate delimitate con appositi segnali, linee, disegni e quant’altro, per osservare quanti ciclisti utilizzano le corsie in entrambi i sensi; ho escluso le classiche piste ciclabili, a due corsie, che, a parte certi limiti, risultano in generale abbastanza pratiche ed affidabili. Senza alcuno spirito polemico, ecco quanto emerso.

a. In via Pasini, partendo dal Duomo, la corsia riservata alle bici è tracciata controsenso; chi si immette nella ZTL al pari delle auto, dovrebbe percorrerla sul lato destro della strada, perché i disegni delle bici poste lungo tutta la corsia sono chiaramente orientate “contromano”; peraltro sarebbe troppo stretta per consentire il passaggio di due bici per volta. Eppure, molti ciclisti utilizzano questa corsia indifferentemente; infine la corsia per immettersi sulla rotatoria del monumento a Rossi, inizia sul lato opposto a quella che sale verso il centro, partendo dall’incrocio con via M. Ciove, stando appunto sul lato destro di via Pasini (v. foto 1). b. Analogamente in via Fusinato, la corsia (ciclabile ma anche pedonale) sem-

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brerebbe riservata solo per chi la transita controsenso, ovvero arrivando dalle Canossiane verso la piazzetta della biblioteca, a giudicare dal senso di marcia del disegno delle bici, mentre il cartello posizionato all’inizio della via indicherebbe un doppio senso di marcia; e di fatto anche questa corsia viene utilizzata anche da ciclisti che vanno in senso opposto, creando talvolta qualche problema quando si incrociano con coloro che l’affrontano correttamente, cioè verso il centro (v. foto 2 e 3). c. In via Pasubio, la corsia dovrebbe essere riservata per i ciclisti che percorrono la via in senso contrario cioè verso via Pasini, ma anche qui è lo stesso discorso. d. Infine, in via Baratto, come già detto, sotto il cartello di divieto di accesso, non c’è quello che autorizzi le bici a transitare; pertanto che senso ha delimitare uno spazio alle bici nello stesso senso di marcia, come pure in via Mazzini dove, anche lì, c’è una corsia riservata nello stesso senso di marcia e manca quella “contromano”, forse più opportuna? (v. foto 4).

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Di casi del genere ce ne sono altri, per cui sarebbe opportuno chiarire se, effettivamente, le corsie riservate alle biciclette nelle vie centrali con il disegno della bici in senso opposto a quello di marcia, cioè contromano, non devono essere utilizzate anche dai ciclisti che transitano nel normale senso di marcia, ma che devono usare la parte rimanente della carreggiata, come tutti gli altri veicoli; mentre le corsie tracciate nelle vie con il disegno della bici avente lo stesso senso di marcia della strada, non possono essere utilizzate contromano, poiché, evidentemente, hanno lo scopo di impedire che le bici invadano tutta la carreggiata. A mio parere sarebbe opportuno che tutte le vie dirette verso il centro potessero essere utilizzate in entrambi i sensi di marcia, con due corsie dedicate, indicando chiaramente il senso di marcia, sia per terra che con segnali stradali verticali per

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evitare eventuali rischi di “incroci-scontri” fra ciclisti che percorrono indifferentemente le corsie, oppure prevedere solo una corsia contromano. Sarebbe inoltre da stabilire e quindi segnalare con appositi cartelli, se percorrendo la pista ciclabile a due sensi di marcia di via Btg. Val Leogra, in direzione stazione dei treni, (la pista termina laddove inizia quella che risale verso il centro), ci si possa immettere in strada per poi svoltare indifferentemente a destra, verso via Baccarini, o a sinistra, direzione via S.G.Bosco. Con l’occasione segnalo che la segnaletica orizzontale delle corsie e i disegni delle biciclette sul selciato, appare alquanto “sbiadita” e difficilmente identificabile, non tanto dai ciclisti, quanto dai passanti, i quali, in alcuni momenti della giornata, si vedono sfrecciare bici da ogni parte. Infine non sarebbe male sensibilizzare in qualche modo i ciclisti che con il buio è obbligatorio utilizzare le luci, cosa che negli ultimi tempi sembra sia stato dimenticato da tutti. Pigreco


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Detto tra noi Ma da dove arriva la notizia che le emissioni dell’impianto di Cà Capretta equivarrebbero a 80 barbecue? In merito alle affermazioni riportate sulla stampa locale, e non smentite, relative alla recente presentazione in Terza Commissione consiliare di Schio di uno studio condotto da ARPAV sulle emissioni dell’inceneritore di Cà Capretta, desideriamo esprimere alcune considerazioni. Quante sono le emissioni? Al cittadino medio, cui certo non può essere richiesto di avere le competenze per decifrare i dati di uno studio specialistico, viene annunciato con titoli a caratteri cubitali che le emissioni dell’inceneritore equivalgono a quelle di 80 barbecue. Ovviamente, di una simile affermazione nello studio non c’è traccia, né è dato sapere da quali fonti essa sia desunta. Dunque, se 80 famiglie rinunciano al barbecue quotidiano, l’effetto sull’ambiente è pari allo spegnimento dell’impianto? Volendo ricondurre il discorso al minimo di rigore necessario quando si trattano argomenti relativi alla salute ed incrociando i dati forniti dalla società AVA con i fattori di emissione medi INEMAR, si calcola facilmente che gli 1,3 kg di polveri emesse quotidianamente dall’impianto sono in quantità confrontabili a quelle emesse in un chilometro da 24.528 auto o da 4710 mezzi pesanti. Non sappiamo se tali valori corrispondano a quelli di 80 barbecue, certo è che, in considerazione dell’estremo degrado della qualità dell’aria, per tutto l’inverno in Veneto e nella maggior parte delle regioni del nord Italia sarà attivo un piano anti smog che prevede limitazioni al traffico e a combustioni varie, barbecue compresi. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa ogni anno 467.000 persone muoiono prematuramente per cause riconducibili all’inquinamento e l’Italia, con 91.050 morti (dati 2016), è prima tra i paesi europei in questa drammatica classifica. La letteratura scientifica è ormai ricchissima di studi che rilevano la correlazione tra esposizione ad inquinanti e patologie tumorali, cardiovascolari, neurologiche e ed endocrine. Particolare allarme generano i dati relativi all’aumento di frequenza di malattie gravi nei bambini e le conseguenze dell’esposizione agli inquinanti durante la gestazione e i primi due anni di vita. Oltre a ciò - come certo è noto tra chi

si occupa in termini scientifici di tematiche ambientali - per molti inquinanti, in particolare per le polveri come dimostrato dallo studio europeo ESCAPE, il rispetto dei limiti di legge nelle emissioni non garantisce affatto, come verrebbe da credere, la tutela della salute. Tali limiti, infatti, sono quelli che possono essere rispettati con l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili al momento, sulle quali si continua a lavorare proprio nella consapevolezza che il danno arrecato alla salute può essere ridotto ma non eliminato. Considerare rassicurante, come riportato in qualche articolo, il fatto che Schio, sede di un inceneritore, sia meno inquinata di Vicenza, ha dell’incredibile. Nel 2017 Schio (dati ARPAV) ha superato per ben 40 volte il limite delle PM 10 per la protezione della salute umana e la sua collocazione geografica in una delle aree più inquinate d’Europa non permette certo valutazioni superficiali ed approssimative. D’altro canto, Vicenza occupa l’11° posizione nella triste classifica delle città più inquinate d’Italia (Legambiente 2018 ), e ritenere che i cittadini di Schio possano sentirsi sollevati da un simile paragone significa non solo offendere la loro intelligenza, incrinando altresì il rapporto di fiducia con chi istituzionalmente dovrebbe vigilare sulla salute dell’ambiente, ma anche impedire che il confronto su questi argomenti possa avvenire in maniera costruttiva e su basi scientifiche. Consapevoli dell’importanza del dibattito su questi temi, invitiamo ARPAV a partecipare ad un incontro pubblico per presentare i risultati dello studio ai cittadini, confrontandosi con essi. ISDE Medici per l’Ambiente sez. di Vicenza Ecoistituto del Veneto AVR Alto Vicentino Ricicla Associazione Genitori Preoccupati Movimento Cinque Stelle Marco Vantin consigliere comunale M5S Schio Daniele Sartore consigliere comunale M5S Piovene Abramo Tognato consigliere comunale M5S Thiene #Chicista! Alto Vicentino ProgettiAmo Malo

Lo Schiocco Dépliant e catorci

Nel mondo dominato da internet e dai social, tutto viene ormai pubblicizzato attraverso facebook, you tube e canali digitali vari, che profilano le preferenze di ognuno e fanno arrivare sul pc e sul telefonino i banner e i video dei prodotti preferiti. Sorprende che, in un mondo così, ci sia ancora spazio per i dépliant cartacei dei supermercati e dei centri commerciali distribuiti porta-a-porta da giovani stranieri che ondeggiano in sella a quelle imbarazzanti simil-grazielle arrugginite con cui battono le vie casa per casa. A loro, per i due spiccioli che prendono, non interessa dove va a finire tutta quella carta, l’importante è disfarsene e imbucarla in qualsiasi fessura o cassetta delle lettere. Poco importa se una casa è visibilmente abbandonata e diroccata, o se una porta è sfasciata e non dà visibilmente su nulla. Una fessura un dépliant, una fessura un dépliant... a esaurimento. Ci sono case diroccate con cassette della posta sfasciate, ma con incastrati mazzi di dépliant, i più vecchi dei quali propongono ormai promozioni estive. Carta che il più delle volte finisce poi a marcire per strada, sotto la pioggia. Rimane difficile dire se è più avvilente lo spettacolo delle case disabitate ingorgate di dépliant o quello dei “postini” che arrancano su quei catorci a due ruote che hanno in dotazione. E adesso, pubblicità. [S.T.]


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Detto tra noi Ecco quello che stiamo facendo per il rinnovamento del portale web del Comune Buongiorno, sono Laura Locci, Amministratore Unico di Pasubio Tecnologia, società in house di informatica del Comune di Schio. Ho letto l’articolo apparso sullo scorso numero di Schiomese “Qui ci vuole un nuovo sito” e mi è sembrato opportuno raccontare cosa stiamo facendo, ormai da tanti mesi, su questo tema. L’attuale portale del Comune è gestito da Pasubio Tecnologia e si basa sulla Piattaforma di Regione Veneto Myportal che, nella sua versione attuale (MYP2.5), è utilizzata da circa 130 Amministrazioni. Nel mese di settembre 2016 ha preso inizio il progetto per l’aggiornamento della piattaforma MyPortal. Il progetto denominato MyPortal 3 (MyP3) si propone di ribaltare radicalmente il punto di vista dell’erogazione dei servizi al cittadino passando da una visione ente-centrica (l’attuale portale dell’ente) ad una prospettiva che mette al centro il cittadino. Non sarà più quindi il cittadino a dover navigare una miriade di siti diversi ma sarà la PA a raggiungerlo in modalità proattiva mettendogli a disposizione i contenuti, le funzionalità e i servizi di cui ha bisogno. Per abilitare questo paradigma è stato ideato il sistema MyPortal 3 che, in linea con

il modello strategico di evoluzione dei sistemi informativi della PA delineato da AGID e dal Team Digitale, mette a disposizione di tutte le PA tecnologie e strumenti per la generazione e diffusione di servizi digitali. Lo sviluppo del sistema ha comportato la progettazione e realizzazione di 3 componenti: applicazioni web (MyPA, MyPortal, MyIntranet) erogate da una piattaforma tecnologica distribuita (MyPlace) messa a disposizione del territorio attraverso un’infrastruttura di servizi per l’erogazione del sistema (MyExtranet). Le funzionalità applicative, la piattaforma tecnologica, l’infrastruttura dei servizi al territorio costituiscono il sistema MyPortal 3. Il progetto di sviluppo si è concluso in questi mesi mentre la fase di migrazione delle amministrazioni che utilizzano la versione MyP2.5 si concluderà ragionevolmente nella prima parte del 2019. Il nuovo portale si basa in maniera fondamentale sull’interoperabilità con i sistemi informativi locali, ovverosia le istanze generate sul portale sono direttamente collegate agli applicativi in uso internamente all’Ente. Il colloquio tra il front end al cittadino con i prodotti applicativi forniti

alla PA risulta infatti essenziale per disaccoppiare la complessità operativa del procedimento amministrativo e per fornire al cittadino un’esperienza quanto più possibile semplice nei suoi rapporti con la Pubblica Amministrazione. Il nuovo sito del Comune di Schio, quindi, non sarà solo funzionale e moderno, ma un sistema intelligente per erogare servizi ai cittadini. Myportal 3.0 è un progetto ambizioso frutto di importanti investimenti della Regione Veneto e di un grande lavoro partecipato anche con dei Comuni pilota, necessariamente oneroso nei tempi di sviluppo e di realizzo. Ora però siamo alla fase finale: nei prossimi mesi verrà fatta la migrazione dei dati e i cittadini avranno presto a disposizione il nuovo portale. Laura Locci Amministratore Unico Pasubio Tecnologie

Grazie delle informazioni. Piuttosto tecniche e per specialisti, ma l’importante è, come detto nel finale, che “i cittadini avranno presto a disposizione il nuovo portale”. Di cui, come dicevamo nell’articolo del mese scorso, c’è davvero bisogno. Abbiamo dato un’occhiata al “prototipo” del nuovo portale ed effettivamente il cambio di rotta è vistoso. Attendiamo dunque le novità annunciate. (S.T.)


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