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Stanze Segrete

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STANZE SEGRETE Paolo Casti


STANZE SEGRETE

Raccolta di espressioni sul modo di intendere l’arredo. Scritti, disegni, fotografie e scarabocchi fatti da chi vive tra le mura, immaginate o reali, delle stanze raccontate.

Paolo Casti


Grazie a: Enrico Finzi, Aldo Cibic, Geert Koster, Julia Binfield, Alessandro Mendini, Angelo Micheli, Gianni Burato, Sally Holloway, Simone Micheli, Mario Piazza, Andrea Giovenali, Virginio Briatore, Florance Léonard, Nick The Nightfly, Massimo Caiazzo, Maurizio Braucci, Gabriele Basilico, Stefano Boeri, Alessandro Busci, Carlos M. Piscione Croci, Alberto Tomba, Eduardo Hess, Franca Fricker, Dody Nicolussi, Forsitan Cras, Mohamed C. Esposito A.K.A. Raiz, Giorgio Angelini, Fabio Amicabile, Moulin Xavier, Zeno Casti.

Copyright © 1999 Paolo Casti Questo libro riproduce opere originali ed autografe che gli autori hanno concesso in uso per la realizzazione di "Stanze Segrete". Si diffida l’utilizzo anche parziale dei contenuti.


Mi è capitato di leggere, esclusivamente per dovere accademico, alcuni manuali di comportamento di fine Ottocento. Ricordo due titoli americani in particolare, non li trascrivo per evitare a chi mi legge una inutille perdita di tempo certamente investibile in altro modo. In essi ho trovato quanto di più nocivo alla mente si possa condensare nelle circa trecento pagine complessive di testo che sono riuscito a studiare. Gli autori stigmatizzano precise regole, addirittura teoremi, non limitandosi ad indicazioni sull’arredamento, ma dando precise istruzioni anche sul carattere stesso che doveva essere attribuito alle singole stanze. A proposito di questo argomento ho una precisa idea e, sebbene professionalmente coinvolto nella necessaria e confessata conoscenza dei valori storici, ho sempre legato il concetto di “successo progettuale” alla attitudine che hanno i più fortunati di noi ad ottenere bellezza e funzionalità senza seguire regole e cioè inventando. Creando una incolmabile distanza tra coloro che lo sanno fare e quelli che copiano perché non hanno idee. Stanze segrete è nato come un gioco senza regole. Si tratta di una raccolta di espressioni sul modo di intendere l’arredo, scritta da chi vive tra le mura immaginate o reali delle stanze raccontate. Su di un’agenda dai fogli bianchi passata di mano in mano ho raccolto senza ordine, in sequenza casuale ed informale, considerazioni e divagazioni sulle stanze private di chi mi sta intorno. Piccoli episodi d’arredo esistenti, pensati, progettati o probabili, vicini e cari a chi li racconta. Non vi è stato alcun limite espressivo. Taluni si sono limitati a qualche riga, altri hanno scritto pezzi più lunghi. Oltre ai testi vi sono schizzi, disegni, scarabocchi o foto non necessariamente professionali o a fuoco. Il messaggio di queste pagine è legato anche al meccanismo della loro lettura. Sfogliandole infatti si incontrano in rapida sequenza l’emozione di un acquerello, la simpatia di una battuta, la minuziosa descrizione di un dettaglio, l’intimità di una lettera, il racconto di una giornata, un’idea per vivere meglio e tante altre cose, tutte diverse tra loro come diversi, multiformi e multicolori sono i mondi di coloro che hanno partecipato a Stanze Segrete. In fondo ho lasciato alcune pagine bianche: saranno utili a coloro che intenderanno proseguire la raccolta. Paolo Casti


STANZE SEGRETE


Enrico Finzi sociologo, presidente di Astra e Demoskopea Non amo ciò che è trendy, mi dà noia quel che è di moda, tendo a privilegiare gli esclusi. Dunque tra le stanze non posso che amare i ripostigli, le soffitte, le cantine, i disimpegni e soprattutto i bagni: ambienti, questi ultimi, di cui si parla poco - al di là delle Jacuzzi e delle Teuco modaiole perché sono il regno delle minzioni, delle alluvioni diarroiche o delle sofferte stitichezze, degli assorbenti e delle tracce di sporco nelle vasche svuotate, degli odori socialmente riprovati, delle diagnosi impietose degli specchi e dei maniacali tentativi di occultare calvizie o rughe o pseudo-difetti fisici. L’emarginazione delle stanze da bagno dall’adorazione collettiva c’entra, naturalmente col rifiuto dell’accettazione di sè, che oggi porta a nascondere puzze e deiezioni, umori e gas, anzitutto i segni del tempo che passa e bellamente ci allontana dal mito sciocco della gioventù eterna: a riprova, la rara attenzione al cesso si sposa - specie sui periodici femminili - alla comtemporanea manìa del corpo che nasce dal minimo storico della sua reale accettazione. Ecco, amo questa stanza perché è reietta o riferita senza pari al distacco di noi da noi stessi, dal nostro inevitabile impasto di sangue e merda e idee. Già le idee: quelle che si rendono non solo corpo e che - guarda caso - proprio nel bagno


emergono spesso prepotenti, quando ci trucchiamo o ci facciamo la barba (un altro trucco...), quando galleggiamo nella vasca coi sali o stiamo seduti sulla tazza (duro trono della nostra occulta regalità). Non siamo abituati ad essere onesti con noi stessi: se lo fossimo, dovremmo riconoscere e poi dire, gridare che a volte è proprio lì che viviamo sensazioni intense, concepiamo pensieri rilevanti, creiamo. Anzi, per tutti è lì che si concentra il massimo dell’abbandono alle intuizioni, d’intelligenza delle cose e delle persone, di spiritualità. In fondo, gli schiavi della frenesia metropolitana godon di scarsi spazi di libertà davvero per sè e questi sono il viaggio solitario in auto e appunto la privatità del sesso: l’una e l’altro - non è un paradosso - ultima versione della personale cappella dei nobili d’altri tempi, baluardo finale della riflessione, dell’autocoscienza, per taluni del rapporto con Dio. Lo ha ben scritto Eugene Beauty:”Secca riconoscerlo ma il wc è nella società secolarizzata il miglior banco da preghiere: il puzzo della merda ha sostituito l’afrore dell’incenso. Ma le vie del Signore e della conoscenza sono davvero infinite”. Perciò amo il bagno, cenerentola delle stanze domestiche, vero tempio segreto della commistione di anima e corpo.


MANIFESTO DEGLI ADDIO Addio progetto retorico: perché la vita scorre in modo antieroico e amorale. Addio progetto di gusto: perché la qualità si ottiene solo alla rovescia. Addio progetto intellettuale: perché la ragione è vinta e la rivoluzione consiste nella banalità della fantasia. Addio progetto coerente: perché per metodo bisogna essere incoerenti. Addio progetto della casa: perché essa è solo un souvenir di se stessa. Addio progetto autentico: perché qualsiasi realtà è autenticamente finta. Addio progetto costruito: perché costruire vuole dire distruggere. Addio progetto ideologico: perché all’uomo vanno fatte architetture non impegnative. Addio progetto drammatico: perché lo stile di domani è rilassante. Addio progetto specialistico: perché la gente conosce da sola quello che le piace. Addio progetto capolavoro: perché la merce è tutta quantità. Addio progetto vero: perché la falsità è inarrestabile. Addio progetto programma: perché il bene del territorio sta nel suo caos estenuante. Addio progetto spaziale: perché la psiche è in agguato e chiede colori e decori. Addio progetto istituzionale: perché esso è ordine, invece che movimento e frammento. Addio progetto universale: perché i progetti sono tanti quanti sono gli uomini. Addio progetto universitario: perché il progetto è in mano all’uomo di massa. Addio progetto novità: perché il nuovo non esiste ma tutto è Ri Disegno. Addio progetto sentimentale: perché ogni architettura contiene un terrorista. Addio progetto di Avanguardia: perché l’Avanguardia è generalizzata e diffusa. Addio progetto come arte: perché l’architettura è un’arte minore. Addio progetto utopistico: perché il benessere crea normalità. Addio progetto di partecipazione: perché viviamo immobili nelle nostre stanze. Addio progetto di concentrazione: perché l’energia esplode in modo volgare. Addio progetto di te stesso: perché resterai nell’ambiguità. Addio progetto geometrico: perché bisogna essere informali. Addio progetto morale: nulla è dovuto a nessuno. Addio progetto maschile: perché l’architetto del futuro è ermafrodita. Addio progetto didattico: perché una scuola non è fatta di muri ma di sorprese. Addio progetto artigianale: perché la mano dell’uomo è uno strumento atrofizzato. Addio progetto rituale: perché il tempo è pieno di robot. Addio progetto infantile: perché il bambino è un adulto di piccole dimensioni. Addio progetto antropologico: perché la natura e fatta a quadretti. Addio progetto in generale: perché sopra al progetto vince la vita. Alessandro Mendini


VERBI ALL’INFINITO: dimenticare la propria debolezza seguire la strada più naturale - stare oltre il nostro tempo - superare la nostra dimensione squilibrare l’ipotesi prevista - scivolare sulle proprie radici - esistere senza messaggi testimoniare la nostra vita cercare sicurezza nei metodi antichissimi essere calmi anche se tira il vento - stare fermo al passaggio degli stili - dare risposte personali - accogliere il piccolo e l’occasionale - disperdere la propria ideologia non eccedere in comunicazione - preferire progetti simbolici - proporre un mondo tutto diverso - non perdere l’identità - non cercare punti fissi non avere nostalgia - sapere che esiste l’infelice - ripetere all’infinito - dimenticare appena fatto - essere indifferenti alla moda - non concentrare ma dilatare rovesciare la qualità - spostare un poco ogni cosa - non disturbare la quiete entrare nelle chiese non fare le guerre - continuare a lasciare - cercare la bellezza non ripercorrere la stessa strada - non comunicare tutto - visitare le tribù meditare sul passato - usare metodi diversi - scegliere il ritmo del tempo - essere ubiqui - adorare molti dei meditare sul design bellico - avere un classico distacco NON SO SE: Non so se mettere sul tavolo un vaso di fiori. Non so se guardare la gente dentro agli occhi. Non so se spostare un poco quel divano. Non so se Palladio mi sia servito. Non so se mettermi a gridare improvvisamente. Non so se stia bene il tappeto accanto al letto. Non so se usare marmo oppure ferro. Non so se studiare il Dadaismo.Non so se smettere con la sensibilità. Non so se la vita sia del tutto banale. Non so se sia meglio il centro o la periferia. Non so perché le persone hanno tanta fame. Non so se sia bene uccidere il tempo. Non so se mettere le cose in ordine alfabetico. Non so se convenga lavorare tanto. Non so se le case debbano avere le finestre. Non so se piangere per i mille torturati. Non so se ricordare quella lunga giornata di sole. Non so se la politica merita la prima pagina. Non so se farmi un caffè oppure un tè. Non so se sia necessario un letto per gli ospiti. Non so se leggere libri di filosofia. Non so se mettermi un poco in poltrona. Non so se desidero dire le mie idee. Non so se rubare le idee altrui. Non so se parlare di tutto senza fine. Non so se sia utile il telefono. Non so se sia questione di morale. Non so se eliminare l’anticamera. Non so se cercare qualche punto fisso. Non so se aprire la porta. Non so se inventare una nuova lampada.Non so se preferire le linee dritte o curve. Non so se smettere di dire non lo so. Alessandro Mendini


CINISMO ABITATIVO: La casa ha il pavimento vischioso come il miele, i piedi ci si attaccano e non si riesce più a uscirne. La casa è un peso così enorme sopra alle nostre spalle, che ogni movimento diventa impossibile. La casa è il rifugio ipocrita per quelli che temono i disagi della vita. La casa è un corpo estraneo che si sostituisce al corpo di chi la abita. La casa è un circolo vizioso che non esiste senza un mazzo di chiavi. La casa è un magazzino dove si accumulano mobili e residui inutili. La casa è un diagramma che rappresenta lo stato del nostro letargo. La casa è la finzione di un idillio perduto, che non si ripete. La casa è una banca dove le persone accumulano il loro prestigio. La casa è una ottusa isola di eredi. La casa è un balcone sul quale appassiscono foglie bruciate dal sole o dal freddo. La casa ha sempre accanto un’altra casa da cui ascoltare una musica con nostalgia. La casa è quel tempio inviolabile che esclude le azioni che avvengono nelle altre case. La casa non è come le scarpe che ogni giorno camminano su terreni ignoti. La casa non è mai un punto di partenza ma è un punto di arrivo, dove la prospettiva è una stampa di Cézanne. La casa non è onesta perché i mattoni rendono troppo denaro. La casa non è leale perché ha sempre una la valigia pronta per partire. La casa non ha fantasia perché è priva di ali. La casa non ha mai di fronte un tramonto sconosciuto. La casa ha sempre un telefono in grado di colpirci nel cuore. La casa è un calendario banale per sfogliare il tempo di ogni giorno. La casa è una spia che ricorda le nostre azioni segrete. La casa è l’inventario della nostra attitudine a ripetere gesti uguali. La casa è quella scuola dove si insegna l’eslcusione. La casa è sempre fatta di stanze. La casa ha sempre di fronte un’altra casa munita di campanello. La casa ha sempre una sveglia per mandarci a lavorare. La casa ci permette di essere pigri solo al sabato mattina. La casa sta ferma mentre la vita si muove. Alessandro Mendini


SEDIA: La sedia è l’asse cartesiano dell’uomo occidentale. La sedia è un dondolo per fare fuggire i pensieri. La sedia è un modo di riposare che non serve agli animali. La sedia è un oggetto realizzato in tutte le forme. La sedia è l’atto di virtuosismo per ogni progettista. La sedia è sinonimo di Thonet. La sedia è la pazzia di Charles Rennye Mackintosh. La sedia è chiamata dai tecnici “sistema di sedute”. La sedia sono mille sedie in un palazzo per uffici. La sedia è quella cosa che ti aspetta ogni mattina. La sedia è la garanzia di avere un posto di lavoro. La sedia è un gruppo di bambini impauriti di fronte al maestro. La sedia è sedici ore da Milano a Bogotà. La sedia è essere in auto con sotto le ruote. La sedia è un pezzo di pietra del Colosseo. La sedia è uno spettacolo di Bob Wilson. La sedia è una tecnica di rilassamento. La sedia è milioni di uomini seduti contemporaneamente. La sedia è il mezzo per avere di fronte qualcuno seduto su un’altra sedia. La sedia è uno strumento per fare conversazione La sedia è l’alibi per mangiare con i famigliari. La sedia è un tatami dove bere il té. La sedia è un luogo di potere. La sedia è il tappeto di Buddha cheguarda l’infinito. La sedia è il trono dove hanno dormito i re. La sedia è tutto il mondo sotto di te. La sedia è dondolare le gambe sul Gran Canyon del Colorado. La sedia è la schiena di un cavallo che corre. La sedia è per un bambino il braccio della madre. La sedia è incrociare le gambe. La sedia è il rifugio degli stanchi. La sedia è come un letto su cui è impossibile dormire. La sedia è lo sgabello nella prigione. La sedia è il terreno su cui si dà fuoco il bonzo. La sedia è il luogo sul quale morire elettricamente. La sedia è essere seduti sulle spine. Mentre la sedia lavora l’uomo riposa. Alessandro Mendini


Sally Holloway THE ROOM. We call it living room. When we came here nearly half a century ago the living was lively and fast. We were both journalists, David, my new husband, still on a national newspaper where we had met, as news reporters, on the way to an air disaster, I, by that time, with BBC News. The whole, solid Edwardian house by the Thames was no more than a touching-down point in two wildly busy lives, and the living room was sparsely furnished with odds and ends, a place to meet, if we were lucky, at the end of each frantic day. Gradually our lives changed. Within four years we had three children and I stayed home to care for them - and write when I could find a moment. There was little time for sitting although David, by now was a television critic and we added an early t.v. set and a family heirloom, a large and ancient armchair where we could sit in comfort. We already had our own collections of books but when we changed jobs and became the Daily Telegraph Literary Editor more volumes began to pour into the house. The living room became just that - a place for living. A place where we kept the most used, most loved of the books. A place for entertaining our friends from all over the world, to relax with good wine, good gossip, good arguments and, above all, to discuss the fast-changing face of the world of books with young writers some of whom, over the years, became great authors.


The children had their parties here and, as time passed entertained their own friends who often became our friends too. From time to time I worried about the room. It had almost grown up on its own. It was not elegant or sophisticated. I didn’t reflect the latest fashion in design or trendiness but the children, home from university, said “it doesn’t seem to stop half the world from visiting us - frequently”. In summer, with the French doors open on the garden, the room was filled with the scent of roses and lavender and jasmine. In winter with the heavy curtains drawn, we put more coal on the fire and sank back in the glow of its hypnotic warmth. The children grew up, left home. We sat for longer now, watching “telly”, touching hands with the easy comfort not just of husband and wife but understanding friends. Our silver wedding party - 25 years of marriage - was centred in this room and, too soon, our 40th. David became increasingly ill and it was here, still working and surrounded by the best of his most beloved books that one summer morning with the birds singing and the sun shining outside, he suddenly died. I am old now. The children and the grandchildren visit me. I still work and write and rush around but, increasingly, I sit. Portraits of the children watch over me from the walls along with an odd assortment of other pictures all bringing memories of the past. My polyshed antique writing bureau with its gleaming front, a retiring present from old colleagues, is covered in family photographs. The grey cat, ageing like me, snores on the extra-long sofa bought years ago to accommodate the lenght of our-extra tall elder son and now shared with his extra-tall son when he drops in. Sometimes I doze, alone in the evening with a glass of wine


beside me, isolated from

the tensions of the world outside.

This not just a living room. Its a room that has been lived in unpretentiously, comfortably, contentendly, memorably. It is the heart of my home. end.............................


Un brano per Paolo "Al tempo che cadevano le albicocche il mondo era tutto verde e noi stavamo sotto una capanna che era fatta di canne e di strisce di cielo. Al tempo che cadevano le albicocche si sentivano dei tonfi che mai mi sono usciti dalla memoria, come se fosse il tempo che bussa dentro il tempo." (Nino Pedretti -poeta-, "A e' témp che caschevva al baracòcli", in "piano piano", Ge. Graf., Bertinoro (Fo), 1991.) Ricordo queste parole poetiche, di una bellissima rappresentazione teatrale vista a Milano qualche anno fa, perché e' come se fossero frammenti delle mie ricerche progettuali, frammenti, sognati, di un particolare modo di intendere lo spazio ed il tempo, dove le sensazioni amplificandosi a dismisura divengono i cardini fondamentali per la definizione di un rinnovato progetto. La definizione compositiva e contenutistica di ambiti volumetrici vissuti è sempre legata, per me e per il mio studio, ad esaltazioni sensoriali, a magici sogni. Mille pensieri e tante emozioni si fermano in questi spazi confinati, quasi cristallizzandosi, insiemi di segni dal pacato potere comunicativo e narrativo, accavallandosi gli uni agli altri, creano il corpus di nuovi episodi volumetrici nei quali l' amore si trasforma in materia e colore. Gli insiemi creati, dunque, rappresentano dei veri e propri manifesti che esprimono la volontà di dare spessore al


mondo delle sensazioni, di creare un coinvolgimento generalizzato al fine di individuare un microbenessere globale. In un' "antica" lettera del 20-1-87 Giovanni Michelucci mi scriveva: "... continua a meditare su ciò che vedi! Tante sono le cose che avvengono e non di tutte si riesce ad afferrare il senso. Ci vuole, dunque, una grande volontà di capire ed una grande umiltà per capire". Questi pensieri, come del resto le meravigliose chiaccherate periodiche a Fiesole col vecchio saggio, hanno segnato profondamente il mio modo di fare architettura, il mio modo di pensare all' architettura ed al progetto legato al mio tempo, al nostro tempo, hanno fatto germogliare in me la volontà di spingermi sempre oltre il reale, oltre l' apparente, per tentare di sentire i veri profumi delle cose. Le mie stanze vissute -quelle reali(sognate) e quelle reali (realizzate)- potrebbero essere lette come brani conrappuntistici, ovvero come insiemi caratterizzati dalla combinazione simultanea di più linee melodiche fuse assieme in armonica "coerenza-incoerenza", non sono altro che nuovi magici esperimenti spaziali. E la storia continua... Simone Micheli Architetto


From: Andrea Giovenali <giovenali@hotmail.com> To:Paolo Casti <paolo@isoladicasti.net> Date: Wed, 3 November 1999 14:52:35 Subject: Stanze segrete

IL MONDO IN UNA STANZA Non vorrei mai sentirla, soprattutto di domenica. In un mondo che cambia, dove tutto cambia, il rumore delle sveglie è sempre lo stesso. Da quindici anni a questa parte hanno solo trovato il modo di evitarmi di cercare a tentoni nel buio il pulsantino per interrompere quel maledetto “biribiribi-biribiribi”: adesso basta muoverle vicino una mano e la sofferenza è solo rimandata di qualche minuto. Prendo coscienza, e mi rendo conto che sono le sette e mezza di mattina, anche oggi, sarebbero potute essere le nove, ma ieri sera non ho spostato la lancetta verde sul fatidico numerino. Non importa, il bilancio della settimana è stato buono anche se la domenica le endorfine ti fanno pulsare un po’ le tempie, e l’inerzia impressa da un solo ora. Oggi evado dalle responsabilità, non mi faccio la barba, mangio quando mi pare, non mangio per niente, o mangio “diverso dal solito”, mi infilo una tuta e non rispondo al telefono, è così che mi va oggi. Pan cakes, sì pan cakes col preparato in polvere, non importa cosa c’è dentro, e succo d’acero, ma quello finto, nel bottiglione di plastica. Tanto gli altri il brunch oggi se lo sudano al solito posto dove devi prenotare lunedì per la domenica, dove le “egg benedectine” te le portano senza la salsa olandese e il pane è tostatissimo, bruciato. Oggi mi rifugio senza compromessi e mediazioni nella mia sala, quattro per dieci, tre finestroni di luce autunnale, due divani ad angolo, un caminetto e due poltrone, un tavolo e una libreria, due tappeti heriz, che a me “piacevano quelli perché sono colorati e grandi, ma anche perché costavano meno degli altri”. “A U G U R I ! S E I U N A N N O P I U V E C C H I O E L O D I M O S T R I” gli auguri a un carissimo amico in SMS sul telefonino, un compagno di scuola e compagno di goliardate giovanili, tanto lui dorme


perché ieri sera avrà fatto tardissimo, e se io perdo l’occasione, poi mi dimentico di farglieli. Bit che partono, volano e si posano, bit che avvisano quando arrivano dall’altra parte della città, bit che sollecitano un sorriso, e basta, senza quelle frasi che dette al telefono o di persona suonano più pesanti perché si è veramente più vecchi, e lo si dimostra davvero. Tavolo, libreria e computer, computer che bello finalmente colorato e poco ingombrante, apro la barra degli strumenti, CONNESSIONE. Sberleffi e pernacchie analogiche, che strano linguaggio per metterti in contatto con il mondo, quello che non è grande come quel paesone della mia città, e non è ingessato come questo protettorato di paese, ma è proprio il mondo, come dice quello spot con tante facce, etnie e culture “Are you ready?”. Trent’anni di vita di Internet, e loro mi domandano se sono pronto, non lo so, forse sono arrivato tardi, mi consolo perché c’è qualcuno che è più in ritardo di me, magra consolazione. Ma anche questa mattina che faccio il salto, il timore è che il mio provider questa mattina sia rimasto a dormire, e non sia pronto a farmi visitare il mondo. Le lucine blu chiedono bit, quelle verdi rispondono, comincio a succhiare bit, yes, I am ready. Prima fermata, la posta gratuita sul Web, nome utente, password, c’è sempre qualche nuovo messaggio che aspetta risposte o soltanto di essere letto. Amico, notizia, collega, notizia, spamming, collega, collega, venerdì erano le due del pomeriggio quando ho controllato la posta per l’ultima volta, e si vede, rispondo, cancello, inoltro. Thank you for ordering from Amazon.co.uk! Your order information appears below. If you need to get in touch with us about your order please send an e-mail message to orders@amazon.co.uk (or just reply to this message).

Non importa se è una macchina che risponde, è gentile, più gentile e disponibile di una commessa del negozio di libri in centro, che oggi evito. http://www.nasdaq.com , come hanno chiuso le IARC venerdì, due lirette messe su un titolo che ha perso un sacco, ma altre sono state meglio investite. IARC, Information Architect, una società che faceva consulenza per lo Y2K, chi sono, boh, perché ci ho messo dei soldi, mah...


Il 14,7% in un giorno, se ci avessi messo altri dieci milioni adesso ne avrei quattordici e settecentomila, non è possibile... mp3.com, succhio musica, incredibile! Negli anni ‘70 la SIAE ti metteva i sigilli alla porta se trasmettevi i dischi in FM, adesso mi scarico un album intero, non li conosco, strana musica, non importa è un pezzo di mondo gratuito anche questo, che mi resta in testa. Nuove uscite di jazz, il nuovo di Bob James, ascolto venti secondi, e poi altri venti del track 2, è sempre lui, un po’ sdolcinato, ma per la domenica mattina e per l’auto va bene, quando vado nei negozi non riesco mai ad ascoltare i CD, lo compro e compro anche Offramp di Pat Metheny, mi manca. Inserisco i numeri dell’Amex, è sempre una sfida, non ci sono problemi, ma è sempre un’ebrezza, perché è più veloce di tirare fuori il portafoglio, perché loro non passano la matita rivelatrice sulle tue cinquantamila sudate, per il nuovo mondo i soldi sono solo bit che vanno e che vengono, non c’è più carta da controllare. CHECK NEW MESSAGE From: <giovenali@prodigy.net> To: <giovenali@hotmail.com> Date: Thu, 22 October 1999 01:20:59 -0700 X-Priority: 3 Hello. My name is Giovenali from the United States, I saw your name while I was browsing the internet, was wondering if you might be a relative. would be interesting to find out. Could send more Info. if you like.

Non ci credo. Millantatori... o parenti? La mia famiglia ha perso contatto con un fratello di mio nonno che è andato a vivere negli Stati Uniti all’inizio del secolo, una storia come tante altre, quasi cento anni di separazione. REPLAY, mio padre sarebbe contento di ritrovare persone dimenticate nell’Ohio, poi lo chiamo e gli dico che è ora che si apra un abbonamento gratuito a Internet, non costa e riserva sorprese uniche. Cosa succede nel mondo, news a volo radente, solo quelle che valgono e che vengono da fuori dei nostri confini, c’è più realismo nel vedere le cose che succedono da noi con gli occhi di un inglese o di un americano, stimola l’autocritica e l’analisi, aiuta a progredire. New York Times, FT,


Business Week e anche un pizzico dell’Industry Standard, quello che ti fa sempre un po’ male quando lo navighi, perché loro con l’economia di Internet ci riempiono un giornale di duecento pagine ogni settimana. Mi porto in casa, nella mia sala, frammenti di storie, idee, persone, fortune, una volta si trovavano solo all’edicola di Piazza della Scala, adesso è chiusa, ma la vista sul mondo è un po’ più aperta. Ma che tempo infame! Domani devo andare in macchina a Torino, e se continua a piovere mi dirotto sul treno, http://www.meteo.it , con le previsioni a 24 ore, decido. Fame. Domenica sera = pizza. Questa sera c’è il derby, non che me ne importi qualcosa, ma la pizzeria d’asporto del quartiere ti chiede tre quarti d’ora per portarti una pizza, tutti in fila accalcati tra la vetrina e il bancone dalle sette in avanti, e I vestiti che puzzano di fritto quando esci. http://www.pizzaexpress.it, a New York c’è anche un sito dove ordini le cassette di Blockbuster e te le portano a casa con gli Oreo e i Pringles alla crema di cipolle, clicco su una “tirolese” con lo speck e scelgo nel menu a tendina DOPPIA MOZZARELLA, magari un giorno a Milano qualcuno si deciderà a portarti a casa anche il sushi, magari... Mentre aspetto, comincio a prendere contatto con la nuova settimana, scorro i giorni e le ore sul Palm, quante cose nel TO DO LIST...lo infilo nel cradle, faccio l’hot-synch, perché se succede qualcosa all’agenda non so più da che parte girarmi. Che strana calma la domenica sera, mi guardo intorno, quattro mura un po’ di mobili, due tappeti, e uno schermo acceso, pixel e colori, immagini e testi, bottoni e link. Forse ha veramente finito di portarmi il mondo in casa. ...DRIIIN...”A che piano?”, apro la porta e vedo il fattorino tutto inzuppato. “....saluti e grazie”, la pizza in una scatola quadrata. Questo è l’ultimo pezzo di mondo per oggi, e me lo gusto con una birra ghiacciata ;-)


Cucina con forno.


Interni, living, camera, vita. Quale? Ho fatto un rapido conto: le case che ho abitato per almeno un mese, dapprima con i genitori, poi da solo e ora con la mia famiglia, sono sessantasette. L’unica però che ho scelto liberamente e che ho posseduto per vent’anni è un piccolo edificio a trulli, nella bassa Murgia, nell’agro di Ceglie Messapica, provincia di Brindisi. E’ grazie a quell’architettura primitiva e celeste che oggi mi sento vicino ai lavori di Isao Hosoe e dei Nox... Interno del trullo: una sola porta, all’ingresso, poi basta. Archi di burro bianchi a dividere gli ambienti: cucina con forno a legna e camino, trullo d’ingresso, alcova dei libri (già alcova dei bambini), alcova del camino, trullo del sonno e del sogno. Pavimento di pietra, come l’aia antistante, ma levigato dai passi degli umani, passi di secoli. L’arredo è facilitato: pietre sottratte alla muratura, nei luoghi giusti, offrono tredici nicchie, pietre sporgenti formano dodici mensole. C’è una nicchia per ogni cosa: per le chiavi e per la legna, per i vestiti e per i bicchieri, per i fiori e per gli dei, per i vivi e per i morti. La più piccola, vicino alla serratura, è capiente come una tazza, la più grande, quella dei vestiti, ha le dimensioni di un armadietto per bambini. La nicchia contiene, la mensola espone: marmellate e bottiglie, statue e vasellame, raschiazappe e cesoie.


Alcova dei libri (in cui un tempo dormivano i bambini), nicchia detta “del sorriso” o “de la vendeuse des crevettes”.


Trullo del sonno, nicchia dei fiori, detta anche â&#x20AC;&#x153;niche aux coquelicotsâ&#x20AC;?.


Trullo d’ingresso, a destra l’arco che sorregge l’alcova dei libri Foto di John Vink (riprodotte “artigianalmente” dagli originali)


«Ecco, chiudo gli occhi... seduto per terra su stuoie e cuscini, la schiena appoggiata al muro del Sud, dove batte il sole, da dove soffia il vento africano. Sulla testa sporge per venti centimetri la volta dell’arco cieco che regge la pseudocupola dell’alcova. A sinistra, a Ovest, il piccolo arco del camino, con il focolare che era al suolo e che io ho alzato di un palmo, con le mie mani, costruendo un basamento di pietre e malta chiuso davanti da una lunga pietra, smussata a martellate, su cui è molto comodo schiacciare mandorle e noci abbrustolite. Di fronte, a Nord, a tramontana, l’arco che unisce e separa il trullo centrale, col suo cono che si smarrisce in una vertigine lattea di 5 metri, e che a sua volta inquadra l’arco successivo, quello dell’alcova simmetrica, chiusa sullo sfondo da un muro di vaga rotondità. Alla mia destra, ad Est, dove rivolte all’aurora occhieggiano le tre aperture dell’edificio (tutti i trulli, quelli veri, sono rivolti ad Est: mistica regola contadina) l’arco che introduce al perfetto trullo del sogno. Da un’ora ormai ho smesso di alimentare il fuoco, la fiamma cede il posto al riflesso di braci. Fra poco, con un soffio dall’alto, spegnerò la lampada a petrolio che ho costruito unendo, con ghiera e stoppino, un vecchio vaso di terracotta e un giovane vetro boemo. Fuori, al silenzio degli astri, profumata freme la prima notte di marzo.» virginio briatore


È fondamentale per il genere umano che l’architettura risvegli i sensi. La casa è un pezzo d’architettura, è il rifugio in cui ci si ritrova, essa ci caratterizza ed è il riflesso delle nostre emozioni.

Se “l’architectur est faite pour émouvoir” (Le Corbusier), l’emozione è la caratteristica propria del del del colore. In seno allo spazio della casa, direi che il concetto del colore riveste due caratteristiche principali: l’aspetto emozionale e l’aspetto pratico. Il colore plasma gli spazi e influenza l’anima del suo

abitante. Da un Punto di vista pratico, il colore partecipa al comfort visivo e dunque al benessere dell’individuo. Esso modifica la percezione di un volume, lo corregge, un volume, lo corregge, struttura e gerarchizza lo spazio ed esalta l’effetto architetturale. La colorazione dello spazio dipende dal livello di comfort visivo richiesto, dal tipo di attività e dal tempo di frequentazione più o meno lungo. Il colore, per la sua percezione, dipende sempre dall’analisi dell’ambiente (ombra, luce, orientamento, struttura del suo supporto) e da tutti gli altri colori che lo circondano; poi gli effetti desiderati dipenderanno dall’intensità dei contrasti, che consentiranno di semplificare o diversificare gli spazi dell’abitazione. Le relazioni tra superfici, piani ed oggetti possono essere rinforzate o al contrario annichilite. In questo modo, si agirà sulla profondità di campo e sulle dimensioni apparenti. I volumi troppo lunghi saranno “accorciati” e i soffitti troppo alti saranno “ridotti”. Sotto l’aspetto emozionale, il colore ritma lo spazio, il ritmo genera la melodia del luogo, che a sua volta alimenta il piacere dei sensi. “Les couleurs sont la musique des yeux, elles se combinent comme les notes…Certaines harmonies de couleurs produisent des sensations que la musique elle-même ne peut atteindre.” (Delacroix). Come ad una messa in scena il colore partecipa alla teatralizzazione dell’architettura. La successione di ambienti nel percorso di una casa è una raccolta di sentimenti che ci comunica un afflusso di vita o al contrario una sensazione di depressione. Il colore partecipa a queste sensazioni e fa nascere l’ambiente perché esso dota la materia di un’anima. Così, la nostra anima si lascia dolcemente inebriare dalla magia dei colori.. Tutti questi colori ci fanno battere il cuore in funzione dei nostri gusti, del nostro passato, della nostra cultura ed educazione… Dato che il colore è un elemento fondamentale nella percezione del mondo dove viviamo, esso mette in questione la nostra maniera di esistere.

f. Léonard

La couleur est un signe de vie et d’émotion dans la maison


Non riesco a concepire un luogo, una stanza senza la musica. La mia vita è musica e di conseguenza le emozioni che provo in ogni ambiente in cui ascolto o vivo la musica sono uniche ineguagliabili. Tutto appare con un aspetto nuovo, diverso, dinamico. Compongo le mie canzoni camminando in mezzo ai boschi. Durante le mie giornate e in ogni angolo della mia casa ascolto musica. Che cosa sarebbe la mia vita senza musica? Lamusica? MY LIFE. In ogni angolo di casa, con gli amici, alle feste sempre accompagnati dalla musica. Spero che i miei figli capiscano il messaggio in musica e tutto anche ogni stanza da bianco e nero possa diventare a colori.


Abbascio e' fuoss'. Così si chiamavano le mura greche che, come una finestra sul passato, si possono ammirare in piazza Bellini, nel centro storico di Napoli, vicino a casa mia. Seppure abbandonati e sporchi e' fuoss (i fossi) erano il regno degli scugnizzi (bambini che giocano per strada). Lì avevano luogo 'e guainelle (battaglie di pietre), o vi si facevano scoppiare cepolle e minerve (micidiali petardi). Nella piazza, invece si giocava a pallone. Il monumento a Vincenzo Bellini era una delle porte, una rigogliosa e altissima palma il centrocampo, una panchina con innamorati incuranti e appassionati l'altra porta. Spesso capitava che il pallone finisse di sotto, al di là della balaustra, abbascio e' fuoss'. Così, dopo una conta truccata, il più fesso doveva scavalcare la recinzione e recuperare la palla. Una volta sceso in quella che un tempo era la polis greca, il malcapitato era completamente investito dalle pietre lanciategli dall'alto. Un giorno quel fesso fui proprio io e, per evitare il peggio, mi rifugiai in un anfratto simile ad un letto a castello. Dopo mezz'ora i cori degli scugnizzi che mi invitavano a uscire erano terminati, ma io attesi che il sole tramontasse prima di venire allo scoperto. Avevo trascorso dei momenti bellissimi, rannicchiato a fantasticare tra quelle pietre che mi cullavano dolcemente nel loro grembo, dove le tracce della vita intorno mi giungevano come un' eco infinita, che conduce ogni cosa al silenzio. Mi ero nascosto così bene che, nonostante le mura, fossero completamente recintate e non offrissero vie di fuga verso l'esterno, nemmeno "Poppò" e "o'Sceriffo" scesi a cercarmi diventando essi stessi bersaglio, erano riusciti a scovare la mia stanza segreta. Quando fece buio mi decisi a tornare a casa, ma, appena uscito fui colpito da una violenta sassata. Era stato Carmeniello, lo avevo fatto veramente incazzare.

Massimo Caiazzo


photo by Rosita


Lavorerai con le parole di Mau Brau

Erano delle piccole porte bianche, infissi di legno inspessiti per le innumerevoli mani di pittura che avevano ricevuto. Un piccolo alberghetto di Viareggio, dove la Versilia veniva a passeggiare e io tra questi con la mia famiglia, scesa da un treno estivo del Sud. Ero un bamboccio occhialuto di 11 anni e in quell’alberghetto aspettavo, la mattina, che tutti i parenti fossero pronti per abbordare la spiaggia di fusti e silhouette (almeno così ci parevano). Scendevo per la colazione nella hall, ne consumavo una piccola parte e poi vagavo per l’hotel, in attesa degli zii e dei miei genitori. A volte mi accompagnavo con la mia nipotina di 7 anni nei corridoi su cui l’ascensore ci depositava dopo averne premuto, a turno, tutti i bottoni. Un giorno che ero stato piuttosto mattiniero, vidi una donna rientrare in un bel vestito da sera, assonnata, con la borsetta stretta tra le mani e tutta la grazia e la sinuositá ancora intoccate. Era bellissima, così mi parve, con occhi stanchi ma brillanti, e me ne stetti impalato a guardarla. Lei mi notò nell’angolo del corridoio, vicino ad una piccola palma, e mi chiese come mi chiamassi. Glielo dissi, imbarazzato, con una scarpa sull’altra, e la vidi estrarre la chiave della stanza, la sua, che era proprio di fronte a me. Aprì la porta e mi invitò ad entrare, le imposte ancora chiuse lasciavano giusto un rivolo di luce nel buio, un profumo caldo e inebriante, lo stesso che emanava il suo corpo, mi prese a vorticare intorno. Accese la piccola lampada sul comodino e si sdraiò sul letto, levandosi le scarpe, mi disse di chiudere la porta, per un attimo tremai, nella penombra mi sembrò una strega, poi una fata. Con gentilezza ed una voce calda mi incaricò di versarle dell’acqua, io eseguii senza fiatare. Sul comodino c’era un libro aperto, poggiato con il dorso all’insù, erano le “Affinità Elettive”. Capì che l’osservavo e me ne lesse un breve pezzetto che non ricordo, troppo preso a fissarle le labbra mentre parlava. Poi mi chiese se volevo che mi leggesse le carte, io desideravo solo continuare a osservarle le labbra e subito accettai. Aveva un mazzo di tarocchi nel comodino, lo prese e, poi, si sfilò il vestito, rimase in mutande e reggiseno, spandendo quei quadrati di simboli incomprensibili sul letto. Mi disse di sedermi di fronte a lei e di scegliere le carte, il cuore mi saltò come le artiglierie di Kronstadt e, a occhi chiusi, eseguii anche questo comando. Mi sembrava di essere nel luogo di congiunzione tra il giorno e la notte, nell’interregno dove il sogno e la realtá giocavano alla pari, la stanza non aveva limiti, era il mio futuro.


Iniziò a decifrare i simboli, i lunghi capelli neri le scendevano su un lato del petto, inondando la grossa mammella seminuda, le sue gambe curvavano nella penombra e poi risalivano alla luce della piccola lampadina. Era felice delle previsioni che saltavano dalle carte, mi annunciò segni propizi, di uno solo mi ricordo precisamente: avrei lavorato con le parole. Poi si accorse di quanto fossi incantato e, con un sorriso che suppliva al sole che non entrava, mi chiese di abbracciarla. Ero con le labbra sul suo petto, sospirava profondamente, e quel profumo fu la prima droga che provai. In breve, mormorando, si addormentò con me sul petto, dopo dieci minuti russava, ritrovai poi quel suono in una pavana di Ravel, molti anni dopo. Dal corridoio mio zio passava chiamando il mio nome, non mi staccai da lei che quando si rigirò nel letto, un’ora dopo. Qualcuno ancora camminava agitato all’esterno, mi sollevai. Le carte stavano in giro sulle lenzuola, guardai il suo sonno, ancora mi parve una strega e poi una fata. Le sue gambe erano come di ciliegio leggero sotto i giochi generosi della piccola lampada, una mano lenta le copriva il volto. Giurai forse qualcosa, non ricordo. Chiusi la luce e, sbirciando prima all’esterno, me ne andai evitando l’ascensore. Al piano di sotto mi incrociò un inserviente che diede l’allarme, nella hall c’era baruffa quando mi riconsegnarono a mio padre, imbarazzato più di me. Dopo l’ira tremenda di alcuni parenti e di mezzo personale, si decisero a chiedermi dov’ero stato. Dissi che ero andato tutto il tempo su e giù col montacarichi, fino a fermarmi sopra, alla terrazza (era una cosa che volevo fare da tempo senza averne il coraggio). Il direttore ne fu sbalordito e rimproverò i suoi dipendenti, la mia nipotina sorrise gelosamente, solo dopo capii che in quel momento avevo iniziato a lavorare con le parole come lei mi aveva predetto. La sera rientrando tutti dalla passeggiata, la vidi uscire veloce e il petto mi rimbalzò come l’impeto della Comune: volava via bellissima e, solo quando uscì sul marciapiede, si girò un attimo per lasciarmi un sorriso. L’indomani mi impedirono di allontanarmi dalla camera prima degli altri e non la vidi, né allora, né mai più. Solo poco tempo fa, in questa piccola stanza in cui vivo, ho rivisto questo ricordo come un presagio: ora che sono diventato un pentito della lotta armata.


Genova, la grande strada sopraelevata costruita negli anni sessanta, corre tra il centro storico e il Porto a sei metri di altezza. Al di sopra della strada, la velocitĂ della percezione automobilistica consente una straordinaria visione dinamica di due mondi - quello delle banchine e delle navi e quello delle case e dei palazzi compressi dalla collina - che ci vengono incontro, con ritmi e volumi diversi. Al di sotto della strada, tra i pilastri che la sostengono, si apre invece uno scenario statico e opposto: una successione di spazi omogenei coperti e aperti sui lati, spesso lasciati al degrado, occupati saltuariamente da presenze marginali: containers, parcheggi, bidoni della spazzatura, autorimorchi. E' come se la cittĂ ed il Porto avessero trovato un luogo comune dove depositare i loro "scarti".


Eppure mi piace immaginare, grazie alle immagini di Gabriele Basilico, che questi spazi oggi bui e lasciati a sè stessi possano diventare qualcos'altro; possano trasformarsi in una serie di "stanze" dove fluisce la vita dei cittadini e dei turisti: luoghi di commercio, di incontro, di passaggio tra il Porto e la città . Svelare il segreto di queste "stanze" nello spazio pubblico di Genova, significa cercare di trasformare la loro natura - e basterebbe un progetto accurato e di poco costo- da lunga ferrovia interstiziale a un porticato vario e continuo tra la città e il porto. Stefano Boeri


La mia casa deve essere comoda, accogliente per poter ospitare i miei amici. Tutta la mia vita trascorsa in hotel e trasferte mi ha fatto capire quanto la casa e soprattutto alcuni luoghi della casa rappresentino per me momenti di tranquillità . Da qualche anno a Castel de Britti a Bologna, abito in una casa spaziosa che mi permette di non essere schiavo degli spazi. Mi piace la casa spaziosa ma i locali che io prediligo sono la cucina e il bagno. La mia cucina è semiaperta, spaziosa e nello stesso tempo essenziale. Un luogo di lavoro simpatico che trasmette la voglia di cucinare, deve essere assolutamente vivibile. Il bagno, per me, è forse il luogo piÚ importante. Ampio, spazioso che ospiti una grande vasca con idromassaggio, incassata tra i sassi di lago. Attorno specchi e piante che lo rendano un luogo importante, grande lavabo, accessori molto ricercati e originali. Le pareti ricoperte da piccole piastrelline.


I

Vado a letto con le stelle Ho lasciato questi posti ancora adolescente, a diciott’anni e durante gli studi in un’università troppo distante da qui, mi tornavano continuamente in mente. Il mare, gli scogli, questa particolare simbiosi tra terra ed acqua e quel modo strano di vivere, un po’ contadini, un po’ marinai, che ha la gente delle Cinque Terre. Per arrivarci si supera una galleria. Varcandola si cambia versante, passando dal golfo al mare aperto e lo spettacolo che improvvisamente si presenta è di quelli che non si dimenticano. Dall’acqua partono le “terrazze” che qui chiamiamo “piane”. Sono dei fazzoletti di terra, non più larghi di qualche metro racchiusi da muriccioli in pietra sui quali vengono coltivate le vigne. Si sormontano fino alla cima dei rilievi inseguendosi, ricalcandosi una con l’altra. La bellezza di questi posti è tale che quando l’hai vissuta è difficile non coltivare il desiderio di tornarci. Proprio per questo, appena ho potuto, con qualche soldo, molta fortuna e la complicità di un’amico, ho acquistato una piccola cantina di fronte a Corniglia. Qualche decina di metri quadrati costruiti chissà quando con la stessa fatica delle “piane”: pietra su pietra senza legante, per riparare la vendemmia e conservare all’ombra qualche bottiglia di Sciachetrà. Quattro muri che sembrano scivolare lungo il ripido pendio, una piccola porta e due finestre piccolissime. Nessun tetto. Me ne innamorai a prima vista, sono tutte uguali qui le cantine, tutte fatte allo stesso modo, ma questa mi sembrava speciale: era più piccola, più bella, meglio posizionata. Ricordo quando la vidi la prima volta, sono passati parecchi anni da allora. Stavo percorrendo un piccolo sentiero tra le vigne, faceva un gran caldo e volevo fare il bagno.

Umori, colori, sapori ed amori 9


Il mare a Corniglia è in basso: cento metri sotto il campanile della chiesa e si raggiunge in due modi, discendendo i 280 scalini che partono dalla piazzetta oppure avventurandosi attraverso le vigne. Avevo voglia di stare da solo e mi incamminai evitando di attraversare il paese. Dopo qualche minuto di discesa vertiginosa il mio sentiero mi portò, intorno a mezzogiorno, a girare con le spalle al sole, andavo quindi verso nord. Il mare si trova a sud dalla parte opposta. Ancora un’altra volta, mi ero perso. Poco male dissi, mi darò un’occhiata intorno. Mi è sempre piaciuto esplorare. Fin da piccolo il pensiero di entrare in un convento abbandonato o di sgattaiolare nel parco incustodito di qualche villa antica mi eccitava da morire ed anche qui tutto sommato, c’era da curiosare, non avevo mai visto quel versante della collina. Come al solito non ero vestito adeguatamente e quei sandali certo non andavano d’accordo con il sentiero pieno di pietre acuminate. Quanto alle gambe, il riparo che davano i miei bermuda da marinaio, era evidentemente insufficiente ad addomesticare i rovi delle more che mi facevano pagare con una spina ogni frutto rubato. Nonostante tutto andai avanti arrampicandomi e dopo ore quando ormai sembrava inevitabile procedere con la speranza di trovare un sentiero più largo, piuttosto che ritornare attraverso quella rupe piena di spine e per giunta senza più more, ebbi la visione. Una vecchia piana si allargava creando un terrazzo quasi sgombro dai rovi. Annusata la salvezza mi comportai come tutti avrebbero fatto: avidamente. Mi tuffai letteralmente su quello spazio privo di insidie. L’affaccio era da mozzafiato: uno strapiombo sugli scogli rotti da un mare ancora nervoso dopo qualche giorno di burrasca. Saranno stati almeno 150 metri di salto. Mi trovavo talmente a perpendicolio sull’acqua e con talmente poca voglia di tuffarmi da quell’altezza che quella sensazione di vuoto mi fece rimbalzare all’indietro. Voltandomi istintivamente intravidi la cantina dietro l’immenso cespuglio che la copriva quasi completamente. 10 Umori, colori, sapori ed amori


La visione inaspettata e la salvezza dal vuoto mi resero felice. A prima vista la costruzione appariva integra nonostante la totale mancanza del coperto. Incantato e riconoscente, mi venne naturale girarle intorno ma in realtà, per passare sul retro, dovetti salire sulla piana alla quale era addossata godendo così della visione dall’alto in luogo di quella di un retro inesistente. L’ispirazione fu improvvisa, questa è la casa dei miei sogni. Una piccola porzione coperta, sul davanti un terrazzo a strapiombo sul mare, sul retro, o meglio, sopra il retro uno spazio spianato e protetto che mi avrebbe consentito chissà quale sfogo, magari una vasca da bagno all’aperto o chissà che altro. Piccolo problema. Praticamente è irraggiungibile e a meno di un rapido intervento della guardia costiera io stesso forse non sarei riuscito a tornare a casa da quel luogo, quel giorno. Sono passati un po’ di anni. Ora quella cantina è il mio rifugio, il riparo da una vita vissuta, forse, troppo velocemente che ha bisogno di qualche pausa, di qualche notte passata a guardare le stelle. Risistemandola, ho fatto costruire anche il tetto e nelle parti sopra il letto ho montato, invece della pietra, alcune lastre di cristallo. Così stando sdraiato, nella mia stanza segreta, ogni notte serena, mi faccio un regalo: vado a letto con le stelle.

Umori, colori, sapori ed amori 11


LA STANZA DEL FENG-SHUI Secondo il Feng-Shui, antica disciplina cinese che si occupa della migliore collocazione di edifici e siti, tutto è “energia”. Energia a vari livelli di condensazione e diverse tipologie di movimento. L’energia si muove lungo le “vene del Drago” (Shui - Acqua) e secondo i ritmi del Cielo (Feng - Vento). Dotata di carica vitale, ama circolare e avvolgere le cose e poi continuare a fluire arricchendo continuamente il luogo, ma se incontra una linea dritta, una strada, un angolo acuto, ecc. tenderà a restringersi ed acquisire velocità fino a diventare una “freccia segreta”, una punta invisibile che penetra sottilmente in chi si trova a sostarsi davanti.Quando il Drago incontra una casa, entra da porte e finestre (la bocca e gli occhi) e se trova facilmente il modo di scorrere arricchirà costantemente chi vi abita come una sorgente di acqua fresca che non cessa mai di sgorgare, fino a riempire ogni singola stanza di benessere, felicità e vitalità. A noi il compito di invitarlo ad entrare nelle nostre stanze facilitandone il flusso. Ma se una strada punta dritto alla vostra porta di casa, o se uno spigolo acuto la minaccia con la sua freccia segreta, deviatene l’ingresso prima che possa entrare. Se aperta la porta, il drago trova un muro o uno specchio tenderà a ritornare indietro, o se, al contrario, oltre la porta trova un’altra porta o una finestra, tenderà a fuggire via o ad esaurire le risorse della casa. Ma una volta all’interno, fatelo circolare: vi farà crescere e sentire a vostro agio. Per sapere se questo già avviene, fate una prova: provate a camminare in tutte le vostre stanze, intorno ai tavoli, ai divani, mobili, sedie, ecc. vi riesce facile? Se il cammino è sgombro e vi riesce agevole altrettanto farà il Qi che, non ostacolato da spigoli o spazi angusti potrà diffondersi dappertutto, ma se non ci riuscite, o dovete scavalcare ostacoli, spostare oggetti o passare a fatica, anche il Qi avrà la stessa difficoltà a superare gli ingombri e tenderà a stagnare e, con esso, anche la vita degli occupanti. Forse non tutta la casa potrà essere “aggiustata” per invitare il Drago a riempirla di forza ed energia ma almeno la vostra stanza principale sì, provateci. E, una volta sgombrata e pulita e tolte le frecce segrete, sedetevi al centro rivolti verso Nord e chiamate a voi gli 8 Venti e lasciatevi avvolgere dal respiro del Drago. Ed esso da dentro una stanza volerà dappertutto. Eduardo Hess


Arredo, basta la parola.

Prima di tutto odio la parola “ARREDO”, so che è utile, completa, coincisa, industriale come la parola “fisco”, la omologo alla parola “briglia” arredo del cavallo domato, quindi arredare come imbrigliare. Ma neanche “fare la casa” mi va bene, è troppo stabile e non mi sembra comprenda la tenda, che è una bellissima forma del vivere e dove il tappeto del nomade rappresenta il giardino fiorito e porta il fascino dell' esterno nell' interno. Ecco, per me “farmi la stanza” vuol dire proprio questo, portare l’esterno, la natura, il cosmo, le stagioni, le ore varie della giornata a riflettersi dentro la scatola che è la mia stanza e dentro di me. Della mia stanza cerco di fare un palcoscenico per la luce (vivo in un appartamento a Milano e non posso fare di più), voglio più vuoto possibile e le pareti dipinte con colori minerali e/o vegetali su calce viva, quei colori che assimilano e impastano la luce e che al riflesso della luce rispondono con il ricordo di dove sono venuti terra, roccia, conchiglia o pianta. Mi piace stare sdraiata nella corrente e guardare le tende che vanno dentro e fuori dal rettangolo della finestra aperta e mi segnalano il flusso del vento.


START

FINISH


HO PASSATO LA MIA VITA IN MONTAGNA SUI CAMPI DI SCI, PRIMA COME ATLETA FACENDO PARTE DELLA NAZIONALE AZZURRA, E POI COME TECNICO ALLENATRICE E ISTRUTTRICE FEDERALE. LA MIA STANZA CHE È SEMPRE IN ME E CHE RICERCO QUANDO PENSO ALLE EMOZIONI, QUANDO SONO IN DIFFICOLTÀ E HO BISOGNO DI CARICA, LA STANZA DEI MIEI RICORDI, LA STANZA DELLA VITA INSOMMA... POSSO IDENTIFICARLA NELLA CASETTA DI PARTENZA DI UNA GARA DI SCI. UNA SORTA DI NIDO DA DOVE NASCONO INFINITE

DOVE L’ADRENALINA SALE, DOVE LA VOGLIA DI MISURARMI CON ME STESSA È UNICA INEGUAGLIABILE. IL VENTO, IL FREDDO, I FIOCCHI DI NEVE GELIDI CHE SBATTONO SUL VISO SUGLI OCCHIALI, FANNO SALIRE L’ATMOSFERA DELL’ATTESA, DELLO START. I PENSIERI VOLANO, LA VOGLIA DI RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO DA SEMPRE SOGNATO, RIPENSO ALLE ORE, AGLI ANNI DEDICATI ALL’ALLENAMENTO, A QUELLA FATICA CHE IN REALTÀ È STATA ED È RIMASTA ANCHE NEI RICORDI SOLO UN PIACERE. DALL’INTERNO DI QUESTO CASOTTINO DI LEGNO, CHE ASSOMIGLIA ALLA CASE EMOZIONI,

DELLE BAMBOLE, MA POI IN FONDO NEMMENO COSÌ PICCOLA DIREI CHE LA PIÙ GRANDE MISURA 4MT PER 5 ALTA 3 (IN ALTRI CASI SONO IN CORDURA TIPO TENDA) TI SENTI PROTETTO, UNO SGUARDO ALL’ASTA DEL CANCELLETTO DI PARTENZA E POI... MENO 5, 4, 3, 2, 1, GO E POI SAPERE CHE QUANDO

QUANDO SEI LÌ DENTRO IL TUO RESPIRO SI FA SOLIDO, L’ARIA CHE RESPIRI ESCE DALLA BOCCA DAL NASO E CREA UN’AMBIENTE FANTASTICO, QUASI MAGICO. EMOZIONI, CONTINUE EMOZIONI INDIMENTICABILI GARA DOPO GARA. DOVENDO CREARE UNA SCALA DI PRIORITÀ DELLE EMOZIONI SEI FUORI SEI SOLO TU CHE PUOI... CHE DEVI FARCELA.

AL PRIMO POSTO CI SONO SENZA DUBBIO LA NASCITA E L’AMORE PER I MIEI FIGLI, AH SÌ, UNICHE DIREI... MA SUBITO DIETRO CI SONO QUESTE EMOZIONI QUELLE CHE HO VISSUTO ANCHE SE NON SONO RIUSCITA A VINCERE UNA MEDAGLIA ALLE OLIMPIADI O MONDIALI O ALTRO. MA QUELLO CHE HO DATO E RICEVUTO LO SO SOLTANTO IO. DICEVO UN CASOTTINO CHE PERMETTE AI CRONOMETRICI DI MUOVERSI LIBERAMENTE, SULLA DESTRA DEL CANCELLETTO QUALCHE MENSOLA PER GLI STRUMENTI, APPENA CHIAMANO IL TUO NUMERO ENTRI, TI SCALDI ANCORA TI MUOVI, L’ALLENATORE IN PARTENZA TI MASSAGGIA TI AIUTA A SISTEMARE GLI OCCHIALI DA GARA, TI FA ASCOLTARE GLI ULTIMI CONSIGLI IN PISTA, SOPRATTUTTO TI AIUTA A CARICARTI, AD ALLONTANARE LA PAURA, A FARTI SALIRE QUELL’ADRENALINA CHE DA LI A POCO VERRÀ SCARICATA PER DARE IL MASSIMO. LA TEMPERATURA MENO 10, MENO 15, MENO 20, NON CAMBIA QUASI NULLA TANTO TU NON LO DEVI SENTIRE. COMINCI A SCALDARTI A MUOVERTI LENTAMENTE, A HO PASSATO LA M CHIUDERE GLI OCCHI E MEMORIZZARE LA TUA ATTENTA RICOGNIZIONE, RICORDANDO I PUNTI FONDAMENTALI PARTE D AH SI É LÌ CHE SI PUÒ VINCERE LA GARA, LASCIA ANDARE, CAMBIA SUBITO, VIA VIA RAPIDA, FACENDO MOLLA ISTRUTTRICE FEDE ADESSO... NON SENTI IL TIFO NON SENTI NULLA SEI SOLO TU E ALLA FINE ANCORA TU... E CHISSÀ CON PENSO ALLE EMOZ LA GIOIA O L’AMAREZZA. E LA PROSSIMA VOLTA SARÀ ANCORA UN’ALTRA PARTENZA, UN’ALTRO CASOTTINO STANZA DEI MIEI R E ALTRE EMOZIONI ASSOLUTAMENTE, FANTASTICAMENTE INDIMENTICABILI. DODY NICOLUSSI NELLA CASETTA D

NASCONO INFINI

MISURARMI CON FIOCCHI DI NEVE L’ATMOSFERA DE RAGGIUNGERE L’O DEDICATI ALL’AL RIMASTA ANCHE


. L’architetto è “Omo Faber” aro; ne vi fu quella del rip uma Tra le prime necessità nobile dunque un mestiere così proteggere e costruire è ere frainteso. e antico che non può ess Invece iega nel sentirsi artista. L’architetto frustrato rip . ed al rifugiarsi nell’arte guai alla rassegnazione sie ro pen ne che ser peg gia nel Con tro la con tra ddi zio azione enza, si può avere un’impost internazionale: arte o sci entrambe. umanistica avvalendosi di C. i addietro proprio a P. Scrissi queste parole ann Paolo sona cara di chiedere a Un giorno consigliai a per suo del le la ristrutturazione Casti se poteva progettar ozio. vecchio, prestigioso neg chi di ormazioni precisai ha “oc Quando volle maggiori inf mosca”. vedere tipo di occhio capace di Spiegai che la mosca ha un e a val osofi questa espressione: a 360°, mutuando dai fil uscita. ad individuare la via di dire una spiccata capacità ruzione una prudente e saggia ricost Ad opera compiuta, tentai azione. della modalità della cre rispose a, a molte mie domande La proprietaria dell’oper la pietà : “perché l’Interrogare è con una erudita citazione del Pensiero”. genda poesia ethos. Non una leg “Un viaggio fra tecnica, ita, una sfida in punta di mat ma una concreta favola, esa di sino a riuscire nell’impr magica, sottile, tenace, ovunque neta, di lasciare un po’ circumnavigare il mio pia lezza”. un arma, un sigillo di bel diniego gettista che con ironico Cercai di esplorare il pro ncipio silentium”. Bacone a pri mi disse: “De nobis ipsis o nulla. “Di noi stessi non diciam della instauratio magna: uomini tratta, chiediamo che gli Quanto a ciò di cui qui si . nione, ma come un’opera” non la considerino un’opi o: “La itt scr finali di quel mio Mi ricordo anche le righe con a con la ragione ne l’arte scienza non si identific e cer pia non vi è scienza senza il piacere; d’altra parte ne arte senza ragione” . Forsitan Cras


Rapallo, 1995


Enrico Finzi sociologo, presidente di Astra e Demoskopea Non amo ciò che è trendy, mi dà noia quel che è di moda, tendo a privilegiare gli esclusi. Dunque tra le stanze non posso che amare i ripostigli, le soffitte, le cantine, i disimpegni e soprattutto i bagni: ambienti, questi ultimi, di cui si parla poco - al di là delle Jacuzzi e delle Teuco modaiole perché sono il regno delle minzioni, delle alluvioni diarroiche o delle sofferte stitichezze, degli assorbenti e delle tracce di sporco nelle vasche svuotate, degli odori socialmente riprovati, delle diagnosi impietose degli specchi e dei maniacali tentativi di occultare calvizie o rughe o pseudo-difetti fisici. L’emarginazione delle stanze da bagno dall’adorazione collettiva c’entra, naturalmente col rifiuto dell’accettazione di sè, che oggi porta a nascondere puzze e deiezioni, umori e gas, anzitutto i segni del tempo che passa e bellamente ci allontana dal mito sciocco della gioventù eterna: a riprova, la rara attenzione al cesso si sposa - specie sui periodici femminili - alla comtemporanea manìa del corpo che nasce dal minimo storico della sua reale accettazione. Ecco, amo questa stanza perché è reietta o riferita senza pari al distacco di noi da noi stessi, dal nostro inevitabile impasto di sangue e merda e idee. Già le idee: quelle che si rendono non solo corpo e che - guarda caso - proprio nel bagno

emergono spesso prepotenti, quando ci trucchiamo o ci facciamo la barba (un altro trucco...), quando galleggiamo nella vasca coi sali o stiamo seduti sulla tazza (duro trono della nostra occulta regalità). Non siamo abituati ad essere onesti con noi stessi: se lo fossimo, dovremmo riconoscere e poi dire, gridare che a volte è proprio lì che viviamo sensazioni intense, concepiamo pensieri rilevanti, creiamo. Anzi, per tutti è lì che si concentra il massimo dell’abbandono alle intuizioni, d’intelligenza delle cose e delle persone, di spiritualità. In fondo, gli schiavi della frenesia metropolitana godon di scarsi spazi di libertà davvero per sè e questi sono il viaggio solitario in auto e appunto la privatità del sesso: l’una e l’altro - non è un paradosso - ultima versione della personale cappella dei nobili d’altri tempi, baluardo finale della riflessione, dell’autocoscienza, per taluni del rapporto con Dio. Lo ha ben scritto Eugene Beauty:”Secca riconoscerlo ma il wc è nella società secolarizzata il miglior banco da preghiere: il puzzo della merda ha sostituito l’afrore dell’incenso. Ma le vie del Signore e della conoscenza sono davvero infinite”. Perciò amo il bagno, cenerentola delle stanze domestiche, vero tempio segreto della commistione di anima e corpo.

Enrico Finzi. Milanese, 53 anni, sposato con due figli, laureato in filosofia, specializzato in psico-sociologia, è presidente della società Astra (scenari e consulenza strategica), di Demoskopea (ricerche sociali e di marketing) e di Alphabet (communication research). Opera per diversi tra i maggiori gruppi industriali e terziari. Dal ‘92 al ‘95 è stato vicepresidente vicario dell’AISM (Associazione Italiana per gli Studi di Marketing), di cui è socio. È membro altresì dell’ESOMAR (l’organizzazione europea dei ricercatori e consulenti di marketing) e della TP (quale tecnico pubblicitario professionista). Ha avuto esperienze universitarie (assistente di storia contemporanea alla “Statale” di Milano), di direzione di istituti di ricerca (Fondazione Agnelli, Società di Studi Politici, InterMatrix), manageriali (direttore marketing periodici del “Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera”), giornalistiche (in passato: “Il Sole 24 Ore”, “Il Giorno”, “l’Espresso”, e “Il Mondo” ed ora “Mondo Economico” , ove si occupa di evoluzione della società e dei modelli di consumo). È autore di saggi e studi di sociologia e di marketing. Aldo Cibic. Nato a Schio (VI) nel 1955, si trasferisce a Milano nel 1979 per lavorare con Ettore Sottsass Associati e, un anno più tardi, Memphis. Nel 1989 inizia l’attività in proprio fondando, con Antonella Spiezio e Smilian Cibic, la Cibic & Partners, uno studio in cui, oltre all’attività personale di designer, per iniziative proprie e per diverse aziende, sviluppa un’attività nel campo dei progetti di interni e di architettura in Italia e all’estero. Architettura: 1999: Autogrill sviluppo programma fastfood Spizzico e Burger King in città italiane ed europee (in corso). Medusa Cinematografica, sviluppo progetto cinema multisala (in corso). Telecom, padiglione per la Fiera Mondiale delle Telecomunicazioni a Ginevra. Scuola Materna in Località Arso, Chiampo Vicenza (in corso). Corso Como Hotel a Milano, ristrutturazione delle aree comuni, camere ed appartamenti. 1998: Edificio residenziale a Valdagno (in corso). 1995: Victorian, sede generale a Como. 1993: Villa sul Bosforo a Istanbul. Ristrutturazione di un edificio a Venezia. Design: 1998: The Smart Home Fitness, strumenti abitativi che possono diventare attrezzi per il fitness. 199697: Moroso, collezione di sedie e divani. AV Mazzega, collezione di lampade in vetro di Murano. 1992: Antologia, mobili. Fiat Auto, interni e idee per la nuova Fiat punto. 1991-99: Paola C., collezione ceramiche Standard per Paola C. 1990: Standard, mobili e oggetti. Design di interni: 1999: Ynformal, installazioni di luci e suoni per Pitti Immagine. 1998-99: Beymen, grandi magazzini di lusso a Istanbul. 1998: Henry Cotton’s (Gruppo Fin. Part.), show-room, negozi e corner. 1997-98: Hotel Mediterraneo a Milano. Corso Como hotel a Milano. Selfridges departement store a Manchester. 1996-98: Beymen grandi magazzini di lusso a Ankara. Aeroporto valerio Catullo di verona. 1996: Stand Pirelli al Motorshow di Bologna. Power Market Giappone, negozi a Osaka e Tokyo. Habitat Group, negozi a Milano, Padova, Mantova, Trieste. Esprit, nuovi show room a Milano e Düsseldorf. 1994-95: Borsa di istanbul (Turchia). 1994: Habitat Group, negozi di Hammersmith e Fincheley Road, Londra. Villa a Istanbul. 1993: Pepe Jeans London, showroom a New York e sistema di corner per gli Stati Uniti. 1990: Benetton, negozi a New York. Progetti per opere pubbliche: 1996: Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, nuovi spazi ricreativi. 1992: Città di Cecina, arredo urbano. 1990: YKK, pensiline chioschi ed altri elementi di arredo urbano in Giappone. Progetti di Aldo Cibic come socio della Sottsass Associati dal 1980 al ‘89: Memphis mobili dal 1981 al 1987. Fiorucci design d’interni, realizzazione di negozi in tutta Italia, Amsterdam, Francoforte e Rio de Janeiro. Esprit, negozi, uffici e showrooms in Germania, Svizzera, Austria, Danimarca e Australia; Villa malibu per Max Palevsky. Zumtobel, sistema di illuminazione per negozi ed edifici pubblici. ERG, progetto completo per la corporate identity. Attività di ricerca e insegnamento: Insegnamento alla Domus Accademy e al Corso di Laurea in Disegno Industriale della facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Visiting professor al Royal College of Art di Londra.

La stanza così

Geert Koster. Nato a Groningen, Olanda, in 1961, si è laureato alla Accademia d’arte Minerva a Groningen nel 1984 e alla Domus Academy a Milano nel 1985. Per lo Studio De Lucchi ha curato l’allestimenti, interior design e immagine coordinate per aziende fra quali il Museo di Groningen, Vitra (“Citizen Office”), Enel, Mandarina Duck e Lamarthe Paris. Da 1985 lavora in Italia, collabora con Michele De Lucchi, partecipa al gruppo “Solid”, è consulente di Olivetti Synthesis e co-fondatore del gruppo per design ecologico “ O2”. Nel 1989 apre il proprio studio dove si occupa di interior, furniture e industrial design. La sua attività comprende la progettazione di interni, mostre, mobili e oggetti per aziende fra quali Abet laminati, Cappelini spa, First Folio, Alarossa, Ing. Castaldi Illuminazione, Lema e Montis. Julia Binfield. È nata a Londra nel 1955. Ha studiato graphic design alla St. Martin’s School of Art ed è stata assistente di Alan Fletcher a Pentagram per due anni. Si è trasferita in Italia nel 1980, prima a Roma e poi a Milano dove nel 1984 ha aperto un suo studio. In questi anni ha lavorato come consulente grafico per IBM Semea, MarcatrÈ, Cassina, BTicino, il Gruppo Gabbianelli Vogue, Electa, Ycami ed altri, mentre le sue illustrazioni sono state pubblicate in Domus, Elle, Marie Claire, Costruire, Interni. Tra le altre cose ha illustrato un libro per Walker Books sulla cucina medio-orientale e un catalogo per le cucine Dada. Si è sempre dedicata all’illustrazione, che, negli ultimi anni, è diventata ambito di interesse privilegiato nello sviluppo dell’attività Collabora con Ceramica Bardelli, Donna Moderna, il Gambero Rosso, Chicago Tribune, Greatarrow Cards. Le sue opere (alcune delle quali sono state esposte in mostre personali e collettive a Milano e a Londra) sono spesso ricche di colore e rifiutano ogni tipo di rappresentazione accurata. Cercano invece di interpretare gli oggetti quotidiani, architettura e paesaggi, da un punto di vista inusuale, soggettivo, utilizzando


tecniche diverse - matita, pastelli ad olio, acrilico, gessi - e in particolare collage. Nell’ottobre del 1995 Edizioni Charta ha pubblicato una sua monografia. Mostre: 1989 “British Designers Present” collettiva - The British Council, Milano 1990 Galleria “Beint+Beint”, London 1992 “Interno di Cucina” - Studio Garampelli, Milano 1996 “Le colonne della città” una di 12 totem situati in Piazza Cadorna durante laTriennale, Milano - “Breakfast in Tuscany” Galleria L’Archivolto, Milano 1997 “Bits and Pieces” Galleria Artefatti, Conegliano Veneto - “France” Bistro Paglia e fieno, Torino - “Food and drink” Fiorucci, Milano 1998 “More tea...” Galleria Nuages, Milano

MANIFESTO DEGLI ADDIO Addio progetto retorico: perché la vita scorre in modo antieroico e amorale. Addio progetto di gusto: perché la qualità si ottiene solo alla rovescia. Addio progetto intellettuale: perché la ragione è vinta e la rivoluzione consiste nella banalità della fantasia. Addio progetto coerente: perché per metodo bisogna essere incoerenti. Addio progetto della casa: perché essa è solo un souvenir di se stessa. Addio progetto autentico: perché qualsiasi realtà è autenticamente finta. Addio progetto costruito: perché costruire vuole dire distruggere. Addio progetto ideologico: perché all’uomo vanno fatte architetture non impegnative. Addio progetto drammatico: perché lo stile di domani è rilassante. Addio progetto specialistico: perché la gente conosce da sola quello che le piace. Addio progetto capolavoro: perché la merce è tutta quantità. Addio progetto vero: perché la falsità è inarrestabile. Addio progetto programma: perché il bene del territorio sta nel suo caos estenuante. Addio progetto spaziale: perché la psiche è in agguato e chiede colori e decori. Addio progetto istituzionale: perché esso è ordine, invece che movimento e frammento. Addio progetto universale: perché i progetti sono tanti quanti sono gli uomini. Addio progetto universitario: perché il progetto è in mano all’uomo di massa. Addio progetto novità: perché il nuovo non esiste ma tutto è Ri Disegno. Addio progetto sentimentale: perché ogni architettura contiene un terrorista. Addio progetto di Avanguardia: perché l’Avanguardia è generalizzata e diffusa. Addio progetto come arte: perché l’architettura è un’arte minore. Addio progetto utopistico: perché il benessere crea normalità. Addio progetto di partecipazione: perché viviamo immobili nelle nostre stanze. Addio progetto di concentrazione: perché l’energia esplode in modo volgare. Addio progetto di te stesso: perché resterai nell’ambiguità. Addio progetto geometrico: perché bisogna essere informali. Addio progetto morale: nulla è dovuto a nessuno. Addio progetto maschile: perché l’architetto del futuro è ermafrodita. Addio progetto didattico: perché una scuola non è fatta di muri ma di sorprese. Addio progetto artigianale: perché la mano dell’uomo è uno strumento atrofizzato. Addio progetto rituale: perché il tempo è pieno di robot. Addio progetto infantile: perché il bambino è un adulto di piccole dimensioni. Addio progetto antropologico: perché la natura e fatta a quadretti. Addio progetto in generale: perché sopra al progetto vince la vita. Alessandro Mendini

VERBI ALL’INFINITO: dimenticare la propria debolezza seguire la strada più naturale - stare oltre il nostro tempo - superare la nostra dimensione squilibrare l’ipotesi prevista - scivolare sulle proprie radici - esistere senza messaggi testimoniare la nostra vita cercare sicurezza nei metodi antichissimi essere calmi anche se tira il vento - stare fermo al passaggio degli stili - dare risposte personali - accogliere il piccolo e l’occasionale - disperdere la propria ideologia non eccedere in comunicazione - preferire progetti simbolici - proporre un mondo tutto diverso - non perdere l’identità - non cercare punti fissi non avere nostalgia - sapere che esiste l’infelice - ripetere all’infinito - dimenticare appena fatto - essere indifferenti alla moda - non concentrare ma dilatare rovesciare la qualità - spostare un poco ogni cosa - non disturbare la quiete entrare nelle chiese non fare le guerre - continuare a lasciare - cercare la bellezza non ripercorrere la stessa strada - non comunicare tutto - visitare le tribù meditare sul passato - usare metodi diversi - scegliere il ritmo del tempo - essere ubiqui - adorare molti dei meditare sul design bellico - avere un classico distacco NON SO SE: Non so se mettere sul tavolo un vaso di fiori. Non so se guardare la gente dentro agli occhi. Non so se spostare un poco quel divano. Non so se Palladio mi sia servito. Non so se mettermi a gridare improvvisamente. Non so se stia bene il tappeto accanto al letto. Non so se usare marmo oppure ferro. Non so se studiare il Dadaismo.Non so se smettere con la sensibilità. Non so se la vita sia del tutto banale. Non so se sia meglio il centro o la periferia. Non so perché le persone hanno tanta fame. Non so se sia bene uccidere il tempo. Non so se mettere le cose in ordine alfabetico. Non so se convenga lavorare tanto. Non so se le case debbano avere le finestre. Non so se piangere per i mille torturati. Non so se ricordare quella lunga giornata di sole. Non so se la politica merita la prima pagina. Non so se farmi un caffè oppure un tè. Non so se sia necessario un letto per gli ospiti. Non so se leggere libri di filosofia. Non so se mettermi un poco in poltrona. Non so se desidero dire le mie idee. Non so se rubare le idee altrui. Non so se parlare di tutto senza fine. Non so se sia utile il telefono. Non so se sia questione di morale. Non so se eliminare l’anticamera. Non so se cercare qualche punto fisso. Non so se aprire la porta. Non so se inventare una nuova lampada.Non so se preferire le linee dritte o curve. Non so se smettere di dire non lo so. Alessandro Mendini

CINISMO ABITATIVO: La casa ha il pavimento vischioso come il miele, i piedi ci si attaccano e non si riesce più a uscirne. La casa è un peso così enorme sopra alle nostre spalle, che ogni movimento diventa impossibile. La casa è il rifugio ipocrita per quelli che temono i disagi della vita. La casa è un corpo estraneo che si sostituisce al corpo di chi la abita. La casa è un circolo vizioso che non esiste senza un mazzo di chiavi. La casa è un magazzino dove si accumulano mobili e residui inutili. La casa è un diagramma che rappresenta lo stato del nostro letargo. La casa è la finzione di un idillio perduto, che non si ripete. La casa è una banca dove le persone accumulano il loro prestigio. La casa è una ottusa isola di eredi. La casa è un balcone sul quale appassiscono foglie bruciate dal sole o dal freddo. La casa ha sempre accanto un’altra casa da cui ascoltare una musica con nostalgia. La casa è quel tempio inviolabile che esclude le azioni che avvengono nelle altre case. La casa non è come le scarpe che ogni giorno camminano su terreni ignoti. La casa non è mai un punto di partenza ma è un punto di arrivo, dove la prospettiva è una stampa di Cézanne. La casa non è onesta perché i mattoni rendono troppo denaro. La casa non è leale perché ha sempre una la valigia pronta per partire. La casa non ha fantasia perché è priva di ali. La casa non ha mai di fronte un tramonto sconosciuto. La casa ha sempre un telefono in grado di colpirci nel cuore. La casa è un calendario banale per sfogliare il tempo di ogni giorno. La casa è una spia che ricorda le nostre azioni segrete. La casa è l’inventario della nostra attitudine a ripetere gesti uguali. La casa è quella scuola dove si insegna l’eslcusione. La casa è sempre fatta di stanze. La casa ha sempre di fronte un’altra casa munita di campanello. La casa ha sempre una sveglia per mandarci a lavorare. La casa ci permette di essere pigri solo al sabato mattina. La casa sta ferma mentre la vita si muove. Alessandro Mendini

SEDIA: La sedia è l’asse cartesiano dell’uomo occidentale. La sedia è un dondolo per fare fuggire i pensieri. La sedia è un modo di riposare che non serve agli animali. La sedia è un oggetto realizzato in tutte le forme. La sedia è l’atto di virtuosismo per ogni progettista. La sedia è sinonimo di Thonet. La sedia è la pazzia di Charles Rennye Mackintosh. La sedia è chiamata dai tecnici “sistema di sedute”. La sedia sono mille sedie in un palazzo per uffici. La sedia è quella cosa che ti aspetta ogni mattina. La sedia è la garanzia di avere un posto di lavoro. La sedia è un gruppo di bambini impauriti di fronte al maestro. La sedia è sedici ore da Milano a Bogotà. La sedia è essere in auto con sotto le ruote. La sedia è un pezzo di pietra del Colosseo. La sedia è uno spettacolo di Bob Wilson. La sedia è una tecnica di rilassamento. La sedia è milioni di uomini seduti contemporaneamente. La sedia è il mezzo per avere di fronte qualcuno seduto su un’altra sedia. La sedia è uno strumento per fare conversazione La sedia è l’alibi per mangiare con i famigliari. La sedia è un tatami dove bere il té. La sedia è un luogo di potere. La sedia è il tappeto di Buddha cheguarda l’infinito. La sedia è il trono dove hanno dormito i re. La sedia è tutto il mondo sotto di te. La sedia è dondolare le gambe sul Gran Canyon del Colorado. La sedia è la schiena di un cavallo che corre. La sedia è per un bambino il braccio della madre. La sedia è incrociare le gambe. La sedia è il rifugio degli stanchi. La sedia è come un letto su cui è impossibile dormire. La sedia è lo sgabello nella prigione. La sedia è il terreno su cui si dà fuoco il bonzo. La sedia è il luogo sul quale morire elettricamente. La sedia è essere seduti sulle spine. Mentre la sedia lavora l’uomo riposa. Alessandro Mendini

Alessandro Mendini. Architetto è nato a Milano nel 1931. Ha diretto le riviste "Casabella", "Modo" e "Domus". Sul suo lavoro e su quello compiuto con l'Atelier Alchimia sono uscite monografie in varie lingue. È interessato specialmente al design neo moderno e contemporaneo. Realizza oggetti, mobili, ambienti, installazioni. Collabora con compagnie internazionali come Alessi, Philips, Swarovski, Swatch ed è consulente di varie industrie, anche nell'Estremo Oriente, per l'impostazione dei loro problemi di immagine e di design. È membro onorario della Bezalel Academy of Arts and Design di Gerusalemme, gli è stato attribuito il Compasso d'oro per il design, I'onorificenza dell'Architectural League di New York ed è "Chevalier des Arts et des Lettres" in Francia. Suoi lavori si trovano in vari musei e collezioni private. Nel 1989 ha aperto con il fratello Francesco, I'Atelier Mendini a Milano, progettando la casa Alessi a Omegna, il Teatrino della Bicchieraia ad Arezzo, il Forum - Museum di Omegna in Italia; una torre ad Hiroshima in Giappone; il Museo di Groningen in Olanda; il Casino Arosa in Svizzera, ed altri edifici in Europa.

Paolo Casti. È laureato in Architettura presso l’Università di Venezia ed è iscritto all’Ordine degli Architetti di Verona. Nato a Verona il 29 Novembre 1958, il 333° giorno di quell’anno e di tutti i non bisestili. Dal 1984 al 1986 come Art Director progetta numerose campagne pubblicitarie nazionali e internazionali. Dal 1986 al 1992 apre la “Casti Associati”: agenzia di pubblicità, che si specializza in “Comunication Design” ed in particolare nella progettazione di manufatti destinati alla comunicazione ed alla persuasione. Negli stessi anni sviluppa la sua attività professionale progettando e realizzando boutiques, ristoranti, ville ed appartamenti privati. Nel 1992 inizia il rapporto con il mondo dell’outdoor partecipando al Congresso Mondiale della Pubblicità Esterna a Vienna, sostenendo la necessità di un’ecologia e di un’etica progettuale anche per i manufatti pubblicitari. Dal 1992 entra in “Jolly”: azienda leader nel mercato italiano della pubblicità esterna (facente parte del gruppo “Clear Channel Comunication” leader mondiale dell’outdoor) dove si occupa, tra l’altro, della progettazione della ricerca e dello sviluppo di prodotti di arredo urbano con forti componenti di servizio alla collettività. Dal 1993 contribuisce al dibattito ed allo scambio delle idee, promuovendo e proponendo Tavole Rotonde, Dibattiti e Convegni in ambito accademico ed imprenditoriale: Local Leadership, Colonne della Città, Mappe Intelligenti, Città Pubblicità, Forme Pubblicitarie, Qualità Nascoste e Manifeste. Sviluppa progetti editoriali, realizzano pubblicazioni per il mondo dell’«Outdoor». Negli ultimi anni ha progettato e brevettato, per conto della Jolly, una serie di impianti pubblicitari che si distinguono per la qualità del design e per le funzionalità innovative: Pensilina di Roma, “Y” supporto polifunzionale per cartelli sagomati o a geometria variabile, “ALA” cartello segnaletico per Autostrada, “V” poster ecologico per Venezia, “Palina informatica”, “Chiamata taxi”, “Tramp” poster modulare autoportante, “ONLY” set di cestini in lega leggera per la raccolta differenziata. I suoi progetti sono contenuti nei libri “Design for businness” ed “Outdoor city art” presentati a Montreal e Istanbul. Ha scritto un romanzo “Umori, colori, sapori ed amori”, che pubblicherà nel 2000. Angelo Micheli. Nasce a Grotta D’Adda, Cremona Italia nel 1959. Nel 1984 inizia la collaborazione con Michele De Lucchi. Nel1984 si diploma in Industrial Design e nel 1986 si laurea in architettura. Partecipa dal 1987 al 1988 al gruppo Memphis coordinato da Ettore Sottsass. Fondatore del gruppo “Solid” nel 1986. Dal 1988 al 1998 è stato partner dello Studio De Lucchi. L’attività di architetto e designer è svolta sempre con l’interesse per la ricerca e per la formulazione di invenzioni. Attualmente progetta per Rheavendoors, Nescafè, Poliform, Mandarina Duck, Telecom. Nel 1988 viene inviato al dibattito “Tra il Dire e il Fare” organizzato dalla facoltà di Architettura di Milano, negli anni a seguire presenta un progetto di “Padiglione per le Arti” al Palazzo della Triennale di Milano (1989), invitato alla mostra “30 under 30” organizzata dallla rivista Interiors e dalla Steelcase Design Partnership, New York (1989), espone alla mostra Creativitalia in Tokyo (1990), presente alla mostra “Capitali Europee del nuovo Design” al Centre George Pompidou a Parigi (1991), espone (personale) dipinti di architettura “Le Tracce del progetto” alla galleria Schubert a Milano (1991), espone sculture e gioielli in una mostra organizzata dalla ditta B.E. VU e Co. Ltd. e dalla Platinum Guild International Ltd. a Tokyo Giappone (1992) e alla II° Esposizione Internazionale d’Arte degli Architetti Artisti in S. Giovanni Evangelista a Venezia (1992). Presente alla esposizione DesignsMiroir du Siecle; La Fabbrica Estetica a Parigi (1993), con un gruppo di artisti disegna oggetti in cristallo per la ditta Alt di Murano (1992-1993), mostra di pittura (personale) allo spazio Glas, Milano (1994). Docente all’Istituto Europeo di Design.


Gianni Burato. È nato nel ‘56 a Verona, città nella quale ancor’oggi vive e lavora. Artista eclettico ed in continua e magmatica evoluzione ha dedicato la maggior parte della sua attività all’editoria ed alla pubblicità. Talento e sensibilità sono due doti innate che ha affinato, nel corso degli anni, anche attraverso la frequentazione e l’assidua collaborazione con alcuni dei maggiori artisti satirici italiani come Staino, Manara e Giuliano. Sue pungenti e sofisticate illustrazioni satiriche sono divenute copertine di “Venerdì di Repubblica” ma anche quotidiani nazionali come “Il Giornale Nuovo” e “L’Unità” e periodici come “Cuore” si sono avvalsi del suo segno incisivo e impietoso. Nel campo della pubblicità, nella quale opera fin dai primi anni ‘80 come illustratore e concept art-director ha lavorato, in collaborazione con importanti Agenzie italiane, per marchi come Ferrero, Gruppo Volkswagen, Ariston, Carrera Jeans, Aia e Standa. Si sta interessando, ultimamente, anche di multimedialità e, nella sezione dedicata a questa disciplina dell’ultimo Premio Internazionale di Satira Politica di Forte dei Marmi si è aggiudicato il 1° premio con il Cd interattivo “MegalomaNet”, del quale ha realizzato le immagini, e che gli è valso anche un importante riconoscimento da parte di Apple Italia.

Sally Holloway THE ROOM. We call it living room. When we came here nearly half a century ago the living was lively and fast. We were both journalists, David, my new husband, still on a national newspaper where we had met, as news reporters, on the way to an air disaster, I, by that time, with BBC News. The whole, solid Edwardian house by the Thames was no more than a touching-down point in two wildly busy lives, and the living room was sparsely furnished with odds and ends, a place to meet, if we were lucky, at the end of each frantic day. Gradually our lives changed. Within four years we had three children and I stayed home to care for them - and write when I could find a moment. There was little time for sitting although David, by now was a television critic and we added an early t.v. set and a family heirloom, a large and ancient armchair where we could sit in comfort. We already had our own collections of books but when we changed jobs and became the Daily Telegraph Literary Editor more volumes began to pour into the house. The living room became just that - a place for living. A place where we kept the most used, most loved of the books. A place for entertaining our friends from all over the world, to relax with good wine, good gossip, good arguments and, above all, to discuss the fast-changing face of the world of books with young writers some of whom, over the years, became great authors.

beside me, isolated from

The children had their parties here and, as time passed entertained their own friends who often became our friends too. From time to time I worried about the room. It had almost grown up on its own. It was not elegant or sophisticated. I didn’t reflect the latest fashion in design or trendiness but the children, home from university, said “it doesn’t seem to stop half the world from visiting us - frequently”. In summer, with the French doors open on the garden, the room was filled with the scent of roses and lavender and jasmine. In winter with the heavy curtains drawn, we put more coal on the fire and sank back in the glow of its hypnotic warmth. The children grew up, left home. We sat for longer now, watching “telly”, touching hands with the easy comfort not just of husband and wife but understanding friends. Our silver wedding party - 25 years of marriage - was centred in this room and, too soon, our 40th. David became increasingly ill and it was here, still working and surrounded by the best of his most beloved books that one summer morning with the birds singing and the sun shining outside, he suddenly died. I am old now. The children and the grandchildren visit me. I still work and write and rush around but, increasingly, I sit. Portraits of the children watch over me from the walls along with an odd assortment of other pictures all bringing memories of the past. My polyshed antique writing bureau with its gleaming front, a retiring present from old colleagues, is covered in family photographs. The grey cat, ageing like me, snores on the extra-long sofa bought years ago to accommodate the lenght of our-extra tall elder son and now shared with his extra-tall son when he drops in. Sometimes I doze, alone in the evening with a glass of wine

Sally Holloway. Nata a Londra 1926. Giornalista / Inviata speciale per giornali nazionali / Reporter, BBC News, successivamente giornalista free-lance e autrice di 7 libri, di cui una storia sulla zoologia, un libro di cucina per bambini, fuoco e salvataggio. Sposata, 1952, David Holloway, futuro redattore letterario, Daily Telegraph, Londra. Due figli maschi, una figlia, tre nipoti.

the tensions of the world outside.

This not just a living room. Its a room that has been lived in unpretentiously, comfortably, contentendly, memorably. It is the heart of my home. end.............................

Un brano per Paolo "Al tempo che cadevano le albicocche il mondo era tutto verde e noi stavamo sotto una capanna che era fatta di canne e di strisce di cielo. Al tempo che cadevano le albicocche si sentivano dei tonfi che mai mi sono usciti dalla memoria, come se fosse il tempo che bussa dentro il tempo." (Nino Pedretti -poeta-, "A e' témp che caschevva al baracòcli", in "piano piano", Ge. Graf., Bertinoro (Fo), 1991.) Ricordo queste parole poetiche, di una bellissima rappresentazione teatrale vista a Milano qualche anno fa, perché e' come se fossero frammenti delle mie ricerche progettuali, frammenti, sognati, di un particolare modo di intendere lo spazio ed il tempo, dove le sensazioni amplificandosi a dismisura divengono i cardini fondamentali per la definizione di un rinnovato progetto. La definizione compositiva e contenutistica di ambiti volumetrici vissuti è sempre legata, per me e per il mio studio, ad esaltazioni sensoriali, a magici sogni. Mille pensieri e tante emozioni si fermano in questi spazi confinati, quasi cristallizzandosi, insiemi di segni dal pacato potere comunicativo e narrativo, accavallandosi gli uni agli altri, creano il corpus di nuovi episodi volumetrici nei quali l' amore si trasforma in materia e colore. Gli insiemi creati, dunque, rappresentano dei veri e propri manifesti che esprimono la volontà di dare spessore al mondo delle sensazioni, di creare

un coinvolgimento generalizzato al fine di individuare un microbenessere globale. In un' "antica" lettera del 20-1-87 Giovanni Michelucci mi scriveva: "... continua a meditare su ciò che vedi! Tante sono le cose che avvengono e non di tutte si riesce ad afferrare il senso. Ci vuole, dunque, una grande volontà di capire ed una grande umiltà per capire". Questi pensieri, come del resto le meravigliose chiaccherate periodiche a Fiesole col vecchio saggio, hanno segnato profondamente il mio modo di fare architettura, il mio modo di pensare all' architettura ed al progetto legato al mio tempo, al nostro tempo, hanno fatto germogliare in me la volontà di spingermi sempre oltre il reale, oltre l' apparente, per tentare di sentire i veri profumi delle cose. Le mie stanze vissute -quelle reali(sognate) e quelle reali (realizzate)- potrebbero essere lette come brani conrappuntistici, ovvero come insiemi caratterizzati dalla combinazione simultanea di più linee melodiche fuse assieme in armonica "coerenza-incoerenza", non sono altro che nuovi magici esperimenti spaziali. E la storia continua... Simone Micheli Architetto

Simone Micheli. Fonda l'omonimo studio d'architettura nel 1990. Vince vari concorsi di architettura e di design in Europa. Organizza mostre trend. Lavora con Abet Laminati, Adrenalina, Arius, Cover, Isa, Jean Klebèrt, Mangani, Poltrona Frau, Stone Italiana, Telecom Italia ed ancora... Progetta oggetti, allestimenti, case, hotels, negozi ed uffici. Progetta per Alcatel Italia, Cerruti, Emu, Frette, Hoechst, llly, Isa, Marzotto, Mascioni, M.B., Montedison, Nestlè, Kronenbourg, Peroni, Perugina, Poste Italiane, Sammontana, Skema, Terzani, Toyota, Vismara, ed ancora... Cura gli eventi espositivi sperimentali per alcune tra le più importanti fiere internazionali. Insegna come visiting professor in varie scuole ed università europee. Scrive libri di design ed architettura legati ai temi del mondo contract. È consulente esterno delle più importanti Fiere di settore europee. È direttore artistico di varie aziende del settore dell'arredamento. È direttore editoriale, dal 1998, dell'annual "Contract International guide”. Mario Piazza. Grafico e architetto, dal 1980 lavora nel campo della comunicazione visiva. Fino al 1998 è stato art director di Parole di Cotone. Nel 1996 ha fondato lo studio 46xy. Progetta per aziende ed editori: Wally Yachts, Il Sole 24 Ore, Gruppo Pellegrini, Corriere della Sera, Ferrari, Abitare Segesta, Smemoranda. Ha curato allestimenti di grandi mostre per Olivetti e Triennale di Milano. È docente di comunicazione visiva al Politecnico di Milano. È presidente dell'AIAP, l'associazione dei grafici italiani.

From: Andrea Giovenali <giovenali@hotmail.com> To:Paolo Casti <paolo@isoladicasti.net> Date: Wed, 3 November 1999 14:52:35 Subject: Stanze segrete

IL MONDO IN UNA STANZA Non vorrei mai sentirla, soprattutto di domenica. In un mondo che cambia, dove tutto cambia, il rumore delle sveglie è sempre lo stesso. Da quindici anni a questa parte hanno solo trovato il modo di evitarmi di cercare a tentoni nel buio il pulsantino per interrompere quel maledetto “biribiribi-biribiribi”: adesso basta muoverle vicino una mano e la sofferenza è solo rimandata di qualche minuto. Prendo coscienza, e mi rendo conto che sono le sette e mezza di mattina, anche oggi, sarebbero potute essere le nove, ma ieri sera non ho spostato la lancetta verde sul fatidico numerino. Non importa, il bilancio della settimana è stato buono anche se la domenica le endorfine ti fanno pulsare un po’ le tempie, e l’inerzia impressa da un solo ora. Oggi evado dalle responsabilità, non mi faccio la barba, mangio quando mi pare, non mangio per niente, o mangio “diverso dal solito”, mi infilo una tuta e non rispondo al telefono, è così che mi va oggi. Pan cakes, sì pan cakes col preparato in polvere, non importa cosa c’è dentro, e succo d’acero, ma quello finto, nel bottiglione di plastica. Tanto gli altri il brunch oggi se lo sudano al solito posto dove devi prenotare lunedì per la domenica, dove le “egg benedectine” te le portano senza la salsa olandese e il pane è tostatissimo, bruciato. Oggi mi rifugio senza compromessi e mediazioni nella mia sala, quattro per dieci, tre finestroni di luce autunnale, due divani ad angolo, un caminetto e due poltrone, un tavolo e una libreria, due tappeti heriz, che a me “piacevano quelli perché sono colorati e grandi, ma anche perché costavano meno degli altri”. “A U G U R I ! S E I U N A N N O P I U V E C C H I O E L O D I M O S T R I” gli auguri a un carissimo amico in SMS sul telefonino, un compagno di scuola e compagno di goliardate giovanili, tanto lui dorme

Il 14,7% in un giorno, se ci avessi messo altri dieci milioni adesso ne avrei quattordici e settecentomila, non è possibile... mp3.com, succhio musica, incredibile! Negli anni ‘70 la SIAE ti metteva i sigilli alla porta se trasmettevi i dischi in FM, adesso mi scarico un album intero, non li conosco, strana musica, non importa è un pezzo di mondo gratuito anche questo, che mi resta in testa. Nuove uscite di jazz, il nuovo di Bob James, ascolto venti secondi, e poi altri venti del track 2, è sempre lui, un po’ sdolcinato, ma per la domenica mattina e per l’auto va bene, quando vado nei negozi non riesco mai ad ascoltare i CD, lo compro e compro anche Offramp di Pat Metheny, mi manca. Inserisco i numeri dell’Amex, è sempre una sfida, non ci sono problemi, ma è sempre un’ebrezza, perché è più veloce di tirare fuori il portafoglio, perché loro non passano la matita rivelatrice sulle tue cinquantamila sudate, per il nuovo mondo i soldi sono solo bit che vanno e che vengono, non c’è più carta da controllare. CHECK NEW MESSAGE From: <giovenali@prodigy.net> To: <giovenali@hotmail.com> Date: Thu, 22 October 1999 01:20:59 -0700 X-Priority: 3 Hello. My name is Giovenali from the United States, I saw your name while I was browsing the internet, was wondering if you might be a relative. would be interesting to find out. Could send more Info. if you like.

Non ci credo. Millantatori... o parenti? La mia famiglia ha perso contatto con un fratello di mio nonno che è andato a vivere negli Stati Uniti all’inizio del secolo, una storia come tante altre, quasi cento anni di separazione. REPLAY, mio padre sarebbe contento di ritrovare persone dimenticate nell’Ohio, poi lo chiamo e gli dico che è ora che si apra un abbonamento gratuito a Internet, non costa e riserva sorprese uniche.

perché ieri sera avrà fatto tardissimo, e se io perdo l’occasione, poi mi dimentico di farglieli. Bit che partono, volano e si posano, bit che avvisano quando arrivano dall’altra parte della città, bit che sollecitano un sorriso, e basta, senza quelle frasi che dette al telefono o di persona suonano più pesanti perché si è veramente più vecchi, e lo si dimostra davvero. Tavolo, libreria e computer, computer che bello finalmente colorato e poco ingombrante, apro la barra degli strumenti, CONNESSIONE. Sberleffi e pernacchie analogiche, che strano linguaggio per metterti in contatto con il mondo, quello che non è grande come quel paesone della mia città, e non è ingessato come questo protettorato di paese, ma è proprio il mondo, come dice quello spot con tante facce, etnie e culture “Are you ready?”. Trent’anni di vita di Internet, e loro mi domandano se sono pronto, non lo so, forse sono arrivato tardi, mi consolo perché c’è qualcuno che è più in ritardo di me, magra consolazione. Ma anche questa mattina che faccio il salto, il timore è che il mio provider questa mattina sia rimasto a dormire, e non sia pronto a farmi visitare il mondo. Le lucine blu chiedono bit, quelle verdi rispondono, comincio a succhiare bit, yes, I am ready. Prima fermata, la posta gratuita sul Web, nome utente, password, c’è sempre qualche nuovo messaggio che aspetta risposte o soltanto di essere letto. Amico, notizia, collega, notizia, spamming, collega, collega, venerdì erano le due del pomeriggio quando ho controllato la posta per l’ultima volta, e si vede, rispondo, cancello, inoltro. Thank you for ordering from Amazon.co.uk! Your order information appears below. If you need to get in touch with us about your order please send an e-mail message to orders@amazon.co.uk (or just reply to this message).

Non importa se è una macchina che risponde, è gentile, più gentile e disponibile di una commessa del negozio di libri in centro, che oggi evito. http://www.nasdaq.com , come hanno chiuso le IARC venerdì, due lirette

messe su un titolo che ha perso un sacco, ma altre sono state meglio investite. IARC, Information Architect, una società che faceva consulenza per lo Y2K, chi sono, boh, perché ci ho messo dei soldi, mah...

Andrea Giovenali. 36 anni, milanese, opera nella comunicazione dal 1985, prima in J.Walter Thompson come Media Planner, poi in Young & Rubicam come Media Supervisor, fino a ricoprire la carica di Direttore Generale di Mediapolis Italia. Dal giugno 1998 è Consigliere Delegato per il Business Development di DNM Datanord Multimedia, dove ha potuto concretizzare alcune delle ipotesi già sviluppate nei suoi libri (1995/96) a riguardo del ruolo di Internet e dei nuovi media nella comunicazione díimpresa.

Business Week e anche un pizzico dell’Industry Standard, quello che ti fa sempre un po’ male quando lo navighi, perché loro con l’economia di Internet ci riempiono un giornale di duecento pagine ogni settimana. Mi porto in casa, nella mia sala, frammenti di storie, idee, persone, fortune, una volta si trovavano solo all’edicola di Piazza della Scala, adesso è chiusa, ma la vista sul mondo è un po’ più aperta. Ma che tempo infame! Domani devo andare in macchina a Torino, e se continua a piovere mi dirotto sul treno, http://www.meteo.it , con le previsioni a 24 ore, decido. Fame. Domenica sera = pizza. Questa sera c’è il derby, non che me ne importi qualcosa, ma la pizzeria d’asporto del quartiere ti chiede tre quarti d’ora per portarti una pizza, tutti in fila accalcati tra la vetrina e il bancone dalle sette in avanti, e I vestiti che puzzano di fritto quando esci. http://www.pizzaexpress.it, a New York c’è anche un sito dove ordini le cassette di Blockbuster e te le portano a casa con gli Oreo e i Pringles alla crema di cipolle, clicco su una “tirolese” con lo speck e scelgo nel menu a tendina DOPPIA MOZZARELLA, magari un giorno a Milano qualcuno si deciderà a portarti a casa anche il sushi, magari... Mentre aspetto, comincio a prendere contatto con la nuova settimana, scorro i giorni e le ore sul Palm, quante cose nel TO DO LIST...lo infilo nel cradle, faccio l’hot-synch, perché se succede qualcosa all’agenda non so più da che parte girarmi. Che strana calma la domenica sera, mi guardo intorno, quattro mura un po’ di mobili, due tappeti, e uno schermo acceso, pixel e colori, immagini e testi, bottoni e link. Forse ha veramente finito di portarmi il mondo in casa. ...DRIIIN...”A che piano?”, apro la porta e vedo il fattorino tutto inzuppato. “....saluti e grazie”, la pizza in una scatola quadrata. Questo è l’ultimo pezzo di mondo per oggi, e me lo gusto con una birra ghiacciata ;-)

Cosa succede nel mondo, news a volo radente, solo quelle che valgono e che vengono da fuori dei nostri confini, c’è più realismo nel vedere le cose che succedono da noi con gli occhi di un inglese o di un americano, stimola l’autocritica e l’analisi, aiuta a progredire. New York Times, FT,

Interni, living, camera, vita. Quale? Ho fatto un rapido conto: le case che ho abitato per almeno un mese, dapprima con i genitori, poi da solo e ora con la mia famiglia, sono sessantasette. L’unica però che ho scelto liberamente e che ho posseduto per vent’anni è un piccolo edificio a trulli, nella bassa Murgia, nell’agro di Ceglie Messapica, provincia di Brindisi. E’ grazie a quell’architettura primitiva e celeste che oggi mi sento vicino ai lavori di Isao Hosoe e dei Nox... Interno del trullo: una sola porta, all’ingresso, poi basta. Archi di burro bianchi a dividere gli ambienti: cucina con forno a legna e camino, trullo d’ingresso, alcova dei libri (già alcova dei bambini), alcova del camino, trullo del sonno e del sogno. Pavimento di pietra, come l’aia antistante, ma levigato dai passi degli umani, passi di secoli. L’arredo è facilitato: pietre sottratte alla muratura, nei luoghi giusti, offrono tredici nicchie, pietre sporgenti formano dodici mensole. C’è una nicchia per ogni cosa: per le chiavi e per la legna, per i vestiti e per i bicchieri, per i fiori e per gli dei, per i vivi e per i morti. La più piccola, vicino alla serratura, è capiente come una tazza, la più grande, quella dei vestiti, ha le dimensioni di un armadietto per bambini. La nicchia contiene, la mensola espone: marmellate e bottiglie, statue e vasellame, raschiazappe e cesoie. Cucina con forno.

Virginio Briatore. È uno studioso dei linguaggi contemporanei e si occupa prevalentemente di Life design. Su questi temi ha pubblicato oltre 200 articoli e tenuto conferenze in Italia, Europa, Stati Uniti e Asia. Scrivano free lance, per 6 anni ha fatto parte della redazione di MODO.


Dal 1995 al 1999 ha scritto per Virus e dal 1996 è contributing editor per le testate INTERNI, Interni Annual, Magazine del Design Interni-Panorama. È docente ospite presso l'Akademie für Design di Bolzano. Alcova dei libri (in cui un tempo dormivano i bambini), nicchia detta “del sorriso” o “de la vendeuse des crevettes”.

Trullo del sonno, nicchia dei fiori, detta anche “niche aux coquelicots”.

«Ecco, chiudo gli occhi... seduto per terra su stuoie e cuscini, la schiena appoggiata al muro del Sud, dove batte il sole, da dove soffia il vento africano. Sulla testa sporge per venti centimetri la volta dell’arco cieco che regge la pseudocupola dell’alcova. A sinistra, a Ovest, il piccolo arco del camino, con il focolare che era al suolo e che io ho alzato di un palmo, con le mie mani, costruendo un basamento di pietre e malta chiuso davanti da una lunga pietra, smussata a martellate, su cui è molto comodo schiacciare mandorle e noci abbrustolite. Di fronte, a Nord, a tramontana, l’arco che unisce e separa il trullo centrale, col suo cono che si smarrisce in una vertigine lattea di 5 metri, e che a sua volta inquadra l’arco successivo, quello dell’alcova simmetrica, chiusa sullo sfondo da un muro di vaga rotondità. Alla mia destra, ad Est, dove rivolte all’aurora occhieggiano le tre aperture dell’edificio (tutti i trulli, quelli veri, sono rivolti ad Est: mistica regola contadina) l’arco che introduce al perfetto trullo del sogno. Da un’ora ormai ho smesso di alimentare il fuoco, la fiamma cede il posto al riflesso di braci. Fra poco, con un soffio dall’alto, spegnerò la lampada a petrolio che ho costruito unendo, con ghiera e stoppino, un vecchio vaso di terracotta e un giovane vetro boemo. Fuori, al silenzio degli astri, profumata freme la prima notte di marzo.» Trullo d’ingresso, a destra l’arco che sorregge l’alcova dei libri

virginio briatore

Foto di John Vink (riprodotte “artigianalmente” dagli originali)

È fondamentale per il genere umano che l’architettura risvegli i sensi. La casa è un pezzo d’architettura, è il rifugio in cui ci si ritrova, essa ci caratterizza ed è il riflesso delle nostre emozioni.

Se “l’architectur est faite pour émouvoir” (LeoCorbusier), l’emozione è la caratteristica propria colore. In seno allo spazio della casa, direi che il concetto del colore riveste due caratteristiche principali: l’aspetto emozionale e l’aspetto pratico. Il colore plasma gli spazi e influenza l’anima del suo abitante. Da un punto di vista pratico, il colore partecipa a comfort visivo e dunque al benessere dell’individuo. Esso modifica la percezionedi un.volume, lo corregge, struttura e gerarchizza lo spazio

ed esalta l’effetto architetturale. La colorazione dello spazio dipende dal livello di comfort visivo richiesto, dal tipo di attività e dal tempo di frequentazione più o meno lungo. Il colore, per la sua percezione, dipende sempre dall’analisi dell’ambiente (ombra, luce, orientamento, struttura del suo supporto) e da tutti gli altri colori che lo circondano; poi gli effetti desiderati dipenderanno dall’intensità dei contrasti, che consentiranno di semplificare o diversificare gli spazi dell’abitazione. Le relazioni tra superfici, piani ed oggetti possono essere rinforzate o al contrario annichilite. In questo modo, si agirà sulla profondità di campo e sulle dimensioni apparenti. I volumi troppo lunghi saranno “accorciati” e i soffitti troppo alti saranno “ridotti”. Sotto l’aspetto emozionale, il colore ritma lo spazio, il ritmo genera la melodia del luogo, che a sua volta alimenta il piacere dei sensi. “Les couleurs sont la musique des yeux, elles se combinent comme les notes…Certaines harmonies de couleurs produisent des sensations que la musique elle-même ne peut atteindre.” (Delacroix). Come ad una messa in scena il colore partecipa alla teatralizzazione dell’architettura. La successione di ambienti nel percorso di una casa è una raccolta di sentimenti che ci comunica un afflusso di vita o al contrario una sensazione di depressione. Il colore partecipa a queste sensazioni e fa nascere l’ambiente perché esso dota la materia di un’anima. Cosi, la nostra anima si lascia dolcemente inebriare dalla magia dei colori.. Tutti questi colori ci fanno battere il cuore in funzione dei nostri gusti, del nostro passato, della nostra cultura ed educazione… Dato che il colore è un elemento fondamentale nella percezione del mondo dove viviamo, esso mette in questione la nostra maniera di esistere.

f. Léonard

La couleur est un signe de vie et d’émotion dans la maison

Non riesco a concepire un luogo, una stanza senza la musica. La mia vita è musica e di conseguenza le emozioni che provo in ogni ambiente in cui ascolto o vivo la musica sono uniche ineguagliabili. Tutto appare con un aspetto nuovo, diverso, dinamico. Compongo le mie canzoni camminando in mezzo ai boschi. Durante le mie giornate e in ogni angolo della mia casa ascolto musica. Che cosa sarebbe la mia vita senza musica? La musica? MY LIFE. In ogni angolo di casa, con gli amici, alle feste sempre accompagnati dalla musica. Spero che i miei figli capiscano il messaggio in musica e tutto anche ogni stanza da bianco e nero possa diventare a colori.

Abbascio e' fuoss'.

Massimo Caiazzo

Lavorerai con le parole di Mau Brau

Erano delle piccole porte bianche, infissi di legno inspessiti per le innumerevoli mani di pittura che avevano ricevuto. Un piccolo alberghetto di Viareggio, dove la Versilia veniva a passeggiare e io tra questi con la mia famiglia, scesa da un treno estivo del Sud. Ero un bamboccio occhialuto di 11 anni e in quell’alberghetto aspettavo, la mattina, che tutti i parenti fossero pronti per abbordare la spiaggia di fusti e silhouette (almeno così ci parevano). Scendevo per la colazione nella hall, ne consumavo una piccola parte e poi vagavo per l’hotel, in attesa degli zii e dei miei genitori. A volte mi accompagnavo con la mia nipotina di 7 anni nei corridoi su cui l’ascensore ci depositava dopo averne premuto, a turno, tutti i bottoni. Un giorno che ero stato piuttosto mattiniero, vidi una donna rientrare in un bel vestito da sera, assonnata, con la borsetta stretta tra le mani e tutta la grazia e la sinuositá ancora intoccate. Era bellissima, così mi parve, con occhi stanchi ma brillanti, e me ne stetti impalato a guardarla. Lei mi notò nell’angolo del corridoio, vicino ad una piccola palma, e mi chiese come mi chiamassi. Glielo dissi, imbarazzato, con una scarpa sull’altra, e la vidi estrarre la chiave della stanza, la sua, che era proprio di fronte a me. Aprì la porta e mi invitò ad entrare, le imposte ancora chiuse lasciavano giusto un rivolo di luce nel buio, un profumo caldo e inebriante, lo stesso che emanava il suo corpo, mi prese a vorticare intorno. Accese la piccola lampada sul comodino e si sdraiò sul letto, levandosi le scarpe, mi disse di chiudere la porta, per un attimo tremai, nella penombra mi sembrò una strega, poi una fata. Con gentilezza ed una voce calda mi incaricò di versarle dell’acqua, io eseguii senza fiatare. Sul comodino c’era un libro aperto, poggiato con il dorso all’insù, erano le “Affinità Elettive”. Capì che l’osservavo e me ne lesse un breve pezzetto che non ricordo, troppo preso a fissarle le labbra mentre parlava. Poi mi chiese se volevo che mi leggesse le carte, io desideravo solo continuare a osservarle le labbra e subito accettai. Aveva un mazzo di tarocchi nel comodino, lo prese e, poi, si sfilò il vestito, rimase in mutande e reggiseno, spandendo quei quadrati di simboli incomprensibili sul letto. Mi disse di sedermi di fronte a lei e di scegliere le carte, il cuore mi saltò come le artiglierie di Kronstadt e, a occhi chiusi, eseguii anche questo comando. Mi sembrava di essere nel luogo di congiunzione tra il giorno e la notte,

nell’interregno dove il sogno e la realtá giocavano alla pari, la stanza non aveva limiti, era il mio futuro.

photo by Rosita

Così si chiamavano le mura greche che, come una finestra sul passato, si possono ammirare in piazza Bellini, nel centro storico di Napoli, vicino a casa mia. Seppure abbandonati e sporchi e' fuoss (i fossi) erano il regno degli scugnizzi (bambini che giocano per strada). Lì avevano luogo 'e guainelle (battaglie di pietre), o vi si facevano scoppiare cepolle e minerve (micidiali petardi). Nella piazza, invece si giocava a pallone. Il monumento a Vincenzo Bellini era una delle porte, una rigogliosa e altissima palma il centrocampo, una panchina con innamorati incuranti e appassionati l'altra porta. Spesso capitava che il pallone finisse di sotto, al di là della balaustra, abbascio e' fuoss'. Così, dopo una conta truccata, il più fesso doveva scavalcare la recinzione e recuperare la palla. Una volta sceso in quella che un tempo era la polis greca, il malcapitato era completamente investito dalle pietre lanciategli dall'alto. Un giorno quel fesso fui proprio io e, per evitare il peggio, mi rifugiai in un anfratto simile ad un letto a castello. Dopo mezz'ora i cori degli scugnizzi che mi invitavano a uscire erano terminati, ma io attesi che il sole tramontasse prima di venire allo scoperto. Avevo trascorso dei momenti bellissimi, rannicchiato a fantasticare tra quelle pietre che mi cullavano dolcemente nel loro grembo, dove le tracce della vita intorno mi giungevano come un' eco infinita, che conduce ogni cosa al silenzio. Mi ero nascosto così bene che, nonostante le mura, fossero completamente recintate e non offrissero vie di fuga verso l'esterno, nemmeno "Poppò" e "o'Sceriffo" scesi a cercarmi diventando essi stessi bersaglio, erano riusciti a scovare la mia stanza segreta. Quando fece buio mi decisi a tornare a casa, ma, appena uscito fui colpito da una violenta sassata. Era stato Carmeniello, lo avevo fatto veramente incazzare.

Iniziò a decifrare i simboli, i lunghi capelli neri le scendevano su un lato del petto, inondando la grossa mammella seminuda, le sue gambe curvavano nella penombra e poi risalivano alla luce della piccola lampadina. Era felice delle previsioni che saltavano dalle carte, mi annunciò segni propizi, di uno solo mi ricordo precisamente: avrei lavorato con le parole. Poi si accorse di quanto fossi incantato e, con un sorriso che suppliva al sole che non entrava, mi chiese di abbracciarla. Ero con le labbra sul suo petto, sospirava profondamente, e quel profumo fu la prima droga che provai. In breve, mormorando, si addormentò con me sul petto, dopo dieci minuti russava, ritrovai poi quel suono in una pavana di Ravel, molti anni dopo. Dal corridoio mio zio passava chiamando il mio nome, non mi staccai da lei che quando si rigirò nel letto, un’ora dopo. Qualcuno ancora camminava agitato all’esterno, mi sollevai. Le carte stavano in giro sulle lenzuola, guardai il suo sonno, ancora mi parve una strega e poi una fata. Le sue gambe erano come di ciliegio leggero sotto i giochi generosi della piccola lampada, una mano lenta le copriva il volto. Giurai forse qualcosa, non ricordo. Chiusi la luce e, sbirciando prima all’esterno, me ne andai evitando l’ascensore. Al piano di sotto mi incrociò un inserviente che diede l’allarme, nella hall c’era baruffa quando mi riconsegnarono a mio padre, imbarazzato più di me. Dopo l’ira tremenda di alcuni parenti e di mezzo personale, si decisero a chiedermi dov’ero stato. Dissi che ero andato tutto il tempo su e giù col montacarichi, fino a fermarmi sopra, alla terrazza (era una cosa che volevo fare da tempo senza averne il coraggio). Il direttore ne fu sbalordito e rimproverò i suoi dipendenti, la mia nipotina sorrise gelosamente, solo dopo capii che in quel momento avevo iniziato a lavorare con le parole come lei mi aveva predetto. La sera rientrando tutti dalla passeggiata, la vidi uscire veloce e il petto mi rimbalzò come l’impeto della Comune: volava via bellissima e, solo quando uscì sul marciapiede, si girò un attimo per lasciarmi un sorriso. L’indomani mi impedirono di allontanarmi dalla camera prima degli altri e non la vidi, né allora, né mai più. Solo poco tempo fa, in questa piccola stanza in cui vivo, ho rivisto questo ricordo come un presagio: ora che sono diventato un pentito della lotta armata.

Florance Léonard. Nasce a Mons in Belgio nel 1974. Si laurea in Architettura nel 1997 presso l’Istituto di Architettura Victor Horta di Bruxelles. Stage: sessioni con Jean Glibert, professore presso La Cambre Institute of Bruxelles. Tesi : “ Influence of colour in the architectural space ”, in collaborazione con Jean-Philippe Lenclos (France) e Tom Porter (United Kingdom). 1997: Svolge la libera professione. Progetto: asilo nido per la compagnia S.W.I.F.T. of Bruxelles. 1998: Assunto dallo Studio di Architettura “ Samyn and Partners ”, Bruxelles. Progetti : Stazione della Metropolitana per la compagnia ferroviaria di Bruxelles Railway, parcheggio cittadino per la Smithkline Beecham, area di servizio per la Compagnia Petrofina di Bruxelles. Vince il premio per il logo della compagnia di diamanti Taché (Anvers). 1999: Collabora con l’Atelier Mendini di Milano. Progetti: disegna un set di oggetti domestici per la compagnia Alessi. Nick the Nightfly. Scozzese di Glasgow. È arrivato in Italia negli anni ‘80. In Scozia era un musicista e componeva canzoni. Arriva in Italia con altri obiettivi, ma la musica occupa sempre un posto di rilievo. Radio Monte Carlo gli propone di collaborare e nasce Nick the Nighfly e la musica della notte. Da due anni è a Radio Capital dove ha un programma analogo a quello di RMC. Scrive, compone e canta la sua musica. Grande conoscitore della musica internazionale. Produce i suoi CD con musica mandata in onda nei suoi programmi. È sposato ed ha 2 figli. Massimo Caiazzo. Nato a Napoli nel 1966 maturità classica - master in grafica cinetica presso l'lstituto Europeo di design. Caratterizzato da una notevole versatilità è presente nel panorama internazionale in vari campi della comunicazione. I suoi studi sulla "nuova percezione del colore" sono il filo coduttore del suo lavoro, che si caratterizza inoltre, per una certa ironia esistenziale. Il suo eclettismo professionale e artistico, improntato sulla continua contaminazione tra le diverse discipline, ha trovato spazio anche in campo industriale dove è consulente di importanti industrie. Nel 1990 realizza insieme al critico Lionello Puppi il libro d'arte "Lo splendore dei supplizi", la prima iconografia del supplizio nell'arte occidentale. Nel 1991 entra a far parte dell'Atelier Mendini dove progetta decori ed immagini per numerose manifestazioni internazionali. Nel 1992 disegna "Swatch the People", l'orologio che celebra i 100 milioni di orologi Swatch prodotti, esposto al Beaubourg di Parigi. Nel 1993 fonda la rivista di natura-arte-musica "OLIS idee per la nuova era" di cui è editore e direttore artistico fino al settembre del 1997. Nel 1994 partecipa prima all'esposizione "La fabbrica estetica" (La nuova generazione del design italiano) al Gran Palais di Parigi e, successivamente, all'Expo International di Taejon in Corea. Nel 1995 studia i cromatismi per alcuni elettrodomestici Philips by Alessi e mette in scena la performance "Eden Genesi del colore" al Palazzo delle Stelline di Milano, cui seguirà all'Accademia di Belle Arti di Brera, l'altra performance sul colore Synestesia. Nel 1996 è ideatore delle etichette della serie ironica "R.S.V.I.P." per la casa di moda Etro di Milano innovative sia per i contenuti che per la loro collocazione. Dal 1997 è consulente ed autore di testi per il designer Jacopo Foggini, inoltre, progetta packaging e decori per gli Swatch Store in Italia e all'estero. È docente di "storia del colore" presso l'istituto Superiore di Architettura e Design di Milano. Collabora con Brian Tufano (direttore della della fotografia di Trainspotting) alla regia di cortometraggi. Maurizio Braucci. È nato a Napoli, di lui ne sa poco anche lui stesso. Ha scritto per caso il romanzo “Il Mare Guasto” edizioni e/o.


Gabriele Basilico. è fra i più noti fotografi “documentaristi” oggi in Europa: suo campo di ricerca sono la città e il paesaggio industrializzato. Architetto di formazione, lavora professionalmente come fotografo di architettura per l’editoria, l’industria e istituzioni pubbliche e private. Nel 1984-85 ha partecipato alla Mission Photographique de la D.A.T.A.R., voluta dal governo francese per documentare la trasformazione del paesaggio nazionale contemporaneo. Successivamente è stato invitato a partecipare a numerose analoghe iniziative in differenti paesi d’Europa: Italia, Francia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Spagna, Portogallo. Nel 1990, per la mostra “Porti di Mare”, ha ricevuto a Parigi il “Prix Moia de la Photo”. Nel 1994 la Fondazione/Galleria Gottardo di Lugano gli ha dedicato un’ampia retrospettiva ragionata su 15 anni di fotografie (1978-93), raccolte nel libro “L’esperienza dei luoghi”, mostra attualmente itinerante nei principali musei europei. Il 15 settembre 1996 la giuria internazionale della VI mostra di Architettura della Biennale di Venezia gli ha attribuito il premio Osella d’oro per la fotografia di architettura contemporanea. Le sue opere sono presenti nelle collezioni d’arte di diversi musei e istituzioni pubbliche e private internazionali. Ha progettato e realizzato mostre e libri fotografici sul proprio lavoro fra i quali: Milano, ritratti di fabbriche (1983); Immagini del ‘900: Milano, architetture 1919 - 1939 (1985); Italia e France (1987); Porti di mare (1990); Bord de mer (1992); L’esperienza dei luoghi (1994); Paesaggi di viaggi (1994); Nizza in controcampo (1984); Basilico/Beirut (1994); Monte Carasso: la ricerca di un centro. Un viaggio fotografico di Gabriele Basilico con Luigi Snozzi (1996); Sezioni del paesaggio italiano, con Stefano Boeri (1997); Palermo città (1998); Nelle altre città (1998); The interrupted city (1999); Cityscapes (1999). Milano, Ottobre 1999.

Genova, la grande strada sopraelevata costruita negli anni sessanta, corre tra il centro storico e il Porto a sei metri di altezza. Al di sopra della strada, la velocità della percezione automobilistica consente una straordinaria visione dinamica di due mondi - quello delle banchine e delle navi e quello delle case e dei palazzi compressi dalla collina - che ci vengono incontro, con ritmi e volumi diversi. Al di sotto della strada, tra i pilastri che la sostengono, si apre invece uno scenario statico e opposto: una successione di spazi omogenei coperti e aperti sui lati, spesso lasciati al degrado, occupati saltuariamente da presenze marginali: containers, parcheggi, bidoni della spazzatura, autorimorchi. E' come se la città ed il Porto avessero trovato un luogo comune dove depositare i loro "scarti".

Eppure mi piace immaginare, grazie alle immagini di Gabriele Basilico, che questi spazi oggi bui e lasciati a sè stessi possano diventare qualcos'altro; possano trasformarsi in una serie di "stanze" dove fluisce la vita dei cittadini e dei turisti: luoghi di commercio, di incontro, di passaggio tra il Porto e la città. Svelare il segreto di queste "stanze" nello spazio pubblico di Genova, significa cercare di trasformare la loro natura - e basterebbe un progetto accurato e di poco costo- da lunga ferrovia interstiziale a un porticato vario e continuo tra la città e il porto. Stefano Boeri

Stefano Boeri. È nato a Milano nel 1956. È un architetto ed insegna Progettazione Urbanistica alla Facoltà di Architettura dellíUniversità di Genova. Ha uno studio professionale a Milano ed è un collaboratore fisso del supplemento domenicale del quotidiano “Il Sole 24 ore”.

Alessandro Busci. Vive e lavora a Milano, dove è nato nel 1971. Frequenta il Politecnico e si laurea in Architettura nel 1996 con una tesi in storia dell'arte curata da Flavio Caroli. Sempre nello stesso anno viene invitato alla 36 edizione del Premio Suzara. Dal 1997 collabora con l'Atelier Mendini dove partecipa a vari progetti di architettura, decorazione e allestimento fra cui la mostra itinerante di Telefono azzurro e diversi negozi Swatch in italia e all'estero, La stessa Swalch gli commissiona nel 1997 il decoro dello store di San Marino, nel 1998 quello per le città di Verona, Rovigo e Roma, nel 1999 la decorazione del negozio di Firenze. Nel 1998 firma, a Palazzo Reale, l'allestimento della mostra " Il Seicento e Settecento Romano nella Collezione Lemme"e nello stesso anno ,al Museo Teatrale alla Scala, progetta l'allestimento della mostra su Wagner " Il principio e la fine del mondo". Nello stesso anno tiene diverse lezioni di storia dell'arte alla facoltà di Architettura e a quella di Disegno industriale. Nel gennaio del 1998 Alessandro Riva lo include, nel servizio "ART SPOTTINGn di ARTE, fra i cento giovani protagonisti dell'arte per l'Europa del 2000 definendo la sua pittura " una originalissima sintesi fra le esperienze dell'lnformale e quelle della Nuova Figurazione". Nell'aprile di quest'anno è stato invitato alla prima edizione del Premio Città di Busto Arsizio, la cui mostra è attualmente in corso alla Galleria civica d'arte contemporanea di Palazzo Cicogna. Carlos M. Piscione Croci. Nasce a Buenos Aires, Argentina nel 1961. La sua formazione comincia nel 1981 all'Università d'Architettura di Buenos Aires dove si specializza in Teoria della Forma e della Comunicazione. Nel 1986 è inviato dallo Studio Serra a partecipare al corso "lo spazio come astrazione della forma" e "il plastico come elemento del disegno". Partecipa ai concorsi: 1985 - Architettura e Arte, "lntellettuazione del ragionamento artistico ”; 1986 - Progetto per lo studio di nuove cellule abitative; 1987 - Ridisegno della facciata d'un molo portuale utilizzando le nuove tecnologie. Ha progettato e realizzato il rimodernamento totale di una casa tradizionale degli anni ´30 nel vecchio quartiere di Palermo; progetto d'ufficio e spazio vendita nel Centro Storico. Si trasferisce in Italia nel 1988 e lavora a Milano in collaborazione con diversi studi d'Architettura. Alcuni progetti: Complesso Alberghiero, studio Dini &Capelli; Centro Commerciale Conad Cam Pistoia, studio Salvati e Bartoli, ecc. Nel 1991 si trasferisce a Firenze dove progetta una casa in campagna nel Chianti e con lo studio Tori, trasformazione dell'antica fabbrica di panforte senese Sapori in Centro Commerciale, zona uffici e appartamenti. Nel periodo 93/94 frequenta la Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale a Firenze guidata dal Prof. Segoni, dove progetta: packaging ecologico per la frutta e verdura intercomunicatore per uso domestico, illuminazione. Nel 1995 ritorna a Milano dove ottiene con una tesi teorica sulla "progettazione d'una urbanizzazione ibrida nelle zone adiacenti alla periferia della città il "Master in Disegno Industriale presso la Domus Academy, dove collabora con i protagonisti più significativi della ricerca progettuale: Andrea Branzi, Marco Susani, Isao Hosoe, ed altri. Inviato negli USA vince "Eardrum”, un concorso interattivo promosso dalla Interval Corporation, Centro di ricerca della Microsoft.


1996 - Industrial Design Services (partner): progetta contenitori per prodotti cosmetici, spazzolino da denti, studio d’arredo urbano per Milano, proposta per trasformazione cantiere navale a Ferrol (Spagna) in area commerciale, ecc. Attualmente collabora con la Driade nella progettazione d’interno curando i clienti di Milano ed esteri.

La mia casa deve essere comoda, accogliente per poter ospitare i miei amici. Tutta la mia vita trascorsa in hotel e trasferte mi ha fatto capire quanto la casa e soprattutto alcuni luoghi della casa rappresentino per me momenti di tranquillità. Da qualche anno a Castel de Britti a Bologna, abito in una casa spaziosa che mi permette di non essere schiavo degli spazi. Mi piace la casa spaziosa ma i locali che io prediligo sono la cucina e il bagno. La mia cucina è semiaperta, spaziosa e nello stesso tempo essenziale. Un luogo di lavoro simpatico che trasmette la voglia di cucinare, deve essere assolutamente vivibile. Il bagno, per me, è forse il luogo più importante. Ampio, spazioso che ospiti una grande vasca con idromassaggio, incassata tra i sassi di lago. Attorno specchi e piante che lo rendano un luogo importante, grande lavabo, accessori molto ricercati e originali. Le pareti ricoperte da piccole piastrelline.

Eduardo Hess. A 14 anni conosce il noto psicoterapeuta nonché fondatore della Psicosintesi, Roberto Assagioli e inizia un lungo tirocinio che lo porterà ad approfondire le tecniche di integrazione psicofisica, zen e yoga-vedanta. A 18 anni consegue il diploma yoga alla'Accademia Yoga di Roma e inizia l'apprendimento del Tai-Chi Chuan presso la Scuola di Necla Humbarachi. Dopo numerosi viaggi, approfondisce gli aspetti superiori dell'arte e del pensiero cinese attraverso l'incontro con importanti maestri cinesi. Ha tradotto e pubblicato presso le case editrici Ubaldini e Mediterranee numerosi libri sull'argomento (sul FengShui in preparazione), nonchè fondatore e direttore editoriale della rivista OLIS.

LA STANZA DEL FENG-SHUI Secondo il Feng-Shui, antica disciplina cinese che si occupa della migliore collocazione di edifici e siti, tutto è “energia”. Energia a vari livelli di condensazione e diverse tipologie di movimento. L’energia si muove lungo le “vene del Drago” (Shui - Acqua) e secondo i ritmi del Cielo (Feng - Vento). Dotata di carica vitale, ama circolare e avvolgere le cose e poi continuare a fluire arricchendo continuamente il luogo, ma se incontra una linea dritta, una strada, un angolo acuto, ecc. tenderà a restringersi ed acquisire velocità fino a diventare una “freccia segreta”, una punta invisibile che penetra sottilmente in chi si trova a sostarsi davanti.Quando il Drago incontra una casa, entra da porte e finestre (la bocca e gli occhi) e se trova facilmente il modo di scorrere arricchirà costantemente chi vi abita come una sorgente di acqua fresca che non cessa mai di sgorgare, fino a riempire ogni singola stanza di benessere, felicità e vitalità. A noi il compito di invitarlo ad entrare nelle nostre stanze facilitandone il flusso. Ma se una strada punta dritto alla vostra porta di casa, o se uno spigolo acuto la minaccia con la sua freccia segreta, deviatene l’ingresso prima che possa entrare. Se aperta la porta, il drago trova un muro o uno specchio tenderà a ritornare indietro, o se, al contrario, oltre la porta trova un’altra porta o una finestra, tenderà a fuggire via o ad esaurire le risorse della casa. Ma una volta all’interno, fatelo circolare: vi farà crescere e sentire a vostro agio. Per sapere se questo già avviene, fate una prova: provate a camminare in tutte le vostre stanze, intorno ai tavoli, ai divani, mobili, sedie, ecc. vi riesce facile? Se il cammino è sgombro e vi riesce agevole altrettanto farà il Qi che, non ostacolato da spigoli o spazi angusti potrà diffondersi dappertutto, ma se non ci riuscite, o dovete scavalcare ostacoli, spostare oggetti o passare a fatica, anche il Qi avrà la stessa difficoltà a superare gli ingombri e tenderà a stagnare e, con esso, anche la vita degli occupanti. Forse non tutta la casa potrà essere “aggiustata” per invitare il Drago a riempirla di forza ed energia ma almeno la vostra stanza principale sì, provateci. E, una volta sgombrata e pulita e tolte le frecce segrete, sedetevi al centro rivolti verso Nord e chiamate a voi gli 8 Venti e lasciatevi avvolgere dal respiro del Drago. Ed esso da dentro una stanza volerà dappertutto. Eduardo Hess

Arredo, basta la parola.

Prima di tutto odio la parola “ARREDO”, so che utile, completa, coincisa, industriale come la parola “fisco”, la omologo alla parola “briglia” arredo del cavallo domato, quindi arredare come imbrigliare. Ma neanche “fare la casa” mi va bene, è troppo stabile e non mi sembra comprenda la tenda, che è una bellissima forma del vivere e dove il tappeto del nomade rappresenta il giardino fiorito e porta il fascino dell'esterno nell' interno. Ecco, per me “farmi la stanza” vuol dire proprio questo, portare l’esterno, la natura, il cosmo, le stagioni, le ore varie della giornata a riflettersi dentro la scatola che è la mia stanza e dentro di me. Della mia stanza cerco di fare un palcoscenico per la luce (vivo in un appartamento a Milano e non posso fare di più), voglio più vuoto possibile e le pareti dipinte con colori minerali e/o vegetali su calce viva, quei colori che assimilano e impastano la luce e che al riflesso della luce rispondono con il ricordo di dove sono venuti terra, roccia, conchiglia o pianta. Mi piace stare sdraiata nella corrente e guardare le tende che vanno dentro e fuori dal rettangolo della finestra aperta e mi segnalano il flusso del vento.

START

FINISH

L’architetto è “Omo Faber”. vi fu quella del riparo; Tra le prime necessità umane dunque un mestiere così nobile proteggere e costruire è frainteso. e antico che non può essere nel sentirsi artista. Invece L’architetto frustrato ripiega al rifugiarsi nell’arte. guai alla rassegnazione ed che serpeggia nel pensiero Contro la contraddizione si può avere un’impostazione internazionale: arte o scienza, di entrambe. umanistica avvalendosi addietro proprio a P. C. Scrissi queste parole anni cara di chiedere a Paolo Un giorno consigliai a persona la ristrutturazione del suo Casti se poteva progettarle vecchio, prestigioso negozio. precisai ha “occhi di Quando volle maggiori informazioni

Alberto Tomba. 1 Coppa del Mondo Assoluta nella stagione 94/95, quando vinse 11 delle 15 gare disputate. 8 Coppe di specialità; 4 in slalom e 4 in gigante. 2 Meda2due a Calgary nell’88 in slalom e gigante. Quattro anni più tardi la rivince ad Albertville. 8 Vittorie consecutive sia in slalom che in gigante nella straordinaria stagione 94/95. 9 Vittorie consecutive di Tomba in Slalom, record assoluto per lo sci alpino maschile. Stenmark e Girardelli si sono fermati a quota 5. 11 Sono gli anni in cui Alberto Tomba ha vinto almeno una gara di Coppa del Mondo. La sua stagione migliore è stata nel ‘94/’95 quando colse 11 successi di cui 7 slalom e 4 giganti. 50 Vittorie di Coppa del Mondo, 35 in slalom, 15 in gigante. Sia come vittorie assolute che come vittorie di specialità Tomba è secondo solo a Ingemar Stenmark che ha conquistato 86 vittorie, 46 in gigante e 40 in slalom. 88 I podi conquistati da Tomba in 13 stagioni, 57 in slalom e 31 in gigante. 125 Le gare in cui il bolognese è arrivato nei primi dieci in appuntamenti di Coppa, 66 volte in slalom, 50 in gigante, 9 in super G.

Anna Fricker. Sono stata fortunata di avere avuto come madre una donna intelligente, generosa e con molto coraggio, come insegnanti uno studioso di Maestro Eckart come Giuseppe Faggin e a Brera maestri come Funi, Reggiani, e Marino marini, ed inoltre un marito come Fritz, dei figli come Eric e Mark, e degli amici e delle amiche di cui vorrei fare il nome, uno per uno. Ma una delle più grandi fortune è stata quella di non essere stata mandata a scuola (i miei avevano paura delle malattie), di essere vissuta in un grande giardino e isolata dal contatto degli esseri umani fino a otto anni e quindi di avere avuto tanto tempo solo per me. Per il resto gusti e passioni normali, cucinare, andare in bicicletta, passeggiare. Dody Nicolussi. Trentina, ha fatto parte per anni della Nazionale Azzurra di sci Alpino. Finita l’attività agonistica è poi diventata Allenatore Federale e Istruttore Nazionale partecipando all’Interski. Si è occupata per la Federazione del Progetto Sci Donna legato all’insegnamento dello Sci Italiano. Ha collaborato e collabora tutt’ora con testate giornalistiche tecniche e con SCIARE, FIT FOR FUN. Ha iniziato l’attività giornalistica occupandosi esclusivamente di sci con un programma televisivo regionale “MONDO SCI”. Più tardi è stata inviata in Coppa del Mondo per “OBIETTIVO SCI” in onda su TELE+2. Per circa nove anni ha ideato e condotto il programma radiofonico “IL GRANDE SCI” in onda su Radio Monte Carlo in diretto dalla Coppa del Mondo di Sci e per una stagione in conntemporanea su Rete 105. Da due anni ha ripreso la collaborazione con Tele+ per programmi di sport vari, calcio, etc. Forsitan Cras. Antico Docente.

mosca”.

tipo di occhio capace di vedere Spiegai che la mosca ha un a questa espressione: vale a 360°, mutuando dai filosofi ad individuare la via di uscita. dire una spiccata capacità prudente e saggia ricostruzione Ad opera compiuta, tentai una della modalità della creazione. a molte mie domande rispose La proprietaria dell’opera, pietà “perché l’Interrogare è la con una erudita citazione: del Pensiero”. poesia ethos. Non una leggenda “Un viaggio fra tecnica, una sfida in punta di matita, ma una concreta favola, di sino a riuscire nell’impresa magica, sottile, tenace, di lasciare un po’ ovunque circumnavigare il mio pianeta,

un arma, un sigillo di bellezza”. che con ironico diniego Cercai di esplorare il progettista silentium”. Bacone a principio mi disse: “De nobis ipsis noi stessi non diciamo nulla. della instauratio magna: “Di tratta, chiediamo che gli uomini Quanto a ciò di cui qui si ma come un’opera”. non la considerino un’opinione, “La finali di quel mio scritto: Mi ricordo anche le righe con con la ragione ne l’arte scienza non si identifica non vi è scienza senza piacere il piacere; d’altra parte ne arte senza ragione” .

Forsitan Cras

Mohamed C. Esposito A.K.A. Raiz.


Giorgio Angelini. Studia per insegnare, ma non ci riesce nemmeno per un giorno perché vince un concorso e viene catturato dall’Olivetti. Nel 1960 va a Genova, poi a Firenze, in Sardegna, in Veneto, in Alto Adige, in Emilia ed in Veneto come Ispettore clienti e concessionarie. Dal ‘64 al ‘69 va a Milano dove collabora direttamente con Sottsass allo studio dei layout della serie Sitntesis. Nel ‘69 torna in Liguria e diventa concessionario Olivetti a Rapallo e Chiavari. Nel ‘74 apre anche una società di consulenza (Office Automation), tra i suoi soci (6 ingegneri) ci sono anche Franco Malerba, divenuto famoso più tardi come l’unico astronauta italiano, e Tullio Verdazza ancora titolare della cattedra di ingegneria elettronica all’Università di Genova. Nell’82 torna a La Spezia (città dove è nato) con varie attività, occupandosi di “tecnologie commerciali” e di arredamenti per ristoranti e alberghi. Nel ‘92 apre l’Aütedo restituendo alla cucina ligure valori e sapori forse estinti.

Fabio Amicabile. Il padre Alfonso, inizia a metà degli anni ‘60 con il “Dancing La Caneva”, un locale, dove si ballava e si faceva cabaret. Poi, nel corso degli anni, accanto alla discoteca, nacquero le prime attrezzature sportive, campi da tennis e piscine. All’inizio degli anni ‘80, alle piscine si affiancarono gli scivoli, che nel corso degli anni si sono moltiplicati e Caneva è diventato CANEVAWORLD: il più grande parco acquatico d’Italia, una fantastica isola caraibica, con tanto di spiagge sabbiose e palme, meta insuperabile per le calde giornate estive. Al fianco di Alfonso, da quegli anni, c’è Fabio, suo figlio. Poi è arrivato il Medieval Times, spettacolo con ristorante, dove ogni sera centinaia di persone mangiano e partecipano entusiasti alla grande festa medievale. Nel ’99 creano il Rock Star Cafè, il primo museo dedicato ai cantanti che hanno reso grande nel mondo la musica italiana, aperto tutto l’anno con ristorante e bar internazionali. Attualmente hanno iniziato la realizzazione di un nuovo straordinario parco: Mister Movie, con attrazioni che ricreano l’affascinante mondo degli studi cinematografici. Aldo Cibic. Più che disegnare dei mobili, ha sempre ideato ipotesi abitative che prendevano forma, come, nel caso di Standard (1991), in collezioni integrate d’arredo. Questa idea di cambiare la casa per renderla adatta a un modello di famiglia come aggregazione esistenziale e operativa, non l’ha mai abbandonata, anche se l’avventura Standard è finita. Xavier Moulin. Designer nomade come ai tempi del progetto “Radis noir”, un camper allestito per dare un rifugio temporaneo ai “senzatetto” e che ha distribuito caffè e minestre in giro per le strade di Belville (Parigi) per tutto il ‘94. ha esposto presso la galleria Neotu di Parigi “Les strategies individuelles par les meubles”, otto concetti d’abitare corredati di istruzioni per l’uso elaborato con Oliver Peyricot nel’94 e sostenuto dal Ministero della Cultura Francese. “I designer della GENERAZIONE X” proponevano mobili con i quali chiunque poteva organizzare una propria strategia abitativa. Xavier Moulin e Aldo Cibic hanno continuato a ragionare sull’idea di progettare arredi per case non solo da abitare, nel senso più riduttivo del termine, ma che invitino alla vita della mente, del corpo e delle relazioni interpersonali in modo libero e creativo. Il progetto di una serie di arredi che siano attrezzi da ginnastica senza essere marchingegni è una delle ipotesi che ha preso forma nel loro incontro, nasce così: “Smart Home Fitness”.

Zeno Casti. Nato a Verona il 04.02.93. Frequenta la prima elementare; sogna di fare il motociclista.


STANZE SEGRETE Progetto e coordinamento grafico Paolo Casti Composto con caratteri Arial Bell Gothic Charcoal Courier Frutiger Gill Sans Helvetica Narrow Humanist Kunstlerschreibsch Times Utopia Stampato su carta Kilim Bianco 150g Carta di copertina Constellation Snow Bufalo 110g Fotolito e stampa Gruppo Immagine Verona

Finito di stampare Verona, 29 novembre 1999


1 . 1 . 2000


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Stanze Segrete by Paolo Casti - Issuu