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Nei Mari di Taranto

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Giacinto Peluso

Nei Mari di Taranto

Passeggiata tra le risorse del nostro mare: tradizioni, aneddoti, miti, ricordi, ricette, aspetti naturalistici.

Fondazione Ammiraglio Michelagnoli Onlus


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Molluschi


Sarago maggiore - Marco Musanti


Molluschi I Molluschi sono animali a simmetria bilaterale. Il corpo molle è costituito da un capo, un mantello e un piede; la conchiglia, che può anche mancare, è costituita prevalentemente da carbonato di calcio ed è secreta dal mantello. I Molluschi sono divisi in diverse branche, legate tutte evolutivamente ai Molluschi Poliplacofori che sono i più antichi, provvisti di conchiglia piatta sul dorso divisa in sezioni; fra questi si annovera il Chiton presente in quantità, insieme alle più note Patedde, sui nostri scogli battuti dalle onde e dalla marea. Molti Molluschi si sono specializzati nel costruire una conchiglia protettiva dando origine al gruppo dei Molluschi Gasteropodi, fra i quali i nostri Queccele e Patedde; altri Molluschi hanno diviso la conchiglia in due sezioni dando vita al gruppo dei Molluschi Bivalvi Lamellibranchi, quali le Cozze e Paricelle; altri, invece, hanno perso quasi del tutto la conchiglia, dando vita al gruppo dei Molluschi Cefalopodi come le Secce e Seccetedde. È da rilevare che i Molluschi Cefalopodi sono gli animali invertebrati più “intelligenti”; fra questi, in particolare, i Polpi e i Calamari che, avendo perso il peso protettivo della conchiglia, hanno potuto assumere dimensioni rilevanti, fino a pesare diversi quintali, come nel caso dei Calamari giganti abissali non presenti nei nostri mari. La loro presunta intelligenza o quanto meno la loro capacità di affrontare il mondo esterno è molto evidente nei Polpi che sono notoriamente in grado di aprire contenitori e di mimetizzarsi assumendo colori e posizioni straordinari. Nella economia mondiale l’allevamento dei Molluschi, specie di quelli Bivalvi, ha un peso assai ragguardevole. A Taranto, peraltro, è notevole anche la letteratura legata all’allevamento delle cozze che recentemente si è arricchita della pubblicazione di studi retrospettivi sull’amministrazione del Mar Piccolo per la concessione di appezzamenti di mare per l’allevamento delle cozze e delle ostriche.

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Pierre Wuilleumier, Taranto: dalle origini alla conquista romana, Taranto 1987 (1a ediz.: 1939), p. 218. PESCI E MITILI DEI MARI DI TARANTO I due mari fornivano a una gran parte della popolazione una pesca miracolosa. Il Mar Piccolo soprattutto, immensa rete dalla stretta apertura, attira e trattiene, dicono, novantatré specie di pesci, tra i quali si riconosce, sulle monete antiche, il tonno, l’octopus vulgaris, il labrace e il serranus gigas, mentre l’apriclus è giudicato da Ennio il primo del mondo. Esso permette pure la riproduzione dei crostacei e soprattutto dei mitili: la coltura delle telline è ancora fiorente; Marrone ricorda le ostriche di Taranto; il pettine, vantato da Orazio e spesso rappresentato sulle monete (...) sia il tritonium nodiferum, sia piuttosto il famoso murex brandaris, donde si ricavava la porpora. I vasi della regione tarentina rappresentano un’abbondante fauna marina, nella quale si distinguono pesci liscati (persico, sargo, triglia, labro, muggino, scorfano, rana) o cartilaginei (scillio, torpedine, razza), molluschi (polpo, seppia, calamaro), crostacei e mitili”.

Nei mari di Taranto sono segnalate le seguenti specie: Oscre Ostrica Ostrea edulis Furne

Pettine

Cozze de San Giacheme Pettine di San Giacomo Cozza gnachele Pettine Cozza gnore Cozza nera Cozza pelose 36

Cozza pelosa Giacinto Peluso

Lima inflata Pecten jacobaeus Pecten glabro e Pecten varius Mytilus galloprovincialis Modiolus barbatus


Molluschi Lamellibranchi Molluschi Lamellibranchi (da 8.000 a 10.000 specie viventi ed altrettante fossili) sono così chiamati perché hanno le branchie fatte a foglietti gemelli. Sono formati da due valve parzialmente riunite da una robusta cerniera elastica e sono privi di capo distinto. Sono tutti acquatici, in grande maggioranza marini, a sessi separati od ermafroditi, ovipari. Hanno corpo bilaterale, compresso ai lati, avvolto in un mantello che secerne un guscio calcareo - conchiglia bivalve - alla cui superficie interna l’animale aderisce fortemente, e che talvolta si prolunga in uno o più tubi - sifoni - che possono essere spinti fuori dalla conchiglia e che servono per la respirazione e per l’introduzione dell’acqua.

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Regolamenti contenuti nel Libro Russo del XV secolo sulla pesca nei mari di Taranto ed Istruzioni dette Codronchi del 1743, Taranto, Latronico, 1877. ISTRUZIONI CODRONCHI 1743 TERZO - DEI FERRI DI OSTRICHE Li ferri da pescare ostriche ne’ tempi permessi e non vietati, dovranno essere della lunghezza di palmi 5 e non più, nel ferro chiamato Marro, ch’è quello che rade il fondo del mare; tutto l’intiero ferro dovrà essere del peso di rotola 10 e non più, e tutti li ferri dovranno essere marcati con l’impronta della Regia Dogana; e gli Ufficiali, che formano il Corpo Doganale e la Suddelegazione dei Mari, dovranno farli marcare alla loro presenza dopo che l’avranno riconosciuti, pesati e trovati della qualità e peso come sopra. Ed ebbenché la detta pesca delle ostriche debba cominciare dal dì 13 dicembre sino al susseguente sabato santo di ciascun anno, pure ad effetto che si possa di tal frutto provvedere la Capitale per la vigilia del Santo Natale, si potrà permettere dagli Ufficiali della Dogana suddelegata a num. 15, o 16 Barche di cominciare la detta pesca dal dì 5 dicembre di ciascun anno. Ed a scanso di gelosia, e per non usar parzialità in pregiudizio degli altri pescatori di tal frutto, la scelta delle dette 15 o 16 barche si farà a sorte, mettendo in un’urna i nomi di tutti quelli che si ascrivono a tale pesca, indi estraendone il sopradetto numero, si darà ad essi scelti dalla sorte il biglietto iscritto dalla Regia Dogana, affinché altri non vadano alla detta preventiva pesca, imponendoli la sopra solita stabilita pena. (...)

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Solen ensis

Dattere de mare Dattero di mare

Lithophaga lithophaga

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Javatone Arca di Noè Arca noae Noce scarpare Piè d’asino Glycymeris glycymeris Noce Tartufo di mare Venus verrucosa Oscre (Ostrica) - L. Lasaponara

Noce rizze Cuore tubercolato Cardium

tuberculatum

Leccamuse

Cuore aculeato

Cardium aculeatum

Fasulare

Cappa liscia

Callista chione

Noce reale

Cuore edule

Cardium edule

Cacasanghe Venericardia

Venericardia antiquata

Vongole

Vongola verace

Tapes decussata

Vongole

Arsella

Venus gallina

Ramarie de lune

Madia bianca

Mactra corallina

Scognadiente

Calcinello

Donax trunculus

Cuquigghie

Vongola aurea

Venerupis decussata

Cannelicchie

Cannolicchio

Solen vagina e

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I Citri I “citri” sono sorgenti sottomarine d’acqua dolce presenti in gran numero nel Mar Piccolo e, in alcuni casi, nel Mar Grande. Sui “citri” v. P.Parenzan, Il Mar Piccolo di Taranto, Taranto 1984, pp. 27-34, nonché M.Pastore, Mar Piccolo, Taranto 1993, p. 10. Una raccolta di testimonianze sui “citri” è anche in F.Caffio, Letture sul Mar Piccolo di Taranto, Taranto 2001, p. 55. Lo stesso Giacinto Peluso si era cimentato con il tema in un articolo pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 13 dicembre 1987 che qui si riporta: “Ivi dolce onda, oh meraviglia ! sbocca / Tra ‘1 salso umor, in cui sarà nutrito / L’eletto seme, e quanto più lo tocca / L’alma sorgiva...”. Con questi versi che il Carducci ha tradotto da quelli latini scritti nei 1771 dal d’Aquino è esposto con quel “dolce onda” in “salso umor”, il fenomeno dei citri, cioè una sorgente di acqua dolce in mezzo al mare. Nel commento che il Carducci fa ai versi del d’Aquino, si legge che oltre al largo contributo di acque dolci che al Mar Piccolo danno i fiumi Galeso, Rasca e Cervaro “undici altre vive sorgenti scaturiscono e scorrono” Ed è certo per questa caratteristica che intorno a queste sorgenti “pascolano i pesci, onde più che altrove vi ingrassano e acquistano un migliore sapore”. (…). In uno studio del 1957, il professore Mario De Stefano scriveva tra l’altro: “Un altro interessante fenomeno avente medesimi rapporti genetici col fenomeno carsico è dato dalle polle sottomarine che zampillano nel Mar Piccolo ove sono denominate volgarmente Citrezze e nel Mar Grande sono chiamate occhio o anello di San Cataldo”. Nel Mar Piccolo si trovano cinque di queste sorgenti di acqua dolce; tre nel bacino orientale e due in quello occidentale. Se il mare è tranquillo vediamo una piccola area circolare alquanto sollevata e gorgogliante dal centro della quale si irradia il movimento verso la periferia. Sono dunque delle vere sorgenti d’acqua dolce. Quello che ci meraviglia, ma non tanto considerando le trasformazioni naturali e i mezzi scientifici coi quali si può condurre oggi un’indagine, è il numero dei citri, parola di origine greca che, secondo il De Vincentis, significa “sorgente”, “rigagnolo”. Il Carducci parla di undici “vive sorgenti”; De Stefano di cinque e di ben quarantacinque quelle censite di recente nel Mar Piccolo in rapporto al progetto pilota messo a punto dal professore Cotecchia per lo sfruttamento di acqua potabile di provenienza marina. È anche vero che non tutte le sorgenti reperite saranno utilizzate proprio per non alterare quel delicato equilibrio stabilito dalla natura nel corso dei secoli. Per quanto concèrne il Mar Grande si parla di un solo citro “all’orlo del quale prendonsi. con la lenza eccellenti pesci e tra gli altri il dentice e gli scorpioni, volgarmente scorfani, ma di quei che rosseggiano in tutto il corpo” (Gagliardo). Ben noto a tutti i Tarantini, questo citro del Mar Grande, ben visibile dal corso Vittorio Emanuele II, è aureolato da una leggenda riportata con qualche variante. Si narra che San Cataldo, venendo a Taranto via mare, lasciò cadere il suo anello per una simbolica unione con la città. Altri dicono che l’anello cadde accidentalmente ma entrambe le versioni concordano col dire che nel punto in cui l’anello era caduto, scaturì una sorgente d’acqua dolce, la quale sparirà solo quando San Cataldo riuscirà a riprendere il suo anello. Intanto, all’epoca in cui vennero eseguiti i lavori per la costruzione della banchina frangiflutti per il nuovo porto mercantile, la sorgente scomparve provocando ingenui commenti nel popolino. Fortunatamente, da qualche anno, essa è tornata a gorgogliare a dimostrare che il matrimonio di San Cataldo con il mare è ancora valido e che certamente resterà tale nei secoli venire”.

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Irmece

Folade

Scatapuenzele Spondilo

Pholas dactylus Spondylus gaederopus

Brume

Teredine

Teredo navalis

Paricedde

Cozza pinna

Pinna nobilis

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decenni or sono allevata in quantità nel Mar Piccolo: l’Ostrica. Non è compito agevole condensare in poche righe la lunga storia dell’allevamento di questo frutto di mare le cui prime testimonianze risalgono all’antica Grecia; l’ostrica era infatti conosciuta Furne (Unghiello) - L. Lasaponara sin dai tempi di Omero e già qualche centinaio di anni prima della nascita di Cristo era allevata con intenti commerciali. Secondo una leggenda, uno dei più ricchi ed avari cavalieri romani, un certo Sergio Orata, impiantò a Brindisi l’allevamento delle ostriche diffondendole rapidamente e favorendone il consumo. Si racconta che, ai bei tempi di epici banchetti, l’imperatore romano Aulo Vitellio (15-69) ne avesse mangiate milleduecento in una sola cena. Con la decadenza di Brindisi, l’allevamento delle ostriche passò a Taranto con risultati ancora più apprezzabili grazie a quel bacino incomparabile che era il Mar Piccolo ove abbondava il plancton e l’acqua dolce dei diversi “citri”. Delle diverse specie di Ostriche a Taranto si trova l’Ostrea edulis nota anche come Ostrea tarentina per la località ove veniva allevata. Il nome italiano di questo mollusco è Ostrica e quelli dialettali pugliesi sono “Ostreca”, “Oscere”, “Oscre”. A Taranto, in dialetto è denominato Oscre. Parlare oggi dell’ostricoltura a Taranto ci allontanerebbe dalle caratteristiche di questa opera, ma non possiamo nascondere la nostra amarezza per la distruzione di un’attività che aveva reso Taranto famosa in Italia e all’estero e di un patrimonio che si tramandava di generazione in generazione in antiche famiglie tarentine concessionarie di un “pezzo” di Mar Piccolo per l’“allevamento delle ostriche”, di cui ora è rimasto solo il ricordo. L’Ostrica appartiene ai Molluschi Lamellibranchi, della famiglia degli Ostreoidea. Il corpo è protetto da una conchiglia bivalve irregolare, fuori 42

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Furne (Unghiello) - L. Lasaponara

Oscre

Parliamo di uno dei pi첫 rinomati prodotti del nostro mare, fino a pochi Nei Mari di Taranto

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Cozza gnachele (Cozza San Giacomo) - L. Lasaponara

Furne

Poiché non lo abbiamo trovato citato in un volume che si occupa esclusivamente degli animali commestibili dei mari d’Italia, piuttosto disorientati siamo giunti alla conclusione che gli autori di quell’interessante monografia non considerano commestibile il Mollusco di cui ci occupiamo. Noi, nella nostra lontana giovinezza, lo abbiamo mangiato anche crudo in una casetta posta in un vicolo della città vecchia, di quella città vecchia che ci portiamo nel cuore ancora più saldamente ora che è umiliata ed offesa. All’epoca, per tutto ciò che riguardava i prodotti del mare, era nostro padre che decideva e provvedeva, così come oggi - mutatis mutandis - decidiamo e provvediamo noi. Per inciso, aggiungiamo che molto spesso, quasi quotidianamente, qualcosa di mare appariva sulla modesta mensa familiare, specie nella buona stagione. Diciamo subito, allora, qual è il nome di questo Mollusco, che noi conosciamo ab origine, ovviamente in dialetto: ’u furne, al singolare e le furne al plurale. Parole che suscitano immediatamente l’immagine del forno, con le lingue di fuoco, quando i forni erano a legna e le pareti roventi. In effetti, stando a quanto ci ha tramandato il De Vincentiis, pare proprio che il nome di questo prodotto del nostro mare abbia attinenza con il forno perché il frutto del Mollusco “è rosseggiante come fiamma”. Monsignor Capecelatro(2) a proposito dei “Forni di mare” - come egli chiamava questi Molluschi - scriveva: “I di loro frutti tramandano un’odore soavissimo, e di 44

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scabrosa e oscura, dentro liscia e madreperlacea. Una delle due valve, la sinistra o inferiore, è leggermente convessa e contiene la parte commestibile, l’altra, un po’ più piccola, piatta e liscia, è unita alla prima da un legamento elastico che fa da cerniera. L’animale è tondeggiante con quattro branchie lamellari pieghettate. Le sue dimensioni oscillano da 7 a 12 centimetri di diametro (massimo 20 cm). Il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo nel “Libro Rosso” aveva fissato regole ferree in materia di mare e pesca e, a proposito delle ostriche, le regole erano tanto dettagliate da precisare perfino che “i ferri per pescare ostriche nei tempi permessi debbono avere la lunghezza di palmi 5 nel ferro denominato “mano” che è quello che rade il fondo del mare, e tutto del peso di rotoli 10, e tutti i ferri debbono essere marcati con l’impronta della Regia Dogana”(1). Rigidi anche i tempi concessi per la pesca delle ostriche, “dal 13 dicembre sino al successivo Sabato santo” e perché non si esaurisse il prodotto, si stabilivano per sorteggio le barche che potevano lavorare a turno una settimana ciascuna “perché si conservi e non si estirpi tutto in poche settimane”. Ma erano altri tempi e forse diversi gli uomini cui stavano a cuore le sorti della città.

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Augusto Semeraro, Spigolature sui mitili, Taranto 1948, p. 40. DELLA MANIERA DI APRIRE I MITILI I mitili si possono aprire - al pari delle ostriche - a freddo o a caldo, dopo averli lavati bene esternamente con acqua di mare ozonizzata o con acqua potabile pulita e fresca. Nel primo caso si strappi con forza il bisso (ciuffo sporgente dall’orlo, a metà quasi del mitilo) in modo che venga asportato, con i filamenti che compaiono all’esterno e con quelli che stanno dietro, la porzione di tessuto fibroso resistente, aderente alla glandola del bisso. Dopo si collochi il mitilo con le valvi aderenti una al pollice e l’altra all’indice e medio della mano sinistra, avendo cura di porre la parte più stretta in alto ed il legamento rivolto verso l’interno della mano. Si insinui - con leggera inclinazione dall’alto in basso - un coltello da punta e taglio nel vuoto scavato tra i gusci del bisso strappato e, con lieve movimento ondulatorio, lo si introduca nell’interno e si recida una delle aderenze muscolari. Si faccia poi leva con coltello e si sollevi uno dei gusci sino a provocarne il distacco. Desiderando preparare i mitili a metà guscio, l’operazione è finita, ma se voglionsi preparare senza i gusci bisogna ancora introdurre il coltello tra il guscio e il corpo dell’animale e staccare la seconda delle aderenze muscolari. Così il mitilo, stilante fresca e odorosa acqua marina, irrorato da qualche goccia di limone o di aceto, è pronto a soddisfare il palato del buongustaio, il quale resta quasi sempre invogliato a ripetere numerose volte la incruenta operazione della durata di pochi secondi a mitilo.(...).

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questi forse si servì Mosé allorché gli fu ordinato da Dio di comporre un Timiama per solo uso del Tabernacolo”. Scientificamente ’u furne è un M o l l u s c o Lamellibranco edule del mare i t a l i a n o appartenente alla famiglia Limoidea. Cozza gnora (Mitilo) - V. Messi Le varie specie sono: Lima lima, Lima hians e Lima inflata. Proprio quest’ultima specie si trova nei mari di Taranto. Il nome italiano è Unghiello o Onice. Quello dialettale, lo abbiamo detto, è Furne. Il Semeraro cita un Unghiello e un Onice, mentre molto tempo prima il De Vincentiis aveva scritto: “Alcuni l’hanno appellato ’unghiello’ ma il suo vero nome è “onica”, nome, quest’ultimo, che ovunque abbiamo cercato inutilmente. Abbiamo scoperto però che l’onice di Semeraro e l’onica di De Vincentiis derivano entrambi dal latino “onyx-ythos”, cioè “unghia”. A detta dei pescatori, le furne si insediano preferibilmente alla base del “limone de mare”(3). Gli Unghielli o Onici si pescano nelle stagioni favorevoli (primavera-estate) con ’a vranghe, una specie di rastrello munito di un’asta lunga. In periodo di abbondanza - ora dimenticata nei nostri mari - la pesca si faceva con ’u vrangone cu ’a mappe, cioè un rastrello più grosso munito di rete, con un’asta che poteva arrivare anche ad otto metri. Benché siano spariti dal mercato cittadino, ricordiamo che le furne si mangiano anche crudi, benché non siano particolarmente appetibili. Si preferiscono lessi, conditi al solito con olio, limone e prezzemolo. Qualche buongustaio - in tempi ormai lontani - li preferiva fritti cosparsi di pastetta, così come si fa per le cozze.

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marmoreo. Le dimensioni massime possono essere di 12-13 centimetri. Vive sui fondi molli dove si pesca specialmente nei mesi invernali con reti radenti ma anche direttamente con le mani. Le carni di questi pettinoidei, come quelle delle altre specie, sono di sapore delicato e gustoso, specie se consumate crude. La Pecten glabro, il cui nome italiano è Pettine liscio o glabro, ha il nome dialettale generico di Cozza San Giacomo. Ha la conchiglia sottile, le pieghe radiali piatte. Il colore è rosso cinabro con macchie e fasce bianche. La Pecten opercularis ha i nomi italiani di Canestrello, Pettine opercolare e quello generico dialettale di Cozze gnachele. La valva sinistra è leggermente più convessa della destra; ha 18-25 coste radiali convesse. È di colore rosso bruno scuro con macchie e linee irregolari ed è una specie diffusa su tutti i fondi sedimentari. La Pecten varius ha il nome italiano di Pettine vario e quelli dialettali pugliesi di “Cozze gnachele nere”, “Cozze San Giacheme nere”. I tarantini, indipendentemente dal colore, la chiamano genericamente, come tutte le altre specie, Cozza gnachele. Si tratta di un esemplare la cui colorazione è variabile: giallo, rosso, marrone o quasi nero con disegno ben definito. I Pettini, nella loro varietà, offrono uno spettacolo gradevole per la molteplicità dei colori e per la delicatezza del gusto, ma hanno anche l’inconveniente di sopravvivere poco fuori del mare per cui vanno consumati freschissimi.

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Cozza gnachele

Anche quelle che noi chiamiamo correntemente cozza gnachele o cozze gnagnachele appartengono ai Molluschi Lamellibranchi che, in gran parte, vivono infossati nella sabbia o nel fango, o fissati a corpi sommersi o sono perforatori di rocce; in particolare questi vivono adagiati sul fondo sabbioso e sfuggono a saltelli dai predatori soffiando l’acqua dal mantello con un movimento simile a quello delle nacchere. Il nome corrente in italiano, almeno a Taranto, è quello di Cozza San Giacomo, appellativo che spinge a trovare un rapporto tra il gustoso frutto e il santo. Si resta sorpresi nel constatare che i San Giacomo più importanti riportati dal calendario sono almeno otto, sparsi tra il primo e il sedicesimo secolo. Dopo una rapida scorsa alla vita di ciascuno di questi eletti, si scopre che il più rispondente è San Giacomo detto il Maggiore, fratello di Giovanni Evangelista, entrambi pescatori e discepoli di Gesù Cristo. I diversi testi agiografici, nel raccontarne la vita, si sforzano - senza risultato, almeno così sembra - di spiegare come la tomba di Giacomo, morto martire a Gerusalemme, si trovi nel Santuario di San Giacomo di Compostela in Spagna, e sia divenuta nel corso dei secoli punto di convegno di folle di pellegrini. San Giacomo stesso è rappresentato come un pellegrino con in mano il bordone, la zucca dell’acqua e la conchiglia per bere, certamente una Pecten jacobaeus. Essa raggiunge i tredici centimetri, con la valva superiore molto concava, capace di contenere l’acqua, mentre quella inferiore è piana. Proprio la conchiglia fu il distintivo dei pellegrini diretti a San Giacomo di Compostela mentre i “romei” diretti a Roma avevano per distintivo la “Veronica”, cioè il volto di Gesù; la “palma”, invece, era il distintivo di coloro che si recavano a Gerusalemme. Nei mari della nostra città, il delicato Mollusco è presente con almeno quattro specie, o almeno lo era quando fu redatta la lista che ci serve da guida: la Pecten jacobaeus, la Pecten glaber o Chlamys glabra, la Pecten opercularis o Chlamys opercularis, la Pecten varius o Chlamys varia. La Pecten jacobaeus ha i nomi italiani di Conchiglia dei pellegrini, Conchiglia di San Jacopo, Ventaglio, Cozza di San Giacomo, Cappasanta. I dialetti pugliesi la indicano con i nomi di “Canestriello”, “Pelegrine”, “Cozza pellegrino”, “Cozze de San Giacheme”, “Cozza gignacula”. A Taranto è chiamata Cozza gnachele o Cozza gnagnachele o Cozza gnagnacule. Si tratta di una specie dalla conchiglia inequivalve, molto grande, con la valva destra molto convessa, mentre la sinistra è alquanto piatta. Quattordici o sedici grosse costole striate partono dalla cerniera e si irradiano sino all’orlo. La valva destra è di colore variabile tra il bianco e il rosa chiaro, la sinistra marrone scuro. L’interno di ambo le valve è di colore bianco Nei Mari di Taranto

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Cozza gnore

Il pedante ma tanto interessante Cataldantonio C a r d u c c i , valorizzando con il suo commento il poema di Tommaso Nicolò d’Aquino “Delle delizie tarantine”(4), dice che “le conche nigrae (…) da Plinio, per quelch’egli ne Cozza pelose (Cozza pelosa) - L. Lasaponara scrive nel lib. 32 sect. 21, furono già registrate nel genere delle ostriche, che giusta il sistema dei Moderni, e spezialmente quello di Lister, appartiene alla Conche bivalvi marine”. In effetti, anche le classificazioni dei nostri giorni confermano quelle fatte dal naturalista inglese Martin Lister (1638-1712) secondo cui il “mytilus”, dal latino “mitilus”, greco “mitylos”, è una conchiglia bivalve allungata, di forma ovale slargata al margine, della famiglia dei Molluschi Bivalvi Lamellibranchi di cui esistono settanta specie raggruppate in nove generi. Esternamente, il colore del mitilo è nero violaceo con riflessi castani; internamente è azzurrognolo brillante. Le dimensioni sono varie e possono giungere a dieci centimetri ed oltre. Le cozze già alla nascita si dividono in maschi e “femmincoza”, alterazione di “coclea”, guscio della chiocciola; esistono da tempi immemorabili, come provano le diverse specie fossili, a partire almeno dal Triassico, cioè il più antico dei tre periodi geologici in cui è suddivisa l’Era Mesozoica. Tanto per orientarci, diciamo qualcosa come 248 milioni di anni fa! Nonostante questa antichissima esistenza, pare che l’allevamento delle cozze risalga al XIII secolo quando l’irlandese Patrik Walton, naufragato nel 1235 presso la punta dell’Escale, vicino al porto di Esnades (Charente Maritime), ebbe l’idea di creare i primi banchi d’allevamento(5). Nei nostri mari si trova la Mytilus galloprovincialis, i cui nomi italiani sono Mitilo, Mitilo comune, Muscolo, Cozza. Nei dialetti pugliesi è nota con i nomi di “Cozza”, “Cozzica”, “Cozzella”, “Cozzeca”, “Cozzeca verace”, “Cozza cionca”, “Cozza cignea”, “Cozza di Taranto”, “Cozze gnore”. I 50

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