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Dialogos Assab One 20-27 maggio 2011 Andy Boot, Sergio Breviario, Alessandro Castiglioni, Antonio Catelani, Ermanno Cristini, Giovanni Morbin, Giancarlo Norese, Goran Petercol, Fabio Sandri, Luca Scarabelli, Emily Speed, Alessandra Spranzi. Con il contributo critico Francesca Marianna Consonni e Lorena Giuranna. Progetto grafico Mattia Fontanella Traduzioni Cecilia Guida Video e supporto tecnico Paolo Tognozzi Un ringraziamento particolare a Elena Quarestani

Via Assab 1, Milano www.assab-one.org Š 2011 agli autori /100


Dialogos. Cinque Idee. Alessandro Castiglioni La Nube: C’è una legge, Issione, cui bisogna ubbidire. Issione: Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe, è troppo bello per pensarci ancora. Dialoghi con Leucò, C. Pavese I – Dialogo come pratica estetica Dialogos un progetto espositivo disposto tra dinamica performativa e intervento installativo. Nasce dalla possibilità di pensare lo spazio come una formula di tempo, cioè un quando prima che un dove, nel momento in cui esso viene negoziato e trasformato da una relazione. Il dialogo si pone dunque come pratica estetica poiché esso stesso è l’elemento che modula e struttura un tempo e poi uno spazio. II – La storia Non per caso questo progetto nasce da un percorso comune che Ermanno Cristini, Luca Scarabelli e io stiamo portando avanti dal 2008. Dialogos è infatti figlio di altri due importanti progetti: il primo Roaming[1], si basa su mostre che durano l’effimero tempo di un’inaugurazione per poi fluttuare nell’inconsistenza della propria documentazione, l’altro L’ospite e L’intruso[2] è pensato come una serie di mostre ed incontri presso lo studio di Ermanno. III – Circolo Ermeneutico Dialogos è dunque una sorta di partita a scacchi. Dove però l’operazione artistica e la sua traccia, l’oggetto, si caricano di una comunicabilità reversibile, tra artista e artista, artista e opera, opera e spazio, spazio e spettatore, spettatore e spazio, spazio e opera, opera e artista, artista e artista. È per questo motivo che il dispositivo predisposto dal progetto è fatto di azioni, risposte e di risposte a queste risposte. IV – Il mito è nello stesso tempo qualcosa di necessario e di impossibile Parlare di “dialogo” ha poi strettissime relazioni con il mondo classico. La dialettica sofista, la maieutica socratica, gli scritti di Platone. Anche lo stesso termine greco, dia – logos, attraverso le parole, amplifica questa dimensione. Ma, come scriveva Pavese “il mito è nello stesso tempo qualcosa d necessario e di impossibile”, e nel suo libro Dialoghi co<n Leucò l’infanzia, il fato, l’amore, la sconfitta e l’eternità si mescolano, ricordandoci la parzialità del detto. V - Archeologia In questa parzialità fluida e, come il mito, necessaria ed impossibile, si nasconde la natura più profonda di Dialogos. Infatti le tracce visibili di questo scambio, i resti, gli oggetti in mostra, sono solo l’immagine falsata di una pratica distante nel tempo. Del dialogo stesso non vi sono documenti, poiché, citando ancora Platone, è tra le pieghe dell’irripetibilità del detto, che si nasconde la possibilità di conoscere.

[1] Roaming è un progetto già presentato a Officine Creative, Barasso, Assab one, Milano, Museé D’Art et d’Histoire de St Denis, Parigi, Manifesta 7, Bolzano, Artintown, Torino, La Rada, Locarno, Stazione Rogers, Trieste, 91mq, Berlino, Neon Campobase, Bologna, Galleria d’Arte Moderna, Nova Gorica, CondottoC, Roma, Museo Villa Croce, Genova, MCBA, Losanna, Cabaret Voltaire, Zurigo, Museo Riso, Palermo, Matadero, Madrid. [2] Finora i progetti presentati hanno coinvolto, tra gli altri, Sergio Breviario, Kristine Alksne, Microcollection, Umberto Cavenago, Giancarlo Norese, Giovanni Morbin, Lidia Sanvito, Oppy De Bernardo, Gianni Caravaggio.


DIALOGOS Ermanno Cristini “È quindi la fedeltà al principio del dialogo che fa accettare a Socrate persino la morte.” Il dialogo per un verso, com’è riportato dal giovane discepolo Platone, è sempre “inconcludente”; non porta mai a termine ciò di cui si sta discutendo, non chiude, non definisce la verità una volta per tutte: la verità va sempre rimessa in discussione. Ma per un altro verso è proprio con il metodo socratico delle “brevi domande e risposte” che l’interlocutore, rispettato nel suo diritto di capire e fare obiezioni, è costretto a confessare la sua “ignoranza”, capisce finalmente di “sapere di non sapere.” Dunque il dialogo che in quanto palestra del linguaggio esalta la parola, pratica un silenzio e così facendo consente al linguaggio di rivelarsi nella sua essenza: “un’aspirazione silenziosa.” “… noi stiamo in molte cose indipendentemente dal linguaggio: per esempio quando saliamo le scale di corsa; e poi stiamo anche nel linguaggio, per esempio quando diciamo: – Che corsa! –. Il punto infatti non è questo, ma quest’altro: che proprio nello stare nel linguaggio non vi stiamo e che, così non standovi, vi stiamo (…) È questo paradosso che ti chiedo di vedere. Esso allude appunto al silenzio che il linguaggio, pur evocandolo e nominandolo, pur –rompendolo- non può dire e neppure propriamente concepire, sebbene lo frequenti.” (Carlo Sini, Il gioco del silenzio) Un pensiero Zen molto noto dice: “Nell’istante in cui parli di una cosa, essa ti sfugge”. Non è molto lontano dal filosofo di Merleau Ponty: “… tutto avviene come se egli volesse tradurre in parole un certo silenzio che è in lui e che egli ascolta. La sua intera opera è questo sforzo assurdo. Il filosofo scriveva per dire il suo contatto con l’Essere: ma non l’ha detto, e non potrebbe dirlo, giacché questo contatto è tacito. Allora egli ricomincia…” (Carlo Sini, cit.) Allora egli ricomincia… Il filosofo, come l’artista, se non ricominciassero a parlare, se non stessero dentro questo paradosso, non frequenterebbero il silenzio, che è essenza del linguaggio in quanto luogo di contatto con l’essenza della vita. Quindi un dialogo per frequentare il silenzio. Due o più artisti; uno spazio. La messa in mostra normalmente è un affiancamento o un’integrazione di voci in un tempo congelato. Un allineamento di monologhi che si danno nella ricerca di un rapporto con un luogo. Mi incuriosisce invece l’esperienza di Palinsesti in Strutture precarie[3] che introduce il concetto di messa in mostra come negoziazione: un artista si sovrappone a un altro, introducendo inevitabilmente il fattore tempo, “…l’autore è obbligato a rinegoziare la sua opera”. Questo concetto di negoziazione rimanda al dialogo. Ma allora se fosse apertamente “inconcludente”? Penso ad una messa in mostra che si dia nel tempo, come dialogo, e che non si staticizzi mai in un allestimento definitivo. Anzi, ciò che appare nell’allestimento, la “mostra”, in realtà “espone” quello che non si vede; il suo buio; il silenzio che prende senso tra le parole. Dietro ai manufatti visibili si possono inferire delle storie. E ciò che è assente ha più peso di quello che viene messo in scena. “I suoni se ne stanno nella musica per rendersi conto del silenzio che li separa” (John Cage). Le riflessioni sul linguaggio e il silenzio, inteso derridianamente non come il fuori della parola, bensì come un principio attivo, non privativo, riportato alle pratiche della visione rimandano alle osservazioni di Agamben sulle Off Cells: “Il buio non è, pertanto, un concetto privativo, la semplice assenza della luce, qualcosa come una non-visione, ma il risultato dell’attività delle off-cells, un prodotto della nostra retina. Ciò significa, se torniamo ora alla nostra tesi sul buio della contemporaneità, che percepire questo buio non è una forma di inerzia o di passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare, che, nel nostro caso, equivalgono a neutralizzare le luci che provengono dall’epoca per scoprire la sua tenebra, il suo buio speciale, che non è, però, separabile da quelle luci. Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità” (Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo). Che è come dire che può dirsi contemporaneo solo chi dentro le parole del secolo riesce a cogliere il suono del silenzio, perché in fondo il buio è il silenzio dell’immagine.

[3] Strutture precarie, Ex Essicatoi, San Vito al Tagliamento, a cura di Denis Viva, Settembre-Ottobre 2009


Luca Scarabelli In mezzo ci sta praticamente il logos, che è un logo-fra è qualcosa che lega, che mette insieme la realtà. Il dialogo comporta anche la costruzione di un ponte, un confronto e una distanza da mantenere. Leggo che si chiama medietà, la capacità di mediazione. E’ partecipazione come cantava Gaber. Un ponte fra parti. Nell’assemblea omerica, il discorso è in mezzo, nel cerchio, al centro, in cui c’è la preda che gli eroi si dividono, anzi che condividono. Il dialogo per sua natura non è un discorso compiuto, è in fieri, proprio per questo è condiviso, c’è una asimmetria nella partecipazione al dialogo, una tensione. Perché io sono di me cose che gli altri non conoscono, e con questo le condivido (a volte). Il dialogo si svolge in un luogo pubblico. Fuori, dentro di noi, anzi con noi. C’è tutta la lezione di Levinas qui. Ogni mossa ha una funzione strategica, argomentativa, è una partita a scacchi (si può truccare la partita?) dove le regole si autogenerano, e quindi ci si apre alla possibilità di cambiare idea, perché ci si sorprende e ci si arricchisce nella sorpresa. Noi ne siamo responsabili. Ogni mossa argomentativa può modificare il nostro punto di vista, modificarci; é la possibilità di essere influenzati. Avrò bisogno del dialogo? Il dialogo è anche un invito? Inferenza.


Dialogos. Five Ideas. Alessandro Castiglioni I – Dialogue as an aesthetic practice Dialogos is a project of an exhibition arranged between a performative dynamics and an installation’s intervention. It was born from the possibility of thinking about the space as a time’s formula, or to put it better, the “when” before the “where”, the very moment when it has been discussed and transformed by a relation. Therefore, the dialogue is intended an aesthetic practice, because itself is the element that modulates and structures a time and, then, a space. II – The story It’s no accident that this project was born from a common path that Ermanno Cristini, Luca Scarabelli and I are carrying out since 2008. Dialogos is, in fact, connected to two others important projects: the first one, Roaming[1], is based on exhibitions that last the ephemeral time of an opening, in order to fluctuate, later on, in the flimsiness of its own documentation, the second one, The Guest and the Intruder[2], is has been thought as a series of exhibitions and meetings at the Ermanno’s studio. III – Hermeneutical circle Dialogos is, therefore, kind of a chess game. But, where the artistic act and its trace, the object, burden themselves with a reversible communicability, between artist and artist, artist and artwork, artwork and space, space and spectator, spectator and space, space and artwork, artwork and artist, artist and artist. It is because of this reason that the mechanism made for the project is made of actions, answers, and of the aswers to these answers. IV – The myths is at the same time something necessary and impossibile Talking about the “dialogue” has very close relations to the classic world. The sophist dialectics, the Socratic maieutics, the writings of Plato. Also the greek word, dia – logos, through the words, amplifies this dymension. However, as Pavese wrote, “the myths is at the same time something that is necessary and impossibile”, and in his book, Dialogues with Leucò, childhood, destiny, love, defeat and eternity mix themselves, by reminding us the partiality of the saying. V – Archaeology The deeper nature of Dialogos is hidden in this fluid partiality and, like the myth, necessary and impossibile. In fact, the visible traces of this exchange, the remains, the exhibited objects, are only the distorted image of a practice far away in the time. There are not documents about the dialogue itself, as, quoting Plato again, this is among the folds of the unrepeatability of the saying that the possibility of the knowledge hides itself.

[1] Roaming is a project that has been presented so far at Officine Creative, Barasso, Assab One, Milan, Musée D’Art et d’Histoire de St Denis, Paris, Manifesta 7, Bolzen, Artintown, Turin, La Rada, Locarno, Stazione Rogers, Trieste, 91mq, Berlin, Neon Campobase, Bologna, Galleria d’Arte Moderna, Nova Gorica, Condotto C, Rome, Museo Villa Croce, Genova, MCBA, Lausanne, Cabaret Voltaire, Zurich, Museo Riso, Palermo, Matadero, Madrid. [2] So far, the artists who have been involved in the projects are Sergio Breviario, Kristine Alksne, Microcollection, Umberto Cavenago, Giancarlo Norese, Giovanni Morbin, Lidia Sanvito, Oppy De Bernardo, Gianni Caravaggio.


DIALOGOS Ermanno Cristini “It is therefore the faithfulness to the principle of the dialogue that let Socrates accept even the death.” The dialogue, on the one hand, as the young disciple Plato said, is always “inconclusive”, does not ever bring to an end what is being discussed, does not close, does not define the truth once and for all: the truth is continuously put in discussion. On the other hand, it is by the Socratic method made of “short questions and answers” that the interlocutor, respected in his right to understand and object, is forced to confess his “ignorance”, he finally understands “to know of not knowing.” Therefore, the dialogue that, as gym of the language, exalts the word, practices a silence and, by doing that, allows the language to reveal in its essence: “a silent aspiration.” A well-known Zen saying says: “At the same instant you talk about something, this runs away.” Nevertheless, it is necessary to talk about it, because if one would not do it, if he would be within this paradox, he would not experience the silence, which is essence of the language, as space of contact to the essence of the life. Then, a dialogue to experience the silence. Two or more artists; a space. The exhibition usually puts side by side or mixes voices within a frozen time. An alignment of monologues that exist by searching a relation to a space. Whereas if one would introduce the concept of the exhibition as negotiation, an artist would overlap with another one involving necessarily the “time” factor: the author would be forced to renegotiate his own artwork. This concept of renegotiation refers to the dialogue. But then if it would be openly “inconclusive”? I think of an exhibition that makes itself in the course of time, as dialogue, and that it does not ever stabilize in a definitive display. On the contrary, what you see in the display, the “exhibition”, actually shows what you do not see; its darkness; the silence that has sense among the words. Behind the visibile manufactured products one may infer stories. And what is absent weighs more than what is exhibited. “Sounds stay in the music in order to become aware of the silence that separates them” (John Cage). The observations about language and silence, intended, in a Derrida’s way, not as “the” outside of the word, but as an active principle, not privative, brought back to the practices of the vision refer to the observation of Agamben about off-cells: “Darkness is not, therefore, a privative notion, the simple absence of light, or something like nonvision, but rather the result of the activity of the “off-cells”, a product of our own retina. This means, if we now return to our thesis of the darkness of contemporariness, that to perceive this darkness is not a form of inertia or of passivity, but rather implies an activity and a singular ability. In our case, this ability amounts to a neutralization of the lights that come from the epoch in order to discover its obscurity, its special darkness, which is not, however, separable from those lights. The ones who can call themselves contemporary are only those who do not allow themselves to be blinded by the lights of the century and so manage to get a glimpse of the shadows in those lights, of their intimate obscurity” (Giorgio Agamben, What is the Contemporary?). This is, as you say, that the ones who can call themselves contemporary are only those who, within the words of the century, manages to get the sound of the silence, because, after all, the darkness is the silence of the image.


Luca Scarabelli In the middle is the logos, that is a logo-between, is something that ties, that put together the reality. Dialogue implies also a crossover, a comparison and a distance to mantain. It is called “mediety”, the ability of mediation, that is, somehow, participation. Therefore, a production among parts. In the Homer’s assembly, the discourse is in the middle, en meso, in the circle, in the centre, where the prey, that the heroes divide among themselves, or better, share out, is located. The dialogue is not a completed discourse, is ongoing, because of that it is shared, there is an asymmetric tension, between me and the other and between the others and me. That is why I know about me things that the others don’t know, and by this I share with them. The dialogue takes place in a public place. Each movement has a strategic function, therefore it opens up the possibility of changing idea, because it surprises and enriches us. Each movement may modify our point of view and the possibility of being influenced. Inference. (translated by Cecilia Guida)


ARTISTI INVITATI: Andy Boot Sergio Breviario Antonio Catelani Ermanno Cristini Giovanni Morbin Giancarlo Norese Goran Petercol Fabio Sandri Luca Scarabelli Emily Speed Alessandra Spranzi Alessandro Castiglioni MAY 20th-27th, 2011 ASSAB ONE MILANO

ERMANNO CRISTINI Un lavoro da mettere al “centro”: fra Lui stesso è fra: il già e il non ancora; un quasi niente che si disfa sotto le dita. Un qualche cosa che si può toccare proprio perché non si può toccare. Il vuoto che separa: Raccogliere polvere1: un’immagine; l’impronta tracciata con un elastico di un quadro che non c’è, forse si svolge fuori, nel suo buio, nel suo silenzio.


Raccogliere polvere2: un corpo; una scatola uscita casualmente da un vecchio cartone, da molto tempo nel mio studio, che reca il cavo di un elemento delle off-cells. Lâ&#x20AC;&#x2122;impronta di un fuoriluogo.


GORAN PETERCOL Hello Ermanno, I started to work on dialogos. On 2 pictures you had sent to me and I will answer you very soon. Best, Goran Ciao Luca Ciao Ermanno on the sketches which I sent to you I showed the ways how are going in function these two new works , but the definitive conclusion I will do in real space, in gallery. This is a problem of installation :-) But in fact it will be very close to the sketches. Thanks for to know that the sketches are inside of the concept of Dialogos.


LUCA SCARABELLI Pensavo ad a un tappeto nero di dimensioni medie (circa 1,50X100) da stendere a terra, come forma piana di un paesaggio il più lineare possibile (una minima idea per un landscape tutto mentale). Poi alcuni oggetti-forme ricavati da altri oggetti, le loro “anime” (l’interno in cartone dello scotch, la base di una torta, un portauovo di cartone...). Pensavo poi ad un corvide nero (in tassidermia) a terra da qualche parte, o “dentro” il lavoro di un partecipante a dialogos. Forse il tappeto avrà un buco ritagliato grossolanamente ( è una forma che ti mette in dialogo con quello che ci sta sotto). Collega dialetticamente con tutto il suo valore simbolico, il recinto vuoto del rettangolo lineare di Ermanno (un perimetro che si chiude in un nodo) così lo riempie, da quello “pieno” di luce di Goran, e qui ne diventa la sua parte nascosta, il suo buio. C’è poi c’è anche tutta la simbologia del corvide legata all’anima dei morti. Allora forse il mio è un paesaggio desolato che solo il psicopompo traghettatore può attraversare.


Appunti di lavoro. Se dialoghiamo ci mettiamo in mezzo, siamo tra i parlanti (artisti-opere-spazio). Ci fa comodo il significato originario di dialogo, che non è propriamente il fare duale, ma uno stare in mezzo, un unire dividendo. Un ossimoro dunque. Il nostro discorso sta in mezzo. In più mezzi. Siamo in mezzo e il mezzo è in noi. Anche fuori di noi. Fondare il dialogo sul privilegio dell’altro (ne ha scritto molto Levinas, ancora lui). Ci si espone così alla possibilità di cambiare opinione, di cambiare idea, punto di vista, nella reciprocità. Anche se questo è difficile. Allora qui cambio tutto. Come artisti siamo interlocutori esposti ad un progetto in cui ogni proposta è strategica, concordata e porta con sé la capacità di modificare l’altro, di influenzare vedute e istanze. Il nostro modo di dialogare è un po’ oscuro e tutto è una prova. Ci mettiamo fra noi. Lo spettatore è per ora fuori dalla nostra portata, ma sempre lì come un ombra. Lo spettatore è uno guardatore, ma non per molti artisti dell’estetica relazionale. Come interlocutori ci apriamo alla causalità, alla sfida, alle inferenze. Lo spettatore può essere un interferenza? Il dialogo è anche un conflitto, ma non fomenta l’odio, ma può produrre attrito, distacco, negazione, e non arrivare ad una soluzione. Questa parte, l’aporia, che sembra negativa, la vedo invece come una possibilità, perché qui non lavoriamo per delle verità scientifiche e immutabili. Ognuno prende parte per la sua parte, ma come parte della parte riconosco l’altro, perché nel dialogo c’è comprensione e rispetto della distanza. Ci deve essere distanza. Per ottenere questa distanza, che qui ci interessa come possibilità e convergenza sui limiti, occorre quindi essere predisposti a vedere bene, a prendere bene le misure, c’è da essere precisi nel farsi levatore delle istanze altrui. Forse qui c’è un contatto con la maieutica socratica. Nessuno vince nel dialogo, il vincitore non è di questo luogo. Mi interessa molto anche l’idea della sospensione del giudizio, il riconoscimento di un'aporia, come ulteriore possibilità. Un negativo creativo che è valore e forza anche nella contraddizione. Per questo il dialogos è dialettica nel mezzo. Vedo questo progetto come un non progetto. D’altronde non siamo qui per dare spettacolo. Quindi le opere che si formeranno per interazione e discorso, e che poi forse non condurranno a niente perché non prevedono il loro futuro fino alla fine. Mi piacerebbe che la mia partecipazione sia iscritta nel senso dell’epifania, di uno svelamento continuo. Il lavoro complessivo è una polifonia, una collaborazione che fonda il senso. Il senso di un processo che non si conoscerà mai del tutto.


Come mettere plasticamente in opera tutto ciò non lo so, perché mi manca ancora la distanza con il senso dell’opera degli altri e la risposta (quella di una pluralità unificata, non ricordo chi lo scrisse…) se ci sarà, come possibilità. Questo solo mettendo in pratica la comprensione, che poi è l’afferrare l’opera nell’idea dell’altro. Forse a questo punto non farò nulla e starò a guardare e a sentire. No, è troppo tardi. Luca

GIANCARLO NORESE Io vorrei che le persone che fumano durante l’inaugurazione (nel cortile), artisti partecipanti o pubblico, scrivessero il loro nome sul filtro, e una volta finita la sigaretta gettassero la cicca sul pavimento vicino ai lavori a terra, e dove cade cade. During the opening, in the courtyard, I’d like to ask the people smoking cigarettes to throw out their stubs on the gallery floor, next to the art pieces, after having written their names on the cigarette filter.


ANDY BOOT Iâ&#x20AC;&#x2122;m interested in presenting a Surface work for DIALOGOS, Milano. Recent works have been investigating Surfaces, Backgrounds, and Landscapes (to include digital and physical spaces). The logistics of the work will be the following; Surface work/s at LOG, Bergamo. Could someone can pick it up for the exhibition (if to be exhibited)? (giancarlo: forse io potrei) (Andy: Hi Giancarlo, thanks for the offer. I may take you up on that!)


FABIO SANDRI avrei pronto un lavoro che credo giusto per la mostra. un lavoro che produce un’immagine senza mostrarla del tutto, un dispositivo che è “solo” la scorza di qualcosa …

ALESSANDRA SPRANZI inserisco testo di qualche giorno fa, forse è già superato carissimi, come si fa a rispondere? con chi dialogo? scrivo in inglese, mi sembra che siamo tanti da tante parti del mondo (scusate l’inglese pessimo) I speak english for letting everybody can enter in that basic esperanto, but may be it is a very bad idea, let me know. I start with the negative notes. I found it difficult to dialogue with my computer, not seeing you, not talking to you, not sharing a space and may be getting annoyed. I am old style, in the dialogos matter. sitting again to a table, or may be writing letters. is it possibile to have all your adresses, in case I would write to you?


words for dialogos. boxes and dust, and overthere the light, some light. we always want some light, thatâ&#x20AC;&#x2122;s why is so good having breakfast, coffe and day coming. i was in London, I saw a Rachel Whiteread show at the Tate, there drawings and collage with boxes, studies for Embankent: I cannot find them on the internet, I send the Embankent picture. boxes. dust come later, always, light only sometimes. mah, ditemi, forse sono completamente fuori tema, come mi dicevano a scuola (running out of theme?) un saluto a tutti alessandra


vi mando il link dove potete scaricare un mio video Conversazione, pensando al dialogo http://dl.dropbox.com/u/20627835/Conversazione.mpg EMILY SPEED I confess, the dialogue so far is not entirely clear as my Italian is not great! But, I have picked up the ideas around the power of absence, the passing of time through light, dark, dust and the patina of use. I am going to NYC tomorrow for a week, so this is a short entry while I think some more, but I wanted to add the image of folds to the dialogue. A crease is also a mark of activity, something done that cannot be entirely undone, because it leaves a line. There might be the grease from fingers and other stains, as well as areas faded by light.


The envelope is from this book: http:// www.stoutbooks.com/cgi-bin/stoutbooks.cgi/87064.html?id=cNj6C7i

LUCA SCARABELLI Dialogo come interpellazione. Una chiamata a fare qualcosa. Una forma come prototipo. I asked to do it again with another material. 1) Prendere questa forma e riproporla con altri materiali (Sergio Breviario è invitato a provarci, anche Alessandra Spranzi e gli altri). Ho un pacchetto con la forma nera “trialata” che gira in giro e posso lasciarvela come esempio, traccia, matrice 2) Rifiutarsi di fare qualcosa con questa forma.


GIANCARLO NORESE Comunque, checchéssenedica, a me piace questa forma di monologo/dialogo. Senza contare che ci possiamo fare un libro con questo materiale, così com’è. We should try to arrange a book with all these materials here included. Even if these dialogues sound like monologues...

ANTONIO CATELANI


Climbing on the top / lying down on the ground: Several circumferences: fixed on different levels from the plinth to the capital, like girdles around the physical body of a classical column. Having climbed to the top of the column, the immediate dismantlement transforms the parts into a relict and displays the evidence of an act. Displacement/assemblage: Far away from the column, deprived of a physical and a semantic support, the parts lie together, one on top of the other on the ground. -From Potency to Act / From Act to Stasis-

Klettersteig, 2010 aluminium cm 100 Klettersteig (2010), sottile scultura in tubi di alluminio curvati, è composta da numerose circonferenze rilevate a calco su di una colonna classica, salendo dalla base al capitello. Private del supporto fisico e semantico del corpo materiale della colonna, le differenti parti giacciono a terra, come relitto, le une sulle altre annullando l’elevazione che le ha originate. L’opera si configura pertanto quale simulacro, risultato di un’operazione che va dalla potenza all’atto / dall’atto alla stasi.


LUCA SCARABELLI I hear you. Non facciamo nulla, nascondiamoci. SERGIO BREVIARIO Prima di tutto un caro saluto a tutti voi. Dialogos? Dialogare è il soggetto! La cosa su cui concentrarsi. Parlare o nel caso specifico scrivere. Condividere uno o più scritti. È possibile farlo tra persone che non si conoscono? Cari, senza timone la barca ondeggia pericolosamente. Progettare il dialogo non è possibile. Che dialogo sarebbe? Mi prendo la libertà di scrivervi alcuni appunti , poi chi vivrà vedrà. Prima parte: sensibilità. Immaginate 1300 fotografie di opere raccolte nel corso degli anni, estrapolate da siti vari, mostre, gallerie, eccetera.... di differenti autori, alcuni molto famosi, altri meno, altri per nulla. Opere, tante opere, una dietro l’altra, una dopo l’altra. Un archivio visivo senza un apparente intento. Una catalogazione. Opere realizzate dalla metà degli anni ottanta a oggi. Scorrono sullo schermo del computer....dopo un po’ mi sono reso conto di una cosa assolutamente evidente: tutti quei lavori avevano un comune denominatore, una sorta di apparato estetico formale (potremmo parlare di sensibilità) assolutamente comune, simile, identificabile. Tutti belli, professionali, e con differenze sostanziali per ciò che concerne il contenuto, i metodi di lavoro, le intenzioni, i materiali. Divisibili per categorie. Ma simili per sensibilità. Seconda parte: bombe atomiche. A volte mi metto nei panni di coloro che hanno aperto la scatola contenente l’orinatoio di Duchamp. Un concorso avrà avuto una giuria, non voglio pensare eccelsa, ma almeno preparata sull’argomento arte di sicuro. Se non ricordo male lo stesso Duchamp ne faceva parte, e ha anche cercato di far accettare l’orinatoio. Certo, anche alzare la testa dentro una bella chiesa e trovarsi a guardare il cielo magistralmente dipinto dal Correggio deve essere stato, a egual modo, una bomba atomica. Costruire un tempio con un buco nel tetto come il Pantheon...anche quello non è male. Prima del passo dell’umanità sulla luna, il passo in avanti del Kuros ha significato molto per tutti noi. In tutti questi ed altri casi disseminati in tutte le epoche, la sensibilità è risultata dissimile a quella convenzionale, fino ad un altro stravolgimento ed un’altra porta aperta. Insomma, una volta aperta la porta ci si infila e poi per qualche tempo c’è da lavorare per tutti. Terza parte: I L.O.V.E. Piazza Affari. Di opere belle ne vedo tante. Di artisti bravi ce ne sono molti, ma l’arte oggi conta pochino nella nostra società. Il gioco si è fatto duro. Insomma io non saprei esprimermi sul fatto se è o meno un bene che le accademie (estere ovviamente) siano così brave a formare gli artisti, perché poi hai tanti bravi artisti, belle opere, e appena arriva un cinese che dipinge uno che sorride in maniera a dir poco vistosa ti sembra la Gioconda. Vi chiedo se il problema non sia la troppa libertà che l’artista in effetti ha guadagnato perdendo però importanza nella società. Vi ricordo che qui a Milano si discute sul tempo di permanenza in Piazza Affari della scultura di Cattelan (L.O.V.E.), e sembra che tutto si basi sul fatto di stare dalla parte del si o del no. Quella scultura, se posso permettermi, ha uno spirito tradizionalista. Marmo di Carrara; ironia tipica italiana; monumento da centro piazza (non fa mai male); riflessione politica sul fascismo....... Sembra fatta seguendo le indicazioni date dal dizionario


ARTE oggi. Nessuno si chiede se un artista abbia o meno un incarico in grado di influire sugli sviluppi culturali di una città? Mettere una scultura nel mezzo di quella piazza dove, chi è milanese lo sa, non ci passano manco le signore per andare a fare shopping, è utile per incidere sullo sviluppo politico e sociale di Milano? Oppure è più importante che lo stesso artista abbia avuto la possibilità di curare una biennale (non qui da noi), dove sono passate migliaia di persone? Cosa voglio dire con questo: l’alterità, la differenza, la ricerca, necessitano di impegni concreti. Noi rischiamo di parlare a vanvera perché lasciati nella totale libertà, disabituati a risolvere problemi. Più liberi da problemi siamo e saremo, meno porte si apriranno. Così la sensibilità diviene raffinata e le opere sono eleganti, mature, ma poco efficaci. Oggi si lavora per modificare di pochino il punto di vista rispetto al vicino di casa, ma stiamo ancora navigando nelle acque del novecento. Grande secolo, con grandi innovazioni, ma con due guerre mondiali. Il ventunesimo secolo è iniziato con un attacco all’America, un paese non abituato a subire ritorsioni sul suo territorio. Appena dopo il crollo delle torri gemelle, non avete pensato anche voi questa cosa cambierà tutto e quindi anche l’arte non sarà più la stessa? è successo? Oggi è in atto uno scontro tra religioni, tra economie, tra società. L’artista viene ingaggiato per affari pubblici spesso solo per continuare a riempire il centro delle piazze invece di costruire mostre che producano pensiero. L’arte rischia di avere un posto esclusivamente da spettatore nella nostra società. Credo non sia mai successo nella storia dell’umanità. Hallo. Dialogos? Dialogue is the subject! The thing to focus on. Speak or write in this case. Share one or more writings. It’s possible to do it among people who do not know each other? Dear, the boat without a rudder swings dangerously. It’s not possible to project the dialogue. What a dialogue it would be? I take the liberty to write some notes, then time will tell. Part one: sensitivity. Imagine 1300 photographs of works collected over the years, taken from various sites, exhibitions, galleries, etc. .... of different authors, some very famous, others less, others for nothing. Works, many works, one after the other. A visual archive without an apparent purpose. A classification. Works produced since the mid-eighties to the present. Run on your computer screen .... after a while ‘I realized one thing absolutely clear: all those jobs had a common denominator, a kind of formal aesthetic apparatus (we could talk about sensitivity) unremarkable, similar identifiable. All beautiful, professional, with substantial differences as regards the content, working methods, intentions and materials. Divided into categories. But similar sensitivity. Second part: atomic bombs. Sometimes I put myself in the shoes of those who opened the box containing Duchamp’s urinal. A contest will have had a jury, I do not think greatest, but least prepared on art for sure. If I remember correctly Duchamp himself was part of it, and he even tried to convince them to accept the urinal. Of course, lifting head inside a beautiful church and find yourself staring at the sky brilliantly painted by Correggio must have been in the same way, an atomic bomb. Build a temple with a hole in the roof like the Pantheon... that’s not bad as well. Before the passage of mankind on the moon, the step of Kuros has meant a lot to us all. In all these cases and others scattered throughout the ages, the sensitivity was dissimilar to the conventional one, until another upheaval and another open door. In short, once you open the


door it slips, and then for some time there is job for everyone. Part Three: I L.O.V.E. Piazza Affari. I see so many beautiful works. There are many good artists, but art today has little in our society. The game became hard. In short, I do not know to express myself about whether or not it is good that the academies (foreign of course) are so good to form artists, because then you have so many good artists, good works, and as soon as arrives a Chinese painting someone who smiles in garish way you think the Mona Lisa. I wonder if the problem is not too much freedom that the artist actually has won while losing influence in society. I remind you that here in Milan is discussed on the residence time in the Milan Stock Exchange of sculpture by Cattelan (LOVE), and it seems that everything is based on the fact of being on the side of it or not. That sculpture, if I may say so, has a traditional spirit. Carrara marble; typical Italian irony; monument from the center of the square (it never hurts), political debate over fascism… Seems to be made following the indications given by the dictionary ART today. Nobody asks whether an artist has a job or not in a position to influence cultural developments of a city? Place a sculpture in the middle of the square where, who knows Milan know it, no one walk by , it is useful to affect the political and social development in Milan? Or is it more important that the artist has had the opportunity to treat a biennial (not in Italy), where thousands of people have gone? What I mean by this: the otherness, difference, research, need concrete commitments. We run the risk of talking nonsense because they left in total freedom, unaccustomed to solve problems. More free from problems we are and will be, less doors will open. Thus the sensitivity becomes refined and the works are elegant, ripe, but not very effective. Today we work to change a little the point of view respect the neighbor one, but we are still sailing in the waters of the twentieth century. Great century, with major innovations, but with two world wars. The twenty-first century began with an attack on America, a country not used to a backlash in its territory. Just after the collapse of the twin towers, you have not thought that this thing will change everything and then the art will never be the same? happened? Today there is a clash between religions, between economies, between societies. The artist is hired for public affairs often only to continue to fill the center of the square instead of building exhibitions that produce thought. Art risk to have a place only as a spectator in our society. I think it never happened in human history. ANTONIO CATELANI Per rispondere in breve all’ultimo intervento dico che tutto fila, ora come prima tutto si somiglia, e non solo nelle forme ma anche nei contenuti… anche l’orinatoio di Duchamp, non era per così dire “fuori luogo” piuttosto si collocava nella raggiunta maniera di un “fare estetico” condiviso; se così non fosse stato, il nostro, da artista colto e accorto avrebbe desistito dall’esporlo e prima ancora dal pensarlo. Intendo affermare che certi atti, seppur prodotti da un singolo sono, e non può essere altrimenti, l’espressione di un pensiero e linguaggio collettivo. L’arte d’oggi è quindi, che ci piaccia o meno, l’espressione di questo secolo, poco propensa all’utopia di un mondo nuovo, disinteressata all’uomo nella sua interezza e pertanto frammentata in disfunzionalità d’ogni tipo, quanto propensa ad un’estetica compiacente. Si passa quindi da “épater le bourgeois” delle avanguardie ad un’arte, l’odierna, che stupisca (si


legga qui diverta) e intrattenga con il suo acume effeminato. Detto ciò non mi dispenso dal continuare a produrre condensati di senso e forma che tentino una decodifica della realtà con i mezzi e il linguaggio dell’arte; anche solo a mio precipuo uso. Non ho da convincere nessun pubblico se non me stesso… e so di essere un difficile pubblico. Pensiamo quindi ad un esercizio di ininfluenza, lateralità e unicità sottoscritta come possibile via praticabile verso l’alterità e il dialogo.

GORAN PETERCOL Instead of the first two proposals I would like to realize the following installation with light, tube and paper - respecting the measured distance from Ermanno’s work:


Fragments: I keep reading through the dialogue and trying to find the thread (buried deep for me in Italian) - but I think Luca has a point early on in the document, it is like a series of monologues that relate but donâ&#x20AC;&#x2122;t join up entirely. I like that the dialogue cannot be completely understood (by me), but I have ideas about it - like a fog or something; itâ&#x20AC;&#x2122;s not clear.


Then, I was thinking about a series of fragments, drawings and sections that make a kind of collection of pieces, a bit like a flatpack kit. There are clues about how it might look when finished (if it’s even possible) or how things may go together, but it’s incomplete.

ALESSANDRA SPRANZI

LUCA SCARABELLI

Alessandra Spranzi: è un piacere avere la tua scatoletta, o scatola, è atterrata da lontano. Adesso è a casa, su una testa di legno trovata nell’immondizia da mamma e sorella. Sta in equilibrio.


Luca Scarabelli: è una scatola aliena che contiene se stessa e il nostro sguardo indagatore. Aspetta di cadere. LUCA SCARABELLI Una forma vale l’altra ma tutte rompono le scatole: c’è chi ascolta in un’assemblea, l’uomo in assenza e possibilità è sul piedistallo, un incontro tra luce e buio. Poi c’è la forza di gravità e l’organicità di una forma nata da un dialogo naturale imprevisto. Ma dopo.


Forza di gravitĂ Force of gravity (wax) Una forma in cera autogeneratasi sotto la pianta di un ulivo. Prima faceva luce dondolandosi.

ERMANNO CRISTINI


To measure the distance (from Goran)


FABIO SANDRI “Ingombrocavo”... un dispositivo che produrrà un’immagine al giorno. A device that make an image every day.

Ingombrocavo (device), 2010 cardboard, metal structure, photosensitive paper in continuous impression 214 x 66 x 68 cm


Ingombrocavo (infinite thickness), 2010 cardboard, photosensitive paper base cm 58 x 68, variable height

ERMANNO CRISTINI Self-portrait made with the Fabio Sandriâ&#x20AC;&#x2122;s device: Garage, 2010 Garage is a box. My self-portrait is a body of light.


To measure the distance (from Goran and Fabio)


LUCA SCARABELLI Questa notte ho sognato che nella mostra di dialogos, che faremo fra poco a Milano da Assab one, c’era anche Giacometti che ci portava il suo lavoro Le cube del 1934… è alla Kunsthaus di Zurigo. Sarà per le sue molteplici facce? Sarà perché è sempre una testa? (Non ho un’immagine del lavoro da inserire / c’è un libro di Didi-Huberman, il cubo e il volto). Che si nasconda in quest’opera l’essenza del dialogos? L’apparizione di Ermanno nella foto di Fabio è molto bella ed immaginifica. È una presenza inquietante che sarebbe piaciuta molto a un Paul Wegener o a Fritz Lang. Sul tavolo in studio le forme nate dalle forme, Marzo 2011.


ANDY BOOT 07.04.2011 I’m thinking about presenting a piece that’s still very much a work-in-progress. I’ve attached a sketch below.


ANTONIO CATELANI

*

asterisco: lacuna - omissione - pausa asterisk: blank - omisssion - pause

Asterisco, 2011 aluminium and black vinyl bars cm 100


GIANCARLO NORESE D’oh! I don’t know why, but I’m going to use only my cellphone as a device for making photos, even if I have my 12.7 MB camera with me. Yes I know. I don’t want my will forcing me to make photos, just because I’m walking with a camera. So I’m collecting since a while a lot of examples of anarchitecture. In a similar way I would like to make some kind of sculptures with a bit of unawareness. Not thinking at them (at the sculptures) as if they were – or will be in the future – some art objects. I was told by Luigi that making a sculpture with no awareness is a very difficult task, and beautiful, like asking an adult to be a pure children. It’s the first time I think to art in terms of beauty and purity, I needed a lot of time to get to this point. I’m late.


EMILY SPEED


ALESSANDRA SPRANZI

Vi mando questa storia sul racconto di due sogni, un dialogo un po’ speciale fra due persone molto diverse. Vi sono un po’ di passaggi di mano (storia, Buber, Eliade, Zimmer e chissà quanti altri oltre a me) provo anche a caricare il lavoro in risposta alla scatola di Luca, cioè La scatola Storia del Rabbino Eisik di Cracovia, ricordata da Mercea Eliade parlando di Brancusi, tratta dai Racconto Hassidici di Martin Buber, raccontata dall’indianista Heinrich Zimmer. “Il pio rabbino Eisik di Cracovia ebbe un sogno che gli ingiungeva di andare a Praga: là, sotto il grande ponte che conduce al castello reale, avrebbe scoperto un tesoro nascosto. Il sogno si ripeté tre volte e il rabbino si decise a partire. Arrivato a Praga trovò il ponte ma custodito giorno e notte da sentinelle; Eisik non osò scavare. Aggirandosi nei dintorni finì per attirare l’attenzione del capitano delle guardie. Questi gli chiese amabilmente se avesse dimenticato qualcosa. Con semplicità l rabbino gli raccontò il suo sogno. L’ufficiale scoppiò a ridere: ”Davvero pover’uomo hai consumato le scarpe per percorrere tutto


questo cammino semplicemente a causa di un sogno? Quale persona ragionevole crederebbe a un sogno? Anche l’ufficiale aveva udito in sogno una voce: ”Mi parlava di Cracovia ordinandomi di andare laggiù e di cercare un grande tesoro nella casa di in rabbino il cui nome era Eisik, figlio di Jekel. Il tesoro doveva essere scoperto in un angolo polveroso dove era sotterrato dietro alla stufa.”

LUCA SCARABELLI Alessandra, la foto che hai messo è molto zingara, la forma nera è giusto sul punto che non sa se cadere o meno. È un moai con cappello adesso. L’insieme è una natura morta viva. Un dialogo con la luce. Il peso della luce, 2011 (stoffa, nastro adesivo nero). È su una vetrata.


GIANCARLO NORESE Oggetto da gettar via (d’après Spranzi, Scarabelli, Catelani) found mask, circa 2010 • (of an object or sound) collected in its natural state and presented in a new context as part of a work of art or piece of music : collages of found photos.


ANTONIO CATELANI oggetto da gettar via

tela, cartone, inchiostro di china, cm 100x40 circa

questo ritaglio in tela e cartone realizzato nel 2009 non ha mai raggiunto una condizione che lo determinasse appieno: essendo l’ultimo di una serie ormai compiuta, eccedeva fino a mostrarsi in piena antinomia con i lavori simili che lo avevano preceduto; nonostante la sua esile forma, il suo ingombro nello studio si faceva notare, poggiato ora qui ora là si trovava sempre fuori posto. Piegato e rovesciato, capovolto, spostato, sollevato o disteso, appeso e sospeso, interposto, non trova posizione stabile né compiutezza di senso. Imploso nella sua forma è dunque da considerarsi un oggetto in negativo: vale a dire l’antimodello, ciò che viene dopo l’opera o che sta all’opera come l’esuvia sta al serpente o l’ombra all’oggetto. lo spedirò ad Ermanno che lo collochi da qualche parte in mostra per la durata della stessa e poi lo getti via.


ALESSANDRO CASTIGLIONI Dialoghi a proposito dell’idea di dialogo. Sull’invisibile, per esempio Vedere ciò che non si vede, come il fantasma del padre che Amleto vede ma la regina no O Vedere ciò che si pensava non si sarebbe mai visto, come Macbeth che mai e poi mai avrebbe pensato di vedere la foresta di Birnam muoversi attorno a Dunsinane _ HAMLET Do you see nothing there? QUEEN GERTRUDE Nothing at all; yet all that is I see. HAMLET Nor did you nothing hear? QUEEN GERTRUDE No, nothing but ourselves. HAMLET Why, look you there! look, how it steals away! My father, in his habit as he lived! Look, where he goes, even now, out at the portal! Exit Ghost QUEEN GERTRUDE This the very coinage of your brain: This bodiless creation ecstasy Is very cunning in. W. Shakespeare, Hamlet, Act III Scene IV


anonimo XXI sec.

_ THIRD APPARITION Be lion-mettled, proud; and take no care Who chafes, who frets, or where conspirers are: Macbeth shall never vanquishâ&#x20AC;&#x2122;d be until Great Birnam wood to high Dunsinane hill Shall come against him. MACBETH That will never be Who can impress the forest, bid the tree Unfix his earth-bound root? Sweet bodements! good! Rebellionâ&#x20AC;&#x2122;s head, rise never till the wood Of Birnam rise, and our high-placed Macbeth Shall live the lease of nature, pay his breath


To time and mortal custom. W. Shakespeare, Macbeth, Act IV Scene I _ Messenger Gracious my lord, I should report that which I say I saw, But know not how to do it. MACBETH Well, say, sir. Messenger As I did stand my watch upon the hill, I look’d toward Birnam, and anon, methought, The wood began to move. MACBETH Liar and slave! Messenger Let me endure your wrath, if’t be not so: Within this three mile may you see it coming; I say, a moving grove. MACBETH If thou speak’st false, Upon the next tree shalt thou hang alive, Till famine cling thee: if thy speech be sooth, I care not if thou dost for me as much. I pull in resolution, and begin To doubt the equivocation of the fiend That lies like truth: ‘Fear not, till Birnam wood Do come to Dunsinane:’ and now a wood Comes toward Dunsinane. W. Shakespeare, Macbeth, Act V Scene V

LUCA SCARABELLI Dove siamo andati? Cosa guardiamo di fronte a noi? Summer Group Show


Giancarlo Norese Anarchitectures, circa 2011


SERGIO BREVIARIO RING SENSIBILE Caro Luca, come sul ring, uno di fronte all’altro; l’opera e lo spettatore si affrontano. Lo scontro è aperto, sempre se di scontro si può parlare. Riflettendoci meglio potrebbe essere amore. Amore a prima vista, un colpo di fulmine come nelle migliori commedie rosa. Forse il momento per togliere finalmente il nome dell’autorevole autore sta per arrivare. Ci pensi? Una mostra d’arte senza autori. Che bellezza! Non opere di artisti, ma opere, e basta. Non solo, anche senza


argomenti condivisi, senza tesi da dimostrare, e in ultimo senza misure. Questo è assai complicato da portare avanti, tutti i quadri hanno misure e pure coefficienti per deciderne il valore, come tutte le sculture, proprio perché tridimensionali, hanno base altezza e profondità. Cartesio insegna. Ci si può spingere fino ad affermare che l’agire (azione) tiene il pensiero legato a se, potendone usufruire con padronanza se necessario, ma con la certezza di potersene disinteressare con altrettanta leggerezza. Forse, e ci tengo a sottolineare il forse, l’unico scopo è quello di testimoniare la bellezza. Bellezza? Si sa che la bellezza è argomento antico, complicato e fuori moda. Però è così fuori moda che mi piace vederla indossata dall’opera come se fosse semplicemente una cosa necessaria, esattamente come il pugile indossa i guantoni sul ring. Il senso dell’equilibrio. Percepire il senso di equilibrio la dove la simmetria risulta essere totalmente assente, dimostrare che chi scivola per professione rischia di cadere, ma anche di restare incredibilmente in piedi. L’arte è difatti simile ad uno sprovveduto pattinatore che grazie alla sua buona sorte riesce, in alcuni casi, a scivolare scivolare scivolare restando sorprendentemente e drammaticamente in piedi. A volte le opere portano i segni di questi rischi di caduta, a volte quasi per miracolo, tali difficoltà paiono non essere neppure esistite. È questa sensazione di incertezza e di tensione, tipica di un equilibrio precario a rendere l’arte arte, ed è in questo preciso istante, quando i nostri sensi vengono stimolati che si riscopre la bellezza. Ma la bellezza non segue di certo un percorso rettilineo. La bellezza è più simile al suono che alla luce. Non ama lo scontro, aggira ogni ostacolo e giunge lentamente a destinazione. Non sa colpire frontalmente e si lascia cogliere anche da chi dimostra di avere un atteggiamento distratto. È lei a venire verso di noi ed è sempre lei a sedurre. A questo punto, caro Luca, devi gentilmente permettermi di spendere alcune parole a riguardo dell’illustre escluso da questo nostro discorso: l’artista. Come può pretendere costui di individuare l’istante in cui un particolare equilibrio dell’opera permette di giungere alla bellezza? Difficile a credersi, ma personalmente penso che l’artista per essere tale debba aver ben sviluppato un senso ai più sconosciuto, vale a dire il senso dell’equilibrio, legato indissolubilmente al meccanismo dei canali semicircolari del nostro apparato uditivo. Un vero e proprio sesto senso. Dentro la nostra testa nelle vicinanze del padiglione auricolare, tre piccoli semicerchi, ripieni di fluido gelatinoso in cui sono sospese delle formazioni calcaree chiamate otoliti (sassolini dell’orecchio), tre canali disposti su tre piani perpendicolari fra loro ci forniscono informazioni riguardo la posizione nello spazio della testa e del corpo, in base al movimento sui tre piani degli otoliti. Grazie a questa sorta di galleggiante si riesce a trovare l’equilibrio anche in condizioni non ottimali. Trovo gradevole pensare che questo senso non riconosciuto dia all’artista, dando per scontato che costui ne coltivi le raffinatezze, la possibilità di tramutare lo squilibrio in equilibrio, senza per forza rinunciare alla vitalità dell’opera. Non è cosa facile, ma nessuno di noi ha mai pensato il contrario. Con i miei migliori saluti Sergio LUCA SCARABELLI Caro Sergio,


forse lâ&#x20AC;&#x2122;artista è caduto per il troppo peso degli otoliti. Questi a volte tendono a staccarsi e a viaggiare nei canali semicircolari, dando luogo ad una particolare sensazione detta Vertigine Parossistica Benigna, nota scientificamente col nome di cupololitiasi. (Fonte Wiki). Equilibrio e Vertigine, due parole che ci raccontano la storia dellâ&#x20AC;&#x2122;arte. con rinnovata stima Luca

Luca Scarabelli Esercizio di precisione (autoritratto), 2007.


Lorena Giuranna “Beati gli ultimi”, diceva qualcuno di molto influente. È come mi sento oggi, a dare il mio contributo dopo avere letto le note di Dialogos. Mi risuonano alcuni concetti da cui vorrei partire. E mi viene in mente “Something about the conditions for a good collaboration” il progetto di Giancarlo Norese del 2002-2006 generato da una discussione via e-mail con Ayreen Anastas, Rene Gabri, e Vladimir Volnovik[1], dove la grossa questione della Collaborazione, tra i densi dialoghi, finiva per diventare obiettivo e impedimento allo stesso tempo: si collabora (o si dialoga) per abbattere alcuni pericolosi isolamenti intellettuali e ci si scontra con i limiti che l’essere umano mette dappertutto, primo dei quali la resistenza alla condivisione, e poi la resistenza ad uscire da sé. Condividere un pensiero è una cosa seria e impegnativa. Noi proviamo a condividere uno spazio metaforico all’interno di Dialogos, con il linguaggio. Su questo foglio virtuale però si progetta anche la condivisione di uno spazio espositivo, anzi, questo luogo è già uno spazio espositivo e dunque metaforico di una condivisione, ma non più dello spazio. Insomma tra spazio, pensiero e linguaggio c’è sempre un elemento che scivola. Mi viene incontro un nostro lontanissimo parente…“Com’è possibile cacciare senza prima dipingere?” è la semplice e perentoria risposta che dà un aborigeno dell’Australia del Nord all’etnologo Lewis Mountford quando egli gli domanda come mai debba sempre disegnare la preda prima di cacciarla[2]. È proprio vero, Ermanno, che mentre saliamo le scale di corsa non usiamo il linguaggio? Non so rispondere con certezza, mi sembra che il linguaggio sia anche un atto di fede, però mi chiedo anch’io, come il cacciatore aborigeno (Roland Barthes invece non se lo chiede, ne è convinto), se sia possibile rapportarsi con il mondo senza crearsi un’immagine mentale delle cose, ovvero senza formularla con il linguaggio. Il pensiero è la prima forma che diamo alle cose, ed esso funziona per immagini, segni, segnali, formule. È tutto nella nostra testa, e la speculazione sull’arte è un palliativo, l’unica forza che può fondere insieme spazio pensiero e linguaggio è l’atto artistico. Per concludere mi permetto di copiare letteralmente qualche frase in questo stesso documento, tratta dall’intervento di Antonio Catelani, soltanto per metterla bene in evidenza (in un’ottica di postproduzione, di riutilizzo del già esistente per esprimersi, mi si perdonerà questo pasticcio filologico?). “L’arte d’oggi è quindi, che ci piaccia o meno, l’espressione di questo secolo, poco propensa all’utopia di un mondo nuovo, disinteressata all’uomo nella sua interezza e pertanto frammentata in disfunzionalità d’ogni tipo, quanto propensa ad un’estetica compiacente. …Pensiamo a un esercizio di ininfluenza, lateralità e unicità sottoscritta, come possibile via praticabile verso l’alterità e il dialogo.” Dialogos è buon compromesso, è pensiero spazio e linguaggio insieme.

[1] Il progetto era stato poi pubblicato da La Rada in occasione di Babel. Festival di letteratura e traduzione, Bellinzona, 2006. [2] Emanuel Anati in Origini dell’arte e della concettualità, Jaca Book, 1988.


ANDY BOOT 04.05.2011 As per my earlier message and sketch on Google Docs, I’m still interested in moving in this direction, however I feel that it’s best to present an object as the paper works may get lost in the space. My dilemma is that I can’t make it to Milan, so I’ll be sending Alessandro material to produce on-site. I’ll order a ‘Foglio autodesiva’ / Self-adhesive foil, with the idea that it’ll be placed on a table-top (wood) from ASSAB ONE, and then installed leaning against the wall. The dimensions of course depend on the wood size, however I imagine ca. 100cm x 200cm. This way of working (sending materials and instructions) isn’t usually how I like to deal with objects, but I feel it’s fitting for this exhibition and my situation.

ERMANNO CRISTINI


Equilibrio, vertigine, presuppongono entrambe un â&#x20AC;&#x153;mancamentoâ&#x20AC;?; un istante di privazione sensoriale. Un inciampo del linguaggio: afonia, afemia, afasia? Il linguaggio balbetta, si ritira, si disarticola e forse incomincia a toccare le cose.

afonia, afemia, afasia (e ancora scatole).

LUCA SCARABELLI Ancora scatole (o delle forme nate dalle forme)


LUCA SCARABELLI Predispongo un’assenza.


GIOVANNI MORBIN

“Scattering” Lo scattering si riferisce ad un’ampia classe di fenomeni in cui onde o particelle vengono deflesse (ovvero cambiano traiettoria <http://it.wikipedia.org/wiki/Traiettoria> ) a causa della collisione con altre particelle (o onde, dal punto di vista quantistico). La deflessione avviene in maniera disordinata e in buona misura casuale (scattering si può tradurre come “sparpagliamento”), e per questo la diffusione si distingue dalla riflessione e dalla rifrazione, che invece cambiano le traiettorie in maniera regolare e determinata. Sono considerati processi di scattering solo le interazioni elastiche o quasi elastiche, che cioè non comportino rilevanti cessioni o guadagni di energia.


I BREVI DIVERBI Dialogo tra Alessandro Castiglioni e Francesca Marianna Consonni 8 Maggio 2011, Facebook

Alessandro Castiglioni questo dialogos..c’è stato o no.. guardandolo dall’esterno, dico Francesca Marianna mica è contemplato, l’esterno, mi sembra Alessandro Castiglioni si certo è vero però sei partita dall’osservare una dinamica che si stava costruendo e stai intervenendo .. come dire dulcis in fundo Francesca Marianna ecco vedi, c’è già un primo principio che salta Alessandro Castiglioni quale? Francesca Marianna quello dell’essere inascoltati o non visti. io ascoltavo e vedevo, da spettatore. colpa tua se adesso sono dentro. Alessandro Castiglioni si lo so ma il dialogo è un’azione reciproca Francesca Marianna e dove s’incardina questa reciprocità? Alessandro Castiglioni nella compresenza della volontà, per lo meno nella coincidenza e nell’attività del recepire altrimenti beh basta così... chiudere la conversazione e il dialogo non esiste; da un certo punto di vista la prima aporia del dialogo socratico sta lì..nella concessione dell’attività dell’ascoltatore Francesca Marianna mmm... se è per questo, volontà e coincidenza, allora il dialogo c’è stato ma un dialogo come... disturbato Alessandro Castiglioni questo sempre ma forse le condizioni sono parte del lavoro stesso Francesca Marianna però l’idea di volontà, quella di sensibilità, di cui parla Breviario, e di coincidenza sono un po’ la condizione di tutto il genere umano, non di un pezzo d’arte e basta, no? volontà e sensibilità sono determinanti. ma possono essere tutto ciò che metti? Alessandro Castiglioni poi c’è la materia

Francesca Marianna la materia è un crollo, occorre saperlo Alessandro Castiglioni volontà e sensibilità possono essere esclusivamente assertive e materia è anche il campo di battaglia Francesca Marianna occore dirlo, Castiglioni. la materia è un crollo. almeno con volontà e sensibilità ci si riaprono le ferite ma con la materia si perde sempre. guarda Norese, com’è bravo a dirlo. si vede in tutto il dialogo Alessandro Castiglioni si questo è vero ma guarda il “dialogos” tra Ermanno e Antonio è dichiarato ma non agito. inoltre con materia intendo il luogo e il tempo in cui l’azione si svolge, non lo statuto materiale di un’ipotesi progettuale o un’ipotesi progettuale stessa; anche io stesso per esempio non ho avuto interlocutori se non te presa a forza ora come un ratto delle sabine sabina Francesca Marianna ma dove guardo? Castiglioni, tu sei davvero shakespeariano. tu dici: vedi ed intendi un concetto, un significante fluttuante con nessuno all’altro capo se non sabrina. il dialogo c’è sempre e non c’è mai. io ho dialogato con tutti mentre leggevo. un paio si son presi certi insulti... però nulla arriva senza fratture... Alessandro Castiglioni ma io qui volevo provare un’inconcludenza: tu hai dialogato? no. perchè il dialogo è azione nel costruire e nel ricevere; la costruzione è un’azione sociale per questo dialogos non è stato, o è stato pochissimo un dialogo Francesca Marianna accipicchia che sfiduciato. è stata una sublime dimostrazione di autismo Alessandro Castiglioni è che avevo dei presupposti e questo lavoro ne ha evidenziato i limiti. mi chiedo..è stato tempo perso? Francesca Marianna magari. la perdita di tempo è la cosa più dolce del mondo. Alessandro Castiglioni hai ancora ragione ma ad ogni modo non rispetta le premesse se la perdita di tempo, o la dolcezza no..che dico certo fanno parte dell’inconcludenza è solo che a questo punto vorrei valutare cosa è successo: è per questo che ti ho chiesto aiuto,


sei sempre stata più lucida di me in questo Francesca Marianna sai che c’è tu che sei tanto innamorato della materia, è che tutto, benché si riferisse all’informe, non pareva accorgersene. ingrati. questo per me è accaduto. c’è stata una prossimità, venata di volontà (che tra tutto quello che poteva accadere è la caratteristica meno interessante. sai che bello se foste stati costretti a farlo? se vi mettessero nella stessa cella a te Ermanno, Luca Giancarlo, Sergio e Antonio e Alessandra no perchè sono un gentiluomo). la prossimità puo’ anche essere involontaria ma esiste. un sacco di roba esiste. ed è già in dialogo con noi. poi c’è il codice. Alessandro Castiglioni è in dialogo solo se la accettiamo e negoziamo: il dialogo non è qualsiasi tipo di incontro la prossimità si, c’entra solo la distanza nel dialogo c’è dell’altro, anche se a questo punto credo di non aver capito cosa poi non sono innamorato della materia. anche se i codici mi interessano più della volontà, più delle intenzioni e anche più dei desideri: perchè voglio vedere cosa succede Francesca Marianna beh. ad esempio si è molto parlato di pause e distanze, ma è un po’ paraculo, a mon avis. bisogna avere le palle per rappresentare le cesure. se siamo ottimi sappiamo riferire in qualche modo di questa sozza prossimità, se siamo prossimi alla cesura. e’ tipo... un’attività da mistici. e non ci si dichiara mai tali (se non si ha il look adatto, ovvio). Castiglionzi, ciò che accade riguarda l’arte o la sensibilità? Francesca Marianna perchè io sono travolta dalla gioia di ciò che accade, per professione. e non mi interessa meno dell’arte. anzi, l’arte è il mio acceleratore, contiene i codici, ti rende più facile la decodifica del mondo. è lì che si annida il bello. spero di arrivarci prima di Breviario, che quello se lo infila come un guanto. uaua Alessandro Castiglioni si ma a me in primis interessa il come. ancora: il codice e anche lì posso fare a meno dell’arte è solo che come linguaggio mi pare il più complesso allora visto che sono smodato io mi annido lì Francesca Marianna è giusto. ma come tutti i viziosi finisci a essere perverso. e cerchi così di capire le forme del dialogo in un contesto autistico. blatta della difficoltà sei. Alessandro Castiglioni vero. e secondo te non c’è altro? perchè io da qui in fondo non vedo altro tu da lassù? dove c’è gioia e desiderio?

Francesca Marianna io da quassù vedo tutto. e ancora. Alessandro Castiglioni ok però non me lo dici. mi sento dentro dialogos. Francesca Marianna Catelani ti da ragione: ininfluenza, lateralità, unicità sottoscritta. io vi proporrei delle variazioni... tipo... indifferenza al posto di ininfluenza. l’ininfluenza è sospetta e impossibile, forse. l’indifferenza è divina. Bisogna essere un po’ divini da quassù... Alessandro Castiglioni sapevi che “i brevi diverbi” è un palindromo? Francesca Marianna e circa la lateralità ... beh mi sembra un.. vuoi dire quello del tanga vero? Alessandro Castiglioni pensando a dialogos ho pensato molto ai palindromi. dicono solo la loro forma... a proposito di tanga... Francesca Marianna eccolo. Alessandro Castiglioni anche “i tanga bagnati” è un palindromo Francesca Marianna arrivato Alessandro Castiglioni un po’ mi ami per questo. Francesca Marianna ecco: appunto. la lateralità di un palindromo è la sua genialità ma non accade così spesso di poter dire: da qualunque lato. [...]

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Francesca Marianna farei coincidere il desiderio con il dialogo. forse a te no, ma sono certa che a ermanno interessa.


ERMANNO CRISTINI note sull’allestimento

“Del dialogo stesso non vi sono documenti, poiché, citando ancora Platone, è tra le pieghe dell’irripetibilità del detto, che si nasconde la possibilità di conoscere.” Credo che si debba rimanere saldamente ancorati a questo principio, che poi si gioca tutto tra queste due frasi: “No, nothing but ourselves.” “Why, look you there! look, how it steals away! My father, in his habit as he lived!” Dunque, bellissimo il “filo conduttore”: taglia lo spazio; evidenzia la sua tensione esibendo i suoi tenditori: non serve e dunque non serve altro. E’ come dire: “ecco il filo conduttore; perché? Non lo vedi?” Sembra un’opera? E che importa…Chissà come verrebbe classificato da Paolo nel suo vano tentativo di classificazione? Il documento di google è diventato pagina, altrove, e in questo altrove non ha nessun valore documentale; non serve e dunque non serve altro. Adesso ha una copertina Chanel-arabo. Però c’è, nel suo altrove, “tra le pieghe”, proprio quelle rimarcate dalla copertina chanel-arabo. I grafici non hanno capito nulla o hanno capito tutto. E in entrambi i casi è perfetto. E’ un “documento” tra virgolette. Si accompagna ad “opere” tra virgolette in una “mostra” tra virgolette. Le virgolette qui sono davvero fondamentali, altrimenti non funziona. L’allestimento di “opere”. Quali? Penso che abbia detto giusto Antonio Catelani quando nella prima chiacchierata con me a Berlino ha parlato di relitti. In questa accezione il dialogo è un viaggio, che essendo inconcludente presuppone il naufragio. I relitti sono ciò che resta del naufragio. Che cosa si fa con i relitti? Alcuni il mare li restituisce sulla battigia altri continuano a galleggiare e si prendono e si portano a terra. Portare a terra, raccogliere, è il compito, non altri. Poi, si allineano, l’uno accanto all’altro, la battigia comincia ad essere una tabula ordinante, ma prima ancora di una classificazione. Allineare è il compito, non altri. E poi, solo poi, si classificano; si ricava un nome dai frammenti: chiglia; telefono; sedia… e si raggruppano i frammenti sotto un nome, e si compongono. Noi ci fermiamo prima dei nomi e possiamo scegliere se “portare a terra” o “allineare”. Non abbiamo altra scelta, la tabella classificatoria di Paolo lo conferma. Il ruolo della battigia qui è puramente accidentale; non c’è nessun rapporto con quello spazio; una battigia vale l’altra; una sarà di sassi e l’altra di sabbia fine ma non conta, in questo caso ci interessa solo o come punto di raccolta o come piano su cui allineare. Credo che sia davvero il problema inverso rispetto a ROAMING dove invece la ricerca di un rapporto organico con lo spazio è un elemento fondamentale. Ma in ROAMING ci sono delle opere; qui no. Se dimentichiamo questa cosa facciamo una deiezione di ROAMING, tanto più evidente dato che lo spazio di Assab One è stato uno spazio di ROAMING. Dice bene Sergio: “Di opere belle ne vedo tante. Di artisti bravi ce ne sono molti…” e anche di belle mostre, qualcuna carina, qualcuna impeccabile, molte che sono nella norma, senza errori. Ma anche, che noia. Dice ancora bene Sergio: “a nessuno puzza il fiato”. Non che si debba puzzare per forza, ma il perbe-


nismo mi annoia, appunto come scopare con una donna astemia. Per questo sono attaccatissimo alle virgolette. Perché questo percorso ha esclusivamente una valenza esperienziale, fuori di lì non si presta ad una bella mostra ma semmai ad una carina, o ad una bruttina, neanche brutta. Inutile farla. Per questo l’unica possibilità è una “mostra”. Metto di seguito, uno scarto laterale del Dialogos, ma che in fondo ha sempre a che fare con le stesse questioni. Oggetto: RE: Un passo laterale Data: venerdì 6 maggio 2011 11.30 Da: LORENA GIURANNA <lorenagiuranna@hotmail.com> A: ERMANNO CRISTINI <cristini.reset@libero.it> Conversazione: Un passo laterale mi piace “lo usiamo nella misura in cui non lo usiamo”!!!! e concordo in pieno. un bel dialogos.... a presto! lo > Date: Thu, 5 May 2011 17:04:28 +0200 > Subject: Un passo laterale > From: cristini.reset@libero.it > To: lorenagiuranna@hotmail.com > > Un passo laterale nel dialogo, fuori dal documento. > Una mia mostra di tanti anni fa si intitolava: “Il passo laterale del > torero. Anche”. Pensavo a Pedro Romero il fantastico personaggio di > “Fiesta”. Anche: il même duchampiano, un altro eccezionale torero. > > Il tuo intervento mi ha stuzzicato. > “E’ proprio vero, Ermanno, che mentre saliamo le scale di corsa non usiamo > il linguaggio?” > Lo usiamo nella misura in cui non lo usiamo. Io quando salgo le scale di > corsa (non lo faccio mai!) ansimo, da accanito fumatore quale sono. > Nell’ansimare il linguaggio si inceppa; zoppica; è scalfito dal silenzio. Ma > è forse proprio in questo che si rivela, esattamente come pensa anche > Barthes a proposito dei balbettii del linguaggio come della sua essenza. > > Equilibrio e vertigine, ho appena risposto sul documento. Ma mi viene in > mente quando si beve molto; si cammina zigzagando, tra equilibrio e > vertigine: il corpo parla attraverso i suoi mancamenti. > E la parola si impasta. “In vino veritas”, recita la saggezza popolare, ma > solo perché si dice il vero o perché in quell’impastarsi, di nuovo in quei > mancamenti, in quei balbettii, si rivela la verità del linguaggio? > > Equilibrio e vertigine: due parole che ci raccontano la storia dell’arte, > dice Luca. Ma allora storia dell’arte è una storia di ubriachezza, o di > scale salite di corsa: afonie; afemie; afasie? > > Un abbraccio > Ermanno


Giovanni Morbin, Scattering, performance Luca Scarabelli, Alessandra Spranzi, Antonio Catelani, Ermanno Cristini


Ermanno Cristini, â&#x20AC;&#x153;Afonia, afemia, afasiaâ&#x20AC;?, ferro, legno, scotch, plastica, Emily Speed, Untitled, carta, legno Goran Petercol, Lamp, light installation


Goran Petercol, The measured distance from Ermannoâ&#x20AC;&#x2122;s work, luce, tubo, carta Fabio Sandri, Ingombrocavo, ferro, cartone, carta fotosensibile; Goran Petercol


Ermanno Cristini, To measure the distance (from Goran and Fabio), legno, chiodi, cornice, stampa ink-jet Giancarlo Norese, Francesche, performance con foglio e telefono


Giancarlo Norese, Francesche, performance con foglio e telefono Luca Scarabelli, Forse il tappeto avrĂ un buco..., tappeto; Andy Boot, Self-adhesive foil, foglio autoadesivo, legno


Fabio Sandri, Goran Petercol

Giancarlo Norese

Alessandra Spranzi, La scatola, stampa ink jet su carta


ALESSANDRA SPRANZI cari tutti, continuo il dialogo, con le note dolenti. penso che sia stato poco generoso offrire ad altri il nostro abbozzo di dialogo. o la nostra difficoltà di dialogare. un po’ come parlare di una cena saporita senza avere niente da mangiare, e pensare che non sia importante mettere qualcosa in bocca, di ben cucinato possibilmente. mi sono interrogata ancora una volta sui gesti necessari. sull’economia dei gesti. cosa dò, perché, a chi. è vero che c’era l’dea del naufragio, nell’allestimento, ma quale naufragio? il nostro? quello degli ‘spettatori’? quello dello strano rapporto fra l’opera e lo spettatore? Credo, e l’Ecclesiatse ce lo ricorda, che ci sia un tempo per ogni cosa, un tempo giusto, e che ogni cosa, ogni gesto, debba trovare il suo tempo e la sua giustezza.

GIANCARLO NORESE non so, era incompleto per natura, fallimentare per vocazione. a me andava bene così. g


dialogos  

Dialogue as an aesthetic practice. An exhibition project at Assab One, Milano, May 20 to 27, 2011, with the participation of Andy Boot, Serg...

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