In...formazione - Autorizzazione Tribunale di Lecce N° 1014 marzo 2009 - Poste Italiane S.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Lecce
IN QUESTO NUMERO
Lettera dal direttore
Vita associativa
La parola all’esperto Scuola di formazione permanente OSDI
ANNO II SETTEMBRE 2009 N. 3
norme per gli
autori
Le proposte di pubblicazione saranno accettate a giudizio del comitato di redazione. Ogni articolo esprime il lavoro e/o le convinzioni degli autori i quali assumono la responsabilità di quanto dichiarato. Quando l’articolo esprime o può coinvolgere la responsabilità o l’immagine dell’istituzione di appartenenza o quando gli autori parlano a nome della medesima, occorrerà una liberatoria scritta dei relativi responsabili. La pubblicazione dei lavori è gratuita; il materiale anche originale pervenuto, anche se non pubblicato, non sarà restituito. Gli autori sono tenuti a specificare se la proposta di pubblicazione è stata inoltrata presso altre riviste. Il comitato editoriale si riserva di eseguire, nell’eventualità che appaia opportuno, un lavoro di revisione formale del testo, ferma restando la conservazione dei contenuti espressi dall’Autore, per renderli conformi allo stile della Rivista La rivista In...formazione OSDI pubblica lavori di interesse didattico, scientifico e assistenziali riguardanti il diabete e gli argomenti correlati. Indicare, oltre al proprio indirizzo, il numero di fax e l’indirizzo e-mail per l’eventuale corrispondenza. La struttura del lavoro dovrà conformarsi alle seguenti indicazioni: - Titolo: il titolo deve essere il più possibile conciso, ma chiaramente esplicativo della natura del lavoro. - Nome dell’Autore (o degli Autori): nomi e cognomi per esteso in lettere maiuscole; accanto a ciascun nome uno o più asterischi con riferimento alla successiva indicazione. - Indicazione, preceduta dal relativo numero di asterischi, per ciascun autore della qualifica o struttura di appartenenza; va indicato l’indirizzo e-mail dell’Autore cui fare riferimento. - Riassunto: il riassunto dovrà essere non superiore alle 300 parole e illustrare succintamente scopo del lavoro e risultati. - I riferimenti bibliografici dovranno essere riportati in calce al lavoro numerati progressivamente in cifre arabe poste tra parentesi quadre: indicando il cognome e le iniziali del nome dell’Autore, il titolo dell’articolo per esteso, il titolo della rivista, il volume (in corsivo), i numeri della prima e dell’ultima pagina e l’anno. Le bozze di stampa inviate agli autori devono essere corrette e restituite entro 4 giorni. Il materiale dovrà essere inviato all’indirizzo e-mail: rivista@osdi.it o su supporto digitale a: Chiandetti Roberta SOC 1 Medicina Generale Azienda Ospedaliero-Universitaria 33100 Udine
ANNO II SETTEMBRE 2009 N. 3 In...formazione - Autorizzazione Tribunale di Lecce N° 1014 marzo 2009 - Poste Italiane S.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Lecce
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IN QUESTO NUMERO
Lettera dal direttore
Vita associativa La parola all’esperto Scuola di formazione permanente OSDI
IN...FORMAZIONE Periodico trimestrale dell’Associazione OSDI Operatori Sanitari di Diabetologia Italiani Via Guelfa, 9 - 40138 Bologna www.osdi.it Autorizzazione del tribunale di Lecce n. 1014 - marzo 2009
DIRETTORE RESPONSABILE Roberta Chiandetti
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PAG. editoriale di Rosetta Nocciolini
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PAG. lettera dal direttore di Roberta Chiandetti
VICE-DIRETTORE Maria Teresa Branca COMITATO SCIENTIFICO Roberta Chiandetti Maria Teresa Branca Rosanna Toniato Lia Cucco COMITATO DI REDAZIONE Carla Aliberti Annunziata Bondioli Daniela Cristofanelli Lia Cucco Adia Fabbrizi Laurenzia Ferriani Luigia Milano Rosetta Nocciolini Annamaria Tesei Rosanna Toniato Lorena Urbani
PROGETTAZIONE GRAFICA, IMPAGINAZIONE E STAMPA Carra Editrice 73042 Casarano (Le) Tel. 0833.502319
vita associativa
a cura di Roberta Chiandetti
la parola all’esperto di Marina Cassoni
lo sapevate che a cura del Comitato Scientifico
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scuola di formazione permanente OSDI a cura del Direttore della Scuola di Formazione OSDI
nursing diabetologico a cura di Lia Cucco
UN’AMICA O P E R AT O R I S A N I TA R I D I D I A B E T O L O G I A I TA L I A N I
ci ha lasciato
In un afoso giorno di luglio ci ha lasciato un’amica che ha lottato per sconfiggere una forza più grande della sua voglia di vivere, della sua disponibilità a donarsi agli altri anche quando le forze venivano meno. Non è esprimibile l’amarezza per una perdita così importante, ma la realtà non può essere annullata. Graziella Martini ha lasciato il “nostro treno” il 15 luglio e tutto il mondo OSDI che ha conosciuto, apprezzato ed amato la “sua persona”, oggi è un po’ più solo. Graziella era stata il Presidente della sezione Liguria ed aveva degnamente ricoperto quel ruolo, poi la malattia aveva temporaneamente interrotto il suo percorso con un gruppo in cui lei credeva e per la cui crescita quotidianamente si adoperava. Appena era stata meglio aveva però ripreso con coraggio, fermezza e tanto entusiasmo a donarsi agli altri, ai colleghi, alle persone con diabete, la sua presenza era viva e sapeva dare forza. Ci mancherà molto, non solo al gruppo ligure, ma a tutti noi, a cui resta il ricordo di una “persona speciale”. Ciao Graziella Un abbraccio Rosetta Nocciolini e il Consiglio Direttivo Nazionale OSDI
RICORDANDO
N. 3 settembre 2009
PASQUALE DI COSTE
E’ molto triste dover ricordare un amico così, ma agli amici si deve anche questo, anche quando nel cuore regna tanta amarezza e si vorrebbe restare soli con il proprio dolore, ci si deve far forza nel nome di chi ci ha lasciato un’impronta nel cuore. Pasquale Di Coste, del gruppo Menarini Diagnostici, ci ha lasciato l’8 luglio ed anche lui ha lottato e sperato insieme a tutti noi che lo abbiamo conosciuto, apprezzato ed amato, che potesse allontanare questo triste momento. Di lui ricordo la dolcezza, la serenità, il sorriso sincero, la professionalità e l’equilibrio nel condurre un gruppo che adesso ha perso una guida importante. Il suo ricordo ci aiuterà a lottare per un mondo migliore anche quando le nostre forze tentenneranno. Ciao Pasquale Un abbraccio Rosetta Nocciolini e il Consiglio Direttivo Nazionale OSDI Purtroppo questa estate è stata segnata da un ulteriore ed inaspettato lutto: improvvisamente i primi giorni di agosto è morto il marito di Ida Ramponi. A Ida Ramponi, consulente della Scuola Formatori OSDI, indispensabile “guida” in tanti momenti difficili ma anche amica di molti di noi, la nostra vicinanza e la nostra partecipazione in questo tragico momento con un simbolico e affettuoso abbraccio.
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editoriale
N. 3 settembre 2009
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l tempo corre sempre troppo veloce, ieri era primavera e già l’autunno è alle porte, e noi non siamo più gli stessi, ma non sempre riusciamo a cogliere sfumature così tenui, percepiamo negli altri il passare inesorabile dei giorni. Troppo spesso ci sfugge l’occasione per fare un bilancio, il bilancio di una vita in cui sono gli eventi a trascinarci e non noi a decidere anche se siamo convinti del contrario, sì, in realtà, siamo distolti da una corsa quotidiana contro il tempo, il lavoro, la casa, la famiglia, la
routine, poi qualche volta, un po’ di svago, ma quando riusciamo a trovare il tempo per guardarci dentro? Sappiamo veramente chi siamo, cosa vogliamo, quali sono veramente le cose per cui vale la pena di vivere? Quante volte nei nostri frenetici giorni indossiamo una maschera? Una maschera che ci permette di affrontare gli altri, la sofferenza, le difficoltà, la paura, il coraggio, le nostre debolezze, le nostre incertezze, ma anche la gioia, la speranza e l’utopia. No, non siamo mai gli stessi, cambiamo ogni giorno, per noi, per gli altri, per sopravvivere, ci imponiamo spesso con forza di essere anche chi in realtà non siamo, ci spingiamo in ruoli non consoni al nostro sentire del momento perché così ci è richiesto, nascondendo sentimenti e paure. E quella maschera, la indossiamo molto spesso per noi, per nasconderci che la vita è una lotta continua anche quando le forze verrebbero meno, anche quando vorresti chiudere gli occhi e sognare, sognare un mondo migliore in cui tutto ha
di noi, del nostro saper ascoltare e condividere tutti i momenti, anche quelli più tristi, anche quelli che ti fanno sentire sconfitto, perché questa è la nostra forza, il nostro “valore aggiunto”, il nostro essere vivi, in un mondo che ha fatto della fredda efficienza il valore. Gli infermieri non sono per natura soltanto efficienti, la nostra è una professione che richiede grande sensibilità, intuito, disponibilità all’ascolto ed anche allegria, devi avere ironia quel tanto da riuscire a sdrammatizzare molte situazioni tragiche, devi essere una quercia anche quando sei un giunco sbattuto quà e là dalla bufera, devi avere scienza e coscienza. Non puoi non amarla questa bistrattata professione, altrimenti ti riesce male, e l’infermiere è sempre tra l’incudine ed il martello, devi fare da madre e da padre anche quando non hai partorito figli o sei single, riuscire anche quando non ci sono i numeri, gestire conflitti, amarezze, sofferenze e riuscire a far trovare quel filo di speranza che serve. Ma anche questo è vivere, anche questo è dare un senso ai nostri giorni, anche questo è “essere infermieri” senza arrivare a vederci come “Cronin” ci ha descritto: “Gli angeli della notte”. Rosetta Nocciolini
edi to ria le
N. 3 settembre 2009
un suo tempo, il tempo della gioia e del dolore, senza che questi si sovrappongano e ti tolgano la possibilità di tuffarti in pieno in ciascuno di essi. Come nella vita, così nel nostro lavoro quotidiano, è una sfida contro un tempo che ti sfiora come un soffio di vento, ieri era oggi ed oggi è già domani, gli amici sono lontani, e ti accorgi di aver lasciato indietro qualcosa, qualcosa che avresti potuto fare o dire, qualcosa che avrebbe potuto dare forza agli altri e forse anche a te, sì, perché condividere è forza, non ci sono mai sempre vincenti o perdenti nel vivere la vita, e la vittoria di uno è la vittoria di molti quando la posta in gioco sono i valori. I valori della solidarietà, dell’amicizia, dell’onestà di intenti, del rispetto, dell’amore, della sincerità, dell’impegno, del donarsi agli altri. Proviamo a riprenderci un po’ di quel tempo che spesso sembra negato e con esso riprendiamoci sentimenti, coraggio e speranza, non diventiamo schiavi dell’abitudine ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi ma cambiamo ogni tanto la marcia. Lasciamo riemergere le emozioni che fanno affrontare con un sorriso gli errori e fanno battere il cuore davanti ai sentimenti, non abbandoniamo chi ha bisogno
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lettera
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dal
direttore
Ben trovati a tutti, Anche questo numero di tarda estate si apre con il ricordo ed il saluto a due amici e collaboratori importanti per la nostra Associazione. Alla penna ed alla Poesia di Rosetta Nocciolini ancora una volta il compito del ricordo, del saluto a nome di Noi Tutti.
di Roberta Chiandetti
All’interno della rubrica Vita associativa abbiamo voluto inserire due progetti ambiziosi. Nel ricordo di colleghi che non ci sono più ma che tanto hanno significato per l’OSDI, su mandato del Direttivo Nazionale sono stati istituiti due premi su progetti che di fatto rispecchiano il nostro operare quotidiano.
LETTERA DAL DIRETTORE
denze alle quali tutti noi dovremmo ispirarci nella nostra pratica lavorativa e ultima, ma non ultima, la rubrica sul Nursing Diabetologico in questo numero con un tema di grande attualità per noi tutti Grazie infine a Marina Cassoni e alla Abbott che ha permesso al nostri Giornale di ospitarla. I suoi interventi sono stati preziosi, interessanti, coinvolgenti…speriamo di incontrarci ancora. Ancora una volta un invito, anzi una richiesta:……. fatevi sentire!!! aiutatemi, aiutiamoci a crescere, anche attraverso In… formazione OSDI. Un abbraccio a Voi tutti. Roberta Chiandetti
N. 3 settembre 2009
La voglia è che tutti voi partecipiate numerosi e diate risalto al vostro lavoro condividendolo con colleghi anche lontani. Anche pensare a comunicazioni e/o posters per il Congresso Nazionale del maggio 2010 è un’opportunità alla quale siete invitati a partecipare….scrivete!!! Ritrovarci e discuterne insieme sarà ancora più motivante e interessante. Come sempre la rubrica della Scuola Formatori Osdi ci richiama a strategie che possono tornarci utili per meglio trasmettere agli altri il nostro pensiero: saper parlare in pubblico, saper realizzare una presentazione…non è da tutti ma sarebbe bello che tutti avessero modo di cimentarsi.. Infine la consueta Lo sapevate che… si legge d’un fiato… sembrano quasi curiosità, aneddoti; in realtà diventano le Evi-
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associativa
a cura di Roberta Chiandetti
MANIFESTO DEI DIRITTI DELLA PERSONA CON DIABETE è
stato recentemente firmato dall’Associazione Parlamentare per la tutela
e la promozione del diritto alla prevenzione, nella persona del suo Presidente,
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vita
il Sen. Antonio Tomassini, Presidente della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato, e dal Prof. Paolo Cavallo Perin, Presidente di Diabete Italia, il “Manifesto dei diritti della persona con diabete” . diritti della persona con diabete, sulla base di principi già enucleati nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” e nella “Carta Europea dei Diritti del Malato”. Si tratta di uno strumento che contribuisce ulteriormente a fornire preziose indicazioni agli operatori sanitari, alle associazioni dei pazienti,
N. 3 luglio 2009
Il Manifesto è il primo documento al mondo realizzato per tutelare i
ai politici, alle Istituzioni e ai mezzi di comunicazione, con l’obiettivo di migliorare la cura del diabete, la qualità di vita delle persone con diabete e contenere i costi della sanità pubblica. Un primato italiano che ancora una volta distingue il nostro Paese nella realizzazione di iniziative finalizzate alla prevenzione e alla cura del diabete. Per chi volesse approfondire l’argomento: www.osdi.it http://www.mpaward.com/MANIFESTODEIDIRITTIDELLAPERSONACONDIABETE/ con il supporto non condizionato di Novo Nordisk
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VITA ASSOCIATIVA N. 3 settembre 2009
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CONGRESSO REGIONALE
OSDI SEZIONE SARDEGNA
Il giorno 13 giugno 2009 si è svolto nella meravigliosa cornice del T Hotel, situato al centro di Cagliari,il 2° Congresso Regionale OSDI Sardegna. L’emozione è tanta anche perché c’è in tutti noi la consapevolezza delle molteplici difficoltà che abbiamo dovuto affrontare durante il nostro cammino da quel lontano mese di Giugno dell’anno 2005 quando, in occasione di un corso di aggiornamento, si è avuta la rinascita della Sezione OSDI Regione Sardegna. L’entusiasmo, la gran voglia di riqualificarsi e la ricerca di un proprio ruolo nel contesto delle altre professioni, hanno fatto si che molti ostacoli fossero superati. La sala che ci ospita è spaziosa e luminosa, ad uno ad uno arrivano i partecipanti che non hanno voluto mancare a questo evento, nonostante la giornata calda e soleggiata, invitante per una gita al mare, consapevoli che l’occasione può e certamente lo sarà, essere utile per una crescita umana e professionale futura. Il Congresso inizia con la presentazione e i saluti del Presidente OSDI Regionale Marcella Lai, seguono quelli del Presidente OSDI Nazionale Rosetta Nocciolini che subito attira l’attenzione di tutti i partecipanti per la simpatia e l’entusiasmo che da sempre la contraddistinguono. Nella prima parte a turno Medici Specialisti Diabetologi, hanno affrontato l’argomento riguardante la classificazione nosologica del DMT2, della terapia con ipoglicemizzanti orali e quali le novità terapeutiche riguardo alla terapia insulinica - iniettiva, illustrando la possibilità di prevenire, con un buon compenso glicometabolico, adeguata attività fisica e modifiche dello stile di vita, le complicanze che spesso si riscontrano nella malattia diabetica. Da parte di tutto il Consiglio Direttivo Regionale OSDI Sardegna si ringraziano per la loro partecipazione al Congresso: Dr. Songini, Dr. Guaita, Dr. Cabasino, Dr. Gigante e in particolare il Dr. Lostia che da sempre è vicino all’OSDI mettendo a nostra disposizione la sua esperienza e la sua competenza. Successivamente la collega Marcella Lai ci illustra e descrive “l’Autocontrollo Glicemico: Come? Quando? Perché?” nel paziente diabetico, mettendo tutti d’accordo sul fatto che sulla base di un autocontrollo corretto e scrupoloso, il paziente arriverà ad una buona gestione della malattia. E’ stato poi affrontato dalla sottoscritta il ruolo dell’infermiere nell’Educazione Terapeutica al paziente diabetico, ruolo in cui comprensione, competenza e disponibilità aiutano le persone a convivere serenamente con la malattia, spiegando che i pazienti hanno bisogno di essere confortati, di essere capiti,di sentirsi ascoltati. Sono emozionata, ma cerco di farmi coraggio, penso che tutte le esperienze della nostra vita, quelle più importanti, sono collegate ad un vissuto emozionale e per me questo è un traguardo importante. La seconda parte del Congresso ha visto la partecipazione di Rosetta Nocciolini che magistralmente ha chiarito concetti riguardo la Gestione Integrata del Progetto IGEA, la realtà locale della sua Regione Toscana, quali dubbi e quali difficoltà sono presenti e il modo più semplice per affrontarli senza molti ostacoli da superare. E’ il momento della nostra collega Simonetta Mamusa , emozionata, che avendo frequentato un corso per formatori previsto in questo progetto di Gestione Integrata, ha esposto a che punto si trova la Regione Sardegna, riguardo la figura e i compiti che verranno assegnati agli operatori sanitari nel prossimo futuro. Una tavola rotonda composta da Medici Diabetologi Esperti di Gestione Integrata Dr. Sica, Dr. Mastinu, Dr. Secchi e dal Medico di Medicina Generale Dr.Montaldo e operatori sanitari, tra i quali il collega Giuseppe Frigau, hanno approfondito l’argomento evidenziando come sia necessario utilizzare al meglio le risorse esterne ed interne per raggiungere gli obiettivi attraverso una collaborazione attiva di tutte le figure professionali che devono prendesi cura del paziente con malattia diabetica. Anche a loro i nostri ringraziamenti per
aver preso parte al Congresso Regionale OSDI come relatori e moderatori. Ma un ringraziamento particolare va rivolto a coloro che hanno permesso la realizzazione pratica dell’evento, persone che in tante occasioni ci dimostrano la loro disponibilità e comprensione. Grazie quindi non solo alle Aziende che rappresentano ma a Sabrina, a Annalisa, a Pier Sisinnio, a Pier Giorgio, a Stefano, a Mauro, a Angelo. Da noi tutti semplicemente grazie di cuore. Infine grazie anche alla cara Maria Antonietta Melchiorre che ha curato la parte tecnica della preparazione al congresso sempre premurosa e disponibile.
In occasione del Congresso si sono infine svolte le votazioni per il rinnovo del Consiglio Direttivo Regionale OSDI Sardegna che risulta essere così composto per gli anni 2009-2011.
Presidente Manuela Cauli
Vice-Presidente Arianna Marceddu
Past-President Marcella Lai
Consiglieri A.Angela Canneddu, Fabrizia Cireddu, Graziella Corona, Giuseppe Frigau, Tatiana Lai, Simonetta Mamusa Colgo l’occasione per augurare e augurarci un buon lavoro per il prossimo biennio attraverso la collaborazione, la disponibilità, il miglioramento della professione con l’auspicio di una crescita esponenziale sia professionale che associativa di noi tutti e della categoria che rappresentiamo. Manuela Cauli Infermiera Servizio Diabetologia Azienda Ospedaliero Universitaria 09042 Monserrato Cagliari
Bando di concorso per l’assegnazione di un premio volto ad incentivare lo studio e la ricerca su l’educazione all’autocontrollo e all’autogestione del paziente con diabete. Verrà altresì premiata la Programmazione e la trasferibilità di interventi di educazione terapeutica strutturata finalizzata all’educazione dei pazienti diabetici. INDIVIDUAZIONE DEI PARTECIPANTI Possono partecipare al concorso: • tutti GLI ISCRITTI OSDI • gli studenti iscritti al Corso di Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche, purché risultino coautori in quanto lo studente non può essere considerato Autore referente. • INFERMIERI OPERANTI IN STRUTTURE DIABETOLOGICHE OSPEDALIERE O TERRITORIALI SIA PUBBLICHE CHE PRIVATE (nel caso che il progetto sia presentato da più operatori, dovrà essere individuato un project leader) Non possono partecipare al concorso i membri della Commissione esaminatrice.
CARATTERISTICHE DEI PROGETTI DI RICERCA I progetti di ricerca proposti devono essere originali e inediti, e non devono essere già stati oggetto di tributi. I progetti di ricerca proposti devono essere elaborati fino ad un massimo di 10 pagine complessive, utilizzando il carattere Times New Roman corpo 12 su Word per Windows, secondo il seguente schema: sei parole chiave (usare i termini dell’Index Medicus), introduzione, contenuto e metodologia, risultati attesi, bibliografia di riferimento. Tutte le domande di partecipazione verranno valutate da una Commissione composta da 5 membri selezionati dal Direttivo dell’Associazione.
SCADENZA DEL BANDO Le domande di partecipazione dovranno pervenire presso la Segreteria Associazione OSDI segreteria@osdi.it in supporto digitale, entro e non oltre il 15 gennaio 2010
N. 3 settembre 2009
L’associazione OSDI istituisce e promuove il Premio Lucia Zilli. Il Premio è finalizzato allo studio e alla ricerca di progetti su l’educazione all’autocontrollo e all’autogestione del paziente con diabete. Vuole incentivare inoltre ricerche e progetti di fattibilità volti alla programmazione di interventi di educazione terapeutica strutturata. Il Premio si propone inoltre di tributare un omaggio alla collega Lucia Zilli, ricordando la sua attività all’interno della nostra Associazione.
VITA ASSOCIATIVA
PREMIOLUCIA ZILLI
Il bando di Concorso verrà valutato sui seguenti indicatori: 1. Originalità innovativa del progetto e/o attualità dell’argomento trattato 2. Trasferibilità del progetto 3. Chiarezza nell’esposizione del progetto e fattibilità del progetto stesso 4. Metodologia di raccolta dati 5. Integrazione progettuale multidisciplinare (medico, infermiere di reparto, di comunità, ecc., pedagogisti, podologi ecc.) 6. Eventuale possibilità di collaborazioni con altre associazioni professionali o di volontariato 7. Cura dell’esposizione 8. Valutazione complessiva
Al ciascun vincitore verrà assegnato come riconoscimento un’abbonamento annuale alla rivista "Assistenza infermieristica e ricerca".
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VITA ASSOCIATIVA
PREMIO
ANDREA CAVALLARO Bando di concorso per l’assegnazione di un premio volto ad incentivare lo studio e la ricerca nel campo della promozione della salute attraverso lo sport nella popolazione a rischio e/o la Programmazione di interventi di educazione terapeutica strutturata sull’attività fisica finalizzati all’educazione dei pazienti diabetici.
N. 3 settembre 2009
L’associazione OSDI istituisce e promuove il Premio Andrea Cavallaro. Il Premio è finalizzato alla promozione alla salute e nello specifico attraverso lo sport nella popolazione a rischio. Il Premio è finalizzato a incentivare ricerche e progetti di fattibilità volti alla programmazione di interventi di educazione terapeutica strutturata sull’attività fisica. Il Premio prevede la pubblicazione di tali progetti . Il Premio inoltre si propone di ricordare il collega Andrea Cavallaro , rievocando la sua umanissima attenzione al tema del diabete.
INDIVIDUAZIONE DEI PARTECIPANTI Possono partecipare al concorso: • tutti GLI ISCRITTI OSDI • gli studenti iscritti al Corso di Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche, purché risultino coautori in quanto lo studente non può essere considerato Autore referente. • INFERMIERI OPERANTI IN STRUTTURE DIABETOLOGICHE OSPEDALIERE O TERRITORIALI SIA PUBBLICHE CHE PRIVATE (nel caso che il progetto sia presentato da più operatori, dovrà essere individuato un project leader) Non possono partecipare al concorso i membri della Commissione esaminatrice.
CARATTERISTICHE DEI PROGETTI DI RICERCA I progetti di ricerca proposti devono essere originali e inediti, e non devono essere già stati oggetto di tributi. I progetti di ricerca proposti devono essere elaborati fino ad un massimo di 10 pagine complessive, utilizzando il carattere Times New Roman corpo 12 su Word per Windows, secondo il seguente schema: sei parole chiave (usare i termini dell’Index Medicus), introduzione, contenuto e metodologia, risultati attesi, bibliografia di riferimento. Tutte le domande di partecipazione verranno valutate da una Commissione composta da 5 membri selezionati dal Direttivo dell’Associazione. SCADENZA DEL BANDO Le domande di partecipazione dovranno pervenire presso la Segreteria Associazione OSDI segreteria@osdi.it in supporto digitale, entro e non oltre il 15 gennaio 2010
Il bando di Concorso verrà valutato sui seguenti indicatori: 1. Originalità innovativa del progetto e/o attualità dell’argomento trattato 2. Trasferibilità del progetto 3. Chiarezza nell’esposizione del progetto e fattibilità del progetto stesso 4. Metodologia di raccolta dati 5. Integrazione progettuale multidisciplinare (medico, infermiere di reparto, di comunità, ecc., pedagogisti, podologi ecc.) 6. Eventuale possibilità di collaborazioni con altre associazioni professionali o di volontariato 7. Cura dell’esposizione 8. Valutazione complessiva
Al ciascun vincitore verrà assegnato come riconoscimento un’abbonamento annuale alla rivista "Assistenza infermieristica e ricerca".
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VITA ASSOCIATIVA
SIMPOSIO OSDI - AMD RIMINI 29 GIUGNO 2009
Il diabete è tra tutte le patologie croniche quella che attualmente rappresenta una vera emergenza sanitaria e necessita di interventi multidisciplinari coordinati e strategie per ridurne le complicanze e l’insorgenza. La situazione è così allarmante da aver richiesto anche a livello europeo una conferenza ai cui lavori hanno partecipato rappresentanti del Ministero della Salute, delle società Scientifiche (medici e infermieri), delle Associazioni di volontariato, rappresentanti politici, di ben 30 paesi. I risultati dei lavori e le proposte di intervento sono state successivamente presentate nel Concilio Formale del Consiglio dei Ministri europei a giugno 2006. Nel settembre 2006, l’Italia, insieme a tutti i paesi membri dell’Ufficio Europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ed all’Unione Europea, ha approvato una strategia complessiva contro le malattie non trasmissibili
denominata “Gaining Health” (Guadagnare salute), che nell’ambito dell’assistenza alle malattie croniche incluso il diabete, punta all’orientamento dei servizi sanitari, grazie a modelli assistenziali adatti a prevenire le disabilità, alla deospedalizzazione e allo sviluppo delle cure primarie, all’aumento delle competenze delle persone per l’autogestione della propria malattia. L’adozione di modelli assistenziali di Gestione Integrata della malattia diabetica, si è dimostrata efficace nel migliorare aspetti della qualità dell’assistenza sanitaria con esiti clinici rilevanti. Questi approcci sono accomunati dal fatto di essere sistemi organizzati, integrati, proattivi, orientati alla popolazione, che pongono al centro dell’intero sistema un cittadino/ informato/educato a giocare un ruolo attivo nella gestione della patologia da cui è affetto. L’assistenza integrata alle persone con diabete prevede l’apporto di un ampio numero di figure assistenziali e, per questo motivo, è stra-
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“Il ruolo dell’infermiere nella gestione integrata”
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VITA ASSOCIATIVA
tegico il lavoro multidisciplinare in team. La componente più importante del team è la persona con diabete che dovrebbe assumere un atteggiamento responsabile nei riguardi della propria malattia.Tutti gli operatori devono essere informati e “formati” alla gestione del sistema. Ed è nell’ottica della collaborazione e di un team che sia efficace ed efficiente che da anni ormai lavoriamo insieme all’Associazione Medici Diabetologi con cui condividiamo non solo la nostra attività lavorativa ma anche momenti formativi. Insieme alla Dott.sa Titti Suraci abbiamo preparato il Simposio “Il ruolo dell’infermiere nella gestione integrata” che si è tenuto a Rimini in data 29 giugno 2009, nel contesto del Congresso AMD. Il Simposio ha voluto affrontare il tema della presa in carico del paziente con patologia cronica e, più nello specifico, con diabete. Attraverso il confronto fra diversi modelli di
erogazione dell’assistenza infermieristica,- funzionale, primary nursing, piccole èquipe, case management,- è stato possibile aprire un confronto/dibattito sulle diverse esperienze maturate negli ultimi anni, grazie anche al contributo offerto da alcune realtà la cui politica sanitaria regionale è particolarmente sviluppata e centrata sul paziente. Grazie quindi anche al contributo delle colleghe dell’ospedale Post Acuti di Rimini che attraverso una relazione significativa e coinvolgente hanno saputo condividere al meglio la loro esperienza sul case management. Lavorare con Titti Suraci è stato come sempre molto piacevole oltre che professionalmente significativo. A lei, a tutto il Team AMD, ai relatori del simposio ed al gruppo di progetto OSDI (Maria Teresa Branca, Roberta Chiandetti, Roberto Crovetto), un sentito grazie ed un arrivederci al prossimo percorso insieme.
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Per chi fosse interessato a sviluppare l’argomento può richiedere le slides in Redazione
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di Marina Cassoni
Marina Cassoni, psicologa e psicoterapeuta, libera professionista, vive e lavora a Milano, esperta di formazione in ambito sanitario e socia di ADR (Associazione Analisi delle Dinamiche di Relazione www.formazione.it) marina.cassoni@fastwebnet.it
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ei due precedenti articoli, sono state trattate le caratteristiche della relazione di cura, sull’intelligenza emotiva richiesta dal rapporto con il paziente cronico e sulla fatica dei processi di educazione terapeutica. Vorrei in questo riflettere sullo stress del curare e sugli stili di fronteggiamento che il curante può coltivare in sé e nel confronto con gli altri (colleghi, amici, persone significative del proprio mondo sociale). Gli operatori sanitari che lavorano a contato con i pazienti affetti da patologie croniche, sono soggetti ad un tipo di stress che – diversamente da quanto accade nelle situazioni acute o di emergenza/urgenza – si connota come continuo, anche se – forse – non particolarmente intenso. Da quali situazioni deriva principalmente questo tipo di stress? Le ricerche lo mettono in evidenza: sono presenti fattori che derivano dal tipo di patologia: • inguaribilità della malattia cronica; • rapporto con pazienti che non spesso non seguono prescrizioni che richiedono faticosi cambiamenti dello stile di vita e conseguente frustrazione dell’operatore;
fattori derivanti dal contesto organizzativo: • ambiente di lavoro conflittuale; • scarsa considerazione da parte dell’organizzazione e difficoltà nel mantenere la motivazione. Non trascuriamo il fatto che il lavoro a contatto con la patologia, con la diminuzione della qualità della vita di un altro simile a noi, le diagnosi di diabete nei bambini o nei giovani, possono procurare un “contagio emotivo” che provoca sofferenza. Nel contagio emotivo la nostra mente vive “come se” la situazione dolorosa dell’altro fosse “quasi propria”. Il contagio emotivo può assumere anche la forma di ciò che efficacemente è stato chiamato sequestro emozionale, quando cioè il coinvolgimento diventa talmente forte da rendere molto difficile per il soggetto la presa di distanza e il riconoscimento -non solo razionale, ma anche emotivo – della differenza. Rimane il fatto che gli ormoni secreti in condizioni di stress impiegano molto tempo per essere eliminati dal nostro organismo.
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esperto
Con il contributo non condizionante di
N. 3 settembre 2009
la parola all’
Quali risorse possono aiutarci in questa situazione? Da alcuni anni in Italia si studia un fenomeno sociale cui è stato dato il nome
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di resilienza, termine mutuato dalla tecnologia dei materiali, dove si enuncia che «un materiale è resiliente, se a seguito di un colpo subito, abbastanza forte tuttavia da non provocarne la rottura, riprende la sua forma originale». In ingegneria la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a forze di rottura. In ecologia e biologia la resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno. In economia si ritiene che un’impresa sia resiliente se continua a crescere ed evolversi con lo scopo di andare incontro ai bisogni e alle aspettative del mercato anticipando i rischi, riconoscendo le opportunità e configurando prodotti e processi solidi. In psicologia la resilienza viene vista come la capacità dell’uomo di affrontare e superare le avversità della vita ed è un concetto che ha trovato ampi spazi nell’ambito della psicologia della catastrofe e della cura di persone che hanno subito tragedie e traumi. La resilienza è definibile anche come una somma di abilità, capacità di adattamento attivo e flessibilità necessaria per adottare nuovi comportamenti una volta che si è appurato che i precedenti non funzionano. Sinonimi di resilienza sono: elasticità, mobilità., flessibilità negli stili di coping o fronteggiamento dello stress. La resilienza è frutto di una costruzione della nostra identità che prende l’avvio dalle nostre relazioni primarie: le relazioni con i nostri genitori, ma che può continuare tutta la vita alla ricerca di relazioni significative. Essere resilienti significa anche coltivare stili di coping dello stress consapevoli. Quando si parla di coping ci si riferisce all’insieme degli sforzi cognitivi, comportamentali ed emotivi attuati per far fronte
a richieste interne a sé o esterne, che vengono valutate come superiori rispetto alle risorse che la persona ha o pensa di avere. Il coping è quindi un processo dinamico costituito da risposte reciproche, attraverso le quali l’ambiente e l’individuo si influenzano a vicenda. Comprende inoltre una serie di azioni, sia cognitive che comportamentali, di tipo intenzionale finalizzate a controllare l’impatto negativo dell’evento stressante. La letteratura individua alcuni stili di coping: coping centrato sul compito (task coping): è rappresentato dalla tendenza ad affrontare il problema in maniera diretta, ricercando soluzioni per fronteggiare la crisi; coping centrato sulle emozioni (emotion coping): è rappresentato da abilità specifiche di regolazione affettiva, che consentono di mantenere una prospettiva positiva di speranza e controllo delle proprie emozioni in una condizione di disagio, oppure di abbandono alle emozioni, come la tendenza a sfogarsi o, ancora, la rassegnazione; coping centrato sull’evitamento (avoidance coping): è rappresentata dal tentativo dell’individuo di ignorare la minaccia dell’evento stressante o attraverso la ricerca del supporto sociale o impegnan-
Si può quindi concludere che l’elemento essenziale per un buon adattamento allo stress, soprattutto nel caso di eventi stressanti duraturi nel tempo, sia la flessibilità nell’uso delle strategie di coping, la capacità, cioè, di non irrigidirsi, ma mantenersi consapevoli delle proprie emozioni, aperti al dialogo interno, ma anche esterno e impegnati nell’investire sul proprio recupero, orientando su di sé
energie di cura. Questa flessibilità è proprio ciò che nella fisica e in altre discipline viene chiamata resilienza. In concreto nell’ambiente di lavoro la resilienza è potenziata dalla possibilità di potersi confrontare, dare parola alle proprie difficoltà ed anche aggressività nei confronti del paziente, la possibilità di coltivare la propria creatività non facendo coincidere tutte le proprie energie con le energie lavorative, insomma ricambiando le proprie energie.
Il processo di costruzione di un’identità resiliente:
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dosi in attività che distolgono la sua attenzione dal problema. Ciò conduce alla considerazione che, in realtà, non esistono stili di coping adattivi o disadattivi a priori, in quanto strategie che possono risultare efficaci in una situazione, potrebbero non esserlo in un’altra.
Le nostre possibilità di incrementare la resilienza della nostra personalità sono molte e dipendono da:
la qualità del nostro contesto sociale Io ho... • persone che mi circondano di cui mi fido e a cui voglio bene; • persone che mi pongono dei limiti, così che io sappia fino a che punto posso arrivare; • persone che, attraverso il loro comportamento, mi mostrino come agire in maniera corretta; • persone che mi aiutano quando sono in pericolo, sono malato o ho bisogno di imparare.
Io sono... • una persona che può piacere e che può essere amata; • contento di fare le cose per gli altri; • una persona che ha rispetto per se stessa e per gli altri; • una persona responsabile delle mie azioni; • sicuro che ogni cosa andrà bene; • affidato alla vita.
la percezione delle nostre possibilità e risorse
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il nostro investimento su noi stessi
Io posso... • parlare agli altri di cose che mi spaventano o mi preoccupano; • trovare il modo per risolvere i problemi che incontro; • controllarmi; • trovare qualcuno che mi aiuti quando ne ho bisogno.
Bibliografia • Selye, Hans: The Stress of life; McGraw-Hill (Paperback) • Pancheri, Paolo: Stress, emozioni, malattia; Mondadori 1993 • Santo Di Nuovo, Luciano Rispoli, Emilia Genta Misurare lo stress. Il Test M.S.P. e altri strumenti per una valutazione integrata; Franco Angeli 2000 • Watzlawick P., Nardone G.: “Terapia breve strategica”; Raffaello cortina editore (1997)
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OSDI IX° CONGRESSO NAZIONALE FIRENZE 20-22 MAGGIO 2009 “Il Diabete tipo 2 e le complicanze croniche”. 2° avviso Programma scientifico preliminare Giovedì 20 maggio Ore 15.00-17.30 Ore 17.30-18.00 Ore 18.00-19.00 Venerdì 21 maggio
Simposi precongressuali Apertura del Congresso; saluto delle autorità Lettura Magistrale Inquadramento generale sul diabete tipo 2 e le complicanze croniche Epidemiologia del diabete mellito tipo 2 e delle complicanze Il danno vascolare: meccanismi e significato clinico Fattori di rischio: prevenzione e trattamento Terapia educazionale Simposi paralleli in 3 aule Vasculopatia periferica e Neuropatia Retinopatia e Nefropatia: Sindrome metabolica e obesità Piede diabetico Cardiopatia ischemica e vasculopatia cerebrale Diabete e gravidanza Meet the patient and the expert Il piede diabetico La Cardiopatia ischemica Comunicazioni orali
Ore 17.30-18.30
Assemblea Soci OSDI Elezioni dalle ore 14.00 del venerdì fino alle ore 12.00 del sabato
Sabato 22 maggio
Simposi paralleli Aspetti organizzativi nella gestione del diabete Attività fisica
Ore 13.00-13.30
Tavola rotonda Chiusura del congresso Risultati delle elezioni
ISTRUZIONI PER SOTTOPORRE UNA COMUNICAZIONE ORALE O UN POSTER AL CONGRESSO: Verranno presi in considerazione tutti i lavori purché corredati di: 1. Un indirizzo e-mail con cui avere i contatti; 2. L’informazione se il lavoro viene sottoposto come Poster o come Comunicazione Orale; 3. L’area alla quale il lavoro si riferisce con parola chiave I lavori dovranno essere presentati secondo la seguente struttura: 1. Titolo del lavoro 2. Iniziale/i del Nome/i, Cognome/i dell’Autore/i 3. Struttura di appartenenza di ogni Autore 4. Un indirizzo e-mail per la corrispondenza scientifica 5. Testo (carattere Arial, dimensione 12, numero massimo di parole 300). Il testo dell’abstract, pur non diviso in paragrafi, ove possibile dovrà essere organizzato in modo da rispettare la tradizionale articolazione di un contributo scientifico: a. Introduzione: presentazione del problema trattato e degli altri obiettivi dello studio; b. Metodo: descrizione delle fonti di informazione, del campione, del disegno sperimentale, delle misurazioni effettuate (o che si intendono effettuare) e dell’analisi dei dati; c. Risultati: resoconto dei principali risultati ottenuti, oppure risultati preliminari con eventuali analisi statistiche: d. Conclusioni: implicazioni dello studio. I lavori dovranno essere inviati entro il 28 febbraio 2010 all’indirizzo mail osdicongresso2010@alice.it La risposta relativa all’accettazione dei lavori sarà data dalla commissione esaminatrice formata dal comitato scientifico del congresso entro 30 GIORNI dal ricevimento. entazione
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A cura del Comitato Scientifico
NESSUN RISCHIO DI TUMORI CON L’INSULINA GLARGINE Lo ha reso noto l’EMEA. L’Agenzia Europea del Farmaco ha precisato che non ci sono rischi di cancro per i pazienti che fanno uso di insulina glargine, usata da 100 mila persone in Italia. E’ quanto si apprende da una dichiarazione condivisa della Societa’ Italiana di Diabetologia (SID), Associazione Medici Diabetologi e Societa’ Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica. Secondo gli esperti la possibilità di un aumento del rischio di tumore, soprattutto al seno, ipotizzata da studi europei appena pubblicati sulla rivista Diabetologia è tutta da confermare. L’allarme tumori e’ nato nei giorni scorsi, in seguito alla pubblicazione di quattro ricerche che indicherebbero un legame fra lo sviluppo di cancro e l’uso di insulina glargine, un analogo dell’insulina umana a lunga durata d’azione arrivato in commercio nel 2000. Complessivamente, gli studi hanno coinvolto circa 300.000 diabetici in trattamento con insulina, di cui oltre 30.000 in cura con insulina glargine, mettendo a confronto il tasso di tumori fra i pazienti che utilizzavano l’insulina umana e quelli che prendevano l’analogo. Alcuni risultati evidenziano un aumento di rischio cancro per i pazienti in cura con insulina glargine rispetto agli altri pazienti.
LA SINDROME METABOLICA AUMENTA IL RISCHIO DI TUMORE AL SENO Soprattutto nelle donne dopo la menopausa. Da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Albert Einstein College of Medicine di New York e pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention risulta che la sindrome metabolica aumenta il rischio di cancro al seno. La sindrome metabolica, un gruppo di sintomi e fattori di rischio che comprende obesita’ addominale, alti livelli di glucosio e di grassi e alta pressione sanguinea, puo’ raddoppiare il rischio di cancro al seno nelle donne che hanno superato la menopausa. Geoffrey C. Kabat, ricercatore del dipartimento di epidemiologia e popolazione dell’Albert Einstein College of Medicine di New York ha rilevato che gli studi precedenti hanno rapportato singoli sintomi della sindrome metabolica con il cancro al seno, ottenendo risultati inconcludenti mentre questo
I BAMBINI ITALIANI SONO I PIU’ OBESI D’EUROPA
E’ ON LINE SAPERMANGIARE.MOBI A CURA DELL’INRAN
L’Italia è in testa alla classifica europea dell’obesità infantile con oltre un milione di piccoli obesi di età compresa fra i sei e gli undici anni. L’Oms stima che in Europa l’obesita’ interessera’, entro il 2010, 150 milioni di adulti e 15 milioni di bambini. Si tratta pertanto di u problema di sanita’ pubblica oramai diventato di portata mondiale tanto che gli esperti hanno coniato il termine ‘globesity’. In Italia un’indagine condotta appena un anno fa nelle scuole italiane dal ministero del Lavoro e della Salute e coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, su un campione di circa 46000
Per aiutare a ritrovare il benessere, anche a tavola, è on line sapermangiare.mobi, il primo sito italiano interattivo sull’alimentazione, realizzato dall’INRAN, ente pubblico di ricerca a vocazione esclusiva sugli alimenti e la nutrizione, con il contributo economico del Ministero delle Politiche Agricole. Si tratta di strumento di comunicazione innovativo, gratuito ed accessibile a tutti, dal computer e dal cellulare. L’utente avrà a disposizione servizi e risorse - tra cui un “personal trainer”, che lo seguirà periodicamente via mail - per costruirsi uno stile di vita, non solo alimentare, che concili gusto, benessere e forma. Disponibili sul sito, inoltre, in tempo reale, tutte le curiosità
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bambini di terza elementare di 18 regioni italiane, ha concluso che il 23,6% e’ in sovrappeso ed il 12,3 e’ obeso. Riportando questi valori a tutta la popolazione italiana di età compresa fra 6 e 11 anni, si stima che oltre un milione di bambini possano essere sovrappeso od obesi. La Coop, una delle insegne della grande distribuzione in Italia, sotto la supervisione di un Comitato Scientifico composto da Ecog (European Childhood Obesity Group) e Sio (Societa’ Italiana dell’Obesità), ha lanciato in questi giorni una campagna per una corretta alimentazione dell’infanzia: una nuova linea di prodotti destinati ai bambini, sviluppati seguendo le regole contenute nelle Linee guida Coop per una corretta alimentazione dell’infanzia, tra cui una merendina , un’etichetta nutrizionale ad hoc e un sito web dedicato al tema. Il problema dell’obesita’ infantile diventa piu’ grave specialmente perchè, si legge nell’indagine, quattro genitori su dieci non si accorgono della complessita’ del problema, ne’ prendono in considerazione la necessità di una migliore alimentazione unita ad un’adeguata attività fisica dei loro figli.
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e’ il primo studio a valutare il rischio associato alla sindrome metabolia nel suo complesso”. Le donne che avevano la sindrome metabolica dai 3 ai 5 anni prima della diagnosi del cancro al seno mostravano un rischio doppio rispetto al normale. Alcuni sintomi, in particolare un elevato tasso di glucosio e trigliceridi nel sangue, hanno mostrato delle associazioni significative con l’insorgenza del tumore. Un’alta pressione diastolica sanguinea, invece, e’ risultata ancora piu’ legata al rischio.
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e i dubbi sull’alimentazione, con la garanzia scientifica di un Ente pubblico che fa ricerca esclusiva sugli alimenti e la nutrizione. Ampio spazio viene dedicato alle Linee Guida per una Sana Alimentazione Italiana, di cui e’ stata realizzata una versione video.
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IN AUMENTO I DISORDINI ALIMENTARI TRA I MASCHI
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Si stanno diffondendo l’ortoressia e la bigoressia. Il 25-30% sul totale della popolazione affetta da disturbi alimentari è rappresentata ormai da maschi. Attualmente, il rapporto tra uomini e donne che soffrono di disordini alimentari e’ di 1 a 4 rispetto a 20 anni fa quando la componente maschile si attestava su quella femminile con un rapporto di 1 a 15. I nuovi dati sono contenuti nel libro ‘Giganti d’argilla - I disturbi alimentari maschili’ scritto dalle psichiatre Laura Dalla Ragione e Marta Scoppetta. Risulta addirittura che nel disturbo da abbuffata compulsiva si sfiora la parita’ dei sessi con un rapporto di 3 uomini a 4 donne, mentre complessivamente il sesso maschile rappresenta il 25-30% della popolazione che si ammala di anoressia o bulimia di cui il 5-10% anoressici e il 10-15% bulimici. Nel Distur-
bo da abbuffata compulsiva si ingeriscono enormi quantità di cibo senza ricorrere a quelle pratiche catartiche tipiche della bulimia come vomito, uso di lassativi o diuretici. L’espiazione corporea preferita dagli uomini, in questo caso, e’ l’iperattività fisica. Il disturbo esplode all’improvviso e puo’ portare il soggetto ad ingerire fino a 5000 chilocalorie. Altre patologie individuate come ‘maschili’ sono l’ortoressia e la bigoressia che hanno in comune l’esasperazione del salutismo e del culto della forma fisica. L’ortoressia e’ l’ossessione per il cibo puro, sano, del quale non si puo’ fare a meno per il timore di ammalarsi mentre la bigoressia e’ caratterizzata dalla preoccupazione, in uomini visibilmente muscolosi, di essere troppo magri e poco prestanti. Tra i fattori di rischio che predispongono un uomo ai disturbi alimentari vi sono episodi traumatici, obesita’ infantile, omosessualita’, attivita’ sportiva svolta con eccessiva competizione. DALLE RANE IL SEGRETO PER SCONFIGGERE L’OBESITA’ Un gruppo di scienziati dell’Universita’ di Queensland in Australia ha studiato il metabolismo della rana scavatrice, un
LE CAROTE SONO ANTICANCRO SE BOLLITE INTERE Sono anticancro se bollite intere prima di essere tagliate a rondelle. A dimostrare la particolare proprietà segreta delle carote e’ uno studio condotto dall’Universita’ di Newcastle, presentato il 18 giugno 2009 nel corso di una conferenza a Lille, in Francia, dal quale emerge che le carote bollite intere contengono il 25% in più di falcarinolo, una sostanza anticancro. Anche gli zuccheri contenuti nell’ortaggio, inoltre, sono presenti in concentrazioni piu’ alte nelle carote bollite prima di essere tagliate, col risultato che così sono anche
LO SAPEVATE CHE più gustose. Kirsten Brandt, che ha guidato lo studio ha spiegato che quando le carote vengono tagliate aumenta la loro superficie a contatto con l’acqua e così le sostanze nutritive, zuccheri e falcarinolo compresi, tendono a disperdersi nell’acqua durante la cottura. I benefici del falcarinolo vennero scoperti per la prima volta quattro anni fa proprio da Kirsten Brandt, che in uno studio del 2005 mise in evidenza che i topi alimentati con una dieta contenente carote avevano un terzo di probabilità in meno di sviluppare tumori rispetto ai topolini del gruppo di controllo. GLI SCREENING DEL CANCRO ALLA PROSTATA SONO POCO EFFICACI? Lo rivela un’analisi dell’American Cancer Society. Un’analisi pubblicata sulla rivista CA: A Cancer Journal for Clinicians ha rivelato che lo screening del cancro alla prostata sarebbe inefficiente e porterebbe scarsi benefici. Gli autori, Otis W. Brawley della American Cancer Society, Donna Ankerst e Ian M. Thompson, ricercatori della University of Texas Health Science Center di San Antonio (Stati Uniti), ritengono infatti che gli screening per il cancro alla prostata sono lontani dal raggiungimento degli standard della sanità pubblica americana. Secondo i ricercatori lo screening dovrebbe ridurre il rischio di morte
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anfibio che può sopravvivere per diversi anni sommerso nel fango senza cibo e acqua e ne ha ricavato conclusioni che potrebbero ripercuotersi anche sul metabolismo degli esseri umani. La ricercatrice Sara Kayes ha spiegato che il metabolismo della rana scavatrice cambia radicalmente durante il periodo di letargia, massimizzando l’uso delle limitate energie che possiede senza mai esaurirle. Durante il letargo, l’attività e l’efficienza dei suoi mitocondri e’ molto più alta rispetto a quella misurata negli animali in attività. Questo processo, noto come ‘coupling mitocondriale’, migliora l’efficienza delle risorse energetiche e aumenta la produzione di energia per unita’ consumata. In pratica, queste rane durante il loro letargo hanno un’efficienza così alta da superare qualsiasi altro animale. Questo tipo di metabolismo causa tuttavia una produzione di specie reattive di ossigeno e può portare a stress ossidativi. Ecco la ragione per cui questo tipo di metabolismo non e’ diffuso nel regno animale. Per i ricercatori australiani la scoperta potrebbe essere potenzialmente utile nel trattamento di disordini metabolici e dell’obesità.
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per cancro alla prostata, ridurre le sofferenze degli ammalati o ridurre i costi per la sanità ma nessuno di tali obiettivi e’ stato raggiunto. Dagli anni ‘80 negli Stati Uniti le diagnosi di rischio per il cancro alla prostata sono più che raddoppiate e anche se si è registrata una diminuzione del numero di morti per cancro alla prostata, è incerto se essa sia dovuta ad altri fattori, come ad esempio migliori trattamenti e non all’uso di test specifici (PSA). Secondo gli autori, ci sono troppi cancri diagnosticati come poco pericolosi e che hanno scarso interesse clinico, ma che costringono il paziente a sottoporsi a stress fisici e psicologici. I dati del National Cancer Institute’s Surveillance, Epidemiology, and End Results (SEER) stimano che negli Stati Uniti il 29 per cento dei bianchi e il 44 per cento dei neri hanno una diagnosi non necessaria del cancro alla prostata. La loro condizione non causerà sintomi o problemi ma sono comunque etichettati come ‘ammalati di cancro’, con conseguenze negative per la loro salute psicofisica e per i costi della sanità. Per gli autori, nel futuro saranno necessari test diagnostici migliori, capaci di indicare il rischio reale di morte per il cancro alla prostata, per evitare diagnosi non necessarie.
zione quotidiana del cialis 5 mg, o in altri casi, dosaggi minimi di viagra 25 mg oppure levitra 5 mg. Quindi, prima di tutto, ridurre i fattori di rischio come ipertensione, ipercolesterolemia e soprattutto il fumo. Insomma, il messaggio è quello di trattare il fattore sessuale assieme agli altri fattori che hanno determinato il deficit d’ erezione. Questo atteggiamento, oltre che salutare per il paziente, consentirà di offrire la terapia, mediante la somministrazione quotidiana, adatta per soddisfare la sessualità, con notevoli vantaggi in termini di spontaneità e naturalezza. (da Repubblica.it, Supplemento Salute 25 giugno 2009) IL FUMO E GLI ITALIANI: AUMENTANO I FUMATORI, SOPRATTUTTO TRA LE DONNE
DISFUNZIONE ERETTILE E STILE DI VITA La terapia della disfunzione erettile va diversificata da soggetto a soggetto e, quando possibile, addirittura personalizzata. Lo sostengono gli andrologi. Per far si che questo avvenga, oltre alla prescrizione del farmaco dell’amore (Cialis, Levitra o Viagra), somministrati al bisogno, è importante correggere gli stili di vita deviati come fumo e ipercolesterolemia che incidono negativamente sulla vascolarizzazione, sull’aspetto ormonale e quindi sulla erezione. Se gli sforzi dello specialista andrologo seguiranno questa direzione, in un discreto numero di casi, si potranno impiegare anche dosaggi di inibitori delle fosfodiesterasi minimi, come la formula-
Roma, 26 mag. - Cresce in Italia il numero dei fumatori, per la prima volta dopo sei anni. Se fino allo scorso anno, infatti, si assisteva ad un declino costante, seppur lieve, dei fumatori quest’anno si registra un aumento di 3,4 punti percentuali. In entrambi i sessi, ma più marcatamente in quello femminile. Aumento a cui corrisponde una diminuzione degli ex fumatori, passati dal 18,4 del 2008 al 14,6% del 2009. Non si registra, invece, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un incremento delle vendite di tabacco, che anzi sono calate nel 2008 dello 0,9%. Rimane stabile, infine, il numero
Attualmente fuma il 25,4% delle persone di 15 anni e più corrispondenti a circa 13 milioni di cittadini italiani (7,1 milioni di uomini e 5,9 milioni di donne), i non fumatori sono il 60% e gli ex fumatori il 14,6%, pari rispettivamente a 30,7 milioni di italiani e 7,5 milioni di italiani. La fascia d’età in cui si registra la prevalenza maggiore di fumatori è quella dei 25-44 anni, 32,1%, mentre per i giovani di 15-24 anni la percentuale di fumatori è della stessa entità di quella degli adulti di 45-64 anni, rispettivamente 29% e 29,3%. L’aumento dei fumatori è dovuto in parte ad una diminuzione degli ex fumatori: ciò implica che coloro che negli anni passati avevano smesso di fumare oggi hanno ripreso la sigaretta, ossia hanno avuto una ricaduta. Complice forse la
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crisi economica, ma più probabilmente il fatto che il fumatore non è consapevole del grado di dipendenza dalla nicotina e pensa quindi di poter smettere quando vuole e da solo, tant’è che quasi la totalità degli ex fumatori ha dichiarato negli anni passati di aver smesso senza ricorrere ad alcuna forma di aiuto e anche coloro che fanno dei tentativi per smettere, senza successo, non cercano alcun tipo di supporto. “E’ necessario quindi – va avanti Zuccaro - rivolgersi a dei professionisti che trattano la problematica del tabagismo e intraprendere dei percorsi di disassuefazione dal fumo grazie anche all’aiuto di specialisti che lavorano presso i centri antifumo dislocati su tutto il territorio nazionale”.
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medio di sigarette fumate quotidianamente: 14. E’ quanto rileva un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), condotta in collaborazione con la Doxa, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. I risultati, presentati a Milano nel corso di una conferenza stampa organizzata dalle tre istituzioni. “Il fatto che l’aumento dei fumatori e la stabilità dei consumi medi non corrispondano a quanto accade nel mercato dei tabacchi lavorati ci fa supporre che sia cambiata la strategia di acquisto dei prodotti di tabacco – afferma Piergiorgio Zuccaro, direttore dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) – I controlli della polizia doganale hanno registrato infatti una ripresa del contrabbando e dei traffici illeciti internazionali. A ciò si aggiungono il fenomeno della contraffazione delle sigarette, la scelta, come canale per la vendita di prodotti da fumo di contrabbando, della rete internet e la crescita delle vendite transfrontaliere. Basti pensare che un pacchetto da 20 di Marlboro che in Italia costa 4,30 euro, in Slovenia lo si paga 2,60 euro e in Romania appena 1,51 euro”.
IN CANADA GLI INFARTI SI SONO RIDOTTI DI UN TERZO Il risultato è stato ottenuto grazie ad una efficace prevenzione. E’ bastato far diminuire il numero dei fumatori e tenere sotto controllo i valori della pressione alta e del colesterolo della popolazione per consentire al Canada di ridurre di quasi un terzo in dieci anni le morti per malattie cardiovascolari. I ricercatori diretti dal dottor Jack V. Tu, dell’Institute for Clinical Evaluative Sciences di Toronto, hanno
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osservato che tra il 1994 e il 2004 il numero di morti per cause cardiovascolari a livello nazionale e’ diminuito del 30%. Uno dei motivi e’ stato il declino del 38% delle morti per infarto, ma anche le morti per ictus e insufficienza cardiaca sono scese, rispettivamente del 28% e del 23%. I risultati dello studio pubblicato sul Canadian Medical Association Journal mettono in evidenza che in Canada e’ diminuito il numero di fumatori rispetto a dieci anni fa e che le persone tengono sotto controllo con più attenzione la pressione alta e il colesterolo alto. Al tempo stesso, l’uso tempestivo dell‘angioplastica e i nuovi farmaci anticoagulanti hanno salvato molte vite. Ciò nonostante le malattie cardiovascolari restano la prima causa di ricoveri e morte in Canada e per la prima volta, le donne sono più colpite degli uomini. Ciò è imputabile al fatto che le donne vivono più a lungo e vengono interessate da infarto e ictus quando sono più anziane. Le donne sono anche meno consapevoli degli uomini dei rischi per il cuore e non sanno riconoscere tempestivamente i sintomi di un infarto o di un ictus. Per il futuro, il Canada come tutti i Paesi industrializzati, teme l’aumento delle persone obese e diabetiche, che potrebbe tornare a far salire le morti per cause cardiovascolari. SENZA UNA RIABILITAZIONE APPROPRIATA AUMENTANO I MORTI PER INFARTO E’ in crescita la mortalità dopo il ricovero fra chi ha subito un infarto. L’allarme arriva dalla valutazione dei dati dei circa 100.000 casi di infarto che si verificano ogni anno nel nostro Paese, secondo cui la mortalità durante i primi 60 giorni fuori dall’ospedale e’ in continuo aumento. Nella popolazione generale dei pazienti sopravvissuti all’attacco cardiaco si attesta attorno al 4 per cento, ma nei casi ad alto rischio supera il 10 per cento. Alessandro Boccanelli, Direttore del Dipartimento per
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le Malattie dell’Apparato Cardiocircolatorio dell’Ospedale S.Giovanni Addolorata di Roma, ha rilevato che negli ultimi anni, grazie all’introduzione delle unità coronariche e alla realizzazione di reti ospedaliere in grado di assicurare livelli di assistenza omogenei anche in realtà territoriali diverse, la mortalità per infarto durante il ricovero in ospedale ha continuato a scendere. Tuttavia, secondo i cardiologi, si assiste alla pericolosa tendenza’, gia’ attuata in diverse realtà regionali, a passare ad un’assistenza organizzata secondo intensità di cura, con posti letto accomunati solo dal livello di gravità invece che dal tipo di malattia. Ciò non tiene conto della continuità delle cure che solo la disciplina specialistica può fornire. Questo potrebbe mettere a rischio, secondo Boccanelli, l’efficacia del sistema. Il timore dei cardiologi è che con accorpamenti semplicistici le competenze e le conoscenze del personale formato ed esperto nella gestione delle emergenze cardiologiche, vadano disperse con risultati negativi sul contenimento della mortalità ospedaliera e postospedaliera. I NUOVI BIOMARCATORI NON INDIVIDUANO BENE LE PATOLOGIE CARDIOVASCOLARI Sono preferibili i metodi tradizionali. I nuovi biomarcatori non sono di grande aiuto nell’individuare i soggetti a rischio di malattie cardiovascolari rispetto agli indicatori piu’ comuni come ipertensione
L’ASCOLTO DELLA MUSICA INFLUISCE POSITIVAMENTE SUL BATTITO CARDIACO, SULLA RESPIRAZIONE E SULLA PRESSIONE ARTERIOSA
La musicoterapica potrebbe in futuro essere utilizzata a scopo terapeutico. La musica potrebbe diventare uno strumento terapeutico e riabilitativo per problemi cardiovascolari: un nuovo studio dell’Università di Pavia dimostra che i
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sistemi cardiovascolare e respiratorio si possono sincronizzare con le note e che l’ascolto di alcuni brani musicali che rallentano il battito cardiaco e riducono la pressione sanguigna potrebbe favorire la riabilitazione, ad esempio dopo un ictus. Lo studio, diretto da Luciano Bernardi, del dipartimento di Medicina interna dell’Università di Pavia, è stato pubblicato sulla rivista “Circulation” della American Heart Association. I medici e ricercatori hanno coinvolto nello studio, durato quattro anni, 24 persone sane, uomini e donne di età compresa tra i 2 4e i 26 anni, 12 dei quali musicisti professionisti. Tutti i soggetti sono stati dotati di cuffiette per ascoltare cinque brani celebri, la Nona sinfonia di Beethoven, un’aria della Turandot di Puccini, una cantata di Bach (BMW169), il “Va Pensiero” dal Nabucco, il “Libiam nei lieti calici” dalla Traviata di Verdi, oltre a due minuti di silenzio. Durante l’ascolto, i cardiologi hanno misurato vari parametri: il ritmo del respiro, la pressione del sangue, il flusso arterioso nel cervello, il battito cardiaco. Così è emerso che, contrariamente a quanto si crede di solito, la struttura di un brano musicale, ricco di crescendo e decrescendo, ha un’influenza costante e dinamica sul sistema cardiovascolare e respiratorio. Il battito cardiaco e il respiro si sincronizzano infatti con la musica, indipendentemente dalle conoscenze e dalle preferenze musicali dei soggetti, anche in assenza di emozioni provocate dall’ascolto. Musiche con tempi veloci accelerano respirazione, battito e pressione, mentre quelle più calme e ritmate producono l’effetto opposto, un rilassamento generale che rallenta il battito e abbassa la pressione. I risultati dello studio spiegano quindi come la musica possa influenzare il sistema cardiovascolare e suggeriscono che la musica potrà in futuro essere utilizzata a scopo terapeutico per controllare la pressione arteriosa, in riabilitazione e altro. Per info: lbern1ps@unipv.it
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o un alto livello di colesterolo. E’ quanto hanno verificato i ricercatori svedesi della Lund University di Malmo in uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association. Lo studio e’ stato svolto su 5.067 partecipanti sani con eta’ media di 58 anni e il 60% composto da donne. I soggetti erano tutti senza alcuna malattia cardiovascolare e sono stati esaminati tra il 1991 e il 1994. Durante la ricerca gli studiosi hanno utilizzato diversi biomarcatori - alcuni specifici per il rilevamento di eventi cardiovascolari, altri per eventi coronarici - per capire se e come potessero prevedere il rischio di patologie cardiovascolari future. L’obiettivo dei ricercatori era paragonare le capacità predittive dei biomarcatori rispetto ai ‘tradizionali’ metodi, come l’ipertensione e un alto livello di colesterolo. Dalla ricerca è emerso che l’accuratezza dei modelli di previsione del rischio cardiovascolare e’ minimamente migliorata dall’uso di più biomarcatori insieme, ma che comunque non risultano attendibili come i metodi tradizionali.
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L’IPERGLICEMIA “RICORDATA “
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L’epidemia diabetica rappresenta un problema di salute pubblica di crescente g r a v i t à , c h e p ro v o c a r i d u z i o n e dell’aspettativa di vita e aumento della morbilità per specifiche complicanze di natura vascolare. Malgrado i notevoli progressi effettuati nel trattamento dell’iperglicemia, nel monitoraggio della glicemia, nel controllo di marker del controllo glicemico, permangono nella maggioranza dei soggetti diabetici complicanze di natura vascolare. In particolare, mentre il controllo della glicemia previene le complicanze microvascolari nel diabete giovanile di tipo 1 (carenza di insulina), ciò rappresenta un argomento controverso per il diabete dell’adulto di tipo 2 (eccesso di insulina). Anzi in una recente serie di studi si è accertato che uno stretto controllo della glicemia provocava un aumento della mortalità in diabetici di tipo 2 ad alto rischio. Ciò che emerge è che l’iperglicemia deve essere di lunga durata in entrambe le forme di diabete, e il controllo della glicemia per essere efficace deve iniziare assai precocemente. Una interpretazione della apparente discrepanza tra glicemia e incidenza e gravità di complicanze diabetiche è quella che è stata denominata “memoria metabolica,” il concetto, cioè, che l’iniziale (micro)ambiente glicemico venga “ricordato” negli organi bersaglio (occhio, rene, cuore, estremità). Cani resi diabetici e posti dopo 2 mesi sotto stretto controllo glicemico, dimostravano scarsa compromissione della retina; ma se il controllo della glicemia avveniva dopo 2,5 anni, i cani avevano retine fortemente deteriorate. Simili risultati si ottenevano nell’uomo, portando a concludere che il controllo metabolico precoce consegue effetti benefici sia nel diabete di tipo 1 che 2. Recentemente, è stata fornita una valida interpretazione all’interrogativo di come una cronica iperglicemia possa divenire responsabile di complicanze diabetiche. Dipenderebbe
dalla formazione, in condizioni di cronicità, di un eccesso di specie reattive dell’ossigeno (ROS) o radicali liberi o superossidi a livello dei mitocondri, (le centrali energetiche della cellula). E quando la iperglicemia è ridotta o normalizzata? Osservazioni sperimentali nell’animale e nell’uomo hanno dimostrato che una iperproduzione di stress ossidativo può persistere anche dopo la normalizzazione dei livelli di glucosio, mentre, al contrario, la combinazione di una terapia antiossidante (Vit. C) con il ripristino della glicemia si dimostra più efficace. Attualmente si ritiene che oltre allo stress ossidativo, anche la cronica iperglicemia possa alterare la funzione mitocondriale mediante le modificazioni da glucosio (glicazione) delle proteine mitocondriali e, cosa interessante, alcuni prodotti del metabolismo del glucosio, fortemente reattivi, aumentano nel soggetto diabetico, e facilmente attaccano le proteine cellulari e gli acidi nucleici, dando origine alla formazione di “prodotti avanzati della glicazione” (AGEs), che hanno un ruolo causale nelle complicanze diabetiche. - di Eugenio Müller da Repubblica.it, Supplemento Salute 2 luglio 2009 IL 18% DEGLI ITALIANI HA SOFFERTO DI MALATTIE MENTALI E IL 10% DI DEPRESSIONE I risultati dello studio Stigma sono stati presentati al VI Forum Internazionale della Salute (Sanit). Il 18% della popolazione ha sofferto di una malattia mentale nel corso della vita e il 7,3% nell’ultimo anno. E’ quanto emerge dallo studio ‘Stigma, depressione e altre patologie psichiatriche‘ realizzato da Antonio Tundo, della commissione Salute del dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio, e presentato al forum. In particolare dall’indagine risulta che è la depressione ad essere la patologia più comune, con il 10% di persone che ne ha sofferto nel corso della vita e il 3% nell’ultimo anno
LE PRESTAZIONI DEL CERVELLO CAMBIANO SE SI E’ MATTINIERI
PER LA PRIMA VOLTA EBOLA E’ STATO BLOCCATO IN VITRO
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mentre il 53% degli italiani, 26 milioni di persone, hanno avuto contatto diretto con persone che hanno sofferto di ansia e depressione. Il fenomeno, risulta più diffuso tra le donne e tra coloro che vivono nelle regioni del Sud o sulle isole. Più in generale si stima che i costi sociali per le malattie mentali in Europa ammontino a 240 miliardi di euro e che il 44% di questa spesa sia attribuibile alla sola depressione. Tali cifre sono pari a quelle sostenute per curare il cancro o per le patologie cardiovascolari.
L’eccitabilità cerebrale decresce con il tempo . Il cervello umano funziona diversamente a seconda se si è mattinieri o n o t t a m b u l i . U n a r i c e rc a s v o l t a dall’Università di Alberta negli Stati Uniti, ha messo in evidenza che ci sono differenze significative tra le capacità celebrali se ci si alza la mattina presto oppure se si resta svegli fino a tardi. I risultati della ricerca, pubblicati sul Journal of Biological Rhythms, mostrano che l’eccitabilità del cervello ha delle punte massime di attività che decrescono col tempo. Lo studio ha suddiviso le persone in due gruppi: quelli che si alzano presto e si sentono più in forma di mattina e quelli che invece si sentono meglio la sera e ne ha misurato l’attività celebrale e la forza muscolare. Si è così scoperto che per i mattinieri l’eccitabilità celebrale ha una punta massima alle 9 di mattina, decresce lentamente col tempo mentre la loro forza muscolare rimane costante. I nottambuli, invece, hanno una situazione diametralmente opposta con la punta massima di attività alle 9 di sera mentre la loro attività e la loro forza muscolare cresce gradatamente col tempo. Per i ricercatori questi risultati rappresentano un passo avanti per la comprensione delle funzioni del sistema nervoso e possono essere utili per massimizzare le prestazioni di ogni singolo individuo.
Si tratta del primo passo per una terapia efficace contro il terribile virus. Gli scienziati della University of Texas Medical Branch di Galveston, Stati Uniti, sono riusciti per la prima volta a bloccare il virus Ebola in una coltura di cellule. Dopo aver scoperto due vie metaboliche che il virus utilizza per infettare le cellule i ricercatori hanno bloccato l’attivazione di queste vie tramite sostanze apposite, arrestando l’infezione nelle cellule coltivate. Questo esperimento, i cui risultati sono stati pub-
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blicati sulla rivista Drug Discovery Research, e’ il primo passo verso la prima terapia efficace contro questo virus. Ebola causa febbri emorraggiche spesso fatali, con il 90 per cento di mortalità in alcune epidemie, che avvengono periodicamente in natura. Non esistono vaccini e il virus e’ considerato una possibile arma per il bioterrorismo. Il professor Robert Davey, immunologo e microbiologo a capo della ricerca ha spiegato che la sua equipe si è focalizzata più sulle cellule che sul virus in sé sopprimendo le proteine cellulari di cui ha bisogno per fermare la malattia durante il suo corso. Per identificare le proteine chiave, i ricercatori hanno condotto degli esperimenti su larga scala su delle cellule coltivate bloccando l’espressione di centinaia di geni che potrebbero essere utili all’Ebola. Hanno poi iniettato nelle cellule un virus “pseudo” Ebola, cioè un virus artificiale che presenta le sue proteine di membrana e lo stesso modo di infettare le cellule, ma abbastanza sicuro da poter essere usato per esperimenti di laboratorio. Il virus infettava in alcuni casi e si bloccava in altri. Per razionalizzare l’andamento sono stati applicati degli algoritmi statistici progettati appositamente per questo tipo di analisi. Ne e’ risultato che due vie metaboliche sembravano essere particolarmente importanti per la sopravvivenza del virus Ebola nelle cellule: la PI3 chinasi e la CAMK2. Successivamente bloccando PI3 chinasi la concentrazione del virus era ridotta del 65 per cento, mentre bloccando CAMK2 il virus semplicemente moriva. (giugno 2009) MESSO A PUNTO IL PRIMO MODELLO 3D DELLA PROTEINA DEL VIRUS DELLA NUOVA INFLUENZA E’ la neuraminidasi, uno dei principali motori della sua replicazione. E’ stato messo a punto il modello tridimensionale di una delle principali proteine di superficie del virus della nuova influenza A7H1N1.
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Si tratta della neuraminidasi, uno dei principali motori della sua replicazione e di conseguenza un elemento cruciale per individuare eventuali mutazioni del virus. Il risultato, ottenuto dai ricercatori dell’Istituto di Bioinformatica (Bii) di Singapore e pubblicato sulla rivista Biology Direct, permettera’ di ottenere la mappa della regione della proteina soggetta a mutazioni e di determinare se farmaci e vaccini indirizzati ad agire verso specifiche aree della proteina sono efficaci. Il modello 3D della proteina ha finora permesso di scoprire che la neuraminidasi ha una superficie suscettibile a mutazione paragonabile a quella del virus dell’influenza aviaria H5N1 e a quella di altri virus del tipo H1N1, compreso quello della Spagnola. Il modello ha inoltre permesso di osservare che le attuali mutazioni del virus hanno reso i precedenti vaccini antiinfluenzali meno efficaci contro questo virus e che i farmaci antivirali contro l’influenza sono ancora indicati per trattare il virus H1N1. Il direttore dell’Istituto di Bioinformatica, Frank Eisenhaber, nel riconoscere che tale studio rappresenta una pietra miliare per la biologia, ha sottolineato che queste informazioni aiuteranno a sviluppare strategie per combattere il virus e per mettere a punto cure efficaci per i pazienti. ALLA BASE DELLA LONGEVITA’ CI SONO DUE ENZIMI Si tratta di Wwp-1 e Pha-4. E’ da tempo dimostrato che una dieta povera, quasi al limite della fame può aumentare la longevità in molte specie animali. Ora i ricercatori del Salk Institute for Biological Studies hanno identificato due enzimi che hanno un ruolo nel determinare i benefici salutari della dieta ipocalorica. Questa scoperta, pubblicata sul Nature, potrà portare i ricercatori a progettare dei farmaci che agiscono su questi enzimi, permettendoci di godere dei benefici della restrizione di calorie senza necessariamen-
te dover mangiare poco. Andrew Dillin, professore del Molecular and Cell Biology Laboratory, ha spiegato che alla base del funzionamento di questo meccanismo genetico vi è una catena di enzimi e in particolare due enzimi che agiscono per ultimi, vicini ai recettori che se attivati promuovono un’allungamento della vita. Se dunque si riuscisse ad identificare i recettori, si potrebbero elaborare dei trattamenti per le malattie legate alla vecchiaia. Gli esperimenti sui nematodi hanno infatti mostrato che i vermi che avevano un regime di dieta stretto, ma che mancavano di uno dei due enzimi, non vivevano più a lungo del normale e non mostravano i benefici del mangiare poco. Un gene che codifica uno di questi enzimi sembra giocare un ruolo fondamentale nel regolare la longevità. Si tratta di Wwp1 che se cancellato dal codice genetico dei vermi non li rende più longevi, mentre se sovrappeso allunga loro la vita del 20 per cento, anche se ben nutriti. Un altro gene che codifica un enzima, il Pha-4, e’ stato scoperto dal gruppo di ricerca di
La novità è stata anticipata dalla Società Italiana di Nefrologia. Sarà presentato in occasione del 50° Congresso nazionale della Società italiana di nefrologia (Sin) che si terrà a Bologna dal 7 al 10 ottobre il primo rene portatile che promette di rendere più facile la vita agli oltre 50 mila italiani in dialisi. Il dispositivo, che si avvolge al corpo come una cintura, pesa 5 kg e filtrando il sangue nei pazienti con insufficienza cronica renale fa in 8 ore il lavoro svolto dagli strumenti tradizionali grandi come lavatrici. L’appuntamento al quale parteciperanno oltre 2000 nefrologi da tutto il mondo offrirà una panoramica degli sviluppi nella terapia della malattie renali. Antonio Dal Canton, presidente Sin, ha anticipato che nuove speranze arriveranno dalla biologia con impianti che utilizzano coltivazioni di cellule renali. Dal Canton ha inoltre sottolineato che sul versante dei trapianti una prospettiva positiva arriva dalle donazioni ‘a cuore battente’ fatte prelevando il rene da un donatore appena deceduto e mantenendo in atto la circolazione sanguigna. In Spagna e Olanda grazie alla tempestività di unità specializzate i trapianti sono infatti cresciuti del 20%. Anche sul fronte del rigetto cronico una speranza arriva dalle cellule staminali prelevate dal midollo osseo che si sono dimostrate in grado di bloccare la reazione di difesa del sistema immunitario.
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IN ARRIVO UN RENE PORTATILE PER PAZIENTI IN DIALISI
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Dillin, ed e’ anche esso associato alla longevià‘. Cancellandolo si aboliscono gli effetti di allungamento dati dal Wwp-1. I ricercatori stanno lavorando anche su un altro gene che potrebbe essere implicato nella longevità associata alla dieta: Ubc-18.
AIDS: IN NOVE ANNI I DECESSI CALANO DAL 94% AL 9% I dati del Rapporto del centro operativo AntiAids dell’ISS. Crescono le aspettative di vita per i malati di AIDS che assumono
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farmaci antivirali. Se infatti il tasso di letalità, ovvero il rapporto tra i decessi per anni di diagnosi e i casi diagnosticati in quello stesso anno, era pari al 94,4% nel 1985, del 72,5% nel ‘95 e del 25% nel 2005, nel 2008 si e’ registrata una diminuzione che ha portato il tasso al 9%. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto del centro operativo AntiAids (Coa) dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), presentato a Roma. Tuttavia ci sono due aspetti critici che arrestano il processo di cura: la mancata diagnosi e le difficoltà di accesso alle terapie. Solo il 34% dei casi notificati dal 1999 ha ricevuto un trattamento terapeutico antiretrovirale e a circa tre quarti di questi pazienti è stata somministrata una combinazione con tre farmaci antiretrovirali. Risultano inoltre delle differenze per modalita’ di trasmissione: solo il 23% dei pazienti con fattore di rischio sessuale ha effettuato una terapia antiretrovirale, contro oltre il 50% dei tossicodipendenti. Ed essendo la consapevolezza della propria sieropositività il maggiore determinante per avere seguito una terapia antiretrovirale prima della diagnosi di Aids, si può osservare come anche in questo caso coloro che arrivano più tardi alla diagnosi e alle cure siano quelli che hanno contratto l’infezione attraverso rapporti sessuali e ignorato a lungo di essere infetti.
gresso di Siena riguardano le nuove tecniche diagnostiche e terapeutiche. Le più i m p o r t a n t i s o n o r a p p re s e n t a t e dall’impiego nella pratica clinica dell’ecografia del collo e della citologia per la diagnosi di malignità e dell’uso del TSH umano ricombinante, un farmaco che permette di somministrare la terapia con iodio radioattivo, spesso necessaria in questi pazienti, senza effetti collaterali ed evitando la condizione di ipotiroidismo. Un’altra novità per quanto riguarda il trattamento è rappresentata dall’introduzione in studi clinici sperimentali, di nuove molecole capaci di bloccare l’attività dei geni coinvolti nel cancro della tiroide, bloccandone la crescita. La Sezione di Endocrinologia di Siena partecipa, da alcuni anni, a studi multicentrici internazionali che esplorano l’utilità di diverse molecole anti-tumorali e i risultati fin qui ottenuti sono molto promettenti e sono stati presentati durante il convegno. Il Congresso di Siena è stato anche l’occasione per la presentazione delle nuove linee guida americane per la cura del cancro della tiroide, esempio concreto di uno sforzo collettivo di esperti per uniformare la gestione e il trattamento medico di questa patologia tumorale, alla cui realizzazione ha partecipato anche il Prof Furio Pacini in rappresentanza dell’Associazione Europea della Tiroide.
A SIENA LE NUOVE FRONTIERE PER LA CURA DEL CANCRO ALLA TIROIDE Ecografia del collo e TSH umano ricombinate, questi gli argomenti principali dell’International Congress on Management of Differentiated Thyroid Cancer in Clinical Practice che per la seconda volta è stato affidato alla Sezione di Endocrinologia dell’Università di Siena diretta dal Prof. Furio Pacini. Il congresso, che si è tenuto a Siena dal 19 al 20 Giugno 2009, presso il Centro Didattico del Policlinico, ha visto la partecipazione dei maggiori studiosi europei ed americani del cancro della tiroide. Le novità presentate al Con-
SITOGRAFIA www.portalediabete.org/notizie /2009/giugno Sanitanew.it: quotidiano di informazione sulla sanità di giugno e luglio 2009 News dall’Istituto di Sanità pubblica (ISS)
a cura del Direttore della Scuola di Formazione OSDI
COME PREPARARE UNA PRESENTAZIONE EFFICACE IN POWERPOINT p
reparare una relazione può essere molto impegnativo. Il timore e la sensazione di non essere in grado di organizzare i contenuti crescono man mano che il giorno della presentazione si avvicina. La preparazione di una presentazione PowerPoint può rappresentare un lavoro semplice per i più esperti conoscitori di questo applicativo, eppure qualcosa, i più, continuano a trascurarla: la grafica. Quante volte vi sarà capitato di partecipare a riunioni in cui c’era sempre il relatore che
a fronte di una presentazione pur valida nei contenuti presentava una grafica a dir poco ridicola? Si tratta di situazioni molto frequenti e che nella maggior parte dei casi rischiano di invalidare la comunicazione trasmettendo alla platea una sensazione di scarsa professionalità. A volte accade che vi sia sproporzione fra il numero di slide, il tempo, la qualità ed efficacia della presentazione. Una presentazione infatti non è un
PERCHÉ?
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permanente OSDI
O P E R AT O R I S A N I TA R I D I D I A B E T O L O G I A I TA L I A N I
scuola di formazione
ESPERIENZA: si vedono spesso presentazioni di scarsa qualità
EVIDENZA:
un lavoro ottimo, presentato in modo pessimo, viene percepito come pessimo
FORMAZIONE: pochi insegnano come si prepara una presentazione
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SCOULA DI FORMAZIONE OSDI
sacco in cui infilare informazioni a casaccio: è un prodotto informativo che deve avere una struttura e un’organizzazione interna. Una presentazione non è neanche un libro o un quadro di Picasso, e non è fatta per impressionare la platea ed, infine, non è autosufficiente: è solo un ausilio al relatore e deve sempre essere affiancata da una esposizione orale.
LA CAPACITÀ
DI SAPER PRESENTARE IN MODO ADEGUATO IL PROPRIO LAVORO
È FONDAMENTALE
No
curare la forma per nascondere l’assenza di sostanza
Si
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curare la forma, altrimenti nessuno si accorge della sostanza
Per usare al meglio questo strumento e creare una presentazione efficace occorre dunque tenere sotto controllo una serie di variabili (grafiche, testuali, argomentative) e acquisire una certa consapevolezza delle caratteristiche del mezzo. Con questo articolo si vuole sensibilizzare i lettori sull’importanza di una buona presentazione e dare alcuni consigli pratici sulla presentazione in powerPoint.
ELEMENTI DI ANALISI Tra i vari elementi di cui si deve tenere conto, quindi, vale la pena conoscere: • Il messaggio – Che cosa • Il destinatario – A chi • Il mezzo – Con che cosa e in che modo
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IL MESSAGGIO CHE COSA Chi prepara una presentazione ha, o dovrebbe avere, qualcosa da dire. Il primo punto fondamentale, quindi, deve essere sempre quello di tenere bene a mente, e conseguentemente mettere sempre in risalto, il contenuto che è il cuore stesso della comunicazione. Soprattutto nel caso di presentazioni molto lunghe o complesse, la probabilità di lasciarsi trascinare fuori tema dal discorso è sempre dietro l’angolo. Per questo è bene chiedersi, per ogni slide che si prepara: ha attinenza con il contenuto principale, cioè con quanto voglio comunicare? Il contenuto dovrebbe essere sempre messo in primo piano, a partire dal titolo: per questo nelle presentazioni è molto meglio affidarsi a titoli asettici, descrittivi e precisi.
IL DESTINATARIO – A CHI Capire che tipo di audience si avrà di fronte quando si parlerà è fondamentale per poter tagliare su misura la propria presentazione. Sapere chi sarà il fruitore della propria presentazione permetterà di andare incontro ai suoi gusti e alle sue aspettative. Per fare un esempio concreto, il corredo iconografico di una presentazione varierà notevolmente in funzione al pubblico. Se stiamo preparando delle slide da presentare a dei bambini, faremo ricorso a disegni e immagini, qualcosa che si avvicini ai cartoon, in grado di divertire i ragazzi e far passare il messaggio con spensieratezza. Al contrario, se la presentazione è rivolta ad un pubblico adulto, le clipart saranno fuori luogo e otterrebbero l’effetto di far passare un’aria molto poco professionale e seria, quale invece si vorrebbe per tale platea.
In questo caso, il mezzo è abbastanza chiaro: le diapositive o, per meglio dire, le slide create con appositi programmi informatici. Sembrerà superfluo ai più, ma forse qualcuno si ricorda ancora di quando le presentazioni si facevano con i lucidi, e in questo caso potrebbe apprezzare la puntualizzazione.
COSA SI METTE NELLA SLIDE? Troppo spesso le slide contengono una quantità esagerata di informazioni. Succede di vedere proiettate tabelle smisurate o, addirittura, intere pagine di articoli scientifici. Una pratica priva di senso che, nella maggior parte dei casi, trasferisce una quantità di informazioni pari a zero, nella peggiore confonde le idee creando una sensazione di noia e disagio. Se si vuole che le slide aiutino il discorso devono contenere il minimo dell’informazione. Meno cose ci sono e più forte sarà l’effetto di rinforzo. Cosa mettere quindi? Solo una cosa: un grafico, un insieme di punti elenco, un concetto, una tabella, redatta in modo leggibile e comprensibile in pochi istanti Quindi: più che veri e propri testi o delle frasi sintatticamente perfette e compiute, scrivete dei titoli, degli slogan (ma senza iperboli e aggettivi). Privilegiate cifre e fatti: quando la presentazione viene stampata e portata via sono loro che restano a testimoniare accuratezza e validità della vostra idea. Se scrivete troppo, correte inoltre un altro rischio: gli ascoltatori si mettono a leggere riga per riga e non vi ascoltano più. Invece il testo delle slide deve essere una sottolineatura di ciò che state dicendo. Perché questo accada, dedicate a ogni item, a ogni idea, una sola slide: il messaggio deve essere ben evidente e leggibile
USARE POWER POINT
PowerPoint non é morto o “sbagliato”: semplicemente nella maggior parte dei casi è utilizzato in modo scorretto. Scorretto ai fini di presentare in maniera efficace. Non é il mezzo il problema, ma l’approccio nel suo utilizzo. Molti presentatori si fanno “sostituire” da PowerPoint (in questo caso nell’accezione del contenuto delle pagine prodotte in PowerPoint). Diversi presentatori pensano che i contenuti delle pagine PowerPoint siano “la presentazione”. Quando si tratta di preparare una presentazione partiamo subito aprendo PowerPoint e passiamo ore a produrre slide perdendo a volte di vista l’audience,
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IL MEZZO – CON CHE COSA E IN CHE MODO
il nostro messaggio, perché PowerPoint diventa la nostra guida. Creiamo dei supporti visivi sovraccarichi ed illeggibili che confondono ed assordano il pubblico con un eccesso d’informazione.
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Il nostro codice espressivo, cioè, si adeguerà alla platea di ascoltatori che avremo di fronte.
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e restare in vista finché non avete esaurito l’argomento. Oltre al titolo, non scrivete quindi più di 6 righe su ogni slide e servitevi il più possibile di liste puntate o numerate (senza però i bruttissimi punti e virgola alla fine di ogni riga: già sono inutili sui documenti cartacei, sulle slide sono tutti elementi di disturbo in più). Andate all’essenziale, anzi all’osso. Eliminate avverbi ed aggettivi: le sfumature qualitative le darete con le vostre parole e con il tono della voce. Fatevi piuttosto aiutare dai simboli: niente è meglio di una bella freccia per esprimere il rapporto causa-effetto, e così per i simboli “maggiore” o “minore”. E’ un po’ come comporre un messaggio pubblicitario. Come si può vedere, ci sono diversi modi per essere incisivi, ma attenzione, questi ricorrono tutti all’economia dei mezzi, non alla loro ric-
chezza. Spesso, nello sforzo di voler cogliere l’interezza si esagera con la ricchezza del veicolo, per eccesso di parole, ma non solo. Oggi è molto facile confezionare testi ricchi di orpelli grafici correndo il rischio di esagerare con la varietà della dimensione e del formato dei caratteri grafici: i cosidetti font. Il formato dei font: sceglierne due per tutta la presentazione, uno per i titoli e uno per il testo. Utilizzare font molto diversi e con dimensioni molto diverse stanca e riduce l’immediatezza della lettura. La dimensione dei caratteri deve essere grande: ogni parola si deve poter leggere anche dall’ultima fila di una sala affollata. E’ capitato a tutti di veder proiettare slide con testi leggibili forse solo per l’oratore. Limitate il corsivo e soprattutto eliminate le sottolineature, che rendono il testo difficile da leggere a distanza.
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UNA IMMAGINE VALE MILLE PAROLE DA PIÙ INFORMAZIONE È PIÙ EFFICACE È PIÙ DIRETTA
Usate il più possibile grafici e tabelle ma con titoli esplicativi e con leggende chiare, senza troppe abbreviazioni incomprensibili. Si potrebbe dire che uno dei motivi principali che giustificano il ricorso alla presentazione con il computer è quello di poter mostrare grafici, tabelle e schemi. Ci sono cose che un grafico consente di
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capire al volo con un solo colpo d’occhio. L’importante è che il grafico sia chiaro e che possa essere capito dalla platea. Se non siamo sicuri che i grafici siano comprensibili possiamo optare per una tabella. La tabella in questo caso può essere perfetta ma, il rischio maggiore è di esporre tabelle smisurate.
La solita ansia di voler dire tutto e assolutamente controproducente. Tabelle smisurate con un ammasso di simboli e numeri storna l’attenzione e non produce nessun effetto utile.
E LO SFONDO? C’è n’è di tutti i tipi, non c’è che l’imbarazzo della scelta.
BELLINO QUESTO SFONDO? Ma lo scopo dell’oratore è quello di far vedere delle cose “belline”? Sì, non c’è niente di male, ma la cosa fondamentale è non distrarre le persone dall’oggetto del discorso. Questo vale anche per tutti gli effetti speciali quali dissolvenze strane, frecce che piovono da tutte le parti e tutto il resto! La combinazione cromatica più efficace è fondo blu con scritte gialle o bianche, sempre però che scriviate poco.
ALCUNE BANALITÀ SULLA FORMATTAZIONE Anche per i testi su slide valgono alcune semplici regolette che è bene rispettare per assicurare maggiore leggibilità. • Non usate mai il testo ombreggiato. Non dà alcun valore aggiunto e riduce inutilmente la leggibilità. • Usate il grassetto con intelligenza. Non scrivete tutto in grassetto, e non grassettate “a caso”. Usatelo per evidenziare solo alcune parole o frasi chiave. In generale, non più di un grassetto per frase. • Usate font chiari e senza grazie. I font migliori sono arial e verdana. • Punti elenco. Usateli solo per gli elenchi, non per i paragrafi. • Gerarchia dei font. Usate la dimensione dei font come indicatore per fare capire se è un titolo, un titoletto, un testo una didascalia. Una volta stabilito lo standard, usatelo in ogni slide.
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i numeri esposti sono così pochi che l’effetto di crescita esponenziale si coglie bene e al tempo stesso, si ha una nozione immediata e precisa dei valori in gioco
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IN QUESTA TABELLA,
I COLORI: NON PIÙ DI 4 Come per la formattazione e per le forme geometriche, anche i colori costituiscono una vera e propria tentazione per i creatori di slide: sono disponibili
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in grande quantità e la tentazione di usarli in modo massiccio è grande. Ma anche in questo caso vale un forte invito alla sobrietà: il colore è un elemento grafico molto forte e va usato in modo funzionale, pertinente e con coerenza. In generale, i colori di una presentazione non dovrebbero superare il numero di quattro (più il colore di sfondo). Non aumentate questo numero, se non volete dare un effetto “carnevale” alla vostra presentazione. Inoltre, stabilite preliminarmente le funzioni di ciascun colore.
Ammorbidite le forme. Smussate tutti gli angoli, dove potete. Evitate le sfumature all’interno delle forme geometriche. Meglio colori pieni. Le sfumature danno un effetto dilettantesco e fastidioso e non hanno alcun significato. Meglio ancora, non usate i colori di riempimento. Evitate riempimenti inutili: meglio forme su sfondo bianco che blu o verdi intensi che non servono a niente. Evitare abbellimenti inutili. Non incorniciate gli elementi solo per “bellezza”: danno fastidio e ingombrano.
COSE DA EVITARE NELLA GRAFICA
PER CONCLUDERE
Evitate il 3D. Le forme tridimensionali sono brutte da vedere e non hanno alcun significato, se non quello di riempire inutilmente la pagina.
Nessuna presentazione può essere efficace senza un pensiero “pulito” a monte. Assicuratevi di avere chiaro che cosa dovete dire *prima* di riportarlo sulle slide.
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E ORA TOCCA A VOI... Ricordate la migliore via per una buona presentazione è provare..., provare..., provare
Bibliogafia L. Carrada: Scrivere una presentazione di powerpoint in: Il mestiere di scriver P. Pelloni: Comunicare con le emozioni (e non con il computer). Persone & Conoscenze 3/2006 John Sweller: The use of PowerPoint presentation has been a disaster… It should be ditched Roger Ailes: You are the message , Currency Ed. 1989 M. Bologna: Progettare una presentazione. Manuale per realizzare e proporre una presentazione efficace per lezioni, conferenze, tesi di laurea, relazioni in pubblico. Franco Angeli editore G. Mason: Come si presenta con le slide. Tecniche nuove.
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a cura di Lia Cucco
MULTIETNICITÀ E DIABETE, SOLO SFIDE O ANCHE OPPORTUNITÀ? è
un dato di fatto che viviamo in una società multietnica. Il mondo attuale è un mondo in movimento, un mondo di migranti, e questo implica inevitabilmente, l’incontro fra le persone e le culture che si muovono. L’ambito sanitario non è immune da questi movimenti e gli operatori sanitari vengono coinvolti in prima persona. I DATI Secondo le stime dell’Istat [1] gli stranieri residenti in Italia ammontano a circa 3 milioni 900 mila al 1° gennaio 2009, costituendo il 6% della popolazione totale. Le cittadinanze straniere maggiormente rappresentate sono quelle rumena, albanese, marocchina, che, cumulate, costituiscono il 40% delle presenze. La distribuzione sul territorio nazionale è nettamente più elevata nelle regioni del Nord dove risiede il 62% degli stranieri, contro il 25% di residenti del Centro e il 12 % del Mezzogiorno. Sebbene negli ultimi anni sia stata notevolmente approfondita la conoscenza dei principali aspetti che caratterizzano la
popolazione straniera, le informazioni sulle condizioni di salute e sull’accesso ai servizi sanitari degli stranieri residenti, sono ancora piuttosto frammentarie. L’indagine su “Salute e ricorso ai servizi sanitari della popolazione straniera residente in Italia” condotta dall’Istat nel 2005, colma alcune di queste lacune, fornendo informazioni su stile di vita e prevenzione, ricorso ai servizi sanitari, condizioni di salute, nonchè alcuni aspetti della maternità della popolazione straniera iscritta all’anagrafe. Le precedenti osservazioni epidemio-
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diabetologico
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nursing
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logiche, basate sui dati forniti dagli ambulatori dedicati agli immigrati, già dagli anni ’80 avevano definito la popolazione straniera come sana (effetto migrante sano), ma a rischio elevato di ammalarsi in un intervallo situato fra i 3 e 9 mesi [2]. Questo periodo, definito intervallo di benessere, risultava essere il tempo necessario perché i fattori di rischio diventassero per alcuni individui fattori eziologici. Tra i principali fattori di rischio venivano indicati: disoccupazione o precarietà occupazionale, scarsa tutela sul lavoro, inadeguatezza degli alloggi, sovraffolamento, carenze igieniche, alimentazione insufficiente o sbilanciata, diversità climatiche, ma anche mancanza di supporto psico –affettivo, sradicamento culturale, difficoltà comunicative e di inserimento sociale, e infine discriminazione nell’accesso e/o utilizzo dei servizi sociosanitari [3]. In altre ricerche era stato messo in risalto come, in ambito psichiatrico, l’evento cruciale di minaccia per la salute, era il fallimento o la minaccia del fallimento del progetto migratorio. Dall’analisi dei dati Istat 2005 [4] emerge un quadro di popolazione straniera con bisogni di salute simili a quelli della popolazione italiana e mediamente con migliori condizioni di salute, in linea con profili di migranti di prima generazione che si spostano prevalentemente per pro-
getti di lavoro e che dunque portano con loro un capitale di salute. Lo studio indica delle criticità per alcune etnie, come i marocchini, che evidenziano una peggiore salute percepita, in particolare quella di tipo mentale e condizioni di salute meno favorevoli nelle persone di stato sociale più basso. Ciò fa pensare che se si includessero nella ricerca anche gli stranieri non regolari, il vantaggio registrato si assottiglierebbe notevolmente. Tra i fattori di rischio, nello stile di vita, sono stati analizzati il fumo di tabacco e l’eccesso di peso. Il fumo, rispetto agli italiani, è meno diffuso, ma all’interno delle diverse popolazioni vi sono notevoli differenze anche di genere (fumano di più i maschi albanesi e le donne rumene). L’eccesso di peso si ripropone in linea con la popolazione italiana, con minor sovrappeso delle donne italiane rispetto alle straniere (21.9% - 24.9%). Anche questo fattore di rischio presenta notevoli differenze all’interno dei singoli paesi di provenienza, che lasciano intuire specificità dovute non solo a fattori culturali, ma anche di status sociale ( maggiormente obesi i maschi albanesi e le donne marocchine). La valutazione soggettiva delle condizioni di salute della popolazione straniera è complessivamente migliore rispetto alla italiana (l’indicatore globale della percezione di salute valuta in modo sintetico lo stato di salute, includendo anche un aspetto socio-relazionale), mentre i controlli per la prevenzione, come per esempio colesterolo, glicemia e pressione arteriosa, sono meno numerosi rispetto agli italiani, con differenze sia culturali che di genere, con svantaggio della popolazione maschile. Lo studio prende in considerazione solo la frequenza delle malattie acute e tra queste non sono elencate le metaboliche. Per ciò che riguarda gli stranieri e il diabete, lo studio DAWN Italia 2007 [5]
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h a i n t e re s s a t o a n c h e l ’ I t a l i a , dell’Osservatorio Europeo dell’accesso alle cure di Medici del Mondo, pubblicato nel 2007, nell’insieme della popolazione interrogata, due persone su dieci percepiscono il loro stato di salute come cattivo o molto cattivo. I problemi più citati riguardano l’apparato digerente , l’osteoarticolare,la salute mentale e per le donne i problemi ginecologici. Solo un terzo delle persone con un problema cronico di salute usufruisce di un trattamento in corso. Per l’apparato endocrinometabolico e nutrizionale, nell’indagine si riscontra una frequenza del 3.7%. Dai dati appare chiaro come, vista la numerosità degli stranieri residenti e in situazione di irregolarità, le pratiche infermieristiche quotidiane ci portino sempre più a confrontarci con lingue, culture e con modelli di organizzazione sociale e familiari diversi.
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costituisce probabilmente la prima indagine condotta nel nostro paese. I dati sono stati raccolti tramite interviste semistrutturate personali a 60 pazienti immigrati con diabete e a 11 medici a Genova, Prato e Mazara del Vallo. Nello studio l’etnia più rappresentata è la maghrebina (37%), maggioritaria a Mazara, ma presente anche a Prato e Genova, seguita dalla cinese (22%), soprattutto a Prato e infine le etnie europee dell’est-europeo, i latino-americani e gli africani. Le differenze più macroscopiche che emergono sono riferite all’età, con una concentrazione sotto i 44 anni e sostanziale assenza della fascia sopra i 65 anni, e alla maggior frequenza di diabete di tipo 1, che risulta, in proporzione, il doppio più diffuso rispetto agli italiani. Al 60% il diabete è stato diagnosticato per la prima volta in Italia e l’utilizzo dell’insulina come cura è del 52% (50% tra i diabetici italiani). La convinzione della responsabilità in prima persona della gestione e del controllo del proprio diabete è notevolmente meno presente tra gli immigrati, con delega al medico o all’infermiere di diabetologia. Sul futuro, gli immigrati appaiono meno ottimisti degli italiani nella prospettiva di convivenza con il diabete nei prossimi cinque anni ed esprimono una minore capacità di controllo della malattia. I medici riferiscono le maggiori difficoltà nelle barriere linguistiche e nelle abitudini alimentari. L’accesso alle cure primarie sembra più difficile, con un maggior ricorso allo specialista in contrasto con i dati Istat dove risulta più utilizzata la medicina di base, ma questo dato va letto anche in considerazione della maggiore accessibilità dei Servizi di diabetologia, rispetto ad altre specialità. I dati sugli immigrati con situazione irregolare sono più difficili da reperire. Su “Indagine Europea sull’accesso alle cure delle persone in situazione irregolare” che
L’INFERMIERISTICA E LA MULTIETNICITÀ La necessità di fronteggiare queste nuove situazioni richiede che ai comportamenti considerati ovvi, si accompagnino modalità diverse da quelle consuete. Per arrivare ad interpretare i comportamenti degli individui ed i loro bisogni sulla base degli stili di vita, tramandati dall’eredità
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culturale della comunità di appartenenza, bisogna attivare una lettura oltre che di carattere sanitario anche di carattere sociale, attingendo a saperi differenti, estrapolati dall’antropologia, dalla psicologia, dalla sociologia. E’ perciò importante recuperare quella capacità di ascolto e quella sensibilità all’approccio olistico non di maniera, che permettono di lavorare in un terreno di confronto, ricco di diversità concettuali, quali la considerazione del corpo, la percezione della malattia, il cibo, il rapporto tra malato e società. Gli immigrati ci costringono a rileggere la nostra cultura, anche quella professionale, e in alcuni casi anche a ridisegnarla in rapporto ai nuovi bisogni soprattutto in ambito relazionale, con l’obiettivo dichiarato di comprendere l’altro per rispondere ai suoi bisogni con efficacia, efficienza, adeguatezza e rispettosità Ma volere l’uguaglianza, senza che ciò significhi identità e nel contempo la differenza senza che ciò degeneri in superiorità/inferiorità, è cosa più facile a dirsi che a farsi.
Di fatto, nella presa in carico delle persone con diabete o con altri problemi di salute o di fragilità è importante capire, come dice Marie – Francoise Colliere “ciò che davvero lo può aiutare a vivere”, e l’assistere dovrebbe perciò realizzare una partecipazione di senso tra i protagonisti della relazione assistenziale. Per la Collier “Ogni situazione di cura è una situazione antropologica, ovvero che riguarda l’uomo inserito nel suo ambiente, intessuto da ogni tipo di legame simbolico; così l’approccio antropologico appare come il percorso più opportuno per scoprire le persone che vengono curate e rendere significative le informazioni che esso contiene”[5]. Madeleine Leininger, infermiera statunitense pioniera nello studio del nursing transculturale, ritiene fondamentale “ lo studio comparato e l’analisi di diverse culture in rapporto al nursing e alle pratiche di assistenza connesse al binomio salute-malattia, alle credenze, ai valori, allo scopo di fornire alle persone
LE CONDIZIONI DI BASE DELL’INFERMIERISTICA INTERCULTURALE. Non esistono ricette valide o soluzioni preconfezionate per gruppi di problemi, tuttavia le dinamiche relazionali possono essere orientate da alcuni principi di massima, sorrette da buone attitudini Secondo lo studioso Camilleri esistono due grandi tipologie di errori nell’approccio all’alterità dell’altro: una sua assente considerazione e una sua presa in carico difettosa o erronea. In genere il misconoscimento d e l l ’ a l t e r i t à d e l l ’ a l t ro è f r u t t o dell’etnocentrismo che ignora l’esistenza di codici culturali e/o di campi simbolici di riferimento.
NURSING DIABETOLOGICO La presa in carico erronea può dipendere invece dall’ignorare il modo proprio con il quale il migrante si rapporta alla propria cultura e dal non considerare le identità plurali, caratterizzanti ognuno di noi, che possono portare all’integrazione (adattamento) o all’esclusione (rigetto). Il migrante, per esempio, può essere integrato nelle norme di lavoro o nelle tifoserie sportive, mentre mantiene in parte o integralmente le tradizioni familiari, il rapporto con il genere femminile o alcune credenze rispetto alla medicina curativa di appartenenza. Il rischio è assegnare le persone a delle categorie, concentrando l’attenzione sulla cultura e non alla persona che ne è portatrice. Le dinamiche relazionali, pur nelle variabili delle situazioni, possono essere “guidate” da alcune attenzioni attitudinali [8]. La prima attitudine è il decentramento, cioè una costante e vigile attenzione alla nostre rappresentazioni, giudizi e condotte nella relazione con l’altro per permettere alle sue differenze di esprimersi senza condizionamenti. La seconda è l’esteriorizzazione che rende espliciti i tratti di differenza, senza esclusione, marginalizzazione o svalutazione dell’altro.
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un’assistenza infermieristica efficace e significativa, in linea con i loro valori culturali e il loro contesto” [6] Leininger M. M. Diversità e universalità dell’assistenza culturale. Una teoria del nursing. 2006. Padova. Piccin. Riguardo alle strategie assistenziali, Leininger identifica tre fondamentali modalità per indirizzare le valutazioni, le decisioni e le azioni infermieristiche: la conservazione /il mantenimento della culture care, l’adattamento e/o il negoziato della culture care, la ristrutturazione o riformulazione della culture care. Ciò implica che dovremmo porre al centro delle nostre riflessioni i concetti di un’assistenza culturalmente sensibile e di comprensione olistica della persona in una prospettiva antropologica. “Non si tratta di ricercare nuove procedure o protocolli specifici per le situazioni di confronto culturale, quanto di esercitare un’opera di sensibilizzazione nei sanitari alla cose più minute, quali i gesti, gli atteggiamenti, i toni del linguaggio, in una sorta di costante presenza a sé, per essere, con più attenzione, presenti all’altro” [7].
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Una terza condizione è la comprensione del problema in gioco, cioè la pratica del relativismo culturale, che assicura la legittimità di tutte le culture e ne vieta la gerarchizzazione. La quarta attitudine è la messa in relazione dei tratti culturali e consiste nel cercare di mettere in rapporto tra di loro i sistemi culturali o parti di essi, in forma dinamica. La quinta condizione è il ricorso a valori trascendenti , quando cioè è necessario fare appello a rappresentazioni e valori che vanno oltre i sistemi presi singolarmente. La sesta attitudine è impedire che le differenze si trasformino in chiusura/esclusione per il soggetto, cioè che la differenza sia fonte di oppressione. La settima attitudine invita a mantenersi aperti alla varietà e alla variabilità delle situazioni. Un’assistenza infermieristica culturalmente adeguata dovrebbe offrire prestazioni in situazioni culturali miste e richiede conoscenze specifiche e sensibilità agli effetti che tali culture possono avere nelle situazioni assistenziali, richiede conoscenze sulle singole culture e sulle prospettive culturali del migrante. LA COMUNICAZIONE. La comunicazione, come ben sappiamo, non è solo competenza linguistica, ma la lingua è la prima difficoltà che incontriamo quando non la si ha in comune. E’ frequente al momento dell’arrivo del migrante, si riduce nel corso degli anni, con differenze di genere anche marcate in alcune etnie, a seconda del ruolo che la donna occupa nella società. Nei problemi strettamente lessicali siamo stati sicuramente aiutati dal progetto “Diabete per capirsi” che ci ha dato l’opportunità di fornire materiale essenziale in lingua madre o coloniale in forma cartacea e specifica per la malattia diabetica.
Come è noto, però, accanto ai problemi linguistici ci sono quelli semantici, legati cioè al significato delle singole parole che può essere diverso nelle singole lingue. E’ spesso portato come esempio di fraintendimento la parola kili che in somalo significa reni, ma che identifica l’area cutanea addominale antero-laterale, mentre in italiano per reni si intende l’area dorsale latero-rachidea. Ovviamente se una lingua non si conosce, non possiamo inventarcela, bisogna far ricorso agli interpreti a volte fortuiti, sempre più spesso specificatamente formati come i mediatori culturali. Gli interpreti occasionali, marito, amici ecc, sono indubbiamente preziosi, ma possono comportare dei rischi che dobbiamo considerare, perché potrebbero modificare quanto espresso dalla persona per i motivi più svariati, come d’altra parte accade anche quando sentiamo dai nostri italianissimi pazienti versioni diverse a seconda di chi racconta…. I mediatori culturali sono una risorsa da non sottovalutare perché uniscono alle competenze linguistiche i codici culturali appartenenti al paese da cui proviene l’utente , aiutando entrambe le parti a capire le motivazioni reciproche e a volte, essendo stati essi stessi migranti, stabiliscono un importante rapporto empatico. Secondo alcuni autori la presenza stabile del mediatore culturale potrebbe costituire un rischio per la relazione di cura perché potrebbe esserci una sorta di delega da parte dell’operatore sanitario e una sua successiva deresponsabilizzazione. A mio parere, bisognerebbe rivolgersi al mediatore culturale ogni volta che sia possibile e sempre quando lo riteniamo indispensabile in situazioni di difficoltà culturale, (legate, nella mia esperienza, a situazioni coinvolgenti utenti di sesso femminile), e soprattutto nei primi colloqui. Coinvolgere il mediatore nel team di cura, è importante per facilitare la trasmissione dei messaggi non solo da un
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rilettura delle abitudini alimentari, dei prodotti prevalentemente utilizzati, dei tabù alimentari, è possibile ricostruire la storia di un paese. Per comprendere la diversità di abitudini e di gusti e avviare forme di comunicazione di carattere interculturale è necessario pertanto ricondurre le diverse esperienze, la loro interpretazione scientifica ad un contesto storicoculturale. La necessità di conoscere nuovi prodotti alimentari, ma anche le diverse modalità di cottura, può spesso essere soddisfatta dall’ascolto degli utenti, dal toccare e provare, dalla contaminazione dei gusti, oltre che dalla conoscenza delle diverse piramidi alimentari delle popolazioni. Per gli immigrati il recupero di certi piatti specifici indica il bisogno di mantenere dei legami identitari con il paese d’origine e i momenti conviviali sono caratterizzati molto spesso dalla cucina di piatti tipici. La conoscenza e l’assunzione dei prodotti occidentali, in particolare delle bevande zuccherine e dei cibi veloci, presenti in momenti di integrazione tra i giovani, possono avere un impatto
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punto di vista lessicale, ma anche per conoscere e interpretare altre componenti della comunicazione come la paralinguistica cioè i silenzi, le pause, le esclamazioni, la cinesica, per i gesti e le posture, la prossemica, per lo spazio e la regolazione del contatto fisico, la socioculturale per situazioni sociali e di ruolo. La presenza di una figura intermedia, che si esprime in italiano, e conosce i codici culturali appartenenti al paese da cui proviene l’utente, aiuta sia il team che il paziente a una comunicazione più distesa, dove trovano spazio la disponibilità all’ascolto e il desiderio di comprendere. All’utente straniero appariranno più chiare le ragioni che spingono infermieri e medici a determinate richieste, mentre, viceversa, ai curanti appariranno più motivate affermazioni e comportamenti che altrimenti potrebbero considerare privi di logica. Va sottolineato, comunque, che di fronte a difficoltà linguistiche, un atteggiamento di accettazione della parzialità della comunicazione debba essere accettata, senza drammatizzare, da entrambe le parti, purché la relazione rimanga aperta. Alcuni piccoli suggerimenti possono aiutarci: salutare il paziente usando il cognome e il nome completo, discutere un argomento per volta, evitando le congiunzioni, dare istruzioni nella sequenza appropriata (fare l’insulina e poi mangiare e non prima di mangiare fare l’insulina), prestare attenzione a qualsiasi sforzo della persona o della famiglia per comunicare, usare i nomi e non i pronomi, utilizzare frasi brevi e qualsiasi parola si conosca nella lingua della persona per comunicargli rispetto e vicinanza. L’ALIMENTAZIONE L’ a l i m e n t a z i o n e c o s t i t u i s c e un’esperienza fondamentale per la costruzione della persona sia sotto il profilo materiale che psicologico: attraverso la
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negativo notevole sulla salute in caso di diabete. Chi arriva dall’Asia, dall’Africa, dall’America latina e in misura minore dai paesi dell’est Europa, cambia radicalmente le proprie abitudini alimentari e questi cambiamenti sono associati a un’alta probabilità di sviluppare il diabete in un’età più precoce della media e con un rischio maggiore di complicanze. Una alimentazione equilibrata nel diabete è indispensabile e pertanto le competenze specifiche di dietisti e infermieri dovrebbero arricchirsi con informazioni riguardanti i nutrienti usati nelle diverse popolazioni, o almeno nelle popolazioni con le quali si viene maggiormente a contatto, il modo con il quale vengono cucinati e insaporiti e come i pasti vengono consumati. IL CASO DEL RAMADAN Nonostante la religione islamica non obblighi al Ramadan le persone con diabete, sono numerose quelle che partecipano al mese di digiuno, durante il quale è vietato, dall’alba al tramonto mangiare, bere, assumere medicinali, fumare e pertanto chi si occupa di persone con diabete deve confrontarsi su questo evento. Nello studio EPIDIAR 2001 Epidemiology of diabetes and Ramadan - condotto su 12.243 persone con diabete in 13 paesi islamici, il 43% dei tipo 1 e
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il 79% dei diabetici di tipo 2 osservavano le prescrizioni del Ramadan, con digiuno dall’alba al tramonto e sostanzialmente due pasti nell’arco delle 24 ore. L’indagine evidenzia come digiunare durante il Ramadan, per le persone con diabete, possa portare a varie e gravi complicanze. In particolare si segnala un incremento del rischio di ipoglicemia nel tipo 1, in persone con ipoglicemia inconsapevole o che sono scarsamente controllati . D’altra parte un’eccessiva riduzione dell’insulina, per prevenire le ipoglicemie può provocare iperglicemia e chetoacidosi, ulteriormente aggravate dalla non assunzione di acqua. Anche le persone con diabete di tipo 2 possono incorrere in ipo e iperglicemia, ma con meno frequenza. Si rendono necessarie pertanto delle indicazioni sui comportamenti da assumere per operatori e diabetici nella gestione della malattia durante il Ramadan. Un management per le persone che vogliono digiunare, dovrebbe comprende innanzi tutto la loro individuazione e la successiva discussione con i sanitari dei rischi legati al digiuno [8]. Bisognerebbe essere preparati nei mesi precedenti ( il periodo del Ramadan cambia in base alle fasi lunari e alle stagioni) con programmi educativi e di counseling per la gestione della terapia insulinica, l’apporto alimentare e l’attività fisica , il trattamento dell’ipoglicemia, nonché l’interruzione del digiuno in situazione di ipo o iperglicemia. E’, inoltre, assolutamente sconsigliato in corso di gravidanza per tutti i tipi di diabete, ed anche prima della gravidanza devono essere conosciuti i rischi. In particolare si raccomandano frequenti controlli della glicemia, una nutrizione non significatamene dissimile dalla solita, mantenendo costante la massa corporea: nei dati riportati il 50-60% manteneva il peso precedente, mentre un 20/25% aumentava o diminuiva il peso. Nello studio viene consigliata l’interruzione del digiuno
CONCLUSIONI Nonostante le leggi più o meno restrittive e la probabile soppressione del comma 5 dell’articolo 35 del decreto legislativo del 25 luglio 1998, n. 286, che permette “L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno” e che “ non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”, gli immigrati continueranno ad arrivare in Italia e molti di loro a stabilirvisi. Dobbiamo prendere atto che siamo di fronte ad un cambiamento sociale che ci obbliga ad un confronto culturale ed è proprio questo l’ambito più affascinante e stimolante di tale fenomeno, se abbiamo la capacità di mettere in discussione le nostre paure e le nostre certezze. E’ qualcosa che coinvolge tutti, in modo più o meno esplicito e per molti di
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noi ha comportato un diverso modo di essere e di porsi in ambito professionale. Da anni, pur senza una preparazione specifica, cerchiamo di aiutare i migranti a vivere con il diabete, affrontiamo , o scappiamo, dai conflitti che inevitabilmente culture diverse evidenziano, a volte ci sentiamo impotenti di fronte alle molteplicità di richieste, in minima parte legate alla malattia,… ma l’essere infermieri sicuramente ci aiuta perchè l’infermieristica è una disciplina pratica che si prefigge di rispondere al bisogno di assistenza della persona e che proprio per questo non può prescindere dallo studio e dalla conoscenza della persona assistita, con la sua storia, la sua cultura, le sue aspettative. I racconti e le figure dei migranti, regolari, clandestini, rifugiati, con diabete più o meno scompensato, quelli che sono venuti a curarsi una sola volta, quelli che hanno scoperto il diabete in Italia, ai quali, nonostante la lingua, le diversità, i tabù siamo riusciti, nella pratica, ad insegnare il dosaggio della glicemia e la somministrazione dell’insulina, quelle che sono riuscite a diventare madri nonostante il diabete e orgogliosamente ci hanno fatto conoscere i bambini di pochi mesi, con gli occhi sottolineati da una amorevole linea di kajal, quelli che vengono solo
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con una glicemia inferiore a 70 mg/dl nelle prime ore dopo il pasto, in caso di terapia insulinica o con sulfoniluree, o meglitinide assunta prima dell’alba, o in caso di glicemia superiore a 300 mg/dl. Si raccomanda inoltre di diffondere i dati ottenuti dagli studi e si auspica di riuscire ad ottenere in futuro altri dati che aiutino in una migliore gestione e nella riduzione delle complicanze. E’ interessante come in un’altra review [10] si sottolinei la necessità di ulteriori ricerche sui cambiamenti dei parametri biochimici indotti dal digiuno, pur rimarcando i notevoli rischi per i pazienti con diabete di tipo 1 e i tipo 2 non compensati prima del Ramadan. Inoltre l’importanza dell’ascolto delle ragioni dell’osservanza del digiuno e il dialogo sono ritenuti indispensabili [11] Br J Nurs 2002 Nov 14-27; 11(20): 1300 Management of people with diabetes during Ramadan]
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con la pioggia perché con il sole si lavora…se abbiamo voluto, se li abbiamo accolti, sicuramente ci hanno lasciato qualcosa del loro essere e della loro cultura. Questi frammenti, con curiosità intellettuale oltre che pratica, potremmo ricomporli e usarli come stimolo per l’acquisizione di competenze più strutturate per far meglio il nostro lavoro, per arricchirci come persone, per essere preparati all’imprevisto e all’incertezza . Oggi l’inatteso ci sorprende perché ci siamo installati con troppa sicurezza nelle
nostre teorie e nelle nostre idee, nelle nostre burocrazie e nei nostri protocolli, che hanno scarsa struttura di accoglienza per il nuovo. Ma il nuovo, in una società multietnica spunta continuamente. Non possiamo prevedere il modo con cui si presenterà, ma dobbiamo aspettarci la sua venuta, cioè l’inatteso. “E, una volta giunto l’inatteso, si dovrà essere capaci di rivedere le nostre teorie e idee più che far entrare a forza il fatto nuovo nella teoria incapace di accoglierla veramente” [12].
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BIBLIOGRAFIA
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CALENDARIO EVENTI OSDI
CORSI NAZIONALI • Simposio OSDI in “Panorama Diabete”: Diabete e gravidanza: aspetti organizzativi ed educativi. Formazione dell’infermiere per l’implementazione dell’esercizio fisico nel paziente diabetico – Riccione (RN), 11 e 12 ottobre 2009. • Corso Base Scuola Formatori OSDI – San Gimignano (SI), 7-10 novembre 2009.
CORSI REGIONALI Lombardia • 5 settembre Milano Hotel Doria “Attività fisica e diabete: quale cambiamento nello stile di vita nella persona con diabete tipo 2”. Con il contributo non condizionante di Abbott diabetes care •10 ottobre Brescia AC Hotel: “Attività fisica e diabete: quale cambiamento nello stile di vita nella persona con diabete tipo 2”. Con il contributo non condizionante di Abbott diabetes care • 7 novembre Milano Hotel Doria “Diabete e gravidanza: pre-concepimento, gestazione e puerperio”. Con il contributo non condizionante di A.Menarini diagnostics • 5 dicembre Milano “Comunicazione ed empatia nel diabete tipo 1” Con il contributo non condizionante di Abbott diabetes care
O P E R AT O R I S A N I TA R I D I D I A B E T O L O G I A I TA L I A N I
Qui di seguito trovate tutti gli appuntamenti organizzati dall’OSDI per qualsiasi informazione aggiuntiva contattare il proprio presidente regionale
Umbria • 12 dicembre 2009 - Civitella D’Arna (Pg) Centro Compegno Piccolo “L’approccio autobiografico come strumento educativo nella relazione di cura” Plurisponsor Emilia • Bologna 26 settembre “Follow up gestione dello stress”
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Trentino • Trento 26 settembre 2009 “Diabete: non solo Cronicità”
Puglia • Lucera (FG) 19 e 20 settembre 2009; “Modalità Operative per una gestione ottimizzata del diabete mellito tipo 1: alimentazione e insulina” Con il contributo non condizionante di Roche diagnostics
CORSI GLUCOLAB BAYER
ALTRI EVENTI
12 settembre Monsumanno (PT) Hotel Grotta Giusti 12 settembre Cagliari Hotel Holiday INN
EASD e Fend Vienna 27 - 30 settembre
3 ottobre Taormina Hotel Monte Tauro 3 ottobre Gubbio Park Hotel ai Cappuccini
XVII congresso nazionale SIEDP : ”Corso teorico pratico per infermieri” Napoli Expo Palazzo dei Congressi, 5 – 7 novembre
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O P E R AT O R I S A N I TA R I D I D I A B E T O L O G I A I TA L I A N I
DIRETTIVO OSDI CONSIGLIO DIRETTIVO NAZIONALE Presidente
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Galantino Michele
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Crovetto Roberto Ferriani Laurenzia
Tesoriere
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Abruzzo-Molise Calabria Campania E. Romagna Friuli V.G. Lazio Liguria Lombardia Marche Piemonte Puglia Sardegna Sicilia Toscana Trentino A.A. Umbria Veneto
Angela Bosco Raffaella Fiorentino Brigida Trocchia Giovanna Guareschi Daniela Bortolotto Silvia Tiozzo Clara Rebora Silvana Pastori Rossana Maricotti Rosalba Trepiccioni Giuseppina Chimienti Manuela Cauli Lucia Melita Massimiliano Telleschi Ilaria Nicolao Lorena Urbani Fausto Cavaliere
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