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ANNO IX DICEMBRE 2016 N. 4

CRISI ECONOMICA E CURE DENTALI: quali ricadute nel diabete? GLOBALIZZAZIONE E MULTICULTURALITÀ: un problema etico o professionale?


norme per gli

autori

Le proposte di pubblicazione saranno accettate a giudizio del comitato di redazione. Ogni articolo esprime il lavoro e/o le convinzioni degli autori i quali assumono la responsabilità di quanto dichiarato. Quando l’articolo esprime o può coinvolgere la responsabilità o l’immagine dell’istituzione di appartenenza o quando gli autori parlano a nome della medesima, occorrerà una liberatoria scritta dei relativi responsabili. La pubblicazione dei lavori è gratuita; il materiale anche originale pervenuto, anche se non pubblicato, non sarà restituito. Gli autori sono tenuti a specificare se la proposta di pubblicazione è stata inoltrata presso altre riviste. Il comitato editoriale si riserva di eseguire, nell’eventualità che appaia opportuno, un lavoro di revisione formale del testo, ferma restando la conservazione dei contenuti espressi dall’Autore, per renderli conformi allo stile della Rivista. La rivista In...formazione OSDI pubblica lavori di interesse didattico, scientifico e assistenziali riguardanti il diabete e gli argomenti correlati. Indicare, oltre al proprio indirizzo, il numero di fax e l’indirizzo e-mail per l’eventuale corrispondenza. La struttura del lavoro dovrà conformarsi alle seguenti indicazioni: - Titolo: il titolo deve essere il più possibile conciso, ma chiaramente esplicativo della natura del lavoro. - Nome dell’Autore (o degli Autori): nomi e cognomi per esteso in lettere maiuscole; accanto a ciascun nome uno o più asterischi con riferimento alla successiva indicazione. - Indicazione, preceduta dal relativo numero di asterischi, per ciascun autore della qualifica o struttura di appartenenza; va indicato l’indirizzo e-mail dell’Autore cui fare riferimento. - Riassunto: il riassunto dovrà essere non superiore alle 300 parole e illustrare succintamente scopo del lavoro e risultati. - I riferimenti bibliografici dovranno essere riportati in calce al lavoro numerati progressivamente in cifre arabe poste tra parentesi quadre: indicando il cognome e le iniziali del nome dell’Autore, il titolo dell’articolo per esteso, il titolo della rivista, il volume (in corsivo), i numeri della prima e dell’ultima pagina e l’anno. Le bozze di stampa inviate agli autori devono essere corrette e restituite entro 4 giorni. Il materiale dovrà essere inviato all’indirizzo e-mail: rivista@osdi.it


som ma rio Periodico trimestrale dell’Associazione OSDI Operatori Sanitari di Diabetologia Italiani Via Guelfa, 9 - 40138 Bologna www.osdi.it Autorizzazione del tribunale di Lecce n. 1014 - marzo 2009

editoriale del direttore di Maria Teresa Branca

lettera del presidente di Katja Speese

DIRETTORE RESPONSABILE Maria Teresa Branca VICE-DIRETTORE Roberta Chiandetti COMITATO SCIENTIFICO Roberta Chiandetti Maria Teresa Branca Lia Cucco

nursing diabetologico Salute, cure dentali e diabete a cura di Lia Cucco

vita associativa

articolo originale Salute e migrazione Orsini Maria Grazia

PROGETTAZIONE GRAFICA, IMPAGINAZIONE E STAMPA ALTOGRAF 73042 Casarano (Le) Tel. 0833.502319

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N. 4 dicembre 2016

O P E R AT O R I S A N I TA R I D I D I A B E T O L O G I A I TA L I A N I

editoriale

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del

direttore di Maria Teresa Branca

La tradizione vuole che nel mese di dicembre si faccia un resoconto delle vicende che hanno caratterizzato l’anno che sta finendo. Molte sono le cose di cui si potrebbe parlare ma limito l’osservazione su alcuni punti di interesse, che rientrano nell’attenzione al “miglioramento dell’assistenza”. La situazione sanitaria sta cambiando il suo volto, questo è un dato di fatto. Si riduce il numero degli ospedali e ci avviamo verso la creazione di mega ASL, con l’accorpamento delle piccole strutture periferiche. Purtroppo non sempre la chiusura degli ospedali e la centralizzazione dei servizi si traduce in qualità e maggiore efficienza e sempre più cittadini lamentano la carenza di servizi sanitari in grado di dare risposte assistenziali adeguate ai vecchi e ai nuovi bisogni di salute, primo tra tutti la gestione della cronicità. Non possiamo, infatti, trascurare nella nostra riflessione, che l’invecchiamento della popolazione è uno dei fenomeni più significativi del 21esimo secolo ed ha conseguenze importanti per la sanità a causa del parallelo aumento delle patologie cro-

nico degenerative. Una persona su nove ha più di sessant’anni e questa percentuale arriverà a una su cinque entro il 2050, parliamo pertanto, di un fenomeno che non può essere più ignorato da parte del sistema sanitario. È però importante che questi tempi di crisi o meglio di trasformazione sociale e demografica non ci portino alla deriva dal punto di vista delle cure assistenziali, che non siano cioè la causa dell’impoverimento del sistema di “cure”, nel nome del risparmio. Sarebbe necessaria una verifica costante nel tempo, allo scopo di capire se le attuali modifiche organizzative hanno o meno una ricaduta utile sugli esiti di salute, primo obiettivo del Sistema Sanitario Italiano. La recente pubblicazione del Piano sulla Cronicità, rappresenta un grande passo avanti verso l’attenzione al problema. Un documento che si esprime soprattutto alla persona, prevalentemente anziana, spesso affetta da più patologie croniche incidenti contemporaneamente, le cui esigenze assistenziali sono determinate non solo dalla situazione clinica, ma anche da


EDITORIALE DEL DIRETTORE

sto diventi operativo. Nei nuovi LEA, ad eccezione di alcuni punti che rimangono ancora nevralgici, soprattutto sul profilo organizzativo, gli infermieri ci sono e in un modo nuovo rispetto al passato perché si identificano come professionisti dell’assistenza in modo paritario rispetto alle altre professioni sanitarie. Si parla per esempio di Welfare socio-sanitario o di assistenza ai malati cronici non autosufficienti in ADI sia come assistenza di base e sia come alta intensità, che corrisponde all’ospedalizzazione domiciliare. Si tratta di prestazioni professionali che prevedono le cure domiciliari integrate a prestazioni infermieristiche e di assistenza professionale alla persona. La revisione dei LEA, seppure in ritardo rispetto alla prima versione del 2001, rappresenta comunque un progresso, rispetto al passato, ma ancora più importante sarà garantire che siano applicati a tutti e in ogni luogo. Solo in questo modo possiamo dire che gli sforzi compiuti si sono tradotti in “miglioramento dell’attenzione all’assistenza” e riconoscimento delle professionalità L’esperienza ci insegna che le norme possono abilitare un cambiamento, ossia renderlo possibile, ma si traducono

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altri fattori allo stesso modo determinanti, come lo status socio familiare, ambientale e l’accessibilità alle cure. Il Piano sulla cronicità esamina dettagliatamente gli aspetti legati alle criticità nell’assistenza, con proposte di linee di intervento utili e di indicatori per il monitoraggio. Il passo successivo dovrà essere il recepimento e l’applicazione del Piano su tutto il territorio nazionale con proposte concrete sul “service management”, come logica conseguenza di un sistema che possa supportare la produzione di prestazioni e di percorsi assistenziali adeguati. Un altro punto di interesse che merita di essere citato in questa riflessione di fine anno è il lavoro svolto dal Ministero della Salute nell’ambito della revisione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che rappresenta un altro passo avanti verso l’attenzione al miglioramento dell’assistenza. Una revisione che aspettavamo da 15 anni e che finalmente si sta concretizzando. Il documento, che è stato sottoposto anche all’attenzione delle società scientifiche, sia mediche che infermieristiche, sta terminando l’iter per l’approvazione e ci auguriamo che pre-

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EDITORIALE DEL DIRETTORE N. 4 dicembre 2016

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effettivamente in comportamenti, processi e modelli organizzativi solo se insieme alle norme si muovono anche le persone tutelate da queste norme, che devono prima di tutto riconoscersi quali professionisti della sanità, attraverso la formazione costante e la messa in pratica dei saperi acquisiti, ma soprattutto attraverso la presa di coscienza del proprio ruolo sociale. A riguardo vorrei concludere con una riflessione su un episodio di cronaca piuttosto delicato, ma che ci chiama in causa nel profondo, sia come esseri umani che come professionisti della sanità. Senza entrare nel merito, vorrei solo menzionare la storia di un uomo che nel 2009 è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico, perché giudicato pazzo. Si trattava di un maestro delle elementari, “il maestro più alto del mondo”, com’era affettuosamente soprannominato, per via del suo metro e novanta, dagli studenti delle scuole elementari di Pollica, nel Cilento,dove insegnava. La lunga storia di Franco Mastrogiovanni è stata raccontata con fedeltà nel film “87 ore” di Costanza Quatriglio, uscito quest’anno e che documenta i quattro giorni della sua degenza con tutte le vicende che cono-

sciamo dai recenti fatti di cronaca e dalle sentenze emesse dopo il suo decesso. Nella sentenza di primo grado tutti e dodici gli infermieri coinvolti erano stati assolti, giudicati non responsabili perché “hanno obbedito a un ordine”, è invece di pochi giorni fa la sentenza di secondo grado in cui si condannano medici e infermieri, anche se con pene ridotte a 2 anni per i medici e un anno per gli infermieri. Questa storia ci fa certamente indignare come professionisti e come persone, ma ci deve anche far riflettere sul valore che diamo al nostro lavoro, perché rivendicare un ruolo e assumersi la responsabilità non vuol dire solo aumentare di prestigio, ma significa prendere più coscienza della nostra funzione sociale e diventare autonomi nelle scelte deontologiche e professionali. Non facciamo l’errore di rivendicare diritti per poi tornare ad essere meri esecutori quando ci fa più comodo. Buon Natale e Buon anno a tutti


O P E R AT O R I S A N I TA R I D I D I A B E T O L O G I A I TA L I A N I

lettera

del presidente di Katja Speese

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Benvenuto dicembre… mese che forse per l’atmosfera del Natale o forse perché mese di fine anno, mi porta a riflettere su quanto vissuto fino ad ora. Un momento di riflessione che vorrei condividere con voi.

Carissimi Soci, l’attuale contesto sanitario territoriale è ormai ben noto a tutti. Gare regionali che attanagliano le aziende ma soprattutto mettono a rischio la qualità e l’adeguatezza degli strumenti di fondamentale utilizzo nella gestione della persona con diabete. Nella malattia diabetica l’impatto sociale, economico e sanitario sta portando alla ricerca di percorsi organizzativi appropriati e sostenibili in grado di limitare gli elevati costi diretti e indiretti di gestione degli eventi acuti e delle complicanze del diabete attraverso sistemi di reti territoriali multi professionali alternative alle diabetologie. Nasce la conseguente necessità di trovare strategie per valorizzare l’attività ambulatoriale delle diabetologie per dimostrare chi fa che cosa ma soprattutto per strutturare i PDTA rendendo visibili, anche da un punto di vista formale, le competenze dei team multidisciplinari. Allo stato attuale alcuni professionisti che operano all’interno dei Team non sono dedicati ma considerati intercambiabili nell’ottica di un’organizzazione che si basa sulla “job rotation”. Tale organizzazione non garantisce una presa in carico efficace ed efficiente ma soprattutto non garantisce sicurezza per i pazienti perché si basa sul

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Districarsi tra queste ed altre problematiche come le delicate relazioni tra Società Scientifiche, Associazioni ed Istituzioni non è per nulla semplice. Eppure OSDI c’è. Grazie ai sempre presenti membri del CDN, grazie a chi mi ha preceduto negli ultimi anni al comando di questo treno che viaggia senza sosta e che continuano a condividere con me le proprie competenze ma soprattutto grazie a quei soci che a livello regionale continuano a supportare il lavoro associativo. L’opera di ogni singolo potrebbe sembrare solo una goccia d’acqua, ma nella visione d’insieme forma un mare.

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presupposto di una formazione “generalista” dei professionisti coinvolti. A tutt’oggi, infatti, rimane ancora aperto il dibattito sulle competenze avanzate nonostante le battaglie portate avanti da IPASVI nei tavoli tecnici e gli infermieri continuano la mortificante e demotivante attesa di vedere riconosciute le competenze acquisite con sacrificio e con l’unico obiettivo di migliorare l’assistenza erogata ai cittadini.

L’instancabile lavoro dei direttivi regionali che si occupano di perseguire gli obiettivi di OSDI a livello territoriale di mantenere viva la rete dell’associazione per assicurare, a tutti i livelli, la formazione in campo diabetologico. Per non parlare dell’instancabile lavoro che alcune sezioni regionali stanno facendo nei tavoli tecnici regionali per rappresentare Osdi e per far sentire la voce degli infermieri. Alcune di queste importanti testimonianze le possiamo leggere negli articoli dei lavori congressuali che pubblichiamo su questa stessa rivista. Attualmente stiamo lavorando per apportare al modulo assistenziale le prime modifiche raccolte proprio grazie alle segnalazioni dei soci, quelli volenterosi che hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco per dare il proprio contributo per un obiettivo che va oltre al costruire una cartella infermieristica per documentare il nostro operato bensì per raccogliere dati sugli esiti assistenziali infermieristici per la valutazione della qualità dell’assistenza infermieristica, che darà un valore aggiunto al riconoscimento delle competenze infermieristiche.

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INSIEME torna ad essere la parola chiave che mantiene operativa la nostra associazione.

Posso dire anche, con una certa soddisfazione, che la raccolta dei questionari Dia&Int pur essendo stato un questionario composto da moduli impegnativi da compilare, grazie a chi ha collaborato, ha dato esiti positivi sul valore della figura infermieristica e sulle attività di nostra competenza in campo diabetologico. Il passaggio prossimo è la raccolta di queste informazioni, sempre con il supporto di AMD, la loro elaborazione e la successiva pubblicazione dei dati e del percorso fatto. Questo progetto nato per dimostrare il valore della qualità dell’assistenza da noi professionisti erogata serve anche a favorire la cultura della figura dell’infermiere esperto in prevenzione ed assistenza alla persona con diabete attraverso la creazione di un curriculum validato delle nostre competenze.

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Un successo è stato anche la gestione della Giornata Mondiale del Diabete (GMD), che ha visto presente tra le varie Associazioni e Società Scientifiche insieme a DI, anche OSDI che con un referente per regione è riuscita a far sentire la propria presenza su tutto il territorio nazionale collaborando al raggiungimento di oltre 1400 attività di sensibilizzazione e prevenzione su tutto il territorio nazionale. Per altro quest’anno la GMD è stata caratterizzata da una interessante novità: le diabetologie aperte ai cittadini per tutta la settimana antecedente alla GMD. Una iniziativa che, ove messa in atto, è stata accolta positivamente dalla cittadinanza e che merita un ringraziamento a tutti coloro che si sono prodigati per realizzarla. Un pensiero particolare da parte di tutto il CDN a Tiziana Risolo, che possa tornare presto in forma e che con l’anno nuovo possa buttarsi alle spalle questo travagliato periodo. Infine voglio augurare a tutti i nostri lettori, soci e rispettive famiglie delle serene Festività Natalizie ed un Buon 2017!

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nursing

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diabetologico

a cura di Lia Cucco

SALUTE, CURE DENTALI E DIABETE Nel cinquantesimo rapporto CENSIS di dicembre 2016 [1], viene riportato un dato impressionante: 11 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato nel 2016 alcune prestazioni sanitarie e tra queste spiccano le cure odontoiatriche. E’ un esito negativo in costante aumento negli anni della crisi economica: la quota di popolazione che durante il 2013 si è rivolta al dentista o all’ortodontista è pari al 37,9%, dal 39,3% del 2005, mentre aumenta, dal 24,0% al 29,2%, la percentuale di persone che hanno dilazionato le visite in un arco temporale più lungo, da 1 a 3 anni, riducendo anche il numero dei trattamenti effettuati (il 70,7% nel 2013, 49,3% nel 2005). Sempre nel 2013, il 12% delle persone di 14 anni e più ha rinunciato, nei 12 mesi precedenti, a una visita odontoiatrica o a trattamenti per motivi economici. Sul totale di chi rinuncia alle visite, con età maggiore di 14 anni, i motivi economici incidono per l’85,2%. Le visite per la prevenzione o per la pulizia dei denti professionale, sono solo il 16,1% nel meridione, la metà di quella del Nord (30,7%), mentre la percentuale di coloro che non sono mai stati da un dentista è doppia al Sud rispetto al Nord (12,1% contro 6,2% ). Tutti gli indicatori di accesso alle cure della salute orale indicano disuguagliante sociali consistenti: il ricorso al dentista supera il 50% tra le persone con

titolo di studio alto e scende al 27,6% tra chi ha conseguito al massimo la licenza media. Questo dato permane anche nei bambini dai 3 ai 14 anni ( il 41,5% non è mai andato dal dentista se i genitori hanno al massimo la licenza media, tra i bambini stranieri il 46,3%). Le persone anziane senza alcun dente naturale sono il 17,9% tra coloro che hanno almeno la laurea e il 41,6% tra quanti hanno un basso titolo di studio [1]. E’ noto come l’assistenza odontoiatrica nel nostro paese rappresenti il settore in cui il Servizio Sanitario nazionale ha tradizionalmente avuto un impegno limitato, nonostante le molteplici implicazioni di carattere sanitario e sociale, con una quantità di prestazioni erogate nel settore pubblico tra i livelli più bassi in Europa: 0,6 visite per abitante per anno, a fronte di 1,8 visite in Belgio, 1,4 in Germania e 2,1 in Olanda. E’ indubbio che promuovere e favorire programmi di prevenzione e cura delle patologie più diffuse della bocca rappresenta una misura fondamentale in termini di efficacia e favorevole rapporto costi-benefici, considerando anche che diversi fattori di rischio per le malattie del cavo orale (batteri, alimentazione non adeguata, fumo, stili di vita scorretti), sono comuni ad altre malattie cronico-degenerative e quindi la prevenzione va considerata come un’azione più ampia di promozione della


Conosciamo bene cosa sia la malattia diabetica, ma sulla malattia parodontale vale la pena fare un ripasso aggiornato. Le patologie parodontali sono malattie a carico dell’apparato di supporto del dente, contrassegnate da infiammazione che può limitarsi alla parte marginale della gengiva o avanzare con formazione di tasche parodontali, mobilità dentaria, riassorbimento dell’osso alveolare e determinando negli stati più avanzati la perdita dei denti..La classificazione attualmente utilizzata per le malattie parodontali [2-3] distingue: - malattie gengivali (indotte da placca; lesioni gengivali non indotte da placca); - parodontite cronica (localizzata, generalizzata); -parodontite aggressiva (localizzata, generalizzata); - parodontite come manifestazione di malattie sistemiche; - malattie parodontali necrotizzanti; - ascesso parodontale; - parodontite associata a lesioni endodontiche, deformita o condizioni di sviluppo o acquisite. La parodontite è una delle patologie

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LA PARODONTITE

più diffuse nel mondo, con una prevalenza nelle popolazioni occidentali del 47% negli over 35 anni e più del 60% oltre i 65. Nella forma grave ed avanzata è la sesta patologia più diffusa al mondo, colpendo in media l’11 % della popolazione, circa 750 milioni di individui, 7-8 milioni in Italia, con un picco di incidenza, nel nostro paese, a partire dai 35 – 44 anni di età. La parodontite è sempre preceduta dalla gengivite, patologia infiammatoria della gengiva [4],pertanto la prevenzione della gengivite, patologia reversibile, consente un’efficace opera di prevenzione della parodontite. Clinicamente può essere silente o manifestarsi con sanguinamento gengivale, spontaneo o durante lo spazzolamento, alitosi, gonfiore gengivale, spostamento e mobilità dentale. L’infezione batterica (Aggregatibacter Actinomycetencomitans, Porphyromonas Gingivalis, Tannerella Forsythensis, Prevotella Intermedia, Fusobacterium Nucleatum, Eikenella Corrodens, Spirochete) interagisce con la suscettibilità dell’ospite, fattori ambientali e comportamentali [5-6]. La suscettibilità innata è caratterizzata da un fenotipo iperinfiammatorio contrassegnato da elevata risposta citochimica e da alterazioni della risposta immunitaria. Studi realizzati su gemelli omozigoti hanno evidenziato che le variazione della gravità della parodontite e della gengivite cronica nella popolazione dipende per il 38-82% da fattori ereditari. Nella parodontite aggressiva, la percentuale di familiari affetti può arrivare al 40-50% o più [7].I batteri responsabili delle malattie parodontali possono trasmettersi per via orale. E’ consi-

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salute globale del cittadino. Come professionisti infermieri non possiamo non occuparcene e in particolare anche rispetto al diabete perché negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha indagato e chiarito i rapporti di interdipendenza esistenti tra diabete e malattia parodontale, ma anche di come carie, processi infettivi, edentulia incidano sul controllo del diabete e sulla qualità di vita.

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gliabile, pertanto, una visita per tutti i familiari di un paziente affetto da parodontite La suscettibilità acquisita è dovuta sia a alterazioni patologiche come diabete, obesità, ipercolesterolemia, sindrome metabolica sia ad abitudini comportamentali errate come il tabagismo e un alto livello di stress. Diversi studi longitudinali avvalorano il fumo come primo fattore di rischio ambientale per le malattie parodontali; più si fuma e maggiore è il rischio di sviluppare la malattia, soprattutto in forma grave [8-9-10]. Anche alcuni farmaci come gli steroidi, le ciclosporine, i contraccettivi orali, i calcio-antagonisti, etc. possono modificare le manifestazioni delle malattie parodontali [11] . In ogni caso, è la colonizzazione delle superfici dentali da parte dei batteri ad essere riconosciuta come il fattore eziologico principale per lo sviluppo delle malattie parodontali; si è stimato che 1 mm di placca dentale, del peso di 1 mg, contiene più di 200 milioni di cellule batteriche [12]. E’ importante ricordare che nel 1965, Loe e coll. dimostrarono che in soggetti con gengiva sana, in assenza di qualunque forma di igiene orale, si sviluppavano segni clinici di gengivite nell’arco di due/tre settimane e che il ripristino di corrette abitudini di igiene orale ristabiliva lo stato di salute in circa una settimana[13]. Pur colpendo ogni strato della popolazione, la parodontite è più frequente nelle persone che hanno maggiore difficoltà all’accesso ai servizi sanitari e alle cure odontoiatriche. DIABETE E PARODONTITE Il Documento congiunto AMD, SID, SIDdP (Società italiana di paradontologia e Implantologia) [13], evidenzia come diabete e parodontite siano due patologie correlate al punto che è stata teorizzata una relazione a due vie: il soggetto con diabete ha una tendenza a sviluppare parodontite e il soggetto con parodontite ha una tendenza a sviluppare il diabete. L’associazione tra il diabete e le malattie parodontali è ben consolidata. Il diabete è un fattore di rischio per la malattia

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parodontale, con i pazienti diabetici che presentano una prevalenza maggiore rispetto agli adulti sani. Diversi meccanismi coinvolti nella patogenesi del diabete sono stati associati con la progressione della malattia parodontale e i dati attuali supportano la conclusione che i pazienti diabetici sono ad aumentato rischio di malattie parodontali, e che i pazienti con diabete scarsamente controllato sono a rischio di grave parodontite. Ciò comporta la distruzione di tessuto connettivo orale e perdita ossea generalizzata, che conduce infine alla perdita dei denti [15] Più recentemente questa correlazione è stata stimata da due review [16-17] e una, in particolare, ha valutato gli outcome positivi del trattamento della parodontite sul controllo metabolico[17], in particolare una riduzione dell’emoglobina glicosilata dello 0.36% a tre mesi. Un altro lavoro di revisione del 2013 [18] ha rafforzato l’esistenza del legame tra parodontite e diabete di tipo 2, mentre sul diabete di tipo 1 la correlazione sta emergendo negli ultimi anni, e sul diabete gestazionale i dati sono ancora insufficienti. Un altro studio ha invece esaminato la correlazione tra paradontite, edentulia e sviluppo di macroalbuminuria, e insufficienza renale.terminale, giungendo alla conclusione che l’incidenza di macroalbuminuria aumentava con l’aumentare della gravità della parodontite e la più alta incidenza era nel gruppo di persone edentuli [19]. PREVENZIONE L’educazione per la prevenzione delle malattie dei denti si basa innanzi tutto sulla corretta igiene del cavo orale e gli infermieri possono agire in autonomia basandosi sulle linee guida e le evidenze disponibili. Nelle Linee guida nazionali per la promozione della salute orale e la prevenzione delle patologie orali in età adulta Aggiornamento anno 2015 [20], viene riportato con livello di evidenza I e forza della raccomandazione A come “Il controllo della placca dentale sia una componente fondamentale nella gestione delle malattie parodontali. L’istruzione dei pazienti sulle tecniche di igiene orale domi-


della carie. La carie e la malattia parodontale possono essere, se non adeguatamente trattate, causa di edentulismo, parziale o totale ovvero della perdita parziale o totale dei denti. La carie è definita una malattia a eziologia multifattoriale, localizzata, cronico-degenerativa, post-eruttiva, che interessa il tessuto duro dentale, determinandone la distruzione con formazione di una cavità [22-23-24] e può essere causa di processi infettivi come l’ascesso periapicale. Per l’alta incidenza della patologia cariosa nel paesi industrializzati, il 95% in alcune zone, [25-26] tutta la popolazione deve essere considerata a rischio e dovrebbero essere ricercati e valutati i fattori predisponenti, gli stili di vita, le condizioni socio-economiche e le interazioni con patologie acute e croniche di altri sistemi corporei. Tra i fattori di

di erosione e abrasione [31],consente la rimozione del 78% della placca dentale [32]. La relazione tra l’assunzione di zuccheri fermentabili, saccarosio, glucosio,maltosio, lattosio e fruttosio è stato messo in relazione con l’alta incidenza di carie in diversi studi clinico-epidemiologici [27-33] e con un diverso grado di cariogenicità. Il saccarosio sembra giochi un ruolo cruciale nello sviluppo della carie perché oltre alla fermentazione con produzione di acidi deboli, risulta essere in grado di produrre glucani insolubili. Ma l’elemento più importante nella genesi della patologia cariosa, non sarebbe la dose di carboidrati assunta complessivamente ma la frequenza con la quale questi vengono assunti: infatti l’elevata frequenza aumenta la probabilità di carie [34]. La distruzione

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rischio per lo sviluppo della patologia cariosa, tre sono essenziali: una flora batterica cariogena adesa alla superficie dentale (biopellicola), una dieta ricca di carboidrati fermentabili e ridotte difese intrinseche dell’ospite [27]. La placca dentale, o placca batterica, in 1 mm3 del peso di circa 1 mg, ospita circa 108 batteri di oltre 300 specie diverse [28] e numerosi studi clinici, hanno provato, in maniera convincente, che la regolare rimozione quotidiana della placca dentale, nella maggior parte dei pazienti, previene le malattie dentali [29-30]. Infatti, lo spazzolamento manuale, di tutte le superfici dei denti, da eseguire senza esercitare una forza eccessiva che potrebbe causare danni

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ciliare deve essere parte integrante di ogni piano di trattamento per la cura delle stesse. La frequenza dei richiami va personalizzata sulla base del livello di rischio del paziente che dovrebbe essere sempre inserito in un programma di mantenimento corretto” . Il dato da cui partire, purtroppo, è che revisioni sistematiche della letteratura mostrano che le persone mediamente non sono in grado di spazzolare i denti in modo adeguato e convivono quotidianamente con grossi quantitativi di placca dentale [21]. Bisogna perciò insegnare alle persone ad aver cura dei propri denti e l’igiene della bocca ha in comune non solo la prevenzione della parodontite, ma anche

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permanente dell’architettura del dente avviene attraverso una cascata di eventi che originano dalla fermentazione dei carboidrati, attraverso processi di fermentazione, formazione di metaboliti acidi, demineralizzazione di smalto e dentina e successiva disgregazione della componente organica sul tessuto dentale .Un ruolo importante giocano le variabili riguardanti l’ospite, in particolare la saliva, ma anche l’azione meccanica della lingua e le difese immunitarie proprie del cavo orale [35]. Studi clinici recenti hanno evidenziato come, negli adulti, l’uso di paste dentifrice fluorate diminuiscano sensibilmente la formazione di nuove carie, con riduzione del 33.3% rispetto al placebo [36]. L’approccio sistematico all’utilizzo di paste dentifrice a base di fluoro insieme all’introduzione di programmi di sensibilizzazione e informazione nelle famiglie e nei luoghi di lavoro rappresenterebbe un adeguato fattore di prevenzione della patologia cariosa in tutti i soggetti, così come l’uso dello spazzolino elettrico [37]. E’ importante ricordare che se il paziente non è in grado di conservare una igiene orale adeguata, il trattamento della parodontite non previene la progressione della malattia [38].

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IMPLICAZIONI PER LA PRATICA

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Dagli studi si evince quanto sia fondamentale introdurre nelle nostre sedute

educative l’attenzione alla cura dei denti dei nostri pazienti [39]. “L’igiene orale domiciliare è un presidio preventodontico insostituibile per contrastare la perdita degli elementi dentari”(Forza della raccomandazione A Grado di evidenza I nelle Raccomandazioni nazionali). Insegnare una adeguata igiene orale è compito degli infermieri e può diventare una sfida farlo per i nostri pazienti, in particolare per quelli anziani a maggior rischio di edentulia [40],poiché una scarsa igiene orale comporta l’insorgenza di carie, gengiviti, periodontiti, infezioni mucose e perdita dei denti. In particolare nelle persone anziane vanno considerati l’acuità visiva, l’abilità manuale per l’uso di spazzolini e fili interdentali, la sarcopenia, ma anche la difficoltà a ricordare le attività della vita quotidiana [41] e quindi le possibilità di personalizzazione di una igiene domiciliare basata sulle capacità o possibilità di autocura [42], prendendo in considerazione anche l’uso dello spazzolino elettrico [43]. Ma l’invecchiamento è un fenomeno complesso, multifattoriale con aumentato rischio di co-morbilità e mortalità con uso di diversi farmaci con specifici effetti collaterali anche sul cavo orale. La co-morbilita e polifarmacoterapia comportano conseguenze negative sulla salute orale [44-45]. In mancanza di consenso sulla frequenza ottimale di spazzolamento dei denti e di quanta placca sia necessario rimuovere per prevenire lo sviluppo di carie e malattie parodontali, si raccomanda di spazzolare i denti almeno due volte al giorno [46]. Attenzione va posta anche alla pulizia dei presidi protesici rimovibili, poiché i materiali che li costituiscono e il loro uso quotidiano, favoriscono il rapido sviluppo di biofilm e placca contenenti batteri e lieviti oltre a mantenere condizioni anaerobiche a basso pH tra la base protesica e la mucosa [47]. Placca, biofilm e traumatismi sui denti di appoggio aumentano la possibilità di perdita ulteriore di denti. L’uso di sostanze disinfettanti presenti in commercio sono consigliabili per la sanificazione delle protesi [48] . E’ necessario spiegare come sia più alto il rischio di sviluppare parodontite e


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possibilmente adoperarsi per rimuovere gli ostacoli. Una alimentazione equilibrata e stili di vita sani sono raccomandazioni usuali per i nostri pazienti e risultano determinanti anche per la salute del cavo orale dell’individuo adulto e anziano. In particolare nell’anziano, sebbene sia richiesta una minore introduzione di energia calorica, è comunque fondamentale l’assunzione di proteine e micronutrienti, ma le persone con pochi denti o protesi non conformi sono portate a ridurre il consumo di frutta e verdura crude, ricche di micronutrienti, e di carne, e privilegiare grassi saturi, carboidrati e alcool [41]. E’infine fondamentale consigliare la cessazione del fumo, non solo di sigaretta, ma di qualsiasi tabacco [51], essendo molto forte l’evidenza causale tra fumo e perdita di denti, in particolare nella popolazione geriatrica [52]. Smettere di fumare ha evidenziato la possibilità di poter invertire gli effetti negativi sulle strutture parodontali [53], diminuire la perdita dei denti [54],con benefici sulla salute orale in tutte le fasce di età. SISTEMA SANITARIO E CURE ODONTOIATRICHE La normativa statale in materia di assistenza odontoiatrica è costituita prin-

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come questo possa agire negativamente sul controllo glicemico ma anche sulle complicanze cardiovascolari e renali [49].. Risulta perciò fondamentale che gli infermieri si occupino di raccogliere dati sullo stato di salute dei denti nelle visite infermieristiche. Si possono porre semplici domande che sono valutative di segni e sintomi di salute dentale e parodontite: presenza/frequenza di sanguinamento gengivale, spontaneo o durante lo spazzolamento, spostamento o mobilità dei denti, ipersensibilità, difficoltà della funzione masticatoria, cambiamenti delle abitudini alimentari, seguite da una ispezione della bocca per valutare la presenza di retrazione gengivale, osservando le radici visibili dei denti o gli stessi che appaiono più lunghi, l’edentulia, conseguenza grave e frequente della parodontite, l’igiene stessa della bocca. Anche l’alitosi non va sottovalutata perché può essere spia di parodontite. Occorre anche chiedere la frequenza delle visite odontoiatriche che dovrebbe essere in rapporto al profilo di rischio. Intervalli di 12, 6, 3 mesi sono raccomandati per pazienti a basso, moderato, alto rischio per carie e malattie parodontali. Nei pazienti adulti ad alto rischio, la cadenza dei richiami va periodicamente rivalutata [50] e in caso di inadeguatezza, ricercarne le ragioni e

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impediscono l’accesso alle cure odontoiatriche a pagamento; e come vulnerabilità sanitaria cioè condizioni di tipo sanitario che rendono necessarie le cure odontoiatriche. Per i soggetti con vulnerabilità sanitaria,(possiamo considerare tali tutte le persone affette da diabete?) devono essere garantite tutte le prestazioni odontoiatriche previste dal piano sanitario individuale, con l’eccezione dei manufatti protesici e degli interventi di tipo estetico. Per i soggetti con vulnerabilità sociale, devono essere garantite: visita odontoiatrica; estrazioni dentarie; otturazioni e terapie canalari; applicazione di protesi rimovibili (escluso il manufatto protesico). Le Regioni dovrebbero chiarire i criteri specifici per definire chi è “vulnerabile”, pertanto permangono rischi di disparità/iniquità sul territorio nazionale.

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CONCLUSIONI

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cipalmente dal D.lgs. 502/1992 e successive modifiche e integrazioni, che definisce i criteri per la determinazione dei livelli essenziali di assistenza (L.E.A.) e dal DPCM 29/11/2001 “Definizione dei livelli essenziali di assistenza”[54]. Secondo tali norme, l’assistenza odontoiatrica a carico del SSN è rivolta a specifiche fasce di persone e in particolare a programmi di tutela della salute odontoiatrica nell’età evolutiva e assistenza odontoiatrica a determinate categorie di soggetti in condizioni di particolare vulnerabilità. A tutti i cittadini sono invece garantite le visite odontoiatriche per la diagnosi precoce di patologie neoplastiche del cavo orale e il trattamento immediato delle urgenze odontostomatologiche come infezioni acute e dolore acuto. Per i nostri pazienti dobbiamo prendere in esame il sostantivo “vulnerabilità”. Esso viene inteso come vulnerabilità sociale, ossia condizioni di svantaggio sociale ed economico che

A livello del cavo orale, il diabete mellito comporta una maggior suscettibilità a gengiviti e par odontopatia, oltre che ad alterazioni della composizione e produzione salivare. Queste manifestazioni sono più frequenti e severe in caso di pazienti scompensati o con uno scarso livello di igiene orale. Inoltre, in alcuni studi è stato rilevato che i bambini diabetici sono suscettibili di candidosi orali pseudomembranose indotte dallo squilibrio dell’ecosistema orale e dalla xerostomia. Le infezioni costituiscono ancora oggi una delle principali cause di ricovero ospedaliero e di mortalità nei pazienti con diabete mellito, sia di tipo 1 che di tipo 2 [55]. Le evidenze sui risultati della prevenzione per la salute dei denti in termini di costi e di conservazione di un apparato boccale sano, dovrebbero spingere il sistema sanitario a investire di più nella prevenzione e in particolare su quelle figura sanitarie, come gli infermieri, che hanno la prevenzione e l’educazione alla popolazione sana e non tra le funzioni stabilite per legge. E’ una conclusione ricorrente che ancora non si sostanzia in una modificazione dei modelli organizzativi di cura che permetterebbe agli infermieri di espletare in pieno le funzioni per le quali vengono preparati nei corsi di laurea e negli


studi successivi, ma che sono in grossa parte impraticabili perché sul territorio, dove la prevenzione primaria può avere la massima espressione, gli infermieri sono in numero inadeguato.

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Chi come noi, accompagna gruppi specifici di pazienti ha molte responsabilità perché, in parte, deve occuparsi anche di quella prevenzione primaria che risulta fondamentale se vogliamo evitare danni alla salute e complicanze specifiche. Promuovere e facilitare programmi di prevenzione e cura delle patologie più diffuse della bocca rappresenta una misura fondamentale in termini di efficacia e favorevole rapporto costi-benefici, anche se c’è necessità di un miglioramento della disponibilità di dati di screening, diagnosi precoce e valutazione dei fattori di rischio e di una valutazione attenta dei risultati per stabilire l’efficacia dei programmi di prevenzione della salute orale. La periodicità delle visite di controllo influisce sulla salute del cavo orale, tanto che il numero dei denti diminuisce con il decrescere dei controlli specialistici. I pregressi interventi restaurativi necessitano di controllo e manutenzione periodica [56] e nelle persone anziane la salute orale con conseguente perdita di elementi dentari, può essere compromessa da condizioni di co-morbilità, fragilità, disabilità che rendono necessario un approccio multidisciplinare tra gli operatori sanitari generali e quelli della salute del cavo orale per promuovere il benessere globale degli anziani [57]. Né possiamo dimenticare come la riabilitazione del cavo orale con manufatti protesi fissi tradizionali, implanto-supportati o di tipo rimovibile, migliori la qualità di vita [58-59-60], non solo negli aspetti fisiologici (capacità masticatoria e nel parlare), ma anche psicologici e sociali (auto-stima, fiducia in se stessi, senso di non esclusione sociale) [61]. Ma tutto quello che le evidenze raccomandano è dovuto gratuitamente dal sistema sanitario solo se sei ritenuto vulnerabile e questo lo stabilisce la tua Regione, non i bisogni individuali di cura di una parte del corpo fondamentale per garantire un’alimentazione adeguata. In barba all’articolo 32 della Costituzione italiana. Da parte nostra, per chi non lo avesse ancora fatto, è un’esigenza, anche etica, includere la prevenzione dentale nelle sedute educative con le persone che curiamo.

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CONGRESSO REGIONALE OSDI ABRUZZO E MOLISE 26 NOVEMBRE 2016

Con grande piacere e soddisfazione sono a relazionare sul nostro non ultimo evento, tenutosi il il 26 Novembre 2016 presso la Camera di Commercio di Chieti, il Congresso Regionale OSDI Abruzzo e Molise. Un evento che per partecipazione degli operatori, competenze dei relatori e supporto in termini di sponsorizzazioni e non da ultimo, dalla presenza delle Istituzioni Sanitarie Regionali, ha reso il giusto merito all’intera Associazione ed all’operato del CDR, di cui sono stata per due anni la Presidente. Come ogni congresso OSDI, Nazionale o Regionale che sia, il nostro è stato un momento di incontro e condivisione di conoscenze ed esperienze unico. In questa

edizione il CDR ha scelto di porre all’attenzione dell’assemblea, nella prima sessione mattutina, il Piano Nazionale della Cronicità, relazionato del Direttore dell’Agenzia Sanitaria Regionale, Dott. Alfonso Mascitelli. Piano che si pone come obiettivi: – migliorare l’assistenza ospedaliera ai pazienti con cronicità; – creare reti multi-specialistiche ospedaliere; – promuovere l’integrazione con il territorio, assicurando la continuità assistenziale. Le linee d’intervento proposte all’uopo sono: • promuovere interventi finalizzati ad assicurare la continuità terapeutica ed


Di seguito ho relazionato circa l’esperienza della Regione Abruzzo sul recepimento del Piano Nazionale sul Diabete. Tale attività ha visto la costituzione di un tavolo di lavoro composto da diabetologi, MMG, PLS, rappresentanti delle Associazioni delle persone con diabete e una rappresentanza degli infermieri nella mia persona. OSDI era in quel tavolo. Il gruppo di lavoro ha prodotto quattro documenti, uno generale sul PDTA, uno sul PDTA nel Diabete Tipo2, uno sul PDTA nel Diabete Tipo 1 e uno sul PDTA in età pediatrica. Il 05 luglio 2016 il Commissario ad Acta ha approvato i documenti, notificandoli alle AASSLL e all’Agenzia Sanitaria Regionale (ASR Abruzzo) per gli adempimenti di competenza, di notiziare ai competenti Servizi del Dipartimento per la Salute ed il Welfare, di disporne la trasmis-

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– enfatizzare gli strumenti di valutazione precoce delle fragilità; – promuovere setting assistenziali appropriati; – telemedicina; – CCM (chronic care model); – comunicazione, relazionalità ed integrazione socio-assistenziale – verifica, valutazione e sistemi informativi; – risorse e strumenti organizzativi – aspetti assistenziali della presa in cura

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assistenziale alle persone affette da cronicità, che Accedono alle cure ospedaliere, sia in emergenza/urgenza che in elezione; • favorire la definizione, secondo standard EBM, di specifici percorsi diagnosticoterapeutico-assistenziali multidisciplinari intraospedalieri almeno per le principali patologie croniche (neurologiche, pneumologiche, cardiologiche, metaboliche, vascolari, oncologiche, ortopediche, reumatologiche) • garantire la trasmissioni delle informazioni al momento della dimissione, assicurando la continuità assistenziale sul territorio in contatto con il sistema delle cure primarie; • promuovere l’istituzione della figura del medico “tutor” per la persona affetta da cronicità al momento dell’accesso ospedaliero, che gestisca il percorso clinico intraospedaliero e si raccordi con il sistema territoriale; • sperimentare modelli di ospedale per intensità di cura e valutarne l’efficacia sul paziente ricoverato. Il collega Angelo De Luca, ha riferito successivamente all’Assemblea circa il progetto pilota della ASL2 Lanciano-VastoChieti, relativo al ruolo dell’infermiere “di fragilità”. IL progetto pone l’accento; – sulla necessità di approfondire gli aspetti relativi alla continuità assistenziale ed alla integrazione;

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sione ai Ministeri affiancati per la prescritta validazione e procedere alla pubblicazione sul BURAT. È seguita l’esperienza della Regione Molise, esposta dalla collega Franca Di Ponte, che ha manifestato e posto all’attenzione dell’assemblea i ritardi nell’implementare il Piano Nazionale del Diabete nella sua Regione, motivati, spesso in maniera erronea, da falsi problemi quali la mancanza di risorse piuttosto che da una scarsa attenzione sul come operare. Il lavori sono proseguiti sempre con un ottimo livello per i contributi scientifici apportati. I relatori e moderatori, per le loro competenze, hanno affrontato le tematiche cliniche, organizzative con il giusto piglio e professionalità. Di particolare importanza circa i riferimenti e le indicazioni scientifiche offerti dalla Prof.ssa Ester Vitacolonna e dalla Dott.ssa Simonetta Di Vincenzo relativamente alla prevenzione ed alla innovazione terapeutica nel DM2 Chiude la sessione mattutina l’intervento del collega Gianfranco Tamagnini, (Responsabile Formazione Collegio IPASVI della Provincia di Chieti), inerente il ruolo dell’infermiere nell’attuale panorama sanitario. Ruolo attenzionato nella modifica del Codice Deontologico da parte dell’Assemblea dei Presidenti Provinciali IPASVI, che contemporaneamente si riuniva a Roma. La sessione pomeridiana è stata dedicata al misurarsi con situazioni di cura specifiche. Vista la sempre più frequente presenza nei nostri ambulatori di persone con diabete di altri gruppi etnici, ci si è posti la domanda: come gestire l’alimentazione? Come gestire il Ramadan? A queste domande ha risposto la collega Lia Cucco che ha evidenziato come la multi-etnicità è in continua crescita, come le culture d’origine rivestono molta importanza nel condizionare le condotte, le richieste di cura e la disponibilità a determinate terapie. La persona musulmana deve poter ricevere da una equipe multiprofessionale un’educazione terapeutica strutturata e specificatamente indirizzata al Ramadan. É necessaria, per contro, la formazione sull’infermieristica interculturale, su pro-

grammi per sostenere le persone diabetiche praticanti a mantenere un controllo glicemico adeguato, durante il periodo del Ramadan. Quindi il Ramadan stesso può essere inteso come opportunità e stimolo. Successivamente interessante è stata la relazione della dott.ssa Emanuela Mazzola che ha riferito circa il ruolo e le interazioni che il diabete ha nelle prassi alimentari caratteristiche di etnie diverse. La stessa ha presentato un nuovo modello di Piramide Alimentare Transculturale, che considera le preferenze in fatto di cibo di quattro macroaree: la mediterranea, l’asiatica, l’africana e quella dell’America Latina, che valuta le singole peculiarità a tavola per integrarle in uno schema unico alimentare sulla base della piramide alimentare che riflette la dieta mediterranea. Altra specificità evidenziata è stata da parte della Dott.ssa Elisabetta Ferrara e dalla collega Olimpia Di Prinzio su quanto l’incidenza della paradontite o paradontopatia sia maggiore nelle persone con diabete rispetto alle persone non diabetiche. Le patologie del cavo orale sono menzionate tra le 14 aree di miglioramento dell’assistenza diabetologica in Italia presenti nel Piano Nazionale del Diabete. Nella sessione delle specificità grande interesse hanno creato le relazioni relative alle scale di valutazione terapia e approccio psicologico al dolore, che sono state presentate dalla collega Monica Mazzocchetti, dal dott. Mariano Flocco e dal dott. Andrea D’Alete che collaborano presso l’Hospice di Larino. Durante la pausa pranzo è stato attivo il seggio per l’elezione del nuovo Direttivo Regionale, a chiusura dei lavori si è proceduto alla nomina. La collega Franca Di Ponte rivestirà il ruolo di Presidente . Nel CDR è entrata una nuova risorsa il collega Alfredo Di Luzio che apporterà la sua esperienza in campo nefrologico. Per il CDR Osdi Abreuzzo- Molise Livia Cavuto


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XII CONGRESSO REGIONALE OSDI LOMBARDIA MILANO 14 OTTOBRE 2016 Per ogni Presidente e direttivo alla fine del mandato è cruciale l’organizzazione del congresso regionale. In questa giornata si concentrano tutti gli sforzi e il lavoro fatto negli anni precedenti concretizzando la visione e la missione per cui ci si è mossi. Il 15 ottobre si è svolto a Milano il “Nostro”, introdotto al mattino dall’assemblea dei soci. In apertura la Presidente uscente Tiziana Terni ha letto il messaggio di saluto della Presidente nazionale Katia Speese e con piacere abbiamo accolto la coordinatrice della Scuola di Formazione Lia Cucco che ha trascorso la giornata con noi. Il periodo difficile che stiamo attraversando nel nostro Paese e nella nostra regione ci ha creato ripetute occasioni d’ansia, ma siamo riuscite nell’intento di organizzare un congresso di spessore dal

titolo: “ La valutazione delle capacità di prendersi cura di sé nelle persone con diabete, sviluppo del Self-Care Of Diabetes Index e successive fasi del progetto di ricerca infermieristica”. Proprio la quantità e la qualità dei contenuti, nonostante il freddo e la pioggia, hanno caratterizzato questa bellissima giornata formativa, espressione del desiderio di integrare i punti di vista di tutti gli attori coinvolti nella cura. Per questo motivo abbiamo pensato di invitare professionisti della cura e rappresentanze dei pazienti per riconoscere, noi per primi, l’importante contributo di ciascuno e la necessità del lavoro in team. In questi anni abbiamo partecipato al tavolo tecnico regionale e, rendendoci conto che le nostre attività sono quasi sconosciute, abbiamo deciso di chiedere


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La Presidente Tiziana Terni ha introdotto con la sua relazione l’intervento del collega Davide Ausili, infermiere ricercatore dell’università Bicocca, che ha illustrato il progetto di ricerca infermieristica internazionale per lo sviluppo del Self-Care Of Diabetes Index, uno strumento validato per la misurazione delle capacità di autocura nelle persone con diabete più esauriente di quelli attualmente presenti in letteratura nel panorama infermieristico internazionale. Lo strumento permetterebbe anche una valutazione misurabile degli interventi educativi e degli esiti da essi ottenuti e consentirebbe una applicazione oggettiva del processo di nursing attraverso le sue fasi: diagnosi, pianificazione, intervento e valutazione. Al progetto, che in questo momento è in attesa dell’autorizzazione del comitato etico, dovrebbe seguire la ricerca che vedrà impegnati i soci OSDI per circa 3 anni. Questo importante risultato è stato possibile grazie alla collaborazione tra l’università Bicocca, nella persona della prof. Stefania Di Mauro, professore associato di Scienze Infermieristiche Generali, Cliniche e Pediatriche dell’Universita degli Studi di Milano-Bicocca e il direttivo OSDI

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il patrocinio regionale per ogni nostro evento, allo scopo di rendere visibile l’impegno della nostra associazione nella formazione di infermieri esperti in diabetologia e il grosso bagaglio di competenze che questi possiedono frutto del costante impegno nella crescita professionale. Ringraziamo, oltre a Regione Lombardia, tutte le altre associazioni presenti per la concessione del patrocinio. La prima sessione del congresso ha visto l’espressione delle posizioni del diabetologo, del paziente, dell’infermiere, del dietista, del podologo e dello psicologo, con la moderazione della dott.ssa Annalisa Giancaterini, vice Presidente di AMD regionale, e della signora Patrizia Pappini, Presidente dell’associazione pediatrica Sostegno 70 e vice Presidente della Consociazione della Lombardia delle persone con diabete. Il momento, che ha visto anche un acceso dibattito, è stato molto gradito soprattutto dai rappresentanti delle associazioni dei pazienti che ci hanno chiesto di continuare in una più stretta collaborazione. La sessione del pomeriggio si è aperta con i saluti del dott. Giuseppe Marelli, socio onorario OSDI, che ci ha onorato della sua presenza.

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Lombardia che ha coinvolto il livello nazionale, concordando la sua rappresentanza nel board di progetto con la collega Silvana Pastori, Consigliere nazionale , quello regionale con la Presidente Tiziana Terni, quello dei formatori esperti OSDI attraverso la partecipazione della collega Anna Satta Hai. I consultant medici hanno introdotto per la loro collaborazione il Consigliere regionale Silvia Maino e la socia Monica Bulgheroni. Il Direttivo regionale ha supportato i colleghi universitari nella ricerca della consulenza medica coinvolgendo AMD e SID attraverso la partecipazione della Dott.ssa Nicoletta Musacchio, Presidente nazionale AMD, e il Prof. Gianluca Perseghin Presidente regionale SID. Un simpatico siparietto si è svolto nel passaggio tra le due relazioni perché si è voluto rendere pubblico un importante successo del il dott. Davide Ausili al recente congresso FEND (Federation of European Nurses in Diabetes) dove ha vinto il premio come miglior ricercatore proprio presentando un aspetto di questo progetto di ricerca ed è importante sottolineare che si tratta del primo infermiere italiano ad avere ottenuto un simile riconoscimento. I lavori sono proseguiti cercando di fare il punto sulla situazione vissuta dalla comunità infermieristica nazionale. La collega Pastori e la collega Giarratana, referente

regionale per l’associazione ANIED, hanno moderato gli interventi dell’infermiere esperto in diabetologia, dell’infermiere impegnato nella formazione e nella ricerca universitaria, della rappresentante degli infermieri esperti che si riuniscono nel GPAIN ( Gruppo Permanente delle Associazioni Infermieristiche Nazionali) e del presidente del Collegio IPASVI di Milano-LodiMonza Brianza dott. Muttillo. Anche questa sessione ha visto un acceso dibattito che ha evidenziato come gli infermieri abbiano necessità di confrontarsi e riconoscersi nei diversi ruoli per superare le criticità e ritrovare la loro forza espressiva unitaria. Al termine della giornata è stato presentato il nuovo CDR che ha visto l’ingresso della collega Gabriella Grieco in sostituzione della collega uscente Monica Bossi, alla quale vanno i nostri ringraziamenti per il lavoro svolto ed il passaggio delle consegne della Presidente uscente alla nuova Presidente regionale Carolina Larocca. Da questa giornata portiamo a casa il desiderio e la forza di continuare l’intenso lavoro svolto in questi ultimi anni, anche cercando nuove strategie ed alleanze se necessarie ed utili per continuare a scrivere la storia di OSDI, alla quale tutte noi siamo riconoscenti. Per il CDR Osdi Lombardia Carolina Larocca e Tiziana Terni


Il 5 Novembre presso l’Hotel Relais Dell’Olmo a Perugia,si è svolto l’VIII Congresso Regionale Osdi Umbria, destinatari gli iscritti OSDI,Infermieri dei Centri di Salute,Podologi,Dietiste,Medici Specialisti. Il Direttivo uscente,con il Congresso in oggetto,ha voluto mettere in evidenza la Centralità della Persona con Diabete come Attore fondamentale della propria cura aderendo agli schemi terapeutici concordati con il Team curante e sapendo scegliere in maniera autonoma sani stili di vita, il

tutto finalizzato ad una riduzione delle complicanze della malattia ed una migliore qualità della vita stessa. Il Team assistenziale ,rappresentato da una rete di figure sanitarie sempre più allargata ,deve garantire linguaggi standardizzati e comunicazione tra le parti, dare quindi stabili riferimenti ,da qui il “prendersi cura”. L’evento si è aperto con le parole commosse del Presidente Laura Piastrella che ha ricordato il duro colpo subito dalle

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VIII CONGRESSO REGIONALE OSDI UMBRIA EVOLUZIONE DEL PIANETA DIABETE: DAL CURARE AL PRENDERSI CURA

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popolazioni dell’Umbria e di altre Regioni a causa del terremoto ed un partecipato applauso è stato rivolto a tutte le persone che ne sono state tragicamente coinvolte. Si sono unite al pensiero ed hanno portato i saluti delle associazioni la Dott.ssa Cristiana Vermigli Presidente Regionale SID,la Dott.ssa Cecilia Marino Presidente Regionale AMD,la Dott.ssa Sara Scillitani Presidente COREDIAB Umbria (Persone con Diabete dell’Umbria) ,il Consigliere Regionale Attilio Solinas che hanno riconosciuto nell’incontro un importante momento di condivisione . Raffaella Lupattelli , Consigliere Nazionale OSDI, ci ha ricordato l’impegno sostenuto dal 2001 dell’Associazione nella nostra regione formando ed aggiornando gli infermieri dedicati di diabetologia e non solo ed aumentando la qualità di cura ed assistenziale. Laura Piastrella ha ripreso segnalando quali sono stati gli obiettivi raggiunti a livello regionale durante l’anno: la partecipazione ai tavoli regionali sugli argomenti di diabetologia, la formazione dei colleghi infermieri dei centri di salute impegnati nel percorso della Medicina d’iniziativa, la collaborazione con le associazioni scientifiche e delle persone con diabete su varie tematiche come la corretta tecnica delle terapie iniettive, autocontrollo e sani stili di vita. La Dott.ssa Paola Del Sindaco e l’infermiera Marinella Biagini hanno introdotto la comunicazione del Presidente Regionale sull’utilizzo a livello regionale del Modulo Assistenziale. Quest’ultimo è stato recepito dagli infermieri dedicati come un possibile strumento di lavoro quotidiano che va a registrare le azioni assistenziali infermieristiche all’interno della cartella informatizzata condivisa con gli altri operatori del team e che permette la valutazione periodica delle prestazioni e della qualità di cura erogata ai pazienti. In particolare si è potuta effettuare una statistica dei dati sul percorso Cute, in un periodo che va da gennaio ad ottobre 2016, sono state valutate,in tale percorso, 398 persone e più della metà delle stesse, circa il 73%, presentavano segni di lipodistrofie per cui la terapia iniettiva risultava essere non del tutto efficace dando luogo, talvolta, anche a variabilità glicemica e

valori di emoglobina glicata non a target. Da qui lì importanza di continuare, ed anzi ampliare, l’utilizzo degli argomenti di questo Modulo. Da circa un anno nella Regione Umbria si è attivato Il Percorso di Medicina d’iniziativa sul Diabete, che ha visto coinvolti pazienti con DMT2 in trattamento dietetico, con metformina e/o con una somministrazione/die di insulina ad azione lenta con controllo metabolico stabile e senza complicanze date dalla malattia diabetica ripresi in carico da Medici di Medicina Generale ed infermieri dei Centri di Salute e gli infermieri degli Studi di Medicina. Il Dr. Piero Grilli, medico di medicina generale, ci ha spiegato come la realizzazione di tali percorsi riporti il giusto livello di cura, faciliti l’appropriatezza dell’accesso alle strutture diabetologiche e dia modo, a ciascun operatore, di svolgere il proprio ruolo professionale in maniera pro-attiva e non attendista. Inoltre la sperimentazione da la possibilità alle persone con diabete, che trascurano o non considerano la malattia, di essere richiamate e riprese in cura. La collega Maria Grazia Santuari, infermiera di Studio di Medicina, ha evidenziato il notevole impegno svolto dagli infermieri nel realizzare questo progetto: dal richiamare i pazienti agli ambulatori dei MMG, all’assistere il medico durante la visita, al rivalutare, insieme al paziente, il corretto utilizzo del glucometro al domicilio, la corretta tecnica iniettiva, l’aderenza alla terapia nutrizionale ma anche all’ispezione e alla prevenzione del “piede diabetico”. Fondamentale, per essere efficaci nelle nostre azioni,conoscere il contorno sociale del paziente ed il coinvolgimento della famiglia “caregiver”. La seconda sessione, moderata dalla Dott.ssa Carla Cruciani e dall’infermiere Alessandro Mechelli, ha introdotto la relazione della Dott.ssa Chiara Di Loreto che ci ha portato a conoscenza, in maniera semplice ed efficacie, dell’attuale vasto scenario terapeutico in Diabetologia che si propone, come nuovi obiettivi, l’efficacia, la sicurezza e la massima personalizzazione. La collega Lorena Urbani ci ha riportato a considerare l’importanza dell’aderenza


Per il CDR OSDI Umbria Laura Piastrella

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La collega Maria Bertoldi, che si occupa in maniera specifica della gestione dei microinfusori e dei sensori nelle persone con diabete di tipo 1, ci ha sottolineato come tali tecnologie possano elevare la cura e migliorare la qualità di vita dei pazienti se utilizzate in maniera appropriata ed accompagnate da interventi educativi personalizzati. La chiusura del Congresso è stato emozionante e significativa con l’infermiera Cinzia Bondi ed il Presidente dell’associazione DIABETE ONBOARD Riccardo Vinciarelli che hanno ripercorso i momenti significativi dell’incontro avvenuto il 19 di Marzo tra le Persone con diabete di tipo 1 e gli infermieri OSDI Umbria. Le riflessioni di Cinzia ci hanno portato a valutare come la Medicina Narrativa possa aiutare l’operatore sanitario ad acquisire competenze sulla relazione umana ed attivare una pratica riflessiva “sull’interesse alla persona”che rappresenta una fondamentale base della cura. Riccardo ci ha ricordato come l’incontro avvenuto senza barriere, tutti insieme, persone con diabete ed infermieri in cerchio, gli uni di fronte agli altri, abbia facilitato uno scambio reciproco, dove chi cura può essere curato e viceversa e la cura si personalizza e si dà nella sua unicità.

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del paziente alla terapia e di quanto ci si debba ancora impegnare molto per migliorarla attraverso interventi educativi strutturati e rintracciabili, individuali o di gruppo rispondendo ai diversi bisogni. Quindi ci ha presentato le caratteristiche ed il corretto utilizzo dei nuovi devices per la somministrazione settimanale delle incretine sottocute e dell’insulina a diversa concentrazione per UI/ml, con dei lavori di gruppo, i partecipanti hanno potuto sperimentare e ripetere tecnicamente l’utilizzo dei suddetti strumenti. Durante la pausa pranzo si è proceduto all’elezione del nuovo CDR OSDI Umbria che vede l’entrata in carica dei nuovi Consiglieri l’infermiera Maria Bertoldi, l’infermiera Marinella Biagini e l’infermiera Lorena Urbani, continuano la loro carica la Presidente Laura Piastrella e Cinzia Bondi nella carica di Vice Presidente. Decadono dall’incarico il Past President Alberto Pambianco,neo pensionato, che ringraziamo per l’importante impegno svolto in OSDI e al quale rivolgiamo i più sinceri auguri per il traguardo lavorativo raggiunto, affettuosa gratitudine va ai Consiglieri Valentina Pasquini e Daniela Baracchi per il contributo apportato all’associazione . La ripresa dei lavori nel pomeriggio, moderata dall’infermiera Raffaella Lupattelli ha chiamato in causa l’argomento delle nuove tecnologie in aiuto alla gestione del diabete.

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OSDI FVG UPDATE IN DIABETOLOGIA BAGNARIA ARSA (UD) MULINO DELLE TOLLE 24 SETTEMBRE 2016

Il rientro dalla vacanze di gran parte degli infermieri che in FVG si occupano di diabete, ha visto preparato il corso suddetto che, ancora una volta, ha affrontato il tema delle nuove tecnologie riguardanti il trattamento e l’assistenza alle persone con diabete. Corso profiquo: per la seconda volta nel 2016, il secondo appuntamento OSDI ha visto presenti in sala ventisei su trenta partecipanti. Il corso è stato proposto per provare a riassumere le varie e nuove risorse tecnologiche, compresi i nuovi farmaci, e fornire alla persona con diabete un approccio educativo e una terapia personalizzata che consideri la persona nella sua globalità.

Dopo l’introduzione ad opera di E. Levis, Presidente Regionale OSDI FVG, la giornata è proseguita con la presentazione della dott.ssa Patrizia Li Volsi, attuale Presidente Regionale AMD, sui nuovi farmaci. Relazione esaustiva, iniziata con un veloce ripasso dei farmaci già presenti da anni sul mercato e usati maggiormente, fino all’avvento dei cosidetti “farmaci innovativi”, dagli incretino mimetici, agli inibitori della DPPIV per passare agli inibitori del SGLP chiamati anche farmaci glicusurici e giungere alle nuove insuline a maggiori concentrazioni e ai biosimilari, senza scordare gli effetti benefici sulla mortalità CVS degli inibitori del SGLP2 e alla loro facilità di assunzione insieme a SGLP1 che favoriscono l’aderenza del paziente in merito


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Si è evidenziato che alla base della buona utilizzazione di queste tecnologie, oltre alla capacità prettamente tecnica , è indispensabile cercare la motivazione del paziente ed aiutarlo a raggiungere l’autogestione, cioè la buona utilizzazione e interpretazione dei dati raccolti e il buon grado di interazione con il Team curante. Nel pomeriggio si sono susseguite tre presentazioni di altrettanti casi clinici da parte delle colleghe Elena Rosso, Elisabetta Tommasi e Katja Tercelj , che hanno rispettivamente portato le strategie educative e la loro personalizzazione per raggiungere un efficace autocontrollo rispettivamente nel paziente portatore di diabete 2 non insulino trattato, diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2 insulino trattato. La caratteristica di questo corso partecipato è stata l’interattività: infatti gli infermieri presenti hanno avuto l’opportunità di commentare i casi clinici, non in gruppi separati ma sempre in plenaria discutendoli insieme. Lo scopo del corso è stato quindi di fornire maggiori competenze e conoscenze agli infermieri che si interfacciano con le persone con diabete al fine di acquisite nozioni utili alla pratica assistenziale, migliorare l’approccio educativo e parlare con un linguaggio comune. Per il direttivo Osdi FVG Elisa Levis

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all’assunzione e alla continuità nella terapia e sottolineando come le nuove insuline e i biosimilari possano agire con meccanismi più agevoli nel compenso e nella gestione del diabete di tipo 1 o Tipo 2 insulino trattato. Il secondo punto della giornata è stato presentato da E. Levis che ha descritto come l’infermiere sia attore indispensabile nel processo di empowermwnt del paziente diabetico, di come l’aderenza debba essere raggiunta con terapie personalizzate e con monitoraggio costante, e di come sia importante raccogliere tutti i passaggi educativi e le verifiche in un sistema informatico rappresentato dal modulo assistenziale che permette di formulare una diagnosi infermieristica, programmare la relativa azione assistenziale e alla fine raccoglierne l’esito. Il caso clinico descritto in successione ha puntualizzato tutti gli aspetti sopraddetti focalizzando l’attenzione sull’approccio olistico che l’operatore deve attuare per permettere alla persona con diabete di raggiungere gli obiettivi prefissati:il buon compenso metabolico, la buona qualità di vita e l’ottimizzazione della spesa sanitaria. Valentina Toffoletti ha continuato la giornata presentando tre casi clinici su pazienti utilizzatori di nuove tecnologie: essenzialmente calcolatori di bolo in modalità facile e complessa, e portatori di CSSI .

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BRINDISI 14 OTTOBRE 2016

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OSDI PUGLIA UPDATE 2016 SU NEUROPATIA DIABETICA – AUTOCONTROLLO GLICEMICO E TELEMEDICINA

Un titolo ricco di argomenti che lascia intendere l’ambito obiettivo del corso residenziale che si è svolto a Brindisi, presso Villa Moreno lo scorso 14 ottobre a cura del direttivo Osdi Puglia. Obiettivo totalmente raggiunto grazie al prezioso intervento dei relatori presenti in aula, che hanno saputo trasmettere contenuti di alta qualità professionale. Il focus della prima giornata del corso è stato orientato alla discussione sulla neuropatia diabetica esaminando approfonditamente sia l’aspetto fisiopatologico che quello inerente alle tecniche diagnostiche e al trattamento, ipotizzando anche

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una sperimentazione pratica sull’utilizzo dei vari strumenti diagnostici, che purtroppo è stato sacrificato per lasciare spazio alle numerose domande della platea. Segno tangibile dell’interesse che ha destato l’argomento. La neuropatia periferica, caratterizzata da danni diffusi alle fibre nervose periferiche è causata, nella maggior parte dei casi, dal diabete, soprattutto se non è ben compensato; essa infatti, è presente nel 16% dei pazienti diabetici e la sua gestione rappresenta un problema sia per il paziente che per il medico che per il caregiver. La forma più comune è la polineuro-


VITA ASSOCIATIVA Il corso si è concluso con uno spazio formativo fuori ECM che ci ha visto coinvolti in lavori di gruppo molto interessanti basati sulla conoscenza di sé e lo sviluppo di alfabeti che ci permettono di decodificare il nostro pensiero, le nostre emozioni e le nostre azioni, che sono alla base del cambiamento. Per il CDR Osdi Puglia Erika Zasso

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patia simmetrica distale, che colpisce circa un terzo delle persone affette da diabete e che porta ad una riduzione della sensibilità soprattutto al piede e alla parte inferiore della gamba, fino ad arrivare alla formazione delle ulcere diabetiche. L’elemento di discussione più ricorrente è stato focalizzato sull’assenza di percorsi assistenziali appropriati per il paziente con diabete che ha sviluppato questa complicanza e come poter intervenire, nella nostra regione, per poter implementare tali percorsi. L’ipotesi di creare dei gruppi di professionisti, che potessero documentare la situazione regionale per capire come diffondere la cultura professionale su questo aspetto così invalidante della malattia ha preso forma durante il corso e ci auguriamo che possa concretizzarsi con un documento che getti le basi per un percorso condiviso di azioni finalizzate alla gestione del paziente con diabete affetto da neuropatia. La seconda giornata del corso si è invece sviluppata intorno al tema dell’autocontrollo glicemico, elemento fondamentale per concorrere al raggiungimento del buon compenso glicemico, utile a prevenire o ritardare le complicanze del diabete compresa la neuropatia. Il tema dell’autocontrollo glicemico è stato sviluppato su molti fronti e non sono mancati momenti di riflessione condivisa sul ruolo dell’infermiere competente nell’educazione e nel favorire l’aderenza del paziente alla “cura” intesa nella più grande accezione del termine.

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OSDI VENETO LA FILIERA DELL’ESSERE INFERMIERE IN DIABETOLOGIA: DALL’EDUCAZIONE TERAPEUTICA STRUTTURATA ALLA PRODUZIONE DEGLI ESITI ASSISTENZIALI

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PADOVA 14 OTTOBRE 2016

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Il 14 ottobre 2016 si è concluso a Padova, presso il Best Western Hotel Galileo, il corso di formazione dal titolo “La filiera dell’essere infermiere in diabetologia: dall’educazione terapeutica strutturata alla produzione degli esiti assistenziali”. Corso strutturato in due parti e che ha visto un pool di soli infermieri tra docenti e tutor. Questo evento ha dato completamento al percorso formativo “Dall’innovazione tecnologica, all’innovazione relazionale” iniziato ancora nel 2015. Alla guida della dott.ssa Anna Ercoli, tale percorso aveva l’obiettivo di cercare di superare le nostre difficoltà relazionali, riconoscere e superare momenti di impasse, comprendere come le convinzioni inconsce e le emozioni possano rendere automatici i nostri comportamenti anziché legarli alla consapevolezza del nostro ruolo professionale. Quindi promuovere più attenzione a noi stessi per favorire una maggiore capacità di essere presenti come professionisti in un’organizzazione sempre più articolata e complessa. L’obiettivo del secondo evento invece era quello di aumentare le nostre competenze comunicative e motivazionali verso i nostri utenti. Nel nostro contesto assistenziale infatti, gli aspetti comunicativi e motivazionali hanno un’importanza fondamentale assumono le connotazioni di un processo dinamico e non statico,

un processo che non ha inizio né fine, ma che è in continuo progresso proprio perché muta e si evolve nel tempo e si modula alle esigenze sempre nuove che le persone presentano. La conduzione del dott. Giovanni Forza e il dott. Nicola Gentile ha fatto emergere come il processo motivazionale non riguarda solo i nostri utenti ma è vissuto prepotentemente anche dall’infermiere ogni qualvolta si trova a dover acquisire nuove abilità, modificare atteggiamenti o comportamenti. Eccoci quindi entrare nel terzo e ultimo evento di questo percorso, evento che pone l’attenzione sul modulo assistenziale, al suo utilizzo come strumento che permette di misurare gli interventi infermieristici e gli outcome legati ad essi. Peraltro unico strumento attualmente disponibile per gli infermieri di diabetologia. L’inizio dei lavori è stato preceduto dall’intervento della Presidente OSDI Veneto Vanna Cecchin, che ha portato alcune importanti riflessioni inerenti il Modulo Assistenziale, argomento fulcro del corso in discussione. La giornata è continuata con il contributo delle colleghe: Roberta Chiandetti Coordinatore di Medicina Generale presso l’azienda Ospedaliera-Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine. Vanna Cecchin Referente infermieristico Diabetologia Uls 15 Cittadella, Iva Manfroi infermiera presso la Diabetologia del


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– l’assistenza si giustifica se determina risultati di beneficio per l’assistito, – l’educazione terapeutica diviene uno degli strumenti peculiari per raggiungere un risultato in termini di salute La prestazione di terapia educazionale è uno degli strumenti che abbiamo a disposizione ma a tutt’oggi non permette la visibilità dall’intervento infermieristico. La scrupolosa registrazione della propria attività è un compito che si affianca inelu-

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Poliambulatorio di Agordo ULSS 1 Belluno, Maria Grazia Torelli infermiera presso servizio di diabetologia ULS 21 Legnago (VR), Silvia Di Benedetto infermiera UOSD Diabetologia e Malattie del Ricambio Chioggia (VE). Gli aspetti teorici trattati nella prima giornata hanno messo in evidenza come: – l’assistenza professionale non si giustifica nel “fare ” , ma nel rendere possibile un “cambiamento”.

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dibilmente alla sfera di autonomia operativa dell’infermiere migliorando la qualità dell’assistenza. Fondamentale l’intervento seguito da Roberta Chiandetti, che con eccezionale chiarezza e professionalità ha illustrato e spiegato l’importanza del modulo assistenziale. I percorsi educativo-assistenziali non possono essere improvvisati o legati alla sensibilità del singolo operatore, praticati nei ritagli di tempo, oppure entrare nella routine dell’inerzia educativa ma è necessario siano strutturati e che siano utilizzate metodologie didattiche appropriate e che tali percorsi vengano predisposti da infermieri formati. L’infermiere dovrà, in un imminente futuro, porre la sua attenzione proprio alla fase della valutazione dei suoi interventi sia educativi che assistenziali al fine di raccogliere e ottenere dei dati, che gli permettano di arrivare a definire gli esiti dell’assistenza infermieristica diabetologica utilizzando un linguaggio universale e peculiare della professione infermieristica. Il modulo assistenziale è uno strumento che permette agli infermieri una migliore gestione delle informazioni relative al percorso del paziente, una raccolta dati sistemica, l’utilizzo di un linguaggio professionale comune, che consente di rilevare dati precisi, identificare i problemi della persona con diabete cercando di evitare incomprensioni ed errori nei processi di valutazione. Tale modulo permetterà all’infermiere di documentare l’assistenza infermieristica erogata. Il fatto di poter gestire gli interventi in modo codificato e ordinato permette di dare maggiore valore all’attività svolta potendo quindi anche utilizzare i dati archiviati oltre che per il bene del paziente anche per poter capire meglio quali possono essere i suoi bisogni di salute. In chiusura della prima giornata i partecipanti sono stati invitati ad usare il modulo assistenziale, riconoscerne le peculiarità, i punti di forza e anche i punti di debolezza. Durante l’estate Maria Grazia ha tenuto i contatti con i partecipanti, che hanno rappresentato 21 servizi di diabetologia del Veneto, i quali hanno dimostrato una grande partecipazione, sacrificio e dedizione nell’impegnarsi a studiare ed adoperare il modulo durante la pausa estiva.

Nella seconda giornata, 14 ottobre 2016, i colleghi hanno poi riportato la loro esperienza estiva, i pregi del modulo e le difficoltà riscontrate. Ciò che maggiormente è emerso è la difficoltà ad aderire a strumenti innovativi, che richiedono un cambio di prospettiva, un modo nuovo e sicuramente più completo perché più vicino al Nursing, di vedere e vivere l’infermiere in diabetologia. Esso ci chiede di ragionare in termini di esito di salute desiderato e indirizza l’infermiere, anche quello meno esperto, all’attività assistenziale più adeguata rispetto al problema manifestato. Ma nulla di ciò che è stato fatto, creato e costruito nel tempo con tanta passione da ognuno di noi viene perso, rimane bagaglio necessario, fruibile e imprescindibile in ogni momento della nostra attività assistenziale. Certo che per essere migliorato, il modulo avrà bisogno dei nostri suggerimenti affinché trovi, con il contributo di tutti, la sua giusta dimensione. Per fare questo però è necessario iniziare ad usarlo. Arrivati alla fine di questa esperienza vogliamo condividere con voi il fatto che questo evento è stato realizzato con la metodologia della Scuola Formatori Osdi (SFO) ed è stato anche oggetto di verifica ispettiva esterna. Ciò significa che un certificatore esterno è venuto a verificare se la metodologia utilizzata dalla SFO è rispondente alle norme UNI EN ISO 9001:2015. Il coordinatore della SFO, Lia Cucco, Maria Teresa Branca, referente per la qualità, e la Dott.ssa Ida Ramponi, responsabile della qualità, hanno curato la visita ispettiva producendo tutta la documentazione necessaria al certificatore per la valutazione. L’occasione ci è gradita per dire che la valutazione ha avuto esito positivo e che Osdi ha ottenuto il rinnovo della certificazione ISO. Vogliamo ringraziare inoltre L’azienda Sanofi Aventis, sponsor non condizionante dell’evento, che si è resa disponibile nella realizzazione di queste due giornate di formazione. Per il direttivo OSDI VENETO Silvia Di Benedetto, Maria Grazia Torelli, Maria Cristina Gambato


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ARTICOLO ORIGINALE

SALUTE E MIGRAZIONE

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A cura di Orsini Maria Grazia Estratto dalla Tesi di laurea in infermieristica: Salute e migrazione Università degli studi di Bologna, sede di Rimini; corso di laurea in infermieristica, AA 2014-2015. Autrice, M. G. Orsini, Relatore Prof. M. Ottaviani

SUMMARY L’era della globalizzazione e dei continui flussi migratori hanno reso familiare lo scambio e l’incontro tra persone che appartengono a culture diverse. Ciò mette in discussione gran parte delle nostre istituzioni, in particolare l’assistenza sanitaria. Il presente elaborato, che è solo il sunto della tesi di laurea, ha come obiettivo quello di proporre una nuova prospettiva di assistenza che abbia come fulcro la presa in carico della persona assistita considerando la dimensione bio-psico-sociale. Lo scopo principale è, pertanto, quello di argomentare il tema dell’immigrazione nel contesto socio-sanitario consapevoli del fatto che prendersi cura di un’altra persona è già complesso e diventa ancora più articolato quando di fronte a noi abbiamo una persona diversa per colore, cultura, origini, lingua e religione. Tuttavia, queste condizioni non devono costituire un ostacolo al progetto di assistenza, ma fungere da stimolo per migliorare le nostre competenze e per riuscire ad instaurare una relazione tra assistito e Infermiere personalizzata ed adeguata ai diversi bisogni della persona. A tal scopo, si pone l’accento sulla ricca congiunzione tra Infermieristica e Antropologia, due discipline molto diverse per ambito, scientifico da una parte, umanistico dall’altra, ma che trovano punto di incontro entrambe nel porre l’attenzione sull’uomo, come soggetto olistico, immerso in un contesto. L’elaborato si sviluppa, pertanto, intorno alla Teoria dell’Universalità e Diversità dell’assistenza, proposta dalla fondatrice dell’infermieristica Transculturale Madeleine Leininger, basata sulla conoscenza della dimensione culturale degli assistiti, della storia individuale del paziente e della messa in discussione dei pregiudizi, al fine di fornire un’assistenza competente e congruente, nell’ottica di una visione olistica della salute.

La nostra società possiamo ormai definirla multi-culturale, questa è una constatazione evidente, una realtà che non possiamo negare, ma ben diverso è parlare di società interculturale. Mentre la multiculturalità è un fatto oggettivo, l’interculturalità descrive invece uno specifico “progetto” di integrazione all’interno di una società multiculturale e che coinvolge diversi livelli, dal socio sanitario al socio culturale; essa sostiene la necessità dell’accettazione e del riconoscimento di culture diverse e del dialogo fra loro. Essendo pertanto un fatto intenzionale, l’interculturalità si basa, non solo sulla conoscenza delle altre culture, ma anche sulla esplorazione

delle nostre emozioni e dei nostri atteggiamenti per giungere alla capacità di andare oltre le reciproche differenze. L’interculturalità è un percorso complesso che si acquisisce con gradualità, che riguarda tutta la struttura sociale, ma diventa necessaria all’interno di contesti particolari come l’assistenza sanitaria, dove prendersi cura dell’altro assume una valenza non solo etica ma anche professionale. I FLUSSI MIGRATORI: IMMIGRAZIONE ED EMIGRAZIONE, ESPERIENZA FISIOLOGICA E TRAUMATICA Le migrazioni, cioè “il movimento


DATI ISTAT SULLA SITUAZIONE DELLA POPOLAZIONE MIGRANTE I dati evidenziano come in Italia vi sia un costante aumento della popolazione straniera negli ultimi anni, con effetti rilevanti che si ripercuotono a livello sociale, demografico e sanitario. Le popolazioni di immigrati maggiormente rappresentate provengono dal Nord-Africa, dai Balcani, dal Subcontinente indiano e dall’estremo oriente. Dai dati del Dossier Statistico Immigrazione 2014, l’Italia è oggi al quarto posto dopo Ger-

ARTICOLO ORIGINALE mania, Francia, Gran Bretagna per la presenza di immigrati. Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) al 31 Dicembre 2014 risiedono in Italia 60.795.612 abitanti, di cui più di 5 milioni (8,2%) di cittadinanza straniera. Il movimento migratorio sia interno sia dall’estero è indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro. Il primato delle presenze, sia in termini assoluti che percentuali, va alle regioni del Nord-Ovest che registrano 1.725.540 residenti, pari al 34,4% dei residenti stranieri in totale (10,7 ogni 100 abitanti). L’incidenza assume valore massimo in Emilia-Romagna, dove la popolazione straniera rappresenta 11,2% del totale dei residenti, in Lombardia (10,5%) e Veneto (10%). Stessa percentuale di presenza sul totale della popolazione si ha nelle regioni del Nord-Est, dove si contano 1.252.013 cittadini stranieri pari al 25,0% del totale degli stranieri presenti in Italia. Nelle regioni del Centro si registrano quote analoghe di popolazione straniera sia in termini di incidenza (10,6%) sia di quota sulla popolazione straniera complessiva a livello nazionale (25,4%). Nel Sud e nelle Isole la presenza straniera, seppur in crescita, risulta ancora ridotta. Nel Sud si contano 541.844 residenti stranieri, il 10,8% del totale degli stranieri residenti e il 3,8% dei residenti complessivi. Nelle Isole gli stranieri sono 219.195, il 3,2% del totale dei residenti e il 4,4% degli stranieri residenti in Italia.

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di popolazioni, nelle sue varie forme, ha sempre accompagnato la formazione delle società” (Ambrosini, 2011) determinando significative modificazioni in campo sociale, culturale ed economico. In linea generale, i flussi migratori mettono in relazione tra loro persone che hanno origine, abitudini, tradizioni e lingue diverse. Nonostante questa grande eterogeneità e movimento di persone sia ormai una condizione comune in tutto il mondo, non sempre la mentalità di coloro che si trovano dalla parte dell’accoglienza è in grado di comprendere e accettare la diversità. La convivenza di più culture, strutture valoriali, caratteristiche genetiche e culti religiosi implica un duplice sforzo che coinvolge innanzitutto il migrante, che deve riuscire ad integrarsi ed a vivere in un contesto straniero spesso ostile ed il paese di approdo che, invece, deve affrontare le difficoltà insite nell’accogliere e nell’integrare il nuovo arrivato all’interno del proprio sistema sociale. Malgrado le difficoltà e le tensioni che accompagnano il fenomeno migratorio, questo sembra destinato a proseguire, sia per la spinta all’emigrazione alimentata dall’enorme divario tra i paesi poveri e i paesi ricchi sia dalla spinta dovuta al processo di globalizzazione. L’esperienza della migrazione si configura, quindi, nello stesso tempo fisiologica e traumatica; fisiologica perché è l’espressione della naturale tendenza dell’uomo a superare i propri confini alla ricerca di nuovi spazi, traumatica in quanto sempre ed in ogni caso accompagnata da difficoltà, disagi, sofferenze e sacrifici.

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BISOGNI SOCIO-SANITARI DELLA POPOLAZIONE STRANIERA

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L’incontro tra culture porta con se espressioni di bisogni diversi, soprattutto se consideriamo il fatto che è proprio per necessità che le persone abbandonano la loro terra d’origine e si trasferiscono all’estero. Ciò deve farci pensare su come la nostra società intende modificarsi nei comportamenti, negli atteggiamenti e nel nostro modo di porci in ambito professionale, affinché l’incontro sia sempre un arricchimento e non un scontro. L’Italia, che da poco si ritrova ad affrontare le problematiche legate all’immigrazione sta cercando di coniugare i principi universalistici, cardine della nostra costituzione, come il diritto alla salute per tutti, con i nuovi modelli di organizzazione dell’assistenza che includono l’accesso e la fruibilità delle prestazioni anche alla popolazione straniera, prestando la giusta attenzione ai bisogni specifici di queste persone. Dai dati Istat su: “Cittadini stranieri: condizioni di salute, fattori di rischio, ricorso alle cure e accessibilità dei servizi sanitari” (2011-2012) per l’87% dei cittadini stranieri prevale una percezione positiva del proprio stato di salute. In generale, lo straniero che arriva in Italia ha un patrimonio di salute integro (Affronti, 2011). Del resto le motivazioni che spingono all’emigrazione sono perlopiù di natura economica o indirizzata alla ricerca di un lavoro. Esiste, quindi, una sorta di selezione del migrante, strettamente connessa alla consapevolezza che il proprio corpo e la forza lavoro rappresentano le uniche possibilità di successo del progetto migratorio, fenomeno definito “effetto migrante sano”. Questo non significa che il migrante manterrà quello stato di salute per tutto il tempo della sua permanenza in territorio straniero. È anzi altamente probabile che il patrimonio di salute del migrante si logori in fase di adattamento nel paese ospitante, soprattutto se i processi di integrazione sono lenti e le difficoltà comunicative non permettono il mantenimento dell’equilibrio psico-fisico. Le precedenti considerazioni sulle condizioni di salute all’arrivo in Italia dei migranti non sono certamente valide an-

che per coloro i quali sono costretti a lasciare la propria patria a causa di gravi destabilizzazioni politiche, guerre e persecuzioni, che pongono a rischio non solo il futuro ma anche il presente della persona in fase di transito. In questi drammatici casi di migrazione non si parla più di migrante sano, abile a lavorare, ma di pura sopravvivenza. Basti considerare le precarie condizioni in cui si svolge il cosiddetto “viaggio della speranza”, che già da solo compromette la possibilità di giungere in buona salute nel paese ospitante, per comprendere l’inferno da cui tali persone stanno scappando. Le patologie a cui gli immigrati vanno incontro, dopo un certo periodo di permanenza nel nostro paese, sono varie e sono causate essenzialmente dalle pessime condizioni igieniche degli ambienti in cui risiedono: faringiti, flogosi delle vie aeree, tubercolosi, patologie gastrointestinali. A queste si aggiungono quelle condizioni definite “malattie da disagio o meglio da degrado”: scabbia, pediculosi, infezioni virali, micotiche o veneree. È interessante anche evidenziare alcune criticità che possono aumentare il pericolo di contrarre malattie da parte degli immigrati, probabilmente connesse a una serie di condizioni, quali il malessere psicologico legato allo status di immigrato, la mancanza di lavoro e reddito, la sottoccupazione in lavori rischiosi e non tutelati, il degrado abitativo in un contesto diverso dal paese di origine, l’assenza del supporto familiare, il clima e le abitudini alimentari diverse, che possono compromettere lo stato nutrizionale. (Tab. 1) In definitiva, lo stato di salute della popolazione straniera è il risultato della combinazione di più componenti a partire dallo status di persona immigrata alle condizioni ambientali, lavorative, abitative, comunicative e di accesso ai servizi. COMPETENZE INFERMIERISTICHE NELLA DIVERSITA’ L’Alterità una sfida per migliorare le competenze infermieristiche Dall’analisi dei dati e del contesto socio-culturale il nostro paese, come il resto del mondo si trova ad affrontare


Patologie comuni Malattie della pelle Traumi e infortuni Disagio psicologico Malattie infettive

Maternità Infanzia Adolescenza Vecchiaia

CONDIZIONI SOCIALI

Prostituzione Detenzione Sovraffollamento abitativo

Tabella 1 Criticità per la salute degli immigrati (Geraci, 2005)

delle difficoltà dovute alla creazione di nuove società, che cambiano il loro volto, passando da una connotazione monoculturale ad una multiculturale. Questo aspetto della quotidianità pone l’operatore sanitario di fronte ad una sfida che è quella del prendersi cura di pazienti appartenenti a culture altre, diverse dalla propria. Questo aspetto, rappresenta sia una sfida che un’opportunità per migliorare la qualità dell’assistenza in senso più ampio, considerando l’altro nel suo insieme di valori, che sia o meno necessariamente di cultura o provenienza straniera, perché l’incontro con il paziente è sempre l’incontro di due mondi diversi, anche se appartenenti alla medesima cultura. “L’Assistenza è l’essenza dell’infermieristica: gli infermieri devono acquisire conoscenza dei valori, delle credenze e delle forme di assistenza espresse nelle varie culture e mettere a frutto tale conoscenza per prendersi cura delle persone sane e dei malati” (Leininger, 2001). In una società multiculturale, comprendere i bisogni di salute di una persona o di una collettività richiede necessariamente un processo aperto allo sviluppo di nuove competenze, che devono essere acquisite attraverso l’apprendimento permanente e continuo durante tutto il percorso professionale. L’Infermiere deve essere in grado di rilevare i bisogni, gli atteggiamenti e le pratiche con le quali l’uomo si interfaccia nel campo delicato della salute e questo presuppone una competenza culturale oltre che professionale. Per competenza culturale nell’ambito sanitario, si intende l’insieme delle conoscenze, capacità di comprensione e abilità che permettono al professionista della salute di fornire un’assistenza coerente

con le diverse necessità del paziente (Purnell, Davidhizar et al., 2011), evitando standardizzazioni (Wood, 2010). Se questa non è adeguatamente posseduta si rischia di basare l’assistenza infermieristica su una valutazione superficiale, stereotipata ed etnocentrica (Papadopoulos, 2006; Takeno, 2010) o di pensare erroneamente che tutti i soggetti appartenenti ad un gruppo culturale abbiano le medesime esigenze (Misra-Hebert, Isaacson, 2012). I due termini inglesi, illness e disease, illustrano i due aspetti fondamentali dell’assistenza: il curare e il prendersi cura. L’Infermieristica, infatti, si rapporta con la malattia, sia in termini biologici di una disfunzione, o di una lesione (disease), e contemporaneamente a quell’insieme complesso di sensazioni, rappresentazioni mentali e problemi che accompagnano la sfera emotiva dell’individuo e che comportano la percezione della qualità di vita (illness). Lo sviluppo di un’assistenza culturalmente competente è diventato un tema di interesse internazionale e questo si riflette anche nella letteratura infermieristica (Jeffreys,Dogan, 2012). Tuttavia in Italia è un aspetto poco sviluppato anche a partire dalla formazione di base (Festini, Focardi et al. 2009). L’Infermiere si confronta quotidianamente nel proprio lavoro con persone o gruppi di individui che portano con se un determinato patrimonio culturale (Williamson, Harrison, 2010; Perng, Watson, 2012) che ne influenza la percezione di salute e le diverse manifestazioni di bisogno. Non tutti gli infermieri, però, possiedono un background e supporto teorico adeguati (Festini et al., 2009) per definirsi culturalmente competenti e questo influisce sulla qualità delle prestazioni erogate.

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CONDIZIONI FISIOLOGICHE

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CONDIZIONI PATOLOGICHE

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INFERMIERISTICA TRANSCULTURALE

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“L’infermieristica transculturale è un’area autonoma di studio e di esercizio della professione incentrata su valori di assistenza culturale comparata, nonché credenze e abitudini di singoli individui e gruppi di culture simili o differenti. L’obiettivo dell’infermieristica transculturale è di offrire un’assistenza infermieristica culturalmente specifica e universale per la salute e il benessere delle persone o come sostegno per affrontare in modi culturalmente coerenti condizioni di vita difficili” (Leininger, M., Transcultural Nursing: A new and Scientific Subfield of Study in Nursing; in Transcultural Nursing: Concepts, Theories and Practices, M. Leininger 1978) La figura rappresentativa di questa branca dell’infermieristica è l’infermiera ed antropologa Madeleine Leininger, che ha sviluppato, nel corso dei suoi studi e ricerche, la Teoria “Diversità e universalità dell’assistenza culturale”, rappresentata dal modello del Sole Nascente, ed anche un sistema di ricerca qualitativa a cui darà il nome di Etnonursing partendo da un concetto da lei espresso in questi termini “l’assistenza infermieristica, se lasciata a se stessa porta all’etnocentrismo come modo intenzionale di imporre i propri valori, credenze e pratiche su altri in quanto l’esercente li ritiene superiori o migliori” (Leininger M., McFarland M.R., Transcultural nursing: concepts, theories, research and practice, Mc Graw-Hill Company, USA, 3 ed.,2002). Gli sforzi compiuti a partire dagli anni ’50 hanno portato oggi al riconoscimento dell’infermieristica transculturale a livello mondiale come disciplina legittima e fondamentale, con un corpo di conoscenza in costante crescita utili all’insegnamento, alla ricerca, alla pratica e alla consulenza. La teoria della diversità e universalità dell’assistenza culturale insieme al metodo di ricerca etnoinfermieristico sono nati per guidare e spiegare le scoperte pertinenti all’essere umano ed è stata una delle prime teorie in campo infermieristico e l’unica esplicitamente incentrata sull’assistenza alla persona e sui rapporti culturali. Una teoria completa, olistica e diversa dai tradizionali orientamenti dell’infermieristica.

Gli aspetti più significativi di questa teoria si fondano su tre principi fondamentali che sono di seguito esplicitati: • Il primo principio si basa sulla concezione che tra le culture del mondo esistono delle diversità (differenze) e universalità (similitudini) e questo si rispecchia anche nell’ambito dell’assistenza. Per comprendere meglio questo primo principio è importante dare una definizione di cultura e assistenza. Per cultura si intende la conoscenza di valori, credenze, stili di vita appresi, condivisi e trasmessi di uno specifico gruppo, solitamente tramandati di generazione in generazione, che influenzano il modo di pensare, le decisioni e le azioni (Leininger, 1978). L’assistenza invece si considera un fenomeno bidimensionale, universale e particolare insieme, poiché si registra in tutte le culture del mondo, ma per svolgere la sua funzione e avere un effetto benefico si deve considerare il contesto in cui si esplica e non si può imporre un modello di assistenza estraneo alla cultura in cui si opera. • Il secondo principio teorico si fonda sull’idea che i fattori della struttura sociale come la religione, l’economia, l’educazione, la tecnologia, la lingua e i fattori dell’assistenza generica e professionale influenzano i significati, le espressioni e i modelli dell’assistenza culturale nelle differenti culture. È importante indagare tutti questi fattori per offrire un’assistenza olistica e specifica per ogni cultura. L’assistenza generica si riferisce a conoscenze e capacità popolari culturalmente apprese e trasmesse nella tradizione e largamente emiche, cioè interne alle culture. L’assistenza professionale si riferisce alle capacità pratiche etiche, esterne alla cultura, cognitivamente apprese per erogare assistenza professionale. • Il terzo principio concerne le azioni da intraprendere per arrivare a fornire un’assistenza culturalmente congruente per la salute generale e il benessere degli assistiti o per aiutare ad affrontare la morte o le infermità. MODELLO DEL SOLE NASCENTE “La teoria della diversità e universalità


METODO DI RICERCA ETNOINFERMIERISTICO Per spiegare e studiare i fenomeni dell’assistenza infermieristica in relazione alla teoria dell’universalità e diversità dell’assistenza, l’autrice ha indicato il metodo etnoinfermieristico come metodo di indagine disciplinare. Il termine etnoinfermieristico o ethnonursing fu sviluppato appositamente alla metà degli anni ’60 e fa riferimento al “metodo di

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Questo modello si sviluppa su quattro livelli, il primo dei quali è il più astratto, mentre l’ultimo più concreto riguarda le azioni da mettere in atto nell’assistenza. I primi tre livelli forniscono una base

di conoscenze per erogare un’assistenza infermieristica idonea da un punto di vista culturale.

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dell’assistenza culturale” è rappresentata iconograficamente con il modello del Sole Nascente “sunrise model” (Fig.1) che rappresenta una guida per permettere di considerare i molteplici fattori relativi ai principi fondamentali della teoria. Offre un’immagine olistica che vuole simboleggiare un’assistenza culturalmente consapevole che sorge e splende luminosa.

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ricerca qualitativo focalizzato su metodi naturalistici, aperti alla scoperta e perlopiù induttivi (emici) atti a documentare, descrivere, spiegare, e interpretare la visione del mondo, i significati, i simboli e le esperienze di vita degli informatori che generano fenomeni reali o potenziali di assistenza infermieristica” (Leininger, M., Ethnonursing: A Research Method with Enablers to Study the Theory of Culture; in Culture Care Diversity and Universality: A Theory of Nursing, 1991 ); ethno deriva dal greco etnos e si riferisce a popolo, inteso come una cultura con i suoi stili di vita; il suffisso nursing serve per focalizzare la ricerca sui fenomeni dell’assistenza infermieristica, in riferimento agli aspetti umanistici e scientifici. Il metodo etnoinfermieristico è un modello di inchiesta naturalistico e aperto utile per focalizzarsi sulla conoscenza emica ed etica e sulle pratiche relative all’assistenza, alla salute, al benessere, alla malattia, alla morte, alle infermità, ai metodi di prevenzione e altre effettive o potenziali aree di interesse legate all’infermieristica transculturale. Il metodo facilita la conoscenza in campo assistenziale e sanitario relativa agli ambiti della visione del mondo, dei fattori di struttura sociale, della storia etnica, dei fattori di condizione ambientale e delle aree relative alla cultura. Gli Infermieri, nell’applicare il metodo etnografico, interpretano il ruolo di osservatori sul campo come tradizionalmente hanno sempre fatto gli antropologi vivendo tra le persone oggetto di studio. L’antropologia culturale può fornire gli strumenti culturali utili all’Infermiere per il riconoscimento e la presa in carico delle differenze culturali, contribuendo così all’acquisizione di quell’orientamento transculturale che oggi appare sempre più indispensabile ad ogni operatore sanitario che voglia sapersi districare nella complessità che l’assistenza sanitaria presenta nella società multietnica e pluriculturale. ANTROPOLOGIA E NURSING Gli elementi di convergenza tra Antropologia e Nursing Nell’ormai lontano maggio 1986, l’antropologo Roberto Lionetti apriva a

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Trieste il primo convegno in Italia dedicato a “Antropologia e Nursing” su iniziativa del collegio IPASVI. Ai tempi la scelta di un tema del genere appariva del tutto inconsueta, “una sorta di sfida scientifica e intellettuale” (Lionetti,1987). Il primo elemento di convergenza tra le due discipline, sottolineato da Lionetti, è rappresentato dall’attitudine olistica che contraddistingue sia l’antropologia che il nursing, nel momento in cui si approcciano ai problemi della salute e della malattia. Il ruolo stesso assunto dall’Infermiere tende, infatti, a metterlo in contatto assai più direttamente con la globalità e complessità della persona malata, piuttosto che con i parametri della sua malattia, oggetto della pratica clinica del medico. Ciò si collega al secondo fondamentale elemento di convergenza tra antropologia e nursing, rappresentato da quella che potremmo definire la “situazione di prossimità” che entrambi, Infermiere e antropologo, tendono a sperimentare rispetto all’ “oggetto” della propria rispettiva attività. Le ragioni dell’incontro tra scienze sociali e nursing appaiono tanto più vere nel momento in cui il processo di globalizzazione, rendendo l’alterità un fenomeno familiare in ogni settore sociale, ha determinato la necessità costante di costruire un “dialogo ermeneutico” fatto di reciproche traduzioni e interpretazioni con il paziente, allo scopo di raggiungere la comprensione reciproca. “Alter” diventa in questa prospettiva il presupposto concettuale per il nursing, in cui fondamentale risulta il riconoscimento dell’importanza della personalizzazione delle cure. Porre l’attenzione su alter rappresenta il superamento dell’idea di paziente come attore passivo del processo di cura e porta al riconoscimento che il corpo, oggetto di interventi sanitari, non può essere considerato separatamente rispetto al vissuto soggettivo e alla specifica appartenenza culturale della persona (Russo, 2006). Il nursing e l’antropologia culturale rappresentano due ambiti di studio che solo apparentemente possono apparire lontani, ma che rappresentano l’una il complemento dell’altra. Il presupposto di partenza che permette di correlare il nursing e l’antropologia culturale è, come


Gesti di cura nella visione Transculturale Il mondo globalizzato di oggi è rappresentativo di un importante pluralismo, oltre che culturale, anche religioso sempre più trasversale nei continenti e nei singoli Paesi. Nel corso degli ultimi anni si è assistito ad un aumentato interesse nei confronti della spiritualità da parte degli operatori della salute (Fry, Johnson 2004). Supportare i bisogni spirituali dell’utente è un’attività necessaria, per garantire un’assistenza congruente in termini di integrazione e transculturalità. Tuttavia, i concetti di spiritualità e religione sono difficilmente definibili per la loro natura multidimensionale. In maniera semplicistica la religione può essere definita come un sistema organizzativo di credenze, pratiche, rituali e simboli costruito per facilitare la vicinanza al trascendente (Koening, Mc Cullough, Larson 2001). Ciò presuppone la comprensione della dimensione di fede del paziente per essere in grado di mediare tra le diversità esistenti, creando percorsi assistenziali rispettosi delle necessità religiose dell’assistito. Le stime relative al rapporto

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sull’immigrazione effettuata da Caritas Migrantes, attraverso il Dossier 2009, ci dicono indirettamente che il nostro Paese a causa dell’immigrazione ha assistito ad un aumento della presenza di cittadini di differenti confessioni religiose, in particolare islamici, buddisti e induisti. Ciò presuppone che sono necessarie strategie comportamentali differenti da mettere in atto, in ambito assistenziale, nel rispetto dei principali culti religiosi a cui le persone straniere appartengono. È facile intuire quanto il campo della spiritualità entri a far parte del quotidiano e quanto questo possa assumere una valenza ancora più ampia nel momento della sofferenza. In casi di malattia la mancanza di potere e di controllo lascia spazio al senso di precarietà insito nell’essere umano, che si traduce in ansia, senso di impotenza, sino ad arrivare alla disperazione (Maturo 2007). Nel momento della malattia la persona spesso mette in discussione tutta la vita vissuta e questo mettere in discussione, domandarsi, e disperarsi può essere inteso come spiritualità dell’anima. A questo proposito si possono distinguere due situazione: la prima in cui sarà forte la componente spirituale senza essere presente l’aspetto religioso e la seconda in cui i fondamenti religiosi e i dogmi della propria fede saranno prioritari rispetto al proprio vissuto. In ogni caso deve essere lasciato alla persona il giusto spazio per l’espressione del proprio vissuto spirituale. L’assistenza infermieristica intesa come professione dell’accompagnamento olistico della persona malata deve essere attenta, dunque, alle riflessioni di natura spirituale espresse dai singoli pazienti. Conoscere, prevedere e supportare tali bisogni rappresenta uno degli obiettivi dell’assistenza per facilitare l’espressione emotiva della persona nel rispetto delle convinzioni morali e religiose.

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scrive la sociologa Veronica Agnoletti, il concetto di “prendersi cura di-stare accanto a”, quale valore antropologico imprescindibile del nucleo ontologico della relazione Infermiere-Paziente. Il nursing contempla la relazione con l’altro quale nucleo della sua essenza che è prima di tutto pluralità, apertura al diverso e obbligo costante alla ridefinizione delle proprie categorie interpretative, come pure la teoria di Leininger mette in evidenza. Nel nursing la comprensione della differenza tra diverse culture e la capacità di mettere tra parentesi i propri preconcetti, per aprirsi all’altro e alle sue categorie interpretative del reale (empatia), sono elementi centrali che creano il presupposto stesso dell’esistenza del nursing nella sua versione transculturale. La transculturalità ha come obiettivo finale quello di comprendere la narrazione del paziente, il suo particolare modo di vivere la malattia in relazione al suo contesto socio culturale, staccandosi dalla pura diagnosi clinica oggettiva.

CONCLUSIONI Il fenomeno dell’immigrazione, in costante crescita negli ultimi decenni, non risparmia nessun continente, anzi è un fenomeno che possiamo definire di portata planetaria che, accompagnato al fenomeno della globalizzazione, inteso come un

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processo d’interdipendenze economiche, sociali, culturali, politiche e tecnologiche ha determinato forti cambiamenti sul sistema sociale dei diversi Paesi portando alla consapevolezza che anche l’assistenza sanitaria deve assumere una prospettiva globale. Come logica conseguenza, anche gli operatori sanitari si trovano oggi ad affrontare nuove sfide deontologiche ed etiche collegate al coinvolgimento di persone di differenti etnie, lingue, culture e religioni. Per rispondere adeguatamente a tali sfide occorrono sistemi di integrazione caratterizzati da nuove forme di solidarietà, di condivisione, di corresponsabilità. Altrettanto importanti sono le nuove iniziative di formazione professionale orientate all’acquisizione di competenze adeguate all’assistenza di persone con culture diverse, come l’antropologia e il nursing transculturale. Questa necessità si evince anche dai risultati di una recente indagine condotta su circa 4000 Infermieri italiani (Dieci anni dopo: un’altra infermieristica. Seconda indagine nazionale C. Cipolla, G. Rocco 2014), che fornisce un’analisi sociologica

su alcune tematiche rilevanti per la comprensione delle attuali problematiche della professione infermieristica. In questa indagine si evidenzia che il Nursing Transculturale impatta fortemente sul percepito degli infermieri, anche se il problema maggiormente evidenziato è quello linguistico che, pur essendo una barriera importante, viene percepito come un aspetto “tecnico” di comunicazione. Non si evidenziano, dall’indagine, quelli che sono gli aspetti più culturali delle diversità, che richiedono riflessioni più profonde e complesse che vanno oltre la comunicazione linguistica. Questo è un aspetto su cui anche la formazione di base, post base e continua è sentita carente. Conoscere e comprendere la dimensione culturale della persona assistita non è solo un impegno personale, ma anche un obbligo deontologico per l’Infermiere affinché le differenze non siano più un fattore di discriminazione sociale ma rappresentino una possibilità di scambio reciproco e di crescita sia personale che professionale (Collière, 1982).

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Al momento della stampa della rivista altri eventi sono in fase di definizione. Rivolgersi al Presidente della Sezione Regionale per eventuali ulteriori informazioni

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3 dicembre 2016 - Padova - Centro universitario padovano - Dalle nuove raccomandazioni sulla tecnica di iniezione alle moderne terapie iniettive. BD - Becton Dickinson 3 dicembre 2016 - Trento - Quid Hotel - Dall’esordio all’accettazione. I diversi modi di rifiutare il diabete. A. Menarini Diagnostics Data da definire - Sacile (PN) - Palazzo Ragazzoni - VIII Congresso Friuli. Il Diabete tra ospedale e territorio. Plurisponsor

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1 dicembre 2016 - Germaneto (CZ) - Sede da definire - Aspettative del valore glicemico: accuratezza, interpretazione e correzione. Roche Diabetes Care

11 marzo 2017 - Arborea (OR) - Hotel Le Torri - VI Congresso OSDI Sardegna. Lo scarico dati a supporto di un migliore percorso di cura e di governo assistenziale. “Esperienze sarde a confronto”. Plurisponsor

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Sicilia

Maurizio Gandolfo

maurizio-gandolfo@alice.it

Toscana

Andrea Giuseppe Corti

andreagiuscorti@gmail.com

Trentino A.A.

Bruna Barcatta

bruna.barcatta@apss.tn.it

Umbria

Laura Piastrella

piastrellalaura@gmail.com

Veneto

Vanna Cecchin

vannacecchin@alice.it


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