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Casini? “Uno stronzo”. Brunetta? “Un nano veneziano rompicoglioni”. Alfano? “Prrr...”. Bossi li conosce bene

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€ 1,20 – Arretrati: € 2,00 Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

Martedì 23 agosto 2011 – Anno 3 – n° 199 Redazione: via Valadier n° 42 – 00193 Roma tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230

QUELLI CHE GLI BACIAVANO LA MANO

Il fattorino Oh Yesss di Marco Travaglio

E SE GHEDDAFI PARLA? M

A Tripoli gli insorti assediano il bunker. Forse il rais tenta la fuga, forse no. Ma se lo prendono vivo, sarà dura per i suoi complici italiani, B. in testa

Smemorati di Furio

Colombo

dc

L

ibia: la vicenda che si sta concludendo in questi giorni o in queste ore non si potrà elencare sotto il nome “vittoria militare” o “vittoria politica”. La troveremo alla voce “fallimento”, uno dei più squallidi fallimenti morali e politici della storia moderna. Perché valori come l’onore di un Paese e il valore della vita umana sono stati tranquillamente e formalmente offerti a un dittatore furbo e folle (che tutti conoscevano come furbo e folle) in cambio di danaro e petrolio. Cominciamo dall’Italia. Esattamente tre anni fa, e in piena consapevolezza delle conseguenze tragiche che sarebbero ricadute su tanti esseri umani (migliaia o decine di migliaia, tra prigionieri senza scampo e morti in mare?) il Parlamento italiano ha ratificato a grandissima ed entusiasta maggioranza trasversale, un trattato di vero e proprio gemellaggio tra Libia e Italia, con pagamento di immense somme da parte dell’Italia, stretta alleanza militare, disponibilità di basi italiane a protezione della Libia, scambi di segreti militari e di alta tecnologia. Intanto l’Inghilterra, truccando sentenze e cartelle mediche, restituiva alla Libia, con tutti gli onori, uno degli assassini di Lockerbie (aereo americano abbattuto da terroristi libici sopra la Scozia) in modo che potesse presenziare alle feste Berlusconi-Gheddafi, mentre aerei militari italiani tracciavano segni tricolore nel cielo di Tripoli (Gheddafi e Berlusconi li volevano verdi come il colore della Jamahiriya ma il comandante delle Frecce tricolori si è rifiutato). E poi c’è stato il celebre baciamano di Berlusconi a Gheddafi, sigillo di affari pubblici e privati felicemente conclusi (non dimenticando il ruolo decisivo “dell’azionista libico” ieri in Fiat e oggi in Unicredit). Cominciano a sbugiardare, uno per uno, i deputati italiani grandi e piccoli, celebri e ignoti, che avevano esaltato nell’aula del Parlamento italiano Gheddafi e il suo tetro regime. A quel punto entra sulla scena politica del Nord Africa in tumulto la Francia, entra l’America, entra la Nato. Berlusconi e Frattini mentono a lungo, fanno gli improbabili pacifisti. Poi sono comandati dentro il conflitto. Offrono le basi già offerte alla Libia e bombardano con gli aerei che avevano fatto festa sopra Gheddafi. Berlusconi e Frattini mentono ancora. Appena due settimane fa, insieme alla Lega, il nobile partito italiano che in Gheddafi aveva trovato un boia per i disperati che tentano di emigrare, avevano parlato di “finire la guerra”, ovvero di sottrarsi al compito assegnato dalla Nato. Adesso, come nelle migliori farse, sono pronti a dire “abbiamo vinto”, senza neppure sapere o immaginare chi governerà e come. Sperano che sia gentaglia, così si potrà firmare subito, “per ragioni storiche” un nuovo trattato di sottomissione, in cambio di danaro, petrolio e vite umane (migranti da affondare). Lo faranno a larga maggioranza trasversale.

22 agosto 2011 Un’immagine di Gheddafi bruciata a Tripoli dalla folla in delirio (FOTO ANSA)

Nella capitale libica nessuna traccia del Colonnello. I ribelli ammettono: “Non sappiamo dove sia”. I suoi cecchini sparano anche sui bambini. La Nato intercetta un missile Scud. L’Angola offre asilo. Il Venezuela pure pag. 2 - 3 - 4 - 5 z

27 marzo 2010 Silvio Berlusconi bacia la mano del leader libico al vertice di Sirte (FOTO ANSA)

SUPER-RICCHI x Nel paradiso degli yacht non è tempo di sacrifici

“SCUSI, MA LA BARCA È SUA?” “NON ROMPERE, TI BUTTO A MARE” A Porto Rotondo nessuno ammette di essere proprietario dei panfili, nel timore che tra lotta all’evasione e patrimoniali qualcuno chieda loro il conto Ferrucci pag. 10 z

Udi Roberta De Monticelli

L’esclusivo ormeggio di Porto Rotondo

CATTIVERIE Sindaco Pdl propone: “Ai comuni la gestione delle prostitute”. Basta candidature imposte da Roma (www.spinoza.it)

IL SUICIDIO MORALE DELL’ITALIA Val di Susa alla Sicilia, Dria,alla dall’Altopiano a Pantelledalle isole toscane al Salento il paesaggio naturale e storico della penisola sono sottoposti a dissipazioni, cementificazioni e sconvolgimenti naturali pag. 18 z

ninchiesta per stupro La procura si arrende: archiviato Strauss-Kahn pag. 10z

entre tutti si domandano dov’è Gheddafi, azzardiamo un interrogativo ben più angosciante: dov’è Frattini Dry? Perché c’è una sola notizia più divertente di B. che chiede la resa di Gheddafi: Frattini che chiede la resa di Gheddafi. Il guaio che, come il beduino, nemmeno il fattorino (come lo chiamano i diplomatici Usa nei cablo diffusi da WikiLeaks) si sa dove sia. Ieri per tutta la giornata ha diffuso dichiarazioni e interviste telefoniche dal suo misterioso bunker. Finora, a ogni crisi internazionale che si rispettasse, era solito apparire tutto unto e allampadato da un atollo caraibico o da una baita in alta montagna, dispensando i suoi inutili pensierini da seconda elementare con aria compunta e sofferente, come se partorire quelle frasette da bacioperugina gli costasse sforzi titanici, da ernia al cervello. Stavolta invece si appalesa soltanto in forma vocale. La spiegazione più accreditata della rinuncia al video è che il noto ministro a sua insaputa non sappia che faccia fare. Un sorriso a 32 denti? Un’espressione corrucciata, fronte aggrottata e ditino interrogativo sul labbro inferiore? E come sistemare il ciuffo corvino sulla fronte inutilmente spaziosa? Pettinarlo alla riga? O indietro alla Mascagni? O a mo’ di banana, alla Macario? Nel dubbio, non avendo ancora ricevuto disposizioni in proposito da Palazzo Grazioli, latita. Ma le sue dichiarazioni sono trionfanti, militaresche, marziali. Come se fosse lui il capo della rivolta: “La capitale è per l’85-90% in mano agli insorti”, “Il cerchio si stringe intorno al compound del dittatore”, “Nessuna mediazione, il tempo è ormai scaduto, Gheddafi si arrenda”, “Che sia processato dalla Corte dell’Aja”. Che strano. Fra il 2008 e il 2010 B. incontrò l’amico Muammar 11 volte. E il fattorino sempre un passo dietro, estasiato e sorridente, anche se nessuno capiva cosa avesse da sorridere, nemmeno lui. Amazzoni, gheddafine prese a nolo a 80 euro l’una, insulti all’Occidente, cammelli, camping nel parco di Villa Pamphili, lectio magistralis alla Sapienza, caroselli dei poveri carabinieri con 30 cavalli berberi. E lui sempre appresso, a reggere la coda della palandrana, lievemente piegato e beatamente giulivo. Baciamano di B., altri sorrisoni. “Trattato di amicizia partenariato e cooperazione italo-libico”, e giù inchini. “Yesss, yesss, oh yesss”, come gli fa dire Max Paiella nell’immortale imitazione nel programma di Guzzanti, mentre i giornalisti di tutto il mondo gliene dicono di tutti i colori in lingue sconosciute (tipo il francese e l’inglese). Poi iniziano le rivolte in Maghreb. Cade l’algerino Ben Alì e Frattini Dry indica come modello Mubarak. Il rais egiziano non fa in tempo a toccarsi e deve subito dimettersi. Allora Frattini Dry cambia modello: “Credo si debbano sostenere con forza i governi laici che tengon lontano il fondamentalismo. Faccio l’esempio di Gheddafi”. E lì si capisce che pure il colonnello rischia grosso. Infatti dopo un paio di giorni esplode la rivolta anche in Libia. Gheddafi fa bombardare i civili in rivolta. Ma B. non si scompone: “Non lo chiamo perché non voglio disturbarlo”. Non si interrompe un’emozione. Frattini Dry è sempre sulla palla: “L’Europa non deve interferire in Libia. Non siamo noi a dire chi deve restare e chi se ne deve andare”. Naturalmente l’Europa interferisce, e anche l’Italia. Ma niente paura, a inizio maggio la Volpe del Deserto vaticina: “Ci sono ipotesi realistiche che parlano di 3-4 settimane per la fine della missione militare. Ipotesi ottimistiche dicono invece pochi giorni”. Infatti è durata altri quattro mesi. Ecco, forse è per questo che Frattini Dry non ha ancora messo fuori il capino dal bunker: attende la dichiarazione del medico legale. Si spera che l’amico Gheddafi, divenuto improvvisamente tiranno, venga eliminato su due piedi, le ceneri possibilmente disperse in mare. Come per Bin Laden. Perché se – Dio non voglia – il beduino dovesse sopravvivere, subire un regolare processo e lì parlare, ci sarebbe da divertirsi. Oh yesss.


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LA CADUTA Il segretario generale Onu Ban Ki-moon ha convocato un vertice in settimana sulla situazione in Libia con esponenti di Lega Araba, Unione africana, Ue e Conferenza islamica. Chiede alle forze di Gheddafi un cessate il fuoco e agli insorti di far processare alla Corte dell’Aja i ricercati come Saif al Islam, figlio del raìs. (FOTO ANSA)

In Siria la gente esulta per strada a Homs dopo la caduta del regime libico all’urlo “Dopo Gheddafi, è venuto il turno di Assad”. I miliziani fedeli al leader siriano non hanno esitato a sparare sui manifestanti, che si erano radunati in strada per festeggiare l’arrivo l’arrivo della missione umanitaria Onu. (FOTO ANSA)

TRIPOLI È PRESA I cecchini del rais sparano ancora, anche sui bambini Ma gli insorti conquistano la capitale e Bengasi esulta di Francesca Cicardi Bengasi

ribelli sono entrati a Tripoli, la città è praticamente nelle loro mani, ma non è ancora “pulita”, così come dicono i combattenti in gergo: i cecchini di Gheddafi continuano a sparare e secondo Skynews i tiratori scelti del regime ieri avrebbero ucciso anche due bambini, uno di 11 e l’altro di soli 3 anni. Poi in serata la Nato intercetta un missile Scud lanciato da Sirte, la roccaforte gheddafiana che ha dato i natali al rais. Colpi di coda finali del Caimano di Tripoli. I ribelli sono ormai abituati alle tattiche degli uomini di Gheddafi,

I

Un missile Scud intercettato dalla Nato Partito da Sirte Colpo di coda del Colonnello che ancora una volta sfoderano le loro armi più pesanti. Le truppe di Gheddafi e i suoi fedelissimi continuano a combattere contro gli insorti e controllano ancora alcuni quartieri di Tripoli, come il porto e l’aeroporto, dove il Colonnello avrebbe concentrato gli ultimi tank e i mezzi blindati dei quali dispone. Ma la maggior parte delle

sue forze cercano di proteggere l’unica zona della città ancora completamente sotto il controllo di Gheddafi, quello che rimane della sua dittatura di 40 anni: il compound fortificato di Bab al Azaziya, intorno al quale ieri pomeriggio avevano luogo gli scontri più duri, l’assalto finale alla fortezza del raìs. Durante la notte, i rivoltosi sono riusciti a conquistare l’altro simbolo del regime in città, la Piazza Verde, verde come la bandiera della Libia gheddafiana che adesso viene bruciata e rimpiazzata da quella verde, nera e rossa dell’epoca della monarchia, e verde come il libro scritto dal Colonnello per essere l’unica legge in terra e in cielo. È stata una notte lunghissima di festeggiamenti in questa piazza adesso ribattezzata dei Martiri, così come in quella della Libertà in centro a Bengasi, dove i ribelli hanno consumato praticamente tutte le munizioni avanzate dopo sei mesi estenuanti di guerra, sparando in aria con i kalashnikov e le mitragliatrici antiaeree. Bengasi si risvegliava ieri nel tardo pomeriggio con molti compiti da fare: nella città dov’è iniziata la rivoluzione, adesso pensano a costruire la nuova Libia, quella che hanno sognato da tanto tempo e hanno già cominciato a sperimentare. Il Consiglio nazionale transitorio, quando fu creato all’inizio di marzo, aveva assicurato che avrebbe guidato la Libia fino alla libertà e alla democrazia, che sarebbe stato il governo di tutto il popolo e che la sua sede definitiva sarebbe stata Tripoli, l’unica e indiscutibile capitale del Paese. I ribelli non hanno mai rinunciato in questi lunghi e a

volte scoraggianti mesi all’idea di arrivare a Tripoli e ieri pomeriggio il presidente del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, ha informato che il governo ribelle si prepara a trasferirsi da Bengasi alla capitale, ormai sotto “il controllo quasi totale” dei ribelli. “Prepariamo dei voli per Tripoli” da Bengasi, ha spiegato in conferenza stampa, sottolineando tuttavia che “alcune sacche di resistenza ostacolano questi piani. Ma se Dio vuole le elimineremo nelle prossime 48 ore”. Quello che nelle ultime settimane sembrava un governo in disfacimento e un gruppo di gansgster che si ammazzavano tra di loro (dopo l’assassinio del capo dell’esercito rivoluzionario, Abdelfatah Younis, meno di un me-

Spari sull’auto (esplosa) dell’inviato del “Corriere”, interrotto il collegamento audio: lui illeso se fa), adesso si presenta compatto e serio davanti al mondo, e promette di portare a termine una transizione pacifica, giusta e per tutti i libici. Lo stesso Abdel Jalil ha assicurato che si dimetterà se i ribelli oseranno compiere azioni di vendetta contro i nemici. “Il tempo di Gheddafi è finito”, ha annunciato solennemente Abdel Jalil, e nelle

strade di Bengasi cominciano a rendersene conto: sono felici, sollevati, increduli, ma sanno che la guerra non è ancora finita. Anzi, forse è appena iniziata. Issam, un giovane poliziotto di Bengasi, è tornato al lavoro dopo la decisione delle autorità di abolire tutte le milizie e gruppi armati che erano nati all’ombra della rivoluzione del 17

febbraio, alcuni molto potenti, come quello che presumibilmente ammazzò Abdelfatah Yunis. Il Cnt li ha smantellati e ha ristabilito la “sicurezza dello stato”, organo repressivo per eccellenza dei regimi arabi, che dovrà lavarsi la faccia e provvedere alla sicurezza dei cittadini e non a quella del dittatore. La sfida adesso è quella

di creare una nuova Libia partendo dalle macerie lasciate da Gheddafi. A cominciare da Tripoli, che “è una città tutt’altro che sicura”: aveva appena finito di dirlo Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, in collegamento telefonico con il sito del quotidiano, quando una raffica di proiettili ha colpito la sua auto. È successo a

LA SVOLTA del governo di transizione

Ribelli uniti attorno a Jalil. Deriva islamista lontana di Kim

Sengupta Maya (25 chilometri a ovest di Tripoli)

il regime di Gheddafi è stato sconfitto Oriodo?raqualiche sono le prospettive di breve e lungo peÈ questa la domanda che circola a Tripoli e in Europa. Fino a ieri si pensava ancora a un accordo con Gheddafi, un accordo in virtù del quale Gheddafi e i suoi avrebbero potuto lasciare il Paese consegnando il potere al Consiglio nazionale di transizione. Questo scenario era gradito a molti governi occidentali, ma i frenetici incontri diplomatici organizzati dalla Russia, dalla Cina e dal Sud Africa non hanno portato a nulla. Resta un punto fermo: i ribelli rifiutano qualunque ipotesi che non preveda l’immediata espulsione di Gheddafi dal Paese. Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) in questi ultimi giorni cruciali ha dato prova, sorprendendo i più, di grande coesione. Dopo il rimpasto annunciato dal presidente Mustafa al Jalil lo scorso 8 agosto, tra nuovi ingressi e fuoriusciti il numero dei membri del Cnt supera la quarantina, ma solo tredici di loro sono stati resi noti da Jalil. Tutti gli altri nomi sono

stati tenuti nascosti per motivi di sicurezza e timore di rappresaglie. JALIL è nato ad al Bayda nel 1952, nell’est del Paese. Successivamente ha studiato giurisprudenza nell’Università di Bengasi. Non è un caso: per trovare un denominatore comune nella frammentaria composizione del Consiglio degli insorti, oltre alla loro opposizione al regime del Colonnello, occorre proprio andare a cercare nelle aule dello storico ateneo della Cirenaica e nei circoli accademici che animano la capitale dei ribelli. Anche l’attivista Fatih Turbel, membro del Cnt, ha studiato legge a Bengasi. E, come l’avvocato e sindacalista Abdul Hafiz Ghoga, vicepresidente e portavoce del Consiglio degli insorti, è stato il legale dei familiari dei detenuti vittime del massacro nella prigione di Abu Salim, nel 1996, che secondo il rapporto di Human Rights Watch fece 1270 morti. Tra i componenti del Cnt, un cenno meritano anche lo storico oppositore al regime Zubeir Ahmed el Sharif, arrestato nel 1973 per cospirazione e condannato a 31 anni di prigionia dal Colonnello, e Omar al Hariri, il responsabile per gli Affari militari

Il regime iniziò a declinare dalla morte di Younes, ex ministro passato con la Cirenaica

che è stato compagno di Gheddafi nel colpo di Stato del 1969 ma che, pochi anni dopo, nel 1975, fu coinvolto nel tentativo di rovesciare il raìs. Condannato a morte insieme ad altri 300 arrestati, dal 1975 al 1990 Hariri ha trascorso quindici anni in carcere. Gli altri membri del Cnt comunicati dai ribelli sono i rappresentati territoriali di quella che dovrebbe essere la Libia post Gheddafi, ai quali spetta il delicato, ma non impossibile, compito di trovare un accordo tra le varie componenti tribali. L’uccisione, avvenuta alcune settimane fa, pare a opera di estremisti islamici, dell’allora comandante militare delle forze ribelli, il generale Abdel Fatah Younes, era sembrata un pessimo presagio sulle prospettive della Libia e sulla tenuta del fronte ribelle. Ma Younes, storico ex ministro dell’Interno di Gheddafi, era forse l’esponente più discusso e ambiguo della rivoluzione libica. E secondo molti – sia in Libia sia in Europa – la sua uscita di scena ha consentito il rimpasto di governo e un più efficiente coordinamento tra le milizie e la Nato che è stato determinante nella conquista di Tripoli. Con le immagini dei ribelli diretti verso la Piazza Verde nella notte tra il 21 e il 22 agosto, sono apparsi lontani i giorni in cui, appena qualche mese fa, gli insorti apparivano male armati, disorganizzati e divisi. L’impressione è che, insomma, molti dei doppiogiochisti che gravitavano attorno agli ambienti del Cnt di Bengasi, o addirittura ne facevano parte, siano stati neutralizzati.

Oggi a Tripoli tutti sembrano persuasi che non ci sarà un altro Iraq, che i dissidi e le divergenze del fonte ribelle verranno facilmente ricomposti e che una deriva islamista è quanto meno improbabile. Questo hanno dimostrato le ultime ore, a partire da quando le truppe ribelli sono sbarcate via mare per dare l’ultimo colpo al regime di Gheddafi e alla sanguinosa guerra civile degli ultimi mesi. Sono stati accolti da una folla plaudente. Molte persone hanno fatto a pezzi i ritratti di Gheddafi. Ilyash, ingegnere, era in mezzo alla folla: “È la nascita della nuova Libia. Il nostro Paese sta uscendo dalle tenebre e dalla paura”. LA RIVOLTA di Tripoli è cominciata dopo che un’emittente televisiva controllata da Bengasi aveva annunciato la fuga di Gheddafi e della sua famiglia. I comandanti militari del fronte ribelle a quel punto hanno deciso di scatenare l’offensiva coordinandola con l’insurrezione all’interno di Tripoli. Nella giornata di domenica la base di Maya è stata conquistata dai ribelli che si sono impadroniti di tutte le armi e dei mezzi militari. Un ribelle alzando al cielo il lanciarazzi ha urlato al cielo: “Che bello potere usare le loro armi contro di loro. Vorrei non essere costretto ad uccidere i soldati libici, ma non deve esserci alcuna pietà per Gheddafi e i suoi familiari”. Molti dei ribelli che si apprestavano a lanciare l’ultimo attacco contro la capitale avevano la famiglia


Martedì 23 agosto 2011

LA CADUTA Arrestata la giovane conduttrice

Il movimento iracheno che fa capo al leader sciita Moqtada Sadr presenterà una denuncia penale contro Gheddafi, con l’accusa di essere il responsabile della sparizione nel 1978 del leader religioso sciita libanese Moussa Sadr, padre di Moqtada, che nell’agosto di 33 anni fa sparì dopo essere stato visto in Libia.

della televisione di Stato libica che ieri era apparsa in tv armata di una pistola. Inneggiando a Gheddafi, la ragazza aveva promesso di utilizzare l’arma contro i “cani” di Bengasi qualora avessero attaccato la sede della tv. Il video ha fatto il giro del mondo sul Web. (FOTO ANSA)

Gheddafi è un fantasma: catturato, morto, in fuga I RIVOLTOSI AMMETTONO: “NON SAPPIAMO DOVE SIA” MA PER LA CASA BIANCA È ANCORA IN LIBIA di Alessandro Oppes

n fuga, morto, ferito, catturato? Niente di tutto questo, probabilmente. Con i ribelli ormai a pochi passi dal compound presidenziale di Bab El Aziziya, le voci sulla sorte di Muammar Gheddafi si rincorrono, si sovrappongono, si contraddicono. Informazioni date come certe che si dimostrano, subito dopo, del tutto infondate. Ancora fino a tarda sera, mentre gli ultimi lealisti tentavano una strenua resistenza nel cuore di Tripoli, nessuno era in grado di stabilire con certezza la sorte del raìs. L’ultima segnalazione, diffusa senza ul-

I

pochi metri da Piazza Verde, mentre i lealisti di Gheddafi hanno sferrato un attacco al quartier generale dei ribelli. L’autista è rimasto lievemente ferito, Cremonesi fortunatamente illeso. L’auto, che conteneva una tanica di benzina nel portabagagli, è esplosa mentre Cremonesi e l’autista si allontanavano per mettersi al sicuro.

teriori particolari dall’emittente saudita Al Arabiya, lo dava “in un ospedale vicino a Tajoura”, un sobborgo nella parte orientale della capitale. DA BENGASI, Mohammed Abdel Jalil, leader del Cnt, in una conferenza stampa ha ammesso: “Non sappiamo dove sia: se è ancora in Libia o è riuscito a uscire dal Paese”. E ha aggiunto: “Speriamo sia preso vivo. Gli assicureremo un processo equo, perché tutto il mondo possa vedere alla sbarra il più grande dittatore della Terra”. Ma, quasi alla stessa ora, da Washington, un portavoce del Pentagono faceva sapere che, secondo le informazioni di cui è in possesso l’amministrazione Usa, il Colonnello non avrebbe abbandonato la capitale in fiamme. Una sensazione che si suppone corroborata da rapporti dell’intelligence, tanto che in serata an-

che la Casa Bianca conferma di “non avere alcuna prova che Gheddafi abbia lasciato Tripoli. Questa è la più accurata informazione che abbiamo”, assicura il portavoce Josh Earnest. Di certo si sa che la sua ultima apparizione pubblica risale a più di due mesi fa: era il 12 giugno quando Gheddafi comparve sugli schermi della tv di Stato (da ieri passata sotto il controllo del Consiglio di transizione) durante una riunione con il presidente della Federazione internazionale di scacchi, il russo Kirsan Ilyumzhinov. Domenica sera, nell’ultimo messaggio audio trasmesso dalla tv, poco prima che venisse presa dagli insorti e il segnale fosse oscurato, il dittatore braccato ha lanciato un disperato appello ai suoi fedelissimi perché “ripuliscano la capitale”. Aggiungendo poi una minaccia (“temo che Tripoli

Informazione impazzita Ucciso, catturato, in fuga: tutte le voci inattendibili diffuse sulla sorte del raìs

brucerà”) e l’offerta di un cessate il fuoco subito respinta al mittente dal Cnt. Nelle ultime quarantott’ore, il raìs è stato segnalato a più riprese (da agenzie di stampa, network televisivi di tutto il mondo, “post” incontrollati su Twitter) come in fuga verso i più disparati lidi. Destinazione Sudafrica, stando al Daily Telegraph, finchè non è arrivata una smentita del ministro degli Esteri di Pretoria. OPPURE a Djerba, in Tunisia, dove già nei giorni scorsi si è rifugiato il primo ministro del regime Al-Baghdadi Al-Mahmoudi. Tramontata l’ipotesi di una partenza per Caracas (ma ieri pomeriggio c’era anche chi segnalava la presenza di Gheddafi all’ambasciata venezuelana di Tripoli), e quella di un esilio a Malta, a tarda sera arrivava – dagli schermi della britannica Skynews – la voce (anch’essa tutta da verificare) di un’offerta di ospitalità fatta al leader della Jamahiriya dal presidente angolano José Eduardo dos Santos. In volo verso l’Algeria, pronto a partire per il Ciad, o forse, chissà, diretto in Zimbabwe. In poche ore è stato “avvistato” ovunque. Persino ucciso in un conflitto a fuoco vicino all’hotel Rixos di Tripoli. E anche catturato dagli insorti. Tutto falso. Ma forse è il segnale che ha ormai le ore contate.

MEDIO ORIENTE

ISRAELE E HAMAS, TREGUA MA NON TROPPO di Giampiero Calapà

Ma non è un “cessate il fuoTunaregua. co” definitivo, si tratta soltanto di “sospensione delle ostilità”, an-

Il presidente del Consiglio di Transizione di Bengasi, Mustafa al Jalil. È ormai da considerarsi il primo leader della Libia liberata da Gheddafi (FOTO ANSA, LAPRESSE)

a Tripoli. I loro familiari avevano organizzato dimostrazioni di protesta ed erano impazienti di unirsi ai combattimenti e di dare una mano alla rivolta. Non indifferente è stato l’appoggio aereo fornito dalla Nato nelle ore decisive, distruggendo molti blindati e carri armati rimasti a combattere per Gheddafi. © The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

nunciano i Comitati di resistenza popolare, la fazione indicata da Israele come responsabile dell’attacco di giovedì all’autobus nella zona di Eilat, costato la vita a otto israeliani che ritornavano a casa dal Mar Rosso. Solo una “sospensione”, perché i Comitati rivendicano il “diritto alla resistenza”. Tutti i gruppi armati palestinesi della Striscia di Gaza, dopo cinque giorni consecutivi di razzi sparati contro Israele (che ha risposto con una serie di raid aerei), avrebbero accettato quindi la tregua, compresa la Jihad islamica. Al negoziato hanno partecipato anche funzionari dell’Onu e Israele avrebbe accettato dopo un vertice notturno dei ministri più importanti del governo di Benjamin Netanyahu. Dall’ufficio del primo ministro dello Stato ebraico si sono però affrettati a precisare: “Non firmiamo accordi con Hamas, né direttamente né indirettamente”, eppure pare che l’intenzione

di Israele sia quella di un ritorno alla calma nelle prossime ore, soprattutto per non mettere in difficoltà il nuovo governo del Cairo. Ad avere successo sono stati gli sforzi della diplomazia internazionale, del nuovo Egitto senza Mubarak soprattutto, che, nonostante un’apparente intransigenza con Tel Aviv dopo i cinque agenti del Cairo uccisi da soldati israeliani in uno sconfinamento sul Sinai, ha lavorato sottotraccia per raggiungere la tregua fra Israele e le milizie palestinesi della Striscia di Gaza. Una conferma dell’evoluzione positiva della crisi è arrivata dalla decisione dei responsabili della difesa civile in Israele di revocare totalmente lo stato di allarme in tutti i centri minacciati dai razzi di Gaza e di autorizzare la ripresa di eventi con ampia partecipazione di pubblico, come le partite di calcio nelle grandi città del sud. Mentre a Gaza i portavoce di Hamas e dei Comitati di resistenza popolare confermavano di aver deciso di sospendere il fuoco contro lo Stato ebraico a condizione che quest’ultimo faccia altrettanto. Non si tratta però di un accordo formale, ma di una

tacita intesa che durerà fino a quando le parti la vorranno rispettare. I Cpr, infatti, hanno tenuto a sottolineare che la tregua è solo provvisoria. Gli sforzi della diplomazia hanno apparentemente contribuito alla decisione del gabinetto israeliano per la difesa di non lanciare un’offensiva terrestre contro i gruppi islamici a Gaza. Sulla decisione del gabinetto ha apparentemente avuto un peso decisivo la volontà di non infiammare ulteriormente la piazza egiziana, per non indebolire la dirigenza politica al potere al Cairo in un momento in cui una parte dell’opinione pubblica chiede la revoca del trattato di pace con Israele del 1979: migliaia di egiziani hanno partecipato a manifestazioni davanti all’ambasciata israeliana al Cairo in seguito all’uccisione dei cinque agenti egiziani uccisi sul confine giovedì scorso. Sull’incidente è in corso un’inchiesta dell’esercito con la partecipazione di ufficiali egiziani. Israele comunque ha espresso con il ministro della Difesa, Ehud Barak, il suo rammarico per i soldati uccisi, ma, in attesa degli esiti dell’inchiesta, non ancora le scuse che il Cairo esige.

Dinastia In disgrazia ì

Mohammed Cattura e fuga

A

rreso ai ribelli nella notte, sarebbe poi riuscito a fuggire. Unico figlio di Fatiha, la prima moglie di Gheddafi. (41 anni)

Saif al Islam Catturato

L’

erde al trono. Considerato a torto l’uomo moderato del regime è stato catturato dagli insorti. (39)

Saadi Catturato

S

arà ricordato come il figlio di Gheddafi che ha giocato a calcio nella Serie A italiana. (38)

Mutassim Libero in Libia

S

pietato consigliere della sicurezza, l’unico a contendere a Saif il primato. Ancora in Libia. (34)

Hannibal Nessuna traccia

H

annibal, protagonista di scandali e violenze anche in Italia. Non ha lasciato tracce. (35)

Aisha Introvabile

A

isha, avvocato, all’inizio della rivolta difese pubblicamente il padre. Non si è più vista. (35)

Khamis Forse morto

I

l “macellaio”. Già 3 mesi fa è stata smentita la sua morte. Ieri avrebbero ritrovato il cadavere. (28)

Saif al Arab Ucciso

V

ittima delle bombe in un raid della Nato. Spesso protagonista di risse in Europa. (29)


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La fine del regime? Per Chavez è il nuovo imperialismo degli Usa

DETTI E FATTI ì

Nazioni Unite Voto: 6-

U

n mese dall’inizio dell’insurrezione al voto della risoluzione che autorizza l’uso della forza per proteggere i civili. Il Consiglio di Sicurezza Onu batte tutti i suoi record, muovendosi con inedita celerità, malgrado riserve russe e cinesi; e vara pure sanzioni anti-regime. Poi, però, Ban Ki-moon e l’Onu non hanno né il polso né il potere per imporre il rispetto dei limiti da loro stessi tracciati. Voto: 6-

Nato Voto: 6+

A

ll’opposto dell’Onu, l’Alleanza atlantica parte lenta e male, fra contrasti sull’assunzione del comando delle operazioni militari e divisioni tra chi ci sta (a bombardare) e chi no. Una volta lanciata la missione Unified Protector, però, la Nato mostra costanza ed efficacia e si prende pure spazi d’azione ben al di là del mandato dell’Onu. L’accelerazione dell’epilogo evita il rischio logoramento. Voto: 6+

Unione europea Voto: 5

V

a al traino degli eventi, invece di condizionarli. Vara sanzioni nella scia dell’Onu, riconosce il Cnt come interlocutore solo quando molti Paesi Ue lo hanno già fatto, non mette in piedi un’azione umanitaria efficace. Magari riuscirà a essere protagonista della ricostruzione post-bellica, ma con quella “mammoletta” di Lady Ashton di mezzo le premesse non sono incoraggianti. Voto: 5

Stati Uniti Voto: 7-

O

bama vince una guerra che non combatte. Dopo una gragnola di missili Cruise e ondate di raid nelle prime ore, l’apparato militare Usa fa quasi da spettatore, limitandosi a offrire supporto all’azione degli alleati – due droni e qualche aereo cisterna – mentre il Congresso borbotta perché il presidente lo coinvolge tardi e l’opinione pubblica se n’infischia. Alla fine, i conti tornano. Voto: 7Giampiero Gramaglia

H

LA CADUTA

ugo Chavez, presidente del Venezuela, è rimasto tra i pochissimi difensori mondiali di Muammar Gheddafi. Durante una cerimonia ecumenica per la guarigione, che si è tenuta a palazzo Miraflores, e alla quale è comparso completamente calvo a causa dei cicli di chemioterapia che sta seguendo per combattere la sua battaglia contro il cancro, Chavez ha affermato: “Alcuni

paesi europei e gli Stati Uniti stanno demolendo Tripoli con le bombe. I governi ‘democratici’ europei, non tutti e si sa quali sono, stanno praticamente demolendo Tripoli con le bombe. Senza alcuna giustificazione le bombe stanno cadendo su case, scuole, ospedali e campi agricoli. Preghiamo Dio per la popolazione libica, preghiamo per la pace nel mondo”, perché “in Libia è in corso un massacro”. Poi, guardando in casa propria:

“Dobbiamo neutralizzare i piani di violenza che stanno preparando, piani diretti dall’impero yankee”. Secondo Chavez, i suoi oppositori vogliono destabilizzare il Venezuela e la Siria: “Seminano violenza e distruzione nel nome della pace, invocando l’interesse di questo Paese. In realtà lo fanno per invadere e conquistare, spogliarlo delle ricchezze, come stanno facendo in Libia”.

ADESSO B. CERCA DI IMBONIRE ANCHE GLI INSORTI Ma il premier teme che emergano i retroscena dell’alleanza col rais di Giampiero Gramaglia

e parla persino Mr B, vuol dire che, per il colonnello Gheddafi e il suo regime, è proprio finita. Ieri, il presidente del Consiglio ha fatto sentire la propria voce sulla vicenda libica dopo lungo silenzio, quando l’epilogo del conflitto è ormai tracciato: Silvio Berlusconi rivendica il posto dell’Italia accanto ai vincitori: “Il Consiglio nazionale transitorio – ha detto - e tutti i combattenti libici impegnati a Tripoli stanno coronando la loro aspirazione a una nuova Libia democratica e unita. Il governo italiano è al loro fianco”. Da migliore amico del dittatore sconfitto a candidato migliore amico del ribelle vincitore, il passo può essere breve, quando uno ha la faccia tosta giusta. Al Cnt, Mr B rivolge pure un appello: “Esortiamo gli insorti ad astenersi da ogni vendetta e ad affrontare con coraggio la transizione verso la democrazia con spirito di apertura nei confronti di tutte le componenti della popolazione. Al tempo stesso, chiediamo al colonnello Gheddafi di porre fine a ogni inutile resistenza, risparmiando, in tal modo, al suo popolo ulteriori sofferenze”. Una dichiarazione compitino,

S

dopo avere seguito sostanzialmente in silenzio il crollo di un dittatore verso cui aveva mostrato eccessiva inclinazione. Chè, se uno gli amici se li sceglie pericolosamente fra i ceffi meno raccomandabili di questo mondo, poi qualche incidente di percorso deve pure metterlo in conto. In tutta questa evoluzione libica, il silenzio di Berlusconi doveva probabilmente servire a rendere meno stridente l’inversione a U dell’Italia, qualificatasi prima dell’insurrezione come la migliore amica del regime libico e che, dopo l’esplosione della rivolta, quando cambiare cavallo diventa inevitabile, cerca di riciclarsi come migliore amica della nuova Libia. A quel punto, è meglio che Ber-

Dagli abbracci alla paura di una vendetta Così il nostro Paese ha deciso il profilo basso

lusconi, l’uomo che s’è inginocchiato di fronte a Gheddafi e che lo ha accolto due volte a Roma con onori straordinari, facendogli piantare la tenda a Villa Pamphili e lasciandogli predicare il Corano a centinaia di ‘vergini’, parli il meno possibile. Tanto più che, all’inizio della crisi, le dichiarazioni del premier avevano spesso causato imbarazzo alla diplomazia italiana già chiamata a barcamenarsi in una situazione oggettivamente difficile. IL 9 FEBBRAIO, alla domanda se avesse chiamato l’amico Gheddafi dopo i primi scontri a Bengasi, Mr B risponde: “No, non l’ho sentito. La situazione è in evoluzione e, quindi, non mi permetto di disturbare nessuno”. Però, aveva aggiunto, “stiamo seguendo con il cuore in gola la situazione dell’arrivo di immigrati nel nostro Paese”, contro cui il regime di Gheddafi era un gendarme molto efficace, anche grazie alle motovedette fornitegli dall’Italia. Il 22 febbraio, poi, quando Gheddafi accusa l’Italia, e l’America, di avere “dato dei razzi ai ragazzi di Bengasi”, Berlusconi gli telefona per smentire: “L’Italia non ha fornito armi ai manifestanti”. E il giorno dopo il premier dice sì basta “all’inaccetta-

Davanti al mare Era l’anno 2004, Berlusconi e Gheddafi erano al quinto incontro ufficiale bile violenza libica che ha superato ogni limite”, ma esprime pure “massima allerta per un quadro imprevedibile che potrebbe degenerare in una deriva fondamentalista ad alto rischio per chi, come l’Italia, è esposto a potenziali e biblici flussi di emigranti e dovrà comunque fare tornare i propri conti energetici”. A un certo punto, Francesco Verderami, sul Corriere della Sera, scrive che Berlusconi avrebbe

paura della vendetta del rais: “Lui me l'ha giurata. Lo so da fonti certe”. Il premier sarebbe più nervoso del solito e apparirebbe scosso, perché “Gheddafi mi vuole morto”. La rivelazione è seguita da puntuale smentita, ma è chiaro che un’amicizia s’è ormai rotta, mentre un’alternativa deve ancora essere costruita per salvaguardare gli interessi economici ed energetici dell’Italia. Più che di essere ‘fatto fuori’ dal colonnello dittatore, Mr B te-

Petrolio, immigrati e contratti: tutto al palo DA FINMECCANICA A IMPREGILO: A RISCHIO DIVERSI AFFARI STRETTI CON IL DITTATORE NORDAFRICANO di Sara Nicoli

ove si troveranno i soldi non è dato Dtenzioni sapere, ma il governo ha tutte le indi risarcire le aziende italiane che sono state danneggiate dalla guerra libica. E sono più di centocinquanta. O, almeno, così ha promesso Paolo Romani: “Stiamo provvedendo a un emendamento, non so se nella manovra”, ha annunciato il ministro per lo Sviluppo economico, dicendosi anche convinto che “con il nuovo governo riusciremo a mantenere la parte che abbiamo sempre avuto in questo Paese”. Ora, l’ottimismo sarà pure d’obbligo quando finisce una guerra, ma sono gli stessi imprenditori italiani raggruppati nella Camera di Commercio ItalAfrica Centrale, a non essere affatto convinti che tutto sia poi così automatico, anzi: “Per le imprese italiane sarà difficile ripristinare in Libia i contratti sottoscritti con il gover-

no Gheddafi – ha spiegato il presidente dell’associazione, Alfredo Cestari – non esiste alcun automatismo, né dipenderà dall’esclusiva volontà del futuro esecutivo di Tripoli; l’Italia era il primo Paese europeo investitore in Libia, la guerra ha determinato il blocco di ogni tipo di attività per un danno, comprensivo del blocco dell’import/export, superiore ai 100 miliardi di euro. Dopo oltre cinque mesi di guerra in Libia il danno complessivo per le imprese italiane è enorme”.

Il ministro Romani: un intervento per le piccole imprese colpite dalla guerra

I PICCOLI imprenditori, insomma, faranno fatica a ricominciare; il rapporto privilegiato tra il raìs e Berlusconi non sarà certo il miglior biglietto da visita con chi arriverà tra breve al governo del Paese. E questa “cattiva fama” senz’altro varrà anche per i pezzi da novanta come Eni, Finmeccanica e Enel. Così come sa-

ranno da rivedere altre partecipazioni. È noto, per altro, che la banca Centrale Libica e il fondo sovrano Lybian Investment Authority, fanno di Gheddafi il primo azionista di Unicredit, che l’1% dell’Eni è dei libici e che grazie all’amicizia con il Colonnello, l’Ente aveva guadagnato per altri 25 anni le concessioni energetiche che, ora, non sono più così sicure. Così come sono tutte da rinegoziare le commesse di Impregilo (per la costruzione di mille e 700 chilometri di un’autostrada costiera), Finmeccanica (commesse per elicotteri militari) e Ansaldo (segnalazioni ferroviarie). Infine, bisognerà vedere che fine farà la Lafitrade, la società attraverso cui Fininvest (di Berlusconi) e Tarak Ben Ammar controllano la Quinta Communications, società televisiva libica, ma quelli sono quasi affari privati del Cavaliere. Comunque, la caduta di Gheddafi di fatto “riapre” i giochi economici in Libia. Soprattutto per l’Eni. Il presidente del “cane a sei zampe”, Giuseppe Recchi, si è detto convinto che la caduta del raìs darà l’opportunità di riottenere “un mercato interrotto che rappresenta il 13% del fatturato e che garantiva il fabbisogno dell’Ita-

lia”, ma bisognerà vedere cosa decideranno americani e francesi, che con questa vittoria su Gheddafi hanno anche “vinto” un indubbio diritto di prelazione economica sul Paese. OLTRE ALL’ENI, infatti, sul territorio libico operavano le francesi Total e Shell e i giganti anglosassoni Bp ed ExxonMobil (Usa). Il principale acquirente libico nel 2010 era l’Italia (28%), seguito da Francia (15), Cina (11), Germania (10). Anche in Finmeccanica pensano che “i contratti saranno tutti rispettati”. “Non abbiamo ragione di credere – ha detto l’ad, Giuseppe Orsi – che saranno modificati”. Ma c’è un ultimo punto dolente; l’immigrazione. Da quando è scoppiata la guerra, in Italia sono ripresi gli sbarchi, ma ora il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, conta di riuscire ad “aggiornare, al più presto, la parte del Trattato d’Amicizia italo-libico che riguarda i flussi migratori”. Tutto da rinegoziare, dunque, dalla riapertura dei pozzi petroliferi, al gas, al controllo delle coste sul fronte dell’immigrazione. Ma stavolta al tavolo della trattativa avremo senz’altro qualcosa da scontare.


Martedì 23 agosto 2011

Ibrahim, l’ultima voce dal bunker: surreale conferenza stampa

M

LA CADUTA

oussa Ibrahim. Il portavoce del governo di Gheddafi, mentre la rivolta impazzava violenta per le strade di Tripoli mettendo il regime alle corde, riusciva davanti alle telecamere ad apparire calmo. Tanto da non escludere possibili accordi anche con i ribelli, quando ormai però la realtà pareva già andare in tutt’altra direzione. Ha comunicato, con

volto disteso, che almeno 1.300 persone sarebbero morte in 24 ore di combattimenti tra i ribelli e i lealisti. Ibrahim ha quindi sottolineato che cinquemila persone sono rimaste ferite nella battaglia per il controllo della capitale nordafricana e ha indicato la Nato come responsabile del “bagno di sangue”. Il portavoce ha infine affermato che il Paese ha ancora bisogno di Gheddafi.

Cari fottutissimi amici (del Colonnello) DA ENI A UNICREDIT, DA MARINA BERLUSCONI A TARAK BEN AMMAR: CHI RISCHIA SENZA GHEDDAFI a strada la aprì Gianni Agnelli che trovò come partner finanziario della Fiat, l’anno era il 1976, un fondo sovrano libico (Libyan Arab Foreign Investment Company), investitore pubblico che il Regime del Colonnello adoperava per differenziare le fonti di reddito di un Paese legato economicamente all’estrazione di petrolio e gas. Da allora gli “amici” italiani di Muammar Gheddafi sono andati crescendo. Oltre agli interessi per gli idrocarburi di Eni ed Enel, e quelli nel ramo costruzioni di Finmeccanica e Impregilo, non è un caso che Unicredit sia partecipata dai libici al 7%.

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Lamberto Dini L’ex ministro degli Esteri è uno degli storici referenti della lobby libica, quella che una volta contava soprattutto su Giulio Andreotti

Marina Berlusconi Da presidente di Fininvest siede nel cda di Mediobanca, con i filo-libici Ben Ammar e Bolloré. Tramite una controllata di Fininvest, è socia di Gheddafi nella Quinta Communication

Cesare Geronzi Ha portato i fondi libici di Gheddafi nell’azionariato di Banca di Roma (poi confluita in Unicredit) Ha definito i libici: “Gli azionisti migliori mai avuti” me, forse, che vengano fuori i retroscena di un’amicizia improbabile quanto imbarazzante: intrecci d’affari che giustifichino il rapporto altrimenti improbabile fra un uomo d’affari milanese messosi in politica e un ufficiale tripolino radicale e rivoluzionario divenuto dittatore. A PUNTELLARE un’ipotesi di alternativa post-Gheddafi, Berlusconi ci ha ieri provato con una telefonata al leader del Cnt Mahmud Jibril, di cui Palazzo Chigi ha dato un rendiconto molto positivo. “Nel colloquio, il presidente del Consiglio italiano s’è complimentato per la rapida avanzata delle forze del Cnt, riconfermando l’impegno dell’Italia a sostegno della nuova Autorità per la costruzione di una Libia democratica e unita. Il premier ha inoltre manifestato apprezzamento per la volontà del Cnt di evitare qualsiasi vendetta e ha auspicato che la Libia possa presto avere un governo che rappresenti tutte le componenti del Paese”. Jibril, dal canto suo, avrebbe “ringraziato calorosamente l’Italia per l’appoggio dato”, sottolineando in particolare che “la vicinanza dell’Italia al popolo libico ha radici profonde”, e chissà se pensava al passato coloniale o al Trattato d’Amicizia firmato d Gheddafi e Berlusconi bel 2008, quasi tre anni fa giusti giusti. Il premier e il capo del Cnt avranno modo di approfondire la discussione in un incontro in Italia nei prossimi giorni. Nella certezza che Jibril non si porterà dietro tende da montare e non pretenderà ‘vergini’ da imbonire. Almeno per ora.

Agnelli & Romiti Nel 1976 la Fiat è in difficoltà finanziarie, arriva in soccorso la Lafico (il fondo di investimento del regime) che dieci anni dopo rivenderà la sua partecipazione con un guadagno di tremila miliardi di lire

Scaroni & Profumo L’ad dell’Eni Poalo Scaroni è il più interessato alle sorti della guerra. Anche Alessandro Profumo cacciato da Unicredit dopo il rafforzamento dei libici è nel cda Eni

Tarak Ben Ammar Il finanziere franco-tunisino è socio di Gheddafi (e Berlusconi) nella società francese di produzione cinematografica Quinta Communication

UN FIGLIO nel pallone

Saadi, un brocco da Serie A di Luca Cardinalini

scovare il talento di Saadi Gheddafi, fu Acose,Luciano Gaucci, specializzato in molte ad esempio fare del suo Perugia una sorta di Onu del pallone, assumendo (e poi licenziando, ovvio) calciatori provenienti da ogni dove. Tranne un esquimese, Gaucci ha portato iraniani (Rezai), australiani (Kalac), giapponesi (Nakata), coreani (Ahn), cinesi (Ma) e quindi anche il primo libico. Al Saadi, all’epoca, era il presidente della federazione nazionale, del comitato olimpico, presidente e giocatore dell’Al Ittihad, la squadra della capitale. Insomma era come se oggi uno ingaggiasse e fa-

cesse giocare Abete, Petrucci e Lotito e Totti, tutti in una sola persona. Quando propose a Lucianone di voler provare la serie A, non gli fece nemmeno finire la frase. Nella Perugia ormai mitriditizzata alle “gaucciate”, l’arrivo di Gheddafi fu paragonabile a quello del marziano sul litorale romano, raccontato da Ennio Flaiano. Sì, la curiosità dell’inizio, qualche perdigiorno a visionare i primi allenamenti, ma dopo un paio di settimane si era già al “a marzià!” e alla pacca sulla spalla. Era il giugno 2003. Quando Gaucci disse che avrebbe “regalato” all’allenatore Cosmi un altro attaccante, Saadi Gheddafi appunto, e che mancavano solo le firme sul contratto, quasi tutti i giornalisti presenti, a dire il vero, si chiesero chi doveva pagare chi: se il presidente il giocatore o viceversa. Cosmi, persona educata, che oggi si dice “umanamente vicino a Saadi, al bravo e umile ragazzo che ho conosciuto, disponibile, entusiasta e con una grandissima voglia di imparare, ma è meglio il silenzio”, si disse allora “contento per il nuovo arrivo”. Dopodiché lo impiegò solo per un quarto d’ora, il 2 maggio 2004, in un Perugia-Juventus, vinta dagli umbri per 1-0. Legger-

mente in conflitto di interessi, visto che dei bianconeri era tra i principali azionisti (7,5%), e sponsor con il marchio Tamoil. Il debutto al 30’ della ripresa quando diede il cambio all’infortunato Bothroyd, che era a sua volta subentrato a Brienza. Insomma, riserva della riserva. Dalla curva si alzò uno striscione “È l’ora di Al Saadi” e Cosmi lo mise dentro. Toccò sette palloni e un giornale locale gli diede 7 in pagella. Uno voto a tocco. Sulle qualità tecniche, il più sano di mente degli osservatori, disse: “Faticherebbe a partire titolare in qualsiasi squadra della nostra serie D”. Per quanto riserva fissa, Saadi a Perugia non se la passava male. Aveva a sua disposizione un intero piano dell’hotel super lusso Brufani. Insieme a lui, una decina tra guardie del corpo e uomini dei servizi segreti. Più che per le giocate impressionò il parco macchine: limousine e fuoriserie Mercedes e Lamborghini Diablo gialla, più un’Harley Davidson, quest’ultima sequestrata insieme a un quad dalla finanza, nel marzo scorso, a rivolta appena iniziata. Gli venne dato il numero 19, e la Galex che vestiva il Perugia (acronimo che stava per Gaucci Alessandro, figlio di Luciano e amministratore delegato del Perugia), disse

che ne vendette qualche centinaio di quelle magliette. Venne trovato positivo al nandrolone, dopo un Perugia-Reggina, gara che come al solito vide dalla panchina, e ciò gli valse un Tapiro d’oro e otto mesi di squalifica. Finita la quale, l’Udinese dei Pozzo pensò bene di non farsi scappare una simile occasione. Ritrovò Cosmi, impegnato nei preliminari di Champions League. Sulla sua permanenza friulana, il portiere dell’albergo dove alloggiava tutta la tribù ci ha scritto anche un libro – “C’ero anche io”, che è tutto dire – raccontando di una camera e un letto per il dobermann addestrato a fiutare esplosivo e che pasteggiava a riso, filetto e carote selezionate; la moglie di Saad abituata a fare il bagno nel latte; lui goloso di vino Sassicaia, champagne e caviale beluga e scorribande al Crazy Horse di Parigi. Una sola presenza, Udinese-Cagliari, 2-0, il video è su YouTube, il pubblico che fa la ola e un oooooooooohhhhh di sottofondo fino all’ingresso in campo. Nel sonoro originale, si sentono benissimo le risate grasse, il “guarda là come barcolla” e cose così. Nel 2006, il petroliere Garrone lo chiama alla Sampdoria. Maligni, cosa avete pensato?


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Martedì 23 agosto 2011

CUORI CHE SANGUINANO

“POVERO SILVIO” FELTRI E SALLUSTI IN LACRIME Commosso, il Giornale di famiglia loda i sacrifici di B. per il Paese di Stefano Feltri

l barometro è infallibile, quando Vittorio Feltri indica nuvoloso significa che davvero per Silvio Berlusconi il meteo è plumbeo. L’editorialista del Giornale, due volte ex direttore, ha abbandonato da tempo il ruolo di coscienza critica del berlusconismo (sostituito in questo da Mario Sechi del Tempo) per diventare a un tempo il tifoso sofferente e l’aspirante confessore del premier nella fase crepuscolare in cui il “Diavolo Berlusconi”, secondo lo stilema feltriano, è stato costretto a scoprire la categoria filosofica della necessità e quella

I

monastica del sacrificio. Tradotto: “É costretto a sopportare politici politicanti, deve difendere la manovra di Tremonti e convincere Bossi sulle pensioni”, come si leggeva ieri in prima pagina sul Giornale a corredo di un editoriale di Feltri dal titolo “Quello che Silvio non può dire”. E l’indicibile sarebbe questo: “A Silvio Berlusconi chi glielo fa fare di sbattersi in politica fra gente che lo disprezza perché lui le impedisce di sgranocchiare la pannocchia e quella che lo blandisce per strappargli un pezzo di pannocchia da sgranocchiare?”. Le risposte, Feltri ne è consapevole, sono fin troppo facili:

di Pino Corrias

La rivelazione di Siddharta Napolitano UNA MANCIATA di ore fa il nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è accorto – come capitò al giovane Siddharta quando scoprì l’esistenza in Terra della malattia, della vecchiaia e della morte – che la nostra comunità è gravata da tre malanni: la mancanza di verità in politica, l’evasione fiscale e il debito pubblico. Lo ha rivelato a una folla festante di funzionari e militanti di Comunione e Liberazione (10mila secondo gli organizzatori, almeno il doppio secondo la Questura) che da una quarantina d’anni abitano proprio la sponda veritiera della politica italiana in Compagnia di migliaia di aziende, tutte in regola con il fisco come la madre Chiesa, e per nulla responsabili del debito pubblico creato a suo tempo da un ceto politico mai invitato al Meeting di Rimini, come De Mita, Forlani, Andreotti, Mastella, Tremonti, Berlusconi. Con questa rivelazione Giorgio Napolitano perfeziona i sui cinque anni di Quirinale durante i quali, oltre ai moniti, ha firmato: per la promozione della verità in politica il Lodo Alfano e il Legittimo impedimento; per l’equità fiscale lo Scudo sui capitali esteri; per il risanamento del debito pubblico tutte le ultime Leggi di spesa.

da privato cittadino non potrebbe scriversi le leggi su misura dei suoi processi, o per tutelare le sue aziende (che comunque non se la passano benissimo. -43 per cento in Borsa per Mediaset in sei mesi, anche per le difficoltà politiche del governo) e forse anche le feste eleganti di Arcore sarebbero meno affollate. Ma Vittorio Feltri non crede a queste prosaiche esigenze di sopravvivenza penale e politica. Preferisce accreditare un recondito (e ben nascosto per 17 anni) afflato kennedyano nel Cavaliere, tormentato dalla ricerca del modo migliore per aiutare il Paese anziché di come distorcere il Paese per aiutarsi. Piaggeria? Forse, ma il Cavaliere in effetti ha cambiato linguaggio. Il 22 giugno, per esempio, diceva che restare a palazzo Chigi “vi assicuro che è un grandissimo sacrificio”. E poi ancora a luglio ha fatto ap-

“Chi glielo fa fare?”si chiede l’ex direttore Comunque non durerà molto, stando ai sondaggi

IL PESO DEI PARTITI

Pdl

22-25%

Lega

7-9%

Pd

25%

Terzo Polo + Montezemolo

88,2

Pdl in picchiata Il sondaggio pello allo “spirito di sacrificio con cui i cittadini sono disposti alla revisione di un welfare obsoleto che per garantire tutti non garantisce chi ha davvero bisogno”. E la sua candidatura nel 2013, notizia di pochi giorni fa, ci sarà solo se “necessario”. Ancora ieri, sofferto, ha dovuto smentire pubblicamente le ritrovate velleità secessioniste di Umberto Bossi: “Mi spiace questa volta di non essere d'accordo con il mio amico Umberto Bossi. Sono profondamente convinto che l'Italia c’è e ci sarà sempre”. Al Giornale di famiglia ci provano in tutti i modi a confortarlo, esasperando lo stoicismo con cui il Cavaliere sopporta il fardello della crisi (di cui, ci tengono sempre a precisare, non è assolutamente responsabile benché governi quasi senza

interruzioni da 10 anni). Basta scorrere i titoli di questi giorni per cogliere lo sforzo di Feltri e del direttore Alessandro Sallusti: si va dal “Berlusconi: ci salveremo”, del 4 agosto a “Berlusconi, il piano c’è”, del 21 agosto passando per “gli ostaggi della Lega”, del 19. Ma tutto è inutile, perché a dispetto del conforto psicanalitico di Feltri – ormai distante chilometri dalla linea editoriale anti-casta del suo ex giornale Libero – da oggi la manovra bis, quella da 55 miliardi, arriva in Senato. E non si scherza più. O vince la Lega, che vuole evitare ogni intervento sulle pensioni (auspicato invece dal babypensionato Feltri) oppure vince Berlusconi che, senza troppa convinzione, ha mandato avanti alcuni fedelissimi del Pdl a chiedere la revisione

di Swg, anticipato da Affaritaliani.it, mostra un calo del Pdl, conseguente all’approvazione della manovra Per l’istituto non brilla neanche la Lega Nord

del contributo di solidarietà, cioè l’aumento dell’Irpef per i redditi medio alti. A sollevare Berlusconi dal peso del sacrificio e a togliere Feltri dal rovello sul “chi glielo fa fare” potrebbero però pensarci gli elettori. Renato Mannheimer, in un sondaggio Swg anticipato ieri avverte che il Pdl sta sprofondando al 22-25 per cento dei consensi e la Lega arranca all’8. E tutto questo prima ancora che la manovra bis sia entrata in Senato. Figurarsi dopo.

IL COMICO Antonio Cornacchione

Il silenzio degli innocenti di Carlo Tecce

Gheddafi. Che dice? Il Colonnello può trovare rifugio i risiamo: “Silvio, povero Silvio”. Antono- ad Arcore, lì c’è il suo ambiente naturale e nio Cornacchione, comico del berlusco- può farsi addirittura ospitare con le ultime nismo crepuscolare. amazzoni rimaste. Villa San Martino è il vero Cornacchione, che succede al Cavaliere esilio dorato, altro che Venezuela. con il sole in tasca? Non è loquace come un tempo. Vittorio Non parla, non si fa vedere, non fa il bunga Feltri gli dà consigli sul Giornale di famibunda da venti giorni. Deve incassare la ma- glia. novra, deve fingere, e lui non può. Deve farci Silvio ascolta, riflette, medita. Il bunga buncredere che il ministro Tremonti è una spina ga è in ferie. Come deve trascorrere l’estate nel fianco, non la rosa più bella che si è scelto tra una lettera della coppia Merkel-Sarkozy e lui. Capisce che l’uomo in questo momento un monito della Banca centrale europea? Tutte queste sigle fanno venire il mal di testa. vive un dramma? E tace. Non c’è un rimedio? Il suo è il silenzio degli innocenti. Quando sta Silvio, povero Silvio: passa le giornate a cerzitto ci dà una speranza di socare di capire i discorsi di UmCornacchione (F A ) berto Bossi. pravvivenza. Guardavo la parCome sarà un dialogo fra di tita del Milan nel trofeo di suo loro? papà e pensavo: questo regiSilvio deve portarsi la smorfia sta ha sbagliato tutto. Perché? napoletana per tradurre le fraNon doveva riprendere Silvio si impasticciate di Bossi. E ricon Nicole Minetti, doveva inpeto: napoletana. Che brutto periodo. Un quadrare prima l’uno e poi l’alconsiglio? tro oppure doveva aspettare il No, no, no: questi sono i giorni fischio di chiusura. Allora migliori. Lui non sta governanavremmo carpito qualcosa di do e, mi creda, gli riesce beinteressante. Ha perso anche l’amico nissimo.

C

OTO

NSA

numero uno dell’Enel ROBIN TAX Sorpresa: ilFulvio Conti. E nella sterminata lista degli azionisti Tremonti si tassa da solo dell’Enel il più importante è proprio il Tesoro, che ne i voleva giusto il rimbalzo di Borsa di ieri, possiede il 31,2 per cento. Nel 2011 questa CLibia,innescato dalle notizie provenienti dalla partecipazione ha fruttato 822 milioni di diper ridare un po’ di fiato alle aziende videndi, un incasso provvidenziale per le dell’energia quotate in Borsa. Titoli come Enel, Eni, Snam rete gas, Terna, che nei giorni scorsi sono stati tra i più sacrificati. Colpa di Giulio Tremonti, che ha dato una nuova stretta fiscale alle società del settore energetico. Servono soldi per la manovra ed ecco che il ministro impone un prelievo extra battezzato Robin Hood tax. Tutto bene se non fosse che il nuovo balzello potrebbe in parte risolversi in una partita di giro per il bilancio dello Stato. Vediamo perché. Nei prossimi tre anni, in base alle previsioni del governo, l’aumento dell’Ires a carico delle aziende energetiche dovrebbe fruttare circa 3,4 miliardi. Alla fine, però, i proventi del supplemento d’imposta potrebbero rivelarsi inferiori alle previsioni. Perché i gruppi più importanti nel campo dell’energia sono a controllo pubblico. E allora, se aumentano le tasse, potrebbero calare gli utili e di conseguenza anche i dividendi destinati agli azionisti, a cominciare dal ministero dell’Economia. “In questo modo si mettono le mani in tasca a un milione e mezzo di soci”, ha protestato

casse statali. L’anno prossimo però la Robin Tax potrebbe provocare una riduzione dei profitti che secondo gli analisti sarebbe compresa tra il 5 e il 10 per cento. Se anche la quota di utile distribuita ai soci diminuisse in proporzione, la perdita per lo Stato arriverebbe a 80 milioni. Rischia anche l’Eni, che quest’anno ha garantito 1,2 miliardi ai suoi due azionisti pubblici (Tesoro e Cassa depositi e prestiti). Terna, invece prevede di perdere 300 milioni di profitti nell’arco dei prossimi cinque anni. Enel ed Eni dovranno poi fare i conti con il possibile calo di redditività di Enel Green Power e Snam rete gas, entrambe quotate in Borsa ed entrambe colpite dalla nuova tassa. Infine i comuni. Anche le amministrazioni pubbliche potrebbero fare le spese della tassa supplementare che andrà a colpire ex aziende municipalizzate come A2A, controllata da Milano e Brescia) Acea (Roma), Iren (Genova e Torino), Hera (Bologna). Un altro colpo per i bilanci egli enti locali già danneggiati pesantemente dalla manovra. Vit.Mal.


Martedì 23 agosto 2011

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LACRIME E SANGUE

TAGLI, COMUNI IN APNEA LA RIVOLTA DEI CAMPANILI La Lega: ridiamo fiato agli enti locali, ma le pensioni non si toccano. Nel Pdl però si preparano emendamenti di Marco Palombi

nche i piccoli comuni nel loro piccolo s’incazzano. E lo sono davvero, indignati, se ieri 500 tra sindaci e amministratori destinati alla morte per accorpamento dal decreto manovra si sono presentati a Torino per protestare: sostengono che sulla loro pelle si fa solo propaganda, che un assessore di un comune sotto i mille abitanti (quelli che dovranno sparire) guadagna 130 euro lordi al mese e non può essere la causa del debito pubblico, che oltre che la loro forma istituzionale sono le comunità stesse che rischiano di scomparire se il governo va avanti su questa strada. “Questo è un taglio alla democrazia, non ai costi della politica”, sostiene Lido Riba dell’Uncem Piemonte: “Siamo favorevoli alla gestione associata dei servizi, ma l’eliminazione dei comuni sarebbe il nostro 8 settembre. La mobilitazione è appena cominciata”. Anche per i municipi destinati a sopravvivere, però, la situazione è tutt’altro che rosea: al contrario, come spiegato ieri

A

da uno studio del Sole 24 Ore, il combinato disposto tra i tagli previsti dalle due manovre di questa estate è un massacro. Il costo per cittadino degli 1,7 miliardi di risparmi previsti per il 2012 (che si sommano a quanto già sottratto ai comuni dal decreto manovra del 2010) è pesantissimo: si va dai 190 euro a testa che perderanno i veneziani ai 159 che funesteranno l’anno ai napoletani, dai 142 euro in meno per i bolognesi ai 134 che mancheranno a palermitani e genovesi. E questo al netto del salvataggio dei cosiddetti “comuni virtuosi”, che potrebbe scaricare sui “cattivi” l’intero onere della correzione di bilancio. COME CHE SIA, i “tagliati” avranno di fronte solo due strade: ridimensionare i servizi (trasporto, istruzione, cultura, etc) oppure aumentare le tasse locali. Alla fine è probabile che ne venga fuori un mix, ma il worst case scenario fiscale è terrificante: la progressione delle addizionali (Irpef e Imu) tra quest’anno e il 2015 potrebbe tradursi in un aggravio medio di mille euro a contribuente.

I CONTI DEGLI ENTI LOCALI 2011

530,1

32,1

83,8

51,7

190,9

1.357,4

60,7

214,5

153,8

159,7

Bologna

493,7

24,1

78,0

53,9

142,9

Palermo

764,5

32,6

120,8

88,2

134,4

Genova

661,3

22,7

104,5

81,8

134,1

Firenze

494,2

30,7

78,1

47,4

128,6

Verona

253,3

12,3

40,0

27,7

104,8

Milano

1.775,0

185,0

280,5

95,5

73,0

Venezia Napoli

Spesa corrente media

Obietivo

Differenza pro capite 2012 Differenza (in euro)

Comune

La manifestazione dei sindaci davanti alla Prefettura di Torino (FOTO ANSA)

Intanto prosegue la marcia in ordine sparso della maggioranza sulle modifiche al decreto che oggi comincia il suo (rapido) iter parlamentare a palazzo Madama. La Lega, e pure il ministro Sacconi, hanno chiuso ancora la porta a ogni modifica sulle pensioni: “Le norme del decreto sono idonee e non suscettibili di modifica vista l’intesa raggiunta a riguardo tra Bossi e Berlusconi”, ha messo a verbale ieri la segreteria politica del Carroccio, che chiede però anche di attenuare i tagli alle autonomie locali e di lanciare un grande piano di lotta all’evasione (dispersa sul fronte russo la patrimoniale di Cal-

deroli). “Il sistema previdenziale italiano, sul medio-lungo periodo, è il più sostenibile d’Europa”, ha detto invece Sacconi al meeting di Cl, per cui “un problema può esserci sul breve termine, ma allora bisogna tener conto anche della sostenibilità sociale: dietro le norme ci sono le persone”. In realtà il problema del ministro del Welfare è di non incrinare il rapporto del governo con Cisl e Uil (“il sindacato riformista”, lo chiama lui) in funzione anti-Cgil. Nel suo partito però – e pure nel suo governo – si continuano a mettere a punto proprio emendamenti sulle pensioni. Si potrebbe, dicono i

“frondisti”, alzare subito l’età minima a 62 anni oppure anticipare al 2012 l’entrata in vigore della cosiddetta quota 97 (62 anni d’età + 35 di contributi o 61 + 36 eccetera). Questa era peraltro la scansione prevista dal famoso “scalone” previdenziale che portava l’imbarazzante firma di Roberto Maroni, sostituito poi da più moribidi “scalini” nei due anni di governo Prodi. Risparmio stimato: 800 milioni. NEL PDL si pensa pure all’anticipo al 2012 dell’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile per le lavoratrici del settore privato (nella manovra si

parte dal 2016): fregandosi 12 mesi in un colpo solo – da 60 a 61 anni – le casse pubbliche sorriderebbero per un miliardo di euro già nel 2012. Ultima ipotesi è quella di mandare tutti in pensione dall’anno prossimo col sistema contributivo (chi aveva 18 anni di contributi nel 1995 dovrebbe invece andarci con quello retributivo) disincentivando contemporaneamente le fughe dei “troppo giovani”. Quanto ai numeri in Parlamento, su questo punto va segnalata la disponibilità del Terzo Polo, ma non quella del Pd, la cui linea ufficiale resta il “non si può fare cassa con le pensioni”.


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Martedì 23 agosto 2011

INTOCCABILI

TUTTE LE ESENZIONI A CUI IL VATICANO NON RINUNCIA Cresce la polemica dopo la denuncia dei radicali sui privilegi Il direttore di Avvenire

di Caterina Perniconi

“Vogliono tassarci la beneficienza”

li evasori devono mettersi in regola. Parola del Vaticano, per voce del presidente dei vescovi, Angelo Bagnasco. L’importante è che a pagare non sia la Chiesa. L’appello del cardinale fa sorridere i radicali, che stanno denunciando le esenzioni e i privilegi di cui godono Oltretevere, in un momento di crisi economica dove tutti sono costretti a sacrificarsi. A partire dall’ICI, la tassa sugli immobili da cui il Vaticano è esente, perno della battaglia del partito di Mario Staderini: “É fuori dal tempo – spiega il segretario radicale – che la Chiesa goda di detrazioni per l’equiparazione degli enti ecclesiastici ad enti di beneficienza. Prima bisognerebbe verificare che in quei luoghi la beneficienza si faccia davvero. Mi vengono in mente le famiglie indigenti sfrattate da Propaganda Fide per far spazio a potenti o speculazioni edilizie”.

G

I RADICALI contestano l’articolo 29 del Concordato del 1929, che stabilisce il principio cardine della normativa tributaria, ancora valido: gli enti ecclesiastici sono equiparati ex lege sotto il profilo tributario agli enti di beneficienza. Si fanno rientrare nella parificazione normativa non solo tutti gli enti beneficali (mense vescovili, benefici parrocchiali, chiese) ma anche i seminari, i santuari, e qualsiasi ente che, da chiunque amministrato, ha quale fine esclusivo o principale il culto. Lo speciale regime tributario è stato applicato anche ad attività diverse dal culto o dalla religione purché dirette e strumentali alla realizzazione di tali finalità. “É proprio il criterio della strumentalità che consente ampi spazi di possibile elusione fiscale da parte dei soggetti economici di natura ecclesiastica”, aggiunge Staderini. Ma la lista delle riduzioni stilata dai radicali è lunga: a partire dalla riduzione del 50% dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche (Ires), all’esenzione da imposta locale sui redditi dei fabbricati di proprietà della Santa sede (l’incremento di valore degli edifici del Vaticano non è neanche soggetto all’imposta comunale sull’incremento di valore degli immobili). In più i fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto e quelli esistenti nei cimiteri e loro pertinenze non vengono considerati produttivi di reddito, sempre a prescindere dalla natura del soggetto che li possiede. Non sono inoltre considerate produttive di reddito imponibi-

Piazza San Pietro (FOTO EMBLEMA)

di Pierluigi G. Cardone

hanno aderito al Qdriduanti gruppo? 117mila? A Maeravamo due milioni”.

Staderini: “Bersani voleva tassare i grandi patrimoni immobiliari Questo è il momento Scorretta anche la procedura dell’8xmille” le le cessioni di beni e prestazioni di servizi compiute, anche verso pagamento di corrispettivi specifici, in favore di associati oppure in favore di altre associazioni che operano nello stesso settore. Sono deducibili dal reddito complessivo degli enti ecclesiastici anche i canoni, le spese per manutenzione o restauro dei beni, le spese per attività commerciali svolte dall’ente, dai membri delle entità religiose. Per ciascuno dei membri alle dipendenze dell’ente religioso è deducibile un importo pari all’ammontare del limite minimo annuo previsto per le pensioni Inps. Poi c’è l’esenzione dell’Iva per le prestazioni rese da enti di beneficienza, ospedali, ricoveri e

scuole. E le retribuzioni corrisposte ai sacerdoti sono dispensate dall’Irap. C’è anche un’esonero Irpef per gli impiegati e salariati, anche non stabili, della Santa Sede. E per finire le esenzioni da diritti doganali e daziari per merci estere dirette alla Citta del Vaticano o a istituti della Santa sede ovunque situati. IN UN TENTATIVO di difesa dei privilegi della Chiesa il leader Udc, Pierferdinando Casini, ha sostenuto che i radicali “ignorano la straordinaria dimostrazione giornaliera di solidarietà da parte del volontariato, ragione per cui non si può considerare la Chiesa alla stregua di un imprenditore immobiliare”. Per Staderini, invece, è proprio quello il punto: “L’area di esenzione è così ampia che l’intervento sull’Ici è necessario. Tra l’altro mi soprende che non ci sia stata ancora una presa di posizione su quello, e sui metodi di ripartizione dell’8 per mille, né di Di Pietro né di Vendola. Per non parlare del Pd con Bersani che ha sempre dichiarato di voler tassare i grandi patrimoni immobiliari. E dove ne trova uno più grande del Vaticano?”.

Padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, ragiona sull’impari confronto numerico per disinnescare l’eco mediatica suscitata da “Vaticano pagaci tu la manovra finanziaria”, il gruppo che continua a raccogliere aderenti e proseliti su Facebook. Ieri, appunto, erano già 117mila coloro che, seguendo la proposta degli organizzatori, chiedevano al Vaticano di rinunciare ai privilegi fiscali (come l’esenzione Ici per gli immobili commerciali) per contribuire ai sacrifici che il Governo chiede agli italiani. Anche su questo padre Lombardi è categorico: “Il mio consiglio a questi signori è che dovrebbero informarsi meglio su determinate situazioni”. Più ficcante il commento di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, secondo cui il gruppo in questione nasce da una deformazione dei fatti e da una cattiva informazione. “Chiedere al Vaticano di pagare le tasse è un errore grossolano, visto che si tratta di uno stato estero – dice Tarquinio al Fatto –. Sarebbe come chiedere alla Svizzera di pagare le tasse in Italia. E poi, scusate, il rapporto tra chiesa e fisco è più che trasparente: chi deve pagare paga sempre. Sono tre anni, del resto, che sul mio giornale pubblichiamo fatti e situazioni precise in tal senso; queste onde anomale invece, essendo fondate non su cose concrete, continuano a ingannare la gente”. NELLE PAROLE del direttore il riferimento alla polemica del leader radicale Mario Staderini è palese. “I Radicali facciano i nomi di chi non paga, così possiamo confrontarci sui fatti, non sulla demagogia. La realtà è che, quando ritornano sulla questione dell’Ires, vogliono tassare la beneficenza e l’istruzione, che a mio avviso, invece, andrebbero detassate ulteriormente. Immaginate cosa avverrebbe se davvero le Onlus religiose pagassero l’Ici al 100%. Non riuscirebbero più a svolgere quel lavoro prezioso che fanno ogni giorno: non aiuterebbero più gli svantaggiati. Chi sostituirebbe le mense della Caritas? Lo Stato e i Comuni? Siamo seri”.

Quello di Marco Tarquinio è lo in minima parte, ma tutti gli uno sfogo: “Ma è possibile altri enti, tra cui le Arci e altre che il dossier di Staderini val- associazioni molto utili alla ga più dei fatti? L’informazio- società. La verità è un’altra: gli ne deve fare la sua parte, ser- sgravi fiscali alla Chiesa sono ve trasparenza. Non si può solo una modesta ricompentassare il no profit perché si sa per il ruolo che essa svolge farebbe un danno enorme alla nella vita di tutti i giorni”. società italiana. Qualcuno si dimentica che, due anni fa, quando è iniziata la crisi, i primi a scendere in prima linea sono stati i cattolici, i vescovi con la loro richiesta d’aiuto nei confronti della politica. E lo sapete perché? Perché la povera gente va nelle parrocchie a chiedere aiuto, La pagina Facebook contro i privilegi del Vaticano non dai Radicali”. Nel frattempo, però, ieri sera STEFANO Zamagni, econo- sulla pagina Facebook del mista presidente dell’Agenzia gruppo sono stati pubblicati per il terzo settore, offre una altri dati che dimostrerebbevisione tecnica della questio- ro come i vari governi degli ulne. “Si tratta di un gran polve- timi anni avrebbero aggirato rone basato sulla disinforma- la legge che prevede una dizione – spiega –. Per realizza- minuzione dell’aliquota in re quello che vanno dicendo presenza di una crescita sproquesti signori bisognerebbe porzionata del gettito dericambiare la legislazione fisca- vante dall’8 per mille. Come? le sul no profit e, qualora que- Col segreto di Stato imposto sto avvenisse, i primi a prote- dalla commissione ad hoc instare non sarebbero i cattoli- sediata presso la Presidenza ci, che verrebbero toccati so- del Consiglio.

di Lidia

Ravera

La crisi continuano a pagarla le vittime AL CAPEZZALE dell’Italia in agonia si affollano, in gramaglie, proprio quelli che l’hanno massacrata. Non è una bella sensazione. Chi di noi vorrebbe essere curato dal suo assassino? Sono tutti lì, con la faccia di circostanza, a proporre cure risolutive: uno vuole aumentare le tasse a chi guadagna 4mila euro al mese per salvare chi ne guadagna 400mila ma si guarda bene dal dichiararlo, un altro vuole abolire province comuni capoluoghi quartieri e condomini pur di non toccare la cittadella della politica coi suoi pingui impiegati, uno propone di tassare l’aria, un altro di aumentare l’Iva su pizza e fichi, uno vuole che le donne vadano in pensione a 86 anni così si imparano a vivere più degli uomini, un altro vuole spalmare il Tfr un euro al mese così magari il lavoratore muore prima di prenderli tutti… un bel risparmio. Tutti esercitano la loro fantasia punitiva. Come se avessero diritto di farlo. Come se la crisi in cui versa il Paese (e noi con lui) fosse un evento naturale. Uno tsunami. Un uragano. Come se, in assenza di colpevoli, fosse logico far pagare i danni alle vittime. Come se non fosse chiara la misura più urgente: licenziare questa classe dirigente.


Martedì 23 agosto 2011

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HABEMUS MEETING

IL CASINÒ DELLA FEDE

IN GINOCCHIO DA TE Solita sfilata di manager pubblici e privati al Meeting di Rimini, tutti provati dalla crisi. Quest’anno più che gli applausi sembrano cercare una grazia

Dal SuperEnalotto alle grandi aziende La “Las Vegas” di Comunione & fatturazione

di Silvia Truzzi nostro inviato a Rimini

e vuole, posso scattarle una foto vicino al presidente”. Anche no, grazie. Il presidente in questione non è né B. (ci voleva coraggio a invitarlo nell’anno del bunga bunga), né Napolitano, acclamato domenica all’inaugurazione come un messia. Un’ancora di salvezza. Anzi un venerato maestro (cfr Repubblica di ieri, dove Massimo Giannini con precipitoso metus ribattezzava il discorso presidenziale “Lezione di Rimini”). Il presidente che figura in cartonato a dimensione reale all’ingresso del Meeting di Comunione & Fatturazione (definizione coniata da Dagospia) è Roberto Formigoni, governatore della Lombardia. Appena entri ti offrono il suo braccialetto che sembra una gelatina tricolore. E un’avvertenza: il presidente sta raccogliendo “buone idee per l’Italia”, in caso si può lasciare la propria. A spasso tra Dio e Mammona,

S

nel Vangelo degli sponsor, l’equilibrio è traballante. Ma sono coscienze liberate: i soldi non sono un peccato capitale. Del resto anche i nipotini del Capitale (quello di Marx) hanno ampiamente superato il complesso della ricchezza. E qui c’è anche la Coop – quella che sei tu, chi può darti di più – a far sfoggio dell’educazione al “consumo consapevole”. L’unica cosa “rivoluzionaria” è la merendina naturale anti-obesità. Di rosso c’è pure la Regione Emilia-Romagna, in buona compagnia di molte colleghe: tra Regioni ed Enti per il turismo al Meeting dei ciellini arriva, quest’anno, circa un milione e mezzo di euro. C’È ANCHE il Lazio (naturalmente Gianni Alemanno è invitato a parlare di Federalismo fiscale, giovedì, con Fassino e Calderoli): “Roma Capitale” attira gli avventori con il solito centurione addobbato alla bene e meglio, scudo e spada di plastica. Dentro ti spiegano “come cambia la mobilità di Roma”. Natu-

GR PARLAMENTO Palinsesto con l’aureola l palinsesto di Gr parlamento di Radio Rai abbandona la Itradiscussione sulla manovra, mette l’aureola e si concensul meeting di Rimini. Quello di Comunione e liberazione. Ben 25 programmi da domenica a sabato. Un record che farebbe felice don Giussani, se ancora fosse vivo. E c’è di tutto, come del resto c’è di tutto al meeting: dai grandi manager pubblici e privati che disquisiscono di “stagnazione dinamica”, del “dopo Fukushima”, dell’“Italia che arriva”, dove non si sa... Alla politica, rigorosamente bipartisan, per una volta: “Natalità e famiglia”, è il titolo di uno spazio, oppure l’immancabile “Federalismo fiscale”, che poi sul piano della realtà chissà dove è andato a finire; poi un po’ di religione: “I cristiani in politica”, con l’intervento di Paul Jacob Bhatti, consigliere del primo ministro del Pakistan. E non poteva mancare l’informazione: “La certezza della notizia” con Napoletano, direttore del Sole24ore, Virman Cusenza, del Mattino di Napoli e Preziosi, di RadioUno e Gr.

Il meeting di Cl a Rimini è arrivato all’edizione numero 32 (FOTO ANSA)

ralmente nessuno ti dice che in questi giorni entrare nella metro a Termini è un grand tour nell’inferno. Lì vicino uno stand ti esorta a “scoprire Oasi, la rivista promossa dal cardinale Scola”. Una signora molto mite si avvicina e chiede: “Posso lasciarle un messalino? È gratuito”. Letture per la Messa “commentate per vivere la parola di Dio”. Dentro, tra un passo di Luca e uno di Matteo, c’è il bollettino postale per abbonarsi: l’efficienza non fa difetto. E nemmeno l’organizzazione. GLI SPAZI per i bambini sono immensi e tutti sponsorizzati. Così Intesa San Paolo (la beatitudine nel nome) ha allestito un enorme tris da pavimento e il Superenalotto trionfa nello Sport village dove centinaia di ragazzini giocano a calcio, basket, pallavolo, biglie. Un grande oratorio arancione dove quando chiedi se si può giocare una schedina ti guardano scandalizzati: “Ma no, qui si fa sport per i giovani”. Infatti, si può giocare al Superenalotto in tabaccheria, qualche padiglione più in là. Scriveva Camillo Langone su Libero che il Meeting sembra Las Vegas senza lap dance. Ma San Marino c’è e lotta insieme a loro con una bella roulette, fiche e croupier inclu-

nale contro i neet (acronimo di Not Employed, Education or Training) , ovvero quelli che non lavorano, non studiano e non fanno niente. Secondo lui l’impatto sociale di queste persone è pari chi delinque o si droga, bisogna che questi ragazzi siano disposti a fare lavori transitori, “anche manuali”. E poi con un bel sistema di crediti come all’università si crea il lavoro a punti. Il problema, udite udite, è che “bisogna recuperare l’etica del lavoro”: perché “lavoro ergo sum” (per la serie vaccate cartesiane). Tra i molti applausi di una platea composta quasi esclusivamente di imprenditori paonazzi in blazer blu, qualcuno gli urla: “Ma lei ha provato a cercare lavoro in questo Paese?”. Il dibattito continua con gli altri manager di Dio: il più civile e presentabile Corrado Passera (ad Intesa San Paolo), Fulvio Conti (ad di Enel che ieri ha incontrato i lavoratori di Porto Tolle), Bernhard Scholz (presidente della Compagnia delle Opere, che sembra un Rudy Voeller arrabbiato). Con loro c’è anche il ministro Paolo Romani, autore della più classica gaffe berlusconiana: prima sostiene che nel Pdl, il “partito del carisma”, bisognerà affrontare il problema della leadership e due ore dopo smentisce (tiratina d’orecchi da Palazzo Grazioli?). Più tardi arriverà anche il compagno di Titanic Maurizio Sacconi. E dopo la visita del lungimirante manager con il maglioncino (spiace per Marchionne ma allo stand della Fiat non c’era un’anima), ieri si è fatto vedere anche Mauro Moretti, trionfante ad di Trenitalia (“trasportiamo 2,5 milioni di passeggeri ogni weekend”). È indagato nell’inchiesta di Napoli sulla P4. Ma non c’è da stupirsi della sua presenza qui: secondo i pm deve qualche favore a Papa Alfonso.

La crisi si tocca anche negli stand del meeting e i messalini, temendo il calo della domanda, sono gratis si. Non si punta denaro, è “solo per provare”. I mercanti non fanno paura al Tempio e nel gran bazar dell’anima non manca nulla: dal sempreverde Folletto Worker a quelli che ti vendono il cuscino massaggiante. “Ma il giro d’affari è nullo quest’anno, non si vende più. Oggi ho incassato 200 euro, due o tre anni fa ne facevo 1500. Gente ce n’è, ma i soldi no”. LA CRISI, la manovra, la patrimoniale: non si parla d’altro qui. Con le solite, vuote e insopportabili formule tipo “sistema Paese”, “tavolo per lo sviluppo” o “patto sociale”: la gente non le capisce, capisce solo che siamo più poveri, alla fine del mese mancano soldi e non c’è lavoro. A questo proposito in mattinata l’amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, si segnala per un’imperdibile pater-

Corrado Passera Capo di Intesa San Paolo, soffre in Borsa per la crisi del debito

Mauro Moretti Numero uno delle Fs, deve mantenere buoni rapporti con la maggioranza

Giuseppe Recchi Nuovo presidente dell’Eni, il suo cruccio è la Libia

Sergio Marchionne La Fiat in un mese ha perso in Borsa il 44%

Fulvio Conti Ad dell’Enel, anche lui è preoccupato per la Libia

RELIGIONE & ECONOMIA Don Giussani e l’invito a tenere “le mani in pasta”

Soldi e potere nel nome del “fatto cristiano”

Don Giussani (1922-2005) (FOTO LAPRESSE) di Marco Politi

rent’anni dopo il lancio della sua Ttezza) creatura (trentadue per l’esatdon Giussani dall’aldilà non può che guardare con orgoglio al Meeting. Con il suo gigantismo, il suo spaziare dalla religione all’economia, dalla cultura alla politica, dall’arte alle occasioni di incontro personali, con la sapiente organizzazione della ribalta dove anno dopo anno

(secondo una regia che risponde esattamente al clima politico del momento e alle ferree convenienze del movimento) vengono chiamati e selezionati “quelli che contano”, quelli su cui contare e quelli che si vogliono fare contare, il Meeting riflette esattamente quell’idea di “presenza” che Giussani intendeva per Comunione e liberazione. Convinto che già prima del ’68 si manifestasse in Italia la tendenza di un cristianesimo destinato ad “autoeliminarsi educatamente dalla vita pubblica, dalla cultura, dalle realtà popolari” e che la situazione peggiorasse ancor più con l’ondata post-sessantottina, Giussani ha sempre puntato a un movimento che avesse vigorosamente le “mani in pasta” nella realtà italiana. Capace di interloquire non solo religiosamente, ma culturalmente e politicamente con tutte le forze sociali. Se importante è proclamare il “fatto cristiano”, l’avvento di Cristo come evento storico che prelude all’incontro personale tra Gesù e ciascun individuo e così gli cambia la vita – così la traccia dell’ideologia di Comunio-

ne e liberazione – questa convinzione non può che portare a una presenza attiva su tutti i fronti, servendosi di ogni mezzo che la società mette a disposizione. Non è un caso che il conglomerato economico ciellino, spesso assai spregiudicato nel suoi modi di agire, si chiami “Compagnia delle Opere”. L’integralismo di Cl nasce dalla convinzione di rappresentare il vero servizio alla Chiesa e si è esplicato soprattutto negli anni Settanta e Ottanta in una guerra senza quartiere contro le correnti del cattolicesimo più pronte a tener conto del pluralismo culturale ed etico del Paese: l’Azione cattolica e il cattolicesimo democratico. Quando il 23 agosto 1980 si aprì il primo “Meeting per l’amicizia fra i popoli”, il modello era chiaramente quello politico-culturale del Festival dell’Unità. Persino il richiamo ai “popoli” rifletteva una voglia di concorrenza sul piano di un internazionalismo cristianamente etichettato. Per ironia della sorte trent’anni dopo l’area di sinistra o di centro-sinistra ha perso la capacità di costruire eventi di dibattito e di

confronto all’altezza del passato. Nel mondo cattolico le altre espressioni non hanno mai voluto né potuto gareggiare con l’efficientismo di Cl. Sicché il Meeting finisce per rappresentare l’unico mega-evento cattolico, che annualmente si ripresenta all’attenzione pubblica. C’è una caratteristica, che però contraddistingue la scintillante vetrina ciellina. Il divario tra le grandi metafore religiose evocate secondo l’insegnamento di Giussani, per il quale esiste nella storia un “insopprimibile senso religioso con cui la ricerca del destino dell’uomo coincide”, e l’opacità di reazione al crescente malessere etico, al cancro dell’illegalità e

della corruzione che travaglia il sistema italiano. Gli applausi frenetici riservati dalla platea ciellina alle dure parole del presidente Napolitano sullo scandalo dell’evasione fiscale e sugli effetti deleteri che provoca al corpo del Paese, non hanno mai trovato riscontro all’interno della maggioranza in una battaglia politica – che fosse una! – dei principali esponenti di Cl come Formigoni o Lupi contro la politica nefasta dei condoni, per un’azione più incisiva contro l’evasione, a favore dell’adozione delle norme europee contro la corruzione (Convenzione del Consiglio d’Europa del 1999). L’affermazione di Giussani, per cui “il cristianesimo non è semplice teoria, non generico moralismo… ma incontro personale-personalissimo di Cristo con ciascuno di noi”, è sempre stata interpretata con eccessiva disinvoltura. Faro cattolico estivo, Cl non ha riportato – se non in dichiarazio-

Dopo il ‘68 il fondatore predicava mezzi molto terreni per difendere la presenza dei cristiani nella sfera pubblica

ni talmente alte da non sfiorare mai la miseria delle responsabilità concrete – nelle stagioni invernali della politica la voce di una moralità cattolica, di un’etica pubblica cristianamente ispirata. Non si registrano prese di posizioni contro lo scardinamento del sistema legale operato attraverso le goffe leggi ad personam del premier. E quando sono scoppiati gli scandali Noemi e D’Addario nel 2009, il presidente della Compagnia delle Opere il tedesco Bernhard Scholz ha dichiarato serafico che la “coerenza personale, importante e desiderabile, non è il criterio esclusivo per valutare l’azione politica di chi governa…. Per noi uno dei criteri fondamentali è la vicinanza al principio di sussidiarietà”. Come tedesco Scholz è unico al mondo. In Germania il candidato governatore Cdu nello Schleswig-Holstein, Von Boetticher, si è dimesso appena è diventata nota una sua relazione con una sedicenne. Fatto che non è reato in Germania. Ma Oltralpe tra i democristiani c’è un’etica pubblica su cui non si transige per interessi di opere.


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Martedì 23 agosto 2011

EVASIONI

PORTO ROTONDO SUPER RICCHI E SUPER CAFONI Tanti “ospiti” e nessun proprietario E per il cronista insulti e spintoni Porto Rotondo: mega-Yacht attraccati ai moli e automobili di lusso parcheggiate sulle banchine (FOTO FERRUCCI)

“Tassare chi dichiara più di 5 milioni? Ma siamo pazzi? Lo sa quanto abbiamo sudato io e mio marito?” di Alessandro Ferrucci inviato a Porto Rotondo (OT)

iamo stati marcati stretto dai loro marinai, o uomini di fatica. A volte strettissimo. Altre ci hanno aggredito, provato a buttare in acqua, danneggiato la telecamera con la quale provavamo a fare delle riprese. Insultati. Il risultato più apprezzabile, tolti i pochi che ci hanno risposto, è stata l’indifferenza, le spalle girate. Almeno non rischiavamo niente. È il bilancio di tre giorni passati sulle banchine della Costa Smeralda, Porto Rotondo, Porto Cervo o Poltu Quatu è uguale, sempre lo stesso risultato. A chi stava su yacht medi, grandi o sterminati abbiamo posto le medesime domande rivolte pochi giorni fa dal nostro Lorenzo Galeazzi a Portofino, altra località caratterizzata da un 740 di un certo spessore: “Scusi, a chi è intestata la barca? Che lavoro fa?”. E ancora: “È d’accordo con Montezemolo quando afferma che i ricchi devono

S

pagare di più?”. Bestemmia. Con lo stesso Luca Cordero trattato alla stregua di un traditore, di un neo-parassita, comunque di un ingrato “perché non andate a vedere quali sono stati i suoi risultati aziendali, cosa ha prodotto, quali buonuscite ha portato a casa. Andate a parlare con lui invece di rompere le palle a noi”, inveisce un signore dall’accento romano, dal ponte di una barca di venti metri. POI AGGIUNGE: “E comunque non sono il proprietario. Sono stato invitato”. Ecco, la Costa Smeralda è un proliferare di “ospiti”, il problema è capire chi invita. Sulle sessanta, o più, persone con le quali abbiamo provato a parlare, solo tre hanno alzato la mano e “ammesso”: “Sì, è mia, pago le tasse, è intestata a me e non ve-

do cosa ci sia di male”. Per tutti gli altri, spazio alla fantasia: “No... no. Io ci lavoro, sono solo il capitano, l’armatore è fuori a fare colazione”. Peccato che poco dopo arrivi un cinquantenne magrolino, essiccato dal sole, con i giornali sottobraccio, che gli dice con tono sommesso: “Dottore, la sua signora mi ha detto che tarderà un po’...”. E ancora un paffutello veneto, in compagnia di due donne, alza le mani e ride: “Io?! Non posseggo nulla, questa barchetta (oltre 25 metri e un costo superiore ai 6 milioni di euro) è in leasing. A chi è intestato il lea-

sing? Beh... non lo so. Sono un ospite. Di chi? Gente...”. Ma ecco giungere un altro occupante dello yacht. Lui è meno paffutello e anche meno ridanciano. In maniera poco amichevole ci dice di andare via, altrimenti sono botte. Restiamo. Inviperito gonfia il petto, ci viene addosso, danneggia la telecamera, ci minaccia. Fa cenno a un marinaio di avvicinarsi. Veniamo cacciati. Lo stesso marinaio poco dopo ci parla a mezza bocca: “Lascia perdere, meglio se te ne vai, quella è gente pericolosa. Hai sentito l’accento?”. Sì, lievemente campano. Niente di male, se anche un lavoratore del porto non avesse aggiunto: “Vedi, da qualche tempo l’ambiente è peggiorato: ora è pieno di russi e italiani dalla ricchezza sospetta. Persone aggressive, pericolose. Gente che ha sempre, e comunque, soldi da spendere”. SONO TANTI. Il direttore di Porto Rotondo, Giacomo Pileri, ci spiega come è cambiato il target: “Da quattro anni a questa parte abbiamo perso le imbarcazioni sotto i dodici metri, non vengono più, non hanno soldi. Al contrario sono cresciute le medio-grandi. Qual è il costo per attraccare? Un trenta metri paga quasi novecento euro al giorno, però abbiamo la possibilità del gasolio agevolato per i charter”. Tradotto: le imbarcazioni registrate in paradisi fiscali, hanno uno sconto del 40 per cento sul carburante. E basta alzare gli occhi per trovare l’intero atlante geografico issato sui pennacchi degli yacht: dalle isole Vergini in poi. Fino a quella iraquena. “Senta, sa che le dico? Ha ragione Montezemolo: giusto tassare quelli che dichiarano più di 25 milioni”. Veramente, signora, la cifra inizialmente ipotizzata è stata di cinque. “Cosa? Ma siamo pazzi! Assolutamente no, lo sa quanto abbiamo sudato, io e mio marito, per vivere tranquilli? Adesso mi lasci perdere, devo andare a prendere un cappuccino”. Colazione. È il momento perfetto per conoscere chi popola questi luoghi. Si ritrovano, si confrontano sulla serata, organizzano l’uscita della giornata, si lamentano delle problematiche più diverse. Cercano solidarietà. Gli argomenti sono la tolettatura del cane (rigorosamente bianco e di taglia piccola), la fatica nella gestione dei figli, nonostante la tata; il mal di testa da champagne o il rapporto con la servitù. “Guarda, non so cosa fare. Sono disperata – si lamenta una quarantenne bionda, con i tacchi da dodici alle

dieci del mattino – Non trovo il mio filippino, quando ho urgente bisogno di mandarlo in farmacia. Oramai fanno solo i fatti loro, inaffidabili!”. LA FARMACIA era distante quaranta metri. “Di chi è questa barca? Di mio genero. Che lavoro fa? Imprenditore. Cosa in particolare? Non lo so, e comunque non creda che avere un mezzo del genere voglia dire essere ricchi. Ma lo sa quanto ci costa mantenerlo? Se ne rende conto? Non è così semplice, facciamo dei sacrifici”, urla una signora sui settanta. Il sacrificio comporta una barca di quasi trenta metri, con due scalinate laterali modello- Festival di Sanremo, alti piante all’entrata, asciugamani blu, dello stesso colore dello scafo, cinque persone di servizio. 400 litri di carburante bruciati all’ora, più di 600 euro a prezzo pieno,

360 se off-shore. E una Porsche parcheggiata davanti alla scaletta. “Per chi scrive lei”? “Per il Fatto Quotidiano”. Silenzio. “Mi fate schifo, siete gente pericolosa, siete come Lotta Continua negli anni settanta. Vattene”, ci dice un iper-abbronzato, impomatato, con uno yacht targato La Spezia. Lui è stato il più franco nel cacciarci, ma certo non abbiamo riscontrato molta simpatia per la nostra testata, a differenza di molti lavoratori impiegati sulle stesse barche, che dietro le spalle dei “padroni”, ci dedicavano cenni, o mezzi sorrisi. Così siamo andati all’edicola principale di Porto Rotondo per chiedere i dati di vendita: “Del Fatto ne acquistano circa dieci copie al giorno. Qui vanno per la maggiore il Giornale e Libero. Anche sessanta e più copie al giorno”. Insomma, per fortuna (di tutti) l’Italia non è solo la Costa Smeralda.

NEW YORK

PROCESSO STRAUSS-KAHN: CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE

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utto oramai sembra convergere contro Nafissatou Diallo, la cameriera d’albergo che accusa Dominique Strauss-Kahn di averla violentata in una camera del Sofitel di New York. I giudici - che oggi la ascolteranno alla vigilia della nuova udienza sembrerebbero convinti della sua inattendibilità e sarebbero pronti a scagionare l’ex numero uno dell’Fmi dalle accuse. L’ultima bugia della donna - secondo quanto riporta il New York Post - riguarda la sera prima la presunta violenza, quando Nafissatou Diallo - sarebbe oramai stato accertato - ebbe un rapporto sessuale. Rapporto che giustificherebbe quel “rossore” che il suo avvocato ha usato come prova contro Strauss-Kahn. Il legale della donna, però, non si arrende, e - secondo il NYT - avrebbe chiesto di togliere il caso al procuratore di Manhattan per affidarlo a un procuratore speciale.

In fumo i soldi di Marchionne: Fiat? No, Philip Morris LA BORSA DIMEZZA IL VALORE DELLE AZIONI DEL LINGOTTO E IL MANAGER SI BUTTA SUL TABACCO, CHE INVECE È IN RIALZO di Vittorio

Malagutti Milano

overo Sergio MarchionPbersaglio ne! La Borsa fa il tiro al sui titoli Fiat e la tanto temuta recessione prossima ventura mette a rischio una volta di più i suoi piani di rilancio del Lingotto. E adesso perfino le stock option garantite al manager italo-canadese si sono sgonfiate per effetto del forte calo delle azioni Fiat. Con il titolo che arranca poco sopra i 4 euro non si parla più di potenziali guadagni per 100 milioni e più. Se il manager convertisse adesso in azioni le opzioni che gli sono state assegnate nel 2004, la plusvalenza non supererebbe i 30 milioni. Un secondo pacchetto di stock option assegnato al capo del Lingotto nel 2006 ha invece un prez-

zo d’esercizio superiore alla quotazione corrente della Fiat. Quindi i guadagni per Marchionne si sono per il momento azzerati. Certo, non è detta l’ultima parola. Anzi, se il titolo nei prossimi mesi recuperasse terreno, ecco che il bilancio per-

Come segnale di fiducia molti suoi colleghi stanno comprando titoli delle proprie aziende. Lui no

sonale del manager tornerebbe in attivo. Si vedrà. Intanto però Marchionne può sempre consolarsi con le sigarette, quelle prodotte dalla Philip Morris. Da qualche anno il gran capo del Lingotto siede nel consiglio del gigante americano del fumo di

Sergio Marchionne (FOTO LAPRESSE)

cui è anche diventato azionista. Dopo gli ultimi acquisti, che risalgono al 25 luglio, il suo pacchetto di azioni vale circa 2,3 milioni di dollari, pari a circa 1,6 milioni di euro. IL TABACCO però tira molto più delle auto, almeno in Borsa. E così se la quotazione della Fiat si è quasi dimezzata dall’inizio dell’anno, il titolo Philip Morris si è invece rivalutato. Il rialzo da gennaio ammonta al 12 per cento, una performance decisamente superiore alla media, visto che nello stesso periodo l’indice Dow Jones ha perso quasi il 6 per cento. Insomma, Marchionne viaggia al rialzo sulle sigarette. Sono ormai due anni che, a scadenza mensile, il manager compra azioni incrementando il suo pacchetto persona-

le. I primi acquisti sono stati conclusi a prezzi anche inferiori ai 50 dollari mentre adesso la quotazione del colosso del tabacco sfiora i 70 dollari. E le prospettive per il futuro prossimo sembrano più che promettenti. Philip Morris macina utili e ricavi a gran ritmo. Nel secondo trimestre dell’anno i profitti operativi della multinazionale delle sigarette sono aumentati del 27 per cento. Buon per Marchionne, che almeno in questo caso ha puntato su un cavallo vincente. In casa propria, invece, il numero uno del Lingotto ha adottato una strategia diversa. Stock option a parte, che comunque per il momento non sono state esercitate, il capo della Fiat possiede un pacchetto di soli 240 mila titoli del gruppo automobilistico. Sono azioni comprate

ormai molti anni fa, tra il 2005 e il 2006. Da allora Marchionne non ha più acquistato titoli dell’azienda che dirige. E non lo ha fatto neppure in questi giorni, con le quotazioni in caduta libera. Altri manager invece hanno approfittato dei ribassi per acquistare titoli delle loro società. Lo ha fatto Corrado Passera ad Intesa, Paolo Scaroni all’Eni, Fulvio Conti all’Enel, Giovanni Perissinotto alle Generali. E’ un modo come un altro per inviare un segnale rassicurante al mercato. Il numero uno è il primo a credere nei titoli del gruppo, questo in sintesi il messaggio dei top manager. Marchionne invece fin qui ha preferito non comprare. Forse la farà tra poco. Intanto però il suo pacchetto di azioni Philip Morris vale quasi il doppio delle sue Fiat.


Martedì 23 agosto 2011

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ITALIE

UN MILIONE PER IL VIAGGIO DEL PAPA L’ULTIMO REGALO DELLA MORATTI L’ennesima spesa nascosta per il sindaco di Milano Pisapia di Gianni Barbacetto Milano

a una parte i buchi di bilancio. Dall’altra le polemiche sui “poteri forti”. Giuliano Pisapia, alla sua decima settimana da sindaco di Milano, proprio nei giorni più caldi dell’estate è alle prese con un attacco a tenaglia. L’ultima sorpresa trovata nei cassetti di Palazzo Marino è un viaggio del Papa a Milano, per il settimo Incontro mondiale delle famiglie (30 maggio-3 giugno 2012). Tema: “La Famiglia: il lavoro e la festa”. Partecipanti previsti: 500 mila (ma c’è chi dice un milione). Il predecessore di Pisapia, Letizia Moratti, prima della sconfitta elettorale aveva assunto impegni con la diocesi ambrosiana: in una sua lettera garantiva di voler mettere a bilancio per l’evento un milione di euro. “Delibere e carte ufficiali non ne abbiamo trovate”, rispondono i

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collaboratori di Pisapia. Sanno comunque di non essere in grado di fare altre spese per mantenere le promesse di Donna Letizia. “Siamo già alle prese con gli altri amari lasciti dell’ex sindaco: 186 milioni di buco di bilancio, oltre a circa 300 milioni messi incredibilmente a copertura di spese correnti, benché non ancora incassati”: 120 dovrebbero provenire dalla vendita della quota del Comune nella società Serravalle (autostrade) e 180 dalla futura quotazione in Borsa di Sea (aeroporti). E se questi soldi non arriveranno? “Se non rispetteremo il patto di stabilità”, spiegano gli uomini che hanno passato l’agosto a capire i veri conti di Milano, “nel bilancio 2012 lo Stato ci taglierà 90 milioni di trasferimenti e avremo l’obbligo di ridurre la spesa di 350 milioni. A quel punto in città sarebbe davvero macelleria sociale”. Per ora, di certo, c’è già il taglio di 100 milioni che sarà provocato dalla

SICILIA Si dimette lo zio di Romano averio Barrale, sindaco del Comune palermitaSle Politiche no di Belmonte Mezzagno, e zio del ministro per agricole Saverio Romano, si è dimesso ieri sera dopo una infuocata seduta del consiglio comunale. A motivo del gesto la notifica che due giorni è arrivata dal Viminale che chiedeva l’azzeramento dell’ufficio tecnico del municipio. Il primo cittadino contesta la relazione dell’ex prefetto di Palermo Giuseppe Caruso inviata al Viminale in cui si parla di “irregolarità nella gestione dell’ufficio tecnico comunale”. Lo stesso Caruso, nei mesi scorsi, aveva anche proposto lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Una proposta che venne accolta dal Viminale ma che invece, fu bocciata dal consiglio dei Ministri. In quell’occasione il ministro Romano non partecipò al voto. In particolare, il provvedimento di rimozione dell’ufficio tecnico di Belmonte, deciso dal ministero dell’Interno, ha riguardato il responsabile dell’ufficio Antonio Buttacavoli, il responsabile economico del settore attività produttive Vincenzo Bisconti e due geometri.

manovra correttiva del governo. L’Incontro mondiale delle famiglie comunque nel 2012 si farà. All’insegna della sobrietà, assicurano in Diocesi, senza certe grandiosità viste a Madrid, e nella massima trasparenza, con conti pubblici. Finora, quando si è trattato di viaggi del Papa, cifre sicure non sono mai state fatte. Per le appena terminate Giornate mondiali della gioventù a Madrid si è ipotizzato un costo di circa 50 milioni di euro, oltre a quanto speso dallo Stato per la sicurezza. IL CONTO degli eventi a cui partecipa il pontefice è però pagato in parte dalle strutture centrali vaticane e in parte dalla Chiesa che ospita la manifestazione. Per l’Incontro a Milano del 2012, saranno, a Roma, il Pontificio consiglio per la famiglia e, a Milano, la Diocesi. La Regione di Roberto Formigoni ha intanto già garantito 2 milioni di euro. E il Comune di Pisapia? Ha incontrato due volte i rappresentanti della Diocesi e promesso di definire un piano nel prossimo incontro, che si terrà entro la fine d’agosto. Ha proposto di offrire servizi, garantendo l’accoglienza ai partecipanti. Il piano dovrà prevedere l’allestimento di un sito adatto, il sistema dei trasporti, l’ospitalità. “Ci impegneremo a fare sconti speciali sui mezzi pubblici e convenzioni per gli ospiti”, garantiscono a Palazzo Marino, “ma questo potrebbe addirittura non diventare una spesa, bensì portare soldi nelle casse dell’Atm, l’azienda dei trasporti. Inoltre è evidente che un milione di persone che arrivano, mangiano, bevono, viaggiano, dormono, spendono in città sono un’opportunità per Milano”. Ma dove realizzare l’evento, con il papa e il milione di persone? Il luogo era già stato deciso da Letizia Moratti: l’area Expo. Peccato che dopo tre anni persi dal centrodestra a litigare, oggi quei terreni siano ancora inagibili sterpaglie. Nuova, probabile sede? L’area di Linate. Con un piccolo handicap: bisognerà

Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia (FOTO EMBLEMA) . In alto a sinistra, Letizia Moratti (FOTO MYLESTONE)

fermare gli aerei e tenere chiuso l’aeroporto per due, tre o addirittura quattro giorni. Ipotesi alternative: la caserma Perrucchetti di Baggio (soluzione troppo militaresca), o (più scomodo) l’aeroporto turistico di Bresso, a nord di Milano. In attesa delle decisioni sul viaggio 2012 del Papa, i nervi continuano a essere tesi per la polemica sui “poteri forti”. Ieri Pisapia ha scritto una lettera al Corriere della sera che risponde a una lunga serie di punzecchiatu-

Ma il primo cittadino inciampa nella polemica con il Corsera e i “poteri forti”

re e attacchi, firmati per lo più da uno dei vicedirettori, Giangiacomo Schiavi. “Con il Paese sull’orlo del burrone e un autunno di rincari alle porte, è quasi surreale l’immagine di una giunta che pensa alla nuova collocazione di un quadro, sia pure evocativo e simbolico”, come il Quarto stato di Pellizza da Volpedo. Sarebbero ben altri i problemi da discutere, elenca Schiavi: “L’aumento (esagerato) del biglietto del tram, il ritocco annunciato dell’Irpef, la tassa per le scuole materne e quella di soggiorno, l’ipotesi di far pagare tutte le auto che entrano in centro...”. L’ATTACCO fin dalle prime settimane non è nel dna del Corriere, che non ha mai rotto una luna di miele con una carica istituzionale di peso, e meno che mai con un sindaco di Milano. Il giornale, del resto, ha tentato di controbilanciare i toni critici di Schiavi con altri interventi, più attenti al “fenomeno Pisapia”, come quelli di Claudio Schirinzi e

PORTFOLIO Ultimo stadio

Nicole e Silvio, bunga bunga a San Siro casta che va allo stadio graNtorna.tisellastavolta c’è un mondo che riQuello dell’harem di Silvio Berlusconi. Stadio Meazza o San Siro, domenica sera, per il trofeo alla memoria del papà di B. Luigi. Il Milan batte la Juventus per due a uno e Nicole Minetti è in tribuna, con un vestito bianco che esalta l’abbronzatura di Formentera. Il Sultano del Bunga Bunga è di fronte a lei, impossibile non vederlo e non parlarci. Quest’estate, a un settimanale rosa, il consigliere regionale del Pdl in Lombardia ancora una volta ha parlato di “una sua relazione sentimentale con il premier”, senza però specificare contesto e date, avvalorando il sospetto che la storia della “relazione sentimentale” sia in realtà una mossa difensiva contro le accuse di induzione e sfruttamento della prostituzione nello scandalo del bunga bunga, a partire dal caso di Ruby. Anche perché, lo stesso premier a sua volta parlò di un’altra fidanzata misteriosa al suo fianco, mai venuta allo scoperto. Allo stadio Meazza, per la casta in

tribuna del bunga bunga, non c’erano solo B. e la Minetti. Ieri la Gazzetta dello Sport ha segnalato anche la presenza di Maria Rosaria Rossi e di Lara Comi. La prima è deputata nazionale ed è la “badante-governante” delle residenze private del Cavaliere, da Palazzo Grazioli a Villa La Certosa e Arcore. Nei verbali dell’inchiesta su Ruby è la Rossi che organizza l’arrivo ad Arcore di ragazze e amici come Emilio Fede. A quest’ultimo, in una telefonata, chiede: “Ma tu stai venendo qui?”. Risponde il direttore del Tg4: “Sì, ho anche due amiche mie”. La Rossi sbuffa: “Che palle che sei, quindi bunga bunga, due di mattina, ti saluto...”. Lara Comi, invece, è un’eurodeputata del Pdl. Fu una delle ragazze sopravvissute nelle liste del 2009 dopo l’esternazione di Veronica Lario sul “ciarpame senza pudore” delle veline candidate. Ha sempre detto di aver conosciuto B. allo stadio di San Siro. Per lei, domenica sera, deve essere stato un déjà vu davvero speciale. fd’e

Incroci illustri Accanto: Nicole Minetti (di spalle), vestita di bianco, saluta Silvio Berlusconi. Dietro il premier, il direttore de Il Messaggero, un sorridente Mario Orfeo In alto e a destra, altre due immagini del consigliere regionale lombardo (FOTO PHOTOVIEWS)

Dario Di Vico. Ma a complicare le cose è arrivato l’attacco del sindaco di Milano ai “poteri forti”: in un’intervista all’Unità, realizzata da Rinaldo Gianola e titolata con grande rilievo addirittura “Poteri occulti contro di me”. Era il tentativo di Pisapia (che in verità il termine “poteri occulti” non l’ha mai usato) di recuperare un po’ di consenso a sinistra, dopo aver concesso molto a destra e al centro, aver detto qualche no a Nichi Vendola e molti sì (specie sull’Expo) a Formigoni. È dovuto intervenire un suo autorevole sostenitore della prima ora, Piero Bassetti, per cercare di correggere il tiro, spiegando che ci sono “poteri forti” cattivi e “poteri forti” buoni. Ieri il mite Pisapia ha cercato di chiudere la partita come nel suo stile. Spiegando al Corriere i motivi delle sue scelte, pacatamente e senza alcun tono polemico. E affermando che, sui “poteri forti”, ha sbagliato: “Mi sono espresso male”. Ma se l’agosto milanese è stato caldo, l’autunno promette di non esserlo di meno.


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Martedì 23 agosto 2011

TELEVISONI

MIRACOLO SIPRA, NIENTE RISULTATO E SEI PREMIATO Pubblicità Rai in caduta libera, ma la concessionaria si regala un bonus di David Perluigi e Carlo Tecce

istribuiti i soldi e finite le vacanze, la Rai con fierezza assicura: saranno restituiti. Lorenza Lei è furibonda. Perché il direttore generale non era in carica quando la Sipra, la concessionaria pubblicitaria consociata di viale Mazzini, si è divisa un bel gruzzolo per festeggiare il risultato 2010, un miliardo e 30 milioni di euro previsti, un miliardo e 31 milioni di euro in cassa. E allora, sfruttando la collaborazione di Mauro Masi in uscita, l’amministratore delegato Aldo Reali (Sipra) ha individuato oltre 600 mila euro e li ha

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Lorenza Lei, direttore generale, è furibonda e chiede la restituzione della somma

spesi per premiare se stesso e una trentina di dirigenti: 150 mila euro per il generoso Reali, 13 mila euro ciascuno a una trentina di illustri dirigenti. La Rai scopriva il brindisi di gruppo di Sipra mentre la stessa società rivedeva a ribasso le stime 2011 (non più 1,05 miliardi di euro, ma 67 milioni in meno) e Lorenza Lei annunciava che viale Mazzini per quest'anno e il prossimo avrebbe azzerato il tradizionale premio di produzione e anche le gratifiche in busta paga. Per un mese i due alti dirigenti si azzuffano con scambi di lettere: per la Sipra i soldi in più servono a motivare l’azienda; per la Rai è tempo di diete dimagranti per tutti. C'è persino l’ipotesi, che quelli di Sipra propongono, di ridurre del 30 per cento i premi per il 2011 al patto che non siano dati. L’ULTIMA parola spetta a Lorenza Lei che, senza preoccuparsi del dispiacere a Sipra, ordina a Reali di restituire i soldi. La versione ufficiosa di viale Mazzini è che Sipra, ormai battuta, abbia avviato la “procedura” per restituire i

soldi. Adesso c’è da aspettare (e fidarsi) dei tempi burocratici di viale Mazzini. Ma anche il direttore generale, prima del lungo riposo d’agosto (il prossimo Consiglio di amministrazione è previsto il 7 settembre, a un mese dall’ultimo), aveva chiesto un adeguamento del suo stipendio, inferiore ai 715 mila di Mauro Masi, nonostante ad aprile finisca il mandato. Il Fatto è in grado di riportare i dettagli del resoconto inviato da Sipra a viale Mazzini per spiegare il premio stabilito. Luciano Flussi, responsabile delle risorse umane e organizzazione Rai, informa il direttore generale Lei di come la Sipra rivendichi le “politiche meritocratiche”: “Al raggiungimento di tale obiettivo è stata correlata la parte variabile di retribuzione dell'amministratore delegato Reali e del direttore generale Roberto Sergio, fissata per il primo in 150 mila euro, elevabili di ulteriori 37 mila euro per ogni quarto di punto percentuale oltre il target fino a un massimo di un punto percentuale e in 30 mila euro per il secondo, incrementabili, con analogo meccanismo, di 10 mila ogni quarto

Servizio pubblico L’amministratore di Sipra, Aldo Reali (FOTO OLYCOM) il direttore generale della rai, Lorenza Lei (FOTO ANSA) i due protagonisti dello scontro sui premi che la concessionaria di pubblicità di Viale Mazzini si è divisa nonostante il blocco per tutti gli altri dipendenti Rai di punto fino al massimo di uno”. Con un linguaggio criptico, accessibile a pochi iniziati, la Rai cerca di giustificare il privilegio che la Sipra ha deciso di concedersi per il bilancio 2010. Quello che la concessionaria di pubblicità chiude rispettando gli obiettivi prefissati, ma per il 2011 il risultato sarà negativo di 67 milioni di euro. Sipra non arretra di un millimetro, nemmeno di un euro: l’amministratore delegato Reali, il 20 maggio 2011, avvisa i naviganti che non si faranno

Ma anche il dg prima delle ferie ha chiesto 715 mila euro, lo stesso stipendio di Mauro Masi

sconti. “Il mancato raggiungimento della soglia di 1,045 miliardi di euro (come oggi purtroppo si prospetta) comporterebbe il rilascio degli importi correlati alle politiche meritocratiche”, spiega in tono serioso Reali. MA POI arriva al punto: “Pur se a oggi l’obiettivo non appare realizzabile, intendo confermare la proposta al Consiglio di amministrazione. In sede di budget 2011 i costi correlati all’M.B.O dirigenti (gratificata per chi è graduato, ndr) e al premio di risultato ammontavano rispettivamente a 630 mila e 800 mila euro”. Questa di Sipra è una chicca mai vista: il premio di risultato senza risultato. Viale Mazzini cerca di predicare l'austerità e di punire Sipra per il fallimento stagionale, ma deve tenere in conto che la scomparsa di programmi redditizi come Annozero, e investimenti sbagliati come Ci tocca anche Vittorio Sgarbi (quasi un milione di euro per la scenografia andata al macero), non hanno

600mila

x y La spesa prevista da Sipra per premiare i dirigenti e l’amministratore delegato per i risultati raggiunti nel 2010

150mila

x y Il bonus che si era accordato Aldo Reali, ad di Sipra per motivare se stesso e la società agevolato il compito della concessionaria pubblicitaria. La Rai si è lanciata in guerra contro la Sipra soltanto per sedare la rivolta dei sindacati e dei dipendenti che avvertono sulla propria pelle la crisi di un colosso di Stato che, sia prima o seconda Repubblica, pagava bene e molto.

Niente big da Viale Mazzini. Il banano La7 è appassito “IL GIORNALE” E “LIBERO” SBANCANO LA TV TELECOM: PROGRAMMI PER GIANLUIGI NUZZI E FILIPPO FACCI. E PORRO “BILANCERÀ” TELESE sta finendo e il banano appasL’gno,estate sisce. Ricordate il tormentone di giuscritto e recitato dall’amministratore delegato di La7? “Noi aspettiamo con pazienza sotto il banano-Rai che scendano i conduttori-macachi. Uno o due fra Michele Santoro, Milena Gabanelli, Giovanni Floris e Fabio Fazio verranno da noi”, assicurava Giovanni Stella. La raccolta è andata male, o meglio: è un po’ diversa, meno prestigiosa, più di governo che di lotta. L’estate sta finendo, dunque: a distanza di tre mesi è come riascoltare il successone dei Righeira, anno del signore 1985. Un classico del genere. Non più quel terzo polo corrosivo e ribelle che doveva tramortire Rai e Mediaset. Non fa dispiacere al Cavaliere scoprire che Ni-

cola Porro, vicedirettore del Giornale di famiglia, farà coppia con Luca Telese a In Onda. Né farà preoccupare, tranne un lieve dolorino a Vittorio Feltri (i due non sono proprio amici), l’annunciato debutto di Filippo Facci. Altro che Telesogno o apparizioni oniriche ormai disperse nei canali generalisti, l’azionista di maggioranza di La7 è il quotidiano Libero di Maurizio Belpietro: l’editorialista Facci farà qualcosa di destra, dove e come chissà, il cronista Gianluigi Nuzzi avrà l’arduo compito di replicare Repor t cercando di fare l’opposto. Facci vaga come un’anima in pena in cerca di un programma, di un ruolo, di una parte in scena che giustifichi più la presenza che l’ingaggio. Ecco, però, il derby Giornale-Li-

bero, fratelli coltelli o cugini litigiosi: secondo tempo di un duello, già visto proprio su La7, tra i direttori Belpietro e Sallusti. LA TRATTATIVA con Michele Santoro è finita sul viale che conduceva all’altare: quando il giornalista ha scoperto le clausole del contratto che stava per firmare, ancora più invasive delle ganasce di viale Mazzini, ha pensato bene di ritirarsi. Non ci sarà l’Annozero che desiderava Stella, ma l’inviato Corrado Formigli: a sorpresa correrà da solo, dovrà rimpiazzare il costoso (e buon) Exit di Ilaria D’Amico. Porro sarà la nuova Luisella Costamagna di In Onda, nel senso che avrà quel pezzo di tavolo con Telese, che si tufferà in acqua Giovanni Stella, numero uno di La7 (FOTO LAPRESSE)

MISSIONI Il pm Capaldo in visita dal ministro Nitto Palma n colloquio riservato, nel deserto Uamici. d’agosto dei Palazzi, tra due vecchi Il neoministro della Giustizia Nitto Palma, previtiano doc, e Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto di Roma. Al Guardasigilli, il magistrato ha riferito la sua versione sul pranzo con Marco Milanese, indagato per la P4 a Napoli, e che lo ha costretto a lasciare l’inchiesta sugli appalti Enav. “Caro Nitto io sono perseguitato, credimi”. I due si conoscono da quando entrambi lavoravano alla procura di Roma. Il ministro ha ascoltato pazientemente

lo sfogo di Capaldo sul pranzo, oggetto di un fascicolo del Csm, ma non ha trattenuto la battuta: “Caro Giancarlo allora finalmente converrai con me che anche Berlusconi è un perseguitato”. Una sorta di sillogismo postumo, a sigillo di un’amicizia da rinsaldare. Tra l’altro, l’affaire di Milanese avrebbe sepolto per sempre le ambizioni di succedere a Giovanni Ferrara come procuratore capo di Roma. Molte erano legate alle voci che volevano Ferrara capo del dipartimento affari penali del ministero della Giustifd’e zia. Ma l’ipotesi è tramontata.

con il bagnino. Dopo aver fallito l’esordio televisivo con La Resa dei conti (2008), l’autore di Zuppa di Porro sul Giornale, nel frattempo indagato per concorso in violenza privata per le presunte minacce a Emma Marcegaglia, avrà il mandato fisico e politico di bilanciare Telese. A La7 c’è sempre un giochino d’incastri e alchimie, l’editore Telecom Italia è legato a doppio filo con il governo: non sostiene l’esecutivo in carica, ma nemmeno può dichiarare guerra dal balconcino di via Teulada di Roma. Con un codicillo nella manovra di giugno, subito sparito insieme con l’ipotesi Santoro, il governo ha dimostrato di poter far male a Telecom obbligando l’azienda a sacrificare la rete telefonica per la connessione in banda larga. Il progetto editoriale di La7 era squadrato, tirando due righe a destra e sinistra: giornalisti da qui, giornalisti da lì. Sempre in prudente equilibrio, senza rischiare di cadere. Frontiere aperte a Facci, Nuzzi, Porro, e poi il vuoto: niente Santoro, Floris, Gabanelli, soltanto Fabio Fazio in prestito per quattro puntate con Roberto Saviano. Il telegiornale di Enrico Mentana va forte con il vento che l’accompagna ormai da un anno; chi aveva annientato quel tg, Antonello Piroso, attende con il muso l’offerta che ti rivoluziona la carriera, una chiamata improvvisa ed evocata da Rai o Mediaset. Eppure Piroso è nei palinsesti ufficiosi di La7 con una trasmissione il mercoledì, stavolta in prima serata. Non cambia orario né giorno Gad Lerner, il lunedì sera con l’undicesima edizione del’Infedele. Lerner ha visto nascere e crescere La7, diventare adulta con la cotta per il banano-Rai, per poi rimanere delusa come chi vuole e non vuole, ma forse non può. Car. Tec.


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IN FONDO A DESTRA

VOGLIAMO I COLONNELLI SAYA E SCILIPOTI CONTRO “FROCI E TROIE” Il responsabile: “In Italia ci vuole più ordine e rigore” LA LETTERA

LA TUA PROPOSTA MI GRATIFICA

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Gaetano Saya, alla guida del Partito nazionalista, e il “responsabile” Domenico Scilipoti di Fabrizio d’Esposito

ell’adunata del 14 giugno nel monicelliano Vogliamo i colonnelli, il modello di riferimento dell’onorevole Giuseppe Tritoni (Ugo Tognazzi) era la dittatura greca, al grido di “Ordine e disciplina”. Nell’Italia berlusconiana del 2011, invece, la stella polare del massone fascista Gaetano Saya è il Cile di Pinochet, mentre l’onorevole Domenico Scilipoti dice: “Oggi ci vorrebbe un po’ di ordine e rigore”. Saya, Scilipoti e la guerra ai “negri” e “musi gialli”, ai clandestini “porci criminali”, ai “pederasti, pervertiti, finocchi, ricchioni”. Gaetano Saya torna a far parlare di sé in modo cupo e inquietante con l’appello del Partito nazionalista, l’ultima sua creatura insieme alle “Legioni per la sicu-

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A settembre il debutto delle “Legioni per la sicurezza e la difesa della Patria”

rezza e la difesa della patria”. Massone con “la stima di Gelli” e titolare del logo almirantiano del vecchio Msi, Saya ha l’ossessione delle strutture paramilitari. Nel 2005 venne arrestato per una sorta di servizio segreto parallelo, il Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo. Quando è stato stabilito il “non luogo a procedere” per l’associazione per delinquere, ostentando soddisfazione e pernacchie ai magistrati Saya ha detto che le accuse contro di lui “erano una manovra degli 007 francesi per impedirmi di catturare Cesare Battisti in Corsica”. Nel 2009 poi è stato il turno delle ronde nere e adesso, appunto, c’è il Partito nazionalista. Non senza aver offerto, a maggio, la presidenza del Msi a Scilipoti, icona dei Responsabili che hanno salvato il governo Berlusconi il 14 dicembre scorso. SAYA, SCILIPOTI e Maria Antonietta Cannizzaro, presidente del Msi e moglie di Saya. Un partito a testa. Saya guida le legioni del Partito nazionalista, camicia bianca e pantaloni neri con l’insegna del Sole Nero, simbolo esoterico del nazismo, e il motto “Nobiscum Deus”, “Dio è con noi”, versione latina dell’hitleriano “Gott mit uns”. Scilipoti, si sa, è il leader del Mnr, Movimento di responsabilità nazionale. La Cannizzaro, infine, specifica che

aro Presidente (Saya, ndr), ho ricevuto la Tua lettera del 22 maggio, il cui contenuto mi ha sinceramente gratificato, poiché ha riassunto i valori fondamentali ai quali ho sempre ispirato la mia azione politica e umana. Sono pervenuto alla scelta che ha catapultato in primo piano la mia immagine politica, conscio come Te del pericolo sempre più palese di scivolamento della nostra amata Patria verso un irreversibile abisso, motivazione questa che mi ha indotto ad assumere la non facile responsabilità di scelte difficili, il cui impatto ha fatto emergere il mio progetto di garanzia di governabilità. Concordo con Te sulla logica di riportare in Parlamento il Msi – Destra Nazionale, partito storico fondato dal grande Giorgio Almirante, che alcuni politici hanno tentato di sopprimere con indicibile delusione per il grande popolo della destra nazionale, sfrattato iniquamente dalla storia italica. A tal proposito sarebbe opportuno che i componenti del Msi – Destra Nazionale si impegnino al meglio per partecipare, con tutto il centro-destra, a migliorare le condizioni politiche, economiche e sociali per un rilancio importante della nostra Patria. Motivazioni per le quali mi ritengo onorato della Vostra proposta, che valuto meritevole di opportune considerazioni ed approfondimenti, dopodiché potrò assumere le necessarie decisioni e darTi notizia delle mie scelte.

puliamo il sedere, in quanto trattasi di carta dura per lo scopo indicato. Ricordiamo che la Signora è diventata ministro della Repubblica Italiana grazie alle sue abili doti orali”. E questa la replica di Cannizzaro al Fatto: “Noi diciamo basta a troie, froci e mao mao, lo troverà scritto anche sul comunicato sul sito del Msi. Come? Troie non c’è? Sì, ha ragione ho scritto prostitute”. Questo il comunicato: “Io sottoscritta M.A. Cannizzaro dichiaro guerra al governo Berlusconi che da anni perseguita la mia persona e tutti i componenti del mio partito, usando personaggi squallidi che lui stesso ha messo a governare: prostitute di basso livello come Mara Carfagna, finita a fare il ministro delle Pari opportunità per aver reso dei servizi di natura sessuale a Silvio Berlusconi e ad altri personaggi dell’attuale governo”. Eppure nel sito del Msi campeggia ancora la foto della Cannizzaro insieme con B. a Palazzo Grazioli, quando il premier voleva un accordo con Saya. Conclude la moglie di Saya: “Sarò a Roma a il 16 settembre per una riunione con Scilipoti e il suo movimento. Tra non molto ci sarà una rivoluzione perché la gente non ne può più. Un colpo di Stato? Se viene perché no?”.

Roma, 26 maggio 2011 - On. Domenico Scilipoti

la divisa del Msi è di colore ocra e “la collaborazione con Scilipoti riguarda il Msi ma non il Partito nazionalista”. Anche se poi i programmi dei due partiti, il suo e quello del marito, sono uguali. Venticinque punti per la “Grande Italia”: uscita dall’Ue, cacciata di “negri, omosessuali e comunisti”, statalizzazione dell’economia, pena di morte per “usurai, profittatori e politicanti”. Il debutto pubblico delle Legioni è previsto per il 24 e 25 settembre a Genova ma la Digos riferisce di non saperne ancora nulla. Nel frattempo è scoppiata l’indignazione di partiti e associazioni contro l’odio razziale dei nazionalisti di Saya e l’ufficio antidiscriminazioni del ministero delle Pari opportunità ha aperto un’istruttoria. Questa la replica di Saya sul sito del Partito nazio-

nalista: “Non avendo ancora capito se questa specie di ministro si chiama ‘Mara Carfagna’ o ‘Mara Sta-fregna’, ci sembrava giusto puntualizzare che con la carta del ‘fascicolo’ aperto dal suo ufficio (probabilmente formato A4) non ci possiamo nemmeno

La Carfagna apre un’istruttoria La replica Msi: “È diventata ministro per le sue doti orali”

LA PAROLA a Scilipoti: “Sono stato invitato a Genova e sto valutando se andare o no. Con Saya ho fatto varie riflessioni, dalle criticità bancarie alle amalgame dentali. La pena di morte? Saya l’ha detto in un momento di esasperazione, ma è cristiano come me ed è contrario in linea generale. I gay e i clandestini? Io sono per la famiglia tra uomo e donna ma sono per i diritti di tutti. Comunque con Saya concordo su varie cose e diciamolo pure: in Italia ci vuole più ordine e rigore. Il Sole Nero nazista? Anche Hitler l’aveva rubato a qualcuno”. Un altro nemico di Saya è Bossi, che indossa la “camicia verde color vomito di topo”. In una videointervista sul suo sito, Saya vestito come Pinochet agita un bastone con l’aquila imperiale e minaccia: “Bossi paralitico con il pannolone, ti trascinerò in ceppi e ti ficcherò questo bastone, dal lato dell’aquila, su per il culo per farti camminare dritto”.

RADUNO NEL TREVIGIANO

PICCOLI NAZISTI CRESCONO (QUASI) INDISTURBATI di Erminia

Della Frattina Treviso

i fermeremo noi con una mo“L bilitazione generale”. A Revine Lago sono rimasti solo i partigiani dell’Anpi, una manciata di arzilli signori che hanno fatto la storia di queste parti con le Brigate Mazzini, Tollot e Piave. Sono rimasti solo loro a difendere i valori dell’antifascismo e a far tornare il boccino dalla parte della ragionevolezza. Revine è un piccolo paese, tranquillo e placido come il lago che lo raccoglie. Ma dal due al quattro settembre il paesino nelle colline di Treviso ospiterà una maxi riunione di estrema destra, il “Ritorno a Camelot”. Si riuniranno alla Tavola rotonda – in cerca del Graal – i naziskin di mezza Europa, Germania, Olanda e ovviamente Italia, sotto l’alto patrocinio del Fronte veneto naziskin. Sono in-

vitati al campeggio “Riva d’oro” del paese trevigiano (un campeggio privato) i simpatizzanti dell’estrema destra europea: secondo gli organizzatori la riunione attirerà almeno 1.500 cavalieri di Artù tra teste rasate e altro. E, stando alle indiscrezioni degli organizzatori, è atteso come guest star di Camelot l’onorevole Mario Borghezio, quello che ha usato parole di approvazione per le idee ultra-naziste di Breivik, il folle omicida della strage in Norvegia del 22 luglio. A DIRE LA VERITÀ quello di quest’anno è il sesto think-tank al campeggio, più o meno se ne fa uno all’anno. E bisogna anche dire che tra cibo e birra che scorre a fiumi, tra saluti romani e svastiche, discussioni su Julius Evola e banchetti con i libri Edizioni Ar, la casa editrice di Franco Freda, le cose finora sono anche an-

date lisce. Quest’anno però il Ritorno a Camelot rischia di somigliare al G8 di Genova, o all’8 settembre 60 anni dopo, da quando a Pieve di Soligo, città a due passi da Vittorio Veneto (medaglia d’oro per la Resistenza), qualcuno ha appeso a un ponte uno striscione che inneggiava a Rudolf Hess, uno dei nazisti più influenti del Terzo Reich. Lo striscione è stato tolto, ma è bastato per scatenare le reazioni. Di chi, del Pd? Della sinistra trevigiana? No, dei partigiani dell’Anpi, a quanto pare gli unici rimasti in grado di indignarsi, e di mantenere viva una memoria che proprio da queste parti gronda ancora ricordi dolorosi. “Li fermeremo con una mobilitazione generale”, ha tuonato Umberto Lorenzoni, presidente dell’Anpi, al consueto raduno della prima domenica dopo Ferragosto a Pian de le Femene, sopra Revine, in cui si commemora la medaglia d’oro alla

resistenza di Agostino Piol e si ricordano le brigate partigiane di quella dura primavera del ‘45. “Abbiamo l’obbligo morale e politico di opporci” ha detto Lorenzoni, la polo rossa abbottonata fino all’ultimo bottone sotto a una giacca con lo stemma dell’Anpi sul petto. “INVITERÒ anche i sindaci a opporsi, organizzeremo una manifestazione di tutto il popolo democratico”. Forse, il popolo democratico doveva mobilitarlo qualcun altro. Dove? A Vittorio Veneto, dove la riunione dell’estrema destra è stata rifiutata qualche anno fa. Sì, perché in tutto questo c’è un prefetto di Treviso che ha consentito che tante teste rasate tornino a Camelot, e c’è un sindaco che ha concesso il permesso per utilizzare il camping. Non rimane che dire: grazie partigiani, che Dio vi conservi in salute.

Rosarno, lo strano suicidio di una testimone di giustizia di Lucio Musolino Reggio Calabria

veva lasciato la località Aa Rosarno, protetta ed era ritornata dove la sua famiglia è organica della cosca Belloco. Voleva rivedere i figli. Aveva paura per loro che, ancora, erano con i nonni nella cittadina della Piana di Gioia Tauro. SI È UCCISA bevendo acido muriatico la testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, moglie di Salvatore Figliuzzi e figlia di Michele Cacciola. Quest'ultimo è il cognato del boss Gregorio Bellocco. Da maggio, la donna di 31 anni stava collaborando con la Dda di Reggio Calabria. Le sue dichiarazioni avevano consentito agli inquirenti il rinvenimento di alcuni bunker della cosca. Maria Concetta Cacciola ha avuto il coraggio di rompere con la sua famiglia. Gli inquirenti la descrivono come una donna “forte e coraggiosa”. È questa la ragione per cui il suo suicidio ha creato più di qualche sospetto alla Procura di Palmi che ha disposto l'autopsia, eseguita ieri pomeriggio. “Non rispondo a nessuna domanda – ha affermato il procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo –. Induzione al suicidio? Tutte le ipotesi sono possibili”. SI TRATTA dello stesso reato sul quale sta indagando la procura di Vibo Valentia per la morte di Tita Buccafusca, moglie del boss Pantaleone Mancuso detto “Luni”. Anche lei si è uccisa ad aprile bevendo acido muriatico dopo aver tentato di collaborare con la giustizia. Un modo atroce, forse il più doloroso, per suicidarsi. Lo stesso della dirigente del Comune di Reggio Orsola Fallara. Il suo corpo agonizzante era stato rinvenuto al porto della città dello Stretto. La Fallara era finita al centro di un'inchiesta giudiziaria che doveva svelare le ragioni del dissesto finanziario dell'ente dalle cui casse sono scomparsi milioni di euro. Sulla sua morte, però, le indagini sembrano aver preso una direzione diversa. A differenza delle procure di Palmi e Vibo, infatti, i magistrati reggini non hanno disposto l'autopsia. Funerali in 24 ore e ipotesi di induzione al suicidio scartata ancora prima.


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Martedì 23 agosto 2011

SECONDOTEMPO SPETTACOLI,SPORT,IDEE in & out

NO TE /SPESE

IO SUONO, TU PAGHI: IL DJ È COME MESSI

Bertolucci Sarà lui a consegnare il Leone d’Oro alla carriera a Bellocchio

Sarah Parker Vorrebbe un terzo episodio di “Sex and the city”

Coldplay Uscirà il 25 ottobre il quinto album “Mylo Xyloto”

Vasco Rossi In clinica: i medici ordinano due mesi di riposo

Mentre le discoteche sono sempre più in crisi, gli ingaggi dei disc jockey vanno dai 30mila ai 200mila euro a serata. E i club alzano il prezzo dei biglietti di Guido Biondi

L

et’s Dance”, l’imperativo lanciato da David Bowie nel 1983, era firmato da Nile Rodgres degli Chic, precursori assoluti della discomusic nel boom degli anni ‘70, i tempi d’oro dello Studio 54 di New York e del successo della Febbre del sabato sera. Si dice che in tempi di crisi gli artisti cerchino la leggerezza del ritmo per un pubblico che ha bisogno di distrazione e spensieratezza. E infatti da un paio d’anni grandi nomi del business musicale (Black Eyed Peas, U2) sono in coda alla corte del francese David Guetta, produttore e dj di fama mondiale con il “tocco” magico per trasformare radici hip hop, rock e latine in dance e groove dal successo facile. Anche i Killers si erano affidati a Stuart Price, altro genietto promosso da Madonna a mega produttore dance. Questa nuova tendenza ha trasformato i dj in vere rockstar, che prendono cachet oscillanti tra i 30mila e i 200mila euro a serata. Eppure il settore della musica da ballo è in crisi da tempo. Non deve stupire, quindi, che molti gestori siano pronti a vendere per un piatto di lenticchie. Resiste solo chi investe nella cosiddetta “club culture” ovvero strutturare il proprio locale con una serie di appuntamenti e una politica di innovazione che prevede concerti, dj set internazionali ed eventi culturali. Il giornalista Damir Ivic sta preparando un libro sui club italiani assieme al collega Christian Zingales. Sulle nuove tendenze dice: “I locali da ballo, da un certo momento in avanti, hanno pensato a incamerare guadagno non a rinnovarsi e a interrogarsi sulla propria valenza culturale, sul fatto che una discoteca dovrebbe essere prima di tutto un luogo di elaborazione di ‘strategie creative’ e non un posto dove macinare ingressi e consumazioni. Sono molto contento che siano in crisi. La discoteca così come era fino agli anni ‘90 si

sta eliminando da sola. Ora è più forte una scena di club, cioè di posti con un indirizzo musicale molto più mirato e meditato: la house commerciale registra un decimo del fatturato di un tempo”. I dj sono super pagati: come fanno i club a rientrare delle spese? “In Italia siamo sempre stati degli allocchi, perché strapaghiamo i dj rispetto alle cifre che prendono da altre parti. Villalobos, famosissimo, chiede 25mila euro ma se una situazione gli piace va volentieri a suonare anche per 300 euro”. UN RAPIDO calcolo: per recuperare un cachet di 25mila euro un locale con una capienza di mille persone chiede un biglietto di 30 euro a testa. Siamo già a quota 300mila euro d’incasso, e si guadagna pure. Sulla carta i locali più “forti” in Italia sono due: il Muretto di Jesolo, fino a 7mila biglietti venduti in una serata, e il Cocoricò di Riccione, 4-5mila ingressi al giorno. Parlando dei cachet da rockstar, eccone alcuni: Aphex Twin 50mila, Chemical Brothers 110mila per il dj set e 200mila per il live, Fatboy Slim 150mila (ha appena suonato all’ElectroVenice di Mestre), Paul Kalkbrenner 100mila. Tra gli italiani le star a livello internazionale sono Marco Carola (40mila euro) e i Crookers (30mila), mentre i vecchi leoni della consolle faticano ad arrivare a 5-7mila euro. Resistono i club storici. Come il Plastic di Milano – grazie alla sua serata chiamata “Bordello”, in cui travestiti s’improvvisano cantanti di oscure b-side di 45 giri italiani – e alla sala

principale gestita da Nicola Guiducci, tra post-punk, electro e colonne sonore di Almodovar. Ci sono ancora isole felici in Italia? “In Veneto c’è il caso di Altavoz – racconta Ivic – è un esperimento che va avanti da un lustro con risultati eclatanti. Si sono trapiantate nei centri sociali le dinamiche dei club più grandi. Il tutto per portare la gente dove ci sono slogan anticapitalisti ai muri, senza divanetti e privè. L’appuntamento al Rivolta di Marghera attira ogni mese circa 4mila persone. Altri fermenti ci sono a Roma, con il Rashomon, la Saponeria e la Room 26, e a Milano, con il Tun-

Il dj e compositore Fatboy Slim al Lollapalooza music festival, in Cile (FOTO LAPRESSE)

tistico del Rolling Stone di Milano: “Ho ideato i Magazzini perché volevo un posto trasversale dove vi fossero eventi che facessero anche pensare, come una mostra d’arte contemporanea sulla spazzatura. Oggi c’è mancanza di idee: il ballo non mi pare un collante ma l’unico scopo, fine a se stesso. Se non produci cultura devi aspettarti un pubblico che cerca lo sballo”.

Il più pagato tra gli italiani è Marco Carola (40mila euro) ma l’inglese Fatboy Slim ne vale 150mila nel e i Magazzini generali. Il Cocoricò di Riccione è un’oasi perché puoi fare quello che vuoi: ha avuto per primo l’idea di montare una consolle nel bagno delle donne”. Di certo è, assieme al “Bordello” del Plastic, la proposta più divertente della penisola. Ma tornerà mai lo spirito del pionieristico Studio 54? Ivic risponde: “Sta

già tornando, se intendiamo il rallentamento del ritmo e l’impegno a una ricerca musicale. Magari non in luoghi canonici: l’evento itinerante ‘Fiesta Privada’ raduna migliaia di persone in un luogo all’aperto dalle 10 del mattino. E poi c’è il Moxa di Mantova, che in tempi non sospetti ha puntato sulla house storica, quella

americana, mentre tutti si stavano prendendo la sbornia per la tech-house berlinese. In più ha cercato una clientela di 30/40enni: oggi si riempie come un uovo ogni sera”. Una persona che ha capito e veicolato la club culture in Italia è Giancarlo Soresina, patron dei Magazzini generali dal 1995 al 2005 ed ex direttore ar-

Accadde vent’anni fa

STEVIE RAY VAUGHAN: IL BLUES È MORTO SU UN ELICOTTERO PER CHICAGO il blues CTantierto, non è morto. artisti e non pochi festival provano a tenerlo in Stevie Vaughan (F L P ) vita. Eppure, ora che scocca il 21nesimo della sua scomparsa a 36 anni ancora da compiere, viene da credere che Stevie Ray Vaughan abbia posto fine anche all’epoca migliore di un genere. Più che date, sono dissolvenze. La prima cade il 27 agosto 1990. Vaughan ha suonato nel Wisconsin con il fratello Jimmie, Eric Clapton, Buddy Guy e Robert Cray. È stanco, chiede a Clapton se può prendere il primo elicottero per OTO A RESSE

Chicago. “Slowhand” acconsente, ignorando che con quel gesto avrà salva la pelle (ma non la musa, scomparsa più o meno quel giorno). Maltempo, scarsa esperienza del pilota: “Srv” se ne va in volo, come Buddy Holly e Ritchie Valens. Anzitempo, come i divi mitizzati. Avvolto da fatalità e mistero, come Robert Johnson, il chitarrista che vendette l’anima al diavolo in cambio di un suono unico e morì – avvelenato o chissà – a 27 anni. Lui, primo membro del club dei Jim Morrison e Kurt Cobain. Vaughan era un bianco con voce da nero. L’unico a eseguire Jimi Hendrix – di cui era e resta primo erede – meglio dell’originale, come attestano le sue cover

di Voodoo Child (Slight Return) e Little Wing. TEXANO, tossicodipendente, alcolizzato: virtuoso, oltremodo. Rolling Stone lo ha eletto settimo “guitar hero” di tutti i tempi, che non vuol dire niente ma rende l’idea della sua grandezza. Il disco d’esordio, Texas Flood, lo incise nel 1983 in pochi giorni, presa diretta e zero soldi. Lo aiutò Jackson Browne. I primi a notarlo furono Mick Jagger e David Bowie: dissero che uno così non lo avevano mai sentito. Dissero il vero. La seconda dissolvenza è del 16 giugno 1987. Toronto, studi tv CBS. Accanto a Vaughan c’è un 21enne. Suona da seduto. È sco-

PERCHÉ oggi bisogna aspettare le due per l’esibizione di un dj? Non sarebbe una buona idea creare disco pub dove dalle sette di sera si riesca a unire aperitivo, cena, dopocena e ballo? “Potrebbe essere un’ottima idea. La base di partenza può essere anche un bar, non necessariamente un locale da mille persone”. Non va meglio nella culla per eccellenza della club culture estiva, Ibiza. Negli ultimi anni i proprietari dei club famosi (Pacha, Privilege, Space) hanno attaccato i luoghi dove si univano spiaggia, drink e buona musica. La cultura hippy dell’isola sta per cedere il passo allo sfruttamento del turista usa e getta, che spende minimo 50 euro per passare la notte in un locale riempito fino all’ultimo spazio. Il futuro, parafrasando la canzone dei Radiohead “Packt Like Sardines In A Crushd Tin Box”, sembra questo: pagare per stare in una scatola di sardine. Buon divertimento.

nosciuto al mondo, non a Toronto: lì è nato e per quello lo hanno chiamato. Cieco dall’età di un anno, per un retinoblastoma che lo ucciderà il 2 marzo 2008. Si chiama Jeff Healey e ha inventato una tecnica chitarristica inspiegabile. Talento puro. Vaughan attacca Look At Little Sister. Capelli lunghi, viso gonfio, gengive infinite e cappellaccio con penna. Healey lo segue, poi si alza e dà sfogo all’assolo. Vaughan lo osserva ammirato: non era abituato a duellare senza vincere in partenza. Di lì a poco Jeff registrerà il fortunato See The Light. Seguirà strade laterali, frequenterà il jazz, si sposerà, avrà due figli. Per poi evaporare, a neanche 42 anni. Riguardata oggi, magari su YouTube, quella piccola esibizione canadese sembra ritrarre l’ultimo sorriso di due alieni bianchi in un pianeta di neri. Due anime salve, o forse vendute anch’esse al Diavolo, prima della caduta dell’impero povero del blues. Andrea Scanzi


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SECONDO TEMPO

SERIE A

COMPLEANNI/ MASTER

I TRENT’ANNI DI LORD FEDERER “GIOCHERÒ E VINCERÒ ANCORA” “L’ho sempre detto: mi ispiro a campioni intramontabili come Agassi, Connors, Rod Laver” di Carlo Antonio Biscotto

ua Maestà Roger Federer ha da un mese compiuto 30 anni ed è stato festeggiato con tutti gli onori dall’ATP. Nonostante si trovi attualmente al terzo posto del ranking mondiale, dietro Djokovic e Nadal è celebrato quasi universalmente come il più grande di tutti i tempi, lodato per il suo talento tennistico ma anche per il suo stile, i suoi modi da baronetto, la sua classe dentro e fuori il campo, il suo fair play. Lodi che tuttavia non preludono ad alcun funerale agonistico, per esplicita ammissione del diretto interessato. Nei giorni che hanno preceduto il suo compleanno Federer parlando con la stampa di tutto il mondo ha detto a chiare lettere che non si sente finito e che è certo di vincere altri Slam: “Avrò molte altre occasioni e giocherò ancora a lungo”.

S

allo scrittore americano David Foster Wallace, inviato speciale del New York Times a Wimbledon, ha fatto il suo ingresso nel mondo della metafisica, della fantasia letteraria, dell’arte. Il breve saggio di Wallace, Roger Federer come esperienza religiosa, è la Bibbia degli adoratori dello svizzero. Com’è possibile – si chiede Wallace – che nell’era delle racchette nucleari, dell’allenamento fisico che trasforma i giocatori in esseri simili ai supereroi dei fumetti, il migliore

“Ho ancora fame di vittorie”. I suoi adoratori ringraziano e attendono fiduciosi altre magie, altri ricami e altri lampi di luce disegnati dal suo dritto simile a “una frustata liquida”. Sembra incredibile, eppure questo Lord Brummel della racchetta all’inizio della carriera sembrava più un Giamburrasca o un Pierino la peste. Il suo scopritore e primo maestro, Peter Carter, ne vantava il talento, ma riconosceva che gli mancavano

Il suo stile classico è davvero più duraturo I Nureyev hanno sempre fatto meno fatica dei Maciste

CI SONO tutte le premesse, anche tecniche, affinché questo possa avvenire. Federer è un maestro di stile, un giocatore completo che gioca un tennis classico e tecnicamente quasi perfetto e quindi può aspirare a una carriera lunga perché fa meno fatica dei regolaristi, dei pedalatori di fondo campo. I Nureyev hanno sempre fatto meno fatica dei Maciste. “Ho sempre detto che mi ispiro a tennisti che hanno giocato e vinto in età avanzata come Agassi, Jimmy Connors, Ken Rosewall, Rod Laver”, ha ricordato lo svizzero. Una cosa è sicura: Federer è un personaggio “bigger than tennis”, tanto che nel 2006, grazie

PALLONATE di Pippo Russo

di tutti possa essere un giocatore che produce sensazioni di bellezza, estasi e comunanza trascendentale, insomma da un tennista che è Mozart e i Metallica allo stesso tempo? Ed è rispondendo a questa domanda che Wallace fa entrare in scena il mistero e la metafisica perché, secondo lui, Federer è una “creatura il cui corpo è insieme di carne e di luce”, sottratto in parte alle leggi della fisica come nel caso di Alì, Michael Jordan e pochissimi altri. Si potrebbe dirlo meglio? Tranquillo, signorile, compassato, padre di due gemelle, monogamo come un piccione, ricchissimo, filantropo, Federer ha brindato alla sua carriera passata, ma anche a quella futura:

tore di volée e smorzate, biografo di “divine” e fucina di neologismi, si adegua alle celebrazioni del suo quasi connazionale, ma si sottrae al coro degli adoratori di Roger, secondo i quali nessun tennista della storia può reggere il confronto con il “cesellatore di Basilea”. Altri tempi, dice Clerici, altro tennis, altri materiali, altre superfici. Alcuni grandissimi campioni del passato furono fermati dalla guerra o dalla minore facilità negli spostamenti: Bill Tilden Jack Kramer. Altri, tra cui Pancho Gonzalez, Ken Rosewall e Rod Laver, pagarono un tributo pesante alla mentalità antiquata dei vecchi parrucconi che governavano il tennis spesso senza saper distinguere una racchetta da neve da una racchetta da tennis. COSTRETTI a passare al professionismo per guadagnarsi da vivere, non riuscirono ad arricchire il loro palmarès (Rod Laver è il solo tennista ad aver chiuso due volte il Grande Slam) e solo dopo il 1968, archiviata l’ipocrisia del dilettantismo, i tornei dello Slam poterono nuovamente annoverare tutti i migliori tra i loro iscritti. A pensarla come Clerici è Rino Tommasi,a propria volta miniera di dati, numeri, statistiche, ricordi, aneddoti e compagno di Clerici in indimenticabili telecronache. Tutti, comunque sia, concordano su Rod Laver: “È stato il più grande del suo tempo”.

Roger Federer ha compiuto 30 anni l’8 agosto. A destra, Pierfrancesco Loche (FOTO LAPRESSE)

CERTO, CERTISSIMO, ANZI IMPROBABILE

titoli sono importanti, e alla Gazzetta dello Sport lo sanno. Per questo ci si sbizzarriscono, confezionando ogni giorno trovate che prima o poi dovranno pur essere inserite in un’antologia. E figurarsi se nei giorni in cui l’Inter trattava la cessione di Samuel Eto’o all’Anzhi Makhachkala non ci si doveva aspettare numeri funambolici. Per esempio, ecco il titolo di prima pagina andato in edicola il 19 agosto, giorno in cui venivano riportate le cronache della vittoria nerazzurra nel triangolare di Bari contro Juventus e Milan: “E toh, Milito”. Da pelle d’oca. Il giorno prima un titolo di pagina interna recitava: “La centrale di energia Eto’omica”. Questa formula apriva la strada alla lettura di un articolo firmato da Matteo Dalla Vite, il cui incipit era il seguente: “Mo, Mou e Ma”. Si riferiva al trio Moratti-Mourinho-Materazzi, a suo dire fondamentale per l’esperienza interista di Eto’o. Ma, al di là dei colpi a effetto, talvolta le trovate più notevoli sono quelle

I

“il rovescio e il carattere”. Era uno sfasciaracchette e si abbandonava spesso a proteste isteriche o a imprecazioni poliglotte. Darren Cahill, ex tennista australiano e coach, tra gli altri, di André Agassi e Lleyton Hewitt, lo aveva visto giocare in occasione di una sua fugace visita a Basilea e non ne era rimasto impressionato. Lo rivide nel 1995 quando, come responsabile dell’under 16 australiana, tornò in Svizzera per un incontro tra i pari età australiani e svizzeri. Federer incontrò Hewitt e fu un festival di racchette rotte (pare oltre 10 in totale), proteste, lamentele. La spuntò Federer in tre set, ma nessuno dei pochi presenti ebbe l’impressione che fosse nata una stella. Quanto al titolo di “Great of All Times”, che si è visto assegnare un po’ da tutti dopo il 16° Slam, non mancano le voci fuori dal coro. Gianni Clerici, can-

involontarie. Come, per esempio, quelle che non tengono conto di come la mancanza del “punto e a capo” nei titoli possa dar luogo a effetti tragicomici. Ecco quello ottenuto dalla rosea nell’edizione del 21 agosto: “Alvarez sogna Maicon sotto i ferri stasera”. Cioè, alla lettera, il nuovo acquisto argentino della squadra nerazzurra si augurava che il compagno venisse spedito fra le mani del chirurgo entro la serata. Quando si dice, lo spirito di squadra. Ricordate Pierfrancesco Loche? Faceva parte della banda di “Avanzi”, e impersonava il ruolo di un giornalista stralunato. In particolare, aveva due caratteristiche: indossava un paio d’occhiali neri con una lente rotonda e una ovale; e premetteva a ogni notizia la formula “pare, sembra, forse, non garantisco la verità”, facendo così il verso a un certo modo prudente di fare giornalismo. Ebbene, leggendo Tuttosport del 17 agosto, abbiamo finalmente trovato un emulo di Loche: Marco Bo. Ecco il primo periodo dell’articolo, con

TUTTOSPORT HA TROVATO L’EREDE DI LOCHE: “SE LA JUVE ACQUISTERÀ UN BUON CENTRALE, LA DIFESA MIGLIORERÀ”

una mirabile raffica di virgole: “Se, come sembra molto, molto, probabile, la Juventus entro la fine del mese rinforzerà la difesa acquistando un centrale, la musica potrebbe cambiare tra i difensori juventini”. Quindi, ecco il secondo periodo: “Soprattutto se, come sembra, dovesse arrivare un giocatore dai piedi buoni e di altro (sarà un refuso? ndr) profilo come appunto il brasiliano Alex del Chelsea”. Marco Boh. A chi dice “Stai tranquillo”, c’è un fulminante modo di dire toscano, in risposta: “Tranquillo aveva casa sull’Arno nel ‘66”. E poi venne l’alluvione, sottinteso. Chissà perché, quella storiella ci è tornata in mente leggendo sulla Gazzetta dello Sport del 21 agosto, con richiamo in prima pagina, l’intervista rilasciata da Filippo Magnini a proposito della sua fresca relazione con Federica Pellegrini. Efficacissima la sintesi riportata in prima pagina: “Federica mi rende sereno”. Per la serie: Sereno oltrepassava l’uscio senza bisogno di chinare la testa, fino ad agosto 2011.

Abete non media, sciopero sempre più vicino di Giancarlo

Padovan

è talmente chiaro Ononrmai che la Lega di serie A vuole firmare l’accordo collettivo che perfino il presidente della Federazione Giancarlo Abete sente puzza di bruciato: “Si capisce che se non si firma il contratto collettivo per l’articolo 7, evidentemente ci sono altri motivi. Mi auguro che non sia davvero questo il motivo per cui non si firmi il contratto collettivo. Ma se ci sono, sarebbe meglio esplicitarli in modo chiaro. Sono convinto che prevarrà il buon senso altrimenti sarà difficile spiegare a milioni di persone perché non inizia il campionato”. Ribadito che “l’inserimento del contributo di solidarietà nel nuovo contratto collettivo sarebbe kafkiano, perché deve ancora essere esaminato dal parlamento”, Abete ha annunciato l’invio dell’interpretazione dell’articolo 7 alle segreterie dell’Associazione italiana calciatori e della Lega di serie A. “A dicembre 2010 la situazione era molto chiara. La Lega di A ritenne di non firmare l’accordo con il desiderio di conoscere prima il testo interpretativo dell’articolo 7. Adesso sembra che sia diventato più importante di un articolo della Costituzione. Come presidente della Federcalcio è mio dovere fornirne l’interpretazione. Come cittadino, però, un po’ mi vergogno, perché non merita tutta questa attenzione”. Evidentemente i motivi sono altri: lotta di potere all’interno della Lega e della Federcalcio, qualche attacco inconsulto pure ad Abete dal solito, incontinente Aurelio De Laurentiis. Oppure, più semplicemente, la presenza di una società (la Lazio) che, attraverso il suo presidente, Claudio Lotito, squalificato fino al 15 settembre per aver dato dell’estorsore al Coni, riesce a tenere in scacco la Lega, visto che tutto nacque dal caso Pandev. Domani, mercoledì, sarà il giorno decisivo. Con un Consiglio federale seguìto dalla prosecuzione del Consiglio di Lega. In poche ore dovrà avvenire ciò che da otto mesi doveva essere già concluso. Il presidente delL’Aic Tommasi e i capitani delle squadre di A ribadiscono che senza firma non si gioca e che loro, però, vogliono giocare. A questo punto bisognerà stabilire chi non lo vuol fare e, dunque, chi si accollerà la figuraccia dello sciopero di fronte all’Italia intera. Non solo quella calcistica.


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SECONDO TEMPO

+

IL PEGGIO DELLA DIRETTA

TELE COMANDO TG PAPI

Adesso arrenditi di Massimo

Franchi

g1 T Al Tg1 festeggiano la reazione dei mercati, risvegliati dagli ultimi (forse) giorni sanguinosi di guerra civile. Le Borse vanno di lusso, piazza Affari di Milano ritorna a correre, tutti felici e contenti. Ma è proprio l’apertura del telegiornale di Augusto Minzolini a ricordare che il peggio deve ancora arrivare con l'assalto finale e i cecchini fedele al Colonnello che sparano senza curarsi del bersagli. La dichiarazione di Silvio Berlusconi spezza il filo di cronaca da Tripoli, viene ripresa ovviamente anche dagli altri telegiornale, ma nessuno le concede il risalto degnamente cucito dal Tg1. La conduttrice ripete con voce altera: “Gheddafi si arrenda. Sono al fianco del Consi-

glio rivoluzionario libico”, e poi aggiunge che Berlusconi sostiene i ribelli. Meglio tardi che mai, o forse è tardi e basta. Il Tg1 riprende un pizzico di credibilità quando cerca di raccontare l’ultimo (forse) atto della guerra da Parigi, Londra e Washington. Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, i primi Paesi che hanno iniziato i bombardamenti, quelli che hanno costretto l’Italia a intervenire al culmine di una comica melina tra Berlusconi e il ministro Frattini. g2 T C’è una differenza abissale tra i titoli e i servizi del Tg2. I primi cercano di italianizzare la rivoluzione in Libia, una strategia che provoca enormi imbarazzi nel governo del Cavaliere; i secondi sono cronache asciutte e corrette dal fron-

te di guerra. La dichiarazioni di Silvio Berlusconi, all'ennesima giravolta sul tema, suscita quel senso di ridicolo che in vicende così serie sono evitabili. Il conduttore legge una frase del presidente del Consiglio: “Gheddafi si arrenda, risparmi altra sofferenza”. Non è lo stesso capo di un governo che, quando i rivoluzionari di Bengasi sembravano un gruppo di innocui ribelli, invitava a lasciare in pace il Colonnello? Meglio, proprio meglio, proseguire con le previsioni del tempo e il caldo agostano di agosto. Sai che novità. g3 T Il telegiornale di Bianca Berlinguer dedica più di un terzo del tempo a disposizione alla presa di Tripoli. Poi continua, però, a proporre interessanti servizi sulla crisi. Non quella dei mercati o delle Borse, con soldi veri o finti che tornano, vanno via e infine tornano ancora. Stavolta il Tg3 parla delle conseguenze previste nei tagli della manovra, di come una centro anziani del Comune di Bologna, che si occupa di chi è solo di giorno e di notte, potrebbe chiudere.

di Fulvio

Sandogat e il Colonnello Abbate

televisiva di Rai3 ha L’cheestate trovato tempo e spazio anper il fantasma congiunto di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, qualcuno spulciando in archivio ha ritrovato la loro parodia dello sceneggiato salgariano che, seriamente narrando, ebbe invece altrove in Kabir Bedi il suo divo inarrestabile, fonte inesauribile di tormentoni perfino musicali. Sandogat, il titolo del “doppio” comico. Dove il nostro inarrestabile Franco veste la lunga chioma selvaggia del protagonista e al povero Ciccio, fisico di perfetto fil di ferro “inglese”, spettano le lunghe basette, la sigaretta e il cappellaccio di paglia coloniale dell’amico-complice Yanez. Nel frattempo gli occhi bistrati alla malese di Franco Franchi-Sandokan-Sandogat nuotano in un bianco e nero che ha la grana televisiva degli anni Settanta, il 1976 esattamente, così come il volto dei personaggi di contorno, su tutti il romano brizzolato Enzo Liberti, faccia da ministeriale, che molti ricorderanno invece spalla di Raimondo Vianello in molti sketch degli stessi anni. Oppure Daniela Goggi, sorella minore-meteora che

in altri momenti c’era modo di scorgere nel firmamento pubblicitario sapor liquirizia. Era quasi un obbligo del botteghino, (e perfino della programmazione televisiva ordinaria) che la coppia comica palermitana si lanciasse come un unico segugio (anzi, cirneco dell’Etna) sulla polpetta gustosa della parodia, e questo Sandogat improvvisamente riemerso nel fuoco estivo del palinsesto ne è la conferma, e tuttavia, al di là dei meriti artistici, fatto salvo il valore di “riempitivo” che la sua visione assume nella fascia tardo pomeridiano d’agosto, bisogna ugualmente ringraziare chi lo ha riportato alla luce. C’è stato un tempo in cui Franco e Ciccio sembrava che fossero gli ambasciatori in terra spettacolare della “epopea degli umili”, così come avrebbe detto Pier Paolo Pasolini. Un tempo che sembra oggi sideralmente lontano, come ebbe modo di dimostrare l’omaggio che i conterranei Ciprì e Maresco vollero dedicargli un po’ di anni addietro. Le ragioni? Difficile spiegare al Franco Franchi – protagonista della parodia di Sandokan, “Sandogat” – si dilettava nell’imitazione del rais di Tripoli (FOTO LAPRESSE)

tempo dello slow food cos’è mai il tema della fame furiosa, così come figurava nelle vecchie farse, nel teatro della strada che Franchi e Ingrassia, sia pure redenti dal Modugno di Orlando in campo, 1961, rappresentavano. Ora che ci penso, è davvero per un’ironia della storia scrivere di loro nei giorni della caduta di Tripoli. Forse molti lo ignorano, ma fra le passioni di Franchi, accanto all’astronomia e al disegno (straordinari, i suoi pastelli che lo mostravano abbracciato a Ciccio), dimorava anche un grande cruccio inarrestabile: la censura della sua imitazione-parodia del colonnello Gheddafi. Sarà stato il 1990 e Franco Franchi, asserragliato nel suo bar di via Appia Nuova, a Roma, il feltro che gli aveva donato Totò sul capo, ripeteva dolente: “Siamo uguali, uguali, la stessa faccia, ma purtroppo non me lo fanno più fare”. Già, era bastata una sola volta affinché i funzionari di controllo, vedendolo in divisa di rais, gli consigliassero di rinunciare nel timore che l’uomo di Tripoli potesse risentirsene. Sandogat, di cui nulla più rammentavo, è riuscita a rimettere in funzione l’ideale autoclave della nostalgia.

LA TV DI OGGI 11.30 TELEFILM Provaci ancora Prof 13.30 NOTIZIARIO TG1TG1 Economia 14.10 ATTUALITÀ Verdetto Finale 15.00 TELEFILM Il Maresciallo Rocca 5 17.00 NOTIZIARIO TG1Che tempo fa 17.15 TELEFILM Heartland 17.55 TELEFILM Il Commissario Rex 18.50 GIOCO Reazione a catena 20.00 NOTIZIARIO TG1 20.30 GIOCO Colpo d’occhio 21.20 TELEFILM Il Commissario Rex 23.10 DOCUMENTARIO Passaggio a Nord Ovest 0.05 NOTIZIARIO TG1 Notte - Che tempo fa 0.40 RUBRICA Appuntamento al cinema 0.45 RUBRICA Musulmani europei

12.10 PRIMA TV TELEFILM La nostra amica Robbie 13.00 NOTIZ. TG2 Giorno 13.30 RUBRICA TG2 E... state con costume - Medicina 33 14.00 TF Ghost Whisperer 14.50 PRIMA TV RAI TELEFILM Army Wives 15.35 TELEFILM Squadra Speciale Colonia 16.20 TF The Good Wife 17.05 TF Life Unexpected 17.45 NOTIZIARIO TG2 Flash L.I.S. - TG Sport - TG2 - Meteo 2 18.50 TELEFILM Cold Case 19.30 TF Senza traccia 20.25 Estrazioni del Lotto 20.30 NOTIZ TG2 - 20.30 21.05 PRIMA TV RAI - PRIMA STAGIONE, ULTIMI EPISODI TF La Spada della verità 22.40 PRIMA TV TELEFILM Supernatural 23.20 RUBR. SPORTIVA 90° Minuto Champions 0.10 NOTIZIARIO TG2

13.00 RUBR. Cominciamo Bene - Condominio terra 13.10 TELEFILM Julia 14.00 NOTIZ. TG Regione - TG Regione Meteo - TG3 - Meteo 3 14.45 RUBRICA TGR Piazza Affari 14.50 NOTIZ. TG3 L.I.S. 14.55 RUBRICA FIGU 15.00 TF The Lost World 15.45 FILM Profumo di donna 17.25 DOCUMENTARIO GEOMagazine 2011 19.00 NOTIZIARIO Meteo 3 - TG3 - TG Reg. - Meteo 20.00 VARIETÀ Blob 20.15 TF Alice Nevers 21.05 VARIETÀ Estate al Circo Massimo 23.10 NOTIZ. TG Regione 23.15 ATTUALITÀ TG3 Linea notte estate 23.50 CULTURALE Correva l’anno 0.35 RUBR. Appuntamento al cinema

20.57 PREVISIONI DEL TEMPO Meteo 21.00 NOTIZIARIO News lunghe da 24 21.27 PREVISIONI DEL TEMPO Meteo 21.30 RUBRICA Meridiana - Scienza 1 21.57 PREVISIONI DEL TEMPO Meteo 22.00 ATTUALITÀ Inchiesta 3 (Interni) (REPLICA) 22.30 NOTIZIARIO News lunghe da 24 22.57 PREVISIONI DEL TEMPO Meteo 23.00 RUBRICA Consumi e consumi 23.27 PREVISIONI DEL TEMPO Meteo 23.30 RUBRICA Tempi supplementari 23.57 PREVISIONI DEL TEMPO Meteo 0.00 NOTIZIARIO News lunghe da 24 0.27 PREVISIONI DEL TEMPO Meteo

/ Bad Boys 2

/ Fantozzi alla riscossa Settimo capitolo della saga fantozziana. Anche se di minor impatto comico rispetto al precedente ,“Fantozzi va in pensione” del 1988, il film, diretto da Neri Parenti, vede per la prima volta l’inetto protagonista alle prese con la ricerca di un “riscatto”per le “sfortune” di una vita. Ciononostante, il ragionier Fantozzi non smette di essere vittima di scherzi a catena legati alla sua vita personale e... professionale.

Rete 4 21,10

Italia 1 21,10

11.25 TELEFILM Una mamma per amica 12.25 NOTIZIARIO Studio Aperto - Meteo 13.00 NOTIZIARIO SPORTIVO Studio Sport 13.40 PRIMA TV CARTONI ANIMATI Detective Conan 14.10 CARTONI I Simpson 15.00 TELEFILM How I Met Your Mother 15.30 TELEFILM Gossip Girl 16.20 TELEFILM The O.C. 17.10 TELEFILM Hannah Montana 18.05 SIT COM Love Bugs 18.30 NOTIZIARIO Studio Aperto - Meteo 19.00 NOTIZIARIO SPORTIVO Studio Sport 19.25 TF C.S.I. Miami 20.20 TELEFILM Standoff 21.10 FILM Bad Boys 2. Con Will Smith. 23.55 FILM Il segreto della montagna 1.55 RUBRICA SPORTIVA Poker1mania

11.30 NOTIZIARIO TG4 Meteo - Vie d’Italia notizie sul traffico 12.00 TELEFILM Wolff - Un poliziotto a Berlino 13.00 TELEFILM Distretto di Polizia 4 13.50 REAL TV Il tribunale di Forum - Anteprima 14.05 REAL TV Sessione pomeridiana: il tribunale di Forum 15.10 TELEFILM GSG9 Squadra d’Assalto 16.00 NEWS Riassunto: The Mentalist 16.15 SOAP OPERA Sentieri 16.45 FILM Il ritorno di Ringo 18.55 NOTIZ. TG4 - Meteo 19.35 SOAP OPERA Tempesta d’amore 20.30 TELEFILM Renegade 21.10 FILM Fantozzi alla riscossa 23.10 FILM Rimini Rimini Un anno dopo 0.55 NOTIZ. TG4 Night

11.25 TELEFILM Chiamata d’emergenza 12.30 TELEFILM Da un giorno all’altro. Con Annie Potts, Lorraine Toussaint 13.30 NOTIZIARIO TG La7 13.55 FILM Il terrore corre sul filo. Con Barbara Stanwyck, Burt Lancaster 16.05 DOCUMENTARIO Austin Stevens 17.00 TELEFILM L’ispettore Barnaby 19.00 TELEFILM Relic Hunter. Tia Carrere, Christien Anholt 20.00 NOTIZIARIO TG La7 20.30 ATTUALITÀ In Onda. Condotto da Luisella Costamagna e Luca Telese 21.10 TELEFILM Crossing Jordan. Con Jill Hennessy, Miguel Ferrer 23.40 TELEFILM In Plain Sight - Programma Protezione Testimoni. 0.35 NOTIZIARIO TG La7 0.50 TF NYPD Blue

PROGRAMMIDA NON PERDERE

TRAME DEI FILM Due agenti della narcotici, Mike Lowrey e Marcus Bennett sono sulle tracce di un trafficante che controlla il mercato dell’ecstasy a Miami. Le cose si complicano quando i due scoprono che fra gli agenti infiltrati nell’organizzazione c’è Syd, sorella di Marcus nonché fidanzata “segreta”di Mike... Seconda avventura all’insegna dell’adrenalina (dopo la pellicola dell’ormai “lontano”1995) per la coppia Will Smith e Martin Lawrence.

11.00 REAL TV Forum 13.00 NOTIZIARIO TG5 Meteo 5 13.40 SOAP OPERA Beautiful 14.10 SOAP OPERA CentoVetrine 14.45 FILM Inga Lindstrom - Il segreto di Svenaholm. Con Julia Bremermann, Patrick Rapold 16.20 TELEFILM Il Mammo 16.50 FILM Cuori selvaggi. Con Richard Thomas. 18.50 GIOCO La Stangata 20.00 NOTIZIARIO TG5 Meteo 5 20.40 VARIETÀ Paperissima Sprint 21.20 FILM Che pasticcio, Bridget Jones! Con Renée Zellweger, Colin Firth. 23.40 NOTIZIARIO TG5 Numeri in chiaro 0.10 PRIMA TV TELEFILM Parenthood. Con Peter Krause, Lauren Graham 1.10 NOTIZ. TG5 - Meteo

/ L’acchiappadenti Derek Thompson, giocatore di hockey, si è “guadagnato”sul campo, a suon di denti saltati, il soprannome di “Fata del dentino”. Cinico e sempre ben disposto a infrangere i sogni dei più piccoli, Derek è ora deciso a rivelare alla bambina della sua attuale compagna, Carly, che le fate non esistono. La missione non viene portata a termine, ma, nel Mondo delle Fate, la cattiva intenzione non è passata inosservata...

Sky Cinema 1 21,10

Estate al Circo Massimo

 Correva l’anno

In questa nona puntata, condotta da Filippa Lagerback (nella foto), uno strampalato direttore di pista che dorme o si rovescia a terra, due buffi personaggi che si rincorrono, un mago che tenta di insegnare i trucchi alla conduttrice, nonnette che arrivano dagli Stati Uniti “improvvisamente”. Tra risate e scherzi, in pista vedremo sfilare, tra gli altri, la troupe bulgara Palazovi e il giocoliere spagnolo Rony Gomez.

Per il ciclo sulla Seconda Guerra Mondiale,“Correva L’anno” propone “Sicilia ’43: Operazione Husky”. Lo sbarco degli alleati in Sicilia del luglio 1943 dal nome in codice “Operazione Husky”, era definito l’attacco al “ventre molle della fortezza Europa”da Winston Churchill. Una pagina della storia mai completamente chiarita: sembra che i servizi segreti americani non avessero esitato a stringere un patto scellerato con la mafia.

Rai 3 21,05

 Passaggio a Nord Ovest In questa puntata visiteremo, insieme ad Alberto Angela, una delle più belle residenze patrizie del ‘600, Palazzo Chigi ad Ariccia, vicino Roma. Realizzato da Gian Lorenzo Bernini, palazzo Chigi è uno dei rarissimi casi di residenza barocca rimasta inalterata nei secoli, tanto che il regista Luchino Visconti lo scelse per il celebre film “Il Gattopardo”. A seguire “scopriremo” in Cina il ristorante più grande del mondo.

Rai 1 23,10

Rai 3 23,50


Martedì 23 agosto 2011

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SECONDO TEMPO

MONDO

WEB

LIBIA 2.0

Cade il regime torna la Rete opo oltre sei mesi di black out imposto dal regime di Muammar Gheddafi, la Libia ritrova la Rete. I primi spiragli di libertà sul Web risalgono alla notte tra domenica e lunedì, quando per circa due ore e mezza (ovvero dalle 2 alle 4.30 del mattino) alcuni abitanti di Tripoli sono riusciti a connettersi a Internet e a comunicare quello che stava succedendo in città postando messaggi su Facebook e Twitter. L’Adsl, stando alle testimonianze dei cittadini, ha funzionato a Tajoura (quartiere della periferia est della capitale libica) e nel centro. Alle cinque, però, le connessioni si sono nuovamente interrotte, per riprendere – questa volta in maniera leggermente più stabile – intorno alle nove di ieri mattina. Il ritorno della Rete, del resto, rappresenta il segno più evidente dell’ormai prossima caduta del regime del

D

SCF=Cinema Family SCC=Cinema Comedy SCM=Cinema Max

19.00 Codice Genesi SCM 19.05 Amore in linea SCP 19.15 Takers SC1 19.15 Star System SCH 19.20 Volere volare SCC 19.35 Il tesoro dei templari Ritorno al passato SCF 21.00 Bibi, piccola strega SCF 21.00 Non è un’altra stupida commedia americana SCC 21.00 Ragazzi miei SCP 21.00 Prima tv Ong Bak 2 SCM La nascita del dragone 21.10 Prima tv L’acchiappadenti SC1 21.10 La rivincita delle damigelle SCH 22.35 La valigia sul letto SCC 22.40 Star Trek IV Rotta verso la Terra SCM 22.45 Nine months SCH 22.50 I ragazzi di Timpelbach SCF 22.50 La Papessa SCP 23.00 Resident Evil: Afterlife SC1 0.25 Le finte bionde SCC

SP1=Sport 1 SP2=Sport 2 SP3=Sport 3

18.00 Calcio, Bundesliga 2011/2012 3a giornata Bayern Monaco - Amburgo (Rep.) SP1 18.00 Calcio, UEFA Champions League 2011/2012 Playoff, andata Odense - Villareal (Replica) SP3 18.00 Beach volley, Campionato italiano 2011 Jesolo: finale maschile 3°/4° posto (R) SP2 19.00 Wrestling WWE Experience Episodio 8 SP2 20.00 Wrestling WWE Domestic Raw Episodio 9 SP2 20.45 Calcio, UEFA Champions League 2011/2012 Playoff, ritorno Villareal - Odense (Diretta) SP3 22.00 Rugby, Tri Nations 2011 Sud Africa - Nuova Zelanda (Sintesi) SP2 22.45 Calcio, UEFA Champions League 2011/2012 Playoff, ritorno Zurigo - Bayern Monaco (R) SP3 23.00 Beach volley, Campionato italiano 2011 Jesolo: finale maschile (Replica) SP2 0.45 Copa Sudamericana 2011 LDU Quito - Yaracuyanos (R) SP3

RADIO A “Radio3 Mondo” alta tensione tra Israele ed Egitto A Tripoli il regime di Muammar Gheddafi ha ormai le ore contate, ma questa è un’estate “calda”in tutto il Medio Oriente. Al confine tra Israele ed Egitto la tensione non accenna a calare. Dopo gli attentati di Eilat, che la scorsa settimana sono costati la vita a otto cittadini israeliani, dei quali due soldati, Gerusalemme ha reagito con una serie di raid nella Striscia di Gaza, in cui sono morti 14 palestinesi e Hamas ha dichiarato “finita”la tregua con lo Stato ebraico, durata due anni, mentre nella zona del Sinai sono morti tre soldati egiziani. Cosa che ha costretto Israele ad esprimere il proprio “rammarico”per la loro uccisione durante le operazioni militari sulla linea di confine. Intanto, al Cairo sono esplose le proteste contro lo Stato ebraico che hanno costretto il governo ad interim a richiamare in Egitto l’ambasciatore di Gerusalemme. Oggi su Radio3 Mondo, dalle 11.30, Stefano Trincia ne parlera’ con Filippo Landi, corrispondente della RAI da Gerusalemme.

Radiotre 11,30

Prima dell’ultimo ricovero e dello stop ordinato dai medici, il rocker di Zocca è tornato a parlare del suo futuro, questa volta forse in maniera definitiva. “Ho chiuso una strabiliante carriera da rockstar, dopo 30 anni di attività” ha detto il cantante sul suo profilo di Pierluigi G. Cardone Facebook, poi ha dato la notizia più importante, in terza persona: “Ora, Vasco Rossi, ha intenzione di diventare un autore e un social rocker”. Alla domanda su cosa realmente stia diventando durante questa sua è EPSON SOTTO ATTACCO IN COREA convalescenza 2.0, il Blasco ha risposto: RUBATI I DATI DI 350MILA CLIENTI “Sto cercando di ricucire i pezzi del mio Nome, indirizzo email, numero di telefono e personaggio, di riunire i personaggi dentro informazioni sugli acquisti fatti: sono solo di me”. alcuni dei dati di 350mila clienti Epson rubati dalla divisione sud coreana del colosso di Nagano. Ancora non si conosce la provenienza dell’attacco informatico, anche se il dito è già puntato contro la Cina, che già negli ultimi mesi si sarebbe resa protagonista di simili azioni. Non è stata confermata, invece, la notizia per cui tra le informazioni rubate ci sarebbero anche i numeri di carta di credito.

L’ultimo clippino di Vasco Rossi, il logo dell’azienda Epson, la home page del sito della Ltt e il simbolo di “Mi Piace” su Facebook (

LO SPORT

I FILM SC1= Cinema 1 SCH=Cinema Hits SCP=Cinema Passion

Colonnello, che a metà febbraio ha dichiarato fuori legge l’uso dei telefoni satellitari e degli Internet Service Provider (Isp). Da allora, non c’è stata più alcuna possibilità per il popolo libico di utilizzare il Web. In nessun modo. Tutto questo fino a ieri. Altro segnale della normalizzazione delle comunicazioni on-line, del resto, è il messaggio pubblicato sul sito della compagnia nazionale di telecomunicazioni, la Libyan Telecom and Technology, e rivolto ai rivoltosi: “Congratulazioni, Libia, per l’emancipazione dal regime del tiranno”. Questo dovrebbe significare solo una cosa: che la Ltt, ovvero l’unico service provider del Paese, sarebbe già nelle mani delle truppe ribelli. L’inizio della libertà, quindi, anche il Libia, così come accaduto anche in Egitto e Tunisia, passa da Internet.

è IL DIARIO “SOCIAL” DI VASCO IL ROCKER PARLA DEL SUO FUTURO IN TERZA PERSONA

IN GERMANIA VIETATO “MI PIACE” SU FB LO STOP PER ENTI PUBBLICI E IMPRESE

“Facebook viola le leggi sulla protezione dei dati personali in vigore in Germania e nell’Unione europea. E chi utilizza la funzione ‘Mi piace’ nelle sue pagine si rende altrettanto sanzionabile”. Così Thilo Weichert, garante della privacy del Land settentrionale tedesco dello Schleswig Holstein, ha proibito a enti pubblici e imprese private l’utilizzo dell’opzione “I like” e ha previsto pene particolarmente severe per chi non rispetta l’obbligo: si parla di ammende che possono arrivare fino a 50mila euro. Secondo il garante, la funzione “rende monitorabile da Facebook chi lo utilizza per ben due anni. Un circostanza – ha spiegato Thilo Weichert – di cui l’utente non viene affatto informato, come invece prevede il sistema tedesco di protezione dei dati. E non c’è alcuna possibilità di selezionare l’opzione senza venire identificato. I dati, inoltre, vengono raccolti negli Usa e cosa succede poi non è affatto chiaro”. La decisione del garante, però, ha immediatamente suscitato la dura reazione non solo da parte del popolo della Rete, ma anche degli amministratori regionali. Questi ultimi, del resto, utilizzano ogni funzione del social network per comunicare con l’elettorato. E mentre un sottosegretario ha sottolineato come anche Angela Merkel utilizzi Facebook, è FLAT A RISCHIO IN FRANCIA on-line c’è già il GLI OPERATORI STUDIANO LIMITAZIONI gruppo di protesta Internet 24 ore su 24 a prezzi tutto “Nessuna censura a sommato modici? In Francia rischia di Facebook in non essere più così. Secondo il sito è TWITTER, LUCI PER UTOYA Germania”. La specializzato Owni (che ha pubblicato un RICORDATE LE VITTIME DI BREIVIK polemica, a quanto documento della Federazione francese Un messaggio su Twitter, una luce pare, è appena agli Telecoms, che raggruppa gli operatori sulla cartina geografica. È inizi. Orange, SFR e Bouygues), infatti, gli l’iniziativa del sito operatori d’Oltralpe starebbero “light4utoya.net” per pensando a delle limitazioni in tal senso. commemorare le 69 vittime fatte La federazione, ad esempio, vorrebbe da Anders Behring Breivik a Utoya, isoletta vicino a proporre una sorta di differenziazione Oslo, alla fine del luglio scorso. nelle varie offerte, alcune delle quali Facile aderire all’idea: basta lasciare un messaggio su potrebbero essere limitate in futuro. Il Twitter con “Utoya” come “hashtag” (la parola chiave sito, inoltre, raccoglie la dichiarazione di del social network) e si accende virtualmente una luce un portavoce di Orange, che ha nel punto da cui arriva il messaggio. Il tutto su una confermato che “ci sono alcuni forfait ai cartina geografica online dei cinque continenti. In quali potrebbero essere messi dei limiti. poche ore, hanno aderito all’iniziativa centinaia di Non c’è motivo – ha detto – di pagare utenti del social network, la zona del globo più per quelli che consumano due giga se si illuminata è l’Europa, ma pian piano sono comparse ha bisogno solo di 200 mega”. Il luci in ogni dove, anche nei luoghi più remoti del globo. portavoce, inoltre, ha preferito parlare di “segmentazione dell’offerta” con proposte “più modulate, forse più care ma con una banda più larga”.

feedbac$ k Commenti all’articolo “Portofino, l’enclave dei ricchi dove il silenzio è sacro” di Lorenzo Galeazzi su IlFattoQuotidiano.it è ECCO, nel periodo estivo sguinzaglierei la finanza in tutti i porti d’Italia. Sai quanti soldi buoni per la finanziaria ci si farebbe? Sarebbe una buona partenza. kikko71bo è VI SIETE mai chiesti chi legifera in Italia? Il Parlamento oppure i proprietari delle barche, questa gente ci considera un popolo di deficienti, se mi interessa sapere il nome e anche il cognome del proprietario di una barca basta legiferare nel merito, se non è registrata, e adeguatamente tassata basta confiscarla e dietro quella barca scopriremo che non c’è scritto Nautilus ma D’Alema, Casini, Berlusconi e molti altri politici. Quali compiti sono affidati alle capitanerie di porto? Come direbbe Crozza: “Hue, siam mica qua a lucidar le bitte”. gaetano444 è E I FINANZIERI passano intere giornate davanti a piccoli negozi per recuperare 20 centesimi. Ma i ricchi non li controlla mai nessuno? Ah già, controllo a campione. nicot è PIÙ CHE in galera li manderei in miniera e lancio una proposta per questi “poveretti”: facciamo una colletta e aiutiamoli a dovere. Comunque, scherzi a parte, leggi di qua leggi di là il popolo bue è sempre più incazzato con chi da sempre evade il fisco, mi sa che a breve arriveranno gli indignados italiani. cecilia78 è IL CARBURANTE a metà prezzo per gli evasori è un sputo in faccia a chi lavora. Deve essere abolito o ridotto a un unico distributore in tutta Italia, piantonato da agenti del fisco e della finanza. Gli altri, cinesi, russi, americani, inglesi con yacht da 30, 40, anche 150 metri pagati anche 30/40/200 milioni di euro? Ma che problema volete possano avere a pagare 5/10mila litri di gasolio allo stesso prezzo dei comuni mortali? Non piace? Beh, allora possono sempre remare. Forrest Gump è PER QUESTI che non vogliono pagare neanche un centesimo di euro di tasse dovute, anche se hanno imbarcazioni da centinaia di migliaia di euro e un pieno costa come 5 stipendi di un operaio che deve mantenere moglie e figlio a carico. Per questi strxxzi (è un eufemismo), noi poveracci dovremmo andare in pensione a 70 anni! E poi ditemi se non è il momento di fare la rivoluzione, quella vera! Dov’è la Guardia di Finanza? Perché non controlla, scheda e fa i riferimenti incrociati? bob1 è POVERA GENTE , lasciatela in pace durante le vacanze! Beccateli dopo! lor y


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Martedì 23 agosto 2011

SECONDO TEMPO

PIAZZA GRANDE Il suicidio morale dell’Italia di Roberta De Monticelli

alla Val di Susa alla Sicilia, dall’Altopiano a Pantelleria, dalle isole toscane al Salento il paesaggio naturale e il paesaggio storico della penisola sono sottoposti a dissipazioni, cementificazioni e sconvolgimenti artificiali che non solo hanno aumentato la loro scala e intensità negli ultimi vent’anni in modo esponenziale, ma vedono proprio ora un’accelerazione improvvisa, a dispetto di ogni crisi, come se ci fosse nell’aria un presagio di diluvio incombente e un’esplosione come di furia rabbiosa, una sinistra pulsione a rapinare tutto quello che si può, finché si è in tempo. Ho accennato a disastri di genere diverso: c’è l’opera di Stato, difesa dall’esercito contro la popolazione locale, senza che un solo argomento ragionevole, in mesi e mesi di polemica, sia stato avanzato dai suoi sostenitori bipartisan (e nonostante libri interi di argomenti contrari e relative cifre, economiche e gestionali oltre che ecologiche, siano inutilmente a disposizione del pubblico); ma ci sono anche le rapine multinazionali di quelli che vanno a trivellare a un costo ridicolo il Mediterraneo sotto Lampedusa, alla ricerca del petrolio, con i rischi enormi denunciati recentemente da Luca Zingaretti su Repubblica.

D

CI SONO gli scempi dei litorali, beni pubblici per eccellenza regalati dai comuni e dalle regioni ai privati e alle mafie, alcuni dei quali, ad esempio in Toscana, denunciati a più riprese da Salvatore Settis sulla stampa nazionale, come molti altri dalla Liguria alla Calabria lo sono quotidianamente da Ferruccio Sansa su questo giornale. In Toscana del resto Altiero Matteoli

dopo aver imposto, a prescindere dal tracciato successivo ancora da decidere, l’enorme cantiere del pezzetto dell’autostrada “Spaccamaremma” che sta sotto casa sua (a Cecina), si avvia nel silenzio generale a metter le mani dei lottizzatori su quel gioiello del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano che era l’isola di Capraia. Nel Lazio è appena stata approvata una normativa che permetterà di costruire trentacinque cosiddetti porti turistici nell’arco di un centinaio di chilometri, come fossero distributori di sigarette. MA LE MIGLIAIA e migliaia di stupri consumati in ogni angolo del Belpaese resteranno probabilmente ignoti ai più, come quello, criminoso, che prevede un immenso parcheggio dove erano solo erba e silenzio d’alta quota, in quel paesaggio di Marcesine di cui Meneghello scriveva – ne I piccoli maestri – che “Le forme vere della natura sono forme della coscienza”. “La nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni (…). Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi”. Così scriveva Albert Camus nei suoi Saggi letterari. È un tema profondo della riflessione di Camus, che viene dal suo studio della tradizione neoplatonica e dal suo amore per Simone Weil. Ma oggi la realtà fa riemergere l’idea di bellezza con la prepotente attualità delle catastrofi. Oggi e qui, in Italia, si sta consumando il più gigantesco crimine contro le anime che la nostra storia – tutta intera – ricordi. La distruzione della bellezza è un crimine senza pari, un crimine di cui in troppi siamo complici: con questa tesi, che ora cercherò di illustrare, vorrei rilanciare la riflessione aperta dal mirabile ar-

C’è pareggio e pareggio di Ugo Arrigo*

a nuova manovra di finanza pubblica, la terza in un mese e mezzo, migliorerà forse i conti pubblici ma peggiora le già deboli prospettive di crescita del Paese. Si tratta ancora una volta di una classica manovra contabile, fatta di provvedimenti eterogenei. È stupefacente quanto il ministero dell’Economia sia arrivato impreparato alla manovra estiva, dato che la sua necessità era ben nota ai tempi di quella dello scorso anno. Il 18 maggio 2010, alle vigilia della precedente manovra, scrivevamo su questo giornale: “La manovra servirà solo a stabilizzare il deficit mentre per stabilizzare anche il debito rispetto al Pil, arrestandone la crescita, occorrerà fare molto di più. Per ottenere questo obiettivo già nel 2010 servirebbe un deficit rispetto al Pil al 2,5% (...). In euro sarebbero altri 41 miliardi in più rispetto ai 25 di Tremonti, per un totale di 66”. Perché dunque

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non sono stati utilizzati i 14 mesi intercorsi per studiare qualcosa più originale e organico? La manovra ter di Tremonti è fatta di nuove tasse certe e di tagli che è tuttavia lecito dubitare si tradurranno in effettivi risparmi di spesa. I tagli ai trasferimenti a regioni ed enti locali, ad esempio, si trasformeranno in gran parte in aumenti di entrate delle medesime attraverso addizionali e ticket. Per Tremonti sono tagli ma per i contribuenti sono tasse. L’ACCORPAMENTO dei comuni piccoli è un’ottima decisione, ma occorrerà vedere come e quando sarà realizzata. L’abolizione delle province minori, invece, appare una soluzione debole rispetto all’accorpamento delle loro funzioni e amministrazioni alle rispettive regioni, provvedimento che avrebbe dovuto essere adottato quarant’anni fa, come allora sostenuto dai soli repubblicani di Ugo La Malfa. L’aumento delle tasse statali è

Il cinema e la realtà: una foto di scena del film “Làbas” (che significa “laggiù”) del regista Guido Lombardi, in concorso alla Settimana Internazionale della Critica al prossimo festival del Cinema di Venezia. Il film racconta la strage di immigrati avvenuta a Castel Volturno il 18 settembre 2008, quando la camorra durante un regolamento di conti uccise anche sei africani, che non erano coinvolti in nessuna attività criminale, generando una rivolta nella comunità immigrata.

ticolo di Roberto Gramiccia, “Bellezza e rivoluzione: il mondo ha bisogno di entrambe” (Liberazione, 24/07/11). Oltre a Camus, Gramiccia cita James Hillmann, che in due opere recentemente tradotte, La politica della bellezza e La risposta estetica come azione politica, coglie a distanza di sessant’anni la stessa idea – il nesso fra bellezza e rivoluzione, postulato da entrambi. “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei” scriveva Camus. Gli fa eco Hillmann: “Se i popoli si accorgessero del loro bisogno di bellezza, scoppierebbe la rivoluzione”. Eppure quando si parla di rivoluzione non si centra a mio avviso il cuore della tragedia che stiamo vivendo,

(FOTO ANSA)

Albert Camus (FOTO LAPRESSE)

C’è il Tav di Stato difeso dall’esercito E ci sono gli scempi dei litorali, i porti turistici, i parcheggi d’alta quota... La distruzione della bellezza è il peggior crimine che si può commettere ai danni di un popolo La manovra di Tremonti salverà forse i conti, ma non certo il Paese: non c’è alcun intervento sui problemi strutturali mentre le misure per fare cassa freneranno la crescita ora progressivo mentre nella prima manovra era prevalentemente regressivo. Ambedue sono sbagliati. L’assurda tassa sui dossier titoli, introdotta nella prima tappa, penalizza il risparmio soprattutto dei più poveri e dei più giovani ed è di dubbia costituzionalità, dato che essere titolari di un dossier titoli non è di per sé manifestazione né di reddito né di ricchezza, e quindi di capacità contributiva, dipendendo essa solo da quanto c’è dentro. Per non parlare del taglio orizzontale alle detrazioni fiscali, le principali delle quali riguardano il lavoro dipendente, che non evade, e i figli a carico. Ora si introduce il contributo di

che è anche la ragione per affermare che viene commesso un crimine senza pari, o forse paragonabile a quello degli istigatori di quegli spaventosi suicidi di massa cui la storia dell’Occidente ha assistito al tempo delle rapine coloniali. La distruzione della bellezza è come un suicidio di massa delle nostre anime. E i morti non fanno una rivoluzione: né politica, né tanto meno interiore. La rivoluzione cui ci invitava Camus è un’interiore rinnovata guerra di Troia, per liberare la bellezza – Elena che ne è simbolo. “Il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci… Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, porre limiti al mondo e all’uomo”. Guai a leggere in questa metafora un

solidarietà del 5 e del 10 per cento per i redditi molto elevati. Tuttavia coloro che dichiarano tali imponibili, oltre a essere un numero molto limitato di contribuenti, lo fanno probabilmente perché non possono o non vogliono evadere. Non sembra molto equo tassarli sino al 55% dell’imponibile, valore che si ottiene sommando l’aliquota massima Irpef, le relative addizionali e il nuovo contributo, quando per la gran parte di coloro che hanno un reddito eguale resta invariata la libertà di evadere e di eludere. In barba ad Aristotele che, un paio di millenni prima di Giulio Tremonti, spiegava che bisogna trattare (e quindi anche tassare) in maniera simile i casi simili e in maniera diversa, e proporzionale, i casi diversi, il ministro dell’Economia fa l’opposto: i nostri risparmi sono tassati di più se li mettiamo in un dossier titoli e, da questa nuova manovra, anche se li allochiamo in obbligazioni di emittenti private rispetto ai titoli che emette lui (il 20%

atteggiamento estetizzante. C’è veramente il cuore del pensiero greco, invece: la bellezza, cioè l’ordine del cosmo, è la forma visibile della giustizia. CAMUS ci chiedeva di non relegare la giustizia nelle mani degli ideologi, o anche soltanto dei filosofi politici, per non parlare dei politici di mestiere, dei capipartito o dei sindacalisti. Tutte queste persone vedono solo alcuni aspetti della giustizia. Non ne vedono il fondo, cioè il valore che la giustizia è, come esatta misura del dovuto a ogni essere: il rispetto agli umani, il respiro ai viventi, la pietà alla memoria dei padri e alla loro eredità, la custodia ai beni comuni, la difesa ai paesag-

del rendimento rispetto al 12,5%). La mancanza di equità e le distorsioni introdotte con i provvedimenti fiscali delle manovre fanno da pendant alle conseguenze negative derivanti dalla maggiore pressione fiscale: si può stimare circa un punto e mezzo di pressione fiscale aggiuntiva se rapportiamo il gettito atteso al Pil nominale, sommerso incluso, e quasi due punti se lo rapportiamo al solo Pil emerso. Nella seconda ipotesi la pressione fiscale salirebbe sin quasi al 56%, battendo di diversi punti anche i paesi scandinavi a più alto peso dello stato nell’economia e senza ovviamente che lo stato ci dia lo stesso livello di welfare. MA IL PROBLEMA più grosso è l’equivoco in cui sembra essere incorso Tremonti: egli intende il risanamento pubblico esclusivamente come risanamento del bilancio dello stato (il pareggio, anticipato al 2013). È un approccio sbagliato: non bisogna risanare il bilancio bensì risanare il settore pubblico del quale il bilancio si limita a rappresentare i flussi finanziari. Risanare il settore pubblico richiede di modificarne profondamente perimetro, struttura, funzioni e modalità di funzionamento. Se lo si fa, attraverso riforme e non attraverso manovre, si ottiene come corollario

gi storici, che sono il nostro stesso volto, la nostra identità culturale e spirituale. “Quando la giustizia perisce, non ha più alcun valore l’esistenza degli uomini sulla terra” – scriveva Kant. Ma la bellezza è lo splendore di ciò che è prezioso, è l’essenza del valore che si fa visibile. Ecco: come possiamo sentire, percepire che la nostra esistenza non ha più valore se abbiamo ucciso in noi il sentimento della bellezza, se non soffriamo più di fronte alla sua distruzione? Per questo quella cui stiamo assistendo è la tragedia del suicidio morale di una nazione. Per questo tutti gli istigatori di questo suicidio stanno commettendo un crimine senza pari.

anche un risanamento durevole del bilancio. È invece possibile ‘risanare’ solo il bilancio cercando, come fa Tremonti, di lasciare invariato il settore pubblico ma in tal modo non si porta a casa un risanamento durevole e i mercati finanziari ne sono consapevoli. Fare serie riforme richiede tuttavia di scegliere un preciso modello di Stato: quello liberale classico, che aveva per obiettivo solo di garantire le regole della competizione tra gli attori e l’equità del gioco? O quello socialdemocratico nord europeo che, senza rinunciare all’obiettivo precedente, voleva garantire che tutti avessero un risultato minimo, in grado di garantire la soddisfazione di bisogni fondamentali? Possiamo ancora permetterci il modello consociativo, nel quale il governo era chiamato a garantire i risultati economici di tutti, trasferendo i relativi costi alle generazioni future? Oppure il modello corporativo nel quale il governo protegge le categorie che lo votano facendo ricadere i costi sulle altre? È evidente che gli ultimi due modelli, tra i quali hanno oscillato entrambe le nostre due repubbliche, non possiamo più permetterceli. Ma non è facendo manovre che ne veniamo fuori. *Professore di Finanza pubblica alla Bicocca di Milano


Martedì 23 agosto 2011

pagina 19

SECONDO TEMPO

BOX

MAIL L’extraterrestre con la ricevuta fiscale

A DOMANDA RISPONDO LASCIATE CHE GLI ELETTORI VENGANO A ME

Furio Colombo

7

Il 20 agosto sono rientrato dalle vacanze meravigliosamente trascorse a Gabicce Mare. Una settimana di relax e famiglia dopo un duro anno di lavoro per mia moglie e un anno di calvario al lavoro per me: cassa integrazione a lunga intermittenza. Arrivato a pagare il conto ho chiesto la ricevuta fiscale al proprietario-gestore che non ha battuto ciglio e me l’ha immediatamente consegnata. Sono rimasto stupito da due fattori e incuriosito da un altro: primo, da quando leggo il Fatto ho cambiato atteggiamento consapevole dell’importanza dei nostri gesti quotidiani: pretendo ricevute fiscali da tutti, anche a discapito di qualche sconto che di certo non mi scomoderebbe. Secondo, gli altri ospiti che mi hanno visto con la ricevuta mi hanno fatto tutti la stessa domanda: se avevo chiesto lo sconto in cambio di un pagamento cash e sotto banco e se la ricevuta era una punizione inflitta all’albergatore per avermi negato lo sconto stesso.

aro Furio Colombo, le scrivo per avere un suo pensiero su una comunicazione che ho trovato nella buca delle lettere, due buste, una intestata a me, una a mia moglie. Il testo annunciava la nostra iscrizione, con tanto di tessera, al partito di Casini, ed era firmato “On. Lorenzo Cesa”. Io ho la tessera n. 68026, mia moglie la tessera n. 110320. Noi non abbiamo mai fatto richiesta di queste tessere. Che cosa mi consiglia? Stefano

C

CONSIGLIO a Stefano (che nella

mail ha dato tutte le indicazioni sul suo nome completo e recapito) e alla signora di restituire, con una riga di ringraziamento per il pensiero, le due tessere che nessuno ha richiesto, facendo appunto notare che nessuno aveva espresso tale desiderio. Mi tocca di dire che lettere e tessere Udc non richieste, come quelle di cui parla Stefano, sono giunte a molti lettori del Fatto Quotidiano e tutti ci hanno scritto per esprimere la loro meraviglia. Farei due ipotesi. La prima è che sia in vista un

congresso di partito in cui è importante, per una parte o per l’altra, far valere il numero delle tessere disponibili. Devo dire che il partito di Casini è piuttosto unito e non vedo quale parte userebbe il vecchio marchingegno politico contro l’altra. Resta la seconda ipotesi: grande mobilitazione in vista di elezioni che – ormai lo dicono in tanti – non possono essere lontane. D’altra parte la bufera economica che sta travolgendo, insieme a quasi tutto il mondo, l’Italia, rende più ardua la decisione, altrimenti inevitabile e desiderabile, di una corsa immediata al voto. E intanto continua a giacere irrisolto il problema della legge elettorale, che richiede un cambiamento d’urgenza, altrimenti votare è inutile. Insomma le lettere Cesa-Casini ci danno notizie, ma di che cosa? Posso formulare un desiderio. Che Cesa o Casini vedano questa lettera (teniamo a disposizione le altre) e gentilmente ci facciano avere una spiegazione. Senza la tessera, grazie. Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Valadier n. 42 lettere@ilfattoquotidiano.it

Mauro Benucci

L’elicottero del ministro Michela Brambilla Avendo una seconda casa a Olginate non posso che solidarizzare con il Fatto Quotidiano. E valga il vero. Olginate fa capo alla stazione ferroviaria di Calolziocorte. Una stazione fantasma mai utilizzata dalla Brambilla che si sposta regolarmente in elicottero a nostre spese. Sembra ci siano stati i bombardamenti. Intorna alla stazione c’è terra bruciata. Un albergo abbandonato, un deposito biciclette in rovina e altri edifici semidistrutti. Manca praticamente tutto. La biglietteria è aperta sino alle 12,30. Dopo, ti arrangi sul treno. Sembra la stazione di Piovarolo, quella di Totò e Tina Pica. Il bar non vende biglietti del tre-

no. Ora, caro ministro Brambilla, senza l’elicottero ti tocca, con i tacchi, fare la pendolare fino a Milano: 53 minuti, cambio per Linate MM1, JumboBus 73 per 20 minuti. È il turismo, bellezza e il ritmo è slow come quello di Carlo Petrini. Malvolio

Ce la meritiamo questa classe politica A leggere le dichiarazioni dei vari politici intervistati dai giornali e telegiornali, si ha la netta sensazione di parlare di fantascienza. La ministra Meloni dice che bisogna affrontare il tabù dell’innalzamento dell’età pensionabile, dimenticando le decine di suoi col-

LA VIGNETTA

leghi parlamentari che con meno di 50 anni d’età, beccano un assegno che noi lavoratori dipendenti non ci possiamo sognare nemmeno con 80 anni di contributi. Mancava la dichiarazione di Confindustria che da un lato per risolvere le crisi aziendali si è servita a man bassa dei prepensionamenti e oggi tira fuori dal cilindro pure lei l’innalzamento dell’età pensionabile. Io parto da un dato inequivocabile: in questo paese il 46% della ricchezza nazionale è detenuto dal 10% della popolazione. Nonostante questo solo meno dell’1% dichiara più di 200.000 euro di reddito che, sommati a chi ne dichiara più di 90.000, sono in tutto poco più di 500.000 contribuenti. Tutto questo in un paese normale provocherebbe un terremoto, in Italia purtroppo no. E allora vuol dire che noi italiani abbiamo ciò che ci meritiamo, compresa la classe politica. Luciano

La permalosità, il virus dei politici Ci deve essere un virus che alla parola “giornale” (e derivati) provoca forti irritazioni, giramenti di testa, vampate di calore e perdita della memoria. L’unico rimedio efficace finora accertato: la galera. Se però il virus non fosse la causa delle recenti uscite (di testa) di Bersani, della Brambilla e di Bossi, solo per citarne alcuni, sarei seriamente preoccupato. Cominciamo da Bossi. I sintomi ci sono tutti: forti irritazioni

(di chi lo sente parlare), giramenti (quelli ci sono, ma non di testa), vampate di calore (ecco giustificata la canottiera) e perdita della memoria (cambia opinione come se niente fosse). Il virus sabato sera si è completamente impossessato del leader del carroccio e gli ha fatto dire cose che sicuramente non era sua intenzione dire: i giornalisti “rompono le palle”, sono “delinquenti”, “bisogna che impariamo come un tempo a dare dei grandi passamano a quei delinquenti” (Maroni si è già offerto di azzannare un po’ di caviglie), “i giornalisti vanno riportati sulla giusta strada, altrimenti vadano a fare i muratori” e infine “brutti stronzi”. Quando si tratta di insultare, i politici in generale, non si fanno scrupoli ma appena vengono criticati, non insultati, diventano improvvisamente permalosi e suscettibili. Come Bersani che chiama in causa la macchina del fango, facendo credere che non esistono colpevoli, ma solo vittime del giornalismo o come la Brambilla, anche lei colpita dal virus, che ha fatto causa al Fatto per un articolo in cui vengono usate frasi o parole ritenute insinuanti, come l’uso delle virgolette tra la parola “esperti”. In pratica i giornalisti possono essere definiti stronzi, delinquenti, gente da picchiare ma guai a loro se fanno un uso illecito delle virgolette. Ivan

La Borsa, il pilastro fragile del mondo Una volta i ladri intimavano

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IL FATTO di ieri23 agosto 1923 “A quel prete dategli delle bastonate di stile. E se il questore e il prefetto vi rompono i coglioni, io scrivo a Roma”. Italo Balbo, ras ferrarese, ha fretta di liquidare quel sacerdote ribelle, parroco e fondatore degli scout di Argenta, che si era opposto all’ingresso dei giovani cattolici nelle file dei Balilla, e aveva rifiutato il ruolo di cappellano della Milizia. E così, in una lettera a Tommaso Beltrami, Segretario del Fascio di Ferrara, detta la linea per l’aggressione a Don Minzoni. È la notte del 23 agosto 1923, quando due killer, sbucati nel buio, eseguono gli ordini. Una randellata secca al cranio, il tempo di trascinarsi sanguinante fino alla porta della canonica e di stramazzare al suolo, ucciso dagli squadristi, ben protetti dall’organizzazione fascista. Per i due bravacci, rifugiatisi nella casa del capo dei fascisti di Argenta, è missione compiuta. Tra lo sgomento dei giovani Esploratori argentani, il delitto del “Matteotti cattolico”, finito col solito processo farsa, verrà rapidamente archiviato come “gesto violento di fanatici locali” dalle gerarchie della Chiesa. Pronte a ignorare, in omaggio ai rapporti di buon vicinato con l’ormai dominante fascismo, mandanti e movente. Giovanna Gabrielli

“O la borsa o la vita!” oggi, invece, personaggi in cravatta, con fare distinto ed erre moscia in bocca, chiedono la vita in cambio della “Borsa”: complimenti a buona parte dell’umanità per tale fondamentale passo verso un futuro di sacrifici e di miseria, visto e considerato che ormai la “Borsa” è stata eretta a pilastro portante dell’Economia del Pianeta, e quindi dei destini di chi su di esso vive, avendole fatto prendere il posto che da sempre era stato occupato dal lavoro, dalle competenze e dai sacrifici di milioni di persone che operavano nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, negli uffici. Confesso di essere assolutamente ignorante in materia di … giochi di Borsa; l’unica cosa che ho perfettamente capito è che tale infernale marchingegno finanziario è ormai organizzato in maniera tale che alcuni pochi, con estrema rapidità, riescono legittimamente a fregare i molti, per cui i molti con estrema rapidità si ritrovano in mezzo alla strada alla mercé dei personaggi in cravatta e fare distinto che, con l’erre moscia in bocca, chiedono loro la vita in cambio di una risalita della “Borsa”: che belle giornate stanno passando i pochi mentre i molti intorno al mondo hanno a che fare con la fame e la miseria. Comunque non bisogna preoccuparsi. Ci sarà sempre qualcuno che con l’erre moscia in bocca inviterà a essere fiduciosi: male che vada basterà chiamarli “diversamente ricchi” e tutti saranno e saremo con la coscienza a posto. Edoardo Santilli

I bambini e la parola, investimento per il futuro A parte i casi di studenti demotivati o psicologicamente sofferenti, nella mia esperienza di insegnante ho riscontrato che gli studenti che incappano in molte insufficienze, indipendentemente dalla materia, sono spesso accomunati da una precaria padronanza del linguaggio, parlato prima ancora che scritto, ovvero da un vocabolario ristretto, da una sintassi elementare e confusa e, più in generale, da un’inibizione all’espressione linguistica. Questo dato mi sembra confermato dalla considerazione elementare che la lingua è lo strumento di base per lo studio di qualsiasi disciplina. Sono persuaso che il ritardo linguistico di base sia recuperabile assai poco, a volte per niente, non solo alle superiori, ma anche già alle medie inferiori e perfino alle elementari. Per questo ritengo che l’intervento più efficace, per non dire l’unico efficace, per ridurre il gap tra studenti avvantaggiati e svantaggiati debba avvenire in età prescolare, tanto prima tanto meglio, facendo in modo che i bambini ascoltino più e migliori parole e discorsi, cioè parlandogli e parlandoci; e leggendogli e, a poco a poco, facendoli leggere più fiabe e racconti. A maggior ragione in questa fase storica in cui la lettura di fiabe o racconti è sempre più massicciamente sostituita dalla televisione, dai dvd e dai videogames. Saverio Mario Tasso

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Il Fatto Quotidiano 23 Agosto 2011  

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