1921-2021
100 ANNI D’INFORMAZIONE
Rivista fondata nel 1921
TERRA santa
5,00 euro
Nuova serie – Anno XV
Marzo • Aprile 2020
#2
P.I. Spa S.A.P. – D.L. 353/2003 – (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Milano In caso di mancato recapito si restituisca al mittente che si impegna a pagare la relativa tassa
Una voce per i cristiani d’Oriente
CURDI il popolo invisibile IN COPERTINA PACE E PROSPERITÀ (SECONDO TRUMP) Giampiero Sandionigi
p. 12
ATLANTE BANYAS AI PIEDI DELL’HERMON Claire Burkel
p. 54
G I O R N ATA M O N D I A L E D E L L A T E R R A S A N TA
Colletta del
2020
Venerdì Santo Offri il tuo contributo per i Luoghi Santi e i cristiani di Terra Santa
L’Edicola nella Basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme
«Da Gerusalemme si elevi la preghiera a Dio, Creatore di tutti, per un futuro di pace e di fraternità sulla terra».
AVVISO SACRO
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Papa Francesco Rabat, 30 marzo 2019
La Custodia di Terra Santa in cifre 269 missionari, 55 santuari, 25 parrocchie, 18 scuole, 5 case per malati e orfani, 6 case per pellegrini, 3 istituti accademici, 2 case editrici, 1.074 posti di lavoro, 630 unità abitative per famiglie bisognose, oltre 500 borse di studio annuali per studenti universitari, 1.470 case ricostruite in Siria
Ali Syria/Flash90
PRIMO PIANO
Nei pressi del villaggio di Taltouna, provincia di Idlib, una famiglia sfollata da Aleppo vive in una grotta
Siria, il destino di Idlib deciso da Mosca e Ankara
R
iuscirà la tregua siglata a Mosca il 5 marzo a bloccare gli intensi scontri armati nella Siria nord-occidentale tra l’esercito di Damasco, sostenuto dalla Russia, e le milizie ribelli appoggiate dalla Turchia? L’inasprimento dei combattimenti, che dura da settimane, avrebbe causato secondo l’Onu una nuova, imponente ondata di sfollati: almeno 900 mila. L’area contesa è quella che dovrebbe permettere la creazione di una zona cuscinetto sotto il controllo di Ankara e il reinsediamento dei profughi siriani presenti in Turchia. La tensione è massima perché, nelle ultime settimane, sono di fatto saltate alcune delle alleanze contro i ribelli: le forze turche hanno attaccato le stesse forze governative siriane, adducendo sconfinamenti alla frontiera fissata per la zona
di de-escalation. Un numero imprecisato di soldati turchi è caduto vittima di raid aerei russi e siriani. A preoccupare è soprattutto la situazione dei civili. Sarebbero state bombardate scuole e ospedali, mentre l’Onu parla di «inarrestabile aggravarsi della situazione». L’esodo da Idlib sarebbe il più grave avvenuto dall’inizio del conflitto nel 2011. L’Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati, Filippo Grandi, non ha usato mezze parole per descrivere le condizioni in cui sopravvivono gli sfollati, molti dei quali accampati all’aperto: «Non devono essere migliaia di persone – ha ammonito – a pagare il prezzo delle divisioni della comunità internazionale, la cui incapacità di trovare soluzioni a questa crisi costituirà una macchia indelebile sulla coscienza di tutti».
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3
Il canto della natura La natura non è avara di visioni pacificanti. Sono momenti di grazia, spesso fugaci, che evocano emozioni profonde e suscitano nostalgie di equilibrio e di pace. Accade ai margini dei deserti o non lontano dai campi di battaglia. Accade sul limitare delle inimicizie umane. Accade in Terra Santa, quando l’inverno riesce ad afferrare la primavera e a trascinarla al suolo perchÊ lo colori e lo fecondi. Per una breve parentesi di verdeggiante frescura. Nella foto: anemoni in fiore e ulivi nella riserva naturale di Bitronot Ruhama in Israele.
Gershon Elinson/Flash90
SGUARDI
ISRAELE
SGUARDI
EGITTO
Il 26 febbraio scorso si sono svolti i funerali dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak. Rimosso a furor di popolo nel 2011, quando anche l’Egitto fu scosso dalla Primavera araba, il 91enne leader politico è morto il 25 febbraio in un ospedale militare del Cairo. La sua uscita di scena permise la vittoria, nel 2012, del leader dei Fratelli musulmani Mohammed Morsi. L’attuale presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi (al centro nella foto sotto) ha partecipato alla cerimonia, annunciando tre giorni di lutto nazionale ed elogiando il servizio di Mubarak nella guerra del 1973 contro Israele, senza però fare parola dei quasi 30 anni al governo del più popoloso Stato arabo.
Gehad Hamdy/dpa
Epa/Mohamed Elbendary
Oliver Weiken/dpa
Scomparso Mubarak, ultimo faraone
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N. Halloun/CTS
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ABBONAMENTO ORDINARIO 28 €
LA CASA DEL PANE
Bimbi da Gaza al Caritas Baby Hospital suor Lucia Corradin*
I
l 2020 è iniziato con un sorprendente ponte di speranza e di vita per i bambini malati di Gaza: bambini affetti da fibrosi cistica che potranno beneficiare di cure migliori al Caritas Baby Hospital di Betlemme, grazie all’accordo stipulato tra il ministero della Salute palestinese e il nostro ospedale. Un accordo che dovrebbe facilitare l’uscita da Gaza dei bambini malati e dei loro familiari. L’autorità palestinese riconosce l’alto livello professionale dell’ospedale, all’avanguardia nell’ambito polmonare, grazie ai nostri operatori sanitari formati umanamente e professionalmente, capaci di rispondere con competenza ai bisogni dei bambini e dei loro familiari. Un vero esempio di lavoro d’équipe, dove ognuno offre il suo prezioso contributo e dove la famiglia è davvero al centro dell’attenzione da parte di tutti. Finora abbiamo accolto dieci bambini di Gaza con le relative mamme o nonne. L’esperienza più recente riguarda tre fratellini, Abdallah, 11 anni, Mohammad, 10 anni e Faris, 3 anni, arrivati dalla Striscia di Gaza, tutti e tre, malati di fibrosi cistica accompagnati dalla loro mamma Rita Al Jaleez,
*Caritas Baby Hospital, Betlemme
madre di sei figli, nativa di Al Tufah, nel nord della Striscia. «Quando Abdallah ha iniziato a tossire sangue, abbiamo dovuto intervenire», ci racconta la mamma. La famiglia ha avuto fortuna: ottenere un permesso di uscita da Gaza non è per niente facile. Mentre i figlioletti sono affidati alle cure del personale, Rita trova un po’ di ristoro nella residenza delle mamme dove il personale e in particolare la caposala offre ascolto, attenzione e sostegno. Al Caritas Baby Hospital i piccoli pazienti vengono assistiti a livello medico-infermieristico con cure ad hoc che non esistono nel luogo in cui abitano. I polmoni di Abdallah sono gravemente debilitati per la malattia. «Prima di tutto intendiamo stabilizzare le condizioni del piccolo – ci dice la dottoressa Nisreen Rumman, pneumologa – ma a lungo termine solo un trapianto di polmone potrà consentirgli di vivere». Sappiamo che le condizioni di vita a Gaza sono davvero precarie a tutti i livelli. Anzi, «la situazione è vergognosa», per usare le parole di monsignor Pizzaballa in una sua recente intervista. Nella Striscia la popolazione non ha nessuna possibilità di lavorare, il tasso
di disoccupazione è superiore al 60 per cento, di rado arriva la corrente, la gente vive ingabbiata con l’impossibilità di uscire. Tutto questo ci può aiutare ad intuire che prendersi cura di questi bambini e di chi li accompagna è molto più impegnativo, dato che arrivano da noi con tante esigenze, tra cui soprattutto quella di recuperare la loro dignità, la loro libertà, i loro spazi. E poter così gridare il dolore di sentirsi abbandonati, non riconosciuti e privati dei diritti essenziali. È davvero una palestra di vita per tutti noi, perché ancora una volta pur essendo palestinesi sono soprattutto gazawi, con una loro cultura, mentalità e tradizioni. A noi è richiesta l’umiltà di saper ascoltare senza pregiudizi, offrendo il meglio di noi, facendoci carico delle loro ingiustizie e incomprensioni con la speranza che davvero la pace non resti una parola scritta sui muri, ma diventi visibile nelle nostre case, nei nostri luoghi di servizio, nella politica. Ma soprattutto dimori nelle nostre vite. Ancora una volta la Provvidenza bussa alle porte del nostro ospedale e ci chiede di uscire dalle nostre sicurezze per donarci con generosità.
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PRIMO PIANO
Siria, il destino di Idlib deciso da Mosca e Ankara
SGUARDI
23
IL GRAFFIO Angelo Fiombo
INCONTRI
REPORTEGE
Marzo-Aprile
DOSSIER
SGUARDI
SOMMARIO
49
24
ISRAELE – EGITTO
LA CASA DEL PANE
Bimbi da Gaza al Caritas Baby Hospital
Lucia Corradin
COORDINATE
Gas nel Mediterraneo tra sviluppo e tensioni
50
26
IN DIALOGO
Tante domande a cui dare risposta
IN COPERTINA
Pace e prosperità (secondo Trump)
27
Giampiero Sandionigi
DOSSIER
Curdi, il popolo invisibile
INCONTRI
Mediterraneo, frontiera del dialogo
Francesco Pistocchini
54
Alberto J. Pari
12
Il mondo ferito dei «senza futuro»
ATLANTE
Banyas, ai piedi dell’Hermon
Claire Burkel
59
Manuela Borraccino
ARCHEOLOGIA
Se l’ambiente ci parla degli uomini del passato
Gianantonio Urbani
18
ORIZZONTI
La fragilità della carne, capace di risurrezione
43
David M. Jaeger
19
I GIORNI
Israele, ecco chi ha vinto davvero
Giampiero Sandionigi
In copertina Nel campo profughi di Washokani, nel Nord-Est della Siria (Stringer/Xinhua via ZUMA Wire) TERRASANTA periodico della Custodia francescana di Terra Santa, via G. Gherardini 5, 20145 Milano – tel. 02.345.92.679 – fax 02.318.01.980 e-mail: terrasanta@terrasanta.net UNA COPIA 5,00 EURO, (ARRETRATI 10,00 EURO) Abbonamento 2020 ORDINARIO 28 EURO, SOSTENITORE 50 EURO AMICO 70 EURO, ESTERO VIA AEREA 45 EURO FORMATO PDF 20 EURO
63
Claudio Monge
Francesco Pistocchini
9
VISTA GALATA
FILO DIRETTO
La guerra dei missili, la battaglia della fame
Ibrahim Alsabagh
44
REPORTAGE
Rodi, tra quelli che nessuno vuole
Giuseppe Caffulli
CCP N. 1005997877 INTESTATO A: FONDAZIONE TERRA SANTA – VIA G. GHERARDINI 5 – 20145 MILANO BONIFICO BANCARIO IBAN: IT91 E 05034 01728 000000031009
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CULTURA
Le medicine dei frati
Anna Maria Foli
TERRA santa Direttore responsabile Giuseppe Caffulli direttore@terrasanta.net
In redazione Giampiero Sandionigi sandionigi@terrasanta.net Francesco Pistocchini pistocchini@terrasanta.net
Segreteria Teresa Preite segreteria@terrasanta.net Barbara Zonato zonato@terrasanta.net Progetto grafico Elisabetta Ostini ostini@terrasanta.net
VENTO DEL SUD
La Striscia di Gaza e il mondo capovolto
Paola Caridi
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BLOCK NOTES
66
ARRIVEDERCI Il «mare nostrum» del meticciato
Giuseppe Caffulli
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Presidente fra Giuseppe Ferrari ofm ferrari@terrasanta.net Consiglio d’Amministrazione fra Claudio G. Bottini ofm Giuseppe Caffulli fra Francesco Ielpo ofm fra Bruno Varriano ofm
STORIA DI COPERTINA Abbiamo sfogliato il «piano del secolo» di Trump per la Terra Santa. Riassumiamo i passaggi salienti e le «soluzioni» per insediamenti, Gerusalemme, sicurezza e Stato palestinese. Le resistenze di parte palestinese
Il presidente Usa Donald J. Trump con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, in occasione della presentazione del «piano del secolo» il 28 gennaio 2020
di Giampiero Sandionigi
S Shealah Craighead
Pace e prosperità (secondo Trump) 12 TERRASANTA
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i intitola Peace to prosperity. A vision to improve the lives of the Palestinian and Israeli People («Dalla pace la prosperità. Una visione per migliorare le vite dei palestinesi e degli israeliani») il piano ideato dall’amministrazione Trump e reso pubblico, nella sua interezza, il 28 gennaio scorso alla Casa Bianca. Si articola in due parti: il Quadro politico (parte A) e il Quadro economico (parte B). La parte economica era già stata anticipata e illustrata dal consigliere speciale, e genero, del presidente degli Stati Uniti, Jared Kushner, nel giugno 2019 in Bahrein. Qui ci soffermeremo sulla prima parte, la più contestata e controversa. Occupa le prime 49 pagine del piano e si conclude con alcune appendici, tra le quali anche le due mappe di Israele e dello Stato di Palestina come li immaginano gli estensori dell’«accordo del secolo», per dirla alla Donald Trump.
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STORIA DI COPERTINA Proposta
Situazione attuale
Tel Aviv Mar Mediterraneo
Cisgiordania
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas (al centro) prende le distanze dal piano di pace americano a Ramallah il 28 gennaio 2020
Tel Aviv Mar Mediterraneo
Gerusalemme
Gerusalemme
Gaza
Gaza
ISRAELE
ISRAELE GIORDANIA GIORDANIA
Consideriamo le soluzioni proposte nel piano, senza scendere nelle minuzie. A pagina 3, uno dei paragrafi dell’Introduzione si intitola «Una realistica soluzione a due Stati». Ma è veramente realistico, da qualunque prospettiva lo si guardi, il disegno che emerge dalla visione statunitense? Andiamo per temi.
Insediamenti Premessa: «Lo Stato di Israele e gli Stati Uniti non credono che lo Stato di Israele sia legalmente obbligato a consegnare ai palestinesi il 100 per cento del territorio pre-1967», cioè quelli che oggi chiamiamo Territori palestinesi (occupati) e che furono sottratti al controllo della Giordania, uscita sconfitta dalla seconda guerra arabo-israeliana nel 1967. 14 TERRASANTA
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EGITTO
Principio: non bisogna sradicare altre persone dai luoghi in cui vivono. In altri termini: gli israeliani che popolano gli insediamenti, creati negli ultimi decenni in Cisgiordania (o Giudea e Samaria, come preferiscono dire molti ebrei rifacendosi alla geografia biblica), resteranno dove sono. Le loro abitazioni e quartieri verranno incorporati e annessi al territorio di Israele. Sottoposti alle leggi dello Stato ebraico, usufruiranno della protezione e degli standard di sicurezza di cui godono i cittadini israeliani (cfr pp. 11-12). Il piano include un altro dettaglio non da poco: analogo trattamento verrebbe posto in essere per i palestinesi che risiedono in enclave circondate dal territorio israeliano. In tal caso Israele sarebbe ben disposto a riconoscerli come cittadini dell’eventuale e
Stato di Palestina Enclavi israeliane
futuro Stato di Palestina, al quale li collegherebbero strade appositamente create (e rispondenti alle esigenze di sicurezza israeliane). Uno dei vantaggi per Israele sarebbe la riduzione del numero di elettori arabi (p. 12).
Gerusalemme Non si discute: Gerusalemme resta la capitale, una e indivisibile, di Israele (pp. 14ss.). Il muro di separazione costruito nel primo decennio di questo secolo nei quartieri orientali resta dov’è e funge da «spartiacque» (cfr p. 17). Lo Stato di Palestina non potrà valicarlo. La sua capitale (Al Quds o qualsiasi altro nome i palestinesi vorranno assegnarle) resterebbe al di là del muro e ben distinta da Gerusalemme. Israele protegge e tutela tutti i luoghi santi (ebraici, cristiani e
Flash90
EGITTO
musulmani della Città Santa) sin dal 1967 osserva il piano Trump, che dedica un passaggio al punto forse più sensibile della geografia gerosolimitana: «Persone di ogni fede dovrebbero poter pregare sul Monte del Tempio / Haram al-Sharif (la Spianata delle Moschee – ndr), con modalità pienamente rispettose della loro religione, tenendo conto dei tempi di preghiera e delle festività, come pure di altri fattori di natura religiosa» (p. 16). Si infrangerebbe così il «tabù» che fino ad oggi impedisce la preghiera pubblica sulla Spianata ai non musulmani. I palestinesi che da generazioni vivono nei quartieri orientali della città oggi hanno una speciale carta d’identità rilasciata da Israele che certifica il loro status di residenti permanenti. Il piano Trump prevede che possano mantenere tale status oppure
scegliere tra altre due opzioni: acquistare la cittadinanza palestinese o ottenere (senza difficoltà?) quella israeliana (cfr p. 17). Nell’attuale area industriale di Atarot, in Cisgiordania, a una trentina di chilometri a nord di Gerusalemme, i palestinesi potrebbero sviluppare un centro turistico destinato soprattutto ai turisti musulmani diretti ai luoghi santi di Gerusalemme (cfr p. 18). Questione per ora ipotetica e da sottoporre a futuri negoziati. Si potrebbero studiare misure amministrative per consentire alle guide turistiche palestinesi di esercitare anche nella città vecchia di Gerusalemme. Israeliani e palestinesi potrebbero dar vita a un Ufficio del turismo di Gerusalemme/Al Quds per dar vita ad iniziative promozionali comuni (cfr p. 18). Questioni da sottoporre a futuri negoziati.
I profughi Tutte le guerre creano masse di profughi, dice il piano Trump. «All’incirca lo stesso numero di ebrei ed arabi furono sfollati dal conflitto arabo/israeliano» scoppiato nel 1948 con la dichiarazione di indipendenza dello Stato ebraico. Il riferimento agli ebrei costretti alla fuga considera coloro che furono più o meno volontariamente indotti a lasciare i Paesi arabi o a maggioranza musulmana in cui vivevano da generazioni. «Quasi tutti gli ebrei hanno accettato di reinsediarsi stabilmente in Israele o in altri Paesi del mondo. I profughi arabi sono stati, in gran numero, tenuti isolati, impedendo loro di vivere da cittadini, in molti Paesi arabi della regione. (...) I palestinesi sono stati collettivamente, e in modo crudele e cinico, MARZO-APRILE 2020
TERRASANTA
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tenuti in un limbo per mantenere vivo il conflitto» (p. 31). Dunque, no al diritto al ritorno dei profughi alle loro antiche case e terre – ora israeliane – e no al versamento di ingenti indennizzi da parte di Israele (cfr pp. 31-32). Ai profughi palestinesi il piano della Casa Bianca riconosce tre alternative, nessuna delle quali contempla il ritorno in Israele, nei territori da dove vennero espulsi (cfr p. 32): l’assorbimento nello Stato di Palestina; l’integrazione nel Paese in cui attualmente vivono; l’accoglienza di 5 mila profughi ogni anno (per dieci anni) da parte di Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione islamica disposti a riceverli. Qualche forma di simbolico indennizzo potrebbe essere elargita da una Fondazione per i profughi palestinesi, appositamente istituita e finanziata con fondi internazionali. 16 TERRASANTA
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La sicurezza Permea l’intero piano il criterio della sicurezza dello Stato di Israele e del diritto al più ampio riconoscimento internazionale della sua specificità di Stato ebraico. In nome della sicurezza, Washington riconosce a Israele la facoltà di annettersi la Valle del Giordano (cfr p. 13). In tal modo tutto il suo confine orientale, da nord a sud, aderirà alla frontiera con la Giordania (oggi non è così: la Giordania confina in parte – ad esempio nella zona di Gerico – con i Territori palestinesi). A margine si noti che la Giordania non minaccia Israele, con il quale ha concluso un trattato di pace nel 1994, partecipa (come l’Egitto) al coordinamento regionale antiterrorismo, è tra i più saldi alleati regionali degli Stati Uniti, dai quali riceve sostanziosi finanziamenti. Sempre in tema di acquisizioni territoriali va ricordato che nel
28 gennaio 2020, le proteste scoppiate a Gaza contro il cosiddetto «accordo del secolo» presentato dall’amministrazione statunitense
29 gennaio 2020, a Gaza è stata proclamata una serrata generale per protestare contro il piano della Casa Bianca
marzo 2019 il governo Trump ha già riconosciuto la piena sovranità israeliana sulle alture del Golan, strappate alla Siria con la guerra del 1967. Il principio della sicurezza di Israele impone ai palestinesi molte limitazioni, come andiamo a vedere.
Fino a quando non sarà creato il nuovo porto di Gaza, lo Stato di Palestina potrebbe avvalersi di moli e magazzini dedicati nei porti israeliani di Ashdod e Haifa (Mar Mediterraneo), ed eventualmente in quello giordano di Aqaba (Mar Rosso). Lo spazio aereo sovrastante il suolo palestinese sarebbe controllato esclusivamente da Israele avvalendosi di droni, dirigibili e altri mezzi tecnologici (cfr p. 23). Nelle aree palestinesi a ridosso dei confini l’amministrazione del territorio e le politiche urbanistiche subirebbero limitazioni determinate dalle esigenze di sicurezza di Israele (cfr p. 24). Ora, per definizione, in condizioni di pace, uno Stato ha il controllo esclusivo e totale del suo territorio ed esercita la sovranità in senso orizzontale (anche sulle acque territoriali nei bracci di mare prospicenti le sue coste) e verticale, cioè nel sottosuolo e nei cieli che sovrastano il territorio. Condizioni che, come abbiamo visto, non si riscontrano nell’entità offerta ai palestinesi dal «piano del secolo» una volta che avranno riconosciuto Israele come Stato ebraico, deposto le armi, cessato ogni resistenza, firmato un trattato di pace e rinunciato ad ogni futura rivendicazione. La patria palestinese immaginata dalla Casa Bianca è assai meno ■ di uno Stato vero e proprio.
Majd Abed/Quds Net News via ZUMA Wire
Mahmoud Issa/SOPA Images via ZUMA Wire
STORIA DI COPERTINA
Lo «Stato» di Palestina Che Stato immagina per i palestinesi la visione del governo Trump, nel momento in cui sembra abbracciare la soluzione dei «due Stati per due popoli» sostenuta dalla comunità internazionale per una pace giusta e duratura in Terra Santa? Nel piano del governo americano la legittimità della Palestina è subordinata al riconoscimento di Israele come Stato ebraico, al disarmo di Hamas, alla smilitarizzazione della Striscia di Gaza, al ripudio del terrorismo e dell’apologia dell’odio anti-israeliano. La Palestina avrebbe forze di polizia – pronte a collaborare e coordinarsi con gli apparati di sicurezza israeliani, giordani ed egiziani in chiave antiterrorismo – ma non un esercito (cfr p. 22). Alcuni degli scambi territoriali con gli israeliani prefigurati dal piano saranno oggetto di futuri negoziati (per i quali è previsto un quadriennio di tempo, se i palestinesi accetteranno di scendere a patti). Qua e là l’attuale
tracciato del muro di separazione israeliano potrebbe subire aggiustamenti, alla luce degli esiti negoziali (ma non a Gerusalemme, come abbiamo già visto). Come si può constatare guardando le uniche due mappe geografiche che il piano propone, quello palestinese sarebbe uno Stato completamente circondato da Israele e senza alcun accesso diretto al Mar Morto. Israele è disposto a «compensarlo» cedendo porzioni di territorio a sud della Striscia di Gaza, in pieno deserto del Neghev. In nome della propria sicurezza, Israele si riserva di vigilare su tutti i valichi d’accesso alla Palestina, incluso quello di Rafah tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. È prevista la creazione di due strade di collegamento tra il territorio palestinese e quello giordano attraverso i due valichi di frontiera di Allenby e di Damya (cfr pp. 24s.). Tra Giordania è Palestina si istituirebbe
un’area di libero scambio (sempre e comunque Israele si riserva di inibire l’importazione in Palestina di beni o materiali che potrebbero configurare una minaccia alla sua sicurezza). Una via di comunicazione rapida – sotterranea o sopraelevata e riservata al traffico palestinese – verrebbe realizzata per creare continuità territoriale tra Cisgiordania e Striscia di Gaza (idea già ventilata negli anni Novanta del secolo scorso). Il piano Trump (cfr p. 27) prevede che solo in un imprecisato futuro la Palestina potrebbe dotarsi di un proprio porto, creando un’isola artificiale al largo della Striscia di Gaza. Sull’isola dovrebbe esserci pure una pista d’atterraggio per piccoli aerei (perché non prevedere invece, da subito, il ripristino del vecchio aeroporto, la cui pista esiste ancora nei pressi di Rafah?). Israele si riserva i controlli di sicurezza anche sul braccio di mare antistante la Striscia.
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ORIZZONTI
La fragilità della carne, capace di risurrezione mons. David M. Jaeger*
I
o credo la risurrezione della carne», recita il Credo degli Apostoli, proprio del Tempo Pasquale. L’uso di «carne», e non di «corpo», ne attesta l’antichità, l’origine ebraica. Il corpo, infatti, è una specie di astrazione, rappresentando la somma delle membra, mentre la carne sa di immediatezza. Essa connota, tra l’altro, la fragilità, anzi la vulnerabilità, di questo «vaso di creta», reso umano dall’anima, che, in più, rende l’uomo così formato «capace di Dio», abilitandolo a diventare tempio dello Spirito Santo. Il Venerdì Santo facciamo memoria dell’estrema umiliazione della carne, sì, persino di quella carne fatta propria dalla Seconda Persona della Santissima Trinità. La contempliamo inerme, ferita, seviziata, tormentata, fino ad essere privata dell’anima che l’aveva vivificata, e quindi messa da parte, quasi buttata via, seppellita. Poi, però, proprio dopo essere stata così ridotta e disprezzata, la carne del Figlio di Dio viene riunita con l’anima umana sua propria e fatta risorgere glorificata dal luogo della sua sepoltura. È questo il mistero che celebriamo il giorno della Pasqua. Più consapevoli siamo della debolezza
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della carne, più meravigliosa ai nostri occhi è la sua risurrezione. Più ci tuffiamo nel mistero della passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo, più sperimentiamo la gioia della sua risurrezione e più ci conforta la fiducia nella futura risurrezione della nostra carne con e come la sua. La «carne» di Gesù, il «corpo mortale» (cfr Romani 8,11) che il Verbo di Dio ha voluto assumere, risorge a vita gloriosa, abbiamo detto, dal luogo della sua sepoltura. Non diversamente dalla nostra carne, quella di Gesù, non svanisce nel nulla al momento della morte ma continua a occupare uno spazio, così che la risurrezione avviene sì, nel mistero ma anche nello spazio come nel tempo. Gesù risorge dalla Tomba, che così diventa vuota. La sua carne non è più nella Tomba, è risorta. La Tomba vuota è perciò testimone, muto ma eloquente, della risurrezione. La dotano di voce i cristiani che intorno ad essa vivono, proclamando ch’Egli non è rinchiuso in essa ma è risorto (cfr Matteo 28, 6). Ascoltano tale testimonianza, e la riportano con sé alle comunità dei credenti nelle diverse parti del mondo, i fedeli che al Santo Sepolcro si recano in
pellegrinaggio. Così pure in ogni stadio e fase del pellegrinaggio in Terra Santa, i credenti in Gesù adorano il Figlio di Dio che si è fatto presente in mezzo a noi nella carne, e nella carne ha compiuto il percorso della vita umana di Dio, diretta attraverso la morte alla risurrezione. Quest’anno l’imperversare del coronavirus ci ha dato un’occasione di renderci conto ancora dell’estrema fragilità della carne, del nostro corpo mortale, che in questo mondo tale rimane nonostante tutte le nostre realizzazioni, che ci tenterebbero a pensare di aver ormai costruito quella «torre, la cui cima tocchi il cielo» (cfr Genesi 11, 4). In verità, il superamento della nostra mortalità si trova unicamente nella «risurrezione della carne» al seguito del Verbo Incarnato. È questa ferma fede-fatta-speranza che, attraverso i secoli, sostiene i missionari francescani di Terra Santa, chiamati a condividerla con quanti vi si dirigano «corporalmente» o anche, qualora a ciò impossibilitati, «virtualmente». Da parte loro, i pellegrini, «corporali» e «virtuali» egualmente, non vorranno mai mancare di offrire alla missione dei francescani di Terra Santa il proprio contributo (cfr II Corinzi 9).
*Francescano di Terra Santa, Roma
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Israele alle elezioni di marzo Ecco chi ha vinto davvero
Olivier Fitoussi/Flash90
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enjamin Netanyahu ha esultato un giorno, dopo le elezioni del 2 marzo 2020. Il partito Likud, che ha nel premier uscente il suo leader, ha ottenuto il 29,46 per cento dei voti e 4 seggi in più rispetto alle elezioni infruttuose del settembre 2019. Benché sia in testa alle preferenze dei 7,1 elettori israeliani su 10 che sono andati alle urne non è però in grado, neppure stavolta di formare un governo. Così, la festa è durata poche ore. La coalizione di centrodestra ha 58 seggi su 120 della Knesset. I suoi notabili nutrono la speranza di convincere qualche altro deputato a dare il proprio sostegno, ma i margini di manovra sono stretti e si paventa il rischio di un quarto ritorno alle urne nel giro di un anno. A meno che stavolta il principale antagonista di Netanyahu, non riesca nell’impresa, non facile, di dar vita a un governo di minoranza con l’appoggio esterno della Lista unitaria araba. Vediamo in numeri: il Likud ha 36 seggi; Blu e Bianco, di Benny Gantz, 33; la Lista unitaria araba 15; lo Shas 9; il Giudaismo unito nella Torah 7; Israel Beitenu (Isra-
Benjamin Netanyahu si gode il successo del suo partito alle elezioni del 2 marzo 2020
ele casa nostra) 7; il raggruppamento di sinistra di laburistiGesher-Meretz 7; il gruppo di estrema destra Yamina 6. Il Likud si è rafforzato, come abbiamo visto, Blu e Bianco ha tenuto botta. Avigdor Liberman (con il suo Israele casa nostra) ha perso un seggio. Le liste arabe ne hanno guadagnati due, ottenendo un numero di deputati senza precedenti. Se Netanyahu si è rinfrancato in campagna elettorale anche grazie al soccorso offerto dall’amico Donald Trump, resta però azzoppato dall’imputazione per
corruzione e abuso d’ufficio nel processo a suo carico che si apre il 17 marzo. Alle destre mancano tre seggi per la maggioranza assoluta in parlamento, mentre il blocco di centro-sinistra può contare su 40 deputati, ai quali potrebbero assommarsi i 7 del partito di Avigdor Liberman, sempre più determinato a scalzare Netanyahu e a non allearsi con i partiti religiosi conservatori. Ammesso e non concesso che prenda forma, un governo a guida Gantz, con i suoi 47 voti favorevoli alla Knesset, non poMARZO-APRILE 2020
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trebbe fare a meno di ricorrere all’appoggio esterno dei 15 deputati arabi. Il dato spiega perché, secondo qualche analista, il vero vincitore delle elezioni del 2 marzo non è il primo ministro uscente, ma piuttosto Ayman Odeh, il leader della lista araba, che è riuscito a convincere molti elettori araboisraeliani a far pesare il proprio voto non disertando le urne, come erano abituati a fare per protesta contro Israele, e forse
anche a racimolare qualche voto di ebrei delusi dalle sinistre. Un editoriale del Jerusalem Post, il 5 marzo, ricorda che già nel 1948 la Dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele faceva appello alla popolazione araba di Israele perché desse il proprio contributo al benessere della nazione. In seguito non è andata così e politici come Netanyahu hanno incassato consensi anche giocando spregiudicatamente la carta dell’anta-
ROSE NEL DESERTO Iraq, nelle proteste in rosa il grido contro oppressione e terrorismo
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emministe in rosa e rosso porpora hanno invaso le strade di Baghdad, Nassiriya e altre città irachene nelle scorse settimane non più solo per sostenere gli uomini, portare cibo e primissimo soccorso come hanno fatto dall’inizio delle proteste in corso da ottobre, ma anche per rivendicare il diritto stesso di manifestare e far crescere il movimento femminista contro i tentativi di relegarle nuovamente in casa promossi da alcuni leader religiosi. L’ondivago imam sciita Moqtada al-Sadr, ad esempio, dopo esser transitato da una parte all’altra delle proteste senza riuscire a volgerle a proprio favore neppure inviando le sue milizie, i cosiddetti «cappelli blu», è stato infatti fra quelli che hanno criticato la partecipazione delle donne, bollando la loro presenza come «immorale» e chiedendo la rigida separazione fra uomini e donne nelle strade. In una nota in 18 punti diffusa in Rete con istruzioni su quali comportamenti tenere ha detto che «chi protesta deve rispettare le regole della
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gonismo tra componente ebraica e componente araba della popolazione. Se sia questo il momento del cambio di passo, resta da vedere. Di certo i deputati arabi non intendono appoggiare Gantz in cambio di nulla. Quanto meno sarà richiesta maggiore attenzione ai bisogni socio-economici della minoranza arabo-israeliana più svantaggiata e forse anche qualche emendamento alle leggi più invise. Giampiero Sandionigi
Manuela Borraccino sharia e il contesto sociale» iracheno. Ma le femministe e i loro sostenitori hanno reagito con forza per strada e sui social contro queste distorsioni. «Le donne hanno avuto un ruolo importante fin dall’inizio delle proteste contro il governo: hanno fatto grandi sacrifici, alcune di loro hanno perso la vita pur di porre fine all’oppressione e al terrorismo», ha detto l’attivista ed ex ambasciatrice Ahlam al-Kilani. La loro stessa presenza è un segno dei mutamenti sociali in corso in Iraq e dei tentativi di includere più segmenti sociali possibile. L’imam al-Sadr ha alzato il livello dello scontro bollando la reazione delle donne come «blasfema». «Non possiamo permettere all’Iraq di diventare Kandahar, un luogo di estremismo religioso, ma non possiamo nemmeno permettere che diventi un luogo di perversione come Chicago». Ma le donne, come dimostra la loro amplissima partecipazione nelle proteste, hanno respinto al mittente le accuse. E continuano a scendere in strada affrontando gli stessi rischi dei fratelli di rapimenti, percosse, uccisioni.
NAZIONI UNITE Affari e colonie, una lista nera di imprese
94 hanno il proprio quartier generale in Israele. Parliamo di banche (Leumi, Bank Hapoalim, Bank of Jerusalem, ecc.) e imprese del settore costruzioni, catene di bar ed esercizi adibiti alla ristorazione, stazioni di servizio. Le altre 18 società sono distribuite in sei Paesi: Stati Uniti, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Regno Unito e Thailandia. La pubblicazione dell’elenco non è una sorpresa. Risponde a una risoluzione adottata nel 2016 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che chiedeva una «banca dati
VATICANO Aperti gli archivi del pontificato di Pio XII
mi pubblici ha preferito agire sottotraccia durante il nazismo per salvare quante più vite umane possibili. Nell’oltre un milione e 300 mila file, in cui sono stati catalogati nell’ultimo decennio 16 milioni di documenti, gli storici e gli studiosi potranno cercare risposte più accurate, se non verità assolute. Sin d’ora 160 studiosi hanno già presentato domanda di accesso ai documenti. Molti provengono dal mondo ebraico (museo dell’Olocausto di Washington, comunità romana, università israeliane).
ISRAELE Emergenza coronavirus, il Paese si blinda
gruppo di pellegrini cattolici appena rientrato dalla Terra Santa c’erano numerose persone positive al test del Covid-19, il coronavirus che dalla Cina si è ormai diffuso in tutto il mondo. Le autorità israeliane hanno via via introdotto misure più stringenti, bloccando prima gli arrivi e i voli dalle nazioni più colpite dall’epidemia (Italia inclusa) e poi giungendo, il 9 marzo, a chiedere a tutti i viaggiatori in arrivo di autoimporsi 14 giorni di quarantena. Tra coloro che si sono messi in
Airbnb, Expedia, TripAdvisor, Booking.com, Motorola, e ancora Alstom e Altice Europe. L’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato, il 12 febbraio scorso, una lista che elenca 112 «aziende coinvolte in attività legate alle colonie» israeliane nei Territori palestinesi occupati, attività che vengono considerate illegali ai sensi del diritto internazionale. Tra queste aziende e società,
Dal 2 marzo 2020 la Santa Sede mette a disposizione degli studiosi di tutto il mondo il suo imponente archivio sul pontificato di Pio XII (1939 – 1958). Quello di Eugenio Pacelli è un papato sospeso tra le critiche di chi accusa il pontefice di aver taciuto sui crimini di Hitler e sulla Shoah, e le lodi di chi lo esalta non solo come difensore della fede contro la minaccia comunista, ma anche come un papa che ai procla-
In Israele il numero delle persone cer tamente contagiate all’11 marzo è ormai a 76 e continua a crescere. I primi due casi facevano parte di un gruppo di crocieristi imbarcati sulla Diamond Princess (ancorata per settimane in quarantena nel porto giapponese di Yokohama a partire dal 3 febbraio). L’allarme vero e proprio è scattato il 23 febbraio quando da Seoul è giunta la notizia che in un
di tutte le società impegnate in attività specifiche relative agli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati». La colonizzazione da parte di Israele della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est è continuata sotto tutti i governi israeliani dal 1967 ad oggi, ma negli ultimi anni ha subito un’accelerazione. Soddisfazione per la lista dai palestinesi e dal movimento internazionale Bds (Boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni). Decisa contrarietà dei governi israeliano e statunitense.
isolamento ci sono anche numerosi ecclesiastici che si erano recati a Roma e a Bari nella seconda metà di febbraio. Tra gli altri anche il Custode di Terra Santa. Il ministero della Salute ha rammentato ai cittadini che violare la prescrizione di quarantena è un reato penale, sanzionato con la reclusione fino a 7 anni se la quarantena viene violata intenzionalmente e fino a 3 anni se la violazione deriva da negligenza. Gli israeliani sono stati invitati a non espatriare se non per gravi motivi.
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I GIORNI PALESTINA Il Covid-19 è a Betlemme
basilica della Natività (nella foto). Sospesi gli eventi pubblici e sportivi e le lezioni scolastiche e accademiche. Restrizioni ai movimenti, come all’arrivo di turisti e pellegrini stranieri. Le chiese sottoposte al Patriarcato latino di Gerusalemme resteranno aperte per la preghiera individuale. Messe consentite solo per piccoli gruppi (con meno di 15 persone) e a patto che sia possibile mantenere una congrua distanza tra i presenti. Al 10 marzo i casi di Covid-19 censiti sono 30, quasi tutti a Betlemme.
LIBANO Il governo si dichiara insolvente
stretta ai prelievi da parte dei correntisti, al punto che le autorità hanno dovuto intervenire per assicurare, almeno entro certi limiti, i diritti dei consumatori. Anche la gerarchia cattolica maronita fa sentire la sua voce. Come riferisce anche l’agenzia Asia News, il patriarca maronita, cardinale Bechara Boutros Rai, dichiara la volontà di opporsi a chi vuol manomettere il destino della nazione per far crollare il Libano. E tuona a difesa degli interessi più deboli di una popo-
lazione che va sempre più impoverendosi: «È un nostro preciso dovere – ammonisce – ricordare che il libero sistema finanziario e di mercato, di cui il settore bancario è una parte fondamentale e al quale i libanesi affidano i risparmi, è il pilastro fra i pilastri dell’entità libanese, istituito 100 anni fa dal venerabile patriarca Elias Hoayek». Il debito pubblico libanese ammonta ormai a circa 92 miliardi di dollari, pari al 170 per cento del Prodotto interno lordo.
MEDIO ORIENTE Un mercato propizio ai mercanti d’armi
dite del 5,5 per cento rispetto al periodo 2010-2014, l’incremento delle importazioni di armamenti nei Paesi mediorientali è addirittura del 61 per cento. I principali produttori ed esportatori restano Stati Uniti (in testa), Russia, Francia, Germania e Cina. Medio Oriente e Nord Africa sono il maggiore importatore a livello globale. Verso la regione affluisce un terzo delle esportazioni mondiali di armamenti. L’Arabia Saudita fa la parte del leone, soprattutto approvvigionandosi negli Usa e in Gran Bretagna.
La mattina del 5 marzo l’Autorità Palestinese ha dichiarato l’emergenza a Betlemme (poi allargata a tutti i Territori), dopo che sono stati riscontrati i primi 7 casi di coronavirus tra il personale locale di un albergo di Beit Jala. La fonte del contagio è stata una comitiva di turisti greci, che si è recata anche in Israele e in Egitto. Subito è stata disposta la chiusura per 14 giorni di moschee e chiese, inclusa la
Il 7 marzo il governo libanese ha dichiarato l’indisponibilità al pagamento di una rata di interessi sul debito in scadenza due giorni dopo per un valore di 1 miliardo e 20 0 mila dollari. Ulteriore segnale della grave crisi che da mesi funesta il Paese dei cedri. Per frenare la fuga di capitali e tenere in sicurezza il sistema monetario le banche continuano ad applicare una
C’è una nuova conferma di linee di tendenza già note. Viene da un rapporto pubblicato ai primi di marzo dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) che, dalla sua sede di Stoccolma, illustra come siano andate crescendo in modo significativo negli ultimi cinque anni le vendite di armi ai Paesi del Medio Oriente. Se nel quinquennio 2015-2019 nel mondo si è registrato un incremento delle ven22 TERRASANTA
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IL GRAFFIO di Angelo Fiombo
COORDINATE
TURCHIA
Gas nel Mediterraneo tra sviluppo e tensioni
Calipso
SIRIA
CIPRO LIBANO
Leviatano
Tamar
Zohr
Mar Mediterraneo
N
sce l’ammontare complessivo delle riserve. Non si tratta, comunque, in termini assoluti, di quantità enormi di idrocarburi (vedi tabella): si pensi che il maggiore giacimento mondiale (Pars meridionale, nel Golfo persico) racchiude oltre 50 mila miliardi di metri cubi. Di conseguenza è più difficile reperire investimenti per estrarre e commerciare il gas. Tuttavia, gli esiti delle esplorazioni hanno ripercussioni nella regione. La scoperta del giacimento più grande, Zohr, al largo dell’Egitto, fatta nel 2015 dall’Eni che lo ha messo rapidamente in funzione nel 2017, ha consentito all’Egitto di guadagnare l’autosufficienza nel gas e di avviare esportazioni in Giordania. Alcuni dei Paesi dell’area hanno messo in campo il progetto di EastMed, un gasdotto sottomarino destinato a trasportare 10
egli ultimi anni il Mediterraneo orientale è diventato un crocevia di interessi energetici, legati soprattutto al gas naturale, con importanti conseguenze geopolitiche. Le scoperte di alcuni vasti giacimenti, specialmente in Egitto, Israele e Cipro, hanno creato speranze di stabilizzazione e sviluppo. Dopo i giacimenti israeliani Tamar e Leviatano, è stato scoperto nel 2011 Afrodite, nelle acque di Cipro e, nel 2015, il grande giacimento egiziano Zohr. Più recenti sono le scoperte intorno a Cipro del giacimento Calipso (2018) e altre riserve nel febbraio 2019. Alcune delle maggiori società energetiche del mondo sono attive nella zona: oltre all’Eni e la francese Total, le statunitensi ExxonMobil e Noble, Qatar Petroleum, la coreana Kogas e l’israeliana Delta. Molto resta ancora da esplorare e non si cono-
Nome
Paese
Scoperta / inizio produzione
Riserve in miliardi di metri cubi
Leviatano
Israele
2010 / 2019
605
Tamar
Israele
2009 / 2013
307
Afrodite
Cipro
2011 /
129
Calipso
Cipro
2018 /
170-230
Zohr
Egitto
2015 / 2017
850
Marine Gaza
Gaza
2000 /
32
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Idku
ISRAELE Damietta
EGITTO Giacimenti nelle acque dell’Egitto Giacimenti nelle acque di Israele
Gaza Afrodite
GIORDANIA
Marine Gaza
Giacimenti nelle acque di Cipro Limite delle acque territoriali Impianti per il gas liquefatto (Gnl)
miliardi di metri cubi all’anno. Sarebbe una infrastruttura da record, lunga duemila chilometri, per collegare l’area dei giacimenti alla Grecia e all’Italia, e costerebbe almeno 6 miliardi di euro (vedi p. 25). A gennaio Cipro, Grecia e Israele hanno siglato un accordo tra governi per avviare il progetto del gasdotto. L’Italia al momento se n’è tenuta fuori, avendo dubbi sulla sua sostenibilità economica e ambientale: infatti l’Unione Europea è meno propensa a finanziare grandi infrastrutture legate agli idrocarburi che provocano danni ambientali. Anche l’eventuale costruzione a Cipro di un impianto per il gas naturale liquefatto (Gnl), da esportare per nave, avrebbe costi molto elevati. Così, dopo le scoperte, i primi entusiasmi si sono raffreddati.
Nel gennaio 2019 è stato creato un Forum dai ministri dell’energia di Cipro, Egitto, Grecia, Giordania e Israele, anche con rappresentan-
ITALIA
ti italiani e palestinesi, che si sono incontrati al Cairo per rafforzare la cooperazione regionale nello sviluppo dell’estrazione di gas. Uno dei grandi assenti è la Turchia, che ha forti interessi, ma divergenti. Facendo leva sulla parte turca di Cipro, ha cercato di espandere le proprie attività di esplorazione dei giacimenti intorno all’isola, considerate illegali dalla Ue, e ha promosso se stessa come corridoio per le forniture di gas verso l’Europa. Il gasdotto sottomarino andrebbe contro questa visione geopolitica. Per questo la Turchia ha firmato in gennaio con la Libia (governo di Tripoli) un accordo sul confine marittimo tra i due Paesi (non riconosciuto dalla Ue), allo scopo
GRECIA
TURCHIA
Mar Mediterraneo
Gasdotto in progetto Giacimenti Impianti Gnl
EGITTO
di sbarrare la strada al gasdotto. Dalla cooperazione regionale sono al momento esclusi anche Libano e Siria. Il Paese dei cedri ha in corso esplorazioni con l’appoggio francese al largo delle sue coste, ma a rischio di tensioni con Israele, perché non sono definiti i confini marittimi comuni. La Siria, potenziale zona transito di vie energetiche, resta un campo di battaglia di interessi stranieri (in primis Russia, Usa, Iran e Turchia). La «partita» del gas mediterraneo tocca da vicino Mosca, tornata in forza sulle coste siriane nel 2015, che non vuole perdere mercati e influenza, e gli Usa che vorrebbero aumentare le loro esportazioni in Europa di Gnl. Non mancano, tuttavia, le novità. Intorno al giacimento Marine Gaza, al largo della Striscia, potrebbe nascere una collaborazione tra Israele e Autorità palestinese. Scoperto nel 2000, Marine Gaza non è ancora stato sfruttato e i palestinesi potrebbero accettare una collaborazione con Israele, pur di mettere a frutto questa risorsa. Nel gennaio 2020 Israele ha iniziato a esportare gas verso l’Egitto per 19 miliardi di dollari in 15 anni. È il primo accordo di questo tipo tra i due Paesi in quarant’anni di pace ufficiale. L’Egitto potrebbe esportarlo in parte grazie ai suoi impianti di liquefazione. Grazie ai quali resta al centro dei giochi. Francesco Pistocchini
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IN DIALOGO
Tante domande a cui dare risposta fra Alberto J. Pari*
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ncontri e conferenze sono alcune delle modalità che mi permettono di svolgere uno dei miei incarichi a Gerusalemme, come responsabile del dialogo con la società israeliana e gli ebrei. Una cara amica, esperta di cristianesimo, mi invita ogni anno a tenere una lezione durante il semestre dei suoi corsi in varie istituzioni universitarie del Paese; ogni volta per affrontare un tema diverso: l’iconografia nella Chiesa, la musica nella liturgia, i simboli della Veglia pasquale e in particolare l’esperienza della vita religiosa e del monachesimo. Le domande e l’interesse che hanno questi giovani ebrei sono tantissimi ma quest’anno una delle lezioni che ho tenuto è stata particolarmente curiosa. Ha avuto luogo nella facoltà di Pedagogia, dove i futuri insegnanti vengono formati e apprendono in particolare le metodologie per trasmettere il sapere alle giovani generazioni. In Israele sta riscuotendo molto successo un programma televisivo in cui vengono invitate in studio alcune persone appartenenti alla stessa categoria, ma di provenienze culturali diverse, per rispondere, senza averle lette
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prima, a domande esigenti e a volte imbarazzanti. Il programma si chiama Slikha al hasheelà (Perdoni la domanda). All’ultima lezione in università avevamo deciso di tenere l’incontro con me con la stessa modalità; pertanto gli studenti sono stati invitati a preparare dei foglietti con domande anonime, le più strane e curiose possibili, che probabilmente a voce non avrebbero avuto il coraggio di porgere a un frate cristiano. Quando incontro i giovani che si preparano all’esercito, adolescenti non ancora maggiorenni vedo nei loro volti la sorpresa per quanto spiego loro circa la nostra storia come cristiani in questa terra e come frati, le grandi novità del concilio Vaticano II, in particolare in merito al rapporto con le diverse religioni e con gli ebrei. Il concetto che più faticano a comprendere è quello del celibato, dal momento che nella loro religione non esiste come valore e il matrimonio è uno dei pilastri della loro fede e della loro società. Nella classe universitaria invece ho avuto modo di rispondere a domande più esigenti e che mai mi erano state poste; ad esempio, di descrivere in una pa-
rola sola il cristianesimo, cosa che ho fatto con la parola «amore» dopo aver pensato un po’ a cosa avrebbe meglio descritto quel che ci differenzia dalle altre religioni che avevo di fronte: ebraismo e Islam. La domanda sull’antisemitismo medievale della Chiesa e di Giuda Iscariota come immagine di tutti gli ebrei sono state tra le più difficili a cui dare una risposta e una spiegazione, così come lo spiegare il tema degli abusi sui minori e altri temi di attualità che coinvolgono la Chiesa cattolica. L’esistenza di una gerarchia chiara nella Chiesa e della particolare situazione di avere un Papa emerito e un Papa non francescano che ha scelto il nome di Francesco e così pure del rapporto che hanno i religiosi con i mezzi di comunicazione... Oppure se vedono Netflix e utilizzano Internet. Ogni volta torno a casa con tanta meraviglia e riconoscenza perché una volta in più mi è data la possibilità di dare risposte e gettare dei semi che spero cadano sul terreno buono e aiutino a creare nuove generazioni di fratelli meno sospettosi nei confronti dei cristiani.
*Incaricato per il dialogo ecumenico e interreligioso, Custodia di Terra Santa, Gerusalemme
DOSSIER
La bandiera del Kurdistan iracheno sventola durante la festa di Nowruz, il capodanno persiano
Curdi, il popolo invisibile È il più grande gruppo etnico senza un proprio Stato nazionale. I curdi sono almeno 30-35 milioni, risiedono in un’area denominata Kurdistan («il luogo dei curdi»), che si estende a cavallo di cinque Stati (tra cui l’Armenia). In Turchia, dove sono più di 15 milioni, hanno affrontato la discriminazione istituzionalizzata, l’emarginazione economica e politica. In Siria, prima del 2011, formavano la maggiore minoranza nazionale: circa 2 milioni di persone. In Iran (tra i 6 e gli 8 milioni) vengono loro negati i diritti sociali, politici e culturali. Anche l’Iraq ha una lunga storia di oppressione dei curdi (5 milioni), incluso il genocidio dell’Anfal, ordinato da Saddam Hussein tra il 1986 e il 1989: il numero delle vittime varia a seconda delle fonti tra 80 mila e 182 mila. Nella questione curda, che non riguarda più solo la Turchia ma coinvolge il futuro della Siria, si intrecciano tre cruciali controversie: il diritto all’esistenza, quello all’autodeterminazione, le risorse idriche e petrolifere nel Kurdistan.
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Testi di Manuela Borraccino
DOSSIER
Rebus Kurdistan
I curdi sono da sempre un popolo di confine: dall’antichità alla caduta dell’Impero ottomano e, ancora di più, lungo le frontiere tracciate dopo la prima guerra mondiale. La guerra all’Isis, che li ha visti in prima linea, ha riproposto le rivendicazioni per uno Stato curdo
Suruç, Turchia. La tendopoli popolata dai profughi curdi fuggiti da Kobane in seguito agli attacchi avviati dallo Stato islamico il 13 settembre 2014
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conflitti mediorientali si stratificano come le placche tettoniche che ogni qualche decennio scivolano malignamente al di sotto e fanno crollare città, uffici, caseggiati, moschee, scriveva il giornalista britannico Robert Fisk nel monumentale Cronache mediorientali. Tale è stato il significato negli ultimi anni del protagonismo curdo nei rivolgimenti che hanno investito la Siria e l’Iraq e il conseguente riposizionamento di Stati Uniti, Russia, potenze regionali ed europee nei confronti dei curdi, che hanno sempre rappresentato un vero e proprio rompicapo per la politica internazionale. Negli ultimi anni, dopo decenni di inattività, gli interessi occidentali hanno cominciato a convergere con quelli dei curdi come mai era accaduto prima. La verità è che la minaccia dello Stato islamico ha rafforzato le rivendicazioni separatiste dei curdi, che si sono imposti nella guerra civile siria-
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DOSSIER Istanbul
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TURCHIA
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LIBANO ISRAELE
GERUSALEMME
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Nella pagina a fianco, i territori abitati dai curdi, distribuiti fra Iran, Iraq, Siria, Turchia e Armenia. A sinistra, il Kurdistan iracheno
TURCHIA
ISTAN
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ARABIA SAUDITA Regione del Kurdistan
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Territori contesi
Zone a maggioranza curda
na come i più validi combattenti contro lo Stato islamico. L’epopea del Kurdistan siriano, Rojava, Occidente in lingua curda, la regione nel Nord-Est della Siria dichiaratasi indipendente il 17 marzo 2016 con il nome di Federazione democratica della Siria del Nord (si veda pagg. 3436) dopo esser diventato la prima linea della lotta globale al terrorismo dello Stato islamico, ha riacceso i riflettori sul Kurdistan, la nazione invisibile situata fra Turchia, Iran, Iraq e Siria, vagheggiata cent’anni fa durante il crollo dell’Impero ottomano e mai divenuta uno Stato. «Nel corso di 150 anni la questione curda è stata a livello internazionale un dossier di conflittualità latente fra le potenze occidentali, la Turchia e la Russia, mentre a livello nazionale ha 30 TERRASANTA
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rappresentato storicamente il barometro del livello della democratizzazione della società turca e negli ultimi anni delle istituzioni della democrazia repubblicana» spiega Lea Nocera, docente di Lingua e letteratura turca all’Università L’Orientale di Napoli e autrice del volume La Turchia contemporanea (Carocci, 2011). «Ricordiamo che non stiamo parlan o i un locco onolitico i curdi hanno quattro varianti linguistiche, appartengono a diverse confessioni religiose, sono presenti in almeno quattro nazioni. In secondo luogo teniamo presente che fin dal 1923 hanno dovuto fare i conti con lo sforzo intrapreso dalle autorità turche per costruire un’identità nazionale forte che è stata basata anche sulla repressione delle differenze etniche, linguistiche, religiose».
Il governo turco infatti ha sempre presidiato militarmente le montagne abitate dai curdi e per decenni ha negato ogni riconoscimento di una loro specifica identit cultu al solo o o il a concesso l’autorizzazione all’uso in privato della lingua curda e, dieci anni dopo, la sua riammissione nelle scuole delle regioni a più alta concentrazione curda. Lo snodo cruciale nella politicizzazione della questione curda è avvenuto nel 1978 con la fondazione da parte di Abdullah Öcalan del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk, acronimo in curdo di Partîya Karkerén Kurdîstan), espressione della sinistra radicale marxista-leninista, che ha intrapreso la lotta armata contro lo tato il stato sso uo ilegge non solo in Turchia ma viene considerato un’organizza-
zione terroristica anche dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. In seguito alla cattura il 15 febbraio 1999, Öcalan sta scontando l’ergastolo nell’isola prigione di ali a l a t o i ato una via pacifica non più all’acquisizione dell’indipendenza, ma dell’autonomia dei curdi in Turchia, in gran parte inascoltata sia dai suoi sia dal governo di Ankara. Molto è cambiato da quando la Turchia ha iniziato il processo, interrotto da 15 anni, di adesione all’Unione Europea «e la questione curda – rimarca Nocera– dall’essere la cartina di tornasole del processo di democratizzazione turca soprattutto dopo i colpi di Stato militari del 1960, 1971, 1980, è diventata il paradigma per misurare il rispetto dei diritti umani e il grado di inclusione delle minoranze in Tur-
chia, della cittadinanza partecipata e del pluralismo. La questione curda ha svolto un ruolo cruciale per trasformare il linguaggio politico e avvicinare molti cittadini all’Unione Europea. Oggi tuttavia la Turchia è attraversata da rigurgiti nazionalistici che rischiano di degenerare in derive violente estremist non si u c ua a con preoccupazione all’amplissimo consenso di cui gode Erdogan per l’offensiva che ha intrapreso in Siria lo scorso ottobre e alla titubanza dell’Unione Europea sia nello stigmatizzare questa operazione militare sia nel farsi carico dei quasi quattro milioni di rifugiati siriani in Turchia» che Erdogan vorrebbe riportare in quella zona cuscinetto di 500 chilometri di lunghezza e 32 di profondità lungo il confine tur-
co-siriano nell’Eufrate sino al confine iracheno. Quel che è certo è che rappresenta una visione parziale e distorta quella che vede i curdi identificati con una minoranza in lotta con il governo turco mentre la questione riguarda molti più attori, al punto che oggi il vero ostacolo alla creazione di uno Stato indipendente è rappresentato proprio dalla diversità degli interessi delle singole minoranze curde in Iraq, Siria e Iran. «Il fatto che i curdi, pur accomunati da precise caratteristiche che li rendono un popolo distinto dagli altri, non si siano mai trovati nella condizione di convivere sotto un’unica sovranità – osserva Stefano Torelli nel saggio Kurdistan, la nazione invisibile (Mondadori, 2016) – ha determinato nel lungo periodo la nascita di interessi e agenti divergenti in seno alla loro stessa comunità, accentuando la loro frammentazione interna. Allo stesso tempo l’impossibilità di agire come unico protagonista rispetto alla realtà regionale int na ional a atto s c l istanze curde fossero sempre secondarie rispetto ad altri interessi strategici e politici di altri attori». È oggettivamente improbabile che quattro Paesi cedano parti del loro territorio per creare uno Stato che non è mai esistito e proprio per questo non è sufficiente che la Turchia risolva MARZO-APRILE 2020
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la propria questione curda, o che il Kurdistan iracheno diventi ancora più autonomo rispetto allo Stato centrale, né che i curdi
siriani costituiscano delle proprie aree autoamministrate perché si possa immaginare un Kurdistan indipendente.
SCHEDA La questione curda
F
in dal Trattato di Sèvres del 1920 e dal tradimento consumato con il Trattato di Losanna tre anni dopo - tradimento delle speranze che il governo britannico aveva alimentato tra le popolazioni curde con la promessa di creare un Kurdistan indipendente in cambio del sostegno contro il moribondo Impero ottomano -, emersero i fattori che avrebbero caratterizzato la storia del Kurdistan e posto i maggiori ostacoli alla creazione di uno Stato indipendente. Dalla nascita della Turchia moderna nel 1923, infat ti, Mustafa Kemal Atatürk piantò i
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germi della questione curda per antonomasia, quella cioè che riguarda la Turchia, con la negazione del-l’autonomia culturale che sarebbe divenuta emarginazione sociale, politica ed economica dei curdi. Tra questi fattori figurano: la centralizzazione e tentata «turchizzazione» forzata delle minoranze curde; l’influenza delle potenze internazionali e regionali sull’evoluzione delle politiche indipendentiste curde in funzione antiturca; la frammentazione del panorama curdo, a sua volta diviso fra famiglie e clan spesso in contrasto tra loro, che avrebbero reso impossibile la creazione di un fronte curdo unitario.
Curde combattenti delle Unità di protezione popolare (Ypg) a Raqqa, Siria
In Turchia, del resto, il fatto che i 15 milioni di curdi siano una minoranza cospicua, ma che non è mai stata censita perché non riconosciuta (a differenza delle altre tre minoranze riconosciute in quanto comunità religiose ovvero gli ebrei, gli armeni e i greco-ortodossi), non si traduce affatto in un mancato senso di appartenenza alla nazione turca. «Non dimentichiamo che la stragrande maggioranza dei curdi in Turchia sono perfettamente integrati nel Paese e si considerano turchi e co-fondatori della Turchia moderna, come dimostra il fatto che alcuni ministri negli ultimi decenni erano curdi e il presidente della Turchia dal 1989 al 1994, Turgut Özal, era curdo», ha sottolineato in un recente convegno organizzato dalla Treccani Carlo Marsili, ambasciatore italiano ad Ankara dal 2004 al 2010 e autore del saggio La Turchia bussa alla porta (Università Bocconi Editore, 2011). «Un secondo gruppo – ha proseguito il diplomatico – si considera rappresentato dal Partito Democratico dei Popoli (Hdp, acronimo del turco Halkların Demokratik Partisi, in curdo Partiya Demokratik a Gelan, partito che unisce forze filo-curde e forze di sinistra – ndr), che aspirerebbe a una forte autonomia come quella prevista in Italia per il Trentino-Alto Adige. C’è poi una terza parte dei curdi, assai
minoritaria, che si riconosce nel Pkk che, a causa dei 30 mila morti provocati in trent’anni con i suoi attentati, viene considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Usa e dai Paesi europei, compreso il nostro. Infine ci sono diverse centinaia di migliaia di curdi che sostengono l’Akp del presidente Erdogan. Il governo turco, dobbiamo tenerlo presente, non sta facendo la guerra contro i curdi ns cont o il uan o a iniziato le operazioni militari in Siria ha inteso reprimere ai confini le Unità di protezione popolare (Ypg), considerato il braccio militare siriano del Pkk». Dal maggio 2015 le relazioni fra Turchia e Stati Uniti hanno subito un brusco raffreddamento perché gli Usa hanno cominciato ad addestrare combattenti contro l’Isis, nella maggior parte curdi, ed il piccolo contingente americano, formato da non più di duemila militari, si è sempre di più appoggiato alle Ypg (acronimo curdo di Yekîneyên Parastina Gel), braccio militare del Comitato supremo curdo composto dal Partito dell’unione democratica, il principale partito curdo siriano, e dal Consiglio nazionale curdo (Knc). Al punto che l’icona della liberazione di Raqqa dallo Stato islamico è diventata il 17 ottobre 2017 la mitica guerrigliera poco più che 30enne Rojda Felat, comandante delle
Chris Huby/Le Pictorium Agency via ZUMA Press
Novembre 2019: una manifestazione del Pkk nel Kurdistan iracheno per celebrare il 41° anno di fondazione del partito
Sostenitori del Partito democratico curdo (Hdp) durante una tornata elettorale a Istanbul, Turchia
Alexandros Michailidis/Shutterstock.com
Carol Guzy/ZUMA Wire
DOSSIER
Ypj (Unità di protezione delle donne), braccio femminile del Ypg, il principale contingente tra le milizie curde riunite sotto l’ombrello americano nelle Forze democratiche siriane (alleanza di milizie curde, arabe, circasse, turkmene, assire, armene e anche cecene creata nell’ottobre 2015 dalla forza di intervento congiunta degli Usa). Le richieste di autonomia dei curdi, dopo aver rappresentato fino al 2017 nel conflitto con i
jihadisti dello Stato islamico una delle principali sottotrame della guerra civile siriana e aver messo ai ferri corti i rapporti fra le autorità centrali e il governo curdo regionale in Iraq (Krg), dall’ottobre 2019 sono tornate al centro della ribalta a causa della pesantissima offensiva intrapresa dalla Turchia nel Rojava con il beneplacito degli Stati Uniti, con i rischi di provocare un ulteriore esodo di massa della ■ popolazione. MARZO-APRILE 2020
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DOSSIER Democrazia diretta, liberazione delle donne, ecologia, pluralismo etnico e religioso... Un rapporto del Rojava Information Center sui sette anni di amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est
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a Federazione democratica della Siria del Nord si basa sul principio di rendere pubblica la proprietà della terra, dell’acqua e delle risorse, adotta un’industria ecologica e un’economia sociale; non permette lo sfruttamento, il monopolio e l’oggettivazione delle donne. Realizzerà un’assicurazione sanitaria e sociale per tutti gli indiviui uanto cita l a ticolo del Contratto sociale con valore costituzionale che ha dato vita nel 2016, un anno dopo la liberazione dalle truppe dell’Isis, alla Federazione democratica della
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Siria del Nord e dell’Est, che da quel momento ha abbandonato il termine curdo Rojava per includere le aree a maggioranza araba e tutte le comunità presenti nel No st lla i ia tu ni, circassi, armeni, ceceni, nomadi (nawar). Ovvero, dal punto di vista religioso, non solo musulmani sunniti ma anche evangelici, ezidi, aleviti e un’ampia minoranza di assiro-siriani nella regione di Jazeera, una parte dei quali fuggiti all’estero a causa degli orrori perpetrati dall’Isis. L’invasione turca della Siria il 9 ottobre 2019 ha dato avvio a un nuovo capitolo della guerra civile
siriana e ha aperto nuove arene per le potenze regionali e globali che si stanno contendendo il controllo dell’area. Se i media del mainstream si sono concentrati sul tradimento degli Usa nei confronti delle Forze democratiche siriane e sul costo civile dell’offensiva, gli interrogativi principali riguardano il futuro del modello di organizzazione sociale che si definisce «rivoluzionario», nato nel 2012 dal movimento per i diritti dei curdi. Questo è sorto all’interno delle regioni a maggioranza curda della Siria settentrionale, dove risiedono secondo stime non ufficiali tra i 4 e i 5 milioni di persone, e dai primi
Ansa/Rojava Information Center
ORGANIZZAZIONE POLITICA DEL NORD-EST SIRIA
SOCIETA Partiti politici Organizzazioni
Istituzioni civili Cooperative
Sindacati Società Civile
Comuni
150 - 1,500 abitanti
Osserva Interviene
Consigli
(quartieri, sotto-distretti, distretti, cantoni)
Regioni
Riferisce a Fornire un feedback
Osserva Interviene
Riferisce a Fornire un feedback
CONSIGLIO DEMOCRATICO SIRIANO Assemblea politica per una Siria democratica
Istituzioni locali del TEV-DEM
O In sse t e rv rv a ie n e
Un laboratorio per il Medio Oriente?
esiti delle evoluzioni attraversate in questi anni dall’Amministrazione autonoma instaurata su base federale nelle sette regioni di Jazeera, Eufrate, Afrin, Manbij, Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor. Soprattutto perché, come sottolineano gli analisti dell’International Crisis Group, gli accordi sul cessate-il-fuoco raggiunti in questi mesi attraverso la mediazione di Mosca tra le Unità di protezione popolare (Ypg, in curdo Yekîneyên Parastina Gel) e le autorità siriane hanno lasciato in sospeso le divergenti posizioni sulla sicurezza e la governance del Kurdistan siriano, con il regime di Assad che insiste sul ritorno al controllo centrale del territorio mentre le Ypg cercano di preservare l’autonomia che si sono conquistata sul terreno con la lotta all’Isis. Qual è la posta in gioco nel Nord e nell’Est della Siria? Quali sono gli obiettivi a lungo termine delle comunità che hanno dato vita a questo progetto politico e sociale unico in Medio Oriente? Quale impatto avranno su questo laboratorio di «autonomia democratica confederale» basata sulla parità di genere, sulla rigenerazio-
Ottobre 2019: la linea del fronte, lato siriano, L’operazione militare della Turchia contro le forze curde nel Nord-Est della Siria è cominciata
rappresentato tramite comitati
Le proteste in Siria settentrionale e orientale segnano due anni da quando la Turchia ha lanciato la sua invasione e occupazione di Afrin
AMMINISTRAZIONE AUTONOMA DELLA SIRIA DEL NORD E DELL’EST
TEV-DEM
Organizzazione ombrello per la società civile
Sistema confederale e servizi di base
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DOSSIER
L A STORIA
La «Terza via» di Öcalan
L’
ne ecologica e sul potere sviluppato a livello locale, l’invasione delle forze armate turche e delle loro milizie proxy (costituite da mercenari e, secondo fonti di stampa, da ex jihadisti dell’Isis arruolati dalla Turchia contro i curdi)? Queste domande sono alla base del rapporto di 60 pagine del Rojava Information Center, appena tradotto in italiano e disponibile sul sito www.retekurdistan.it, dal titolo Oltre le linee del fronte. La costruzione del sistema democratico nella Siria del Nord e dell’Est, redatto da alcune decine di attivisti e giornalisti giunti nella regione a sostegno di questo progetto. Il rapporto ricostruisce come curdi e arabi nella Siria del Nord e dell’Est si siano organizzati insieme durante la Primavera Araba del 2011, «ma la maggior parte dei gruppi curdi alla fine si è allontanata dal movimento a causa della mancanza di accettazione dei diritti del popolo curdo e della crescente influenza di gruppi islamisti fondamentalisti». Al punto che la rivoluzione del Rojava (inizialmente avviata nei tre cantoni a maggioranza curda di Afrin, Kobane e Jazeera) oggi non è più un progetto esclusivamente cu o in o ni ion , consi li co-presidenti includono una rappresentanza significativa della comunità araba e degli altri gruppi etnici, soprattutto grazie al lavoro di riconciliazione che viene svolto con continui incontri pub36 TERRASANTA
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attuale sistema politico dell’Amministrazione autonoma nel Nord-Est della Siria è un prodotto della tendenza politica democratica confederalista, fortemente modellata dagli scritti e dal pensiero di Abdullah Öcalan (che insieme ad altre figure di spicco nel Pkk fece base in Siria e Libano dopo l’esilio dalla Turchia nel 1979, tenendo seminari e sviluppando l’ideologia del partito). Come molti movimenti di liberazione anticoloniale della seconda metà del Novecento, l’ideologia del movimento per i diritti dei curdi ha le sue radici nel
blici sulle questioni della democrazia, dell’empowerment e dell’economia sociale sviluppata con la creazione di cooperative. Un lavoro sulla società civile che i promotori vorrebbero diffondere in altri contesti del Medio Oriente «che hanno raggiunto un punto morto come, ad esempio, il conflitto israelo-palestinese». Il sistema politico è ora composto da tre strutture basate sui principi del decentramento del ot v D , Movi nto una società democratica nato nel 2011, una rete che sostiene e coordina la voce della società civile, compresi i sindacati e associazioni di donne, all’interno degli organi amministrativi; l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (creata nel settembre 2018), anch’essa come il Tev-Dem fondata su base federale dalla comune locale (di solito formata da meno di 200 famiglie) al livello
tradizionale marxismo e nazionalismo, rivisti alla luce del fallimento del socialismo statalista dopo il 1989. Il «nuovo paradigma» è stato definito dopo il 2005 attraverso gli scritti dal carcere di Öcalan, con un rifiuto dei meccanismi centralizzati dello Stato e la proposta di un modello alternativo di governance chiamato Confederalismo democratico. Né socialismo tradizionale basato sullo Stato, né Stato-nazione capitalista: Öcalan ha proposto una «terza via», dove la liberazione delle donne sia la chiave per costruire una società liberata e per affermare i diritti culturali e politici di tutti.
Abdullah Öcalan, il capo del Pkk
interregionale; infine l’ombrello politico del Consiglio democratico siriano (creato nel 2015), che comprende anche al proprio interno un Consiglio tribale con i capi dell’area e fornisce una cornice politica per la risoluzione del conflitto siriano sia attraverso colloqui con le autorità centrali sia assumendo la responsabilità del la■ voro diplomatico.
«Foreign fighters», l’ipocrisia (e l’imbarazzo) dell’Occidente
L
a condizione più misera è, ancora una volta, del Nord-Est della Siria di rimpatriare e, dove nequella dei bambini e soprattutto delle bam- cessario, processare 1.450 fra questi individui, bine. Che non hanno colpa per avere origini volgendo lo sguardo dall’altra parte, quando occidentali o asiatiche o nordafricane ed esser persino il presidente Trump ha rotto gli indugi e nati e cresciuti sotto lo Stato islamico, senza rice- fatto intendere che i mille soldati Usa erano lì per vere alcuna istruzione o, peggio, esser stati forma- presidiare i pozzi di petrolio e non i jihadisti occiti a una concezione violenta dell’Islam. E che si ri- dentali. Di fatto, solo Russia, Malaysia, Uzbekistan trovano oggi, nove anni dopo l’inizio della guerra e Kosovo si sono mossi insieme per iniziare i rimcivile siriana, ad affronpatri, ma centinaia di tare la pubertà e l’adoleloro cittadini restano nei scenza a rischio di viocampi. Marocco e Tunilenze sessuali e di altro sia hanno fatto poco o tipo, detenuti insieme niente. Latitano anche i alle madri oppure da sogoverni occidentali, in li in tre campi di detenprimis quelli europei, di zione nel Nord-Est della Canada e Australia, che Siria. I maggiori sono fino allo scorso ottobre Donne detenute quelli di al-Hol e di Roj avevano rimpatriato in in un campo dell’Isis e, solo nel primo, sono tutto appena 180 connel Nord-Est della Siria tremila i minori non acnazionali (di questi 110 compagnati (dati delle provenienti dal Kosovo). Nazioni Unite), sorveOra però l’invasione turgliati dalle Unità di protezione del popolo curde ca ha modificato i rapporti di forza sul terreno. Di (Ypg) dopo la sconfitta del «Califfato». Un dram- fronte all’annunciato ritiro degli Usa, le Forze dematico rapporto, pubblicato a fine novembre mocratiche siriane hanno raggiunto un accordo dall’International Crisis Group con il titolo Prima le militare con Damasco, sollevando timori che ora donne e i bambini: rimpatriare i seguaci occiden- siano le autorità siriane a prendere in custodia tali dell’Isis, getta luce sulle condizioni dei circa questi miliziani. Tutti i governi non siriani che han13.500 familiari dei foreign fighters che vivono da no concittadini nei campi, è l’appello del Rapporquasi due anni in queste prigioni a cielo aperto, to, dovrebbero rimpatriare i loro concittadini solcontrollati dalle Forze democratiche siriane men- levando questo Paese martoriato da un peso che tre i miliziani uomini, circa duemila, si trovano in un non è in grado di sostenere, e riducendo i rischi carcere separato. per la sicurezza – dalle eventuali fughe degli adulI governi stranieri hanno fatto orecchi da mercan- ti alla radicalizzazione dei minori – provocate dalla te alle richieste dell’Amministrazione autonoma disperazione. Arianna Pagani
SCHEDA
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on abbiamo bisogno di dire ai giovani sunniti o sciiti o cristiani che frequentano il nost o c nt o iv t insi asta organizzare un corso di musi38 TERRASANTA
Un'operatrice umanitaria di Un ponte per... nel campo profughi di Raqqa
Alessio Romenzi
Mano tesa per il ritorno a casa
Nel Kurdistan iracheno lavora da tempo l’organizzazione Un ponte per... Attiva nella ricostruzione dopo gli orrori dello Stato islamico, ha realizzato decine di progetti sanitari, culturali ed educativi. Abbiamo incontrato Sergio Dalla Ca’ di Dio, uno degli operatori che ha vissuto più a lungo nel Paese e che meglio lo conosce
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ca, di inglese o di videomaking e loro stessi, studiando e lavorando fianco a fianco, imparano a conoscersi e ad apprezzarsi l’un altro». Lo racconta Zhalian K. Ahmed, animatrice di uno dei sei centri giovanili attivi fra Erbil, Sulayma-
niyah e Dohuk, nel Kurdistan iracheno. «Sono una radiologa ecografista di Mosul. Anche negli anni bui dello Stato islamico ho continuato a svolgere il mio lavoro con le donne; ora vorrei ricostruire il mio Paese», dice Maha Mu-
wafak Nayaf, medico del Centro polifunzionale di Bashiqa, tra le specialiste del progetto Ma’an Na’ud, «Tornare insieme», grazie al quale dal 2017 oltre 1.700 donne e ragazze, molte delle quali vittime di violenze sessuali, hanno avuto
accesso a servizi gratuiti di assistenza sanitaria di base, salute riproduttiva e sostegno psico-sociale attivati in un’area dove erano assenti da anni. Sono solo due protagoniste dei progetti realizzati dall’organizzazione Un ponte per..., con il sostegno di numerose agenzie dell’Onu e dell’Unione Europea, in collaborazione con la Mezzaluna Rossa Curda e con l’Agenzia italiana per la cooperazione allo Sviluppo (Aics). I progetti mirano ad accompagnare le comunità nel lungo e difficile percorso del ritorno a casa, in Iraq come in Siria, dopo la liberazione dallo Stato islamico. Attivi in Iraq dal 1991, all’indomani della fine della prima Guerra del Golfo, in seguito presenti nei Balcani e in altri Paesi l icino M io i nt prevenire i conflitti e favorire i processi di peace-building e statebuilding, in oltre 28 anni gli operatori umanitari di Un ponte per... hanno realizzato decine di progetti sanitari, culturali ed educativi a Baghdad e nei governatorati dell’Iraq settentrionale (Dohuk, Kirkuk, Sulaymaniyah, Erbil), in gran parte nel Kurdistan iracheno. «La nostra presenza è molto radicata e si esprime in progetti
di assistenza sanitaria, centri giovanili, assistenza alle donne con centri di ascolto e di salute riproduttiva che riguardano tutta la popolazione senza distinzione, dai curdi agli arabi alle altre comunità», racconta Sergio Dalla Ca’ di Dio, uno degli operatori che ha vissuto più a lungo in Iraq da dove è appena rientrato. Spiega che negli ultimi anni, ai progetti per la ricostruzione del tessuto sociale iracheno, la prevenzione della violenza e l’assistenza alle famiglie e ai bambini, si sono aggiunte le ripetute emergenze umanitarie legate alle ampie migrazioni interne che hanno dilaniato l’Iraq e la Siria a causa del «Califfato» islamico. «La regione di Dohuk dove abbiamo una delle nostre maggiori basi operative – spiega – si trova proprio a cavallo tra il Kurdistan siriano e il Kurdistan iracheno ed è stata fra quelle che hanno maggiormente accolto centinaia di migliaia di profughi siriani e di sfollati interni iracheni la o ola ion c sciuta negli ultimi anni da 5 a 7 milioni di persone. Cerchiamo di evitare il rischio di concentrarci sui profughi tralasciando i progetti di inclusione sociale, soprattutto con le scuole, e di capacity builMARZO-APRILE 2020
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ltre 70 mila persone accolte nei campi profughi, nuovamente sfollate dopo aver dovuto abbandonare le proprie case almeno una volta in nove anni di conflitto; ospedali colpiti e l’intero sistema sanitario del Nord-Est della Siria ricostruito negli ultimi anni con l’aiuto della Mezzaluna Rossa Curda e di decine di altre organizzazioni umanitarie «che ora rischia di collassare»; il 70 per cento delle scuole chiuse perché utilizzate per accogliere i rifugiati interni. Sono le drammatiche condizioni al centro della campa-
ding che sono fondamentali per riavviare attività produttive fra i curdi e le altre comunità e, con il lavoro, rendere le famiglie autonome». Dopo tre anni di regime jihadista dell’Isis, la violenza settaria che non cessa di attraversare l’Iraq, la corruzione e la crisi economica che negli ultimi mesi ha portato nelle piazze centinaia di migliaia di giovani, inchiodano l’Iraq a una povertà diffusa, nonostante gli introiti del petrolio. Nell’indice dello sviluppo umano l’Iraq è solo al 120° posto nel mondo. «Anche tra la popolazione curda manca il lavoro – rimarca – e proprio per questo investiamo molte risorse nella formazione professionale, con corsi di avviamento per idraulici, elettricisti, imbianchini dei quali c’è estremo bisogno per ricostruire il Paese dopo anni di guerra, 40 TERRASANTA
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cos co c c ia o i a i cooperative di sartoria per le donne e altre attività che possano renderle economicamente indipendenti». A questo si aggiungono le molte iniziative, promosse anche in
collaborazione con i donatori ita italiani, per aiutare i più giovani ad immaginare e costruire il futuro del Paese. Come il progetto promosso con il musicista Luca Chiavinato nell’ambito della Iniziativa di solidarietà della società
Operatori umanitari di Un ponte per... con un referente della Mezzaluna Rossa nel campo profughi di Raqqa
civile irachena (Icssi) e che ha dato vita all’Ensemble Mshakt, una band di musicisti che fanno conoscere anche in Europa la musica del Kurdistan iracheno. Oppure con Radio Gardenya, un’emittente promossa dall’associazione nel campo profughi di Arbat, che attualmente ospita circa 10 mila siriani, attiva tutto il giorno con programmi d’informazione, servizio e intrattenimento. a l ulti a, a atica emergenza gestita dal Kurdistan iracheno è quella che si sta registrando nel Nord-Est della Siria, da dove gli operatori umanitari sono stati costretti ad allontanarsi lo scorso ottobre in seguito all’attacco della Turchia e alle gravissime violazioni del diritto umanitario internazionale, come le esecuzioni di nove attivisti politici curdi, gli attacchi ai civili, alle strutture sanitarie e alle
Alessio Romenzi
O
gna #DallaLoroParte lanciata dall’organizzazione Un ponte per... al fine di raccogliere fondi destinati alla zona del Rojava, nel Kurdistan siriano, aggredita dall’offensiva turca in corso dal 9 ottobre 2019. Colpita anche la città di Kobane, simbolo della resistenza curda contro l'Isis, e la località di Ein Aissa, a 50 chilometri dal confine turco, quindi fuori dalla zona cuscinetto che Erdogan vorrebbe porre sotto il controllo delle forze armate turche. Gli operatori chiedono di contribuire all’invio di medicinali, tende, coperte, kit igienici per garantire rifugio e sostegno alle famiglie sfollate. Info su www.unponteper.it
Alessio Romenzi
Civili sotto attacco: una campagna per il Kurdistan siriano
Veduta dall’alto del campo profughi di Al Hol (Nord-Est della Siria), che ospita mogli e figli di ex miliziani dell’Isis
Alessio Romenzi
SCHEDA
Un medico visita un piccolo paziente in un ambulatorio gestito dalle organizzazioni umanitarie
ambulanze, con il rapimento di alcuni membri del personale sanitario locale, che l’associazione italiana ha immediatamente denunciato alle Nazioni Unite. «Nel 2015 avevamo cominciato a operare nel Nord-Est della Siria, dove attualmente gestiamo 17 strutture sanitarie fra ambulatori e ospedali. Uno è stato inaugurato l’anno scorso a Raqqa, in collaborazione con la Mezzaluna Rossa Curda. Sono numerosi gli interventi umanitari a sostegno della popolazione curda che ha cacciato i jihadisti dello Stato islamico», spiega Luca Cafagna, raggiunto telefonicamente nella base di Dohuk, presso il confine iracheno-siriano e a circa 200 chilometri dalla zona del Rojava che è stata evacuata. A Dohuk sono stati attivati degli ambulatori per prestare il primo soccorso a chi è in fuga
dai combattimenti e agli oltre 20 mila profughi siriani costretti a fuggire nuovamente. «Nel corso del 2019 avevamo cominciato a progettare i piani di sviluppo per la regione, che aveva appena iniziato a ritrovare una certa stabilità. L’offensiva delle forze armate turche sostenute dall’Esercito libero siriano ha gettato il Rojava in una nuova crisi umanitaria, con almeno 20 mila persone sfollate, verso il Sud della Siria e verso l’Iraq, mentre altri 70 mila continuano a vivere nei campi profughi. Stiamo cercando di aiutare i rifugiati e continuiamo a collaborare con il nostro staff siriano di 60 persone, che stanno mantenendo le attività dopo l’evacuazione. Chiediamo l’immediato cessate il fuoco e di permettere al personale umanitario internazionale di rientrare nel Paese».■ MARZO-APRILE 2020
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IL PROFILO
Mirella Galletti, studiosa e attivista della causa curda
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âzdân, ghârdân, helâtin, kosh, kûraû, râkirdin, Nella sua Storia dei curdi la Galletti ricostruisce le raû, roshtin. Sono otto vocaboli curdi che ragioni, le vicissitudini storiche, la rilevanza delle indicano l’esodo. Su un mio quaderno di risorse naturali disponibili e dell’ingerenza degli viaggio ho queste parole scritte di suo pugno dal Stati nella regione, la persistenza del tribalismo, le grande poeta Sherko Bekes durante un incontro a circostanze che hanno reso i curdi un popolo «diErbil nel 1992. La tragedia del popolo curdo emer- menticato», che i governi turchi hanno sempre ge anche sotto l’aspetto linguistico». L’incipit fol- semplicemente definito «turchi della montagna», gorante del libro più famoimpedendo loro dar vita a un so di Mirella Galletti indica Stato indipendente. E questo già dalle prime battute coben prima del crollo dell’Impeme poche opere rapprero ottomano, come si legge sentino la summa di oltre nelle pagine dedicate all’islaquarant’anni di studi, inmizzazione del popolo curdo. contri, viaggi, conversazio«Abbracciando la nuova fede ni, letture, interviste, quanche poneva l’ideale universale to l’indimenticabile Storia dell’Islam, i curdi sacrificarono dei curdi (Jouvence 2004). l’opportunità di costituire il Definita «una pietra miliare proprio Stato». Un altro snodo nella storiografia curda» da fondamentale si ebbe negli Joyce Blau, direttore dell’Ianni del crollo dell’Impero otMirella Galletti con Abdullah Öcalan stituto nazionale delle lintomano, quando le potenze in una foto degli anni Novanta gue e civiltà orientali di coloniali erano in lotta tra loro Parigi, l'opera è stata ripubper la spartizione e lo sfruttasfrutta blicata nel 2014 ed è, ancora oggi, un testo fonda fonda- mento delle risorse, soprattutto petrolifere. Si è mentale per conoscere la genesi e la complessità poi aggiunto nella seconda metà del Novecento della questione curda. La storica Mirella Galletti lo sfruttamento delle risorse idriche dell’Eufrate, (1949-2012) fu docente di Storia dei Paesi islamici oggi controllato dalla Turchia e che rischia di dinella Seconda Università di Napoli e uno dei mas- ventare un casus belli con l’Iraq. simi curdologi a livello internazionale. Instancabile Resta il fatto, scriveva profeticamente già nel 2004, frequentatrice di archivi e biblioteche, la Galletti che le questioni curda e palestinese non potranno aveva insegnato non solo nelle Università di Milano esser risolte senza la rottura degli equilibri esistenBicocca, Ca’ Foscari a Venezia, Bologna e Trieste, ti nel Medio Oriente. Il futuro del movimento curma era stata spesso invitata a tenere seminari do, in particolare, dipende più dall’evoluzione nelle Università di Erbil e di Sulaimaniyah, nel Kur- politica del quadro regionale che dalle decisioni distan iracheno. dei suoi dirigenti. 42 TERRASANTA
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FILO DIRETTO
La guerra dei missili, la battaglia della fame Fra Ibrahim Alsabagh*
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ensavamo di avere chiuso una pagina, con gli aiuti umanitari. Credevamo che Aleppo si sarebbe rimessa in piedi e che la situazione si sarebbe stabilizzata, tre anni dopo la fine dell’assedio della città. Che il commercio avrebbe ripreso e le condizioni di vita della gente sarebbero migliorate. Invece ultimamente la situazione è peggiorata: in gennaio sono tornati i missili a cadere su diverse zone di Aleppo, soprattutto alcuni quartieri occidentali, in modo intenso. Nelle giornate del 25 e 26 gennaio la terra ha tremato di continuo e quasi nessuno ha dormito per i missili sparati dalla città in direzione della regione di Idlib, ancora in mano ai ribelli, e per quelli che arrivavano da quella zona sulla città. A causa degli attacchi risulta che sono rimaste uccise ad Aleppo 17 persone e i feriti sono stati più di un centinaio, solo tra i civili. Questo conteggio non comprende i soldati e le persone colpite nella zona di Idlib. Da una parte, la guerra che si fa sentire ancora con i missili, e dall’altra la «guerra per fame» che si fa sentire con le sanzioni, l’embargo e la conseguente inflazione che porta alle stelle i prezzi degli alimentari e del ga-
solio. Le medicine e le cure mediche sono sempre più inaccessibili per i prezzi alti. A causa del costo dei combustibili, affrontare il freddo invernale è stato un problema. Per le bombole del gas da cucina bisogna fare la fila dalle 5 di mattina, senza essere sicuri di ottenerne una dopo ore di attesa. Le forniture di elettricità sono irregolari. L’economia della città è soffocata perché nel nord ci sono i territori controllati dai turchi e dai curdi, mentre a ovest, nella regione di Idlib, sono in corso i combattimenti più violenti. La moneta, la lira siriana, si è fortemente svalutata rispetto al dollaro nell’ultimo anno. La svalutazione provoca l’aumento dei prezzi. Metà delle famiglie della parrocchia vive nella povertà più assoluta. Pacchi alimentari, pannolini, aiuti per l’istruzione dei bambini e per i progetti che portiamo avanti sono tra le nostre spese, mentre molte cure mediche specialistiche continuano a non essere disponibili in città. Ci siamo trovati di nuovo in condizioni che ricordano quelle al mio arrivo nella parrocchia di Aleppo nel 2014: nove famiglie su dieci riescono a sopravvivere solo gra-
*Fra Ibrahim Alsabagh (francescano della Custodia di Terra Santa) è parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi ad Aleppo in Siria
zie a qualche forma di sostegno. C’è un’emorragia di giovani che vogliono andarsene, siamo preoccupati per il futuro, noi li incoraggiamo nel cammino verso il matrimonio e, quando decidono di sposarsi, come Chiesa li sosteniamo ad esempio nelle spese di affitto. Da più di due anni portiamo avanti questo progetto, abbiamo aiutato oltre 200 coppie e andiamo avanti nonostante le difficoltà. Le onde sono agitate in questo nostro «mare di Galilea», la nostra barca trema tra le onde. Ma abbiamo uno sguardo di grande fede. Ci abbandoniamo con fiducia alla Provvidenza. Non abbiamo la pretesa di essere noi le guide della Storia: è il Signore che guida il cammino, è presente in questa nostra barca ad Aleppo e non permetterà che questa barca affondi. Però ci sono grandi bisogni di ogni tipo, di preghiera come di aiuti. Speriamo che questa situazione si sblocchi e che la Siria, torni a essere un mondo più umano, dove una persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, potrà vivere in pace e lodare il Signore, ringraziandolo per tutto il bene che ha creato.
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REPORTAGE
Fra John Luke Gregory con alcune donne rifugiate
Nelle isole greche di Rodi e Kos operano i frati minori della Custodia di Terra Santa, al servizio di poveri e rifugiati. L’impegno di fra John Luke per portare un sorriso a tanti disperati in fuga da guerre e miseria
Testo e foto di Giuseppe Caffulli
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elle giornate più l i mpide, da l la punta dove sorge l’Acquario civico, la costa turca sembra quasi di poterla toccare. Con minor frequenza nella stagione invernale, con diverse corse in quella estiva, un veloce batiscafo collega Marmaris a Rodi, portando turisti in visita alla Fortezza del Cavalieri di San Giovanni, o viceversa alla scoperta delle bellezze della costiera turca. Di là l’Asia minore, di qua l’Europa, a poche braccia di mare. Una distanza esigua dall’isola di Simi, ancor meno da Kos, giusto di fronte a Bodrum. Uno spazio a volte siderale per i profughi di molte guerre dimenticate e per i migranti in cerca di un futuro. Siamo ai primi di febbraio. Il vento freddo batte il litorale, il mare è grosso e impedisce la traversata. Ancora per poco, visto che la stagione primaverile porterà bonaccia e darà probabilmente il via a nuovi, frequenti sbarchi. 44 TERRASANTA
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Rodi, tra quelli che nessuno vuole Nel vecchio macello di Rodi, un edificio che risale all’epoca fascista (Rodi, con altre isole dell’Egeo, appartenne all’Italia dal 1912 al febbraio 1947 – ndr), mura sfondate e fatiscenti, regno di topi e scarafaggi, vive da tempo una variegata comunità di profughi e migranti, forse duecento, molti dei quali sopravvissuti in maniera fortunosa alle traversate in
gommone. La maggior parte è siriana, alcuni arrivano dalla Striscia di Gaza, una decina i bambini; poi ci sono gli africani – uomini e donne – di vari Paesi francofoni del Sahel e persino un tibetano, arrivato fin qui dopo aver attraversato praticamente tutta l’Asia. Passano le giornate chiusi in questo campo informale, con lo sguardo fisso oltre il mare, il
telefono tra le mani, magari per captare nelle notti senza stelle qualche Sos da amici o compatrioti decisi a tentare la traversata. «Questa faccenda dura ormai da anni. Nel 2015 venni chiamato dal sindaco di Kos, disperato per l’arrivo nel giro di pochi giorni di 15 mila profughi siriani. Quando andai a vedere non potevo credere ai miei occhi. La
spiaggia era un enorme deposito di gommoni accatastati uno sull’altro. Kos era diventata una grande tendopoli popolata di gente bisognosa di tutto, dal cibo ai vestiti; una situazione che, pur in misura più contenuta, dura anche oggi. E anche oggi la gente continua ad arrivare, a Kos come qui a Rodi». A parlare è fra John Luke Gregory, britannico,
frate minore della Custodia di Terra Santa, che ha la cura, insieme a fra Pawel Juda, polacco, delle parrocchie latine sparse sulle isole dell’arcidiocesi di Rodi, di cui oggi è amministratore apostolico l’arcivescovo latino di Atene, monsignor Sevastianos Rossolatos. Lo seguo in un pomeriggio dal cielo livido nella visita, quasi MARZO-APRILE 2020
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REPORTAGE Scene di vita quotidiana nell’ex macello di Rodi. Ai primi di marzo il numero dei profughi è aumentato ben oltre le 200 persone
quotidiana, al campo informale nell’ex-macello di Rodi. Porta cibo, prodotti per l’igiene personale, indumenti e soprattutto qualche gioco per i bambini. Nel campo la sua visita è attesa, per una richiesta, un’informazione, un conforto. Fra John Luke è poliglotta: oltre alla lingua madre parla italiano, arabo, francese e naturalmente greco moderno. Ascolta tutti, parla con tutti. «Negli ultimi tempi – mi dice mentre sfila da alcune borse calze e babbucce di lana – sono in arrivo molti siriani e curdi dalla zona di Idlib (l’ultima sacca di resistenza dello Stato islamico, sottoposta a pesanti bombardamenti aerei da parte dei russi e assediata dall’esercito siriano – ndr). Sono stupito dall’aumento dei profughi da Gaza, che escono dalla Striscia passando per l’Egitto, e poi attraverso la Giordania, la Siria e la Turchia arrivano fin qui. Pagano mille dollari gli scafisti, che spesso li abbandonano al loro destino a poche miglia dalla costa. Tra queste isole passano grandi navi cargo, che producono onde immense... Difficilmente un gommone stracarico, nel buio della notte, resiste all’impatto. Nessuno sa quanti cadaveri senza nome sono sul fondo di questo braccio di mare. E non è raro trovare i corpi sulle spiagge, specialmente a Kos. Anche madri con bambini». In Europa c’è chi ha parlato, a proposito dell’immane tragedia 46 TERRASANTA
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LA STORIA Saper ricominciare, affidandosi a Dio
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dei migranti e dei profughi del Mediterraneo, di «crocieristi» trasportati da taxi del mare. Fra John Luke s’indigna, al solo sentore di questa odiosa propaganda. «Quando la crisi si è fatta più dura, con le nostre isole invase da questa umanità sofferente, ho voluto andare a vedere. Sono stato dai nostri confratelli in Siria, a Damasco, Lattakia, Aleppo... Per scappare con i figli piccoli, per correre il rischio di morire in mare – mi sono detto – la questione doveva essere seria. Quello che ho visto nel 2016 in Siria è stata la spiegazione più lampan-
te. Se uno vede Homs rasa al suolo capisce al volo. Se uno vede Aleppo sventrata dalle bombe capisce perché questa gente scappa. Quello che ho toccato con mano è l’Apocalisse. Non vengono per ragioni economiche, non i siriani almeno. Vengono per cercare una possibilità di vita che a casa loro non c’è più». Mentre il sole cala, nel mattatoio di Rodi ci si prepara a passare la notte. Si cucina su bracieri improvvisati in lamiera, si sistemano le coperte, qualcuno tenta una doccia gelida. I bambini (alcuni non accompagnati) si
ohn Luke nasce Stephen sopra il pub dei Gregory a Sheffield, Inghilterra, nel 1958. I genitori offrono a tutti e sei i figli ottimi studi in prestigiose università. Stephen termina il liceo con un anno d’anticipo e, prima di entrare al King’s College di Londra, fa diverse esperienze di volontariato tra poveri, prostitute, migranti e moribondi. Nel 1976 si reca in Terra Santa per un pellegrinaggio e conosce i frati della Custodia. Terminata l’università, si diploma in infermieristica e lavora in ospedale. Ma a trent’anni decide di farsi francescano: prima il postulantato a Roma, poi il noviziato ad Ain Karem. Ordinato sacerdote, sembra destinato agli studi ecumenici. Ma inaspettatamente viene inviato come cantore al Santo Sepolcro. Ci resterà sei anni. Durante il custodiato di fra Giovanni Battistelli, viene incaricato della segreteria per un altro sessennio. Infine Rodi, dove viene inviato da fra Pierbattista Pizzaballa, allora Custode. «Avevo 46 anni e non capivo un’acca di greco – ricorda –. È stato un nuovo inizio. Durissimo, ma ho imparato che se ci si affida a Dio si può sopportare tutto». La parrocchia di Santa Maria della Vittoria, la «chiesa madre» della presenza francescana a Rodi, è oggi il centro propulsivo della pastorale sull’isola. D’estate, con l’arrivo dei turisti (3 milioni nel 2019), è un via vai di gente per le celebrazioni in greco, inglese, francese, polacco... perfino tagalog. «La mia carta vincente, da subito, è stato il coinvolgimento dei laici. Ho voluto immediatamente il consiglio pastorale, e ancora oggi sono grato a tutti coloro che sono impegnati nelle varie attività». Angela Philippou (nel tondo) è la fidata collaboratrice parrocchiale che gestisce anche l’amministrazione. Spiega: «La nostra missione è oggi soprattutto l’assistenza ai profughi e ai più poveri della città. Lo possiamo fare in particolare grazie ai fondi dei donatori che arrivano tramite Ats pro Terra Sancta. Poi ci occupiamo degli ammalati, delle donne colpite da tumore, che si ritrovano per riunioni di auto-aiuto nella nostra aula Santa Chiara. Collaboriamo con la comunità luterana. Desideriamo che la nostra sia una testimonianza di dialogo e accoglienza che va oltre l’appartenenza confessionale». «Siamo davvero grati – interviene fra John Luke – ai benefattori sparsi in tutto il mondo. Se possiamo regalare un sorriso a tante persone in difficoltà, è soprattutto merito loro».
rincorrono e giocano tra loro. Un gruppetto di donne africane è seduto in cerchio; qualcuna aiuta le altre a sistemarsi i capelli. In un angolo del vecchio edificio
un rifugiato offre gratis la sua opera di barbiere, perché la vita deve andare avanti. «Parliamo d’Europa – dice il religioso –. Tutte le nostre parole
La chiesa francescana di Santa Maria della Vittoria
sui diritti umani... Ma poi? Qui c’è chi vive in modo non rispettoso della dignità umana. Qui la Chiesa cattolica è molto piccola, ma cerchiamo di offrire il massimo. Ogni settimana destiniamo una quota considerevole delle risorse che ci arrivano dai donatori all’assistenza ai profughi e distribuiamo oltre 300 pacchi per i poveri. Siamo una goccia nel mare, ma non ci tiriamo indietro». Tarek, un bel ragazzo di Lattakia, 19 anni, si avvicina ad abuna John Luke per chiedergli uno shampoo ma, soprattutto, per chiedere quello che tutti qui soso gnano: poter lavorare per non morire d’inedia e per guadagnar guadagnarsi il pane. Un conciliabolo fitto, in arabo, che ben presto richiama anche altri residenti nel campo. Una richiesta impossibile, perché anche qui, per chi arriva, la vita MARZO-APRILE 2020
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REPORTAGE IL PROGETTO Un aiuto a poveri e rifugiati
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Fra John Luke con fra Francesco Ielpo, Commissario di Terra Santa per il Nord Italia, distribuisce pacchi alimentari ai poveri dell’isola
è sospesa tra documenti, richieste d’asilo e carte bollate. Di tanto in tanto, mi dicono, nel campo compaiono funzionari dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati. Ma la Grecia, nel 2019, ha approvato una legge che rende più facile l’espulsione che l’accoglienza. Non a caso Dunja Mijatović, la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, durante una visita alle isole greche di Lesbo e Samo, le più colpite dall’arrivo dei migranti, ha parlato di «disperate condizioni in cui si trovano migliaia di essersi
Atene
GRECIA
TURCHIA Mar Egeo
KOS
RODI
Mar Mediterraneo
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umani». Sarebbero circa 35 mila i profughi migranti nell’Egeo, la maggior parte dei quali in attesa di sapere qualcosa circa la loro richiesta di asilo. Ma a causa dell’alto numero delle richieste (68 mila), e di un sistema farraginoso, in Grecia possono passare anche cinque o sei anni prima di conoscere la propria sorte. «Ecco perché – spiega il francescano – è importante per noi frati minori restare qui. I cattolici residenti sono pochi, ma viviamo in un contesto ortodosso e collaboriamo con la minoranza musul-
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al 2015 ad oggi la popolazione di Rodi è cresciuta di circa 15 mila persone, per un totale di 45 mila abitanti. Di questi, un terzo sono rifugiati. Arrivano dalla vicina Turchia e fuggono dalla guerra; la maggior parte sono siriani, ma ci sono anche tanti iracheni, iraniani, curdi e qualche palestinese di Gaza. Da quando è iniziata l’emergenza, fra Luke li aiuta garantendo loro cibo, beni di prima necessità e giocattoli o libri da colorare per i bambini. Per sostenere l’opera dei francescani di Rodi, www.fratiterrasanta.it – Progetto: Emergenza profughi nell’Egeo
mana. Siamo una frontiera, un laboratorio di dialogo. Oggi come un tempo, Rodi è un ponte tra mondi e culture. Siamo qui per accogliere quelli che nessuno accoglie: profughi, drogati, alcolizzati, prostitute... Non facciamo domande. Come san Francesco, andiamo incontro ai poveri e ai lebbrosi, mettendoci a loro fianco, senza dare giudizi». Si fa più serio in volto, fra John Luke, mentre scandisce le parole nel suo italiano segnato dal forte accento anglosassone: «Questi poveri che incontro, che non mi lasciano dormire, sono il volto di Cristo. Non potrei celebrare l’eucaristia e vivere la mia fede se non riconoscessi il Cristo nel volto del povero, se non accogliessi e non condividessi quello che ho. E che ■ anche a me è stato donato».
VISTA GALATA
Il mondo ferito dei «senza futuro» padre Claudio Monge*
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ggi desideriamo chiedere perdono, in particolare, per aver consegnato ai giovani un mondo ferito». Così si è espresso monsignor Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, all’incontro dei vescovi del Mediterraneo con Papa Francesco, tenutosi recentemente a Bari (cfr anche pp. 54 e 66). È una constatazione particolarmente dolorosa per chi vive al Sud del Mediterraneo, al cuore di società ancora estremamente giovani, dove, in assenza di prospettive, questa potenzialità (spesso sconosciuta nei Paesi opulenti ma demograficamente vecchi del Nord) è tristemente frustrata, con i giovani che rimpolpano i ranghi di migranti in cerca di futuro. Ecco che se a Nord del Mare Nostrum si grida all’insostenibile «emergenza arrivi», i Paesi del Sud, più spesso lamentano l’emergenza partenze: un assurdo in gran parte dovuto a diseguaglianze, ingiustizie strutturali e cattiva distribuzione delle ricchezze. Ma questo disequilibrio, in un mondo globale, si riflette su tutto il pianeta e le sue conseguenze, finiranno presto o tardi per farsi sentire anche in altre parti del mondo.
Papa Francesco, ha fortemente sottolineato l’irrazionalità di queste dinamiche, senza dover convocare prima di tutto ragioni di censura morale! «Nel perseguire il bene comune – che è un altro nome della pace, dice papa Francesco – bisogna lasciarsi guidare dalle attese della povera gente (come amava ricordare La Pira). Tale principio, che non è mai accantonabile in base a calcoli o a ragioni di convenienza se assunto in modo serio, permette una svolta antropologica radicale, che rende tutti più umani». E qui si riannoda il filo di un discorso diventato interreligiosamente programmatico con la firma del documento di Abu Dhabi del febbraio 2019, che afferma l’impegno prioritario a difesa della sacralità e dignità umana: valore conferito da Dio all’intera creazione, in un tempo storico funestato da esperienze disumane di povertà e di guerra. Ce lo ricorda l’ennesima tragedia siriana, iniziata con il martirio della città di Idlib, e il nuovo esodo di disperati, questa volta soprattutto via terra, che si infrange da un lato con i muri invalicabili eretti alla frontiera di una Turchia ormai satura dei profughi di nove anni di guerra, dall’altro alla frontiera del-
*Centro domenicano per il dialogo interreligioso, Istanbul
la Grecia, porta d’ingresso nello spazio dell’Unione Europea, convinta di essere stata tradita proprio nel quadro di un trattato scellerato per i migranti segnato nel 2016 con il regime di Erdoğan. La reazione indignata dei 27 dell’Ue, che denunciano l’uso turco della pressione migratoria a fini politici, è di una totale ipocrisia, sia perché fa riferimento a un accordo ormai vecchio del 2016, in un quadro politico e umanitario ancora enormemente cambiato, sia perché la «pressione dei disperati», per essere eventualmente sfruttata, deve esistere di suo! Le grandi cancellerie europee non solo non sembrano aver intenzione di riconoscere il peso delle loro catastrofiche scelte nella tragedia siriana, ma neppure di voler riprendere in mano, collettivamente, come il nome di Unione imporrebbe, l’intero dossier immigrazione, entrato in una fase nuova, che richiede risposte nuove. Il tragico scaricabarile della politica, alimentato da un giornalismo sempre molto accondiscendente rispetto alle responsabilità al nord del Mediterraneo, non può che, anche in un prossimo futuro, ulteriormente alimentare i flussi della disperazione.
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INCONTRI Monsignor Paolo Bizzeti, gesuita, vicario apostolico dell’Anatolia, successore del compianto mons. Luigi Padovese
All’incontro di Bari sul Mediterraneo (19-23 febbraio), il vescovo dell’Anatolia, monsignor Paolo Bizzeti, ha portato l’esperienza dei cattolici in Turchia a contatto stretto con i temi del dialogo interreligioso e delle migrazioni
di Francesco Pistocchini
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onsignor Paolo Bizzeti è gesuita e biblista. Ha studiato a lungo il Medio Oriente cristiano e ne ha percorso le strade prima di essere nominato nel 2015, da Papa Francesco, vicario apostolico dell’Anatolia e di avere affidata la cura dei cattolici che vivono in tutta la Turchia centro-orientale. Le poche, piccole comunità, sparse su un grande territorio, erano senza pastore dalla tragica morte di monsignor Luigi Padovese ucciso nel 2010 dal suo autista. Come rappresentante della Chiesa cattolica turca, monsignor Bizzeti è stato tra i partecipanti dell’incontro «Mediterraneo, frontiera di pace» tenutosi a Bari dal 19 al 23 febbraio con la partecipazione di Papa Francesco. La città turca in cui risiede, Iskenderun (o Alessandretta, secondo il nome greco) è a pochi chilometri dalle zone della Siria che dopo quasi nove anni sono ancora devastate dalla guerra. Ma si combatte anche in Libia, esistono lacerazioni tra sponda nord e sud, tra est e ovest che vanno aggravandosi.
Monsignore, perché è urgente per la Chiesa un’opera di ricucitura? 50 TERRASANTA
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zioni conflittuali. Va risolto, ma senza favorire una parte in modo sfacciato come fa la proposta del presidente Trump.
Lampedusa, Lesbo, Il Cairo, Abu Dhabi: sono alcuni momenti significativi in cui Papa Francesco ha indicato una direzione, un cambio radicale di prospettiva, rispetto a due temi fondamentali come le migrazioni e il dialogo con l’islam. Lei come vescovo in Anatolia vive da vicino entrambe le problematiche.
Mediterraneo, frontiera del dialogo Il Mediterraneo, nelle varie epoche, è stato luogo di pace o di guerra. La Chiesa cattolica di oggi ha fatto una scelta precisa per la pace e il rispetto reciproco tra le differenti popolazioni, culture, religioni, proprio per esse-
re fedele alla sua identità: è opera del Cristo infatti abbattere i muri – come ci ricorda il Nuovo Testamento (Efesini 2,13-18).
flitto israelo-palestinese non sono forse condizioni fondamentali per potere parlare di pace nel Mediterraneo?
La fine della guerra in Siria e la soluzione «reale» del con-
Il conflitto israeliano palestinese è alla base di molte situa-
La situazione dei profughi e, in particolare, quella dei cristiani, è drammatica. Il governo turco è stato molto generoso nell’accoglienza, ma bisogna risolvere il problema alla radice. Circa il rapporto con il mondo musulmano, la scelta di Papa Francesco – in alcuni ambienti cattolici considerata ingenua e buonista – è intelligente perché fa delle distinzioni, evitando pericolose concentrazioni intorno alle figure politicamente e religiosamente più fondamentaliste, con grave danno per tutti.
Quando il Mediterraneo si trasforma in un cimitero, la Chiesa non può tacere. Oltre a parlare alla coscienza
di ognuno, può ancora incidere sulle scelte politiche? In che modo? La Chiesa deve parlare in modo più forte ed esplicito, a nome del suo Signore che è stato molto chiaro quando c’è in gioco la vita e la morte delle persone. E deve farlo pubblicamente, a costo di essere politicamente scorretta. Del resto, Gesù Cristo è stato ucciso da persone che si dicevano religiose e da squallidi politici, non è vero?
La lettura più facile o superficiale delle grandi divisioni nel Mediterraneo è quella dello scontro secolare fra cristianesimo e islam, oppure di opposizioni tra gruppi religiosi (ebrei contro musulmani; cattolici contro ortodossi; sunniti contro sciiti; ecc.). Eppure, oggi si vuole dire che il dialogo interreligioso è motore della pace. È realistico? Che significato ha nel Mediterraneo? Lo scontro è quasi sempre avvenuto perché dietro c’erano problemi di potere o di denaro. La gente semplice, infatti, ha quasi sempre trovato il modo di vivere insieme. Tuttavia, è vero che riguardo MARZO-APRILE 2020
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INCONTRI
IL DOCUMENTO
IL LIBRO A dieci anni dall’assassinio di mons. Padovese
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all’uso della violenza ci sono state e ci sono posizioni differenti tra le varie religioni e anche al loro interno. Confrontarsi tra persone che credono in un Dio amico degli uomini è prezioso per arrivare a decisioni condivise.
Quali segni ha lasciato la «Dichiarazione sulla fratellanza umana» di un anno fa ad Abu Dhabi, dove tra l’altro si afferma: «Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri» e si afferma la necessità di «rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze»? Il termine minoranze è odioso e discriminatorio, anche perché ci sono maggioranze che nei secoli sono divenute minoranze e viceversa! Lo usiamo tanto per intenderci, ma è sbagliato. Il vero punto è affermare l’uguaglianza di diritti e doveri per tutti: non è un percorso facile, nemmeno tra i cattolici. In Turchia si sono fatti passi in avanti, ma ancora insufficienti. Come Chiesa cattolica latina non possiamo costruire una cappella, aprire un centro culturale, una casa per accogliere i nostri rifugiati cristiani e così via. Non abbiamo nemmeno personalità giuridica. Questo è ingiusto. La Turchia cristiana tuttavia è un mosaico di Chiese che stanno imparando a proce52 TERRASANTA
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na selezione delle omelie e degli scritti pastorali legati al ministero episcopale di mons. Luigi Padovese (assassinato a Iskenderun, in Turchia, il 3 giugno 2010). I testi sono raccolti secondo un ordine tematico e cronologico e sono completati da una prefazione del card. Angelo Scola, già arcivescovo di Milano, e da una postfazione di fra Mauro Jöhri, ministro generale dei Frati Cappuccini. LA VERITÀ NELL’AMORE Omelie e scritti pastorali di mons. Luigi Padovese Edizioni Terra Santa, Milano, (2012) 2020, pp. 240 euro 16,50 - E-book: euro 9,99 www.edizioniterrasanta.it
dere insieme nella diversità: penso siamo all’avanguardia nell’offrire un esempio del Mediterraneo in pace.
Perché qualcuno ha paragonato questo incontro di Bari a un Sinodo del Mediterraneo? Non è stato proprio un sinodo del Mediterraneo, ma si è mosso in quella direzione: affrontare insieme delle problematiche, anche per fare delle proposte al Papa, in accordo con la linea sinodale che si rivela molto feconda nel tempo. È quanto faceva la Chiesa antica.
La visione di La Pira che, già prima del Concilio aveva ispirato i «Colloqui mediterranei» con spirito ecumenico, offre un contributo ancora oggi? La Pira offre sempre spunti preziosi perché era un profeta nello Spirito biblico.
Lei ha studiato e amato le terre dell’Oriente cristiano a lungo, prima del suo attuale ministero. Che cosa continua a coltivare di quegli anni? Sto preparando una guida alle chiese e ai monasteri di tradizione siriaca, in Turchia.
In conclusione, quali frutti spera possa portare l’incontro di Bari? Sono emerse linee guida di azione comune? La speranza è che si metta in moto un processo che continui nel tempo. È auspicabile anche che il convegno non si limiti a dichiarazioni, ma promuova un segno concreto, come per esempio l’apertura di un liceo aperto a tutti i giovani del Mediterraneo che studino, oltre la loro, almeno un’altra lingua e un’altra religione e vogliano diventare leader politici di una pace attiva. ■
Le Chiese del Mediterraneo, un’unica voce profetica
Bari. Alcuni passi salienti del testo dell’intervento del 23 febbraio, in San Nicola, di mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme.
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eatissimo Padre, in questi tre giorni di riflessione e preghiera sono tante le istanze e le urgenze sulle quali ci siamo confrontati. È stata una bella esperienza di Chiesa, che ci ha avvicinati l’uno all’altro più concretamente. (...) Ascolto. Per prima cosa abbiamo voluto ascoltare la realtà nella quale siamo calati. Il Mediterraneo da secoli è al centro di scambi culturali, commerciali e religiosi di ogni tipo, ma è anche stato testimone di guerre, conflitti e divisioni politiche e anche religiose. Insieme a tanta bellezza, la storia ci ha consegnato sospetti, stereotipi e paure. Nel presente, anziché diminuire, tutto ciò sembra aumentare. Guerre commerciali, fame di energia, disuguaglianze economiche e sociali tra la sponda sud e nord del Mediterraneo hanno reso questo bacino centro di interessi enormi. Il destino di intere popolazioni è asservito all’interesse di pochi, causando guerre e violenze che sono funzionali a modelli di sviluppo creati e sostenuti in gran parte dall’Occidente. Nel passato anche le Chiese – basti pensare al periodo coloniale – sono
state funzionali a tale modello. Dobbiamo chiedere perdono, perciò, soprattutto ai giovani, per avere consegnato loro un mondo ferito e ci impegniamo a purificare le nostre relazioni e le nostre tradizioni attraverso atteggiamenti di condivisione. (...) Esperienze e proposte. Cosa fare dunque, di fronte a tutto ciò? Come la Chiesa si pone di fronte a tale drammatica realtà? (...) Il dialogo è l’altra forma di Mons. Pierbattista espressione della nostra Pizzaballa a Bari vita ecclesiale. Esso è costitutivo della vita della Chiesa e intrinseco alla sua stessa natura. Abbiamo però anche detto che più che dialogo dovremmo parlare di convivialità, poiché noi viviamo assieme. Attraverso il dialogo ecumenico o la convivialità tra le Chiese ci impegniamo a organizzare stabilmente preghiere comuni per la pace. Ci impegniamo, inoltre, a istituire laddove non esistano comitati interreligiosi soprattutto con i credenti musulmani, che si ritrovino per realizzare insieme opere di solidarietà e condivisione. Vogliamo fare crescere e trasformare in esperienza, la fratellanza e la solidarietà umana. L’assumere e fare propria la situazione dei poveri e degli ultimi, inoltre, comporta anche la parresia, cioè il denunciare con franchezza il male, il peccato, le ingiustizie che causano la povertà e creano situazioni strutturali di ingiustizia. (...) Il testo completo su www.mediterraneodipace.it
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Una veduta aerea del sito archeologico di Banyas, nell’estremo nord d’Israele
È un luogo in cui sovrappongono più epoche, dall’Antichità pagana alla rivelazione di Cristo, fino alla missione di Pietro. Gli scavi archeologici hanno avuto inizio solo vent’anni fa, nel 1988, scoprendo interessanti rovine romane
di Claire Burkel docente presso l’École Cathédrale de Paris Traduzione di Roberto Orlandi
A
ll’estremo nord d’Israele, solitamente i pellegrini visitano due luoghi (uno dopo l’altro): Dan e Banyas. Dan è una delle sorgenti principali del fiume Giordano (portata 100 metri cubi al secondo), Banyas ne è un’altra tra le più abbondanti (20 metri cubi al secondo). Dan è strettamente legata all’Antico Testamento, mentre Banyas, sua vicina – distano solo 3 chilometri, interesserà soprat-
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tutto i lettori del Nuovo. Eppure il sito non è mai esplicitamente citato nei Vangeli. Matteo e Marco parlano della «regione di Cesarea di Filippo». In mancanza di indicazioni più precise, è qui tuttavia che il pellegrino può collocare una delle pagine più significative del ministero di Gesù. Siamo nei pressi di un confine triplice, quello fra Siria, Libano e Israele (quest’ultimo ha conquistato il territorio in seguito alla guerra dei Sei Giorni, 5-10 giugno 1967). Per le tribù israelite, secondo il Libro di Giosuè, si tratta del territorio di Dan in Gaulanitide, l’odierno Golan, ai piedi del monte Hermon. La città di Paneas fu fondata nel 198 a.C., in piena età
Berthold Werner
Banyas Ai piedi dell’Hermon ellenistica, nei pressi di un santuario dedicato al dio Pan (da cui il nome), protettore delle sorgenti, del bestiame e dei pastori. Il toponimo fu poi storpiato in Banias, o anche Belinas (dai Crociati). Lontana da Gerusalemme, era un centro strategico sulla strada da Damasco a Tiro. Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) aveva offerto la città e la regione circostante a Erode il Grande. In onore dell’imperatore, il tetrarca Filippo – che alla morte del padre Erode il Grande era entrato in possesso delle terre più a nord (Batanea, Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e il distretto di Paneas) – la ribattezzò Cesarea di Filippo. Suo padre, grande costruttore, aveva eretto un tempio
interamente rivestito di marmo bianco e lo aveva dedicato ad Augusto; solo cinque nicchie e qualche iscrizione – senza il marmo, che è stato rimosso – testimoniano ancora dei culti resi a Zeus, Atena, Afrodite e alle ninfe Nemesi ed Eco. E poiché le tradizioni legate alle feste solitamente sopravvivono a lungo, Eusebio nel IV secolo riferisce che vi si celebravano ancora alcune festività. In epoca bizantina la comunità cristiana era comunque già abbastanza sviluppata da meritare un vescovo, Philocalos, che nel 326 partecipa al concilio di Nicea. La città non è meta di pellegrinaggio perché non vi è attestato alcun episodio della vita di Gesù.
Il pellegrino moderno non riconoscerà più nulla della grande città greca, e poi romana, luogo di villeggiatura degli eserciti imperiali e fortezza crociata nel 1129. Gli scavi archeologici sono iniziati solo nel 1988, scoprendo le colonne che inquadravano l’entrata dell’immensa grotta da cui sgorgava la sorgente e le fondamenta di una basilica civile romana. Nel 2000 sono riemersi il cardo – l’asse viario nord-sud di una città greca – e un palazzo; sono state riportate alla luce anche diverse monete con l’effigie di Filippo (25 a.C. circa – 34 d.C.) e di suo nipote Agrippa II (27-93). Questi volle rendere omaggio a Nerone ribattezzando la propria
capitale Neronias, ma la concorrenza di Pan era troppo radicata. Ammirata la vastità del sito, la grotta e le numerose scalinate, si potrà approfittare dell’ombra dei salici, dei pioppi, dei terebinti e dei fichi profumati nelle aree pic nic e nei piccoli anfiteatri destinati ai visitatori, per ritrovare Gesù e i suoi discepoli. Egli li interroga su ciò che si dice di lui: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Matteo 16,13). Vuole fare il punto, dopo i mesi di ministero in Galilea. La domanda si unisce anche agli interrogativi di coloro che accorrevano da Giovanni Battista (Giovanni 1,21). È nuovamente Elia ad essere evocato per primo poiché,
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Avraham Graicer
za? Un passo dell’Ecclesiastico (o Siracide) ci aiuta a fare chiarezza perché Gesù parla attraverso la Scrittura, a lui così familiare. «Simone, figlio di Onia, sommo sacerdote, nella sua vita riparò il tempio e nei suoi giorni consolidò il santuario... Avendo premura d’impedire la caduta del suo popolo, fortificò la città nell’assedio» (Siracide 50,1-4). Letto insieme a Isaia 22,22 («Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire») e Is 28,16 («Ecco, io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata»), ecco esplicitati il nuovo nome e la missione di Pietro, cui fanno eco le parole di Gesù: poiché si è messo all’ascolto del Padre e ha prestato la sua bocca alla Rivelazione, gli sarà affidata la casa del popolo che Cristo chiama «la mia Chiesa»; a lui spetterà di ripararla, fortificarla, protegger-
la dai venti contrari che non mancheranno di colpirla. La svolta cronologica è ulteriormente confermata dall’episodio successivo, c he compor ta anch’esso la menzione di una data: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte» (Mt 17,1). Si tratta dello stesso monte Hermon, che raggiunge i 2.814 metri, o di una delle altre cime del massiccio? Il gruppetto probabilmente è rimasto ai confini settentrionali d’Israele, scelta fatta da Gesù per sottrarsi alla giurisdizione di Erode Antipa che governava la Galilea e lo stava già tenendo d’occhio (Mt 14,1-3). L’episodio della Trasfigurazione forse si svolge in occasione della festa autunnale di Sukkot (la festa «delle capanne» o «delle tende»): Pietro propone infatti di montare tre tende per Gesù, Mosè ed Elia (che lo accompagnano), per poter trascorrere insieme questi giorni
In alto; vestigia d’epoca greco-romana. Nella foto: rovine archeologiche nei pressi della sorgente
Berthold Werner
secondo la tradizione, questa grande figura profetica dell’VIII secolo precederà la venuta del Messia. E l’attesa è grande in quest’epoca di occupazione straniera e di continui disordini. Eppure Gesù ha rivelato che Giovanni è l’Elia precursore (Mt 11,14) ma le risposte dei suoi discepoli dimostrano che nessuno gli ha creduto. Allora poco dopo chiede: «Ma voi, chi dite che io sia?». È Pietro a dare la risposta più completa in Mt 16,16: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Ecco il segnale che Gesù, riconosciuto finalmente come Cristo, attendeva dal Padre per proseguire la sua missione. È Matteo a indicarcelo (16,21): «Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme...». Il seguito non va più bene a Pietro l’audace, solo pochi istanti prima così motivato e docile alla Rivelazione di Dio, perché ciò che lui crede di sapere sul Messia non si accorda con ciò che annuncia Gesù: sofferenza, una morte per decisione delle autorità religiose, anche se Gesù ha detto che si «sarebbe risvegliato» (il termine Risurrezione non è ancora entrato nel vocabolario e ancora meno in una concezione teologica). Cosa ne è dunque di Pietro? Gli viene detto: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona». Questa beatitudine è forse destinata a informarci sulla sua ascenden-
Yossi Ezra /Pikiwiki
La grotta venerata fin dall’antichità, dalla quale sgorga un’abbondante sorgente
di festa. La ricorrenza è preceduta, una settimana prima, dal Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur), unico giorno dell’anno in cui il sommo sacerdote entra nel Santo dei Santi del tempio di Gerusalemme, incensa la sala vuota e pronuncia per il bene del popolo il santo nome del Signore Dio. È questo che è accaduto sei giorni prima quando Pietro, nei pressi di un altro santuario, ha rivelato il nome di Gesù. Ciò che l’evangelista Matteo vuol farci comprendere nella finissima composizione di questo passo è che Pietro nella missione è intimamente legato a Gesù, ognuno rivela l’altro, in un gioco di domande sulla loro identità più profonda. Pietro ora è riconosciuto come pontefice del popolo che Gesù si appresta a battezzare attraverso la sua morte e risurrezione; diventa l’equivalente del sommo sacerdote a Gerusalemme, come di Simone, citato nel Siracide. Finché sarà fedele alla
Parola del Padre, docile allo Spirito, gioioso nelle sue iniziative, renderà forte la Chiesa. Se invece ostacolerà il disegno di Dio, per incomprensione o ambizione personale, sarà come un satana, un cieco e guida di cieco, e il popolo si ritroverà senza pastore. Ma Pietro è «posto» da Gesù, che ora gli conferisce il nome legato alla sua missione, sempre in riferimento alla Scrittura. Il Figlio obbedisce al Padre, non riceve la sua missione che da Lui. A Banyas possiamo dunque fermarci a meditare sui testi riguardanti la fondazione della Chiesa e la Trasfigurazione. Ogni pellegrino del popolo di Dio può ascoltare qui la Rivelazione a partire dalla sua storia. Un luogo «defilato» che, benché non riconosciuto ufficialmente, invita a rileggere il percorso di Pietro e la decisione di Gesù di concludere il ministero galilaico per mettersi in cammino verso ■ Gerusalemme (Luca 9,51). MARZO-APRILE 2020
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STUDIUM BIBLICUM FRANCISCANUM
MILANO | 7-8-9 MAGGIO 2020
EVENTO PROMOSSO DA:
CON IL CONTRIBUTO DI:
Terra santa GIOVEDÌ 7 MAGGIO – ORE 14.30 / 17.30
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TERRA santa 1921-2021
100 ANNI D’INFORMAZIONE
VENERDÌ 8 MAGGIO – ORE 14.30 / 17.30
l Santo Sepolcro: arte e litur ia da Gerusalemme al mondo
In collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore
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VENERDÌ 8 MAGGIO – ORE 9.00 / 13.00
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Minoranze in Medio riente: realt , diri , informazione
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omo reli iosus, homo viator ammini e vie della fede
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T M G M Piazza Sant’Angelo 2 – M3 Turati CON LA COLLABORAZIONE DI:
STEFANO TIOZZO PRESENTA
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GIOVEDÌ 7 MAGGIO – ORE 21.00
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SI RINGRAZIA:
ARCHEOLOGIA
Se l’ambiente ci parla degli uomini del passato don Gianantonio Urbani*
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uando cerchiamo di capire una civiltà, una delle prime testimonianze che prendiamo in considerazione sono i resti delle attività svolte dagli uomini e dalle donne in un determinato luogo. Una delle prime azioni, a volte molto efficaci, è la ricognizione archeologica sul terreno. Si percorre a piedi una zona facendo attenzione anche al costruito (i così detti alzati), come questo suolo è stato impiegato nelle epoche precedenti. Ci si rende subito conto come i resti di attività svolte dall’uomo del passato ci circondino ovunque, siano esse recenti, come spesso succede in Terra Santa, o anche antichissime. Un esempio è il deserto. Anni or sono partecipai a una missione archeologico-ricognitiva organizzata dal professor Emmanuel Anati nell’area di Har Karkom nel cuore del deserto del sud di Israele. Fu un’esperienza unica perché Anati ci accordò subito una certa fiducia invitandoci a considerare l’attività umana dell’uomo del deserto come un aspetto cruciale per comprendere il contesto di un reperto che abitualmente si trova in superficie. Attorno a un reperto (un og-
getto antico fatto a mano o modellato dalla natura) vi è la matrice (cioè tutto il resto del materiale che lo circonda) e la sua posizione è in stretta relazione con loro. Ricordo come vicino a un’incisione rupestre vidi anche spuntare il disegno di un fiore in mezzo a pietre roventi. Segno che il deserto fu un tempo un ambiente fertile e ricco di piante. Abbiamo scoperto quanto significativi siano queste «testimonianze» presenti sul terreno, che mostrano le tracce dell’attività dell’uomo dedito alla caccia e alla pastorizia, ma che non tralasciò d’innalzare all’Altissimo i pensieri del cuore. Possiamo dire che è rimasto molto perché il deserto conserva molto! Non solo la terra nella sua profondità ci conserva dei reperti ma anche la superficie, e oggi ci restituisce dei materiali sui quali si possono studiare l’utilizzo operato dall’uomo. Nel nostro caso, e cioè di materiali prevalentemente di pietra, possiamo capirne l’acquisizione, l’utilizzazione, la manifattura e dopo il periodo più o meno lungo di utilizzo, lo scarto. Questo aspetto lo possiamo rilevare anche con gli altri materiali quali la cera-
*archeologo, Studium Biblicum Franciscanum, Gerusalemme
mica, il ferro, il rame-bronzo e gli altri materiali più preziosi. Mi chiedo spesso cosa rimarrà della nostra cultura odierna e cosa troveranno sul terreno i nostri posteri tra qualche millennio. Forse dei tablet? Delle carcasse di smartphone, uno schermo di personal computer? Un altro esempio mirabile di conservazione in un ambiente arido sono le sepolture, come quelle dei faraoni. Ci è giunta, pur già saccheggiata in antico, la tomba del faraone Tutankhamon. Si è capito come il corredo tombale non fosse originariamente tutto destinato al faraone. Una parte era stata preparata per gli altri membri della famiglia, e poi venne utilizzata in gran fretta quando il giovane re morì improvvisamente. Di lui si crede una morte violenta. C’erano anche oggetti commoventi, come una sedia che il re aveva usato da bambino, e un semplice bastoncino di giunco con la scritta: «Un giunco che Sua Maestà ha tagliato con le sue mani». Le condizioni del deserto hanno permesso un’ottima conservazione. Ci è rimasto molto considerando i millenni che sono passati!
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CULTURA Gerusalemme, convento di San Salvatore. La Farmacia di Terra Santa in una foto dei primi anni del Novecento
Le medicine dei frati
di Anna Maria Foli
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pesso il monaco è visto come un anacoreta che sceglie di allontanarsi dal mondo per servire Dio e dedicare la sua vita alla preghiera. In realtà, già a partire dal III secolo si costituiscono le prime comunità e successivamente, con Benedetto da Norcia (480-547), nasce la regola dell’Ora et Labora: oltre alla vita contemplativa i frati sono tenuti a lavorare per sostenersi economicamente e diventare autosufficienti. Il monastero diventa così un luogo molto operoso in cui si svolgono diverse attività: oltre a copiare le Sacre Scritture e altri testi, i monaci accolgono i pellegrini, i viaggiatori di passaggio e i più bisognosi e coltivano i 60 TERRASANTA
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terreni circostanti per provvedere ai bisogni alimentari. Nelle vicinanze dei conventi si trova infatti l’hortus conclusus, il tipico giardino medievale che solitamente è annesso anche ai castelli e ai palazzi dei nobili. La Regola benedettina stabilisce che l’area sia suddivisa in frutteto, piante ornamentali e due orti, uno destinato alla coltivazione delle piante commestibili per la mensa, l’altro riservato alle erbe officinali. Quest’ultimo, chiamato “giardino dei semplici”, è ge-
stito dall’infirmarius, cioè il monaco addetto alla cura dei malati, che si occupa anche di raccogliere le piante che crescono spontanee. Con il passare del tempo i monaci preposti alla coltivazione e alla conservazione delle piante officinali acquisiscono sempre maggiori competenze; oltre a ricevere insegnamenti dai predecessori, molti si dedicano personalmente allo studio degli antichi testi di medicina e alla preparazione di rimedi naturali
contro vari tipi di malattie. Il luogo in cui sono conservate le erbe mediche poco per volta viene dotato di mortai e alambicchi e si trasforma in un vero e proprio laboratorio sempre più specializzato. È la cosiddetta «spezieria», la cui diffusione tra il XVII e il XVIII secolo è attestata in quasi tutti i monasteri. Nell’antica pharmacia i prodotti medicamentosi non vengono preparati solo per i frati malati e i pellegrini di passaggio, ma anche per gli abitanti dei villag-
gi vicini al monastero, dove si diffonde la fama dei monaci, talvolta considerati quasi come stregoni. Tutte le cure e le preparazioni sono fornite gratuitamente, come disposto dall’autorità ecclesiastica. Nel corso del tempo le spezierie monastiche si ingrandiscono e si diffondono sempre più, diventando il modello delle moderne farmacie. Alcune di esse continuano a essere attive ancora oggi, come per esempio l’antica farmacia
ASCTS
Nell’orto dei conventi un posto speciale ha sempre avuto la coltivazione di erbe officinali con cui preparare rimedi per il corpo. Tra le «farmacie» più famose, quella di San Salvatore a Gerusalemme, dove gli erboristi francescani hanno elaborato medicamenti e ricette per malati e infermi
nella città vecchia di Dubrovnik (Croazia), fondata nel 1317 all’interno del convento francescano. Inizialmente riservata ai religiosi e poi diventata pubblica, conserva libri molto preziosi di farmacologia e medicina, ricette mediche e strumenti risalenti al XV secolo. Oggi è ancora in funzione e continua a realizzare alcune preparazioni secondo le antiche ricette. I francescani sono anche molto attivi nella produzione di erbari: uno dei più importanti è quello di frate Fortunato da Rovigo, nato nel 1638, che raccoglie personalmente esemplari di varie specie e coltiva le più comuni nell’orto vicino al convento. La sua raccolta si arricchisce di preziosi esemplari grazie a molti confratelli missionari che gli inviano o gli portano piante e semi da ogni parte del mondo. Un altro erbario molto interessante è quello del francescano minore Carlo Francesco Berta, nato nel 1722, botanico e naturalista di gran fama, docente di botanica a Ferrara, che esercita la sua attività fino all’età di ottantotto anni. Una delle antiche spezierie più famose è sicuramente la farmacia di San Salvatore a Gerusalemme. Qui, nel 1353, viene fondato nel convento dei frati minori un ospizio per pellegrini. Di questo luogo abbiamo testimonianze più precise solo nel
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CULTURA Vaso apotecario proveniente da Torino, Italia. XVIII secolo
IL LIBRO I rimedi dell’hortus conclusus
I XV secolo, quando padre Battista da Lubecca, medico, è inviato a prestare i suoi servizi nella Città Santa. La farmacia in quel periodo occupa la parte meridionale del convento; oggi sono ancora visibili alcuni archi spezzati che sostenevano la volta, risalenti all’epoca delle Crociate. Accanto si trovano la biblioteca, molto fornita, e un piccolo giardino di piante medicinali: un accostamento ideale, che permette allo speziale di avere a portata di mano le erbe di cui ha bisogno per la preparazione dei rimedi. Gli annali della Custodia conservano i nomi di molti religiosi medici o infermieri che hanno svolto la loro attività nella spezieria di Gerusalemme. Questa provvede non solo alle necessità dei francescani, ma anche degli abitanti della città e di tutti i pellegrini di passaggio, senza distinzione di fede o nazionalità. Il successo di questa farmacia, definita nel XVIII secolo «la più preziosa del mondo», risulta evidente dai dati relativi al 1895: pare che in quell’anno i due religiosi incaricati della spezieria abbiano ricevuto ben 30.404 ricette portate da 15.200 abitanti di Gerusalemme, numero che però è sicuramente inferiore a quello 62 TERRASANTA
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reale. La sua fama e la sua ricchezza sono attestate anche dalla presen za di numerosissimi strumenti di lavoro, vasi e recipienti destinati a contenere le preparazio-
ni naturali. Uno dei prodotti più illustri e famosi dell’antica farmacia San Salvatore è sicuramente il Balsamo di Gerusalemme, realizzato nel 1719 da padre Antonio Menzani da Cuna, uno dei migliori medici-farmacisti dell’epoca: un’autentica panacea contro molteplici disturbi, tra cui ferite, mal di stomaco e denti, tosse, emorroidi. La sua ricetta non è ancora del tutto nota, ma alcuni documenti provenienti dagli archivi dei francescani di Terra Santa indicano almeno quaranta ingredienti, tra cui aloe, angelica, genziana, mirra, ruta e menta. Questo rimedio «universale» giunge poi misteriosamente a Torino nel XIX secolo, dove Giovanni Battista Schiapparelli, precursore della farmacologia moderna, ne produce una versione molto apprezzata dagli intellettuali dell’epoca risorgimentale. Oggi il prodotto è ancora in vendita nella Regia Farmacia XX ■ Settembre di Torino.
n un tempo in cui la maggior parte dell’umanità si è allontanata da una vita a contatto con la natura, dirigendosi verso una eccessiva medicalizzazione anche dei più piccoli disturbi fisici, l’autrice – in contatto con i più famosi monasteri e conventi d’Italia – ha scelto di farsi raccontare la sapienza erboristica e medica che monaci e frati hanno coltivato fin dai tempi più remoti. Anna Maria Foli ha incontrato abati e madri badesse, priori e superiori, attingendo ai codici medievali della tradizione sul cosiddetto «giardino monastico» e ai ricettari della farmacia di San Salvatore a Gerusalemme. Ne è nato un grande prontuario di ricette terapeutiche, tutte naturali. Una guida pratica al riconoscimento delle erbe officinali e al loro uso medicinale, cosmetico, aromatico, dietetico. Di ogni rimedio, la storia, gli aneddoti, le caratteristiche, le proprietà curative, la preparazione e le modalità di utilizzo. LA FARMACIA DI DIO Anna Maria Foli Antichi rimedi per la salute, il buon umore, la bellezza e la longevità dalla tradizione monastica e francescana pp. 264 | Libro illustrato 24 euro E-book – Pdf 15,99 euro Ordini on-line su edizioniterrasanta.it – tel. 02.345.92.679
VENTO DEL SUD
La Striscia di Gaza e il mondo capovolto Paola Caridi*
L
a sua mappa Mohammed al Idrisi l’aveva finita tanto tempo fa. Suppergiù mille anni fa, secolo più secolo meno. Era il 1154, e la mappa – divenuta famosa come la Tabula Rogeriana – gli era stata commissionata circa quindici anni prima da Ruggero II di Sicilia, per capire com’era fatto il mondo allora. La Palermo del re normanno era ancora diversa da altri centri culturali, era vivace, ibrida, multipla. Il re era cristiano. E il geografo, il più importante dell’epoca e non solo, era musulmano, andaluso e marocchino. La sua mappa del mondo, agli occhi di noi contemporanei, risulta ben strana. Anche se all’epoca non lo era affatto. Nella descrizione di al-Idrisi, l’Africa è a nord, l’Europa a sud, il Mediterraneo sempre nel mezzo. A noi sembra una mappa capovolta. Il mondo alla rovescia, per come lo concepiamo noi, che non riflettiamo mai, o quasi mai, sulla necessità di volgere o stravolgere lo sguardo. Sarebbe meglio invece usare talvolta un’altra prospettiva, magari quella del mio vicino o del mio antagonista. Persino sui virus, sulle epidemie, sulle malattie mai sconfitte. Un
*Giornalista e scrittrice
esempio? Il più lontano da noi. Gaza. Non perché la Striscia di Gaza, a sud di Israele e leggermente a nord del Sinai, sia poi così lontana dalle coste italiane. Lo è, però, nei fatti. Isolata dal resto del mondo dal 2007, a causa dell’embargo deciso da Israele, Gaza vive un’esistenza a parte. Oltre due milioni di persone rinchiuse, è il caso di dirlo, in un’area di 400 chilometri quadrati. Quaranta chilometri per dieci, dove si nasce e si muore, si vive e si ama, si sopravvive con gli aiuti alimentari delle agenzie dell’Onu, si va a scuola ma senza la prospettiva di trovare un lavoro. A Gaza si muore perché mancano le medicine, perché l’acqua è fortemente inquinata, come d’altra parte l’aria. Si muore perché il grande ospedale Shifa è da anni al collasso. E perché a Gaza ci sono state tre guerre fra il 2008 e il 2014. Così, sul coronavirus si scherza, a Gaza. Nonostante la decisione di dichiarare lo stato di emergenza per un mese presa a inizio marzo dal regime di Hamas che governa Gaza formalmente dal 2007, e nei fatti da molto più tempo. Per chi è so-
stanzialmente in quarantena dal mondo da anni, è difficile prendere sul serio ciò che da noi, nella nostra parte del pianeta, suscita sentimenti opposti. Paura, ansia, panico. I testimoni e i giornalisti, da Gaza, riferiscono di uno humour nero diffuso, tipico delle zone di crisi e di guerra. La sintesi è semplice: per chi ha vissuto molto di peggio, cosa vuoi che sia, il coronavirus. È uno humour che non sottovaluta una situazione drammatica con cui fa i conti tutti i giorni, né sottovaluta l’impatto di una epidemia all’interno di una prigione a cielo aperto com’è la Striscia, con un sistema sanitario al collasso da anni. L’ironia non fa altro che prendere in giro una eventualità che non è certo la più difficile, tra quelle che gli abitanti di Gaza hanno già affrontato. Le battute sono sagaci, del tipo «siamo già in quarantena, questo è il posto più sicuro al mondo», visto che da Gaza non si entra e non si esce. Oppure, «appena vedrà quanto siamo poveri, è il coronavirus che scapperà da qui». Una lezione di vita, usare lo sguardo degli altri. Come sempre.
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BLOCK NOTES La questione caldea e assira (1908-1938). Documenti degli archivi della Santa Sede ASV, ACO e SS.RR.SS. a cura di Georges-Henri Ruyssen SJ – Edizioni Orientalia Christiana – Valore Italiano, 2019 – IV volumi – pp. 2.454 – 120,00 euro
Il genocidio degli armeni avvenuto tra il 1915 e 1916 è ampiamente conosciuto e «riconosciuto», il suo centenario è stato commemorato anche da papa Francesco in anni recenti. Ma la strage dei cristiani nell’Impero ottomano in via di disfacimento e negli Stati successori ha riguardato in parallelo anche i siriaci, i caldei, gli assiri, eredi di popoli mesopotamici antichi e di una tradizione di fede che per secoli li ha resi minoranza vulnerabile. Anche il loro genocidio si inserì in un analogo disegno di annientamento dei gruppi minoritari, che anche in anni recenti hanno subito pesanti persecuzioni.
Seyfo, «la Spada», è il termine che indica quelle stragi e sofferenze, che accomunarono i caldei, cattolici uniti a Roma, e la Chiesa assira d’Oriente. Dalla fine del 2019 è disponibile una miniera di informazioni per gli studiosi di cristianità orientale, che desiderano approfondire tali vicende tragiche. Si tratta della raccolta in tre volumi (più un quarto per gli indici, glossari, mappe e fotografie) La Questione Caldea e Assira, curati dal padre gesuita Georges-Henri Ruyssen sj, docente presso il Pontificio Istituto Orientale a Roma. Questa opera raccoglie mille e cento documenti provenienti dagli Archivi Vaticani sulla persecuzione dei cristiani caldei e assiri in Medio Oriente, che coprono il periodo 1908-1938. Documenti redatti dalle autorità ecclesiastiche sulla sorte di queste comunità durante la prima parte del XX secolo, all’interno di eventi che coinvolgono l’Impero ottomano e Paesi come Turchia, Siria, Iraq e Iran, così come si vennero a costituire dopo la fine della «grande» guerra. L’opera rende fruibili i documenti sinora inediti attraverso loro riproduzione integrale, letterale e cronologica. Include inoltre le Memorie (in francese) di padre Pierre Franssen, missionario lazzarista nella regione persiana di Urmia. Un contributo imprescindibile per le ricerche che intendono ridare dignità alle vittime, facendone memoria.
Antonio segreto. La forza di un uomo
di Nicola Vegro – Edizioni Messaggero, Padova 2019 – pp. 616 – 25,00 euro
Sant’Antonio da Padova (11951231) è probabilmente ancor oggi uno dei santi più noti, amati e invocati, soprattutto con laddove il cattolicesimo conserva un forte radicamento popolare, in Europa come in Asia o nelle Americhe. Al portoghese che, deposto l’abito di canonico agostiniano a Coimbra, divenne uno dei primi, numerosi, compagni di san Francesco d’Assisi è dedicato questo romanzo storico del regi-
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sta e sceneggiatore Nicola Vegro. L’opera è punteggiata da citazioni dei sermoni di sant’Antonio riproposte a tutta pagina e sine glossa. Ci piace qui riportare questa: «La nostra anima è un terreno sul quale bisogna stare sempre occupati, perché è nel torpore della pigrizia e dell’abulia che crescono le spine pungenti. Dobbiamo gettare il seme della parola “divina”, piantare gli alberi delle virtù, produrre tinte e profumi cercando di imitare il comportamento dei santi... e la fatica non ci deve spaventare, perché alle sublimi altezze ci si arriva piano piano, passo dopo passo...».
Giulio fa cose
di Paola Deffendi – Claudio Regeni con Alessandra Ballerini – Feltrinelli, Milano 2020 | pp. 224 – 16,00 euro
È scritto in piedi questo volume. Da una famiglia con la schiena dritta che non si piega davanti a nulla, per quanto possa costare la rivendicazione della propria dignità di esseri umani e di citta cittadini. Non cessano di chiedere verità e giustizia i Regeni, familia familiari di Giulio, il ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso al Cairo dagli apparati di sicurezza egiziani tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Lo fanno in primo luogo per
amore del proprio figlio, ma anche in nome di tanti egiziani che hanno subito e subiscono la stessa sorte senza ottenere alcuna visibilità. In queste pagine i Regeni ci parlano di Giulio con molto pudore, offrendocene un profilo scarno, quasi a voler proteggere la sua riservatezza (Giulio non amava farsi fotografare o trovarsi al centro dell’attenzione). Molto più spazio è dedicato al percorso che la famiglia sta facendo in questi anni, mai tacendo e mai rassegnandosi, attorniata dal «popolo giallo» (il colore che caratterizza gli striscioni e i braccialetti che tengono viva la sua causa) che le si è stretto intorno.
Il genocidio dei cristiani. 1894-1924. La guerra dei turchi per creare uno Stato islamico puro di Benny Morris – Dror Ze’evi – Rizzoli, Milano 2019 – pp. 816 – 34,00 euro
Di sicuro questo libro non si fa apprezzare per la copertina. La sua peculiarità è che ad occupar occuparsi del tema, già indagato da molti, sono stavolta due storici israeliani e dunque né armeni, né cristiani, né europei. Il risultato è un’opera ponderosa organizzata schematicamente in tre parti: il periodo del sultanato di Abdul Hamid II (1876-1909), con i massacri che lo caratterizzarono; la stagione dei Giovani Turchi con le onda-
te di deportazioni delle minoranze; l’avvento al potere di Mustafa Kemal Ataturk (che vi rimase dal 1923 al 1938) e l’affermarsi della Turchia repubblicana e nazionalista. Tre periodi accomunati dal disegno di epurare la Turchia dalle sue minoranze cristiane. I due studiosi spiegano di aver voluto scandagliare le fonti dell’epoca per cercare di comprendere se abbia più ragione la letteratura occidentale (a favore del genocidio di circa un milione di armeni), o se vada invece accolta la tesi degli studiosi turchi e filo-turchi, che sostengono la tesi della difesa dagli «attacchi a tradimento degli armeni».
Vittorio Arrrigoni. Ritratto di un utopista di Anna Maria Selini – Castelvecchi, Roma 2019 – p. 199 – 18,50 euro
Oggi avrebbe 45 anni, compiu compiuti a febbraio, Vittorio (Vik) Arrigoni, lombardo, italiano, uomo senza frontiere, convinto di una sola appartenenza: quel quella all’unica famiglia umana e che proprio per questo non si stan stancava di esortarci tutti a restare umani. Lo uccisero il 15 aprile 2011 nella Striscia di Gaza, dove lo avevano condotto la sua sete di giustizia e il suo bisogno di solidarietà e condivisione con i popoli più in difficoltà. La giornalista Anna Maria Selini ce lo restitu-
isce in questo libro. Ha la penna felice, si sarebbe detto in altri tempi dell’autrice di queste pagine. Dell’utopista Vittorio vengono ricostruiti il percorso biografico e la spinta ideale, grazie a incontri con le persone che gli sono state più vicine (a cominciare dalla madre Egidia Beretta e dall’amico fraterno Gabriele Corno). A margine del suo primo incontro con Vittorio, Selini annota: «Nonostante fosse ironico e divertente, c’era in lui qualcosa di profondamente serio, quasi tragico. Come se una specie di indomabile istinto lo spingesse a fare quella vita. Come se, nonostante lo avesse scelto, in fondo non avesse alternativa».
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TERRASANTA
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ARRIVEDERCI
Il «mare nostrum» del meticciato Giuseppe Caffulli
L’
incontro di Bari, che si è tenuto dal 19 al 23 febbraio, è purtroppo scivolato via senza troppo clamore, a causa della montante emergenza coronavirus. Rispondendo all’invito della Conferenza episcopale italiana, a Bari ha voluto essere presente anche Papa Francesco. «È la seconda volta in pochi mesi che si fa un gesto di unità così», ha detto, riferendosi all’incontro del 7 luglio 2018 con i capi delle Chiese del Medio Oriente. «Potremmo chiamare Bari la capitale dell’unità della Chiesa». Tra i tanti temi toccati nell’intervento del 23 febbraio, presenti un centinaio di vescovi riuniti nella basilica di San Nicola, di fronte al Mediterraneo che «obbliga i popoli e le culture che vi si affacciano a una costante prossimità», Francesco ha richiamato l’impegno all’annuncio del Vangelo che «non può disgiungersi dall’impegno per il bene comune e ci spinge ad agire come instancabili operatori di pace». Ha richiamato il dovere di dire no alla guerra, di combattere i focolai d’instabilità (tra cui quello «irrisolto» tra israeliani e palestinesi). Ha invocato la pace, alla quale non esiste alternativa «sensata». Ha indicato ancora una volta le «attese della povera gente» come criterio evangelico. Ha esortato ad accogliere coloro i quali, nell’area del Mediterraneo, «fuggono dalla guerra o lasciano la loro terra in cerca di una vita degna dell’uomo». Ha chiamato i governi a tutelare le minoranze e la libertà religiosa, a lottare contro le persecuzioni «di cui sono vittime soprattutto – ma non solo – le comunità cristiane». «Nel contempo – ha detto il pontefice – non accettiamo mai che chi cerca speranza per mare muoia senza ricevere soccorso o che chi giunge da lontano diventi vittima di sfruttamento sessuale, sia sottopagato o assoldato dalle mafie».
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Il Mediteraneo, insomma, come paradigma di una civiltà che deve essere modello anche per il futuro. «È il mare del meticciato (...) Essere affacciati sul Mediterraneo rappresenta dunque una straordinaria potenzialità: non lasciamo che a causa di uno spirito nazionalistico, si diffonda la persuasione contraria, che cioè siano privilegiati gli Stati meno raggiungibili e geograficamente più isolati. Solamente il dialogo permette di incontrarsi, di superare pregiudizi e stereotipi, di raccontare e conoscere meglio sé stessi». Per chi si professa cristiano, il dialogo non è un optional. Precisa Papa Francesco: «Il dialogo non ha semplicemente un valore antropologico, ma anche teologico. Ascoltare il fratello non è solo un atto di carità, ma anche un modo per mettersi in ascolto dello Spirito di Dio, che certamente opera anche nell’altro e parla al di là dei confini in cui spesso siamo tentati di imbrigliare la verità». Da qui la necessità di «elaborare una teologia dell’accoglienza e del dialogo, che reinterpreti e riproponga l’insegnamento biblico». Non poteva mancare un riferimento al cammino fatto negli scorsi anni con il mondo musulmano e culminato nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019. Nel testo si ribadisce infatti che «i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune». Insomma, ha concluso il Papa, «quanti insieme si sporcano le mani per costruire la pace e praticare l’accoglienza, non potranno più combattersi per motivi di fede, ma percorreranno le vie del confronto rispettoso, della solidarietà reciproca, della ricerca dell’unità».
N OV I TÀ
FRANCESCO
Querida Amazonia “L’amata Amazzonia si mostra di fronte al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero” Papa Francesco
Edizioni Terra Santa Pagine: 176 | Prezzo: 7,90 €
Giuseppe Buffon, Papa Francesco QUERIDA AMAZONIA. Testo integrale dell’Esortazione apostolica e del Documento Finale del Sinodo Querida Amazonia, Cara Amazzonia, è un messaggio rivolto a tutte le persone di buona volontà in cui papa Francesco ha voluto raccogliere le risonanze che il Sinodo speciale per la regione Pan-Amazzonica ha evocato nel suo cuore di uomo e di Pontefice. Con straordinario stile profetico il Papa condivide quattro grandi sogni: che l’Amazzonia lotti per i diritti dei più poveri, che difenda la sua ricchezza culturale, che custodisca gelosamente il suo patrimonio di bellezza naturale, che infine le comunità cristiane siano capaci di impegnarsi e di incarnarsi in quella terra sfruttata e violentata. Entrambi i documenti – Esortazione Apostolica e Documento Finale del Sinodo – sono introdotti e commentati da una dettagliata “guida alla lettura” a firma di un autorevole teologo italiano esperto di ecologia integrale, fra Giuseppe Buffon ofm.
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