Skip to main content

luglio26

Page 1


Luglio
A.I.T.I.
Associazione Italiana Tesorieri d’impresa
Dipartimento per l’Innovazione e le Tecnologie
Università Cattolica del Sacro Cuore

Mensile Ufficiale dell’AssoimpresePMI - Associazione Industriali Piccole e Medie Imprese Italiane Il mensile è presente presso l’osservatorio per le piccole e medie Imprese, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Dipartimento per l’Innovazione e le Tecnologie, Dipartimento della funzione Pubblica, Ministero dell’Economia e delle Finanze - Consip, Centro per l’informatica nella Pubblica Amministrazione - Cnipa, Associazione Italiana Tesorieri d’impresaaiti, Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità e presso la commissione Europea (BRUXELLES)

PMI Magazine

Direttore Responsabile Cosimo Bisci

Redazione e Impaginazione Grafica Silvia Tira

Area comunicazione marketing relazioni esterne Alberto Di Leo

Hanno collaborato a questo numero Paolo Melissi Fotografie - Mario Carò

Fotolito e Stampa - PI-ME Editrice srl

AssoimpresePMI Via San Raffaele 1, 20123 Milano Tel: +39 02.47927155 - 9230274

Tutti i marchi, i servizi e interviste appartengono ai rispettivi loro proprietari. Iscritto al tribunale di Milano il 26/02/2001 numero di registrazione 92. ROC n° 21365 Tutti gli speciali sono con uscita decadenza settimanale. “La Grande Industria” inserto esclusivo per le Grandi

SPORTELLO EUROPA

VALDIS D OMBROVS k IS Commissario per l' eC onomia e la p roduttività

04

EDISON ENERGIA

massimo Quaglini amministratore delegato

10

BANCA GENERALI

pmi2Change, il progetto di BanCa generali per avviCinare Capitali e imprese

14

PMI&TRANSIZIONE ENERGETICA

opportunita' operative

Con gme - gestore merCati energetiCi e Contesto regolatorio

18

FOCUS

Crisi energetiCa e nuove sFide per la transiZione eCologiCa

20

OPPORTUNITA’ COMUNITARIE E FINANZIAMENTI

PER LE PMI E IL MONDO DEL LAVORO

In uno scenario in continua evoluzione le pmi sono davanti a necessarie scelte strategiche. Lo sa bene, in qualità di Commissario per l'Economia e la Produttività, Valdis Dombrovskis, che ha il compito di garantire un migliore coordinamento delle politiche tra l'Unione Europea e gli Stati membri al fine di sostenere obiettivi comuni: garantire che le regole di bilancio previste dal Patto di stabilità e crescita siano attuate in modo coerente in tutti gli Stati membri; guidare i lavori per proseguire l'attuazione di NextGenerationEU e del Dispositivo per la ripresa e la resilienza; assicurare che il Semestre europeo sostenga la competitività, la sostenibilità e l'equità sociale dell'Unione europea; sviluppare un nuovo strumento per tradurre gli obiettivi dell'Unione Europea in materia di competitività in politiche nazionali coordinate. Il 2 luglio, ad esempio, il Commissario Dombrovskis ha partecipato al

dialogo economico di alto livello tra Turchia e Unione Europea. Il Commissario ha detto di recente: ”Presentiamo le nostre più recenti proposte di semplificazione ‘Omnibus’ in due ambiti importanti. La prima – in materia di fiscalità – riduce gli oneri burocratici sia per i contribuenti che per le amministrazioni fiscali. La seconda – riguardante i prodotti energetici – semplifica le norme per fornitori e rivenditori, senza tuttavia compromettere la fornitura delle informazioni necessarie ai clienti. Nel loro insieme, queste misure garantiranno un ulteriore risparmio annuo di 3,4 miliardi di euro sui costi amministrativi per le imprese e le amministrazioni di tutta l’Unione Europea. Ciò porta il risparmio complessivo derivante dalle nostre proposte ‘Omnibus’ e dalle altre iniziative di semplificazione a oltre 18 miliardi di euro. Si tratta di quasi la metà del nostro obiettivo globale di 37,5 miliardi di euro entro la

fine dell'attuale mandato della Commissione europea. Al di là delle cifre principali, vi sono i cambiamenti concreti apportati dalla semplificazione. Stiamo riducendo la burocrazia per semplificare le cose. Per rendere più agevole l'attività delle nostre imprese europee”. Si segnalano, pertanto, alcune utili opportunità europee aperte tra cui il fatto che la Commissione europea, tramite l’AI Office, insieme al progetto AI-BOOST, ha lanciato l’Apply AI Startup Award, un premio volto a valorizzare le startup e scaleup europee che sviluppano soluzioni di Intelligenza Artificiale nei settori strategici individuati dalla Apply AI Strategy. L’obiettivo è promuovere realtà capaci di combinare innovazione tecnologica, impatto di mercato e rilevanza strategica per la competitività e la sovranità tecnologica europea. Il percorso di selezione prevede una prima fase di nomina da parte delle associazioni nazionali di

A CURA DI CINZIA bOsChIERO

startup, che potranno indicare fino a tre imprese per Stato membro. Segue una fase di pre-selezione e valutazione che porterà all’individuazione di dieci di finalisti, chiamati a partecipare a un evento di pitching online. Al termine delle presentazioni verranno selezionati i tre vincitori finali. Le startup premiate saranno invitate a presentare la propria soluzione sul palco principale dell’Apply AI Summit, in programma il 17 novembre 2026 a Bruxelles, riceveranno un trofeo e un certificato ufficiale e beneficeranno di visibilità attraverso i canali di comunicazione della Commissione europea. L'Apply AI Strategy era stata annunciata nell' AI Continent Action Plan di aprile 2025, Piano attraverso il quale l'Unione europea intende puntare alla leadership nell'ambito dell'Intelligenza Artificiale a livello globale. L'obiettivo dell'Apply AI Strategy europea è migliorare la competitività dei settori stra -

Valdis d ombro V skis,

Commissario per l' eC onomia e la p rodutti V ità

tegici e rafforzare la sovranità tecnologica dell'Unione Europea, promuovendo l'adozione e l'innovazione dell'IA in tutta l’Unione europea, in particolare nelle piccole e medie imprese. Da un lato, nella strategia si incoraggia un approccio AI first policy, secondo la quale l'IA viene considerata la soluzione tecnologica potenziale ogni volta che le organizzazioni prendono decisioni strategiche o politiche, una volta valutati i vantaggi e rischi derivanti dal suo utilizzo. L'altro fulcro della Strategia promuove un approccio "buy European", in particolare per il settore pubblico, con particolare attenzione alle soluzioni di IA open source. L'Apply AI Strategy propone azioni concrete racchiuse in tre sezioni: iniziative flagship settoriali - misure per promuovere l'adozione dell'IA in undici settori industriali chiave, compreso il settore pubblico. I settori industriali comprendono sanità e farmaceutica,

mobilità trasporti e automobilistico, robotica, produzione, ingegneria e costruzioni, clima e ambiente, energia, agroalimentare, difesa, sicurezza e spazio, comunicazioni elettroniche, cultura, creatività e media. Sono previste misure e azioni di sostegno per aumentare la sovranità tecnologica dell'Unione Europea affrontando le sfide trasversali per lo sviluppo e all'adozione dell'Intelligenza Artificiale. Si rafforza in questo modo il ruolo degli European Digital Innovation Hubs - EDIH, che vengono trasformati in Experience Centres for AI centri di esperienza per l'IA, per diventare punti di accesso all'ecosistema di innovazione dell'IA dell'Unione Europea. Vengono incluse per il raggiungimento di questo obiettivo le AI Factories, le AI Gigafactories e le AI Testing and Experimentation Facilities - TEFs e le sandbox normative di IA; la creazione di un nuovo sistema di governance tramite l'Apply

AI Alliance, principale forum di coordinamento che riunisce fornitori di IA, leader del settore, mondo accademico e settore pubblico, verranno stimolate azioni di policy basate sui fabbisogni reali e concreti della società. Assieme a questa Alleanza europea, l'osservatorio sull'IA AI Observatory seguirà le evoluzioni nel panorama dell'IA e valuterà l'impatto dell'IA in settori specifici. Parallelamente, la Commissione europea ha lanciato il servizio di assistenza AI Act Service Desk per garantire un'attuazione agevole delle disposizioni dell'AI Act, assieme alla Single Information Platform dove gli stakeholder potranno trovare tutte le informazioni rilevanti sull'applicazione dell'AI Act. L’iniziativa mira a riconoscere imprese innovative che producono soluzioni di IA in ambiti chiave come sanità e farmaceutica, mobilità e automotive, robotica, manifattura, energia, clima, agroalimentare, difesa e spazio, comunicazioni elettroniche, settori culturali e creativi e pubblica amministrazione e l’obiettivo è promuovere realtà capaci di combinare innovazione tecnologica, impatto di mercato e rilevanza strategica per la competitività e la sovranità tecnologica europea. Nei periodi di crisi è necessario inoltre saper migliorare il dialogo tra imprenditori e lavoratori e si segnala che, in quest’ottica, è aperto il nuovo bando europeo SOCPL-2026SOC-DIALOG – Support for Social Dialogue, promosso dalla Commissione europea e gestito dalla Direzione Generale Occupazione, Affari sociali e Inclusione, nell’ambito delle

URsULA VON DER LEyEN, PREsIDENTE COMMIssIONE EUROPEA

CON I COMMIssARI

linee Social Prerogatives and Specific Competencies (SOCPL). Il bando affronta le trasformazioni che interessano il mercato del lavoro, rafforzando il contributo delle parti sociali europee, che rappresentano gli interessi dei lavoratori e dei datori di lavoro, alla definizione e all’attuazione di politiche sociali e occupazionali dell’Unione europea. Si intende promuovere il dialogo sociale a livello intersettoriale e settoriale. A disposizione vi sono 13,25 milioni di euro, destinati al finanziamento di una quarantina massimo di progetti a livello intersettoriale e settoriale. Le proposte dovranno avere una chiara dimensione europea o transnazionale, prevedendo il coinvolgimento di organizzazioni provenienti da più Stati membri dell’Unione europea e, quando pertinente, anche da Stati candidati all’adesione all’Unione Europea. Le attività finanziabili includono, tra le altre, consultazioni, negoziazioni, scambi di buone pratiche e azioni congiunte volte a rafforzare la cooperazione tra le parti sociali. Tra i bandi aperti si segnala inoltre che è stata ufficialmente lanciata la prima ELEVATEX Open Call, un'iniziativa di cascade funding che punta a sostenere la transizione ecologica e digitale delle piccole e medie imprese industriali. Saranno selezionate venti pmi tessili europee per sviluppare nuovi prodotti, processi o servizi ad alto potenziale di mercato. In particolare, il bando mira ad accelerare la doppia transizione verde e digitale dell'industria tessile, promuovere la resilienza industriale e rafforza -

re la competitività internazionale. Ciò sarà raggiunto migliorando la capacità di innovazione delle pmi, facilitando il loro accesso a nuovi mercati e catene di approvvigionamento e rafforzando la cooperazione intersettoriale e interregionale istituendo partenariati strategici. Possono partecipare al bando delle pmi a scopo di lucro attive nell'ecosistema tessile (incluse le startup) costituite da almeno un anno al momento della domanda. L'innovazione proposta deve presentare un livello di prontezza tecnologica avanzato, quantificabile in un TRL superiore a 6. La dotazione finanziaria complessiva è di 600mila euro; ciascuna pmi selezionata riceverà un contributo economico a fondo perduto sotto forma di lump sum di 30mila euro. E’ anche aperto il bando NEB Academy - Fashion Shift, promosso nell’ambito di EIT Culture & Creativity, con una dotazione finanziaria complessiva di 2,5 milioni di euro destinata a sostenere la trasformazione del settore della moda in Unione Europea. L’iniziativa mira a finanziare consorzi collaborativi capaci di sviluppare e ampliare modelli di business innovativi fondati sui principi del Nuovo Bauhaus Europeo (NEB) che sono: sostenibilità, inclusione e bellezza. Il bando si rivolge a progetti che partano da imprese, iniziative, sperimentazioni o concetti già validati e pronti per essere sviluppati, implementati o scalati attraverso una collaborazione strutturata tra diversi attori dell’ecosistema. Le attività possono riguardare qualsiasi fase della catena

del valore della moda, dalla progettazione e selezione dei materiali fino alla produzione, distribuzione e gestione del fine vita dei prodotti. Si punta a favorire la diffusione di pratiche capaci di generare impatti ambientali, sociali, economici e di mercato misurabili, contribuendo alla costruzione di un settore della moda più resiliente, competitivo e sostenibile. Si vuole sostenere il passaggio da modelli basati sul fast fashion verso un ecosistema europeo più responsabile, fondato sull’innovazione, sulla cooperazione tra settori e sulla condivisione delle responsabilità lungo l’intera filiera. Le candidature potranno essere presentate fino al 31 agosto 2026. Sempre nel settore della moda è aperta la prima Open Call di FutureProofTextiles, il progetto europeo finanziato nell'ambito del programma Single Market Programme (SMP), che sostiene la transizione digitale e verde delle piccole e medie imprese del settore tessile. L'iniziativa selezionerà venti pmi operanti nella filiera tessile o in settori complementari le cui soluzioni contribuiscano direttamente alla catena del valore del comparto. Le imprese selezionate prenderanno parte a un percorso della durata di nove mesi, che comprende attività di formazione sulla trasformazione digitale e l'economia circolare, mentoring personalizzato, opportunità di networking internazionale e accesso a materiali dedicati allo sviluppo di pratiche sostenibili e innovative. Il bando mette a disposizione un finanziamento complessivo di un milione di euro.

ETF,

F ONDAZIONE EUROPEA PER LA FORMAZIONE

Ciascuna pmi selezionata potrà beneficiare di un contributo pari a 60mila euro, composto da 50mila euro di finanziamento forfettario e 10mila euro di cofinanziamento a carico dell'impresa. Le candidature potranno essere presentate fino al 18 settembre 2026. A proposito di cooperazione c’è il programma Interreg Italia-Croazia che ha aperto il suo quarto bando per la presentazione di proposte progettuali, mettendo a disposizione 5,859 milioni di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) per sostenere iniziative di capitalizzazione orientate al turismo sostenibile. L’invito, aperto fino al 15 settembre 2026, è realizzato in coordinamento con il Meccanismo Multi-Programma Interreg Mediterraneo (MMM), un’iniziativa che promuove la valorizzazione dei risultati ottenuti dai progetti Interreg e ne favorisce il trasferimento e la replicabilità in nuovi territori e contesti. Il bando si concentra sull’Obiettivo Specifico 4.1, dedicato al rafforzamento del ruolo della cultura e del turismo sostenibile come fattori di sviluppo economico, inclusione sociale e innovazione sociale. Le proposte dovranno basarsi sui risultati già sviluppati nell’ambito di progetti finanziati dai programmi partecipanti al MMM, con l’obiettivo di riutilizzarli, adattarli o ampliarli nell’area di cooperazione tra Italia e Croazia. L’iniziativa mira a favorire la diffusione di pratiche e soluzioni già sperimentate con successo, contribuendo a migliorare la sostenibilità e la competitività delle destinazioni turistiche dell’area adria -

tica attraverso un approccio basato sulla cooperazione transfrontaliera e sul trasferimento delle conoscenze. Il periodo è difficile, le pmi non sono semplicemente versioni in scala ridotta delle grandi imprese, quando la BCE modifica i tassi di interesse, queste aziende di minori dimensioni ne risentono in modo ben diverso rispetto ai grandi gruppi industriali. Le grandi imprese possono reperire fondi con facilità emettendo obbligazioni direttamente agli investitori; le pmi, invece, dipendono quasi esclusivamente dalle banche per finanziare le proprie attività quotidiane e la crescita. Per valutare la situazione delle imprese di minori dimensioni, la BCE collabora con la Commissione europea alla realizzazione dell'Indagine sull'accesso al credito delle imprese (SAFE). Questa rilevazione periodica monitora la facilità con cui le pmi ottengono prestiti, il costo di tali finanziamenti e l'impatto dei cambiamenti economici sulle assunzioni e sugli utili. L'analisi di questi dati consente alla BCE di verificare se le banche stiano concedendo credito liberamente o se, al contrario, stiano limitando l'offerta provocando una cosiddetta "stretta creditizia". Sul fronte delle imprese, i conti correnti e i prestiti rotativi hanno registrato un tasso del 4,05% a marzo 2026, in discesa rispetto al 4,94% di gennaio 2025: un calo di quasi un punto percentuale in quindici mesi, il più significativo tra tutte le voci attive rilevate. I finanziamenti alle pmi — quelli fino a un milione di euro, che rappresentano il canale

creditizio principale per le piccole e medie imprese — hanno segnato un tasso del 4,18% a marzo 2026, in rialzo rispetto al minimo di 3,95% registrato ad agosto 2025. Dopo una fase di discesa durata fino all'estate, il tasso sulle pmi ha quindi invertito la rotta nella seconda parte dell'anno, chiudendo marzo 2026 su livelli superiori al punto di minimo di circa 0,23 punti. I finanziamenti oltre il milione di euro — quelli destinati alle grandi imprese — hanno invece beneficiato di condizioni più favorevoli, con un tasso del 2,99% a marzo 2026, quasi 1,2 punti percentuali in meno rispetto a quanto pagato dalle pmi per operazioni analoghe. Il divario tra grandi e piccole imprese nel costo del credito è rimasto quindi strutturalmente ampio, a conferma di una segmentazione del mercato che premia la dimensione aziendale indipendentemente dall'andamento generale dei tassi.

L’aumento dei tassi di interesse deciso dalla BCE comporta un incremento del costo del credito, con effetti particolarmente rilevanti sui finanziamenti a medio e lungo termine, sui leasing a tasso variabile e sulle linee di credito commerciali indicizzate. Inoltre, le imprese che intendono accedere a nuovi finanziamenti potrebbero incontrare condizioni di concessione più restrittive e criteri di valutazione più severi da parte degli istituti bancari. Questa situazione, inoltre, rallenta i piani di sviluppo tecnologico, innovazione e transizione ecologica che rischiano di diventare per le imprese insostenibili economicamente. Il monitoraggio della BCE sull'andamento dei salari, che prende in esame gli accordi di contrattazione collettiva in vigore, indica una crescita salariale negoziata – comprensiva della ripartizione temporale dei pagamenti una tantum – pari al 3,2% nel 2025 (sulla base di una copertura del 51,5% dei lavoratori nei paesi partecipanti) e al 2,3% nel 2026 (con una copertura del 43,2%). Rispetto ai dati

diffusi nel maggio 2026, la rilevazione della BCE sui salari (che include la ripartizione dei pagamenti una tantum) non ha subito variazioni sostanziali per il 2026. Per una valutazione più approfondita dell'evoluzione delle retribuzioni nell'area dell'euro, si rimanda alle proiezioni macroeconomiche per l'area dell'euro elaborate dagli esperti dell'Eurosistema nel giugno 2026, le quali indicano per il 2026 un tasso di crescita annuo della retribuzione per dipendente nell'area dell'euro pari al 3,2%. Secondo i dati della BCE le aspettative di crescita economica per i prossimi 12 mesi sono salite a -1,7%, rispetto al -2,2% di aprile. Per contro, le previsioni sul tasso di disoccupazione a 12 mesi sono aumentate all'11,3%, dall'11,2% di aprile. Come osservato nei mesi precedenti, le famiglie a basso reddito hanno previsto il tasso di disoccupazione più elevato a 12 mesi (13,7%), mentre quelle ad alto reddito hanno previsto il tasso più basso (9,5%). Si segnala che la Commissione europea ha pubblicato il nuovo bando ESF-2026-POW, finanziato nell’ambito del programma Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+), componente Employment and Social Innovation (EaSI), dedicato al tema del distacco dei lavoratori e al miglioramento della cooperazione amministrativa tra Stati membri. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di sostenere il rispetto delle condizioni di lavoro, la trasparenza delle informazioni disponibili e la tutela dei lavoratori in mobilità all’interno dell’Unione europea. Secondo la Commissione europea, i lavoratori distaccati rappresentano una categoria particolarmente esposta a fenomeni di sfruttamento, precarietà e violazioni dei diritti sociali. Per questo il bando intende promuovere iniziative che si concentrano su una delle tre linee di intervento previste che sono 1)cooperazione tra autorità competenti, grazie a scambi di informazioni, visite congiunte e programmi di formazione; 2)informazione, mediante stru -

menti digitali e servizi informativi rivolti a lavoratori e imprese; 3)dati, attraverso attività di ricerca e raccolta dati sulle condizioni dei lavoratori distaccati e sui processi di mobilità transnazionale. La dotazione finanziaria complessiva disponibile è pari a 4 milioni di euro e la Commissione europea prevede di finanziare sino a massimo sette progetti, con un tasso di cofinanziamento europeo pari all’80% dei costi eleggibili. Possono partecipare enti pubblici e privati, organizzazioni non profit, università, centri di ricerca, pmi, organizzazioni della società civile e parti sociali provenienti da Stati ammissibili al programma. Le candidature dovranno essere presentate da consorzi composti da almeno tre soggetti di tre diversi Stati membri dell’UE. La scadenza per la presentazione delle proposte è fissata al 6 ottobre 2026. Inoltre la Commissione europea ha pubblicato il bando ESF-2026-POW – Posting of Workers, nell’ambito del Fondo Sociale Europeo (ESF), con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione amministrativa tra Stati membri e migliorare l’accesso alle informazioni per i lavoratori inviati temporaneamente a lavorare in un altro Stato dell’Unione europea (i cosiddetti “lavoratori distaccati”). Il programma dispone di un budget complessivo di 4 milioni di euro e contribuisce all’attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali, con focus su condizioni di lavoro eque, trasparenza e tutela dei diritti. Il bando mira a rafforzare l’applicazione delle regole sul lavoro transnazionale lungo tre direttrici principali: la prima riguarda la promozione della cooperazione tra autorità pubbliche e parti sociali dei diversi Stati membri, anche attraverso l’utilizzo del sistema IMI e lo scambio di buone pratiche. La seconda punta a migliorare accessibilità, chiarezza e qualità delle informazioni sulle condizioni di lavoro applicate nei diversi Paesi e sui meccanismi di controllo e enforcement delle norme europee. La terza

è dedicata al rafforzamento della base di conoscenze ed evidenze, tramite raccolta e analisi di dati originali e collaborazione tra università, centri di ricerca e stakeholder sociali. Si segnala anche il ruolo importante di ETF, Fondazione europea per la formazione, che è un'agenzia dell'Unione europea che aiuta gli Stati in transizione e in via di sviluppo a valorizzare il proprio capitale umano attraverso la riforma dei sistemi di istruzione, formazione e mercato del lavoro, nel quadro della politica di relazioni esterne dell'Unione Europea. ETF ha sede a Torino ed è operativa dal 1994. Ha un organico di circa 130 persone e una dotazione di bilancio di circa 20 milioni di euro. Per incentivare la cooperazione, sino al primo agosto è aperto pure un bando relativo al progetto Nemesis - "Innovative Co-Creation Soil Health Living Labs", finanziato nell'ambito del programma quadro Horizon Europe e co-finanziato dalla Confederazione Svizzera. Si punta al rafforzamento e l'espansione della rete di Living Labs già esistenti in cinque contesti territoriali chiave: Cipro, Francia, Italia, Spagna e l'area transfrontaliera di Tunisia e Algeria. Ciascun laboratorio territoriale si concentra su una specifica specializzazione colturale o ambientale (per l'Italia, ad esempio, il focus è sul binomio suolo-colture). I fondi erogati dovranno sostenere l'introduzione di pratiche di gestione sostenibile del suolo (es. rotazione delle colture, agricoltura rigenerativa, inerbimento, sistemi agroforestali) e la co-creazione di soluzioni innovative in ambienti reali.

La durata prevista per la partecipazione e l'implementazione delle attività sul campo copre un arco temporale di tre anni, dal primo ottobre 2026 al 30 settembre 2029. Possono partecipare singole entità giuridiche con sede legale nelle regioni afferenti ai Living Labs di riferimento. Per l'Italia, l'ambito geografico è circoscritto alle regioni del Centro-Nord, con particolare focus su

Lombardia ed Emilia-Romagna. In particolare, possono partecipare agricoltori, proprietari terrieri e cooperative agricole; piccole e medie imprese, startup del settore AgTech o specializzate in servizi di monitoraggio del suolo; autorità pubbliche locali o regionali che gestiscano terreni dimostrativi; ong ambientali e istituti di ricerca applicata. Il bando ha un importo totale che ammonta a 500mila euro. Si prevede di cofinanziare sino a otto realtà garantendo l'integrazione di almeno un nuovo sito sperimentale per ogni Living Lab. Per quanto concerne l’innovazione, sino al primo ottobre 2026, sono anche aperti diversi bandi europei nel settore digitale all’interno del programma comunitario Europa Digitale con un budget totale stanziato di 63 milioni e 200mila euro. Nel dettaglio c’è un bando (rif. DIGITAL-2026-BESTUSE-RSF-10-AWARENESS) per promuovere un quadro di ricerca comune e di infrastrutture per l'analisi avanzata dell'integrità delle informazioni nell'Unione Europea con un importo di sei milioni di euro. Un bando (rif. DIGITAL-2026-BESTUSE-MCP-10-HUB) per l’istituzione di un centro di supporto (Support Hub) per i consorzi europei di infrastrutture digitali con un importo totale di un milione di euro; un altro bando (rif. DIGITAL-2026-AI-DATA-10-COMPLIANCE) per sviluppare soluzioni digitali basate sull'IA e ridurre gli oneri amministrativi per le imprese con uno stanziamento di otto milioni e mezzo di euro; un bando (rif. DIGITAL-2026-AI-PILOTING-10-SCREENING) relativo alla realizzazione di progetti pilota per l'uso dell'Intelligenza Artificiale basata su immagini nei centri medici, focalizzati sulla diagnosi precoce di cancro e malattie cardiovascolari con un importo di nove milioni di euro; un bando (rif. DIGITAL-2026-SUPPORT-10-DISSEMINATION) che cofinanzia azioni di supporto per massimizzare l'impatto del programma Europa Digitale, facilitando la disseminazione e lo sfruttamento dei

risultati dei progetti con un importo di un milione e 800mila euro. Possono partecipare realtà quali pmi, università, centri di ricerca, ong, enti locali e della PA con sede legale in uno degli Stati Membri dell'Unione Europea o in uno degli Stati associati al programma Europa Digitale. Interessante è pure un bando relativo al progetto europeo “Local Digital Twins for Smart and Sustainable Communities - LDT4SSC”. Si tratta del terzo bando dedicato allo sviluppo di” Local Digital Twins”, gemelli digitali locali di città e territori europei che promuovono l'interoperabilità, la condivisione dei dati e servizi basati sull’Intelligenza Artificiale. Il bando mette a disposizione contributi fino a un milione di euro per consorzio di organizzazioni basate in Stati ammessi dal Programma Digital Europe, con un cofinanziamento pari al 50 per cento dei costi ammissibili e una durata massima dei progetti di diciotto mesi. Sono previsti tre distinti filoni di intervento di cui il primo è dedicato all’interconnessione dei Local Digital Twins esistenti, favorendo lo scambio transfrontaliero di dati, l’interoperabilità e la condivisione di servizi tra comunità europee; il secondo sostiene invece la creazione di nuovi Local Digital Twins, sviluppati per affrontare sfide comuni tra città e territori, con particolare attenzione alla sostenibilità urbana e alla gestione intelligente delle comunità; il terzo filone punta ad ampliare le funzionalità del toolbox europeo LDT attraverso l’integrazione di servizi avanzati basati sull’Intelligenza Artificiale e nuovi componenti open source innovativi, capaci di simulare scenari futuri e migliorare i processi decisionali delle comunità intelligenti. Oltre al sostegno finanziario, i progetti selezionati avranno accesso agli strumenti e alle specifiche open source sviluppate nell’ecosistema europeo LDT4SSC, contribuendo allo sviluppo di infrastrutture digitali interoperabili e condivise a livello europeo.

EDISON ENERGIA: fORNItuRA AllE ImpRESE E cONSulENzA

AllE pmI

Edison Energia, società del gruppo Edison, è leader per volumi di gas ed energia elettrica forniti a imprese manifatturiere, del settore terziario e Pubblica Amministrazione e si pone come partner consulenziale per le Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane relativamente ai temi legati all’energia. Per quanto riguarda le imprese che consumano più di 1 GWh/anno per l’energia elettrica e più di 200mila metri cubi/anno per il gas, Edison Energia è un operatore di riferimento con oltre 7.000 ragioni sociali e 160.000 punti di prelievo forniti in Italia, operando solo tramite proprio personale commerciale , senza intermediari o agenti. Le soluzioni proposte si basano

Massimo Quaglini, amministratore delegato di Edison Energia

su consulenza specializzata e contratti adeguati alle singole necessità. L'approccio si basa sull'analisi dei consumi e sui fabbisogni delle singole aziende, offrendo un interlocutore unico per la gestione di energia elettrica e gas, e supporto su scenari energetici e relativi impatti sulla scelta delle soluzioni contrattuali. Completano l'offerta i prodotti per ridurre l’impatto ambientale delle attività dei clienti , ovvero il biometano e i contratti Off-Site Power Purchase Agreements (PPA), accordi di medio/lungo termine (da 5 a 10 anni), basati sull’utilizzo di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili nella disponibilità del Gruppo Edison, per assicurare stabi -

Parco fotovoltaIco gruPPo edIson

lità dei costi e supportare i percorsi di decarbonizzazione delle imprese clienti. Il gruppo Edison ad oggi ritira biometano da più di 40 impianti di produzione, destinati a raddoppiare entro il 2028, e sono stati sottoscritti numerosi contratti PPA per complessivi 2,5 TWh di energia da fonti rinnovabili dedicati alle imprese clienti di Edison Energia, utilizzando impianti idroelettrici, eolici, fotovoltaici. A supporto di questa tipologia di imprese, Edison Energia mette inoltre a disposizione un portale dedicato per gestire in modo semplice e autonomo le forniture energetiche, con l'obiettivo di trasformare l'energia da costo operativo a leva di competitività, efficienza e crescita.Oltre alle piccole, medie e grandi imprese con consumi che superano le soglie sopra indicate, Edison Energia si rivolge anche alle piccole e microimprese con consumi minori, offrendo soluzioni semplici ed efficaci.

SUPPO rTO a LL e PM i e M i C r O i MP re S e : FOCUS CO n SUL en Z a

Nel contesto geopolitico ed economico attuale, il contenimento dei costi e la riduzione dell’impatto ambientale rappresentano una leva strategica per le piccole e medie imprese italiane, consentendo di contenere i costi operativi e migliorare la competitività.

Tuttavia, la transizione verso modelli più sostenibili richiede competenze specialistiche, investimenti e la capacità di orientarsi in un quadro normativo e incentivante in continua evoluzione. L'esigenza di un supporto qualificato emerge chiaramente anche dal Quinto Rapporto Edison-Censis 2025 in cui sono state per la prima volta indagate anche le imprese sotto i 50 dipendenti. Sette imprese su dieci temono gli effetti del caro energia e tre quarti sono preoccupate anche per quel che in futuro potrebbe accadere alla loro spesa energetica. Tuttavia,

oggi solo una piccola/microimpresa su tre ha realizzato una diagnosi energetica affidando a professionisti del settore l'analisi dei consumi, l'individuazione delle criticità e la definizione delle possibili azioni di miglioramento. Parallelamente, una quota analoga di aziende presumibilmente investirà nei prossimi anni in soluzioni per la sostenibilità e nell'efficientamento energetico. Tra le imprese che hanno già intrapreso questo percorso, il 92% indica nella riduzione dei costi dell'energia la motivazione dell'investimento. Le aziende che sono al momento interessate all’efficientamento energetico evidenziano soprattutto il bisogno di semplificazione: il 46,5% vorrebbe poter contare su un partner in grado di gestire l'intero processo, dalla consulenza iniziale alla realizzazione degli interventi; il 40,3% considera importante avere servizi di monitoraggio e manutenzione inclusi; il 37,4% auspica

sPecIale energia&PMi

formule di finanziamento rateizzate e il 25,5% strumenti di leasing finanziario. “Sono comunque essenziali gli incentivi, da quelli fiscali al credito agevolato al supporto tecnico di esperti per risolvere le tante procedure sentite come ostili e da cui stare alla larga”, si legge nel rapporto. È proprio per rispondere a queste esigenze che Edison Energia ha sviluppato un modello di accompagnamento integrato dedicato alle PMI. L'obiettivo è trasformare un percorso spesso percepito come complesso in un progetto concreto, sostenibile e misurabile, affiancando l'impresa lungo tutte le fasi: dall'individuazione delle opportunità di efficientamento fino alla realizzazione degli interventi e alla gestione delle agevolazioni disponibili. Una delle principali criticità per le PMI – come evidenziato dalla V Edizione del Rapporto Edison Censis - è rappresentata dall'investimento iniziale. Per questo motivo Edison Energia supporta le imprese nell'individuazione di incentivi e strumenti finanziari che consentano di rendere gli interventi economicamente sostenibili attraverso un servizio dedicato di finanza agevolata. L'azienda si avvale di una rete di professionisti altamente specializzati e costantemente aggiornati sulle opportunità offerte dai bandi pubblici e dalle misure incentivanti nazionali e regionali, facilitando l'accesso a strumenti spesso difficili da intercettare e gestire autonomamente.

L e SOLUZ i O ni OFF erT e Una volta definite le opportunità economiche e costruita la sostenibilità finanziaria degli interventi, Edison Energia accompagna le imprese nella realizzazione concreta delle soluzioni tecnologiche. Tra gli interventi dell’offerta Edison, l’impianto fotovoltaico costituisce uno dei principali strumenti di autoproduzione energetica, consentendo di ridurre sensibilmente i costi e proteggersi dalla volatilità dei prezzi. e dison e nergia propone l’offerta My Sun Business che comprende verifica di fattibilità, progettazione e installazione di fotovoltaico (in questo caso il servizio include anche la manutenzione) e di altre

FOTO: diga gruppO EdisOn dEl lagO vEnina
FOTO: impianTO EOlicO gruppO EdisOn

massimo Quaglini, amministratore delegato di Edison Energia

soluzioni di efficientamento. Accanto agli impianti, Edison Energia propone lo Smart Power , una soluzione intelligente che consente di monitorare e ottimizzare in tempo reale i consumi di energia elettrica. Si tratta di un sistema di Power Quality che migliora la qualità dell'energia in azienda e riduce i fenomeni elettrici dannosi; in questo modo, facendo anche efficienza energetica, genera benefici economici concreti, consentendo inoltre di accedere a incentivi fiscali come l'iperammortamento

Una leva ancora spesso sottovalutata, ma caratterizzata da un rapido ritorno sull’investimento (ROI). Tra i molteplici servizi che Edison Energia sta sviluppando con continuità per aiutare le imprese ad essere sempre

più efficienti, c’è poi anche la mobilità elettrica , che oggi rappresenta un’opportunità concreta per ridurre i costi di gestione della flotta aziendale, migliorare il profilo ESG della società e offrire nuovi servizi ai dipendenti che riducano l’impatto ambientale utilizzando i benefici fiscali attualmente in essere. Inoltre, Edison Energia ha da poco ampliato il proprio portafoglio prodotti offrendo soluzioni di impianti termici (pompe di calore, solare termico) , imprescindibili per il conseguimento dell’indipendenza e decarbonizzazione della micro, piccola o media impresa.

Avvalendosi delle agevolazioni previste dal Conto Termico , Edison Energia offre al mercato un modello di business con mandato

all’incasso , che garantisce ai clienti esigibili uno sconto immediato fino al 65% sul costo finale. Completano l’offerta modelli finanziari flessibili , che spaziano dal credito d’impresa al leasing fino al noleggio operativo, consentendo alle imprese di affrontare gli investimenti senza compromettere la propria liquidità. In un contesto in cui sostenibilità e competitività sono sempre più interconnesse, le PMI hanno davanti un’opportunità concreta: trasformare la complessità energetica in un vantaggio strategico. Attraverso un approccio integrato e personalizzato, il percorso verso l’efficienza energetica diventa così non solo più semplice, ma anche un acceleratore di valore nel lungo periodo.

FOTO: sEdE palaZZO EdisOn milanO

PMI2Change:

Il Progetto dI BanCa generalI Per avvICInare CaPItalI e IMPrese

Le piccole e medie imprese rappresentano uno dei pilastri del sistema produttivo italiano, ma il loro peso nell’economia reale non trova ancora un pieno riscontro sul mercato azionario. Considerando questo gap, Banca Generali ha lanciato PMI2Change, un progetto pensato per sostenere la crescita e la competitività degli imprenditori italiani e favorire l’incontro tra capitali e imprese. L’iniziativa si concentra nel-

la sua prima fase sulle PMI quotate e interviene su due leve: la visibilità delle aziende e la disponibilità di strumenti capaci di indirizzare verso di esse nuovi investimenti. I primi passi sono il lancio dell’indice Intermonte Valore Italia, composto da cento società con una capitalizzazione inferiore a un miliardo di euro, e la nascita, insieme a Investlinx e Intermonte, del primo ETF a gestione attiva PIR compliant

collegato a questo universo. Banca Generali prevede una raccolta iniziale di 100 milioni di euro, con l’obiettivo di arrivare a 500 milioni nel medio termine. Il progetto guarda inoltre alle imprese non quotate che intendono rafforzare la propria struttura o valutare l’accesso al mercato dei capitali. Dal prossimo autunno Banca Generali e Intermonte, insieme a PwC Italia, daranno vita a un roadshow nelle prin-

Banca Generali presenta l’innovativo progetto PMI2Change - Palazzo Mezzanotte di Borsa Italiana

cipali aree del Paese.

Il potenziale delle PMI quotate

In Italia le società quotate con una capitalizzazione inferiore al miliardo di euro costituiscono circa l’80% del numero complessivo delle aziende presenti in Borsa, ma rappresentano soltanto il 3% del controvalore in termini di capitalizzazione. La sproporzione mette in luce il potenziale ancora inespresso di un segmento che comprende imprese attive in comparti centrali per l’economia nazionale, ma spesso penalizzate da una liquidità limitata. La concentrazione degli investimenti sui titoli di maggiore dimensione può infatti ridurre l’attenzione nei confronti delle realtà più piccole, anche quando presentano fondamentali solidi e prospettive di sviluppo. La minore liquidità contribuisce ad alimentare valutazioni a sconto e rende più complesso il rapporto con gli investitori. Il primo strumento messo in campo da PMI2Change è l’indice Intermonte Valore Italia, realizzato facendo leva sulle competenze di Intermonte, parte del Gruppo Banca Generali dall’inizio del 2025 e attiva da oltre trent’anni nei mercati finanziari italiani, in particolare nella ricerca sulle PMI, nel sales & trading, nel market making e nell’investment banking. L’indice comprende cento società quotate su Borsa Italiana, con una capitalizzazione inferiore al miliardo di euro e non appartenenti al FTSE MIB. La selezione avviene attraverso criteri tecnici e finanziari volti a individuare aziende adeguate sotto il profilo della liquidità, della trasparenza e dell’investibilità. Tra gli elementi considerati rientrano il flottante minimo, la qualità della governance, la copertura da parte degli analisti, la sostenibilità finanzia-

sPecIale BanCa&IMPrese

ria, il livello di indebitamento e la rappresentatività nell’indice. Le aziende selezionate operano, tra gli altri, nei beni di consumo, nella meccanica, nella tecnologia, nell’energia e nella salute. Alla fine del 2025 esprimevano complessivamente circa 33 miliardi di euro di fatturato, cresciuto a un tasso medio annuo del 16% nei due anni precedenti, e impiegavano quasi 120 mila persone. La composizione dell’indice sarà sottoposta a ribilanciamenti semestrali, mentre i dati finanziari e la ricerca sulle società saranno consultabili attraverso Websim, la piattaforma digitale di Intermonte.

Un ETF per convogliare il risparmio verso le aziende

A partire dall’universo delineato dall’indice, Banca Generali ha sviluppato insieme a Investlinx e Intermonte un ETF a gestione attiva e PIR compliant, destinato a investire prevalentemente nelle società individuate. Lo strumento si propone di creare un ponte tra il risparmio e le imprese, in linea con la Savings and Investments Union europea, che punta a favorire una maggiore partecipazione dei capitali privati al finanziamento dell’economia. La gestione attiva consente di costruire il portafoglio prendendo come riferimento l’universo dell’indice, mentre la conformità alla disciplina dei Piani individuali di risparmio inserisce l’ETF tra gli strumenti pensati per avvicinare il risparmio degli italiani agli investimenti di lungo periodo nell’economia nazionale. Banca Generali si è impegnata a sostenere il lancio con una raccolta iniziale di 100 milioni di euro nei primi mesi. L’esposizione dovrebbe poi aumentare fino a raggiungere l’obiettivo di 500 milioni nel medio termine. Secondo le stime della banca, l’inizia-

tiva potrebbe generare nuovi flussi compresi tra uno e due milioni di euro al giorno, arrivando a rappresentare oltre il 5% del flottante dell’indice. Attraverso flussi continuativi, lo strumento mira ad accrescere la liquidità del segmento, favorendo una maggiore attenzione nei confronti delle PMI quotate e condizioni di mercato più adatte a rifletterne il valore. «PMI2Change nasce con un obiettivo preciso: contribuire a rafforzare il legame tra capitale e imprese, riportando al centro il ruolo del mercato nella crescita delle piccole e medie aziende italiane», ha spiegato Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali. Il progetto, ha aggiunto, agisce attraverso «una maggiore visibilità e valorizzazione delle imprese quotate» e lo sviluppo di strumenti di investimento dedicati. Visibilità e accesso al capitale, secondo Mossa, sono fattori determinanti per la competitività e la crescita di lungo periodo. Per Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte, l’iniziativa può fornire un impulso al mercato delle PMI quotate e aiutare gli imprenditori a considerare la Borsa come uno strumento per finanziare lo sviluppo «senza dover rinunciare alla governance».

Un percorso rivolto anche alle imprese non quotate

PMI2Change guarda infine al vasto insieme delle aziende che non sono ancora presenti sui listini. In Italia il bacino delle pmi non quotate è stimato in quasi cinque milioni di realtà e, all’interno di questo universo, tra 5 mila e 10 mila imprese sarebbero già potenzialmente idonee ad accedere al mercato dei capitali attraverso la quotazione. Secondo i dati di Banca

sPecIale BanCa&IMPrese

d’Italia citati nel progetto, alla fine del 2025 il valore complessivo delle imprese non quotate italiane si attestava intorno a 1.800 miliardi di euro, contro i circa 1.200 miliardi delle società quotate. L’Italia presenta una configurazione diversa da quella di Germania, Francia e Spagna, nelle quali il valore delle società quotate supera quello delle imprese non presenti sui listini. La quotazione non costituisce necessariamente il punto di arrivo per ogni azienda, ma può rappresentare una delle strade disponibili per sostenere la crescita dimensionale, ampliare la visibilità, diversificare le fonti di finanziamento e rafforzare la governance. PMI2Change vuole accompagnare gli imprenditori nella valutazione del percorso più adatto,

aiutando le imprese interessate a entrare nel radar degli investitori. Da questo obiettivo nasce il roadshow che prenderà il via nell’autunno 2026 e toccherà le principali aree del Paese. Il Gruppo Banca Generali e Intermonte saranno affiancati da Borsa Italiana, per quanto riguarda i mercati e i percorsi di accesso alla quotazione dedicati alle PMI, e da PwC Italia, che metterà a disposizione l’esperienza maturata a fianco delle imprese a livello globale. Tra i clienti di Banca Generali figurano imprenditori ai quali fanno capo oltre 25 mila aziende, secondo i dati di fine 2025.

Il progetto prosegue così il percorso avviato da circa un decennio attraverso un modello di consulenza esteso al patrimonio finanziario e

non finanziario della clientela private e high net worth. L’acquisizione di Intermonte nel 2025 ha ulteriormente ampliato l’offerta, integrando competenze e servizi di corporate e investment banking. PMI2Change rappresenta quindi un passaggio nell’evoluzione del modello della “banca dell’imprenditore”: accanto alla protezione e alla gestione del patrimonio entrano in gioco le esigenze di sviluppo dell’impresa, il rapporto con gli investitori e l’accesso a nuove fonti di capitale.

L’intento è creare un collegamento più stabile tra il risparmio e il tessuto produttivo italiano, valorizzando le PMI quotate e accompagnando quelle che possiedono le caratteristiche per avvicinarsi al mercato.

PMI&TRAnSIZIOnE EnERGETICA:

OPPORTUNITA' OPERATIVE CON gME - gESTORE MERCATI ENERgETICI E CONTESTO REgOLATORIO

GLI ESITI DEL MERCATO ELETTRICO

GIuGnO 2026

A giugno sul MGP il Pun Index GME sale a 132,50 euro/MWh (+13,15 euro/MWh), in concomitanza di acquisti in aumento (25,6 TWh, +15,1%, con la liquidità del mercato all’85,0%) e di una lieve crescita dei prezzi del gas. In ripresa il saldo con l’estero, mentre rimangono fondamentalmente invariate le vendite rinnovabili.

I volumi negoziati sul MI salgono a 3,5 TWh, di cui 1,3 TWh su XBID. Si rilevano sul MTE registrazioni OTC a fini di clearing per 13,2 GWh. Crescono a 16,8 TWh le transazioni registrate sulla PCE.

P UN INDEX GME

Il Pun Index GME sale a 132,50 euro/MWh (+13,15 euro/MWh su maggio), dinamica in linea con quanto osservato anche sulle altre principali borse elettriche europee (66/110 euro/MWh, +4/+14 euro/ MWh). La crescita del Pun Index si registra in corrispondenza di un significativo aumento degli acquisti e di una lieve crescita dei principali riferimenti di prezzo del gas (IGI: 47,16 euro/MWh, +0,27 euro/MWh). Risultano in ripresa le importazioni nette, mentre i volumi FER rimangono sostanzialmente stabili sui livelli del mese precedente.

Il rapporto picco/baseload si mantiene stabilmente sotto l’unità per il terzo mese consecutivo, pari a 0,98. In ultimo, si osservano minimi al quarto d’ora del Pun Index GME fino a 0 euro/MWh nelle giornate del 7, 14 e 21 giugno.

I PREZZI ZONALI

A livello zonale i prezzi medi risultano tutti in crescita, attestandosi al Nord e Centro Nord a 134 euro/MWh (+11/+12euro/MWh), nel resto della penisola e in Sicilia a 129/131euro/MWh (+17/+18

euroMWh) e in Sardegna a 126 euro/MWh (+15 euro/MWh), anche in corrispondenza di limitazioni sui transiti CSUD-CNOR e SARDCSUD. Per effetto di tali andamenti il differenziale NORD-SUD si restringe a 3euro/MWh (-7euro/MWh). Infine, con riferimento ai valori estremi osservati sul mercato, si registrano al centrosettentrione massimi al quarto d’ora fino a 308 euro/MWh e in tutte le zone minimi di 0 euroMWh.

LA STRUTTURA DELL’OFFERTA

Sul lato delle vendite, le offerte semplici salgono a 28,8 TWh (+2,8% su maggio), di cui 18,1 TWh accettate, e concentrate sul prodotto a 15 minuti (il 67% del totale). Le offerte in vendita tramite blocchi salgono a 9,7 TWh (+22,1%), di cui 2,8 TWh accettati e stabilmente concentrati sul prodotto a 15 minuti (il 93% del totale). Sul lato degli acquisti le offerte semplici crescono a 26,4 TWh (+11,4%), accettate per 25,0 TWh, e concentrate sempre sul prodotto a 15 minuti (il 96% del totale). I volumi offerti in acquisto tramite blocchi si mantengono sostanzialmente stabili sui 15 GWh, quasi tutti interamente accettati.

I VOLUMI

L’energia elettrica scambiata nel Sistema sale a 25,6 TWh (+15,1% in media al quarto d’ora su maggio). L’aumento è osservabile sia sulla componente di borsa, attestatasi a 21,8 TWh (+15,9%), sia fuori borsa, portatasi a 3,8 TWh (+10,9%), con la liquidità del mercato all’85,0% (+0,5 p.p.).

Gli acquisti nazionali crescono a 25,1 TWh (+15,8%), mentre l’export scende a circa 0,6 TWh (-9,4%). Le vendite nazionali crescono a 20,9

A curA del GMe

TWh (+16,4%), crescita osservabile in tutte le zone, con l’eccezione di Centro Nord (-8,9%) e Sicilia (-1,9%). Sale anche l’import a 4,7 TWh (+9,6%).

LE FONTI

Nel mese di giugno, favorite anche dalla stagionale crescita della domanda, le vendite dei cicli combinati registrano un significativo aumento (+1,0 GWh medi al quarto d’ora), con la quota delle fonti termiche al 44,5% (+9,0 p.p.). Rimangono pressoché invariate, invece, le vendite di energia rinnovabile, per effetto di dinamiche contrapposte registrate sugli impianti eolici, in diffuso calo a livello zonale e ai minimi da inizio anno, e sugli impianti idrici e solari, ai massimi, invece dal medesimo periodo. Complessivamente, i suddetti andamenti portano la quota delle FER al 53,6% (-9,1 p.p.).

LE FRONTIERE ESTERE

Le importazioni nette nel mese di giugno salgono a 4,1 TWh (+0,3 TWh su maggio), per effetto di un aumento dei flussi in entrata osservato su tutte le frontiere (con l’eccezione di quella svizzera in calo), anche in virtù della riapertura dell’interconnessione con la Grecia dopo la prima decade del mese.

MERCATO INFRAGIORNALIERO (MI)

Sul MI i volumi salgono a 3,5 TWh (+0,2 TWh), per effetto principalmente di un aumento sul MI-A1 (1,4 TWh, +0,1 TWh), mentre si mantengono pressoché invariati gli scambi sugli altri comparti. Su XBID i volumi si attestano a 1,3 TWh, con 2,6 milioni di abbinamenti e la liquidità concentrata sul prodotto a 15 minuti per oltre l’80%. Gli scambi sono sempre concentrati nelle fasi 2 e 3 (circa il 90%), con la quota tra zone nazionali diverse e con l’estero sostanzialmente stabili al 53% e al 35% e la quota di scambi all’interno della stessa zona nazionale in lieve calo al 12% (-1 p.p.).

I prezzi medi risultano tutti in crescita, attestandosi sui mercati in asta a 132/133 euro/MWh (+14/+20euro/MWh) e su XBID a 135/137 euroMWh (+13 euro/MWh), con quotazioni sostanzialmente

allineate rispetto ai corrispondenti valori del MGP sui mercati in asta e superiori su XBID. Infine, sul prodotto a 15 minuti di XBID si registrano minimi al quarto d’ora fino a -4.965 euro/MWh nella zona Sud.

MERCATO DEI SERVIZI DI DISPACCIAMENTO ex-ante (MSD ex-ante)

Le vendite del TSO sul mercato a scendere risultano pari a 154 GWh, mentre i suoi acquisti sul mercato a salire si attestano a 30 GWh.

MERCATO DEI PRODOTTI GIORNALIERI (MPEG)

Non si registrano scambi sul MPEG nel mese di giugno.

MERCATO A TERMINE DELL’ENERGIA (MTE)

Sul MTE si rilevano 3 transazioni OTC registrate a fini di clearing per 13,2 GWh, relative ai prodotti baseload III Trimestre 2026 (4,4 GWh) e Anno 2027 (8,8 GWh). Il prodotto riferito al mese di luglio 2026 chiude il periodo di contrattazione con una posizione aperta sul baseload di 30,5 GWh. In conseguenza delle suddette dinamiche, la posizione aperta complessiva cala a 185,6 GWh (-17,3 GWh). Calano i prezzi di controllo sui prodotti Agosto 2026 e III Trimestre 2026 (-13%/-4%), mentre si mantengono stabili sui rimanenti.

PIATTAFORMA CONTI ENERGIA A TERMINE (PCE)

Le transazioni registrate sulla PCE salgono a 16,8 TWh (+7,6% su maggio in media al quarto d’ora), così come la posizione netta, attestatasi a 10,6 TWh (+6,5%), con il Turnover a 1,59.

I programmi registrati nei conti in immissione si attestano a 3,8 TWh, mentre in prelievo a 7,8 TWh. I relativi sbilanciamenti a programma risultano pari a 6,7 TWh e a 2,8 TWh.

I dati di mercato sono pubblicati nella Newsletter del GME disponibile su www.mercatoelettrico.org Scarica su Google Play e App Store l’APP GME: uno strumento di facile accesso, con i dati giornalieri più rilevanti, prezzi e volumi, relativi ai Mercati Elettrici, Mercati del GAS e Mercati Ambientali sempre disponibili su smartphone.

FOCUS PMI

PMI & tranSIzIOne eCOlOgICa

Con l’attuale crisi energetica soprattutto le pmi si trovano in difficoltà nel programmare gli investimenti necessari per adeguarsi alla transizione ecologica visti i costi elevati. Per le pmi la concorrenza con Stati Uniti e Cina si scontra con prezzi dell'energia più alti in Unione Europea e oneri burocratici maggiormente gravosi, oltre ad una normativa in continua evoluzione ma farraginosa. Il piano industriale europeo del Green Deal rafforza la competitività dell'industria europea a zero emissioni nette e accelera la transizione verso la neutralità climatica creando un contesto più favorevole all'aumento della capacità produttiva dell'UE per le tecnologie e i prodotti a zero emissioni nette, necessari per conseguire gli ambiziosi obiettivi climatici comunitari in contesto internazionale che ne inficia l’applicazione soprattutto a causa dei nuovi dazi e di come i conflitti in atto, in Medio Oriente e tra Russia e Ucraina, stanno creando sempre nuove difficoltà di logistica per merci e di approvvigionamento di materie

prime e di fonti energetiche oltre che stravolgendo gli equilibri commerciali. Il governo italiano ha deciso di intervenire contro il caro energia con il Decreto Bollette, riducendo gli oneri generali di sistema e approvando un fondo da 3,6 miliardi di euro per le aziende energivore; sono previsti sconti diretti sul prezzo dell'energia elettrica pari a 431 milioni di euro nel 2026 (circa 3,4euro/MWh), 500 milioni nel 2027 e 68 milioni nel 2028. Le misure principali includono sconti diretti sulle bollette e un aumento temporaneo dell'Irap per le aziende energetiche per coprire i costi degli aiuti. E’ pure previsto un abbattimento degli oneri di trasporto e di tariffa per le aziende ad alto consumo di gas (come ceramica e vetro). La Commissione europea ha approvato, ai sensi delle norme UE in materia di aiuti di Stato, una modifica e un aumento di budget per un regime italiano che compensa le imprese ad alta intensità energetica per l’aumento dei prezzi dell’elettricità derivante dai costi del carbo-

nio nell’ambito del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE (ETS). In base a tale regime, le imprese ammissibili ricevono un risarcimento parziale a fronte dei costi indiretti delle emissioni sostenuti nell’anno precedente, con il saldo finale previsto per il 2031. Molto utile per le pmi è stata la misura “Sostegno per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili nelle pmi FER” che ha previsto un regime di agevolazioni, concesse sotto forma di contributo in conto impianti, per i programmi di investimento delle piccole e medie imprese finalizzati all’autoproduzione di energia elettrica ricavata da impianti solari fotovoltaici o mini eolici, per l’autoconsumo immediato e per sistemi di accumulo/stoccaggio dell’energia dietro il contatore per autoconsumo differito. Le infrastrutture energetiche sono un fattore chiave per la transizione energetica e la Commissione europea per potenziare le infrastrutture energetiche transeuropee ha individuato undici corridoi strategici e tre aree prioritarie di

PMI CRISI ENERGETICA & TRANSIZIONE ECOLOGICA

intervento con una dimensione transeuropea e transnazionale. Gli undici corridoi prioritari individuati coprono diverse regioni geografiche nel campo dell'elettricità, della rete offshore e delle infrastrutture dell'idrogeno. Il sostegno dell'UE allo sviluppo in questi corridoi collegherà le regioni attualmente isolate dai mercati energetici europei, rafforzerà le interconnessioni transfrontaliere esistenti e contribuirà a integrare le energie rinnovabili. Le tre aree tematiche prioritarie, che riguardano l'intera UE, comprendono la diffusione di reti elettriche intelligenti, le reti del gas intelligenti e una rete transfrontaliera di anidride carbonica. I progetti in atto sono 235, di cui 113 progetti elettrici (tra cui 23 progetti relativi allo stoccaggio, 6 progetti di reti intelligenti e 17 progetti di infrastrutture offshore), 100 progetti relativi a idrogeno ed elettrolizzatori, 17 progetti di rete CO2, 3 progetti di smart gas grids; nei 235 sono comprese anche 25 piccole e medie imprese coinvolte nei progetti di interconnes-

sioni elettriche con il Regno Unito, i Balcani occidentali e i paesi del Nord Africa. Questi progetti beneficeranno di procedure di autorizzazione accelerate e migliori condizioni normative, potranno essere ammessi a fruire di un sostegno finanziario attraverso il meccanismo per collegare l’Europa (Connecting Europe Facility). L'Unione Europea finanzia numerose iniziative a sostegno delle piccole e medie imprese quindi nell'ambito dell'ecosostenibilità e della transizione energetica, tra cui spiccano programmi chiave come EENergy, GreenSME e l’iniziativa della BEI Energy Efficiency for SME. Il progetto EENergy è in collaborazione con i servizi per la sostenibilità dell'Enterprise Europe Network della Commissione europea, nell'ambito del Programma per il mercato unico. Con un budget di 7,6 milioni di euro già erogati e 801 progetti realizzati ha aiutato le pmi europee a ridurre i consumi energetici e investire nella sostenibilità. Si segnala anche il progetto DEESME2050 che aiuta le pmi; sviluppa e

utilizza strumenti innovativi per effettuare l’analisi dei consumi energetici delle aziende del settore legno arredo, in particolare pmi, supportandole nel processo di transizione energetica traendo profitto dai benefici multipli che provengono da una migliore gestione dell’energia. La transizione consente il risparmio energetico grazie ai programmi di efficienze green avanzati, incrementa notevolmente la capacità dei fornitori di servizi di interagire con l'utenza riducendo i costi da essa sostenuti. Inoltre, la digitalizzazione sta favorendo la creazione di nuovi modelli dalle piattaforme di servizi digitali ai mercati, dalle apparecchiature energetiche ai servizi correlati che possono a loro volta creare nuove opportunità di sviluppo. In tal senso, una sempre maggior importanza stanno avendo i “Sustainability manager”, figure che sono chiamate a trovare soluzioni innovative e competitive in grado di rendere l'attività di impresa sempre più green e ridurre l'impatto ambientale. L'Unio ne Europea finanzia la

figura del Sustainability Manager indirettamente attraverso programmi per la transizione verde, fondi strutturali regionali dedicati alla formazione e incentivi aziendali legati ai criteri ESG. Con il Fondo Sociale Europeo Plus (2021-2027) gestito a livello regionale finanza percorsi formativi, master e aggiornamento delle competenze per manager d'azienda e professionisti della sostenibilità. Ci sono poi fondi interprofessionali utilizzati dalle aziende italiane per la formazione continua dei propri dipendenti e dirigenti sui temi ESG e di transizione ecologica. Inoltre programmi comunitari come Horizon Europe, LIFE e InvestEU cofinanziano progetti di innovazione verde nei quali i costi del personale dedicato alla gestione e rendicontazione ambientale (incluso il Sustainability Manager) possono rientrare tra le spese ammissibili dei progetti che possono esser cofinanziati dalla Commissione europea. Life 2026 Clean Energy Transition ha un budget ad esempio di 85,5 milioni UE per la transizione energetica. I fondi sono su 13 topic dedicati a transizione energetica, efficienza, comunità energetiche, povertà energetica e finanza sostenibile. Tutti i bandi CSA (Coordination and Support Actions) condividono la stessa scadenza che è il 16 settembre 2026. Il cofinanziamento europeo può coprire sino al 95 per cento dei costi eleggibili e i progetti possono essere proposti da pmi, ESCO, enti pubblici, Ngo, comunità energetiche e istituti finanziari in consorzio con almeno tre partners di tre Stati diversi. La transizione ecologica e digitale pone le basi per lo sviluppo e l'implementazione di soluzioni energetiche intelligenti e la creazione di nuovi mercati da cui le imprese possono trarre profitto. Un processo virtuoso tende a coinvolgere i servizi pubblici, i fornitori di apparecchiature energetiche e di servizi, le start up e gli utenti finali, che possono trarre valore aggiunto da queste nuove attività, unitamente a un risparmio sui costi. Per questo motivo, la transizione offre anche nuove opportunità di occupazione nel settore delle energie rinnovabili e green, promuovendo la nascita di nuove industrie e la creazione di posti di lavoro nell'economia sostenibile del futuro. La promozione di un'economia sostenibile attraverso la trasformazione digitale e green delle imprese è la sfida del secolo, e diventa sempre più fondamentale l'obiettivo di imprese innovative e competitive ricorrendo all'adozione di nuove tecnologie e sfruttando al massimo le opportunità offerte dal digitale. L'innovazione digitale è alla base della crescita economica e della competitività delle imprese, che sono messe in grado di migliorare la propria efficienza energetica, promuovere l'economia circolare e ridurre le emissioni, mitigando quindi il loro impatto ambientale. Le nuove tecnologie, inoltre, sono in grado di ottimizzare i consumi e ridurre gli sprechi, contribuendo anche alla raccolta dei dati e alla loro analisi, identificando così le aree produttive da migliorare e indicando le pratiche più soste-

nibili da adottare. Le aziende che investono nella trasformazione digitale possono creare nuovi prodotti e servizi, raggiungere nuovi mercati e distinguersi dalla concorrenza. In quest’ottica ci sono gli European Digital Innovation Hubs (EDIH) che aiutano le piccole e medie imprese a usare il digitale per consumare meno energia. Offrono tre servizi chiave: testare le tecnologie prima di comprarle, corsi di formazione e aiuto per trovare soldi e fondi. Le nuove tecnologie possono migliorare l’efficienza energetica, favorire l’economia circolare, ridurre le emissioni, l’inquinamento, la perdita di biodiversità e il degrado ambientale, in un processo in grado di coinvolgere tutti gli aspetti dell’economia, della società e dell’industria. Infine, un altro aspetto strategico della transizione è senz'altro l'economia circolare, all'interno del quale assumono importanza fondamentale le pratiche circolari, il riciclo e la riutilizzazione delle risorse, dei materiali e dei prodotti. Questo sistema virtuoso consente di ridurre il consumo di risorse naturali, limita gli sprechi e contribuisce alla creazione di un'economia più sostenibile. Le pmi con sede in Unione europea possono trovare soluzioni grazie a pilastri chiave come il NetZero Industry Act, il Critical Raw Materials Act e il Green Deal Industrial Plan. Il NetZero Industry Act punta a produrre sul suolo europeo almeno il 40 per cento del fabbisogno di tecnologie pulite (fotovoltaico, eolico, batterie e pompe di calore) entro il 2030. Il Critical Raw Materials Act fissa soglie per l'estrazione, la trasformazione e il riciclo interno delle materie prime strategiche per ridurre le dipendenze estere. Inoltre il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza PNRR ha previsto dei fondi a favore della transizione ecologica delle piccole e medie imprese attraverso contributi elargiti a fondo perduto, finanziamenti a tassi agevolati e crediti d'imposta. Tramite realtà poi come Simest, ad esempio, le pmi possono accedere a finanziamenti a tasso agevolato in regime “de minimis” con cofinanziamento a fondo perduto in regime di Temporary Framework, con l’obiettivo di sostenere proprio investimenti volti a favorire la transizione digitale (almeno il 50 per cento del totale del finanziamento) ed ecologica per incrementare la loro competitività sui mercati esteri. Occorre sottolineare che il PNRR è stato un volano, come programma strategico, adottato dall’Italia nel 2021 per stimolare la crescita economica, rafforzare la resilienza sociale e ambientale dell’Italia e aiutare le pmi a superare le conseguenze della crisi pandemica. È parte integrante del Next Generation EU, lo strumento di ripresa economica istituito dall’Unione Europea. L’Italia ha previsto un investimento complessivo di circa 235 miliardi di euro, di cui 191,5 miliardi finanziati dall’Unione Europea e 43,5 miliardi da risorse nazionali. L’obiettivo è duplice: modernizzare il sistema Paese e promuovere un modello di sviluppo sostenibile, digitale e inclusivo. La Missione 2 - M2 - denominata “Rivoluzione verde e

FOCUS PMI

transizione ecologica”, è quella che ha compreso il più alto numero di attività. La missione si prefiggeva di colmare le lacune strutturali che ostacolano il raggiungimento di un nuovo e migliore equilibrio fra natura, sistemi alimentari, biodiversità e circolarità delle risorse, in linea con gli obiettivi del Piano d’azione per l’economia circolare varato dall’Unione europea. Naturalmente, il PNRR ha stanziato anche miliardi per la digitalizzazione delle pmi italiane. La maggior parte dei fondi è già stata assegnata, ma nel 2026 rimangono ancora alcune finestre residue per chi non ha ancora partecipato alle misure previste. I bandi PNRR più rilevanti per le piccole e medie imprese nel 2026 sono quelli relativi ai voucher per la digitalizzazione, con contributi a fondo perduto da 5mila a 50mila euro, contributi per la cybersecurity (soprattutto per le aziende che rientrano nel perimetro NIS2), e incentivi per la formazione digitale dei dipendenti. I fondi europei per la transizione ecologica e la sostenibilità delle pmi si dividono principalmente in programmi a gestione diretta e indiretta, offrendo risorse chiave come il programma LifePlus, i fondi strutturali FESR e le agevolazioni nazionali collegate. Le micro, piccole e medie imprese possono anche realizzare o di aderire a una Comunità Energetica Rinnovabile (CER). Risorse del MIMIT e del FRI per ricerca, sviluppo e riconversione ecologica delle attività produttive sono utili per le pmi. Ci sono poi fondi per progetti di economia circolare per le pmi disponibili tramite incentivi nazionali di Invitalia e bandi regionali dedicati alla transizione ecologica. Le agevolazioni offrono coperture miste o a fondo perduto per sostenere il recupero di materiali e l'innovazione sostenibile. Tra le opportunità è operativo lo Sportello Simest tramite il quale accedere al fondo perduto fino al 30 per cento, riservato alle pmi colpite dal caro energia. La misura, denominata “Energia per la competitività internazionale“, si inserisce nel pacchetto del Decreto legge n. 42/2026,

lo stesso provvedimento che ha introdotto i contributi per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili e il potenziamento del Fondo nazionale per l’efficienza energetica, per rispondere ai rincari provocati dalla crisi del Golfo. Il finanziamento prevede un tasso dello 0,319 per cento, pari al 10 per cento del tasso di riferimento UE, e una durata di otto anni, dei quali due di preammortamento rispetto ai sei anni previsti in via ordinaria. La prima tranche di erogazione può essere anticipata fino al cinquanta per cento dell’importo deliberato. Il finanziamento minimo è di diecimila euro. Il massimo finanziabile non può superare il 35 per cento dei ricavi medi degli ultimi due bilanci approvati e, in ogni caso, è soggetto ai seguenti tetti per dimensione: per le microimprese – 500mila euro; per le pmi e per le pmi innovative – due milioni e mezzo di euro; per le altre imprese cinque milioni di euro. Le imprese rientranti nella misura possono accedere a una quota non rimborsabile. Per le pmi il contributo arriva fino al 30 per cento dell’importo finanziato, entro un massimo assoluto di 200mila euro. Per le imprese di dimensioni maggiori il massimale si ferma al 20 per cento. Possono presentare domanda le imprese di tutte le dimensioni purché abbiano depositato almeno due bilanci che dimostrino almeno una delle seguenti condizioni, riferite agli effetti del caro energia provocato dal conflitto a partire dal 28 febbraio 2026: incremento dei costi medi unitari energetici pari almeno al 10 per cento, calcolato confrontando il periodo dal 1° gennaio 2026 fino a uno o due mesi antecedenti la domanda con il corrispondente periodo del 2025; riduzione del fatturato (voce A1 del conto economico) pari almeno al 10 per cento nello stesso arco temporale. Per le imprese rientranti nella misura, fino al 90 per cento dell’importo deliberato può essere destinato al rafforzamento patrimoniale, inclusi i finanziamenti soci e gli incrementi di capitale sociale delle controllate anche estere fino a un massimo di 1,5 milioni

di euro. Almeno il 10 per cento restante deve essere impiegato in investimenti per la transizione digitale o ecologica. Lo sportello sul portale Simest resterà attivo fino al 31 dicembre 2026. Le domande si presentano esclusivamente in via telematica. Questo sostegno è rivolto a tutte le imprese a vocazione internazionale, e in particolare alle micro, piccole e medie imprese, per investimenti e rafforzamento della solidità patrimoniale, ma si rivolge anche alle imprese colpite dai rincari energetici e dalla riduzione di fatturato a causa del conflitto nell’area del Golfo Persico; alle imprese con interessi negli USA; alle imprese non esportatrici appartenenti a una filiera produttiva; alle imprese esportatrici energivore o che hanno intrapreso percorsi certificati di efficientamento energetico (anche in fase di ottenimento della diagnosi energetica); alle imprese con interessi nei Balcani Occidentali e alle imprese localizzate nei territori colpiti dagli eventi alluvionali verificatisi a partire dal 1° maggio 2023. Simest è la società del Gruppo Cdp che, dal 1991, è impegnata nel sostegno alla crescita delle imprese italiane grazie all’internazionalizzazione della loro attività. Azionisti della società sono Cassa Depositi e Prestiti, che la controlla al 76 per cento, e un nutrito gruppo di banche italiane e associazioni imprenditoriali. L'attività di Simest prevede l'affiancamento alle imprese lungo tutto il ciclo di espansione all'estero, a partire dalla prima valutazione di apertura verso un nuovo mercato, all’espansione attraverso investimenti diretti. La sua operatività si attua attraverso finanziamenti per l’internazionalizzazione, il supporto del credito alle esportazioni e la partecipazione al capitale di imprese, ed è parte del Sistema Italia il cui capofila è il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, insieme a Cdp, Ice e Sace. Si segnala anche che è operativa sul portale del Gestore dei Servizi Energetici GSE la piattaforma per l'invio delle comunicazioni di conferma dell'investimento, con l’indi-

cazione della data e dell’importo del pagamento relativo all’ultima quota dell’acconto per il raggiungimento del 20 per cento del costo di acquisizione di ciascun bene, contenente i dati identificativi delle fatture relative ai costi agevolabili. Si tratta del Nuovo Piano Transizione 5.0, misura destinata a fornire un sostegno agli investimenti in beni strumentali tecnologicamente avanzati e nell'autoproduzione di energia da fonti rinnovabili. Le comunicazioni per accedere al nuovo piano devono essere trasmesse unitamente all’attestazione dell’avvenuto pagamento dell’ultima quota di acconto utile al raggiungimento del 20 per cento del costo di acquisizione di ciascun bene agevolato e gli estremi delle fatture relative ai costi ammissibili all’agevolazione. L'iperammortamento è in continuità con i Piani Transizione 4.0 e 5.0, che sostiene il processo di trasformazione digitale ed energetica del sistema produttivo nazionale. La misura reintroduce la logica della maggiorazione del costo di acquisizione dei beni agevolabili, riconosciuta ai soli fini fiscali per il calcolo delle quote di ammortamento e dei canoni di locazione finanziaria, in sostituzione dei crediti d’imposta Transizione 4.0 e Transizione 5.0. L’agevolazione si applica agli investimenti effettuati a partire dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028. Questa misura consiste in una maggiorazione del costo di acquisizione dei beni nuovi, rilevante esclusivamente ai fini della deduzione fiscale extracontabile delle maggiori quote di ammortamento e dei canoni di locazione finanziaria. Non si configura quindi come credito d’imposta compensabile in F24, ma come riduzione dell’imponibile ai fini delle sole imposte sui redditi. Sono agevolabili due categorie di investimenti: beni materiali e immateriali strumentali nuovi funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese, interconnessi al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura; beni materiali nuovi finalizzati all’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili

destinata all’autoconsumo, anche a distanza, compresi i relativi sistemi di stoccaggio. Possono beneficiare della misura tutte le imprese residenti e le stabili organizzazioni con sede in Italia, a prescindere dalla forma giuridica, dal settore economico, dalla dimensione e dal regime fiscale adottato per la determinazione del reddito d’impresa. Per accedere al beneficio previsto dal Nuovo Piano Transizione 5.0 l’impresa trasmette, in via telematica tramite l’apposita piattaforma sviluppata dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE), le comunicazioni e le certificazioni concernenti gli investimenti agevolabili, sulla base di modelli standardizzati. Le comunicazioni riguardano la prenotazione, l’avanzamento e il completamento degli investimenti, con indicazione dei dati relativi ai beni, alla data prevista di interconnessione o di entrata in funzione e all’applicazione della maggiorazione. L’effettività e la conformità degli investimenti sono comprovate da una perizia tecnica asseverata e da una certificazione contabile. Inoltre l'Unione Europea mette a disposizione delle piccole e medie imprese risorse mirate alla transizione e all'efficienza energetica, tramite i fondi Coesione, il Fondo per la Transizione Giusta e il programma Meccanismo per collegare l'Europa. Le risorse europee sbloccate per la crisi energetica finanziano esclusivamente impianti di energia rinnovabile, smart grid e sistemi di accumulo, non tagli temporanei sulle accise o sconti sui consumi. Bandi specifici gestiti anche a livello regionale o tramite organismi dedicati, con fondi europei, offrono microsovvenzioni o cofinanziamenti per audit e ammodernamento degli impianti produttivi delle pmi per l’ecosostenibilità. In Italia, come abbiamo detto, sono operativi strumenti complementari come i bandi agevolati di Simest per la stabilità e competitività e misure di transizione legate alla programmazione dei fondi strutturali regionali. Si segnala anche che, a seguito dell'affidamento a Invimit della gestione del Fondo Real Asset e a

Fondo Italiano d'Investimento del Fondo

Imprese, entra nella sua fase operativa il Fondo Nazionale del Made in Italy FNMI facendo riferimento a uno stanziamento di 900 milioni di euro. Istituito dalla legge quadro sul Made in Italy (legge n. 206 del 27 dicembre 2023) promossa dal Mimit, e attuato di concerto con il MEF, il Fondo ha come obiettivo il rafforzamento delle filiere strategiche nazionali e la garanzia della sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime critiche. Con questo provvedimento, il Governo ha inteso dotare l’Italia di uno strumento stabile di politica industriale, in grado di sostenere la crescita delle imprese e il rafforzamento delle filiere strategiche, a partire da quella delle materie prime critiche, che sono decisive ai fini della transizione energetica e digitale per i settori più avanzati dell'economia nazionale. Si tratta quindi di uno strumento con cui mobilitare nuovi investimenti, mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento, ridurre le dipendenze dall’estero e consolidare la sovranità industriale dell’Italia. Il Fondo riserva particolare attenzione alla catena del valore delle materie prime critiche dalla estrazione, la lavorazione, la trasformazione, l’approvvigionamento e la distribuzione, fino al riciclo ed al riuso. Il Fondo potrà intervenire nelle ulteriori filiere strategiche individuate dal Comitato tecnico strategico istituito presso il Mimit. Nel complesso, i due strumenti mirano ad affiancare alle risorse pubbliche nuovi capitali privati, sostenendo la crescita delle imprese e gli investimenti nei settori decisivi per l’autonomia industriale del Paese. Un’altra opportunità è messa in campo dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy che ha pubblicato un avviso pubblico rivolto alle imprese italiane per la raccolta delle manifestazioni d’interesse finalizzate alla selezione di progetti nell’ambito dell’Importante Progetto di Comune Interesse Europeo (IPCEI) "Circular Advanced Materials" (CAM), dedicato allo sviluppo e alla prima diffusione industriale di materiali

FOCUS PMI

avanzati circolari per sostenere la transizione ecologica, rafforzare la competitività industriale e l’autonomia strategica dell’Unione Europea. Le manifestazioni d’interesse dovranno essere inviate entro il 22 settembre 2026. L’Avviso si inserisce nel quadro della politica industriale europea ed è rivolto alle imprese che intendano sviluppare progetti ad alto contenuto di ricerca, sviluppo e innovazione, finalizzati a ridurre la dipendenza dalle materie prime critiche e a rafforzare l’autonomia strategica europea nei settori delle tecnologie pulite, delle energie rinnovabili, dei sistemi di accumulo, della mobilità sostenibile, della decarbonizzazione industriale e dell’elettronica applicata. Le proposte dovranno contribuire ad almeno una delle sei strategie dell’economia circolare –Ripensare, Ridurre, Riparare, Riutilizzare, Riconvertire e Riciclare – attraverso lo sviluppo di materiali innovativi, processi produttivi avanzati e soluzioni tecnologiche sostenibili, anche mediante l’impiego di intelligenza artificiale, digital twin e passaporti digitali dei prodotti. Saranno inoltre valorizzati gli interventi che riducono l’impiego di sostanze pericolose, materie prime critiche e materiali rari, favorendo la tracciabilità, il riutilizzo e il riciclo dei materiali.

Le iniziative candidate dovranno prevedere spese e costi ammissibili non inferiori a 35 milioni di euro, fermo restando l’orientamento della Commissione europea a privilegiare quelle con una richiesta di aiuto di Stato di almeno 50 milioni di euro. Le proposte ritenute idonee nella valutazione preliminare del Ministero accederanno alla fase di costruzione del partenariato europeo (matchmaking), propedeutica alla successiva fase di valutazione definitiva da parte del Ministero, che precede la prenotifica alla Commissione europea. Al termine dell’iter nazionale ed europeo, compresa la valutazione della Commissione europea, i progetti selezionati potranno accedere alle agevolazioni previste dal Fondo IPCEI. Esistono inoltre vari fondi

pubblici e agevolazioni per gestire i rifiuti e produrre energia, tra cui il PNRR (Missione 2 Economia Circolare), il Fondo Nazionale per l'Efficienza Energetica e i bandi regionali FESR. Il Fondo Nazionale per l’efficienza energetica ha favorito interventi necessari per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di efficienza energetica, promuovendo il coinvolgimento di istituti finanziari, nazionali e comunitari, e investitori privati sulla base di un’adeguata condivisione dei rischi. Il fondo (310 milioni di euro) ha sostenuto interventi di efficienza energetica realizzati dalle imprese, ivi comprese le ESCO, e dalla Pubblica Amministrazione, su immobili, impianti e processi produttivi con interventi sostenuti per la riduzione dei consumi di energia nei processi industriali, la realizzazione e l’ampliamento di reti per il teleriscaldamento, l’efficientamento di servizi ed infrastrutture. Uno strumento molto utile è il RENTRI (Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti), sistema digitale del Ministero dell'Ambiente (MASE) gestito con il supporto dell'Albo Nazionale Gestori Ambientali per tracciare il ciclo dei rifiuti in Italia. Sostituisce i vecchi registri cartacei e i formulari con procedure online. Nel più ampio quadro della transizione ecologica e digitale, il RENTRI rappresenta una tipologia di intervento che contempera in maniera perfetta le due questioni al centro dell'attenzione: l'utilizzo delle nuove tecnologie e la questione ambientale. Rappresenta un passo significativo verso una gestione digitale e attuale dei rifiuti speciali in Italia, al fine di migliorare la trasparenza, l'efficienza e la prevenzione nella gestione dei rifiuti, assicurando un monitoraggio continuo dei flussi di rifiuti e materiali. In tal senso, tutto risponde alla necessità di adottare un sistema di tracciabilità come previsto dalla Strategia nazionale per l'economia circolare che consente di acquisire e monitorare i dati ambientali, rendendoli fruibili non solo per le attività di vigilanza e controllo, ma anche per le politi-

che ambientali adottate dal Ministero. Il registro, inoltre, introduce e rende operativo un modello di gestione digitale per l'assolvimento degli adempimenti previsti, tra cui l'emissione di formulari di identificazione del trasporto e la tenuta dei registri cronologici di carico e scarico, consentendo attraverso la messa a sistema delle informazioni contenute in questi documenti, un costante monitoraggio dei flussi dei rifiuti e di materia. Si comprende, quindi, che il RENTRI è un sistema che nasce dall'incontro tra la transizione ecologica e quella digitale, contemperando così alle esigenze della pubblica amministrazione e delle imprese, generando benefici per tutti gli attori coinvolti. Il registro infatti mette a disposizione della Pubblica Amministrazione un flusso costante di dati e informazioni relative alla movimentazione dei rifiuti, supportando le politiche ambientali e della pianificazione regionale. Inoltre concorre a sostenere le autorità di controllo nella prevenzione e nel contrasto della gestione illecita dei rifiuti, facilitando le modalità di verifica basate su documenti digitali; assolve con rapidità e facilità agli adempimenti previsti per le imprese, con lo snellimento delle procedure, anche attraverso l’utilizzo di strumenti di supporto alla transizione digitale messi a disposizione dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; riduce i tempi per la trasmissione dei dati necessari per la rendicontazione e il monitoraggio del raggiungimento degli obiettivi europei di recupero e riciclo. La caratteristica di questo sistema è la sua obbligatorietà per un ampio ventaglio di operatori coinvolti nella gestione dei rifiuti pericolosi o meno al fine di assicurare tracciabilità sicurezza e conformità normativa nella gestione dei rifiuti aziendali in modalità digitale. Le aziende coinvolte comprendono i produttori iniziali di rifiuti pericolosi e le imprese che gestiscono, trasportano o smaltiscono rifiuti sia pericolosi sia non pericolosi, oltre che enti e imprese coinvolti in operazioni di

recupero o smaltimento. I soggetti obbligati sono enti e imprese che effettuano il trattamento dei rifiuti, produttori di rifiuti pericolosi, enti e imprese che raccolgono o trasportano rifiuti pericolosi a titolo professionale, commercianti ed intermediari di rifiuti pericolosi, consorzi istituiti per il recupero e il riciclaggio di particolari tipologie di rifiuti. Non sono tenuti ad iscriversi imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che abbiano fino a dieci dipendenti; imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti non pericolosi diversi da quelli di cui all'art. 184, c. 3, lettere c), d) e g); produttori di rifiuti non pericolosi non rientranti in organizzazione di ente o impresa.

La normativa a sostegno del RENTRI, inoltre, sancisce che le operazioni relative non possono essere più gestite in modalità cartacea e, pertanto, eventuali stampe dei movimenti non hanno più alcun valore legale in sede di ispezione, e tutto dev'essere quindi gestito e conservato esclusivamente in formato digitale, secondo le normative vigenti per i documenti elettronici. Inoltre, a partire dal 2026, gli obblighi relativi alla Tenuta e Conservazione digitale saranno applicati anche al Formulario Identificazione Rifiuti – FIR. La Conservazione digitale a norma garantisce nel tempo l’accessibilità, l’utilizzabilità, l’integrità, l’autenticità e la reperibilità dei documenti digitali. Il processo è regolato dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), che stabilisce le modalità operative, le specifiche tecniche e i modelli organizzativi da seguire. La normativa digitale insieme alla normativa RENTRI designano che il Registro Cronologico, in quanto documento informatico, venga conservato secondo procedure specifiche che garantiscano: autenticità e integrità i documenti devono essere conservati in modo che non possano essere alterati o modificati; immodificabilità una volta creato e registrato il documento, esso deve essere protetto da ogni tentativo di manipolazione; accessibilità e leggibilità i registri devono essere archivia-

ti in formati che garantiscano la loro fruibilità nel tempo, anche in caso di cambiamenti tecnologici futuri. I documenti informatici devono essere conservati presso sistemi di Conservazione accreditati AgID. Questi sistemi garantiscono che i documenti siano mantenuti in conformità con gli standard di sicurezza, protezione e accessibilità previsti dalla legge. La Conservazione, così come per i documenti elettronici di tipo contabile ad esempio le fatture elettroniche, deve essere operata almeno una volta all’anno. Le tempistiche per la Conservazione dei Registri Digitali sono stabilite dall’articolo 190 del Decreto Legislativo 152/2006, ed è responsabilità dell’operatore assicurare che i documenti siano conservati per il periodo previsto dalla legge. In questo senso, RENTRI non fornisce direttamente servizi di Conservazione digitale, pertanto gli operatori devono affidarsi a fornitori esterni per garantire la conformità alla normativa. La funzione “Export per Conservazione” consente di trasferire il Registro al sistema di Conservazione, garantendo così la sua immodificabilità. La trasmissione al RENTRI consiste nell’invio obbligatorio dei dati relativi alla gestione dei rifiuti al Registro Elettronico Nazionale, mentre la Conservazione digitale a norma ha l’obiettivo di garantire nel tempo la validità legale e l’integrità dei documenti informatici, come i FIR e i Registri Cronologici.

La Conservazione digitale assicura accessibilità, autenticità e reperibilità dei documenti ed è regolata dall’AgID, che ne definisce i requisiti tecnici e organizzativi. Il Responsabile della Conservazione è una figura prevista dalle normative in materia di Conservazione digitale per garantire la corretta Tenuta e Conservazione dei documenti digitali aziendali, anche quelli relativi alla gestione dei rifiuti. La sua nomina è obbligatoria per tutte le aziende che gestiscono documenti in formato elettronico, inclusi i Registri di Carico e Scarico dei rifiuti. La persona che ricopre il ruolo deve garantire che questi ultimi siano

disponibili e utilizzabili in caso di controlli o verifiche da parte delle autorità competenti. Il RENTRI rientra pienamente nelle politiche europee sui rifiuti e sull'economia circolare, trovando fondamento in direttive comunitarie come la Direttiva 2008/98/CE e la Direttiva UE 2018/851. Prende forma dalle direttive europee sui rifiuti e sui D.Lgs. 3 apr. 2006 n. 152, D.Lgs. 3 set. 2020 n. 116, D.Lgs. n. 213/2022, D.M. 4 apr. 2023 n. 59 italiani. Il sistema nasce, di fatto, dall’esigenza di conformarsi alle direttive europee ed è dunque stato istituito come parte di una strategia per rendere più trasparente ed efficiente la gestione dei rifiuti in Italia. Si segnala tra le opportunità interessanti per l’ecosostenibilità e l’innovazione nella transizione energetica in atto per le pmi, il portale comunitario InvestEU che ha attualmente ben 933 progetti per pmi a cui nuovi investitori e imprenditori possono aderire.

Si segnala inoltre che è aperto il bando NEB Academy Fashion Shift, promosso nell’ambito di EIT Culture & Creativity, con una dotazione finanziaria complessiva di 2,5 milioni di euro destinata a sostenere la trasformazione del settore della moda in Unione europea che finanzia consorzi collaborativi capaci di sviluppare e ampliare modelli di business innovativi di imprese.

I progetti possono riguardare qualsiasi fase della catena del valore della moda, dalla progettazione e selezione dei materiali fino alla produzione, distribuzione e gestione del fine vita dei prodotti. L’obiettivo è favorire la diffusione di pratiche capaci di generare impatti ambientali, sociali, economici e di mercato misurabili, contribuendo alla costruzione di un settore della moda più resiliente, competitivo ed ecosostenibile. Sino al 18 settembre è aperto anche un bando europeo di FutureProofTextiles, il progetto europeo finanziato nell'ambito del programma Single Market Programme (SMP), che sostiene la transizione digitale e verde delle piccole e medie imprese del settore tessile.

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

MIMIT-MUR:

FIRMATO L'ATTO DI INDIRIZZO STRATEGICO 2026–2028 PER LA VALORIZZAZIONE DELLE CONOSCENZE E IL TRASFERIMENTO TECNOLOGICO

L'Italia produce ricerca scientifica di qualità riconosciuta a livello internazionale, forma ricercatori che vengono poi attratti dalle università e dai centri di eccellenza di mezzo mondo, pubblica su riviste prestigiose in quasi tutti i campi del sapere. Eppure fatica in modo cronico a trasformare questo patrimonio intellettuale in innovazione industriale concreta, in prodotti nuovi, in processi più efficienti, in imprese tecnologiche competitive sui mercati globali. Colmare questo divario strutturale tra la qualità della ricerca accademica e la capacità del sistema produttivo di valorizzarla è l'obiettivo al centro dell'atto di indirizzo strategico 2026–2028 siglato congiuntamente dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dal Ministero dell'Università e della Ricerca.

Un documento che vale soprattutto per ciò che rappresenta sul piano istituzionale: per la prima volta i due dicasteri che presidiano i due lati di questo divario si dotano di una visione comune e di impegni condivisi su un orizzonte triennale.

Il valore della firma congiunta non è ceremoniale. Fino ad oggi i due ministeri hanno operato in modo sostanzialmente parallelo, con priorità distinte, strumenti separati e interlocutori diversi, producendo un ecosistema frammentato in cui le imprese che cercavano competenze universitarie e i ricercatori che cercavano partner industriali faticavano a trovarsi. Un atto di indirizzo strategico pluriennale è la premessa necessaria per superare questa frammentazione, coordinando le risorse disponibili — dai fondi PNRR ai programmi europei Horizon Europe, dal Fondo Nazionale per l'Innovazione ai bandi competitivi del MUR — verso obiettivi comuni invece di disperderle in rivoli paralleli che raramente si incontrano.

Sul fronte del trasferimento tecnologico, il documento fissa come priorità il rafforzamento degli uffici dedicati presso gli atenei, riconoscendo che la situazione italiana è ancora profondamente disomogenea. Alcuni atenei, tipicamente i più grandi e con una tradizione più radicata di collaborazione industriale, dispongono di strutture professionali capaci di gestire brevetti, negoziare licenze e supportare la creazione di spin-off.

Altri hanno uffici sottodimensionati, con personale insufficiente e competenze limitate. Ridurre questa disomogeneità — investendo nella professionalizzazione delle strutture e costruendo reti collaborative tra atenei che permettano anche alle università più piccole di accedere a competenze specialistiche — è uno degli impegni concreti del triennio. Per le PMI, questo si traduce in interlocutori universitari più attrezzati e più orientati alle esigenze delle imprese, con procedure più chiare sulla proprietà intellettuale e tempi di risposta più compatibili con i ritmi del mondo produttivo.

I dottorati industriali sono un altro pilastro del piano. Lo strumento — in cui un dottorando sviluppa la propria ricerca su un tema di interesse per un'impresa, svolgendo parte dell'attività direttamente in azienda — è tra i più efficaci per costruire ponti duraturi tra università e industria, perché crea relazioni personali e professionali che

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

spesso si traducono in un'assunzione al termine del percorso. L'Italia ha già un programma dedicato, ma il numero di attivazioni è ancora limitato rispetto al potenziale e rispetto a Paesi come Germania e Francia che hanno sviluppato questo strumento su scala ben più ampia. L'atto di indirizzo si propone di aumentare significativamente le attivazioni nel triennio, con risorse dedicate e meccanismi di incentivo sia per le università sia per le imprese partecipanti, con una riserva specifica per le PMI che oggi risultano sottorappresentate rispetto alle grandi imprese in questi accordi.

Un capitolo rilevante dell'atto riguarda la valorizzazione delle conoscenze in senso stretto, ovvero la capacità di trasformare i risultati della ricerca pubblica in asset economicamente sfruttabili. Brevetti, know-how, modelli computazionali, metodologie innovative: sono tutti elementi del patrimonio intellettuale prodotto dagli atenei italiani che oggi vengono in larga parte dispersi per assenza di strutture e di cultura dedicate alla loro commercializzazione. Il documento impegna i due ministeri a costruire un quadro normativo più chiaro sulla titolarità dei risultati della ricerca nelle collaborazioni pubblico-privato, a finanziare fondi di pre-seed gestiti dalle università per accompagnare le idee più promettenti dalla fase di laboratorio a quella di prototipo commercializzabile e a introdurre meccanismi di incentivo per i ricercatori che si impegnano attivamente nella valorizzazione industriale delle proprie scoperte. Quest'ultimo punto è particolarmente delicato: senza riconoscimenti concreti — economici e di carriera — per chi sceglie di investire tempo ed energie nel trasferimento tecnologico invece che nella sola pubblicazione scientifica, qualsiasi politica in questo ambito rischia di restare sulla carta.

La dimensione territoriale del trasferimento tecnologico è un'altra delle priorità esplicitate nel documento. Il rischio che le politiche di valorizzazione delle conoscenze producano effetti concentrati nelle aree metropolitane già più dinamiche — dove si trovano gli atenei più grandi e le imprese più strutturate — mentre i territori meno sviluppati rimangono ai margini è reale e documentato. L'atto di indirizzo prevede meccanismi specifici per garantire che anche le università localizzate nel Mezzogiorno e nelle aree interne possano sviluppare relazioni produttive con le imprese del proprio territorio, contribuendo allo sviluppo locale invece di alimentare unicamente i grandi hub. In questo senso il trasferimento tecnologico diventa anche uno strumento di politica di coesione, capace di connettere le risorse intellettuali presenti in tutto il Paese con le esigenze di innovazione di imprese che altrimenti non avrebbero mai accesso a questo tipo di collaborazioni.

Per il tessuto produttivo delle piccole e medie imprese, il messaggio pratico che emerge dal documento è che nei prossimi tre anni ci saranno più strumenti e più occasioni concrete per accedere a competenze universitarie, a tecnologie sviluppate nella ricerca pubblica e a partnership con centri di ricerca qualificati. Cogliere queste opportunità richiede però un atteggiamento attivo: le imprese che aspettano che il trasferimento tecnologico arrivi da solo troveranno poche soddisfazioni, mentre quelle che investono nel costruire relazioni con gli atenei del proprio territorio, nel partecipare ai bandi collaborativi e nell'integrare giovani ricercatori nelle proprie strutture avranno accesso a un patrimonio di conoscenze capace di fare la differenza in mercati sempre più esigenti sul piano tecnologico.

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

NUOVO PIANO TRANSIZIONE 5.0 — IPERAMMORTAMENTO: LO STRUMENTO CHE RILANCIA GLI INVESTIMENTI PRODUTTIVI DELLE IMPRESE ITALIANE

Il ritorno dell'iperammortamento nel quadro del Piano Transizione 5.0 è una delle notizie più attese dal mondo imprenditoriale italiano degli ultimi mesi. Uno strumento che le imprese conoscono bene, che hanno utilizzato con profitto nelle stagioni precedenti e la cui interruzione aveva lasciato un vuoto significativo nelle politiche di sostegno agli investimenti produttivi. Il suo reinserimento nell'architettura di Transizione 5.0, con caratteristiche aggiornate rispetto alle versioni precedenti e con una più esplicita integrazione tra obiettivi di modernizzazione tecnologica e di sostenibilità energetica, segna un punto di svolta importante nella politica industriale italiana e merita un'analisi approfondita nei suoi meccanismi, nelle sue opportunità e nelle sue implicazioni per il tessuto delle PMI.

Per comprendere la portata della misura è utile ricordare brevemente la storia dell'iperammortamento in Italia. Introdotto per la prima volta con la legge di bilancio 2017 nell'ambito del Piano Industria 4.0, lo strumento prevedeva la possibilità per le imprese di dedurre dal reddito imponibile una quota maggiorata del costo di acquisto dei beni strumentali tecnologicamente avanzati, con una maggiorazione iniziale del 150% — che significava poter dedurre 250 per ogni 100 investiti. Nei due anni successivi la maggiorazione fu ridotta gradualmente, ma lo strumento continuò a rappresentare uno degli incentivi più efficaci e più utilizzati del panorama italiano, capace di muovere investimenti reali in macchinari, impianti e sistemi digitali in tutti i settori del manifatturiero. La sua progressiva riduzione e poi la sua sostituzione con il credito d'imposta — strumento tecnicamente diverso ma con logica analoga — aveva segnato l'evoluzione verso Transizione 4.0, mantenendo la continuità della politica di incentivo agli investimenti pur con un cambio di forma giuridica e finanziaria.

Il nuovo iperammortamento che si inserisce nel Piano Transizione 5.0 eredita questa tradizione ma la arricchisce di una dimensione che nelle versioni precedenti era assente o marginale: quella della sostenibilità energetica. Per accedere alle maggiorazioni più significative, le imprese devono dimostrare che gli investimenti realizzati producono una riduzione misurabile dei consumi energetici del processo produttivo o dell'unità produttiva interessata. Questo requisito, che può sembrare un aggravio burocratico, è in realtà una scelta di policy coerente con la direzione che l'Europa ha impresso alle politiche industriali: non è più sufficiente investire in tecnologia avanzata, bisogna farlo in modo che contribuisca anche alla decarbonizzazione del sistema produttivo.

Per le imprese che si trovano già su questo percorso — e sono molte, perché efficienza energetica e competitività di costo sono obiettivi che spesso coincidono — il requisito non è un ostacolo ma una formalizzazione di quanto già stanno facendo.

La struttura del nuovo iperammortamento prevede un sistema di aliquote differenziate in funzione dell'entità della riduzione energetica conseguita. Le imprese che documentano una riduzione dei consumi energetici del processo produttivo pari ad almeno il 3% — o del 5% riferita all'intera struttura produttiva — accedono a

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

una prima fascia di maggiorazione. Soglie di riduzione più ambiziose, pari al 6% o al 10%, danno accesso a maggiorazioni più generose, creando un meccanismo incentivante che premia i comportamenti più virtuosi dal punto di vista energetico. Questo approccio graduato è intelligente perché riconosce che le imprese partono da situazioni molto diverse in termini di efficienza energetica: chi ha già investito molto in questo ambito troverà più difficile raggiungere riduzioni percentuali elevate, mentre chi parte da una situazione meno efficiente avrà margini di miglioramento più ampi.

Calibrare le soglie in modo da renderle sfidanti ma raggiungibili per una platea ampia di imprese è una delle sfide più delicate nell'implementazione dello strumento. Per quanto riguarda le tipologie di beni ammissibili, il perimetro è ampio e riflette la varietà del manifatturiero italiano. Rientrano nell'agevolazione i macchinari e gli impianti interconnessi al sistema informativo aziendale, i sistemi di automazione e robotica avanzata, le soluzioni di intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi, le tecnologie per la manifattura additiva, i sistemi di realtà aumentata e simulazione digitale per la progettazione e la produzione, le piattaforme di gestione e analisi dei dati industriali. A questi si aggiungono, in coerenza con la componente energetica di Transizione 5.0, i beni strumentali finalizzati alla produzione di energia da fonti rinnovabili per autoconsumo, i sistemi di accumulo dell'energia, le tecnologie per il monitoraggio e la gestione intelligente dei consumi energetici.

È un elenco che copre praticamente tutte le aree di investimento rilevanti per un'impresa manifatturiera moderna, lasciando spazio anche a investimenti non convenzionali purché riconducibili a queste categorie. Per le PMI, la misura ha caratteristiche di particolare interesse. A differenza di molti strumenti di incentivo che si rivelano più accessibili per le grandi imprese — dotate di strutture amministrative in grado di gestire la complessità delle procedure, di risorse finanziarie per anticipare l'investimento in attesa del beneficio fiscale e di consulenti specializzati nell'ottimizzazione fiscale — l'iperammortamento ha una natura fiscale che lo rende teoricamente accessibile a qualsiasi impresa che abbia un reddito imponibile su cui operare la deduzione. Non richiede anticipi di cassa, non prevede rimborsi che arrivano dopo mesi di attesa, ma agisce direttamente sulla base imponibile dell'imposta, riducendo il carico fiscale nell'anno in cui viene effettuato l'investimento. Per un'impresa di medie dimensioni che programma l'acquisto di una nuova linea produttiva o di un sistema di automazione, questo meccanismo può fare la differenza tra un investimento che si ripaga in tre anni e uno che si ripaga in cinque. Il tema della perizia tecnica asseverata, necessaria per certificare la conformità dei beni acquistati ai requisiti dell'agevolazione e per documentare la riduzione dei consumi energetici, è uno degli aspetti che le associazioni di categoria stanno seguendo con maggiore attenzione.

Nelle versioni precedenti dell'iperammortamento, la perizia era richiesta per gli investimenti superiori a determinate soglie e poteva essere sostituita da una dichiarazione del produttore del bene per gli acquisti di importo minore. Il nuovo meccanismo, con la sua componente energetica, richiede una certificazione più articolata che attesti la riduzione dei consumi: un'attività che richiede competenze specifiche di audit energetico e che rappresenta un costo aggiuntivo per l'impresa. Standardizzare le metodologie di misurazione, chiarire le responsabilità

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

dei certificatori e contenere i costi di questa fase istruttoria sono richieste che le imprese portano con insistenza al tavolo del confronto istituzionale. Un aspetto che merita una riflessione specifica riguarda il rapporto tra il nuovo iperammortamento e il credito d'imposta previsto dal meccanismo base di Transizione 5.0. I due strumenti non sono alternativi ma possono essere complementari, consentendo alle imprese di costruire piani di investimento che massimizzano il beneficio complessivo combinando le due agevolazioni in modo ottimale.

Questa possibilità di cumulabilità — nei limiti e alle condizioni previste dalla normativa — aumenta l'attrattività dell'insieme delle misure, ma richiede anche una pianificazione fiscale più sofisticata. Il ruolo dei commercialisti e dei consulenti fiscali sarà determinante nell'accompagnare le PMI in questa fase di progettazione, aiutandole a strutturare i propri piani di investimento in modo da massimizzare il ritorno complessivo delle agevolazioni disponibili. Sul fronte del finanziamento degli investimenti, il nuovo iperammortamento si inserisce in un contesto in cui le condizioni del credito bancario restano ancora selettive nonostante la progressiva normalizzazione dei tassi di interesse. Le imprese che vogliono investire in tecnologie avanzate si trovano spesso di fronte alla necessità di anticipare risorse significative prima di poter beneficiare dell'agevolazione fiscale: i macchinari vanno acquistati, installati e collaudati prima che il beneficio si manifesti nella dichiarazione dei redditi. Il sistema delle garanzie pubbliche — Fondo Centrale di Garanzia per le PMI, garanzie SACE per le imprese di maggiori dimensioni, strumenti regionali — può svolgere un ruolo importante nel facilitare l'accesso al credito per il finanziamento di questi investimenti, abbassando il rischio percepito dalle banche e rendendo possibili operazioni che altrimenti potrebbero non trovare copertura finanziaria adeguata.

La dimensione territoriale della misura è un altro aspetto che merita attenzione. Il manifatturiero italiano non è uniformemente distribuito sul territorio nazionale: ci sono distretti produttivi ad alta concentrazione nel Nord e nel Centro-Nord, e aree del Mezzogiorno con una presenza industriale meno densa ma non per questo meno strategica. Per garantire che il nuovo iperammortamento produca effetti positivi anche nelle aree meno sviluppate, potrebbe essere utile prevedere meccanismi di premialità per le imprese localizzate nelle regioni del Sud, coerentemente con quanto già previsto da altre misure di politica industriale che riconoscono le specificità territoriali del Paese. Un manifatturiero del Mezzogiorno che investe in tecnologie avanzate e in efficienza energetica fa un atto di coraggio imprenditoriale che merita un riconoscimento aggiuntivo rispetto a chi opera in contesti più favorevoli.

Guardando all'impatto atteso sull'insieme del sistema produttivo, le stime più attendibili indicano che una misura ben calibrata come il nuovo iperammortamento può mobilitare investimenti privati per un multiplo significativo della spesa pubblica impegnata, grazie all'effetto leva tipico degli incentivi fiscali sugli investimenti già programmati o in corso di programmazione. Non si tratta solo di anticipare investimenti che sarebbero stati fatti comunque, ma di rendere economicamente convenibili investimenti che senza l'agevolazione non avrebbero raggiunto la soglia di rendimento atteso richiesta dagli imprenditori per giustificare il rischio. In questo senso, la misura ha un effetto additivo reale sull'accumulazione di capitale produttivo nel sistema, con ricadute positive sulla

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

produttività, sulla competitività delle esportazioni e, nel medio periodo, sulla crescita del prodotto interno lordo. Il successo del nuovo Piano Transizione 5.0 con il suo iperammortamento dipenderà in ultima analisi dalla capacità del sistema di tradurre una norma ben congegnata in investimenti reali, diffusi sul territorio e accessibili a una platea ampia di imprese. Le esperienze delle edizioni precedenti insegnano che gli strumenti migliori sono quelli che le imprese riescono a capire, a pianificare e a utilizzare senza dover navigare labirinti burocratici che scoraggiano i meno strutturati. La semplicità applicativa, la certezza normativa e la continuità nel tempo sono le tre condizioni che le imprese chiedono con maggiore insistenza, e che le istituzioni devono sforzarsi di garantire per trasformare le potenzialità di questa misura in risultati concreti per il manifatturiero italiano.

Il capitolo degli investimenti per la decarbonizzazione è quello che meglio illustra il paradosso in cui si trovano le imprese del settore. Le acciaierie italiane sono disposte a investire nella riduzione delle proprie emissioni — e molte lo stanno già facendo, con progetti di elettrificazione spinta, di utilizzo dell'idrogeno verde come agente riducente e di cattura del carbonio residuo — ma questi investimenti hanno costi enormi e tempi di ritorno molto lunghi. In assenza di un quadro di certezze normative e di supporto finanziario adeguato, il rischio è che gli investimenti vengano rinviati o che vengano realizzati in altri Paesi dove le condizioni sono più favorevoli, impoverendo ulteriormente la base industriale italiana ed europea.

Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima e i fondi europei per la transizione industriale devono essere costruiti tenendo presente questa realtà concreta, non solo le traiettorie teoriche di decarbonizzazione elaborate nei modelli macroeconomici. Il messaggio che le imprese della filiera portano al tavolo istituzionale è quindi articolato ma convergente verso un punto centrale: l'Europa deve scegliere se vuole ancora avere una siderurgia propria oppure no. Non è una domanda retorica. È una scelta di politica industriale con conseguenze concrete e irreversibili: una volta chiuse le acciaierie, una volta disperso il capitale umano specializzato, una volta smantellate le infrastrutture produttive, ricostruire la capacità produttiva richiederebbe decenni e investimenti enormi, ammesso che sia ancora possibile. La dipendenza da acciaio importato per le infrastrutture, per la difesa, per l'industria pesante è una vulnerabilità strategica che nessun Paese industrialmente avanzato dovrebbe accettare consapevolmente. Le riforme chieste dalle imprese — sul fronte energetico, commerciale, regolatorio e finanziario — non sono richieste corporative di protezione da una competizione legittima, ma la precondizione necessaria perché la transizione ecologica dell'industria europea avvenga senza distruggere la base produttiva che dovrebbe sostenerla.

G7: IL MODELLO ITALIANO SU IA E DATA CENTER — AUTONOMIA STRATEGICA E VISIONE ANTROPOCENTRICA PER GOVERNARE L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

L'intelligenza artificiale è ormai al centro del dibattito geopolitico globale. Non più soltanto una questione tecnica o industriale, ma una vera e propria sfida di sovranità, competitività e valori. In questo contesto, l'Italia porta sul tavolo del G7 una proposta che si distingue per chiarezza di visione: un modello di governance dell'IA

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

fondato sull'autonomia strategica e su una prospettiva antropocentrica, in cui la tecnologia è strumento al servizio dell'uomo e non il contrario. Il G7 rappresenta uno dei pochi tavoli multilaterali in cui le democrazie avanzate possono confrontarsi su temi di rilevanza sistemica. Negli ultimi anni, l'intelligenza artificiale ha scalato rapidamente le priorità dell'agenda internazionale, affiancandosi — e in alcuni casi superando — temi tradizionali come il commercio, la sicurezza energetica e la stabilità finanziaria. Le ragioni sono evidenti: l'IA sta ridefinendo i modelli produttivi, i mercati del lavoro, i sistemi di difesa e persino i meccanismi democratici. In questo scenario, le nazioni che riusciranno a dotarsi di una governance efficace e di un'infrastruttura tecnologica autonoma avranno un vantaggio competitivo duraturo. Al contrario, chi resterà dipendente da piattaforme, modelli e infrastrutture controllate da attori stranieri — siano essi statunitensi o cinesi — si troverà in una posizione di debolezza strutturale, tanto sul piano economico quanto su quello della sicurezza. L'Italia ha scelto di non limitarsi a seguire le indicazioni altrui, ma di presentarsi come un interlocutore propositivo, portando un contributo originale che coniuga la tradizione umanistica europea con le esigenze di competitività industriale.

Il concetto di autonomia strategica applicato all'IA L'autonomia strategica è un concetto che nasce nel dibattito sulla difesa e sulla politica estera, ma che negli ultimi anni è stato esteso con crescente consapevolezza al dominio tecnologico. Nel caso dell'intelligenza artificiale, l'autonomia strategica riguarda almeno tre dimensioni distinte e tra loro interconnesse. La prima è l'autonomia infrastrutturale, ovvero la capacità di disporre di data center, reti di calcolo ad alta prestazione e connettività adeguata sul proprio territorio o in quello di partner affidabili. Senza questa base fisica, qualsiasi ambizione di sovranità digitale resta lettera morta. I dati — materia prima dell'IA — devono poter essere trattati e conservati in ambienti sicuri, soggetti alle legislazioni nazionali e comunitarie, sottratti al rischio di accessi non autorizzati da parte di soggetti terzi.

La seconda dimensione riguarda l'autonomia nei modelli e negli algoritmi. Dipendere esclusivamente da modelli sviluppati e controllati da grandi piattaforme straniere significa accettare che le scelte architetturali, i bias incorporati nei dati di addestramento e le condizioni di utilizzo siano definite altrove. Per un Paese come l'Italia, con una lingua, una cultura e un tessuto industriale specifici, sviluppare o co-sviluppare modelli linguistici e applicativi adattati al contesto nazionale non è un lusso, ma una necessità competitiva. La terza dimensione è quella della governance normativa: la capacità di definire regole, standard e principi etici che riflettano i valori della propria comunità e che possano essere proposti come riferimento a livello internazionale. Su questo fronte, l'Europa — e l'Italia con essa — ha già compiuto passi significativi con l'AI Act, il primo quadro regolatorio organico sull'intelligenza artificiale a livello mondiale.

La visione antropocentrica: tecnologia al servizio dell'uomo

Il secondo pilastro del modello italiano è la cosiddetta visione antropocentrica dell'IA. Si tratta di un'impostazione che pone al centro del dibattito non la tecnologia in sé, ma l'essere umano con i suoi diritti, la sua dignità e il suo benessere.

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

Questa prospettiva non è nuova nella tradizione italiana ed europea. Affonda le radici nel pensiero umanistico, nella dottrina sociale cristiana e nelle tradizioni filosofiche che hanno sempre messo in guardia contro la riduzione dell'uomo a mero ingranaggio di sistemi più grandi. Applicata all'intelligenza artificiale, essa si traduce in una serie di principi operativi concreti. In primo luogo, la trasparenza: i sistemi di IA devono essere comprensibili, spiegabili e verificabili. I cittadini hanno il diritto di sapere quando una decisione che li riguarda è stata presa o influenzata da un algoritmo, e devono avere la possibilità di contestarla. In secondo luogo, la responsabilità: ogni sistema di IA deve avere un responsabile umano identificabile. L'automazione non può diventare uno scudo dietro cui nascondersi per sfuggire alle conseguenze delle proprie scelte. Questo vale in ambito aziendale, ma anche e soprattutto in quello pubblico, dove le decisioni algoritmiche possono incidere su diritti fondamentali come l'accesso ai servizi sociali, la mobilità o la sicurezza. In terzo luogo, l'inclusività: i benefici dell'IA devono essere distribuiti in modo equo, senza accentuare i divari esistenti tra grandi e piccole imprese, tra aree urbane e rurali, tra fasce di popolazione con diversi livelli di alfabetizzazione digitale. Per un Paese come l'Italia, caratterizzato da un tessuto produttivo dominato dalle PMI e da forti differenze territoriali, questo principio ha un valore particolare.

Data center e infrastrutture: il nodo fisico della sovranità digitale Uno degli aspetti più concreti e spesso sottovalutati del dibattito sull'IA riguarda le infrastrutture fisiche: i data center. L'intelligenza artificiale, per quanto immateriale nella sua percezione comune, richiede enormi quantità di energia di calcolo, memoria e connettività. I grandi modelli linguistici come quelli alla base dei più noti strumenti di IA generativa richiedono infrastrutture di addestramento e inferenza che solo pochi attori globali possono permettersi di costruire e gestire.

Per l'Europa e per l'Italia, la sfida è duplice. Da un lato, occorre attrarre investimenti per la realizzazione di data center di nuova generazione sul proprio territorio, capaci di ospitare carichi di lavoro legati all'IA in modo efficiente e sostenibile. Dall'altro, è necessario garantire che questi investimenti non si traducano in una nuova forma di dipendenza, questa volta infrastrutturale, da grandi operatori stranieri. La risposta italiana a questa sfida passa per una strategia che combina incentivi agli investimenti privati — nazionali e internazionali — con la salvaguardia di requisiti minimi di sicurezza, resilienza e sovranità sui dati. Il piano nazionale per i data center e il cloud, inserito nel più ampio contesto del PNRR e della Strategia Cloud Italia, rappresenta un tentativo serio di dotare il Paese di un'ossatura digitale adeguata alle sfide del prossimo decennio.

Sul fronte energetico, i data center legati all'IA sono consumatori enormi di elettricità. La transizione verso fonti rinnovabili e l'efficienza energetica diventano quindi non solo una questione ambientale, ma un fattore di competitività e sicurezza strategica. L'Italia, con le sue potenzialità nel solare, nell'eolico e nella geotermia, può trasformare questo vincolo in un'opportunità.

Il ruolo delle PMI nell'ecosistema dell'IA

Un elemento caratterizzante dell'approccio italiano al tema dell'IA è l'attenzione alle piccole e medie

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

imprese. Mentre il dibattito internazionale tende a concentrarsi sulle grandi piattaforme tecnologiche e sui colossi industriali, l'Italia sa bene che la propria forza economica risiede in un tessuto diffuso di imprese di medie e piccole dimensioni, spesso altamente specializzate, radicate nei territori e protagoniste di filiere di eccellenza in settori come la meccanica, la moda, l'agroalimentare, il design e la ceramica. Per queste imprese, l'IA rappresenta al tempo stesso una minaccia e un'opportunità. È una minaccia se l'accesso alle tecnologie più avanzate rimane appannaggio esclusivo dei grandi player, ampliando ulteriormente il divario competitivo. È un'opportunità se si riescono a creare le condizioni per una diffusione ampia e accessibile degli strumenti di IA, adattati alle esigenze specifiche dei diversi settori produttivi.

In quest'ottica, la proposta italiana al G7 include anche una riflessione sui meccanismi di supporto all'adozione dell'IA nelle PMI: dall'accesso agevolato a piattaforme di calcolo condiviso, alla formazione dei lavoratori, fino a incentivi fiscali per gli investimenti in tecnologie digitali. Il modello dei competence center e dei digital innovation hub, già avviato in Italia negli anni scorsi, può essere ulteriormente potenziato e messo a sistema con le politiche europee.

Il dialogo con i partner internazionali

Portare il modello italiano al G7 non significa pretendere che esso sia l'unico valido o che debba essere adottato integralmente dagli altri partner. Significa piuttosto contribuire a costruire un quadro condiviso di principi e pratiche, a partire da un'esperienza concreta e da una tradizione culturale specifica. Il dialogo con gli Stati Uniti è fondamentale, non solo per le ovvie ragioni di dimensione tecnologica e industriale, ma anche perché il dibattito americano sull'IA — tra chi spinge per la massima libertà di sviluppo e chi chiede regole più stringenti — è in una fase di evoluzione e può beneficiare di contributi esterni.

Con il Giappone, l'Italia condivide una sensibilità per la dimensione umana della tecnologia e una preoccupazione per l'impatto dell'automazione sul lavoro e sulla coesione sociale. Con la Francia e la Germania, il dialogo si inserisce nel più ampio progetto di costruire un'autonomia strategica europea nel settore digitale. Il multilateralismo tecnologico — la capacità di costruire coalizioni di Paesi che condividono valori e obiettivi nel governo dell'IA — è probabilmente la strategia più efficace per evitare che il futuro dell'intelligenza artificiale sia determinato unicamente dal duopolio sino-americano.

Il contributo italiano al dibattito del G7 sull'intelligenza artificiale non è un esercizio retorico, ma il frutto di una riflessione matura su come coniugare le opportunità della tecnologia con i valori fondanti di una società democratica e aperta. Autonomia strategica e antropocentrismo non sono concetti in contraddizione con la competitività o con l'innovazione: al contrario, sono le condizioni necessarie perché l'innovazione sia sostenibile, equa e duratura. Per le PMI italiane, questo significa che il percorso verso l'adozione dell'IA non deve essere affrontato da soli, ma in un quadro di politiche pubbliche coerenti, di infrastrutture adeguate e di regole chiare che proteggano i diritti e valorizzino le competenze. Il G7 è uno dei luoghi in cui questo quadro si costruisce, e la voce italiana merita di essere ascoltata.

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

BENI STRUMENTALI — NUOVA SABATINI: IN ARRIVO L'ADEGUAMENTO ALLE NUOVE REGOLE SULLE COPERTURE ASSICURATIVE

La Nuova Sabatini è uno degli strumenti di politica industriale più longevi e più apprezzati del panorama italiano. Nata nel 2014 come evoluzione della storica legge Sabatini del 1965, ha accompagnato centinaia di migliaia di piccole e medie imprese nell'acquisto di macchinari, attrezzature, impianti, beni strumentali in generale e tecnologie digitali, offrendo un contributo in conto interessi su finanziamenti bancari dedicati. La sua longevità non è casuale: è uno strumento semplice da capire, relativamente accessibile dal punto di vista procedurale e con un impatto concreto e misurabile sulla capacità di investimento delle PMI. Per molte piccole imprese italiane, la Nuova Sabatini è stato il primo — e talvolta l'unico — strumento di incentivo pubblico effettivamente utilizzato, proprio perché la sua logica è lineare e il suo funzionamento non richiede strutture amministrative elaborate. È in questo contesto che si inserisce la recente evoluzione normativa legata all'obbligo assicurativo introdotto per le imprese italiane a copertura dei danni da calamità naturali ed eventi catastrofali. Il decreto ministeriale del 18 giugno 2025 ha avviato un processo di adeguamento della disciplina di diversi incentivi gestiti dalla Direzione Generale per gli incentivi alle imprese del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, con l'obiettivo di rendere coerenti le condizioni di accesso a questi strumenti con il nuovo obbligo assicurativo. Per quanto riguarda specificamente la Nuova Sabatini, l'adeguamento avverrà attraverso un successivo decreto interministeriale, attualmente in fase di finalizzazione. Si tratta quindi di un passaggio ancora in corso, ma le cui implicazioni per le imprese beneficiarie e per quelle che intendono presentare nuove domande meritano già oggi un'analisi attenta.

Per comprendere la portata di questa modifica è necessario partire dall'obbligo assicurativo che ne costituisce il presupposto. La legge di bilancio 2024 ha introdotto per le imprese con sede legale in Italia — e per le imprese estere con stabile organizzazione nel territorio nazionale — l'obbligo di stipulare entro il 31 dicembre 2024 polizze assicurative a copertura dei danni direttamente cagionati da calamità naturali ed eventi catastrofali.

L'obbligo riguarda i beni immobili, i beni mobili registrati e i beni strumentali dell'impresa, con alcune esenzioni per le microimprese e modulazioni specifiche per determinate categorie. Si tratta di una norma che risponde a una logica chiara: in un contesto di crescente frequenza e intensità degli eventi climatici estremi — alluvioni, terremoti, frane, trombe d'aria — l'assenza di copertura assicurativa adeguata espone le imprese a rischi di perdita patrimoniale che possono comprometterne la continuità operativa, con ricadute che si estendono ai lavoratori, ai fornitori e alle comunità locali in cui operano.

L'obbligo assicurativo ha generato un dibattito animato nel mondo delle imprese, in particolare tra le PMI. Le preoccupazioni più frequenti riguardano il costo delle polizze, che in alcune aree geografiche a più elevato rischio sismico o idrogeologico può essere significativo, e la disponibilità effettiva di prodotti assicurativi adeguati sul mercato, che in alcune zone del Paese risulta ancora limitata. A questo si aggiungono incertezze interpretative sulla portata esatta dell'obbligo, sui beni che rientrano nel suo perimetro e sulle conseguenze

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

del mancato adempimento. Il mercato assicurativo sta progressivamente adeguando la propria offerta, ma il processo richiede tempo e non si è ancora completato in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Il collegamento tra l'obbligo assicurativo e la Nuova Sabatini ha una logica precisa che vale la pena esplicitare. I beni strumentali acquistati con il contributo della Nuova Sabatini rappresentano investimenti produttivi che lo Stato ha contribuito a finanziare attraverso risorse pubbliche.

Garantire che questi beni siano adeguatamente coperti da polizze assicurative contro i rischi catastrofali significa proteggere non solo l'investimento dell'impresa, ma anche la quota di risorse pubbliche che vi è stata destinata. Un macchinario acquistato con il supporto della Nuova Sabatini e distrutto da un'alluvione senza copertura assicurativa non solo azzera l'investimento dell'imprenditore, ma vanifica anche il contributo pubblico erogato, senza che l'impresa abbia la possibilità di ripristinare rapidamente la propria capacità produttiva. In questo senso, il collegamento tra incentivi agli investimenti e obbligo assicurativo non è un appesantimento burocratico ma una scelta di coerenza sistemica che tutela sia le imprese sia la collettività.

Il decreto interministeriale in fase di finalizzazione dovrà stabilire le modalità concrete con cui l'obbligo assicurativo si integra nella disciplina della Nuova Sabatini. Le questioni operative da risolvere sono diverse. La prima riguarda il momento in cui la copertura assicurativa deve essere attestata: se al momento della presentazione della domanda, al momento dell'erogazione del contributo o in una fase successiva legata alla vita utile dei beni finanziati. La seconda riguarda i beni oggetto della copertura: la polizza deve coprire specificamente i beni acquistati con il finanziamento Sabatini, o è sufficiente una copertura più generale che includa il complesso dei beni strumentali dell'impresa.

La terza questione riguarda le conseguenze dell'eventuale inadempimento: cosa succede a un'impresa che ha ottenuto il contributo ma non mantiene nel tempo la copertura assicurativa richiesta, e quali sono i meccanismi di verifica e controllo previsti.Per le imprese che stanno valutando di presentare una domanda di accesso alla Nuova Sabatini nelle prossime settimane, il quadro normativo in evoluzione crea una situazione di attesa comprensibile.

La raccomandazione che emerge dal confronto con le associazioni di categoria è quella di non rinviare la pianificazione degli investimenti in attesa del decreto interministeriale, ma di procedere parallelamente su due fronti: da un lato, avviare la valutazione dell'investimento, il confronto con le banche convenzionate e la preparazione della documentazione necessaria per la domanda; dall'altro, verificare la propria situazione assicurativa attuale, identificare eventuali lacune nella copertura dei beni strumentali e avviare un confronto con il proprio broker o compagnia assicurativa per capire quali prodotti sono disponibili e a quali condizioni.

In questo modo, quando il decreto interministeriale sarà pubblicato e le nuove regole saranno operative, le imprese si troveranno già in una posizione avanzata su entrambi i fronti. Un aspetto che merita attenzione riguarda le imprese che hanno già un finanziamento Sabatini in corso e che si trovano quindi a gestire la

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

transizione verso il nuovo regime. Per queste realtà, la questione è se e in che misura le nuove regole si applicheranno anche ai contratti già stipulati, oppure se l'obbligo assicurativo riguarderà solo le nuove domande presentate dopo l'entrata in vigore del decreto interministeriale. Il principio generale del diritto amministrativo italiano tende a tutelare le situazioni già consolidate, ma l'applicazione concreta di questo principio al caso specifico dovrà essere chiarita dalla normativa attuativa.

Le associazioni di categoria stanno seguendo con attenzione questo punto, con l'obiettivo di garantire che le imprese già beneficiarie non si trovino di fronte a obblighi retroattivi che non erano stati considerati al momento della decisione di investimento. Il tema dell'assicurazione contro i rischi catastrofali tocca una questione più ampia che il mondo delle PMI italiane non può permettersi di ignorare: la gestione del rischio climatico come componente strutturale della strategia aziendale. Per decenni, molte imprese hanno sottovalutato o ignorato questo tipo di rischio, considerando eventi come alluvioni e terremoti come eccezioni imprevedibili di fronte alle quali poco si poteva fare.

I cambiamenti climatici in corso stanno rapidamente smentendo questa visione: gli eventi estremi sono diventati più frequenti, più intensi e, soprattutto, più prevedibili nella loro distribuzione geografica. Le aree a rischio idrogeologico elevato, le zone sismiche, i territori costieri esposti alle mareggiate: sono tutte aree in cui il rischio per i beni aziendali è misurabile e gestibile, a patto di dotarsi degli strumenti assicurativi adeguati. In questo senso, l'obbligo assicurativo introdotto dalla legge di bilancio 2024 e il suo recepimento nella disciplina degli incentivi pubblici può essere letto come un'occasione per le PMI di fare un passo avanti nella propria cultura di gestione del rischio.

Non solo adempiere a un obbligo normativo, ma avviare una riflessione più strutturata sulla propria esposizione ai rischi fisici legati al cambiamento climatico, sulle misure di prevenzione e mitigazione che è possibile adottare e sull'impatto che questi rischi possono avere sul valore dell'azienda e sulla sua capacità di accedere al credito. Le banche e gli investitori istituzionali stanno integrando sempre più la valutazione dei rischi climatici nelle proprie analisi di merito creditizio: un'impresa che dimostra di aver affrontato seriamente questa dimensione si posiziona meglio non solo dal punto di vista assicurativo, ma anche da quello finanziario.

Le associazioni datoriali e i consulenti aziendali hanno un ruolo importante da svolgere nell'accompagnare le PMI attraverso questo passaggio. Spiegare le implicazioni pratiche del nuovo obbligo assicurativo, aiutare a valutare le polizze disponibili sul mercato, supportare le imprese nel comprendere come la nuova disciplina si innesta nella Nuova Sabatini e negli altri incentivi: sono attività di orientamento e assistenza che possono fare la differenza tra un adempimento consapevole e un adeguamento formale privo di reale valore per l'impresa. Nel frattempo, la pubblicazione del decreto interministeriale atteso darà finalmente alle imprese il quadro normativo completo di cui hanno bisogno per pianificare con certezza i propri investimenti in beni strumentali, sapendo esattamente quali condizioni assicurative dovranno soddisfare per accedere al contributo e mantenerlo nel tempo.

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

MATERIE PRIME CRITICHE: AL VIA IL FONDO NAZIONALE DEL MADE IN ITALY DA 900 MILIONI

Novecento milioni di euro per costruire una risposta strutturale italiana alla sfida delle materie prime critiche. Il varo del Fondo Nazionale del Made in Italy rappresenta uno degli interventi di politica industriale più ambiziosi degli ultimi anni, sia per l'entità delle risorse mobilitate sia per la logica con cui vengono allocate: non sussidi a pioggia, non incentivi generici alla spesa, ma investimenti strategici in filiere e tecnologie che l'Italia e l'Europa non possono permettersi di lasciare interamente nelle mani di fornitori extraeuropei. La dipendenza del sistema produttivo occidentale da terre rare, litio, cobalto, manganese e grafite estratti e lavorati prevalentemente in Cina e in pochi altri Paesi con instabilità politica o rischi geopolitici elevati è una vulnerabilità documentata e crescente, che la pandemia e le successive crisi delle catene di fornitura globali hanno reso drammaticamente visibile. Il Fondo si propone di affrontare questa vulnerabilità con uno strumento finanziario dedicato, capace di attrarre capitali privati accanto a quelli pubblici e di operare con la flessibilità di un investitore istituzionale specializzato.

La struttura del Fondo è quella di un veicolo di investimento gestito da operatori professionali, con una dotazione pubblica iniziale di 900 milioni che funge da catalizzatore per ulteriori risorse private. Il modello si ispira alle esperienze più mature di fondi sovrani e di fondi industriali europei che hanno dimostrato la propria efficacia nel mobilitare capitali verso settori strategici in cui il mercato da solo non riesce a produrre gli investimenti necessari: la Francia con Bpifrance, la Germania con il KfW, i Paesi nordici con i propri fondi di sviluppo industriale. La chiave di volta è la capacità di operare con logiche di mercato — cercando rendimenti adeguati al rischio assunto — senza perdere di vista gli obiettivi strategici che giustificano l'intervento pubblico. Investire in un progetto di estrazione di materie prime critiche sul territorio europeo o in quello di un Paese partner, oppure in un impianto di riciclo di batterie esauste, oppure ancora nel capitale di un'impresa italiana che sviluppa materiali alternativi per ridurre la dipendenza da forniture critiche: sono tutte operazioni che il mercato privato sottopesa sistematicamente per via degli orizzonti temporali lunghi e dei rischi tecnologici e regolatori elevati, e che un fondo con mandato pubblico può affrontare con una prospettiva diversa.

Gli ambiti di intervento prioritari del Fondo riflettono la mappa delle dipendenze più critiche per il sistema produttivo italiano. Le filiere della mobilità elettrica — batterie, motori elettrici, sistemi di gestione dell'energia — sono in cima alla lista, perché la transizione verso i veicoli a emissioni zero dipende da materiali come il litio, il cobalto e le terre rare per i magneti permanenti che oggi provengono quasi interamente dall'Asia. Le tecnologie per le energie rinnovabili — generatori eolici, pannelli solari, sistemi di accumulo — condividono le stesse criticità di approvvigionamento. La difesa e l'aerospazio, settori in cui la sovranità tecnologica ha una valenza che va ben oltre la competitività economica, completano il quadro delle priorità. Per tutte queste filiere, il Fondo può intervenire sia nella fase di approvvigionamento delle materie prime — partecipando a progetti minerari o di raffinazione in Paesi partner — sia in quella della lavorazione e del riciclo sul territorio nazionale, sia nello sviluppo di materiali alternativi attraverso la ricerca applicata.

Il tema del riciclo merita un approfondimento specifico perché rappresenta la frontiera su cui l'Italia ha le

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

migliori possibilità di costruire un vantaggio competitivo nel breve e medio periodo. A differenza dell'estrazione mineraria, che richiede giacimenti e tempi di sviluppo decennali, il riciclo di materie prime critiche da flussi di scarto industriale e da prodotti a fine vita è un'attività che può essere avviata rapidamente, che non dipende dalla disponibilità di risorse geologiche sul territorio e che si inserisce perfettamente nella logica dell'economia circolare verso cui l'Europa sta orientando le proprie politiche industriali e ambientali. Le batterie esauste dei veicoli elettrici sono il caso più emblematico: contengono quantità significative di litio, cobalto, nichel e manganese che possono essere recuperati con processi idrometallurgici e pirometallurgici già disponibili a livello industriale, riducendo la dipendenza da importazioni e abbassando l'impatto ambientale della produzione di nuove batterie. Con l'accelerazione della transizione verso la mobilità elettrica, il volume di batterie che arriveranno a fine vita nei prossimi anni è destinato a crescere in modo esponenziale, creando un flusso di materia prima secondaria di grandissimo valore che l'Italia può e deve essere attrezzata a processare sul proprio territorio.

Per le PMI italiane che operano nelle filiere interessate, il Fondo apre prospettive concrete di accesso a capitali pazienti e a competenze strategiche che difficilmente troverebbero sul mercato ordinario. Un piccolo produttore di componenti per la mobilità elettrica che vuole investire nello sviluppo di soluzioni che riducono il contenuto di materiali critici nel proprio prodotto, oppure un'impresa specializzata nel recupero e nel riciclo di metalli preziosi da scarti industriali, oppure ancora una realtà che lavora su nuovi materiali per applicazioni aerospaziali: sono tutte tipologie di impresa per cui il Fondo può rappresentare un interlocutore finanziario di riferimento, capace di valutare il potenziale strategico di un progetto al di là dei soli numeri del bilancio corrente. La capacità del Fondo di accompagnare le imprese anche nelle fasi di internazionalizzazione — supportando accordi di fornitura a lungo termine con produttori di materie prime in Paesi terzi o partecipazioni in joint venture per l'accesso diretto alle risorse — è un ulteriore elemento di valore per chi opera in mercati globali con catene di approvvigionamento complesse e sempre più soggette a tensioni geopolitiche.

Un aspetto che non va sottovalutato riguarda la dimensione delle competenze necessarie per operare efficacemente in questo settore. La metallurgia estrattiva, la chimica dei processi di raffinazione, l'ingegneria dei sistemi di riciclo: sono discipline che richiedono formazione specialistica e che in Italia sono presidiate da alcune eccellenze universitarie e da centri di ricerca qualificati, ma che non hanno ancora generato un ecosistema industriale di dimensioni adeguate alla sfida. Il Fondo, per essere pienamente efficace, dovrà operare in sinergia con le politiche di formazione e di ricerca applicata, sostenendo la nascita di programmi di dottorato industriale nelle discipline rilevanti, finanziando laboratori condivisi tra imprese e università e contribuendo a costruire quella massa critica di competenze senza cui nessun investimento infrastrutturale produce i risultati attesi. In questo senso, l'atto di indirizzo strategico MIMIT-MUR 2026-2028 sul trasferimento tecnologico discusso in queste pagine è un complemento naturale del Fondo, e la coerenza tra i due strumenti è un segnale positivo di quella visione di sistema che troppe volte è mancata nella politica industriale italiana.

Il Fondo Nazionale del Made in Italy si inserisce nel solco del Critical Raw Materials Act europeo, che fissa obiettivi precisi di autonomia nell'estrazione, nella lavorazione e nel riciclo delle materie prime strategiche.

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

un'assunzione al termine del dottorato. L'Italia ha già un programma di dottorati industriali, ma il numero di attivazioni è ancora limitato rispetto al potenziale e rispetto a Paesi come la Germania o la Francia che hanno saputo sviluppare questo strumento su scala molto più ampia. L'atto di indirizzo si propone di aumentare significativamente il numero di dottorati industriali attivi nel triennio 2026–2028, con risorse dedicate e meccanismi di incentivo sia per le università che per le imprese partecipanti.

La dimensione territoriale del trasferimento tecnologico è un'altra delle priorità esplicitate nel documento. Il rischio che le politiche di valorizzazione delle conoscenze producano effetti concentrati nelle aree metropolitane già più dinamiche — Milano, Roma, Bologna, Torino — mentre i territori meno sviluppati rimangono ai margini è reale e documentato dalle analisi sui flussi di trasferimento tecnologico degli anni passati. L'atto di indirizzo prevede meccanismi specifici per garantire che anche le università e i centri di ricerca localizzati nel Mezzogiorno, nelle aree interne e nei territori a minore densità industriale possano sviluppare relazioni produttive con le imprese del proprio territorio, contribuendo allo sviluppo locale invece di alimentare unicamente i grandi hub metropolitani.

In questo senso, il trasferimento tecnologico diventa anche uno strumento di politica di coesione, capace di connettere le risorse intellettuali presenti in tutto il Paese con le esigenze di innovazione delle imprese locali. Il ruolo delle infrastrutture di ricerca condivisa — laboratori interuniversitari, centri di competenza, parchi scientifici e tecnologici — è un altro elemento centrale dell'atto di indirizzo. Queste strutture svolgono una funzione di interfaccia tra il mondo accademico e quello industriale che va oltre la singola collaborazione bilaterale: creano ambienti in cui imprese di diverse dimensioni, ricercatori di diversi atenei e investitori possono incontrarsi, sperimentare e costruire progetti comuni. I parchi scientifici e tecnologici italiani hanno una storia lunga e variegata, con esperienze di eccellenza accanto a situazioni meno brillanti, ma rappresentano comunque una rete infrastrutturale di valore che il documento si propone di valorizzare e potenziare, anche attraverso una maggiore integrazione con i programmi europei di ricerca e innovazione.

Sul fronte delle risorse finanziarie, l'atto di indirizzo strategico 2026–2028 si collega a una serie di strumenti già operativi o in fase di attivazione: i fondi PNRR dedicati alla ricerca e all'innovazione, i programmi europei Horizon Europe e InvestEU, il Fondo Nazionale per l'Innovazione gestito da CDP Venture Capital, i bandi competitivi del MUR per i progetti di ricerca di interesse nazionale. La novità rispetto al passato non è tanto la disponibilità di risorse — che in questa fase è effettivamente significativa — quanto la volontà di coordinarle in modo più sistematico, evitando la frammentazione in mille rivoli che ha spesso ridotto l'impatto delle politiche di ricerca e innovazione italiane. Un piano strategico condiviso tra i due ministeri è la premessa necessaria per questo coordinamento, perché definisce le priorità comuni a cui tutti gli strumenti disponibili devono contribuire.

Per le PMI italiane, il messaggio pratico che emerge dall'atto di indirizzo è che nei prossimi tre anni ci saranno più opportunità di accedere a competenze universitarie, a tecnologie sviluppate nella ricerca pubblica e a partnership con centri di ricerca di qualità. Cogliere queste opportunità richiede però un atteggiamento attivo: le imprese che aspettano che il trasferimento tecnologico arrivi da solo troveranno poche soddisfazioni, mentre quelle

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

che investono nel costruire relazioni con gli atenei del proprio territorio, nel partecipare ai bandi collaborativi e nell'integrare giovani ricercatori nelle proprie strutture avranno accesso a un patrimonio di conoscenze che può fare la differenza in mercati sempre più competitivi e tecnologicamente esigenti. Il documento firmato tra MIMIT e MUR costruisce le condizioni perché questo incontro avvenga più facilmente: spetta alle imprese fare il passo verso il mondo della ricerca, con la consapevolezza che l'investimento in conoscenza è uno dei pochi che producono rendimenti crescenti nel tempo.

IMPRESE: DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI VIA LIBERA AL DECRETO DI RIORDINO DEGLI INCENTIVI

Semplificare senza svuotare, razionalizzare senza tagliare, rendere più efficace un sistema che negli anni si è stratificato fino a diventare quasi innavigabile per le imprese che dovrebbero beneficiarne. È questa la sfida che il decreto di riordino degli incentivi alle imprese, approvato dal Consiglio dei Ministri, si propone di raccogliere. Una sfida che chiunque abbia frequentato il mondo degli incentivi pubblici alle imprese conosce bene nella sua concretezza quotidiana: la moltiplicazione degli strumenti disponibili, ciascuno con le proprie regole, le proprie scadenze, i propri requisiti di accesso e i propri sistemi di rendicontazione, ha prodotto nel tempo un ecosistema di una complessità tale da scoraggiare proprio le imprese più piccole e meno strutturate, ovvero quelle che avrebbero più bisogno di supporto pubblico per crescere e innovare.

Il problema della frammentazione degli incentivi alle imprese in Italia non è nuovo e non è esclusivamente italiano, ma nel nostro Paese ha assunto dimensioni particolarmente significative per ragioni storiche e istituzionali specifiche. Ogni stagione politica ha tendenzialmente aggiunto nuovi strumenti senza eliminare i precedenti, generando una sovrapposizione di misure spesso simili nella finalità ma diverse nelle procedure, nei soggetti gestori, nelle banche dati e nei sistemi informativi. A questo si è aggiunta la dimensione regionale: le Regioni dispongono di proprie competenze e di proprie risorse — inclusi i fondi strutturali europei — con cui finanziano incentivi che si sovrappongono in modo non sempre coordinato con quelli nazionali. Il risultato finale è un catalogo di strumenti di sostegno alle imprese che secondo le stime più recenti conta centinaia di misure attive contemporaneamente a livello nazionale e regionale, con una dispersione di risorse e di attenzione amministrativa che riduce l'impatto complessivo del sistema.

Il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri interviene su questa situazione con un approccio che combina razionalizzazione strutturale e semplificazione procedurale. Sul piano strutturale, il provvedimento individua alcune categorie fondamentali di intervento — innovazione e ricerca, transizione digitale ed energetica, internazionalizzazione, accesso al credito, sviluppo del capitale umano — e riconduce all'interno di questi grandi contenitori le misure esistenti, eliminando quelle obsolete o sovrapponibili, fusendo quelle con finalità simili e chiarendo la gerarchia e la complementarità tra gli strumenti che rimangono distinti. Non si tratta di una riduzione del sostegno pubblico alle imprese, ma di una riorganizzazione che mira a rendere ogni euro speso

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

più efficace, più trasparente e più facilmente raggiungibile dalle imprese destinatarie. Sul piano procedurale, il decreto introduce principi di semplificazione che le associazioni di categoria chiedevano da anni. Il primo e più rilevante è quello della sportello unico digitale per gli incentivi: le imprese potranno accedere a un punto di accesso unificato che raccoglie le informazioni su tutti gli strumenti disponibili, consente di verificare i requisiti di ammissibilità, presenta le domande e monitora lo stato di avanzamento delle pratiche. Non si tratta di una novità assoluta — il portale incentivi.gov.it esiste già — ma di un salto qualitativo nella completezza e nell'usabilità dello strumento, che nella sua versione attuale è ancora lontano dall'essere un punto di riferimento davvero esaustivo e affidabile per le imprese. La visione è quella di un sistema in cui un imprenditore possa inserire le caratteristiche della propria azienda e del proprio progetto di investimento e ricevere in risposta un quadro preciso degli strumenti a cui ha diritto di accedere, con le istruzioni operative per farlo.

Il secondo principio procedurale è quello della riduzione degli oneri documentali, con particolare attenzione alle imprese di minori dimensioni. Il decreto introduce il principio dell'once only — già presente nella normativa europea ma poco applicato in Italia — secondo cui le informazioni che l'impresa ha già fornito a una pubblica amministrazione non devono essere ripresentate per accedere a un altro strumento o ente. Se un'impresa ha già caricato il proprio bilancio, il certificato antimafia, la visura camerale e la documentazione sull'assenza di aiuti di Stato incompatibili in occasione di una domanda precedente, non deve ricaricare gli stessi documenti per una domanda successiva: il sistema deve essere in grado di recuperarli autonomamente dalle banche dati pubbliche.

È un principio apparentemente ovvio, ma la cui attuazione richiede un livello di integrazione tra i sistemi informativi delle diverse amministrazioni che in Italia è ancora largamente incompiuto. Il terzo elemento procedurale riguarda i tempi di istruttoria. Il decreto introduce termini massimi perentori per la conclusione dei procedimenti di concessione degli incentivi, con meccanismi di silenzio assenso o di subentro di commissari straordinari nei casi di sistematico inadempimento. La lentezza con cui molte misure di incentivo vengono istruite e liquidate è uno dei problemi più lamentati dalle imprese: presentare una domanda e attendere mesi o anni per sapere se il contributo è stato concesso, e poi attendere ulteriori mesi per l'effettiva erogazione, è una situazione che penalizza soprattutto le PMI, le quali non hanno la capacità finanziaria di sostenere l'investimento per lungo tempo in attesa del rimborso pubblico.

Fissare termini certi e farli rispettare è una condizione necessaria per restituire credibilità al sistema degli incentivi e per renderlo uno strumento di pianificazione aziendale, non una variabile aleatoria. Un capitolo specifico del decreto riguarda il coordinamento tra incentivi nazionali e regionali. Il tema è delicato perché tocca la ripartizione costituzionale delle competenze tra Stato e Regioni, ma è ineludibile se si vuole davvero razionalizzare il sistema. L'approccio scelto non è quello di ricentralizzare le competenze regionali — cosa che sarebbe sia costituzionalmente problematica sia politicamente impraticabile — ma di costruire meccanismi di coordinamento più efficaci: banche dati condivise che consentano di verificare il cumulo degli aiuti in tempo reale, tavoli di confronto permanenti tra Stato e Regioni per evitare sovrapposizioni nelle misure

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

programmate, standard comuni per la rendicontazione e il monitoraggio dei risultati. Si tratta di un lavoro di sistema lungo e complesso, ma che il decreto avvia in modo strutturato per la prima volta.

Il riordino degli incentivi ha anche una dimensione europea che non va trascurata. Il sistema italiano di incentivi alle imprese deve essere compatibile con la disciplina europea sugli aiuti di Stato, che fissa regole precise su quali forme di supporto pubblico sono ammissibili e a quali condizioni. La complessità di queste regole — che si sono ulteriormente articolate negli ultimi anni con il Temporary Crisis and Transition Framework e con le nuove linee guida sugli aiuti per la decarbonizzazione — è essa stessa fonte di incertezza e di oneri aggiuntivi per le imprese. Il decreto prevede meccanismi di pre-notifica e di verifica preventiva della compatibilità degli strumenti con la normativa europea, riducendo il rischio che le imprese si trovino a dover restituire contributi già incassati a causa di problemi di compatibilità emersi ex post.

Per le PMI innovative e per le startup, il decreto riserva alcune attenzioni specifiche. Il riconoscimento che le imprese in fase di avvio e di crescita rapida hanno esigenze diverse rispetto alle imprese mature — tempi più stretti, maggiore incertezza sui ricavi futuri, difficoltà di accesso al credito bancario tradizionale — si traduce in meccanismi di accesso semplificati, in criteri di valutazione che tengono conto della natura del progetto imprenditoriale oltre che dei numeri del bilancio e in strumenti di finanziamento più flessibili, come i convertible loan e le garanzie su equity, che si adattano meglio alle caratteristiche delle imprese ad alto potenziale di crescita.

Il decreto affronta anche la questione del monitoraggio e della valutazione dell'impatto degli incentivi, che fino ad oggi è stata condotta in modo sistematico solo per alcuni strumenti e in modo episodico per la maggior parte. Sapere se un incentivo ha prodotto gli effetti che si proponeva — se le imprese che lo hanno ricevuto hanno davvero investito di più, innovato di più, cresciuto di più rispetto a imprese simili che non ne hanno beneficiato — è la condizione necessaria per migliorare gli strumenti nel tempo e per allocare le risorse pubbliche in modo efficiente. Il decreto istituisce un sistema permanente di valutazione degli incentivi, con metodologie standardizzate, accesso ai dati amministrativi necessari per costruire i gruppi di controllo e obbligo di pubblicazione dei risultati.

È un passo verso una cultura della politica industriale basata sull'evidenza che in Italia stenta ancora ad affermarsi pienamente, ma che è la sola che può garantire nel tempo la qualità e l'efficacia del supporto pubblico alle imprese. L'approvazione del decreto in Consiglio dei Ministri è naturalmente solo il primo passo di un percorso che richiederà mesi di lavoro attuativo: i decreti delegati, le circolari applicative, l'adeguamento dei sistemi informativi, la formazione del personale delle amministrazioni coinvolte. Il rischio che una riforma ambiziosa sulla carta si scontri con le inerzie dei sistemi amministrativi nella fase di attuazione è reale e documentato da molte esperienze precedenti. Perché questo non accada, sarà fondamentale mantenere alta l'attenzione politica sull'implementazione, coinvolgere le associazioni di categoria in un monitoraggio continuo dell'attuazione e correggere rapidamente le disfunzioni che emergeranno nella pratica. Le imprese italiane hanno bisogno di

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

un sistema di incentivi che funzioni davvero, non di uno che funzioni sulla carta: la differenza la fanno i dettagli dell'attuazione, non la bellezza dell'impianto normativo.

MIMIT: 505 MILIONI PER RICERCA E SVILUPPO NELLE REGIONI DEL MEZZOGIORNO

Mimit: 505 milioni per ricerca e sviluppo nelle Regioni del Mezzogiorno Cinquecento cinque milioni di euro destinati alla ricerca e allo sviluppo nel Mezzogiorno: una cifra che, da sola, racconta l'ambizione di un intervento che vuole incidere in profondità su uno dei divari strutturali più persistenti dell'economia italiana. Il Sud del Paese sconta da decenni un ritardo nell'intensità di innovazione del proprio sistema produttivo che non è riducibile alla sola questione dimensionale delle imprese o alla minore concentrazione di grandi gruppi industriali.

È un ritardo che affonda le radici in una carenza di infrastrutture per la ricerca, in una disconnessione storica tra il mondo accademico e quello produttivo, in una difficoltà di accesso al credito per gli investimenti ad alto rischio e in una dispersione di talenti verso altre aree del Paese e verso l'estero che impoverisce progressivamente il capitale umano disponibile per l'innovazione. La misura da 505 milioni si propone di aggredire questo nodo con risorse significative e con una logica di intervento che punta non ai sussidi di breve periodo ma alla costruzione di capacità innovative durature.

Il Mezzogiorno non è, come a volte una certa narrazione semplificatrice vorrebbe far credere, un territorio privo di eccellenze scientifiche e di potenziale innovativo. Le università del Sud — il Politecnico di Bari, la Federico II di Napoli, l'Università della Calabria, gli atenei siciliani, per citarne solo alcune — producono ricerca di qualità in molti campi, dall'ingegneria alla biologia, dalla chimica all'informatica. Esistono centri di ricerca pubblici e privati che operano su frontiere tecnologiche avanzate. Esistono distretti produttivi con competenze specializzate — l'aerospazio campano, l'agroalimentare pugliese e siciliano, la cantieristica e la farmaceutica — che potrebbero costituire la base per ecosistemi di innovazione settoriale di rilievo nazionale e internazionale. Il problema non è l'assenza di materia prima intellettuale e produttiva, ma la mancanza di un sistema che connetta questi elementi, che li sostenga con risorse adeguate e che crei le condizioni perché l'innovazione produca valore economico sul territorio invece di essere esportata altrove sotto forma di brevetti ceduti, ricercatori emigrati o tecnologie sviluppate al Sud e industrializzate al Nord.

La misura si articola in più linee di intervento che coprono l'intero spettro del percorso dall'idea all'applicazione industriale. La prima linea riguarda il sostegno ai progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale condotti dalle imprese, singolarmente o in aggregazione con altre imprese e con organismi di ricerca. Le agevolazioni previste — che combinano contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati in misura variabile a seconda della dimensione dell'impresa e della natura del progetto — sono calibrate per coprire una quota significativa dei costi di ricerca, riducendo il rischio finanziario che spesso scoraggia le imprese dal destinare risorse a

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

progetti con tempi di ritorno incerti. Le PMI beneficiano di intensità di aiuto più elevate rispetto alle grandi imprese, in coerenza con la normativa europea sugli aiuti di Stato e con la consapevolezza che sono proprio le imprese di minori dimensioni quelle che più faticano a sostenere il costo della ricerca con risorse proprie. La seconda linea di intervento riguarda le collaborazioni strutturate tra imprese e organismi di ricerca, con particolare valorizzazione dei progetti che prevedono un coinvolgimento significativo di università e centri di ricerca meridionali. La logica è quella già vista in altri strumenti di politica industriale — dal Bando BRIC ai contratti di sviluppo — ma qui declinata in modo specifico per il contesto del Mezzogiorno, con l'obiettivo esplicito di rafforzare le connessioni locali tra sistema produttivo e sistema della ricerca invece di consentire che le imprese meridionali si colleghino prevalentemente con atenei e centri di ricerca del Centro-Nord.

Non si tratta di un campanilismo istituzionale, ma di una scelta strategica: costruire ecosistemi di innovazione territorialmente radicati, in cui la prossimità geografica e culturale tra imprese e ricercatori favorisce la collaborazione informale, la contaminazione di idee e la nascita di nuove imprese spin-off. La terza componente della misura è forse quella più originale e più ambiziosa dal punto di vista della politica industriale: il sostegno alla creazione e al rafforzamento di infrastrutture di ricerca condivisa nelle Regioni del Mezzogiorno. Laboratori interaziendali, centri prova e certificazione, strutture di prototipazione rapida, piattaforme di test per tecnologie innovative: sono tutte infrastrutture che singole imprese non possono permettersi di costruire autonomamente ma che, se disponibili in forma condivisa, moltiplicano la capacità di innovazione dell'intero ecosistema locale. Investire in queste infrastrutture significa costruire beni pubblici dell'innovazione che producono esternalità positive per tutto il tessuto produttivo del territorio, abbassando i costi di accesso alle tecnologie avanzate e riducendo le barriere che separano le imprese meno strutturate dai processi di innovazione sistematica.

Il tema delle risorse umane per la ricerca è un capitolo che la misura affronta con particolare attenzione, riconoscendo che gli investimenti in infrastrutture e in progetti di ricerca rischiano di rimanere sterili se non sono accompagnati dalla disponibilità di talenti qualificati disposti a lavorare nel Mezzogiorno. Il brain drain dal Sud verso il Nord e verso l'estero è un fenomeno documentato e preoccupante: ogni anno migliaia di giovani laureati e ricercatori lasciano le Regioni meridionali in cerca di opportunità che percepiscono come non disponibili sul proprio territorio. Invertire questa tendenza richiede non solo la creazione di posti di lavoro qualificati — che la misura contribuisce a creare finanziando progetti di ricerca che necessitano di personale specializzato — ma anche la costruzione di un ambiente professionale e di vita che sia competitivo rispetto alle alternative disponibili altrove.

Le agevolazioni per l'assunzione di ricercatori e di figure con competenze avanzate nei progetti finanziati vanno in questa direzione, ma il successo dipenderà anche dalla capacità dei territori di offrire qualità della vita, servizi e opportunità di carriera all'altezza delle aspettative di profili altamente qualificati. Un aspetto rilevante della misura riguarda la sua articolazione geografica all'interno del Mezzogiorno. Le otto Regioni meridionali — Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna — presentano

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

caratteristiche molto diverse tra loro in termini di struttura produttiva, presenza universitaria, dinamismo imprenditoriale e infrastrutture disponibili. Campania e Puglia hanno ecosistemi di innovazione relativamente più sviluppati, con filiere tecnologiche consolidate e una maggiore densità di imprese innovative. Regioni come Molise e Basilicata hanno dimensioni e caratteristiche strutturali molto diverse, con un tessuto produttivo più rarefatto e fabbisogni di sostegno diversi. La misura prevede meccanismi di allocazione delle risorse che tengono conto di queste differenze, evitando che i 505 milioni si concentrino nelle aree già più dinamiche del Sud e lasciando ai margini i territori con maggiori difficoltà di partenza.

Il rapporto con i fondi europei è un elemento centrale per comprendere la portata complessiva della misura. I 505 milioni si aggiungono alle risorse dei fondi strutturali — in particolare il FESR, il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale — che le Regioni del Mezzogiorno destinano alla ricerca e all'innovazione nell'ambito dei propri Programmi Regionali per il ciclo 2021–2027. La combinazione tra risorse nazionali e risorse europee crea una massa critica di investimenti pubblici in ricerca e sviluppo nel Sud che non ha precedenti nella storia recente della politica industriale italiana. Il rischio, in una situazione del genere, è la sovrapposizione e la duplicazione tra strumenti diversi, con imprese che accedono a più fonti per gli stessi investimenti o che si trovano di fronte a regole incompatibili tra un programma e l'altro. Il lavoro di coordinamento tra il MIMIT, il Dipartimento per le Politiche di Coesione e le amministrazioni regionali è quindi fondamentale per garantire che le risorse disponibili si sommino invece di annullarsi a vicenda.

Guardando ai settori tecnologici prioritari, la misura si concentra su ambiti in cui il Mezzogiorno ha già competenze riconoscibili e in cui la domanda globale di innovazione è in forte crescita. L'agrifood tecnologico è uno dei campi più promettenti: l'agricoltura meridionale, con le sue produzioni di eccellenza e la sua varietà di condizioni pedoclimatiche, è un terreno fertile per l'applicazione di tecnologie di precision farming, di soluzioni digitali per la tracciabilità e la certificazione dei prodotti, di biotecnologie per il miglioramento delle varietà e per la riduzione dell'impatto ambientale dei processi produttivi.

Le tecnologie per la transizione energetica rappresentano un altro ambito prioritario: il Sud ha risorse rinnovabili eccezionali — sole, vento, risorse geotermiche in alcune aree — e può diventare un laboratorio per lo sviluppo e la sperimentazione di soluzioni innovative nel solare, nell'eolico offshore e nei sistemi di accumulo. L'aerospazio, con i suoi poli produttivi in Campania e Puglia, è un terzo settore in cui la ricerca applicata può produrre ricadute industriali significative, in un comparto che a livello globale è in forte espansione e che richiede continuamente innovazione nei materiali, nei sistemi di propulsione e nei sistemi di controllo.

La salute e le scienze della vita costituiscono un altro dominio in cui il Mezzogiorno ha potenziale inespresso. La filiera farmaceutica campana, i centri di eccellenza ospedaliera presenti in diverse Regioni meridionali, le competenze accademiche in biologia molecolare e in genomica che alcune università del Sud hanno sviluppato negli anni: sono tutti elementi che potrebbero convergere in un ecosistema di innovazione biomedica di rilievo, a patto di avere gli strumenti finanziari per sostenere il lungo e costoso processo che porta dalla ricerca di base

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

alle applicazioni cliniche e commerciali. I 505 milioni, combinati con i fondi europei dedicati alla salute e con i programmi di Horizon Europe per la ricerca biomedica, possono creare le condizioni perché questo potenziale si traduca in realtà.

L'efficacia della misura dipenderà, come sempre, dalla qualità dell'attuazione. Gli strumenti di incentivo alla ricerca hanno una storia in Italia caratterizzata da luci e ombre: accanto a esperienze di successo in cui i fondi pubblici hanno effettivamente mobilitato ricerca aggiuntiva e prodotto innovazione commercializzabile, ci sono stati casi in cui le risorse sono state assorbite da attività che si sarebbero svolte comunque, in cui la rendicontazione ha prevalso sulla sostanza e in cui i benefici sono rimasti confinati a cerchie ristrette di soggetti già attrezzati per accedere ai fondi pubblici.

Evitare questi esiti richiede procedure di selezione rigorose che premino la qualità scientifica e il potenziale di impatto industriale dei progetti, meccanismi di monitoraggio in itinere che consentano di correggere le disfunzioni prima che diventino irreversibili e una valutazione ex post degli impatti che alimenti l'apprendimento istituzionale per le misure future. Il Mezzogiorno ha bisogno di ricerca e sviluppo che producano innovazione reale, non di un sistema di sussidi travestito da politica industriale. I 505 milioni disponibili sono una risorsa preziosa: il modo in cui verranno spesi determinerà se saranno un investimento nel futuro del Sud o l'ennesima occasione mancata.

TUTELA DEL MADE

IN ITALY: IP EDUCATION PLAN, OLTRE 270 IMPRESE FORMATE SULLA PROTEZIONE DELLA PROPRIETÀ

INTELLETTUALE NEI MERCATI ESTERI

Il tema della proprietà intellettuale è uno di quelli in cui la distanza tra la consapevolezza teorica e il comportamento pratico delle imprese italiane è ancora molto ampia. Quasi tutti gli imprenditori sanno, in astratto, che brevetti, marchi, design registrati e indicazioni geografiche sono strumenti fondamentali per proteggere il valore di ciò che producono. Molto meno diffusa è la capacità di tradurre questa consapevolezza in azioni concrete, tempestive e ben calibrate sui mercati esteri, dove le regole cambiano, le procedure si complicano e i rischi di contraffazione e di appropriazione indebita delle identità produttive italiane sono sistematicamente più elevati.

L'IP Education Plan, con le sue oltre 270 imprese formate sulla protezione della proprietà intellettuale nei mercati internazionali, rappresenta un passo significativo nella direzione giusta: costruire una cultura della tutela del Made in Italy che sia patrimonio diffuso del tessuto imprenditoriale, non privilegio esclusivo delle grandi aziende con uffici legali dedicati e budget per consulenze internazionali. La contraffazione del Made in Italy è un fenomeno di proporzioni enormi e in crescita costante. Le stime più recenti quantificano in decine di miliardi di euro il danno annuo subito dalle imprese italiane a causa della produzione e commercializzazione di prodotti che imitano, copiano o si richiamano in modo ingannevole alle

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

eccellenze del manifatturiero nazionale. Moda, agroalimentare, design, meccanica di precisione, cosmetica: quasi nessun settore è immune. I mercati in cui il fenomeno è più esteso non sono solo quelli tradizionalmente associati alla contraffazione di massa — l'Asia orientale, con la Cina in posizione dominante — ma anche mercati evoluti come quelli nordamericani ed europei, dove prodotti che evocano l'italianità attraverso nomi, colori, packaging e claim promozionali fuorvianti sottraggono quote di mercato alle imprese autentiche senza violare formalmente nessuna norma, sfruttando i vuoti regolatori e la lentezza dei meccanismi di tutela.

Per le PMI, questo problema ha una dimensione esistenziale che spesso le grandi imprese faticano a comprendere pienamente. Una multinazionale che vede il proprio marchio contraffatto in un mercato estero può attivare team legali dedicati, ingaggiare studi internazionali specializzati, avviare contenziosi su più fronti simultaneamente e sostenere i costi di queste azioni con i propri bilanci senza mettere a rischio la continuità operativa.

Una piccola impresa manifatturiera che produce ceramiche artistiche, che fabbrica accessori in pelle lavorata artigianalmente o che esporta specialità alimentari con denominazione di origine protetta non ha nulla di tutto questo. Si trova di fronte a una minaccia reale — un concorrente estero che copia il suo prodotto o che usa denominazioni ingannevoli per vendere qualcosa di simile a prezzo inferiore — senza avere gli strumenti per difendersi efficacemente. Il risultato è spesso la rassegnazione, la rinuncia a presidiare certi mercati o, nei casi peggiori, l'abbandono di produzioni che non riescono più a reggere la concorrenza sleale.

L'IP Education Plan nasce dalla consapevolezza che la prima forma di tutela è la conoscenza. Un'impresa che non sa come registrare un marchio a livello internazionale, che non conosce i meccanismi del sistema di Madrid per la registrazione dei marchi o del sistema dell'Aia per i design industriali, che non ha mai sentito parlare delle indicazioni geografiche come strumento di tutela collettiva, che non sa come segnalare una violazione alle autorità doganali di un Paese terzo: questa impresa è indifesa non per mancanza di strumenti, ma per mancanza di conoscenza degli strumenti disponibili. Formare le imprese significa quindi innanzitutto colmare questo gap informativo, trasformando strumenti che esistono già ma sono poco conosciuti in risorse accessibili e utilizzabili.

Il programma ha raggiunto oltre 270 imprese attraverso un mix di modalità formative che hanno cercato di adattarsi alle diverse esigenze e disponibilità dei partecipanti. Sessioni in presenza, webinar, workshop pratici su casi concreti, materiali di autoformazione fruibili in modo asincrono: la varietà delle modalità riflette la consapevolezza che le PMI hanno vincoli di tempo e di mobilità che rendono difficile partecipare a percorsi formativi lunghi o che richiedono spostamenti. Particolarmente efficaci si sono rivelati i momenti in cui esperti di proprietà intellettuale — consulenti in brevetti e marchi, avvocati specializzati in diritto internazionale della proprietà intellettuale, funzionari dell'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi — hanno discusso casi reali di imprese italiane che si sono trovate ad affrontare violazioni dei propri diritti sui mercati esteri, analizzando le strategie adottate, gli errori commessi e le lezioni apprese. L'apprendimento dai casi concreti è la modalità che più si

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

adatta alla cultura imprenditoriale italiana, pragmatica e orientata ai risultati piuttosto che all'astrazione teorica. Uno degli elementi di maggiore interesse emersi dal programma di formazione riguarda la tempistica della registrazione dei diritti di proprietà intellettuale. Molte imprese italiane hanno la tendenza a pensare alla tutela del proprio marchio o del proprio design solo dopo aver già avviato l'attività commerciale su un mercato estero, spesso dopo aver già subito una prima violazione.

È un approccio che genera costi molto superiori — in termini di contenziosi, di perdita di clienti e di danni alla reputazione — rispetto a quello di registrare i propri diritti prima di entrare in un nuovo mercato, quando i costi sono contenuti e le procedure sono più semplici. In alcuni Paesi, come la Cina, il sistema di registrazione è basato sul principio del first-to-file: chi registra per primo ha il diritto, indipendentemente da chi ha effettivamente creato il marchio o il design. Questo significa che un'impresa italiana che entra nel mercato cinese senza aver preventivamente registrato il proprio marchio rischia di trovarlo già occupato da un soggetto locale che lo ha registrato in anticipo, speculando sull'arrivo delle imprese straniere. Conoscere questa regola prima di entrare nel mercato è la differenza tra una strategia di internazionalizzazione ben protetta e un'avventura costosa e rischiosa.

Il programma ha dedicato attenzione specifica alle indicazioni geografiche come strumento di tutela collettiva, particolarmente rilevante per i settori agroalimentare e artigianale. Le DOP, le IGP e le STG sono strumenti potenti che proteggono non il singolo marchio aziendale ma l'intera categoria di prodotto legata a un territorio e a un metodo di produzione specifico. Il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma, la Mozzarella di Bufala Campana, il Brunello di Montalcino: sono esempi noti di come una denominazione di origine possa diventare un asset di valore straordinario, protetto da un sistema di tutela che coinvolge i Consorzi di tutela, le autorità nazionali e le istituzioni europee. Meno nota è la possibilità di estendere questa protezione ai mercati extraeuropei attraverso accordi bilaterali e attraverso il sistema di registrazione internazionale delle indicazioni geografiche. Molte PMI del settore agroalimentare non sanno che i prodotti che vendono all'estero con una denominazione di origine sono potenzialmente protetti anche nei mercati di destinazione, a patto di attivare le procedure appropriate e di collaborare con i Consorzi di riferimento.

La dimensione digitale della tutela della proprietà intellettuale è uno dei temi emersi con maggiore urgenza nei percorsi formativi. Il commercio elettronico ha moltiplicato la velocità e la scala con cui i prodotti contraffatti raggiungono i consumatori finali: piattaforme di marketplace globali, siti di e-commerce paralleli, social media utilizzati come canali di vendita diretta sono tutti vettori attraverso cui la contraffazione del Made in Italy si diffonde in modo capillare e difficilmente controllabile con gli strumenti tradizionali. Le imprese hanno imparato a conoscere gli strumenti di notice and takedown che le principali piattaforme di commercio elettronico mettono a disposizione per segnalare e rimuovere le inserzioni di prodotti contraffatti, ma hanno anche preso consapevolezza dei limiti di questi strumenti: le segnalazioni richiedono tempo, le inserzioni rimosse vengono rapidamente sostituite da altre simili e le piattaforme non sempre collaborano con la necessaria tempestività. La risposta più efficace, come emerge dall'esperienza delle imprese più avanzate nella tutela digitale del proprio

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

brand, è quella di combinare la sorveglianza sistematica delle piattaforme — possibilmente attraverso strumenti di monitoraggio automatizzato basati sull'intelligenza artificiale — con un'azione legale mirata contro i violatori più rilevanti, selezionati in base all'entità del danno causato e alla loro identificabilità. Un risultato interessante e in parte inatteso del programma riguarda l'effetto di rete tra le imprese partecipanti. I percorsi formativi hanno creato occasioni di incontro tra imprenditori di settori e territori diversi che condividono gli stessi problemi e che hanno potuto scambiarsi esperienze, contatti e strategie. In alcuni casi, queste relazioni si sono tradotte in collaborazioni concrete: imprese che hanno deciso di condividere i costi di un consulente in proprietà intellettuale per i mercati asiatici, reti di piccoli produttori che hanno avviato progetti di registrazione collettiva dei propri marchi, associazioni di categoria che hanno sviluppato programmi di tutela condivisa a beneficio dei propri associati. Questo effetto di aggregazione e di costruzione di capitale sociale tra le imprese è uno dei benefici meno attesi ma più preziosi di un programma formativo ben costruito. Guardando ai prossimi sviluppi, l'IP Education Plan ha dimostrato di rispondere a una domanda reale e diffusa tra le PMI italiane che operano sui mercati esteri.

Le 270 imprese formate sono un risultato significativo, ma rappresentano ancora una frazione molto piccola del totale delle PMI esportatrici italiane, che sono decine di migliaia. Scalare il programma, renderlo strutturale invece che episodico, integrarlo sistematicamente nelle politiche di supporto all'internazionalizzazione gestite dall'ICE e dagli sportelli per l'internazionalizzazione delle Camere di Commercio: questi sono i passi necessari perché la cultura della tutela della proprietà intellettuale diventi patrimonio comune del tessuto imprenditoriale italiano. Il Made in Italy vale miliardi di euro sui mercati globali proprio perché è associato a qualità, autenticità e creatività che nessun imitatore riesce a replicare pienamente. Proteggere questo valore con tutti gli strumenti disponibili non è un esercizio burocratico, ma una condizione essenziale per la sostenibilità di lungo periodo dell'export italiano e per la competitività delle imprese che ne sono protagoniste.

CREDITO D'IMPOSTA DELL'8% PER INCUBATORI E ACCELERATORI: PERCHÉ È UNA BUONA NOTIZIA ANCHE PER LE PMI

Quando si parla di incubatori e acceleratori, il pensiero corre immediatamente alle startup tecnologiche, ai giovani imprenditori con un'idea dirompente e a un laptop, agli hub di innovazione nei quartieri più vivaci delle grandi città. È un'associazione comprensibile, ma riduttiva. L'introduzione di un credito d'imposta dell'8% per gli investimenti in incubatori e acceleratori è una misura che può produrre effetti positivi ben oltre l'ecosistema delle startup in senso stretto, riverberandosi su tutto il tessuto delle piccole e medie imprese italiane in modi che vale la pena esplorare con attenzione.

Il punto di partenza è capire cosa sono realmente gli incubatori e gli acceleratori nel contesto attuale e quale funzione svolgono nell'ecosistema economico. Un incubatore è tipicamente una struttura — fisica o virtuale — che ospita imprese nelle loro fasi più precoci di sviluppo, fornendo spazi, servizi condivisi, mentorship e accesso

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

a reti di contatti. Un acceleratore ha una logica più intensiva e selettiva: prende imprese già avviate, le sottopone a un programma strutturato di crescita rapida della durata di alcuni mesi, le mette in contatto con investitori e clienti e le accompagna verso un round di finanziamento o verso una fase di espansione commerciale. Entrambi i modelli hanno dimostrato, nei Paesi in cui sono più sviluppati, di essere moltiplicatori efficaci di valore imprenditoriale, capaci di aumentare significativamente le probabilità di successo delle imprese che vi partecipano.

In Italia, il sistema degli incubatori e degli acceleratori ha compiuto progressi notevoli nell'ultimo decennio. Dai pionieristici esperimenti dei primi anni Duemila si è passati a una rete sempre più fitta di strutture distribuite su tutto il territorio nazionale, con punte di eccellenza a Milano, Torino, Roma, Bologna e in altri centri urbani. Il modello si è anche diversificato: accanto agli incubatori generalisti sono nati acceleratori verticali specializzati su specifici settori — agritech, medtech, fintech, cleantech, manifattura avanzata — con programmi tarati sulle esigenze peculiari di ciascun dominio. Questa specializzazione è particolarmente rilevante per le PMI, perché significa che esistono strutture in grado di parlare il linguaggio di chi opera nella meccanica, nell'agroalimentare, nel tessile o nella ceramica, non solo in quello del software e del digitale.

Il credito d'imposta dell'8% interviene sul lato degli investitori e dei soggetti che sostengono finanziariamente queste strutture. Si tratta di un meccanismo di incentivo fiscale che riduce il costo netto dell'investimento, aumentando l'attrattività degli incubatori e degli acceleratori come destinazione di capitali privati. In un ecosistema in cui molte di queste strutture faticano a raggiungere la sostenibilità economica — perché i modelli di ricavo sono complessi e i tempi di ritorno sull'investimento sono lunghi — questo tipo di supporto pubblico può fare la differenza tra una struttura che cresce e si consolida e una che chiude dopo pochi anni per mancanza di risorse.

Il beneficio più diretto per le PMI riguarda l'accesso a ecosistemi di innovazione che altrimenti sarebbero loro preclusi. Una piccola impresa manifatturiera che opera in un distretto produttivo tradizionale difficilmente ha le risorse per sviluppare internamente un reparto di ricerca e sviluppo, per monitorare le ultime evoluzioni tecnologiche del proprio settore, per sperimentare nuovi modelli di business o per esplorare mercati esteri. Un acceleratore specializzato nel suo settore può offrire tutto questo in forma concentrata e accessibile: programmi di open innovation che mettono in contatto le PMI con startup che sviluppano tecnologie rilevanti per il loro business, workshop e masterclass su temi come la digitalizzazione, la sostenibilità e l'internazionalizzazione, accesso a reti di buyer internazionali e di investitori specializzati.

Il modello dell'open innovation è quello che meglio esemplifica il potenziale di questi strumenti per le PMI. Anziché sviluppare tutto internamente, un'impresa di medie dimensioni può collaborare con startup esterne che portano tecnologie, approcci e competenze nuove, integrandole con il proprio know-how produttivo e commerciale. Gli acceleratori aziendali — strutture promosse direttamente da grandi imprese o consorzi di PMI — sono nati precisamente per facilitare questo tipo di collaborazione. Il credito d'imposta rende più conveniente

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

per le imprese promuovere e finanziare questo tipo di strutture, abbassando la soglia economica che separa l'intenzione dalla realizzazione.

C'è poi un effetto indiretto ma potenzialmente molto rilevante che riguarda la formazione e l'attrazione di talenti. Le PMI italiane soffrono cronicamente di difficoltà nel reclutare figure professionali qualificate, in particolare nei settori tecnici e digitali. I migliori laureati in ingegneria, informatica e data science tendono a preferire le grandi imprese, le multinazionali o le startup più glamour rispetto a una piccola azienda manifatturiera, per quanto tecnologicamente avanzata e finanziariamente solida. Gli incubatori e gli acceleratori possono contribuire a cambiare questa dinamica, creando contesti in cui giovani talenti e PMI si incontrano, collaborano e scoprono le opportunità reciproche. Un programma di accelerazione che prevede team misti di startupper e dipendenti di PMI, oppure stage e progetti di tesi in collaborazione con le aziende del territorio, è uno dei meccanismi più efficaci per costruire ponti tra il mondo della formazione e quello della produzione.

Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda il territorio. Gli incubatori e gli acceleratori non nascono solo nelle grandi città, anche se lì sono più concentrati. Esistono esperienze interessanti di strutture radicate nei distretti produttivi, nelle aree rurali e nelle città medie, costruite intorno alle specificità produttive locali.

Un incubatore per l'innovazione nel settore della ceramica a Sassuolo, un acceleratore per le tecnologie applicate all'agricoltura di precisione in un distretto ortofrutticolo del Sud, una struttura di open innovation per la meccatronica in un polo manifatturiero del Nord-Est: questi sono esempi di come il modello possa essere adattato alle caratteristiche specifiche dei territori, diventando uno strumento di sviluppo locale oltre che di innovazione settoriale. Il credito d'imposta rende più facile raccogliere i capitali necessari per costruire e mantenere queste strutture, anche in contesti meno appetibili per i grandi investitori istituzionali.

Il tema del finanziamento è centrale. Costruire un incubatore o un acceleratore di qualità richiede investimenti significativi: spazi adeguati, personale esperto, programmi strutturati, reti di mentori e investitori. Fino ad oggi, molte di queste strutture hanno sopravvissuto grazie a un mix di fondi pubblici, contributi di grandi sponsor corporate e, in alcuni casi, quote di equity nelle startup accelerate.

Un modello fragile, che dipende troppo dalla generosità di pochi soggetti e che rende difficile la pianificazione a lungo termine. L'introduzione di un incentivo fiscale stabile — l'8% di credito d'imposta — cambia questa equazione, rendendo l'investimento in incubatori e acceleratori più attraente per una platea più ampia di soggetti: banche, fondazioni, imprese di medie dimensioni, fondi pensione, privati facoltosi interessati a sostenere l'ecosistema innovativo del proprio territorio.

È importante anche considerare la dimensione della qualità. Non tutti gli incubatori e gli acceleratori sono uguali, e non tutti producono risultati equivalenti. Il rischio, con qualsiasi incentivo fiscale, è che proliferino strutture di bassa qualità create principalmente per catturare il beneficio fiscale senza apportare un reale valore

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

aggiunto alle imprese ospitate. Per evitare questo rischio, la misura dovrebbe essere accompagnata da criteri di selezione e di accreditamento che distinguano le strutture serie da quelle opportunistiche, e da meccanismi di monitoraggio dei risultati che verifichino l'effettivo impatto sulle imprese partecipanti. In questo, l'esperienza di altri Paesi europei — la Francia con il programma French Tech, il Regno Unito con i suoi acceleratori accreditati, la Germania con la sua rete di Gründerzentren — offre modelli di riferimento utili.

La misura si inserisce in un quadro più ampio di politiche a sostegno dell'innovazione che il governo sta costruendo con una certa coerenza. Il credito d'imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo, gli incentivi per le startup innovative, il Fondo Nazionale per l'Innovazione, i programmi di trasferimento tecnologico finanziati con le risorse del PNRR: tutti questi strumenti convergono verso un obiettivo comune, che è quello di aumentare l'intensità innovativa del sistema produttivo italiano. Un sistema che, per quanto ricco di eccellenze e di competenze, mostra ancora un ritardo strutturale rispetto ai principali competitor europei in termini di spesa in ricerca e sviluppo, di numero di brevetti depositati e di quota di imprese ad alta intensità tecnologica sul totale del tessuto produttivo.

MIMIT: ISTITUITO

L'ALBO NAZIONALE DELLE BOTTEGHE ARTIGIANE E ATTIVITÀ STORICHE

C'è un tipo di patrimonio che non compare nei cataloghi dei musei, che non è tutelato dai vincoli della Soprintendenza, che non genera titoli di giornale quando rischia di scomparire, eppure costituisce una parte essenziale dell'identità culturale ed economica delle città e dei territori italiani. Sono le botteghe artigiane storiche, i negozi di tradizione, i laboratori che da decenni o da secoli producono, riparano, trasformano, vendono: la sartoria che confeziona abiti su misura con le stesse tecniche di tre generazioni fa, la cartolibreria che vende strumenti da disegno e colori professionali da prima che esistesse internet, la bottega del liutaio che costruisce strumenti a corda in uno spazio angusto e prezioso nel centro storico di una città d'arte, il fornaio che impasta a mano prima dell'alba seguendo una ricetta di famiglia. Queste realtà non sono solo attività commerciali: sono presidi di cultura materiale, nodi di relazioni sociali, custodi di saperi che non si trovano nei libri e che rischiano di scomparire quando chi li possiede chiude la propria bottega per l'ultima volta.

L'istituzione dell'Albo Nazionale delle botteghe artigiane e delle attività storiche è il riconoscimento formale che questo patrimonio merita una tutela pubblica, non solo l'affetto sentimentale di chi frequenta questi luoghi o il rimpianto postumo di chi li vede chiudere. Si tratta di un provvedimento atteso da tempo, sollecitato da associazioni di categoria, da amministratori locali e da esperti di economia urbana che da anni documentano la progressiva sparizione di queste realtà dai centri delle città italiane, spinte fuori dalla speculazione immobiliare, dalla concorrenza della grande distribuzione e del commercio elettronico, dall'aumento dei costi fissi e dalla difficoltà di trovare successori disposti a raccogliere il testimone. Il meccanismo dell'Albo funziona come uno strumento di riconoscimento e di valorizzazione prima ancora che di protezione diretta. Le botteghe e le attività storiche che soddisfano determinati requisiti — anzianità minima

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

dell'attività, continuità nella gestione, mantenimento delle caratteristiche originarie della produzione o del servizio, radicamento nel territorio — possono richiedere l'iscrizione all'Albo Nazionale, ottenendo un riconoscimento ufficiale che attesta la loro storicità e il loro valore culturale ed economico. Questo riconoscimento non è puramente onorifico: apre l'accesso a una serie di misure di sostegno dedicate, che spaziano dagli incentivi fiscali alle agevolazioni sul canone di locazione, dai contributi per la manutenzione e il restauro dei locali storici al supporto per i processi di successione e trasferimento dell'attività.

La questione della locazione commerciale è probabilmente quella più urgente e più direttamente collegata alla sopravvivenza delle botteghe storiche nelle aree urbane di maggior pregio. Negli ultimi decenni, i canoni commerciali nei centri storici delle principali città italiane sono cresciuti a ritmi che non hanno nulla a che fare con la redditività delle attività tradizionali. Un fabbro, un corniciaio, un riparatore di strumenti musicali non può reggere concorrenza con una catena di ristorazione veloce o con un negozio di souvenir di fascia turistica quando si tratta di pagare un affitto in una via del centro di Firenze, Bologna o Venezia. Il risultato è la monocoltura commerciale che chiunque abbia visitato i centri storici italiani negli ultimi anni conosce: bar, ristoranti per turisti, negozi di abbigliamento delle stesse catene internazionali, bancarelle di souvenir identici ovunque, con la progressiva espulsione di tutto ciò che serviva i residenti e che esprimeva l'identità produttiva e artigianale locale.

L'Albo Nazionale può contribuire ad affrontare questo problema in due modi. Il primo è diretto: le botteghe iscritte all'Albo potranno accedere a strumenti di calmierazione o di riduzione del canone di locazione, attraverso accordi tra il Ministero, le Regioni e i Comuni, o attraverso incentivi fiscali per i proprietari degli immobili che ospitano attività storiche. Il secondo è indiretto: il riconoscimento ufficiale dell'Albo aumenta la visibilità e il valore simbolico delle botteghe iscritte, rendendole più attraenti per i clienti, più interessanti per i media e più difendibili davanti all'opinione pubblica quando sono minacciate di chiusura o di sfratto. Un'attività che può mostrare il proprio riconoscimento come bottega storica nazionale è un'attività che ha una storia da raccontare, un'identità da difendere e una comunità di riferimento che ne riconosce il valore.

Il tema della successione generazionale è un altro nodo che l'Albo affronta in modo specifico. Molte delle botteghe storiche italiane sono a rischio non perché non siano economicamente vitali o perché i loro prodotti e servizi non siano richiesti, ma perché chi le gestisce sta invecchiando senza trovare un erede disposto a continuare. I figli preferiscono altre strade, i dipendenti non hanno le risorse per rilevare l'attività, i potenziali acquirenti esterni non conoscono il settore o non hanno accesso a forme di finanziamento adeguate per l'acquisizione.

L'Albo prevede misure di supporto specifiche per i processi di trasferimento, che comprendono agevolazioni fiscali sulle cessioni di attività storiche, accesso a finanziamenti agevolati per chi rileva una bottega iscritta all'Albo e programmi di mentorship in cui il titolare uscente accompagna il successore in un periodo di transizione. Si tratta di strumenti che esistono in forma analoga in altri Paesi europei — la Francia con il suo

Ministero delle Imprese e del Made in Italy

dispositivo di revitalisation des commerces de proximité, il Belgio con il Fonds d'Impulsion économique — e che nel contesto italiano vengono finalmente sistematizzati e resi accessibili. La formazione e la trasmissione dei saperi artigianali è una dimensione che si intreccia strettamente con quella della successione. Le botteghe storiche non trasmettono solo un'attività commerciale ma un corpus di conoscenze pratiche che in molti casi non è documentato in nessun manuale, che esiste solo nella testa e nelle mani di chi lo ha appreso e praticato per decenni. Il rischio della perdita irreversibile di questi saperi è reale e documentato: ci sono tecniche di lavorazione, ricette, metodi costruttivi che sono già scomparsi perché l'ultimo praticante è morto o ha smesso di lavorare senza trasmettere il proprio know-how. L'Albo prevede un programma di documentazione e di valorizzazione dei saperi delle botteghe iscritte, attraverso la realizzazione di archivi digitali, video-documentari, pubblicazioni e materiali didattici che rendano questi saperi accessibili alle generazioni future e agli apprendisti che vogliono avvicinarsi ai mestieri tradizionali.

Il legame tra le botteghe storiche e il turismo culturale è un altro aspetto che il provvedimento valorizza esplicitamente. L'Italia è la prima destinazione al mondo per il turismo culturale, e una parte significativa dell'attrattiva che esercita sui visitatori internazionali è legata proprio all'autenticità e alla vivacità dei suoi centri storici, alla possibilità di acquistare prodotti artigianali autentici direttamente dai loro produttori, di assistere a lavorazioni tradizionali, di entrare in contatto con una cultura materiale che non si trova altrove. Le botteghe storiche sono quindi anche un asset turistico di primo ordine, capace di generare esperienze che nessun centro commerciale o portale di e-commerce può replicare. Inserirle in circuiti turistici dedicati, promuoverle attraverso i canali dell'ICE e dell'ENIT, includerle nei programmi di visita delle città d'arte: sono tutte strategie che l'Albo rende più facili da attuare, perché fornisce una lista certificata e aggiornata di realtà autentiche che possono essere proposte ai visitatori con la garanzia di un riconoscimento istituzionale.

Il ruolo dei Comuni e delle Regioni nell'attuazione dell'Albo sarà determinante. L'istituzione nazionale definisce i criteri, gestisce il registro e coordina le politiche di sostegno a livello centrale, ma l'identificazione delle realtà da tutelare, il dialogo con i titolari, il raccordo con le politiche urbanistiche e commerciali locali sono attività che richiedono una presenza capillare sul territorio che solo le amministrazioni locali possono garantire. Le città che già hanno esperienze di registri locali di negozi storici — Milano con il suo registro dei Negozi Storici, Venezia con l'Albo delle attività storiche e di eccellenza, Napoli con iniziative analoghe — hanno accumulato un'esperienza preziosa che può alimentare l'attuazione dell'Albo Nazionale, evitando di partire da zero e valorizzando quanto già costruito a livello locale.

La misura si inserisce in un quadro più ampio di politiche a tutela del Made in Italy che comprendono le denominazioni di origine, la lotta alla contraffazione, il supporto all'internazionalizzazione dei prodotti artigianali e la valorizzazione del patrimonio culturale immateriale. L'artigianato storico italiano non è solo un settore economico da sostenere: è un elemento identitario che contribuisce in modo sostanziale all'immagine dell'Italia nel mondo, alla sua capacità di attrarre turisti, investimenti e talenti. Perdere le botteghe storiche significherebbe perdere una parte di questa identità, impoverendo non solo l'economia ma anche la cultura e il tessuto sociale.

OSSERVATORIO SUL MERCATO DEL LAVORO: I

DATI DI MARZO 2026

A marzo 2026 si registra un saldo annualizzato positivo pari a 340mila posizioni di lavoro del settore privato, confermando quindi una dinamica positiva consistente. Il dato è calcolato come somma delle differenze tra i flussi di assunzioni e cessazioni negli ultimi 12 mesi e rappresenta la variazione tendenziale su base annua delle posizioni di lavoro.

I contratti a tempo indeterminato continuano a essere la tipologia contrattuale prevalente di questa variazione tendenziale con un saldo pari a +278mila rapporti di lavoro; per le altre tipologie contrattuali la variazione è risultata anch’essa positiva e pari a +62mila rapporti di lavoro. Su questo dato hanno inciso gli incrementi dei rapporti di lavoro intermittenti (+39mila), stagionali (+28mila), a tempo determinato (+6mila) e in somministrazione (+5mila), mentre sono risultati in calo i rapporti di lavoro in apprendistato (-16mila).

Questi i dati di sintesi dell’Osservatorio sul mercato del lavoro dell’INPS, curato dal Coordinamento generale statistico attuariale, dalla Direzione centrale Entrate e dalla Direzione centrale Tecnologia informatica e innovazione, strumento di rilevazione e analisi dei movimenti dei rapporti di lavoro (assunzioni, trasformazioni e cessazione) e delle prestazioni di lavoro occasionale.

La dinamica dei flussi Complessivamente, le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati nel primo trimestre 2026 sono state 1.900.000, stabili rispetto allo stesso periodo del 2025. Gli incrementi dei contratti stagionali (+23mila), intermittenti (+21,5mila) e in somministrazione (+8,6mila) compensano i decrementi di contratti a tempo indeterminato (-25mila), a tempo determinato (-21mila) e in apprendistato (-5,6mila).

Le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a termine nel primo trimestre 2026 sono risultate 202mila, circa 15mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. In leggera diminuzione anche le conferme dei rapporti di apprendistato al termine del periodo formativo, scese da 31mila a 30mila.

Le cessazioni nel corso del primo trimestre 2026 sono state 1.527.000, circa 17mila in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La riduzione delle cessazioni ha riguardato i contratti a tempo determinato (-15mila), indeterminato (-14mila) e in apprendistato (-3,7mila), mentre sono aumentate le cessazioni dei rapporti intermittenti (+10mila), in somministrazione (+4,8mila) e stagionali (+800).

Le agevolazioni ai rapporti di lavoro

Le attivazioni di rapporti di lavoro incentivati nel primo trimestre 2026, comprendenti sia nuove assunzioni che variazioni contrattuali, registrano una significativa contrazione (-33%) rispetto allo stesso periodo del 2025. La flessione interessa tutte le principali misure agevolative, seppur con intensità differenti: più marcata la riduzione delle attivazioni riconducibili all'esonero giovani (-54,8%), meno marcata la riduzione delle attivazioni relative all’insieme eterogeneo che raggruppa le "Altre misure" (-10,2%) e decisamente più contenuta la contrazione delle attivazioni associate all'incentivo donne (-2,4%).

Tale andamento è riconducibile, in larga misura, al fatto che nel primo trimestre del corrente anno non erano state ancora pubblicate le circolari attuative delle misure prorogate per l’anno 2026 ai sensi del d.l. 62/2026.

Focus rapporti in somministrazione

Nel report è presente una tavola che espone la disaggregazione degli andamenti dei rapporti di somministrazione distinguendo tra quelli a tempo indeterminato e quelli a termine (questi ultimi includono sia i contratti a tempo determinato che stagionali).

Nel corso dei primi tre mesi del 2026, rispetto al corrispondente periodo del 2025, si è registrata una forte flessione delle assunzioni a tempo indeterminato (-43%), mentre aumentano quelle a termine del +6%.

Analoga dinamica si osserva per le cessazioni: diminuiscono quelle relative ai contratti a tempo indeterminato (-2%), mentre aumentano quelle dei contratti a termine (+3%). Il saldo annuale, e quindi la variazione tendenziale, è risultato positivo a marzo 2026 (+5mila).

Il lavoro occasionale

La consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO) a

marzo 2026 si attesta a circa 19mila unità, in aumento del 3% rispetto allo stesso mese del 2025; l’importo medio mensile lordo della remunerazione effettiva risulta pari a 239 euro.

Per quanto attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), a marzo 2026 essi risultano circa 13mila, in aumento del 2% rispetto a marzo 2025; l’importo medio mensile lordo della loro remunerazione effettiva risulta pari a 189 euro.

ASSEGNO SOCIALE ORDINARIO: AGGIORNATO IL SERVIZIO

Assegno sociale ordinario: aggiornato il servizio Tra gli strumenti del sistema di protezione sociale italiano, l'assegno sociale ordinario occupa un posto specifico e rilevante: è una prestazione assistenziale destinata ai cittadini che hanno compiuto l'età prevista dalla legge e che si trovano in condizioni economiche al di sotto di determinate soglie, privi di redditi sufficienti a garantire un livello minimo di sussistenza. Non è una pensione in senso tecnico, perché non deriva da contributi versati nel corso della vita lavorativa, ma una misura di solidarietà collettiva che lo Stato eroga a favore di chi non ha maturato diritti previdenziali sufficienti o si trova comunque in una situazione di bisogno economico accertato. Il suo aggiornamento — tanto nelle procedure di accesso quanto nei sistemi informativi attraverso cui viene gestito e richiesto — è una notizia che riguarda direttamente alcune delle categorie più fragili della popolazione, ma che ha implicazioni indirette anche per le PMI e per il mondo del lavoro autonomo, in un intreccio che vale la pena esplorare con attenzione.

L'assegno sociale è erogato dall'INPS ed è rivolto ai cittadini italiani e ai soggetti equiparati — cittadini europei con diritto di soggiorno permanente, cittadini extracomunitari titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo — che abbiano compiuto i 67 anni di età, risiedano stabilmente e legalmente in Italia e non dispongano di redditi superiori ai limiti fissati annualmente. L'importo della prestazione e i limiti di reddito vengono rivalutati periodicamente in base all'andamento dell'inflazione, garantendo che la misura mantenga nel tempo un valore reale adeguato alle condizioni di vita dei beneficiari.

L'aggiornamento del servizio annunciato dall'INPS riguarda sia la componente procedurale — con la revisione dei flussi di domanda e di gestione delle pratiche — sia quella informativa, con un miglioramento delle risorse digitali a disposizione dei cittadini e dei patronati che li assistono nella presentazione delle richieste. Dal punto di vista operativo, l'aggiornamento del servizio si traduce in una serie di miglioramenti concreti che semplificano l'accesso alla prestazione. La procedura di presentazione della domanda in via telematica è stata rivista per renderla più intuitiva e più guidata, riducendo il rischio di errori nella compilazione che spesso causano ritardi nell'istruttoria e richiedono integrazioni documentali che allungano ulteriormente i tempi di attesa. I campi della domanda sono stati riorganizzati in modo più logico, con istruzioni contestuali che spiegano all'utente cosa inserire e perché, e con controlli automatici che segnalano in tempo reale le incongruenze o le omissioni prima che la domanda venga inviata. Per i cittadini più anziani o meno familiari con gli strumenti digitali, il canale del patronato rimane fondamentale: gli operatori dei patronati possono ora accedere a un'interfaccia aggiornata che semplifica anche il loro lavoro di assistenza, con funzionalità di ricerca delle pratiche, di monitoraggio dello stato di avanzamento e di gestione delle comunicazioni con l'istituto.

Un elemento di novità riguarda l'integrazione del servizio con le banche dati che l'INPS condivide con altre amministrazioni pubbliche. In coerenza con il principio once only che il decreto di riordino degli incentivi ha recentemente applicato al mondo delle imprese, anche nell'ambito delle prestazioni assistenziali si sta lavorando per ridurre gli oneri documentali a carico dei cittadini, acquisendo d'ufficio le informazioni disponibili nelle banche dati pubbliche invece di richiederne la produzione al richiedente. La dichiarazione dei redditi, i dati catastali sugli immobili posseduti, le informazioni sui trattamenti pensionistici eventualmente percepiti all'estero: sono tutte informazioni che il sistema può acquisire autonomamente attraverso le interoperabilità già operative o in corso di attivazione, liberando il cittadino dall'onere di raccogliere e produrre documentazione che le amministrazioni già possiedono.

Il collegamento tra l'assegno sociale e il mondo delle PMI può sembrare non immediato, ma esiste ed è più rilevante di quanto si possa pensare a prima vista. Una quota significativa dei beneficiari attuali e potenziali dell'assegno sociale è costituita da ex lavoratori autonomi — artigiani, commercianti, piccoli imprenditori — che nel corso della propria vita professionale hanno versato contributi alle gestioni previdenziali dedicate alle categorie autonome senza raggiungere i requisiti per una pensione ordinaria, oppure hanno operato in periodi di contribuzione discontinua che non hanno prodotto trattamenti previdenziali adeguati. Questi soggetti si trovano in una zona grigia del sistema di protezione sociale: non sono lavoratori dipendenti con la copertura garantita dai fondi pensione aziendali o dai contratti collettivi, ma non sono neanche grandi imprenditori con patrimoni e risparmi sufficienti a garantire un'adeguata autonomia finanziaria nella terza età.

Il problema riguarda in particolare chi ha lavorato per anni in regime forfettario o come libero professionista con partita IVA, versando contributi commisurati a redditi spesso modesti e discontinui. Per molti di questi soggetti, la prospettiva previdenziale è quella di una pensione molto bassa — a volte inferiore alla soglia dell'assegno sociale — o addirittura l'incapacità di raggiungere i requisiti contributivi minimi per accedere alla pensione ordinaria. In questi casi, l'assegno sociale diventa l'unico presidio di reddito nella fase post-lavorativa, con tutto il carico di incertezza e di fragilità che questo comporta. La semplificazione dell'accesso alla prestazione è quindi una misura che tocca direttamente molti ex protagonisti del tessuto produttivo delle PMI, figure che hanno contribuito per decenni alla creazione di valore economico e che meritano un sistema di protezione sociale all'altezza del loro percorso.

C'è poi una dimensione che riguarda più direttamente le imprese in attività: la gestione delle risorse umane in prossimità dell'età pensionabile. In molte PMI, lavoratori che si avvicinano alla soglia dei 67 anni si trovano in situazioni contributive complesse, con carriere frammentate tra lavoro dipendente e autonomo, periodi di contribuzione in più gestioni, buchi

contributivi da periodi di disoccupazione o di malattia. Per questi lavoratori, capire in anticipo se e quando matureranno il diritto a una pensione ordinaria, oppure se l'assegno sociale sarà il loro strumento di riferimento, è fondamentale per pianificare la fase di uscita dal lavoro e per prendere decisioni informate su eventuali riscatti o prosecuzioni volontarie della contribuzione. Il servizio aggiornato dell'INPS include strumenti di simulazione migliorati che consentono di fare queste valutazioni in modo più accurato e più accessibile, con scenari che tengono conto delle diverse ipotesi di carriera e di contribuzione residua.

Il ruolo dei consulenti del lavoro e dei patronati in questo contesto è di primaria importanza. Le questioni previdenziali che riguardano i lavoratori con carriere miste — dipendente e autonomo — o con contribuzione in più gestioni sono tra le più complesse dell'intero ordinamento previdenziale italiano, e richiedono competenze specialistiche che la maggior parte dei cittadini non possiede. I consulenti del lavoro che operano al fianco delle PMI possono svolgere un servizio prezioso anche su questo fronte, aiutando i titolari delle imprese e i loro dipendenti a orientarsi nel sistema previdenziale, a verificare la propria situazione contributiva e a pianificare per tempo le scelte che possono fare la differenza tra una vecchiaia finanziariamente serena e una situazione di dipendenza dalle prestazioni assistenziali. L'aggiornamento del servizio sull'assegno sociale si inserisce nel più ampio percorso di digitalizzazione e di semplificazione dei servizi dell'INPS che negli ultimi anni ha prodotto risultati significativi, anche se ancora disomogenei. Il cassetto previdenziale, il portale per la verifica della posizione assicurativa, i servizi di simulazione pensionistica, la procedura telematica per la presentazione di numerose domande di prestazione: sono tutti strumenti che hanno reso più accessibile e più trasparente il sistema previdenziale, riducendo la necessità di recarsi fisicamente alle sedi territoriali per ottenere informazioni o avviare pratiche. L'obiettivo di lungo periodo è quello di un sistema in cui ogni cittadino possa gestire in autonomia il proprio rapporto con l'INPS attraverso canali digitali semplici e affidabili, con il supporto dei patronati per le situazioni più complesse.

La sicurezza sul lavoro è uno di quei temi che ciclicamente tornano al centro del dibattito pubblico, quasi sempre in occasione di tragedie che avrebbero potuto essere evitate. Cadute dall'alto, schiacciamenti, incidenti con macchinari, esposizioni prolungate a sostanze nocive: l'elenco degli infortuni che ancora oggi colpiscono i lavoratori italiani è lungo e doloroso, e le statistiche dell'INAIL continuano a fotografare una realtà in cui il lavoro, in troppi contesti, rimane un'attività pericolosa. Eppure, mai come in questo momento storico, la tecnologia offre strumenti concreti per prevenire questi eventi, per ridurre l'esposizione ai rischi e per creare ambienti di lavoro più sicuri e più sani. La sfida non è più solo di tipo normativo o organizzativo, ma anche e sempre più di tipo tecnologico: saper scegliere, adottare e integrare le soluzioni giuste nel contesto giusto, con una visione che vada oltre il semplice adempimento degli obblighi di legge per abbracciare una cultura della sicurezza che si costruisce ogni giorno, a tutti i livelli dell'organizzazione.

L'INAIL ha da anni avviato un percorso di studio e promozione delle tecnologie per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, riconoscendo che la prevenzione degli infortuni non può limitarsi alle misure tradizionali — formazione, dispositivi di protezione individuale, procedure operative standardizzate — ma deve incorporare le opportunità offerte dall'innovazione digitale e dai nuovi materiali. I risultati di questo lavoro di ricerca e di documentazione mostrano un panorama in rapida evoluzione, in cui le tecnologie disponibili sono già oggi molto più avanzate di quanto la loro diffusione effettiva nei luoghi di lavoro lascerebbe supporre. Il gap tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che viene effettivamente adottato dalle imprese — in particolare dalle PMI — è uno dei problemi centrali su cui si concentra l'attenzione dell'istituto.

Tra le tecnologie con il maggiore potenziale di impatto sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, l'Internet of Things industriale occupa un posto di primo piano. Sensori connessi applicati ai

macchinari, agli impianti e agli ambienti di lavoro consentono di monitorare in tempo reale una molteplicità di parametri: temperature, pressioni, vibrazioni, concentrazioni di sostanze chimiche nell'aria, livelli di rumore, condizioni di illuminazione. Quando questi parametri superano le soglie di sicurezza, il sistema può generare allarmi automatici, bloccare i macchinari a rischio, allertare il responsabile della sicurezza e registrare l'evento in un log che diventa prezioso sia per l'analisi ex post degli incidenti sia per la pianificazione delle attività di manutenzione preventiva. La manutenzione predittiva — la capacità di prevedere i guasti prima che si verifichino, sulla base dell'analisi dei dati prodotti dai sensori — è uno dei contributi più concreti dell'IoT alla sicurezza: un macchinario che si guasta improvvisamente durante l'operatività è molto più pericoloso di uno che viene fermato programmato per la manutenzione quando i dati indicano che sta raggiungendo soglie critiche.

I dispositivi indossabili — wearable — rappresentano un'altra frontiera tecnologica di grande interesse per la sicurezza sul lavoro. Elmetti equipaggiati con sensori di impatto e di orientamento, guanti che rilevano la forza applicata nelle operazioni manuali, cinture che monitorano la postura e segnalano i movimenti a rischio per la colonna vertebrale, braccialetti che misurano parametri vitali come la frequenza cardiaca e la temperatura corporea: sono tutti dispositivi già disponibili sul mercato che possono contribuire a ridurre sia gli infortuni acuti sia le malattie professionali che si sviluppano nel tempo per effetto di esposizioni prolungate o di posture scorrette. Per i lavoratori che operano in ambienti confinati o isolati — nelle fognature, nei silos, nei cantieri notturni — i wearable con funzioni di localizzazione e di rilevamento delle cadute possono essere letteralmente salvavita, consentendo l'intervento dei soccorsi in tempi che senza questi dispositivi sarebbero impraticabili.

La realtà virtuale e aumentata ha aperto possibilità nuove nel campo della formazione alla sicurezza, che è uno degli interventi preventivi con il maggiore impatto documentato sulla riduzione degli infortuni. La formazione tradizionale — aula, slide, test scritto — ha limiti evidenti: è difficile trasmettere in modo efficace

la percezione concreta del rischio e le corrette procedure operative attraverso un supporto puramente teorico e bidimensionale. La realtà virtuale consente di simulare ambienti di lavoro pericolosi — un cantiere edile, una piattaforma petrolifera, un impianto chimico — in modo fotorealistico, mettendo il lavoratore in formazione nella condizione di sperimentare scenari di rischio e di praticare le procedure di sicurezza in un ambiente sicuro e controllato, dove gli errori non hanno conseguenze reali ma producono un apprendimento molto più profondo di quello che si ottiene con i metodi tradizionali. La realtà aumentata, d'altra parte, può essere utilizzata direttamente sul luogo di lavoro: occhiali o visori che sovrappongono al campo visivo del lavoratore informazioni in tempo reale sulle procedure da seguire, sui rischi presenti nell'ambiente circostante e sulle condizioni di sicurezza dei macchinari con cui sta per interagire.

L'intelligenza artificiale applicata alla sicurezza sul lavoro è forse la frontiera più promettente e al tempo stesso più dibattuta. I sistemi di computer vision — videocamere collegate ad algoritmi di analisi delle immagini — possono monitorare in tempo reale il comportamento dei lavoratori in ambienti produttivi, rilevando automaticamente situazioni di rischio: un lavoratore che entra in una zona protetta senza i dispositivi di protezione individuale previsti, un operatore che si avvicina pericolosamente a un macchinario in movimento, una persona che cade o che assume posture anomale che potrebbero indicare un malore. Questi sistemi possono generare allarmi immediati e contribuire a prevenire incidenti che altrimenti si verificherebbero prima che qualcuno possa intervenire. L'intelligenza artificiale viene anche applicata all'analisi predittiva degli infortuni: elaborando grandi quantità di dati storici sugli incidenti, sulle condizioni ambientali, sui turni di lavoro e sulle caratteristiche dei lavoratori, è possibile identificare pattern e fattori di rischio che non sarebbero evidenti all'analisi umana, e su questa base definire interventi preventivi mirati.

Le sfide che si frappongono a una diffusione ampia di queste tecnologie sono però reali e non possono essere sottovalutate. La prima e più immediata è quella dei costi. Le soluzioni

IL

tecnologiche più avanzate per la sicurezza sul lavoro hanno prezzi che, almeno nella loro fase di lancio sul mercato, sono accessibili principalmente alle grandi imprese. Una PMI manifatturiera con venti dipendenti e margini stretti non può permettersi di investire decine di migliaia di euro in sistemi di monitoraggio IoT o in piattaforme di formazione in realtà virtuale, anche se sa che questi investimenti ridurrebbero il rischio di infortuni e i costi associati — dalle assenze per malattia alle sanzioni, dai danni reputazionali agli aumenti del premio assicurativo INAIL. Il problema del costo iniziale è uno degli ostacoli più citati dalle PMI che partecipano alle indagini sulla propensione ad adottare tecnologie per la sicurezza, e richiede politiche di incentivo dedicate che abbassino la soglia di accesso.

La seconda sfida riguarda la complessità di integrazione delle nuove tecnologie nei processi produttivi esistenti. Le PMI italiane operano spesso con impianti e macchinari di età avanzata, non progettati per essere connessi e monitorati digitalmente, e con processi produttivi consolidati che hanno una loro logica interna difficile da modificare senza impatti sull'efficienza. Installare sensori su macchinari analogici, far convivere sistemi di monitoraggio digitale con procedure operative sviluppate in un'epoca pre-digitale, integrare i dati prodotti dai nuovi dispositivi con i sistemi informativi gestionali esistenti: sono tutte operazioni che richiedono competenze tecniche spesso non disponibili internamente e che comportano una fase di transizione in cui i vantaggi non sono ancora visibili ma i costi e le complicazioni già sì.

La terza sfida, forse la più delicata, riguarda la dimensione umana e organizzativa. Le tecnologie di monitoraggio dei lavoratori — che si tratti di videocamere intelligenti, di wearable o di sistemi di localizzazione — sollevano questioni serie sulla privacy, sulla dignità dei lavoratori e sul rischio di creare ambienti di controllo pervasivo che incidono negativamente sul benessere psicologico e sulla motivazione. Il confine tra la sorveglianza finalizzata alla sicurezza e il controllo delle prestazioni lavorative è spesso sottile e facilmente valicabile, con conseguenze che possono essere molto negative sul clima aziendale e sulle relazioni industriali. Le organizzazioni sindacali seguono con attenzione

crescente questo tema, e il quadro normativo — a partire dallo Statuto dei Lavoratori e dal Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali — pone vincoli precisi sull'utilizzo di queste tecnologie che le imprese devono conoscere e rispettare scrupolosamente. Il successo dell'adozione tecnologica per la sicurezza dipende in larga misura dalla capacità di coinvolgere i lavoratori nel processo, spiegando con trasparenza le finalità degli strumenti adottati, condividendo i dati raccolti e costruendo un rapporto di fiducia che trasformi la tecnologia in un alleato percepito come tale dai diretti interessati.

L'INAIL svolge un ruolo attivo nel supportare le imprese — e in particolare le PMI — nell'affrontare queste sfide. I bandi per il finanziamento di progetti di innovazione tecnologica per la sicurezza, i servizi di consulenza tecnica offerti attraverso i propri uffici territoriali, la produzione di linee guida e di buone pratiche documentate, la ricerca applicata condotta nei propri laboratori: sono tutti strumenti che l'istituto mette a disposizione del sistema produttivo per abbassare le barriere all'adozione delle tecnologie più efficaci. Il meccanismo degli sconti sul premio assicurativo per le imprese che investono nella prevenzione — il cosiddetto OT23, il modulo per la riduzione del tasso medio di tariffa — è uno degli incentivi più concreti che l'INAIL offre alle imprese virtuose, creando un collegamento diretto tra l'investimento in sicurezza e il risparmio sui costi assicurativi che rende il calcolo di convenienza più immediato anche per gli imprenditori più orientati al breve periodo. La tecnologia da sola non basta. La sicurezza sul lavoro è prima di tutto una questione culturale, che si costruisce attraverso la formazione continua, la leadership dei vertici aziendali, il coinvolgimento dei lavoratori e la capacità di imparare dagli errori senza nasconderli. Le tecnologie più sofisticate installate in un'impresa in cui la cultura della sicurezza è debole o assente non producono i risultati attesi: vengono aggirate, mal utilizzate o semplicemente ignorate. Al contrario, anche tecnologie relativamente semplici possono produrre effetti significativi quando sono adottate in un contesto organizzativo in cui la prevenzione è un valore condiviso e praticato a tutti i livelli. L'obiettivo è costruire sistemi in cui la tecnologia potenzia una

cultura della sicurezza già radicata, non in cui la sostituisce o la supplisce. È un equilibrio difficile da raggiungere, ma è l'unico che produce risultati duraturi e che trasforma la sicurezza sul lavoro da obbligo normativo a vantaggio competitivo reale per le imprese che lo perseguono con determinazione.

LA FABBRICAZIONE DI PRODOTTI IN METALLO AL CENTRO DELL’ANALISI DI DATI INAIL

Tra il 2020 e il 2024 le denunce di infortunio in occasione di lavoro degli addetti alla fabbricazione di prodotti in metallo sono passate da 14.065 a 16.248, con un incremento del 15,5%, mentre quelle relative a incidenti avvenuti in itinere, nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro, hanno registrato un incremento decisamente più marcato, da 1.685 a 2.603 (+54,5%). A rilevarlo è il nuovo numero del periodico Dati Inail, curato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto, interamente dedicato a questo comparto strategico dell’economia italiana, snodo centrale tra la siderurgia pesante e l’industria dei macchinari.

Oltre 69mila imprese e quasi 119 miliardi di fatturato. Secondo i dati Istat, la fabbricazione di prodotti in metallo, che comprende attività come la carpenteria, lo stampaggio, la saldatura, i trattamenti dei materiali e le loro finiture, nel 2023 contava 69.264 imprese attive, un fatturato di 118,9 miliardi di euro e un valore aggiunto superiore ai 41,6 miliardi, in crescita del 17,8% rispetto al 2021. Gli occupati hanno superato le 610mila unità, con un incremento di quasi 30mila addetti nel biennio.

L’andamento delle denunce nel quinquennio 2020-2024. Le denunce di infortunio nella fabbricazione di prodotti in metallo nel periodo 2020-2024 sono state 82.778 in occasione di lavoro e 11.847 nel tragitto casa-lavoro-casa. Per quanto riguarda gli infortuni avvenuti durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, il 2022 ha segnato il picco con 17.892 denunce, per poi registrare un progressivo ridimensionamento fino alle 16.248 del 2024. Per gli infortuni in itinere, invece, dopo il forte incremento successivo alla fase pandemica, nell’ultimo triennio l’andamento è stato sostanzialmente stabile. Sui casi mortali un peso rilevante della componente stradale.

PMI ITALIANE E ACCESSO AL CREDITO: UN 2026 TRA OPPORTUNITÀ CONCRETE E PRESSIONI

STRUTTURALI

Il rapporto tra le piccole e medie imprese italiane e il sistema del credito è uno di quei temi che non smette mai di essere attuale, perché la disponibilità di risorse finanziarie adeguate è la condizione preliminare di qualsiasi decisione di investimento, di qualsiasi progetto di crescita, di qualsiasi risposta alle trasformazioni del mercato. E il 2026 offre su questo fronte un quadro che è insieme più incoraggiante del recente passato e più complesso di quanto la sola lettura dei dati aggregati lascerebbe supporre. I prestiti alle PMI italiane erano cresciuti del 13% nel primo semestre 2025, trainati dalla discesa dei tassi BCE e dal rinnovato fabbisogno di investimento delle imprese, ma questo dato aggregato nasconde dinamiche settoriali molto differenziate e una strutturale polarizzazione del mercato del credito che penalizza proprio le realtà più piccole e meno strutturate.Il quadro degli strumenti pubblici a disposizione delle PMI si è nel frattempo ulteriormente arricchito, con alcune novità di rilievo che vale la pena conoscere. La Nuova Sabatini è stata rifinanziata complessivamente con 650 milioni di euro, distribuiti tra il 2026 e il 2027, confermandosi lo strumento più accessibile per le imprese che acquistano macchinari, impianti e attrezzature. Il meccanismo a sportello permanente, senza click day, riduce la pressione competitiva immediata e consente una pianificazione più ordinata, ma introduce una pressione di tipo diverso: la rapidità di presentazione della domanda diventa comunque un fattore rilevante man mano che le risorse si esauriscono. Il contributo in conto interessi, che per gli investimenti in beni 4.0 può superare il 17% dell'investimento complessivo su cinque anni, rimane una delle agevolazioni con il rapporto costo-beneficio più favorevole per le PMI che vogliono modernizzare la propria dotazione produttiva.Il Fondo Centrale di Garanzia per le PMI è stato prorogato fino al 31 dicembre 2026 e rifinanziato, mantenendo la propria funzione di strumento cardine per l'accesso al credito bancario delle imprese di minori dimensioni. La garanzia pubblica fino all'80% del finanziamento richiesto, con un massimo garantito di cinque milioni di euro, continua a essere l'unico strumento che consente

a una PMI senza garanzie reali di accedere a condizioni creditizie competitive. Il sistema di scoring interno al Fondo — che valuta il merito creditizio dell'impresa sulla base dei dati di bilancio e della Centrale Rischi — determina sia l'ammissibilità alla garanzia sia la percentuale di copertura effettivamente ottenuta, e le imprese con bilanci deboli o con posizioni deteriorate in Centrale Rischi possono trovarsi in una situazione di accesso limitato proprio quando ne avrebbero più bisogno.Una novità di particolare interesse per giugno 2026 è l'entrata in vigore, dal 15 del mese, della riforma del Fondo MEF antiusura. La nuova disciplina allarga la platea e gli strumenti: entra il microcredito tra le operazioni coperte, si aggiungono nuovi finanziatori oltre alle banche, salgono a 40.000 euro i finanziamenti diretti dei Confidi e arrivano costi calmierati allo 0,50% per le imprese. Si tratta di un intervento che tocca un segmento spesso invisibile nel dibattito sulla finanza d'impresa: le microimprese e le piccole realtà produttive che si trovano in una situazione di temporanea difficoltà finanziaria e che senza un canale alternativo al credito bancario tradizionale rischiano di scivolare verso circuiti illegali. Il Fondo non eroga denaro direttamente, ma funziona da garanzia pubblica che facilita la concessione del credito da parte degli operatori abilitati — oggi ampliati a includere intermediari finanziari e operatori di microcredito oltre alle banche — a condizioni che per le PMI più fragili possono fare concretamente la differenza tra la continuità e la chiusura. PMILa riforma dei Confidi, introdotta dalla Legge PMI 2026 entrata in vigore ad aprile, si interseca con questo scenario aprendo ulteriori spazi. La Legge PMI 2026 ha avviato una delega per la riforma dei Confidi e introdotto la detassazione degli utili reinvestiti nelle reti d'impresa fino a un milione di euro annui. I Confidi — i consorzi di garanzia collettiva che storicamente hanno svolto un ruolo fondamentale nel facilitare l'accesso al credito delle PMI, in particolare per quelle di dimensioni più piccole e per quelle localizzate in territori con un sistema bancario meno dinamico — vengono rafforzati nella loro capacità di erogare finanziamenti diretti e di offrire garanzie, con una base associativa allargata e criteri che puntano a ridurre i costi di istruttoria a carico delle imprese richiedenti. PMISul fronte del credito bancario tradizionale, il quadro è meno roseo per le microimprese. Il mercato del private

credit ha raggiunto 1.800 miliardi di dollari di masse gestite, ma il segmento serve il mercato mid-market — aziende con EBITDA tipicamente superiore ai 50 milioni di euro. Le microimprese e le PMI tradizionali, con esigenze di credito nell'ordine di poche centinaia di migliaia di euro, restano fuori dal radar dei fondi istituzionali. La polarizzazione del mercato del credito — con le imprese più grandi e più strutturate che accedono a condizioni sempre più favorevoli grazie alla concorrenza tra banche e fondi di private debt, mentre le realtà più piccole rimangono dipendenti dal credito bancario locale con tutto il suo conservatorismo — è uno dei problemi strutturali più difficili da risolvere con i soli strumenti di incentivo pubblico. PMIUn tema che molte PMI si trovano ad affrontare in questo momento riguarda la gestione delle pratiche PNRR ancora aperte. A giugno 2026, il PNRR italiano ha raggiunto una percentuale significativa degli obiettivi complessivi del Piano, ma il tessuto delle PMI fatica ancora a chiudere le pratiche nei tempi previsti. Molti progetti approvati sono ancora in fase di completamento tecnico o rendicontazione. Per queste imprese, la priorità operativa delle prossime settimane non è accedere a nuovi strumenti ma completare quanto già avviato, trasmettendo la documentazione richiesta nei termini previsti per evitare la decadenza di benefici già assegnati. La scadenza del 30 giugno 2026 per il completamento degli obiettivi europei del PNRR non lascia margini di dilazione: chi ha pratiche Transizione 5.0 ancora aperte deve concentrarsi sulla rendicontazione come priorità assoluta. IncentivimpresaLa pressione fiscale rimane uno dei vincoli strutturali più pesanti per le PMI italiane nel 2026. Le PMI italiane spendono mediamente 5.200 euro l'anno solo per gli adempimenti fiscali ordinari, una vera e propria tassa invisibile che sottrae risorse a investimenti, innovazione e occupazione. Quando si aggiungono i costi per accedere alle agevolazioni, in media 15.000 euro per digitalizzazione ed efficientamento energetico, emerge chiaramente come la burocrazia rappresenti un freno concreto alla competitività. In questo senso, il decreto di riordino degli incentivi discusso nelle pagine precedenti di questa rivista non è solo una questione di architettura normativa, ma risponde a un bisogno reale e documentato di riduzione degli oneri amministrativi che gravano sulle

imprese più piccole. Il quadro complessivo che emerge per le PMI italiane a giugno 2026 è quello di un sistema di supporto pubblico che si è significativamente ampliato e articolato negli ultimi anni, ma che richiede alle imprese una capacità di orientamento e di pianificazione che non sempre è disponibile internamente. Il rischio che le opportunità disponibili vengano colte prevalentemente dalle imprese già più strutturate — quelle con commercialisti esperti in finanza agevolata, con uffici amministrativi in grado di gestire pratiche complesse e con risorse finanziarie sufficienti per anticipare gli investimenti in attesa dei rimborsi — è reale e richiede un presidio attento da parte delle associazioni di categoria, dei consulenti e delle istituzioni che hanno a cuore la competitività dell'intero tessuto produttivo, non solo delle sue componenti più attrezzate.

PMI E INTELLIGENZA ARTIFICIALE: DA STRUMENTO SPERIMENTALE A LEVA COMPETITIVA

L'intelligenza artificiale ha smesso di essere una promessa tecnologica confinata ai laboratori di ricerca e alle grandi corporation. Nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026, la diffusione degli strumenti di IA nelle imprese italiane ha subito un'accelerazione che solo pochi anni fa sarebbe sembrata improbabile, con una penetrazione che ha raggiunto anche le realtà di medie e piccole dimensioni. I dati parlano chiaro: l'81% delle PMI usa già strumenti di IA, ma solo 1 su 4 li ha integrati nei processi aziendali. Un dato che fotografa bene la fase in cui ci troviamo: un'adozione ampia in superficie, ma ancora superficiale nella sostanza, con la maggior parte delle imprese che usa l'IA per compiti circoscritti e sperimentali senza averla ancora trasformata in un elemento strutturale del proprio modo di lavorare. Il contesto generale è quello di un mercato italiano dell'IA in forte espansione. Nel 2025 il mercato italiano dell'intelligenza artificiale ha raggiunto un valore di circa 1,8 miliardi di euro, in crescita del 50% rispetto all'anno precedente, grazie alla diffusione delle soluzioni automatizzate e datadriven nei processi aziendali e nei servizi. Una crescita che però rimane concentrata: sempre secondo le stesse analisi, la domanda è ancora prevalentemente espressa dalle grandi imprese, che rappresentano oltre il 60% della spesa

complessiva. Le PMI entrano nel quadro in modo ancora marginale in termini di volume di spesa, ma con una velocità di adozione che suggerisce che il divario si stia riducendo più rapidamente di quanto ci si aspettasse.

Le applicazioni concrete dell'IA nelle PMI manifatturiere italiane seguono percorsi abbastanza prevedibili nelle prime fasi di adozione: automazione dei processi ripetitivi nelle funzioni amministrative, supporto alla redazione di testi commerciali e di comunicazione, analisi dei dati di vendita e di produzione per identificare pattern e anomalie, assistenza clienti attraverso chatbot e sistemi di risposta automatica. Sono applicazioni che producono risparmi di tempo e di costo immediatamente visibili, e che richiedono investimenti contenuti e tempi di implementazione relativamente brevi. Per molte PMI, questo primo livello di utilizzo rappresenta il punto di ingresso nell'ecosistema dell'IA: un'esperienza concreta e positiva che abbassa le resistenze culturali e apre la strada a utilizzi più ambiziosi.

Il secondo livello di adozione — quello in cui l'IA smette di essere un accessorio e diventa un elemento strutturale dei processi produttivi — è molto meno diffuso ma molto più trasformativo. Si tratta di applicazioni come la manutenzione predittiva degli impianti, il controllo qualità automatizzato attraverso sistemi di visione artificiale, l'ottimizzazione dinamica dei piani di produzione e dei lotti, la personalizzazione di massa dei prodotti attraverso la configurazione assistita dall'IA, la gestione intelligente delle scorte che minimizza il capitale immobilizzato senza aumentare il rischio di rottura di stock. Queste applicazioni richiedono investimenti più significativi, integrazioni più complesse con i sistemi informativi esistenti e competenze tecniche che non sempre sono disponibili internamente nelle PMI. Ma producono vantaggi competitivi di ben altra portata rispetto all'automazione dei processi amministrativi, perché incidono direttamente sull'efficienza produttiva, sulla qualità del prodotto e sulla capacità di risposta alle variazioni della domanda. Il tema delle competenze è il collo di bottiglia più citato dalle PMI che vogliono andare oltre il primo livello di adozione dell'IA. Trovare personale con competenze in data science, in machine learning o anche solo nella gestione e nell'interpretazione dei dati prodotti dai sistemi di IA è difficile per le grandi

imprese e praticamente impossibile per le piccole, che non possono competere sul piano retributivo con i grandi gruppi e le società di consulenza che si contendono gli stessi profili. La risposta più efficace a questo problema non è quella di cercare di formare internamente competenze di alto livello in IA — un percorso lungo, costoso e con esiti incerti per la maggior parte delle PMI — ma quella di costruire relazioni con soggetti esterni che le possano fornire: università e centri di ricerca, startup specializzate in soluzioni di IA verticali per specifici settori industriali, system integrator con esperienza nell'implementazione di questi strumenti in contesti manifatturieri.

Il mercato delle soluzioni di IA verticali per le PMI è uno degli ambiti più dinamici dell'ecosistema tecnologico italiano. Startup che sviluppano strumenti specifici per la manutenzione predittiva nel settore metalmeccanico, per il controllo qualità nell'industria alimentare, per l'ottimizzazione dei processi nella ceramica o nel tessile, per la gestione intelligente delle prenotazioni nel turismo e nella ristorazione: sono realtà che traducono tecnologie complesse in soluzioni accessibili, con interfacce pensate per chi non ha competenze tecniche avanzate e con modelli di prezzo — spesso basati su abbonamento mensile invece che su investimenti una tantum — adatti alle capacità finanziarie delle PMI. L'ascesa dell'IA agentica segna un cambio di paradigma reale, mentre la qualità del capitale umano e la crescente proiezione internazionale delle startup italiane dimostrano che l'Italia sa competere ad alto livello. Queste realtà possono rappresentare un moltiplicatore di valore, favorendo la trasformazione digitale del tessuto delle PMI italiane e offrendo soluzioni all'avanguardia per migliorarne competitività ed efficienza. Borse.it Sul fronte degli incentivi, l'iperammortamento introdotto dalla Legge di Bilancio 2026 include esplicitamente tra i beni agevolabili i sistemi e le piattaforme di intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi, rendendo fiscalmente conveniente per le PMI investire in questi strumenti nell'ambito di un piano più ampio di ammodernamento tecnologico. La cumulabilità con altri strumenti — la Nuova Sabatini per la componente di finanziamento, i crediti d'imposta per la ricerca e lo sviluppo sperimentale per le imprese che sviluppano soluzioni personalizzate — consente di costruire piani di investimento in IA con un costo effettivo a carico dell'impresa significativamente ridotto rispetto al costo.

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook