

Silvano Girotto
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Silvano Girotto
Le foto di inserto e quarta di copertina sono pubblicate per gentile concessione della famiglia Girotto.
Il testo era già stato pubblicato nel 2002 con il titolo Mi chiamavano Frate Mitra. La prima autobiografia dell’uomo che è stato frate, guerrigliero, testimone contro le BR. Viene ora riofferto nella sua interezza senza modificare nulla di quanto l’Autore volle comunicare di sé e di quelle pagine di storia di cui fu significativamente partecipe.
PAOLINE Editoriale Libri
© FIGLIE DI SAN PAOLO, 2026
Via Francesco Albani, 21 - 20149 Milano www.paoline.it • www.paolinestore.it edlibri.mi@paoline.it
Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l.
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (MI)
ISBN 978-88-315-5927- 0
Daniela e Federica,
avete visto spesso in questi anni, su giornali e riviste, articoli che parlavano di un personaggio discusso, da alcuni trattato con rispetto e da altri insultato. Fotografie in cui appariva imbracciando un mitra o celebrando la messa. Titoli o citazioni in cui veniva definito in vari modi, da prete guerrigliero a Frate Mitra, da missionario in America Latina a legionario, da bandito a nemico delle Brigate Rosse, e mi sono talvolta domandato che cosa abbia significato per voi rendervi conto che si trattava di vostro padre. Avrete forse stentato a crederlo perché era troppo grande la differenza tra l’immagine che emergeva da quegli articoli e l’esperienza viva dell’uomo che da sempre vi è accanto. Non vi stupite. Le persone non sono mai come i giornali le descrivono.
Voglio parlarvi di me e della mia vita. Tutti i padri lo fanno nella speranza di trasmettere ai figli i frutti dell’esperienza e di evitare loro di pagarne il prezzo, talvolta pesante. Non ci riescono quasi mai, in ogni modo ci provano.
Ora che siete cresciute e potete capire, vi parlerò di me e lo farò scrivendo. Forse così riuscirò a esporre meglio le tappe di un itinerario della cui complessità mi sono spesso stupito anch’io. Molti anni fa, quando non eravate ancora nate, mi chiesero di raccontare ciò che avevo visto e vissuto. Ne nacque un libro che fu anche pubblicato. Non lo lessero in molti e fu meglio così perché, col passare del tempo, mi resi conto dei grossi limiti di quella narrazione na-
patto che essi ebbero sulla mia sensibilità di uomo e sulla mia fede di cristiano, donandomi certezze fondamentali che ancora mi sostengono, ma lasciando aperti anche interrogativi cui non riesco ancora a dare risposta.
Vi spiegherò, dunque, come sono andate le cose. È una storia lunga che dovrò raccontare dall’inizio senza tralasciare nulla.
Ritengo sia giusto e necessario farlo anche perché su di me sono circolate e ancora circolano molte storie false e notizie distorte, ma non è questo il motivo principale. Vorrei soprattutto spiegarvi perché io consideri fondamentale avere una fede e dei principi in base ai quali agire con coerenza per orientare le nostre scelte. La posta in gioco è molto alta: vivere in pienezza e da protagonisti il dono prezioso dell’esistenza oppure limitarci a subire la vita e lasciarcela scorrere come sabbia tra le dita. Rincorrere l’effimero di ogni giorno col rischio di ritrovarci, forse troppo tardi, a domandarci se non avremmo potuto impiegarla meglio, dando più importanza a ciò che conta veramente…
Vostro padre
Rifarsi una vita a sedici anni
Nel Borgo Cinese, quando si diceva «l’angolo» era per indicare quello dove c’era la bettola del «Napoli». Lui si chiamava De Cesare, ma la gente lo chiamava Pipa, e se fosse davvero napoletano non aveva importanza, perché allora tutti i meridionali erano dei «Napoli».
Su quell’angolo c’era sempre, dal mattino fino alle ore piccole della notte, un gruppo di ragazzi circa della mia età. Io sfioravo già i sedici anni e quando mi guardavo allo specchio gonfiando il petto sembravo Tarzan. Tutte le giacche mi stavano strette e all’oratorio ci andavo di meno, anche perché non lasciavano entrare le ragazze, così cominciai a frequentare di più le strade del quartiere andando su e giù con Maria e le sue amiche.
Quelli dell’«angolo» si divertivano a sfottere chi passava, bestemmiavano e facevano a chi sputava più vicino ai piedi della gente e cose del genere. Una sera che passavo con Maria fecero una battuta pesante e mi sputarono su una scarpa.
Non cercavo la rissa, ma neppure potevo fare finta di niente. Così li affrontai, anche se Maria non voleva e mi teneva per la manica. «Cosa vuoi, pretaccio?». Chiamavano così quelli che andavano all’oratorio. Me l’avevano detto altre volte quando passavo in divisa da boy scout, ma non ci avevo mai fatto caso. Stavolta però c’era Maria, all’oratorio non ci andavo più e, siccome «l’angolo» era un punto di passaggio obbligato, se non avessi reagito d’ora in poi tutte le volte avrei dovuto sopportare le loro battute. «Non mi fate proprio paura!», dissi cercando di sembrare cattivo, anche se un po’ di fifa l’avevo perché erano in quattro. Quello che chiamavano Pulce venne avanti e ci scambiammo qualche cazzotto giusto per salvare la faccia, perché neanche lui era tanto feroce come voleva sembrare. Quasi subito gli altri del gruppo si misero in
mezzo, vollero che facessimo la pace dicendo che ero coraggioso, e la serata finì nella bettola di Pipa a guardare quelli che giocavano a flipper.
Fare parte di un gruppo è molto importante per un ragazzo di sedici anni. Avevo perso il contatto con gli amici dell’oratorio dopo aver bisticciato con un prete che mi aveva rimproverato, così entrai nel giro di quelli dell’«angolo». Oltre al Pulce c’erano i due fratelli Bosco, Mario detto «Tappo» o anche «Smilzo» e Toni «il Veneziano».
Era il tempo in cui gli schermi proponevano ai ragazzi l’esempio di James Dean e Marlon Brando, mentre da tutti i juke-box Elvis Presley urlava una voglia matta di ribellione. Blue jeans e giubbotto di pelle erano il simbolo della rottura con i «vecchi». Significavano spregiudicatezza e coraggio. Nel film Gioventù bruciata, che avevamo visto tutti diverse volte, due ragazzi lanciavano le automobili a grande velocità verso un burrone e il primo che si buttava giù o si fermava aveva perso. Nel Borgo Cinese di burroni non ce n’erano, ma avevamo trovato ugualmente il modo di provare che eravamo coraggiosi. Cominciammo scassinando uno dei tanti chioschi di legno che vendevano bibite, per fare una gran bevuta di aranciate e Coca-Cola, poi un altro e un altro ancora, finché Giorgio Bosco propose al gruppo di «prendere in prestito» una macchina per fare qualche giretto e stupire le ragazze. Tappo sapeva come collegare i fili dell’accensione per avviarla perché lavorava da apprendista elettrauto e dopo qualche prova riuscimmo a partire sobbalzando con una Cinquecento giardinetta, di quelle con la carrozzeria di legno. Fu un’emozione indimenticabile ma, siccome non sapevamo guidare, finimmo in un fossato. Allora decidemmo che bisognava imparare a guidare, e prendere le macchine «in prestito» divenne un’abitudine. Scorrazzavamo finché c’era benzina, poi le abbandonavamo. In seguito cominciammo anche a fare
qualche incursione nei cantieri di costruzione per raccogliere ferro da rivendere e cavarci qualche soldo. Ci sentivamo proprio coraggiosi.
Era inevitabile che finisse male. Ci ritrovammo tutti nelle celle del commissariato Mirafiori: una scorribanda era andata storta perché ci aveva scoperti un guardiano, e dopo un breve interrogatorio ci rinchiusero senza tanti complimenti nel carcere minorile. Quei pochi giorni che ci rimasi segnarono per me l’inizio di un periodo terribile.
Mi sentivo segnato a dito, marchiato. Ero stato alla Generala. Non ho mai capito perché allora i torinesi chiamassero così quel grande edificio sul cui ingresso c’era scritto: «Istituto di rieducazione Ferrante Aporti». Proprio un brutto posto, e il solo pensiero di esserci stato mi pesava addosso come una cappa di piombo perché sentivo che tutti quelli che incontravo me lo leggevano in fronte. I miei non riuscivo più a guardarli in faccia. Mio padre, maresciallo dei carabinieri, era il più colpito. Gli avevo procurato una ferita terribile e lo capii dal fatto che non mi sgridò nemmeno. Lui che alla disciplina ci teneva e non ce ne lasciava scappare una. Semplicemente smise di parlarmi. Anche i miei fratelli non avevano detto niente ma era un silenzio eloquente. Solo mia madre mi abbracciò piangendo: «Figliolo, come hai potuto?…».
Decisi che dovevo sparire, andarmene. Già, ma dove? Rifarsi una vita quando si hanno solo sedici anni non è così semplice.
L’idea mi venne ascoltando i discorsi di Attilio, uno del quartiere che aveva cinque anni più di me. Era stato nella Legione Straniera e raccontava cose strabilianti dell’Indocina e dell’Africa, ma quando ripensai ai suoi discorsi non era tanto l’aspetto avventuroso che m’interessava quanto piuttosto la possibilità di ricominciare lontano, dove nessuno sapesse che ero stato alla Generala.
«Nella Legione non ti chiedono niente», aveva detto Attilio. «Gli dai il primo nome che ti viene in mente e sei a posto, arruolato. Basta avere buoni muscoli e dichiarare che hai almeno diciotto anni, altrimenti non ti prendono. Dopo cinque anni ti danno anche la cittadinanza francese…». Proprio quello che cercavo: cambiare nome, nazionalità e restare a lavorare in un Paese lontano. Magari avrei anche fatto fortuna e sarei tornato ricco e famoso. È vero che la Legione aveva una brutta fama, però in fin dei conti si trattava dell’esercito francese, e fare il militare per l’Italia non è lo stesso che farlo per la Francia, che è un gran Paese civile?
Varcai la frontiera clandestinamente arrampicandomi sulla collina tra Ventimiglia e Mentone. Gironzolavo da nemmeno mezz’ora tra le case di quella bella cittadina in riva al mare quando un gendarme che passava in bici mi fermò, neanche avessi scritto in fronte che ero un clandestino.
«Papiers?»
Voleva i documenti. Siccome intendevo cambiare nome li avevo nascosti in una fenditura della roccia lassù sulla collina. Era stata una specie di sepoltura della mia vecchia identità. Dissi al gendarme che non avevo documenti e lui mi portò in commissariato.
«Italiano?»
«Sì».
«Ingresso illegale. Adesso ti rimandiamo indietro e in Italia ti sbattono in galera».
Sulla parete c’era un gran cartello con la faccia abbronzata di un legionario che guardava lontano su uno sfondo di palme e moschee. Sotto c’era scritto: «Engage-toi dans la Légion!».
«Voglio arruolarmi nella Legione Straniera».
Mi squadrò per un attimo, si strinse nelle spalle e mi domandò quanti anni avessi. Quando sentì che ne dichiaravo diciotto, alzò il sopracciglio come per dire che non ci crede-
va molto, ma in fin dei conti non gliene fregava granché, però diventò gentile. Mi fece sedere su una panca lungo il muro, mi offrì un panino col paté e persino una birra. Doveva aver capito che avevo una fame boia o forse era contento perché, come mi dissero in seguito, ai gendarmi che reclutavano gente davano un premio.
Fui accompagnato a Marsiglia da un legionario polacco che in tutto il viaggio non disse più di dieci parole e mi consegnò alla sentinella del forte Saint Nicolas , una costruzione antica nella zona del vecchio porto. Quello era il centro di raccolta delle reclute che arrivavano da tutte le frontiere: tedeschi, spagnoli, belgi che spesso erano francesi ma non potevano dirlo perché la Legione non li avrebbe ingaggiati. C’era persino un pastore protestante americano magro e lentigginoso che chissà com’era capitato lì. Anche molti ungheresi, perché recentemente a Budapest i carri armati russi avevano soffocato nel sangue una ribellione. Adesso in quel Paese davano la caccia a quelli che avevano combattuto contro il comunismo, così un sacco di giovani non avevano altra scelta che l’esilio, sempre che ce la facessero a scappare. Uno che si chiamava Attila Valachi e se la cavava bene con l’italiano mi raccontò cose tremende che avevano fatto i russi.
Dopo una serie di visite mediche piuttosto meticolose mi fecero riempire un formulario con domande tipo nome e cognome, perché ti arruoli, hai precedenti penali, come è composta la tua famiglia, indica le persone da avvisare in caso di incidente e cose del genere. Per il nome non si formalizzavano, potevi dare quello che ti pareva, proprio come aveva detto Attilio, così decisi di chiamarmi Garello Elio. Mi assegnarono anche un numero di matricola che d’ora in poi avrei sempre dovuto dichiarare ogni volta che mi presentavo: 115353. Il contratto era per cinque anni e la paga iniziale consisteva
in tremila franchi e venti pacchetti di sigarette Troupe, nere e forti, al mese.
«Vi prometto sangue e lacrime»
Ventiquattro ore sulla motonave Ville d’Oran con altri trecento. Passai la notte da solo sul ponte perché non avevo voglia di parlare. Un’enorme corda arrotolata formava come un piccolo vulcano e in quella specie di nido mi ero rifugiato a guardare le stelle per tenere a bada i pensieri tristi. Nei dormitori, quattro livelli più sotto, quelli che non avevano il mal di mare erano sbronzi marci e facevano un gran casino. C’è un punto della traversata che chiamano «golfo del Leone» dove, per via delle correnti, le acque sono agitate. La motonave era piccola e ballava, così molti si erano messi a vomitare e per giunta i gabinetti, seguendo il su e giù delle onde, rigurgitavano in modo intermittente. Quando tra i piedi delle sedie a sdraio che servivano da letto arrivarono rigagnoli puzzolenti, non ce la feci più, mi alzai e raggiunsi la scaletta di ferro che portava di sopra, rischiando varie volte di rompermi l’osso del collo perché non c’era un centimetro di pavimento che non fosse scivoloso.
A Orano ci caricarono sui camion e in qualche ora raggiungemmo il comando generale della Legione che era nella caserma Vienot a Sidi Bel Abbès. Ci dormii una notte e il giorno dopo, ricevuta la divisa col chepì bianco e tutto l’equipaggiamento in un sacco enorme, partii con un centinaio di commilitoni per il centro di addestramento reclute di Saida, a qualche decina di chilometri da Sidi Bel Abbès. Il colonnello Even, comandante della caserma, ci fece un breve discorso: «Adesso siete legionari dell’esercito francese. Fate parte di un corpo che non si è mai arreso su nessun campo di battaglia. Vi prometto sangue e lacrime. Non avrete tre-
gua finché non sarete degni di portare un’uniforme che solo veri uomini possono indossare…».
L’addestramento cominciò subito, con ritmi allucinanti.
Non un attimo di sosta dall’alba al tramonto: sveglia alle cinque, quindici minuti per lavarsi la faccia e rifare il letto, mezz’ora di ginnastica e quindici minuti per la colazione a base di caffè nero con pane e lardo. Si usciva inquadrati dalla caserma cantando al passo da parata e si raggiungeva il poligono di tiro che era appena fuori dal centro abitato. Il passo cadenzato della Légion è molto lento e solenne. Le canzoni, naturalmente, parlavano di guerre, battaglie, sprezzo del pericolo. Una diceva: «Nous n’avons pas seulement des armes. Le diable marche avec nous!…». «Non abbiamo solo armi. Il diavolo cammina al nostro fianco…»
«La disciplina è la forza principale di un esercito», c’era scritto a lettere cubitali sulla muraglia che delimitava il cortile. Non era solo un modo di dire, perché la disciplina era davvero ferrea e gli ordini andavano eseguiti senza fiatare. Anche quelli apparentemente assurdi, come lucidare la suola degli scarponi chiodati quando s’indossava l’alta uniforme per fare la guardia. Ricevendo un ordine, che veniva sempre dato urlando, bisognava ascoltare sull’attenti e rispondere: «Sissignore, signor sergente» o «mio tenente», sempre urlando a squarciagola con lo sguardo fisso in alto sopra la testa del superiore. Se ti scappava di guardarlo in faccia la punizione era immediata: «Dove guardi, vuoi la mia foto, per caso? A terra. Venti flessioni!». Ogni tanto ci facevano alzare in fretta e furia nel cuore della notte, simulando un allarme. Bisognava vestirsi rapidamente di tutto punto, casco in testa e fucile in spalla, e restare così, sull’attenti ai piedi del letto, finché non davano l’ordine di tornare a dormire.
Anche con le armi si cominciò subito. Prima una carabina calibro 22, poi il fucile Mas 36, il mitra Mat 38, bombe a
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mano offensive e difensive, mitragliatrice 12,7 e un sacco di altri strumenti del genere. Era persino divertente sparare alle sagome e poi andare a vedere i risultati. Con il fucile mitragliatore 24/29 riuscivo proprio bene, ma con il mitra ero davvero una frana. Non capivo proprio dove andassero a finire tutte quelle pallottole che, a raffiche corte e cadenzate e flettendo leggermente il ginocchio come diceva il sergente, mi pareva di piazzare sul bersaglio. Se c’erano due o tre buchi vicino ai bordi era già tanto. Le altre trenta e passa finivano invariabilmente chissà dove.
Per un mese non ci fecero uscire, impartendoci una serie di lezioni sul comportamento da tenere in città. Saida era una cittadina di qualche migliaio di abitanti, popolata da contadini e circondata da campi sterminati di grano e uliveti che arrivavano fino ai piedi di quelle che chiamavano montagne, ma per me erano solo colline. Le tenute agricole erano proprietà dei coloni francesi che, per via della guerriglia, avevano trasformato le loro case in fortezze con tanto di mura e torrette di avvistamento e la sera si chiudevano dentro, armati fino ai denti, per tornare a farsi vedere solo all’alba.
Gli algerini, che nelle tenute agricole entravano solo per lavorare, vivevano in casette basse intonacate a calce col tetto piatto, che formavano una linea quasi continua ai due lati della via principale lunga qualche centinaio di metri, che era l’unica asfaltata. C’era un negozietto quasi in ogni casa, su quella via, con merce tipo canestri e stuoie, coperte di lana a colori vivaci tessute al telaio, attrezzi agricoli, latte d’olio, scatolette e sigarette. Portandoci inquadrati in città, il sergente ci aveva fatto andare su e giù dicendoci che quello era l’unico percorso su cui eravamo autorizzati a muoverci. Assolutamente proibito entrare nei vicoli stretti che si perdevano tra le casette perché lì non c’era proprio niente da vedere e si poteva anche lasciarci la pelle. Raccontavano di legionari spariti senza
lasciare traccia e di altri trovati con la gola e altre cose tagliate. Era evidente che quelli del posto non amavano i soldati francesi. Te ne rendevi subito conto perché solo i ragazzini si fermavano a guardarci quando passavamo inquadrati cantando per andare al poligono di tiro, mentre gli adulti andavano e venivano per i fatti loro senza degnarci neanche di un’occhiata e i vecchi accucciati lungo i muri avevano lo sguardo vuoto. Qualche volta sputavano in terra. Ma era difficile capire se lo facevano perché è normale che i vecchi sputino o perché a vederci gli veniva voglia di sputare.
Anche se eravamo reclute e la guerra non l’avevamo ancora vista, la sentivamo nell’aria e sapevamo che eravamo lì per farla. Bisognava difendere i coloni che organizzavano il lavoro di quella gente perché, ci dicevano, da soli gli algerini non sapevano neanche piantare un albero. L’Algeria era le grenier de la France, «il granaio della Francia», ma non solo. Si parlava anche di petrolio e minerali pregiati che quei barbari proprio non avrebbero saputo come utilizzare. Inoltre, l’Algeria era equiparata al territorio metropolitano e, almeno dal punto di vista legale, gli algerini erano cittadini francesi. Nonostante questo, qualcuno si era messo a parlare di indipendenza, di sfruttamento coloniale, diceva che la dominazione straniera doveva cessare e soffiava sul fuoco della ribellione. La gente aveva dato ascolto a quel messaggio, e adesso il governo di Parigi era impegnato, con una presenza sempre più massiccia di truppe, a «mantenere l’ordine». Vietato parlare di guerra, c’erano solo problemi di ordine pubblico. Legionari, paracadutisti, unità corazzate erano lì in veste di poliziotti.
Ma la guerra c’era, eccome, contro un nemico invisibile ma presente dappertutto, nelle campagne, sulle montagne e nei centri abitati grandi e piccoli. Nella stessa capitale, Algeri, il Fronte di Liberazione Nazionale controllava saldamen-
te i quartieri periferici e soprattutto la casbah, centro storico abitato esclusivamente da algerini, ma neppure le zone più moderne ed eleganti della città, dove stavano gli europei, erano sicure. C’erano sparatorie e attentati a ritmo continuo. Terribili esplosioni avevano devastato locali e centri di ritrovo frequentati esclusivamente dai francesi, con centinaia di morti e feriti. La repressione si faceva ogni giorno più feroce, ma era come se cercassero di spegnere il fuoco con la benzina. Una situazione sempre più difficile da controllare.
I legionari anziani ci parlavano della guerra, degli scontri con i fellaghas, che erano i ribelli algerini, delle operazioni di rastrellamento, delle imboscate e anche degli amici morti, perché in Algeria si combatteva sul serio, e quando si combatte è normale che qualcuno muoia o resti mutilato. In caserma, la sera, quando non si era di servizio, l’unico svago possibile era andare al Foyer du Légionnaire, il «Focolare del legionario», che in pratica era una specie di osteria dove, oltre a una buona birra alsaziana, vendevano anche sapone, dentifricio, sigarette e mille altre cosette utili per la vita di tutti i giorni. Era lì che sentivamo i racconti dei legionari anziani. C’erano quelli che si esaltavano e non vedevano l’ora che i sei mesi d’addestramento finissero, perché erano impazienti di menare le mani. A me, invece, quelle cose mettevano dentro una vaga inquietudine. Sapevo che un giorno davanti al mirino del mio fucile mitragliatore non avrei più avuto sagome di cartone ma persone in carne e ossa e la cosa non mi esaltava per niente.
Coppi era un italiano del mio plotone, che aveva voluto chiamarsi così perché era tifoso di quel campione, ma in realtà si chiamava Musso e veniva da Cuneo. Lui era di quelli impazienti. «Garello, quattro mesi scarsi e saremo legionari veri: tatatà… tatatà…», diceva facendo la faccia cattiva e il gesto di sparare col mitra. Aveva un paio d’anni più di me e,
siccome dopo la terza birra diventava loquace, ormai sapevo tutto di lui. Si era arruolato perché non gli andava di continuare a fare il muratore. Mi aveva scelto come amico del cuore forse perché stavo ad ascoltarlo e quando stentava a reggersi in piedi lo accompagnavo in camerata, altrimenti finiva nei guai. «Ci sono regole scritte sulla carta da quelli di Parigi e regole che nessuno ha scritto ma sono nell’anima del legionario, e la principale di queste è la camaraderie, lo spirito di corpo, la solidarietà con i compagni…», ci ricordava il sergente Amstaldem, che aveva un nome olandese ma tutti dicevano che fosse un ex ufficiale tedesco delle SS.
Ubriacarsi e fare a pugni era severamente proibito, però uno era considerato ubriaco solo se non riusciva a raggiungere la camerata quando chiudevano il Foyer. Non importava se arrivava portato a spalle da un compagno. L’importante era che ci arrivasse. Se vomitava sul pavimento ma un compagno si affrettava a pulire, i graduati facevano finta di niente. La solidarietà di uno riscattava l’infrazione dell’altro. Per fare a pugni bisognava andare derrière les sciottes, dietro il muro in fondo al cortile dove c’erano i gabinetti della caserma. Era una specie di zona franca e darsele di santa ragione in quel posto non violava il regolamento di quelli di Parigi. Avere un occhio pesto, segno evidente di una discussione derrière les sciottes, era tutt’altro che una vergogna. Si poteva andarne fieri perché voleva dire che ci si era battuti. Non importava chi aveva vinto. L’importante era la capacità di battersi.
Anche quelli che avevano i gradi facevano a pugni, però dovevano toglierseli prima. Il sergente maggiore Koniewsky, che era russo, non ci pensava su due volte. Se ne combinavi qualcuna ti faceva scegliere: tre notti sul tavolaccio in cella di punizione oppure… e faceva il gesto di togliersi il giubbotto. Tutti sceglievano il tavolaccio, perché Koniewsky era una specie di gigante, però una volta Deviller, un belga che in realtà
era un francese di Marsiglia ed era stato pugile, aveva lasciato che Koniewsky se lo togliesse, il giubbotto, così per una quindicina di giorni anche il russo era andato in giro con gli occhi pesti. Senza rancore, comunque, perché da allora quei due al Foyer du Légionnaire fecero coppia fissa e quando si sbronzavano cantavano abbracciati, anche se Deviller era solo una recluta e l’altro un veterano pieno di medaglie.
Sullo spirito di corpo i nostri istruttori insistevano in modo particolare. «Se vi trovate in difficoltà perché vi aggrediscono, magari in un bar o per la strada, gridate: “À moi la Légion!”, e tutti i legionari che sentiranno quel grido dovranno intervenire. Un legionario deve essere difeso dai suoi compagni contro chiunque, anche contro militari di altri corpi o contro la polizia. Non importa se ha ragione o torto. Va difeso e basta, poi in caserma si faranno i conti, però i nostri li giudichiamo noi e nessun altro, compris?…»
Cominciammo ad andare in libera uscita. Non che ci aspettasse granché là fuori. Giusto le poche centinaia di metri della strada principale di Saida con tre o quattro bar dove potevamo andare. Neanche una ragazza per fischiarle dietro o lanciarle le battute per fare un po’ i galletti. Le algerine andavano in giro col velo e strisciavano come ombre lungo i muri cambiando strada quando prevedevano di passare troppo vicino a uno di noi. Naturalmente c’era il divieto assoluto anche solo di guardarle.
Non che l’argomento «donne» fosse stato trascurato, anzi, c’era tutta un’organizzazione con regole ben chiare. Chi voleva compagnia femminile doveva andare al Bordel militaire de campagne, cioè al «bordello militare in zona di operazioni», che per brevità era chiamato BMC. Un giorno ci ave-
«Mi ispiri fiducia» pag. 96
Chierichetto » 99
Sempre una questione di fiducia » 102
Come Francesco d’Assisi » 105
Studi classici » 108
Due vocazioni » 111
I giudizi degli uomini e quelli di Dio » 112
Libero » 115
III. Il mondo dentro e fuori il convento » 117
Frate Leone » 117
Novizio » 120
Assolto » 123
Momenti di crisi » 124
Chierico » 127
Un mondo pronto a esplodere » 130
Rivolta in carcere » 136
Sacerdote » 141
Due schieramenti » 143
In mezzo ai problemi della gente » 145
Sete di giustizia » 149
Dare un’anima al capitalismo » 155
IV. «Due soldi di coraggio…» » 165
Anima e corpo » 165
Destinazione: Bolivia » 167
Il treno dei contrabbandieri » 174
Dall’impero degli Incas alla «teologia della liberazione» » 180
Impressioni e timori » 188
Cochabamba, Sacaba, Koripila » 191
I ragazzi di Teoponte » 195
Povertà e sottosviluppo pag. 204
Dalla parte giusta » 211
Il «dottor» Terrazas e il capitano Camacho » 217
«Sorvegliato speciale» » 225
V. Chipiriri, territorio di frontiera » 233
Nel Chapare Tropical » 233
Rassegnazione o ribellione? » 241
Il «massacro di San Giovanni» » 245
Una pala meccanica per le piste » 252
Una scuola per i bambini di San Pedro » 258
Il sorriso beffardo di Julio » 266
Chi aveva ucciso Víctor? » 269
Accampati nella foresta » 275
Nel villaggio dei Trinitarios » 280
Lecito e illecito » 289
VI. Un rimedio contro la tristezza » 299
Un fardello pesante » 299
Un fiore sul sedile » 302
Una scelta cosciente e motivata » 310
VII. Il golpe in Bolivia » 317
«Ho ucciso un uomo…» » 317
La rabbia dei poveri » 321
A caccia di comunistas » 331
VIII. «Bienvenido en Chile» » 337
Un caffè con i carabineros » 337
El gran Santiago » 341
Un conto in sospeso » 345
Borsette per sbarcare il lunario pag. 349
I leggendari Tupamaros » 352
IX. Scontri e tensioni » 361
La paura, compagna inseparabile » 361
Difficoltà su ogni fronte » 364
Piantare tutto e fuggire? » 371
Poliziotti! » 374
Una situazione insostenibile » 377
Conto alla rovescia per Allende » 385
X. L’avvento di Pinochet » 389
Fuori da che cosa? » 389
Un passaporto per Jaime Paz Zamora » 395
«Dio capisce tante cose» » 396
Drammatici presagi » 399
11 settembre » 401
Rintanati per due giorni » 405
«In manus tuas…» » 409
All’ambasciata italiana » 411
Un’utopia assoluta » 414
XI. L’Italia degli «anni di piombo» » 419
Spaesato nel mio Paese » 419
Ancora «guerriglia metropolitana» » 423
Infiltrarmi e distruggerli » 432
I capi storici delle Brigate Rosse » 440
Una campagna di insulti e calunnie » 444
Il sequestro Moro e il processo ai capi storici » 448
Vita da pendolare » 452
Un sogno realizzato » 454
L’amore è l’unica via » 461
XII. Terrorismo vecchio e nuovo pag. 465
Una chiave di lettura » 465
La violenza non è una soluzione » 472
Figlie mie… » 485
Appendice » 489
Cronologia » 523


