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CdT (IT)

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A bilanciare l’«hard power» di Trump ci provano i «vigili» dei mercati

LE ANALISI / Gli USA caldeggiano la via dei dazi per ridurre il loro enorme «doppio deficit», ma contro questa e altre politiche ritenute inflazionistiche gli investitori «protestano» con interventi mirati in Borsa - Il professor Barone Adesi (USI): «Il DOGE mira a tagliare la spesa pubblica e l’offerta di dollari»

Sono stati decretati ma, a cinque minuti da mezzanottequasi letteralmente - non sono stati attuati. O meglio, in parte sì e in parte non ancora. I dazi promessi da Donald Trump sulle importazioni di merci da Messico e Canada, infatti, sono stati sospesi per trenta giorni, mentre quelli relativi alla Cina sono realtà da martedì, con una tariffa generale aggiuntiva del 10% su tutte le merci «made in China» importate negli USA. E in questa «corsa ai dazi» la risposta cinese non si è fatta attendere: dal 10 febbraio prossimo Pechino imporrà nuovi dazi fino al 15% su determinate merci e prodotti importati dagli USA. Gli Stati Uniti sono confrontati con un deficit commerciale monstre (nel 2024 ha raggiunto la cifra di 918,4 miliardi di dollari) e la soluzione dei dazi è fra quelle caldeggiate dall’Amministrazione Trump per contribuire a ridurlo. Il timore che si possa prendere di mira ogni Paese con cui l’America ha un deficit commerciale è alto, come dimostrano i segnali d’allarme lanciati da altri importanti partner commerciali degli USA, segnatamente l’UE. Ma per Giovanni Barone Adesi, professore emerito di Teoria finanziaria all’USI, «Donald Trump è capace di cambiare politica molto in fretta. I dazi appaiono infatti sempre più come uno strumento di negoziato ma che Trump non ha alcun interesse a mettere in pratica quando i Paesi con i quali dialoga raggiungono un accordo con gli USA». In questa delicata e incerta fase i governi di mezzo mondo appaiono inermi davanti all’«hard power» esercitato dall’Amministrazione Trump. Ma The Donald è tutt’altro che onnipotente: deve infatti fare i conti anche - e soprattuttocon il mondo economico, in particolare la finanza, che fi-

Per ridurre il debito

è probabile che Trump punterà piuttosto a una forte crescita del PIL e più produttività anziché altre misure

Moz Afzal

Global CIO, EFG

Se Trump insisterà con la politica dei dazi si rischia uno scenario “distruttivo” e la morte anticipata del ciclo economico attuale

Mario Cribari

BlueStar Investment Managers

nora ha dimostrato di essere in grado di attuare quel fondamentale meccanismo di «checks and balances» (bilanciamento dei poteri). Lo si è visto questa settimana sulle Borse valori, che per ora non hanno gradito le mosse sui dazi, ma anche all’ultima riunione della Federal Reserve, che in tutta indipendenza ha deciso di lasciare invariati i tassi d’interesse sui Fed funds in una forchetta tra il 4,25 e il 4,5%. E questo nonostante i ripetuti appelli di Trump per un loro taglio, voluto per contribuire ad allentare la pressione sia sull’indebitamento privato, sia sul costo del servizio sul debito pubblico che, ricordiamo, ammonta a poco più di 36 mila miliardi di dollari (circa il 120% del PIL nazionale).

In gennaio sono poi riapparsi i cosiddetti «bond vigilantes», gli investitori che «protestano» contro le politiche monetarie o fiscali che percepiscono co-

me inflazionistiche vendendo i titoli di Stato, facendo così salire i rendimenti e, di conseguenza, il costo di servizio del debito pubblico. Questi «vigili del mercato obbligazionario» hanno innescato il recente selloff dei titoli del Tesoro USA, spingendo i rendimenti sulla scadenza decennale al 4,80%, il livello più alto dal 2008. L’obiettivo, più o meno dichiarato, è di «frenare» la capacità del governo di spendere e di indebitarsi eccessivamente e di ridurre la montagna di Treasuries in circolazione, pari a circa 28 mila miliardi di dollari. Questi «interventi» da parte dei mercati finanziari rappresentano una sfida significativa per l’agenda economica dell’Amministrazione Trump, in particolare per il suo impegno a ridurre il debito nazionale. Ma secondo alcuni analisti Trump non avrebbe alcuna vera intenzione di ridurre il debito, o meglio, non diretta-

mente. Fra questi anche Moz Afzal, Global CIO del gruppo bancario zurighese EFG: «Donald Trump vuole verosimilmente stimolare la crescita economica e la produttività per ridurre il “doppio deficit” (debito pubblico e disavanzo commerciale, ndr). È l’unico modo possibile, a mio avviso. Perciò penso che se gli USA riusciranno ad avere una crescita del PIL nominale del 6% sull’arco dei prossimi 3-4 anni, con quello reale del 3% (le ultime stime per il 2024 parlano di un tasso del 2,8%, ndr) e un tasso d’inflazione del 3%, il debito pubblico si sgonfierebbe molto velocemente». Fino a oggi, tuttavia, l’Amministrazione Trump non ha ancora formulato con precisione né gli obiettivi di crescita (e/o dell’inflazione), né ha definito meglio eventuali altri approcci per ridurre il debito pubblico - sempre che sia davvero un suo vero obiettivo. Per

esempio, in campagna elettorale Trump ha spesso parlato di volere un dollaro più debole per stimolare l’export di prodotti americani oppure, ancora meglio, frenare l’import di prodotti esteri. «Trump vuole sicuramente un dollaro più debole - afferma Giovanni Barone Adesi -, ma ciò evidentemente non fa comodo agli altri Paesi, tra cui la Svizzera». Riguardo alla spesa pubblica, prosegue il professore, «l’idea è di ridurla, almeno in parte, tramite il nuovo Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE) affidato a Elon Musk. Tagliare la spesa per l’amministrazione federale diminuisce infatti l’offerta di dollari - sempre che la Fed assecondi il Governo. Inoltre, poiché c’è una certa offerta di dollari in circolazione che deve essere assorbita dai mercati internazionali, mercati che poi esportano merci per ricevere questi dollari, se diminuisce l’offerta di dollari, c’è anche meno motivo per esportare».

In questo contesto ancora molto nebuloso è difficile fare previsioni - ma non scenari. Mario Cribari, partner e responsabile della strategia di investimento di BlueStar Investment Managers a Lugano, ne vede due, opposti fra loro. «Se l’Amministrazione Trump insiste con la politica dei dazi, come anche su quella migratoria - spiega -, si rischia di rafforzare ancora il dollaro, creare più inflazione e far salire i tassi di interesse. Alla lunga ne soffrirebbe tutta l’economia. In questo scenario “distruttivo” avremmo la morte anticipata del ciclo economico conosciuto in questi anni. Se invece si adottano politiche meno aggressive, per esempio con dazi solo mirati o meno sgravi fiscali, il dollaro si indebolisce e i tassi si stabilizzano. In questo scenario “costruttivo” l’economia USA rimane sostenuta e il ciclo economico sopravvive, a beneficio degli USA ma anche di tutti».

L’Amministrazione Trump punta a una crescita robusta, sopra il 3%, per far «sgonfiare» il debito federale. © REUTERS/BRIAN SNYDER

Tra stagflazione e bassa crescita

GLI SCENARI / Secondo Antonio Foglia, vicepresidente di Banca del Ceresio, la geopolitica e le scelte della Casa Bianca continueranno a influenzare gli orizzonti macroeconomici - Oro e obbligazioni indicizzate per difendere il proprio portafoglio d’investimenti da politiche economiche inflattive

Generoso Chiaradonna

A pesare sul prosieguo dell’anno finanziario è ancora una volta l’incognita della politica protezionista statunitense inaugurata per la seconda volta dal presidente Donald Trump. «Sarà capace il neosegretario al Tesoro Scott Bessent - che conosco bene da 30 anni - di arginare l’irruenza di Trump sul commercio internazionale?», si chiede Antonio Foglia, economista e vicepresidente della Banca del Ceresio. L’auspicio è che la risposta sia positiva anche perché le scelte statunitensi in questo ambito potrebbero determinare diversi scenari macroeconomici. Oltre a ciò, anche la geopolitica giocherà un ruolo di primo piano, dal conflitto russo-ucraino a quello mediorientale, sugli scenari d’investimento. «È un momento storico particolare nel quale il mondo occidentale ha i nemici giusti, da Putin a Xi Jinping passando per Khamenei e Kim Jong-un», continua Foglia chiedendosi però se Trump, il leader del mondo libero, li considera tali.

Ancora una volta, però, saranno gli scenari macroeconomici a determinare le scelte d’investimento. «L’inflazione è quasi rientrata nei ranghi ovunque, dopo la fiammata tra il 2022 e il 2023 causata più dal lato dell’offerta che dall’accresciuta domanda. Si può quindi dire a posteriori che i banchieri centrali avevano ragione quando nel 2021, nella seconda fase della pandemia di COVID-19, affermavano che l’aumento dei prezzi era da considerarsi provvisorio», spiega ancora il vicepresidente di Banca del Ceresio. Detto

ciò, a seconda di uno dei quattro scenari possibili (stagflazione, recessione, alta crescita nominale e buona crescita con bassa inflazione) ci sono altrettante possibilità di asset allocation. Fermo restando che una recessione e un ritorno della fiammata inflazionistica sono i meno probabili, è meglio concentrarsi sugli altri due: stagflazione e crescita con bassa inflazione. «Le barriere doganali e i dazi di solito sono forieri di un aumento dei prezzi per le economie che li applicano e di un rallentamento del PIL per quelle che li subiscono», continua Antonio Foglia. Nel primo caso - la stagflazione, per intenderci - tendono a fare meglio oro, liquidità e obbligazioni indicizzate all’inflazione. «Azioni, obbligazioni pubbliche nominali e quelle aziendali sono, infatti, correlate positivamente e tendono a diminuire di valore in questo contesto. E nel quarto scenario, quello con bassa crescita dell’inflazione? Vale il discorso eguale e contrario. «Non conviene investire in oro, ma in azioni e obbligazioni pubbliche e private che sono correlate positivamente e tendono entrambe a crescere in uno scenario simile», spiega il banchiere luganese che getta un occhio anche sul lungo termine. «La crescita economica dipende dall’evoluzione dei fattori di produzione: la forza lavoro e la sua produttività. La prima è desumibile della struttura demografica che in Europa e in Cina, ma non negli USA, tende a invecchiare velocemente. La seconda è più difficile da misurare e può variare a dipendenza dell’impatto dell’innovazione tecnologica e del degrado dei sistemi-Paese. Negli ultimi trent’anni è cresciuta di circa l’1% l’anno e dif-

ficilmente si andrà oltre anche in futuro. Nell’immediato, comunque, il consenso degli economisti è benigno con l’inflazione core tra Stati Uniti ed Europa che rimarrà sotto al 3% per i prossimi due anni e la crescita del PIL, sempre a livello USA ed Eurozona, superiore al 2% come anche la disoccupazione che rimarrà contenuta.

Tra «brown» e «green» Infine uno sguardo sugli investimenti che rispettano i criteri ESG (ambiente, società e governance). «Dal nostro punto di vista la regolamentazione degli investimenti green è stata controproducente perché è meglio concentrarsi sulle cosiddette aziende brown che intendono ridurre la loro impronta carbonica rispetto a chi si può legalmente definire green a priori. L’ultima scelta, in ogni caso, spetta all’investitore», conclude Foglia.

Il franco piace molto agli

VALUTE / L’attività di copertura del rischio di cambio è attuata in prevalenza da istituzioni finanziarie elvetiche - Un’operazione che in realtà spinge verso l’alto la moneta nazionale

Chi opera sui mercati finanziari internazionali lo sa. I tassi di cambio possono fare la differenza - in negativo e in positivo - rispetto alla performance del titolo acquistato. «Ormai i tassi di cambio non si muovono più per riequilibrare i conti con l’estero», afferma Antonio Foglia. Basta vedere cosa sta succedendo al dollaro americano che si sta rafforzando rispetto a euro e franco svizzero nonostante quella statunitense sia da anni un’economia dal doppio deficit (di bilancio pubblico e commerciale verso l’estero). Foglia porta l’esempio

I conti con l’estero non si riequilibrano più con la fluttuazione dei rapporti valutari

del franco svizzero - dagli esportatori ritenuto troppo caro - che è comprato soprattutto dagli svizzeri e venduto dagli stranieri che fanno carry trade. A prima vista appare una tesi controintuitiva. La narrativa è quella che in periodi di instabilità ci sia una corsa verso il

franco ritenuto un bene rifugio. «C’è del vero, ma gran parte dell’apprezzamento del franco è causata dagli investitori istituzionali svizzeri come i fondi pensione che pur avendo investito all’estero oltre 450 miliardi negli ultimi 15 anni, hanno un rischio di cambio di soli 90 miliardi. La loro attività di copertura del rischio valutario, acquistando franchi e vendendo valute estere a termine, ha mantenuto una costante pressione al rialzo sul franco. Da qui l’intervento della BNS che ha venduto franchi e accumulato riserve di valuta estera per frenarne l’apprezzamento».

Il picco dell’inflazione negli Stati Uniti si è raggiunto nell’estate del 2022.
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