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Calendario 2013
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olioofficina / anticamera
Sommario 7. Luigi Caricato: I sogni ci obbligano a realizzarli 8. – 11. Alfonso Pascale: Per un’economia civile e non autarchica dell’olio di oliva 12. – 16. Guido Conti: L’agricoltura, non l’arcadia 18. – 19. Nicola Dal Falco: Conversare con Gualtiero Marchesi 20. – 21. Nicola Dal Falco: Il Codice Marchesi, summa di un cuoco 22. – 24. Nicola Dal Falco: Sono un barocco d’avanguardia. Intervista a Ciccio Sultano 26. – 37. Josè Carlos Bellantuono: Flusso vegetale. Trasformazione fluida 38. – 40. Paola Cerana: I saggi assaggi di Montaigne 42. Gaetano “Tano” Simonato: Oro in frutto 43. Gaetano “Tano” Simonato: Tortino al cioccolato in crema inglese al profumo d’arancia 44. Maria Carla Squeo: No oil, no salad! Intervista a Jeanne Perego 45. Jeanne Perego: Insalata dolce amara con formaggio di capra e noci caramellate 46. Angelo Ruta: L’olio profuma di giovinezza 48. – 49. Nicola Dal Falco: L’Armadio delle essenze 50. Alessandra Paolini: Ama quell’ulivo che si staglia la cielo 51. Approfondimenti 52. – 55. Giovanni Lercker: Perché le sostanze grassi sono impopolari? 4
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56. – 59. Tullia Gallina Toschi: Mi piace, non mi piace. La personalizzazione del gusto 60. – 68. Maria Chiara Zerbi: Paesaggi e prodotti del territorio come componenti del territorio rurale 70. – 72. Viviana Varese: Il pesce e l’olio, due mondi aperti a una relazione perfetta 74. Davide Zunino: La mia non ricetta 75. Giuseppe Capano: Un condimento duttile e plasmabile 76. – 77. Arte da Mangiare: Tributo all’olio 78. Angelo Ruta: La donna olivo. Illustrazione 80. – 81. Guido Oldani: La sirena. Inedito 82. Emozioni 83. Valerio Marini: Coloroliva. Vignetta 84. 86. Emozioni 87. Valerio Marini: Boccaoliva. Vignetta 89. – 91. Luigi Caricato: Vista, olfatto, gusto 92. Valerio Marini: Taj Mahal. Vignetta 93. Valerio Marini: Indianoil. Vignetta
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Condimenti per il palato&per la mente IDEATO E DIRETTO DA LUIGI CARICATO
MILANO
Palazzo Giureconsulti 28-29 GENNAIO 2012
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olioofficina / luigicaricato
I sogni ci obbligano a realizzarli di Luigi Caricato
Ciascuno di noi, in gran segreto o apertamente, coltiva sogni. Io sono un coltivatore attento e prolifico, ma anche alquanto determinato, di sogni, aspirazioni e aneliti. Le attese, nel corso degli anni, sono state tante, e per mia grande fortuna le ho potute realizzare tutte. Nessuna è rimasta fuori inevasa, eppure i miei propositi sono davvero grandi, e a volte appaiono pure oggettivamente impossibili da realizzare, ma poi volta per volta si concretizzano, con mia intima gioia e soddisfazione. Nulla è impossibile. Per questo olioofficinaalmanacco vuole essere un incubatore di sogni: per tutti, senza distinzione. Una finestra aperta sul futuro che verrà e sull’universo mondo, senza alcun timore verso chi non sentiamo prossimo. Leggete quanto scrive Alfonso Pascale. Nel suo testo di apertura c’è anche il mio pensiero. Pascale lo ha espresso con la profondità di analisi che appartiene a chi dimostra indipendenza e lucidità. Si scopre che rinchiudersi nel proprio guscio non ha alcun senso. Aprirsi alle sfide del mondo e al confronto è l’unica strada da percorrere. Per questo si sogna: per realizzare e portare a compimento i propri desideri. Per mia natura, non conosco altro linguaggio, se non quello dettato dalla determinazione e dalla tenacia. Nessuno può illudersi che i sogni si realizzino da sé, attendendone l’arrivo. È una speranza mal riposta. Ci sono anche sogni frutto di circostanze fortunose, è vero. Per carità, si accolgono tutti i sogni, quando arrivano, ma quelli non guadagnati sulla propria pelle, a partire dal proprio impegno, sono sogni senza consistenza, di cui non si è orgogliosi. E così, in questa logica di impegno personale, uno dei miei prossimi propositi – dopo il progetto Olio Officina, confluito nel grande happening Olio Officina Food Festival, e adesso, hic et nunc, nel devoto omaggio alla forma cartacea dell’almanacco – è di dare vita e corpo a un filone di narrativa rurale. Nulla può nascere dal caso: leggete, con la dovuta attenzione, quanto scrive il narratore Guido Conti. Resterete commossi perché vi trovate la vita e una sete di giustizia che pulsa in modo dirompente. Rifletteteci: il cibo che ci ritroviamo ogni giorno in tavola, è la diretta conseguenza di un percorso culturale, ma prima ancora di un impegno che esige fatica e dedizione. Per restituire il valore perduto a un alimento come l’olio da olive, ho pensato di tradurre il sogno in queste pagine. Per me, è il sogno che si realizza e che non vive di se stesso ma si dona a tutti. C’è tanto spazio ancora per agire. Coloro che coltivano grandi sogni non si tirano indietro. Accolgono tale sfida e sostengono con grande convinzione il progetto Olio Officina, alimentandolo con sempre nuovi apporti di pensiero e azioni concrete. I sogni – ricordatelo – ci obbligano a realizzarli. Altrimenti, è meglio non sognare. 9
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olioofficina / orizzonti
Per un’economia civile e non autarchica dell’olio d’oliva di Alfonso Pascale
Nel 2011 abbiamo consumato in Italia 730 mila tonnellate di olio d’oliva per un valore di 3 miliardi di euro e ne abbiamo esportato 400 mila tonnellate per un miliardo e duecento milioni di euro soprattutto negli Stati Uniti, in Germania e in Francia. Ma la produzione si è attestata solo intorno a 500 mila tonnellate per un valore di un miliardo e trecento milioni. Il tasso di autoapprovvigionamento è pari al 70 per cento. È per questo motivo che importiamo molto olio, soprattutto dalla Spagna: le importazioni riguardano 640 mila tonnellate di prodotto pari a un miliardo e duecento milioni di euro. Nei prossimi anni, nuovi consumatori di olio d’oliva si affacceranno sulla scena mondiale. Saranno soprattutto cinesi, brasiliani e nord-americani ad aggiungere questo condimento sulle vivande delle loro tavole. Coi numeri che ho ricordato e con le prospettive nuove di mercato che si aprono, è dunque una follia la guerra che si è ingaggiata ultimamente contro l’olio straniero e le sue patrie. Potremo, infatti, in futuro accrescere notevolmente le esportazioni ma difficilmente si aumenterà in modo significativo la produzione di olive. Perché allora provocare un’insensata avversione verso i prodotti provenienti da altri paesi quando abbiamo l’impellente necessità di importare olive e olio per poter mantenere e migliorare le nostre performance? Se malauguratamente gli italiani dovessero davvero farsi convincere che è buono soltanto l’olio tricolore mentre è da scartare quello prodotto in altri paesi oppure fabbricato in Italia con olive raccolte in Marocco o in Tunisia, dovremmo ben presto abituarci all’idea che questo condimento venga sostituito da altri prodotti. E ci troveremmo così in presenza di una brutta mutazione delle nostre abitudini alimentari È penoso e ignobile e di una ferita insanabile inferta alla cultura culinaria italiana. In sostanza, anche volendo affrontare il tema con un approccio che s’insinui un odioso prettamente utilitaristico, la parola d’ordine “olio tutto italiano”
pregiudizio: l’idea che l’olio e le olive degli altri paesi che s’affacciano sul Mediterraneo siano di per sé scadenti.
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appare una sorta di istigazione al suicidio collettivo.
tario così forte da essere utilizzato per definire un confine invalicabile tra sé e i “barbari” che ci minacciano. La questione riveste, tuttavia, un’importanza sia ecoSe guardiamo alle nostre tradizioni culinarie si trova nomica che culturale e andrebbe affrontata con un sempre un atteggiamento di grande apertura e curioapproccio al mercato da cui emergano anche i profili sità nei confronti di qualsiasi specie esotica. E questo etici e civili. non solo nelle mense dei ricchi ma anche in quelle dei Trovo, innanzitutto, penoso e ignobile che s’insinui sopoveri. Osserva, infatti, lo storico Jean-Louis Flandrin prattutto nei nostri ragazzi – così come sta accadendo che se i processi di adozione di alcuni alimenti arrivati mediante programmi di comunicazione e promozione in Italia da altre parti del mondo appaiono abbastanimpropriamente finanziati dal pubblico – un odioso za lunghi, non lo si deve necessariamente al fatto che pregiudizio: l’idea che l’olio e le persone del popolo siano le olive degli altri paesi che meno aperte delle élites sos’affacciano sul Mediterraciali ai nuovi cibi: si dà semConoscere le culture alimentari plicemente il caso che le fonti neo siano di per sé scadenti. E che lo stigma sia inculdi un gruppo e scambiare i cibi documentarie sono meno atcato magari in presenza di tente al cibo dei poveri che a può costituire una pratica che ragazzi i cui genitori sono quello dei ricchi. E il mediefavorisce l’integrazione. originari proprio di quei paevalista Massimo Montanari si. Un’umiliazione inflitta a aggiunge che il concetto di questi nostri nuovi concit“tipicità” solo recentemente tadini senza una qualche plausibile giustificazione, ha acquisito l’importanza che oggi gli viene attribuita: specie ora che l’Italia diventa sempre più multietnica. in passato, il luogo d’origine di un alimento ha sempre contato pochissimo. L’atto del mangiare ha, infatti, costituito da sempre un veicolo di pratiche e dispositivi culturali, capaci La nostra alimentazione – come afferma l’antropologo di fornire una rappresentazione dei mondi altri. Più Vito Teti – presenta stratificazioni e sedimentazioni ancora della parola, il cibo si presta a mediare tra culoriginatesi in epoche storiche e in spazi geografici lonture diverse aprendo i sistemi di cucina ad ogni sorta tani; è riflesso e testimonianza di arrivi, passaggi, indi invenzioni, incroci, sincretismi, ibridismi e contamicontri, commistioni, fluttuazioni, intensi dialoghi con il nazioni. Conoscere le culture alimentari di un gruppo mondo mediterraneo, l’Oriente, l’Europa continentale e scambiare i cibi può, dunque, costituire una pratica e le Americhe. Insomma, le radici della nostra identità che favorisce l’integrazione. Senza sminuire l’imporalimentare si diramano molto lontano da noi. tanza delle tradizioni locali e delle pratiche ricostruttive di radici più o meno inventate – essenziali per il Con l’avvento della globalizzazione ci è sembrato che nostro equilibrio biologico e psicologico –, sono convinil cibo potesse subire un processo di appiattimento. to che educare a un’alimentazione autarchica e chiusa La cucina di McDonald’s ha interpretato l’emblema agli scambi con altre culture, significa negare in radice alimentare del villaggio globale: la grande M uguale l’assunto di fondo della nostra cultura del cibo. dappertutto, rassicurante, materna, rotonda come un seno. E saggiamente abbiamo reagito a questo fenoL’idea che una specie alimentare del mio giardino sia meno valorizzando le diversità. La normativa europea più buona di un ortaggio che arrivi da terre lontane sulle denominazioni d’origine ci ha voluto rammentare non appartiene alla nostra storia alimentare. Non era che le identità possono essere molteplici. Il cittadino di mai accaduto che il cibo costituisse un elemento identiMatera (che si riconosce nel cibo della sua città e delle 12
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sue campagne) non è solo un membro del villaggio globale ma è anche cittadino di Basilicata, d’Italia, d’Europa. E ciascuna di queste identità – tutte mutevoli e in costruzione – vuole i suoi simboli alimentari. Ma queste multiformi identità hanno tutte pari dignità. Nessuna possiede, sul piano simbolico, uno spessore culturale che sovrasta l’altra. Anzi convivono pacificamente e vanno sempre più a integrarsi e completarsi a vicenda. Basti pensare alla messa in rete e allo scambio delle biodiversità a livello globale, alla creazione dell’hamburger vegetariano o del panino McItaly firmato da Gualtiero Marchesi, oppure ancora dell’olio extra vergine d’oliva Primissimo prodotto da Monini in Australia.
L’innovazione, infatti, non si fonda sullo scambio di prodotti autarchicamente pronti e finiti, ma sullo scambio di idee. È per questo che oggi si tende a definirla come innovazione sociale. Solo mettendo insieme le idee, partecipando culturalmente a un processo e integrando apporti scientifici multidisciplinari, riusciamo a realizzare un prodotto di uso collettivo. Si tratta di mettere in piedi progetti commerciali per l’olio d’oliva che vedano la partecipazione di produttori e operatori italiani e di altri paesi del Mediterraneo, accomunati dalla volontà di aggiungere allo scambio economico anche un livello di negoziazione aggiuntiva, fondata sulla dimensione civile. L’obiettivo dovrebbe essere quello di riconoscere una quota di valore agli olivicoltori, specie quelli dei paesi più poveri del nostro, che sia remunerativa e di assicurare risorse per investimenti che permettano una loro maggiore inclusione nei mercati, affrontando gli aspetti igienico-sanitari, ambientali e di sicurezza del lavoro relativi alla produzione delle olive e dell’olio.
Solo da noi la cultura della tipicità, da strumento di affermazione del pluralismo delle identità, viene esasperata fino al punto di trasformarla in arma con cui tentare di difendersi nella competizione globale. Da strumento per far convivere identità diverse, la tipicità è diventata elemento scatenante di conflitti tra chi ritiene di affermare l’identità e chi viene accusato di Progetti innovativi di questo tipo riscuoterebbero volerla annientare, tra chi presenz’altro l’interesse dei citsume di tutelare la vera ed unica tadini, che potrebbero così identità e chi viene tacciato come Le multiformi identità hanno farsi parte attiva e responil paladino della non-identità. sabile nella realizzazione tutte pari dignità. Nessuna Si è venuto, in sostanza, a delipossiede, sul piano simbolico, dell’obiettivo, diventando neare un neonazionalismo auacquirenti consapevoli di un uno spessore culturale che tarchico che pretende di tutelare olio d’oliva garantito innansovrasta l’altra. una malintesa italianità, frutto zitutto dalla qualità delle redel raggrumarsi di subculture lazioni tra tutti i partecipanche rispondono impaurite e rabti allo scambio economico: biose alla globalizzazione e ai nuovi equilibri mondiali, produttori, trasformatori, distributori e consumatori in cui emergono paesi con un tasso di crescita prima che collaborano indipendentemente dal paese in cui si inimmaginabile. Un neonazionalismo autarchico che trovano. È in tal modo che i processi economici divenesclude ogni collaborazione con le agricolture di altri tano economia civile. Stati, considerate come nemiche da combattere, e preme ostinatamente sulle istituzioni perché si riprendano quella sovranità nazionale che un tempo si era disposti a sacrificare per l’obiettivo di un ideale collettivo europeo. Il tutto condito di una diffusa avversione alla scienza, dettata spesso da timori egoistici e paure millenaristiche; avversione che impedisce l’innovazione. 13
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olioofficina / amarcord
L’agricoltura, non l’arcadia di Guido Conti
Che il lavoro della terra non fosse l’Arcadia l’ho scoperto molto giovane. A quattordici anni ho cominciato a lavorare in campagna. Allora si poteva cominciare a lavorare anche a quattordici anni compiuti con tanto di libretto di lavoro. Si raccoglievano i pomodori a mano. Io svuotavo i cesti e aiutavo chi restava indietro o era più lento nel lavoro o aveva delle file dove i pomodori maturi erano pochi. Un lavoro che oggi fanno gli extracomunitari, un lavoro faticoso, che aveva degli aspetti anche molto divertenti come per esempio lavorare con quindici, venti donne e io ero l’unico ragazzo che ogni volta veniva preso in mezzo da quelle contadine talvolta terribili. Non farò alcun accenno alle storie e ai racconti che facevano per mettermi in imbarazzo e le domande che mi facevano per ridere e far passare il tempo. Il lavoro era bello, sotto il sole ci si abbronzava senza andare al mare, ma era davvero faticoso. Oggi non saprei più farlo e quelle donne che lavoravano nei campi quando tornavano a casa, avevano da rigovernare, da cucinare e da tenere in ordine una casa e una famiglia. Otto, dieci ore di un lavoro sempre chinati o avanti e indietro con i secchi pieni e vuoti e un lavoro che oggi non vuol fare più nessuno, solo i disperati. Due anni dopo sono stato assunto in una famiglia dove lavoravo tutto il giorno e durante l’estate, per pagarmi gli studi, stavo mattina e sera a lavorare, a mangiare con loro. L’ho fatto per quasi dieci anni, dai venti fino ai trent’anni, fino ai primi anni novanta, quando anche la raccolta dei pomodori si è evoluta con le macchine. Racconto questo perché in quei quattordici anni in campagna ho capito che cos’era lavorare la terra, grandi fatiche, lavoro continuo e poco guadagno. Un minimo. Ti deve piacere Ti deve piacere la terra, la terra, lavorarla e vedere crescere ciò che semini perché altrimenti è meglio cambiare lavoro. Io in famiglia facevo tutlavorarla e vedere crescere to, raccoglievo pomodori, patate, uva; pulivo la stalla e avevo
ciò che semini perché altrimenti è meglio cambiare lavoro.
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anche imparato a potare e ad arare. Facevo tutto. Il pomeriggio, dopo mangiato, ci si riposava per un’ora e mezza sotto il portico, nel silenzio delle mosche che ronzavano continuamente, o sotto una pianta, al fresco dell’ombra.
Una volta mi ricordo che lavoravamo dentro la golena del torrente. Era piovuto molto e i pomodori rossi galleggiavano in un’ansa del fiume dove non c’era corrente. Allora siamo scesi con le casse e cercavamo di raccogliere il più possibile. Con l’acqua alla pancia abbiamo raccolto i pomodori con il mio padrone in testa prima che il torrente si portasse via tutto.
È stata una scuola di vita che rifarei ancora. Lì, lungo le rive del torrente Parma, ho ascoltato storie, ho visto personaggi incredibili, e fatto esperienze che poi Un’altra volta era piovuto talmente tanto che nelho raccontato e ho riscritto in molti dei miei racconti. la terra smossa vicino alle viti una delle signore che Era un mondo contadino, quello che ho visto io, al raccoglieva l’uva è sprofondata fino alla cintola nel tramonto. Finiva un’epoca. I fango. Era una vera matrona campi si spopolavano perché della bassa, corpulenta. Era le macchine facevano tutto, talmente sprofondata nel fanbene e con più velocità. Sono go che non riusciva più a muoI vecchi che t’insegnavano il spariti i giovani che lavoraversi. Allora il mio padrone ha lavoro, a potare e a coltivare vano in campagna, anche preso una corda, l’ha legata l’orto e la terra, poco alla nella raccolta dell’uva e sono sotto la pancia della signora e volta sono morti. È mancata arrivati gli extracomunitari. con il trattore l’abbiamo tirata una generazione che passasse su da quella specie di sabbia I vecchi che t’insegnavano il lavoro, a potare e a coltivare mobile da cui non riusciva più le conoscenze a quella più l’orto e la terra, poco alla vola venir via. Fu un pomeriggio giovane. ta sono morti. È mancata una memorabile di cui si continuò generazione che passasse le a raccontare per anni. conoscenze a quella più giovane. C’è stata una frattura La vita vicino all’argine del dopo la mia esperienza. Gli italiani non vogliono più torrente Parma, nella prima periferia della città, era fare quei lavori che erano dentro la nostra cultura mildifficile. Ho imparato per esempio che le mucche sono lenaria. molto curiose e quando lavori vicino a loro, ti vengono A lavorare nella stalla e nel formaggio oggi ci sono gli a vedere e ti fanno compagnia. Ti leccano appena le indiani e nella terra ci sono marocchini e giovani di avvicini con la loro lingua che gratta. Quando le mucaltre etnie che fanno questi umili lavori che, in veriche si piantano e non vogliono più andare avanti, mi tà, oggi rendono e anche bene in quanto non padroni hanno insegnato che basta tirargli la coda con forza ma assunti con tanto di paga. Insomma è cambiato il e loro ripartono. Accadeva anche che durante le piene mondo in vent’anni. C’è stata una vera e propria rivodovevamo portare fuori trenta mucche da una stalla luzione. in golena. Non volevano saperne di andar via. Così bastava che gli tirassi la coda e con una corda al collo le Il mio padrone lavorava tutto il giorno, dopo mangiato guidavi dove volevi. si coricava dieci minuti, si alzava stravolto (e sottolineo dieci minuti) e poi ripartiva. Delle notti si addormentaHo lavorato vicino a decine di alveari e non sono mai va sul trattore acceso, chino sul volante, perché crollastato attaccato anche se circondato da mille api. Loro va, poi, dopo un po’, ripartiva perché la sua volontà era sapevano che io non ero un pericolo per i loro favi. Mi più forte e più potente della stanchezza. studiavano ma sapevano che non ero una minaccia. Ho 16
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scoperto così che gli animali hanno una loro sensibilità, che a mezzogiorno c’è sempre una brezza in campagna che tira sempre in mezzo ai campi anche quando non c’è un filo di vento. “È la Madonna che mette la tovaglia!” dicevano le donne nei campi. È ora di andare a far da mangiare. E poi i riti con l’ulivo per far piovere ed evitare che grandini, le croci sulle viti contro le malattie, i riti tra scaramanzia e fede prima e dopo i lavori pericolosi. In campagna insomma ho scoperto una conoscenza tra fede e magia che poi avrei ritrovato nei libri di antropologia di De Martino, per esempio. E anche quel mondo ormai è scomparso. Ho fatto appena in tempo a vederlo ma pare non sia stato più trasmesso dopo centinaia di anni. È la fine di un mondo, è la rivoluzione finita di quel cambiamento antropologico degli italiani che avevano denunciato nel primo dopoguerra prima Guareschi e poi Pasolini.
natura, la fragilità delle nostre ricchezze e soprattutto certe pagine bibliche e catastrofiche di Isaia, cosa che non mi è mai più capitato vivendo in città e facendo altri mestieri, ma solo in catastrofi naturali che vedi in televisione. Una parte di quell’esperienza è finita nei miei racconti de Il coccodrillo sull’altare e nei racconti de Un medico all’opera e nel mio primo romanzo Il tramonto sulla pianura, che mi hanno portato tanta fortuna.
Ho ritrovato quel clima in due romanzi che sono stati per me due modelli di scrittura, La malora di Beppe Fenoglio e Zebio Cotal di Guido Cavani. Due modelli di scrittura e di racconto che danno una chiave di lettura importante sul ruolo della realtà contadina nel Novecento. Lo dico perché la campagna, la vita dei campi, il mondo del lavoro contadino non esiste più nella nostra letteratura. Se i giovani parlano di lavoro Ho visto anche il mio padrone piangere. Un’estate, verlo fanno dal punto di vista dell’industria e della sua so fine agosto, c’erano pronte intere biolche di pomodocrisi, com’è capitato con gli ultimi tre premi Strega. I ri da raccogliere e l’uva matura. contadini, come sono spariti nella Aveva fatto un anno come non nostra realtà, così sono spariti nel si ricordava a memoria d’uomo nostro immaginario e nella nostra per la ricchezza e la bellezza letteratura, oppure vengono recuIl mio padrone lavorava dei frutti. Un pomeriggio, un tutto il giorno. Delle notti perati se non come memoria della maledetto pomeriggio, verso mamma o della nonna. Oppure il si addormentava sul le due, il cielo è diventato nero mondo contadino recupera certi trattore acceso, chino sul come catrame e ha cominciato tratti ancestrali come in Salvatovolante, perché crollava, a piovere e a grandinare. Cadere Niffoi. Ma sostanzialmente non vano chicchi grandi come mele poi, dopo un po’, ripartiva esiste più un taglio del bosco di e avevano spaccato tegole, vetri Cassola. O almeno nella pletora perché la sua volontà era e macchine, pelando completadelle uscite e delle novità non mi più forte e più potente mente i campi e le viti. In poco sembra di averne visti, ma posso della stanchezza. meno di due ore la grandine e il sempre sbagliarmi. temporale si è portato via tutto, con una furia che non avevo mai Il tema è complesso e andrebbe vista. E allora non c’erano le assicurazioni. Il mio paapprofondito autore per autore. In scrittori come Ridrone allora è andato in camera e non è sceso dal letto goni Stern, dove la Natura è oltraggiata dall’uomo, o per tre giorni. Quel giorno piangeva come non l’avevo il poeta Bacchini, dove la Natura diventa un paesagmai visto piangere. Si vergognava di piangere. Non l’ho gio ultraumano dove sono spariti gli uomini, nella sua visto piangere nemmeno dopo la morte di suo padre. ultima raccolta Canti territoriali (Mondadori, 2010), Non ha mai maledetto nessuno. Non ha mai bestemla natura ricopre ancora un ruolo importante ma enmiato, però quel pomeriggio ho capito la violenza della trambi segnano quel confine come rotto. 17
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