LUIGINO BRUNI
IL QUARTO VANGELO Una rilettura di Giovanni
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Un Vangelo diverso, e necessario
Basta un cacciavite per entrare in paradiso. Samuele Bersani, Chicco e Spillo
PRIMA DI INIZIARE Il Vangelo di Giovanni, il quarto Vangelo, è un classico della letteratura antica, tra i libri più importanti della storia delle religioni e delle civiltà. Ha contribuito a creare il cristianesimo, lo sappiamo, ma insieme e dopo questo ha generato infinite opere d’arte, ha ispirato scrittori e poeti, ha aumentato il capitale narrativo e spirituale della terra, e continua ad accrescerlo. Senza Giovanni non avremmo Nicodemo, la Samaritana, Lazzaro, le nozze di Cana, il cieco nato; e Dante e Mantegna avrebbero avuto meno oro per comporre le loro opere. Prima di « toccare » Giovanni dovremmo chiedere il permesso ai giganti che ce lo hanno spiegato – almeno a Origene, Agostino, Tommaso, Meister Eckhart, Michelangelo, Salvatore Quasimodo, David Maria Turoldo. L’ho fatto, e poi ho cercato di scrivere senza mai perdere la consapevolezza di trovarmi davanti a un grande capolavoro, a un patrimonio dell’umanità. In questi anni mi sono seduto, spesso, con l’anima – e qualche volta anche col corpo – nella Cappella Si7 PAOLINE EDITORIALE LIBRI - © FSP Milano - All rights reserved - Estratto
stina e in molti musei e pinacoteche d’Italia e d’Europa popolate di temi giovannei, e lì ho provato a fare silenzio, e poi a scrivere queste note. Lì ho dialogato con il Vangelo di Giovanni e con il molto genio umano che attraverso i secoli lo ha reso più grande del suo autore. E finalmente ho capito qualcosa, grazie al Vangelo e ai suoi numerosi commentatori, soprattutto i più grandi. Giovanni è il Vangelo della maturità del cristiano, è quarto anche per questo. Arriva dopo i Sinottici 1, e anche se non ce lo dice (e probabilmente il suo autore non lo pensava), ha bisogno di Marco, di un altro evangelo di Gesù Cristo più essenziale e sobrio che lo introduca e lo renda un testo per chi sa già chi è Gesù. Dopo il molto tempo trascorso in compagnia di Giovanni non consiglierei a nessuno di iniziare la conoscenza di Gesù dal quarto Vangelo, ma senza Giovanni la conoscenza dell’evento cristiano, di Gesù di Nazaret e di Gesù Cristo, resta parziale e incompleta. Non avrei potuto commentare Giovanni se prima non avessi scritto i commenti a Marco e a Luca e molti altri libri sull’Antico Testamento. Giovanni è il Vangelo della seconda battuta, con lui la prima non è buona. Giovanni non ha dubbi che Gesù sia Dio, sembra anzi che di ciò sia più certo di quanto non lo siano i Sinottici; forse in questa fede solo Paolo gli può stare accanto. Noi lettori moderni su questo punto decisivo abbiamo invece qualche certezza in meno, e non tanto perché è diminuita la nostra fede in Gesù ma perché i molti secoli trascorsi dal sepolcro vuoto 1 La cronologia di Giovanni è comunque un tema complesso, lo vedremo a breve. Il « dopo » è più teologico che cronologico.
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di Giuseppe d’Arimatea ci hanno complicato non solo la parola di Dio, ma anche la parola Dio. Quando oggi – dopo Darwin, Freud e Nietzsche – pronunciamo la parola « Dio », nel secondo immediatamente successivo cento domande iniziano ad affollare il nostro cuore e la nostra mente, e inevitabilmente perdiamo quel candore che per millenni ha circondato questa parola. E così credere che Gesù è Dio invece di semplificarci la vita e la fede ce le complica, e la complicazione su Dio finisce per complicare anche Gesù – una complicazione che comunque può e deve diventare anche ricchezza. Allora leggere, meditare e magari studiare Giovanni può essere una buona strada per avvicinarsi da adulti un po’ appesantiti e magari stanchi ai due membri dell’equazione: Dio e Gesù. Fare amicizia con il Gesù di Giovanni può essere una buona strada per provare, finalmente, a fare di nuovo amicizia anche con il suo Dio. Perché se non ritroviamo un senso buono di dire « Dio », non solo la vita e la morte diventano molto complicate, ma è tutta la civiltà, col suo capitalismo, che perde il suo spirito – anche gli atei e gli agnostici hanno bisogno che la parola « Dio » abbia qualche senso. Per questo sarebbe davvero triste e troppo poco se a leggere il Vangelo di Giovanni (e questo suo commento) fossero solo i credenti e i cristiani: Giovanni è amico dell’uomo, forse ancora di più di chi la fede non ce l’ha mai avuta o un giorno l’ha persa senza ritrovarla più. Ho scritto queste pagine per uomini e donne di oggi, prima e indipendentemente dal loro status religioso e ideologico. Non è stato facile iniziare questo commento. Nonostante la grande considerazione e stima che ho per l’autore del quarto Vangelo, il lettore attento scoprirà subito che ci sono pas9 PAOLINE EDITORIALE LIBRI - © FSP Milano - All rights reserved - Estratto
saggi di Giovanni che ho avvertito lontani dalla mia sensibilità etica e spirituale di uomo del XXI secolo. Non l’ho seguito quando si arrampicava per i cieli e si dimenticava del regno della terra, quando il suo dualismo ci voleva convincere a lasciare il mondo al suo « principe » (Satana), facendoci dimenticare che il mondo è creazione di quel Padre protagonista del suo racconto, che lo ha amato fin dal principio e poi non ha smesso più di amarlo. Inoltre, quando dai Sinottici si passa a Giovanni, l’impressione che ci accompagna già dal Prologo è l’evanescenza del Gesù storico e delle sue parole, che lasciano quasi tutto il posto al Gesù Cristo di Giovanni – anche se, continuando la lettura e lo studio, il suo Gesù di Nazaret cresce e ci sorprende. Quelle parole (loghia) di Gesù, che il lettore esperto della Bibbia riesce a riconoscere o almeno a intuire in Marco o Luca, sono così mescolate con la teologia di « Giovanni » da rendere difficile sentire il profumo del parlare diverso e unico del maestro di Nazaret. Mi sono formato con l’economia, con la povertà e con le diseguaglianze, e anche il mio sguardo sulla Bibbia e sui Vangeli è stato ed è quello di chi scruta i testi sacri insieme a Lazzaro, il Lazzaro di Luca « abitante dei sotto-tavoli » non il Lazzaro risorto di Giovanni. Un giorno finalmente ho deciso di voler stare anche io, fermo, sotto il tavolo del ricco epulone, e da lì non mi sono più mosso. Il Gesù di Giovanni, forse per qualche residuo gnostico, ogni tanto perde contatto con gli abitanti dei piedi del tavolo di quel banchetto, gli interessano di più i tavoli delle nozze e il loro vino. E così, qualche volta, rischia di dimenticarsi della terra e delle creature « sotto il sole », troppo preoccupato a indicarci la salvezza che si trove10 PAOLINE EDITORIALE LIBRI - © FSP Milano - All rights reserved - Estratto
rebbe in un luogo talmente alto da non poter essere visto dalle vittime della storia. Incontrando questi versi celesti ho fatto di tutto per restare ancorato al suolo, e ho continuato a leggerli insieme ai crocifissi non ancora risorti. Ho cercato le salvezze dentro le aule scolastiche, negli uffici, nelle fabbriche, negli ospedali e nelle officine – da qui la scelta della frase di Samuele Bersani in esergo, un altro modo per dire laicità. Non è stato facile, dunque, iniziare questo commento. È però stato più appassionante terminarlo. Nel corso del lavoro ho infatti fatto amicizia con Giovanni, ed è stata una bella amicizia, e forse sono riuscito anche ad amarlo. Sarebbe triste se l’esercizio di scrivere un libro su un testo biblico non cambiasse per primo il suo autore 2. Giovanni alla fine mi ha sorpreso, mostrandomi un Gesù più umano di quello che mi era apparso al primo incontro con il suo Vangelo. Il lettore scoprirà facilmente le pagine che mi hanno coinvolto di più, spesso commosso, qualche volta incantato – e queste pagine non sono state poche.
IL QUARTO VANGELO E LA QUESTIONE GIOVANNEA Per molto tempo, in età moderna, il Vangelo di Giovanni è stato definito il quarto evangelo anche perché considerato quello meno importante, più lontano dai fatti e dal Gesù storico, una rielaborazione dei Vangeli sinottici insieme a tanta 2 È sempre triste vedere quegli autori che difendono una sola tesi per tutta la vita, come se la vita, nel suo trascorrere, non insegnasse nulla d’importante sulle nostre tesi di ieri. Tutti i libri che scriviamo ci cambiano, e i commenti biblici ci cambiano di più.
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fantasia teologica dell’autore. Un Vangelo quindi tardo, lontano, astratto, magari gnostico. Lo storico del cristianesimo Ernesto Buonaiuti fu condannato per le sue tesi storiche ed esegetiche troppo avanzate, eppure nel 1926 (l’anno della sua scomunica definitiva) così scriveva: « Oggi, una vita di Gesù, qualunque sia la sua ampiezza e comunque se ne vogliano le proporzioni, non può essere altro che il risultato di una paziente analisi filologica, letteraria e storica, dei tre Vangeli sinottici » 3. Dava quindi per scontato che il quarto Vangelo non contenesse dettagli storici originali che non fossero già contenuti nei Sinottici. Oggi nessuno studioso serio scriverebbe una tesi simile. Negli ultimi decenni, infatti, grazie anche alle scoperte di Qumran e di Nag Hammadi, gli studi storici, esegetici e di critica letteraria su Giovanni hanno conosciuto una nuova primavera, e soprattutto sono emerse nuove (e antiche) ipotesi sulla storicità del racconto di Giovanni, sul suo autore e sulla datazione del Vangelo, nonché sulle sue fonti diverse che rendono importante e co-essenziale la lettura di questo Vangelo diverso da molti punti di vista. La questione giovannea 4 consiste in massima parte nell’interpretazione delle difE. Buonaiuti, Gesù il Cristo, Formiggini, Modena 1926, p. 75. La questione giovannea include anche il rapporto tra l’autore/gli autori del quarto Vangelo e quello/i delle tre lettere giovannee e dell’Apocalisse – una questione complessa, che risente delle diverse ipotesi sull’identità dei vari « Giovanni », sulla quale non ci soffermeremo qui. Per una buona rassegna rimando a G. Marcato, Aggiornamenti sulla « Questione Giovannea »: da M. Hengel - J. Frey all’ultimo R.E. Brown, in Angelicum 1 (2006) 5-19. Mentre è molto arduo affermare che tutti questi testi attribuiti dalla tradizione a Giovanni non siano frutto della stessa « scuola » o tradizione antica, molti più dubbi rimangono sulla tesi che la mano del Vangelo, delle lettere e dell’Apocalisse sia la medesima. 3 4
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ferenze tra Giovanni e i Sinottici, che sono molte 5. A volte si ha anche l’impressione – lo vedremo – che il quarto evangelista volesse raccontare una storia di Gesù per correggere o sostituire gli altri racconti che, in qualche misura e forma, conosceva 6. La questione giovannea ha molto a che fare con le varie ipotesi sull’autore del Vangelo, perché dalle teorie formulate per rispondere a questa domanda ne discendono molte altre (datazione, destinatari, stile, scuola…) 7. Con l’inizio degli studi scientifici moderni sui Vangeli 8, si cominciò a scartare la tesi di Giovanni di Zebedeo come autore del quarto Vangelo perché ritenuta senza alcun serio fondamento, sebbene la tradizione fosse molto antica 9. L’idea 5 Clemente Alessandrino aveva definito il quarto Vangelo « Vangelo pneumatico » (spirito), mentre i Sinottici « Vangelo somatico » (corpo); cfr. Eusebio, Historia Ecclesiastica 6,14.7. 6 Anche se alcuni esegeti continuano a sostenerlo, è davvero arduo pensare, lo ripeto, che Giovanni (soprattutto l’ultimo redattore) non conoscesse le tradizioni sinottiche. 7 La lunga introduzione di R. Schnackenburg (Il Vangelo di Giovanni, Paideia, Brescia 1973-1981, orig. 1965-1975) resta, insieme a quella classica di R.E. Brown (Giovanni, Cittadella, Assisi 1979, orig. 1970), ancora un ottimo luogo dove conoscere le varie ipotesi sull’autore e sulla questione giovannea. 8 Studi filologici seri sui Vangeli e sulla Bibbia sono precedenti: Lorenzo Valla, Erasmo da Rotterdam, Ludovico A. Muratori, tra gli altri, avevano offerto ottimi contributi analizzando e confrontando manoscritti antichi in latino, ebraico, greco e altre lingue antiche; Scipione Maffei e Antonio Genovesi avevano anche messo in discussione traduzioni latine di alcuni passaggi della Vulgata di Gerolamo (sul quale resiste ancora un giudizio di rispettabile studioso e traduttore). Su questo cfr. L. Bruni, La terra del noi. Ombre e luci dell’economia della Controriforma, il Mulino, Bologna 2024. Con l’inizio del ’900 e il Modernismo, nella Chiesa cattolica divenne molto difficile, se non impossibile, avvicinarsi alla Bibbia con metodo storico-critico. 9 L’avevano sostenuto – per citare solo i più noti di quella antica tradizione – Ireneo di Lione (180-200 circa), ma ancor prima Policarpo di Smirne (135 circa, che lo avrebbe anche conosciuto), Policrate di Efeso, Clemente Alessandrino, il codice latino Muratori e Papia di Gerapoli (130 circa, altro personaggio ritenuto dalla tradizione testimone oculare di Giovanni l’aposto-
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dell’implausibilità di quella antica tradizione ha resistito bene fino alla metà del XX secolo, quando gli studi sulla questione giovannea hanno conosciuto una nuova primavera, con centinaia di indagini storiche ed esegetiche che, tra molte altre cose, hanno anche rivalutato l’antica tradizione (scartata dai moderni) su Giovanni di Zebedeo come l’autore del Vangelo. Restano ancora dubbi e dibattiti, ma oggi sono meno di ottant’anni fa. Ancora meno sono poi oggi coloro che mettono in dubbio che l’autore della prima tradizione all’origine del Vangelo sia l’anonimo « discepolo amato da Gesù », che incontreremo molte volte nel nostro commento. Quindi, con un colpo di scena non raro nella storia delle idee e delle fonti dei testi antichi, quel Vangelo scartato nella prima stagione di studi scientifici sulla Scrittura è diventato testata d’angolo del Nuovo Testamento, l’unico Vangelo che all’origine delle sue narrazioni potrebbe vantare con buone ragioni una fonte oculare. Da qui discende il grande valore anche storico di episodi, parole e segni che si trovano soltanto in Giovanni. La teoria « dei tre stadi » di Schnackenburg è ancora quella più condivisa 10: 1. Alle origini del Vangelo c’era una prima fonte orale, probabilmente in aramaico, risalente agli anni ’40-’50, quindi lo). Oltre all’autore, c’era una certa convergenza degli antichi anche sul luogo di composizione: Efeso. 10 Sebbene quasi ogni (grande) esegeta di Giovanni abbia una sua idea della natura, data, funzione e intreccio di questi stadi o strati, e anche del loro numero. Per esempio, R.E. Brown, il maestro di tutti gli studiosi contemporanei di Giovanni, ne proponeva cinque, sebbene nella sua ultima opera, postuma (An Introduction to the Gospel of John, Doubleday, New York 2003), li abbia ridotti anche lui a tre. 14 PAOLINE EDITORIALE LIBRI - © FSP Milano - All rights reserved - Estratto
più o meno coeva alla formazione del materiale sinottico. Per Brown 11 questo materiale restò sotto forma di tradizione non scritta per alcuni decenni (prova ne sono le citazioni dell’Antico Testamento in Giovanni, riportate a memoria, quindi forse raccolte mentre il testimone parlava). 2. Poi venne la prima scrittura, forse in greco, dell’evangelista vero e proprio, probabilmente il « discepolo amato » (forse il figlio di Zebedeo) 12. Questa prima stesura potrebbe risalire, anch’essa, alla stessa fase dei Sinottici, tra il 60 e il 70 13. 3. Infine, c’è un redattore finale (o gruppo di redattori) 14. Questo redattore finale si riferisce al « discepolo amato » come a un altro personaggio all’origine della testimonianza, come scritto esplicitamente nel capitolo 21, a indicare che gli scrittori degli stadi 1 e 2 sono diversi dall’ultimo (e
R.E. Brown, Giovanni, p. XLIV. Se il discepolo amato ripeté nelle sue comunità i racconti di Gesù per molti anni e quindi in molti luoghi, non deve stupirci che nella redazione finale del Vangelo ci siano ripetizioni, che troviamo varianti nelle diverse lezioni antiche, differenze su episodi molto simili narrati dai Sinottici (per esempio, Marta e Maria, la scena dell’unzione dei piedi…), guarigioni, detti e discorsi di Gesù (forse i capitoli 11-12 e 15-17). L’evangelista utilizzò anche materiali dello stadio 1 che non erano stati inseriti nella redazione dello stadio 2 (come emerge soprattutto dagli ultimi capitoli, lo vedremo). 13 Per una datazione così antica occorre quindi ipotizzare che tutti i passaggi del Vangelo che fanno riferimento alla polemica con i Giudei, che seguì la cacciata dei cristiani dalle sinagoghe, siano stati aggiunti al terzo stadio dal redattore, poiché l’espulsione risale agli inizi degli anni ’80. Se si scarta questa ipotesi (forse troppo esigente), anche il secondo stadio risulta successivo a questo termine post quem. 14 Come fa notare ancora Brown (p. CXXVI), il Codice Muratoriano (170 circa) riporta che Giovanni riferì « tutte le cose in suo nome, aiutato dalla revisione di tutti ». Una tesi analoga la troviamo nella prefazione alla versione di Giovanni nella Vulgata latina. 11 12
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forse erano più di uno) 15. Che questo discepolo amato, anonimo, sia Giovanni di Zebedeo, l’apostolo, è più controverso ma possibile e forse probabile 16. Tertulliano, attorno al 220, afferma che due Vangeli derivano da apostoli, cioè Giovanni e Matteo 17, mentre gli altri due (quelli di Marco e Luca) deriverebbero da discepoli di apostoli 18. La composizione finale da parte del redattore sarebbe datata tra il 90 e il 100, anche se non possiamo escludere che una prima edizione scritta fosse precedente di almeno dieci anni, più o meno contemporanea al Vangelo di Matteo 19. In conclusione, anche se ci piacerebbe avere la prova provata sull’identità dell’autore del quarto Vangelo, dobbiamo solo accontentarci di ipotesi, di molti « forse » e « probabilmente », i due avverbi che sono le parole più frequenti in questo 15 Nei libri antichi (vedi per es. Geremia) lo scrittore non coincide con l’autore, che poteva servirsi di scribi. Inoltre, come mostra sempre Brown (p. CXXVII), nei primi secoli cristiani erano molte le ipotesi su chi fosse lo scriba di Giovanni (inclusi Marcione e Papia). 16 Rimando ancora a Schnackenburg e soprattutto a Brown per una rassegna delle ragioni pro e contro l’identificazione dello zoccolo duro del quarto Vangelo nella testimonianza diretta di Giovanni figlio di Zebedeo, e sulle prove pro e contro che quest’ultimo sia il « discepolo amato ». L’ipotesi è comparata con altre tradizioni antiche, ma in genere più tarde, secondo le quali l’evangelista era Giovanni il Presbitero (Eusebio), Giovanni Marco (parente di Barnaba, cfr. At 12,25), o Lazzaro, l’unica figura maschile della quale si dice che Gesù lo « amava » e che avrebbe cambiato nome in Giovanni dopo la risurrezione (M. Eckhardt) – lo vedremo. Per l’ultimo Brown (An Introduction to the New Testament, Doubleday, New York 1997, p. 389), il Presbitero sarebbe l’autore delle tre epistole giovannee. 17 L’ipotesi di Matteo si è mostrata poi molto più fragile di quella di Giovanni. 18 Contro Marcione 4,2. 19 La data più tarda, termine ante quem, sarebbe il 110 (R.E. Brown, Giovanni, p. CI).
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libro, secondi solo a « Gesù » e « Dio »: « Alla questione se la tradizione storica che è alla base di Giovanni provenga da un testimone oculare, come Giovanni figlio di Zebedeo, si può rispondere scientificamente solo in termini di probabilità » 20. E, per ora, ci basta. Aggiungendo solo, con l’autorità di Brown e dei massimi esperti, che, tutto sommato, l’ipotesi antica che voleva all’origine del quarto Vangelo Giovanni di Zebedeo resta comunque quella più plausibile. Il mistero maggiore riguarda cosa sia successo nel passaggio dallo stadio 2 allo stadio 3. La domanda più rilevante allora diventa: ciò che noi oggi leggiamo nel Vangelo di Giovanni, soprattutto i suoi grandi discorsi, dialoghi, segni, in poche parole l’elaborazione teologica del quarto Vangelo, è frutto della mano e del genio del « discepolo amato » (forse Giovanni di Zebedeo) o del redattore finale, un discepolo (o scuola di scribi) del discepolo amato, dotato di un grande talento teologico e narrativo?
UNA NOTA SULLA GNOSI Per molto tempo, già a partire dagli studiosi dell’Ottocento, si è posta la questione dell’influenza e presenza gnostica in Giovanni, che veniva individuata nello stesso concetto di logos, per poi continuare, qua e là, in tutto il Vangelo. In particolare, si è discusso se Giovanni conoscesse il « mito gnostico del redentore », e se lo avesse utilizzato nella sua cristologia. Vestigia gnostiche si vedevano poi anche nel dualismo giovanneo: luce/tenebra, mondo/regno, cielo/terra, alto/basso. Oggi la gran20
R.E. Brown, Giovanni, p. CXXVIII. 17 PAOLINE EDITORIALE LIBRI - © FSP Milano - All rights reserved - Estratto
de maggioranza degli esegeti non crede che Giovanni – nei vari stadi di composizione – sia stato influenzato significativamente dalla gnosi, anche perché lo gnosticismo cristiano fa la sua comparsa dopo il 120 d.C., quando il Vangelo era già formato. Diversa, e più complessa, è invece la questione se l’autore del quarto Vangelo sia stato influenzato dalla gnosi precristiana, in particolare dai culti mandei, una questione non ancora del tutto chiusa 21. È invece indubbio che lo gnosticismo cristiano abbia utilizzato il Vangelo di Giovanni a supporto delle proprie dottrine. Vista la rilevanza – quantomeno nella storia della critica giovannea – del rapporto tra Giovanni e la gnosi, può essere utile spendere qualche parola in più sul tema. Con gnosi – dal greco gnosi, « conoscenza » – ci si riferisce in genere a un insieme di dottrine nate in ambienti antichi precristiani, teologie e narrative accomunate da alcune tematiche 21 Alfred Loisy, per esempio, le dedicò un saggio (Le Mandéisme et les origines chrétiennes, Nourry, Paris 1934), in cui da una parte criticava le tesi radicali di una derivazione mandea della stessa idea di Logos inviato (il « Messo ») nel quarto Vangelo, ma, dall’altra, riconosceva un certo influsso del mandeismo nei primi tempi della teologia cristiana. Il tema del mandeismo è parte della più grande questione dell’influenza gnostica su tutto il cristianesimo (e viceversa). Il modernismo, di cui Loisy fu co-fondatore, era molto attento a queste tematiche di storia delle religioni antiche e del loro ruolo nella nascita del cristianesimo. Ernesto Buoaniuti, altro importante esponente del movimento, nel saggio Detti extracanonici di Gesù (Libreria di cultura, Roma 1925) affrontava la questione dei nazirei e del loro vangelo, che Gerolamo, denuncia lo studioso, aveva confuso con il Vangelo degli Ebrei. Oggi l’interesse su tali questioni sembra essersi attenuato (senza comunque estinguersi), dopo aver conosciuto un nuovo grande impulso a seguito di Qumran (fine anni ’40). Per avere un’idea sul rapporto tra Giovanni e la gnosi, tema in auge nei primi decenni del ’900, cfr. A. Omodeo, La mistica giovannea, Laterza, Bari 1930, dove si trovano anche importanti approfondimenti sulla gnosi precristiana e quella cristiana, scomparsi dai commenti più recenti (ma comunque interessanti e non superati). Amodeo è convinto che il quarto Vangelo, in particolare il suo ultimo redattore, sia stato profondamente influenzato dalla gnosi precristiana.
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ricorrenti. Tra queste la salvezza legata a una conoscenza speciale, esoterica e superiore, quindi accessibile solo a pochi iniziati. Tra XIX e XX secolo si iniziò a studiare sistematicamente l’origine babilonese della gnosi, ed emerse un rapporto molto intimo fra la gnosi e il pensiero dei teologi babilonesi, tanto che per alcuni studiosi si doveva parlare non di parentela tra i due ma di una vera e propria derivazione della gnosi dai culti e dalle dottrine di Babilonia 22. Con gnosticismo, o gnosi cristiana, ci si riferisce invece a un fenomeno sviluppatosi in ambiente cristiano, a testi che contengono filosofie e teologie a loro modo cristiane. Una sorta di sincretismo religioso che seguì l’età apostolica (II secolo), dove si intrecciarono un’ellenizzazione del cristianesimo ed elementi religiosi orientali, dando origine a una fusione di temi precristiani (in particolare babilonesi) e di Nuovo Testamento. Quindi, per semplificare, la gnosi precede i Vangeli, lo gnosticismo li segue, e per i suoi oppositori ne rappresenta un’eresia molto grave 23. Adolf von Harnack, tra i primi importanti studiosi della gnosi, nella seconda metà dell’Ottocento riteneva che molta della teologia della Chiesa dei primi secoli fosse emersa come reazione all’attacco gnostico. Una tesi oggi considerata troppo radicale, sebbene sia innegabile che la gnosi precristiana abbia influenzato sia la teologia sia la prassi della Chiesa, non fosse altro che per combatterla e distinguersi da essa. Un grande tema dibattuto già dai primi studi di fine Ottocento è il possibile influsso gnostico sulla formazione del Nuovo Testamento, in 22 Su questo cfr. S. Minocchi, altro importante esponente del Modernismo, I miti babilonesi e le origini della gnosi, in Bilychnis 12 (1914). 23 Per molti Padri della Chiesa la gnosi degli gnostici era una cattiva conoscenza, quindi una falsa gnosi.
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particolare sul corpus giovanneo (quarto Vangelo e lettere), e sulle lettere di Paolo 24. Una questione dunque spinosa, complessa e controversa. Non si può negare, lo vedremo in più luoghi, che in Giovanni si trovino elementi molto amati dallo gnosticismo: le antinomie luce-tenebre, verità-menzogna, Dio-diavolo, la croce come glorificazione e innalzamento, un certo dualismo antropologico, la salvezza intesa come « conoscenza », e lo stesso concetto di Logos (almeno una sua interpretazione). Oggi alcuni studiosi ritengono che nella prima redazione del Vangelo di Giovanni ci fossero realmente alcuni tratti gnostici, ma poi, quando nella prima metà del II secolo la polemica anti-gnostica divenne potente, le redazioni (le lezioni che ci sono arrivate) successive abbiano purificato il quarto Vangelo da tali elementi o almeno dalle parti che davano sostegno alle tesi gnostiche – sebbene senza riuscirci del tutto. Dobbiamo riconoscere che lo gnosticismo è profondamente intrecciato con quelle che diventeranno nel II e III secolo la dottrina e la prassi cristiane. Si intersecarono, quindi si influenzarono reciprocamente, perché se da una parte il Nuovo Testamento e prima l’evento Cristo hanno profondamente cambiato la gnosi precristiana generando lo gnosticismo, è altresì vero che il cristianesimo ha assorbito alcuni elementi gnostici che dai primi secoli sono arrivati alla modernità attraversando tutto il Medioevo. Pensiamo alla tradizione monastica, soprattutto quella orientale. Non è un caso che i codici gnostici di Nag Hammadi, che insieme a Qumran è il ritrovamento archeologico biblico più importante dell’età moderna, fossero parte di una biblioteca di un monastero cristiano egiziano fondato da Paco24
Cfr. W. Schmithals, Nuovo testamento e gnosi, Queriniana, Brescia 2008.
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mio. Come non sarebbe difficile individuare in quella teologia cristiana che intende il corpo come prigione dell’anima un influsso gnostico, cui può essere legata anche l’idea di verginità come stato di vita superiore al matrimonio (o come sostituto del martirio), un pilastro della tradizione cristiana e poi cattolica. Certo, queste sono ipotesi che non vanno radicalizzate né assolutizzate, e per molte buone ragioni: l’ascetismo non è esclusivo della gnosi, non tutta la gnosi è ascetica, e soprattutto il monachesimo è molto più della sua ascesi 25. Infine, i problemi principali che si nascondevano dietro il fascino della costruzione delle gnosi cristiane sono tutti decisivi. Il primo riguarda direttamente l’incarnazione. Gli gnostici non amano la carne, la vivono come decadenza o gabbia dello spirito (e, di conseguenza, non amano l’eucaristia). Quindi non accettano un Logos che si fa carne e che, addirittura, soffre e muore veramente – non è difficile immaginare il Prologo di Giovanni anche come un testo anti-gnostico, sebbene ne usi alcune categorie. E un cristianesimo senza carne e senza incarnazione diventa altro, la storia diventa apparenza, fiction; il dolore non ha un senso vero e quindi non è redento e resta per sempre. 25 La forma di vita del primo monachesimo, centrato anche sull’ascesi, cioè sulla ginnastica spirituale ed etica, è più facilmente riconducibile a elementi gnostici che all’umanesimo biblico. La forma di vita che emerge dal Nuovo Testamento è infatti centrata sulla metanoia, che si realizza in un istante e che non è il risultato di un lento e penoso esercizio etico. È evidente, sul piano pratico, che comunità di uomini e donne che non si esercitassero nell’ascesi morale e nelle virtù darebbero molto difficilmente origine a una vita comunitaria sostenibile e buona; tuttavia, in linea di principio, anche una comunità di cristiani non virtuosi ma che si amano scambievolmente e credono nel Vangelo è una comunità pienamente cristiana. L’ascesi può aiutare la vita cristiana, ma anche trasformare il mezzo (l’esercizio) nel fine.
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All’incarnazione è legato un secondo aspetto decisivo, cioè l’assenza (quasi totale) dell’Antico Testamento nella gnosi: non a caso Marcione, che voleva eliminare l’Antico Testamento dal canone cristiano, si muoveva nell’alveo della gnosi, con le sue note tipiche e divergenze 26. Da questa assenza deriva anche il dualismo antropologico che non vede l’essere vivente nella sua interezza ma come una lotta perenne tra anima e corpo, tra alto (spirito) e basso (carne). L’umanesimo biblico vede invece l’Adam integrale, e la salvezza è salvezza di tutta la persona. Ogni volta che nel cristianesimo abbiamo separato il corpo dall’anima e l’abbiamo combattuto come decadenza dello spirito, ci siamo allontanati dalla storia e dai poveri, e la gnosi ha vinto, anche se non lo sapevamo. Inoltre, disprezzare il corpo in nome dello spirito è sempre stata una via maestra per ogni forma di abuso, fisico e spirituale, ieri e oggi. Terzo punto: la gnosi porta a enfatizzare, fino ad assolutizzarla, la dimensione intellettuale della vita. Ci salviamo comprendendo Dio e il mondo, non amandolo – l’agape e la h.esed sono le grandi assenti nell’etica della gnosi. Quindi la salvezza è intesa come l’ingresso in un club privato, in un hotel a cinque stelle accessibile solo a chi possiede la moneta della conoscenza speciale, che si esprime in liturgie spettacolari, meravigliose e disincarnate, in puro consumismo emotivo – e anche i recenti tentativi di ridurre il cristianesimo a « credere » in Dio, sono derive gnostiche (la fede in Cristo è 26 Su Marcione e la gnosi resta ancora ottimo il trattato di A. Harnack, Storia del dogma, vol. 1, Introduzione e incubazione, Cultura Moderna, Mendrisio 1912. Cfr. anche Il Vangelo di Marcione, a cura di A. Nicolotti e C. Gianotto, Einaudi, Torino 2019.
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molto più di un atto cognitivo). E la gente normale, il popolo, le mani e i piedi, il cuore e la carne, soprattutto i poveri, escono di scena, finiscono dietro le quinte e non si vedono più. Ogni volta che una comunità cristiana cade in questa trappola, torna a rivivere la gnosi. In conclusione, anche la gnosi, come molte narrative religiose, è nata come strumento per sconfiggere la morte e per dare un senso al dolore nel mondo. La storia mostra uno spettacolo di sofferenze e sventure ingiuste che lanciano un grido verso un altrove. La gnosi ha provato a raccogliere questo urlo, ma mentre il cristianesimo e altri universi religiosi morali cercavano risposte cambiando anche e soprattutto il mondo quaggiù, essa trasferiva questi problemi nel campo vago dell’astrazione, diventando quindi incapace di asciugare una lacrima vera, di abbracciare una vittima 27. Nella gnosi si costruisce un mondo immaginario perfetto per dimenticare il mondo vero imperfetto. Non c’è dunque spazio per il grido concreto delle vittime e dei sofferenti, perché ogni imperfezione e ogni disordine vengono gestiti con il grande strumento dell’illusione. Ieri, e sempre, perché nel mondo gnostico « l’idea della realtà è superiore alla realtà ». I primi teologi cristiani capirono che se i cristiani fossero stati sedotti in massa dalle sostanze stupefacenti della gnosi, il cristianesimo si sarebbe snaturato perché avrebbe perso la sua natura popolare e storica. Infatti, insieme ai Padri della Chiesa, la grande oppositrice della gnosi è stata la pietà popolare, la fede vera della gente normale, quella dei poveri e del27
E. Buonaiuti, Lo Gnosticismo, Ferrari, Roma 1907. 23 PAOLINE EDITORIALE LIBRI - © FSP Milano - All rights reserved - Estratto
le donne, di chi sapeva e sperava che la salvezza non fosse una faccenda solo per i dottori, per i sacerdoti e per gli esperti. La gnosi l’hanno combattuta, senza saperlo, le lacrime delle donne davanti alla statua dell’Addolorata, le processioni dietro i santi, i baci infiniti agli angioletti e al costato di Gesù. È stata la fede della gente vera, povera e imperfetta, che non sapeva nulla di dogmi e di teologia ma sapeva bene che la croce di Gesù era vera perché erano vere le loro croci quotidiane. Se il cristianesimo del terzo millennio si salverà dalle nuove gnosi interne ed esterne alle Chiese, il primo e più efficace antidoto sarà ancora la fede del popolo, la verità della sua carne, dei suoi dolori e della sua letizia semplice e ordinaria. Un’ultima nota. Questo libro è soprattutto un dialogo tra chi scrive e il Vangelo di Giovanni. Non ha particolari pretese tecniche, sebbene speri di aver preso abbastanza sul serio il lavoro degli esegeti e degli storici. Nei dialoghi tra amici adulti non si ha paura di fare domande difficili, e occorre superare la tentazione più comune quando uno dei due amici è un testo immenso, quella cioè di diventare ruffiani, e quindi fare solo le domande che compiacciono l’amico. Qualche lettore potrà trovare domande che riterrà inopportune, magari sfacciate, e sono consapevole che avrà dei buoni motivi per pensarlo. Altri le troveranno invece troppo timide e prudenti, e avranno altrettanto buone ragioni. Ho solo scritto quanto sono stato capace di scrivere, nella consapevolezza che il cristianesimo, la Chiesa e la fede cristiana stanno attraversando un tempo molto difficile, e le domande theologically correct forse non sono quelle più utili e responsabili. Forse. Buona lettura.
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Indice
Un Vangelo diverso, e necessario
pag. 7
I. E Dio divenne la sua immagine (1,1-51)
»
25
II. I primi segni (2,1-25)
»
67
III. Tra l’antico e il nuovo (3,1-36)
»
85
IV. L’aurora di un’altra adorazione (4,1-54)
»
99
V. La realtà è superiore all’idea (5,1-47)
» 121
VI. I molti pani della vita (6,1-71)
» 137
VII. Un altro tempo, un altro Regno (7,1-53)
» 159
VIII. Sine merito (8,1-59)
» 177
IX. La leadership della schiena (9,1-41)
» 199
X. La legge dell’anello debole (10,1-42)
» 213
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XI. L’homo sapiens, un animale capace di risurrezione (11,1-57)
pag. 231
XII. Il profumo e gli osanna (12,1-50)
»
251
XIII. Il linguaggio credibile dei piedi (13,1-38)
»
275
XIV. L’età dello Spirito è iniziata (14,1-31)
»
295
XV. E la reciprocità divenne comandamento (15,1-27)
»
311
XVI. La felicità è troppo poco (16,1-24)
»
325
XVII. Che tutti siano una cosa sola (17,1-26)
»
339
XVIII. Come pecora mansueta e piena di dignità (18,1-40)
»
357
XIX. Felix culpa? (19,1-42)
»
381
Prima dell’epilogo
»
409
XX. La vera fedeltà è all’inatteso (20,1-31)
»
411
XXI. Epilogo (21,1-25)
»
433
Ringraziamenti
»
445
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