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Il Giornale dei Biologi - N.9 - Settembre 2026

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Sett 2026 Anno IX - N. 9

SALUTE Giuseppe Mastrolorenzo e i gas tossici

VIROLOGIA L’estate dei patogeni trasmessi dagli insetti

CAMPI FLEGREI UN LABORATORIO PER STUDIARE LA VITA Negli archei di Solfatara e Pisciarelli gli enzimi sono al centro del lavoro dei biologi


Sommario

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EDITORIALE

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PRIMO PIANO

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INTERVISTA

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SALUTE

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AMBIENTE

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INNOVAZIONE

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BENI CULTURALI

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SPORT

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LIBRI

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SCIENZE Giornale dei Biologi | Set 2026

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Sett 2026 Anno IX - N. 9

Anno IX - N. 9 Settembre 2026 Edizione mensile di Bio’s Testata registrata al n. 113/2021 del Tribunale di Roma Diffusione: www.fnob.it

Direttore responsabile: Vincenzo D’Anna

SALUTE Giuseppe Mastrolorenzo e i gas tossici

VIROLOGIA L’estate dei patogeni trasmessi dagli insetti

CAMPI FLEGREI UN LABORATORIO PER STUDIARE LA VITA Negli archei di Solfatara e Pisciarelli gli enzimi sono al centro del lavoro dei biologi

Questo magazine digitale è scaricabile on-line dal sito internet www.fnob.it Questo numero del “Giornale dei Biologi” è stato chiuso in redazione il 30 settembre 2026. Gli articoli e le note firmate esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi. Immagine di copertina: @ Muzamil21/shutterstock.com

Si informano gli iscritti che gli uffici della Federazione forniranno informazioni telefoniche di carattere generale dal lunedì al giovedì dalle 9:00 alle ore 13:30 e dalle ore 15:00 alle ore 17:00. Il venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00 Tutte le comunicazioni dovranno pervenire tramite posta (presso Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi, via Icilio 7, 00153 Roma) o all’indirizzo protocollo@cert.fnob.it, indicando nell’oggetto l’ufficio a cui la comunicazione è destinata. È possibile recarsi presso le sedi della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi previo appuntamento e soltanto qualora non sia possibile ricevere assistenza telematica. L’appuntamento va concordato con l’ufficio interessato tramite mail o telefono.

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Centralino

06 57090 200

Ufficio protocollo

protocollo@cert.fnob.it

Giornale dei Biologi | Set 2026


Editoriale

di Vincenzo D’Anna Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi

L'

Enpab è l'Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Biologi liberi professionisti, istituito dal D. Lgs. 103/1996. È un’istituzione autonoma e indipendente alla quale i Biologi che esercitano la libera professione sono obbligati a iscriversi. La sua funzione è chiara: garantire la previdenza degli iscritti, assicurando loro una pensione al termine dell’attività lavorativa e, nel corso della vita professionale, prestazioni di assistenza e sostegno economico al ricorre-

re delle condizioni previste, come nel caso della maternità, dell’invalidità e delle prestazioni ai superstiti. Un perimetro di compiti, dunque, ben definito. E tuttavia, da anni, l'Enpab impiega risorse anche per promuovere attività ulteriori: eventi, convegni, formazione e iniziative di diversa natura. Attività che, a mio Da anni l'Enpab impiega risorse anche per promuovere attività ulteriori: eventi, convegni, formazione e iniziative di diversa natura Giornale dei Biologi | Set 2026

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Editoriale

Ho sempre ritenuto che ogni iniziativa realizzata nell’interesse dei Biologi italiani dovesse essere considerata positiva

avviso, hanno progressivamente finito per sovrapporsi a quelle proprie dell'Ordine Nazionale dei Biologi prima e della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi poi. Ho sempre ritenuto che ogni iniziativa realizzata nell’interesse dei Biologi italiani dovesse essere considerata positiva, anche al di là di una lettura strettamente formale delle competenze attribuite dalla legge all’Ente di previdenza. Ma questa espansione di funzioni, in alcuni periodi, ha prodotto confusione tra gli iscritti, perché le attività dell'Enpab 6

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sono arrivate a sovrapporsi a quelle proprie dell’Ordine, inducendo molti colleghi a ritenere, erroneamente, che l’Ente di previdenza avesse anche funzioni di rappresentanza e di governo della professione. Un equivoco che, a mio giudizio, la dirigenza dell'Enpab avrebbe dovuto contribuire a dissipare, chiarendo con maggiore nettezza ambiti, ruoli e competenze. Ritengo che la confusione abbia raggiunto il suo apice negli anni in cui l’ONB attraversava la fase commissariale seguita alle vicende elettorali e all’annullamento delle elezioni per il rinnovo degli organismi dell’Ordine. Fu un periodo nel quale la dirigenza dell’ente di via Icilio, a Roma, era assente o profondamente lacerata da con-


Editoriale

flitti interni, con inevitabili ripercussioni sulla sua capacità di esercitare pienamente le proprie prerogative. Quel tempo, però, è alle nostre spalle. Dal 2018, prima l’ONB e poi la FNOB hanno rimesso in assetto le cose, ricostruendo e potenziando servizi, formazione, informazione, eventi, tutele e competenze professionali. È stata rafforzata la rappresentanza istituzionale di una professione sanitaria, riportando l’organizzazione e l’interlocuzione con Parlamento, Ministeri, enti scientifici e istituzioni sociosanitarie a livelli adeguati alle esigenze dei Biologi italiani. Il risultato è stato anche una significativa crescita della comunità professionale. Gli iscritti agli Ordini regionali sono aumentati di

oltre 14mila unità e molti di questi nuovi professionisti, esercitando la libera professione, hanno dovuto iscriversi anche all'Enpab. Anche l’Ente di previdenza ha dunque beneficiato dell’espansione di una rappresentanza ordinistica tornata efficiente e attrattiva. Per dirla in breve: è stato utile anche per l'Enpab avere un Ordine forte e capace di attrarre nuovi professionisti. Mi sarei aspettato, per questo, una maggiore collaborazione istituzionale. Ritengo invece che la dirigenza dell'Enpab abbia continuato È stato utile anche per l'Enpab avere un Ordine forte e capace di attrarre nuovi professionisti. Mi sarei aspettato una maggiore collaborazione Giornale dei Biologi | Set 2026

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Editoriale

È legittimo che chiunque si interessi di liste e candidati, ma se per farlo utilizza risorse finanziarie ad altro scopo destinate, questo deve essere reso noto

a lavorare per costruire un proprio spazio di influenza, fino a configurare un possibile contraltare alla FNOB. Non credo debbano prevalere né l’ipocrisia né la disinformazione. Per questo ritengo sia arrivato il momento di rendere note alcune manovre e di accendere un riflettore sulla conduzione di un Ente che, in vista delle elezioni per il rinnovo dei Consigli direttivi degli Ordini previste in alcune regioni nel prossimo novembre, sembra scendere in campo anche sul terreno delle liste elettorali. Insomma, c’è chi briga per 8

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mettere piede anche in FNOB. È legittimo che chiunque si interessi di liste e candidati, ma se per farlo utilizza risorse finanziarie ad altro scopo destinate, questo deve essere necessariamente reso noto. Nessuno deve scandalizzarsi, la democrazia richiede chiarezza: gli iscritti hanno il diritto di sapere chi si muove, per operazioni spurie, per quali ragioni e con quali obiettivi. Se si opera per altri scopi, per accrescer il potere personale, per conquistare spazi di rappresentanza politica surrettiziamente, è bene ed è lecito che questo avvenga in campo aperto. Di questo mi assumo la responsabilità. E altrettanto mi assumerò, da subito, un’altra responsabilità: quella di occuparmi


Editoriale

della tutela degli interessi dei Biologi e della loro previdenza. Perché dobbiamo parlare delle pensioni che i nostri colleghi percepiscono o rischiano di percepire dopo una vita di lavoro. Dobbiamo parlare delle risorse dell’Ente, dei costi della sua gestione e del modo in cui vengono utilizzati i soldi dei Biologi contribuenti. Dobbiamo parlare della trasparenza di un bilancio che riguarda un patrimonio di circa 1,13 Miliardi di euro che investito rende non più del 3%, ben al di sotto dell’inflazione, sul quale sono state sollevate, anche dalla stampa specializzata, questioni sulla chiarezza e la trasparenza del medesimo. In operazione verità! Su questi temi non servono slogan. Servono numeri,

documenti e risposte. Unicuique suum. A ciascuno il suo. ENPAB: la Fnob chiede al Ministero del Lavoro degli approfondimenti nell’ambito dell’attività di vigilanza sulla gestione finanziaria, sui co sti di funzionamento e sulla sostenibilità previdenziale Un patrimonio oltre il miliardo, esattamente 1,13 miliardi, che investito rende quasi un 3 % lordo, senza quanto ha prodotto il metro di confronto internazionale (benchmark) sulle tipologie Mi assumerò, da subito, un’altra responsabilità: quella di occuparmi della tutela degli interessi dei Biologi e della loro previdenza


Editoriale

Evidentemente a Via Lavernale, ci si interessa più far star bene chi amministra i soldi dei biologi che vanno in pensione

di investimenti fatti (obbligazionari azionari derivati ecc.), è un dato che preoccupa, in quanto ben sotto l’inflazione che oggi è al 5%. Insomma, all’Enpab con un certo immotivato sussiego informano, tramite il bilancio, che guadagniamo meno di quelli che è il potere di acquisto delle pensioni, che si svaluta di 5 €. Pure spendendo 1,4 milioni per tenere in piedi la baracca dei dirigenti, tra indennità, gettoni e spese di trasferta, la gestione e tanto prudenziale e insulsa che i biologi ci perdono sopra. 10 Giornale dei Biologi | Set 2026

Evidentemente a Via Lavernale, ci si interessa più far star bene chi amministra i soldi dei biologi che vanno in pensione. E tuttavia gli appannaggi e le spese degli organi dirigenti e le relative spese aumentano del 44% nell’anno delle elezioni all’Enpab, e i rendimenti del solo del 3%. Sarà forse perché Lorsignori sono in altre faccende affaccendati di natura politico – elettorale che tale stato di cosa si realizza. Elementari considerazioni che, senza offesa per nessuno, debbono essere chiarite da chi ha la competenza a farlo, ossia gli organi di vigilanza ai quali correttamente ci rivolgiamo con la lettera che pubblichiamo di seguito. Leggi l'approfondimento su Il Sole24Ore


Editoriale

ENPAB: Focus su benchmark e rendimento reale

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entile Presidente Sen. Vincenzo D'Anna, avendo letto la richiesta FNOB indirizzata al Ministero del Lavoro sulla gestione ENPAB e l'articolo del Sole24Ore in data 28/07/2026, sottopongo sebbene non iscritto ad ENPAB delle mie considerazioni in qualità di Consigliere dell’OBPB incaricato pro-tempore a svolgere gli interessi dei Biologi Pugliesi e Lucani

Benchmark composito: l'anello mancante ENPAB gestisce 1,13 mld con modello Absolute Return senza benchmark tradizionale. Il PIL nominale quinquennale che viene citato da ENPAB è solo un parametro previdenziale per rivalutare i montanti, NON è un benchmark finanziario. Senza benchmark non si può rispondere a: "Quanto avrebbe reso un portafoglio comparabile a parità di rischio?" Ad esempio Le faccio notare: Se ENPAB fa +4% e il comparabile benchmark +5%, è vero che non si è perso valore perché ha prodotto un 3% ma è altrettanto vero che si è creato meno valore ai propri iscritti. E su un patrimonio di 1,13 mld, quel punto o mezzo punto in percentuale visto il capitale amministrato ha un valore consistente in termini di milioni di euro. Ecco perché sarebbe opportuno che ENPAB pubblicasse ogni anno il benchmark composito e replicabile costruito sull’ AAS di investimento che dai bilanci pubblicati in amministrazione trasparente ha visto la distribuzione del patrimonio mobiliare cosi composta: obbligazionario per 63,8% (721 mln), azionario globale per 19,7% (223 mln), monetario per liquidità, parametri specifici per immobiliare 3,5% e alternativi 5,2% (59 mln).

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entile Presidente, ho letto non senza preoccupazione la notifica riguardante la vicenda Enpab. Da libero professionista iscritto alla Cassa ripongo nell’Ente di Previdenza dei Biologi i miei interessi per una pensione decente ed in grado di garantirmi, in parte, i proventi per una vecchiaia serena. Che l’Enpab sia male gestito è un danno per tutti i liberi professionisti, ne consegue che è più che opportuni fare chiarezza sulla sua condicione. In particolare rilevo che il vincolo del lungo periodo che l’Ente ha scelto per allocare le risorse di cui dispone è una scelta più che opinabile. Infatti quel tipo di obbligazioni di lungo periodo vanno tenute per molti anni, spesso una decina, in cambio di un rendimento prefissato. Nel frattempo però il loro prezzo di mercato può scendere. A quel punto venderle significherebbe perdere non solo il rendimento, ma anche una parte del capitale investito e di fatto l'Ente si trova con le mani legate.

In sintesi la trasparenza dovrebbe seguire: Rendimento benchmark → Lordo ENPAB → Costi (2,4 mln 2025 / 2,6 mln 2026) → Netto → Rendimento previdenziale. Altro aspetto: Inflazione e rendimento reale ENPAB comunica un rendimento del 3/4% certo e sicuro. Altra domanda: ‘tale rendimento è in linea con l’andamento dell’inflazione?’ tale che al netto dei costi garantisca un rendimento reale positivo, il rischio non è solo perdere soldi: è perdere potere di acquisto da parte di chi percepirà la pensione. Da ultimo non entro nel merito dell’aumento per gli organi statutari e dipendenti raffigurato nel bilancio di previsione che prevede un aumento da 1,155 a 1,659 mln (+44%) auguro solo che tale aumento possa manifestarsi esclusivamente attraverso un reale e contestuale rendimento/efficienza. Segnalo infine una lettura sul social ENPAB a nome della Presidente dr.ssa Tiziana Stallone che nell’elogiare il trentennale di ENPAB, cosa condivisibile, presso il CNR afferma: "La previdenza non è una operazione matematica alla calcolatrice. È una cultura". Affermazione a mio avviso non coerente con D.Lgs. 509/94 che afferma: la Cassa deve garantire l'equilibrio economico-finanziario di lungo periodo con criteri attuariali e matematici. È obbligata a essere efficiente, non solo prudente, perché non può contare su soldi pubblici. Cordiali saluti Dr. Antonio Mazzotta Consigliere OBPB – Vice Presidente FIB

La mancanza di diversificazione degli investimenti e la poco chiara individuazione delle tipologie di titoli acquistati dai Broker rende opaca oltre che vulnerabile gli investimenti. Non sono un esperto in materia ma rilevo che qualsiasi consulente finanziario consiglia di diversificare. Anche un piccolo risparmiatore tiene spesso una ventina di prodotti diversi per i suoi risparmi. Un ente che gestisce patrimoni di quelle dimensioni dovrebbe averne molti di più, distribuiti su strumenti e mercati differenti, per ridurre il rischio. Ho l'impressione che la gestione sia statica e poco seguita, sia dai vertici sia dagli intermediari. Al contrario rilevi che gli appannaggi per i colleghi dirigenti , le spese per il funzionamento degli organi e quelle per compiti non di Istituto sono rilevanti e questo è uno struggente contrasto tra rendite e spese. Faccia piena luce su tutti siamo con al suo fianco. Mirko Ragazzini, Biologo Giornale dei Biologi | Set 2026

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di Rino Dazzo

© Giovanni Rinaldi/shutterstock.com

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Primo Piano

IL BRADISISMO CONTINUA A POZZUOLI: A FINE LUGLIO LA SCOSSA PIÙ FORTE MAI REGISTRATA. GLI ARCHEI DI SOLFATARA E PISCIARELLI E I LORO ENZIMI AL CENTRO DEGLI STUDI DEI BIOLOGI

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erremoti devastanti dal Sudamerica all'Asia, frane e alluvioni letali in Nepal, calamità in ogni angolo del globo: le cronache delle ultime settimane sono state dominate da eventi estremi e anche in Italia si è registrato un accaduto di portata storica. Lo scorso 31 luglio nei Campi Flegrei la terra ha tremato ancora una volta, l'ha fatto però con un'intensità mai registrata da quando esistono i moderni strumenti di misurazione. Una scossa di magnitudo 4.7 ha provocato gravi conseguenze a Pozzuoli rendendo inagibili case e strutture, determinando migliaia di sfollati e arrecando ingenti danni al già fragile tessuto economico della città, che da anni deve fare i conti con l'intensificarsi dei fenomeni legati al bradisismo, l'innalzamento e l'abbassamento del suolo che caratterizza quest'angolo meraviglioso del territorio campano, compreso in una caldera di enormi dimensioni (15-18 km) che racchiude quel che resta di 40 vulcani attivi in epoca preistorica e storica. Alle fasi di sollevamento del suolo, come quella in corso dal 2005, si associano terremoti superficiali, ma non ci sono evidenze di risalita di magma, che prefigurerebbe una possibile eruzione. Per i Greci che ne coniarono il nome («Campi Ardenti») e per i Romani che amavano frequentarli, i Campi Flegrei rappresentavano l'anticamera degli Inferi: la porta d'accesso all'Ade, l'inferno del mondo antico, era infatti collocata, secondo tradizione, presso il lago d'Averno, tra Pozzuoli e Lucrino, poco distante dalla colonia greca di Cuma, dove dimorava la leggendaria Sibilla. In questi luoghi dalle atmosfere lunari, dominati da vapori sulfurei, sorgenti termali e dalle forme tipiche di antichi e giganteschi crateri, c'è

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spazio per paesaggi inospitali come la Solfatara, coi suoi caratteristici sbuffi di fumo, e come la fumarola dei Pisciarelli. È qui che, a dispetto di condizioni estreme, sono stati scoperti e isolati batteri e archei di eccezionale importanza in ambito biologico, che contribuiscono a rendere i Campi Flegrei un importantissimo laboratorio naturale per gli studi sulla vita e la capacità di adattamento dei microorganismi. Un laboratorio unico, dal momento che sia la Solfatara sia Pisciarelli presentano ambienti che non hanno eguali: temperature elevate (comprese tra 80 e 92 gradi), pH estremamente basso (1.5) e abbondanza di composti ridotti. Condizioni a cui si sono sorprendentemente adattati batteri termofili della specie Sulfolobus Solfataricus, isolati nella Solfatara e studiati con attenzione dai biologi e dai ricercatori di tutto il mondo, visto che producono enzimi capaci di degradare i pesticidi organofosfati. Metabolizzando lo zolfo, questi minuscoli batteri – che in realtà fanno parte di un altro dominio della vita, quello degli archei, organismi caratterizzati da membrane cellulari uniche e legami più resistenti al calore – si sono rivelati un prezioso alleato green dell'uomo sul versante del biorisanamento ambientale e della decontaminazione del suolo da sostanze inquinanti: i loro enzimi polimerasici, che non si denaturano a elevate temperature, hanno consentito lo sviluppo di tecniche di amplificazione genica PCR. I comuni enzimi, infatti, si inattivano o degradano a condizioni diverse da quelle che si riscontrano in ambito fisiologico. Quelli degli archei dei Campi Flegrei, comunemente denominati estremozimi, rimangono stabili e costituiscono una risorsa eccezionale per la produzione di biomolecole di rilevante interesse biotecnologico, la cui applicazione spazia dall'ambito alimentare a quello delle energie rinnovabili. Ma non solo. I batteri estremofili dei Campi Flegrei, in particolare quelli che proliferano nel sito di Pisciarelli, poco a est della stessa Solfatara, sono al centro di interessanti studi di astrobiologia. L'ambiente particolare della fumarola, infatti, è vicino alle condizioni chimiche e fisiche della Terra nel suo stato primordiale e, soprattutto, alle condizioni presenti su


Primo Piano

© Naeblys/shutterstock.com

alcuni corpi celesti del Sistema Solare come Encelado, luna ghiacciata di Saturno, o Europa, satellite di Giove. Studiare i batteri di Pisciarelli e la loro capacità di ottenere amminoacidi e zuccheri a partire da miscele di formamide e acqua idrotermale, dunque, significa comprendere e indagare come la vita possa nascere e svilupparsi in altri corpi celesti o presso esopianeti. Una possibilità di studio offerta, negli ultimi anni, dagli eccezionali progressi della metagenomica e dalla sua capacità di studiare materiale genetico campionato

direttamente sul sito, dal momento che la coltivazione in laboratorio è estremamente difficile. A queste cruciali applicazioni, naturalmente, si associano quelle dei biologi nel favorire lo sviluppo di nuovi ecosistemi e nel monitoraggio ambientale del territorio flegreo attraverso non solo l'analisi di acqua, suolo e aria, ma anche nella prevenzione del rischio vulcanico: osservare nel tempo gli organismi presenti in un'area permette infatti di individuare eventuali cambiamenti nelle condizioni dell'ecosistema, velocizzando gli interventi necessari. Giornale dei Biologi | Set 2026

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Primo Piano

Il suolo vulcanico, il microclima, le culture che si sono succedute hanno reso questa regione eccezionalmente ricca

© Sardiniazoom/shutterstock.com

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er la loro terra vulcanica e ricca di minerali, per la particolare conformazione orografica e l'influsso dei venti, ma anche per il retaggio delle culture e delle società che qui si sono succedute, i Campi Flegrei costituiscono uno dei territori italiani caratterizzati da maggior varietà di prodotti tipici, della terra, ma anche del mare. Prodotti che sono il frutto della biodiversità delle coltivazioni, capaci non solo di adattarsi alla composizione del terreno vulcanico, ma di offrire spesso e volentieri anche differenti varietà degli stessi. Il Pomodorino Cannellino, ad esempio, ha la sua peculiarità nel ra16 Giornale dei Biologi | Set 2026

dicamento territoriale. La sua coltivazione in area flegrea è iniziata, secondo varie testimonianze, alla fine del XIX secolo e il pomodorino si è rivelato capace di adattarsi alla perfezione al pedoclima e ai terreni vulcanici sabbiosi dei Campi Flegrei. Tipiche del territorio sono la Cicerchia, dal latino Cicercula, un legume che assomiglia ai ceci e che era coltivato già in epoca romana, con raccolta a fine luglio dopo essere stato piantato tra gennaio e febbraio. Altri legumi caratteristici sono il Pisello Santa Croce, molto dolce, coltivato soprattutto nell'area di Quarto, e la Fava dei Campi Flegrei Vuttulana, dalle radici antichissime e dal radica-

mento fortissimo. Tra gli agrumi, simboli del territorio sono il Mandarino Flegreo e il Limone di Procida, particolare varietà del cultivar femminello ovale evolutasi dall'originale habitat isolano dopo aver tratto ricchezza dal fertile suolo dell'entroterra flegreo, con la creazione di frutti di notevole pezzatura e dal sapore molto dolce, particolarmente indicata per la realizzazione di liquori e limoncelli. Infine, la Mela Annurca, documentata nei dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano e tipica dell'agro puteolano, come raccontato peraltro da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Poi ci sono i vini. Tra i più apprezzati e richiesti DOC Campi Flegrei c'è sicuramente la Falanghina, vino bianco dalle note vivaci e briose, conosciuto anche nelle varietà spumante e passito. Celebri sono anche il Piedirosso e il Per'e Palummo, nelle varietà rosso, rosato e passito. Infine, i prodotti del mare. Una parte consistente della caldera dei Campi Flegrei è sommersa nel golfo di Pozzuoli e custodisce autentiche peculiarità e prelibatezze ben conosciute da millenni. In epoca tardo repubblicana e inizio imperiale, ad esempio, erano già documentati gli impianti per l'allevamento dei molluschi di Sergio Orata e di Lucullo. Un'eredità arrivata fino ai giorni nostri con gli allevamenti di molluschi e frutti di mare tipici di Bacoli, soprattutto per quel che riguarda cozze, vongole veraci e telline. Altro prodotto tipico ittico dell'area flegrea sono le Alici Puteolane o di Pozzuoli, un prodotto semilavorato che prevede la salatura delle alici, la loro conservazione sott'olio e la macerazione in appositi vasi di terracotta. Coltivazioni, prodotti e lavorazioni figlie di saperi ed esperienze in alcuni casi vecchie di secoli. (R. D.).


Primo Piano

Danni per tre miliardi di euro all'agricoltura da Nord a Sud, tra lunghi periodi di secca e improvvisi cataclismi

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rmai è una costante: anno dopo anno, l'estate si rivela la stagione più dura per l'agricoltura italiana. Quella che maggiormente deve fare i conti col cambiamento climatico, con eventi dalla portata e dalle conseguenze via via più catastrofiche, con perdite sempre più consistenti. Anche nel 2026 il bilancio dei mesi più caldi è stato tragico. Solo nell'ultima settimana di agosto i bollettini provenienti da tutte le regioni italiane, da nord a sud, hanno fatto registrare danni superiori ai tre miliardi di euro e perdite di produzione comprese tra il 30 e il 50%. Centinaia gli eventi meteorologici estremi documentati tra giugno, luglio e agosto: il paradosso è che violenti nubifragi, grandinate e bombe d'acqua si sono alternati spesso e volentieri con una siccità dai toni gravi e persistenti. Due facce della stessa medaglia che hanno costretto piccoli coltivatori e aziende agricole a misurarsi con problemi sempre più ricorrenti. La mappa dell'emergenza non ha risparmiato praticamente nessuno. In Liguria, ad esempio, particolarmente afflitto da cicliche ondate di maltempo è stato il Levante, dove si è registrata una cascola delle olive attorno al 50%, abbinata a ingenti danni ai vigneti compresi tra i territori di Chiavari e Calvari. Lombardia e Piemonte hanno dovuto fare i conti con settimane e settimane di siccità che le abbondanti piogge di fine agosto non sono riuscite a compensare. In entrambe le regioni il secondo sfalcio del fieno è andato purtroppo distrutto, costringendo gli allevatori – come riportato da Coldiretti – a trasportare il foraggio dalle valli ai pascoli montani. Niente da fare, invece, per i raccolti di soia, riso e mais già messi a dura prova dal prolungato stress idri-

© Liudmyla Karataieva/shutterstock.com

co. Solo il provvidenziale calo delle temperature al termine dell'estate ha salvato dal peggio i raccolti della Valle d'Aosta, mentre in Trentino si è registrato un agghiacciante calo nella produzione del fieno (70%), accompagnato da una diminuzione della resa delle viti e da una significativa crisi sulla pezzatura delle mele. Danni anche in Veneto, dove il caldo si è fatto sentire sulle piantagioni di pomodoro, barbabietola, mais e soia e ha costretto ad anticipare la vendemmia. Troppo rapida, inoltre, la maturazione della frutta, minacciata nella sua qualità. Nel Centro e nel Sud, invece, è stata la carenza d'acqua a provocare i guai maggiori. In Molise danni agli

oliveti scarsamente irrigati e alle coltivazioni di girasole, che hanno fatto segnare perdite tra il 40 e il 60%. In Calabria le turnazioni nell'irrigazione e la drastica riduzione delle risorse idriche hanno messo a rischio la produzione, tradizionalmente abbondante, di agrumi e del bergamotto, incappate in perdite superiori al 60%, e provocato un'estesa cascola delle olive sul territorio. Un quadro a tinte fosche e dai risvolti pesantissimi, che impone reazioni forti e un nuovo modo di affrontare il cambiamento climatico e le imprevedibili manifestazioni di una natura sempre meno disposta ad assecondare i ritmi della nostra agricoltura. (R. D.). Giornale dei Biologi | Set 2026

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di Matilde Andolfo

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Primo Piano

Il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo svela i meccanismi dell'attuale crisi della caldera tra le più pericolose al mondo, denunciando la minaccia silenziosa dei gas tossici per la salute e gli ecosistemi e l'assenza di basi scientifiche nei piani di evacuazione

© Photo Magistr/shutterstock.com

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ltre 170 centimetri di sollevamento del suolo al Rione Terra a Pozzuoli dall'inizio di questa crisi. Decine di migliaia di terremoti, culminati nella violenta scossa del 31 luglio scorso di magnitudo 4.7. Un'attività fumarolica sempre più intensa. I Campi Flegrei sono entrati nella fase più acuta della crisi bradisismica degli ultimi settant'anni, e la caldera non dà segni di arresto. Mentre il dibattito pubblico e mediatico resta focalizzato sulla conta quotidiana delle scosse e delle crepe nei palazzi, c'è un fronte invisibile che preoccupa profondamente la comunità scientifica e anche i biologi: l'impatto del degassamento diffuso sulla salute umana, sugli ecosistemi, sulle falde acquifere e sulla catena alimentare. Ne parliamo con Giuseppe Mastrolorenzo, già Primo Ricercatore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Voce autorevole e indipendente della vulcanologia mondiale, Mastrolorenzo denuncia da anni i rischi strutturali del monitoraggio e della gestione delle emergenze nella caldera. iuseppe Mastrolorenzo GRicercatore è vulcanologo, già Primo presso l'Istitu-

to Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) - Osservatorio Vesuviano di Napoli, tra i massimi esperti mondiali di vulcanismo esplosivo e rischio vulcanico nei Campi Flegrei e al Vesuvio. Autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche internazionali su riviste come Nature e PNAS, ha coordinato progetti di ricerca sulla pericolosità dei due vulcani e sulla ricostruzione degli scenari eruttivi di riferimento, e ha svelato le cause di morte degli Ercolanesi e dei Pompeiani nell'eruzione del 79 d.C. Da anni voce schietta e spesso critica sulla sottovalutazione del rischio nei Campi Flegrei, ha studiato a lungo l'eruzione di Monte Nuovo del 1538 — l'ultima della caldera — e si è opposto ai progetti di trivellazione per scopi geotermici nell'area della Solfatara-Pisciarelli. LA CRISI BRADISISMICA IN ATTO Professor Mastrolorenzo, lei sostiene che questa non sia una semplice sequenza di scosse, ma una crisi profonda. Dati alla mano, la terra si sta comportando in modo elasti co o siamo vicini a una rottura della crosta? «Questa crisi è un fenomeno completamente diverso rispetto a quello degli anni '70 e '80. Dura ormai da vent'anni 20 Giornale dei Biologi | Set 2026

– dieci volte più lunga delle precedenti – ed è iniziata in sordina per poi subire un'impennata energetica spaventosa. Siamo entrati in quello che noi scienziati chiamiamo “regime elastico-fragile”. Immaginiamo di piegare un righello di plastica: all'inizio si flette (fase elastica), ma a un certo punto comincia a scricchiolare ed è pronto a spezzarsi (fase fragile). Nei sistemi idrotermali come i Campi Flegrei la rottura non avvisa: non serve che il sollevamento si impenni per avere forti terremoti. Lo abbiamo visto il 31 luglio scorso: con un sollevamento di appena un centimetro al mese (meno della metà di quello registrato l'anno scorso), la crosta ha liberato una scossa di magnitudo 4.7, la più alta mai registrata nella storia del monitoraggio della caldera». Il suolo sale e i terremoti si fanno sempre più forti. Questo significa che il magma sta risalendo verso la superficie? «I dati dicono che i terremoti avvengono quasi tutti entro i 5 chilometri dalla superficie, con massima concentrazione tra i 2 e i 3 chilometri, esattamente come in passato. La vera novità è nell'estensione dell'area epicentrale: l'area dei sismi si è allargata. Le scosse forti non colpiscono più solo il centro di Pozzuoli, ma migrano a est, verso Bagnoli, e a ovest, nel golfo di Baia. Sulla risalita del magma, la comunità scientifica si spacca in due. Alcuni modelli dicono che il magma sta salendo; altri dicono l'esatto contrario, ovvero che ad affluire verso la superficie sono solo i fluidi di origine magmatica e idrotermale, provenienti da circa 7 chilometri di profondità. Quando gli stessi identici dati portano a conclusioni opposte, significa che il sistema è complesso, con comportamento caotico, e che non abbiamo risposte univoche». A proposito degli effetti dei terremoti sul territorio, sap piamo che lo scuotimento non è uguale ovunque. Qual è l'importanza degli studi sulla microzonazione sismica nei Campi Flegrei e cosa è emerso finora? «La microzonazione sismica di terzo livello costituisce la fase più avanzata dello studio dettagliato del sottosuolo, per valutarne il comportamento sotto l'effetto di sollecitazioni sismiche. Per i Campi Flegrei, questo importante studio è stato programmato soltanto a partire dal 2023 ed è stato completato alla fine del 2025. È essenziale perché ci consente di comprendere gli effetti locali prodotti dal sottosuolo sugli edifici, in funzione delle sue caratteristiche litologiche e della geomorfologia locale. È stata effettuata attraverso indagini geognostiche, sismiche e geoelettriche, e perforazioni fino a una profondità massima di 30 metri, per individuare le proprietà geomeccaniche delle rocce e quindi il loro comportamento al passaggio delle onde sismiche. Tali indagini sono indispensabili in aree complesse come i Campi Flegrei. A parità di magnitudo e di altri parametri della scossa, si possono avere forti amplificazioni


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degli effetti in zone particolari, come quelle caratterizzate da pendii molto acclivi, e quindi più forti scuotimenti sugli edifici e sulle infrastrutture, o da un sottosuolo costituito da materiali non litoidi, per esempio di natura sabbiosa o argillosa, che causano amplificazioni dello scuotimento e movimenti differenziali delle fondazioni, con forti conseguenze sul danneggiamento degli edifici». Lei ha spesso criticato l'espressione "fenomeno lento" usa ta dalle istituzioni. Cosa non ci viene detto? «Si è diffusa l'idea pericolosa che, poiché abbiamo uno dei sistemi di monitoraggio più avanzati al mondo, siamo al sicuro. Non è così. I sensori registrano perfettamente quello che sta succedendo – scosse, deformazioni, gas – ma non possono prevedere cosa succederà. Non conosciamo le soglie critiche del vulcano, cioè il punto di non ritorno. Dire che con il bradisismo si deve "convivere" è una narrativa crollata sotto il peso dei fatti: oggi abbiamo palazzi lesionati anche gravemente, feriti e migliaia di sfollati. La scienza dovrebbe avere l'onestà di ammettere i propri limiti: i terremoti e le eruzioni vulcaniche non si possono prevedere. Inoltre ci si concentra prevalentemente sui terremoti, ma la sismicità è solo la punta dell'iceberg. Il vero motore invisibile dei Campi Flegrei è l'energia termica e del flusso di gas, che è cresciuta costantemente da anni, da decine a centinaia di volte superiore a quella sismica e di deformazione».

IL RISCHIO GAS PER LA SALUTE PUBBLICA Veniamo al punto che allarma i biologi: le emissioni di gas. Cosa sta uscendo dal sottosuolo di Pozzuoli e Agnano? Sia mo di fronte a un'emergenza sanitaria silenziosa? «Assolutamente sì. Negli ultimi anni la Solfatara e la zona di Pisciarelli sono diventate una gigantesca valvola di sfogo. Ma l'emissione di gas è anche diffusa dal suolo in un'area molto più estesa. L'emissione di anidride carbonica (CO2) è più che raddoppiata, superando le 5.000 tonnellate al giorno, mentre l'acido solfidrico (H2S) è aumentato di cinque volte. L'anidride carbonica è un killer silenzioso: è inodore, incolore e più pesante dell'aria. Tende ad accumularsi in basso, nei primi metri dal suolo, nelle pianure e negli scantinati. Può saturare rapidamente un ambiente chiuso ed essere letale in pochi minuti. Fino a ieri era un rischio teorico mappato da pochi ricercatori; dall'anno scorso sono state rilevate concentrazioni anomale e pericolose in case e scuole. Siamo impreparati: serve una rete capillare di rilevatori, perché il gas non si accumula lentamente nel tempo, ma può saturare rapidissimamente gli ambienti. I terremoti continui creano nuove fratture nel terreno, offrendo al gas nuove vie di fuga imprevedibili anche nei centri abitati». Ci sono segnalazioni di piccoli animali morti, piante che in gialliscono e malori tra i cittadini. Esiste un legame con i gas? «Il legame è diretto. Sono state chiuse alcune scuole e

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locali pubblici per il superamento delle concentrazioni ordinarie di anidride carbonica. La stessa Linea 2 della metropolitana, nel tunnel di Pozzuoli, è bloccata da mesi a causa del superamento delle soglie critiche. Parliamo di un'area a rischio estesa per decine di chilometri quadrati in cui la popolazione non è protetta. Non dimentichiamo la tragedia del 2017 alla Solfatara, dove tre membri di una famiglia morirono a causa dell'elevatissima concentrazione di anidride carbonica in una cavità. Il pericolo è che questo scenario si ripeta in un garage o in un seminterrato qualsiasi, senza alcun preavviso, a causa delle nuove fessurazioni della roccia provocate dagli sciami sismici. Il rischio, in casi estremi, può riguardare anche aree aperte». I fluidi vulcanici stanno acidificando anche l'acqua e il ter reno. Quali sono i rischi per l'agricoltura e per i celebri pro dotti DOP flegrei? «Il terreno e le falde acquifere nel raggio di almeno 3 chilometri da Pozzuoli sono esposti a un processo di acidificazione inevitabile. Il gas sotterraneo può alterare la chimica della terra in cui crescono i prodotti agricoli. Per salvare le nostre eccellenze DOP e tutelare la salute alimentare servirebbe subito un monitoraggio incrociato di aria, terra e acqua. Solo così potremmo intervenire in modo puntuale, ad esempio usando composti alcalini per correggere l'acidità dei suoli coltivati». Se dovesse verificarsi un'esplosione, cosa accadrebbe all'a rea metropolitana di Napoli? Quali sarebbero gli effetti sul la salute di mezzo milione di persone? «Dobbiamo distinguere tra due tipi di fenomeni. Un'eruzione freatica è un'esplosione di vapore e roccia localizzata, distruttiva nel raggio di poche centinaia di metri. Un'eruzione freatomagmatica, invece, avviene quando il magma, durante la sua risalita nel condotto, incontra l'acqua delle falde, causando una brusca conversione dell'energia termica in energia di esplosione. Se si verificasse un evento di media o grande intensità (da VEI 4 a VEI 5), simile a quelli già avvenuti nella storia recente dei Campi Flegrei, l'intera 22 Giornale dei Biologi | Set 2026

area metropolitana di Napoli verrebbe sepolta sotto metri di cenere e gas tossici diffusi dal vento. Ma il pericolo peggiore sono i flussi piroclastici: valanghe di gas e cenere a centinaia di gradi che avanzano a centinaia di chilometri orari, azzerando la vita e trasformando il territorio in un deserto vulcanico». SCENARI ERUTTIVI E PIANIFICAZIONE L'attuale Piano di Protezione Civile si prepara a un'eruzione di scala media (VEI 4). Lei lo definisce "non cautelativo". Perché lo scienziato deve guardare allo scenario peggiore? «Basare i piani di emergenza su uno scenario intermedio è un errore gravissimo che espone milioni di persone a rischio perché senza piano di emergenza. La storia eruttiva dei Campi Flegrei e lo studio del sottosuolo di Napoli indicano che dovremmo prepararci ad almeno uno scenario pliniano (VEI 5). In questo caso i flussi piroclastici non colpirebbero solo i 500.000 abitanti della caldera, ma minaccerebbero l'intera area metropolitana di Napoli, dove vivono più di 3 milioni di persone. Il secondo grande limite del piano attuale è che si basa sull'idea di poter prevedere le eruzioni con giorni di anticipo grazie al sistema di monitoraggio. È una scommessa al buio, in quanto non conosciamo le soglie dei parametri monitorati che indicano l'imminenza di un'eruzione. Il piano va ribaltato: non deve basarsi su un tentativo di previsione, ma sulla prevenzione strutturale. Dobbiamo addestrare i cittadini, creare vie di fuga reali e mettere le persone in condizione di potersi salvare da sole, evacuando l'area in autonomia fin dalle primissime ore, anche in corso di eruzione, qualora, come probabile, fallisca qualsiasi tentativo di previsione». Il piano prevede 72 ore di tempo per evacuare la "Zona Ros sa". Realisticamente, quanto preavviso ci darebbe il vulcano? «Le 72 ore non sono basate su evidenze scientifiche, ma sono solo il tempo minimo stimato per far muovere i mezzi di soccorso e mettere in sicurezza la popolazione a rischio. Il vulcano potrebbe darci molte meno ore o nessuna. Gli studi sui materiali delle eruzioni passate dimostrano


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che nei Campi Flegrei il magma è quasi sempre risalito in modo brusco e repentino attraverso condotti stretti, attraversando la crosta in pochissimo tempo e verosimilmente senza precursori rilevanti. Per questo l'evacuazione deve poter funzionare anche a eruzione già iniziata, puntando sull'allontanamento immediato e autogestito della popolazione, una strategia già utilizzata con successo in altre parti del mondo». Le attuali mappe della Zona Rossa e Gialla sono ancora valide? «No, vanno ampliate da subito. Se consideriamo un'eruzione subpliniana violenta o pliniana, a scopo cautelativo dovremmo evacuare l'intera area metropolitana di Napoli. Oltre alla Zona Rossa per il rischio vulcanico, nel 2023 è stata definita la zona rossa per il rischio bradisismico, con circa 80.000 abitanti, e una zona ancora più ristretta, nel raggio di circa 2 chilometri da Pozzuoli, all'interno della quale vivono circa 30.000 abitanti ad altissimo rischio sismico e di alte concentrazioni di gas. Lì il rischio bradisismico è estremamente elevato, con ipocentri molto prossimi degli eventi di massima magnitudo attesa e possibilità di saturazione in gas al suolo e negli ambienti chiusi. In quest'area rossa, almeno in quella ristretta, lo stato di emergenza sarebbe l'unica via per sbloccare rapide risorse per mettere in sicurezza la popolazione, ma la politica locale e regionale continua a frenare per paura delle conseguenze economiche». Lei ha studiato l'eruzione del Monte Nuovo del 1538, l'ultima avvenuta nella caldera. Ci sono analogie con la crisi attuale? «Nel 1538 l'eruzione fu preceduta per decenni da sollevamenti del suolo e da terremoti, ma i resoconti dell'epoca sono troppo approssimativi per fare un confronto attendibile con la situazione attuale. Inoltre l'eruzione di Monte Nuovo è stata tra gli eventi di minore entità dell'intera storia vulcanica dei Campi Flegrei. Gli studi scientifici indicano che il magma è salito in modo relativamente lento e ha stazionato a lungo a pochi chilometri di profondità prima di raggiungere la superficie. La dinamica prevalente delle eruzioni dei Campi Flegrei, purtroppo, è un'altra: è caratterizzata da rapide risalite del magma, in tempi compresi tra poche ore e qualche decina di ore. Prepararsi usando il Monte Nuovo come modello significa sottovalutare il pericolo». LA COMUNICAZIONE DEL RISCHIO E IL CASO GEOTERMIA Lei è stato qualche volta considerato allarmista. Com'è ge stita la comunicazione istituzionale del rischio? La scienza italiana è davvero libera di dire la verità? «C'è un evidente conflitto tra la tutela della vita umana e gli interessi economici. Parlare apertamente del rischio vulcanico spaventa il turismo, fa crollare il valore delle case e frena i grandi investimenti immobiliari o eventi interna-

zionali, come la Coppa America 2027. Lo ammise persino il ministro Musumeci nel 2025, spiegando che lo stato d'emergenza veniva ostacolato per non danneggiare l'economia dell'area. Purtroppo la comunità scientifica ha scelto la via del silenzio e della rassicurazione edulcorata, delegando la comunicazione solo ai vertici istituzionali. Dire alla popolazione che può stare tranquilla perché il sistema di monitoraggio funziona 24 ore su 24 è antiscientifico. Solo dicendo la verità sui limiti della scienza possiamo preparare i cittadini a gestire un'emergenza reale». Chiudiamo con un tema controverso: le trivellazioni geo termiche profonde. C'è chi propone di perforare la caldera per produrre energia pulita e "depressurizzare" il vulcano. Perché lei dice di no? «Chi propone di trivellare i Campi Flegrei per decomprimere il sistema vulcanico usa la metafora banale della valvola di una pentola a pressione o di una caffettiera. Ma il sistema vulcanico è totalmente diverso: semmai assomiglia a un soufflé in cottura, un sistema estremamente instabile che, se perturbato, può collassare su sé stesso o esplodere. I dati mondiali dimostrano che trivellare, introdurre ed estrarre fluidi in un sistema idrotermale provoca sequenze di terremoti violenti che possono continuare per lunghi periodi, può innescare esplosioni freatiche e può liberare in superficie fluidi idrotermali potenzialmente letali, che renderebbero inabitabile l'area. Già dieci anni fa mi opposi, con le mie osservazioni al Ministero dell'Ambiente, alla realizzazione di un progetto di centrale geotermica, che fu fortunatamente rigettato. Circa sei anni fa, invece, fu realizzato un pozzo superficiale che già dai primi metri sfuggì al controllo, generando una colonna di gas persistente per circa un mese e mezzo, fino alla chiusura del pozzo, con potenziali conseguenze gravi sugli equilibri del sottosuolo. Toccare il sottosuolo dei Campi Flegrei è un azzardo intollerabile». I Campi Flegrei potrebbero eruttare nei prossimi anni? Sia mo pronti? «Potremmo dire che quasi certamente i Campi Flegrei erutteranno, essendo un'area vulcanica giovane, ma non possiamo dire quando. Un'emergenza vulcanica di grande portata in un'area così densamente popolata non è mai stata gestita a livello mondiale, e quindi qualsiasi evacuazione della popolazione sarebbe, purtroppo, un esperimento mai tentato prima. Se vogliamo evitare il disastro, dobbiamo smettere di cullarci nell'illusione di poter prevedere il futuro e iniziare a investire sull'unica cosa che può salvare le vite umane: l'educazione dei cittadini e i piani di evacuazione autogestiti, rapidi e testati. E comunque, a livello mondiale, ci si è trovati sempre a dover evacuare in corso di eruzione. Tutti i piani di emergenza disponibili sono inevitabilmente falliti davanti a un evento eruttivo». Giornale dei Biologi | Set 2026

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Da Tommaso Paradiso al bollettino settimanale dell'Istituto Superiore di Sanità: la fotografia di una stagione con 594 casi di West Nile, 265 di Dengue e un virus toscana in crescita costante di Matilde Andolfo

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IL VIRUS CHE ARRIVA CON UNA PUNTURA Il Virus Toscana (TOSV) è un flebovirus trasmesso dai pappataci del genere Phlebotomus, insetti attivi soprattutto tra maggio e novembre, con un picco ad agosto. L'incubazione dura dai tre agli otto giorni. Nella maggior parte dei casi la malattia si esaurisce con febbre e mal di testa, ma può evolvere in meningite, encefalite o meningoencefalite: la confusione mentale, in particolare, è il sintomo che secondo l'ISS deve spingere 26 Giornale dei Biologi | Set 2026

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n cantante costretto ad annullare due concerti per la puntura di un insetto lungo pochi millimetri. 594 casi di West Nile e 41 morti da inizio anno. 265 casi di Dengue, 24 dei quali contratti senza aver mai lasciato l'Italia. Sono i numeri con cui si chiude l'estate 2026, la stagione in cui i virus trasmessi da zanzare e pappataci sono usciti dai bollettini epidemiologici per finire sui social di un artista da milioni di ascolti. Il 31 agosto Tommaso Paradiso ha annunciato su Instagram di aver contratto il Virus Toscana dopo essere stato punto da un pappatacio una decina di giorni prima. Ha cancellato la data del Power Hits Estate all'Arena di Verona e quella del Radio Zeta Future Hits Live del giorno successivo, raccontando l'episodio con il suo consueto tono ironico. Ma dietro l'aneddoto pop c'è una malattia che l'Istituto Superiore di Sanità segue da anni con crescente attenzione, e che oggi trova nella ricerca scientifica campana una risposta concreta: un biosensore in grado di diagnosticarla in dieci minuti, sviluppato dal gruppo guidato dal professor Giuseppe Portella, direttore dell'Unità Operativa Complessa di Virologia dell'AOU Federico II, di cui fa parte Federica Passeggio, biologa specializzanda e dottoranda tra Federico II e Vanvitelli, che firma l'articolo che accompagna questo servizio.

Tommaso Paradiso.

a rivolgersi subito a un medico. Lo ha ribadito anche l'infettivologo Matteo Bassetti commentando il caso Paradiso: una puntura banale può, in una minoranza di casi, coinvolgere il sistema nervoso centrale. I dati pubblicati dall'ISS su Eurosurveillance parlano chiaro: tra il 2016 e il 2023 sono stati registrati 607 casi di malattia neuroinvasiva da Virus Toscana, con due decessi. Il 45% del totale, 276 casi, si concentra negli ultimi due anni della serie, 2022 e 2023. Circa il 70% dei pazienti è di sesso maschile. Nella distribuzione clinica del periodo 2020-2023 prevale la meningite (48,1%), seguita da encefalite (32,5%) e meningoencefalite (17,8%). L'Istituto collega gli aumenti dei casi alle annate climatiche anomale: il 2022, anno più siccitoso in Italia dal 1961, coincide con uno dei picchi della serie storica. UNA STAGIONE AFFOLLATA DI ARBOVIRUS Il Virus Toscana non è l'unica emergenza legata agli insetti che l'Italia sta monitorando. Il bollettino ISS aggior-

nato al 13 settembre conta, da inizio anno, 594 casi di West Nile virus, di cui 306 in forma neuroinvasiva e 41 decessi: una letalità del 13,3% tra i casi neuroinvasivi. Il virus circola ormai in 79 province distribuite su 19 regioni. Accanto al West Nile, la sorveglianza segnala 265 casi di Dengue, 24 dei quali autoctoni, con cluster attivi tra la provincia di Livorno, in Toscana, e quella di Lecce; 25 casi di Chikungunya, uno autoctono; e 12 casi di Usutu virus, un altro flebovirus imparentato con il West Nile che circola nelle stesse aree del Centro-Nord. Il quadro descrive un fenomeno che gli esperti dell'ISS collegano al riscaldamento climatico e all'allungamento delle stagioni favorevoli alla proliferazione di zanzare e pappataci, con un conseguente ampliamento delle aree a rischio ben oltre la Toscana che dà il nome al virus. Il 15 settembre a Calvizzano, in provincia di Napoli, una donna di 72 anni ricoverata all'ospedale Cotugno è morta dopo aver contratto il West Nile virus: l'ennesimo lutto in un'area, quella metropolitana partenopea, dove il vi-


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rus circola da settimane e dove il Comune ha disposto una disinfestazione straordinaria all'indomani del decesso. COME DIFENDERSI Le raccomandazioni dell'ISS restano quelle di sempre, ma quest'estate hanno trovato un testimonial involontario in più: repellenti cutanei, zanzariere anche a maglia fine contro i pappataci (più piccoli delle comuni zanzare), abbigliamento che copra braccia e gambe nelle ore serali, eliminazione dei ristagni d'acqua nei pressi delle abitazioni. Per chi ha sintomi come febbre alta, cefalea persistente o stato confusionale dopo una puntura d'insetto in area endemica, il consiglio degli specialisti è non aspettare: una diagnosi tempestiva resta, a oggi, l'arma più efficace contro le complicanze neurologiche. NON SOLO INSETTI: LE ALTRE FRONTI APERTE Mentre l'attenzione si concentra sugli arbovirus dell'estate, il Ministero della Salute ha pubblicato la circolare per la campagna vaccinale antinfluenzale 2026-2027, già avviata in diverse regioni in vista della stagione fredda. Sul fronte internazionale, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato un decesso tra i casi di influenza aviaria zoonotica H5N1 monitorati nel corso dell'anno, mentre proseguono le segnalazioni settimanali sull'epidemia multi-paese di mpox, arrivate al report numero 69 il 14 settembre. Un capitolo a parte riguarda la peste suina africana, che non colpisce l'uomo ma ha fatto registrare in Toscana il numero più alto di casi in Italia, 638, in un

quadro di diffusione crescente in Europa. LA RISPOSTA DELLA RICERCA Se la sorveglianza epidemiologica fotografa l'espansione di questi virus, la diagnostica sta cercando di accorciare i tempi di risposta. È in questo scenario che si inserisce il lavoro raccontato nelle pagine seguenti da Federica Passeggio, biologa specializzanda e dottoranda tra l'Università Federico II e l'Università della Campania "Luigi Vanvitelli": un biosensore ottico a fibra sviluppato da un gruppo interdisciplinare che unisce competenze cliniche e ingegneristiche, pubblicato sulla rivista Analytical Chemistry dell'American Chemical Society. Alla guida dell'équipe clinica c'è il professor Giuseppe Portella, direttore dell'UOC di Virologia dell'AOU Federico II, mentre la tecnologia del biosensore porta la firma del professor Nunzio Cennamo, ordinario di Elettronica e Fotonica all'Università della Campania "Luigi Vanvitelli". Il dispositivo, pensato per un utilizzo point-ofcare, promette di individuare il Virus Toscana in circa dieci minuti, contro i tempi più lunghi richiesti dai test di laboratorio tradizionali: un salto che, in una malattia dove la diagnosi precoce può fare la differenza tra un'influenza estiva e una meningite, non è un dettaglio tecnico ma una questione clinica. Tommaso Paradiso, dopo giorni di riposo forzato, ha già annunciato di essere pronto a tornare sul palco. Il virus che lo ha fermato, però, resta sul territorio: e la sfida, per la sanità pubblica come per la ricerca, è arrivare a riconoscerlo prima che sia lui a fermare qualcun altro. Giornale dei Biologi | Set 2026

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di Federica Passeggio

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uando abbiamo iniziato a lavorare sul Toscana virus, siamo partiti da una domanda precisa: è possibile riconoscere in poco tempo la presen___za di un virus utilizzando uno strumento piccolo, semplice, economico e potenzialmente utilizzabile vicino al paziente? Il Toscana virus è un phlebovirus trasmesso dai pappataci. In Italia e nei Paesi del Mediterraneo è una delle principali cause di meningite ed encefalite virale nei mesi estivi. Oggi la diagnosi si affida a metodiche di laboratorio affidabili, ma che richiedono strumentazione dedicata e tempi più lunghi. Da quella domanda è nato un progetto interdisciplinare. La componente tecnologica e ingegneristica è stata guidata da Nunzio Cennamo, professore di Elettronica e Fotonica all'Università della Campania "Luigi Vanvitelli", esperto di sensori e biosensori ottici. A questa si sono affiancate le competenze virologiche e diagnostiche di Giuseppe Portella, professore di Patologia clinica all'Università Federico II di Napoli e direttore della UOC di Virologia avanzata dell'AOU Federico II, e di Massimiliano Galdiero, professore ordinario di Microbiologia e Microbiologia clinica all'Università della Campania "Luigi Vanvitelli".

Come funziona Il risultato è un sensore in fibra ottica capace di riconoscere il virus in circa dieci minuti. Il funzionamento può essere immaginato come quello di una superficie che "cattura" selettivamente il bersaglio che stiamo cercando. Sulla fibra vengono posizionati anticorpi specifici. Quando il virus è presente nel campione, viene riconosciuto e il sensore registra una variazione del segnale luminoso. La luce ci permette così di trasformare un evento biologico invisibile in un segnale misurabile. Durante lo studio abbiamo testato concentrazioni progressivamente più basse di virus, raggiungendo un limite di rilevazione di 0,78 PFU/mL. Ma un test non deve essere soltanto sensibile: deve anche distinguere il bersaglio da altri virus. Per questo abbiamo valutato il sensore anche in presenza di virus differenti, osservando una risposta specifica per il Toscana virus. Un passaggio importante è stato quello dai test sperimentali ai campioni clinici. Abbiamo

UNA FIBRA OTTICA RIVESTITA DI ANTICORPI, TESTATA SU CAMPIONI DI LIQUOR: IL LAVORO NATO TRA L'UNIVERSITÀ VANVITELLI E LA FEDERICO II PUNTA A PORTARE L'ESAME ACCANTO AL PAZIENTE

analizzato campioni di liquido cerebrospinale, ottenendo risultati coerenti con quelli delle metodiche di laboratorio di riferimento. È un primo passo verso una futura applicazione nella pratica diagnostica. Perché dieci minuti contano Ottenere una risposta in pochi minuti può essere particolarmente importante in contesti come il Pronto Soccorso, dove il tempo può avere un ruolo determinante. Disporre subito di un'indicazione sulla presenza del virus, senza attendere i tempi delle analisi di laboratorio, potrebbe aiutare il clinico a orientare prima il percorso diagnostico e le successive scelte terapeutiche. L'obiettivo non è sostituire le metodiche di laboratorio, che rimangono fondamentali, ma sviluppare strumenti complementari, portatili e semplici da utilizzare, capaci di avvicinare la diagnostica al paziente. Il biosensore per il Toscana virus è ancora una tecnologia di ricerca e saranno necessari ulteriori studi prima di un suo impiego nella routine diagnostica. Ma questo lavoro mostra quanto possa essere promettente l'incontro tra biologia, virologia, fotonica e ingegneria. Da biologa, è proprio questo uno degli aspetti che considero più interessanti: vedere come il riconoscimento tra un anticorpo e il suo bersaglio possa trasformarsi, grazie alla luce, in una tecnologia concreta.

Bibliografia 1. "Toscana Virus Diagnosis via a Point-of-Care Tool Based on Disposable Optical Fiber Biosensors", Analytical Chemistry, vol. 98, n. 25, 2026.

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uanto scommettereste sul fatto che il vostro carattere fosse già scritto prima ancora che nasceste? Che l'essere timidi, permalosi, curiosi _o affidabili dipenda più dalle lettere del DNA che dalla famiglia in cui siete cresciuti, dagli amici che avete frequentato, dalla città, dalla cultura, dal decennio storico che vi è capitato in sorte? È la domanda a cui prova a rispondere il più grande studio genomico mai condotto sulla personalità umana, pubblicato su Nature. E la risposta, va detto subito, è un secco "non proprio". Una caccia al tesoro genetico su scala mai vista Dietro la ricerca c'è il Revived Genomics of Personality Consortium (ReGPC), un consorzio internazionale che ha messo insieme 46 coorti e, a seconda del tratto analizzato, tra 611 mila e 1,14 milioni di persone: un esercito di dati che nessuno studio precedente sui Big Five — estroversione, gradevolezza, coscienziosità, nevroticismo e apertura all'esperienza — aveva mai potuto mobilitare. Guidati da Ted Schwaba della Michigan State University, i ricercatori hanno setacciato circa 10 milioni di varianti genetiche con la tecnica dei GWAS (studi di associazione sull'intero genoma), scovandone 1.260 collegate in modo statisticamente significativo a uno dei cinque tratti. Ben 824 non erano mai state individuate prima. Al lavoro hanno contribuito anche gruppi italiani: Michele Marongiu ed Edoardo Fiorillo dell'Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica del CNR di Cagliari, Francesco Cucca dell'Università di Sassari e i ricercatori dell'Istituto "Adriano Buzzati-Traverso" del CNR di Napoli. Perché 1.260 non fa rima con "destino" Il numero fa un certo effetto, ma è facile fraintenderlo. Non esistono 1.260 "geni della personalità" pronti a decidere chi siamo: si tratta di variazioni minuscole, sparse su tutto il genoma, ognuna delle quali sposta l'ago della bilancia di un'inezia impercettibile. Nessuna, da sola, rende una persona estroversa o ansiosa. Anzi, gli stessi ricercatori insistono su un punto che smonta ogni tentazione deterministica: le varianti considerate spiegano appena il 4,8-9,3% della variabilità osservata tra le persone (che sale al 9,3-13,3% correggendo per l'imprecisione dei test psicologici usati). Tradotto: anche prendendo per buono il modello, oltre l'85-90% delle differenze di

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UN'INDAGINE SU OLTRE UN MILIONE DI PERSONE HA SETACCIATO IL GENOMA UMANO ALLA RICERCA DELLE RADICI BIOLOGICHE DI ESTROVERSIONE, ANSIA, CURIOSITÀ E CARATTERE. IL RISULTATO È CHE SIAMO IL PRODOTTO DI UN INTRECCIO, NON DI UN CODICE

carattere tra due persone qualsiasi resta fuori dal recinto genetico. È lì, in quello spazio enorme, che entrano in gioco l'educazione, le relazioni, i traumi, le opportunità economiche, la cultura di appartenenza, il momento storico: tutto ciò che la genetica, da sola, non può e non vuole spiegare. Il carattere non nasce nel DNA: si costruisce nel mondo È qui che lo studio, senza dirlo esplicitamente, finisce per dare ragione a sociologi e antropologi più che ai fautori di un genoma onnipotente. Da decenni le scienze sociali sostengono che la personalità non è un pacchetto preconfezionato che si limita a "dispiegarsi", ma il risultato di una negoziazione continua tra predisposizioni biologiche e contesto: la famiglia in cui si cresce, le norme sociali che si assorbono, il capitale culturale a cui si ha accesso, persino la lingua e i valori della comunità in cui ci si forma. Un bambino con la stessa identica combinazione di varianti genetiche può diventare un adulto profondamente diverso a seconda che cresca in un contesto di sicurezza economica o di precarietà, in una società individualista o in una comunitaria, in tempo di pace o di guerra. Il DNA offre un canovaccio, non un copione già scritto: il testo definitivo lo aggiungono la storia personale e quella collettiva. Un segnale reale, non un miraggio statistico Detto questo, il segnale genetico individuato non è un artefatto statistico. Analisi condotte all'interno delle famiglie, su oltre 50 mila partecipanti, mostrano che gran parte delle associazioni regge anche confrontando fratelli e parenti che condividono ambiente e


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ascendenza: un modo elegante per escludere che i risultati riflettano semplicemente il contesto sociale piuttosto che la genetica vera e propria. Lo studio apre anche uno squarcio sulla biologia: per quattro dei cinque Big Five emergono legami con geni attivi nella corteccia prefrontale, l'area del cervello coinvolta in pianificazione e autocontrollo. Ma attenzione alle scorciatoie da bar: i dati smentiscono equazioni comode come "estroversione uguale dopamina" o "nevroticismo uguale serotonina". La biologia della personalità è distribuita, ridondante, tutt'altro che riducibile a uno slogan da rotocalco. Un genoma (ancora) troppo occidentale C'è poi un limite che vale la pena sottolineare con una lente più antropologica: la stragrande maggioranza dei dati arriva da coorti di ascendenza europea, mentre il resto del mondo resta drammaticamente sottorappresentato. È un bias non da poco, perché significa che questa mappa genetica della personalità racconta soprattutto una sto-

ria occidentale, e generalizzarla a tutta l'umanità sarebbe scientificamente scorretto oltre che culturalmente miope. La personalità, in fondo, si misura anche con strumenti psicologici — i questionari sui Big Five — nati in un preciso contesto culturale e non necessariamente universali. Il verdetto: il genoma apre la partita, non la chiude Alla fine, questo studio monumentale non consegna alla genetica le chiavi del carattere umano. Ci dice che nel DNA esistono tracce statistiche, reali ma minuscole, che si intrecciano con il modo in cui differiamo gli uni dagli altri. Ma tra quella predisposizione scritta nelle molecole e la persona in carne, relazioni e biografia che ognuno di noi diventa, resta tutto il resto: la famiglia, la scuola, gli amori, i lutti, la società, la storia. Il genoma, insomma, distribuisce le carte iniziali. Come le si gioca — e con chi, e in quale mondo — è tutta un'altra partita, ed è quella che sociologia e antropologia continuano, giustamente, a rivendicare come territorio proprio. Giornale dei Biologi | Set 2026

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uante volte un test di personalità trovato online ci ha fatto sorridere, o forse dubitare, davanti a un responso che sembrava conoscerci meglio di noi stessi? Un maxi-studio internazionale pubblicato su_ ___Nature, condotto su grandi coorti di popolazione, ha riportato la questione al centro del dibattito scientifico: i ricercatori hanno individuato 1.260 varianti genetiche associate ai Big Five, i cinque tratti con cui la psicologia descrive il carattere umano. Un risultato che rafforza l'idea di una componente genetica della personalità, ma che — avverte chi lo ha analizzato da vicino — è ben lontano dal trasformarla in un destino biologico scritto nel DNA. Ne parliamo con Antonio Novelli, direttore del Laboratorio di Genetica Medica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore associato di Genetica Medica all'UniCamillus. Professore, che cosa dimostra davvero questo studio sulla genetica della personalità? «È un grande studio di associazione genomica, un genome-wide association study (GWAS). Gli autori hanno analizzato i cinque principali tratti della personalità, i Big Five: estroversione, apertura mentale, coscienziosità, gradevolezza e nevroticismo. Hanno individuato circa 1.260 varianti genetiche associate a questi tratti. Il punto, però, non è dire che il carattere sia "scritto nel DNA", ma mostrare che esiste una componente genetica misurabile». Quindi esistono geni dell'estroversione, della timidezza o dell'empatia? «No, sarebbe una semplificazione scorretta. Non esiste un singolo gene dell'estroversione o della timidezza. Parliamo di moltissime varianti, ciascuna con un effetto molto piccolo, che insieme contribuiscono a una predisposizione. Va distinto il gene dalla variante genetica: i geni li possediamo tutti, ciò che cambia sono specifiche varianti di sequenza». Quanto pesa allora la genetica nella personalità? «Le varianti comuni spiegano solo una parte delle differen-


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IL GENETISTA ANTONIO NOVELLI, DIRETTORE DEL LABORATORIO DI GENETICA MEDICA DEL BAMBINO GESÙ DI ROMA, SPIEGA PERCHÉ UN MAXI-STUDIO PUBBLICATO SU NATURE — 1.260 VARIANTI GENETICHE LEGATE ALLA PERSONALITÀ — NON AUTORIZZA A PARLARE DI UN DESTINO BIOLOGICO

ze tra individui. La genetica contribuisce, ma non determina il risultato finale. Ambiente, educazione, relazioni ed esperienze intervengono continuamente. Il DNA ci dà un punto di partenza, non un punto di arrivo». Uno dei punti di forza del lavoro è la "robustezza" dei risul tati. Che cosa significa? «Gli autori non si limitano a trovare associazioni statistiche, ma verificano quanto reggano attraverso analisi diverse. Non conta soltanto quante varianti vengono trovate, ma quanto il dato sia affidabile e riproducibile». I risultati valgono per tutta la popolazione mondiale? «No. È uno dei limiti principali. Le popolazioni studiate sono soprattutto di ascendenza europea. Quando si passa a popolazioni geneticamente differenti, la capacità di trasferire gli stessi risultati diminuisce. La stessa associazione genomica non ha necessariamente identico peso ovunque». Da questi dati si potrebbe arrivare a un test genetico della personalità? «No, e sarebbe fuorviante proporlo come strumento clinico. Un test genetico deve avere validità e utilità concreta. Qui si rischierebbe di trasformare una predisposizione statistica in una previsione individuale che la scienza non è in grado di fare. Sarebbe più vicino a un "genoscopo" che a un vero test diagnostico». Ci sono anche rischi etici? «Se dati simili venissero usati per selezionare personale, orientare percorsi scolastici o classificare bambini e adulti, potrebbero produrre discriminazioni prive di fondamento scientifico. Una predisposizione non equivale a un destino: il rischio nasce quando una probabilità diventa un'etichetta». Qual è allora il messaggio più importante dello studio? «Che la genetica della personalità esiste, ma è complessa e non deterministica. Il valore del lavoro sta soprattutto nella qualità del metodo e nella solidità delle associazioni individuate. Ridurre tutto alla frase "la personalità dipende dal DNA" sarebbe l'interpretazione da evitare». (C. D. R.).

I Big Five: le cinque dimensioni della personalità Il modello più utilizzato dalla psicologia per descrivere la personalità individua cinque tratti principali, spesso ricordati con l'acronimo inglese OCEAN: • Apertura mentale – curiosità intellettuale, fantasia, apertura a nuove esperienze • Coscienziosità – organizzazione, disciplina, orientamento all'obiettivo • Estroversione – socievolezza, energia, propensione alla ricerca di stimoli • Gradevolezza – empatia, cooperazione, fiducia verso gli altri • Nevroticismo – tendenza all'instabilità emotiva e all'ansia.

Che cos'è un GWAS Il Genome-Wide Association Study (GWAS) è un tipo di studio che confronta il genoma di migliaia — spesso milioni — di persone per individuare le varianti genetiche statisticamente associate a un tratto o a una malattia. Non identifica "il gene" responsabile di una caratteristica, ma una mappa di piccoli segnali sparsi lungo il DNA che, sommati, contribuiscono a una predisposizione. Più ampia e diversificata è la coorte analizzata, più i risultati sono robusti; per questo la scarsa rappresentanza di popolazioni non europee resta uno dei limiti più citati di questo tipo di ricerca.

ntonio Novelli è direttore del A Laboratorio di Genetica Medica dell'Ospedale Pediatrico Bambi-

no Gesù di Roma, uno dei principali centri italiani per la diagnosi delle malattie genetiche rare. È inoltre professore associato di Genetica Medica presso l'Università UniCamillus di Roma. Il suo lavoro si concentra sull'applicazione delle tecnologie di sequenziamento genomico alla pratica clinica, con particolare attenzione alla comunicazione corretta e non deterministica dei risultati genetici, tanto in ambito diagnostico quanto nel dibattito pubblico.

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A NAPOLI IL PIANO ANTI-ERRORE DI PLEBANI DOPO IL CASODELLE PROVETTE SCAMBIATE: D’ANNA RILANCIA LA PROFESSIONE CON PACCHETTI DIAGNOSTICI E NUOVE TARIFFE, PETRUZZIELLO CHIEDE UNA REGIA REGIONALE UNICA SUI LABORATORIADY-TO-USE"

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l rischio più grande, per chi finisce sotto analisi, non è nel referto ma prima: nel prelievo, nell’etichetta, nel trasporto del campione. Il 98,4% degli errori di laboratorio, secondo lo studio più recente citato oggi a Napoli, nasce nella fase preanalitica. Se ne è discusso al convegno “La fase preanalitica del futuro”, promosso dall’Ordine dei Biologi della Campania e del Molise (OBCM) al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo. Ad aprire i lavori, il presidente FNOB Vincenzo D’Anna e il presidente OBCM Arnolfo Petruz ziello. D’Anna rilancia: via il pagamento a singolo test diagnostico, spazio al “pacchetto” D’Anna parte dal ruolo: i laboratoristi sono la spina dorsale storica della professione, su cui i biologi sono cresciuti fino a una categoria da 57.000 iscritti. Da qui il rilancio. Il cuore dell’intervento è il superamento del pagamento a singolo test diagnostico, ritenuto “vergognoso”: FNOB propone di remunerare la prestazione professionale con il “quesito diagnostico”, organizzato in pacchetti e protocolli standardizzati. Il laboratorio, spiega D’Anna, non restituisce un numero ma elabora un reperto validato e interpretato, alla base di circa l’80% delle diagnosi cliniche: è su questo valore, non sulla singola analisi, che va costruita la tariffa. A sostegno, uno studio FNOB basato sull’intelligenza artificiale: oltre i tre milioni di prestazioni i costi di pre- e post-analitica superano quelli di produzione, e la laboratoristica accreditata pesa appena lo 0,56% sul Fondo Sanitario Nazionale. Petruzziello: “Serve una regia unica in Re gione” Petruzziello va dritto al punto: serve

un organismo centrale regionale per una governance unitaria dei laboratori, oggi frammentata tra troppi enti. Plebani: “98,4% degli errori prima dell’ana lisi” Mario Plebani, professore emerito di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica all’Università degli Studi di Padova e adjunct professor presso l’Università del Texas, porta i numeri: “Il 98,4%, lo ripeto, 98,4% degli errori in medicina di laboratorio avviene nella fase pre-analitica”. Richiama il caso di cronaca dello scambio di provette all’ospedale San Raffaele: “non è stato solo un errore umano, perché oggi gli errori drammatici nella fase preanalitica non possono essere tollerati”. La soluzione è la Total Preanalytical Automation: robotica e digitalizzazione per la tracciabilità totale del campione. Sul ruolo dell’intelligenza artificiale, Plebani invita alla cautela: utile per riconoscere campioni emolizzati o coagulati con precisione quasi assoluta e per individuare errori di attribuzione campione-paziente (il “Wrong Blood in Tube”), l’IA non sostituisce però un sistema di processo solido a monte. “Il mio messaggio è che è ancor più pressante e irrinunciabile l’adozione di un sistema di Total Analytical Automation che eviti a monte la possibilità di errore”, dichiara, mettendo in guardia: “se noi diamo in pasto all’intelligenza artificiale dati di scarsa qualità, scarsamente armonizzati e standardizzati, i risultati saranno spazzatura”. “Il momento è adesso”, conclude: la tecnologia per rendere sicure tutte le procedure preanalitiche è già disponibile. Chiude la giornata la tavola rotonda moderata da Matilde Andolfo, con Umberto Basile, Vincenza Lombari, Petruzziello e Plebani. (M. A.). Giornale dei Biologi | Set 2026

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A NAPOLI I RACCONTI DI CHI HA ATTRAVERSATO LA STORIA DELLA CATEGORIA, DALLE PRIME BATTAGLIE PER IL RICONOSCIMENTO GIURIDICO FINO ALLA RICHIESTA DI PARITÀ ECONOMICA CON LA DIRIGENZA MEDICA

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incenza Alessandra Borda Bossana, Luigi D'Aprea, Mario De Simone Sorrentino, Maria Santa Rosa Marta Petti, Giovanni Rippa e Giuseppe Vitale sono iscritti all'Ordine da cinquant'anni. Giovedì 24 settembre, al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo, l'Ordine dei Biologi della Campania e del Molise (OBCM) li ha premiati durante la serata "Mezzo secolo in biologia". A consegnare i premi sono stati il presidente della Federazione nazionale, Vincenzo D'Anna, e il presidente dell'Ordine regionale, Arnolfo Petruzziello. I sei biologi si sono iscritti a metà degli anni Settanta, pochi anni dopo la legge 396 del 1967 che aveva istituito l'Ordine nazionale dei biologi. Da allora hanno visto cambiare la professione: i laboratori, le tecniche analitiche, il peso della categoria nel sistema sanitario. La svolta è arrivata con la legge 3/2018, la cosiddetta legge Lorenzin, che ha inserito i biologi tra le professioni sanitarie, ha affidato la vigilanza sull'Ordine al ministero della Salute e ha trasformato l'ente nazionale nella Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB). La serata, introdotta e moderata dalla giornalista Matilde Andolfo, si è aperta con i saluti di D'Anna. Petruzziello ha poi ripercorso le tappe della professione nel suo discorso "Viaggio nella professione". Una targa è andata anche ai vertici dei due enti: la segretaria della FNOB, Carla Cimmino, ne ha consegnata una a Petruzziello, che a sua volta ne ha consegnata una a D'Anna. Poi, nella sessione intitolata "Il passato", la parola è passata ai premiati. Hanno ricordato le battaglie condotte dall'Ordine per l'affermazione della categoria e una vita trascorsa nei laboratori. C'è chi è tornato con la memoria al professore di scienze che gli aveva fatto scegliere questa strada, e chi ha insistito sul ruolo del laboratorista: un lavoro che il paziente non vede, ma da cui dipende l'esattezza di una diagnosi. Giuseppe Vitale ha portato sul palco una richiesta che riguarda tutta la categoria: arrivare un giorno alla parità di trattamento economico tra i biologi e la dirigenza medica. Una questione ancora aperta, a otto anni dall'ingresso dei biologi tra le professioni sanitarie. La distanza tra i loro esordi e il presente si misurava anche nel programma della giornata. La mattina, nella stessa sede, la FNOB aveva organizzato il convegno "Quando il genoma incontra la cura", con sessioni sull'oncologia di precisione, la bioinformatica, la genetica germinale e le malattie rare. Al centro, il sequenziamento di nuova generazione: una tecnica che cinquant'anni fa non esisteva e che oggi fa parte della pratica dei laboratori clinici. (M. A.). Giornale dei Biologi | Set 2026

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rancesca Sveva Cicala ha passato gli ultimi anni della sua vita a studiare il proprio tumore. Ora il suo nome è su una borsa di studio internazionale che la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB) ha istituito per i giovani ricercatori impegnati sui tumori rari e aggressivi. L'ha annunciata il presidente della FNOB, Vincenzo D'Anna, a Napoli il 24 settembre 2026, durante la serata "Mezzo secolo in biologia", in cui l'Ordine dei Biologi della Campania e del Molise (OBCM) ha consegnato alla famiglia una targa in sua memoria. La diagnosi arriva nel giugno 2022, dopo una crisi epilettica: glioblastoma al quarto stadio, tra i tumori cerebrali più aggressivi. Sveva ha 25 anni. Intervento chirurgico, chemioterapia, radioterapia. Poi la scelta che dice chi era: torna nei laboratori del Ceinge di Napoli e, per la tesi magistrale in Patologia generale alla Federico II, sceglie come oggetto di studio la sua stessa malattia. Mette a disposizione della ricerca anche le sue cellule tumorali.

pleanno, arrivano i primi segnali della recidiva. Questa volta il tumore non è operabile. Sveva affronta una terapia sperimentale e continua a seguire a distanza un master a Milano. «La malattia non mi definisce», ripeteva. Muore il 9 aprile 2026. Sul palco, accanto al padre, c'erano la madre Alessandra e i fratelli. «Ha contribuito allo studio delle sue cellule tumorali perché prima o poi venisse trovata una cura», ricorda Giorgia. «Speriamo che questo piccolo mattoncino che ha lasciato alla ricerca possa diventare qualcosa di molt o

SETD8, un bersaglio nel ciclo cellulare La tesi, discussa in inglese, si intitola "Therapeutic strategies for glioblastomas treatment: targeting the lysine methyltransferase SETD8 and cell cycle checkpoints". Al centro c'è SETD8 (nota anche come KMT5A), l'unico enzima conosciuto capace di monometilare la lisina 20 dell'istone H4. È una modifica epigenetica che regola la replicazione del DNA, la progressione del ciclo cellulare e la stabilità del genoma. SETD8 agisce anche su proteine non istoniche come p53: metilandola ne riduce la capacità di indurre apoptosi. Nel glioblastoma l'enzima risulta spesso sovraespresso. La linea di ricerca in cui si inserisce il lavoro di Sveva punta a inibirlo, con molecole come UNC0379, per provocare un accumulo di danno al DNA nelle cellule tumorali. Le cellule reagiscono attivando i checkpoint: in G1/S, attraverso p21, quando p53 è funzionante; in G2/M, attraverso Chk1, quando p53 è mutata. L'associazione con un inibitore di Wee1, come l'adavosertib, scavalca questo blocco. Le cellule entrano in mitosi con il DNA danneggiato e vanno incontro a catastrofe mitotica, indipendentemente dallo stato di p53, che nel glioblastoma è spesso alterato. Sveva discute la tesi nel dicembre 2024 e dona alla ricerca sul cancro la borsa di studio vinta con quel lavoro. Quel 5 per cento Quel giorno, in aula, c'è anche il padre Alessandro. «Durante la discussione della tesi venni a sapere che la recidiva era del 95 per cento. Piansi senza ritegno», ha raccontato dal palco. «Ma a casa Sveva ci disse: io farò parte di quel 5 per cento». Nel luglio 2025, il giorno del suo ventinovesimo com40 Giornale dei Biologi | Set 2026

La Federazione sosterrà chi ce La biologa napoletana, morta a al glioblastoma c


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più grande». Giuseppe guarda oltre: il lavoro di Sveva serviva a dare a un futuro paziente la stessa speranza che lei riponeva in se stessa. «Se si fa qualcosa oggi, non è solo per chi lo sta facendo. È per chi verrà». Per chi verrà Nasce da qui l'iniziativa della Federazione. «Sveva ha dimostrato che la ricerca, quando è vera, è un atto d'amore», ha detto D'Anna. «Con questa borsa vogliamo che il suo straordinario impegno conti-

nui a vivere nel lavoro di altri giovani biologi». Il presidente dell'OBCM, Arnolfo Petruzziello, ha sostenuto con forza la proposta di aumentare i fondi destinati ai giovani ricercatori. Sveva sperava di rientrare in quel 5 per cento. La sua famiglia ha indicato il passo successivo: fare in modo che quella percentuale cresca. Da ora è il lavoro di chi riceverà una borsa con il suo nome. (M. A.).

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erca nuove cure per i tumori rari a 29 anni, aveva dedicato la tesi che l'aveva colpita Giornale dei Biologi | Set 2026

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di Ester Trevisan

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a anni impegnato in studi ed esperimenti lungo la costa di Livorno e nell’Arcipelago Toscano, nel suo ultimo articolo pubblicato su Trends in Ecology & Evolution, il team di Ecologia marina del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa propone una nuova chiave di lettura del ruolo che potrebbe avere il microbioma nella tutela del mare. Il Giornale dei Biologi ha intervistato Luca Rindi, autore del lavoro con i colleghi Alexander H. McGrath e Lisandro Benedetti-Cecchi, in collaborazione con Ezequiel M. Marzinelli dell’Università di Sydney. Dottor Rindi, che cos’è il microbioma marino? Con microbioma marino si intende l’insieme dei microrganismi – batteri, archei, funghi, protisti e virus – e del loro patrimonio genetico presenti nell’ambiente marino o associati a un organismo. Nel nostro lavoro ci concentriamo soprattutto sui microbiomi associati a macroalghe e fanerogame marine e anche coralli: insieme all’ospite formano un’unità funzionale, l’olobionte. Quando un cambiamento del microbioma è fisiologico e quando, invece, diventa sintomo di stress? Un microbioma non è statico: varia naturalmente nel tempo e nello spazio. Un cambiamento può essere considerato fisiologico quando resta compatibile con il normale funzionamento dell’ospite e mantiene funzioni chiave, anche se cambiano le specie microbiche presenti. Diventa più preoccupante quando si osservano perdita di funzioni benefiche, aumento di patogeni, forte instabilità o disbiosi, cioè un’alterazione del rapporto tra ospite e microbioma associata a un peggioramento delle condizioni dell’ospite. Quali sono i segnali che l’ecosistema marino lancia quan do è a rischio collasso? Prima di un cambiamento di regime, un ecosistema


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può perdere lentamente resilienza pur apparendo ancora stabile. Tra i possibili segnali ci sono un recupero più lento dopo una perturbazione, un aumento della variabilità nel tempo o nello spazio e una maggiore persistenza delle anomalie. La nostra proposta è verificare se anche cambiamenti nel microbioma possano fornire un livello di allerta più precoce rispetto ai soli indicatori visibili dell’ospite. In cosa consiste il fenomeno dello sbiancamento dei coralli? Lo sbiancamento avviene quando, soprattutto in seguito a stress termico, il corallo perde o riduce fortemente le microalghe simbionti che vivono nei suoi tessuti e che gli forniscono gran parte dell’energia. Il tessuto diventa così trasparente e lascia vedere lo scheletro calcareo bianco sottostante. Un corallo sbiancato non è necessariamente morto, ma è in una condizione di forte stress che, se persiste, aumenta il rischio di mortalità. Il vostro lavoro evidenzia il ruolo dei microrganismi nell’aiutare concretamente coralli, alghe e piante marine a fronteggiare gli stress ambientali, in particolar modo quelli legati al cambiamento climatico. Come funziona questa alleanza virtuosa? Il nostro opinion article non presenta un nuovo esperimento volto a dimostrare questo effetto, ma integra evidenze già disponibili e propone nuove ipotesi da verificare. È però un tema su cui stiamo lavorando anche sul campo. In esperimenti condotti su macroalghe, abbiamo osservato che alterare il microbioma associato può peggiorare lo stato fisiologico dell’ospite, ad esempio riducendone fortemente l’efficienza fotosintetica. I microrganismi possono infatti contribuire alla nutrizione dell’ospite, contrastare patogeni, mediare la produzione di composti utili e stimolare risposte cellulari allo stress. In esperimenti sui coralli, inoltre, consorzi di microrganismi benefici hanno ridotto lo sbiancamento durante stress termici. La questione che resta aperta, e che vogliamo affrontare, è capire fino a che punto questi effetti possano modificare la resilienza dell’organismo e la soglia oltre la quale un ecosistema passa a uno stato alternativo. Se è vero che un microbioma sano agisce come una sorta di sistema immunitario dell’ecosistema, come si può in tervenire per rafforzarlo? Parlerei più prudentemente di una componente della difesa e della resilienza dell’olobionte, non di un vero sistema immunitario dell’ecosistema. Le strategie allo studio includono probiotici, inoculo di consorzi benefici, stimolazione di microrganismi già presenti e riduzione di gruppi dannosi. Sono approcci promettenti, ma devono essere validati in campo, verificandone durata, specificità ed eventuali effetti indesiderati. Quale ruolo svolgono le specie cosiddette fondatrici, come

I MICRORGANISMI ASSOCIATI AD ALGHE, CORALLI E PIANTE MARINE POSSONO CONTRIBUIRE A PREVENIRE IL COLLASSO DEGLI ECOSISTEMI MARINI E A RAFFORZARNE LA RESILIENZA AGLI STRESS AMBIENTALI

le macroalghe e le piante marine, nel funzionamento degli ecosistemi costieri? Le specie fondatrici costruiscono fisicamente l’habitat e modificano le condizioni ambientali per molte altre specie. Foreste di macroalghe, praterie di fanerogame e barriere coralline offrono rifugio e risorse, sostengono biodiversità e produttività e influenzano processi come i cicli dei nutrienti e la protezione costiera. Per questo la loro perdita può innescare cambiamenti che coinvolgono l’intero ecosistema. Le conclusioni a cui è giunto il vostro lavoro possono con tribuire a determinare le strategie di conservazione e le politiche di tutela del mare? Possono contribuire soprattutto a orientare nuove strategie di monitoraggio e restauro. Integrare indicatori microbici nei programmi di monitoraggio potrebbe aiutare a individuare più precocemente la perdita di resilienza. In futuro, interventi assistiti dal microbioma potrebbero affiancare il restauro e la selezione di organismi più resistenti. Non sostituiscono però la riduzione delle cause del degrado, quali riscaldamento, inquinamento, perdita di habitat, ma possono aggiungere nuovi strumenti per rendere monitoraggio e restauro più tempestivi e mirati. uca Rindi è ecologo mariLBiologia no presso il Dipartimento di dell’Università di Pisa. La

sua ricerca studia la stabilità e la resilienza degli ecosistemi costieri, con particolare attenzione a foreste macroalgali, praterie di fanerogame marine e microbiomi associati. Integra esperimenti sul campo, analisi quantitative e approcci genomici per comprendere e prevedere gli effetti del cambiamento climatico e delle pressioni antropiche sugli ecosistemi marini.

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Dalla membrana amniotica un nuovo alleato per il muscolo cardiaco dopo l'infarto: ne parla a FNOB Pilar Ferrer, biologa e CEO di Amnova Biotech di Emanuela Birra

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opo un infarto, la porzione di miocardio colpita dall'ischemia non si rigenera spontaneamente: viene progressivamente sostituita da una cicatrice fibrotica, con conseguenze che possono manifestarsi anche a distanza di anni sotto forma di scompenso cardiaco. È su questo nodo irrisolto della cardiologia che si concentra la ricerca di Pilar Ferrer, biologa argentina laureata all'Università Favaloro e oggi CEO di Amnova Biotech, startup nata nel 2024 dall'incontro tra un progetto accademico e l'ambizione di portarlo oltre il laboratorio. Il punto di partenza è la membrana amniotica, tessuto di origine placentare già impiegato in medicina rigenerativa per la sua capacità di modulare l'infiammazione e favorire la riparazione dei tessuti. Da questa base biologica, il gruppo di ricerca ha sviluppato un idrogel iniettabile pensato per creare, nell'area cardiaca danneggiata, un microambiente favorevole all'attivazione dei meccanismi di riparazione già presenti nel tessuto del paziente. I risultati raccolti finora sono incoraggianti ma preliminari: la strada verso la sperimentazione clinica sull'uomo, secondo il programma di sviluppo del team, potrebbe aprirsi intorno al 2028, dopo il completamento delle verifiche necessarie a confermarne sicurezza ed efficacia. In questa intervista concessa a FNOB, Ferrer ripercorre l'origine scientifica del progetto, le scelte alla base della sua trasformazione in impresa e le prospettive di una tecnologia che punta a ridefinire cosa significhi, per un cuore, guarire dopo l'infarto. Cosa l'ha spinta, all'inizio, a guardare alla membrana am niotica come modello per sviluppare un idrogel a sostegno della riparazione del tessuto cardiaco?

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Intervista

Pilar Ferrer.

L'idea è nata quando sono entrata a far parte del laboratorio di medicina rigenerativa diretto dal Dott. Alberto Crottogini, sotto la direzione della Dott.ssa Daniela Olea e la co-direzione della Dott.ssa María del Rosario Bauzá. In quel periodo stavamo cercando nuove strategie terapeutiche per migliorare la riparazione cardiaca dopo l'infarto del miocardio. Grazie alla collaborazione con AMNIOS BMA, una banca della membrana amniotica, abbiamo avuto accesso a questo tessuto e abbiamo iniziato a esplorare la letteratura scientifica sul suo potenziale rigenerativo. Eravamo particolarmente interessati alla sua combinazione naturale di componenti della matrice extracellulare e fattori bioattivi coinvolti in processi come l'angiogenesi, la modulazione dell'infiammazione e la riparazione tissutale. Sulla base di queste evidenze, abbiamo deciso di verificare se quelle proprietà potessero essere traslate al danno cardiaco. Abbiamo iniziato a sperimentare con materiali derivati dalla membrana amniotica e i primi risultati sono stati molto promettenti. Ma, con il progredire del progetto, abbiamo affrontato anche una delle sfide principali della ricerca accademica: reperire i fondi necessari per portare un risultato promettente più vicino ai pazienti. È stata una delle ragioni per cui abbiamo deciso di por-

tare il progetto nel settore privato e fondare Amnova Biotech. Da quel momento, il nostro obiettivo si è ampliato: non si trattava più solo di dimostrare che la tecnologia funzionasse, ma di migliorarla e ottimizzarla con l'obiettivo di sviluppare un prodotto terapeutico standardizzabile, riproducibile su scala industriale ed eventualmente utilizzabile in clinica. La membrana amniotica è stata quindi davvero il punto di partenza biologico: ci ha mostrato un ambiente rigenerativo che abbiamo potuto studiare, comprendere e, infine, provare a ricreare per il cuore danneggiato. Può spiegare, in termini semplici, come agisce l'idrogel una volta raggiunta l'area danneggiata del cuore? Che tipo di ambiente crea per favorire la rigenerazione? Una volta somministrato nell'area danneggiata del cuore, l'idrogel interagisce con le cellule già presenti e fornisce segnali biologici che contribuiscono ad attivare i meccanismi di riparazione propri del cuore. Dopo un infarto, molte cellule muoiono, l'infiammazione aumenta, si perdono vasi sanguigni e il tessuto danneggiato viene progressivamente sostituito da una cicatrice fibrotica. Il nostro idrogel è pensato per influenzare localmente questo processo: promuove la formazione di nuovi vasi sanguigni, modula l'infiammazione, sostiene la sopravvivenza e l'attività delle cellule cardiache e contribuisce a ridurre la fibrosi e la formazione della cicatrice in eccesso. L'idea alla base è che non introduciamo nuove cellule per ricostruire il cuore: creiamo un ambiente che stimola la rigenerazione endogena, attivando e sostenendo le cellule e i meccanismi di riparazione già presenti nel tessuto del paziente. Riducendo l'estensione della cicatrice e preservando più tessuto cardiaco funzionale, l'obiettivo finale è migliorare la capacità contrattile e la funzionalità del cuore dopo l'infarto. Qual è stata la sfida scientifica o tecnica più grande nello sviluppo di questo biomateriale, e come l'ha superata? Una delle sfide scientifiche maggiori è stata capire cosa determinasse effettivamente l'effetto rigenerativo. Siamo partiti da un materiale di derivazione tissutale, e la membrana amniotica è biologicamente molto complessa: contiene numerose proteine, componenti della matrice extracellulare e molecole di segnalazione che interagiscono tra loro. I risultati erano incoraggianti, ma per trasformare quella ricerca in un vero prodotto terapeutico dovevamo capire quali segnali fossero essenziali e come riprodurre quell'effetto in modo controllato. Questo ci ha portati a studiare i meccanismi alla base della risposta e a identificare i principali fattori bioattivi coinvolti in processi come angiogenesi, infiammazione, fibrosi e sopravvivenza e riparazione delle cellule cardiache. Da lì, la sfida è diventata tradurre quei risultati scientifici in una tecnologia in grado di soddisfare, in prospettiva, i Giornale dei Biologi | Set 2026

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requisiti di un prodotto terapeutico. Ci siamo concentrati sul miglioramento della formulazione, sull'aumento della riproducibilità e, fin dalle prime fasi, su standardizzazione, produzione, scalabilità e traslazione clinica. La sfida, quindi, non è stata solo realizzare un biomateriale che funzionasse, ma capire perché funzionasse, così bene da poterlo riprogettare come qualcosa che potesse realisticamente diventare una terapia. Ha fondato Amnova Biotech in giovanissima età. Cosa l'ha motivata a costruire un'azienda intorno a questa ricerca, e come si è sviluppato finora questo percorso? Costruire Amnova non è mai stato un percorso individuale. È nato da un progetto di ricerca e, soprattutto, da un gruppo di persone convinte che quanto stavamo osservando in laboratorio avesse il potenziale per diventare qualcosa di molto più grande. Amnova è stata fondata da quattro persone: la Dott.ssa Daniela Olea, Mariano Berra, Alejandro Berra e io. Lavo-

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riamo a stretto contatto, unendo prospettive diverse ma essenziali per portare una scoperta scientifica verso una potenziale terapia. Daniela porta un'esperienza consolidata in medicina rigenerativa e ricerca cardiovascolare ed è stata coinvolta a fondo nello sviluppo scientifico del progetto fin dall'inizio. Mariano si occupa dello sviluppo tecnologico del biomateriale e della sua formulazione, contribuendo a trasformare i nostri risultati scientifici in una tecnologia solida e riproducibile. Alejandro si occupa dell'aspetto traslazionale del progetto, aiutando a colmare il divario tra ricerca e i passaggi necessari per avvicinare la tecnologia allo sviluppo clinico. Il mio ruolo come CEO è mettere in collegamento queste diverse aree, guidando la strategia dell'azienda, la raccolta fondi, le partnership e lo sviluppo complessivo, restando al tempo stesso strettamente coinvolta nella parte scientifica. Quando i risultati sono diventati più promettenti, ci


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siamo resi conto che pubblicare la ricerca non bastava. Se volevamo davvero che questa tecnologia arrivasse un giorno ai pazienti, dovevamo portarla oltre l'accademia. Questo significava costruire un'azienda, trovare finanziamenti, tutelare la proprietà intellettuale, pensare alla produzione e alla regolamentazione, e circondarci di persone con competenze complementari. Per me, personalmente, questo percorso ha significato imparare a muovermi tra due mondi molto diversi: essere una scienziata e costruire un'azienda biotech. Ho dovuto imparare cose che riguardano gli investimenti, il business, la strategia regolatoria, la proprietà intellettuale e il modo di comunicare la scienza al di fuori del laboratorio. Ma una delle cose più importanti che ho imparato è che la biotecnologia è, fondamentalmente, un lavoro di squadra. Amnova unisce anni di esperienza scientifica con generazioni, discipline e prospettive diverse, tutte orientate allo stesso obiettivo: prendere qualcosa che è nato come una domanda scientifica in laboratorio e costruire il percorso perché possa diventare, un giorno, una terapia capace di fare una reale differenza per i pazienti. Guardando alla possibilità di sperimentazioni sull'uomo intorno al 2028, cosa spera che questa tecnologia possa cambiare, in prospettiva, per i pazienti che si riprendono

da un infarto? Oggi, quando una persona ha un infarto, la medicina è molto efficace nel salvarle la vita e ripristinare il flusso sanguigno al cuore. Ma non siamo ancora in grado di restituire il tessuto cardiaco già danneggiato. Quel tessuto viene progressivamente sostituito da una cicatrice, che può compromettere la funzionalità cardiaca e, nel tempo, portare a scompenso cardiaco. Ciò che speriamo di cambiare è quello che accade dopo la sopravvivenza. Il nostro obiettivo è che questa tecnologia aiuti il cuore a recuperare meglio, attivando i meccanismi di riparazione propri del paziente, riducendo la formazione della cicatrice, preservando tessuto cardiaco funzionale e, in definitiva, migliorando la funzione cardiaca. Ma per noi l'impatto reale non riguarda solo ciò che possiamo misurare a livello cardiaco: riguarda anche ciò che quel miglioramento potrebbe significare per la qualità di vita del paziente. Una migliore funzione cardiaca potrebbe tradursi in maggiore autonomia, migliore capacità di esercizio, meno limitazioni nelle attività quotidiane e, potenzialmente, meno ricoveri e complicanze legate allo scompenso cardiaco. In definitiva, vogliamo che sopravvivere a un infarto significhi non solo vivere più a lungo, ma vivere meglio dopo.

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Il comandante dell'ISS e futuro pilota di Artemis III risponde alle domande di FNOB: biologia, etica e memoria a bordo delle missioni spaziali

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è un momento, nell'addestramento di ogni equipaggio spaziale, in cui i sistemi di smaltimento dei rifiuti contano quanto i motori. È da qui, da questo apparente paradosso, che parte il racconto di Luca Parmitano: primo astronauta europeo designato come pilota per una missione Artemis, dopo essere stato il primo italiano a comandare la Stazione Spaziale Internazionale. Nell'intervista concessa a FNOB, Parmitano ripercorre un'idea che ha guidato i suoi due voli e che guiderà anche i quindici giorni di Artemis III: la tecnologia può portarci sulla Luna, ma è la biologia a decidere se ci resteremo sani. Bisogni primari come il cibo, la qualità dell'aria, la gestione dei rifiuti diventano, in orbita, variabili di sopravvivenza tanto quanto la spinta di un razzo. Il filo biologico attraversa tutta la conversazione: dai 366 giorni complessivamente trascorsi nello spazio, raccontati come un esperimento fisiologico permanente, alle domande etiche sollevate dalle radiazioni cosmiche e dalla tecnologia CRISPR, fino alle sfide ancora aperte su un'eventuale vita su Marte. Chiude l'intervista un passaggio più intimo, in cui l'astronauta racconta come un odore, in orbita, sia bastato a restituirgli per un istante l'abbraccio delle figlie lontane. Ecco, nelle sue parole, come si intrecciano biologia, etica e memoria a bordo delle missioni spaziali. Lei è il primo astronauta europeo pilota di Artemis. Dopo aver comandato la ISS, oggi si prepara a riportare l’uomo sulla Luna. In che modo l’esperienza da comandante le è servita per capire che l’equipaggio non è solo tecnica, ma anche biologia? Quanto conta il “fattore umano” in una missione così lunga? La missione Artemis3 sarà di breve durata, circa 15 giorni, ma non per questo il fattore umano sarà meno im-

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portante. L’aspetto squisitamente biologico si riflette nel fatto che in quanto esseri umani abbiamo tutti alcuni bisogni primari che non possono essere sottovalutati. Sebbene l’addestramento sia profondamente incentrato intorno agli aspetti tecnici e tecnologici, il benessere dell’equipaggio ruota intorno ad alcuni fattori essenziali come la qualità e la disponibilità o scelta di cibo, il perfetto funzionamento dei sistemi di smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi, e altri aspetti come temperatura e qualità dell’atmosfera. Sembrano dettagli insignificanti rispetto alle sfide tecnologiche da superare per riportare oggi l’umanità sulla Luna – ma l’esperienza da Comandante della ISS mi insegnato proprio a non sottovalutarne l’importanza. 366 giorni nello spazio. Il suo corpo è di fatto un archivio vivente di dati. Quali sono stati i cambiamenti biologici che l’hanno colpita di più? Cosa abbiamo imparato sul ri adattamento? È proprio grazie ai 25 anni di studi fisiologici sulla ISS se oggi siamo in grado di avere contromisure estremamente efficaci per prevenire danni permanenti agli equipaggi, sia nel volo di lunga durata sia in quelli di breve durata. Ci sono vari aspetti che mi hanno colpito: innanzitutto la capacità del corpo umano di adattarsi costantemente alle sfide e agli stress ambientali – bastano poche settimane per sentirsi completamente a proprio agio in un ambiente del tutto alieno come quello della ISS. Mi ha poi sorpreso ritrovarmi a pensare, e spesso, come alcuni movimenti o azioni che diamo per assolutamente scontati in un ambiente gravitazionale possano creare difficoltà in microgravità. Sul riadattamento, posso dire che oggi abbiamo un eccellente sistema di prevenzione e manutenzione del corpo umano, sia dal punto di vista cardiovascolare che osteomuscolare, e siamo in grado, una volta ritornati sulla terra, di riprendere le normali attività in tempi relativamente brevi. Fuori dalla magnetosfera le radiazioni cosmiche sono il vero nemico invisibile. Per Artemis III che tipo di biosensori, do simetri biologici e contromisure mediche sono previsti? Al momento, il piano di volo di Artemis3 prevede che la quasi totalità della missioni sia in orbita terrestre, tra i 400km e i 700km di quota. Le condizioni non saranno quindi fondamentalmente dissimili da quelle a bordo della ISS, dove gli equipaggi sono protetti dalla magnetosfera. In ogni caso l’equipaggio avrà a disposizione un dosimetro personale (CAD), la capsula è equipaggiata con 6 sensori HERA (attivi, per misurare il flusso di radiazioni), e 4 M-42, per misurare energia ad alta risoluzione e ionizzazione pesante. Microgravità significa geni che si accendono e spengo no, microbioma che cambia, DNA che si danneggia. Quanto peso avranno gli studi sul genoma, sul microbioma e sulle cellule staminali nel programma Artemis? Qual è la sco

perta che la spaventa e quella che la entusiasma di più? Stiamo parlando di qualcosa che avrà forse importanza su missioni future, di lunga durata, esposti al background radioattivo cosmico: la soluzione dovrà necessariamente essere sia tecnologica che fisiologica. Probabilmente sarà necessario anche affrontare l’argomento da un punto di vista etico, poiché non è impensabile che sarà necessario intervenire proprio sul genoma umano per permettere a un futuro equipaggio di sopravvivere a lunghe esposizioni alle radiazioni. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, quando penso alle potenzialità della tecnologia CRISPR sento che di poter rispondere a entrambi i quesiti – perché in base all’uso che se ne farà i risultati possono aprire le porte di un futuro al momento inarrivabile o creare attività potenzialmente problematiche dal punto di vista etico. Ci tengo a precisare, non è la tecnologia in sé a essere pericolosa, ma il potenziale utilizzo della stessa nelle mani sbagliate. Chiudiamo guardando a Marte. Sopravvivere è una cosa, vivere è un’altra. Quali sono oggi le tre sfide che ancora non sappiamo risolvere? Penso a: atrofia e invecchiamen to accelerato, salute mentale, riproduzione e sviluppo. Quanto manca, secondo lei, prima che un biologo possa dire: “ok, l’umanità può fare figli e invecchiare su Marte”? Dal mio punto di vista di operatore, le tre sfide sono: 1. motori in grado di portarci su Marte in circa 3 mesi di tempo, quindi capaci di generare velocità due volte più grandi di quelle che siamo in grado di raggiungere oggi; 2. Protezione dalla radiottività durante il transito e sulla superficie; 3. Sistemi che siano in grado di autodiagnosticare malfunzionamenti e autoripararsi. Per quanto riguarda la seconda parte, se il riferiemnto è a potenziali colonie permanenti, ritengo che sia ancora troppo presto persino per porsi la domanda. Anche il cervello ha bisogno di “gravità” emotiva. C’è un sapore, un odore o un ricordo — magari legato al cibo — che nello spazio l’ha riportata a casa, quasi fosse un an coraggio biologico oltre che affettivo? Gli odori hanno una capacità particolarmente potente, nel mio caso, di generare reazioni immediate in grado di riportarmi indietro nel tempo e nello spazio. Come ho avuto modo di raccontare in varie occasioni, durante la mia prima missione ricevetti un ‘pacco da casa’, preparato da mia moglie, contenente vari oggetti, cibo, etc. Tra le altre cose, c’era un pacchetto contenente un ritaglio delle coperte delle mie figlie, impregnate del profumo dei loro capelli, della loro pelle. Nell’ambiente asettico della ISS, quelle fragranze mi riportarono istantaneamente fra i meandri dei ricordi più preziosi, come se stessi stringendo le mie piccole in un tenero abbraccio. Durò un instante, ma di quelli che restano con noi per sempre. (E. B.). Giornale dei Biologi | Set 2026

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di Sara Bovio

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Il sequenziamento a lettura lunga rivela la configurazione delle espansioni del DNA e contribuisce a chiarire il motivo per cui pazienti con alterazioni simili possano manifestare esordi e decorso della malattia differenti

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DENTRO UNA LUNGA SEQUENZA RIPETUTA POSSONO ESSERE PRESENTI PICCOLE VARIAZIONI O INTERRUZIONI, CIOÈ TRATTI DI DNA CHE SPEZZANO LA RIPETIZIONE APPARENTEMENTE CONTINUA. QUESTE CARATTERISTICHE POSSONO INFLUENZARNE LA STABILITÀ E MODIFICARNE IL COMPORTAMENTO NEL CORSO DEL TEMPO E NEI DIVERSI TESSUTI DELL’ORGANISMO

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razie a una nuova tecnica di sequenziamento del DNA, le diagnosi delle malattie rare diventano sempre più precise. Si tratta del sequenziamento long-read, letteralmente “a lettura lunga”, che consente di analizzare tratti di DNA molto estesi e continui senza doverli prima suddividere in numerosi frammenti. Questo aspetto rappresenta un vantaggio particolarmente importante nello studio delle regioni ripetute del genoma, nelle quali ricostruire correttamente la sequenza può essere complesso. La nuova tecnica è stata messa a punto dal consorzio internazionale Lrs-Red (Long-Read Sequencing in Repeat-Expansion Disorders), coordinato dall’Università della Sorbona di Parigi e composto da 36 ricercatori appartenenti a istituzioni europee e nordamericane. Come spiegano gli autori dello studio, pubblicato su Nature Genetics, alcune malattie genetiche rare, tra cui la malattia di Huntington, le distrofie miotoniche, diverse atassie spinocerebellari e alcune forme di demenza e neuropatia, sono causate dalla ripetizione anomala di brevi sequenze di DNA. Per circa trent’anni, la diagnosi di queste patologie, definite “malattie da espansione”, si è basata principalmente sul numero di volte in cui una determinata sequenza si ripete. Questo parametro, tuttavia, non è sufficiente a spiegare perché persone con espansioni di dimensioni simili possano sviluppare la malattia a età molto diverse o andare incontro a decorsi differenti. Dallo studio è emerso che una parte della risposta potrebbe 54 Giornale dei Biologi | Set 2026

essere nascosta proprio all’interno della sequenza espansa. Non conta, infatti, soltanto quante volte una determinata sequenza si ripete, ma anche come è organizzata al suo interno. Dentro una lunga sequenza ripetuta possono essere presenti piccole variazioni o interruzioni, cioè tratti di DNA che spezzano la ripetizione apparentemente continua. Queste caratteristiche possono influenzarne la stabilità e modificarne il comportamento nel corso del tempo e nei diversi tessuti dell’organismo. Di conseguenza, la struttura dell’espansione può contribuire a determinare non solo se e quando la malattia comparirà, ma anche la sua gravità e il modo in cui evolverà. È un elemento che il semplice conteggio delle ripetizioni non è in grado di cogliere e che, grazie al sequenziamento long-read, può essere osservato direttamente. La stessa espansione, inoltre, può assumere dimensioni diverse nei vari tessuti di una persona, fenomeno noto come instabilità somatica. Sono importanti anche le strutture del DNA e alcune modificazioni epigenetiche, come la metilazione, che possono regolare l’attività dei geni senza alterarne la sequenza. «Per trent’anni abbiamo diagnosticato queste malattie contando le ripetizioni - afferma il genetista Giuseppe Novelli, dell’Università di Roma Tor Vergata e co-autore della ricerca - e per trent’anni ci siamo chiesti perché due pazienti con lo stesso numero di ripetizioni avessero storie cliniche diverse. Oggi sappiamo che la risposta era scritta dentro l’espansione stessa, in dettagli che i nostri strumenti non

riuscivano a leggere». Il sequenziamento long-read, infatti, non restituisce soltanto la misura dell’espansione, ma ne legge anche la struttura interna e può rilevarne il profilo di metilazione. Negli ultimi anni, aggiungono gli autori, ha anche consentito di identificare espansioni patogenetiche che, con le tecniche precedenti, erano rimaste invisibili. Il passaggio dalla ricerca alla pratica clinica, secondo gli autori dello studio, consentirebbe di rendere la diagnosi più accurata e aiutare a interpretare le differenze tra pazienti con alterazioni genetiche apparentemente simili. «È un cambiamento che riguarda la diagnosi – osserva Novelli - ma soprattutto la possibilità di dire a un paziente che cosa lo aspetta, e di scegliere per lui la terapia giusta quando sarà disponibile. Per anni abbiamo potuto dire ai pazienti quanto fosse lunga la loro espansione, ma non che cosa li aspettasse. Oggi - conclude Novelli - possiamo leggere anche la struttura interna della ripetizione e, in essa, c’è buona parte della risposta». Finora, la diagnosi permetteva di determinare la lunghezza di un’espansione genetica, ma non di descriverne in dettaglio la struttura. Il sequenziamento long-read consente invece di vedere anche com’è organizzata. È proprio questo passaggio, dalla semplice misurazione alla caratterizzazione della struttura, che secondo il gruppo di ricerca potrebbe permettere di comprendere meglio le differenze tra i pazienti e di fornire nuove indicazioni per lo sviluppo di terapie più mirate. Nello studio gli autori concludono che la tecnica di sequenziamento a lettura lunga permette di analizzare in un unico test la complessità delle espansioni anomale del DNA, può facilitare l’identificazione di nuove espansioni patogene e aprire nuove prospettive per la diagnostica e la ricerca. Una maggiore conoscenza delle caratteristiche di queste espansioni potrebbe anche consentire di dividere i pazienti in gruppi più omogenei e rendere più precisi i futuri studi clinici.


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Una molecola prodotta da alcuni batteri intestinali protegge le cellule muscolari dalla ferroptosi. I risultati sono promettenti, ma arrivano soprattutto da modelli sperimentali e non costituiscono ancora una terapia

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di Carmen Paradiso

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intestino e i muscoli sembrano appartenere a due capitoli separati della fisiologia. Il primo digerisce e assorbe nutrienti; i secondi trasformano energia in movimento. In realtà comunicano di continuo attraverso ormoni, segnali immunitari e molecole prodotte dai microrganismi intestinali. A questa rete, definita asse microbiota-muscolo, una ricerca italiana aggiunge ora un tassello importante: un composto di origine batterica, la commendamide, potrebbe contrastare alcuni meccanismi coinvolti nella degenerazione muscolare della distrofia muscolare di Duchenne. Lo studio, pubblicato sul Journal of Translational Medicine, è stato guidato dall’Istituto di Chimica Biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pozzuoli. Hanno partecipato anche l’Università Federico II di Napoli, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e l’Ospedale Monaldi. Il lavoro si concentra sulla sindrome di Duchenne, una rara malattia genetica legata al cromosoma X che colpisce soprattutto i maschi. Le mutazioni del gene DMD impediscono la produzione corretta della distrofina, una proteina indispensabile per proteggere le fibre muscolari dalle sollecitazioni della contrazione. Senza distrofina, i muscoli subiscono cicli continui di danno, infiammazione e riparazione inefficiente. Con il tempo le fibre vengono sostituite da tessuto fibroso e adiposo, mentre la debolezza progredisce e può coinvolgere la respirazione e il cuore. Le terapie disponibili e quelle più recenti possono rallentare alcuni aspetti della malattia o intervenire su specifiche mutazioni, ma non esiste ancora una cura definitiva. Per questo la ricerca esplora anche strategie complementari, capaci di proteggere il muscolo pur senza cor-

reggere direttamente il difetto genetico. I ricercatori hanno analizzato batteri intestinali del genere Bacteroides e i loro metaboliti. Nei campioni fecali di undici pazienti con Duchenne, confrontati con dodici persone sane della stessa fascia d’età, alcune specie, tra cui Bacteroides vulgatus, risultavano meno abbondanti. In questo caso tendevano a diminuire anche i livelli di commendamide, una molecola simile per struttura ad alcuni mediatori del sistema endocannabinoide. Il passaggio successivo ha riguardato il possibile meccanismo biologico. Nel muscolo distrofico gli studiosi hanno trovato segnali compatibili con una maggiore vulnerabilità alla ferroptosi, una forma di morte cellulare legata al ferro, all’accumulo di specie reattive dell’ossigeno e alla perossidazione dei lipidi delle membrane. È un processo diverso dall’apoptosi e viene studiato in numerose malattie degenerative. Se non viene frenata dai sistemi antiossidanti, la reazione danneggia progressivamente le membrane e può portare la cellula alla morte. Negli esperimenti condotti su miotubi umani, la commendamide ha attenuato il danno provocato da una sostanza che induce ferroptosi. L’effetto aumentava in presenza degli acidi grassi a catena corta, altri prodotti del metabolismo batterico. La molecola sembra agire attivando i recettori nucleari PPAR alfa e PPAR gamma; in particolare, PPAR alfa favorirebbe l’espressione di geni antiossidanti come GPX4 e NRF2, coinvolti nella difesa delle membrane dallo stress ossidativo. È una catena di eventi biologicamente plausibile: cambia la composizione microbica, diminuiscono alcuni metaboliti e il muscolo perde una parte dei segnali protettivi provenienti dall’intestino. Tuttavia, plausibilità non significa prova clinica. Il numero delle persone coin-

volte nell’analisi del microbiota è ridotto e gli esperimenti funzionali sono stati svolti soprattutto in vitro, cioè su cellule coltivate. Non è ancora dimostrato che somministrare commendamide, modificare la dieta o aumentare specifici Bacteroides produca un beneficio nei pazienti. Anche il rapporto di causa ed effetto resta da chiarire. La Duchenne può influenzare alimentazione, mobilità, farmaci, transito intestinale e condizioni generali; tutti fattori capaci, a loro volta, di modificare il microbiota. La riduzione di alcuni batteri potrebbe contribuire alla malattia, esserne una conseguenza oppure riflettere entrambe le direzioni. Saranno necessari studi più ampi e sperimentazioni su modelli complessi per stabilire dosi, sicurezza e reale efficacia. La prospettiva più concreta è quella dei postbiotici: non batteri vivi, ma molecole da essi prodotte, isolate o riprodotte per essere utilizzate in modo controllato. Rispetto a un intervento generico sul microbiota, un postbiotico offre un bersaglio meglio definito e può essere studiato come un farmaco. Prima di arrivare ai pazienti, però, bisognerà capire come la commendamide viene assorbita, distribuita e metabolizzata e se raggiunge il tessuto muscolare in concentrazioni utili senza effetti indesiderati. Il risultato non autorizza dunque diete miracolose, probiotici fai da te o promesse di cura. Mostra che il danno muscolare non dipende soltanto dalla fibra malata, bensì da un sistema nel quale intestino, metabolismo e difese antiossidanti possono interagire. Studiare questa comunicazione potrebbe offrire nuove terapie di supporto e aiutare a rallentare la degenerazione. Nella Duchenne, dove ogni funzione preservata conta, anche proteggere meglio ciò che resta può diventare un obiettivo decisivo. Giornale dei Biologi | Set 2026

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er leggere un libro molto lungo si possono fotografare migliaia di frammenti e provare poi a rimetterli nell’ordine giusto. È il principio che ha guidato gran parte del sequenziamento del Dna: produrre brevi letture, sovrapporle e ricostruire la sequenza originale con strumenti informatici. Il metodo ha rivoluzionato medicina e biologia, ma incontra difficoltà quando il genoma contiene regioni ripetute, riarrangiamenti complessi o tratti molto simili tra loro. In quei punti, assemblare correttamente i frammenti può diventare difficile quanto ricomporre un puzzle formato quasi interamente dallo stesso colore. Il sequenziamento long-read cambia la scala dell’osservazione. Le nuove piattaforme riescono a leggere in un solo passaggio segmenti di oltre 10mila basi, attraversando regioni che le tecniche tradizionali spezzavano in numerose porzioni. Questa continuità consente di vedere varianti strutturali, interruzioni e combinazioni che altrimenti rischiano di restare nascoste. Un lavoro del consorzio internazionale LRS-RED, coordinato dall’Università della Sorbona e pubblicato su Nature Genetics, ne mette in luce il potenziale per le malattie legate all’espansione di sequenze ripetute. Alla ricerca hanno partecipato anche l’Università di Verona e l’Università di Roma Tor Vergata. In patologie come la malattia di Huntington, una breve sequenza di lettere del Dna viene ripetuta un numero anomalo di volte. La diagnosi si sempre è concentrata soprattutto sul conteggio di queste ripetizioni. +È un’informazione decisiva, ma non sempre sufficiente: due persone con un numero simile possono sviluppare sintomi a età diverse o seguire un decorso clinico differente. La spiegazione può trovarsi nella struttura interna dell’espansione. La serie non è necessariamente uniforme; può contenere interruzioni, variazioni di composizione e assetti capaci di modificarne la stabilità biologica. C’è poi il fenomeno del mosai-

LA NUOVA GENERAZIONE DI SEQUENZIAMENTO RICOSTRUISCE ESPANSIONI E RIARRANGIAMENTI COMPLESSI. PER LE MALATTIE GENETICHE RARE NON CONTA SOLTANTO IL NUMERO DELLE RIPETIZIONI, MA ANCHE CIÒ CHE ACCADE AL LORO INTERNO

cismo somatico. L’espansione può assumere lunghezze differenti nei tessuti della stessa persona e può cambiare nel tempo. Un campione di sangue, quindi, non sempre racconta fino in fondo ciò che accade nelle cellule maggiormente coinvolte dalla malattia, come quelle del sistema nervoso. Le letture lunghe permettono di distinguere molte di queste configurazioni e di osservare ogni singola molecola con un dettaglio prima difficile da raggiungere. Le ricadute possibili riguardano innanzitutto la diagnosi. Nei casi rimasti irrisolti dopo gli esami convenzionali, il long-read può individuare alterazioni troppo estese o complesse per le letture brevi. Può anche chiarire se una variante si trovi sulla copia materna o paterna di un cromosoma e riconoscere modificazioni chimiche del Dna, come la metilazione, insieme alla sequenza. Riunire più livelli d’informazione in un’unica analisi riduce le zone cieche e rende il referto biologicamente più completo. Più complesso è il passaggio dalla diagnosi alla previsione. Conoscere la struttura precisa di un’espansione potrebbe aiutare a stimare meglio l’età di esordio o la velocità di progressione. I geni non agiscono nel vuoto: intervengono altri fattori genetici, l’età, l’ambiente e la storia clinica. Comunicare un rischio più dettagliato richiede inoltre particolare cautela, perché un dato prognostico può incidere sulle scelte personali e familiari anche quando non esiste ancora una cura risolutiva. Restano ancora degli ostacoli

concreti. Le tecnologie long-read hanno costi, requisiti informatici e procedure di controllo qualità che ne limitano l’uso su larga scala. Interpretare le varianti richiede banche dati affidabili e personale specializzato; leggere di più non significa automaticamente comprendere tutto. Serviranno standard condivisi per stabilire quando l’esame sia davvero utile e come integrare il risultato con test già consolidati. La svolta, tuttavia, è concettuale prima ancora che tecnologica. Per trent’anni molte malattie da espansione sono state descritte attraverso un numero. Oggi quel numero può essere aperto e osservato dall’interno. Nelle sequenze emergono differenze che spiegano almeno una parte della variabilità tra i pazienti e indicano nuovi bersagli di ricerca. Il genoma non appare più soltanto come una successione di lettere, ma come una struttura complessa che deve essere letta mantenendone la continuità. Tutto questo potrebbe avere benefici sulla sperimentazione di farmaci. Se una terapia mira a ridurre l’instabilità delle ripetizioni o a silenziare una copia alterata del gene, conoscere forma e composizione dell’espansione permette di selezionare meglio e misurare la risposta. Il test non sarebbe soltanto diagnostico: aiuterebbe a definire sottogruppi biologicamente omogenei, una condizione essenziale quando le malattie sono rare e ogni sperimentazione coinvolge numeri limitati. (C. P.). Giornale dei Biologi | Set 2026

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iproduzione e longevità, a lungo ritenute in competizione, potrebbero invece essere alleate. Secondo una nuova ricerca del Buck Institute for Research on Aging alcuni dei meccanismi biologici legati alla riproduzione femminile potrebbero contribuire a promuovere un invecchiamento più sano, trasformandosi da potenziale costo a possibile alleato della longevità. Nell’articolo, recentemente pubblicato su Cell, gli autori introducono l’ipotesi della resilienza riproduttiva (RRH), sviluppata da Pankaj Kapahi e Parminder Singh, entrambi del Buck Institute, istituto che si occupa di invecchiamento e malattie correlate all’età, con sede in California. Secondo l’ipotesi dei ricercatori, quando il successo riproduttivo dipende dalla capacità di sopravvivere abbastanza a lungo per riprodursi più volte, prendersi cura della prole o sostenere i gruppi sociali, l’evoluzione può favorire programmi biologici che potenziano la capacità dell’organismo di fronteggiare lo stress. In questi contesti, la riproduzione e il mantenimento dell’integrità dell’organismo nel lungo termine non sono necessariamente in competizione, ma possono risultare strettamente interconnessi. «La nostra prospettiva – spiega Singh, primo autore dell’articolo – aiuta a comprendere perché, nei mammiferi, le femmine tendano a vivere più a lungo dei maschi; perché le regine di alcuni insetti possano combinare livelli straordinari di fertilità e longevità; e perché, nelle specie in cui i maschi investono significativamente nella cura della prole, la loro aspettativa di vita possa eguagliare o persino superare quella delle femmine». Secondo lo studio americano, le donne dovrebbero quindi essere poste al centro della ricerca sulla longevità e protagoniste negli sforzi volti a scoprire come prolungare la durata della salute umana. «Se vogliamo capire perché gli organismi invecchiano, la natura ci indirizza verso lo studio delle donne, il sesso

UNA NUOVA IPOTESI DEL BUCK INSTITUTE COLLEGA FERTILITÀ E INVECCHIAMENTO, OFFRENDO NUOVI SPUNTI PER COMPRENDERE I MECCANISMI CHE FAVORISCONO UNA VITA PIÙ LUNGA E IN SALUTE

in cui la riproduzione incide maggiormente sul processo di invecchiamento», afferma Kapahi, autore responsabile dell’articolo. Come spiegano gli autori, secondo le teorie evoluzionistiche classiche dell’invecchiamento, poiché gli organismi dispongono di risorse energetiche limitate, un forte investimento nella riproduzione dovrebbe lasciare meno risorse disponibili per il mantenimento dell’organismo nel tempo. I ricercatori osservano tuttavia che questa interpretazione, pur offrendo una spiegazione importante, non tiene pienamente conto di un fenomeno ricorrente in natura: in molte specie, il sesso che sostiene il maggiore investimento nella gravidanza, nell’allattamento, nella cura della prole o nella riproduzione della colonia è anche quello che vive più a lungo. L’obiettivo più ampio dei ricercatori è arrivare a comprendere se i meccanismi che si sono evoluti per preservare la salute femminile attraverso la riproduzione e la risposta allo stress fisiologico possano essere identificati, studiati e, in prospettiva, sfruttati per proteggere la salute nelle fasi più avanzate della vita. Nell’articolo si presenta anche una nuova chiave di lettura della menopausa umana, che non dovrebbe essere considerata semplicemente come la conclusione della vita riproduttiva, ma rappresenterebbe una fase cruciale di transizione, che prepara al progressivo declino della resilienza dell’organismo e della capacità riproduttiva. Durante la vita riproduttiva, i segnali ovarici si integrano con i sistemi che controllano il metabolismo, il mantenimento osseo,

la regolazione immunitaria, la funzione cerebrale, le risposte allo stress, la riparazione dei tessuti e la comunicazione tra gli organi. Con il declino della funzione ovarica, questa rete di comunicazione riproduttivo-somatica può destabilizzarsi, esponendo vulnerabilità che in precedenza erano state attenuate. «L’ovaio non dovrebbe essere considerato solo come un organo che produce ovociti e ormoni sessuali», afferma Singh. «Può anche funzionare come un centro di comunicazione i cui segnali endocrini, metabolici, immunitari e paracrini aiutano a coordinare lo stato fisiologico di organi distanti. Quando questa comunicazione si indebolisce, le conseguenze possono estendersi ben oltre la fertilità». «Non stiamo suggerendo che l’invecchiamento ovarico sia l’unica causa dell’invecchiamento sistemico - precisa tuttavia Kapahi - piuttosto, il declino ovarico potrebbe eliminare un importante livello di coordinamento fisiologico. Tale perdita può interagire con l’invecchiamento cronologico, la genetica, l’infiammazione, il metabolismo, le esposizioni ambientali e i danni specifici per tessuto». Gli autori concludono che la biologia femminile dovrebbe essere considerata prioritaria non solo per colmare una lacuna di lunga data nella ricerca biomedica ma anche perché potrebbe rivelare meccanismi di resilienza che ci aiutino a individuare nuove strategie in grado di rallentare i processi di invecchiamento e prevenire le malattie associate all’età, con potenziali benefici, in ultima analisi, per entrambi i sessi. (S. B.). Giornale dei Biologi | Set 2026

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Una tecnologia a lettura lunga analizza le espansioni del DNA e aiuta a capire meglio le differenze tra i pazienti

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el DNA si nasconde una parte delle risposte per capire perché alcune malattie genetiche rare si manifestano in modo diverso da una persona all’altra. Al centro ci sono le sequenze ripetute, sequenze presenti più volte nel genoma. Quando aumentano in modo anomalo, possono causare patologie come la malattia di Huntington e le distrofie miotoniche. Finora, per diagnosticare queste condizioni, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla lunghezza dell’espansione. Ma questo parametro, da solo, non permette di spiegare le differenze tra i pazienti. Persone con espansioni della stessa dimensione, infatti, possono 62 Giornale dei Biologi | Set 2026

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sviluppare la malattia a età differenti, avere sintomi più o meno gravi e seguire decorsi diversi. Per capire queste differenze bisogna osservare anche che cosa c’è dentro le ripetizioni. Una possibilità arriva dal sequenziamento long-read, una tecnica capace di leggere tratti molto lunghi e continui di DNA senza suddividerli in numerosi frammenti. Il vantaggio è importante nelle regioni ripetute del genoma, difficili da ricostruire con le tecniche tradizionali. La tecnica permette di analizzare non solo la lunghezza dell’espansione, ma anche la sua struttura interna e alcune caratteristiche epigenetiche. Le prospettive sono trattate in un articolo pubbli-

cato su Nature Genetics dal consorzio internazionale LRS-RED, guidato dall’Università della Sorbona di Parigi. Allo studio hanno partecipato anche l’Università di Verona e l’Università di Roma Tor Vergata. Nelle sequenze ripetute possono esserci interruzioni capaci di influenzare età di esordio e gravità della malattia. Inoltre, la stessa espansione può avere dimensioni differenti nei diversi tessuti: è l’instabilità somatica. E contano anche modificazioni epigenetiche come la metilazione. Il sequenziamento long-read consente di osservare questi elementi insieme e leggere meglio l’alterazione genetica, consentendo di individuare espansioni patogenetiche che le tecniche precedenti non riuscivano a rilevare. Il passaggio alla pratica clinica potrebbe rendere le diagnosi più accurate e chiarire le differenze tra pazienti. «Per anni abbiamo potuto dire ai pazienti quanto fosse lunga la loro espansione, ma non che cosa li aspettasse – spiega Giuseppe Novelli, professore ordinario di Genetica Medica –. Oggi possiamo leggere anche la struttura interna della ripetizione e, in essa, c’è buona parte della risposta». Novelli e Annalisa Botta, professoressa associata di Genetica Medica, entrambi del Dipartimento di Biomedicina e prevenzione dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, studiano da anni le distrofie miotoniche di tipo 1 e 2. Per la forma di tipo 1 hanno analizzato le interruzioni nelle ripetizioni del gene DMPK, mentre per la forma di tipo 2 hanno descritto quest’anno un nuovo motivo nelle ripetizioni del gene CNBP. Conoscere non solo quanto è lunga una ripetizione, ma anche come è organizzata, può aiutare a selezionare meglio i pazienti per le sperimentazioni cliniche e orientare trattamenti più mirati. (D. E.).


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La letteratura scientifica racconta come l’isolamento sociale influenzi l’aumento del consumo di alcolici

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ell’immaginario comune esiste un legame che unisce il concetto di lentezza a quello di cura. Nelle grandi megalopoli tentacolari del mondo contemporaneo la vita però scorre veloce e la quotidianità è costellata di gesti frettolosi. Siamo sempre costantemente alla rincorsa di qualcosa, compiamo azioni inconsistenti, componiamo messaggi superficiali tra un reel e il morso di un tramezzino che lasciamo a metà. In questo mondo frenetico, approssimativo e sempre più virtuale, l’aumento del numero di casi di isolamento sociale è preoccupante. La solitudine è un disagio psicologico troppo sottovalutato, poiché impatta direttamente sulla salute e la quotidianità, facendo sì che le persone mettano in atto cattive abitudini. Tra le tante, oggetto di alcuni studi pubblicati su Lancet Public Health è la propensione al consumo di alcolici. Una vastissima letteratura racconta infatti come l’isolamento prolungato può alterare i meccanismi di regolazione dello stress, aumentando la probabilità di ricorrere all’alcol come strategia di compensazione emotiva. Per citare, un’analisi del CDC spiega che le persone che vivono in condizioni di isolamento sociale hanno una probabilità significativamente maggiore di sviluppare pattern di consumo episodico intenso, soprattutto in contesti di instabilità economica o lavorativa. La solitudine agisce come un amplificatore delle vulnerabilità: alcuni studi pubblicati su Nature Human Behaviour mostrano come l’assenza di reti sociali solide riduce la resilienza psicologica e aumenta la sensibilità agli stimoli che inducono comportamenti di dipendenza. In Europa, secondo l’European Observatory on Health Systems, il fenomeno è particolarmente evidente tra i giovani adulti e gli anziani che vivono

di Michelangelo Ottaviano soli; due gruppi che mostrano un incremento del consumo di alcol in risposta a stress emotivi e a condizioni di prolungato isolamento. Studi condotti dall’Università di Helsinki mostrano che l’isolamento altera la produzione di dopamina e serotonina, influenzando la percezione del piacere e rendendo più probabile il ricorso a sostanze che modulano temporaneamente questi sistemi. Parallelamente, ricerche pubblicate su Addiction indicano che la solitudine può modificare la risposta allo stress del sistema nervoso autonomo, aumentando la vulnerabilità ai comportamenti compulsivi. La ricerca sottolinea, inoltre, che la solitudine agisce in sinergia con altre

“condizioni materiali”: prime fra tutte, la precarietà lavorativa, l’incertezza economica e la mancanza di un supporto sociale adeguato. Ciò che spesso non si considera, infine, è che il problema ha delle importanti ripercussioni anche sulla collettività ed è testimonianza dello stato di salute sociale di un determinato luogo. Di fronte a questi dati, si prospetta sempre più necessario ridurre l’impatto dell’isolamento sociale per prevenire comportamenti di consumo dannosi. In questo mondo frenetico la solitudine è destinata a diventare una delle sfide più rilevanti per la salute pubblica dei prossimi decenni, ma nessuno sembra intenzionato ad andare più piano per prendersene cura.


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tutto perché davanti allo stesso vaccino alcune persone sviluppino una risposta immunitaria molto robusta e altre no, i ricercatori hanno pensato di guardare direttamente alla storia immunologica dei pazienti. Nel

di Domenico Esposito

L’analisi con l’IA dei segnali che sono già presenti nel sangue potrebbe aiutare a capire in anticipo chi svilupperà una protezione più forte dopo la somministrazione 64 Giornale dei Biologi | Set 2026

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apire in anticipo chi risponderà bene a un vaccino e chi, invece, avrà una risposta immunitaria più debole può diventare possibile grazie a una sorta di mappa degli anticorpi già presenti nel sangue. È questa la prospettiva aperta da uno studio condotto dai ricercatori dell’Arizona State University, negli Stati Uniti, su oltre 4.000 persone e pubblicato sulla rivista Cell Press Blue. L’idea è semplice solo in apparenza: prima ancora di vaccinare una persona, osservare quali anticorpi possiede già e utilizzare queste informazioni per capire come potrebbe reagire il suo sistema immunitario alla vaccinazione. A fare la differenza è soprattutto l’intelligenza artificiale, che ha permesso di analizzare una quantità molto ampia di dati e di individuare associazioni che sarebbero difficili da riconoscere. La risposta a un vaccino, del resto, cambia da soggetto a soggetto. Età, sesso, patrimonio genetico, malattie avute in precedenza e condizioni di salute influenzano la capacità dell’organismo di costruire una protezione efficace. Visto che questi elementi, presi da soli, non spiegano del


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sangue, infatti, rimane una sorta di traccia delle numerose esperienze che il sistema immunitario ha incontrato nel corso della vita. Per cercare eventuali segnali utili, gli scienziati hanno analizzato gli anticorpi presenti prima della vaccinazione e capaci di riconoscere 185 diversi antigeni. Si tratta di bersagli molto differenti tra loro: alcuni appartengono a virus e batteri comuni, altri sono collegati a condizioni autoimmuni. In questo modo è stato possibile ottenere un profilo molto più dettagliato della situazione immunitaria di ogni partecipante. Lo studio ha riguardato anche persone con condizioni che possono compromettere il funzionamento del sistema immunitario o che erano sottoposte a trattamenti immunosoppressivi.Tra loro soggetti con Hiv, mieloma multiplo, tumori solidi, malattie autoimmuni, malattie infiammatorie croniche intestinali e altri che avevano ricevuto un trapianto d’organo. È proprio in queste categorie che la possibilità di prevedere la risposta a un vaccino potrebbe avere un interesse particolare, perché una protezione meno efficace può rappresentare un problema concreto e rendere più complessa la scelta della strategia vaccinale.

I ricercatori hanno osservato che livelli più elevati di alcuni anticorpi già presenti nell’organismo erano associati a una risposta più forte alla vaccinazione. Tra quelli individuati ci sono anticorpi diretti contro microrganismi comuni, come Staphylococcus aureus, e contro il virus respiratorio sinciziale. Il vaccino analizzato era quello contro Covid-19, ma il significato della ricerca si spinge oltre questo caso specifico. Gli anticorpi in questione sono stati definiti sentinella perché potrebbero funzionare come indicatori dello stato di reattività del sistema immunitario. Non sarebbero quindi necessariamente loro a determinare direttamente l’efficacia della vaccinazione. La loro presenza e quantità aiuterebbero piuttosto a offrire una fotografia indiretta di quanto il sistema immunitario sia predisposto a reagire. In futuro, se questi risultati saranno confermati, non è da escludere la possibilità di effettuare un esame del sangue prima della vaccinazione e ottenere informazioni sulla probabilità di sviluppare una risposta adeguata. Non significherebbe prevedere con certezza il successo o il fallimento di un vaccino, ma individuare le persone che richiedono bisogno di maggiore attenzione. La distinzione è importante, perché la risposta immunitaria è un fenomeno complesso e non può essere ridotta a un singolo indicatore. Il valore della ricerca sta quindi soprattutto nella possibilità di combinare molti segnali diversi. In questo scenario, l’intelligenza artificiale diventa uno strumento in grado di riconoscere schemi all’interno di grandi quantità di dati biologici. Analizzando contemporaneamente numerosi anticorpi e le caratteristiche dei partecipanti, gli algoritmi contribuiscono a individuare relazioni che sfuggono a un’analisi tradizionale. La prospettiva a cui mirano gli esperi è la personalizzazione della vaccinazione. Per i pazienti immunocompromessi questo approccio avrebbe un valore ancora maggiore, perché proprio in queste persone la risposta ai vaccini è difficile da prevedere sulla base dei soli parametri tradizionali. Ma c’è anche un altro eventuale campo di applicazione: lo sviluppo dei vaccini. Sapere quali caratteristiche immunologiche sono associate a una risposta efficace potrebbe aiutare gli esperti a sperimentare nuovi vaccini in maniera più mirata. Dalla scoperta scientifica all’applicazione pratica, tuttavia, la strada è ancora lunga. Serviranno ulteriori ricerche per verificare la solidità di questi segnali, la loro replicabilità in popolazioni diverse e la capacità di prevedere la risposta anche a vaccini differenti. Giornale dei Biologi | Set 2026

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ome è noto, la risposta immunitaria ai vaccini può variare significativamente da persona a persona. In alcuni individui, la vaccinazione induce una risposta immunitaria robusta, mentre in altri la risposta può risultare più debole. Un nuovo studio, condotto dall’Arizona State University (ASU), potrebbe aiutare i ricercatori a comprendere meglio le ragioni di questa variabilità. In particolare, gli scienziati statunitensi hanno dimostrato che l’intelligenza artificiale potrebbe essere in grado di prevedere, prima della somministrazione del vaccino, l’entità della risposta immunitaria che una persona svilupperà. Nel nostro sistema immunitario sarebbero infatti presenti anticorpi, definiti “sentinella”, capaci di fornire preziosi “indizi” sull’intensità con cui l’organismo potrebbe reagire alla somministrazione di un vaccino. L’analisi di questi anticorpi potrebbe contribuire a migliorare la valutazione dei vaccini, a orientarne lo sviluppo e a supportare l’assistenza clinica delle persone maggiormente a rischio di sviluppare una risposta immunitaria debole. I ricercatori dell’ASU hanno analizzato campioni di sangue prelevati da oltre 4mila persone, misurando gli anticorpi diretti contro 185 antigeni, ovvero bersagli riconosciuti dal sistema immunitario. Tra questi figuravano antigeni associati a virus e batteri comuni, ma anche bersagli collegati a malattie autoimmuni. Gli scienziati hanno quindi utilizzato l’intelligenza artificiale per analizzare i modelli anticorpali presenti nei campioni raccolti prima e dopo la vaccinazione contro il

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COVID-19. L’analisi ha permesso di identificare specifiche “impronte” anticorpali associate alla capacità di sviluppare una risposta vaccinale forte o, al contrario, più debole. Secondo gli autori dello studio, la nuova ricerca apre una possibile strada verso strategie di vaccinazione più personalizzate. «Ciò che il nostro studio ha rilevato è che determinati biomarcatori, se analizzati con l’intelligenza artificiale, possono prevedere chi è suscettibile di rispondere bene a un vaccino, anche prima di riceverlo. Ciò suggerisce che alcune persone potrebbero essere più preparate dal punto di vista immunitario rispetto ad altre», afferma Joshua LaBaer, autore responsabile dello studio oltre che direttore esecutivo del Biodesign Institute dell’ASU e del Virginia G. Piper Center for Personalized Diagnostics. Solitamente, la valutazione dell’efficacia di un vaccino avviene dopo la sua somministrazione, attraverso la misurazione degli anticorpi prodotti dall’organismo contro l’antigene bersaglio. Nello studio, pubblicato sulla rivista Cell Press Blue, i ricercatori si sono invece chiesti se il profilo degli anticorpi già presenti nel sangue potesse essere utilizzato per prevedere la risposta immunitaria prima della vaccinazione. A differenza di alcuni approcci predittivi basati sull’analisi genetica, la strategia fondata sui modelli anticorpali presenti nel sangue potrebbe, secondo gli autori, essere più facilmente adattabile all’impiego clinico. Lo studio ha coinvolto 8.687 campioni provenienti da 4.089 partecipanti, tra cui volontari sani e persone affette da patologie o


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sottoposte a trattamenti associati a immunosoppressione, quali l’HIV, il mieloma multiplo, i tumori maligni degli organi solidi, le malattie autoimmuni, le malattie infiammatorie intestinali e i trapianti di organi solidi. Dai risultati dello studio è emerso che livelli più elevati di determinati anticorpi preesistenti, compresi quelli diretti contro microbi comuni quali lo Staphylococcus aureus, il Virus Respiratorio Sinciziale (RSV) e il respirovirus umano 3, erano associati a risposte più forti al vaccino contro il COVID-19. I ricercatori definiscono questi anticorpi “sentinella” perché potrebbero fornire indicazioni sul livello di prontezza immunitaria di base di una persona. Essi non combatterebbero necessariamente in modo diretto il bersaglio del vaccino, ma la loro presenza potrebbe riflettere la tendenza del sistema immunitario responsabile della produzione di anticorpi a reagire efficacemente alla vaccinazione. Lo studio mette in luce uno dei potenziali punti di forza dell’IA nella ricerca biomedica: la capacità di individuare, all’interno di grandi quantità di dati biologici, sottili cor-

relazioni e modelli predittivi che potrebbero altrimenti sfuggire all’analisi tradizionale. L’approccio suggerisce inoltre che la risposta a un vaccino possa essere compresa più efficacemente osservando il sistema immunitario nel suo complesso, anziché concentrandosi esclusivamente su una singola malattia o su un singolo anticorpo. Nel lungo periodo, questo approccio potrebbe aiutare i medici a identificare i pazienti che potrebbero beneficiare di dosi aggiuntive, di un monitoraggio più attento o di strategie protettive alternative. Il lavoro apre così alla possibilità di un futuro in cui le decisioni vaccinali possano essere adattate, almeno in parte, al livello di prontezza immunitaria individuale di ciascuna persona. (S. B.).

UN NUOVO STUDIO SUGGERISCE CHE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE POSSA ANALIZZARE ANTICORPI “SENTINELLA” NEL SANGUE E AIUTARE A STIMARE LA RISPOSTA IMMUNITARIA PRIMA ANCORA DELLA SOMMINISTRAZIONE

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Una tecnica capace di studiare le proteine nelle cellule intatte mostra la dissoluzione di piccoli compartimenti del nucleo. Il fenomeno potrebbe rivelare nuovi bersagli per antivirali e vaccini

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n virus non può moltiplicarsi da solo. Il suo patrimonio genetico racchiude le istruzioni necessarie a produrre nuove particelle virali, ma per realizzarle deve servirsi delle risorse della cellula che infetta. Una volta entrato, ne sfrutta l’energia e i meccanismi molecolari, modificando le interazioni esistenti e instaurandone di nuove a vantaggio della propria replicazione. Nel caso del virus dell’influenza A, questa riorganizzazione è stata osservata in cellule vive e intatte con un livello di dettaglio finora difficile da raggiungere. Lo studio è stato condotto da ricercatori del Laboratorio europeo di biologia molecolare di Amburgo e dell’Istituto Leibniz per la farmacologia molecolare di Berlino. Il gruppo ha messo a punto un approccio per analizzare le interazioni tra proteine senza distruggere la cellula. È un passaggio rilevante perché molti metodi tradizionali richiedono di rompere le membrane e separare i componenti cellulari. Queste procedure sono preziose, ma possono alterare intera70 Giornale dei Biologi | Set 2026

zioni deboli, transitorie o legate alla posizione delle molecole. Osservare il sistema nel suo contesto naturale permette invece di ricostruire una rete più vicina a quella realmente attiva durante l’infezione. Al centro del lavoro c’è il virus influenzale di tipo A, responsabile delle epidemie stagionali e protagonista di diverse pandemie del passato. Come gli altri virus influenzali, muta rapidamente e circola in numerosi ospiti animali. La sua capacità di cambiare rende necessario aggiornare periodicamente i vaccini e mantiene alta l’attenzione verso ceppi emergenti. Comprendere quali funzioni cellulari siano indispensabili alla replicazione può offrire una strategia complementare rispetto ai farmaci diretti esclusivamente contro le proteine virali. La mappa ottenuta dai ricercatori mostra un’estesa rete di contatti tra proteine del virus e dell’ospite. Tra le osservazioni più interessanti compare ciò che accade all’interno del nucleo: l’infezione provoca la dissoluzione di piccoli compartimenti simili a goccioline. Non sono organelli deli-

mitati da una membrana, ma condensati biomolecolari nei quali proteine e acidi nucleici si concentrano grazie a particolari interazioni fisiche. Questi condensati aiutano la cellula a organizzare reazioni e materiali nello spazio ristretto del nucleo. Quando le goccioline si dissolvono, alcune proteine diventano disponibili altrove. Il virus sembra sfruttare questa redistribuzione per favorire la propria replicazione. Il fenomeno, osservato in diverse linee cellulari e con più ceppi influenzali, suggerisce che possa avere un ruolo nell’infezione, anziché essere soltanto una conseguenza del danno cellulare. Potrebbe quindi riflettere una strategia condivisa attraverso cui il patogeno riorganizza l’ambiente del nucleo a proprio vantaggio. La scoperta lascia aperte alcune questioni decisive: quale proteina virale avvia la dissoluzione? Quali componenti cellulari rilasciati servono davvero alla replicazione dell’influenza? E si può interrompere questo processo senza danneggiare la cellula? Individuare un passaggio su cui in-


AL CENTRO DEL LAVORO C’È IL VIRUS INFLUENZALE DI TIPO A, RESPONSABILE DELLE EPIDEMIE STAGIONALI E PROTAGONISTA DI DIVERSE PANDEMIE DEL PASSATO. COME GLI ALTRI VIRUS INFLUENZALI, MUTA RAPIDAMENTE E CIRCOLA IN NUMEROSI OSPITI ANIMALI. LA SUA CAPACITÀ DI CAMBIARE RENDE NECESSARIO AGGIORNARE PERIODICAMENTE I VACCINI E MANTIENE ALTA L’ATTENZIONE VERSO CEPPI EMERGENTI

tervenire in modo selettivo potrebbe offrire un nuovo bersaglio per i farmaci antivirali. Agire su una funzione dell’ospite utilizzata dal virus potrebbe anche ostacolare lo sviluppo di resistenze, poiché le componenti cellulari sono meno soggette alla rapida variabilità delle proteine virali. La difficoltà sarà ottenere un effetto contro l’infezione a dosi che preservino le normali attività cellulari. Una conoscenza più approfondita delle interazioni tra virus e cellula potrebbe fornire indicazioni utili anche alla ricerca sui vaccini. Riconoscere i meccanismi condivisi da più ceppi permette di individuare processi fondamentali per l’infezione. Il passaggio a un’applicazione vaccinale, tuttavia, resta da dimostrare. Lo studio descrive un meccanismo molecolare che dovrà essere verificato in sistemi più complessi, dai modelli di tessuto respiratorio agli organismi interi. Le cellule coltivate possono attivare difese proprie, ma non riproducono la complessità della risposta immunitaria e delle interazioni tra tessuti che influenzano il decorso della malattia. L’impatto sanitario dell’influenza sulla salute pubblica rende importante anche questo lavoro di ricerca di base. Le epidemie stagionali continuano a causare forme gravi e decessi, soprattutto tra anziani e persone con condizioni di fragilità o malattie croniche. Vaccini e antivirali riducono i rischi, ma resta necessario ampliare gli strumenti di prevenzione e cura. Il contributo dello studio consiste nell’aver osservato, all’interno di cellule intatte, come il virus riorganizzi l’ambiente che ne sostiene la replicazione. Ricostruire questi contatti molecolari aiuta a capire quali passaggi meritino di essere esplorati come possibili bersagli terapeutici. Le prospettive del metodo si estendono oltre

l’influenza. Anche altri patogeni sfruttano interazioni transitorie con le proteine dell’ospite e modificano strutture cellulari prive di membrana, chiamate condensati. Studiare questi fenomeni con la stessa tecnica potrebbe consentire di confrontare le strategie di virus diversi e riconoscere eventuali dipendenze comuni. Da qui potrebbe partire la ricerca di antivirali capaci di agire su più patogeni. (C. P.).

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Un nuovo strumento computazionale di analisi del DNA tumorale rivela nuovi indizi su prognosi e metastasi reinterpretando i dati genomici già presenti nelle analisi cliniche 72 Giornale dei Biologi | Set 2026


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n nuovo strumento di analisi computazionale permette di “leggere” il DNA tumorale in modo inedito e di capire quanto una singola mutazione cancerogena nel genoma possa influenzare il comportamento della malattia. Questo nuovo approccio consentirebbe di avvicinarsi di più alla complessità reale del cancro, in cui le mutazioni non vengono considerate soltanto in quanto presenti o assenti, ma anche in relazione alle caratteristiche genetiche complessive del tumore. Il nuovo strumento, denominato INCOMMON è stato sviluppato da un team di ricercatori guidato dall’Università di Trieste e offre la possibilità di estrarre più informazioni dai test molecolari già utilizzati in oncologia. Nello studio, pubblicato su Nature Genetics e coordinato da Giulio Caravagna, docente dell’Università di Trieste e responsabile del Cancer Data Science Laboratory, sono stati analizzati oltre 60mila campioni e più di 500mila mutazioni in 39 tipi di tumore. Come spiegano gli autori, l’interazione tra mutazioni somatiche, che compaiono nel corso della vita in cellule non germinali, e alterazioni del numero di copie del DNA influenza l’evoluzione del tumore e la prognosi. Queste alterazioni sono spesso considerate separatamente, trascurando il dosaggio genico mutante (GMD), fondamentale per la loro interazione. Il nuovo approccio consente invece di stimare quante copie mutate di un gene siano presenti nel tumore, valutando il peso di questa informazione sulla prognosi e sulla diffusione di metastasi. Per raggiungere questo obiettivo, il gruppo di ricerca ha sviluppato INCOMMON (INference of COpy number and Mutation Multiplicity in ONcology) un metodo computazionale “open source” che consente di stimare il numero di copie mutate di un gene e la molteplicità delle mutazioni a partire dai pannelli di sequenziamento mirato comunemente utilizzati nella pratica clinica oncologica. INCOMMON utilizza modelli avanzati di inferenza statistica e machine learning per interpretare i risultati dei test molecolari clinici alla luce di grandi collezioni di tumori sequenziati a livello di genoma intero. «INCOMMON – spiega Giulio Caravagna – rappresenta un nuovo approccio per ottenere analisi a risoluzione superiore rispetto allo standard, anche senza modificare la tipologia di dato generato. Questa nuova opportunità svela alcune peculiarità dei processi oncogenici che possono rivelarsi interessanti dal punto di vista prognostico e predittivo». Dall’analisi di oltre 60mila campioni clinici di pazienti, re-

lativi a 39 diversi tipi di tumore e più di 500mila mutazioni, i ricercatori hanno individuato 46 biomarcatori specifici per tumore e associati alla sopravvivenza complessiva. Il dato più significativo, sottolineano gli autori dello studio, è che 13 di questi biomarcatori, distribuiti in 12 tipi di tumore, non sarebbero stati rilevati con i modelli tradizionali basati sulla sola distinzione tra gene mutato e gene non mutato. Il vantaggio offerto dal nuovo strumento è che il dosaggio mutazionale permette di far emergere segnali prognostici che una lettura più semplice del DNA tumorale può non intercettare. Dai risultati dello studio sono emerse nuove indicazioni anche sul comportamento metastatico dei tumori. I ricercatori hanno identificato 26 biomarcatori associati in maniera ricorrente alla diffusione metastatica in 10 tipi di cancro e 20 biomarcatori la cui presenza permette di predire la tendenza del tumore a diffondersi verso specifici organi in cinque tipi di tumore. «I dati raccolti in questo studio – afferma Nicola Calonaci, primo autore dell’articolo – mostrano come informazioni genomiche già presenti nelle analisi molecolari regolarmente svolte in clinica possano essere reinterpretate con molta maggiore precisione grazie a sistemi avanzati di inferenza statistica e di “machine learning”». «Un aspetto particolarmente interessante – spiega Eriseld Krasniqi, medico oncologo presso l’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, anch’esso primo autore dell’articolo - è che il dosaggio mutazionale sembra catturare proprietà biologiche dei tumori che non emergono quando le mutazioni vengono considerate solo come presenti o assenti. Questo è particolarmente rilevante nello studio delle metastasi, in cui è storicamente molto difficile identificare caratteristiche genomiche che distinguano i tumori primari da quelli metastatici». Giovanni Blandino, Direttore Scientifico dell’IRRCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) di Roma, aggiunge: «Estrarre nuova informazione da test molecolari già disponibili nella pratica clinica è una delle direzioni più promettenti per la medicina oncologica di precisione, e un terreno su cui intendiamo continuare a investire». Il lavoro apre la strada a studi futuri che integrino anche i dati sui trattamenti ricevuti, con l’obiettivo di sfruttare meglio le informazioni molecolari, comprendere l’evoluzione della malattia e sviluppare nuovi biomarcatori per la medicina oncologica di precisione. (S. B.). Giornale dei Biologi | Set 2026

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DAI CAMPIONI DEI PAZIENTI NASCONO MODELLI TRIDIMENSIONALI CAPACI DI CONSERVARE L’IDENTITÀ GENETICA DELLA MALATTIA. UNA RISORSA PER STUDIARE ANCHE TUMORI RARI E TERAPIE PERSONALIZZATE

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n tumore osservato in laboratorio non è sempre lo stesso tumore che cresce nell’organismo. Per decenni questa distanza ha rappresentato uno dei limiti della ricerca oncologica: le cellule coltivate su una superficie piatta sono semplici da studiare, ma spesso perdono alcune caratteristiche del tessuto da cui provengono. Gli organoidi cercano di ridurre proprio questa distanza. Sono minuscole strutture tridimensionali ottenute dalle cellule dei pazienti e coltivate in condizioni che permettono loro di organizzarsi, mantenendo una parte importante dell’architettura e del profilo molecolare della neoplasia originaria. Uno studio ha messo insieme 522 modelli di cancro in una biobanca destinata alla comunità scientifica. Il progetto, denominato Human Cancer Model Initiative, comprende organoidi derivati da tumori del pan74 Giornale dei Biologi | Set 2026

creas, della mammella, del polmone e del colon-retto, insieme a molte altre neoplasie. Il dato più significativo, tuttavia, riguarda ciò che di solito rimane ai margini dei grandi studi: 153 modelli rappresentano tumori rari e 71 provengono da pazienti di origine non europea. Inoltre, sono inclusi tumori dell’endometrio e dell’ovaio, anche in forme poco frequenti, contribuendo a colmare una lacuna che ha a lungo penalizzato la ricerca sulla salute femminile. La biobanca non è un semplice deposito di campioni. Ogni organoide è accompagnato da informazioni genetiche e biologiche che consentono di confrontare le caratteristiche del modello con quelle del tumore da cui è stato ricavato. I risultati indicano che questi sistemi conservano le principali alterazioni genetiche delle neoplasie originali. Ciò significa che possono essere utilizzati per testare farmaci, studiare i meccanismi di resistenza e capire perché un trattamento efficace in alcuni casi fallisca in altri. Uno degli aspetti più promettenti riguarda la ricerca delle cosiddette dipendenze tumorali. Una cellula cancerosa accumula mutazioni e modifica i propri circuiti interni, ma per continuare a vivere finisce spesso per dipendere in modo particolare da determinati geni o proteine. È una fragilità nascosta dentro la sua stessa capacità di adat-

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tamento. I ricercatori hanno costruito una mappa di queste dipendenze e le hanno messe in relazione con specifiche caratteristiche genetiche dei diversi tumori. Se una vulnerabilità ricorre nei modelli che condividono una certa mutazione, può diventare un bersaglio da approfondire per lo sviluppo di una terapia mirata. Il vantaggio è anche pratico. Prima di portare un nuovo farmaco in sperimentazione clinica occorre selezionare le ipotesi più importanti. Disporre di centinaia di modelli ben caratterizzati permette di verificare se una molecola agisce soltanto su un singolo campione oppure su un gruppo riconoscibile di tumori. Gli organoidi potrebbero inoltre aiutare a studiare combinazioni di farmaci, dosaggi e resistenze acquisite senza esporre immediatamente i pazienti a tentativi dall’esito incerto. La prospettiva della medicina personalizzata è evidente, ma i dati vanno trattati con cautela. Coltivare l’organoide di un paziente e provare diversi trattamenti non equivale ancora, in modo automatico, a scegliere la terapia migliore. I tempi di crescita, la qualità del campione e l’assenza di componenti come sistema immunitario, vasi sanguigni e microambiente possono influenzare la risposta. Un organoide riproduce molti tratti del tumore, non l’intero organismo. Per trasformarlo in uno strumento clinico ordinario serviranno proto-

colli condivisi e studi capaci di dimostrare che le indicazioni ottenute in laboratorio migliorano davvero gli esiti. Il valore immediato della biobanca risiede dunque nella ricerca. Rendere disponibili modelli standardizzati e più rappresentativi permette a laboratori diversi di lavorare su una base comune e di confrontare i risultati. È particolarmente importante per i tumori rari, nei quali il numero ridotto di campioni rende difficile mettere insieme tante informazioni. Dal 2017 migliaia di donazioni hanno alimentato questo progetto: dietro ogni modello c’è un paziente che ha affidato una parte del proprio tessuto alla scienza. Da quella scelta nasce una risorsa per la collettività, capace di trasformare la varietà dei tumori in una mappa sempre più precisa dei loro punti deboli. Un altro nodo riguarda la rappresentatività. Le collezioni biologiche costruite soprattutto con campioni di popolazioni europee rischiano di produrre conoscenze meno accurate per altri gruppi. Inserire modelli ottenuti da pazienti con origini diverse non è un dettaglio statistico: alcune varianti genetiche, esposizioni ambientali e caratteristiche cliniche non sono distribuite allo stesso modo. Ampliare la diversità renderà più precisala ricerca al fine di evitare che i progressi raggiungano soltanto una parte di pazienti. (C. P.). Giornale dei Biologi | Set 2026

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UNA RICERCA PUBBLICATA SU NATURE MEDICINE DIMOSTRA CHE I TESSUTI INVECCHIANO CON RITMI DIFFERENTI E GRAZIE ALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE SI APRE LA STRADA A DIAGNOSI PRECOCI E SU MISURA

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l tempo non scorre allo stesso modo per tutti. Chi ha sessant'anni mostra spesso la vitalità e l'aspetto di un quarantacinquenne, mentre altri evidenziano un declino fisico precoce. Questa variabilità non riguarda soltanto la pelle o i tratti del viso: la medesima discrepanza si nasconde all'interno del corpo umano. Cuore, fegato, polmoni e reni non seguono un'unica tabella di marcia. Ogni singolo organo possiede un proprio orologio interno e invecchia con una velocità differente. Per anni la medicina ha cercato di misurare questo fenomeno. Già perché identificare l'invecchiamento dei singoli tessuti permette di cogliere le alterazioni prima della comparsa delle malattie, trasformando la prevenzione in un'arma precisa. Fino a oggi gli scienziati hanno concentrato l'attenzione sulle alterazioni molecolari interne alle cellule, osservando ad esempio l'espressione genica. I risultati sono rimasti tuttavia limitati e poco accurati. Ora un cambio di prospettiva promette di cambiare l'approccio. Uno studio, coordinato da André Rendeiro, dell'Accademia Austriaca delle Scienze e dell'Istituto Ludwig Boltzmann, ha individuato un’altra chiave di lettura: la risposta non si cela nel comportamento della singola cellula, bensì nella struttura complessa del tessuto. Gli autori della ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Medicine, hanno spostato l'attenzione sull'architettura tissutale, ovvero sul modo in cui le cellule si organizzano e si dispongono nello spazio. L'analisi si è avvalsa dell'intelligenza artificiale, impiegata per esaminare oltre venticinquemila campioni di tessuto prelevati da 983 persone. I modelli di apprendimento automatico hanGiornale dei Biologi | Set 2026

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no rilevato dettagli impercettibili all'occhio umano, confermando che l'organizzazione dello spazio cellulare cambia in modo costante e prevedibile nel corso degli anni. L'architettura dei tessuti si rivela un diario accurato del tempo trascorso. «Ciò che spicca è la diversa modalità di invecchiamento di ciascun organo e come questo si manifesti nell'architettura tissutale», ha detto Ernesto Abila, uno dei responsabili dello studio. Un polmone può quindi mostrare i segni di un'usura avanzata in un individuo che conserva reni invece perfettamente giovani. Il risvolto pratico riguarda il legame tra tessuto e circolazione sanguigna. Correlando i dati strutturali alle analisi chimiche, la squadra di ricerca ha identificato specifiche molecole presenti nel sangue direttamente collegate al degrado dei singoli organi. La presenza e la concentrazione di questi marcatori ematici riflettono le condizioni di salute e lo stato biologico del tessuto da cui provengono. Lo studio presenta un'analisi approfondita dell'invecchiamento umano dalla prospettiva dell'istologia tessutale, evidenziando le complessità della variazione dell'età tra i diversi tessuti e all'interno dei singoli individui. L'uso dei dati del progetto GTEx, un database che mappa l'espressione genica e la sua regolazione nei diversi tessuti del corpo umano, lanciato nel 2010 e finanziato principalmente dai National Institutes of Health (NIH), ha fornito una visione senza precedenti dei tratti distintivi (hallmarks) istopatologici dell'invecchiamento nei tessuti sani o con patologie subcliniche e, al tempo stesso, ha permesso di correlare i fenotipi di invecchiamento tessuto-specifici con i dati molecolari e i fattori demografici e clinici. «Integrando dati istologici e trascrittomici accoppiati, abbiamo sviluppato una strategia per predire i divari di età (age gap) tessuto-specifici direttamente da campioni di sangue. Abbiamo validato questo approccio identificando l'invecchiamento d'organo rilevante per la patologia in coorti indipendenti per otto malattie prevalenti, tra cui il morbo di Alzheimer, l'ictus e la malattia di Crohn», spiegano gli autori della ricerca che pone l'architettura tessutale come un integratore dei cambiamenti molecolari e cellulari nel corso dell'invecchiamento, dimostrando che l'imaging istopatologico fornisce un solido quadro di riferimento per monitorare l'invecchiamento tessuto-specifico, per avere una base scalabile utile a comprendere il declino fisiologico a livello di organo in condizioni di salute e di malattia. L’approccio apre scenari inediti per la medicina preventiva. Conoscere il punto debole di un paziente permetterà interventi mirati: terapie personalizzate, modifiche dello stile di vita e controlli specifici mirati all'organo più vulnerabile. In futuro, potrebbero non servire più biopsie invasive per valutare lo stato di un organo, basterà un semplice prelievo ematico per ottenere un quadro completo del corpo e l'analisi dei marcatori fornirà l'età biologica di ogni distretto, segnalando anomalie o invecchiamenti precoci prima ancora che si manifestino i sintomi di una patologia. (E. G.).


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rrivare alla soglia dei cento anni è già un bel traguardo. Superarla e aggiungere altri due lustri non è cosa da poco. In Italia per esempio, l’Istat conta 19 supercentenari che hanno spento più di 110 candeline. Su di loro, la scienza indaga per conoscere i meccanismi e le condizioni che favoriscono tale longevità, ma c’è un’ultima scoperta che capovolge la visione classica della senescenza del sistema immunitario. Uno studio condotto dai ricercatori dell'Università di Osaka, i cui risultati sono stati pubblicati su Cell Reports, ha dimostrato che l'organismo umano, in condizioni di longevità estrema, non si limita a subire passivamente il deterioramento fisiologico del tempo, ma mette in atto una ristrutturazione adattativa e altamente protettiva. Con il passare dei decenni, la capacità dell'organismo di rispon-

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dere con efficacia alle infezioni patogene e di eliminare tempestivamente le cellule aberranti o mutate tende a ridurre la propria efficienza. Secondo lo studio, però, chi raggiunge l'eccezionale traguardo dei 110 anni sembra possedere un profilo immunitario unico nel suo genere, capace di sfidare il tempo e di mantenere una protezione patologica straordinaria. La ricerca ha preso in esame ed analizzato un campione di 28 individui anziani, suddivisi in tre fasce d'età: da 70 a 99 anni, da 100 a 109 anni e, infine, il gruppo d'élite dei supercentenari con un'età pari o superiore, appunto, ai 110 anni. Attraverso l'analisi della composizione delle popolazioni cellulari presenti nel sangue periferico, gli studiosi giapponesi hanno scoperto nei soggetti più longevi un'insolita ed eccezionale abbondanza di particolari cellule immunitarie dotate di una spiccata attività anticancro. In genere, nel sistema immunitario umano le cellule specializzate, chiamate linfociti T citotossici CD4, agiscono come dei killer identificando e uccidendo le cellule infettate e le cellule tumorali. In condizioni fisiologiche ordinarie, la maggior parte dei linfociti T caratterizzati dal co-recettore CD4 svolge prevalentemente una funzione helper, ossia di coordinamento della risposta


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immunitaria tramite la secrezione di citochine, mentre l'attività citotossica diretta è solitamente affidata ai linfociti T CD8. Quando una persona si ammala, questi particolari linfociti CD4 si moltiplicano (attraverso un processo di 'espansione clonale') per contribuire in modo incisivo finalizzato a combattere la malattia. Nello studio giapponese, i ricercatori hanno valutato la presenza nel sangue proprio di questi linfociti nelle tre diverse fasce d'età scoprendo che aumentano drasticamente intorno ai 100 anni e nei supercentenari arrivano addirittura a costituire quasi un quinto di tutti i linfociti T presenti nel sangue. «Anziché mostrare segni di esaurimento, queste cellule rimangono altamente attive e potrebbero aiutare l'organismo a far fronte alle minacce persistenti che aumentano con l'età», afferma Kosuke Hashimoto, primo autore dello studio. Molti di questi linfociti analizzati nello studio si erano espansi in grandi popolazioni di cellule identiche, suggerendo che avessero incontrato ripetutamente gli stessi bersagli nel corso degli anni. Sorprendentemente, i loro recettori molecolari corrispondevano a quelli trovati sulle cellule immunitarie di pazienti affetti da tumore, sebbene i supercentenari non avessero mai avuto la malattia in forma clinicamente manifesta. «La somiglianza tra queste sequenze recettoriali e quelle trovate nelle cellule T isolate dai tumori suggerisce che queste cellule potrebbero aiutare a riconoscere i tumori prima che diventino clinicamente rilevabili», aggiunge Hashimoto.

«Potrebbe essere che i cambiamenti immunitari nell'età estremamente avanzata siano meglio comprensibili come una riorganizzazione del sistema immunitario piuttosto che come un semplice indebolimento». I PIÙ LONGEVI IN ITALIA Secondo l’Istat al 1° gennaio 2025 l'Italia contava 23.548 centenari. Il loro numero è in aumento continuo con oltre 2mila unità in più rispetto all'anno precedente e un incremento del 130% dal 2009. La componente femminile è dominante e rappresenta oltre l'82% del totale, proporzione che sale al 90% tra i 724 semi-supercentenari di oltre 105 anni e riguarda ben 18 dei 19 supercentenari che hanno superato la soglia dei 110 anni. La Lombardia detiene il primato assoluto con quasi 4mila residenti ultracentenari, mentre in rapporto alla popolazione totale le concentrazioni più elevate si rilevano in Molise e Liguria, seguite da Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, che ospita in particolare una delle cinque Blue Zone del mondo. L’area di Ogliastra, infatti, si accompagna a l'isola di Icaria in Grecia, l'arcipelago di Okinawa in Giappone, la penisola di Nicoya in Costa Rica e la comunità di Loma Linda in California.

di Elisabetta Gramolini

Uno studio dell'Università di Osaka svela come il sistema immunitario in età avanzata non va incontro a un semplice decadimento, ma si riorganizza per intercettare le cellule neoplastiche Giornale dei Biologi | Set 2026

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tro di questo patrimonio vivente si colloca il kefir, una bevanda dalle radici antiche le cui straordinarie proprietà digestive e antinfiammatorie hanno trovato un preciso riscontro scientifico. I lieviti presenti nella bevanda ottenuta dalla fermentazione del latte

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elle valli impervie del Caucaso e tra le montagne remote del Tajikistan, la tradizione secolare della fermentazione del latte custodisce segreti biologici di straordinario valore per la salute umana. Al cen-

UNO STUDIO CONDOTTO DALL’UNIVERSITÀ DI FIRENZE SUI CEPPI DI SACCHAROMYCES CEREVISIAE SVELA COME L’ANTICO FERMENTO DEL CAUCASO DIGERISCE IL GALATTOSIO E RIGENERA IL MICROBIOTA

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proveniente dalla valle dello Yaghnob, nel Tajikistan, sono capaci di digerire in modo molto efficiente il galattosio, uno degli zuccheri derivati dal latte, e questo permette di ristabilire l'equilibrio del microbiota intestinale, di essere tollerato anche da individui intolleranti al lattosio e di ridurre le infiammazioni. A descrivere le caratteristiche è uno studio pubblicato sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas, condotto dal gruppo di ricerca coordinato da Duccio Cavalieri, docente di Microbiologia del dipartimento di Biologia dell'Università di Firenze. Nel lavoro viene descritto come il kefir ospiti al suo interno una vera e propria 'città' in miniatura popolata da microrganismi buoni. I protagonisti principali di questo ecosistema sono i batteri del latte e i lieviti, presenti con almeno venti specie diverse. Per comprendere la portata di questa architettura biologica, è fondamentale analizzare la natura dei suoi abitanti: i lieviti, spiegano i ricercatori dell’ateneo di Firenze, sono funghi microscopici


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formati da una sola cellula, organismi viventi diventati celebri perché responsabili della fermentazione, in pratica, mangiano gli zuccheri e li trasformano in altre sostanze preziose, come l'anidride carbonica, piccole tracce di alcol e aromi. Questa complessa sinergia tra organismi unicellulari e batteri lattici genera un microambiente unico, capace di svolgere un'azione protettiva per l'organismo. «Nel kefir – illustra Cavalieri – la combinazione tra batteri e lieviti, che digeriscono il lattosio, crea un ambiente naturale acido e con pochissimo alcol, meno dello 0,2%, risultando molto utile per impedire agli agenti patogeni di riprodursi. Mappando l'intero Dna di questi lieviti presenti nel kefir dello Yaghnob e confrontandolo con quello di oltre mille altri ceppi di S.cerevisiae (noto lievito di birra) provenienti da vino, uva e dall'intestino umano, i ricercatori hanno fatto una scoperta affascinante: i lieviti di questa valle remota si trovano alla 'radice' dell'albero genealogico dei ceppi di S.cerevisiae provenienti da altri alimenti a base di latte fermentato e sono caratterizzati da attività enzimatiche uniche». L'isolamento geografico della valle dello Yaghnob ha conservato un corredo genetico particolare che rivela le tappe fondamentali dell'adattamento dei microrganismi ai prodotti lattiero-caseari. I dati genomici indicano come questi lieviti abbiano sviluppato nel tempo un'efficienza metabolica straordinaria, specializzandosi

nell'elaborazione del galattosio. Proprio questa capacità risulta fondamentale nell'alimentazione moderna, poiché riduce i residui zuccherini potenzialmente irritanti per la mucosa intestinale, favorendo l'insediamento di una flora eubiotica ed esercitando un'azione lenitiva sui tessuti infiammati. La ricerca apre nuove prospettive per la nutrizione funzionale e la cura delle patologie gastrointestinali. La scoperta infatti che ceppi originari di Saccharomyces cerevisiae possiedano chiavi enzimatiche esclusive suggerisce la possibilità di sviluppare fermenti specifici per chi soffre di patologie infiammatorie croniche o forme severe di intolleranza. La simbiosimicrobiotica del kefir dello Yaghnob si conferma così un modello ideale di integrazione tra batteri e lieviti, in cui ogni organismo contribuisce a creare una barriera naturale contro le infezioni patogene. In un'epoca in cui la salute intestinale è riconosciuta come pilastro del benessere sistemico, lo studio dimostra come l'antropologia molecolare e la microbiologia applicata possano svelare meccanismi terapeutici nascosti nelle tradizioni etniche più incontaminate. (E. G.). UN MERCATO IN CRESCITA Il kefir in Italia non è più un prodotto di nicchia, ma un punto fermo della spesa degli italiani. Secondo i dati NielsenIQ, nell’ultimo anno le vendite nella distribuzione moderna hanno registrato un balzo del 25% a volume e del 28% a valore, toccando i 43 milioni di chili per un totale di 123 milioni di euro. Un trend in crescita a doppia cifra da ormai cinque anni, che ha permesso al latte fermentato di superare lo yogurt magro per dimensioni di mercato e di conquistare quasi il 25% del comparto dello yogurt funzionale.

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di Carla Cimmino*

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UNO STUDIO PUBBLICATO SU MOLECULES DA GAWEŁ-BĘBEN ET AL. (2026) SI SOFFERMA SU UNO DEI PUNTI CRUCIALI DELL’INDUSTRIA MODERNA, OVVERO I PRINCIPI DELLA GREEN CHEMISTRY NEI COSMETICI, DOVE SI PREVEDE DI ELIMINARE I PASSAGGI DI EVAPORAZIONE DEL SOLVENTE E DI CREARE ESTRATTI BOTANICI "READY-TO-USE" La vera svolta: l'uso del Glicole Propilenico al 50% ello studio condotto da esperti di cosmetologia e fitochimica delle Università polacche di Rzeszów, Danzica e Lublino, grazie a tre sistemi di solventi: Acqua ultra-pura (H_2 O); Etanolo acquoso al 20% (v/v); Glicole propilenico al 50% (v/v, PG), è stata testata l’estrazione assistita da ultrasuoni (UAE). L'uso di acqua ed etanolo diluito è routine di laboratorio, la novità applicativa risiede nel glicole propilenico al 50%, vantaggi: 1. Salvaguardia delle molecole sensibili: saltando il passaggio dell’evaporazione si evita di sottoporre l'estratto a calore prolungato, così si preservano le molecole delicate come le catechine del Matcha o gli acidi caffeoilchinici della Yerba Mate. 2. Un ingrediente, tre funzioni: Il glicole non viene scartato ma resta nell'estratto finale, lì lavora come solvente, umettante per la pelle e booster per la penetrazione e la conservazione del prodotto cosmetico. Due piante, due profili chimici opposti L'analisi via LC-MS/MS ha mostrato come le due piante con matrice botanica diversa rispondano in modo molto diverso ai solventi: • Matcha (Camellia sinensis): È un concentrato di catechine (in particolare epigallocatechina gallato, EGCG), L-teanina e caffeina. La miscela di glicole al 50% o etanolo al 20% si è risultata essere ideale per solubilizzare queste molecole e mantenerle stabili nel tempo.

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* Comitato Centrale FNOB Giornale dei Biologi | Set 2026

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Yerba Mate (Ilex paraguariensis): Grande concentrazione di acidi idrossicinnamici (con l'acido clorogenico che rappresenta da solo circa il 90% dei fenoli totali), affiancati da metilxantine (caffeina e teobromina) e flavonoli come la rutina.

Cosa dicono i test di efficacia cutanea L'analisi biologica ha chiarito in quali prodotti è opportuno inserire questi estratti: • Azione antimacchia e illuminante: L'estratto di Matcha al 50% in PG ha ridotto l'attività della tirosinasi (l'enzima responsabile della sintesi della melanina) fino al 39% a concentrazioni del 10%. La Yerba Mate ha mostrato al contrario un'inibizione trascurabile (<20%), a dimostrazione del fatto che sono proprio i gallati catechinici del Matcha a bloccare il sito attivo dell'enzima. • Protezione UV ad ampio spettro: I test in vitro mostrano valori di SPF compresi tra 18 e 28 già al 5% di concentrazione per la Yerba Mate e per il Matcha in PG. Quest'ultimo mostra anche una lunghezza d'onda critica (λ c) superiore a 370 nm, soddisfacendo a pieno i requisiti per la protezione ad ampio spettro UVA/UVB. • Tollerabilità e selettività: Sugli epidermodisplastici e sui fibroblasti sani (linea BJ) gli estratti hanno mantenuto la vitalità cellulare ben sopra la soglia di sicurezza. Sulle cellule di melanoma umano (linea A375), gli estratti acquosi e idroalcolici, hanno mostrato una citotossicità mirata, riducendone la vitalità sotto il 20% con un indice di selettività decisamente favorevole. Guida rapida alla formulazione Estratto e Solvente

Azione Biologica Principale

Applicazione Cosmetica Ideale

Matcha in PG 50%

Inibizione della tirosinasi e protezione UV

Sieri illuminanti, trattamenti anti-macchia e solari da giorno (uso diretto in formula)

Matcha in EtOH 20% / Acqua

Massima capacità antiossidante

Formule anti-age per pelli sensibili che richiedono alta tollerabilità

Yerba Mate in EtOH 20% / Acqua

Protezione dai radicali liberi e citotossicità selettiva

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Prodotti anti-pollution, trattamenti purificanti e lenitivi per pelli stressate.

ANALIZZANDO L'ESTRAZIONE ASSISTITA DA ULTRASUONI (UAE) E L'ANALISI AVANZATA VIA LC-MS/MS, LO STUDIO METTE A CONFRONTO I DUE CHEMOTIPI POLIFENOLICI USANDO SOLVENTI CHE RISULTANO CONFORMI ALLE LINEE GUIDA CHEM21 (ACQUA, ETANOLO DILUITO AL 20% V/V E GLICOLE PROPILENICO/PG AL 50% V/V) Prospettive per la Biologia nelle formulazioni I risultati emersi da questo studio offrono notizie importanti per lo sviluppo di prodotti cosmeceutici di nuova generazione: 1. Sostenibilità e Rispetto dei Disciplinari Green: infatti l’uso di PG e EtOH diluito risponde alle normative europee per ridurre l’utilizzo di solventi tossici; 2. Sinergia di Azione: utilizzare estratti vegetali complessi permette di mettere insieme l'azione diretta di assorbimento UV con l’estinzione delle specie reattive dell'ossigeno (ROS) e l'attenuazione dell'iperpigmentazione; 3. Piattaforma di Formulazione: il glicole propilenico non è solo un veicolo o umettante, ma è un solvente estrattivo selettivo in grado di preservare la bioattività di catechine e polifenoli sensibili. La biologia delle piante e la chimica analitica avanzata ci permettono di avere strumenti essenziali per guidare la cosmesi verso standard elevati di efficacia, sicurezza e sostenibilità ambientale.

Bibliografia 1. Gaweł-Bęben, K., Szczepanik, M., Szczeblewski, P., Czech, K., & Kukula-Koch, W. (2026). Cosmeceutical Potential of Matcha (Camellia sinensis) and Yerba Mate (Ilex paraguariensis) Extracts Obtained with Green Solvents. Molecules, 31(16), 2742. 2. Jakubczyk, K., et al. (2020). Evaluation of antioxidant capacity and content of polyphenols in infusions of green, white, black and yellow teas. Annals of the National Institute of Hygiene, 71(1). (Riferimento citato per i range di polifenoli e flavonoidi nei macerati di tè green). 3. Pratima, P., et al. (2022). Green tea extract and its polyphenols in photoprotection and skin care formulations.Journal of Photochemistry and Photobiology B: Biology. (Riferimento citato per il ruolo dell'EGCG e il potenziamento dei filtri UV). 4. Pratley, C., et al. (2021). CHEM21 selection guide of green solvents for industrial application. Green Chemistry, 23, 1420–1435. (Riferimento per i punteggi SHE di tossicità e impatto ambientale).


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Rubrica sul mondo delle malattie rare

di Caterina Silvestrini e Maria Chiara Dell’Amico*

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a granulomatosi eosinofila con poliangite (EGPA), precedentemente nota come Sindrome di Churg-Strauss, è una vasculite sistemica associata ad anticorpi anti-citoplasma dei neutrofili (ANCA-AAV). L'EGPA è una malattia rara con una prevalenza di 15,6 casi per milione di persone. Si manifesta generalmente tra i 40 e i 60 anni senza predominanza di sesso. L’EGPA è una malattia eterogenea e si presenta tipicamente con il coinvolgimento delle vie respiratorie superiori e inferiori, neuropatia periferica, coinvolgimento cardiaco e lesioni cutanee. Gli ANCA sono positivi nel 30-35% dei casi. L'eosinofilia è una caratteristica che differenzia l'EGPA da altre vasculiti associate ad ANCA e allo stesso tempo è responsabile di molteplici manifestazioni cliniche della malattia come l’asma grave e persistente. L’ampia gamma di manifestazioni cliniche spesso comportano un ritardo significativo nella diagnosi, con ritardi che in genere vanno dai 3 ai 9 anni dall'esordio dell'asma alla diagnosi di vasculite. Riuscire a identificare segnali e sintomi di al* Responsabile Ufficio Aziendale Malattie Rare, Azienda USL Toscana Nord Ovest

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larme ("red flags") che ci permettano di individuare precocemente questi pazienti è una vera sfida. Diagnosi: La diagnosi di EGPA è spesso difficile a causa della sua rarità, della presentazione clinica eterogenea e multiorgano e della sovrapposizione con altre patologie vasculitiche o eosinofile. Non esistono criteri diagnostici universalmente accettati per l'EGPA. La diagnosi definitiva di EGPA si basa sulla conferma istologica tramite biopsia di un organo o tessuto interessato, che dimostra la presenza di vasculite dei vasi di medio-piccolo calibro con eosinofilia. Tuttavia, non tutti i pazienti hanno biopsie di conferma e non tutti i componenti della definizione della malattia sono facilmente rilevabili. Date le difficoltà nel raggiungere una diagnosi tempestiva, è necessario definire un elenco completo di segni, sintomi e parametri di laboratorio, che possono essere utilizzati per sollevare un sospetto di EGPA, come primo passo nel processo diagnostico. Una volta che la diagnosi è accertata, il paziente ottiene la certificazione di malattia rara con codice di esenzione RG0050. “Red flags”: L'identificazione di un in-

sieme di segni e sintomi di sospetto meno specifici potrebbe contribuire a una diagnosi precoce della malattia. La presenza di un singolo segnale d'allarme non supporta necessariamente un forte sospetto di EGPA né giustifica un'indagine approfondita, ma indica che l'EGPA dovrebbe essere presa in considerazione. Al contrario, la presenza di più segnali d'allarme in un singolo paziente può rafforzare il sospetto di EGPA. Se vengono identificati i red flags come asma e/o poliposi nasale, il livello di sospetto di EGPA aumenta rispetto ad altre malattie eosinofile. Conclusioni: Sono stati elaborati diversi set di criteri e possibili “red flags” per l'EGPA, ma nessuno di essi è stato validato per la diagnosi. Tuttavia, poiché nei pazienti con EGPA spesso manca una biopsia diagnostica, per la diagnosi si dovrebbero considerare caratteristiche cliniche altamente suggestive. Fonti/Riferimenti Biologi: • • •

doi: 10.1016/j. ejim.2024.06.008 doi: 10.1038/s41584-02300958-w doi: 10.1016/j.autrev.2022.103219


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n Italia oltre l’84% dell’acqua potabile che esce quando apriamo i rubinetti viene dalle falde. Per questo, la nuova rappresentazione idrogeologica non è un esercizio specialistico, bensì un pezzo di sicurezza pubblica, perché rende leggibili gli acquiferi che sostengono la rete idrica. Per renderla misurabile, la base informativa è stata aggiornata con un salto di scala. A quarant’anni dall’ultima ricognizione, Ispra ha presentato la Carta idrogeologica d’Italia in scala 1:500.000, realizzata dal Dipartimento per il servizio geologico d’Italia, insieme al Dipartimento di scienze della Terra “Ardito Desio”, Università degli Studi di Milano, in collaborazione con Istat e Cmcc, la partecipazione del Sistema nazionale per la protezione dell’Ambiente, delle Regioni, delle Autorità di bacino distrettuale e della comunità scientifica di settore. Il risultato è uno strumento pubblico, costruito per essere omogeneo e fruibile su scala nazionale, capace d’indicare con chiarezza dove si trovano i “serbatoi naturali” e quali aree mostrano la maggiore presenza di risorsa idrica sotterranea. È stato misurato un patrimonio che, finora, era noto in modo frammentario. Il censimento comprende 957 grandi sorgenti con portata superiore a 10 litri al secondo, da cui si captano 2,7 miliardi di metri cubi di acqua potabile ogni anno: una quota pari all’80% dell’acqua sorgiva utilizzata per fini civili nel Paese. Accanto alle fonti, sono mappati 60 mila pozzi e 241 sorgenti termominerali. Compaiono, inoltre, oltre 60 punti di sorgenti sottomarine e costiere, oggi disperse in mare, ma indicate come potenzialmente utili per l’approvvigionamento idrico futuro. L’insieme restituisce una lettura d’insieme: non soltanto “quanta” acqua esiste e dove affiora, ma come la rete delle captazioni e delle emergenze si distribuisce sul territorio. Il quadro spaziale conferma due grandi dorsali idrogeologiche: la Pianura Padano-veneta e l’Appennino centrale e meridionale. In termini di potenziale produttivo, il 66% del territorio nazionale ospita serbatoi naturali con capacità medio-alta, quindi, aree in cui la presenza di acquiferi può sostenere approvvigionamenti consistenti. Il dato non va letto come una promessa di disponibilità illimitata, ma come un’indicazione di potenziale: conoscere la collocazione dei serbatoi e la loro estensione consente di ridurre l’incertezza nelle scelte pubbliche, dalla protezione delle zone più sensibili alla pianificazione degli usi. Un passaggio specifico della nuova mappatura riguarda la ricognizione capillare dei fontanili della Pianura Padano-veneta, le sorgenti collocate tra alta e bassa pianura. È un dettaglio che, in realtà, vale come principio: rendere visibile una risorsa diffusa, spesso trascurata perché non spettacolare. Viene rafforzata l’idea di un sottosuolo ricco di acqua quasi ovunque, con una disponibilità ampia e una rete di risorse sotterranee che può diventare più ge-

stibile solo se individuata meglio e in modo comparabile tra regioni. Alla cartografia è affiancata una banca dati on-line, accessibile e in costante aggiornamento. Non è un allegato, ma la componente “viva” del progetto: la mappa non è pensata come un prodotto chiuso, bensì come l’avvio di una conoscenza progressivamente più precisa. Sono già annunciati due sviluppi: la realizzazione della Banca Dati Nazionale delle Sorgenti e una Carta di maggiore propensione alla ricarica delle falde. Quest’ultima è pensata per individuare dove sfruttare i serbatoi sotterranei naturali per stoccare acqua nei periodi di maggiore abbondanza, limitando la necessità di costruire invasi artificiali in superficie. In termini operativi significa usare il sottosuolo come infrastruttura naturale, con una pianificazione che punta a trattenere la risorsa quando è disponibile e a ridurre la dipendenza da opere più esposte agli stress estivi. Nella lettura istituzionale, la posta in gioco è anche climatica. Alessandra Gallone, presidente Ispra, lega esplicitamente la documentazione alla resilienza idrica: «La nuova carta idrogeologica d’Italia rappresenta uno strumento scientifico di fondamentale importanza, considerando che le acque sotterranee sono molto più resistenti agli effetti del cambiamento climatico rispetto a quelle superficiali, come fiumi, laghi e invasi artificiali. Conoscerne esattamente l’ubicazione, capire dove si infiltrano e come scorrono significa mettere le Istituzioni nelle condizioni di gestire meglio la risorsa, pianificare in modo più efficace e aumentare la consapevolezza del valore strategico dell’acqua sotterranea per il Paese». L’elaborato cartografico non nasce per celebrare un’abbondanza, ma per togliere opacità alle produzioni. Quando oltre quattro quinti dell’acqua potabile arrivano dalle falde, localizzare acquiferi e aree di ricarica significa passare da interventi frammentati a una regia intelligente. Il punto forte sta nella lettura unitaria: criteri omogenei, confronto diretto tra territori, stessi riferimenti per chi deve pianificare. È un passaggio tecnico, ma decisivo: meno gestione in emergenza, più programmazione della disponibilità. (G. P.).

LA NUOVA CARTA ISPRA CENSISCE SORGENTI, POZZI E ACQUIFERICHE GARANTISCONO OLTRE L’84% DELL’ACQUA POTABILE. BANCA DATI APERTA E PIANI DI RICARICA PER AFFRONTARE LA SICCITÀ Giornale dei Biologi | Set 2026

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ENEA SEGNALA RINCARI DIFFUSI E CONSUMI PETROLIFERI IN CALO, MENTRE ELETTRICITÀ E GAS TENGONO. EMISSIONI IN DISCESA, MA GLI OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE NEL 2030 SI ALLONTANANO

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l primo semestre 2026 è stato segnato dalla crisi energetica internazionale legata al conflitto in Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz, con effetti rilevanti, ma inferiori alle attese grazie a scorte, sostituzione dell’offerta e rallentamento della domanda globale. Il termometro è nei prezzi: petrolio +27% nel semestre e +50% tra marzo e giugno, gas naturale +3% nel semestre e +27% nello stesso intervallo, elettricità tornata a salire in tutti i principali mercati nel secondo trimestre. In questa cornice, Enea descrive un sistema europeo resiliente attraversato, però, da fragilità specifiche: tensioni sui prodotti raffinati, più ricorso al gas per sostenere l’elettrificazione, stoccaggi difficili e costosi da riempire, crescita dell’overgeneration nei mercati elettrici. Nell’Ue a 27 il fabbisogno complessivo di energia è diminuito di oltre l’1%, soprattutto per effetto del calo nei consumi di prodotti petroliferi (-4%). L’analisi individua anche una soglia di prezzo oltre la quale la domanda di carburanti diventa più elastica: tra marzo e maggio il gasolio nell’Ue si è collocato poco sotto i 2 €/litro. Di segno opposto, la richiesta di gas naturale è aumentata di oltre l’1%, sostenuta dalla forte crescita dell’elettrico (+2,5% nei primi quattro mesi), la più elevata nell’ultimo decennio al netto del rimbalzo post - Covid19. La crescita di fotovoltaico (+8%) ed eolico (+12%) non è stata sufficiente a coprire integralmente l’incremento dei consumi elettrici e la combinazione di richiesta elevata e maggiore utilizzo degli impianti a gas ha rallentato il riempimento degli stoccaggi. Parallelamente, l’espansione delle rinnovabili ha ampliato le ore a prezzi nulli o negativi, rendendo più evidente il bisogno di accumuli e flessibilità: la sovraproduzione non è più un’anomalia, bensì una componente strutturale dei sistemi che crescono in rinnovabili senza salire abbastanza in capacità di assorbimento. L’aumento dei costi energetici resta, inoltre, un fattore di pressione macroeconomica: la produzione industriale europea prosegue una fase di debolezza e, nel caso italiano, il costo delle Giornale dei Biologi | Set 2026

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importazioni nette di energia nei mesi più acuti della crisi è risultato superiore di oltre 3 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo del 2025. Seguiamo, nel complesso, l’andamento europeo, ma con scarti che contano. I consumi di energia primaria sono diminuiti di circa l’1,5%, mentre la domanda di elettricità è + 2,5%, il maggiore rialzo semestrale degli ultimi dieci anni, pari a quasi 4 TWh. Per coprire questa crescita sono lievitate sia la generazione termoelettrica a gas (+4,4%) sia le importazioni nette di elettricità (+7%), ormai stabilmente sopra la media dell’ultimo decennio. Sul lato rinnovabili, l’apporto da fotovoltaico ed eolico (+6 TWh nel semestre) è stato quasi interamente compensato dal nuovo calo dell’idroelettrico (-20%), limitando la crescita complessiva delle rinnovabili a poco più dell’1%. Nei mesi primaverili questo equilibrio instabile ha prodotto un segnale netto sul mercato italiano: 88 ore a prezzo nullo nella zona Sud contro 20 nel primo semestre 2025, con eccessi nelle ore centrali della giornata. Intanto, il legame tra costo dell’elettricità e del gas resta stretto: gli impianti ciclo combinato a gas sono ancora la tecnologia marginale prevalente e determinano il costo in oltre il 40% delle ore. La realtà nazionale include un capitolo spesso trascurato, ma decisivo per leggere i consumi petroliferi: la flessione riguarda specialmente gli usi non energetici. Complessivamente, i prodotti petroliferi calano del 3,7% (circa 1 Mtep) e oltre il 70% della riduzione complessiva è spiegato dalla crisi della petrolchimica. Nel frattempo, i carburanti per autotrazione scendono in modo più contenuto (circa -1% nel semestre, -1,5% circa nei mesi marzo aprile), con un comportamento meno elastico rispetto alla media Ue. «La riduzione dei consumi petroliferi in Italia ha risentito principalmente dell’ulteriore drastico calo della petrol94 Giornale dei Biologi | Set 2026

chimica (i cui consumi si sono più che dimezzati), mentre la domanda nei trasporti sembra aver risentito meno dell’aumento dei prezzi», commenta Francesco Gracceva che ha curato l’analisi Enea. Qui s’innesta un’altra divergenza: vendite di benzina ancora in crescita (+6% nel semestre) e gasolio in calo (-3,7%), soprattutto nel segmento extra rete legato al trasporto pesante. I prezzi aiutano a spiegare la dinamica: nel semestre il gasolio si attesta a 1,90 €/litro in Italia contro 1,8 €/litro nella media Ue; su base semestrale la crescita è del 14% in Italia e del 16% nell’Ue, ma nel tratto più acuto della crisi l’aumento è +23% in Italia e +28% nell’Ue. La benzina, invece, registra un valore medio semestrale di circa 1,77 €/litro e variazioni molto più contenute. La tenuta relativa dei consumi nei trasporti s’intreccia con i segnali del lato industriale e infrastrutturale: i tassi di utilizzo delle raffinerie italiane restano sotto il 70%, nettamente inferiori a quelli dei principali Paesi europei, e la generazione elettrica da carbone è scesa a circa 1 TWh nel semestre. «La modesta riduzione delle emissioni - conclude Gracceva - allontana ancora di più il target italiano del Pniec al 2030, che per essere centrato richiederebbe ora una riduzione media annua di circa il 6%». La crisi, insomma, modifica più la composizione dei consumi che il loro livello: petrolio giù, elettricità e gas su, ma con un sistema ancora troppo dipendente dalla generazione termoelettrica per la formazione dei prezzi e troppo povero di accumuli per gestire l’overgeneration. A metà 2026 l’indice Enea Ispred (sicurezza energetica, prezzi energia, decarbonizzazione) cade del 25% e tocca il minimo storico. È il segnale più netto che questa fase non sta solo cambiando i prezzi, ma le condizioni di marcia della transizione: la politica energetica va più lenta degli eventi. (G. P.).


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Uno studio suggerisce che il primo passo della fotosintesi avvenga in modo diverso da quanto ipotizzato finora @ Shutterstock AI/shutterstock.com

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a fotosintesi potrebbe iniziare attraverso un meccanismo diverso da quello ipotizzato finora. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Communications, realizzato con il contributo dell’Istituto Nanoscienze del Cnr di Modena, della Princeton University, dell’Università dell’Aquila e del Max Planck Institute. La ricerca si concentra sulla separazione primaria di carica, uno dei processi più rapidi ed efficienti della natura. Nella fotosintesi, la cattura della luce e la sua conversione in energia chimica iniziano nel Fotosistema II. Quando il complesso mole96 Giornale dei Biologi | Set 2026

colare assorbe un fotone, un elettrone viene trasferito da una molecola a un’altra all’interno del centro di reazione. È il primo passaggio attraverso cui l’energia luminosa viene immagazzinata e resa disponibile per le successive reazioni della fotosintesi. Gli esperimenti hanno però mostrato velocità differenti per questo trasferimento: il processo può durare da poche centinaia di femtosecondi ad alcuni picosecondi. Finora, questa variabilità è stata attribuita alla presenza di diversi percorsi che l’elettrone potrebbe seguire all’interno del Fotosistema II. Lo studio propone invece uno scenario differente. Il team, di cui fanno parte gli esperti

Matteo Capone e Laura Zanetti-Polzi del Cnr-Nano di Modena, ha utilizzato simulazioni di dinamica molecolare, calcoli di chimica quantistica e modellizzazione cinetica per ricostruire il processo a livello molecolare. Dai risultati viene fuori che il percorso seguito dall’elettrone sia unico e che a cambiare siano soprattutto le condizioni dell’ambiente nel quale avviene il trasferimento. «Si riteneva che l’elettrone potesse seguire vie differenti all’interno del Fotosistema II, ciascuna caratterizzata da tempi propri», spiega Zanetti-Polzi. La ricercatrice ricorre a una metafora: «Per anni si è pensato che esistessero sentieri diversi e di lunghezza diversa. I nostri risultati suggeriscono invece che il sentiero sia sostanzialmente uno solo: il tempo necessario a percorrerlo dipende dalle condizioni del terreno». Il terreno è rappresentato dall’ambiente molecolare che circonda il sistema. Le continue fluttuazioni del Fotosistema II e la riorganizzazione delle molecole d’acqua possono modificare localmente le condizioni della reazione, rendendo il trasferimento dell’elettrone più veloce o più lento. «Queste fluttuazioni modificano localmente le condizioni della reazione, spiegando così le diverse scale temporali osservate negli esperimenti», aggiunge Capone. La ricerca contribuisce a chiarire uno dei passaggi fondamentali della fotosintesi e a comprendere come la natura trasformi la luce in energia con efficienza. I risultati potrebbero trovare applicazione nelle tecnologie per l’energia solare. «Queste conoscenze potranno ispirare sistemi biomimetici per la conversione dell’energia solare, nei quali l’ambiente circostante partecipi al controllo delle reazioni, come avviene nei sistemi biologici», conclude Capone. (D. E.).


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IL BILANCIO ESTIVO EVIDENZIA IL DEFICIT DELLA DEPURAZIONE CON PESANTI ANOMALIE CHIMICHE E TERMICHE A MINACCIARE LA BIODIVERSITÀ DEI PRINCIPALI BACINI IDROGRAFICI

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n terzo dei punti controllati supera i limiti di legge: è il dato che riassume l’estate 2026 per mare e acque interne, secondo il bilancio finale di Goletta Verde e Goletta dei Laghi. Su 391 campionamenti effettuati in 19 regioni, il 34% risulta oltre soglia, in linea con lo scorso anno e, dunque, senza segnali di recupero. Per i bacini lacustri, la stessa percentuale rappresenta il valore peggiore degli ultimi sette anni, dal 2020 al 2026. A pesare, segnala Legambiente, sono due fattori intrecciati: una depurazione insufficiente e la crisi climatica, che scalda il Mediterraneo e prosciuga gli invasi naturali dell’entroterra. I punti più fragili restano quelli in cui i corsi d’acqua incontrano mare o lago. Su 188 foci di fiumi, canali e torrenti campionate, il 54% è stato classificato inquinato o fortemente inquinato. Tra i siti cronici figurano lo sbocco del Musone nelle Marche, fortemente inquinato negli ultimi sei anni con l’unica eccezione del 2024, e Aci Trezza in Sicilia, oltre i limiti dal 2020. Sul fronte dei laghi, il caso più evidente è quello di Sabaudia, in provincia di Latina, dove 3 prelievi su 3 sono risultati «fortemente inquinati». Anche lontano da foci e scarichi, le misure non rassicurano: il 15% dei campioni prelevati direttamente in mare o nelle acque lacustri è oltre i limiti di legge, con il 5% inquinato e il 10% fortemente inquinato. Si aggiunge anche un problema di comunicazione del rischio: nel 70% degli estuari monitorati nella sola campagna di Goletta Verde non sono stati trovati cartelli con divieto di balneazione. Altri dati completano ulteriormente il quadro. Per il mare: 263 campionamenti lungo più di 7.500 km di costa naturale, con il 66% entro i limiti e il 34% oltre, di cui 25% fortemente inquinato e 9% inquinato; in media, un punto fuori norma ogni 84 km. Le criticità restano concentrate alle foci: su 123 analizzate, il 54% dei punti monitorati è risultato inquinato o fortemente inquinato. Anche in mare aperto, però, emergono superamenti: su 140, il 16% è oltre i limiti di legge. Per i laghi: 44 bacini campionati in 11 regioni Giornale dei Biologi | Set 2026

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Lago d'Iseo. e 128 posti complessivi, con il 34% oltre i limiti, il 21% fortemente inquinato e il 13% inquinato; dal 2020 a oggi solo nel primo anno (28%) e nel 2023 (23%) la quota oltre soglia è scesa sotto il 30%. Accanto alle analisi microbiologiche, la Goletta dei Laghi ha effettuato verifiche chimico fisiche su 11 specchi d’acqua. Nei laghetti del Mucille sono emerse anomalie per idrocarburi (C>12) e metalli pesanti (nichel, cadmio, antimonio e mercurio). Nei laghi della Serraia e di Caldonazzo è stato segnalato il fosforo totale: pur restando nei limiti delle normative nazionali sullo stato ecologico, alcuni campioni mostrano scostamenti dai valori di fondo o indicano una qualità «non ottima». La crisi climatica amplifica queste pressioni. Legambiente riporta che, dal 2020 al 2025, la media della temperatura superficiale del Mediterraneo tra maggio e settembre non è mai scesa sotto i 24 °C. Nell’entroterra, la siccità prolungata riduce i volumi e concentra le sostanze presenti: il Lago d’Iseo ha perso in 42 giorni, dal 12 giugno al 24 luglio, più del 79% del volume invasato; il Maggiore e quello di 100 Giornale dei Biologi | Set 2026

Como hanno il 76%. A questo si somma l’abbandono di rifiuti in mare: a Polignano a Mare sono stati recuperati sul fondale sabbioso circa 30 pneumatici. Viene sottolineata, pure, la questione strutturale della depurazione. Stando ai dati Mase (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), ottenuti da Legambiente tramite accesso civico, a luglio 514 agglomerati urbani, pari a oltre 14 milioni di abitanti equivalenti, scaricano in modo non conforme. Pesano, inoltre, quattro procedure d’infrazione per il mancato rispetto della Direttiva europea sulle acque reflue urbane (91/271): le prime due hanno già superato i 200 milioni di euro. Con la nuova Direttiva Acque Reflue (2024/3019), l’adeguamento ai requisiti è stimato tra 645 milioni e 1,5 miliardi di euro per gli impianti di maggiori dimensioni. In questo contesto s’inserisce la posizione dell’associazione: «L’Italia commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente - continua a pagare ogni sei mesi decine di milioni di euro di multe all’Europa per il man-

cato rispetto della direttiva europea sul trattamento delle acque reflue nei Comuni dove vivono 14 milioni di abitanti equivalenti, con risorse pubbliche che potremmo usare più utilmente per realizzare nuovi sistemi di fognatura e depurazione. Questo è inaccettabile, considerando che la prima legge italiana sulla depurazione, la cosiddetta Merli, quest’anno compie 50 anni. È il momento di varare un piano nazionale per rendere balneabili tutti i fiumi italiani, come lo è diventata la Senna a Parigi dopo gli investimenti sulla depurazione fatti per le Olimpiadi del 2024, e di approvare il Dpr sul riuso delle acque reflue depurate in agricoltura per affrontare il grave problema della siccità, acuito dall’accelerazione della crisi climatica». Il bilancio 2026 consegna, quindi, una priorità nitida: ridurre i carichi in ingresso, mettere in sicurezza le foci e rendere la depurazione un’infrastruttura di adattamento, non un capitolo rinviabile. In un clima più caldo e secco, basta poco perché un equilibrio locale diventi un problema diffuso. (G. P.).


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OLTRE 14MILA ANIMALI A RISCHIO IN ITALIA, SECONDO LEGAMBIENTE. LE CUCCIOLATE INCONTROLLATE PESANO PIÙ DEGLI ABBANDONI. LA PREVENZIONE COSTA FINO A 19 VOLTE MENO DELLA DETENZIONE

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l canile rifugio dovrebbe essere un ponte: ingresso, presa in carico, uscita. I dati 2025 raccolti da Legambiente raccontano, invece, un tratto che si allunga fino a diventare permanenza. Nei comuni mappati, oltre due cani su dieci tra quelli entrati non sono stati adottati, né restituiti ai proprietari, né accolti dalla comunità come animali di quartiere. Sono circa 3 mila che rischiano di restare a lungo in strut-

ture nate come soluzione temporanea. Partendo dai dati comunali, l’associazione stima che, su scala nazionale, possano essere oltre 14 mila i cani che, nel 2025 e ad ora, rischiano la stessa sorte. Il quadro è al centro del XV rapporto nazionale “Animali in città” dal titolo “Il costo dell’inazione. Prendersi cura prima: animali, persone e comunità nelle politiche di prevenzione”. La fotografia si regge su un questionario che raccoglie i numeri di 221 comuni su 447 e di 43 Aziende sanitarie. Le cause ricorrenti non coincidono con il solo abbandono estivo. Pesano cucciolate casalinghe incontrollate, conseguenze del crescente mercato on-line, mancata iscrizione all’anagrafe, con animali che restano invisibili finché non finiscono vaganti, e una diffusa assenza di formazione di base in chi decide di prendere un cane. È qui che la gestione urbana degli animali d’affezione mostra il suo lato più concreto: tracciabilità e competenze elementari non sono dettagli amministrativi, ma fattori che determinano se un problema si risolve o si cronicizza.

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Tenere un animale in canile rifugio per un anno presuppone cifre intorno ai 1.900 euro, con rette da 1.300 a 2.550 euro; divenuto inadottabile la cifra si ripete ogni anno. La formazione del proprietario, invece, ha un costo una tantum tra 100 e 250 euro, da otto a diciannove volte di meno. La differenza, osservata in termini di efficacia, indica dove conviene spostare il baricentro: prima che l’ingresso in canile diventi la risposta standard a difficoltà spesso gestibili. Il contesto economico non facilita questo cambio di paradigma. Nel 2025 la spesa pubblica di settore è scesa a 193,6 milioni di euro, il 22% in meno rispetto all’anno precedente. È una cifra che vale appena il 3,65% di un mercato degli animali da compagnia da 5,3 miliardi di euro, di cui 4,2 miliardi per i soli alimenti, in crescita a un tasso medio annuo del 6,9%. A complicare il quadro interviene la fragilità finanziaria degli enti locali: la Corte dei conti ha certificato 1.001 Comuni in crisi a fine 2024. Dove l’ente non riesce a garantire servizi ordinari, vengono meno sterilizzazioni, controlli e gestione; e il randagismo tende a radicarsi. Legambiente sottolinea una coincidenza territoriale: Sicilia, Calabria e Campania sono tra le regioni con maggiore concentrazione di Comuni in crisi e, insieme, tra quelle in cui il fenomeno raggiunge livelli più elevati. Tra le novità compare l’Indice di convivenza urbana, calcolato per la prima volta su 218 Comuni partecipanti. È organizzato su cinque livelli di servizio, dai servizi avanzati ai servizi da rafforzare, e misura la qualità del welfare territoriale per i cittadini con animali d’affezione e, soprattutto, la collaborazione tra amministrazioni comunali e aziende sanitarie. Nei territori con risposte complete, il valore medio è 36 punti su 100, indicato come livello essenziale di servizi: un essenziale che, letto accanto ai numeri dei “senza esito”, suggerisce quanto pesi l’assenza di un’infrastruttura stabile. Da qui discendono sei proposte operative al Parlamento: un fondo nazionale vincolato per i servizi veterinari essenziali (sterilizzazioni, anagrafe, gestione del randagismo) e corsi gratuiti e obbligatori per chi decide di prendere un animale; l’abbassamento dell’Iva al 10% anziché al 22% con detrazioni adeguate sulle cure veterinarie; l’integrazione tra Sinac, Servizio sanitario e Servizi sociali. A livello europeo, si chiede di recepire al più presto il primo Regolamento Ue sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti, approvato il 22 maggio, con regole comuni su microchip, registrazione interoperabile, allevamento, vendita importazione e applicazione progressiva dal 2028. Il rapporto richiama anche pratiche estere: in Germania la patente del proprietario, nel Regno Unito il veterinario come sentinella con canali di segnalazione verso i servizi sociali, in Francia una tracciabilità al 90-95% grazie all’anagrafe nazionale I-Cad obbligatoria dal 2012. «La

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prevenzione - dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente - non è una spesa assistenziale, ma un investimento importante con un ritorno economico misurabile e che genera anche benessere e qualità nell’animale e nel suo proprietario. Informare i cittadini sulle cause di oggi del randagismo in Italia e mobilitare le persone e le istituzioni verso interventi e azioni strutturali è un passo importante. Per questo con il nostro report avanziamo sei proposte al Parlamento». Un canile che si riempie non è un servizio che “funziona”: è il segnale che la prevenzione non ha retto. La differenza tra un ponte e un imbuto si gioca prima dell’ingresso, dove anagrafe, sterilizzazioni, controlli e formazione trasformano un rischio prevedibile in un evento raro. Se la politica resta concentrata sui posti letto, finanzia anni di permanenza; se sposta risorse e responsabilità sui servizi di territorio, restituisce ai rifugi la loro funzione: essere l’eccezione, non la regola. Giornale dei Biologi | Set 2026 105


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Gli studi spiegano come le colorazioni precoci e la caduta anticipata delle foglie siano cause dello stress climatico

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e una rondine non fa primavera, allora le foglie cadute non fanno l’autunno. L’implicazione logica attorno cui il periodo gravita sembra non avere nulla di razionale. Eppure, ben si presta a far coesistere la fama del detto popolare di derivazione aristotelica e la drammaticità dello stato di salute attuale delle foreste europee. Nelle ultime estati, in Europa, sempre più alberi hanno iniziato a mostrare colorazioni autunnali già ad agosto e a perdere il loro fogliame. Tale precocità non è un “dettaglio” stagionale, ma un segnale fisiologico che racconta come gli alberi stiano reagendo a condizioni climatiche sem106 Giornale dei Biologi | Set 2026

pre più instabili e difficili da sostenere. Diverse ricerche degli ultimi anni hanno spiegato come la colorazione precoce delle foglie sia spesso sintomo di stress idrico e termico. Diversi studi pubblicati su Nature Climate Change evidenziano che le ondate di calore prolungate riducono la capacità delle piante di mantenere attivi i processi fotosintetici, mentre alcune ricerche su Tree Physiology mostrano che la siccità spinge gli alberi a chiudere gli stomi per limitare la perdita d’acqua, riducendo però anche l’assorbimento di CO2 e accelerando la senescenza fogliare. Le analisi condotte dal Joint Research Centre indicano che in molte regioni europee il suolo

ha raggiunto livelli di umidità inferiori alla media degli ultimi trent’anni, una condizione che amplifica gli effetti del caldo e rende più probabile l’anticipo dell’autunno fisiologico. Altri studi su Global Change Biology dimostrano che la combinazione di stress idrico e le temperature elevate alterano la produzione di clorofilla, favorendo l’accumulo di pigmenti come carotenoidi e antociani, responsabili delle colorazioni gialle e rosse. In alcuni casi, come racconta un’analisi pubblicata su Journal of Ecology, la colorazione precoce può essere un meccanismo di difesa che permette alla pianta di ridurre temporaneamente l’attività metabolica per evitare danni più gravi ai tessuti. Parallelamente, la ricerca sta evidenziando come il cambiamento climatico stia modificando la fenologia delle specie arboree: su PNAS è stato mostrato come molte piante stanno anticipando non solo la senescenza, ma anche la fioritura e la maturazione dei frutti, creando un disallineamento con gli insetti impollinatori e con gli animali che dipendono da queste risorse stagionali. L’autunno ad agosto non è quindi un fenomeno isolato, bensì una parte di una trasformazione più ampia che coinvolge cicli biologici, disponibilità idrica e capacità di adattamento delle foreste. Le analisi dell’European Forest Institute indicano che gli alberi che sperimentano stress ripetuti tendono a ridurre la crescita annuale e a diventare più vulnerabili a parassiti e patogeni, una tendenza che potrebbe accentuarsi e non poco nei prossimi decenni. La colorazione precoce delle foglie è dunque un segnale che la fisiologia vegetale sta rispondendo a un ambiente che cambia più rapidamente della capacità degli alberi di adattarsi. (M.O.).


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La campagna d’immunizzazione australiana nasce da studi che evidenziano la vulnerabilità delle specie marine ai virus aviari

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senz’altro insolito sentir parlare di una campagna vaccinale per volatili, ma ciò che sta avvenendo in Australia è la conseguenza di un quadro epidemiologico che racconta la forte circolazione dell’influenza aviaria tra le popolazioni di uccelli marini. Nelle regioni costiere meridionali del continente, dove le colonie di pinguini si radunano in migliaia lungo le scogliere, la presenza crescente di diversi ceppi di virus (in particolare i ceppi H5 e H7) ha costretto i ricercatori a mettere in atto questa strategia di prevenzione. I dati raccolti dal monitoraggio del Department of Agriculture, Fisheries and Forestry, allineati alle analisi condotte dall’Australian Antarctic Division, oltre a confermare tale capillare diffusione, spiegano che la grande mobilità degli uccelli migratori sta facilitando la diffusione dei virus lungo le rotte oceaniche. Alcune ricerche pubblicate su Journal of Wildlife Disease spiegano che i pinguini, pur non essendo gli ospiti primari dei virus aviari, possono sviluppare sintomi gravi quando esposti a ceppi ad alta patogenicità. La scelta del vaccino, sviluppato in collaborazione con il CSIRO, si basa su un modello immunologico che ha mostrato una buona risposta anticorpale nei test preliminari condotti su piccoli gruppi di pinguini in cattività, come raccontato in un’analisi su Nature. L’obiettivo non è quello di immunizzare intere popolazioni, ma proteggere le colonie più vulnerabili, riducendo la probabilità che un singolo focolaio possa diffondersi rapidamente in ambienti dove la densità degli individui è molto elevata. La campagna vaccinale è stata progettata per essere il meno invasi-

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va possibile, con gli animali che vengono tenuti lontano dai loro ambienti per brevi periodi, vaccinati e poi rilasciati immediatamente, seguendo protocolli che minimizzano lo stress, aspetto centrale che la letteratura considera per evitare alterazioni comportamentali. La vaccinazione non è una soluzione risolutiva, poiché si inserisce in un contesto ecologico complesso, nel quale la pressione dei virus aviari è destinata a crescere a causa dei cambiamenti climatici e della maggiore interazione tra specie marine e uccelli migratori. Alcuni studi di Nature Communications mostrano che l’aumento delle temperature sta

modificando le rotte di molte specie, favorendo contatti che in passato erano rari e aumentando la probabilità di trasmissione virale. In questo scenario, la vaccinazione dei pinguini rappresenta un tentativo di anticipare un rischio che potrebbe diventare strutturale nei prossimi decenni. La ricerca sta cercando di capire quali colonie siano più esposte, quali ceppi virali circolino con maggiore frequenza e come intervenire senza alterare gli equilibri ecologici. La campagna vaccinale è quindi parte di una strategia più ampia che mira a proteggere specie già minacciate da cambiamenti ambientali rapidi e difficili da prevedere. (M. O.). Giornale dei Biologi | Set 2026 107


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di Giovanni Misasi* e Teresa Pandolfi*

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a biodiversità agricola rappresenta una componente fondamentale del patrimonio biologico e culturale di un territorio e costituisce una risorsa strategica per il futuro dei sistemi agroalimentari. In un contesto caratterizzato dai cambiamenti climatici, dalla progressiva perdita di varietà locali e dalla crescente omogeneizzazione delle colture, la conservazione della diversità genetica vegetale assume un'importanza che va ben oltre la tutela delle tradizioni agricole. È in questa prospettiva che nasce il Simposio Nazionale sulla Conservazione dei Semi Antichi e della Biodiversità Agricola, promosso dall’Associazione Scientifica Biologi Senza Frontiere in collaborazione con l’Associazione PerBenEssere. Un’iniziativa nata per creare uno spazio di confronto tra ricerca scientifica, università, istituzioni, professionisti, agricoltori, associazioni e comunità locali e che, dopo le prime edizioni, si prepara a diventare un appuntamento annuale di riferimento a livello nazionale. Un seme è molto più di una semplice unità di propagazione Il seme rappresenta una delle principali forme attraverso cui la diversità genetica delle piante coltivate viene trasmessa nel tempo. All'interno della sua variabilità genetica possono essere presenti caratteri legati all'adattamento a specifiche condizioni ambientali, alla risposta agli stress, alla qualità delle produzioni e alle caratteristiche agronomiche e nutrizionali delle varietà. Le cosiddette varietà antiche o locali costituiscono, pertanto, un patrimonio genetico che merita di essere conosciuto, caratterizzato e conservato. Non si tratta semplicemente di recuperare ciò che appartiene al passato, ma di mantenere disponibile una riserva di diversità biologica che può rappresentare una risorsa per la ricerca e per l'agricoltura del futuro. La conservazione dei semi assume quindi una duplice dimensione: da una parte la salvaguardia di un patrimonio genetico e culturale; dall'altra la possibilità di mantenere nel tempo una variabilità sulla quale la ricerca possa continuare a indagare. Biodiversità e cambiamenti climatici La perdita di biodiversità agricola è particolarmente rilevante in un'epoca nella quale i sistemi agricoli sono chiamati a confrontarsi con condizioni ambientali sempre più variabili. L'aumento delle temperature, la modifica della distribuzione delle precipitazioni, gli eventi meteorologici estremi, la pressione di nuovi patogeni e la trasformazione degli ecosistemi pongono infatti nuove esigenze di adattamento alle colture. In questo scenario, disporre di una maggiore diversità genetica significa conservare un patri* Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere Giornale dei Biologi | Set 2026 109


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LA TUTELA DELLA BIODIVERSITÀ AGRICOLA RICHIEDE UN APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE. CONSERVARE UNA VARIETÀ SIGNIFICA INNANZITUTTO CONOSCERLA: IDENTIFICARNE LE CARATTERISTICHE GENETICHE E FENOTIPICHE, STUDIARNE IL COMPORTAMENTO AGRONOMICO, DOCUMENTARNE LA STORIA, COMPRENDERNE IL RAPPORTO CON L'AMBIENTE E MANTENERE LE CONOSCENZE TRADIZIONALI ASSOCIATE ALLA SUA COLTIVAZIONE

monio di caratteristiche biologiche potenzialmente utili per affrontare condizioni ambientali differenti. La biodiversità non costituisce quindi soltanto un valore da proteggere, ma può diventare una componente della resilienza dei sistemi agricoli. Per questo motivo la conservazione non dovrebbe limitarsi alla semplice raccolta e custodia dei semi, ma comprendere attività di identificazione, caratterizzazione, studio, riproduzione e mantenimento delle varietà nei territori nei quali sono state selezionate e coltivate nel corso del tempo. Conservare significa conoscere La tutela della biodiversità agricola richiede un approccio multidisciplinare. Conservare una varietà significa innanzitutto conoscerla: identificarne le caratteristiche genetiche e fenotipiche, studiarne il comportamento agronomico, documentarne la storia, comprenderne il rapporto con l'ambiente e mantenere le conoscenze tradizionali associate alla sua coltivazione. Diventa quindi fondamentale il dialogo tra discipline diverse: biologia, genetica, botanica, agronomia, ecologia, scienze degli alimenti, nutrizione e ricerca ambientale. In questo quadro, anche la figura del biologo può contribuire alla costruzione di una visione integrata della biodiversità, mettendo in relazione la componente genetica e biologica con quella ambientale, alimentare e, più in generale, con i processi che riguardano la salute degli ecosistemi e dell'uomo. Biodiversità agricola, alimentazione e territorio La conservazione delle varietà locali riguarda inoltre il rapporto tra biodiversità, alimentazione e identità territoriale. Molti prodotti tradizionali sono infatti il risultato di una lunga interazione tra patrimonio gene110 Giornale dei Biologi | Set 2026

tico, ambiente, tecniche di coltivazione e conoscenze tramandate dalle comunità. Quando una varietà scompare, non si perde soltanto una pianta coltivata: può venire meno anche una parte delle conoscenze, delle pratiche agricole e della cultura alimentare ad essa associate. Il recupero e la valorizzazione della biodiversità possono pertanto contribuire a mantenere vivo il legame tra territorio, produzione agricola e cultura alimentare, favorendo allo stesso tempo una maggiore consapevolezza rispetto alla provenienza e alla diversità degli alimenti. È proprio questo collegamento tra scienza e territorio uno degli elementi distintivi del Simposio: accanto alla riflessione scientifica, l'iniziativa valorizza infatti la possibilità di conoscere direttamente semi, varietà e produzioni legate alla biodiversità agricola. Dalla prima edizione alla costruzione di una rete nazionale Il percorso del Simposio è iniziato il 7 aprile 2025 presso il RiMuseum – Museo per l’Ambiente dell’Università della Calabria, a Rende, con una giornata dedicata alla conservazione della biodiversità agricola che ha riunito esponenti delle istituzioni, dell'università, della ricerca e del settore agricolo. I lavori hanno affrontato temi differenti ma strettamente interconnessi: dal recupero e dalla caratterizzazione della biodiversità frutticola alla valorizzazione dei legumi calabresi, dalla conservazione del germoplasma olivicolo agli aspetti biologici della germinazione, fino alle problematiche legate ai cambiamenti climatici, alla normativa sulla tutela della biodiversità di interesse agricolo e alimentare e al ruolo delle istituzioni e degli enti di ricerca. La presenza di università, enti di ricerca, Regione Calabria, ARSAC, professionisti, associazioni e operatori del territorio ha


Ambiente

evidenziato quanto la tutela della biodiversità necessiti di una collaborazione strutturata tra competenze differenti. L'iniziativa ha inoltre mostrato come la divulgazione scientifica possa diventare uno strumento concreto per avvicinare la comunità alla conoscenza della biodiversità: l'esposizione dei semi antichi, le attività dimostrative e le degustazioni di prodotti tradizionali hanno permesso di collegare il dato scientifico alla realtà quotidiana. Un appuntamento che guarda al futuro Dopo la prima edizione, il progetto è proseguito con l'obiettivo di consolidare il Simposio come appuntamento annuale nazionale, capace di coinvolgere progressivamente realtà provenienti dalle diverse regioni italiane. La finalità non è creare semplicemente un evento ricorrente, ma costruire nel tempo una rete di competenze e di esperienze dedicate alla conoscenza e alla conservazione della biodiversità agricola. Un luogo nel quale confrontare esperienze di conservazione, risultati della ricerca, buone pratiche territoriali e strategie per mantenere vivo questo patrimonio. Il percorso arriva così alla III edizione, che si è svolta il 26 settembre 2026. L'appuntamento rappresenta una nuova tappa di un progetto che intende ampliare il confronto scientifico e favorire una partecipazione sempre più ampia di ricercatori, biologi, professionisti, istituzioni, università, associazioni e realtà territoriali provenienti da tutta Italia. Dalla conservazione alla responsabilità La biodiversità agricola non può essere considerata soltanto come una memoria del passato. È una risorsa biologica che deve essere studiata, documentata, conservata e resa disponibile alle generazioni future. La sfida consiste nel trasformare la conservazione in un processo dinamico, capace di unire ricerca scientifica, tutela del patrimonio genetico, conoscenza del territorio, innovazione e trasmissione dei saperi. È questa la direzione nella quale il Simposio intende proseguire il proprio percorso: non un appuntamento isolato, ma un progetto scientifico continuativo, aperto al confronto e alla costruzione di una rete nazionale. Il 26 settembre 2026, con la III edizione del Simposio, questo percorso ha compiuto dun-

que un nuovo passo. L'obiettivo è fare della biodiversità agricola un tema sempre più presente nel dibattito scientifico e nella consapevolezza collettiva, perché conoscere e conservare la diversità biologica significa anche preservare le possibilità del futuro. Il Simposio ha consolidato, attraverso il confronto tra ricerca, istituzioni e territorio, una rete nazionale dedicata alla conoscenza, alla conservazione e alla valorizzazione della biodiversità agricola, nella consapevolezza che tutelare la diversità biologica significa investire sulla resilienza dei sistemi agroalimentari e sul futuro della salute e dell’ambiente. Il percorso è aperto a tutti coloro che, attraverso la ricerca, la conservazione, la coltivazione o la valorizzazione delle varietà locali, contribuiscono alla tutela della biodiversità agricola. Ricercatori, biologi, studiosi, enti, associazioni, agricoltori e custodi dei semi potranno trovare nel Simposio uno spazio di confronto e di condivisione: le prossime edizioni saranno aperte a nuovi contributi, esperienze e collaborazioni provenienti da tutto il territorio nazionale.

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Giornale dei Biologi | Set 2026 111


Innovazione

Uno studio ha dimostrato l’impiego efficace della tossina botulinica per la cura della lesione del midollo spinale

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di Pasquale Santilio

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a lesione del midollo spinale, che può essere causata da incidenti, traumi, infortuni e ferite, è una delle principali cause di disabilità neurologica permanente. Oltre alla paralisi, più del 70% dei pazienti sviluppa dolore neuropatico cronico senza poter ricorrere a terapie farmacologiche in grado di poter modificarne l’evoluzione. Sulla rivista Military Medical Research è stato pubblicato uno studio, coordinato dal Cnr-Ibbc su un modello preclinico, che dimostra come la tossina botulinica di tipo A, somministrata in associazione all’elettrostimolazione muscolare, sia in grado di ridurre la neuroinfiammazione, di favorire la ri112 Giornale dei Biologi | Set 2026

parazione del tessuto nervoso e di attenuare il dolore nella lesione cronica del midollo spinale. I risultati gettano le basi per un primo studio clinico di fase I/II introducendo la tossina botulinica non come semplice trattamento sintomatico ma come modulatore dei processi biologici coinvolti nella riparazione del sistema nervoso. Sara Marinelli, ricercatrice del Cnr-Ibbc e coordinatrice dello studio, ha affermato che fin dai primi esperimenti con la tossina botulinica è stato osservato un recupero funzionale anticipato che non poteva essere spiegato dal solo effetto analgesico e che lasciava intuire l’attivazione di meccanismi di neuroprotezione e ri-

parazione. Questa intuizione ha guidato oltre dieci anni di ricerca e oggi permette di guardare con fiducia alla sperimentazione clinica. Dai risultati scientifici sono stati sviluppati un brevetto internazionale, un programma Proof of Concept, il confronto con AIFA per la definizione del percorso regolatorio e le collaborazioni necessarie allo sviluppo clinico. Siro Luvisetto del Cnr-Ibbc ha dichiarato: «La tossina botulinica è nota per la sua azione sulla trasmissione neuromuscolare, ma ora sappiamo che, a dosaggi estremamente bassi e con una somministrazione mirata, può modulare processi biologici complessi come neuroinfiammazione, sopravvivenza cellulare e rimielinizzazione, aprendo prospettive terapeutiche». Luca Madaro della Sapienza Università di Roma ha spiegato che la lesione del midollo spinale coinvolge profondamente anche il muscolo scheletrico e, comprendere il dialogo tra sistema nervoso e muscolo, è fondamentale per sviluppare strategie terapeutiche realmente efficaci. Anna Moles, Direttrice del Cnr-Ibbc, ha definito questo risultato come il frutto di una rete di competenze e infrastrutture che ha accompagnato una scoperta dal laboratorio alla prospettiva clinica. L’obiettivo è completare il percorso verso la sperimentazione clinica, sviluppando biomarcatori per la selezione dei pazienti e costruendo le partnership scientifiche, regolatorie e industriali necessarie a trasformare questa innovazione in una concreta opportunità terapeutica. Il programma prosegue con BIONICS, finanziato attraverso il Tech Transfer Award del Cnr-Dsb in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma.


Innovazione

Scoperto un nuovo meccanismo che controlla la maturazione delle proteine e la comunicazione tra le cellule

U

n team internazionale guidato dal professor Thomas Vaccari del Dipartimento di Bioscienze dell’Università degli Studi di Milano, con la collaborazione del CNR-Nanotec e del Baylor College of Medicine, ha scoperto un nuovo meccanismo che controlla la maturazione delle proteine e la comunicazione tra le cellule. Pubblicato sulla rivista Cell Reports, lo studio descrive per la prima volta un checkpoint molecolare precoce che stabilisce se una proteina potrà completare correttamente il proprio percorso di maturazione oppure verrà trattenuta all’interno della cellula. Le proteine destinate alla secrezione o alla superficie cellulare vengono prodotte nel reticolo endoplasmatico, dove molte subiscono la N-glicosilazione, cioè un percorso in cui vengono aggiunti zuccheri alle proteine appena sintetizzate. Questa modifica rappresenta un passaggio essenziale che favorisce il corretto ripiegamento, la stabilità e la funzionalità delle proteine. In particolare, i ricercatori hanno scoperto che TUSC3, una proteina del reticolo endoplasmatico coinvolta nella N-glicosilazione, agisce come un vero checkpoint molecolare che consente alle proteine di superare uno snodo cruciale del loro percorso di maturazione. In assenza di TUSC3, le proteine rimangono bloccate in uno stato intermedio, tendono a diventare insolubili e possono accumularsi all’interno della cellula con effetti potenzialmente dannosi. Il team, per comprendere il funzionamento di questo meccanismo, ha studiato BMP4, una proteina segnale che permette alle cellule di comunicare tra loro e coordina la formazione di tessuti e organi durante lo sviluppo embrionale. I risultati mostrano che, in assenza di TUSC3, BMP4 resta intrap-

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polata nel reticolo endoplasmatico e la sua capacità di trasmettere segnali si riduce molto. Al contrario, aumentando i livelli di TUSC3 cresce la quantità di BMP4 secreta e il segnale cellulare si rafforza. La ricerca ha rivelato così un passaggio finora sconosciuto nel controllo qualità delle proteine: una fase molto precoce in cui la cellula stabilisce quali molecole possono proseguire il loro percorso di maturazione prima ancora dell’intervento dei sistemi di sorveglianza già noti. Questa scoperta amplia la comprensione dei meccanismi che regolano la comunicazione tra cellule e il corretto funzionamento di tessuti e organi. Le implicazioni per la salute

umana sono significative. Mutazioni del gene TUSC3, al cui interno ci sono le istruzioni per produrre l’omonima proteina, sono associate a rare malattie congenite della glicosilazione e a forme di disabilità intellettiva. Inoltre, poiché TUSC3 è coinvolta anche in diversi tipi di tumore, questi risultati aprono nuove prospettive per comprendere il ruolo del controllo qualità delle proteine nella progressione tumorale. Lo studio dimostra che la glicosilazione non è una semplice modifica delle proteine, ma un vero codice funzionale che ne guida la maturazione, la qualità e la capacità di comunicare con l’ambiente cellulare. (P. S.). Giornale dei Biologi | Set 2026 113


Innovazione

Uno studio spiega un processo essenziale di comunicazione tra cellule, cioè come alcune proteine si “disattivano”

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U

na ricerca condotta dall’Istituto Officina dei Materiali del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Trieste ha contribuito a chiarire uno dei meccanismi fondamentali di funzionamento del sistema cellulare, vale a dire il processo attraverso cui determinate proteine, le Rho GTPasi, che regolano processi quali l’organizzazione del citoscheletro, il movimento cellulare e la comunicazione tra cellule, si “disattivano” dopo aver svolto la loro funzione. Coordinato dalle ricercatrici Angela Parise e Alessandra Magistrato del Cnr-Iom, lo studio è stato pubblicato sul Journal of the American Chemical 114 Giornale dei Biologi | Set 2026

Society. Le Rho GTPasi sono proteine che agiscono come interruttori molecolari: alternano uno stato “acceso” e uno “spento”. Quando questo sistema di regolazione viene alterato, possono svilupparsi diverse patologie, tra cui tumori e metastasi. La comprensione specifica delle modalità con le quali questi interruttori si attivano e si disattivano rappresenta un’importante sfida per la biologia molecolare e la medicina. Attraverso simulazioni computazionali avanzate, che combinano dinamica molecolare classica e metodi quantistici, le ricercatrici sono state in grado di osservare con risoluzione atomica il meccanismo con cui la proteina RhoA origina la reazione

chimica che determina il passaggio dalla forma attiva a quella inattiva. Angela Parise del Cnr-Iom, prima autrice dello studio, ha spiegato che l’indagine ha identificato un meccanismo finora del tutto sconosciuto. Durante la reazione, una glutammina, cioè un amminoacido presente nel sito attivo della proteina, cambia temporaneamente struttura, comportandosi come una sorta di navetta che trasferisce protoni e rende possibile la reazione chimica. Terminato il processo, l’ingresso di molecole d’acqua permette alla proteina di ritornare nella configurazione iniziale, pronta per un nuovo ciclo di attività. Questo modello risolve un dibattito aperto da anni sul funzionamento delle Rho GTPasi. Alessandra Magistrato, dirigente di ricerca del Cnr-Iom, ha affermato: «Per noi è stato particolarmente importante riuscire a costruire, passo dopo passo, l’intero meccanismo della reazione. L’integrazione tra simulazioni molecolari avanzate e dati strutturali ci ha permesso di osservare passaggi fondamentali che finora erano rimasti invisibili e di proporre un nuovo meccanismo d’azione di queste proteine. La possibilità di seguire il movimento degli atomi durante la reazione ci ha consentito di comprendere come la proteina riesca a disattivarsi e a tornare pronta per un nuovo ciclo. Si tratta di un approccio che potrà essere applicato anche allo studio di molte altre proteine coinvolte nella regolazione delle funzioni cellulari». L’applicazione di simulazioni molecolari avanzate allo studio di proteine e acidi nucleici coinvolti in processi patologici è proprio uno dei focus di ricerca del gruppo di studio del Cnr-Iom, con l’obiettivo, preciso e funzionale, di supportare lo sviluppo di innovative strategie terapeutiche. (P. S.).


Innovazione

Una ricerca che suggerisce un nuovo approccio per indagare lo sviluppo della diversità neuronale del cervello

È

stato pubblicato sulla rivista Nature uno studio, frutto della collaborazione tra Italia e Regno Unito, che ha svelato la più completa mappa molecolare mai ottenuta del cordone nervoso del moscerino della frutta, l’equivalente del midollo spinale nei vertebrati. La ricerca ha coinvolto per l’Italia l’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il moscerino della frutta è uno degli organismi modello più importanti per le neuroscienze. Negli ultimi anni è stato il primo animale per cui è stata ricostruita l’intera rete delle connessioni neuronali, il cosiddetto connettoma. Il termine è stato coniato nel 2005 dai ricercatori Olaf Sporns e Patric Hagman in riferimento alla mappa delle connessioni celebrali. Lo studio dei connettomi, consente la mappatura del sistema nervoso di un organismo a diverse scale di dettaglio. Su microscala la mappatura viene effettuata a livello di neuroni e sinapsi, su macroscala descrive la connettività strutturale e funzionale tra aree corticali e strutture subcorticali dell’encefalo. La nuova mappa molecolare rappresenta un tassello fondamentale per comprendere non solo come i neuroni sono collegati tra loro, ma anche come acquisiscono la propria identità durante lo sviluppo. Grazie a questa visione di insieme senza precedenti, lo studio ha rivelato un nuovo principio organizzativo del sistema nervoso. Erika Donà, ricercatrice di Cnr-In che ha guidato lo studio insieme a Sebastian Cachero e Greg Jefferis (MRC Laboratory of Molecular Biology), ha spiegato che la ricerca ha permesso di scoprire che ogni neurone conserva una sorta di “codice a barre molecolare” che riflette l’ordine in cui è stato generato durante lo sviluppo. Questo

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meccanismo, già ipotizzato in parte nel midollo spinale dei mammiferi, emerge qui per la prima volta a livello dell’intero sistema nervoso, offrendo una prospettiva globale su come nasce e si organizza la diversità neuronale. Inoltre, la ricerca ha fatto luce sui meccanismi che generano le differenze tra maschi e femmine: analizzando contemporaneamente individui di entrambi i sessi, gli scienziati hanno scoperto che la morte programmata di specifiche cellule durante lo sviluppo svolge un ruolo molto più esteso del previsto nella formazione di neuroni esclusivi dei maschi. Hanno altresì mostrato come neuroni nati nello stesso momento possano seguire programmi

genetici differenti, acquisendo connessioni e caratteristiche diverse nei due sessi. Oltre alle scoperte biologiche, il progetto mette a disposizione della comunità scientifica una piattaforma online aperta che consente di esplorare, analizzare e scaricare i dati raccolti. Questa risorsa rappresenta un passo importante verso la costruzione di una mappa completa del sistema nervoso che integri identità molecolare, anatomica e funzionale, e potrà accelerare nuove scoperte sul funzionamento del cervello, non solo negli insetti ma, più in generale, sui principi che guidano l’organizzazione dei sistemi nervosi animali. (P. S.). Giornale dei Biologi | Set 2026 115


Beni Culturali

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Beni Culturali

NUOVE E FONDAMENTALI SCOPERTE DURANTE I LAVORI DI CONSOLIDAMENTO DI UN MURAGLIONE. ECCO MOSAICI E AFFRESCHI DELLA CASA DEL COMANDANTE O DEL PUNTO DI RISTORO DELL'EDIFICIO

S

ono venuti fuori durante i lavori di consolidamento di un muraglione, portando subito buonumore, colore, allegria nei primi fortunati che hanno potuto ammirarli. Mosaici con delfini, pesci e altre creature marine, frammenti di affreschi dai colori vivi, perfino l'impronta di una caliga, tipica calzatura dell'antica Roma, ancora impressa sul pavimento: sono i tesori che da secoli e secoli giacevano nascosti al di sotto di Villa Celimontana, nel cuore della Capitale, e che sono riemersi nel corso dell'estate. Lo scenario è incantevole, manifestazione evidente della stratificazione di una città come Roma. Villa Celimontana, già Villa Mattei al Celio, è una costruzione del Cinquecento circondata da un grando parco. Il sito sottostante, di età Flavia e Traianea, è stato scoperto tra il XIX e il XX secolo e la sua componente più significativa è rappresentata dagli accampamenti della quinta coorte dei Vigiles, i Vigili del Fuoco dell'Urbe. I mosaici e le ultime, imporanti scoperte sono relativi proprio a questa struttura. «Nel realizzare questo intervento, uno dei 152 del PNRR della missione Caput Mundi, siamo andati a rinforzare un muro della Villa Mattei», spiega Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma. «Sono stati fatti degli scavi ed è stato fatto un eccezionale ritrovamento, otto ambienti di cui cinque completamente scavati e tre in parte da scavare che presentano un apparato decorativo eccezionale, con resti anche di affreschi. Si tratta di un edificio del II secolo d.C. che è stato rimaneggiato anche nel III secolo, legato presumibilmente a una committenza importante, come lasciano immaginare la varietà e la ricchezza delle opere d'arte a corredo». Tra i reperti spiccano un mosaico a tema marino, un cratere circondato da un delfino, un'aragosta, un granchio e un pesce, insieme a frammenti di pavimento di più antica realizzazione. Particolarmente suggestivi anche i soffitti affrescati, che presentano decori con cerchi rossi e fasce azzurre, oltre che cornici in stucco perfettaGiornale dei Biologi | Set 2026 117


Beni Culturali

mente integre e rivestimenti in opus sectile. «Il pianoro dove nella seconda metà del '500 è stata costruita Villa Mattei, ora chiamata Villa Celimontana, è in realtà un pianoro artificiale», sottolinea la responsabile dello scavo, Simona Morretta. «Si trattava infatti in origine di una collinetta, sostenuta sul lato meridionale da un doppio muraglione». Proprio l'intervento di consolidamento della muraglia protettiva ha consentito il ritrovamento di questi ambienti sconosciuti e ancora intatti, solo l'ultima di una serie di scoperte vecchia ormai più di 200 anni. «All'ingresso dell'attuale parco di Villa Celimontana sono stati trovati, nel 1820 e nel 1931, degli edifici della caserma dei vigili, la quinta coorte dei Vigili del Fuoco di Roma. In realtà però qualcosina era emerso anche negli anni precedenti», continua Simona Morretta. «Nell'ultimo scavo sono stati trovati degli importanti mosaici, quello più antico ha una decorazione vegetale, quello superiore è più geometrico, del III secolo, e raffigura un vaso per bere. Attorno ci sono degli animali marini, tra cui delfini». È proprio questo emblema a rimandare ai vigili, uno dei corpi più consistenti nell'epoca della Roma imperiale dove gli incendi erano all'ordine del giorno. Il Celio, uno dei sette colli dove secondo tradizione fu edificata Roma, era perfetto logisticamente per ospitare una

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caserma di vigili. Dalla sua sommità si godeva infatti un panorama piuttosto esaustivo della città, inoltre era a breve distanza dall'asse portante dell'Acquedotto Claudio, infrastruttura fondamentale di quel periodo storico. Rimane però da sciogliere un dubbio: a quale edificio potrebbero essere collegati i mosaici, gli affreschi e le decorazioni scoperte di recente? «Le ipotesi sono due. La prima è che potrebbe trattarsi della domus del tribunus, della residenza del comandante di una caserma come quella, che doveva essere molto grande, con oltre mille vigili. Potrebbe però trattarsi – la conclusione di Simona Morretta – anche del punto di ristoro della caserma stessa». In ogni caso, la ricchezza delle decorazioni, dei mosaici e delle rifiniture, la cura dell'insieme e la maestosità di ambienti e saloni offrono una testimonianza notevole del livello eccezionalmente raffinato dell'edificio

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Beni Culturali

e dell'organizzazione dei servizi nella Roma di epoca imperiale. L'intero sito, abbandonato nel corso del IV secolo, sarebbe stato poi nuovamente utilizzato nel V e nel VI secolo ma con scopi e finalità differenti, prima di sparire dalla scena. Superfluo sottolineare come la scoperta abbia trasformato il cantiere in una nuova occasione di studio della caserma, finalizzata all'indagine di tutti i suoi ambienti, anche quelli ancora parzialmente non emersi. Sul futuro dell'area restano attive diverse opzioni. Una prevede la protezione dei reperti e dell'intera struttura attraverso il suo reinterro studiato, altre invece darebbero modo a cittadini e turisti di ammirare dal vivo e all'aperto ciò che gli ultimi scavi hanno riportato alla luce. (R. D.). © Fabio Caricchia © Ministero della Cultura/shutterstock.com

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Giornale dei Biologi | Set 2026 119


Sport

di Antonino Palumbo

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Chiara Pellicani.


Sport

T

utta colpa di quel centesimo. Quello che poteva trasformare in oro l'argento di Thomas Ceccon nei 100 metri dorso e quello di Benedetta Pilato nei 50 metri rana. Ne sarebbe bastato uno, all'Italia del nuoto, per vincere il medagliere assoluto dei Campionati europei degli sport acquatici andati in scena questa estate a Parigi. Al di là di un verdetto deciso dal numero maggiori medaglie d'oro (13 per l'Italia, 14 per la Gran Bretagna), gli azzurri hanno fatto incetta di podi come nessuno: 43, con 15 argenti e 15 bronzi. Dietro di loro: Germania e Atleti neutrali B (russi) con 32 a testa, poi i britannici con 26. Attraverso dieci volti (ma sono molti di più), riviviamo gli entusiasmanti Europei 2026 della nazionale italiana di nuoto e tuffi. Chiara Pellacani (tuffi) - La 23enne tuffatrice romana è stata la dominatrice assoluta nelle gare di tuffi, conquistando cinque ori su cinque ai Campionati europei di sport acquatici. La prima è arrivata nel Team event con Matteo Santoro, Sarah Jodoin di Maria e Raffaele Pelligra (anche argento nel sincro dalla piattaforma con Simone Conte). Con Santoro, Pellacani ha anche “ricordato” perché i due sono campioni del mondo nel 3m sincro misto: secondo oro. Pellacani ha poi dominato le gare individuali di trampolino da un metro e da tre metri, per completare il capolavoro nel sincro 3m donne assieme ad Elisa Pizzini. Simona Quadarella (nuoto) – Da una romana all'altra. Vincendo gli 800, i 1500 e i 400 metri stile libero, la 27enne Simona Quadarella ha completato la sua terza tripletta agli Europei, dopo Glasgow 2018 e Budapest 2021. Se il quarto titolo di fila negli 800 sl è stato timbrato con la miglior prestazione in carriera, il poker nei 1500 sl ha visto Simona nuotare come mai aveva fatto in carriera. La ciliegina sulla torta è stata l'oro sulla distanza più breve, dove non partiva favorita. Ginevra Taddeucci (nuoto in acque li bere) - Due successi e due medaglie per

A PARIGI L'ITALIA È GIUNTA SECONDA NEL MEDAGLIERE PER DUE ORI SFUMATI DI UN CENTESIMO, MA È SALITA SUL PODIO PIÙ VOLTE DI TUTTI

la nuotatrice fiorentina a Parigi. A due anni dal bronzo olimpico, Ginevra è tornata nella Senna per conquistare il titolo europeo della 10 km, il primo sulla distanza. Poi si è confermata nella 5 km, per una doppietta mai riuscita prima a nessuna italiana. A completare il "bottino" il bronzo nella 3 km knockout sprint e l'argento in staffetta con Barbara Pozzobon, Marcello Guidi e il capitano Gregorio Paltrinieri. Sara Curtis (nuoto) - Padre cuneese, madre nigeriana, la 20enne di Savigliano è stata l'azzurra con più medaglie complessive a Parigi 2026 (e nessuna ne aveva mai vinte sei in un sol colpo), arrivate a suon di primati nazionali e mondiali. Straripante il suo impatto nei 50m dorso, con doppio record del mondo tra semifinale e titolo europeo. Sara è stata argento nelle staffette 4x100 metri stile libero e 4x100m misti e bronzo nei 100m sl, nella 4x100m sl mista e nei 50m sl. Niccolò Martinenghi (nuoto) - Il campione olimpico dei 100m rana ha dettato legge anche agli Europei. Non solo sulla doppia vasca, ma anche sulla distanza breve dei 50 metri, dove ha preceduto quel Simone Cerasuolo che chiude la rassegna con un argento e un bronzo. Oltre alla doppia corona, il 27enne varesino ha portato a casa anche l'argento conquistato con la staffetta 4x100 metri misti. Matteo Santoro (tuffi) - Talento precoce, più giovane campione d'Europa nei tuffi, anche a Parigi il 19enne romano ha dato il suo prezioso contributo al medagliere azzurro. Si è aggiudicato l'oro nella gara a squadre e nel sincro 3 metri misti, insieme a Chiara Pellacani, e il bronzo nel

sincro 3 metri con Stefano Belotti. Filippo Pelati (nuoto artistico) - Il 19enne ferrarese ha indossato al collo ben quattro medaglie nel nuoto artistico. La prima nel solo tecnico, specialità nella quale è vicecampione del mondo. A precederlo, anche stavolta, l'asso britannico Ranjuo Tomblin. Pelati è tornato sul podio nel duo misto tecnico e nel duo misto libero, centrando rispettivamente un argento e un bronzo sempre con Lucrezia Ruggiero. Infine il terzo argento, nel solo libero, con un esercizio sul tema "Il Diavolo" (coreografia di Anastasia Ermakova). Thomas Ceccon (nuoto) - Il rammarico è il centesimo che lo ha visto giungere secondo nei 100m dorso. Sarebbe stato il meritato Zenit per un Europeo che lo ha visto comunque protagonista con due argenti (l'altro nella staffetta 4x100m misti maschile) e due bronzi, arrivati negli "odiati" 200m dorso e nella staffetta 4x100m sl mista. Benedetta Pilato (nuoto) - Come Ceccon, anche "Benny" è andata a un centesimo dall'oro, nei 50m rana femminili, dopo essersi piazzata terza nei 100. A tutto vantaggio della Gran Bretagna, prima nel medagliere. Per Pilato anche un altro argento, nella 4x100m misti donne. Cosetti/Barnaba (tuffi dalle grandi al tezze) - Elisa Cosetti e Andrea Barnaba, tuffatori dalle grandi altezze e fidanzati, tornano dalla Francia con una medaglia d'argento a testa, rispettivamente nella gara femminile e in quella maschile. Cosetti era stata bronzo a Roma 2022, Barnaba è stato campione del mondo a livello giovanile. Giornale dei Biologi | Set 2026 121


Sport

Dalla doppietta di Nadia Battocletti al clamoroso epilogo nella 4x400 maschile, con i britannici battuti per appena tre centesimi

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Nadia Battocletti. 122 Giornale dei Biologi | Set 2026


Sport

È

ancora grand'Italia agli Europei di atletica leggera. Dopo il trionfo di Roma 2024, gli azzurri si sono ripetuti vincendo il medagliere con 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi, malgrado gli infortuni di due punte di diamante quali Marcell Jacobs e Mattia Furlani. Un successo thriller, quello dell'Italia a Birmingham: a fare la differenza sono stati i tre centesimi con i quali i nostri hanno battuto la favorita Gran Bretagna padrona di casa, nella conclusiva staffetta 4x400 maschile. Fabbri e Weir, doppietta nel peso - Il primo oro arriva dal getto del peso. La firma è quella di Leonardo Fabbri, con un notevole 22,31 al terzo lancio e prende il comando della gara, senza più lasciarlo. Alle sue spalle completa la festa italiana Zane Weir, argento con 21,12. È il modo migliore per inaugurare il cammino dell’Italia: una doppietta davvero “pesante”. Derkach, il salto della maturità - Nel triplo femminile Dariya Derkach trova finalmente il grande acuto che inseguiva da anni. La saltatrice italiana regge la pressione, costruisce una gara di grande solidità e piazza il balzo che vale il titolo europeo, a 14,42 metri. Non solo una medaglia: è la consacrazione di un’atleta che ha attraversato stagioni difficili, senza smettere di credere nel proprio talento. Tamberi, simply the best - Chiamatelo “Mission Impossible”. A Birmingham il campione azzurro torna protagonista nel salto in alto e conquista un altro titolo europeo. La gara è una battaglia di nervi, tecnica e personalità, ma Gimbo sa ancora una volta trasformare la pressione in energia. Quando arriva il momento di stringere i denti, l’azzurro salta 2,32 metri al secondo tentativo e sorpas-

sa il campione mondiale indoor Oleh Doroshchuk, autore di un percorso netto fino a 2,30. Bronzo per Matteo Sioli, vent'anni. Stano, il re della maratona di marcia - Fra le gare indimenticabili, quella di Massimo Stano nella maratona di marcia. Chilometro dopo chilometro, rimonta l'ungherese Bence Venyercsan e lo spagnolo Miguel Angel Lopez, poi argento davanti al francese Quinion. Coraggiosa e lucida la prestazione del 34enne pugliese, splendido protagonista della grande tradizione italiana, su una distanza nuova. Fiorini di un altro pianeta - Nella stessa giornat, pochi minuti dopo, Sofia Fiorini completa la doppietta azzurra nella maratona di marcia e porta l’Italia sul tetto d’Europa anche al femminile. La sua prova è fatta di ritmo, resistenza e gestione perfetta delle energie. Birmingham scopre così una nuova domatrice della specialità: il tempo di 3h15'11" è il nuovo record del mondo, la polacca Katarzyna Zdzieblo è staccata di quasi 5 minuti. Il volo di Diaz, a un passo dalla storia - Andy Díaz regala uno dei salti più spettacolari dell’intero Europeo. Nel triplo maschile l’azzurro conquista l’oro e si avvicina addirittura a soli 14 centimetri dal leggendario record mondiale di Jonathan Edwards del 1995. Diaz atterra a 18,15 metri, con una combinazione di velocità, tecnica e potenza che lascia il pubblico dell’Alexander Stadium senza fiato. Il suo rivale , l'iridato Pedro Pichardo, può solo rimuginare. Andrea Dallavalle è terzo. Battocletti, regina del mezzofondo - Nadia Battocletti è la regina indiscussa delle lunghe distanze. Dopo aver dominato i 5.000 metri, l’azzurra completa il capolavoro nei 10.000,

firmando una doppietta che aveva già realizzato a Roma nel 2024. La sua forza è nella capacità di correre con intelligenza, aspettare il momento giusto e poi cambiare ritmo quando le avversarie non hanno più risposte. Due gare, due ori, una superiorità netta: il suo nome è tra quelli che spiegano meglio il trionfo azzurro. Coiro e il record che durava da 46 anni - Non è una medaglia d'oro, ma vale oro l'impresa di Eloisa Coiro. Nella batteria degli 800 metri corre in 1:57.56, battendo di dieci centesimi il primato italiano di Gabriella Dorio, che resisteva da 46 anni. La romana corre con intelligenza, resta coperta e cambia marcia nel rettilineo finale, chiudendo seconda alle spalle di Keely Hodgkinson. Iapichino, principessa del lungo Prima del gran finale della 4x400, Larissa Iapichino mette la firma d'oro nel medagliere italiano. Nel salto in lungo l’azzurra conquista il titolo europeo saltando 7 metri netti e completa una stagione di crescita, che la porta definitivamente tra le protagoniste della specialità. Il suo successo ha un peso enorme anche in una corsa al medagliere diventata serratissima, perché la Gran Bretagna sembra ormai favorita. La 4x400 e il sorpasso sul filo di lana - Infine, il capolavoro. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati corrono la 4x400 della vita. L’Italia deve battere i fortissimi britannici per chiudere davanti nel medagliere e la finale diventa un thriller. Dopo tre frazioni combattutissime, Benati riceve il testimone e resiste alla rimonta di Charlie Dobson. Negli ultimi metri il britannico sembra poter passare, ma l’azzurro tiene duro: 2:59.16 contro 2:59.19. Tre centesimi, un titolo storico e il sorpasso decisivo. L’Italia è campione d’Europa. (A. P.). Giornale dei Biologi | Set 2026 123


Sport

Miriam Sylla.

È

mancato poco, nei momenti più importanti. Ma non si può vincere sempre, anche quando alla fine senti di essere stato più forte per gran parte della contesa. Dall’esordio travolgente a Göteborg alla notte amara, ma comunque storica, di Istanbul: il cammino dell’Italia agli Europei femminili di pallavolo 2026 si è chiuso con la medaglia d’argento al collo e la consapevolezza di essere ancora una volta ai vertici del volley mondiale. Del resto, non si è campionesse olimpiche e mondiali in carica per caso. Le azzurre di Julio Velasco hanno iniziato la rassegna continentale imponendosi nella Pool D con un per124 Giornale dei Biologi | Set 2026

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Danesi e compagne si sono spinte fino al 2-1 in finale, per poi cedere al tie-break alla Turchia padrona di casa

corso quasi perfetto: cinque vittorie, quattro delle quali per 3-0, e un solo set lasciato alla Francia. La fase a eliminazione diretta ha confermato la solidità della squadra. A Brno, negli ottavi, è arrivato un netto 3-0 sulla Bulgaria, con Ekaterina Antropova (riproposta in posto 4 per la kermesse) e Paola Egonu puntuali protagoniste. Poi il quarto di finale contro la Svezia della "divina" Bella Haak, che ha reso la vita dura alle italiane. Perso il primo set, Sylla e compagne hanno però reagito con carattere, ribaltando la partita fino al 3-1 finale. Egonu ha chiuso con 27 punti, Antropova con 22. «La svolta è stata riuscire a stare tutte insieme, soprattutto nei

momenti di tensione e nervosismo», ha spiegato Egonu, sottolineando la capacità del gruppo di restare lucido nei momenti decisivi. In semifinale, a Istanbul, l’Italia ha trovato la Polonia. E dopo il successo sulla Svezia, Velasco ha spronato da par suo le ragazze: «Essere tra le prime quattro d’Europa non ci basta. Adesso pensiamo alla semifinale e vogliamo vincerla». Il tecnico ha indicato nella lucidità e nella capacità di gestire la pressione le chiavi per il passo successivo. Risultato finale: 3-1. La finale è stata quella pronosticata. Le azzurre si sono ritrovate infatti la Turchia padrona di casa, quella Turchia diventata l'El Dorado di molte giocatrici italiane o big straniere passate dall'Italia. Peraltro nel 2025,a Bangkok, le ragazze di Velasco e quelle di Santarelli si erano affrontate nella finale mondiale, con le Azzurre vittoriose 3-2. E a Parigi 2024 era stata proprio l’Italia a eliminare la Turchia in semifinale, prima di conquistare il primo, storico oro olimpico. Stavolta, però, l'esito è stato diverso. Davanti a oltre 17 mila spettatori, l’Italia è partita fortissimo, vincendo il primo set 25-16. Si è lasciata sfuggire il secondo, malgrado una grande partenza. Poi è sembrata ritrovare la retta via nel terzo, chiuso addirittura 25-12. Le padrone di casa hanno però alzato il livello, conquistando il quarto set e poi il tie-break, trascinate dalla formidabile cubana naturalizzata turca, Melissa Vargas. Oltre il rammarico, le azzurre si sono dimostrate campionesse anche nell'accettare la sconfitta nel match decisivo. «Onore a loro ma anche a noi per aver giocato una bella pallavolo», il commento della capitana Anna Danesi. E per Miriam Sylla quello di Istanbul è un argento che «brilla quanto un oro». (A. P.).


Sport

Lo sloveno stava dominando, lo spagnolo ha dimostrato di meritare l'eredità del campione finito malconcio in ospedale

I

caro si bruciò le ali per avvicinarsi troppo al Sole. A far cadere giù Tadej Pogacar, ciclista sloveno "pigliatutto", sarebbe stato invece un banalissimo sasso a bordo strada. A 33 km dalla conclusione della tappa di Xeraco, alla Vuelta a Espana, il campione del mondo 2025 ha visto sgretolarsi la concreta possibilità di compiere l'ennesima impresa, la cosiddetta "Tripla Corona" dei grandi giri: Giro d'Italia, Tour de France, Vuelta. Alla fine, il successo nella gara a tappe spagnola è andato a Enric Mas, 31 enne basco, che mai si era imposto nella classifica generale di una competizione di questo livello. Nulla sembrava potersi frapporre tra Pogacar e l'ennesima dimostrazione di forza, di quelle che con il tempo hanno reso accettabili e quasi doverosi i paragoni con Eddy Merckx, fino a pochi anni fa considerato senza alcun dubbio il miglior ciclista di tutti i tempi. Tadej aveva esordito vincendo la prima tappa, 9,4 km a cronometro nel Principato di Monaco. Terzo a Manosque il giorno dopo, aveva fatto il bis ad Andorra la Vella e il tris a Castelló nella sesta frazione, mettendo più di tre minuti e mezzo fra sé e Mas e guadagnandone oltre quattro sul connazionale Primoz Roglic e quasi cinque su Richard Carapaz e Felix Gall. Poi la caduta, in rettilineo, in una tappa pianeggiante. Dalle immagini è apparso subito un “Pogi” malconcio. Ha provato a risalire in sella, poi ha detto «No», mentre una ferita profonda alla spalla annunciava un referto pesante. “Commozione cerebrale, frattura scomposta della clavicola sinistra, una frattura stabile della vertebra cervicale C7 e numerose abrasioni. Fortunatamente, non si riscontrano altre lesioni gravi né conseguenze neurologiche. Sarà necessario un intervento chirurgico alla clavicola, che verrà tuttavia

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posticipato per precauzione a causa della commozione cerebrale” recita un comunicato del Team UAE. Il giorno dopo aver ereditato la maglia rossa da Pogacar, Eric Mas già secondo a Castelló sulla ruota del fenomeno sloveno - ha dimostrato di meritarne il peso andando a vincere la nona frazione all'Alto de Aitana, incrementando il vantaggio su Roglic. Un gap che si è ulteriormente ampliato nella dodicesima, da vera a Calar Alto, e due giorni dopo a Sierra de la Pandera, dove Roglic è stato anche scavalcato dall'austriaco Felix Gall. La cronometro individuale del 10 settembre, da El Puerto de Santa Maria a Jerez della Frontera, ha riportato il pre-

Tadej Pagacar.

cedente status quo sui gradini meno nobili del podio (Roglic a 1'37", Gall a 3'01") ma non ha scalfito il predominio di Mas. Nella penultima tappa, l'ultima di montagna, vinta dal redivivo Mikel Landa, il 31enne del Team Movistar ha infine messo in cassaforte la vittoria finale, gestendo con perdite misurate l'attacco di Gall e rimpinguando la distanza da Roglic. E così dopo tre secondi posti, alle spalle di Simon Yates (2018), Primoz Roglic (2021) e Remco Evenepoel (2022) e un terzo (2024), Mas si è preso della Vuelta. Era il primo degli “umani”, finché c'è stato Pogacar. E ha saputo approfittare della caduta di un “dio”. (A. P.). Giornale dei Biologi | Set 2026 125


Libri

Lo spiega lo scienziato, pioniere dell’invecchiamento con un occhio alla storia e un’altro spalancato al futuro della tecnologia di Anna Lavinia

Marco Quarta Sfidare il tempo Mondadori, 2026 – 20,00 euro

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iù di trent’anni fa, in una scena dell’iconico film La morte ti fa bella (1992), Isabella Rossellini ricordava saggiamente che l'ineluttabile crudeltà della vita è quella di offrirci “un assaggio di giovinezza, di vitalità, e poi... ci fa assistere alla nostra decadenza”. E prima o poi, bene o male facciamo tutti i conti con l’invecchiamento. C’è un desiderio più o meno recondito che accompagna gli uomini e le donne da millenni, l’immortalità. Oggi la vertiginosa ascesa della lotta contro l’invecchiamento si fa sempre più potente: unisce tecnologie, scienziati, progetti di biohacking estremo e strategie di medicina preventiva degni di un libro fantasy. In verità è tutto vero. Lo illustra chiaramente Marco Quarta, scienziato e biotecnologo italiano pioniere nello studio sull’invecchiamento. Una scrittura scientifica che lascia spazio alla filosofia e alle altre numerose discipline che ridefiniscono i confini della salute e della longevità. Si può sfidare il tempo? Possiamo almeno rallentarlo? Sono alcune delle domande che l’essere umano si è fatto per molto tempo e forse sono le stesse che hanno guidato l’autore nell’ispirazione per la sua ricerca. Una storia fatta di errori, intuizioni, disciplina, progressi e risultati esaltanti. Ricerche di frontiera ed esperienze rivoluzionarie non tanto per fermare le lancette del tempo piuttosto per stare bene più a lungo. Intanto si invecchia, lo sa bene l’Italia con uno dei tassi di anzianità più alto in Europa. Dopo una certa età, le malattie che affliggono l’individuo insorgono lentamente una dietro l’altra e portano la questione della vecchiaia ad

126 Giornale dei Biologi | Set 2026


Libri

un livello più ampio, al centro dell’attuale dibattito economico e sociale. La caccia alla molecola della giovinezza però è una storia molto lunga. I vecchi esperimenti di laboratorio sembravano usciti direttamente da film di fantascienza, come gli scambi di sangue tra cavie di diverse età. Quello che accadde nei primi anni Duemila fu sorprendente. La cavia più anziana iniziò a ringiovanire ma l’altra cominciò a invecchiare sempre più velocemente. Si scoprirono così alcuni meccanismi di invecchiamento cellulare, determinati fattori utili a ripristinare lo stato di salute eppure i conti non tornavano. C’era qualcosa nel sangue vecchio che faceva il contrario. Cercando di spiegare il ringiovanimento, gli studiosi hanno trovato riscontri positivi ma anche paradossi. È affascinante osservare come la scienza dell’invecchiamento presenti numerosi elementi tipici di una pellicola cinematografica. Per esempio, le cellule zombie, le cellule senescenti protagoniste del declino cognitivo e fisico. Queste, accumulando il danno infiammatorio, non sono più in grado di dividere né tantomeno di fare altro, non muoiono ma si trasformano e danno l’avvio all’inflammaging, la condizione cronica specifica dell’invecchiamento. Al confine tra scienza e finzione si colloca invece un fenomeno ancora più estremo: quello del “blood boy”. Questo termine prende spunto proprio da uno show televisivo e identifica giovani individui che vendono o donano il proprio sangue a persone ricche che sperano così di rallentare l’invecchiamento. Ricorrere alla finzione e alla creatività è un modo fantasioso ma pur sempre umano di affrontare un tema che, come ci ricorda l’autore, rimane senza dubbio un tabù. Accettare l’invecchiamento potrebbe essere il primo passo per vivere bene e a lungo.

Giuseppe Festa La danza del lupo Longanesi, 2026 – 18,60 euro Il corpo di una biologa viene ritrovato in fondo alla tana di un lupo nei Monti Sibillini. Le indagini sono affidate ad Alma Rovere, una giovane capitana dei carabinieri con una rara condizione neurologica che le fa ricordare tutto in modo estremamente dettagliato. La verità potrebbe nascondersi proprio nella sua memoria. (A. L.).

Adam Nicolson Il mare non è fatto d’acqua Il Saggiatore, 2026 - 26,00 euro Non solo acqua e non solo luogo: il mare è storia, relazioni, interazioni e possibilità. Lo dice lo scrittore e storico britannico nel suo nuovo libro dedicato alla straordinaria meraviglia insita in quella linea di confine tra terra e mare. Ancora molte lezioni possiamo ricevere da un microcosmo perfetto ma troppo spesso dimenticato. (A. L.).

Elena Macellari Le signore del paesaggio Fusta editore, 2026 – 28,00 euro Dieci donne e dieci luoghi. Scrittrici e viaggiatrici che tra Ottocento e Novecento hanno cambiato la storia. Con il loro lavoro e il loro sapere hanno immaginato giardini e trasformato i paesaggi italiani. Tra ville d’avanguardia, esotiche collezioni botaniche e progetti agricoli hanno tutte una cosa in comune: l’amore per la natura. (A. L.).

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Scienze

di Matteo Piccirilli

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a regolazione dell'espressione genica costituisce, ad oggi, uno dei misteri biologici più stratificati, intricati e affascinanti che la ricerca molecolare moderna stia tentando di decifrare. Ogni singola cellula del nostro corpo, pur condividendo un identico patrimonio di DNA, esibisce un'identità funzionale radicalmente diversa rispetto alle sue consorelle: un neurone non somiglia in nulla a un epatocita, e una cellula staminale ematopoietica differisce drasticamente da una cellula muscolare scheletrica. Questa straordinaria diversità funzionale, che costituisce la vera essenza biologica della complessità multicellulare, è orchestrata con precisione millimetrica da una vasta orchestra di proteine specializzate denominate fattori di trascrizione (TFs). Questi sofisticati attori molecolari si legano selettivamente a specifiche sequenze di DNA collocate nei promotori e negli enhancer, modulando con straordinaria finezza l'accesso del macchinario trascrizionale ai geni bersaglio. Tra tutte le categorie di geni regolati, una classe occupa un posto di assoluta preminenza biologica: quella dei cosiddetti geni essenziali, ovvero quel ristretto e fondamentale corpus genetico la cui espressione costante e ininterrotta risulta indispensabile per la mera sopravvivenza cellulare. La caratteristica peculiare e distintiva di questi geni vitali è di essere ancorati a promotori straordinariamente ricchi di dinucleotidi citosina-guanina, le cosiddette isole CpG (CGIs). Queste regioni cromosomiche specializzate, lunghe poche centinaia o migliaia di paia di basi, si presentano tipicamente non metilate, costantemente aperte alla trascrizione e, soprattutto, densamente popolate da un sorprendente numero di fattori di trascri128 Giornale dei Biologi | Set 2026

zione legati simultaneamente alla loro sequenza nucleotidica. Proprio l'osservazione di questa straordinaria densità di legame ha generato, nel corso degli ultimi tre decenni, un dogma profondamente radicato nella comunità della biologia molecolare e dell'epigenetica. Secondo questo modello classico, ampiamente accettato e citato in centinaia di pubblicazioni scientifiche, i fattori di trascrizione legati ai promotori delle isole CpG agirebbero in modo squisitamente cooperativo, sinergico e mutualmente potenziante. Si è ritenuto a lungo che proprio l'azione combinata, simultanea e ridondante di molteplici fattori fosse il meccanismo biochimico fondamentale per garantire l'espressione ubiquitaria, robusta e affidabile dei geni essenziali in ogni tipo cellulare. Questa visione cooperativa ha trovato un solido fondamento concettuale nell'evidenza che la rimozione di un singolo fattore raramente compromette in modo letale l'espressione genica complessiva, suggerendo che il sistema sia disegnato per essere intrinsecamente ridondante, resiliente, tollerante agli errori e ai guasti molecolari. Le implicazioni di questo paradigma cooperativo sono state vaste e profondamente influenti: dalla progettazione di terapie geniche basate su circuiti sintetici fino all'interpretazione delle varianti genetiche regolatorie associate alle malattie complesse. Tuttavia, una verifica diretta, sperimentalmente rigorosa e quantitativamente solida di questo modello classico, in particolare attraverso la rimozione combinatoria e simultanea di molteplici fattori in tempo reale, è rimasta a lungo tecnicamente fuori portata, lasciando il dogma cooperativo nella scomoda posizione di un'ipotesi solo


Scienze

UNA RIVOLUZIONE MOLECOLARE RIBALTA IL DOGMA DELLA COOPERAZIONE REGOLATIVA, DIMOSTRANDO CHE LA SOPRAVVIVENZA CELLULARE DIPENDE DA ARCHITETTURE GENETICHE DOMINANTI, GERARCHICHE E SORPRENDENTEMENTE SOLITARIE, CON IMPLICAZIONI PROFONDE PER LA MEDICINA DI PRECISIONE E LA BIOLOGIA SINTETICA

parzialmente verificata empiricamente. In questo affascinante e contraddittorio panorama scientifico si inserisce con prepotenza dirompente il monumentale preprint pubblicato sulla prestigiosa piattaforma bioRxiv nell'aprile 2026, intitolato “Essential genes are dominantly activated by single transcription factors”. Lo studio porta la firma di un brillante team di ricercatori afferenti al rinomato Center for Molecular Biology of Heidelberg University (ZMBH), coordinato da Martina Capriati, Sylke Nestmann, Izlem Su Akan, Faustus Benedikt Tuschmann, Silke Druffel-Augustin e Ralph S. Grand, quest'ultimo principal investigator del laboratorio. Il gruppo tedesco si è proposto un obiettivo scientifico estremamente ambizioso e metodologicamente impegnativo: smontare o confermare empiricamente il dogma cooperativo attraverso un disegno sperimentale di impareggiabile pulizia tecnica. Il sistema modello scelto è stato quello delle cellule staminali embrionali murine, una piattaforma cellulare considerata il gold standard mondiale per gli studi di regolazione trascrizionale grazie alla loro pluripotenza, alla loro stabilità in coltura e alla loro ricchezza in geni essenziali attivamente trascritti. La strategia metodologica adottata dai ricercatori di Heidelberg si distingue per la sua eccezionale eleganza ingegneristica. Per dissezionare con chirurgica precisione le interazioni regolatorie tra fattori di trascrizione, gli autori hanno impiegato la sofisticatissima tecnologia della degradazione proteica rapida e reversibile, sfruttando sistemi inducibili come dTAG e auxin-degron che permettono di rimuovere selettivamente una proteina di interesse dalla cellula viva nell'arco di pochi minuti, e di

restaurarne i livelli endogeni dopo la rimozione dell'agente induttore. Questo approccio rappresenta un salto quantico rispetto ai classici knock-out genetici, i quali soffrono di pesanti effetti compensatori a lungo termine e non permettono di catturare con precisione la dinamica temporale immediata della risposta cellulare. Cinque fattori di trascrizione chiave, selezionati per la loro centralità documentata nel mantenimento della pluripotenza e nell'attivazione dei promotori a isola CpG, sono stati ingegnerizzati per essere degradati singolarmente o in combinazioni multiple, permettendo per la prima volta di ricostruire sperimentalmente la matrice completa delle interazioni regolatorie a livello dell'intero genoma. Per leggere le conseguenze molecolari di queste perturbazioni, i ricercatori hanno orchestrato una raffinatissima analisi multi-omica, combinando il sequenziamento ATAC-seq per misurare l'accessibilità della cromatina, le tecniche di profilazione dell'RNA nascente per cogliere in tempo reale i cambiamenti trascrizionali, e l'immunoprecipitazione della cromatina per mappare il legame residuo degli altri fattori non degradati ai promotori bersaglio. I risultati emersi dalla complessa elaborazione bioinformatica dei dati sequenziali sono stati letteralmente sconvolgenti per l'ortodossia regolatoria e hanno radicalmente messo in discussione l'intero paradigma cooperativo dominante. Contrariamente alle aspettative del modello classico, in cui la perdita di un singolo fattore avrebbe dovuto produrre effetti contenuti grazie alla supposta ridondanza dei colleghi co-legati, gli autori hanno osservato che la rimozione di un singolo TF è frequentemente sufficiente a determinare la perdita completa di accessiGiornale dei Biologi | Set 2026 129


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bilità cromatinica e l'abrogazione dell'attivazione genica in un sottoinsieme cospicuo e ben definito di promotori. In altre parole, ciascun fattore di trascrizione opera come il regolatore dominante e gerarchicamente sovrano di una specifica fetta del programma genico essenziale, senza che gli altri fattori legati allo stesso promotore siano in grado di rimpiazzarne funzionalmente l'azione. Questo fenomeno, battezzato dagli stessi autori “dominanza regolativa”, capovolge completamente il dogma della cooperazione e introduce un'architettura biologica radicalmente nuova, in cui la regolazione dei geni essenziali si basa su una specifica suddivisione gerarchica del lavoro, con ogni fattore responsabile autonomamente di un proprio dominio funzionale distinto. La cooperazione, lungi dall'essere il meccanismo principe e onnipresente, emerge dai dati come una modalità minoritaria, confinata a una ristretta porzione di siti regolatori. Ed è precisamente in questi siti cooperativi che gli autori hanno osservato outcome di natura ambivalente, talvolta sinergica (in cui il contributo combinato supera la somma delle parti), talvolta antagonista (in cui i fattori entrano in conflitto e si neutralizzano reciprocamente). Un ulteriore tassello fondamentale dell'analisi condotta dal gruppo di Heidelberg riguarda l'identificazione dei determinanti molecolari che governano la transizione tra modalità dominante e modalità cooperativa. I ricercatori hanno dimostrato in modo statisticamente potente e biologicamente coerente che il posizionamento dei nucleosomi e la sensibilità intrinseca di ciascun fattore di trascrizione allo stato cromatinico circostante costituiscono i veri arbitri di questa architettura regolativa. In altri termini, la struttura tridimensionale locale della cromatina, intesa come configurazione spaziale degli ottameri istonici lungo la doppia elica, modula attivamente quale fattore eserciterà dominanza e quali altri saranno relegati a un ruolo di mero spettatore biochimico. Questo dato rivela una sorprendente complementarietà tra livelli di regolazione apparentemente distinti: la disposizione dei 130 Giornale dei Biologi | Set 2026

nucleosomi, lungi dall'essere un mero impedimento meccanico al legame proteico, agisce come una vera e propria centralina di smistamento gerarchico che decide quale dei numerosi fattori legati avrà l'autorità funzionale di attivare il promotore. Per garantire l'assoluta solidità della scoperta e la sua replicabilità in contesti sperimentali alternativi, gli autori hanno sottoposto il loro modello a una rigorosa validazione attraverso sequenze sintetiche progettate ad hoc in laboratorio. Questi costrutti artificiali, integrati con precisione in loci genomici predefiniti, hanno ricapitolato fedelmente la logica della dominanza regolativa osservata nei promotori endogeni, dimostrando che il fenomeno scoperto non è un epifenomeno casuale del contesto cromosomico ma una proprietà intrinseca e robusta della biochimica dei fattori di trascrizione. L'eleganza traslazionale di questo lavoro raggiunge il suo apice nella sezione conclusiva dell'analisi, dove gli autori estendono ardimentosamente le loro scoperte oltre il sistema murino di partenza per esplorare le profonde implicazioni nel contesto della variabilità genetica umana. Attraverso un sofisticato lavoro di intersezione tra i loro dati funzionali e i grandi cataloghi pubblici di varianti regolatorie umane (come quelli forniti dai consorzi ENCODE, GTEx e dai grandi studi di associazione genome-wide), i ricercatori hanno dimostrato che le mutazioni puntiformi che disturbano i siti di legame dei fattori dominanti producono effetti drammaticamente più pronunciati sull'espressione genica rispetto a quelle che colpiscono fattori cooperativi. Questo risultato di profondo impatto traslazionale fornisce per la prima volta una chiave interpretativa quantitativa per prevedere il potenziale patogenetico delle varianti regolatorie rare osservate nei pazienti affetti da malattie genetiche complesse, aprendo la strada a strumenti predittivi clinicamente utili in genomica medica e medicina di precisione. Le implicazioni del lavoro pubblicato dal gruppo di Heidelberg si estendono ben oltre la mera curiosità accademica, toccando in profondità multiple aree della


Scienze

biomedicina contemporanea. In primo luogo, la scoperta della dominanza regolativa impone una rilettura critica di decenni di studi precedenti sulla regolazione genica, suggerendo che molti effetti attribuiti a cooperazione potrebbero in realtà riflettere asimmetrie funzionali precedentemente ignorate. In secondo luogo, la biologia sintetica trova in questi risultati un nuovo paradigma di progettazione ingegneristica: la costruzione di circuiti genetici artificiali con risposta robusta e prevedibile dovrà tenere conto della logica dominante anziché basarsi unicamente sul classico approccio combinatorio multi-input. Le applicazioni terapeutiche basate su CRISPR-activation e CRISPR-interference, sempre più diffuse nella ricerca preclinica per modulare l'espressione di geni associati a malattie, potranno essere ottimizzate selezionando il fattore di trascrizione dominante come bersaglio prioritario di intervento, massimizzando così l'efficacia clinica e minimizzando gli effetti off-target indesiderati. Anche il vasto e fiorente campo della medicina rigenerativa beneficerà di questa nuova comprensione: la riprogrammazione delle cellule somatiche in cellule pluripotenti indotte (iPSCs), una delle conquiste tecnologiche più rivoluzionarie del XXI secolo, dipende criticamente dalla manipolazione di fattori di trascrizione master, e identificare quali fattori operano in modo dominante consentirà di sviluppare protocolli di riprogrammazione più efficienti, riproducibili e scalabili dal banco al letto del paziente. Sul versante oncologico, in particolare, le ricadute potenziali appaiono particolarmente promettenti e degne di approfondimento sperimentale immediato. Numerosi tumori solidi ed ematologici sono notoriamente dipendenti da un'aberrante attività di specifici fattori di trascrizione, una condizione clinicamente definita “addiction trascrizionale”. Se la regolazione dei geni essenziali per la sopravvivenza tumorale segue la stessa logica dominante descritta dal team di Heidelberg, è ragionevole ipotizzare che il blocco farmacologico mirato del singolo fattore dominante possa risultare drammaticamente più efficace e selettivo rispetto a strategie combinatorie generaliste. Questo principio è già stato verificato empiricamente nei laboratori farmaceutici per fattori come MYC e per gli inibitori di BET-bromodomini, e potrebbe ora trovare un fondamento teorico-quantitativo unificante grazie al modello regolativo proposto. Le case farmaceutiche impegnate nello sviluppo di degrader proteici mirati, anticorpi monoclonali e PROTACs di nuova generazione hanno tutto l'interesse a integrare queste evidenze nel loro pipeline strategico di scoperta dei target. In conclusione, il preprint di Capriati, Nestmann, Akan, Tuschmann, Druffel-Augustin e Grand pubblicato su bioRxiv rappresenta una pietra miliare concettuale, metodologica e potenzialmente clinica nella moderna

biologia molecolare della regolazione genica. Smontando con dati sperimentali di impareggiabile robustezza il vecchio dogma cooperativo, gli autori offrono alla comunità scientifica internazionale una nuova lente interpretativa attraverso la quale leggere la sofisticata architettura del genoma e l'incessante danza dei suoi regolatori molecolari. Resta naturalmente aperta una serie di domande affascinanti che animeranno la ricerca degli anni a venire: come si evolve la dominanza regolativa nel corso del differenziamento cellulare? Quali sono i meccanismi biochimici precisi attraverso cui un fattore riesce a imporre la propria autorità funzionale su un promotore densamente popolato? E soprattutto, possiamo sfruttare deliberatamente questa nuova conoscenza per progettare interventi terapeutici sempre più mirati, sicuri ed efficaci per le malattie genetiche umane? La nuova frontiera della biologia regolativa, appena dischiusa dal laboratorio di Heidelberg, promette di mantenere occupati i ricercatori di tutto il mondo per i decenni a venire, in una avventura intellettuale che potrebbe ridefinire i fondamenti stessi della medicina molecolare.

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Scienze

Dalle linee guida internazionali alla proposta di un modello operativo per i team multidisciplinari del Servizio Sanitario Nazionale di Nooshin Abbasi*

L

conclude con proposte operative per l’inserimento strutturato del biologo nutrizionista nelle Reti Oncologiche Regionali e nei PDTA, in coerenza con le raccomandazioni internazionali e nazionali e con l’evoluzione deontologica e legislativa recente.

* Membro del Coordinamento Italiano dei Biologi Nutrizionisti – Area Tematica Oncologia ed Ematologia. Referente della Commissione Nutrizione, Igiene e Sicurezza Alimentare dell’Ordine dei Biologi del Triveneto, Ricercatrice Indipendente

Perché serve un coordinamento nutrizionale strutturato con il contributo del biologo nutrizionista La malnutrizione oncologica, sia per difetto che per eccesso, interessa circa il 40–80% dei pazienti adulti e il 20– 50% dei pazienti pediatrici, ed è associata a una maggiore tossicità dei trattamenti, incremento delle complicanze infettive, riduzione della dose‑intensità chemioterapica e peggioramento della sopravvivenza.[1-5]. Le principali linee guida internazionali di nutrizione in oncologia (European Society for Clinical Nutrition and Metabolism (ESPEN) 2017/2021, Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), American Society for Parenteral and Enteral Nutrition (ASPEN), position paper Alleanza contro il Cancro (ACC)) raccomandano da anni lo screening sistematico, percorsi strutturati di escalation nutrizionale (dal counselling alla nutrizione enterale e parenterale) e l’integrazione nei Percorsi Diagnostico‑Terapeutici Assistenziali (PDTA) e nelle Reti Oncologiche Regionali. Nella pratica clinica, tuttavia, l’implementazione di tali raccomandazioni rimane eterogenea: si osservano differenze tra regioni, strutture e singoli reparti, e spesso la composizione minima del team nutrizionale non è esplicitamente definita né monitorata attraverso indicatori di esito. In questo contesto, il ruolo del biologo nutrizionista, pur riconosciuto dalla normativa e dalle linee

a malnutrizione oncologica, in età adulta e pediatrica, rimane altamente prevalente nonostante la disponibilità di linee guida robuste (ESPEN, AIOM, AIEOP, SIOP, IIPAN) che raccomandano screening sistematico, percorsi nutrizionali strutturati e integrazione nei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA). Due recenti revisioni narrative, dedicate rispettivamente all’oncologia dell’adulto e alla pediatria, hanno evidenziato tre criticità ricorrenti: implementazione disomogenea delle raccomandazioni, scarsa disponibilità di strumenti pratici per pazienti e famiglie e definizione incompleta dei ruoli all’interno dei team multidisciplinari. Questo articolo adatta tali evidenze al contesto del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), alla luce del quadro normativo italiano e delle nuove linee guida della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB) per la professione del biologo nutrizionista, proponendo una lettura avanzata del ruolo del biologo nei team oncologici dell’adulto e del pediatrico. Vengono descritte quattro macro‑aree di attività (protocolli e PDTA, audit e indicatori, educazione e manuali operativi, ricerca traslazionale e analisi dati) e presentata una tabella di competenze complementari nel team nutrizionale oncologico che include, oltre a oncologi e dietisti, biologo nutrizionista, infermieri, psicologo, fisioterapista e logopedista. L’articolo si

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guida della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB), non è ancora pienamente valorizzato all’interno dei team oncologici multidisciplinari del SSN [1, 4-9]. Due revisioni narrative recenti, dedicate rispettivamente all’oncologia dell’adulto e alla pediatria, hanno sintetizzato questo scenario individuando tre messaggi chiave: linee guida robuste, ma applicazione debole; bisogno di strumenti pratici per pazienti e famiglie; necessità di figure “ponte” tra evidenze, clinica e dati. Il presente articolo propone una traduzione operativa di questi messaggi nel contesto italiano, con un focus sul ruolo avanzato del biologo nutrizionista [5, 6]. Tre messaggi chiave dalle revisioni su adulti e pediatrici 1 - Linee guida forti, implementazione debole La revisione sull’adulto mostra come le linee guida ESPEN e i documenti nazionali AIOM/SINPE forniscano raccomandazioni chiare su screening universale (ad es. Nutritional Risk Screening (NRS)‑2002, Patient-Generated Subjective Global Assessment (PG‑SGA)), target calorico‑proteici, preferenza per la nutrizione enterale quando possibile e indicazioni tumor‑specifiche (pancreas, testa‑collo, tumori gastrointestinali). Nonostante ciò, nei PDTA regionali italiani la componente nutrizionale appare spesso generica, scarsamente dettagliata e non collegata a indicatori nutrizionali di processo ed esito [4, 6-8]. In pediatria, standard come gli European Standards of Care for Children with Cancer (SIOP Europe), i consensus Associazione Italiana Ematologia ed Oncologia Pediatri-

ca (AIEOP)/ACC e i documenti International Initiative for Paediatrics and Nutrition (IIPAN) collocano la nutrizione al centro dell’assistenza integrata, ma raramente forniscono algoritmi dettagliati per fasi (es. induzione Acute Lymphoblastic Leukemia (ALL), trapianto e follow‑up post‑trapianto) o definiscono la composizione minima del team nutrizionale. La pratica rimane quindi molto centro‑dipendente[5, 9, 10]. 2 - Paziente e famiglia hanno bisogno di strumenti concreti Entrambe le revisioni convergono su un punto: non basta la presenza di raccomandazioni tecniche; servono strumenti pratici, fase‑specifici, costruiti congiuntamente da clinici e professionisti della nutrizione[4-6, 11]. Nei lavori sono stati proposti “framework” ibridi clinico‑familiari: per l’adulto (terapia attiva, cure palliative, survivorship) e per il bambino (diagnosi, terapia intensiva, trapianto, follow‑up), che accoppiano algoritmi decisionali per l’équipe (trigger per Oral Nutrition Support (ONS)/ Enteral Nutrition (EN)/ Parenteral Nutrition (PN), monitoraggi) a materiali patient‑facing (schede educative, diari sintetici, ricette adattate culturalmente, strumenti di literacy nutrizionale). Tali modelli restano ipotesi concettuali avanzate, da valutare con studi prospettici multicentrici e progetti pilota in collaborazione con le principali società scientifiche, prima di un'eventuale implementazione routinaria [4-6, 9]. 3 - Servono figure “ponte” tra evidenze, clinica e dati La terza convergenza riguarda la composizione del team. La letteratura internazionale sottolinea l’importanza di team multidisciplinari oncologici che includano oncologi, chirurghi, radioterapisti, dietisti, infermieri, psicologi, fisioterapisti, logopedisti e altri professionisti, ma raramente dettaglia il ruolo di profili con forte componente di scienze di base e ricerca, come i biologi nutrizionisti [5, 9, 12-14]. Le revisioni identificano nel biologo nutrizionista una figura complementare per tradurre le linee guida in PDTA operativi, supportare audit e ricerca traslazionale e sviluppare strumenti educativi strutturati, in sinergia con dietisti e oncologi[4-6, 15]. Il quadro normativo e deontologico del biologo nutrizio nista in Italia Nel contesto italiano, il ruolo del biologo nutrizionista si fonda su un quadro normativo plurimo. La legge 24 maggio 1967, n. 396, all’articolo 3, include tra gli oggetti della professione del biologo la valutazione dei bisogni nutritivi ed energetici dell’uomo. Il D.M. 22 luglio 1993, n. 362, riconosce al biologo la determinazione della dieta ottimale individuale, comprese le diete speciali per particolari condizioni patologiche in ospedali e collettività, su diagnosi medica[16, 17]. Con la legge 11 gennaio 2018, n. 3 ha riordinato le proGiornale dei Biologi | Set 2026 133


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fessioni sanitarie ordinistiche e, con il successivo D.M. 23 marzo 2018, ha definito l’ordinamento della professione di biologo nell’ambito del nuovo assetto ordinistico. Più recentemente, il Consiglio Nazionale della FNOB ha approvato le nuove “Linee guida per la professione di Biologo in ambito nutrizionale”, accompagnate da una nota integrativa del 2025, che chiarisce alcuni aspetti interpretativi. Tali documenti confermano che il biologo nutrizionista, su diagnosi medica, può elaborare piani dietetici anche in condizioni patologiche, partecipare a percorsi assistenziali strutturati, contribuire all’educazione nutrizionale, alla sorveglianza nutrizionale, alla ricerca clinica e alla gestione dei dati nutrizionali[15, 18]. Il parere del Consiglio Superiore di Sanità del 12 aprile 2011 distingue i ruoli di medico, biologo e dietista, collocandoli in una logica di integrazione professionale e non di sovrapposizione. Questo impianto, lungi dal porre biologo e dietista in competizione, li colloca in una logica di integrazione di competenze[15, 19]. Le nuove linee guida FNOB per la professione del biologo nutrizionista si inseriscono in tale cornice, sottolineando la responsabilità deontologica del biologo nel non sovrapporsi alla diagnosi medica e nel collaborare attivamente con i medici e con le altre professioni sanitarie, in particolare nei contesti di maggiore complessità clinica come l’oncologia[15]. Dove si colloca il biologo nutrizionista nel quadro FNOB e nei team oncologici Le Linee guida della FNOB per la professione di biologo in ambito nutrizionale attribuiscono al biologo nutrizionista competenze nelle valutazione dello stato nutrizionale, nell’elaborazione di profili dietetici anche in condizioni patologiche su diagnosi medica, nella sorveglianza nutrizionale, nell’educazione alimentare, nel controllo di qualità igienico‑nutrizionale, nell’epidemiologia nutrizionale e nella partecipazione a studi clinici[15]. In ambito oncologico, tali competenze possono trovare una collocazione strutturata all’interno dei team multidisciplinari, con un contributo specifico nella traduzione delle evidenze in percorsi assistenziali operativi. In particolare, il biologo nutrizionista può agire in quattro macro‑aree complementari. La prima riguarda la definizione e l’aggiornamento dei protocolli e dei PDTA, attraverso l’adattamento delle linee guida internazionali al contesto locale e la collaborazione alla redazione delle sezioni nutrizionali, con attenzione agli algoritmi decisionali e agli indicatori di processo ed esito. La seconda concerne l’implementazione e l’audit, mediante la raccolta e l’analisi dei dati nutrizionali, il monitoraggio della prevalenza di malnutrizione, delle variazioni di peso e composizione corporea, dell’aderenza ai protocolli e dell’impatto sulle tossicità e sulla dose‑intensità dei trattamenti. 134 Giornale dei Biologi | Set 2026

La terza area è quella dell’educazione e dei manuali operativi, con la co‑progettazione di strumenti informativi per pazienti e famiglie, in collaborazione con dietisti, oncologi e infermieri, secondo principi di literacy nutrizionale e di appropriatezza fase‑specifica. La quarta riguarda la ricerca traslazionale e l’analisi dei dati, con il contributo alla progettazione di studi prospettici, alla raccolta di campioni biologici e informazioni nutrizionali, all’analisi statistica e alla valorizzazione dei risultati in un’ottica di miglioramento continuo dei PDTA e delle raccomandazioni locali [4, 5, 15]. È fondamentale sottolineare che il biologo nutrizionista non sostituisce né l’oncologo né il dietista, ma opera come figura complementare, con competenze utili, entro il perimetro normativo e deontologico vigente, a rafforzare l’integrazione tra evidenza scientifica, pratica clinica e monitoraggio dei risultati [15]. Proposta di modello operativo per il SSN: adulti e pediatrici Sulla base delle evidenze raccolte, si propone un modello operativo che preveda l’integrazione strutturata del biologo nutrizionista nei team oncologici dell’adulto e del pediatrico del SSN, con funzioni esplicitate nei documenti aziendali e nelle Reti Oncologiche Regionali[1]. 1 - Componenti del team nutrizionale oncologico Il team nutrizionale oncologico viene descritto come un sottogruppo operativo del team multidisciplinare oncologico, comprendente almeno: • oncologo medico e/o ematologo; • chirurgo e radioterapista, quando pertinente; • biologo nutrizionista; • dietista clinico; • infermiere di riferimento; • psicologo; • fisioterapista e logopedista (in particolare in testa‑collo e pediatria)[20]. Una tabella di competenze complementari può assegnare al biologo nutrizionista responsabilità prevalenti in PDTA, audit, strumenti educativi e ricerca, al dietista prevalenza nella gestione pratica dell’intervento nutrizionale quotidiano e nel counselling individuale, e al medico il ruolo insostituibile di diagnosi, prescrizione e coordinamento clinico[19, 20]. Questa composizione è coerente con gli standard europei per l’oncologia pediatrica (SIOP Europe), con i documenti su riabilitazione oncologica in età evolutiva e con gli standard psicosociali internazionali, che inseriscono esplicitamente psicologi, fisioterapisti e logopedisti tra i membri del team multidisciplinare[5, 10, 13, 14, 25]. 2 - Proposte operative per PDTA e Reti oncologiche Sulla base del quadro delineato, si propongono alcune azioni operative per rafforzare l’integrazione del biologo


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nutrizionista nei PDTA oncologici e nelle Reti oncologiche regionali. 1. Il primo intervento consiste nell’inserimento formale del biologo nutrizionista nei PDTA oncologici per la componente nutrizionale, con compiti di co‑redazione degli algoritmi di screening, trattamento e follow‑up nutrizionale, nonché degli indicatori di esito [20, 26, 27]. 2. Il secondo riguarda il suo coinvolgimento negli audit di Rete, con responsabilità nella raccolta e nell’analisi dei dati nutrizionali e nella valutazione dell’aderenza alle linee guida ESPEN, AIOM e SINPE [1, 3, 20, 27]. 3. Un terzo ambito operativo è la co‑progettazione di strumenti educativi standardizzati per pazienti e famiglie, come schede, libretti e risorse online,

sviluppati in collaborazione con dietisti e oncologi per garantire coerenza, chiarezza e applicabilità nei diversi momenti del percorso di cura [26]. 4. Il quarto ambito concerne la partecipazione a studi multicentrici nazionali sulla malnutrizione oncologica e sull’impatto degli interventi nutrizionali, con il biologo nutrizionista coinvolto nella definizione degli outcome nutrizionali, nella raccolta dei dati e nell’analisi statistica [20, 27]. Nel loro insieme, queste proposte non richiedono modifiche legislative, ma piuttosto un riconoscimento organizzativo del ruolo del biologo nutrizionista all’interno dei percorsi oncologici, in coerenza con l’evoluzione delle competenze professionali e con l’esigenza di rendere più efficace l’implementazione delle raccomandazioni nutrizionali nella pratica clinica. Giornale dei Biologi | Set 2026 135


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Implicazioni per FNOB, Ordini regionali e Commissioni nu trizione Il modello qui proposto può essere utilizzato da FNOB, Ordini regionali e Commissioni tematiche come base per: • formulare pareri tecnici su PDTA oncologici che non includano esplicitamente la figura del biologo nutrizionista, richiamando il quadro normativo e le linee guida FNOB; • promuovere azioni formative congiunte (biologi, dietisti, oncologi) su linee guida ESPEN/AIOM e implementazione nei PDTA[1, 20, 27]; • elaborare documenti di indirizzo regionali che definiscano la composizione minima del team nutrizionale oncologico e gli indicatori nutrizionali da monitorare nelle Reti Oncologiche[1, 3, 26]. In questo senso, il biologo nutrizionista viene proposto non come figura concorrente, ma come risorsa aggiuntiva e specializzata per rendere più efficace l’implementazione delle raccomandazioni nutrizionali in oncologia.

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Conclusioni e prospettive La malnutrizione oncologica rappresenta un problema clinico rilevante, ancora sottostimato nella pratica quotidiana nonostante la presenza di linee guida internazionali e nazionali di alto livello. Le evidenze raccolte indicano la necessità di rafforzare i team nutrizionali oncologici, dotandoli di figure con competenze avanzate nelle scienze della nutrizione, nella metodologia della ricerca e nella gestione dei dati[1, 20, 26, 27]. Il biologo nutrizionista, alla luce del quadro normativo italiano, del parere del Consiglio Superiore di Sanità e delle recenti linee guida FNOB, può assumere un ruolo avanzato e complementare nei team oncologici, in particolare nelle aree di PDTA, audit, educazione e ricerca traslazionale. L’adozione del modello operativo proposto potrebbe contribuire a colmare il divario tra raccomandazioni e pratica, migliorare la qualità dell’assistenza nutrizionale e rendere più visibile e riconosciuto il contributo professionale dei biologi nutrizionisti nel Servizio Sanitario Nazionale[19].

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di Andrea Fusari* e Eleonora Ledda*

L'

invasione del granchio blu (Callinectes sapidus R.,1896) rappresenta una delle principali minacce per gli ecosistemi lagunari mediterranei. Il progetto ZoeAI, finanziato dalla Regione Lazio nell'ambito del Programma FEAMPA 2021-2027 e coordinato da AGEI Soc. Coop in partenariato con CREA, Università degli Studi di Roma Tor Vergata ed Ente Parco Nazionale del Circeo, sviluppa sistemi innovativi basati sull'intelligenza artificiale per monitorare le migrazioni delle larve zoea e individuare i periodi di massimo reclutamento dal mare verso le lagune costiere. Durante le analisi sul campo è stata osservata la presenza di numerose larve zoea di C. sapidus nello stomaco di giovanili di Chelon saliens, evidenziando il potenziale ruolo dei Mugilidi nel controllo naturale della specie invasiva. Questa osservazione suggerisce nuove prospettive per strategie di contenimento basate sul rafforzamento temporaneo della predazione naturale nelle fasi più vulnerabili del ciclo biologico del granchio blu. Le evidenze raccolte hanno inoltre orientato lo sviluppo del progetto Blue Care, coordinato da AGEI con AGRIS Sardegna, Università degli Studi di Roma Tor Vergata e TRITON Srl, presentato nell’ambito della call europea RestoreMed e attualmente in fase di valutazione, che propone una Nature-Based Solution basata sul rilascio programmato di postlarve di orata (Sparus aurata L., 1758) sincronizzato con i picchi di abbondanza delle zoee.

* AGEI Soc. Coop

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L'OSSERVAZIONE EFFETTUATA NELL’AMBITO DEL PROGETTO ZOEAI, FINANZIATO DALLA REGIONE LAZIO ATTRAVERSO IL PROGRAMMA FEAMPA 2021-2027, APRE NUOVE PROSPETTIVE PER L'IMPIEGO DI NATURE-BASED SOLUTIONS NELLE LAGUNE MEDITERRANEE E COSTITUISCE UNA DELLE BASI SCIENTIFICHE DEL PROGETTO BLUE CARE, ATTUALMENTE IN VALUTAZIONE NELL'AMBITO DELLA CALL EUROPEA RESTOREMED.

Il granchio blu rappresenta una delle principali emergenze ecologiche degli ecosistemi lagunari mediterranei. La rapida espansione della specie ha determinato rilevanti impatti sulla biodiversità, sulla pesca professionale e sull'acquacoltura, evidenziando i limiti delle strategie di contenimento basate esclusivamente sulla cattura degli individui adulti. Oltretutto, poiché il granchio blu può avere una redditività commerciale, la Commissione Europea lo ha escluso dall'elenco ufficiale delle specie esotiche invasive (Regolamento UE 1143/2014), allontanando così l’ipotesi di eradicazione totale. L'UE spinge invece gli Stati membri a sviluppare piani nazionali di sfruttamento e di "eradicazione funzionale", ovvero il “contenimento della specie entro soglie ecologicamente accettabili”. In quest’ottica, il monitoraggio delle fasi larvali e giovanili e la comprensione delle dinamiche di reclutamento e colonizzazione del granchio blu in ambienti lagunari assume un ruolo centrale. Per questo motivo, negli ultimi anni l'attenzione della ricerca si è progressivamente orientata verso le fasi iniziali del ciclo biologico della specie, considerate particolarmente vulnerabili e potenzialmente più efficaci ai fini del controllo delle popolazioni locali di granchio blu (Epifanio, C.E. - 2019). In questo contesto si inserisce il progetto ZoeAI, che sviluppa un sistema innovativo di monitoraggio delle larve zoea di C. sapidus mediante campionamenti automatizzati e algoritmi di intelligenza artificiale, con l'obiettivo di individuare i periodi di massimo reclutamento nelle lagune costiere del Lazio. Le attività progettuali sono iniziate nel febbraio 2026

e le campagne di campionamento nei laghi costieri del Parco del Circeo, Caprolace e Sabaudia, sono attualmente in corso. Il monitoraggio viene effettuato studiando la presenza e l’abbondanza delle zoee di C. sapidus, catturate sia con metodiche tradizionali (campionamenti di zooplancton con retino lungo transetti prestabiliti) che per mezzo di un sistema sperimentale automatizzato che invia immagini ad una piattaforma digitale. I risultati preliminari derivati dall’utilizzo del prototipo sperimentale sono incoraggianti anche se occorrerà attendere la fine della sperimentazione per validare il sistema.

Campionamenti con retino. Giornale dei Biologi | Set 2026 139


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Campionatore automatico.

Nel corso dei campionamenti effettuati nel giugno 2026, in entrambi i laghi è stata osservata una circostanza di particolare interesse ecologico: oltre agli organismi zooplanctonici, sono stati catturati individui giovanili di Chelon saliens R., 1810 (lunghezza totale media: 1,9 cm). L'analisi del contenuto stomacale ha evidenziato la presenza di numerose larve zoea di Callinectes sapidus, indicando una predazione attiva su questo stadio larvale da parte della specie ittica. La scarsità di predatori naturali è proprio uno dei fattori che probabilmente favorisce la diffusione del granchio blu in questi ambienti, sebbene diverse specie ittiche tipiche delle lagune Mediterranee siano state identificate come potenziali predatori, allo stadio giovanile, di larve di granchio blu (Gaglio et al., 2025). Le osservazioni condotte, seppure preliminari, documentano la predazione diretta delle forme larvali del granchio blu da parte di un mugilide autoctono, a conferma dell’ipotesi che i giovanili di diverse specie ittiche lagunari possano contribuire alla riduzione per predazione delle larve durante il periodo di massima abbondanza larvale o reclutamento. L’interesse ecologico dell’osservazione risiede quindi non soltanto nella documentazione di un’interazione trofica fi-

nora poco studiata, ma anche nelle possibili implicazioni gestionali che ne possono derivare. Le zoee rappresentano infatti una delle fasi più vulnerabili del ciclo biologico del granchio blu e pertanto un incremento della pressione predatoria durante questa fase potrebbe contribuire a ridurre il numero di individui che raggiungono lo stadio subadulto e adulto. Saranno naturalmente necessari ulteriori studi per quantificare la reale incidenza di questa attività predatoria, ma il dato evidenzia l'esistenza di processi ecologici naturali che potrebbero essere incrementati nell'ambito di strategie di contenimento sostenibili. Queste prime evidenze raccolte durante il progetto ZoeAI hanno quindi contribuito a definire una nuova prospettiva di gestione ecologica della specie invasiva, basata non esclusivamente sulla rimozione degli individui adulti, ma anche sulla comprensione e sul possibile rafforzamento dei

Stomaco di C. saliens.

Zoea di C. sapidus.

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meccanismi naturali di regolazione delle popolazioni. Questi risultati hanno fornito le basi scientifiche per una nuova proposta progettuale: “Blue Crab Adaptive Recovery through Nature-Based Solutions and community Engagement in Italian lagoons” – acronimo Blue Care, recentemente presentata nell’ambito della call europea, TASC-RestoreMed (Technical assistance and support to communities of actors for the Mission Restore our Ocean and Waters by 2030 for the Mediterranean basin), attualmente in fase di valutazione. Anche questo progetto, se approvato, sarà coordinato da AGEI, e vedrà il coinvolgimento di AGRIS Sardegna, Università degli Studi di Roma Tor Vergata e TRITON Srl. Blue Care propone una Nature-Based Solution basata sul rilascio programmato di postlarve di orata (Sparus aurata), specie autoctona già allevata su larga scala nel Mediterraneo. Poiché gli impianti di acquacoltura producono postlarve durante tutto l'anno, esse sono disponibili anche nei mesi estivi, rendendo possibile la sincronizzazione dei rilasci con i picchi di abbondanza delle zoee individuati grazie agli strumenti messi a punto nell’ambito del progetto ZoeAI. L'obiettivo non è introdurre nuove specie né modificare gli equilibri naturali delle lagune, ma rafforzare temporaneamente un processo ecologico già esistente, incrementando la pressione predatoria nel momento di maggiore vulnerabilità della specie invasiva. L'integrazione tra osservazioni ecologiche, monitoraggio mediante intelligenza artificiale e Nature-Based Solutions rappresenta un approccio innovativo alla gestione del granchio blu. In questa prospettiva, il progetto ZoeAI non costituisce soltanto uno strumento di monitoraggio, ma rappresenta una piattaforma conoscitiva fondamentale per individuare i momenti e le condizioni ambientali in cui possono essere applicate strategie di gestione ecologica mirata. ZoeAI e Blue Care costituiscono quindi due fasi complementari di un unico percorso scientifico sviluppato da AGEI, con il supporto dei partner istituzionali e scientifici. La prima fase è finalizzata alla comprensione dei processi ecologici e delle dinamiche di reclutamento, anche attraverso un sistema innovativo basato sull’uso dell’AI e di una piattaforma digitale, la seconda è orientata alla possibile applicazione di tali conoscenze attraverso un modello di gestione sostenibile, fondato sul rafforzamento dei meccanismi naturali di regolazione delle popolazioni.

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Università di Roma Tor Vergata – Chiara Leone, Eleonora Ciccotti, Luca Bonventre e Luca Amoruso. CREA – Corrado Costa, Lavinia Moscovini, Riccardo De Angelis, Francesco Saverio Mazzi e Roberto Zanni. Ente Parco Nazionale del Circeo – Stefano Donati, Ester del Bove e Daniele Guarneri

Ringraziamenti Gli autori ringraziano la Regione Lazio per il finanziamento del progetto ZoeAI e AGRIS Sardegna, Università di Roma Tor Vergata e TRITON Srl per la collaborazione nella predisposizione della proposta progettuale Blue Care, attualmente in fase di valutazione nell'ambito della call europea RestoreMed. Un ringraziamento particolare va al dr. Massimo Cecchetti e al Raggruppamento Carabinieri Biodiversità del PNC per la preziosa collaborazione durante le attività di campo.

Bibliografia 1. Azra M.N., Aaqillah-Amr M.A., Ikhwanuddin M., Ma H., Waiho K., Ostrensky A., Tavares C.P.S., Abol-Munafi A.B. (2020). Effects of climate-induced water temperature changes on the life history of brachyuran crabs. Reviews in Aquaculture, 12(2), 1211–1216. DOI: 10.1111/raq.12380. 2. Epifanio C.E. (2019). Early Life History of the Blue Crab Callinectes sapidus: A Review. Journal of Shellfish Research, 38(1), 1–22. DOI: 10.2983/035.038.0101. 3. FAO – General Fisheries Commission for the Mediterranean – GFCM (2023). Research Programme on Blue Crabs. Available at: www.fao.org/gfcm/activities/fisheries/scientific-advice/research-programmes/blue-crabs/en. 4. M. Gaglio, A. Gavioli, E. Turolla, M. Lanzoni, G. Castaldelli (2025). The costs of an invasion: How the blue crab impaired ecosystem services in the most productive lagoon of northwestern Adriatic, Science of The Total Environment,Volume 1007, 180952. https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2025.180952. 5. Koussoroplis A.-M., Bec A., Perga M.-E., Koutrakis E., Desvilettes C., Bourdier G. (2010). Nutritional importance of minor dietary sources for leaping grey mullet Liza saliens (Mugilidae) during settlement: insights from fatty acid δ13C analysis. Marine Ecology Progress Series, 404, 207–217. DOI: 10.3354/meps08485. 6. Lipcius R.N., Stockhausen W.T. (2002). Concurrent decline of the spawning stock, recruitment, larval abundance, and size of the blue crab Callinectes sapidus in Chesapeake Bay. Marine Ecology Progress Series, 226, 45–61. DOI: 10.3354/ meps226045. 7. Mancinelli G., Chainho P., Cilenti L., Falco S., Kapiris K., Katselis G., Ribeiro F. (2017). The Atlantic blue crab Callinectes sapidus in southern European coastal waters: Distribution, impact and prospective invasion management strategies. Marine Pollution Bulletin, 119(1), 5–11. DOI: 10.1016/j.marpolbul.2017.02.050. 8. Marchessaux G., Chevalier C., Mangano M.C., G. Sarà (2023). Larval connectivity of the invasive blue crabs Callinectes sapidus and Portunus segnis in the Mediterranean Sea: A step toward improved cross border management, Marine Pollution Bulletin, Volume 194, Part A, 115272. https://doi.org/10.1016/j.marpolbul.2023.115272.

Partecipanti al Progetto ZoeAI Il Progetto “Sviluppo di sistemi innovativi di monitoraggio delle migrazioni di larve zoea di granchio blu (Callinectes sapidus) nei Laghi di Fogliano e Paola (LT) attraverso l'utilizzo di Intelligenza Artificiale - Acronimo: ZoeAI" è finanziato nell'ambito del Programma FEAMPA 2021-2027 e vede coinvolti professori, ricercatori e borsisti di ricerca: • A.GE.I. Soc. Coop. – Andrea Fusari, Eleonora Ledda, Roberto D’Ambra e Massimo Rampacci

9. Morgan S.G. (1987). Morphological and behavioral antipredatory adaptations of decapod zoeae. Oecologia, 73(3), 393–400. DOI: 10.1007/BF00385256. 10. Occhipinti-Ambrogi A. (2007). Global change and marine communities: Alien species and climate change. Marine Pollution Bulletin, 55(7–9), 342–352. DOI: 10.1016/j.marpolbul.2006.11.014. 11. Seebens H., Blackburn T.M., Dyer E.E., Genovesi P., Hulme P.E., Jeschke J.M., Pagad S., Pyšek P., Winter M., Arianoutsou M., et al. (2017). No saturation in the accumulation of alien species worldwide. Nature Communications, 8, Article 14435. DOI: 10.1038/ncomms14435. 12. Tiralongo F., Hall-Spencer J.M., Giovos I., Kleitou P. (2022). Editorial: Biological invasions in the Mediterranean Sea. Frontiers in Marine Science, 9, 1016168. DOI: 10.3389/fmars.2022.1016168.

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di Daniela Mose*

Q * Biologo nutrizionista

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uando si parla di salute, siamo abituati a pensare soprattutto a virus, batteri e funghi. Esiste però un altro grande gruppo di organismi capace di vivere a spese di altri esseri viventi: i parassiti. Sono spesso invisibili a occhio nudo, possono avere forme e dimensioni molto diverse e, in alcuni casi, sono responsabili di malattie importanti per gli animali e

per l’uomo. A studiarli è la parassitologia, una branca della biologia e della medicina che si occupa dei parassiti, dei loro cicli vitali, del rapporto con gli organismi ospiti, delle modalità di trasmissione e delle malattie che possono provocare. Si tratta di una disciplina molto antica ma ancora oggi estremamente importante, soprattutto in un mondo caratterizzato


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da frequenti viaggi, cambiamenti climatici e flussi migratori sempre maggiori. Che cos’è un parassita? Con il termine parassita si indica un organismo che vive in associazione con un altro organismo, chiamato ospite, dal quale trae nutrimento e condizioni favorevoli alla propria sopravvivenza. Il rapporto è generalmente vantaggioso per il parassita e può essere dannoso, in misura variabile, per l’ospite. I parassiti non costituiscono un gruppo unico dal punto di vista biologico. Possono appartenere a categorie molto differenti e avere caratteristiche estremamente diverse. Alcuni sono microscopici e possono essere osservati soltanto tramite l’uso di un microscopio, mentre altri, come alcuni vermi intestinali, possono raggiungere dimensioni considerevoli. Tra i principali parassiti di interesse clinico troviamo protozoi, elminti e alcuni artropodi. I protozoi sono organismi unicellulari. Alcune specie possono vivere nell’intestino o nei tessuti dell’ospite e provocare diverse malattie. Gli elminti, comprendono vermi parassiti appartenenti a gruppi differenti, tra cui nematodi, cestodi e trematodi. Gli artropodi, come pidocchi, zecche, pulci e alcuni acari, possono vivere direttamente sull’ospite oppure svolgere un ruolo nella trasmissione di altri agenti infettivi.

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Un ciclo di vita spesso sorprendente Uno degli aspetti più affascinanti della parassitologia riguarda il ciclo biologico dei parassiti. Alcune specie possono completare il proprio ciclo vitale all’interno di un solo ospite, mentre altre hanno bisogno di più organismi per passare da una fase all’altra. In questi casi si distinguono un ospite definitivo, nel quale il parassita raggiunge la maturità o si riproduce, e uno o più ospiti intermedi, necessari per completare alcune fasi del ciclo. Questa complessità permette ai parassiti di adattarsi a diversi ambienti e di utilizzare strategie molto efficaci per diffondersi. Alcuni possono essere trasmessi attraverso l’acqua o gli alimenti contaminati; altri attraverso il consumo di carne cruda o poco cotta, il contatto con animali infetti oppure la puntura di insetti o altri vettori. Come arrivano all’uomo? Le modalità di trasmissione sono numerose. Una delle più comuni è rappresentata dalla via alimentare. Acqua e alimenti possono contenere forme infettanti di alcuni parassiti quando le condizioni igienico-sanitarie sono scarse o inadeguate. Per questo motivo, la maggior parte delle parassitosi riguardano determinate aree del mondo, quali zone tropicali e sub-tropicali e paesi del terzo e quarto mondo. Giornale dei Biologi | Set 2026 143


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Tuttavia, altre forme di parassitosi, si possono riscontrare anche nei paesi più sviluppati dove il consumo di carne e pesce crudi può rappresentare un rischio per la salute. Un’altra modalità di trasmissione è quella vettoriale, nella quale un organismo, come una zanzara o una zecca, trasporta il parassita e lo trasmette all’uomo attraverso una puntura. Esistono poi parassiti che possono essere trasmessi attraverso il contatto diretto oppure attraverso superfici e oggetti contaminati. In altri casi, il contagio può essere associato al contatto con il terreno o con ambienti nei quali sono presenti forme resistenti del parassita. Alcune importanti parassitosi Tra le malattie parassitarie più conosciute c’è la malaria, provocata da protozoi del genere plasmodium. La trasmissione avviene principalmente attraverso la puntura di zanzare del genere Anopheles e rappresenta ancora oggi un importante problema di salute pubblica in diverse zone del mondo. Tra le parassitosi intestinali troviamo invece la giardiasi, provocata da Giardia duodenalis, che può causare disturbi gastrointestinali come diarrea, crampi addominali e gonfiore. Esistono inoltre numerose infezioni provocate da elminti. Alcuni vermi possono vivere nell’intestino, mentre altri possono raggiungere tessuti e organi differenti. La loro presenza può determinare disturbi molto diversi a seconda della specie, del numero di parassiti e delle condizioni dell’ospite. La diagnosi: riconoscere il nemico La diagnosi delle parassitosi può essere complessa, perché i sintomi spesso non sono specifici e possono essere simili a quelli di altre malattie. Esami di laboratorio utili alla determinazione di un’eventuale parassitosi sono l’esame delle feci, delle urine, esami del sangue e l’osservazione microscopica dei campioni. Quando necessario però, per alcuni casi particolarmente complessi, è necessario utilizzare tecniche diagnostiche più complesse e il lavoro di un team multidisciplinare. L’identificazione precisa del parassita è fondamentale per stabilire il trattamento corretto. Non tutte le parassitosi, infatti, 144 Giornale dei Biologi | Set 2026

vengono trattate allo stesso modo: la terapia dipende dalla specie responsabile dell’infezione e della sede in cui si trova. Prevenire è possibile Una delle armi più importanti contro molte parassitosi è la prevenzione. Semplici comportamenti quotidiani possono ridurre significativamente il rischio di infezione. Lavarsi accuratamente le mani, soprattutto prima di mangiare e dopo aver utilizzato i servizi igienici, rappresenta una delle principali misure di prevenzione. È inoltre importante lavare bene frutta e verdura, bere acqua sicura e cuocere correttamente gli alimenti. Anche la corretta gestione degli animali domestici contribuisce alla prevenzione. Controlli veterinari regolari e trattamenti antiparassitari, quando indicati dal veterinario, aiutano a proteggere sia gli animali sia le persone che vivono con loro. Nelle aree del mondo in cui sono presenti malattie trasmesse da insetti, può essere necessario adottare ulteriori precauzioni, come l’utilizzo di repellenti, zanzariere e abbigliamento adeguato. Parassitologia e cambiamenti climatici Negli ultimi anni l’interesse per la parassitologia è aumentato anche in relazione ai cambiamenti climatici. Temperatura, umidità e condizioni ambientali influenzano infatti la sopravvivenza e la distribuzione di molti organismi. Il cambiamento delle condizioni climatiche può favorire, in alcune aree, la diffusione o la permanenza di determinati vettori. Anche la globalizzazione e l’aumento dei viaggi internazionali possono contribuire alla comparsa di parassitosi in territori dove in precedenza erano meno comuni. Questo non significa che ogni cambiamento ambientale provochi automaticamente una maggiore diffusione delle parassitosi, ma sottolinea l’importanza di monitorare costantemente la situazione e di studiare l’evoluzione dei parassiti e dei loro vettori. Una disciplina tra passato e futuro La parassitologia ha una storia molto lunga. Da secoli l’uomo osserva e cerca di comprendere gli organismi che vivono all’interno


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o sulla superfice del corpo. Con lo sviluppo del microscopio e delle moderne tecniche di laboratorio è stato possibile identificare un numero sempre maggiore di specie e comprendere meglio i loro cicli biologici. Oggi la ricerca utilizza strumenti sempre più avanzati, compresi metodi di biologia molecolare e analisi genetiche che consentono di identificare con maggiore precisione i parassiti e di studiare le loro caratteristiche. La ricerca è importante anche per individuare nuove strategie di prevenzione e trattamento, soprattutto nei confronti delle parassitosi che continuano a rappresentare un problema significativo in molte parti del mondo. In conclusione, la parassitologia ci porta alla scoperta di un mondo invisibile ma

estremamente complesso. I parassiti hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione strategie sorprendenti per sopravvivere, adattarsi agli ambienti e interagire con i loro ospiti. Studiare questi organismi non significa soltanto conoscere le malattie che possono provocare, ma anche comprendere meglio il rapporto tra uomo, animali, ambiente e microrganismi. La prevenzione, la diagnosi precoce, la ricerca scientifica e una corretta informazione rimangono strumenti fondamentali per limitare l’impatto delle parassitosi. In un mondo sempre più interconnesso, conoscere la parassitologia significa quindi essere più consapevoli dei rischi per la salute e, soprattutto, capire quanto sia importante il delicato equilibrio che lega tutti gli esseri viventi.

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Il Giornale dei Biologi - N.9 - Settembre 2026 by Ordine Nazionale dei Biologi - Issuu