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Portogruaro.Net Magazine

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Personaggio

Antonio Fantin, campione mondiale e paralimpico

Inserto speciale

Ambient’Azione in Porto alla sua terza edizione di successo

Portogiovani

La giovane rugbista Gaia Buso da San Stino alla Nazionale

La Città del Lemene ha attraversato negli ultimi decenni un significativo cambiamento del panorama religioso, vissuto sempre nel massimo rispetto reciproco tra le confessioni ed aiutato anche dal lavoro del Servizio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo

Interreligioso. In questo numero Portogruaro.Net prova a fare una mappatura dei culti maggiormente praticati nel territorio.

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DDire che l’enogastronomia è cultura del territorio equivale a invitare con forza, in maniera quasi identitaria, a superare l’idea del cibo come semplice nutrimento per riconoscerlo invece come linguaggio, memoria e racconto collettivo. La conoscenza di un luogo non si esaurisce nello sguardo o nella visita, ma si completa – e forse si rivela davvero – attraverso l’esperienza sensoriale dei suoi piatti e dei suoi vini. È nel gusto, nei profumi, nelle tradizioni tramandate che si manifesta l’anima più autentica di un popolo. In questo intreccio tra territorio e cultura, l’enogastronomia diventa così una chiave privilegiata per leggere la storia, le abitudini e l’identità di un posto e delle sue genti. Non solo un patrimonio da preservare, ma un’esperienza da vivere e condividere. Ed è proprio da questa consapevolezza che prende forma il ciclo di “Lezioni di cultura enogastronomica” proposto dall’Enoclub Portogruaro, pensato come un viaggio capace di unire conoscenza, passione e radici locali. I tre appuntamenti in calendario sono ideati dal Consiglio dei Maestri, con il supporto di aziende e professionisti del territorio, con il patrocinio del Comune di Teglio Veneto e in collaborazione con l’associazione “Sagra del bisat”, presso i cui locali (via Ciol, 8 –Cintello di Teglio Veneto) si tengono le lezioni, a cui è possibile partecipare per i singoli incontri, oppure all’intero ciclo. Il programma prevede:

Lezione I: Giovedì 26 marzo 2026 (ore 18:00)

“Il magico paesaggio delle acque: dalla Venezia orientale alla bassa friulana”

Nella serata: documentario a cura del Maestro Enoclub Leandro Costa; “Sicurezza idraulica e tutela ambientale nel Veneto Orientale” a cura dell’Ing. Sergio Grego, Dirigente tecnico Consorzio di Bonifica.

A tavola: Frico e polenta, frittura fresca di paranza, crostata di mele, vino bianco Friulano.

Lezione II: Giovedì 9 aprile 2026 (ore 18:00)

“La pasta alimentare: tremila anni di storia. I fagioli cibo per poveri”

Nella serata: documentari a cura del Maestro Enoclub Leandro Costa; “Il Supermercato e la spesa alimentare: suggerimenti” a cura del Maestro Enoclub Alvaro Bari, ex dirigente d’azienda.

A tavola: pasta e fagioli alla veneta, cotechino nostrano, radicchio di campo e fagioli, vino Cabernet Franc Doc Venezia.

Lezione III: Giovedì 16 aprile 2026 (ore 18:00)

“La biava (mais): inno alla polen-

ta. Il formajo”

Nella serata: documentario a cura del Maestro Enoclub Leandro Costa; Latteria Viotto Fortunato racconta “Le latterie turnarie; lavorazione e produzione del Formaggio”. A tavola: risotto primavera, selezione di formaggi veneti, friulani e di malga in degustazione, torta con ricotta, vini Doc e Docg Venezia.

Per partecipare alle iniziative è obbligatorio iscriversi su: www.enoclubportogruaro.it

Personaggio

Direttore Responsabile: Vincenzo Zollo

In redazione: Maurizio Conti, Armando Faragò, Roberto Raspatella, Tommaso Rossato, Giovanna Tinunin, Elisa Zanotel “LA PAROLA A...” è una rubrica di inserzioni promozionali redazionali a pagamento.

Nessuna parte di questa pubblicazione può essere utilizzata in alcun modo, incluse le inserzioni pubblicitarie che sono di proprietà dell’editore che ne vieta la riproduzione anche parziale con qualsiasi mezzo. Manoscritti, fotografie e disegni anche se non pubblicati, non si restituiscono. Portogruaro.Net lascia agli autori degli articoli l’intera responsabilità delle loro opinioni; garantisce la riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione, scrivendo o telefonando alla redazione. L’editore rimane a disposizione di altri eventuali aventi diritto di copyright su testi o immagini che non è stato possibile contattare. Stampa: Centro Servizi Editoriali Distribuzione gratuita © Copyright 2005-2026 Portogruaro.Net VISYSTEM EDITORE by TVO srl Borgo San Gottardo,55 - 30026

di Vincenzo Zollo

CITTÀ D’ARTE, DI CULTURA, DI MUSICA E… TERRA DI INCONTRO FRA CONFESSIONI RELIGIOSE DIVERSE

PORTOGRUARO HA ATTRAVERSATO NEGLI ULTIMI DECENNI UN SIGNIFICATIVO CAMBIAMENTO DEL PANORAMA RELIGIOSO, VISSUTO SEMPRE NEL MASSIMO RISPETTO RECIPROCO TRA LE CONFESSIONI ED AIUTATO ANCHE DAL SERVIZIO DIOCESANO PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO

Il fenomeno immigratorio in corso a partire dai primi anni ’90 ha determinato anche l’arrivo di persone appartenenti a confessioni religiose diverse da quella cattolica romana, di gran lunga prevalente tra la popolazione italiana e più in generale europea.

A livello mondiale le religioni monoteiste hanno un diverso numero di fedeli, cosa differente dai praticanti, che si può riassumere con questi numeri: il Cristianesimo è la religione più diffusa, con oltre 2,3 miliardi di fedeli, principalmente in Europa, America e Oceania. Si divide in cattolici, protestanti e ortodossi.

L’Islam, che conta oltre 1,9 miliardi di fedeli, presenti principalmente in Medio Oriente, Nord Africa, parte dell’Asia (es. Indonesia, Pakistan) ma anche in Europa. Le due correnti principali sono sunniti e sciiti.

L’Ebraismo con circa 14-15 milioni di seguaci, è concentrato prevalentemente in Israele e negli Stati Uniti.

Queste confessioni condividono la fede in un unico Dio, sebbene con differenze teologiche significative, e affondano le loro radici nella figura patriarcale di Abramo.

Anche nella Città del Lemene esiste un pluralismo di confessioni religiose che vede il prevalere della religione cattolica presente sul territorio con numerose Parrocchie: Parrocchia di Sant’Andrea Apostolo (Duo -

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mo), Sant’Agnese, Parrocchia di San Nicolò Vescovo (Frazione Portovecchio), Parrocchia di San Giacomo (Frazione Lugugnana), Parrocchia di Santa Maria Maggiore (Frazione Summaga), Parrocchia di Santa Maria Assunta (Frazione Giussago) e Parrocchia San Nicolò Vescovo (Frazione San Nicolò), Parrocchia di Santa Rita e Parrocchia della Beata Maria Vergine Regina.

Alle quali aggiungere altri luoghi di culto importanti quali il Santuario Nostra Signora di Fatima, la Chiesa dei Santi Cristoforo e Luigi presso il Collegio Marconi e altre Cappelle Istituzionali per la Messa festiva presso l’Ospedale Civile e la Casa di Riposo Francescon.

Importante presenza a Portogruaro anche quella dell’Istituto Vescovile “G. Marconi” all’interno del quale hanno insegnato studiosi prestigiosi quali don Primo Paties e don Antonio Scottà.

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Prendendo in considerazione, ad esempio, la Parrocchia di Sant’Andrea, fra le varie attività pastorali, vi è anche quella rivolta agli adolescenti con tre campi scuola per i ragazzi delle scuole elementari e delle secondarie di primo grado e l’attività estiva rivolta ai ragazzi delle secondarie di secondo grado (GREST) che vede l’impegno di un centinaio di animatori che seguono trecento partecipanti alle attività ricreative e culturali proposte. Di grande rilievo la presenza del Centro di Ascolto Caritas, con sede presso l’Oratorio San Pio X, che svolge il suo servizio per il territorio portogruarese, e la Caritas parrocchiale, alla quale si rivolgono una novantina di famiglie, prevalentemente extra comunitarie, per avere un aiuto e che lavora in rete con i Servizi Sociali del Comune.

A Portogruaro sono presenti altre due confessioni cristiane: la Chiesa Ortodossa Rumena e la Chiesa Cri -

stiana Evangelica (Assemblee di Dio in Italia).

Il cristianesimo si è arricchito della componente cattolica di rito grecocattolico, di cui fanno parte molti ucraini, in particolare quelli che provengono dalle regioni confinanti con la Polonia. Sempre alla grande famiglia cristiana appartengono i fedeli ortodossi delle Chiese nazionali di Romania, Ucraina, Moldavia e Russia.

La Parrocchia ortodossa rumena, intitolata a San Saba è una comunità che si integra nel tessuto religioso locale, partecipando anche a eventi ecumenici come la Veglia di Pentecoste nel territorio diocesano di Concordia-Pordenone.

I fedeli si riuniscono nella piccola Chiesa dell’Annunziata che si trova in Via del Seminario e che dal 2011, grazie ad una convenzione fra la Diocesi di Concordia Pordenone e la Parrocchia di San Saba Monaco, viene utilizzata dai fedeli sia ortodosso rumeni che da quelli greco cattolici-ucraini, simbolo di quel Dialogo Ecumenico a cui grande attenzione viene riservata dalla Diocesi di Concordia Pordenone attraverso il Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso che organizza preghiere comuni, incontri di riflessione e la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Il percorso coinvolge la Chiesa Ortodossa Rumena, Macedone e la Chiesa Evangelica Battista, puntando su fraternità e solidarietà.

Il Servizio gestisce le relazioni interreligiose e organizza percorsi di formazione, come il ciclo “Camminare sulle spalle dei maestri – III edizione”, focalizzato su “Pellegrini nel tempo dell’incertezza” in collaborazione con il Gruppo dialogo interreligioso di Pordenone. Altra comunità cristiana presente nella Città del Lemene è quella della Chiesa Cristiana Evangelica A.D.I. (Assemblee di Dio in Italia) Portogruaro e Concordia Sagittaria che occupa una sala al piano terra di una palazzina appena fuori dal centro storico. Questa comunità si dedica alla diffusione del Vangelo e alla condivisione della fede cristiana basata sugli insegnamenti biblici.

Al di fuori del cristianesimo sono poi presenti i Testimoni di Geova, la cui comunità si è sviluppata con il ritorno a casa di alcune famiglie di nostri emigranti a partire dalla metà degli anni Sessanta, e i musulmani (tutti di ramo sunnita) che si possono stimare in circa 400 persone adulte provenienti soprattutto dal Marocco, dall’Egitto e Bangladesh e Pakistan e in misura minore anche dai Balcani (Bosnia, Kosovo, Macedonia del Nord). Sono invece modestissimi i numeri (qualche famiglia) dei fedeli dell’Islam originari del Centro Africa. Molti sono diventati cittadini italiani.

Ci sono due Centri culturali islamici, uno a Fossalta di Portogruaro e uno in Via Bassa a Portogruaro dove i fedeli musulmani si recano cinque volte al giorno per le preghiere oltreché per la preghiera più importante che è quella del venerdì di ogni settimana.

I fedeli si riuniscono per la preghiera soprattutto di notte visto che di giorno sono al lavoro.

I Testimoni di Geova hanno la loro sede subito dopo l’Ospedale Civile dove sorge la Sala del Regno. La prima comunità risale al 1996 e si riuniva all’interno di abitazioni private per poi celebrare le adunanze a Latisana fino al 1997 quando,

in conseguenza dell’aumento del numero dei fedeli e dopo aver acquistato il terreno l’anno prima, venne eretta la Sala del Regno dei Testimoni di Geova.

I lavori della sala furono completamente finanziati con il libero contributo dei fedeli.

A Portogruaro anche una presenza ebraica che risale almeno al 1575,

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quando la comunità fu invitata da Venezia per gestire banchi di pegno e attività commerciali. Un cimitero ebraico era attivo nella zona dell’attuale borgo San Gottardo. La storia locale include anche tragiche deportazioni durante la Seconda Guerra Mondiale, ricordate oggi con pietre d’inciampo.

Una Città ricca, dunque, di sensibilità religiose diverse che si sono incontrate sulle rive del Lemene sempre con rispetto reciproco. Importante è stato quindi il recente incontro organizzato dal Servizio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, ultimo del terzo ciclo “Camminare sulle spalle dei Maestri”, espressione del Gruppo di dialogo interreligioso presente nel territorio pordenonese. In questi 30 anni il panorama religioso del territorio è significativamente cambiato. La secolarizzazione, che fino alla fine degli anni ’80 faceva parlare sociologi e filosofi della “morte di Dio” nella nostra società, nel XXI secolo pare non più adeguata a leggere la realtà. La ricerca spirituale è ben viva nella nostra società, ma con forme nuove. Persone che si definiscono “non religiose, ma spirituali”. Nel corso del convegno sono state presentate quattro novità principali, legate certamente ai cambiamenti culturali ma anche ai flussi migratori, che con nuove entrate e significative partenze, hanno rideterminato il panorama religioso. L’indagine ha analizzato le presenze in quello spazio che si stende tra i fiumi Livenza e Tagliamento, corrispondente alla ex provincia di Pordenone, una parte di quella di Venezia e un frammento di quella trevigiana. È questo anche il territorio della Diocesi di Concordia-Pordenone.

L’indagine, durata alcuni mesi, ha riportato anche indirizzi e contatti per chi avesse bisogno di relazionarsi con i responsabili delle comunità. Siano essi insegnanti, operatori culturali, sacerdoti, operatori sanitari, giornalisti, forze dell’ordine. La ricerca si definisce work in progress perché abbisogna di continui aggiornamenti, per i motivi indicati, ma anche perché i “cercatori spirituali” originano aggregazioni spontanee non necessariamente istituzionalizzate.

Il Gruppo di dialogo interreligioso è il frutto di un cammino di conoscenza reciproca tra parrocchie della città e comunità islamica che si era avviato più di dieci anni fa. Nel tempo è cresciuto e si è trasformato. È composto dai rappresentanti delle due comunità islamiche del territorio, dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, dalla Soga Gakkai, da una delle due comunità Sikh pasianesi, dalla Chiesa evangelica Battista. Ambizione del gruppo ovviamente è allargarsi quanto più possibile, nella certezza che le religioni sono una delle maggiori strade per la costruzione della pace e di una società migliore.

Maurizio Conti

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Cari lettori, ecco una bella storia le cui basi fondano sull’importanza dell’imprevedibilità e sul saper virare nella vita sfidando ogni limite.

Nel 2005 Antonio nasce per la seconda volta, a seguito di un intervento molto rischioso per una rarissima malformazione artero-venosa. La riabilitazione postoperatoria? Il nuoto. Un bambino che inizialmente non voleva saperne di entrare in acqua. Grazie a mamma Sandra, la sua “fata turchina”, nella corsia 6 della piscina olimpionica di Lignano Sabbiadoro Antonio muove le sue prime bracciate. Il suo impegno, la sua passione e soprattutto la sua storia saranno celebrati con l’oro nei 100 metri ai Giochi Paralimpici di Tokio2020 e Parigi2024. Tredici titoli Mondiali, dieci ori agli Europei. È autore del libro “Punto. A capo” edito da Piemme, una testimonianza dedicata a tutti i piccoli grandi sognatori.

Antonio, che significato dai alla parola “limite”?

Io dico sempre che, per fortuna, esistono i limiti. Se non ci fossero non si potrebbero superare. Tante volte di un atleta si dice che non abbia limiti, esaltandolo come un supereroe. Invece il limite c’è. Non è vero che al raggiungimento di un obiettivo, sia nello sport che nella vita, non si possa andare oltre.

Nel tuo libro, “Punto. A capo” scrivi che tuo nonno ti ha in-segnato (segnato dentro). Cosa ti ha lasciato?

Mio nonno mi ha lasciato l’insegnamento di saper cambiare prospettiva. Quando qualcosa non va bene devi far-

ANTONIO FANTIN, CHE BELLA STORIA

ANTONIO FANTIN, BIBIONESE CLASSE 2001, NUOTATORE CAMPIONE MONDIALE E PARALIMPICO, HA RACCONTATO A PORTOGRUARO.NET LA SUA VITA

la andare bene. Prima di tutto devi crederci tu, devi sentirti dentro che quella cosa riuscirai a farla.

È importante avere qualcuno che ti stia vicino? Quelli che tu stesso definisci “riequilibratori”?

Vedi, tu sei la somma di tutte le persone che ti influenzano e che frequenti nella vita. Soprattutto se quelle persone le vivi tutti i giorni. Li chiamo

riequilibratori perché ti permettono di sentirti al sicuro. Allo stesso tempo, però, non ti tengono ancorato a terra e, viceversa, quando voli troppo alto ti ricordano di stare un po’ più in basso. Ecco, ci rendono normali.

Alex Zanardi è conosciuto per “La regola dei cinque secondi”, tu quando ti accorgi di aver dato tutto, ma proprio tutto?

Alla fine della gara e ancora di più nell’allenamento.

Le nostre gare durano poco, quindi hai meno capacità di renderti conto dove sei. In alcune gare, come i “100 stile” hai tempo per realizzare il momento. Quando sono brevi non hai il tempo materiale per pensare, se non quello di attivare gli automatismi che alla fine crei in allenamento. Ed è proprio nell’allenamento che penso e provo delle emozioni, dove arrivo al limite più che in gara. Nella mia mente a quel punto faccio uno “switch”: dal non farcela più alla realizzazione di aver superato il limite. Mi dico, “Ok, ce la faccio”.

In occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali Milano Cortina 2026, hai sfilato come tedoforo durante la tappa della fiaccola a Venezia, com’è stato?

Una bella emozione. In uno sport individuale esasperi la soggettività e arrivi ad un livello di egoismo in gara, nel senso positivo del termine, che ti fa rivalutare tutto.

Nel momento in cui sei il tedoforo, devi aspettare il tedoforo prima di te e sai che a tua volta sarai aspettato da quello successivo. Ti rendi conto quindi che da solo conti poco. Per fare cose grandi devi saper aspettare gli altri e farti aspettare.

Capita di sentire storie di persone con disabilità che si chiudono in casa per paura di mostrarsi. Una storia come la tua può essere un esempio per aiutarli?

Nel momento in cui riesci a parlare di un atleta o di qualsiasi persona che ha raggiunto un obiettivo elencando anche quelle che sono state le sue problematiche o fragilità, lo rendi più umano. Fai capire alle persone che stanno vivendo un momento di difficoltà che ce la possono fare comunque. Raccontare le proprie fragilità è un modo per dare coraggio a tutti e anche a te stesso.

Tommaso Rossato

AMBIENT’AZIONE IN PORTO, TERZA EDIZIONE: CONOSCENZA, RELAZIONI E RESPONSABILITÀ

Le giornate centrali della terza edizione di Ambient’Azione in Porto si sono concluse con una sensazione precisa: quando un festival nasce dentro una comunità, non produce soltanto eventi. Produce incontri, domande, possibilità.

Ambient’Azione in Porto è un festival diffuso, avviato a ottobre con una serie di laboratori nelle scuole, e questo racconta bene il suo modo di stare nel territorio. A metà marzo, nei giorni clou del programma, si sono alternati incontri, mostre, camminate, laboratori, spettacoli. Famiglie con bambini, studenti, cittadini curiosi, persone già impegnate sui temi ambientali: mondi che spesso non si incontrano. Eppure, qui, per qualche ora o per qualche giorno, hanno condiviso lo stesso spazio-tempo.

E quando parliamo di ambiente, piuttosto che da una formula o una parola d’ordine, la cura nasce forse proprio nell’incontro, nel tempo necessario per ascoltarsi, per confrontarsi, per riconoscere che esistono modi diversi di stare al mondo e di difenderlo. La sfida non è uniformare queste differenze, ma tenerle insieme, rispettarle, imparare a riconoscersi nella difesa di uno spazio comune. Per riuscirci, occorre mettere in relazione saperi, linguaggi ed esperienze diverse, perché nessuna disciplina e nessuna voce, da sola, è in grado di affrontare la complessità delle sfide ambientali.

E questo è ciò che, ancora una volta, Ambient’Azione in Porto ha provato a fare.

Conoscere per poter agire

Uno dei passaggi più intensi del festival è stato l’incontro con la scrittrice, giornalista e ambasciatrice per il Patto Climatico Europeo Sara Segantin, che ha ricordato una cosa semplice ma potente: l’azione nasce dalla comprensione. In un tempo attraversato da crisi che si moltiplicano – climatica, sociale, geopolitica – è facile sentirsi paralizzati. I problemi sembrano troppo grandi per essere affrontati. Segantin ha indicato una strada diversa: comprendere i fenomeni, studiarne le cause, ascoltare le storie che li attraversano è l’unico presupposto

per poter agire. Quando parliamo di crisi climatica, ha spiegato, abbiamo bisogno di capire il nesso fra diritti, giustizia, relazioni tra le persone

L’ambiente non è uno sfondo neutro su cui si svolge la vita sociale: è il tessuto stesso che la rende possibile. Questo incrocia i temi fondamentali

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della salute e del benessere. La professoressa Laura Secco, che insegna politiche e governance forestali e dello sviluppo rurale presso il Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-forestali (TESAF) dell’Università di Padova, ha mostrato – attraverso gli studi più recenti condotti da team di ricerca trasversali – quanto il legame tra natura e salute umana sia concreto e misurabile: gli alberi migliorano la qualità dell’aria, riducono lo stress, rendono le città luoghi più vivibili. Eppure, questi legami restano spesso invisibili e sconosciuti, a causa di una cultura ecologica ancora fragile. Secco ha ricordato anche un’immagine semplice ed evocativa: nelle città di oggi mancano sempre più il verde e il blu. Il verde degli alberi e dei parchi, il blu dell’acqua, elementi che per secoli hanno accompagnato la vita umana e che oggi tendiamo a dimenticare. Ritrovarli significa restituire alle città non solo bellezza, ma anche equilibrio e benessere. La ricerca scientifica supporta sempre più chiaramente questa visione: e proprio i dati rendono possibile trasformare queste intuizioni in politiche pubbliche, scelte urbanistiche e investimenti capaci di migliorare la qualità della vita

In qualche modo, il festival ha provato anche a mettere in pratica questo invito, andando proprio alla ricerca di quel verde e di quel blu nel territorio di Portogruaro. Due passeggiate nel centro storico hanno riportato l’attenzione su un intreccio che spesso dimentichiamo: terra, acqua e legno, elementi semplici che per secoli hanno modellato la città e la sua economia. Un’altra camminata ha attraversato il Parco dei fiumi Lemene e Reghena e dei Laghi di Cinto, alla scoperta della fauna selvatica: un modo

Inserto speciale

per ricordare che i territori che abitiamo non appartengono soltanto a noi. E proprio abitare gli spazi comuni è stato un altro filo rosso del festival. Nel Parco di via Valle, una pratica di Tai Ki Kung ha invitato i partecipanti a rallentare e a ritrovare un rapporto più consapevole con il corpo e con l’ambiente. Negli Spazi di presenza, allestiti durante il festival, una breve meditazione guidata offriva a chi lo desiderava la possibilità di fermarsi qualche minuto e tornare all’attenzione del respiro.

Anche le mostre hanno contribuito a questo percorso di consapevolezza. “A come albero” e “Uno sguardo sulla decrescita” hanno proposto immagini e riflessioni capaci di interrogare i modelli economici e culturali che orientano il nostro modo di abitare il pianeta.

Accanto agli incontri e alle camminate, il festival ha offerto anche laboratori molto partecipati. Dall’autoproduzione dei cosmetici naturali alla biodanza, fino al laboratorio di argilla botanica: inviti a sperimentare con le proprie mani forme di relazione più diretta con i materiali, il corpo e la natura.

La poesia ha attraversato il festival nel reading Terra, abbiamo un problema! e nella vibrante serata di PS blu – Parole sante, ricordandoci quanto la poesia e la letteratura siano importanti per ritrovare un linguaggio capace di dire la crisi che attraversiamo, ma anche di nominare la speranza Si è parlato anche di convegno realizzato in collaborazione con CIA – Agricoltori Italiani di Vene zia, dedicato alle locali. Un confronto che ha mostra to come attenzione alla sostenibilità, cura dei territori e capacità imprendi toriale possano camminare insieme.

all’overproduction dell’industria tessile. Lo scrittore, sociologo e ambientalista Gianfranco Bettin, in un incontro sulle ecomafie, fenomeno ormai ampiamente radicato sui nostri territori, ha spostato lo sguardo sul terreno della responsabilità civica: la difesa dell’ambiente passa anche attraverso la capacità di vigilare sui territori e sulle economie che li attraversano. Le istituzioni hanno il compito di contrastare gli illeciti ambientali, ma la partecipazione dei cittadini resta un presidio fondamentale della democrazia. Dentro questo paesaggio di incontri si è inserito anche lo spettacolo di Roberto Mercadini, che ha evocato un’immagine capace di tenere insieme, tra plastica e pipistrelli, fra un sorriso e una riflessione profonda, come solo gli artisti sanno fare, molte delle domande emerse durante il festival:

quella degli astronauti che osservano la Terra dall’oblò di una navicella spaziale.

Da quella distanza, il pianeta appare come una sfera fragile e luminosa sospesa nello spazio, una realtà unica che sfugge alle divisioni e ai confini con cui siamo abituati a rappresentarla, più vicina allo sguardo con cui, per secoli, molte culture nel mondo hanno pensato la Terra come un tutto che alla nostra percezione frammentata, spesso regolata dai limiti di un algoritmo. Guardata così, la Terra torna ad apparire per ciò che è: una casa comune. Ed è qui che due parole che

oggi sembrano lontane rivelano invece la loro parentela. Mercadini ha ricordato che ecologia ed economia condividono la stessa radice greca, oîkos, che significa casa. L’ecologia studia le relazioni che rendono abitabile questa casa; l’economia dovrebbe occuparsi di come amministrarla. Per lungo tempo, queste due dimensioni sono state inseparabili. Governare bene significava conoscere i cicli della terra, rispettarne i limiti, non dissipare ciò che rende possibile la vita. Se la Terra è davvero la casa che condividiamo, allora difenderla significa assumersi una responsabilità collettiva. Significa guardare oltre la nostalgia di un passato idealizzato e trovare il coraggio di fare qualcosa di più difficile: progettare e costruire insieme futuri possibili e desiderabili

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La Domenica ecologica, dedicata alla pulizia del Lemene, ha restituito an che un dato molto concreto: logrammi di rifiuti raccolti dal fiume e 112 da terra. Ogni oggetto recuperato – una bottiglia, un pezzo di plastica, un residuo dimenticato –racconta un gesto compiuto altrove e molto prima, ma ci ricorda anche che ogni azione lascia una traccia e che prendersi cura dell’ambiente significa prima di tutto diventare consapevoli delle conseguenze delle nostre scelte. È lo stesso pensiero che ha attraversato anche la performance Quello che buttiamo non sparisce, dedicata

PORTOGRUARO

I grandi alberi raccontati nella mostra Il respiro dei giganti ci suggeriscono la via da seguire. Custodi di una memoria che supera la durata delle nostre vite, hanno visto scorrere stagioni, comunità, trasformazioni del paesaggio. Con le radici affondate nella terra e le chiome protese verso il cielo, ci ricordano che il futuro si costruisce tenendo insieme profondità e slancio, radicamento e visione e ci invitano ad alzare lo sguardo oltre l’orizzonte delle nostre vite individuali, per pensare al mondo come a un insieme più grande.

Un festival in cammino Il festival continuerà fino al 6 giugno, con proiezioni, camminate, presentazioni e altri appuntamenti. Proprio perché questo percorso non si esaurisce in pochi giorni, resta attiva anche campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso, attraverso cui chi lo desidera può contribuire a so-

In questa edizione, il festival prova anche a compiere un passo ulteriore: misurare l’impatto degli eventi e com. Non è un punto di arrivo, ma un modo per assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni, perché misurare è il primo passo per guardare alle conseguenze di ciò che facciamo. E guardarle davvero richie-

La comprensione, però, raramente matura nella solitudine. Nasce piuttosto dall’incontro tra sguardi diversi, dal confronto tra esperienze, dal tempo dedicato ad ascoltarsi. In fondo, è questo il senso più semplice e l’obiettivo di Ambient’Azione in Porto: creare spazi in cui questa comprensione condivisa possa emergere. Per ricordarci che la Terra è la casa che condividiamo e che prendersene cura significa prima di tutto prendersi cura delle relazioni che la rendono abitabile

Giovanna Tinunin (Photo credits: Federico Pilli)

A SAN STINO DI LIVENZA UNA

CAMPIONESSA DI RUGBY SI PREPARA PER IL “6 NAZIONI”

Lo sport da sempre, soprattutto da quando veicolato dai mass media, è stato un fenomeno che ha rappresentato storicamente dei momenti di unione e rafforzamento dello spirito nazionale nei singoli Paesi: basti pensare alla vittoria della Nazionale di calcio italiana ai mondiali di Spagna del 1982.

Questo vale per gli sport individuali (nel tennis Jannik Sinner) ma soprattutto per quelli a squadra: pallavolo, pallacanestro e recentemente il rugby vista la buona partecipazione della nazionale maschile al Torneo delle “Sei Nazioni”. Il rugby, in particolare, vive un momento importante basti pensare che secondo la più recente stima del giugno 2018, World Rugby dichiarava circa 2.400.000 praticanti di sesso femminile, equivalenti a circa un quarto dei praticanti totali del periodo.

Anche nel Bel Paese l’interesse femminile per il rugby è in crescita, i numeri sono eloquenti: nel 2019 in Italia si contavano 8.000 tesserate, un deciso balzo in avanti rispetto alle 600 registrate nel 2006. Un’attenzione importante considerando che il rugby si definisce come uno sport fisicamente intenso e duro (“selvaggi”), ma praticato con massimo rispetto, lealtà e disciplina (“galantuomini”). È un aforisma che sottolinea il contrasto tra la violenza agonistica degli scontri e i valori di cameratismo, sportività e fair play che caratterizzano il gioco. Il movimento del rugby femminile trova la sua massima espressione nella Nazionale a 15 che si appresta a partecipare al Torneo delle “Sei Nazioni” che si disputerà fra l’11 aprile e il 17 maggio e vedrà le azzurre confrontarsi con Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia.

Anche San Stino di Livenza sarà, seppur indirettamente, protagonista dell’avventura della nostra nazionale dato che sul terreno dello Stadio “Umberto Orlandini” da tempo si allena Gaia Buso, ventiquattrenne atleta del Villorba Rugby che trova il terreno dell’impianto sportivo sanstinese più adatto alle sue caratteristiche di velocità.

Un’atleta importante che ricopre il particolare ruolo di ‘utility back’ cioè una giocatrice in grado di giocare in diverse posizioni da tre quarti, cosa rara a livello

internazionale.

L’abbiamo avvicinata in occasione di uno degli ultimi allenamenti prima di riunirsi alla nazionale.

Da dove nasce la passione per il Rugby?

Tutto è iniziato grazie al rugby touch a scuola; ci sono voluti due anni d’insistenza per portarmi al primo allenamento ma alla fine a 9 anni sono riuscita a convincere i miei genitori.

Il mio viaggio è iniziato al Villorba Rugby, società cui devo moltissimo e dove oggi sono tornata a giocare. Con questa maglia ho vissuto anni formativi indimenticabili, culminati nei titoli

italiani Under 14 e Under 16 tra il 2016 e il 2018, fino alla finale di Serie A Elite nel 2022.

Nel mezzo, ho avuto il privilegio di confrontarmi con il rugby inglese: nel 2019 ho giocato per l’accademia del college di Worthing e il club di Hove, che mi ha aperto gli occhi su realtà diverse. Successivamente, l’esperienza al Rugby Colorno e la chiamata con la franchigia delle Zebre Parma mi hanno permesso di crescere ulteriormente come atleta e come persona.

Poi la Nazionale?

Si, un momento indimenticabile. Ho esordito in Azzurro nel 2023, partecipando al WXV in Sudafrica e potendo vivere l’emozione della World Cup 2025 in Inghilterra. Traguardi che porto nel cuore, così come i Giochi Europei di Cracovia validi per le qualificazioni alle Olimpiadi con la nazionale seven. Questi risultati non sono punti di arrivo, ma un punto di partenza su cui continuerò a lavorare per migliorare. Il rugby occupa gran parte della mia giornata, specialmente da quando ricopro il ruolo di mediano di mischia, ho una responsabilità tecnica importante. È un ruolo che richiede molta precisione: passo ore, oltre ai normali allenamenti, a perfezio-

nare il passaggio e il calcio, senza mai trascurare il lavoro atletico e fisico in palestra. Mi metto a disposizione della squadra anche come secondo centro, ala o estremo, perché credo che la versatilità sia un valore aggiunto per migliorare le mie competenze.

Un impegno importante e pieno di difficoltà.

Le difficoltà non mancano: sappiamo che il rugby femminile in Italia vive una realtà diversa rispetto a potenze come Inghilterra o Francia. Negli ultimi anni in Italia abbiamo l’opportunità di avere le nazionali Under 18 e 20 e questo ha determinato la definizione di un progetto per crescere e aumentare il movimento, ma che comunque si deve confrontare con le nazioni più forti che anche loro crescono. La nazionale maschile sta crescendo e in questo “Sei Nazioni” l’ha dimostrato scrivendo la storia vincendo contro l’Inghilterra, come tifose siamo felici e speriamo in una maggior visibilità anche per tutto il movimento, soprattutto quello femminile.

Obiettivi futuri?

Per il futuro sono totalmente focalizzata sulle fasi finali del campionato con il Villorba. Abbiamo la semifinale alle porte e il mio unico pensiero è dare il massimo. Per il prossimo “Sei Nazioni”, mi aspetto di ritrovare un gruppo unito e affamato. La mia priorità ora è guadagnarmi la convocazione, lavorando duramente ogni giorno e mi piacerebbe misurarmi nuovamente con un’esperienza all’estero per continuare a crescere.

Lasciamo Gaia Buso mentre inizia il suo allenamento in un pomeriggio di marzo quasi primaverile sottolineando come la sua immagine sia utilizzata dalla Federazione quale testimonial del video che introduce le gare della nazionale maschile.

L’ASPARAGO BIANCO DI BIBIONE, UNA STORIA DI TERRA E DI RINASCITA

ANNOVERATO TRA I PRODOTTI SIMBOLO DELLA PRIMAVERA NELLA VENEZIA ORIENTALE, UNISCE STORIA, TERRITORIO E TRADIZIONE GASTRONOMICA

Questa specialità orticola, coltivata nelle campagne attorno alla località balneare di Bibione, e più precisamente nel comune di San Michele al Tagliamento, è oggi riconosciuta come Prodotto Agroalimentare Tradizionale, rappresentando una delle eccellenze agricole della costa veneta. Tutto nasce, come soventemente avviene, da una vicenda umana che nel nostro caso si colloca nel Novecento: nell’anno 1959, quattordici esuli istriani, arrivati nella zona di San Michele al Tagliamento dopo aver lasciato le loro terre appunto nel secondo dopoguerra, decisero di ripartire dall’agricoltura fondando la locale Cooperativa Agricola Bibione, portando con sé conoscenze agricole maturate nella penisola istriana che vennero applicate con maestrìa nella trasformazione di terreni poveri e sabbiosi in campi fertili, rilanciando la coltivazione dell’asparago che già cresceva spontaneamente nella zona ed accompagnandone costantemente la sua diffusione moderna. Da quell’esperienza nacque una produzione che nel tempo è poi diventata uno dei simboli gastronomici della Venezia Orientale. Fu proprio infatti grazie al lavoro di questi agricoltori che l’asparago bianco di Bibione maturò una propria tipicità, distinguendosi per qualità e caratteristiche. La sapienza ed il lavoro umano, in osmosi con il terreno sabbioso, ben drenato ed influenzato dalla vicinanza del mare che contribuisce a dare ai turioni il loro colore candido ed un gusto delicato, generano un prodotto

tipico, dal sapore leggermente dolce e privo di note amare marcate.

La coltivazione stessa richiede tecniche precise: gli asparagi crescono sotto cumuli di terra coperti da teli oscuranti, in modo tale da evitare l’esposizione alla luce ed al fine di mantenere il tipico colore bianco. La raccolta, ancora oggi manuale, avviene nel corso di tutta la stagione prima -

verile, generalmente da metà marzo fino alle prime settimane di giugno. Negli anni e fino ad oggi, questo ortaggio è diventato un vero ambasciatore gastronomico del territorio, nei cui ristoranti della zona viene proposto in differenti varianti: dal classico abbinamento con uova ed olio extravergine ai risotti primaverili, includendo rielaborazioni personalizzate. La sua eccellente versalità lo rende adatto sia alla preparazione di piatti semplici della tradizione contadina sia in quelle più creative della cucina contemporanea.

L’asparago bianco di Bibione si è meritato anche una sua manifestazione gastronomica dedicata: la tradizionale Festa dell’Asparago e dello Sport, organizzata dal Gruppo Marciatori di Bibione e giunta lo scorso anno alla sua 47esima edizione, si è svolta con stand gastronomici dove è stato possibile gustare anche altri piatti della tradizione, intrattenimento con stand musicali, concerti e dj set e naturalmente una rosa di iniziative dedicate al prodotto simbolo della primavera.

Oggi questo ortaggio non rappresenta soltanto un prodotto agricolo, ma un tassello dell’identità locale, con una ricca storia che racconta l’incontro tra memoria e territorio: quella degli esuli istriani che seppero reinventarsi agricoltori in una terra per loro nuova, e che è stata capace di trasformare un ortaggio di stagione in uno dei simboli della propria cultura gastronomica.

Tra storia e tradizione gastronomica, l’asparago bianco di Bibione continua a raccontare il legame profondo tra terra e comunità. Un prodotto che unisce memoria e gusto, diventando ogni primavera uno dei simboli della cucina della Venezia Orientale e dell’identità agricola del territorio.

Roberto Raspatella

Esotico: aggettivo che, in senso oggettivo, identifica e descrive ciò che proviene e che è importato da altre regioni o zone lontane. Il termine veicola intrinsecamente anche una velata accusa di originalità forzata od ostentata.

Ecco che, quindi, animali esotici sono tutte quelle specie non originarie del territorio in cui vengono detenute; mammiferi, uccelli, rettili e anfibi “non convenzionali”, animali strani per il clima e l’ambiente italiano dove non se ne trovano popolazioni naturali, anche se gli esemplari si sono riprodotti in cattività nel territorio nazionale. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di animali provenienti da ambienti tropicali o subtropicali – Africa, Sud America, Asia – e che quindi presentano esigenze biologiche molto diverse rispetto alla fauna europea.

Dicesi moda esotica, invece, quella di detenere tali animali come animali di compagnia. Un’abitudine, questa, sempre più diffusa e in aumento ne gli ultimi anni, complice la curiosità, i social network, le fiere tematiche e il desiderio di possedere specie “non co muni”. Riguardo a questo trend ci sono alcune considerazioni da fare e aspetti da tenere in considerazione per evitare di trasformare una moda in un pericolo per la biodiversità, per il benessere ani male e, perfino, per se stessi.

ANIMALI ESOTICI DOMESTICI:

TRA MODE, LEGGI E RESPONSABILITÀ

PRIMA DI ADOTTARNE UNO È FONDAMENTALE INFORMARSI ED AGIRE RESPONSABILMENTE NEL

nel nostro Paese. Dal 2022 è entrata in vigore la normativa che vieta l’importazione di animali selvatici esotici catturati in natura, il divieto, previsto dal D.L. 135/2022, prevede una cosiddetta “lista positiva” nella quale vengono elencati gli animali che si possono tenere in casa, ovviamente a determinate condizioni. Questa lista viene costantemente aggiornata e va “incrociata” con altri due livelli: oltre alla normativa italiana, è necessario tenere conto della lista UE delle specie considerate invasive se liberate in natura, e quindi vietate, e del database CITES che riguarda le specie protette.

Inutile dire quindi che aggirare la legge, oltre a procurare un rischio di zoonosi, provoca sanzioni piuttosto salate: le multe possono arrivare fino a 150mila

euro e l’arresto va da sei mesi a due anni.

Ma quindi, quali animali esotici si possono tenere in Italia?

Praticamente ad oggi funziona così: le norme sulla detenzione di animali esotici in Italia sono molto più restrittive rispetto al passato ed è consentito possedere solo alcune specie specifiche, valutate caso per caso in base al rischio per la biodiversità e alla sicurezza pubblica.

Gli animali esotici liberamente detenibili sono pochi: furetti e piccoli roditori domestici, alcune specie di cocorite, calopsiti e inseparabili, sempre accompagnati da certificazioni CITES; tra i rettili e gli anfibi, specie non velenose

Focus: il fenomeno in Italia In Italia, le stime più recenti pubblicate da LAV (Lega Anti Vivisezione) indicano una presenza di diversi milioni di animali esotici detenuti in ambito domestico, con valori costantemente collocati tra 3 e 4 milioni di esemplari; un flusso annuo che, però, può tranquillamente raggiungere o addirittura superare i 5 milioni considerando il commercio non censito e illegale, sempre secondo quanto riportato da LAV. In Europa, infatti, il commercio di fauna selvatica, inclusi gli animali esotici, rappresenta uno dei principali mercati illegali globali per valore economico. Tralasciando il fattore del guadagno e del traffico illecito, è necessario considerare anche quali siano le specie che possono, questa volta legalmente, essere detenute in Italia.

Il lato positivo è che, quantomeno, questa situazione ha attirato e sollevato l’attenzione su un tema che la necessitava da tempo, facendo rizzare le antenne “ai piani alti” che si sono finalmente attivati per aumentare regolamentazioni e restrizioni su specie a rischio e che comunque, se detenute in maniera non consona, potrebbero risultare pericolose anche in ambito sanitario.

Il 23 aprile 2021 è stata approvata in via definitiva la Legge n. 53 di delegazione europea che vieta vendita, importazione, detenzione e riproduzione di specie selvatiche autoctone o alloctone

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e non invasive come il drago barbuto e il geco leopardino, mentre tra i pesci c’è una lista più ampia tra i marini tropicali, quelli d’acqua dolce e i pesci da fondo e alghe.

Ci sono, poi, diversi animali che spesso vengono ritenuti “legali”, ma che in realtà si trovano in una zona grigia della normativa. Quindi bisogna fare attenzione, perché possedere animali come il riccio africano o il petauro dello zucchero, infatti, potrebbe comportare rischi legali. La legge italiana mira così a proteggere la biodiversità, prevenire il commercio illegale e tutelare la salute pubblica, rendendo indispensabile per chi vuole un animale esotico informarsi accuratamente presso fonti ufficiali, ASL o Carabinieri Forestali.

C’è da sottolineare anche che “legale” non significa facile: le cure e le attenzioni che questi animali necessitano sono molto più complesse rispetto a quelle destinate ai nostri fedeli cani e gatti, oramai abituati ad essere coccolati e viziati nella maggior parte delle case umane. È necessario ricordare, come si diceva all’inizio, che un animale esotico è un animale che viene trasferito dal suo habitat naturale, dove per millenni ha imparato ad adattarsi a quell’ambiente, a un territorio diverso ed estraneo e il compito di chi decide di scegliere un esemplare di questo tipo, è quello di assicurargli benessere e cure adeguate. Anche dal lato medico, quindi, è necessario informarsi sull’eventuale presenza di veterinari esperti in animali esotici e considerare che l’impegno economico e di tempo, spesso è superiore rispetto a quello abituale che viene riservato agli altri animali domestici.

Per concludere

Se alla lettura del titolo già ti immaginavi a passeggiare con un boa domestico o a chiacchierare con un pappagallo tropicale, arrivato a questo punto ti sarai dovuto scontrare con una deludente realtà. Non tutti gli animali si adattano bene alla vita casalinga e se un tempo il principio di fondo era “se è in vendita, allora lo posso avere”, oggi la legge mette dei limiti precisi. Il mondo animale ha un suo equilibrio interno e all’uomo spetta il compito di rimanerne affascinato e osservarlo con rispetto. Se per fare ciò è necessario imporre normative e regole stringenti, allora ben venga: una semplice moda non può e non deve prevalere sul benessere animale e sulla biodiversità. Possedere un animale esotico diventa quindi una vera responsabilità: dalla scelta alla cura quotidiana, chi decide di accoglierne uno in casa deve informarsi e prepararsi, garantendo che una vita spesso longeva non diventi sinonimo di sofferenza.

CRUCIVERBA

Quale frazione di Portogruaro sorse come villaggio lungo una delle direttrici della centuriazione romana, anche se il primo documento scritto che ne riporta il nome risale al 1186?

ORIZZONTALI 1. Sportello di stipo - 5. Antica regione greca, terra di pastori - 12. Il “metro” inglese - 14. Il nome di Hemingway - 15. Abitudini consolidate - 16. Setta ascetica ebraica - 18. In fondo al documento - 19. Segno di penna - 20. La nota... più alta - 21 Gradino - 27. La enuncia lo studioso - 28. Uomini inglesi - 29. L’abito del sacerdote - 30 Posti affollatissimi - 31. Danno schiaffi - 32. Sigaro cubano - 33. Località francese famosa per i menhir - 34. Famoso re persiano- 35. Un ‘’drink’’ abbondante - 36. Chiave- 38

Ama lei - 39. Foce di fiume - 40. Spronare all’azione - 42. Il Welles de “Il terzo uomo”43. Covo di animali - 44. L’esplorò il capitano Cook

VERTICALI 1 . Lo grida l’assalito - 2 . Lo... ficca il curioso - 3 . Prefisso che triplica - 4

Le iniziali di Delon - 6. Ritrosi, riluttanti - 7. Il regno di Minosse - 8. Quando muore si brinda - 9. Li invoca il pagano - 10. Il centro di Pisa - 11. Lo sono gli anemoni di mare13. Altro nome dei dirigibili - 17. Arabo del medioevo - 19. Combinazione al lotto - 20 Cellule fotoelettriche - 21. Situazione ferma - 22. Il grande statista piemontese del Risorgimento - 23. La cantante Morissette - 24. Fritz, il regista di “Metropolis” - 25. Collera irrefrenabile - 26. Nega se accentato - 27. Tessuto scozzese - 28. La ama Robin Hood - 30. Da gioco o igienica - 31. Lo Zubin applaudito direttore d’orchestra - 33. La pistola del Far West - 34. Tracce di navi - 36. La sigla di Pescara - 37. Trecento romani - 39. Doni senza pari - 41. I confini dell’Estonia

A E S A Z I O O M B P

I Z E M E M O R I A O

E Z M R L A C T T T I

K O P O A C I S S E N

N N L N N H T E T E T

N O S O R O M I T O O S N E D M

R A P P O T G F R I T I A L T F

P A R E O A O I C D A L C O I A

A U D R P I P C T I N I A

CRUCIPUZZLE

Come si chiama il piccolo festival dell’ambiente di Portogruaro, giunto questo anno alla sua terza edizione?

ABITATO

ACQUA

ALATO

ASTRO

ATTIMO

ATTORE

AUTOMOBILISTICO

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DEI GIOCHI DEL NUMERO PRECEDENTE

Vicolo del Donatore, 25 Concordia Sagittaria (Ve)

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