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Magazine P&F Ottobre 2021

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Progetti & Finanza M MA AG GA A ZZ II N N EE

Aut.Mipa/Centro/233/2021

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Una nuova economia ad emissioni zero Vietare le attività inquinanti, incentivare politiche pubbliche ambientali, predisporre strumenti finanziari per l’innovazione ecologica. Ecco quello che la lotta ai cambiamenti climatici impone al mondo economico, ma con quali ripercussioni?

Intervista all’On. Troiano: «Ecco cosa c’è nella riforma fiscale» P ubb l i c a zi o n e m e nsi l e i n fo r m a to d i g i t a l e su l si to www. p r o g e t t i e f i nanza. i nfo

anno IV •numero 40 • ottobre

2021

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MAGAZINE

OTTOBRE 2021

L’AZIONE PER L’AZZERAMENTO DELLE EMISSIONI E L’ADATTAMENTO È LA PRIORITÀ NAZIONALE E GLOBALE! UN GRIDO DI ALLARME ANCHE DAL WWF

otti Tommaso Mazzi EDITORE

ED ITO RIA LE

Emissioni zero entro il 2050, è un obiettivo possibile? Importanti segnali arrivano dall’Europa, saranno infatti stanziati fino a 130mila miliardi di dollari dal capitale privato per arrivare appunto ad emissioni zero entro il 2050. Lo ha annunciato Mark Carney, ex governatore della Banca Centrale inglese e adesso presidente della Glasgow Financial Alliance for Net Zero (Gfanz), che verrà affiancato nel suo lavoro da Michael Bloomberg. Si tratta di una coalizione composta da 450 banche, assicuratori e gestori patrimoniali in rappresentanza di 45 Paesi. Potrebbe fornire i finanziamenti necessari per raggiungere la neutralità carbonica nell’arco dei prossimi tre decenni. Londra impegnerà 100 milioni di sterline (136,19 milioni di dollari) per aiutare i paesi a medio-basso reddito a intraprendere la transizione. Annunciato anche un nuovo meccanismo europeo dei capitali per l’emissione di obbligazioni verdi. Un grido di allarme è arrivato anche dal WWF, dopo i gravissimi fatti della Germania degli scorsi mesi: “Quello accaduto in Germania e in Belgio è un vero disastro climatico, dove in pochi giorni è caduta la pioggia che un tempo scendeva in due mesi e dove il bilancio provvisorio è arrivato già a oltre 80 morti e 1300 dispersi. Nemmeno la Germania, che da anni ha avviato politiche per ridare spazio ai fiumi, è al sicuro dalle conseguenze peggiori del cambiamento climatico. Non c’è più tempo e l’azione climatica va accelerata a ritmi esponenziali se vogliamo evitare le conseguenze più pericolose e ingestibili. L’azzeramento delle emissioni (mitigazione) va attuato nel più breve tempo possibile, ben prima del 2050, e nel contempo vanno messe in campo DAVVERO le politiche di adattamento. In Italia, per esempio, il Piano di adattamento è ancora fermo e non è mai passato alla fase attuativa. Pensando a quanto successo in Germania, dobbiamo immediatamente rendere operativa una politica basata sul ripristino degli ecosistemi fluviali e sul recupero degli spazi che abbiamo rubato ai fiumi. Dal dopoguerra ad oggi, nel nostro Paese, abbiamo tolto ai fiumi circa 2000 kmq, un’enormità di spazio e le conseguenze di questo sono e saranno sempre più devastanti”. A proposito di adattamento, il WWF ha chiesto di avviare un grande piano di ripristino ambientale, come chiede anche la Strategia Europea per la Biodiversità che impegna gli Stati a rinaturalizzare e riconnettere almeno 25000 km di fiumi entro il 2030. Per questo il WWF Italia, in collaborazione con ANEPLA, ha promosso un grande progetto per la rinaturazione del Po - ora nel PNRR italiano, proprio per recuperare spazio al grande fiume, ripristinarne i servizi ecosistemici e tutelarne la biodiversità. Questo è un primo grande passo per l’adattamento ai cambiamenti climatici nel nostro Paese, ma è ancora troppo poco e ancora troppi sono gli interventi che vengono realizzati nei nostri corsi d’acqua assolutamente inadeguati (canalizzazioni e tombinature di corsi d’acqua, ancora consumo di suolo lungo le fasce fluviali, traverse, dighe, taglio della vegetazione ripariale, escavazioni in alveo con la scusa della manutenzione idraulica...) e di cui subiremo le conseguenze presto. Abbiamo reso estremamente vulnerabile il nostro territorio e possiamo star certi che da questa tragica emergenza dell’alluvione passeremo alla siccità, come sta avvenendo con sempre più frequenza da diversi anni. Il WWF per sensibilizzare sulla necessità di cambiare gestione sui nostri fiumi in favore di una diffusa azione di adattamento ai Cambiamenti climatici e per la loro rinaturazione ha avviato la campagna LIBERIAMO I FIUMI a cui tutti possono partecipare. Il WWF da anni chiede anche politiche giuste ma accelerate per azzerare le emissioni climalteranti, in modo da cercare di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Se continuiamo a questi ritmi, con una concentrazione della CO₂ in atmosfera che a giugno ha toccato le 419 parti per milione, cioè ai livelli di 3 milioni di anni fa, saremmo destinati ad aumenti superiori ai 3°C e il mondo sarebbe un posto incompatibile con la civilizzazione umana e con la sopravvivenza di milioni di specie animali e vegetali. Quella del clima, insieme alla perdita della biodiversità, sono ormai la vera crisi che tutti i governi devono affrontare: in questo senso attendiamo una forte risposta dal G20 a presidenza italiana per favorire una convergenza al rialzo nelle sedi multilaterali. Questi ed altri importanti temi sono stati sviluppati in questo nuovo numero del magazine. Buona lettura!


Progetti & Finanza

S O M M A R I O

ottobre 2021

M A G A Z I N E

MAGAZINE

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FOCUS: L’economia che va verso le zero emissioni

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La crisi energetica getta nel panico l’Europa

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anno IV •numero 40 •Ottobre 2021 • Direttore Responsabile Maria Rosaria De Leonardis

MAGAZINE

Progetti & Finanza

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Napoletano: «Mario Draghi, il vero cavaliere bianco»

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Sito web www.progettiefinanza.info Progetto grafico Alessandro Gisoldi Pay Click Srl Viale degli Artigiani, 9 71121 - Foggia (FG) Foto: Stock.adobe.it Stampa Grafiche D’este - Bari Testata giornalistica registrata al Tribunale di Foggia n. 3 del 28/04/2021 ................................................ E’ vietata la riproduzione anche parziale dei testi e materiale fotografico

Intervista : Riforma fiscale cosa c’è in Manovra e cosa viene rimandato?

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Mattarella apre l’anno accademico

con un monito per la crescita Il capo dello Stato all’Università di Foggia anche per dare un segnale di presenza dello stato dopo le vicende di mafia in Capitanata NATALE LABIA

6 Progetti Finanza&

Il 25 ottobre scorso il Presidente della Repubblica ha inaugurato l’anno accademico 2021 – 2022 dell’Università di Foggia. Una visita breve con un cerimoniale leggero, senza fronzoli, a parte gli ermellini dei capi dipartimento, schierati sul palco dell’aula magna di via Caggese. Sergio Mattarella è stato accolto dal magnifico rettore dell’Ateneo danno, uno dei più giovani in carica, Pierpaolo Limone, e dai vertici dei governi territoriale e locale: Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia e Marilisa Magno, commissario straordinario che regge l’amministrazione comunale di Foggia. Quello stesso organo amministrativo che proprio il Capo dello Stato ha sciolto per infiltrazioni di stampo mafioso nelle procedure e nelle decisioni degli atti non più tardi di due mesi e mezzo prima, il 5 agosto. Forse proprio a causa di questa grave decisione che Mattarella abbia scelto nel suo ultimo scorcio di mandato di giungere lì dove lo Stato è contaminato. La realtà che ha accolto il corteo presidenziale è quella della provincia d’Italia sempre in fondo a tutte le classifiche economiche e di qualità della vita. Nonostante la realtà sia stata edulcorata dalle parole dei pochi interventi, tutti interni all’Università, a Foggia, pur con la presenza di un centro di formazione importante che conta sette facoltà e numerosi corsi di laurea il raccordo tra formazione ed occupazione e quindi con il lavoro stenta. Una responsabilità non estranea a nessuno dei corpi sociali, basti pensare che nemmeno quei pochi industriali, per la maggior parte costruttori edili, riescono ad essere sodali per favorire una politica di sviluppo. Infatti, proprio alcuni mesi or sono un gruppo di imprese ha lasciato, al termine di una fratricida lotta, Confindustria per approdare in un sodalizio autonomo. Una concorrenza non per profitto e

produttiva, ma tutta politica e famelica, legata agli interessi che l’associazione di categoria ha nelle politiche e nella concertazione. Mattarella, essendo a conoscenza della peculiarità del territorio che ha visitato, ha proprio sottolineato il tema dello sviluppo economico come forma assoluta di contrasto alle sirene criminali: “C’è la necessità di sostenere un’economia che cresce, di aumentare i posti di lavoro e vi è un’azione indispensabile, quella della formazione delle coscienze. Dobbiamo puntare – ha ammonito Mattarella- ad una crescita costante perché tutto il Paese è in una fase di rilancio e di ripresa”. Rilancio e ripresa che a Foggia e in tutta la provincia è a rischio perché sono ben cinque le amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose. Prima del capoluogo, infatti, han subito il provvedimento i comuni di Monte Sant’Angelo, su cui insiste l’unico sito culturale patrimonio dell’umanità, conferito dall’UNESCO, e Mattinata, tra i centri turistici maggiori del Gargano e soprattutto Manfredonia, la realtà economica più dinamica e Cerignola, uno

dei centri agricoli più importanti d’Italia con i suoi 54mila ettari di agro comunale. La visita del Presidente della Repubblica è stato un momento certo importante e un segno tangibile dello Stato di vicinanza ad una terra in difficoltà. Tuttavia, oltre al polo accademico, il sostegno del Capo dello Stato non ha avuto grossa eco in una popolazione sfiduciata che tra l’altro non ha visto, come accade spesso per le visite straordinarie, nemmeno il rifacimento di alcune strade dove transitano gli ospiti importanti. Mattarella ha messo tutta la sua autorevolezza per stimolare una comunità a reagire e la straordinaria situazione post pandemica potrebbe essere quel Godot che a differenza dei molti precedenti potrebbe materializzarsi ed offrire quelle chance di riscatto sempre inseguite e mai raggiunte. Un risultato che sarebbe possibile solo se l’invito del Capo dello Stato venga raccolto anche dagli altri corpi intermedi e non solo dall’università. Se, insomma, dall’indifferenza e dalla rassegnazione si passi all’impegno e al riscatto.

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Il Governo ha varato il provvedimento di bilancio con la speranza di una ripartenza del Paese

MANOVRA 2022

la prima volta di Mario Draghi: ecco tutte le misure FRANCESCO GASBARRO

M

ario Draghi ha intercettato l’onda lunga dei postumi delle elezioni amministrative per limare gli ultimi dettagli della manovra di bilancio 2022 e far convergere le parti su una prima bozza. È il primo DPB – Documento Programmatico di Bilancio – che vede la luce sotto la leadership dell’ex capo della BCE e, per l’importanza strategica in un periodo di timida uscita dalla pandemia, non poteva che attirare le attenzioni di tutti i commentatori della politica. Il Documento, licenziato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 19 ottobre, contiene dei provvedimenti per un valore di 23 miliardi, di cui 8-9 saranno destinati al taglio del cuneo fiscale, un tema tanto caro alle varie compagini di Governo, anche a causa delle difficoltà che hanno riguardato le famiglie italiane nel periodo della pandemia. L’intervento in materia fiscale si concentrerà sul terzo scaglione di reddito, quello che riguarda i contribuenti che arrivano fino a 55mila euro di reddito e scontano attualmente un’aliquota del 38%. Il nuovo schema per ridurre il carico fiscale ancora non è stato stabilito ma l’intenzione sarebbe quella di appostare le risorse in legge di Bilancio e scrivere contemporaneamente anche le norme che riguarderanno l’anno fiscale del 2022. Sempre in tema di tassazione sono state rinviate alcune imposte non molto apprezzate dall’opinione pubblica ma necessarie alla transizione ecologica. Infatti, la Plastic tax e la sugar tax sono state rinviate al


2023, mentre l’iva sugli assorbenti femminili scende dal 22 al 10%, dopo una lunga campagna di sensibilizzazione sul tema portata avanti dalle rappresentanze femministe. Una parte delle risorse della manovra di bilancio sarà destinata ai rincari che stanno facendo aumentare i costi delle materie prime e dell’energia, a partire dal gas e dalla corrente. Circa un miliardo di euro sarà destinato ad ammortizzare il rincaro delle bollette, conseguenza della transizione ecologica e degli squilibri finanziari della crisi sanitaria. Il comunicato pubblicato da Palazzo Chigi al termine del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al Dpb non fa tuttavia menzione della misura che verosimilmente sarà normata con decreto ad hoc successivamente. Il Governo intende intervenire anche in tema di pensioni, andando a limare i parametri di “Quota 100” per evitare che la misura possa gravare ulteriormente sui bilanci. Sul tema fa le barricate la Lega che non vuole rinunciare ad una misura identitaria. Al netto di questo, però, l’esecutivo sembra orientato verso una revisione dinamica, con quota 102 per il 2022 (per andare in pensione, cioè, sarebbero necessari 38 anni di contributi e 64 anni d’età) e a quota 104 dal 2023, prevedendo un finanziamento transitorio, che accompagni l’innalzamento dell’età di congedo dalla professione per evitare che alcuni lavoratori rimangano imbrigliati nello “scalone”. Un’altra battaglia storica delle parti politiche – quella del Reddito di Cittadinanza – otterrà ulteriori investimenti che dovrebbero

essere di circa 8,8 miliardi, con somme in rialzo rispetto a quanto preventivato. Di contro il Governo ha promesso un inasprimento dei controlli per scongiurare il fenomeno dei “furbetti”. La manovra introduce risorse anche per la scuola. Nasce, infatti, un nuovo fondo per la ricerca applicata, con borse di studio per gli specializzandi di medicina che saliranno a 12 mila euro all’anno. Prorogati fino a giugno dei contratti a tempo determinato stipulati dagli insegnanti durante l’emergenza Covid-19. Viene aumentata la dotazione del Fondo di Finanziamento ordinario per l’Università e del Fondo Italiano per la Scienza. Per quanto riguarda un’altra problematica che, di riflesso, è collegata al mondo della scuola e che ha visto una grande difficoltà nel periodo della pandemia, sono state previste risorse specifiche. Stiamo parlando del trasporto pubblico che sarà potenziato, anche grazie a risorse specifiche destinate agli enti locali. Sta facendo discutere invece la decisione – almeno quella iniziale – che riguarda il Superbonus, l’agevolazione fiscale volta alla riqualificazione e all’efficientamento degli immobili. La misura, molto richiesta, dovrebbe valere soltanto per i condomini e fino al 2023. La proroga infatti non riguarderà gli edifici unifamiliari che, soprattutto in alcune zone del paese, avrebbero necessitato di tali interventi. Sparisce anche il bonus per il rifacimento delle facciate, ma la dialettica politica è già iniziata e non è escluso che possano esserci dei ripensamenti.

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COSA CAMBIA CON LA RIFORMA DEL CATASTO Via alla riformulazione. Anche revisione rendite, ma nessun aumento tasse «È prevista l’introduzione di modifiche normative e operative dirette ad assicurare l’emersione di immobili e terreni non accatastati» MARCO ZONETTI

I 10 Progetti Finanza&

l Ddl delega approvato lo scorso 5 ottobre dal Governo Draghi contiene la discussa riforma del Catasto, che ha creato attriti fra il Premier e la Lega, e che prevede l’introduzione di modifiche normative e operative volte a garantire l’emersione di immobili e terreni non accatastati. Assieme alla rendita catastale, è poi prevista per ciascuna unità immobiliare la rilevazione del relativo valore patrimoniale, in base – quando è possibile – ai valori normali espressi dal mercato e introducendo meccanismi di periodico adeguamento. Il tutto senza un’alterazione nel gettito tributario, ovvero senza aumentare le tasse per i contribuenti. Nella conferenza stampa tenutasi dopo il Consiglio dei Ministri, il Presidente Draghi ha parlato espressamente di “riformulazione del catasto

per quello che oggi non è accatastato” aggiungendo che “con delega riformulazione catasto nessuno paga di più o di meno”. Sottolineando quindi che, sulla riforma, ci sono due decisioni completamente diverse: “la

prima è costruire una base di informazioni adeguata, la seconda è decidere se cambiare le tasse e questa decisione oggi non l’abbiamo presa. Ci vorranno 5 anni”. Se ne riparlerà, insomma, nel 2026.

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Come fa notare tuttavia in un intervento sul Sole 24 Ore Antonio Benvenuti, Professore a contratto di Estimo all’Università di San Marino, “sul piano estimativo, però, «valore patrimoniale» e «valori normali» non hanno una definizione univoca nella letteratura scientifica. È auspicabile, perciò, che tali voci siano meglio precisate con i decreti delegati, magari andando nella direzione seguita oggi da molti Paesi, che nei propri sistemi catastali basano la stima su software di rilevazione e di calcolo e su sistemi georeferenziati (Computer Assisted Mass Appraisal, Automated Valuation Model) e si ispirano agli standard catastali internazionali (International Association of Assessing Officers)”. Ma come si può cambiare il metodo di calcolo della rendita? Partiamo da com’è determinata oggi la rendita catastale, ovvero per cosiddette

“classi”. Gli immobili vengono raggruppati in insiemi, indicativamente composti da mille a tremila unità, ai quali sono assegnati un’unica tariffa di estimo media. Determinando così un vantaggio fiscale per gli immobili con i redditi maggiori della rendita media e viceversa una penalizzazione per quelli con redditi minori. Per ovviare a tutto ciò, si collecava la rendita media al di sotto dei redditi minimi degli immobili della classe, così da favorire tutti seppur in misura differente. Una sperequazione che, come sottolinea il professor Benvenuti, “è stata poi amplificata dalla rivalutazione forfettaria delle vendite”. Il “vano”, dal canto suo, definisce la consistenza delle unità in categoria A (abitazioni). Determinando però situazioni nelle quali due case diverse di categoria A/2 con lo stesso numero di vani potrebbero avere

la stessa rendita catastale, seppur di metrature diverse. Per effettuare una riforma, a parere del professor Benvenuti, è indispensabile dunque cambiare le “modalità di definizione della rendita catastale”. Di conseguenza la revisione – volendo evitare l’obiezione di una tassazione patrimoniale slegata dal potenziale reddituale degli immobili - non andrebbe incentrata sul valore di questi ultimi. Quale potrebbe essere la giusta linea di condotta, dunque? Basarsi sul reddito (contratti di locazione), impiegando per il calcolo le metodologie di valutazione internazionali (la cosiddetta mass appraisal), dividendo l’aspetto estimale (ovvero il reddito di un immobile) e quello fiscale (l’imposizione). Il calcolo sarebbe trasparente, si ridurrebbero i contenziosi, e gli aggiornamenti si potrebbero effettuare con criteri automatici abbandonando quelli forfettari.

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Progetti Finanza&


I prezzi dei carburanti schizzano al +21% L’autunno caldissimo dei consumatori: Stangata che a cascata va ad incidere sui prezzi al dettaglio di molti prodotti

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Non accenna a rallentare la vertiginosa corsa al rialzo dei carburanti in questo “caldissimo autunno” per i consumatori. Il prezzo di benzina, diesel e gpl ancora in aumento in Italia e sulle famiglie arriva la stangata. Un esorbitante +21% dall’inizio 2021 che influisce sui costi aggiuntivi a carico delle famiglie italiane. Tali incrementi si ripercuotono non solo sui rifornimenti, ma sui prezzi al dettaglio di una moltitudine di prodotti, e sui costi logistici in capo a imprese e industrie.”L’escalation senza sosta dei carburanti aggrava di giorno in giorno la stangata per i consumatori, e produce ad oggi una maggiore spesa su base annua pari a +430 euro a famiglia in caso di auto a benzina, +419 euro per un’auto diesel, solo per i maggiori costi di rifornimento”, scrive in una nota il presidente del Codacons Carlo Rienzi, evidenziando “una vera e propria emergenza contro la quale il governo resta immobile, mentre sarebbe urgente intervenire tagliando Iva e accise sui carburanti per salvare le tasche dei consumatori, sempre più impoveriti dagli effetti devastanti del caro-benzina”.Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, sottolinea i “rialzi stellari. Anche questa settimana spiccano il volo i prezzi dei carburanti, con il gasolio che sfonda quota 1,6 euro. Non accadeva dal 6 ottobre 2014 quando era pari a 1,606 euro. La benzina raggiunge i 1,746 euro al litro, segnando un nuovo record dal 18 ago-

sto 2014, ossia oltre 7 anni fa, quando svettò a 1749 euro al litro, mentre per il Gpl, ora a 0,826 euro al litro, bisogna tornare addirittura al 3 febbraio 2014 per trovare un valore più alto, 0,844 euro al litro”. “In un anno -prosegue- il Gpl è più caro del 39,5%. Gli aumenti dei beni energetici, luce, gas e carburanti, non solo hanno effetti diretti sulle tasche delle famiglie e sui costi delle imprese, ma hanno un effetto indiretto sul costo finale di tutti i prodotti, dal latte al pane, con conseguenze gravi per l’inflazione e la ripresa economica. Per questo il Governo deve intervenire prima del varo della manovra, riducendo le accise dei carburanti, dell’elettricità e del gas. Dall’inizio dell’anno, dalla rilevazione del 4 gennaio, ossia 9 mesi e mezzo fa, un pieno da 50 litri costa 15 euro e 22 cent in più per la benzina e 14 euro e 44 cent per il gasolio, con un rialzo, rispettivamente, del 21,1 e 21,9%. Su base annua è pari a un rincaro ad autovettura pari a 365 euro all’anno per la benzina e 347 euro per il gasolio. In un anno, dalla rilevazione del 26 ottobre 2020, quando la benzina era pari a 1.388 euro al litro e il gasolio a 1.259 euro al litro, un pieno da 50 litri costa 17 euro e 91 cent in più per la benzina e 17 euro e 47 cent in più per il gasolio, con un’impennata, rispettivamente, del 25,8% e del 27,8%. Un balzo che equivale, su base annua, a una stangata pari a 430 euro all’anno per la benzina e a 419 euro per il gasolio”, conclude Dona.

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Rincari record per luce e gas. Italia “salvata” parzialmente dall’intervento del Governo e dall’attivazione di “TAP”

La crisi energetica getta nel panico l’Europa MATTEO PALUMBO

L’

14 Progetti Finanza&

autunno 2021 segna l’inizio almeno fino alla fine dell’inverno. Are- prevedendo i primi cali solo da aprile di un’imprevista crisi ener- ra, l’autorithy del settore, conferma il 2022. “I dati disponibili confermano getica che sta mettendo trend del rialzo dei prezzi energetici la tendenza a ulteriori rialzi dei prezzi a dura prova l’economia dell’Europa, con aumenti vertiginosi di bollette e carburanti. La bolletta elettrica ha visto in un anno in Italia un aumento di circa 40 miliardi di euro e dopo il primo intervento statale da 3,5 miliardi per aiutare famiglie e microimprese il governo potrebbe stanziare un altro miliardo per attutire i rincari. Ma potrebbe non essere sufficiente ad azzerare nuovamente gli oneri di sistema. Un quadro allarmante per l’economia delle famiglie italiane che con il caro-bolletta subiscono le conseguenze delle tensioni sui prezzi delle materie prime, innanzitutto del gas.L’intervento del Governo, però, non è bastato per impedire un rincaro record del 29,8% per la luce e del 14,4% per il gas. E si preannuncia nessun calo dei prezzi dell’energia, anzi le oscillazioni potrebbero portare a ulteriori aumenti W W W . P R O G E T T I E F I N A N Z A . I N F O


dell’energia nell’immediato futuro; inoltre, le previsioni di medio periodo lasciano, ad oggi, intravedere un processo ancora lento di riallineamento verso prezzi più bassi, con prezzi del gas naturale superiori ai 40 Eur/MWh per tutto il 2022, per poi scendere verso i 30Eur/MWh solo nel 2023”. E’ quanto ha detto il presidente di Arera, Stefano Besseghini. Per la luce nel 2021 la spesa annuale per la famiglia-tipo sarà di circa 631 euro, con una variazione del +30% rispetto al 2020 (corrispondente ad un aumento di circa 145 euro su base annua) mentre la spesa annuale della famiglia-tipo per la bolletta gas nel 2021 sarà di circa 1.130 euro, con una variazione del +15% circa rispetto al 2020 (corrispondente ad un aumento di circa 155 euro su base annua). Gli oltre 3 miliardi di euro stanziati dal Governo con il Decreto-Legge 27 settembre 2021, n. 130 (“Misure urgenti per il contenimento degli effetti degli aumenti dei prezzi nel settore elettri-

co e del gas naturale”), sono stati destinati al contenimento della bolletta delle famiglie e delle microimprese, allocando 2,5 miliardi di euro all’azzeramento degli oneri generali di sistema per il prossimo trimestre e 500 milioni circa al potenziamento dei bonus. A questo si è aggiunta una riduzione al 5% dell’Iva per le bollette gas. Gli aumenti, a livello internazionale, sono legati al trend di forte crescita delle quotazioni delle principali materie prime energetiche; in particolare, i prezzi europei del gas sono cresciuti di oltre l’80% nel terzo trimestre del 2021 rispetto al secondo, con picchi nei mercati all’ingrosso di oltre 70 €/ MWh nella seconda metà di settembre (contro i circa 20 €/MWh di inizio anno). Prezzi correlati anche al prezzo della CO2 che, dalla fine del mese di agosto di quest’anno, si è attestato oltre i 60 €/tCO2. A titolo di confronto, si pensi che nel mese di settembre del 2020 la CO2 valeva circa 28 €/tCO2. Nel confronto con il secondo trimestre

del 2021, il prezzo medio rilevato nel terzo trimestre è risultato in aumento del 13% circa. Aumenti delle materie prime e della CO2 che confermano forti ripercussioni sui prezzi finali dei consumatori anche in altri Paesi europei, come la Spagna e la Francia. Ad attutire il contraccolpo di questa crisi è stato l’entrata a regime di “Tap” (Trans Adriatic Pipeline), terminato a fine 2020 che collega la Puglia con l’Azerbaijan. Il gasdotto vale infatti fino al 10 per cento delle forniture italiane di gas naturale. Il Tap è lungo 878 km e ha una portata massima di 20 miliardi di metri cubi di gas sulla costa di Melendugno (Lecce), dove l’infrastruttura arriva in Italia correndo 15 metri sotto il suolo. L’ingresso di Tap nel mercato ha rappresentato una nuova fonte di approvigionamento di gas per l’Italia e per l’Europa. Da gennaio a ottobre il Tap ha importato in Italia 4,6 miliardi di metri cubi di gas. Un altro miliardo ha già passato il confine greco-turco ed è pronto ad arrivare sul territorio.

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Progetti Finanza&


S U C O F

L’ECONOMIA CHE VA VERSO LE ZERO EMISSIONI

Per affrontare il riscaldamento climatico ed evitare la catastrofe ambientale ed economica occorrono un cambio di paradigma e approcci “eclettici”

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Il terrificante “medicane” che ha investito la Sicilia, gli incendi devastanti e inesorabili che hanno visto il 2021 come il peggiore di sempre, le eccezionali ondate di caldo che trasformano in un forno le nostre città anche fuori stagione, gli sbalzi di temperature repentini, l’intensificazione di eventi estremi come uragani, cicloni e tornado. Fenomeni una volta eccezionali ormai sono divenuti ordinaria amministrazione e che sono dovuti al riscaldamento ambientale. E tuttavia, i cambiamenti climatici non portano soltanto a un aumento delle temperature e a fenomeni come la tropicalizzazione dei temporali, ma anche la cosiddetta variabilità climatica. Una situazione d’instabilità che può accelerare per esempio l’avvento dell’inverno o causare il ritardo dell’arrivo della primavera, con conseguenze catastrofiche per la produzione agricola. Come segnala Andrea Roventini, professore associato alla Scuola Sant’Anna di Pisa, “le proiezioni all’anno 2100 dell’Agenzia Europea dell’Ambiente indicano che se non combatteremo efficacemente il riscaldamento climatico, tutta l’Europa sperimenterà forti aumenti delle temperature, ma

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l’area mediterranea sarà colpita da periodi estremi di siccità, mentre le precipitazioni si intensificheranno nelle regioni centrali e orientali”. E sempre a detta del Professor Roventini, senza interventi tempestivi, mirati ed efficaci, “il peggio deve ancora avvenire”. Secondo Pnas, uno tra i più influenti giornali scientifici insieme a Science e Nature, per la Terra si avvicina addirittura il “punto di non ritorno”. Visto che siamo in tema di Cop26, basti sapere “la Terra è un sistema complesso dove anche un aumento limitato della temperatura vicino ai 2° C., soglia fissata dalla conferenza internazionale sul clima Cop21 di Parigi, potrebbe non essere sufficiente a evitare l’innesco di molteplici reazioni a catena ed effetti domino che trasformerebbero il nostro Pianeta in una gigantesca serra, con aumenti continuati e irreversibili della temperatura”. Quali sarebbero gli effetti di tutto ciò? Lo scenario è da film horror e dimostra come ogni aspetto del pianeta sia indissolubilmente correlato: lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide porterebbe alla riduzio-

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ne della salinità e della temperatura dell’acqua circostante, provocando al tempo stesso un’alterazione delle correnti oceaniche. Il che innescherebbe una accelerazione dello scioglimento del permafrost, rilasciando così il gas metano intrappolato che, come il classico “cane che si morde la coda”, darebbe origine a un ulteriore accelerazione del riscaldamento del clima. Ovviamente, non è difficile giungere alla conclusione che le conseguenze sarebbero del tutto catastrofiche anche dal punto di vista economico. Ma come si può agire efficacemente per quanto riguarda il rapporto tra cambiamenti climatici ed economia? Secondo il Professor Roventini, “i mercati da soli non riusciranno a risolvere il problema del riscaldamento climatico senza interventi pubblici. Inoltre, le politiche pubbliche non devono essere necessariamente amiche del mercato. Infatti, gli interventi che modificano i prezzi relativi, come la carbon tax e i sussidi per le tecnologie verdi, non sono sufficienti per raggiungere una crescita a zero emissioni”. La guerra al cambiamento climatico, se affrontata solo da un’angolazione prettamente “economista”, basandosi sulle teorie standard di costi e benefici delle politiche di riduzione delle emissioni, è destinata a concludersi con una tragica sconfitta. Occorre invece partire da un approccio diverso, che consideri l’economia come un “sistema complesso”, apprezzando i vantaggi conseguenti all’arresto del riscaldamento climatico alla temperatura di 1.5°C e implementando un sistema di politiche volte a raggiungere tale obiettivo. L’analisi costi-benefici sulla quale si basa l’approccio standard è, secondo il Professor Roventini, “una camicia di forza che mal si adatta ad analizzare fenomeni complessi come la co-evoluzione dell’economia e del cambiamento climatico, che sono influenzati dall’innovazione e dal cambiamento tecnologico, da un alto grado di incertezza, dalla possibilità di eventi climatici rari, ma estremi, e da reazioni climatiche a catena che possono portare il nostro pianeta a punti di non ritorno”. L’evoluzione tecnologica, invece, sta permettendo di sviluppare nuovi sistemi verdi che potrebbero consentire di contrastare il riscaldamento climatico senza danneggiare la crescita economica. In altri termini, la guerra al cambia-

mento climatico necessita di approcci cosiddetti “eclettici”, che prevedano varie tipologie di strumenti quali la carbon tax, sussidi per la tecnologia verde, limiti di emissioni, standard ambientali, e così via. E l’intervento pubblico non può restringersi ai meri divieti e interventi di politica fiscali. Occorre invece una “nuova stagione di politiche industriali a supporto dell’innovazione”. Perché “gli interventi pubblici non devono essere generalizzati, ma mission-oriented, cioè devono essere finalizzati a risolvere la sfida del cambiamento climatico con l’obiettivo di azzerare le emissioni entro il 2050”. Dal punto di vista tecnologico, i vari processi di coordinamento finalizzati a una svolta green non possono essere realizzati dal mercato. C’è bisogno invece di quello che il Professor Roventini definisce uno Stato Innovatore Verde, “che crei partnership con le imprese private, le università, i centri di ricerca e promuova lo sviluppo trasversale di tecnologie in diverse industrie per trasformare la nostra economia e crescere in maniera sostenibile entro il 2050”. Questo perché è insensato sottoporre le politiche mission-oriented verdi a un’analisi costi-benefici, bensì esse vanno indirizzate, programmate. In una parola, per l’appunto, orientate. Così facendo, si trasformerebbe la struttura dell’economia, promuovendo al tempo stesso la creazione e la divulgazione di nuove tecnologie, con il sostegno di nuove imprese e di nuovi settori industriali. A determinare in tal modo una crescita dell’occupazione, del Pil e della produttività. Ecco perché, in questo senso, le politiche mission-oriented verdi sono vincenti sotto ogni aspetto, poiché se da un lato permettono di far fronte alle minacce del riscaldamento ambientale, dall’altro rilanciano la crescita sostenibile delle economie. E l’Unione Europea se n’è accorta, visto che una delle priorità della Presidente della Commissione Ue Ursula Von del Leyen è proprio la costituzione di un European Green Deal, un trattato “verde” a livello europeo. In tutto questo, quale dovrebbe essere il ruolo della finanza, della politica monetaria e dei mercati finanziari? Andrea Roventini sottolinea che l’attività di ricerca e sviluppo per le nuove tecnologie verdi debba essere necessariamente finanziata. Questo perché, visto e considerato l’alto grado di incertezza, il mercato non ce la fa a sovvenzionare

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S U C O F le prime fasi della ricerca, e l’intervento pubblico riveste di conseguenza un ruolo cruciale. “In quest’ottica, banche di sviluppo nazionali ed europee possono esercitare un ruolo importante, così come il nuovo programma InvestEU della Commissione europea”. A tutto ciò possono dare un contributo anche le banche centrali, essendo il cambiamento climatico una minaccia rilevante per la stabilità finanziaria. Ecco perché, onde agevolare la transizione verso una crescita a zero emissioni, i vari programmi di alleggerimento quantitativo potrebbero essere declinati in chiave green. Senza contare poi che al cambiamento climatico si sommano anche le diseguaglianze sociali, che vengono accresciute esponenzialmente proprio dai disastri ambientali innescando un circolo vizioso. E se gli interventi di cui sopra fanno pertanto parte del più vasto Green New deal, punto nodale del dibattito politico negli USA e in vari Paesi europei, la questione della lotta alla diseguaglianza non è invece ancora stata discussa. Sempre Andrea Roventini ricorda l’opera di economisti come Atkinson, Piketty, Saez e Zucman che hanno “documentato come la disuguaglianza di reddito e di ricchezza siano cresciute incessantemente negli ultimi 4050 anni. La disuguaglianza può minacciare la stabilità delle nostre economie e compromettere la nostra crescita futura, come pure evidenziato da alcuni economisti del Fondo monetario internazionale”. Paradossalmente, le politiche green per una crescita a zero emissioni potrebbero aumentare ulteriormente le diseguaglianze, “ad esempio attraverso imposte regressive sui carburanti o la perdita di posti di lavoro in industrie inquinanti”. Essendo quindi necessario prendere in considerazione gli effetti redistributivi delle varie linee di condotta, “il Green New Deal si propone di disegnare un insieme di politiche

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La guerra al cambiamento climatico, se affrontata solo da un’angolazione prettamente “economista”, è destinata a concludersi con una tragica sconfitta

economiche che promuovano una crescita sostenibile e inclusiva. Tali politiche non possono essere progettate con la cassetta degli attrezzi dell’economia tradizionale, ma è possibile se si considera l’economia come un sistema complesso”. Ma in questi scenari spesso apparentemente non rosei, la crescita sostenibile è possibile? Esiste una via possibile per donare una speranza a tutti quei giovani, bambini e adulti, che in questi giorni stanno manifestando con Fridays For Future contro la Cop26? Secondo alcune stime autorevoli, sì, e richiede una spesa annua compresa tra l’1% e il 2% del Pil Mondiale. Occorre insomma mutare paradigma, uscendo da un inviluppo di stampo conservatore incentrato sui mercati e sulle analisi costi-benefici. L’Economia, l’abbiamo ribadito più volte, è un sistema complesso, e per giungere a zero emissioni entro il 2050 e contenere l’aumento della temperatura a 1.5°C, sono di fondamentale importanza gli interventi pubblici e un ruolo attivo dello Stato. Considerando i costi come degli investimenti per far cambiare passo alle economie, dando parallelamente l’abbrivio a un nuovo modello di crescita sostenibile che al tempo stesso miri, attraverso l’innovazione, anche ad abbattere le diseguaglianze. W W W . P R O G E T T I E F I N A N Z A . I N F O


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S U C F

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Iniziative globali, reti locali, governance ambientali in una corsa contro il tempo per evitare il collasso dell’economia di fronte alle sfide del futuro

IMPRESE E CAMBIAMENTI CLIMATICI MARCO ZONETTI

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L’emergenza climatica, discussa ampiamente in questi giorni nell’ambito della Cop26 delle Nazioni Unite a Glasgow, “coinvolge le imprese di tutti i settori industriali” e “sarà percepita da ogni azienda, di qualunque dimensione, causando grandi rischi (fisici e di transizione) di breve, medio e lungo termine; di conseguenza è fondamentale che i consigli di amministrazione mettano immediatamente il cambiamento climatico al centro della loro strategia, delle decisioni di investimento, del sistema di gestione del rischio e della trasparenza”. Queste le parole rivolte ai partecipanti della Cop26 dalla Climate Governance Initiative (Cgi), l’organizzazione inter-

nazionale che sostiene le associazioni di amministratori nazionali perché forniscano ai loro membri le conoscenze e le competenze fondamentali per rendere il clima una priorità aziendale, sulla base dei principi e dei valori del World Economic Forum per un efficace “governo del clima”. La Climate Governance Initiative, nata nel 2019 nell’ambito del World Economic Forum rappresenta oltre 100 mila amministratori appartenenti a più di 20 grandi economie, in grado di influenzare cifre pari a trilioni di dollari di capitale attraverso le società di cui fanno parte. La Cgi dispone anche di una rete locale nel nostro Paese, ovvero Chapter Zero Italy, che fa parte di Nedcommunity, l’associazione dei

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consiglieri indipendenti, e che sposa l’appello della Climate Governative Iniziative. “Noi consiglieri indipendenti – dichiara Sabrina Bruno, Chair di Chapter Zero Italy – “possiamo e dobbiamo giocare un ruolo di primo piano per far sì che anche le aziende italiane, non soltanto quelle di grandi dimensioni ma anche le medie e le piccole che rappresentano la maggioranza del nostro tessuto produttivo, si pongano sulla strada di una vera e concreta transizione per la realizzazione di un business sostenibile che tenga conto dei rischi che derivano dal cambiamento climatico e ne sfrutti le opportunità”. E ancora: “La sfida è globale ma si vince soltanto se a livello locale ognuno farà la propria parte”. Come dicevamo, Chapter Zero Italy annovera gli Amministratori di società italiane associati a Nedcommunity, impegnati nell’approfondimento, nella discussione e nella condivisione di rischi e opportunità derivanti dal cambiamento climatico. In qualità di chapter Italiano della Climate Governance Initiative del World Economic Forum, Chapter Zero Italy garantisce appoggio agli amministratori nell’applicazione di questi principi e collabora con i chapter degli altri Paesi per realizzare gli obiettivi di governo del cambiamento climatico secondo i principi del World Economic Forum. E secondo la Cgi, questo è per l’appunto “un momento cruciale perché i consigli di amministrazione affrontino gli impatti del cambiamento climatico e approvino piani strategici a lungo termine che considerino la resilienza del proprio modello di business rispetto a un futuro a zero emissioni di CO2”. Un momento cruciale soprattutto per l’Italia, nel momento in cui deve ancora chiarirsi nella sua portata l’impatto economico-sociale della pandemia, mentre il pacchetto di ripresa post-Covid-19 e il pacchetto 55% dell’Ue determinano un assai cospicuo potenziale per muovere notevoli passi in avanti al fine di raggiungere gli obiettivi climatici. Come dimostrato per la crisi pandemica e sanitaria, anche per quanto riguarda la transizione energetica e la lotta ai

cambiamenti climatici, sarà sempre più necessario da parte dei Governi, e in ultima analisi delle imprese, prendere decisioni tempestive e oculate. E visto che si parla di “governance del clima”, occorre comprendere che cosa s’intenda con questo termine. Ovvero la linea di condotta con cui saranno prese tutte quelle misure e decisioni politiche volte a dare risposte ambientali in un futuro sempre più complesso e con obiettivi sempre più ambiziosi per quanto riguarda il clima e i suoi cambiamenti. Misure e decisioni politiche che ovviamente coinvolgeranno in prima persona i governi e le istituzioni, e come abbiamo detto le imprese, ma anche la stessa cittadinanza. Per quanto riguarda le imprese, poi, vanno considerate in primis quelle energetiche a partecipazione statale. Questo perché, vista l’entità della partecipazione pubblica nelle più gradi e rilevanti aziende energetiche italiane, ciò espone la cosiddetta “governance del clima” a una pregnante influenza da parte dell’impresa sul legislatore. A tal proposito devono essere dunque adottate misure atte a gestire eventuali conflitti d’interessi, ed è fondamentale pertanto costituire organi indipendenti a garanzia che le varie politiche adottate siano coerenti con gli scenari delineati da scienziati ed esperti del clima, e che si privilegi l’interesse pubblico anziché quello specifico dell’impresa. Il tutto, tenendo anche conto di una inquietante realtà: secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Climate Finance del Politecnico di Milano pubblicati da Repubblica, “un solo grado di temperatura in più nell’arco di un decennio è costato alle aziende il 5,8 per cento di fatturato e il 3,4 per cento di marginalità. Solo nel 2018, anno sicuramente molto caldo ma in fondo nella media (il 2020 per esempio è andato peggio), i mancati ricavi del milione di aziende tenute sotto osservazione sono stati pari a 133 miliardi”. Cifre sconvolgenti che ci mettono prepotentemente di fronte all’improrogabile necessità di gestire al meglio il rapporto tra cambiamenti climatici e imprese.

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NEL QUARTIERE CHE FU CHIAMATO EUR 42 IL VERTICE DEI GRANDI 2021 ANNUNCIA SENZA DECIDERE

UN VERTICE DEI GRANDI DIMEZZATO

Il G20 di Roma assume l’impegno di contentere il riscaldamento globale ad 1,5 e trascura l’economia circolare. NATALE LABIA

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enti pagine e nemmeno fitte per elencare impegni e risultati sono il frutto non solo di due giorni di vertice, ma di un lungo lavoro di rifinitura sviluppato dagli sherpa dei governi partecipanti al G20 di Roma lo scorso 30 e 31 ottobre. Il documento finale, sottoscritto dai capi di Stato di: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del sud, Francia, Germania, Giappone, India,

Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, Turchia e Unione Europea e dalla Spagna, che è un invitato permanente del G20, è stato un compromesso, come sempre accade nei casi in cui la diplomazia si mette al lavoro, non proprio al rialzo. Soprattutto perché l’assenza di grandi Paesi come Cina e Russia, che ovviamente si sono tenuti alla larga dalla città eterna proprio per non assumere oneri futuri, non ha permesso di assumere impegni di ampio respiro. Inoltre, è da rilevare la presa di posizione di Nazioni importanti, a partire da Australia, India

e Brasile che hanno opposto all’Unione europea, al Regno Unito e agli Stati Uniti d’America un’eccezione dal sapore storico, sostenendo che è vero che bisogna salvaguardare il mondo dall’inquinamento, soprattutto dalle emissioni di Co2 e dall’utilizzo dei combustibili fossili a partire dal carbone, ma è anche vero, hanno sottolineato le economie emergenti, che negli ultimi due secoli sono stati proprio i Paesi sulle due sponde dell’Atlantico ad abusare di sostanze inquinanti, senza neanche farsi problemi fino a non molti anni fa, per il loro sviluppo e quindi deve essere

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maggiore la loro responsabilità nel rimediare ai danni perpetrati. Il G20 di Roma, a fronte di queste discussioni, ha dovuto ovviamente tener conto di tutti e di conseguenza ha contenuto ad 1,5 gradi di aumento il riscaldamento globale, mentre uno, forse, degli impegni maggiori è il divieto di finanziare centrali a carbone fuori dai confini nazionali degli Stati sottoscrittori. Per quanto grandi economie come la Cina abbiamo proprio nel fossile combustibile il core business di tutta la necessità energetica nazionale. Il nucleare non ha trovato posto nelle discussioni, forse perché

ancora recente l’eco di Fukushima e del disastro di dieci anni fa. Mario Draghi, padrone di casa e presidente del G20, nella conferenza stampa finale ha parlato di “un summit di successo, che mantiene vivi i nostri sogni e ci impegna ad ulteriori provvedimenti e stanziamenti di denaro per altre riduzioni di fattori inquinanti”, parole, quelle del Presidente del consiglio italiano, che racchiudono la difficoltà ad usare toni trionfalistici proprio perché grandi entusiasmi non ci sono stati. Il clima, la salute del pianeta, la salvaguardia del creato per le giovani generazioni

e per quelle del futuro sono temi che si scontrano contro l’avidità di un presente sempre a caccia di progressi e impennate, soprattutto economiche. Il profitto è ancora la stella polare rispetto alla tutela della natura. Plastica rappresentazione di questa impostazione è la riduzione dell’economia circolare a poche citazioni nel documento siglato. Eppure, questa nuova concezione di benessere dovrebbe imporre più impegni perché il riutilizzo e la riduzione delle risorse utilizzate per produrre e innovare sono valori che i giovani, come dimo-

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Mario Draghi, padrone di casa e presidente del G20, nella conferenza stampa finale ha parlato di «un summit di successo, che mantiene vivi i nostri sogni e ci impegna ad ulteriori provvedimenti e stanziamenti di denaro per altre riduzioni di fattori inquinanti»

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strano le manifestazioni a Glasgow di questi giorni a margine dei lavori della Cop26 a Glasgow (la cosiddetta climate change conference), ritengo fondamentali e prioritari. Gli Stati e i governi “con il coinvolgimento di imprese, cittadini, il mondo accademico e le organizzazioni della società civile intendono rafforzare gli sforzi per raggiungere una sostenibilità dei modelli di consumo e della produzione e gestione e riduzione delle emissioni, anche adottando approcci di economia circolare”. Un po’ poco per tema centrale come quello della riduzione dello spreco delle risorse e il riutilizzo e il riciclo di quel che viene prodotto e non consumato, che potrebbe risultare, invece, proprio il veicolo maggiore per evitare

che il pianeta venga depauperato più di quel che potrebbe servire. Al termine della due giorni di incontri e discussioni nell’avveniristico centro convegni La Nuvola, progettata e realizzata dall’archistar, Massimiliano Fuksas, al centro del quartiere Eur, voluto da Benito Mussolini per celebrare il ventennale del fascismo al potere ed affidato al cantore delle geometrie l’altrettanto architetto famoso, Marcello Piacentini, il risultato è stato soltanto quello di dire: sì abbiamo un problema, la Terra ha bisogno di cure. Per ora, però, ci prendiamo solo un impegno a dire che nel prossimo futuro faremo qualcosa, magari quando la scienza e la tecnologia ci consentiranno di produrre, consumare e smaltire senza molti costi e

senza dover rinunciare ai nostri consumi. Troppo poco per una necessità che non è di domani, a è oggi: qui ed ora. Ecco perché oltre alle foto di rito: da quelle emozionanti con i medici e gli infermieri dell’ospedale Spallanzani, li dove nel marzo del 2020 fu isolato per la prima volta il virus del sars covid 19 e quella suggestiva al mattino presto di domenica 31 ottobre con i 20 grandi che si gettano alle spalle la classica monetina alla fontana di Trevi non resta molto. Si potrebbe dire vista la location utilizzata e cioè l’area che 80 anni fa fu chiamata Eur 42 un acronimo che significava esposizione universale Roma 1942, l’Expo di allora, che l’Eur 21 sia stato un vertice dimezzato.

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Superbonus 100%

costi di materiali e attrezzature schizzati alle stelle

Carenza di materie prime e conseguente aumento dei prezzi rischiano d’invalidare l’agevolazione MARCO ZONETTI

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Il Superbonus 110% spopola ma il mercato dell’edilizia è in crisi. Un apparente paradosso che si spiega in realtà facilmente: la carenza di materiali fa lievitare il costo delle materie prime, e così i cantieri aperti non riescono a procedere nei lavori e i nuovi interventi si spostano al 2022. Per giunta, questi ultimi sono spesso programmati e appaltati partendo da prezzari che, nel periodo di tempo che intercorre tra la firma del contratto e l’inizio dei lavori, finiscono per essere già obsoleti. A quel punto i costruttori sono costretti ad affrontare un rincaro che, in futuro, si scaricherà sulla somma versata dall’utente finale, andando così a invalidare il vantaggio economico che il Superbonus dovrebbe garantire in un arco pluriennale. Tornando ai costi, secondo l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, le materie prime legate all’attività di costruzione sono fin dal 2020 sempre più difficili da reperire. Parliamo di metalli, calcestruzzo, bitumi, materie plastiche derivate dal petrolio. L’Ance denuncia una crescita del 150% dei prezzi nel periodo compreso fra novembre 2020 e maggio 2021. Un aumento del 110% per rame, ferro e acciaio, e oltre quella percen-

tuale per quanto riguarda i polietileni. I prezzi di vernice e legno lievitano a loro volta, e così il cemento cresciuto del 10% circa a gennaio 2021, rispetto al dicembre 2020. Analizzando i dati Siteb, tra il novembre 2020 e l’aprile 2021, il bitume è invece aumentato del 21.9% . Ma chi attribuisse al Superbonus 110% la colpa della carenza dei materiali edili e l’aumento dei prezzi commetterebbe un errore. Secondo l’Ance, infatti, la manovra ha inciso sul mercato solo

dal febbraio 2021, quando gli aumenti si erano già verificati. E per giunta, il fenomeno non è soltanto legato al nostro Paese, visto che lamentano lo stesso problema anche Francia, Germania e Gran Bretagna. Ed è proprio questo connotato internazionale a far capire il vero motivo, e cioè la crisi dovuta alla pandemia da Covid-19, che ha visto una chiusura generalizzata delle imprese e la sospensione degli scambi commerciali in Europa e nel mondo. Da qui il

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difficile reperimento delle materie prime, e di conseguenza il loro rincaro. Quanto ai rappresentanti istituzionali, parlando del Dl Infrastrutture e Trasporti approvato qualche giorno fa alla Camera e ora passato al vaglio del Senato, il Ministro Enrico Giovannini ha dichiarato: “Il settore delle costruzioni è già in surriscaldamento congiunturale, con difficoltà a trovare manodopera, in particolare con certe specializzazioni e abbiamo il forte aumento dei prezzi delle materie prime”. E ancora: “Il Governo è già intervenuto su questo e [ci sarà il decreto] a compensare quelle imprese che sulla base di vecchi contratti hanno visto esplodere i costi”. Ma l’Ance dal canto suo ha proposto al Governo Draghi un meccanismo che permetta la discussione delle compensazioni anche nei casi in cui fossero escluse nel contratto. Una norma che andrebbe applicata anche ai lavori del Superbonus, fermi restando i tetti massimi di spesa di intervento. E, per quanto riguarda il 110%, Il Presidente dell’Ance Gabriele Buia ha chiesto

espressamente di allungare i tempi per usufruire dell’agevolazione almeno fino alla fine del 2023. E in vista del Pnrr, l’Ance ribadisce l’importanza della trasparenza degli appalti pubblici, al fine di scongiurare la possibilità che i lavori vengano assegnati “al buio” finendo per favorire un numero ridotto d’imprese. Poi vi è la differenza sostanziale tra i vari prodotti. Per i microchip, per esempio, il problema risiede nella disponibilità materiale per le aziende. Mentre per quanto riguarda le materie prime o i componenti per l’edilizia la chiave della questione è l’impennata globale dei prezzi. Il tutto, come un inquietante effetto domino, si riverbera sull’aumento dei costi del petrolio, del gas naturale, delle resine, delle gomme, dell’acciaio e di tutta una serie di materie prime. Aumenti e rincari che finiscono per riflettersi sui costi di produzione, generazione, trasporto frenando inesorabilmente la ripresa delle industrie. Che nel caso del settore edile, la cui filiera è una delle più complesse, le conseguenze sono quanto mai negative e preoc-

cupanti. Come se non bastasse, l’impennata dei costi dei materiali di costruzione che ormai si protrae da mesi e mesi procede parallelamente alla carenza di lavoratori. La mancanza di manodopera rallenta fortemente il lavoro obbligando committenti e imprese che realizzano i lavori legati al Superbonus a dilatarli in un periodo di tempo più lungo esponendoli così all’aumento dei prezzi. L’Ance ha denunciato che manca all’appello almeno il 60% degli operai specializzati necessari alla realizzazione dei lavori. La causa? Una lunga crisi che da più di dieci anni ha dissipato un patrimonio di piccole e grandi imprese, e di conoscenze e competenze di lavoratori esperti difficilmente rimpiazzabile. Il Superbonus potrebbe ovviare a questa grave situazione? La possibilità c’è, ma i tempi potrebbero essere lunghi. E in regime di Covid-19, con lo spauracchio dei lockdown mai placato con le conseguenze economiche che ben conosciamo, il tempo è proprio la variabile che più spaventa.

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L E P R I M E C A R E N Z E S I S O N O A F FA C C I AT E E V I D E N Z I A N D O I N M A N I E R A I N E Q U I V O C A L ’ I M P R E PA R A Z I O N E D I I N D U S T R I A E I M P R E S A

Riusciremo a spendere

i soldi del Pnnr?

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ANTONIO CAIVANO

pendere i soldi del Pnnr è l’impegno che tutti continuano a sollecitare, farlo bene e farlo subito è quanto aggiunge il nostro Primo Ministro, Mario Draghi, che ci tiene a chiarire che “l’impegno e le responsabilità non riguardano solo il governo ma, in egual misura, tutte le strutture Istituzionali, Comuni in prima linea”. Le prime carenze si sono affacciate evidenziando in maniera inequivoca l’impreparazione di industria e impresa, nonostante di Recovery Found prima e di Pnnr se ne parli da parecchio tempo. Tutti da più parti ed in tutti i settori istituzionali, produttivi, sociali, sportivi, culturali, invocano interventi e maggiori finanziamenti a fronte di una scarsità di progetti spaventosa, tanto che si teme, da qui le continue sollecitazioni, di non riuscire ad utilizzare nei termini e nei modi indicati dall’Europa, l’ingente somma messaci a disposizione. La politica continua a fare il solito giochino inconcludente, questa volta ancor più inopportuno, visto che in ballo c’è il futuro di tutti noi e quello delle pros- manifestando, ancora ce ne fosse bisime generazioni, spostando l’attenzio- sogno, l’impreparazione e l’incapacità ne su problemi di correnti, di poltrone, a risolvere i problemi che riguardano il

Paese. Emerge, adesso, anche questo si sarebbe potuto e dovuto prevedere, un altro aspetto importantissimo che

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blocca o rallenta alcune possibilità di investimenti e quindi di lavoro. Da più parti, a cominciare dal Presidente di Confindustria per continuare con i vari rappresentanti del vertice di importanti industrie e categorie di lavoro, invitati nei convegni, che si susseguono a ritmi mai visti, per parlare di questi argomenti, si evidenzia la mancanza di addetti per la realizzazione delle opere previste dal Pnnr. Guai peggiori aspettano chi dovesse aver bisogno di specializzati, non se ne trovano e non si sa dove andarli a cercare. Emerge, ancora una volta, la mancanza di risoluzione del problema dell’incontro razionale tra domanda e offerta di lavoro. Il settore dell’edilizia, e non solo, deve fare i conti, oltre che con questo, con un altro problema non meno importante, la mancanza di materiale. La somma dei due problemi, mai verificatasi prima, rischia di mettere, ulteriormente, in ginocchio un settore che, dopo le difficoltà affrontate a causa delle restrizioni della pandemia, aveva tutte le prerogative per riprendersi e assestarsi in maniera positiva per i prossimi anni. Il governo, con diverse azioni concrete, dagli sconti fiscali al Superbonus, ha

previsto, per quest’anno e solo per questo settore, un giro d’affari di circa 20 miliardi di euro rispetto ai 1,9 miliardi prima della pandemia. Cifra importantissima che non ha bisogno di commento. Dall’inizio dell’anno tutto il comparto dell’edilizia si è trovato a far fronte a diverse difficoltà. Le forniture di materiali necessari si sono dimezzate e i prezzi aumentati. Manca il materiale e quando si trova i costi sono lievitati in maniera tale da far ritenere il fenomeno l’ostacolo, probabilmente, più grosso per la ripresa prevista dal Recovery Found. E’ abbastanza singolare la contemporaneità di mancanza di manodopera e di materie prime quando ancora non siamo entrati nel vivo dei lavori relativi al Superbonus. Cosa potrà succedere quando si entrerà nel vivo dei lavori? E’ la domanda che si pongono da più parti. C’è chi afferma che la mancanza di manodopera è conseguenza di politiche sbagliate che in passato hanno penalizzato il settore dell’edilizia rendendolo poco attrattivo per i giovani. La precarietà al primo posto, un giovane non può essere interessato a lavorare per

pochi mesi per poi essere mandato a casa. La chiusura degli stabilimenti, a causa della pandemia, è stata una delle cause di questa mancanza di materiali a cui aggiungere, bisogna dire, che alcuni paesi hanno avviato prima di noi le azioni di ripresa, Cina e Stati Uniti ad esempio, e così hanno assorbito la gran parte della produzione di materiali che oggi mancano. I fornitori non accettano ordini o, se li accettano, non danno alcuna garanzia sui tempi di consegna e sull’importo definitivo visto che i prezzi variano nell’arco di pochi giorni. Le imprese che lavorano nell’edilizia, in pratica, non riescono ad aprire i cantieri con la certezza di avere il materiale necessario e che le spese rimarranno quelle stabilite. C’è il concreto rischio che i lavori finanziati con il Superbonus debbano essere bloccati in attesa di capire come possano essere finanziate le differenze tra le offerte fatte basandosi su costi di fornitura molto più bassi rispetto a quelli attuali che registrano aumenti anche del 50%. Il governo è consapevole della situazione e sta studiando una norma che preveda la possibilità di revisione dei prezzi.


Anche nella finanza il futuro è Tech&Green Il Governatore di Banca d’Italia Visco spiega opportunità e rischi dei fenomeni che stanno cambiando la finanza

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Non è una novità che l’industria finanziaria sia investita da ondate di rapido cambiamento. Ma, come ha spiegato il Governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco, al convegno dell’Associazione europea del diritto bancario e finanziario, “ciò che differenzia la situazione attuale dal passato è che le spinte innovative provengono dall’esterno del settore”. Anche per impulso della pandemia, ora sono due i fenomeni che si stanno assestando: la diffusione delle tecnologie digitali e lo sviluppo della finanza sostenibile. L’innovazione tecnologica incide sugli intermediari finanziari sia nella loro organizzazione sia nelle loro modalità di distribuzione di prodotti e servizi e li inserisce in un contesto di competizioni inedite. Soprattutto con start-up finanziarie innovative e con BigTech che operano in altri settori dell’economia. La finanza sostenibile risponde all’impegno per un modello di crescita compatibile con la questione ambientale. “Il potenziale è enorme”, dice il Governatore, ma questi cambiamenti, avverte, devono avvenire in sicurezza. La diffusione delle tecnologie digitali nella finanza amplia i prodotti e i servizi finanziari offerti e ne riduce il costo per i clienti. Secondo Visco per sfruttarne tutti i vantaggi “occorre che le banche e gli altri intermediari investano sulle competenze digitali” e che “estendano le collaborazioni con società Fintech o BigTech”. Per spiegare la rapida crescita di alcune modalità legate all’avanzare della tecnologia nella finanza il Governatore fa l’esempio dell’open banking, la “Banca Aperta”, che consente alle banche di condividere le informazioni finanziarie dei consumatori, previa loro approvazione, a società terze. “In Europa le logiche aperte e collaborative introdotte nell’ambito dei servizi di pagamento a seguito delle previsioni regolamentari volte a permettere (previo consenso) l’accesso di terze parti ai conti della clientela si sono rapidamente diffuse”, ricorda. Mentre un’altra dimensione in crescita è la “tokenizzazione” delle attività finanziarie, cioè, spiega, “l’incorporazione

in uno strumento digitale iscritto su un registro elettronico (blockchain) dei diritti di proprietà su un particolare prodotto”. I token secondo Visco, riducendo i costi e i tempi di transazione, “sono destinati a favorire l’ampliamento della platea degli investitori e la crescita e l’affidabilità di mercati considerati poco liquidi”. Le tecnologie devono però poter essere utilizzate in un contesto di sicurezza per gli investitori, gli emittenti e l’intera economia. Visco ha ricordato come “i rischi per la stabilità finanziaria causati dallo sviluppo delle cripto-attività sono in aumento” e riporta dei numeri significativi sul valore di queste attività. “Anche se rappresentano una piccola quota del valore totale delle attività finanziarie, la loro capitalizzazione è aumentata di 3,5 volte nel 2021, raggiungendo i 2.800 miliardi di dollari”. Le caratteristiche di alcuni tipi di cripto-attività, avverte, “come l’anonimato o l’emissione e la circolazione su infrastrutture decentralizzate destano anche particolari preoccupazioni perché potrebbero legate all’eccessivo consumo energetico, al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo”. I risparmiatori devono quindi essere informati sui pericoli degli investimenti nelle attività digitali che come evidenzia Visco “per loro natura, hanno un valore instabile e sono esposte a bolle speculative”. Secondo la Global Sustainable Investment Alliance, nel 2020 oltre 35.000 miliardi di dollari erano impiegati in investimenti sostenibili, il 54% in più rispetto al 2016. I fondi sostenibili hanno attratto flussi netti per un valore di oltre 50 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2019 e nel 2021 le emissioni di obbligazioni verdi o sostenibili ammontano a oltre 400 miliardi di dollari. “L’espansione di questo mercato rappresenta una significativa opportunità per le banche che si impegneranno per finanziare direttamente progetti sostenibili o sviluppare servizi e prodotti con lo scopo di favorire gli investimenti della clientela” dice il Governatore commentando questi dati.

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confidi, assicurazioni, agenzie immobiliari, società dilatelecomunicazioni, utilities, Da prima che Puglia diventasse di si terrà l’evento nazionale Covid free. moda, Gallipoli lo era già. Era il ’94 Come vi state attrezzando?

quando D’Alema e Buttiglione si incon- Gallipoli ha una responsabilità imporimprese e professionisti travano al Bastione, storico ristorante della città, per discutere le strategie per superare il governo Berlusconi. E poi Gianni Morandi a Lido Pizzo, e tanti altri vip negli anni hanno scelto la splendida cittadina ionica cantata dal poeta Vittore Fiore. I ragazzi che ora fremono per andare in vacanza a Gallipoli non erano ancora nati, ma la città era già famosa, anche per le sue discoteche. I lidi che mettevano un po’ di musica nelle notti speciali dell’estate: San Lorenzo e Ferragosto, quello che è venuto dopo è storia, perché Gallipoli ha saputo richiamare tutto il mondo, con il suo mare cristallino, i suoi locali, i suoi eventi. Ora cosa succede? Ne abbiamo parlato con il Sindaco Stefano Minerva. Sindaco Minerva, a giugno Gallipoli

tante e proprio perché è riconosciuta a livello nazionale come città anche dei giovani, si è scelto di fare nel territorio l’evento. Nulla sarà affidato al caso, vi è un protocollo da rispettare e che riguarderà tutti gli attori del sistema. Abbiamo una grande responsabilità e non possiamo permetterci di perdere la partita. Stiamo lavorando costantemente per la buona riuscita dell’evento pilota di giugno. È chiaro che le Istituzioni fanno il possibile, il resto però richiede un contributo importante anche dagli esterni. Ci sono imprenditori che stanno investendo su nuove discoteche e, a quanto pare, sono già arrivate molte prenotazioni da parte di ragazzi da tutta Italia. Gallipoli tornerà ad essere la capitale del divertimento giovanile?

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Gallipoli non torna indietro, o meglio: va avanti. sempre. Nei decenni passati Gallipoli era il punto di riferimento per le famiglie poi, grazie alla visione di imprenditori illuminati, il brand Gallipoli è diventato un’attrattiva per i più giovani. Sono del parere che un target non debba necessariamente escludere l’altro: Gallipoli nell’ultimo triennio è diventato un modello nazionale in grado di coniugare famiglie e cultura, giovani e divertimento. Non a caso gli ingressi dei contenitori culturali della città hanno visto il proprio numero raddoppiarsi. Gallipoli è una città ricca di storia, crocevia di culture, ma è anche una città fresca e giovanile. Come tutti i rapporti di convivenza serve il buon senso e il rispetto delle regole, senza non si può immaginare alcun futuro. La voglia di vivere la notte è tanta, ma siamo reduci da zona rossa e invochiamo che cessi il coprifuoco. Si comincia a parlare di vaccini per i più giovani. Pensa di organizzare centri vaccinali dedicati ai turisti, se ne avrà la possibilità? L’attuale Amministrazione ha dedicato un’attenzione importante al settore sanitario. Mi preme fare una piccola, importante premessa: il nosocomio gallipolino è diventato di primo livello proprio negli ultimi anni e insieme al Distretto Socio Sanitario abbiamo attivato un centro di assistenza medica per i tu-

ANALISI

MONITORAGGIO

VERIFICA DATI AZIENDALI


Ffs celebra i 20 anni Infuturo la sfida è al greenwashing Venti anni di attività e 130 soci dai 15 iniziali: sono i numeri del Forum per la Finanza Sostenibile Venti anni di attività e 130 soci dai 15 iniziali. Sono i numeri del Forum per la Finanza Sostenibile che ha celebrato i suoi 20 anni di attività nell’evento conclusivo della Settimana SRI 2021 dedicato allo stato dell’arte e alle sfide future della finanza sostenibile in Italia. Il Forum dalla sua fondazione lavora per promuovere gli investimenti sostenibili attraverso attività di ricerca, divulgazione e formazione e aggrega soci che a diverso titolo promuovono la finanza sostenibile, stimolando il dialogo tra i diversi attori. «I risultati di questi anni hanno mostrato le enormi potenzialità della finanza sostenibile e l’importanza del lavoro del Forum su temi diventati ormai centrali nelle agende politiche e nelle strategie degli operatori finanziari – ha commentato il presidente del Forum Gian Franco Giannini Guazzugli − È una grande soddisfazione celebrare oggi questo anniversario, guardando avanti alle prossime sfide che ci attendono in questa fase di ripresa verso obiettivi di sviluppo sostenibile». La prima sfida per il Forum è dare il proprio contributo – in termini di divulgazione, formazione e ricerca – al raggiungimento degli obiettivi climatici e alla realizzazione di una transizione ecologica giusta e inclusiva. Di pari passo, l’associazione punta ad accompagnare lo sviluppo della finanza sostenibile, promuovendo il riorientamento degli investimenti verso obiettivi di sostenibilità e una sempre più profonda integrazione dei fattori ambientali, sociali e di buona governance nelle politiche aziendali. Il Forum si

impegnerà anche nel monitoraggio sia dell’evoluzione normativa, sia dei fenomeni e delle tendenze di mercato, concentrandosi in particolare su investitori istituzionali e retail, Pmi e terzo settore. Fondamentale sarà per l’associazione il lavoro per la trasparenza e contro il greenwashing e il socialwashing, così come proseguire nella promozione del dialogo tra investitori e imprese, attraverso iniziative di engagement collaborativo. A queste sfide si accompagnano quelle dell’educazione finanziaria e della comunicazione, con l’obiettivo di diffondere la conoscenza dei temi chiave della finanza sostenibile, aumentare la consapevolezza dei cittadini e portare il contributo del Forum al dibattito pubblico. «La crescita della base associativa e delle attività del Forum per la Finanza Sostenibile è andata di pari passo in questi anni con gli sviluppi della normativa a livello europeo e con la progressiva integrazione dei fattori ambientali, sociali e di buona governance da parte degli operatori finanziari e delle aziende – ha dichiarato il segretario generale del Forum Francesco Bicciato – Spesso il Forum ha avuto con soddisfazione il ruolo di indicare la strada e anticipare tendenze ed evoluzioni del mercato Sri. Con entusiasmo raccogliamo le sfide del futuro: la trasparenza, la ricerca, la divulgazione, il contributo per una transizione giusta e la promozione del dialogo costruttivo con le istituzioni e gli attori economici pubblici e privati».


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I N T E R V I S TA E S C L U S I VA A L L ’ O N . F R A N C E S C A T R O I A N O C O M P O N E N T E C O M M I S S I O N E F I N A N Z E A L L A C A M E R A D E I D E P U TAT I

Riforma fiscale

cosa c’è in Manovra e cosa viene rimandato? Troiano: «È necessaria una perequazione tra il cittadino e il Fisco. in manovra ci sono 8 miliardi ma le misure vere e proprie per il taglio IRPEF a favore dei redditi medio-bassi, la riduzione del cuneo fiscale e l’intervento sull’IRAP vengono rimandate al dibattito parlamentare»

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a Riforma fiscale nella Manovra di Bilancio viene finanziata con 8 miliardi, mentre le misure vere e proprie per il taglio IRPEF a favore dei redditi medio-bassi, la riduzione del cuneo fiscale e l’intervento sull’IRAP vengono rimandate al dibattito parlamentare. Ne parliamo con l ‘On. Francesca Troiano (Commissione Finanze alla Camera dei Deputati). «È necessaria una perequazione tra il cittadino e il Fisco. Ogni cittadino che produce reddito deve pagare una imposizione fiscale a dir poco eccessiva. A prescindere dell’aliquota IRPEF che è compresa dal 27% al 43% in base al reddito, bisogna aggiungere la imposta addizionale comunale, l’addizionale reginale e l’IRAP. In altre parole la tassazione per alcuni redditi potrebbe arrivare al 47%. In aggiunta a ciò è utile ricordare il pagamento degli acconti, primo acconto del 40%

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e secondo acconto del 60% del saldo pagato. In caso di mancato pagamento delle imposte, anche per causa di forza maggiore al contribuente perviene una cartella esattoriale richiedente quanto segue: 1. l’imposta non dovuta; 2. gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo (articolo 20 del DPR n. 602 del 1973) dovuti nella misura del 4 per cento annuo. [interessi calcolati dal giorno della scadenza al giorno di consegna del ruolo all’agente della riscossione]; 3. gli interessi per dilazione del pagamento (articolo 21 del DPR n. 602 del 1973) dovuti nella misura del 4,5 per cento annuo; 4. decorsi 60 giorni dal termine di pagamento della cartella esattoriale il 2,68%; 5. il 30% di sanzione 6. agio e oneri di riscossione 3% entro 60 giorni dalla notifica della cartella 6% oltre i 60 giorni. Al contribuente che deve ricevere un rimborso spetta: 1. l’imposta non dovuta; 2. gli interessi per ritardato rimborso di imposte pagate e per rimborsi eseguiti mediante procedura automatizzata in misura del 2% annuo.

Il decreto doveva fissare una misura unica di interessi per il versamento, la riscossione e i rimborsi di ogni tributo doveva essere emanato entro il 20 gennaio 2016. Per il momento, visto che il decreto tarda ad arrivare, continuano ad essere applicate le misure vigenti in tema di interessi, che sono di diversa misura e, di norma, favoriscono il Fisco, penalizzando i contribuenti. Detto decreto determinava una misura unica, di interessi da applicare compresa nell’intervallo tra lo 0,5 per cento e il 4,5 per cento, determinata con il decreto del Ministro dell’economia e delle finanze.

se, ridurre notevolmente la sanzione del 30%, portandola all’8%, eliminare e/o ridurre l’agio portandolo all’1% con un tetto massimo ed è necessaria la eliminazione totale degli interessi e delle sanzioni per i mancati pagamenti dovuti ai casi di forza maggiore regolarmente comprovati». L’Italia ha estremo bisogno di una Riforma fiscale forte, di carattere liberale e chiaramente europeista. Un sistema fiscale europeo, omogeneo, sostenibile, rispettoso della crescita e dello sviluppo. Un sistema fiscale che rispetti cittadini e imprese nella loro dignità. Un sistema fiscale dove il cittadino e l’imprenditore non sono “delinquenti “ Premesso tutto quanto sopra è op- a prescindere . Uno Stato liberale e portuno uguagliare i tassi di interes- non di polizia fiscale.

Per il ritardo del pagamento dei rimborsi non sono previsti a carico del fisco le sanzioni - continua l’On. Troiano - Da ciò non possono che rilevarsi delle Incongruenze: sproporzione tra gli interessi richiesti al contribuente e interessi da rimborso; sanzioni solo a carico del contribuente ed oltretutto eccessive; agio e oneri di riscossione elevatissimi. È necessario mettere sullo stesso livello, il fisco e il cittadino-contribuente e riformare l’aggio (come più volte sollecitato dalla Corte costituzionale, da ultimo con la sentenza n. 120/2021), per esempio consentendo al contribuente di poter pagare in banca indicando uno specifico codice tributo. Relativamente agli interessi la disuguaglianza doveva essere eliminata da un decreto che si sarebbe dovuto approvare nel mese di gennaio del 2016. Trattasi dell’articolo 13 del decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 159, in vigore dal 22 ottobre 2015.

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PRESENTATO IL LIBRO DELL’ EX DIRETTORE DE IL SOLE 24 ORE

NAPOLETANO:

«Mario Draghi, il vero cavaliere bianco» L’evento, presentato dalla Gargano Esco, introdotto da Domenico De Falco (Corecom Puglia) e moderato da Angelo Ciaravolo, è servito a conoscere meglio la figura dell’attuale premier, in quelle che sono le sue due anime, quella economica e quella politica FRANCESCO GASBARRO

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“Mario Draghi. Il ritorno del Cavaliere Bianco”. Approfondisce la figura dell’uomo politico del momento l’ultima monografia di Roberto Napoletano, ospite lo scorso 29 settembre presso il Circolo Nautico di Torre del Greco. L’evento, presentato dalla Gargano Esco, introdotto da Domenico De Falco (Corecom Puglia) e moderato da Angelo Ciaravolo, è servito a conoscere meglio la figura dell’attuale premier, in quelle che sono le sue due anime, quella economica e quella politica. Nel libro edito da “La Nave di Teseo”, l’autore approfondisce le doti quasi taumaturgiche di un uomo di Stato che è chiamato a redimere le sorti del paese. “Mario Draghi ha una qualità che viene prima di tutte. Guarda al sodo” – afferma nel testo, Napoletano. “Che vuol dire la sostanza delle cose sfrondata dai dettagli. Non usa mai frasi ampollose o termini che non si capiscono. Se lo senti, sai cosa pensa. Gli italiani stanno cominciando a conoscerlo”. Accolto con entusiasmo da Renzi, con freddezza dal Movimento 5 Stelle e con diffidenza dalla destra di Giorgia Meloni, l’ex BCE sta allargando il suo consenso sulla scorta dei dati che giungono dalle previsioni del PIL e da altri indicatori economici fondamentali. C’è un effetto rimbalzo del post – pandemia oppure davvero Draghi ha saputo prendere per le redini un paese che stava finendo fuori pista? Il contesto che ha trovato Mario Draghi. L’ex direttore de Il Sole 24 Ore ha tracciato il suo ritratto proprio partendo da quella che è stata l’esperienza di Draghi prima alla Banca d’Italia e poi la Banca Centrale Europea. Durante queste esperienze, a livello economico, è accaduto di tutto: tante crisi si sono presentate a partire dal 2008 e questo ha imposto

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la presenza di amministratori capaci. Poi è arrivata la pandemia con Draghi in sella, ma stranamente l’Italia si è affrancata dal ruolo di ultima per crescita. Oggi infatti cresce più degli altri paesi europei, grazie ad una serie di congiunture che volgono in maniera favorevole. “Oggi abbiamo la prova matematica che l’unico modo per ridurre il debito sia fare la crescita”. Così si è espresso Napoletano durante la presentazione del suo libro a Torre del Greco, rimarcando gli errori commessi in passato. Il Cavaliere bianco di Napoletano. La metafora utilizzata dal giornalista economico è quella del Titanic. Ovvero una nave dalle grandi potenzialità che, a causa di tante coincidenze negative e di alcuni errori di calcolo, finisce ad infrangersi contro un iceberg. Proprio per questo motivo risulta fondamentale il ruolo di un avvistatore esperto dalla torre di controllo più alta, qualcuno che sappia fiutare il pericolo prima degli altri. Il giornalista ha anche rigettato la definizione di “tecnico” per Mario Draghi. La sua esperienza lo ha portato ad avere

sempre a che fare con la politica, a prendere decisioni sui politici, a dire di “no” alla Merkel quando c’erano da salvare i paesi dell’area Euro che correvano ad una velocità inferiore. Nei ruoli di responsabilità che ha avuto ha sempre cercato le soluzioni più ardue nei momenti più difficili. Impossibile dimenticare il “whatever it takes” (Costi quel che costi) la famosa locuzione che, in qualità di governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi pronunciò il 26 luglio 2012, nell’ambito della crisi del debito sovrano europeo, per indicare che avrebbe fatto “tutto il necessario” per salvare l’euro dalla speculazione. Il cavaliere bianco, dunque, è colui che va controtendenza per perseguire un fine positivo, guardando oltre ciò che tutti guardano, superano le iatture del “cigno nero”. Lo stesso che potrebbe verificarsi ancora nell’esperienza a Palazzo Chigi. Il Futuro di Mario Draghi secondo Napoletano. “Abbiamo fatto scendere il debito pubblico in piena pandemia”, sottolinea Napoletano durante la presentazione del suo libro, consa-

pevole del fatto che questa forse sia l’ultima occasione buona per il rilancio dell’Italia. Anche in virtù del fatto che il PNRR farà giungere nel nostro paese grandi risorse che passeranno proprio dalla gestione di Mario Draghi, “l’uomo giusto al momento giusto”. Al termine del saggio di Napoletano alcuni discorsi di Draghi in Appendice (Meeting dell’Amicizia 2020, voto di fiducia al Governo in Senato, apertura anno giudiziario Corte dei Conti) che ne testimoniano lo stile comunicativo “asciutto e concludente” e il modus operandi, fondato su priorità essenziali, sfide non rinviabili, assunzione di responsabilità verso la comunità nazionale. Forse, nell’era della comunicazione prevalente, il suo stile risulta essere il più anti-conformista di tutti. Ma basterà questo per risollevare il Belpaese? Sarà la storia a dire se questo grande progetto salvifico avrà esplicato al meglio gli effetti attesi. Sullo sfondo c’è anche la partita del Colle, dove proprio l’attuale premier sembra il più accreditato a succedere a Sergio Mattarella.

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Drecreto Capienze: si torna in discoteca CADE L’ULTIMO ‘MURO’ DELLE CHIUSURE A CAUSA DELLA PANDEMIA

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Era l’ultimo ostacolo prima della definitiva riapertura di tutti i settori economici e anche il ‘nodo’ che ha tenuto maggiormente in apprensione decine di operatori dei rispettivi settori. Il Consiglio dei Ministri, attraverso il Decreto Legge dello scorso 8 ottobre 2021 è intervenuto per adottare delle “Disposizioni urgenti per l’accesso alle attività culturali, sportive e ricreative, nonché per l’organizzazione di pubbliche amministrazioni e in materia di protezione dei dati personali”, in ragione dei numeri della pandemia da Covid-19 che sembrano essersi attenuati, soprattutto grazie alle vaccinazioni. Le disposizioni contenute nel cosiddetto “decreto capienze” sono intervenute per normare le modalità di accesso in tanti luoghi di aggregazione che hanno pagato a caro prezzo i mesi di limitazioni e chiusure. Nel dettaglio, per gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, locali di intrattenimento e musica dal vivo e in altri locali o spazi anche all’aperto, la capienza consentita in zona bianca è del 100% di quella massima autorizzata sia all’aperto che al chiuso. L’accesso è chiaramente consentito solo a coloro che sono in possesso del green pass. Questa decisione può finalmente rilanciare il settore del teatro e della musica dal vivo che ha sempre protestato negli ultimi mesi, a causa delle grandi difficoltà che hanno accusato le maestranze e i lavoratori. Al contrario restano alcune limitazioni per bar e ristoranti. Dallo scorso 22 luglio è stato superato il limite dei 6 commensali allo stesso tavolo, ma resta il distanziamento di almeno 1 metro tra i tavoli, circostanza che limita di fatto la capienza nei locali pubblici, dove al chiuso è sempre necessario il green pass (tranne quando si consuma al banco). Per quanto riguarda le competizioni sportive, invece, in riferimento agli stadi e ai palazzetti, la capienza consentita

non potrà essere superiore al 75% di quella massima autorizzata all’aperto e al 60% al chiuso. Gli stadi hanno da tempo ripreso a marciare a spron battuto, mentre si è creato maggior disagio per quanto riguarda gli accessi nelle strutture degli sport minori, dove la maggior concentrazione degli spazi avrebbe potuto creare problematiche sanitarie. Ma i maggiori cambiamenti riguardano il settore delle sale da ballo e delle discoteche, che di recente ha beneficiato di nuovi sostegni a fondo perduto per far fronte alla perdurante chiusura imposta per legge. Qui la capienza non potrà essere superiore al 75% all’aperto e 50% al chiuso. Nei locali al chiuso deve essere assicurata la presenza di impianti di aerazione, ma senza ricircolo dell’aria. A questo si aggiunge l’obbligo della mascherina in ogni momento in cui non si balla e l’utilizzo di bicchieri monouso per evitare il contagio. Nonostante la buona notizia della riapertura, dopo 20 lunghi mesi di serrata, il settore delle discoteche ha criticato queste nuove disposizioni, giudicandole difficili da attuare e comunque limitanti nell’ottica di coprire i costi di gestione. Infatti, inizialmente il Governo aveva individuato una capienza del 35% al chiuso e la Silb-Fipe della Confcommercio aveva definito “anti-economiche” le condizioni, chiedendo un ulteriore sforzo in termini di percentuali che poi sono state estese fino al 50%. Dopo questo passaggio i primi giorni delle riaperture, a partire dall’11 ottobre, hanno fatto subito segnare un gran numero di prenotazioni nelle sale più grandi, anche se alcune discoteche hanno preferito posticipare la riapertura per adeguarsi a tutti gli standard di sicurezza stabiliti dal decreto. È soltanto un primo passo, ma la ripartenza del settore dell’intrattenimento può segnare veramente il passo definitivo verso un graduale ritorno alla normalità.

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SuperBonus 110%

A cura di Dario Gucci Avvocato

Il superbonus 110% nelle strutture sportive

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Anche il settore degli impianti sportivi è coinvolto nelle agevolazioni previste dalla disciplina del superbonus 110%. Per inquadrare la tematica va premesso che l’articolo 119, comma 9, lett. e) del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 (decreto Rilancio) come convertito dalla legge 77/2020 prevede espressamente la possibilità di fruire della disciplina del superbonus 110% per le strutture sportive limitatamente ai locali adibiti a spogliatoi. Dal lato soggettivo possibili beneficiari dell’agevolazione sono solo le Società e le Associazioni sportive dilettantistiche (in acronimo S.S.D. e A.S.D.) iscritte nell’apposito registro tenuto dal Coni. La norma, quindi, espressamente esclude dal novero dei beneficiari lo sport professionistico. Di recente è sorta un’interessante questione sulla possibilità di intervenire tramite il superbonus 110% non su strutture proprie ma anche su strutture in concessione pubblica. Con l’istanza di interpello 515 del luglio 2021 l’istante rappresentava di essere un’associazione sportiva dilettantistica (ASD) iscritta al registro tenuto dal CONI che intende effettuare degli interventi di riqualificazione energetica su un immobile di proprietà comunale. Aggiungeva l’istante che dal 2010 è stata stipulata una convenzione con l’Amministrazione comunale in base alla quale le veniva concesso l’utilizzo di più impianti sportivi comunali, tra cui la struttura denominata “Palestra Scuola Media” per l’espletamento delle attività, anche didattiche, dell’esercizio sportivo, nonché dei servizi ad essi inerenti. In base all’articolo 3 della citata convenzione l’Istante utilizzava i sottoindicati impianti con annessi spogliatoi e docce: - campo di calcio in erba sintetica; - pista per atletica leggera; - palestra grande (scuola media); - palestra piccola (scuola elementare). Ovviamente gli orari di utilizzo delle palestre da parte dell’associazione erano subordinati all’uso delle stesse da parte della scuola (cioè al di fuori dell’orario scolastico). Nello specifico la “Palestra Scuola Media” necessitava di interventi di riqualificazione energetica, da effettuarsi con il consenso dell’Amministrazione comunale proprietaria. L’associazione chiede dunque all’Agenzia lumi sulla legittimità della fruizione delle agevolazioni previste dall’articolo 119 del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 (c.d. Superbonus) per gli interventi che intende eseguire sugli immobili di proprietà del Comune (palestra scuola media). L’agenzia delle Entrate rispondeva in modo positivo con una sintetica disamina generale della disciplina del superbonus 110 percento, utile per una facile comprensione della tematica. L’articolo 119 del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito con modificazioni dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, e successivamente modificato dalla legge 30 dicembre 2020, n. 178, nonché, da ultimo, dall’articolo 1, comma 3, del decreto legge 6 maggio 2021, n. 59 e dall’articolo 33, comma 1, del decreto leg-

ge 31 maggio 2021, n. 77, disciplina la detrazione, nella misura del 110 per cento, delle spese sostenute dal 1° luglio 2020 fino al 30 giugno 2022 (oggi in fase di proroga), a fronte di specifici interventi finalizzati all’efficienza energetica nonché al consolidamento statico o alla riduzione del rischio sismico degli edifici (c.d. Superbonus). Le nuove disposizioni si affiancano a quelle già vigenti che disciplinano le detrazioni spettanti per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici (c.d. “ ecobonus”) nonché per quelli di recupero del patrimonio edilizio, inclusi quelli antisismici (cd. “sismabonus”), attualmente disciplinate, rispettivamente, dagli articoli 14 e 16 del decreto legge 4 giugno 2013, n. 63. Le tipologie e i requisiti tecnici degli interventi oggetto del Superbonus sono indicati nei commi da 1 a 8 del citato articolo 119 del decreto Rilancio mentre l’ambito soggettivo di applicazione del beneficio fiscale è definito nei successivi commi 9 e 10. Ai sensi del successivo articolo 121, tutti i soggetti che sostengono, nel corso degli anni 2020, 2021 e 2022 (in corso di proroga), delle spese per gli interventi tassativamente individuati ed elencati al successivo comma 2 possono optare, in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione in dichiarazione, per un contributo, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto fino a un importo massimo pari al corrispettivo stesso, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi e da quest’ultimo recuperato sotto forma di credito d’imposta, con facoltà di successiva cessione del credito ad altri soggetti ivi inclusi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari (c.d. “sconto in fattura”) ovvero, in alternativa, per la cessione di un credito d’imposta di importo corrispondente alla detrazione fiscale spettante ad altri soggetti, ivi inclusi gli istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione. Le modalità attuative delle sopra richiamate disposizioni, comprese quelle relative all’esercizio delle opzioni, da effettuarsi in via telematica anche avvalendosi degli intermediari indicati al comma 3 dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322, sono state definite con successivi Provvedimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate. Con riferimento all’applicazione di tale agevolazione, prima dell’entrata in vigore della legge di bilancio 2021, sono stati forniti chiarimenti con la circolare dell’8 agosto 2020, n. 24/E, con la risoluzione del 28 settembre 2020, n. 60/E, e con la circolare del 22 dicembre 2020, n. 30/E. L’ambito soggettivo di applicazione del Superbonus è delineato dal comma 9 dell’articolo 119 del decreto Rilancio che alla lettera e) prevede che le disposizioni contenute nei commi da 1 a 8 si applicano anche «agli interventi effettuati», dalle « associazioni e società sportive dilettantistiche iscritte nel registro istituito ai sensi dell’articolo 5, comma 2, lettera c), del decreto legislativo

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23 luglio 1999, n. 242, limitatamente ai lavori destinati ai soli immobili o parti di immobili adibiti a spogliatoi». Come chiarito con la circolare n. 24/E del 2020, ai fini della applicazione della norma, ciò che rileva è il sostenimento delle spese relative agli interventi ammessi dalla normativa in esame da parte dei predetti soggetti, sia proprietari che meri detentori dell’immobile in virtù di un titolo idoneo, al momento di avvio dei lavori o al momento del sostenimento delle spese, se antecedente il predetto avvio, nonché la destinazione dell’immobile “a spogliatoio” per lo svolgimento della proprie attività. Più precisamente, come chiarito nella citata circolare, 24/E del 2020, il beneficiario può: - essere titolare di un diritto reale di godimento (usufrutto o uso) sull’immobile; - detenere l’immobile in base ad un contratto di locazione, anche finanziaria, o di comodato, regolarmente registrato, ed essere in possesso del consenso all’esecuzione dei lavori da parte del proprietario. Nel caso in esame, si può ritenere che l’allegata Convenzione avente ad oggetto la “manutenzione e custodia degli impianti sportivi” con l’utilizzo degli stessi impianti sportivi comunali, sia pure in maniera non esclusiva (in quanto viene utilizzato anche dallo stesso ente comunale per l’attività scolastica) possa costituire titolo idoneo a consentire all’Associazione Istante l’applicazione della citata disposizione fiscale relativa al Superbonus. Pertanto, con riferimento al caso di specie, in presenza dei requisiti e delle condizioni normativamente previsti, previo assenso del Comune proprietario all’esecuzione dei lavori da parte del concessionario, è ammesso l’accesso al Superbonus in relazione alle spese sostenute per la realizzazione di interventi, previsti dalla norma in esame, vale a dire in relazione all’immobile di proprietà del comune (palestra scuola media) a fronte degli interventi che intende effettuare di efficientamento energetico ma solo per la parte adibita a spogliatoi. In buona sostanza tutte le entità – A.S.D. o S.S.D. che utilizzano impianti in concessione ben possono avvalersi del superbonus 110% per migliorare l’efficienza energetica degli spogliatoi o anche intervenire sulla struttura dei medesimi, quando possibile, con finalità antisismiche.

Va aggiunto che la porzione di fabbricato adibita a spogliatoi o, nei casi migliori, l’edificio spogliatoi non debbono necessariamente essere “spogli”, cioè semplici, come normalmente avviene nel caso dell’edilizia scolastica, in quanto possono teoricamente accogliere oltre che i bagni e le docce anche servizi aggiuntivi quali la zona sauna di vario tipo e vasche da interno con idromassaggio ed idroterapia. Tutte strutture a beneficio degli sportivi delle associazioni e delle società dilettantistiche piuttosto “energivore” che possono facilmente beneficiare di miglioramento energetico. Quanto alle categorie catastali coinvolte dobbiamo far riferimento per i privati alla categoria C4 se non vi è fine di lucro nell’attività del proprietario della struttura o in caso contrario alla categoria D6. Per le strutture pubbliche ci troviamo invece nella categoria residuale E9. È però normale che gli spogliatoi siano annessi ad una struttura più grande ove si svolge l’attività sportiva e quindi ne siano pertinenza senza costituire autonoma entità catastale. In diversi altri casi però, ben possono costituire una struttura indipendente come nei campi di atletica (dove non sussiste la struttura sportiva al chiuso) e di altre attività sportive all’aperto (campi di calcio, tiro a volo, golf ed altro). Apprezzabile in conclusione è la generale attenzione che il legislatore ha dato alle strutture sportive. Meno ragionevole è la limitazione ai soli spogliatoi: trova forse ragione nell’ambito dell’efficientamento energetico - gli spogliatoi sono locali, dicevasi, “energivori” - ma certamente meno nel settore antisismico ove, quando possibile, è poco significativo tutelare solo una porzione del complesso sportivo. Dalla risposta resa dall’Amministrazione delle Entrate grande spazio può essere però dato a questo tipo di interventi nelle strutture scolastiche: la pratica virtuosa di concedere le palestre scolastiche in favore dello sport dilettantistico fuori degli orari di lezione è molto diffusa, ne consegue che agevolmente dette associazioni o società sportive potrebbero intervenire sul patrimonio scolastico avvalendosi del superbonus 110% in modo da trarne beneficio sia loro che gli alunni che condividono le stesse strutture.


A cura di Bruno Maizzi Vicepresidente nazionale dell’Associazione Movimento Consumatori

Dalla parte dei consumatori

DIGITALE TERRESTRE – TV e DECODER “dal 20 ottobre cosa cambia” Ogni fine anno, in prossimità della scadenza del famigerato e obsoleto balzello “canone TV” (regio decreto-legge 21.02.1938), come Movimento Consumatori, ci siamo occupati di informare i cittadini, del come, del perché ed in favore di chi, si è costretti ad elargire la malvista Tassa annuale. Quest’anno, come se non bastasse il perdurare del periodo pandemico, che ha ridotto sul lastrico la stragrande maggioranza di famiglie italiane e non…, e ancor di più, i recenti esponenziali aumenti delle utenze domestiche e dei carburanti emanati dall’attuale Governo (a parere dello scrivente assolutamente ingiustificati, impropri o meglio indecenti), le famiglie, dal 20 ottobre se desidereranno continuare a vedere la televisione, dovranno sostenere ulteriori spese, dovute al passaggio della nuova tecnologia di trasmissione di ricezione del segnale televisivo. Pertanto, o si decide di sostituire l’apparecchio o si adatta quello esistente attraverso l’applicazione di un decoder di nuova generazione. Già qualche anno fa, fummo costretti a cambiare televisore e/o applicare un decoder, per continuare a vedere la TV, Oggi, nel momento meno opportuno, ci risiamo… ma il Governo sempre attento al benessere ed alle esigenze dei Cittadini, fa bella mostra di se, attraverso un bonus “se si decidesse di sostituire il detenuto televisore, si può beneficiare del bonus rottamazione TV fino a dicembre 2022 o fino ad esaurimento delle risorse finanziate (250 milioni di euro), fino a €.100,00, pari ad uno sconto del 20% sul prezzo finale del televisore” in barba alle tanto di moda “scelte ecologiche per salvare il pianeta”. Ma aldilà delle personali considerazioni…, vediamo nel dettaglio cosa accade: Dal 20 ottobre, così come innanzi detto, chi detiene un televisore acquistato prima del 22.12.2018, sarà sicuramente costretto a rottamarlo e/o adeguarlo con il decoder. “Attenzione” -prima di ricorrere a questa ulteriore spesa, si consiglia di provare a sintonizzarsi su qualsiasi canale che trasmette in HD per verificare se risulta visibile (tipo Canale 5 si dovrebbe vedere digitando il canale 505), se si vede è tutto ok “ l’apparecchio in questione riesce a supportare il passaggio a Mpeg-4”. Se malauguratamente non si dovesse vedere, mano al portafogli…

Il passaggio definitivo dal DVB T al DVB T2, invece, non si conoscono al momento le date precise, nel Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico è previsto a partire dal 2023, il che richiederà nella stragrande maggioranza dei casi la spesa relativa all’adeguamento. Si stima che, circa 18 milioni di famiglie hanno in casa un televisore con standard DVB T, per un totale di circa 36 milioni di apparecchi, di cui il solo 45/50% sono abilitati a supportare la codifica Mpeg-4, e comunque ci sarà bisogno, nel corso del periodo a risintonizzare spesso i canali per continuare a vederli. Per sapere se il detenuto apparecchio è abilitato a questo ulteriore passaggio “dal digitale terrestre DVB T al DVB T2”, c’è bisogno di effettuare una prova “se si sintonizza il canale 100 oppure 200, compare la scritta TestHecv”, tutto è a posto “nessuna ulteriore spesa bisognerà affrontare” Che dire, non bastavano le tante problematiche che il popolo italiana è suo malgrado costretto da tempo a patire, ora anche il prezioso apparecchio, che ci ha tenuto “particolarmente nel periodo del lokdown” e ci continua a farci compagnia, ci darà problemi… Ma oramai è notoria la cosa “siamo italiani e ci piace sguazzare nelle problematiche”. Per ricevere migliori delucidazioni e/o assistenza in merito al BONUS ROTTAMAZIONE 2021, basta rivolgersi alle nostre Sedi Movimento Consumatori Puglia – puglia@movimentoconsumatori.it – telefono 338.7979600. Il servizio è fornito nell’ambito del “Progetto SOS Famiglie” realizzato con i fondi Ministero Sviluppo Economico - Regione Puglia - Riparto 2020.


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Digital communication

A cura della dott.ssa Valentina Apicella Esperto in Digital Communication

Emissioni di CO2 e l’impatto dell’inquinamento digitale

44 Progetti Finanza&

Le nostre vite ai tempi del Covid-19 sono state stravolte e soggette a cambiamenti obbligati che continueranno ad esercitare mutamenti anche in futuro. Le flessioni economiche da pandemia sarebbero state devastanti se gran parte dell’economia non si fosse trasferita su internet in cerca di nuovi canali di vendita. Dallo smart working, alla teledidattica, dall’e-commerce all’home banking, dalle video conferenze, ai webinar per presentare i libri ed eventi culturali. Anche chi è poco digitale deve imparare in fretta, perché il suo uso ormai quotidiano, oltre a sostituire molte attività fisiche, responsabili di emissioni di CO2 equivalenti, farà bene all’ambiente. Le soluzioni digitali di fatto possono sostenere l’economia circolare, supportare la decarbonizzazione di tutti i settori e raggiungere obiettivi di sostenibilità che il Green New Deal europeo si propone. D’altro canto occorre non sottovalutare che computer, dispositivi elettronici e infrastrutture digitali consumano quantità sempre maggiori di elettricità. E l’energia elettrica, non proveniente da fonte rinnovabile, produce emissioni di gas serra. Da dati tecnici nel 2008 le tecnologie digitali utilizzate nella trasmissione, ricezione ed elaborazione di dati e informazioni (ICT) hanno contribuito per una percentuale pari al 2% alle emissioni globali di CO2; nel 2020 sono cresciute fino ad arrivare al 3,7% e si stima che raggiungeranno l’8,5% nel 2025, l’equivalente delle emissioni di tutti i veicoli leggeri in circolazione. Lo studio “Assessing ICT global emissions footprint”, ha ipotizzato che nel 2040 l’impatto del

digitale sarà proiettato al 14%. Confrontando le emissioni del digitale nel 2020 in tutti i Paesi si può vedere che paragonando le infrastrutture digitali ad uno Stato, sarebbe uno fra i più grandi consumatori di energia al mondo. Immagini, video in ultra-definizione per smart-tv, sensori distribuiti, immagini riprese da telecamere di sicurezza, domotica, smart house, robotizzazione, città intelligenti, videochiamate digitali, servizi on-line, messaggistica istantanea e molto altro ancora costituiscono un “universo digitale” in continua espansione, alimentato dai dati creati, utilizzati e richiesti ogni giorno, senza sosta, da industrie, pubbliche amministrazioni, ospedali, banche, centri di ricerca e da noi utenti.

Per comprendere la quantità dei consumi elettrici del digitale, bisogna partire dal nostro quotidiano domestico. Un forno elettrico convenzionale da 2000W usato alla massima potenza per 3 minuti consuma 0,1 kWh. Un frigorifero con freezer in classe C + in un anno consuma 150kWh -190kWh. Ricaricare lo smartphone consuma 4kWh l’anno. Questi consumi, quantificati nelle bollette, sono sotto il nostro controllo diretto. Il problema è che i dispositivi digitali connessi ad Internet producono dei consumi non visibili dal nostro contatore elettrico. Sarebbe auspicabile cominciare ad agire avendo un approccio per la sostenibilità in senso ampio, con strategie rivolte in ambito IT con scadenze brevi e ben definite.

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A cura dell’Avv.

parere legale

Paolo Caputo

Info e contatti: studiopaolocaputo@libero.it

“Orientamenti in materia di appalti per l’innovazione” c’è la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale europea Il D.L. n. 77/2021 (conv. da L. n. 108/2021) ha introdotto, con l’art. 49, modifiche alla regolamentazione del subappalto in ambito pubblico. Più in particolare si richiama l’attenzione su quanto previsto dal comma 1 lett. b) punto 2 dell’art. 49 che ha modificato il comma 14 dell’art. 105 del D.Lgs. n. 50/2016, introducendo un periodo ai sensi del quale “il subappaltatore, per le prestazioni affidate in subappalto, deve garantire gli stessi standard qualitativi e prestazionali previsti nel contratto di appalto e riconoscere ai lavoratori un trattamento economico e normativo non inferiore a quello che avrebbe garantito il contraente principale, inclusa l’applicazione dei medesimi contratti collettivi nazionali di lavoro, qualora le attività oggetto di subappalto coincidano con quelle caratterizzanti l’oggetto dell’appalto ovvero riguardino le lavorazioni relative alle categorie prevalenti e siano incluse nell’oggetto sociale del contraente principale”. In altri termini, alle condizioni previste dal nuovo comma 14, è stata introdotta una misura di garanzia per i lavoratori dipendenti del subappaltatore che svolgano determinate attività in ragione dell’appalto. Precisamente, le attività oggetto di subappalto devono essere ricomprese nell’oggetto dell’appalto, secondo quanto previsto nel capitolato e non essere, quindi, marginali o meramente accessorie rispetto all’opera o al servizio complessivamente appaltato, oppure far parte della categoria prevalente ossia, come previsto dall’art. 3 comma 1 lett. oo-bis),

“la categoria di lavori, generale o specializzata, di importo più elevato fra le categorie costituenti l’intervento e indicate nei documenti di gara”. In questo ultimo caso, tuttavia, le lavorazioni devo essere incluse nell’oggetto sociale del contraente principale. Ricorrendo le predette condizioni la norma assicura quindi, ai lavoratori in questione, trattamenti economici e normativi non inferiori a quelli che avrebbe riconosciuto l’appaltatore/subappaltante al proprio personale dipendente in ragione del CCNL dal medesimo applicato. In relazione a quanto sopra, d’intesa con l’Ufficio legislativo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali che si è espresso con nota prot. n. 8344 del 28 settembre u.s., si rappresenta quanto segue. Preliminarmente va considerato che tale disposizione va letta in stretta connessione con quanto stabilito dall’art. 30, comma 4, del medesimo D.Lgs. n. 50/2016, in tema di principi per l’aggiudicazione e l’esecuzione di appalti e concessioni, secondo il quale “al personale impiegato nei lavori, servizi e forniture oggetto di appalti pubblici e concessioni è applicato il contratto collettivo nazionale e territoriale in vigore per il settore e per la zona nella quale si eseguono le prestazioni di lavoro stipulato dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e quelli il cui ambito di applicazione sia strettamente connesso con l’attività oggetto dell’appalto o della concessione svolta dall’impresa anche in maniera prevalente”.

In proposito il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con nota prot. n. 14775 del 26 luglio 2016, nel richiamare quanto previsto dal citato art. 30, comma 4, ha ripreso il contenuto del parere ANAC n. 6 del 4 febbraio 2015, il quale pone l’attenzione sull’oggetto dell’affidamento e non sulle tipologie di attività esercitate eventualmente dall’operatore economico. In altre parole, ciò che conta è essenzialmente l’oggetto del contratto di appalto ed è ad esso che occorre riportarsi nella selezione del CCNL. Tanto premesso si ritiene che, laddove nell’ambito dell’attività di vigilanza si riscontrino, in relazione ai singoli istituti retributivi o normativi (es. ferie, permessi, orario di lavoro, disciplina delle tipologie contrattuali), condizioni inferiori rispetto a quelle previste dal CCNL applicato dall’appaltatore, sia possibile adottare provvedimento di disposizione ex art. 14 D.Lgs. n. 124/2004 inteso a far adeguare il trattamento da corrispondere per tutto il periodo di impiego nell’esecuzione del subappalto. L’adeguamento retributivo naturalmente comporta una rideterminazione dell’imponibile ai fini contributivi che dà luogo ai conseguenti recuperi. Va infine ricordato che sui differenziali retributivi e contributivi non corrisposti si consolida il regime di responsabilità solidale, di cui agli artt. 29 D.Lgs. n. 276/2003 e 1676 c.c., espressamente richiamato dal comma 8 dello stesso art. 105. Fonte: www.appaltiecontratti.it


A c u r a d i To m m a s o M a z z i o t t i Presidente C.d.A. Cred.it Spa

economia a 360°

Formare il personale a costo zero? Con il credito di imposta Formazione 4.0 ora si può!

46 Progetti Finanza&

Il credito d’imposta in Formazione 4.0 è uno strumento di finanza agevolata volto ad incentivare gli investimenti in innovazione delle imprese. Quest’agevolazione, istituita con la Legge 205 del 27 dicembre 2017 e concepita all’interno del piano nazionale impresa 4.0, è indirizzata a qualsiasi tipo d’impresa (società di capitali, società di persone, ditte individuali, enti non commerciali, imprese agricole, consorzi; sono escluse le società sottoposte a procedura concorsuale) che vogliano investire nell’innovazione, a prescindere da dimensioni, settore operativo, regime contabile o forma giuridica. Occorre precisare che questo incentivo è stato recentemente riformato dalla legge di bilancio 2020, che ha apportato delle modifiche rispetto agli anni precedenti, ma questo lo vedremo più avanti. La prima domanda che mi pongono i clienti, così come spesso i loro consulenti, è: “ma è vero che esiste questo credito?”. La mia risposta è sempre la stessa: “certo, se vi affidate alle persone giuste!”. Sì, perché ho potuto aimè constatare che nella maggior parte dei casi sono realmente pochi i professionisti che trattano l’argomento e la stragrande maggioranza di essi ignora del tutto lo strumento e si limita a sostenere, per non far trasparire la propria incompetenza, che si tratta di una truffa o qualcosa del genere. Questo fenomeno è denominato effetto Dunning-Kruger, come corollario di questa teoria spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti. Per chiarire meglio a chi non fosse del settore come funziona la Formazione 4.0, ho pubblicato un libro dal titolo ‘Credito d’Imposta Formazione 4.0’ (In vendita su Amazon ndr), lo scopo di questo libro è di diffondere la consapevolezza che esistono strumenti che permettono alle aziende di evolversi, di innovarsi, praticamente a costo zero. L’innovazione non passa solo dall’acquisto di nuovi macchinari o nuove tecnologie ma anche dalla formazione del personale dipendente all’uso di nuovi strumenti tecnologici. L’evoluzione dei contesti in cui lavoriamo e le esigenze del mercato richiedono aggiornamenti costanti e competenze sempre più qualificate. Le aziende ne sono consapevoli ma non agiscono o lo fanno istintivamente, senza seguire un progetto consapevole di formazione. Per quanto sia chiara l’importanza della crescita individuale e aziendale,

spesso non si riescono a definire le azioni necessarie a realizzare progetti di valore e si intraprendono percorsi formativi seguendo le tendenze del momento o approvando richieste spot avanzate dai singoli. Così cresce la percezione nelle aziende di perdere tempo e denaro e le azioni formative passano in secondo piano rispetto alle altre priorità e urgenze. La formazione è un investimento per le aziende e come tale dovrebbe prevedere un ritorno, un vantaggio concreto in termini di produttività e redditività. Affinché la formazione possa assicurare un ritorno dell’investimento, si dovrebbe pensare, disegnare e realizzare un progetto formativo consapevole, ponendosi alcune domande chiave: “Quali competenze abbiamo o di quali potremmo avere bisogno?”. Per rispondere a questa domanda si dovrebbe fare un passo indietro e fermarsi ad analizzare gli obiettivi aziendali a breve e a lungo termine e osservare il disegno dell’azienda per comprendere dove si sta andando e dove si vuole arrivare. Partendo da questa analisi sarà possibile definire le competenze di cui si ha bisogno per raggiungere gli obiettivi. Con una mappa delle competenze e un’attenta valutazione delle capacità interne si rilevano le aree scoperte. “Quale percorso garantisce il raggiungimento delle competenze di cui abbiamo bisogno? Quale docente o società di formazione scegliere? In quale momento?” Definite le aree di sviluppo inizia la fase progettuale nella quale si individuano i percorsi formativi specifici. Sviluppare un percorso formativo significa: individuare le materie chiave e il livello di apprendimento che si vuole ottenere; scegliere le modalità didattiche più efficaci nel minor tempo possibile (individuali o di gruppo, in aula, a distanza, mista, on the job, in orario di lavoro o extra); identificare i partner chiave, quindi i fornitori (docenti) più adeguati alla tipologia di formazione scelta, comprendere l’urgenza della formazione determinando una data di scadenza entro la quale sarà necessario aver acquisito determinate conoscenze ai fini del raggiungimento degli obiettivi aziendali. Quindi pianificare il percorso definendo un calendario strategico, condividere il percorso con le persone che saranno formate coinvolgendole nel progetto di crescita individuale e aziendale. Info e contatti: t.mazziotti@creditspa.it

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