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ARISTODEMICA
La collana “ARISTODEMICA” nasce dalla collaborazione di Editoria Poliniani e Al Segno di Fileta, di cui vuole preservare, unendole, le rispettive ‘filosofie’: pop e divulgativa da una parte, scientifica e accademica dall’altra. Infatti, ARISTODEMICA è un titolo derivante dalla fusione di due aggettivi greci che riconducono ai concetti di aristocratico e popolare. Obiettivo di ARISTODEMICA è pertanto quello di proporre al pubblico volumi – monografie, raccolte di saggi, edizioni e traduzioni… – che siano frutto di una prospettiva critica nuova: non si tratta, infatti, soltanto di portare l’accademia ‘fuori dall’accademia’ né di far entrare il pop nell’accademia, ma di declinare temi di ricerca e di studio in modo tale che, indipendentemente da gerarchie e settorialità, risultino coinvolgenti per chiunque desideri approfondire i propri orizzonti culturali.
Direzione Scientifica: Antonello Fabio CATERINO, Francesca FAVARO Direzione Editoriale: Corrado POLINI (Editoria Poliniani) Comitato Scientifico: Teresa AGOVINO (Universitas Mercatorum) Visnja BANDALO (Università di Zagabria) Antonello Fabio CATERINO (Univeristà del Molise) Francesca FAVARO (Univeristà di Padova) Lucia CHECCHIA (Univeristà del Molise) Salvatore PUGGIONI (Università di Padova) Alessandra TREVISAN (Università Ca’ Foscari di Venezia) In aggiornamento 3
Titolo: I Canti dell’Innocenza Autore: William Blake Traduttore: Antonello Fabio Caterino © 2020, Poliniani Prima edizione Corrado Polini Design / Editore ISBN Poliniani 9788832118353 ISBN Al segno di Fileta 9788832173055
Illustrazioni: Erika Bisi Impaginazione: Poliniani
Tutti i diritti sono riservati a norma di legge e a norma delle convenzioni internazionali. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta con sistemi elettronici, meccanici o altro senza l’autorizzazione scritta dell’Editore.
Stampato nel mese di Ottobre da Corrado Polini Design / Editore Via Campofiore, 27 - 37129 Verona (VR)
Oh cupidigia che i mortali affonde sì sotto te, che nessuno ha podere di trarre li occhi fuor de le tue onde! Ben fiorisce ne li uomini il volere; ma la pioggia continüa converte in bozzacchioni le sosine vere. Fede e innocenza son reperte solo ne’ parvoletti; poi ciascuna pria fugge che le guance sian coperte. (Dante, Paradiso XXVI 121-129)
Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi le tue calzette rosse e l’innocenza sulle gote tue due arance ancor più rosse (Mogol/Battisti, La canzone del sole)
Io nun piango quanno scoppia ‘na guera, Er coraggio de’ l’eroi stesi in tera, Io lo premio co’ du’ fiori de serra, Ma nun piango quanno scoppia ‘na guera. Io piango quanno casco nello sguardo De’ ‘n cane vagabondo perché Ce somijamo in modo assurdo: Semo due soli al monno! (Franco Califano, Io nun piango)
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PREFAZIONE DI
ELEONORA CAVALLINI Università di Bologna
Largamente sottovalutato in vita, forse a causa del suo linguaggio precocemente visionario e simbolista, William Blake divenne in seguito ineludibile punto di riferimento per scrittori e intellettuali di fama mondiale. In Italia, Blake ebbe un traduttore di eccezione in Giuseppe Ungaretti, che si applicò allo studio del poeta inglese con costanza e dedizione, come risulta dal Discorsetto del traduttore che apre il volume di traduzioni Visioni di William Blake, pubblicato da Mondadori nel 1965: «è un poeta difficile. Sempre, anche quando è semplice come l’acqua. Ma c’è poeta, o un qualsiasi uomo che parli, che sia nel suo dire interamente decifrabile?». Nel 1993, Mondadori ripubblicò la traduzione ungarettiana di Blake in un volume la cui copertina presenta il sinuoso, intrigante dipinto La verità di Jules Lefevbre, con introduzione di AldoTagliaferri («Era possibile innestare la poesia di Blake solo in una poesia capace di stringata sentenziosità quanto di avvolgente mistero e di scatti impetuosi...Ungaretti si dimostra interprete più efficace, e al contempo più partecipe, di quanto lo sia stato, poniamo, Gide in francese»). Pochi anni più tardi della prima traduzione ungarettiana, nel 1969, il poeta americano Allen Ginsberg, esponente di punta della beat generation, pubblicava la propria trasposizione in musica dell’opera di Blake, in particolare della raccolta blakeiana Songs of Innocence and Experience (1789-1794). Probabilmente, Ginsberg era affascinato dtlla potenza immaginifica di Blake, che a quanto pare si era manifestata sotto forma di visioni già al tempo dell’infanzia del poeta, e senza l’aiuto di nessuna sostanza psicotropa. Il mondo di Ginsberg, condizionato dall’LSD, provava un’indicibile attrazione per il mondo incontaminato di Blake. Il poeta americano si sforzò di tradurre la dizione volutamente elementare, apparentemente ingenua, di Blake in un linguaggio musicale di ricercata semplicità, vicina alla folk-song, caratterizzata da un ritmo cantilenante, da un insieme dimelodi e basiche e dall’ accompagnamento di un gruppo di musicisti jazz. L’esempio 7
di Ginsberg avrebbe esercitato una significativa influenza sulla counter culture degli anni ‘60- ‘70, in particolare su Bob Dylan e Jim Morrison. Ma l’autore -non a caso, anch’egli americano- che maggiormente sembra risentire l’influsso di Blake e della sua poetica, è Thomas Harris, creatore dell’urticante personaggio di Hannibal Lecter, simbolo di un male che interagisce costantemente con il bene. All’argomento è dedicato il libro di Michelle Leigh Gompf Thomas Harris and William Blake: Allusions in the Hannibal Lecter Novels (2013): secondo l’autrice, l’opera e la filosofia di Blake rappresentano la base per una lettura dei romanzi di Harris in quanto indagine su come l’umanità dovrebbe prendere in considerazione il male e su fino a che punto il male possa essere accettato. Sempre secondo la Leigh Gompf, i romanzi di Harris e le relative versioni cinematografiche rivelano che Harris prende le mosse da Blake per dimostrare che bene e male sono intrecciati e coesistono, e che è errato rifiutarsi di riconoscere lo stretto legame che li unisce. In data sconosciuta, forse fra 1790 e 1793, Blake scrive The Marriage of Heaven and Hell, dove, diversamente da Dante e Milton, descrive l’inferno non come un luogo di perdizione, ma come una scaturigine di energia dionisiaca che si contrappone al carattere rigido e autoritario del Paradiso. Vale la pena ricordare l’album del gruppo musicale epic metal Virgin Steele (1994-1995), che non solo riprende il titolo del libro The Marriage of Heaven and Hell, ma percorre sentieri analoghi a quelli blakeiani, anche se, stando alle interviste con il leader della band David DeFeis, la scelta del titolo sembra essere stata casuale. Nel presente volume, Antonello Fabio Caterino ripropone la prima edizione di Songs of Innocence (1789), che prelude alla successiva raccolta Songs of Innocence and Experience (1794). Si tratta di una traduzione molto peculiare, che privilegia l’aspetto metrico: «Blake ha sempre dato ai suoi componimenti un impianto metrico importante, talvolta dato per scontato, che si è cercato – nei limiti del possibile – di traslare in lingua italiana, con le regole prosodiche (ben più limitanti) di quest’ultima». Questo comporta un frequente distanziamento dalla lettera del testo, senza tuttavia che venga mai perso di vista il senso generale dei versi blakeiani: si potrebbe parlare, attenendosi al lessico della moderna traduttologia, di una traduzione di orientamento cibliste, che privilegia le esigenze della lingua di arrivo, senza tuttavia mai perdere di vista il senso più profondo dei testioriginali né il loro andamento cantilenante, solo apparentemente ingenuo. Un lavoro che sicuramente rappresenta un contributo significativo alla storia degli studi bla8
keiani e alla valorizzazione della scrittura dell’illustre bardo britannico e del suo fascino impalpabile.
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INTRODUZIONE DI
ANTONELLO FABIO CATERINO Università degli Studi di del Molise Centro di ricerca “Lo Stilo di Fileta”
William Blake è per antonomasia il poeta dell’innocenza. Nella costituzione della sua celebre opera Songs of Innocence and of Experience: Showing the Two Contrary States of the Human Soul egli posa prevalentemente la sua attenzione sugli innocenti, per poi studiarli poeticamente da due diverse prospettive: dal punto di vista degli stessi innocenti e sotto la luce di chi ha maturato un’esperienza nuova sul modo; un’esperienza che – per quanto possa essere tragica, e riguardare i destini e le sorti di tutti – non arriva mai a intaccare la purezza degli innocenti. Non è assolutamente forzato l’uso che Hannibal Lecter – personaggio nato dall’eccezionale penna di Thomas Harris – fa dell’opera di Blake. Rende particolare giustizia la traduzione di The silence of the Lambs in italiano: ‘Il silenzio degli Innocenti’: la palese allusione all’agnello, simbolo-perno dell’Innocenza in Blake proprio in quanto lato innocente della stessa divinità cristiana, vuole spiccare sin dal titolo dell’opera che vede il Dr. Lecter e Clarice Starling come protagonisti. Ma è ne Il delitto della terza luna – progenitore della pellicola Red Dragon – che Lecter mette in scena tutta la sua visione blakeiana della vita: una contrapposizione non netta tra colpevoli e innocenti, divisi più dal destino che dalla natura. In fondo, si nasce tutti innocenti. Nella pellicola, resta celebre la citazione di Hannibal a Will Graham tratta dagli Auguries of Innocence (in appendice a questa raccolta, tradotti come Oracoli degli innocenti): “Quando un pettirosso finisce in gabbia, s’indispettisce il cielo, anzi di arrabbia”.
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Il serial killer che Lecter aiuta è una vittima trasformatasi in carnefice, che si fregia dell’appellativo di “Drago Rosso”, con palese allusione a un fortunato ciclo di acquerelli primo-ottocenteschi dello stesso Blake. Ecco perché in questo volume si uniscono I Canti dell’Innocenza alle Oracoli degli Innocenti: per entrare nell’immenso universo visionario di Blake – poeta e artista a tutto tondo – bisogna ben capire cosa sia per lo stesso l’innocenza. Dopo questo avvio, addentrarsi negli altri lavori blakeiani sarà molto più semplice, a parità di senso di angoscia. Blake ha sempre dato ai suoi componimenti un impianto metrico importante, talvolta dato per scontato, che si è cercato – nei limiti del possibile – di traslare in lingua italiana, con le regole prosodiche (ben più limitanti) di quest’ultima. Questa non è un’edizione commentata: si lascia ai testi la massima libertà di parola proprio per evitare di appesantirne il senso – il cui mistero di partenza è quasi sempre evidente – con infinite glosse di erudizione sparsa. Il consiglio di chi scrive è leggere l’opera di Thomas Harris dedicata ad Hannibal Lecter, ovvero vedere la relativa trilogia cinematografica, durante la lettura del presente volume. Si consiglia una lettura lenta, attenta: il lettore non si lasci trarre in inganno da cantilene e nenie: l’innocenza ha la forma della semplicità ma l’intimità del divino. E Blake il divino lo tratta sempre con il dovuto rispetto. L’edizione corrente potrà avvalersi delle illustrazioni di […]. Per quanto concerne il testo, si è deciso di avvalersi dell’originale del 1794, con minime normalizzazioni, nonché – per gli Oracoli degli Innocenti, del cosiddetto Pickering manuscript (ca. 1801-1803)
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SONGS OF INNOCENCE I canti dell’Innocenza
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INTRODUCTION Introduzione
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Piping down the valleys wild, Piping songs of pleasant glee, On a cloud I saw a child, And he laughing said to me:
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‘Pipe a song about a Lamb!’ So I piped with merry cheer. ‘Piper, pipe that song again.’ So I piped: he wept to hear.
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‘Drop thy pipe, thy happy pipe; Sing thy songs of happy cheer:’ So I sung the same again, While he wept with joy to hear.
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‘Piper, sit thee down and write In a book, that all may read.’ So he vanish’d from my sight; And I pluck’d a hollow reed,
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And I made a rural pen, And I stained the water clear, And I wrote my happy songs Every child may joy to hear.
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Mentre al flauto davo fiato Per le valli d’aspro aspetto Su una nuvola ho incontrato Un bambino che mi ha detto:
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“Usa il flauto per suonare Un’arietta su un agnello”. Disse ancor: “Non ti fermare”. Ascoltò, poi pianse, quello.
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“Posa il flauto, canta adesso Ciò che lieto più t’appare”. Io cantai davver lo stesso, quel si mise a lacrimare.
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“Pifferaio, come oggetto, scrivi un canto aperto e bello”. Quel sparì dal mio cospetto Ed io presi un ramoscello.
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Ho forgiato penna agreste, l’ho imbevuta d’acque chete, e col canto di foreste faccio mille infanzie liete.
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