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agli-estremi dell’Occidente

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Nausicaa Pezzoni

LA CITTÀ SRADICATA Geografie dell’ abitare contemporaneo I migranti mappano Milano

Prefazione di Patrizia Gabellini

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O barra O edizioni Via Stromboli, 18 20144 Milano www.obarrao.com Š 2013 O barra O edizioni srl Progetto grafico di Eros Badin ISBN 978-88-97332-58-9

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A tutti i migranti in cerca d’approdo con il nulla alle spalle e l’ignoto davanti a sé

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Indice PREFAZIONE L’altro da sé di Patrizia Gabellini INTRODUZIONE

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1.

LA MIGRAZIONE COME CONDIZIONE DELLA CONTEMPORANEITÀ

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1.1 1.2 1.3 1.4

Popolazioni in movimento Instabilità, discontinuità e contaminazione dei linguaggi Un punto di vista decentrato Città e immigrazione

25 35 41 45

2.

L’ESTRANEITÀ NELLA RAPPRESENTAZIONE DELLO SPAZIO URBANO

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2.1 La rappresentazione del territorio di approdo: una relazione inedita con la città 2.1.1 La dimensione qualitativa dell’indagine territoriale 2.1.2 La mappa come progetto del mondo

2.2 La rappresentazione come strumento di conoscenza 2.2.1 Sull’Immagine della città 2.2.2 Oltre Lynch: la città dei migranti al primo approdo

2.3 “Come fa un estraneo a costruire l’immagine per una città che gli è nuova?” 3.

INDAGARE LO SGUARDO DEGLI ALTRI: UNA SPERIMENTAZIONE A MILANO

3.1 La trasposizione dei cinque “elementi dell’immagine” di Lynch 3.2 L’indagine empirica 3.2.1 Tre sguardi sulla città: la costruzione del campione 3.2.2 Il foglio bianco, il disegno, la videoregistrazione: gli strumenti dell’indagine 3.2.3 Dieci esplorazioni del primo approdo: i luoghi dei migranti

3.3 Una mappa del primo approdo

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4.

I MIGRANTI MAPPANO MILANO

135

4.1 Una moltitudine errante 4.2 Un’inchiesta a più linguaggi 4.3 Cento interviste e cento mappe

136 139 148

5.

INTERPRETARE LE MAPPE

267

5.1 5.2 5.3 5.4 5.5 5.6 5.7

La geografia della città dei migranti Oggetti urbani prevalenti Riferimenti Luoghi dell’abitare Percorsi Nodi Confini

268 275 279 281 288 295 300

6.

LA MAPPA MENTALE COME DISPOSITIVO DI CONOSCENZA DELLA CITTÀ

305

6.1 Un gesto di autorganizzazione a cui corrisponde uno svelamento 6.2 La città che emerge

6.3 Un dialogo con infinite narrazioni

306 312 312 314 317 318 321 323

APERTURE

329

Riferimenti bibliografici Tabelle analitiche

343 351

6.2.1 6.2.2 6.2.3 6.2.4 6.2.5

Riferimenti: l’immagine della città Luoghi dell’abitare: la città che include Percorsi: la città che mette in relazione Nodi: la città che attrae Confini: la città che divide

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L’altro da sé

Una prospettiva “marginale” Questo libro di Nausicaa Pezzoni ha come fulcro l’interesse per l’altro da sé, dove i sé sono l’esperto urbanista e l’abitante stanziale, mentre l’altro è il migrante cui si affida la rappresentazione della città. Questo il movente empatico che ha retto un lavoro faticoso nel quale Nausicaa ha coinvolto persino i suoi bambini, facendosi accompagnare in alcune delle sue molteplici missioni investigative. La ricerca è tesa a indagare come Milano – caso emblematico di città contemporanea – viene percepita e vissuta dai migranti di primo approdo, abitanti temporanei e, soprattutto, stranieri rispetto alla cultura della città. Il primo approdo è stato individuato come una sorta di grado zero del rapporto uomo/spazio che, mettendo in estrema tensione l’orientamento, può restituire un’immagine a nudo della città. “Nell’osservare e rappresentare la città, i migranti vi posano uno sguardo che appare incontaminato rispetto alle riproduzioni codificate della geografia urbana. Il loro essere ‘estraniati’, e il dover conoscere una città che è loro nuova, apre il campo alla costruzione di un’immagine libera dai riferimenti consolidati della rappresentazione, dal punto di vista sia della forma sia dei contenuti espressi sulla mappa.” Cogliere l’esperienza comune dell’orientamento allo stato germinale è anche modo per mettere in apnea il sapere dell’esperto, al quale si chiede di sospendere il giudizio: “Il migrante disegna uno spazio urbano per lui nuovo, e nel disegnarlo inizia a vederlo e riconoscerlo, mostrando simultaneamente i tratti di una città che all’osservatore esperto non sono (ancora) noti … lo sguardo estraniante fa emergere il piano non ancora pensato di una città in divenire, che si dispiega generando, per il migrante, consapevolezza dello spazio vissuto, e per il ricercatore conoscenza di una realtà inesplorata”. Pur senza indulgere alla celebrazione del senso comune, evitando di cadere nell’ideologia o nella lirica, occorre riconoscere che l’assunzione di una prospettiva “marginale” conferma alcune acquisizioni che da tempo

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gli urbanisti hanno fatto proprie: allargare la platea dei soggetti con diritto di parola sulla città, ovvero ascoltare, includere punti di vista non patentati e non ordinari; concepire spazi dinamici e dall’identità cangiante, accogliendo la dimensione interattiva tra oggetti e soggetti. L’autrice, però, si spinge oltre, per sostenere che l’interazione tra spazio e abitante e la continua esposizione al divenire del contesto “possano accogliere e al contempo generare quell’abitare senza abitudine che è specifico del migrante al primo approdo, e che potrebbe ora diventare la condizione etica della contemporaneità che tutti abitiamo” e che l’urbanistica debba aprire il suo campo di osservazione “lasciandosi contaminare da linguaggi estranianti e proponendo nuove forme d’interazione con il suo oggetto di studio”. È evidente che la convivenza tra diversi richiede un lungo tirocinio e che costruire uno spazio urbano ospitale per tante e diverse popolazioni, stabili e nomadi, è al momento un’esigenza avvertita da alcuni, praticata da pochi, certamente non teorizzata. Il libro, abbracciando questa prospettiva, consente di misurare la distanza tra ciò che sembra auspicabile e ciò che si fa o si dovrebbe saper fare. Quale disegno Quella del migrante, condizione a prima vista marginale o aliena, sta diventando propria a molti abitanti della città contemporanea. Per questo La città sradicata è un libro che può essere incluso nel genere che esplora i profondi mutamenti sociali connessi con forme di urbanità diffusa e globalizzata. “Una frattura irreversibile si apre nella città, non più luogo esclusivo di un abitare fondato su processi di identificazione e di appartenenza, come la stessa etimologia suggerisce … Territorio dell’imprevisto, la città si scompagina nel divenire approdo di popolazioni transitorie, che del progetto urbano non seguono il disegno di stanzialità che vi è sotteso. … Le popolazioni migranti interpretano e rappresentano la punta avanzata di un fenomeno che interessa in modo sempre più evidente la contemporaneità, e che nel campo urbanistico si declina in una relazione di non appartenenza, mutevole, aperta, in divenire con la città.” Si tratta di un’affermazione forte, per alcuni versi controintuitiva, foriera di conseguenze sulla progettazione dello spazio urbano: “Il pensiero progettuale che da questa disposizione può scaturire, non più legato alla

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riproposizione di abitudini o alla necessità di confermare l’identità di una popolazione attraverso i suoi spazi, è incline a sviluppare la ricerca di una relazione – con il territorio, la società, il mondo – che continuamente si rinnova nel segno della scoperta di un’alterità, di una distanza, che è a sua volta generativa di nuovo pensiero”. L’autrice fa una prima mossa in questa direzione, costruendo una mappa-telaio di Milano dal punto di vista del migrante (operazione non semplice e per nulla scontata), ma soprattutto induce il lettore a porsi alcune domande circa il senso che va assumendo il lavoro di progettazione e la forma urbana verso cui tendere. Può esserci ancora un “disegno” quando vengono a mancare un suo cultore specifico e suoi destinatari precisamente identificabili? Che città sarà mai questa? Potrà darsi solo come esito delle diverse forze in campo, da nessuno esplicitamente perseguito e da nessuno effettivamente auspicato? Dovrà essere un supporto insediativo, solo a tratti adeguatamente infrastrutturato, estremamente malleabile per adattarsi agli usi diversificati e rapidamente modificabili di abitanti temporanei? Una sorta di gigantesco albergo con stanze minime accanto a lussuose suites, organizzate attorno ad ambienti comuni di dimensioni, fogge e requisiti variabili? È questa forse la città che va prendendo forma a poco a poco davanti ai nostri occhi ancora incapaci di leggerla e di concepirla come tale, solo approdo possibile di una moltitudine di abitanti per caso e di progettisti pro-tempore? Domande al limite, certo, ma pertinenti se si condividono dati, argomenti e tesi di questo lavoro. Ipotesi al limite, forse come quelle formulate ogni volta che urbanisti e architetti, nel corso della storia, hanno cercato di interpretare il cambiamento prospettando una nuova idea di città. A ben guardare, infatti, quello che abitiamo è un patchwork, talvolta diventato palinsesto, di forme che rinviano a idee che hanno fatto il loro tempo, ma che il tempo ha schiacciato le une sulle altre illudendoci circa l’esistenza di una razionalità sinottica. La prova di un metodo La ricerca ci porta sul bordo di questa realtà in fieri attraverso un impegnativo lavoro sul campo: cento interviste, con costruzione di altrettante mappe condotte sulle orme di Kevin Lynch, ma con inserti decisamente originali per adattare il metodo ai soggetti coinvolti. Infatti, l’indagi-

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ne parte da dove Lynch l’ha lasciata quando, a valle delle sue ricerche sull’immagine della città, si rese conto del presupposto riduttivo che reggeva quel formidabile lavoro seminale: le mappe mentali e la percezione che le tratteggia sono debitrici dei sensi, certo, ma in egual misura di esperienze, culture, bisogni, interessi, in definitiva di mondi vissuti. Lynch lì è arrivato, formulando il dubbio sulla validità del metodo introdotto a fronte della pluriappartenenza degli abitanti e riconoscendo la necessità di esplorare quel fronte. Con ciò passando il testimone ad altri ricercatori, come lui curiosi di muoversi verso l’altro da sé. Ripartire da Lynch, con l’adattamento ai migranti dei cinque capisaldi che costruiscono la mappa mentale, è stato il modo per trovare un ancoraggio a descrizioni e storie di vita, perfino una legittimazione, dato l’ampio riconoscimento di cui oggi gode l’approccio dell’urbanista americano. Componendo il campione col metodo della “scelta ragionata”, l’autrice ha cercato di consolidare l’osservazione rendendola ripetibile e resistente alla confutazione (ricordo che si è proposta di rappresentare le condizioni di una popolazione di circa 20.000 persone). Fenomeno studiato e impegno metodologico rendono questo lavoro importante. Percezione e carattere dei luoghi, percezione e comportamenti nello spazio, quindi percezione e progetto, percezione e abitabilità sono i grandi temi che percorrono il lavoro dell’urbanista, generalmente sotto traccia benché siano basilari. Sono diventati programma per le ricerche inaugurali di Kevin Lynch oltre mezzo secolo fa. Nausicaa Pezzoni ha preso le mosse da lì, caricandosi delle ulteriori difficoltà indotte dai profondi mutamenti in atto e tracciando un sentiero che vale la pena percorrere con altre ricerche sperimentali. Slittamenti Punti, linee e superfici, ovvero landmarks, nodes, paths, edges, districts, si confermano modi di rappresentazione dello spazio urbano, persistenti a prescindere dal grado di confidenza stabilito coi luoghi. Ciò che cambia, ma che la sapiente vaghezza delle categorie lynchiane è in grado di comprendere, è la lista degli oggetti-spazi che si fissano nella mente, ma più ancora il significato che questi assumono per l’interazione con i soggetti che li percepiscono. Nausicaa Pezzoni, avvalendosi delle numerose e approfondite ricerche

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sulla città di Milano, si è potuta concentrare non solo sui luoghi che compaiono nelle mappe dei migranti di primo approdo, ma anche sul peso e sul significato che essi assumono nelle diverse fasi (tre quelle individuate) di quella difficile esperienza, e di mettere a fuoco gli slittamenti rispetto alle mappe degli abitanti stanziali. È così che il Duomo e la Stazione centrale, due “punti” ricorrenti anche nelle mappe di milanesi e turisti, perdono la loro immagine da cartolina: “il Duomo è anche identificato come confine, luogo desiderato ma inaccessibile a causa della distanza dagli spazi dell’abitare, dunque irraggiungibile se non si hanno i soldi per il biglietto del tram … La Stazione Centrale … restituisce l’immagine di una città in cui si arriva e da cui si parte, una città che è una porta d’ingresso, che accoglie , ma che lascia anche stazionare i nuovi arrivati in un luogo di passaggio, di transitorietà. La Stazione è infatti descritta … come il primo luogo abitato – all’interno, sulle panchine di attesa, o all’esterno, nei giardini limitrofi, ricovero di molte persone in transito – in cui trascorrere la notte per un tempo indefinito”. Altri riferimenti “scontati”, come i Giardini pubblici e il Parco Sempione, sono capisaldi iconici da ammirare e spazi aperti all’uso, dove stare e trovarsi. Pur coincidendo con quelli che meritano l’attenzione del turista e che per l’abitante autoctono sono elementi distintivi, assumono un senso proprio e diverso per il migrante: sono in primo luogo accessibili, disponibili. Ma poi la mappa del migrante si popola di luoghi difficilmente presenti a tutti i nativi o stanziali, addirittura negati: “L’immagine della città è fatta anche dei luoghi di riferimento identificati per orientarsi, per trovare la strada di casa, come piazzale Loreto, piazzale Maciachini, piazzale Lodi, gli snodi da cui si dipartono le direttrici verso i quartieri più densamente abitati dai migranti. Ed è un’immagine composta … dai punti di riferimento legati alla ricerca quotidiana di lavoro, come piazzale Lotto, punto di partenza verso il lavoro per chi ogni mattina, all’alba, aspetta di essere ingaggiato come manovale nelle ditte di costruzioni edili, e di salire a bordo di un furgone per raggiungere il luogo del suo, transitorio, abitare … Gli indizi forniti dai migranti nelle rappresentazioni delle mappe mostrano dormitori, case d’accoglienza, oltre a edifici abbandonati e a rifugi approntati sulla strada, come luoghi di un abitare provvisorio che si protrae per alcuni anni. Mostrano inoltre centri diurni, parchi

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e biblioteche come spazi in cui vengono trascorse le giornate; rivelano punti di riferimento come la mensa, l’ambulatorio, il centro aiuto, come servizi che vengono frequentati assiduamente, spesso quotidianamente”. L’articolazione dello spazio e la numerosità delle popolazioni urbane (l’una e l’altra correlate con i caratteri della città contemporanea) producono mappe mentali diversificate, con un grado di diversificazione che aumenta se la sovrapposizione si fa di grana fine. Le stesse mappe raccolte dall’autrice tra migranti di età, genere, paese di provenienza, grado di acculturazione e status, esperienza e tempo di permanenza diversi, mostrano assonanze e dissonanze significative. Solo la grana grossa del confronto riesce a produrre mappe riconducibili al primo approdo, e la stessa delimitazione al “primo approdo” è stata necessaria per rendere possibile l’individuazione di percezioni comuni. Per questo, tra i tanti motivi di interesse di questo lavoro, mi sembra assumere un peso particolare il coraggio di aver forzato un metodo che, se da un lato ne conferma i presupposti fondamentali, dall’altro dimostra l’impraticabilità di un’immagine comprensiva e armonica della città, che solo la solitudine del soggetto competente può ancora concepire. Patrizia Gabellini Professore ordinario di Urbanistica, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, Politecnico di Milano.

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Introduzione

Oltre il radicamento I territori della contemporaneità sono solcati sempre più profondamente dalle traiettorie di popolazioni erranti. Individui dalle molteplici provenienze e dalle esistenze più diversificate si muovono all’interno e attraverso le città, abitando in modo discontinuo e imprevedibile i luoghi del proprio transitare. Trovare un proprio luogo, costruirsi un ambiente di vita, risiedere, sono gesti più simili all’attribuzione di significato agli spazi abitati, che a un atto di appropriazione di quei medesimi spazi. Dove insediarsi non equivale a radicarsi, e dove il territorio che accoglie si offre al nuovo abitante con temporalità differenti a seconda dei percorsi di vita di ciascuno. Una frattura irreversibile si apre nella città, non più luogo esclusivo di un abitare fondato su processi di identificazione e di appartenenza, come la stessa etimologia suggerisce: in latino sia habitare sia habere descrivono un atto che sembra da sempre contenere una tendenza all’appropriazione.1 Nell’abitare dei migranti – e delle popolazioni che con essi condividono le dinamiche di occupazione non permanente dello spazio – si fa strada un diverso concetto di appartenenza, dove il senso dell’habitus proprio di un dimorare che ritrova nello spazio abitato le proprie abitudini2 viene sostituito da un approccio inevitabilmente aperto all’incontro e alla sperimentazione di modalità abitative non note. Territorio dell’imprevisto, la città si scompagina nel divenire approdo di popolazioni transitorie, che del progetto urbano non seguono il disegno di stanzialità che vi è sotteso. Soggetti nomadi progressivamente affacciatisi sulla scena metropolitana – prima i pendolari, poi i city users, quindi i migranti – popolano gli spazi della città senza necessariamente stabilirsi e riconoscersi in essi: un abitare che ha perso i tradizionali requisiti di identificazione e rispecchiamento, e che nel proporsi come temporaneo rinuncia altresì ad essere espressione di un legame inscindibile col luogo, 1. Kasper, 2009. 2. Galimberti, 1999.

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mette in discussione il senso di radicamento dell’esperienza abitativa fondata sulla stabilità, con cui da sempre si è misurato il progetto urbanistico. Lo sguardo degli altri Quale è la rappresentazione dei migranti rispetto al territorio che si trovano ad abitare? In quali forme avviene la scoperta delle vie d’accesso a una città inesplorata? “Bisogna imparare a guardare il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano.” È una frase tratta dal discorso della neopresidente della Camera dei Deputati in occasione del suo insediamento, nel marzo 2013:3 Laura Boldrini indica la figura del migrante come emblema dell’attualità, interprete di un’osservazione del mondo che possa nel modo più pregnante corrispondere al nostro presente. La ricerca restituita in questo libro parte dall’ipotesi che la condizione di instabilità, cui la crescente mobilità delle popolazioni urbane sembra dar voce, sia connaturata all’abitare contemporaneo, ovvero che riguardi un modo di relazionarsi con la città che coinvolge, seppur con intensità e modalità diverse, tutti i suoi abitanti. Un’ipotesi che induce a considerare l’abitare dei migranti come paradigmatico di un cambiamento di prospettiva nella relazione tra abitanti e città – dall’identificazione col territorio abitato a un rapporto fondato su uno sradicamento: da questo punto d’osservazione, le popolazioni migranti interpretano e rappresentano la punta avanzata di un fenomeno che interessa in modo sempre più evidente la contemporaneità, e che nel campo urbanistico si declina in una relazione di non appartenenza, mutevole, aperta, in divenire con la città. Indagare ‘lo sguardo degli altri’ su un territorio che è, per chi non vi appartiene e non vi si riconosce, un terreno di esplorazione oltre che di spaesamento, diviene la sfida per pensare la città contemporanea dall’interno di un abitare che ne sta progressivamente tratteggiando le forme. Se il migrante rappresenta una figura emblematica del nostro tempo, il suo abitare sradicato costituisce tema centrale per un progetto urbano che voglia intercettare la domanda di abitabilità del presente; il suo sguardo è l’indizio proposto a un’urbanistica che intenda porsi sulle tracce di una condizione errante, da sempre estromessa dal suo orizzonte progettua3. Si fa riferimento all’elezione dei Presidenti della Camera e del Senato per la XVII Legislatura della Repubblica italiana, avvenuta il 16 marzo 2013.

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le perché non contemplata entro il paradigma di un abitare stanziale. Per dare espressione alla complessità di tale sguardo, la rappresentazione delle mappe mentali della città è lo strumento (il medium) conoscitivo idoneo a far affiorare, nella mente di chi disegna e nei disegni che ne risultano, lo spazio urbano vissuto di un abitare transitorio. In questo libro, il processo di realizzazione delle mappe mentali si avvale di un riferimento storico – il lavoro di Kevin Lynch sull’Immagine della città – quale fondamento teorico e metodologico per analizzare la percezione dello spazio urbano da parte di chi lo abita. “Come fa un estraneo a costruire l’immagine per una città che gli è nuova?”4 Dopo aver esplorato il significato che l’immagine della città può assumere per le popolazioni ‘indigene’, Lynch suggerisce alcuni indirizzi per future ricerche, fra i quali lo studio della rappresentazione dell’ambiente urbano da parte di popolazioni straniere. L’esplorazione dello sguardo degli altri intende cogliere, a mezzo secolo di distanza, la sollecitazione di Lynch per indagare quello che appare oggi come un tema emergente nel progetto e nel governo del territorio: la relazione col paesaggio urbano da parte dei suoi nuovi abitanti. Prendendo dunque le mosse da una questione cruciale e inesplorata, viene costruita un’indagine empirica attraverso la mappatura della città di Milano da parte di un campione di cento immigrati, intervistati nella prima fase della loro permanenza in città. Mediante questo lavoro sperimentale, ci si propone di scoprire una geografia diversa e più complessa rispetto a quella rappresentata nella cartografia tecnica: una geografia che sia capace di svelare i ‘paesaggi invisibili’ abitati dai migranti nel momento del loro approdo a Milano, ovvero quando la relazione innescata con la città è connotata da un abitare impermanente. Quando l’oggetto osservato e rappresentato è una città sradicata. Dalle mappe mentali emergono geografie composite in cui sono evidenziati gli elementi urbani che per primi entrano in relazione coi migranti, o che meglio rappresentano l’immagine della città per un nuovo abitante che stia cercando i suoi luoghi. L’estraneità dei migranti rispetto al territorio d’approdo, il loro essere al 4. Lynch, 1960, pp. 99-100.

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contempo dentro e fuori il sistema città che si trovano ad abitare, è apparsa come condizione privilegiata dalla quale osservare una città in rapida trasformazione, con elevati gradi di instabilità nell’uso dei suoi spazi e nei significati che vi vengono attribuiti, una città alla ricerca di nuovi paradigmi interpretativi, essendo quelli fondati su un presupposto di stabilità e di identità non più rispondenti alla condizione attuale dell’abitare. Nell’osservare e rappresentare la città, i migranti vi posano uno sguardo che appare incontaminato rispetto alle riproduzioni codificate della geografia urbana. Il loro essere ‘estraniati’, e il dover conoscere una città che è loro nuova, apre il campo alla costruzione di un’immagine libera dai riferimenti consolidati della rappresentazione, dal punto di vista sia della forma sia dei contenuti espressi sulla mappa. I diversi linguaggi con cui vengono raffigurati gli oggetti urbani, e gli stessi oggetti inseriti nelle mappe, offrono uno spettro ampio di possibilità interpretative della città e proiettano chi li voglia osservare verso significati e luoghi inattesi, originali, direttamente derivanti da un’esperienza di transitorietà, che l’osservazione e la rappresentazione ‘esperte’ non hanno (ancora) incluso. Le cento declinazioni attribuite agli elementi urbani, insieme alle esperienze del percorso abitativo narrate durante le interviste, fanno emergere una stratificazione della città che costituisce il territorio inesplorato del primo approdo, rivelando i caratteri dell’abitare sradicato in uno scorcio della contemporaneità. La struttura del libro Questo libro si compone di sei capitoli che possono leggersi anche separatamente, ciascuno centrato su uno specifico fuoco di ricerca. Il primo capitolo traccia il quadro di una letteratura che, in urbanistica e in campi ad essa tangenti, ha scelto il movimento quale chiave di lettura per indagare la città contemporanea, e descrive la condizione di instabilità sottesa all’emergere di un abitare che appare contrassegnato dallo sradicamento. La figura del migrante è analizzata nello scarto che pone rispetto a un’immagine univoca di città, e viene proposta in quanto portatrice di una visione decentrata dello spazio urbano, entro un orizzonte critico che tende a discostarsi dal paradigma di un’osservazione zenitale del territorio.

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Il secondo capitolo è incentrato sulle ragioni di una dimensione qualitativa dell’indagine territoriale. In questa prospettiva la rappresentazione della città gioca un ruolo centrale. Se ne propone un’interpretazione che parte dall’esperienza di Lynch nell’Immagine della città, per osservare il punto di vista dei migranti sul nuovo territorio che si trovano ad abitare. La mappa mentale diviene il dispositivo volto a includere l’osservatoremigrante entro l’oggetto osservato (la città), secondo un piano conoscitivo sperimentale in cui il ricercatore osserva a sua volta la relazione migrante-città ponendosi quale ulteriore soggetto osservante. Nel chiedere ai migranti di rappresentare la nostra (comune) città, si propone una possibilità di rottura di quella che è stata descritta come la “pretesa oggettività della cartografia scientifica”,5 aprendo il campo a modalità di rappresentazione che possano rintracciare ed esprimere le forme e il senso delle prime relazioni instaurate tra i nuovi abitanti e lo spazio urbano. Il terzo capitolo descrive l’esperimento condotto a Milano. Il lavoro di Lynch sull’esplorazione dell’immaginario degli abitanti è attualizzato e ‘piegato’ all’immaginario del migrante nella città contemporanea. Attraverso una rilettura degli elementi della mappa lynchiana in relazione al nuovo contesto di indagine e agli obiettivi della ricerca, vengono definiti gli ‘oggetti urbani’ su cui fondare la rappresentazione della città: riferimenti, luoghi dell’abitare, percorsi, nodi, confini. Lo sguardo dei nuovi abitanti viene quindi indagato chiedendo a cento migranti al primo approdo di disegnare una mappa di Milano sulla base dei cinque elementi descritti. Un contrappunto allo sguardo dei migranti è costituito dalle ‘dieci esplorazioni del primo approdo’: dieci schede che raccontano in presa diretta i sopralluoghi effettuati in alcuni spazi e servizi di riferimento del primo accesso alla città. Insieme alle interviste agli operatori delle strutture legate all’accoglienza e alla cura dei migranti, questi attraversamenti dei luoghi del primo approdo contribuiscono a disegnare i contorni di una città sconosciuta agli abitanti stanziali ma anche agli stessi migranti che la abitano: ed è per iniziare a colmare questo vuoto che viene costruita una mappa del primo approdo. Con un ulteriore, specifico, linguaggio, la videoregistrazione tenta di 5. Farinelli, 2009.

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dare voce e di svelare, per frammenti, l’immagine della città che prende forma attraverso lo sguardo del migrante che la osserva e la rappresenta: la costruzione di un filmato, che intende proporre una sintesi dei diversi piani dell’osservazione, rappresenta la scrittura di un racconto visivo della città per come questa è abitata, osservata, attraversata nel territorio inafferrabile del primo approdo. Il quarto capitolo contiene le cento mappe raccolte, ciascuna accompagnata da una scheda con le informazioni sul percorso abitativo raccontato dai migranti e sul processo di costruzione del disegno. L’atlante delle mappe è preceduto da una descrizione del campione intervistato e dei modi con cui sono state realizzate le interviste. È questo il cuore della ricerca, in cui le ipotesi su cui è stata costruita l’indagine empirica vengono verificate e messe in tensione. La scelta di proiettare l’intervistato nell’attualità del vissuto entro la città d’approdo, senza voltarsi indietro verso le proprie origini, si è rivelato, come si avrà modo di spiegare, il fattore determinante che ha permesso l’effettiva realizzazione delle mappe; del tutto inattesi sono apparsi i risvolti di una relazione che si è dovuta misurare con il disorientamento, l’incredulità, l’incomprensione, spesso l’opposizione alla richiesta di disegnare da parte dell’intervistato, e altrettanto sorprendente l’accoglimento di quell’improbabile scarto che ha indotto cento migranti a disporsi a un’osservazione creativa della città, partecipando pienamente a un progetto privo di una finalità dall’evidenza immediata. Il quinto capitolo presenta l’analisi dei dati ricavati dalla sperimentazione, e propone un’interpretazione delle mappe che si articola secondo differenti registri di lettura: dall’individuazione degli elementi prevalenti nei diversi periodi di permanenza, all’osservazione della geografia dei migranti, al significato degli oggetti raffigurati. Quest’ultimo piano di lettura si sofferma sulle diverse attribuzioni di senso con cui riferimenti, luoghi dell’abitare, percorsi, nodi e confini vengono rappresentati: ogni elemento viene osservato esaminandone sia gli aspetti concreti, attraverso la ‘scoperta’ dei singoli luoghi individuati entro la città, sia gli aspetti legati all’esperienza della città, indagando, cioè, con i differenti significati di cui gli oggetti urbani si caricano in ciascuna mappa, il vissuto del primo approdo, come complessivamente emerge dalla rappresentazione della città. Il sesto capitolo fa interagire le ipotesi presentate nei capitoli d’apertura

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con gli esiti della ricerca, osservati da ciascuno dei tre punti di vista che la mappa mentale, in quanto dispositivo di conoscenza della città, ha consentito di mettere a fuoco: il punto di vista del migrante che rappresenta la città, quello della città che emerge dalle rappresentazioni, quello del ricercatore che mette in campo nuove strategie di conoscenza. Mentre il punto di vista del migrante viene analizzato alla luce del gesto di auto-organizzazione e di appropriazione conoscitiva della città, che nella mappa mentale si manifesta, il punto di vista della città viene presentato addentrandosi nei diversi aspetti della città che emerge dalle mappe dei migranti, e in cui affiorano quelle che vengono tratteggiate come le proprietà della città sradicata. Il punto di vista del ricercatore, infine, viene descritto nell’apertura che si determina nel suo campo d’osservazione attraverso un’esplorazione inclusiva di molteplici sguardi; negli interrogativi ulteriori che un’indagine dall’interno dell’abitare transitorio apre nell’analisi delle trasformazioni urbane; nelle potenzialità di un percorso conoscitivo che usa il punto di vista estraniato per pensare nuove prospettive di ricerca e di progettazione della città. Contaminazioni L’esplorazione descritta in questo libro è l’esito di un’intersezione tra diversi percorsi. Nasce entro un’esperienza di dottorato di ricerca6 e scaturisce al contempo da un percorso di formazione multidisciplinare avvenuto presso il Centro Studi Assenza di Milano.7 Recuperare alcune radici dell’urbanistica moderna per indagare un tema d’attualità, raccogliendo la lezione di Lynch; costruire un processo esplorativo includendo la dimensione qualitativa dell’indagine territoriale, senza che questa si svincolasse da un impianto ‘scientifico’ tale da consentire una comparabilità dei risultati; avvalersi di diversi linguaggi per interrogare e dare forma a un tema non codificato dall’urbanistica, come 6. Si fa riferimento al dottorato di ricerca in Governo e Progettazione del Territorio, svolto al Politecnico di Milano tra il 2009 e il 2011. La dissertazione è avvenuta il 14 marzo del 2012. 7. Il Centro Studi Assenza è un’associazione scientifico-culturale no profit attiva in diversi ambiti: medicina (psicoterapia e psichiatria), teatro, arte, video, architettura, musica e poesia. Si occupa del rapporto arte-scienza e della cura nelle diverse declinazioni che riguardano il territorio (Installazioni artistico-scientifico-architettoniche) [vedi Pezzoni, 2010], la specie (teatro), l’individuo (psicoterapia), secondo il modello di un sistema complesso denominato Asistema in-Assenza.

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L A C I T TÀ S R A D I C ATA

l’abitare transitorio: sono operazioni che nel percorso di dottorato hanno permesso di addentrarsi nel sapere disciplinare e insieme di forzarne alcune dimensioni, con una sperimentazione che ne potesse, per qualche tratto, ampliare gli orizzonti. Muovendo nella prospettiva di un’abitabilità ad ampio raggio, per cui “si deve poter abitare sempre e ovunque”,8 questa sperimentazione ha permesso di vedere i possibili risvolti di un diverso approccio all’osservazione della città sulle questioni emergenti del vivere contemporaneo, e di lavorare sulle stratificazioni di senso che il ‘fare urbanistica’ contiene ed eppure spesso – nella quotidianità della prassi amministrativa – non consente di cogliere. L’osservare la città in trasformazione mettendo al centro l’elemento straniante del vivere gli spazi urbani, l’interazione con una comunità in divenire, il senso di un abitare quale gesto di apertura al nuovo, nasce invece dalle riflessioni maturate all’interno dei Seminari in-Assenza,9 dove studiosi di diverse discipline interrogano da oltre vent’anni la contemporaneità secondo un modello conoscitivo che si ispira alle scienze della complessità, e a un particolare sistema complesso – l’Asistema inAssenza – “con cui elaborare una condizione esistenziale sempre meno certa e progettabile”.10 In questo contesto sono state discusse alcune ipotesi di lettura della realtà urbana in relazione a un pensiero generativo di un’ idea nuova di società,11 ovvero di una condizione urbana incline a cogliere, includere, interagire con la differenza; di un ‘abitare senza abitudine’, svincolato dalla necessità della ripetizione di sé; di un’appartenenza che viene sov8. Gabellini, 2010, p. 26. 9. Il termine assenza – o in-assenza – rimanda ai teoremi introdotti da Paolo Ferrari (Ferrari, 1994) relativi a una proprietà specifica dell’attività del pensare “in rapporto agli stimoli della cosiddetta realtà e per il quale il venir meno, il dimenticare, l’estinguere assume particolare rilevanza nell’instaurare rapporti di complessità tra il soggetto e l’oggetto, tanto che la scomparsa (absentia) dell’oggetto diviene essenziale nello sviluppo di un differente rapporto tra l’osservatore e la realtà osservata” (Ferrari, 2013, archivio CSA). 10. Verri, 2003, p. 9. 11. Si fa riferimento al Manifesto per una città futura: la città del III-IV Millennio capace di Raddoppio in-Assenza (Ferrari, 2000), un’utopia della contemporaneità che può essere accostata, per contrappunto, alle utopie del XX secolo, e in particolare a due tra i testi manifesto che hanno segnato la storia della città moderna in quanto generativi di un’idea di società nuova rispetto al passato: La Ville Radieuse di Le Corbusier e Broadacre City di Frank Lloyd Wright, definiti da Secchi “sforzi estremi dell’immaginazione” (Secchi, 2005, p. 84).

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Intro d u z ione

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vertita dall’irrompere dell’estraneità; dell’emergere di una relazione con l’altro libera dal dover ricondurre entro termini di riferimento noti ciò che non è assimilabile al proprio orizzonte di senso.12 I migranti che si apprestano a disegnare la mappa mentale sono abitanti che vivono una fase di apprendimento rispetto alla città in cui si trovano ad abitare; una fase che si potrebbe definire ‘sui margini del caos’, tra un sistema noto e uno ancora da costruire, che si sospende in previsione di un suo sviluppo secondo altri paradigmi e nel quale può entrare una nuova logica, una nuova conoscenza, un nuovo sistema di riferimenti che sovverte l’ordine precedentemente costituito. Esplorare la città contemporanea attraverso lo sguardo dei migranti è diventato a sua volta una prospettiva di lavoro che ha potuto intrecciarsi con i nuovi cicli dei seminari in-Assenza, nei quali questo progetto su la città sradicata è stato presentato in diverse fasi di elaborazione.13 La contaminazione tra percorsi di ricerca differenti ha generato infine un lavoro pronto a confrontarsi con le riflessioni e le sperimentazioni di altri contesti disciplinari, che hanno aperto un dialogo per contrappunto o per affinità con le indagini loro proprie. In diverse occasioni di discussione, in Italia e all’estero, questa ricerca su la città sradicata ha trovato nella geografia, nell’antropologia, nelle scienze della rappresentazione, oltre che nell’urbanistica, nuovi spunti di riflessione, terreni fertili dai quali lasciarsi ulteriormente contaminare.14 In questo orizzonte, il libro intende proseguire il dialogo a più voci e secondo diverse angolature nell’osservazione della contemporaneità, aprendo a una città insorgente che da più direzioni mostra l’urgenza di essere esplorata.

12. Vedi i programmi dei Seminari in-Assenza 2003-04; 2004-05; 2005-06; 2006-07. Archivio CSA. 13. Alcune declinazioni di questa particolare accezione di città, e del metodo di studio individuato per osservarne le relazioni con i nuovi abitanti, sono contenute nei programmi dei Seminari inAssenza 2009-10; 2010-11; 2011-12. Archivio CSA. 14. Diversi stadi di avanzamento della ricerca sono stati presentati in conferenze e seminari internazionali (Pezzoni, 2011 a, b, c, d, e; 2012 a, b, c, d).

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Capitolo 4

I migranti mappano Milano Allo straniero non domandare il luogo di nascita, ma il luogo d’avvenire. Edmond Jabès

L’indagine empirica è stata condotta nell’arco di un anno, dal settembre 2010 al settembre 2011, intervistando un campione di centosette migranti, dei quali cento hanno completato l’intervista con la rappresentazione della mappa mentale della città. La sezione Cento interviste e cento mappe raccoglie le mappe, accompagnate ciascuna da una scheda esplicativa che contiene gli esiti dell’intervista e la descrizione del processo di realizzazione della mappa. Di seguito sono invece descritti gli intervistati e i modi di conduzione delle interviste. Le informazioni raccolte sugli intervistati riguardano l’identità del migrante e la sua relazione con la città. Mentre i dati sulla provenienza geografica, l’età, il genere e la tipologia1 forniscono il quadro di chi sono i migranti che hanno osservato e rappresentato Milano, i dati relativi al tempo di permanenza e alla condizione abitativa nella città d’approdo forniscono un primo spaccato della relazione tra i migranti e il nuovo contesto urbano. ‘Un’inchiesta a più linguaggi’ presenta invece le informazioni relative al percorso abitativo dei migranti a Milano, esito della prima parte dell’intervista, e descrive il processo di costruzione della mappa, oggetto della seconda parte dell’intervista. 1. Per tipologia di abitanti transitori si intende il gruppo di migranti corrispondente al tipo di sguardo sulla città: lo sguardo spaesato (migranti al primo approdo), lo sguardo critico (migranti arrivati da più di un anno), lo sguardo ‘tecnicamente esperto’ (studenti di architettura e urbanistica arrivati da meno di tre mesi).

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l a c i t tà s r a d i c ata

trovasse, nel suo processo immaginativo, l’oggetto, la collocazione, la forma, o l’esistenza stessa di quell’elemento nell’esperienza di relazione e di osservazione della città. La realizzazione della mappa è avvenuta dunque con un ampio grado di libertà, in cui la formulazione delle cinque domande sugli elementi costitutivi della città del migrante ha assunto la funzione di guidare il disegno senza tuttavia che questo dovesse riportare in modo esaustivo tutte le risposte. Le mappe contengono quasi sempre riferimenti, nodi e percorsi, molto spesso i luoghi dell’abitare, più raramente i confini. Spesso presentano un elemento predominante che costituisce una sorta di caratterizzazione del disegno: alcune sono chiaramente connotate dai percorsi, altre dai riferimenti o dai nodi, mentre in alcuni casi predominano i luoghi dell’abitare. L’analisi della costruzione della mappa evidenzia, per ciascun elemento, gli specifici oggetti urbani identificati. Nel processo di interpretazione delle mappe, questa analisi ha costituito una prima lettura dei contenuti, permettendo una codificazione dei disegni da cui estrapolare le informazioni sulla città dei migranti e con cui avviare uno studio comparato.

4.3 Cento interviste e cento mappe Mappa n. 1 Nome

Bushra Ibrahim Osam

Provenienza

Sudan

Età/Genere

36 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

2 anni

Abitazione attuale

Casa abbandonata scalo di Porta Romana

Percorso abitativo a Milano Ha abitato in diversi spazi dismessi della città. Costruzione della mappa Dice che disegnerà la sua giornata. Parte dalla casa abbandonata dentro lo scalo di Porta Romana (LUOGO DELL’ ABITARE), da cui esce alle 6.00 del mattino, si incammina a piedi per cercare lavoro. Ma il lavoro non c’è. Prosegue a piedi fino alla mensa dell’Opera San Francesco, da qui fino al Centro di aiuto, dove manda fax per cercare lavoro; prosegue, sempre a piedi, fino ai giardini di Porta Venezia, e poi di nuovo alla mensa per la cena (NODI). Infine torna a dormire allo scalo di Porta Romana, nella casa abbandonata. È una mappa di PERCORSI, per lo più un racconto del pellegrinaggio quotidiano. Come CONFINE disegna un altro “percorso”, il sentirsi sempre più male fino a morire. Luogo dell’intervista

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Centro di aiuto del Comune

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MAPPA n. 9 Nome

Korosh

Provenienza

Iran

Età/Genere

47 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

4 anni

Abitazione attuale

Casa della carità

Percorso abitativo a Milano Per i primi due mesi ha abitato con un amico pastore a casa sua. Poi sempre nei dormitori: nel dormitorio di via Sammartini, in quello di via Saponaro, nel dormitorio Postoletto. Ora abita da due anni alla Casa della carità. Costruzione della mappa Disegna come RIFERIMENTO il Duomo, e con la stessa grafica i LUOGHI DELL’ ABITARE: alcuni dei dormitori dove è stato, e la casa dell’amico pastore che lo ha ospitato. Come PERCORSI indica la metropolitana verde e le fermate di Crescenzago e Garibaldi. Come NODI la Stazione Centrale e la scuola di Autocad che ha frequentato per alcuni mesi all’interno del percorso formativo destinato ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici. Luogo dell’intervista

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Casa della carità

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MAPPA n. 11 Nome

Michal

Provenienza

Polonia

Età/Genere

32 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

2 anni e mezzo

Abitazione attuale

Casa della carità

Percorso abitativo a Milano Ha abitato per tre mesi in un posto letto in una casa privata; per nove mesi nel dormitorio di viale Ortles – a pagamento –; per quattro mesi a Magenta in una casa d’accoglienza, poi di nuovo a Milano nel dormitorio di via Saponaro per due anni. Abita alla Casa della carità da una settimana. Costruzione della mappa Disegna alcune reti che stratificano la città identificando con colori diversi le diverse funzioni cercate attraverso i percorsi segnati. In rosso i LUOGHI DELL’ ABITARE, oltre alle mense e alla scuola di italiano. In viola la rete dei NODI: la chiesa polacca, il Duomo, il Castello e, vicino, l’Acquario, la chiesa di Sant’Eustorgio. In azzurro la rete con i luoghi della ricerca del lavoro: le agenzie, le cooperative, l’ufficio di collocamento, due biblioteche (Porta Venezia e Sormani). In verde i luoghi dell’orientamento al lavoro: via Soderini e il job cafè. È una mappa concettuale, che rappresenta le connessioni non spazializzate legate alla ricerca dei diversi luoghi di primo accesso alla città, diversificati in base a una logica di accorpamento delle funzioni. Luogo dell’intervista

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Casa della carità

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MAPPA n. 13 Nome

Moussa Abdallah

Provenienza

Niger

Età/Genere

21 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

3 anni

Abitazione attuale

Casa della carità

Percorso abitativo a Milano Il primo luogo dove ha abitato a Milano è stata la casa di accoglienza di Monluè, dove è rimasto per otto mesi; ha abitato al dormitorio di viale Ortles per sei mesi, al dormitorio di viale Isonzo per tre mesi, infine per quasi due anni alla Casa della carità. Costruzione della mappa La mappa è composta principalmente dai LUOGHI DELL’ABITARE: vengono disegnati tutti i dormitori in cui ha abitato. Sul fondo della mappa sono raffigurati due NODI: il Parco Lambro e i giardini di Porta Venezia. I PERCORSI vengono rappresentati come un autobus (56) e un vagone della metropolitana. Il CONFINE è la discoteca, dove non vuole andare. Luogo dell’intervista

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Casa della carità

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MAPPA n. 15 Nome

Sumba Baruani Deo

Provenienza

Congo

Età/Genere

29 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

3 anni

Abitazione attuale

Casa della carità

Percorso abitativo a Milano Ha abitato al centro di accoglienza di viale Ortles per sei mesi. Si è trasferito poi a Firenze e a Brescia. Tornato a Milano, da due anni vive alla Casa della carità. Costruzione della mappa Disegna un ottagono che rappresenta Milano. Al centro il Duomo (RIFERIMENTO), a cui sono collegati con delle frecce (PERCORSI) piazza Lima e la Stazione Centrale (NODI). Lungo due lati dell’ottagono sono segnati i LUOGHI DELL’ABITARE: viale Ortles e via Brambilla (Casa della carità), collegata a Rozzano, luogo del lavoro (NODO). Luogo dell’intervista

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Casa della carità

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MAPPA n. 25 Nome

Elena Paeto

Provenienza

Romania

Età/Genere

54 anni / F

Tempo di permanenza a Milano

3 anni

Abitazione attuale

Coabitazione

Percorso abitativo a Milano Per due anni ha lavorato come badante in una casa vicino a Piola. Successivamente ha sostituito per quattro mesi una badante in una casa presso Cimiano e, per altri otto mesi, una badante in un’abitazione vicino a Moscova. Costruzione della mappa Inizia a disegnare la mappa dai PERCORSI copiando il tracciato delle metropolitane da una cartina che tiene in tasca e usando gli stessi colori. Disegna come RIFERIMENTO principale il Duomo, che corrisponde anche a un NODO, e con la stessa grafica contorna gli altri NODI che sono Loreto, Porta Venezia, Pagano, Rho Fiera. Come unico LUOGO DELL’ ABITARE indica piazza Piola dove ha lavorato come badante. A Cascina Gobba segnala il mercato, e a Porta Venezia il Museo e il Planetario. Dice che anche in piazza Duomo ci sono tante cose da vedere. Come CONFINE indica la Stazione Centrale, perché ci sono persone che rubano, e dove lei stessa una volta è stata derubata. Luogo dell’intervista

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Centro di aiuto del Comune

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MAPPA n. 30 Nome

Mambo

Provenienza

Angola

Età/Genere

28 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

6 mesi

Abitazione attuale

Casa in coabitazione

Percorso abitativo a Milano Ha abitato per un mese nel dormitorio di via Assietta; ora abita in un monolocale in via Porpora, con altre tre persone. Costruzione della mappa Disegna la sagoma dell’Italia con le isole, e al centro del Nord Italia il perimetro di Milano.I RIFERIMENTI sono il Duomo, al centro, e Loreto; i NODI sono la piazza Tricolore dove va a mangiare (mensa Opera San Francesco), la Stazione Centrale dove incontra gli amici, il Centro di aiuto dove va a cercare lavoro. Come PERCORSI disegna il tram 9, una linea di metropolitana che collega il Duomo a Loreto, e la circonvallazione della filovia 90/91. IL LUOGO DELL’ ABITARE è la casa di via Porpora. Come CONFINE indica la filovia 90/91 che di notte è pericolosa perché ci sono troppi stranieri che dormono sul pullman. Luogo dell’intervista

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Centro di aiuto del Comune

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MAPPA n. 51 Nome

Kairucca Javed

Provenienza

Afghanistan

Età/Genere

33 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

8 mesi

Abitazione attuale

Casa di accoglienza di via Novara

Percorso abitativo a Milano Quando è arrivato a Milano, ha dormito per alcune notti in stazione; ora abita alla Casa di accoglienza di via Novara 451. Costruzione della mappa Disegna una mappa di PERCORSI. Al centro della mappa segna con un cerchio il RIFERIMENTO principale, il Duomo, attraversato dai tracciati delle tre linee della metropolitana. Un altro riferimento è la Stazione Centrale, attraversato dalla linea verde e dal percorso della filovia 90/91, elemento che delimita la città segnandone con una doppia linea la circonvallazione. I percorsi segnalati sono anche gli autobus che portano in via Novara (LUOGO DELL’ ABITARE) e al Naga Har, entrambi collocati all’estremità sud-ovest della mappa. I NODI, oltre al Naga Har, sono gli uffici del tribunale, l’ospedale e la Caritas, rappresentata con un tavolo, con riferimento alla mensa (quella dell’Opera San Francesco). Luogo dell’intervista

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Naga Har

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MAPPA n. 61 Nome

Mohammed Benjelloun

Provenienza

Marocco

Età/Genere

30 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

2 anni

Abitazione attuale

Dormitorio viale Isonzo

Percorso abitativo a Milano Ha abitato vicino a Famagosta a casa del cugino per tre mesi, adesso abita nel dormitorio di viale Isonzo, dove lavora come custode. Costruzione della mappa Disegna al centro della mappa il dormitorio di viale Isonzo (LUOGO DELL’ ABITARE), poi i NODI: la Stazione Centrale al di sotto del dormitorio, Porta Venezia al di sopra. Il Duomo (RIFERIMENTO) è raffigurato in alto a destra. I PERCORSI sono rappresentati con le frecce delle filovie 90/91 e 92 che percorrono la città nei due sensi (circonvallazioni), il tram 9 e i bus 84 e 56, l’indicazione della linea 2 della metropolitana in basso a destra e la fermata della metro di Porta Venezia lungo corso Venezia a nord della mappa. I CONFINI sono disegnati in rosso, e sono via Meda e viale Tibaldi, attraversati dai percorsi della 90/91, della 92 e del tram 3. Luogo dell’intervista

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Scalo di Porta Romana

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253

MAPPA n. 89 Nome

Murat

Provenienza

Turchia

Età/Genere

24 anni / M

Tempo di permanenza a Milano

2 mesi

Abitazione attuale

Coabitazione

Percorso abitativo a Milano Abita in un appartamento con un altro studente. Costruzione della mappa Disegna la struttura della città con quattro areali concentrici. All’interno colloca i percorsi e i diversi elementi (riferimenti, nodi, spazi dell’abitare e confini), che vengono specificati con altrettanti zoom all’esterno degli areali. I PERCORSI sono la linea verde della metropolitana, definita con i due capolinea, e la linea rossa, oltre al percorso dei bus 50 e 58. I RIFERIMENTI sono il Castello e il Duomo, collegati dalla metropolitana rossa; i NODI sono i Navigli, lungo i quali vengono indicati i diversi luoghi come caffè, negozi, l’area verde, il corso d’acqua. Il LUOGO DELL’ ABITARE è indicato con un punto inserito nel contesto del quartiere di Sant’Ambrogio, con gli oggetti urbani che lo circondano e i trasporti pubblici che ci arrivano. Il CONFINE è piazza Cadorna, in cui le persone vivono al di sotto della piazza (dove si trovano le fermate di due linee metropolitane), mentre a livello del suolo si tratta di un luogo non abitabile (“is not a colorful and meeting place”) a causa delle strutture che la occupano e della scultura al centro della piazza. Luogo dell’intervista

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Politecnico

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MAPPA n. 98 Nome

Tatiana Nemova

Provenienza

Russia

Età/Genere

23 anni / F

Tempo di permanenza a Milano

2 mesi

Abitazione attuale

Coabitazione

Percorso abitativo a Milano Abita in appartamento con un’altra studentessa. Costruzione della mappa Disegna la struttura della città con tre cerchi concentrici e le direttrici principali che dal centro si irradiano verso l’esterno. Il cerchio più esterno è tagliato dal viale Romagna, e dal tracciato dei tram 29 e 23. I RIFERIMENTI sono il Duomo e il Castello. Il LUOGO DELL’ ABITARE è identificato con la casa in via Sciesa. I NODI sono i Navigli, via Torino, il Politecnico, piazza Cinque Giornate, Mc Donald’s e un parco. I nodi segnalati come più frequentati (con rettangolini o pallini) sono quelli di tipo commerciale: i Navigli dove ci sono molti aperitivi, via Torino e i dintorni del Duomo con molti negozi, il Mc Donald’s, il Coin di piazza Cinque Giornate. Come CONFINE indica via Torino, dove non vuole andare spesso perché ci sono molti negozi e ha paura di spendere troppi soldi. Luogo dell’intervista

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Politecnico

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La città sradicata. Geografie dell'abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano