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Elisabetta Girelli

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ANNO XVIII

Due donne un carisma

Maddalena Girelli

agosto 2013


gsh Sommario 1) È in te la sorgente della vita” .................................... pag. 3 2) “Fiumi di acqua viva” ................................................................................. » 5 3) Papa Francesco L’enciclica “La luce della fede” ........................................... » 7 4) Elisabetta Girelli La Samaritana ....................................................................................................... » 11

Pubblicazione sulla spiritualità delle sorelle Girelli - Anno XVIII, 2013, n. 3 a cura della Compagnia S. Orsola Via F. Crispi, 23 - 25121 Brescia Tel. 030 295675 - 030 3757965 Direttore Responsabile: D. Antonio Fappani

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gsh “È in te la sorgente della vita” Mentre ancora viviamo le sollecitazioni proposte dall’anno della fede, sembra opportuno riflettere sul momento iniziale del nostro essere cristiani, il battesimo, nel quale la simbolica immersione nell’acqua ci ha generato come figli di Dio, dandoci anche sul piano umano la possibilità di valorizzare quei doni autentici di cui ogni persona è ricca. Nel Vangelo le immagini di quest’acqua viva sono frequenti e rimandano alle parole del salmo 36: “È in Te la sorgente della vita”, in cui si evidenzia il rapporto inscindibile tra la forza di una sorgente zampillante e la vita che fiorisce intorno. Nell’episodio del battesimo di Gesù nel Giordano questo rapporto tra il significato simbolico dell’acqua e la presenza dello Spirito diviene percepibile: “Il cielo si aprì e lo Spirito discese su di Lui in forma corporea, come colomba” (Luca, 3, 22): da questo momento Gesù inizia la sua missione,

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gsh che Egli ha fatto precedere dal raccoglimento: “mentre stava in preghiera”. In un’altra pausa di raccolta solitudine del Signore, si colloca l’episodio della Samaritana, nel quale il tema dell’acqua viva viene sviluppato come partecipazione alla vita divina donata con una sempre maggiore ricchezza: “Colui che beve quest’acqua che gli darò, non avrà mai più sete; ma l’acqua che gli darò diverrà per lui una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv, 4, 14). L’anno della fede, che ci riconduce alle sorgenti del nostro credere, deve dunque impegnarci a riflettere su questi testi evangelici che danno ragione del nostro essere cristiani. Si tratta di rileggerli con animo sereno e disponibile, aperto ad accogliere la profonda e reale concretezza della Parola di Dio, che forse frequentiamo poco o a cui non riusciamo a dare la giusta consistenza. E sarebbe opportuno allargare la nostra meditazione ad alcuni episodi dell’Antico Testamento, in cui si descrivono incontri decisivi che avvengono intorno a un pozzo, simbolo di vita e di fecondità. Il servo inviato da Abramo a cercare la sposa per Isacco incontra Rebecca “presso la fonte dell’acqua” (Genesi, 24, 12-20); Giacobbe aiuta Rachele ad abbeverare il suo gregge (Genesi,29, 9-14); Mosè difende le figlie di Rauel, le aiuta ad attingere acqua per il gregge e sposa una di loro, Zappora (Esodo, 2, 16 22). Così come i patriarchi Isacco, Giacobbe e Mosè prefigurano il Messia, le tre donne prefigurano la Chiesa, l’umanità salvata che diviene la sposa del Signore. Non possiamo dimenticarne la presenza nella costruzione di una fede autentica, così come non possiamo dimenticare che il nostro divenire nel battesimo figli di Dio è coinciso con il nostro essere figli della Chiesa, come con tanta suggestione si proclama nella veglia pasquale. Noi viviamo infatti l’esperienza quotidiana del nostro essere figli di Dio attraverso l’appartenenza alla comunità ecclesiale: la Chiesa, sposa di Cristo, ci nutre e ci custodisce con la Parola continuamente offerta, con i sacramenti per il nostro cammino, con l’invito alla mensa della Eucarestia, lieto incontro tra fratelli. Così, nella concretezza semplice delle nostre giornate, si alimenta e cresce la fede, sorretta dalla grazia di Dio che è sorgente inesauribile di acqua viva. Irma Bonini Valetti 4


gsh “Fiumi di acqua viva” Elisabetta Girelli nella sua “Vita di Gesù” dedica alle parole del Salvatore: “Chi ha sete venga a me e beva” (Gv, 7, 37-39) una meditazione nella quale si può scoprire il segreto profondo della attività spirituale e sociale a cui le Girelli si dedicarono con una intensità che non può non stupire. Dice infatti Elisabetta: Chi ha sete venga a me e beva! Gesù desidera donare a tutti le acque vive e vivificanti della sua Grazia, che dissetano l’intelletto e il cuore... Brama di effondere sugli uomini quello spirito di carità, che dovrà renderli figli di Dio, fratelli tra loro ed eredi del celeste regno. E ancora: “Egli ci stende le braccia, ci apre il suo cuore...” e dice: “A chi crede in me, scaturiranno dal seno di lui fonti d’ acqua viva!”. Tali fiumi preziosi sono i doni dello Spirito Santo che sarebbero dati per i meriti di Gesù Cristo a quelli che crederanno in Lui. Significativa è la sottolineatura premessa a questo brano e tolta dal curatore del volume, don Mario Trebeschi, dagli scritti di Paolo VI: “Noi vediamo questi fiumi di acqua viva promessi alla nostra fede penetrare, attraverso la vostra azione umile e rispettosa del cammino di ciascuno, tutti gli aspetti della vita del vostro ambiente, giungere a tutte le persone. Noi li vediamo suscitare una conversione di cuore”. L’abbondanza dell’acqua viva, la Grazia del Signore che appaga il bisogno di infinito insito nel cuore dell’uomo, non è un aiuto generico a cui, secondo l’insegnamento del catechismo, il cristiano crede; le sorelle Girelli ne colgono la forte e risolutiva penetrazione nelle situazioni concrete nelle quali le persone ricevono la sovrabbondanza del dono divino. Il simbolo biblico dell’acqua si illumina di immagini fresche e gioiose: “fiumi copiosi... forti, perenni e diffusivi; fiumi che scorrono con impeto costante, ...che non vengono mai meno e si diffondono a beneficio di molti”. Ecco che allora non resta spazio per l’incertezza, per il no, per il prendere tempo: il fiume d’acqua viva scorre certamente e continuamente ravvivando dall’interno le povere iniziative dell’uomo. Affidarsi a questa acqua e dissetarsi è il modo di vivere la fede nella quotidianità delle giornate, nelle scelte della vita, nella risposta alle richieste di una società difficile. Le opere a favore delle giovani, delle malate, dei bambini, il catechi5


gsh smo, il restauro paziente di antichi e preziosi paramenti, la cucina dei poveri: tutto trova il suo significato nella sorgente viva e ridondante dell’amore di Dio. E tutto l’ambiente intorno ne viene rinnovato: “Infine i fiumi del Santo Amore si diffondono quasi naturalmente a beneficio di molti, poiché è impossibile che chi ama ardentemente Iddio non cerchi in qualche modo di farlo amare anche ad altri”. Maddalena aggiunge poi una nota concreta alle parole della sorella: “Oggi primo venerdì del mese ho fatto la S. Comunione come accostando la mia povera anima alle fonti del Salvatore... e riflettendo a quell’invito che fece Gesù in mezzo alle turbe: - Chi ha sete venga a me e beva! - ... pensai che io devo essere canale per trasfondere in altre anime il dono di Dio”. In questo modo si possono spiegare l’equilibrio e la ricchezza di una attività continua e costruttiva, perché proprio mantenendo chiara la consapevolezza di quanto l’acqua viva animi dall’interno ogni nostro sforzo si tessono le trame di quella solidarietà cristiana che nel quotidiano costruisce una comunità autentica. Irma Bonini Valetti

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gsh Papa Francesco

L’Enciclica “La luce della fede” La luce della fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indica­to il grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si presenta: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiun­que crede in me non rimanga nelle tenebre» (Gv 12,46). Anche san Paolo si esprime in questi termini: «E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulge nei nostri cuori» (2 Cor 4,6). Consapevoli dell’orizzonte grande che la fede apriva loro, i cristiani chiamarono Cristo il vero sole, «i cui raggi donano la vita». A Mar­ta, che piange per la morte del fratello Lazzaro, Gesù dice: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40). Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta. Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri con­temporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’au­dacia del sapere. In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuo­re, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinun­ciato alla ri7


gsh cerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto di­venta confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza di­rezione. È urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finisco­no per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può proce­dere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per esse­re saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che rice­viamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vin­cere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro,

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gsh che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver con­fessato la sua fede davanti a san Pietro, la descri­ve come una “favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla”. La convinzione di una fede che fa grande e piena la vita, centrata su Cristo e sulla forza della sua grazia, animava la missione dei primi cristiani. Negli Atti dei martiri leggiamo questo dialogo tra il prefetto romano Rustico e il cristiano Gerace: «Dove sono i tuoi genitori?», chiedeva il giudice al martire, e questi rispose: «Nostro vero padre è Cristo, e nostra madre la fede in Lui». Per quei cristiani la fede, in quanto incontro con il Dio vivente manifestato in Cristo, era una “madre”, perché li faceva venire alla luce, generava in essi la vita divina, una nuova esperienza, una visione luminosa dell’esistenza per cui si era pronti a dare testimonianza pubblica fino alla fine. L’Anno della fede ha avuto inizio nel 50° an­niversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. Questa coincidenza ci consente di vedere che il Vaticano II è stato un Concilio sulla fede, in quanto ci ha invitato a rimettere al centro del­la nostra vita ecclesiale e personale il primato di Dio in Cristo. La Chiesa, infatti, non presuppone mai la fede come un fatto scontato, ma sa che questo dono di Dio deve essere nutrito e raffor­zato, perché continui a guidare il suo cammino. Il Concilio Vaticano II ha fatto brillare la fede all’interno dell’esperienza umana, percorrendo così le vie dell’uomo contemporaneo. In questo modo è apparso come la fede arricchisce l’esi­stenza umana in tutte le sue dimensioni. Queste considerazioni sulla fede - in conti­nuità con tutto quello che il Magistero della Chie­sa ha pronunciato circa questa virtù teologale - intendono aggiungersi a quanto Benedetto XVI ha scritto nelle Lettere encicliche sulla carità e sulla speranza. Egli aveva già quasi completato una prima stesura di Lettera enciclica sulla fede. Gliene sono profondamente grato e, nella fra­ternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi. Il Successore di Pietro, ieri, oggi e domani, è in­fatti sempre chiamato a “confermare i fratelli” in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo. 9


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gsh Elisabetta Girelli

La Samaritana da “Vita Gesù Cristo”

Viaggiando Gesù dalla Giudea alla Galilea dovette, come nota 1’Evangelista Giovanni, passare per la Samaria. Questa era la parte più meschina fra le terre d’Israele, perché scismatica, e mista di stranieri, e in­fetta d’idolatria. Giunse pertanto Gesù a quella città di Samaria chiamata Sicar vicino alle terre, che il Patriarca Giacobbe aveva lasciate in retaggio al suo figlio Giu­seppe; e quivi era un pozzo comunemente denominato di Giacobbe. Sul margine di questo pozzo il buon Gesù stanco del lungo viaggio si pose a sedere, mentre i suoi discepoli erano andati nella vicina città a provvedere vetto­vaglie. Oh! dolcissima misericordia di Gesù! Egli siede ed aspetta non tanto per la stanchezza corporale, come per poter quivi accogliere una povera anima peccatrice, e convertirla e salvarla. Ecco che ella viene! E una donna Samaritana, la quale si reca a quel pozzo colla secchia alla mano per attingere 1’acqua, ed il buon Gesù a sè l’invita con delicatissima industria pigliandola dal lato del cuore con quest’umile domanda: Dammi da bere. La Samaritana stupisce che un uomo, al cui linguaggio ed al costume conobbe per giudeo, chiedesse a lei un servigio; poiché per antiche dissensioni politiche e religiose esisteva grande inimicizia fra i giudei ed i samaritani. Perciò ella rinfaccia duramente a Gesù la colpa innocente di essere d’una nazione nemica; e con fare sprezzante gli risponde: Come mai tu, che sei giu­deo, chiedi da bere a me, che sono samaritana? Ma il mansuetissimo Gesù non si sdegna per tale ripulsa, e per introdurre in quella povera anima almeno il desiderio di conoscere il Salvatore la tocca destramente dal lato della sua naturale curiosità dicendo: Oh! se tu conoscessi il dono di Dio! e chi è Colui, che ti domanda da bere! Forse tu ne avresti domandato a Lui; ed Egli t’avrebbe dato un’acqua viva. La donna rispose: Signore, tu non hai con che attingere, il pozzo è profondo; in che modo adunque tu puoi avere acqua viva? Sei tu forse più di Gia­ 11


gsh cobbe nostro padre, il quale diede a noi questo pozzo, a cui bevve egli e i suoi figliuoli e il suo bestiame? La po­vera Samaritana intendeva e parlava di acqua materiale; ma Gesù Cristo con quell’ arte Divina di guidare passo passo le anime alla cognizione delle cose soprannaturali colla similitudine delle cose materiali seguitò a parlare della sua grazia sotto l’immagine dell’acqua: Tutti quelli, che bevono dell’acqua (di questo pozzo), soggiunse Gesù, torneranno ad aver sete; ma chi beve di quell’ acqua che darà io, non avrà più sete. Quest’acqua diverrà in lui quasi fontana perenne, che zampillerà fino alla vita eterna.

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gsh O fonte di Paradiso! o oceano di dolcezza! esclama qui S. Agostino, una sola goccia del quale basta ad estin­guere ogni sete del mondo! Bevve di quest’acqua Paolo, e subito si estinse in lui la superbia e divenne vaso di elezione. Una goccia di quest’acqua cadde nel cuore di Matteo, e spense in lui per sempre ogni avarizia, e lo rese Apostolo e Santo. Fu concessa quest’acqua alla Mad­dalena, ed estinse in lei ogni profano amore; e furono lavate tutte le sue colpe e purificati e santificati tutti i suoi affetti. La Samaritana però era ancora troppo ignorante per poter intendere ed apprezzare gli effetti mirabili della Divina grazia; pure rilevando dal parlare figurato di Gesù Cristo la promessa d’un’acqua prodigiosa n’ebbe desi­derio, e disse: Signore, dammi di quest’ acqua, affinché io non abbia più sete, nè più debba venire sin qua per attinger da bere. Ma il cuore della Samaritana non era abbastanza disposto a ricever la grazia; e Gesù con una parola la richiama in se stessa, la induce alla confes­sione de’ suoi falli, e la prepara mirabilmente a comu­nicare anche ad altri il dono di Dio: Va a chiamare tuo marito, le dice amorosamente Gesù, e poi ritorna. - Non ho marito, ella risponde. E Gesù: Ben dicesti; poichè hai già avuti cinque mariti, e quello che hai di presente non è tuo. La Samaritana è vinta: Signore, ella esclama, io veggo che tu sei profeta! Or dimmi, i nostri padri hanno adorato Dio su questo monte (era il monte Garizirn, sul quale i samaritani avevano edificato un Tempio) e voi dite invece che bisogna adorare il Signore in Gerusalemme; esprimendo così il desiderio sincero di adorare Iddio nel modo, che a Lui fosse più accetto. Il Divin Maestro allora prese ad istruirla facendole conoscere che l’adorazione di Dio non poteva essere ristretta a questo od a quel luogo, a questa od a quella nazione. Le fece tuttavia conoscere, che il culto dei giudei era più illu­minato e sincero, perché si attenevano alle prescrizioni di Mosè ed agli oracoli dei Profeti: laddove i samaritani mescolandosi coi gentili avevano assai offuscata l’idea religiosa, per cui quasi più non conoscevano quel Dio, che intendevano di adorare. Disse ancora che il Messia doveva discendere dalla Nazione giudaica; e che Egli avrebbe insegnato agli uomini il modo di adorar Dio in ispirito e verità, cioè con fede viva ed amor figliale, che sono come l’anima del culto e delle ceri13


gsh monie este­riori. Oh! quelli che adorano veramente Iddio in ispirito e verità, non temono però di prostrarsi appiè degli altari, non si vergognano di professare colle parole e colle opere ciò, che sentono e ciò che credono con in­tima convinzione; laddove gli uomini del sentimento puro e della fede relativa in materia di religione non hanno in sé quello spirito, che è l’anima delle buone opere; e chiudono gli occhi alla verità per seguire le tenebre degli errori e dei vizi. La povera Samaritana invece cor­risponde al lume di Dio, e non appena Gesù Cristo le ebbe nominato il Salvatore, ella rispose con fede: So che deve venire il Messia (che vuol dire Cristo) e quando Egli sarà venuto ci istruirà di tutto. Ecco il momento della grazia. La verità sfolgoreggia sul volto di Cristo; il suo sguardo spande fiumi di luce, e la sua bocca pro­nuncia con ineffabile accento: Son io, colui che con te parla! Oh! parola piena di gaudio, oh grazia inestimabile! La Samaritana nell’udirlo si sentì interiormente mutata. Subito credette a Gesù Cristo, subito 1’amò; e lasciata subito 1’idria sul pozzo corre lesta alla città per annunciare a tutti, che è già venuto il Messia, e per gui­darli a Lui. Questa è bella immagine di conversione per­fetta, dice S. Agostino. Lascia ogni indugio, e torna su­bito alla città per riparare al male passato col predicar Gesù Cristo. Nè si vergogna di raccontare pubblicamente, che i1 Signore le ha scoperti i disordini della sua vita: poiché tutta accesa dal fuoco Divino non bada più a gloria né a confusione umana, ma unicamente desidera che il Messia sia da tutti conosciuto. In quella giunsero i discepoli, ed avendo visto Gesù alla lontana in discorso con quella donna si meravigliavano (forse per l’abituale riserbo, che vedevano in Lui nel trattar colle donne) ma arrivatigli presso nessuno osò dirgli: Di che parlavi tu con quella donna? e senz’altro gli posero innanzi le provvigioni comperate dicendogli: Maestro, prendi un po’’ di cibo. Ma Gesù rispose loro: Io ho un cibo da risto­rarmi, che voi non conoscete. I discepoli non intendevano di qual cibo volesse parlare, e però il Divin Maestro sog­giunse: Il mio cibo è fare la volontà del Padre e compier l’opera sua. E ciò diceva per significar la brama ardente della nostra salute e del ristoro spirituale, che produ­ceva in Lui la conversione delle anime. Oh! quanto de­siderava il pietosissimo Salvatore di comunicare la stessa fame, e la stima dello stesso cibo anche nel cuor de’ suoi Apostoli! Alzate gli oc14


gsh chi vostri, diceva loro, e mirate le campagne già biondeggiano di messe! Ecco le anime già preparate a ricevere la predicazione apostolica. E colui che miete riceve la mercede e raduna il frutto per la vita eterna: onde insieme ne goda colui che semina e colui che miete. Io vi ho mandati a mietere quello, che voi non’ avete semi­nato secondo quel proverbio: Altri semina, altri racco­glie... e voi siete entrati nel loro lavoro. Quelli che se­minarono prima degli Apostoli furono i Profeti ed i Giu­sti dell’ antica legge, i quali non solo colle parole e coll’esempio, ma eziandio colle sante Scritture sparsero in tutto il mondo la cognizione del vero Dio e la speranza del Salvatore promesso. Gli Apostoli poi entrarono in questo campo succedendo agli antichi Profeti nella missione di predicare la Verità; e ne raccoglieranno il frutto, del quale avranno lo stesso gaudio e lo stesso premio tutti i Santi dell’Antico e del Nuovo Testamento.

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s hVenerabili Preghierag alle Sorelle Girelli per ottenere grazie!

Elisabetta Girelli

Maddalena Girelli

O SS. Trinità, sorgente di ogni bene, profondamente Vi adoro e, con la massima fiducia, Vi supplico di glorificare le vostre fedeli Serve Venerabili Maddalena ed Elisabetta Girelli e di concedermi per loro intercessione la grazia... Padre nostro, Ave Maria e Gloria N.B.: 1) Chi si rivolge al Signore con la suddetta preghiera, specie in caso di novena, affidi la propria intenzione all’intercessione di entrambe le venerabili sorelle. 2) Ottenendo grazie per intercessione delle Venerabili Serve di Dio Maddalena ed Elisabetta si prega darne sollecita comunicazione a: Compagnia S. Orsola - Figlie di S. Angela - Via Crispi, 23 - 25121 Brescia. Chi desiderasse avere questo inserto da distribuire in Parrocchia, può richiederlo telefonando allo 030.295675. Supplemento a “La Voce della Compagnia di S. Angela. Brescia”, agosto 2013, n. 3

Due donne un carisma 3-2013  

Pubblicazione sulla spiritualità delle sorelle Girelli - Anno XVIII, 2013, n. 3 a cura della Compagnia S. Orsola Via F. Crispi, 23 - 25121 B...