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Care 5 2026 online

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ca|re costi dell’assistenza e risorse economiche 5|2026 INCONTRI

Autonomia differenziata, livelli essenziali di assistenza e diritti esigibili: il nodo irrisolto del titolo V A colloquio con Antonio Gaudioso Già segretario generale di Cittadinanzattiva e professore in management della salute, Luiss Guido Carli, Roma

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ottor Gaudioso, perché insieme a Francesco Clementi avete deciso di scrivere La salute contesa e quando è nata questa idea? Abbiamo deciso di scrivere questo libro lo scorso anno, anche se in realtà l’idea è nata nel 2018, nel senso che all’epoca, quando ero segretario generale di Cittadinanzattiva e Francesco era professore di diritto costituzionale a Perugia, ci venne l’idea di ragionare sugli

strumenti che permettessero all’articolo 117 della Costituzione, che è quello che sostanzialmente trasferisce le competenze sulla salute alle Regioni, di essere realmente funzionante ed effettivo, perché già all’epoca ci rendevamo conto di quanto le disuguaglianze di accesso e la disfunzionalità di un pezzo del sistema salute, collegato a una mancata attuazione di alcune norme, rendessero difficilmente accessibile ed esigibile il diritto alla salute dei cittadini del nostro paese. E in quell’occasione lanciammo una campagna promossa da Cittadinanzattiva proprio volta a integrare e modificare l’articolo 117 della Costituzione.

Quali sono gli aspetti principali del cambiamento del regionalismo sanitario dal 2001 a oggi? La riforma del titolo V del 2001 non rappresenta né un punto d’inizio né un punto d’arrivo per il regionalismo sanitario nel nostro paese,  a pag 2

CARE offre dal 1999 a medici, amministratori e operatori sanitari un’opportunità in più di riflessione sulle prospettive dell’assistenza al cittadino, nel tentativo di coniugare – entro severi limiti economici ed etici – autonomia decisionale di chi opera in sanità, responsabilità collettiva e dignità della persona.

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DALLA LETTERATURA Parliamo di: ambiente e diabete tipo 2, economia dell’attenzione, mercato della salute, ipertensione e disuguaglianze

DOSSIER Medical humanities: a cosa servono a chi cura? Con un commento di Sandro Spinsanti

Confronti Stato sociale: la tesi di Massimo Florio che spiega perché sanità, previdenza e istruzione sono sotto attacco


INCONTRI

In questo numero

01 Incontri

Attivista civico, è stato segretario generale di Cittadinanzattiva, in prima linea per i diritti dei malati, la partecipazione civica, la tutela dei consumatori e la giustizia sociale. È stato capo della Segreteria tecnica del Ministro della salute durante il mandato di Roberto Speranza nel governo Draghi e attualmente è adjunct professor in Management della salute presso la Luiss Guido Carli.

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA E DIRITTI ESIGIBILI: IL NODO IRRISOLTO DEL TITOLO V

14 Dalla letteratura internazionale

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IL VALORE CLINICO E FORMATIVO DELLE MEDICAL HUMANITIES Con un intervento di Sandro Spinsanti

poiché la Costituzione attribuiva già un ruolo centrale alle Regioni prima di questa riforma in questo ambito. Tuttavia, la riforma segna una svolta fondamentale: con il nuovo articolo 117, una serie di competenze, tra le quali è compresa quella della ‘tutela della salute’, viene trasferita dallo Stato alle Regioni. Da quel momento la tutela della salute viene quindi formalizzata come competenza concorrente e si rafforza la collaborazione tra Stato e Regioni in questo ambito: il primo fissa i principi generali e i livelli essenziali di assistenza (Lea), mentre le seconde programmano e gestiscono concretamente i servizi sul territorio. È stato l’avvio di un percorso che poi nel corso di 25 anni ha portato a una metamorfosi silenziosa.

16 Confronti PERCHÉ LO STATO SOCIALE È SOTTO ATTACCO: LA TESI DI MASSIMO FLORIO

Tutti gli articoli e le interviste sono disponibili su

careonline.it CARE Costi dell’assistenza e risorse

economiche Direttore responsabile Giovanni Luca De Fiore Comitato editoriale Giancarlo Bausano, Cristina Cenci Guendalina Graffigna, PierLuigi Lopalco Walter Ricciardi, Eugenio Santoro Federico Spandonaro Redazione Andrea Calignano, Federica Ciavoni, Norina Di Blasio, David Frati, Mara Losi Stampa Lion Brand srl - Roma Progetto grafico ed impaginazione Doppiosegno snc - Roma Fotografie ©2026 ThinkstockPhotos.it Registrazione del Tribunale di Roma n. 00472/99 del 19 ottobre 1999 Abbonamenti 2026 Individuale: euro 90,00 Istituzionale: euro 120,00 Periodicità bimestrale Finito di stampare ottobre 2026 Il Pensiero Scientifico Editore Via San Giovanni Valdarno 8 - 00138 Roma E-mail: info@careonline.it Con il patrocinio di

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Perché definite ‘silenziosa’ questa metamorfosi vissuta dal Servizio sanitario nazionale negli ultimi 25 anni? Perché la nostra tesi è che parte di questa riforma è sostanzialmente incompleta nel senso che il sistema di pesi e contrappesi che regola il rapporto tra Stato e Regioni non è stato definito in modo completo e ha portato nel corso di questi anni a una continua conflittualità di norme impugnate davanti alla Corte costituzionale, a un conflitto tra Stato e Regioni e a una difficoltà da parte del legislatore nazionale in qualche modo di intervenire e di regolare. Quindi, non essendo in questi 25 anni intervenuto il Parlamento per chiudere il cerchio, chi si è fatto carico di sciogliere questi nodi – che spesso erano nodi politici legati all’interpretazione delle norme e al ruolo e alla prevalenza dello Stato rispetto alle Regioni – è stata la Corte costituzionale. È silenziosa perché, attraverso le tante sentenze che nel corso dei 25 anni si sono susseguite, la Corte ha sostanzialmente riscritto il perimetro della tutela del diritto alla salute. Per questo il titolo V di oggi non è più quello di 25 anni fa. L’obiettivo del nostro libro è stato quindi quello di riperimetrare la tutela del diritto alla salute per tentare in questa fase – una fase che ci porterà prossimamente alle elezioni – di avere un quadro su cui tutti quanti, comunità civica, scientifica e istituzioni, si possano confrontare.

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In vista dell’attuazione dell’autonomia differenziata i livelli essenziali di assistenza sono secondo lei uno scudo sufficiente per difendere l’universalismo o rischiano di diventare un punto di rottura definitivo? Nell’idea del legislatore costituzionale del 2001, i Lea dovevano essere l’architrave su cui si poteva e si doveva garantire l’uguaglianza di accesso e l’uguaglianza dei diritti per tutti i cittadini, indipendentemente dal codice di avviamento postale di residenza. È interessante raccontare questo episodio: nel corso del dibattito in Parlamento, che ha poi portato all’approvazione della riforma del titolo V, c’è stata una discussione sulle parole che dovessero essere utilizzate per definire i Lea. A un certo punto emerse una tesi che parlava di livelli ‘minimi’ di assistenza. Dopodiché, all’interno di un confronto molto acceso, si fece strada l’idea di cambiare la definizione da livelli ‘minimi’ a livelli ‘essenziali’. E non è stato un cambiamento solo semantico, ma una modifica che fa una grandissima differenza. Con livello ‘minimo’ si intende infatti in qualche modo il limite che lo Stato non oltrepassa, un limite sostanzialmente economico, con livello ‘essenziale’ invece si intende un livello che ‘garantisce’ che questi diritti si evolvano plasticamente nel corso degli anni, adattandosi ai bisogni di una comunità che cambia, per esempio, dal punto di vista dell’aumento dell’età media delle persone, ma anche dell’innovazione scientifica e tecnologica, di quella organizzativa, e così via. Nonostante si sia affermato che questi livelli siano fondamentali, gli aggiornamenti nel corso di questi 25 anni sono stati pochissimi perché il sistema di adeguamento ai nuovi bisogni di salute è assolutamente lento e paradossale. Basti pensare al fatto che in questo caso, così come in molti altri casi, tutte le volte che i Lea devono essere aggiornati c’è bisogno della cosiddetta intesa in Conferenza Stato-Regioni, il che in questo caso specifico significa che tutte le Regioni e Province autonome all’unanimità devono approvare il decreto che li aggiorna. Questa procedura ha portato inevitabilmente a una paralisi che ha fatto sì che il decreto di aggiornamento dei Lea del 2017 sia entrato in vigore solo un anno fa, quindi dopo quasi nove anni dalla sua emissione.


INCONTRI

“Perché il tema non sono le alchimie, ma la possibilità per i cittadini di avere un’effettiva garanzia dell’esigibilità dei propri diritti che è la grande promessa che la nostra Costituzione e la riforma del titolo V hanno fatto ai nostri cittadini.”

Questo per dire che una cosa sono le parole e un’altra la possibilità di trasformare queste parole in atti concreti e in diritti esigibili. E da questo punto di vista il tema dell’autonomia differenziata in sé non è un problema per definizione. Lo diventa nel momento in cui da una parte non c’è un collegamento che permetta, quando si dà potere e autonomia alle Regioni, di far sì che queste si possano organizzare al meglio e in autonomia, e dall’altra non si è in grado di bilanciare questo potere con una garanzia di aggiornamento costante e di esigibilità dei Lea. E qui si torna al grande nodo irrisolto della riforma del titolo V del 2001. La possibilità di avere un sistema di pesi e contrappesi che sia trasparente e funzionante. Perché il tema non sono le alchimie, ma la possibilità per i cittadini di avere un’effettiva garanzia dell’esigibilità dei propri diritti che è la grande promessa che la nostra Costituzione e la riforma del titolo V hanno fatto ai nostri cittadini.

Come può il Servizio sanitario nazionale garantire uniformità, dignità ed equità nell’accesso alle cure palliative per il fine vita, evitando che l’assenza di una legge nazionale trasformi le Asl locali in giudici del dolore? Il tema del fine vita è forse uno dei paradossi e nello stesso tempo uno degli esempi plastici più evidenti di quello che è capitato nel corso degli ultimi 25 anni, durante i quali la Corte costituzionale è intervenuta più volte in modo molto forte e deciso per ricordare al Parlamento che doveva intervenire su questo fronte. Il Parlamento nel corso degli anni non è intervenuto. E questo è un problema assolutamente rilevante nel senso che non possiamo delegare ai giudici

funzioni che sono di competenza della politica e non possiamo chiedere loro di sciogliere dei nodi che competono alla politica. In questa fase il tema del fine vita è diventato di drammatica attualità perché c’è una fortissima richiesta di poter fruire di quello che in condizioni estreme è diventato nella sostanza un diritto che non riesce a essere esigibile. A fronte dell’intervento della Corte costituzionale e dell’inazione del governo, alcune Regioni hanno deciso di operare per conto proprio e di prendere l’iniziativa, come hanno fatto la Regione Toscana e più recentemente la Regione Veneto. La cosa interessante della legge emanata dalla Regione Toscana è che ha previsto una sorta di clausola di salvaguardia, per cui la legge regionale cesserà di avere i suoi effetti operativi nel momento in cui ci sarà una legge nazionale. E trovo interessante sottolineare questo riferimento previsto nella legge della Regione Toscana perché richiama il tema della leale collaborazione tra Stato e Regioni, e quindi anche il principio di sussidiarietà e il fatto che ad un certo punto, se qualcuno non si prende la responsabilità di fare delle scelte, qualcun altro lo deve fare per poter garantire ai cittadini di quella comunità un accesso corretto, serio, trasparente a alcune pratiche che rientrano in un nostro diritto. La Corte costituzionale è già intervenuta sulla norma della Toscana, cassandone alcune parti, facendone modificare altre, ma lasciando l’impianto ancora attivo. Ora tocca al legislatore nazionale intervenire con rapidità, per evitare che questa inazione contribuisca a aumentare il gap di fiducia che c’è tra cittadini e istituzioni rispetto al loro funzionamento. Intervista a cura di Federica Ciavoni

La salute contesa La metamorfosi silenziosa della tutela della salute a venticinque anni dal Titolo V di Francesco Clementi e Antonio Gaudioso L’articolo 32 della Costituzione affida a ogni cittadino la stessa tutela della salute, indipendentemente dal luogo di nascita. Osservare come questa promessa si sia realizzata nel tempo significa interrogarsi su uno snodo centrale della principale infrastruttura sociale italiana. Un momento di svolta si colloca nel 2001, quando la riforma del Titolo V ha avviato una progressiva trasformazione del regionalismo sanitario. Da allora le Regioni hanno seguito percorsi differenziati, e alla Corte costituzionale è spettato il compito di ricomporre un sistema in equilibrio tra autonomie locali, vincoli di bilancio e tutela dei diritti. Questo libro affronta il tema con rigore, ricostruendo i fattori storici, giuridici ed economici della sanità italiana e confrontandoli con altri ordinamenti, per offrire una lettura equilibrata dello stato attuale. Ne emerge non solo un’analisi, ma anche uno strumento utile per orientare le scelte istituzionali chiamate a rafforzare, nei fatti, il diritto alla salute per tutti.

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DALLA LETTERATURA INTERNAZIONALE

Valle del Sacco: ambiente e rischio di diabete di tipo 2 Bottini I, Renzi M, Trentalange A et al. Long-term exposure to ambient air pollution and incidence of type 2 diabetes in an industrial contaminated area in Central Italy Environ Pollut 2026; 406: 128614

La Valle del Sacco è un territorio in cui ambiente e salute si intrecciano attraverso esposizioni che si sono accumulate nel tempo. Dichiarata Sito di interesse nazionale per le bonifiche, porta con sé gli effetti di decenni di attività industriali, di una contaminazione ambientale persistente e di una conformazione geografica che favorisce il ristagno degli inquinanti. Un insieme di condizioni che rende difficile ricondurre gli effetti sulla salute a un singolo fattore. È in questo contesto che un gruppo di ricercatori del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio (Dep Lazio) ha indagato il possibile legame tra esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e diabete di tipo 2, una patologia cronica in costante aumento e sempre più spesso studiata anche in relazione ai determinanti ambientali. I risultati non raccontano una storia lineare. Accanto all’associazione osservata tra biossido di zolfo (SO₂) e rischio di sviluppare il diabete, emergono infatti associazioni differenti per gli altri inquinanti analizzati: un quadro che restituisce l’eterogeneità delle esposizioni ambientali nella Valle del Sacco e invita a leggere i dati nel loro contesto.

UNO STUDIO SU OLTRE 390.000 RESIDENTI Lo studio ha coinvolto oltre 392.000 residenti della provincia di Frosinone e della Valle del Sacco, di età pari o superiore ai 35 anni, seguiti nell’arco di dieci anni (2008-2018). L’obiettivo era valutare se l’esposizione prolungata a diversi inquinanti atmosferici – tra cui particolato atmosferico (PM10 e PM2.5), biossido di azoto (NO₂), biossido di zolfo (SO₂) e benzene (C6H6) – fosse associata all’insorgenza del diabete di tipo 2. L’esposizione individuale agli inquinanti è stata stimata tramite modelli di dispersione ad alta risoluzione, ricostruendo i livelli di inquinamento a partire dall’indirizzo di residenza. I nuovi casi di diabete sono stati identificati attraverso algoritmi validati applicati ai flussi sanitari amministrativi. Nel corso del follow-up sono stati registrati oltre 31.000 nuovi casi di diabete di tipo 2. Tra gli inquinanti analizzati, il biossido di zolfo è risultato associato a un lieve incremento del rischio di sviluppare la malattia, con un effetto più evidente nelle donne. Si tratta di un’associazione modesta ma coerente con quanto osservato in letteratura sugli effetti degli inquinanti gassosi, che sono stati associati in diversi studi a processi di infiammazione sistemica, stress ossidativo e alterazioni del metabolismo glucidico. Per PM10, PM2.5 e benzene sono invece emerse associazioni inverse rispetto all’incidenza del diabete, mentre per il biossido di azoto non è stata osservata alcuna associazione significativa.

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IL TERRITORIO CONTA Uno dei risultati più interessanti riguarda la prossimità al fiume Sacco. I residenti entro un chilometro dal corso d’acqua hanno mostrato un rischio più elevato di sviluppare il diabete di tipo 2. Un dato che suggerisce come la vicinanza al fiume possa rappresentare un indicatore di esposizioni ambientali più ampie e difficili da catturare con i singoli inquinanti atmosferici. La Valle del Sacco è infatti segnata anche da una storia di contaminazione che non riguarda soltanto la qualità dell’aria. Tra gli elementi più noti vi è la presenza di β-esaclorocicloesano, riscontrata negli anni nelle aree prossime al fiume e legata alle attività industriali del territorio. Studi e attività di sorveglianza condotti in precedenza hanno evidenziato livelli più elevati di β-esaclorocicloesano nei residenti entro un chilometro dal fiume Sacco e un’associazione tra le concentrazioni ematiche di questo contaminante e i livelli di glicemia. La vicinanza al fiume può quindi riflettere una combinazione di esposizioni ambientali non completamente descrivibili attraverso i singoli indicatori disponibili. Il lavoro richiama una delle principali sfide dell’epidemiologia ambientale: comprendere gli effetti della coesistenza di molteplici esposizioni. In territori come la Valle del Sacco, le persone non sono esposte a un solo inquinante, ma a un insieme di pressioni ambientali che si sovrappongono nel tempo. Per questo motivo, l’interpretazione dei risultati richiede una lettura prudente, che tenga conto del contesto oltre che delle stime di esposizione.

UN CONTRIBUTO ALLA SALUTE PUBBLICA Questo studio si inserisce in un filone di ricerche che negli ultimi anni ha analizzato gli effetti delle esposizioni ambientali nella Valle del Sacco su diversi esiti di salute. In un precedente approfondimento pubblicato su Care, dedicato alle malattie neurodegenerative, era già emerso come questo territorio potesse essere osservato attraverso la relazione tra inquinamento e salute [1]. Il nuovo lavoro amplia questa prospettiva, concentrandosi sul possibile ruolo dell’inquinamento atmosferico anche nello sviluppo del diabete di tipo 2. Pur senza fornire conclusioni definitive, lo studio aggiunge un tassello importante alla ricerca sul rapporto tra ambiente e salute metabolica. Comprendere il ruolo dei determinanti ambientali nel diabete di tipo 2 significa ampliare lo sguardo oltre i fattori di rischio individuali e riconoscere come il contesto in cui le persone vivono possa contribuire, insieme a molti altri elementi, alla comparsa della malattia. È una prospettiva particolarmente rilevante nei contesti segnati da una lunga storia di pressione ambientale, dove la ricerca epidemiologica può fornire indicazioni utili per orientare la prevenzione e le politiche di tutela della salute. n Tiziano Costantini

BIBLIOGRAFIA 1. Costantini T. Valle del Sacco: malattie neurodegenerative e inquinamento. Careonline, 8 maggio 2025. Disponibile online su: https://careonline.it/salute-pubblica/2025/05/ valle-del-sacco-malattie-neurodegenerative-e-inquinamento/


DALLA LETTERATURA INTERNAZIONALE

Fractured reality: quando l’economia dell’attenzione mette a rischio la salute pubblica Scharfbillig M, Lewandowsky S, Altay S, Van Alstyne M, Kozyreva A, Hertwig R et al. Fractured reality – How democracy can win the global struggle over the information space https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/ JRC144603

Viviamo in una società libera e liberale dove cittadini e imprese hanno ampio spazio di manovra. Viviamo in un sistema economico capitalistico dove il sistema economico tende spesso ad avere un potere che influisce sulla quantità e qualità di quella libertà individuale. Viviamo, in Italia e in Europa in particolare, in un contesto politico e normativo sostanzialmente socialdemocratico (chissà ancora per quanto…) che prova a limitare e a riequilibrare le derive di quei poteri economici. Il tema dell’informazione sanitaria circolante su social media e intelligenza artificiale non può prescindere da queste premesse. Cittadini e imprese sono liberi di pubblicare le informazioni che ritengono appropriate e di ricavarne un guadagno. Il sistema economico che governa quelle piattaforme è definito “economia dell’attenzione” ed è gestito

Cesare Buquicchio, Cristiana Pulcinelli, Diana Romersi

La comunicazione nelle emergenze sanitarie Gestione dell’infodemia e contrasto alla disinformazione come strumenti di sanità pubblica Presentazione di Elena Savoia e prefazione di Caterina Rizzo La comunicazione non è un accessorio, ma uno degli strumenti fondamentali di sanità pubblica che richiede competenze tecniche e scientifiche: rappresenta la prima forma di soccorso e serve a proteggere tutta la comunità. Sapere cosa sta accadendo e come ci si deve comportare per difendere sé stessi e gli altri può fare la differenza, come la pandemia da covid-19 ha dimostrato. Passando in rassegna le indicazioni più aggiornate della letteratura e le linee-guida delle istituzioni sanitarie internazionali, questo volume offre elementi utili a chi si dovesse trovare a gestire la comunicazione in tema di salute e fornisce uno stimolo per la sanità pubblica, le istituzioni e i singoli professionisti, a creare e rafforzare i luoghi e gli strumenti per governare l’infodemia e contrastare la disinformazione su salute e ambiente, due dei bersagli prediletti delle distorsioni della comunicazione.

Il Pensiero Scientifico Editore

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pressoché senza freni per massimizzare i guadagni anche diffondendo contenuti scorretti o non attendibili sulla salute. Italia ed Europa hanno poco o nullo potere politico o normativo visto che la proprietà di tutte le piattaforme di cui stiamo parlando è non europea. Non è un caso che il recente rapporto del Joint Research Centre della Commissione Europea, intitolato Fractured reality, metta a nudo le radici sistemiche di questa vulnerabilità. Il documento evidenzia come l’economia dell’attenzione, orientata alla massimizzazione dell’interazione (engagement), finisca per privilegiare strutturalmente contenuti emotivi, polarizzanti e sensazionalistici a scapito dell’accuratezza e della qualità dell’informazione. Si crea così quella che il rapporto definisce una “frammentazione delle realtà percepite”, un processo che alimenta il cosiddetto fantasy-industrial complex: un ecosistema in cui la disinformazione sulla salute non è un incidente fortuito, bensì il risultato diretto di piattaforme ingegnerizzate per monetizzare il tempo trascorso sullo schermo degli utenti. In un simile contesto, affidarsi all’intelligenza artificiale o ad algoritmi opachi per la fruizione di notizie sanitarie espone la collettività a gravi rischi di manipolazione. Eppure, che una collaborazione virtuosa tra istituzioni pubbliche e piattaforme sia realizzabile lo ha dimostrato proprio l’Italia durante la pandemia di covid-19. In quella fase critica si strutturò una cooperazione del tutto inedita: i principali colossi digitali accettarono di collaborare con le autorità nazionali, inserendo in modo sistematico avvisi che indirizzavano gli utenti direttamente ai canali ufficiali del Ministero della salute [1]. Senza applicare censure preventive sui contenuti scorretti o controversi, la strategia si basò sul suggerire con trasparenza l’accesso all’informazione scientifica validata. Questa esperienza italiana è diventata una buona pratica riconosciuta a livello internazionale, dimostrando che l’indirizzamento verso fonti autorevoli sia praticabile ed efficace. Con ogni probabilità, proprio quell’approccio ha fornito l’ispirazione per le successive iniziative della National Academy of Medicine (NAM) statunitense con YouTube e Google. Oggi, tuttavia, lo scenario globale si è deteriorato e dobbiamo tenerne conto. Il cambio di rotta nella politica statunitense – con il passaggio dell’asse di governo dai democratici ai repubblicani – e il conseguente disimpegno delle big tech dalle politiche di moderazione e factchecking hanno ridotto drasticamente quel livello di collaborazione. Le piattaforme hanno ridimensionato i presidi di verifica e le partnership istituzionali, dimostrando quanto sia fragile un equilibrio affidato esclusivamente alla volontarietà e alla convenienza politica dei privati. La replicabilità del modello NAM in Italia o in Europa non può prescindere da queste lezioni. Se da un lato è fondamentale coinvolgere le società scientifiche nazionali per garantire informazioni site-specific e scientificamente fondate, dall’altro non possiamo delegare la tutela della salute pubblica agli umori geopolitici o agli interessi di mercato di attori extra-europei. Come sottolinea Fractured reality, la qualità dell’informazione sanitaria online richiede una vera sovranità digitale europea, la riforma dei modelli di business basati sull’attenzione e regole di governance rigide e indipendenti. Buona fortuna a noi… n Cesare Buquicchio

BIBLIOGRAFIA 1. Buquicchio C, Pulcinelli C, Romersi D. La comunicazione nelle emergenze sanitarie. Gestione dell’infodemia e contrasto alla disinformazione come strumenti di sanità pubblica. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2023.

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DALLA LETTERATURA INTERNAZIONALE

Colesterolo: nuove linee guida USA e statine (quasi) per tutti Anderson TS, Wilson LM, Sussman JB Implications of the 2026 dyslipidemia guideline for primary prevention statin therapy JAMA 2026; 336 (7): 557-564

Oltre la metà degli adulti statunitensi tra i 30 e i 79 anni risulta oggi candidabile a una terapia con farmaci per le iperlipidemie. Lo stabilisce un nuovo studio pubblicato il 20 luglio 2026 sul JAMA. La ricerca misura l’impatto delle linee guida congiunte pubblicate il 13 marzo 2026 dall’American Heart Association e dall’American College of Cardiology, insieme ad altre nove società scientifiche [1].

COSA È CAMBIATO NELLE LINEE GUIDA Le nuove linee guida introducono un nuovo algoritmo di calcolo del rischio cardiovascolare, chiamato PREVENT. Questo strumento stima il rischio di infarto e ictus non solo nei successivi 10 anni, ma anche nei successivi 30 anni [1]. I vecchi strumenti di calcolo del rischio guardavano solo al breve periodo e, secondo gli autori delle linee guida, sovrastimavano il rischio decennale fino al 50% [1]. Le linee guida ampliano anche la fascia di età interessata: prima si andava dai 40 ai 75 anni, ora si va dai 30 ai 79 anni. Il documento mantiene comunque le statine come terapia di base. Introduce anche nuovi test di supporto, da usare quando il quadro clinico e la valutazione del rischio restano incerti. I ricercatori dell’Università di Pittsburgh hanno analizzato i dati di 4.366 persone che hanno partecipato al National Health and Nutrition Examination Survey, un’indagine sanitaria nazionale condotta tra il 2017 e il 2023. Il campione rappresenta 154,5 milioni di adulti statunitensi senza malattie cardiovascolari note. I risultati principali: l 87,5 milioni di adulti, pari al 56,6% della popolazione target, risultano ora eleggibili per le statine. l Di questi, 21,5 milioni sono persone che con le vecchie linee guida non sarebbero state candidate alla terapia farmacologica. l L’età resta il fattore più determinante. Solo l’11,1% dei trentenni rientra nei nuovi criteri. La quota sale all’85% tra i sessantenni e supera il 93% tra i settantenni. Le persone diventate eleggibili solo ora presentano, in media, un rischio a 10 anni più basso rispetto a chi era già candidato alle statine prima delle nuove linee guida: 3,1% contro 6,1%. Il loro rischio a 30 anni, invece, supera il 10%, secondo il nuovo calcolatore PREVENT.

prattutto verso il cambiamento delle abitudini di vita, dieta ed esercizio fisico, non verso un farmaco, a meno che non fossero presenti altre condizioni di rischio elevato come il diabete [2]. Anderson sottolinea però un limite importante: non esistono ancora studi controllati randomizzati che dimostrino i benefici della terapia precoce su un orizzonte di 30 anni, perché trial di questo tipo richiedono decenni di osservazione. Per questo, nella cosiddetta ‘zona grigia’ di rischio moderato, la decisione dovrebbe essere ancor più condivisa tra medico e paziente, tenendo conto di benefici attesi, possibili effetti indesiderati, costi e preferenze personali. La prescrizione del farmaco, comunque, non dovrebbe sostituire stili di vita salutari. Dieta corretta, attività fisica e astensione dal fumo restano raccomandati a tutti, indipendentemente dai livelli di colesterolo. Le critiche: un beneficio marginale a fronte di costi enormi. Non tutti gli osservatori accolgono con favore l’espansione della platea trattabile. Adam Cifu, medico internista dell’Università di Chicago, ha pubblicato un’analisi molto critica delle nuove linee guida sul blog Sensible Medicine [3]. Cifu contesta anzitutto il modo in cui le linee guida definiscono la soglia di trattamento. Gli autori bilanciano il beneficio cardiovascolare atteso con un solo effetto collaterale misurabile: il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 indotto dal farmaco. Secondo Cifu, si tratta di due esiti non paragonabili tra loro, e questo bilanciamento lascia fuori molti altri fattori: il costo del farmaco, il tempo necessario per effettuare le visite di controllo, il carico dei monitoraggi periodici. C’è poi un costo che è difficile – forse impossibile – quantificare ma che è altrettanto reale: trasformare in pazienti un’ampia fetta della popolazione. Cifu fa un esempio che va dritto al punto per chiarire la portata reale del beneficio nei pazienti a basso rischio. Trattare con una statina una persona con un rischio a 10 anni del 3% può ridurre quel rischio al 2%. In pratica, significa aiutare qualcuno che ha già il 97% di probabilità di stare bene a raggiungere il 98%. Per l’autore, la domanda di fondo resta aperta: vale la pena investire tempo, energie e risorse economiche su un guadagno di questa entità, moltiplicato per milioni di persone? L’autore solleva anche un punto più generale sul metodo con cui si scrivono le linee guida. Le statine sono farmaci molto sicuri: per questo, quasi ogni raccomandazione basata sul confronto rischio-beneficio finisce per risultare ‘forte’. Ma una raccomandazione forte, osserva Cifu, non equivale automaticamente a una raccomandazione sostenuta da prove solide: il documento contiene diverse indicazioni definite ‘forti’ pur poggiando su evidenze di qualità limitata. Le stesse linee guida, del resto, ricordano ai medici di affiancare la raccomandazione a un percorso di decisione condivisa con il paziente, riconoscendo implicitamente che la scelta non è a senso unico. n Mara Losi

BIBLIOGRAFIA IL SIGNIFICATO PER I PAZIENTI Timothy Anderson, medico e ricercatore dell’Università di Pittsburgh, ha partecipato alla stesura delle linee guida. A suo giudizio, il passaggio a una prospettiva di rischio più lunga rappresenta un cambiamento importante nel modo in cui i medici dovranno entrare in relazione con i pazienti [2]. Prima delle nuove linee guida, le persone con valori di colesterolo elevati in giovane età venivano indirizzate so-

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1. ACC/American Heart Association issue updated guideline for managing lipids, cholesterol. Comunicato stampa, 13 marzo 2026. Disponibile online su: https:// newsroom.heart.org/news/accaha-issue-updated-guideline-for-managing-lipidscholesterol 2. University of Pittsburgh School of Medicine / UPMC. More than half of US adults now eligible for statins under new guidelines, Pitt study finds. Comunicato stampa, 20 luglio 2026. Disponibile online su: https://www.upmc.com/media/news/072026-pitt-studynew-statins-guidelines 3. Cifu A. Guidelines, evidence-based medicine, and the practice of medicine. Sensible Medicine, 10 aprile 2026. Disponibile online su: https://www.sensible-med.com/p/ guidelines-evidence-based-medicine


DALLA LETTERATURA INTERNAZIONALE

Scommetto che questo farmaco sarà approvato: la salute è un mercato Roy S Kalshi to allow bets on clinical trials, FDA decisions Reuters, 16 luglio 2026 https://www.reuters.com/legal/litigation/kalshi-allowbets-clinical-trials-fda-decisions-2026-07-16/

Kalshi, piattaforma statunitense di scommesse, ha annunciato il 16 luglio scorso che permetterà di scommettere sugli esiti delle sperimentazioni cliniche e sulle decisioni regolatorie della Fda (Food and drug administration, l’agenzia statunitense che autorizza l’immissione in commercio di farmaci e dispositivi medici). È la prima volta che le probabilità di successo nello sviluppo di un farmaco vengono rese pubbliche attraverso un mercato di scommesse. I nuovi contratti nascono da una collaborazione con AppliedXL, società specializzata nel monitoraggio e nella previsione degli esiti delle sperimentazioni cliniche. Gli utenti potranno puntare denaro sull’esito di un trial o su un’eventuale approvazione regolatoria, in modo simile a quanto già avviene su Kalshi per eventi politici o economici. Kalshi ha indicato due misure di salvaguardia. La prima riguarda la verifica del rapporto di lavoro dei partecipanti, già utilizzata su altri mercati della piattaforma, per prevenire l’insider trading, cioè l’uso di informazioni riservate per ottenere un vantaggio economico. La seconda prevede che i contratti vengano attivati solo dopo la chiusura dell’arruolamento nel trial, così da non interferire con il reclutamento dei pazienti o con le indicazioni dei medici.

LE VOCI CRITICHE Bioeticisti, medici e ricercatori hanno espresso forte preoccupazione. Secondo quanto riportato da Stat News, gli incentivi economici potrebbero spingere chi può orientare l’andamento di uno studio ad alterarne o ritardarne i risultati, spostando l’attenzione dalla ricerca di evidenze utili per la pratica clinica all’esito delle scommesse stesse [1]. Un secondo rischio riguarda i pazienti: la scelta di restare in uno studio o di abbandonarlo potrebbe essere guidata dalle quote delle scommesse invece che dal parere dei medici curanti. Infine, chi dispone di informazioni privilegiate – dipendenti aziendali, ricercatori coinvolti nei trial, medici o infermieri – potrebbe piazzare scommesse potenzialmente promettenti prima della pubblicazione dei risultati. Anche se le autorità individuassero in seguito un caso di manipolazione del mercato, il trial potrebbe già essere stato compromesso. Intanto, Kalshi ha pubblicato un documento di 44 pagine sullo stato e sul futuro dei mercati predittivi legati allo sviluppo dei farmaci, che raccoglie il parere di diversi opinion leader del settore sanitario [2]. Tra questi, Anne Wojcicki, fondatrice di 23andMe, ha sottolineato come il processo delle sperimentazioni cliniche resti oggi opaco e poco comprensibile per la maggior parte delle persone. Critiche che tendono a sostenere che questa opacità danneggia i pazienti che raramente conoscono le opzioni disponibili nei trial clinici o quali studi siano più promettenti; un dataset aperto e trasparente sulle probabilità di successo sarebbe, in tal senso, un’opportunità potenzialmente utile per rendere le persone più consapevoli.

UN CONFINE CHE NON DOVREBBE ESSERE SUPERATO L’argomento della trasparenza ha un fondo di verità: l’informazione sui trial clinici è davvero difficile da reperire per chi non è del settore. Ma trasformare quell’informazione in un mercato – e per di più legato alle scommesse – rischia di produrre un danno più grande del problema che intende risolvere. Davvero ci sentiamo di mettere sullo stesso piano una sperimentazione clinica e un evento sportivo? Dietro ogni endpoint di ricerca ci sono pazienti reali, spesso in condizioni gravi di salute, che hanno accettato di partecipare a uno studio per accedere a una possibile cura o per contribuire al progresso della medicina. Introdurre un incentivo economico esterno accanto a questo percorso significa aggiungere un interesse che non ha nulla a che fare con la salute delle persone coinvolte. Le garanzie proposte da Kalshi – verifica dell’impiego e attivazione dei contratti solo a fine arruolamento – non eliminano i rischi principali. Non impediscono a chi lavora nel settore farmaceutico, nei comitati etici o negli ospedali di avere accesso a informazioni utili prima che diventino pubbliche. E non proteggono i pazienti già arruolati, che potrebbero comunque venire a conoscenza delle quote di scommessa e lasciarsi influenzare nelle proprie decisioni cliniche. C’è poi un problema di fiducia collettiva nella ricerca. Il valore di una sperimentazione clinica dipende dalla sua integrità metodologica: se anche solo il sospetto di un interesse commerciale di questo genere si insinua nel processo, il danno reputazionale colpisce l’intero sistema della ricerca, non solo lo studio in questione. Servirebbero altre strade per rendere più trasparenti i dati sui trial clinici: registri pubblici più accessibili, comunicazione istituzionale più chiara, strumenti digitali pensati per informare i pazienti senza trasformarli in oggetto di scommessa. La posta in gioco, in altre parole, è la salute o il denaro? A cura della Redazione

BIBLIOGRAFIA 1. Chen E. Kalshi’s new offering: prediction markets on clinical trials and FDA approvals. STAT News, 16 luglio 2026. Disponibile online su: https://www.statnews. com/2026/07/16/kalshi-new-offering-prediction-market-clinical-trials-fda-approvals/ 2. Gupta G. Kalshi to offer betting on drug trial results and FDA regulatory decisions. The Guardian, 16 luglio 2026. Disponibile online su: https://www.theguardian.com/ technology/2026/jul/16/kalshi-betting-drug-trial-results

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L’accordo commerciale UK-USA sui farmaci: quante vite costerà? Cross S, Claxton K, Hill A Health costs of the UK-US trade deal on pharmaceuticals BMJ 2026;394:e340588

Un’inchiesta pubblicata sul BMJ l’1 luglio 2026 mette in discussione i benefici reali dell’accordo commerciale tra Regno Unito e Stati Uniti sui prodotti farmaceutici [1]. Gli autori stimano che l’intesa costerà al servizio sanitario britannico decine di miliardi di sterline. Il prezzo, secondo loro, sarà pagato in vite umane.

COSA PREVEDE L’ACCORDO Il governo britannico ha annunciato l’accordo l’1 dicembre 2025. L’intesa azzera i dazi doganali sulle esportazioni farmaceutiche verso gli Stati Uniti per tre anni. In cambio, il Regno Unito si impegna a pagare di più per i farmaci di marca. Il Servizio sanitario nazionale britannico (Nhs – National health service) userà nuove regole per stabilire i prezzi dei medicinali e cambierà anche il modo di valutare i farmaci. Occorre ricordare che il Nice (l’Istituto nazionale per l’eccellenza clinica e assistenziale) giudica il valore di un farmaco misurando gli anni di vita guadagnati con la terapia, corretti per la qualità della vita. In altre parole, entrano in gioco i Qaly (Quality-adjusted life years). Fino a oggi, il Nhs accettava di pagare tra 20.000 e 30.000 sterline per ogni Qaly guadagnato. Da aprile 2026, la soglia è salita a 25.000-35.000 sterline ed è cambiato anche il metodo di calcolo dei benefici. Un secondo meccanismo di controllo della spesa prevede che le aziende farmaceutiche restituiscano al Nhs parte dei ricavi se la spesa supera una certa soglia. Nel 2025 la restituzione era del 23%. Con il nuovo accordo scende al 14,5%. Il punto chiave è che il governo si è impegnato anche ad aumentare la spesa per i nuovi farmaci che passerà dallo 0,3% allo 0,6% del prodotto interno lordo (Pil) entro il 2036 [1].

La stima è drammatica. Entro il 2036, l’accordo potrebbe causare circa 229.000 decessi in eccesso, considerando solo l’effetto diretto sulla spesa sanitaria. Questo numero supera i decessi legati al covid-19 nel Regno Unito tra marzo 2020 e giugno 2022, pari a 137.000. Se si include anche l’effetto sull’assistenza sociale, la cifra sale a 291.000 decessi. Le aree più colpite riguardano le malattie cardiovascolari, respiratorie, gastrointestinali e i tumori. Gli effetti negativi colpiscono soprattutto le zone più povere, dove la mortalità di base è già più alta. Questo aggraverà le disuguaglianze sanitarie, che nel Regno Unito già costano al Nhs quasi 5 miliardi di sterline all’anno in ricoveri ospedalieri [3]. Gli autori propongono un confronto. Se le stesse risorse, circa 44 miliardi di sterline, fossero investite direttamente nei servizi sanitari esistenti, si potrebbero prevenire oltre 287.000 decessi entro il 2036.

BENEFICI INCERTI Gli autori mettono in dubbio anche i vantaggi promessi dall’accordo. Nice già approva più del 90% dei farmaci che valuta. Modificare i criteri di valutazione porterebbe solo a due-cinque approvazioni aggiuntive all’anno e l’accordo, quindi, servirebbe soprattutto a far pagare di più i farmaci già in uso, non ad ampliare l’accesso. Anche l’argomento di supporto all’innovazione appare debole. Il mercato farmaceutico è globale. Il Regno Unito rappresenta una quota piccola di questo mercato. Non ci sono prove robuste che i prezzi pagati dal Regno Unito possano influenzare le decisioni globali di investimento in ricerca. Al contrario, alcuni studi suggeriscono che il Regno Unito paghi già più del valore reale a lungo termine dei nuovi farmaci. Il Ministero della salute britannico ha condotto una valutazione d’impatto dell’accordo che, però, non è mai stata resa pubblica, nonostante le richieste. La Camera dei Lord ha espresso preoccupazione sull’accordo. Due organizzazioni, Global Justice Now e Just Treatment, hanno avviato un’azione legale per conto dei pazienti del Nhs. Entrambe contestano l’uso di una procedura legislativa semplificata, che riduce il controllo parlamentare, per decisioni con effetti così ampi sulla spesa e sulla salute pubblica.

IN CONCLUSIONE… IL CONTO ECONOMICO E QUELLO IN VITE UMANE Gli autori calcolano che questi cambiamenti costeranno al Nhs inglese almeno 1,3 miliardi di sterline in più nel 2028. Nel 2036 il costo aggiuntivo salirà a 8,8 miliardi di sterline all’anno [2]. Il costo cumulativo raggiungerà 44,7 miliardi di sterline entro il 2036. I ministri hanno parlato finora solo dei costi a breve termine, indicati in circa un miliardo di sterline, ma la cifra è stata già corretta a 3,3 miliardi entro il 2028-29. Ogni miliardo di sterline sottratto al Nhs fa aumentare i costi dell’assistenza sociale agli anziani di 118 milioni di sterline, perché il peggioramento della salute pubblica aumenta inevitabilmente il bisogno di assistenza. Gli autori dell’articolo del BMJ fanno ricorso ai dati raccolti in diciotto anni di ricerca sul rapporto tra spesa sanitaria e mortalità, dati utilizzati anche dal Ministero della salute britannico nelle proprie valutazioni d’impatto. I calcoli parlano chiaro: ogni sterlina spesa per pagare farmaci più cari è una sterlina non spesa altrove nel sistema sanitario. Torniamo, dunque, al concetto di costo-opportunità: ogni soldo investito in una direzione è sottratto a un uso diverso.

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Gli autori chiedono un cambio di rotta: la pubblicazione integrale della valutazione d’impatto e un dibattito pubblico e parlamentare informato prima che le decisioni diventino irreversibili. Sostengono che le politiche sanitarie dovrebbero rispondere ai bisogni dei pazienti, non alle pressioni del mercato farmaceutico globale. n Mara Losi

BIBLIOGRAFIA 1. UK Government. Arrangement between the United States of America and the United Kingdom on pharmaceutical pricing. Policy Paper, aprile 2026. Disponibile online su: https://www.gov.uk/government/publications/uk-us-arrangement-on-pharmaceuticaltrade-and-pricing/arrangement-between-the-united-states-of-america-and-theunited-kingdom-on-pharmaceutical-pricing-html 2. Claxton K. Impact assessment of the recent UK-US pharmaceuticals trade deal. Disponibile online su: https://www.york.ac.uk/che/people/karl-claxton/#researchcontent 3. Public Health England. Place-based approaches for reducing health inequalities: main report. Public Health England, 2021. Disponibile online su: https://www.gov.uk/ government/publications/health-inequalities-place-based-approaches-to-reduceinequalities/place-based-approaches-for-reducing-health-inequalities-main-report


DALLA LETTERATURA INTERNAZIONALE

Curare l’ipertensione dove le disuguaglianze sono più forti Mills KT, Krousel-Wood M, Peacock EM, Chen J, Allouch F, Carreras AK et al. Multifaceted strategies for hypertension control in low-income patients N Engl J Med 2026; 394 (14): 1376-1387

L’ipertensione arteriosa non controllata è uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare modificabili, ma colpisce in modo sproporzionato le popolazioni con maggiori svantaggi socioeconomici. Un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine il 9 aprile 2026 offre una risposta concreta a una domanda finora poco indagata: quali strategie di implementazione funzionano davvero nei contesti assistenziali con risorse limitate, dove si concentrano i pazienti più fragili?

LO STUDIO IMPACTS-BP Il trial randomizzato ha coinvolto 36 centri sanitari federalmente qualificati (Federally qualified health centers) in Louisiana e Mississippi – strutture che negli Stati Uniti garantiscono l’accesso alle cure primarie indipendentemente dalla capacità di pagare. Sono stati arruolati 1.272 pazienti ultraquarantenni con ipertensione non controllata: età media 58,8 anni, il 56,7% donne, il 63,4% di etnia afroamericana, il 75,9% disoccupato e il 73,4% con reddito familiare inferiore a 25.000 dollari l’anno – una popolazione rappresentativa di chi soffre maggiormente il divario nell’accesso alle cure. Le cliniche assegnate al gruppo di intervento hanno adottato una strategia multicomponente: assistenza in team con condivisione dei compiti tra medici, infermieri e assistenti sanitari; un protocollo di trattamento intensivo (target pressorio sistolico inferiore a 120 mmHg, mutuato dallo studio SPRINT) [1]; audit periodici e feedback sui dati pressori; percorsi di health coaching su stile di vita e aderenza terapeutica; automisurazione della pressione a domicilio. Le cliniche di controllo hanno invece ricevuto solo un aggiornamento formativo per i medici sulle linee guida ACC/AHA 2017 e sui risultati di SPRINT, continuando con la gestione clinica abituale.

I RISULTATI: UNA DIFFERENZA CLINICAMENTE RILEVANTE

DALLA CURA DEL SINGOLO ALL’ORGANIZZAZIONE DEI SERVIZI Gli autori sottolineano che la riduzione pressoria osservata è paragonabile a quella di altri interventi multicomponente basati sul lavoro in team, superiore a quella di singole misure isolate come il solo home monitoring (-2,7 mmHg) o il solo coaching (-3,9 mmHg), secondo una metanalisi di 121 studi citata nella discussione [2]. Il costo medio di implementazione è stato di 762 dollari per paziente in 18 mesi – un dato utile per valutazioni di costo-efficacia in contesti di risorse limitate. Gli autori segnalano anche un limite pratico: nonostante la significativa riduzione media dei valori pressori, solo il 21,8% dei pazienti del gruppo di intervento ha raggiunto la soglia stringente di 120 mmHg, complice il disallineamento tra le linee guida cliniche (target <130 mmHg) e gli standard di valutazione dei Federally qualified health centers (soglia <140/90 mmHg). Un’indicazione, questa, di come le politiche di finanziamento e i sistemi di rendicontazione debbano essere coerenti con gli obiettivi clinici per sostenere davvero i programmi di controllo pressorio intensivo.

UNA LEZIONE TRASFERIBILE ANCHE AL CONTESTO ITALIANO Pur nato in un sistema sanitario diverso dal nostro, lo studio offre spunti utili al dibattito italiano sulla riorganizzazione delle cure primarie, in particolare sul ruolo delle future case di comunità: la condivisione dei compiti tra professionisti, l’uso sistematico dell’automisurazione domiciliare e l’integrazione tra assistenza clinica ed educazione del paziente sono leve organizzative – non solo farmacologiche – che il modello IMPACTS-BP dimostra si possono trasferire anche in altri setting con risorse contenute e popolazioni ad alta complessità socioeconomica. n Mara Losi

BIBLIOGRAFIA 1. SPRINT Research Group; Lewis CE, Fine LJ, Beddhu S, Cheung AK et al. Final report of a trial of intensive versus standard blood-pressure control. N Engl J Med 2021; 384 (20): 1921-1930. Disponibile online su: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/ NEJMoa2504068 2. Mills KT, Obst KM, Shen W, Molina S, Zhang HJ, He H et al. Comparative effectiveness of implementation strategies for blood pressure control in hypertensive patients: a systematic review and meta-analysis. Ann Intern Med 2018; 168 (2): 110-120. Disponibile online su: https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M17-1805

A 18 mesi, la pressione sistolica si è ridotta di 15,5 mmHg nel gruppo di intervento contro 9,1 mmHg nel gruppo di controllo, con una differenza tra i due bracci di 6,4 mmHg (intervallo di confidenza al 95%: da -9,0 a -3,8; p <0,001). Anche la pressione diastolica ha mostrato un vantaggio significativo (-3,4 mmHg). La quota di pazienti che ha raggiunto una sistolica sotto i 130 mmHg è salita al 47,7% nel gruppo di intervento contro il 36,4% dei controlli. Sul piano dell’aderenza al percorso di cura, misurata con un punteggio composito da 0 a 4, il gruppo di intervento ha ottenuto un punteggio medio di 2,8 contro 2,1 dei controlli, con maggiore ricorso all’intensificazione terapeutica, al monitoraggio domiciliare e all’educazione sanitaria. Il profilo di sicurezza è risultato sovrapponibile tra i due gruppi, con eventi avversi gravi nel 20,9% e nel 21,7% dei casi rispettivamente.

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Il valore clinico e formativo delle medical humanities Un fascicolo monografico di History of the Human Sciences ricostruisce la storia delle scienze umane applicate alla medicina. Fabrizio Consorti, docente di Metodologia clinica e chirurgia alla Sapienza Università di Roma, spiega perché debbano entrare stabilmente nella formazione del medico. E a Las Vegas una biblioteca universitaria mostra come farlo, un libro alla volta. Tre storie diverse, tenute insieme dal filo della cura: le medical humanities, lungi dall’essere un lusso culturale, sono uno strumento clinico che insegna ai professionisti sanitari a ricordare che davanti a loro c’è una persona, con la sua storia e il suo contesto. Su questo stesso tema interviene Sandro Spinsanti, bioeticista e fondatore dell’Istituto Giano per le medical humanities e il management in sanità. Il punto, secondo Spinsanti, non è semplicemente ‘umanizzare’ la medicina, ma inserire la cura in una cornice culturale che integri sapere scientifico e sapere umanistico. È proprio questo il compito delle medical humanities: fornire alla cura quel salto di qualità che la rende eccellente, facendo sì che il medico si rivolga all’essere umano nella sua interezza.

Medical humanities: l’umanesimo che serve a chi cura

Due tradizioni, un punto d’incontro: la cura

e filosofo, autore di Il normale e il patologico, pubblicato per la prima volta nel 1943 come tesi di dottorato in medicina e ampliato nel 1966. Le due scuole si concentrano su concetti diversi. La tradizione francese ragiona su norme, vitalità e il ‘negativo’, cioè su ciò che limita e minaccia la vita. La tradizione angloamericana indaga i valori nascosti dietro l’idea di salute, il peso della cultura sulla malattia, il modello biopsicosociale proposto da George Engel nel 1977 e il racconto come strumento di comprensione. Il terreno comune è il concetto di cura. Su questo terreno le due tradizioni oggi convergono. I curatori distinguono tre fasi della storia americana: La fase dei valori (1968-1981). Un istituto dedil cato ai valori umani in medicina (l’Institute on Human Values and Medicine) considera la filosofia la disciplina centrale. Da qui nascono la bioetica e gli studi su letteratura e medicina. La fase della cultura e del racconto (1980-1995). l L’antropologia medica e il modello biopsicosociale spostano l’attenzione sul rapporto tra salute e cultura. Il metodo privilegiato è la narrazione. La fase dell’identità e della giustizia. Il campo si l avvicina ai movimenti sociali. Chiede rappresentanza per le minoranze e giustizia sociale ed epistemica. Nel Regno Unito questa corrente prende il nome di critical medical humanities.

L’editoriale dei curatori traccia una mappa di due tradizioni diverse [2]. Le medical humanities nascono negli Stati Uniti all’inizio degli anni Sessanta. Per circa quarant’anni restano un prodotto quasi esclusivo delle università americane. In Francia il campo decolla solo negli anni Novanta. Il riferimento principale è Georges Canguilhem, medico

Le differenze restano profonde. Negli Stati Uniti la teologia ha avuto un ruolo importante nelle origini di questo specifico campo di studi. La nascita della bioetica come disciplina autonoma ha poi messo in secondo piano l’attenzione per la filosofia della medicina. In Francia, invece, la filosofia della medicina

“Le medical humanities hanno da tempo una storia che, come tutte le storie, va curata, riletta, aggiornata e, alle volte, riscritta.”

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Le medical humanities hanno da tempo una storia che, come tutte le storie, va curata, riletta, aggiornata e, alle volte, riscritta. La rivista History of the Human Sciences ha dedicato un fascicolo speciale a “History and epistemology of the medical humanities”, cioè alla storia e ai fondamenti teorici delle discipline umanistiche applicate alla medicina. Anche il King’s College di Londra lo presenta come una tappa importante per il settore [1]. Il volume è curato da due docenti del College. Patrick ffrench insegna letteratura francese. Neil Vickers è docente di letteratura inglese e health humanities, le scienze umane per la salute. Al loro fianco c’è Céline Lefève, filosofa dell’Université Paris Cité [1, 2]. Il lavoro nasce dalla collaborazione tra il Centre for the Humanities and Health del King’s College e un gruppo di studiosi parigini. Il fascicolo ha un primato. È il primo confronto sistematico tra l’evoluzione del campo nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Francia. L’interesse è già evidente. Come segnala Vickers, molti articoli sono stati scaricati migliaia di volte in pochi mesi.

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“Ogni relazione di cura ha due orientamenti morali. Uno è vitale e protegge la vita. L’altro è sociale e tende alla giustizia, perché le disuguaglianze incidono sulla vita biologica.”

resta al centro. Sempre più spesso diventa una ‘filosofia sul campo’, a contatto diretto con persone e comunità. Anche la riflessione psicoanalitica ha pesato di più in Francia che nel mondo anglosassone. Gli articoli del fascicolo ruotano quasi tutti attorno alla cura. È interessante vedere quali temi affrontano, almeno alcuni di questi paper. l La cura come ‘fatto primario’. In un’intervista, il filosofo Frédéric Worms definisce la cura un fondamento che non ha bisogno di altri fondamenti. La medicina è una forma di cura tra le altre. Ogni relazione di cura ha due orientamenti morali. Uno è vitale e protegge la vita. L’altro è sociale e tende alla giustizia, perché le disuguaglianze incidono sulla vita biologica. Una parola intraducibile. Patrick ffrench mostra l che ‘care’ e ‘soin’ sono termini che non coincidono. Analizza come i traduttori inglesi e francesi abbiano reso il concetto di ‘Sorge’ in Heidegger. Ne emerge un rischio. Le forme concrete di cura, anche istituzionali, possono apparire sempre inadeguate rispetto a un ideale astratto. Due modi di prestare attenzione. Bernard Pal choud distingue un’attenzione ‘convergente’, che cerca subito l’informazione rilevante, da un’attenzione ‘divergente’, aperta a tutto ciò che si percepisce. La medicina tecnologica premia la prima. Pachoud sostiene che la seconda conti di più, soprattutto ora che crescono le malattie croniche. Oltre l’empatia. Karl-Léo Schwering parte dagli l studi sul neonato di Daniel Stern. Propone il concetto di ‘sintonizzazione affettiva’: segnali emo-

tivi impliciti con cui ci si riconosce a vicenda. Anche i fraintendimenti sono utili, perché permettono di esprimere bisogni e aspettative. Secondo Schwering la sintonizzazione è più facile da ottenere dell’empatia idealizzata, e altrettanto umanizzante. Ricerca fatta insieme. Isabelle Aujoulat ed Elise l Ricadat descrivono ricerche qualitative condotte in ospedale con clinici, dirigenti, pazienti e familiari. Due studi riguardano l’impatto di un tumore in adolescenza sull’identità di genere e il senso di impotenza che accompagna alcune malattie croniche. Questo tipo di ricerca può cambiare i comportamenti dei clinici e le regole delle istituzioni. Riconoscersi nella visita. Mohammed Rashed l chiede che la medicina prenda sul serio il modo in cui ogni persona coinvolta nella visita comprende sé stessa. Lo mostra con il caso di un uomo convinto di comunicare con Dio. Paziente e psichiatra partono da spiegazioni opposte. Possono però costruire un terreno comune che superi entrambe le posizioni. Invecchiamento e disuguaglianze. Martina Ziml mermann invita le medical humanities a imparare dalla gerontologia. Il racconto deve restare legato alla pratica. La biologia non va ignorata: aiuta a mostrare come le disuguaglianze sociali si accumulano lungo tutta la vita. l La stagione del racconto. Neil Vickers ricostruisce il periodo 1980-1995, quando il pensiero narrativo diventa il cuore del campo. Autori come Arthur Kleinman, Byron Good e Arthur Frank usano

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il racconto per far emergere il vissuto di malattia. Secondo Vickers, quella stagione ha prodotto la critica più potente alla razionalità biomedica e ha dato al campo un’identità disciplinare. Anche i curatori riconoscono che la raccolta è parziale. Sperano però che favorisca il dialogo tra la tradizione francese e quella anglofona.

“Consorti definisce le medical humanities come un insieme di attività didattiche interdisciplinari, che usano metodi e contenuti delle discipline umanistiche e artistiche. L’obiettivo è stimolare la riflessione critica e la comprensione dell’umanità dei pazienti e degli stessi studenti.”

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A cosa servono a chi cura: la proposta di Fabrizio Consorti

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La storia e la teoria servono se arrivano in aula. È il punto di partenza di Fabrizio Consorti, chirurgo e già presidente della Società italiana di pedagogia medica. Sulla rivista Forward ha firmato un articolo sulla formazione medica nel tempo della complessità [3]. Consorti parte da una formula nota: “sapere, saper fare, saper essere”. La formula risale a un rapporto dell’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, pubblicato nel 1972. Secondo Consorti, questa schematizzazione nasconde la complessità. In realtà la persona è sempre coinvolta come un tutto. Un primo anno di medicina fatto solo di fisica, chimica, biologia e istologia trasmette un messaggio implicito: l’essere umano sarebbe una macchina governata da leggi certe. Per questo Consorti chiede due cose. Gli studenti devono incontrare fin dal primo anno visioni più complesse dell’umano, come la psicologia e l’antropologia. Devono anche entrare presto nei luoghi di cura, prima ancora di conoscere le malattie. Così sperimentano che cosa significhi “stare male” e “prendersi cura”, e scoprono il limite come parte costitutiva dell’umano. Il problema non riguarda solo il saper essere. L’Italia è tra i Paesi più anziani del mondo e molti pazienti convivono con più malattie croniche. La formazione tradizionale ragiona invece per singolo organo e singola malattia. Il decreto ministeriale 77 del 2022, che riorganizza l’assistenza sul territorio con case e ospedali di comunità e telemedicina, rende la questione più urgente. Servono competenze per lavorare in équipe multiprofessionali e per usare strumenti digitali, a partire dall’intelligenza artificiale. Consorti definisce le medical humanities come un insieme di attività didattiche interdisciplinari, che usano metodi e contenuti delle discipline umanistiche e artistiche. L’obiettivo è stimolare la riflessione critica e la comprensione dell’umanità dei pazienti e degli stessi studenti. Non si tratta solo di corsi. Rientrano anche le riflessioni scritte sulle prime esperienze di tirocinio e ogni attività che espone gli studenti alla bellezza: arte, letteratura, poesia, musica, teatro, cinema.

Il cuore dell’articolo è una domanda: a cosa servono le medical humanities per chi cura? Consorti risponde con i cinque meccanismi individuati da Arno Kumagai, uno dei maggiori esperti internazionali del tema. Le medical humanities servono: l a mettere in dubbio credenze e presupposti dati per scontati; l a introdurre una pausa nella percezione, nel pensiero e nell’azione; l a incoraggiare il confronto con la complessità e l’ambiguità; l a guardare oltre la superficie per cogliere le influenze e le cause storiche e sociali; l a promuovere la consapevolezza delle molteplici e uniche voci e prospettive dei pazienti. Kumagai usa un’immagine ironica. Le medical humanities non possono essere la glassa decorativa della torta. Devono diventarne un ingrediente, come le discipline cliniche e precliniche. L’approccio più efficace, ricorda Consorti, è un’integrazione longitudinale lungo tutto il percorso formativo. Le attività pratiche vanno ripetute e accompagnate da riflessione guidata, tutoraggio e discussione strutturata dopo l’esperienza [4]. I risultati si possono valutare. Non si misura solo l’empatia. Si misurano anche virtù professionali come integrità, compassione, altruismo, rispetto e spirito di servizio. A queste si aggiungono pensiero critico e capacità di guidare un gruppo.

L’Italia a metà strada Consorti riporta i dati di un’indagine del 2019. Circa metà dei corsi di laurea italiani in medicina proponeva attività riconducibili alle medical humanities. Si concentravano soprattutto al primo anno. Dati più recenti non esistono. L’interesse però resta vivo. Nel 2019 è nata la Società italiana di scienze umane in medicina. Quest’anno l’Università dell’Aquila ha ospitato un convegno internazionale intitolato Health humanities in translation. Il titolo segnala uno spostamento: dalla pratica medica alla salute intesa in senso globale. La strada resta lunga. Consorti indica alcune priorità. La prima è formare i docenti. La seconda è coordinare meglio corsi di laurea e scuole di specializzazione. I curricula del corso di laurea sono ipertrofici e possono fare spazio alle medical humanities. Le scuole di specializzazione devono attenuare il loro rigore monodisciplinare. Le medical humanities devono diventare una componente ordinaria della formazione prima e dopo la laurea. Il messaggio riguarda quindi anche l’aggiornamento dei medici già in attività. Per Consorti serve il passo del marciatore, non quello del velocista.


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Las Vegas: una biblioteca che insegna a rallentare

“Osservare un dipinto affina l’osservazione e l’interpretazione, capacità che servono anche in clinica.”

Bibliografia 1. King’s College London. Special journal issue on medical humanities published. 8 settembre 2026. Disponibile online su: https://www.kcl.ac.uk/news/specialjournal-issue-on-medical-humanitiespublished 2. Vickers N, ffrench P, Lefève C. Entangled traditions: philosophical and cultural foundations of the health humanities in France and the USA. History of the Human Sciences 2026; 39 (3-4): 3-12. 3. Consorti F. La formazione medica nel tempo della complessità. La sfida di un nuovo umanesimo. Forward 2026; n. 43, ‘Investimento’. Disponibile online su: https://forward.recentiprogressi. it/it/rivista/numero-43-investimento/ articoli/la-formazione-medica-neltempo-della-complessita/ 4. Kumagai AK. Beyond “Dr. Feel-Good”: a role for the humanities in medical education. Academic Medicine 2017; 92: 1659-60. 5. Criss D. Beyond the book: how stories help shape future physicians. UNLV News Center, 22 settembre 2026. Disponibile online su: https://www. unlv.edu/news/article/beyond-bookhow-stories-help-shape-futurephysicians

Un esempio concreto arriva dagli Stati Uniti. La biblioteca della Kirk Kerkorian School of Medicine dell’Università del Nevada a Las Vegas è digitale per oltre il 97%. Eppure alcuni scaffali ospitano libri di carta con una funzione precisa: invitare gli studenti a rallentare e a ricordare la persona dietro la diagnosi [5]. La collezione è curata da Katie Houk, bibliotecaria e professoressa associata. Conta circa 400 volumi e cresce di 60-80 titoli l’anno. Comprende racconti, storia, etica, arte e fumetti. Houk ha cominciato dalla graphic medicine, cioè dal fumetto che racconta la salute e la cura. Il linguaggio per immagini aiuta a rappresentare esperienze interiori come ansia, depressione e trauma. La biblioteca è diventata una delle prime biblioteche mediche a ovest del Mississippi con una raccolta dedicata a questo genere. I temi riflettono la comunità che i futuri medici serviranno. Ci sono esperienze di pazienti e caregiver, punti di vista dei medici, salute mentale, veterani, salute delle donne, persone LGBTQ+, disabilità, invecchiamento e fine vita. Houk spiega che Las Vegas è una comunità molto ricca di diversità e le storie aiutano gli studenti a comprenderla in modo più profondo e critico. Il progetto va oltre gli scaffali. Con la serie Art of Wellness, studenti, docenti e personale si incontrano a pranzo per scrivere un diario, disegnare, dipingere o modellare l’argilla. Osservare un dipinto affina l’osservazione e l’interpretazione, capacità che servono anche in clinica [5]. Houk spera che i docenti usino brani della collezione nei corsi di bioetica e di medicina di comunità. Spera anche di far rinascere un programma di letture comuni [5].

Medical humanities: un ingrediente, non una decorazione Le tre storie si tengono insieme. Il fascicolo di History of the Human Sciences mostra che le medical humanities hanno basi teoriche solide e una tradizione di ricerca matura. Consorti spiega perché devono diventare parte stabile della formazione e dell’aggiornamento. L’esperienza di Las Vegas dimostra che si può cominciare anche con pochi scaffali e molta cura. Il filo comune è la cura. Una medicina sempre più tecnologica rischia di vedere solo organi e malattie, e di ‘vendere’ prestazioni. Le medical humanities ricordano ai professionisti sanitari che davanti a loro c’è una persona, con la sua storia e il suo contesto. Non sono un lusso culturale. Sono uno strumento clinico. n A cura della Redazione

Se l’umanizzazione intralcia il cammino delle medical humanities Giunge quanto mai opportuna l’esortazione a rifocalizzare la nostra analisi sui malesseri della medicina e sui rimedi da apportare. In un periodo in cui tutto il discorso tende a concentrarsi sull’intelligenza artificiale, sulle sue potenzialità e sui suoi pericoli, salutiamo con piacere il risveglio di interesse per le medical humanities che si registra in diverse aree culturali. In Italia Fabrizio Consorti, che ha già curato il pregevole volume Medical professionalism e la costruzione dell’identità professionale degli studenti di medicina, dedicato a “Riflessioni e proposte didattiche per la formazione in Italia”, come recita il sottotitolo [1], è sempre più impegnato a introdurle nella formazione dei medici di domani. Tra i numerosi ostacoli che si frappongono a questi progetti forse non è superfluo dedicare un po’ di attenzione a una questione semantica che sembra particolarmente presente nel nostro paese. Ci riferiamo all’ombra lunga dell’‘umanizzazione’ che grava su questa area. La vicinanza tra ‘umanizzazione’ e ‘medical humanities’, che a qualcuno può suonare come omonimia, può in realtà creare gravi malintesi.

Le ambiguità dell’umanizzazione Le prime richieste di mettere mano a ristrutturare le relazioni di cura, denunciate come non rispondenti alle attese di coloro che vi facevano ricorso, si sono annunciate in Italia all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, appoggiandosi al termine ‘umanizzazione’ degli ospedali [2,3]. L’umanizzazione della medicina è stata una formula di successo, spesso ripresa come rimedio di rapporti giudicati insoddisfacenti. Alla base rileviamo un malessere nei confronti di certi comportamenti nello scenario della terapia così come si svolge nella quotidianità. La denotazione di una medicina umanizzata evocava un rapporto che si collocasse agli antipodi della distanza e della freddezza emotiva. Non metteva in discussione ciò che in nome della medicina veniva fatto, ma il ‘come’. Equivaleva, in pratica, a un appello a “curare con il cuore”; sollecitava un rapporto emotivo da parte del curante, spesso sintetizzato con il termine ‘empatia’. La riflessione critica ha evidenziato non solo la ristrettezza di campo dell’umanizzazione in termini denotativi, ma anche la sua fragilità in termini connotativi. L’umanizzazione è un programma che viene evocato solitamente con intenti polemici. Presuppone un’analisi negativa dei comportamenti che si vogliono umanizzare, perché giudicati, appunto, disumani. A prescindere che riguardino i detenuti

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“Il superamento definitivo dell’umanizzazione e degli equivoci a essa legati richiede una piccola modifica linguistica, ma che comporta un deciso ampliamento di scenario: ovvero contestualizzare la cura nell’ambito delle medical humanities.”

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nelle carceri o i malati in ospedale. Il programma di umanizzazione della medicina ha suscitato nel tempo molte adesioni: per motivi religioso-filantropici (perché il professionista sanitario è considerato nell’alone del Buon Samaritano…) o per ragioni laiche, riconducibili al rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone, anche in condizione di malattia. Non mancano motivi per rivendicare azioni correttive di comportamenti che si collocano al di sotto di quanto nella nostra società consideriamo un minimo decente. Sul banco degli imputati non c’è solo l’insensibilità degli operatori o semplicemente la maleducazione; anche la curiosità scientifica o gli interessi conoscitivi possono indurre a comportamenti biasimevoli, se privi di interesse per il vissuto della persona che ricorre alle cure. Per saperne di più su ciò che oggi i cittadini considerano non accettabile, basta aprire gli archivi di un qualsiasi centro di ascolto del Tribunale dei diritti del malato o di un ufficio relazioni con il pubblico. O leggere le lettere ai giornali che danno voce al lamento contro la ‘malasanità’. Questa non è imputata solo di errori e inadempienze, ma spesso semplicemente di disattenzione verso esigenze elementari della nostra vita sociale. Questa accezione di umanizzazione equivale praticamente a richiedere che il malato venga trattato come cittadino, non come un ‘povero cristo’ di cui avere pietà. Un momento di grande visibilità di questo movimento è stata la proclamazione della Carta dei 33 diritti del cittadino malato, avvenuta a Roma, in Campidoglio, il 29 giugno 1980, ad opera del Tribunale dei diritti del malato, promosso da Cittadinanzattiva. Per contestualizzare il movimento basti ricordare che uno dei suoi obiettivi era di contrastare la ‘pigiamizzazione’ del malato in ospedale. Al diritto di ricevere le informazioni sulla propria malattia nella Carta non troviamo neppure un accenno: un chiaro indizio che la bioetica non aveva ancora diritto di cittadinanza nella cultura sanitaria. Eliminare dalla pratica della medicina ciò che offende e umilia rimane un programma inderogabile. È tuttavia discutibile che il termine ‘umanizzazione’, con cui abitualmente lo si designa, sia una scelta felice. I sanitari che si sentono oggetto di un programma di umanizzazione non possono evitare la sensazione di essere accusati di comportamenti ‘disumani’. È facile immaginare che la reazione più prevedibile sarà quella di risentita chiusura o di ricerca di altri capri espiatori (gli amministratori della sanità, le condizioni di lavoro…). In ogni caso, sarà arduo avere come alleati in un programma di umanizzazione i professionisti che si sentano messi sotto accusa. Anche se concordiamo sulla non opportunità di utilizzare il termine umanizzazione, non possiamo ignorare che vi hanno fatto ricorso i decreti legisla-

tivi 502 (1992) e 517 (1993) che negli anni ’90 hanno delineato il profilo rinnovato del servizio pubblico. Come indicatori per valutare la qualità delle prestazioni erogate venivano infatti menzionate la “personalizzazione e umanizzazione dell’assistenza”. L’attenzione pubblica al problema dell’umanizzazione delle cure ha avuto un revival nel 2006 in seguito alla pubblicazione del libro Dall’altra parte [4]. Tre medici hanno raccontato l’esperienza della propria malattia, ricavandone un insight sui limiti della pratica quotidiana della medicina. Il volume ha avuto una vasta risonanza mediatica. Come ha affermato Paolo Barnard, curatore del volume, se ne è ricavato che la medicina e la sanità andavano ridisegnate per intero dai medici ammalati, da coloro cioè che sono passati ‘dall’altra parte’ e che quindi conoscono sia la scienza che la sofferenza, avendole vissute entrambe sulla propria pelle. Di qui la proposta di istituire una Consulta dei medici malati, con il compito di elaborare un Libro bianco di proposte per il rinnovamento della medicina. La Consulta si è di fatto insediata il 6 settembre 2007, anche se ben presto se ne sono perse le tracce. Possiamo riferirci a questa vicenda come a un ulteriore esempio degli scivolamenti a cui è soggetto il termine umanizzazione: in questo contesto sembra insinuare che solo un medico che sia stato lui stesso malato, diventando così ‘umanizzato’, possa adottare una buona pratica di cura… Comunque la formula dell’umanizzazione non cessa dal venir spesso invocata come risoluzione del malessere della pratica medica.

Le medical humanities all’orizzonte Il superamento definitivo dell’umanizzazione e degli equivoci a essa legati richiede una piccola modifica linguistica, ma che comporta un deciso ampliamento di scenario: ovvero contestualizzare la cura nell’ambito delle medical humanities. Questa dizione ha una maggiore flessibilità semantica rispetto a ‘umanizzazione’. La convocazione di quel sapere che deriva dalle scienze umane nella pratica della cura può essere vista come la reazione positiva a quella realtà, teorica e pratica, che Claudio Rugarli ha qualificato come propria dei ‘medici a metà’ [5]. Ciò che si intende prendere di mira non è l’‘umanità’ dei professionisti sanitari, e quindi la loro capacità di mettere in pratica una presenza compassionevole nell’ambito della cura, ma la cultura da cui attingono le loro capacità terapeutiche. Si tratta di integrare le due culture, quella scientifica e quella umanistica, mettendo la cura sotto il segno sia dell’una che dell’altra. La consapevolezza che la medicina presupponga due sguardi diversi sull’uomo ha una lunga storia. Non a caso l’immagine di Giano bifronte – figura


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Sandro Spinsanti

Un’altra pratica della cura Un ponte tra due sponde È un percorso importante e allo stesso tempo affascinante quello che Sandro Spinsanti disegna nell’ambito della bioetica, della medicina narrativa, della Slow Medicine e delle medical humanities: tematiche familiari per chi si occupa della qualità della cura, che rischiano di essere trascurate se confrontate con problemi come la scarsità delle risorse e la necessità di riorganizzare i servizi per includere il crescente numero di cittadini tagliati fuori dalla sanità pubblica, ma che non possono essere ignorate. Per questo Spinsanti ci invita ad avventurarci con lui su un terreno impegnativo, quello in cui prende forma la buona cura: un territorio pieno di conflitti, in cui vengono rimessi in discussione ruoli e comportamenti standardizzati da secoli.

Il Pensiero Scientifico Editore

Bibliografia 1. Montagna L, Consorti F (a cura di). Medical professionalism e costruzione dell’identità professionale negli studenti di medicina. FrancoAngeli: Milano, 2022. 2. AAVV. Ospedali più umani: come? Atti del convegno internazionale monotematico. 18-20 giugno 1984, Acquaviva delle Fonti (Ba), Ospedale Miulli. 3. AAVV. Per un ospedale più umano. Edizioni Paoline: Cinisello Balsamo, 1985. 4. Bartoccioni S, Bonadonna G, Sartori F. Dall’altra parte. Rizzoli: Milano, 2006. 5. Rugarli C. Medici a metà. Quel che manca nella relazione di cura. Raffaello Cortina Editore: Milano, 2017. 6. Leone XIV. Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. N. 114. Libreria Editrice Vaticana: Santa Sede, 2026.

mitologica centrale nel pantheon latino – è stata utilizzata innumerevoli volte per illustrare la caratteristica peculiare della medicina di guardare contemporaneamente in due direzioni opposte: quella delle scienze della natura (Naturwissenschaften) e quella delle scienze dello spirito (Geisteswissenschaften), per usare la terminologia proposta dallo storico e filosofo tedesco Wilhelm Dilthey. Da una parte le scienze dell’uomo basate sulla storia, la narrazione, la comprensione; dall’altra le scienze esatte, tese all’accertamento di leggi e meccanismi. Mentre le prime richiedono la comprensione (in tedesco: verstehen), le scienze della natura ricorrono invece alla spiegazione (erklären). Per questo il medico, che è uno scienziato di persone, e di persone malate, deve non solo sapere che cos’è la malattia, ma deve anche capire il malato. L’obiettivo delle medical humanities è proprio quello di tenere insieme i diversi sguardi, senza negare la rilevanza di ognuno, nella sua irriducibilità. Per comprendere il ruolo delle medical humanities è necessario contestualizzarle nel vissuto della cura. La mente, il cuore, le mani: sono queste le vie privilegiate della cura. Le mani – potenziate da farmaci e tecnologia – assicurano l’efficienza. I buoni professionisti non smettono mai di addentrarsi il più profondamente in questo percorso della cura. Non si può dire altrettanto delle altre due vie. La mente è finalizzata a ‘spiegare’: come nascono le patologie, con quali risorse si contrastano. Ma la funzione della mente clinica è anche quella di ‘capire’. Per questa funzione le scienze naturali non bastano. La persona malata è un soggetto complesso, intessuto di bio-

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grafia, di valori, emozioni, legami sociali, progetti di vita. Per capire l’oggetto-soggetto della cura è necessario appunto l’apporto delle scienze umane. La via del cuore, inoltre, non è solo quella della gentilezza e della bontà d’animo. Nell’ambito della cura il cuore rimanda a una competenza comunicativa, senza la quale il professionista può essere equiparato a un riparatore di organi disfunzionali. La “competenza comunicativa” è precisamente ciò che, secondo le Linee di indirizzo della medicina narrativa in ambito clinico-assistenziale prodotte dall’Istituto superiore di sanità (2015), definisce il terapeuta capace di utilizzare “una metodologia di intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa. La narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. Il fine è la costruzione di un percorso di cura personalizzato”. È questo il compito delle medical humanities: fornire alla cura quel salto di qualità che la rende eccellente. Le medical humanities non sono quindi delle semplici ‘amenities’. Possono essere indubbiamente piacevoli, ma la loro funzione è quella di rendere la cura davvero ‘umanizzata’, nel senso di rivolgersi all’essere umano nella sua interezza. Il loro centro di gravità è nient’altro che la cura, intesa in senso integrale, perché, come ci ricorda l’enciclica Magnifica humanitas, “la capacità di prenderci cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani” (M.H., n. 114) [6]. n Sandro Spinsanti

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CONFRONTI

Perché lo Stato sociale è sotto attacco: la tesi di Massimo Florio La crisi democratica che attraversa Stati Uniti ed Europa non è un fenomeno isolato. Secondo l’economista Massimo Florio, professore emerito di Scienza delle finanze all’Università di Milano, essa è l’effetto collaterale di una frattura più profonda: quella tra capitalismo e Stato nelle economie avanzate [1]. Le sue tesi, esposte in un saggio uscito il 10 aprile 2026 su Jacobin Italia, offrono una lettura originale utile anche a chi si occupa di politiche sanitarie e sociali, poiché lo Stato sociale – sanità, previdenza, istruzione – è al centro dell’analisi. Sbaglieremmo, scrive Florio, se pensassimo che l’offensiva contro lo Stato sociale coincida con l’ultima presidenza di Donald Trump. Al contrario, le sue origini risalgono alle politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, oltre quarant’anni fa. Con l’amministrazione Trump, tramite il Department of government efficiency affidato a Elon Musk e dal 4 luglio non più operativo [2], l’obiettivo dichiarato era tagliare la spesa federale statunitense fino al 30%. Il risultato concreto è stato limitato, ma i tagli al personale pubblico sono stati rilevanti: circa 320.000 posti di lavoro federali, pari al 10% del totale, in un solo anno. Florio ricostruisce un dato storico sorprendente. Nel 1894, quando uscì il terzo libro del Capitale di Marx, la spesa pubblica pesava circa il 5% sul prodotto interno lordo (Pil) nei paesi oggi riuniti nel G7. Oggi supera il 40%, e in Francia va oltre il 50%. Negli Stati Uniti, dal 2% dell’inizio dell’Ottocento, la spesa pubblica sul Pil è arrivata al 36%. A guidare questa crescita sono state soprattutto le voci dello Stato sociale: previdenza, sanità e istruzione.

LO STATO COME “MODO DI PRODUZIONE” AUTONOMO La tesi centrale di Florio è che lo Stato, superata una certa soglia dimensionale, si sia progressivamente autonomizzato dal capitalismo, diventando un vero e proprio modo di produzione alternativo. Difficile non essere d’accordo. Del resto sanità e istruzione pubbliche, enti previdenziali, agenzie ambientali e di ricerca funzionano secondo una logica diversa da quella dell’impresa privata: non perseguono il profitto, ma il servizio; non il valore azionario, ma la risposta ai bisogni collettivi. Secondo l’autore, questa contraddizione strutturale – e non un incidente politico contingente – spiega la conflittualità odierna tra Stato e mercato. Il rallentamento della crescita economica nelle economie avanzate rende difficile sostenere la spesa pubblica ereditata dal passato: se le finanze pubbliche si riducono, è difficile trovare le risorse per mandare avanti i beni comuni. Negli Stati Uniti il tasso di crescita medio annuo del Pil reale, che era del 3,3% nella prima metà del Novecento, è sceso al 2,2% tra il 2000 e il 2024, con previsioni all’1,5% per i prossimi decenni. Il debito pubblico statunitense ha già raggiunto il 125% del Pil, con proiezioni fino al 175% nel 2055 secondo il Congressional Budget Office, l’ufficio bilancio del Congresso Usa; in Italia il debito è già al 137% del Pil. Secondo stime del Fondo monetario internazionale, tra il 2030 e il 2050 le economie avanzate avranno bisogno di risorse pubbliche aggiuntive

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comprese tra il 6% e il 7,4% del Pil, cifra che potrebbe salire fino a 10 punti considerando anche l’aumento delle spese militari [1].

I LIMITI DELLE SOLE PROPOSTE FISCALI Florio richiama le proposte di tassazione dei grandi patrimoni avanzate da economisti come Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, quest’ultima ispirata alla proposta della senatrice statunitense Elizabeth Warren, con un’aliquota del 2% sui patrimoni sopra i 50 milioni di dollari. Misure di questo tipo, per l’Italia, produrrebbero un punto di Pil, pari a circa 23 miliardi di euro nel 2026. Una cifra significativa ma insufficiente rispetto ai fabbisogni stimati, e che rischia – per come sarebbe ottenuta – di alimentare il risentimento antistatale se non accompagnata da altre leve. Serve una strategia più radicale, che Florio articola in quattro passaggi. 1. Rilanciare, non solo difendere, lo Stato: servono più investimenti pubblici e più produzione di beni pubblici, per rispondere a sfide che il mercato non può affrontare da solo, dal cambiamento climatico all’assistenza agli anziani. 2. Legittimare lo Stato attraverso la qualità dei servizi: una scuola che funziona, un ospedale accessibile, un trasporto pubblico efficiente sono la miglior risposta a chi sostiene che il settore pubblico sia intrinsecamente inefficiente. 3. Ampliare la base fiscale oltre la tassazione: puntando sul ritorno economico degli investimenti pubblici, su una nuova generazione di imprese a missione pubblica e sulla valorizzazione del patrimonio statale (immobili, frequenze elettromagnetiche, dati pubblici, infrastrutture digitali). 4. Sviluppare l’‘intelligenza sociale’: la capacità delle comunità di lavoro e dei territori di riappropriarsi dello Stato, valorizzando esperienze già esistenti nel settore pubblico e nell’economia solidale. La lettura dell’articolo di Florio sposta l’attenzione dal piano puramente ideologico a quello strutturale: la difesa dello Stato sociale – e con esso di sanità e previdenza – non può fondarsi solo su argomenti di equità, ma richiede una dimostrazione concreta di efficacia e una base di finanziamento più ampia della sola leva fiscale. Per i decisori sanitari l’indicazione è chiara: la sostenibilità dei sistemi sanitari pubblici passa anche dalla capacità dello Stato di legittimarsi attraverso servizi di qualità, non solo attraverso la domanda di maggiori risorse. n Andrea Calignano

BIBLIOGRAFIA 1. Florio M. Perché lo Stato sociale è sotto attacco? Jacobin Italia, 10 aprile 2026. Disponibile su: https://jacobinitalia.it/perche-lo-stato-sociale-e-sotto-attacco/ 2. https://www.washingtonpost.com/politics/2026/07/19/doge-was-supposed-be-deadits-remnants-are-everywhere/


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