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Olio Officina Almanacco 2018

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io sono un albero


Gli alberi si misero in cammino per andare a eleggere un re che regnasse su di essi. Dissero all'ulivo: “Regna su di noi”. E l’ulivo rispose: “Dovrò forse rinunciare al mio olio, con il quale si rende onore agli dèi e agli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli altri alberi?” Giudici, 9, 8-9


OliO PantaleO

C’è sempre. Per tutti. Always. For all. I nostri olivi secolari li seguiamo con ogni cura. Sono i nostri patriarchi e ci consegnano ogni anno un olio armonico e fruttato.

Le olive sono come nostre sorelle. Le facciamo viaggiare comode verso il frantoio, perché non si scalfiscano. Abbiamo così tanto a cuore l’olio contenuto all’interno, che non vogliamo perdere tutto il buono che c’è. Siamo così desiderosi di futuro che abbiamo piantato migliaia di olivi in coltura intensiva altamente meccanizzata. Sono piante giovani molto produttive, che ci garantiscono più olio per tutti.


Quando vediamo sgorgare l’olio, per noi è una gran festa. Provate solo a immaginare l’intensità dei profumi, sono così variegati che ogni volta è una meraviglia. Non interrompiamo il lavoro, ma a turno lo degustiamo per saggiarne tutta la bontà. Il nostro frantoio coniuga l’antico e il nuovo, ma dietro le macchine ci siamo sempre noi, intenti a seguire ogni passaggio, pronti a ricavare da ogni oliva tutti i nutrienti possibili, sapori e profumi dell’olio compresi.

Anche quando lo confezioniamo prestiamo ogni minima attenzione, perché un extra vergine di alta qualità va protetto dalle insidie di luce, aria e temperatura. Per questo lo vestiamo bene: per conservare intatta ogni fragranza.

Infine, ecco lei: la nostra bottiglia “Selezione Oro”. Un olio extra vergine di oliva 100 % italiano, versatile e adatto a ogni impiego, ideale a crudo come in cottura. Non vogliamo dire altro, per non essere troppo di parte. Potete solo sperimentarlo in prima persona e farvi un’idea.

Che aspettate a provarlo?

www.pantaleo.it

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Sommario olioofficina / anticamera

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> Luigi Caricato visto da Gianfranco Maggio

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> Luigi Caricato: Io sono un albero

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> Rosalia Cavalieri vista da Gianfranco Maggio

11 > Rosalia Cavalieri: Vegetale a chi? Sensibilità, linguaggio e intelligenza delle piante 28

> Alfonso Pascale visto da Gianfranco Maggio

29 > Alfonso Pascale: Alberi e filosofia hanno le stesse radici 43

> L’olio d’alta quota nella illustrazione di Doriano Strologo

44 > Olivicoltura d’alta quota: una rinascita nazionale. Lettera aperta del portavoce di TreeDream Giuseppe Stagnitto al direttore di Olio Officina Luigi Caricato 58 > Salvatore Camposeo visto da Gianfranco Maggio 59 > Salvatore Camposeo: La botanica dell’olivo 64 > Angelo Godini: L’olivo in Puglia, questo semisconosciuto

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84 > Elisabetta e Gabriella Gabrielloni: La nostra battaglia a difesa delle macine e presse 88 > Liceo Artistico "Ambrogio Alciati" di Vercelli. Nuove generazioni di creativi. Chiome d’artista 90 > Liceo Artistico "Federico II Stupor Mundi" di Corato. Nuove generazioni di creativi. Io sono un albero 92

> Alessandro Brasile: Fotografare la danza

95 > Lara Guidetti: Se fossi un albero sarei un ulivo

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Perchè io sono olioofficina / luigicaricato

un

di Luigi Caricato

albero

Io sono un albero, perché non potrei essere altro che un albero. Sta scritto da qualche parte dentro di me, nella mia natura. Non è un caso che abbia scelto proprio questa espressione - “Io sono un albero” - quale tema portante e trainante della settima edizione di Olio Officina Festival. Sentirsi un albero è un po’ come evocare e richiamare con una certa sollecitudine una altrettanto forte e urgente attenzione da riservare all’ambiente, alla sua tutela e cura. C’è inoltre da osservare che immedesimarsi in un albero equivale a immergersi in quell’elemento naturale di cui ci sentiamo noi stessi parte in causa, quasi fosse l’albero un non luogo che contiene tutti i luoghi dove tutti noi in qualche modo cerchiamo di rifugiarci, o per trovare un po’ di pace interiore, o per riflettere sui valori fondanti della vita. Ecco allora il motivo per cui io mi sento - e forse, chissà, in fondo proprio lo sono per davvero - un albero, tanto che ogni santo giorno, da albero, mi sforzo di trovare altri alberi, miei alleati, tra i miei simili, che amino e apprezzino queste creature vegetali, impegnandosi a piantarne di nuove e a farle crescere rigogliose, soprattutto nelle città. Io non sono però un agricoltore, perché non ne ho le capacità e l'attitudine. Anzi, io stesso mi sento bisognoso di qualcuno che mi coltivi e che mi porti con sé nel proprio cuore. Sentirmi albero mi aiuta e mi fa star bene, anche perché nessun albero in fondo è mai solo. 11


olioofficina / saperi

Vegetale a chi?

Sensibilità, linguaggio e intelligenza delle piante di Rosalia Cavalieri

Diversi ma non troppo Immaginate di essere una pianta circondata da insetti, animali erbivori e predatori di ogni specie, e di non poter scappare. L’unica maniera per sopravvivere è essere indistruttibili; essere costruiti in modo interamente diverso da un animale. Essere una pianta appunto (Mancuso, 2017, pp. 8-9). Abbiamo mai provato a indossare i panni di una pianta, a comprendere cosa significhi essere un albero, un arbusto o semplicemente un filo d’erba? In genere tendiamo a considerare le piante quel tanto che ci interessa per abbellire i nostri giardini, le nostre terrazze o i nostri appartamenti, insomma per ragioni ornamentali, o tutt’al più per ragioni alimentari, confinandole per il resto nel gradino più basso della scala dei viventi. Eppure la nostra sopravvivenza sulla Terra dipende in larghissima parte dal mondo vegetale: le piante ci procurano gran parte del cibo che consumiamo, collocandosi alla base della catena alimentare, ci forniscono ossigeno, medicine, energia (combustibili fossili), indumenti, materiali diversi, influenzano il nostro benessere psico-fisico, il nostro umore e altro ancora. E se noi non possiamo fare a meno di loro, loro invece possono vivere tranquillamente senza di noi, come hanno fatto del resto per milioni di anni. Anzi, se pensiamo al disastro ambientale di cui siamo artefici, non è difficile immaginare che sicuramente le piante starebbero molto meglio senza di noi. Questo già la dice lunga sulla diversa rilevanza degli organismi vegetali e dell’uomo dal punto

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rale e conseguentemente una fisiologia tutta particolare grazie alle quali, come si vedrà più avanti, le piante hanno imparato a nutrirsi, a difendersi e a riprodursi (cfr. Mancuso, 2017, pp. 8-9, 29-30). Seguendo un luogo comune alimentato da lunghissimo tempo dalla tradizione filosofica occidentale risalente almeno ad Aristotele, che attribuiva alle piante niente di più che un’anima vegetativa, deputata alla nutrizione, alla crescita e alla riproduzione, negando loro quelle capacità di percezione, di movimento, di provare emozioni e di agire guidate da un’intelligenza, caratteristiche rispettivamente di un’anima sensitiva e di un’anima razionale (De anima, I-II 4003b), tendiamo a considerare le piante come esseri inferiori, “vegetali” appunto: esseri inerti, privi di occhi, di orecchie, di un naso, di una bocca, di gambe, della capacità di correre o di volare, di un apparato respiratorio o di organi digestivi, di un centro di elaborazione di informazioni provenienti dall’ambiente esterno e interno, di capacità di comunicare, di socializzare, di ricordare o di apprendere. Un pregiudizio largamente condiviso ci porta, dunque, ad attribuire ai vegetali una scarsa vitalità in ragione della loro apparente o pre-

di vista biologico: basti pensare che il regno vegetale da solo occupa all’incirca il 99% della biomassa del Pianeta (cfr. Mancuso, Viola, 2013, pp. 34-38). L’assenza di movimento, un tratto ontologico delle piante in quanto organismi sessili, insieme al fatto di aver sviluppato un corpo che privilegia la superficie al volume, una caratteristica che permette alle piante di assimilare le risorse diffuse nell’ambiente necessarie alla loro crescita, fa sì che siano inseparabili dall’universo che le accoglie. Questo rende una pianta “la forme la plus intense, la plus radicale et la plus paradigmatique de l’êtreau-monde […]. La plante incarne le lien le plus étroit e les plus élémentaire que la vie puisse établir avec le monde” (Coccia, 2016, p. 18). La loro totale diversità rispetto agli animali le situa molto distanti da noi: dal punto di vista evoluzionistico, l’aver scelto l’immobilità, rispetto agli animali che per sfuggire ai predatori e per procurarsi il cibo preferiscono spostarsi, ha prodotto delle conseguenze sulla loro organizzazione anatomica e sul loro funzionamento, rendendole peraltro organismi autosufficienti, a differenza degli animali che per sopravvivere dipendono da altri esseri viventi. A partire quindi da circa cinquecento milioni di anni, quando ebbe inizio la separazione tra universo vegetale e universo animale, e nelle numerose generazioni successive, questi due regni si sono sempre più differenziati, assumendo caratteristiche diametralmente opposte: mentre le piante sono stanziali, passive, lente, gli animali si spostano, sono aggressivi e veloci, e se le piante producono, gli animali in genere consumano. Ma a giudicare dal loro successo evolutivo e dalla loro straordinaria diffusione sul Pianeta, la loro scelta non è stata poi così svantaggiosa. Scegliere di restare ancorate al terreno ha comportato ovviamente una diversa organizzazione struttu-

Abbiamo mai provato a indossare i panni di una pianta, a comprendere cosa significhi essere un albero, un arbusto o semplicemente un filo d’erba? sunta “immobilità”. E questa loro pregiudizievole staticità sembra anche essere la ragione prevalente del nostro scarso interesse per i comportamenti delle piante. E del resto, se da una parte il termine “vegetare” significa vivere, crescere, svilupparsi (riferito agli organi14


avrebbero potuto sopravvivere fissate al terreno, impossibilitate a scappare in presenza di pericoli, a spostarsi in un ambiente migliore quando scarseggiano le fonti di nutrimento o quando il clima è avverso. A differenza degli animali che attraverso il movimento o la fuga aggirano i problemi, le piante, invece, sono costrette ad affrontarli e a risolverli, a trovare soluzioni efficaci ancora più che veloci, ad adattarsi ai continui mutamenti ambientali, un compito che richiede un’organizzazione decentrata e una straordinaria sensibilità a fattori fisici e chimici quali l’umidità, la luce, la temperatura, la struttura del suolo, la gravità ecc. Affezionati a una visione spiccatamente antropocentrica, in qualche misura giustificata dal fatto che siamo la specie più interessante dal

smi vegetali, per l’appunto), dall’altra, nel linguaggio figurato vuol dire condurre una vita inerte, inattiva, priva di interessi e/o di ideali. In genere, infatti, con il termine “vegetale” ci si riferisce a organismi immobili, capaci solo di funzioni fisiologiche di tipo istintivo, e l’espressione “stato vegetativo” in ambito clinico definisce la presenza di un’attività di veglia in assenza di una consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante, una condizione che può evolvere dal coma. E quando, in senso metaforico, di una persona si dice che si è ridotto a un “vegetale”, si intende proprio lo stato di colui che per una malattia o per estrema senescenza mantiene solo la vita biologica, avendo perso le proprie facoltà mentali, e più in generale le facoltà tipiche della vita animale (capacità sensoriali, motorie, di memoria, reattività agli

La nostra sopravvivenza sulla Terra dipende in larghissima parte dal mondo vegetale: le piante ci procurano gran parte del cibo che consumiamo, collocandosi alla base della catena alimentare, ci forniscono ossigeno, medicine, energia (combustibili fossili), indumenti, materiali diversi, influenzano il nostro benessere psico-fisico, il nostro umore e altro ancora. nostro punto di vista, fino a non molto tempo fa pensavamo che l’intelligenza, la capacità di comunicare attraverso un linguaggio e la cultura fossero una nostra prerogativa esclusiva, un nostro tratto specie-specifico. In realtà questo pregiudizio è stato da qualche tempo confutato e già da diversi decenni gli studi di zoosemiotica, a partire dalla “svolta” impressa da Thomas Sebeok (cfr. Petrilli, 2003) che ha esteso la semiosi (capacità di produrre e di interpretare segni, verbali e soprattutto non verbali) a tutto il mondo vivente, animale e vegetale (cfr. Sebeok, 1977; 1990; 2000; 2001 sulla fitosemiotica cfr. Krampen, 1994; 2002 ),

stimoli e capacità di coscienza). Questo ovviamente la dice lunga sul modo in cui consideriamo le piante, sminuendole. Il fatto di essere animali, e quindi così distanti dal regno vegetale, ci rende difficile immaginare che le piante possano essere esseri sensibili, dotati di una forma di intelligenza, capaci di provare qualcosa, di percepire il mondo circostante, di avere una vita sociale, di comunicare tra loro e con gli animali. Eppure se le piante fossero prive di tali abilità, se non avessero attitudini sociali, capacità di interagire con l’ambiente e di adattarsi a esso, e di apprendere dall’esperienza, difficilmente 15


sopravvivenza più sofisticate di quelle praticate da questi ultimi, che ne fanno organismi più resistenti e più moderni, dove stabilità e flessibilità coesistono. La “neurobiologia vegetale” – una nuova disciplina scientifica nata in Germania da poco più di un decennio con František Balušk e il suo team, con l’obiettivo di studiare le reti informative presenti nelle piante e di comprendere come elaborano le informazioni per mettere in atto un comportamento coerente, e praticata anche in Italia da Stefano Mancuso, un pioniere in questo ambito di studi, che a Firenze ha creato il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale –, applicando tecniche tipiche delle neuroscienze, oggi cerca di rispondere a questi interrogativi attestando la capacità delle piante superiori di ricevere ed elaborare segnali dal mondo esterno, di comunicare informazioni a parti di sé e ad altre piante anche distanti, rivoluzionando il modo in cui abbiamo sempre pensato al mondo vegetale e sfatando nel contempo una serie di luoghi comuni. Lo studio del comportamento adattativo delle piante ci mostra che intelligenza e sensibilità non sono necessariamente collegate a un cervello e quindi a dei neuroni, o alla presenza di organi specifici come occhi, orecchie, naso, mani, o un apparato respiratorio, ma si possono avere altri tipi di cellule che assolvono ad analoghe funzioni, un’organizzazione anatomica e una fisiologia diverse ma ugualmente complesse ed efficienti ai fini della sopravvivenza e dell’adattamento all’ambiente. Oggi sappiamo che le piante hanno una struttura modulare, distribuita e reiterata, tanto nella parte aerea quanto nell’apparato radicale, una struttura dunque non centralizzata, costituita da molteplici centri di elaborazione dati, che consente alle varie parti di cui è formata (foglie, rami, radici, chioma) di comunicare tra loro.

e successivamente quelli di etologia cognitiva (cfr., per es., De Waal, 2016; Mainardi, 2006, 2009; Marchesini, 2008), hanno fornito abbondanti prove della capacità delle diverse specie animali di comunicare attraverso linguaggi non verbali per lo scambio di informazioni necessarie alla sopravvivenza e alla convivenza sociale, nonché di comportamenti intelligenti, mostrando quanto sia vasta l’intelligenza degli animali che per moltissimo tempo abbiamo misconosciuto: dalla capacità di costruirsi un nido a quella di progettare e costruire strumenti per procurarsi il cibo o di usare un linguaggio, all’attitudine a risolvere problemi di vario tipo connessi all’adattamento all’ambiente e quindi alla capacità di stare al mondo, alle facoltà di apprendimento, di memoria, di calcolo, di produrre cultura ecc. Se dunque nessuno studioso oggi oserebbe più mettere in dubbio l’esistenza di facoltà di comunicazione e di intelligenza nel mondo animale, si può dire lo stesso per gli esseri vegetali? Possiamo attribuire loro sensibilità, memoria, intelligenza, capacità di comunicare, di dormire, di imparare dall’esperienza, di risolvere problemi, insomma tutte quelle facoltà proprie del mondo animale? E l’assenza di un cervello degno di questo nome esclude la possibilità di esibire funzioni “cognitive” anche minime? In altre parole, il fatto di essere privi di organi così come noi li intendiamo, significa essere privi di una serie di funzioni a essi corrispondenti? Da diversi decenni ormai la ricerca scientifica ha dimostrato che le piante, seppur prive di un organo assimilabile a un cervello centrale che coordina le informazioni per l’intero organismo, esibiscono molte capacità cognitive a esso associate nel mondo animale, e che a livello genetico sono più complesse di molti animali. L’evoluzione le ha costrette a trovare soluzioni molto lontane da quelle escogitate dagli animali, a mettere in atto strategie di 16


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