DALLA CRONACA NERA AI LABORATORI: IL RACIS NELLE INDAGINI SUI CRIMINI EFFERATI
Il ruolo del biologo forense nella tutela di vittime, libertà degli indagati e credibilità delle istituzioni
PROFESSIONE
Le novità sull’accesso all’Albo
AMBIENTE
Il biologo al servizio
della Terra e dell’uomo
DIETE CHETOGENICHE
6 luglio 2026
Anno IX - N. 6 Giugno 2026
Edizione mensile di Bio’s
Testata registrata al n. 113/2021 del Tribunale di Roma
Diffusione: www.fnob.it
Direttore responsabile: Vincenzo D’Anna
DALLA CRONACA NERA AI LABORATORI: IL RACIS NELLE INDAGINI
SUI
CRIMINI EFFERATI
Il ruolo del biologo forense nella tutela di vittime, libertà degli indagati e credibilità delle istituzioni
PROFESSIONE
Le novità sull’accesso all’Albo
AMBIENTE
Il biologo al servizio della Terra e dell’uomo
Questo magazine digitale è scaricabile on-line dal sito internet www.fnob.it
Questo numero del “Giornale dei Biologi” è stato chiuso in redazione il 26 giugno 2026.
Gli articoli e le note firmate esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi.
Immagine di copertina: @ RaCIS
Si informano gli iscritti che gli uffici della Federazione forniranno informazioni telefoniche di carattere generale dal lunedì al giovedì dalle 9:00 alle ore 13:30 e dalle ore 15:00 alle ore 17:00. Il venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00
Tutte le comunicazioni dovranno pervenire tramite posta (presso Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi, via Icilio 7, 00153 Roma) o all’indirizzo protocollo@cert.fnob.it, indicando nell’oggetto l’ufficio a cui la comunicazione è destinata.
È possibile recarsi presso le sedi della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi previo appuntamento e soltanto qualora non sia possibile ricevere assistenza telematica. L’appuntamento va concordato con l’ufficio interessato tramite mail o telefono.
Centralino 06 57090 200
Ufficio protocollo protocollo@cert.fnob.it
Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Il Consiglio dei Ministri ha approvato la proposta di modifiche del DPR 328/01, attuative della legge 163/2021, ossia le norme di riordino concernenti la categoria professionale dei Biologi. Il provvedimento, frutto della collaborazione tra il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Salute e la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB), aggiorna le norme alla luce delle modifiche intervenute negli ordinamenti didattici universitari e nella disciplina dei titoli universitari abilitanti. In particolare, ridefinisce le modalità per rendere
le lauree abilitanti, le relative prove e l’articolazione dell’ordinamento professionale, anche attraverso la revisione delle sezioni dell’albo e dei titoli di accesso. Disciplina, inoltre, i tirocini e le prove pratiche valutative, prevedendone l’integrazione nel percorso formativo universitario e lo svolgimento secondo modalità idonee a verificare l’acquisizione delle competenze di Vincenzo D’Anna
Il provvedimento è frutto della collaborazione tra Mur, Ministero della Salute e la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Una svolta storica nella vita dei Biologi ai quali si aggiungeranno anche i laureati in Scienze Naturali LM 60 che potranno iscriversi all’Albo dei Biologi
professionali richieste.
Un iter durato ben quattro anni che rappresenta una pietra miliare, una svolta storica nella vita dei Biologi ai quali si aggiungeranno anche i laureati in Scienze Naturali LM 60 che potranno iscriversi all’Albo dei Biologi. Per farla breve, si sono finalmente riunite tutte le aree professionali e scientifiche afferenti alle scienze biologiche, ricomponendole in un unico albo e in un’unica categoria.
Sul piano pratico, vengono riconosciute per legge dello Stato gli ambiti professionali che si sono costituiti nell’arco di tempo intercorso tra la
legge istitutiva dell’Ordine dei Biologi, risalente al 1967, e l’affermarsi di nuovi settori di competenza dei biologi. Possiamo ben affermare che quello portato a compimento è un vero e proprio atto di rifondazione della Categoria che non solo riconosce le denominazioni correnti che distinguono i biologi (Generali, Ambientali, Nutrizionisti), ma ne elenca in dettaglio le competenze professionali, ponendo termine alle incognite, alle controversie con altre categorie professionali (Medici, Chimici, Veterinari e Farmacisti), alle interpretazioni semantiche e giuridiche.
La vecchia legge istitutiva, ormai anacronistica, forniva solo generiche indicazioni che, per quanto vaste negli ambiti di riferimento, erano da interpretare nel campo di esercizio
delle nuove attività professionali che nel corso dei decenni si erano ampliate e diversificate, lasciando i professionisti in balia di una lettura ermeneutica di generiche indicazioni. Ed infatti non specificamente indicate restavano le competenze in Nutrizione, Ambiente, Genetica e Genomica, Embriologia Clinica e PMA, Biologia Molecolare, Medicina predittiva e di precisione, Bioinformatica, Biorestauro, Biologia Marina, Farmacologia, Biologia e Genetica forense, Epigenetica ed Ecotossicologia, Citoistopatologia, sicurezza alimentare e agraria, economia circolare, recupero e risanamento ambientale.
Una carenza legislativa che se pure supportata da pareri di organi tecnici e della magistratura lasciava nell’indeterminazione delle proprie competenze professionali decine di migliaia
di biologi. La modifica dell'iter di abilitazione, che si conseguirà nel corso della laurea magistrale (per coloro che si iscriveranno al primo anno di uno dei sette corsi di laurea che afferiscono all’Albo dei Biologi), pone anche condizioni per accedere al medesimo, ossia il possesso dei CFU necessari. Un argine sia pur parziale per limitare gli accessi all’albo alle lauree triennali non congruenti, ossia non conseguite presso le facoltà di Scienze, senza che questi abbiano sostenuto determinati esami di base indispensabili per acquisire il minimo dei saperi necessari per potersi fregiare del titolo di bio-
L'abilitazione si conseguirà nel corso della laurea magistrale (per chi si iscrive al primo anno di uno dei corsi di laurea che afferiscono all’Albo)
Consegniamo alle future generazioni certezze giuridiche e legislative, competenze chiare ed inequivocabili, una dignità professionale
logo dopo il conseguimento della laurea magistrale. Parimenti disciplinati i tirocini abilitanti.
In breve, consegniamo alle future generazioni certezze giuridiche e legislative, competenze chiare ed inequivocabili, una dignità professionale che li equipara a tutte le altre professioni sanitarie. Cosa resta ancora da fare? Tante altre cose: dall’ampliamento dei posti e della tipologia delle scuole di specializzazione disponibili per i Biologi, all’adeguamento della borsa per gli specializzandi, dall’applicazione del protocollo di intesa coi farmacisti per la farmacia
dei servizi, al nuovo nomenclatore tariffario per i laboratori di analisi e alla riorganizzazione della rete dell’offerta, fino alla messa in funzione delle scuole permanenti sul campo che FIB e FNOB hanno ideato e messo a disposizione dei giovani iscritti per acquisire i rudimenti pratici della professione. Insomma, non manca il da fare. Ma è opportuno rivolgere, da queste colonne, ai lettori una domanda: quanti saranno i biologi che si informeranno su tutte le cose conquistate e su quelle ancora da raggiungere? Quanti quelli che hanno capito che da soli, senza una categoria alle spalle coesa ed autorevole, non si va da nessuna parte? Il futuro, in effetti, dipende da queste risposte.
La biologia è davvero la scienza del terzo millennio. Come ama ripetere da tempo il presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi, Vincenzo D’Anna, la biologia è quel segmento della scienza che parla di vita, si evolve e dà forma a nuove tecnologie e nuovi linguaggi, mettendo al centro la “vita” e, di conseguenza, l’Uomo. Una scienza legata alla salute, al benessere, all’ambiente, all’archeologia, ai beni culturali, al mare e allo spazio. Non solo. C’è un settore che più di tutti sta correndo in maniera veloce: quello della
biologia forense. La ricerca della verità giudiziaria si avvale sempre più dell’aiuto dei biologi, in grado di supportare inquirenti e investigatori nella risoluzione di casi complessi. Non parliamo soltanto di omicidi, ma anche di persone scomparse e di molto altro.
ALL'INTERNO DEL RACIS
In esclusiva, la FNOB è entrata all’interno degli uffici del RaCIS (Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche), da cui dipendono i vari reparti RIS e le Sezioni Investigazioni Scientifiche (SIS). Un'iniziativa che vuole sottolineare il prestigio di un reparto che, tra le altre cose, è membro fondatore dell'ENFSI (European Network of Forensic Science Institutes). La visita nasce dalla precisa volontà del presidente D’Anna di far conoscere ai giovani le straordinarie opportunità occupazionali che oggi attendono un laureato in biologia; un percorso accademico che, dopo la dovuta formazione specialistica, può offrire una reale realizzazione professionale. Il RaCIS si trova a Roma, in viale di Tor Di Quinto, all’interno della caserma dedicata alla memoria del carabiniere eroe, Medaglia d'Oro al Valor Militare, Salvo D’Acquisto. Entrare nei laboratori del reparto consente di aprire una finestra sul mondo delle investigazioni, dove il lavoro certosino dei biologi si amalgama con quello di chimici e genetisti, esperti balistici tutti guidati dal comandante, il
Generale di Brigata Michele Cucuglielli. È un luogo affascinante, che a tratti rimanda le immagini di un ambiente asettico. Poi, però, quando lo sguardo si sofferma sulle pareti, la storia si dipana: colpiscono le immagini dei age progression (le foto-invecchiamento) che, grazie alle nuove tecnologie, sono quanto mai realistiche. In Italia i casi più eclatanti sono quelli di Angela Celentano, la bimba di tre anni scomparsa sul Monte Faito, in Campania, nel 1996, e quello di Denise Pipitone, la piccola di quattro anni svanita nel nulla a Mazara del Vallo nel 2004. Affisse alle pareti ci sono proprio le foto rielaborate di Denise, che mostrano come dovrebbe essere oggi.
IL PERCORSO DEL REPERTO E LA TECNOLOGIA INVISIBILE
A spiegare il lavoro che si svolge nei vari laboratori è il Tenente Colonnello Filippo Barni, che illustra tutte le fasi di un’indagine, dall’arrivo del reperto da analizzare ai passi successivi. La prima stanza a inizio corridoio è quella in cui viene “catturato” il reperto, che giunge al RaCIS direttamente dalla scena del crimine o su incarico dell’autorità giudiziaria. Dai vetri trasparenti è possibile osservare i carabinieri al lavoro. La prima analisi è visiva: si osserva il campione per individuare il tipo di traccia. Se scura e rossastra potrebbe trattarsi di sangue; se trasparente, il ventaglio di possibilità si apre a saliva, liquido seminale, urina o qualsiasi altro fluido biologico. Questo primo step è fondamentale perché rivela agli investigatori il modus operandi ideale per analizzare il campione. Ogni atto dell’indagine viene svolto con estrema cura e perizia. Oltre alla tecnologia, però, resta fondamentale l’apporto del carabiniere nella sua interpretazione dei dati. A riguardo, il reparto è dotato di un’apparecchiatura di ultima generazione
Il Ra.C.I.S. (Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche) è la struttura di vertice dell'Arma dei Carabinieri incaricata di supportare le indagini giudiziarie con attività tecnico-scientifiche avanzate di scienza forense. È dislocato su tutto il territorio nazionale ed è composto da: 4 Reparti Investigazioni Scientifiche (RIS): con sedi a Roma, Parma, Cagliari e Messina; 4 Reparti Specialistici Centrali (a Roma): dedicati rispettivamente alle Tecnologie Informatiche, Dattiloscopia Preventiva, Analisi Criminologiche e Ricerca e Sviluppo.
davere ritrovato nel 2013 in mare, in avanzato stato di saponificazione. Caricare questo nuovo profilo, ricavato grazie alle nuove tecnologie, potrebbe finalmente dare un nome e un cognome a quest'uomo. Una mission tutt’altro che impossibile, dal momento che questi elementi finiranno in una banca dati internazionale.
in grado di rilevare il DNA addirittura da un semplice respiro. Viene da sé che, per evitare anche una minima contaminazione - il rischio è altissimo visto che questa tecnologia è iper-sensibile -, bisogna adottare precauzioni rigidissime, come bardature speciali e mascherine, ma anche avvalersi di operatori esperti che sappiano decodificare i dati. In un tempo in cui si fa largo l’Intelligenza Artificiale, al RaCIS è ancora l’uomo a fare la differenza.
DAL "DNA RAPIDO" ALLE BANCHE DATI INTERNAZIONALI
Omicidi, suicidi, cold case, ma anche furti, rapine, cronaca ordinaria e casi di persone scomparse o corpi senza identità: le attività del reparto sono molteplici e poggiano sul lavoro infaticabile di biologi e chimici in uniforme. Entrando in un altro box incontriamo un giovane capitano donna, intenta a inserire nuovi dati: si tratta del profilo del DNA risalente a un ca-
Oggi lo scambio di dati transfrontaliero tramite il Trattato di Prüm è quotidiano. I protocolli biologici dell'Arma fanno scuola: «Spesso i nostri esperti vengono chiamati all'estero per supportare indagini complesse o scenari di disastri di massa (DVIDisaster Victim Identification)», spiega il Generale Cucuglielli. Negli uffici di viale di Tor di Quinto le apparecchiature sono estremamente sofisticate: si va dai macchinari per il sequenziamento massivo del genoma umano a quelli per il Rapid DNA; dall'analisi degli STR (Short Tandem Repeats), le specifiche regioni del DNA utili a creare un profilo genetico unico e inconfondibile, fino al NGS (Next Generation Sequencing), il sequenziamento di nuova generazione che permette di leggere DNA o RNA in modo rapido e massivo. Ma l'attenzione è focalizzata sempre su un principio: la tecnologia è solo un amplificatore dell'intuito investigativo. Un algoritmo non sostituirà mai il colpo d'occhio di un operatore sulla scena del crimine. La risorsa più grande resta l'etica e la professionalità dei carabinieri che richiamano la fedeltà al giuramento prestato: mettere la scienza al servizio della verità e della difesa dei cittadini, mantenendo sempre l’umanità dietro il microscopio.
I laboratori scientifici dell'arma utilizzano il sequenziamento di nuova generazione per esaminare reperti degradati e predire i tratti somatici dei sospettati. Tuttavia, l'analisi delle sequenze ripetute (strs) rimane la scelta fondamentale per l'attribuzione di un'identità univoca, garantendo la compatibilità con i database internazionali e la certezza statistica in sede giudiziaria
Il Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche (RaCIS) integra costantemente le innovazioni tecnologiche per risolvere i casi giudiziari più complessi. Tra queste, la tecnologia Next Generation Sequencing (NGS) rappresenta una vera rivoluzione. Se in ambito medico l'NGS è fondamentale per la diagnostica e l'oncologia, nella genetica forense permette di analizzare campioni biologici degradati o misti. Consente inoltre il forensic DNA phenotyping (FDP), ovvero la predizione dei tratti somatici (colore di occhi e capelli) di un sospettato partendo da poche cellule. Nonostante le enormi potenzialità dell'NGS nel tracciare identikit molecolari dettagliati, per i laboratori del RaCIS il sistema STRs (Short Tandem Repeats) resta lo strumento d'elezione per l'identificazione personale. Questo approccio si basa sull'analisi di specifiche regioni ripetute del DNA, che variano da individuo a individuo.
I motivi di questa preferenza centrale sono principalmente tre: Standardizzazione internazionale: i profili STRs seguono protocolli universali condivisi da tutte le forze di polizia globali.
Compatibilità con le banche dati: la Banca Dati Nazionale del DNA e i circuiti internazionali (come Interpol) sono strutturati per catalogare e confrontare esclusivamente profili basati su marcatori STRs.
Solidità giuridica: il metodo STR garantisce un'affidabilità statistica consolidata, fondamentale per superare il vaglio processuale in tribunale.
L'NGS viene quindi impiegato dal RaCIS come un potente strumento complementare in assenza di riscontri diretti, mentre il profilo STRs rimane il pilastro insostituibile per l'assegnazione univoca di un'identità.
I RISCHI DA CONTAMINAZIONE
Nel Next Generation Sequencing (NGS), il rischio di contaminazio -
ne del DNA è amplificato rispetto ai metodi tradizionali. La straordinaria sensibilità della tecnologia permette di sequenziare anche singole molecole esogene. Questo può alterare i risultati clinici o inficiare le prove forensi.
Principali Fonti di Contaminazione
Carry-over: persistenza di ampliconi da sessioni di sequenziamento precedenti.
Cross-contaminazione: passaggio di DNA tra campioni adiacenti durante la preparazione della libreria.
DNA ambientale: materiale genetico dell'operatore o presente nell'aria del laboratorio.
Indice di "Splittaggio" (Index Hopping): assegnazione errata dei codici a barre (barcodes) durante il sequenziamento multiplex.
Testo: I vecchi STR ti dicono “è questa persona?”. L’NGS ti dice “com’è questa persona”. Colore occhi, capelli, origini biogeografiche. Si chiama DNA phenotyping/ fenotipizzazione. (M. A.).
Nel cuore del laboratorio scientifico dell'arma, dove la tecnologia sposa la legge. Intervista al generale Michele Cucuglielli, comandante del RaCIS sulle sfide del 2026: dalla transizione verso una scienza anticipatoria alla responsabilità sociale del biologo con le stellette, fino al valore unico della traccia genetica nella ricostruzione del crimine
Generale, il RaCIS è il punto di riferimento nazionale per le indagini scientifiche. Oggi, nel 2026, qual è la sfida più grande che un laboratorio forense si trova ad affrontare tra tecnologia, tempi della giustizia e complessità dei reati?
La sfida cruciale per il RaCIS nel 2026 risiede in un cambio di paradigma: fare in modo che la nostra scienza non sia solo reattiva, ma anticipatoria, garantendo che l'Arma dei Carabinieri sia sempre un passo avanti rispetto alle evoluzioni criminali. La tecnologia corre veloce e i reati sono sempre più sofisticati, ma la Giustizia esige risposte rapide e inattaccabili. Per noi la vera sfida non è semplicemente acquistare “l’ultimo sequenziatore sul mercato”, ma validare e standardizzare i processi per trasformare il dato biologico in una prova scientifica granitica, trasparente e spendibile in dibattimento. In sintesi, dobbiamo coniugare la rapidità della risposta investigativa con il rigore del metodo scientifico, a tutela del cittadino e della legge.
di Matilde Andolfo
Generale Michele Cucuglielli
Che significato ha per voi un’indagine tecnica? C’è una responsabilità che va oltre il referto?
La responsabilità del biologo forense va ben oltre la stesura di un referto analitico positivo o negativo. Dietro ogni traccia, visibile o invisibile, ci sono la vita di una vittima, la libertà di un indagato e la credibilità delle Istituzioni. Sotto il camice i nostri biologi non dimenticano mai di essere Carabinieri. Questo ci richiama a una responsabilità continua che ci impone una formazione incessante non solo sull’uso delle nuove macchine ma soprattutto sulla comprensione dei principi scientifici che ne sono alla base. Ed è questa preparazione unita a un rigore metodologico estremo e ad un’etica inflessibile che rende il RaCIS un prezioso anello di congiunzione tra la scienza e la giustizia.
All’interno del RaCIS i biologi lavorano fianco a fianco con chimici, balistici, informatici. Qual è il contributo specifico che solo un biologo può dare a un’indagine?
In un Raggruppamento d'eccellenza come il nostro, il reale valore aggiunto è dato dalla sinergia costante tra le diverse discipline forensi: incrociare competenze biologiche, chimiche, balistiche e informatiche sulla stessa fonte di prova permette di non tralasciare alcuna sfumatura investigativa. In questo quadro, i nostri biologi intervengono sull'elemento più intimo e complesso della scena del crimine: la traccia umana nella sua unicità e, allo stesso tempo, nella sua vulnerabilità. La nostra quotidianità, infatti, non è cadenzata da analisi su campioni freschi e abbondanti, ma da approfonditi accertamenti tecnici su tracce degradate e in quantità infinitesimali, operando su quello che definiamo DNA Low Copy Number. Immaginate una traccia esposta per settimane alle intemperie o a tentativi di pulizia della scena del crimine: la molecola si frammenta e si "sporca" con inibitori ambientali che bloccano le reazioni biochimiche. Estrarre un profilo genetico da matrici estremamente complesse — come reperti ossei interrati per decenni o micro-tracce da contatto — richiede un rigore metodologico d’eccezione. In questi contesti critici l’avanguardia tecnologica si deve integrare con la sensibilità analitica dell’operatore, chiamato a definire la strategia estrattiva più idonea, determinando la minima aliquota di campione da impiegare per non dissipare l'unica opportunità di dare un nome al reo. Saper governare tale complessità e trasformare campioni compromessi in dati certi è il vero core business del biologo del RaCIS.
Per un neolaureato in biologia entrare al RaCIS è un sogno. Quali competenze, oltre alla laurea, sono richieste oggi a un biologo forense? Metodo, etica, soft skills?
Ai giovani che aspirano a entrare nei nostri Reparti dico sempre: la laurea è solo il nastro di partenza. Al RaCIS cerchiamo un profilo umano e professionale d'eccellenza. Sul piano tecnico servono solide basi di biologia molecolare, genetica umana e di popolazione, statistica e biochimica. Dal punto di vista attitudinale, cerchiamo la precisione del metodo speri-
mentale unita a un'etica professionale fondata sul massimo rispetto per il dato scientifico e sulla consapevolezza delle conseguenze che ogni risultato analitico ha sui cittadini. Lo scienziato forense moderno deve saper tradurre la complessità biomolecolare in un linguaggio logico, chiaro e inattaccabile per il Magistrato e per le parti nel processo.
Come si costruisce una cultura della massima precisione e dell'affidabilità assoluta quando in gioco c'è la libertà di un individuo e la scienza stessa convive con il concetto di incertezza?
Come Comandante ho ben chiaro, nel rispetto dei principi scientifici, che nel mondo sperimentale ogni misura porta con sé un margine di incertezza. Tuttavia, quando in gioco c’è la libertà di una persona il mio dovere è di esigere l’uso di procedure che riducano il rischio al minimo, tendendo a quel limite. Questa affidabilità si costruisce operando in un regime di qualità certificata che garantisce precisione e imparzialità assoluta. Non a caso i nostri laboratori sono tutti certificati ISO 9001 e accreditati ISO 17025. Al RaCIS l'incertezza non si nega, ma si quantifica attraverso calcoli statistici trasparenti. Costruiamo questa cultura analizzando costantemente i processi per intercettare e correggere le criticità di sistema prima che possano riflettersi sul risultato finale. Generale, parlando di un caso reale, nella drammatica vicenda di Pamela Mastropietro l’assassino mise in atto un feroce tentativo di depistaggio delle indagini, tentando di cancellare ogni traccia. Come ha fatto il RIS a ricostruire la verità?
L'omicidio di Pamela Mastropietro ha richiesto un impegno investigativo e scientifico straordinario da parte del RIS di Roma, a causa delle attività di pulizia della scena del crimine e del depezzamento del cadavere, finalizzate a distruggere ogni elemento utile alle indagini. In questo contesto, le attività della Sezione di Biologia sono state cruciali: la tem-
pestività dei rilievi, la sensibilità analitica della strumentazione e le capacità tecniche del nostro personale hanno permesso di estrapolare il profilo genetico del reo sul corpo della vittima, avvalorando in maniera inequivocabile l’avvenuto approccio sessuale. Contemporaneamente, gli esami di laboratorio della Sezione di Chimica sono stati determinanti, insieme alle risultanze autoptiche, per smentire la tesi difensiva del decesso causato da un'overdose da stupefacenti. Questa sinergia multidisciplinare ha permesso di ricostruire l’esatta dinamica dei fatti, definendo le specifiche responsabilità ed escludendo il coinvolgimento di altri soggetti inizialmente indagati. Gli esiti processuali, culminati con la condanna definitiva all’ergastolo, confermano la validità del nostro modello analitico-valutativo, capace di dare una risposta concreta anche nei casi più complessi.
Nel panorama forense si parla sempre più di tecnologie rivoluzionarie come l’NGS o il DNA phenotyping. Come si concilia questa spinta tecnologica con le reali complessità del lavoro di laboratorio e, soprattutto, come impatta sui tempi della giustizia? È un investimento che paga?
L'NGS, l'analisi degli SNPs per il DNA fenotipico e il microbioma stanno gradualmente cambiando la nostra operatività, aprendo orizzonti investigativi prima impensabili. Parliamo di una tecnologia d'avanguardia che l'Arma considera una vera e propria frontiera strategica, su cui il RaCIS sta puntando in maniera decisiva. Dobbiamo però proteggerci dal cosiddetto "Effetto CSI": la percezione pubblica viene spesso distorta dalle narrazioni cinematografiche, dove ogni traccia appare perfetta e ogni risultato immediato. La realtà operativa dei nostri laboratori è ben diversa, caratterizzata da una sfida quotidiana contro l'entropia e il tempo. Un referto NGS richiede indubbiamente una gestazione tecnica più lunga e giorni di analisi biomolecolari complesse, calcoli statistici articolati e l'interpretazione critica dei risultati. Tuttavia, nei casi complessi la profondità e la granularità delle informazioni aggiuntive che restituisce ripagano straordinariamente questo tempo speso. È un investimento lungimirante che richiede metodo, pazienza e profonda competenza. La scienza è un orizzonte in continuo mutamento e, in uno scenario dove anche il crimine evolve senza confini, nemmeno la scienza che lo combatte può permettersi di averne.
Generale, l'avvento dell'NGS e del DNA phenotyping apre scenari affascinanti, ma l'ossatura della giustizia poggia ancora sul metodo STR classico e sulla Banca Dati Nazionale. Come si integrano queste due anime nei laboratori del RaCIS, in particolare nel quadro della sicurezza e della cooperazione internazionale? La convivenza tra queste due anime non è un dualismo tecnologico, ma un'integrazione strutturale perfettamente regolata dalla legge. La Banca Dati Nazionale del DNA è un'infrastruttura complessa che poggia interamente sulla standardizzazione e sull'interoperabilità dei profili STR. L’utilizzo dei marcatori STR classici è ciò che permette il confronto immediato e automatizzato tra i profili dei soggetti censiti e le tracce dei reati, non solo in Italia ma anche a livello internazionale. È proprio questo linguaggio genetico universale a rendere possibile la cooperazione transfrontaliera prevista dal Trattato di Prüm, consentendoci di dialogare in tempo reale con le banche dati degli altri Stati membri dell'Unione Europea e di ottenere riscontri decisivi – i cosiddetti match Prüm – per il contrasto al crimine transnazionale e al terro-
rismo. In questo contesto, desidero sottolineare con orgoglio il ruolo cruciale dell'Arma dei Carabinieri. Grazie alla straordinaria capillarità dei nostri reparti, stabilmente presenti dalle grandi metropoli ai più piccoli centri del Paese, offriamo un contributo determinante all'efficacia di questo strumento, rivelatosi decisivo anche nella risoluzione dei casi di cronaca più drammatici. I numeri, d’altronde, testimoniano il valore di questo costante impegno: da gennaio 2017 (anno in cui è stata attivata la Banca Dati Nazionale del DNA) i nostri laboratori hanno inserito oltre il 75% dei profili genetici ignoti derivanti da scene del crimine e circa il 68% dei profili da persone scomparse e resti cadaverici sul totale dei profili presenti in Banca Dati. Questo sforzo ha generato circa 8.000 riscontri positivi (match) dando un volto ad altrettanti autori di reati, molti dei quali particolarmente efferati. In questo quadro così consolidato l'NGS interviene in una fase successiva e con finalità diverse. Quando il profilo STR di un autore di reato è ignoto e non trova un riscontro immediato, l'NGS viene utilizzato per tracciare quelle caratteristiche fenotipiche ed etno-biogeografiche utili a orien-
tare l'attività investigativa. Per riassumere con una formula: il profilo STR garantisce la certezza dell'identificazione, l'output NGS fornisce la direzione alle indagini nell'attesa che quel profilo trovi il suo match.
Un'altra nota cruciale riguarda l’interpretazione dei dati: più avanza la tecnologia, più diventa fondamentale il ruolo del biologo per interpretarli, corretto?
Assolutamente sì. L'aumento esponenziale della sensibilità degli strumenti non diminuisce l'importanza del fattore umano, anzi, lo eleva. Oggi le tecnologie di ultima generazione ci permettono di rilevare tracce infinitesimali, dell'ordine di pochi picogrammi. Questo significa che siamo in grado di intercettare il cosiddetto "rumore di fondo" e le tracce più complesse, come quelle di DNA da contatto. Una macchina però, per quanto sofisticata, è in grado di rispondere al cosiddetto “source level”, ovvero può dirci a chi appartiene quella sequenza di basi molecolari, ma nessuna macchina potrà mai dire come, quando e perché quella traccia sia arrivata sulla scena del crimine. Qui interviene il biologo forense, chiamato a rispondere ai complessi quesiti dell’“activity level”: la sfida non è più solo stabilire di chi sia il DNA, ma ricostruire la dinamica del trasferimento. Dobbiamo valutare scientificamente l'ipotesi del trasferimento primario, secondario o persino terziario, analizzando variabili fluide come la persistenza della traccia, la recettività delle superfici e la natura dell'interazione originaria. Più la tecnologia si fa complessa, più il biologo del RaCIS si emancipa dal ruolo di mero esecutore per assumere quello di "interprete critico" del dato biostatistico e probabilistico.
Parliamo di Intelligenza Artificiale. È una realtà anche nei laboratori forensi?
Il RaCIS sta sperimentando con successo l’impiego dell’intelligenza artificiale applicata alle scienze criminalistiche, con l'obiettivo di rendere più rapide ed efficienti le attività della polizia giudiziaria. L’IA non sostituisce l’intelligenza umana, la amplifica. Non decide ma suggerisce. In tale quadro il ruolo del biologo forense resta determinante e insostituibile, in particolare nella fase di valutazione critica dei risultati analitici che rimane saldamente rimessa al giudizio, all’etica e all’esperienza dell’uomo.
Generale, il RaCIS si avvale di una tecnologia nota in ambito forense come Rapid DNA, che non
sostituisce i tradizionali esami di laboratorio ma viene impiegata per compiti specifici e urgenti, quali sono?
Il Rapid DNA è uno strumento straordinario per efficienza e tempestività, capace di automatizzare le fasi di estrazione, amplificazione e separazione elettroforetica direttamente sul campo. Questa tecnologia consente di tipizzare una traccia in appena 90 minuti grazie a una strumentazione versatile e di semplice utilizzo, progettata specificamente per l'impiego extra-laboratorio. In sostanza “comprime” un intero laboratorio in una valigetta, permettendoci di fornire risposte praticamente istantanee in scenari ad alta criticità. È una tecnologia in cui crediamo fermamente, al punto da averne promosso e ottenuto l'accreditamento secondo la norma ISO 17025, garantendo così il massimo valore legale e scientifico al dato biologico anche in condizioni d'emergenza. Come ha giustamente accennato, questo sistema non sostituisce l'analisi tradizionale. Lo impieghiamo invece per scopi urgenti e mirati, dove il fattore tempo
è cruciale, come ad esempio l'identificazione di vittime in scenari di disastri di massa (DVI), il riscontro immediato su sospettati in casi di terrorismo o reati gravissimi nelle primissime ore dall'evento. Si tratta, in sintesi, di un formidabile dispositivo che ci consente di supportare tempestivamente l'Autorità Giudiziaria. Il RaCIS gode di una grandissima autorevolezza nazionale e internazionale. Quanto è importante per Lei la collaborazione con le Università? Nessuna eccellenza può sopravvivere isolata. Il RaCIS è un ecosistema aperto fortemente proiettato nello scenario internazionale: siamo membri fondatori dell’ENFSI (European Network of Forensic Science Institutes) e collaboriamo stabilmente con Europol, Interpol e i principali network internazionali per un costante confronto metodologico. Su questo versante abbiamo avviato da tempo una stretta collaborazione con i migliori Atenei e con i Centri di ricerca. Insieme studiamo, sviluppiamo e sperimentiamo metodiche analitiche innovative che, dopo essere state validate e pubblicate nelle più prestigiose
riviste scientifiche internazionali, vengono applicate nei nostri laboratori in casi reali. Il vero motore di questa innovazione è il nostro Reparto Ricerca e Sviluppo che studia le nuove frontiere tecnologiche, testa strumentazioni d'avanguardia e progetta il sopralluogo del futuro tra robotica e Intelligenza Artificiale. Il DNA può dire molto di noi: occhi, capelli, origini. Dove pone il RaCIS il limite etico tra “ciò che la tecnologia può fare” e “ciò che è giusto fare”?
L’analisi forense pone il proprio limite etico nell'assoluto e rigoroso rispetto della legge e delle normative europee sulla tutela dei dati sensibili e della dignità umana. La dottrina scientifica internazionale ha ampiamente dibattuto sul delicato equilibrio tra privacy individuale e beneficio sociale quando si parla di studi genomici applicati all'investigazione. In questo senso, la nostra linea d'azione si ispira direttamente ai rigorosi standard etici definiti dal Consorzio europeo VISAGE (Visible Attributes Through Genomics). Proprio in linea con questi principi, i marcatori forensi che utilizziamo per la predizione dei caratteri esterni visibili (EVC) e dell'origine etno-biogeografica sono selezionati in modo da escludere tassativamente le regioni del genoma collegate a patologie, predisposizioni mediche o tratti sensibili del soggetto. La tecnologia deve essere sempre un mezzo per accertare la verità nel pieno rispetto dei diritti della persona, mai oltrepassando il perimetro investigativo. Ogni nostra analisi è strettamente finalizzata al caso specifico, preventivamente autorizzata dall'Autorità Giudiziaria e limitata a quanto strettamente necessario per l'accertamento del reato. Per l'Arma l’evoluzione tecnologica non è mai disgiunta dalla responsabilità etica.
Generale, tra 10 anni il biologo forense ideale al RaCIS cosa dovrà saper fare?
Come accennavo prima, la scienza evolve alla stessa velocità del crimine e il nostro dovere è anticipare i tempi. Il biologo forense del futuro non potrà più essere soltanto uno specialista di laboratorio, dovrà essere una figura poliedrica, con solide competenze di biologia, genetica, bioinformatica e intelligenza artificiale. L'avvento dei modelli predittivi e degli algoritmi avanzati richiederà scienziati in grado di governare la tecnologia e non di esserne governati. Ritengo, inoltre, che il biologo del futuro debba possedere anche doti umane e intellettuali ben precise.
Penso, in primo luogo, alla capacità di riconoscere i “bias cognitivi”, che rappresentano un insidioso ostacolo nel processo investigativo e nella valutazione oggettiva della prova. In secondo luogo, sarà sempre più cruciale lo sviluppo di una straordinaria capacità di comunicazione in ambito dibattimentale. La vera sfida del prossimo decennio sarà proprio questa: saper navigare tra sequenziatori di ultimissima generazione, intelligenza artificiale e codici procedurali, mantenendo sempre fermo l'obiettivo finale, ovvero trasformare la precisione della scienza in una giustizia certa e inoppugnabile.
Novità su tripartizione dell’albo, nuove modalità per accedervi e aggiornamento delle competenze professionali
Il Ministro dell’Università, Anna Maria Bernini, ha comunicato alla Fnob che il 16 giugno scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato le modifiche del DPR 328/01, attuative della legge 163/2021, sul riordino degli esami di Stato relativi alla Categoria professionale dei Biologi.
Il provvedimento, frutto dalla collaborazione tra il Mur, Ministero della Salute e la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi, disciplina la riorganizzazione della professione di biologo e inserisce nuove modalità per l’iscrizione all’Ordine territoriale di appartenenza.
Tra le principali novità c’è la tripartizione della sezione A
dell’albo, che sarà suddivisa nei tre distinti settori di Biologia Generale e sanitaria, Ambientale e Nutrizione, Igiene e Sicurezza degli alimenti. L’obiettivo è rendere più chiaro e coerente il rapporto tipo di formazione universitaria scelta e ambito di attività lavorativa esercitata.
Per l’iscrizione all’Ordine, non sarà più necessario sostenere l’esame di Stato. I titoli accademici magistrali previsti per l’accesso alla professione di biologo diventeranno abilitanti all’esercizio dell’attività lavorativa, previa effettuazione di tirocini pratici professionalizzanti all’interno dei corsi di laurea.
«Con questo intervento – dichiara il ministro Bernini - ren-
diamo la formazione universitaria più vicina alle professioni e più capace di accompagnare i giovani verso il mondo del lavoro. Un passo in avanti nella creazione di percorsi chiari, qualificati e capaci di rispondere alle trasformazioni delle professioni, della società, della sanità, dell’ambiente e della sicurezza alimentare».
«Abbiamo raggiunto un traguardo storico – spiega Vincenzo D’Anna, presidente Fnob – al quale il Comitato e l’ufficio legale ha lavorato per anni. Con la riforma, ogni biologo dovrà anticipatamente scegliere il settore d’impiego lavorativo e si vedrà garantita una formazione mirata e in linea con l’area disciplinare scelta. Questo renderà ancor più efficace la sua preparazione, ma offrirà anche agli utenti finali la garanzia di un professionista altamente specializzato nel servizio richiesto».
Si è svolta a Catania, presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università, la “Giornata dei Biologi”: un evento strategico della FNOB in sinergia con l’Ordine dei Biologi della Sicilia, dedicato al futuro della professione e ai Sistemi di Qualità. Responsabili scientifici dell’evento Antonietta Foggiano e Gaetano Lucchese.
La mattinata è stata dedicata all’orientamento dei giovani laureati dei diversi corsi di laurea che danno accesso alla professione. Professionisti affermati hanno raccontato le loro esperienze in
ambiti strategici come biologia clinica, ambiente, nutrizione, procreazione medicalmente assistita e sistemi di qualità.
“Abbiamo voluto mostrare concretamente agli studenti quanti sbocchi lavorativi offre oggi la biologia, fornendo una guida chiara anche sui percorsi di accesso alla professione” ha dichiarato Alessandro Pitruzzella, Presidente dell’Ordine dei Biologi della Sicilia.
Il convegno pomeridiano “Il biologo nei Sistemi di Qualità in ambiti regolamentati” ha catalizzato l’attenzione della comunità professionale. L’intervento di Vin -
A Catania la Fnob traccia il futuro della professione tra riforme storiche e nuove competenze
cenzo D’Anna, Presidente FNOB, ha assunto grande rilievo.
D’Anna ha annunciato l’imminente approvazione in Consiglio dei ministri del decreto che riconosce formalmente i diversi settori professionali – biologia generale, ambiente, nutrizione – con le relative declaratorie di competenza, confermando l'accesso per i laureati in biotecnologie e consentendo l'accesso ai laureati in scienze naturali.
“Non siamo più figli di un Dio minore – ha dichiarato il Presidente D’Anna –. Con l’emanazione di questi decreti confermiamo, dopo sessant’anni, la piena dignità giuridica e normativa. Finirà una lunga serie di difficoltà e avremo, come professione sanitaria, la pari dignità con le altre categorie”.
Il Presidente ha inoltre presentato l’“Albero delle Opportunità” con circa 80 percorsi professionali e annunciato l’avvio di scuole di alta formazione in genetica, bioinformatica, biologia marina e PMA. La sessione tecnica ha visto gli interventi di Stanislao Ziantoni su accreditamento e certificazione, di Alfonso Modica di Eni Rewind sulla qualità del dato analitico ambientale e di Rachele Castro dell’IRSSAT sull’approccio “risk based”.
Nel pomeriggio si sono confrontati Silvia Parola, Direttore Tecnico di Acqua Sant’Anna SPA, Gaetano Lucchese e Daniela Azzarello sulle applicazioni del Sistema Qualità nel comparto Life Science e nelle Unità di Medicina Trasfusionale del Policlinico “S. Marco” di Catania.
I lavori si sono conclusi con tavola rotonda e test ECM per 3 crediti formativi. (M. A.).
NORME TECNICHE E STANDARD A PORTATA DI CLICK
Scopri la convenzione della Fnob con l’Ente Italiano di Normazione
È
ormai essenziale nel campo la figura di La sua sfera d'azione e le possibilità di occupazione
IL BIOLOGO CHE SI OCCUPA DI AMBIENTE STUDIA E ANALIZZA I SISTEMI NATURALI DALLA LORO COMPLESSITÀ
ALLA LORO INTERAZIONE CON L'UOMO
Protezione e la Ricerca Ambientale), per finire alle amministrazioni locali e agli enti che gestiscono parchi e riserve naturali. Il 45-50% dei professionisti, poi, trova sbocchi in aziende private e in attività di consulenza: laboratori di analisi, valutazioni di impatto ambientale (VIA) per aziende e imprese, certificazioni di sostenibilità (ISO 14001) e studi di progettazione sono tutte attività che rientrano in questo settore. Il 10-15% ha invece contratti a tempo determinato o indeterminato, come dottorati e assegni di ricerca, con università ed enti di ricerca. Il 5-10% dei biologi ambientali, infine, lavora nel terzo settore presso musei naturalistici, cooperative, ONG oppure operando concretamente nel campo dell'educazione ambientale.
Appare illuminata, dunque, la scelta della FNOB e del suo presidente Vincenzo D'Anna di puntare ancor di più su formazione e alta specializzazione del biologo ambientale, figura sempre più preparata, specializzata e in grado di affrontare le sfide del terzo millennio. Il suo perimetro d'azione è definito e le sue competenze sono pienamente riconosciute. Il biologo che si occupa di ambiente studia e analizza i sistemi naturali dalla loro complessità alla loro interazione con l'uomo. È una figura essenziale per la tutela dei mari, dei fiumi, dei boschi e il controllo della qualità dell'aria. Deve essere inoltre in grado di percepi -
re le esigenze delle comunità trasformandole in progetti e in percorsi concreti, realizzando ambienti sostenibili, promuovendo e favorendo la creazione di spazi verdi, di edifici e di infrastrutture pienamente integrate e in armonia con l'ambiente naturale circostante, capaci inoltre di garantire e salvaguardare la biodiversità, riducendo le pressioni ambientali.
Istituito nel 2021 e riorganizzato nel 2024, il CNBA (Coordinamento Nazionale dei Biologi Ambientali) è l'organizzazione che opera nell'ambito della FNOB a cui sono attribuite funzioni cruciali e specifiche in campo ambientale: “favorire l'approfondimento di tematiche di interesse ambientale e stimolare una più diretta partecipazione degli iscritti alle attività della FNOB, per offrire, attraverso il Coordinamento CNBA un supporto consultivo e operativo alle attività della Federazione stessa”. La definizione degli indirizzi generali, le relazioni con altri enti pubblici e privati, la partecipazione a tavoli tecnici e la redazione di un fitto programma di eventi, corsi, incontri e meeting formativi sono alcune delle attività del Coordinamento, che ha individuato sei aree tematiche: Ambiente-Salute, Normativa Ambientale, Ecosistemi Acquatici, Ecosistemi Terrestri, Restauro Ambientale e infine Biodiversità, Cambiamenti Climatici e Sviluppo Sostenibile e Agenda 2030.
Èun fenomeno preoccupante, che non si ferma anzi peggiora col passare del tempo. Ogni anno l'Italia perde sempre più suolo, vede cioè diminuire la percentuale di terreno destinato all'agricoltura. Terreno buono e utile, perché previene frane, mitiga l'impatto delle alluvioni ed è attraversato da corsi d'acqua puliti. La cementificazione, lo sfruttamento del suolo, nel 2025 ha raggiunto i massimi livelli dal 2012, anno in cui l'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha iniziato a fare attività di monitoraggio. L'ultimo report è davvero allarmante, perché certifica come la perdita di suoli agricoli si stia al -
largando anche a regioni storicamente meno urbanizzate: Puglia, Sicilia e Sardegna, infatti, hanno raggiunto o addirittura superato i livelli di consumo del terreno di regioni più urbanizzate e industrializzate quali Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna o lo stesso Lazio. Una corsa alla cementificazione – altro aspetto preoccupante – che si registra in una fase di declino demografio.
Nel report 2025 l'ISPRA ha verificato come ogni giorno l'Italia perda 22,9 ettari di terreno al giorno, circa 30 campi di calcio: il 15,6% in più rispetto all'anno precedente. Le nuove coperture artificiali riguardano 83,7 chilometri quadrati, mentre i metri
La cementificazione in Italia comporta danni per oltre 400 milioni annui: per i biologi passa la riqualificazione
quadrati persi ogni secondo sono 2,7. Solo una piccola parte del terreno perso è compensata dal ripristino di aree naturali: 5,2 chilometri quadrati. In più, altri 11,6 chilometri quadrati sono passati nel 2025 da «suolo consumato reversibile» a «permanente», incrementando ulteriormente la quota di superficie artificiale. I danni economici? Molto ingenti. Dai 400 milioni stimati per il 2024 si è passati ai 420 milioni circa del 2025 e si stima che sette milioni di italiani vivano in aree a «pericolosità elevata» di alluvione. È qui che entra in gioco la figura del biologo ambientale, del professionista specializzato in grado di guidare, seguendo criteri sostenibili, la riqualificazione dei centri abitati e la riconversione dei terreni verso destinazioni naturali.
La sua figura è centrale negli interventi di rigenerazione urbana e transizione ecologica, garantendo interventi mirati e sostenibili, tutela della biodiversità e salubrità delle trasformazioni eseguite. È il biologo a progettare e gestire nuovi spazi urbani attraverso azioni mirate quali VIA (valutazione di impatto ambientale) e VincA (valutazione di incidenza Ambientale), ad analizzare l'impatto delle opere edilizie su fauna, flora e habitat del territorio, a pianificare interventi di riforestazione urbana volti a mitigare l'effetto delle isole di calore, a ridurre le polveri sottili e a favorire il benessere fisico e psicologico dei cittadini. Inoltre, tra le pertinenze del biologo che si occcupa di riqualificazione rientrano il monitoraggio della qualità dell'aria e dei corpi idrici, la bonifica e la rimessa a nuovo di aree dismesse, degradate o di antica vocazione industriale, che possono essere trasformate in veri e propri corridoi ecologici tra ambiente costruito e paesaggio. (R. D.).
Date di scadenza, ingredienti, additivi e info nutrizionali:
tutto ciò che c'è da sapere per scelte consapevoli
Lo scorso 7 giugno si è celebrata, su impulso delle Nazioni Unite, la Giornata mondiale della sicurezza alimentare e anche in questo campo il biologo è una figura essenziale, in quanto contribuisce a rendere il cibo accessibile e sicuro per tutti, occcupandosi a pieno titolo e con e le necessarie competenze di quelli che sono i pilastri della sicurezza alimentare. Quanto è importante essere consapevoli di ciò che si mangia? Cosa bisogna sapere di un prodotto prima di acquistarlo? E quali informazioni contenute nelle etichette vanno lette con attenzione? Domande che dovrebbero accompagnare e precedere ogni pasto, ogni acquisto propedeutico alla preparazione di pranzi, cene e spuntini. La lettura delle etichette alimentari, soprattutto, dovrebbe essere un'abitudine imprescindibile, visto che ogni prodotto porta con sé informazioni essenziali legate a ingredienti, allergeni o data di scadenza. E non solo. Ma cosa bisogna cercare, in particolare? Ci sono dei valori da tenere in osservazione più degli altri?
La prima info utile riguarda TMC e scadenza. In molti prodotti in scatola, ma anche pasta, riso o snack è indicato il Termine Minimo di Conservazione, che non è una data di scadenza vera e propria, ma solo l'indicazione del periodo entro il quale l'alimento mantiene intatte le sue caratteristiche organolettiche. È accompagnato dalla dicitura «da consumarsi preferibilmente entro»: un ritardo di pochi giorni non pregiudica il consumo del prodotto opportunamente conservato, che però potrebbe aver perso un po' di gusto o fragranza. La dicitura «da consumarsi entro» è invece perentoria, perché coinvolge la sicurezza microbiologica del prodotto e riguarda generalmente prodotti deperibili come
carne, pesce, latte e derivati, formaggi non stagionati. Si tratta di un termine tassativo, oltre il quale va evitato il consumo del prodotto. Tra le scadenze perentorie rientrano anche quelle di acqua e bibite in bottiglia: l'esposizione a fonti di calore o al sole può provocare alterazioni chimiche, ecco perché andrebbero conservate in luoghi freschi e riparati.
Al di là della scadenza, le etichette contengono informazioni essenziali sulla composizione del prodotto alimentare. Gli ingredienti, anzitutto, sono sempre indicati in modo decrescente a seconda della quantità: se al primo posto compaiono zucchero o dolcificanti non è un buon indizio.
Anche gli additivi (riconoscibili dalle sigle che vanno da E100 a E2000 o da nomi specifici), che servono a regolare sapore e consistenza, sono importanti: meno sono, più significa che il prodotto è «genuino», poco processato. La tabella nutrizionale riporta invece i valori medi per 100 grammi di prodotto: calorie, grassi, carboidrati, proteine e sale. I grassi saturi dovrebbero essere inferiori al 10%, gli zuccheri semplici dovrebbero invece essere contenuti il più possibile, perché non danno apporto nutrizionale e provocano picchi glicemici. Occhio, infine, al contenuto di sale, anche in prodotti dolci: più ce n'è, più vuol dire che l'alimento è stato ultraprocessato. (R. D.).
Il mare più bello d'Italia è quello di Pollica, in provincia di Salerno, mentre la regione più ricca di spiagge incantevoli e incontaminate è la Sardegna. Nel corso della Venice Climate Week, a Venezia, sono state svelate le trenta località (venti di mare e dieci di lago) premiate con le Cinque Vele di Legambiente e Touring Club e inserite nella guida 2026 «Il Mare più bello», una sorta di libro delle eccellenze, ma anche e soprattutto una Bibbia per gli amanti del mare e dei laghi. Come illustrato dai curatori, il riconoscimento più ambito - le Cinque Vele appunto - va alle realtà che puntano su un turismo sostenibile e
su una gestione eco-friendly, capaci di adattarsi al meglio ai cambiamenti attraverso soluzioni semplici, puntando sulla scoperta e sulla valorizzazione dei loro territori. In seconda posizione (nel 2025 era al quarto posto) la spiaggia di Baunei, in provincia di Nuoro, mentre a completare il podio il terzo posto di Otranto, in Puglia, capace di migliorarsi di ben sette posizioni.
Nella top ten Domus De Maria, San Giovanni a Piro, Nardò, San Teodoro, Santa Teresa di Gallura, Cabras e Castiglione della Pescaia. Sardegna leader a livello regionale con sei località marine su cui sventolano le Cinque Vele: oltre alla spiaggia
La località campana precede Baunei e Otranto: Sardegna al top con sei spiagge
Tra i laghi primeggia Molveno
di Baunei, spiccano Santa Teresa di Gallura a nord, Posada e San Teodoro a nordest, Domus de Maria a sud, Cabras con l'area marina protetta della Penisola del Sinis e l'Isola di Mal di Ventre a ovest. Cinque località con Cinque Vele per la Puglia, da sud a nord: Nardò e Gallipoli per l'Alto Salento Ionico, Otranto e Melendugno per l'Alto Salento Adriatico oltre a Vieste, perla del Gargano. Quattro, poi, le località a Cinque Vele della Toscana, tutte concentrate nella provincia di Grosseto: Castiglione della Pescaia, Marina di Grosseto, Capalbio e l'Isola del Giglio. Oltre a Pollica, premiate in Campania altre due spiagge della provincia di Salerno: Castellabate e Sn Giovanni a Piro. Una località a Cinque Vele per la Liguria, il complesso delle Cinque Terre, e una per la Basilicata: Maratea. Tra i laghi, la spiaggia regina è quella di Molveno, nel Trentino-Alto Adige, territorio premiato con tre laghi a Cinque Vele: gli altri due sono quello di Fié e quello di Monticolo, terzo nella classifica generale alle spalle del lago del Mis, nella provincia veneta di Belluno. In Veneto riconoscimento anche per il lago di Santa Croce. Due le località lacustri a Cinque Vele del Piemonte: Avigliana, affacciata sul lago omonimo, e Cannero Riviera, sulla sponda settentrionale del lago Maggiore. Lombardia a quota due grazie a Gardone Riviera e Toscolano Maderno, poste sulla riva occidentale del lago di Garda, in provincia di Brescia. Cinque Vele anche per una località del centro Italia, il lago di Scanno in Abruzzo, settimo nella classifica generale: un lago famoso per una curiosa caratteristica, la forma che ricorda quella di un cuore, apprezzabile scalando il «Sentiero del Cuore» che porta alla sommità di una montagna circostante. (R. D.).
NATURALI CAPACI DI MODIFICARE, PER LUNGHI PERIODI,IL
COMPORTAMENTO DI ATMOSFERA E OCEANI SU SCALA GLOBALE
NASCE NELL’OCEANO PACIFICO, MA
PUÒ INCIDERE SU TEMPERATURE, PIOGGE, SICCITÀ, ECOSISTEMI E SALUTE PUBBLICA IN MOLTE AREE
DEL MONDO
El Niño è uno dei più potenti meccanismi naturali capaci di modificare, per lunghi periodi, il comportamento dell’atmosfera e degli oceani su scala globale. Il suo ritorno, segnalato dalle ultime valutazioni dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e confermato dal monitoraggio della NOAA, riporta l’attenzione su un fenomeno che nasce nell’Oceano Pacifico, ma può incidere su temperature, piogge, siccità, ecosistemi e salute pubblica in molte aree del mondo. El Niño è la fase calda dell’ENSO, la sigla con cui si indica l’oscillazione naturale tra oceano e atmosfera nel Pacifico equatoriale. In condizioni normali, i venti alisei spingono le acque superficiali calde verso ovest, accumulandole tra Indonesia e Australia, mentre lungo le coste del Sud America risalgono acque più fredde e ricche di nutrienti. Durante El Niño questo equilibrio si indebolisce: i venti si attenuano, il calore si distribuisce verso il Pacifico centrale e orientale e la superficie del mare si riscalda oltre la norma. Il cambiamento non resta confinato all’oceano, ma modifica la circolazione atmosferica, sposta le aree di pioggia e altera la distribuzione dell’energia nel sistema climatico.
Per questo El Niño è spesso associato a un aumento temporaneo della temperatura media globale. Il fenomeno, di per sé non è così preoccupante, si somma al riscaldamento globale attualmente in corso, che dipende soprattutto dall’accumulo di gas serra di origine antropica,
amplificandone alcuni effetti. È questa sovrapposizione a preoccupare gli scienziati: un evento naturale, ricorrente ogni tre-cinque anni, agisce oggi su una base termica più elevata rispetto al passato. Di conseguenza, ondate di calore, siccità, incendi, piogge intense e alluvioni possono diventare più probabili o più gravi nelle regioni sensibili. Infatti, gli effetti non sono uguali ovunque. Alcune aree possono registrare piogge superiori alla media, altre periodi secchi più lunghi. In genere, El Niño favorisce precipitazioni in parte del Sud America meridionale, nel sud degli Stati Uniti, in alcune zone dell’Africa orientale e dell’Asia centrale, mentre tende a portare condizioni più secche in America centrale, Caraibi, Australia, Indonesia e parte dell’Asia meridionale. Anche gli uragani possono risentirne: le acque calde del Pacifico orientale possono alimentare cicloni in quell’area, mentre la maggiore instabilità dei venti in quota può ostacolare la formazione di uragani nell’Atlantico.
La dimensione biologica del fenomeno è altrettanto rilevante. Quando cambiano temperatura e circolazione delle acque, cambiano anche gli ecosistemi marini. La riduzione della risalita di acque fredde e ricche di nutrienti lungo le
coste del Pacifico orientale può impoverire la produttività del fitoplancton, con effetti a catena su pesci, uccelli marini e comunità costiere che dipendono dalla pesca. Le ondate di calore marine, inoltre, aumentano lo stress per coralli, praterie sommerse e organismi sensibili alla temperatura. In un oceano già sottoposto ad acidificazione, deossigenazione e perdita di biodiversità, anche una variazione temporanea può produrre conseguenze ecologiche importanti. C’è poi il legame con la salute umana, sempre più centrale nella lettura biologica del clima. Le siccità possono ridurre la disponibilità di acqua, compromettere raccolti e sicurezza alimentare, favorire malnutrizione e migrazioni. Le piogge intense e le alluvioni possono contaminare le risorse idriche e aumentare il rischio di malattie trasmesse dall’acqua. Le anomalie di temperatura e precipitazioni possono modificare anche la distribuzione di vettori, come zanzare e altri insetti, incidendo sul rischio di malattie infettive in contesti già vulnerabili. A questo si aggiunge lo stress da caldo, particolarmente per anziani, bambini, lavoratori all’aperto, persone con patologie croniche e popolazioni con minore accesso a sistemi sanitari e di allerta.
L’allerta lanciata dagli organismi internazionali non significa che ogni regione subirà automaticamente un disastro, né che El Niño produca sempre gli stessi effetti. Ogni episodio ha intensità, durata e configurazione diverse; inoltre interagisce con altri fattori climatici, come il dipolo dell’Oceano Indiano, la circolazione atmosferica regionale e lo stato degli oceani. Ma proprio perché non si tratta di una semplice “estate più calda”, il monitoraggio precoce è decisivo. Le previsioni stagionali permettono di preparare sistemi sanitari, agricoltura, gestione delle risorse idriche, protezione civile e filiere alimentari.
El Niño mostra con chiarezza quanto il clima sia un sistema interconnesso. Un’anomalia termica nel Pacifico può influenzare il prezzo del cibo, la diffusione di malattie, la disponibilità d’acqua, la sopravvivenza di ecosistemi marini e la frequenza di eventi estremi. Per questo non riguarda soltanto meteorologi e climatologi, ma anche biologi, medici, agronomi, epidemiologi e decisori pubblici. Comprenderlo significa guardare al cambiamento climatico come a una trasformazione concreta degli ambienti in cui la vita si organizza, si adatta o entra in crisi.
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Intervista a Luca Mercalli, climatologo e presidente della Società Meteorologica Italiana, sull'urgenza di unire fisica del clima e biologia per salvare gli ecosistemi
Il termometro globale ha polverizzato ogni record, spinto dall'abbraccio micidiale tra il riscaldamento globale antropico e gli effetti di El Niño, l'anomalo riscaldamento del Pacifico che altera il clima mondiale. Gli ecosistemi terrestri e marini si stanno scompaginando sotto i nostri occhi: specie in fuga, cicli dell'acqua stravolti e minacce dirette alla salute umana. Il clima e la biosfera non sono mai stati così drammaticamente interconnessi. In occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente e della Giornata mondiale degli Oceani, affrontiamo questa crisi con Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico e Presidente della Società Meteorologica Italiana.
Torinese e appassionato di climatologia fin dai 14 anni, sviluppa presto la curiosità tipica dei grandi studiosi, che gli consentirà di arrivare alla professione con una preparazione molto solida. I ghiacciai avranno un ruolo fondamentale nel suo percorso di avvicinamento alle scienze della Terra. «Sono cresciuto ai piedi delle Alpi occidentali, vicino ad alcune delle montagne più alte della catena, dal Gran Paradiso in poi – spiega -. Frequentando quei luoghi ho iniziato ad
di Claudio De Rosa
approfondire lo studio della climatologia delle Alpi e in generale dell’Italia occidentale».
In questo periodo si parla del ritorno di El Niño e del rischio che i prossimi anni segnino nuovi record di temperature. A che cosa possiamo andare incontro? In che modo questo fenome no può influenzare la nostra vita quotidiana?
«El Niño è un fenomeno naturale di anomalo riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico, di fronte alla zona del Sud America. Ogni tre-cinque anni si presenta, da secoli, in modo naturale. Quando arriva, crea una serie di fenomeni estremi, prevalentemente nelle zone tropicali del Pacifico, quindi tra Sud America, Australia e Indonesia. Il problema di oggi è che siamo in pieno riscaldamento globale. Quindi, le conseguenze di questo fenomeno si sommano al riscaldamento globale in atto. Rischiamo di avere, nel 2026 o nel 2027, perché El Niño comincia adesso e durerà fino ai primi mesi del 2027, un nuovo record di temperatura del pianeta Terra. Il fenomeno può influenzare la nostra quotidianità soprattutto in termini di temperatura. Molto meno in termini di eventi estremi, come siccità o tempeste alluvionali. Quelle le abbiamo già e, se ne avremo in questo periodo, non saranno direttamente legate a El Niño».
Spesso, chi non è cultore della materia, può fare confusione tra meteo e clima. Ci può spiegare la differenza?
«Una cosa facile facile: il meteo è quello che succede nell’atmosfera nell’arco di ore o, al massimo, di qualche giorno. Il clima, invece, è quello che succede nell’atmosfera su tempi molto più lunghi: centinaia, migliaia, milioni di anni. Il clima è la somma del meteo, per dirla in modo molto banale. Per analizzare la questione del cambiamento climatico dobbiamo
parlare di clima. Non è che se fa una nevicata d’inverno a Milano possiamo dire: ‘Ecco, non c’è più il riscaldamento globale’. La nevicata è un fatto di un giorno o di poche ore e va vista nel quadro di quello che sta succedendo, per esempio, alla quantità di neve sul lungo periodo. E allora ci si accorge che ormai a Milano nevica un terzo di quello che nevicava cento anni fa». In che modo il cambiamento climatico sta modificando gli ecosistemi terrestri e acquatici?
«Il cambiamento climatico è legato, in primo luogo, all’aumento della temperatura. Infatti il termine corretto per indicare lo squilibrio del Pianeta è ‘riscaldamento globale’. La Terra si riscalda e, riscaldandosi, cambiano anche la distribuzione delle piogge, gli eventi estremi e tutto questo ha conseguenze sulle attività economiche umane, sulla fauna, sulla flora, sulla distribuzione dei pesci, degli uccelli, delle migrazioni.
Cambiando in modo così rapido - parliamo di cambiamenti nel giro di pochi decenni che normalmente avvengono in tempi molto più lunghi – le ricadute si registrano su tutte le forme di vita. Anche su di lei, anche su di me. Nel senso che fra un po’, quando avrà a casa sua 35 gradi di notte, non dormirà, a meno che non accenda il condizionatore».
Esistono organismi viventi che possono essere considerati “sentinelle” del cambiamento climatico?
«Esistono tantissimi esempi, sui quali sono più ferrati biologi, zoologi, entomologi e ornitologi, cioè di tutti coloro che studiano gli esseri viventi. Per esperienza personale, penso alla fauna alpina: soffre lo stambecco, soffre l’ermellino, soffrono gli animali che vivono in un territorio alpino freddo, innevato, e che di colpo si ritrovano in condizioni mediterranee. Questi animali scappano a quote più alte, dove hanno meno spazio. Oppure, al contrario, pensiamo alla zanzara tigre, che si sta espandendo da molti anni in Italia e che porta malattie tropicali che prima non avevamo».
Ci può indicare una sua pubblicazione utile per far avvicinare il pubblico alla questione climatica?
«Consiglierei “Breve storia del clima in Italia”, uscito per Einaudi, che racconta il clima del passato e quello che possiamo aspettarci dal futuro. Per chi cerca un testo più legato alla fisica del clima, c’è invece “Il clima che cambia”, pubblicato da Rizzoli».
Guardando ai prossimi anni, qual è lo scenario più realistico per la salute del pianeta? E che quale scenario possiamo an cora evitare?
«Possiamo evitare lo scenario peggiore. Però il tema è che siamo troppo lenti. Il fattore tempo non può essere trascurato. Se vogliamo avere ancora risultati positivi in termini di prevenzione dello scenario peggiore e di adattamento ai danni che sono già in corso, dovremmo lavorare ogni giorno solo per quell’obiettivo. Ma, dalle cose che si vedono oggi, non c’è nessuna intenzione da parte dell’umanità di occuparsi seriamente di questo problema. Costruiamo più armi che pannelli solari».
Luca Mercalli.
Intervista con Antonella Maugliani, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità, dove il 5 giugno, in occasione della Giornata Mondiale dedicata al tema, si è svolto il convegno “Fake news, paure e fiducia: sicurezza alimentare e nutrizione nell’era dell’infodemia”
Sofisticazione alimentare e pericoli microbiologici che si annidano nei cibi che portiamo in tavola: di cosa si tratta e quali sono i più comuni?
La sofisticazione alimentare è una frode sanitaria che altera la qualità e, nei casi più gravi, la sicurezza degli alimenti, introducendo elementi estranei o modificando la composizione per mascherare difetti o ridurre i costi di produzione. Può avere implicazioni economiche e sanitarie.
Nonostante i progressi nella sorveglianza e controllo, il rischio microbiologico resta rilevante. Le malattie trasmesse da alimenti (MTA) sono causate da batteri, virus, parassiti o tossine presenti in cibi o acqua. Tra i più comuni: Salmonella, Escherichia coli, Campylobacter, Listeria monocytogenes, responsabili di numerose infezioni lungo tutta la filiera alimentare.
Quali sono gli alimenti che finiscono più frequentemente nel mirino delle truffe e perché?
Le frodi colpiscono prodotti di largo consumo e ad alto valore economico, con filiere lunghe e difficili da controllare. Esempi tipici sono vino, latte e derivati, olio d’oliva, carni e salumi, bevande analcoliche e prodotti DOP e IGP.
A rendere queste filiere così vulnerabili concorrono vari fattori: la facilità di manipolazione, soprattutto per quanto riguarda i prodotti liquidi o trasformati; la difficoltà di riconoscere la qualità senza analisi; la deperibilità, che favorisce trattamenti per mascherare difetti; il valore del marchio, che incentiva la contraffazione.
Qual è l’anello più debole della catena di produzione ali mentare che compromette la sicurezza degli alimenti?
Non esiste un unico anello più debole: la sicurezza di -
di Ester Trevisan
pende dall’intera filiera. Le criticità emergono nelle fasi in cui possono verificarsi contaminazioni o errori nella gestione dei pericoli biologici, fisici e chimici, come contaminanti ambientali, pesticidi, e sostanze di processo. Il fattore umano è determinante, per questo servono controlli lungo tutta la filiera e una responsabilità condivisa tra operatori, istituzioni e consumatori. Sappiamo che il rischio zero non esiste, ma cosa possiamo fare per ridurre al minimo i pericoli legati alla produzione e al consumo di cibo?
Le evidenze scientifiche mostrano che molti rischi sono prevenibili adottando tutti quei comportamenti corretti che attengono all’igiene personale e degli ambienti, separando cibo crudo e cotto e cuocendo correttamente gli alimenti, rispettando le temperature di conservazione e prestando attenzione alle etichette. Queste pratiche sono fondamentali anche in ambito domestico. Cibo crudo: nemico o amico della salute?
La cottura è un metodo di sicurezza essenziale, inattivando la maggior parte dei microrganismi oltre i 60–70 °C. Il cibo crudo comporta un rischio microbiologico maggiore: patogeni possono essere presenti in carne o pesce crudi, latte non pastorizzato, frutti di mare e ortaggi. Il pesce crudo va sottoposto ad abbattimento. Quale ruolo svolge il biologo nella prevenzione delle tos sinfenzioni alimentari?
Il biologo è centrale nella sicurezza alimentare: esegue analisi microbiologiche e chimiche, identifica i patogeni, contribuisce alla sorveglianza delle MTA e le indagini sui focolai. Contribuisce ai piani HACCP. Fondamentale è anche il ruolo svolto dai laboratori e dalla ricerca. Secondo il suo ultimo rapporto, l’OMS stima che il cibo insicuro causi circa 866 milioni di malattie e un milione e mezzo di morti all’anno. Ma è così difficile applicare i protocolli di sicurezza e certificazione? Quali sono gli ostacoli che impediscono la loro implementazione?
Le difficoltà non sono tanto tecniche, quanto struttu -
rali: disuguaglianze nei sistemi sanitari, risorse limitate, globalizzazione delle filiere, cambiamento climatico e resistenza antimicrobica. La sicurezza alimentare richiede quindi un approccio integrato su scala globale. Sul tema della prevenzione, secondo lei, sarebbero neces sari più controlli, magari incrementando anche il numero di professionisti dedicati a questo compito?
Più che aumentare i controlli, occorre rafforzare il sistema attraverso l’integrazione tra sorveglianza e ricerca, il potenziamento dei servizi territoriali e dei laboratori e la formazione continua. La prevenzione resta lo strumento più efficace.
Quanto è importante il dialogo tra le diverse figure coin volte nei controlli, come biologi, tecnologi alimentari e forze dell'ordine? Cosa si può fare per migliorare questa collaborazione?
È essenziale un approccio interdisciplinare. Il modello “One Health” integra salute umana, animale e ambiente. Il coordinamento tra biologi, tecnologi alimentari, veterinari, autorità sanitarie e forze dell’ordine migliora la prevenzione, la sorveglianza e la gestione delle emergenze.
Antonella Maugliani è ricercatrice presso l’Istituto Superiore di Sanità, dove si occupa di sicurezza alimentare e salute pubblica, con particolare attenzione ai rischi microbiologici e alla prevenzione lungo la filiera. Svolge attività di ricerca, divulgazione scientifica e supporto alle politiche sanitarie, promuovendo comportamenti sicuri e la tutela della salute collettiva. È impegnata nello sviluppo di strategie di comunicazione per la sicurezza alimentare domestica (https:// www.iss.it/sac-copertina)
Il 17° focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha superato la soglia dei mille contagi. Un virus già noto, ma per il quale il mondo si è fatto trovare impreparato. Ne parliamo con il Professor Massimo Ciccozzi, epidemiologo molecolare
1003 casi confermati, 254 morti, 100 guariti. Un tasso di letalità del 25,3% e un’epidemia attiva su tre province - Ituri, Kivu Nord e Kivu Sud - con il tracciamento dei contatti che stenta a tenere il passo. I numeri aggiornati al 22 giugno 2026 raccontano un focolaio che non accenna a spegnersi, e che pone una domanda scomoda: come si è arrivati così impreparati di fronte a un virus già visto?
Il Bundibugyo non è un’incognita. È comparso in Uganda nel 2007, poi ancora nel 2012, e ora per la prima volta nella Repubblica Democratica del Congo. La sua sequenza genetica è nota, la sua divergenza rispetto agli altri ceppi di ebolavirus è documentata — eppure non esiste ancora un test molecolare rapido dedicato, non c’è un vaccino approvato, e le terapie sviluppate contro il ceppo Zaire non risultano efficaci contro questa variante. Un vuoto che, come spiega il Professor Massimo Ciccozzi in questa intervista, non è inspiegabile, ma che in un contesto già fragile ha contribuito a rendere la risposta più lenta e più difficile.
Ciccozzi ripercorre la biologia del virus, valuta gli scenari evolutivi più probabili e analizza le misure che OMS e Africa CDC stanno mettendo in campo — con uno sguardo lucido su ciò che funziona e su ciò che rischia di restare, ancora una volta, sulla carta.
Professore, siamo di fronte al 17° focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, questa volta causato dal virus Bundibugyo, una variante che aveva già colpito nel 2007 e nel 2012. Dal punto di vista dell’epidemiologia molecolare, cosa distingue il Bundibugyo dagli altri ortho ebolaviruses e quali implicazioni ha questo per la risposta
di Emanuela Birra
clinica e diagnostica?
Il virus Bundibugyo (Orthoebolavirus bundibugyoense) è una specie distinta di ebolavirus che differisce geneticamente con il 32% di divergenza nucleotidica dagli altri membri del genere. Questa specificità genetica ha un impatto diretto sia sulla presentazione clinica che sulla disponibilità di contromisure mediche.
Le Proteine strutturali chiave, come la glicoproteina di superficie (GP) e la proteina VP35, presentano differenze sostanziali (dal 23% a oltre il 35% a livello di aminoacidi) rispetto ad altri ceppi come lo Zaire.
E il tasso di mortalita nei focolai ad oggi documentati (Uganda e Repubblica Democratica del Congo), il tasso di letalità (CFR) del Bundibugyo si attesta storicamente tra il 25% e il 50%, rendendolo mediamente meno letale rispetto al temibile ceppo Zaire, sebbene provochi comunque quadri clinici importanti.
Gli anticorpi monoclonali (es. quelli sviluppati durante le epidemie in Africa Occidentale e nel Congo) e i farmaci antivirali approvati sono solitamente specifici per il ceppo Zaire e non risultano efficaci contro il Bundibugyo. Non sono attualmente disponibili vaccini approvati o omologati che conferiscano immunità specifica per questo ceppo, e poiché mancano trattamenti farmacologici specifici, la risposta clinica si basa esclusivamente su cure intensive di supporto: reidratazione aggressiva (orale o endovenosa), bilancio elettrolitico, ossigenoterapia e gestione dei sintomi per prevenire shock e insufficienza multiorgano.
Lei ha sottolineato come uno degli errori critici di questa epidemia sia
l’assenza di un test molecolare rapido per il Bundibugyo, nonostante il suo materiale genetico sia noto da anni e il virus abbia già causato tre focolai. Come mai, a suo avviso, non esiste ancora uno strumento diagnostico dedicato, e quali sarebbero i tempi realistici per svilupparlo e distribuir lo nelle aree endemiche?
A causa dell'elevata divergenza genetica, i test diagnostici molecolari standard (come le PCR rapide) progettati per riconoscere il virus Zaire potrebbero non rilevare efficacemente il ceppo Bundibugyo. È necessario qindi utilizzare kit diagnostici progettati specificamente per identificare l'RNA di questa nuva vaiante del virus ebola. I sintomi all’inizio sono aspecifici e sovrapponibili ad altre febbri emorragiche o malattie endemiche (come malaria, tifo o sepsi batterica). Per evitare diagnosi errate o ritardi nell'isolamento del paziente, i laboratori devono poter sequenziare o utilizzare saggi RT-PCR dedicati alle varianti di ebola. I tempi avendo a disposzione la sequenza virale non sono poi così incredibili forse non si aspettava una epidemia con così tanti casi anche se nella RDC bisognava su questo virus essere pronti. Si potrebbero superare i 20.000 casi nei prossimi tre mesi. Quali sono gli scenari evolutivi più probabili?
L'epidemia è un dato di fatto che è fuori controllo ma eesendo un virus con un 25% di letalita non dovrebbe avere una diffusione elevata e non credo che avremo a vedere 20.000 casi in tre mesi, lo scenario piu probabile e che fara molti casi e decessi e poi come sempre da anni è in Congo Uganda etc l’epidemia iniziera a decresce e la curva dei contagi iniziera a scendere.
Attualmente non esistono né vaccini né terapie approvate specifiche per il Bundibugyo: quanto sono realistica mente lontaniun vaccino o una tera pia mirata?
Gli esperti stimano che ci vor -
ranno almeno 9 mesi prima che un vaccino sia pronto per l'uso, sebbene l'OMS stia accelerando lo sviluppo e i trial clinici su candidati promettenti come il vaccino rVSV Bundibugyoquesto vaccino è un candidato vaccino ricombinante basato sul virus della stomatite vescicolare in fase di). Progettato dall'organizzazione no-profit IAVI, utilizza la stessa piattaforma di vettori virali del vaccino autorizzato contro l'ebolavirus dello Zaire, ma è attualmente in fase di sperimentazione e di sperimentazione clinica iniziale.
Di fronte a un’emergenza dichiarata a livello internazionale, quali sono le principali misure e interventi che la comunità mondiale - OMS, Africa CDC, governi nazionali - sta mettendo in campo per contenere questo focolaio e quali, secondo lei, sono quelli dav vero decisivi?
L'OMS ha lanciato con l'Africa CDC un piano continentale congiunto da 518 milioni di dollari. La strategia si concentra su: sorveglianza attiva, tracciamento dei contatti, isolamento dei casi, prevenzione delle infezioni e vaccinazioni.
L'azione sul campo dell'OMS si articola su direttrici concrete ovvero ci sono i Piani di risposta congiunti: Il piano "One Response" punta a unire governi e partner internazionali per arginare il virus La Sorveglianza epidemiologica sul territorio dove vengono dispiegati epidemiologi ed esperti per scoprire altri possibili focolai e mappare la catena dei contatti. c’è poi un Coinvolgimento comunitario Attraverso antropologi sociali si lavora per guadagnare la fiducia delle comunità e assicurare pratiche sicure, come le sepolture dignitose e sicure.Infine c’è un Supporto logistico e ci sono molti aiuti umanitari, infatti L'OMS lavora a stretto contatto con agenzie come il WFP per garantire la mobilità in aree remote, fornendo veicoli, strumenti di tracciamento e collegamenti internet.
Massimo Ciccozzi.
Sviluppata all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, una piattaforma impiantabile di drug delivery punta a riscrivere le regole del trattamento dei tumori cerebrali aggressivi. Ne abbiamo parlato con il suo ideatore, il Professor Paolo Decuzzi
Il glioblastoma è una delle diagnosi più difficili da ricevere e da pronunciare. La sopravvivenza mediana non supera i quindici mesi, lo standard terapeutico non è cambiato dal 2005 e ogni nuovo approccio sperimentato negli ultimi decenni si è scontrato con la stessa triade di ostacoli: la barriera ematoencefalica, l’eterogeneità biologica del tumore e un microambiente fortemente immunosoppressivo. Tre problemi che, come ci spiega il Professor Decuzzi in questa intervista, non possono essere risolti finché si continua a ragionare in termini di somministrazione sistemica.
μMESH nasce da una logica diversa — e, curiosamente, da un imprevisto di laboratorio. È un film sottile, flessibile e microstrutturato, progettato per essere posizionato direttamente sui margini di resezione dopo la craniotomia: il punto esatto in cui, nel 70% dei casi, ha origine la recidiva. Aggira la barriera ematoencefalica semplicemente non attraversandola, e rilascia in modo controllato una combinazione di agenti terapeutici per un periodo che può arrivare a sei mesi — ben oltre i sei giorni del Gliadel, l’unico sistema impiantabile oggi disponibile in clinica. La versatilità della piattaforma apre scenari ambi -
ziosi, dal glioblastoma ad altri tumori in cui la resezione completa non è possibile. Ma come racconta Decuzzi, il primo obiettivo resta dimostrare un beneficio clinico significativo nella configurazione più semplice: da lì si costruisce tutto il resto.
Professor Decuzzi, come nasce l’idea di μMESH? C’è stato un momento pre ciso in cui ha capito che la strada era quella di un “cerotto” per il cervello?
L'idea di μMESH (micromesh) è nata circa 8 anni fa. Avevamo appena trasferito il nostro laboratorio dagli USA, dove avevo condotto ricerche dal 2007 presso il Texas Medical Center di Houston, e stavamo incontrando difficoltà nel riprodurre alcuni protocolli di fabbricazione nei nuovi laboratori dell'IIT a Genova. In particolare, non riuscivamo più a replicare un sistema di drug delivery – le μPLates (microplates) – probabilmente a causa delle diverse condizioni ambientali.
Per evitare di restare bloccati per mesi senza produrre risultati, insieme al mio collega Daniele Di Mascolo, ora Professore Associato presso il Politecnico di Bari, decidemmo di modificare completamente il protocollo, di fatto invertendolo. Fu così che nacque μMESH.
Compresi subito, grazie all'esperienza pregressa a Houston nello
sviluppo di nuove terapie per il glioblastoma, le potenzialità di applicare μMESH al trattamento di tumori aggressive, e in particolare del cervello. Inizialmente, però, μMESH era nato semplicemente come una soluzione pratica per superare un problema tecnico che ci stava bloccando. Siamo comunque riusciti anche a risolvere il problema con le microPLates e abbiamo pubblicato decine di lavori sul loro utilizzo per diverse indicazioni mediche.
La barriera ematoencefalica è da sempre il principale ostacolo alla far macoterapia cerebrale. Come la aggi ra μMESH?
La barriera ematoencefalica continua a rappresentare il principale ostacolo per la somministrazione di farmaci al cervello. La maggior parte delle molecole, sia di piccole dimensioni sia più complesse come gli anticorpi utilizzati in immunoterapia, viene selettivamente esclusa da questa barriera. Questo avviene perché la barriera ematoencefalica è stata progettata dalla natura per proteggere una delle parti più delicate del corpo umano: il cervello.
μMESH consente di aggirare questo ostacolo perché non richiede che il farmaco attraversi la barriera ematoencefalica per via sistemica.
μMESH viene infatti applicato direttamente sulla superficie di resezione della massa tumorale dopo la craniotomia, una procedura che, nei tumori cerebrali aggressivi, viene eseguita nella quasi totalità dei casi.
Subito dopo l'asportazione della massa primaria da parte del neurochirurgo, questi può idealmente posizionare μMESH sui cosiddetti margini di resezione. Questi margini sono particolarmente importanti perché, in circa il 70% dei casi, rappresentano la sede da cui origina la recidiva. μMESH viene quindi applicato localmente, con il suo carico farmacologico, proprio nell'area a più alto rischio.
In questo modo, con μMESH non si effettua un'iniezione sistemica di farmaci, ma si realizza un rilascio locale, continuo e sostenuto del farmaco direttamente nel sito chirurgico.
Il glioblastoma non ha visto progressi tera peutici significativi negli ultimi trent’anni. Dal punto di vista biologico, quali sono le ra gioni profonde di questa resistenza?
Lo standard clinico per il glioblastoma è stato definito da Roger Stupp e colleghi nel 2005 e non è cambiato da allora. Prevede la resezione della massa tumorale (maximal safe resection), seguita da radioterapia e chemioterapia, principalmente con temozolomide.
La temozolomide ha il vantaggio di riuscire ad attraversare la barriera ematoencefalica, ma solo una frazione limitata della
dose somministrata per via sistemica, circa il 20-25%, raggiunge effettivamente il sito tumorale. E’ una molecola relativamente debole dal punto di vista della citotossicità nei confronti della massa tumorale, proprio perché deriva da un compromesso: da un lato deve attraversare la barriera ematoencefalica, dall'altro non deve essere eccessivamente tossica a livello sistemico.
Questo è uno dei motivi principali per cui i farmaci attualmente utilizzati risultano poco efficaci: devono rispondere contemporaneamente a molteplici vincoli, spesso in conflitto tra loro. Devono raggiungere il cervello, attraversare la barriera ematoencefalica, colpire il tumore e, allo stesso tempo, mantenere una tossicità sistemica accettabile. Utilizzando una terminologia ingegneristica, μMESH consente di disaccoppiare il problema: possiamo scegliere le migliori molecole in termini di efficacia senza preoccuparci della loro biodisponibilità a livello sistemico!
Il glioblastoma, inoltre, è caratterizzato da una crescita molto rapida e da una forte eterogeneità biologica. Questa eterogeneità è sia intra-paziente sia inter-paziente, e cambia anche nelle diverse fasi di evoluzione della malattia. Per questo motivo, le terapie targettate, cioè quelle mirate a uno specifico pathway molecolare, purtroppo non hanno dato i risultati sperati. Il bersaglio molecolare può essere presente in una fase iniziale della malattia e poi scomparire o modificarsi successivamente.
Paolo Decuzzi.
Anche le immunoterapie, finora, non hanno avuto successo significativo nel glioblastoma. Una delle ragioni è che, somministrate per via sistemica, non riescono ad attraversare la barriera ematoencefalica in modo sufficientemente efficace. Ma c'è anche un secondo aspetto fondamentale: i tumori cerebrali aggressivi generano un microambiente tumorale fortemente immunosoppressivo, che rende molto difficile riattivare localmente il sistema immunitario. Le cellule T, quando presenti, sono spesso in numero limitato e vengono rapidamente portate a uno stato di esaurimento funzionale.
Quindi, la combinazione di tre fattori – la presenza della barriera ematoencefalica, l'elevata eterogeneità biologica del tumore e un microambiente fortemente immunosoppressivo – rappresenta una delle principali cause degli insuccessi terapeutici osservati finora nei tumori cerebrali aggressivi come il glioblastoma.
I wafer chemioterapici esistono da decenni, eppure non hanno cambiato la pratica clini ca. Cosa rende μMESH diverso?
Sì, Gliadel è stato il primo, e di fatto l'unico, esempio clinico di sistema impiantabile depositato nella cavità post-resezione per il rilascio controllato di un farmaco, la carmustina. La carmustina e la temozolomide appartengono alla stessa classe essendo entrambe agenti alchilanti e, pur avendo un razionale terapeutico, sono relativamente deboli in termini di citotossicità nei confronti del tumore. Inoltre, Gliadel presenta un rilascio piuttosto rapido della carmustina: sulla base dei dati disponibili, il farmaco viene rilasciato quasi completamente nell'arco di pochi giorni, circa sei. Questo limita fortemente la sua capacità di superare lo standard of care, che rimane basato sulla massima resezione sicura, radioterapia e temozolomide. Va anche considerato che Gliadel è stato sviluppato e approvato dalla FDA tra la fine degli anni Novanta e l'inizio degli anni Duemila. Parliamo quindi di una tecnologia concepita più di venticinque anni fa, con tutte le limitazioni che i sistemi di drug delivery e le tecnologie di fabbricazione avevano in quel periodo.
μMESH è profondamente diverso. Non è un wafer rigido, ma un film sottile, flessibile e microstrutturato, capace di adattarsi
alla superficie dei margini tumorali dopo la resezione. Questa microarchitettura consente di caricare diverse tipologie di farmaco e quindi di realizzare terapie di combinazione più complesse. In particolare, permette di sviluppare strategie di chemo-immunoterapia locale che potrebbero modificare in modo significativo il decorso della malattia.
Inoltre, grazie alla sua architettura, μMESH non solo può incorporare farmaci diversi, ma può anche rilasciarli in maniera sostenuta direttamente dai margini tumorali, per periodi molto più lunghi rispetto ai sistemi tradizionali. I nostri dati mostrano un rilascio che può arrivare fino a sei mesi. Il patch può veicolare più farmaci contem poraneamente: parliamo di chemioterapi ci, immunoterapici e lavora in sinergia con la radioterapia. È un vantaggio o aggiunge complessità difficile da gestire?
Sì, μMESH può caricare e rilasciare in modo controllato un’ampia gamma di molecole terapeutiche. Lo abbiamo già dimostrato con chemioterapici come docetaxel e paclitaxel, sia in forma molecolare sia sotto forma di nanoparticelle. La piattaforma, però, può essere adattata anche ad altre classi terapeutiche: anticorpi monoclonali per immunoterapia, per esempio anti-CD47 o anti-PD-L1; particelle lipidiche contenenti RNA, per approcci di RNA therapy; oppure inibitori di specifici pathway molecolari, come PLK3, XPO1 o BRAF.
Questo rende μMESH un sistema estremamente versatile, capace di supportare terapie di combinazione complesse e, potenzialmente, personalizzabili in base alle caratteristiche biologiche del tumore del singolo paziente. Tuttavia, ciò che dal punto di vista scientifico rappresenta un grande vantaggio introduce anche una complessità significativa dal punto di vista regolatorio. Ogni nuova combinazione terapeutica richiede infatti una validazione specifica. Per esempio, sostituire il docetaxel con un anticorpo monoclonale, oppure aggiungere un anticorpo monoclonale al docetaxel, non potrebbe essere fatto automaticamente: richiederebbe ulteriori studi preclinici e clinici, e quindi nuovi investimenti. In altre parole, ogni modifica della combinazione terapeutica deve essere accompagnata da un percorso regolatorio e clinico dedica -
to. Non può essere trasferita direttamente al paziente senza nuove evidenze di sicurezza ed efficacia. Detto questo, avere già completato studi clinici con una specifica configurazione di μMESH può certamente facilitare lo sviluppo di configurazioni successive. Può aiutare ad accelerare il processo, ridurre alcuni costi e rendere più solido il percorso di approvazione per nuove combinazioni.
Quindi, la versatilità di μMESH è certamente un vantaggio scientifico ed è potenzialmente un grande vantaggio per il paziente. Tuttavia, è un vantaggio che deve essere gestito con attenzione anche dal punto di vista dello sviluppo industriale e regolatorio, perché ogni nuova configurazione comporta tempi e costi significativi.
Il nostro obiettivo iniziale è raggiungere un primo traguardo clinico con una configurazione il più semplice possibile, ma comunque capace di dimostrare un incremento significativo di efficacia. Questo permetterebbe di convincere gli investitori a continuare il programma di sviluppo e, successivamente, a esplorare due o tre diverse configurazioni di μMESH. L’obiettivo finale è prolungare in modo significativo la sopravvivenza dei pazienti e, auspicabilmente, arrivare un giorno a controllare o eliminare la malattia nella maggior parte dei casi. μMESH nasce per il glioblastoma, ma ha po tenziale più ampio. Quale futuro immagina per questa piattaforma nella drug delivery
oncologica?
Sì, μMESH è una piattaforma di drug delivery. È nata e le prime prove sono state condotte nell'ambito dei tumori cerebrali aggressivi, come il glioblastoma, perché lì esiste un bisogno clinico drammatico e ancora largamente irrisolto. Da quasi tre decenni, infatti, non ci sono stati cambiamenti realmente significativi nello standard di cura.
Tuttavia, proprio perché μMESH è una piattaforma di drug delivery locale, può essere applicata anche ad altre condizioni oncologiche. In particolare, può essere utile in tutti quei casi in cui è necessaria una rimozione solo parziale del tumore, o in cui il chirurgo non può asportare tutta la massa tumorale senza rischiare di compromettere strutture anatomiche delicate.
Esistono diversi tumori in cui il chirurgo è costretto a limitare l'intervento perché la massa tumorale si sviluppa vicino a strutture critiche, come grandi arterie, nervi o organi essenziali. Questo può accadere, per esempio, nel tumore del pancreas, in alcune metastasi, nelle metastasi cerebrali o spinali, che non sono tumori cerebrali primari ma pongono comunque problemi simili di controllo locale della malattia. Lo stesso principio può valere anche per tumori del colon-retto, del retto e del distretto testa-collo. In questi casi, il chirurgo deve sempre trovare un equilibrio tra la quantità di tessuto da rimuovere e la necessità di preservare funzioni fondamentali, evitando di compromettere ulteriormente la qualità di vita del paziente.
In tutte queste situazioni, che sono numerose e clinicamente rilevanti, μMESH potrebbe offrire un vantaggio: essere applicato localmente, direttamente sui margini chirurgici o nelle aree a più alto rischio di residuo tumorale, rilasciando il farmaco in modo controllato e sostenuto.
Per noi, però, i tumori cerebrali aggressivi restano la condizione più critica e di maggiore impatto. Se riuscissimo a dimostrare un beneficio significativo nel glioblastoma e negli altri tumori cerebrali aggressivi, potremmo migliorare la vita di decine di migliaia di pazienti e delle loro famiglie in tutto il mondo. Da lì, poi, si potrebbe partire per estendere μMESH ad altre indicazioni e configurazioni terapeutiche. (E. B.).
ll’interno delle cellule, le molecole di RNA interagiscono tra loro e trasferiscono le informazioni genetiche che guidano la sintesi delle proteine. Ma come riescono le cellule a “leggere” correttamente le informazioni genetiche contenute nell’RNA? Alla domanda hanno risposto i ricercatori dell’Istituto Officina dei Materiali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iom) che sono riusciti ad osservare per la prima volta da vicino uno dei processi fondamentali della vita delle cellule: lo splicing dell’RNA. Lo splicing dell’RNA è un processo complesso che consente alle cellule di “tagliare e ricombinare” le informazioni genetiche prima che avvenga la sintesi delle proteine. Questo processo garantisce l’esatta espressione genica, ma quando non avviene correttamente, possono svilupparsi numerose patologie, tra cui tumori e malattie neurodegenerative. Comprendere in dettaglio come vengono elaborate le informazioni genetiche contenute nell’RNA rappresenta una sfida fondamentale per la ricerca biomedica, offrendo nuove prospettive per lo studio dei meccanismi molecolari alla base di molte malattie.
Il nuovo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nucleic Acids Research, è stato guidato da Pavlína Pokorná e Alessandra Magistrato del Cnr-Iom in collaborazione con il gruppo di Vladimir Pena del The Institute of Cancer Research di Londra. I ricercatori hanno svelato, in particolare, un meccanismo mo-
UNO
STUDIO DEL CNR-IOM
SVELA
COME AVVIENE LO SPLICING DELL’RNA: UNA “MOLLA” MOLECOLARE REGOLA LA CORRETTA ESPRESSIONE GENICA. NUOVE PROSPETTIVE CONTRO I TUMORI
lecolare finora sconosciuto, descritto come una sorta di “molla caricata”: una struttura molecolare dove una molecola di RNA viene tenuta in uno stato di tensione da specifiche proteine (fattori di splicing) accumulando energia e quando tali proteine si dissociano la molecola di RNA la rilascia nel momento più opportuno per guidare il corretto riconoscimento delle sequenze genetiche dell’RNA messaggero.
Per chiarire il meccanismo che consente alle molecole di RNA di riconoscersi con estrema precisione e di trasmettere le informazioni genetiche all’interno della cellula, i ricercatori del CNR-IOM hanno utilizzato avanzate simulazioni computazionali. Come spiegano gli autori dello studio, il livello di dettaglio necessario per osservare questo processo, infatti, sarebbe stato difficilmente raggiungibile con le sole tecniche sperimentali.
Il gruppo di ricerca guidato da Alessandra Magistrato presso il Cnr-Iom e SISSA si occupa di studiare, tramite metodi computazionali avanzati, i meccanismi molecolari alla base di processi biologici rilevanti per la salute umana e lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. La simulazione computazionale è un metodo scientifico che utilizza potenti calcolatori, algoritmi informatici e analisi numerica per riprodurre e studiare il comportamento di sistemi complessi. Sostituisce i modelli matematici non risolvibili analiticamente con modelli numerici processabili dai computer. «Per noi è stato particolarmente interessante riuscire a collegare dati strutturali e simulazioni atomistiche, per caratterizzare passaggi intermedi del processo di riconoscimento di splicing che finora erano rimasti invisibili alle tecniche di biologia strutturale», commenta Alessandra
Magistrato, dirigente di ricerca del CNR-IOM presso SISSA – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati. «L’integrazione – prosegue Magistrato - e la sinergia fra dati di biologia strutturale e avanzate simulazioni al computer ci permette di comprendere in modo accurato come funzionano sistemi biologici estremamente complessi e dinamici». Lo studio dimostra quindi il ruolo sempre più importante delle simulazioni computazionali nella biologia moderna.
Lo splicing, come spiegano i ricercatori, consiste nella rimozione delle regioni non codificanti del DNA (dette introni) e nella ligazione delle regioni
codificanti (dette esoni) per produrre RNA codificante proteine funzionali e RNA non codificanti lunghi. «Per la prima volta siamo riusciti a visualizzare i processi dinamici dello splicing con tale livello di dettaglio ed è stato davvero affascinante osservare queste molecole all’opera», aggiunge Pavlína Pokorná, prima autrice dello studio. «Il nostro approccio modellistico – conclude Pokorná - può fungere da guida per studi analoghi su altri pro -
cessi cellulari, consentendoci di aggiungere ulteriori tasselli al nostro quadro di comprensione dell’espressione genica».
La modellazione computazionale utilizzata dai ricercatori del CNR-IOM consente di esplorare con risoluzione atomistica i meccanismi molecolari che regolano il funzionamento di complessi sistemi biomolecolari. L’obiettivo degli scienziati è sviluppare e applicare metodologie di calcolo avanzate per studiare e comprendere questi processi in diversi contesti biologici.
I risultati dello studio, concludono gli autori, contribuiscono a chiarire uno dei passaggi fondamentali dell’espressione genica e offrono nuove prospettive per comprendere i meccanismi molecolari alla base di numerose patologie, in particolare di diverse forme tumorali. (S. B.).
Il motore che rende alcuni tumori più aggressivi, resistenti alle terapie e capaci di evolvere rapidamente, potrebbe nascondersi in minuscoli anelli di Dna che sfuggono ai tradizionali meccanismi di controllo della cellula. È quanto emerge da uno studio guidato dall’Istituto Airc di Oncologia Molecolare (Ifom) di Milano, che apre una nuova finestra sulla comprensione dei processi che alimentano la crescita del cancro e potrebbe offrire in futuro nuovi strumenti per intercettarne l’evoluzione prima che diventi incontrollabile. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Molecular Cell, è stata realizzata con il contributo del Center for Genomic Science dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Al centro dello studio c’è il cosiddetto Dna circolare extracromosomico, noto con la sigla ecDna: piccoli anelli genetici che si formano al di fuori dei cromosomi e che spesso trasportano copie aggiuntive di geni capaci di accelerare la proliferazione delle cellule tumorali.
Per capire l’'importanza della scoperta bisogna partire da un dato. Il cancro continua a rappresentare una delle principali sfide sanitarie del pianeta. Ogni anno nel mondo vengono diagnosticati circa 20 milioni di nuovi casi di tumore e quasi dieci milioni di persone perdono la vita a causa della malattia. In Italia le nuove diagnosi superano le 390 mila all’anno, con un impatto enorme sul sistema sanitario e sulla vita di milioni di famiglie. I tumori più frequentemente diagnosticati restano quelli della mammella, del colon-retto, del polmone e della prostata, mentre il tumore polmonare continua a essere tra i più letali in termini di mortalità. Da anni gli scienziati cercano di capire perché alcune forme tumorali riescano ad adattarsi così rapidamente, sviluppando resistenza ai farmaci e acquisendo caratteristiche sempre più aggressive. Una parte della risposta sembra trovarsi proprio negli anelli di Dna extracromosomico. A differenza del materiale genetico contenuto nei cromosomi, queste strutture possono moltiplicarsi in maniera indipendente e distribuire alle cellule tumorali copie extra di geni che favoriscono crescita, invasività e sopravvivenza. Negli ultimi anni numerosi studi hanno collegato la presenza dell'ecDna ad alcune delle forme tumorali più difficili da trattare. In diversi casi è stato osservato che i tumori contenenti elevate quantità di Dna extracromosomico tendono a evolvere più rapidamente e a mostrare una maggiore capacità di adattamento rispetto a quelli che ne sono privi. In pratica, questi anelli genetici agiscono come una sorta di acceleratore biologico dell’evoluzione tumorale.
La novità emersa dalla ricerca italiana riguarda però il modo in cui queste strutture si formano. Fino a oggi si pensava che l’ecDna nascesse quasi esclusivamente da danni molto gravi al Dna, quelli che provocano la rottura contemporanea di entrambi i filamenti della doppia elica.
LO STUDIO IDENTIFICA IL MECCANISMO
CHE GENERA GLI ECDNA, STRUTTURE
CAPACI DI ACCELERARE LA CRESCITA
TUMORALE E LA RESISTENZA AI FARMACI, APRENDO NUOVE STRADE ALLA RICERCA
Si tratta di eventi rari ma estremamente pericolosi per la stabilità genomica.
Il gruppo coordinato da Ylli Doksani, responsabile del laboratorio Replication Stress Response all’Ifom, ha invece scoperto che gli anelli di Dna possono originarsi anche da lesioni che coinvolgono un solo filamento. I danni a singolo filamento sono enormemente più frequenti rispetto alle rotture a doppio filamento e possono accumularsi di continuo nel corso della vita a causa di errori cellulari, processi metabolici, infiammazioni croniche e fattori ambientali. Inoltre, possono innescare la formazione di ecDna quando vengono colpite sequenze ripetute del genoma. Queste ultime sono regioni del Dna in cui una stessa breve sequenza si ripete anche migliaia di volte e che costituiscono circa la metà del genoma umano.
«Sapevamo già che i danni ai telomeri, le strutture protettive alle estremità dei cromosomi, potevano portare alla formazione di piccoli circoletti di Dna attraverso strutture che abbiamo battezzato “i-loop”: anse interne che si formano nelle sequenze ripetute danneggiate e vengono poi escisse come Dna circolare», spiega Doksani. «La scoperta nuova è che questo meccanismo non è limitato ai telomeri: opera in molte altre regioni ripetute del genoma e potrebbe contribuire anche alla formazione degli ecDna di grandi dimensioni che si accumulano nei tumori».
Elia Zanella, primo autore dell’articolo, aggiunge: «Il punto di svolta è arrivato quando abbiamo osservato che queste strutture i-loop si formavano con efficienza molto maggiore a partire da danni a singolo filamento che da rotture a doppio filamento, e che lo stesso principio poteva operare in regioni ripetute distribuite nell'intero genoma». Le implicazioni per il futuro sono rilevanti. Oggi una delle principali sfide del’oncologia non è soltanto eliminare il tumore, ma prevederne l’evoluzione. Molti pazienti, infatti, rispondono inizialmente alle cure per poi sviluppare resistenze che rendono i trattamenti meno efficaci. Comprendere come si generano gli anelli di Dna extracromosomico potrebbe aiutare gli scienziati a individuare nuovi bersagli terapeutici. (D. E.).
Un recente studio coordinato da ricercatori dell’Università “La Sapienza” di Roma e sostenuto dalla Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, ha scoperto che la proteina AMBRA1 finora considerata un importante soppressore tumorale può, in determinate condizioni, cambiare volto e favorire invece la crescita tumorale. La ricerca, pubblicata su Developmental Cell, ha mostrato come i meccanismi che regolano la stabilità delle proteine possano cambiare profondamente il comportamento delle cellule tumorali.
La proteina AMBRA1 è da tempo conosciuta per il suo ruolo benefico nella regolazione dell’autofagia, il naturale processo di riciclo e “autopulizia” delle cellule. Proprio grazie a questa funzione, e alla sua capacità di contribuire al controllo della stabilità del ciclo cellulare, è stata finora considerata un importante soppressore tumorale, in grado di limitare la proliferazione incontrollata delle cellule in diverse neoplasie, quali il cancro del colon-retto, della mammella, del polmone e dell’ovaio. Il nuovo studio, realizzato in collaborazione con i ricercatori dell’Institut Curie e dell’Istituto Pasteur Italia - Fondazione Cenci Bolognetti, ha però svelato un aspetto inatteso di AMBRA1. I risultati mostrano infatti che AMBRA1 può svolgere un duplice ruolo: se in alcuni contesti agisce come barriera contro lo sviluppo dei tumori, in determinate condizioni può invece favorire la crescita tumorale. La stessa proteina, quindi, può assumere funzioni opposte a seconda del contesto biologico in cui opera aprendo nuove prospettive per comprendere i meccanismi del cancro e sviluppare terapie più mirate ed efficaci.
In particolare, i dati dello studio coordinato da Lucia Di Marcotullio e Paola Infante del Dipartimento di Medicina Molecolare della Sapienza hanno evidenziato che, nel medulloblastoma appartenente al sottogruppo Sonic Hedgehog (SHH), livelli elevati della proteina AMBRA1 sono associati a una prognosi più sfavorevole, configurandosi come un potenziale indicatore dei pazienti a maggior rischio di
UNO STUDIO DELLA SAPIENZA HA IDENTIFICATO
UN RUOLO NEOPLASTICO INATTESO DELLA PROTEINA AMBRA1 NEL MEDULLOBLASTOMA, IL TUMORE CEREBRALE MALIGNO PIÙ FREQUENTE IN ETÀ PEDIATRICA
progressione della malattia. Il risultato è stato ottenuto attraverso l’integrazione di dati clinici provenienti da uno dei più ampi gruppi (coorti) internazionali di pazienti monitorati nel tempo.
I ricercatori sono riusciti a individuare l’inedito meccanismo molecolare che consente ad AMBRA1 di promuovere la crescita tumorale stabilizzando la proteina GLI1, l’attivatore finale della via di segnalazione SHH. Inoltre hanno dimostrato che la perdita del gene oncosoppressore REN/KCTD11, identificato da Lucia Di Marcotullio insieme al gruppo guidato da Alberto Gulino, figura di riferimento nella ricerca oncologica, è frequentemente riscontrata nel medulloblastoma del sottogruppo SHH. La scomparsa di tale gene determina un accumulo della proteina AMBRA1, contribuendo all’attivazione incontrollata della via SHH e quindi alla proliferazione del tumore.
I ricercatori hanno anche realizzato esperimenti con cellule in coltura riscontrando che l’antagonismo di AMBRA1 blocca la crescita tumorale e potenzia l’efficacia degli inibitori della via di SHH, già in uso clinico aprendo dunque la strada a nuove prospettive terapeutiche. Nel complesso i risultati hanno aggiunto un tassello rilevante a un aspetto comune nella biologia dei tumori: la funzione di una proteina può cambiare significativamente a seconda del contesto cellulare. I risultati dello studio sottolineano l’importanza di analizzare non solo i geni e l’RNA, ma anche ciò che accade a valle, ossia i processi che regolano
la stabilità e la quantità delle proteine. In questo caso è proprio l’accumulo di AMBRA1, non prevedibile dalla sola analisi dell’RNA, a rivelarne il ruolo nel favorire la crescita tumorale. «I nostri risultati –commenta Lucia Di Marcotullio – ci hanno permesso di scoprire un ruolo inatteso di AMBRA1 nel controllo della via di SHH e di identificare un nuovo possibile bersaglio terapeutico per il medulloblastoma. Ancora più importante, hanno mostrato come i meccanismi che regolano la stabilità delle proteine possano cambiare profondamente il comportamento delle cellule tumorali: è a questo livello, oltre che sul DNA e sull’RNA, che si gioca una parte cruciale della malattia e delle sue possibili cure».
Lo studio mette in luce la complessità delle proteine e dimostra che il principio secondo cui una proteina svolge un unico ruolo fisso è ormai superato. Piccoli accumuli, modificazioni chimiche o il contesto cellulare possono infatti alterarne profondamente la funzione, trasformandole persino da alleate a promotrici tumorali. Per determinare il destino della cellula non basta analizzare DNA e RNA: sono fondamentali anche i processi che regolano quantità e stabilità delle proteine. Approfondire questi delicati equilibri molecolari è l’obiettivo di studi biologici avanzati, come quelli condotti dalla Professoressa Di Marcotullio presso la Sapienza di Roma. Comprendere e modulare tali meccanismi potrebbe aprire nuove prospettive terapeutiche nella lotta contro i tumori. (S. B.).
Un nuovo studio coordinato dall’Università La Sapienza di Roma ha scoperto un inedito meccanismo di difesa dei tumori che si basa sull’inibizione del sistema immunitario. Al centro c’è il fattore di crescita trasformante β indotto TGFBI (Transforming Growth Factor-Beta-Induced), una molecola che i tumori utilizzerebbero come scudo. I ricercatori hanno scoperto che la proteina spegne l’azione dei linfociti T, permettendo al cancro di eludere il sistema immunitario e di crescere indisturbato. Come riportato nello studio, pubblicato sul Journal for ImmunoTherapy of Cancer, alti livelli di questa proteina nel microambiente tumorale sono associati a una ridotta aspettativa di vita. Gli autori hanno inoltre dimostrato che disattivare la proteina TGFBI risveglia il sistema immunitario, aprendo la strada a nuove terapie farmacologiche antitumorali.
Le attuali terapie antitumorali includono farmaci di grande successo, come gli anticorpi monoclonali rivolti contro i cosiddetti “immune checkpoints”, per i quali Tasuku Honjo e James P. Allison hanno vinto il Premio Nobel per la Fisiologia e Medicina nel 2018. Questi anticorpi sbloccano il sistema immunitario disattivando tali “checkpoints” biologici, veri e propri freni molecolari di membrana che impediscono alle cellule immunitarie di attaccare il cancro. Tuttavia, molti pazienti non rispondono alla terapia o sviluppano resistenza nel tempo. Questo limite si riscontra soprattutto nei cosiddetti “tumori freddi”, cioè nelle neoplasie che risultano invisibili o poco accessibili al sistema immunitario, come la maggior parte dei carcinomi del colon-retto e del fegato. Poiché queste cellule tumorali non attivano i linfociti (le cellule “di guardia” del sistema immunitario che difendono il nostro corpo), la malattia tende a progredire indisturbata e risponde meno efficacemente alle tradizionali terapie immunologiche. La ricerca scientifica si concentra molto su come “riscaldare” questi tumori, ovvero come modificarli per renderli visibili e attaccabili dal siste-
UNA NUOVA RICERCA COORDINATA
DALLA SAPIENZA IDENTIFICA TGFBI
COME UN FRENO DEL SISTEMA
IMMUNITARIO CHE FAVORISCE
LA CRESCITA DEI TUMORI, APRENDO
A NUOVE TERAPIE FARMACOLOGICHE
ma immunitario. Prima dello studio, gli scienziati erano già a conoscenza del fatto che TGFBI è una proteina della matrice extracellulare secreta nel microambiente di diversi tumori solidi ed è stata associata a un aumento della sopravvivenza tumorale, dell’angiogenesi, delle metastasi e dell’immunosoppressione; tuttavia, l’effetto specifico di TGFBI sulle funzioni dei linfociti T restava poco studiato. Nella ricerca gli scienziati hanno indagato l’ipotesi secondo cui il fattore di crescita trasformante β indotto, possa agire come un checkpoint immunitario secreto che contribuisce alla soppressione delle risposte delle cellule T antitumorali umane. La proteina TGFBI è stata individuata attraverso l’analisi proteomica dei fattori secreti nel microambiente tumorale (secretoma) di pazienti con cancro al fegato e al colon-retto, ed è risultata essere in grado di proteggere il tumore, inibendo le difese immunitarie. I ricercatori hanno scoperto che alti livelli di TGFBI sono collegati a una minore aspettativa di vita nei pazienti oncologici. Questa molecola viene prodotta in grandi quantità sia dal tumore stesso sia da diversi tipi di cellule immunitarie che infiltrano il tumore.
Lo studio ha dimostrato che TGFBI può agire come un nuovo checkpoint immunitario secreto che contrasta la differenziazione delle cellule T effettori nei pazienti con cancro del colon-retto e carcinoma epatocellulare. In particolare, si legge nella ricerca, la neutralizzazione del TGFBI ha potenziato significativamente le risposte effettrici delle
cellule T CD4+ e CD8+ antitumorali nei pazienti ex vivo, così come nei modelli basati su organoidi.
L’aspetto più significativo della ricerca è che, bloccando TGFBI in laboratorio, i linfociti T, cioè le cellule del nostro sistema immunitario che hanno il compito di attaccare e distruggere il tumore, si riattivano, migrano verso i tessuti malati e tornano a combattere efficacemente il tumore. Lo studio apre quindi nuove prospettive terapeutiche: lo sviluppo di farmaci capaci di bloccare questa specifica proteina potrebbe infatti offrire una nuova e potente arma da utilizzare soprattutto nei casi in cui i trattamenti tradizionali con gli inibitori convenzionali contro gli “immune checkpoints” non funzionano. Il nuovo approccio potrebbe essere sfruttato per sviluppare immunoterapie adattive che prendono di mira selettivamente le cellule tumorali.
I ricercatori hanno attualmente in corso ulteriori studi per confermare risultati simili su un vasto numero di checkpoint identificati nel secretoma tumorale, così da poter generare un altrettanto vasto spettro di loro inibitori, utili a ripristinare le difese immunitarie contro molteplici tumori. Lo studio è stato realizzato grazie alla collaborazione multidisciplinare di vari centri di eccellenza italiani e internazionali, come Istituto Superiore di Sanità, Istituto Tumori Regina Elena di Roma, Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, Cancer Research Centre Lyon (Francia) e University College London (Gran Bretagna). (S. B.).
Identi, come il resto del nostro organismo, subiscono gli effetti dell’invecchiamento. Con il passare degli anni diventano più fragili, più vulnerabili alla carie e meno capaci di riparare i danni causati dall’usura quotidiana. Una nuova ricerca internazionale, pubblicata sulla rivista Stem Cell Reports e guidata dalla Sichuan University in Cina, potrebbe però aprire la strada a strategie innovative per rallentare questo processo e mantenere più a lungo la salute dentale. Gli scienziati hanno individuato una particolare popolazione di cellule staminali presenti nella polpa dentale, il tessuto molle situato al centro del dente.
Queste cellule sembrano svolgere un ruolo fondamentale nella capacità dei denti di rigenerarsi e mantenersi in salute. Il dato più interessante è che tale popolazione tende a diminuire progressivamente con l’età fino quasi a scomparire, contribuendo al declino delle funzioni rigenerative del tessuto dentale. I denti possiedono una sorprendente capacità di autoriparazione. Questo processo è reso possibile dalle cellule staminali della polpa dentale, che possono differenziarsi in odontoblasti, le cellule incaricate di produrre la dentina.
Quest’ultima rappresenta la componente principale della struttura del dente e svolge un ruolo essenziale nel proteggerlo da traumi, carie e altre aggressioni esterne. Con l’avanzare dell’età, tuttavia, le cellule staminali diventano meno efficienti. La loro capacità di proliferare e rigenerare i tessuti diminuisce progressivamente, mentre aumenta la presenza di cellule senescenti, ovvero cellule invecchiate che hanno perso la capacità di svolgere correttamente
le proprie funzioni. Questo fenomeno contribuisce alla riduzione della salute dentale e alla maggiore suscettibilità ai danni. Questo studio è stato condotto dal team guidato dal ricercatore Fanyuan Yu.
Gli esperimenti condotti, hanno permesso di identificare una specifica sottopopolazione di cellule staminali particolarmente importante per la rigenerazione dentale. Queste cellule risultano abbondanti nei denti giovani, mentre tendono a ridursi drasticamente con l'avanzare dell'età. Gli studiosi hanno osservato che la loro scomparsa è associata a una significativa diminuzione della capacità rigenerativa dei tes -
Uno studio identifica una popolazione preservare la rigenerazione del sorriso
di Carmen
suti dentali, confermando il ruolo fondamentale di questa particolare popolazione cellulare nel mantenimento della salute e della funzionalità dei denti nel tempo. Una delle caratteristiche distintive di queste cellule staminali è la produzione di una proteina chiamata Nfatc1.
Gli studiosi hanno scoperto che questa molecola è abbondante nei denti giovani, mentre la sua presenza si riduce drasticamente con l’invecchiamento. Il fenomeno è stato osservato nei campioni umani, suggerendo che il meccanismo possa essere comune a diverse specie. La proteina Nfatc1 sembra essere fondamentale per garantire il corretto funzionamento delle cellule staminali dentali. Quando i suoi li -
velli diminuiscono, anche l’attività rigenerativa delle staminali si riduce, favorendo il progressivo deterioramento dei tessuti. Per questo motivo la proteina rappresenta oggi un potenziale bersaglio terapeutico di grande interesse.
Secondo gli autori dello studio, il futuro potrebbe riservare trattamenti in grado di mantenere attive le cellule staminali della polpa dentale e, allo stesso tempo, eliminare le cellule senescenti che si accumulano con l’età. Una strategia combinata di questo tipo potrebbe contribuire a preservare la capacità rigenerativa dei denti e a rallentarne l’invecchiamento.
Le possibili applicazioni cliniche sono numerose. In prospettiva, farmaci mirati potrebbero aiutare a prevenire la perdita di tessuto dentale, ridurre il rischio di carie e limitare la necessità di interventi invasivi. Inoltre, la comprensione dei meccanismi che regolano l’attività delle cellule staminali potrebbe favorire lo sviluppo di nuove terapie rigenerative in odontoiatria. Sebbene i risultati siano ancora preliminari la ricerca rappresenta un importante passo avanti nella comprensione dell’invecchiamento dentale.
di cellule della polpa dentale che potrebbe e contrastarne il declino legato all’età
Saranno necessari ulteriori studi per verificare l’efficacia e la sicurezza di eventuali trattamenti nell’uomo, ma la scoperta offre una prospettiva concreta per migliorare la salute orale nelle fasce più anziane della popolazione. In un contesto in cui l’aspettativa di vita continua ad aumentare, preservare la funzionalità dei denti diventa un obiettivo sempre più rilevante. Le cellule staminali della polpa dentale potrebbero dunque trasformarsi in una delle armi più promettenti per contrastare gli effetti del tempo e garantire un sorriso sano più a lungo.
SCOPERTO IL CIRCUITO
DI AUTOREGOLAZIONE CHE CONSENTE
ALLA MENTE DI ADATTARE
IL COMPORTAMENTO IN BASE
AL CONTESTO, DISCRIMINANDO
TRA SEGNALI INNOCUI
E MINACCE POTENZIALI
Condizioni come ansia, depressione e ADHD sono caratterizzate da un’incapacità di valutare correttamente gli stimoli ricevuti e di regolare di conseguenza le proprie risposte comportamentali. Ma come fa il nostro cervello ad attivare le risposte più adatte in base al contesto in cui ci troviamo? Come riesce a distinguere le situazioni sicure da quelle che richiedono attenzione o allerta? Secondo un recente studio condotto dall’unità di ricerca Neuromodulation of Cortical and Subcortical Circuits dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), il cervello dispone di un meccanismo di autoregolazione che consente di adattare il comportamento al contesto, distinguendo gli stimoli innocui da quelli potenzialmente pericolosi e favorendo risposte adeguate alle richieste dell’ambiente. La scoperta, pubblicata sulla rivista scientifica Cell Reports, non solo contribuisce a chiarire i meccanismi alla base del funzionamento del sistema nervoso, ma offre anche una nuova prospettiva per comprendere diversi disturbi neuropsichiatrici.
Come spiegano gli autori dello studio, il cervello si trova continuamente a dover distinguere tra contesti diversi, riconoscendo che lo stesso stimolo può essere rilevante in una situazione e irrilevante in un’altra, pericoloso o innocuo, degno di risposta oppure no. I ricercatori dell’IIT, coordinati da Raffaella Tonini, hanno scoperto che questa capacità di adattare le risposte agli stimoli esterni avviene attraverso l’interazione di diverse aree chiave del cervello, in particolare il tronco encefalico (con il Locus Coeruleus), la noradrenalina e la corteccia prefrontale. Il locus coeruleus è una piccola area del tronco ence-
falico responsabile della produzione di noradrenalina, un neuromodulatore che regola l’arousal, cioè il livello generale di attivazione e vigilanza del cervello, e svolge un ruolo chiave nell’attenzione e nella selezione delle risposte comportamentali appropriate al contesto. Il locus coeruleus comunica con la corteccia prefrontale, la regione anteriore del cervello coinvolta nelle decisioni e nel controllo cognitivo, attraverso la noradrenalina. Sebbene questa connessione sia studiata da decenni, il modo in cui la corteccia prefrontale influenzi a sua volta l’attività del locus coeruleus era rimasto finora poco chiaro.
Nello studio i ricercatori hanno dimostrato, anche grazie all’utilizzo di
neurotecnologie avanzate come le sonde SiNAPS, che tra il locus coeruleus e la corteccia prefrontale, esiste un circuito di feedback bidirezionale, un meccanismo di comunicazione reciproca che è regolato da un “freno” naturale. La corteccia prefrontale regola direttamente l’attività del locus coeruleus, il quale risponde inviando noradrenalina per calibrare attenzione e vigilanza. Quando la corteccia rimane attiva troppo a lungo, i neuroni del locus coeruleus producono endocannabinoidi localmente. Questi mediatori chimici attenuano l’influenza corticale, limitando il rilascio di noradrenalina ed evitando un’iperattivazione del sistema.
Lo studio, condotto in collaborazio-
ne con l’Università di Pisa e quella del Maryland, dimostra come gli endocannabinoidi coinvolti nel circuito prefrontale-noradrenergico agiscano da regolatori di precisione della distinzione del contesto, in modo che lo stesso segnale possa innescare risposte diverse a seconda della situazione che troviamo di fronte a noi. Disattivando selettivamente questo meccanismo, infatti, gli scienziati hanno osservato che la capacità di rispondere agli stimoli resta intatta, ma viene persa la capacità di discernere tra contesti diversi: il comportamento è presente, ma privo di quella precisione che lo rende adattivo.
Secondo gli autori, i risultati dello studio suggeriscono quanto sia cruciale preservare la regolazione fisiologica degli endocannabinoidi all’interno del circuito prefrontale-noradrenergico. Nei processi di modulazione cerebrale, infatti, non conta soltanto la quantità delle molecole coinvolte, ma anche il momento e la specifica area cerebrale in cui vengono rilasciate. Alterare artificialmente questo equilibrio, ad esempio attraverso l’assunzione di sostanze contenenti cannabinoidi, come la cannabis, potrebbe interferire con i delicati meccanismi di regolazione che consentono al cervello di calibrare le risposte comportamentali in base al contesto.
«Questi risultati aprono una nuova prospettiva per i disturbi legati alla noradrenalina – afferma Raffaella Tonini, ricercatrice dell’IIT e autrice responsabile dello studio». «Alcune particolari condizioni cognitive - prosegue Tonini - sono caratterizzate da un’alterazione nella dinamica del circuito prefrontale-noradrenergico che compromette non solo la capacità di discriminare tra contesti, ma anche quella di orientare in modo flessibile l’attenzione verso obiettivi rilevanti e di modulare le risposte comportamentali di conseguenza». «Il prossimo passo – conclude l’autricesarà proprio lo studio di condizioni neuropsichiatriche come ansia, depressione e ADHD con l’obiettivo di individuare nuove terapie più mirate». (S. B).
L'intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il settore sanitario, offrendo strumenti sempre più sofisticati per individuare malattie nelle loro fasi iniziali. Dai tumori alle patologie cardiovascolari, fino alle malattie neurodegenerative, gli algoritmi di apprendimento automatico stanno dimostrando una capacità crescente di analizzare enormi quantità di dati clinici e immagini diagnostiche, supportando i medici nelle decisioni terapeutiche e migliorando le possibilità di intervento precoce.
Negli ultimi anni, la disponibilità di grandi banche dati sanitarie e l'aumento della potenza di calcolo hanno favorito lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale in grado di riconoscere schemi complessi spesso difficili da individuare con i metodi tradizionali. Attraverso tecniche di deep learning, le reti neurali artificiali possono essere addestrate a identificare anomalie in radiografie, tomografie computerizzate e risonanze magnetiche con livelli di accuratezza che, in alcuni casi, si avvicinano a quelli degli specialisti più esperti. Uno degli ambiti più promettenti riguarda l'oncologia. Diversi studi internazionali hanno evidenziato come gli algoritmi possano contribuire alla diagnosi precoce di tumori della mammella, del polmone e della pelle.
NUOVI
ALGORITMI ANALIZZANO DATI CLINICI
E IMMAGINI MEDICHE CON PRECISIONE CRESCENTE, APRENDO PROSPETTIVE INEDITE PER LA MEDICINA PREVENTIVA
Analizzando migliaia di immagini mediche, i sistemi sono in grado di individuare lesioni sospette e segnalarle ai radiologi, riducendo il rischio di errori e accelerando i tempi di valutazione. L'obiettivo non è sostituire il medico, ma fornire uno strumento aggiuntivo capace di migliorare l'efficienza e l'affidabilità delle diagnosi.
Anche nel campo delle malattie cardiovascolari l'intelligenza artificiale sta mostrando risultati incoraggianti. Alcuni modelli predittivi riescono a stimare il rischio di infarto o ictus analizzando parametri clinici, dati genetici e informazioni sullo stile di vita dei pazienti. Questa capacità di prevedere eventi futuri potrebbe consentire interventi preventivi personalizzati, contribuendo a ridurre l'incidenza delle principali cause di mortalità a livello globale. Le applicazioni si estendono inoltre alla neurologia. Ricercatori di numerosi centri accademici stanno sviluppando algoritmi capaci di riconoscere segnali precoci associati a malattie come Alzheimer e Parkinson. Attraverso l'analisi combinata di immagini cerebrali, test cognitivi e biomarcatori, questi sistemi potrebbero favorire diagnosi più tempestive, consentendo ai pazienti di accedere prima a trattamenti e programmi di assistenza. Nonostante il grande potenziale, l'adozione dell'intelligenza artificiale in ambito sanitario presenta ancora diverse sfide. Una delle principali riguarda la qualità dei dati utilizzati per addestrare gli algoritmi.
Se i dataset non sono sufficientemente rappresentativi della popolazione, il rischio è quello di generare risultati distorti o meno accurati per alcune categorie di pazienti. Per questo motivo, gli esperti sottolineano l'importanza di raccogliere dati eterogenei e di validare i modelli in contesti clinici differenti. Un altro tema cruciale è quello della trasparenza. Molti sistemi di deep learning operano come vere e proprie scatole nere, rendendo difficile comprendere il processo che conduce a una determinata decisione.
In medicina, dove ogni scelta può avere conseguenze rilevanti sulla salute delle persone, la possibilità di spiegare degli algoritmi rappresenta un requisito fondamentale. Numerosi gruppi di ricerca stanno lavorando a soluzioni che consentano ai professionisti sanitari di interpretare meglio le raccomandazioni generate dai sistemi intelligenti. Vi sono poi questioni legate alla privacy e alla sicurezza dei dati. Le informazioni sanitarie sono particolarmente sensibili e richiedono rigorose misure di protezione. L'utilizzo di tecnologie avanzate deve quindi essere accompagnato da normative adeguate e da procedure che garantiscano la tutela dei diritti dei pazienti.
Secondo gli specialisti, il futuro della medicina sarà caratterizzato da una crescente collaborazione tra esseri umani e macchine. L'intelligenza artificiale non sostituirà il giudizio clinico dei professionisti, ma potrà amplificarne le capacità, consentendo diagnosi più rapide, trattamenti personalizzati e una gestione più efficiente delle risorse sanitarie. In un contesto in cui l'invecchiamento della popolazione e l'aumento delle malattie croniche mettono sotto pressione i sistemi sanitari di tutto il mondo, l'innovazione tecnologica potrebbe rappresentare uno strumento decisivo per migliorare la qualità delle cure. La sfida sarà integrare queste tecnologie in modo etico, sicuro ed efficace, mantenendo sempre il paziente al centro del percorso assistenziale. (C. P.).
Per decenni gli scienziati hanno creduto di conoscere gran parte delle proteine prodotte dal genoma umano. Oggi, però, una scoperta pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature dimostra che una parte importante della biologia umana era rimasta nell'ombra. Un team internazionale di ricercatori ha infatti identificato oltre 1.700 nuove proteine nascoste nel cosiddetto proteoma oscuro, l'insieme delle molecole generate da regioni del Dna finora considerate marginali o poco rilevanti. La ricerca è stata coordinata dall'Institute for Systems Biology (ISB) di Seattle, dal Princess Máxima Center for Pediatric Oncology di Utrecht e dalla Scuola di Medicina dell'Università del Michigan. Al progetto hanno contribuito anche studiosi italiani dello Human Technopole di Milano, confermando il ruolo crescente dell'Italia nelle grandi collaborazioni scientifiche internazionali. Le nuove molecole individuate appartengono in gran parte alla categoria delle micro-proteine, strutture estremamente piccole rispetto alle proteine tradizionali. Molte di esse sono composte da meno di 50 amminoacidi. Nonostante le dimensioni ridotte, gli scienziati ritengono che possano svolgere funzioni biologiche cruciali.
«Ciò che mi entusiasma di più non è semplicemente l'esistenza di queste molecole, ma ciò che la loro esistenza implica», ha dichiarato Robert Moritz dell'ISB, tra i coordinatori dello studio. Una frase che sintetizza l'importanza della scoperta: non si tratta solo di aggiungere nuovi elementi a un catalogo biologico, ma di ridefinire la comprensione stessa del funzionamento delle cellule umane. Per arrivare a questo risultato, i ricercatori hanno analizzato oltre 7.200 regioni del Dna umano precedentemente poco studiate. Si tratta di sequenze genetiche che per anni erano state considerate prive di un ruolo significativo nella produzione di proteine. Grazie all'impiego di sofisticati algoritmi bioinformatici e di potenti infrastrutture computazionali, il
gruppo di ricerca ha accumulato circa 20mila ore di continua elaborazione. I risultati hanno evidenziato come circa un quarto delle regioni esaminate produce infatti molecole con caratteristiche proteiche. Questo significa che il genoma umano potrebbe essere molto più produttivo e complesso di quanto immaginato fino a oggi.
Uno degli aspetti più importanti dello studio riguarda la natura di queste micro-proteine. A differenza delle proteine classiche, spesso associate a funzioni ben definite, le nuove molecole sembrano possedere un comportamento più flessibile. Secondo gli studiosi, proprio questa caratteristica potrebbe renderle particolarmente versatili e capaci di intervenire in numerosi processi biologici. La scoperta apre prospettive importanti soprattutto nel campo della medicina. Molte malattie, incluso il cancro, sono legate ad alterazioni nella produzione o nel funzionamento delle proteine. Se queste nuove molecole partecipassero ai meccanismi cellulari fondamentali, potrebbero rappresentare nuovi biomarcatori diagnostici oppure diventare bersagli per future terapie.
«Stiamo appena iniziando a capire cosa questo proteoma oscuro ha da offrire», ha affermato John Prensner dell'Università del Michigan. Per il ricercatore, i risultati ottenuti rappresentano soltanto l'inizio di una nuova fase della biologia molecolare. «È come il trailer di un film», ha aggiunto, suggerendo che le implicazioni più significative potrebbe-
ro emergere nei prossimi anni. L'idea del proteoma oscuro richiama quella della materia oscura in cosmologia: una componente invisibile ma potenzialmente fondamentale per comprendere il sistema nel suo insieme. Analogamente, queste proteine rimaste finora inosservate potrebbero spiegare fenomeni biologici che ancora sfuggono.
La ricerca dimostra anche quanto l'intelligenza artificiale, la bioinformatica e il calcolo ad alte prestazioni stiano trasformando la scienza contemporanea. Senza la capacità di analizzare enormi quantità di dati genetici e proteomici, sarebbe stato impossibile individuare molecole così piccole e difficili da rilevare con le tecniche tradizionali.
Nei prossimi anni gli studiosi si concentreranno sull'identificazione delle funzioni specifiche di ciascuna delle nuove proteine. Comprendere dove vengono prodotte, come interagiscono con altre molecole e quale ruolo svolgono nelle malattie sarà il passo decisivo per tradurre questa scoperta in applicazioni cliniche concrete. Per la comunità scientifica si apre dunque una nuova frontiera. Le oltre 1.700 proteine emerse dal proteoma oscuro rappresentano un patrimonio biologico inesplorato che potrebbe cambiare radicalmente la comprensione della salute e della malattia. Una scoperta che conferma come, anche nel genoma umano studiato da decenni, esistano ancora territori sconosciuti capaci di riservare sorprese rivoluzionarie. (C. P.).
Una nuova prospettiva per le persone affette da insufficienza renale terminale che faticano a trovare un organo compatibile è stata aperta da un trial clinico di fase I, condotto dai ricercatori dell'Università della Pennsylvania. Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine, ha permesso a due pazienti di ricevere un trapianto di rene dopo anni di attesa in lista, nonostante fossero considerati soggetti estremamente difficili da abbinare a un donatore.
Il loro sistema immunitario era infatti “iper-sensibilizzato”, una condizione in cui l'organismo presenta livelli eccezionalmente elevati di anticorpi pronti ad attaccare e rigettare quasi subito l'organo ricevuto. In medicina, questa reattività immunitaria viene misurata attraverso un punteggio standard chiamato cPRA (Calculated Panel Reactive Antibody). Quando il valore è molto alto, le probabilità di trovare un rene compatibile si riducono, costringendo i pazienti a rimanere legati alla dialisi che utilizza un macchinario per ripulire il sangue e richiede diverse ore, di solito per tre giorni alla settimana.
«Assorbe completamente la vita delle persone e le lascia fisicamente esauste», ha sottolineato Ali Naji, chirurgo dei trapianti presso la University of Pennsylvania a Philadelphia e fra gli autori del lavoro. Per superare questo ostacolo, l'équipe medica ha sperimentato per la prima volta l'uso delle cellule Car-T, una tecnologia complessa in cui le cellule immunitarie del paziente stesso vengono prelevate e riprogrammate geneticamente in laboratorio.
Le cellule Car-T sono state ingegnerizzate per colpire le proteine CD19 e BCMA, portando rispettivamente alla riduzione drastica delle cellule B della memoria e delle plasmacellule che producono anticorpi. Questa strategia ha ridotto in modo significativo i livelli di anticorpi circolanti prodotti da queste cellule, consentendo a entrambi i pazienti di ricevere reni da donatori che in precedenza sarebbero stati incompatibili.
Se finora questa tecnica era stata impiegata soprattutto per combattere alcuni tumori del sangue, in questo caso è stata modificata per colpire e rimuovere in modo selettivo le cellule responsabili della produzione degli anticorpi an -
L'obiettivo dei ricercatori era ridurre la quota di questi anticorpi circolanti, azzerando temporaneamente la memoria immunitaria del paziente e creando così una finestra temporale utile per rendere possibile il trapianto.
«Questa – ha spiegato Naji – è la prima dimostrazione che le cellule Car-T possono essere utilizzate anche per aiutare pazienti che in precedenza non avevano alcuna possibilità di ricevere un rene da un donatore compatibile. Per i pazienti da anni in lista d'attesa per un trapianto di rene, questo approccio potrebbe essere rivoluzionario».
Entrambi i pazienti coinvolti nella sperimentazione hanno risposto positivamente al trattamento di desensibilizzazione, mostrando una netta riduzione degli anticorpi dannosi. Questo calo ha permesso ai medici di individuare dei donatori idonei che prima sarebbero stati scartati e di procedere con gli interventi. Ad oggi, a distanza di tempo dall'operazione, nessuno dei due pazienti ha mostrato
segni di rigetto e i reni trapiantati funzionano correttamente. Sebbene i risultati siano promettenti, la ricerca si trova ancora a un livello iniziale: i passi successivi del trial clinico serviranno a testare dosi più elevate di cellule Car-T e a coinvolgere un gruppo più esteso di persone, una cautela fondamentale per valutare con precisione la sicurezza a lungo termine e la reale efficacia di questa terapia su larga scala.
«In questo studio iniziale, il trattamento con cellule Car-T è stato ben tollerato, senza gravi effetti collaterali, e il sistema immunitario ha iniziato a riprendersi come previsto», ha affermato Robert Montgomery, direttore del dipartimento di chirurgia della New York University (NYU) Grossman School of Medicine e direttore del NYU Langone Transplant Institute. «Questo successo iniziale – ha aggiunto – riflette ciò che la terapia cellulare può fare per la medicina dei trapianti e apre nuove opzioni terapeutiche per i pazienti che potrebbero salvare migliaia di vite in più ogni anno». (E. G.).
UNO STUDIO DELLA UNIVERSITY OF PENNSYLVANIA RIPROGRAMMA IL SISTEMA IMMUNITARIO, AZZERANDO GLI ANTICORPI KILLER E PERMETTENDO IL TRAPIANTO IN SOGGETTI AD ALTO RISCHIO DI RIGETTO
ALTRI RISULTATI RAGGIUNTI
CON LE TERAPIE CAR-T
La terapia con cellule Car-T ha mostrato risultati promettenti anche per i disturbi reumatologici in cui altri trattamenti hanno fallito o smesso di funzionare, secondo quattro studi pilota presentati all’ultimo congresso dell'European Alliance of Associations for Rheumatology a Londra. In uno, in particolare, sei pazienti affetti da artrite reumatoide che non avevano risposto ad altri trattamenti hanno ricevuto una terapia sperimentale con cellule Car-T. Tutti i partecipanti hanno registrato una riduzione dell'attività della malattia e la metà di essi ha raggiunto una remissione prolungata. Al follow-up, a una distanza compresa tra le 24 e le 36 settimane, cinque dei sei pazienti non assumevano più alcuna terapia immunosoppressiva. In un altro studio indipendente, Yajing Zhang del Beijing GoBroad Boren Hospital (Cina) ha riportato i dati relativi a 11 pazienti affetti da sclerosi sistemica refrattaria, una grave malattia autoimmune che causa l'indurimento dei tessuti. Dopo la somministrazione della terapia con cellule Car-T anti-CD19/BCMA, l'indice di ispessimento cutaneo e le cicatrizzazioni del tessuto polmonare (fibrosi) sono migliorati in modo significativo rispetto ai valori basali di partenza.
Dopo una dieta, per molte persone la vera sfida è dover affrontare l’effetto "yo-yo", ovvero la tendenza a riprendere rapidamente i chili persi. La risposta potrebbe arrivare dall’intestino e in particolare da un microrganismo dal nome Akkermansia muciniphila.
Un recente studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine e guidato dall'ospedale dell'Università di Maastricht, nei Paesi Bassi, ha dimostrato come un semplice integratore giornaliero a base di questo batterio sia in grado di ridurre il recupero del peso dopo un regime ipocalorico.
In condizioni di salute ottimali, l'Akkermansia muciniphila costituisce una quota significativa del nostro microbioma, muovendosi solitamente tra il tre e il cinque percento del totale. In più, il batterio svolge un ruolo importante nel mantenere l'integrità della barriera intestinale e nel regolare il metabolismo.
Precedenti ricerche tuttavia avevano già evidenziato un dato interessante: nei soggetti affetti da obesità o da diabete di tipo due, la sua presenza subisce un drastico calo. Da questa intuizione, il team di scienziati, coordinati dalla professoressa Ellen Blaak, ha avviato una sperimentazione clinica su novanta adulti sovrappeso o obesi, con un'età media di circa cinquantadue anni.
I partecipanti hanno inizialmente affrontato una prima fase di otto settimane seguendo una dieta ipocalorica per avviare la perdita di peso. Successivamente, per altre ventiquattro settimane, sono passati a un regime di alimentazione sana e bilanciata volto al mantenimento. Durante questo secondo periodo, la metà di loro ha assunto quotidianamente un integratore contenente il batterio Akkermansia muciniphila in forma pastorizzata, mentre l'altra metà ha ricevuto un semplice placebo.
I risultati al termine del percorso sono stati rilevanti: chi ha assunto il placebo ha ripreso, in media, il 32,9% del peso perso durante la restrizione calorica. Al contrario, nei soggetti che hanno integrato il batterio, il recupero si è fermato ad appena il 13,6%.
I vantaggi dell'integrazione, tuttavia, non si sono limitati alla sola lancetta della bilancia. Il gruppo che ha assunto il batterio ha mostrato un chiaro miglioramento della sensibilità all'insulina, l'ormone che permette alle cellule di assorbire il glucosio dal sangue.
Una migliore sensibilità si traduce in una gestione più efficiente degli zuccheri e in una potenziale riduzione degli attacchi di fame biologica. Un elemento altrettanto fondamentale riguarda la sicurezza, poiché durante tutto il periodo di esame non sono stati segnalati effetti collaterali gravi.
Come detto, non è la prima volta che il batterio viene
studiato nei lavori sul mantenimento del peso o nella ricerca sul microbioma a causa della sua forte associazione con il miglioramento della salute nel contesto di diverse patologie. Gli studi clinici condotti sull'uomo hanno mostrato che livelli elevati di questo simbionte della mucosa gastrica sono sinonimo di una migliore salute metabolica e di un efficace controllo della glicemia, fattori che riducono drasticamente il rischio di sviluppare patologie come il diabete di tipo 2.
Al contrario, nei soggetti affetti da obesità o diabete, si registra costantemente una carenza di questo prezioso batterio. Nello studio dell’Università Maastricht, inoltre, il fatto che non siano stati utilizzati batteri vivi, bensì trattati termicamente non è casuale.
I lavori precedenti infatti suggerivano che alcuni degli effetti benefici dei probiotici, incluso l’Akkermansia muciniphila, potrebbero derivare dalle componenti della parete cellulare del batterio piuttosto che dai microbi vivi. La pastorizzazione potrebbe persino potenziare gli effetti del microbo.
Nonostante i risultati, gli autori dello studio invitano alla prudenza: i riscontri sono sì promettenti, ma il lavoro è durato solo sei mesi, saranno necessarie quindi ulteriori ricerche su campioni di popolazione più ampi per confermare l'efficacia del batterio e valutarne gli effetti sul lunghissimo periodo.
Rimangono inoltre degli interrogativi su quali siano i soggetti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio, dato che i partecipanti con livelli intestinali iniziali più bassi di Akkermansia sembravano mostrare i miglioramenti cardiometabolici più significativi. Ciò dimostra ancora una volta che il microbioma intestinale varia da persona a persona e i trattamenti che funzionano bene per un individuo potrebbero avere scarso effetto su un altro.
Uno studio su Nature riduce
UNO STUDIO INTERNAZIONALE
GUIDATO DALL’UNIVERSITÀ DI PADOVA
HA IDENTIFICATO IL MECCANISMO
ATTRAVERSO CUI I MITOCONDRI
REGOLANO L’INFIAMMAZIONE:
NUOVE CURE SONO POSSIBILI
Per anni sono stati considerati poco più che minuscole centrali energetiche incaricate di alimentare le attività delle cellule. Oggi, invece, i mitocondri si trovano al centro di una scoperta che potrebbe cambiare il modo in cui la medicina affronta molte malattie infiammatorie. Un gruppo di scienziati italiani ha individuato un meccanismo finora poco compreso che sembra avere un ruolo decisivo nell’accensione dei processi infiammatori: una sorta di grilletto biologico nascosto all’interno delle cellule immunitarie, che può contribuire ad alimentare dolore, gonfiore e danni ai tessuti.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Cell Death & Differentiation, è stata coordinata dal professor Rosario Rizzuto del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova, con le dottoresse Gaia Gherardi e Francesca Spinelli come prime autrici, in collaborazione con l’IRCCS San Raffaele di Milano e l’Università di Cambridge.
Al centro dello studio c’è il calcio, non solo quello che contribuisce alla salute delle ossa, ma quello che a livello cellulare agisce come vero e proprio sistema di comunicazione, regolando numerose funzioni vitali. Gli studiosi si sono concentrati su una struttura chiamata MCU (Mitochondrial Calcium Uniporter), una sorta di porta molecolare che controlla l’ingresso del calcio nei mitocondri. Secondo i risultati emersi dalla ricerca, questo passaggio rappresenta uno degli eventi chiave che favoriscono l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3, un complesso proteico che funziona come sentinella del sistema immunitario: quando rileva un pericolo, come
di Domenico Esposito
un’infezione o un danno cellulare, attiva la risposta infiammatoria dell’organismo. Il problema nasce quando questo sistema rimane attivo troppo a lungo. In queste condizioni la risposta immunitaria, da meccanismo di difesa, può trasformarsi in un fattore di danno. L’inflammasoma NLRP3 stimola infatti il rilascio dell’interleuchina-1β, una delle principali molecole coinvolte nei processi infiammatori. Più questa sostanza viene prodotta, più il segnale infiammatorio si amplifica, innescando una reazione a catena che può contribuire allo sviluppo o al peggioramento di numerose patologie.
Si tratta di un aspetto tutt’altro che marginale. L’infiammazione cronica è oggi considerata uno dei fattori alla base di un numero crescente di malat-
tie. L’artrite e altre patologie articolari colpiscono oltre 350 milioni di persone nel mondo. A queste si aggiungono condizioni metaboliche sempre più diffuse, come obesità e diabete di tipo 2, nelle quali l’infiammazione persistente svolge un ruolo rilevante. Anche diverse sindromi autoinfiammatorie condividono meccanismi biologici simili, rendendo questa scoperta potenzialmente rilevante per milioni di pazienti.
Uno degli aspetti più interessanti emersi riguarda il comportamento dei macrofagi, cellule fondamentali della risposta immunitaria. Quando vengono attivati da segnali infiammatori, i loro mitocondri cambiano forma, si frammentano e perdono parte della loro struttura originaria. Per molto tempo questo fenomeno è stato interpretato
come una conseguenza dell’attivazione cellulare, mentre i risultati dello studio suggeriscono che possa avere un ruolo attivo nel sostenere e amplificare l’infiammazione.
La svolta si è registrata nel momento in cui i ricercatori hanno ridotto l’ingresso di calcio nei mitocondri, sia attraverso modifiche genetiche sia utilizzando molecole capaci di bloccare il canale MCU. In entrambi i casi i risultati sono stati coerenti: i mitocondri mantenevano una struttura più stabile, la frammentazione diminuiva e si riduceva anche il rilascio delle molecole che alimentano la risposta infiammatoria. Intervenendo su questo passaggio iniziale, l’intero processo perdeva intensità. Molte terapie oggi disponibili cercano di controllare l’infiammazione quando il processo è già pienamente avviato. In questo caso, invece, il bersaglio si trova più a monte: non si interviene sugli effetti finali, ma su uno dei meccanismi cellulari che contribuiscono ad accendere la risposta immunitaria. Un cambio di prospettiva che potrebbe aprire nuove strade nella ricerca farmacologica, anche se serviranno ulteriori studi per capire se il blocco del canale MCU possa tradursi in trattamenti sicuri ed efficaci.
«I risultati del nostro lavoro indicano che MCU agisce come un regolatore a monte della risposta infiammatoria mediata da NLRP3 - spiega Rizzuto, corresponding author dello studio -. Inibire l’ingresso di calcio nei mitocondri potrebbe rappresentare una strategia terapeutica promettente per modulare l’infiammazione in patologie in cui i macrofagi svolgono un ruolo fondamentale». Lo studio rafforza l’idea che il metabolismo mitocondriale e la dinamica degli organelli siano strettamente intrecciati con il funzionamento del sistema immunitario, quindi comprendere questi meccanismi apre nuove prospettive per sviluppare approcci mirati contro malattie infiammatorie in cui l’inflammasoma NLRP3 gioca un ruolo centrale.
COORDINAMENTI PROFESSIONALI
Coordinamento Nazionale Biologi Specialisti Ambulatoriali
di Carla Cimmino*
Negli ultimi anni il genere Astragalus è emerso come uno dei protagonisti più interessanti nel panorama della ricerca biologica applicata alla dermatologia e alla cosmetologia. Per molti anni il suo ruolo è stato di pianta medicinale della tradizione orientale, oggi invece è diventato un vero e proprio laboratorio naturale, ricco di metaboliti secondari che mostrano avere capacità di processi cellulari complessi.
Si parla di un genere molto vasto, si riconoscono circa tremila specie, ed è proprio questa biodiversità a renderla un patrimonio fitochimico ancora inesplorato, ma che offre agli studiosi la base indicata per nuove scoperte. Presenta una varietà di composti bioattivi: saponine cicloartaniche, dove spicca l’astragaloside IV, considerate un riferimento per la qualità degli estratti, ma anche un modello per capire come una molecola naturale possa interagire con vie di segnalazione fondamentali per la pelle; flavonoidi (calicosina, formononetina, quercetina) definiscono un profilo biochimico complesso, che mostrano capacità di interazione con pathway cellulari centrali come MAPK, PI3K-Akt e NFkB; polisaccaridi (APS), che aggiungono capacità: immunomodulante e antiossidante a completare il tutto.
Attività anti-aging
Questa ricchezza è il risultato una versatilità applicativa: infatti gli estratti di Astragalus hanno dimostrato di proteggere i fibroblasti dai danni indotti dai raggi UVA, riducendo l’attività delle metalloproteinasi responsabili della degradazione del collagene e stimolando, nel frattempo, la via TGF β /Smad, essenziale per la sintesi della matrice extracellulare, tutto questo nel contrasto all’invecchiamento. Si evidenza un doppio intervento: inibizione della degradazione e stimolazione della rigenerazione, che veramente pochi ingredienti naturali riescono ad esercitare e soprattutto con con la stessa efficacia.
Attività schiarente
Per la regolazione della pigmentazione cutanea, si è visto come alcuni tra gli isoflavoni in essa contenuti, soprattutto la calicosina, modulano la melanogenesi intervenendo sui meccanismi di regolazione del fattore MITF e dell’enzima tirosinasi. Questo approccio fatto “a monte”, non rappresenta solo una inibizione enzimatica, ma apre a nuove visioni, a formulazioni schiarenti più stabili e meno irritanti rispetto agli agenti tradizionali. Bisogna evidenziare che ci sono altri composti simili (es.l’astragaloside IV), che esercitano un effetto opposto, infatti tendono a stimolare la melanogenesi.
Questa dualità, non deve essere considerata un limite,
* Comitato Centrale FNOB
ma solo un suggerimento, che dà la possibilità di sviluppare prodotti mirati per l’iperpigmentazione ma anche per situazioni ipopigmentarie come la vitiligine.
Attività immunologica
L’avanguardia immunologica è sicuramente l’aspetto più innovativo della ricerca su Astragalus. Gli isoflavoni in essa contenuti dimostrano infatti di influenzare vie di segnalazione coinvolte nella dermatite atopica, come l’asse AhR STAT5 e la regolazione della proteina A20, eccellente modulatore negativo dell’infiammazione mediata da NF κ B. Questi risultati sono ancora preliminari ma molto promettenti, indicano che Astragalus potrebbe essere alla base di nuove prospettive per la gestione di pelli iper reattive, soggette a infiammazione cronica, un settore in cui le soluzioni naturali e tollerate è in costante crescita.
Anche per la psoriasi ci sono molte evidenze rilevanti, infatti, modelli murini trattati con estratti acquosi di A. mongholicus mostrano una significativa riduzione dell’infiltrazione neutrofila e della produzione di citochine chiave dell’asse IL 23/IL 17, considerato il punto cruciale della patogenesi psoriasica. Anche qui, l’azione non è circoscritta a un singolo bersaglio, ma coinvolge una rete di mediatori immunitari, confermando la natura multi target del fitocomplesso.
Rigenerazione dei tessuti
Il potenziale rigenerativo di Astragalus emerge molto negli studi sulla guarigione delle ferite, infatti, i polisaccaridi accelerano la transizione dalla fase infiammatoria a quella proliferativa, favoriscono la migrazione dei fibroblasti e migliorano la deposizione di collagene.
La gomma di tragacanto, derivata da alcune specie del genere, si sta facendo strada come biomateriale naturale per idrogel e medicazioni avanzate, grazie alla sua biocompatibilità e
alla capacità di formare matrici tridimensionali stabili. Ambito in cui biologia cellulare, ingegneria dei tessuti e cosmetologia si incontrano.
Criticità
Ciò che rappresenta delle criticità è: la variabilità fitochimica tra specie, la mancanza di standardizzazione degli estratti e la scarsità di studi clinici di fase avanzata; ciò condiziona la piena integrazione di Astragalus nella pratica dermatologica. È necessario un lavoro sistematico di caratterizzazione metabolomica, accompagnato da studi di farmacologia di rete e da modelli preclinici più sofisticati, come la pelle umana ricostruita in 3D. Anche la biodisponibilità cutanea di molti composti richiede soluzioni innovative (es. microaghi a base di polisaccaridi, nanoparticelle polimeriche e sistemi di rilascio controllato), un settore in cui la ricerca sta avanzando
rapidamente.
In definitiva, Astragalus si presenta un serbatoio naturale di straordinaria ricchezza, con la capacità di dialogare con la biologia cutanea in modo complesso e articolato. Mostra versatilità, passando dall’anti aging alla pigmentazione, dalla modulazione immunitaria alla rigenerazione tissutale, tutto ciò lo rende un candidato privilegiato per la prossima generazione di cosmeceutici multi target. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questo potenziale in applicazioni cliniche solide, sicure e standardizzate, capaci di coniugare tradizione e innovazione in una visione scientifica coerente e senza parti mancanti.
Bibliografia
1. Saba Shahrivari-Baviloliaei, Ilkay Erdogan Orhan, Alina Plenis, Agnieszka Viapiana. The Genus Astragalus Species as an Emerging Source of Bioactive Phytochemicals: A Review of Dermatological and Cosmetic Applications.
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Evitare la chemioterapia a milioni di donne affette da cancro al seno potrebbe essere presto possibile. La svolta arriva da un test genomico rivoluzionario che consentirebbe a un numero significativo di pazienti di rinunciare al trattamento senza compromettere l’efficacia delle cure, spianando così la strada a nuove prospettive nel campo della medicina personalizzata.
I risultati dello studio randomizzato Optima condotto dall’University College di Londra, che ha seguito oltre 4mila pazienti con diagnosi recente di tumore al seno nel Regno Unito, Norvegia, Svezia, Australia, Nuova Zelanda
e Thailandia, sono stati presentati nel corso del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology, ovvero il più importante appuntamento mondiale dedicato all’oncologia.
La ricerca ha dimostrato che molte pazienti con carcinoma mammario ormono-positivo, la forma più diffusa della malattia, possono ottenere risultati clinici simili a quelli garantiti dalla chemioterapia affidandosi esclusivamente alla terapia ormonale, a condizione, però, che un particolare test indichi un basso rischio di recidiva. Il test utilizzato nello studio, chiamato Prosigna e prodotto dall’azienda diagnostica globale Veracyte, analizza l’attività di 50 geni presenti nel tessu -
La svolta arriva da un test genomico che potrebbe evitare il trattamento a un numero significativo di pazienti
to tumorale e restituisce un punteggio che aiuta gli specialisti a comprendere il comportamento biologico del tumore e la probabilità che la malattia possa ripresentarsi negli anni successivi.
Una donna che ha partecipato alla sperimentazione ha dichiarato al quotidiano britannico The Guardian che evitare la chemioterapia le è sembrato «come Natale». Del resto, il trattamento può portare a perdita di capelli, eruzioni cutanee, nausea, insonnia, affaticamento, infertilità, deficit cognitivi e menopausa precoce. «Optima affronta una sfida di lunga data nella cura del tumore al seno: identificare chi trae realmente beneficio dalla chemioterapia e chi no. I nostri risultati dimostrano che molte pazienti possono evitare la chemioterapia in tutta sicurezza, senza compromettere i risultati della terapia», ha spiegato Rob Stein, responsabile principale dello studio e professore di oncologia mammaria presso l’University College di Londra.
Lo studio ha coinvolto pazienti di età superiore ai 40 anni con diagnosi recente di tumore al seno ormono-sensibile. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: il primo ha seguito il trattamento standard, basato su chemioterapia e successiva terapia ormonale, mentre il secondo è stato sottoposto al test genomico. In quest’ultimo gruppo, le pazienti con un punteggio elevato hanno ricevuto entrambe le terapie, mentre quelle con un punteggio basso sono state curate esclusivamente con farmaci ormonali. A distanza di cinque anni dall’inizio delle cure, i risultati hanno evidenziato differenze minime tra i due approcci. «Ciò significa che molte pazienti potranno essere risparmiate dal peso fisico della chemioterapia e dai suoi potenziali effetti collaterali», ha concluso Stein. (D. E.).
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delle malattie rare
Le amiloidosi cardiache rappresentano un gruppo eterogeneo di patologie caratterizzate dal deposito extracellulare di proteine fibrillari insolubili (amiloide) nel miocardio. Questo accumulo determina un progressivo irrigidimento delle pareti cardiache, con conseguente compromissione della funzione diastolica e, nelle fasi avanzate, anche sistolica.
Le forme più rilevanti sono l’amiloidosi da catene leggere (AL), legata a disordini plasmacellulari, e l’amiloidosi da transtiretina (ATTR), che può essere ereditaria o wild-type. La diagnosi precoce è fondamentale, poiché negli ultimi anni sono emerse nuove opzioni terapeutiche in grado di modificare la storia naturale della malattia.
Sintomatologia: Il quadro clinico delle amiloidosi cardiache è spesso subdolo e aspecifico, con sintomi che riflettono principalmente uno scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata. I pazienti possono presentare dispnea da sforzo, affaticamento, edemi periferici e intolleranza all’esercizio. Sono frequenti anche aritmie, in particolare fibrillazione atriale, e disturbi della conduzione atrioventricolare. Segni extra-cardia-
ci possono orientare verso la diagnosi, come la sindrome del tunnel carpale, la neuropatia periferica e l’ipotensione ortostatica, soprattutto nelle forme da transtiretina.
Diagnosi: Gli esami di primo livello includono elettrocardiogramma (spesso con bassi voltaggi) ed ecocardiogramma, che evidenzia un aumento dello spessore parietale con aspetto “granulare”. La risonanza magnetica cardiaca fornisce informazioni più dettagliate grazie al late gadolinium enhancement. Un passaggio cruciale è distinguere tra forma AL e ATTR: ciò avviene mediante la ricerca di componenti monoclonali nel sangue e nelle urine e mediante scintigrafia ossea con traccianti come il 99mTc-DPD. In alcuni casi, è necessaria la biopsia (endomiocardica o di altri tessuti) per la conferma istologica e la tipizzazione dell’amiloide. Un ruolo sempre più rilevante è rivestito dal test genetico del gene TTR, per distinguere la forma ereditaria (ATTRv) da quella wildtype (ATTRwt). Una volta che la diagnosi è accertata, il paziente ottiene la certificazione di malattia rara con codice di esenzione RCG130.
Terapia: Il trattamento delle amiloidosi cardiache dipende dal tipo specifico. Nell’amiloidosi AL, la terapia è rivolta al clone plasmacellulare, utilizzando re-
gimi chemioterapici e, in alcuni casi, il trapianto autologo di cellule staminali. Nell’amiloidosi ATTR, sono disponibili farmaci innovativi come stabilizzatori della transtiretina (es. tafamidis) e terapie di silenziamento genico (siRNA e antisenso). La gestione dello scompenso cardiaco è complessa e si basa principalmente su diuretici, evitando farmaci come beta-bloccanti e ACE-inibitori che possono essere mal tollerati. Nei casi selezionati, può essere considerato il trapianto cardiaco.
Conclusioni: Le amiloidosi cardiache rappresentano una causa sempre più riconosciuta di scompenso cardiaco, soprattutto negli anziani. Il miglioramento delle tecniche diagnostiche e la disponibilità di nuove terapie hanno significativamente cambiato la prognosi di questi pazienti. Tuttavia, la diagnosi precoce rimane una sfida cruciale. Un approccio multidisciplinare è essenziale per ottimizzare la gestione clinica e migliorare la qualità di vita dei pazienti.
Fonti/Riferimenti Biologi:
• https://doi.org/10.1016/j. jacc.2016.06.053
• https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehx589
• New England Journal of Medicine
Rubrica sul mondo
di Michele Carullo e Maria Chiara Dell’Amico*
IL RISCHIO INVISIBILE NELLA
Foodborne virus, sorveglianza e strategie di controllo
Bari - 19 settembre 2026
di Gianpaolo Palazzo
Una mappa non coincide più con il territorio: è quella dei bollettini meteorologici rispetto alla nostra reale sofferenza fisica. Continuare a misurare il clima guardando solo i gradi dell’aria significa ignorare le leggi dell’omeostasi umana. Nel cuore del Mediterraneo si è aperta una frattura profonda tra la termodinamica dell’atmosfera e la biologia: le ondate di calore sancite dai protocolli nascondono un silenzioso stress metabolico quotidiano, che sfugge agli allarmi, ma fiacca inesorabilmente la popolazione. A quantificare questa discrepanza è uno studio pubblicato sulla rivista “Atmosphere”, condotto dai ricercatori di Enea, Sapienza Università di Roma e Serco Italia Spa. L’indagine, focalizzata sull’area metropolitana della Capitale, rivela un quadro bioclimatico inatteso: le persone sono esposte a un marcato disagio termico all’aperto per oltre cento giorni all’anno, un dato che ecce-
UNO STUDIO RIDEFINISCE IL CLIMA
CITTADINO. ANCHE IN ASSENZA
DI VERE ONDATE DI CALORE, L’IRRAGGIAMENTO URBANO
PROLUNGA IL GRAVE DISAGIO
FISICO DI RESIDENTI
E TURISTI PER MESI
de drasticamente il mero conteggio degli eventi estremi registrati dalle stazioni meteorologiche. Analizzando l’intervallo temporale compreso tra maggio e settembre dal 2018 al 2023, basandosi sulle rilevazioni di Collegio Romano e via Boncompagni, gli studiosi hanno isolato una divergenza statistica cruciale. Sebbene tutti i giorni classificati come ondata di calore nel 2018, 2020 e 2022 coincidessero con episodi di stress termico, la dinamica inversa non trova riscontro. La sovrapposizione tra i due fenomeni ha subito un’erosione progressiva, passando dal sessanta per cento del 2018 ad appena il quaranta per cento del 2022. I picchi termici hanno tuttavia mantenuto una spiccata severità. «In base ai dati raccolti, il triennio 2021-2023 è quello che ha registrato le condizioni più estreme: le temperature minime hanno raggiunto picchi di 28 °C nel 2023, mentre le massime hanno toccato i 40,5 °C nel 2022», spiega la coautrice dello studio Serena Falasca, ricercatrice del laboratorio Enea modelli e servizi climatici presso il dipartimento sostenibilità. Il limite definitorio della meteorologia classica emerge con nitidezza osservando l’anomalia del 2019: in quell’anno solare non è stata decretata alcuna ondata di calore ufficiale, ma i cittadini hanno ugualmente subito novantanove giorni di acuta sofferenza fisiologica all’aperto.
La cronicità del fenomeno impone una rilettura dei meccanismi di allerta sanitaria. Mentre le annualità con i picchi più elevati di stress termico risultano il 2018 (centodue giorni a fronte di ventisette ondate di calore) e il 2022 (centouno contro sessantasei), le tempistiche di esposizione prolungata aggravano il bilancio clinico della cittadinan-
za. «Nel complesso gli episodi di stress termico all’aperto hanno superato i tre mesi in quattro dei sei anni considerati (2018, 2019, 2021 e 2022), mentre negli altri due (2020 e 2023) hanno comunque oltrepassato i due mesi», aggiunge la Falasca. «Le ondate di calore, invece, hanno superato complessivamente un mese solo in tre anni su sei (dal 2021 al 2023). Questo significa che gli eventi di stress termico per le persone all’aperto non solo si verificano con maggiore frequenza rispetto alle ondate di calore, ma sono anche molto più prolungati. In pratica, mentre le ondate di calore durano in genere tra 9 e 26 giorni consecutivi all’anno, gli episodi di stress termico possono estendersi da 25 fino a 65 giorni consecutivi, coprendo quindi periodi molto più lunghi. E anche negli anni in cui le ondate di calore sono state poche o assenti, come nel 2019, la popolazione ha comunque sperimentato lunghi periodi di marcato disagio termico all’aperto».
Per decodificare tale sfasamento, la ricerca ha superato il semplice dato termometrico affidandosi alla biometeorologia, impiegando il MOCI (Mediterranean Outdoor Comfort Index). Si tratta di uno strumento empirico calato sulla specificità regionale, progettato per tradurre l’omeostasi umana in un gradiente numerico oscillante tra il freddo e il caldo estremi. Non si limita a elaborare la temperatura dell’aria e l’umidità relativa, ma integra variabili fisiche dirimenti come la ventilazione e la temperatura radiante globale. Quest’ultima cattura la radiazio-
ne emessa dal tessuto urbano, dalle superfici pavimentate agli edifici irraggiati, restituendo l’esatto carico termico che investe l’organismo. Un corpo immerso nell’isola bollente cittadina, infatti, accumula un calore esponenzialmente superiore a quanto suggerito dal termometro, mettendo a dura prova i fisiologici processi di termodispersione.
L’urgenza di adottare metriche composite supera le contese accademiche per imporsi come pilastro della sanità pubblica. Attualmente gli eventi climatici severi vengono catalogati quasi esclusivamente tramite la termodinamica dell’aria, un vuoto concettuale insidioso per il bacino del Mediterraneo, universalmente identificato come “epicentro” del riscaldamento globale. Considerando le peculiarità demografiche italiane, caratterizzate da altissima densità abitativa urbana e da una marcata senescenza della popolazione, l’impatto metabolico di lunghi e ininterrotti periodi di stress rischia di amplificare l’incidenza delle patologie. «Per questo motivo è fondamentale ampliare il concetto di ondata di calore, superando il riferimento alla sola temperatura e includendo altri fattori che ne determinano l’impatto complessivo, come la metodologia utilizzata in questo studio», conclude la ricercatrice. Smettere di fidarsi del solo termometro è il primo passo: la vera emergenza sanitaria non è più solo l’aria che respiriamo, ma le “gabbie” d’asfalto che abbiamo costruito.
Le anomalie climatiche non portano soltanto disastri agricoli, ma innescano, talvolta, meccanismi per la difesa inaspettati. È il caso delle ciliegie e del loro peggior nemico recente: il moscerino asiatico, scientificamente noto come Drosophila suzukii. A differenza dei comuni moscerini che ronzano attorno alla frutta già matura o ammaccata, questo insetto, arrivato in Italia dalla Cina nel 2015, è dotato di un apparato in grado di tagliare la buccia dei frutti ancora sani e vigorosi. Le conseguenze del suo passaggio sono state devastanti, colpendo in modo particolare il cuore della produzione cerasicola laziale, la Sabina, dove in alcune annate ha letteralmente dimezzato i raccolti.
Per trovare una soluzione, i ricercatori del laboratorio Enea Agricoltura 4.0, in collaborazione con il Centro ricerche Crea-Ofa, hanno trasformato questa minaccia in un affascinante oggetto di studio, diffondendo i risultati in concomitanza con la Giornata mondiale della biodiversità. Ricreando un allevamento artificiale in condizioni controllate, gli scienziati hanno misurato la resistenza di diverse varietà di ciliegia, contando i segni lasciati dagli insetti sulla buccia e monitorando quante uova riuscissero effettivamente a trasformarsi in larve all’interno del frutto.
La chiave per comprendere chi sopravvive e chi soccombe è un raffinato intreccio di segnali biologici. «L’insieme di tutti i parametri analizzati - spiega Sergio Musmeci, entomologo del teamci ha portato a individuare quale combinazione di fattori biochimici, olfattivi, visivi e tattili influenza
maggiormente il moscerino, determinando così il livello di suscettibilità o resistenza di una determinata varietà». La scoperta più interessante riguarda proprio l’architettura fisica del frutto. «Dallo screening varietale - aggiunge - è emersa una minore suscettibilità all’attacco nelle varietà a polpa più consistente: queste hanno infatti mostrato un numero di punture generalmente inferiore rispetto alle altre, insieme a un ridotto tasso di sopravvivenza delle larve, con conseguente limitato livello di danno».
È esattamente in questo delicato equilibrio che entra in gioco la mancanza di pioggia. Analizzando i dati di diverse annate, è emerso un vero e proprio paradosso ecologico. Un clima secco spinge la pianta a concentrare gli zuccheri e a rendere la polpa estremamente compatta, una reazione che si trasforma in una trappola mortale per il parassita. L’elevata dolcezza diventa un’arma a doppio taglio: da una parte attrae irresistibilmente l’insetto adulto spingendolo a pungere la buccia, dall’altra l’estrema durezza dei tessuti interni funge da barriera. Le larve si ritrovano in un ambiente troppo denso per nutrirsi e muoiono prima di potersi sviluppare.
Il deficit idrico agisce, quindi, come una duplice difesa naturale: colpisce gli adulti per disidratazione e rende i frutti impenetrabili. «L’andamento climatico - prosegue Musmeci - causa l’aumento o la diminuzione della popolazione di insetti, sia direttamente, con la morte per disidratazione in clima più secco, sia indirettamente, modulando il grado di resistenza della varietà di ciliegie. Questo spiega, ad esempio, il diversissimo andamento delle due stagioni 2024 e 2025: più arida la prima, con bassissimi livelli di danno in campo, umida e piovosa la seconda
IN ITALIA DALLA CINA NEL 2015, È DOTATO DI UN APPARATO IN GRADO DI TAGLIARE LA BUCCIA DEI
FRUTTI ANCORA SANI E VIGOROSI
con elevatissimi livelli di infestazione e con frutti più vulnerabili agli attacchi del moscerino, come abbiamo anche verificato nei nostri laboratori».
Comprendere queste dinamiche non è un mero esercizio accademico, ma una questione di sopravvivenza economica. La Sabina concentra quasi il settanta per cento della produzione cerasicola laziale, eppure il suo tessuto agricolo, composto prevalentemente da aziende medio-piccole, sconta pratiche agronomiche spesso ancorate al passato. Per decenni, il controllo fitopatologico si è basato sull’impiego “a calendario” di molecole chimiche ad ampio spettro: trattamenti eseguiti a date fisse, a prescindere dalla reale presenza dell’insetto. Un automatismo che oggi, di fronte al mutamento climatico, si rivela fallimentare per le rese e insostenibile per la salute degli ecosistemi. Il bacino del Mediterraneo si è, infatti, trasformato in un crocevia biologico per agenti patogeni in rapida espansione: oltre al moscerino asiatico, i frutteti devono fronteggiare l’acuirsi di specie naturalizzate, come la mosca del ciliegio (Rhagoletis cerasi), e l’irruzione di nuove minacce invasive, ad esempio la cimice asiatica (Halyomorpha halys).
La mole di dati, a causa di ciò, ha già abbandonato i laboratori per trasformarsi in uno strumento operativo a disposizione di chi lavora la terra. La scala di vulnerabilità delle diverse piante è diventata il cuore del progetto pilota “Simodrofila”, un’iniziativa di monitoraggio avanzato finanziata dalla Regione Lazio e coordinata dall’Arsial per rispondere all’allarme dei produttori. Conoscere in anticipo come reagirà un determinato albero in base al meteo significa poter intervenire in modo mirato, abbattendo l’uso di pesticidi a favore di una gestione più naturale. Gli agricoltori avranno così una mappa per difendere i frutteti attuali e, soprattutto, una guida scientifica per scegliere con intelligenza quali nuove varietà piantare in futuro, dimostrando che l’osservazione attenta della Natura resta la nostra tecnologia più avanzata. (G. P.).
Erede di una millenaria tradizione agricola radicata sui fertili terreni vulcanici campani, la mela Annurca rappresenta un’eccellenza incontrastata del patrimonio botanico nazionale, apprezzata fin dall’epoca romana. Tuttavia, l’odierno ciclo produttivo frutticolo porta con sé un grave paradosso sistemico: le parti della pianta biologicamente più complesse finiscono troppo spesso al macero. Le stime di settore evidenziano, infatti, che una quota massiccia della produzione, oscillante tra il 10% e il 35%, viene assorbita dalle filiere della lavorazione su larga scala. Tale iter genera volumi imponenti di biomasse residue, fra cui spiccano bucce, semi e torsoli, sistematicamente declassati a semplici rifiuti. Proprio per sanare tale emorragia di risorse nasce l’iniziativa scientifica “Valmegrea”, un programma strategico guidato dall’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), in stretta sinergia con l’azienda agricola “Terra Nostra”. L’intento primario è ridisegnare il destino di queste matrici organiche, abbracciando un modello di economia totalmente circolare per arginare le inefficienze e inaugurare filoni commerciali inediti.
L’inestimabile valore dei residui di lavorazione risiede nella loro architettura cellulare. L’epicarpo dell’Annurca, sottoposto a un singolare stress luminoso durante la tradizionale fase di arrossamento a terra sui “melai”, produce, difatti, una quantità eccezionale di metaboliti secon-
dari, essenziali per la difesa della pianta. Per estrarre questo patrimonio invisibile senza degradarne la struttura, gli scienziati hanno implementato due procedure a bassissimo impatto ambientale. La prima strategia sfrutta la termodinamica della liofilizzazione, un metodo di disidratazione a freddo basato sulla sublimazione in condizioni di vuoto. Tale tecnica consente di ricavare polveri altamente concentrate, mantenendo rigorosamente intatte le virtù nutrizionali e il profilo funzionale del fitocomplesso. Il vero salto tecnologico si materializza, però, con l’isolamento tramite anidride carbonica in fase supercritica. In questo peculiare stato fisico, la CO2 acquisisce contemporane -
amente l’elevata densità di un liquido e l’eccezionale capacità di penetrazione tissutale tipica di un gas. Agendo come un estrattore selettivo perfetto, il fluido riesce a catturare oli pregiati e preziose molecole lipofile per poi evaporare completamente, garantendo una purezza assoluta e la totale assenza di tracce chimiche nocive.
Il bilancio di questa raffinata ingegneria restituisce
IL PROGETTO VALMEGREA RECUPERA BUCCE E TORSOLI PER COSMETICA E NUTRACEUTICA
FLUIDI SUPERCRITICI E LIOFILIZZAZIONE TRASFORMANO LO SPRECO INDUSTRIALE IN BIOATTIVI AD ALTA RESA
prendono vita presso i poli di eccellenza della Casaccia, alle porte di Roma, e della Trisaia, a Rotondella in provincia di Matera; contestualmente, l’integrazione delle metodiche e le severissime caratterizzazioni analitiche vengono ultimate nei laboratori campani di Portici. L’orizzonte finale del programma non si esaurisce nel virtuosismo accademico, ma punta a superare la cosiddetta “valle della morte” del trasferimento tecnologico, portando la scoperta dal bancone chimico all’industria. L’ideatore del progetto Antonio Molino, ricercatore Enea del laboratorio bioeconomia circolare rigenerativa presso il dipartimento sostenibilità, chiarisce le dinamiche di questa transizione: «Stiamo sviluppando un processo integrato che considera i bacini di approvvigionamento, i costi energetici e impiantistici, mettendo a sistema il valore commerciale dei diversi estratti per verificare l’applicazione in contesti reali delle soluzioni tecnologiche in campo». Il calcolo millimetrico delle spese operative costituisce l’esatto presupposto per il successo. «Questo approccio - aggiungeconsente di passare da una fase iniziale di proof of concept a una reale scalabilità industriale, rendendo le tecnologie applicabili ai mercati di riferimento».
un arsenale di composti cruciali per la salute cellulare, tra cui spiccano polifenoli ad alta biodisponibilità e acidi grassi polinsaturi. Si tratta di elementi, come le procianidine oligomeriche e l’acido clorogenico, che il mercato globale ricerca incessantemente per formulare alimenti terapeutici e per alimentare i settori dell’alta cosmetica e della nutraceutica di lusso. Per validare la scalabilità di questi procedimenti, l’ente di ricerca ha mobilitato un vasto network infrastrutturale. Le prove pilota
Riconfigurare l’impalcatura agroalimentare significa smettere di guardare alla materia organica residua come a un ostacolo. Patrizia Casella, ricercatrice del medesimo laboratorio e responsabile del programma, sintetizza così la visione alla base del lavoro: «Il progetto Valmegrea dimostra come sia possibile trasformare i sottoprodotti agroalimentari in risorse concrete e preziose. L’obiettivo è ridurre gli sprechi e valorizzare al massimo le proprietà nutrizionali e funzionali dei composti bioattivi, creando, al contempo, nuove opportunità economiche sostenibili». L’alleanza tra ricerca pubblica e imprenditoria stabilisce un nuovo paradigma: nell’anatomia di un frutto, proprio come insegna la genetica vegetale, il ciclo della materia attende solo una tecnologia capace di distillarne e valorizzarne la chimica nascosta. (G. P.).
Ci sono due modi di vivere le Alpi nell’era della crisi climatica. Il primo guarda alle grandi infrastrutture e ai mega-eventi, il secondo punta sulla cura dei luoghi e sulle relazioni umane. Il divario è tutto nella mappa tracciata da Legambiente, che per quest’anno ha assegnato 19 Bandiere Verdi alle comunità montane resilienti e 7 Bandiere Nere alle gestioni giudicate insostenibili. Tra i vessilli negativi spicca il Comune di Cortina d’Ampezzo, bocciato per la nuova pista da bob e la cabinovia Apollonio-Socrepes: opere olimpiche realizzate ignorando i rischi idrogeologici e le alternative a minor impatto. La montagna che resiste allo spopolamento, tuttavia, c’è, e il Friuli-Venezia Giulia, con cinque Bandiere Verdi, ne guida la rinascita, seguito dal Trentino-Alto Adige. Sono realtà che hanno smesso di misurare il successo solo in euro, trasformando le valli in laboratori di futuro.
A ruota seguono Piemonte e Lombardia con tre, Valle d’Aosta e Veneto due. Le categorie premiate riflettono una visione sistemica del territorio. Da una prospettiva strettamente etologica e faunistica, spiccano le iniziative mirate alla mitigazione del disturbo umano sulle popolazioni
selvatiche. Il Comune di Chiuro, in Valtellina, è stato riconosciuto per l’adozione di misure specifiche volte a ridurre la pressione antropica durante la delicata fase degli amori del cervo, un accorgimento cruciale per garantire il successo riproduttivo della specie. La ricerca accademica si conferma uno strumento cardine per il monitoraggio in quota: l’Università di Torino ha attivato un programma di studio sull’ermellino, impiegando questo mustelide come prezioso indicatore biologico dello stress climatico negli habitat superiori. La tutela della risorsa idrica e dei corridoi fluviali emerge nel lavoro del Comitato Dora Baltea Viva in Piemonte, impegnato nella difesa del bacino attraverso processi di gestione collettiva.
Nel contesto dell’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori, proclamato dalle Nazioni Unite, i premi valorizzano il ruolo della zootecnia estensiva nella preservazione della diversità genetica. In Valle d’Aosta, la cooperativa femminile “Les Tisserands” tutela da oltre mezzo secolo la pecora Rosset, razza autoctona altrimenti a rischio, integrando il recupero del vello con la storica tessitura del drap in sinergia con gli allevatori locali. Una dinamica affine anima il progetto trentino “Bollait”, che struttura una filiera etica per
la lana del Lagorai. La resilienza ambientale non può, tuttavia, prescindere dalle dinamiche sociali: il collettivo “Robida” a Topolò-Grimacco, incentrato sulla cura del paesaggio, o la cooperativa “iLvb” in Val Brembana, che unisce inclusione lavorativa per soggetti fragili e sviluppo locale, dimostrano come la vitalità demografica sia un prerequisito per la manutenzione fisica del territorio. La medesima urgenza formativa ha spinto l’Università di Trento e Slow Food ad attivare il primo corso italiano di Antropologia culturale dei domini collettivi.
Il costo di questa manutenzione ecosistemica è stato misurato dall’indagine sperimentale di Luca Rota e Maurizio Dematteis su un campione di venticinque vincitori. I dati delineano un’infrastruttura di cura dipendente in modo critico dal capitale umano: l’81% dei progetti si regge sul volontariato. Oltre il 57% di queste realtà supera le 161 ore mensili d’impegno, con un terzo del campione che tocca le 320 ore. L’onere finanziario è ugualmente severo, con due terzi delle strutture costrette ad affrontare spese annue oltre i ventimila euro. In questo quadro analitico s’inseriscono le parole di Vanessa Pallucchi, vicepresidente nazionale di Legambiente: «Se da un lato le Bandiere Verdi di Legambiente raccontano il grande fermento e la voglia di fare di tante realtà montane, dall’altro lato va
ricordato che questi territori non devono essere lasciati soli ma devono essere sostenuti e incoraggiati. Servono più politiche mirate e più investimenti per ridurre da un lato la vulnerabilità dei territori, sempre più fragili a causa della crisi climatica lavorando su interventi di mitigazione e adattamento, dall’altra parte occorre dare sostegno alle comunità, ma anche ai tanti giovani che decidono di tornare a vivere nei piccoli comuni montani e che con il loro fare quotidiano contribuiscono a quel valore comunitario, sociale, culturale e ambientale, oltre che economico. Peraltro, i dati dell’indagine sul Valore Aggiunto Comunitario ben sintetizzano quanto il volontariato e la rete territoriale siano una leva strategica per queste realtà».
Le richieste ratificate dal decimo vertice nazionale di Rovereto esigono il superamento definitivo della stagionalità predatoria. Le zone alpine richiedono una transizione verso modelli dove il capitale biologico non venga eroso da carichi antropici concentrati in brevi finestre temporali, bensì preservato da residenti stabili. La cosiddetta “restanza” si configura come il più sofisticato strumento di conservazione: una difesa attiva della montagna misurabile non in metri cubi di cemento o in transiti turistici, ma in reti micorriziche tutelate, habitat riproduttivi protetti e dinamiche di cooperazione capaci di resistere nel tempo. (G. P.).
Le Bandiere Verdi di Legambiente premiano chi inventa nuove economie locali. Radici storiche, orti d’alta quota e reti solidali diventano l’antidoto all’abbandono
di Giovanni Misasi* e Teresa Pandolfi*
Negli ultimi anni il concetto di sostenibilità è entrato progressivamente al centro delle politiche ambientali, delle strategie economiche e dei modelli di sviluppo territoriale. Oggi, tuttavia, parlare di sostenibilità significa andare oltre la sola riduzione delle emissioni o l'incremento della produzione di energia da fonti rinnovabili. Significa immaginare sistemi territoriali capaci di garantire qualità della vita, tutela ambientale, equilibrio sociale e benessere collettivo.
L'idea di sviluppo sostenibile sta attraversando una fase di profonda evoluzione. Non si tratta più soltanto di ridurre gli impatti ambientali delle attività umane, ma di costruire modelli capaci di integrare salute, ambiente, economia e innovazione all'interno di una visione condivisa. In questo contesto, i territori locali e i piccoli comuni possono assumere un ruolo strategico, trasformandosi in veri laboratori di sperimentazione per nuove forme di gestione delle risorse e del rapporto tra uomo e ambiente.
Da questa prospettiva nasce il concetto di Borghi del Benessere: luoghi in cui salute, ambiente e sviluppo non rappresentano elementi distinti, ma parti di un unico sistema territoriale integrato.
Energia e salute: un legame che va oltre la produzione di energia
La relazione tra energia e salute viene spesso interpretata esclusivamente attraverso il tema delle emissioni climalteranti e dei cambiamenti climatici. In realtà, questo rapporto coinvolge aspetti molto più ampi che incidono direttamente sulla vita quotidiana delle persone e sulla qualità dell'ambiente in cui vivono.
Le modalità con cui una società produce, distribuisce e utilizza energia influenzano molte componenti dell'ecosistema urbano e naturale. La qualità dell'aria, l'esposizione agli inquinanti atmosferici, l'organizzazione degli spazi urbani, la pressione sulle risorse naturali e persino i livelli di rumore ambientale sono strettamente connessi alle scelte energetiche adottate da una comunità.
Il tema energetico assume quindi una dimensione che supera la sola disponibilità di elettri-
* Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere
cità o il costo delle fonti di approvvigionamento. Le decisioni compiute oggi possono contribuire a determinare la qualità ambientale dei territori e influenzare indirettamente il benessere fisico, sociale e collettivo delle popolazioni.
La transizione verso sistemi energetici più sostenibili richiede quindi una trasformazione non soltanto tecnologica, ma anche culturale e territoriale.
Energia, territorio e salute: verso una transi zione biologicamente integrata
La transizione energetica rappresenta una delle sfide più importanti dei prossimi decenni, ma la sua efficacia non può essere valutata soltanto in funzione della quantità di energia prodotta o della riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
Una delle questioni che emerge con maggiore forza riguarda l'utilizzo del territorio e il possibile consumo di suolo. La diffusione delle fonti energetiche rinnovabili, se non accompagnata da adeguate strategie di pianificazione, potrebbe infatti generare nuove criticità ambientali, soprattutto nei territori caratterizzati da una forte vocazione agricola e paesaggistica.
Il problema non riguarda la tecnologia in sé, ma il modo in cui essa viene integrata nel territorio. La progressiva occupazione di superfici agricole produttive per la realizzazione di grandi impianti potrebbe determinare effetti indiretti sulla disponibilità di aree coltivabili, sulla biodiversità e sugli equilibri ecosistemici locali. La sfida futura potrebbe quindi non essere quella di scegliere tra energia e agricoltura, ma quella di superare questa apparente contrapposizione attraverso modelli territoriali integrati.
Una possibile prospettiva consiste nel privilegiare l'utilizzo di spazi già trasformati dall'attività umana, evitando nuovo consumo di suolo utile. Coperture di edifici pubblici e privati, parcheggi, aree industriali dismesse, infrastrutture viarie e spazi urbani sottoutilizzati potrebbero diventare superfici diffuse per la produzione energetica, senza sottrarre risorse ai sistemi agricoli.
Un approccio di questo tipo consentirebbe di conservare il valore produttivo del territorio rurale, proteggere la biodiversità e mantenere l'identità paesaggistica delle comunità locali evitando di trasformare la transizione energetica
in un nuovo elemento di pressione ambientale.
I Borghi del Benessere: dalla teoria alle appli cazioni sul territorio
Il tema della transizione energetica trova una concreta applicazione nelle attività promosse dall’Associazione Scientifica Biologi Senza Frontiere attraverso il progetto Borghi del Benessere, iniziativa orientata alla valorizzazione dei territori mediante un approccio che integra ambiente, salute, innovazione e qualità della vita.
L’obiettivo è considerare il territorio non come un insieme di elementi separati, ma come un ecosistema complesso nel quale energia, gestione delle risorse, alimentazione, biodiversità e salute umana interagiscono in maniera continua. In questa prospettiva, i piccoli comuni possono rappresentare contesti ideali per sperimentare modelli innovativi di sviluppo sostenibile, capaci di coniugare progresso tecnologico, tutela delle identità locali e benessere collettivo.
I Borghi del Benessere come ecosistemi intel ligenti
L’idea progettuale si basa sulla creazione di sistemi integrati nei quali differenti componenti della vita comunitaria possano dialogare tra loro in modo efficiente. Comunità energetiche rinnovabili, gestione intelligente dei rifiuti, monitoraggio della qualità ambientale, digitalizzazione dei servizi ed economia circolare possono diventare elementi di un unico modello organizzativo orientato al miglioramento della qualità della vita.
In questo contesto la tecnologia assume un ruolo funzionale: sensori ambientali, sistemi di monitoraggio dei consumi e piattaforme digitali possono contribuire a ottimizzare l’utilizzo delle risorse e a favorire una maggiore partecipazione dei cittadini alla gestione del territorio. La produzione di energia da fonti rinnovabili viene quindi interpretata non soltanto come sostituzione delle fonti fossili, ma come opportunità per ripensare l'uso degli spazi e delle risorse disponibili, privilegiando soluzioni capaci di generare benefici ambientali, economici e sociali.
Dall'energia centralizzata alla resilienza delle comunità
Per lungo tempo il sistema energetico è stato caratterizzato da una struttura fortemente
centralizzata, basata su grandi impianti di produzione e distribuzione su vasta scala.
Le nuove tecnologie stanno progressivamente modificando questa impostazione, aprendo la strada a sistemi più distribuiti e flessibili. Produzione locale, accumulo energetico e reti intelligenti consentono oggi di immaginare comunità meno vulnerabili alle crisi energetiche e più capaci di gestire autonomamente le proprie risorse.
La resilienza territoriale potrebbe rappresentare uno degli elementi chiave del futuro, soprattutto nei piccoli comuni, dove la dimensione locale favorisce una maggiore integrazione tra produzione, consumo e gestione delle risorse.
Una nuova idea di sviluppo
La trasformazione in atto non riguarda semplicemente la sostituzione di una tecnologia con un'altra. Potrebbe rappresentare un cambiamento più profondo, capace di modificare il modo stesso in cui interpretiamo il concetto di sviluppo.
Un territorio sostenibile non è soltanto un luogo che produce energia pulita o riduce le proprie emissioni: è un sistema capace di generare salute, proteggere il proprio patrimonio naturale e costruire condizioni diffuse di benessere per le comunità.
I Borghi del Benessere, progetto già attivo promosso dall’Associazione Scientifica Biologi Senza Frontiere, possono rappresentare una concreta espressione di questa visione: piccoli territori capaci di proporre modelli innovativi per il futuro.
La sfida non è quanto velocemente riusciremo a produrre più energia, ma quanto intelligentemente saremo in grado di integrare energia, salute, ambiente e qualità della vita in un unico progetto di sviluppo.
LE BANDIERE VERDI DI LEGAMBIENTE PREMIANO CHI INVENTA NUOVE ECONOMIE LOCALI.
RADICI STORICHE, ORTI D’ALTA QUOTA E RETI SOLIDALI DIVENTANO L’ANTIDOTO ALL’ABBANDONO
Ci sono due modi di vivere le Alpi nell’era della crisi climatica. Il primo guarda alle grandi infrastrutture e ai mega-eventi, il secondo punta sulla cura dei luoghi e sulle relazioni umane. Il divario è tutto nella mappa tracciata da Legambiente, che per quest’anno ha assegnato 19 Bandiere Verdi alle comunità montane resilienti e 7 Bandiere Nere alle gestioni giudicate insostenibili. Tra i vessilli negativi spicca il Comune di Cortina d’Ampezzo, bocciato per la nuova pista da bob e la cabinovia Apollonio-Socrepes: opere olimpiche realizzate ignorando i rischi idrogeologici e le alternative a minor impatto. La montagna che resiste allo spopolamento, tuttavia, c’è, e il Friuli-Venezia Giulia, con cinque Bandiere Verdi, ne guida la rinascita, seguito dal Trentino-Alto Adige. Sono realtà che hanno smesso di misurare il successo solo in euro, trasformando le valli in laboratori di futuro.
A ruota seguono Piemonte e Lombardia con tre, Valle d’Aosta e Veneto due. Le categorie premiate riflettono una visione sistemica del territorio. Da una prospettiva strettamente etologica e faunistica, spiccano le iniziative mirate alla mitigazione del disturbo umano sulle popolazioni selvatiche. Il Comune di Chiuro, in Valtellina, è stato riconosciuto per l’adozione di misure specifiche volte a ridurre la pressione antropica durante la delicata fase degli amori del cervo, un accorgimento cruciale per garantire il successo riproduttivo della specie. La ricerca accademica si conferma uno strumento cardine per il monitoraggio in quota: l’Università di Torino ha attivato un programma di studio sull’ermellino, impiegando questo mustelide come prezioso indicatore biologico dello
stress climatico negli habitat superiori. La tutela della risorsa idrica e dei corridoi fluviali emerge nel lavoro del Comitato Dora Baltea Viva in Piemonte, impegnato nella difesa del bacino attraverso processi di gestione collettiva.
Nel contesto dell’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori, proclamato dalle Nazioni Unite, i premi valorizzano il ruolo della zootecnia estensiva nella preservazione della diversità genetica. In Valle d’Aosta, la cooperativa femminile “Les Tisserands” tutela da oltre mezzo secolo la pecora Rosset, razza autoctona altrimenti a rischio, integrando il recupero del vello con la storica tessitura del drap in sinergia con gli allevatori locali. Una dinamica affine anima il progetto trentino “Bollait”, che struttura una filiera etica per la lana del Lagorai. La resilienza ambientale non può, tuttavia, prescindere dalle dinamiche sociali: il collettivo “Robida” a Topolò-Grimacco, incentrato sulla cura del paesaggio, o la cooperativa “iLvb” in Val Brembana, che unisce inclusione lavorativa per soggetti fragili e sviluppo locale, dimostrano come la vitalità demografica sia un prerequisito per la manutenzione fisica del territorio. La medesima urgenza formativa ha spinto l’Università di Trento e Slow Food ad attivare il primo corso italiano di Antropologia culturale dei domini collettivi. Il costo di questa manutenzione ecosistemica è stato misurato dall’indagine sperimentale di Luca Rota e Maurizio Dematteis su un campione di venticinque vincitori. I dati delineano un’infrastruttura di cura dipendente in modo critico dal capitale umano: l’81% dei progetti si regge sul volontariato. Oltre il 57% di queste realtà supera le 161 ore mensili d’impegno, con un terzo del campione che tocca le 320 ore. L’onere finanziario
è ugualmente severo, con due terzi delle strutture costrette ad affrontare spese annue oltre i ventimila euro.
In questo quadro analitico s’inseriscono le parole di Vanessa Pallucchi, vicepresidente nazionale di Legambiente: «Se da un lato le Bandiere Verdi di Legambiente raccontano il grande fermento e la voglia di fare di tante realtà montane, dall’altro lato va ricordato che questi territori non devono essere lasciati soli ma devono essere sostenuti e incoraggiati. Servono più politiche mirate e più investimenti per ridurre da un lato la vulnerabilità dei territori, sempre più fragili a causa della crisi climatica lavorando su interventi di mitigazione e adattamento, dall’altra parte occorre dare sostegno alle comunità, ma anche ai tanti giovani che decidono di tornare a vivere nei piccoli comuni montani e che con il loro fare quotidiano contribuiscono a quel valore comunitario, sociale, culturale e ambientale, oltre che economico. Peraltro, i dati dell’indagine sul Valore Aggiunto Comunitario ben sintetizzano quanto il volontariato e la rete territoriale siano una leva strategica per queste realtà».
Le richieste ratificate dal decimo vertice nazionale di Rovereto esigono il superamento definitivo della stagionalità predatoria. Le zone alpine richiedono una transizione verso modelli dove il capitale biologico non venga eroso da carichi antropici concentrati in brevi finestre temporali, bensì preservato da residenti stabili. La cosiddetta “restanza” si configura come il più sofisticato strumento di conservazione: una difesa attiva della montagna misurabile non in metri cubi di cemento o in transiti turistici, ma in reti micorriziche tutelate, habitat riproduttivi protetti e dinamiche di cooperazione capaci di resistere nel tempo. (G. P.).
Tra gli animali più a contatto con l’uomo, i piccioni occupano un posto particolare. Anche se per il Calvino di Palomar, questi erano solo gli animali dal «greve volo» che, insieme ai topi, stringevano in una morsa la città di Roma, il loro rapporto con l’essere umano ha una storia millenaria e ben più dignitosa. Le loro mansioni di messaggeri risalgono addirittura ai tempi degli antichi Egizi e dei Persiani, passando poi per la classicità greco-romana, per il Medioevo, fino ad arrivare all’Età contemporanea con i due conflitti mondiali.
La capacità dei piccioni di orientarsi su lunghe distanze è stata og -
getto di studio per decenni, ma non è stata mai trovata una risposta certa. Oggi però un nuovo studio pubblicato su Science ha identificato nel fegato dei piccioni la presenza di macrofagi una popolazione di macrofagi contenenti particelle di ferro con proprietà “superparamagnetiche”, capaci di reagire a variazioni minime del campo geomagnetico.
Gli autori mostrano che, in condizioni di cielo coperto, quando la bussola solare non è utilizzabile, l’orientamento dei piccioni dipende totalmente da queste cellule. Il risultato fornisce la prima evidenza funzionale di un componente cellulare necessario alla magnetorecezione della spe -
Uno studio su Nature spiega come i piccioni trasformano i segnali magnetici in mappe interne per orientarsi
cie. Per anni si era ipotizzato che il sensore magnetico fosse localizzato nel becco, in alcune cellule ricche di ferro, ma lo studio su Science sposta quindi l’attenzione al sistema viscerale, suggerendo che la magnetorecezione possa essere distribuita anziché confinata in un singolo distretto anatomico.
I macrofagi identificati presentano una risposta rapida ai cambiamenti del campo geomagnetico e generano segnali che vengono trasmessi al cervello attraverso delle vie sensoriali. I dati comportamentali indicano che questo sistema è sufficientemente sensibile da permettere ai piccioni di correggere la rotta anche in assenza di punti di riferimento visivi. Ma, come accennato, la magnetorecezione non agisce da sola: i piccioni integrano i segnali magnetici, quelli olfattivi e quelli luminosi, costruendo una mappa multimodale che garantisce un’elevata affidabilità della navigazione.
La scoperta dei macrofagi “superparamagnetici” non è in alcun modo l’ultima tappa delle ricerche su questi animali, ricerche che per altro devono ancora chiarire alcune dinamiche: gli autori, infatti, sottolineano che lo studio apre a delle nuove prospettive sulla cosiddetta fisiologia sensoriale degli uccelli, e potrebbe perfino contribuire allo sviluppo di sistemi di navigazione autonomi ispirati ai meccanismi biologici, quindi capaci di operare anche in assenza di segnali satellitari.
In conclusione, tale scoperta rappresenta un tassello fondamentale anche per la comprensione di un comportamento che, come detto in apertura, ha a tutti gli effetti accompagnato e contribuito in tantissimi momenti della storia umana, e lo ha fatto per millenni.
@ Oksana Yermoshenko/shutterstock.com
di Michelangelo Ottaviano
Un nuovo rapporto racconta di come la scomparsa degli insetti impollinatori minacci la sicurezza alimentare globale
Il declino globale delle api non è più un’ipotesi né una novità, ma un fenomeno documentato da una crescente quantità di dati. Secondo i rapporti IPBES e FAO, gli impollinatori stanno diminuendo rapidamente, in maniera pericolosamente diffusa, e gli effetti di questo decremento avranno delle ripercussioni importanti non solo per la biodiversità.
Le api rappresentano un nodo essenziale nella rete ecologica che sostiene la produzione alimentare mondiale, e la loro crisi demografica mette a rischio la stabilità di interi sistemi agricoli. Le cause di questo collasso sono molteplici e interconnesse. Come raccontano diversi studi pubblicati su Science, tra queste c’è l’uso dei pesticidi neonicotinoidi, i quali interferiscono con il sistema nervoso delle api, compromettendone l’orientamento e la capacità di tornare all’alveare. Un’altra causa rilevante è la perdita di habitat provocata dall’espansione urbana e alle monocolture, che riduce la disponibilità di fiori e quindi di nutrienti per loro essenziali.
Il cambiamento climatico altera i tempi di fioritura e rompe la sincronizzazione tra le piante e gli impollinatori, mentre nuove patologie e parassiti, come il Varroa destructor, aggravano ulteriormente la situazione. Secondo le stime riportate dalla FAO, oltre il 75% delle colture alimentari dipende in qualche misura dall’impollinazione animale, e la diminuzione delle api potrebbe compromettere la sicurezza alimentare di circa due miliardi di persone.
Come raccontato da Dave Goulson sulla rivista PNAS, sono diverse le specie selvatiche che stanno scomparendo dai loro areali storici, incapaci di adattarsi alla velocità dei cambiamenti ambientali. Il declino, dunque, non riguarda solo le api domestiche, ma anche
bombi e impollinatori solitari, spesso più efficienti, ma anche più vulnerabili. La crisi degli impollinatori è ovviamente l’indicatore, la spia di un problema ben più ampio, cioè la fragilità crescente degli ecosistemi. Senza le api la produzione di frutta, verdura, semi e foraggi diminuirebbe drasticamente, impattando e modificando in maniera significativa le nostre abitudini alimentari, l’allevamento e, come già detto, la biodiversità vegetale. Diverse comunità scientifiche nazionali e internazionali hanno sperimentato e continuano a sperimentare in alcune regioni l’impollinazione manuale, come ad esempio raccontano alcuni studi condotti in Cina.
Allo stato attuale, si tratta però di soluzioni costose e lente, che non sono sostenibili su larga scala. Gli scienziati sottolineano che invertire la tendenza è possibile attraverso una serie di pratiche che sarebbe necessario regolarizzare, come ad esempio vietare l’uso dei pesticidi più dannosi, promuovere il ripristino di habitat fioriti e la diversificazione delle colture, proteggere le specie selvatiche e monitorare in modo più preciso la salute degli alveari. Quelle appena citate sono pratiche ben note e consolidate nella letteratura scientifica, che però rischiano sempre di più di rimanere dei propositi lanciati del vento se non vengono accompagnate dalle politiche nazionali. (M. O.).
L’Antartide è per definizione il continente mai abitato, e per tale ragione è spesso percepito come un immobile deserto bianco, i cui unici abitanti sono pinguini, foche e cetacei, che da milioni di anni custodiscono la storia di questo luogo ricoperto di ghiaccio. In realtà è uno dei luoghi geologicamente più dinamici del pianeta, nonché un archivio naturale che conserva tracce dei movimenti antichi della calotta glaciale.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature Geoscience, ha rivelato l’esistenza di una struttura a ventaglio nascosta sotto la calotta orientale, una formazione enorme modellata
da flussi di ghiaccio profondi e persistenti. Gli autori spiegano che questa struttura, larga decine di chilometri, è il risultato di un sistema di drenaggio glaciale, che ha operato per milioni di anni lasciando un’impronta stabile nel substrato roccioso.
La scoperta è stata possibile grazie ad alcune tecniche radar ad alta penetrazione, simili a quelle utilizzate per mappare le valli sepolte del Gamburtsev, la catena montuosa nascosta sotto l’Antartide orientale, individuata negli anni Duemila. Come racconta il team su Nature Geoscience, il ventaglio individuato non è un semplice deposito, ma una struttura molto complessa che racconto un flusso glaciale antico, mol-
Un nuovo studio di Nature Geoscience rivela l’esistenza di un’enorme formazione a ventaglio sotto il continente bianco
to più possente di quelli osservati oggi. Tale struttura suggerisce quindi che la calotta antartica abbia attraversato fasi di espansione e contrazione molto più marcate di quanto si pensasse, in linea con quanto indicato da diversi studi precedenti riguardanti le oscillazioni climatiche del Pleistocene.
La presenza di un ventaglio così esteso implica che il ghiaccio abbia agito come un vero fiume solido, capace di erodere, trasportare e ridistribuire sedimenti su scala continentale. Gli autori hanno inoltre sottolineato che strutture simili sono note in Groenlandia, ma non erano mai state documentate con questa chiarezza in Antartide. La scoperta permette di ricostruire la direzione e l’intensità dei flussi glaciali antichi, informazioni cruciali per comprendere la stabilità attuale della calotta. E quindi? – ci si potrebbe chiedere - Concretamente questo cosa comporta?
Quello che gli studiosi vogliono far capire, è che se in passato il ghiaccio è stato in grado di muoversi con tale energia, è possibile che in condizioni climatiche mutate possa farlo di nuovo, accelerando la perdita di massa e contribuendo all’innalzamento del livello del mare: studiare queste forme sepolte è essenziale per prevedere il comportamento futuro della calotta. L’Antartide, del resto, non è nuovo a trasformazioni radicali: carotaggi profondi hanno mostrato che 34 milioni di anni fa il continente era ricoperto da foreste temperate, e solo in seguito l’abbassamento delle temperature portò alla formazione della calotta permanente.
La struttura a ventaglio appena identificata è quindi un tassello in più nella ricostruzione di questa lunga storia, un indizio che aiuta a capire come il continente bianco abbia reagito ai cambiamenti climatici del passato. (M. O.).
LA TECNOLOGIA SVILUPPATA
DA COLOSSAL BIOSCIENCES
PUNTA ALLA CONSERVAZIONE
DELLE SPECIE MINACCIATE
E ALLA DE-ESTINZIONE DEL MOA
GIGANTE NEOZELANDESE
Un guscio realizzato con la stampa 3D e una membrana di silicone trasparente potrebbero rappresentare uno degli strumenti più innovativi nella ricerca sulla cosiddetta de-estinzione, ovvero il tentativo di riportare in vita specie animali scomparse. È questa la nuova frontiera annunciata dall’azienda statunitense Colossal Biosciences, già nota per i suoi ambiziosi progetti dedicati al mammut lanoso e al metalupo. L’azienda, con sede a Dallas, ha presentato un uovo artificiale progettato per fungere da incubatore per embrioni di uccelli. Secondo quanto dichiarato dai ricercatori, il sistema avrebbe già consentito la nascita di 26 pulcini, un risultato che viene considerato una fase preliminare di collaudo prima di affrontare un obiettivo molto più ambizioso: la possibile resurrezione del moa gigante dell’Isola del Sud, un enorme uccello della Nuova Zelanda estinto da circa sei secoli. Il moa gigante (Dinornis robustus) era una delle più grandi specie di uccelli mai esistite. Poteva raggiungere i tre metri di altezza e deponeva uova straordinariamente grandi, paragonabili per dimensioni a un pallone da rugby.
La sua scomparsa, causata principalmente dalla caccia da parte delle popolazioni umane arrivate nell’arcipelago neozelandese, lo ha trasformato in uno dei simboli delle estinzioni provocate dall’uomo. L’idea alla base dell’uovo artificiale è tecnologicamente complessa. Il guscio, prodotto tramite stampa 3D, è pro -
gettato per replicare l’ambiente protettivo dell’uovo naturale. Una finestra trasparente in silicone permette ai ricercatori di osservare direttamente lo sviluppo dell’embrione senza dover rompere il contenitore. All’interno vengono trasferiti il tuorlo, l’albume e l’embrione circa 36-40 ore dopo la deposizione dell’uovo originale. Secondo Colossal Biosciences, questa soluzione potrebbe risolvere alcuni dei problemi che rendono estremamente difficile la riproduzione di specie rare o estinte. In teoria, l’uovo artificiale consentirebbe di monitorare continuamente la crescita dell’embrione, correggere eventuali anomalie e migliorare le probabilità di sopravvivenza durante le fasi più delicate dello sviluppo.
Tuttavia, il progetto è accolto con cautela dalla comunità scientifica. La principale criticità riguarda proprio la membrana artificiale, che al momento non sembra essere in grado di riprodurre completamente le funzioni biologiche dell’uovo naturale. Gli esperti sottolineano che lo sviluppo embrionale degli uccelli dipende da un equilibrio estremamente complesso di scambi gassosi, umidità, temperatura e nutrienti. Ricreare artificialmente queste condizioni rappresenta una sfida enorme. Un ulteriore elemento di prudenza deriva dall’assenza di pubblicazioni scientifiche sottoposte
a revisione tra pari. Colossal Biosciences ha illustrato la tecnologia attraverso comunicati e dichiarazioni pubbliche, ma non ha ancora reso disponibili dati dettagliati che consentano alla comunità internazionale di verificare i risultati ottenuti. L’amministratore delegato Ben Lamm ha dichiarato che l’azienda non prevede, almeno per il momento, di pubblicare uno studio scientifico completo sul progetto. Questa scelta ha suscitato interrogativi tra i ricercatori. La validazione indipendente rappresenta infatti uno dei principi fondamentali del metodo scientifico. Senza dati accessibili, diventa difficile valutare l’efficacia reale della tecnologia, comprendere i limiti dell’esperimento e verificare il tasso di successo delle incubazioni.
In realtà, il sogno di creare uova artificiali non è nuovo. I primi esperimenti risalgono a diversi decenni fa e nel 1998 fu ottenuto un risultato storico con embrioni di quaglia sviluppati all’interno di speciali contenitori di vetro. Negli anni successivi gruppi di ricerca giapponesi hanno sperimentato sistemi basati su materiali plastici trasparenti, aprendo la strada a nuove tecniche di osservazione dello sviluppo embrionale. L’approccio di Colossal Biosciences si inserisce dunque in una lunga tradizione di studi, ma con una differenza sostanziale: l’obiettivo finale non è soltanto comprendere meglio la biologia degli uccelli, bensì utilizzare queste conoscenze per la conservazione della biodiversità e, potenzialmente, per riportare in vita specie scomparse. I sostenitori del progetto ritengono che tecnologie di questo tipo potrebbero diventare strumenti preziosi per salvare specie attualmente a rischio di estinzione. Gli stessi sistemi sviluppati per la de-estinzione potrebbero essere impiegati per aumentare il successo riproduttivo di animali rari, creando nuove opportunità per la conservazione. L’uovo artificiale rappresenta senza dubbio una conquista tecnologica affascinante, ma il percorso verso la resurrezione di specie estinte appare ancora lungo e pieno di incognite. Per il momento, i 26 pulcini nati grazie a questa tecnologia costituiscono un primo passo. Stabilire se saranno davvero l’inizio di una nuova era della biologia o soltanto un promettente esperimento sarà compito delle future verifiche scientifiche. (C. P).
trattamento di tumori solidi all’interno dell’organismo grazie ad una sonda a fibra ottica
è in grado, prima del trattamento, di identificare i bordi del tumore rilevando le variazioni di pH: poi, durante la terapia, l’agente fototermico converte l’energia ottica in calore al fine di distruggere le cellule tumorali e misura contemporaneamente la temperatura per controllare il trattamento; mentre nella fase di post-terapia, ne valuta rapidamente l’efficacia, monitorando in tempo reale l’inversione del pH acido nel microambiente tumorale.
Una collaborazione di ricerca tra Italia e Cina ha portato allo sviluppo di una innovativa sonda teranostica a fibra ottica per il trattamento di tumori solidi direttamente all’interno dell’organismo. Per il nostro Paese è stato coinvolto l’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Sesto Fiorentino, per la Cina sono intervenute le strutture della Jinan University di Guangzhou.
Il risultato è stato presentato sulla rivista Light: Science & Applications. Lo strumento realizzato combina una singola fibra ottica ed agenti fototermici in modo innovativo e sinergico,
proponendo un nuovo approccio minimamente invasivo e personalizzabile per il trattamento delle patologie tumorali. L’integrazione delle diverse funzionalità è stata realizzata “fissando” sulla superficie conica della fibra ottica un indicatore di pH, un indicatore di temperatura e un agente fototermico con bande di eccitazione non sovrapposte.
Francesco Chiavaioli del Cnr-Ifac, coordinatore italiano della ricerca, ha spiegato che il carattere innovativo della sonda è rappresentato dal fatto che si è riusciti ad integrare in un unico dispositivo fotonico più funzioni sfruttando le diverse lunghezze d’onda della luce. In pratica, la sonda
La sonda consente una terapia fototermica tumorale “closed-loop” in grado di superare gli attuali limiti di profondità di penetrazione della luce e la tossicità sistemica dei nanomateriali, riducendo anche in maniera drastica procedure invasive ripetute, con conseguenti incisioni più ampie, e la mancanza di feedback terapeutico in tempo reale.
Il ricercatore del Cnr-Ifac ha aggiunto: «Gli esperimenti condotti confermano l’eccellente efficacia terapeutica dell’approccio proposto e l’elevata biocompatibilità della sonda». La ricerca apre nuove prospettive per piattaforme teranostiche multifunzionali basate su fibre ottiche, offrendo notevoli potenzialità sia per la pratica clinica sia per l’esplorazione di nuovi meccanismi d’azione.
È opportuno ricordare che, oltre alle sonde a fibra ottica come quella realizzata sulla base della collaborazione italo- cinese, ci sono le sonde radioattive (chirurgia radioguidata). Sono utilizzate nei reparti di medicina nucleare e oncologia (come all’Istituto Europeo di Oncologia), e sfruttano traccianti radioattivi per mappare il tumore (ad esempio tramite PET).
La sonda rileva l’emissione radioattiva permettendo al chirurgo di asportare con precisione millimetrica solo le cellule malate e i piccoli linfonodi residui.
Rapporto strategico tra neuroscienze e robotica in ambiti quali la riabilitazione e lo sviluppo di tecnologie assistive
L’Istituto di Biofisica del Consiglio Nazionale delle Ricerche e ARTES 4.0, Centro di Competenza nazionale ad alta specializzazione su robotica e intelligenza artificiale, hanno siglato un accordo per attività di trasferimento tecnologico nell’ambito dell’Infrastruttura di Ricerca italiana per le neuroscienze, finanziata da Next GenerationEU/PNRR.
L’obiettivo dell’accordo è la promozione di una collaborazione strutturata nel campo dell’innovazione tecnologica nel settore delle neuroscienze, valorizzando il ruolo della robotica nello studio del cervello umano e nello sviluppo di soluzioni innovative per la salute e attività di trasferimento tecnologico sui risultati dell’Infrastruttura, nonché lo sviluppo di nuovi progetti. Il rapporto tra neuroscienze e robotica risulta strategico in ambiti quali la riabilitazione, l’interazione persona- macchina e lo sviluppo di tecnologie assistive, dove la ricerca scientifica può tradursi in applicazioni a supporto della persona.
Rosanna Migliore, coordinatrice scientifica dell’Infrastruttura nazionale di ricerca in neuroscienze e ricercatrice del Cnr-Ibf di Palermo, ha dichiarato: «Grazie alla robotica e all’intelligenza artificiale oggi esistono protesi controllate direttamente dall’attività cerebrale, per le quali specifiche interfacce cervello-computer (BCI) permettono, ad esempio, a persone con paralisi di muovere arti artificiali o comunicare. La robotica è utilizzata anche in ambito neurochirurgico per eseguire interventi estremamente delicati con maggiore precisione e minore invasività, ed è per questo un settore che ci interessa molto per rendere i risultati delle nostre ricerche direttamente applicabili ad esigenze concrete, soprattutto ora
che l’Infrastruttura di Ricerca giunge al termine del suo finanziamento ed è il momento di renderne fruibili i risultati». ARTES 4.0 mette a disposizione il proprio ecosistema nazionale di innovazione e trasferimento tecnologico, le competenze dei Soci, le sue attrezzature e infrastrutture con l’obiettivo di favorire il collegamento tra ricerca, sistema produttivo e mondo imprenditoriale. Un ruolo molto rilevante sarà svolto dalla sede di Palermo, dove il Centro di Competenza ha attivato alcune linee dimostrative, tra cui quella dedicata a BioIngegneria e Robotica Biomedica.
Paolo Dario, Direttore Scientifico del Centro di Competenza e Profes -
sore Emerito della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha spiegato che l’integrazione degli strumenti digitali e dell’ecosistema dell’Infrastruttura sulle neuroscienze con le tecnologie di robotica avanzata e AI industriale di ARTES 4.0 potrà potenziare nuove soluzioni in neurobotica, creando ad esempio soluzioni AI avanzate applicate a robot collaborativi, sistemi di visione, manutenzione intelligente, assistenza sanitaria e diagnostica basata su dati cognitivi.
I risultati dell’Infrastruttura di Ricerca hanno un altissimo potenziale di applicazione nel mondo dell’industria che si intende valorizzare con questo accordo. (P. S.).
Un team di ricerca dell’Istituto Officina dei Materiali del Cnr di Trieste ha contribuito a chiarire le modalità in cui le cellule elaborano le informazioni genetiche contenute nell’RNA. Lo studio, pubblicato come “breakthrough article” sulla prestigiosa rivista Nucleic Acids Research, è stato guidato da Pavlina Pokornà e Alessandra Magistrato del Cnr-Iom in collaborazione con il gruppo di Vladimir Pena del The Institute of Cancer Research di Londra.
La ricerca si concentra sul meccanismo che permette alle cellule di “tagliare e ricombinare” le informazioni genetiche prima della produzione delle
proteine. Quando questo processo non funziona in maniera corretta, possono insorgere tumori e patologie neurodegenerative. Il gruppo di ricerca è riuscito ad osservare a livello atomistico come alcune molecole dell’RNA riescano a riconoscersi con estrema precisione all’interno della cellula.
In particolare, è stato svelato il meccanismo molecolare finora sconosciuto, descritto dai ricercatori come una sorta di “molla caricata”: una struttura molecolare dove una molecola di RNA viene tenuta in uno stato di tensione da specifiche proteine accumulando energia e quando tali proteine si dissociano la molecola di RNA sfrutta questa energia per il corretto
Una ricerca del Cnr offre nuove prospettive per lo studio dei meccanismi molecolari coinvolti in molte malattie
riconoscimento delle sequenze genetiche dell’RNA messaggero.
Alessandra Magistrato ha così commentato: «Per noi è stato particolarmente interessante riuscire a collegare dati strutturali e simulazioni atomistiche, per caratterizzare passaggi intermedi del processo di riconoscimento di splicing che finora erano rimasti invisibili alle tecniche di biologia strutturale. L’integrazione e la sinergia fra dati di biologia strutturale e avanzate simulazioni al computer ci permette di comprendere in modo accurato come funzionano sistemi biologici estremamente complessi e dinamici».
Palina Pokornà, prima autrice dello studio, ha sottolineato che, per la prima volta sono stati visualizzati i processi dinamici dello splicing con tale livello di dettaglio ed è stato davvero affascinante osservare queste molecole all’opera. L’approccio modellistico può fungere da guida per studi analoghi su altri processi cellulari, consentendo di aggiungere ulteriori tasselli al quadro di comprensione dell’espressione genica. Questa scoperta aiuta a comprendere meglio uno dei passaggi chiave dell’espressione genica e offre nuove prospettive per lo studio dei meccanismi molecolari coinvolti in molte malattie tra cui, in modo particolare, diversi tipi di tumore.
Il gruppo di ricerca guidato da Alessandra Magistrato presso il CnrIom e SISSA si occupa di studiare, tramite metodi computazionali avanzati, i meccanismi molecolari alla base di processi biologici rilevanti per la salute umana e lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. Il lavoro è stato sostenuto da Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro con un progetto Investigator Grant e le simulazioni sono state possibile grazie al supporto del centro di calcolo CINECA. (P. S.).
Si aprono interessanti prospettive per lo sviluppo di terapie innovative nel campo della medicina rigenerativa
Sulla base di due studi internazionali realizzati nell’ambito del progetto europeo RISEUP, coordinato da ENEA, e pubblicati sulle riviste Journal of Molecular Sciences e Stem Cell Research and Therapy, è emerso che ci sono nuove prospettive per sviluppare terapie innovative nel campo della medicina rigenerativa.
Il destino delle cellule staminali, secondo queste ricerche, potrà essere orientato verso la proliferazione o il differenziamento in cellule adipose, ossee e neuronali attraverso l’applicazione di impulsi elettrici ultra-brevi (PEF).
Claudia Consales, ricercatrice del Laboratorio ENEA di Biotecnologie RED, ha spiegato che le cellule staminali rappresentano uno strumento estremamente potente per la rigenerazione dei tessuti danneggiati, ma il successo del trapianto cellulare dipende da diversi fattori, tra cui la capacità delle cellule di colonizzare il tessuto lesionato, di sopravvivere e di differenziarsi.
Per questo motivo è fondamentale adottare strategie mirate per favorire questi processi. Oltre al trapianto con l’utilizzo di scaffold (strutture di supporto che facilitano l’attecchimento delle cellule), è preferibile applicare protocolli capaci di stimolare inizialmente la proliferazione cellulare, così da migliorarne la sopravvivenza, e successivamente il differenziamento. Perché uno dei principali ostacoli al trapianto cellulare è rappresentato proprio dalla morte di una quota significativa delle cellule impiantate durante la fase di attecchimento.
In questi due studi i ricercatori hanno dimostrato che a guidare il destino delle cellule staminali sono le oscillazioni di calcio indotte da impulsi elettrici ultra-brevi (PEF), della durata di 100 microsecondi e di intensità
moderata, che determinano la formazione di pori nella membrana cellulare (elettroporazione).
Infatti, sulla base dei test condotti in laboratorio è emerso che un aumento della frequenza delle oscillazioni del calcio indotto dai PEF può favorire la proliferazione cellulare e il mantenimento del loro stato indifferenziato. Al contrario, la loro riduzione o scomparsa accompagna i processi di differenziamento.
L’elettroporazione, indotta da stimolazione elettrica a intensità differenti, trova già applicazione in ambito biologico e clinico. Ad esempio, l’elettroporazione temporanea è molto utile se si vuole trasferire materiale
genetico o farmaci all’interno delle cellule (elettro chemioterapia); quella permanente è indicata nelle terapie anticancro perché, non richiudendosi i pori, la cellula tumorale muore senza danneggiare il tessuto sano.
La ricercatrice Claudia Consales, ha così concluso: «Il successo dei nostri test deriva proprio dall’integrazione di una tecnica di stimolazione elettrica già consolidata con le conoscenze sul ruolo chiave del calcio nei processi cellulari: la combinazione di questi elementi ha permesso di ottenere un risultato inedito: un approccio efficace e facilmente applicabile con cui diventa possibile controllare il destino delle cellule». (P. S.).
LO SCHELETRO DI UN CAVALLO O DI UN ASINO È RIEMERSO IN UNA
RECENTE CAMPAGNA DI SCAVI.
ANCHE LA BIOLOGIA IN CAMPO
PER RICOSTRUIRE LA VITA DI UMANI E ANIMALI NEL I SECOLO
Pompei non smette di regalare sorprese, di consegnare al presente testimonianze e reperti di un passato che di tanto in tanto riaffiora, riportando alla luce la quotidianità di duemila anni fa. Lo scheletro di un equide è stato rinvenuto nel corso di una campagna interdisciplinare di scavi condotta all'interno di un ambiente adibito alla lavorazione del pane, nel Complesso dei Casti Amanti.
Uno scheletro perfettamente integro e in buone condizioni, che potrà fornire indicazioni preziose sul rapporto tra uomini e animali in epoca antica, ma anche dettagli preziosi relativi all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Nell'Insula dei Casti Amanti, così chiamata per il celebre affresco del «casto bacio» rinvenuto in un triclino dell'edificio e che dà il nome all'intero isolato, è contenuto uno dei cantieri più importanti di Pompei. Nella zona, infatti, era attivo un panificio dotato di stalle, dove in passato sono stati trovati altri equidi: erano utilizzati per azionare le grandi macine e per trasportare il grano necessario alla produzione di pane e altri prodotti.
Insieme alle stalle, alle macine e agli ambienti di lavoro, la struttura era dotata anche di forno, magazzini, spazi utili alla lavorazione e includeva la stessa abitazione del proprietario. Una vera e propria miniera di informazioni, oggetti e testimonianze di capitale importanza per gli studiosi, così come promette di rivelarsi essenziale lo scheletro dell'equide riemerso durante un'operazione di recupero dell'equipe composta da archeologi e specialisti del Laboratorio di Ricerche Applicate.
Se l'archeozoologia, l'archeobotanica e l'antropologia potranno dare risposte utili alle
Beni Culturali
domande sollevate dal recente ritrovamento, alla biologia spetta un compito essenziale: attraverso l'analisi del DNA e degli isotopi stabili sui resti ossei, sarà infatti possibile mappare la provenienza dell'animale, i livelli di stress da lavoro accumulati al momento della terrificante eruzione, la stessa biodiversità delle razze equine nel mondo romano. Si tratta di applicazioni concrete e pienamente attuabili sul campo di due discipline che rientrano a tutti gli effetti nella sfera d'azione della biologia e della bioarcheologia: la biologia evoluzionistica e l'ecologia storica. Il primo mistero da chiarire in fase di studio e valutazione dei reperti rinvenuti è semplice e affascinante al tempo stesso: lo scheletro apparteneva a un cavallo? A un asino? O piuttosto a un ibrido? E ancora: quanti anni aveva? Era maschio o femmina? È morto perché schiacciato dal peso di una struttura crollata in seguito a un terremoto, per l'accumularsi di cenere e lapilli oppure a causa di un'altra fase legata al fenomeno eruttivo che ha provocato la distruzione di Pompei e di altre città del litorale campano quali Ercolano e Oplonti?
Domande che riceveranno a breve delle risposte e che confermano come la scienza biologica rappresenti una chiave essenziale per comprendere, decifrare e dar senso al passato, anche integrandosi e sommandosi al contributo di altre discipline.
Gli studi sulle vittime dell'eruzione, umane e animali che siano, resi possibili dalle nuove tecnologie, testimoniano il passaggio a una fase nuova del lavoro di ricerca e di ricostruzione, destinata ad arricchire e ampliare le conoscenze sulla civiltà romana del I secolo, sugli aspetti più pratici della loro esistenza ma anche sulla tragica fine degli abitanti delle città sepolte.
«Pompei per molto tempo ha rappresentato soprattutto la bellezza degli affreschi, la possibilità di studiare la cultura materiale dell'antichità», ha sottolineato Gabriel Zuchtriegel, direttore degli scavi archeologici di Pompei. «In realtà è molto di più, è la possibilità di conoscere le vite umane che sono state spezzate durante l'eruzione, come nella recente esposizione dei calchi delle vittime qui a Pompei, ma anche le vite degli animali. In questo caso di un equide, un cavallo o un asino, che è stato trovato all'interno di una Casa contenente bellissimi affreschi, la Casa dei Casti Amanti».
Un complesso abitativo e produttivo che si sta rivelando una volta di più preziosissimo sotto vari aspetti. «La Domus fungeva anche da panificio e da mulino», ha ricordato il direttore Zuchtriegel. «C'era una stalla dove, in passato, sono stati trovati diversi animali. Ma recentemente, nell'ambito di nuovi scavi, è stato scoperto anche un altro animale, un equide, che era scappato e si trovava in un altro ambiente. Questo significa più ricerca non solo sulle vittime umane, ma anche sugli animali, per capire come animali ed esseri umani vivevano e lavoravano insieme nella società di circa duemila anni fa».
Il ritrovamento dell'equide e il successivo lavoro di ricerca e analisi sullo scheletro costituiscono inoltre un perfetto esempio di interdisciplinarietà. Grazie al contributo, alle competenze e agli strumenti propri di scienze e discipline diverse sarà possibile rimettere al suo posto un altro tassello di quell'affascinante, inesauribile ed eccezionale mosaico chiamato Pompei. (R. D.).
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Il tedesco “dimentica” l'infortunio del 2022 e la finale persa due anni fa, sconfiggendo un bravo Cobolli. Applausi anche per Berrettini e Arnaldi, dopo l'uscita a sorpresa di Sinner
di Antonino Palumbo
Èiniziato Wimbledon e tutti gli appassionati italiani di tennis sperano di poter assistere al bis da sogno di Jannik Sinner o, magari, all'exploit di altri tennisti italiani sull'erba più famosa della Racchetta. Non c'è Carlos Alcaraz, fermo da tempo per un brutto infortunio al polso. Ma non mancano gli ostacoli sulla strada degli azzurri, da Novak Djokovic agli americani Taylor Fritz, Ben Shelton e il redivivo Frances Tiafoe, tornato in Top 20 grazie al titolo nell'Atp 500 di Halle (battuto Fritz in finale). Doveroso, però, inserire tra i pretendenti al trono d'Inghilterra anche Alexander Zverev, fuori in semifinale nel recente torneo di casa, condizionato da problemi alla schiena, ma capace di spezzare al recente Roland Garros la maledizione di eterno secondo o, comunque, sempre battuto dal fenomeno di turno. Prima i big three (Federer, Nadal e Djokovic), poi Sinner e Alcaraz: c'è sempre stato qualcuno di troppo fra "Sascha" e gli Slam, ovvero i quattro tornei più importanti del calendario internazionale.
A Parigi, come già accaduto altre volte quest'anno, Zverev è partito come testa di serie numero 2, alle spalle dell'italiano Jannik Sinner che partiva come favorito d'obbligo. Il leader della classifica Atp cercava la rivincita dopo la cocente rimonta dello scorso anno subita da Carlos Alcaraz, capace di annullare più match poi per poi imporsi con autorevolezza nel super tie-break. E le ultime, frequenti sfide fra Zverev e Sinner avevano lasciato in eredità verdetti chiari, con successi dell'altoatesino ai Master 1000 di Parigi, Indian Wells, Miami, Montecarlo e (in finale) a Madrid, oltre che nel Round Robin delle Atp Finals, senza che Zverev abbia conquistato l'ombra di un set. Nove le vittorie consecutive di Sinner, dopo l'iniziale serie di 4-0 del tedesco. Il Roland Garros si è però rivelato nuovamente stregato per Sinner, eliminato al secondo turno per problemi fisici da Juan Manuel Cerundolo, a un solo game di distanza dalla qualificazione dopo un match dominato. L'uscita del grande favorito, inattaccabile da mesi, ha cambiato l'orizzonte di Zverev. Che quel titolo Slam sembrava doverlo inseguire a vuoto, malgrado una bacheca scintillante di titoli Masters 1000, due Atp Finals e l'oro olimpico di Tokyo. Nelle tre precedenti finali, Sascha era stato fermato sul più bello da Dominic Thiem agli Us Open 2020, Carlos Alcaraz al Roland Garros 2024 e Jannik Sinner agli Australian Open 2025. Sui campi parigini, quattro anni fa, era arrivata anche la gravissima lesione alla caviglia nel match
con Nadal, che aveva compromesso la stagione, richiedendo poi tempo per un pieno recupero fisico e mentale. Ma Zverev non è uno che si arrende, non lo ha mai fatto. Nel 2022, fra l'altro, il tedesco ha reso pubblica la sua convivenza - dall'età di quattro anni - con il diabete di tipo 1, che lo costringe ogni giorno a iniezioni di insulina. Certo, è difficile non arrendersi quando sulla strada verso la gloria di trovi continuamente uno come Sinner all'apice della carriera.
Dopo aver lasciato meno di dieci giochi complessivi a Bonzi e Machac, a Parigi la testa di serie numero 2 ha ceduto un set al francese Halys e ha dovuto sbrogliare un tie-break con De Jong, prima di immergersi nell'insidioso quarto di finale con Rafael Jódar, astro nascente del tennis spagnolo. La consapevolezza della grande occasione, però, ha reso Zverev ancora più padrone dei propri mezzi, servizio in primis. Chiuso il primo set al tie-break, Sascha ha dominato gli altri due. Neppure il miglior Jakub Mensik di sempre, nell'altra semifinale, ha potuto far molto, salvo riaprire il match vincendo il terzo set.
Nella parte alta del tabellone, out Sinner, ci hanno pensato altri tre talenti italiani della racchetta a far sognare un Paese. Una trama da romanzo, quella che ha portato Flavio Cobolli, numero 10 del seeding, in finale con Zverev. Un Matteo Berrettini in grande spolvero ha eliminato agli ottavi Juan Manuel Cerundolo prima di essere costretto nel secondo set ai quarti, contro Matteo Arnaldi. E proprio Arnaldi ha dovuto rinunciare, per un virus, alla semifinale con Cobolli, dopo un avvincente cammino partito con la vittoria su Griekspoor, proseguito sconfiggendo Tsitsipas e poi al quinto set Collignon e Tiafoe, in entrambi in casi rimontando da 1-2.
In una delle finali più iconiche dello sport, Cobolli ha dato tutto ciò che aveva per sorprendere il motivato avversario. Rimontando per due volte il set di vantaggio, grazie a una tenacia e una capacità di rimanere in partita proprie dei campioni. Alla distanza, però, Zverev ha preso il largo. E l'ha spuntata nel quinto set, annullando diverse occasioni costruite dal romano per riaprire i conti. Alla fine, anche in Italia, la delusione per l'impresa solo sfiorata da Cobolli si è mescolata all'ammirazione per un longilineo gigante dagli occhi di ghiaccio, che non ha mai smesso di credere nel suo sogno e che si è preso la rivincita verso chi – dimentico del palmares – lo ha definito uno splendido perdente.
Non c'è un trofeo fisico da mettere in bacheca, un po' come per il "triplete" nel calcio. Ma conquistarla, simbolicamente, vuol dire consacrarsi fra le leggende del ciclismo. Si chiama "Tripla Corona" e, nei fatti, vuol dire aver conquistato almeno una volta in carriera il Giro d’Italia, il Tour de France e la Vuelta a España, ovvero i tre grandi giri per eccellenza del ciclismo mondiale. I Giganti della Tripla Corona rappresentano un club esclusivo, riservato a campioni capaci di eccellere su ogni terreno e in ogni contesto, dalle montagne alpine alle cronometro, dalle strade francesi ai percorsi spesso insidiosi della corsa spagnola. In oltre un secolo di storia dei grandi giri, soltanto otto corridori sono riusciti a completare questa straordinaria collezione di successi: l'ultimo è il danese Jonas Vingegaard, 29 anni, imperatore del Giro d'Italia 2026, con cinque vittorie di tappa e la passerella finale a Roma. Il fuoriclasse della Visma-Lease a Bike aveva già vinto il Tour de France nel 2022 e 2023 e la Vuelta a Espana lo scorso anno.
Il capostipite dei Giganti è il francese Jacques Anquetil, autentico pioniere del ciclismo moderno. Elegante e imbattibile nelle tappe a cronometro, Anquetil conquistò il Tour de France per la prima volta nel 1957, per poi ripetersi nel 1961, 1962, 1963 e 1964. Vinse il Giro d’Italia nel 1960 e nel 1964 e, nel frattempo, completò la Tripla Corona grazie al successo alla Vuelta del 1963. La sua eredità fu raccolta, di qua delle Alpi, dal bergamasco Felice Gimondi, uno dei più grandi corridori italiani di tutti i tempi. Il bergamasco stupì il mondo vincendo il Tour de France nel 1965
IL DANESE HA VINTO IL GIRO D'ITALIA, ENTRANDO NEL NOVERO DEI CAMPIONI CAPACI DI VINCERE IN CARRIERA TOUR DE FRANCE, GIRO D'ITALIA E VUELTA A ESPANA LO SLOVENO POGACAR POTREBBE PROVARCI A SETTEMBRE
da esordiente nella Grande Boucle. Successivamente conquistò il Giro d’Italia nel 1967, nel 1969 e nel 1976. La tessera mancante arrivò con la Vuelta a España del 1968, che gli consentì di diventare il secondo uomo della storia a vincere tutte e tre le grandi corse a tappe.
Nello stesso anno, fece la sua prepotente comparsa sulle scene il belga Eddy Merckx, detto "Il Cannibale" per la sua insaziabile fame di vittorie e la tendenza a lasciare le briciole agli avversari. Considerato il più grande ciclista di tutti i tempi, anche se lo sloveno Tadej Pogacar sta mettendo in discussione questo dogma, Merckx si è aggiudicato in carriera per cinque volte sia il Tour de France (fra il 1969 e il 1974), sia il Giro d’Italia (fra il 1968 e il 1974), completando la Tripla Corona grazie alla vittoria nella Vuelta del 1973.
Quarto nome nella lista è quello del francese Bernard Hinault, detto “il Tasso”, dominatore della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Vinse il Tour de France nel 1978, 1979, 1981, 1982 e 1985; il Giro d’Italia nel 1980, 1982 e 1985; la Vuelta a España nel 1978 e nel 1983. Il trionfo al Giro del 1980, davanti a Wladimiro Panizza e Giovanni Battaglin, gli consentì di completare la Tripla Corona e di iscriversi nell’albo dei Giganti
Un albo che sarebbe rimasto in attesa di nuovi “soci” per quasi trent'anni. Il quinto è uno spagnolo,Alberto Contador, uno dei corridori più completi della sua generazione. Il più veloce di tutti a vincere Tour, Giro e Vuelta: 420 giorni, meno di un anno e due mesi. Il madrileno ha conquistato il Tour de France nel 2007 (concluso a Parigi il 29 luglio) e nel 2009, il Giro d’Italia nel 2008 e nel 2015 e la Vuelta a España nel 2008 (tap-
pa finale il 21 settembre), 2012 e 2014. Il sesto uomo della Tripla Corona è Vincenzo Nibali, siciliano, simbolo del ciclismo italiano del nuovo millennio. Dopo aver conquistato la Vuelta nel 2010 e il Giro d’Italia nel 2013, Nibali ha centrato l’impresa più prestigiosa della sua carriera vincendo il Tour de France 2014. Una cavalcata memorabile, vissuta quasi interamente in maglia gialla. Conquistata con il successo nella seconda tappa a Sheffield (Regno Unito), difesa sul pavè, mollata per 24 ore a Tony Gallopin nella nona tappa e poi ripresa con il trionfo a La Planche des Belles Filles, nella decima e durissima frazione corsa il 14 luglio. Quattro giorni dopo è arrivato il trionfo sulle Alpi, a Chamrousse, quindi l'assolo sui Pirenei a Hautacam, prima della foto-ricordo più attesa, sugli Champs-Elisées. Lo “Squalo” ha poi aggiunto al suo palmares il successo finale al Giro 2016.
Il settimo campione a entrare nel club è stato il britannico Chris Froome. Dominatore dell’era Sky, Froome si è aggiudicato il Tour per quattro volte fra il 2013 e il 2017. Dopo il successo alla Vuelta del 2011, riconosciutogli successivamente, e quello del 2017, ha completato la Tripla Corona vincendo il Giro d’Italia 2018 al termine di una memorabile rimonta costruita nella leggendaria tappa del Colle delle Finestre. Quest'anno è toccato a Jonas Vingegaard chiudere il cerchio al Giro, mentre a breve potrebbe toccare a Pogacar. Lo sloveno pigliatutto potrebbe correre la Vuelta ed entrare, finalmente, fra i Giganti della Tripla Corona. Intanto si prepara a inseguire la sua quinta affermazione al Tour: la Grande Boucle prenderà il via il 4 luglio da Barcellona, per concludersi il 26 a Parigi. (A. P.).
Ibig azzurri dell'atletica leggera scaldano i muscoli e fanno sognare l'Olimpico di Roma nella tradizionale e suggestiva notte delle stelle: il Golden Gala. Matteo Sioli, Andy Diaz e Leonardo Fabbri hanno "infiammato" i 30mila spettatori presenti aggiudicandosi le prove di salto in alto, salto triplo e getto del peso. Tre giganti per altrettanti successi, ma non solo.
Nell'ispiratrice atmosfera romana si è esaltato anche Marcell Jacobs, che dopo due anni difficili è tornato a correre i 100 metri piani in meno di dieci secondi. Buone notizie, insomma, in vista dei Campionati Europei in programma a Birmingham dal 10 al 16
agosto. Nel Regno Unito, l’Italia manderà in campo tutti i suoi campioni più forti, con l’obiettivo di replicare il primo posto nel medagliere conquistato proprio a Roma nel 2024.
«Bravo a metà» si è definito Jacobs, che al Golden Gala ha confermato di essere davvero rinato sotto la guida tecnica di Paolo Camossi, mostrando la fluidità dei giorni migliori per quattro quinti di gara. Per lui, alla fine, quinto posto in 9"99 a soli cinque centesimi dal secondo piazzato, il camerunense Eseme. Primo, ça va sans dire, Noah Lyles con un fantastico 9"88. A Birmingham Jacobs inseguirà il terzo oro europeo consecutivo.
La serata del Golden Gala si è aper -
Nella tradizionale notte romana dedicata alla regina degli sport, brillano Diaz, Sioli e Fabbri
ta, in chiave azzurra, con i voli di Diaz nel triplo. Il cubano di Roma ha scritto una pagina di storia per l'atletica del nostro Paese, grazie al terzo successo nel Golden Gala dopo quelli di Firenze 2023 e Roma 2024. Solo Alessandro Lambruschini c'era riuscito per l'Italia, nei tremila siepi. Il bicampione del mondo indoor è balzato a 17,58 metri e poi si è migliorato di un centimetro. Troppo per il giamaicano Jordan Scott e per tutti gli altri.
In contemporanea hanno gareggiato Sioli e Fabbri, l'uno sotto la curva Sud e l'altro sotto la Nord. Il 20enne milanese, pupillo di Gianmarco Tamberi, non è riuscito a migliorare il proprio personale, ma torna a sorridere dopo un inverno problematico per l'infortunio a uno scafoide. Campione europeo Under 23 inn carica, Sioli ha infatti saltato 2,16 e 2,20 metri al primo tentativo, 2,23 metri, 2,26 e 2,28 al secondo, per poi fallire i tre tentativi a 2,31. Sotto la sua misura sono rimasti il messicano Erick Portillo e il giamaicano Romaine Beckford. Secondo successo al Golden Gala e quarto nel circuito della Diamond League, invece, per il fiorentino Leo Fabbri. Il gigante azzurro del peso ha lanciato l'attrezzo oltre i 22 metri al terzo tentativo (22,14m), mettendosi alle spalle nella gara del peso i quattro americani che avevano fatto meglio di lui a Rabat, pochi giorni prima.
Da Roma a Castres (Francia), dove Daisy Osakue ha migliorato di 11 centimetri il proprio record italiano nel lancio del disco, portandolo a 64,68 metri. E intanto brilla sempre più la stella di Celeste Polzonetti, 20 anni, studentessa a Ucla (Stati Uniti), capace di scendere per tre volte in due settimane sotto i 12"80 nei 100m ostacoli, trovando il secondo crono italiano di sempre e piazzandosi seconda a Eugene nelle finali Ncaa. (A. P.).
Gli azzurri della palla ovale il 4 luglio contro il Giappone, poi in trasferta in Nuova Zelanda e Australia
Il 4 luglio l'esordio con il Giappone, poi le trasferte in Nuova Zelanda e Australia. A novembre, le sfide casalinghe con Sudafrica, Argentina e Figi. Questo, in estrema sintesi, il calendario dell'Italrugby nella prima edizione della Nations Championship, una sorta di World League che negli anni pari sostituirà - dal 2026 - i canonici test match fra squadre nazionali. Abbraccia le prime dodici squadre al mondo, che si affronteranno nelle finestre internazionali estiva e autunnale.
Nell’arco di 5 mesi, infatti, tutte le squadre del Sei Nazioni (Italia, Francia, Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles) affronteranno le big dell’Emisfero sud: Sudafrica, Nuova Zelanda, Australia, Argentina, Figi e Giappone. Le squadre europee sfidano solo quelle dell'altro gruppo, ma i punti che guadagna valgono per la classifica del proprio girone.
Nell’anno del Mondiale si giocheranno d'ora in avanti solo i test match estivi, in preparazione della Coppa del Mondo, mentre nell’anno del tour dei Lions si tornerà alla classica formula dei singoli test match. Prima sfida per gli azzurri sabato 4 luglio, alle 10.40 ore italiane, a Tokyo. Dall'altra parte, il Giappone di Eddie Jones, salito nella seconda fascia del Mondiale e capace di giocarsela fino all'ultimo con il Galles.
Sette giorni dopo, alle 7.10, ecco gli All Blacks nella sfida più impegnativa di tutte. La Nuova Zelanda, sulla cui panchina Dave Rennie è subentrato a Scott Robertson, sono sempre una delle squadre più quotate. E non farà sconti.
Un po' come l'Australia, sconfitta a Udine lo scorso novembre e decisamente desiderosa di rivincita: appuntamento a Perth, alle 12 di sabato 18 luglio. Tutte da definire le sedi
degli incontri casalinghi dell’Italia, che sfiderà sabato 7 novembre alle 17.40 il Sudafrica campione del mondo (messo in difficoltà l’anno scorso a Torino), sabato 14 novembre l’Argentina (dominante nell'ultimo testa a testa) e infine sabato 21 novembre alla stessa ora le Figi, a nove anni dall'ultimo precedente.
Al termine della prima fase, le due classifiche disegneranno il quadro delle finali, in programma a Twickenham tra venerdì 27 e domenica 29 novembre. Coinvolte tutte le partecipanti. Le vincitrici dei due gironi si affronteranno nella finalissima che assegna il torneo, le seconde si contenderanno il terzo posto, le ter -
ze si sfideranno il quinto e così via, fino a disegnare la classifica finale.
L’assegnazione dei punti è quella canonica: 4 in caso di vittoria, 2 per il pareggio e 0 in caso di sconfitta, con a disposizione un punto di bonus per chi segna almeno 4 mete e un altro per chi perde con massimo 7 punti di scarto.
Non essendoci sfide dirette tra le squadre dello stesso girone, sarà importante la differenza punti, anche perché potenzialmente più squadre potrebbero vincere tutte le partite.
Per ora non sono previste retrocessioni nella World Rugby Nations Cup, la seconda divisione del torneo. (A. P.).
Genesi della figura del biologo e del suo coinvolgimento nel settore d'impiego legato
di Anna Lavinia
Pietro Sapia
Biology in art
alla biotutela del patrimonio artistico
Il proposito di Pietro Sapia, autore di questo libro è quello di contribuire a rappresentare un nuovo orizzonte professionale per la categoria dei Biologi. Benchè la nostra legge professionale ci dia la patente di addetti alla biotutela del patrimonio artistico e architettonico, non possiamo nasconderci che questa peculiarità dei biologi è sempre rimasta in un cono d'ombra. Con il nuovo corso della FNOB, grazie alla Presidenza di Vincenzo D'Anna e ai membri del Comitato Direttivo si è voluto accendere un faro su questa competenza scientifica, affinché possa tradursi realmente in un mestiere. Questo libro potrà far conoscere esattamente la genesi di questa figura professionale e comprendere quali siano le competenze richieste e i campi di applicazione. Questo testo sarà utile a fare chiarezza sul quadro normativo di riferimento e darà indicazioni circostanziate a quanti vorranno avviare uno studio o un laboratorio professionale per svolgere l'attività di Biologo per i beni culturali.
PREFAZIONE
Un colpo di pennello, un tocco di scalpello e il caos del mondo si trasforma in bellezza, emozione, senso. È la magia dell'arte, linguaggio universale dell'anima, capace di dare forma all'invisibile e di ordinare ciò che, nella
Eppure, proprio quando si tenta di parlarne, questa immediatezza si incrina. Nelle conversazioni tra amici, colleghi o parenti, il discorso sull'arte diventa spesso un terreno incerto: nomi, opere, capolavori e attribuzioni si intrecciano e si sovrappongono, generando esitazioni, dubbi e talvolta imbarazzati silenzi, dettati dalla paura di non ricordare correttamente o di "sbagliare".
Da questa esperienza comune prende avvio il libro di Pietro Sapia, che individua in tale dinamica il punto di partenza per una riflessione più ampia sul modo in cui l'arte viene percepita, raccontata e compresa. L'esempio emblematico è la frequente confusione tra due figure centrali della storia dell'arte: Michelangelo Buonarroti e Michelangelo Merisi da Caravaggio. Due personalità geniali, spesso accostate per nome ma profondamente distanti per visione, linguaggio e sensibilità espressiva, che diventano il
perno di un'indagine più ampia sulla cultura visiva e sui meccanismi della memoria collettiva.
Il percorso di Sapia, biologo di comprovata esperienza, si sviluppa quindi nell'analisi delle rispettive "poetiche". Da un lato, il Buonarroti, interprete di un ideale di armonia e perfezione formale, in cui il corpo umano è elevato a paradigma di bellezza assoluta, equilibrio e tensione spirituale. Dall’altro, il Merisi, che rivoluziona il linguaggio pittorico attraverso un uso radicale del chiaroscuro, portando sulla tela la concretezza del reale: la carne, le rughe, i muscoli, la fragilità e la drammaticità dell'esistenza.
Emblematica, in questo senso, la rappresentazione della "Giuditta che decapita Oloferne", dove la scena biblica si condensa in un istante di intensa forza visiva: il gesto è netto, il chiaroscuro scolpisce i volti, e la narrazione assume una potenza quasi teatrale, sospesa tra violenza e precisione anatomica.
A partire da queste differenze
stilistiche e concettuali, il libro si apre progressivamente a una riflessione più ampia e interdisciplinare. Si esplora infatti il crescente interesse dei biologi per il mondo dell’arte, inteso come campo privilegiato di dialogo tra osservazione scientifica e interpretazione estetica. Attraverso metodologie proprie delle scienze biologiche applicate allo studio delle opere, emergono nuove chiavi di lettura del corpo umano rappresentato, delle tecniche pittoriche e dei processi percettivi.
La cosiddetta "biologia dell'arte" si configura così come un ambito in espansione, capace di mettere in relazione saperi apparentemente distanti e di offrire strumenti innovativi per comprendere non solo come l'arte rappresenta la vita, ma anche come la vita, nei suoi meccanismi più profondi, influenzi la creazione artistica.
Sen. Dott. Vincenzo D'Anna Presidente Fnob
Un racconto di come la vita si stia guardando allo specchio per la prima volta. Come è nata?
di Anna Lavinia
Lorenzo Corti
Il cuore della vita
Ponte alle grazie, 2026 - 19,00 euro
Cos'hanno in comune gli sciagurati protagonisti del film Una notte da leoni con gli scienziati che hanno cercato di ricostruire l’origine della vita? Molto poco, a parte la grande difficoltà a comprendere ciò che è accaduto la sera prima o milioni di anni prima, senza testimoni e nessuna traccia di memoria registrata. Nella pellicola cinematografica come nei laboratori di ricerca, attraverso pochi indizi e alcune tracce, pian piano si è cercato di scoprire la verità e delineare scenari plausibili di come siano andate davvero le cose.
Per scoprirlo andiamo con ordine e poniamoci una domanda che ci suggerisce direttamente il titolo del libro. Qual è il “cuore” pulsante della vita? Il cuore stesso, nel senso di organo centrale dell'apparato circolatorio? Il cervello o ancora la coscienza che da sempre ci posiziona in un podio più alto rispetto agli altri animali? Niente di tutto ciò. C’è un’altra sola cosa o altri miliardi di essa in grado di costituire un organismo vivo, capace di cose straordinarie chiamate vita: la cellula. Siamo fatti di cellule, siamo cellule. Non si può capire l’esistenza delle piante, degli animali e dell’uomo senza prima comprendere la vita di quell’unità minima frutto di una storia meravigliosa e di ogni evoluzione futura.
E allora ci interroghiamo su un’altra cosa insieme al biologo, divulgatore scientifico e autore del saggio in questione così come altri hanno fatto fin dall’antichità: quando e come è nata la vita? “Quando e dove si sono formate le prime molecole biologiche e le prime cellule? In che modo si è svolto questo processo che i biologi de -
finiscono abiogenesi?”. Dalla ricerca della vita sugli altri pianeti ad altre ipotesi che nei secoli hanno cercato di dare una spiegazione all’alba dei nostri giorni. Un viaggio vertiginoso e affascinante nella biologia cellulare trasformata in un’avventura letteraria comprensibile e accessibile a tutti.
È questo quello che tentano di fare le pagine del volume, ripercorrere le ricerche del passato che hanno definito le conoscenze attuali con un occhio attento al futuro, dove cellule, biotecnologie e intelligenza artificiale si incontrano. Un esempio pratico che aiuta a rendersi conto dello straordinario “matrimonio” tra le biotecnologie e la bioinformatica applicata alle cellule è quello del sequenziamento del genoma umano. Il primo realizzato nel 2003 ha richiesto 13 anni di lavoro, per farne uno oggi servirebbero solo poche ore o al massimo qualche giorno.
E poi l’uso di modelli cellulari tridimensionali per migliorare la risposta ai farmaci e gli innovativi nanorobot «intelligenti» che rilevano e trattano cellule tumorali in ambienti complessi. Tecniche che in futuro potrebbero servire alla cura ma anche a potenziare il corpo umano magari per resistere ad ambienti extraterrestri. Tutto ciò aprirebbe un dibattito etico e non solo.
Se il potenziamento fisico a livello cellulare fosse accessibile solo a chi potrebbe permetterselo, nascerebbero nuove forme di disuguaglianza biologica, ampliando le discriminazioni già esistenti. Un nuovo ecosistema biotecnologico che pone interrogativi enormi, tra scienza e filosofia. Comunque sia, in avvenire, per ogni respiro che faremo, per ogni emozione che proveremo e per ogni ferita che guarirà, penseremo che tutto sia merito di un minuscolo mattoncino invisibile ai nostri occhi, capace però di contenere la storia dell'intero universo.
Anne Cathrine Bomann
La stagione dell’acquario
Iperborea, 2026 - 19,00 euro
Chi se lo scorda il polpo Paul che nel 2010 indovinava i risultati dei mondiali di calcio. Questo intelligente animaletto può insegnare a noi umani molto più di quello che pensiamo. Lo assicura la scrittrice danese che con il suo romanzo intenso e delicato allo stesso tempo, azzera la distanza cognitiva ed emozionale che ci separa dagli animali. (A. L.).
Bruno Arpaia
Il mondo senza inverno
Guanda, 2026 - 18,00 euro
Se resteremo per sempre al caldo, come vivremo? E come produrremo cibo? Attraverso un incalzante romanzo prende vita uno dei nostri prossimi possibili scenari quando le condizioni di vita si faranno sempre più proibitive. Sappiamo già molto dei cambiamenti climatici ma un tuffo nella realtà futura non può che farci bene nel presente. (A. L.).
Gianni Solla
La memoria delle foglie
Einaudi, 2026 - 18,00 euro
Gerani, begonie, bonsai e orchidee non sono solo piante ma le testimoni di una vita che ritorna e che si misura con ciò che non c’è più. Lorenzo e Renato si ritrovano per caso insieme a curare le piante di un vivaio. Un'occasione di lavoro e amicizia inaspettata come fiori che germogliano d'inverno. (A. L.).
Libri
Una nuova generazione di strumenti clinici per una diagnostica integrata
L’intelligenza artificiale (AI) è uno degli strumenti più promettenti anche nel campo della microbiologia e della genomica. Negli ultimi anni si sta valorizzando sempre di più il suo ruolo soprattutto nello studio della resistenza antimicrobica (AMR) e nella ricerca di nuovi farmaci. I metodi tradizionali, infatti, presentano una limitazione importante che è rappresentata dalle tempistiche necessarie per determinare se un batterio è resistente o sensibile a un antibiotico: in molti casi servono fino a 72 ore di coltura e osservazione.
L’AI può ridurre di molto queste tempistiche grazie alla capacità di analizzare enormi quantità di dati biologici in modo rapido ed efficiente. Questo è un vantaggio importante nell’era dei big data della genomica. Gli algoritmi di machine learning, ad esempio, sono stati utilizzati per analizzare migliaia di genomi batterici, individuando reti di trasferimento genico orizzontale altamente prevedibili. In particolare, è emerso come i geni di resistenza agli antibiotici possano diffondersi con estrema facilità tra microrganismi associati all’uomo, offrendo una nuova chiave di lettura per comprendere la diffusione globale dell’antibiotico-resistenza [1]. Ma il potenziale dell’AI non riguarda solo la velocità con cui si ottengono informazioni. In alcuni contesti, infatti, i modelli artificiali hanno mostrato anche livelli di accuratezza superiori a quelli dei “professionisti umani” nell’identificazione dei pattern di resistenza. Il vero motore di questi sistemi, quindi, sono i dati.
A determinare l’efficacia dei modelli predittivi è la qualità e la varietà delle informazioni biologiche, più ancora degli algoritmi. Le applicazioni dell’AI nello studio della resistenza agli antibiotici si basano infatti sull’integrazione di dati molto diversi tra loro: sequenze genomiche, peptidi antimicrobici, valori di MIC (minima concentrazione inibente), immagini microscopiche e dati spettrometrici, che nell’insieme vengono elaborati per prevedere la resistenza batterica e supportare lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. Le tante tecnologie disponibili per rilevare la resistenza agli antibiotici sta aprendo nuove possibilità per rendere la diagnostica microbiologica più rapida, accurata e accessibile. Dai test fenotipici tradizionali alle tecniche molecolari, passando per spettrometria, biosensori, microfluidica e AI.
Ogni approccio offre vantaggi specifici, ma nessuno, da solo, è in grado di rispondere a tutte le esigenze cliniche e diagnostiche. Per questo motivo, oggi, la ricerca punta verso piattaforme integrate, capaci di combinare tecnologie complementari all’interno di dispositivi scala -
* Comunicatrice scientifica e Medical writer
bili e adattabili a contesti differenti. Tra le combinazioni più interessanti emerge l’integrazione tra spettroscopia e AI, utilizzata per identificare rapidamente i patogeni e prevederne i profili di resistenza. Allo stesso tempo, i sistemi microfluidici associati a tecniche di amplificazione isotermica e strumenti CRISPR-based stanno lavorando a test portatili ad alta sensibilità, pensati anche per ambienti con risorse limitate. Anche il settore dei biosensori sta evolvendo rapidamente grazie all’integrazione con sistemi plasmonici ed elettrochimici, mentre il sequenziamento metagenomico, combinato con PCR mirata, promette una sorveglianza microbiologica più completa e veloce [1,2].
Le applicazioni
Le applicazioni dell’AI nella lotta all’antibiotico-resistenza si stanno sviluppando lungo due fronti principali: l’analisi dei dati genomici e quella dei dati fenotipici. Due approcci differenti, ma complementari, che stanno cambiando il modo in cui i microbiologi identificano e studiano i meccanismi di resistenza batterica. Sul fronte molecolare, i modelli di AI utilizzano dati di sequenziamento, dal Whole Genome Sequencing (WGS) alla metagenomica, per prevedere i profili di resistenza dei microrganismi. In pratica, gli algoritmi imparano a riconoscere correlazioni complesse tra mutazioni, geni di resistenza e specifiche caratteristiche genomiche, arrivando a simulare in silico i tradizionali test di sensibilità agli antibiotici [3].
Tra i sistemi più importanti, sviluppati negli ultimi anni, c’è DeepARG. Questo è uno dei primi modelli di deep learning progettati per identificare geni di resistenza agli antibiotici (ARG) noti ma anche quelli completamente nuovi, partendo da dati genomici e metagenomici [4]. Successivamente, piattaforme ancora più evolute come HMD-ARG hanno ampliato le capacità predittive dell’AI, riuscendo a identificare non solo i geni di resistenza, ma anche le classi antibiotiche coinvolte, i meccanismi molecolari e persino la mobilità genetica dei geni stessi, direttamente dalle sequenze proteiche [5]. L’evoluzione più recente punta, però, a rendere questi sistemi sempre meno dipendenti dai database di riferimento. È il caso di ARGNet, una nuova architettura che combina autoencoder (che comprime i dati per ricostruire il dato originale) e reti neurali convoluzionali (CNN) per riconoscere geni di resistenza senza necessità di allineamento con sequenze già note [6].
L’intelligenza artificiale viene inoltre utilizzata per prevedere i valori di MIC, il parametro che valuta la suscettibilità batterica. Alcuni modelli di machine learning hanno già raggiunto livelli di accuratezza molto elevati nella previsione della MIC della ciprofloxacina in Escherichia coli, mentre approcci più avanzati basati su reti
neurali ibride riescono a stimare l’attività di peptidi antimicrobici contro patogeni come Staphylococcus aureus, E. coli e Pseudomonas aeruginosa [7]. Ma l’aspetto più affascinante è che alcuni sistemi di AI riescono a riconoscere peptidi antimicrobici già esistenti, ma anche a progettarne di nuovi. Ne sono un esempio, i modelli generativi come PepVAE che utilizzano variational autoencoder per creare ex novo peptidi antimicrobici sulla base delle loro sequenze e dei valori MIC, aprendo la strada a una progettazione “guidata” di nuove molecole antimicrobiche. In sintesi, PepVAE studia migliaia di peptidi antimicrobici, impara quali caratteristiche li rendono efficaci, usa un VAE per esplorare nuove combinazioni e genera nuove molecole potenzialmente utili come antibiotici futuri.
Parallelamente, l’AI sta trasformando anche l’analisi fenotipica della resistenza, cioè lo studio di come i batteri crescono, si modificano o reagiscono agli antibiotici. Le deep neural network sono oggi in grado di elaborare immagini microscopiche, dati spettroscopici e segnali temporali estremamente complessi. Alcuni algoritmi di computer vision riescono, ad esempio, a identificare batteri antibiotico-resistenti semplicemente osservandone la morfologia cellulare. In uno studio recente, una CNN addestrata su immagini ottenute con microscopia elettronica a trasmissione (TEM) ha classificato ceppi resistenti di E. coli con un’accuratezza del 94%, riconoscendo alterazioni strutturali della parete cellulare associate alla resistenza genetica. Altri sistemi basati su microscopia a fluorescenza sono riusciti a prevedere la suscettibilità antimicrobica a livello di singola cellula in appena 30 minuti, stimando contemporaneamente anche i valori di MIC. In parallelo, piattaforme ottiche automatizzate integrate con deep learning stanno accelerando i tradizionali test di sensibilità antibiotica (AST), superando il 90% di accuratezza nel rilevare la crescita batterica entro sette ore.
Un ulteriore campo in rapida espansione è quello della spettroscopia applicata all’AMR. Tecniche come la Raman microspectroscopy e la MALDI-TOF mass spectrometry, già ampiamente utilizzate nei laboratori clinici, vengono ora potenziate con reti neurali profonde capaci di prevedere direttamente la presenza di resistenze a partire dagli spettri grezzi. Tra gli esempi più promettenti c’è MSDeepAMR, un sistema che combina MALDI-TOF e deep learning per identificare in tempo reale la resistenza antibiotica con livelli di accuratezza molto elevati. Un approccio che potrebbe trasformare radicalmente la diagnostica microbiologica clinica, consentendo decisioni terapeutiche molto più rapide e mirate [2,7,8].
Rappresentazione numeriche dei dati biologici
Per funzionare in modo efficace, i modelli di AI dedicati alla previsione della resistenza antimicrobica devono
prima “tradurre” le sequenze biologiche in un linguaggio comprensibile agli algoritmi. È uno dei passaggi più delicati dell’intero processo. Infatti, prima ancora dell’analisi vera e propria, il DNA, le proteine, le immagini e i dati spettroscopici devono essere convertiti in rappresentazioni numeriche utilizzabili dai sistemi di machine learning. Nel caso dei dati genomici, vengono adottate strategie diverse. Alcuni modelli confrontano le sequenze con geni di resistenza già noti, costruendo matrici di similarità o “bit-score”, altri utilizzano rappresentazioni semplificate delle sequenze nucleotidiche e proteiche, come il cosiddetto one-hot encoding, oppure generano “embedding” latenti attraverso autoencoder neurali. Queste tecniche permettono di riconoscere geni di resistenza già caratterizzati e di identificare determinanti completamente nuovi e ancora sconosciuti.
Anche i dati spettroscopici, come i profili Raman o MALDI-TOF, richiedono un’importante fase di pre-processing. Prima dell’analisi, i segnali vengono corretti, filtrati e semplificati, una volta trasformati in rappresentazioni più compatte, questi dati possono essere elaborati da reti neurali convoluzionali (CNN) o modelli capaci di riconoscere pattern associati alla resistenza antimicrobica. Lo stesso vale per le immagini microbiologiche ottenute tramite microscopia elettronica, dove i dati vengono normalizzati, segmentati e “arricchiti” artificialmente prima di essere analizzati da algoritmi di deep learning. Le CNN riescono così a individuare sottili alterazioni morfologiche correlate ai fenotipi di resistenza batterica, spesso invisibili a occhio umano. In sostanza, l’AI sta riuscendo a integrare sorgenti di dati estremamente eterogenee, genomi, immagini e spettri, trasformandole in informazioni interpretabili e utilizzabili per la diagnostica microbiologica avanzata [2,9].
Limitazioni
Nonostante il grande potenziale, restano ancora diversi limiti da superare. Il primo riguarda la disponibilità dei dati: i modelli di AI necessitano di raccolte dati molto ampie, accurate e rappresentative. Sistemi addestrati su dati insufficienti o distorti rischiano infatti di produrre risultati poco affidabili e difficilmente generalizzabili ad altri contesti clinici.
Un secondo problema riguarda la cosiddetta “scatola nera” dell’intelligenza artificiale. Molti algoritmi, soprattutto quelli più complessi, producono predizioni senza rendere realmente comprensibile il percorso decisionale che le ha generate. Questo riduce la fiducia clinica e rappresenta ancora oggi uno dei principali ostacoli all’adozione su larga scala nei laboratori diagnostici. Per affrontare il problema, i ricercatori stanno sviluppando modelli più interpretabili, basati ad esempio su meccanismi di atten -
zione e tecniche di attribuzione delle caratteristiche. Infine, resta aperta la questione della trasferibilità dei modelli. Un algoritmo addestrato su specifiche popolazioni batteriche o su particolari piattaforme di sequenziamento e spettrometria potrebbe non mantenere le stesse prestazioni in contesti differenti. Strategie come il transfer learning, che permette di adattare modelli già addestrati a nuovi dataset, stanno mostrando risultati promettenti nel migliorare robustezza e riproducibilità.
Nonostante queste criticità, i progressi nelle tecniche di preprocessing, nell’interpretabilità dei modelli e nella standardizzazione dei benchmark stanno consolidando sempre più il ruolo dell’intelligenza artificiale nella diagnosi e nello studio della resistenza antimicrobica. Queste integrazioni non migliorano soltanto le performance analitiche, ma permettono anche di rispondere a esigenze molto diverse tra loro, come diagnosi rapide negli ospedali, il monitoraggio epidemiologico durante epidemie e outbreak e gli strumenti a basso costo per Paesi o strutture con risorse limitate. Alcuni prototipi dimostrano già concretamente questo potenziale. Tra gli esempi più innovativi figurano microchip microfluidici con lettura tramite smartphone, test cartacei che combinano crescita batterica e biosensori colorimetrici, e nanomateriali plasmonici capaci di rilevare geni di resistenza senza necessità di amplificazione genomica [10].
Conclusioni
Nel complesso, queste tecnologie delineano la traiettoria di una nuova generazione di piattaforme diagnostiche integrate, più veloci, portatili e implementabili nella pratica clinica quotidiana. Restano alcune criticità metodologiche dettate, per esempio, da differenze nei protocolli di amplificazione degli acidi nucleici o nella scelta dei primer, che rendono ancora difficile confrontare i dati tra laboratori e studi diversi, limitando la standardizzazione delle analisi microbiologiche. Per superare queste criticità, diversi gruppi di ricerca stanno lavorando alla validazione condivisa di primer e target genetici basati su database internazionali come CARD (Comprehensive Antibiotic Resistance Database).
In questo scenario, l’AI rappresenta un ulteriore livello di integrazione. Sebbene le applicazioni siano ancora relativamente recenti, l’AI potrebbe diventare il ponte tra approcci fenotipici e molecolari, accelerando l’analisi dei dati e aumentando l’accuratezza diagnostica. La vera sfida dei prossimi anni non sarà però soltanto tecnologica. Per entrare stabilmente nella pratica clinica, i modelli di AI dovranno dimostrare affidabilità, capacità di generalizzazione e soprattutto trasparenza interpretativa, elementi indispensabili per conquistare la fiducia dei microbiologi e dei clinici.
1. Branda, F., and Scarpa, F. (2024). Implications of artificial intelligence in addressing antimicrobial resistance: innovations, global challenges, and healthcare’s future. Antibiotics 13:502. doi: 10.3390/antibiotics13060502
2. Aldea AC, Diguṭă FC, Presacan O, Voaideṣ C, Toma RC, Matei F. Detecting antibiotic resistance: classical, molecular, advanced bioengineering, and AI-enhanced approaches. Front Microbiol. 2025 Oct 3;16:1673343. doi: 10.3389/ fmicb.2025.1673343
3. Olatunji I, Bardaji DKR, Miranda RR, Savka MA, Hudson AO. Artificial intelligence tools for the identification of antibiotic resistance genes. Front Microbiol. 2024 Jul 12;15:1437602. doi: 10.3389/fmicb.2024.1437602
4. Arango-Argoty G, Garner E, Pruden A, Heath LS, Vikesland P, Zhang L. DeepARG: a deep learning approach for predicting antibiotic resistance genes from metagenomic data. Microbiome. 2018 Feb 1;6(1):23. doi: 10.1186/s40168018-0401-z
5. Li Y, Xu Z, Han W, Cao H, Umarov R, Yan A, Fan M, Chen H, Duarte CM, Li L, Ho PL, Gao X. HMD-ARG: hierarchical multi-task deep learning for annotating antibiotic resistance genes. Microbiome. 2021 Feb 8;9(1):40. doi: 10.1186/ s40168-021-01002-3
6. Pei Y, Shum MH, Liao Y, Leung VW, Gong YN, Smith DK, Yin X, Guan Y, Luo R, Zhang T, Lam TT. ARGNet: using deep neural networks for robust identification and classification of antibiotic resistance genes from sequences. Microbiome. 2024 May 9;12(1):84. doi: 10.1186/s40168-024-01805-0
7. López-Cortés XA, Manríquez-Troncoso JM, Hernández-García R, Peralta D. MSDeepAMR: antimicrobial resistance prediction based on deep neural networks and transfer learning. Front Microbiol. 2024 Apr 17;15:1361795. doi: 10.3389/fmicb.2024.1361795
8. Dean SN, Alvarez JAE, Zabetakis D, Walper SA, Malanoski AP. PepVAE: Variational Autoencoder Framework for Antimicrobial Peptide Generation and Activity Prediction. Front Microbiol. 2021 Sep 30;12:725727. doi: 10.3389/ fmicb.2021.725727
9. Mohammed, S., Budach, L., Feuerpfeil, M., Ihde, N., Nathansen, A., Noack, N., et al. (2025). The effects of data quality on machine learning performance on tabular data. Inf. Syst. 132:102549. doi: 10.1016/j.is.2025.102549
Una nuova metanalisi pubblicata su Nature rivela come la dipendenza da modelli geoidi teorici abbia portato la comunità scientifica a sottostimare sistematicamente l'effettivo livello degli oceani, con implicazioni catastrofiche per le strategie globali di adattamento climatico
Il pianeta Terra sta attraversando una fase di trasformazione climatica senza precedenti, guidata in modo inequivocabile dalle crescenti emissioni di gas climalteranti derivanti dalle attività umane. Tra le conseguenze più tangibili, inesorabili e temute del riscaldamento globale vi è il progressivo innalzamento del livello medio dei mari e degli oceani. Questo imponente fenomeno geofisico è alimentato principalmente da due dinamiche termodinamiche: l'espansione termica delle masse d'acqua oceaniche, che si dilatano fisicamente assorbendo il calore in eccesso intrappolato nell'atmosfera, e la fusione accelerata delle glaciazioni continentali, in particolar modo delle immense calotte glaciali della Groenlandia e dell'Antartide.
L'avanzata inarrestabile delle acque salate rappresenta oggi una minaccia esistenziale diretta per una percentuale vastissima della popolazione mondiale. Le infrastrutture costiere strategiche, le megalopoli densamente popolate, i fertili bacini agricoli situati nei grandi delta fluviali e le piccole nazioni insulari in via di sviluppo si trovano schierate in prima linea di fronte a questo rischio incombente. Per mitigare preventivamente gli impatti disastrosi di
queste inondazioni e per pianificare con lungimiranza le mastodontiche strategie di adattamento, i governi, gli ingegneri idraulici e gli urbanisti si affidano alle sofisticate valutazioni di rischio costiero (coastal hazard assessments) elaborate dalla comunità scientifica. Queste valutazioni hanno il compito cruciale di stimare, con la massima precisione geospaziale possibile, l'estensione geografica delle inondazioni future e il numero reale di persone esposte al pericolo di sommersione.
Tuttavia, un nuovo, monumentale studio pubblicato sulla prestigiosa rivista accademica Nature, intitolato "Sea level much higher than assumed in most coastal hazard assessments", ha inaspettatamente scosso le fondamenta concettuali di questa disciplina, portando alla luce un grave errore metodologico che affligge quasi silenziosamente la stragrande maggioranza della letteratura scientifica globale. Gli autori, Katharina Seeger e Philip S. J. Minderhoud, hanno dimostrato in modo schiacciante che l'altezza del livello del mare reale e misurabile lungo le coste del nostro pianeta è, di fatto, significativamente molto più alta di quanto assunto all'interno dei complessi modelli mate -
matici impiegati per le simulazioni preventive governative.
Sottoponendo a una rigorosa metanalisi un vastissimo corpus composto da ben trecentottantacinque pubblicazioni scientifiche internazionali recenti, i due studiosi hanno scoperto con profondo sconcerto che in oltre il novantanove percento degli studi valutati, i dati spaziali relativi all'elevazione altimetrica del terreno e al livello del mare sono stati gestiti e integrati in modo tecnicamente inadeguato. Ancora più allarmante, l'analisi ha rivelato che nel novanta percento delle valutazioni di impatto esaminate, le proiezioni delle inondazioni non si basavano su misurazioni dirette e reali del livello del mare locale, bensì si affidavano in via del tutto esclusiva a modelli globali teorici basati sul calcolo del geoide terrestre.
Questo enorme scollamento metodologico ha generato, a cascata, una colossale sottostima della vulnerabilità costiera su scala planetaria. Il nocciolo concettuale e fisico di questo insidioso problema metodologico risiede interamente nella complessa relazione geometrica esistente tra l'elevazione altimetrica assoluta della superficie solida terrestre e l'altezza dinamica fluttuante della superficie marina. Per formulare una valutazione di rischio affidabile e rigorosa, è geometricamente ineludibile che l'altitudine della terra emersa e l'altezza fisica del mare siano riferite e allineate in modo esatto al medesimo piano di riferimento verticale (datum). Gran parte dei modelli digitali di elevazione (DEM), ampiamente utilizzati da cartografi e ricercatori per mappare minuziosamente la topografia tridimensionale, impiegano il "geoide" come comodo livello di riferimento zero. Il geoide è un raffinatissimo modello pu -
ramente matematico e gravimetrico che rappresenta una superficie equipotenziale del complesso campo gravitazionale terrestre; in termini pratici, esso descrive l'esatta forma geometrica che assumerebbe la superficie degli oceani se fosse influenzata unicamente dall'attrazione gravitazionale e dalla rotazione del pianeta, in una condizione irreale di totale assenza di correnti, raffiche di vento, maree o variazioni di densità. L'errore fatale, perpetrato sistematicamente per decenni, è stato assumere ciecamente che il calcolato livello zero teorico del geoide coincidesse in modo perfetto con il ribollente livello medio del mare reale e misurabile lungo i litorali.
La realtà oceanografica in vivo, tuttavia, è infinitamente più caotica. L'oceano globale terrestre non è assimilabile a una stagnante vasca d'acqua. L'altezza altimetrica effettiva della caotica superficie marina è costantemente modulata, alterata e dinamicamente spinta da una miriade di potenti forze termodinamiche e idrodinamiche. Le grandi e rapide correnti oceaniche, le continue variazioni spaziali della salinità e della temperatura, i gradienti di pressione atmosferica e la forza di trascinamento esercitata dai possenti venti dominanti creano costantemente quella che la scienza definisce la "topografia dinamica media" dell'oceano aperto.
A causa della confluenza combinata di questi enormi fattori fisici, l'acqua marina fluida tende letteralmente ad ammassarsi in specifiche e vaste regioni del globo, innalzandosi di gran lunga al di sopra della superficie equipotenziale liscia fornita dall'arido calcolo del geoide. Utilizzare un modello gravimetrico astratto come sostituto del vero
livello del mare costituisce un'approssimazione metodologica grossolana, che introduce un punto cieco inaccettabile all'interno dei sistemi informativi territoriali mondiali. La portata spaziale e altimetrica di questo sistematico disallineamento è stata finemente quantificata da Seeger e Minderhoud con precisione millimetrica. Le loro analisi globali dimostrano in modo incontrovertibile che il livello medio del mare misurato concretamente lungo le coste attraverso le storiche stazioni mareografiche e la modernissima altimetria satellitare è costantemente, significativamente e spaventosamente superiore rispetto a quello calcolato dai modelli geoidi. Su scala globale, i ricercatori hanno rilevato scostamenti medi (offset verticali) di ben 27 centimetri e 24 centimetri per i due modelli geoidi più comunemente impiegati nella vasta letteratura scientifica. Una sottostima media globale compresa tra i 20 e i 30 centimetri potrebbe apparire, a un occhio inesperto, come una fluttuazione statistica di importanza marginale. Tuttavia, nel delicato campo dell'ingegneria idraulica e della morfodinamica costiera, una tale differenza verticale assume all'istante proporzioni assolutamente catastrofiche. Secondo i rigorosi principi della geometria litoranea, un modesto incremento verticale del livello delle acque può tradursi matematicamente in un arretramento orizzontale della linea di costa di entità decine o persino centinaia di volte superiore.
La situazione scientifica assume contorni ancora più foschi e drammatici quando l'analisi si sposta dalla media globale per focalizzarsi sulle scale regionali. I ricercatori hanno evidenziato che la letale discrepanza tra il geoide teorico asettico e il livello del mare reale turbolento è caratterizzata da una spiccata eterogeneità geografica planetaria. Le differenze verticali più ampie ed estreme in assoluto sono state localizzate e mappate nella vasta regione oceanica dell'Indo-Pacifico e nel Sud-Est asiatico. In queste aree, i potenti venti e le enormi correnti oceaniche spingono e accumulano immense masse d'acqua verso occidente, innalzando drammaticamente la topografia dinamica della superficie marina ben oltre il nudo livello gravimetrico previsto. In queste regioni, situate prevalentemente nel Sud Globale, il livello medio del mare misurato localmente può trovarsi a un'altezza spaventosamente superiore, arrivando a superare persino di un intero metro netto il livello indicato dai fallaci geoidi globali di riferimento.
La tragica coincidenza geofisica vuole che proprio queste vaste e ricche aree geografiche dell'Asia e dell'Oceano Pacifico ospitino storicamente le densità di popolazione costiera urbana in assoluto più elevate dell'intero pianeta. I grandi, fertili e affollati delta fluviali del fiume Mekong in Vietnam, del bacino combinato Gange-Brahmaputra diviso tra Bangladesh e India, uniti agli sconfinati arcipelaghi dell'Indonesia e delle Filippine, rappresentano il cuore vitale dell'economia di nazioni già intrinsecamente vulnerabili
alle inondazioni climatiche. Il fatto assodato che per decenni la scienza abbia impiegato modelli software che sottostimavano, localmente anche di un metro, il livello idrico di base da cui calcolare i futuri scenari di distruzione, significa che la diffusa sensazione di sicurezza e i budget di rischio poggiano su fondamenta profondamente fallaci.
Per tradurre in modo esplicito queste astratte discrepanze altimetriche in impatti umani e socioeconomici tangibili, Seeger e Minderhoud hanno ri-simulato da zero gli scenari globali di inondazione correggendo alla base l'errore metodologico. Applicando l'ipotesi di un innalzamento relativo del livello del mare di un metro (uno scenario ormai considerato altamente probabile entro la fine del secolo corrente secondo le proiezioni ufficiali dell'IPCC), i risultati ricalibrati finali sono risultati agghiaccianti. Rispetto alle vecchie proiezioni tradizionali edulcorate, l'utilizzo vincolante dei valori del livello del mare effettivamente misurati indica con fermezza che una percentuale nettamente superiore e sconvolgente di territorio mondiale verrebbe ineluttabilmente sommersa: si parla di un'estensione compresa tra il 31% e il 37% di terre emerse in più destinate a finire permanentemente sott'acqua.
Di riflesso, l'impatto demografico subisce un'impennata inaccettabile. I nuovi e corretti calcoli rivelano che, con il medesimo innalzamento di un metro, una percentuale vertiginosa compresa tra il 48% e il 68% in più di esseri umani si ritroverebbe improvvisamente a vivere e risiedere al di sotto della letale soglia di marea. In termini puramente numerici, questo persistente errore metodologico ha tenuto subdolamente nascosta l'esposizione al rischio di un numero immenso di individui innocenti: si stima un incremento netto che va dai 77 milioni ai 132 milioni di persone aggiuntive esposte al rischio diretto di inondazioni costiere devastanti e sradicamento. Questi 132 milioni di individui precedentemente "invisibili" ai vecchi modelli accademici si concentrano in modo sproporzionato nel Sud Globale, aggravando un preesistente quadro di profonde disuguaglianze sistemiche.
Oltre al colossale errore sistematico legato alla lettura del geoide, la ricerca solleva con urgenza un punto critico aggiuntivo relativo alla complessità dei processi geologici locali, in primis il devastante fenomeno della subsidenza. Minderhoud sottolinea costantemente come il livello degli oceani in risalita rappresenti unicamente una faccia della medaglia. In moltissime metropoli costiere asiatiche e nelle pianure alluvionali del mondo, il pesante suolo urbano sta letteralmente sprofondando su sé stesso a ritmi impressionanti a causa della pervasiva estrazione di acque sotterranee, della compattazione dei sedimenti e della riduzione dell'apporto detritico intrappolato dalle grandi dighe a monte. Quando la naturale e indotta subsidenza del suolo, che abbassa inesorabilmente l'elevazione assoluta
della terraferma, si combina sinergicamente con un livello idrodinamico di base del mare che era già localmente molto più alto di quanto i rassicuranti modelli teorici lasciassero intendere, l'effetto moltiplicativo e distruttivo viene decuplicato istantaneamente.
Le pesanti implicazioni di questa strabiliante scoperta scientifica travalicano istantaneamente i quieti confini accademici per irrompere con prepotenza nelle fitte agende della complessa finanza climatica internazionale. I grandi fondi globali istituiti per l'adattamento allocano preziose e limitate risorse finanziarie ai paesi fragili in via di sviluppo basandosi in via esclusiva sulle rigide metriche di vulnerabilità quantificate dagli studi di impatto costiero. Scoprire oggi che le povere nazioni del Sud Globale risultano enormemente più vulnerabili impone un urgente e doveroso riequilibrio morale e finanziario globale. I faticosi piani di evacuazione d'emergenza, la progettazione ingegneristica delle difese marittime e i vitali budget statali stanziati per favorire la resilienza idraulica di queste nazioni colpite risultano, alla luce dei nuovi dati, drammaticamente sottodimensionati.
Di fronte a un'incertezza metodologica così palese, la vasta comunità scientifica internazionale non può assolutamente permettersi di mantenere lo sterile status quo. Lo studio pubblicato su Nature prescrive un radicale, doloroso e indilazionabile miglioramento di tutti gli standard della ricerca oceanografica e geografica globale. Il nuovo paradigma scientifico impone fermamente l'abbandono definitivo dell'uso scorretto e acritico dei puri modelli geoidi teorici come fallace approssimazione sostitutiva del vero livello costiero misurato. I ricercatori del clima e gli ingegneri del prossimo futuro dovranno obbligatoriamente ed eticamente effettuare una rigorosa fusione topografica. I dati grezzi derivanti dalla capillare rete globale di stazioni mareografiche costiere dovranno essere sapientemente integrati nei codici software con i sofisticati dati altimetrici satellitari, interfacciandosi con i modelli idrodinamici ad alta risoluzione delle correnti marine e incrociando i risultati con le precisissime mappature LIDAR dell'elevazione del suolo. Questa integrazione olistica, che allinea tutte le metriche spaziali su un medesimo sistema di riferimento verticale solidamente validato localmente, diviene un prerequisito fondamentale di pura sopravvivenza per l'umanità costiera. Solo garantendo l'esatta convergenza di tutti questi complessi strati di dati empirici, le simulazioni al supercomputer potranno rispecchiare con spietata fedeltà la fisica caotica del mondo reale in mutamento.
In conclusione, la monumentale metanalisi condotta da Seeger e Minderhoud segna un epocale spartiacque decisivo nell'intricata storia della modellistica computazionale degli impatti climatici. La loro ricerca ci ricorda con estrema durezza che l'insondabile e maestosa natura del
nostro pianeta oceano, con la sua inesauribile e dinamica topografia, non può essere in alcun modo ridotta o pericolosamente approssimata da algide formule puramente gravimetriche. Ignorare la complessa realtà fenomenica di un'impetuosa superficie marina equivale puramente a progettare fragili castelli di sabbia ingegneristici esattamente sulla fatale traiettoria di una tempesta in implacabile arrivo. La necessità imperativa di correggere con onestà gli errori sistematici macroscopici del passato rappresenta oggi non soltanto una formidabile sfida tecnica per tutti i maggiori istituti di ricerca climatica, ma soprattutto un imprescindibile dovere etico e morale nei confronti delle svariate centinaia di milioni di fragili esseri umani e delle preziose comunità costiere che affrontano quotidianamente la silenziosa e rovinosa minaccia delle acque oceaniche in drammatico innalzamento.
Bibliografia
1. Seeger, K. & Minderhoud, P.S.J. (2026). "Sea level much higher than assumed in most coastal hazard assessments". Nature. DOI: 10.1038/s41586-026-10196-1.
2. Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). (2019). "Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate" (SROCC). Cambridge University Press.
3. Nicholls, R.J., Lincke, D., Hinkel, J., et al. (2021). "A global analysis of subsidence, relative sea-level change and coastal flood exposure". Nature Climate Change 11, 225-230.
4. Cazenave, A. & Llovel, W. (2010). "Contemporary Sea Level Rise". Annual Review of Marine Science 2, 145-173.
5. Deltares Research Institute. (2026). "New study in Nature: sea level worldwide higher than previously assumed". Press Release, March 3.
6. Oppenheimer, M., Glavovic, B.C., Hinkel, J., et al. (2019). "Sea Level Rise and Implications for Low-Lying Islands, Coasts and Communities". In: IPCC SROCC.
7. Syvitski, J.P.M., Kettner, A.J., Overeem, I., et al. (2009). "Sinking deltas due to human activities". Nature Geoscience 2, 681-686.
9. Kulp, S.A. & Strauss, B.H. (2019). "New elevation data triple estimates of global vulnerability to sea-level rise and coastal flooding". Nature Communications 10, 4844.
10. Wageningen University & Research. (2026). "Sea levels are much higher than often assumed. How is that possible?". WUR Longread, March 4.
Eziopatogenesi, basi immunologiche, endocrine e microbiotiche di una patologia a componente infiammatoria ed estrogeno-dipendente
di Matteo Pillitteri*, Roberta Piccione* e Dario Incorvaia*
L'endometriosi è una patologia infiammatoria cronica, estrogeno-dipendente, che colpisce circa il 10% delle donne in età fertile. In Italia, i dati del Ministero della Salute stimano circa 1.800.000 donne affette (circa l'1,4% della fascia 15-50 anni), con un forte ritardo diagnostico che varia dai 7 ai 10 anni.
Fattori predisponenti: familiarità (predisposizione genetica), menarca precoce, cicli mestruali brevi e abbondanti, nulliparità. L’ovaio è l'organo più comunemente interessato. L'endometriosi ovarica, con la formazione di cisti (endometriomi), è la forma più diffusa. Altre sedi tipiche sono il peritoneo pelvico e il setto retto-vaginale. L'endometriosi ha un impatto significativo sulla qualità di vita, causando spesso ansia, dolore cronico, affaticamento, problemi di fertilità e impatti negativi su salute mentale, relazioni sociali e produttività lavorativa. Tuttavia, una diagnosi tempestiva, un supporto medico specialistico e modifiche allo stile di vita (dieta, esercizio fisico) possono migliorare notevolmente il benessere.
Se non diagnosticata (spesso gli esami diagnostici strumentali sono negativi) e trattata in tempo, può progredire nel tempo fino a causare danni agli organi. Il ritardo diagnostico è dovuto al tipo di patologia, subdola e complessa e che colpisce la persona sia su un piano fisico che emotivo.
Endometriosi: il ruolo chiave dell’infiammazione nella malattia e nei sintomi
L’endometriosi richiede un approccio diagnostico e terapeutico integrato e personalizzato. La comprensione della sua ezio-
* Biologi nutrizionisti. Servizio di nutrizione clinica UOSD Oncologia, Ospedale Giovanni Paolo II° di Sciacca (AG).
patogenesi, e delle sue basi immunologiche, endocrine e microbiotiche rappresenta ancora oggi una sfida, ma non vi sono dubbi sul fatto che l’endometriosi sia fortemente caratterizzata da una componente infiammatoria ed estrogeno-dipendente. La proliferazione di tessuto endometriosico, spesso accompagnato da fibrosi e da un’infiltrazione significativa di cellule immunitarie, porta a focolai ectopici che rilasciano sangue simile a quello mestruale, scatenando una infiammazione cronica che a sua volta determina una variegata sintomatologia dolorosa (dismenorrea severa, dolore pelvico cronico, dispareunia profonda, ecc.) e una ridotta fertilità. Il sintomo doloroso evolve spesso in chiave sistemica, passando da un dolore nocicettivo periferico a uno neuropatico centrale, attraverso fenomeni di neuroplasticità e nociplasticità, creando un circolo vizioso di neuroinfiammazione. Questo può causare anche stanchezza, depressione e difficoltà di concentrazione e memoria (sindrome da sensibilizzazione centrale), accrescendo ulteriormente l’impatto sulla qualità di vita delle pazienti.
La gestione terapeutica dell’endometriosi continua a rappresentare una sfida complessa a causa della natura multifattoriale della patologia, della variabilità fenotipica delle lesioni e della risposta eterogenea ai trattamenti farmacologici. Sebbene le terapie farmacologiche convenzionali (quella ormonale in primis) abbiano contribuito a migliorare il controllo sintomatologico, la loro efficacia a lungo termine rimane limitata, soprattutto in presenza di desiderio riproduttivo, e i loro effetti collaterali possono essere pesanti. È necessario integrare le terapie farmacologiche convenzionali con un approccio multidisciplinare, centrato sulla paziente e personalizzato, volto a contrastare l’infiammazione, per migliorare l’efficacia terapeutica e ridurre l’impatto della malattia sulla qualità di vita. Il nutrizionista svolge un ruolo chiave nel trattamento dell'endometriosi.
I fattori di rischio che possono peggiorare o scatenare l’infiammazione sono:
• Sedentarietà
• Abitudine al fumo di sigaretta
• Alimentazione squilibrata e in eccesso
• Sovrappeso
Endometriosi e peso corporeo
Il ruolo dell’obesità nell’endometriosi è complesso e non completamente chiarito. Gli studi epidemiologici mostrano risultati non sempre concordanti, ma permettono comunque di delineare alcuni aspetti importanti. L’aumento del BMI è stato associato in alcune meta-analisi a una riduzione del rischio relativo della malattia. Nelle donne obese la laparoscopia è meno frequente o più difficile → possibile sottodiagnosi.
Tuttavia, altri studi più recenti suggeriscono che l’obesità potrebbe aumentare il rischio o peggiorare alcuni esiti riproduttivi, mostrando quanto la relazione sia ancora dibattuta. Il sovrappeso e/o l’obesità influiscono negativamente sull'endometriosi poiché il tessuto adiposo in eccesso produce estrogeni, ormoni che alimentano la crescita delle lesioni endometriotiche, peggiorando dolore e infiammazione. Nel grasso corporeo è presente l’enzima aromatasi, che converte: androgeni → estrogeni. Questo provoca:
• Aumento degli estrogeni circolanti
• Stimolo della proliferazione del tessuto endometriale ectopico
Magrezza ed endometriosi, "effetto paradosso": sebbene l'endometriosi sia una malattia estrogeno-dipendente (e gli estrogeni siano prodotti anche dal tessuto adiposo), studi indicano che le donne con un basso BMI o costituzione esile hanno una maggiore probabilità di sviluppare la patologia o forme più severe. Il Paradosso degli Estrogeni: l'endometriosi si nutre di estrogeni, spesso associati all'obesità. Tuttavia, nelle donne magre con endometriosi, il meccanismo patologico può essere diverso o legato a una maggiore sensibilità ai recettori degli estrogeni o a una produzione locale/disbiosi intestinale.
Relazione tra esposizione a bisfenolo ed endometriosi
Un recente studio ha valutato la correlazione tra esposizione a BPA e BPB e comparsa di endometriosi attraverso analisi di HPLC e spettrometria di massa. I distruttori endocrini sono sostanze capaci di interferire con il sistema riproduttivo ed implicate nella patogenesi di patologie ginecologiche come l'endometriosi. I bisfenoli A e B (BPA e BPB) sono utilizzati nella sintesi della plastica ed ampiamente presenti nell'ambiente. L'obiettivo dello studio è valutare la correlazione tra esposizione a BPA e BPB e comparsa di endometriosi. Materiali e metodi. Attraverso analisi di HPLC e spettrometria di massa sono stati identificati e quantificati BPA e BPB nel siero di 51 donne sane e 58 con diagnosi laparoscopica di endometriosi. Risultati. I livelli di bi-
sfenolo sono risultati inferiori al limite di quantificazione (LOQ) in tutte le 51 pazienti sani, mentre nelle pazienti affette da endometriosi il BPA è stato ritrovato in 30 soggetti ed il BPB in 16, sebbene sia stato possibile quantificarli, rispettivamente, solo in 15 e 10 campioni nei quali il livello degli analiti era superiore al LOQ. Conclusioni. Questi risultati suggeriscono l'esistenza di una relazione tra endometriosi e concentrazioni ematiche di BPA e di BPB e quindi esposizione a tali agenti.
Endometriosi e alimentazione
Negli ultimi anni, l’interesse scientifico si è concentrato sul ruolo dell’alimentazione come possibile modulatore della progressione dell’endometriosi e della sua sintomatologia, sebbene l’alimentazione e lo stile di vita non possano curare l’endometriosi, rappresentano potenti strumenti complementari per gestire i sintomi, migliorare il benessere generale e supportare le terapie mediche. La dieta anti-endometriosi non esiste perché, ad oggi, nessuno studio clinico ha identificato alimenti, o combinazione di cibi, in grado di causare o curare la malattia. Esistono, però, accorgimenti utili al fine di seguire un’alimentazione sana ed equilibrata che è anti-infiammatoria per sua definizione.
Le evidenze emergenti suggeriscono, infatti, che specifici pattern nutrizionali possano influenzare l’ambiente estrogenico, la produzione di mediatori pro-infiammatori, lo stress ossidativo e l’omeostasi del microbiota intestinale. La dieta occidentale contemporanea è caratterizzata da un consumo eccessivo di acidi grassi omega-6 ed alimenti ad alta densità energetica e poveri di fibre. L’eccessiva introduzione di acidi grassi omega-6 favorisce la sintesi di eicosanoidi pro-infiammatori derivati dall’acido arachidonico, in particolare prostaglandine e leucotrieni, attraverso l’attivazione delle vie ciclossigenasica (COX) e lipossigenasica (LOX). Le prostaglandine, soprattutto la PGE2, svolgono un ruolo centrale nella patogenesi dell’endometriosi, contribuendo alla sensibilizzazione nocicettiva, alla dismenorrea e al dolore pelvico cronico. Inoltre, la PGE2 promuove l’espressione dell’aromatasi e incrementa localmente la biosintesi estrogenica, alimentando un circuito infiammatorio ed estrogeno-dipendente che sostiene la sopravvivenza e la proliferazione delle lesioni endometriosiche.
Allo stesso tempo, il consumo cronico di alimenti ad alta densità energetica e poveri di fibre, sembra associarsi all’attivazione del pathway NF-κB, che determina un incremento della produzione di citochine pro-infiammatorie, tra cui TNF-α, IL1β e IL-6, amplificando lo stato infiammatorio sistemico tipico dell’endometriosi. Contestualmente, la ridotta assunzione di fibre altera la produzione di acidi grassi a corta catena (SCFA), compromettendo l’integrità della barriera intestinale e favorendo fenomeni di aumentata permeabilità (“leaky gut”). Tale condizione facilita la traslocazione di endotossine batteriche, in particolare lipopolisaccaridi (LPS), con conseguente attivazione immunitaria e disfunzione del microbiota intestinale.
Numerose evidenze epidemiologiche e sperimentali suggeriscono che la Dieta Mediterranea, rappresenta il pattern alimentare maggiormente associato a effetti benefici sul quadro clinico e infiammatorio della malattia. L’adesione a tale modello contribuisce alla modulazione dei principali meccanismi fisiopatologici coinvolti nell’endometriosi, inclusi l’infiammazione cronica, lo stress ossidativo, le alterazioni immunitarie e le disfunzioni metaboliche.
La DM si caratterizza per il regolare consumo di frutta, verdura, cereali integrali, legumi, pesce azzurro, olio extravergine d’oliva come principale fonte lipidica e per una moderata assunzione di latticini e carne rossa. Inoltre, tale modello prevede una riduzione dell’introito di zuccheri raffinati e alimenti ultraprocessati, frequentemente associati a un profilo metabolico pro-infiammatorio. Le proprietà biologiche della DM derivano principalmente dall’elevato contenuto di composti bioattivi, tra cui polifenoli, acidi grassi monoinsaturi, omega-3, vitamine antiossidanti e fibre fermentabili. Questi nutrienti esercitano un’azione sinergica nella modulazione dello stress ossidativo e della risposta immunitaria, contribuendo al mantenimento dell’omeostasi metabolica e intestinale.
Particolare interesse scientifico è stato rivolto agli acidi grassi omega-3, in particolare l’acido eicosapentaenoico (EPA) e l’acido docosaesaenoico (DHA), esercitano effetti antinfiammatori, immunomodulatori, antiangiogenici e neuroprotettivi, interferendo con numerosi pathway molecolari coinvolti nella progressione dell’endometriosi. Dal punto di vista biochimico, EPA e DHA competono con l’acido arachidonico per l’attività degli enzimi COX e LOX, determinando una riduzione della sintesi di eicosanoidi pro-infiammatori e una parallela produzione di mediatori lipidici pro-risolutivi, quali resolvine e protectine. Inoltre, gli omega-3 sembrano modulare negativamente l’attivazione del pathway NF-κB, con conseguente riduzione della produzione di citochine pro-infiammatorie quali TNF-α e IL-6, che frequentemente sono elevate nelle pazienti affette da endometriosi.
Le principali fonti alimentari di omega-3 sono il pesce azzurro, il salmone e le sardine, ma anche fonti vegetali quali semi di lino, semi di chia e frutta secca oleosa, in particolare le noci. L’incremento dell’apporto di tali nutrienti rappresenta, quindi, una strategia nutrizionale utile nella modulazione dell’infiammazione cronica e del dolore associati alla patologia.
I polifenoli rappresentano una delle classi di composti bioattivi maggiormente investigate nel contesto dell’endometriosi, in virtù delle loro proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e immunomodulatorie. Tra i composti più studiati vi sono il resveratrolo, la quercetina, le catechine del tè verde e la curcumina, ai quali sono stati attribuiti potenziali effetti favorevoli sui principali meccanismi fisiopatologici della malattia.
In particolare, il resveratrolo ha mostrato, in modelli sperimentali in vitro e in vivo, la capacità di inibire l’angiogenesi, ridurre la proliferazione cellulare e promuovere l’apoptosi delle cellule endometriosiche, oltre a esercitare un’importante
attività antiossidante attraverso la riduzione della produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS).
Grande attenzione è stata dedicata anche alle vitamine ad attività antiossidante, soprattutto alla vitamina C ed alla vitamina E. Tali micronutrienti svolgono un ruolo protettivo nel contrastare lo stress ossidativo associato alla patologia, in quanto contribuiscono alla neutralizzazione dei ROS e alla limitazione del danno ossidativo cellulare.
Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalle fibre alimentari, che sembrano svolgere un ruolo rilevante nella regolazione endocrino-metabolica e nel mantenimento dell’omeostasi intestinale. Un elevato apporto di fibre è stato associato ad un aumento dell’eliminazione fecale degli estrogeni ed a una riduzione del loro riassorbimento enteroepatico, con possibili implicazioni nella modulazione dell’ambiente estrogeno-dipendente tipico dell’endometriosi.
Le fibre contribuiscono, inoltre, al mantenimento di una composizione favorevole del microbiota intestinale e stimolano la produzione di acidi grassi a corta catena (short-chain fatty acids, SCFA), tra cui butirrato, propionato e acetato. Gli SCFA esercitano molteplici effetti biologici, inclusa la modulazione della risposta immunitaria, il rafforzamento della barriera intestinale e la riduzione dello stato infiammatorio sistemico. In particolare, il butirrato attraverso l’inibizione dell’istone-deacetilasi (HDAC) e la regolazione del metabolismo cellulare, inibisce la crescita delle lesioni endometriosiche.
Endometriosi e microbiota: un dialogo ancora da comprendere Negli ultimi anni il microbiota è diventato uno dei protagonisti più discussi nella ricerca biomedica. Non solo intestino, quindi, ma un vero e proprio ecosistema capace di dialogare con il sistema immunitario, con il metabolismo e perfino con l’equilibrio ormonale. In questo scenario si inserisce anche l’interesse crescente verso il possibile legame tra endometriosi e alterazioni del microbiota.
Il microbiota intestinale e quello del tratto genitale femminile partecipano alla regolazione di numerose funzioni biologiche. Influenzano la risposta immunitaria, contribuiscono al controllo dell’infiammazione, partecipano al metabolismo degli estrogeni e possono modulare la permeabilità della barriera intestinale. Quando questo equilibrio si altera, può instaurarsi un ambiente più favorevole al mantenimento di uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Nel caso dell’endometriosi, alcuni studi hanno osservato differenze nella composizione del microbiota intestinale, vaginale ed endometriale rispetto alle donne senza malattia. In particolare, è stata ipotizzata una possibile riduzione di microrganismi protettivi e un aumento di specie potenzialmente pro-infiammatorie. Questo non significa, però, che la disbiosi sia la causa dell’endometriosi. Più correttamente, oggi possiamo considerarla come un possibile fattore modulante, capace di influenzare l’intensità dell’infiammazione, la sintomatologia e forse la risposta individuale ai trattamenti.
Dal punto di vista pratico, parlare di microbiota nell’endometriosi non significa proporre cure alternative, ma ampliare lo sguardo verso un approccio più integrato. Alimentazione, stile di vita, controllo dell’infiammazione, salute intestinale e terapie ginecologiche devono essere considerati elementi complementari di uno stesso percorso.
Anche l’uso di probiotici e prebiotici è un tema di grande interesse, ma va affrontato con prudenza. Non esiste, al momento, un protocollo probiotico universalmente validato per l’endometriosi. La scelta deve essere personalizzata, tenendo conto dei sintomi intestinali, della tolleranza individuale, delle terapie in corso e del quadro clinico generale. Secondo i ricercatori, la presenza del batterio Fusobacterium è stata individuata nel tessuto uterino di oltre il 60% delle donne con endometriosi. Nelle donne senza la malattia, invece, questo batterio sarebbe stato rilevato solo in circa il 7% dei casi. Altri studi clinici hanno rivelato alterazioni significative del microbioma nelle pazienti endometriosiche, per esempio con una diminuzione di batteri benefici (es. Lactobacillus, Bifidobacterium) e un aumento di specie potenzialmente pro-infiammatorie come Escherichia coli, Streptococcus, Proteobacteria ed Enterobacteriaceae. Queste alterazioni sono state correlate con la gravità dei sintomi e del dolore pelvico. L’alterazione dell’estroboloma (i batteri intestinali che metabolizzano gli estrogeni) può inoltre portare a un aumento dei livelli circolanti di estrogeni liberi, favorendo la crescita del tessuto endometriosico, dato che l’endometriosi è una malattia estrogeno-dipendente. Gli studiosi ipotizzano che questo microrganismo possa favorire l’attivazione di una proteina chiamata TGF-beta, coinvolta nei processi infiammatori e fibrotici. Questo meccanismo potrebbe contribuire alla crescita e alla progressione delle lesioni tipiche dell’endometriosi. Il rapporto tra endometriosi e microbiota rappresenta una delle frontiere più promettenti della medicina integrata e personalizzata. La ricerca dovrà chiarire se le alterazioni microbiche siano una causa, una conseguenza o un semplice indicatore della malattia.
Conclusioni
L’attuale gestione dell’endometriosi è prevalentemente sintomatica e non risolutiva. Le evidenze indicano la necessità di approcci terapeutici multidisciplinari, che affianchino alle terapie farmacologiche convenzionali e alla chirurgia anche integratori nutraceutici mirati, con forti proprietà antinfiammatorie specifiche. Oltre alle sostanze già comunemente utilizzate, stanno recentemente emergendo nuove sostanze, che rappresentano una frontiera innovativa e molto promettente nella gestione dell’endometriosi. In questo ambito il Biologo nutrizionista svolge un ruolo chiave nell'approccio multidisciplinare all'endometriosi attraverso uno stile di vita capace di sostenere l’equilibrio intestinale, ridurre l’infiammazione e migliorare la qualità della vita e l’elaborazione di un piano alimentare personalizzato.
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di Simone Modugno*
* Biologo marino
L’Italia vanta una tradizione d’eccellenza nelle discipline di ecologia e biologia marina, così come nelle immersioni scientifiche, ma per anni il settore ha sofferto di un frammentato, per non dire “inesistente”, quadro normativo che ne limitava il pieno riconoscimento professionale della categoria (Ponti, 2012 - PONTI M. (2012) - Scientific diving: Towards European
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harmonisation. Underwater Techn., 30: 181-182.): Operatore Scientifico Subacqueo (OSS, OSSA). Oggi, questo scenario sta cambiando radicalmente, in quanto l’approvazione della Legge n.9 del 26 gennaio 2026, unitamente alla norma tecnica UNI 11948-2, ha finalmente sancito l’autonomia giuridica e operativa del ricercatore subacqueo, distinguendolo nettamente sia dalla subacquea ricreativa, sia dall’opera -
tività industriale degli OTS (Operatore Tecnico Subacqueo). Resta attualmente aperta ed accesa una discussione tecnica sulla legge, in merito al confine che definisce l'uso di quelle attrezzature pesanti o vincolate alla superficie (sorbone, box corer, benne, sonde, gran facciali, ROV, ecc), che spesso sono a impiegate nei due mondi professionali, ma con profondità e tempi di esercizio, oltre che di finalità differenti.
Al di là del mero contesto normativo in profondo rinnovamento, la preparazione tecnica subacquea e la formazione continua diventano oggi pilastri imprescindibili per i professionisti della scienza del mare: il professionista che opera in ambiente iperbarico - dal biologo marino all’archeologo
- non deve solo possedere una solida base tecnica, garantita storicamente in Italia dalla FIPSAS (Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee) sotto l'egida internazionale della CMAS, ma deve integrare tali abilità con l’acquisizione di protocolli scientifici rigorosi (ESD, European Scientific Diver e AESD, Advanced European Scientific Diver).
Un ruolo centrale in questa evoluzione è ricoperto dagli Atenei prima e dalla FNOB (Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi) successivamente. Come Ordine professionale, la FNOB vigila sulla competenza e sulla deontologia del biologo marino, riconoscendo l'immersione come uno strumento specialistico essenziale per la ricerca e il monitoraggio ambientale. Al contempo, realtà come AIOSS (Associazione Italia-
na Operatori Scientifici Subacquei) e ISSD (International School for Scientific Diving) continuano da anni a garantire l'allineamento agli standard europei ESD e AESD, favorendo la mobilità dei ricercatori in ambito internazionale (ESDP/MARS) e il dialogo con istituzioni globali come l'AAUS (American Academy of Underwater Science).
Tuttavia, l'adeguamento alle nuove disposizioni legislative e alle recenti norme UNI richiede un aggiornamento costante che deve andare oltre la pratica in acqua ed è esattamente qui che si inserisce il valore della formazione teorica avanzata.
Questo contributo intende presentare le opportunità offerte dalla metodologia FAD (Formazione a Distanza) come strumento flessibile ed efficace per armonizzare le diverse esperienze
formative. Attraverso questo percorso digitale, professionisti e studenti universitari possono acquisire le conoscenze normative, i protocolli di sicurezza e le linee guida metodologiche necessarie per operare in conformità con la nuova "Legge Quadro".
L’obiettivo è chiaro: elevare lo standard della subacquea scientifica italiana, garantendo che ogni operatore sia non solo un esperto subacqueo, ma un professionista certificato, protetto e riconosciuto in ogni contesto operativo nazionale ed europeo.
Negli ultimi anni, il rapporto tra biologia marina, monitoraggio ambientale e attività subacquee ha assunto una rilevanza crescente sia sul piano scientifico, sia su quello professionale. La crescente pressione sugli ecosistemi costieri e marini, l’urgenza di affrontare gli effetti del cambiamento climatico, l’incremento degli avvistamenti delle specie aliene marine invasive, il degrado degli habitat bentonici e la necessità di supportare le politiche di conservazione e gestione sostenibile, richiedono oggi un salto di qualità anche nelle modalità con cui il biologo opera in mare.
In questo scenario, l’immersione non può più essere considerata un semplice strumento accessorio o, peggio, una competenza collaterale alla professione. Per chi lavora nella ricerca e nel monitoraggio degli ecosistemi acquatici, l’attività subacquea rappresenta sempre più spesso un vero e proprio ambiente operativo, all’interno del quale si svolgono osservazioni, campionamenti, rilievi, censimenti, acquisizioni fotografiche e video, validazioni ecologiche e raccolta di dati ad alto valore tecnico-scientifico. È proprio da questa consapevolezza che nasce la proposta formativa della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB), intitolata: “Biologo Marino in immersione: ricerca scientifica subacquea, sicurezza, standard professionali e qualità del dato”. Un
percorso FAD pensato per offrire ai biologi un inquadramento aggiornato, rigoroso e concretamente utile su un tema oggi sempre più centrale nella professione: il ruolo del biologo che opera in immersione come professionista della conoscenza ambientale, capace di produrre dati affidabili, documentabili, riproducibili e scientificamente utilizzabili.
Oltre la subacquea ricreativa: una pro fessionalità distinta
Una delle criticità più frequenti nel dibattito sulla subacquea applicata alle scienze del mare è l’equivoco, ancora diffuso, tra attività subacquea ricreativa e immersione scientifica o professionale. Sebbene condividano l’elemento tecnico dell’immersione, i due ambiti rispondono a finalità, responsabilità, criteri organizzativi e standard operativi profondamente diversi. Il biologo marino che si immerge nell’ambito delle proprie attività professionali non compie un atto sportivo o ricreativo: egli svolge un’attività tecnico-scientifica che comporta obiettivi di rilievo, protocolli metodologici, responsabilità sul dato, gestione del rischio, pianificazione operativa e capacità di restituzione tecnico-documentale. Questa distinzione non è soltanto teorica. Essa incide direttamente su:
• qualità e validità del dato raccolto;
• sicurezza dell’operatore e del team;
• tracciabilità delle attività;
• responsabilità professionale e organizzativa;
• riconoscibilità del profilo del biologo che opera sott’acqua.
Oggi più che mai è necessario affermare un principio chiaro: il biologo che si immerge non è un sub che osserva, ma un professionista che opera in un contesto specialistico, con finalità scientifiche, ambientali e tecniche.
Il mare come laboratorio operativo del biologo
L’attività in immersione rappresen -
ta, per il biologo marino, uno strumento insostituibile in numerosi ambiti applicativi. Essa consente infatti un accesso diretto e controllato agli habitat sommersi, permettendo di osservare e documentare fenomeni ecologici in situ, effettuare campionamenti selettivi e condurre monitoraggi ad alta risoluzione spaziale e temporale. Tra i principali contesti di applicazione rientrano:
• monitoraggio di habitat bentonici (ad esempio del coralligeno), di praterie di fanerogame marine (ad esempio di Posidonia oceanica, reef corallini opure ambienti anche lagunari);
• rilievo di specie target, specie aliene invasive e organismi di interesse conservazionistico;
• valutazione dello stato ecologico di aree marine protette, studio e mappatura di siti Natura 2000 e ambienti costieri sensibili;
• attività di visual census e censimento ittico e bentonico;
• prestazioni professionali specialistiche e servizi di monitoraggio ambientale (VIA, VAS, VINCA, PMA, ecc);
• acquisizione di immagini e video per analisi ecologiche, fotointerpretazione, divulgazione scientifica e documentazione tecnica;
• fotogrammetria e ricostruzione tridimensionale di habitat (creazione di modelli digitali), substrati, strutture sommerse o contesti di studio;
• validazione subacquea di dati derivanti da telerilevamento, sensoristica o rilievi indiretti;
• supporto tecnico a progetti di restauro ecologico, citizen science qualificata e conservazione marina. In tutti questi e in molti altri possibili casi, la semplice presenza sott’acqua non basta: servono metodo, competenza, capacità di pianificazione e una visione pienamente professionale dell’attività, oltre che, e non ci stancheremo mai di ribadirlo, una
programmazione tale da garantire la massima sicurezza e il pieno rispetto di tutte le normative.
Un contesto in evoluzione: sicurezza, riconoscimento, standard Negli ultimi anni si è assistito a una progressiva maturazione del dibattito nazionale intorno al riconoscimento delle professionalità che operano in immersione in contesti tecnico-scientifici. In tale quadro, il lavoro di associazioni, enti di ricerca, reti formative e soggetti professionali ha contribuito a chiarire il profilo dell’Operatore Scientifico Subacqueo (OSS) e a rafforzare l’attenzione verso aspetti quali sicurezza, organizzazione, qualità metodologica e responsabilità. Questa evoluzione interessa da vicino anche il biologo, che sempre più spesso è chiamato a operare in mare non solo come osservatore o ricercatore, ma anche come progettista, coordinatore di attività, valutatore ambientale, consulente tecnico o responsabile scientifico. Per questo motivo, la formazione non può limitarsi all’acquisizione di nozioni teoriche sulla biologia marina o alla sola esperienza subacquea individuale. È necessario costruire un quadro integrato che metta in relazione:
• competenze biologiche ed ecologiche;
• metodologie di rilievo e campionamento;
• standard operativi nazionali ed internazionali;
• UNI 11948-2 e Competenze di Campionamento
• sicurezza del lavoro in ambiente sommerso;
• gestione e validazione del dato;
• restituzione tecnico-scientifica dei risultati.
Ed è esattamente su questo terreno che si colloca il nuovo percorso FAD della FNOB.
La proposta FNOB: una FAD per il biolo go che opera in immersione Il corso “Biologo Marino in immer -
sione: ricerca scientifica subacquea, sicurezza, standard professionali e qualità del dato” nasce con un obiettivo preciso: offrire ai biologi un percorso di alta utilità professionale, centrato non sull’“imparare ad immergersi”, ma sul saper operare scientificamente in immersione. Si tratta di una distinzione sostanziale. Il corso non è rivolto a costruire abilità subacquee di base (che devono essere già acquisite oppure affidate a Didattiche Subacquee come FIPSAS CMAS sul territorio), che appartengono ad altri percorsi formativi e certificativi, ma a fornire al biologo già attivo o interessato a questo ambito gli strumenti culturali, metodologici e professionali per comprendere e gestire correttamente il lavoro scientifico subacqueo. La scelta del formato FAD risponde inoltre a un’esigenza strategica: rendere accessibile a un ampio numero di colleghi un contenuto specialistico, aggiornato e strutturato, favorendo l’aggiornamento continuo e la diffusione di una cultura professionale condivisa. Durante il corso saranno anche fornite nozioni per quanto riguarda la componente tecnica dell’immersione, immaginando che molti biologi possiedano almeno un brevetto subacqueo base (ricreativo), ma sapendo anche che una percentuale ridotta può essere definita come “subacqueo esperto” e ancora meno come “subacqueo tecnico”. A seguito della FAD saranno anche rese disponibili sessioni pratiche dedicate alla preparazione tecnica in campo con esercizi pratici di immersione tecnica e lavoro scientifico in immersione.
Perché una FAD oggi è necessaria Nel contesto attuale, molti biologi si trovano a operare – o ad avvicinarsi operativamente – in ambienti acquatici e marini con crescente frequenza, ma spesso senza un’occasione formativa teorica, ma soprattutto tecnica, realmente tarata sulla professione biologica e sui protocolli di
immersione correlati. Come dicevamo, intatti, esistono corsi di immersione proposti da divers Agenzie Didattiche sia Nazionali che Internazionali, corsi tecnico-subacquei, percorsi scientifici settoriali e programmi universitari o specialistici di varia natura, tuttavia, manca spesso un’offerta che affronti il tema dal punto di vista specifico del biologo, con attenzione simultanea a:
• inquadramento professionale;
• applicazione scientifica;
• responsabilità operativa;
• metodo e qualità del dato.
Una FAD FNOB consente in parte di colmare questa lacuna, offrendo un percorso:
• trasversale, perché utile a biologi marini, ambientali, ecologi, consulenti, professionisti del monitoraggio e della conservazione;
• aggiornato, perché costruito sui bisogni reali della professione;
• professionalizzante, perché immediatamente spendibile nella pratica lavorativa;
• ordinistico, perché riconduce l’attività in immersione all’interno di una visione professionale chiara e consapevole.
I contenuti del corso: metodo, sicurez za, operatività
La FAD sarà strutturata per accompagnare il discente in un percorso progressivo, che dal quadro generale conduce alla piena comprensione delle implicazioni operative dell’attività scientifica subacquea.
1. Il profilo del biologo in immersione Il corso introdurrà anzitutto il tema del ruolo del biologo che opera sott’acqua, chiarendo finalità, ambiti di applicazione, responsabilità, contesti professionali e certamente normativo-legali. Sarà posta attenzione alla distinzione tra immersione ricreativa, immersione tecnica e immersione scientifica, con particolare riferimento al ruolo del biologo come produttore di conoscenza ambientale.
2. Pianificazione e organizzazio -
ne dell’attività scientifica
Un’immersione scientifica non si improvvisa, bensì può essere definita come “immersione tecnica", per cui da affrontare con preparazione, sicurezza e professionalità pur se a basso fondale. Ogni attività in mare dev’essere definita e programmata a partire da obiettivi, protocolli, tempi, logistica, composizione del team, materiali e strumenti. Il corso affronterà quindi i principi di pianificazione delle attività subacquee a fini di ricerca e monitoraggio, con particolare attenzione all’efficienza operativa e alla riduzione del rischio (personale e del team).
3. Metodologie di rilievo e campionamento
Ampio spazio sarà dedicato ai principali approcci di raccolta dati in immersione, si accennato di seguito alcune tematiche che saranno affrontate:
• esecuzione di transetti di rilevamento bentonico e geomorfologico (LIT, BELT, linear Quadrat Sampling, Foto&Video, Point-Centered Quarter Method, ecc);
• utilizzo di quadrati di campionamento (bionomico, fanerogame, ricoprimento percentuale, ecc);
• esecuzione di differenti tipologie di visual census;
• rilievi bentonici distruttivi e non distruttivi;
• studio dedicato al coralligeno;
• studio dei reef corallini;
• osservazione di specie target e specie aliene;
• documentazione di habitat e pressioni antropiche.
• lavoro in team con squadra in immersione e squadra in superficie
• UNI 11948-2 e Competenze di Campionamento: in conformità alla norma UNI 11948-2, l'operatore deve dimostrare competenza nell'applicazione di protocolli di campionamento validati a livello europeo. Nello specifico, per il raggiungimento della qualifica di AESD (Advanced European Scientific Diver), è richiesta la capaci -
tà di coordinare campionamenti complessi (es. carotaggi manuali, installazione di sensori fissi) e la gestione della sicurezza della squadra in situazioni di stress ambientale elevato, garantendo la tracciabilità del dato secondo i criteri di qualità ISO applicati alla ricerca subacquea.
L’obiettivo è quello di inquadrare il rapporto tra metodo di campionamento, obiettivo scientifico e qualità del dato, in modo da fornire una preparazione efficace per il professionista discente.
4. Documentazione visiva e strumenti digitali
Nel lavoro del biologo marino al giorno d’oggi, fotografia, video, mappatura digitale e georeferenziazione, acquisizione digitale, Virtual Reality e fotogrammetria (SfM) non sono più strumenti accessori, ma veri e propri dispositivi metodologici che contraddistinguono il livello di trasversalità e aggiornamento del professionista. Il corso affronterà il valore scientifico della documentazione visiva e il suo impiego per monitoraggio, validazione, comparabilità temporale, disseminazione scientifica (Science Citizen) e comunicazione dei risultati (report e
servizio per la Comunicazione e Terza Missione).
5. Qualità del dato e riproducibilità Uno dei nuclei centrali della FAD sarà dedicato alla qualità del dato scientifico. In ambiente subacqueo, infatti, la raccolta delle informazioni è soggetta a numerose variabili: visibilità, tempo di fondo, assetto, esperienza dell’operatore, strumentazione, condizioni ambientali. Comprendere come ridurre il bias, standardizzare le procedure e migliorare la tracciabilità è fondamentale per rendere il dato realmente utilizzabile in contesti scientifici, tecnici e gestionali.
6. Sicurezza, rischio e responsabilità
Ogni attività in immersione richiede una piena consapevolezza dei rischi connessi all’ambiente, all’attrezzatura, alla fatica operativa e alle condizioni di lavoro. La FAD dedicherà quindi un modulo specifico alla sicurezza del biologo in immersione, non in chiave meramente subacquea, ma come componente essenziale della qualità professionale dell’intervento.
7. Dalla raccolta dati al prodotto professionale
Il valore del lavoro del biologo non
si esaurisce con l'esecuzione dell’immersione e, quindi, con la riemersione dal mare: il dato raccolto deve essere organizzato, interpretato, validato e restituito in forma utile, attraverso la redazione di report tecnici, relazioni ambientali, schede di monitoraggio, allegati progettuali, documentazione per enti pubblici, progetti di conservazione, pubblicazioni o materiali divulgativi. Il corso darà accenni anche riguardo questa dimensione, spesso trascurata ma decisiva per la spendibilità professionale dell’attività odierna.
Una formazione che parla alla professione
Uno dei punti di forza di questo corso è il suo orientamento concreto. L’obiettivo non è proporre una riflessione astratta sul mondo subacqueo, ma fornire ai biologi una chiave professionale per leggere e praticare il lavoro in immersione. In altre parole, il corso vuole aiutare il collega biologo a rispondere a domande essenziali:
• Come trasformo un’immersione in un’attività scientificamente utile?
• Come progetto un rilievo subacqueo in modo corretto?
• Come raccolgo dati affidabili e di -
fendibili?
• Come documento il mio lavoro in modo professionale?
• Come opero in sicurezza e dentro un quadro metodologico coerente? Sono domande centrali non solo per chi fa ricerca accademica, ma anche per chi lavora in ambito professionale:
• consulenza ambientale;
• monitoraggio costiero e marino;
• valutazioni ecologiche;
• valutazioni di incidenza e ambientali;
• progettazione europea;
• consulenza per aree marine protette;
• educazione ambientale specialistica;
• conservazione della biodiversità;
• gestione di attività tecnico-scientifiche sul campo.
• Un messaggio culturale forte per la pro fessione biologica
Al di là del valore didattico, questa iniziativa formativa porta con sé anche un messaggio culturale e professionale molto forte ed importante per la categoria. Per troppo tempo, infatti, il lavoro scientifico subacqueo è stato percepito in modo ambiguo, oscil -
lando tra passione personale, attività tecnica e dimensione ricreativa. Oggi è necessario affermare con chiarezza che l’operatività del biologo in immersione appartiene pienamente al campo delle competenze professionali del biologo solide e a passo con i tempi, quando è svolta con metodo, responsabilità e finalità scientifiche. Riconoscere questo significa:
• valorizzare competenze reali e spendibili;
• rafforzare il ruolo del biologo nei processi di monitoraggio e gestione ambientale;
• promuovere una cultura del lavoro tecnico-scientifico fondata su qualità, sicurezza e standard;
• dare dignità professionale a un ambito sempre più richiesto nei contesti marini e costieri.
Conclusioni
La formazione proposta dalla FNOB si inserisce in un momento storico particolarmente significativo, in cui la professione del biologo è chiamata a confrontarsi con nuove sfide ambientali, nuove responsabilità tecniche e nuove opportunità operative. Il mare, oggi, non è soltanto un luogo di studio, ma è uno spazio di lavoro ad alta complessità, in cui il biologo marino può e deve esercitare un ruolo pienamente professionale. Per farlo, servono strumenti adeguati, visione metodologica e una formazione che sappia unire scienza, sicurezza, operatività e qualità del dato.
Il corso “Biologo Marino in immersione: ricerca scientifica subacquea, sicurezza, standard professionali e qualità del dato” nasce per questo. Perché il biologo che si immerge non è un sub che osserva. È un professionista che legge il mare, raccoglie evidenze, costruisce conoscenza e contribuisce, con il proprio lavoro, alla tutela e alla comprensione degli ecosistemi acquatici. E oggi più che mai, questa competenza merita formazione, riconoscimento e visione.