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DON BOSCO EDUCATORE Una prassi pedagogica ecclesiale riconosciuta dalla Chiesa di Don Luigi Sansone
La natura carismatica della nostra congregazione si fonda sull’iniziativa della Trinità: come progetto del Padre per salvare la gioventù; come azione del Figlio che a Giovanni, dopo averlo chiamato per nome, ordina di porsi alla testa dei fanciulli del sogno; come intervento dello Spirito Santo che forma in lui il “padre e maestro dei giovani”. La Chiesa ha riconosciuto in questo l’azione di Dio, approvando le Costituzioni e proclamando santo il fondatore. Il fondatore è portatore di un progetto di vita, realizzato non solo per il suo tempo, ma per il futuro. La Chiesa con un duplice atto riconosce questa presenza del divino sia in don Bosco che nella sua attività pastorale.
La prassi educativa di Don Bosco tende in mille forme distinte a inculcare il senso di chiesa attraverso un’esperienza forte di essa, di fronte a una prassi comune che identificava più o meno consapevolmente la chiesa con l’istituzione ecclesiastica, o il luogo del culto e poco più. Anche se Don Bosco scrive di funzioni di Chiesa, di cose di Chiesa, tuttavia l’esperienza che vive insieme ai suoi ragazzi è quella di una chiesa che è vita, sacramenti, santità e relazione con la Trinità. È una prassi pedagogia ecclesiale che si condensa in scuole, oratori, chiese, ospizi, istitu-
ti professionali, associazioni, opere per le vocazioni adulte, stampa, editrici, librerie, collegi. È una prassi pedagogia ecclesiale capace di veicolare una percezione esperienziale di Chiesa come realtà ideale ed affettiva, come luogo dell’incontro salvifico con Dio e della concreta esperienza comunitaria. Non diverso è l’atteggiamento, quando dal piano della polemica, dell’apologia e della predicazione, Don Bosco passa all’opera di educatore di giovani e alla sua concezione generale delle finalità educative: dalla tesi della centralità storico-dogmatica del Papato nella storia della Chiesa alla predicazione domenicale centrata nella Storia dei Papi, alle sollecitudini per festeggiare avvenimenti riferentisi al Sommo Pontefice, a fatti di interessamento del Papa per la vita dell’Oratorio, soprattutto nel periodo gaetano di Pio IX: ringraziamento per l’offerta di lire 33, festa per le corone benedette e inviate dal Papa, spedite da Portici il 2 aprile 1850, festa di san Pietro distinta da quella di S. Luigi, festa per il venticinquesimo di Pontificato di Pio IX. Da qui deriva l’importanza da lui attribuita, anche in funzione pedagogica e, più in generale, formativa e catechetica alla concreta pratica dell’appartenenza ecclesiale. A questo si aggiunge l’attività pastorale oratoriana fedeltà ai sacramenti, devozione alla Madonna, preghiera quotidiana, dipendenza e sottomissione alle autorità ecclesiastiche, difesa della Chiesa di fronte all’ostilità e persecuzione dei suoi nemici. Questa coscienza di Chiesa non portò, sul piano dei fatti, ad un atteggiamento di
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inerte chiusura, ma stimolò un impegno attivo di straordinaria fecondità sia nel campo della formazione cristiana, sia nel campo di una operosa testimonianza nella società. Vivissimo il sensus ecclesiae che caratterizza l’orientamento spirituale di Don Bosco in tutte le manifestazioni della sua vastissima attività sacerdotale; esso si rivela predominante in particolare in quella forma di educazione popolare, da lui attuata, attraverso le Letture Cattoliche. Comunicativo ed educativo era il suo entusiasmo quando tornava dai suoi viaggi da Roma. Per Don Bosco, educatore dei giovani, il Papa è il Vicario di Cristo: «[…] pertanto, figlioli miei, nella vostra vita non dimenticate mai che il Papa vi ama e quindi dalla vostra bocca non esca mai parola che possa essere a lui d’insulto, le vostre orecchie non ascoltino mai con indifferenza ingiurie e calunnie contro la sacra sua persona, i vostri occhi non leggano mai giornali o libri che osino vilipendere l’altissima dignità del Vicario di Gesù Cristo». Il cristiano formato seriamente e integralmente doveva intessere un legame affettivo e forte con il Successore di Pietro e tramite lui con tutta la Chiesa. Doveva essere efficace il suo metodo di educazione al sensus ecclesiae, se da un ragazzo di Mondonio, di nome Savio Domenico, non ancora quindicenne, strappa espressioni preoccupate per la Chiesa d’Inghilterra e interesse per il problema missionario: «Parlava volentieri dei missionari, che faticano tanto in lontani paesi pel bene delle anime, e non potendo mandar loro soccorsi materiali, offriva ogni giorno al Signore qualche preghiera, e almeno una volta alla settimana faceva per loro la santa comunione. Più volte l’ho udito esclamare: Quante anime aspettano in nostro aiuto nell’Inghilterra: oh se avessi forza e virtù vorrei andar-
inserto - Don Bosco educatore vi sul momento, e colle prediche e col buon esempio vorrei guadagnarle tutte al Signore». Sono i risultati di un’educazione capace di inserire anche le vite giovani nella vasta ed impegnativa problematica della Chiesa e del suo Capo. In questo contesto il riferimento al sogno delle due colonne è particolarmente significativo, raccontato da don Bosco il 30 maggio 1862 a conclusione del mese mariano ai ragazzi, rende in maniera plastica la sua percezione di Chiesa e il contesto di relazione educativa, come prassi pedagogica ecclesiale sempre viva e presente nella sua attività pastorale. Una nave comandata dal papa che attraversa un mare in tempesta e si dirige verso due colonne dalle quali pendono ancore e ormeggi. Una delle colonne è sormontata da una statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un cartello con la scritta: Auxilium Christianorum e l’altra, più alta, è sormontata da una grande Ostia con sotto la scritta: Salus credentium. Navi più piccole ne contrastano il percorso lanciando libri e scritti incendiari, danneggiandola con colpi di cannone o speronandola con i rostri delle loro prore. Tutto riesce invano. Si alza sempre una brezza che risana le falle. Il papa viene colpito una volta, ma aiutato dai suoi, si rialza. E’ colpito una seconda volta e muore. La notizia della morte si diffonde insieme a quella del nuovo capitano eletto. Questi riesce a ormeggiare la nave tra le due colonne. Avviene allora un grande scompiglio tra le navi nemiche. Molte affondano e cercano di rovinare le altre. Alcune, che avevano combattuto per la nave del papa o che si erano tenute a prudente distanza, a loro volta si accostano alle due colonne e vi si ancorano vicino alla nave del pontefice. Il sogno non resta solo un racconto per alimentare la simpatia e l’adesione dei ragazzi alla Chiesa ma anche argomento di dibattito tra i confratelli della giovane congrega-
inserto - Don Bosco educatore zione di allora cosi come le Memorie Biografiche testimoniano: “[Don Bosco] interrogò D. Rua: - Che cosa pensi tu di questo racconto? D. Rua rispose: - Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, di cui esso è il Capo: le navi gli uomini, il mare questo mondo. Quei che difendono la grossa nave sono i buoni affezzionati alla santa Sede, gli altri i suoi nemici, che con ogni sorta di armi tentano di annientarla. Le due colonne di salute mi sembra che siano la divozione a Maria SS. ed al SS. Sacramento dell’Eucarestia. D. Rua non parlò del Papa caduto e morto e D. Bosco tacque pure su di ciò. Solo soggiunse: - Dicesti bene. Bisogna soltanto correggere un’espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla a petto di ciò che deve accadere. I suoi nemici sono raffigurati nelle navi che tentano di affondare, se loro riuscisse, la nave principale. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio! - Divozione a Maria SS. - frequenza alla Comunione, adoperando ogni modo e facendo del nostro meglio per praticarli e farli praticare dovunque e da tutti”. Le spiegazioni date non solo tendono a descrivere una situazione della Chiesa di cui si è compartecipi, ma vogliono anche condurre a prendere buoni propositi in quel giorno di chiusura del mese di maggio. Quelle che Don Bosco propone non sono desunte dall’immagine della nave o del combattimento, ma da quelle delle due colonne, che appunto nel “sogno” hanno valore risolutivo in ordine al fatto sostanzialmente simboleggiato della lotta e del trionfo della Chiesa. L’iniziazione al sensus ecclesiae, con radicale accentuazione papale, diventa spontanea forma quotidiana del suo essere educatore.
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«Io intendo di vivere e di morire nella santa cattolica religione che ha per capo il Romano Pontefice, Vicario di Gesù Cristo sopra la terra. Credo e professo tutte le verità della fede che Dio ha rivelato alla Santa Chiesa». È presente inoltre in Don Bosco una concezione universale, capace di superare campanilismi e tensioni anche in situazioni dolorose, quando un sentimento spontaneo poteva inclinarlo in altra direzione. Per esempio, quando stracciò e bruciò i libelli scritti contro mons. Gastaldi. Evidentemente per Don Bosco il bene della Chiesa e il buon nome della gerarchia stavano al di sopra di qualunque altro sentimento. Portando, infatti, lo sguardo su quanto egli ha fatto personalmente, sente il bisogno di proclamarne il significato: «Nelle mie prediche, nei discorsi e libri stampati ho sempre fatto quanto poteva per sostenere, difendere e propagare principi cattolici. Tuttavia se in essi fosse trovata qualche frase, qualche parola che contenesse anche solo un dubbio o non fosse abbastanza spiegata la verità, io intendo di rivocare, rettificare ogni pensiero, o sentimento non esatto. In generale poi io sottometto ogni detto, scritto, o stampa a qualsiasi decisione, correzione, o semplice consiglio della Santa Madre Chiesa cattolica». Unico interesse nella sua vita e nelle sue opere era la purezza della religione, da qui la sua costante opposizione al protestantesimo e la santità del popolo cristiano. Questi due obiettivi, che possono essere identificati con il sensus ecclesiae costituirono la ragione d’essere delle sua vita. Egli non fu un teologo nel senso tecnico della parola e meno ancora un ecclesiologo, anche se fu un palese rappresentante della corrente dominante in quel tempo. La sua visione teologica della chiesa era stata modellata sui catechismi diocesani e sulla mo-
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desta letteratura teologica e storica allora dominante in ambienti ultramontani. Visse e sentì sua la comunità ecclesiale, comprese in che cosa consisteva il nerbo vitale della vita della chiesa e agì di conseguenza. Nella sua attività pastorale tuttavia, non sempre la sua coscienza di chiesa corrisponde alla sua prassi; a volte infatti non pare che le due concordino, essendo la prima legale, giuridica, istituzionale, mentre la seconda è esistenziale ed esperienziale. In realtà Don Bosco era convinto che solo nella prima era possibile la seconda, solo nella Chiesa cattolica si possono trovare e produrre i sacramenti e la santità. Essa può restare incolume, unita, coerente nella verità solo se si mantiene unita in modo inalterato al papa. In questo tema ecclesiologico Don Bosco rappresenta chiaramente un caso paradigmatico di ciò che pensava e scriveva la maggioranza del clero italiano del tempo, e in questo senso non è originale, neppure nel suo elevato universalismo ultramontano. Allo stesso tempo però, con la sua vita e con il suo agire manifestò l’urgente necessità di sapersi adattare e cambiare, se si voleva che il messaggio evangelico raggiungesse il maggior numero di persone, specialmente quelle più lontane ed emarginate, come afferma J. M. Laboa: «[…] nel suo vissuto quotidiano relativizza la teologia di stampo assolutista. Alcuni teologi italiani e tedeschi assegnavano, nella loro ecclesiologia, un ruolo decisivo al popolo di Dio e inserivano in esso la gerarchia. In Don Bosco chi detiene ed esercita tale compito è la gerarchia. Tuttavia nella vita pratica, egli dà l’impressione che ciò che è preminente è il bene del popolo cristiano, che va garantito anche a costo di sotterfugi e furbi stratagemmi […] Credo si possa dire che Don Bosco pensò sempre che il bene delle anime dovesse prevalere sull’organizzazione e l’amministrazione».
inserto - Don Bosco educatore Emerge un senso empirico, pratico dell’ecclesiologia di Don Bosco. Curia romana, vescovi, parroci sono oggetto di maggiori o minori attenzioni secondo il maggiore o minore aiuto che potevano offrire all’opera dei giovani e alla nascente congregazione. Don Bosco era convinto che tale opera era di Dio e, in funzione di questa convinzione, ricorreva alla gerarchia al fine di far progredire la sua opera. Se non trovava l’appoggio del Vescovo, non temeva di appellarsi al Sommo Pontefice, soprattutto quando si cercava di limitare in qualche modo il suo raggio d’azione per la salvezza della gioventù. «Non si trattava tanto di machiavellismo o di sorprendente capacità di movimento, quanto piuttosto di un senso innato al compromesso al fine di raggiungere lo scopo principale che si era prefisso». Una preghiera, che il suo biografo don GB. Lemoyne dice essere stata solitamente recitata da Don Bosco, sintetizza bene la sua visione di Chiesa e il pathos della sua intenzionalità pastorale ed educativa:
«Padre nostro, che sei ne’ cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, si dilati e trionfi la chiesa cattolica, la sola vera chiesa di Gesù Cristo, tutte le nazioni riconoscano i suoi diritti e quelli del suo Capo e dei suoi vescovi, tutti gli intelletti a lei docente aderiscano come l’unica depositaria delle verità rivelate, testimone divina dell’autenticità ed autorità dei libri sacri, maestra infallibile degli uomini, giudice supremo inappellabile nelle questioni dottrinali. A lei tutte le volontà obbediscano nell’osservanza delle sue leggi morali e disciplinari, finché dopo le vittorie sulla terra entri a trionfare eternamente nei cieli, colla moltitudine delle anime salvate».
Articolo completo su: Itinerarium 14(2006)32, 189-214. (Rivista multidisciplinare dell’Istituto Teologico “San Tommaso” - Messina).