W OP k E H OE k STRA c ommissario e U ropeo per il clima, le emissioni zero e la crescita p U lita
D OTT. R ENATO M ANTEGAZZA
presidente aim , direttore del comitato scientifico e U mga 2gi U gno giornata eUropea per la miastenia
Mensile Ufficiale dell’AssoimpresePMI - Associazione Industriali Piccole e Medie Imprese Italiane Il mensile è presente presso l’osservatorio per le piccole e medie Imprese, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Dipartimento per l’Innovazione e le Tecnologie, Dipartimento della funzione Pubblica, Ministero dell’Economia e delle Finanze - Consip, Centro per l’informatica nella Pubblica Amministrazione - Cnipa, Associazione Italiana Tesorieri d’impresaaiti, Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità e presso la commissione Europea (BRUXELLES)
PMI Magazine
Direttore Responsabile Cosimo Bisci
Redazione e Impaginazione Grafica Silvia Tira
Area comunicazione marketing relazioni esterne Alberto Di Leo
Hanno collaborato a questo numero Paolo Melissi Fotografie - Mario Carò
Fotolito e Stampa - PI-ME Editrice srl
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OPEL GRANDLAND ELECTRIC il sUv elettrificato che interpreta le nUove esigenze della mobilità
PMI&TRANSIZIONE ENERGETICA opportUnita' operative con gme - gestore mercati energetici e contesto regolatorio
FOCUS incentivi a sostegno delle imprese: piano U e per l a crisi energetica
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ECONOMIA CIRCOLARE E PMI: INTEGRAZIONE
E TRANSIZIONE
I progetti europei di economia circolare per le piccole e medie imprese offrono finanziamenti a fondo perduto, servizi di consulenza specialistica e incentivi per la riconversione industriale. Le risorse mirano a supportare le aziende nella riduzione degli sprechi, nel riciclo dei materiali e nell'innovazione dei processi produttivi. Si tratta di una sfida aperta che richiede la capacità di prendere decisioni strategiche che sappiano integrare gli aspetti della transizione ecologica ed energetica, da un lato, e, incrementare, dall’altro, la competitività industriale. La strategia per la transizione verso un’economia circolare si rafforza con il nuovo bando “Ri.Circo.Lo. – Filiere prioritarie” di Regione Lombardia, ad esempio, destinato a sostenere le piccole e medie imprese nello sviluppo di progetti innovativi per l’uso efficiente
delle risorse. Possono partecipare al bando le piccole e medie imprese lombarde, in forma singola o in aggregazione, con sede operativa sul territorio regionale ed operanti in comparti considerati strategici per la transizione ecologica, tra cui la filiera della plastica e materiali polimerici; il settore tessile; RAEE e rifiuti elettronici; batterie, accumulatori e pannelli fotovoltaici; recupero di materie prime critiche. L’iniziativa mira a ridurre l’impatto ambientale del sistema produttivo, promuovere il riciclo e il riutilizzo dei materiali, prevenire la produzione di rifiuti, rafforzare la competitività delle imprese lombarde, attraverso la riduzione dei costi di produzione, la riduzione della dipendenza da risorse vergini, il miglioramento delle performance ambientali e dell’immagine aziendale, l'accesso a nuovi mercati
legati alla sostenibilità. La misura dispone di una dotazione complessiva di sette milioni di euro, finalizzata a supportare interventi concreti di economia circolare con contributi a fondo perduto, con intensità variabile in funzione del regime di aiuto e della dimensione d’impresa, generalmente fino al 50-60 per cento delle spese ammissibili. Il bando finanzia interventi lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti e dei materiali, tra cui riduzione e prevenzione dei rifiuti nei processi produttivi; riutilizzo e riciclo dei materiali, anche tramite simbiosi industriale; valorizzazione degli scarti come materie prime seconde; innovazione di prodotto e processo per aumentare la circolarità; sviluppo di soluzioni per il recupero e la gestione efficiente delle risorse. Tra i vari bandi si segnala poi il bando Investimenti Sostenibili 4.0
A CuRA dI
CINZIA bOSChIERO
W OP k E hOE k STRA , C OMMISSARIO E u ROPEO PER IL CLIMA ,
del MIMIT che mette a disposizione 448 milioni di euro integrati con i fondi del Programma Nazionale PN RIC 2021-2027 per sostenere la digitalizzazione e la transizione verde delle pmi nel Mezzogiorno. Le agevolazioni prevedono un mix di contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati. Il bando è riservato alle pmi e microimprese con sede in Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. Il 25 per cento del budget è riservato specificamente a sostenere le micro e piccole imprese. Si segnala pure una Open Call 3.2 del progetto CIRCULOOS, iniziativa europea che punta a trasformare il settore manifatturiero attraverso modelli di economia circolare e integrazione digitale delle filiere. Il bando sostiene l’ingresso di nuovi attori industriali all’interno di ecosistemi già esistenti, con
l’obiettivo di rafforzare e completare le catene del valore circolari attivate nelle precedenti fasi del progetto. Il bando aiuta singole entità, in particolare pmi manifatturiere, riciclatori, fornitori di tecnologia e system integrator chiamate a contribuire con soluzioni concrete per superare colli di bottiglia tecnici, carenze di approvvigionamento o gap di mercato che limitano la scalabilità dei modelli circolari. Il finanziamento previsto è un contributo forfettario di 60mila euro per progetto, con una durata delle attività pari a sei mesi, orientate ad un’implementazione industriale immediata e concreta. Il bando si articola in due linee di intervento complementari. Da un lato, il Track A mira a potenziare i dimostratori già finanziati, introducendo nuovi partner in grado di risolvere specifici problemi operativi. Dall’altro, il
Track B punta ad estendere e a rafforzare i tre piloti principali del progetto – legno, pelle e plastica – attraverso nuove strategie di recupero, riuso e riciclo, nonché l’integrazione di soluzioni tecnologiche avanzate. Di recente poi la Commissione europea, tramite la European Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency (CINEA), aveva aperto un bando, con un budget complessivo di tre milioni di euro, relativo all’iniziativa Green Assist, strumento di advisory tecnica gratuita dedicato alle piccole e medie imprese che intendevano sviluppare progetti di investimento con chiaro impatto ambientale. E’ tempo di sinergie tra imprenditori e sindacati e , in quest’ottica, Fondimpresa ha avviato un progetto a sostegno della Green Transition e della Circular Economy con un bando con scadenza a settem -
bre. Il Fondo paritetico interprofessionale Fondimpresa è un’associazione costituita da Confindustria – CGIL, CISL, UIL per promuovere la formazione continua dei quadri, degli impiegati e degli operai nelle imprese aderenti. Fondimpresa finanzia, attraverso le risorse trasferite al Fondo dall’INPS, la realizzazione di piani formativi condivisi tra le parti sociali riconducibili a Fondimpresa, rivolti alla formazione dei lavoratori delle aziende aderenti al fondo che stiano realizzando un progetto o un intervento di Trasformazione Green o di Economia Circolare nell’ambito delle proprie attività. La transizione verde non è solo l'obiettivo finale, ma anche parte della soluzione. Le materie prime sono la spina dorsale dell'economia europea e un fattore chiave per le transizioni verde e digitale.
In EIT RawMaterials (EITRM)realtà realizzata con fondi europei, i valori sono alla base del modo di lavorare, di interagire con le aziende e contribuire agli ecosistemi industriali europei. La comunità di conoscenza e innovazione EIT RawMaterials (https://eitrawmaterials.eu/about-us/governance) sta dimostrando che un approccio di economia circolare può essere la chiave per affrontare la
sfida europea dell'accesso alle risorse. Innovando nel riciclo, nella sostituzione, nella trasformazione, nell'estrazione e nell'esplorazione, si punta a garantire all'Unione Europea ciò di cui ha bisogno per crescere e rimanere competitiva.
In linea con il Critical Raw Materials Act dell'Unione Europea, la missione di EIT RawMaterials è promuovere la crescita e l'attrattività del settore europeo delle materie prime attraverso l'innovazione, la formazione e la consulenza strategica. Le sue attività si concentrano su tre aree chiave: chiudere i cicli dei materiali, garantire l'approvvigionamento di materie prime e progettare soluzioni sostenibili per i materiali. I bandi aperti di EITRawMaterials offrono a partner e non partner l'opportunità di richiedere finanziamenti per i loro progetti di innovazione e formazione, che supportano il progresso della tecnologia, della ricerca e della sostenibilità nel settore delle materie prime. EIT RawMaterials è la rete di conoscenza e innovazione nel settore delle materie prime più grande e attiva al mondo, composta da oltre trecento organizzazioni partner lungo l'intera catena del valore delle materie prime. EITRawMaterials cofinanzia progetti di
innovazione in tutte le fasi di sviluppo di metalli e minerali, dall'esplorazione, estrazione e lavorazione alla progettazione efficiente di materiali e prodotti avanzati, nonché all'economia circolare. Si tratta di una partnership pubblico-privata con la missione di trasformare le materie prime in un punto di forza fondamentale per l'Unione Europea. E’ aperto ad esempio il bando KAVA 14 – Upscaling che mira ad accelerare il lancio di nuove tecnologie, prodotti e servizi promettenti nel settore delle materie prime. Si rivolge a progetti con tecnologie validate che richiedano ulteriori fasi – come test, dimostrazioni, prove di fattibilità e scalabilità – prima di essere pronti per il mercato. Possono partecipare a questo bando consorzi con almeno due partner provenienti da diversi Stati ammissibili al programma di ricerca e sviluppo Horizon Europe della Commissione europea e i consorzi devono rappresentare almeno due lati del triangolo della conoscenza: istruzione, ricerca e industria/impresa. Almeno un partner deve essere un partner principale o associato di EIT RawMaterials. Le organizzazioni e le pmi non associate devono impegnarsi ad aderire se selezionate
ad EITRawMaterials. Questo bando prevede un finanziamento da 500mila a 2 milioni e mezzo di euro a ciascun progetto selezionato. Si prediligono progetti di breve durata sino a massimo due anni e mezzo. Nella Commissione europea, i portafogli legati all'industria, alle imprese e alla transizione ecologica sono gestiti da figure distinte: Stéphane Séjourné è vicepresidente esecutivo per la Strategia industriale, la Prosperità e il Mercato unico (con competenze su industria, imprenditoria e pmi); Wopke Hoekstra è Commissario europeo per l'azione per il clima, la crescita pulita e l'azzeramento delle emissioni nette (responsabile di gran parte del programma Green Deal). Wopke Hoekstra, Commissario europeo per il clima, le emissioni nette zero e la crescita pulita, è un politico olandese, Commissario europeo per l'azione per il clima dal 9 ottobre 2023 nella Commissione von der Leyen, ha di recente detto:” Si può parlare di unione solo se tutti rispettano le stesse regole, ma occorre condividerle assieme con una strategia comune. L'obiettivo principale è sfruttare il notevole potenziale dei mercati globali in termini di tecnologie a basse emissioni e prodotti e servizi sostenibili al fine di conse -
guire la neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia, per arrivare a un'economia circolare e a impatto climatico zero è necessaria la piena mobilitazione dell'industria. Tutte le catene del valore industriali, compresi i settori ad alta intensità energetica, avranno un ruolo chiave.
La nuova strategia industriale per l'Unione Europea guiderà la duplice transizione verde e digitale e farà diventare l'UE ancora più competitiva a livello mondiale. Aiuterà l'industria a ridurre la propria impronta di carbonio fornendo soluzioni tecnologiche pulite e a prezzi accessibili e sviluppando nuovi modelli d'impresa”. Il Commissario europeo per il clima, l’azzeramento delle emissioni nette e la crescita pulita Wopke Hoekstra, di nazionalità olandese, è entrato in carica, unitamente all’intero Collegio dei commissari, il 1° dicembre 2024 per il periodo 2024-2029.
C’è stata il 31 marzo 2026 presso la Camera dei deputati un’audizione del Commissario europeo per il clima, l'azzeramento delle emissioni nette e la crescita pulita, Wopke Hoekstra, sulle tematiche di sua competenza di cui i media hanno parlato poco, eppure sono emersi dati e contenuti rilevanti di cui
le imprese devono essere edotte. Il dossier dell’audizione è scaricabile on line dal sito della camera dei deputati. Vi viene ribadito che il Commissario Hoekstra deve garantire altresì che il sistema fiscale dell’Unione Europea sostenga la competitività, la prosperità e l'integrità sociale dell'Unione Europea. In tale contesto è chiamato in modo particolare a livellare le condizioni di tassazione dell’energia e l’uso strategico delle misure fiscali per incentivare l’adozione di tecnologie pulite, come proposto nel rapporto Draghi, e contribuire a concludere i negoziati sulla proposta di revisione della direttiva sulla tassazione dell’energia ed esplorare come rendere ulteriormente più ecologico il sistema dell’Iva; individuare soluzioni innovative per un quadro fiscale coerente per il settore finanziario dell'Unione Europea; lavorare alla riforma della tassazione delle imprese, anche concludendo i negoziati sul pacchetto sull'imposta sulle società; garantire standard elevati nel contrasto della frode fiscale, dell’evasione e dell’elusione fiscale; attuare l'accordo globale sulla riforma fiscale internazionale, che introduce un'aliquota fiscale minima effettiva per le imprese multinazionali attive nell'Unione
S T é P h ANE Séj O u RN é, v ICEPRESI d ENTE ESEC u TI v O C OMMISSIONE E u ROPEA
Europea. Parlamento europeo e Consiglio hanno introdotto pertanto, rispetto alla proposta originaria della Commissione europea sul Green Deal, una serie di modifiche volte a garantire agli Stati membri maggiori margini di flessibilità. In particolare il contributo massimo che i crediti internazionali di alta qualità potranno fornire per il raggiungimento dell’obiettivo è stato fissato fino a un limite del 5% di riduzione rispetto alle emissioni nette dell'UE al 1990, in luogo del 3% proposto dalla Commissione europea. Il testo approvato stabilisce altresì una serie di elementi di cui la Commissione deve tenere conto nell'elaborazione delle sue proposte legislative per il periodo successivo al 2030.
Tra questi figurano: gli assorbimenti permanenti di carbonio a livello dell'UE per compensare le emissioni residue difficili da abbattere nel quadro del sistema di scambio di quote di emissioni dell'UE (EU ETS); maggiore flessibilità tra i settori e gli strumenti e all'interno degli stessi, per sostenere il conseguimento dei traguardi in modo semplice ed efficiente sotto il profilo dei costi. Il regolamento europeo approvato inoltre posticipa di un anno, dal 2027 al 2028, il momento in cui il sistema UE per lo scambio di quote di emissioni per i settori del traspor-
uRS u LA v ON d ER L E y EN , PRESI d ENTE C OMMISSIONE E u ROPEA
to stradale, dell'edilizia e altri settori (ETS2) diventerà pienamente operativo. La Commissione europea ha selezionato di recente 65 progetti nell'ambito dell' Innovation Fund Heat Auction volto ad accelerare la diffusione di tecnologie innovative per il calore pulito nell'industria europea. Distribuiti in dieci Stati dello Spazio economico europeo (Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Portogallo, Slovenia e Spagna), i progetti utilizzeranno un'ampia gamma di tecnologie per decarbonizzare la produzione di calore industriale e accelerare l'adozione sul mercato di soluzioni di riscaldamento elettrico e di calore prodotto direttamente da fonti rinnovabili. I progetti selezionati, grazie all'impiego di tecnologie innovative, consentiranno di evitare l'emissione di oltre 6,6 milioni di tonnellate di CO2 in 10 anni, sostituendo i sistemi di produzione di calore alimentati a gas naturale.
Si prevede che, complessivamente, produrranno circa 16,3 terawattora (TWh) di calore decarbonizzato nei primi 5 anni di attività, sulla base di una potenza termica di 766 megawatt (MW). Ciò equivale a sostituire oltre 1,5 miliardi di metri cubi di gas naturale in cinque anni, un valore paragonabile al consumo annuo di circa 4 milioni di fami -
glie dell'UE. I progetti riceveranno un totale di circa 400 milioni di euro in sovvenzioni dal Fondo per l'innovazione. I fondi provengono dal Sistema di scambio di quote di emissione dell'UE (ETS).A livello europeo quindi le pmi non sono sole in quanto c’è una politica di alleanze. L'Alleanza europea per le batterie (EBA) è stata lanciata nel 2017 dalla Commissione europea, dagli Stati dell'Unione Europea, dall'industria e dalla comunità scientifica. Le batterie rappresentano una componente strategica della transizione ecologica e digitale dell'Unione Europea e una tecnologia abilitante fondamentale, essenziale per la competitività del settore automobilistico. C’è inoltre l'Alleanza europea per le materie prime che mira a rafforzare la resilienza e l'autonomia strategica delle filiere europee delle terre rare e dei magneti. Individuerà gli ostacoli, le opportunità e le possibilità di investimento nella filiera delle materie prime, affrontando al contempo le tematiche della sostenibilità e dell'impatto sociale.
Inoltre è operativa pure l'Alleanza europea per l'idrogeno pulito che è stata istituita nel luglio 2020 nell'ambito della Strategia europea per l'idrogeno, con l'obiettivo di sostenere la diffusione su larga scala delle tecnologie per l'idrogeno pulito entro il 2030.
RI u NIONE SETTIMANALE d ELLA C OMMISSIONE v ON d ER
Riunisce la produzione di idrogeno rinnovabile e a basse emissioni di carbonio, la domanda nel settore industriale, della mobilità e in altri settori, nonché la trasmissione e la distribuzione dell'idrogeno. I suoi membri provengono dall'industria, dalle autorità pubbliche, dalla società civile, dalle istituzioni finanziarie e da altri soggetti interessati. La digitalizzazione funge da "tecnologia abilitante" fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal europeo. Tecnologie come l'intelligenza artificiale, il 5G, l'Internet of Things e il cloud computing permettono di ottimizzare l'uso delle risorse, ma presentano un costo energetico intrinseco che richiede un approccio sostenibile. Nel più ampio contesto della Joint Undertaking EuroHPC, creata in ambito europeo per sostenere un ecosistema europeo integrato che copra tutti i segmenti della catena del valore (hardware, software, applicazioni, servizi, interconnessioni e competenze), hanno un ruolo cruciale le applicazioni scientifiche dell’HPC per affrontare le prossime sfide industriali, scientifiche e sociali. Su questo tema la Commissione europea ha costituito dieci Centri di Eccellenza (CoE) europei fra i quali è presente EoCoE (The European Energy oriented Centre of Excellence in computing applications,
www.eocoe.eu). I programmi europei, nazionali e regionali offrono diversi canali di finanziamento per la transizione "gemella" (digitale ed ecologica). I principali bandi attivi per le pmi mirano a sostenere l'efficienza energetica, l'adozione di soluzioni IA/ Cloud e l'ammodernamento dei processi produttivi in chiave sostenibile. InvestEU fornisce un sostegno fondamentale alle imprese nella fase di ripresa e garantisce una forte attenzione da parte degli investitori privati alle priorità politiche a medio e lungo termine dell'UE, in particolare, il Green Deal europeo e la digitalizzazione. Almeno il 10% del programma contribuisce agli obiettivi digitali. Tuttavia il Green Deal, il pacchetto ReArm EU e l’estensione dell’ETS ai consumi di combustibili fossili oggi fuori dal perimetro ETS 1 (l’ETS 2) sono stati presentati come pilastri complementari della sovranità europea. Osservati nei rispettivi meccanismi economici, però, risultano strutturalmente incompatibili. I costi di produzione industriale in Unione Europea sono già oggi strutturalmente più alti che in molte altre aree del mondo, per ragioni che vanno dal costo dell’energia (largamente importata) al costo del lavoro, agli oneri ambientali e di sicurezza. La componente CO2 non fa che inasprire ulteriormente questo divario.
L’ETS 2, la cui fase di mercato è stata posticipata al 2028 con la decisione di dicembre 2025, è formalmente un sistema cap-andtrade ma sostanzialmente al cento per cento una carbon tax. Alcuni eurodeputati del Parlamento europeo proprio per questo stanno pensando di proporre di tornare ad una logica di mercato pura e tecnologicamente neutrale: un’architettura che non pretenda di scegliere ex ante le tecnologie vincenti, ma che lasci ai settori industriali, attraverso le proprie scelte di investimento, l’individuazione dei percorsi di decarbonizzazione più efficienti rispetto al proprio contesto produttivo in quanto, dicono, si è cercato di decarbonizzare ma con politiche che hanno progressivamente portato le aziende a delocalizzare i processi produttivi verso giurisdizioni dove la carbon intensity è significativamente superiore a quella europea; pertanto non si sono ridotte le emissioni globali, sono state “esportate”, peggiorando il bilancio climatico mondiale. Ecco perché attualmente essere cittadini ed imprenditori europei significa non solo utilizzare i fondi europei, ma soprattutto impegnarsi ed interagire in modo partecipativo ed attivo con chi fa politica per farsi ascoltare e ottenere scelte condivise e strategiche a lungo termine in Unione europea.
d OTT. R ENATO M ANTEGAZZA ,
PRESI d ENTE AIM, d IRETTORE d EL COMITATO SCIENTI f ICO E u MGA
2 GIuGNO GIORNATA EuROPEA PER LA MIASTENIA
“Informare sulla miastenia per realizzare una diagnosi precoce è fondamentale”, dice il dott. Renato Emilio Mantegazza, neurologo primario emerito - Fondazione IRCCS, Istituto Neurologico Carlo Besta, Milano. Presidente AIM (Associazione Italiana Miastenia) e presidente del comitato scientifico della associazione europea miastenia EUMGA,” Ecco perché abbiamo organizzato un ROADSHOW medico-scientifico nazionale grazie all’impegno e al coinvolgimento delle nostre sedi regionali e dei centri di ricerca e cura, gli ospedali e i ricercatori di tutta Italia con cui lavoriamo in rete da tempo”. AIM, che fa parte anche della rete European Reference Network, sostenuta della Commissione europea, che riunisce centri di ricerca, pmi, associazioni di pazienti, IRCCS, ospedali e AIM ha ideato un format che è identico per ognuno degli eventi gratuiti del Roadshow 2026 e che prevede la mattina, dalle 9.30 alle 13.30, un corso di aggiornamento medico-scientifico con rilascio di tre crediti ECM per medici con varie specializzazioni (allergologia, immunologia clinica,
anestesia, rianimazione, gastroenterologia, malattie dell’apparato respiratorio, medicina generale, medicina interna, oftalmologia, otorinolaringoiatria, pediatria, psichiatria, reumatologia); e, in particolare, per neurologi specializzandi e ricercatori; mentre al pomeriggio, dalle 14 alle 17.30, era previsto uno spazio di confronto e ascolto dedicato alle persone con Miastenia Gravis, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra pazienti e medici e promuovere una maggiore consapevolezza nella gestione della malattia.
Anche nel 2027 si proseguirà a dare modo a pazienti e a caregivers di confrontarsi con ricercatori e medici sulle nuove terapie e sull’avanzamento della ricerca per questa patologia che è spesso sotto-diagnosticata e i cui sintomi possono essere confusi con altre patologie. Se si ritarda la diagnosi si rischia anche la vita.“Ecco perché puntiamo,” spiega il dott. Renato Mantegazza, presidente AIM,” a potenziare l’engagement attivo dei pazienti, con aggiornamenti scientifici; a favorire uno scambio di esperienze personali; a dare indicazioni pratiche che si integrino e migliorino la qualità di vita dei pazienti e dei loro caregivers; a dare una visione più ampia del percorso di cura; a formare i medici e a farli dialogare con i ricercatori italiani ed europei. Attraverso gli interventi dei clinici e lo spazio finale di dialogo, approfondiamo assieme ai presenti le nuove opportunità terapeutiche personalizzate; aiutiamo le famiglie a comprendere meglio come adattare lo stile di vita alle diverse tipologie della patologia e condividiamo strategie utili per convivere in modo più sereno e consapevole con la Miastenia gravis e con gli effetti collaterali dei diversi farmaci”. Si tratta di un’occasione per trasformare l’informazione in partecipazione e il confronto in un passo concreto per facilitare la diagnosi precoce che consente di curare meglio e di evitare ‘viaggi della speranza’, ed episodi di mala sanità che mettano a rischio i pazienti.
“Troppo spesso,” sottolinea il dott. Renato Mantegazza,” sia i pazienti che le loro famiglie si sentono sole e smarrite; necessitano
di essere orientate verso centri di cura specializzati; subiscono situazioni di mobbing nei luoghi di lavoro; hanno difficoltà ad accedere a farmaci innovativi a causa delle disparità regionali. Ecco perché come presidente ho incentivato l’apertura di sedi regionali, l’attivazione di servizi gratuiti di supporto legale, assistenziale, di consulenza per la disabilità e ho promosso la creazione di questo percorso itinerante per informare meglio sulle varie tipologie di miastenia, sui sintomi da non sottovalutare. Inoltre stiamo aprendo nostre sedi in tutte le regioni italiane con servizi di consulenza psicologica per pazienti e per caregivers, con supporto di consulenza legale, previdenziale, con consulenti del lavoro utili per le pratiche di richiesta di invalidità.
”In Italia, si stima che circa 17mila persone abbiano la miastenia. A livello europeo, la prevalenza è di circa un caso ogni cinquemila abitanti. La malattia colpisce entrambi i sessi, con picchi di insorgenza in donne giovani (tra i 20 e i 40 anni) e uomini più anziani (dopo i 50-60 anni). I sintomi variano
da paziente a paziente per gravità e localizzazione, ma con un denominatore comune rappresentato da una debolezza muscolare debilitante e potenzialmente , che, se non curata precocemente e con le dovute terapie, può portare al decesso.
La miastenia gravis è una malattia neuromuscolare autoimmune rara e cronica in cui gli autoanticorpi attaccano i recettori dell'acetilcolina interrompendo la comunicazione tra nervi e muscoli e causando episodi di estrema debolezza che a volte vengono sotto-diagnosticati o scambiati per sintomi di altre patologie.
I sintomi principali includono palpebre cadenti (ptosi), visione doppia (diplopia), difficoltà a masticare, deglutire o parlare, e debolezza negli arti. Nei casi gravi può compromettere la respirazione.”I farmaci innovativi hanno rivoluzionato la cura,” spiega il dott. Renato Mantegazza, presidente AIM,” ma hanno costi elevati e ci sono difficoltà di accesso sia nelle diverse regioni italiane che anche in diversi Stati dell’Unione europea; mentre in altri Stati extra-euro -
pei, come ad esempio in Gran Bretagna, non vengono neppure distribuiti ai pazienti per policy sanitarie che non tengono conto dei diritti dei cittadini e per politiche nazionali che ritengono la spesa sanitaria non un investimento a favore della salute delle Persone , ma solo un costo da tagliare senza criteri ed etica.
Ci servono fondi per proseguire con i progetti di ricerca che stiamo portando avanti a livello europeo con EUMGA e ci servono fondi per formare i medici di base in modo che sappiano individuare subito dai sintomi i primi segnali della miastenia. Ringraziamo fin d’ora chi potrà e vorrà essere al nostro fianco e ricordo che il 2 giugno è la giornata europea per sensibilizzare sulla miastenia e vorremmo illuminare più luoghi e avere sempre più aziende che supportino i servizi per le famiglie (pazienti e caregivers) che abbiamo attivato. Purtroppo troppo spesso i caregivers perdono il lavoro e occorre evitare questo”. per informazioni su come donare il 5x1000 si può collegarsi sul sito: www.miastenia.it - aim@miastenia.it
d ELEGATI AIM E d E u MGA, AL PARLAMENTO E u ROPEO
Opel Grandland eleTrIC :
Il SUV eleTTrIfICaTO Che InTerpreTa le nUOVe
eSIGenze della mObIlITà
Il nuovo Opel Grandland Electric rappresenta una delle interpretazioni più complete del SUV elettrico di ultima generazione e si inserisce in modo concreto nel processo di trasformazione che sta interessando la mobilità professionale. In un contesto in cui la transizione energetica sta ridefinendo il modo di spostarsi per lavoro, Opel Grandland Electric dimostra come l’elettrico possa diventare parte integrante della quotidianità professionale senza imporre rinunce operative. Il progetto nasce infatti con l’obiettivo di rendere l’elettrificazione accessibile e concreta, unendo comfort, prestazioni e sostenibilità in un’unica proposta. Un equilibrio che fino a pochi anni fa appariva complesso, soprattutto nel segmento dei SUV. Pensato per adattarsi
tanto agli spostamenti urbani quanto alle trasferte più lunghe, Grandland Electric offre un’esperienza di guida equilibrata e versatile, capace di rispondere alle esigenze di chi utilizza l’auto come vero strumento di lavoro. In questo quadro si inserisce anche la versione Electric AWD, che introduce per la prima volta una trazione integrale completamente elettrica, ampliando le possibilità di utilizzo del modello e rafforzandone il posizionamento come soluzione evoluta per la mobilità professionale.
Architettur A tecnic A AvA nz AtA
Dal punto di vista tecnico, Opel Grandland Electric AWD si basa su una sofisticata architettura a doppio motore. Il motore elettrico anteriore, già noto nella versione
a trazione anteriore, è affiancato da un secondo motore posteriore, che consente una gestione intelligente della coppia su tutte e quattro le ruote. La potenza di sistema raggiunge i 239 kW, pari a 325 CV, mentre la coppia massima arriva a 509 Nm, disponibile immediatamente. Questi valori non hanno soltanto un significato numerico, ma si traducono in una guida fluida, reattiva e sempre controllabile, capace di accelerare da 0 a 100 km/h in 6,1 secondi e garantire massima trazione anche in condizioni di carico elevato o su fondi a bassa aderenza. Un aspetto molto rilevante per l’ut enza professionale è anche il lavoro sull’aerodinamica, che con un coefficiente di resistenza di 0,278 rende Grandland Electric AWD il più efficiente della gamma.
Il sistema di trazione integrale elettrica lavora in modo continuo e intelligente, distribuendo la potenza in base alle condizioni della strada e allo stile di guida. Questo contribuisce a migliorare la sicurezza e la stabilità, soprattutto in situazioni che possono diventare critiche, come la guida su strade bagnate, innevate o caratterizzate da fondi irregolari. A supporto della dinamica di marcia interviene il telaio con tecnologia di smorzamento selettivo in frequenza, una soluzione tecnica avan -
zata che permette alle sospensioni di adattare il proprio comportamento in tempo reale. In pratica, il sistema è in grado di distinguere tra sollecitazioni ad alta e bassa frequenza, offrendo maggiore comfort sui fondi sconnessi e una risposta più diretta quando la guida diventa più dinamica. Questo approccio, unito a molle, barre antirollio, sterzo ed ESC con taratura specifica Opel, consente di mantenere elevato il comfort anche durante lunghi tragitti professionali.
Le mod AL ità di guid A
La gestione delle prestazioni e dell’efficienza è ottimizzata attraverso diverse modalità di guida, che permettono di personalizzare il comportamento del veicolo in base alle esigenze del momento e alle condizioni della strada. In modalità Normal, pensata per l’utilizzo quotidiano, viene privilegiata l’efficienza complessiva: il sistema utilizza principalmente il motore elettrico anteriore, limitando la potenza massima e attivando automaticamente il
TOP DI GAMMA OPEL
Grandland ele CT r IC
nuovA oPEL GrAndLAnd ELECtrIC
motore posteriore solo quando è richiesta una maggiore spinta o in caso di forte accelerazione. Una soluzione che consente di ridurre i consumi senza rinunciare alla prontezza di risposta. Per chi cerca una guida più dinamica, la modalità Sport mantiene entrambi i motori costantemente attivi, con una distribuzione della potenza orientata alle prestazioni e una risposta più diretta di sterzo e acceleratore. In questo assetto, o pel g randland e lectric AW d esprime appieno la propria potenza e la coppia massima, offrendo una guida brillante e coinvolgente, ideale nei percorsi extraurbani o autostradali. In condizioni difficili, come neve, ghiaccio o fondi particolarmente scivolosi, entra invece in gioco la modalità 4WD, nella quale i due motori elettrici lavorano in modo continuo e coordinato, distribuendo la potenza in maniera uniforme su tutte e quattro le ruote. Questa configurazione sfrutta al massimo i vantaggi della trazione integrale elettrica, migliorando sensibilmente l’aderenza e la stabilità del veicolo e aumentando il livello di sicurezza in situazioni critiche. Completa il quadro la modalità Eco, progettata per massimizzare l’efficienza energetica. In questo caso, la potenza e la coppia vengono ridotte e la gestione di acceleratore e climatizzazione è orientata al contenimento dei consumi. Anche in questa modalità, tuttavia, il sistema è in grado di richiamare automaticamente il supporto del motore
posteriore e la piena potenza in caso di necessità, garantendo sempre la flessibilità richiesta nell’uso professionale.
Autonomi A e ric A ric A
Uno dei temi centrali quando si parla di elettrico in ambito professionale è quello dell’autonomia. Opel Grandland Electric AWD affronta la questione con dati concreti e rassicuranti. La batteria agli ioni di litio NMC da 73 kWh utilizzabili consente di raggiungere fino a 502 chilometri di autonomia nel ciclo WLTP, un valore che rende il veicolo pienamente compatibile con le esigenze lavorative anche grazie all’elevata efficienza complessiva del progetto. Questo significa poter affrontare una set -
timana di spostamenti senza l’ansia costante della ricarica, pianificando con maggiore serenità i propri impegni. Anche sul fronte della ricarica, Opel ha lavorato per rendere l’esperienza il più semplice possibile. Presso le colonnine ad alta potenza, il passaggio dal 20 all’80 per cento della capacità avviene in meno di 30 minuti, consentendo di recuperare rapidamente energia durante una pausa e riducendo al minimo i tempi di inattività. Un aspetto che incide direttamente sulla produttività e sull’organizzazione della giornata lavorativa.
Sicurezz A , tecno L ogi A evo L utA di ASS i S enz A ALLA guid A
Accanto alla meccanica e alla gestione dell’energia, Opel Grandland Electric si distingue per un approccio particolarmente evoluto alla sicurezza e all’assistenza alla guida, ambiti nei quali l’illuminazione riveste un ruolo sempre più determinante. Il sistema Intelli-Lux HD Light rappresenta una delle tecnologie più avanzate oggi disponibili nel settore automotive e contribuisce in modo significativo a elevare gli standard di sicurezza attiva. Questa soluzione di illuminazione adattiva è stata re -
centemente premiata con il DVN Award 2025 nella categoria “Best Front Lamps” dalla community internazionale di Driving Vision News, un riconoscimento che sottolinea il valore dell’innovazione sviluppata per il nuovo Opel Grandland. Il sistema si basa su una struttura composta da oltre 50.000 elementi luminosi, in grado di modulare il fascio di luce con una precisione es tremamente elevata. Grazie all’interazione con una telecamera frontale, l’Intelli-Lux HD Light è in grado di riconoscere in tempo reale i veicoli che precedono e quelli che arrivano in senso opposto, escludendoli dal cono luminoso in modo rapido e accurato. Allo stesso tempo, il resto della carreggiata viene illuminato in maniera più uniforme e intensa rispetto alle precedenti tecnologie a matrice, migliorando sensibilmente la visibilità notturna senza abbagliare gli altri utenti della strada. I benefici di questa tecnologia non sono soltanto percepibili dal conducente, ma sono supportati anche da dati oggettivi. Studi scientifici dimostrano che, rispetto ai fari alogeni tradizionali, l’Intelli-Lux HD consente di individuare ostacoli fino a 30 o 40 metri prima a una velocità di 80 km/h. Questo si traduce in uno o due secondi di tempo di
reazione in più, un margine che può risultare decisivo nel prevenire situazioni di pericolo.
L’e L ettrico è un’opportunità
Il sistema integra funzioni avanzate che contribuiscono a migliorare ulteriormente il comfort e la sicurezza. L’adattamento digitale del fascio luminoso in curva guida lo sguardo del conducente lungo la traiettoria, mentre la modalità per condizioni meteo avverse tiene conto dei riflessi causati dall’asfalto bagnato, regolando l’intensità della luce per ridurre l’abbagliamento. Il riconoscimento dei segnali stradali consente infine di attenuare automaticamente la luminosità per evitare riflessi fastidiosi, tutelando anche la vista del conducente. Oltre all’aspetto funzionale, l’illuminazione gioca un ruolo centrale anche nell’identità stilistica del veicolo. Il nuovo frontale 3D Vizor integra per la prima volta il Blitz Opel illuminato e la tecnologia edge light su tutta la larghezza della vettura, creando una firma luminosa distintiva e immediatamente riconoscibile. Un elemento che contribuisce a rafforzare la percezione di modernità e di posizionamento premium del modello, aspetti sempre più rilevanti anche per l’immagine aziendale. Inserito in una prospettiva più ampia, Opel Grandland Electric diventa così un esempio concreto del modo in cui la mobilità elettrica possa rappresentare una scelta strategica per il mondo delle PMI. Riduzione dei costi di esercizio, accesso facilitato alle aree urbane, benefici fiscali e un’immagine aziendale coerente con i valori della sostenibilità sono fattori che incidono in modo diretto sulla competitività delle imprese.
In questo contesto, un veicolo elettrico maturo e tecnologicamente avanzato come Grandland Electric consente di affrontare la transizione energetica non come un obbligo, ma come un’opportunità.
PMI&TRANSIZIONE ENERGETICA:
OPPORTUNITA' OPERATIVE CON gME - gESTORE MERCATI
ENERgETICI E CONTESTO REgOLATORIO
GLI ESITI DEL MERCATO ELETTRICO
APRILE 2026
A curA del GMe
Sul MGP il Pun Index GME scende a 119,47euro/MWh, seguendo il calo dei prezzi del gas e favorito da acquisti in flessione (22,0 TWh, -6,2%, con la liquidità del mercato all’84,7%) e dai maggiori volumi venduti dagli impianti FER. I volumi negoziati sul MI si portano a 3,3 TWh, di cui 1,2 TWh relativi alla contrattazione continua. Si rilevano sul MTE registrazioni OTC a fini di clearing per 7,4 GWh. Calano, infine, a 15,9 TWh le transazioni registrate sulla PCE.
PU N INDEX GME
Il Pun Index GME mostra un deciso calo, portandosi a 119,47 euro/ MWh (-23,93 euro/MWh), dinamica in linea con quanto osservato anche sulle altre principali borse elettriche europee. La flessione del prezzo italiano si registra in corrispondenza di un significativo calo dei principali riferimenti di prezzo del gas (IGI: 45,99 euro/MWh, -6,13 euro/MWh), a cui si affianca un calo degli acquisti e una crescita dei volumi rinnovabili. Mostra un calo, invece, il saldo con l’estero.
Il calo del Pun Index GME è osservabile in tutti i gruppi di ore ma risulta più intensa al picco (-31,05 euro/MWh), invertendo il rapporto picco/baseload che torna sotto l’unità, attestandosi a 0,97. Infine, si registrano minimi del Pun Index di 0 euro/MWh in tre quarti d’ora tra il 5 e il 6 aprile.
I PREZZI ZONALI
A livello zonale i prezzi medi appaiono tutti in flessione, attestandosi al Nord e Centro Nord a 121 euro/MWh (-23 euro/MWh), al Centro Sud e in Sardegna a 117 euro/MWh (-26/-14 euro/MWh) e nelle zone meridionali a 115 euro/MWh (-32/-23 euro/MWh), anche in corrispondenza di limitazioni sui transiti CSUD-CNOR e SUD-CSUD.
Da ultimo, in presenza di picchi di offerta rinnovabile, si registrano in tutte le zone in diversi giorni del mese minimi al quarto d’ora a 0euro /MWh, in particolare nelle zone Sud, Calabria e Sicilia, dove tali minimi si osservano in 64 quarti d’ora distribuiti su 7 giorni del mese.
LA STRUTTURA DELL’OFFERTA
La struttura dell’offerta nel mese di aprile appare in linea con quanto osservato dall’avvio del nuovo disegno di mercato. Le offerte semplici in vendita scendono a 26,8 TWh (-4,3% su marzo), di cui 15,5 TWh accettate, con volumi sempre concentrati sul prodotto a 15 minuti (il 67% del totale). Le offerte in vendita tramite blocchi salgono a 8,2 TWh (+8,1%), di cui 1,6 TWh accettati e sempre concentrati in prevalenza sul prodotto a 15 minuti (il 78% del totale). Lato acquisto, le offerte semplici calano a 23,3 TWh (-9,7%), accettate per 21,5 TWh, concentrate sul prodotto a 15 minuti (circa il 96%). I volumi offerti in acquisto tramite blocchi si mantengono sostanzialmente stabili sui 14 GWh, quasi tutti interamente accettati.
I VOLUMI
I volumi di energia elettrica scambiati sul MGP calano a 22,0 TWh (-6,2% in media al quarto d’ora su marzo), in corrispondenza di una flessione sia della componente di borsa, a 18,6 TWh (-7,1%), sia di quella fuori borsa, pari a 3,4 TWh (-0,9%), con una conseguente lieve riduzione della liquidità del mercato poco sotto l’85% (-0,8 p.p.). Gli acquisti nazionali scendono a 21,5 TWh (-6,8%), mentre l’export cresce a 0,5 TWh (+29,1%). Le vendite nazionali di energia elettrica registrano un calo a 17,1 TWh (-4,7%), diffuso in tutto il
Sistema, con l’eccezione di Centro Nord e Centro Sud in aumento (+2%/+10%). In flessione anche il livello delle importazioni, a 4,9 TWh (-11,1%), ai minimi da febbraio.
LE FONTI
Nel mese di aprile sale la quota di energia rinnovabile venduta nel Sistema, pari al 61,4% (+11,7 p.p.), il massimo da giugno dell’anno scorso. Crescono i volumi di tutte le fonti FER, eccetto il geotermico in leggero calo, con le vendite derivanti dal solare su uno dei livelli più alti mai osservati e quelle idriche sui massimi da agosto 2024. L’aumento dei volumi FER concorre al calo della quota delle fonti tradizionali, attestatasi al 36,7% (-12,0 p.p.), con le vendite dei cicli combinati ai minimi da giugno 2025.
LE FRONTIERE ESTERE
Nel mese di aprile il saldo con l’estero scende a 4,4 TWh (-0,9 TWh su marzo), flessione osservabile su tutte le frontiere, con l’eccezione di quella francese, sulla quale il livello delle importazioni nette si mantiene sostanzialmente stabile. Concorrono al calo dell’import netto sia restringimenti totali o parziali delle interconnessioni con Svizzera, Montenegro e Grecia, sia una crescita delle esportazioni verso la Slovenia, in corrispondenza di prezzi esteri più frequentemente superiori o uguali al riferimento del Nord. In ultimo, si segnala un maggiore impatto dell’applicazione del vincolo generalizzato da parte del TSO rispetto al mese scorso.
MERCATO INFRAGIORNALIERO (MI)
I volumi sul MI scendono a 3,3 TWh (-0,3 TWh su marzo), in virtù di una flessione degli scambi sui mercati in asta, attestatisi a 2,1 TWh (-0,3 TWh). Rimangono, invece, pressoché invariati gli scambi su XBID, pari a 1,2 TWh, con il prodotto avente MTU a 15 minuti sempre più importante in termini di liquidità, concentrando il 77% del totale negoziato (0,9 TWh). Sempre con riferimento al mercato a negoziazione continua, il numero di abbinamenti si mantiene da inizio anno stabilmente sopra i 2 milioni, con scambi concentrati nelle fasi 2 e 3 (circa il 90% del totale) e la quota delle negoziazioni tra zone nazionali diverse e all’interno della stessa zona nazionale in calo al 51% (-4 p.p.) e al 12% (-2 p.p.) e la quota degli scambi con l’estero in aumento al 37% (+7 p.p.). I prezzi medi mostrano un deciso calo, portandosi sui primi due mercati in asta a 118/119 euro/
MWh (-25/-24 euro/MWh) e a 109 euro/MWh sul MI-A3 (-35euro / MWh), mentre su XBID calano a 122/123 euro/MWh (-25 euro/MWh). Le suddette quotazioni risultano inferiori ai corrispondenti valori del MGP sui mercati in asta e superiori su XBID. Infine, persiste su XBID un’elevata volatilità infrasessione, con minimi negativi fino a -65 euro/MWh sul prodotto a 15 minuti nelle zone Sud e Calabria. MERCATO DEI SERVIZI DI DISPACCIAMENTO ex-ante (MSD ex-ante)
Sul MSD ex-ante le vendite del TSO sul mercato a scendere si attestano a 164 GWh e i suoi acquisti sul mercato a salire si portano a 44 GWh.
MERCATO DEI PRODOTTI GIORNALIERI (MPEG)
Non si registrano scambi sul MPEG nel mese di aprile.
MERCATO A TERMINE DELL’ENERGIA (MTE)
Sul MTE si rilevano 5 registrazioni OTC a fini di clearing per 7,4 GWh, riferite ai prodotti baseload Maggio 2026 (3,0 GWh) e III Trimestre 2026 (4,4 GWh). La posizione aperta complessiva, per effetto delle suddette variazioni e in corrispondenza della fine del periodo di contrattazione del prodotto baseload relativo a Maggio 2026 (34,2 GWh), cala a 222,2 GWh (-26,8 GWh). I prezzi di controllo si mantengono stabili sui prodotti annuali e quelli relativi al II Trimestre 2027 e calano sui restanti prodotti.
PIATTAFORMA CONTI ENERGIA A TERMINE (PCE)
Sulla Piattaforma dei Conti Energia le transazioni registrate calano a 15,9 TWh (-2,1% su marzo in media al quarto d’ora), con la posizione netta anch’essa in flessione e, pari a 10,0 TWh (-3,8%). Il Turnover sale a 1,59. I programmi registrati nei conti in immissione si attestano a 3,4 TWh e in prelievo a 7,2 TWh, con i relativi sbilanciamenti a programma pari a 6,7 TWh e a 2,8 TWh. I dati di mercato sono pubblicati nella Newsletter del GME disponibile su www.mercatoelettrico.org
I dati di mercato sono pubblicati nella Newsletter del GME disponibile sul sito:www.gse.it
Scarica su Google Play e App Store l’APP GME: uno strumento di facile accesso, con i dati giornalieri più rilevanti, prezzi e volumi, relativi ai Mercati Elettrici, Mercati del GAS e Mercati Ambientali sempre disponibili su smartphone.
FOCUS PMI
InCentIvI a SOStegnO delle IMPreSe:
PIanO Ue Per la CrISI energetICa
Negli ultimi anni, il susseguirsi di eventi di carattere geo-politico di rilevanza globaleuniti a questioni di carattere ambientale e di sostenibilità - ha introdotto nel nostro sistema quella che possiamo definire ormai come una stabile “emergenza energetica”. A fare i conti con questa emergenza sono sia le imprese che i singoli cittadini e, gli incentivi che, in un modo o nell'altro, possono accompagnare e sostenere l'attività produttiva assumono un'ulteriore rilevanza strategica in una fase di grande criticità. Le misure disponibili si muovono su tre direzioni: miglioramento dell'efficienza energetica; rinnovo delle tecnologie e dei beni strumentali; incentivazione dell'autoproduzione da fonti rinnovabili. Prima di approfondire la conoscenza di questi strumenti, è necessario in questa sede mettere in luce il contenuto del recente Decreto Legge n. 42/2026 - “Disposi-
zioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali, nonchè in favore delle imprese” - che interviene in relazione alle più recenti criticità emerse in seguito al conflitto in Iran.
UN DECRETO PER LA CRISI ENERGETICA
L'introduzione del Decreto Legge n. 42/2026 costituisce un passaggio rilevante nel processo di adattamento del sistema produttivo italiano in risposta agli shock energetici e alle trasformazioni di rilievo internazionale in corso. Il provvedimento provvede a un rifinanziamento degli strumenti già in essere ma, allo stesso tempo, mira a colmare alcune lacune emerse nell'attuazione delle precedenti misure e a rafforzare la capacità di resilienza delle imprese. Sul piano tecnico-operativo, il decreto costituisce un'evoluzione del sistema di procedure di sostegno pubbli-
co, maggiormente orientato all'efficienza energetica e alla digitalizzazione integrata. Uno degli elementi più rilevanti del provvedimento attiene al potenziamento del credito d'imposta legato al Piano Transizione 5.0, con particolare riferimento a quelle imprese che erano rimaste escluse a causa dell'esaurimento delle risorse stanziate. Si passa quindi da un'aliquota del 35% a un contributo che può giungere fino all'89,77% dell'importo richiesto, con un incremento sia quantitativo sia qualitativo, in quanto riduce il tempo di ritorno degli investimenti, incrementando al contempo la bancabilità dei progetti di innovazione e favorendo gli interventi più strutturali. In questo quadro, viene a crearsi una maggiore attenzione nei confronti della tracciabilità digitale degli investimenti, della certificazione dei risparmi energetici e dell'integrazione dei dati di processo. A ciò,
si aggiunge un contributo specifico all'autoproduzione di energia elettrica, che pone un ulteriore incentivo a modelli di autonomia energetica come il fotovoltaico, i sistemi di accumulo e di microgreen aziendale. L'articolo 8-quater del decreto ha introdotto un formale riconoscimento della vulnerabilità del comparto agricolo rispetto alla volatilità dei prezzi energetici, con un credito d'imposta del 20% sulle spese sostenute nel marzo 2026 per carburanti, che rappresenta una misura congiunturale, in risposta al recente picco dei costi. Sarà di notevole importanza per le imprese del comparto riuscire a strutturare correttamente la documentazione delle spese sostenute, predisponendo sistemi di rendicontazione digitale e monitorando le future modalità attuative. L'aricolo 8-quater, invece, rappresenta un intervento diretto su uno degli strumenti più rilevanti per le im-
prese rivolte ai mercati esteri - il Fondo rotativo SIMEST - introducendo alcune novità che ne vanno a rafforzare significativamente l'impatto operativo. Tra le misure previste, spicca l'incremento al 30% per le PMI, unitamente all'estensione delle agevolazioni alle imprese direttamente colpite dagli effetti dello shock geopolitico ed energetico. L'intervento, si inserisce in una più ampia visione in cui transizione digitale ed ecologica non costituiscono più percorsi distinti ma processi di competitività integrati. La tendenza degli incentivi, quindi, è sempre più indirizzata a supportare progetti integrati, che combinano efficientamento energetico e trasformazione digitale, in un quadro di generale necessità di pianificazione e programmazione, tenendo contro che - nel caso degli strumenti offerti da SIMEST - c'è un orizzonte limitato al 31 dicembre 2026.
IL PIANO UE PER L'EMERGENZA CARBURANTI
A fronte di una crisi energetica che, secondo le prime stime, ha già generato un costo di 24 miliardi di euro in 50 giorni per le importazioni di combustibili fossili, la Comunità Europea è intervenuta con il piano “AccelerateEU”, che si configura come la prima risposta alle conseguenze della guerra in Iran e all'incontrollata impennata dei prezzi dell'energia, a beneficio dei cittadini e delle imprese. Sull'urgenza dell'intervento, naturalmente, pesano le prospettive per i mercati energetici, che appaiono negative anche prendendo in considerazione lo scenario migliore di una pace immediata, lasciando presagire mesi decisamente difficili, se non anni. Il piano mette a fuoco interventi e aiuti - con misure immediate e a più lungo termine - rivolti ai settori maggiormente esposti alle ricadute negative della crisi, introducen-
do la riduzione delle accise sull'elettricità per famiglie e imprese, e un maggiore coordinamento nella gestione delle riserve di gas e petrolio.
Bruxelles, ha annunciato una revisione delle direttive relative alle scorte petrolifere, ed un rafforzamento del coordinamento per il riempimento degli stoccaggi di gas nei prossimi mesi, chiedendo ai governi di intervenire con “misure mirate, tempestive e temporanee”. Tra queste misure, vengono indicati gli interventi sui prezzi, il sostegno al reddito e incentivi fiscali.
L'Osservatorio Carburanti
Tra le misure immediate, l'UE ha annunciato la creazione - a decorrere dal mese di maggio - di un Osservatorio dei Carburanti, che avrà il compito di monitorare le scorte disponibili nella Comunità Europea, migliorando così il coordinamento tra gli Stati. La priorità iniziale è quella di coordinare - insieme agli Stati membri, fornitori di carburante e aviazione - l'approvvigionamento di carburanti alternativi per l'aviazione, proponendo al contempo misure per ottimizzarne la distribuzione tra gli stessi Stati membri. Inoltre, la Commissione valuterà l'eventualità di rivedere le norme UE sulle scorte energetiche al fine di includere requisiti specifici relativi al carburante per aviazione.
Riduzione della domanda
Sul piano della riduzione della domanda, l'appuntamento è fissato a Cipro per il 13 maggio - in occasione di una riunione informale dei ministri dell'energia dell'Uequando sarà presentato un catalogo di misure replicabili - e adottabili rapidamente da parte degli Stati membri - per ottenere risparmi energetici e miglioramenti dell'efficientamento del sistema, insieme a misure il cui obiettivo è quello sostituire i combustibili fossili con energia pulita
prodotta internamente, con il fine ultimo di ridurre il consumo di petrolio e di gas nel breve termine. In questo senso, Bruxelles suggerisce campagne per ridurre la temperatura di riscaldamento di 1 C e aumentare quella di raffrescamento di 1 C negli edifici pubblici, oltre alla promozione di temperature inferiori a 50 C nelle caldaie domestiche. Per quanto riguarda i trasporti, invece, il piano prevede un abbonamento nazionale unico per i trasporto pubblico, il congelamento dei prezzi dei biglietti ferroviari, e programmi per cargo bike e abbonamenti a tariffa fissa. A ciò si aggiungerebbe poi un piano nazionale di carpooling, la riduzione o la gratuità per categorie vulnerabili e bike sharing e micro-mobilità, oltre a corsie e parcheggi dedicati al car sharing. Nella comunicazione, viene anche menzionato il divieto temporaneo di distacchi energetici e il favorire il cambio di contratto e la flessibilità mediante accesso facile a offerte più economiche.
Smart Working
Anche se nella prima bozza del piano si prevedeva l'introduzione di un giorno di smart working, tale misura non è stata introdotta nella versione finale. Tuttavia, è confermata la raccomandazione di favorire il lavoro da remoto per ridurre gli spostamenti e i consumi energetici.
Aiuti finanziari
Passando al tema del sostegno finanziario, a breve la Commissione adotterà un quadro temporaneo sugli aiuti di Stato, definendo così il piano degli aiuti come disposizioni per consentire agli Stati membri della Comunità Europa di sviluppare e attuare misure temporanee di emergenza mirate a sostegno di settori economici più esposti agli aumenti dei prezzi, tra cui il settore dei trasporti e il comparto agricolo. A livello nazionale, inoltre, la Commis-
sione porterà il suo aiuto agli Stati membri nella progettazione di misure tempestive e temporanee - inclusi gli interventi sui prezzi, i regimi di sostegno al reddito e gli incentivi fiscali - finalizzate in particolare al sostegno delle Piccole e Medie Imprese, le industrie ad alto consumo energetico e le famiglie. E' prevista l'introduzione di schemi di leasing per sostenere la rapida diffusione di veicoli elettrici, pompe di calore residenziali e batterie su piccola scala. Sotto l'aspetto degli incentivi finanziari, si pensa a crediti d'imposta mirati, per la rapida diffusione di tecnologie energetiche pulite come veicoli elettrici, pompe di calore industriali e domestiche, sistemi di accumulo termico industriale. Per la tutela della famiglie vulnerabili, invece, Bruxelles prevede l'introduzione di voucher energetici, tariffe sociali temporanee e riduzioni fiscali sull'elettricità. Gl Stati membri, potranno adottare misure sulla tassazione degli extraprofitti per garantire l'equità sociale ma, per il momento, Teresa Ribera, vicepresidente della Commissione con delega alla Transizione verde, ha accantonato la possibilità di introdurre un'imposta europea in quanto "una tassa comune richiede l'unanimità e raggiungerla potrebbe non essere facile". La Commissione, invece, si è dichiarata pronta a sostenere gli Stati membri che, nel breve periodo, necessitano di applicate aliquote fiscali sull'energia inferiori agli attuali livelli minimi previsti dalla Comunità Europea.
Quanto alle politiche di lungo termine, nel secondo trimestre del 2026, la Commissione procederà a fissare un obiettivo di elettrificazione, nel mese di maggio adotterà una proposta legislativa sui costi di rete e sulla fiscalità per permettere agli Stati membri di rimuovere restrizioni che ostacolino la riduzione delle imposte sull'energia per specifici utenti, come le industrie energivore e le famiglie vulnera-
FOCUS
bili, garantendo in questo modo che, al contempo, l'elettricità sia tassata in modo adeguato e inferiore rispetto ai costi del gas.
I SOSTEGNI ALLE IMPRESE
Sul piano dei sostegni in ambito energetico, si rileva che sono in essere rimborsi diretti e agevolazioni tariffarie, come il Conto Termico 3.0 e l'Energy Release 2.0, che garantiscono liquidità immediata o prezzi calmierati, utili in particolare per le imprese con elevati consumi energetici. A questi, si affiancano le detrazioni fiscali come Ecobonus, che consentono di recuperare parte degli investimenti attraverso la riduzione del reddito imponibile, ripartita in quote annuali. Tutti gli incentivi sono legati a requisiti tecnici precisi, essendo finalizzati all'efficientamento energetico degli edifici o degli impianti, oltre che a favorire l'integrazione di fonti rinnovabili, con l'obiettivo finale di ridurre le emissioni e stabilizzare i costi operativi nel tempo, trasformando il risparmio energetico in un vantaggio competitivo duraturo.
Il Conto Termico 3.0
Il Conto Termico 3.0, o nuovo Conto Termico, è uno strumento rivolto alle agevolazioni riservate a soggetti privati, imrpese e condomini, nel 2026. Questo meccanismo di incentivazione prevede rimborsi diretti - erogati dal GSE, il Gestore dei Servizi Energetici - a fronte di interventi mirati all'efficienza energetica e alla produzione di energia termica da fonti rinnovabili. La misura, pensata per interventi di piccole e medie dimensioni, ha come obiettivo la semplificazione delle procedure di accesso agli incentivi, ed ha una particolare rilevanza per le imprese che intendono migliorare le prestazioni energetiche senza dovere affrontare i tempi lunghi legati alle detrazioni fiscali. Il vantaggio del Conto Termico, infatti, è pro-
prio la tempestività dell'incentivo, con rimborsi che possono essere evasi in un'unica soluzione o in poche rate annuali, incidendo positivamente sulla liquidità aziendale. Il contributo può arrivare fino al 65% delle spese ammissibili, con eccezioni che consentono di giungere fino al 100%, a fronte di una dotazione complessiva di 900 milioni di euro annui, di cui 150 milioni di euro sono destinati alle imprese. Il Conto Termico 3.0, inoltre, provvede a un ampliamento delle tecnologie incentivabili, come la componentistica prodotta nell'UE e i moduli fotovoltaici iscritti al registro GSE. Gli interventi ammissibili devono riguardare edifici esistenti - o parti di essi - dotati di impianto di climatizzazione, in riferimento a isolamento termico, sostituzione di infissi e chiusure trasparenti, trasformazione di edifici a energia quasi zero, automazione e controllo intelligente degli impianti, impianti fotovoltaici con accumulo, pompe di calore elettriche o a gas, generatori a biomassa, impianti solari termici, teleriscaldamento, microgenerazione alimentata da fonti rinnovabili.
Iperammortamento 2026
Un'altra misura pensata per le imprese che investono in efficienza energetica è l'Iperammortamento. Si tratta di un'agevolazione fiscale che consente alle imprese di dedurre un valore superiore al costo reale dei beni strumentali nuovi legati a Industria 4.0, la procedura che favorisce l'integrazione tra produzione, digitalizzazione, automazione e transizione energetica. In questo caso, il costro del bene viene maggiorato ai fini fiscali, e le aliquote di maggiorazione sono tre e variano a seconda dell'importo dell'investimento: 180% fino a 2 milioni e mezzo di euro, 100% tra i 2 milioni e mezzo e i 10 milioni di euro, 50% oltre i 10 milioni. L'agevolazione si applica a investimenti effettuati tra l'1 gennaio 2026 e il 30 settembre 2028.
Ecobonus per le imprese
Uno degli strumenti chiave per l'efficientamento energetico delle imprese è l'Ecobonus, che si applica anche a immobili e beni strumentali.
Questo sostegno è rivolto a soggetti Irpef e Ires, e possono accedervi persone fisiche, società di persone, società di capitali: Srl, Srls, Spa, Sapa. La detrazione prevista è applicabile agli immobili già esistenti che siano beni; beni strumentali; beni patrimoniali; beni merce. Nel suo complesso, quindi, l'Ecobonus consente alle imprese di investire in risparmio ed efficienza energetica sugli immobili e sui beni impiegati per l'attività produttiva.
Comunità energetiche per le imprese L'adesione a una Comunità Energetica Rinnovabile - CER - costituisce un'opportunità per le imprese di ridurre i costi energetici e rafforzare allo stesso tempo la sostenibilità delle proprie attività. Le CER, infatti, consentono di produrre, condividere e autoconsumare energia proveneite da fonti rinnovabili, attivando un sistema di vantaggi economici e operativi con decorrenza immediata. Le imprese partecipanti possono accedere a contributi a fondo perduto fino al 40% dei costi ammissibili per la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili, grazie ai fondi PNRR destinati alle CER nei comuni fino a 50 mila abitanti; una tariffa premio sull'energia condivisa, che valorizza l'energia prodotta e consumata all'interno della comunità; un corrispettivo di valorizzazione sull'energia autoconsumata, di circa 8 euro/Mwh; la vendita dell'energia immessa in rete tramite Ritiro Dedicato (RID) richiesto al GSE. A questi incentivi si aggiunge il risparmio diretto in bolletta, che cresce nel tempo, e una maggiore indipendenza energetica rispetto alle oscillazioni del mercato. Le CER, inoltre, offrono alle imprese un posizionamento strategico nella transizione energetica, migliorando
FOCUS PMI
l'efficienza complessiva, contribuiscono alla riduzione delle emissioni di CO2 nel territorio di riferimento e rafforzano l'immagine aziendale in termini di responsabilità sociale e ambientale.
Carburanti: aumenti contenuti in Italia Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha reso noto che l'Italia registra la crescita più contenuta dei prezzi dei carburanti tra i principali paesi della Comunità Europea. Al contempo, i prezzi medi di benzina e gasolio sono inferiori rispetto alle grandi economie industriali Ue, Francia e Germania. Queste indicazioni emergono dall'ultmio Weekly Oil Bulletin della Commissione europea, che monitora le variazioni dei prezzi medi settimanale nei Paesi UE. A distanza di tempo dallo scoppio della guerra del Golfo, che ha pesantemente inciso sull'andamento dei mercati energetici internazionali, i dati quin-
di indicherebbero l'efficacia del sistema di monitoraggio introdotto dal Governo nel gennaio 2023, oltre ai controlli attivati all'indomani delle prime tensioni in Iran. La variazione percentuale del prezzo della benzina in Italia a decorrere dal 23 febbraio al 30 marzo - è stata del +4,8%, meno della metà rispetto a Francia (+17,5%) e Germania (+17%) e meno della Spagna (+5,9%). Analoga dinamica per il gasolio: l’incremento in Italia è stato del +19,4%, significativamente inferiore rispetto agli altri grandi Paesi europei (Spagna +24,9%, Francia +32,7%, Germania +31,9%). Dai dati forniti dal bollettino della Commissione Europea, inoltre, emerge che i prezzi medi di benzina e gasolio in Italia sono stati più bassi rispetto a Francia e Germania: nella settimana 23 marzo - 30 marzo, il prezzo medio in Italia è stato pari a 1,73 euro /l per la benzina e 2,03 euro /l per il gasolio, contro 2,01 euro/l per la benzina e
2,19 euro/l per il gasolio in Francia e 2,13 euro/l per la benzina e 2,29 euro/l per il gasolio in Germania. Da parte sua, l'Italia ha messo in campo alcune misure mirate, come il credito d'imposta per gli autotrasportatori, al fine di evitare che gli aumenti connessi al conflitto si trasferissero sui prezzi dei beni trasporati, alimentando così l'inflazione, che nel nostro paese si è posizionata all'1,5% nel mese di marzo, a fronte del 2,5% della media dell'Eurozona. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, in fine, ha reso noto che, in riferimento agli ultimi dati rilevati dall'Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, il prezzo medio - alla data del 2 aprile 2026 - dei carburanti in modalità “self-service” sulla rete stradale nazionale è stato pari a 1,756 euro/l per la benzina e 2,082 euro/l per il gasolio. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 1,827 euro/l per la benzina e 2,144 euro/l per il gasolio.
rIForMa FIScale 2026:
IrPeF 2026, coSa caMbIa?
Il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto, il cui obiettivo è quello di integrare nella riforma fiscale 2026 le novità contenute nella Legge di Bilancio. La Riforma Fiscale 2026 è in pratica il testo unico che disciplina - a livello nazionale - i tributi diretti e indiretti per contribuenti e imprese. Ogni anno, in linea con la delega in vigore fino al 2027, viene aggiornata; da quest'anno, il Governo ha deciso di agire inserendo diversi sgravi e agevolazioni. L'ultimo intervento al riguardo è quello del 18 febbraio 2026. Comprendere quale sia il funzionamento degli scaglioni Irpef 2026 è quindi di fondamentale importanza, al fine di sapere quale sia l'entità delle tasse da pagare in relazione al reddito. L'Irpef, l'Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, è la principale imposta che ogni lavoratore dipendente, autonomo o pensionato è chiamato a pagare sui propri guadagni. Si tratta di un'imposta progressiva,
che quindi aumenta al crescere del reddito in relazione a determinate soglie. La riforma fiscale 2024, successivamente confermata dalla Legge di Bilancio 2025, e prorogata per il 2026, ha ridotto il numero degli scaglioni, portandoli da quattro a tre, consentendo un risparmio concreto soprattutto per chi ha un reddito compreso tra i 15 mila e i 28 mila euro, grazie all'accorpamento dei primi due scaglioni nella stessa aliquota.
Con la riforma fiscale confermata, quindi, le aliquote restano tre:
Primo scaglione: redditi fino a 28 mila euro -aliquota del 23%
Secondo scaglione: redditi da 28 mila a 50 mila euro - aliquota del 33%
Terzo scaglione: redditi oltre i 50 mila euro -aliquota del 43%.
Le aliquote e l'imposta massima per ogni
fascia portano a individuare questa tabella:
sCagLione di reddito - aLiquota irPeF - imPosta massima Fino a 28.000 euro 23% 6.440 euro da
Se il reddito imponibile annuo è di 35 mila euro, non si procederà a pagare il 33% su tutto, ma si pagherà il 23% sui primi 28 mila euro, e il 33% solo sulla parte eccedente. E qui si rivela il principio della progressività di tale imposta.
Il decreto comprende anche una “no tax area”, che è la soglia di reddito sotto la quale non si paga l'Irpef, grazie alle detrazioni che azzerano l'imposta. Le soglie previste sono:
•Lavoratori dipendenti: fino a 8.500 euro di reddito annuo (grazie alla detrazione da lavoro dipendente portata a 1.955 euro).
•Pensionati: fino a 8.500 euro di reddito annuo (equiparati ai dipendenti dalla riforma).
•Lavoratori autonomi: fino a 5.500 euro di reddito annuo.
In pratica, se si è lavoratori dipendenti, a fronte di un imponibile inferiore a 8.500 euro lordi all'anno, l'Irpef viene completamente assorbita dalle detrazioni.
Inoltre, la soglia per i pensionati è stata equiparata a quella dei dipendenti, mentre prima era leggermente inferiore.
In pratica, chi guadagna tra i 15 mila e i 28 mila euro risparmia fino a 260 euro all'anno, chi ne guadagna tra 28 mila e 50 mila euro risparmia fino a 700 euro all'anno - cumulando il vantaggio sulle due fasce: 260 euro dalla prima riduzione più fino a 440 euro dalla seconda, e chi guadagna oltre i 50 mila euro risparmia comunque 700 euro sulle fasce intermedie. Il risparmio massimo si concentra sui redditi medi, compresi tra 28 mila e 50 mila euro, che rappresentano la maggior parte dei lavoratori dipendenti italiani.
I valori presentati sono comunque indicativi, riferendosi all'Irpef lorda, senza prendere in considerazione detrazioni e bonus. Il risparmio effettivo in busta paga dipende infatti dalle addizionali regionali e comunali, che variano in base al Comune e alla Regione di residenza.
L’Irpef lorda calcolata con gli scaglioni non è l’importo finale che viene pagato. Dall’imposta lorda si sottraggono le detrazioni fiscali, che riducono l’imposta dovuta. Le principali detrazioni nel 2026 sono:
•Detrazione da lavoro dipendente: fino a 1.955 euro per redditi bassi, decresce al crescere del reddito e si azzera sopra i 50.000 euro
•Detrazione per familiari a carico: per il coniuge e i figli oltre i 21 anni (per i figli fino a 21 anni c’è l’Assegno Unico)
•Detrazioni per spese: il 19% su spese mediche, interessi mutuo, istruzione, assicurazioni e altre spese indicate nel modello 730
•Bonus 100 euro (ex bonus Renzi): spetta ai lavoratori dipendenti con redditi fino a 15.000 euro, e in alcuni casi fino a 28.000 euro.
L'imposta sui premi di risultato
L'imposta sostitutiva sui premi di risultato scende al valore minimo dell'1% per il biennio 2026-2027, mentre il limite di importo agevolabile sale a 5 mila euro (precedentemente 3 mila euro). Per quanto riguarda gli aumenti salariali derivanti dai rinnovi per il triennio 2024-2026, invece, questi beneficiano di una tassazione agevolata al 5% per i dipendenti privati con reddito fino a 33 mila euro.
Bonus edilizi e casa
Le agevolazioni riservate alla casa subiscono una progressiva riduzione del corso del 2026. In particolare, la detrazione riconosciuta con il Bonus ristrutturazione rimane fissata al 50% per l'abitazione principale, mentre scende al 36% per le seconde case. Rimane confermato il tetto di spesa massimo pari a 96 mila euro da recuperare in 10 rate.
Legge di Bilancio e imprese
A favore delle imprese, vengono confermati: l'Iper-ammortamento, che riconosce una maggiorazione fino al 180% del costo di acquisto dei beni strumentali tecnologicamente avanzati prodotti in area Ue/See; gli incentivi per la Zona Economica Speciale - ZES - del Mezzogiorno, con uno stanziamento di 2,3 miliardi di euro per il 2026;
il divieto di compensare crediti d'imposta per chi abbia debiti iscritti a ruolo scaduti superiori a 50 mila euro.
Inoltre, è stata introdotta una nuova definizione agevolata per i debiti affidati all’Agente della Riscossione tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023. In questo caso, accedendo alla rottamazione quinquies, si paga solo la quota capitale, senza sanzioni e interessi. La domanda va presentata entro il 30 aprile 2026. Il pagamento può essere rateizzato fino a un massimo di 54 rate (9 anni).
Ma vediamo più nel dettaglio l'iper-ammortamento, la misura fiscale destinata a incentivare gli investimenti in beni strumentali tecnologicamente avanzati.
Tale agevolazione consiste nell'incremento figurativo del costo di acquisizione dei beni, rilevante esclusivamente per il calcolo delle quote di ammortamento fiscale e dei canoni di locazione finanziaria deducibili dalla base imponibile delle imposte dirette: Ires e Irpef. Nella misura massima, l'incremento del costo può arrivare fino al 180%. Gli investimenti devono essere realizzati tra il 1° gennaio 2026 e il 26 settembre 2028.
Il beneficio spetta ai soggetti titolari di reddito d'impresa che effettuano investimenti in beni strumentali destinai a strutture produttive situate nel territorio italiano. Sono escluse le imprese prive di continuità aziendale, vale a dire quelle in liquidazione volontaria, fallimento, liquidazione coatta amministrativa, concordato senza continuità aziendale o coinvolte in altra procedura concorsuale prevista. Sono inoltre esclusi anche i destinatari di sanzioni interdittive, ai sensi del Dlgs n.231/2001, normativa che disciplina la responsabilità amministrativa da reato delle persone giuridiche. In base a queste indicazioni, consegue che non possono accedere all'iperammortamento le società che, a seguito di accertamento di reati commessi a loro
vantaggio e nel loro interesse, abbiano ad esempio subito dal giudice penale la condanna alla sanzione dell’interdizione all’esercizio dell’attività, ovvero del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, oppure, ancora, del divieto di pubblicizzare i propri beni. Gli investimenti agevolabili in beni strumentali nuovi appartengono a due categorie, così come individuate dal comma 429, lettere a) e b) dell’articolo 1 della legge 199/2025. I beni devono essere prodotti in Stati membri dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo.
La prima categoria riguarda i beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese secondo il “paradigma 4.0”, riportati rispettivamente nell’allegato IV (beni materiali funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese secondo il “paradigma 4.0”) e nell’allegato V (beni immateriali funzionali alla trasformazione digitale delle imprese) alla legge di bilancio. Gli asset devono essere interconnessi al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura e devono rispettare alcune specifiche tecniche. Nel vasto compendio di beni materiali indicato dalla legge di bilancio, rientrano macchinari, utensili e robot industriali controllati da computer, interconnessi ai sistemi aziendali, gestibili da remoto ed ovviamente conformi ai più recenti parametri di sicurezza, salute e igiene sui
luoghi di lavoro. I beni immateriali agevolabili comprendono invece software e sistemi digitali che aiutano un’azienda a progettare meglio i prodotti, organizzare la produzione e prendere decisioni più rapide e sicure. Si va quindi dai programmi per disegnare e simulare in 3D ai sistemi che monitorano macchine e impianti, fino alle soluzioni che automatizzano i processi o collegano sensori e macchinari in rete. Rientrano anche strumenti di intelligenza artificiale, realtà aumentata, digital twin e piattaforme che migliorano la qualità, la logistica, l’efficienza energetica e la sicurezza informatica. In sintesi, tutte tecnologie digitali avanzate che rendono una realtà economica più moderna, connessa, sostenibile e intelligente.
La seconda categoria di beni agevolabili riguarda i beni materiali strumentali nuovi per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili, anche con sistemi di stoccaggio, destinati all’autoconsumo. Con riferimento all’autoproduzione e all’autoconsumo di energia solare, rilevano soltanto gli impianti con moduli fotovoltaici rispondenti ai requisiti di carattere territoriale e qualitativo indicati all’articolo 12, comma 1, lettere b) e c) del Dl n.181/2023 (convertito dalla legge n. 11/2024), e cioè i moduli fotovoltaici con celle prodotti negli Stati membri dell'Unione europea, con un'efficienza a livello di cella almeno pari al 23,5 per cento e i moduli prodotti negli Stati membri dell'Unione europea
composti da celle bifacciali a termogiunzione di silicio o tandem prodotte nell'Unione europea con un'efficienza di cella almeno pari al 24,0 per cento. La maggiorazione si applica agli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028, secondo quanto stabilito dal comma 427. In questo arco temporale quasi triennale, le imprese possono programmare con maggiore respiro gli interventi di rinnovo degli impianti produttivi, pianificando strategie di investimento più ampie e coordinate.
In continuità con il passato, sono previste graduazioni dell’agevolazione in base agli scaglioni di valore degli investimenti.
In particolare, con la legge di bilancio 2026, sono state previste tre fasce di maggiorazione del costo di acquisizione:
• 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro
•100% per la quota tra 2,5 e 10 milioni
•50% per la quota tra 10 e 20 milioni.
Il beneficio è cumulabile con altri incentivi nazionali o europei, purché non vengano finanziate le stesse quote di costo ed a condizione che non si superi il costo sostenuto per l’acquisto. La relativa base di calcolo è assunta al netto di eventuali sovvenzioni o contributi ricevuti a qualsiasi titolo per sostenere i costi di acquisto dei beni. È invece escluso il
simest Fondo 394
•Patent Box — d etassazione r & s e i P
cumulo con gli investimenti agevolati ai sensi del comma 446 della legge 207/2024, cioè il credito d’imposta riconosciuto per gli investimenti in beni materiali 4.0 (Transizione 4.0) sostenuti nel 2025, ovvero da sostenersi entro il 30 giugno 2026 a condizione che entro la data del 31 dicembre 2025 il relativo ordine sia risultato accettato dal venditore e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20 per cento del costo di acquisizione. L’accesso all’agevolazione richiede la comunicazione obbligatoria al Gestore dei servizi energetici (Gse Spa), tramite una piattaforma telematica basata su modelli standardizzati. Il decreto attuativo previsto dal comma 433 definirà nel dettaglio le procedure e il contenuto delle certificazioni.
Analogamente a quanto avvenuto per le precedenti agevolazioni, gli effetti finanziari del beneficio non possono essere anticipati. Di conseguenza, le quote di ammortamento non incidono sugli acconti Irpef ed Ires dovuti per l’anno 2026.
La cessione o delocalizzazione del bene durante il periodo di fruizione comporta la perdita delle quote residue di agevolazione, salva l’ipotesi di sostituzione, nello stesso periodo d’imposta, con un bene avente caratteristiche tecnologiche analoghe o superiori. In caso di sostituzione con un bene di costo inferiore, il beneficio prosegue entro il limite del nuovo investimento. In questa sede ricordiamo anche che la Legge di Bilancio ha
elevato del 2% l'Irap per banche, intermediari e assicurazioni, e l'introduzione di una detrazione di 90 mila euro fino a concorrenza dell'imposta dovuta, al fine di limitare l'impatto per le imprese di minori dimensioni. Per le distribuzioni di utile e riserve deliberate dal 1° gennaio, il regime di esclusione da tassazione del 95% dei dividendi diventa vincolato al possesso di una partecipazione diretta nel capitale non inferiore al 5% o di valore fiscale non inferiore a 500mila euro, fermi gli altri requisiti previsti dall’articolo 89 del Tuir. È cambiata inoltre la rateizzazione delle plusvalenze sui beni aziendali e dal periodo d’imposta 2026, le plusvalenze su beni d’impresa non possono più concorrere a tassazione in modo frazionato, mediante la rateizzazione. Invariata la possibilità di rateizzare le plusvalenze realizzate per le cessioni di azienda o rami d’azienda (che possono essere rateizzate fino ad un massimo di 5 periodi di imposta se possedute per un periodo non inferiore a 3 anni), per le cessioni dei diritti all’utilizzo esclusivo della prestazione dell’atleta (se i diritti sono stati posseduti per un periodo non inferiore a due anni e nei limiti della parte proporzionalmente corrispondente al corrispettivo in denaro).
il Pnrr per le Piccole e medie imprese Il Piano di Ripresa e Resilienza, che ha consentito tra l'altro di poter intervenire sulla Legge di Bilancio e sulla riforma fiscale intro-
ducendo le previste agevolazioni, si chiuderà il 30 giugno 2026. Ciò non significa che, a quella data, finiranno i fondi messi a disposizione delle Piccole e Medie L'Italia ha raggiunto il 54% degli obiettivi posti grazie al PNRR, con un'erogazione di 153,2 miliardi di euro sui complessivi 194,4 miliardi di euro stanziati, con il Governo che ha risposto al ritardo nella spesa effettiva con una serie di interventi: la sesta rimodulazione del Piano (approvata dal Consiglio UE il 27 novembre 2025) ha redistribuito risorse, e il nuovo Decreto PNRR del 29 gennaio 2026 ha introdotto semplificazioni per le microimprese e snellito le certificazioni per Transizione 4.0. In particolare, per le PMI italiane il 2026 è l'anno della doppia transizione, in cui si prevede di completare quanto già messo in essere e prepararsi a operare con gli strumenti previsti dal post-PNRR, prima di tutto con il Nuovo Iper-ammortamento, introdotto come abbiamo visto dalla Legge di Bilancio 2026. Va ricordato, comunque, che non tutti i fondi stanziati a favore delle PMI provengono dal PNRR, e non tutti i fondi del PNRR si traducono in bandi diretti a favore delle imprese. Di seguito prendiamo in esame tutti gli inter venti ancora in essere e utilizzabili entro l'anno.
transizione 5.0
La rendicontazione della Transizione 5.0, scade nel mese di giugno. Le risorse 2025 si • nuova s a B atini 2026
sono esaurite rapidamente, ma per chi ha già prenotato il credito entro il 31 dicembre 2025 è previsto il completamento della rendicontazione, tramite la piattaforma GSE, abilitata dal 30 gennaio 2026. Il credito prenotato non va dato per acquisito: serve la documentazione ex post completa (certificazione risparmio energetico, fatture con riferimento normativo, perizia di interconnessione).
credito zes unica mezzogiorno
Il credito d'imposta fino al 60-75% in Calabria, Campania e Sicilia è prorogato fino al 2028, con uno stanziamento pari a 2,3 miliardi di euro per il solo 2026. Questa misura copre investimenti in beni strumentali, terreni e immobili per imprese con sede o unità operativa al Mezzogiorno. Tra il 15 aprile e il 15 maggio è stata aperta una finestra per la domanda integrativa, che porta l'aliquota al 75%; chi non ha provveduto in tal senso dovrà fare sempre riferimento al 40%.
nuovo iperammortamento 2026-2028
Questa agevolazione prevede una maggiorazione del costo fino al 180% e la deduzione Ires/Irpef, sostituendo i crediti d'imposta T4.0 e T5.0 per il triennio 2026-2028. Agisce come maggiorazione del costo fiscale del bene — non è un credito d'imposta ma una deduzione amplificata. Il beneficio è distribuito nel tempo tramite maggiori quote di ammortamento. Accessibile a tutte le imprese con reddito imponibile. Scade il 30 settembre.
nuova sabatini 2026
Il conributo, cumulabile con quasi tutti gli altri, prevede un sostegno in conto interessi del 2,75% - 3,57% per i beni 4.0/green - viene rifinanziato con 200 milioni di euro. Funziona a sportello senza click day — si presenta alla banca o intermediario aderente prima di contrarre obbligazioni con i fornitori. Importo finanziabile da 20.000 a 4 milioni di euro
per investimento in beni strumentali. La misura più semplice e strutturale disponibile, valida indipendentemente dal PNRR. É utilizzabile fino a esaurimento dei fondi.
simest Fondo 394
Propone un tasso agevolato allo 0,319% aggiunto a un fondo perduto fino al 20% per Piccole e Medie Imprese attive nel Sud d'Italia. Il Fondo 394, gestito da SIMEST, è il principale strumento per PMI che intendono espandersi all'estero. Comprende 6 linee di intervento: partecipazione fiere, e-commerce internazionale, inserimento mercati esteri, transizione digitale, temporary manager, certificazioni e consulenze. Per i progetti verso USA la durata è estesa a 8 anni. Le risorse per il co-finanziamento a fondo perduto per PMI del Sud sono in rapido esaurimento.
Patent Box — detassazione r&s e iP
Si tratta di una maggiorazione del 110% sulle spese R&S per brevetti, software e marchi. È uno degli strumenti con il migliore rapporto beneficio/complessità, anche se è spesso poco conosciuto dalle PMI. La maggiorazione del 110% sulle spese di ricerca e sviluppo relative a beni immateriali giuridicamente tutelati (brevetti, modelli di utilità, software coperti da copyright, marchi) riduce direttamente la base imponibile IRES. Non richiede domanda preventiva: si autoliquida in dichiarazione dei redditi con documentazione a supporto.
In relazione alle misure rese disponibili, è da tenere in conto la strategia di cumulo, ovvero il modo di combinare più agevolazioni sullo stesso investimento. Il principio generale del cumulo è che il beneficio totale non possa superare il 100% del costo ammissibile. Entro questo tetto, tuttavia, esistono combinazioni che consentono recuperi decisamente significativi.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy
SIDERURGIA: INCONTRO CON LE IMPRESE DELLA FILIERA ELETTROMECCANICA ED ELETTROSIDERURGICA — RIFORME IN EUROPA NON PIÙ RINVIABILI
La siderurgia italiana vive una delle fasi più complesse della propria storia recente. Un settore che ha costruito parte della prosperità industriale del dopoguerra, che ha alimentato le filiere della meccanica, delle infrastrutture e della componentistica con acciaio di qualità prodotto sul territorio nazionale, si trova oggi compresso tra una concorrenza internazionale sempre più aggressiva, costi energetici strutturalmente elevati e un quadro regolatorio europeo che impone oneri significativi senza sempre garantire le condizioni di parità competitiva necessarie per sostenere la produzione domestica. L'incontro tra il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e le imprese della filiera elettromeccanica ed elettrosiderurgica fotografa questa tensione con chiarezza, e la sintesi che ne emerge è netta: le riforme in Europa non sono più rinviabili.
La filiera elettrosiderurgica italiana ha caratteristiche specifiche che la distinguono dalla siderurgia integrata tradizionale. I produttori italiani di acciaio utilizzano prevalentemente forni elettrici ad arco — i cosiddetti EAF, Electric Arc Furnace — alimentati da rottame ferroso, a differenza dei grandi impianti a ciclo integrale che partono dal minerale di ferro e dal carbone coke. Questo modello produttivo ha vantaggi ambientali evidenti: la produzione di acciaio elettrico genera emissioni di CO2 significativamente inferiori rispetto al ciclo integrale, utilizza rottame come materia prima principale contribuendo all'economia circolare e può essere modulato più facilmente in funzione della domanda. Tuttavia, ha un tallone d'Achille strutturale: è fortemente dipendente dal costo dell'energia elettrica, che rappresenta una quota molto significativa del costo totale di produzione. In un Paese come l'Italia, dove i prezzi dell'energia per le utenze industriali sono storicamente tra i più elevati d'Europa, questa dipendenza si traduce in uno svantaggio competitivo cronico rispetto ai produttori di altri Paesi europei ed extraeuropei.
Il nodo energetico è quindi il primo e più urgente dei temi sul tavolo. Le imprese della filiera chiedono con insistenza misure strutturali che consentano loro di accedere all'energia elettrica a prezzi competitivi rispetto ai concorrenti europei, non attraverso sussidi temporanei che creano incertezza nella pianificazione, ma attraverso riforme di sistema che intervengano sulla struttura tariffaria, sulla componente degli oneri di sistema e sui meccanismi di approvvigionamento a lungo termine. I contratti di fornitura pluriennali a prezzo fisso con i produttori di energia rinnovabile — i cosiddetti Power Purchase Agreement — sono uno degli strumenti più interessanti in questo senso, perché permettono alle imprese energivore di stabilizzare i propri costi energetici agganciandoli a fonti pulite e tendenzialmente a basso costo nel lungo periodo.
Ma per funzionare, questi strumenti richiedono un quadro normativo chiaro, certezze sulle regole del mercato elettrico e la disponibilità di capacità rinnovabile installata in quantità sufficiente. Il secondo grande tema riguarda il Carbon Border Adjustment Mechanism, il meccanismo europeo di aggiustamento del carbonio alle frontiere che è entrato in una fase di applicazione progressiva. Il CBAM è concettualmente uno strumento giusto: impone ai prodotti importati in Europa da Paesi con standard di emissione meno stringenti di
Ministero delle Imprese e del Made in Italy
incorporare il costo della CO2 che non hanno pagato nel paese di origine, evitando che la competitività delle imprese europee venga penalizzata dai propri investimenti nella decarbonizzazione. Il problema è che nella sua attuazione concreta il CBAM presenta complessità amministrative significative, copre una gamma di prodotti e di situazioni che non sempre riflette la realtà delle catene di fornitura globali e rischia di creare oneri sproporzionati per le imprese più piccole. Le acciaierie italiane, che esportano una parte significativa della propria produzione verso mercati extraeuropei e che importano materie prime e semilavorati da tutto il mondo, chiedono che il meccanismo venga applicato in modo coerente e proporzionato, evitando che si trasformi in un boomerang che penalizza la produzione europea invece di proteggerla.
Strettamente connessa al tema del CBAM è la questione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l'ETS. Le riforme recenti hanno inasprito le condizioni del sistema, riducendo progressivamente le quote gratuite assegnate alle industrie ad alta intensità energetica e aumentando il prezzo effettivo della CO2. Per le acciaierie elettriche italiane, già penalizzate dai costi energetici, l'aumento degli oneri legati all'ETS rischia di rendere la produzione domestica economicamente insostenibile, favorendo di fatto le importazioni da Paesi terzi che non sono soggetti a vincoli equivalenti. La richiesta che emerge dall'incontro è quella di una calibrazione più attenta del sistema ETS per i settori esposti alla concorrenza internazionale, che tenga conto delle specificità dei diversi processi produttivi e garantisca una transizione verso la neutralità climatica che sia economicamente percorribile.
Il tema della concorrenza sleale è forse quello che suscita le reazioni più accese tra le imprese della filiera. L'acciaio cinese — e in misura minore quello turco, indiano e di altri Paesi emergenti — viene prodotto in condizioni di costo che non riflettono i reali oneri ambientali, del lavoro e normativi che le imprese europee devono sostenere. I sussidi statali diretti e indiretti di cui godono i produttori cinesi, le condizioni salariali radicalmente diverse, l'assenza di un sistema di carbon pricing credibile: tutti questi fattori creano un terreno di gioco profondamente asimmetrico in cui la competizione sul puro prezzo è una battaglia persa in partenza per chi produce in Europa. Le misure antidumping e antisovvenzione adottate dall'Unione Europea negli ultimi anni hanno parzialmente corretto questa asimmetria, ma le imprese italiane chiedono un'applicazione più rapida, più sistematica e più efficace degli strumenti di difesa commerciale, con tempi di istruttoria più brevi e soglie di attivazione più sensibili ai segnali di mercato.
Per la filiera elettromeccanica strettamente connessa alla siderurgia — produttori di forni industriali, di sistemi di automazione per gli impianti siderurgici, di componenti per la movimentazione e il trattamento dell'acciaio — le difficoltà del settore a valle si trasmettono rapidamente a monte. Quando una acciaieria riduce la produzione o posticipa gli investimenti, l'effetto si propaga lungo tutta la catena di fornitura, toccando le PMI che producono i macchinari, i refrattari, i sistemi di controllo e i componenti elettrici necessari per il funzionamento degli impianti. È un effetto moltiplicatore che rende ancora più urgente la stabilizzazione delle condizioni di mercato per il settore siderurgico: non si tratta solo di salvaguardare le acciaierie, ma di proteggere un ecosistema industriale molto più ampio che dipende dalla loro salute.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy
G7: IL MODELLO ITALIANO SU IA E DATA CENTER — AUTONOMIA STRATEGICA E VISIONE ANTROPOCENTRICA PER GOVERNARE L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
L'intelligenza artificiale è ormai al centro del dibattito geopolitico globale. Non più soltanto una questione tecnica o industriale, ma una vera e propria sfida di sovranità, competitività e valori. In questo contesto, l'Italia porta sul tavolo del G7 una proposta che si distingue per chiarezza di visione: un modello di governance dell'IA fondato sull'autonomia strategica e su una prospettiva antropocentrica, in cui la tecnologia è strumento al servizio dell'uomo e non il contrario.
Un momento storico per la governance dell'IA
Il G7 rappresenta uno dei pochi tavoli multilaterali in cui le democrazie avanzate possono confrontarsi su temi di rilevanza sistemica. Negli ultimi anni, l'intelligenza artificiale ha scalato rapidamente le priorità dell'agenda internazionale, affiancandosi — e in alcuni casi superando — temi tradizionali come il commercio, la sicurezza energetica e la stabilità finanziaria. Le ragioni sono evidenti: l'IA sta ridefinendo i modelli produttivi, i mercati del lavoro, i sistemi di difesa e persino i meccanismi democratici. In questo scenario, le nazioni che riusciranno a dotarsi di una governance efficace e di un'infrastruttura tecnologica autonoma avranno un vantaggio competitivo duraturo. Al contrario, chi resterà dipendente da piattaforme, modelli e infrastrutture controllate da attori stranieri — siano essi statunitensi o cinesi — si troverà in una posizione di debolezza strutturale, tanto sul piano economico quanto su quello della sicurezza. L'Italia ha scelto di non limitarsi a seguire le indicazioni altrui, ma di presentarsi come un interlocutore propositivo, portando un contributo originale che coniuga la tradizione umanistica europea con le esigenze di competitività industriale.
Il concetto di autonomia strategica applicato all'IA L'autonomia strategica è un concetto che nasce nel dibattito sulla difesa e sulla politica estera, ma che negli ultimi anni è stato esteso con crescente consapevolezza al dominio tecnologico. Nel caso dell'intelligenza artificiale, l'autonomia strategica riguarda almeno tre dimensioni distinte e tra loro interconnesse. La prima è l'autonomia infrastrutturale, ovvero la capacità di disporre di data center, reti di calcolo ad alta prestazione e connettività adeguata sul proprio territorio o in quello di partner affidabili. Senza questa base fisica, qualsiasi ambizione di sovranità digitale resta lettera morta. I dati — materia prima dell'IA — devono poter essere trattati e conservati in ambienti sicuri, soggetti alle legislazioni nazionali e comunitarie, sottratti al rischio di accessi non autorizzati da parte di soggetti terzi.
La seconda dimensione riguarda l'autonomia nei modelli e negli algoritmi. Dipendere esclusivamente da modelli sviluppati e controllati da grandi piattaforme straniere significa accettare che le scelte architetturali, i bias incorporati nei dati di addestramento e le condizioni di utilizzo siano definite altrove. Per un Paese come l'Italia, con una lingua, una cultura e un tessuto industriale specifici, sviluppare o co-sviluppare modelli linguistici e applicativi adattati al contesto nazionale non è un lusso, ma una necessità competitiva.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy
La terza dimensione è quella della governance normativa: la capacità di definire regole, standard e principi etici che riflettano i valori della propria comunità e che possano essere proposti come riferimento a livello internazionale. Su questo fronte, l'Europa — e l'Italia con essa — ha già compiuto passi significativi con l'AI Act, il primo quadro regolatorio organico sull'intelligenza artificiale a livello mondiale.
La visione antropocentrica: tecnologia al servizio dell'uomo Il secondo pilastro del modello italiano è la cosiddetta visione antropocentrica dell'IA. Si tratta di un'impostazione che pone al centro del dibattito non la tecnologia in sé, ma l'essere umano con i suoi diritti, la sua dignità e il suo benessere.
Questa prospettiva non è nuova nella tradizione italiana ed europea. Affonda le radici nel pensiero umanistico, nella dottrina sociale cristiana e nelle tradizioni filosofiche che hanno sempre messo in guardia contro la riduzione dell'uomo a mero ingranaggio di sistemi più grandi. Applicata all'intelligenza artificiale, essa si traduce in una serie di principi operativi concreti. In primo luogo, la trasparenza: i sistemi di IA devono essere comprensibili, spiegabili e verificabili. I cittadini hanno il diritto di sapere quando una decisione che li riguarda è stata presa o influenzata da un algoritmo, e devono avere la possibilità di contestarla. In secondo luogo, la responsabilità: ogni sistema di IA deve avere un responsabile umano identificabile.
L'automazione non può diventare uno scudo dietro cui nascondersi per sfuggire alle conseguenze delle proprie scelte. Questo vale in ambito aziendale, ma anche e soprattutto in quello pubblico, dove le decisioni algoritmiche possono incidere su diritti fondamentali come l'accesso ai servizi sociali, la mobilità o la sicurezza. In terzo luogo, l'inclusività: i benefici dell'IA devono essere distribuiti in modo equo, senza accentuare i divari esistenti tra grandi e piccole imprese, tra aree urbane e rurali, tra fasce di popolazione con diversi livelli di alfabetizzazione digitale. Per un Paese come l'Italia, caratterizzato da un tessuto produttivo dominato dalle PMI e da forti differenze territoriali, questo principio ha un valore particolare.
Data center e infrastrutture: il nodo fisico della sovranità digitale Uno degli aspetti più concreti e spesso sottovalutati del dibattito sull'IA riguarda le infrastrutture fisiche: i data center. L'intelligenza artificiale, per quanto immateriale nella sua percezione comune, richiede enormi quantità di energia di calcolo, memoria e connettività. I grandi modelli linguistici come quelli alla base dei più noti strumenti di IA generativa richiedono infrastrutture di addestramento e inferenza che solo pochi attori globali possono permettersi di costruire e gestire.
Per l'Europa e per l'Italia, la sfida è duplice. Da un lato, occorre attrarre investimenti per la realizzazione di data center di nuova generazione sul proprio territorio, capaci di ospitare carichi di lavoro legati all'IA in modo efficiente e sostenibile. Dall'altro, è necessario garantire che questi investimenti non si traducano in una nuova forma di dipendenza, questa volta infrastrutturale, da grandi operatori stranieri.
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La risposta italiana a questa sfida passa per una strategia che combina incentivi agli investimenti privati — nazionali e internazionali — con la salvaguardia di requisiti minimi di sicurezza, resilienza e sovranità sui dati. Il piano nazionale per i data center e il cloud, inserito nel più ampio contesto del PNRR e della Strategia Cloud Italia, rappresenta un tentativo serio di dotare il Paese di un'ossatura digitale adeguata alle sfide del prossimo decennio.
Sul fronte energetico, i data center legati all'IA sono consumatori enormi di elettricità. La transizione verso fonti rinnovabili e l'efficienza energetica diventano quindi non solo una questione ambientale, ma un fattore di competitività e sicurezza strategica. L'Italia, con le sue potenzialità nel solare, nell'eolico e nella geotermia, può trasformare questo vincolo in un'opportunità.
Il ruolo delle PMI nell'ecosistema dell'IA
Un elemento caratterizzante dell'approccio italiano al tema dell'IA è l'attenzione alle piccole e medie imprese. Mentre il dibattito internazionale tende a concentrarsi sulle grandi piattaforme tecnologiche e sui colossi industriali, l'Italia sa bene che la propria forza economica risiede in un tessuto diffuso di imprese di medie e piccole dimensioni, spesso altamente specializzate, radicate nei territori e protagoniste di filiere di eccellenza in settori come la meccanica, la moda, l'agroalimentare, il design e la ceramica. Per queste imprese, l'IA rappresenta al tempo stesso una minaccia e un'opportunità. È una minaccia se l'accesso alle tecnologie più avanzate rimane appannaggio esclusivo dei grandi player, ampliando ulteriormente il divario competitivo. È un'opportunità se si riescono a creare le condizioni per una diffusione ampia e accessibile degli strumenti di IA, adattati alle esigenze specifiche dei diversi settori produttivi.
In quest'ottica, la proposta italiana al G7 include anche una riflessione sui meccanismi di supporto all'adozione dell'IA nelle PMI: dall'accesso agevolato a piattaforme di calcolo condiviso, alla formazione dei lavoratori, fino a incentivi fiscali per gli investimenti in tecnologie digitali. Il modello dei competence center e dei digital innovation hub, già avviato in Italia negli anni scorsi, può essere ulteriormente potenziato e messo a sistema con le politiche europee.
Il dialogo con i partner internazionali
Portare il modello italiano al G7 non significa pretendere che esso sia l'unico valido o che debba essere adottato integralmente dagli altri partner. Significa piuttosto contribuire a costruire un quadro condiviso di principi e pratiche, a partire da un'esperienza concreta e da una tradizione culturale specifica. Il dialogo con gli Stati Uniti è fondamentale, non solo per le ovvie ragioni di dimensione tecnologica e industriale, ma anche perché il dibattito americano sull'IA — tra chi spinge per la massima libertà di sviluppo e chi chiede regole più stringenti — è in una fase di evoluzione e può beneficiare di contributi esterni. Con il Giappone, l'Italia condivide una sensibilità per la dimensione umana della tecnologia e una preoccupazione per l'impatto dell'automazione sul lavoro e sulla coesione sociale. Con la Francia e la Germania, il dialogo si inserisce nel più ampio progetto di costruire un'autonomia strategica europea nel settore digitale. Il multilateralismo tecnologico — la capacità di costruire coalizioni di Paesi che condividono valori e obiettivi nel
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governo dell'IA — è probabilmente la strategia più efficace per evitare che il futuro dell'intelligenza artificiale sia determinato unicamente dal duopolio sino-americano. Il contributo italiano al dibattito del G7 sull'intelligenza artificiale non è un esercizio retorico, ma il frutto di una riflessione matura su come coniugare le opportunità della tecnologia con i valori fondanti di una società democratica e aperta. Autonomia strategica e antropocentrismo non sono concetti in contraddizione con la competitività o con l'innovazione: al contrario, sono le condizioni necessarie perché l'innovazione sia sostenibile, equa e duratura. Per le PMI italiane, questo significa che il percorso verso l'adozione dell'IA non deve essere affrontato da soli, ma in un quadro di politiche pubbliche coerenti, di infrastrutture adeguate e di regole chiare che proteggano i diritti e valorizzino le competenze. Il G7 è uno dei luoghi in cui questo quadro si costruisce, e la voce italiana merita di essere ascoltata.
INDUSTRIA: SBLOCCATO IL DPCM AUTOMOTIVE — NUOVE OPPORTUNITÀ PER LA FILIERA E LE PMI DEL SETTORE
Il settore automotive italiano attraversa una delle fasi più delicate e decisive della propria storia. La transizione verso la mobilità elettrica, le pressioni competitive provenienti dai produttori asiatici, la revisione dei target europei sulle emissioni e l'incertezza sui tempi e le modalità dello stop ai motori termici hanno creato un clima di attesa e preoccupazione lungo tutta la filiera. In questo contesto, lo sblocco del DPCM automotive rappresenta un segnale importante: lo Stato torna a fare la propria parte, con strumenti concreti a sostegno di un comparto che occupa centinaia di migliaia di lavoratori e che costituisce uno dei pilastri del manifatturiero nazionale.
Un settore strategico sotto pressione
L'industria automobilistica italiana non coincide soltanto con la produzione di veicoli finiti. È un ecosistema complesso e articolato, fatto di componentisti, fornitori di secondo e terzo livello, aziende di ingegneria e design, produttori di attrezzature e stampi, realtà della gomma e della plastica, dell'elettronica e della meccatronica. Un tessuto in cui le PMI svolgono un ruolo centrale, spesso come fornitori specializzati di grandi gruppi nazionali e internazionali.
Negli ultimi anni questo ecosistema è stato sottoposto a pressioni straordinarie. La pandemia ha interrotto le catene di fornitura globali e messo in ginocchio la produzione. La crisi dei semiconduttori ha paralizzato gli stabilimenti per mesi. L'accelerazione impressa dall'Unione Europea verso l'elettrificazione — con il regolamento che fissava al 2035 la fine delle vendite di auto a combustione interna — ha costretto le imprese a ragionare su trasformazioni strutturali di enorme portata, spesso senza avere le risorse finanziarie e le competenze necessarie per affrontarle.
A complicare il quadro, l'ingresso massiccio di produttori cinesi nel mercato europeo, con veicoli elettrici proposti a prezzi difficilmente competitivi per i costruttori occidentali, ha sollevato interrogativi seri sulla tenuta industriale del continente. In questo scenario, la risposta politica è diventata non solo auspicabile, ma indispensabile.
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Cosa prevede il DPCM automotive
Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dedicato al settore automotive sblocca una serie di risorse e definisce le modalità di accesso agli incentivi destinati alla filiera. Si tratta di uno strumento atteso da tempo, che era rimasto fermo nelle more di un iter burocratico e di un confronto tra istituzioni che si è protratto più a lungo del previsto.
Il provvedimento interviene su più fronti. In primo luogo, stanzia risorse per sostenere gli investimenti in ricerca e sviluppo legati alla transizione tecnologica: elettrificazione, idrogeno, soluzioni di mobilità sostenibile, sistemi di guida avanzata. Le imprese che intendono riconvertire linee produttive o sviluppare nuove competenze tecnologiche potranno accedere a contributi a fondo perduto e a finanziamenti agevolati.
In secondo luogo, il decreto prevede misure di sostegno ai processi di riqualificazione del personale. La transizione verso l'elettrico non è solo una questione di prodotti e processi, ma di competenze: i lavoratori formati sulla meccanica tradizionale devono essere accompagnati verso le nuove professionalità richieste dall'industria 4.0 e dall'elettronica di potenza. Ignorare questa dimensione significherebbe trasformare una transizione industriale in una crisi sociale.
In terzo luogo, il DPCM introduce strumenti per favorire l'aggregazione e la collaborazione tra imprese della filiera, con l'obiettivo di creare massa critica sufficiente ad affrontare le sfide della transizione. I contratti di sviluppo, i contratti di filiera e gli accordi di programma sono tra i meccanismi previsti per incentivare questo tipo di cooperazione.
L'importanza per le PMI della filiera
Per le piccole e medie imprese che operano nella filiera automotive, lo sblocco del DPCM è una notizia di grande rilievo pratico. Queste realtà — spesso imprese familiari di seconda o terza generazione, con un forte radicamento territoriale e una specializzazione tecnica costruita nel tempo — sono quelle più esposte ai rischi della transizione e al tempo stesso quelle con meno risorse per affrontarla autonomamente
Un componentista che produce sistemi di scarico o componenti per motori a combustione interna sa bene che la propria attività attuale ha un orizzonte temporale definito. La domanda che si pone ogni giorno non è se dovrà cambiare, ma come e con quali risorse. Il DPCM prova a dare una risposta concreta a questa domanda, offrendo strumenti di supporto che possono fare la differenza tra una riconversione riuscita e la chiusura. È importante sottolineare che molte PMI della filiera automotive hanno già avviato percorsi di trasformazione, investendo in nuove tecnologie, diversificando la clientela e sviluppando competenze nei settori della mobilità elettrica e della meccatronica avanzata. Per queste imprese, gli incentivi del DPCM rappresentano un acceleratore di percorsi già in corso, non un punto di partenza. Per altre, invece, il decreto può rappresentare il catalizzatore che mancava: l'occasione per avviare una riflessione strategica sul proprio
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futuro, con il supporto di risorse pubbliche e la possibilità di collaborare con partner tecnologici e istituzionali.
La questione del 2035 e la revisione dei target europei
Sarebbe riduttivo parlare del DPCM automotive senza inserirlo nel contesto più ampio del dibattito europeo sui target di emissione. Il regolamento che fissava al 2035 la fine delle vendite di nuove auto a motore termico è stato oggetto di una revisione significativa, con l'apertura a soluzioni alternative come i carburanti sintetici — gli e-fuel — e con una discussione più ampia sull'adeguatezza dei tempi e dei meccanismi di transizione.
L'Italia è stata tra i Paesi più attivi nel chiedere una revisione di quell'approccio, non per negare la necessità della transizione ecologica, ma per sottolineare che una transizione mal governata rischia di produrre più danni che benefici: delocalizzazioni, perdita di posti di lavoro, indebolimento della base industriale europea a vantaggio dei concorrenti asiatici. La posizione italiana si è rivelata lungimirante. La crescente consapevolezza, anche a Bruxelles, che la strada verso la mobilità sostenibile deve essere percorribile per le imprese e per i consumatori — e non solo tecnicamente possibile in laboratorio — ha aperto spazi per un approccio più pragmatico e meno ideologico. Il DPCM si inserisce in questa logica: non è un atto di resistenza alla transizione, ma uno strumento per accompagnarla in modo responsabile.
Infrastrutture di ricarica e domanda interna: il quadro completo Nessuna politica di sostegno all'automotive elettrico può funzionare in modo isolato. La transizione verso i veicoli a emissioni zero richiede un ecosistema coerente, in cui la produzione industriale si accompagna allo sviluppo delle infrastrutture di ricarica, a politiche di incentivo all'acquisto per i consumatori e a una rete energetica in grado di sostenere la crescita della domanda elettrica. Su questo fronte, l'Italia sconta ancora un ritardo significativo rispetto ad altri Paesi europei. La densità di punti di ricarica pubblica resta insufficiente, soprattutto nelle aree rurali e nel Sud del Paese. Senza colonnine accessibili e affidabili, anche il consumatore più convinto fatica ad acquistare un veicolo elettrico, e il mercato stenta a decollare.
Il DPCM automotive non interviene direttamente su questo fronte — che è oggetto di altri provvedimenti e di investimenti specifici del PNRR — ma la sua efficacia sarà inevitabilmente condizionata dalla capacità del sistema Paese di completare questo quadro.
Le imprese della filiera che investono oggi nella produzione di componenti per veicoli elettrici lo fanno scommettendo su una crescita del mercato che deve essere sostenuta da politiche coerenti su tutti i fronti.
Il ruolo delle Regioni e dei territori
Un aspetto spesso trascurato nel dibattito nazionale sull'automotive riguarda il ruolo delle Regioni e delle amministrazioni locali. I principali distretti produttivi della filiera — dal Piemonte all'Emilia-Romagna, dalla Lombardia al Veneto, fino alla Campania e alla Basilicata — hanno ciascuno caratteristiche specifiche, specializzazioni diverse e fabbisogni distinti in termini di supporto alla transizione. Una politica industriale efficace deve saper coniugare l'indirizzo nazionale con la capacità di adattamento territoriale. I tavoli di confronto tra
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governo centrale, Regioni, associazioni di categoria e organizzazioni sindacali sono lo strumento più appropriato per questa calibrazione. Il DPCM, nella sua struttura, prevede meccanismi di raccordo istituzionale che vanno in questa direzione, pur lasciando margini di incertezza sulla reale capacità di implementazione a livello locale. Le Regioni più attrezzate — quelle che hanno già sviluppato politiche industriali attive, reti di supporto alle imprese e strumenti di accompagnamento alla digitalizzazione — saranno probabilmente in grado di sfruttare meglio le opportunità offerte dal decreto. Per le aree più fragili, sarà necessario un presidio più attento da parte delle istituzioni nazionali.
Lo sblocco del DPCM automotive è un passo importante, ma non risolutivo. Le sfide che attendono la filiera nei prossimi anni sono di tale portata da richiedere un impegno continuativo, una visione di lungo periodo e una coerenza nelle politiche pubbliche che spesso fatica ad affermarsi nel contesto politico italiano. Tra i nodi ancora aperti, il più critico è probabilmente quello delle competenze. La transizione verso l'elettrico e verso i sistemi di mobilità intelligente richiede figure professionali nuove — ingegneri dell'elettronica di potenza, esperti di batterie e sistemi di accumulo, sviluppatori di software per la guida autonoma — che il sistema formativo italiano non produce ancora in numero sufficiente.
Colmare questo divario richiede investimenti massicci nell'istruzione tecnica e nella formazione continua, oltre che una maggiore collaborazione tra università, istituti tecnici superiori e imprese. Un altro nodo riguarda l'accesso al credito. Le PMI della filiera che intendono investire nella riconversione produttiva si trovano spesso di fronte a istituti di credito poco propensi a finanziare trasformazioni con tempi di ritorno incerti. Il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti, di SACE e degli strumenti di garanzia pubblica sarà determinante per sbloccare gli investimenti privati necessari.
Lo sblocco del DPCM automotive segna un momento significativo nella politica industriale italiana. Dopo anni di attesa e di incertezza, le imprese della filiera hanno ora a disposizione strumenti concreti per affrontare una transizione che non è più rinviabile. La sfida è ora quella dell'attuazione: trasformare un provvedimento normativo in opportunità reali per le migliaia di PMI che costituiscono la spina dorsale di uno dei settori più importanti del manifatturiero nazionale. Il tempo stringe, le tecnologie evolvono rapidamente e i concorrenti internazionali non aspettano. Ma con le giuste politiche e la giusta determinazione, la filiera automotive italiana ha tutte le carte in regola per affrontare questa sfida e uscirne rafforzata.
MIMIT: VIA LIBERA NEL DL FISCALE AL NUOVO FONDO PER LE IMPRESE ARTIGIANE
L'artigianato italiano è molto più di una tradizione culturale o di un patrimonio da preservare come si farebbe con un monumento storico. È un sistema produttivo vivo, dinamico, capace di generare valore economico, occupazione qualificata e innovazione applicata. È la spina dorsale di interi territori, il serbatoio da cui attingono filiere di eccellenza riconosciute in tutto il mondo, il luogo in cui il sapere tecnico si tramanda e si rinnova di
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generazione in generazione. Eppure, nonostante questo ruolo centrale, le imprese artigiane hanno storicamente sofferto di un accesso al credito difficoltoso, di strumenti finanziari inadeguati alle loro specificità e di una scarsa attenzione da parte delle politiche industriali nazionali. L'istituzione del nuovo Fondo per le imprese artigiane, inserita nel decreto fiscale e promossa dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, prova a colmare questa lacuna con uno strumento dedicato e strutturato.
Il contesto in cui nasce questo provvedimento è quello di un artigianato che, dopo anni di difficoltà legate alla crisi economica, alla pandemia e all'aumento dei costi energetici, sta cercando di ritrovare slancio in un mercato profondamente trasformato. La digitalizzazione ha cambiato i modelli di consumo e i canali di vendita. La sostenibilità è diventata un requisito sempre più rilevante anche per i clienti finali. La concorrenza internazionale — soprattutto quella proveniente da Paesi con costi del lavoro molto più bassi — mette sotto pressione i margini. E al tempo stesso, la domanda di qualità, autenticità e personalizzazione che caratterizza i mercati più evoluti apre spazi enormi per chi sa valorizzare il proprio saper fare.
Le imprese artigiane italiane si trovano quindi in una posizione paradossale: mai come oggi il loro modello produttivo è potenzialmente così apprezzato sul mercato globale, eppure mai come oggi la pressione competitiva e le esigenze di investimento sono così intense. Per cogliere le opportunità bisogna investire — in macchinari, in digitale, in formazione, in internazionalizzazione — e per investire servono risorse finanziarie che spesso non sono disponibili internamente né facilmente accessibili tramite i canali tradizionali del credito bancario.
È qui che entra in gioco il nuovo Fondo. Lo strumento è concepito per rispondere a una delle criticità più persistenti del sistema artigiano italiano: la difficoltà di accedere a finanziamenti adeguati per dimensione, durata e condizioni. Le banche tradizionali tendono a valutare le imprese artigiane con criteri pensati per realtà più strutturate, penalizzando chi ha bilanci semplici, patrimoni limitati e flussi di cassa stagionali o irregolari. Il risultato è che molte imprese con ottime prospettive e solide competenze non riescono a ottenere il credito di cui hanno bisogno, oppure lo ottengono a condizioni che ne rendono difficile la sostenibilità.
Il Fondo interviene su questo meccanismo, offrendo garanzie pubbliche che abbassano il rischio percepito dagli istituti di credito e rendono possibile l'erogazione di finanziamenti a condizioni più favorevoli. Il meccanismo della garanzia pubblica non è nuovo nell'architettura degli strumenti di sostegno alle imprese italiane — il Fondo Centrale di Garanzia per le PMI è un esempio consolidato — ma la sua declinazione specifica per il mondo artigiano risponde a una logica precisa: le imprese artigiane hanno caratteristiche così peculiari da richiedere uno strumento su misura, non soluzioni generiche che finiscono per escluderle di fatto. Accanto alle garanzie, il Fondo prevede anche la possibilità di accedere a finanziamenti diretti e a contributi a fondo perduto per specifiche tipologie di investimento. Le priorità indicate riguardano la transizione digitale — con interventi su macchinari a controllo numerico, software gestionale, piattaforme di e-commerce e strumenti di progettazione digitale — la sostenibilità ambientale, con investimenti per ridurre i consumi energetici e adottare processi produttivi meno impattanti, e la formazione, sia dei titolari che dei dipendenti, con un'attenzione
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particolare al ricambio generazionale e alla trasmissione delle competenze.
Quest'ultimo punto merita una riflessione approfondita. Uno dei problemi più seri che l'artigianato italiano si trova ad affrontare non è di natura finanziaria o tecnologica, ma demografica e culturale. Molti maestri artigiani stanno raggiungendo l'età della pensione senza trovare successori disposti a raccogliere il testimone. I giovani, attratti da percorsi formativi più prestigiosi o da settori percepiti come più moderni, si avvicinano con minore frequenza ai mestieri artigiani. Il rischio è la perdita irreversibile di competenze e saperi che hanno impiegato decenni o secoli per sedimentarsi e che non possono essere recuperati una volta scomparsi.
Il Fondo, da solo, non può risolvere un problema così complesso e radicato. Ma può contribuire a rendere più attrattivo il percorso imprenditoriale nell'artigianato, sostenendo chi vuole avviare una nuova impresa artigiana o rilevare un'attività esistente. Se accompagnato da politiche formative adeguate — valorizzazione degli istituti tecnici e professionali, apprendistato di qualità, riconoscimento delle qualifiche artigiane — può contribuire a invertire una tendenza preoccupante. Un altro aspetto rilevante del provvedimento riguarda il rapporto tra artigianato e territorio. Le imprese artigiane sono per definizione radicate nei luoghi: producono in loco, acquistano fornitori locali, impiegano lavoratori del territorio, contribuiscono all'identità e alla vitalità delle comunità. In un momento in cui molte aree del Paese — soprattutto quelle interne e periferiche — soffrono di spopolamento e di declino economico, il rafforzamento del tessuto artigiano può essere uno strumento potente di coesione territoriale.
Un fabbro, un falegname, un ceramista, un sarto che continuano a lavorare in un piccolo comune non sono solo produttori di beni: sono presidi di vita economica e sociale che tengono vivi i centri abitati e le loro tradizioni. Il provvedimento si inserisce in un quadro più ampio di politiche a favore del Made in Italy che il governo sta costruendo con una certa coerenza. L'artigianato è una delle componenti essenziali di quel sistema di eccellenze produttive — insieme alla manifattura avanzata, al design, all'agroalimentare, alla moda — che costituisce il cuore dell'identità industriale italiana nel mondo. Sostenere le imprese artigiane significa quindi non solo aiutare singole realtà produttive, ma rafforzare l'intero ecosistema del Made in Italy, con ricadute positive sull'export, sul turismo, sull'immagine internazionale del Paese
. Sul fronte dell'internazionalizzazione, c'è ancora molto da fare. Molte imprese artigiane di qualità eccellente rimangono confinate al mercato locale o nazionale, non per mancanza di prodotti appetibili, ma per assenza di strumenti e competenze commerciali adeguate a operare sui mercati esteri. La partecipazione a fiere internazionali, lo sviluppo di canali digitali di vendita, la costruzione di reti distributive all'estero richiedono investimenti e competenze che vanno ben oltre le possibilità di una piccola bottega artigiana. Il Fondo può sostenere anche questi percorsi, contribuendo a proiettare il saper fare artigiano italiano in nuovi mercati.
Va sottolineato, infine, che l'efficacia del nuovo strumento dipenderà in larga misura dalla sua accessibilità concreta. Uno dei problemi ricorrenti dei fondi pubblici destinati alle PMI e alle microimprese è la complessità
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burocratica delle procedure di accesso: modulistica articolata, requisiti difficili da soddisfare per realtà con strutture amministrative minime, tempi di istruttoria lunghi che rendono gli strumenti poco utili per chi ha bisogno di liquidità in tempi rapidi. La semplificazione procedurale non è un dettaglio tecnico, ma una condizione necessaria per il successo di qualsiasi misura di sostegno alle imprese più piccole.
Le associazioni di categoria — Confartigianato, CNA, Casartigiani — avranno un ruolo cruciale nell'accompagnare le imprese associate nell'accesso al Fondo, nell'informarle sulle opportunità disponibili e nell'aiutarle a costruire le domande in modo corretto. Il sistema associativo artigiano italiano è una rete capillare di grande valore, capace di raggiungere anche le realtà più piccole e geograficamente disperse. Valorizzare questo canale di intermediazione è una scelta intelligente che può moltiplicare l'impatto del provvedimento.
Il nuovo Fondo per le imprese artigiane non è una soluzione magica né una risposta esaustiva alle sfide strutturali di un settore complesso e variegato. È uno strumento, uno tra i molti necessari, che va nella direzione giusta: riconoscere l'artigianato come componente strategica del sistema produttivo italiano e dotarlo di risorse adeguate per affrontare le trasformazioni in corso.
Se accompagnato da politiche coerenti su formazione, internazionalizzazione, semplificazione burocratica e valorizzazione culturale, può contribuire a costruire un artigianato italiano più forte, più moderno e più competitivo — capace di portare nel futuro il meglio di una tradizione secolare.
MIMIT: AL VIA
IL BANDO 'INVESTIMENTI
SOSTENIBILI 4.0' DA 448 MILIONI
L'industria italiana si trova a un bivio. Da un lato, la pressione competitiva internazionale impone un'accelerazione degli investimenti in tecnologie avanzate, automazione e digitalizzazione. Dall'altro, la transizione ecologica richiede una profonda revisione dei processi produttivi, con impatti significativi sui costi, sulle competenze e sui modelli di business. In questo contesto, il bando Investimenti sostenibili 4.0, promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy con una dotazione complessiva di 448 milioni di euro, rappresenta uno degli strumenti più ambiziosi e strutturati messi a disposizione delle imprese italiane negli ultimi anni. Non si tratta di un semplice incentivo alla spesa, ma di un tentativo organico di accompagnare il sistema produttivo nazionale verso una manifattura più efficiente, più verde e più competitiva.
Il bando si colloca nel solco delle politiche industriali che hanno caratterizzato il percorso italiano negli ultimi anni, dalla prima versione del Piano Industria 4.0 — poi evoluto in Transizione 4.0 — fino alle misure incluse nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In questo percorso, l'elemento di novità del bando Investimenti sostenibili 4.0 è la combinazione esplicita tra le due dimensioni della trasformazione industriale: il digitale e il verde. Non sono più visti come obiettivi separati o addirittura in tensione tra loro, ma come le due facce di un unico processo di modernizzazione. Un'impresa che investe in macchinari connessi e a basso consumo energetico, che adotta emissioni, sta perseguendo simultaneamente entrambi gli obiettivi.
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La dotazione finanziaria di 448 milioni di euro è significativa, ma la sua efficacia dipenderà in larga misura dalle modalità di accesso e dalla capacità del sistema di raggiungere le imprese che ne hanno realmente bisogno. Le grandi imprese hanno generalmente strutture dedicate per accedere agli incentivi pubblici, uffici legali e fiscali in grado di gestire la complessità burocratica delle domande e risorse finanziarie sufficienti per sostenere gli investimenti in attesa dei rimborsi. Le PMI, al contrario, si trovano spesso in difficoltà di fronte a procedure complesse, requisiti documentali onerosi e tempi di istruttoria lunghi.
Se il bando vuole davvero incidere sul tessuto produttivo italiano, deve riuscire a essere accessibile per le imprese di medie e piccole dimensioni, che rappresentano la parte più numerosa e per molti versi più fragile del sistema manifatturiero nazionale.
Guardando alle tipologie di investimento ammissibili, il bando copre un ampio spettro di interventi. Sul fronte digitale, sono inclusi macchinari e impianti interconnessi, sistemi di automazione avanzata, soluzioni di intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi, piattaforme di gestione e analisi dei dati industriali, tecnologie di realtà aumentata e simulazione digitale. Sul fronte della sostenibilità, rientrano gli interventi per l'efficienza energetica, l'adozione di fonti rinnovabili a uso industriale, i sistemi di monitoraggio e riduzione delle emissioni, le soluzioni per l'economia circolare e il recupero dei materiali. La combinazione di queste due aree di intervento consente alle imprese di costruire progetti di investimento integrati, in cui la digitalizzazione è funzionale anche al miglioramento delle prestazioni ambientali.
Un aspetto di particolare interesse riguarda l'attenzione alla dimensione della misurazione e della rendicontazione. Le imprese che accedono al bando dovranno dimostrare non solo di aver effettuato gli investimenti previsti, ma anche di aver raggiunto determinati obiettivi di miglioramento delle prestazioni, sia in termini di efficienza produttiva che di riduzione dell'impatto ambientale. Questo approccio orientato ai risultati è più esigente rispetto ai classici incentivi alla spesa, ma ha il vantaggio di selezionare le imprese più serie e motivate e di garantire che i fondi pubblici producano effetti concreti e misurabili. È una logica che si avvicina a quella dei contratti di risultato e dei sustainability-linked loans, sempre più diffusi nel panorama finanziario internazionale.
Per le PMI manifatturiere, il bando offre un'opportunità concreta di accelerare percorsi di trasformazione che molte hanno già avviato in modo autonomo, spesso con risorse limitate e senza un disegno strategico complessivo. L'incentivo pubblico può fungere da leva per investimenti più ambiziosi, per l'acquisto di tecnologie più avanzate di quelle che l'impresa avrebbe potuto permettersi autonomamente, per la costruzione di competenze interne che rimarranno patrimonio dell'azienda anche oltre il periodo del progetto finanziato. In questo senso, il valore del bando non si esaurisce nella cifra dell'agevolazione ottenuta, ma si estende agli effetti di lungo periodo sulla competitività e sulla resilienza dell'impresa.
Il tema delle competenze è trasversale a tutto il progetto del bando. Investire in tecnologie avanzate senza avere le persone in grado di utilizzarle e mantenerle è un esercizio in gran parte inutile. Le imprese che accedono agli incentivi devono quindi accompagnare gli investimenti in hardware e software con un parallelo investimento
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in formazione e aggiornamento professionale. Il bando prevede una componente dedicata a questo aspetto, riconoscendo che la trasformazione digitale e sostenibile è prima di tutto una trasformazione delle persone e delle organizzazioni, non solo dei macchinari e dei processi.
Sul fronte dell'accesso al credito, il bando si integra con altri strumenti di sistema che possono facilitare il cofinanziamento privato degli investimenti. Le garanzie del Fondo Centrale per le PMI, i finanziamenti agevolati di Cassa Depositi e Prestiti, i green loan offerti dal sistema bancario con condizioni favorevoli per gli investimenti sostenibili: tutti questi strumenti possono essere combinati con le agevolazioni del bando per costruire piani finanziari sostenibili anche per le imprese con patrimonio limitato. Il ruolo dei confidi e degli intermediari finanziari specializzati sarà importante per aiutare le PMI a navigare in questo ecosistema di strumenti e a identificare la combinazione più adatta alle proprie esigenze.
È importante anche considerare il contesto europeo in cui il bando si inserisce. Il Green Deal europeo, il piano REPowerEU e le misure del programma InvestEU puntano a mobilitare centinaia di miliardi di euro per la transizione verde e digitale dell'economia europea. L'Italia, con il suo forte tessuto manifatturiero, è uno dei Paesi che hanno più da guadagnare da questo orientamento delle politiche europee, ma anche uno di quelli che hanno più difficoltà ad assorbire efficacemente i fondi disponibili. Il bando Investimenti sostenibili 4.0 è anche un
meccanismo competitivo. Una maggiore attenzione alla dimensione territoriale, con meccanismi di riserva o di premialità per le imprese localizzate nelle aree svantaggiate, potrebbe contribuire a rendere il bando uno strumento anche di coesione, oltre che di competitività.
Guardando al futuro, il bando Investimenti sostenibili 4.0 può essere letto come un segnale della direzione in cui si sta muovendo la politica industriale italiana: verso un approccio integrato che non separa più la dimensione digitale da quella ambientale, che punta a risultati misurabili invece di limitarsi a rendicontare la spesa, che cerca di combinare risorse pubbliche e private in modo sistemico. È una direzione giusta, che riflette le tendenze più avanzate del dibattito europeo e internazionale sulla politica industriale. La sfida ora è l'attuazione: trasformare 448 milioni di euro in investimenti reali, in competenze nuove, in processi più efficienti e in imprese più competitive. Una sfida ambiziosa, ma alla portata di un sistema manifatturiero che ha dimostrato più volte nella propria storia di saper raccogliere le sfide più difficili.
sistemi di monitoraggio digitale per ridurre gli sprechi, che ottimizza i propri processi attraverso l'intelligenza artificiale per abbattere le test della capacità italiana di tradurre le risorse disponibili in trasformazione produttiva reale.
Le associazioni di categoria giocheranno un ruolo determinante nel favorire l'accesso delle imprese associate al bando. L'informazione capillare sulle opportunità disponibili, il supporto nella predisposizione delle domande, l'assistenza tecnica nella progettazione degli investimenti e nella rendicontazione dei risultati sono servizi
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preziosi che le associazioni possono offrire, contribuendo a moltiplicare l'impatto dello strumento. Anche i centri per l'innovazione, i digital innovation hub e i competence center del Piano Nazionale Impresa 4.0 possono svolgere una funzione importante nel valutare la maturità tecnologica delle imprese e nell'orientare le scelte di investimento.
Un tema che merita attenzione riguarda la distribuzione territoriale degli benefici del bando. Il rischio, comune a molti strumenti di incentivo alle imprese, è che i fondi si concentrino nelle aree già più sviluppate e dotate di imprese strutturate, ampliando ulteriormente i divari territoriali invece di ridurli. Il Mezzogiorno, con le sue PMI spesso meno capitalizzate e con minore accesso ai servizi di supporto, potrebbe trovarsi penalizzato in un
MATERIE PRIME CRITICHE: CONCLUSA MISSIONE TECNICA DELLA COMMISSIONE EUROPEA A PORTO MARGHERA
Le materie prime critiche sono diventate uno dei temi centrali della politica industriale europea. Terre rare, litio, cobalto, manganese, nichel, grafite: materiali di cui dipende la produzione di batterie per veicoli elettrici, turbine eoliche, pannelli solari, semiconduttori e sistemi di difesa avanzati. La dipendenza dell'Europa da pochi fornitori esterni — in primo luogo la Cina, ma anche la Repubblica Democratica del Congo, il Cile e altri Paesi con instabilità politica o rischi geopolitici elevati — è una vulnerabilità strutturale che i decisori europei hanno deciso di affrontare con determinazione. In questo contesto, la missione tecnica condotta dalla Commissione europea a Porto Marghera assume un significato che va ben oltre la visita a un sito industriale: è il segnale che l'Europa sta facendo sul serio, guardando al proprio territorio come a una risorsa strategica da valorizzare.
Porto Marghera è uno dei luoghi più densi di storia industriale dell'Italia del Novecento. Nata come zona industriale nei primi decenni del secolo scorso, ha attraversato stagioni di grande protagonismo produttivo — la chimica, la petrolchimica, la metallurgia — e poi fasi di declino, riconversione e ricerca di una nuova identità.
Oggi si presenta come un laboratorio di trasformazione, dove antiche infrastrutture industriali convivono con impianti moderni, dove la tradizione del saper fare si incontra con le tecnologie della transizione ecologica. È qui che si stanno sviluppando alcune delle iniziative più promettenti legate al recupero e al riciclo di materie prime critiche, attività che la Commissione europea ha voluto esaminare da vicino nell'ambito del processo di attuazione del Critical Raw Materials Act.
Il Critical Raw Materials Act, entrato in vigore nel 2024, è il quadro normativo europeo dedicato alla sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime strategiche. Fissa obiettivi ambiziosi: entro il 2030, almeno il 10% del fabbisogno europeo di materie prime critiche dovrà essere estratto sul territorio dell'Unione, almeno il 40% dovrà essere lavorato internamente e almeno il 15% dovrà provenire dal riciclo. Obiettivi che richiedono investimenti massicci, sviluppo di nuove capacità industriali e, soprattutto, identificazione e valorizzazione dei
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siti e delle competenze già presenti in Europa. È in questa logica che si inserisce la missione a Porto Marghera: verificare lo stato di avanzamento di progetti concreti, valutare le potenzialità del sito e raccogliere indicazioni utili per indirizzare i sostegni finanziari disponibili a livello europeo.
Le attività che la Commissione ha esaminato a Porto Marghera riguardano principalmente il recupero di materiali da flussi di scarto industriale e il riciclo di batterie esauste. Il primo filone è di grande interesse perché sfrutta la peculiare caratteristica di un sito come Porto Marghera: la presenza storica di attività industriali ha generato, nel corso dei decenni, giacimenti secondari di materiali preziosi sotto forma di scorie, fanghi industriali e rifiuti di processo. Estrarre e recuperare questi materiali con tecnologie moderne non è solo un'operazione economicamente interessante, ma anche un contributo alla bonifica e alla riqualificazione ambientale di un territorio che porta ancora i segni dell'industrializzazione pesante del passato.
Il secondo filone, il riciclo delle batterie, è forse quello con le prospettive più immediate e più direttamente collegato alle politiche europee sulla mobilità elettrica. Con l'accelerazione della transizione verso i veicoli elettrici, nei prossimi anni arriveranno a fine vita milioni di batterie al litio che contengono materiali preziosi — litio, cobalto, nichel, manganese — che non possono essere semplicemente smaltiti, ma devono essere recuperati per ragioni sia ambientali che economiche.
Costruire in Europa una filiera efficiente di raccolta, smontaggio e riciclo delle batterie è uno degli obiettivi espliciti del regolamento europeo sulle batterie, approvato nel 2023. Porto Marghera, con le sue infrastrutture logistiche, la sua tradizione chimica e metallurgica e la sua posizione geografica nel cuore del Nord-Est produttivo, è uno dei candidati naturali a ospitare impianti di questo tipo.
La presenza della Commissione europea non è stata soltanto un gesto simbolico. I funzionari tecnici hanno incontrato i responsabili degli impianti, verificato i processi produttivi, discusso i piani di sviluppo e le esigenze di supporto. Questo tipo di engagement diretto tra le istituzioni europee e i siti industriali è relativamente nuovo e riflette una cultura della politica industriale più concreta e operativa rispetto al passato. La Commissione non si limita a scrivere regolamenti e a distribuire fondi, ma vuole capire cosa succede sul campo, quali sono gli ostacoli reali all'investimento e allo sviluppo, quali condizioni normative o finanziarie potrebbero fare la differenza tra un progetto che decolla e uno che resta sulla carta.
Per le imprese che operano nel settore delle materie prime critiche in Italia, la visita della Commissione è un segnale positivo in più modi. Innanzitutto, conferma che Porto Marghera e, più in generale, l'Italia sono considerati interlocutori seri nel processo di costruzione dell'autonomia strategica europea sulle materie prime. In secondo luogo, segnala che i progetti in corso sono ritenuti sufficientemente maturi e interessanti da meritare attenzione al livello più alto delle istituzioni comunitarie. In terzo luogo, apre prospettive concrete di accesso ai finanziamenti europei dedicati — dal programma HORIZON per la ricerca, ai fondi strutturali, agli strumenti di InvestEU — per i quali la visibilità a Bruxelles è spesso un fattore determinante.
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Il tema delle materie prime critiche ha anche una dimensione geopolitica che non va sottovalutata. La concentrazione della produzione e della lavorazione di questi materiali in pochi Paesi — in primo luogo la Cina, che controlla quote dominanti in molte delle catene di approvvigionamento rilevanti — crea vulnerabilità sistemiche che vanno ben oltre il singolo settore industriale. La crisi dei semiconduttori degli anni 2021-2022 ha dimostrato in modo brutale quanto una dipendenza non gestita in un comparto apparentemente tecnico possa paralizzare interi settori produttivi e mettere in discussione la sicurezza economica di intere nazioni. Le materie prime critiche rappresentano un rischio analogo, forse ancora più profondo, perché riguardano i materiali fisici su cui si fonda la transizione energetica e la difesa.
Per le PMI italiane che operano nelle filiere interessate — dalla componentistica per la mobilità elettrica all'elettronica, dalla produzione di energia rinnovabile alla difesa — la sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime critiche è una questione concreta e pressante. Un piccolo produttore di motori elettrici o di sistemi di accumulo energetico dipende dalla disponibilità di magneti al neodimio, di celle al litio o di connettori in rame con caratteristiche precise. Una interruzione della fornitura o un aumento repentino dei prezzi può mettere in crisi la pianificazione produttiva, far saltare i contratti con i clienti e compromettere la competitività. Costruire filiere domestiche o europee per questi materiali è quindi nell'interesse diretto delle imprese, non solo una questione di politica industriale astratta.
Il ruolo dell'Italia in questo processo può essere più rilevante di quanto si immagini. Il Paese dispone di competenze metallurgiche e chimiche di alto livello, di una tradizione di ricerca applicata in questi settori e di siti industriali — come Porto Marghera, ma non solo — con infrastrutture adeguate a ospitare nuove attività di lavorazione e riciclo. Il Piano Nazionale per le Materie Prime Critiche, che il governo sta sviluppando in raccordo con le linee europee, rappresenta l'occasione per mettere a sistema queste risorse e per costruire una strategia coerente che vada dall'esplorazione di possibili giacimenti domestici alla costruzione di capacità di raffinazione e riciclo, fino al sostegno allo sviluppo di materiali alternativi attraverso la ricerca.
Il contributo delle università e dei centri di ricerca italiani è in questo senso prezioso. Istituzioni come il Politecnico di Milano, l'Università di Padova, la Scuola Normale Superiore e numerosi altri atenei hanno sviluppato competenze di eccellenza in chimica dei materiali, metallurgia, elettrochimica e tecnologie di riciclo. Collegare queste competenze con le esigenze industriali reali, facilitare il trasferimento tecnologico dai laboratori alle linee produttive, costruire dottorati industriali e programmi di ricerca applicata in collaborazione con le imprese: questi sono gli strumenti attraverso cui il capitale intellettuale accademico può tradursi in vantaggio competitivo per il sistema produttivo.
La missione tecnica della Commissione europea a Porto Marghera si chiude con indicazioni che alimenteranno il lavoro dei prossimi mesi a Bruxelles sulla selezione dei progetti strategici ai sensi del Critical Raw Materials Act. Essere inseriti nella lista dei progetti strategici europei significa accedere a corsie preferenziali per le autorizzazioni, a supporto finanziario dedicato e a una visibilità che attrae ulteriori investitori privati. Per i
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progetti italiani in campo, l'esito di questa valutazione sarà determinante. Ma indipendentemente dall'esito formale, la missione ha già prodotto un risultato concreto: ha posto Porto Marghera e l'Italia al centro di una conversazione strategica che riguarda il futuro industriale dell'Europa.
ITALIA-UE: FOCUS SU 28° REGIME, SCALEUP EUROPE FUND E MISURE DI SOSTEGNO A STARTUP E PMI INNOVATIVE
Il rapporto tra l'Italia e le istituzioni europee sul tema dell'innovazione e del sostegno alle imprese ad alto potenziale di crescita sta attraversando una fase particolarmente densa di contenuti e di prospettive. L'incontro tra i rappresentanti del governo italiano e la commissaria europea competente ha messo al centro dell'agenda tre temi che, pur distinti nella loro natura tecnica e normativa, condividono un filo conduttore comune: la necessità di creare in Europa le condizioni perché le idee migliori si trasformino in imprese solide, competitive e capaci di crescere senza dover emigrare verso ecosistemi più favorevoli, come quello statunitense o quello asiatico. Il 28° regime, lo Scaleup Europe Fund e le misure di sostegno a startup e PMI innovative rappresentano tre livelli di intervento complementari su una sfida che l'Europa non può permettersi di perdere.
Il punto di partenza di qualsiasi ragionamento serio sull'innovazione europea è un dato scomodo ma incontestabile: l'Europa produce talenti, idee e ricerca di primo livello, ma fatica a trasformare questo patrimonio in imprese tecnologiche globali. Le grandi piattaforme digitali, i campioni dell'intelligenza artificiale, i leader della biotech e della deep tech sono quasi tutti americani o cinesi. Le startup europee che raggiungono la fase di scale-up — quella in cui un'impresa giovane con un modello validato ha bisogno di capitali ingenti per crescere rapidamente e conquistare quote di mercato globali — si trovano spesso di fronte a un ecosistema di finanziamento inadeguato, a mercati frammentati lungo linee nazionali e a regolamentazioni che variano da Paese a Paese rendendo costosa e complicata l'espansione oltre confine. Il risultato è che molte delle migliori startup europee finiscono per trasferirsi negli Stati Uniti, dove trovano capitali più abbondanti, un mercato domestico unitario e un contesto regolatorio più favorevole alla crescita rapida.
Il 28° regime è la risposta più ambiziosa e strutturale a questo problema. L'idea, discussa da anni negli ambienti dell'innovazione europea e ora finalmente al centro dell'agenda istituzionale, è quella di creare un quadro giuridico europeo opzionale — il ventottesimo regime, appunto, in aggiunta ai ventisette regimi nazionali degli Stati membri — che le imprese innovative possano scegliere come riferimento per la propria costituzione, governance e operatività. Un'impresa che si costituisce sotto il 28° regime opererebbe sotto un corpus normativo unico, valido in tutti gli Stati membri, senza dover navigare le complessità di ventisette ordinamenti diversi ogni volta che vuole espandersi in un nuovo Paese europeo.
I vantaggi potenziali sono enormi. Una startup italiana che nasce oggi e vuole espandersi in Germania, Francia e Polonia deve confrontarsi con quattro sistemi giuridici diversi, quattro regimi fiscali distinti, quattro insiemi di regole sul lavoro, sulla proprietà intellettuale e sui contratti commerciali. Questa complessità ha un costo — in
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termini di consulenze legali, di tempo manageriale e di ritardi nell'espansione — che le startup europee pagano rispetto ai loro concorrenti americani, che operano in un mercato domestico di 330 milioni di persone con un quadro giuridico sostanzialmente unitario. Il 28° regime potrebbe eliminare o ridurre drasticamente questo svantaggio strutturale, rendendo l'Europa un mercato davvero unico per le imprese innovative.
La posizione italiana sul 28° regime è di sostanziale favore, con alcune attenzioni particolari che riflettono le specificità del tessuto imprenditoriale nazionale. L'Italia ha un ecosistema startup in forte crescita — Milano è ormai riconosciuta come uno degli hub tecnologici più dinamici d'Europa — ma ha anche una tradizione di PMI innovative che non si identificano necessariamente con il modello della startup in senso stretto. Molte di queste imprese sono realtà mature che innovano continuamente, che sviluppano tecnologie proprietarie e che partecipano a catene del valore globali, ma che non hanno le caratteristiche di una startup in fase di crescita esplosiva. La sfida è costruire un 28° regime che sia abbastanza flessibile da servire sia le startup nella loro fase più dinamica sia le PMI innovative nel loro percorso di sviluppo e internazionalizzazione.
Il secondo tema al centro del confronto italo-europeo è lo Scaleup Europe Fund, lo strumento finanziario pensato specificamente per sostenere la fase di crescita delle imprese tecnologiche europee più promettenti. La fase di scale-up è quella in cui il rischio di perdere le migliori imprese a favore di ecosistemi extraeuropei è più alto: è il momento in cui servono decine o centinaia di milioni di euro per finanziare l'espansione internazionale, per assumere i migliori talenti globali, per investire in marketing e distribuzione su scala mondiale. Il mercato europeo del venture capital, pur cresciuto significativamente negli ultimi anni, non riesce ancora a esprimere i mega-round che caratterizzano i finanziamenti delle scale-up americane e cinesi. Il risultato è che le imprese europee che arrivano a questa fase devono spesso rivolgersi a fondi americani, che portano capitali ma anche condizioni e aspettative che spingono verso una quotazione o una cessione negli Stati Uniti.
Lo Scaleup Europe Fund vuole interrompere questo circolo vizioso, mettendo a disposizione risorse pubbliche europee — in combinazione con capitali privati — per finanziare le scale-up più promettenti a condizioni competitive rispetto all'offerta americana. Non si tratta di un sussidio, ma di un investimento di mercato con logiche di rendimento, gestito da operatori professionali del settore con la supervisione delle istituzioni europee. Il modello si ispira in parte a esperienze già consolidate, come quella del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici e quella di alcuni fondi sovrani nazionali europei, adattandole alle specificità del mercato del venture capital e della crescita tecnologica.
Per l'Italia, partecipare attivamente alla costruzione e alla governance dello Scaleup Europe Fund è una priorità. Il Paese ha già espresso imprese tecnologiche di livello europeo e globale in settori come la cybersecurity, il fintech, il medtech e il software applicativo. Avere uno strumento europeo in grado di accompagnare queste imprese nella fase più critica della loro crescita significherebbe ridurre il rischio che i campioni dell'innovazione italiana debbano trasferire sede, tecnologie e talenti altrove per trovare i capitali di cui hanno bisogno. È una
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questione di sovranità economica tanto quanto di competitività industriale.
Il terzo filone del confronto riguarda le misure di sostegno più immediate e operative a favore di startup e PMI innovative. In questo ambito, l'Italia porta all'attenzione europea alcune proposte che nascono dall'esperienza concreta del proprio ecosistema. Una riguarda la semplificazione degli strumenti di equity crowdfunding e di accesso al mercato dei capitali per le piccole imprese innovative, che in molti Paesi europei, Italia compresa, restano ancora troppo complessi e costosi rispetto alle potenzialità. Un'altra riguarda il riconoscimento reciproco tra Stati membri dei regimi fiscali agevolati per gli investitori in startup, come il regime SEIS e EIS britannico — che nonostante la Brexit rimane un riferimento — o il regime italiano per gli investitori in startup innovative. Armonizzare questi strumenti a livello europeo significherebbe moltiplicare la platea di potenziali investitori per ogni startup del continente.
Un tema di particolare rilevanza per l'ecosistema italiano riguarda il rapporto tra startup innovative e pubblica amministrazione come cliente. Molte delle tecnologie più interessanti sviluppate dalle startup italiane — nell'intelligenza artificiale, nella cybersecurity, nella gestione dei dati pubblici, nella sanità digitale — hanno nella pubblica amministrazione il primo e più naturale mercato di riferimento. Ma le procedure di acquisto pubblico sono spesso inadatte a relazionarsi con imprese giovani, prive di referenze consolidate e con prodotti in rapida evoluzione. Strumenti come il procurement innovativo, i bandi di sfida e le partnership pubblico-privato per l'innovazione esistono già nell'ordinamento italiano ed europeo, ma sono ancora poco utilizzati e poco conosciuti. Valorizzare questi strumenti e renderli più accessibili sarebbe uno dei modi più efficaci per sostenere la crescita delle startup senza distorsioni di mercato.
Il dialogo tra Italia e Commissione europea su questi temi non è un esercizio diplomatico fine a se stesso. È il luogo in cui si decide concretamente come verranno allocate risorse significative, come verranno scritte le norme che regoleranno la vita delle imprese innovative nei prossimi anni e quali Paesi avranno più voce in capitolo nella costruzione dell'ecosistema europeo dell'innovazione. Partecipare attivamente a questo dialogo, portando proposte concrete basate sull'esperienza reale del proprio tessuto imprenditoriale, è uno dei compiti più importanti che la politica industriale italiana può svolgere in questa fase. Le startup e le PMI innovative italiane meritano di essere rappresentate con la stessa determinazione con cui altri Paesi — la Francia, la Germania, i Paesi nordici — difendono e promuovono i propri ecosistemi di innovazione nelle sedi europee.
Il momento è propizio. La nuova Commissione europea ha fatto dell'Unione dell'Innovazione e della Competitività uno dei propri pilastri programmatici, raccogliendo le indicazioni del rapporto Draghi sulla competitività europea, che aveva indicato nel divario di innovazione rispetto agli Stati Uniti e alla Cina una delle minacce più serie per il futuro economico del continente. Le risorse ci sono, la volontà politica sembra esserci, i progetti sono sul tavolo. La sfida è trasformare tutto questo in realtà concreta, in imprese che crescono, in posti di lavoro qualificati, in tecnologie europee che competono sui mercati globali. È una sfida che l'Italia non può permettersi di affrontare da spettatrice.
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CREDITO D'IMPOSTA DELL'8% PER INCUBATORI E ACCELERATORI: PERCHÉ È UNA BUONA NOTIZIA ANCHE PER LE PMI
Quando si parla di incubatori e acceleratori, il pensiero corre immediatamente alle startup tecnologiche, ai giovani imprenditori con un'idea dirompente e a un laptop, agli hub di innovazione nei quartieri più vivaci delle grandi città. È un'associazione comprensibile, ma riduttiva. L'introduzione di un credito d'imposta dell'8% per gli investimenti in incubatori e acceleratori è una misura che può produrre effetti positivi ben oltre l'ecosistema delle startup in senso stretto, riverberandosi su tutto il tessuto delle piccole e medie imprese italiane in modi che vale la pena esplorare con attenzione.
Il punto di partenza è capire cosa sono realmente gli incubatori e gli acceleratori nel contesto attuale e quale funzione svolgono nell'ecosistema economico. Un incubatore è tipicamente una struttura — fisica o virtuale — che ospita imprese nelle loro fasi più precoci di sviluppo, fornendo spazi, servizi condivisi, mentorship e accesso a reti di contatti. Un acceleratore ha una logica più intensiva e selettiva: prende imprese già avviate, le sottopone a un programma strutturato di crescita rapida della durata di alcuni mesi, le mette in contatto con investitori e clienti e le accompagna verso un round di finanziamento o verso una fase di espansione commerciale. Entrambi i modelli hanno dimostrato, nei Paesi in cui sono più sviluppati, di essere moltiplicatori efficaci di valore imprenditoriale, capaci di aumentare significativamente le probabilità di successo delle imprese che vi partecipano.
In Italia, il sistema degli incubatori e degli acceleratori ha compiuto progressi notevoli nell'ultimo decennio. Dai pionieristici esperimenti dei primi anni Duemila si è passati a una rete sempre più fitta di strutture distribuite su tutto il territorio nazionale, con punte di eccellenza a Milano, Torino, Roma, Bologna e in altri centri urbani. Il modello si è anche diversificato: accanto agli incubatori generalisti sono nati acceleratori verticali specializzati su specifici settori — agritech, medtech, fintech, cleantech, manifattura avanzata — con programmi tarati sulle esigenze peculiari di ciascun dominio. Questa specializzazione è particolarmente rilevante per le PMI, perché significa che esistono strutture in grado di parlare il linguaggio di chi opera nella meccanica, nell'agroalimentare, nel tessile o nella ceramica, non solo in quello del software e del digitale.
Il credito d'imposta dell'8% interviene sul lato degli investitori e dei soggetti che sostengono finanziariamente queste strutture. Si tratta di un meccanismo di incentivo fiscale che riduce il costo netto dell'investimento, aumentando l'attrattività degli incubatori e degli acceleratori come destinazione di capitali privati. In un ecosistema in cui molte di queste strutture faticano a raggiungere la sostenibilità economica — perché i modelli di ricavo sono complessi e i tempi di ritorno sull'investimento sono lunghi — questo tipo di supporto pubblico può fare la differenza tra una struttura che cresce e si consolida e una che chiude dopo pochi anni per mancanza di risorse.
Il beneficio più diretto per le PMI riguarda l'accesso a ecosistemi di innovazione che altrimenti sarebbero loro
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preclusi. Una piccola impresa manifatturiera che opera in un distretto produttivo tradizionale difficilmente ha le risorse per sviluppare internamente un reparto di ricerca e sviluppo, per monitorare le ultime evoluzioni tecnologiche del proprio settore, per sperimentare nuovi modelli di business o per esplorare mercati esteri. Un acceleratore specializzato nel suo settore può offrire tutto questo in forma concentrata e accessibile: programmi di open innovation che mettono in contatto le PMI con startup che sviluppano tecnologie rilevanti per il loro business, workshop e masterclass su temi come la digitalizzazione, la sostenibilità e l'internazionalizzazione, accesso a reti di buyer internazionali e di investitori specializzati.
Il modello dell'open innovation è quello che meglio esemplifica il potenziale di questi strumenti per le PMI. Anziché sviluppare tutto internamente, un'impresa di medie dimensioni può collaborare con startup esterne che portano tecnologie, approcci e competenze nuove, integrandole con il proprio know-how produttivo e commerciale. Gli acceleratori aziendali — strutture promosse direttamente da grandi imprese o consorzi di PMI — sono nati precisamente per facilitare questo tipo di collaborazione. Il credito d'imposta rende più conveniente per le imprese promuovere e finanziare questo tipo di strutture, abbassando la soglia economica che separa l'intenzione dalla realizzazione.
C'è poi un effetto indiretto ma potenzialmente molto rilevante che riguarda la formazione e l'attrazione di talenti. Le PMI italiane soffrono cronicamente di difficoltà nel reclutare figure professionali qualificate, in particolare nei settori tecnici e digitali. I migliori laureati in ingegneria, informatica e data science tendono a preferire le grandi imprese, le multinazionali o le startup più glamour rispetto a una piccola azienda manifatturiera, per quanto tecnologicamente avanzata e finanziariamente solida. Gli incubatori e gli acceleratori possono contribuire a cambiare questa dinamica, creando contesti in cui giovani talenti e PMI si incontrano, collaborano e scoprono le opportunità reciproche. Un programma di accelerazione che prevede team misti di startupper e dipendenti di PMI, oppure stage e progetti di tesi in collaborazione con le aziende del territorio, è uno dei meccanismi più efficaci per costruire ponti tra il mondo della formazione e quello della produzione.
Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda il territorio. Gli incubatori e gli acceleratori non nascono solo nelle grandi città, anche se lì sono più concentrati. Esistono esperienze interessanti di strutture radicate nei distretti produttivi, nelle aree rurali e nelle città medie, costruite intorno alle specificità produttive locali.
Un incubatore per l'innovazione nel settore della ceramica a Sassuolo, un acceleratore per le tecnologie applicate all'agricoltura di precisione in un distretto ortofrutticolo del Sud, una struttura di open innovation per la meccatronica in un polo manifatturiero del Nord-Est: questi sono esempi di come il modello possa essere adattato alle caratteristiche specifiche dei territori, diventando uno strumento di sviluppo locale oltre che di innovazione settoriale. Il credito d'imposta rende più facile raccogliere i capitali necessari per costruire e mantenere queste strutture, anche in contesti meno appetibili per i grandi investitori istituzionali.
Il tema del finanziamento è centrale. Costruire un incubatore o un acceleratore di qualità richiede investimenti
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significativi: spazi adeguati, personale esperto, programmi strutturati, reti di mentori e investitori. Fino ad oggi, molte di queste strutture hanno sopravvissuto grazie a un mix di fondi pubblici, contributi di grandi sponsor corporate e, in alcuni casi, quote di equity nelle startup accelerate.
Un modello fragile, che dipende troppo dalla generosità di pochi soggetti e che rende difficile la pianificazione a lungo termine. L'introduzione di un incentivo fiscale stabile — l'8% di credito d'imposta — cambia questa equazione, rendendo l'investimento in incubatori e acceleratori più attraente per una platea più ampia di soggetti: banche, fondazioni, imprese di medie dimensioni, fondi pensione, privati facoltosi interessati a sostenere l'ecosistema innovativo del proprio territorio.
È importante anche considerare la dimensione della qualità. Non tutti gli incubatori e gli acceleratori sono uguali, e non tutti producono risultati equivalenti. Il rischio, con qualsiasi incentivo fiscale, è che proliferino strutture di bassa qualità create principalmente per catturare il beneficio fiscale senza apportare un reale valore aggiunto alle imprese ospitate. Per evitare questo rischio, la misura dovrebbe essere accompagnata da criteri di selezione e di accreditamento che distinguano le strutture serie da quelle opportunistiche, e da meccanismi di monitoraggio dei risultati che verifichino l'effettivo impatto sulle imprese partecipanti. In questo, l'esperienza di altri Paesi europei — la Francia con il programma French Tech, il Regno Unito con i suoi acceleratori accreditati, la Germania con la sua rete di Gründerzentren — offre modelli di riferimento utili.
La misura si inserisce in un quadro più ampio di politiche a sostegno dell'innovazione che il governo sta costruendo con una certa coerenza. Il credito d'imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo, gli incentivi per le startup innovative, il Fondo Nazionale per l'Innovazione, i programmi di trasferimento tecnologico finanziati con le risorse del PNRR: tutti questi strumenti convergono verso un obiettivo comune, che è quello di aumentare l'intensità innovativa del sistema produttivo italiano. Un sistema che, per quanto ricco di eccellenze e di competenze, mostra ancora un ritardo strutturale rispetto ai principali competitor europei in termini di spesa in ricerca e sviluppo, di numero di brevetti depositati e di quota di imprese ad alta intensità tecnologica sul totale del tessuto produttivo.
MIMIT: INCONTRO CON LA FEDERAZIONE ANIE — FOCUS SU TECNOLOGIE RINNOVABILI, TRANSIZIONE 5.0 E DOSSIER INDUSTRIALI UE
Potenziare le politiche di attrazione degli investimenti nel settore dei Data Center in Italia, contribuendo alla costruzione di un ecosistema digitale sempre più competitivo, sostenibile e strategico. Con questo obiettivo è stato siglato un Protocollo d’Intesa tra il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, attraverso le proprie strutture dell’Unità di Missione Attrazione e Sblocco degli Investimenti (UMASI) e della Segreteria Tecnica del Comitato Attrazione Investimenti Esteri (CAIE), e l’Associazione Italiana dei Data Center (IDA).
L’accordo si propone di rafforzare la trasparenza e l’attrattività dell'Italia per gli investitori, fornendo loro
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strumenti concreti di orientamento con l’obiettivo ultimo di promuovere, da un lato, lo sviluppo equilibrato delle infrastrutture digitali a livello nazionale, dall’altro, di consolidare il ruolo dell’Italia come hub strategico per i Data Center a livello europeo.
Nel dettaglio l’UMASI assicurerà assistenza personalizzata alle imprese nelle fasi di insediamento e sviluppo degli investimenti, facilitando i rapporti con le amministrazioni coinvolte e intervenendo per snellire gli iter autorizzativi.
La Segreteria Tecnica del CAIE e IDA si impegneranno a collaborare per rafforzare il sito investinitaly.gov.it, con particolare riferimento alla sezione “Opportunità Localizzative”, dando il proprio contributo per la mappatura delle aree idonee e più strategiche per la costruzione di Data Center in Italia, promuovendo osservazioni mirate su zone da sviluppare con il più alto potenziale di valore per il business.
Dal punto di vista formativo, infine, l’UMASI e il CAIE organizzeranno incontri, seminari e convegni, nonché percorsi di affiancamento operativo e job shadowing, dedicati agli associati IDA.
La firma del protocollo d’intesa presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy tra UMASI, CAIE e l’Associazione Italiana Costruttori & Operatori Data Center rappresenta un segnale significativo dell’attenzione crescente delle istituzioni verso il ruolo strategico delle infrastrutture digitali nel sistema produttivo nazionale. In un contesto in cui la trasformazione digitale e la transizione energetica procedono in modo sempre più intrecciato, l’accordo si inserisce in una più ampia riflessione sul posizionamento dell’Italia nelle filiere tecnologiche emergenti e sulla necessità di rafforzare la competitività industriale attraverso investimenti coordinati e sostenibili.
I data center sono ormai riconosciuti come infrastrutture critiche per l’economia contemporanea, al pari delle reti di trasporto e dell’energia. Essi costituiscono la base materiale su cui si sviluppano servizi digitali avanzati. intelligenza artificiale, cloud computing e gestione dei dati industriali.
La crescente domanda di capacità di calcolo e di archiviazione, alimentata dalla digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione, rende evidente la necessità di un quadro di riferimento stabile e condiviso che favorisca la realizzazione di nuove infrastrutture e l’ammodernamento di quelle esistenti. Il protocollo d’intesa va letto proprio in questa prospettiva, come uno strumento di coordinamento tra soggetti rappresentativi di comparti diversi ma complementari.
UMASI e CAIE rappresentano due realtà storicamente legate al mondo delle macchine, degli impianti e delle infrastrutture tecnologiche, mentre l’Associazione Italiana Costruttori & Operatori Data Center incarna un settore in forte espansione, caratterizzato da investimenti elevati e da una crescente rilevanza strategica.
La convergenza tra questi attori riflette la consapevolezza che lo sviluppo dei data center non può essere
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affrontato come un tema esclusivamente digitale, ma richiede competenze industriali, impiantistiche ed energetiche di alto livello. In questo senso, l’accordo mira a favorire un approccio integrato che tenga insieme innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e sicurezza delle infrastrutture. Per il tessuto delle PMI italiane, il protocollo assume un significato che va oltre il perimetro dei grandi operatori del settore. La realizzazione e la gestione dei data center attivano infatti filiere articolate, che coinvolgono fornitori di componentistica, imprese di installazione, manutenzione e servizi avanzati. Molte di queste attività sono svolte da PMI altamente specializzate, che possono beneficiare di un contesto più favorevole allo sviluppo di nuovi progetti e a una maggiore certezza regolatoria. Il dialogo strutturato con il Mimit contribuisce a creare le condizioni per una crescita più ordinata e prevedibile del settore, riducendo il rischio di frammentazione normativa e di rallentamenti autorizzativi.
Un aspetto centrale del protocollo riguarda il tema della sostenibilità. I data center sono infrastrutture ad alta intensità energetica e il loro sviluppo pone interrogativi rilevanti in termini di consumo di risorse, impatto ambientale e integrazione con il sistema energetico nazionale.
La collaborazione tra associazioni industriali e operatori del settore consente di affrontare questi nodi in modo sistemico, promuovendo soluzioni tecnologiche efficienti e modelli di progettazione orientati alla riduzione delle emissioni. In questo quadro, il ruolo delle imprese che operano nel campo dell’automazione, dell’efficienza energetica e delle tecnologie per la gestione intelligente degli impianti diventa sempre più centrale.
Il protocollo d’intesa si colloca inoltre in un momento in cui l’Europa sta ridefinendo le proprie priorità in materia di sovranità digitale e sicurezza dei dati. La capacità di ospitare e gestire infrastrutture critiche sul territorio nazionale è considerata un fattore strategico per ridurre la dipendenza da fornitori extraeuropei e per garantire il controllo su asset tecnologici sensibili. In questo contesto, l’iniziativa sostenuta dal Mimit contribuisce a rafforzare il posizionamento dell’Italia all’interno delle strategie europee, valorizzando competenze industriali già presenti e favorendo la nascita di ecosistemi locali competitivi.
Dal punto di vista istituzionale, la firma del protocollo segnala un approccio più proattivo del Mimit nel favorire il dialogo tra mondo industriale e decisori pubblici. La creazione di un tavolo di confronto stabile permette di intercettare in modo più tempestivo le esigenze del settore, anticipare criticità e orientare le politiche di supporto in modo più mirato. Per le imprese, questo significa poter contare su un interlocutore istituzionale attento alle dinamiche industriali e disposto a sostenere percorsi di sviluppo coerenti con le grandi trasformazioni in atto.
In conclusione, il protocollo d’intesa tra UMASI, CAIE e l’Associazione Italiana Costruttori & Operatori Data Center rappresenta un passo significativo verso la costruzione di una strategia nazionale più organica sulle infrastrutture digitali.
Per le PMI italiane, l’accordo apre nuove prospettive di integrazione nelle filiere tecnologiche emergenti,
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offrendo opportunità di crescita in un settore destinato a giocare un ruolo sempre più centrale nell’economia del Paese. La sfida sarà tradurre gli obiettivi condivisi in azioni concrete, capaci di coniugare sviluppo industriale, sostenibilità e sicurezza, rafforzando al tempo stesso la competitività del sistema produttivo italiano.
MIMIT: TRASMESSO AL MEF DECRETO PER MODALITÀ ATTUAZIONE NUOVO PIANO TRANSIZIONE 5.0
La Federazione ANIE rappresenta uno dei comparti più strategici del manifatturiero italiano: l'industria elettrotecnica ed elettronica, un insieme di settori che comprende la produzione di apparecchiature per la generazione e distribuzione di energia, i sistemi di automazione industriale, i componenti elettronici, le tecnologie per le energie rinnovabili, i cavi e le infrastrutture elettriche, i sistemi di illuminazione e molto altro. È un universo produttivo che fattura decine di miliardi di euro, occupa centinaia di migliaia di addetti e si trova al crocevia di alcune delle trasformazioni più rilevanti in corso nell'economia globale: la transizione energetica, la digitalizzazione industriale, la decarbonizzazione dei processi produttivi. L'incontro tra il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e la Federazione ANIE, con al centro il tema delle tecnologie rinnovabili, di Transizione 5.0 e dei principali dossier industriali europei, fotografa bene le priorità di un settore che si trova a dover gestire simultaneamente opportunità enormi e sfide altrettanto impegnative.
Il filo che unisce i tre grandi temi all'ordine del giorno è la convinzione che la competitività industriale italiana nei prossimi anni dipenda in misura determinante dalla capacità di presidiare le filiere tecnologiche legate alla transizione energetica e digitale. Le imprese associate ad ANIE producono i trasformatori che fanno funzionare le reti elettriche, i sistemi di inverter che convertono l'energia solare in corrente utilizzabile, i quadri elettrici che gestiscono i flussi di energia negli edifici industriali e commerciali, i cavi ad alta tensione che collegano i parchi eolici offshore alle città. Sono componenti essenziali di un'infrastruttura energetica che l'Europa sta rapidamente trasformando, e la domanda di questi prodotti è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi decenni. La domanda che si pongono le imprese del settore — e che portano sul tavolo del confronto istituzionale — è se l'industria italiana e europea sarà in grado di soddisfare questa domanda con produzione propria, oppure se anche in questo comparto si ripeterà lo schema già visto in altri settori, con la progressiva perdita di quote di mercato a favore di produttori asiatici, in primo luogo cinesi.
Il tema delle tecnologie rinnovabili è quindi il primo e più urgente dei dossier sul tavolo. L'Italia ha obiettivi ambiziosi in termini di capacità installata di energia solare ed eolica, coerenti con le direttive europee e con gli impegni assunti in sede internazionale sul clima. Raggiungere questi obiettivi richiede una accelerazione degli investimenti in impianti di generazione, ma anche e soprattutto un potenziamento delle reti di distribuzione e trasmissione, che devono essere modernizzate e ampliate per gestire una produzione sempre più distribuita, variabile e decentralizzata. Questo processo di trasformazione della rete elettrica — spesso indicato con il termine di grid modernization — è uno dei principali driver di domanda per le imprese del comparto elettrotecnico.
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Trasformatori, sistemi di accumulo, infrastrutture per la ricarica dei veicoli elettrici, tecnologie di smart grid: sono tutti prodotti per i quali la domanda è in forte crescita e per i quali le imprese italiane associate ad ANIE vantano competenze consolidate e posizioni di mercato significative.
Il rischio, però, è che questa domanda venga soddisfatta in misura crescente da importazioni a basso costo, erodendo la base produttiva domestica proprio nel momento in cui sarebbe più necessaria. Il caso dei pannelli solari è emblematico: in pochi anni, la produzione europea di moduli fotovoltaici è stata quasi azzerata dalla concorrenza cinese, nonostante l'Europa sia uno dei mercati di sbocco più grandi del mondo. Ripetere questo schema nei componenti elettrici e nelle tecnologie di rete sarebbe un errore strategico di proporzioni enormi, perché si tratta di tecnologie con ricadute dirette sulla sicurezza delle infrastrutture energetiche nazionali, non solo sulla competitività industriale.
Per questo, le associazioni di categoria come ANIE chiedono con insistenza strumenti di difesa commerciale, criteri di contenuto locale negli appalti pubblici per le infrastrutture energetiche e politiche industriali attive che sostengano gli investimenti in capacità produttiva sul territorio europeo.
Transizione 5.0 è il secondo grande tema dell'incontro. Il programma, lanciato dal governo italiano come evoluzione del precedente Transizione 4.0, rappresenta uno dei più importanti strumenti di politica industriale attualmente disponibili per le imprese manifatturiere italiane. A differenza del predecessore, che si concentrava principalmente sulla digitalizzazione e sull'ammodernamento tecnologico dei processi produttivi, Transizione 5.0 integra esplicitamente la dimensione della sostenibilità energetica e ambientale, richiedendo alle imprese beneficiarie di dimostrare una riduzione dei consumi energetici come condizione per accedere alle agevolazioni. È una scelta di policy coerente con gli obiettivi europei di decarbonizzazione, ma che pone alle imprese sfide nuove in termini di misurazione, rendicontazione e progettazione degli investimenti. Per le imprese associate ad ANIE, Transizione 5.0 è al tempo stesso un'opportunità e un banco di prova. Un'opportunità, perché molte di esse producono esattamente le tecnologie — sistemi di efficienza energetica, impianti di autoproduzione da fonti rinnovabili, sistemi di monitoraggio e gestione intelligente dei consumi — che le imprese manifatturiere devono adottare per qualificarsi come beneficiarie del programma.
In questo senso, Transizione 5.0 genera una domanda diretta per i prodotti del settore elettrotecnico ed elettronico, creando un volano positivo all'interno del sistema manifatturiero italiano. Un banco di prova, invece, perché le stesse imprese di ANIE devono a loro volta innovare i propri processi produttivi per ridurre i propri consumi energetici, mantenendo al contempo la competitività di costo in un mercato sempre più concorrenziale.
Uno dei nodi più discussi nell'attuazione di Transizione 5.0 riguarda la complessità delle procedure di accesso e di rendicontazione. Il programma richiede certificazioni energetiche ex ante ed ex post, effettuate da soggetti abilitati, che attestino la riduzione dei consumi conseguita grazie agli investimenti agevolati. Questo meccanismo, pur corretto nella sua logica, ha generato incertezze applicative e rallentamenti che hanno ridotto l'efficacia
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dello strumento nella sua fase di avvio. Le associazioni di categoria, ANIE in primo luogo, hanno portato a Bruxelles e a Roma una serie di proposte di semplificazione che riguardano la standardizzazione delle metodologie di calcolo, la riduzione degli oneri documentali per le imprese più piccole e la chiarificazione dei casi di confine che si presentano frequentemente nella pratica aziendale. Raccogliere queste proposte e trasformarle in aggiustamenti normativi è uno dei compiti principali del confronto istituzionale.
Il terzo filone dell'incontro riguarda i dossier industriali europei, un termine che racchiude un insieme di questioni normative e di policy che si stanno definendo a Bruxelles e che avranno impatti diretti sulle imprese del settore nei prossimi anni. Tra questi, particolare attenzione merita il Net Zero Industry Act, il regolamento europeo che fissa obiettivi di capacità produttiva domestica per le tecnologie pulite e che introduce strumenti di sostegno agli investimenti in questo ambito. Per le imprese di ANIE, il Net Zero Industry Act è una cornice normativa favorevole, che riconosce la rilevanza strategica delle tecnologie che producono e crea le condizioni per politiche industriali più attive di quelle che l'ortodossia del mercato unico avrebbe consentito in passato.
Un altro dossier di grande rilevanza riguarda la revisione delle direttive europee sull'efficienza energetica negli edifici e sull'ecodesign dei prodotti. La direttiva sulle case green — che impone standard di efficienza energetica crescenti per il patrimonio immobiliare europeo — è un potente generatore di domanda per impianti elettrici, sistemi di riscaldamento e raffrescamento efficienti, tecnologie di building automation e soluzioni di smart home. Le imprese italiane del settore hanno molto da guadagnare da questa transizione, a patto di riuscire a posizionarsi come fornitori di soluzioni integrate e non solo di singoli componenti. La revisione delle direttive sull'ecodesign, d'altro canto, impone requisiti sempre più stringenti in termini di efficienza energetica e di riciclabilità dei prodotti, richiedendo investimenti in ricerca e sviluppo per adeguare i prodotti agli standard in evoluzione.
Il confronto tra il Ministero e ANIE si è anche soffermato sulla questione delle materie prime e dei componenti critici per il settore elettrotecnico ed elettronico. Rame, alluminio, silicio, terre rare per i magneti permanenti utilizzati nei motori elettrici e nei generatori eolici: sono tutti materiali per i quali la dipendenza da fornitori extraeuropei è elevata e il rischio di volatilità dei prezzi e di interruzione delle forniture è concreto. La strategia europea sulle materie prime critiche, di cui si è già parlato nel contesto di Porto Marghera, è direttamente rilevante per le imprese di ANIE, che chiedono di essere coinvolte attivamente nella sua attuazione, sia come consumatori di materie prime che come potenziali attori nella filiera del riciclo e del recupero.
Sul fronte delle PMI, l'industria elettrotecnica ed elettronica italiana ha una caratteristica interessante: pur essendo dominata, come molti altri comparti, da grandi gruppi italiani e internazionali, ospita anche una folta schiera di piccole e medie imprese specializzate che producono componenti di nicchia, sistemi su misura e soluzioni customizzate per clienti industriali e infrastrutturali. Queste realtà sono spesso fornitori di primo livello di grandi utility, di produttori di impianti rinnovabili e di imprese di costruzione di infrastrutture, e la loro salute dipende strettamente dalla capacità di rimanere al passo con l'evoluzione tecnologica e normativa del settore. Transizione 5.0.
SGRAVIO CONTRIBUTIVO PER IMPRESE CON CONTRATTI DI SOLIDARIETÀ
Nel panorama degli strumenti di politica del lavoro disponibili nel sistema italiano, i contratti di solidarietà occupano una posizione particolare: sono uno strumento relativamente poco conosciuto al di fuori degli addetti ai lavori, spesso oscurato dalla maggiore visibilità della Cassa Integrazione Guadagni, eppure potenzialmente più efficace e più virtuoso di molti altri ammortizzatori sociali quando applicato nelle condizioni giuste. L'introduzione di uno sgravio contributivo per le imprese che ricorrono ai contratti di solidarietà è una misura che merita attenzione e analisi approfondita, perché tocca un nervo scoperto del sistema produttivo italiano: come gestire le fasi di difficoltà aziendale senza distruggere il capitale umano che le imprese hanno costruito nel tempo, e come farlo in modo che sia conveniente non solo per i lavoratori ma anche per le imprese stesse.
Il contratto di solidarietà difensivo — che è la forma più diffusa e quella a cui si riferisce principalmente la misura in questione — è un accordo tra l'azienda e le organizzazioni sindacali che prevede una riduzione dell'orario di lavoro per tutti o parte dei dipendenti, in alternativa al licenziamento di una parte di essi. È, nella sua essenza, una risposta solidale a una crisi: invece di scaricare il costo della difficoltà aziendale su una parte dei lavoratori attraverso i licenziamenti, si distribuisce il sacrificio in modo più ampio, riducendo le ore lavorate e quindi le retribuzioni, ma mantenendo tutti o quasi tutti i posti di lavoro. La quota di retribuzione persa dai lavoratori per effetto della riduzione oraria viene parzialmente compensata dallo Stato attraverso un'integrazione salariale, rendendo il sacrificio individuale più sopportabile. Il modello ha una logica economica e sociale convincente. Dal punto di vista dell'impresa, mantenere i lavoratori anche in fasi di calo della domanda significa conservare competenze, relazioni e know-how organizzativo che sarebbero molto costosi da ricostruire una volta superata la crisi. Chi ha gestito imprese manifatturiere sa bene quanto tempo e quante risorse siano necessarie per formare un operaio specializzato, un tecnico di manutenzione o un
responsabile di produzione: perdere queste figure durante una crisi congiunturale per poi doverle ricercare e riformare nella fase di ripresa è un costo enorme, spesso sottovalutato nelle analisi di breve periodo. Dal punto di vista del lavoratore, la riduzione temporanea del reddito è preferibile alla perdita del posto di lavoro, con tutto ciò che comporta in termini di instabilità psicologica, difficoltà finanziarie e rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Dal punto di vista della società, mantenere i livelli di occupazione riduce i costi sociali della disoccupazione, preserva la coesione delle comunità locali e mantiene attivo il tessuto di relazioni professionali che è la base del capitale sociale di un territorio.
Nonostante questi meriti evidenti, i contratti di solidarietà sono stati storicamente meno utilizzati della Cassa Integrazione Guadagni, anche in situazioni in cui sarebbero stati uno strumento più appropriato. Le ragioni di questo sottoutilizzo sono molteplici. Innanzitutto, la complessità procedurale: attivare un contratto di solidarietà richiede una trattativa sindacale, la stipula di un accordo formale, la presentazione di una domanda agli enti competenti e il rispetto di una serie di adempimenti amministrativi che molte piccole imprese trovano scoraggianti. In secondo luogo, il costo: anche con l'integrazione salariale statale, l'impresa continua a sostenere una parte dei costi contributivi sui lavoratori in solidarietà, riducendo il risparmio effettivo rispetto all'alternativa del licenziamento con accesso agli ammortizzatori sociali ordinari. In terzo luogo, la percezione culturale: in molti contesti aziendali, il contratto di solidarietà è visto come un ammissione pubblica di difficoltà, con potenziali ricadute negative sull'immagine dell'impresa nei confronti di clienti, fornitori e finanziatori. Lo sgravio contributivo per le imprese che ricorrono ai contratti di solidarietà interviene direttamente sul secondo di questi ostacoli, quello del costo. Riducendo il carico contributivo per le imprese che scelgono questo strumento, la misura rende i contratti di solidarietà economicamente più competitivi rispetto ad alternative meno virtuose, come il ricorso massiccio alla Cassa Integrazione Straordinaria o, nei casi peggiori, ai licenziamenti collettivi seguiti da riassunzioni a condizioni contrattuali deteriorate. È un intervento che usa la leva fiscale
non per sussidiare genericamente le imprese in difficoltà, ma per orientare le scelte aziendali verso comportamenti socialmente più desiderabili: il mantenimento dell'occupazione, la condivisione dei sacrifici, la preservazione del capitale umano.
Per le PMI, questo aspetto è particolarmente rilevante. Le piccole e medie imprese sono quelle che più spesso si trovano a dover gestire oscillazioni della domanda legate alla stagionalità, ai cicli di mercato o alle difficoltà di singoli clienti importanti, e sono anche quelle che più dipendono da un nucleo ristretto di lavoratori chiave la cui perdita può compromettere la continuità operativa. Una piccola officina meccanica che perde il suo miglior fresatore durante una crisi congiunturale potrebbe non trovare un sostituto equivalente per mesi, con impatti diretti sulla capacità produttiva e sulla qualità del prodotto. Un'impresa artigiana che licenzia i propri lavoratori più esperti per far fronte a sei mesi di calo degli ordini potrebbe non riuscire a ricostruire le stesse competenze quando il mercato riprende. Per queste realtà, uno sgravio contributivo che rende economicamente sostenibile mantenere il team anche nelle fasi difficili è uno strumento di valore straordinario. La misura si inserisce in un dibattito più ampio sulla riforma degli ammortizzatori sociali italiani, avviato con la riforma del 2022 e ancora in piena evoluzione. Quel percorso ha cercato di estendere la copertura degli strumenti di sostegno al reddito anche ai lavoratori delle piccole imprese e dei settori tradizionalmente esclusi dalla Cassa Integrazione, riconoscendo che il sistema precedente lasciava scoperte ampie fasce del mercato del lavoro. Lo sgravio contributivo per i contratti di solidarietà si muove nella stessa direzione: non amplia la platea di chi può accedere allo strumento, ma ne riduce il costo per chi lo utilizza, aumentandone l'attrattività e quindi la diffusione.
Un elemento che merita attenzione riguarda il rapporto tra contratti di solidarietà e formazione. Una delle opportunità meno sfruttate offerte dalla riduzione dell'orario di lavoro è quella di utilizzare le ore non lavorate per attività di formazione e aggiornamento professionale. Un lavoratore in solidarietà che invece di stare a casa segue un corso di aggiornamento sulle nuove
tecnologie di lavorazione, sui sistemi di qualità o sulle normative di sicurezza, non solo mantiene vive le proprie competenze ma le arricchisce, tornando al lavoro a pieno regime con un bagaglio professionale più solido. Questa integrazione tra solidarietà e formazione è prevista dall'ordinamento, ma nella pratica è realizzata in modo ancora frammentario e discontinuo. Lo sgravio contributivo potrebbe essere accompagnato da incentivi specifici per le imprese che abbinano la solidarietà a programmi di formazione certificati, creando un meccanismo virtuoso che trasforma una fase di difficoltà in un'occasione di investimento nel capitale umano. Il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali è un aspetto strutturale dei contratti di solidarietà che merita una riflessione. A differenza di altri ammortizzatori sociali che possono essere attivati unilateralmente dall'impresa, il contratto di solidarietà richiede un accordo con i rappresentanti dei lavoratori. Questo requisito ha una logica precisa: il sacrificio richiesto ai lavoratori deve essere negoziato e accettato, non imposto. Ma nelle piccole imprese, dove spesso non esistono rappresentanze sindacali aziendali strutturate, questo requisito può diventare un ostacolo pratico. La normativa prevede soluzioni alternative per questi casi — la possibilità di coinvolgere le strutture territoriali dei sindacati — ma la prassi è ancora disomogenea. Semplificare e standardizzare le procedure per le imprese sotto una certa soglia dimensionale, garantendo al contempo la tutela dei diritti dei lavoratori, sarebbe un complemento utile alla misura dello sgravio contributivo.
Sul piano macroeconomico, la diffusione dei contratti di solidarietà ha effetti stabilizzatori che vanno al di là del singolo rapporto di lavoro. In una fase di rallentamento economico, mantenere i livelli di occupazione significa mantenere i consumi delle famiglie, sostenere la domanda interna e ridurre il carico sul sistema di welfare. Al contrario, ondate di licenziamenti collettive si traducono rapidamente in calo dei consumi, aumento della spesa per sussidi di disoccupazione e peggioramento del clima di fiducia, innescando dinamiche recessive che colpiscono anche le imprese che non erano in difficoltà. In questo senso, incentivare i contratti di solidarietà è anche una politica di stabilizzazione macroeconomica, oltre che un intervento di
politica del lavoro in senso stretto. L'efficacia della misura dipenderà in larga misura dalla sua comunicazione e dalla sua accessibilità pratica. Uno sgravio contributivo, per quanto ben congegnato, non produce effetti se le imprese non ne sono a conoscenza o se le procedure per ottenerlo sono così complesse da scoraggiarne l'utilizzo. Le associazioni di categoria, i consulenti del lavoro e i patronati hanno un ruolo fondamentale nell'informare le imprese associate e nell'accompagnarle nell'accesso allo strumento. Investire in questa rete di intermediazione, anche attraverso la produzione di guide operative, FAQ e strumenti di simulazione che permettano alle imprese di valutare la convenienza del contratto di solidarietà rispetto alle alternative, è un complemento necessario alla misura legislativa.
Lo sgravio contributivo per i contratti di solidarietà non è una rivoluzione del sistema del lavoro italiano, né pretende di esserlo. È un aggiustamento puntuale, ma significativo, che migliora la convenienza relativa di uno strumento già esistente e potenzialmente molto utile, orientando le scelte delle imprese verso comportamenti più virtuosi dal punto di vista sociale ed economico. In un sistema produttivo come quello italiano, in cui il capitale umano è spesso il principale fattore di vantaggio competitivo, proteggere l'occupazione nelle fasi difficili non è solo un atto di solidarietà sociale: è una scelta economicamente razionale che le imprese più lungimiranti hanno sempre fatto, e che ora lo Stato rende più conveniente per tutte.
BONUS GIOVANI 2026: LA GUIDA PER LE PMI
CHE VOGLIONO ASSUMERE UNDER 35
Con la conversione in legge del decreto Milleproroghe (Legge 27 febbraio 2026, n. 26), lo Stato ha confermato e aggiornato il bonus per le aziende che assumono giovani under 35 a tempo indeterminato. L'INPS ha pubblicato una guida riepilogativa che fa il punto su tutti gli incentivi disponibili: bonus giovani, bonus ZES Unica e bonus donne. Tre misure diverse, con regole distinte, ma tutte con lo stesso obiettivo: ridurre il costo del lavoro per chi investe su assunzioni stabili.
Cos'è il Bonus giovani e chi può beneficiarne. Il Bonus giovani è uno sgravio contributivo rivolto
ai datori di lavoro privati che assumono a tempo indeterminato — o trasformano un contratto esistente in tempo indeterminato — lavoratori che non hanno ancora compiuto 35 anni e che non hanno mai avuto in precedenza un contratto di lavoro a tempo indeterminato. La misura è operativa dal 1° gennaio 2026 e riguarda le assunzioni o trasformazioni effettuate fino al 30 aprile 2026. Per le PMI, che raramente dispongono di uffici dedicati al monitoraggio degli incentivi contributivi, questo è uno di quei bonus che vale la pena conoscere bene: non richiede investimenti, non vincola il datore di lavoro a procedure complesse, e riduce direttamente il costo del lavoro per ogni nuova assunzione che rispetta i requisiti.
Il meccanismo è semplice: l'azienda non paga — o paga in misura ridotta — la quota di contributi previdenziali a proprio carico per il lavoratore assunto. Non si tratta di un contributo economico ricevuto in cassa, ma di un risparmio immediato sul costo del personale che si manifesta ogni mese nei flussi contributivi. La domanda si presenta sul Portale delle Agevolazioni INPS (ex DiResCo) da parte del datore di lavoro, non del lavoratore. Una volta ricevuta la conferma della disponibilità dei fondi, lo sgravio viene applicato direttamente nei flussi UNIEMENS mensili.
Le due aliquote: 100% e 70%, a seconda dell'incremento occupazionale. Qui entra la principale novità rispetto alla versione precedente della misura: le regole per il 2026 sono state rese, come le definisce l'INPS stessa, più sfidanti per le imprese. Il bonus premia chi crea nuovo lavoro reale, non chi si limita a sostituire un lavoratore che se ne è andato con un under 35 per risparmiare sui contributi.
Se l'assunzione genera un incremento occupazionale netto — cioè se il numero totale dei dipendenti aumenta rispetto alla media dell'anno precedente — lo sgravio è pieno, pari al 100% dei contributi a carico del datore di lavoro. Se invece l'azienda assume un under 35 ma non aumenta il numero complessivo dei dipendenti — perché, ad esempio, stava già sostituendo qualcuno — lo sgravio scende al 70%. In entrambi i casi la misura rimane conveniente, ma la distinzione è importante per pianificare le assunzioni e massimizzare il beneficio ottenibile.
BANDO BRIC 2025: RICERCA INDUSTRIALE E INNOVAZIONE AL SERVIZIO DELLE IMPRESE ITALIANE
CIl Bando BRIC — acronimo che sta per Bando Ricerca e Innovazione Collaborativa — rappresenta uno degli strumenti più consolidati e apprezzati nel panorama degli incentivi pubblici italiani alla ricerca industriale. La sua edizione 2025 si inserisce in un momento particolarmente denso di trasformazioni per il sistema produttivo nazionale, offrendo alle imprese — e in particolare alle PMI — un'opportunità concreta per finanziare progetti di ricerca applicata in collaborazione con soggetti del mondo scientifico e accademico. Non si tratta di un semplice contributo alla spesa tecnologica, ma di uno strumento pensato per costruire ponti strutturali tra il mondo della produzione e quello della conoscenza, due universi che in Italia comunicano ancora meno di quanto sarebbe necessario e possibile. La logica di fondo del bando è quella della ricerca collaborativa: le imprese non possono accedere ai finanziamenti da sole, ma devono farlo in partnership con università, enti di ricerca pubblici o altri organismi di ricerca accreditati.
Questo requisito non è un ostacolo burocratico, ma una scelta di policy precisa e motivata. La ricerca industriale di qualità non nasce nel vuoto: si nutre di competenze scientifiche di base, di metodologie rigorose, di accesso a strumentazioni avanzate e di una cultura della sperimentazione sistematica che difficilmente un'impresa, per quanto innovativa, riesce a sviluppare autonomamente al proprio interno. Le università e i centri di ricerca dispongono di tutto questo, ma spesso faticano a tradurre le proprie competenze in applicazioni industriali concrete, a causa di una cultura organizzativa orientata alla pubblicazione scientifica più che al trasferimento tecnologico. Il bando BRIC crea le condizioni perché questi due mondi si incontrino, si conoscano e sviluppino progetti di interesse comune, con benefici per entrambi e per il sistema produttivo nel suo insieme. I temi ammissibili nell'edizione 2025 riflettono le priorità strategiche della politica industriale nazionale ed europea. In prima linea ci sono le tecnologie abilitanti per la transizione digitale e per quella energetica: intelligenza artificiale applicata ai processi industriali, sistemi di
automazione avanzata, tecnologie per l'efficienza energetica, soluzioni per la gestione intelligente dell'energia, materiali innovativi a basso impatto ambientale, tecnologie per l'economia circolare.
Accanto a questi, trovano spazio anche temi più trasversali come la cybersecurity industriale, le biotecnologie applicate all'agroalimentare e alla salute, le tecnologie per la mobilità sostenibile e i sistemi di produzione avanzata. È una mappa tematica ampia, che riflette la varietà del tessuto produttivo italiano e che lascia spazio a proposte originali e interdisciplinari, non riducendosi a finanziare solo i filoni più ovvi o più di moda.
Per le PMI, il Bando BRIC 2025 offre alcune caratteristiche particolarmente interessanti. Innanzitutto, le intensità di aiuto previste sono più favorevoli per le imprese di minori dimensioni: le PMI possono accedere a percentuali di contributo più elevate rispetto alle grandi imprese, riconoscendo che il costo relativo della ricerca pesa di più su chi ha risorse limitate. In secondo luogo, la struttura collaborativa del bando offre alle piccole imprese l'accesso a competenze e strumentazioni che non potrebbero permettersi autonomamente: un laboratorio universitario attrezzato, un gruppo di ricerca con expertise specifiche, una rete di relazioni scientifiche internazionali. Questi asset, normalmente inaccessibili per una PMI, diventano disponibili attraverso la partnership di progetto, moltiplicando la capacità di innovazione dell'impresa ben oltre quanto sarebbe possibile con le sole risorse interne.
Il processo di costruzione di un progetto BRIC è esso stesso un percorso formativo per le imprese partecipanti. Definire gli obiettivi di ricerca, articolare il piano di lavoro, identificare i partner scientifici più adatti, quantificare i risultati attesi e costruire un budget dettagliato sono attività che richiedono all'impresa di riflettere in modo strutturato sulla propria strategia tecnologica e sui propri fabbisogni di innovazione.
Molte PMI che hanno partecipato alle edizioni precedenti del bando riferiscono che il processo di preparazione della domanda è stato di per sé un esercizio di chiarezza strategica, indipendentemente dall'esito della valutazione. Questo effetto collaterale positivo non va
sottovalutato: in un sistema produttivo in cui molte imprese innovano in modo informale e destrutturato, lo stimolo a formalizzare e pianificare i propri percorsi di ricerca ha un valore intrinseco.
La selezione dei partner di ricerca è uno degli aspetti più delicati e al tempo stesso più ricchi di opportunità del bando. L'Italia dispone di un sistema universitario e di ricerca pubblica di tutto rispetto, con punte di eccellenza riconosciute a livello internazionale in molti settori scientifici e tecnologici. Il problema è che le imprese, specialmente quelle di piccole dimensioni, spesso non conoscono queste eccellenze e non hanno i canali per raggiungerle. I digital innovation hub, i competence center del Piano Nazionale Impresa 4.0 e le strutture di trasferimento tecnologico delle università possono svolgere un ruolo prezioso di intermediazione, aiutando le PMI a identificare i partner accademici più adatti ai propri fabbisogni.
Anche le associazioni di categoria, in particolare quelle più strutturate e con uffici tecnici qualificati, possono contribuire a costruire questi ponti, mettendo in contatto i propri associati con il mondo della ricerca.
Un aspetto che caratterizza positivamente l'edizione 2025 del bando rispetto alle versioni precedenti riguarda l'attenzione alla dimensione della valorizzazione dei risultati. Non è sufficiente produrre ricerca: i risultati devono essere tradotti in applicazioni industriali, in prodotti o processi innovativi, in vantaggi competitivi tangibili per le imprese partecipanti. Il bando prevede quindi una componente dedicata alla protezione della proprietà intellettuale — brevetti, modelli di utilità, segreti industriali — e alla pianificazione delle attività di sfruttamento commerciale dei risultati della ricerca. Questo orientamento ai risultati concreti è coerente con la logica generale di Transizione 5.0 e con la tendenza più ampia degli strumenti europei di ricerca e innovazione a valutare i progetti non solo sulla qualità scientifica ma anche sull'impatto economico atteso.
Il tema della proprietà intellettuale merita un approfondimento, perché è uno degli aspetti più delicati nelle collaborazioni tra imprese e università. La questione di chi possiede i risultati
della ricerca congiunta — se l'impresa, l'università o entrambi in quota parte — è fonte frequente di incomprensioni e di conflitti che possono minare la collaborazione fin dall'inizio. Le linee guida del bando forniscono indicazioni su questo punto, ma la negoziazione degli accordi di proprietà intellettuale rimane un'attività complessa che richiede competenze legali specifiche. Per le PMI che si affacciano per la prima volta a questo tipo di collaborazione, disporre di supporto qualificato nella definizione degli accordi di partenariato è quasi indispensabile. Alcune università italiane hanno sviluppato uffici di trasferimento tecnologico sempre più professionali e orientati alle esigenze delle imprese, ma il livello di servizio rimane disomogeneo e molto dipendente dalla singola istituzione.
L'impatto potenziale del Bando BRIC 2025 sul sistema delle PMI italiane va valutato anche in relazione al contesto più ampio della spesa in ricerca e sviluppo del Paese. L'Italia investe in ricerca e sviluppo una quota del PIL inferiore alla media europea e molto inferiore a quella dei Paesi leader nell'innovazione come la Svezia, la Danimarca o la Germania. Questo gap non si spiega solo con la prevalenza di PMI nel tessuto produttivo — che tipicamente investono meno in R&S rispetto alle grandi imprese — ma anche con una cultura aziendale che storicamente ha privilegiato l'innovazione incrementale basata sull'esperienza pratica rispetto alla ricerca sistematica. Strumenti come il Bando BRIC contribuiscono a modificare questa cultura, abituando le imprese a pensare alla ricerca come a un investimento strategico e non come a un costo accessorio.
I risultati delle edizioni precedenti del bando offrono indicazioni incoraggianti sulla sua efficacia. Le analisi di impatto condotte su coorti di imprese beneficiarie mostrano effetti positivi e statisticamente significativi su indicatori come la produttività, l'export, l'occupazione qualificata e la propensione a brevettare. Le collaborazioni avviate in occasione dei progetti BRIC hanno spesso generato relazioni durature tra imprese e centri di ricerca, producendo benefici che si estendono ben oltre la durata del singolo progetto finanziato. Questo effetto di costruzione di relazioni stabili tra il mondo produttivo e quello scientifico è forse il risultato più prezioso e
meno immediatamente quantificabile dello strumento.
Guardando ai prossimi mesi, le imprese interessate a partecipare al Bando BRIC 2025 farebbero bene a non aspettare la pubblicazione formale del bando per iniziare la fase preparatoria. Identificare i fabbisogni tecnologici e i temi di ricerca rilevanti per la propria attività, esplorare il panorama dei potenziali partner accademici, avviare conversazioni esplorative con i dipartimenti universitari più pertinenti, verificare i requisiti di accesso e le condizioni di eleggibilità: tutte queste attività richiedono tempo e non possono essere compresse nelle settimane immediatamente precedenti la scadenza.
Le imprese che arrivano al bando con un progetto già strutturato e con relazioni già avviate con i partner di ricerca hanno una probabilità di successo significativamente più alta di quelle che costruiscono tutto in fretta all'ultimo momento. In un ecosistema dell'innovazione sempre più competitivo, la qualità della preparazione è spesso il fattore discriminante tra chi ottiene il finanziamento e chi no..
REALTÀ VIRTUALE IN CANTIERE: INAIL E START4.0 MOSTRANO IL FUTURO DELLA FORMAZIONE PER LA SICUREZZA
Il 12 marzo 2026, all'Auditorium Antonio Maglio della sede INAIL di Roma, si è tenuto il seminario conclusivo del progetto "Preventive Innovation", realizzato in collaborazione tra INAIL e START4.0, il Centro di Competenza nazionale per la sicurezza e l'ottimizzazione delle infrastrutture strategiche. Al centro dell'evento: le tecnologie immersive — realtà virtuale, aumentata e mixed reality — come nuovo standard per la formazione dei lavoratori, con un focus specifico sull'edilizia e sui contesti ad alto rischio.
Dal cantiere simulato al cantiere reale. La premessa concettuale del progetto è semplice ma potente: la formazione tradizionale insegna come le cose dovrebbero andare, ma non prepara il lavoratore a gestire l'imprevisto. La realtà virtuale rovescia questo limite, permettendo di "vivere" il rischio prima che si verifichi, in un ambiente sicuro dove si può sbagliare senza conseguenze. Il progetto Preventive Innovation, finanziato con fondi PNRR e Next Generation EU,
ha sviluppato procedure di sicurezza che integrano la VR avanzata con sistemi di geofencing — tecnologie di delimitazione virtuale degli spazi — inizialmente testate nei contesti portuali e ora estese alla sicurezza delle infrastrutture strategiche e dei cantieri edili.
Il seminario ha presentato i risultati operativi: i partecipanti hanno potuto testare dal vivo la procedura di sicurezza attraverso visori VR, toccando con mano cosa significa navigare virtualmente un cantiere, individuare i rischi, seguire le vie di fuga o rispettare le zone interdette prima ancora che i lavori siano iniziati. Un approccio che si integra perfettamente con le metodologie BIM già adottate dai coordinatori della sicurezza: il modello 3D del cantiere, costruito in fase progettuale, diventa anche il set della formazione immersiva per le maestranze.
Il quadro normativo che cambia. Un elemento decisivo per la diffusione di questi strumenti nelle aziende è l'Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025, che ha semplificato la normativa sulla formazione in materia di salute e sicurezza, definendo per la prima volta regole chiare per l'utilizzo delle tecnologie immersive nei percorsi formativi obbligatori e riconoscendole come mezzi certificati ed efficaci. Per le PMI dell'edilizia, questo significa che investire in formazione VR non è più un'opzione sperimentale, ma una scelta pienamente conforme agli obblighi di legge — e potenzialmente più efficace di molte sessioni d'aula tradizionali, soprattutto per formare lavoratori giovani, stagionali e figure con competenze linguistiche limitate, categorie per cui la simulazione visiva supera le barriere della comprensione testuale.
Parallelamente, la monografia INAIL sul progetto FEREO — Formazione e Resilience Engineering Organizzativa, anch'esso inserito nel Bando BRIC 2022 — ha pubblicato i risultati di un tool di autovalutazione della resilienza organizzativa per le aziende che adottano tecnologie 4.0, e di una procedura completa per progettare, erogare e valutare percorsi formativi in VR dedicati alle procedure LOTO (Lockout-Tagout), le operazioni di messa in sicurezza degli impianti durante la manutenzione. Due strumenti concreti, disponibili gratuitamente, che le aziende possono cominciare a usare già oggi.
RICONGIUNZIONE CONTRIBUTI 2026: COEFFICIENTI AGGIORNATI PER IL CALCOLO
DELLE RATE
IPer il 2026 il calcolo delle rate di ricongiunzione dei contributi previdenziali è stato aggiornato con nuovi coefficienti, riflettendo l’adeguamento annuale ai parametri economici e finanziari stabiliti dagli enti competenti. La ricongiunzione consente ai lavoratori di sommare periodi contributivi maturati in diverse gestioni previdenziali, al fine di ottenere una posizione unica e una pensione calcolata sull’insieme dei contributi versati. L’aggiornamento dei coefficienti è un elemento centrale, perché determina l’importo delle rate mensili o trimestrali che il lavoratore deve versare per estinguere la posizione, sia nel caso di ricongiunzione ordinaria a domanda del lavoratore, sia nel caso di trasferimento d’ufficio.
I coefficienti aggiornati per il 2026 tengono conto di diversi fattori: l’età del richiedente, il periodo di contribuzione da ricongiungere, la gestione di appartenenza dei contributi e il tipo di calcolo applicato (retributivo, contributivo o misto). In linea generale, i coefficienti più elevati si applicano a chi ricongiunge periodi di contribuzione relativamente brevi o a chi richiede una rateizzazione su un numero maggiore di anni, mentre quelli più bassi si riferiscono a importi più contenuti o a rateizzazioni più brevi. L’obiettivo è mantenere un equilibrio tra la sostenibilità economica dell’operazione e la possibilità per il lavoratore di dilazionare il pagamento.
Dal punto di vista operativo, il calcolo della rata mensile avviene moltiplicando l’importo totale dei contributi da ricongiungere per il coefficiente corrispondente alla gestione e alla fascia di età del lavoratore. Il risultato determina l’importo della rata, che può essere versata in un’unica soluzione o suddivisa in più rate annuali o mensili, a seconda delle scelte del contribuente e delle opzioni previste dall’ente previdenziale. L’aggiornamento dei coefficienti per il 2026 rende quindi immediatamente necessario
per i lavoratori interessati verificare la propria posizione contributiva e confrontare gli importi stimati con la capacità di pagamento, per pianificare correttamente la rateizzazione.
Per le imprese, l’aggiornamento dei coefficienti della ricongiunzione ha effetti indiretti ma non meno significativi. Molti lavoratori che si avvalgono della ricongiunzione provengono da percorsi di carriera frammentati tra diverse aziende o settori, spesso con passaggi tra lavoro dipendente e autonomo. Una maggiore chiarezza sui coefficienti e sui costi delle rate consente di supportare i dipendenti nella gestione delle pratiche previdenziali, evitando ritardi o incomprensioni che potrebbero incidere anche sulle certificazioni contributive rilasciate dai datori di lavoro. In questo senso, le PMI hanno un ruolo di facilitazione e informazione, affiancando i lavoratori nella raccolta della documentazione e nella trasmissione delle domande agli enti previdenziali.
L’aggiornamento dei coefficienti 2026 rappresenta inoltre un’occasione per i lavoratori di valutare la convenienza della ricongiunzione rispetto ad altre opzioni di valorizzazione dei periodi contributivi, come il riscatto della laurea o il cumulo dei periodi assicurativi. La possibilità di rateizzare l’importo con coefficienti aggiornati consente di modulare il pagamento in funzione della situazione economica personale, rendendo più accessibile l’operazione anche per chi dispone di risorse limitate.
In sintesi, la ricongiunzione dei contributi per il 2026, con i coefficienti aggiornati, conferma il ruolo di questo strumento come leva strategica per ottimizzare il percorso previdenziale e consolidare i periodi contributivi maturati in diverse gestioni. L’aggiornamento dei coefficienti rende necessario un’attenta pianificazione, sia per i lavoratori interessati sia per le imprese che li supportano, garantendo al tempo stesso sostenibilità economica e flessibilità nella rateizzazione. La corretta comprensione e
applicazione di questi coefficienti è fondamentale per assicurare che la ricongiunzione produca i benefici attesi, consentendo di ottenere una pensione calcolata sull’intero arco contributivo e riducendo il rischio di errori o di oneri finanziari imprevisti.
IMPRESE: SERVIZI FINANZIARI ED ENERGIA TRAINANO LA CRESCITA, AGRICOLTURA E COMMERCIO IN CRISI
L’analisi recente del contesto economico italiano evidenzia dinamiche contrastanti tra settori produttivi, con una crescita sostenuta trainata dai servizi finanziari e dal comparto dell’energia, mentre l’agricoltura e il commercio mostrano segnali di difficoltà. Questi andamenti hanno un impatto diretto sulle imprese e, in particolare, sulle piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale del tessuto produttivo nazionale e la componente più sensibile alle fluttuazioni dei mercati.
Il settore dei servizi finanziari continua a rappresentare un motore importante della crescita, grazie a una domanda stabile di prodotti e servizi innovativi, alla digitalizzazione dei processi e alla capacità di intercettare nuove esigenze delle imprese e dei privati. Anche il settore energetico contribuisce in modo significativo, spinto da investimenti in efficienza, rinnovabili e infrastrutture strategiche, ma anche dai flussi legati alla transizione ecologica. In entrambi i comparti, le imprese che operano con approcci innovativi, tecnologicamente avanzati e attente alla sostenibilità stanno beneficiando di margini migliori e di una domanda crescente, rafforzando la loro posizione competitiva a livello nazionale e internazionale.
Al contrario, l’agricoltura e il commercio affrontano difficoltà che pesano sulla redditività e sulla continuità delle imprese. Nel settore agricolo, i fattori critici includono il cambiamento climatico, la volatilità dei prezzi delle materie prime e l’aumento dei costi energetici e dei mezzi tecnici. Questi elementi si combinano con una pressione
costante sulla competitività internazionale, generando una marginalità ridotta e, in alcuni casi, problemi di sostenibilità economica per le aziende, soprattutto per le piccole realtà rurali e i produttori indipendenti.
Il commercio, sia al dettaglio sia all’ingrosso, risente invece dei cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, della concorrenza online e dei margini compressi dai costi operativi crescenti. Anche l’inflazione e la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie incidono sulla capacità di spesa, creando un contesto di incertezza che rallenta gli investimenti e aumenta la pressione sulla gestione quotidiana delle attività commerciali. Per le PMI, queste dinamiche si traducono in una necessità maggiore di pianificazione finanziaria, ottimizzazione dei costi e innovazione nei modelli di vendita e di servizio.
Le imprese che operano nei settori trainanti della crescita, come energia e servizi finanziari, hanno la possibilità di rafforzare ulteriormente le proprie strategie competitive investendo in tecnologia, formazione del personale e sostenibilità ambientale. Le PMI che affrontano settori in difficoltà, come agricoltura e commercio, devono invece puntare a soluzioni innovative per contenere i costi, diversificare l’offerta e migliorare l’efficienza operativa, sfruttando strumenti di supporto pubblico e privato disponibili per mitigare i rischi.
In questo scenario, la capacità delle imprese di leggere correttamente le tendenze settoriali e di adattare i propri modelli di business diventa centrale. Chi riesce a sfruttare le opportunità offerte dai comparti in crescita può consolidare la propria posizione e investire nella sostenibilità a lungo termine, mentre chi opera nei settori più fragili deve necessariamente rafforzare la resilienza, migliorare la gestione finanziaria e adottare innovazioni mirate per affrontare la pressione competitiva e i margini ridotti.
In conclusione, il quadro economico attuale mette in evidenza una crescita disomogenea tra i diversi settori produttivi italiani, con
energie e servizi finanziari in forte espansione e agricoltura e commercio in difficoltà. Per le PMI, comprendere queste dinamiche è essenziale per pianificare investimenti, ottimizzare risorse e sviluppare strategie che possano garantire sostenibilità, competitività e continuità nel medio-lungo periodo, anche in un contesto di mercati sempre più complesso e mutevole.
L’interesse crescente delle imprese verso queste misure evidenzia una consapevolezza ormai diffusa: l’energia rappresenta un asset strategico, non solo in termini di costi ma anche di reputazione e capacità di accesso ai mercati. In molti bandi pubblici, nelle gare internazionali e nelle richieste delle grandi committenze, i criteri ESG –ambientali, sociali e di governance –assumono un peso crescente. L’adozione di impianti per l’autoproduzione da fonti rinnovabili può quindi incidere positivamente anche sulla competitività commerciale dell’impresa, aprendo nuove opportunità di business e migliorando la posizione nella filiera.
Per le piccole e medie imprese, che rappresentano il cuore pulsante del sistema produttivo italiano, si tratta di una leva importante per innovare e crescere con uno sguardo rivolto al futuro.
FINANZIAMENTI UE E CONTRIBUTI A FONDO
PERDUTO PER STARTUP E PMI CON EIC ACCELERATOR
I finanziamenti europei rappresentano uno strumento strategico per sostenere lo sviluppo di startup e PMI innovative, e l’EIC Accelerator si conferma uno dei principali programmi di riferimento per accedere a risorse dedicate a progetti ad alto contenuto tecnologico e potenziale di mercato. L’iniziativa consente di combinare contributi a fondo perduto con strumenti finanziari a supporto della crescita e della scalabilità, offrendo alle imprese italiane opportunità concrete per competere a livello internazionale.
L’EIC Accelerator è rivolto a imprese con prodotti o servizi innovativi, in fase di sviluppo o già presenti sul mercato, che intendono
crescere e consolidarsi su scala europea e globale. Il programma finanzia progetti nei settori strategici dell’innovazione, della transizione digitale e della sostenibilità ambientale, sostenendo sia la fase di ricerca e sviluppo sia le attività finalizzate alla commercializzazione. La combinazione di contributi a fondo perduto e strumenti finanziari agevolati consente di coprire parte dei costi di sviluppo, riducendo il rischio economico e favorendo investimenti in tecnologie emergenti.
Per le PMI e le startup, la possibilità di accedere all’EIC Accelerator significa disporre di risorse dedicate per accelerare il percorso di crescita, testare soluzioni innovative e rafforzare la presenza sui mercati internazionali. I contributi a fondo perduto, in particolare, offrono un sostegno immediato per attività come prototipazione, validazione tecnologica, studi di mercato e sviluppo commerciale, senza generare oneri finanziari diretti sull’impresa. Gli strumenti finanziari, invece, possono essere utilizzati per scale-up e internazionalizzazione, permettendo alle imprese di attrarre ulteriori investimenti privati e di consolidare la propria struttura economica e finanziaria.
L’accesso all’EIC Accelerator richiede un processo di selezione competitivo, basato sulla qualità tecnica del progetto, sul potenziale di mercato e sulla capacità del team imprenditoriale di realizzare gli obiettivi proposti. La preparazione della candidatura richiede una chiara definizione delle fasi di sviluppo, della strategia di commercializzazione e della sostenibilità finanziaria, elementi che spingono le PMI a strutturare progetti più solidi e a dotarsi di strumenti di governance e gestione più avanzati. Questo effetto collaterale del programma contribuisce a rafforzare la cultura dell’innovazione all’interno delle imprese, migliorando le competenze manageriali e strategiche.
Un aspetto rilevante riguarda la complementarità con altri strumenti nazionali e regionali. L’EIC Accelerator può integrarsi con fondi pubblici italiani, contributi a fondo perduto e incentivi fiscali per l’innovazione.