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Speciale

Gestione patrimoniale Sulla piazza finanziaria

stanno aumentando i sistemi di consulenza che si basano sull’intelligenza artificiale P

Quando gestire i risparmi

IMPRESSUM

diventa molto più costoso per i piccoli depositi rispetto ai capitali più importanti

Editore Società editrice del Corriere del Ticino Via industria 1, 6933 Muzzano Direttore responsabile Paride Pelli Vicedirettore Gianni Righinetti

I contenuti non contrassegnati sono stati realizzati in maniera indipendente dal profilo editoriale; i contributi ospiti o i contenuti sponsorizzati sono invece materiali acquisiti commercialmente. Annunci e Pubblicità

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Corriere del Ticino Settembre 2026

SPECIALE GESTIONE PATRIMONIALE / 3

L’EDITORIALE

Quei segnali che arrivano dal debito americano Generoso Chiaradonna

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fine agosto il debito pubblico statunitense ha sfondato la soglia psicologica dei 40 trilioni di dollari: 40.129 miliardi di dollari, per la precisione. La prima economia al mondo spende più di mille miliardi l’anno (circa 1.100) per il servizio del debito. Molto di più della spesa, già imponente, per la difesa (964 miliardi circa). Una notizia che ha creato preoccupazione tra gli investitori, soprattutto tra i detentori di T-Bonds, i titoli decennali statunitensi, che hanno visto il valore dei titoli scendere. All’aumentare dei rendimenti, infatti, diminuisce il valore di mercato degli attivi. Questa dinamica di mercato sta influenzando anche i rendimenti degli altri titoli di Stato espressi in altre valute, franco compreso. Le obbligazioni della Confederazione a dieci anni – titoli finanziari ritenuti più che sicuri – hanno visto raddoppiare il loro rendimento, dallo 0,2% circa annuo a oltre lo 0,4%. Siamo ancora in un Paese e in un’economia che hanno condizioni di finanziamento invidiabili rispetto ad altri attori, tanto che anche aziende legate all’IA come Alphabet (Google) e Amazon hanno emesso nel corso del 2026 strumenti di debito in franchi per un totale di sei miliardi. Anche le obbligazioni corporate, ovvero quelle private emesse dalle aziende, stanno conoscendo tassi d’interesse al rialzo. La corsa dei cosiddetti «hyperscaler» dell’intelligenza artificiale, ovvero i protagonisti della futura economia, sta contribuendo a creare una sorta di concorrenza tra i titoli del debito pubblico e quelli privati e quindi a una gioco al rialzo

La corsa alla costruzione dell’infrastruttura dell’IA ha messo in concorrenza le obbligazioni pubbliche con quelle private per quanto riguarda i rendimenti, per attrarre il risparmio di famiglie, imprese e istitui finanziari. O, molto più semplicemente, si comincia a soffrire di un eccesso di offerta: c’è troppa carta sul mercato e pochi compratori. L’aumento dei tassi d’interesse, inoltre, è anche uno dei segnali - altre a inflazione, deficit di bilancio e PIL - attraverso cui il mercato valuta il rischio. Se la nascente infrastruttura dell’intelligenza artificiale non dovesse generare i profitti attesi o l’aumento di produttività promesso, il rischio di un «selloff», una vendita repentina di titoli è uno scenario da prendere in considerazione nei prossimi mesi. Una situazione analoga l’hanno vissuta i titoli decennali statunitensi nelle scorse settimane e attribuita ai cosiddetti «bond vigilantes», investitori istituzionali che incominciano a dubitare della sostenibilità del debito a lungo termine e hanno mandato un segnale ai decisori politici statunitensi. Una politica di bilancio costantemente in deficit di 6-7 punti percentuali ogni anno rispetto al PIL, con l’inflazione che sta riprendendo quota, spinta soprattutto dai prezzi al rialzo del petrolio, rende quindi non remota l’ipotesi che la Federal Reserve alzi ulteriormente i tassi d’interesse nel corso dell’anno. Nei prossimi mesi, quindi, bisognerà fare attenzione a questi segnali sul mercato per non farsi cogliere impreparati a rovesci di mercato, almeno fino a quando non ci sarà un chiarimento per quanto riguarda la sostenibilità del debito – pubblico e privato – statunitense.

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L’intelligenza artificiale è ormai parte della quotidianità delle banche in Svizzera.

La macchina «intelligente» che contraddice L’ANALISI / I risparmiatori tendonoi a rifiutare gli avvisi «sgraditi» dei consulenti finanziari, ma li accolgono se a formularli è l’IA Intanto, sulla piazza svizzera l’utilizzo di questi strumenti avanza

Marc Baer, Neuer Zürcher Zeitung

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n consulente deve dire a una cliente che il suo portafoglio è troppo concentrato e che le sue aspettative di rendimento sono irrealistiche. Le ricerche mostrano che, in quel momento, le persone reagiscono in modo diverso a seconda che il messaggio scomodo arrivi da un essere umano o da un algoritmo. Una constatazione che tocca una questione centrale nell’impiego dell’intelligenza artificiale (IA) nella gestione patrimoniale: in che modo l’IA trasforma la consulenza, al di là dell’automazione dei processi? Anne Scherer ha studiato la domanda all’Università di Zurigo: come reagiscono le persone allo stesso messaggio a seconda che venga comunicato da un essere umano o da un’IA? Oggi dirige la startup Delta Labs, che aiuta le imprese a usare l’IA in modo efficace. Uno studio sul campo condotto con una startup finanziaria svizzera e un esperimento sulle scelte d’investimento hanno prodotto risultati inequivocabili. Quando è un consulente a comunicare una cattiva notizia, per esempio raccomandando di ridurre una posizione, i clienti reagiscono con forte resistenza: minimizzano l’informazione, mettono in dubbio chi la comunica o si dichiarano insoddisfatti. Quando la stessa notizia proviene da un’IA, il quadro cambia: la clientela la prende sul serio. «Le buone notizie, invece, vengono sempre accolte volentieri, indipendentemente dalla fonte», afferma Scherer.

La resistenza alle cattive notizie L’ex professoressa assistente di marketing quantitativo riconduce il fenomeno a un meccanismo psicologico che la ricerca definisce «reattanza», ovvero la resistenza interiore che si manifesta quando le persone sentono minacciate la propria libertà o l’immagine di sé. Se a correggerci è una persona, siamo più inclini ad attribuirle un’intenzio-

Chi non mette più in discussione una raccomandazione errata dell’IA rischia di recepire un errore senza verificarlo Anne Scherer Delta Labs, già professoressa Uni Zurigo

ne paternalistica. A un’IA no: non ha né ego, né volontà di persuadere. Per questo lo stesso messaggio sgradevole suscita una resistenza minore. È qui, secondo Scherer, che risiede il potenziale dell’IA come seconda opinione neutrale, perché può mettere in luce i nostri «punti ciechi» senza assumere un tono didattico. La studiosa richiama però anche il rovescio della medaglia: «Chi non mette più in discussione una raccomandazione errata dell’IA rischia di recepire un errore senza verificarlo». Che una raccomandazione susciti meno resistenza non significa infatti che sia corretta.

Dall’esperimento alla pratica Che l’IA sia ormai parte della quotidianità delle banche è fuori discussione. Una recente rilevazione della Finma, l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari, mostra che la tecnologia sta guadagnando terreno negli istituti svizzeri. Alla banca privata ginevrina Lombard Odier vengono prodotti ogni anno più di 25 mila documenti d’investimento. Geoffroy De Ridder, responsabile Tecnologia e operazioni, usa l’IA per ricavare indicazioni utili da questa massa di informazioni. La tecnologia genera contenuti multilingue, passa al vaglio le analisi di mercato e aiuta i

© SHUTTERSTOCK

banker, attraverso un chatbot, a trovare i dati rilevanti. Anche presso Indosuez, società di gestione patrimoniale del gruppo Crédit Agricole attiva in Svizzera, i vantaggi emergono anzitutto nella ricerca finanziaria. Dimitri Devlamminck, responsabile Dati e IA, punta sui modelli multimodali, capaci di elaborare insieme testi, immagini e numeri. Richiama l’attenzione sulla cosiddetta Retrieval-Augmented Generation. Con questo metodo il modello attinge a una selezione definita di documenti interni alla banca invece di basarsi sul proprio bagaglio generale di conoscenze, accelerando per esempio la verifica di testi giuridici o direttive interne. Florian Weigert, professore di Finanza digitale alla Technische Universität München (TUM), ritiene che oggi i maggiori vantaggi si riscontrino nella ricerca sugli investimenti e nell’asset allocation. «L’IA è in grado di analizzare enormi quantità di dati strutturati e non strutturati, dai rapporti aziendali alle notizie fino alle fonti alternative, e di ricavarne nuove informazioni utili agli investimenti», afferma. Le sue ricerche mostrano che i metodi di apprendimento automatico possono migliorare la previsione dei rendimenti nel trading di opzioni e la selezione dei fondi, a condizione che i modelli siano sviluppati e convalidati con attenzione. Stuart Dunbar, partner della società scozzese Baillie Gifford, attiva anche in Svizzera, inquadra l’evoluzione con realismo. Ciò che nella gestione patrimoniale viene ancora considerato futuristico è da tempo realtà quotidiana nella raccolta, elaborazione e monitoraggio delle informazioni. Negli investimenti di lungo periodo basati sui fondamentali, però, la tecnologia non sostituisce il giudizio umano. Weigert prevede quindi una trasformazione del mestiere: «I gestori dedicheranno meno tempo all’analisi dei dati e si concentreranno di più sulla strategia, sulla consulenza e sulla valutazione critica dei modelli». Dunbar segnala al tempo stesso un rischio: se diversi agenti di trading basati sull’IA individuassero contemporaneamente le stesse opportunità, le correlazioni sui mercati e le oscillazioni dei corsi potrebbero aumentare.

I rischi dei nuovi strumenti Il controllo dei rischi passa in primo piano. La Svizzera non dispone finora di una legislazione specifica sull’IA. La Finma segue un approccio neutrale sotto il profilo tecnologico. Per l’Autorità federale, le nuove tecnologie devono poter essere usate, a condizione che gli istituti vigilati identifichino, limitino e controllino adeguatamente i rischi. Al centro della vigilanza vi sono i rischi operativi, quali carenze di robustezza e accuratezza, instabilità dei modelli e lacune nella loro spiegabilità, ai quali si aggiungono i rischi informatici e la crescente dipendenza da pochi grandi fornitori. La Finma esige una governance chiara: inventario dei sistemi, classificazione basata sui rischi, prescrizioni sulla qualità dei dati, test e controlli lungo l’intero ciclo di vita, oltre a una documentazione trasparente e a soluzioni di riserva in caso di guasto.


Corriere del Ticino Giugno 2026

4 / SPECIALE GESTIONE PATRIMONIALE

Corriere del Ticino Giugno 2026

SPECIALE GESTIONE PATRIMONIALE / 5

I fondi d’investimento «di casa» che pesano sui nostri risparmi

potenziale, anche a fronte di importi modesti. Un dato che stride con l’attesa, diffusa tra i clienti, di ricevere dalla propria banca una selezione neutrale delle migliori soluzioni disponibili.

Meno singoli titoli, più fondi indicizzati Sullo sfondo, il comportamento degli investitori svizzeri continua a cambiare. Il numero medio di posizioni per deposito è sceso a 18,3, da un picco di 27,2 nel 2010; le relazioni bancarie si sono ridotte a 1,41 per investitore, quasi un terzo in meno rispetto a quindici anni fa. I titoli singoli, un tempo maggioritari (51,5% nel 2010), valgono ora il 34,7%. Al loro posto avanzano gli strumenti passivi: gli ETF hanno raggiunto il 17,3% dei portafogli, nuovo massimo storico, e insieme ai fondi indicizzati (9,8%) superano il 27%. I fondi a gestione attiva restano un terzo del portafoglio, eppure, ricorda VZ citando la società d’analisi finanziaria statunitense Morningstar, negli ultimi dieci anni, sulle azioni svizzere, appena il 17% ha fatto meglio delle soluzioni passive. I prodotti strutturati, complessi e opachi, si fermano al 3,6%, poco più della metà rispetto ai primi anni Dieci.

LO STUDIO / VZ VermögensZentrum ha esaminato quasi seimila depositi rivelando un divario netto tra i prodotti sviluppati dalle banche e quelli di terzi - I primi costano in media il 43% in più - A pagarne il prezzo più elevato sono i patrimoni più piccoli, che hanno però il maggior margine di risparmio inespresso

Dimitri Loringett, redazione economia, Corriere del Ticino A firmare l’analisi sono Michael Imbach, responsabile delle succursali ticinesi di VZ, Karl Flubacher, membro della direzione, e Fabio Rigo, a capo del gruppo che esamina i depositi. Il loro campione racconta anche un cambiamento sociologico: il valore medio dei portafogli analizzati è sceso a poco meno di 700 mila franchi e oltre la metà appartiene ormai a investitori con meno di 250 mila franchi. Il segnale di fondo dell’analisi è che investire in titoli interessa sempre più anche i piccoli risparmiatori, complice i conti di risparmio che non rendono quasi nulla.

Un divario che si allarga Il costo di un fondo si misura anzitutto con il TER (Total Expense Ratio), l’indice delle spese ricorrenti annue. Ponderato per il volume in-

vestito, il TER medio dei portafogli svizzeri è oggi allo 0,62%, in calo dallo 0,83% del 2020 e dall’1,05% di dieci anni fa. Un progresso, dovuto soprattutto alla diffusione degli strumenti passivi. Ma la media nasconde una frattura. Nel 2025 i prodotti di fornitori esterni si sono fermati a poco meno dello 0,60%; quelli propri delle banche hanno segnato lo 0,86%. Un sovrapprezzo superiore al 43%. La forbice si è aperta nel tempo. Tra il 2019 e il 2025 il TER dei prodotti di terzi è sceso dallo 0,90% a meno dello 0,60%, mentre quello dei prodotti bancari è calato appena, dall’1,03% allo 0,86%. La spiegazione, secondo lo studio, sta nella concorrenza: chi vende prodotti altrui è costretto a trasferire i risparmi al cliente, chi vende i propri no. Buona parte dei ri-

La gestione di un conto deposito costa, ma in modo differente.

I portafogli piccoli pagano di più

Concentrandosi sui circa 5.200 portafogli fino a un milione di franchi - l’87% del campione - VZ individua una regola costante: più piccolo è il patrimonio, maggiore è la quota di prodotti propri della banca. Nella fascia sotto i 100 mila franchi questi arrivano a coprire quasi il 60% degli strumenti finanziari detenuti; scendono al 31% fra i 750 mila e il milione.

La parte più critica dello studio riguarda il legame fra dimensione del deposito e costi.

E sono proprio i depositi minori a soppor-

cavi, del resto, deriva da fattori meno visibili del TER - costi di transazione, meccanismi interni di remunerazione - che per l’istituto sono reddito e per il cliente costo. La gamma interna resta così, testualmente, una «roccaforte delle commissioni».

Certificati: rendimenti e sicurezza in un mercato turbolento

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tare le spese più alte. Fino a 100 mila franchi il TER dei prodotti bancari tocca lo 0,95%, contro lo 0,72% dei prodotti esterni; nella fascia successiva il divario sale a 0,3 punti (0,90% contro 0,60%) e resta significativo anche in cima alla scala. Poiché un terzo dei depositi analizzati non supera i 100 mila franchi, l’effetto è tutt’altro che marginale. Lo studio ricorda che uno scarto di 0,3 punti l’anno, nell’arco di vent’anni, può erodere decine di migliaia di franchi di rendimento

Perché i prodotti propri resistono Se le alternative economiche abbondano, perché i prodotti «di casa» continuano a dominare? Lo studio indica due ragioni. La prima è legata al modello d’affari: per le banche i prodotti propri sono una fonte di ricavo particolarmente redditizia, il che crea un conflitto di interessi intrinseco fra la selezio-

Che cosa può fare l’investitore Il quadro normativo ha fatto passi avanti. La Circolare Finma 2025/2 impone alle banche di segnalare l’uso di strumenti propri e i relativi conflitti di interesse e il foglio informativo di base (FIB), previsto dalla legge, rende più leggibili costi e rischi prima dell’acquisto. Restano però voci che il TER non cattura, come i costi di transazione, le spese di custodia e gli onorari di consulenza e gestione. VZ - che, va precisato, non produce né intermedia prodotti finanziari e si finanzia con onorari delle consulenze e spese amministrative - invita a verificare periodicamente il proprio deposito e a chiedere un secondo parere indipendente. La raccomandazione operativa è sostituire in modo sistematico i prodotti bancari più cari con alternative equivalenti e meno costose. Il guadagno, sottolinea lo studio, è duplice: chi rimpiazza i fondi propri più onerosi con equivalenti di terzi abbassa da subito le spese e, allo stesso tempo, aumenta le probabilità di un rendimento migliore nel lungo periodo. Un prodotto offerto dalla propria banca, avvertono gli autori, non è automaticamente il migliore: spesso è soltanto il più caro.

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Immagine generata con l’IA.

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© CDT/GABRIELE PUTZU

Pesa anche l’eredità delle retrocessioni, i cosiddetti kickback che per anni hanno orientato la distribuzione. Ridimensionati dalla giurisprudenza del Tribunale federale, che ne impone in linea di principio la restituzione, sono stati in parte compensati dalla spinta a vendere prodotti propri, i cui margini restano interni al gruppo e sfuggono più facilmente alle regole. VZ segnala inoltre il closet indexing, ovvero fondi presentati come gestione attiva di pregio che in realtà replicano il mercato, pur applicando commissioni da gestione attiva.

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al 2010 VZ VermögensZentrum ha passato al setaccio circa 40 mila depositi titoli, per un valore complessivo vicino ai 33 miliardi di franchi. L’ultima edizione dello studio «Come hanno investito gli svizzeri 2026», pubblicata in agosto, si basa su quasi seimila analisi condotte nell’ultimo anno, un numero mai raggiunto prima e in crescita di oltre il 16% sul 2024. Il fornitore di servizi finanziari, che conta oltre 40 sedi in Svizzera, tra cui Bellinzona e Lugano, ne trae una conclusione netta: i prodotti che le banche costruiscono e distribuiscono in proprio pesano sul rendimento degli investitori molto più delle alternative offerte da terzi.

La liquidità è quasi sparita - 1,8%, contro il 18,7% del 2010 - complice il ritorno del tasso guida della BNS a zero nel 2025. Cresce invece la componente azionaria, trainata dai mercati esteri (29,2%, da 19,1% nel 2010), anche se le azioni svizzere restano le preferite: al 32,4%, la preferenza per il mercato domestico (home bias) elvetico non è mai stato così marcata. Parallelamente si riduce l’esposizione alle valute estere, oggi al 16,5% contro il 25,9% del 2010, riflesso del lungo apprezzamento del franco.

ne più conveniente per il cliente e quella più remunerativa per l’istituto. La seconda è la minore sensibilità ai costi dei clienti con patrimoni contenuti, che pongono meno domande critiche e dispongono di minore potere negoziale.


Corriere del Ticino Settembre2026

6 / SPECIALE GESTIONE PATRIMONIALE

Sempre meno asset «sicuri» per gli investitori MERCATI / Il rialzo dei rendimenti sulle obbligazioni governative statunitensi e sui titoli di Stato di altri Paesi rende più difficile e complicato riuscire a puntare su strumenti d’investimento che offrano un buon rapporto tra rischio e performance

Roberto Giannetti, redazione Economia, Corriere del Ticino

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eneralmente, un investitore medio suddivide il proprio portafoglio in una quota collocata a basso rischio, ma anche a basso rendimento, e una quota con possibilità di performance più elevate, ma con rischi maggiori. Con l’aumento dei rendimenti (che sono arrivati ai massimi da 20 anni) dei Treasury americani e anche delle obbligazioni pubbliche di altri Stati, fra cui Francia e Giappone, la scelta diventa più difficile. Infatti quegli asset che un tempo erano considerati sicuri, oggi vengono percepiti come più rischiosi, rendendo le scelte di investimento più complicate. Negli ultimi giorni i rendimenti dei Treasury americani a 30 anni si situavano sopra il 5,3%,

Un milione di franchi investito nel decennale USA nel 2020 oggi varrebbe circa 788 mila franchi Se fosse stato investito nell’omologo governativo cinese, ne varrebbe circa 1,148 milioni Mario Cribari partner di BlueStar Investment Managers

quelli a 10 anni erano vicini al 5%. Certamente, la Confederazione svizzera viene ancora considerata un porto sicuro, grazie a fattori quali la stabilità politica, la forza del franco, la solidità economica e via dicendo. Purtroppo, le obbligazioni della Confederazione rappresentano un mercato limitato e i rendimenti sono bassi. Come affrontare questa situazione? Ne abbiamo parlato con Mario Cribari, partner e responsabile della strategia di investimento di BlueStar Investment Managers a Lugano. «Per generazioni il Treasury - commenta - è stato il porto sicuro per eccellenza, il Risk Free Rate. Eppure, un milione di franchi investito nel decennale USA nel 2020 oggi varrebbe circa 788 mila franchi. Investito invece nel governativo cinese decennale ne varrebbe circa 1,148 milioni. Il “risk free” nella valuta di riserva mondiale ha perso il 21%; il bond del mercato emergente, per altro comunista e autocratico, ne ha guadagnato il 15%». «Questo non significa - sottolinea - che la Cina sia priva di rischi o che gli Stati Uniti siano prossimi al default. Ma le cose cambiano e il mondo finanziario si sta capovolgendo. Per decenni abbiamo associato Occidente a credibilità ed emergenti a instabilità. Oggi alcuni emergenti, forti di risparmio interno, disciplina monetaria e valute sottovalutate, costruiscono la credibilità che invece il mondo sviluppato consuma. Gli Stati Uniti restano la prima economia mondiale, ma un debito stellare, persistenti deficit, dazi, guerre, sanzioni, congelamenti illegali di riserve estere e ingerenze politiche non richieste stanno erodendo il loro premio di sicurezza e credibilità». «Il rialzo dei rendimenti - illustra - dura dal 2022 ed è in parte una normalizzazione dopo decenni di disinflazione, tassi a zero e politiche monetarie creative. L’economia cresce e il boom tecnologico richiede investimenti enormi: l’IA potrà essere deflazionistica domani ma oggi assorbe capitale e

energia per i data center. Il problema è strutturale. Il debito federale americano sfiora i 40 mila miliardi di dollari, il deficit annuo i duemila e gli interessi i mille. Non esiste una soglia magica oltre la quale la fiducia crolla, ma sopra il 4% di rendimento, senza una correzione duratura, ogni rifinanziamento rende il debito più costoso da servire». «In termini brutali, il Treasury lungo non lo vuole più nessuno, se non a rendimenti crescenti. Bessent lo sa: infatti si finanzia con i T-bill e ricompra le scadenze lunghe tentando una sorta di Operation Twist. Il Tesoro si finanzia a breve per risparmiare, sperando che domani la Federal Reserve tagli, o almeno non alzi. Ma se la Fed non collabora il conto aumenta, se invece collabora troppo, il conto passa al dollaro e all’inflazione». «Senza disciplina fiscale - afferma - questa è solo cosmesi. Il Treasury per altro non compete più soltanto con altri governativi ma con il debito emesso dalle big tech per finanziare l’IA. È uno spiazzamento al contrario: gli investitori preferiscono finanziare imprese innovative, ben gestite e solide, incassando un extra rendimento anziché coprire deficit pubblici. Giusto per aggravare la situazione Washington intanto spende 15 miliardi al mese in una guerra che si sta dimostrando, oltre che costosa, utile solo a far salire petrolio, inflazione e rendimenti; il cane che si morde la coda». «Il problema in realtà - conclude Mario Cribari - tocca anche altri Paesi come Francia e Giappone, ad esempio. Nel primo caso per paralisi politica, nel secondo a causa di un debito mostruoso e della totale inettitudine dell’attuale Governo ormai in trappola: o fa salire i rendimenti o fa svalutare lo yen. Ma trovare sicurezza è possibile: gli ex emergenti; l’oro perché non finanzia deficit e non può essere stampato; le azioni di qualità che saranno care nel breve, ma dietro hanno bilanci forti, ottima gestione, innovazione e crescita. E gli investimenti in obbligazioni franchi? Sono certamente risk free...».

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Corriere del Ticino Settembre 2026

SPECIALE GESTIONE PATRIMONIALE / 7 dro opposto: la sua rilevanza diminuisce con l’età ed è meno importante per le donne che per gli uomini. Altri motivi per risparmiare sono l’ottimizzazione fiscale (28%), la preparazione alla pensione (26%) e la protezione da spese impreviste (25%). Solo il 3% ha dichiarato di non mettere da parte nulla. Nel complesso, la situazione finanziaria appare solida. Solo il 10% ha dovuto pagare in ritardo una fattura negli ultimi dodici mesi a causa della mancanza di denaro. Il 90% ha dichiarato di riuscire a far fronte bene ai propri pagamenti regolari. L’86% sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista di circa 2500 franchi senza dover ricorrere a un prestito o vendere oggetti di valore. Tuttavia, secondo lo studio, quasi una persona su due si preoccupa spesso per questioni di denaro. Il 62% si occupa molto o moltissimo di questioni relative alla previdenza. Tuttavia, l’impegno si concentra soprattutto su misure facili da attuare, come il risparmio nel pilastro 3a. Poco più della metà versa regolarmente nel terzo pilastro. Tra le persone 1839enni la percentuale raggiunge addirittura i due terzi.

Gli svizzeri sono un popolo di risparmiatore, oltre la metà della popolazione ha messo da parte del denaro e non per forza investendolo.

© CDT/GABRIELE PUTZU

La sicurezza prima del capitale Redazione Economia, Corriere del Ticino

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uando si tratta di risparmio, per gli svizzeri la sicurezza è la priorità assoluta. L’accumulo di patrimonio segue solo a notevole distanza. Nel complesso, secondo un nuovo studio, la situazione finanziaria della popolazione appare solida. La Svizzera rimane un Paese di risparmiatori.

Quasi il 60% della popolazione ha messo da parte regolarmente del denaro negli ultimi dodici mesi, come emerge dal «Monitor sulla competenza finanziaria» di Banca Migros, pubblicato nei giorni scorsi. Per il 43% degli intervistati, quando si tratta di risparmiare la sicurezza è l’aspetto prioritario: vogliono soprattutto evitare di perdere denaro. Segue la costituzione di un patrimonio a

lungo termine, con il 31%. Quasi altrettanto importante è la flessibilità: il 30% desidera poter accedere al proprio denaro in qualsiasi momento. Secondo gli autori dello studio, con l’avanzare dell’età la sicurezza acquista maggiore importanza: le donne le attribuiscono più peso rispetto agli uomini. Per quanto riguarda la costituzione di un patrimonio, si osserva un qua-

Sono invece nettamente meno coloro che si occupano in modo approfondito della propria previdenza. Solo circa un terzo ha verificato il proprio certificato di previdenza per individuare eventuali lacune. Il 30% si è occupato di successione, testamento, mandato precauzionale e testamento biologico e il 28% ha fatto ricorso a una consulenza finanziaria. Solo il 15% ha effettuato versamenti volontari nella cassa pensione. Come motivo più frequente della loro riluttanza, il 38% ha indicato la mancanza di denaro per un risparmio previdenziale supplementare. Circa un terzo fa affidamento sull’AVS e sulla cassa pensione. Per un quinto, la previdenza per la vecchiaia è troppo complicata. Per lo studio sono state intervistate quasi 3600 persone di età superiore ai 18 anni in tutte le regioni linguistiche della Svizzera. L’indagine si è svolta dal 29 giugno al 23 luglio 2026.

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