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Olio Officina Almanacco 2017

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Com’era lo zio Mingo, papà? Raccontami tutta la storia, dall’inizio. (…) - Una volta gli dissi: “Zio Mingo, cosa ti rende così forte?” Lo zio Mingo mi sollevò con una mano, mi tenne in alto, e disse: “Olio d’oliva”. John Fante John Fante, Full of Life, traduzione di Alessandra Osti, Einaudi Stile Libero


Sommario olioofficina / anticamera

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> Luigi Caricato visto da Gianfranco Maggio

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> Luigi Caricato: Qualcosa di nuovo

6 – 7 > Alfonso Pascale: L’arte è tutta energia 8

> Sossio Giametta: La civiltà e la natura

10 – 21 > Rosalia Cavalieri: Gustare a distanza. La fruizione visiva del cibo 22 – 30 > Alberto Guidorzi: Il difficile rapporto con il cibo 32 – 33 > Maria Carla Squeo: L’oleologo e l’innesto 34 – 37 > Domenico Fazio: L’extravergine come non è mai stato fatto 38 – 55 > Antonio Monte: Le macchine utilizzate nella produzione della farina, del vino e dell’olio. Dai modelli della protoindustria ai primi brevetti

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56 – 59 > Maria Carla Squeo: Il calendario dell’olio Agridè 60 – 61 > Luigi Caricato: Antidepressivi naturali 62 – 71 > Massimo Cocchi: L’olio da olive e il cioccolato. Alimenti strategici per il controllo dei disordini dell’umore e del rischio cardiovascolare. La salute vien mangiando 72 – 73 > Luigi Caricato: Virgo, virginis 74 – 80 > Antonio Pascale: Da Pinocchio a Masterchef 82

> Amedeo Anelli: Sonatina (monotematica e bipartita)

84 – 87 > Silvana Grasso: Madonna mia, Madonna mia 88 – 94 > Luigi Caricato: “Olio d’artista”, una mostra in continua evoluzione

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Qualcosa olioofficina / luigicaricato

di

nuovo

di Luigi Caricato

È ancora possibile inventare qualcosa di nuovo? Ripensare e rimodulare quanto già fatto e detto in passato, o addirittura riformulare radicalmente tutto? Ritengo proprio di sì. Il nuovo in fondo ci insegue e non possiamo sottrarci all’imponderabile. L’uomo, d’altra parte, è fatto per giungere passo dopo passo a compiere grandi conquiste, e non può certo continuare a replicare il passato, pronunciare le stesse parole, compiere le stesse azioni. Non tutti però sono in grado di pensare qualcosa di nuovo. Eppure, tutti evocano il nuovo, come se fosse una necessità di cui non si può fare a meno. Anche se, in verità, si evoca il nuovo solo a parole. Il nuovo piace, ma ciò che più spaventa è proprio l’incombenza del nuovo, perché implica la sfida dell’incertezza, il coraggio di agire. La parola stessa, nuovo, tende a essere equivocata. Tutti infatti amano ciò che è nuovo, ma sostanzialmente, quando devono fare qualcosa di nuovo, si dileguano. Provate a pensare e a realizzare qualcosa di nuovo, se ne avete la forza, e apritevi alla sfida. Non fate finta di nulla. Anche se si è persone normali, tutti possono aspirare al nuovo. Non occorre essere persone eccezionali. La differenza sta tutta nell’avere idee, la vera forza capace di esprimere il nuovo a partire da se stessi.

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olioofficina / visioni

L’arte è tutta

energia

di Alfonso Pascale

L’arte rappresenta un elemento fondamentale per ciascuno di noi. L’energia prodotta dall’educazione alla sensibilità artistica ci mette in movimento e ci fa interagire con l’altro. Ci rende creativi e capaci di coltivare l’innovazione, creando le basi dell’economia della conoscenza, laddove il valore si concentra nelle idee e nel senso che diamo alle nostre vite, moltiplicandosi con il digitale, nelle reti che connettono flussi e luoghi. Non c’è sviluppo, d’altra parte, se le arti non sono poste al centro di tutti i programmi di apprendimento. Se vogliamo educarci a contenere il nostro narcisismo e a considerare l’altro una persona cui prestare la nostra cura, dobbiamo educarci al senso artistico. La musica, il teatro, la poesia, il romanzo, la pittura, la danza, la fotografia e il cinema hanno un’importanza enorme nell’educazione e nell’autoapprendimento

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per compiere un doppio movimento: reflectere, “riflettere” – ripiegarci su noi stessi, considerare tutto attentamente, raccogliere le proprie energie – e proiectare, “progettare” – gettarci in avanti verso l’altro, avere comprensione per l’altro, collaborare con l’altro, costruire insieme all’altro qualcosa di concreto.

La letteratura, il teatro, la fotografia, la pittura e il cinema ci aprono all’esperienza di partecipazione verso la posizione stigmatizzata: la diversità etnica o di genere, la disabilità, eccetera. Solo allora ne possiamo percepire fino in fondo il disagio e cambiare il nostro modo di porci.

Nell’economia della conoscenza, fondata sulla collaborazione e l’innovazione sociale, dovremmo mettere al centro di tutti i programmi di apprendimento l’educazione alla sensibilità artistica e l’utilizzo integrato delle capacità creative e delle tecnologie digitali.

Lo sguardo interiore, educato dalle arti, produce una formidabile energia per metterci in movimento e interagire con l’altro. Produce un antidoto alla paura autoconservativa che è tanto spesso legata alle pulsioni egocentriche di controllo. Permette di essere creativi e di coltivare l’innovazione. Ci predispone ad apprezzare gli elementi immateriali delle cose che ci circondano e il valore dei beni culturali, paesaggistici, architettonici e archeologici. Crea le basi dell’economia della conoscenza, in cui il valore si concentra nelle idee e nel senso che diamo alle nostre vite e si moltiplica con l’uso delle tecnologie digitali e mediante le reti che, nel mondo globale, sapientemente connettono i flussi e i luoghi. Non c’è sviluppo se prima non ci educhiamo alla sensibilità artistica.

La recitazione, il canto e la danza ci permettono di esplorare ruoli, posture, gestualità e riti non abituali e di porci nei panni dell’altro con tutto il nostro corpo e la nostra mente. La letteratura, la fotografia, la pittura e il cinema ci danno la possibilità di sviluppare l’immaginazione. Attraverso questa, riusciamo a sviluppare la capacità di cogliere la piena umanità di persone che incontriamo tutti i giorni e nei

Lo sguardo interiore, educato dalle arti, produce una formidabile energia per metterci in movimento e interagire con l’altro. Produce un antidoto alla paura autoconservativa e permette di essere creativi e coltivare l’innovazione. confronti delle quali i nostri rapporti sono superficiali, nella migliore delle ipotesi, o, nella peggiore, viziati da umilianti stereotipi. E gli stereotipi in genere abbondano in un mondo che, come il nostro, ha eretto alte barriere tra gruppi, e dove la diffidenza rende difficile ogni possibile incontro. 7


olioofficina / filosofia

La civiltà

e la natura di Sossio Giametta

La civiltà, dice Freud, è la nostra difesa contro la natura. In che senso? Nel senso che la natura è fatta di contrasti elementari, violenti, selvaggi e la civiltà cerca di domarli. Essa cerca, per quanto possibile, di canalizzare le forze elementari, per così dire di antropomorfizzare la natura. Naturalmente ciò è possibile sempre e solo fino a un certo punto, perché di fondo la natura, con gli esseri che ne fanno parte, rimane indomita. Ciò non toglie che chi vive in un paese civile vede come la vita possa essere governata da regole di coesistenza e svolgersi pacificamente; lo vede quotidianamente e non ha bisogno di dimostrazioni. Le civiltà, tuttavia, non sono sempre uguali a se stesse. Nascono, si sviluppano e muoiono, come gli esseri umani, perché sono esse stesse organismi, che seguono la loro legge interna. Le circostanze esterne possono condizionare lo svolgimento di questa legge, ma non possono cancellare la legge stessa.

La Natura è come una gran macchia d’olio che placa le onde in un tratto di mare.

All’inizio, e fino all’epoca del suo massimo sviluppo, ogni civiltà si conquista uno spazio di autonomia, che è uno spazio di libertà e di umanità, rispetto alla natura incoercibile, violenta e irrazionale. È come una gran macchia d’olio che placa le onde in un tratto di mare. Ma nella fase del suo declino la civiltà perde a poco a poco tale autonomia, finché l’umanità resta schiacciata sulla natura selvaggia, si riduce ad essa senza intercapedini, combacia con essa, ritornando essa stessa allo stato elementare, selvaggio.

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OGNI GOCCIA D’OLIO RACCONTA UNA STORIA. D’AMORE. Ogni famiglia fa la storia. Vogliamo raccontarvi la nostra. Immaginate una grande foto, così grande da farci stare dentro quattro generazioni, unite. Un ritratto che include anche tutta la famiglia allargata comprendente chi, lavorando in azienda, è ormai di casa. Sono storie vere, d’epoca e moderne. Sprigionano un profumo intenso BGD©@QQHU@©ȯMN©@K©BTNQD © lasciando nell’aria un sapore unico. Come quello dell’olio di famiglia Coricelli.

Racconti di Famiglia.


olioofficina / saperi

Gustare a distanza la fruizione visiva del cibo

di Rosalia Cavalieri L’impero della vista Le società umane, e quelle occidentali in particolare, «sono caratterizzate da un’ipertrofia dell’occhio» (Le Breton 2006, p. 31), il senso dominante nel nostro universo percettivo. Considerato fin dall’antichità classica il senso nobile per eccellenza, il più intellettuale (a partire dalla gerarchia dei sensi proposta da Aristotele: Del senso e dei sensibili, 436b-437a; Metafisica, 980a), la vista si è configurata per

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comprensione, all’attenzione, alla chiarezza, noi umani come la fonte di conoscenze più ceralla certezza, alla previsione, alla capacità di te, affidabili e oggettive e anche il senso più controllo, alle emozioni e ai desideri, riflettenstimolato nel nostro rapporto con il mondo, in do in tutti i casi una modalità di rappresenvirtù della sua distanza dall’oggetto percepitazione mentale ampiamente improntata sul to, considerata quest’ultima un vantaggio sul senso della vista, una proiezione all’esterno di piano cognitivo, estetico e morale. Sempre al un modo di pensare al mondo e di interpretarcentro delle nostre attività sociali, individuali, lo prettamente visivo. intellettuali e pratiche, gli occhi, a torto o a raL’era dell’informazione prima, quella delle imgione, si sono conquistati nel corso dei millenmagini e dei media poi, e per ultima in ordine ni il primato indiscusso su tutti gli altri sensi, di tempo l’era digitale, hanno contribuito potestimoniato anche dalla quantità di termini, tentemente a rafforzare il primato indiscusso letterali e metaforici riferiti all’attività del vedella vista, consacrandone definitivamente dere di cui abbonda il nostro linguaggio. «Vela supremazia su tutti gli altri sensi e caratdere – osserva l’antropologo sensoriale David terizzandoci come una specie “visiva” anche Le Breton – è la via necessaria per giungere al sul piano culturale. Tutto questo non poteva riconoscimento. Una terminologia di tipo visinon influenzare vo ordina le moanche il nostro dalità del pensieL’occhio vuole la sua parte, sebbene a rapporto con ro nelle diverse l’attività più anlingue europee» nutrirlo e ad appagarlo non sia il cibo nella tica, più istinti(2006, pp. 45-6). sua materialità, quanto piuttosto la sua va e necessaria Ed espressioni immagine, il suo mostrarsi, il bello da vedere da una parte, e di uso comune ancor più che il buono da mangiare. più elaborata, come “vedere per culturalizzata e credere”, “non consapevolmenvedere al di là te goduta dall’altra: ovvero il nostro rapporto del proprio naso”, “balzare agli occhi”, “tenecon il cibo. L’occhio vuole la sua parte anche in re d’occhio” qualcuno o qualcosa, “non vederquesto caso, sebbene a nutrirlo e ad appagarlo ci chiaro”, “mettere in chiaro”, “vedere con i non sia il cibo nella sua materialità, quanto propri occhi”, chiedere a qualcuno “come vede piuttosto la sua immagine, il suo mostrarsi, una certa cosa”, “averne viste tante”, “ vedersi il bello da vedere ancor più che il buono da perduto”, “non dare nell’occhio”, “rifarsi gli ocmangiare. chi”, “essersela vista brutta”, “vedere lontano”, “aprire gli occhi”, “chiudere un occhio”, “pianL’occhio nel piatto tare gli occhi addosso a qualcuno”, “avere le bende sugli occhi” o “gli occhi foderati di proDal momento ormai lontano in cui i nostri ansciutto”, “leggere negli occhi”, “essere un putenati hanno abbandonato il buio mondo delle gno in un occhio”, “vederci doppio”, “mangiare foreste, dove la ricerca e il procacciamento del con gli occhi”, dire a qualcuno “vedi un po’ tu”, nutrimento erano affidati prevalentemente “non vederci per la fame”, “schizzare veleal naso, issandosi in piedi e cominciando ad no dagli occhi”, “vedersi in una descrizione”, affrontare gli spazi aperti, lo sviluppo della “lasciarci gli occhi”, “fare gli occhi dolci”, sono visione a colori (conseguente al ridimensionacomunemente associate alla conoscenza, alla 11


scelte), sia in quella del cibo da mangiare (e lo era già per i nostri antenati arboricoli frugivori) o da evitare, e almeno al primo impatto e istintivamente anche nel giudizio della sua piacevolezza. Un’altra prova che l’espressione “mangiare prima con gli occhi” non è soltanto un modo di dire viene anche dalla ricerca scientifica. Uno studio sugli effetti della motivazione sulla percezione visiva anticipata di stimoli per noi rilevanti perché collegati a un bisogno ha dimostrato che le persone affamate vedono le parole riferite al cibo in modo più chiaro e nitido rispetto agli altri vocaboli e hanno prestazioni migliori nella parte di riconoscimento visivo relativa a termini culinari. La motivazione ci porta a vedere immediatamente ciò che vogliamo vedere, a elaborare rapidamen-

mento dell’apparato olfattivo) – unitamente alla liberazione delle mani, vantaggiosa anche per il trasporto del cibo a distanza – si è rivelato decisivo per la ricerca del nutrimento, e anche molto più rapido e immediato del naso, per la discriminazione del colore dei frutti e del loro grado di maturazione, e per la capacità di vedere i particolari statici, utile a individuare il cibo immobile. E d’altra parte nessuno oggi oserebbe mettere in discussione il ruolo svolto dall’occhio nel valutare l’accettabilità di un cibo e nel piacere di gustare una pietanza: le nostre esperienze gustative sono influenzante anzitutto da ciò che vediamo o non vediamo, da come cibi e bevande appaiono ai nostri occhi. La prima sensazione di piacere legata al cibo in genere ci viene dalla vista, dal colore, dal-

Se da una parte vedere altri che cucinano può invogliare a ripetere l’esperienza, dall’altra il troppo guardare finisce col sublimare il fare e il gustare, appagandoli in modo passivo.

te e in modo inconsapevole gli stimoli più inerenti alle necessità di soddisfare un bisogno, svolgendo un ruolo di pre-sensibilizzazione nella percezione precoce (Radel-ClémentGuilloti 2012). Se le cose stanno così, qual è dunque il ruolo della vista nell’atto di gustare un piatto e in che misura ciò che vediamo condiziona il nostro giudizio sulla gradevolezza degli alimenti? La vista, come dicevamo, ci permette di formare le prime impressioni sull’aspetto di un piatto e sulla sua consistenza (percepita anzitutto con gli occhi) ancor più che sulla sua bontà, impressioni che troveranno conferma

la presentazione di una pietanza, dal suo impiattamento, dal suo aspetto, dalle sue geometrie, dalla sua armonia, dalle sue proporzioni, dalla sua composizione e non ultimo dalla gratificazione estetica della mise en plat – un vero spettacolo per gli occhi – che possono già procurarci l’acquolina in bocca e anticiparcene il gusto: da qui il senso dell’espressione comune “si mangia prima con gli occhi che con la bocca”. E la vista dopotutto è fondamentale per orientarsi sia nella scelta del cibo da acquistare (com’è ben noto ai pubblicitari che manipolando l’impatto visivo di cibi e bevande influenzano il nostro gradimento e le nostre 12


di Enologia di Bordeaux ha dimostrato l’illusione sensoriale di cui è stato vittima un gruppo di laureandi di un corso per esperti di vino, invitati a degustare un vino rosso e uno bianco: condizionati dalla vista, hanno descritto il vino bianco a loro insaputa tinto di rosso con descrittori tipici dei vini rossi. Interferendo con la percezione olfattiva e gustativa, il colore del vino ha influenzato fortemente il loro giudizio, rivelando ancora una volta quanto ciò che vediamo condizioni le nostre esperienze gustative. Lo stesso discorso vale anche per alimenti solidi come torte, biscotti, caramelle, dolci al cucchiaio: un colore inatteso influirà sulla percezione del sapore e anche il fatto di essere debitamente informati della contraddizione tra colore e sapore non impedisce alle persone di avvertire modificazioni del gusto (cfr. Delwiche 2004). Insomma: cambiando il colore, cambia anche la gradevolezza del sapore del cibo e il piacere che ne traiamo. Questo porta a supporre che le attese relativamente al colore e all’aspetto dei cibi e delle bevande condizionino la nostra percezione del loro sapore (cfr. Bruno et al. 2010, pp. 152-5). Anche se non ne siamo del tutto consapevoli, quando mangiamo usiamo sempre di più gli occhi e sempre meno il naso e il palato. La ricerca neurofisiologica sui primati conferma d’altra parte l’attivazione dei medesimi gruppi cellulari tanto nel gustare un alimento quanto nel vederlo, e gli studi effettuati mediante le tecniche di brain imaging negli umani mostrano che l’assaggio di un alimento, per testarne la commestibilità, attiva automaticamente aree dedicate alla visione anche in mancanza totale di stimoli visivi (cfr. gli studi di Rolls-Baylis 1994 e Royet et al. 1999, cit. in Rosenblum 2010, pp. 167-8). Quanto alla corteccia orbitofrontale, area dedicata alla complessa sensazione del sapore e perciò sede elettiva dell’interazione di stimoli visivi,

quando passeremo all’assaggio. L’aspetto di una pietanza, il colore, la forma e la sua presentazione nel piatto anticipano le informazioni olfattive e gustative, come ben sanno anche i degustatori di vino che affidano il primo giudizio sul “liquido odoroso” proprio all’esame visivo. E persino il piatto o il bicchiere con cui si veste un cibo o un vino influenza l’esperienza gustativa più di quanto immaginiamo, rendendo cibi e bevande più o meno appetibili e desiderabili. I colori di un cibo o di una bevanda, oltre a favorire l’identificazione di un odore (o in certi casi a ingannarci), ne influenzano anche il grado di piacevolezza. Belli da vedere, annunciano l’amabilità delle vivande. Viceversa un colore inatteso o bizzarro, per esempio una bistecca colorata di viola accompagnata da un contorno di patatine verdi, suscita disgusto (cfr. Bruno et al. 2010, pp. 152-3). E persino la forma di ciò che mangiamo e il taglio con cui è stata ottenuta fanno la differenza, valorizzando un ingrediente tanto dal punto di vista visivo quanto da quello gustativo e tattile. L’esperienza comune e a maggior ragione la ricerca mostrano del resto quanto quel che vediamo o che non vediamo nel piatto e nel bicchiere condizioni fortemente le nostre esperienze gustative, influenzando anche le altre caratteristiche sensoriali: se, per esempio, a un succo d’arancia viene conferito un colore più acceso, e viceversa a una bevanda dal gusto deciso viene conferito un colore smorto, l’intensità cromatica determinerà quanto forte ci sembrerà il sapore dell’una e dell’altra. E aumentando l’intensità cromatica di una bevanda aumenterà anche l’aroma percepito: il solo fatto di vedere un succo d’arancia, normalmente dotato del suo odore, più intensamente colorato, lo rende ai nostri occhi, è proprio il caso di dirlo, ancora più profumato. Un esperimento ormai noto condotto da Gil Morrot e dai suoi colleghi (2001) alla Facoltà 13


colare ma sicuramente più attento e specializzato per gli amanti dell’arte di mangiar bene e per chi è particolarmente sensibile ai temi gourmand. E persino in molte trasmissioni di vario intrattenimento molto spesso c’è uno spazio dedicato alla preparazione di un piatto: non si perde occasione per le esibizioni culinarie, per le competizioni all’ultimo coltello, per suggerire ricette e per fare bella mostra di manicaretti. Ce n’è insomma per tutti i gusti e forse anche troppi. Il cibo e la cucina, ancor più del mangiare nel senso di consumo, dunque, hanno conquistato gli schermi televisivi, divenendo l’argomento più presente negli attuali palinsesti di moltissimi Paesi. Se il tema gastronomico ottiene tanto successo, comprovato dall’alto livello di audience, è perché si tratta di un linguaggio universale comprensibile da tutti, di un tema che mette tutti d’accordo, di un’attività necessaria e soprattutto piacevole, divertente, rilassante, rassicurante, gratificante, appartenente a ogni uomo e pertanto condivisa. Cucinare poi è un’attività profondamente radicata dentro di noi, non solo e non tanto per ragioni materiali ma soprattutto per le sue caratteristiche culturali e simboliche specie-specifiche. E l’intrattenimento gastronomico, dove fanno da protagonisti i fornelli, le pignatte, le ricette e i cuochi professionisti e amatoriali in azione, fondendosi con quello dello spettacolo sembra essere diventato la principale, se non l’unica, occupazione di molti chef. Si spadella, si soffrigge, si sfiletta, si manteca, si taglia, si sbuccia, si spennella, si scioglie, si frulla, si salta, si inforna, si impiatta, tutto rigorosamente dal vivo, mostrando agli spettatori come preparare ogni sorta di pietanze passo dopo passo con piatti sempre più scenografici. Ma ahinoi lo spettacolo si limita solo alla vista, ai colori, all’aspetto e alla manualità, escludendo i sensi più edonistici e anche i più attivi e i più coinvolti cognitivamente nell’esperienza

gustativi e olfattivi relativi al cibo, la sua attività risulta potenziata quando odori e colori di cibi e bevande sono congruenti e, viceversa, diminuita quando la loro associazione è inappropriata (cfr. Bruno et al. 2010, pp. 155-6). L’ennesima prova dunque dell’influenza della vista sul nostro modo di apprezzare i sapori. Il gusto diventa spettacolo Se ciò non bastasse, la centralità della vista nell’esperienza gastronomica è manifesta in una delle passioni “gustose” più recenti: la spettacolarizzazione del gusto, della cucina e del lavoro dei cuochi, una tendenza dilagante, diffusa da qualche decennio, che ha trasformato il piacere alimentare in un fenomeno di massa, collocando un’attività quotidiana al centro dell’intrattenimento televisivo (per una panoramica storica cfr. Abbiezzi 2014). Le nostre TV negli ultimi anni sono state letteralmente conquistate da una crescente quan-

La food photography si esprime in varie forme e assume significati diversi. Una delle più diffuse è il food porn, una modalità che esalta anche il più piccolo dettaglio del cibo attraverso inquadrature sensuali. tità di programmi di cucina – e più in generale da una produzione televisiva di genere enogastronomico –, a tutte le ore del giorno e della notte e in tutti i canali della TV pubblica e privata, nessun genere escluso, da quelli d’intrattenimento fino alle rubriche all’interno del telegiornale e persino qualche fiction. Non mancano poi i canali tematici interamente dedicati all’universo culinario, come AliceTv e Gambero Rosso Channel, che, rispetto alla TV generalista, offrono un servizio meno spetta14


gustativa: naso e palato. Il cibo cucinato in televisione è d’altra parte inodore e insapore, almeno per i telespettatori che possono solo godersi lo spettacolo passivamente. Al più viene assaggiato o piluccato fugacemente, più che degustato, e poi commentato dai giudici o dal conduttore della trasmissione (che spesso, oltre a non essere un cuoco, non ha nessuna competenza gastronomica), e in genere non viene consumato, resta ancorato nel fondo

Pollan (2013, p. 14) – una delle voci più note e meno ortodosse nel dibattito globale sull’alimentazione – riferendosi a un fenomeno oggi molto diffuso: da un lato dedichiamo sempre meno tempo ai fornelli, affidandoci in larga parte all’industria alimentare e al fast food, dall’altro lato passiamo molto tempo a guardare la gente che cucina in televisione, a parlare di cibo, a taggare, a twittare e a instagrammare foto di piatti sui social, a leggere e

di un piatto, di una pentola o di una teglia o esibito in bella vista su una tavola alla quale nessuno si siederà per consumarlo, nonostante l’invito: “tutti a tavola!”. Questo è il «paradosso della cucina», come lo definisce il giornalista americano Michael

a sfogliare libri e riviste di ricette e di gastronomia o a consultare guide enogastronomiche, “rifacendoci” letteralmente gli occhi. Si cucina pochissimo perché si è convinti di non avere tempo o energia a sufficienza ed è sempre più difficile trovare qualcuno che 16


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