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SOMMARIO
IN EVIDENZA Diversi e vari gli argomenti trattati in questo numero di Oltre Magazine. In primo piano l’attualità con un articolo che fa il punto su come l’eutanasia viene recepita a livello normativo nei vari Paesi dell’Unione Europea. Si parla anche di “riduzione organica naturale”, un nuovo sistema di cremazione da poco approvato nello stato di Washington, che potrebbe in futuro sostituire i metodi al momento praticati. Sempre rimanendo in tema di attualità, un servizio racconta la pericolosa moda dei selfie scattati in condizioni estreme, tanto che è stato coniato il nuovo inquietante termine di killfie. Vengono anche illustrate le prime esperienze italiane delle cosiddette “Stanze del Silenzio”, luoghi neutri molto diffusi all’estero soprattutto nelle strutture sanitarie ma non solo, dedicati alla meditazione e al raccoglimento, dove poter pregare, entrare in contatto con la propria interiorità o elaborare il dolore e il lutto. Come di consueto non sono stati trascurati gli eventi di settore con un ampio reportage sulle fiere funerarie da poco svoltesi in Spagna, Inghilterra e Polonia, appuntamenti imprescindibili per comprendere le tendenze del mercato a livello globale.
LEGALE, FISCALE Il caso Noa Pothoven: in Italia cosa sarebbe successo?
FIERE Funermostra 2019
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FOCUS DONNA Donne che contano
attualità Ah l'America!
fiere Due importanti appuntamenti internazionali
news aziende Scacf sta con la natura
parliamo di... Nella stanza del silenzio
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parliamo di... Da quando Ozzy non c'è più
attualità Killfie, quando si muore per una foto
intervista a... Taddia Group: da 30 anni al fianco degli impresari
cimiteri del mondo Il Bonaventure Cemetery di Savannah
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cuLTURA Oltre la Via Lattea
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Oltre Magazine Periodico di informazione dell’imprenditoria funeraria e cimiteriale Bimestrale Anno XIX - n°4 Luglio - Agosto 2019 OLTRE MAGAZINE
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legale, fiscale
Il caso Noa Pothoven: in Italia cosa sarebbe successo? A C U R A d i A V V. A l i c e M e r l e t t i e a v v. E l e n a A l f e r o
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Un quadro generale sulla situazione normativa in Italia e negli altri Paesi europei in materia di eutanasia e di suicidio assistito. Dopo la fake news, che ha fatto il giro del mondo, della morte on demand per adolescenti in Olanda, oggi sappiamo che la diciassettenne Noa Pothoven il 2 giugno è morta nella sua casa di Arnhem, nei Paesi Bassi, perché ha smesso volontariamente di alimentarsi e la famiglia non si è opposta alla sua decisione.
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Siamo di fronte ad una situazione che non è propriamente ascrivile tra i casi di eutanasia o di suicidio assistito, che nella nostra Europa trovano soluzioni assai diverse, ma che ricade nella libertà, tra l’altro codificata recentemente anche in Italia, di rifiutare nutrizione e terapie. In Italia, le vicende di Dj Fabo,
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LEGALE, FISCALE
sospensione di tutte le cure, in modo particolare l’alimentazione e l’idratazione, al fine di affrettare la morte del paziente, denominata “eutanasia omissiva/passiva”, ammessa, oltre che nei Paesi sopra citati, anche in Francia, Spagna, Svezia, Germania ed Austria. Va detto che la sospensione delle cure, cioè il principio su cui si basa l’eutanasia passiva, è considerata in Italia un diritto inviolabile in base all’articolo 32 della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”). E proprio in base a questo principio, sono stati prosciolti i medici di Piergiorgio Welby. Noa Pothoven permanente. Dall’“eutanasia attiva”,
Qui da noi, a differenza che in Olanda, Belgio, Lussemburgo e Svizzera, l’eutanasia attiva è
atto che determina direttamente
tuttora bandita come omicidio. Con il termine “eutanasia” (in greco antico, letteralmente, “buona morte”) si definisce l’intervento medico che procura la morte di una persona consenziente, malata o menomata in modo
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Eluana Englaro e Piergiorgio Welby hanno alimentato un dibattito sul fine vita che dura da ormai 20 anni.
che si ha quando viene somministrato un preparato o praticato un la morte del paziente, differisce la
Sul punto hanno fatto, in ogni caso, definitiva chiarezza le norme italiane sul biotestamento, entrate in vigore il 31.1.2018 con il titolo Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), consentendo
di “esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi”. Sono, quindi, ammessi in Italia la possibilità di decidere sulle proprie cure e il diritto di “rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi trattamento sanitario”, compresi la nutrizione e l’idratazione artificiale. Altri punti importanti contenuti e ribaditi nella legge sono il divieto di “ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure, in caso di pazienti in imminenza di morte” e il ricorso alla sedazione palliativa profonda, in accordo con il paziente, che viene addormentato continuando a respirare autonomamente fino all’eventuale perdita
di coscienza, che può permanere fino al decesso naturale. Da ultimo, è considerato un reato dalla legge italiana ed è equiparato alla istigazione o aiuto al suicidio il suicidio assistito in cui, a differenza dell’eutanasia, il medico non compie in prima persona l’atto necessario per porre fine alla vita e alle sofferenze del malato. In questo caso, il medico si limita a fornire al paziente i mezzi utili a compiere questo gesto, senza intervenire direttamente. É la vicenda di Dj Fabo, che ha posto fine alla sua vita mordendo un pulsante che ha attivato l’iniezione di un farmaco letale. Attualmente, il processo nei confronti di Marco Cappato, imputato per avere aiutato
l’amico a recarsi all’estero per ottenere il suicidio assistito, è ancorato al verdetto della Corte Costituzionale sulla legittimità o meno del reato di istigazione al suicidio. Verdetto che la Consulta ha deciso di rinviare al 2019, chiedendo un intervento del Parlamento per colmare quello che è stato definito come "un vuoto legislativo", considerato che – hanno scritto i Giudici della Corte – "L'attuale assetto normativo sul fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione". Auspicando che il gap venga colmato quanto prima, rimaniamo in attesa degli aggiornamenti legislativi in materia di cui vi daremo prontamente conto.
EUTANASIA LE LEGGI IN EUROPA GRAN BRETAGNA SI Interruzione cure solo per casi estremi NO Suicidio assistito e eutanasia attiva
FRANCIA SI Eutanasia passiva
con consenso medici NO Suicidio assistito e eutanasia attiva
OLANDA SI Eutanasia e
SVEZIA SI Eutanasia passiva NO Eutanasia attiva
suicidio assistito anche minori (solo neonati o maggiori di 12 anni)
BELGIO SI Suicidio assistito
anche per minori se malattia incurabile in fase terminale, con autorizzazione dei genitori
GERMANIA SI Eutanasia passiva e suicidio assistito
NI Eutanasia attiva se SPAGNA SI Eutanasia passiva
LUSSEMBURGO SI Eutanasia
e suicidio assistito
NO Eutanasia attiva
AUSTRIA SI Eutanasia passiva NI Eutanasia attiva se
PORTOGALLO SI Interruzione cure
Fonte: agi
richiesta dal paziente
ITALIA NI Eutanasia attiva NO Eutanasia
passiva e suicidio assistito
SVIZZERA SI Eutanasia attiva
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solo per casi estremi NO Eutanasia attiva e passiva
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richiesta dal paziente
indiretta e passiva e suicidio assistito
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FIERE
Funermostra 2019 d i I L V I A G G I AT O R E
Una città in fermento di circa un milione di abitanti: la Valencia che avevamo conosciuto all’incirca una trentina d'anni fa come un po’ sonnacchiosa e poco attraente, si è profondamente trasformata per diventare una delle località più interessanti di Spagna dal punto di vista estetico, urbanistico e culturale.
Uno dei principali artefici di tale mutazione è certamente stato l’architetto di fama internazionale Santiago Calatrava nativo del quartiere di Benimámet, adiacente al complesso fieristico. Una città decisamente piacevole in cui si torna volentieri, anche se questa volta il tempo purtroppo non è stato eccessivamente clemente: pioggerelle e temperature fresche per la stagione. Il calore atmosferico OLTRE MAGAZINE
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La quindicesima edizione di Funermostra si è tenuta dal 22 al 24 maggio a Valencia.
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Report sull’edizione 2019 del tradizionale appuntamento dedicato al mercato funerario e cimiteriale iberico.
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assente è stato tuttavia ampiamente compensato da quello della direttrice dell'evento, Beatriz Colom e della collaboratrice Ernestina Lafarga. Ben assecondate, del resto, dal sempre vivace presidente del Comitato Organizzatore, Miguel Escorihuela. L'affluenza è stata buona anche se la prima giornata aveva suscitato qualche preoccupazione. Tuttavia la seconda e la terza hanno permesso di ritrovare livelli di pubblico soddisfacenti.
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Numerosi i visitatori provenienti dall'America Latina. Cosa tutto sommato normale quando si consideri che tutti quei Paesi, con l'eccezione del Brasile lusofono, devono riconoscere che i conquistadores, pur avendone combinate di cotte e di crude con massacri e ruberie di ogni genere, hanno trasmesso loro uno degli elementi più preziosi del patrimonio di un popolo: la lingua. Quella castigliana,
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in questo caso, che è la seconda al mondo, dopo il mandarino, se si parla in termini di "locutori nativi" e non di praticanti. Parlando invece di lingua "parlata" la palma spetta, e non è un segreto, all'inglese. Accanto agli inossidabili argentini con in testa Jorge Horacio Bonacorsi, Presidente della FADEDSFYA (la Federazione Argentina che organizzerà dal 4 al 6 settembre Funexpo 2019 nella bella città coloniale di Salta nel nord ovest del Paese, non lontano dalla Bolivia) abbiamo rivisto con piacere il cileno Juan Pablo Donetch Odriozola, il presidente di ALPAR (l’associazione che riunisce gli attori più importanti del mondo funerario dell’America Latina) accompagnato da Tatiana Milena Osorio che da sempre gestisce con professionalità l'associazione dalla città di Medellín in Colombia che dopo essere stata per anni, ai tempi di Pablo Escobar, una delle località più pericolose al mondo, è diventata ora uno dei luoghi più seducenti ed accoglienti dello Stato andino affacciato sul Pacifico, patria del Nobel per la Letteratura
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1982 Gabriel "Gabo" Garcia Marquez. ALPAR ha ribadito il profondo senso di amicizia che la lega a Tanexpo tanto che sta già costituendo un gruppo di varie decine di membri, tra i più qualificati imprenditori funebri del Centro e Sud America, che si recheranno a Bologna l'anno prossimo. Inutile sottolineare che si tratta di potenziali clienti di altissimo profilo che si tradurranno in sostanziose opportunità di business per gli espositori, considerando l'interesse che essi hanno nei confronti dei prodotti europei di qualità e tenendo anche conto delle affinità storiche e culturali che li legano, è il caso di molti, alle loro origini. Anche dal punto di vista sociale Funermostra 2019 si è distinta con rimarchevoli iniziative. Non solo delle gigantesche paellas, sponsorizzate dal Gruppo
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Memora, hanno soddisfatto i palati più esigenti ma la serata di gala con più di 300 invitati è stata un vero successo. Organizzata nell'Hemisferic, l’avvenieristica realizzazione architettonica situata tra il Palazzo della Scienza e quello delle Arti nel letto dell'ormai deviato fiume Turia, essa ha visto l'esibizione di Alana Assaf, la figlia del famoso consulente internazionale Dario Loinaz, attrice e cantante che è già apparsa alla televisione brasiliana e che recentemente si è esibita in Costa Rica, Uruguay e Portogallo, L'avevamo conosciuta nel 2011 a Buenos Aires quando ci lasciò a bocca aperta interpretando a sette anni un ruolo teatrale assieme alla madre Renata, la moglie di Dario, anch'essa artista dello spettacolo. Unico La serata di gala
presso l’Hemisferic
problema del sito del ricevimento: l'acustica. Pessima, bisognerebbe rivederla rapidamente anche se siamo perfettamente consapevoli che si tratta di un problema estremamente complesso.
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La serata di Gala è stata anche occasione di assegnare riconoscimenti agli espositori. Ad una raffinata cassetta porta urne presentata da Ramón Chao è stato conferito
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il premio per il prodotto più innovativo, mentre il premio per il miglior stand è stato conquistato da Facultatieve Technologies. Analogamente a tutte le fiere del settore di questi ultimi anni, anche Funermostra ha confermato la tendenza generalizzata di un aumento della cremazione. Non a caso erano presenti ben sei produttori di forni, direttamente o tramite loro rappre-
sentanti: Facultatieve Technologies (che come accennato ha meritatamente ricevuto il premio per lo stand più bello: assolutamente splendido!), Atroesa (che nel 1973 installò il primo forno crematorio del Paese nel cimitero madrileno di Nuestra Señora de la Almudena; a porlo fu il padre di Jesus Martinez, l'odierno titolare dell'azienda), Kalfrisa, Ideter e le italiane Vezzani Cremation e Gem Matthews (sullo stand di Mifora). Presenti in qualità di visitatori molto curiosi ed interessati anche gli amici brasiliani di Brucker, l'azienda di San Paolo leader nell'immenso Paese sudamericano che produce i suoi forni a Votuporanga, poco distante dal Mato Grosso. In 46 anni la Spagna è diventata il Paese in Europa con il maggior numero di forni crematori assieme al Regno Unito: solo nel 2018 ne sono stati inaugurati ben 24! A fine 2017 la cremazione rappresentava il 38,43% dei decessi (dato INE, Instituto Nacional de Estadísticas) e la proiezione nel 2025 si attesta al 60%.
Tale aumento contribuisce, assieme all'osservanza stretta della scadenza delle concessioni, a risolvere il problema degli spazi cimiteriali insufficienti che si paventava fino a pochi anni orsono. In tal modo gli attuali 17.682 cimiteri (su 8.126 comuni) basteranno tanto nel medio che lungo termine.
Catherine Cantin,
responsabile marketing di Facultatieve Technologies, mentre ritira il premio per lo stand più bello
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Tale proliferazione, invero impressionante, si deve anche al fatto che, contrariamente a quanto succede in Italia i forni crematori possono essere di proprietà privata e possono essere installati al di fuori dei cimiteri. Spesso essi fanno parte delle 2.429 case funerarie che coprono il Paese. C'è da dire che sino ad oggi le norme sulle emissioni sono state poco osservate. Tuttavia, in linea con la legislazione europea e visto l'impegno preso dalla professione con le istanze ambientaliste, le imprese incominciano ad investire somme ingenti per istallare filtri OLTRE MAGAZINE
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Lo staff di Tanexpo con Beatriz Colom, direttrice di Funermostra e Gonzalo Amoros, direttore della “Revista Funeraria”
È perciò normale che a fronte di tale stato di cose le urne ed i colombari siano prodotti particolarmente in vista nelle fiere funerarie. Ne abbiamo avuto conferma a Valencia dove sono state molto apprezzate le proposte di Sortem, Hygeco, Vezzani, Funeral Products, Limbo e Fenicetek (tutti espositori a Bologna nel 2020).
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volti a ridurre al minimo le emissioni e portarle nei limiti previsti dalla legge. Un ultimo dato: la fatturazione del settore nel 2017 è stata di 1 miliardo e 505 milioni di euro per 424.523 decessi su una popolazione di 47 milioni. Si tratta dello 0,13 % del PIL che si eleva allo 0,34% quando si includono le attività delle compagnie assicurative che commercializzano il ramo decessi.
Sempre più frequenti le urne biodegradabili segno di una crescente e decisa presa di coscienza della
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necessità di proteggere l'ambiente. Lo stesso discorso vale per i cofani anch'essi sempre più frequentemente eco compatibili.
ha introdotto il'HEH, Hybrid Electric Hearse (carro funebre ibrido elettrico) Kassia realizzato su un Chassis Ford Mondeo.
Gli espositori italiani sono stati rappresentati in primis dal Gruppo Vezzani (Vezzani Bronzi, Ceabis, Cesmar, Oscar Marta e Vezzani Cremation) con la sua vastissima gamma di prodotti all'insegna della massima qualità. Presente anche la storica Bosisio nata nel 1911, che a Funermostra ha presentato il loculo brevettato in fibra di vetro Q-Box in sostituzione a quello in calcestruzzo.
Sempre molto frequentato lo stand dell'olandese Orthometals, espositore fedelissimo della fiera di Bologna. Ultimo, ma non meno importante, lo stand di Tanexpo, situato nell’area istituzionale, importante e frequentato punto di riferimento per tutti coloro (e non sono stati pochi!) che hanno avuto necessità o desiderio di maggiori informazioni sull’evento internazionale che si terrà dal 26 al 28 marzo del prossimo anno.
Per ciò che è dei carri funebri, da segnalare il veicolo Atys di Bergadana elaborato sull’eVito della Mercedes Benz. Si tratta del primo veicolo 100% elettrico della famosa casa tedesca. Indusauto, anch'essa sensibile alle raccomandazioni europee ed alle ordinanze delle grandi città tendenti a ridurre le emissioni contaminanti,
Una edizione di Funermostra di buona tenuta che ha consentito a Tanexpo di rafforzare i legami con i clienti storici e di crearne di nuovi in vista di una edizione 2020 che, stando ai dati odierni, dovrebbe battere tutti i record. Sta diventando un'abitudine!
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FOCUS DONNA
Donne che contano di RAFFAELLA SEGANTIN
Non tutti però sanno che a capo dell’azienda lombarda vi sono anche due donne, Patrizia Corti e Valeria Valsecchi, che gestiscono anche la VOF (Valsecchi Onoranze funebri), un’impresa fondata nel 1956 che oggi, con 19 addetti, un parco auto di 12 vetture e una casa del com-
miato, serve molti comuni dell’area compresa tra Como e Lecco. Iniziamo la nostra chiacchierata con la signora Patrizia a cui chiediamo come è giunta ad operare in questo settore. “Ho iniziato nel 1976 coinvolta da mio marito Alvaro che aveva ereditato l'impresa funebre dai genitori. Mi sono appassionata subito a questo lavoro perché basato su valori
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Non c’è impresario funebre che non conosca la Radiv, leader nella produzione di articoli funerari in Italia.
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Intervista a Patrizia Corti e Valeria Valsecchi, titolari dell’impresa VOF Valsecchi e della rinomata ditta Radiv.
Patrizia Corti e Valeria Valsecchi OLTRE MAGAZINE
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Da quando l’impresa è passata sotto la sua direzione sono stati apportati cambiamenti imprimendo un tratto più femminile? “Purtroppo la scelta di cambiare non è stata decisa a tavolino ma ci è piovuta addosso con la morte improvvisa di mio marito, nell’agosto 2005. Dirigere tutto quello che avevamo creato io e Alvaro da sola e da un momento all’altro, non è stato semplice. Inizialmente mi sono sempre attenuta l'indirizzo dato da lui, cercando ovviamente di migliorare costantemente. Sicuramente la presenza di una donna in un’azienda come la nostra è un valore aggiunto, ma nulla si potrebbe fare senza la collaborazione di tutta la famiglia. Ognuno ha il suo ruolo e questo ci permette di fare scelte equilibrate e dare sempre un servizio meritevole”.
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importanti dove la comprensione e l’empatia sono alla base dei rapporti umani. Ancora oggi, anche se il mio ruolo è dirigenziale, ci tengo sempre ad occuparmi in prima persona del contratto con i parenti, oltre a seguire tutte le pratiche amministrative e la contabilità aziendale. Pochi anni dopo il mio ingresso nell’attività di famiglia, assieme a mio marito abbiamo deciso di coronare un sogno che avevamo nel cassetto: occuparci anche della produzione di articoli ed accessori funebri per poter disporre di prodotti di alta gamma e, contemporaneamente, immetterli sul mercato. È così che nel 1979 è nata la Radiv e gli impegni si sono intensificati, anche perché in quegli anni la famiglia si è allargata con la venuta al mondo dei nostri quattro figli Davide, Ivan, Mattia e Valeria, oggi tutti parte integrante dell’azienda”.
É proprio nelle situazioni difficili che le donne sanno emergere, mostrando quella resilienza e quella caparbietà, derivate probabilmente
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Il gruppo completo della VOF dai ruoli difficili che hanno dovuto interpretare nel corso dei secoli. Forse non è un caso che la continuità e il futuro dell’azienda sia stata riposta nelle mani di un’altra donna - la figlia Valeria Valsecchi – che già da qualche anno riveste una posizione importante all’interno della società. “Sono entrata in azienda nel 2009 – ci racconta Valeria - dopo il diploma in stilismo. Sono socia in entrambe le aziende ma mi occupo principalmente Una delle collezioni di camere ardenti e accessori coordinati
Ha introdotto novità nelle proposte Radiv o ha preferito proseguire sulla linea già tracciata? “Ho preferito non discostarmi dalla strada indicata da mio padre che ha sempre avuto buon gusto e lungimiranza. Ho usato i miei studi per creare qualcosa di nuovo, mantenendo però lo stile che ha caratterizzato la nostra ditta per 40 anni poichè lo ritengo vincente. Infatti, nonostante il tempo, le nostre creazioni continuano a riscuotere grande consenso perché risultano sempre attuali, mai eccessive e adatte all’ambiente”.
Una significativa testimonianza di forza e di coraggio che porta al superamento di momenti estremamente critici e all’affermazione professionale e personale, nel segno della continuità. OLTRE MAGAZINE
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Un momento della lavorazione
Vi ha creato qualche difficoltà il rapporto con i clienti per il fatto di essere donne? “Direi che non è mai stato un problema, ci siamo sempre difese bene! - conclude sorridendo Valeria. - I rapporti con i clienti non sempre sono semplici ma ciò è indipendente dall’appartenenza di genere. D’altronde anche all’interno della nostra struttura c’è grande spirito di collaborazione e spesso siamo intercambiabili, non ci tiriamo indietro nel caso ci siano vestizioni da fare o lavori più "pratici" che solitamente spettano ai miei fratelli”.
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della Radiv e della creazione di articoli funebri, che spaziano dalle camere ardenti, ai reggibara, candelabri, leggii, imbottiture. Presenti su tutto il territorio nazionale, abbiamo ora esteso la nostra offerta anche all’estero, servendo onoranze funebri in Francia, Belgio, Germania, Inghilterra, Russia e persino Giappone! Siamo apprezzati non solo per la qualità e la varietà delle proposte, ma anche per l’artigianalità, la cura del dettaglio e la flessibilità. Sappiamo sempre interpretare i suggerimenti e le richieste dei clienti e siamo in grado di realizzare anche articoli su misura”.
Pensate che essere donne abbia influito positivamente sul vostro tipo di attività? “Pensiamo più che altro che per fare un lavoro come questo – continua Patrizia - serva una certa sensibilità, che può essere una caratteristica di entrambi i sessi. Essendoci passate, ci sentiamo sempre vicine alle persone che perdono un loro caro e per questo risulta più facile comprendere e affrontare al meglio le svariate situazioni che si presentano”.
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Ah l’America! di daniele fogli
Arrivano dagli Stati Uniti le ultime novità in tema di cremazione che prevedono alternative rispetto ai metodi tradizionali.
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Idrolisi alcalina e riduzione organica naturale: due metodi di trattamento dei corpi recentemente approvati dallo Stato di Washington.
Ha destato interesse e qualche commento non propriamente ripetibile la notizia della approvazione il 19 aprile 2019 con legge SB 5001 dello Stato di Washington (USA) di due nuove forme di trattamento dei cadaveri: la “idrolisi alcalina” (nota in Italia
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come cremazione liquida o resomation), definita come “la riduzione di resti umani a frammenti ossei ed elementi essenziali in un impianto di idrolisi autorizzato che utilizza calore, pressione, acqua e agenti chimici di base”. Ne avevamo già parlato nel numero 6/2017 di Oltremagazine. Con la legittimazione legislativa anche in questo Stato americano e con oltre una ventina di installazioni sul territorio USA,
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attualità
Oltreoceano è ormai una realtà, non ancora attuata nei principali Paesi europei, dove la cremazione calda (quella tradizionale, per intenderci) è l’unica soluzione tecnologica ammessa; la “riduzione organica naturale”, definita come “la conversione in ambiente controllato e accelerata dei resti umani nel suolo”. Che è una novità assoluta per il nostro settore. Non è invece stata autorizzata dallo Stato di Washington la cosiddetta cremazione fredda, cioè l’applicazione dei principi di liofilizzazione al corpo umano, sistema molto caro in Italia ai movimenti “No Crem”, di cui peraltro non risulta alcuna concreta applicazione nel mondo.
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La legge americana è stata approvata con ampia maggioranza (38 favorevoli e 11 contrari al Senato e 80 favorevoli e 16 contrari alla Camera) ed entrerà in vigore il 1° maggio 2020. Con la stessa legge SB 5001 si è operata una modifica normativa di grande rilevanza, non
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ancora percepita dai più, e cioè la equiparazione tra le varie tipologie di trasformazione cadaverica. Difatti, ai fini della destinazione finale, non si fa differenza tra “resti umani o resti, il corpo di una persona deceduta, compresi i resti che seguono il processo di cremazione, idrolisi alcalina o riduzione organica naturale. Questo include anche il corpo in ogni fase di decomposizione”. In sostanza nello Stato di Washington vi è equiparazione tra cadavere sepolto, resti mortali esiti di fenomeni cadaverici trasformativi conservativi e ceneri. Come funzionano le autorizzazioni in America? Vediamo però ora di approfondire le questioni legate alla tecnologia trasformativa. Per gestire un crematorio o una cremazione, per operare o condurre una idrolisi alcalina, per operare o condurre una riduzione organica naturale, o per utilizzare un impianto di riduzione organica naturale è necessaria una licenza o
una autorizzazione specifica. E negli USA non scherzano: esiste con ampi poteri il Funeral and Cemetery Board (Board), che applica e amministra le leggi relative ai cimiteri, agli obitori e ai resti umani. Il direttore del Dipartimento delle licenze (DOL), che dipende da esso, avvalendosi se occorre dei pareri dello stesso Board, è incaricato di amministrare le leggi. Le strutture, compresi i crematori che eseguono servizi dedicati ai defunti, devono quindi essere dotate di specifica licenza, con permesso o approvazione dalla DOL e possono essere da questo ispezionate. Il direttore del DOL nomina l’Ispettore degli stabilimenti funebri, dei crematori, dei direttori funebri e degli imbalsamatori dello stato di Washington, che deve essere stato a sua volta un impresario funebre e imbalsamatore autorizzato nello Stato, con un minimo di cinque anni consecutivi di esperienza. L’ispettore è autorizzato, ai fini ispettivi,
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ad entrare nei locali o nella sede degli affari dell’impresa funebre o nei luoghi dove avviene l’imbalsamazione o la cremazione; rientra inoltre tra i sui compiti controllare le licenze e le registrazioni degli impresari funebri, imbalsamatori, operatori di cremazione e praticanti. Come si noterà, quello statunitense è un sistema soggetto a notevoli controlli, con precise regole di formazione, con numerose scuole che offrono programmi educativi completi e con aggiornamenti periodici obbligatori. E, per finire, con verifiche concrete sul campo, portate a termine da persone competenti. Non oso fare commenti o parallelismi con l’attuale situazione italiana!
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Cos’è la “riduzione organica naturale”? Cerchiamo di capire cosa è la cosiddetta “riduzione organica naturale”. Per semplicità la si può assimilare ad un processo che avviene dentro ad un digestore organico, che è un sistema utilizzato in agricoltura.
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Un impianto per la resomation o "cremazione liquida" Mentre in agricoltura lo scopo è quello di trasformare la materia organica per produrre biogas e compost, in questo caso l’obiettivo è quello della trasformazione della materia organica in compost estraendo il gas che si forma e accelerando il processo immettendo aria e quindi ossigeno. Il tutto si svolge in ambiente controllato: il corpo del defunto viene avvolto in un sudario e posizionato in un lungo contenitore d’acciaio a sezione
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esagonale, adagiato su un letto di trucioli di legno, erba medica e paglia. I gas prodotti dal processo vengono aspirati periodicamente, immettendo aria pulita e/o ossigeno per accelerare l’attività microbica. Nel giro di circa un mese, secondo chi produce questi acceleratori di decomposizione, il cadavere viene ridotto in compost che, riconsegnato alla famiglia, può farne quel che vuole, anche essere usato come ottimo terriccio per far crescere fiori e alberi. Coloro che intendono saperne di più possono consultare in internet il testo di legge completo per valutare i contenuti dell’innovazione normativa (ovviamente in inglese). Prima di legiferare sulle nuove metodiche di trattamento dei cadaveri, sono stati autorizzati e svolti studi e prove sulle tecniche utilizzate, con la messa in funzione di impianti sperimentali: a quelli dedicati alla resomation, allo studio da anni, se n’è recentemente aggiunto uno per la riduzione organica naturale,
con l’utilizzo di sei corpi donati alla scienza. Chi si è battuto per l’introduzione di questa nuova tecnica di trattamento dei cadaveri è la Public Benefit Corporation denominata Recompose, (recompose.life), diretta da Katrine Spade, che dichiara: “Il nostro team sta ancora lavorando per proporre i nostri servizi. Il nostro obiettivo è costruire un business sostenibile per fare della riduzione organica naturale un’opzione permanente di trattamento dei cadaveri, servire le persone nei decenni a venire, e rendere i nostri servizi disponibili a tutti coloro che li desiderano.” Ma quanto costerà questo nuovo servizio? La risposta, che troviamo sempre sul sito di questa associazione no profit, non è precisa, ma dà un’idea: “Ci aspettiamo che il servizio Recompose costi più di una cremazione diretta, ma meno di una sepoltura convenzionale.
Oltre a creare prezzi accessibili, stiamo formando un fondo comunitario per sostenere chi ha meno risorse. Se ti iscrivi per aggiornamenti qui, ti informeremo quando i prezzi saranno disponibili.” In sostanza il nuovo sistema costerebbe di più della cremazione calda. La Public Benefit Corporation ha recentemente lanciato una richiesta di fondi per 6,75 milioni di dollari di raccolta, con un investimento minimo di 100.000 $. La prima realizzazione concreta di una “factory”, cioè uno stabilimento che preveda la riduzione organica naturale, è prevista a Seattle (USA). Sul fronte ambientale l’associazione no profit asserisce di aver fatto svolgere un calcolo di LCA (life cycle assessement) ossia di valutazione del ciclo vitale, i cui risultati sono ampiamente a favore del nuovo metodo, visto che gli effetti ambientali sono di minor inquinamento (anche se va detto che nel sito i contenuti dello studio non sono disponibili). Per concludere: si tratta di una tecnologia agricola applicata al settore funerario, che è tutta da approfondire e valutare per gli effetti concreti che produrrà. Auguriamoci che non sia una “americanata”!
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Due importanti appuntamenti internazionali d i s t e fa n o m o n ta g u t i
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La partecipazione di Tanexpo 2020 ai Saloni espositivi di Stoneleigh Park (Inghilterra) e Kielce (Polonia). Maggio e giugno sono tradizionalmente i mesi in cui si tengono diverse fiere del settore funerario in Europa. Quest’anno, oltre alla spagnola Funermostra di cui vi abbiamo dato conto qualche pagina addietro, è stata la volta anche della britannica NFE e della polacca Necroexpo, entrambe parte del programma di promozione di Tanexpo.
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NFE – Stoneleigh Park, Inghilterra 7-9 giugno L’appuntamento biennale con la National Funeral Exhibition si è tenuto come di consueto nel centro espositivo di Stoneleigh Park, nel cuore della campagna inglese, non
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lontano da Birmingham, città a forte vocazione industriale. Una zona interessante sotto molti aspetti, da quello economico a quello paesaggistico e turistico, dove risiede una popolazione multietnica che si esprime al meglio nel settore della ristorazione con un’ampia offerta di locali dove poter gustare ottimi piatti della tradizione indiana che da quelli parti hanno facilmente avuto la meglio su quelli non propriamente rinomatissimi della cucina locale. La fiera, organizzata dalla scorsa edizione direttamente dall’Associazione Nazionale dei Funeral Directors (NAFD), si è confermata un pieno successo; i due padiglioni sono stati sold out già con notevole anticipo, tanto che il presidente David Barrington ha già annunciato che per l’edizione 2021 l’area espositiva sarà ampliata con un terzo padiglione. Oltre 200 gli espositori presenti, tra cui diverse aziende estere. Anche se il numero degli stranieri è stato abbastanza circoscritto, si può tuttavia affermare che questa del 2019, fra tutte le edizioni a cui abbiamo
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della Vezzani Cremation, alle urne di alto design di Fenicetek ai carri funebri firmati Pilato, un marchio oramai affermato a livello mondiale, e per la prima volta, in mostra anche le auto di Vecotras. I 4.500 visitatori che hanno frequentato le tre giornate di manifestazione hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con una gamma completa di prodotti ed ammirare tante novità e curiosità. Tra le prime vogliamo citare le auto funebri elettriche di Brahms. A loro si deve anche l’iniziativa “The Climate Wall”, un lungo
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partecipato, è stata la più internazionale di sempre. Accanto a produttori prevenienti da Olanda, Germania, Stati Uniti e Spagna, non poteva mancare la presenza di eccellenze italiane: dagli efficienti impianti di cremazione
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garantendo servizi e attività per i bambini. La NFE è stata anche l’occasione per Fiat/Ifta (l’associazione mondiale dei professionisti del funerario) di tenere a Birmingham il 50° meeting del Consiglio internazionale dei Direttori e la conferenza nazionale degli associati.
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Necroexpo Kielce, Polonia 14-16 giugno
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pannello con domande relative all’emergenza dei mutamenti climatici in atto a cui il pubblico ha potuto rispondere esprimendo i propri pensieri su colorati post-it. Diverse le trovate che definiamo “folkloristiche” per sdrammatizzare l’argomento morte con il tipico humor inglese: carri funebri coloratissimi o elaborati su mezzi a tre ruote (tipo Apecar, per intenderci!) o addirittura, per i nostalgici dell’America di Easy Rider, su una moto modello chopper; cofani in vimini o glitterati, oppure personalizzati nei modi più impensabili con loghi, immagini di ogni genere, motivi floreali o astratti, o anche con una sequenza completa di foto della vita del defunto. Notevole infine la presenza della gioielleria commemorativa, molto diffusa all’estero e ancora poco presente in Italia. L’organizzazione ha assicurato un’assistenza costante agli espoOLTRE MAGAZINE
sitori con una squadra di ragazzi sempre a disposizione per risolvere qualsiasi criticità, una iniziativa che non è passata inosservata e che è stata molto apprezzata. Particolare attenzione è stata rivolta anche agli impresari in visita con le famiglie,
Ad una settimana di distanza e a 2000 chilometri a sud-est di Stoneleigh, si è tenuta a Kielce Necroexpo, la fiera funeraria polacca, giunta alla sua ottava edizione, ospitata nell’innovativo quartiere fieristico della città che rappresenta il secondo polo espositivo della Polonia e che, grazie alla lungimiranza e alla dinamicità dei dirigenti, dispone di strutture eccellenti dal punto di vista logistico ed architettonico che si incrementano di anno in anno. Kielce, è situata a metà strada sull’arteria principale che collega Varsavia,
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la capitale attuale, a Cracovia, l’antica capitale. Una posizione geografica importante, che fa sì che la città stia vivendo un grande momento di sviluppo, grazie anche all’efficienza e alla modernità del suo centro espositivo, anche se d’altro canto va evidenziata la mancanza dell’aeroporto, una condizione che può sicuramente porre un freno agli scambi. In ogni caso c’è d considerare che la Polonia, dal un punto di vista economico, in questi anni è in cima alle classifiche di crescita dell'Unione Europea con un PIL in costante rialzo: 3,28% nel 2014, 3,84% nel 2015, 3,86% nel 2016, 4,55% nel 2017. E tutto ciò in concomitanza con un calo della disoccupazione. Dal 2014 i livelli di disoccupazione si atte-
stano al di sotto di quelli dell'intera EU: nel 2017 l'indicatore in Polonia ha registrato un tasso del 4,9%. Una stabilità che terrà al riparo l’economia polacca anche in futuro, tanto che le stime indicano una crescita del PIL per il 2018 del 4,6% e del 3,8% nel 2019 con una disoccupazione ulteriormente in calo.
Il profilo del mercato polacco si è sostanzialmente modificato positivamente nel giro di pochissimi anni. Un impulso che coinvolge tutti i settori economici, non escluso quello del funerario. Per questo motivo riteniamo importante partecipare agli eventi che si tengono in questo Paese e da diversi anni è
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Ecco perché non vedrai più la cremazione… come fumo negli occhi La cremazione? Gli impresari funebri l’hanno sempre vista come “fumo negli occhi”. Fino a qualche anno fa, infatti, questa pratica era sinonimo di cerimonie spoglie, con pochissimi accessori e di modesta qualità. Oggi, però, stiamo assistendo a un grande cambiamento culturale, grazie al quale la cremazione, da scelta per pochi, dettata da particolari motivazioni religiose o politiche, è diventata un’opzione per molti, perché percepita come più moderna e consona ai ritmi di vita contemporanei. E anche le cerimonie essenziali di un tempo, ormai, sono un lontano ricordo: contrariamente al passato, l’impresa funebre ha la possibilità di proporre accessori e servizi di alto livello. Cominciando dal feretro, che può anche essere di qualità eccellente, per proseguire con il trasporto del defunto al crematorio, con gli addobbi floreali e l’urna cineraria. Ma come può un’impresa funebre diventare protagonista di questo cambiamento? Basta scegliere il partner giusto: il Registro Italiano Cremazioni, attivo dal 2014, propone alle agenzie aderenti una formula associativa semplice e senza vincoli contrattuali. A fronte del pagamento di una quota annuale, le imprese associate diventano vere e proprie sedi del RIC legalmente riconosciute.
Il RIC è differente. Il Registro Italiano Cremazioni si distingue per un'importante peculiarità: anziché essere un concorrente per le imprese funebri, infatti, è il loro miglior alleato per cogliere nuove opportunità di crescita, senza rinunciare alla propria indipendenza. Le agenzie aderenti, infatti, sono autorizzate a tesserare gli utenti, raccolgono le loro volontà testamentarie relative a cremazione, dispersione o affidamento delle ceneri. In tal modo diventano il loro punto di riferimento in ambito funebre e possono proporre cerimonie di alto livello, senza alcun condizionamento del RIC sul piano tariffario. E non è tutto: il Registro supporta gli associati con un ampio ventaglio di strumenti. Tra questi, un software gestionale che consente un’ottimale gestione dei tesserati, in totale autonomia; e svariato materiale promozionale (un totem, un dispenser da tavolo, una vetrofania, una targa in plexiglass, dépliant illustrativi). Infine, gli associati possono abbinare il logo del Registro Italiano Cremazioni alla loro modulistica e alle loro iniziative pubblicitarie.
La cremazione non è più sinonimo di cerimonia spoglia
La rivoluzione è già cominciata. Fai una scelta vincente per te e per la tua clientela: associati al RIC Guarda il video: https://www.registroitalianocremazioni.it/video/ric1 Via Carlo Poma, 37 - Milano - Tel. 02 8721 4414 registro@registroitalianocremazioni.it - www.registroitalianocremazioni.it
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gadget offre sempre grande motivo di curiosità. Presenti anche i forni crematori della Gem Matthews a conferma che anche questo Paese di forte matrice cattolica si sta aprendo ad una mentalità moderna. Ultima, ma non meno importante, l’ampia proposta di cofani della veronese Ferrari.
stato avviato un rapporto di collaborazione tra Tanexpo e gli organizzatori di Necroexpo per garantire la presenza di delegazioni di buyers polacchi alla fiera di Bologna.
Tra gli espositori non sono mancati gli italiani che hanno capito l’importanza di questo mercato. Da segnalare la presenza ormai costante di Pilato, l’azienda trevigiana di autotrasformazioni conosciuta in tutto il mondo, che in Polonia trova grandi risultati per la qualità intrinseca ed indiscussa delle sue realizzazioni e per l’eccellente azione commerciale dei suoi rappresentanti. Significativa anche la partecipazione di Tiesse che con i propri prodotti e
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Nel complesso Necroexpo 2019 si è mantenuta sui livelli della scorsa edizione. Anche se abbastanza contenuta nei numeri, si pone comunque come centro di scambio di primaria importanza per il settore. L’assenza dello scalo aereo non ha scoraggiato gli operatori esteri in visita, dal momento che si è registrata una significativa partecipazione di professionisti russi ed ucraini, in aggiunta, ovviamente, ai numerosi operatori nazionali.
Il moderno Centro Congressi, attivo da un paio di anni che arricchisce il quartiere fieristico di Kielce di una importante struttura, ha ospitato la consueta cena di gala con oltre 250 invitati. Una serata raffinata che ha fatto seguito al tradizionale barbecue tenutosi il giorno prima in un clima “casual” negli ampi spazi esterni dei padiglioni. Due ottime occasioni per socializzare, grazie anche alle abbondanti vivande e all’ottima birra, oltre all’immancabile vodka, apprezzata da molti. Concludiamo ringraziando le autorità e gli organizzatori per l’eccellente accoglienza, che certamente sapremo ricambiare a Bologna. Gli organizzatori di Necroexpo
iiiinello stand di Tanexpo
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Scacf sta con la natura di RAFFAELLA SEGANTIN
Scacf, la più importante industria italiana di cofani funebri, ha fatto dell’ecologia la sua bandiera. A cominciare dalla scelta energetica. L’azienda umbra vanta infatti uno dei maggiori impianti fotovoltaici della sua regione che con una superficie complessiva 8.500 mq garantisce una produzione di 1.200.000 kw. OLTRE MAGAZINE
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Mai come in questi ultimi anni, complice l’inquinamento che sta provocando catastrofi globali, vi è una presa di coscienza generale sull’importanza di preservare la natura, fonte primaria di vita, ponendo un’attenzione particolare ad agire, produrre e consumare in modo sostenibile.
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Utilizzo responsabile del legno, produzione a basso impatto ambientale, offerta di prodotti ecologici: Scacf è sempre più “green” e contribuisce al mantenimento delle foreste.
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L’anima green si riscontra anche nella preferenza di materiali e di prodotti alternativi come le vernici ecologiche ad acqua che per la loro caratteristica consentono di eliminare le sostanze tossiche presenti nelle vernici tradizionali.
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Un investimento rilevante che ha reso gli stabilimenti autonomi per il proprio fabbisogno, con il lodevole vantaggio di utilizzare solo energia pulita.
La filosofia eco-friendly coinvolge, come ci si può aspettare, l’intera offerta produttiva: i 75.000 cofani - declinati in oltre 100 modelli di diverse essenze - che annualmente escono
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dagli stabilimenti di San Giustino Umbro, sono infatti fabbricati esclusivamente in legno massello. Perché il legno è l’elemento naturale per eccellenza, il più pulito, il meno inquinante e dunque il più ecologico. Ma non c’è il pericolo che con un massiccio impiego del legno i boschi alla lunga possano esaurirsi? “Assolutamente no! – ci assicura Michela Sgoluppi, responsabile marketing di Scacf – Lo so che può sembrare una contraddizione, ma è proprio grazie alle imprese come la nostra che utilizzano il legname in modo responsabile, che viene assicurata la sopravvi-
venza delle foreste. Il taglio degli alberi avviene in maniera del tutto controllata, secondo i protocolli internazionali FSC (Forest Stewardship Council) e PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes) a cui aderiamo. Parallelamente al prelievo di legname viene avviato un programma di rimboschimento: in questo modo non solo è scongiurato il rischio che la foresta si estingua ma, dati alla mano, negli ultimi anni nonostante l’inarrestabile sottrazione di aree naturali o rurali a favore dell’urbanizzazione, le superfici forestali in tutta Europa, compreso il nostro Paese, sono aumentate”. L’impiego del legno comporta benefici in termini ecologici anche nelle varie fasi di lavorazione, poiché implica trasformazioni meccaniche a basso impiego di energia, un minor
ricorso a processi chimici e quindi un impatto ambientale inferiore. Tutto ciò rappresenta anche una maggiore salvaguardia della salute dei lavoratori. “Legno is green” non è solo un motto di Scacf, ma è anche una linea di cofani a cui viene dedicato un impegno particolare nel rispettare la naturalità del materiale nei vari processi di lavorazione. Una serie di manufatti ecologici certificati sempre più apprezzati e richiesti tanto che ai modelli già in catalogo da qualche anno si sono ora aggiunte due nuove proposte. Si tratta degli articoli 28 e 28E (quest’ultimo dotato di maniglie in legno) della linea Elegance. Realizzati in larice e disponibili in diverse tonalità a seconda dei gusti del cliente, sono adatti sia per la tumulazione che per la cremazione. Il cofano è l’ultima dimora che accoglie le spoglie dei nostri cari e pertanto
Modello 28E iii con maniglie
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" L'azienda umbra vanta uno dei maggiori impianti fotovoltaici della sua regione "
ha un grande valore emozionale. La scelta di Scacf di indirizzarsi su prodotti ecologici dimostra non solo grande rispetto per il pianeta, ma anche rispetto per il defunto che conclude il cerchio della vita ricongiungendosi simbolicamente con la natura.
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Nella Stanza del Silenzio di Alice Spiga
direttrice SO.CREM Bologna
A distanza di circa sessant’anni dalla realizzazione della prima “Sala della Meditazione” o “Sala della Quiete” – la volle nel Palazzo di vetro, nel 1954, l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjold, così da avere e offrire un luogo di quiete e di meditazione – le Stanze del Silenzio e/o dei Culti si stanno diffondendo anche in Italia.
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La Stanza del Silenzio e/o dei Culti è uno spazio neutro, dedicato alla meditazione e al raccoglimento, un luogo dove entrare in contatto con la propria interiorità, in un’ottica inclusiva e interculturale che rifugge qualsiasi tipo di discriminazione. I progetti fino ad ora realizzati riguardano prevalentemente ospedali, aziende e fondazioni sanitarie, policlinici: stiamo parlando di una trentina di “Stanze” collocate in sette differenti regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Lazio, Sicilia). Tali progetti, lungi dall’esaurire l’orizzonte dei possibili interventi, rappresentano casi-studio rilevanti dai quali
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muovere, diffondendo esperienze, approcci, strategie e soluzioni via via praticati. “Dietro alla progettazione – ha dichiarato Alessandro Bonardi, referente a livello nazionale per il progetto Stanza del Silenzio e/o dei Culti – c’è la convinzione che quando il corpo è malato anche lo spirito ha bisogno di cure, e questo riguarda non solo le persone ricoverate, ma anche i familiari e il personale sanitario. Come negli ospedali esistono le cappelle cattoliche, che offrono un servizio spirituale e liturgico, è nata l’esigenza di offrire a tutti un luogo neutro, soprattutto considerata l’estrema diversificazione delle credenze. Una stanza – conclude Bonardi – per fare silenzio, meditare, rigenerarsi, leggere, ricevere ascolto e conforto”.
terno di spazi istituzionali pubblici o privati: ospedali, hospice, carceri, cimiteri, università, aeroporti, ecc.
Come funzionano le Stanze Le Stanze del Silenzio e/o dei Culti già realizzate in Italia sono tutte ad accesso libero, ma con custodia. Ogni Stanza ha un regolamento e/o un codice di comportamento ed è gestita da gruppi di operatori che si occupano della manutenzione, della rilevazione dei bisogni psicosociali mediante questionari costruiti ad hoc e della rilevazione delle presenze in quantità e qualità. Le Stanze possono ospitare varie tipologie di attività: - consulenza e sostegno psicologico individuale e di gruppo (per adulti e per bambini) per l’elaborazione del lutto, per la gestione di eventi stressanti e problematiche di salute; - sportello di Assistenza Fine Vita e Assistenza Multiculturale; - punto di ascolto; - eventi a tema (conferenze, letture, spazi relax, performance e installazioni artistiche, ecc.). Sala del Silenzio del presidio Molinette presso l'AOU Città della Salute
e della Scienza (TO)
Il modello di base consiste quindi nella creazione di uno spazio destinato all'integrazione delle diversità e dei bisogni specifici: pregare, elaborare sofferenza, dolore o lutto, pensare, raccogliersi, rigenerarsi o partecipare a incontri e seminari che affrontino queste particolari tematiche.
Poiché le aree scientifiche coinvolte nello studio della Stanza sono molteplici, nel 2016 è emersa l’esigenza di creare un Gruppo di Lavoro Nazionale (nato a Modena il 16 giugno 2016) e Gruppi di Lavoro Locali, costituiti da diversi professionisti interessati a studiarne le dimensioni e implicazioni sociologiche, psicologiche, filosofiche e religiose muovendo da approcci differenti. L’obiettivo principale dei Gruppi di Lavoro è promuovere e sostenere la realizzazione della "Stanza" all’in-
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La nascita del Gruppo di Lavoro Nazionale
Sala dei Culti e del Silenzio all'Ospedale Sant'Anna (FE) - (foto di Clusteriz)
Le Stanze possono prevedere un “Libro degli Ospiti”, per la raccolta di pensieri, riflessioni e richieste.
to, la condivisione e il dialogo, volti alla crescita interiore e all'arricchimento reciproco”.
Le Stanze in Italia: alcune esperienze
“L'allestimento della Stanza del Silenzio al Mauriziano (con relativo regolamento) – ci dice Tiziana Bertero dell’Ospedale Mauriziano di Torino – è stato deliberato nel 2013. Si è formato un gruppo di lavoro composto da dipendenti (infermieri, amministrativi, medici, persone del comparto), con una formazione spirituale-religiosa di estrazione molto varia, alcuni non credenti, così da tutelare la laicità del luogo. Il gruppo si è quasi completamente autofinanziato, al fine di non gravare sul budget dell'azienda. Il locale scelto occupa una posizione strategica: in centro all'ospedale e rappresenta un angolo tranquillo offerto a persone che attendono ore, nei corridoi, di ricevere notizie o di visitare un ammalato”.
Il quadro nazionale ci consegna un contesto demografico con un numero crescente di persone, italiane e straniere, appartenenti a differenti confessioni religiose e filosofiche, così come un numero di persone atee e agnostiche. La gestione delle diversità è un tema che ha già assunto un peso rilevante nell’organizzazione dei servizi socio-sanitari, che si vedono impegnate a garantire equità e parità di diritti, non solo a livello assistenziale.
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“Leggendo il Quaderno delle Testimonianze – racconta Sandra Bombardi, dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara – abbiamo capito che la Stanza dell’Ospedale Sant’Anna rappresenta, per coloro che hanno potuto accedervi, uno spazio nel quale ritrovare la propria intimità ed identità, per poter affrontare le difficoltà emotive, psicologiche e fisiche che si incontrano all'interno di una struttura sanitaria. A tale fine, le persone non si limitano ad utilizzare lo spazio a disposizione per recitare preghiere o invocazioni, ma si abbandonano a pensieri filosofici, morali ed ideologici più ampi, favorendo il confron-
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“La Stanza del Silenzio nel presidio Molinette è stata realizzata nella dismessa cappella dell’ospedale San Lazzaro – racconta Mario Caserta, Coordinatore del Progetto Religioni, Le cure dello Spirito presso l’AOU Città della Salute e della Scienza (Torino). – Abbiamo seguito le indicazioni dei rappresentanti religiosi, che sono a disposizione degli utenti per il raccoglimento, la meditazione e la preghiera. È ad accesso libero per tutti, credenti, di qualsiasi credenza
o religione, e atei, tutti insieme nel silenzio e nel rispetto reciproco. Lo spazio, privo di ogni simbolo religioso, prevede un’area per gli ‘scalzi’, ovvero per chi necessita sedersi a terra e un’area con panche e sedie. All’ingresso una biblioteca accoglie i testi sacri di varie religioni”. “Abbiamo aperto la nostra Stanza del Silenzio già nel 2010 – riferisce Roberto Mazza della Fondazione IRCCS, Istituto Nazionale Tumori di
Anche a Bologna, a partire dal 2017 è attivo un “Comitato per le Stanza del Silenzio e/o dei Culti”, del quale fa parte anche SO.CREM Bologna. Il gruppo sta lavorando alacremente affinché queste Stanze vengano realizzate anche nella nostra città. Per chi volesse saperne di più: stanza.silenzio.bologna@gmail.com
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“La Sala di Preghiera e del Silenzio dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Careggi (Firenze) – racconta Guidalberto Bormolini, fondatore
dell’Associazione TuttoèVita Onlus e coordinatore della Stanza – è diventata un luogo di dialogo interculturale e interreligioso, grazie a differenti e significative iniziative che la rendono viva. La Direzione dell’AOU di Careggi e il dirigente dell’area comunicazione hanno reso possibile questo lavoro grazie a un’ampia e convinta disponibilità, tale da permettere l’introduzione dei temi della spiritualità nei percorsi formativi interni all’Azienda sanitaria stessa”.
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Milano – al nono piano, accanto a un ‘healing garden’ pensile (giardino della cura) e alla cappella cattolica. Il gruppo di lavoro sulla multiculturalità opera in coordinamento con la rete HPH degli Ospedali Migrant Friendly e ha realizzato molteplici corsi di formazione per il personale clinico, una convenzione con la Comunità Ebraica di Milano per ottenere pasti kasher per i pazienti che lo richiedano, la possibilità per clinici e infermieri di attivare mediatori culturali (progetto finanziato dalla LILT) e di chiamare ministri dei vari culti presenti a Milano. Stiamo organizzando anche una sala per il lavaggio rituale della salma come richiesto da diverse culture e religioni”.
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Da quando Ozzy non c’è più di dAVIDE Sisto
Trovato in un bidone della spazzatura, quando aveva circa due o
tre mesi, Ozzy è stato in mia compagnia per quindici anni. Abbiamo condiviso due traslochi e, dal momento che lavoro principalmente a casa, siamo stati insieme per tante ore di seguito al giorno, con rituali e abitudini pienamente consolidate. Ad esempio, ogni volta che accendevo lo stereo e ascoltavo i miei OLTRE MAGAZINE
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Il 30 novembre è diventato, dal 2012, un giorno molto triste. In quella data, infatti, è morto il mio gatto Ozzy, il cui nome è un omaggio al cantante dei Black Sabbath, di cui sono appassionato.
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L’esperienza della perdita dell’animale domestico raccontata in prima persona dal filosofo Davide Sisto.
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cd heavy metal, lui arrivava ronfando e si piazzava sotto lo stereo. Fin da piccolo aveva probabilmente percepito quel suono come qualcosa di molto familiare e, rispettando quindi il nome che gli avevo dato, non si perdeva un singolo ascolto. Cosa che lasciava decisamente perplesso chi non aveva familiarità con la musica metal. La morte di un animale domestico genera un lutto che non va in alcun modo sottovalutato, checché ne pensino coloro che non ne hanno mai fatta esperienza. La sera del 30 novembre 2012 mi è venuto spontaneo pulire immediatamente casa, cancellando il più possibile
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le sue tracce. Ho buttato via la lettiera, i piattini in cui mangiava e beveva e ho conservato con attenzione i suoi giochi preferiti, per tenerli come ricordo. Non è stato facile abituarsi a dormire senza il suo peso sulle gambe, che per anni ha condizionato il mio riposo notturno obbligandomi a stare praticamente immobile, quasi mummificato, fino alla mattina seguente. Non è stato facile entrare in un supermercato e passare, senza sussulti emotivi, nel reparto in cui vengono venduti i prodotti alimentari per gatti. Non è stato facile, in
linea generale, ricostruire daccapo le abitudini casalinghe, mettendo da parte ciò che ha segnato quindici anni di convivenza. Dalla finestra strategicamente aperta, per farlo andare sul balcone, a quella strategicamente chiusa, per non perderlo. Dall’organizzazione dei viaggi e delle vacanze, tenendo conto delle esigenze casalinghe di Ozzy, all’apertura della porta di casa, dietro cui si manifestava immediatamente la sua
presenza “miagolante”. Il rapporto che si crea con un animale domestico non è dissimile da quello che si crea con una persona amata, per cui si vive una situazione di perdita e di elaborazione del lutto che non va sottovalutata, perché può creare – soprattutto, in persone che vivono da sole – un trauma. Non si tratta soltanto di una forma di autosuggestione legata alle abitudini consolidate nel corso degli anni. Nasce un autentico legame in cui entrambi i soggetti vivono mediando le proprie
esigenze con quelle dell’altro. Il gatto, così come ogni altro animale domestico, diviene un membro ufficiale della famiglia, al punto che - come indicato in alcuni studi americani - la sua perdita è una delle principali cause dell’insorgenza di una depressione. A ciò va aggiunto un aspetto che ho constatato in prima persona. La dimensione affettiva nei confronti del proprio gatto domestico è particolarmente intensa poiché si ha la percezione di trovarsi in una condizione di totale accudimento.
" la morte di un animale domestico genera un lutto che non va in alcun modo sottovalutato"
Si ha la sensazione, cioè, che quel gatto dipenda totalmente dalla cura della persona, per cui ci si sente molto responsabilizzati nelle scelte e nelle decisioni. Inoltre, pur essendo portato a una forma di autarchia quasi caricaturale, il gatto vive un rapporto di totale amore con la persona che lo accudisce come si deve, evitando quelle situazioni conflittuali che invece caratterizzano le relazioni tra esseri umani. Tutti questi aspetti rendono la relazione molto forte e accettarne la rottura diventa particolarmente doloroso. Alcuni affrontano questo dolore prendendo subito un altro gatto; altri, invece, non se la sentono di sostituirlo. E anche questi due comportamenti dimostrano quanto sia delicata l’elaborazione del lutto. (testimonianza tratta dal blog "Si può dire morte")
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Killfie, quando si muore per una foto di RAFFAELLA SEGANTIN
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Un neologismo per indicare un fenomeno in crescita: quello dei selfie scattati in condizioni di estrema pericolosità.
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Ha destato scalpore e una forte reazione da parte dei media e dell’opinione pubblica in generale, l’incidente che a fine maggio ha coinvolto due ragazzi di Reggio Emilia - Luigi Visconti e Fausto Dal Moro - mentre si recavano ad un concerto a Rovigo. Anche se tecnicamente si è trattato di un sinistro stradale da attribuire, OLTRE MAGAZINE
come molti altri, ad un eccesso di velocità, c’è il fondato sospetto che il motivo che ha portato a spingere il piede sull’acceleratore fino a segnare i 220 km/h non sia stato determinato solo l’ebbrezza di infrangere i limiti consentiti dal regolamento della strada e da ogni altra norma dettata dal buonsenso, ma molto probabilmente ha inciso il fatto di poter
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documentare la folle impresa con il proprio smartphone e postarla in diretta su Facebook dove in poche ore ha raggiunto le 400.000 visualizzazioni e un cospicuo numero di like. Cosa sia successo esattamente nelle menti di Luigi e Fausto nessuno lo saprà mai, e pertanto ci asteniamo nel modo più assoluto da giudizi che risulterebbero superficiali e fuori luogo, preferendo invece rivolgere un pensiero alle famiglie e agli amici che si sono trovati ad affrontare una perdita improvvisa e traumatica.
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Quello che emerge da questo fatto di cronaca, e di cui ci vogliamo occupare, è una tendenza sempre più diffusa ad auto-immortalarsi in situazioni estreme, con conseguenze a volte fatali, tanto che è stato coniato un nuovo termine: Killfie, il selfie che uccide
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(dall’unione del verbo inglese kill, uccidere, e dal sostantivo selfie, che indica l’autoscatto realizzato con il telefono cellulare). C’è chi si riprende camminando sui cornicioni di palazzi ad altezze vertiginose, chi arrampicandosi sui tralicci dell’alta tensione, chi sui binari a pochi metri di distanza dal
sopraggiungere del treno, chi lanciando la propria auto sulle strade di periferia a velocità da circuito di Formula1… tutte condizioni, manco a dirlo, di enorme pericolosità.
I numeri
Secondo il Rapporto Italia 2019 dell’Eurispes, che a sua volta si rifà ad uno studio condotto in India dall’Institute of Medical Sciences di Nuova Delhi, risulta che in 6 anni, dall’ottobre 2011 al novembre 2017, nel mondo sono state 259 le persone decedute nel tentativo di scattarsi un selfie “per il gusto di sperimentare un’esperienza estrema e per il piacere di rendere pubblica l’immagine di sé attraverso i social”. A questo numero accertato andrebbero eventualmente aggiunti molti altri casi passati
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come “normali” incidenti o suicidi e andrebbero anche considerati i feriti, spesso gravi, che se pure hanno avuto risparmiata la vita, sono comunque anch’essi vittime di questo fenomeno. La relazione dell’Eurispes rileva che la maggior parte delle morti da killfie è avvenuta in India, seguita da Russia, Stati Uniti e Pakistan. Principali protagonisti, com’è facile immaginare, sono i giovani: quelli di età compresa tra i 20 e i 29 anni rappresentano il numero più significativo di vittime (106), seguiti dagli adolescenti (76 vittime). Queste due fasce d’età costituiscono il 70,3% del totale dei decessi per un selfie. Altre 20 vittime si contano nella fascia tra i 30 e i 39 anni, 2 tra i 50 e i 59 anni e, infine, in questa tragica lista, figurano addirittura 3 persone tra i 60 e i 69 anni. Se l’età fa una differenza sostanziale, la disparità tra i sessi è meno marcata: delle 259 vittime, 153 sono uomini, 106 sono donne.
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Le cause
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I 259 casi di morte sono da attribuire a 137 incidenti conseguenti al fatto di non avere calcolato bene il rischio. Incidenti che hanno visto 70 episodi di annegamento, 51 vittime investite da mezzi di trasporto (in particolare da treni in corsa) 48 cadute da grandi altezze, 48 a causa del fuoco, 16 fulminate da scariche elettriche, 11 colpite da arma da fuoco, 8 assalite da animali selvatici, ed infine 7 perite in altre diverse circostanze.
Le motivazioni
Che cosa spinge una persona a cercare deliberatamente situazioni che mettono a rischio la propria vita? OLTRE MAGAZINE
È normale chiederselo, ed è molto facile, come hanno fatto anche alcune importanti testate, liquidare questi fatti etichettandoli come un fenomeno di narcisistica stupidità. Un giudizio che certamente può sorgere spontaneo, ma che vogliamo superare per cercare di capirne un po’ di più. Una certa dose di vanità e di autocompiacimento è connaturata all’essere umano che fin dall’antichità ha cercato di rappresentare se stesso e le sue imprese in vari modi, soprattutto attraverso la pittura. Con l’avvento della fotografia e la tecnica dell’autoscatto è stata data per la prima volta l’opportunità all’autore
di essere protagonista diretto della scena. Il selfie ha poi offerto una possibilità in più: quella della condivisione, quasi in tempo reale, con il popolo della rete. Una evoluzione epocale rispetto alle serate a casa di amici o parenti costretti a sorbirci foto, diapositive e filmini delle vacanze altrui o di noiosissimi ed interminabili matrimoni! Il selfie è immediato, così come lo sono le reazioni innescate dalla condivisione che si esplicitano con commenti, “mi piace” e simpatiche emoticon.
Molti soggetti presentano una vera dipendenza dai social network: controllare lo stato delle proprie pagine diventa un’azione quasi OLTRE MAGAZINE
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In un’epoca dove l’apparire ha un valore preminente, non stupisce l’attitudine, specie tra i più giovani, di esibire la propria immagine cercando così di colpire l’opinione pubblica e di guadagnare quel consenso che infonde un senso di sicurezza e che amplia e consolida le relazioni sociali, anche se solo virtuali.
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Sarah Diefenbach, docente di psicologia del consumo all’Università di Monaco, nel suo studio The Selfie paradox del 2017 afferma che “sono molte le ragioni per cui si fanno i selfie: per comunicare con le persone che si amano, per aumentare la propria autostima, per prendersi cura della propria immagine, per documentare le proprie storie e, sempre di più, per costruire il proprio personale brand”. Continua spiegando che mettersi in mostra è un comportamento che fa parte del nostro DNA, che ci siamo evoluti come esseri sociali preoccupandoci e tenendo in grande considerazione la percezione e la considerazione che gli altri hanno di noi.
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maniacale, la prima cosa che fanno appena svegli e l’ultima alla sera prima di dormire. Ciò è dettato dalla necessità di vedere costantemente aumentati il numero di follower e di riscontri dal parte del popolo del web. Postare selfie in cui si ci trova in luoghi o in contesti particolari o dove si è attori di imprese audaci, assicura un incremento di visibilità e di gradimento. Inoltre essere protagonisti di situazioni pericolose con esiti positivi, testare i propri limiti e superarli porta ad uno stato di grande euforia, a scariche di adre-
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nalina che generano un senso di onnipotenza e ad un inarrestabile desiderio di lanciarsi in una nuova eccitante avventura. Va comunque detto che, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, l’autore che si vuole fotografare o filmare in una circostanza limite non sempre ha un livello di incoscienza tale da ignorare il rischio che corre. Il più delle volte il pericolo è ben calcolato ma nel nostro cervello interviene quella che viene definita “attenzione selettiva”, un fenomeno percettivo per cui quando si è fortemente concentrati su una specifica cosa si perde la cognizione, anche se per brevissimi istanti, di altre cose che accadono intorno. Così può succedere che foca-
lizzando l’attenzione sullo scatto non si percepisca che il treno nel frattempo si è ulteriormente avvicinato o non si faccia caso a dove si mettono i piedi.
Cosa si fa per contrastare il fenomeno?
I cosiddetti killfie, anche se non presentano cifre da emergenza mondiale, sono comunque un fenomeno in ascesa e sono pertanto allo studio misure per porre degli argini. Ad esempio in India, Paese che vanta il poco invidiabile primato del maggior numero di casi, sono state individuate zone particolarmente attrattive e pericolose dove proibire la possibilità di scattarsi selfie. Analogo divieto vige in Spagna nella città
di Pamplona durante la tradizionale corsa dei tori che si tiene annualmente in occasione della festa di San Firmino.
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Anche la tecnologia non sta a guardare ed alcuni istituti di ricerca stanno mettendo a punto delle applicazioni che aiutano a prevenire questi incidenti mortali, avvisando l’utente dell’imminente pericolo o disattivando la fotocamera dello smartphone se viene rilevata una situazione critica. Un traguardo certamente non facile da raggiungere e su cui si sta lavorando con un certo impegno. Forse sarebbe preferibile investire in strumenti educativi e culturali che offrano ai giovani modelli alternativi e stimoli idonei a sviluppare quella capacità critica tale da affrontare la vita e da relazionarsi socialmente in modo più equilibrato e costruttivo.
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Taddia Group: da 30 anni al fianco degli impresari di FEDERICA DI LIZIA
Taddia Group offre un servizio completo e professionale, innovativo e al passo coi tempi. L'ingente volume di pratiche portate a buon fine e la fiducia guadagnatasi negli anni nei confronti dei clienti, permette agli
affiliati vantaggi esclusivi. Grazie all’esperienza e allo studio di situazioni particolari, la Taddia Group nel tempo ha introdotto tante novità a beneficio del settore funerario, agevolando e rendendo unico un servizio complesso quanto delicato. Di seguito l’intervista al presidente Alessandro Taddia, che ci racconta come e perché abbia deciso di OLTRE MAGAZINE
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Taddia Group è un’affermata realtà imprenditoriale in franchising, che opera da oltre 30 anni nel settore del risarcimento, con più di 120 sedi in Italia.
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Abbiamo Intervistato Alessandro Taddia, presidente dell’omonimo gruppo, che ci racconta i progetti a beneficio delle imprese funebri.
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Senz’altro la non buona nomea di alcune agenzie ha contribuito ad accrescere nell’opinione pubblica una naturale diffidenza o, addirittura, una certa avversione nei confronti degli imprenditori del settore. Ma d’altro canto la professionalità di altre ha reso questa figura particolare, senz’altro più apprezzabile. Ciò di cui mi vanto è la concretezza confermata dai numeri. Siamo stati i primi a credere nelle potenzialità di questo settore e posso dire a gran voce che mentre gli altri possono solo parlare, noi siamo in grado di assicurare concretezza e solidità”.
intraprendere questo percorso nell’ambito del mondo funerario. Da cosa è scaturito il desiderio di inserirsi in questo settore imprenditoriale? “Ciò che mi ha maggiormente stimolato ad avvicinarmi a questo settore è stata la possibilità di fornire un contatto umano, ormai perso nel tempo, dove la sensibilità e la professionalità determinano una differenza sostanziale. La nostra competenza, unita alla dedizione nei confronti dei parenti che hanno subìto un grave lutto, ci consente di studiare con attenzione ogni minimo danno e quantificarlo al meglio, oltre ad offrire una vera assistenza, anche psicologica ed umana, a persone in un particolare momento di sofferenza per la perdita, spesso traumatica, di un loro caro”. In che modo ha introdotto novità e aggiornamenti in questo settore? “L’esperienza sul campo e il background sociologico acquisito in tanti anni di lavoro, mi hanno permesso di studiare e portare innovazione in maniera quanto più efficace, sensibile ed attenta in un contesto così delicato ma al tempo stesso sempre in continua evoluzione, dato
Alessandro Taddia il presidente di
Taddia Group
che si tratta di una professione che riveste anche un aspetto sociale”. La Taddia Group ha convenzionato oltre 500 imprese funebri in tutta Italia. Si tratta di un settore poco incline ai cambiamenti, come è riuscito a trainarle e a coinvolgere nei suoi progetti? “Le onoranze funebri sono protagoniste di un’evoluzione enorme.
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La prima consegna dell'auto funebre Maserati ad un'impresa funebre
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Qual è il valore aggiunto del suo servizio? “Il lato umano è quello che fa la differenza. Per dare un buon servizio dobbiamo essere in parte coinvolti. Dopodiché solamente l’esperienza può favorire l’idea di novità che scaturisce da una consapevolezza comune. Un altro punto importante è il coinvolgimento digitale che inevitabilmente deve essere preso in considerazione per essere sempre all’avanguardia e al passo con i tempi, tenendo costantemente presente le esigenze dei parenti e tutte le incombenze che devono svolgere
a seguito della morte di un loro congiunto. Quindi, non solo gestire un sinistro per ottenere il giusto risarcimento, ma anche essere una valida guida in tutte le cose da assolvere, o provvedere direttamente alla loro esecuzione”.
Il progetto è in fase di delineazione o è già stato messo in atto? "Il progetto è già stato ampiamente avviato. Lo scorso aprile abbiamo effettuato la prima consegna ad un’onoranza funebre". Ci ha accennato prima ad un “coinvolgimento digitale” nel
settore funerario. Ci può spiegare meglio di che cosa si tratta? “Nonostante permanga un certo scetticismo e una mentalità ancora legata alla carta stampata, le aziende si stanno convertendo sempre più all’informatizzazione delle pratiche e degli archivi. Abbiamo pertanto brevettato un programma personalizzato e intuitivo relativo al servizio Successioni. È innovativo perché l’impresa può accedere dalla propria sede mediante un’area riservata che, con una procedura guidata, permet-
Possiamo quindi affermare che gli affiliati sono coinvolti passo a passo nelle vostre iniziative… “Certo! È proprio questo il valore aggiunto di un franchising: un unico metodo collaudato su tutto il territorio, un sistema di rete che si dirige verso un solo e valido punto di riferimento che riesce a supportare tutte le esigenze che ne derivano, con oltre 120 punti su tutto il territorio nazionale”. OLTRE MAGAZINE
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Perché un auto della casa Maserati? "Consultandomi con le imprese ed effettuando ricerche sui mezzi top di gamma del settore, la scelta è ricaduta sulla Maserati ed in particolare su un’azienda costruttrice, autorizzata dalla casa madre, che si occupa dei migliori allestimenti sul mercato".
te di compilare la pratica ed inoltrarla agli uffici competenti. Oltre ad essere un guadagno di tempo, rappresenta un'ulteriore possibilità di ritorno economico ed è un servizio utile per i propri clienti che avranno la certezza di un unico referente per la gestione dell’intera pratica con un abbattimento dei margini di errore".
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Ma entriamo nel merito dei progetti e dei servizi aggiuntivi che possono rappresentare un punto di svolta nel settore funerario. “Lavorando quotidianamente con gli impresari funebri, ho capito che l’auto funebre è il loro biglietto da visita più importante, il principale mezzo con cui l’impresa si relaziona con il pubblico, con cui si mostra, si promuove e palesa la sua immagine. Questo è stato il punto di partenza nella definizione del mio ultimo, ambizioso progetto: concedere in comodato d’uso gratuito un auto funebre Maserati per 6 mesi a quell’impresa funebre che ci segnala e ci fa prendere in gestione un sinistro mortale (oltre al pagamento del funerale, come da prassi consolidata)".
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Il Bonaventure Cemetery di Savannah i l v i a g g i at o r e
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Tombe disseminate tra una vegetazione lussureggiante di coloratissime azalee e maestose querce da cui pendono affascinanti “frange” di muschio spagnolo che ondeggia al minimo refolo di vento. Abbiamo approfittato dell'intervallo tra la chiusura di Miami Funer, il 15 Marzo, e l'apertura il 3 aprile a Charlotte dell'ICCFA - l’evento promosso dall’associazione statunitense dei cimiteri, della cremazione e del funerario - per esplorare una parte del Sud Est degli Stati Uniti che mai avevamo avuto in precedenza l'occasione di conoscere nonostante
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i sessanta e più viaggi effettuati, un po' dappertutto, in quel Paese. Risalendo lungo la costa orientale della Florida per raggiungere Charleston, nella Carolina del Sud, per poi dirigerci a Charlotte, in quella del Nord, prima di arrivare nella deliziosa Beaufort ci siamo ritrovati a Savannah, città della Georgia che ci era stata descritta come una delle
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più belle degli States e che da molto tempo desideravamo intensamente conoscere. Ne valeva certamente la pena! In un periodo dell'anno ancora clemente, prima dell'estate terribile per temperatura ed umidità, ci si è presentata nella sua veste più bella con le azalee in fiore e tutta la splendida e lussureggiante vegetazione in pieno risveglio dopo la pausa invernale.
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Oltre alle magnifiche piazze, inserite in un tessuto urbano originalissimo e funzionale, ed alle dimore storiche, alcune visitabili, dei ricchi commercianti e proprietari delle piantagioni di cotone (da Savannah partivano i battelli per il trasporto del cotone, frutto del duro lavoro degli schiavi, verso le filande di Liverpool e Manchester per cui ancora oggi il porto è uno dei più importanti degli USA) uno dei punti di maggior interesse è il cimitero Bonaventure, a qualche chilometro dal centro, situato su di un magnifico promontorio del fiume Wilmington sul sito di una antica piantagione appartenuta in origine a John Mullryne.
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La sua storia inizia nel 1846 quando il commodoro Josiah Tattnall jr. vende 600 acri della piantagione a Peter Wilteberger il cui figlio, il comandante William, nel 1868 trasforma la proprietà nell'Evergreen Cemetery, un cimitero privato. Nel 1907 la città di Savannah l'acquista ribattezzandolo con il nome di Bonaventure. Nome che può sembrare strano visto che molti ritengono che non sia esattamente una buona sorte quella che conduce i defunti a riposarvi per l'eternità, tuttavia in una certa visione religiosa si tratta di un periodo passaggio in attesa del momento di massimo gaudio e cioè della resurrezione universale e della pace sempiterna. Aggiungeremmo che dopotutto forse l’idea di finire lì non è poi così OLTRE MAGAZINE
Siamo il tuo partner per il mercato polacco OMEGA – Idea Book per il settore funerario è una rivista unica che permette alle aziende un’efficace presenza nel mercato polacco. Raggiungiamo direttamente oltre 2400 imprese di pompe funebri, Crematori e gestori dei cimiteri in tutta la Polonia. Facciamo anche direct marketing. Non perdere questa opportunità!
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male, visto che quantomeno, una volta sepolti, non si vedranno le brutture e gli orrori che quotidianamente ci vengono sbattuti in faccia e che sono tanto più evidenti in questi tempi di comunicazione globale in tempo reale. Gli stessi Stati Uniti che pure per certi aspetti ci entusiasmano (paesaggi naturali grandiosi, musei magnifici, rispetto del cliente, comportamento civile degli automobilisti, funzionalità della rete stradale etc.) ci riservano allo stesso tempo amare sorprese nell'osservare che molti sono ancora coloro che soffrono e che vivono, esclusi, ai margini di una società opulenta dove, in una visione manicheistica, o sei un winner o un loser: vincitore o perdente, di là non si scappa. E la tristezza che ci pervade nell'attraversare, fuori dai centri urbani, dei veri e propri ghetti popolati soprattutto (ma non unicamente) da gente di colore o da latinos trova sollievo, ma solo momentaneo, nel Locandina del film "Mezzanotte
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nel giardino del bene e del male"
Ma torniamo al “nostro” cimitero. Il Bonaventure è diventato celebre dopo la sua evocazione in un libro di John Berendt, Mezzanotte nel giardino del bene e del male pubblicato nel 1994 e l'uscita, nel
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vedere i bei bambini di quelle popolazioni giocare e ridere (il gioco è, oltre alla scuola, il principale "lavoro" dei bambini) ancora lontani dai problemi che dovranno affrontare fra qualche anno per emergere da una segregazione razziale che continua ad esistere seppure in forme meno esasperate ma più subdole di quelle che si ostentavano, spesso con risvolti tragici, ancora fino pochi decenni orsono in certi stati del Sud. Tant'è che ancor oggi non sono pochi quelli che espongono davanti alle loro case la bandiera dei Confederati sudisti, coloro che si erano battuti, nel corso della vera e propria guerra civile che fu la Guerra di Secessione, contro gli Unionisti che lottavano per l'abolizione della schiavitù. Guerra che finì il 9 Aprile 1865 (era iniziata il 12 Aprile 1861 con l'attacco dei Confederati al Fort Sumter di Charleston dove i soldati nordisti si erano rifugiati dopo la secessione della Carolina del Sud) con la resa del generale Robert Lee, ancor oggi idolatrato da alcuni, al generale Ulysses Grant ad Appomattox in Virginia. Solo cinque giorni dopo la resa del generale confederato il Presidente Abraham Lincoln, paladino indiscusso della lotta contro la schiavitù, verrà assassinato da un fanatico "sudista", John Wilkes Booth. L'attentato ebbe luogo il 14 Aprile 1865, la sera del Venerdì Santo, ed il decesso seguì all'alba del giorno successivo. Questa fu la triste ed immeritata fine del 16° Presidente degli Stati Uniti d'America, uno dei più importanti della storia di quel Paese, la cui effigie è immortalata sulla banconota da cinque dollari.
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1997, del film tratto dal romanzo e realizzato da Clint Eastwood. Il libro, opera prima dell'autore, ha figurato nell'imprescindibile lista dei best-sellers del New York Times per 216 settimane consecutive ed è stato finalista del Premio Pulitzer, uno dei più prestigiosi premi letterari mondiali. Il racconto si basa sulla tradizione voodoo secondo la quale mezzanotte è l'ora che separa la magia buona da quella demoniaca ed il giardino fa riferimento per l'appunto al cimitero Bonaventure. È il più grande dei cinque cimiteri comunali ed è frequentato dai cittadini non solo in occasione dei funerali o delle visite alle tombe ma anche come un luogo di "vita" per passeggiare o fare dei picnic. I viali ombreggiati, veri e propri tunnel di
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Tra le centinaia di varietà di piante, alberi, arbusti, fiori (le azalee la fanno da padrone) quella che più colpisce i nostri occhi di "europei" è senz'altro il "muschio spagnolo" (Tillandsia Usneoides). Si tratta di una pianta epifita (che cresce sopra ad un’altra) della famiglia delle Bromeliacee di cui fa parte, tra l'altro, anche l'ananas. Si sviluppa, come tutte le epifite, ancorandosi agli alberi o ad altri supporti (pali telegrafici etc.) ma non è parassita in quanto non "ruba" nulla all'ospite vista la sua capacità di captare l'umidità dell'aria e di trovare i sali minerali nelle particelle di
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Foto di Sandy Auriene Sullivan
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verde formati dall’intrecciarsi dei rami delle quercie (in particolare della Quercus Virginiana dalle considerevoli dimensioni) invitano al lento deambulare ed all'osservazione di tutto un mondo vegetale ed animale che fanno del luogo, disegnato secondo i canoni di un giardino vittoriano, un centro di vita in tutte le sue forme talché la morte, possiamo ben dirlo, passa in secondo piano.
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gas assorbite dall'aria stessa o solubilizzate nell'acqua piovana o nelle rugiade. Richiede un clima caldo ed umido e la si trova dall' Argentina e dal Cile fino al Sud Est degli Stati Uniti. A dispetto del nome o dell’apparenza non si tratta, precisiamolo, né di un muschio né di un lichene. Chiamata anche "barba di Mosé", si presenta come un insieme di filamenti intrecciati, di colore grigio/caffelatte che pendono come festoni dagli alberi, di una lunghezza di uno, due metri che in certi casi può arrivare anche ai cinque. L'effetto visivo è stupefacente ancor di più quando un filo di vento fa ondeggiare detti festoni dando origine ad uno spettacolo "magico" di rara suggestione.
Le tombe sono di vario tipo. Si va da quelle monumentali alle cappelle gentilizie per ritrovare zone organizzate sobriamente (una stele e null'altro in un campo erboso ben curato) secondo un modello estremamente frequente negli USA. Un portale di viaggi ha inserito il Bonaventure nelle ristretta classifica degli otto cimiteri più belli del pianeta, una meta imprescindibile per chi si trovasse da quelle parti, altamente raccomandato da tutte guide e da tutti i siti turistici. Tant’è che tra i diversi
cimiteri che abbiamo avuto l'occasione di visitare in giro per il mondo il Bonaventure è certamente uno dei più belli ed interessanti, in perfetta armonia con la città che lo ospita: la sublime Savannah.
Una struttura accogliente e innovativa perchĂŠ tutto sia semplice in un momento difficile. Gianni Gibellini Fondatore di Terracielo FH
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Oltre la Via Lattea di miranda nera
Stiamo parlando della popolazione autoctona del continente nord-americano, che prima dell’arrivo
degli Europei era presente dall’estremo Nord dell’Alaska fino ai deserti dell’Arizona. Popoli dal tenore di vita semplice ma profondo, a stretto contatto con la natura. Dal punto di vista culturale, il mondo degli Indiani del Nord America è molto complesso. Le loro credenze sono legate ad una visione dell’aldilà che unisce profondamente gli OLTRE MAGAZINE
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Li chiamiamo comunemente Indiani, anche se il nome è quanto mai inappropriato, dovuto ad un errore di calcolo di Cristoforo Colombo che sbarcando sulle coste americane era convinto di essere giunto nella penisola indiana.
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La morte per i popoli nativi del Nord America: il rapporto con l'aldilà attraverso gli spiriti custodi, il cammino del sole e i sentieri delle stelle.
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uomini, gli spiriti e gli animali. Essi, infatti, comunicano con l’aldilà attraverso uno spirito custode o spirito guida che appare sotto forma di animale. Per cui il rapporto con la natura è importante e lo è ancora di più il rispetto dell’animale. Gli spiriti guida si mostrano agli uomini sotto forma di forze soprannaturali ed assumono nomi diversi in relazione alla popolazione che li venera. La comunicazione non è diretta con l’uomo comune, ma ha bisogno di essere mediata da uno sciamano che possiede anche la facoltà di interagire con i defunti. I defunti possono vivere nella quiete dell’aldilà, in luoghi caratterizzati da terre fertili e dall’abbondanza, oppure vagare erranti senza pace perché la propria comunità non gli ha celebrato un rito funebre adeguato. Da qui nasce una forte dualità tra spiriti buoni e spiriti cattivi che si ritrova in quasi tutte le culture indigene.
I Sioux Lakota fino alla fine del XIX secolo sono stati nomadi, guerrieri e cacciatori di bisonti. La loro visione della vita dopo la morte è scandita da tutta una serie di ritualità che hanno radici in un passato molto lontano. Le celebrazioni sono un momento di grande unione di tutta la comunità e sono legate al concetto di passaggio e rinnovamento come avviene ad esempio con la danza del sole oppure la festa di Wokiksuye Wohanpi con la quale si salutano le anime prima della loro dipartita verso il regno dei morti. I luoghi dell’oltretomba sono strettamente legati all’unione che questi popoli hanno con la natura; sono paesaggi selvaggi e ricchi in cui si arriva percorrendo la Via Lattea, o strada fantasma, che è la strada rivolta verso sud.
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Il popolo dei Pawnee è nemico storico dei Sioux. Oggi la ritualità funebre delle origini è stata assimilata alla religione cristiana fino a perdersi quasi completamente. In passato, come per altre etnie indiane, il regno dell’aldilà era legato al cielo notturno in cui
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Gli Indiani del Nord America, si dividono quattro tribù principali (che a loro volta si suddividono in molte altre) che spesso condividono elementi comuni legati alla concezione del ciclo di vita. Negli Stati Uniti, vivono i Sioux Lakota i Pawnee e gli Hopi, mentre il Canada è la terra degli Ojibwa.
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le stelle erano le anime dei defunti. Anche per questi popoli la Via Lattea conduceva al regno dei morti. Molto importante era la stella del mattino venerata come una vera e propria divinità, di genere femminile a cui, secondo un rituale antichissimo, veniva di tanto in tanto sacrificata una giovane prigioniera la cui anima, come narra la leggenda, serviva per assicurare fertilità ed abbondanza a tutta la comunità. Anche il popolo degli Hopi, nel corso della sua storia, ha subìto un processo di cristianizzazione forzata. Questo popolo, al contrario dei Pawnee, è però rimasto molto radicato alle proprie origini che si sono sempre basate sul culto degli
dere solo i defunti.
Nonostante la loro visione affascinante del mondo degli spiriti, gli indiani del Nordamerica sono stati cristianizzati dai popoli bianchi e hanno perso la parte più profonda della loro cultura. Guardando il cielo a notte fonda però, non si può far a meno di notare la Via Lattea e immaginare il villaggio degli spettri. La leggenda narra che alla fine della via ci sia una vecchietta che ha il compito di elencare vizi e virtù degli uomini nella loro vita terrena. Solo i buoni di spirito proseguiranno verso la quiete, i cattivi invece saranno rimandati sulla terra sotto forma di ombre tristi. OLTRE MAGAZINE
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santuari a pianta circolare e sotterranei in cui si accede scendendo da scale che si aprono dal tetto. La forma circolare sta ad indicare un luogo caratterizzato da una fortissima sacralità e ricorda le case dei popoli Anasazi, ovvero gli antenati da cui è nata la tribù. La sacralità di questi posti detta la regola per cui le donne, secondo la tradizione non possono accedervi e devono compiere il rito in un luogo separato. Non a caso il luogo della cerimonia funebre e religiosa è sotterraneo: gli Hopi hanno un rapporto interessante con il mondo sotterraneo legato alla visione dell’aldilà che secondo l’idea popolare è diviso in sette universi a cui possono acce-
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antenati. Tutt’ora la morte è un avvenimento molto sentito, e quando qualcuno muore bisogna compiere un rito affinché l’anima possa lasciare il villaggio in armonia con il cosmo. Il defunto viene coperto in volto da una maschera di cotone, avvolto in una coperta e sotterrato con la testa rivolta ad ovest. Per gli Hopi la morte è rigenerazione ed il defunto morendo, torna ad essere parte integrante del ciclo di vita dell’universo. La loro visione della fine quindi, non si basa su un’interruzione netta del ciclo di vita ma sull’idea del cambiamento continuo attraverso il quale vi è una rinascita sotto altre forme. I riti avvengono spesso in luoghi chiamati Kiva,
Gli indiani Ojibwa sono invece collocati principalmente in Canada. Questo popolo è molto legato al Totem che nella lingua d’origine indica un clan associato ad un animale. Anche qui si evince il grande e profondo rapporto con gli animali in tutte le loro forme. Gli Ojibwa formano il più grande insieme di tribù del Nord del continente americano e sono comunemente conosciuti anche come Chippewa. La loro ritualità in passato si basava principalmente sulle pratiche sciamaniche e magiche che consistevano nell'entrare in relazione con l’aldilà. Nel clan lo sciamano aveva proprio il compito di mediatore tra il mondo terreno e quello ultraterreno e, ad esempio, in caso di malattia poteva mettersi in contatto con gli spiriti degli antenati per capire quale mancanza avesse compiuto la persona malata. La morte per questi popoli restava comunque un fatto normale ed ordinario da accettare con grande serenità perché elemento proprio del ciclo della vita. I rituali erano quasi sempre accompagnati dalle danze sacre che avevano lo scopo di ottenere una salvezza spirituale.
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